Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

LA MAFIOSITA’

 

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L'alfabeto delle mafie.

In cerca di “Iddu”: “U Siccu”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il delitto Mattarella.

La Cupola.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Intimidazioni.

Non era Mafia, ma Tangentopoli Siciliana.

La Dia: Il Metodo Falcone.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare: segui i soldi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato - ‘Ndrangheta.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Camorra.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Depistaggio di via D’Amelio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il dossier mafia-appalti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P2 ed i Massoni rinnegati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P4.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il misterioso “caso Antoci”. (Segue dal 2020)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Cesare Terranova.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Antonino Scopelliti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Nino Agostino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro De Mauro.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro Rostagno.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Don Peppe Diana.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La ‘Ndrangheta.

Cosa Nostra. 

Cosa nostra cambia nome: l’Altare Maggiore.

La Mafia romana.

La Camorra. La Mafia Napoletana.

La Mafia Milanese.

La "Quarta mafia" del foggiano.

La Mafia Molisana.

Mala del Brenta: la Mafia Veneta.

La Mafia Nigeriana.

La Macro Mafia.

La Mafia Statunitense. 

La Mafia Cinese.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-AntiMafia.

Non era mafia: era politica.

Santi e Demoni.

La Moralità della Mafia.

I Mafiologi.

L'Antimafia delle Star.

Giovanni Brusca ed il collaborazionismo.

Il Pentitismo.

Hanno ucciso Raffaele Cutolo.

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Il reato che non c’è. Il Concorso Esterno.

Non era Mafia.

Antimafia: A tutela dei denuncianti?

Sergio De Caprio: Capitano Ultimo.

È incandidabile?

Il Business delle le Misure di Prevenzione: Esproprio Proletario.

Il Business del Proibizionismo.

Il Contrabbando.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …“Viva i Boss”.

La Gogna Parentale e Territoriale.

Il caso di Mesina spiegato bene.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Caporalato a danno delle Toghe Onorarie.

Il Caporalato Parlamentare.

Gli schiavi del volantinaggio.

La Vergogna del Precariato. 

Il caporalato sui rider.

Il Caporalato agricolo.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpa delle banche.

Fallimentare…

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…la Lobby.

Una storia di Casta. Csm, il sistema non cambia per nulla.

Lo Scanno del Giudizio: da padre in figlio.

I dipendenti della presidenza del Consiglio.

I Giornalisti Ordinati.

Gli Avvocati.

I Medici di base.

I Commercialisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

Le Assicurazioni…

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa c’entra la massoneria?

Le inchieste di Cordova e i giudici massoni.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’abbattimento delle case private. Abusivo: Condonato e distrutto.

L’occupazione delle case.

 

 

 

LA MAFIOSITA’

QUARTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-AntiMafia.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. le Rosy Bindi, dichiara che è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta – «che ha condizionato e continua a condizionare l’economia» – stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva. Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati. 

Lupo: «L’antimafia “nostalgica” è come uno Stato contro lo Stato». Intervista allo storico: «L’antimafia è indietro di trent’anni, e spesso si schiera contro lo Stato». Errico Novi su Il Dubbio il 28 novembre 2021. «Uno Stato nello Stato: l’antimafia degli anni Novanta è una forza, una componente formata da persone con responsabilità e funzioni istituzionali che ritengono di dover conservare un sistema di risposta alla mafia adatto al quadro di trent’anni orsono. E pur di conservare tale prospettiva, da cui non riescono a sciogliersi, qualcuno è pronto a contrapporsi persino ai giudici: ai magistrati di sorveglianza o ai giudici della Corte costituzionale».

Salvatore Lupo è uno storico, non un giurista. Ed è forse la formazione che prescinde dalla sola meccanica del diritto a dargli la forza di guardare negli occhi le cose. Incluse la mafia per come è oggi e l’antimafia per come si è conservata immutabile rispetto ad alcuni decenni fa. Il professore di Storia contemporanea dell’università di Palermo, autore di alcuni volumi decisivi sulla mafia, è impietoso nel definire il paradigma antimafioso: un po’ nostalgico, un po’ irriducibile nei propri schemi.

Della mafia s’è cristallizzata l’immagine stragista degli anni Novanta.

È quanto dico e scrivo da tempo. Parliamo della mafia stragista, o corleonese, anche se il secondo aggettivo risente di un’estensione forzata, perché i primi mafiosi stragisti non erano corleonesi. In ogni caso si tratta di un periodo che è cominciato e finito da un pezzo. È trascorso quello che si definisce un tempo storico, dall’epoca in cui lo stragismo mafioso ha concluso la propria vicenda.

Quindi siamo aggrappati a un totem?

Semplicemente, quello schema non esiste più. Lo suggeriscono i dati. La violenza delle cosche è stata innanzitutto inframafiosa, e sappiamo come oggi l’incidenza degli omicidi legati al crimine organizzato sia diminuita nettamente: ora parliamo dei femminicidi, cioè di delitti legati a dinamiche sociali e sottoculturali. Il fenomeno di trent’anni fa ha poi avuto, come sappiamo, una connotazione violenta proiettata all’esterno, terroristica, e in questo deriva dal modello del terrorismo politico. Ma è evidente come non solo sia scomparso lo stragismo mafioso, ma anche come il suo modello, il terrorismo politico, sia a propria volta archiviato da tantissimo tempo.

Ci siamo affezionati allo stato d’eccezione?

Alla mafia stragista, lo Stato ha risposto in modo efficace e rude. Non mi stupisco, non trovo incomprensibile quel tipo di reazione. Affermare lo Stato di diritto e difenderlo non significa ignorare le diversità della storia. D’altra parte l’opinione pubblica ha apprezzato quel tipo di risposta. Solo che non è più tempo per quella rudezza.

Non tutti sono d’accordo: c’è chi chiede di preservare gli stessi istituti di allora, a cominciare dall’ergastolo ostativo senza possibilità di un perdono slegato dalla collaborazione.

Ecco, mi dispiace che l’antimafia, che dovrebbe costituire un crogiuolo di legalità, un laboratorio contro fenomeni di malaffare, di illegalità complessivamente intesa, si riduca a un paradigma forcaiolo che contraddice i principi generali del diritto. Nella vicenda dell’ergastolo ostativo come in altre simili. Non esistano più i presupposti di quella reazione brutale operata trent’anni fa dallo Stato: pensare di perpetrarla non è utile né alla libertà né all’ordine. Tutti sanno che un po’ di indulgenza, persino nelle carceri, è funzionale e necessaria.

Alcune letture critiche dell’antimafia intravedono anche una tendenza a preservare funzioni, interessi, vere e proprie vicende professionali possibili solo in quella cornice.

Guardi che si potrebbe dire la stessa cosa per gli interpreti del modello passivo e indulgente affermatosi negli anni Settanta: non parliamo di cose nuove, tutti gli apparati funzionano secondo una logica di continuità. Anche Carnevale, per dire, era legato a un modello del passato, lo giudicava degno, agiva di conseguenza. Allo stesso modo alcuni magistrati antimafia si sentono allievi di Falcone. Mi limito a dire che non è più il tempo in cui Falcone ha dovuto adottare determinate strategie di risposta, perché non è più nemmeno il tempo di Riina. Non si può far finta che la storia sia ferma: ma alcune figure, alcuni protagonisti dell’antimafia, inclusi alcuni magistrati, si sono formati in quell’atmosfera e non riescono a uscire da quella logica. Però vorrei che un concetto emergesse senza equivoci.

Dica pure.

Anche in chi resta ancorato a un modello ormai estraneo al presente, non c’è né complotto né cattiva volontà, si tratta semplicemente della tipica cultura degli apparati.

Parlamentari e magistrati convinti che nella nuova legge sull’ergastolo ostativo servano paletti più severi sembrano quasi diffidare della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità dell’istituto per com’è ora.

Sì, comprendo la sua analisi, ma questo dimostra semplicemente che non si può semplificare e dire che quell’impostazione sia sempre a favore dei magistrati: è per i magistrati solo quando condannano. Se assolvono, li si contrasta. Avrà visto che le più scomposte correnti del movimento antimafia si sono distinte in scene vergognose, in proteste pubbliche nelle aule di tribunale, quando degli imputati sono stati assolti.

Ma scusi, quindi l’antimafia è una specie di partito nostalgico?

Aspetti. È un partito la parte di questo fronte che sta nell’opinione pubblica. Nel caso della magistratura, si tratta di un pezzo di istituzione: è lo Stato, la burocrazia che si è formata a una certa cultura, in una data situazione storica. Ha difficoltà, e non ha interesse, ad abbandonare quella impostazione. Ha interesse piuttosto a giocarsi, nelle istituzioni, partite che possono condurre a polemizzare con chiunque. Anche con il Capo dello Stato, In altre parole, non possiamo spiegarci la posizione di tali componenti della magistratura come ispirate a un assoluto e intransigente rispetto per lo Stato: sono componenti che vogliono giocarsi le loro partite. Nel processo trattativa si è ritenuto di colpire il ministro della Giustizia o il ministro dell’Interno per scelte e atti compiuti nel pieno delle rispettive competenze costituzionali. Spesso si dice che non avrebbe dovuto essere il governo, o un ministro, ad assumere certe decisioni, ma qualcun altro. E ci risiamo: ci risiamo con la logica dell’eccezionalismo. Che però, alla luce della storia, non si giustifica più.

E invece abbiamo ancora una legislazione antimafia da stato d’eccezione.

È sbagliata l’idea per cui le leggi contro la mafia debbano essere eccezionali, prescindere dai principi generali del diritto. Devono invece essere leggi intese a colpire un fenomeno deteriore e pericoloso ma nel quadro dei princìpi generali del diritto.

E vale anche per l’ergastolo ostativo.

Se deve esserci, secondo Costituzione, la possibilità che l’ergastolo sia lenito, che contempli un perdono, così deve essere. Non si può dire che in certi casi il perdono è escluso.

Si diffida della Consulta, ma più di un partito, più di un magistrato, vuole sottrarre le decisioni sulla liberazione degli ergastolani ostativi ai giudici di sorveglianza e attribuirle al solo Tribunale di Roma. Come se non fosse materia adatta a loro, a quei singoli magistrati territoriali.

Però un’idea simile implica l’idea di una magistratura speciale, che è un’idea pericolosa, e che il pensiero liberale e democratico ha sempre contrastato. Ci sono gli incidenti della storia e tra questi anche eventuali decisioni giudiziarie cedevoli, condizionabili, ma vanno risolte con gli strumenti già a disposizione, con le inchieste. D’altronde, anche il magistrato penale che non assolve mai opera in modo non condivisibile. Ciascuno è esposto a condizionamenti, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità e per ciascuno è possibile intervenire in caso di errore. Ma non è con lo stato d’eccezione che ci si mette in salvo dagli incidenti della storia.

Il paradosso di Sciascia: denunciò i professionisti dell’antimafia e gli diedero del mafioso. Valter Vecellio su Il Riformista il 19 Novembre 2019. Ricordare Leonardo Sciascia a trent’anni dalla morte… non è facile, non è semplice. Un modo, forse ne sarebbe contento, potrebbe essere l’invito del ministro dell’Istruzione Pubblica a tutte le scuole, agli studenti, ai professori, di dedicare qualche ora per leggere un paio di pagine tra i tanti libri che ci ha lasciato. Credo proprio che gli farebbe piacere. Per lui un efficace impegno anti-mafia era magari una marcia in meno, ma leggere un libro di più. Un antidoto simile a quello suggerito dal grande amico Gesualdo Bufalino: «Per combattere Cosa Nostra più maestri di scuola». La cultura, insomma. Contro la mafia, l’ignoranza, il cretino.  Sciascia: poco dopo l’alba del 20 settembre, stanco, logorato da una malattia che non ha rimedio, finisce di soffrire. Un soffio; china la testa di lato. La lunga agonia finisce. Come parlarne, senza scadere nel cliché? Qualche sua pagina, appunto, sulla sua “ossessione”: la giustizia, su come viene amministrata. Per un libretto scritto con Raffaele Genah, Storie di ordinaria ingiustizia, gli chiedo un paio di cartelle da utilizzare come prefazione. Si viene afferrati da un senso di avvilimento, nel constatare quanto siano attuali. Scrive dell’errore giudiziario, e raccomanda di tener sempre a mente il monito di Manzoni: «…quasi sempre si tratta di “errori” ben visibili ed evitabili; e in particolare visibili ed evitabili proprio da parte di chi li commette: “trasgredir” le regole ammesse anche da loro…se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa…». Per dare spiegazione di come l’amministrazione della giustizia sia quella che è, spiega che «deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a estrovertirlo, a esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano l’arbitrio. Quando i giudici godono il loro potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto…». Un’altra citazione viene in soccorso da Una storia semplice, l’ultimo libro, scritto con grande fatica, straordinariamente lucido. Un vecchio professore è interrogato dal suo ex alunno, diventato magistrato inquirente. «Posso permettermi di farle una domanda?… Poi ne farò altre, di altra natura…», dice ammiccante il magistrato. «Mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Una volta mi ha dato cinque: perché?». «Perché aveva copiato da un autore più intelligente», risponde il professore. Il magistrato scoppia a ridere: «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». Il professore fulminante: «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare. Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto». Può bastare per comprendere l’amara, radicale, “visione” di Sciascia non tanto della giustizia, quanto di come (e da chi) viene amministrata.  Sul capo di Sciascia, in vita (ma anche dopo), si rovesciano una quantità di insulti. È una parzialissima, antologia di meschinità quella che segue: «Codardo»… «Sprazzi di autentica balordaggine»… «Amara e inutile vecchiaia»…«Lancia avvertimenti mafiosi»… «Precipitato al livello di un terrorismo piccolo-borghese»… «Travolto dagli anni e da antichi livori»… «Stregato dalla mafia»… «La sua funzione è esaurita»… «Non ci serve più»… «Fa l’apologia della mafia… «Iena dattilografa»…«Trozkista»… «Quaquaraquà»… Ascolto, ma soprattutto osservo Emanuele Macaluso, da sempre amico di Sciascia. Gli ricordo che qualcuno ha detto che Il giorno della civetta è un libro che esalta la mafia. «Questa sciocchezza che purtroppo è stata detta da un parlamentare… della sinistra – sillaba Macaluso – è la stupidità più clamorosa che ho sentito su Leonardo. Quel libro fu il primo che fece capire cos’è la mafia: non una delinquenza comune, ma personaggi che avevano anche un rapporto politico con la politica, ma anche con la gente: la Grande Mafia, la mafia-mafia che ha contato, aveva un rapporto politico con il potere, ma anche con la popolazione: si prestava a risolvere i problemi, una specie di tribunale per le questioni… altrimenti non era mafia, era delinquenza…Per la prima volta Sciascia fa capire che cos’è la mafia: con un carattere, una storia…Perché altrimenti non si capisce perché la mafia c’è da più di cento anni, e si discute ancora del suo potere». Mafiologi ai quattro formaggi non sanno (non vogliono) cogliere l’essenza di quel romanzo: il “metodo” che anni dopo adottano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano e i tanti caduti nella lotta alla mafia. Il capitano Bellodi, a un certo punto si rende conto che il capomafia, grazie alle protezioni politiche, gli sta per scappare di mano; ha la tentazione di far uso di quei metodi al di sopra e al di là della legge del prefetto Cesare Mori, negli anni della dittatura fascista. Tentazione/illusione che subito rigetta, perché non bisogna uscire mai dai binari della legge, del diritto; sempre e comunque.  Piuttosto «…bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena, e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende: revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze, o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così a uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…». Questo è il romanzo che «fa piacere alla mafia e la esalta». Questo il destinatario del sanguinoso insulto «quaquaraquà», quando pubblica sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 l’articolo redazionalmente titolato “I professionisti dell’antimafia”. Tra i non molti, lo difende Tullio De Mauro, il celebre linguista, fratello di Mauro, il giornalista de L’Ora, atteso da sicari mafiosi sotto casa: rapito, neppure il corpo viene mai stato trovato. Racconta Tullio: «I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fatto folcloristico siciliano. Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 con la scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in un’altra serie innumerevole di circostanze…».  Mi confida Macaluso: «Una cosa ignobile. Una cosa vergognosa e ignobile del cosiddetto Comitato Antimafia di Palermo, dove c’erano alcuni personaggi che non voglio ricordare…Sciascia aveva espresso un’opinione che non coinvolgeva tanto – era solo un esempio – Borsellino, quanto un metodo di affrontare la questione delle carriere…quando Leonardo individuò in quei metodi del Csm dei limiti e delle storture, credo che avesse ragione: i fatti recenti ci dicono che quelle polemiche non erano campate in aria o strumentali, ma avevano un fondamento…». Non solo il Csm, e i suoi metodi di nomina. Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, è autore di un libro, I Tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti; utile, preziosa lettura, ricco com’è di fatti ed episodi che documentano come una parte dell’antimafia abbia fatto uso di un impegno di facciata per raggiungere ben altri. Per tornare a Sciascia: dopo aver consigliato la lettura di alcuni libri, presuntuoso, ne segnalo uno recentissimo, mio: Leonardo Sciascia, la politica, il coraggio della solitudine (Ponte Sisto editore). Scritto con l’obiettivo di ragionare su un aspetto che si tende – non a caso – a omettere, ignorare: il suo essere stato scrittore politico, immerso consapevolmente e totalmente nella realtà; il suo aver voluto sempre fare politica in senso etico. Il motivo per cui, pur deluso da precedenti esperienze, dopo aver rifiutato gli inviti a candidarsi nelle liste del Psi e del Pli, accetta di farlo in quelle del Partito Radicale: un partito a cui era sempre stato vicino, come Elio Vittorini, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini. Ma a candidarsi non ci pensa proprio, ed è ben intenzionato a dire un cortese “No, grazie” a Pannella, volato a Palermo per convincerlo. Vecchia volpe, Pannella sa trovare la chiave giusta: «Non ti chiediamo di aderire al nostro programma. Siamo noi radicali che aderiamo al tuo». È fatta: accende l’ennesima sigaretta, con lo sguardo osserva le volute del fumo; infine, passa dal “Lei” al “Tu”: «Hai bussato perché sapevi che era già aperto». Valter Vecellio

C’era una volta l’antimafia. Guido Ruotolo il 17 Giugno 2021 su terzogiornale.it. C’era una volta l’antimafia, che si nutriva di rivolta civile – ricordate le lenzuola bianche stese sui davanzali di Palermo, all’indomani delle stragi Falcone e Borsellino? – che dava linfa al lavoro delle forze di polizia e della magistratura. Che produceva mutamenti profondi nella società, soprattutto quella meridionale. Era minoritaria, all’inizio, l’antimafia. Peppino Impastato fu ucciso a Cinisi nel 1978, in una tragica solitudine. Riaprendo così quella catena di sangue di sindacalisti e militanti di sinistra che la mafia aveva ammazzato da Portella delle Ginestre in poi. E anche poliziotti e carabinieri, magistrati e giornalisti, furono uccisi dalla mafia perché estranei a una società sonnolenta che non vedeva la convivenza tra pezzi delle istituzioni, mafia, classi dirigenti e massonerie varie. E dunque rappresentavano un pericolo per questo sistema. Nell’arco di un decennio i corleonesi tentarono due golpe cruenti. Il primo, a partire dal 1980, all’interno di Cosa nostra. I ‘viddani’ di Totò Riina fecero fuori i palermitani lasciando sul campo centinaia di morti ammazzati. Il secondo, a partire dal 1991, un golpe contro lo Stato, per contrattare le nuove regole della coabitazione. Ma fallirono i corleonesi. E dopo le stragi del 1993 e 1994, Cosa nostra si inabissò, tramortita, con morti e pentiti e i gruppi dirigenti in carcere. Mentre lo Stato, a partire dagli anni Ottanta creò una nuova legislazione antimafia e nuove strutture investigative che si rilevarono efficaci. La legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni, la legge sui collaboratori di giustizia, il 41 bis, e poi nacquero le procure antimafia e la Direzione nazionale antimafia, e la Dia. E la legge sullo scioglimento dei consigli comunali e delle Asl infiltrati dalla mafia. Quante vittime innocenti sono state seppellite nella Sicilia di quegli anni? Magistrati come Livatino e Ciaccio Montalto tra Agrigento e Trapani, e poi Rocco Chinnici e Falcone e Borsellino. E poliziotti e carabinieri, e anche politici che non volevano piegarsi alla dittatura mafiosa, da Pio La Torre a Piersanti Mattarella. La resistenza dei militanti di quell’antimafia sociale che non ha mai smesso di fare testimonianza ha poi prodotto una nuova primavera, quella della rivolta civile e del riscatto dello Stato. In questo Olimpo dei martiri e dei testimoni sicuramente c’è anche posto per Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia perché non volle piegarsi al pizzo. E dal suo esempio nacque poi il movimento antiracket dei commercianti di Tano Grasso, a Capo d’Orlando, e via via in tutta la Sicilia. I commercianti denunciavano, venivano protetti dallo Stato, gli estorsori condannati dai giudici. Lungimirante fu don Luigi Ciotti che nel marzo del 1995 diede vita a Libera, l’associazione delle associazioni antimafia che nel frattempo erano nate in Sicilia e nel resto del Paese. Una scelta politica per mettere in sicurezza un patrimonio di idee e di iniziative sul territorio. Dopo un quarto di secolo e poco più, tutto questo non c’è più. O quasi. L’antimafia è appassita e avvelenata. Sono residuali anche le esperienze più importanti sul territorio. Naturalmente l’antimafia istituzionale della Dia, Dna, delle procure distrettuali, di investigatori – e sostanzialmente l’impalcatura della legislazione antimafia – tutto questo c’è ancora, per fortuna. Solo che investigatori e magistrati si trovano ad operare in un mondo che guarda all’indietro. È una contraddizione, una sensazione sgradevole. Le nuove generazioni si stanno formando con il dubbio che le stragi del ’92 e del ’93 siano opera di servizi segreti e poliziotti infedeli. Sembra un paradosso che la mafia sia scomparsa dal lessico di professionisti e divi dell’antimafia, che sulla mafia hanno fatto carriera. La trattativa, l’agenda rossa di Borsellino, il ruolo dei servizi segreti, l’esistenza di investigatori infedeli tutto questo ha fatto rimuovere la presenza se non la stessa esistenza di Cosa nostra. Sono oltre venticinque anni che si parla della presenza di 007 nelle stragi dei due magistrati senza che i titolari delle indagini abbiano mai esplicitato questa pista investigativa. Sono oltre quindici anni che la procura di Palermo indaga sulla trattativa tra mafia e pezzi delle istituzioni anche se il reato di trattativa non esiste e il processo d’appello, dopo le condanne di primo grado, potrebbe riservare delle sorprese. Si guarda indietro, dunque, come se la partita fosse una resa dei conti di protagonisti del secolo scorso. Ma oggi, sì proprio oggi, che percezione abbiamo della mafia? Gli analisti più accorti avvertono che la Cosa nostra che avevamo conosciuto nel secolo scorso ha cambiato pelle. La struttura organizzativa non c’è più, la mafia è diventata liquida, ha esplorato e occupato nuove attività economiche, dal gioco online all’energia alternativa. Altro discorso riguarda la ’ndrangheta, che sempre di più occupa territori inesplorati al Nord, e la camorra che a Napoli è tornata a sparare. Sono intuizioni. Nulla sappiamo dell’ultimo dei corleonesi, quella primula nera che dal ’93 si è volatilizzato: Matteo Messina Denaro. Dei vecchi capi della mafia stragista parla solo Giuseppe Graviano, il capo della famiglia di Brancaccio che ha gestito in prima persona le stragi di Paolo Borsellino e quelle sul continente, nel 1993. Lui era l’anello di congiunzione con l’imprenditoria e la politica del Nord. E oggi, il processo contro la ’ndrangheta stragista ha visto Graviano protagonista, pur non essendo un pentito da imputato gli è stato concesso di lanciare messaggi oscuri. L’antimafia appassita e avvelenata continua a percorrere la strada dell’inquinamento dei servizi nella stagione stragista della mafia. Guardano al passato dai vetri corazzati delle loro blindate. Come se la guerra non fosse mai finita. Sono venticinque anni che non si spara. Ma loro non se ne sono accorti. Guido Ruotolo

La trattativa Stato-Antimafia La triste e ripetitiva rivolta dei magistrati star sulla prescrizione. Carmelo Palma il 22 Luglio 2021 su L'Inkiesta. Da Gratteri a De Raho, i nomi illustri della magistratura criticano aspramente il ddl Cartabia, basando le proprie opinioni sull’idea che il diritto dello Stato all’azione penale sia prevalente sul diritto dei cittadini a un giusto processo. Oltre a ignorare i diritti della Costituzione, si sta verificando l’ennesima conferma del pessimo stato della giustizia e della politica italiana. Tra le poche certezze che la politica italiana riserva al suo fedele pubblico pagante, la principale è quella della indignata rivolta del Consiglio superiore della magistratura e dell’Associazione nazionale magistrati pre e post-palamariani, delle toghe antimafia, del partito delle procure e delle vestali e prefiche del sanfedismo giudiziario contro qualunque norma processuale o sostanziale, che riconosca negli indagati e negli imputati anche dei soggetti di diritto e non solo dei meri oggetti della pretesa punitiva dello Stato. Il cosiddetto ddl Cartabia, che se non civilizza il processo penale tenta perlomeno di arginarne la barbarie, con ambizioni peraltro abbastanza limitate, dopo essere finito nel mirino di Giuseppe Conte e dell’ala militare del Movimento 5 stelle – quella critica contro il trattativismo di Grillo – ed essere stata salutata dagli orfani del contismo come una nuova legge salvaladri, è ora discussa in quella sorta di terza camera della Repubblica rappresentata dai sinedri formali e informali del potere giudiziario e delle sue rappresentanze politico-giornalistiche. E dalle discussioni esce opportunamente sfigurata come un decreto di morte sui processi, un favore alla criminalità e una minaccia alla sicurezza dello Stato e alla tenuta della nostra democrazia. Come è normale che sia, le reazioni più indignate e ascoltate giungono dai nomi più illustri della lotta alla mafia, da Nicola Gratteri a Federico De Raho, e si fondano esplicitamente sull’idea che il diritto dello Stato all’azione penale sia prevalente sul diritto dei cittadini a un giusto processo, la cui ragionevole durata, che costituzionalmente la legge è tenuta ad assicurare, può considerarsi tale solo nella misura in cui riflette la ragione di Stato della lotta alla criminalità e al malaffare. Insomma, se per condannare definitivamente un imputato servono vent’anni, la ragionevole durata del processo è di vent’anni. Se ne servissero quaranta, sarebbe di quaranta. Anche perché, in questa logica, la colpevolezza è presunta e incorporata nell’imputazione, che di fatto moralmente prescrive l’innocenza dell’imputato, che solo l’astratta lettera della Costituzione riconosce perdurare fino alla condanna definitiva. Questo osceno sfondamento dell’articolo 111 della Carta è possibile perché lo Stato non è dal potere togato inteso come un ordinamento giuridico, che tutela la libertà dei cittadini, ma come una «sostanza etica consapevole di sé», secondo la definizione hegeliana, cioè come la fonte della libertà dei cittadini, che dunque non può rappresentare un limite alla sua azione, essendo al contrario un prodotto della sua azione, che non esiste né in termini morali, né giuridici al di fuori di essa. In questo Stato non esistono diritti inviolabili, perché in senso stretto non esistono diritti individuali, se non determinati dalla norma etica dello Stato. I magistrati antimafia, dunque, si sentono lo Stato non in quanto funzionari pubblici, ma in quanto incarnazioni della sua eticità. In uno stato assoluto anche la giustizia è assoluta e qualunque relativizzazione del suo potere appare insopportabilmente eversiva. Che ne siano consapevoli o meno, questi magistrati non si sentono solo titolari di una fondamentale funzione civile, per cui rischiano la vita, ma anche investite di uno speciale ufficio spirituale, per cui possono permettersi di rovinarla agli altri, senza troppo angustiarsi delle vittime innocenti che lascia sul campo il perseguimento della loro missione.

Questo conferma che l’idea inquisitoriale della giustizia, non come amministrazione del diritto, ma come affermazione del potere sovrano su chiunque, in qualunque modo, lo minacci, è consustanziale a un’idea totalitaria dello Stato. E che l’inquisizione e il totalitarismo siano democratici, cioè assistiti da un vasto o plebiscitario consenso popolare cambia solo la forma, ma non la sostanza del loro potere assoluto. Insomma, la rivolta indignata sulla prescrizione è l’ennesimo tristissimo déjà vu assolutistico-inquisitoriale della storia patria e l’ennesima conferma del pessimo stato della giustizia e della politica italiana. E visti i precedenti, per come è iniziata la trattativa Stato-Antimafia sulla prescrizione si può già immaginare come andrà a finire: male.

I professionisti dell'antimafia di Leonardo Sciascia dal Corriere della sera, 10 gennaio 1987. Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale. Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane « ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla « mafia in sé» quanto a quel che « si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, « en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna « a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Le recensioni di AntimafiaDuemila. IL PADRINO DELL'ANTIMAFIA.  Autore: Attilio Bolzoni

Recensione. Un siciliano che è “nel cuore” di un boss di Cosa Nostra diventa misteriosamente il faro dell’Antimafia italiana. Il delitto perfetto. «Un libro destinato a spaccare in due la storia di mafia e antimafia» - Piero Melati, Il Venerdì. Con la complicità di ministri dell’Interno e alti magistrati, di spie e generali, Calogero Antonio Montante in arte Antonello è il personaggio che più di ogni altro segna l’oscura stagione delle “mafie incensurate” che dettano legge dopo le stragi del 1992. Simbolo della legalità per Confindustria e a capo di una centrale clandestina di spionaggio, fra affari e patti indicibili la sua storia fa scorgere un pezzo d’Italia con il sangue marcio. Chi è davvero Montante? Solo il prestanome di un sistema imprenditoriale criminale? Il pezzo “difettoso” di una perfetta macchina di potere? È pupo o puparo? Ma c’è un intrigo nell’intrigo: le telefonate del Presidente. Qualcuno sospetta che nelle mani di Montante siano finite le registrazioni delle conversazioni fra l’ex Capo dello Stato Napolitano e l’ex ministro Mancino, quei quattro colloqui agli atti del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia che la Corte Costituzionale aveva ordinato di distruggere.

“Il padrino dell’antimafia” e il potere infetto, il saggio di Attilio Bolzoni sul caso Montante. Antonino Cangemi il 17/08/2019 su blogsicilia.it. Essere chiari, diretti, senza mai ricorrere a perifrasi, fare nomi e cognomi senza temere nessuno, dire le cose come stanno anche a costo di conquistarsi una nutrita schiera di nemici accade a pochi, anzi a pochissimi. Uno dei pochissimi è Attilio Bolzoni, giornalista di lungo corso che da decenni si occupa, con rara competenza, di fatti mafiosi. A Bolzoni, nell’ultimo decennio, era accaduto di vivere una sorta di “stanchezza professionale”. Si era accorto che le vicende giudiziarie legate alla mafia, da cui scaturivano i suoi articoli, si assomigliavano tutte senza destare un particolare interesse, legate com’erano a logiche e dinamiche del vecchio corso quando invece si intuiva che la mafia – non più protagonista di eclatanti delitti ma subdolamente presente – stava mutando pelle. Agli inizi del 2000 si era poi assistito a quella che sembrava essere una svolta nell’imprenditoria siciliana: il mondo produttivo, con in testa la Confindustria, si era schierato apertamente per la legalità e, nel nome e nel segno di Libero Grassi, aveva costituito un fronte comune contro il “pizzo”. Difficile non credere all’autenticità delle tante iniziative per promuovere la legalità degli imprenditori siciliani. Tra di loro in primissimo piano, chi più di tutti si ergeva a paladino dell’antimafia era Antonello Montante, originario del Nisseno proprio come Bolzoni. Tutto nuovo e positivo: la mafia non sparava più, le imprese alzavano le barricate contro la sua tracotanza. Ma le cose stavano davvero così? I dubbi cominciarono a insinuarsi quando trapelò un’inattesa, clamorosa notizia: Montante era indagato per fatti intimamente connessi alla mafia. Nel recentissimo saggio “Il padrino dell’antimafia”, sottotitolo “una cronaca italiana sul potere infetto” edito da Zolfo, Bolzoni ripercorre le tappe del suo lavoro investigativo-giornalistico su Antonello Montante, sulle associazioni imprenditoriali siciliane e su tutto ciò – ed è tanto, tantissimo – che vi ruotava attorno. Un lavoro certosino in cui spiccano la destrezza professionale, il fiuto, ma anche la prudenza di Bolzoni e che conduce a risultati eclatanti quanto inquietanti: Antonello Montante è il più clamoroso dei bluff, un personaggio creato ad arte tutt’altro che esempio di legalità, semmai d’illegalità, come si evincerà dagli atti giudiziari (nel maggio di quest’anno la condanna a quattordici anni di reclusione poi patteggiati), il movimento antimafia degli imprenditori siciliani è quasi tutto marcio, invischiato nei più nefasti giochi e interessi di potere. Il libro di Bolzoni parte dai fatti per arrivare ai fatti. Non si perde in supposizioni, sospetti, illazioni. Tutto è documentato e riscontrabile in atti giudiziari. Ma i fatti sono esplosivi, rivelano una rete vastissima creata dal boss della Confindustria siciliana e che coinvolge i palazzi del potere politico, giornalisti e persino uomini delle più alte istituzioni e dell’antimafia. Le conclusioni cui perviene Bolzoni sono presenti nel sottotitolo del saggio: in Italia una parte del potere è “infetto”. Quanto all’antimafia, la posizione di Bolzoni è chiara. Bisogna distinguere e non fare né generare confusione. Vi è un’antimafia contaminata da Cosa Nostra – le cui capacità mimetiche sono notorie – e un’antimafia che nulla ha a che spartire con la mafia che però, nel corso del tempo, salve eccezioni, si è rivelata inadeguata o addomesticata da prebende varie. “Il padrino dell’antimafia” è un libro da leggere per capire meglio la realtà italiana in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più sinistramente amare. Ed è anche un libro molto utile per chi nutre passione per il giornalismo. Leggendolo, infatti, un aspirante cronista apprende come va condotta un’inchiesta giornalistica: con scrupolo, determinazione, coraggio, cautela.

·        Non era mafia: era politica.

Le riforme e le misure di prevenzione. Codice antimafia, va riformato per tornare allo stato di diritto.

Paolo Giustozzi su Il Riformista il 17 Dicembre 2021. Le oramai consolidate Riforme che incidono gravemente sui diritti fondamentali, quali quelle che estendono le drastiche misure di prevenzione contenute nel codice antimafia a nuove categorie di soggetti, colpiti soltanto da indizi di determinati delitti, dovrebbero essere valutate con attenta meditazione. Con il rispetto che si deve ad un testo del disegno di legge ancora inedito, quale quello in materia di contrasto alla violenza di genere, l’attenzione va rivolta all’ennesimo intervento espansivo del codice antimafia e del catalogo della pericolosità qualificata, che si manifesta come il segnale di un preoccupante indirizzo di politica criminale che incrementa e rafforza incessantemente, ormai da diversi anni, l’utilizzo di un sistema, quello appunto delle misure di prevenzione, che meriterebbe invece se non la sua totale eliminazione, quanto meno, una seria ed urgente riforma esso stesso. Una integrale rivisitazione – di questo si parla – del codice antimafia, in passato vanamente promessa dai legislatori, dovrebbe ambiziosamente mirare a riportarlo velocemente entro i canali delle garanzie minime, sostanziali e processuali, di un processo giusto, che in un sistema di ispirazione liberale e democratica non si possono derogare neppure facendo ricorso ad ellittiche soluzioni terminologiche, che richiamano imperscrutabili distinzioni fra ciò che è semplicemente “afflittivo” e ciò che invece è dichiaratamente “repressivo”. Le misure di prevenzione, a dispetto della loro origine di strumenti eccezionali, sono divenute un autentico sottosistema ipertrofico del tutto parallelo a quello penale, del quale tuttavia esse emulano soltanto estesi poteri di indagine e strumenti afflittivi sulla persona e sui patrimoni, senza godere delle garanzie riservate alla materia penale. Interi patrimoni vengono sottratti a soggetti, anche post mortem, attraverso indagini che, svincolate da limiti di durata e di controllo di un Giudice terzo, toccano i meandri più intimi di soggetti e della cerchia dei più stretti parenti e conviventi del proposto, mettendo in controluce il tenore di vita tenuto per la intera vita. Sul piano della tipicità, ossia della precisione della legge, sembra arduo pretendere che dal quadro fumoso della “qualità di mero indiziato”, i cittadini possano orientare i propri comportamenti in previsione delle conseguenze che un determinato atto potrà comportare loro, in termini di limitazione della libertà e del patrimonio. La nozione di “indiziato” d’altro canto è elemento normativo che non individua il fatto storico dal quale doversi difendere in giudizio, ma è un dato che si indirizza a colui che dovrà applicare la norma, attraverso l’indicazione di uno “standard probatorio” che oltretutto nell’area della prevenzione può assumere spessore dimostrativo insufficiente per addivenire ad una condanna in sede penale: persino una soluzione assolutoria in sede penale potrebbe legittimare in taluni casi la applicazione delle misure di prevenzione, in nome del noto principio della autonomia di valutazione delle prove del Giudice delle misure antimafia. Il sistema della prevenzione è uscito sostanzialmente indenne dalla ardua prova di resistenza cui è stato sottoposto dalla Consulta dopo la demolitoria sentenza della Corte Edu, sulla base del principio secondo il quale la norma, pur essendo imprecisa, sarebbe stata colmata di chiarezza e tipicità dalla costante interpretazione giurisprudenziale assurta a diritto vivente. È legittimo il timore proclamato da illustri commentatori di questa storica decisione dalla quale si intravedono le avvisaglie di una transizione dall’“età della legge” all’“età dell’interpretazione” connotata da un diritto liquido e senza codice, in cui la figura del Giudice si trasforma (con dubbi evidenti circa la compatibilità con la nostra struttura costituzionale, ben diversa dai sistemi di “common law”) in un coartefice del prodotto legislativo, con il disco verde della Consulta che passa per la bollinatura della prevenzione come norma estranea al penale. Senza esagerazioni retoriche, viene da domandarsi in conclusione se il sacrificio enorme che il sistema della prevenzione impone sotto il profilo della rinuncia delle garanzie della persona, sia giustificato dal perseguimento degli obiettivi che esso mira a raggiungere, tanto più in presenza di una estensione continua e progressiva del perimetro applicativo, originariamente pensato per il contrasto ai reati di mafia. E ancora, se è vero che si tratti di misure irrinunciabili in vista della tutela dell’economia sana posta a rischio dalla concorrenza malata di capitali infettati ab origine dalla loro illecita o opaca provenienza, va considerato che l’ordinamento possiede efficacissimi strumenti di contrasto, in materia di evasione e riciclaggio, in grado di assicurare risultati efficaci al pari o superiori rispetto a quelli della confisca di prevenzione. In conclusione, non vorremmo che la prevenzione diventi un nuovo modello di processo, un semilavorato frutto di esperimenti avanzati su cui realizzare il prototipo di un nuovo sistema processuale che ci proietti verso il futuro, richiamando però di fatto vecchi e familiari sapori che sembravano dispersi dai tempi del 1889. Paolo Giustozzi

L'ammissione e i tanti distinguo. La mafia stragista non c’è più, ma l’antimafia è diventato un partito: lo ammette anche Pignatone. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 25 Agosto 2021. Finalmente qualcuno l’ha detto: Cosa nostra non c’è più. Quindi: viva l’antimafia! Il tono del giudice Pignatone ha la morbidezza che si addice al presidente del tribunale vaticano, ma il concetto è chiaro. E non significa che non esista ancora qualche forma di mafia che faccia i propri affari, ma che la stagione sanguinaria che ha lasciato sul selciato delle strade di Palermo centinaia di morti, quelli delle istituzioni e gli altri, è ormai lontana nel tempo e solo nei tristi ricordi di chi ha una certa età. Una realtà che pare rivivere ogni anno, a ogni ricorrenza di luglio o di agosto, quasi fosse vero che La mafia uccide solo d’estate, il famoso film di Pif del 2013. Pignatone le elenca con puntiglio, le vittime più significative, quelle uccise per vendetta e quelle per la loro simbologia: da Rocco Chinnici fino a Falcone e Borsellino. E non può fare a meno di notare, anche se non lo dice esplicitamente, che nel suo elenco, fatta eccezione per l’assassinio di don Pino Puglisi, avvenuta nel 1993, le stragi terminano proprio lì, tra il 29 maggio e il 19 luglio del 1992, con l’annientamento dei due giudici che rimarranno per sempre i simboli della “lotta alla mafia”. È lì che è terminato il potere di Cosa nostra. Ed è lì che anche l’antimafia avrebbe dovuto deporre le armi, dopo gli arresti dei boss latitanti. Invece si sono costruiti carriere e processi, come quello sulla “trattativa” o quelli contro Silvio Berlusconi. La realtà è che restano solo le ricorrenze, con le celebrazioni e le sfilate degli uomini dello Stato. Ma resta anche quel comma tre dell’articolo 416 bis del codice penale che non dovrebbe avere più senso, e che recita “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti…”. Un concetto anacronistico, che pare però così inamovibile da aver indotto il legislatore ad aumentare le pene all’infinito, fino a 26 anni di carcere solo per il reato associativo, se l’organizzazione mafiosa dispone di armi. Anche se, come abbiamo visto dalla ricostruzione storica del dottor Pignatone, per fortuna le armi paiono ormai in disuso. È ormai un ritornello, lo dice sempre anche il procuratore Gratteri di Catanzaro, che ormai le mafie sono nulla di più che comitati d’affari. E i reati dovrebbero esser perseguiti più come reati economici che non di tipo “mafioso”. Ma il punto è che della mafia resta solo l’antimafia. In un articolo su La Stampa (ma quello di ieri è di Repubblica) del gennaio scorso il presidente del tribunale vaticano operava un distinguo non da poco tra i reati di mafia e quelli di corruzione. Contro i primi si deve “lottare”, sosteneva, per i secondi dovrebbero bastare le regole dello Stato di diritto. Se l’ex ministro Bonafede, è sottinteso (ma neanche tanto), con l’introduzione della legge “spazzacorrotti”, non avesse equiparato i due fenomeni. Che sono diversissimi perché quello della criminalità organizzata è un fenomeno deviante che va studiato e approfondito prima di poter essere combattuto, diceva il dottor Pignatone. Trasformando quindi il pubblico ministero in una sorta di soggetto multitasking. Più che sbirro, meglio sociologo, storiografo, storico. Anche psicologo, suggerisce Gratteri. Poco laico, in definitiva. Ma pur sempre guerriero, in lotta contro i fenomeni criminali. Così succede che, mentre con la mano destra il giudice Pignatone scrive che Cosa nostra è morta, con la sinistra introduce i suoi “però”. E il però sta nella lotta antimafia come il baco sta nella mela. Pare turbato da un piccolo episodio che non dovrebbe preoccupare ma solo far ridere. Racconta dell’intercettazione recentissima di un boss che si lamenta perché la figlia di una sua amica aveva chiesto alla mamma di partecipare a una commemorazione di Giovanni Falcone. Ma stiamo parlando di un pericoloso criminale sanguinario o di Maria Montessori che discetta sull’educazione dei pargoli? Se un capomafia occupa il suo tempo a discettare sulle abitudini di una ragazzina, è proprio vero che Cosa nostra non c’è più. L’antimafia rappresenta un po’ la nostalgia dei tempi andati, quando la lotta aveva un ruolo reale: loro sparavano e tu li arrestavi. Ma continuare oggi con questa insistenza da giapponesi nella giungla a guerra finita è un po’ patetico e un po’ ancoraggio a quello Stato Etico unico governatore del bene e del male che poi rimproveriamo ai Talebani, senza renderci conto di quanto ancora alberghi nella cultura di tanti magistrati, compreso Giuseppe Pignatone. Che è uomo di cultura, ma anche di potere. Se così non fosse non avrebbe avuto lunga vita al vertice della Procura di Roma. Probabilmente non ci sarebbe neppure arrivato. Vero, Palamara? Se oggi neppure lui può mollare l’antimafia, è perché questa è diventata nel corso degli anni un vero partito, oltre che un centro di potere molto redditizio dal punto di vista politico. C’è la Commissione parlamentare il cui ruolo ormai consiste solo nel dare prebende sotto forma di consulenze a un po’ di magistrati, ma che controlla i partiti attraverso le liste elettorali. E poi c’è tutta la schiera dei pubblici ministeri “antimafia”, i più titolati a influenzare anche governo e Parlamento e a gestire processi come quello sulla “trattativa”. E a dare la benedizione del bollino blu. Un po’ come quello, ancor più obsoleto, dell’antifascismo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

·          Santi e Demoni.

Giuseppe Legato per "la Stampa" il 17 novembre 2021. Chi lo ha visto a Torino, all'opera nel progetto «Liberi di scegliere» governato dall'associazione Libera contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, dice che era un ragazzo intelligente. Che si dava da fare in una comunità di persone fragili che assisteva con qualche lavoretto saltuario. Ma il sospetto che mai fosse riuscito a tranciare il legame con le radici mafiose del casato a cui apparteneva, aleggiava come un fantasma su quella promessa di redenzione: «Poteva cambiare, ma è stato risucchiato nel vortice della sua famiglia», dicono al quartier generale dell'associazione, a Torino. E bisogna partire da qui per raccontare la storia di uno dei boss emergenti della 'ndrangheta in Italia, Rocco Molè, 26 anni, erede di una dinastia lineare di nonni, padre, zii e cugini, che ha scritto la storia della malavita calabrese nella piana di Gioia Tauro e a Milano. Da una promessa non mantenuta quando anni fa chiese al Tribunale di Reggio Calabria di svolgere i lavori socialmente utili nella più importante e attiva realtà associativa contro le mafie. Più di due mesi, forse tre, trascorsi nel tempio della legalità dove decine di giovani si rifugiano per riscrivere il proprio destino lontano da boss e picciotti. La Dda di Reggio Calabria gli ha notificato in carcere un altro ordine di arresto: 'ndrangheta. E con ruoli di vertice. In pieno lockdown, a marzo 2020, era finito dietro le sbarre. Nel giardino della sua masseria, in Calabria, gli investigatori avevano trovato 534 kg di cocaina. Perché Rocco aveva preso in mano gli affari della famiglia anche sul versante del narcotraffico internazionale. Glielo aveva detto il padre, Girolamo, detto Mommo, Molè, in un colloquio in carcere intercettato dai pm: «Sto puntando su di te perché sei quello più intelligente. È finito il tempo di giocare. Siamo in guerra e dobbiamo fare i conti con questi». Chiosano i pm: «Rocco Molè doveva seguire le orme (del padre ndr) e subire l'apparato di cui fa parte quasi per nascita e dal quale non può dissociarsi. Era tempo che assumesse le redini della famiglia». Da qui parte la scalata di uno dei rampolli della mafia calabrese. Nuove generazioni fagocitate dalle urgenze dei clan. Come a Milano è stato per Giorgetto De Stefano ribattezzato Malefix dalle cronache rosa per il fidanzamento con una nota influencer del capoluogo meneghino. O per Luigi Crea, giovanissimo figlio dei capi della 'ndrangheta a Torino o - ancora - per Domenico Agresta, giovane tutto crossfit e followers, erede dei casati tra i protagonisti della stagione dell'Anonima sequestri. È caduto, come loro. Un cognome, un destino. Rocco usa torni perentori coi suoi fidati colonnelli. Promette vendette nei confronti degli ex alleati Piromalli: «Appena posso gli mangio il cuore». Entra in rotta di collisione con alcuni boss di Rosarno: «Faccio in modo che non gli rimangano neanche le case». Coordina l'esercito della famiglia anche a Milano e a Gioia Tauro manda i suoi emissari per riscuotere il pizzo «con modalità asfissianti e cadenze quotidiane». Così lontano da quel giovane che a Torino voleva uscire dal labirinto di violenza e business che ha invece risposato in Calabria «con pervicace accanimento, intento a far riacquistare alla cosca gli antichi fasti precedenti all'omicidio della zio omonimo».

Donato Ceglie radiato dalla magistratura. Il Csm ha deciso in base alle accuse della Procura generale della Cassazione: l’ex pm che combatteva le ecomafie a Caserta avrebbe ricevuto soldi in cambio di favori. Il Corriere della Sera l'8 ottobre 2021. La Sezione disciplinare del Csm ha rimosso dalla magistratura Donato Ceglie, che da pm era stato un simbolo della lotta alle ecomafie in Campania e che attualmente era sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. La sanzione più drastica e contro la quale potrà ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione gli è stata inflitta per due delle condotte che gli venivano contestate dalla Procura Generale della Cassazione: aver ricevuto denaro da un imprenditore e da suo fratello in cambio di favori legati al suo ruolo di magistrato; e aver ottenuto l’uso gratuito di un appartamento di proprietà di un consulente tecnico per incontri con donne, anche in questo caso facendo leva sul suo ruolo. Ceglie è stato pm a Santa Maria Capua Vetere e a Bari.

Nicola Morra nella bufera: “Mafie nelle prefetture e al ministero dell’Ambiente”. Chiara Nava il 10/10/2021 su Notizie.it. Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, ha rilasciato delle dichiarazioni davvero molto forte, finendo nella bufera. Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, ha rilasciato delle dichiarazioni davvero molto forte, finendo nella bufera. Le sue affermazioni hanno scatenato tantissime polemiche. Le dichiarazioni di Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, hanno scatenato tantissime polemiche. “Il caso Tunisia mostra come la criminalità organizzata non vada ricercata solo nelle periferie e nei posti degradati ma anche nelle Prefetture e al Ministero dell’Ambiente dove ci sono colletti bianchi che non fanno l’interesse delle comunità. Siamo abituati a pensare alle mafie come una parte avversa al sistema ed invece sono parte integrante perché consentono di nascondere la polvere sotto il tappetto e di far arricchire ancora di più quelli che accumulano profitti illeciti. È chiaro che i reati ambientali in questa logica, sono i primi ad essere omissati e addirittura bollati di improcedibilità nel silenzio generale perché i danni che ne derivano non sono immediatamente visibili. Le conseguenze sono più lente ma decisamente più massive” ha dichiarato al Polieco di Napoli. Luciana Lamorgese, ministra dell’Interno, ha dichiarato che si tratta di “affermazioni gravissime e inaccettabili in quanto rivolte alle istituzioni impegnate sui territori per garantire legalità e sicurezza al servizio di cittadini“. La ministra ha chiesto a Morra di chiarire “immediatamente sulla base di quali elementi o valutazioni ha reso le sue dichiarazioni“. Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica, ha dichiarato che Morra deve “rendere note tutte le informazioni di cui è in possesso per poter intervenire nelle sedi opportune“. Le parole di Nicola Morra sono state al centro di diverse critiche anche da parte di molti esponenti della Lega. “Ha fatto accuse gravissime senza fornire prove: ora ci aspettiamo le dimissioni immediate di Nicola Morra, Draghi e Lamorgese intervengano” ha commentato Matteo Salvini.

Da "La Stampa" il 10 ottobre 2021. Non è la prima volta che scatena un putiferio, ma stavolta forse è andato davvero oltre. Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia, parla di mafia «nelle prefetture» e nel «ministero dell'Ambiente», lo dice come se non avesse un ruolo istituzionale: «La criminalità organizzata non va ricercata solo nelle periferie e nei posti degradati ma anche nelle Prefetture e al ministero dell'Ambiente dove ci sono colletti bianchi che non fanno l'interesse delle comunità». Non è una frase scappata per caso, il concetto viene argomentato: «Siamo abituati a pensare alle mafie come una parte avversa al sistema ed invece sono parte integrante perché consentono di nascondere la polvere sotto il tappeto e di far arricchire ancora di più quelli che accumulano profitti illeciti». Una bomba, che provoca la reazione immediata della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e che spinge la destra a chiedere le dimissioni di Morra. La ministra è dura: «Sono affermazioni gravissime e inaccettabili. Il presidente Morra chiarisca immediatamente sulla base di quali elementi o valutazioni ha reso le sue dichiarazioni. Non può essere in alcun modo messa in discussione l'attività che viene svolta dalle prefetture per contrastare le organizzazioni criminali e i loro interessi illeciti». Brusca anche la reazione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani: quelle di Morra sono parole che «offendono la credibilità e il lavoro dei dipendenti del ministero. Chiediamo che il presidente renda note tutte le informazioni di cui è in possesso per poter intervenire nelle sedi opportune». Franco Mirabelli, Pd, aggiunge che «buttare fango sulle istituzioni non è certo il compito del presidente della commissione Antimafia», per Davide Faraone, Iv, «uno come Morra non può più stare al suo posto». Ma è soprattutto il centrodestra a chiedere le dimissioni del presidente dell'Antimafia: «Morra abbia la decenza di dimettersi e consentire che alla guida dell'Antimafia sia eletta una persona autorevole», dice Giorgia Meloni. Matteo Salvini, poi, parla di «accuse gravissime senza fornire prove: ora ci aspettiamo le dimissioni immediate di Nicola Morra, Draghi e Lamorgese intervengano».  

ESCLUSIVO - Leoluca Bagarella prende a pugni un agente della penitenziaria. Lirio Abbate su L'Espresso il 20 luglio 2021. Le immagini parlano, e ci fanno toccare con mano la violenza di cui è capace un boss detenuto che riesce ad aggredire a mani nude, senza alcuna apparente ragione, un agente di polizia penitenziaria che lo stava accompagnando verso il cortile del carcere per l'ora d'aria. Una violenza a sangue freddo. Improvvisa. In cui ha la peggio un poliziotto dell’istituto di pena che riceve un violento gancio destro che lo centra al volto. Il detenuto è il corleonese Leoluca Bagarella, ha un centinaio di omicidi sulle spalle, compreso quello di donne e bambini. Esecutore materiale di delitti eccellenti, è fra gli stragisti che hanno sostenuto e organizzato gli attentati di Falcone e Borsellino e poi quelli di Roma, Milano e Firenze, accanto ai capimafia Giuseppe Graviano e Filippo Graviano. In carcere da giugno del 1995, dopo una lunga latitanza, la sua vita è tracciata da omicidi, bombe e misteri, fra cui quello della morte di sua moglie, il cui corpo è stato fatto sparire dal boss. Oggi, nonostante i suoi 79 anni, le immagini ci mostrano come Leoluca Bagarella è un leone che ruggisce, capace di essere brutale, prendendo a pugni un agente, proseguendo la sua ira su altri due poliziotti che intervengono subito in difesa del collega e fanno fatica a placarlo. E si vede come gli agenti in servizio in queste strutture carcerarie sono ben addestrati e preparati, e sanno come bloccare con professionalità un detenuto senza usare violenza, evitando di fargli male. Queste immagini sono allegate all'informativa di reato inviata alla procura della Repubblica di Sassari, territorio in cui ricade il carcere di Bancali dove è detenuto Bagarella, redatta un paio di mesi fa quando si è verificata l’aggressione. Bagarella non è nuovo a questi episodi, alcuni mesi fa aveva preso a morsi un agente del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria mentre lo stava accompagnando nella sala videoconferenza da dove avrebbe dovuto partecipare ad uno dei processi in cui è imputato. E in precedenza aveva lanciato in faccia ad un agente olio caldo. In questo modo il boss corleonese, che è stato cognato di Salvatore Riina, viene emulato da altri criminali, i quali tentato di aggredire gli agenti in carcere, che subiscono, ma non reagiscono. Il quasi ottantenne boss corleonese è strategicamente lucido, appare ancora forte come un toro, e violento come i mafiosi sanno essere. E le immagini lo dimostrano. 

Filippo Di Giacomo per "il Venerdì - la Repubblica" l'1 giugno 2021. Il 9 maggio il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, è diventato beato. Dopo don Pino Puglisi, portato sugli altari il 25 maggio 2013, davanti a una folla di circa centomila fedeli, è il secondo "martire della Chiesa" riconosciuto tale perché vittima della mafia. Mancano all' appello don Peppe Diana, ucciso a 38 anni il 19 marzo 1994, a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Messa, e don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello in provincia di Latina, misteriosamente assassinato il 29 marzo 1995 perché si opponeva alle infiltrazioni della camorra nel Lazio. Nonostante la loro vita specchiata, dopo la morte, tutti e quattro sono stati vittime di racconti calunniosi, anche da parte di legulei in toga e in uniforme. Oltretutto, don Boschin aveva 81 anni e fu ritrovato morto sul suo letto incaprettato e vestito di tutto punto, talare compresa. La causa per la morte di Rosario Livatino era caduta in queste e altre sabbie mobili fino a quando, dopo numerose sollecitazioni, da Casa Santa Marta è partita l'indicazione di rivolgersi a un vaticanista noto al Pontefice per trovare una testimonianza dirimente. Compito che il professionista ha assolto rintracciando, contattando e convincendo a deporre uno dei quattro mandanti dell'omicidio. È stato questo interrogatorio (al quale il giornalista era presente) a contenere gli elementi decisivi, hanno scritto gli esperti della Congregazione, perché fosse processualmente riconosciuto al giudice di essere stato ucciso «in odium fidei». La cosa strana è che in un libro, prefato da papa Francesco, il lavoro del giornalista viene taciuto e appaiono i nomi di due-tre personaggi che se ne attribuiscono il merito. Come se al "giudice ragazzino", oltre ai colpi sparati da chi spaccia droga e morte, toccasse subire anche quelli di chi spaccia fake news.

Ucciso dalla mafia a 38 anni. La storia di Angelo Rosario Livatino, il giudice ragazzino proclamato beato: il killer tra i testimoni. Giovanni Pisano su Il Riformista il 9 Maggio 2021. “Accogliendo il desiderio del cardinale Montenegro, concediamo che il venerabile servo di dio Angelo Rosario Livatino d’ora in poi sia chiamato beato e che, ogni anno, si possa celebrare la sua festa il 29 ottobre”. Ammazzato dalla mafia il 21 settembre 1990, il giudice Livatino è stato proclamato beato nel corso di una cerimonia celebrata nella cattedrale di Agrigento con la camicia indossata dal beato il giorno in cui venne ucciso collocata in una teca della cattedrale. Il 19 luglio 2011 è stato firmato dall’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì. Durante la fase diocesana hanno testimoniato 45 persone sulla vita e la santità di Rosario Livatino, e tra questi anche Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer mafiosi del giudice, intervistato in carcere dal giornalista canicattinese Fabio Marchese Ragona per il settimanale Panorama nel dicembre 2017 e per il Gruppo Mediaset TGcom24 nel settembre del 2019. “Il giudice Livatino lavorava per tutti quei giovani che si erano persi nell’abbraccio mortale della criminalità. Lavorava, quindi, anche per me, per vedermi libero e vivo. Io non l’avevo capito”,ha recentemente dichiarato l’uomo, condannato all’ergastolo. Il giudice a poche settimana dal suo 38esimo compleanno (era nato il 3 ottobre 1952). Era il 21 settembre 1990 e Rosario Livatino, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, dal piccolo comune di Canicattì, dove viveva, si stava recando al tribunale di Agrigento quando fu avvicinato e ucciso da un commando di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa nostra. Il giudice venne affiancato da una Fiat Uno e da una motocicletta di grossa cilindrata e costretto a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari hanno sparato numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino ha tentato una disperata fuga, ma è stato bloccato. Sceso dal mezzo, ha cercato scampo nella scarpata sottostante, ma è stato ammazzato con una scarica di colpi. Sul posto i colleghi del giudice assassinato; da Palermo l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Rimane ancora oscuro il vero contesto in cui è maturata la decisione di eliminare un giudice non influenzabile. Prima di lui, il 25 settembre 1988, furono uccisi il presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta e il figlio Stefano trucidati in un agguato mafioso sempre sulla statale Agrigento-Caltanissetta, sul viadotto Giulfo, mentre, senza scorta e con la loro auto, facevano rientro a Palermo. In base alla sentenza che ha condannato al carcere a vita sicari e mandanti, Livatino è stato ammazzato perché “perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia”.

“Martire della giustizia e della fede”. Giovanni Paolo II lo definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”, quando da Agrigento il 9 maggio del 1993, aggrappato al Crocifisso, lanciò il suo grido di pastore e profeta, in un contesto dilaniato dalle stragi e dalle faide di mafia e caratterizzato da posizioni ancora troppo timide da parte delle istituzioni, Chiesa compresa. Poco prima Wojtyla aveva incontrato i genitori di Livatino, papà Vincenzo, laureato in legge e pensionato dell’esattoria comunale, e la mamma Rosalia Corbo. Per don Giuseppe Livatino, primo postulatore del processo di beatificazione nella Diocesi di Agrigento, apparve “subito chiaro che la storia e il miracolo di Rosario Livatino non rispondevano al cliché del ‘giudice ragazzino‘ che va incontro alla morte senza sapere e capire”. Livatino affronta “il sacrificio supremo nella piena consapevolezza perché erano già chiare le indiscrezioni che circolavano nell’estate del 1990”. Il sacerdote richiama soprattutto due episodi: “L’ultima frase, prima del colpo di grazia, guardando in faccia gli assassini che lo avevano inseguito: “Piccio”, che cosa vi ho fatto?’. Li richiama. Aziona l’arma del dialogo. Lascia un quesito che germoglia e lentamente porterà chi spara a pentirsi”.

“Giustizia è redimere che sbaglia e reinserirlo nella società”. “Nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso viene colpito a morte. A un ufficiale dei carabinieri tutto soddisfatto e gongolante accanto a quel corpo senza vita, Livatino dice: ‘Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l’ha, tace!’“. Per il religioso, Livatino è stato un giudice “giusto” in quanto “alla legge bisogna dare necessariamente un’anima, sosteneva. Spiegando che l’obiettivo della giustizia è redimere chi sbaglia e reinserirlo nella società civile”. Livatino conseguì la laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo il 9 luglio 1975 a 22 anni col massimo dei voti e la lode. Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la ‘Tangentopoli siciliana‘ e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni. La sua storia è stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro “Il giudice ragazzino”, titolo che riprende la definizione di Francesco Cossiga. “Livatino e la sua storia – scriveva Dalla Chiesa – sono uno specchio pubblico per un’intera società e la sua morte, più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

·        La Moralità della Mafia.

L'omicidio di "Nino D'Angelo" e lo scontro Silenzio-Formicola a Napoli est. Camorra e tradimenti, boss esce dal carcere e vendica le corna: donna giustiziata e case popolari al suo clan. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'1 Dicembre 2021. L’ha fatta inginocchiare e ha sparato cinque volte, colpendola prima al petto, poi, con ben tre proiettili, alla testa. Uccisa, giustiziata davanti a tutti per vendetta, per lavare con il sangue l’onore di uomo tradito dalla moglie (che poi lo ha lasciato) mentre era in carcere, e per riaffermare nuovamente il predomino della sua organizzazione. E poco importa se la vittima, Annamaria Palmieri, detta Nino D’Angelo (per la somiglianza al cantante napoletano) o anche ‘a Masculona (per i suoi atteggiamenti maschili, ndr), stesse portando da mangiare proprio al figlio di chi, di lì a poco, l’avrebbe barbaramente ammazzata. Le corna, o presunte tali, superano tutto. E così Franco Silenzio, 46 anni, scarcerato da appena un mese, la sera del 22 gennaio 2018 avrebbe consumato così la sua vendetta contro il clan alleato, quello dei Formicola di San Giovanni a Teduccio, periferia est di Napoli. Si presentò intorno alle 20 nel “Bronx” insieme a un gruppo di fidati sodali. Voleva cacciare dalle case popolari i familiari della moglie, Assunta Formicola, figlia del boss Ciro (detenuto da anni). Minacciò abitazione per abitazione i parenti acquisiti, poi approfittò del rientro in via Taverna del Ferro di “Nino D’Angelo”, la trascinò per le scale fino in strada e la finì davanti a tutti. La donna aveva 54 anni ed era una persona di fiducia della famiglia Formicola. Accompagnava Maria Domizio e Assunta Formicola, rispettivamente moglie e figlia del boss Ciro, ai colloqui in carcere. Per Silenzio, stando a quanto emerso nelle indagini grazie alle testimonianze anche dei collaboratori di giustizia, non poteva non essere a conoscenza, così come il resto della famiglia, dei tradimenti della sua donna (Assunta) mentre era detenuto. Così il boss tradito portò a termine il suo piano, costringendo successivamente i parenti della coniuge a lasciare le case popolari del “Bronx”, ‘assegnate’ ai suoi fedelissimi, tra cui il nipote Demetrio Morra, 23 anni, al quale toccò l’abitazione della moglie di Silenzio, allontanata in maniera violenta. Un segnale di affermazione sul clan Formicola con il quale era in corso un’alleanza da anni (fino al 2012 sotto l’orbita del clan Mazzarella, poi il passaggio nell’Alleanza di Secondigliano). A distanza di quasi quattro anni le indagini della Squadra Mobile di Napoli (sezione criminalità organizzata guidata dal vice questore Andrea Olivadese), coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno fatto luce sul brutale omicidio e sui traffici illeciti del clan Silenzio. Una indagine, portata avanti con attività investigativa, intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (quest’ultimi hanno di fatto confermato un movente già noto sin dalle ore successive all’omicidio Palmieri) culminata nelle scorse ore con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Chiara Bardi, nei confronti di 26 persone, ritenute gravemente indiziate di partecipazione ad associazione per delinquere di tipo mafioso e di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, nonché, per alcuni di essi, dei delitti di omicidio, detenzione e porto di armi da sparo, ed estorsione.

Ventiquattro le persone finite in carcere, due ai domiciliari. Cinque quelle che, al momento dell’esecuzione dell’ordinanza, erano già detenute. Un ordine di sfratto dalle case popolari dovuto sia al tradimento della moglie di Silenzio che a un debito non saldato dai Formicola. Un ingente somma di denaro secondo quanto ricostruito dagli investigatori. “Ti sparo in faccia“, queste le parole rivolte da Silenzio ai coniugi Vincenzo Formicola e Annunziata Puccinelli, il primo legato da vincoli di parentela con Assunta Formicola. Il 46enne si recò personalmente davanti alla casa di Vincenzo Formicola per obbligarlo a lasciare l’abitazione che gli era stata legittimamente assegnata e dove vive con la moglie: “Se scendi giù – gli ha urlato il boss dal pianerottolo del primo piano – ti devo sparare in faccia, ti devo scaricare l’intero caricatore della pistola in faccia”, “ti devo fare andare via dall’abitazione, come ho fatto con altre persone”. I coniugi si sono rivolti successivamente alle forze dell’ordine dando un contribuito importante alle indagini.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L’amore al tempo della mafia. Enrico Bellavia su L'Espresso il 30 novembre 2021. Una donna in carriera e un uomo di borgata al centro di un’inchiesta di Cosa nostra. “Negazione”: un romanzo su una storia vera, in una Palermo contraddittoria. Alba, buona famiglia, un matrimonio agli sgoccioli, incontra Sandro, sposato e self made man di borgata. Iniziano una relazione quando lui finisce travolto dall’accusa di mafia e omicidio e si dà alla latitanza. Lei, da amante, diventa confidente e investigatrice spregiudicata. Un passo falso porta alla luce l’intreccio. Ma nulla è come sembra. Sullo sfondo, la doppiezza di una città, Palermo, e le sue contraddizioni. Tratto da una storia vera, «Negazione», del giornalista de L’Espresso Enrico Bellavia, edito da Laurana, sarà in libreria dal 2 dicembre. Pubblichiamo qui un estratto. L’aula bunker, dentro il carcere dell’Ucciardone, mi appare gigantesca rispetto a come l’ho vista in tv e per quanto si sia radunata una discreta folla di avvocati, parenti e detenuti a piede libero, appare vuota. Prendo posto tra il pubblico. Ascolto parlare di lui i suoi avvocati per l’arringa finale. Usano parole molto belle, non sfiorano mai l’argomento dello scambio di persona. L’avvocato Di Patti spesso alza lo sguardo verso di me, sembra voglia chiedermi: «Ma che ci fa lei qui?». Comprende che sono finita in una situazione più grande di me. Poi i giudici si ritirano in camera di consiglio e non rimane altro da fare che aspettare. Le posizioni da vagliare sono tante, ma il mio unico interesse è per il destino di Sandro. Sono entrata nel primissimo pomeriggio. Le prime ore sono volate via rapidamente. Poi l’attesa diventa snervante. Il tempo lo impiego a cogliere i segni premonitori della fine della camera di consiglio. Un trambusto, un frenetico muoversi del cancelliere, un agitarsi dei parenti degli altri imputati può tradire l’imminenza della pronuncia. Al contrario, i giudici sbucano senza preavviso. Gli avvocati balzano in piedi e cade il silenzio. La lettura del dispositivo brucia via altri minuti. Sento pronunciare il suo cognome e poi il suo nome, letti gli articoli, visti gli atti, condanna l’imputato ad anni otto di reclusione. Una schioppettata. Secondi che sono ore. Un tempo infinito. Calcolo che quando lui avrà finito di scontare quella pena io avrò superato abbondantemente i quaranta. (...)

Lo avevo sentito nel pomeriggio.

«Vedrai andrà benissimo, sono fiducioso». Si era preparato per festeggiare la vittoria. «Si accorgeranno dell’errore che stanno commettendo, stai tranquilla, stasera andiamo a cena fuori», mi aveva ripetuto al telefono durante l’attesa della sentenza.

All’uscita dall’aula mi avvicinai agli avvocati. Uno di loro fece una smorfia. L’altro riuscì a dire: «Mi dispiace, non lo meritava». Il primo aggiunse: «Tecnicamente è già latitante». In quel momento il mio telefono prese a squillare. «Otto, sono otto», pronunciai costernata.

Lui gelido replicò: «Non c’è nulla da festeggiare, allora. Ti chiamo dopo, tu aspetta ancora un po’ e fatti dare il dispositivo».

Avrei voluto dirgli: «Decidi quello che devi fare». In realtà, avrei voluto dirgli mille cose, immaginando che fosse l’ultima volta che lo avrei sentito, qualunque fosse stata la sua scelta.

Presi il dispositivo, come mi aveva chiesto, raggiunsi il parcheggio. (...)

Sandro da uomo libero a ricercato, è successo in pochi istanti, il tempo necessario a pronunciare quelle due parole: anni otto. Come un automa raggiungo l’interno del negozio per dare il dispositivo della sentenza a Matteo. Sono distrutta ma decisa a non tradire alcuna emozione. Il clima è teso, lì sono tutti preoccupati ma si stanno già riorganizzando. Sandro è un riferimento importante per gli equilibri familiari, in ogni caso determinante. Sento Anna che parla al telefono con Matilde, la moglie di Sandro, la consola. «Non ti preoccupare, non sei sola», le dice. «Ti aiuteremo noi, ti insegneremo a guidare la macchina. Antonio, tuo figlio, è grande, ti aiuterà anche lui».

Reggo fino alla fine e quando già sono passata ai saluti, il telefono squilla di nuovo. È lui. Non dovrebbe, non deve.

Sembra allegro, un’altra persona. Mi dice di vederci subito al solito posto.

Ho voglia di piangere. Balbetto un: «Puoi?»

«Ti voglio salutare, non posso non farlo», dice con la sua voce di sempre, sicura e fiera. «Ti aspetto qui».

Il fratello e il padre di Sandro e gli altri ammessi al mio racconto dell’udienza si lanciano un’occhiata e affrettano i convenevoli. Daniele mi accompagna all’auto: «Stai attenta».

Dopo un paio di chilometri sono al «solito posto». È il bar sulla strada di casa mia e anche della sua. Il luogo dei nostri appuntamenti. Un posto comodo all’inizio e alla fine delle nostre giornate, il luogo che non c’è bisogno di nominare. Lui è lì, come sempre. Camicia bianca e jeans, abbronzato, bellissimo. «Andiamo, prendiamo un caffè».

«Sandro, non puoi, forse non ti rendi conto, è affollato, potrebbero essere già qui».

«Devo salutarti, non so quando potremo rivederci, ma intanto prendi questo». È un telefono con un carica batterie. «Ti chiamerò su questo, non so quando sarà possibile, ma lo farò non appena mi sistemo. Tu non chiamarmi, io ti cercherò da un nuovo numero. E quello sarà il mio recapito. Tu tienilo sempre acceso».

Afferro la busta con dentro il telefono e scendo dall’auto. Prendiamo un caffè, lo osservo a lungo, voglio imprimermi nella mente ogni gesto, ogni dettaglio, sicura che è l’ultima volta che posso vederlo. È chiaro che ha pianificato tutto nei dettagli ma intende dargli i connotati di condizione normale che, a parte qualche inevitabile limitazione, in alcun modo cambia il corso della nostra vita. Lui è disinvolto. Io atterrita dalla dimensione nella quale già vivo, ma, cosa più strana, al punto in cui sono, non ho alcuna intenzione di uscirne. (...)

Lo vedo salire su una Cinquecento, una delle sue tante auto e scartare subito a destra per una via che non conosco e che, passandoci davanti, a me sembra essere l’ingresso di una villetta. Saprò molto tempo dopo che si è accorto di una macchina della polizia in borghese e ha dato corso al piano B. Per quel viottolo ha raggiunto il retro di un’officina, mollato l’auto e ripreso la strada maestra con un’altra che ha tenuto in custodia da un meccanico che non gli ha chiesto nulla e lui, che quelle strade le conosce a menadito, è ricomparso sicuro di aver seminato chi lo stava seguendo.  

Negazione, di Enrico Bellavia, Laurana 2021

L'ultima di Saviano: "Combattete la mafia tradendo vostra moglie". Il Tempo il  19 novembre 2021. Tradire la moglie? Ribellarsi ai "vecchi vincoli familiari" praticando l'amore libero? E' l'ultima provocazione di Roberto Saviano, che si scaglia contro la famiglia tradizionale in un delirio che farebbe impallidire il senatore Pillon, quello del Family Day. Ma andiamo con ordine. L'autore di Gomorra affronta il tema nel suo ultimo, lunghissimo articolo per il Corriere della sera. L'argomento è il modo in cui la mafia e le organizzazioni criminali in genere hanno sempre vissuto il tema della sessualità. Applicando tra le regole più stringenti quella della monogamia. Se si litigava per soldi, sostanzialmente, si doveva cercare di mettersi d'accordo. Ma se un affiliato aveva un amante o praticava altri comportamenti sessualmente riprovevoli per Cosa nostra (vedasi l'omosessualità) poteva essere giustiziato senza neanche il bisogno di chiedere il permesso al boss. Un destino che, in particolare, riguardava le poveri mogli di mafiosi carcerati che cercavano consolazione e compagnia tra altre braccia e che poi, invece, puntualmente trovavano la morte. Talvolta per mano dei loro stessi familiari, ansiosi di intestarsi la "pulizia" morale. Saviano racconta una serie di episodi criminosi al riguardo, partendo dal famoso confronto in tribunale tra Riina e Tommaso Buscetta, quanto Totò 'u curtu si tirò indietro all'ultimo momento giudicando il pentito moralmente non alla sua altezza, perché "ha avuto troppe amanti". Insomma, uno stragista poteva perdonare un omicidio, un furto. Ma non una scappatella. L'articolo è godibile e ricco di riferimenti. Il finale, però, è spiazzante. Se la mafia sostiene la monogamia, il modo migliore di ribellarsi a Cosa nostra è rifiutare la stessa monogamia. Per evitare di equivocare, si riportano le parole dello stesso scrittore: "La prima scelta contro la prassi mafiosa è rompere le sue regole, scardinare la sua aberrazione moralista, smontare nel vivere quotidiano i meccanismi socialmente accettati che risultano da concime al potere criminale. Scegliere la vita, la sessualità libera di vincoli, un corpo non assoggettato dalla morsa della convenzione è un atto antimafia. Anzi: è l’atto antimafia". Nella peggiore delle ipotesi, può diventare l'autodifesa perfetta: "Cara, non è come pensi. Non ti stavo tradendo. Stavo combattendo la mafia".

Roberto Saviano per il "Corriere della Sera" il 19 novembre 2021. Palermo, novembre 1993. Totò Riina è seduto nella gabbia dell'aula bunker dell'Ucciardone. Il presidente della corte ha appena accolto la richiesta di quello che si prefigura come un confronto epico: quello tra l'ex capo dei capi di Cosa nostra, arrestato pochi mesi prima, e il più importante pentito di mafia, quel Tommaso Buscetta cui Riina ha massacrato la famiglia. Riina ha uno scatto. Si agita, chiede la parola. E a sorpresa, dopo averlo richiesto, rifiuta il confronto. «Non è un uomo adatto a me», dice. «Non è della mia statura, è un uomo che ha troppe amanti». Per capire come la regola monogamica sia sempre stata il pilastro di quella mafiosa - l'ossatura su cui costruire la catena di vincoli che strozzano la vita di ogni affiliato e ogni territorio - non si può che partire da qui. Dal momento in cui l'uomo che diede l'ordine di uccidere Falcone e Borsellino decide di accusare chi lo accusa non di essere un ciarlatano, un golpista, o un assassino (e poteva dirlo: Buscetta aveva ucciso). No, l'accusa è quella di essere un uomo «con troppe mogli».

LA «MORALITÀ» DA BOSS

Per qualche strana ragione, dovuta soprattutto alle rappresentazioni americane delle organizzazioni criminali, è pensiero comune che i boss siano uomini dissoluti, donnaioli. Eppure nelle organizzazioni criminali italiane la monogamia è ancora l'elemento fondante per misurare valore e affidabilità degli affiliati: ogni violazione basta per decretare una condanna a morte. A rivelare le regole è stato lo stesso Buscetta: in Cosa nostra non si entra da divorziati o figli di divorziati, né c'è posto per chi frequenta prostitute, ha «amanti», è stato iscritto al partito fascista o al Pci, fa uso di droghe, è omosessuale. Per questo, davanti ai giudici esterrefatti, Riina parla con voce ferma della sua «moralità»: «E parto», dice, «dalla mia famiglia. Mio nonno è rimasto vedovo a 40 anni e aveva cinque figli con papà, e non ha cercato più moglie. Mia madre è rimasta vedova a 33 anni. Noi viviamo, nel nostro paese, di correttezza morale». (Il confronto, poi, prima di bloccarsi per via di Totò u Curtu ebbe un breve svolgimento e Buscetta disse a Riina: «Quest' individuo può parlare di moralità quando ha ucciso tanta gente innocente. Dov' è la tua moralità, Riina? Perché sono andato a letto con tua moglie? Io lo so perché. Tu eri troppo preso a seguire le tue cose mafiose... a diventare la star di Cosa Nostra, quindi non ti preoccupasti delle donne...»). La regola monogamica assoluta non è limitata solo a Cosa nostra. Il boss Paolo Di Lauro decretò, per l'organizzazione camorristica secondiglianese, vincoli chiari. Non ci si uccide per soldi: quando ci sono problemi economici si convoca una riunione tra vertici e si prova a negoziare. Non ci si uccide se c'è un conflitto territoriale con un'altra famiglia, a meno che non sia stata l'intera camera formata dai vari boss a dare l'autorizzazione. Per la camorra secondiglianese riformata da Di Lauro in un caso si può uccidere senza chiedere permesso: uno solo. Quando un uomo ha una relazione fuori dal suo legame, e corteggia la donna di un altro affiliato. In quel caso l'esecuzione è lecita, con la sola clausola di portare delle prove. La regola della monogamia In tutte le organizzazioni mafiose è persino il corteggiamento ad essere vietato. Nel 2001, nel Casertano, Domenico Bidognetti ordina l'eliminazione di Antonio Magliulo perché aveva osato corteggiare una ragazza nonostante fosse sposato: lo fa legare su una sedia, in spiaggia, e dinanzi al mare gli fa riempire bocca e narici di sabbia, fino a strozzarlo. Gaetano Formicola, all'epoca 21enne, scopre che un suo amico, Vincenzo Amendola, ha iniziato a inviare a sua madre messaggi che vengono considerati come avances. L'idea che la madre possa avere una «sessualità» è intollerabile, come lo è il pensiero che il padre, carcerato, possa venirlo a sapere. Attira Vincenzo in campagna, lo fa inginocchiare, gli spara in testa. È la fame mafiosa di possesso a determinare la necessità di una regola monogamica priva di eccezioni. E in una società dove la morale sessuale ha fatto progressi minimi (come racconta quel piccolo capolavoro intitolato Ancora Bigotti. Gli italiani e la morale sessuale, di Edoardo Lombardi Vallauri, pubblicato da Einaudi), le mafie usano i comportamenti sessuali dei loro obiettivi per delegittimarli.

LA MAFIA E LE RELAZIONI PROIBITE. 

Sanno che se la nostra vita sessuale è resa pubblica ci espone alla derisione. Qualsiasi vita sessuale, anche la più ordinaria, resa pubblica, appare grottesca. Per questo, nelle organizzazioni criminali, prima di arrivare alle pistole si delegittima; quando si deve agire contro qualcuno, la prima cosa che si usa è l'insinuazione, prima scherzosa e poi più pesante, il sospetto di tradimento, della violazione della monogamia. Alcune organizzazioni decidono di eliminare chi ha «tradito»; altre fanno fuori entrambi gli «amanti». La decisione è presa in base al caso specifico: si uccide la donna quando «poi se ne sceglierebbe un altro» (sono parole di Marchese, boss di Cosa nostra); si uccide solo il «traditore» maschio quando si pensa di poter così interrompere la «vergogna» dando una lezione di morale al territorio ma salvando la moglie, la figlia, la sorella. In ogni caso, aleggia una sorta di solidarietà criminale, tra tutte le famiglie, che fa eliminare gli «amanti» di mogli e fidanzate degli affiliati in carcere. Chi tocca una donna che ha il compagno detenuto deve morire: pena il rischio che tutti i carcerati diventino «cornuti». È successo a Rocco Anello, capo della 'ndrina di Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia. Sua moglie, Angela Bartucca, rimasta sola in giovane età col marito in carcere, ebbe una storia con Santino Panzarella. Quando gli uomini del clan se ne accorsero lo pestarono a sangue e lo chiusero nel bagagliaio di un'auto in attesa di liberarsi del corpo. Ma lui era ancora vivo, quando riaprirono il cofano allungò una gamba per evitare che richiudessero: gliela spezzarono sbattendoci contro il portellone e gli spararono in faccia. Era il 2002, Santino aveva 27 anni. Bartucca ebbe un'altra storia con Valentino Galati, ex seminarista. Quando fu scoperto Galati scrisse ad Anello: «So che questi errori si pagano con la morte, venga a uccidermi perché so che sarà questa la vostra decisione». Ancora: pochi mesi fa Antonio Abbinante, boss dell'omonimo clan di Scampia, aveva già scavato la fossa dove seppellire un uomo, poi salvato dagli inquirenti, che aveva avuto una relazione con la moglie di un recluso. E Maria Buttone, moglie del boss di Marcianise Domenico Belforte, lo costrinse a uccidere Angela Gentile, con cui aveva intrecciato anni prima una storia. Da questa donna Belforte aveva avuto una bambina, 13enne all'epoca dell'omicidio: la Buttone la accolse in casa, ma la madre della ragazza doveva sparire, per lavare il nome della famiglia. La «questione di genere» Come tutte le morali repressive, negli uomini la violazione della monogamia è maggiormente tollerata. A due condizioni: che il tradimento avvenga in assoluta segretezza e che si rimanga incasellati nei ruoli tradizionali di maschile e femminile. Ferdinando Caristena, commerciante di 33 anni di Gioia Tauro, aveva iniziato una relazione con la sorella del cognato del boss Mimmo Molè. Tutto procedeva bene: ma prima delle nozze emerse che, in passato, Caristena aveva avuto relazioni anche con uomini. Fu lui stesso ad ammetterlo con i suoi assassini: fu ucciso nel maggio 1990. Sul «tradimento» femminile si articola il potere di vendetta e intimidazione di un cartello. Angela Costantino aveva 25 anni e 4 bambini. Il marito 'ndranghetista Pietro Lo Giudice era nel supercarcere di Palmi: è destinato a rimanerci anni. Lei inizia a frequentare un uomo. Non vuole lasciare il marito: cerca solo passione, tenerezza. Quando i parenti del marito la scoprono viene strangolata. Era il '94, il corpo fu fatto sparire. Rosalia Pipitone, ventenne, moglie e madre, fu uccisa durante una rapina nel 1983, a Palermo. Anni dopo un pentito, Francesco di Carlo, spiegò che la rapina era una copertura: era Lia - «nata per la libertà, morta per la sua libertà» - il vero obiettivo. Quando Ciccio Madonia convocò il padre mafioso di Lia, Nino Pipitone, dichiarandogli la necessità di uccidere la figlia, «colpevole» di tradimento, fu lo stesso genitore della ragazza a convocare l'uomo che avrebbe portato a termine l'esecuzione. Il giorno dopo verrà inscenato il suicidio dell'«amante» di Lia, scaraventato dal balcone. E ancora: Giuseppe Lucchese fece uccidere nel '84 la cognata, nel bar Alba di Palermo, perché «si lasciava corteggiare» mentre il marito Antonio era in cella. Nel 1982 aveva ucciso la sorella, Pina, perché seppur sposata aveva una relazione con un cantante neomelodico, Giuseppe Marchese, che fu incaprettato. Non deve stupire che spesso a decretare la condanna sia la famiglia della donna «fedifraga»: ordinare la morte del proprio congiunto significa intestarsi la pulizia e mostrare che nulla è perdonato a chi viola il codice d'onore. Come avvenuto nel '95 ad Alessandro Alleruzzo, figlio del boss Santo detto «a' vipera», che guidava il gruppo di Paternò di Cosa nostra. La sorella Nunzia, lasciato il marito, aveva deciso di non avere una nuova relazione esclusiva. Alleruzzo la portò in campagna, la rimproverò per essere uscita con uomini diversi; poi - mentre era di spalle, non riuscendo a sostenerne lo sguardo - le sparò in testa. Alcune donne, in queste dinamiche di terrore, scelgono di farsi carnefici prima di diventare vittime: alla fine degli anni 80 il camorrista Nicola Nuzzo fu ucciso a martellate in una clinica romana su ordine della moglie, Carmela Frezza De Rosa. Nuzzo aveva scoperto che lei aveva una relazione con il medico di famiglia: la donna temeva la vendetta su di sé e i figli. L'«onore» camorristico della famiglia fu vendicato dal fratello di Nuzzo, Raffaele, che fece uccidere il medico. Sono comportamenti estremi, certo. Ma la premessa per l'esistenza di una morale mafiosa è la capillarità di una morale repressiva - «ancora bigotta» - nella società. Una morale per cui il sesso è male, va praticato in circostanze limitate, riscattato col sentimento dentro un impegno monogamico. Se le mafie sono strutturate sempre intorno all'ossessione monogamica, se i boss sentono il proprio potere vacillare quando la monogamia è violata, allora scegliere la vita, la sessualità libera dai vincoli, un corpo non assoggettato dalla morsa della convenzione è un atto antimafia. Anzi è l'atto antimafia.

·        I Mafiologi.

Ma a che serve questa commissione antimafia? La sua utilità si è ridotta a concedere ad un parlamentare che ha peso, ma meno peso di tutti gli altri parlamentari che hanno peso, il titolo di Presidente e, insieme al titolo, tutte le prebende annesse e connesse. Aldo Varano su Il Dubbio l'8 dicembre 2021.

UNO. Ormai da tempo studiosi ed esperti nelle loro analisi distinguono con nettezza la “condizione di sicurezza” di un paese, che misurano sulla base di dati oggettivi e verificabili, dalla “percezione di sicurezza” che ne hanno i suoi abitanti. Per esempio in Italia in pochi, se interrogati, si rendono conto di vivere in uno dei paesi più sicuri del mondo grazie ad una drastica riduzione dei reati più gravi che si consumavano nel Belpaese nei decenni scorsi. Questa tendenza, in Italia più accentuata rispetto ad altri luoghi, si colloca all’interno di un processo mondiale che negli anni scorsi il sociologo Pino Arlacchi, il teorico di “mafia imprenditrice”, intervistato dal Corsera, ha spiegato e definito di “ingentilimento progressivo del Pianeta”. In Italia tutti i reati, o quasi, a cominciare da quelli più gravi e devastanti, sono clamorosamente precipitati. Nel 2017, anno per il quale c’è un dato certo grazie allo svolgimento definitivo di indagini e processi, gli omicidi sono stati 368. Un numero inaccettabile per i luoghi avanzati della coscienza civile del nostro presente storico. Ma niente di paragonabile neanche lontanamente ai 1938 ammazzati nell’anno 1991. Ed è straordinaria la circostanza che da allora in Italia abbiamo iniziato a scendere sempre di più e sempre più rapidamente. Ovviamente, la contrazione progressiva, talvolta addirittura precipitosa, del più grave inquietante e inaccettabile dei reati, è connessa ai colpi subiti dalle organizzazioni criminali in Italia a cominciare da Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra che sono state drasticamente ridimensionate nella loro furia omicida. Insomma, siamo stati bravi anche a farci spingere dai sacrifici e dal sangue di forze dell’ordine, magistrati, uomini di giustizia, uomini e donne di buona volontà. Nel 2020 anno della pandemia, atteso con grandi paure  e preoccupazioni per la fosca previsione dello scatenarsi di istinti incontrollabili, gli omicidi complessivi (dato provvisorio) sono crollati a 271, tra questi e in crescita, 112 femminicidi e, secondo il trend degli ultimi anni, 28 attribuiti alle mafie. Si può fare di più e meglio. Ma intanto, sulla base dei dati odierni verificabili (la “condizione di sicurezza” di un paese) l’Italia è una delle nazioni più sicure del pianeta. Anche il paragone tra l’Italia e gli altri paesi europei (e l’Europa sulla base dei dati è il continente più sicuro del mondo) mostra insospettabili successi dell’Italia. I paesi, secondo le convenzioni sociologiche internazionali, vengono confrontati rapportando il numero degli omicidi annui a ogni 100mila abitanti. L’Italia è allo 0,6 (cioè registra in media poco più di mezzo omicidio ogni 100mila abitanti). In Europa ci superano in virtù soltanto Lussemburgo, Repubblica Ceca e Cipro. Virtuosi quasi quanto noi sono invece Spagna, Portogallo, Grecia e Austria. Un po’ più indietro ancora, Olanda e Polonia. Abbiamo la migliore performance, cioè registriamo un tasso più basso di omicidi, rispetto a Francia (1,3), Regno Unito (1,2) Germania (1,3). Solo il Giappone (0,3) è più virtuoso di noi tra le nazioni del G8. E nel mondo, Europa a parte, solo la Cina registra l’identico 06 italiano. Impossibile il paragone col 5,3 americano (ogni cittadino di quel paese rischia dieci volte di più di un italiano, di morire ammazzato) o il 9,2 della Russia. Per non dire del 30,5 brasiliano o del 35,9 del Sudafrica. Ma tornando alla “condizione di sicurezza” del paese, bisogna subito ragionare sul fatto che gli omicidi non sono tutti uguali. Ci sono quelli degli uomini (omicidi) e quelli delle donne (femminicidi) e qui l’ingentilimento progressivo del pianeta sembra essersi bloccato. Infatti in Italia gli uomini ammazzati diminuiscono mentre le donne uccise aumentano. In realtà, la drastica contrazione registrata nel trentennio che abbiamo alle spalle è interamente dovuta alla riduzione complessiva degli omicidi degli uomini (a partire dalle vertiginose quote degli omicidi di mafia) mentre è rimasta costante o è addirittura lievitata la quota dei femminicidi e delle donne uccise in ambito familiare e affettivo. Non è quindi infondata la conclusione che la più urgente emergenza italiana da affrontare, non sia più ormai a tempo quella mafiosa ma quella del femminicidio. Chiarificatrice la valutazione di Salvatore Lupo, forse lo storico italiano più autorevole rispetto alle mafie, che intervistato nei giorni scorsi da Errico Novi per questo giornale, ha osservato che “La violenza delle cosche è stata innanzitutto inframafiosa, e sappiamo come oggi l’incidenza degli omicidi legati al crimine organizzato sia diminuita nettamente: ora parliamo dei femminicidi, cioè di delitti legati a dinamiche sociali e sottoculturali”.

DUE. Se questo è il quadro che emerge dalla “situazione di sicurezza” del paese si rafforza la legittimità di una domanda. Serve ancora la Commissione nazionale antimafia, istituita per la prima volta nel nostro paese nel 1963 per una legislatura, e da allora rinnovata puntualmente, con una nuova legge a ogni inizio di nuova legislatura? L’interrogativo è antico, anzi vecchio, come sanno quanti hanno letto o studiato un classico sociologico di dimensione mondiale come La mafia Siciliana di Diego Gambetta (1992). Il sociologo che ha costruito la teoria della mafia come “industria della protezione privata” di attività illegali (forse l’unico schema imperniato su una lettura del fenomeno mafioso scardinato da ogni suggestione antropologica e quindi razzista), nell’introduzione del ’93 (per Einaudi Tascabili, firmata da Oxford dove Gambetta lavorava in quella università), annotava: “In passato l’apporto della Commissione non fu privo di ambiguità…”. Per poi concludere: “Si ha l’impressione che questo istituto – di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia (fatta nella società reale e non, ovviamente, nella Commissione, ndr) – sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all’opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto”. E tralascio, perché non bisogna mai esagerare, le considerazioni e le ironie dirette o indirette sull’Antimafia sparse negli scritti e negli interventi di Giovanni Falcone. L’impietoso giudizio di Gambetta a trent’anni dall’istituzione della prima Antimafia appare oggi, passati altri trent’anni, educato e generoso rispetto a quanto è nel frattempo accaduto a quell’istituto. In realtà, l’esperienza dell’Antimafia, se si esclude il periodo, peraltro molto discusso e criticato in cui fu presieduta da Luciano Violante (uno dei pochi o forse l’unico magistrato a dimettersi dalla magistratura quando venne eletto in Parlamento), si ritrova per intero nella sferzante valutazione di Gambetta. Ma trent’anni dopo di allora (cioè 58 anni dall’inizio di questa vicenda, un periodo storico troppo lungo per non capire che tutto nel frattempo è cambiato) la Commissione sembra avere assunto una funzione ancora più inutile e priva di prestigio. Non servono infatti particolari ricerche specialistiche per verificare che l’Antimafia si è via via trasformata in una specie di ricovero per personaggi politici decaduti o emarginati, lì confinati perché sconfitti nello scontro politico interno al proprio partito, o perché considerati inadatti allo svolgimento di ruoli di rilievo e responsabilità. Senza voler mancare di rispetto ad alcuno dei presidenti degli ultimi anni, il loro succedersi alla guida della Commissione, via via sempre più degradata politicamente, racconta quel che è accaduto in modo impietoso. Il ministro dell’Interno senatore Pisanu (Fi) cade in bassa fortuna dopo le elezioni del 2013 nel suo partito per la strisciante e sottintesa accusa di aver malgestito le elezioni? Forza Italia lo marginalizza facendolo eleggere Presidente dell’Antimafia. Rosy Bindi, già ministra della Repubblica,  viene rieletta alla Camera nelle liste Pd nonostante la guerra che le muove contro l’allora potente Matteo Renzi? Per lei niente ministero o ritorno al governo: si accontenti della presidenza dell’Antimafia. In passato, la Rifondazione comunista di Bertinotti, quando si era ormai appassita facendo tutti i guai possibili, non contava nulla ma aveva ancora voti utili alla Camera e in Senato? Il centrosinistra le rifila la presidenza dell’Antimafia. E ancora oggi: il pentastellato Morra è stato considerato dai capi dei 5s (chissà perché e forse ingiustamente, ma non lo sapremo mai) inadatto al ruolo  di ministro, specie dell’istruzione, come avrebbe preferito? Anche lui Presidente Antimafia dove il Pentastellato, qualche dichiarazione a parte, non può fare danni. Ci sono giornali che ad ogni inizio di legislatura parlamentare pubblicano articoli (cambiando solo la data) per chiedere che si metta fine al cinismo che usa l’Antimafia per coprire qualche buco. Sempre inutilmente. A Roma un posto in più (con tutti i connessi) fa bene alla maggioranza, e anche all’opposizione. L’Antimafia serve a concedere ad un parlamentare che ha peso, ma meno peso di tutti gli altri parlamentari che hanno peso, il titolo di Presidente e, insieme al titolo, tutte le prebende annesse e connesse: supplemento di stipendio, autista, struttura e staff nei fatti alle dipendenze del Presidente per aiutarlo a far meglio il suo (in questo caso inutile) lavoro. Lo sanno tutti che le cose stanno così. Compresi i parlamentari che alla fine accettano di farsi nominare perché un titolo, l’autista, un aumento sia pur modesto dello stipendio, uno staff di persone è sempre meglio di un calcio negli stinchi.

La dirigente del Miur indagata. Caso Boda, nelle intercettazioni spunta Lirio Abbate: un passaggio di denaro al cronista antimafia? Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Lirio Abbate, attualmente vice direttore de L’Espresso (sotto scorta da anni per minacce mafiose) entra nell’inchiesta Boda-Bianchi di Castelbianco. Una inchiesta che compie sei mesi. Mezzo anno è infatti trascorso da quando Giovanna Boda, dirigente e capo del dipartimento delle risorse umane del Miur è stata indagata per corruzione, insieme a due suoi collaboratori successivamente finiti ai domiciliari. Tre settimane fa Federico Bianchi di Castelbianco, editore della Dire, presidente della società italiana di ortofonologia, è finito in carcere. Custodia tramutata nei domiciliari dopo sei giorni, anche per un piccolo merito agli occhi del magistrato di sorveglianza: avrebbe iniziato a collaborare con gli inquirenti. La mole delle informazioni da confermare è notevole. Per i dati sin qui acquisiti, Boda avrebbe ricevuto promesse e utilità per un valore di oltre 500 mila euro in cambio di affidamenti pilotati per 23 milioni di euro. In mano a chi conduce le indagini al momento parziali ammissioni, riscontri probatori e una corposa messe di intercettazioni. Chi ha avuto accesso al materiale vi trova un elemento finora rimasto in ombra: i rapporti con i giornalisti, capitolo delicato e dolente. Giovanna Boda presta particolare attenzione alle campagne mediatiche. Agli articoli di stampa, alla televisione, alla percezione dell’opinione pubblica. Non per caso si muove sempre spalla a spalla con l’agenzia Dire. Ma non solo. Venendo in aiuto alla contestatissima immagine della ministra Azzolina, diventata bersaglio della satira e dell’opposizione, si fa alfiere delle sue relazioni con i media, in particolare stringendo accordi con le emittenti tv più attente al mondo della scuola e della politica. Sky Tg24 diventa oggetto di interesse di Giovanna Boda per la possibilità di offrire qualche tribuna televisiva più attenta a dar luce alla ministra. Ne aveva scritto senza sconti Carlo Tecce su L’Espresso del 11 settembre 2020: “La dirigente Giovanna Boda, capo dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali, ha intessuto la trattativa con Sky e poi ha elaborato la strategia sui media di più ampia diffusione. Come gli altri colleghi che si prendono cura dei ministri con spirito di nutrice, il capo dipartimento di Azzolina costudisce un vecchio segreto della politica: ciò che non esiste non si può realizzare, ma si può comunicare”. La comunicazione di Lucia Azzolina, in tempi di polemiche al calor bianco per la protratta chiusura della scuola e l’introduzione dei banchi a rotelle, divenne un ciclone: aveva superato Conte nell’elenco dei politici presenti a La7, è arrivata a una incollatura dalla presenza di Luigi Di Maio nei telegiornali Rai. Fino a quando quell’articolo de L’Espresso accese i fari, e insinuò anche qualche dubbio. Giovanna Boda non la prese bene. Oggi sappiamo come e quanto si diede da fare. Al punto da interessare una delle firme di punta del settimanale: Lirio Abbate. È Boda, in una conversazione intercettata con Bianchi di Castelbianco – parlandosi con la disinvoltura di sempre – che tira in ballo esplicitamente il nome del giornalista antimafia. Lo troviamo nero su bianco sui fogli della Procura. «Hai presente Lirio Abbate, il giornalista de L’Espresso?», dice lei all’amico. Bianchi le risponde senza enfasi: «Sì, più o meno». Boda precisa, in un crescendo di toni: «È il vice direttore de L’Espresso». Federico Bianchi di Castelbianco si fa assertivo. «Di quella storia dell’articolo che mi avevano fatto su di me, su Sky, te lo ricordi?», pungola lei. «Sì, come no», assicura lui. «Poi ho chiamato Lirio Abbate, lo abbiamo recuperato. Non ha più avuto niente…». E di nuovo Bianchi di Castelbianco: «Sì, come no?». Lei riassume la telefonata che dice di aver ricevuto, e la polizia giudiziaria trascrive: «Questo che cosa fa? In bel modo mi comunica che ha fatto un libro per le vendite a maggio sulle donne di mafia, (…) io in bel modo gli ho detto ‘sicuramente venderemo le copie ai ragazzi dell’aula bunker». Federico Bianchi di Castelbianco sbotta. «Oh, fermati! Adesso lui vuole i ventimila euro, te lo ricordi, no?». E l’altra: «Vuole…?». E lui: «Quindi c’è una …» a cui segue una parola che non viene captata. Riprende la Boda: «Però questi come dici tu sono utili». Lui conferma: «Certo». È lei a sottolineare il ruolo del giornalista antimafia: «Perché questo non è un deficiente, questo è il vice direttore. Direttore è Marco Damilano». Lui allora capisce che bisogna passare ai fatti, dare seguito a un’operazione bancaria. Si rivolge a lei per poter eseguire: «I dati come li prendo?», domanda. Lei fa il nome della persona che fa da tramite: «Sara». L’altro capisce e non replica altro se non: «Ok». Di questo dialogo, riportato nero su bianco sul brogliaccio della Procura, abbiamo chiesto conferma a Lirio Abbate, che non ha ritenuto di risponderci. A partire dalle cifre, dai bonifici, dagli accordi veri o presunti con il giornalista, sono ancora molte le ombre che i magistrati inquirenti dovranno portare alla luce. Da quanto emerge dalle carte c’è l’evidenza un rapporto diretto e quasi confidenziale tra Lirio Abbate e Giovanna Boda. Ed è naturale che vi fosse: è stata lei ad organizzare e gestire per dieci edizioni la Giornata della Legalità, quella kermesse per cui si affittava una nave da crociera a Civitavecchia, si imbarcavano studenti di Roma, poi si andava a Napoli, infine si attraccava a Palermo. Una iniziativa nella quale fu spesso coinvolto, con ruoli diversi, Lirio Abbate: una volta a Palermo, come relatore. Una volta a Roma, come il 23 maggio 2018 quando da UnoMattina, Rai Uno, commentava in diretta l’arrivo della nave da crociera in Sicilia. Peccato che adesso si stia indagando anche sugli esorbitanti costi di quelle giornate, che tra navi, feste e libri venduti, della legalità sembravano avere soprattutto l’insegna, come al negozio.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 4 giugno 2021. «Giovanni se ne è andato da Palermo perché non poteva più lavorare, perché il procuratore Giammanco non gli permetteva più di svolgere il suo lavoro come avrebbe voluto farlo». A dirlo, il 30 luglio del 1992 al Csm, è la sorella Maria Falcone. Il Csm, dopo la strage di via d'Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e dopo la diffusione di un documento firmato da otto pm contro Giammanco, decise di procedere a delle audizioni per capire cosa stava succedendo alla Procura di Palermo. «Non è compito mio indagare sul perché Giammanco ha operato questa strategia di non farlo lavorare. Io vi posso dire soltanto cosa Giovanni diceva in famiglia», aveva sottolineato la sorella in una deposizione rimasta per un quarto secolo secretata. Il perché Pietro Giammanco ostacolasse Falcone non lo sapremo mai. Il magistrato è morto nel 2018 senza che nessuno glielo abbia mai chiesto. Falcone si era sempre lamentato di subire umiliazioni e di non essere messo in condizioni di lavorare. La testimonianza della sorella di Falcone stride con le dichiarazioni dei colleghi del magistrato ucciso a Capaci e che in questi giorni lo ricordano come un grande investigatore e un precursore dei tempi per aver voluto la legge sui pentiti che permise di sferrare un colpo micidiale a Cosa nostra. Fra gli ex colleghi intervenuti nel dibattito c'è Giuseppe Pignatone che ha scritto un articolo per Repubblica dal titolo "La legge e il valore dei pentiti", commentando la liberazione di Giovanni Brusca, il killer che premette il pulsante che innescò l'esplosivo. Nel pezzo l'ex procuratore della Repubblica di Roma esprime parole di apprezzamento per la legislazione premiale in materia di collaboratori di giustizia «ispirata e fortemente voluta» da Falcone «sulla base delle esperienze palermitane».

Ecco, però, che cosa scriveva di Pignatone Falcone nei suoi diari.

18 dicembre 1990: «Dopo che ieri pomeriggio si è deciso di riunire i processi Reina (Michele, segretario della Dc, ndr), Mattarella (Piersanti, presidente della Regione) e La Torre (Pio, segretario del Pci, ndr), stamattina gli (a Giammanco, ndr) ho ricordato che vi è l'istanza della parte civile nel processo La Torre di svolgere indagini sulla Gladio (organizzazione promossa dalla Cia, ndr). Ho suggerito, quindi, di richiedere al giudice istruttore di compiere noi le indagini in questione. Invece sia egli sia Pignatone insistono per richiedere al giudice soltanto la riunione riservandosi di adottare una decisione soltanto in sede di requisitoria finale. Un modo come un altro per prendere tempo».

10 gennaio 1991: «I quotidiani riportano la notizia del proscioglimento da parte del giudice Grillo dei giornalisti Bolzoni e Lodato, arrestati per ordine di Curti Giardina (Salvatore, procuratore di Palermo prima di Giammanco, ndr) tre anni addietro con imputazione di peculato (per la pubblicazione dei verbali del pentito Antonio Calderone, ndr). Il giudice ha rivelato che poteva trattarsi soltanto di rivelazione di segreti di ufficio e che l'imputazione di peculato era cervellotica. Pignatone aveva sostenuto invece che l'accusa in origine era fondata ma che le modificazioni del codice penale rendevano il reato di peculato non più configurabile. Trattasi di altra manifestazione di "furbizia" di certuni che, senza averne informato il pool, hanno creduto, con una "ardita" ricostruzione giuridica, di sottrarsi a censura per un'iniziativa assurda e faziosa di cui non può non esser ritenuto responsabile certamente il solo Curti Giardina».

26 gennaio 1991: «Apprendo oggi da Pignatone, alla presenza del capo, che egli e Lo Forte (Guido, ndr) si erano recati dal cardinale Pappalardo per sentirlo in ordine a quanto riferito, nel processo Mattarella, da Lazzarini Nara (segretaria di Licio Gelli, ndr). Protesto per non essere stato previamente informato sia con Pignatone sia con il capo (...)». A conferma della "effettiva" posizione di Pignatone all'interno della Procura di Palermo, prima, in contemporanea e dopo l'uccisione di Falcone, ci sono le sue dichiarazioni, secretate per anni, al Csm. «Per quanto riguarda quella parte del documento che sembra contenere una critica nei confronti del procuratore sono totalmente dissenziente (...) io esprimo un giudizio positivo sull'operato del procuratore», disse Pignatone. Ignazio De Francisci, altro pm palermitano ascoltato all'epoca dal Csm, raccontò che Giammanco si fidava solo di tre magistrati in Procura, uno era Pignatone. A trent' anni dalla morte di Falcone e Borsellino sarebbe l'ora, almeno, di una verità "storica" sulle stragi di mafia. La verità processuale, nel caso di Borsellino siamo al "quater", è lontana. 

Contro la mafia leggiamo Sciascia. Antonio Ciniglio su Il Riformista il 14 Maggio 2021. Quando scrisse Il giorno della civetta negli anni in cui in Sicilia, per tanti, la mafia non esisteva, lo accusarono di vilipendere l’immagine del Mezzogiorno. Poi i negazionisti di allora ascesero a una casta superiore, divenendo “professionisti dell’antimafia”, e si chiosò che Leonardo Sciascia da Racalmuto fosse divenuto “mafioso”: affascinato, stregato dalla mafia. Accorsero tutti però ai suoi funerali nel tentativo di integrarlo forse nella “ufficialità del regime”. Tutti, tranne Marco Pannella che vent’anni prima gli aveva detto: «Siamo noi radicali ad aderire alla sua politica». Per Leonardo Sciascia, il figlio di Voltaire che non amava la tensione dei cortei, delle sirene, la terribilità, «la mafia si lotta con il diritto». Serve lo stato della ragione, la nonviolenza, il coraggio di scacciare qualsiasi forma di manicheismo. Chissà cosa avrebbe detto se, in viaggio con Nessuno tocchi Caino nelle regioni del Sud, avesse incontrato Pietro Cavallotti e le vittime delle misure di prevenzione che distruggono il sistema economico, sacrificando posti di lavoro, in territori già falcidiati dalla disoccupazione, o toccato con mano intere comunità amputate sulla base del semplice sospetto di mafia! Avrebbe sostenuto forse quello che sosteneva sempre e, per il quale, noi lo sentiamo eternamente “compresente” ai Laboratori di “Spes contra Spem” di Opera, Rebibbia, Voghera, Parma, Secondigliano: si abbandona la mafia se si approda a nuovi livelli di coscienza, non se si viene annientati dal diritto penale del nemico. Sciascia capì più di ogni altro il fenomeno mafioso, intuì che «il fine non giustifica i mezzi» ma che i mezzi prefigurano i fini, che un armamentario anti-mafioso bellico, marziale, diventi solo foriero di morte e disperazione. Comprese la mafia come la comprese Paolo Borsellino: i due si abbracciarono e sorrisero, uniti da una comune “filia”, appartenenza allo stesso sentire, mentre il sistema dell’informazione li voleva contrapposti e nemici. Dopo Aldo Moro, oggi è il turno di Leonardo Sciascia, un altro “testimonial” della campagna “Compresenza” che Ambrogio e Niccolò Crespi hanno realizzato per Nessuno tocchi Caino. Seguiranno nei prossimi giorni Marco Pannella e Mariateresa Di Lascia. I personaggi di questi spot sono tutti morti che non sono morti, sono ancora vivi, compresenti accanto a noi. Questa campagna è un’occasione straordinaria per far riflettere il nostro Paese. Non è esercizio abusivo della memoria, ad esempio, appendersi la mostrina dell’intellettuale siciliano, battendosi il petto. È continuare a far parlare la sua voce, credere che la giustizia non si specchi mai nella idea luciferina della “società dei giusti”, della igienizzazione e sterilizzazione della società, che le questioni sociali non possano esser mai ridotte a questioni di ordine pubblico. Per lottare la mafia serve il Diritto e, se eserciti invochiamo, per dirla con Gesualdo Bufalino, gli unici degni di nota sono «gli eserciti di maestri elementari». Soltanto uscendo da una condizione di perenne emergenza, abbandonando i ferri vecchi della “terribilità” (dal 416 bis al 4 bis, al 41 bis e a tutti gli altri articoli bis che sono spesso sinonimi di recrudescenza penale e penitenziaria), le presunzioni iuris et de iure, assolute e incontestabili, sarà possibile sciascianamente «tirare il giusto senso»: la vertigine interiore delle cose e la capacità di avere una direzione di marcia. Oggi rileggere Sciascia, un intellettuale “dalle parti degli infedeli” senza chiese, senza principi, significa capire che «la democrazia ha in mano, nella lotta alla mafia, lo strumento che la tirannia non ebbe mai: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia». La dittatura dell’anti, i pennacchi e le fanfare, ci consegnano invece un mondo che, a furia di combattere la mafia, finisce per somigliare a essa. La campagna “Compresenza” è un viaggio nella memoria: quella saudade intraducibile che è speranza nel futuro. È un sentimento che ci conduce nei territori del nostro Paese, non per occuparli come i colonialisti, ma per liberarli, per liberarci insieme e salpare nuovamente con tutti coloro i quali credono che lo Stato di Diritto sia la più grande invenzione dei tempi moderni. Sciascia è ancora lì, forse su uno scoglio affacciato sul mar Jonio o immerso tra i vitigni e i fiori di zagara dell’olismo siciliano. Noi di Nessuno tocchi Caino, ci sentiamo un po’ come quando Marco Pannella, quarant’anni fa, digitò il numero della casa editrice Sellerio, annunciando di voler parlare urgentemente con Sciascia: «Siamo noi ad aderire al suo programma». Antonio Ciniglio

Marco Ciriello per Dagospia il 13 marzo 2021. La Street art è diventato il modo delle amministrazioni comunali di assolvere alle mancanze politiche, decorando le pareti cieche delle stecche architettoniche di periferia, affibbiando ai loro spazi eroi sconosciuti persino a chi abita gli attici delle stesse città, ma quando quelle periferie decidono di decorare i loro muri con gli eroi che gli appartengono, lo stato glieli cancella come è avvenuto a Napoli tra la gioia di giornali e abitanti di altri quartieri. In una città che parla con i morti, e se ne prende cura, aspetta che si sciolga il sangue di un santo facendone discendere il futuro prossimo, che riempie le bare come solo gli egiziani, poi, per un capriccio di legalità, cancella il rispetto per i morti – che non appartiene ai tribunali –, anche quelli che hanno sbagliato in vita, in un purgatorio terrestre che anticipa quello promesso nell’aldilà. Signori miei, torniamo in noi direbbe Totò. In una città che ha una frenesia di raffigurazione, c’è gente che davvero pensa che la faccia su un muro di un ragazzino sparato da un carabiniere in una tentata rapina sia pericolosa? Marca il territorio dicono i camorrologi, perché senza la faccia di quel ragazzino il suo quartiere sarebbe libero? E la finestra aperta senza concessione edilizia? E la tettoia bucata della fermata del bus che non passa? E se passa finisce in un buco. E gli standard urbanistici non rispettati? Forse bisognerebbe far sentire una presenza migliore, di qualità, piuttosto che imbiancare una parete e cancellare per la seconda volta la vita – sbagliata – di un ragazzino, replicabile non per un murale ma per l’assenza di legalità, quella vera, nonostante i maestri di strada, le tante associazioni, i preti di periferia non delle canzoni di Jovanotti, che prima o poi avrà il suo murale tra un Gramsci, un palestinese in kefiah e Martin Luther King. E Malcolm X non è voluto venire? E perché il mitra non glielo disegnate mai? Napoli è diventata un grande album Panini veltroniano con le figurine delle facce buone disegnate sui muri dall’artista Jorit, che va compilando una estesa nazionale che fa leva sull’emozionalità e che annoda Pasolini e Maurizio Sarri in una intercambiabilità da social. In questa grande opera autorizzata – dove un tempo si richiedeva “Le Sette opere della Misericordia” – che tocca le professoresse e gli assessori alla cultura, indugiando sulla palpebra di Fabrizio De André e il carisma di Diego Maradona non dimenticando l’Angela Davis che c’era e sfioriva già nelle canzoni di De Gregori di tanti anni fa, disturbano le facce degli sconosciuti, dei ragazzi che hanno sbagliato, i dimenticati, i laterali, quelli che si sono arrangiati con quello che gli han fatto trovare: poco, niente e una pistola. Questi intrusi vanno cancellati, perché rovinano l’album, sporcano la vetrina, dimenticando che molti dei raffigurati nell’album dei giusti di Jorit sarebbero stati contrari alla cancellazione dei pericolosissimi fantasmi senza bibliografia. De André in uno degli ultimi concerti aveva detto che da anarchico capiva i ragazzi che sceglievano la ’ndrangheta nell’assenza dello stato. Malcolm X era come quei ragazzi prima di incontrare l’islam, e Pasolini quei ragazzi li andava a cercare per scopare. Non è curioso questo corto circuito? A Napoli, poi. D’improvviso la legalità con una mano di vernice. E le altre mani, quelle che mancano? Niente racconta meglio Napoli di un murale con la faccia di un ragazzino criminale a poca distanza dalla casa che fu di Benedetto Croce, perché Napoli è questa qua, ammiscata, fastidiosa, scorticata, non quella ordinata con le facce giuste e i due indianissimi segni rossi sulle guance che Jorit s’è pure fatto tatuare, l’unico sangue autorizzato con delibera comunale, un tatuaggio da corpus domini, per una Napoli da Dolce&Gabbana&DeMagistris. Cancellare il paganesimo, distruggere gli altari improvvisati, significa negare una città che pure esiste, è un gesto vigliacco oltre che inutile, perché significa relegare ai cimiteri l’unico spazio del ricordo, mascherandolo da legalità. E allora si smetta anche di portare fiori al murale di Maradona ai quartieri spagnoli – che nonostante la pandemia è diventato un tour paganissimo – che poi è probabilmente anche l’unico eroe santo ed esempio che quei ragazzi morti per strada, in tentativi maldestri di rapina, avessero. Tutto si tiene, cancellandone una parte non regge nemmeno l’altra. Verrebbe da domandare a Luigi Piccinato – morto per morto parliamo con quello giusto – ma una città si salva con le riverniciazioni o con i piani regolatori? E agli urbanisti, ai questori, ai giudici, ai giornalisti che contenti si sentono al sicuro dietro una mano di bianco, siete proprio sicuri che l’illegalità sia il viso d’un ragazzino rimasto sull’asfalto? E quale sarà il prossimo passo: chiedere a Sky di cancellare “Gomorra” dal palinsesto?

Don Ciotti. Roberta Scorranese per corriere.it il 26 marzo 2021.

Don Luigi, ma lei non è mai da solo?

«Ho scelto di condividere tutto con altri. Progetti, visioni, risorse. Non credo che i cambiamenti siano cose per navigatori solitari».

No, don Luigi Ciotti non è mai da solo. Per arrivare da lui si deve raggiungere un caseggiato anonimo in un quartiere popolare di Torino, poi incontrare quattro agenti in borghese che lo scortano giorno e notte. Solo dopo, circondato dai più fedeli collaboratori (come Fabio Cantelli Anibaldi), il prete che ha fondato il Gruppo Abele e Libera ti accoglie con una gentilezza modulabile in passione o rabbia o dolore sordo, a seconda degli argomenti. Settantacinque anni e migliaia di battaglie sociali.

Quanta forza fisica ci vuole?

«Tanta e qualche volta viene meno. Ma io mi porto dietro sempre la consapevolezza di essere nessuno. Sono un radiotecnico, uno che a Torino ha cominciato vivendo con la famiglia in una baracca in un cantiere in costruzione, quello del Politecnico. Da immigrato».

Immigrati da Pieve di Cadore. Com’era la sua vita da bambino, lassù?

«Ricordo il mulino di mio nonno. Ha funzionato fino al 1949. Poi la ditta incaricata di costruire la diga del lago di Cadore lo espropriò per poche lire. Venne sommerso dalle acque, ma quei soldi servivano a chi non poteva mangiare. Avevo quattro anni».

Poi Torino. Un padre muratore prima e capomastro dopo, sempre fuori per lavoro; una madre umile ma intelligente, che leggeva libri alla luce di una candela in baracca. Due sorelle. Come si diventa don Ciotti?

«Mi hanno insegnato una fede fatta non di retorica ma di concretezza. Ispirata alla giustizia. Certo, poi c’è l’episodio del calamaio».

Racconti.

«A scuola una maestra mi rimproverò ingiustamente chiamandomi “montanaro”. Cieco di rabbia presi il calamaio e glielo scagliai addosso. Questo per dire che mi portavo dentro il bisogno di arrabbiarmi di fronte alle ingiustizie. E poi, certo, ero segnato dalle difficoltà. Torino è una città che mi ha accolto e, anzi, di recente mi hanno chiesto di diventare ambasciatore della sua cultura. Ma non era facile arrivare qui negli anni Cinquanta. Avevo un occhio allenato agli ultimi, li scovavo».

Così, anni dopo, intuì prima di molti altri che stava arrivando l’eroina?

«Me lo fece capire Mario nei primi anni Sessanta. Era un medico che era finito sulla strada dopo aver perso tutto. Io ero già nell’Azione Cattolica, mi avvicinai per parlargli ma lui mi indicò un gruppo di giovani davanti a un bar. Bevono, mi disse, e prendono anche delle pasticche. All’epoca le amfetamine te le vendevano in farmacia, per aumentare la concentrazione. Ma Mario aveva visto lo “sballo”».

Nacque così il Gruppo Abele, da una domanda tra le più difficili: «Sono forse io il custode di mio fratello?» E la risposta è «sì».

«Erano gli anni Sessanta, cominciammo con i senza dimora poi presero ad arrivare i tossicodipendenti. Non volevano tornare a casa. Mi dicevano: “Spacciano sotto casa mia, se torno lì ci ricasco”. Il punto è che lo Stato non poteva riconoscere quel disagio senza ammettere anche che la cosiddetta società del benessere era piena di storture e di ingiustizie».

Così fingeva di non vedere, affidandosi a figure carismatiche come la sua.

«Capimmo che l’assistenza non bastava. Bisognava prendere posizione, l’impegno sociale doveva avere una coscienza politica. Qualche giorno fa mi ha scritto un poliziotto in pensione, confessandomi che nel 1974 era stato sul punto di arrestarmi. Il fatto era che anche chi aiutava i tossicodipendenti, prima della legge 685, era a sua volta colpevole. Noi ci autodenunciammo. Ma, come dico anche nel libro (Giunti, ndr) L’amore non basta, io ho due guide: il Vangelo e la Costituzione».

Don Luigi, i suoi ragazzi ad un certo punto presero a morire. Quanti ne ha seppelliti?

«Anche due o tre alla settimana, per overdose o per Aids. Faticavo pure a trovare una lettura del Vangelo che non fosse uguale a quella proclamata pochi giorni prima».

Una volta in cui le è mancato il coraggio?

«Un ragazzo mi chiese i soldi per una dose. Decisi di essere rigoroso e glieli negai. Lui si tolse la vita. Lasciò un biglietto nel quale diceva che aveva capito il mio no, ma non cambiò nulla in me. Mentre lo accompagnavo al cimitero continuavo a chiedermi se quella ostinazione alla rettitudine non fosse stata dannosa, se mi era mancato il coraggio di guardare oltre e di immaginare che cosa sarebbe potuto succedere. A volte la giustizia è questo: visione».

Libera, la rete contro le mafie, nacque negli anni Novanta, negli anni del dolore per le stragi in Sicilia. Ciotti, Gian Carlo Caselli e poi Luciano Violante. Immaginava che sarebbe arrivato a girare sotto scorta pure lei?

«C’è un legame tra la lotta alla droga e quella contro le mafie. Sin dagli anni Settanta la droga è la fonte di maggiore introito delle mafie. Non puoi combatterla senza combatterla anche come mercato criminale. Non amo l’assistenza fine a se stessa, la cosiddetta paccaterapia, le pacche sulle spalle. Mi sono preso i miei rischi, ma le dico una cosa: gli unici mazzi di fiori che arrivarono al cimitero quando mio padre morì, a 99 anni, furono quelli degli uomini della scorta. Una famiglia, per me».

Totò Riina, parlando di lei, disse: «Ciotti, Ciotti, putissimo pure ammazzarlo».

«Parlo malvolentieri di questo».

Ma deve aver avuto paura.

«No. Non in quel senso. Ero più preoccupato per la salute di mamma e papà, che venivano a sapere di queste minacce e ne soffrivano. Quando morì la mamma scoprii che aveva conservato decine e decine di ritagli di giornale che parlavano di me. Non mi aveva mai detto nulla. Vede quel macinacaffè? Apparteneva a lei. Lo tengo qui, con me. Quando ho incontrato per la prima volta papa Francesco ho pensato a mamma Olga e a quanto sarebbe stata felice di sapermi lì, a Roma, quel giorno».

Un ricordo di suo padre?

«Una volta con la mamma andammo a prenderlo alla stazione, di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro. Ad una lotteria aveva vinto un gigantesco uovo di Pasqua. Quando scese dal treno vedemmo solo quel grande uovo. La felicità di quel regalo la sento addosso ancora adesso. Papà è vissuto a lungo assieme a me, ha visto quello che ho fatto, che abbiamo fatto. Eppure fino alla fine dei suoi giorni cercava di rendersi utile: una riparazione qui, una commissione là. Una colonna di Abele».

Almeno con i suoi ricordi riesce ad essere da solo?

«No perché tutto quello che ho fatto è stato assieme agli altri. E anche i ricordi sono condivisi. Ho avuto tanta gente che mi ha appoggiato. Le racconto uno dei regali più bizzarri: delle mucche. Mucche gravide, dono della Juventus. Ed erano pure bianche e nere!».

Ma perché le mucche?

«Sapevo che Boniperti aveva chiesto in premio alla sua società, per ogni goal segnato, una mucca gravida. Da uomo lungimirante e intelligente non voleva investire in attività finanziarie, ma nell’agricoltura. Allora contattai la squadra tramite Gian Paolo Ormezzano e proposi un patto: ci avrebbero donato una mucca per ogni scudetto vinto. Bene, la Juve vinse sette dei dieci campionati successivi. Ero felice anche perché io sono tifoso juventino».

Inoltre, negli anni vi eravate ingranditi, era arrivata anche Cascina Abele.

«Una follia. La visitammo e la prendemmo. Ci diedero ventiquattro ore per trovare venti milioni di lire per l’acconto. Cominciammo a vendere di tutto, dai mobili alle biciclette. Ma poi si scatenò la solidarietà. E lo sa chi ci aiutò, tra gli altri? I detenuti de Le Nuove, carcere di Torino. Avevano saputo della cosa e misero a disposizione anche le loro magre risorse».

Mi racconta un suo sogno ricorrente?

«Non sogno, anche perché dormo poco, qualche ora per notte, se va bene. Posso dirle che cosa mi angustia».

Prego.

«Che ancora troppe persone siano costrette a genuflettersi per far rispettare i propri diritti. All’istruzione, alla sanità, al lavoro. La pandemia non c’entra: anche prima eravamo messi così. Ho fatto scioperi della fame, ho fatto obiezioni di coscienza: perché sono convinto che la legalità non sia un fine ma un mezzo per ottenere giustizia. In nome della legalità possono nascere mostri giuridici, come le norme sui migranti. Oppure certe leggi come la Fini-Giovanardi, che criminalizzano il consumo di stupefacenti. Con il risultato che oggi un terzo di quelli che stanno in carcere sono condannati per violazione di queste norme».

Che cosa la rende felice oggi?

«Quando per strada mi capita di incontrare uomini e donne ormai in là con gli anni, dei nonni che portano a spasso i nipotini, i quali mi fermano e mi dicono: “Ti ricordi? Io ero uno dei tuoi ragazzi, ce l’ho fatta, sono uscito dalle dipendenze e ho trovato l’amore”».

Don Luigi, me lo dice finalmente com’è lei quando sta da solo?

«Non lo faccio mai con nessuno, ma venga con me. Le mostro dove dormo».

Entriamo nella stanza-santuario. Semplice, ma con tante foto alle pareti. Su uno scaffale pochi libri, tra i quali spicca una raccolta di scritti del cardinal Martini. E poi c’è una foto di Sandro Pertini, regalo di Carla Voltolina, la moglie del presidente. Ma soprattutto ci sono mamma Olga e papà Angelo. Giovani e in bianco e nero, anziani che sorridono incerti nelle foto a colori. Ci sono tante montagne, le Dolomiti, che se ci nasci poi ti restano dentro. Eccolo com’è don Luigi quando è da solo: è dentro un paesaggio sfocato e forse soltanto immaginato. Ma è l’unico dove ci si senta in pace.

L’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE.

Qui si vi presenta Don Ciotti, che agli occhi della gente, mediaticamente strabica, è il simbolo dell’antimafia militante e partigiana. Per tutti non è Leonardo Sciascia l’icona dell’antimafia, ma è un prete venuto dal nord. Si presenta con una sua intervista resa a Fabrizio Ravelli pubblicata su “La Repubblica”. Per fare corretta informazione bisogna che all’auto biografia si presenti il contraltare della biografia non autorizzata, ossia quello che su di lui dice chi ne conosce le più nascoste virtù o i più sordidi vizi. E’ importante conoscere colui il quale, di fatto, con la sua rete di associazioni e comitati che fanno capo a “Libera” e tutti vicini alla CGIL, ha il monopolio delle assegnazioni dei beni confiscati ai cosiddetti mafiosi, quindi un bene comune da condividere anche con chi non è di sinistra e non santifica i magistrati. Tra i tanti non appartenenti all’antimafia di regime troviamo il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente, che proprio sul tema dell’antimafia truccata ha scritto un libro “Mafiopoli. La mafia vien dall’alto. L’Italia delle mafie che non ti aspetti”. Libro inserito nella collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo, oltre che su Google libri. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. Va giù pesante Antonio Margheriti “Mastino” con un suo articolo pubblicato su “Papalepapale”. Si prendono le distanze dal tono dissacrante e satirico, a volte sprezzante, ma non diffamatorio, ma si condivide il contenuto di fondo, per questo, per diritto di critica e di cronaca, è indubbio che non si può tacere quello che altri non dicono, specialmente se lo scritto è il contraltare ad una intervista che racconta una verità personale.

Don Ciotti, prete di lotta e di governo: "Ho cominciato sui treni dei disperati". Incontro di Frabrizio Ravelli con il fondatore di Libera: "Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada. Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

«Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza».

E te ne sei andato a cinque anni.

«Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro».

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

«Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi».

E com'eri tu, bambino della baracca?

«L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Sai, tu puoi essere povero ma dignitoso, la dignità di andare a dire: guardi, non ce la faccio. Quindi io mi son trovato a essere diverso, dentro una scuola dove tutti avevano questo benedetto grembiule e questo fiocco interminabile, e tutti che ti chiedevano come mai tu non avevi il grembiule. Tu ti senti diverso, ti senti etichettato, ti senti giudicato. Al punto che quando qualcuno mi chiedeva dove abitavo, io non dicevo che abitavo dietro quello steccato, ma in un palazzo».

Finisce che il diverso si ribella.

«Dopo venti giorni di prima elementare, e io che già mi sentivo diverso e in difficoltà, la maestra è arrivata a scuola quel giorno nervosa, magari aveva litigato col marito. E mentre in fondo alla classe i miei compagni ridevano e scherzavano, lei non se l'è presa con loro, ma se l'è presa con me, che ero il più vulnerabile, il più visibile, mi aveva anche messo al primo banco. E io devo averle detto: ma che cosa vuoi, non c'entro niente. Lei chissà cosa ha capito, e le è scappata un'espressione che per me è stata una ferita: ma cosa vuoi tu, montanaro? Detto quasi con disprezzo. I miei compagni tutti a ridere, e quindi mi sentivo ancora più umiliato da quella affermazione. Allora io ho tirato fuori il calamaio dal banco, uno di quei vecchi banchi di scuola, e gliel'ho tirato. L'ho colpita in pieno. Espulso subito dalla scuola, dopo venti giorni. Portato a casa da un bidello. Io non l'ho mai più incontrato, ma mi ricordo quella mano che mi portava a casa, e io piangevo perché sapevo di avere sbagliato e perché sapevo che mi aspettava una punizione, e mia madre me la diede sonora. Anche se anni dopo mia madre mi disse: Luigi, io lo sapevo che tu avevi difeso la nostra dignità, però non si fa a questo modo. Il vero problema venne quando i miei compagni uscirono di scuola alle 12,30 - io ero già espulso - e avevano qualcosa di nuovo da raccontare ai genitori o alla cameriera. Lo sai mamma cosa è successo oggi a scuola? Dimmi, cicci. Un nostro compagno ha tirato il calamaio alla maestra. Ah, povera maestra. E come si chiama quel compagno? Ciotti. Guai se ti vedo con quel compagno. Sono diventato il compagno cattivo».

Montanaro, e ribelle.

«Meno male che frequentavo la parrocchia. Andavo lì, eravamo un gruppetto, nella parrocchia di questo quartiere molto ricco di Torino. E' stato per me un momento importante, quando la tua vita viene segnata da quelle etichette. L'altro episodio che mi ha segnato è successivo, io dopo le medie andrò a scuola per prendere il diploma di radiotecnico, e lì avviene l'incontro con un signore su una panchina. Un disperato, che mi aveva colpito, perché io passando col tram lo vedevo sempre lì a leggere libri, sottolineando con una matita rossa e blu. Io avevo 17 anni, con gli entusiasmi e le fantasie di quell'età. Un giorno sono sceso dal tram, sono andato lì e gli ho detto: vuole che vada a prenderle un caffé? E lui niente. Torno alla carica: vuole un té? Lui zitto. Penso, sarà sordo, ma mi accorgo che non lo è. Era un medico, amato e stimato dalla gente, ed era successa una vicenda drammatica nella sua vita, che l'aveva portato su quella panchina. Era andato ubriaco in sala operatoria, e aveva provocato la morte di una donna, la moglie di un amico. Poi era uscito di testa, stava male. Però studiava ed era curioso. Dalla panchina lui vedeva dei ragazzi al bar di fronte, che entravano e uscivano - allora non c'era l'eroina - prendevano delle amfetamine, ci bevevano dei superalcolici e sballavano, facevano la bomba. Un giorno, quando alla fine nasce un rapporto fra me e lui, anche se stentato, mi dice: vedi, dovresti fare qualcosa per quei ragazzi. Lui era un uomo disperato e sofferente, morirà pochi mesi dopo. E io mi sono detto: questo incontro non sarà un incontro qualsiasi. Mi ha indicato una strada. Anche questo episodio ha lasciato un graffio nella mia vita».

E poi?

«Poi sono andato a vivere da solo. Ho fatto un gruppetto. Poi nasce il Gruppo Abele, che a Natale ha compiuto 45 anni. Io in seminario andrò dopo, avevo già il Gruppo Abele, avevo una storia dietro. Avevamo cominciato ad andare sui treni, dove i disperati senza casa dormivano: i treni arrivavano caldi. Ho pensato, caspita io incontro questa gente fuori, facciamo delle cose insieme, non li lascio soli. A volte la mattina eravamo così stanchi che il treno partiva, e ci trovavamo a Chivasso. Passavano i controllori, te la davi a gambe. Perché sai, se parli a tavolino non capisci questi mondi. E lì nasce la storia del Gruppo Abele, nasce sulla strada, poi le prime comunità, il lavoro al Ferrante Aporti, la casa di rieducazione del Buon Pastore. Le prime comunità in alternativa a quelle strutture. Una storia che è cresciuta, e che non è un Luigi Ciotti, è un noi: ho fatto questo perché l'ho fatto con altri. Io difendo questo noi, vuol dire che non è opera di navigatori solitari. E quando verrò ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, grande vescovo che si faceva chiamare padre, in una chiesa zeppa di mondo di strada, alla fine di quella celebrazione non volava una mosca, lui guardò tutti questi ragazzi e disse: Luigi è nato con voi, è cresciuto con voi, e io ve lo lascio. Però affido anche a lui una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada».

Michele Pellegrino, insigne grecista, vescovo coraggioso e innovatore.

«Lui veniva da noi. Ai nostri campi in montagna. Venne una volta e c'erano tutte le ragazze del mondo della prostituzione. Lui ascoltò e poi mi disse: quando hai una sera libera vieni a cena da me, tu mi hai aperto una finestra e io voglio capire di più questo mondo. Non giudicava, non semplificava, voleva capire. Un anno dopo andrà a celebrare il Natale con le prostitute del centro storico di Torino. Uno che non si è mai tirato indietro. E sarà lui quello che prenderà posizione quando il quotidiano La Stampa farà la grande campagna per ripulire la città dalle prostitute. La redazione si spaccò in due, per quella iniziativa di legge popolare. E lui fece quell'omelia nella notte di Natale, nel duomo di Torino, partendo dal Vangelo di Giovanni, e pose delle domande sulle cause, non solo sulle donne costrette a prostituirsi ma anche sui clienti, sulla prevenzione. Tu immagina un cardinale che fa questa omelia nel duomo, e si mette contro il quotidiano della città che raccoglieva firme. Pensa che venne Gina Lollobrigida con l'aereo per mettere la firma, e Claudio Villa il reuccio della canzone italiana. E poi la tenda di Porta Nuova, era il 1973, ti faccio vedere le foto con lui: disadattati e delinquenti non si nasce ma si diventa. Quando abbiamo preso posizione contro le carceri per minorenni, perché fossero solo l'extrema ratio, e si cercassero soluzioni diverse. Il Gruppo Abele cominciò un lavoro dentro le carceri, siamo andati dentro a vivere».

Dentro le carceri?

«Sì, a Roma al ministero c'era un direttore dell'Ufficio quarto, Umberto Radaelli, che ebbe l'intuizione e ci portò dentro. E dodici di noi hanno vissuto in carcere: fu la prima esperienza grande in Italia, di condivisione e di progetto dentro il carcere dei minorenni, qui al Ferrante Aporti. Poi a Roma qualcuno si agitò, fu costruita ad arte tutta una cosa per bloccare questa sperimentazione. Noi uscimmo facendo una denuncia, e Pellegrino verrà a quella denuncia del sistema, e con accuse false fummo messi sotto inchiesta col direttore, che fu sospeso. Noi uscimmo, ma dieci anni dopo quello diventò il grande progetto Ferrante Aporti. E una volta dimostrata la falsità delle accuse il direttore Antonio Salvatore fu promosso andò al Beccaria di Milano, e ne divenne il grande direttore. Ma la sua storia cominciò qui, con quell'atto di coraggio che abbiamo condiviso, con lui e con Umberto Radaelli».

Un momento indietro. Quando già c'era il Gruppo Abele sei andato in seminario.

«Sì, sono andato in seminario qui a Rivoli, uscivo ed entravo. Il cardinale Pellegrino capì che era un servizio per i poveri, per gli ultimi, per quelle fasce dimenticate. Il Gruppo Abele fu il primo in Italia ad aprire un centro droga sulla strada, trovando un gruppo di magistrati che avevano capito che la legge era un mostro giuridico. Noi ci siamo autodenunciati per aprire il centro droga. La legge stabiliva che tu dovevi denunciare, e le strade erano due: o il carcere o l'ospedale psichiatrico. Noi abbiamo aperto in via Giuseppe Verdi a Torino, giorno e notte, dove arrivava un sacco di gente anche per essere accudita, per mangiare e per dormire. Davamo i primi supporti in una città che negava l'esistenza di quel problema, che diceva fosse poca cosa. In due anni quattromila persone arrivarono, perché non c'era nulla, quindi si andavano ad aggrappare dove trovavano dei riferimenti. La città comincia a prendere coscienza, noi cominciamo a fare la battaglia politica per avere una legge diversa, che sfocerà nello sciopero della fame del '75 in piazza Solferino, che porterà il Parlamento italiano a far la legge con cui nascono i Sert, nascono i servizi. Pellegrino sarà presente in tutti questi momenti».

Poi quando succedono cose come la spedizione punitiva contro un campo rom ti cadono le braccia.

«Sì, io l'ho detto, sono stato lì. Mi sono stancato di sentir parlare di emergenze in questo Paese. Queste non sono emergenze, sono percorsi che si sono consolidati nel tempo. E se c'è uno sgombero da fare nel nostro Paese è lo sgombero dei pregiudizi, dell'ignoranza, della non conoscenza. Questo dei rom è un popolo che ha voglia di vivere, un popolo gioioso, un popolo poetico. Che dev'essere aiutato a poter vivere delle condizioni di legalità. Questi vivono la terra di nessuno. Non si può parlare di emergenza. Io mi arrabbio quando si scopre con un misto di sorpresa e di vergogna che la miseria, la segregazione, la discriminazione, la violenza sono un problema anche nostro. Qui a Torino è avvenuta un'aggressione razzista, spiace doverlo dire, una vendetta. Ci sono belle esperienze concrete che dimostrano come l'accoglienza e le regole possono mettersi insieme. Qui a Settimo, come a Reggio Calabria per la raccolta dei rifiuti. Noi ne abbiamo assunti alcuni: vai a rubare il rame, e allora vieni qui a lavorare il rame. Si guadagnano la pagnotta in maniera onesta».

A un certo punto hai cominciato a occuparti di terroristi che stavano in galera.

«Da me venne una figura stupenda, padre David Turoldo. E mi disse: dobbiamo fare qualche cosa per dare una mano a sbrogliare questa situazione, nel rispetto della legalità. Così ho accolto diversi di loro, alcuni sono ancora qui, a una condizione: che si mettessero in gioco, che lavorassero. Che ci fosse, nel rispetto dei percorsi della giustizia, un cambiamento dentro le persone. Il paradosso, se così si può dire, è che in questo settore lavorava come volontario il procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli. Coordinava un gruppo, e si trovava a lavorare con quelli che aveva mandato in galera. Cose che sono successe in questo Gruppo Abele. Come il fatto che oggi accompagniamo in grande silenzio storie di testimoni di giustizia, nella lotta alla criminalità e alle mafie».

E poi nella tua vita entra la mafia.

«E' stata una serie di tappe. A Torino è nato il coordinamento delle comunità di accoglienza. Poi quando scoppia il problema Aids nasce la Lila, la lega per la lotta all'Aids, e io sono stato il primo presidente. Dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio, mi sono chiesto: noi continuiamo a dare una mano ai giovani vittime delle dipendenze, alle ragazze sfruttate dalla prostituzione, ma chi guadagna dietro a questi? E ti dici: continuiamo a stare sulla strada, a lavorare all'accoglienza, però il problema della mafia attraversa tutto il nostro Paese. E quindi nasce Libera, per mettere insieme tante esperienze, per creare un fermento sociale. Ci chiediamo: cos'è che bisogna portare via a questi signori, i mafiosi? Il denaro, i beni, era il sogno di Pio La Torre, ma lo ammazzeranno quattro mesi prima che si facesse la legge. Però quella confisca dei beni mafiosi, che non parlava ancora di uso sociale, non funzionava, così raccogliamo un milione di firme per una legge ad hoc. E oggi ci sono più di quattrocento associazioni in Italia che gestiscono questi beni e li utilizzano. Cooperative che sono partite autofinanziandosi, tirando la cinghia, andandosi a cercare i soldi da sole. Una storia meravigliosa nata dal basso, dalla gente stufa di essere mortificata. La vendita dei beni mafiosi può esistere, ma dev'essere l'eccezione, non un dogma. Così come ho sentito che ci sono delle proposte: vendiamoli tutti e diamo il ricavato allo Stato. No, perché è uno schiaffo per il mafioso vedere i giovani che arrivano sulla tua terra, quella terra con cui hai gestito il tuo potere, la tua forza. E che sia uno schiaffo si vede dagli attentati. Quest'estate ci hanno fatto fuori trentacinque ettari di grano. Hanno bruciato olivi secolari in terra di Calabria. Distrutto impianti in provincia di Latina. Tagliate le pompe dell'acqua in un altro territorio. Eppure si è andati avanti, non s'è mai fatto un passo indietro, s'è dato lavoro a tanti giovani. Oggi qualcuno vorrebbe impossessarsene, tutti i giorni leggiamo di confische di denaro che non si sa dove finisca. Secondo me quel denaro liquido deve servire per i testimoni di giustizia, e per il risarcimento alla vittime di mafia».

Che vita fai, ti tocca correre di qua e di là come una trottola?

«Abbastanza. Ma vivo qua nel gruppo, in questa ex-fabbrica. Poi c'è il gruppo che dà lavoro a seicento persone. La mia vita è qui: stare con la gente è per me la cosa più importante e fondamentale. Poi s'è creata una rete di comunità, il lavoro di strada, il drop-in, il settore culturale, la casa editrice, la rivista Narcomafie, un centro di documentazione e ricerca, la sede dell'università della strada per la formazione degli operatori. Qui c'è tutto il lavoro per le vie di fuga che facciamo per la tratta e la prostituzione, le ragazze vengono nascoste e reinserite, in luoghi protetti perché questi le cercano. Per me l'accoglienza è fondamentale, se viene meno il faccia a faccia con le persone perdi la vita. Poi c'è Libera».

Un'ultima cosa. In questo Paese si parla del volontariato, straordinario e meritevole, come di un alibi per chi non fa niente. Non ti manda in bestia?

«Lo dico da sempre, mi auguro che ci sia meno solidarietà e più giustizia. Non verrà mai meno l'attenzione agli altri, l'accoglienza, la relazione. Però noi non possiamo diventare i delegati a occuparsi dei poveri e degli ultimi. Noi continueremo a occuparcene, perché non abbiamo mai chiuso la porta in faccia a nessuno. Ma in questo Paese, oggi, il sociale è mortificato: chiudono cooperative, chiudono associazioni. E si dimentica che la solidarietà è indivisibile dalla giustizia, non si deve dare per carità quello che spetta alla gente per giustizia. Guai se diventiamo il tappabuchi. Abbiamo anche il dovere della denuncia seria e documentata, il dovere di chiedere conto alla politica. E se è lontana dalla strada, dai problemi della gente, dalla sua fatica, allora la politica è lontana dalla politica. C'è un problema di democrazia nel nostro Paese, è una democrazia pallida che non ha senso di responsabilità».

Posizione antitetica ed aspramente critica sul personaggio pubblico è quella di Antonio Margheriti “Mastino” che, nel suo articolo,  definisce Don Ciotti come il prete da marciapiede: don Ciotti. Dolce&(volta)Gabbana e antimafia delle chiacchiere. Sottotitolo: riflessioni cattoliche a partire dall’attentato di Brindisi.

L’articolo è diviso in Paragrafi:

Siamo tutti “addolorati” col culo degli altri;

Il figlioccio di Michele Pellegrino, il cardinale rosso;

Ladri benefattori e derubati ladri. Una storiella su don Ciotti;

Il Dolce&(volta)Gabbana della Chiesa: Ciotti, il cappellaio… ops… cappellano delle mode;

Il radical-ciottismo porta infine laddove dall’inizio era stabilito dovesse portare: alla religione civile;

Diffidate dei preti pieni di patacche;

La mosca sarcofaga;

Il silenzio se non ti “uccide”, ti evita molte figure di merda;

Ciotti grida “è mafia!”. Ma i giudici chiedono aiuto proprio alla mafia;

Se per l’inchiesta Jacini al Sud “tutto è Africa” per Ciotti “tutto è mafia”;

Ciotti si scusa: gli è scappata una parolaccia: ha citato Gesù;

Dio, il Grande Sconosciuto d’Occidente;

“Ho visto pezzetti di carne sparsi”. Ma l’ha colpito solo “un quaderno di educazione civica”;

Sostituire il Decalogo con la costituzione, il confessore col magistrato;

“Non importa chi è Dio, ma da che parte sta”. Il mancato leader socialista;

Quegli studenti che marciano per marinare la scuola lecitamente: senza fantasia, senza sincerità;

E’ politicamente scorretto dire “la mafia non esiste”, anche se è vero che non esiste;

La vera mafia che pretende omertà è quella del professionismo dell’antimafia delle chiacchiere;

Dio è lui, don Ciotti. E “Libera” è il suo corpo mistico, la sua chiesa.

SIAMO TUTTI “ADDOLORATI” COL CULO DEGLI ALTRI. I fatti di Brindisi, dunque. Ognuno dice la sua, stante il fatto che gli strascichi mediatici caricaturali di stragi e delitti sono una passionaccia arcitaliana: non chiedono di meglio i teledipendenti che fare tifoseria colpevolisti-innocentisti, scoprire alla fine chi è l’assassino come in un giallo della Christie. Tanto siamo tutti “addolorati” col culo degli altri. Solo che invece di sfogliare libri gialli, fanno zapping da talk-show in talk-show nella tv delle lacrime, dei sentimentalismi, del macabro, e, subito dopo, delle sganasciate di risate mignottesche con la caccia al chi ha scopato chi, chi s’è lasciato con chi, chi ha incornato chi.

Brindisi, dunque. Napolitano e Bersani dicono: “E’ terrorismo”. Don Ciotti: “E’ mafia”. Criminologo: “Forse squilibrato”. Complottisti professionisti: “Strage di Stato” (anche se tecnicamente neppure strage c’è stata). Procura: “Non sappiamo”. Tutti insieme in comune hanno una cosa: parlano senza sapere di che parlano… e come potrebbe essere diversamente dal momento che 5 minuti dopo avevano già tutti il loro teorema buono per ogni evenienza?! Ognuno cerca di trascinare cadaveri entro la propria specializzazione e contingenze immediate, se politiche tanto meglio. Non mi meraviglierò se presto interverrà Radio Radicale a dire: “Preti pedofili”. Dopo tanti castelli costruiti sul fango di lussuose teorie politico-criminologiche, si scoprirà (come si scoprirà!) che si tratta d’un semplice sfigato di mentecatto, certamente qualche disoccupato nevrotizzato dalla mancata assunzione al bidellaggio, qualche altro che ce l’ha in modo parossistico con l’agenzia delle entrate, qualcuno che ce l’ha col prospiciente tribunale che gli ha fatto perdere o non ha mai discusso la causa che gli stava a cuore; qualche “inventore” pazzo. La banalità del male! Ma certo non è di questo che voglio parlare, non si occupa di cronaca questo sito. È un pretesto per dire d’altro.

IL FIGLIOCCIO DI MICHELE PELLEGRINO, IL CARDINALE ROSSO. Don Ciotti ha fatto tutti i suoi studi da prete, se così posso chiamarli, nel lustro peggiore della storia della Chiesa: fra il ’68 e il ’72, anni di autodemolizione, autopersecuzione, autocontestazione della Chiesa. Anni pazzi. Soprattutto anni rivoluzionari: i seminari erano diventati, in quel lustro, covi di pazzissimi sediziosi dottrinali, bordelli teologici, fucina di rivoluzionari spompati, evirati e inutili persino ai rivoluzionari al caviale laici. Ininfluenti sul mondo, ma funestissimi dentro la Chiesa. Ecco, quei cinque anni maledetti, sono tutta la formazione di Ciotti: psicologicamente, retoricamente tuttora là è fermo, non s’è mai mosso; e spesso proprio questo suo modaiolo anacronismo è travisato, in un qui pro quo ridicolo, scambiandolo per avvenirismo, futurismo. In realtà, da quaranta anni, è uno spacciatore abusivo di ricette (“salvavita”, buone parimenti per la Chiesa e per la “società”) scadute. A complicare le cose per l’allora seminarista Ciottino intervenne il fatto che il suo seminario si trovava nella Torino operaista e laicista, e per giunta il suo cardinale era il vescovo più rosso della storia d’Italia: Michele Pellegrino. Tutte le fortune, poveraccio! E allora ti spieghi tante cose. Il cardinale rosso della Torino di quel tempo infame che vide nascere proprio nelle sue fabbriche i teorici e la manovalanza del terrorismo comunista, Michele Pellegrino, definì bonariamente il suo comiziante pretino, il giovane Luigi Ciotti, “prete da strada”, e aggiunse: “la strada sarà il tuo altare”. Una permuta a tutto vantaggio non si sa bene di chi, della Chiesa dubito. Se è vero come è vero che il programma ciottesco è questo: “Non si va per la strada ad insegnare ma ad apprendere”: affascinante come slogan, bellissimo, non v’è dubbio, ideologico anche; l’apice del buonismo delle “anime belle”, di quelle che s’innamorano dell’idea già bella impacchettata e infiocchettata a prescindere da quello che c’è dentro il pacco (in questo caso: il vuoto), ignorando trasognati e poeticanti la realtà, quel sano realismo che deve essere sempre il compagno di viaggio del cattolico. Sostituito in questo caso con un tanto al chilo di sociologismo vittimistico, piagnone e melodrammatico. Che suona sempre la stessa sinfonia dagli anni ’70: “Le colpe della società!”, qualsiasi cosa uno abbia fatto, “è colpa della società”. Anche se oggi ha mutato un po’ registro: qualsiasi cosa succeda, foss’anche il crollo di Wall Street, il Nostro dice che è “colpa della mafia”. Almanacco del “clima sociale mafioso” e, va da sé, “omertoso”.

Ciotti, l’uomo che “apprendeva dalla strada”, dunque, invece che insegnare la Strada, che poi sarebbe Cristo. Senza contare che Cristo non è andato per le strade del suo tempo ad “apprendere” ma a insegnare, appunto. La stessa cosa che avrebbe dovuto fare Ciotti, insegnare le cose del Maestro, che aveva infatti detto “non chiamate nessuno maestro”, neppure una strada, “perché uno solo è il Maestro”, cioè Lui; e poi aggiunse che siccome Lui “era la via, la verità, la vita…” ai suoi toccava andare “per le strade” ad annunciarlo, a “insegnare le cose del Padre mio”. Ma siccome Ciotti è capitato in epoca materialista (infatti ripropone il “Gesù rivoluzionario” tipico degli anni ’60 e dell’agnosticismo), le cose si sono ribaltate: strada e asfalto son diventati “maestri”, Cristo un semplice passante. E uno sconosciuto. Mentre invece era Lui la Strada. E la vita. La sola salvezza possibile. Non l’antropocentrismo ideologico del Nostro. Se c’è una cosa che dalla bocca di Ciotti non s’è mai sentita è questa: “E’ peccato”. Proprio non manda giù l’idea che il singolo possa avere dei peccati, delle colpe agli occhi di Dio e che possa pagare per queste; che ci sia un Giudice Supremo diverso dal pubblico ministero. È proprio l’idea di peccato individuale che gli è estranea. Il libero arbitrio gli va bene per tutto, lo applica a tutto, ne fa uso abbondante egli stesso, è tutto un arbitrio Ciotti; però nel peccato no, l’uomo-individuo non pecca secondo “libero arbitrio”: “è la società che pecca”… anzi no (ha abolito pure la parola “peccato”) commette “ingiustizie”; è la società “che è sbagliata”, in ogni caso “è colpa della società” (quella che non vota comunista, almeno). Mai si dica che l’individuo “ha sbagliato”, peggio di peggio poi “ha peccato”, “ha scelto” liberamente di peccare.

LADRI BENEFATTORI E DERUBATI LADRI. VI RACCONTO UNA STORIELLA (PARADOSSALE E SATIRICA) SU DON CIOTTI. Se ti entra un ladro in casa, ti svuota casa, ti bastona il nonno: è colpa tua, pezzo di merda!, merdaccia che bivacchi e ti abbeveri in questo cesso di società!, sei tu che hai ridotto quel “poveraccio”, quella “vittima della società” a entrarti in casa, derubarti di tutto, bastonarti il nonnetto magari pure reduce della RSI (e un po’, quindi, se lo meritava!) e andarsi poi a ubriacare con gli amici gaglioffi, ossia le “altre vittime”. Sai che c’è di nuovo? Te lo dice un don Ciotti, uno che impara dalla strada invece che insegnare la retta via a quelli che per strada, quella sbagliata, ci stanno: sei tu il ladro, sei tu il bastonatore di tuo nonno; dovresti vergognarti e chiedere scusa al ladro bastonatore di tuo nonno, e se proprio vuoi essere perfetto, purgarti del tuo “peccato sociale” (tale perché nella società ci vivi), dovresti rendere al ladro pure quello che non ti ha ancora rubato, perché il possederlo da parte tua è un “furto”, verso tutte le altre “vittime della società”. Ossia tutti gli altri ladri. Ovvero, sei tu, in fondo, che hai rubato in casa dei ladri… perdon… delle “vittime della società”. Non è manco più il tuo un “peccato sociale”. È proprio mafia! Sei un mafioso. Cornuto e mazziato, dunque. La domanda curiosa che ti fai su questa de-forma mentis clericale ferma a sociologismi radical anni ’70, è una: perché tali principi di “vittimismo” sociale validi per qualsiasi criminale (o detta alla cattolica: peccatore), non possono valere, a sentire Ciotti, anche per la criminalità organizzata, per i mafiosi, appunto? Non sono criminali e dunque “vittime” l’uno e gli altri, il ladro e il mafioso? Perché no? Del resto, secondo dottrina cattolica entrambi violano lo stesso Decalogo, entrambi altro non sono che peccatori… e in questo il cattolicesimo è molto “democratico”. Perché no, Ciottino-ino-ino? Io un sospetto lo avrei, me che sono di natura maligna (realista): la mafia ha fama di essere anticomunista; un tempo persino d’essere “democristiana”; poi – dicono gli ex sputtanatori di Falcone vivo, ossia la sinistra al caviale che da morto ne ha fatto bandiera – divenne “berlusconiana”. Ha fama, cioè, di farsela coi “potenti”. Tutte cose che il Ciotti dovrebbe avere in gran dispitto. Dovrebbe. Ma pure lui, Ciotti, a suo modo è un “potente”: la potenza oggi non è data più solo dai soldi e dalle poltrone, ma dalla visibilità mediatica e dal servilismo plaudente (e ipocrita) dell’establishment televisivo nei tuoi confronti. È o non è il Ciotti un nuovo potente, “intoccabile” da qualsiasi schermo o palco appaia, qualunque cosa dica (ché poi: dice sempre le stesse cose)? È vero o no che per diventare un “intoccabile televisivo” del genere devi essere messo a contratto dalla sinistra radical-chic che di quella fanghiglia è padrona gelosa? È o non è sempre sotto telecamera? È o non è sempre in compagnia di potenti, purché comunisti o almeno catto-comunisti? Non sono i suoi commensali abituali ormai?

IL DOLCE & (VOLTA)GABBANA DELLA CHIESA: DON CIOTTI. IL CAPPELLAIO… OPS… IL CAPPELLANO DELLE MODE.

 Fine anni ’60. Per via dell’anarchismo “antiautoritario” e “antirepressivo” del ’68, in quegli anni era di gran moda la questione “abolizione del carcere”, da sostituire (diceva l’ideologo radical-chic) con “pene alternative”. Subito Ciotti se ne appassiona e fonda gruppi alternativi al carcere minorile per il “recupero dei piccoli carcerati” che spesso avevano un curriculum criminale poco sotto quello di Riina. Erano “vittime della società”. E fu la prima moda che condivise il suo talamo: tanto di applausi mondani e dell’intellighenzia radical ne derivarono. Poi la moda “abolizionista” decadde e Ciotti passò ad altro.

Primi anni ’70. Anni di piombo. L’ultima moda erano l’operaismo (in genere aizzato dalla ricca, balorda, annoiata borghesia radical, come eccentricità d’alta società) e le più assurde “rivendicazioni sindacali”. Torino ne era il sanguinoso epicentro. Il Ciottino si beccò la passione degli “operai”. Fondò associazioni e s’incoronò presidente. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Poi passarono di moda pure questi, e lui li abbandonò al loro destino, che era diventato terrorismo, nel frattempo.

Sul finire degli anni ’70. Dopo la sbornia anarcoide e marxista immaginaria del ’68, se ne ebbero i primi frutti fra quei giovincelli generosi “contestatori”: oltre al terrorismo portarono in Italia anche la “moda” e le abitudini “culinarie” dei figli dei fiori (oppiacei) d’oltreoceano: droga a colazione, pranzo e cena. Comparvero i primi tossici italiani, ex contestatori del sistema. L’ultimo Maritain, quello considerato “pessimista”, “e perciò rimosso”, scrive Messori, all’apparire di questo fenomeno fra la satolla (di pane e ideologie arruffone) gioventù d’Occidente, disse una cosa profonda e atroce, atroce perché vera, “profetica” direbbero i progressisti se non fosse null’altro che una constatazione: “Quel buco è il sacramento di Satana. E’ la cresima, è l’effusione dello spirito di una cultura che ha preso congedo dal Cristo per volgersi all’Ingannatore”. Tutte queste cose non disse e tantomeno pensò il Ciotti. Troppo affaccendato in chiacchiere, affari e presidenze pluripremiate, per pensare all’essenziale delle cose. L’affare era grosso, guadagnava ormai le prime pagine dei giornali, si facevano inchieste di grido, faceva notizia, insomma. Ciotti non se lo fece ripetere due volte: ci si buttò a capofitto, fondò associazioni, se ne incoronò presidente. I risultati sono dubbi, e più che altro contraddittori. Ossia al fondo c’era sempre e solo l’ideologia radical di Ciotti, il vero motore del suo chiacchierificio itinerante buonista e indignato speciale di professione; mentre tutto il resto era carrozzeria, pretesto e contorno, foglia di fico sulle vergogne. Illustrazioni di copertina del suo personale Capitale all’amatriciana. Leggo da una biografia del Nostro: “In quegli stessi anni, all’accoglienza delle persone in difficoltà l’Associazione comincia ad affiancare l’impegno culturale (con un centro studi, una casa editrice e l’“Università della strada”) e, in senso lato, politico, per costruire diritti e giustizia sociale, con mobilitazioni come quella che nel 1975 porta alla prima legge italiana non repressiva sull’uso di droghe, la 685”. Paraponziponzipò! Per aiutare i drogati, la prima cosa che questa anima bella propose, fu una “legge non repressiva” sull’uso di droghe. Pannella non avrebbe saputo fare di meglio. Come dire? Ci sono troppi malati di cancro ai polmoni in giro? Bene, abbassiamo il prezzo delle sigarette. I primi risultati di questo buonismo vittimista si videro un quinquennio dopo, quando in Italia scoppiò una vera pandemia di tossicodipendenza. Naturaliter: l’intellighenzia mondana e radical-chic, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Ciotti era ormai una star. Sulla pelle di chi lo divenne non sappiamo.

Con il primo lustro degli anni ’80 venne dopo la sbornia di “comunismo” al sangue, la sbornia di consumismo alla puttanesca. Con questo dilagarono sì i vizi tipici dei nuovi sazi e indifferenti, alcol, gioco e droghe (come risultato ultimo delle prediche “libertarie” radical post-68) e ottenevano i galloni della cronaca i “drogati” e i loro “recuperatori”. Venne pure dell’altro, però: il clima euforico e orgiastico, il culto del sesso sfrenato e promiscuo, nel quale il massimo della gloria effimera, della sbornia e quindi dell’indecente capovolgimento del mondo la raggiunsero gli omosessuali, nuova rumorosa e attivissima setta pagana. Che nel cuore di Ciotti dovevano immediatamente avere il sopravvento sui drogati. Infatti, manco fece in tempo a scoppiare, facendo un boato immane su tutti i media del mondo, la peste del XX secolo, l’Aids, che subito Ciotti ne divenne un “appassionato”, un santo patrono, la ennesima “voce dei senza voce” (con tutte le categorie sociali alle quali crede di aver dato “voce”, potrebbe doppiare l’intero cast di un film colossal del cinema muto). Qui pure, come aveva dato “voce” a tutti gli altri: con le chiacchiere e i tour di chiacchiere in giro per l’Italia. A confermare i “senza voce” nel loro errore, e, se battevano la strada, a “prendere lezioni da loro invece che insegnare”, senza mai affrontare la scaturigine di quell’epidemia mortifera. Ossia il peccato, quello contronatura in questo caso, la sessuomania di massa, che proprio i modaioli maitre a penser radical-chic avevano predicato e propiziato dal ’68. I risultati ultimi ora erano sotto gli occhi di tutti: ma Ciotti vedeva solo questi, ignorando come sempre le cause prime: un gatto che si morde la coda. E al solito fondò associazioni e se ne incoronò presidente. L’intellighenzia mondana, radical-chic, la stessa responsabile ideologica di questa strage, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte.

Poi viene il 1988. E diventa abortista. Se andaste a scovare le ciottate di quegli anni ne provereste brividi: posa il suo bacio bavoso su tutte le più infami mode ideologiche del tempo, indossa tutte le più spettrali, e melense al contempo, svergognate maschere dell’epoca, e diventa femminista, abortista, contraccettivista, divorzista. Ma sempre per “solidarietà umana”, è chiaro. Come i peggiori radicali, approfittando del dramma dell’Aids, fa sciacallaggio pro contraccezione, pro aborto, pro aborto selettivo: tutto questo, al solito, per “solidarietà”, per la “bella idea” dell’ideologo, per “buonismo”. Quella solidarietà, quella bella idea, quel buonismo che senza rimorso alcuno ora gli fanno sostenere il diritto di scelta per una donna di abortire un figlio malato; “per rispetto umano” verso i sieropositivi si mette a propugnare le più “umanitarie” teorie sull’aborto selettivo, che poi erano le stesse teorizzate e applicate dai nazisti (ché però quelli almeno ad un certo punto ebbero scrupoli, e si sottrassero: don Ciotti e gli abortisti no). Così così così arriva, con l’ambiguità tipica del Maligno che mescola la verità alla menzogna, ad ammettere che “abortire i bambini che potrebbero nascere sieropositivi è una possibilità che deve essere riconosciuta a una donna”. E poi naturalmente per “eliminare alla radice” il problema, cioè uccidere bambino e sieropositività, buttare bambino e acqua sporca. Ma non si rende conto che proprio la “radice”, proprio quella è il problema, non le fronde, la sieropositività: quella “radice” che questo prete vorrebbe “recidere” è la vita umana stessa, la maestà di Dio su di essa. Ma che prete è questo? Per chi lavora? Come fa a parlare così? Ah, non è affar suo dice lui, lui riconosce che v’è “una pluralità di vedute” e per non offenderne alcuna, non intende affermare quella della Chiesa. Che poi non è manco quella di Ciotti. Lui, intanto, “riconoscendo la pluralità di vedute” se ne sta in ogni organizzazione “umanitaria” fuori e radicale e abortista dentro: per dare “speranza”, pur nella “pluralità di vedute”. “Speranza” basata su cosa non è dato sapere. Il Nostro, racconta Luigi, un testimone di allora, “fece molte interviste pro contraccettivi e surrettiziamente pro aborto. Allora io scrissi ad Avvenire protestando: il direttore in persona mi onorò con una sua risposta in cui mi disse che ero inutilmente severo…”. Guardate, il discorso, giunti a questo punto, mi fa tanto schifo che lascio a voi la facoltà di approfondirlo cliccando sui ritagli di giornale del 1988 che l’amico Guido mi ha gentilmente mandato, sapendo che stavo affrontando questo articolo. Ma se proprio volete saperne di più sulle schifose prese di posizione su questi temi del Ciotti, nel fragore degli applausi delle sue platee di post-cristiani, post-comunisti, vetero-radicali, leggete online questo resoconto agghiacciante di Vittorio Agnoletto.

E siamo già a cavallo fra anni ’80 e ’90. Cominciò a scemare sui media l’interesse per drogati e sieropositivi, ed entrambi cominciavano a subire un “calo fisiologico”, che li rendeva ormai poco numerosi e perciò ancor meno appetibili. Dai media. Don Ciotti cercava altri stimoli mondani. Che infatti vennero sicuri come la morte. Iniziarono i primi flussi migratori, sino al botto scuro della nave che rovesciò miriadi di albanesi sulle coste di Brindisi. Che scappavano dai rottami di quel comunismo “nuovo” ossia “maoista” del quale proprio quelli come Ciotti & compagni radical-chic, qualche anno prima s’erano fatti cantori e sponsor, come “non plus ultra di civiltà” (era passata di moda la loro vecchia passione per l’Urss come paradiso terrestre e modello da imitare, anche per la Chiesa). Che ve lo dico a fa’? Ciotti subito andò in prima linea col suo solito armamentario chiacchierone: tour di convegni in giro a spiegarci quanto erano belli buoni e bravi i clandestini, e più ce n’erano meglio era; i soliti numeri verdi e telefoni amici, le solite leghe, associazioni e l’auto-incoronazione napoleonica del Ciotti a loro presidente-imperatore. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Ma dopo un po’, pure questa “moda” buonista con relativa retorica dell’accoglienza a prescindere, che aveva saturato tutti i media, i pulpiti e la bocca dei Ciotti e dei Tonino Bello, cominciò a scemare. Specie quando si vide che questa stessa retorica altro non aveva prodotto che un’infornata pazzesca di criminalità organizzata che invase tutte le città e che ancora scuote e insanguina la pacifica penisola e la sicurezza dei troppo generosi italiani. Generosità che nel frattempo, giustamente, s’era trasformata in risentimento.

Sentendo puzza di bruciato, mancando ormai di stimoli e di visibilità, don Ciotti stava col dito umido per aria per captare che altra corrente modaiola spirasse. Uomo fortunato, e contraddittorio, la trovò subito bella e pronta.

Contraddittorio, sì. Se è vero che alle sue spalle ora si lasciava la moltiplicazione di pani e pesci dell’immigrazione clandestina indiscriminata e persino aizzata; ossia un dilagare di manovalanza criminale anche al servizio delle mafie. E proprio adesso il Don, proprio lui, sta per buttarsi anema e core nell’oceano mediatico della “lotta”, a forza di mitragliate di logorrea, “alle mafie e alla criminalità” organizzate. Contraddittorio… Ma tant’è! Lo dico con un sorriso: sembra che prima di imbracciare una nuova moda solidaristica, si premuri, negli anni che la precedono, di coltivarne la potenziale clientela con cui “solidarizzare”. Fateci caso: per un tot di anni, come ogni radical, predica per una presunta “buona” cosa, poi quella cosa accade davvero e puntualmente è un disastro, dunque da predicatore diventa infermiere dello stesso male che ha coltivato (in buona fede, spero). Un ideologo consumato!

E infatti siamo nel 1992. Salta in aria il giudice Falcone e poi Borsellino: ne deriva un immane e giusto clamore, non sempre sincero (e mai da dove te l’aspetti) da parte di troppi . È l’argomento di fine secolo. E qui Ciotti darà il meglio e dunque, alla fine, il peggio di sé. Fonda Libera, e inizia allora un chiacchiericcio che dura da vent’anni. Ma siccome spesso manca di pretesti per gridare “al lupo al lupo”, alla fine è diventato una specie di don Villa dell’antimafia delle chiacchiere: come don Villa vede massoneria dappertutto foss’anche in un circo equestre, alla stessa maniera il Nostro grida “è mafia è mafia”, anche dinanzi a un petardo natalizio. Purché se ne parli. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaude e molteplici volte lo premia. Ormai è un abbonato speciale.

IL RADICAL-CIOTTISMO PORTA INFINE LADDOVE DALL’INIZIO ERA STABILITO DOVESSE PORTARE: ALLA RELIGIONE CIVILE. Tuttavia nel nuovo millennio pure la mafiologia e la mafiopolite acuta da talk-show, l’antimafia delle chiacchiere, ha cominciato a scricchiolare, almeno nell’interesse dei media. Vuoi perché i successori di Falcone e Borsellino erano palesemente indegni e marchiati a sangue di ideologia radical-comunista, e la lotta alla mafia è rimasta tale solo sulla carta diventando invece nei fatti un gioco sporco al massacro di lobby togate estremiste ai danni di Berlusconi; vuoi anche perché il fenomeno mafioso, almeno in Sicilia, per così come lo abbiamo conosciuto sta mostrando un fisiologico calo di peso, un ridimensionamento e una trasformazione, essendo prossimo a diventare qualcosa d’altro, per ragioni che non sto qui a spiegare. E allora, stante tutte queste magre vacche mediatiche, Ciotti ha rimesso il dito per aria per capire dove tirava il vento giornalistico. E in men che non si dica… l’ha indovinato.

Porta laddove sin dalle origini era stabilito dovesse portare, perché era inscritto nel suo Dna, l’ideologia radical-ciottista, fatta passare per clericato “impegnato”. Alla religione civile. Al culto del dio Stato; al feticcio della Costituzione; all’estremismo legalista; alle liturgie politiche; alla sociologia come nuova teologia. All’ideologia che è alla base della fine della civiltà cristiana: quella sorta dalla Rivoluzione Francese. Con tutto il corollario trombone ma pericoloso che ne deriva: mondialismo, ecologismo, monetarismo, pacifismo da paci-finti, umanitarismo ateo e peloso, filantropismo rapace ed esibizionista. È scritto ne Il Nome della Rosa: “Il Diavolo sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto”. Perciò le mode del mondo, ossia le ideologie, anche clericali, sono la Sua strada e il Suo arco trionfale. E il trionfo di chi ne viene a patti. Quei “falsi trionfi” dettati dalle mode, che sono lo spirito del mondo e lo spirito del mondo è Lucifero, e che hanno la forza di far perdere la testa ai saggi ai potenti ai preti. “Trionfi” contro i quali Gesù stesso ci metteva in guardia. Lo stesso Gesù che ripetutamente nei vangeli ci ammonisce a guardarci dalla “gloria del mondo”, perché è un inganno. Soprattutto perché non è questo il destino del cristiano; poiché, ha predetto il Signore, il suo destino vero sarà sempre, fino alla fine dei tempi, la persecuzione e il martirio, l’infamia e non gli onori del mondo. “Hanno perseguitato me: perseguiteranno anche voi. Ma io vi dico: beati voi quando a causa mia diranno di voi, mentendo, ogni sorta di male”. Da questo si può discernere fra il vero e il finto cristiano, fra il vero servo di Dio e il servo del Mondo, fra l’agnello e il lupo travestito da agnello.

DIFFIDATE DEI PRETI PIENI DI PATACCHE . Io l’ho per regola. Diffido sempre di quei (rari, va detto) cattolici che sono ospiti “d’onore” ovunque, travolti da applausi, specie da parte di chi più è lontano dalla Chiesa, dai suoi nemici più spietati talora; diffido dei preti invitati a tutte le trasmissioni e a tutti i convegni, premiati con ogni patacca e in ogni circostanza pacchiana. Lì qualcuno sta barando: la gloria del mondo ha per compagna la menzogna. E poi la “tristezza”, dice l’Ecclesiaste. Mi fido dei martiri e dei perseguitati, dei preti umiliati a causa della loro fede, di coloro che parlando delle cose sante suscitano scalpore, sdegno, rifiuto, oltraggio dal mondo. Non dei pavoni che fanno sempre la ruota nel giardino zoologico dei preti da baraccone per la gioia del documentarista e per arruffianarsi la sazia apostasia di questo mondo che prima si è fatto nemico e poi estraneo a Dio. Lo spirito del mondo, le mode ideologiche, sono un’attrazione irresistibile per Ciotti. Questo intendo dire quando ribatto al suo definirsi “prete di strada” con un “prete da marciapiede”. Badate, non sono così cretino da mendicare in giro querele che a questo punto sarei io stesso a consigliare alla parte “offesa”: non intendo dire che don Ciotti è una puttana o una persona di costumi equivoci (e anzi, da quel punto di vista lì – spero di non sbagliarmi – credo sia stato sempre pulito). Niente di tutto questo. Intendo dire proprio che sta sul marciapiede ad aspettare che passino le carrozze con a bordo le nuove mode ideologiche: andrà con quella che offre di più. “La gloria del mondo ha per compagna la tristezza”, dice l’Ecclesiaste, dunque. Al momento, però, il Nostro ci pare abbastanza su di giri. Lo è da 40 anni.

LA MOSCA SARCOFAGA . Stavo vedendo uno dei brutti film horror anni ’70 di Dario Argento. In uno, un tale, una specie di sbirro, alleva delle grosse mosche sarcofaghe, o meglio: la mosca sarcophaga carnaria. Ora, chi come me s’intende di medicina legale e fenomeni cadaverici, sa che questa strana mosca è affamata di cadaveri, ne è la principale cliente e devastatrice: ci depone sopra le sue larve. Ma soprattutto ha un fiuto infallibile nello scovarli. Ecco perché lo strano sbirro le allevava: liberandole e inseguendole, riusciva a ritrovare nei boschi i corpi degli assassinati. M’è saltato in mente don Ciotti: pure lui appena succede qualche plateale e misterioso fatto di sangue, da Roma in giù, non si sa come questo qui mezz’ora dopo è già sul posto. Naturalmente, subito dopo i fotografi. Più fulmineo delle mosche sarcofaghe. E, in tutto questo macello di Brindisi, non poteva che piombare come mosca sarcofaga sul luogo della tragedia, don Ciotti, con la sua “Carovana” carioca, di post-cattolici, post-comunisti, post-femministi, post-brigatisti, post-figli dei fiori, post-conciliaristi, post-preti, post-italiani, post-tutto. Il carro variopinto degli hobbisti dell’antimafia delle chiacchiere, con i loro slogan a misura unica, unisex e buoni per tutte le stagioni: per protestare indistintamente e con la stessa disinvoltura, a suon di chiacchiere, contro la mafia immaginaria, contro i terroristi, la guerra, la pena di morte, il carcere, il capitalismo, Berlusconi, il fascismo, l’antisemitismo, per la “pace” (da quando non c’è più l’Urss a invadere paesi inermi, almeno… da quei paci-finti che sono), l’acqua, il vino, la pagnotta, la patonza… per tutti, meno pene ai carcerati, più pene ai mafiosi, più pene e basta, più marce e meno messe (e forse, visto il senso della liturgia del Nostro, è pure meglio), più “strada” e meno altare. Ma la cosa che fa più ridere di questi professionisti del carnevale permanente e di questo post-prete, don Ciotti e i suoi fratelli e fratelle, è una in particolare. Che sinistramente schiamazzanti come avvoltoi piombano in tempo reale laddove sentono odor di carne bruciata, non importa se umana o da kebab o da arrosto di fiera della porchetta. È ininfluente. Loro imperterriti ci piombano addosso, la impugnano con gli artigli, la sollevano in aria sventolandola e qualunque cosa sia, foss’anche un gatto morto, a prescindere, si mettono isterici a gracchiare “è mafia!”; e via con gli stessi slogan, le stesse sentenze apocalittiche, le stesse soluzioni ideologiche, le stesse frasi ad effetto (lassativo), gli stessi cartelli appesi al collo usati per qualsiasi altro evento negli anni passati, magari contro Berlusconi: “E adesso uccideteci tutti!”, “La mafia uccide, il silenzio anche”, per tacer dei barattolini Manzoni-style con su scritto “La mafia è merda”.

IL SILENZIO SE NON TI “UCCIDE”, TI EVITA MOLTE FIGURE DI MERDA. Tuttavia, molte volte, il silenzio se non ti “uccide” ti evita molte figure di… merda, giacché siamo in tema. E non è un caso che appena il Ciotti ha saputo che c’era “carne sul fuoco” a Brindisi, non si sa come, in pochi minuti ci è atterrato su, gridando ai quattro venti: “Mafia! È mafia! La mafia uccide! Il silenzio pure! Venite allo scoperto mafiosi!”. Ancora si dovevano spegnere le fiamme, che lui già denunciava a tutti i microfoni “l’omertà” della popolazione brindisina che, appena sveglia e stordita com’era per il botto, non riusciva a capire manco cosa fosse successo. Anche quando già da subito a tutti era evidente che la Sacra Corona non c’entrava una mazza perché non erano cose che rientrassero nel suo stile quelle, né aveva la forza politica ed economica per osare tanto, il Nostro non ha desistito: non avendo da trent’anni altri slogan, passando solo questo il convento, essendo solo quello il suo repertorio circense, lo usa indiscriminatamente ad ogni replica e in ogni situazione: “Mafia purchessia!”. Però siccome il senso del ridicolo, infine, lo ha pure lui, ha annacquato dopo 24 ore il “sola Mafia” (variante del “Sola Scriptura” di Lutero) con “e anche la massoneria”. A quel punto non restava che ridere! Se non altro perché la prassi politicamente corretta e la filantropia pelosa di Ciotti, nel quale ogni residuo di Dio cristiano scompare nel solo umano, anzi, nel solo sociale, disciolto nell’acido della “società civile” insomma, altro non è che la quintessenza, la realizzazione pratica manu sacerdotali delle più viete teorie della più classica massoneria.

CIOTTI GRIDA “E’ MAFIA!”. MA I GIUDICI CHIEDONO AIUTO PROPRIO ALLA MAFIA. La situazione diventa ancora più paradossale se si pensa che la stessa (non sai se più stravagante o imprudente) magistratura pugliese, attraverso il procuratore Cataldo Motta, che – almeno dicono – essere il “massimo esperto di questo fenomeno criminale” (la Sacra Corona Unita), cioè  ha (papale papale) chiesto alla mafietta pugliese di “collaborare” in qualche modo con la giustizia per scovare gli attentatori. Non basta. Mentre il prete con la “carovana” ancora sbraita a destra e manca, “mafia… omertà… c’è la mafia e pure un poco di massoneria”, mentre avviene tutta questa pretesca ridicola sceneggiata, avviene pure un’altra cosa. Vi leggo dal giornale: “Raffaele Brandi, ritenuto uno dei capi più rappresentativi della frangia brindisina della Sacra Corona Unita, ha avvicinato il caposcorta del pm Milto de Nozza e gli ha comunicato non solo che la SCU non c’entra ma che si muove in parallelo alla giustizia. ‘Dite al procuratore che se li prendiamo noi gli attentatori, ce li mangiamo vivi, è questo il messaggio’”. E mò? Che dire? Mentre don Ciotti straparla di “mafie”, pure il capo della Sacra Corona Unita “cerca il colpevole”. E lo va a dire direttamente al capo della scorta del procuratore di Brindisi De Nozza. Oltre a notare che dinanzi ai teledrammi (che non sono mai il dramma vero) tutte le istituzioni dello Stato italiano, mafie comprese, sono unite; oltre a capire che tutti hanno capito che il colpevole deve essere un pazzo isolato che non conta una mazza; oltre tutto questo, viene da domandare una cosa, al caro Milto de Nozza in primis: a Brindisi esiste ancora il reato di associazione mafiosa? Siamo o non siamo qui in presenza di un capomafia reo-confesso? Non è per arrestare questi qui che gli paghiamo la scorta? E allora: perché è a piede libero il capomafia di Brindisi? Dunque, dinanzi a tutto questo, a questi professionisti, a questi acchiappafantasmi dell’antimafia delle chiacchiere, che precipitano ogni tragedia in farsa e in carnevale… ma come fai a no ride’?

SE PER L’INCHIESTA JACINI AL SUD “TUTTO È AFRICA” PER CIOTTI “TUTTO È MAFIA”. Ma don Ciotti non ride. Insiste. Celebra la messa – se così posso chiamarla – a Mesagne, presente il povero padre della vittima. Dal pulpito urla, sbraiti, tempeste di slogan antimafia; sussultano ammutoliti i tabernacoli e le incolpevoli sacre statue, al gracchiare del prete “da strada”, del cappellano degli acchiappafantasmi contro l’immaginaria “omertà” (a indagini in corso) del popolo brindisino. Anche ora che è chiaro non c’entri nulla la mafia, che anzi è oltremodo, oltre la legalità persino, collaborazionista; ora che tutti cominciano a vedere chiaro che di qualche psicopatico deve essersi trattato.

Mentre accade tutto questo ti chiedi cosa centri questo post-prete con Mesagne? E quell’omelia, se così posso chiamarla, col solito bollito misto riscaldato, che c’entra con Mesagne, Brindisi, Melissa? “La malattia da sconfiggere è l’indifferenza” dice il presidente di Libera, nella piazza di Mesagne dove ha fatto tappa la Carovana contro tutte le mafie, Berlusconi compreso, è chiaro. “La forza sta in chi si rialza, e noi ci rialzeremo”. “Il problema della criminalità, della mafia, della massoneria è un problema di tutti ed ecco perché la Carovana continuerà a ‘sgrattare’ le coscienze”. Poi ha invitato tutti a “non avere paura”: “Bisogna evitare che tutto diventi terrore, paura, è necessario reagire”. Mafia? Massoneria? Omertà? Ma cosa crede questo acchiappafantasmi che Mesagne sia El Salvador? Giacché è un torinese, come tutti i torinesi dabbene per quanto “da strada”, crede che da Roma in giù, tutto quello che si incontra, fosse anche un vigile urbano, tutto è mafia. Da vero epigono dell’altro nordico, Stefano Jacini, quello dell’Inchiesta meridionale famigerata e insolente, che andando al Sud era convinto di trovarci l’Africa, e tanto ne era convinto che standoci altro non vedeva che “Africa” davvero, e dopo esserci stato, tornando a Torino, scrisse nell’Inchiesta parlamentare: “E’ Africa! Anzi, no: l’Africa al confronto è fior di civiltà”. Sono invasati da strisciante razzismo tutto torinese e dai più vieti e spocchiosi pregiudizi sebbene spacciati per compassionevoli, e non se ne rendono conto. “Omertà” poi… Se c’è mai luogo dove si fa più chiasso intorno a ‘sta roba è proprio la Puglia! Basti pensare ai casi di Avetrana, dei fratellini di Gravina, della piccola Maria Geusa, solo per citare i più noti. “Omertà”, “indifferenza”, dice: se i brindisini davvero sapessero chi è il colpevole dell’attentato, lo andrebbero a prelevare e lo squarterebbero vivo. Persino la mafietta locale ha garantito farebbe lo stesso. Tutto ‘sto solito casino parolaio, tutte queste carovanate, per una tragedia provocata da nient’altro (a quanto pare) che un matto! Se vai da don Ciotti e gli dici, “sai chi è stato? Uno psicopatico”. Sapete cosa dirà don Ciotti, appena individua una telecamera? “E’ il clima mafioso che genera questa follia!”. È un po’ come i medici ciarlatani degli anni ’30, che per qualsiasi malattia, dalla febbre alla varicella al cancro maligno, prescrivevano sempre e solo una cura: una purghetta di olio di ricino. Così come pure, qualsiasi fossero i sintomi psicosomatici, la malattia che diagnosticavano aveva un solo nome: “esaurimento nervoso”. Così Don Ciotti, qualsiasi cosa accada, ovunque accada, in qualsiasi forma accada, anche un incidente stradale, ha una sola diagnosi: “mafia!”; e una sola cura: “antimafia!”… della chiacchiere. Che permettono di fare pubblicità in ogni caso alla sua florida e ricca creatura: l’associazione Libera.

CIOTTI SI SCUSA: GLI È SCAPPATA UNA PAROLACCIA: HA CITATO GESÙ.  Mi raccontava un mio amico veneto, Federico: “E’ venuto a parlare da noi don Ciotti. Sono andato a sentirlo per curiosità. Ha fatto un sacco di chiacchiere, ha detto un sacco di parole a getto continuo e a ruota libera, cose che poteva dire qualsiasi laico, laicista persino. Ad un certo punto si è bloccato, è sembrato vacillare, incerto e ha detto timidamente: ‘Vi chiedo scusa se mi permetto di citare per una volta una frase di Gesù’”. Lui, prete, si è scusato per essersi fatto scappare una frase di Gesù invece che di Gaetano Salvemini! Sì è scusato per l’eventuale equivoco e confusione che avrebbe potuto ingenerare nella folla di comunisti trinariciuti, arcobalenisti, pacifinti, cattolici adult(erat)i e post-cattolici adult(erin)i, dicendo qualcosa di cristiano, invece che, magari, di sociologia fatta in canonica; se ha citato Cristo, invece che, chessò, il Dalai Lama. La verità è che è un uomo e un prete nato vecchio, è il seminarista sessantottino di sempre, progressista ma non aggiornato: è fermo ad arrugginiti luoghi comuni e sulfurei schematismi ideologici degli anni ’70. Quella poltiglia di “buoni sentimenti” e “sensibilità sociali”, umori viscerali e sociologismi, classisti e al contempo umanitaristi, che, proprio in quegli anni, nella Chiesa si trasmutarono in apostasia, con i preti contestatori; nella politica, in proiettili, con i terroristi: i primi volevano “liberare” la Chiesa e la “coscienza individuale”, i secondi il “popolo” e la “coscienza operaia”. Gli uni demolirono mezza Chiesa, gli altri mezzo Stato. Nel sangue molto spesso. E infatti vedi che in alcune nazioni, i primi si unirono ai secondi: ne nacquero i preti guerriglieri. E chiamarono tutto questo “teologia della liberazione”. Oggi abbiamo Libera. Dice l’amico Francesco da Bari: “Mafioso e omertoso. Per Libera questi termini equivalgono ad eretico e scomunicato, laddove invece legalitario ha preso il posto di santo, e sull’ambone invece che le Scritture trovi il codice penale. Il Padre eterno non è il Giudice, è un semplice presidente di corte d’Assise”. Sì, è vero. Come è vero che nella sua logorrea incontenibile, in questi 40 anni, c’è una sola parola che Ciotti non ha mai usato: “Cristo”. Abbiamo visto: gli è scappata una sola volta e se n’è scusato. Ma è un’altra la parola che non gli è mai “scappata”, che proprio non riesce a pronunciare, gli si blocca in gola: “peccato”! E tutto quello che ne deriva: pentimento, penitenza, conversione. E pur di non pronunciarla mai ha sostituito la parola “peccato” con quella di “reato”, “peccatori” con “mafiosi”, “colpa” con “imputato”, “confessore” con “magistrato”, “penitenza” con “pena”, “comandamenti” con “codice penale”, “legge divina” con “costituzione”, “convertito” con “pentito o collaboratore di giustizia”. Per lui, fermo com’è agli schemi arrugginiti degli anni ’70, non esiste il peccato individuale, ma solo la “colpa sociale”. Per questo, per non dover usare la parola “peccato” si è messo a marciare, ha sostituito le messe con le marce, la Chiesa con Libera, la coscienza cristiana con la coscienza civile (ridotta a farsa pure questa). Ed è così che gli sfugge la vera madre di tutti gli eccessi, l’origine d’ogni male: il Peccato. Che egli ha abolito motu proprio. Come mi scrive un mio amico, Vincenzo, riferendosi sardonico al Nostro: “Ma che confessione… non c’è bisogno: basta una chiacchierata mentre sei in un corteo!”.

DIO, IL GRANDE SCONOSCIUTO D’OCCIDENTE. Proprio adesso ascoltavo le parole del Papa, su Cristo che in Occidente è diventato il “Grande Sconosciuto”. E ho pensato al Ciotti che chiede scusa perché gli è scappato di citare Gesù. Dice Benedetto XVI: “Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede (…). E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. (…) Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso. In questo contesto, come possiamo corrispondere alla responsabilità che ci è stata affidata dal Signore? (…) In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio”.

“HO VISTO PEZZETTI DI CARNE SPARSI”. MA LO HA COLPITO SOLO “UN QUADERNO DI EDUCAZIONE CIVICA”. Due giorni dopo don Ciotti è a Cecina: essendo prete “da strada” batte tutti i marciapiedi della nazione. A parlare di se stesso. Dei suoi “secondo me”. Di fantasmi. Di carovane e associazioni acchiappafantasmi. Di Costituzione. Di tutto, meno che della sola cosa della quale dovrebbe parlare: di Cristo, del peccato, della conversione. Ho spesso informatori volontari, che mi si fanno vivi con notizie fresche che non ho richiesto ma che poi mi tornano sempre utili. Un amico di Cecina, infatti – dove il Ciotti è andato dopo Mesagne a “predicare” le meraviglie del costituzionalismo – mi manda un essenziale ed espressionista quadretto della situazione. Lascio a lui la parola. “Se ti interessa ieri il Ciotti ha raccontato un aneddoto sulla sua visita a Mesagne: ‘Ho chiesto alla scientifica di sorpassare l’area che avevano recintato, mi hanno fatto passare, sono rimasto impressionato dai pezzi di carne sparsi su tutto il piazzale, ma mi sono soffermato su un particolare: un quaderno scritto da una delle ragazze coinvolte nell’attentato, ho sfogliato le pagine ho trovato che avevano fatto una lezione sulla nostra Costituzione (aria commossa), sì, avete capito bene, avevano fatto lezione di educazione civica a scuola. È proprio da qui che il nostro paese deve ripartire‘. Standing ovation.” Chi ha ucciso, non ha violato l’apposito comandamento divino, no: ha violato la Costituzione; chi uccide non è un peccatore, ma un reo; non la dottrina, ma l’educazione civica. L’uomo si salva da sé attraverso le sue leggi e i suoi organigrammi, le sole cose che possano giudicare e salvare gli uomini. Dio è un attore impotente, e anzi, è giudicabile persino attraverso quelle stesse leggi. Se quelle leggi sono contro Dio, non sono sbagliate le leggi, è “sbagliato” o è stato “malinterpretato” Dio stesso. Cosa sta strisciando nelle vene di Ciotti, oltre al peccato di orgoglio, l’archetipo dei peccati, il primordiale, il primo che fu commesso e che ha lambito persino l’arcangelo Lucifero, precipitandolo dai cieli, e Adamo ed Eva, precipitandoli dal paradiso terrestre? Che cos’è a strisciare sibilante nelle sue vene se non il riemergere di antiche eresie, soprattutto gnostiche e pelagiane?

SOSTITUIRE IL DECALOGO CON LA COSTITUZIONE, IL CONFESSORE COL MAGISTRATO. Come avrete notato da voi stessi, non sembra particolarmente interessato ai “pezzetti di carne”: sono un dettaglio secondario ai suoi fini ideologici. Ciò che gli interessa è la Costituzione, il culto di quella carta giuridica che è il totem, il sancta sanctorum, il vitello d’oro dei nuovi pagani di oggi, i laicisti con corollario di post-preti “adulti” sino al punto di essere ormai anche post-cristiani. E qui viene fuori anche tutto il cinismo inconsapevole dell’ideologo. Erano un’occasione quei “pezzetti di carne” per riflettere e far riflettere sul Decalogo, sul peccato, la morte, gli assoluti. Ma no, gl’interessava impugnare il feticcio dell’ideologo, la “Carta”, la nuova Rivelazione: la Costituzione. Ossia una banalissima lezione scolastica di educazione civica in un istituto professionale, fatta alla meno peggio nell’ora prevista, immaginiamo nella totale catalessi degli studenti col pensiero rivolto alla campanella. Ma siccome il Nostro è un ideologo fermo agli anni ’70, non gli interessa la banale e demitizzante realtà dei fatti, il tran-tran quotidiano, le cose viste nella loro reale giusta misura, no: gli interessa la “bella idea”. E così nella sua testa dal capello sempre unto, quel quaderno di svogliati appunti della lezione di educazione civica, diventa una gran cosa, immagina studenti dall’acuto senso civico, novizi ardenti del neo-costituzionalismo pendenti dalle labbra dell’insegnante precario che gli annuncia le verità rivelate e le secrete cose che da quella Carta secernono. Immagina un popolo di giovani eroi, che, Costituzione alla mano, commossi e coraggiosi marciano invitti per tutta la nazione incontro alla Città del Sole, la nuova Gerusalemme della religione civile.

NON IMPORTA CHI È DIO, MA DA CHE PARTE STA”. IL MANCATO LEADER SOCIALISTA. L’amico di Cecina, infatti, aggiunge: “Riassunto della serata: Culto della Costituzione, dello Stato, della democrazia, della legalità (tranne che per la Bossi-Fini) e soprattutto della Scuola (statale, ca va sans dire); dice cose condivisibili (no alla mafia, all’illegalità) e mi parla male di Eminenze e sottolinea che senza lavoro non si è liberi. Parla con un certo carisma e ha ottime doti di recitazione e buona oratoria: sarebbe stato un ottimo leader del Partito Socialista Italiano. Slogan della serata: Non importa sapere chi è Dio ma da che parte sta, cantato da un menestrello napoletano con voce solista di un sacerdote toscano di Libera”. Non importa chi è Dio, ma da che parte sta. Naturalmente, non avendo più nessun connotato, essendo Uno Nessuno Centomila, amorfo e sfigurato come l’hanno fatto diventare questi qui, non può che stare da qualunque parte lo si voglia portare, “trascinato da tutte le parti secondo ogni nuovo vento di dottrina”, dirà il cardinale Ratzinger alle esequie di Wojtyla. Per questo don Ciotti lo sente sempre dalla sua. Il suo dio minore non è altri che il “secondo me”, la cui rivelazione è contenuta nella carta costituzionale, nuovo libro sacro. Egli ne è il cappellano. Non è un caso che l’ultima volta che l’ho incontrato, è stato davanti alla bara del sommo pontefice della religione fatta di carta… costituzionale: Oscar Luigi Scalfaro.

QUEGLI STUDENTI CHE MARCIANO PER MARINARE LA SCUOLA LECITAMENTE: SENZA FANTASIA, SENZA SINCERITÀ.  Vedo il tg e leggo l’Ansa a una settimana dalla tragedia di Brindisi. E noto con fastidio alcune cose. La prima è la canonicissima ennesima “marcia” all’italiana: la liturgia madre, la messa cantata del politicamente corretto di piazza, negli ultimi tempi. Che naturalmente si tiene nella città che ha dato i natali a me e a Melissa: Mesagne. Chi marcia sono gli studenti. E la prima cosa che ti domandi è se non sia (siamo realisti!) più un marinare la scuola e una scampagnata, per giunta illuminata da flash e telecamere. Basta fare un calcolo: una marcia che non significava niente e che pestava acqua nel mortaio, la si tiene un mattino di un giorno scolastico. Eppure potevano farla in un giorno festivo, o meglio ancora nel pomeriggio, quando le scuole son chiuse. E invece no. Quella marcia in cui dei brufoloni berciavano e blateravano di “mafia” senza una logica, un fondamento, e anzi con già pesanti indizi che la discolpavano del tutto, quella marcia lì priva di senso, un senso lo avrebbe avuto se il marciare avesse comportato anche un sacrificio: la mattina andare a scuola, il pomeriggio invece che andare in giro a cazzeggiare, impegnarlo per marciare. Così non è stato: dunque era, a mio avviso – ché studente brufolone pure io son stato, e ben le conosco queste babbiate – , un marinare la scuola. Con l’aggravante dell’ipocrisia. E del cinismo. Ma poi. Bastava guardare i loro slogan per capire che non erano sinceri: la solita roba usata da vent’anni in tutte le salse: “Io non ho paura”, “E adesso uccideteci tutti”, “La mafia è una montagna di merda”, “La mafia uccide, il silenzio pure” e bla bla bla. Slogan senza fantasia, solita frittata parolaia, solita minestra a merenda, pranzo e cena. Da qui t’accorgi che non erano sinceri: dalla mancanza di fantasia (oltre che dall’aver marinato la scuola). E’ quando le cose ti coinvolgono, le senti veramente, che la fantasia si scatena. Ma in questa stanca parata delle vanità? Questo usare a casaccio il solito repertorio ciottesco senza fare uno sforzo d’immaginazione, metterci del proprio, adattarlo al contesto, indica che non sapevano di che stessero parlando, che avvertivano l’artificiosità della situazione. Perché non erano sinceri. Sapevano bene che era tempesta in bicchier d’acqua, simulazione a uso e consumo dei media. Che di altro non si trattava che sindrome da marcite cronica, nella variante mediterranea di chiacchierite da antimafiosite mitomane.

È POLITICAMENTE SCORRETTO DIRE “LA MAFIA NON ESISTE”, ANCHE SE È VERO CHE NON ESISTE. Naturalmente, in questa marcia, c’era pure tutto il resto dell’armamentario giornalistico standard per i casi falsi o presunti di “mafia”. C’era pure in questa occasione un’altra volta don Ciotti a sbraitare nella Mesagne che mi ha visto nascere “contro la mafia”, “l’omertà”, “la gente che ha paura della mafia” e “tace”… e tace soprattutto perché di tutte quelle porcherie sopra elencate non ce n’è manco l’ombra, e quindi che deve dire? C’era pure l’immancabile altro classico della tv italiana, il solito giornalista imbecille e, direbbe Sgarbi, “raccomandato e rottinculo”, che accosta col microfono un povero vecchio che ignaro prende il sole davanti al BarSport a domandagli d’improvviso: “La mafia a Mesagne esiste?”. E quello cade dalle nuvole, ma avvertendo subliminalmente, dinanzi alla tirannia nazista del microfono sciacallo, che è politicamente scorretto dire che la mafia non c’è anche se è vero che non c’è, nell’imbarazzo tace, tanto se dicesse la verità, che la mafia a Mesagne non c’è non solo non sarebbe creduto, ma passerebbe pure per “omertoso”, forse “colluso” e certamente un poco “fascista”. E dalla sera alla mattina un contadino ottantenne che ha lavorato onestamente la terra per una vita, si troverebbe “uomo d’onore”; e infatti, l’altro vecchio, più spigliato, dice giustamente “io non l’ho mai vista”. Risultato: giornalista Rai grida ai quattro venti: “Aveva ragione don Ciotti, ecco la città mafiosa, la gente ha paura della mafia, l’omertà dilaga”. Retorica da antimafia delle chiacchiere. E che, chiacchierando chiacchierando, calunnia. Mesagne non è la prima vittima dei professionisti dell’antimafia delle chiacchiere: le sue vittime, più numerose ormai di quelle della mafia stessa, contano nomi sempre più eccellenti: da Andreotti a Berlusconi. Tutti, naturalmente, assolti con formula piena da tribunali non certo di destra. Mentre quelli che davvero torturarono in vita giudici come Falcone, per poi farselo “amico” appena saltato in aria, quelli non li processa nessuno, anzi, sono fra i massimi notabili dell’antimafia della chiacchiere: parlo per esempio di Leoluca Orlando, o anche del giornale la Repubblica. E infatti scopri che chi ha tentato di aiutare Falcone, con leggi durissime che la mafia l’hanno messa in crisi sino a spingerla a sparargli addosso e a passare allo stragismo terrorista pur di farsele abolire; che chi ha tentato di salvare per amicizia Falcone dall’orda infame, calunniatrice e vigliacca dei suoi colleghi magistrati rossi siciliani, sino a prospettarne la candidatura al Senato per la DC, per strapparlo a quell’ambiente avvelenato di futuri professionisti dell’antimafia delle chiacchiere e dei comizi, furono proprio due personaggi a loro volta perseguitati dai persecutori di Falcone: Andreotti e Calogero Mannino. Guardacaso gli stessi che poi i professionisti dell’antimafia dichiararono “mafiosi” e trascinarono, naturalmente senza una prova, in tribunale. Per sfregio, per odio ideologico. Guardacaso i soli (insieme a Martelli) su cui Falcone potè contare.

LA VERA MAFIA CHE PRETENDE OMERTÀ È QUELLA DEL PROFESSIONISMO DELL’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE. Da oggi, quindi, per bolla pontificia di don Ciotti, sommo pontefice dell’antimafia delle chiacchiere, l’attentato di Brindisi è opera della mafia, e la Mesagne che diede i natali al Mastino, ossia a me, è città di mafia. E non lo sapevo. Per riflesso condizionato, quindi, occhio e croce dovrei essere mafioso pure io. Potrebbe essere. Ma voi ve lo immaginate un Mastino “omertoso”?! E proprio perché non sono né mafioso né omertoso, la dico tutta: l’unica mafia, l’unico atteggiamento mafioso e che pretende omertà qualunque cosa dica o faccia, è proprio il professionismo dell’antimafia delle chiacchiere, con tutte le su “Carovane” donciottesche. Dulcis in fundo, leggo l’Ansa del 29 maggio, attenti alle sottolineature: Marcia della legalità a Mesagne (Brindisi), il paese di Melissa Bassi. ”Melissa – ha detto Don Luigi Ciotti, presidente di Libera – è viva, anche se fisicamente non c’é più. Stamani al cimitero ho visto che qualcuno ha attaccato due pezzi di carta. C’era scritto: Melissa vive dentro di noi. Noi ci sentiamo un po’ tutti Melissa”. No, non è vero: i morti sono morti, morti per davvero per il mondo, fisicamente e prestissimo anche “dentro” tutti: solo i genitori si porteranno dentro un dolore che appartiene solitario allo scrigno del loro cuore. Tutto il resto sono chiacchiere. Se non sei una grande mistica, una grande leader, una maitre a penser, che ha segnato la storia, le cose stanno così: sei morta davvero. Mi fa schifo l’ipocrisia che dice le cose “che si devono dire” in determinate circostanze anche se non sono vere: l’ipocrisia sui morti, la menzogna invece della preghiera sparsa sui loro resti, sono sacrilegio e blasfemia.

DIO È LUI, DON CIOTTI. E “LIBERA” NE È IL SUO CORPO MISTICO, LA SUA CHIESA. Come vedete, Ciotti è capace di dire di tutto, persino cose tra il pagano e lo gnostico, purché abbastanza sentimentalistico e formato La Vita in Diretta; tutto, compreso che è “viva” e magari “dentro di noi”, anziché ammettere l’unica cosa che, da prete, avrebbe dovuto dire, la più semplice: “E’ morta, è risorta in Cristo, finalmente ha visto il Suo Santo Volto”. Non lo dice perché è fuori moda, perché in fondo non ci crede, perché se ne vergogna, perché in definitiva gli sembra irrilevante ai suoi fini. Soprattutto perché gli interessa il consenso dell’intellighenzia, delle platee, i galloni della cronaca. Gli applausi del mondo. E per ottenerli è necessaria l’apostasia silenziosa: che non consiste più (solo) nella negazione plateale delle verità cattoliche, quanto piuttosto nella rimozione discreta di Dio. Da ogni contesto. Dalla propria lingua, anzitutto. Perché Dio è lui, don Ciotti. E Libera ne è il suo corpo mistico, la sua chiesa. Costruita sulle sabbie mobili delle mode del mondo. Dello spirito del mondo, cioè. Che poi, come detto, è sempre Lucifero. Tra donchisciottismo e donciottismo non vedo la differenza: Don Chisciotte combatte contro tutti i mulini a vento, scambiati per mostri dalle braccia rotanti; don Ciotti pure, credendo però di combattere la mafia. Ho qui davanti a me Il Mercante di Venezia di Shakespeare. Lo sfoglio a caso e leggo, pensando immediatamente a Ciotti e a quelli come lui: “Le forme esteriori possono ingannare, sempre l’ornamento inganna il mondo. Nei processi, quale causa disonesta e corrotta che, sostenuta da una voce graziosa, non maschera il volto del male? Nella religione, quale colpa tanto maledetta che una fronte grave non la benedica e approvi usando un testo sacro, con una bella frase celando l’ignominia? Non c’è vizio elementare che non assuma qualche segno di virtù sulle sue parti esterne. Quanti codardi hanno cuori ingannevoli come gradini di sabbia, eppure portano sul mento la barba di Marte corrucciato e di Ercole, loro che, frugati dentro, hanno fegati bianchi come il latte. L’ornamento così, non è che l’insidiosa riva d’un mare periglioso, il velo sfarzoso che nasconde una bellezza barbarica: in una parola, la falsa verità che i tempi astuti indossano per intrappolare i più saggi”. Non a caso ho sotto gli occhi una frase rivelatrice di don Ciotti, a proposito della causa di beatificazione di Tonino Bello, suo omologo pugliese, con un curriculum simile: “Occorrono due miracoli per la beatificazione di don Tonino? Ci sono! Il primo è stato l’elezione di Vendola a governatore della Puglia; il secondo, la sua rielezione”. Non c’è niente da aggiungere.

 L’Espresso è notoriamente uno sponsor di Libera, l’associazione di sinistra filo magistrati condotta da Don Ciotti. Libera che ha il monopolio dell’associazionismo antimafia in mano alla CGIL.

Denuncia la "miseria ladra" col vitalizio da consigliere. Il coordinatore di Libera e braccio destro di don Ciotti invoca il reddito minimo, poi intasca 2.600 euro al mese, scrive Giuseppe Alberto Falci su “Il Giornale”. Da animatore delle campagne contro la povertà al vitalizio da 2.619 euro netti al mese il passo è breve. Addirittura brevissimo se il soggetto interessato si chiama Enrico Fontana ed è anche il coordinatore nazionale di Libera, l'associazione fondata da Don Luigi Ciotti. Associazione nata nel marzo del 1995 «con l'intento - si legge nel sito internet di Libera - di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere la legalità e la giustizia». Nessun imbarazzo insomma per i venerabili maestri della sinistra benpensante quando si tratta di arricchire la cassaforte di famiglia. A Fontana, classe '58, giornalista professionista, ideatore del termine «ecomafie», che fa il maestrino a destra e a sinistra pubblicando libri per Einaudi e inchieste per l'Espresso , è bastato farsi eleggere alla Regione Lazio nel 2006. Anzi, subentra ad Angelo Bonelli che nel frattempo diventa capogruppo a Montecitorio del Sole che ride, gruppo a sostegno dell'ex premier Romano Prodi. Sono gli anni di Piero Marrazzo a governatore della Pisana. Anni in cui Fontana pungola l'esecutivo sui temi più disparati, dai rifiuti passando ai beni confiscati, continuando a presenziare in convegni dal titolo «Il sole sul tetto, energie rinnovabili e risparmio energetico». Ovviamente, non perdendo mai di vista il tema della povertà, cruccio della carriera dell'attuale braccio destro di Don Luigi Ciotti. Ma la legislatura finisce con qualche mese di anticipo per le dimissioni del governatore Marrazzo, coinvolto in uno scandalo a base di festini e trans. Ciò ovviamente consente al nostro Fontana di ottenere un lauto vitalizio. Dopo cinque anni scarsi in Regione e dopo aver versato circa 90mila euro di contributi, dal 2011 Fontana ricevo un assegno mensile di 3.187 euro che, a causa delle recenti sforbiciata apportate dalla modifica della normativa sui vitalizi, si è ridotto a 2.616,32 netto (dato che è possibile reperire all'interno del sito del M5s Lazio che monitora giornalmente le evoluzioni dei vitalizi). In sostanza, facendo un calcolo di massima, Fontana ha già incassato più di 150mila euro recuperando i 90mila euro versati di contributi. Ma non finisce certo qui. Perché dal settembre del 2013 Fontana è il coordinatore nazionale di Libera. E dalla casa di Don Ciotti, non è uno scherzo, Fontana lancia e anima la campagna «Miseria ladra». Gira ogni angolo del Belpaese per diffondere il verbo del padre nobile di Libera. Ma il vero paradosso è il seguente: il 15 aprile di quest'anno - insieme a Giuseppe De Marzo, coordinatore di «Miseria Ladra» - invia una lettera a tutti i parlamentari «per calendarizzare in aula entro cento giorni una legge per il reddito minimo o di cittadinanza, per contrastare povertà e disuguaglianza, così come da tempo ci chiede l'Europa». Il virtuoso della «legalità e della giustizia» incalza Montecitorio e Palazzo Madama ma intanto incassa, senza batter ciglio, il vitalizio. D'altronde è nello stile dei vertici di Libera. Nando Dalla Chiesa, presidente onorario dell'associazione, riceve mensilmente un assegno di 4.581,48 euro. Insomma, «miseria ladra» per gli altri, non per i venerabili maestri.

Il prete delle coop fustiga tutti ma salva gli amici che lo finanziano. Questa volta don Ciotti, di fronte a scandali e corruzione, non ha lanciato scomuniche come nel suo stile. Nessuna sorpresa: sono le cooperative rosse che danno soldi alla sua associazione, scrive Stefano Filippi su "Il Giornale". Cacciate i ladri: è un vasto programma quello che don Luigi Ciotti, il sacerdote dell'antimafia, ha assegnato alla Lega delle cooperative. Era lo scorso dicembre, i giorni dello scandalo romano di «Mafia capitale». Degli arresti tra i «buoni». Dei cooperatori che sfruttano i disperati. Dei volontari (o pseudo tali) che intascano soldi da Stato e Regioni pontificando che invece li avevano usati per accogliere gli extracomunitari. Dei portaborse Pd che facevano da intermediari tra enti pubblici e malaffare. Del ministro Poletti fotografato a tavola con i capi di Legacoop poi indagati. Dell'ipocrisia di una certa parte della sinistra pronta a denunciare le pagliuzze negli occhi altrui senza accorgersi delle proprie travi. Ma don Ciotti, il custode della legalità, il campione della lotta contro le mafie, il prete che marcia in testa a qualsiasi corteo anti-corruzione e pro-Costituzione, ha trattato con i guanti le coop rosse. «Bisogna sempre vigilare - ha detto - non c'è realtà che si possa dire esente». E ancora: «Non possiamo spaventarci di alcune fragilità. Ve lo dico con stima, gratitudine e affetto: dobbiamo imparare sempre di più a fare scelte scomode». E poi: «Siate sereni, cacciate le cose che non vanno. Le notizie sulle tangenti non possono lasciarci tranquilli - ha proseguito -. Molti con la bocca hanno scelto la legalità ma dobbiamo evitare che ci rubino le parole. Non si sconfiggono le mafie se non si combatte la corruzione». Un appello generico, parole di circostanza davanti a un sistema smascherato dalla magistratura. Nulla a confronto delle scomuniche lanciate contro i mafiosi, i sì-Tav, i «nemici della Costituzione», i «guerrafondai», e naturalmente Silvio Berlusconi. D'altra parte, difficile per lui usare un tono diverso. Perché il prete veneto cresciuto a Torino è anche il cappellano di Legacoop. Il rapporto è organico. Le coop rosse (con la Torino-bene, la grande finanza laica e le istituzioni pubbliche) sono tra i maggiori finanziatori del Gruppo Abele e di Libera. L'associazione antimafia ha tre partner ufficiali: le coop della grande distribuzione, il gruppo Unipol e la loro fondazione, Unipolis. Nei bilanci annuali c'è una voce fissa: un contributo di 70mila euro da Unipolis. Legacoop collabora con il progetto «Libera terra», che si occupa di mettere a reddito i terreni confiscati ai mafiosi. «Un incubatore per la legalità», lo definiscono i cooperatori rossi che grazie a questa partnership aprono sempre nuove coop al Centro-Sud che sfornano prodotti «solidali». Don Ciotti si scomoda perfino per le aperture di qualche punto vendita, com'è successo quando le coop inaugurarono la loro libreria davanti all'Università Statale di Milano. L'agenda del prete è fittissima. Firma appelli, presenta libri di Laura Boldrini, promuove manifestazioni, guida cortei, interviene a tavole rotonde (a patto che non odorino di centrodestra), appare in tv, commemora le vittime della mafia, incontra studenti, ritira premi: l'ultimo è il Leone del Veneto 2015, ma nel 2010 fu insignito, tra gli altri, del premio Artusi «per l'originale contributo dato alla riflessione sui rapporti fra uomo e cibo». E poi inaugura mostre fotografiche e fa addirittura da padrino a rassegne di pattinaggio (è successo a Modena lo scorso 7 febbraio per il 19° trofeo intitolato a Mariele Ventre). In questo turbine di impegni, don Luigi non ha trovato il tempo di condannare apertamente le infiltrazioni della malavita organizzata nella galassia della cooperazione rossa. E non esistono soltanto «Mafia capitale» a Roma o le mazzette per il gas a Ischia; ci sono le indagini per la Tav, i lavori al porto di Molfetta, gli appalti di Manutencoop, le aziende legate al «Sistema Sesto» che coinvolgeva Filippo Penati, i cantieri Unieco in Emilia Romagna dove lavoravano famiglie della 'ndrangheta. Nei bilanci delle associazioni di don Ciotti i finanziamenti di Unipolis sono tra i pochi di cui è chiara la provenienza. Libera e Gruppo Abele rappresentano realtà consolidate. L'organizzazione antimafia ha chiuso il 2013 con entrate per 4 milioni 770mila euro raccolti in gran parte da enti pubblici: mezzo milione per la gestione dei beni confiscati, altrettanti per progetti e convenzioni internazionali, ulteriori 766mila per attività di formazione; 645mila euro arrivano grazie all'8 per mille, 200mila dalle tessere, 700mila dai campi estivi e 900mila da campagne di raccolta fondi. Maggiori problemi ha il Gruppo Abele, che ha chiuso il 2013 (ultimo bilancio disponibile) con una perdita di 273mila euro, e il 2012 era andato pure peggio: un buco di quasi due milioni su uno stato patrimoniale di circa 10. La situazione finanziaria è disastrosa, con debiti verso le banche per 5 milioni e altri 800mila verso fornitori garantiti da un cospicuo patrimonio immobiliare valutato in circa 6 milioni 300mila euro: la sede di Corso Trapani è un ex immobile industriale donato a don Ciotti dall'avvocato Agnelli. Affrontare il disagio sociale costa e molte attività assistenziali non possono essere soggette a «spending review». Indebitarsi è oneroso: 261mila euro (quasi tutta la perdita di esercizio) se ne vanno in anticipi e interessi su prestiti principalmente verso Banca Etica, Unicredit e Unipol banca. I ricavi non seguono l'andamento dei costi. Le rette delle persone ospitate in comunità e i proventi per corsi di formazione o vendita di libri e riviste fruttano 2.838.000 euro. Più consistenti sono le entrate da contributi: quasi 3.700.000 euro. Oltre tre milioni piovono da Commissione europea, ministeri, regioni ed enti locali, fondazioni imprecisate; altri generici «terzi» hanno donato 731mila euro mentre istituti bancari senza nome hanno erogato quasi 350mila euro. Don Ciotti è un campione nel fare incetta di finanziamenti pubblici. Ma non bastano. Ecco perché deve girare l'Italia e sollecitare la grande finanza progressista a essere generosa con i professionisti dell'antimafia e dell'antidroga. È uno dei preti di frontiera più famosi, con don Virginio Colmegna e don Gino Rigoldi. Dai convegni coop alle telecamere Mediaset (è andato da Maria De Filippi, ma nessuno si è indignato come per Renzi e adesso Saviano), dagli appelli per la Costituzione (con Rodotà, Zagrebelsky, Ingroia, Landini) perché «l'Italia è prigioniera del berlusconismo» fino alle manifestazioni no-Tav, don Ciotti è in perenne movimento. Non lo frenano gli incidenti di percorso: il settimanale Vita ha segnalato («legalità parolaia») che Libera e Gruppo Abele figurano tra i firmatari di un accordo con i gestori del business delle sale gioco mentre il loro leader si è sempre scagliato contro l'azzardo. Dopo che Papa Francesco l'anno scorso l'ha abbracciato e tenuto per mano alla commemorazione delle vittime di mafia, don Ciotti vive anche una sorta di rivincita verso la Chiesa «ufficiale» che a lungo l'aveva tenuto ai margini. Lo scorso Natale ha promosso un appello per «fermare gli attacchi a Papa Francesco»: è l'ultimo manifesto, per ora, proposto da don Ciotti. Ma non passerà troppo tempo per il prossimo.

Quel romanzo che fa a pezzi il prete antimafia, scrive Alessandro Gnocchi su  “Il Giornale". Domani arriva in libreria I Buoni di Luca Rastello. È il primo titolo di narrativa pubblicato da Chiarelettere, editore più noto per le inchieste giornalistiche. La collana «Narrazioni», che accoglierà titoli di Gianluigi Nuzzi (sul Vaticano) e Luigi Bisignani (sul direttore di un quotidiano, forse ispirato a Ferruccio De Bortoli) è in linea con lo spirito battagliero del resto del catalogo. I Buoni non mancherà di fare discutere, perché racconta in modo impietoso il mondo dell'associazionismo, del volontariato e soprattutto dell'antimafia. La vicenda ruota attorno a don Silvano, prete anti-cosche, uomo santo per definizione, (ex) predicatore di strada, paladino degli ultimi. Ma anche manipolatore, parolaio, condiscendente oggetto di idolatria, amico di politici e rockstar. L'antimafia esce, dalle pagine de I buoni, come un sistema non troppo dissimile, nei fini e nel linguaggio, alla mafia stessa. L'associazione di Don Silvano, che amministra i beni sequestrati ai clan, favorisce la «mafia» dei propri amici e utilizza i soldi pubblici per scopi privati. Mentre don Silvano recita omelie in memoria dei caduti sul lavoro, i dipendenti della sua onlus sono privati dei diritti elementari. Legalità e trasparenza valgono solo per gli altri. In casa propria ci si regola invece secondo convenienza. E se i bilanci sono truccati, amen. L'intimidazione, riassunta nella frase omertosa «ci sono cose che non sai», è lo strumento per zittire chiunque osi avanzare una critica. Chi manifesta dubbi, viene liquidato senza cerimonie. È il potere dei più buoni, così come lo cantava Giorgio Gaber, «costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni». Il finale apocalittico però suggerisce che il castigo (divino?) giungerà dalle mani di un criminale (un Cattivo, dunque). Il giornalista e scrittore Luca Rastello, tra le altre cose, ha esperienza di questo mondo, avendo lavorato per il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti in qualità di direttore della rivista Narcomafie. Adriano Sofri, sul Foglio, ha già messo in luce le analogie tra finzione e realtà, tra don Silvano e don Ciotti. I riscontri sono puntuali, dai luoghi fino all'arte oratoria passando per fatti di cronaca. Rastello in un'intervista a Nicoletta Tiliacos, sul Foglio, ha spiegato che I Buoni è un romanzo, non un pamphlet, «un'operazione narrativa» che fa «riferimento alla realtà». Don Silvano, dunque, è solo don Silvano: «uso personaggi reali - dice l'autore - come paradigmi di un mondo, di un sistema di manipolazione, di sequestro delle coscienze, non come oggetto di denuncia indirizzato a qualcuno in particolare». Comunque la somiglianza con «i personaggi reali» non passerà inosservata, anzi: scatenerà un uragano che nasconderà i pregi del romanzo. Rastello propone una visione anti-retorica della memoria e della legalità. Ma più interessante è la riflessione sulla nostra dipendenza dai simboli e dalle icone. Don Silvano è un impostore. Come dice Andrea, uno dei protagonisti, «abbiamo bisogno di lui» perché abbiamo bisogno di «convivere col male, fingendo di combatterlo». Don Silvano è l'alibi, la consolazione, l'anestetico, la foglia di fico di una società senza slancio e dalla falsa coscienza.

Roberto Saviano vende fuffa al Corriere. Max Del Papa, 17 gennaio 2021 su Nicolaporro.it. L’epocale passaggio di Roberto Saviano da Repubblica al Corriere è un affarone (a proposito: si potrebbe saperne di più o siamo vincolati al silenzio degli omertosi?) per molti, ma non per tutti: ci guadagna ovviamente il maitre a petit penser sponsorizzato, ci guadagna Repubblica che se ne libera, ma il Corrierino a giudicare dall’esordio ci smena: il biglietto da visita di Roby “Bory” Saviano è una videoinchiestina-soufflè sull’obbligatorio tema delle mafie che col Covid ci guadagnano. Chi abbia mai impacato Roby al ruolo di esperto di Cosa Nostra, non è mai stato chiarito: la leggenda parla della brillantissima intuizione di Gian Arturo Ferrari, che, all’epoca, trasse un ragazzotto ambizioso dalle nebbie vaporose di “Nazione Indiana”, uno dei tanti sotterranei di paraletteratura antagonista, e ne fece una macchina da soldi per Mondadori; l’intendenza mediatica sarebbe seguita di conseguenza, a partire dal martirologio. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: Gomorra funzionò come il Libretto Rosso dell’antimafia comunista, lo leggevano nei centri sociali, nelle chiese sconsacrate e non, se non l’avevi sul comodino minimo minimo eri un picciotto di Totò Riina.

Più che inchiesta, tesina da terza media. In effetti, un mattone d’acqua calda che si ispirava, senza renderle né giustizia né rispetto, alla sceneggiatura di “Piedone lo Sbirro”. Il resto è storia e, soprattutto, business. Perché, ammoniva Gordon Gekko, è sempre una questione di soldi, il resto è conversazione. Roby Boy letterariamente si ispira a Simenon: tre camere a Manhattan (con vista su Central Park), come giornalista invece è nella media. Nel senso che la sua opera prima per il Corriere pare una tesina di terza media: una pioggia dorata di banalità – l’usura che strozza, la mafia che ne approfitta, a Rimini fa incetta di alberghi, pensate, fino alla rivelazione suprema, escatologica: “[oggi] l’estorsione ha un volto diverso e si manifesta mettendo a disposizione capitali”. Scemi noi che pensavamo mettesse a disposizione profiteroles. Due palle così. Per gonfiare le quali, Roby s’affida alle esplosive testimonianze di due interlocutori due: un procuratore aggiunto antimafia e un ex commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e anti usura: se ce la fate a recitarlo tutto senza prendere fiato vincete una cena con Saviano: io, mammeta e ‘a scuorta. Non dicono niente di che, ma si parla molto, di “rapporto, molto complesso, tra criminalità organizzata e usura”, ma chi l’avrebbe detto, si parla di un tale di Sos impresa che racconta come “nel Napoletano i clan abbiano minacciato e in alcuni casi pestato preti per ottenere gli elenchi dei bisognosi che ricevevano aiuti dalla Caritas”. Nooo! E perché mai? Vediamo se ci arriviamo da soli: forse per sovvenzionarli loro, in modo da incravattarli per benino? Ma per capire questo bastava Amici Miei con Savino Capogreco lo strozzino. Meglio ancora, bastava un libro vero, serio, sulla camorra, “Napoli siamo noi” che Giorgio Bocca firmò alla veneranda età di 85 anni: centocinquanta pagine che dicevano tutto quello che Saviano non avrebbe mai detto in fiumi di parole. Pensare che all’Espresso gli diedero proprio la rubrica di Bocca, l’Antitaliano, ci sarebbe da carcerarli. Tutti.

Apprendista tuttologo. E insomma, l’esplosiva prima inchiesta di Roby per il Corriere è tutta qui. Breve ma elefantiaca: uno ad arrivare in fondo non ce la fa tanto è stoppacciosa, faticata, zoppicante a cominciare dall’odioso vezzo di narrare in prima persona, io, io, io-io-io. Si parla di questo, si parla di quello, si parla addosso: le paginette di Boy Rob restano inchiodate ad una superficie di constatazione, non si scende mai in profondità, non si scopre mai altro che acqua calda, si milita molto, si fa parecchia ideologia, si pratica l’inesausto vittimismo dell’autoproduzione. Ma niente di più. Mai. “Ciò dimostra che ormai nessun luogo è immune, che Milano non è immune, che la Lombardia non lo è, che non lo è il Nord – e questo lo sapevamo già…”. Se lo dice pure da solo, meno male. “Ormai”, Roby? Ormai oggi Milano non è immune da mafia e usura? E su, che hai 40 anni, informati, chiedi chi erano quei ceffi che negli anni ’60 e ’70 stavano con le macchine davanti al Ragno d’Oro e dirigevano il traffico di chi entrava a sentire Tony Dallara. Documentati sulla pittoresca e pericolosa clientela del Derby. Prova a informarti su Turatello, Ugo Bossi, Vallanzasca e i rapporti burrascosi tra di loro e con i mafiosi di Liggio a Milano. Vuoi una mappa dei luoghi già controllati allora dalle organizzazioni criminali, la vuoi oggi? Tutto è molto irritante, perché puerile; perché questa tuttologia di cui resta poco e niente sa molto di apprendista a dispetto del pompaggio che da una quindicina d’anni gonfia questo ragazzo transitato da Repubblica al Corriere, abbiamo letto, per intercessione di Fabio Fazio. Perché oggi per cambiare giornale ci vuole un conduttore vicino al Pd, il cui impresario, Beppe Caschetto, è un ex funzionario Cgil. E va bene, diteci pure che siamo miscredenti, blasfemi, che Roby è un martire anche per noi ingrati, anzi diteci che rosichiamo perché lui fa Central Park – Che tempo che fa in 8 ore nette, Lindbergh is nothing. Prima però leggete il compitino di Roby Saviano, possibilmente arrivando in fondo (è roba da duri, ma ce la si può fare). E poi ne riparliamo.

·        L'Antimafia delle Star.

Fiammetta Borsellino: «L’attuale Csm omissivo sulle stragi del 1992». Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso da Cosa Nostra, accusa l'attuale Consiglio Superiore della Magistratura. «Si faccia una vera indagine». Il Dubbio il 21 dicembre 2021. Il comportamento dell’attuale Csm «sulla stagione delle stragi del ’92» è stato «omissivo». È la denuncia di Fiammetta Borsellino che a Palermo, nel corso del convegno “Ricostruire l’Antimafia”, alla presenza del Presidente dell’Antimafia all’Ars Claudio Fava e della ex Presidente dell’Antimafia nazionale Rosy Bindi, ha detto: «Devo ringraziare la commissione regionale Antimafia perché ha dato uno sguardo molto attento a quello che è stata la terribile stagione delle stragi del ’92 e, in particolare, su quella di via d’Amelio. Sarebbe stato auspicabile che a questo lavoro, tuttavia, fosse seguita un’attività di indagine investigativa e di approfondimento da parte del Consiglio superiore della magistratura, ma il comportamento omissivo di questo organo in tal senso è un dato di fatto e non una mia opinione». Il lavoro della Commissione, per Fiammetta Borsellino, «si è concluso con due relazioni: una sul più grande depistaggio nonché sul più grave errore giudiziario del nostro Paese, e una seconda sul terribile clima all’interno della Procura di Palermo retta da Pietro Giammanco, peraltro mai sentito dalla magistratura e su tutti i soggetti esterni a Cosa nostra parimenti interessati alle stragi».

Fiammetta Borsellino: «Basta fare carriera con l’Antimafia». Il Dubbio il 22 dicembre 2021. Fiammetta Borsellino parla delle recenti indagini che hanno riguardato esponenti cosiddetti "antimafia". «Non devono mirare al potere e non è un potere». Il comportamento dell’attuale Csm «sulla stagione delle stragi del ’92» è stato «omissivo». È la denuncia di Fiammetta Borsellino che a Palermo, nel corso del convegno “Ricostruire l’Antimafia”, alla presenza del Presidente dell’Antimafia all’Ars Claudio Fava e della ex Presidente dell’Antimafia nazionale Rosy Bindi, ha detto: «Devo ringraziare la commissione regionale Antimafia perché ha dato uno sguardo molto attento a quello che è stata la terribile stagione delle stragi del ’92 e, in particolare, su quella di via d’Amelio. Sarebbe stato auspicabile che a questo lavoro, tuttavia, fosse seguita un’attività di indagine investigativa e di approfondimento da parte del Consiglio superiore della magistratura, ma il comportamento omissivo di questo organo in tal senso è un dato di fatto e non una mia opinione».

Il lavoro della Commissione, per Fiammetta Borsellino, «si è concluso con due relazioni: una sul più grande depistaggio nonché sul più grave errore giudiziario del nostro Paese, e una seconda sul terribile clima all’interno della Procura di Palermo retta da Pietro Giammanco, peraltro mai sentito dalla magistratura e su tutti i soggetti esterni a Cosa nostra parimenti interessati alle stragi».

L’Antimafia secondo Fiammetta Borsellino

«L’antimafia non può non essere disinteressata, non può mirare al potere e non può diventare essa stessa potere» ha detto Fiammetta Borsellino, nel corso del convegno “Ripensare la mafia – Ricostruire l’antimafia”, in corso allo Steri. «Quando l’antimafia diventa potere il suo campo di azione viene fortemente vincolato e circoscritto – ha aggiunto Fiammetta Borsellino – e questo non deve assolutamente accadere».

Secondo la figlia di Paolo Borsellino, che nel suo intervento ha citato i casi della ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto e dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Calogero Montante, «l’antimafia non può essere il trampolino di lancio per facili carriere, non può essere orientata ad abusi o a rendite di posizione».

L’eredità di Falcone: quegli eroi silenziosi della lotta alla mafia. Gabriele Romagnoli su La Repubblica il 23 ottobre 2021. Fu lui trent’anni fa a inventare la Dia: adesso un film ne ricostruisce la storia. Una voce fuori campo dice: "Falcone è stato ammazzato perché si era inventato la Dia". A trent'anni dalla fondazione, il film che ne celebra l'attività non può che cominciare e finire intorno al cratere di Capaci, perché è da quel giorno che la creatura del giudice massacrato con la moglie e la scorta cominciò finalmente a muoversi. Dia 1991 - Parlare poco apparire meno non è un film d'azione, è la storia, a tratti straziante, di un padre e dei suoi figli, inevitabilmente la storia di un'eredità. Giovanni Falcone, racconta il suo collega Giuseppe Ayala, si era sentito dire in America che da noi "si combatteva il crimine organizzato in modo disorganizzato" e aveva concepito una sorta di Fbi all'italiana. Le diede vita con il suo sacrificio. È da quel 23 maggio 1992 che la Dia opera realmente. La sua è un'avventura di uomini che di Falcone imparano il metodo (ragiona come i tuoi nemici, parla come loro, muoviti come loro) e di Falcone adottano lo stile di vita, che significa essenzialmente rinuncia, ombra, attesa. Uno racconta: "Mio figlio a chi gli chiedeva il mestiere del padre rispondeva: pulisce le strade. E in qualche modo era vero". Un altro: "Io, mio figlio non l'ho visto per otto anni. Avevo la valigia sotto il letto in attesa della chiamata per una missione. Chi la iniziava, la finiva. Facevamo la stessa vita dei latitanti a cui davamo la caccia. E quando li prendevamo, nessun merito. Solo la nostalgia, la sindrome del reduce, i problemi psicologici". Un altro ancora: "È stato tutto bello, tutto brutto. Ma ne è valsa la pena". Gli esordi sono stati una partita impari: "Non avevamo niente. Né sedie, né palette, niente. I mafiosi usavano i cellulari noi correvamo alle cabine telefoniche con i gettoni. Di tasca nostra ci comprammo un faldone per tenere i documenti e gli appunti". Poi arrivarono le cimici per le intercettazioni e ci fu il salto di qualità, il sorpasso tecnologico sulla mafia che non si aspettava quel tipo di controllo a distanza. E vennero le vittorie. Il film ne racconta quattro: la cattura di Leoluca Bagarella, quella di Sandokan (il capo dei Casalesi), l'operazione Olimpia contro la 'ndrangheta e quella che stroncò un giro di usura in Veneto. Il senso dell'avventura non è nel risultato, ma nella maniera in cui lo si è ottenuto. È nella dedizione assoluta che porta a lavorare senza sosta per giorni, trascurando ogni altra cosa con la certezza, l'invidiabile certezza, di essere in guerra dalla parte giusta. È un sentimento raro, inseguito invano da generazioni, coronato da pochi individui in attività diverse, svolte a macchia di leopardo nel tempo e nello spazio. Questi uomini ne fanno parte. Non vedendoli, ma sentendoli parlare (pur con poche parole, come da motto) si capisce che il loro punto fermo non sia avere fede nello Stato, vanno oltre: lo incarnano. Lo Stato è anche quello che dà incarichi ma non risorse a un giudice coraggioso, che non permette ai suoi servitori di battersi ad armi pari, che non entra a Casal di Principe. Lo Stato è un'idea, vuota come tante finché qualcuno non la indossa, se ne fa portatore, modello, esempio. C'è un passaggio trascurabile ma simbolico nel capitolo dell'arresto di Leoluca Bagarella. È un successo, certo, ottenuto scommettendo sulla soffiata di un pentito, credendo all'intuizione di un agente che riconosce il latitante, rischiando per bloccarne la via di fuga. Fin qui, siamo nel manuale. Fin qui è attività investigativa. Poi accadono tre cose. La prima: quando il convoglio rientra con la preda, via radio viene proposto l'ingresso trionfale dal cancello principale, invece viene scelta l'ombra, ancora l'ombra, passando dai garage. La seconda: la prima telefonata per annunciare la cattura è al figlio di una vittima del boss. La terza: mentre Bagarella aspetta, in manette, su una sedia, un agente gli offre un panino, che lui rifiuta sdegnato. L'offerta di quel panino, riflette una delle voci, è l'immagine dello Stato, la sua forma. Ragionare, parlare, muoversi come loro finché li hai battuti. Poi tornare a ragionare, parlare e muoversi diversamente. Disse il padre: "Si è costituita una rete di comuni ideali che prescinde dalla mia persona e che non sarà dispersa". Lo vedi con una camicia azzurra aperta, le maniche arrotolate, la sigaretta tra le dita, si muove su una strada, scena di un delitto. Ha nello sguardo l'ombra di sempre, la luce di sempre, E ha, come sempre, ragione. 

Eroi troppo soli e cattivi da Spectre: vizi e virtù della mafia da fiction. Giudici abbandonati da tutti. Capibastone ispirati dal “Gattopardo”. Uniti nel disegnare una situazione ineluttabile. Come spiega Morreale in un saggio che va dalla “Piovra” a Pif. Dal nuovo blog de L’Espresso su mafia, antimafia e dintorni. Tano Grasso su L'Espresso il 21 ottobre 2021. Per una volta inizio con l’editore, in questo caso Donzelli: per esprimere apprezzamento e gratitudine per aver realizzato con il libro di Emiliano Morreale “La mafia immaginaria” una ideale trilogia con “La storia della mafia” di Salvatore Lupo e “Mafie vecchie, mafie nuove” di Rocco Sciarrone. In queste opere la mafia (e l’antimafia) viene analizzata secondo tre diverse prospettive, quella storica, quella sociologica e, ora, quella cinematografica. Quando in libreria ho iniziato a sfogliare “La mafia immaginaria”, ho subito pensato: finalmente! A fronte di numerose pubblicazioni sul tema, il rapporto dell’arte cinematografica con la mafia è stato argomento marginale. Adesso, con questo libro, tanto desiderato e invocato e atteso quanto utile, viene offerta una visione d’insieme su “settant’anni di Cosa Nostra al cinema” (è il sottotitolo), fiction incluse. Il cinema con la sua grande potenza comunicativa favorisce una certa rappresentazione della mafia destinata a divenire senso comune, influenzando la percezione del fenomeno in ampi strati di popolazione. Una forza naturalmente incommensurabile rispetto ai libri. A partire dall’auto-rappresentazione degli stessi mafiosi. Numerosi collaboratori di giustizia hanno raccontato come abbiano subito il fascino del cinema: a proposito del Padrino, scrive Morreale, e dell’«influenza del film nell’auto-rappresentazione di Cosa Nostra. Non si contano le storie di boss che, dopo il film, ripetevano mosse e atteggiamenti di Marlon Brando» (p. 158). A Tommaso Buscetta «una notte, in sogno» gli appare Falcone nelle vesti di Guido Schiavi, il pretore interpretato da Massimo Girotti “In nome della legge”, e, come lui, «era la calma, la forza tranquilla della giustizia che lui rappresentava». Il film, continua Buscetta, si conclude con la sottomissione del capomafia alla giustizia: «La storia mi era piaciuta molto”», nonostante le critiche di altri mafiosi, perché «il comportamento di Passalacqua [il boss] era indegno di un uomo d’onore» (il film piace a Buscetta perché la mafia rappresentata coincide con l’idea di mafia del pentito, un’idea solo da cinema, per nulla corrispondente alla realtà). Morreale è particolarmente efficace nell’opera di decodificazione e di demistificazione di una parte della produzione filmica. Il problema decisivo è che la mafia come oggetto mediale condiziona l’approccio e può rendere problematica e parziale la stessa conoscenza del fenomeno, con evidenti ricadute nell’azione di contrasto. In questo il libro non è solo un pregiato prodotto accademico, ma offre una visione che va ben oltre il prodotto cinematografico, una prospettiva politica che, attraverso la critica, mette in discussione gli stessi modi di combattere le mafie. Il cinema è specchio della realtà e allo stesso tempo è deformazione della realtà. Solo l’approccio critico dirada le nebbie. “La mafia immaginaria” suscita nel lettore una speciale sensazione: leggere le 311 pagine del libro è come attraversare dimensioni conoscitive diverse: c’è l’analisi rigorosa di film e serie tv; ma tutto ciò non è chiuso in un recinto autoreferenziale; si passa con naturalezza, anzi si viene sollecitati a farlo, alla dimensione della politica, della cultura, degli stessi fatti giudiziari. Insomma è un libro “non recintato”, aperto a ogni tipo di incursione, dal cinema ai fatti reali e viceversa. Ad esempio, si prenda il tema sollevato a suo tempo da Sciascia nel famoso articolo sui “professionisti”, quello di un eccesso dei riti e delle cerimonie dell’antimafia. Morreale, scrivendo di film, non usa giri di parole. Prendendo spunto da Ciprì e Maresco mette il dito nella piaga: «Il problema non è più l’assenza di informazioni ma l’eccesso di rappresentazioni», per concludere: «La denuncia non basta più: raccontare seriamente le mafie, oggi, implica rimettersi in discussione in quanto produttori di storie e di immagini, spiazzare gli spettatori rispetto a narrazioni evasive e rassicuranti» (p. 17). Nient’altro che le “profetiche” intuizioni di Leonardo Sciascia, quando scrivendo del “Mafioso” di Lattuada (1962), veniva assalito dal «dubbio se il continuare a parlarne non finirà col rendere alla mafia quell’utile stesso che prima le rendeva il silenzio» (p. 68). Per noi, resta aperto il problema, noi impegnati nel movimento antimafia, di “rimetterci in discussione”. Non è vero che l’alternativa è sempre tra silenzio e denuncia, anzi, come alcuni esempi recenti dimostrano quest’ultima può ridursi ad acqua fresca e, quindi, legittimare ulteriormente le mafie. Un altro esempio di “incursione” è la puntuale analisi del film “La trattativa” di Sabina Guzzanti che dentro “una Grande Teoria” mette insieme le ambiguità di organi dello Stato, le stragi del 1992-93 e la nascita di Forza Italia. Il film «utilizza la trattativa per spiegare tutto, cerca un disegno univoco in una materia irriducibilmente opaca»; di conseguenza, «non solo la politica viene spiegata attraverso i fenomeni criminali, ma inversamente i fenomeni criminali sono essenzialmente visti in ottica politica; l’economia e la società rimangono fuori dal circuito» (p. 262). Una prospettiva “auto-consolatoria” che riduce la vittoria di Forza Italia a una specie di golpe e non a fattori politici, sociali, culturali. Un’impostazione che riappare nel film di PIF “In guerra per amore”: l’evento storico è lo sbarco degli Alleati in Sicilia utilizzato per stabilire una linea di continuità con la storia presente («rivelare verità che si riverberano sull’oggi») come a segnare «una sorta di peccato originale». Una filosofia della storia semplicistica con l’effetto di una «autoassoluzione della cultura e dello spettacolo di sinistra» (p. 278). Di un libro così ricco di analisi, riferimenti, suggestioni, è impossibile offrire una sintesi. È un bel libro, da leggere e da “godere”, con un particolare interesse per alcuni titoli: il “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi, “Tano da morire” di Roberta Torre sino alla geniale produzione di Franco Maresco e “Il traditore” di Marco Bellocchio. Ho trovato molto intrigante il riferimento al “Gattopardo”. In una certa fase il cinema ha proposto una immagine stereotipata del capomafia: «I vecchi boss ieratici, sempre in posizione seduta e da fototipo normanno, sono figli ideali del principe Salina del Gattopardo» (p. 64), scrive Morreale. L’idea di una terra irredimibile fa il paio con quella di una mafia invincibile e la raffigurazione cinematografica del principe interpretato da Burt Lancaster «è l’antenato di tutti i vecchi boss che sanno e osservano con disincanto i destini della Storia», basti pensare alla versione cinematografica di don Mariano Arena o a don Vito Corleone. L’irredimibilità coincide con rassegnazione, accettazione, impossibilità di cambiamento, rinuncia alla lotta. Aspetti questi, però, estranei al "Giorno della civetta"; basti pensare alle ultime parole del capitano Bellodi nel romanzo di Sciascia: si è scontrato nel suo lavoro d’investigatore con un potere, quello mafioso e quello politico, assolutamente sproporzionato rispetto ai mezzi disponibili all’epoca; ha giocato una partita e l’ha persa. L’ha persa per l’impossibilità dei tempi, senza mai smarrire nella sconfitta la lucidità; anzi, proprio da qui rilancia la sfida: «Si sentiva un po’ confuso [Bellodi]. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. "Mi ci romperò la testa", disse a voce alta». Una delle caratteristiche del mafia movie è che «non c’è traccia di opposizione organizzata a Cosa Nostra, né politica né sociale. Gli eroi sono soli, e come loro i giornalisti o poliziotti che momentaneamente li aiutano» (p. 63), insomma: «L’antimafia al cinema la fanno i singoli» (p. 49). Il modello comunicativo “Spectre/James Bond” ha sempre il successo assicurato al botteghino, non solo perché offre una rappresentazione semplicistica della realtà, l’eroe solitario che con le proprie capacità, unico valore aggiunto della storia, combatte contro il “mostro”, personificazione del male assoluto, organizzato e potente di mezzi e complicità, invincibile, ma perché offre il più perfetto alibi al disimpegno e alla rassegnazione. Giovanni Falcone metteva in guardia dal rischio di esorcizzare il male proiettandolo su comportamenti radicalmente distanti dai nostri: «Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia». "La Piovra" e la serie di "Gomorra" (la prima) rappresentano due estremi opposti, ma entrambi sbagliati. Nella serie del commissario Cattani si ha una personalizzazione dello scontro con la mafia, secondo un’impostazione eroica e salvifica del protagonista, un eroismo velleitario: la conseguenza è quella di offrire un modello di lotta alla mafia vocato alla sconfitta. L’opposizione alle mafie non può mai, se vuole essere incisiva, ridursi all’opposizione eroe/male, deve avere una dimensione strategica e organizzata (ancora Falcone). "Gomorra", con un punto di osservazione opposto (dalla parte del “male”), sortisce analogo effetto, una prospettiva di ineluttabilità e di invincibilità radicata nelle dinamiche camorriste. In entrambi i casi a prevalere è la sconfitta ("La Piovra") o l’irrilevanza dell’antimafia ("Gomorra"). Nella serie sui casalesi la cosa che più colpisce è la scelta, meditata e convinta, di esprimere un mondo del tutto chiuso all’esterno: ma così non è nella realtà: il fenomeno mafioso si definisce necessariamente nel confronto con l’azione di contrasto che, inevitabilmente, incide sulle stesse dinamiche interne. Nell’introduzione Morreale svolge un’impegnativa affermazione che è bene avere sempre presente: «Nessun film o prodotto televisivo ha mai scosso il mondo di Cosa Nostra: l’organizzazione, che ha ucciso e minacciato decine di giornalisti, non si è mai sentita infastidita dal cinema e dalle fiction antimafia» (p. 16). Forse una spiegazione è nelle parole “ciniche” di Franco Maresco nelle ultime due righe del libro. La mafia è un fenomeno complesso, non solo criminale, ma anche sociale, economico, culturale, politico. Non sempre il cinema ha saputo dar conto di queste sfaccettature. Ma la risposta dell’autore di “La mafia non è più quella di una volta”, più di tanti saggi, film, narrazioni indica questo senso della complessità (e della difficoltà): «I ragazzi ti rispondono: "Mi piacerebbe fare il killer, ma se non posso, anche il carabiniere va bene". Tanto sono comunque eroi da fiction, di un super-Blob» (p.311). Emiliano Morreale, "La mafia immaginaria" (Donzelli, pp. 344, euro 30)

Pane, amore e stato di polizia. Ingroia in difesa della Lollo e altre fantastiche perversioni del circo cinematografico-giudiziario. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 15 Novembre 2021. All’eterna docufiction politico-manettara in cui siamo costantemente immersi da quasi trent’anni si aggiunge ora un fantastico spin-off: l’ex magistrato antimafia divenuto avvocato, scoperto (e assunto) dalla Bersagliera grazie a Netflix. In questi giorni, sull’onda dell’inchiesta sulla fondazione Open, e della consueta congerie di intercettazioni, e-mail, sms e whatsapp quasi sempre penalmente irrilevanti di cui puntualmente si riempiono giornali e televisioni, si torna a parlare molto di politica e giustizia. Se ne torna a parlare in questi giorni, come ogni giorno da circa ventotto anni, a dire il vero, perlomeno quando non si parla di legge elettorale o di riforme istituzionali. In pratica, siamo costantemente immersi in una sorta di perenne 1993 – da un’idea di Marco Travaglio – dal quale sembra proprio che non riusciamo a uscire, prigionieri di un’interminabile docufiction politico-giudiziaria in trentamila puntate, tutte uguali. Mi perdonerete quindi se stavolta proprio non mi va di tornare sulla questione, per spiegare ancora una volta, oggi a proposito di Matteo Renzi e del caso Open come ieri a proposito di Massimo D’Alema, Piero Fassino e del caso Unipol (ma ogni lettore aggiunga pure i suoi esempi preferiti), che in Italia da troppi anni la lotta per il potere ha assunto la forma della caccia alla volpe: uno sport che si gioca solo in cento contro uno, sui giornali e in tv, senza nemmeno quel minimo di regole che persino la caccia alla volpe prevede (tanto meno da quando a giornali e tv si sono aggiunti anche i social network). Stanco come sono di ascoltare e di ripetere io per primo sempre le stesse cose, oggi vorrei dunque occuparmi di cinema. Perché, con mia grande sorpresa, molte delle cose che penso a proposito della docufiction di cui sopra le ha dette, certo senza rendersene conto (cioè senza rendersi conto del profondo significato che le sue parole assumevano, al di là della notizia di cronaca che ne costituiva lo spunto), pensate un po’, Antonio Ingroia. Per la precisione: Antonio Ingroia, intervistato ieri dal Corriere della Sera nelle inedite vesti di avvocato di Gina Lollobrigida. Proprio lui. Il già celebre pubblico ministero impegnato tra l’altro nel processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia (a proposito di docufiction), processo da lui lasciato nel 2012 per guidare la lotta al narcotraffico in Guatemala per conto dell’Onu (a proposito di fiction), salvo lasciare anche quell’incarico appena due mesi dopo, per candidarsi alle elezioni con un partito nuovo di zecca, fondato per l’occasione: Rivoluzione civile. Come ricorderete, è finita anche peggio del processo Trattativa: 2,25 per cento. Ma lui, non lasciandosi abbattere dal magro risultato della formazione con cui si era di fatto candidato a presidente del Consiglio, ci riprova alle politiche del 2018 con la Lista del Popolo, totalizzando uno squillante 0,02 per cento (nessun refuso: zero virgola zero due), e due anni dopo, abbassando leggermente il tiro, con la candidatura a sindaco di Campobello di Mazara, ovviamente senza essere eletto neanche lì. A dire la verità, la storia della sua controversa uscita dalla magistratura e delle sue successive occupazioni, a cominciare dagli incarichi assai ben remunerati ottenuti dalla Regione Sicilia (e relative vicende giudiziarie), sarebbe molto più lunga, ma credo di aver rinfrescato la memoria del lettore con i dati essenziali della sua biografia. Del resto, stiamo parlando di una delle figure più note e più intervistate dalla stampa e dalla televisione italiana, che in questi anni non ha fatto mancare il suo autorevole parere su tutte le più delicate, controverse e scottanti questioni politiche e giudiziarie: persino negli scarsi due mesi di lavoro per la Comisión Internacional contra la Impunidad riuscì a ottenere una surreale rubrica sul Fatto quotidiano dal titolo «Diario dal Guatemala». Ebbene, come mai «la regina del cinema italiano», domanda il giornalista del Corriere della Sera che lo intervista, Felice Cavallaro, ha scelto proprio lui, Ingroia, come avvocato? «Nasce tutto da Netflix», risponde l’ex magistrato, riferendosi alla docufiction sul caso di Pino Maniaci in cui Ingroia ha effettivamente recitato nel ruolo di se stesso (piccola avvertenza per il lettore distratto: qui il termine “docufiction”, come il fatto che Ingroia recitasse nel ruolo di se stesso, e come tutto il resto, non sono metafore, immagini, allegorie di un bel niente, ma puri dati di fatto, da intendersi in senso letterale). Gina Lollobrigida si sente vittima di un’ingiustizia e accusa il figlio – da ultimo anche in un video in cui si rivolge agli italiani guardando direttamente in camera, seduta accanto al suo nuovo avvocato – di volerle togliere la sua libertà e anche i suoi soldi. Sta di fatto che finora i giudici hanno dato ragione al figlio. E così l’attrice, che ha apprezzato la serie tv e soprattutto, dice Ingroia, la sua grinta («Gli avvocati hanno bisogno di mostrare pure un necessario aspetto scenico, dall’eloquio alla presenza»), si è rivolta all’ex pm, nonché collega attore, per passare al contrattacco. Con una scelta che forse non depone a favore della sua lucidità. «Cinema o giustizia?», domanda a questo punto l’intervistatore. «L’uno e l’altro. Si integrano le mie passioni di sempre», risponde Ingroia. E se non vi sembra una confessione questa, davvero non saprei cosa aggiungere.

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 14 novembre 2021. «Mi chiamo Gina Lollobrigida e sono una donna che ha rappresentato l'Italia nel mondo. Oggi, a più di 90 anni, sono piena di energie e di voglia di fare ancora. Purtroppo sono anni di grande amarezza perché subisco attacchi alla mia libertà e al mio patrimonio...». Alt, d'accordo, la storia è intricata, per quanto abbastanza nota: ruota sull'età dell'attrice e soprattutto su un bel mucchio di soldi e diversi soggetti che ci girano attorno generando una malsana, ma irresistibile curiosità. Però chi è quel signore soddisfatto seduto sulla poltrona al suo fianco? Sorpresa delle sorprese: sì, è proprio Antonio Ingroia, già campione fra i paladini dell'antimafia e dopo mille avventure candidato alla presidenza del Consiglio quale fondatore e leader del partito arancione "Rivoluzione civile". L'attrice vegliarda l'ha scelto come avvocato "guerriero" nelle sue peripezie famigliari e giudiziarie. Lui l'ascolta guardando in camera, annuisce, sorride, quando lei affronta la questione del figlio, «sangue del mio sangue», Ingroia si gratta la pancia e alla fine protettivo le prende le mani. Quindi mette in scena la sua vibrante concione nella quale, invocate giustizia verità, libertà, si designa «avvocato d'attacco» e come tale s' impegnerà a restituire Lollobrigida «all'arte», eccetera. Il video dura sei minuti, a loro modo formidabili. Lo si guarda come un documento che esalta le meraviglie del possibile, ma anche con un certo senso di colpa perché, pur affrontando vicende abbastanza tristi, come succede in Italia fa anche un po' ridere. C'è un attimo in cui Ingroia sembra guardare nel vuoto; forse si è solo distratto, o forse sta pensando anche lui all'imprevedibilità del destino, dalle aule popolate dai più sanguinari mafiosi e dalla Costituzione minacciata dal più torbido e complice berlusconismo, a una prossima, magari, incantevole puntata di "Un giorno in Pretura" a base di cospicue eredità e pseudo truffe sentimentali. Per cui, dopo aver impiegato un'oretta a ricostruire una biografia densa di accuse e applausi, quindi di arrivismo, aggiustamenti e ghirigori, alla fine ci si sorprende a chiedersi quale modello letterario incarni Ingroia: Bel Amì o Don Chisciotte? Ma non funziona così, essendo la vita più ricca dei libri, mentre l'umile cronaca certamente aiuta a inquadrare il personaggio nella sua originaria passione, ma pure nelle sue debolezze. E va bene: chi non ne ha? Ma Ingroia ha sempre puntato sul macroscopico, parente stretto dell'eccesso, dal Guatemala alla Val d'Aosta, dai trionfi come pm ai ruzzoloni come imputato. Sempre troppo eroe, troppo narciso, troppo litigioso, troppi talk-show, troppa fiducia in se stesso, nella sua intelligenza e nella sua astuzia, che invece si ribaltano nell'ingenuità con una punta di grottesco. Una concezione del suo essere magistrato troppo elastica, a dir poco. Troppi politici bazzicati, Di Pietro, Fini, Grillo, i rifondaroli, i comunisti italiani, alla fine cattolici tradizionalisti, generali e filorussi: per un esito troppo povero. Un soggettone, in definitiva, tre quattro esistenze compresse e un po' a vuoto, "Azione civica", "La mossa del cavallo", la confessione radiofonica, la partita del cuore, il red carpet a Venezia, la serie Netflix (sul caso Maniaci: bravissimo), penultima tappa la 'ndrangheta dietro il Covid. Adesso Gina Lollobrigida che l'ha scelto. Capacità d'intendere e di volare (oh-oh).

Da ansa.it il 14 novembre 2021. "Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura". Lo ha detto il togato del Csm Nino Di Matteo, ex pm del processo 'Trattativa', intervistato da Andrea Purgatori ad Atlantide, trasmissione in onda stasera su La7. Con l'appartenenza alle cordate - prosegue Di Matteo - "vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera" e l'avversario "diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare". E in fondo - aggiunge il togato, "la logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose", è "il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura". Secondo Di Matteo, il "sistema" delle correnti del quale Luca Palamara era solo una "pedina", al quale si affianca quello delle "cordate", è uno schiaffo al sacrificio dei 28 magistrati uccisi dalla criminalità organizzata e dal terrorismo come Falcone e Borsellino, che gli stessi appartenenti al 'sistema' "fingono di onorare" e "utilizzano la loro tragica morte per attaccare i magistrati vivi". Come la politica, che ha rinunciato alle sue responsabilità per "usare i magistrati come alibi" e - sottolinea Di Matteo - sta discutendo una "pessima riforma" della Giustizia presentata dalla ministra Marta Cartabia, che "rischia di mandare in fumo tanti processi". Da pochi giorni è uscito il libro 'Nemici della giustizia' scritto da Di Matteo con il giornalista Saverio Lodato.

GIUSEPPE SALVAGGIULO per la Stampa il 5 dicembre 2021.

Nino Di Matteo, da due anni lei è al Csm, eletto dopo il caso Palamara. Le correnti sono più forti o più deboli?

«Il Csm si dibatte tra spinte al cambiamento e controspinte conservatrici, come la difficoltà di liberarsi delle vecchie logiche, dure a morire, e nella tentazione di sopire, ridimensionare». 

Se l'aspettava?

«Avevo sempre diffidato del Csm: isolava e delegittimava, anziché difendere, i magistrati liberi e coraggiosi, non intruppati. Quelli che, come dicevano di me, non "coltivano" le domande per gli incarichi direttivi». 

Ora parla di spinte al cambiamento: quali?

«Il voto spesso non unanime dei membri delle correnti, che scalfisce la ferrea logica di appartenenza».

 I segnali di conservazione?

«La valutazione di intercettazioni e chat con Palamara, con magistrati che chiedevano il sostegno di correnti ed esponenti politici. Talvolta emergono logica di minimizzazione, prudenza sospetta e perfino riflesso di protezione per chi nei rispettivi gruppi aveva incarichi importanti».

Che spiegazione dà?

«Si pensa che destituito Palamara e puniti i suoi accoliti dell'hotel Champagne, il problema sia risolto». 

Non è così?

«Palamara da solo non decideva nulla. Grave errore demonizzarlo come organizzatore o perno fondamentale. Era una pedina importante, non di più, di un sistema alimentato da una base di consenso e dalla spinta dal basso di magistrati che chiedevano aiuto a fini di carriera». 

Il libro di Palamara le è piaciuto?

«È un libro utile, perché la verità è sempre necessaria». Nel libro "I nemici della giustizia" elogia e difende il suo collega Ardita.

Che idea si è fatto dei verbali sulla loggia Ungheria in cui è citato, e che furono portati al Csm da Davigo?

«Senza scendere in dettagli perché ci sono inchieste giudiziarie e pratiche al Csm, non voglio essere ipocrita. La vicenda è di una gravità non minore, in termini di intralcio al regolare funzionamento del Csm, della riunione dell'hotel Champagne con Palamara, Ferri, Lotti e i cinque membri del Csm». 

In cosa consiste la gravità?

«Nella circolazione, dentro e fuori il Csm, di verbali giudiziari coperti da segreto, senza che nessuno dei consiglieri informati ne ufficializzasse la ricezione o trasmissione né prendesse iniziative formali. Al di là di singole posizioni, un grave danno al tentativo di recupero di credibilità e autorevolezza del Csm». 

Secondo lei di quella vicenda sappiamo tutto?

«Spero che nelle sedi giudiziarie si possa chiarire il dubbio angoscioso che ho dall'inizio e con il tempo, anziché svanire, si è rafforzato». Ovvero? «Che questa circolazione impropria dei verbali sia stata in qualche modo strumentalizzata per interferire sul Csm, condizionando un organo di rilievo costituzionale».

Con le regole differenziate per i processi di mafia il suo giudizio sulla riforma Cartabia è migliorato?

«Continuo a ritenerla dannosa e pericolosa. Sono perplesso per la prevalenza delle esigenze legate ai fondi del Pnrr su quelle di giustizia, in una visione della società dominata dall'economia e non dal diritto. Contesto la soluzione tecnica dell'improcedibilità, estranea alla nostra cultura giuridica, che manderà in fumo i processi anziché velocizzarli. E sono allarmato dall'attribuzione al Parlamento del potere di stabilire criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale». 

Diffida del Parlamento?

«No, del vulnus ai principi di separazione dei poteri e obbligatorietà dell'azione penale, un'arma formidabile per condizionare l'attività giudiziaria in mano alle mutevoli maggioranze politiche. Il Parlamento potrà dire ai pm di perseguire prioritariamente gli scippi e solo se avanza tempo la corruzione». 

Però avete evitato l'improcedibilità per i reati di mafia.

«Ancora una volta c'è stato bisogno della denuncia dei soliti quattro o cinque magistrati antimafia. Gli stessi periodicamente accusati di invadere il campo di una politica che, al di là dei proclami, mai ha davvero posto in cima all'agenda politica un serio contrasto alle mafie».

Come mai solo pochi e non tutti i magistrati come ai tempi di Berlusconi?

«Ho notato anch' io una reazione blanda e limitata. Per diversi fattori. Primo: le iniziative di quei governi compattavano tutte le componenti della magistratura. Secondo: nel governo attuale ci sono quasi tutte le parti politiche. Terzo: la magistratura è in questo momento un pugile alle corde, che si limita a schivare i colpi per limitare i danni senza reagire, avendo il ripiegamento su sé stessa come unica prospettiva». 

Non c'è anche una ventata culturale antigiustizialista?

«A me questa rappresentazione mediatica giustizialisti-garantisti pare una semplificazione fuorviante. Io difendo la massima espansione delle garanzie di indagati e imputati, ma vorrei che la certezza della pena non fosse sistematicamente vanificata da benefici e scappatoie. Se vuol dire essere giustizialisti, allora sono il primo dei giustizialisti».

Vale anche per il decreto sulla presunzione di innocenza?

«Si usa un principio giusto per imbavagliare le autorità pubbliche. I processi mediatici proseguiranno, ma solo con imputati e avvocati. Si silenzia chi indaga sul potere impedendo ai cittadini di sapere. Per me è una questione di democrazia e libertà». 

Alle elezioni Anm di Palermo ha vinto il gruppo 101, che chiede il sorteggio del Csm.

«Segnale da non sottovalutare: tanti magistrati chiedono una cura forte per un organismo malato. Il sorteggio temperato, magari per un tempo limitato, è il vaccino per il virus del correntismo».

Di Matteo entra nella questione Quirinale e prova ad affossare Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Avrebbe potuto tagliar corto con una risposta sobria ma secca, alla domanda sulla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale: “Sono un magistrato e non mi occupo di politica, per me ogni candidato ha il diritto e la dignità per aspirare alla Presidenza della repubblica”. Avrebbe potuto e dovuto dire così, Nino Di Matteo, membro del Csm, intervistato da Lucia Annunziata. Ha preferito invece, come già aveva fatto nella stessa trasmissione due anni fa, entrare diritto in politica come un coltello nel burro, e gli va dato atto di non disperdersi mai in sottili allusioni. La sintesi è: non mi occupo di politica, però. I “però” sono due. Il primo: poiché chi va al Quirinale diventa anche automaticamente capo del Csm (sarebbe interessante verificare se Berlusconi avrebbe il coraggio di Cossiga, che un giorno mandò i carabinieri), occorre che si tratti di una persona equanime ed equidistante, e che non abbia motivi personali di rancore nei confronti della magistratura. Berlusconi, fora di ball, si direbbe in modo poco elegante a Milano. Ma Nino Di Matteo ha anche nel sangue il suo passato di pm “antimafia” e non può, non riesce a prescinderne. E fargli il nome del presidente di Forza Italia è un po’ come agitare il drappo rosso davanti al toro. Sarà perché in quel di Sicilia hanno provato una e due e tre volte a indagarlo prendendo solo legnate sui denti. Sarà anche perché bruciano a questi pm “antimafia” la sconfitta sul falso pentito Scarantino e quella più clamorosa del processo “trattativa” tra lo Stato e la mafia. Fatto sta che la tentazione di mettere i puntini sulle “i” è forte. E, sebbene Di Matteo sia sufficientemente accorto da non citare inchieste in corso, come quella fiorentina sulle stragi, finisce per aggrapparsi, per l’ennesima volta (Lucia Annunziata dovrebbe ricordarlo) a un presunto caso di estorsione di cui Berlusconi sarebbe stato vittima. E’ sufficiente andare a pescare nelle carte dell’unica sentenza che ha condannato Marcello Dell’Utri per il reato che non c’è, e di cui si sta occupando la Cedu, cioè il concorso esterno in associazione mafiosa. O anche, in alternativa, aver letto sul Fatto qualche articolo di Marco Lillo, quelli in cui si vaneggia sui fratelli Graviano (ambedue condannati per le stragi del 1992 e del 1993) e sul ruolo di “garante” che l’ex senatore avrebbe svolto, tra il 1974 e il 1992, tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Il quale sarebbe stato costretto a versare ogni anno un “obolo” alla mafia per proteggere se stesso, la propria famiglia e le aziende. Ora, ha senso che un magistrato –uno che dice di non aver ambizioni politiche e neanche di carriera, pur con qualche contraddizione- assuma la responsabilità di questo attacco frontale a un personaggio politico che la stessa Annunziata ha definito come “candidato forte, grande protagonista” della storia anche imprenditoriale degli ultimi decenni? Il consigliere Di Matteo sa bene di essersi limitato a raccogliere qualche cicaleccio interessato di “pentiti”, cioè di assassini e mafiosi che ogni tanto fanno quel nome solo perché sanno che fa piacere sentirlo ai pm “antimafia”. Il dottor Di Matteo sa altrettanto bene che non esiste nessuna sentenza nei confronti di Berlusconi in tema di mafia, se non per qualche ipotesi in cui lui sarebbe stato una vittima, come nel processo “trattativa”. Perché allora insiste con questa storia dell’estorsione che lui avrebbe subìto ma rispetto alla quale nessun mafioso è mai stato condannato? Certi pm si arrabbiano quando scriviamo che fanno politica. Quindi quando il dottor Di Matteo dice che lui non esprime giudizi ma che “il vizio della memoria andrebbe coltivato” che cosa intende dire? Per esempio di aver dimenticato di precisare il fatto che Silvio Berlusconi, benché lui stesso ci avesse provato più volte, in Sicilia non è neanche indagato? Ma che però –l’insinuazione è nostra- si può indurre il sospetto che se hai pagato la protezione della mafia, un po’ mafioso lo sei anche tu? Il discorso del resto è molto esplicito. Secondo il dottor Di Matteo non esiste la guerra tra magistratura e politica, ma solo “l’offensiva unilaterale” di una parte composta da uomini del potere politico economico finanziario e anche magistrati, contro quelli come lui, i “liberi e coraggiosi”, gli onesti che volevano una giustizia uguale per tutti, quelli che hanno indagato e giudicato con sacrifici e spirito di abnegazione. Mai, questi capitani coraggiosi sarebbero stati influenzati dagli scandali, le beghe, le trattative per fare carriera, tutto quello che è emerso nel “Sistema” svelato da Luca Palamara. Sembra quasi di assistere, nella lunga intervista di domenica pomeriggio, a un pezzetto di Eden, al mondo dei Buoni. Ma siamo così sicuri del fatto che mentre i Buoni erano ancora nella terra di noi mortali peccatori, siano stati del tutto estranei alle normali ambizioni di carriera, anche politica, che vengono negate con tanta sicumera? Ci pare di ricordare per esempio che nel 2018 gli uomini del partito di Grillo avessero offerto proprio al dottor Di Matteo un ruolo di ministro. E non risulta il gran rifiuto. Poi c’è tutta la vicenda del Dap, quella che segnerà anche una rottura (che non osiamo definire politica, se no qualcuno si arrabbia) con il ministro Bonafede, quello che era diventato guardasigilli. Lo stesso che aveva proposto al pm “antimafia” il posto di capo del Dap salvo poi rimangiarsi la parola. Poi non c’era stata anche l’esibizione per 42 minuti a parlare in una trasmissione tv anche di inchieste in corso e di mandanti delle stragi, cosa che gli costò la cacciata dal pool antimafia? E l’elezione al Csm non era stata sponsorizzata da quel Davigo nei cui confronti era poi stata consumata la vendetta con il voto contrario alla sua permanenza in consiglio anche dopo che aveva raggiunto l’età della pensione? Può farsi che tutto ciò non sia politica. Ma come dovremmo qualificarla? La “guerra di Nino”?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il j’accuse di Di Matteo: «Magistratura collaterale con la politica». Il consigliere del Csm, Nino Di Matteo, da Palermo lancia pesanti accuse alla magistratura e alla politica. «Alcuni processi ostacolati da un sistema malato». Il Dubbio il 2 dicembre 2021. «Troppi in magistratura vogliono minimizzare e far finta che sanzionati Palamara e pochi altri il problema sia risolto. E invece non si può far finta di nulla o ritenere la vicenda nata dal caso Palamara come il frutto di poche mele marce. Quel che è accaduto all’hotel Champagne è l’epilogo determinato dal carrierismo esasperato, dal correntismo e dal collateralismo con la politica che affligge certa magistratura». Lo ha detto il consigliere del Csm Nino Di Matteo intervenendo alla presentazione del suo libro “I nemici della giustizia” in corso a Palermo. «Sui media inoltre – ha aggiunto – è passata un un teorema secondo il quale i vizi che hanno afflitto la magistratura si riverberano in tutti i processi agli aspetti criminali del potere».

«Cioè – ha spiegato – certi episodi hanno determinato la convinzione che tutto quel che la magistratura ha fatto quando ha processato le azioni criminali di certa classe dirigente sia viziato. Molti di quei processi fatti dalla parte libera della magistratura – ha concluso Di Matteo – sono stati ostacolati dal sistema malato di cui fanno parte anche quote della magistratura e del Csm».

Di Matteo e la politica

«Negli ultimi anni la politica ha fatto molti passi indietro delegando completamente alla magistratura il controllo di legalità sull’esercizio del potere. L’esempio politico a cui guardare, invece, è Pio La Torre che nella sua relazione di minoranza alla Commissione Antimafia, insieme alla sua parte politica che ora attende le sentenze definitive prima di prendere posizione, scriveva i nomi dei politici collusi o in affari con la mafia prima ancora che quei nomi finissero nei rapporti di polizia. Al di là delle parole – ha aggiunto l’ex pm – nessuno dei governi che si sono succeduti ha messo la lotta alla mafia in cima alla sua agenda politica».

Di Matteo critica la nuova riforma della Giustizia

«Nella prima stesura della riforma Cartabia non c’era alcuna eccezione, nella parte relativa alle improcedibilità, per i processi di mafia. Se fosse passata quella versione della legge molti processi alle cosche sarebbero finiti nel nulla con buona pace dei parenti delle vittime e della giustizia. C’è stato bisogno che si alzassero e protestassero alcuni magistrati antimafia dire quali conseguenze ci sarebbero state per far cambiare il testo» ha detto Nino Di Matteo. «Ma un ministro della Giustizia – ha aggiunto – ha ancora bisogno che si espongano certi magistrati per capire che la lotta alla mafia è una cosa seria che non consente distrazioni, ammesso che di distrazioni si tratti?». Infine, secondo Di Matteo la riforma Cartabia contiene aspetti «inquietanti e preoccupanti».

Nino Di Matteo teme i “corleonesi” che da oltre 30 anni non esistono più. Nino Di Matteo, nella sua audizione in commissione Giustizia, ha sostenuto che la modifica dell'ergastolo ostativo era l'obiettivo della mafia di Totò Riina attraverso le stragi del '92 e del '93. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 25 novembre 2021. «Il rischio che si corre, è quello di far raggiungere l’obiettivo dei mafiosi stragisti». È questa la messa in guardia, non nuova, esternata dall’attuale consigliere del Csm Nino Di Matteo durante la sua audizione in commissione Giustizia della Camera a proposito della modifica della legge sull’ergastolo ostativo. La tesi sostanzialmente è questa: l’obiettivo delle stragi del ’ 92 e ’ 93 consisteva nel ricattare lo Stato per ottenere, tra gli altri benefici, l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis. La tesi di Nino Di Matteo è sostanzialmente quella di una parte di magistrati antimafia che ha stigmatizzato le pronunce della Corte Europea di Strasburgo e della Consulta sulla violazione di alcuni articoli della Convenzione europea dei diritti umani e articoli della nostra Costituzione. In sostanza, secondo le Corti, è illegittima la preclusione assoluta dei benefici penitenziari per chi decide di non collaborare con la giustizia. Secondo il consigliere del Csm, tali pronunce rischierebbero di far raggiungere l’obiettivo dei corleonesi. Eppure parliamo di un’ala che non esiste più, sconfitta ramai quasi 30 anni fa. Un’ala che fu soppiantata subito dopo da quella che ha scelto la via della “sommersione”. Una Cosa nostra diversa, quella che ha scelto di compiere il suo sporco malaffare senza uno scontro “militare” contro lo Stato. Di fatto, la nuova Cosa nostra ha scelto una via più funzionale al suo sistema. D’altronde le stragi di mafia in realtà hanno sortito l’effetto contrario. La strage di Via D’Amelio ha accelerato l’attuazione del 41 bis, stragi che hanno di fatto anche inasprito l’ergastolo ostativo, diverso da quello ideato da Falcone stesso. Ma Nino Di Matteo, legittimamente, ha una sua idea irremovibile: la nuova legge sull’ergastolo ostativo non deve scoraggiare la collaborazione con la giustizia e, soprattutto, non deve far ritornare in libertà i mafiosi condannati per le stragi. In realtà, come hanno detto alcuni magistrati di sorveglianza auditi in commissione, ciò è davvero difficile, basti vedere il permesso premio respinto ai vari boss stragisti. Più in generale, sono numeri da prefisso telefonico coloro che hanno avuto accesso ai benefici. Senza tener conto, che la stragrande maggioranza degli ergastolani ostativi, non sono boss stragisti. Di Matteo, precisa che le sue opinioni sono nel pieno rispetto della Corte costituzionale e del principio dell’articolo 27 della Costituzione, ma per gli ergastolani ostativi bisogna essere più rigidi possibile. Per questo ritiene condivisibile che sia «onere del detenuto, dimostrare effettivamente, oltre alla condotta trattamentale, gli elementi concreti che dimostrino il mancato pericolo di ripristino con la criminalità organizzata». Eppure tale previsione è a rischio di incostituzionalità, come hanno sottolineato diversi magistrati come i rappresentanti dell’Anm e i giudici si sorveglianza. Altra perplessità espressa da Nino Di Matteo, è l’esclusione dal testo base della competenza specifica a un unico tribunale a cui demandare le decisioni. «Mi preoccupa la frammentazione delle competenze – ha spiegato il consigliere -, penso al rischio di un magistrato di sorveglianza sulla richiesta della liberazione condizionale su uno stragista. Aumenta il rischio di condizionamenti e di minacce». In realtà gli stessi magistrati di sorveglianza respingono duramente tale tesi. Si viola il principio della competenza del giudice naturale e rischia di burocratizzare le scelte, visto che solo i giudici di sorveglianza, essendo territoriali, hanno la conoscenza diretta dei luoghi di detenzione e hanno gli strumenti necessari per compiere una scrupolosa valutazione.

Di Matteo: «Altro che correnti. A condizionare il Csm anche cordate di polizia giudiziaria». Intervistato da Andrea Purgatori, su la 7, l'ex pm della presunta "Trattativa" parla di «cordate» attorno ad alcuni magistrati e «composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura». Il Dubbio il 14 novembre 2021. «Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l’attività del Consiglio superiore della magistratura e dell’intera magistratura». A parlare così, secondo anticipazioni riportate ilfattoquotidiano.it, è Nino Di Matteo, ex pm del processo Trattativa e ora consigliere del Csm. Intervistato da Andrea Purgatori ad Atlantide, in onda stasera su La7,  l’autore del libro I nemici della giustizia spazia dal caso Palamara alle inchieste di mafia e corruzione alla contiguità tra politica e criminalità organizzata. Fino alla riforma della Giustizia, voluta dalla ministra Marta Cartabia, liquidata come «pessima». «Con l’appartenenza alle cordate  vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera» e l’avversario «diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare», secondo Di Matteo. Non solo, «la logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose», è «il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura». Secondo il consigliere del Csm, il «sistema» delle correnti del quale Luca Palamara era solo una «pedina», al quale si affianca quello delle «cordate».

Le memorie di due magistrati. Il sogno folle di Boccassini e Di Matteo: sentirsi come Falcone. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Novembre 2021. Quando si scontrarono, vinse Lei. Forse era più brava? Ilda e Nino, Nino e Ilda. Non una coppia, no. Ma una coppia di fatto, questo sì. Per come se ne parla, per come porgono se stessi, ben convinti, ambedue, sia loro dovere spiegare al mondo “come sono” davvero. Perché il mondo intero non aspettava altro. Ilda Boccassini, dopo la pubblicazione del suo libro, si rivela a Enrico Mentana, che la presenta in uno speciale di La 7 come “figura particolare importante forte”. Nino Di Matteo si lascia intervistare in un libro di Saverio Lodato, che lo qualifica subito come “giudice”, e vien voglia di fermarsi solo per questo alla prima riga. Un uomo una donna, non è solo il titolo di un drammatico film di Lelouch degli anni sessanta. È in questo caso il diverso sguardo con cui un uomo e una donna, due pubblici ministeri che il circo mediatico ha reso “eroi” , porgono se stessi. Eroi della lotta alla mafia in una guerra che non dovrebbe riguardare, se non indirettamente, la stessa magistratura requirente. Nessuno dei due è, o è stato, un secondo Giovanni Falcone. Ma sotto sotto sia Lei che Lui pensano di esserne la reincarnazione. Sarà per questo che tutti e due insistono sul concetto di dovere. Ho il “dovere” di far sapere a tutti chi è davvero Ilda, dice Boccassini. Ho sentito il «bisogno di testimoniare, di far conoscere lo stato d’animo di un magistrato che stenta a riconoscersi in un mondo dominato da logiche che non gli appartengono», rilancia Di Matteo. Certo, Lui non direbbe mai «mi sono messa nuda», come fa Lei. Che precisa: «Ho sentito il bisogno di raccontarmi per far capire chi è Ilda». Non nudo, Lui. Ma solo contro il mondo, questo sì. Il mondo che non gli piace, quello fatto dai “Nemici della Giustizia” (il titolo del libro di Lodato, edito da Rizzoli). Chi sono? I grandi criminali, va da sé, quasi inutile citarli. Perché i “nemici” sono soprattutto certi politici, certi uomini della finanza, certi imprenditori, persino certi magistrati. Per Lei i nemici sono tutti quelli che sono stati contro “Giovanni”, e di conseguenza contro Ilda. «Ho giurato all’obitorio che nessuno avrebbe distrutto la sua immagine». Amore amicizia passione solidarietà rimpianto. Ma anche tanto autocompiacimento. Certo, se pensiamo all’immagine altera e un po’ arrogante che ha rappresentato Nino Di Matteo in tanti passaggi televisivi e nella forza della toga nel processo “Trattativa”, quello della sua finta vittoria, poi cestinata con l’assoluzione degli imputati nell’appello, Ilda Boccassini appare molto più sensibile, più “umana”, direbbe Fantozzi. Non quella esibizionista e maleducata che ci raccontano le cronache di chi la conosce e non la ama, ma quella che ha sacrificato la sua vita personale e anche l’amore per una passione più grande, quella per la giustizia. E qui le due figure finiscono con il combaciare. Di Matteo è l’uomo più scortato d’Italia, e anche questo è un groppo sacrificio. Ma ce l’ha un po’ con tutti. Con le correnti della magistratura, con i capi delle procure che creano i propri cerchi magici cui elargiscono prebende e promozioni, con il carrierismo e le carriere. Parla da “puro”, come se lui e lui solo avesse meritato i vari incarichi del suo percorso, quelli avuti e quelli che gli sono stati negati, come il ruolo di vertice del Dap, prima promesso e poi sottratto da parte dell’ex ministro Alfonso Bonafede. Lui non fa sconti, lancia il sospetto che qualcuno, i soliti poteri forti, i soliti politici corrotti, voglia usare questo momento difficile della magistratura per assoggettarla all’esecutivo. Magari attraverso i quesiti del referendum proposto dai radicali e dalla Lega. Gli argomenti sono i soliti, i più banali: il pm deve mantenere la “cultura della giurisdizione” (come nel processo Eni?), la responsabilità civile dei magistrati ne condizionerebbe l’autonomia, soprattutto dai ricchi e potenti, eccetera. Non parliamo poi della riforma Cartabia, addirittura incostituzionale, di cui non vede la parte più innovativa, ma solo quella che impedisce l’eterna durata dei processi.

Anche Ilda Boccassini ce l’ha con tanti. Per esempio con quelli che avevano criticato Giovanni perché era andato a lavorare con il guardasigilli Claudio Martelli, e poi avevano fatto la fila per poter andare anche loro a infrattarsi in qualche ministero. Sottinteso: io non l’ho fatto e mai avrei potuto avere quel tipo di aspirazione. Anzi: io gli ipocriti li ho ben bacchettati. Come dimenticare, e infatti Mentana non lo dimentica, quel giorno, quarantotto ore dopo l’uccisione di Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta? Quell’immagine di Ilda vestita di scuro, quasi una vedova, nell’aula magna del tribunale di Milano a lanciare il suo j’accuse contro tutti i colleghi (di sinistra, in particolare) che avevano lasciato solo Giovanni? Lo specchio della storia, per come lei la ricostruisce, le rimanda la sua immagine, perché ancora una volta sta parlando di sé, coinvolta nel mito del bravo magistrato che aveva saputo capire che cosa era la mafia. Lei che arriva all’aula magna dalla sala accanto, quella dove era stata emessa la sentenza del processo “Duomo connection”. Dove Lei aveva rappresentato l’accusa e aveva ottenuto le condanne, suggerisce Mentana. E lei non lo smentisce pur sapendo che quel giorno aveva segnato una sua clamorosa sconfitta, dopo che per mesi il circo mediatico aveva tuonato “le mani della mafia su Palazzo Marino”, me lei non era riuscita a incastrare nessun politico. E quello che avrebbe dovuto essere il primo processo di mafia a Milano era stato derubricato alla condanna di un paio di piccoli avventurieri-spacciatori. Le parole con cui Di Matteo liquida il “processo trattativa” sono speculari e altrettanto autocelebrative. Il concetto di sconfitta non fa parte del suo vocabolario. Lui è orgoglioso e fiero di aver messo a disposizione della storia fatti importanti, perché tutti devono sapere quale era il piano della mafia negli anni novanta, dice con sussiego. Certo, tralasciare il fatto, stabilito in sentenza, che nessun uomo dello Stato ha ceduto alla mafia né ha commesso alcun reato ti può far sentire un vincente anche quando dovrebbe bruciare sulla tua pelle il fatto di aver perso la partita. Se ti senti un “eroe”. Se ti dicono che lo sei. Se fanno un libro per celebrarti. Un po’ quel che succede anche a Ilda quando si parla di Berlusconi e del processo Ruby. Lei si sentiva “una piccola donna” che doveva rappresentare lo Stato e il principio dell’uguaglianza per tutti della legge, contro uno che si difendeva “dal” processo. Solita tiritera. Ma resta il fatto che anche lei ha perso quando Berlusconi è stato assolto in via definitiva. C’è stata però una volta in cui Ilda ha vinto. Quando ha battuto Nino, sulla vicenda Scarantino, il piccolo truffatore palermitano che qualcuno voleva trasformare in “pentito” a suon di botte e torture nel carcere di Pianosa. Di Matteo e gli altri pm del processo Borsellino gli avevano creduto e avevano contribuito a fare arrestare gli innocenti. Solo Boccassini aveva fiutato l’imbroglio. Quella volta Ilda e Nino combattevano su fronti opposti e ha vinto lei. Forse era più brava?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Di Matteo e quell’idea populista e approssimativa del potere giudiziario. L'affondo di Caiazza su Di Matteo: "La magistratura non si occupa di fenomeni sociali, ma deve accertare e poi giudicare responsabilità personali". Giandomenico Caiazza su Il Dubbio il 3 novembre 2021. Il dott. Nino Di Matteo ha certamente una virtù: pratica ed esprime con autentica onestà intellettuale una idea della magistratura che la gran parte dei Pubblici Ministeri (e tanta parte delle toghe nostrane) condivide e coltiva, ma evita prudentemente di esplicitare con la trasparente sincerità del P. M. palermitano. Ma è quella esattamente l’idea, caro dott. Di Matteo, che ha – allo stesso tempo- consumato in questi trent’anni la credibilità della magistratura agli occhi della pubblica opinione, e gravemente alterato gli equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato, a tutto vantaggio del potere giudiziario. L’intervista che il Fatto Quotidiano, non certo a caso, lancia in prima pagina, è ricca di spunti. Mi limito a coglierne qualcuno. Il dott. Di Matteo teme che si voglia approfittate della crisi della magistratura per “regolare i conti” ed “impedirle il controllo di legalità”. È un linguaggio allarmante, che tradisce una idea “antagonistica” confusamente populista e gravemente approssimativa del potere giudiziario. Al quale, sia detto con chiarezza, la Costituzione non affida affatto “il controllo di legalità”. La magistratura non è chiamata ad occuparsi di fenomeni sociali, ed a governarli (criminalità comune, corruzione, mafie), ma ad accertare e poi giudicare responsabilità personali, rigorosamente dopo aver ricevuto una precisa notizia di reato riferibile ad una o più persone. Il controllo di legalità è semmai affidato all’autorità amministrativa e di polizia, che investe la magistratura solo di eventuali notizie di reato emerse nel corso di quella attività di controllo. E poi, chi esattamente vorrebbe “regolare i conti… per vendicarsi ed evitare che la Magistratura sia troppo incisiva”? Personaggi pubblici che impegnano la propria credibilità in affermazioni di questa gravità hanno il dovere di uscire dalle fumisterie semantiche e dalle semplificazioni fumettistiche, assumendosi la responsabilità di definire con chiarezza i destinatari di una simile, eclatante accusa. Affermare poi che in questo nostro Paese ci sia chi progetti di «trasformare la magistratura in organo collaterale e servente rispetto al potere esecutivo» connota il ragionamento del dott. Di Matteo di un tratto di un umorismo stralunato degno di Groucho Marx. Basterebbe ricordare che appena un mese fa, per dire solo l’ultima di mille, le roboanti e scomposte critiche di due “magistrati antimafia”, basate peraltro su una eclatante falsità (“con la riforma della prescrizione saltano tutti i processi di mafia”, gli unici invece che si celebrano nei ben più brevi termini di scadenza della custodia cautelare) hanno determinato a furor di media la precipitosa (oltre che incostituzionale) riscrittura di una norma appena approvata all’unanimità dal Governo legittimo del Paese.

O altrimenti che il Ministero di Giustizia è da sempre occupato – unico caso al mondo – nei suoi gangli decisori ed amministrativi cruciali, da un centinaio di magistrati all’uopo di volta in volta distaccati. O che, più in generale, da trent’anni il Parlamento di questo Paese, da chiunque governato, salvo isolate eccezioni non approva leggi rilevanti in materia di Giustizia penale senza il placet preventivo del potere giudiziario. Suvvia, dott. Di Matteo, non scherziamo! La riforma Cartabia, poi, sarebbe la peggiore della storia repubblicana, per le più varie ragioni. Per esempio, perché affida (era ora!) al Parlamento, e non al Procuratore di Campobasso piuttosto che di Termini Imerese, la indicazione delle priorità della politica criminale (visto che i Procuratori, a differenza del Parlamento, non ne rispondono a nessuno, dott. Di Matteo, pur essendo la scelta delle priorità un atto tecnicamente “politico”, come ci insegnava Zagrebelsky, mica Previti, già nel 1992). La separazione delle carriere, poi, sarebbe un orrore perché piaceva a Licio Gelli. Tipico ma assai diffuso caso di argomentazione ossessivo-compulsiva. Come dire che se a Gelli piaceva la matriciana, chi la predilige è uno piduista. Peccato che gli ordinamenti a carriere separate connotano le più grandi democrazie contemporanee (una volta tanto che possiamo apprezzare una idea di Gelli, gli spariamo addosso. Mah!). Infine, quale che sia l’esito del processo sulla Trattativa (una gragnuola di assoluzioni), il dott. Di Matteo è orgoglioso perché grazie ad esso la pubblica opinione “finalmente sa”. Con il che, badate bene, è definitivamente conclamata l’idea della indagine giudiziaria (e del processo) come strumento di divulgazione di “verità”  presunte, beninteso): delle vite umane coinvolte, e delle loro effettive responsabilità, chissenefrega. Grazie dunque al dott. Di Matteo ed al Fatto Quotidiano per questa impietosa, chiarissima fotografia di ciò che la magistratura italiana in tanta parte è ma soprattutto dovrà necessariamente smettere di essere, se vogliamo tornare davvero a vivere in un Paese rispettoso della propria Costituzione.

Di Matteo ultimo giustizialista: "Riforma incostituzionale". Stefano Zurlo il 2 Novembre 2021 su Il Giornale. Nel bunker delle toghe è rimasto da solo a sabotare il rinnovamento: "Legge Cartabia? La peggiore in 30 anni". È l'ultima toga in trincea. E bisogna dargli atto di aver sempre agito fuori dagli schemi e dalle cordate. Basterà ricordare che è stato lui, davanti al plenum del Csm, a svelare l'andirivieni dei verbali dell'avvocato Amara schierandosi senza se e senza ma a difesa di Sebastiano Ardita, finito nel mirino di Piercamillo Davigo. Davigo è appunto fuori gioco, Francesco Greco si trova a guidare a un passo dalla pensione una procura di rito ambrosiano divisa in fazioni, Ilda Boccassini coltiva la memorialistica. Lui, Antonino Di Matteo, scrive con Saverio Lodato un libro, I nemici della giustizia, Rizzoli, nome che è tutto un programma: sembra di essere tornati a dieci-quindici anni fa, quando i magistrati parlavano ex cathedra, scomunicavano le proposte della politica, falciavano l'erba nuova del cambiamento con giudizi affilati. Il primo bersaglio è la riforma Cartabia, peraltro caldeggiata dall'Europa: «La ritengo una delle peggiori degli ultimi trent' anni - spiega al Fatto quotidiano - L'Europa chiedeva di accelerare i processi, ma se fosse stata in vigore la riforma Cartabia, processi importanti come quello per il crack Parmalat, la strage di Viareggio e per le violenze nella scuola Diaz di Genova del 2001, si sarebbero conclusi nel nulla». È una storia che si ripete con disarmante continuità dai tempi di Mani pulite: ogni ipotetica riforma porterebbe fatalmente - a dare retta ai giustizialisti di turno - all'azzeramento di dibattimenti importantissimi, sarebbe un assist per colletti bianchi corrotti e delinquenti di ogni risma, avrebbe un impatto drammatico se non apocalittico sul sistema. Con questa tecnica collaudata, tutti i tentativi di rinnovare la macchina si sono arenati, oggi la percezione è cambiata ma non per tutti. Dal suo bunker, Di Matteo lancia l'allarme e chiama a raccolta le truppe disperse nella nebbia che ha avvolto i giudici italiani. «Questa normativa - insiste a proposito della Cartabia - presenta per me aspetti di evidente incostituzionalità. Va nella stessa direzione del processo breve voluto dal premier Berlusconi e dal ministro Alfano nel 2009». Insomma, l'ex presidente della Consulta avrebbe messo la faccia e il nome su una legge fuori dal perimetro della nostra Costituzione. E, oltre tutto, pericolosamente vicina alla norma voluta dal Cavaliere nel 2009. Insomma, l'Italia ha voltato pagina, ma le ossessioni per qualcuno restano sempre le stesse. E il cantiere legislativo finalmente aperto avrebbe solo lo scopo di punire le toghe: «Dobbiamo indignarci. Sono tanti quelli che vogliono approfittare di questo momento difficile per regolare i conti con i magistrati che hanno saputo esercitare il controllo di legalità». Certo, con l'onestà intellettuale che gli si deve riconoscere, Di Matteo punta il dito contro «il correntismo, la corsa sfrenata alla carriera... il collateralismo con la politica» di tanti colleghi che hanno giocato di sponda con il Palazzo. Di Matteo è e resta un libero battitore, un uomo esemplare per coraggio e tenacia, ma la sua visione è prigioniera di quella mentalità militante: si dice contrario a 5 dei referendum, mentre il sesto è inutile, e quando si arriva alla separazione delle carriere non rinuncia a citare Licio Gelli, esattamente come facevano molti dirigenti dell'Anm nei convegni di 15 o 20 anni fa: «Il primo piano in tal senso era quello di Rinascita Democratica di gelliana memoria, poi è diventato una bandiera di Forza Italia e del centrodestra. L'appiattimento dei giudici sui pm è un falso storico». Avanti di corsa, verso un passato glorioso, rivendicato anche se conteneva i germi della malattia e del declino. E il verdetto sui rapporti Stato-mafia che ha smontato la sua inchiesta? «Nessuna sentenza - risponde l'inscalfibile Di Matteo - potrà mai cancellare i fatti storici emersi in quel processo». Stefano Zurlo

Di Matteo non si rassegna: “La Trattativa? Fatti emersi nel processo”. Nino Di Matteo, consigliere togato del Csm, prima critica la riforma Cartabia, poi dice di avere la coscienza a posto sulla trattativa "Stato-mafia". Il Dubbio l'1 novembre 2021. Nino Di Matteo, consigliere togato del Consiglio Superiore della Magistratura, nel suo ultimo libro critica le Istituzioni che rappresenta e rivolte un attacco diretto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, ritenendo che l’ultima riforma approvata sia dalla Camera che dal Senato “violi la Carta Costituzionale”. Le dichiarazioni dell’ex pm della trattativa “Stato-Mafia” arrivano nell’ambito di un’intervista rilasciata dal magistrato siciliano al “Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio. Nel libro, infatti, Di Matteo, in riferimento al caso di Luca Palamara, scrive che l’ex capo dell’associazione nazionale magistrati “era una pedina di un sistema collaudato. Le toghe sbagliano se credono di aver guarito i loro mali punendo solo alcuni dei protagonisti del gioco”.

Referendum sulla giustizia

Di Matteo, rispondendo a una domanda del giornalista Marco Lillo sui referendum sulla giustizia, afferma di essere contrario a cinque dei sei quesiti posti. “Il sesto, quello sulle firme necessarie per presentare la candidatura al Csm, per me è inutile perché non serve a evitare lo strapotere delle correnti”. E spiega, inoltre, il motivo per il quale è contrario alla separazione delle carriere. “Il primo piano in tal senso era quello di Rinascita Democratica di gelliana memoria. Poi è diventata una bandiera di Forza Italia e del centrodestra nella seconda repubblica. L’appiattimento dei giudici sui pm è un falso storico. Basta vedere le statistiche: i giudici disattendono spesso le richieste dei pm. Inoltre sul passaggio da una funziona all’altra i paletti sono già alti”.

Riforma Cartabia

Netta, dal suo punto di vista, la bocciatura sulla riforma voluta da Marta Cartabia. “La ritengo una delle peggiori riforme degli ultimi 30 anni”. Parole già sentite da Nicola Gratteri. “L’Europa chiedeva di accelerare i processi ma se fosse stata in vigore la riforma Cartabia, processi importanti come quello per il crack Parmalat, la strage di Viareggio o per le violenze nella scuola Diaz di Genova nel 2001, si sarebbero conclusi nel nulla. Questa normativa presenta per me aspetti di evidente incostituzionalità. Va nella stessa direzione del processo breve voluto dal premier Berlusconi e dal ministro Alfano nel 2009. Allora però ci fu una forte reazione” da parte della magistratura che secondo Di Matteo oggi è “silente o addirittura favorevole alla riforma Cartabia”.

Di Matteo e la Trattativa “Stato-mafia”

La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha ribaltato il giudizio di primo grado, assolvendo i carabinieri e i politici dalla presunta trattativa “Stato-mafia”. Di Matteo sull’argomento preferisce attendere le motivazioni per dare un giudizio complessivo, anche se qualcosa la dice. “Sono a posto con la coscienza e sono orgoglioso di aver contribuito con i miei colleghi, pm e giudici, a far emergere fatti oggi incontestabili che solo la nostra tenacia ha fatto riemergere da archivi nascosti e polverosi. L’opinione pubblica aveva anche il diritto e forse anche il dovere di sapere che nel periodo delle stragi, Cosa Nostra ha agito nell’ottica di un dialogo a suon di bombe con lo Stato. Nessuna sentenza potrà mai cancellare i fatti storici emersi in quel processo”.

Boccassini: "Pressioni da De Gennaro Per non far processare Berlusconi". Affari Italiani l’8/10/2021. Ilda Boccassini: "Pressioni da De Gennaro per prosciogliere Berlusconi". Ilda Boccassini nel suo libro in uscita "La stanza numero 30" si racconta apertamente. Dall'amore segreto con Giovanni Falcone alle pressioni ricevute dall'ex capo della polizia De Gennaro per non processare Berlusconi. "Dall’inizio alla fine - si legge su Repubblica - sono stata una figura ingombrante per la mia categoria, per la politica e per quei cittadini che mi vedevano come un demonio o come un angelo vendicatore. Ovviamente non sono mai stata né l’uno né l’altro, ma questo è il destino di “Ilda la Rossa” ed è arrivato il momento di accettarlo con serenità, di elaborarlo come si fa con i traumi e le ferite che guariscono, ma lasciano in ricordo una cicatrice permanente». Nel suo libro - prosegue Repubblica - ci sono la rivelazione di episodi, tanto importanti quanto per lei dolorosi. Il 10 novembre 2000 Gianni De Gennaro, il capo della Polizia la chiama a Roma. Tra loro c’è stato «un rapporto intenso: gli volevo bene, lo stimavo». Ma quel giorno si trova davanti una persona diversa: «Senza preamboli e con il suo tono ruvido, il capo della polizia mi chiese cosa stessi “combinando a Milano”, aggiungendo che in tutti quei mesi aveva faticato a tenere a bada Berlusconi e i suoi, che si era speso per “evitarmi il peggio”. Rimasi sbalordita, spiazzata da quel discorso così diretto che nemmeno mi venne in mente di collegare quella rampogna alla contestazione suppletiva (proprio contro Berlusconi ndr) che avrei depositato pochi giorni dopo al processo Sme-Toghe sporche. Invece era proprio quella scadenza imminente — anzi, il tentativo di neutralizzarla — che rendeva De Gennaro tanto aggressivo». Boccassini se ne va sbattendo la porta.

Gianluca Di Feo per “la Repubblica” l'8 ottobre 2021. - ESTRATTO: 10 novembre 2000. Gianni De Gennaro la chiama a Roma. Tra loro c'è stato «un rapporto intenso: gli volevo bene, lo stimavo». Ma quel giorno si trova davanti una persona diversa: «Senza preamboli e con il suo tono ruvido, il capo della polizia mi chiese cosa stessi "combinando a Milano", aggiungendo che in tutti quei mesi aveva faticato a tenere a bada Berlusconi e i suoi, che si era speso per "evitarmi il peggio". Rimasi sbalordita, spiazzata da quel discorso così diretto che nemmeno mi venne in mente di collegare quella rampogna alla contestazione suppletiva (proprio contro Berlusconi ndr ) che avrei depositato pochi giorni dopo al processo Sme-Toghe sporche.  Invece era proprio quella scadenza imminente - anzi, il tentativo di neutralizzarla - che rendeva De Gennaro tanto aggressivo». Boccassini se ne va sbattendo la porta. In altri capitoli contesta «i cattivi maestri, capaci solo di infiammare le coscienze dei giovani con messaggi falsi e fuorvianti, discorsi piagnucolosi sulla fatica di vivere scortati». Dedica un cameo ruvido a Nicola Gratteri, «che creava tensione con il suo vantarsi di una conoscenza della 'ndrangheta talmente approfondita e a suo dire unica da ricavarne bizzarramente (poiché era il solo a esserne convinto) un senso di superiorità nei nostri confronti». Critica Antonio Ingroia e Nino Di Matteo per le scelte investigative e gli errori sulla Trattativa. E di Roberto Scarpinato scrive: «Non ho mai apprezzato il suo stile da narciso siciliano perfettamente rappresentato dalla sua acconciatura alla D'Artagnan ». Molto negativo il giudizio sul procuratore di Milano Francesco Greco, un altro amico da cui si è sentita tradita. «La situazione in cui mi trovavo si faceva ogni giorno più incresciosa, ma non volevo lamentarmene con i colleghi. Ne parlavo soltanto con Paolo Storari, pur sapendo che molti altri magistrati erano indignati per il prolungarsi delle non-scelte di Greco. I mesi trascorrevano lenti, mentre cominciava a prendere forma il progetto organizzativo del nuovo procuratore, tanto favorevolmente accolto dai membri della commissione che ne aveva deciso la nomina, a cominciare da Paola Balducci, convinta sostenitrice di Greco, oltre che indiscussa rappresentante della logica spartitoria, come sarebbe emerso dalle chat di Luca Palamara». Valutazioni destinate ad avere un riflesso nelle indagini sul caso Amara, che hanno spezzato la procura di Milano, mettendo Greco e Storari l'uno contro l'altro. E prosegue: «Quanto alla vicenda che, a partire dal cellulare di Palamara, ha terremotato il Csm, il dato sconfortante che emerge, oggi ancora più che in passato, è la ricerca spasmodica di fette di potere da parte di troppi magistrati, la svendita della propria funzione per pochi spiccioli, un regalo, un favore, una poltrona per sé, una spintarella per un parente». Boccassini è spietata verso il Csm, l'Associazione magistrati e le correnti, diventate volano di un sistema contaminato. «Sono ancora troppi i comportamenti opachi, forse non penalmente rilevabili, ma senza dubbio deontologicamente censurabili. Se Cosa nostra in Sicilia ha potuto vivere e prosperare per decenni, lo si deve anche - non solo, ovviamente, ma anche - all'inerzia di una magistratura pigra, pavida, in alcuni casi collusa. E se la corruzione ha potuto minare le fondamenta dello Stato, lo si deve anche a pezzi di magistratura che hanno volutamente distolto lo sguardo, oppure non hanno capito o si sono lasciati corrompere». Boccassini sa che la sua ostinazione le ha stroncato la carriera - è andata in pensione come semplice pm - e le ha complicato la vita.

Così Boccassini nascose i "consigli" di De Gennaro. Luca Fazzo il 9 Ottobre 2021 su Il giornale. L'ex pm svela, vent'anni dopo, il pressing dell'allora capo della Polizia: "Provò a fermarmi su Berlusconi". Forse era meglio dare retta a Gianni De Gennaro. O forse era più giusto denunciarlo: come si permette il capo della Polizia di urlare contro un pubblico ministero, premere perché non indaghi contro un potente, impedirgli di fare il suo dovere? Invece Ilda Boccassini non fece nessuna delle due cose. Non denunciò il suo amico De Gennaro. Ma nemmeno gli diede retta: proseguì a testa bassa nella sua offensiva contro Silvio Berlusconi, sfoderando contro l'ex premier una nuova accusa, nuova puntata di un assedio che durava ormai da cinque anni. Una accusa destinata nel giro di una manciata di anni a rivelarsi infondata. Il ruolo di De Gennaro - l'uomo più potente della sicurezza pubblica italiana - nei processi a Berlusconi non si sarebbe mai saputo se non l'avesse rivelato la Boccassini nel suo libro di memorie, La stanza numero 30, appena uscito da Feltrinelli: e che sta facendo notizia soprattutto per quanto la dottoressa rivela sui suoi rapporti affettuosi con Giovanni Falcone. Ma nel libro c'è molto altro. C'è l'autoritratto della protagonista di una stagione cruciale della giustizia italiana. E ci sono rivelazioni (vere fino a prova contraria) su episodi chiave. Come quello su De Gennaro che nel novembre 2000 convoca la pm nel suo ufficio al Viminale (e già questo sarebbe irrituale), e quando arriva le chiede «cosa stai combinando a Milano?». Il riferimento è la nuova accusa che la dottoressa sta preparando in quei giorni contro Silvio Berlusconi nel processo Sme: corruzione giudiziaria, un reato assai pesante che metterebbe il processo al riparo dalla prescrizione. De Gennaro rivela a Ilda che i suoi colleghi, a partire dal capo Gerardo D'Ambrosio, non sono d'accordo con lei. E «per il bene di tutti» le chiede di ripensarci. Come andò a finire? Lei non ci ripensò, formulò la nuova accusa contro il Cavaliere. E anche da quella imputazione, come da tutte le altre del caso Sme, Berlusconi venne assolto «per non avere commesso il fatto»: esito del processo cui, nel suo libro, Ilda la Rossa dedica due righe. Ma la domanda vera è un'altra: perché ha taciuto per vent'anni? Perché non fece una relazione sull'ingerenza senza precedenti del superpoliziotto in un processo così delicato? Non è l'unica domanda che il libro lascia sospesa. C'è la storia del pentimento di Salvatore Cancemi, che accusa Berlusconi di avere pagato Cosa Nostra: rovinato in buona parte, scrive, da uno scoop di Repubblica. Ilda dice di essere rimasta «annichilita e sconvolta» dalla fuga di notizie. Ma aggiunge anche che anni dopo, davanti a un bicchiere di whisky, il cronista autore dello scoop le rivela l'identità della fonte. È un uomo che Ilda dice di «conoscere bene». Ma che non denuncia, anche se ha danneggiato un'indagine cruciale. Perché? Chi era la «talpa»? Storie recenti e storie remote, in cui Ilda - e qui è difficile darle torto - si dipinge come una «selvaggia», fuori dalle correnti e dai giochi di potere dei colleghi. Ma costellate di valutazioni impietose. Alcune destinate a chi non può più difendersi, come Giovanni Tinebra, suo capo a Caltanissetta. Alcune, spassosissime, dedicate alla vanità di Giancarlo Caselli (che in missione in Usa cerca la lacca per la chioma) o di Roberto Scarpinato, «narciso siciliano con l'acconciatura alla D'Artagnan». Alcune di violenza sorprendente, come il passaggio dedicato al suo ultimo capo, Francesco Greco, suo amico per decenni: che la emargina non solo dalle inchieste antimafia ma anche dai dibattiti, dove «senza interagire con me intratteneva le platee su tematiche di cui non era esperto». E, su tutte le trecento pagine, l'ombra di Falcone. Che, tra un viaggio e un tuffo in mare, l'ammoniva a fare processi solo con prove irrefutabili. Invano. (17 ottobre 1991, Falcone fuma nel cortile della prefettura di Milano. Un cronista gli chiede una parola di solidarietà per la Boccassini, che Borrelli ha appena cacciato dal pool antimafia. E Falcone, sbuffando: sta parlando con la persona sbagliata")

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Ilda Boccassini scaricata dal Fatto Quotidiano: "Fuori il nome della talpa che salvò Silvio Berlusconi. Libero Quotidiano il 13 ottobre 2021. Quando si tratta di andare contro Silvio Berlusconi, al Fatto Quotidiano sono disposti pure a “torchiare” un loro totem come Ilda Boccassini. Nell’edizione odierna, Peter Gomez si è soffermato su un passaggio del libro scritto dall’ex magistrato sulla talpa che salvò il Cav alla vigilia delle elezioni del 1994. “Fa rabbia - ha scritto uno dei fondatori del Fatto - leggere nel libro di Ilda Boccassini come qualcuno (un funzionario di Stato o un magistrato?) Abbia con una fuga di notizie ‘consapevolmente’ bruciato le indagini sul denaro che, secondo i pentiti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri versavano periodicamente a Cosa Nostra”. I fatti risalgono al 18 febbraio 1994, quando la Boccassini si trovava a Caltanissetta per indagare sull’omicidio di Giovanni Falcone: quel giorno interrogò Salvatore Cancemi, leggende del mandamento mafioso di Porta Nuova. L’ex magistrato ha scritto nel suo libro che quel giorno Cancemi ricordò “di aver assistito, in più occasioni, al passaggio di decine di milioni di lire in banconote usate” e che la consegna dei soldi era ancora in corso. Allora la Boccassini si rivolse al capitano Ultimo per mettere sotto sorveglianza Pierino Di Napoli, il capo della famiglia di Malaspina che secondo i magistrati riceveva il denaro di Berlusconi. Il 24 marzo 1994, tre giorni prima delle elezioni vinte da Berlusconi, su Repubblica venne pubblicato il verbale di Cancemi: a quel punto l’indagine morì, dato che Di Napoli si chiuse in casa. “Per 17 anni il mistero resiste - scrive Gomez - poi una sera D’Avanzo (uno degli autori dello scoop, ndr) rivela alla sua amica Boccassini il nome della fonte. Racconta di aver ricevuto una telefonata a casa da parte di una persona che conosceva da anni. Di essere stato invitato dalla fonte nella sua abitazione romana, distante una decina di minuti in auto, di aver trovato lì un uomo ‘con le lacrime agli occhi e delle carte in mano’: i verbali segreti di Cancemi”. Boccassini però non ha rivelato il nome nel suo libro e questo fa schizzare Gomez: dovrebbe farlo, d'altronde c'è Berlusconi di mezzo...

"Niente analisi delle sue carte di credito". Boccassini e quel no alle indagini su Falcone. Felice Manti e Edoardo Montolli l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Resta il giallo sul viaggio in Usa del giudice, a caccia di conferme da Buscetta. Al di là delle polemiche sull'amore per Giovanni Falcone rivelato da Ilda Boccassini, l'inedito risvolto privato riaccende i fari su uno dei fatti più misteriosi della Prima Repubblica: il viaggio a Washington del giudice palermitano alla fine di aprile del 1992. Fu infatti proprio Ilda Boccassini, da titolare delle indagini, a vietare che venissero controllate le sue carte di credito - cosa che avrebbe permesso di accertare l'esistenza del viaggio - per non invadere la sfera privata di Falcone, così come avrebbe testimoniato al Borsellino quater molti anni più tardi. Ossia apprendiamo oggi la privacy dell'uomo che amava. Per capire l'importanza di quel viaggio, bisogna tornare al 18 marzo 1992, quando venne diffusa una circolare del Sisde a tutti i prefetti. Il documento ipotizzava un presunto piano di destabilizzazione dell'Italia ordito all'estero con attentati da marzo a luglio. E venne diffuso perché una settimana prima, il 12 marzo, era stato ammazzato Salvo Lima. Fu allora che Falcone disse al ministro della giustizia Claudio Martelli che sarebbe andato in America da Tommaso Buscetta, per i rapporti che il pentito sosteneva di aver avuto con Lima. Ma verosimilmente per chiedergli lumi sul piano di destabilizzazione. Di fatto, tre giorni dopo la strage si diffusero varie voci di un viaggio a Washington del giudice un mese prima di morire. Ma il ministero della giustizia smentì. Un lapsus collettivo? Forse. Solo che Falcone aveva due agende elettroniche, una Casio e una Sharp, su cui segnava gli appuntamenti. I consulenti informatici Luciano Petrini e l'allora commissario capo Gioacchino Genchi scoprirono che una di esse, la Casio, era stata cancellata in maniera non accidentale dopo il sequestro. Recuperarono il contenuto e si accorsero che tra il 28 aprile e il 2 maggio Falcone aveva davvero appuntamenti negli Stati Uniti. Non solo. Dai tabulati telefonici Genchi si accorse che in quei giorni i telefoni del giudice non andarono, segno che poteva trovarsi all'estero, dove non prendevano. Chiese così di acquisire i dati dell'American Express di Falcone, per accertare se il giudice fosse stato o meno negli Usa. D'altra parte il viaggio negli Usa venne presto confermato anche dal procuratore di Brooklyn Charles Rose, dall'avvocato Dick Martin, ex Fbi, e da Larry Byrne, funzionario del dipartimento di Giustizia americano. Ma poi giunse, anche qui, una smentita collettiva. Tuttavia, e questo è inquietante, il ministero non disse mai dove fosse stato Falcone in quella settimana: diede modo di conoscerne tutti gli spostamenti, tranne che per quella settimana. Appare impossibile che nessuno sapesse dove fosse stato l'uomo più scortato e protetto d'Italia. C'era davvero un piano per destabilizzare l'Italia? Falcone ne parlò con Buscetta? Buscetta era come avrebbe sostenuto il boss Gaetano Badalamenti coinvolto in un piano contro Giulio Andreotti? Ilda Boccassini, il 21 gennaio 2014, a Caltanissetta, definì di aver verificato che il viaggio era «una menzogna», ma nemmeno lei disse dove fosse stato tra il 28 aprile e il 2 maggio 1992. Quanto ai controlli della carta di credito chiesti da Genchi e negati: «... non ritenevo che dovesse essere oggetto lui di indagini... una ricerca ossessiva dei suoi tabulati, le carte di credito, i viaggi effettuati... Dissi a Tinebra che... avrei avuto difficoltà a continuare una collaborazione con la polizia di Stato se fosse rimasto Genchi». Ma le cose non tornano. Il procuratore Sergio Lari fece presente che agli atti non c'era nulla sul suo disagio per Genchi, anzi: risultava una lettera di disappunto perché il poliziotto aveva lasciato il gruppo d'indagine nel maggio 1993. Di più. Allo stesso processo Genchi ricorderà che la sua richiesta di acquisire le carte di credito risaliva a molto prima, all'ottobre 1992 «quindi se io dovevo essere allontanato, non dovevo essere applicato forzatamente con delega ad personam». E infine: «Tra l'altro avevo i tabulati di Falcone, sapevo tutte le chiamate che faceva e che riceveva sui due telefoni, quindi che invasività c'era?». Felice Manti e Edoardo Montolli

Giustizia nel caos: Boccassini in tv dopo 23 anni e Berlusconi ne esce a pezzi: “Così la democrazia muore”. Da Iacchite il 31 Ottobre 2021. Ilda Boccassini, ex pm milanese che ha scritto più di una pagina della storia giudiziaria italiana, è tornata in tv dopo 23 anni (l’ultima volta fu intervistata da Enzo Biagi su Rai Uno), sbarcando su La7 per una chiacchierata esclusiva con Enrico Mentana. Diversi i temi trattati, inevitabile che si parlasse di Silvio Berlusconi. “Non si doveva arrivare al processo Ruby“, scandisce, per poi aggiungere: ”Il problema era che in discussione c’era proprio la possibilità di fare il processo. Tutto quello che è stato utilizzato, le leggi ad hoc (o ad personam) e i rinvii, è stato fatto perché non si doveva arrivare al momento in cui si dice in nome del popolo italiano”. L’ex magistrato sottolinea che ”non si sono mai difesi nel processo; si sono difesi fuori dai processi dilatando i tempi. Lì si è fatto di tutto per allungare e creare un ostacolo alla democrazia, abbattere il diritto vuol dire che la democrazia muore”. La Boccassini non ha nemmeno risparmiato alcuni colleghi: “Non ho sentito il canto delle sirene che hanno sentito troppi colleghi. Rimanere con i piedi per terra quando ti dicono che sei Dio in terra non è facile”. ”La maggior parte dei magistrati fa il suo mestiere – aggiunge – ma la pubblicizzazione di alcuni personaggi ha determinato la deriva e la sindrome imitativa”. Spazio poi alla discussa confessione sentimentale relativa al legame che ebbe con Giovanni Falcone. Confessione che ha sollevato critiche. A biasimare ‘Ilda la Rossa’ c’è stata anche la sorella del giudice assassinato dalla mafia: “C’è questa voglia di creare scandali dappertutto, è la deriva che mi dispiace come lettrice. Ho deciso di mettermi a nudo e dovevo mettere a nudo anche i pezzi più privati, non puoi separare pubblico e privato”. E ancora: “Omettere questo non sarebbe stato giusto per i miei figli, per me e per Giovanni. Io voglio bene a Maria Falcone e lei sa che suo fratello è stata una persona importante e ho giurato all’obitorio che mai nessuno potesse distruggere la sua immagine. Se questo libro, ha fatto pensare invece il contrario allora vuole dire che ho fallito”. Per quel che riguarda se stessa, si è descritta come una donna “fragile ma forte, mamma imperfetta, che si commuove spesso e che si è commossa spesso nella vita”, ma che allo stesso tempo ha dovuto “crearsi un’immagine da dura”, proprio come fece Falcone: “Anche lui metteva delle maschere, perché lui si difendeva”.

Ilda Boccassini da Mentana, che mazzate a Berlusconi. L'amore segreto, cosa rivela (ancora) su Falcone. Il Tempo il 31 ottobre 2021. "Perché ho voluto scrivere quelle parole? Domanda inevitabile". Ilda Boccassini, la magistrata e storica antagonista giudiziaria Silvio Berluconi, è stata la protagonista dello special Esclusivo La7 di Enrico Mentana, sabato 30 ottobre. Non poteva mancare un passaggio sulla storia con Giovanni Falcone rivelata nel suo libro e che ha provocato aspre polemiche sull'opportunità di tirare fuori la storia - di cui molti sapevano, sottolinea Mentana - a tanti anni di distanza. "La cosa che più mi ha ferito è perché non immaginavo che ci fosse questa voglia di trovare scandali dappertutto. Mi dispiace per la malvagità", premette la Boccassini. "Ho deciso di mettermi a nudo, mettendo in questi puzzle anche i pezzi più privati. Non sarebbe stato giusto per me e per i miei figli, anche per Giovanni", sostiene l'ex magistrata che torna in tv per la prima volta dai tempi dell'intervista a Il Fatto di Enzo Biagi. Insomma, nessun pentimento di aver rivelato la vicenda.  "L'innamoramento per la bellezza di Falcone" è stato pe me "come una statua di Michelangelo, un quadro di Caravaggio", dice la Boccassini. "Un atto di coraggio", sottolinea abbastanza clamorosamente Mentana. Su quanto ha scritto Maria Falcone, che ha risposto con sdegno a una satira sul libro della Boccassini, "Ilda la rossa" non entra nel merito: "La conosco bene, e lei sa molto di me. Sa che suo fratello è stato molto importante per me. Ho giurato in obitorio che non avrei permesso a nessuno di distruggere" l'immagine di Falcone. Nell'intervista la Boccassini e Mentana hanno affrontato le vicende giudiziarie che costellano la carriera della magistrata. Con il convitato di pietra Silvio Berlusconi, naturalmente. "Quando andavo in giro venivo bombardata dai fotografi, riconosciuta da tanta gente, mi è capitato persino di essere applaudita mentre mi trovavo al ristorante. Pur essendo stata oggetto non solo di linciaggio ma anche di affetto, non mi sono però mai fatta prendere dal canto delle sirene. E non è facile restare con i piedi per terra quando tutti ti dicono 'Tu sei Dio'. Un esempio? La copertina dell'Espresso del 1996 su cui c'era scritto "Forza Ilda": quando l'ho vista mi sono inc***ata" racconta. Si entra pure nel dettaglio, con un passaggio sulla vicenda di Karima El Marough, nota come Ruby Rubacuori. "Il problema era che in discussione c’era proprio la possibilità di fare il processo. Tutto quello che e stato utilizzato, le leggi ad hoc e i rinvii è stato fatto perché non si doveva arrivare al momento in cui si dice in nome del popolo italiano" attacca l’ex pm milanese sul processo Ruby. L’ex magistrato ricorda che "non si sono mai difesi nel processo; si sono difesi fuori dai processi dilatando i tempi, lì si è fatto di tutto per allungare e creare un ostacolo alla democrazia, abbattere il diritto vuol dire che la democrazia muore", è l'affondo della Boccassini a La7. 

Boccassini intervistata da Mentana: «Nelle inchieste ho sempre cercato di non fare la fine di Squid Game». Redazione cronache su Il Corriere della Sera il 31 ottobre 2021. L’ex magistrato allo Speciale di Mentana su La7 dopo le polemiche sulle rivelazioni nel suo ultimo libro: «Giovanni ostacolato anche da quelli che si definivano amici». Le inchieste sulla mafia, i processi a Berlusconi, il ricordo di Giovanni Falcone. L’ex magistrato Ilda Boccassini si è raccontata in una lunga intervista a «Esclusivo 7. Parla Ilda», lo speciale di Enrico Mentana andato in onda venerdì sera su La7. Dopo l’uscita del suo ultimo libro (La stanza numero 30. Cronache di una vita) e le polemiche che ne sono scaturite, Boccassini è tornata a parlare del magistrato ucciso a Capaci nel 1992. «Giovanni Falcone ha avuto persone che gli hanno voluto bene nella magistratura, come Paolo Borsellino, ma in troppi lo hanno ostacolato, quelli che si definivano amici, quelli che lo detestavano». Poi ha aggiunto: «Quando ho conosciuto Giovanni Falcone ho cominciato a “sfruttarlo”, la sua sapienza, il suo modo di fare indagini, volevo apprendere tutto». E quanto al legame personale rivelato nel libro, Boccassini ha aggiunto, rivolgendosi anche a Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia con la moglie e la scorta: «Ho giurato, quando sono andata all’obitorio, che non avrei mai consentito che qualcuno potesse distruggere la sua immagine. Se questo libro in qualcuno ha creato questo meccanismo allora vuol dire che ho fallito nell’impresa».

Processo Ruby

Boccassini interviene anche su Berlusconi e il processo Ruby: «Il problema era che in discussione c’era proprio la possibilità di fare il processo. Tutto quello che e stato utilizzato, le leggi ad hoc e i rinvii è stato fatto perché non si doveva arrivare al momento in cui si dice in nome del popolo italiano». L’ex magistrato commenta che gli imputati «non si sono mai difesi nel processo; si sono difesi fuori dai processi dilatando i tempi, lì si è fatto di tutto per allungare e creare un ostacolo alla democrazia, abbattere il diritto vuol dire che la democrazia muore».

Squid game

In generale sulla sua lunga carriera di inquirente osserva: «Quello che mi è capitato non cercandolo, in tutte le inchieste, in un mondo molto più grande di me e che era difficile starci dentro con i piedi giusti, era di non fare la mossa sbagliata e fare la fine di Squid Game, perché muori, non solo fisicamente, ma anche dentro». E , infine, un’accusa ai colleghi che hanno scelto strade diverse: «Non no sentito il canto delle sirene che hanno sentito troppi colleghi. Rimanere con i piedi per terra quando ti dicono che sei dio in terra non è facile».

Il ritorno della Boccassini in tv e il nuovo fango su Berlusconi. Domenico Ferrara il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. Le premesse c'erano tutte. E alla fine l'attacco nei confronti dell'acerrimo nemico è arrivato. Le premesse c'erano tutte. E alla fine l'attacco nei confronti dell'acerrimo nemico è arrivato. Il ritorno di Ilda Boccassini in tv dopo 23 anni dall'intervista con Enzo Biagi su Rai 1 non ha lasciato spazio a grandi sorprese. Il fango contro Berlusconi è sempre il solito refrain. Un'ossessione che non sparisce neppure sotto i riflettori degli studi di La7. "Il problema era che in discussione c'era proprio la possibilità di fare il processo. Tutto quello che è stato utilizzato, le leggi ad hoc e i rinvii è stato fatto perché non si doveva arrivare al momento in cui si dice in nome del popolo italiano. Non si sono mai difesi nel processo; si sono difesi fuori dai processi dilatando i tempi, lì si è fatto di tutto per allungare e creare un ostacolo alla democrazia, abbattere il diritto vuol dire che la democrazia muore", ha sparato a zero l'ex pm di Milano, intervistata da Enrico Mentana, ricordando il processo Ruby. Ilda la rossa rammenta anche un altro episodio, per certi versi emblematico, quando il leader di Forza Italia si presentò in tribunale a Milano per rilasciare delle dichiarazioni spontanee e allora "fui costretta a stringergli la mano". Una frase che lascia trapelare una sorta di odio e di disgusto nei confronti dell'allora imputato Berlusconi con il quale "c'è stata una conflittualità che spero non ci sia mai più". Nel resto dell'intervista, l'ex magistrato torna a parlare della discussa confessione dell'amore nei confronti di Giovanni Falcone. Confessione che ha destato molto scalpore arrivando a scatenare anche l'ira della sorella del giudice assassinato dalla mafia: "C'è questa voglia di creare scandali dappertutto, è la deriva che mi dispiace come lettrice. Ho deciso di mettermi a nudo e dovevo mettere a nudo anche i pezzi più privati, non puoi separare pubblico e privato. Omettere questo non sarebbe stato giusto per i miei figli, per me e per Giovanni. Io voglio bene a Maria Falcone e lei sa che suo fratello è stata una persona importante e ho giurato all'obitorio che mai nessuno potesse distruggere la sua immagine. Se questo libro, ha fatto pensare invece il contrario allora vuole dire che ho fallito", dice la Boccassini. Che poi, durante il corso dell'intervista ne ha anche per i colleghi, rei di aver "sentito il canto delle sirene" che lei non ha sentito. Perché "rimanere con i piedi per terra quando ti dicono che sei dio in terra non è facile". Lei si descrive come una persona "fragile ma forte, mamma imperfetta, che si commuove spesso e che si è commossa spesso nella vita", ma che allo stesso tempo ha "creato un'immagine da dura", ha "sfruttato" Falcone per apprendere, per la sua sapienza. Anche lui metteva delle maschere, perché lui si difendeva".

Domenico Ferrara. Palermitano fiero, romano per cinque anni, milanese per scelta. Sono nato nel capoluogo siciliano il 9 gennaio del 1984. Amo la Spagna, in particolare Madrid. Sono stato un mancato tennista, un mancato giocatore di biliardo, un mancato calciatore, o forse preferisco pensarlo...

Ilda Boccassini schifata, "costretta a stringere la mano a Berlusconi": la frase vergognosa dell'ex pm. Libero Quotidiano il 31 ottobre 2021. Ilda Boccassini si è lasciata intervistare da Enrico Mentana negli studi di La7, ben 23 anni dopo la prima (e fino a ieri unica) apparizione televisiva con Enzo Biagi. Un evento di un certo peso, che non è passato inosservato data l’importanza storica della figura dell’ex magistrato, ma allo stesso tempo non sono mancate delle uscite contro Silvio Berlusconi, per il quale sembra nutrire una sorta di ossessione, comune a diverse toghe. Ricordando il processo Ruby, la Boccassini ha infatti sparato a zero: “Il problema era che in discussione c’era proprio la possibilità di fare il processo. Tutto quello che è stato utilizzato, le leggi ad hoc e i rinvii, è stato fatto perché non si doveva arrivare al momento in cui si dice in nome del popolo italiano. Non si sono mai difesi nel processo, si sono difesi fuori dilatando i tempi. Lì si è fatto di tutto per allungare e creare un ostacolo alla democrazia, abbattere il diritto vuol dire che la democrazia muore”. Ma non è finita qui, perché a un certo punto l’ex magistrato ha tirato fuori anche un episodio riguardante il Cav che si può definire piuttosto emblematico: “Si presentò in tribunale a Milano e fui costretta a stringergli la mano. Con Berlusconi c’è stata una conflittualità che spero non ci sia mai più”.

Ilda Boccassini, ritorno in tv 23 anni dopo da Enrico Mentana: tam-tam a La7, fango e siluri contro Silvio Berlusconi. Libero Quotidiano il 30 ottobre 2021. Ventitré anni dopo, Ilda Boccassini torna in televisione. A suo modo, un appuntamento storico: l'ultima volta in cui "Ilda la Rossa" si era concessa al piccolo schermo risale al 1998, quando l'allora sostituto procuratore di Milano si fece intervistare da Enzo Biagi, su Rai 1. Questa sera, sabato 30 ottobre, la Boccassini apparirà in prima serata su La7 per un'intervista esclusiva condotta da Enrico Mentana a partire dalle 21.15. Un colloquio su mafia, magistratura e ovviamente su Silvio Berlusconi, bersaglio grosso della Boccassini per gran parte della sua carriera, bersaglio grosso contro il quale, c'è da scommetterci, tornerà a picchiare durissimo (soprattutto ora che il leader di Forza Italia è in corsa per il Quirinale nella successione a Sergio Mattarella). Dunque, si parlerà anche di Giovanni Falcone, dopo che Ilda, nel suo libro, ha recentemente confermato che con il giudice ebbe una tormentata relazione sentimentale: "Me ne innamorai. È molto complicato per me parlarne. Sicuramente non si trattò dei sentimenti classici con cui siamo abituati a fare i conti nel corso della vita. No. Il mio sentimento era altro e più profondo, non prevedeva una condizione di vita quotidiana, il bisogno di vivere l’amore momento per momento", scrive la Boccassini nel suo libro autobiografico. Per quel che riguarda la Boccassini, nella sua ultima apparizione televisiva da Biagi nel 1998, disse di non condividere "assolutamente" che un magistrato possa passare alla politica. E ancora, raccontò la sua esperienza al pool di Milano, che disse aver avuto "soltanto il merito di scoprire che l’Italia è stata governata per anni da un sistema di corruttela.

Ilda Boccassini e Alberto Nobili indagati per abuso d’ufficio. Ilda Boccassini e l'ex compagno Alberto Nobili, attuale pm di Milano, sono indagati per abuso d'ufficio. Ma la procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione. Il Dubbio il 9 settembre 2021. L’ex pm della procura di Milano, Ilda Boccassini, è stata iscritta nel registro degli indagati per per abuso d’ufficio assieme all’ex compagno, il magistrato milanese Alberto Nobili e il comandante della Polizia locale di Milano Marco Ciacci. Gli accertamenti investigativi sono partiti alcuni mesi fa dopo l’esposto presentato dall’ex comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato, candidato oggi per la Lega di Matteo Salvini a Milano. Tuttavia, la procura di Brescia ha chiesto l’archiviazione del pm. La palla quindi palla al gip.

La ricostruzione dei fatti. I fatti risalgono al 3 ottobre 2018, quando Alice Nobili, figlia di Ilda Boccassini e dell’attuale capo dell’antiterrorismo, investì con lo scooter sulle strisce il medico Luca Voltolin, 61 anni, deceduto dopo qualche giorno in ospedale. Il processo alla figlia di Ilda Boccassini La figlia di Ilda Boccassini fu condannata a nove mesi di carcere per omicidio stradale più un risarcimento in denaro. Secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, nelle chat agli atti dell’inchiesta, uno degli agenti della polizia municipale scriveva: «”L’alcol test non l’hanno fatto. Il comandante è andato sul posto, io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto”». E quindi le domande sono rimaste le stesse. Il pubblico ministero, però, non ha individuato alcun abuso di ufficio. Dopo l’incidente, «non sarebbe stato eseguito l’alcol test, cosa che di norma, anche se non obbligatorio, in incidenti del genere andrebbe fatto». Quindi, il 3 settembre il pm ha chiesto l’archiviazione.

La Bocassini è indagata. L'accusa chiede l'archiviazione. Luca Fazzo il 9/9/2021 su Il Giornale. Un dato è certo: la figlia di Ilda Boccassini, pm simbolo della lotta alla mafia, non venne sottoposta ad alcol test la sera in cui a Milano, a poca distanza da casa della madre, investì e uccise un pedone. Un dato è certo: la figlia di Ilda Boccassini, pm simbolo della lotta alla mafia, non venne sottoposta ad alcol test la sera in cui a Milano, a poca distanza da casa della madre, investì e uccise un pedone. Per questo la Procura della Repubblica di Brescia, competente per i reati commessi dai magistrati in servizio a Milano, ha iscritto tre persone nel registro degli indagati: si tratta della stessa Boccassini, del suo ex compagno e padre della ragazza Alberto Nobili, tuttora in servizio a Milano come pubblico ministero, e dell'attuale comandante della Polizia locale del Comune di Milano, Marco Ciacci. Ma pochi giorni fa, il 3 settembre, il pubblico ministero titolare dell'inchiesta ha chiesto l'archiviazione delle accuse di tutti gli indagati. Ora la richiesta dovrà passare al vaglio di un giudice preliminare, ma evidentemente la pubblica accusa ha ritenuto che non vi sia stata un abuso d'ufficio da parte di Ciacci, né una pressione illecita in questo da parte dei due illustri genitori della investitrice. A rendere nota l'esistenza dell'inchiesta a carico di Ciacci, di cui si parlava da tempo, è stato ieri il suo predecessore, l'ex comandante dei vigili Antonio Barbato, che ha reso noto di essere stato interrogato il 21 aprile a Brescia proprio nell'ambito del procedimento a carico dell'attuale capo dei «ghisa». A generare l'indagine era stata peraltro una denuncia dello stesso Barbato. Il tutto era reso delicato dal fatto che Barbato aveva perso poco tempo prima il posto proprio in seguito a una inchiesta del pool antimafia della Procura, in cui era stato intercettato; e che a indicare Ciacci come suo successore ideale al sindaco Sala erano stati proprio i vertici della Procura, che di Ciacci - fino a quel momento in servizio alla Polizia di Stato - avevano potuto saggiare nel corso degli anni la affidabilità. Barbato, che attualmente è sotto processo ma anche candidato al Consiglio comunale, non ha mai nascosto di sentirsi vittima di un complotto per spianare la strada a Ciacci, e di considerare il mancato esame etilico alla figlia delle due toghe una sorta di ringraziamento dovuto. Ma l'indagine bresciana ha accertato che Ciacci si limitò a intervenire per pochi minuti sulla scena, quando l'incidente sembrava ancora lieve. La figlia della Boccassini, peraltro, è astemia.

"Pressioni sui testimoni" Così i colleghi pm graziano la Boccassini. Stefano Zurlo il 10 Settembre 2021 su Il Giornale. La Procura ha chiesto subito l'archiviazione dell'indagine. Piena di stranezze e omissioni. Un brutto incidente stradale. Uno scooter investe un uomo che morirà in ospedale. È la sera del 3 ottobre 2018, ma a creare scompiglio quel giorno a Milano è il fatto che a guidare la moto è la figlia di due notissimi magistrati: Ilda Boccassini, allora procuratore aggiunto e oggi in pensione, e Alberto Nobili, capo dell'antiterrorismo. Sul posto arriva anche il comandante dei vigili urbani Marco Ciacci; una presenza irrituale, ma non l'unica stranezza di questa storia: la ragazza non viene sottoposta all'alcol test e nemmeno all'esame per stabilire se abbia assunto droghe. L'ex comandante della polizia municipale Antonio Barbato presenta un esposto alla procura di Brescia per segnalare le presunte anomalie della vicenda: ora si scopre che Boccassini, Nobili e Ciacci sono indagati a Brescia per abuso d'ufficio, ma il Fatto Quotidiano svela anche che la procura ha chiesto l'archiviazione per il terzetto eccellente. E Barbato, oggi candidato per la Lega a Milano, rilancia: «Ho già presentato opposizione, non sono soddisfatto per come sono state condotte le indagini, forse ci vorrebbe un supplemento di inchiesta». Insomma, per l'ex capo dei vigili, Brescia avrebbe potuto e potrebbe ancora fare di più. «Due testimoni - spiega lui al Giornale - mi hanno raccontato di aver subito pressioni in quei giorni nel corso del loro lavoro investigativo, ma con mia grande sorpresa ora mi dicono che la procura di Brescia non li ha mai convocati e ascoltati». Si ritorna dunque al 3 ottobre 2018. Un medico, Luca Valtolin, sta attraversando sulle strisce con la spesa in mano: siamo in viale Montenero, nel cuore della metropoli. La moto lo travolge: l'ambulanza parte col ferito in codice giallo, ma già all'arrivo in ospedale la situazione è cambiata. Valtolin, che ha picchiato la testa sull'asfalto, è in codice rosso e non sopravviverà allo scontro. In viale Montenero accorre Nobili e poco dopo giunge anche il comandante Ciacci. Chi l'ha avvisato? Davanti alla Commissione sicurezza del Comune di Milano, Ciacci dirà che è stato Nobili a dargli la notizia, ma ne sminuirà la portata spiegando che il luogo era sulla traiettoria del ristorante cui era diretto con la moglie. Certo, la presenza di un pm così titolato sulla scena è ingombrante, anche se Nobili in quel momento è solo un padre angosciato. E ancora più controverso è il passaggio di Ciacci: ha dato o suggerito direttive e consigli ai colleghi impegnati nei rilevamenti? Fra l'altro, in viale Montenero ci sono anche gli specialisti del Radiomobile che svolgono i loro accertamenti, ma non vanno oltre. Niente etilometro e nemmeno l'analisi per rilevare la presenza di droghe. Nelle chat dei vigili spuntano messaggi sarcastici: «Io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto». Oltretutto, punto assai delicato, presentandosi in viale Montenero, Ciacci avrebbe violato il codice di comportamento dei dipendenti pubblici: in passato ha collaborato con Boccassini e circa 180 vigili lavorano a Palazzo di giustizia nelle squadre di polizia giudiziaria. Fin troppo facile scorgere sullo sfondo possibili conflitti di interesse e motivi di imbarazzo reciproco. Che cosa è accaduto esattamente in quelle ore concitate? La ragazza viene indagata per omicidio stradale, poi risarcisce i familiari della vittima e patteggia nove mesi. La procura di Brescia invece indaga e conclude per l'archiviazione. Deciderà il gip. Barbato, infine, proprio oggi va a processo per frode in pubbliche forniture e falso. A denunciarlo, guarda caso, è stato proprio Ciacci. Stefano Zurlo

DAVIDE MILOSA per il Fatto Quotidiano il 9 settembre 2021. Il comandante della Polizia locale di Milano Marco Ciacci, il capo dell'antiterrorismo Alberto Nobili e l'ex procuratore aggiunto Ilda Boccassini sono indagati per abuso d'ufficio in concorso dalla Procura di Brescia. L'inchiesta nasce diversi mesi fa anche sulla base di un esposto-denuncia dell'ex comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato, candidato oggi per la Lega di Matteo Salvini a Milano e imputato sempre a Milano per frode in pubbliche forniture e falso. L'indagine bresciana riguarda le modalità d'intervento rispetto a un incidente stradale avvenuto il 3 ottobre 2018 in viale Montenero nel quale la figlia di Nobili e Boccassini, a bordo di uno scooter ha investito il medico infettivologo Luca Valtolin che in quel momento stava attraversando sulle strisce pedonali con le borse della spesa in mano. Valtolin cadendo ha battuto la testa in modo violento. Ricoverato in codice giallo, si aggraverà nei giorni successivi e morirà. La figlia dei due importanti magistrati di Milano, titolari ieri e oggi di indagini decisive sia sul fronte della mafia sia su quello della corruzione e della lotta al terrorismo anche interno e attuale, nel gennaio 2020 ha patteggiato una condanna a nove mesi per omicidio colposo risarcendo i familiari della vittima. L'indagine di Brescia è ora arrivata alle battute finali con la richiesta di archiviazione scritta dalla Procura solo pochi giorni fa. La palla quindi passa al giudice perle indagini preliminari. Il fascicolo, seguito dalla Procura in modo più che accurato, prende il via dall'esposto di Barbato che, nella sostanza, fissa due punti principali: da un lato la presenza sul posto dell'incidente del capo dei vigili Ciacci, cosa, a suo dire, del tutto irrituale e in apparente violazione del codice di comportamento dei dipendenti pubblici, visto, in particolare, i rapporti professionali pregressitra Ciacci e uno dei due magistrati. Il secondo punto è invece legato al fatto che, pur con la presenza del comandante sul posto, non furono disposti né l'alcol test né le analisi per capire se l'investitore avesse assunto sostanze stupefacenti. La ragazza sarà indagata per omicidio stradale non avendo rispettato le norme del codice stradale e meno di due anni dopo patteggerà 9 mesi per omicidio colposo. Il fascicolo sarà preso in carico dalla Procura di Milano in un periodo dove non solo Nobili ma anche Boccassini erano nel pieno delle loro funzioni. Secondo quanto si legge nella denuncia, che riprende testimonianze di agenti della polizia locale giunti in viale Montenero, sul posto era presente Nobili e subito dopo Ciacci. La tesi accusatoria, messa nella denuncia e seguita dalla Procura di Brescia, che ora però ha chiesto l'archiviazione, è che vi fu una chiamata del magistrato al capo dei vigili. In alcune chat messe agli atti, un operante scrive: "L'alcol test non l'hanno fatto, comandante è andato sul posto, io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto". Ciacci, giorni dopo l'incidente, sarà sentito dalla Commissione sicurezza del Comune. Qui, si legge nella denuncia, ammetterà di aver ricevuto la telefonata da Nobili senza però spiegarne il contenuto. Confermerà anche di essere andato sul posto. Ma solo per caso, perché mentre andava al ristorante con la moglie, vedendo i lampeggianti si era fermato sul luogo dell'incidente per parlare con il dottor Nobili. Nella denuncia, che in parte ha alimentato un fascicolo durato diversi mesi, si fa presente che quel 3 ottobre sul posto intervenne una pattuglia del reparto Radiomobile con personale altamente specializzato "per i sinistri stradali gravi". E nonostante questo, spiega il documento agli atti, a questa unità fu chiesto solo di fare rilievi e planimetrie, senza passare ai vari test sulla persona. Insomma il caso, che per le prime settimane dopo il 3 ottobre 2018 rimase sotto traccia, ora sembra avviarsi a una conclusione. Toccherà al giudice valutare se le prove messe agli atti in questi mesi sono bastanti per ottenere l'archiviazione o se sarà necessario un supplemento di indagini.

Ilda Boccassini graziata dai colleghi? "Pressioni sui testimoni", chi vuota il sacco in procura: il caso si complica. Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Il 3 ottobre 2018 a Milano uno scooter con a bordo la figlia di due notissimi magistrati: Ilda Boccassini, allora procuratore aggiunto e oggi in pensione, e Alberto Nobili, capo dell'antiterrorismo, mette sotto un uomo che poi morirà in ospedale. Sul posto arriva anche il comandante dei vigili urbani Marco Ciacci. Per questo fatto Boccassini, Nobili e Ciacci sono stati indagati a Brescia per abuso d'ufficio, ma la procura ha chiesto l'archiviazione. "Ho già presentato opposizione, non sono soddisfatto per come sono state condotte le indagini, forse ci vorrebbe un supplemento di inchiesta", svela l’ex comandante della polizia municipale Antonio Barbato, oggi candidato con la Lega a Milano. "Due testimoni mi hanno raccontato di aver subito pressioni in quei giorni nel corso del loro lavoro investigativo, ma con mia grande sorpresa ora mi dicono che la procura di Brescia non li ha mai convocati e ascoltati", racconta al Giornale. Dopo l'incidente, quel giorno dell'ottobre 2018, accorre immediatamente Nobili e poco dopo anche il comandante Ciacci. "Davanti alla Commissione sicurezza del Comune di Milano, Ciacci dirà che è stato Nobili a dargli la notizia, ma ne sminuirà la portata spiegando che il luogo era sulla traiettoria del ristorante cui era diretto con la moglie. Certo, la presenza di un pm così titolato sulla scena è ingombrante, anche se Nobili in quel momento è solo un padre angosciato", scrive il Giornale. "Niente etilometro e nemmeno l'analisi per rilevare la presenza di droghe. Nelle chat dei vigili spuntano messaggi sarcastici: 'Io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto'. Ciacci in passato ha collaborato con Boccassini e circa 180 vigili lavorano a Palazzo di giustizia nelle squadre di polizia giudiziaria. Fin troppo facile scorgere sullo sfondo possibili conflitti di interesse e motivi di imbarazzo reciproco", si chiede ancora il Giornale. La ragazza viene indagata per omicidio stradale, poi risarcisce i familiari della vittima e patteggia nove mesi. La procura di Brescia invece indaga e conclude per l'archiviazione. Deciderà ora il gip se accettare la richiesta della procura. 

Ilda Boccassini, Filippo Facci attacca: "La doppia morale dei magistrati indagati", il sospetto sulla procura di Milano. Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Ora che è in pensione, possiamo dire ancor più liberamente che la stima per l'ex magistrato Ilda Boccassini (o la stima di chi scrive, perlomeno) è sempre stata altissima e incurante delle caricature a cui lei stessa talvolta ha prestato il fianco: sanguigna ma distaccata, napoletanissima ma indifferente, insomma: un ossimoro con la toga, ma, soprattutto, con una testa rigorosamente sua, come se avesse sempre condiviso il motto di questo secolo: detrattori e adulatori, pari sono. Dopo questo pistolotto tocca andare alla notizia, questa: la Boccassini è indagata a Brescia per la triste vicenda che vide protagonista sua figlia Alice Nobili - il padre è Alberto, magistrato in attività a Milano - che nell'ottobre 2018, con l'auto, investì e uccise il medico Luca Voltolin in viale Montenero a Milano. Gli indagati sono tre e comprendono anche l'ex compagno Alberto Nobili e l'attuale comandante della Polizia locale milanese Marco Ciacci, ma non si fa in tempo a dare una notizia che subito ne spunta un'altra: pochi giorni fa, il 3 settembre, il pm bresciano titolare dell'inchiesta ha chiesto l'archiviazione per tutti, richiesta dovrà essere vagliata da un giudice delle indagini preliminari, il gip.

ALCOL-TEST - L'accusa, evidentemente, ha già ritenuto che il comandante dei vigili non abbia commesso abusi, e che i genitori di Alice, la figlia investitrice, non ne abbiano chiesti né ottenuti. Stiamo parlando del fatto che la ragazza, dopo l'incidente, non venne sottoposta ad alcol-testo test antidroga, come sarebbe stato di prassi soprattutto quando ci scappa il morto. Del caso del comandante Ciacci, accorso sul luogo, si era occupato anche il cosiddetto «comitato per la legalità, trasparenza ed efficienza amministrativa» presieduto dall'ex magistrato Gherardo Colombo, che nell'operato del comandante non ravvisò alcuna irregolarità: pare che sul luogo dell'incidente si sia fermato pochissimo. A completare il quadro: Alice Nobili, nel 2020, ha patteggiato 9 mesi di reclusione per omicidio colposo su decisione del gip Alessandra Di Fazio, con un quantum di risarcimento economico che non è stato reso noto per clausola di riservatezza. Bene: a dirla tutta, cioè quasi tutta, piacerebbe chiuderla qui; è successa una disgrazia come ne capitano tante, la responsabile (astemia, pare) ha saldato il suo debito anche economico con la giustizia, tutto questo in tempi ragionevoli, dopodiché madre e padre della condannata sono stati formalmente indagati da due pm bresciani (inquirenti sugli eventuali reati dei magistrati milanesi) e, in tempi ancor più ragionevoli, diciamo ragionevolissimi, è giunta una richiesta di archiviazione e arrivederci. 

NORMALITÀ - Se non l'abbiamo detta proprio tutta, e se l'articolo prosegue, è perché sappiamo che la normalità purtroppo è un'altra. È raro che tutti questi «pare» siano ritenuti sufficienti. I fatti, perciò, restano che la figlia di un simbolo della lotta alla mafia non venne sottoposta ad alcol e droga test dopo che investì e uccise un pedone. I fatti restano che i tempi della giustizia, per gli altri, non sono così ragionevoli: come invece è stato in entrambi i casi menzionati. I fatti restano che 9 mesi di patteggiamento sono da considerarsi pochi, una pena mite: non oggettivamente - figuriamoci - ma rispetto alla media. I fatti sono che la clausola di riservatezza sul risarcimento economico ha denotato davvero riservatezza: e anche questo non è semplice che accada in quei colabrodo che sono di norma le procure. I fatti, ancora, restano che le conclusioni innocentiste del «Comitato per la legalità, la trasparenza e l'efficienza amministrativa» presieduto da Gherardo Colombo, quelle che hanno discolpato il comandante dei Vigili, beh, noi non le abbiamo mai lette da nessuna parte: ma potrebbe essere un problema nostro. Con il che nessuna polemica sterile: solo un blando richiamo, precisino come lo è sempre stata Ilda, alla famosa «moglie di Cesare», quella che non dovrebbe essere toccata nemmeno dal più remoto dei sospetti, nel senso che un ex magistrato come la Boccassini - un simbolo del suo calibro, che finì su L'Express e sul Times tra cento donne più importanti del globo - non solo dovrebbe restare linda su un piano formale e da casellario giudiziario, ma forse dovrebbe ossequiarsi a un surplus di chiarezza e di spiegazioni esaustive forse superiore a quello che riguarda la gente comune, quella che di trattamenti ragionevoli - dai tempi alla riservatezza - ne riceve forse un po' meno. Attenzione che non si tratta di abbassarsi a speculazioni giornalistiche, come quando l'altro figlio di Ilda Boccassini, Antonio, restò coinvolto in una banale rissa a Ischia (luglio 1997) che coinvolse anche dei carabinieri e per cui dapprima scattarono accuse per oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale: finì parte in caserma, parte al Pronto soccorso e parte finì e basta, con Antonio che se la cavò con una denuncia a piede libero e insomma: non ci fu processo né altro. O così, ancora una volta, «pare». Ma il caso di Milano è un po' diverso. C'è di mezzo un morto, i fatti sembrano chiari, e dove non lo sono pare quasi (pare) che non lo siano volutamente. Forse si potrebbe chiarirli quanto basta. Forse qualche giornalista ancora affidabile e pur esso ragionevole, da qualche parte, esiste ancora: anche se lei, Ilda, i giornalisti non li ha mai inseguiti. Potrebbe cominciare ora, così da farci capire ancora meglio perché continuare a stimarla.

Ilda Boccassini: i figli, le inchieste, gli attacchi. Storia di un’irregolare. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 07 ottobre 2021. Roberto Saviano e il libro autobiografico di Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano: le sue battaglie contro la mafia, tanti potenti e le zone grigie. «Provarono davvero ad atterrarla: come spiegare il periodo delle indagini antimafia senza scorta?» Se questo libro avesse potuto esser scritto con il sangue, le lacrime, la saliva, le unghie, ciocche di capelli, brandelli di vestiti, vetri d’auto blindata, forchette, ebbene sarebbe stato scritto con ogni singolo elemento di questo elenco. Ilda Boccassini ha messo tutto, potrei dire che su queste pagine si è spogliata d’ogni cosa, nuda. Dovrei scegliere un termine più preciso: scorticata, perché va oltre la pelle, affronta tutto, l’osceno mondo del potere, il tenero spazio delle alleanze, il romantico slancio degli ideali. Questo libro è il racconto di una donna magistrato, che non si è mai sentita davvero comoda nel suo ruolo in una Repubblica malata, ferita, e che nei momenti di maggior tensione, così come in quelli di formazione, sempre è stata un’irregolare. Certo, essendo un mondo di quasi tutti uomini si potrebbe pensare a una questione di genere, ma sarebbe riduttivo. Ben presto si accorge che lo spazio del diritto, che lei con ogni forza ha voluto occupare, quasi mai coincide davvero con lo spazio dei tribunali, delle procure, delle sentenze. Questo toccante mémoire si apre e termina accanto a una Ilda intenta a rimettere a posto nelle sue stanze piene di lettere e nei suoi ricordi. Mette a posto le carte, Ilda, e prova a far ordine dentro di sé. Il primo, fatale incontro, con le pile di carta tra le quali gioca, bambina, nello studio del padre magistrato, lì dove tante volte le capiteranno tra le mani fotografie di omicidi che le turberanno il sonno e le orienteranno l’esistenza. La bambina cresce, diventa una donna, «Ilda la rossa» che non risparmia nessuno, nemmeno se stessa. Davanti all’etica, alla professione, è di un rigore inscalfibile, lei che, come la pianta di agave a cui è stata paragonata una volta in un articolo, resiste caparbia nelle condizioni più ostili. Sì, perché questa dedizione totale alla giustizia, se fosse stata sfoggiata da un uomo gli sarebbe valsa riconoscimenti e apprezzamenti, ma portata da lei si trasforma in condanna sociale, delegittimazione, motivo di biasimo e attacchi personali. La prima di una sterminata serie di volte in cui si scontra con questa realtà misogina, la seguiamo, giovanissima, in un’aula di tribunale in veste di uditrice: un collega si presenta sempre armato e lei e un’amica, per prendere in giro questo gratuito sfoggio di machismo, un giorno portano con sé delle pistole ad acqua colorate. Inutile dire su chi si siano riversate le ire dei più anziani. Il libro non può esser svelato, va semplicemente letto, perché si rivela al lettore, non è possibile disvelarlo. È un concentrato di storia della nostra democrazia nei momenti di crisi più importanti. Il centro narrativo, che tracima di felicità e dolore al contempo, è l’incontro con Giovanni Falcone, per Ida un mentore, un riferimento umano e professionale al quale è legata da un profondo sentimento di rispetto e stima reciproci, tanto che, come scrive la stessa autrice, il 23 maggio 1992 sarà per lei «il giorno in cui tutto finisce e tutto comincia». Finisce quel giorno il rapporto con una persona importante per la sua crescita umana e professionale, dagli altri magistrati tanto pianta da morta quanto odiata, invidiata, ignorata quando non apertamente osteggiata in vita. Comincia quel giorno il personalissimo modo di Ilda Boccassini di portare nella pratica gli insegnamenti e l’esperienza di Falcone, la strenua difesa del suo nome dagli sciacalli che prima l’hanno isolato, per poi tentare di saccheggiarne la memoria per un tornaconto personale. Sulla scia del suo amico e collega, accetta, come una sorta di pesante testimone, la condizione di emarginata, irrisa, odiata, perseguitata, contrapponendo sempre all’isteria di massa, alle facili euforie collettive, un lavoro silenzioso e incessante. Ilda, da Falcone, eredita il metodo di indagine, la prudenza investigativa, l’uso mediatico delle proprie dichiarazioni, che non devono mai impattare sulla sua credibilità, nemmeno per andare in cerca di un consenso troppo spesso usato per sopperire a mancanza di prove o di capacità di indagine. Cita le parole del suo mentore, che in Cose di Cosa nostra (1991) scriveva: «Oltre ad avermi insegnato una lingua e una chiave di interpretazione, Buscetta mi ha posto di fronte a un problema decisivo. Mi ha fatto comprendere che lo Stato non è ancora all’altezza per fronteggiare un fenomeno di tale ampiezza […] e ha aggiunto: ‘L’avverto, signor giudice. Dopo questo interrogatorio diventerà una celebrità ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto aperto con Cosa nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?’». Eccolo qui, il coraggio, che non è il lanciarsi nell’ignoto o il rischiare, tutt’altro, è il dover raccogliere su di sé una scelta. È quello che fa Ilda quando sceglie il trasferimento in Sicilia, sulle tracce dei responsabili della morte di Giovanni. Non si accontenta di sapere chi ha materialmente fatto cosa: lei vuole tutti, punta ai mandanti. Ma il suo modo di scandagliare i fatti, andando oltre la superficie, rischiarando le «zone grigie» dove sfumano i contorni tra mafia e potere, bene e male, risulta scomodo in un’Italia che si trincera dietro l’illusione che esistano solo il bianco e il nero, gli eroi e i nemici. Ilda Boccassini ne incontra tanti, di colleghi che «accettano di sponsorizzarsi come si fa con una batteria di pentole», di giornalisti asserviti e senza etica, di parlamentari che fanno gli interessi unicamente dei propri demoni, e li chiama tutti per nome, attirandosi addosso un arsenale pesantissimo che ha munizioni legali e mediatiche capaci di atterrare chiunque. Come se scegliere di stare dalla parte di chi non accetta a capo chino ingiustizia e corruzione significhi rinunciare alla propria vita privata, Ilda si ritrova più volte a fare i conti con un’enorme lente d’ingrandimento perennemente puntata addosso, pronta a mettere in evidenza qualsiasi imperfezione e a deformare ogni suo spostamento. Eminenti giornali scandalistici del calibro di Chi, di proprietà della famiglia Berlusconi, le dedica pagine e pagine, interi servizi basati sul nulla, su un mozzicone di sigaretta spento per strada, un acquisto in un negozio di lusso, un calzino decretato fuori moda a insindacabile giudizio di qualche ormai dimenticato articolista, un pomeriggio al cinema. E quanti «scandalosi amori segreti di Ilda» sono fioriti all’insaputa dei diretti interessati, rei magari di aver attraversato una strada a braccetto? Ma la fantasia non ha limiti, se ripensiamo al magnifico capolavoro di pura fiction pubblicato da Lino Jannuzzi in un numero del 2001 di Panorama, settimanale affezionatissimo al Cavaliere: racconta di un conciliabolo tra i procuratori Ilda Boccassini, Carla Del Ponte e Carlos Castresana, in combutta con la parlamentare Elena Paciotti per incastrare e arrestare Berlusconi. Per chi non ricordasse, era all’epoca indagato come «concorrente necessario» in reati di corruzione contestati a Renato Squillante, Attilio Pacifico e Cesare Previti e che paventavano l’esistenza di svariati falsi in bilancio e fondi neri. D’altra parte, ci provano davvero, ad atterrare Ilda, e non solo metaforicamente: come spiegare altrimenti il periodo in cui, con le indagini che porta avanti nell’Antimafia, le viene negata la scorta? Molto più rispetto dei colleghi corrotti, nei suoi racconti, viene riservato a Tommaso Buscetta, il pentito di Cosa nostra al quale Falcone si rivolgeva sempre dandogli del lei. Boccassini lo incontra spesso, dopo la strage di Capaci. Gli si rivela in tutta la sua umanità. Si parlano da pari a pari. Atteggiamento che riprende dall’esperienza del compianto collega, e che negli incontri con La Barbera e Cancemi la porterà a raccogliere informazioni fondamentali per le indagini. Proprio Cancemi darà la chiave per scoperchiare tutte le convergenze di interesse tra Cosa nostra, politica, finanza, imprenditoria, e le implicazioni nella stagione stragista. Dichiara, infatti, che Riina aveva incontrato «persone importanti» prima che venisse ucciso Falcone, persone che avrebbero garantito la revisione dei processi. Da qui riparte Boccassini, arrivando a sentire il pentito parlare degli accordi economici tra Riina e un certo Marcello Dell’Utri, emissario per conto di Berlusconi. Accordi che garantivano alle mafie un’entrata fissa di milioni e milioni di lire ogni anno. Accordo, non pizzo, ci tiene a precisare Cancemi, che nel corso degli interrogatori parlerà dell’eliminazione di Falcone come di un’operazione che permetteva di prendere due piccioni con una fava: l’interesse di Riina nel togliere di mezzo un nemico personale coincideva con quello di altri, persone potenti disturbate da questo cercare il marcio nelle intercapedini, negli anfratti dove si annidavano i potenti. Di fronte a queste dichiarazioni del pentito, i capi di Ilda cercheranno di farle capire con modi «soft» che non può pensare di intromettersi sul fronte dei «magistrati collusi» e dei mandanti occulti delle stragi, ma lei è irremovibile. Viene coniata in quel periodo l’espressione «toghe rosse», una frangia di magistrati comunisti che, a detta di Berlusconi, complottano ingiustamente contro di lui e che ce l’hanno tanto con la sua persona, che negli anni tornano spesso alla carica, per giri di soldi poco puliti, per il coinvolgimento di ragazze minorenni in sordidi festini a sfondo sessuale… eppure, i colleghi, quelli che con Ilda avrebbero dovuto condividere, se non la qualità dell’impegno, almeno la passione civile, sono stati coesi solo nell’abbandonarla, come a suo tempo avevano fatto con Falcone, ispirando al suo funerale un’invettiva che da Goffredo Buccini è ricordata, in un articolo del Corriere della Sera, come «un violento atto d’accusa di un giudice contro altri giudici, contro un’intera corporazione e una parte della classe politica». Ma se i fatti sono così chiari, come mai la storia si è ripetuta identica? Chi c’era al fianco di Ilda, mentre lei denunciava e in cambio ne aveva solitudine e minacce di ripercussioni? Viene incolpata, dai suoi stessi colleghi, di aver «violato il dovere di correttezza e leale collaborazione nei confronti di un organo istituzionale». Viene definita immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere un magistrato. Da questo, da questo sporco mondo che da ogni lato tenta di soffocare l’unica voce dissonante che nomina le cose per quello che sono, capiamo quanto è vero quello che l’autrice sembra voler gridare da ogni pagina, che la mafia non è un cancro che intossica una comunità di brave persone, ma che per iniziare davvero a combatterla «è invece necessario riconoscere che la mafia ci somiglia». Riconoscere lo sporco sotto le nostre unghie significa togliere potere a chi dalle «zone grigie» professa eroismo e intanto muove pedine per renderci tutti la peggiore versione di noi stessi. È un libro colmo di delusione e diffidenza, ma senza mai perdere la speranza del riconoscersi. Non mancano gli amici, da Peppe D’Avanzo a Lionello Mancini, giornalisti che accompagnano ma non superano i suoi perimetri, l’ascoltano ma non saccheggiano le sue informazioni. Sembra esserci sempre, dietro ogni sua pagina, uno slancio, un rinfrancarsi nel pensiero di aver trovato, in mezzo a tutta la merda, anche alcuni diamanti. Tra gli incontri più densi di storia e significato, quello con Saverio Borrelli, il capo che subentra poco dopo il suo ingresso in tribunale e che finalmente dà fiducia e responsabilità a lei e alla squadra di giovani giudici nuovi arrivati, per la prima volta in prevalenza femminile. Non mancheranno frizioni, anche dolorose, eppure Borrelli rimarrà, leale e presente, a vigilare con la sua autorevolezza «benefica e capace di risvegliare la voglia di combattere senza risparmiarsi». Ilda Boccassini sceglie di rivelarsi, pur nella consapevolezza che ancora una volta ci sarà chi andrà ad attaccarla dove trova nervi scoperti. Nervi che pulsano del senso di colpa all’idea di non aver dedicato abbastanza tempo ai figli, ma anche della pace che prova quando sente che il loro legame è più forte. Il libro è disseminato di dettagli e persino pratiche di resistenza psichica. A chi non ha smesso di insultarla, attaccarla, isolarla, risponde come ha imparato a fare negli anni, trasformando la cura di sé, la scelta della collana più bella, da rituale catartico in gesto di resistenza contro chi vorrebbe abbrutirla. Il senso dei suoi gesti cresce con lei, evolve, così come oggi cambia l’uso parsimonioso che ha finora fatto delle parole. Rompe con generosità il suo lungo silenzio, per raccontarsi in quanto donna che ha rivendicato, fin dal primo istante, il diritto di scelta, senza dover considerare di aggiungere al dolore delle decisioni più sofferte il giudizio pungente di chi vede in lei una donna aspra, che abbandona gli affetti per inseguire le sue battaglie. Scegliere costa, su questo è molto chiara. Costa alla madre che accompagna la crescita dei figli filtrata da una cornetta del telefono e salvificamente mediata da una comunità di donne, le mamme dei compagni di classe dei suoi bambini, che fanno rete per sostenerla, nella gestione dei figli come nelle sue stesse emozioni. Costa alla donna che tanto spesso si è sentita sola. La sua è «una scelta quotidiana, sofferta, lacerante», davanti alla quale non si tira mai indietro, nella convinzione che «difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non è una battaglia persa» e che il passaggio di testimone alle giovani professioniste di oggi avviene in un momento in cui è di nuovo possibile sperare che le cose cambino. Perché a nessuna potenziale Ilda di domani venga mai più preclusa la prospettiva di fare carriera perché «sei brava, ma sei Ilda». Leggerete la storia di Ilda, ma vi troverete nel cuore pulsante della storia della nostra democrazia, quella che avrebbe potuto essere, quella in cui forse è ancora lecito sperare.

Boccassini contro Gratteri: «Si vantava in continuazione, a stento ci salutava». Dure parole dell’ex procuratore aggiunto di Milano nella sua autobiografia: «Creava tensione, chi lo conosce dice che per Gratteri far parte di un pool senza esserne il leader non ha alcun significato». Il Quotidiano del Sud l'8 ottobre 2021. DURANTE l’indagine che tra il 2009 e il 2010 ha dato un duro colpo alla ‘ndrangheta e ha portato a centinaia di arresti, Nicola Gratteri, allora aggiunto a Reggio Calabria, si «vantava continuamente» e creava tensione tra gli altri magistrati del pool. È il duro giudizio che Ilda Boccassini dà dell’attuale procuratore di Catanzaro nella sua autobiografia “La stanza numero 30. Cronache di una vita”. L’indagine, chiamata “Crimine infinito”, ha svelato l’unitarietà della ‘ndrangheta e la sostanziale autonomia delle sue articolazioni territoriali in «un modernissimo – scrive l’ex procuratore aggiunto di Milano – e complesso equilibrio tra il centralismo di regole e rituali e il decentramento delle ordinarie attività illecite». «Capii molto presto, una volta presa in mano l’indagine, che sarebbe stato utile coinvolgere la procura di Reggio Calabria, allora guidata da Giuseppe Pignatone, per impostare una strategia comune», scrive Boccassini sottolineando che da quel momento «le riunioni si susseguirono con cadenza regolare, ci dividevamo i compiti, gli obiettivi, i soggetti sui cui indagare e cominciammo a scambiarci carte, contenuti delle intercettazioni». C’era però una «nota stonata» che «creava un po’ di imbarazzo»: l’atteggiamento di Nicola Gratteri. «Creava tensione con il suo continuo vantarsi di una conoscenza del fenomeno ndrangheta talmente approfondita e a suo dire unica da ricavarne bizzarramente (poiché era il solo a esserne convinto) un senso di superiorità nei nostri confronti». «Un comportamento – sottolinea Boccassini – che non ci ha mai permesso di legare, dato che a stento ci salutava, ma soprattutto perché ogni giorno di più si rivelava culturalmente e professionalmente molto diverso dalla squadra. A detta di chi lo conosce a fondo, per Gratteri far parte di un pool senza esserne il leader non ha alcun significato».

Ilda Boccassini: «Gratteri? Si vantava continuamente…». Le rilevazioni dell’ex procuratore aggiunto di Milano, per il quale l'atteggiamento di Gratteri «creava un po' di imbarazzo. Non ci ho mai legato, dato che a stento ci salutava». Il Dubbio il 9 ottobre 2021. Una rivelazione dopo l’altra nel libro autobiografico “La stanza numero 30. Cronache di una vita”, firmato dall’ex procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini. Dopo aver parlato dell’amore per Giovanni Falcone – “Cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente?” si domanda il magistrato in pensione, riporta il Corriere della Sera – ora saltano fuori indiscrezioni anche sul procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Secondo Boccassini, l’allora aggiunto a Reggio Calabria, si «vantava continuamente» e creava tensione tra gli altri magistrati del pool nell’ambito dell’inchiesta “Crimine infinito” che che tra il 2009 e il 2010 ha dato un duro colpo alla ‘ndrangheta e ha portato a centinaia di arresti. «Capii molto presto, una volta presa in mano l’indagine, che sarebbe stato utile coinvolgere la procura di Reggio Calabria, allora guidata da Giuseppe Pignatone, per impostare una strategia comune», spiega l’ex procuratore aggiunto di Milano. «Le riunioni si susseguirono con cadenza regolare – aggiunge – ci dividevamo i compiti, gli obiettivi, i soggetti sui cui indagare e cominciammo a scambiarci carte, contenuti delle intercettazioni». Ma c’è una «nota stonata» che «creava un po’ di imbarazzo»,  dice Boccassini a proposito dell’atteggiamento di Nicola Gratteri. «Creava tensione con il suo continuo vantarsi di una conoscenza del fenomeno ‘ndrangheta talmente approfondita e a suo dire unica da ricavarne bizzarramente (poiché era il solo a esserne convinto) un senso di superiorità nei nostri confronti. Un comportamento – sottolinea – che non ci ha mai permesso di legare, dato che a stento ci salutava, ma soprattutto perché ogni giorno di più si rivelava culturalmente e professionalmente molto diverso dalla squadra. A detta di chi lo conosce a fondo, per Gratteri far parte di un pool senza esserne il leader non ha alcun significato».

Quello che Ilda non dice: reticenze e confidenze superflue. L’autobiografia di Boccassini parla troppo di Falcone e troppo poco di collusi e potenti. E sembra avere l’unico scopo di riaccendere i riflettori sull’autrice. Dal nuovo blog de L’Espresso su mafia, antimafia e dintorni. Francesco La Licata su L’Espresso il 14 ottobre 2021. Con questo articolo inizia la pubblicazione di un nuovo blog, “Il conTesto”, coordinato da Tano Grasso e animato da persone che a vario titolo, nei rispettivi ambiti, si sono occupate di mafia, antimafia e dintorni. Uno spazio di servizio per conoscere, analizzare, criticare ciò che intorno a questo tema viene scritto e prodotto: libri – come l’autobiografia di Ilda Boccassini e “Fare giustizia” di Giuseppe Pignatone – ma anche film, serie Tv, documentari. Un luogo virtuale per accendere il dibattito, nella convinzione che opporsi alla mafia non significa limitare la libertà delle idee. Anzi. Il punto di vista di Ilda Boccassini, sia sui fatti pubblici che su quelli privati, non può essere né banale né trascurabile. Per questo la lettura della sua autobiografia richiede uno sforzo di concentrazione maggiore e un tempo di riflessione solitamente non concesso agli sforzi letterari che in stagioni come la presente ci vengono propinati. Abbiamo perciò letto con l’attenzione dovuta il lungo racconto del magistrato (ma forse Ilda preferirebbe magistrata) più "divisivo" della nostra recente storia giudiziaria e perciò politica. Una lettura per molti versi istruttiva: anche se non sempre fatti e retroscena narrati appaiono del tutto inediti, viene offerta quella angolazione particolare che li rende ancora appetibili. La storia di Ilda Boccassini è indissolubilmente legata al suo percorso professionale che, per sua stessa ammissione, l’ha portata ad essere avversata, quando non addirittura odiata, dall’intero mondo in cui è stata costretta a muoversi per via del proprio mestiere. Contestata persino per la sua "fisicità" (non le hanno perdonato neppure il rosso dei suoi capelli o i tailleurs che indossava in udienza), considerata propedeutica all’aggressività che metteva nelle sue indagini e nella difesa della propria autonomia anche rispetto all’invasività dei poteri e della sua stessa corporazione. Avversione che assumeva evidenza plastica nelle "contromisure istituzionali" che tradivano la voglia di normalizzare un elemento destabilizzante del quieto vivere paludato della politica. Basti pensare a quando il ministro Claudio Scajola, con sospetta sollecitudine, le tolse la scorta. Tutto questo tragico "teatrino" è un racconto interessante e riavvolge il nastro di un film che non va dimenticato: la stagione dei grandi processi alla corruzione (Tangentopoli milanese), la ricerca spasmodica dei misteri legati allo stragismo mafioso, la battaglia con Berlusconi e col sottobosco economico e finanziario del capitalismo nordico. E poco importa che il filo della narrazione scorra sui binari di un eccessivo protagonismo della principale attrice. Un filo più di qualche volta incompleto quando non addirittura reticente. Oggi, per esempio, racconta della indebita intromissione dell’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, in favore del Silvio Berlusconi indagato. Confessione tardiva che sarebbe stata più appropriata nel momento in cui il fatto avveniva. Evasiva la vicenda della sua uscita di scena dalle indagini sulla strage di Capaci nel momento in cui maturava il depistaggio affidato al falso pentito Scarantino, che a Ilda non piaceva. Boccassini andò via lasciando due relazioni negative sul pentito che, però, rimasero saldamente nelle mani di chi non aveva interesse a denunciare quel depistaggio. Ed è reticente, Ilda la Rossa quando non parla del suo rapporto privilegiato col compianto giornalista Beppe D’Avanzo di cui ricorda solo le «liti furiose». Ma tradisce tutta la sua frustrazione nel momento in cui ammette di essere stata sottostimata dal potere: «Nessun parlamento ha mai chiesto una mia consulenza». Eppure non è tutto ciò finora scritto che ha segnato la overdose di visibilità della "Stanza numero 30" di Ilda Boccassini, appena uscito e già su tutte le prime pagine. Il libro è famoso ormai esclusivamente per la "rivelazione" sull’"amore perduto" dell’autrice: Giovanni Falcone. È difficile pensare che la linea editoriale scelta non abbia preso in considerazione la certezza che l’interno racconto si sarebbe ridotto al solo "capitolo Falcone", come dimostrano le recensioni di giornali e siti on line, per non parlare dei "tribunali social". E allora viene da pensare: ma quanto sarebbe stato meglio tenersi dentro gelosamente il gran segreto? Ma evidentemente Ilda la Rossa, nella sua infinita ansia da ego, tra le mille puntualizzazioni e piccole vendette, aveva anche da precisare al mondo il privilegio, a suo dire, di una storia, una tenera storia d’amore con Falcone. Una esperienza che ancora la prende, tanto da farle scivolare la penna senza che nessun intervento di editing sia riuscito a frenarla. E allora si lascia andare a particolari anche imbarazzanti, persino dal punto di vista della scrittura. Difficilmente le potrà esser perdonata la descrizione di un momento d’intimità con Giovanni, nel mare dell’Addaura: «Giovanni prima mi prese la mano, poi la lasciò e cominciammo a nuotare verso l’ignoto...». Per non parlare del «lusso rilassante» della prima classe del boeing che li portava in Argentina a chiedere l’estradizione di Tanino Fidanzati. Forse sarebbe stato meglio rivelare tutte le confidenze di lavoro che dice di aver ricevuto da Falcone e tenersi dentro tutto il resto. Falcone non amava raccontarsi nel pubblico, figurarsi nel privato. Sposò Francesca quasi in clandestinità e rimandava al mittente ogni tentativo di sapere di più della sua vita privata. E non soltanto per questioni di sicurezza. Resisteva alla tentazione delle dichiarazioni eclatanti, insomma non amava la pubblicità. Rimproverò a Borsellino il clamore provocato da una sua intervista in favore dell’amico Giovanni "bocciato" dal Csm per il ruolo di consigliere istruttore. E arrivò a firmare le conclusioni dell’inchiesta sui delitti politici, che non condivideva, solo per senso istituzionale e avversione ai gesti clamorosi «buoni solo per i giornali». Ma non c’è più e non possiamo chiedergli cosa pensi del racconto privato di Ilda Boccassini.

Ilda Boccassini, La stanza numero 30 (Feltrinelli, pp.352, euro 19) 

Quei sospetti di Ilda sulle stragi. Avete presente il depistaggio sulla bomba di via D'Amelio, scoperto solo vent'anni dopo? La Boccassini lo aveva già intuito nel '94 e ne parlò in due lettere ai colleghi. Che oggi appaiono profetiche. E molto inquietanti su quello che accadde allora. Lirio Abbate su L’Espresso il 19 marzo 2012. Diciotto anni fa aveva visto che nelle indagini sulle stragi stava accadendo qualcosa di poco chiaro. E aveva cercato di segnalarlo riservatamente al suo procuratore capo. Ma Ilda Boccassini non fu ascoltata. Oggi le ultime inchieste coordinate dal procuratore Sergio Lari fanno emergere un crogiolo di depistaggi e tradimenti di Stato che hanno segnato la morte di Paolo Borsellino e coperto la verità sull'attentato di via D'Amelio. Ci sono le accuse della vedova Borsellino, che ha descritto il marito sconvolto per avere saputo che l'allora comandante del Ros Antonio Subranni era "punciuto", ossia uomo della mafia. E tanti misteri irrisolti, a partire dalla scomparsa dell'agenda rossa del magistrato ucciso. I pm che stanno facendo luce su quella fase oscura della storia italiana, quando le bombe di mafia scandirono il passaggio tra prima e seconda Repubblica, l'hanno chiamata a testimoniare, per capire chi avesse giocato sporco. Ma Boccassini è rimasta cauta sulle anomalie rilevate nel 1994, quando lasciò la Sicilia per tornare a Milano: "Non condividevo l'impostazione degli interrogatori e la relativa gestione dei collaboratori di giustizia". Già allora Ilda "la rossa" era un pm celebre. Aveva condotto la prima indagine sull'infiltrazione di Cosa nostra nei palazzi del potere milanese, la Duomo Connection con la squadra di carabinieri del capitano Ultimo. Le sue lacrime sulla bara di Giovanni Falcone e la denuncia di quanti nella magistratura lo avevano ostacolato erano diventate un caso nazionale. E anche la sua scelta di offrirsi "volontaria" per contribuire alle istruttorie della procura di Caltanissetta sulle stragi conquistò le prime pagine. Emersero le sue distanze dal pool guidato da Giovanni Tinebra, che poi farà carriera come direttore dei penitenziari e oggi è procuratore generale di Catania. Boccassini si era resa conto che troppe cose non funzionavano nella gestione dei pentiti, a partire dalla collaborazione di Vincenzo Scarantino. Il quale, con accuse inventate, ha costruito false verità sulla fine di Borsellino accettate persino dalla Cassazione. Lei lo scrisse in due lettere, fino a oggi rimaste nei cassetti. La prima, inedita e inviata a Tinebra il 10 ottobre '94, mette in evidenza sbavature nelle indagini e una mancata circolazione delle informazioni tra gli inquirenti. La pm fornisce chiaramente l'impressione di aver annusato qualcosa che non va. Inserisce fra le righe anche una piccola annotazione sulle "sorprendenti dichiarazioni rese da Scarantino", e aggiunge: "Ufficialmente assunte a verbale". Ma cosa intendeva dire? Per un magistrato è obbligatorio verbalizzare, perché evidenziarlo? Su questo punto, oggi, Boccassini risponde ai pm di non avere ricordo di un fatto specifico. In quella missiva la pm appare infastidita dall'atteggiamento dei colleghi, evidenziando che è stata estromessa dalle indagini, che non è stata più avvisata di nuovi atti istruttori. Descrive uno scenario di disgregazione. Non fa accuse, anzi cerca di dare un'apparente spiegazione con il fatto che da lì a poco lascerà la Sicilia. Non vuole far ricondurre questo atteggiamento "alle scelte investigative" o alla "dissonanza delle opinioni espresse in una riunione in procura da quelle degli altri colleghi". Al procuratore fa presente una serie di punti critici delle inchieste e sottolinea la "necessità di tempestivi interrogatori" per i pentiti, "da assumere esclusivamente con le forme imposte dal codice di rito". Ancora una volta Boccassini specifica che gli interrogatori andavano fatti secondo la legge. Perché dirlo a Tinebra? Forse non tutto era fatto secondo la legge? Ai colleghi di Caltanissetta Lari, Gozzo e Marino che oggi glielo chiedono, prima dichiara di non ricordare di aver scritto la lettera. E quando gliela mostrano risponde in modo vago che "non condivideva l'impostazione degli interrogatori e la gestione dei collaboratori". Poi spiega: "Si fa riferimento ad una riunione in procura, in occasione della quale i colleghi evidentemente non avevano condiviso le mie perplessità su Scarantino". Storie strane quelle vissute in trincea dai pm fra il 1993 e il '94, periodo che coincide con le bombe nel continente e il proseguimento della trattativa Stato-mafia. La seconda lettera la firma insieme al collega Roberto Saieva e riporta decine di punti che per loro provavano "una condotta processuale", riferita a Scarantino, "non ispirata a linearità", piene di bugie tanto che il pentito non sapeva riconoscere nemmeno in fotografia i volti dei mafiosi coinvolti nella strage, che lui accusava, confondendoli con altre persone. Le indicazioni non vengono seguite da Tinebra. La lettera è un segnale d'allarme importante: l'ultimo avviso prima che le inchieste sulle stragi cominciassero a deragliare nelle aule di Corte d'Assise. Arriva alla vigilia del processo di Capaci e Boccassini suggerisce di riconsiderare subito l'attendibilità dei pentiti, perché rinviare questi accertamenti per la pm "potrebbe avere come effetto quello di lasciare a Scarantino una via aperta verso nuove e piroettanti rivisitazioni dei fatti". Così come è poi avvenuto durante le fasi del dibattimento per via D'Amelio, dove innocenti sono stati condannati all'ergastolo e una richiesta di revisione della sentenza definitiva è stata avanzata nei mesi scorsi. Ma la "verità" di Scarantino ha permesso di nascondere mandanti ed esecutori dell'uccisione di Borsellino e della sua scorta. E lasciare nell'ombra la trattativa tra Stato e mafia che si è intrecciata con gli ultimi giorni di vita del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Agli inquirenti che adesso cercano di ritrovare il filo nero delle responsabilità Boccassini ha descritto il caos di quei mesi: "Quando arrivai a Caltanissetta, c'era da organizzare un po' tutto e in particolare riordinare gli atti e coordinare le forze di polizia. La scelta, al mio arrivo, era già caduta, come forze di polizia, sulla Squadra mobile di Palermo, i carabinieri del Ros e la Dia, che operavano in piena armonia. Delle indagini per la strage di via D'Amelio si occupava la Squadra mobile di Palermo in via quasi esclusiva". Proprio sul ruolo dell'ex capo della Mobile, Arnaldo La Barbera che gestì la collaborazione di Scarantino, oggi si concentrano i sospetti. Quando nel 2009 ha infine ritrattato le sue dichiarazioni, il pentito ha detto di essere stato "costretto a farle da alcuni funzionari della polizia". Ma la Boccassini non crede che qualcosa del genere potesse sfuggire ai pm: "Le forze dell'ordine non avevano un'autonomia investigativa avulsa dal controllo del pm". E aggiunge: "Il nostro interlocutore principale era La Barbera il quale godeva della piena fiducia di tutti i colleghi; egli non si risparmiava in nulla". Poi ricorda: "La notizia che Scarantino intendeva collaborare ci fu fornita da La Barbera che a sua volta l'aveva appresa dalla polizia penitenziaria del carcere di Pianosa". Perché, chiedono i pm, Scarantino non fu messo a confronto con i pentiti Salvatore Candura e Francesco Andriotta, anche loro oggi considerati depistatori? "Non sono in grado di rispondere perché non ho trattato lo sviluppo delle indagini successive alla collaborazione di Scarantino in quanto Tinebra decise di affidare la gestione del pentito ad altri colleghi".

Brigate rosso-azzurre. Quando, nel 2007, la Boccassini fece arrestare dal gip Guido Salvini 15 presunti brigatisti del Partito comunista politico-militare fu elogiata da Vittorio Feltri e Alessandro Salluti su 'Libero'. Ma oggi, di nuovo, le stesse voci la accusano di “soccorso alla sinistra”. Marco Travaglio su L’Espresso il 27 gennaio 2011.  Quattro anni fa, 12 febbraio 2007, il pm Ilda Boccassini fece arrestare dal gip Guido Salvini 15 presunti brigatisti del Partito comunista politico-militare e ne indagò altri quattro: progettavano attentati al giuslavorista Pietro Ichino, a una delle residenze di Berlusconi (quella in via Rovani a Milano), alla sede milanese di Forza Italia, al palazzo di Mediaset a Cologno Monzese e alla redazione di "Libero". Indagati e arrestati gridarono all'"operazione politica volta a spegnere le voci di dissenso" e si dichiararono "perseguitati politici". Infatti due di loro, i fratelli Toschi, erano assistiti dall'avvocato Piero Longo, lo stesso di Berlusconi. Un documento su Internet accusò di "furia anticomunista" la Boccassini, che commentò divertita: "Mi vien da ridere, perché spesso mi sono sentita dire tutt'altro". Negli ultimi dieci anni il Cavaliere e i suoi sostenitori l'avevano accusata di tutto: toga rossa, golpista, falsificatrice di prove, subornatrice di testi e così via. Nel 2007 invece, dopo lo scampato pericolo, il direttore editoriale di "Libero", Vittorio Feltri, disse "grazie a magistrati e polizia". Lo stesso Feltri che nel marzo '96 scriveva sul "Giornale": "Ilda Boccassini è troppo per il mio grado di tenuta nervosa. Non giudicatemi male: con lei non salirei neppure in ascensore", e giù insinuazioni sul movente politico dell'inchiesta su Berlusconi, Previti e le toghe sporche romane: "Tra poco vi saranno le elezioni, difficile credere che sia solo una coincidenza. Dati i personaggi, più che scandalo, questo sarà archiviato come un impiastro. Alla puttanesca". Undici anni dopo, all'indomani del blitz anti-Br, Feltri esaltò su "Libero" "i meriti della magistratura (nelle persone della dottoressa Boccassini e del dottor Salvini) che, grazie al suo intervento, permette un brindisi al posto di qualche funerale". Il suo condirettore Renato Farina, che aveva vomitato insulti e accuse a Ilda quando si occupava del Cavaliere, turibolò elogi alla "rete tesa da Ilda Boccassini (bravissima)". Insomma, per qualche giorno, "Libero" divenne l'house organ della Procura di Milano. E sapete chi era, all'epoca, il direttore responsabile? Alessandro Sallusti. Il quale oggi, direttore del "Giornale", accusa la Boccassini di "soccorso alla sinistra", "agguato al premier con violenza fisica e psicologica", "giustizia politicizzata per abbattere il governo", di tenere "Berlusconi nel mirino da 16 anni con odio malcelato", di "spiarlo nella sua vita privata", "minacciare lo Stato italiano", di essere "un pm fuori controllo", di "montare un processo da Inquisizione", di "violare leggi e regole". E Feltri? Di nuovo direttore editoriale di "Libero", la accusa di aver ordito "una persecuzione per fare secco il premier". E il suo giornale aggiunge che è "arcinemica del Cavaliere", è "come la Fiom", "ammazza il segreto istruttorio" e "conduce abusivamente l'inchiesta". Ma non era bravissima? Appunto. Infatti ha messo d'accordo le brigate rosse e quelle azzurre.

Chi è Brigandì, leghista anti Ilda. Il membro del Csm che ha passato al "Giornale" il dossier sulla Boccassini in passato ha avuto parecchi problemi con i giudici. Sia come imputato sia quando era onorevole del Carroccio.  Paolo Tessadri su L’Espresso il 2 febbraio 2021. 15 ottobre 2021. Ricapitoliamo, per chi si fosse perso qualche puntata.  "Il Giornale" ha pubblicato in prima pagina un presunto scoop sulla pm di Milano Ilda Boccassini (che sta conducendo con due colleghi l'inchiesta Rubygate): nel 1982 era stata sottoposta a procedimento disciplinare da parte del Csm (e poi prosciolta) perché era stata sorpresa a baciarsi con un giornalista in Tribunale. Soltanto un membro del Csm poteva consultare le vecchie carte sul procedimento del 1982: infatti è subito emerso che la notizia era stata passata al "Giornale" da un membro attuale del Consiglio, Matteo Brigandì, inserito nell'organo come politico in quota Lega. Brigandì, 59 anni a marzo, leghista della prima ora, è stato uno dei primi avvocati di Umberto Bossi. Poi è diventato "procuratore generale" dell'autonominata Padania, quindi senatore, assessore alla Regione Piemonte e deputato. Nato a Messina ma piemontese, iscritto al foro di Pinerolo ma eletto deputato nelle Marche, Brigandì è membro del Csm dall'estate scorsa. In passato ha incrociato più volte i giudici e non solo nella sua veste di avvocato. Ad esempio, in un'intervista a "La Padania" nel 2002 , aveva caricato frontalmente Giancarlo Caselli: si era subito beccato una querela, a cui è seguita una condanna in primo grado (ora pende l'appello). Nel 2008 l'onorevole leghista è tornato alla carica con un'interrogazione al ministro Alfano per chiedere conto di alcune dichiarazioni dello stesso Caselli alla Fiera del libro di Torino. Ma con i magistrati Brigandì ha avuto a che fare anche per altri motivi. Nel 2003 è stato indagato per un caso di truffa aggravata alla Regione sui rimborsi ai falsi alluvionati del 2000. Condannato in primo grado nel 2004, è stato assolto in appello due anni dopo, benché le aziende siano state comunque condannate. Poi il processo è continuato su altro filone: diffamazione nei confronti di Marco Cavaletto, dirigente della Regione, che si era opposto al rimborso. E qui Brigandì si è beccato due condanne di fila, l'ultima in appello a ottobre dello scorso anno, con relativo risarcimento danni. Solo un mese prima, nel settembre 2010, era arrivata un'altra condanna in appello: per il mancato versamento degli alimenti per la figlia alla prima moglie. La sentenza del tribunale recitava: «L'imputato fa presente che le pretese del partito erano 'cogenti', dimenticando che ben più cogente è l'obbligo alimentare verso la figlia». Secondo la difesa, infatti, Brigandì non aveva potuto versare gli alimenti alla figlia dal 2004 perché doveva dare i soldi al suo partito, la Lega Nord. Da parlamentare, Brigandì si è fatto notare soprattutto per gli attacchi contro il procuratore capo di Vicenza Ivano Nelson Salvarani che indagava su grosso giro di evasione fiscale in Veneto. Era la cosiddetta inchiesta "Dirty Leather", pelle sporca, che ha scoperchiato un vortice di evasione e tangenti nel settore della concia delle pelli ad Arzignano, nel Vicentino. Alla Lega l'inchiesta non piaceva e nell'aprile dello scorso anno è arrivata un'interpellanza contro Salvarani: 31 deputati, 28 del Carroccio e due del Pdl, hanno chiesto ad Alfano di disporre «iniziative ispettive al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per la promozione di un'azione disciplinare» contro il magistrato. Primo firmatario, Matteo Brigandì, che in Aula ha detto: «Salvarani farebbe meglio a cambiare mestiere». Da membro del Csm, Matteo Brigandì ha invece sollevato la presunta incompatibilità ambientale di due giudici, Fabrizia Pironti e Sandra Casacci, che in passato a Torino si erano occupate di lui in due processi. Se vi fosse un procedimento contro la Pironti, potrebbe fermarsi il famoso processo Eternit e i morti per cancro con 600 parti civili, dov'è giudice a latere. Adesso il caso Boccassini, con il dossier passato ai suoi amici del "Giornale". Perché per Brigandì e Sallusti non è degna di condurre un'indagine sul premier una giudice che 29 anni fa si era addirittura baciata in pubblico con il suo fidanzato.

Ilda Boccassini: “Ecco quello che avveniva nelle procure siciliane”. Nel suo libro, “La stanza numero 30”, l’ex pm restituisce il clima che si respirava nelle procure di Palermo e Caltanissetta attorno alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 12 ottobre 2021. Se Ilda Boccassini si fosse limitata esclusivamente alla sua lunga avventura giudiziaria contro Berlusconi, avrebbe sicuramente ricevuto appezzamenti unanimi dalla sua categoria, quella della magistratura. Ha avuto la pecca di raccontare, nel suo libro (edito da Feltrinelli) “La stanza numero 30”, il vissuto nell’ambiente delle procure di Caltanissetta e Palermo, periodo che l’ha particolarmente segnata nella sua vita. Ha avuto l’ardire di puntare il dito contro il “sistema” che, a differenza di quello denunciato dal libro di Palamara, ha la terza gamba: quella mafiosa.

Il coraggio di dire che hanno ostacolato Falcone quando era in vita

Leggendo il suo libro, passaggio dopo passaggio, mette a nudo sé stessa. Dietro la sua durezza, a volte sgarbata, c’è invece una donna con tutte le sue vulnerabilità. Il suo “cattivo carattere” è stato una protezione, ma anche la sua salvezza dall’inevitabile cedimento ai palcoscenici, ai legami con i giornalisti e alle tentazionI del potere. Ma lei, da come si evince dal suo racconto, è istintiva, non asseconda, ha avuto il coraggio di dire in faccia ai suoi colleghi, anche amici se pensiamo al pool di mani pulite (avevano mandato a Falcone una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati), che hanno ostacolato il giudice quando era in vita. Con un atto di ribellione aveva stracciato la tessera di Magistratura democratica.

Boccassini non è mai salita sul carro dei vincitori

È di sinistra Boccassini. Non lo ha mai nascosto e si è visto quanto l’ideologia possa rendere non imparziale l’agire. Lei non ne è stata immune. Ma nello stesso tempo, le va riconosciuto che non ha fatto parte di alcuna cricca e cricchetta. Non è mai salita sul carro dei vincitori. Lei, a differenza di altri miti di carta, non ha fatto carriera. È entrata e uscita in punta di piedi dalla sua stanza numero 30 della procura di Milano, da semplice pubblico ministero. Mai nessuno ha avuto il coraggio di togliersi qualche sassolino dalle scarpe in questo modo. Ma più che sassolini si tratta, in realtà, di macigni. Non ha nulla a che fare con quelli che hanno avuto un potere che tuttora gli rimane incollato grazie alle pubbliche apparizioni televisive.

Mette in guardia i giovani da taluni paladini antimafia

Lei, nel libro, ha messo in guardia i giovani da taluni paladini antimafia, presunti eredi di Giovanni Falcone, ma che in passato l’ostacolavano. Lei stessa, raccontando i suoi trascorsi lavorativi con Falcone (prima tra tutti l’inchiesta “Duomo Connection”) che si sono trasformati in una forte amicizia (non nascondendo il suo innamoramento verso quel grande uomo), è testimone di tante e dolorose confidenze ricevute, delle persone e dei colleghi di cui – scrive nero su bianco – «aveva letteralmente paura». Prosegue: «Potrei raccontare di segreti che mi ha confidato, ma non lo farò, non voglio farlo e tutto resterà chiuso nella mia memoria e nel mio cuore». E aggiunge: «Quanto ho disprezzato, in questi anni, gli omuncoli che hanno mentito raccontando o riferendosi a fatti mai accaduti e circostanze di assoluta fantasia, certi di non essere smentiti da un morto».

Testimone dei fatti che Falcone scriverà nei suoi diari

Ilda Boccassini è testimone di quello che poi Falcone stesso scriverà negli appunti del suo diario, quello pubblicato dalla giornalista Liana Milella del Sole 24ore. Gli stessi diari che visionerà Paolo Borsellino, altro grande magistrato che si è ritrovato in solitudine, nella morsa della procura palermitana. Ricordiamo le sue parole, qualche giorno prima di essere stritolato in Via D’Amelio: «Non sarà la mafia ad uccidermi, ma saranno i miei colleghi e altri che lo permetteranno». Se prima Boccassini ha conosciuto indirettamente – grazie alle confidenze di Falcone – l’aria irrespirabile delle procure siciliane, dopo la vivrà in prima persone come applicata, per indagare sulle stragi. In principal modo quella di Capaci. Non le è stata facile quella scelta. Ha dovuto abbandonare per un lungo periodo i figli, il compagno, la sua famiglia. E qui, ancora una volta, mette allo scoperto la sofferenza che diamo quasi per scontato come non possa colpire lei, una donna che si è sempre mostrata dura. Ma ora sappiamo che si è trattato di una corazza per proteggersi. E in Sicilia, quella corazza si è dovuta rafforzare ancor di più.

Non ha mai creduto alle parole di Scarantino

La vicenda Scarantino è nota. Parliamo del più grande depistaggio della storia giudiziaria di questo Paese, sentenza sigillata definitivamente dalla Cassazione qualche giorno fa. Un depistaggio – quello che aveva fatto condannare persone innocenti per la strage di Via D’Amelio – facilitato anche grazie all’incompetenza (e forse qualcosa di più) dell’allora procura nissena sorretta da Tinebra. Una vicenda già sviscerata, ma Ilda Boccassini si è tolta altri sassolini dalle scarpe. Ribadisce ciò che è stato chiarito nel Borsellino Quater: lei non solo disse che Scarantino era un ciarlatano ma, insieme al suo collega Roberto Saieva, lo ha cristallizzato attraverso due relazioni. Aggiunge un altro particolare, cristallizzato già nell’archiviazione della procura di Messina nei confronti dei magistrati indagati per depistaggio. Sappiamo che Gaspare Spatuzza si pentì, svelò la sua partecipazione all’attentato e sconfessò le ricostruzioni di Scarantino.

Le discussioni per la concessione del programma di protezione a Spatuzza e alla sua famiglia

Boccassini ha partecipato a una riunione del 22 aprile 2009: il tema era la concessione del programma di protezione a Spatuzza e alla sua famiglia. Si oppose il magistrato Nino Di Matteo perché «potrebbero rimettere in discussione le ricostruzioni e le responsabilità delle stragi, ormai consacrate in sentenze irrevocabili», ma – ed è questo l’episodio inedito – anche Antonio Ingroia aveva escluso che ci potessero essere «le condizioni perché la Dda di Palermo possa chiedere un programma speciale di protezione». Boccassini, nel ripercorrere i suoi trascorsi nella procura nissena e quella palermitana, denuncia qualcosa di più terribile. Non nasconde che ha respirato aria di collusione. Parla della sconfitta dell’ala militare dei corleonesi. Ma – si domanda – «si può dire altrettanto sul fronte dei rapporti di Cosa nostra con le istituzioni, la borghesia dominante a Palermo, gli imprenditori?». Lei, senza mezzi termine dice di no. Perché? Si è fatto poco, forse «anche per l’apporto di quei magistrati collusi, basilare per l’organizzazione criminale siciliana». E qui lancia un dardo: «Sono convinta che molti siano ancora in servizio e che alcuni abbiano addirittura percorso una brillante carriera». Dice chiaramente che le indagini non furono mai incisive. Parla di reciprocità tra la procura di Palermo e quella di Caltanissetta che consentiva una sorta di ricatto morale.

L’interrogatorio negli Usa a Marino Mannoia  e i dubbi sui suoi silenzi

Altro che sistema denunciato da Palamara! Più avanti dice di più. Racconta del suo viaggio, assieme ai colleghi nisseni e palermitani, negli Usa per interrogare il pentito Marino Mannoia. «Il collaboratore appariva – scrive nel libro Boccassini – (o voleva mostrarsi) spaesato, davanti a certe domande, in particolare quelle sui magistrati collusi, prendeva tempo dicendo che soffriva di una forte emicrania (una scusa, secondo me)». Come mai? Altro dardo: «Magari mi sbagliavo, ma avevo la sensazione che Mannoia sapesse molto più di quello che diceva. Ma era frenato da cosa? Dai magistrati presenti?». Ilda Boccassini sarà chiamata anche per essere applicata alla Procura di Palermo. Fu isolata dai suoi colleghi, visse malissimo l’esperienza, tanto che la lasciò. Ma bisogna leggere il libro per capire, forse sarà da aiuto per comprendere in quale morsa vivevano Falcone e Borsellino e quanta verità è ancora nascosta. Si rivolge lo sguardo verso le “entità”, ma mai lì dentro. Vale la pena concludere con un messaggio importante di Ilda Boccassini. «I fan – dice la ex pm -, soprattutto giovani, troppo spesso sono stati ingannati da falsi miti; la mia speranza è che se ne avvedano prima che il tempo, che è galantuomo, faccia cadere quei miti nella polvere». Alla fine si diventa polvere, dovrebbero ricordarselo tutti.

Il libro dell'ex pm. Il falso pentito Cancemi, Ilda Boccassini racconta il suo flop su Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. Nel 1994, nell’intervallo tra il 26 gennaio, giorno in cui Silvio Berlusconi annunciò la sua entrata in politica (“L’Italia è il Paese che amo..”) e il 28 marzo con la sua vittoria elettorale, in Sicilia un pubblico ministero coltivava uno “spunto investigativo” per verificare se il leader di Forza Italia avesse commissionato, insieme a Totò Riina, l’assassinio del giudice Giovanni Falcone. La pm si chiamava Boccassini, la vicenda è raccontata nel dodicesimo capitolo del suo libro La stanza numero 30 (Feltrinelli editore), e sono pagine tra le più interessanti, senza nulla togliere al botto editoriale con il lancio della storia d’amore tra Ilda e Giovanni. Dopo la strage di Capaci, la pm si era trasferita da Milano a Caltanissetta, non senza aver prima insultato in un’aula affollatissima e infuocata del palazzo di giustizia un bel po’ di toghe, accusandole, non senza molte ragioni, di aver lasciato solo ed esposto alla vendetta dei corleonesi il magistrato siciliano. La procura di Caltanissetta aveva il compito, a norma di legge, di svolgere le indagini sugli assassinii di Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta. Anche se Boccassini scoprirà, una volta arrivata sul territorio, che, in modo un po’ inusuale, della strage di Capaci si stava occupando già anche il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli. Non è un mistero il fatto che tutte le indagini sulle stragi mafiose sono state costruite sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i famosi “pentiti”. I quali mettevano in campo il massimo della loro astuzia. Prima di tutto cercando di capire che cosa i pubblici ministeri che li interrogavano volevano sentirsi dire, e poi cogliendo l’occasione per mettere in campo vendette contro le cosche avversarie. Fu così che la dottoressa Boccassini, che lavorò per tre anni a Caltanissetta giorno e notte chiusa nel bunker del tribunale e anche in un altro bunker alberghiero creato apposta per lei e altri magistrati, entrò in contatto, tra gli altri, anche con il “pentito” Salvatore Cancemi. Uno dei più lesti a saltare il fosso. Arrestato nel luglio del 1993, con l’anno nuovo era già lì davanti ai magistrati a dire la sua. Con lo schema classico del mafioso, si parla a rate. Si getta la rete per vedere l’effetto che fa. Se il pm abbocca, si comincia ad arricchire la polpetta, soprattutto se è avvelenata. Un altro trucco del collaboratore mafioso è quello di parlare spesso “de relato”, cioè riportando parole di altri, spesso orecchiate sbirciando dal buco della serratura. Non si sa se Cancemi fosse o meno informato del fatto che gli investigatori siciliani, pur senza notizie, avessero già messo le mani avanti aprendo inchieste, oltre che (ovviamente) sugli esecutori della strage, anche sui “mandanti occulti”, prima ancora che qualcuno ne accennasse. Se il collaboratore non lo sapeva lo intuiva, anche perché, è o no il sogno di ogni pm quello di mettere le mani su un famoso politico, un banchiere, un imprenditore? Ca cettu, direbbero i siciliani. La prima esca messa sul tavolo da Cancemi è piuttosto scarna: un altro mafioso, Raffaele Ganci, mentre tornavano in auto da Capaci vero Palermo, dopo aver partecipato a una riunione preparatoria dell’attentato contro Falcone, gli avrebbe parlato di “persone importanti”, estranee a Cosa Nostra, con cui era in contatto Totò Riina nei giorni di allestimento della bomba. Niente nomi, per il momento. La pm Ilda Boccassini arriva in caserma a incontrare il “pentito” Cancemi il 18 febbraio 1994. Non aspetta il procuratore capo (cioè il suo capo) Giovanni Tinebra, che era in ritardo, e si butta a capofitto nell’interrogatorio. «La prima domanda che rivolsi al collaboratore riguardava proprio quel dialogo con Ganci sui rapporti tra Riina e le ‘persone importanti’ non affiliate a Cosa Nostra». Guarda caso. Quindi lo incalza per sapere i nomi. Lui tergiversa: «Ribadisco di non aver saputo da Ganci né in quell’occasione né successivamente i nominativi dei personaggi importanti con cui Riina era sceso a patti». Aggiunge però che, anche se non ha notizie precise, è però convinto che l’accordo ci sia stato e che si sia concretizzato. Cioè Cancemi si traveste un po’ da Pasolini: non ho le prove ma “io so”. Poi accade un piccolo miracolo. Arriva l’avvocato difensore e la memoria del “pentito” si risveglia d’ improvviso. Non so i nomi delle persone con cui si incontrava Riina, “ma ho il dovere di riferire queste circostanze…”. Dopo aver trovato il modo di fare il nome di Vittorio Mangano (che Riina detestava) e anche di Marcello Dell’Utri, dice che «… una cosa è certa e corrisponde al ‘cento per cento’ a verità: Riina era in contatto con Dell’Utri e quindi con Silvio Berlusconi». Come lo sa? Perché ogni anno arrivavano a Totò Riina 200 milioni di lire, in rate di 40-50 per volta, in contanti di banconote usate, tenute con un elastico e dentro sacchetti di plastica, “dal Nord”. E chi le portava a Riina? Un certo Pierino di Napoli. Fino a questo punto, Silvio Berlusconi viene descritto più che altro come un imprenditore vittima di un’estorsione, poiché in Sicilia ha diverse “antenne” televisive, come dice il “pentito”. Infatti l’ipotesi di una sorta di pagamento di pizzo viene buttata lì dal magistrato. Ma subito dopo ecco la domanda insidiosa messa lì su un piatto d’argento: «Lei ricorda se nel maggio 1992, cioè dopo che lei apprese da Salvatore Biondino che il giudice Falcone doveva essere ucciso e prima della morte di quest’ultimo, ha avuto modo di assistere a una consegna di una rata dei 200 milioni da parte di Pierino Di Napoli a Raffaele Ganci?». «Sì, certamente», la scontata risposta. Altro che “spunto investigativo” aveva ottenuto la pm quando finalmente era arrivato all’interrogatorio il procuratore capo Tinebra! Riina che veniva pagato per uccidere Falcone! Il collaboratore di giustizia ormai va a ruota libera. Ha capito di aver suscitato l’interesse (quanto interesse, dimostreranno tutti gli avvenimenti degli anni successivi, dal Lodo Mondadori fino a Ruby) della dottoressa Boccassini e non si tiene più. «Sono stati presi due piccioni con una fava», «Ecco perché io dico che gli interessi di Riina sono coincisi con gli interessi di quelle persone importanti cui ha fatto riferimento Raffaele Ganci». Dunque ricapitolando: un certo Pierino portava soldi a Riina, tramite Ganci, provenienti dal “Nord”. Chi c’è al nord? Silvio Berlusconi, ovvio. Perché gli dava questi soldi? Per far uccidere Falcone. Per quale motivo? Non si sa, interessi coincidenti. «In buona sostanza –conclude il libro- Cancemi aveva dichiarato, verbalizzato e sottoscritto che fino al luglio 1993 un intermediario di Cosa Nostra si era adoperato per far transitare verso il capo della sanguinaria mafia corleonese somme di denaro provenienti da Silvio Berlusconi…». E, bocca della verità, il collaboratore «escludeva che quei passaggi di denaro costituissero una ‘normale’ estorsione…» Ecco perché, conclude la pm, «non solo era necessario indagare a fondo, ma anche farlo subito, senza perdere un minuto». Bisognerà ben trovare quel tal Pierino, prima di tutto. Anche perché –ma questa è una nostra malizia- le urne sono vicine e il presidente di Forza Italia è già in campagna elettorale. Ed ecco l’imprevisto. Le uova nel paniere le romperà un caro amico di Ilda Boccassini, quel Giuseppe D’Avanzo che in seguito ossessionerà Berlusconi con le famose 10 domande, il quale con il collega Attilio Bolzoni farà un grosso scoop, rivelando tutto su Repubblica del 21 marzo, ormai a ridosso delle elezioni. Ottenendo come primo risultato la lesta fuga del famoso Pierino. I verbali dell’interrogatorio di Cancemi erano nelle mani di tre procure, Caltanissetta, Palermo, Firenze. Piccolo giallo nel giallo: chi è l’uomo che “in una tiepida notte romana” tira giù dal letto D’Avanzo e “con le lacrime agli occhi” gli mostra le carte e gli consente di prendere appunti? Boccassini lo sa perché il giornalista glielo ha detto molti anni dopo e prima di morire per un improvviso infarto. Lo sa, ma non lo dice. Un po’ alla siciliana. Senza offesa per nessuno, ovviamente. L’inchiesta è finita lì, il giorno dello scoop. E della vittoria elettorale di Berlusconi del 27-28 marzo 1994. Volata via, come si conviene alle bolle di sapone.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La parte sul collaboratore di giustizia non va fino in fondo. Falso pentito Scarantino, Ilda Boccassini fiutò le balle ma qualcuno lo istruì…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. Altro che affair d’amour con Giovanni Falcone. Il libro di Ilda Boccassini, nella parte in cui racconta la sua vita siciliana, è storia di guerra tra toghe, di quelle in cui non si fanno prigionieri. Al centro la figura e il ruolo di Vincenzo Scarantino, Enzino, il meccanico del quartiere palermitano della Guadagna, quello che si era autoaccusato dell’omicidio di Paolo Borsellino senza neanche sapere chi fosse e che non conosceva neppure via D’Amelio, il luogo dove collocare la 126 rubata stipata di 90 chili di tritolo. Siamo a Caltanissetta nel periodo successivo alla strage di Capaci, quando Ilda Boccassini era impegnata nelle indagini sulla morte di Falcone (un suo ex collega milanese, Guido Salvini, ha fatto notare nei giorni scorsi quanto inopportuno sia stato quell’incarico, dopo la diffusione del legame sentimentale tra i due) e le aveva portate a termine nell’arco di due anni. Stava quindi per tornare a Milano, siamo nell’ottobre del 1994, quando venne incaricata dal procuratore Tinebra di andare al carcere di Pianosa per interrogare un certo Scarantino che si era dichiarato disponibile alla collaborazione. Lei non ne aveva voglia, e ancor meno sarà entusiasta di quell’incarico in seguito, quando si renderà conto del fatto che quel nuovo aspirante “pentito” con le sue dichiarazioni rischiava di incrinare lo stesso castello accusatorio che proprio lei aveva messo in piedi con le richieste di rinvio a giudizio per la strage di Capaci dell’intero vertice di Cosa Nostra sulla base delle accuse di tre collaboratori, Salvatore Cancemi (quello che aveva inventato il ruolo di Berlusconi nella strage), Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Vincenzo Scarantino sarebbe parso inattendibile a chiunque, tranne che ai suoi difensori d’ufficio come i pm palermitani Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, insieme a una squadra di poliziotti e al questore Arnaldo La Barbera, che lo avevano a lungo imbeccato e coccolato. Ma va a merito della dottoressa Boccassini e del suo collega Roberto Saieva il fatto di aver fiutato da subito il falso “pentito” costruito a tavolino nel carcere speciale di Pianosa. Certo la capacità di intuito dei due magistrati sarebbe stata più limpida se avessero avuto il coraggio di raccontare come e perché, e soprattutto con quali metodi, il picciotto della Guadagna era stato portato a inventarsi una volontà di collaborazione che probabilmente non era mai stata neanche nelle sue fantasie più audaci. Una sola parola: tortura. Il fatto fu denunciato dalla moglie del falso “pentito” con una lettera che accusava esplicitamente il questore La Barbera e il clima creato nel carcere di Pianosa: si andava dalle secchiate di acqua gelida buttata all’improvviso dentro le celle sui detenuti dormienti fino a vermi e pezzi di vetro trovati nei cibi. Per non parlare di botte e pestaggi che erano all’ordine del giorno. Quel che diceva la moglie di Scarantino sarà oggetto di diverse interrogazioni di parlamentari che erano andati a verificare di persona le condizioni del carcere e dei detenuti, e poi confermato da alcune sentenze della Cedu che aveva condannato l’Italia proprio per quei “sistemi educativi”. I pm Boccassini e Saieva, preoccupati per le parole di Scarantino che miravano a coinvolgere nella strage di via D’Amelio quei tre “pentiti” che erano stati fondamentali per l’altra strage, quella di Capaci, avevano stretto da subito l’aspirante collaboratore su alcuni particolari in cui si era contraddetto. Salvatore Cancemi, il giorno della riunione preparatoria della strage, aveva i baffi? E Di Matteo aveva la barba? Il povero Scarantino aveva barcollato, ed era apparso chiaro che lui aveva descritto le persone che avrebbero partecipato all’incontro dopo aver fissato la loro immagine secondo quello che aveva visto sui giornali. Qualcuno di loro non lo aveva neanche mai conosciuto. Così avevano detto i tre “pentiti”. Del resto, ben diverso era tra loro il livello di importanza nel mondo di Cosa Nostra. Anzi, il meccanico, pur avendo qualche parentela di rango, probabilmente non ne aveva neppure mai fatto parte. Pur con il limite di occuparsi solo dei “suoi” tre pentiti (altre persone innocenti fecero ingiustamente 15 anni di carcere), Ilda Boccassini ebbe coraggio. Insieme al suo collega Saieva fronteggia tutto il gotha degli inquirenti che volevano a tutti i costi dare credibilità al “pentimento” di Enzino: il procuratore capo Tinebra, i sostituti Palma, Petralia, Giordano, Di Matteo. Scrivono due relazioni, che prenderanno anche la via di Palermo, ma che verranno ignorate. Ormai il processo è costruito e non si torna indietro. Si muoverà addirittura il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, dopo la pubblicazione della lettera della moglie di Scarantino, a difendere in una conferenza stampa, convocata all’apparenza per salvaguardare la reputazione del questore La Barbera, il picciotto della Guadagna. Purtroppo di tutto ciò nel libro di Ilda Boccassini non si parla. Lei pare invece molto presa dalla polemica con i colleghi. Con il procuratore Tinebra, per esempio, che lei stessa ha visto appartarsi con l’aspirante “pentito” ogni volta che lui pareva recalcitrante ad aggiungere particolari ai suoi racconti. Del resto, nei vari processi, undici per la precisione, che si sono tenuti sull’omicidio Borsellino (proprio nei giorni scorsi la Cassazione ha detto la parola definitiva sul “quater”) sono emerse annotazioni scritte di pugno dai pm, e poi i suggerimenti e le vere e proprie “lezioni” che venivano impartite ai “pentiti” in preparazione delle udienze dibattimentali. Tre poliziotti sono ancora indagati a Caltanissetta, mentre due pm sono stati prosciolti. Eppure restano indimenticabili le parole del pm Nino Di Matteo, che svolse la requisitoria al processo nel 1998 e che così stigmatizzò qualunque osservazione critica sulla genuinità di quella testimonianza, di quel continuo ammettere e ritrattare del “pentito”: «L’avvicinamento dei collaboratori per costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nella strategia di Cosa Nostra». E poi ancora: «Lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l’accusarli di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati, è diventato una sorta di sport nazionale, praticato non tanto dai pentiti, ma da molti di coloro che hanno lo scopo di far esplodere il sistema giudiziario». Dieci anni dopo, sarà la sua ipotesi a esplodere, con la testimonianza di Gaspare Spatuzza, cui lui non volle mai dare credito, scontrandosi di nuovo, spalleggiato da Antonio Ingroia, nel corso di un vertice nazionale di procuratori “antimafia”, con Ilda Boccassini. La Grande Bufala costruita intorno a Vincenzo Scarantino è stata fatta a pezzi. E subito dopo anche quella della Trattativa Stato-Mafia. Poveri procuratori, quanti fallimenti! E finalmente il “Borsellino quater” ha fatto un po’ di giustizia. Ma intanto Di Matteo ha fatto carriera fino al Csm e Boccassini è andata in pensione.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Ilda Boccassini: «Mi innamorai di Giovanni Falcone, temevo quel sentimento». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 7 ottobre 2021. «Cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente?». Nel suo libro Ilda Boccassini si interroga e svela anche particolari inediti sul rapporto che la legava a Giovanni Falcone, il giudice istruttore che conobbe negli anni ‘80 e del quale, come una ragazzina di liceo, subito pensò «comunque è un figo». Scrive del magistrato, ma anche dell’uomo e del fascino che lo circondava. «Me ne innamorai. È molto complicato per me parlarne. Sicuramente non si trattò dei sentimenti classici con cui siamo abituati a fare i conti nel corso della vita. No. Il mio sentimento era altro e più profondo, non prevedeva una condizione di vita quotidiana, il bisogno di vivere l’amore momento per momento. Ero innamorata della sua anima, della sua passione, della sua battaglia, che capivo essere più importante di tutto il resto. Sapevo di non poter condividere con lui un cinema o una gita in barca, pur desiderandolo, ma non ero gelosa della sua sfera privata, né poteva vacillare la mia. Temevo che quel sentimento potesse travolgermi. E così in effetti sarebbe stato, perché lo hanno ucciso». E poi racconta dei tanti incontri, di lavoro e no. Dalla giornata al mare all’Addaura, nell’estate del ‘90, e di quando lui la invitò a tuffarsi. «...io pensai alla messa in piega appena fatta. Pensieri da donna che non mi fermarono e lo raggiunsi. Giovanni prima mi prese la mano, poi la lasciò e cominciammo a nuotare verso l’ignoto...». «Ilda la rossa» svela che in realtà i suoi capelli sono «un normale castano senza infamia e senza lode, ma fin dagli anni della giovinezza mi piaceva tingermi con l’henné, un segno di libertà molto in voga tra le ragazze che negli anni Settanta tenevano alla loro emancipazione e volevano farlo vedere». A Giovanni «piacevano molto i miei riccioli. Quante volte mi ha detto che i miei occhi “erano bellissimi”». E racconta anche dei viaggi di lavoro insieme, come quello fatto in Argentina nel giugno del ‘91, per interrogare il boss Gaetano Fidanzati. «Avevo anche un walkman con una cassetta di Gianna Nannini, che ho imposto a Giovanni per tutta la durata del viaggio. Alcune canzoni mi facevano pensare alla nostra storia e le ascoltai più volte, per ore, stringendomi a lui. In top class non c’erano altri passeggeri, eravamo soli in quel lusso rilassante, la nostra intimità disturbata solo dall’arrivo delle hostess. Rimanemmo abbracciati per ore, direi tutta la notte, parlando, ascoltando Gianna Nannini e dedicandoci di tanto in tanto ad alcuni dettagli dell’interrogatorio e ai possibili sviluppi dell’indagine. Che notte...».

Ilda Boccassini: le lotte, la malattia, il rapporto con Falcone. "Io donna e magistrata, un prezzo altissimo".  Natalia Aspesi su La Repubblica il 6 Ottobre 2021. "La stanza numero 30", ritratto dell'inquirente più famosa d'Italia: dalle indagini di mafia al pool di Mani Pulite. Ritrovarsi pensionata, nonna a tempo pieno come sono certe nonne di oggi, ex cardiochirurghe o esperte di big data, o come lei, magistrata, è una bizzarria, una fatica, una limitazione, un rifugio? O invece una scoperta, una vita nuova da assaporare, una serenità mai provata? Martino 4 anni, Sebastiano 2, figli di Alice, e Giona, pochi mesi, figlio di Alberto, hanno questa nonna speciale che sta vivendo lo stupore e la passione di chi forse si è spesso sentita con angoscia una madre assente, colpevole, perché in lei prevaleva la passione per le istituzioni, l'orgoglio della sua toga, e bisognava partire, stare lontano settimane, mesi, ed Alice piangeva e Alberto ammutoliva e il suo compagno di...

Ottavio Cappellani per la Sicilia il 10 ottobre 2021. E niente. Da quando è venuta fuori questa cosa della Boccassini e di Falcone c’è una domanda che mi frulla in testa, che in realtà non è una domanda, ma una battuta, un “joke”, un “punch”, della quale io stesso mi vergogno, come se ci fosse un pazzo battutista che si è impadronito del mio cervello e mi suggerisce cose indicibili, frasi capaci di rovinarti a vita, battute che sembrano fatte apposta per sollevare uno shit-storm al quale anche io parteciperei con entusiasmo e indignazione e rivolta e scandalo e ripugnanza e ancora adesso, mentre sto scrivendo, non so se farò questa battuta all’interno di questo articolo, ma penso di no. Cioè… no, no, penso proprio di no. Sicuramente deve essere questo turpe individuo che abita una parte del mio cervello che mi costringe a maratone su Netflix dei peggiori “comedian”, da Louis C.K. a Dave Chapelle a Jim Jeffreries a Ricky Gervais e non mi fanno bene: non mi fanno bene tutti quei discorsi sulla comicità che non ha limiti e che non deve tenere conto dell’offesa che potrebbe suscitare. Perché poi io mi ritrovo, vergognandomi, a pensare che è stata la Boccassini a dare la stura alla faccenda, non io, e che obbiettivamente e indubbiamente la scena fa ridere, no dico, fa ridere molto (lo so che tra di voi ci sono quelli che dicono “sono indignat*, a me non fa ridere per niente”), lei con tutta quella capigliatura riccia sull’aereo per l’Argentina, in quel “lusso rilassante” - lo ha detto la Boccassini, mica io, “lusso rilassante”, che poi fa rima con “cena elegante” e ci si potrebbe scrivere un’ora di stand-up solo su questa frase, “lusso rilassante” - appoggiata per tutto il tempo, dico “per tutto il tempo”, dall’Italia all’Argentina, sulla spalla di Giovanni Falcone, ascoltando Gianna Nannini, che uno si immagina Falcone, “per tutto il tempo”, con Gianna Nannini nell’orecchio e i capelli ricci della Boccassini nel naso che gli prudono, col braccio addormentato e la Boccassini che si struscia e canticchia. Dico, già questi pensieri non andrebbero fatti su due magistrati, impegnati nella lotta alla mafia, uno dei due ucciso anche dalla mafia, insieme alla scorta e alla moglie, che poi uno, anzi non “uno”, io! - e di questo mi vergogno non potete immaginare quanto – gli viene di pensare alla moglie di Falcone che mette la cassetta di Gianna Nannini in macchina e Falcone che si chiede se non sia un avvertimento trasversale o una cosa del genere, e queste cose NON si dovrebbero pensare di due magistrati, di cui uno ammazzato dalla mafia, ma non è colpa mia se ci penso, ma della Boccassini, e nonostante questo non riesco ad assolvermi. Perché la domanda che mi gira in mente da due giorni, è molto peggio di questi pensieri assurdi e malati che mi invadono il cervello, e mentre sono ancora cosciente mi dico “no, quella domanda, cioè quella battuta, no, non puoi farla, te ne pentiresti”. E infatti non la faccio e me la tengo per me. (Ma quella sera, sull’aereo, il GHB chi l’ha portato?).

Lettera a Francesco Merlo pubblicata da la Repubblica il 10 ottobre 2021. Caro Merlo, la Boccassini e Falcone…Qual è il vero motore del mondo: l’economia o l’amore? Ferruccio Ferrigno 

LA RISPOSTA DI MERLO

Stia attento a non perdersi come Amleto: è meglio essere amati o essere temuti?, vale più la bellezza o l’intelligenza, meglio una vita da porco contento o da filosofo infelice?, sino a “è nato prima l’uovo o la gallina”. Ma la prendo sul serio e le rispondo così: Falcone non è passato alla storia per avere amato Ilda Boccassini.

Maria Falcone su Ilda Boccassini: "Smarrito senso del pudore e del rispetto". La sorella del giudice contro La Sicilia per un commento satirico sul libro della ex pm: "Superato il limite". HuffPost l'11/10/2021. “Finora ho preferito evitare commenti su una vicenda che mi ha molto amareggiata, ritenendo che il silenzio, di fronte a parole tanto inopportune, fosse la scelta più sensata. Quando, però, si supera il limite e si arriva, forse paradossalmente con fini opposti, a commenti inappropriati che scadono nella ridicolizzazione è, secondo me, impossibile non replicare”. Lo scrive Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, in una lettera inviata a ‘La Sicilia’ a commento di un intervento ‘satirico’ apparso sul quotidiano a firma dello scrittore  Ottavio Cappellani sul libro autobiografico dell’ex magistrato Ilda Boccassini. ll riferimento del pezzo di Cappellani è al racconto personale che la Boccassini fa del viaggio in aereo affrontato nel 1990 insieme al giudice Falcone verso l’Argentina per l’interrogatorio di un boss. L’articolo è stato riportato dallo scrittore anche sulla propria pagina Facebook. “Quel che allarma innanzitutto - afferma Maria Falcone - è che sembra si sia smarrito ormai qualunque senso del pudore e del rispetto prima di tutto dei propri sentimenti (che si sostiene essere stati autentici), poi della vita e della sfera intima di persone che, purtroppo, non ci sono più, non possono più esprimersi su episodi veri o presunti che siano e che - ne sono certa - avrebbero vissuto questa violazione del privato come un’offesa profonda. Quanto al commento ospitato dal vostro giornale - aggiunge - del quale non riesco bene neppure a comprendere il senso - forse voleva essere una critica al libro della dottoressa Boccassini, ma anche leggendolo più volte non è chiaro - mi pare si sia superato il limite”. “Questo immaginare scenette da sit-com di basso livello - osserva Maria Falcone - questo descrivere due persone, che hanno fatto della compostezza e della riservatezza regole di vita e che sono state uccise per difendere la democrazia nel nostro Paese, come ridicoli protagonisti di un romanzetto di quart’ordine è vergognoso. In nome della libertà di espressione del pensiero non si può calpestare la memoria di chi non c’è più e la sensibilità di chi è rimasto e ogni giorno deve confrontarsi con un dolore che non può passare”.

Lettera di Maria Falcone a "la Sicilia" l'11 ottobre 2021. Finora ho preferito evitare commenti su una vicenda che mi ha molto amareggiata, ritenendo che il silenzio, di fronte a parole tanto inopportune, fosse la scelta più sensata. Quando, però, si supera il limite e si arriva, forse paradossalmente con fini opposti, a commenti inappropriati che scadono nella ridicolizzazione è, secondo me, impossibile non replicare. Quel che allarma innanzitutto è che sembra si sia smarrito ormai qualunque senso del pudore e del rispetto prima di tutto dei propri sentimenti (che si sostiene essere stati autentici), poi della vita e della sfera intima di persone che, purtroppo, non ci sono più, non possono più esprimersi su episodi veri o presunti che siano e che - ne sono certa- avrebbero vissuto questa violazione del privato come un’offesa profonda. Quanto al commento ospitato dal vostro giornale, del quale non riesco bene neppure a comprendere il senso - forse voleva essere una critica al libro della dottoressa Boccassini, ma anche leggendolo più volte non è chiaro - mi pare si sia superato il limite. Questo immaginare scenette da sit-com di basso livello, questo descrivere due persone, che hanno fatto della compostezza e della riservatezza regole di vita e che sono state uccise per difendere la democrazia nel nostro Paese, come ridicoli protagonisti di un romanzetto di quart’ordine è vergognoso. In nome della libertà di espressione del pensiero non si può calpestare la memoria di chi non c’è più e la sensibilità di chi è rimasto e ogni giorno deve confrontarsi con un dolore che non può passare. Maria Falcone

Risposta de "la Sicilia" a Maria Falcone l'11 ottobre 2021. Di fronte ai sentimenti - dolore, rabbia, sconcerto - di Maria Falcone e di tutte le vittime della violenza mafiosa non ci sono mai risposte da dare, ma solo rispettoso silenzio, oltre alla ovvia precisazione, in questo caso, che nessuno - neanche un autore dai toni pulp e provocatoriamente sempre sopra le righe qual è Ottavio Cappellani, nella sua settimanale rubrica satirica ospitata da La Sicilia - voleva offendere la memoria di eroi di questo martoriato Paese. Poi è giusto chiedersi quale debba essere il confine è della satira. Se questa volta si ritiene che lo sia superato, urtando la sensibilità altrui, i primi a dispiarcene siamo noi. 

Risposta di Ottavio Cappellani a Maria Falcone l'11 ottobre 2021. Alla signora Falcone rispondo, con rispetto e con l’affetto che porto a chi si batte da anni per una Sicilia migliore. Innanzitutto sono onorato che abbia voluto rispondere a me e non alla Boccasini. Anche se Le assicuro che non ho mai avuto momenti di intimità con suo fratello e se li avessi avuti avrei taciuto. Lei reputa “vergognosa” la mia satira. Le riporto un paio di frasi dal pezzo incriminato: “E niente. Da quando è venuta fuori questa cosa della Boccassini e di Falcone c’è una domanda che mi frulla in testa, che in realtà non è una domanda, ma una battuta, un “joke”, un “punch”, della quale io stesso mi vergogno, come se ci fosse un pazzo battutista che si è impadronito del mio cervello e mi suggerisce cose indicibili...”, “Perché poi io mi ritrovo, vergognandomi, a pensare che è stata la Bocassini a dare la stura alla faccenda, non io...”, “ma non è colpa mia se ci penso, ma della Boccassini, e nonostante questo non riesco ad assolvermi...”. Cara signora Falcone, apparteniamo a due mondi retorici differenti: il mio mondo “comprende” (anche in termini matematici di insiemi e sottoinsiemi) il Suo, il Suo mondo non comprende il mio. Ma è una questione, appunto, di retorica: Le assicuro che i fini, più o meno, sono gli stessi. Ma non si può chiedere alla satira di vergognarsi perché essa ti supera e satireggia anche sulla vergogna, su quella altrui e sulla propria. RinnovandoLe la mia stima e il mio affetto. Suo Ottavio Cappellani

Paolo Colonnello per “La Stampa” il 12 ottobre 2021. Terminate le 343 pagine di queste «cronache di una vita» di Ilda Boccassini, raccontate dall'ex magistrato con una sincerità al limite dell'autolesionismo, viene da chiedersi: perché? Perché questa donna, ormai settantenne, invece di essere ringraziata per aver catturato gli assassini del giudice più amato dagli italiani, ogni volta che parla o che scrive, suscita scandalo? Perché, invece di essere portata in giro per le scuole a spiegare quanto sia difficile e impervia la strada della legalità, viene insultata e presa in giro per le sue intemperanze o per quel candore quasi adolescenziale con cui rivela, «giovane e flessuosa», di essersi innamorata di Giovanni Falcone? L'ultima bordata, è arrivata proprio dalla sorella di Falcone, Maria, che ieri su La Sicilia, ha scritto: «Sembra si sia smarrito ormai qualunque senso del pudore e del rispetto prima di tutto dei propri sentimenti (che si sostiene essere stati autentici), poi della vita e della sfera intima di persone che, purtroppo, non ci sono più, non possono più esprimersi su episodi veri o presunti che siano e che - ne sono certa - avrebbero vissuto questa violazione del privato come un'offesa profonda...». L'unica risposta possibile al putiferio sollevato da Ilda la rossa è che Boccassini, anche adesso, rimane una donna fuori dagli schemi, lontana dal potere politico e dallo stesso potere giudiziario cui è appartenuta, e che ha sempre ferocemente criticato. Per capirlo bisogna leggerlo fino in fondo questo libro, La stanza numero 30 (ed. Feltrinelli), che la racconta nel ruolo, unico e irripetibile, avuto nella lotta al crimine in Italia. Un ruolo scomodo, privo di compromessi, ma non di umanità e talvolta di una sensibilità esasperata, ben distante dall'immagine pubblica di donna dura e spietata. Tutto ciò nonostante alcune omissioni (chi fu a far vedere al giornalista D'Avanzo in anteprima i verbali del boss pentito che parlava di Berlusconi mettendo così a rischio un'indagine delicatissima? Ilda lo sa, ma non lo scrive) o denunce tardive, tipo quella sull'indebita pressione dell'ex capo della polizia De Gennaro per farla desistere sempre da un'inchiesta su Berlusconi. Stare vicino alla donna che ha sgominato le cosche più feroci e insidiose, a Milano come a Palermo, che ha rivelato lo squallore prostituivo di certe «cene eleganti», così come la corruzione dei magistrati della capitale (caso Squillante), non è mai stato semplice per nessuno. Perché Ilda non è mai stata capace di fare sconti nemmeno a sé stessa: «Non nego di aver contribuito a dare di me un'immagine pubblica che so diversa da quella reale - scrive a pagina 106 -. Insomma, per difendermi ho indossato una maschera che con il tempo è diventata la mia faccia, ho lasciato che si ricamasse sul mio essere una donna severa, poca incline ai sentimenti, tutta codice e tintinnio di manette. Sgradevole? Forse, a volte». Critiche e gustose prese in giro della vanità altrui (la descrizione di Giancarlo Caselli, in trasferta negli Usa per interrogare un mafioso, che chiede alla scorta Fbi di fermarsi davanti a un supermercato per comprare la lacca per i capelli è strepitosa) e della propria (dal parrucchiere ai tailleur scelti per partecipare ai processi), non mancano. C'è il giudizio severo per le «non scelte» del procuratore di Milano Francesco Greco; e la critica dura al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri («Si vantava sulla conoscenza della 'ndrangheta, creava tensioni»). Ma in realtà è il racconto inedito delle sue paure, della solitudine, delle tecniche investigative, degli incontri con boss mafiosi come Buscetta o Cangemi, a colpire. C'è il fastidio per l'esibizione mediatica della giustizia, come avvenne per la cattura di Giovanni Brusca, il boss della strage di Capaci. «Le scene di giubilo a volto coperto e con i mitra fra le mani evocavano gli Stati totalitari, dove non c'è spazio per giustizia e legalità». Pagine che scorrono veloci e raccontano in definitiva la storia il più delle volte dolorosa di una donna che, come tante altre, ha sofferto sulla propria pelle l'impegno professionale che ha anteposto, dilaniandosi, alla famiglia; e che ha pagato duramente, in termini di carriera, essere stata brava e coraggiosa. Poco amata dai colleghi, invisa al mainstream giornalistico, detestata apertamente dal Potere, che tentò di delegittimarla in ogni modo fino a toglierle la scorta, decisione caldeggiata dall'allora ministro degli Interni Claudio Scajola (governo Berlusconi). Boccassini, come un altro suo illustre collega, Gherardo Colombo, ha «il vizio della memoria», con cui ricorda, ad esempio il dimenticato ed esplosivo verbale del boss pentito Salvatore Cangemi: «Una cosa è certa - dice il pentito - e corrisponde al cento per cento a verità: Riina era in contatto con Dell'Utri e quindi con Silvio Berlusconi» che versava ai "cortonesi" 200 milioni di lire all'anno in contanti. No, non è stato semplice combattere la mafia stragista indossando non di rado tacchi a spillo e orecchini, circostanza intollerabile per gli ayatollah di Cosa Nostra e la loro becera cultura maschilista. «Nonostante la mia esperienza, negli ultimi 30 anni nessun Parlamento ha mai chiesto la mia consulenza». L'amarezza è sconfinata ma la voglia di riprendersi la vita, anche. «L'isolamento, la profonda incertezza del domani, la paura di morire, hanno sprigionato in me una smisurata voglia di vivere». E' il karma di chi ha imparato a risorgere.

Anticipazione da “Oggi” il 13 ottobre 2021. Sui due discussi capitoli dell’autobiografia «La stanza numero 30» dove Ilda Boccassini rivela il suo amore per Giovanni Falcone, intervengono su OGGI in edicola da domani anche Maria Venturi e Barbara Alberti. «Cose come questa non si giudicano. Io l’avrei tenuta per me per la sola volontà di non correre il rischio di fare un torto postumo alla moglie, certo, ma soprattutto a una figura come Falcone. Non conta quanti anni siano passati dalla sua morte: Falcone è il presente storico del nostro Paese. Per tutti, giustamente, un martire, un eroe, e gli eroi non devono avere nei», dice la Venturi. Mentre l’Alberti commenta: «Al suo posto non lo avrei detto per egoismo: le cose importanti vanno taciute, se le racconti si disperdono e, come in questo caso, finiscono in mano al tribunale permanente di chi cerca un colpevole sempre, su tutto, come le tricoteuse che sferruzzavano in attesa di veder ruzzolare teste dalle ghigliottine. Un libro è arte, quella confessione è una scelta artistica, il sollievo a una pena antica e un modo per rivendicare che i soli padroni delle nostre vite siamo noi e chi le giudica non rispetta le differenze e ci condanna a un moralismo conformista di cui davvero non c’è bisogno».

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 13 ottobre 2021. In questi giorni in cui è successo di tutto, è scoppiato uno scandalo anche per una sciocchezza di cui è stata protagonista Ilda Boccassini, famosissima magistrata che lavorò a lungo alla Procura di Milano, segnalandosi per tenacia e aggressività. Insomma una donna tosta la quale, abbandonata la toga ha deciso legittimamente di raccontare la propria vita non banale in un libro. Niente di eccezionale, nessuna rivelazione inedita, semplicemente una descrizione piacevole di una esistenza non comune trascorsa nelle trincee della giustizia. Ma i recensori, o meglio i censori, hanno colto alcune pagine relativamente piccanti e moderatamente scandalose, nelle quali la cosiddetta Rossa, per via del colore dei capelli, rivela di essere stata innamorata del povero Falcone, trucidato dalla mafia, e di aver avuto con lui una relazione. Non avesse mai messo nero su bianco il fatto: non appena questa storia del tutto trascurabile è stata resa nota al pubblico è successo il finimondo come se la Boccassini fosse l'unica donna al mondo ad essersi intenerita per un uomo sposato. Se fosse una tragedia l'amore extraconiugale l'umanità intera dovrebbe essere messa alla berlina. Il cosiddetto tradimento credo sia più diffuso del raffreddore, ma se una persona confessa di averlo commesso, invece di ricevere la solidarietà dei cornificatori e dei cornuti, viene deplorata quasi fosse l'unica peccatrice sulla faccia della terra. Ilda ammettendo il suo amore ha detto la verità, forse non sapeva che la gente ti perdona tutto tranne la sincerità. Ciò che maggiormente stupisce di questa vicenda in sé ordinaria non sono tanto i rimproveri all'innocente Boccassini quanto l'assoluzione generale ricevuta da Falcone. Lei massacrata, lui neppure sfiorato dalle reprimende dei benpensanti. Pur essendo noto anche agli imbecilli che le scappatelle si fanno regolarmente in due, altrimenti che scappatelle sono? Ma Ilda è una donna, quindi può essere vilmente colpita, mentre il grande giurista era un uomo pertanto meritevole di essere perdonato, neppure giudicato, tanto più che è morto e i defunti sono tutti buoni. Io con la signora Pm ebbi in passato un contenzioso e fui condannato per una frase che voleva essere spiritosa. Questa: la Boccassini mi intimorisce al punto che con lei non salirei nemmeno in ascensore. Ma nonostante la citata battuta, l'ho sempre rispettata e non cesso di apprezzarla solo perché si è accompagnata con un illustre collega.

La procuratrice e l’autobiografia. Quando l’ego oltrepassa la comune decenza. Il magistrato Guido Salvini commenta le rivelazioni di Ilda Boccassini sulla storia d'amore con Giovanni Falcone. Guido Salvini su Il Dubbio l'11 ottobre 2021. George Orwell e altri autori inglesi la chiamavano common decency. È un’espressione che non è facile rendere in italiano. Provandoci con una parafrasi, richiede, ad esempio, che chi parla, anche in pubblico, di se stesso o di altri non superi una linea oltre la quale la dignità dell’uno e degli altri è ferita, sminuita. Richiede misura, rispetto per il prossimo, istintiva correttezza morale, in sintesi appunto non oltrepassare certi limiti. Una virtù propria, secondo Orwell, soprattutto della gente comune, dell’”inglese medio” al tempo in cui lo scrittore viveva. Quello, che più che un atteggiamento è un principio, mi è venuto in mente leggendo dell’autobiografia di Ilda Boccassini. L’ho conosciuta bene, era entrata in servizio a Milano pochi anni prima di me. Ha sempre avuto qualità eccellenti quasi uniche. Un intuito investigativo straordinario, conosceva come pochi altri i fenomeni criminali di cui si occupava, soprattutto mafia e ‘ndrangheta, aveva dedizione al lavoro e caparbietà anche nel senso migliore del termine. Sul piano umano invece non brillava. Era sgarbata, quasi ai limiti della maleducazione e poco propensa, così si comprende anche dal libro, a lavorare in gruppo con gli altri colleghi. La storia della sua vita professionale è indubbiamente istruttiva, racconta fatti, quelli della Sicilia negli anni 80-90 in particolare, che chi non ha vissuto quel periodo rischia di dimenticare o di non conoscere affatto. Ma le pagine che raccontano la storia con Giovanni Falcone superano ampiamente il limite della common decency. Sono le pagine che alla fine saranno certamente quelle più lette e con maggiore curiosità anche oscurando anche il resto. Ed infatti i mass-media nel lanciare l’uscita del libro hanno insistito soprattutto su quella storia d’amore. Tutti nel mondo giudiziario lo sapevano ma non c’era alcun bisogno, se non per una pulsione personale, di raccontarlo a tutto il paese. Si prova un senso di pena per la moglie di Giovanni Falcone, la collega Francesca Morvillo dilaniata insieme a lui dalla bomba, e per i parenti e gli amici ancora in vita che una mattina dal Corriere hanno saputo di quel libro e dei suoi svolazzi da letteratura minore. I maligni e i nemici del magistrato potrebbero anche a questo punto obiettare che se Ilda Boccassini aveva intessuto una relazione amorosa con Giovanni Falcone, non doveva accettare di essere applicata a Caltanissetta per condurre le indagini sulla sua morte perché da quello, da quell’unico caso, aveva il dovere di astenersi come richiede il Codice di procedura penale. Ilda Boccassini era ormai in pensione da quasi due anni, era uscita del tutto dall’ambiente, in silenzio, lasciando le scene come Greta Garbo, e il paragone è un omaggio. Non aveva più fatto apparizioni, come tanti illustri pensionati, in convegni e interventi sui mass-media né aveva sollecitato qualche incarico politico grande o piccolo. Questo ritirarsi a vita privata dopo tanti anni di impegno era una scelta non comune. Ma, l’ho scritto tante volte, i magistrati, quelli famosi, hanno un ego, ingigantito nel corso di processi ed indagini, che è difficile da tenere a bada e che non vuole scivolare nell’anonimato. E alla fine prevale. Penso sia accaduto così in questa autobiografia. Certo un libro non è una requisitoria in aula e non incide sulla giustizia e sugli esiti dei processi. Ma credo, che alla radice, e visto in profondità, il fenomeno dell’oltrepassamento, possiamo chiamarlo così, sia lo stesso che ha portato indagini acclamate dai mass media ad essere coltivate, oltre la common decency, oltre il loro limite sino a sgonfiarsi, anche se dopo anni, nelle aule. Chi legge immagina di cosa parlo, è storia giudiziaria recente. Credo che i magistrati cerchino giustamente indipendenza dalla politica e dal potere ma l’indipendenza dal loro ego personale è altrettanto importante. E non sempre riesce.

"Amavo Falcone", "Infanghi la moglie": scontro Boccassini-Barra. Francesca Galici il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. Francesca Barra a valanga contro Ilda Boccassini dopo la pubblicazione di alcuni passaggi del nuovo libro dell'ex magistrato di Milano. Hanno fatto discutere le dichiarazioni di Ilda Boccassini su Giovanni Falcone affidate al libro La stanza numero 30. "Il mio era un sentimento profondo, ero innamorata della sua anima, della sua passione... Ricordo quella nuotata insieme all'Addaura nel 1990 e una notte in volo verso l'Argentina", scrive Ilda Boccassini. Parole molto forti, riportate in anteprima dal Corriere della sera, che spiazzano anche a distanza di oltre 30 anni, e che hanno creato un grande dibattito pubblico. A scagliarsi contro l'ex magistrato del tribunale di Milano è stata soprattutto Francesca Barra, autrice della biografia di Giovanni Falcone. "Me ne innamorai... Ero innamorata della sua anima, della sua passione, della sua battaglia, che capivo essere più importante di tutto il resto", scrive ancora Ilda Boccassini, oggi 72enne magistrato in pensione. I due si conobbero negli anni Ottanta e oggi, a distanza di tre decenni, la Boccassini si chiede: "Cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente?". Nessun accenno alla moglie, solo un vago riferimento: "Sapevo di non poter condividere con lui un cinema o una gita in barca, pur desiderandolo, ma non ero gelosa della sua sfera privata, né poteva vacillare la mia. Temevo che quel sentimento potesse travolgermi. E così in effetti sarebbe stato, perché lo hanno ucciso". Ilda Boccassini racconta anche di un viaggio fatto in Argentina, in prima classe, ad ascoltare le canzoni di Gianna Nannini per tutta la durata del volo. "Alcune canzoni mi facevano pensare alla nostra storia e le ascoltai più volte, per ore, stringendomi a lui", scrive nel suo libro. Queste parole hanno fatto scattare la giornalista Francesca Barra, che con un lungo post su Facebook ha criticato aspramente l'ex magistrato. "Giovanni Falcone era sposato con Francesca Morvillo che ha perso la vita perchè era accanto a lui durante l’attentato. E non credo che la Boccassini, per vendere un libro, possa raccontare così liberamente della sua relazione con il Giudice, infangando la memoria di una moglie", scrive la Barra. Il suo tono è duro, per la giornalista è come "se tutto normalizzato in questo cazzo di Paese, anche le corna fatte ad una vittima. Doppiamente vittima a questo punto, che nemmeno può tirarle una scarpa in faccia".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

L'autobiografia. Boccassini, l’odio per le donne nel libro dell’ex pm: e che violenza esibire il flirt con Falcone. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. La passione per Falcone, l’odio per Berlusconi. Ilda Boccassini è Ilda Boccassini e i suoi sentimenti non sono sorprendenti. Quello che è poco elegante, volgare e violento nei confronti di una persona che non c’è più e che viene ricordata in tutto il mondo come un grande investigatore, è mettere in piazza la sua parte intima con il racconto di una relazione sentimentale. Che forse ha vissuto più lei che lui, e del resto gli è stato risparmiato l’imbarazzo di leggersi in un libro (di cui parleremo nei prossimi giorni, vale la pena di spigolarlo per bene), e che lei non ha mai nascosto. Clamoroso e pieno di rancore urlato fu il discorso che Ilda Boccassini, in un’assemblea di magistrati a Milano, fece il giorno in cui Falcone fu ucciso. Avete tradito Giovanni, fu il suo “J’accuse”, vestita di nero (lei ora dice fosse blu scuro), con gli occhiali affumicati a celare il pianto, come una vedova. Quel giorno anche chi ancora non sapeva, aveva saputo. E intanto l’Italia intera, e non solo, piangeva Giovanni e Francesca, marito e moglie magistrati, morti insieme alla scorta, assassinati a Capaci dalla mafia. Qualcosa di grande, reso piccolo dal racconto su un uomo che tradisce la moglie, come se avesse qualche importanza se non per l’io immenso di una donna che vuole, che ha sempre voluto essere presente, ritagliarsi almeno un angolino nella vita di chi è diventato un mito. Esserci. Essere chiamata a grandi cose. A Caltanissetta per indagare sulla morte di “Giovanni”, magari dopo averlo chiesto. A Milano a indagare su Silvio Berlusconi e il suo rapporto con una ragazza non ancora maggiorenne per pochi mesi, a frugare nella vita sociale, sentimentale e anche sessuale del Presidente del consiglio in carica, lasciando da parte le carte ben più urgenti, delle indagini sulla criminalità organizzata di cui Ilda Boccassini era coordinatrice alla procura di Milano. Esserci, essere chiamata. La parte politica del complotto, dei cecchini appostati sul tetto con il mirino puntato su Berlusconi, ha raccontato in modo esplicito e senza escludere le proprie responsabilità il magistrato Luca Palamara. Era venuto in luce il ruolo svolto dal procuratore capo della repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati, il suo conflitto con l’aggiunto Alfredo Robledo, responsabile dei reati contro la Pubblica Amministrazione, scippato dell’inchiesta su una presunta concussione . E poi la “porcata” del Csm che avrebbe dovuto dirimere in modo equo la competizione tra i due magistrati e invece, con l’aiuto del referente interno di Bruti, Giuseppe Cascini, e dello stesso presidente della repubblica Giorgio Napolitano, decretò il game over per Robledo e aprì un varco più largo di un’autostrada per il processo politico a Silvio Berlusconi. E la storia infinita dei processi “Ruby”, uno, due, tre…Ilda Boccassini la racconta a modo suo. L’insistenza del procuratore capo perché si occupasse lei di quel che non le competeva. Di quell’indagine su reati che non c’erano, la concussione di cui non si era accorto neanche il concusso e la prostituzione minorile di una ragazza di cui tutti ignoravano l’età e che ne dimostrava molti di più. L’ex pm non ha nel mirino il solo Presidente del consiglio però, il fatto è che i suoi colpi bassi vanno a segno sempre sulle donne. E non le manca il coraggio di dedicare il libro alle donne afghane. Punta la stessa Ruby quando in aula le attribuisce l’astuzia delle donne orientali, e Nicole Minetti, “un’igienista dentale venticinquenne trasformata in consigliera regionale”. Trasformata? Si dice “eletta”, dottoressa, non “trasformata”. E poi Daniela Santanché, descritta come “fedelissima” (subalterna?) dell’odiato cavaliere nero. E ancora, la cronista del Giornale Anna Maria Greco, solo perché aveva raccontato una vecchia storia in cui Boccassini aveva subito un procedimento disciplinare al Csm perché vista in atteggiamento affettuoso con un amico giornalista dalle parti del palazzo di giustizia di Milano. Una storia nota, non c’era bisogno di grandi investigazioni per conoscerla. Il procuratore capo dell’epoca Mauro Gresti, un conservatore piuttosto rigido, aveva chiesto il trasferimento della giovane pm, ma il Csm aveva archiviato. Giustamente. Ma siamo sicuri che la dottoressa Boccassini avrebbe mostrato altrettanta tolleranza rispetto alla vita personale, nei confronti di altre donne? Magari di una di quelle che un’altra “progressista” come lei, la giornalista di Repubblica Natalia Aspesi, proprio ieri nella recensione del libro definisce “donnine” (le ragazze che partecipavano alle cene di Berlusconi) o “donnicciole”, cioè le aderenti a Forza Italia, facendo anche il nome dell’attuale presidente del Senato Elisabetta Casellati? Ilda Boccassini se la prende persino con Livia Pomodoro, che all’epoca del processo “Ruby” era la presidente del tribunale di Milano, per una sua decisione di grande sensibilità. L’aula del dibattimento si era rivelata piccola, a causa della grande presenza di giornalisti, anche stranieri. Così tutta la baracca era stata trasferita in un’aula bunker che era stata allestita negli anni del terrorismo, quando gli imputati erano numerosi. Un’aula ormai abbandonata, con le sue gabbie di ferro disumane, oltre che anacronistiche. La presidente Pomodoro un po’ si vergognava di mostrare al mondo quell’immagine medievale della giustizia italiana e aveva posto il problema anche in Procura. Ilda Boccassini forse invece voleva proprio dare quell’ immagine: un presidente del consiglio tra le sbarre. Fingeva però di fare spallucce: “Le gabbie dell’aula mi erano del tutto indifferenti, ma turbavano i sonni del presidente del tribunale dell’epoca Livia Pomodoro…”. Quanto sprezzo nei confronti di un alto magistrato, in quel “turbavano i sonni”! Fu poi deciso di coprire le gabbie della vergogna con teli bianchi, il che turbò parecchio il senso estetico della pm, che si consolò indossando “un paio di orecchini pendenti di corallo rosa”, anche perché “..il corallo è di buon auspicio, porta bene a chi lo indossa”. Non le ha portato tanto bene, visto che Berlusconi, pur condannato in primo grado da un tribunale fatto tutto di donne che lui ha definito come “comuniste e femministe”, è stato poi assolto in via definitiva. Qualcuno pensa che il libro di Boccassini racconti anche la storia per come è andata a finire? La risposta è sì. In tre righe. Ecco il testo: “La sentenza fu ribaltata in secondo grado e il presidente del collegio Enrico Tranfa si dimise in aperta polemica con quella decisione. La cassazione confermò l’assoluzione”. Punto. E no, non può cavarsela in questo modo, dottoressa Boccassini. Dal momento che Palamara ha già chiarito come nei confronti di Berlusconi sia stato attuato un vero cecchinaggio politico, che in fondo neanche lei smentisce, quando dice che “Bruti Liberati aveva già in mente il suo obiettivo…mi disse che era preoccupato per i possibili sviluppi giudiziari e il loro riflesso politico internazionale”. Soprattutto perché, in seguito a quella vostra iniziativa giudiziaria (su cui torneremo, perché tutta la storia degli interrogatori di Ruby nell’estate del 2010 è un po’ diversa da come viene raccontata) il pornofilm delle serate di Arcore non finisce mai. E, tra Ruby primo, secondo e terzo, ogni tanto si sveglia qualcuno – come è accaduto due giorni fa all’uscita di una delle tante udienze per bocca di due ragazze – dice che ha delle rivelazioni da fare. E fatele, una volta per tutte, queste rivelazioni! Quali reati si consumavano durante quelle cene? Perché se sono “peccati” non ci interessano. E dai reati Silvio Berlusconi è stato assolto. Processo politico, politico, politico. E il punto lo mettiamo noi.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Brunella Bolloli per “Libero quotidiano” l'8 ottobre 2021. Tiziana Maiolo, ex parlamentare di Forza Italia «Certo che in procura si sapeva della relazione tra Ilda Boccassini e Giovanni Falcone, solo che come tutte le storie "clandestine" c'era molto riserbo tra i colleghi e sbandierare i dettagli adesso, lo trovo decisamente poco elegante». Tiziana Maiolo, ex parlamentare, già presidente della Commissione Giustizia alla Camera con Forza Italia e assessore al Comune di Milano, politica, giornalista, profonda conoscitrice del mondo delle toghe milanesi, sta leggendo con attenzione l'autobiografia di Ilda "la rossa". «Non potevo non farlo», spiega.

Cosa le pare?

«Non sono ancora arrivata in fondo, ma io ho conosciuto bene la Boccassini, so come sono andate molte delle cose che ha scritto nel libro». 

Sapeva quindi della relazione con Falcone?

«La storia a Milano era nota. Non si trattava di una semplice infatuazione di lei per lui, ma era una vera relazione, emersa con prepotenza agli occhi di tutti quando lui è stato ucciso».

Cosa è accaduto in quella circostanza?

«Ilda si è comportata da vedova. All'assemblea dei magistrati convocata all'indomani della strage lei è arrivata tutta vestita di scuro, proprio come una donna distrutta a cui hanno appena ucciso il marito e ha molto gridato contro i colleghi colpevoli di avere lasciato solo Giovanni. A nessuno è sfuggito quanto fosse scossa e, del resto, Falcone per il suo lavoro e per la sua tragica fine è un eroe della storia italiana. Un mito. Mi domando che senso ha, adesso, rovinare la sua immagine e la sua storia raccontando di una relazione extraconiugale. In quell'attentato è stata uccisa anche sua moglie Francesca Morvillo. Giovanni e Francesca non ci sono più». 

Maria Falcone, la sorella del giudice vittima di Cosa Nostra a Capaci, ha scelto di non commentare le rivelazioni contenute nel libro.

«E ha fatto bene. Sono cose troppo private, intime. Giovanni e Francesca sono morti insieme, con la loro scorta, per mano della mafia e tirare fuori adesso il tradimento di lui rischia d'infangarne la memoria. Se la Boccassini era così innamorata di Falcone perché non si è tenuta per sé quel sentimento? Lei dice che è la casa editrice ad averle chiesto di scrivere l'autobiografia, ma io penso ci voglia del pudore...». 

Perché la Boccassini ha scritto un libro, con dettagli così riservati, in questo momento?

«La prima cosa che mi viene da dire è che Ilda è sempre stata un'esibizionista. Ha dedicato l'autobiografia alle donne afghane. Si professa dalla parte delle donne... Poi ora è in pensione dopo una vita in prima linea con le sue inchieste dove le va dato atto, ad esempio, di avere subito capito che il pentito Scarantino era inattendibile sulla strage di via D'Amelio». 

Cos' altro l'ha colpita del testo?

«Le pagine sul processo Ruby: ha dedicato tre righe di numero all'assoluzione di Berlusconi sia in Appello che in Cassazione. Mentre ha raccontato a modo suo tutta la storia e gli interrogatori della ragazza. L'inchiesta, poi, doveva essere condotta da Robledo». 

Chi arriverà alla procura di Milano dove perfino il numero uno, Francesco Greco, è indagato?

«Spero un papa straniero. Non più un esponente di Magistratura democratica. Serve discontinuità, anche perché l'immagine della mitica procura di Milano, ultimamente, è stata danneggiata da troppi errori».

Paolo Guzzanti per "il Giornale" l'8 ottobre 2021. Ilda la rossa non era rossa ma castana. Ilda la rossa è una donna che ha superato la settantina, che ha vissuto di passioni enormi per il suo mestiere di magistrato, per la sua famiglia che è rimasta più volte disarticolata dai conflitti di interesse delle sue numerose e passionali attività, come Ilda (Boccassini) la Rossa rivela ciò che non sapevamo e che non siamo sicuri di avere voluto sapere. E cioè principalmente - di essere stata l'amante segreta di Giovanni Falcone, di cui si era fulmineamente innamorata fin da quando all'Addaura la invitò a tuffarsi in mare benché appena uscita dal parrucchiere, per poi guidarla per mano, in mare aperto. Un amore segreto, almeno per noi e certamente per la moglie di Falcone, l'affascinante magistrato e accademica Francesca Laura Morvillo che morì col marito nell'inferno di Capaci. Ilda Boccassini ora racconta nel suo libro con quale disperata furia corse a vedere il corpo di Giovanni Falcone, dove pronunciò fra le lacrime un giuramento di giusta vendetta contro gli assassini. Non c'è cenno di un suo saluto al corpo senza vita della sua rivale, perché così si comportano gli innamorati, specialmente quando lo nota lei stessa non hanno alcun futuro insieme. Ne esce fuori un racconto nostalgico di intere notti abbracciati durante il volo transatlantico per l'Argentina o durante le trasferte che rendevano possibile i loro incontri. Che dovremmo fare, noi lettori e cittadini? Commuoverci? Dire che tutto ciò è umano, molto umano, troppo umano? Noi personalmente avvertiamo una ferita nella memoria e nell'immagine di Giovanni Falcone che aveva tutt' altro spessore e ha un posto alto e drammatico nella storia d'Italia. Un conto sono i fatti così come sono accaduti, tutti umani, umanissimi. Tutt' altro è darli alle stampe con pretese letterarie veramente fuori luogo in «La stanza numero 30» per l'editore Feltrinelli, con una passerella di luoghi comuni del genere: a «Giovanni piacevano i miei riccioli. Quante volte mi ha detto che i miei occhi erano bellissimi». Fino all'inflizione per tutta la durata del viaggio di una cassetta di Gianna Nannini perché «alcune canzoni mi facevano pensare alla nostra storia e le ascoltai più volte, per ore, stringendomi a lui approfittando del fatto che in Top Class non c'erano altri passeggeri e la nostra intimità in quel lusso rilassante poteva essere disturbata soltanto dall'arrivo delle hostess». Altro che D.H Lawrence con la sua scialba lady Chatterley. Qui siamo al fotoromanzo del parrucchiere. Non c'è nulla di male, si dirà: è umano, perché la vita narrata nell'autobiografia di Ilda Boccassini dovrebbe suggerire indomito coraggio nella consapevolezza stampata per il pubblico (dunque eroicamente?) di aver fatto soffrire molte persone e di aver messo in piazza una condotta passionale che chiede ai lettori quella cosa orrenda che è la «complicità». A noi fa impressione che la stessa magistrata nelle vesti di pubblico ministero abbia condotto la sua crociata a fil di Codice penale contro Silvio Berlusconi per le sue pretese passioni nella vita privata, mai dimostrate e anzi negate. Quando Ilda Boccassini pronunciò la sua requisitoria sull'affare Ruby, molti pensavano che quella fosse la tempesta perfetta contro l'ex presidente del Consiglio. Ascoltammo la sua retorica inefficace e rumorosa, guardammo i suoi capelli perfetti, i tacchi altissimi, tutte cose poco consone agli usi e costumi delle grigie e sorde aule di giustizia. E alla fine, che delusione! Non c'era nulla che potesse provare neanche alla lontana la colpevolezza dell'imputato. Falcone si sarà girato nella tomba. La sua foga oratoria concedeva troppo alle distorsioni dialettali. Ma questo è il minimo: quel processo non le portò fortuna perché fu sconfitta. Ieri si sprecavano gli alti osanna a questa triste storia spacciata per genio e sregolatezza passionale. Un pubblico ministero è un impiegato statale di alto livello assunto per concorso. Ma ieri sembravano tutti d'accordo nel celebrare il limpido coraggio di Ilda la Rossa che, fra l'altro, non è neppure rossa ma castana corretta con l'Henné, tintura rossastra a poco prezzo. Questa donna italiana si è certamente scavata un posto nella storia per aver vanamente perseguito e umanamente perseguitato il più votato ma il più detestato dalle sinistre uomo politico. Non si capisce bene perché abbia scelto ora di raccontarsi come un fiume in piena, preda di passioni imbarazzanti e prevedibili che però rivelano i tradimenti coniugali di un grande magistrato ucciso. Certo, è una storia umana. Ma come può spiegare, proprio lei, la donna eroica detta «la rossa» senza esserlo e che perse la sua furiosa battaglia, come abbia potuto perseguitare con professionale passionalità un anziano signore accusato di avventure passionali mai provate? Quelle proprie, le ha spiattellate con eccessiva generosità nella lussuosa privacy della Top Class, svilita soltanto dal gracchiare delle canzoni della Nannini in un vecchio mangianastri. Se Ilda cercava il modo di chiudere comunque in bellezza, qualcuno l'avverta perché a noi sembra il flop finale.

Estratto di un capitolo del libro “Ilda Boccassini, La Stanza numero 30, cronache di una vita” Serie Bianca-Feltrinelli. L’anno prima, il 21 giugno 1989, c’era stato l’attentato alla scogliera dell’Addaura, dove Giovanni e Francesca avevano preso in affitto una casa. Sulla dinamica di quel fatto non mi soffermo perché se n’è scritto in lungo e in largo, dicendo di tutto e spesso a sproposito. Mi piace soltanto ricordare la volta in cui andai in quella casa meravigliosa. Ero a Palermo, per attività istruttorie, una settimana prima del fallito attentato e andai a colazione da loro. Era una bella giornata, anche se i raggi del sole non erano ancora quelli dardeggianti della calura estiva. Con l’entusiasmo di un bambino, Giovanni mi fece visitare la casa. Si capiva benissimo che era felice di stare lì, di poter andare a nuotare quando voleva, di godersi i tramonti le poche volte che il lavoro glielo permetteva. Aveva imparato proprio dagli uomini d’onore, costretti a vivere in uno stato di perenne allerta con il rischio costante della morte, ad apprezzare la bellezza dell’attimo, a godere di quello che la vita offriva come fosse stato l’ultimo dono. Certo, l’Addaura è un posto incantevole, ma avvertii immediatamente dentro di me un’ansia, un sentimento di paura e gli dissi che stare lì era pericoloso, che era un bersaglio troppo facile, nonostante la stretta vigilanza, che anche quel mare così amato poteva diventare un suo nemico. Giovanni mi ascoltò e sorrise senza rispondere nulla: lo sapeva anche lui. Al telefono, prima che andassi, mi aveva raccomandato di portare un costume da bagno, cosa che feci, anche se mi pareva che persino in Sicilia fosse troppo presto per tuffarsi. Eppure mi propose – anzi mi impose – di fare un bagno. Francesca si rifiutò, mentre io, come un soldato, obbedii. Mi cambiai e scesi i gradini di pietra che portavano sugli scogli dove qualche giorno dopo sarebbe stato collocato il borsone da sub imbottito di esplosivo. Come pensavo, il mare era freddo. Giovanni si tuffò e iniziò a nuotare verso il largo, poi si girò e mi disse: “Vieni! L’acqua è bellissima!”. Caspita se era fredda, quell’acqua, e poi pensavo alla messa in piega appena fatta. Insomma, pensieri da donna che però non mi fermarono e lo raggiunsi. Giovanni prima mi prese la mano, poi la lasciò e cominciammo a nuotare verso l’ignoto... Nel pomeriggio Francesca andò via e rimanemmo soli. L’atmosfera magica di quella mattina si era dissolta, Giovanni era di nuovo preoccupato, angosciato. Non parlò quasi più, voleva solo che gli stessi accanto. Sapeva – sentiva – che lo avrei sostenuto senza fare domande. Quando conobbi Giovanni ero giovane, flessuosa, scattante, un viso mediterraneo, che parlava da solo con una risata oppure rabbuiandosi, una massa di riccioli rossi. Già, i famosi capelli di “Ilda la rossa”. In realtà il colore dei miei capelli è un normale castano senza infamia e senza lode, ma fin dagli anni della giovinezza mi piaceva tingermi con l’henné, un segno di libertà molto in voga tra le ragazze che negli anni settanta tenevano alla loro emancipazione e volevano farlo vedere. Nel corso del tempo ho cambiato tante sfumature, a volte più leggere, a volte così intense da sfiorare l’arancione. Penso dipendesse dall’umore, o meglio dal grado di arrabbiatura del momento in cui andavo dal parrucchiere. Potrà sembrare frivolo, ma il colore dei capelli di “Ilda la rossa” ha inciso sulla mia vita. E anche sul mio rapporto con Giovanni. A lui piacevano molto i miei riccioli. Quante volte mi ha detto che i miei occhi “erano bellissimi”, che – specie con l’effetto della luce del sole – tendevano al verde e non potevano che abbinarsi al rosso dei capelli, un colore cangiante che rispecchiava appieno il mio carattere a volte impulsivo, a volte ribelle, a volte sottomesso, soprattutto nei suoi confronti. In realtà ci confrontavamo e anzi litigavamo spesso, perché – per esempio – non capivo ancora certe sue scelte di mediazione, così lontane dalla mia visione dei rapporti con il mondo. (...) La mattina dell’attentato di Capaci ero andata dal parrucchiere per correggere il colore dei capelli, che mi sembrava troppo acceso, un rosso sgargiante che mi avrebbe messo in imbarazzo per il lunedì successivo, quando era prevista la lettura della sentenza del processo “Duomo connection”. Invece, ironia della sorte, quella correzione del colore servì per affrontare le ore della morte di Giovanni, una tonalità meno vistosa e più consona alla tragedia che avrei vissuto. Ogni dettaglio, anche il più banale, mi riporta al ricordo doloroso di Giovanni, a tutto quello che gli hanno fatto subire, alla sua morte. Ma arrivata a questa età, dopo quasi trent’anni, vorrei riuscire a liberarmi dei demoni e dei rimpianti con cui ho convissuto finora e che hanno offuscato i ricordi meravigliosi che mi legano a lui. Anche per questo, forse, sto scrivendo: perché vorrei tentare di lasciarmi alle spalle il passato e godere di quello che la vita ha ancora da offrirmi in questi ultimi anni.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” l'8 ottobre 2021. Non si leggono i libri in mezz'ora, o in un'ora, e neanche in due ore come fanno certi lettori «forti» a cui poi non rimane nulla, o come fanno certi giornalisti che scorro-no le righe in apnea, senza il respiro che lo scrittore auspicava e ritmava assieme ai pensieri. Oggi è il nostro penoso turno (ma ci rifaremo, il libro ci interessa davvero) e ieri invece è stato quello parimenti penoso del Corriere della Sera, dove Roberto Saviano ha palesemente scritto del libro senza leggerlo e dove Alfio Sciacca, sempre a pagina 23, circoscrive poco dignitosamente "la rivelazione" (capirai) che Ilda Boccassini e Giovanni Falcone ebbero un rapporto affettivo non solo professionale, nonché imperniato sul fatto che una è una donna e l'altro era un uomo. Più che una rivelazione, è la conferma che Giovanni Falcone meritava certa altra fama che aveva: frequentava Ilda Boccassini, ovviamente frequentava la moglie Francesca Morvillo (dilaniata a Capaci con lui) e frequentava anche una giornalista ancora in attività: ci fermiamo qui. Annotarlo non è mancanza di rispetto, ma solo una differente angolatura da cui inquadrare "l'effetto scorta" che sospinge o produce strani effetti su chi lo subisce o su chi ne è rapito: Roberto Saviano lo sa bene. Ciò posto, chissenefrega: è anche colpa del giochino demenziale delle case editrici che ancora giocano con "l'anteprima" di un libro e poi ne ricavano una paginata di gossip. L'autrice, Ilda Boccassini, ringrazi. Noi il libro ce l'abbiamo anche di carta, l'unica meritevole - nei giorni prossimi - di lettura autentica. Nel frattempo eccoci a ripartire dalla fretta di scrivere e quindi di annotare il rapporto che legò Ilda (oggi 71enne) al giudice istruttore siciliano conosciuto negli anni Ottanta: «Me ne innamorai... Il mio sentimento era altro e più profondo, non prevedeva una condizione di vita quotidiana... il bisogno di vivere l'amore momento per momento. Ero innamorata della sua anima, della sua passione, della sua battaglia, che capivo essere più importante di tutto il resto... non ero gelosa della sua sfera privata, né poteva vacillare la mia. Temevo che quel sentimento potesse travolgermi. E così in effetti sarebbe stato». Poi la giornata al mare all'Addaura nell'estate del '90 (Falcone aveva una casa) quando lui la invitò a tuffarsi e «io pensai alla messa in piega appena fatta». Il Corriere ci ha dato importanza, alla messa in piega: al pari dell'altra «rivelazione» sui capelli della Boccassini che sono di «un normale castano» e tinti di rosso con l'henné, come sanno anche i cornicioni del Palazzaccio di Giustizia. Poi nel libro, e sul Corriere, si legge del viaggio in Argentina con Falcone nel giugno del '91 (per interrogare un boss) e del supplizio di un «walkman con una cassetta di Gianna Nannini, che ho imposto a Giovanni per tutta la durata del viaggio». L'estrapolazione sfiora il comico quando isola il loro rimanere «abbracciati per ore, direi tutta la notte, parlando, ascoltando Gianna Nannini e dedicandoci di tanto in tanto ad alcuni dettagli dell'interrogatorio e ai possibili sviluppi dell'indagine. Che notte». Già, che notte. Ridicolizzata dalla sintesi giornalese che straccia il senso del tempo, della sequenza, del prima, del dopo, di quel «passo» che in ottanta righe non si può imprigionare. Sempre meglio della Boccassini arrangiata dal non-lettore Roberto Saviano, che s' inventa una magistrata che tipicamente «punta ai mandanti» (proprio lei, che per prima, vanamente, smontò il falso processo per la strage di via D'Amelio, quella in cui morì Paolo Borsellino) ma senza precisare che i mandanti non erano la Spectre ola Trilaterale, bensì i vertici di Cosa nostra. Saviano poi ci spiega che Ilda aveva un modo di «scandagliare» i fatti «andando oltre la superficie» (che gergo originale) e divenendo così un personaggio «scomodo». Scomodo. Magari controcorrente. Ultime due perle savianesche: 1) nella storia di Ilda troverete «il cuore pulsante della storia della nostra democrazia, quella che avrebbe potuto essere, quella in cui forse è ancora lecito sperare» (infatti siamo in lizza con la Corea del Nord per la dittatura peggiore); 2) immancabile il riferimento a quando, per un breve periodo, a Ilda «viene negata la scorta» come uno come Saviano non può concepire, visto che lo chiamano «sotto la scorta niente». Da capo. "La stanza numero 30" (Feltrinelli, 352 pagine, 19 euro) è quella al quarto piano del palazzo di giustizia milanese, la stessa in cui ha lavorato dal 1979 (aveva trent' anni) sino a praticamente ieri, visto che è pensionata ed è nonna di tre bambini. A Milano arrivò quando i pregiudizi sulle donne magistrato erano ancora forti (maternità, preoccupazioni familiari, solite cose) e la scheda Feltrinelli sintetizza «i successi ottenuti insieme a Giovanni Falcone nell'indagine Duomo connection, che svela la presenza di Cosa nostra a Milano». Sintesi infelice, perché è vero che ai tempi se ne parlava poco, è vero che ci furono le collaborazioni di Falcone e di Sergio Di Caprio (il capitano Ultimo) e che finirono in galera un po' di siciliani: ma, nel 1995, il processo è stato annullato dalla Cassazione e il nuovo dibattimento ha visto condannati solo gli accusati di traffico di droga: nessuna illecita attività edilizia e nessuna condanna per corruzione contro gli indagati Attilio Schemmari (assessore all'Urbanistica) e il sindaco Paolo Pillitteri, veri bersagli di un battage mediatico che per alcuni molti aspetti anticipò lo stile collaborazionista del giornalismo di Mani pulite. Inoltre, l'individuazione nell'hinterland milanese di componenti di una famiglia mafiosa di Resultana (Palermo) non fu anticipatore divere infiltrazioni mafiose: come "La stanza numero 30 Cronache di una vita" (Feltrinelli, 352 pagine, 19 euro) è il titolo dell'autobiografia di Ilda Boccassini, ex magistrato ora in pensione (è stata tra l'altro è stata procuratore aggiunto della Repubblica a Milano), inquirente di alcune delle inchieste più clamorose della storia recente italiana. Nata a Napoli, 72 anni, è entrata in magistratura nel 1979, prestando servizio dapprima alla Procura della Repubblica di Brescia, e ottenendo poco dopo il trasferimento alla Procura della Repubblica di Milano. Dopo il suo arrivo a Milano, quasi subito inizio a occuparsi di criminalità organizzata. Iniziò a collaborare con Giovanni Falcone alla fine degli anni '80, con l'inchiesta Duomo Connection sulle infiltrazioni mafiose nella città lombarda. è noto, ci furono solo tempo dopo, e protagonista ne fu la 'ndrangheta. C'è il racconto dei "passionali" contrasti col suo nuovo capo Francesco Saverio Borrelli: lui algido napoletano ma dei quartieri alti, anzi altissimi, perché a Napoli vie di mezzo non ce ne sono; a casa Borrelli si parlava francese, la Boccassini invece era del rione popolare di Piedigrotta. «All'epoca del mio allontanamento dal "pool criminalità organizzata" deciso da Borrelli ero -come mi definì Falcone - una "selvaggia", ovvero una giovane donna con il vizio di fare di testa sua e di dire a chiunque quello che pensava». Una passionale, al solito. Ma ci sono anche omissioni in stile magistratese: Ilda, per esempio, non ripercorre le parole terribili che rivolse a Gherardo Colombo e alla magistratura milanese dopo la morte di Giovanni Falcone, pubblicate infinite volte in giornali e libri: si limita a scaricare sul defunto Borrelli («Ricordo altri momenti di frizione con lui») e poi, il discorso in cui accusò il Pool di non fidarsi palesemente di Falcone, nel libro lo affida a un estratto di una cronaca del Corriere. Anche se in seguito descrive il suo isolamento in procura e la decisione di partire alla volta di Caltanissetta, a indagare sull'assassinio di Giovanni, lasciando a Milano affetti e figli. È la parte più dura e nascosta di Ilda Boccassini, la madre assente e i sensi di colpa, la passione e l'orgoglio per la toga, le partenze per settimane o mesi. Ed è una parte, bella, dove per un'istante il magistrato cede quote all'essere umano: ma poi torna la toga, e il magistratese. Lo fa quando deve (non) parlare del credito concesso per 15 anni a Vincenzo Scarantino, il falso pentito che fece condannare vari innocenti per la strage di via D'Amelio con protagonisti i pm Nino Di Matteo, Anna Palma e il procuratore capo Giovanni Tinebra. Ci gira intorno, Ilda: «Non mi dilungherò su questa vicenda... Mi limito a ricordare che una sentenza ha dipinto il falso pentimento di Scarantino come uno dei più gravi depistaggi mai architettati nella storia giudiziaria italiana». La miglior Boccassini investigatrice - opinione personale - inizia a declinare subito dopo i processi Lodo Mondadori e Sme-toghe sporche, dove è ancora una macchina da guerra e dove pure aveva già incrociato Silvio Berlusconi. Poi è come se un certo berlusconismo (e l'età?) l'avesse condotta a una passione supplementare, non richiesta, extra-codice: nel 2006 andò a vedere "Il caimano" (oggettivamente malriuscito tra altri bei film di Nanni Moretti) e nel libro riesce a scrivere che «il film mi piacque molto e sono grata a Nanni». Da lì - sarà un caso -il caso Ruby prese le sembianze di un'ossessione ormai scambiata per passione, opinione certo non solo nostra. Berlusconi era il potere, il governo, i soldi, i suoi avvocati e le sue donnine, in altre parole - se ci si passa l'espressione - uno scontro anche culturale tra piani inclinati senili: «Quella del corpo delle donne è una questione molto delicata, ed è difficile, alla mia età, capire cosa possa spingere ragazze giovani e belle a barattarlo per un po' di successo in tv...». Ilda Boccassini cercò di capirlo in un'aula di giustizia, e non fu un bel vedere. 

“La sinistra ha creduto troppo ai Pm”, il mea culpa di Claudio Fava. Angela Stella su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Dal 1992 «abbiamo ritenuto, sbagliando, di dover considerare sempre infallibile la magistratura, soprattutto se si occupa di mafia, una sorta di atto di fede a prescindere dai risultati»: a parlare è l’onorevole Claudio Fava, Presidente della Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, che su Fiammetta Borsellino aggiunge: «Vogliamo lasciare il diritto ad una donna di pretendere la verità dopo che ha visto il padre fatto a pezzi e una parte dello Stato depistare la ricerca sulle ragioni di quell’attentato?». Lo intervistiamo dopo che la relazione sulla gestione dei beni confiscati presentata qualche giorno fa dalla Commissione da lui presieduta ha raccolto molti pareri positivi, fatta eccezione per due velenose reazioni, come quelle del rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, a cui è seguito un intervento altrettanto critico del giurista Costantino Visconti, a cui replica: «L’unica voce fuori dal coro arriva da un docente palermitano assai empatico con la dottoressa Saguto».

Onorevole, come si risolve il conflitto tra «l’antimafia dei fatti» e quella «delle star»?

«Credo che un lavoro importante debba farlo anche l’informazione che a volte contribuisce a costruire le facili mitologie. Conosco trenta o quaranta giornalisti, sconosciuti ai più, che davvero rischiano la pelle giorno per giorno. Di loro nessuno scrive. Si sente parlare solo di un paio di furbi cronisti, quelli che pensano alla carriera dell’antimafioso minacciato come alla più nobile delle autocelebrazioni. Dietro a volte c’è solo un circo mediatico che ama i titoli ad effetto, che coltiva un’antimafia di cartone col giubbotto anti-proiettile. Fare buon giornalismo, dedicarsi a un’informazione che provi a comprendere i motivi profondi e innominabili degli scandali di corte e delle collusioni di potere non significa sbattere su Facebook il nome di qualche malandrino di periferia facendo il copia e incolla dei mattinali di polizia».

Lei in una intervista su LiveSicilia ha detto: «La mia generazione ha un peccato originale: avere preteso di affermare un crisma fideistico di infallibilità dei magistrati dopo la stagione delle stragi». Può spiegare meglio questo concetto?

«Nel 1992 tutti ci siamo sentiti in colpa per quello che era accaduto a Palermo. Da quel momento abbiamo ritenuto, sbagliando, di dover considerare sempre infallibile la magistratura, soprattutto se si occupa di mafia, una sorta di atto di fede a prescindere dai risultati. Forse c’è stato anche il bisogno di trovare almeno un’istituzione alla quale poterci affidare acriticamente, senza condizioni, dopo l’inabissamento dei partiti e della politica. Credo che ci siano stati e ci siano magistrati straordinari che rappresentano una risorsa per la tenuta democratica del Paese: in mezzo però ci sono state anche altre storie. C’è chi ha costruito carriere alzando i decibel della propria voce, chi ha ritenuto di indagare anzitutto in direzioni che portavano verso il clamore dei titoli dei giornali, chi ha pensato di celebrare se stesso come se fosse un protomartire cristiano. Alla fine si sono offuscate risorse importanti per la giustizia: l’umiltà, la sobrietà, l’autonomia rispetto alle convenienze di carriera e ai conciliaboli del potere. Le vorrei fare un esempio».

Prego

«Un magistrato come Armando Spataro, l’unico che abbia avuto la capacità di istruire un processo a Milano – il caso Abu Omar – pretendendo che le leggi della Repubblica valessero anche per i servizi segreti americani e italiani. Su quel processo è stato messo il segreto di Stato – totalmente pretestuoso – da tutti i governi, di destra o sinistra. Penso che la sua rettitudine nell’applicazione delle regole del codice e al tempo stesso il rispetto per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura siano un esempio straordinario. Poi ci sono altri magistrati, talmente saturi di vanità da assumere il crisma della loro infallibilità come un precetto di fede, per cui ogni richiesta di spiegazione o di comprensione diventa un atto di blasfemia».

A proposito di questo, Lei ha stigmatizzando coloro che criticano Fiammetta Borsellino solo perché solleva dei dubbi sulle indagini per la morte di suo padre. Proprio al Riformista la donna ha detto: «Nessuna fiducia nei pm antimafia e nel Csm, hanno depistato».

«Credo che Fiammetta Borsellino stia subendo un linciaggio mediatico, per fortuna molto limitato, per un ragionamento che qualcuno potrà non condividere ma che lei ha tutto il diritto di proporre pubblicamente: ovvero, il depistaggio su via d’Amelio e le ombre che si proiettano sull’intera indagine sono conseguenza anche d’una attività di indagine frettolosa, avventata, miope. Questo è un fatto, non una velleità interpretativa di Fiammetta Borsellino. È un fatto che Vincenzo Scarantino sia stato considerato un collaboratore di giustizia credibile solo da coloro che lo utilizzarono per istruire quei processi mentre coram populo si sapeva – e lo spiegavano anche gli altri collaboratori di giustizia messi a confronti con Scarantino – che era solo un poveraccio semianalfabeta. E allora io mi chiedo: vogliamo lasciare ad una donna il diritto di ricercare la verità dopo aver visto il padre fatto a pezzi e aver assistito impotente al fatto che una parte dello Stato aveva lavorato – dolosamente o colpevolmente, per strafottenza, con forzature procedurali, con insensibilità istituzionali – per depistare le indagini e quindi allontanare la verità sulle ragioni di quella strage? Avrà oggi tutto il diritto di dire “io non mi fido”? Avrà il diritto di poter giudicare caso per caso, dopo quello che la magistratura a Caltanissetta ha prodotto sull’indagine Borsellino?»

Fiammetta critica anche Nino Di Matteo: «Non può considerarsi erede di mio padre chi non pone in essere i suoi insegnamenti e anche quelli di Giovanni Falcone. Mio padre, ad esempio, non avrebbe mai scritto o presentato libri sui suoi processi in corso».

«Non si tratta di personalizzare. Ma ci sono i fatti. A Caltanissetta c’è stato un gruppo di pm – e all’epoca c’era anche Di Matteo, anche se era il più giovane – che hanno sostenuto e difeso, anche contro ogni evidenza, la credibilità di Scarantino. Al vertice di quella procura c’era un Procuratore della Repubblica che – nel silenzio di tutti i suoi PM – ha violato o forzato obblighi di legge, prassi e procedure, decidendo di affidare funzioni di polizia giudiziaria ai servizi segreti. Quella Procura ha ritenuto di non dover mai interrogare il procuratore di Palermo Pietro Giammanco, pur sapendo lo scontro, all’interno di quella procura, fra il suo capo e Paolo Borsellino. La sensazione, intatta a distanza di 29 anni, è che ci sia stata da parte di alcuni ambienti della magistratura siciliana una chiusura corporativa sui vizi, gli errori, le stravaganze delle indagini su via D’Amelio».

Onorevole, a proposito della relazione sui beni confiscati, il professore Visconti è arrivato a scrivere che in essa «viene preferito lo stile della sceneggiatura a quello del cauto approfondimento documentale». Come replica?

«La relazione ha ricevuto apprezzamenti da tutti gli ambienti istituzionali. L’unica voce fuori dal coro arriva da un docente palermitano assai empatico con la dottoressa Saguto e ben felice, come raccontano le intercettazioni telefoniche, di mettersi a sua disposizione. Credo che questo spieghi le ragioni del suo malanimo».

Nella relazione finale si legge che «le testimonianze raccolte, i dati analizzati, gli approfondimenti svolti da questa Commissione non lasciano dubbi: la disciplina sul sequestro e la confisca dei beni alle mafie pretende, subito, un investimento di volontà politica e di determinazione istituzionale che fino a ora non c’è stato. Insomma, un sistema da ripensare». Cosa non ha funzionato fino ad oggi?

«L’Agenzia del beni confiscati è stata considerata e gestita come un ente di sottogoverno, senza rendersi conto invece che occorrono, come mai prima d’ora, risorse umane, competenze, denari. Continua ad essere gestita da un prefetto, la pianta organica è in debito, molti funzionari sono “comandati” da altre sedi, e spesso hanno scarsa competenza tecnica. Alfano collocò l’Agenzia a Reggio Calabria solo perché all’epoca il suo partito aveva in quella regione la sua più forte base elettorale, e mandò nel comitato direttivo Antonello Montante per poi fare rapidamente marcia indietro quando si seppe che era indagato per mafia. Sottogoverno, appunto. Ma i vulnus sono numerosi, e non riguardano solo l’Agenzia. Diciamo che su questo tema c’è un clima, non solo istituzionale, distratto e confuso. Le porto un esempio che è anche un paradosso: fino a quando un’azienda appartiene a un mafioso spesso ha ampio credito nel circuito bancario; appena lo Stato la toglie alla mafia il rating bancario diventa negativo: non ci si fida più».

A chi fa paura la Commissione e il metter mano alla disciplina sui beni confiscati?

«Non parlerei di paura. Credo più semplicemente che in taluni ambienti ci si sia disabituati all’idea di una commissione di inchiesta che fa domande, che cerca di ricostruire l’origine dei contesti corruttivi, che non si limita ad invitare i propri auditi a prendere il caffè e a discettare sulla storia della mafia o sull’etimologia della parola. In tre anni abbiamo prodotto sette relazioni, dal business dei rifiuti in Sicilia al depistaggio Borsellino, dall’improvvido scioglimento di alcuni comuni per mafia al sistema Montante. Centinaia di audizioni, migliaia di documenti acquisiti, relazioni apprezzate anche per aver messo insieme nomi, fatti e comportamenti. Qualcuno forse preferirebbe che il nostro lavoro si limitasse alla buona pedagogia antimafiosa, la cosiddetta educazione alla legalità, e all’organizzazione qualche convegno con le suffragette dell’antimafia».

I fatti e gli errori. Intervista a Costantino Visconti: “L’Antimafia siciliana ha sprecato una chance”. Angela Stella su Il Riformista il 24 Marzo 2021. In questi ultimi giorni la relazione sulla gestione dei beni confiscati presentata dalla Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta dall’onorevole Claudio Fava, è stata oggetto di due critiche: quella del rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, e quella del professore Costantino Visconti, ordinario di diritto penale nell’Università di Palermo, recentemente nominato dal ministro Cartabia nel gruppo di esperti per la revisione della Convenzione Onu di Palermo contro la criminalità organizzata. Proprio con quest’ultimo proviamo a spiegare le ragioni della contestazione.

Professor Visconti, quali sono gli aspetti della relazione che non condivide e perché?

Ho criticato non solo quella sui beni confiscati, ma anche quella su Montante e su Antoci: quelle che ho avuto modo di studiare. La commissione regionale ha perso l’occasione per fare un buon lavoro, di ricostruzione di eventi e questioni con il metodo dell’analisi politica, molto più pertinente dell’indagine giudiziaria o storica. E invece hanno seguito uno spartito più simile a una sceneggiatura che a un’indagine che si conviene a una commissione parlamentare, talora anche in modo anche disdicevole dal punto di vista istituzionale. Le faccio tre esempi. Scegliere come consulente il figlio del procuratore di Caltanissetta mentre la commissione si occupa di indagini condotte da quell’ufficio è un pugno nell’occhio per chi ha a cuore l’autonomia e indipendenza della magistratura e delle istituzioni parlamentari. Oppure far diventare esperto della materia il dott. Pietro Cavallotti, qualificandolo come “imprenditore”, senza dire che lui ha costituito, peraltro legittimamente, un’associazione di “vittime delle misure di prevenzione” perché con provvedimento definitivo la sua famiglia ha subìto la confisca dell’intero patrimonio aziendale (a proposito: mi risulta che alcune aziende, ora di proprietà dello Stato, lavorano ancora molto) e perfino di beni personali. Lo doveva ascoltare in questa veste, e sarebbe stato un gesto nobile e di dialogo con un punto di vista normalmente non preso in considerazione. Per non parlare del caso Antoci: il gip di Messina definisce “farneticanti” le conclusioni della Commissione. O Fava tutela il lavoro della sua commissione e agisce giudizialmente – anche con un esposto disciplinare contro questo giudice – , o si dimette lui. Tertium non datur.

Nella relazione si mettono in evidenza criticità dell’Agenzia dei beni confiscati (mancano risorse finanziare e umane adeguate, ad esempio). Qual è il suo parere in merito?

L’agenzia è un progetto ancora incompiuto: ma lo dicono da tempo e molto meglio gli stessi direttori che l’hanno guidata, Fava scopre l’acqua calda.

Aziende ben avviate sono state restituite in stato di fallimento: in diversi casi gli imputati sono stati ritenuti dalla giustizia completamente estranei alla mafia ma si sono trovati con montagne di debiti delle loro aziende. Come risolvere questo problema?

Lei ha dati statistici al riguardo o parla per sentito dire? Ci saranno casi del genere, indubbiamente, e il nostro sistema prevede meccanismi di accertamento delle responsabilità. Ma bisogna capire che spesso non ci si intende bene su cosa significa “aziende ben avviate”: spesso si tratta di aziende tutt’altro che floride la cui “legalizzazione” nel campo del lavoro e degli altri oneri imposti quando vengono amministrate dallo Stato le fa andare in crisi. In ogni caso, gli imprenditori a cui è stato sottratto il patrimonio ingiustamente hanno tutto il diritto di farsi risarcire. Certo, se fosse capitato a me, avrei indossato l’elmetto per avere giustizia sotto tutti i profili.

Come si risolve il conflitto tra «l’antimafia dei fatti» e quella «delle star»?

Studiando, confrontandosi in modo pluralistico, e logorandosi sui mille dubbi e interrogativi che ancora affollano il passato e l’attualità senza pensare che si è più bravi e onesti dagli altri. Da questo punto di vista Fava individua bene il problema ma ne fa parte lui stesso… direi a sua insaputa! Ad esempio, come mai la Commissione e il suo presidente non lavorano su una pista che molti analisti considerano fondamentale, il gas? È la chiave di molti misteri irrisolti. Negli anni precedenti allo scandalo Saguto, avevamo due procure a Palermo: una parte inseguiva i soldi di Ciancimino e arrivava perfino a scoprire la vendita delle reti siciliane a una Holding spagnola per 105 milioni di euro (quelli dichiarati); un’altra procura, invece, trasforma il figlio del mafioso corleonese in testimone chiave nel processo sulla trattativa. Ebbene, si sappia che attorno ai miliardi spesi per la metanizzazione della Sicilia (e di tutto il sud) ruotano gli interessi delle più importanti famiglie imprenditoriali, mafiose e politiche di Palermo. Le confische a Ciancimino jr e alla famiglia Brancato (eredi di un semplice funzionario regionale rivelatosi titolare di ingentissimi capitali legati proprio al gas) se diventeranno definitive, sono soltanto la punta di iceberg.

·        Giovanni Brusca ed il collaborazionismo.

Giovanni Brusca, il killer mafioso di Falcone torna libero dopo 25 anni. Salvini: "Ha sciolto un bimbo nell'acido, è giustizia?" Libero Quotidiano il 31 maggio 2021. Il pentito di mafia Giovanni Brusca torna in libertà dopo aver scontato 25 anni di carcere, lascia Rebibbia e si scatena la protesta di politici e vittime di Cosa Nostra. "Autore della strage di Capaci, assassino fra gli altri del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido perché figlio di un pentito. Dopo 25 anni di carcere, il boss mafioso Giovanni Brusca torna libero. Non è questa la "giustizia" che gli Italiani si meritano", accusa sui social Matteo Salvini, leader della Lega nonché ex ministro degli Interni. "Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l'uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l'uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?", sono le parole durissime di Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone, "Dovrebbe indignarsi tutta l'Italia e non solo io che ho perso mio marito - dice in una intervista all'agenzia Adnkronos -. Ma non succede. Queste persone vengono solo a commemorare il 23 maggio Falcone e si ricordano di 'Giovanni e Paolo'. Ma non si indigna nessuno". "Quando questi signori prendono queste decisioni, come la scarcerazione di Brusca, non pensano a noi familiari, non pensano alle vittime. Lo Stato non sta dando un grande esempio - conclude -, abbiamo uno Stato che ha fatto memoria per finta. Mancano le parole. Cosa c'è sotto? A noi la verità non è stata detta e lui è fuori e loro continuano a dire perché ha collaborato... E' incredibile. O ha detto una verità che a noi non è stata raccontata". Ex boss di San Giuseppe Jato, Brusca è il killer che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando per la strage di Capaci: è stato scarcerato per effetto della della legge del 13 febbraio del 2001 grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge.

Il fratello dell'agente ucciso con Borsellino: “Ho arrestato io Brusca, non lo perdono. Non ha detto tutto quello che sa”. Salvo Palazzolo su La Repubblica l'1 giugno 2021. Parla Luciano Traina, ex poliziotto della squadra mobile, il fratello di Claudio, ucciso nella strage di via D’Amelio con il giudice Borsellino. “Non potrò mai dimenticare lo sguardo di Giovanni Brusca quella sera del 20 maggio 1996, mentre facevamo irruzione nella villetta di Cannatello, ad Agrigento. Era al telefono, chissà quale altro ordine stava dando. Non l’ho mai perdonato”. Luciano Traina, ex poliziotto della squadra mobile di Palermo, è il fratello di Claudio, uno dei cinque poliziotti morti con Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio.

Torna libero l’ex boss Giovanni Brusca. Dopo 25 anni arriva il fine pena per l’attentatore di Capaci. Nel pomeriggio ha lasciato il carcere di Rebibbia. Dopo il piano per screditare i pentiti, ha collaborato con la giustizia accusando gregari e colletti bianchi e rivelando la strategia terroristica di Cosa nostra. Lirio Abbate su L'Espresso il 31 maggio 2021. Ha lasciato definitivamente il carcere il mafioso Giovanni Brusca, l’uomo della strage di Capaci, l’assassino di donne e bambini che operava sotto le direttive di Salvatore Riina. Ma anche il collaboratore di giustizia che ha svelato ai magistrati di tutte le procure d’Italia segreti e retroscena di Cosa nostra, non solo dell’ala militare, ma anche di quella che ha avuto contatti con il mondo politico e imprenditoriale. Oggi è stato l’ultimo giorno di carcere per Brusca. Le porte di Rebibbia si sono spalancate nel pomeriggio per richiudersi alle sue spalle. Ha scontato tutta la pena che gli era stata inflitta, e a differenza di altri collaboratori di giustizia, lui la condanna l’ha espiata in cella. Adesso è un uomo libero, sottoposto a controlli e protezione, ma libero. Tecnicamente resta però sottoposto a quattro anni di libertà vigilata. Così ha deciso la corte d’Appello di Milano, l’ultima a pronunziarsi sul conto del condannato in relazione al processo più recente. Non c’è mai stata una collaborazione con la giustizia più discussa di quella di Giovanni Brusca. Arrestato da agenti della polizia di Stato il 20 maggio 1996 in una villetta vicino ad Agrigento, dove il boss era con il fratello Enzo e le rispettive mogli e figli, ha ottenuto la “patente” di pentito nel marzo del 2000 dopo lunghe polemiche.

Quando, venticinque anni fa, venne pubblicata la notizia che la sua compagna e il figlio erano sottoposti alle misure urgenti di protezione riservate ai familiari dei collaboratori di giustizia, l'allora difensore del boss, l'avvocato Vito Ganci, rivelò di avere ricevuto dal suo assistito confidenze su un “complotto” in cui voleva coinvolgere uomini delle istituzioni.

Brusca aveva fatto al suo difensore, tra gli altri, il nome dell'ex presidente della Camera Luciano Violante. Si trattava di un piano ideato dallo stesso Brusca per screditare l'antimafia, i collaboratori di giustizia e creare difficoltà in importanti processi di mafia. Questa idea non venne mai attuata. Ma a confermare il piano del falso pentimento fu il fratello, con il quale Giovanni Brusca si era accordato a gesti durante un'udienza di un processo, affinché anch'egli si fingesse pentito e sostenesse quello che il fratello dichiarava. In seguito lo stesso Giovanni Brusca ha ammesso la circostanza. La collaborazione vera e propria è stata segnata da un lungo travaglio interiore. «La mia non è una scelta facile. Pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri, il giudizio che mio padre darà di me», disse Giovanni Brusca. Suo padre, Bernardo Brusca, deceduto in carcere, è stato capo della cosca di San Giuseppe Jato, ed è stato un autorevole esponente della cupola. Giovanni ne aveva ereditato il “prestigio” mafioso. Nei lunghi interrogatori davanti ai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze, che si occupavano anche delle stragi del 1992 e del 1993, il boss ha ammesso la sua partecipazione all’attentato a Giovanni Falcone, a numerosi delitti eccellenti e all'uccisione di Giuseppe Di Matteo, il figlio undicenne del pentito Mario Santo Di Matteo strangolato e sciolto nell'acido per vendetta nei confronti del padre che aveva parlato con i magistrati. Ha rievocato le riunioni in cui fu decisa la strategia criminale di Cosa nostra, ha accusato altri boss, ha parlato degli “aggiustamenti” dei processi. Oltre a ricostruire una lunga catena di sangue, Brusca ha parlato anche dei rapporti tra Cosa nostra, la politica e la vasta area grigia dei fiancheggiatori. Nel 2002, dopo lunghe e burocratiche autorizzazioni, il mafioso si è sposato in carcere con la sua compagna, dalla quale aveva avuto un figlio. Negli anni passati aveva ottenuto l'autorizzazione dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma, grazie alla “buona condotta”, di godere permessi premio di qualche giorno. Adesso per lui è arrivato il fine pena grazie ad un ultimo abbuono di 45 giorni di liberazione anticipata, deciso dal tribunale di sorveglianza di Roma e recepito dai giudici di Milano.

Giovanni Brusca torna libero: "Un'offesa per le vittime". Rosa Scognamiglio il 31 Maggio 2021 su Il Giornale. L'ex boss di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, è tornato in libertà dopo aver scontato una condanna a 25 anni di reclusione. Fu responsabile della morte di Giovanni Falcone. Giovanni Brusca, l'attentatore della strage di Capaci, è tornato in libertà. Stando a quanto riporta L'Espresso, l'ex boss di Cosa Nostra ha lasciato il carcere di Rebibbia nel primo pomeriggio di martedì 31 maggio dopo aver scontato per intero la condanna a 25 anni di reclusione. Nel corso della sua vita, "u verru" - soprannome con cui era noto negli ambienti malavitosi - ha commesso più di 100 omicidi tra cui quello del piccolo Giuseppe di Matteo, strangolato e poi sciolto nell'acido. "Non è questa la giustizia che gli italiani meritano", ha commentato la notizia il leader della Lega Matteo Salvini. "Inaccettabile che un personaggio del genere sia in libertà", ha aggiunto il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Chi è Giovanni Brusca. Figlio del boss Bernardo Brusca, e fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, della Famiglia di San Giuseppe Jato, all'età di 19 anni entrò a far parte della cosca dei Corleonesi capeggiati da Totò Riina. Nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Nel 1983 si occupò di preparare, insieme ad Antonino Madonia, l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli agenti di scorta. Quando nel 1992 i Corleonesi iniziarono a fare la guerra contro lo Stato, Brusca divenne uno dei killer di spicco della cosca. Assassinò il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo e, pochi giorni, ordinò lo strangolamento anche della compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi. Brusca diresse la fase esecutiva della strage di Capaci, occupandosi sia del reperimento dell'esplosivo fino alla deflagrazione dell'ordigno che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo. Fu lui ad azionare il telecomando che provocò l'esplosione di una bomba contenente circa mille chili di tritolo nel cunicolo sotto la superficie dell'autostrada per Capaci. Giovanni Brusca è stato anche l'assassino Giuseppe Di Matteo, figlio 13enne del pentito Santino Di Matteo. Per vendicare "il tradimento", con la collaborazione di altri criminali, sequestrò il ragazzo nei pressi di un maneggio e, per i due anni successivi, lo spostò continuamente in vari nascondigli. I tentativi di Cosa Nostra di convincere il padre a ritrattare le sue confessioni fallirono così Brusca decise eliminare il piccolo Di Matteo, facendolo prima strangolare e poi sciogliere nell'acido. Fu incarcerato in via definitiva nel maggio del 1996 dopo aver commesso numerose stragi e omicidi. Divenuto collaboratore di Giustizia, qualche anno fa, ha ottenuto l'autorizzazione dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma, grazie alla “buona condotta”, di godere permessi premio di qualche giorno. Adesso per lui è arrivato il fine pena grazie ad un ultimo abbuono di 45 giorni di liberazione anticipata, deciso dal tribunale di sorveglianza di Roma e recepito dai giudici di Milano.

Vedova Montinaro: "Perché libero pochi giorni la commemorazione?" "Se sapessi a chi chiederlo farei una sola domanda. Perché pochi giorni dopo il 23 maggio? Perché le più alte cariche dello Stato sono venute a Palermo a commemorare Giovanni Falcone, mio marito, se poi la scelta già si sapeva che era questa", ha commentato ai microfoni di LaPresse Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, capo della scorta di Giovanni Falcone che fu ucciso nella strage di Capaci. ""Sento dire che ha dato un grande contributo ma vorrei sapere quale perché non è che sappiamo ancora in effetti chi ha voluto la strage di Capaci", ha concluso.

Salvini: "Non è giustizia questa". "Autore della strage di Capaci, assassino fra gli altri del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido perché figlio di un pentito. Dopo 25 anni di carcere, il boss mafioso Giovanni Brusca torna libero. Non è questa la “giustizia” che gli Italiani si meritano", ha commentato a caldo il leader della Lega Matteo Salvini. Anche l'assessore regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Alberto Samonà (Lega), ha commentato con sgomentano la scarcerazione dell'ex boss di Cosa Nostra. "Mi domando che Paese è - dice Samonà - quello in cui un feroce assassino, ancor di più collaboratore di giustizia, può uscire dal carcere, nonostante si sia macchiato di orrendi omicidi. Non è questa la giustizia che vogliamo".

Giorgia Meloni: "Inaccettabile". "Il boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca, lo "scannacristiani" che ha "commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti, ha fatto saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta e ha ordinato di strangolare e sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo, è tornato libero. E' una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi", dice Giorgia Meloni. Poi aggiunge: "L'idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. 25 anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. E' una sconfitta per tutti, una vergogna per l'Italia intera". "Giovanni Brusca Assassino. Oggi torna libero. Le anime delle sue vittime e le loro famiglie si consolino sapendo che i limiti delle leggi umane saranno compensati dall'inesorabile e ferma giustizia divina". Così in un tweet il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera Francesco Lollobrigida dopo la notizia della scarcerazione per fine pena di Giovanni.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Alessandro Sallusti e l'ingiustizia terrena: così il feroce assassino Giovanni Brusca ci ha fregato. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. Giovanni Brusca, uno dei più feroci assassini nella storia della mafia - oltre cento omicidi, un bambino sciolto nell'acido e la strage in cui morirono Giovanni Falcone e la sua scorta - è tornato libero dopo soli 24 anni di carcere. E in molti a dire: è avvenuto "in punta di legge" quindi va bene. No, non va per nulla bene, al massimo si può sostenere che è "inevitabile", cosa diversa dal "giusto". È "inevitabile" perché con quel mostro-macellaio lo Stato a suo tempo fece un patto del diavolo del tipo "tu parli e io sarò clemente", cioè avvenne una trattativa stato-mafia sia pure ad personam. Ovvio che uno Stato i patti li debba mantenere, e magari lo facesse tutti i giorni con lo stesso millimetrico rigore anche con i cittadini onesti oltre che con i criminali mafiosi, ma resta il fatto che Giovanni Brusca libero è uno schiaffone agli italiani di quelli che fanno veramente male. Ci ha fregato, il Brusca, tra tentativi di depistaggio, reticenze e mezze verità soprattutto sui suoi nemici dei clan rivali e mai sui compari veri. Come tanti anni fa ci fregarono i terroristi che si rifugiarono in Francia camuffati da perseguitati politici nonostante assassini conclamati e che ancora oggi, nonostante i recenti annunci, se la godono in quel di Parigi. Casi diversi, si dirà. Certo, il primo sfrutta i vantaggi della giustizia premiale riservata ai pentiti (leggi sconto di pena), i secondi la latitanza protetta dalla dottrina Mitterrand. Ma il risultato è identico: chi ha fatto carne di porco della democrazia, chi ha ucciso il giudice Giovanni Falcone e il commissario Luigi Calabresi è in libertà e nessuno può farci nulla. Io per carità resto garantista. Ma non mi ci arriva il cervello a comprendere che più la fai grossa meno la paghi. È un po' come per gli evasori o le esposizioni bancarie: se sei fuori di mille euro fisco e banche ti fanno un mazzo tanto, se sfori di milioni male che vada tratti e lo sconto è assicurato. Si chiama ingiustizia terrena che proprio nulla ha a che fare con quella divina. Possiamo consolarci che Brusca graziato da uno Stato debole pagherà il suo conto una volta giunto al cospetto di Dio? Non ne sarei così sicuro. Anche da quelle parti, dicono, il pentimento - vero o falso che sia - permette di accedere a consistenti sconti di pene.

La sinistra dell'antimafia va in corto circuito su Brusca. Augusto Minzolini il 2 Giugno 2021 su Il Giornale. Questa volta non è neppure colpa dei giudici, ma sapere che un pluriomicida come Giovanni Brusca è uscito dal carcere, ebbene questo sì che è un vero pugno allo stomaco della giustizia. Questa volta non è neppure colpa dei giudici che, in fondo, hanno applicato solo la legge, ma sapere che un pluriomicida come Giovanni Brusca, che ha più di 150 vite sulla coscienza, che non ha esitato a sciogliere il corpo di un bambino nell'acido o a far saltare in aria la macchina di Giovanni Falcone, è uscito dal carcere, ebbene questo sì che è un vero pugno allo stomaco della giustizia. C'è da chiedersi se il suo ritorno in libertà, almeno nell'immaginario collettivo, faccia più male alla lotta alla mafia di quanto i suoi racconti da collaboratore di giustizia abbiano fatto danni a Cosa Nostra. È un interrogativo legittimo, che magari avrà risposte diverse (anche perché quella legge la volle lo stesso Falcone), ma al punto a cui è giunta la storia, c'è da chiedersi se c'è un inedito, una ricostruzione, un risvolto di tanti omicidi che valesse la pena al punto da spingere lo Stato a rimettere in libertà un mezzo mostro. Dubbi che non possono non assalirci, anche perché con questa logica se, per assurdo, si fosse pentito Totò Riina, la legge gli avrebbe garantito il ritorno a casa. O, per portare il ragionamento alle estreme conseguenze, teoricamente potrebbero ravvedersi tutti i picciotti e i boss di questo mondo, e lo Stato finirebbe per rimettere sulle strade la stessa Mafia che ha combattuto. Sono ragionamenti sicuramente sull'onda del paradosso, ma cosa può esserci di più paradossale che aprire la porta del carcere al più efferato killer della mafia? Ciò che è avvenuto, secondo i dettami della legge, è uno schiaffo alla retorica antimafia della sinistra, a quella strana filosofia che, inseguendo i fantasmi del terzo livello (che sono rimasti tali e popolano tra supposizioni e tesi solo una ricca bibliografia di comodo), alla fine ha avuto come unico risultato quello di dare l'opportunità a molti dei protagonisti del primo e del secondo di farla franca, inventandosi un pentimento tutto da verificare. Una filosofia che aveva come finalità non tanto, o non solo, quella di spazzare via la mafia, quanto quella di riscrivere la Storia attraverso la mitologia dei baci di Andreotti a Riina o di un Silvio Berlusconi invischiato negli affari degli uomini con la coppola. Insomma, l'uso politico della mafia e dell'antimafia. Risultato: sono state gettate ombre su pezzi di Storia patria e, nel contempo, non si sono beccati i fantasmi ma si è rimesso in circolazione un personaggio come Brusca in carne e ossa, offendendo la memoria delle sue vittime e i sentimenti dei loro famigliari. Per poi arrivare, in un dialogo sui massimi sistemi non tra Salviati e Simplicio, gli scienziati del celeberrimo trattato di Galileo, ma tra Maurizio Avola, altro killer mafioso con ottanta omicidi sulle spalle, e uno dei narratori più suggestivi dell'epica lotta alla mafia, Michele Santoro, alla conclusione di quest'ultimo che «né Berlusconi né Marcello Dell'Utri abbiano potuto ordinare a Cosa Nostra le stragi». Triste epilogo, per citare la memorabile espressione di Leonardo Sciascia, dei «professionisti dell'antimafia». Solo che in tutti questi anni, tentando di mettere alla sbarra gli imputati eccellenti, a volte riuscendoci, a volte creando nuove ingiustizie (basta pensare alle traversie passate da Calogero Mannino), si saranno pure ottenuti dei risultati, ma si è anche dato modo a qualche supposto pentito di mafia di inventarsi una verità per strappare un salvacondotto. Ecco, a guardare l'immagine di un Brusca tornato in libertà, c'è da chiedersi se non sia forse arrivato il momento di ripensare la legge sui pentiti. Rendendola più rigorosa sul modello di quella prevista nella legislazione Usa, dove non per nulla l'hanno inventata. Ponendo, comunque, dei limiti, cioè che non possa essere applicata a chi si è macchiato di decine e decine di delitti di sangue e che per rifarsi una vita potrebbe essere disposto ad inventarsi qualsiasi cosa con la stessa nonchalance con cui premeva il grilletto della lupara.

L'aria che tira, Maria Giovanna Maglie sulla liberazione di Giovanni Brusca: "Una magistratura al minimo storico". Libero Quotidiano l'01 giugno 2021. A L'Aria che tira si parla della scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca, ex capomafia responsabile della strage di Capaci e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido. A spiegare il suo punto di vista ci pensa Maria Giovanna Maglia che, ospite di Myrta Merlino alla trasmissione in onda su La7 ha così commentato la vicenda: "Penso che se necessario e lo dico per l'Ilva, per Mottarone e lo dico anche e persino per Brusca: Bisogna separare il livello emotivo nazionale e popolare dall'applicazione della legge" sostiene Maria Giovanna Maglie e aggiunge "Io mi sento una vera garantista. Deve essere separato quello che provo io da quello che decide la giustizia". "Quello che purtroppo capita oggi - spiega la saggista - è che tutti i politici ritengono di dover interpretare prima il sentimento popolare che il rispetto della legge e questo è il segno di una debolezza della politica" accusa Maglie. "Il termine 'pentiti' l'ho sempre trovato odioso, il termine giusto è 'collaboratori', perché che siano pentiti o che stiano soltanto facendo un affare non ce lo dice nessuno. Anzi conoscendo Giovanni Brusca dubito fortemente che sia pentito, ma solo collaboratore". "Che cosa succede però" spiega Maglie "Che tutte queste vicende: Ilva, Mottarone, e in specie quella di Giovanni Brusca, sono avvolte dalla non conoscenza e dalla non spiegazione dei passaggi e della storia. Bisogna spiegare che situazione c'era in quegli anni in cui Falcone ha deciso quella legge. E forse oggi quella legge non andrebbe applicata più. Oppure, nel caso di Brusca sarebbe stato necessario fare degli accordi che prevedessero un trattamento migliore in carcere, senza per forza farlo uscire" sottolinea l'opinionista. "È necessario spiegare perché questo Stato, che in buona parte ha combinato il pasticcio dell'Ilva, non ritenga mai di dare spiegazioni, di esporsi, di spiegare ed è per questo che vado a firmare il referendum sulla giustizia. Abbiamo una magistratura al minimo storico che continua a fare cose senza spiegarcele" conclude Maria Giovanna Maglie. 

"C'è stata troppa indulgenza dai magistrati". Paolo Bracalini il 2 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex Guardasigilli: "Inaccettabile premiare uno stragista, negli Usa molto più severi". «Io sono tutto tranne che un giustizialista, ma trovo che la scarcerazione di un criminale come Giovanni Brusca sia inaccettabile, è qualcosa che lascia un senso di profonda ingiustizia che rasenta lo sgomento». Claudio Martelli ha vissuto in prima persona gli anni delle stragi mafiose da ministro della Giustizia, a stretto contatto con Giovanni Falcone nella lotta a Cosa nostra, anche con l'introduzione del carcere duro per i boss con un decreto del '92 che porta il suo nome. «Se fosse successo trent'anni fa mi sarei incatenato al ministero per protestare, ma questo è uno dei rari casi in cui il tempo non cambia la situazione, vedere oggi Brusca che esce dal carcere mi fa lo stesso identico effetto di trent'anni fa».

Quello di un'ingiustizia. Che però deriva da una legge sui cosiddetti pentiti.

«Brusca non è un pentito, è un criminale che ad un certo punto ha deciso per i suoi interessi di collaborare con i magistrati che lo interrogavano. Ha parlato e ha raccontato alcune cose. Quante, del repertorio dei suoi delitti, non è dato sapere. Ma per sua ammissione è responsabile di almeno 150 omicidi, di stragi, e io ricordo che nei casi di stragi le indagini non si possono mai prescrivere, questo significa che c'è qualcosa che non può essere superato. Ai miei tempi il ministero si chiamava di Grazia e Giustizia, Cossiga volle forzarmi a concedere la grazia a Renato Curcio, ma io dissi di no. Se fossi ancora ministro l'ultima cosa che farei è dare la grazia a Brusca, uno che si è macchiato di crimini efferati, ha ucciso bambini, giudici».

Però ha collaborato con la giustizia.

«Ma fino a che punto? La sua collaborazione è stata così fondamentale da giustificare un trattamento di riguardo? Nel '96 ha cominciato a parlare, a rate, è diventato una sorta di jukebox per cui se metti dentro uno sconto di pena lui parla. É una procedura che dà luogo ad abusi e consente al collaboratore di giustizia un grande margine di discrezionalità. Già Falcone metteva in guardia dai rapporti intimistici, così diceva lui, tra pentiti e pubblici ministeri, perché il rischio è che si crei un rapporto confidenziale in cui è il collaboratore a usare il magistrato. Se capisce cosa vuole il pm, lui glielo dà, ma non è detto che sia la verità».

Sta dicendo che i magistrati sono stati troppo indulgenti con Brusca?

«Mi piacerebbe poter valutare tutte le carte, ecco. Capire quale è il contributo che Brusca che ha dato alle indagini, e in secondo luogo quanti sconti gli sono stati concessi. La collaborazione è stata così preziosa da annullare tutti gli ergastoli che meritava? Mi sembra sproporzionato che il responsabile di una strage possa essere libero dopo 25 anni. È stato tutto perfettamente legale o c'è stata molta indulgenza, forse troppa, anche nella concessione dei permessi a Brusca, 45 giorni di libertà ogni sei mesi. E perché è stato escluso dal 41 bis? Mi chiedo se tra suoi i meriti rientrino anche le calunnie che ha fatto nei confronti di molti, tra cui Violante e me».

Va cambiata la legge, come chiedono alcuni non solo nel centrodestra?

«Il problema non è nella legge ma nella sua applicazione. A me risulta che negli Stati Uniti sugli sconti ci vadano molto prudenti e molto attenti. La tenaglia stringe solo se ha due denti: gli sconti di pena e il carcere duro. Credo che in Italia invece sia prevalente l'indulgenza».

La Consulta recentemente ha definito il carcere a vita anche per i mafiosi «incompatibile con la Costituzione».

«Ma è evidente che il crimine organizzato vada trattato in modo diverso, più severo, rispetto al crimine occasionale. La recidività, il carattere sistematico dei clan genera un pericolo sociale molto maggiore di cui il legislatore deve tenere conto. Ricordo che quando fu introdotto il 41-bis l'allora presidente Scalfaro ebbe delle riserve, ma il presidente della Corte Costituzionale mi suggerì di renderlo temporaneo. Poi da allora è stato sempre rinnovato fino a diventare permanente, ma la Consulta non ha avuto nulla da ridire. Il doppio binario per i mafiosi va mantenuto. Brusca non è un criminale normale e non va trattato come tale».

Perché Giovanni Brusca ha lasciato il carcere ed è un uomo libero. Nexquotidiano l'1/6/2021. Giovanni Brusca, pentito e ex boss di San Giuseppe Jato, ha lasciato il carcere. Ha finito di scontare la pena e da ieri l’ex killer di Cosa nostra è libero. Cosa ha portato alla sua scarcerazione. Giovanni Brusca, pentito e ex boss di San Giuseppe Jato, ha lasciato il carcere. Ha finito di scontare la pena e da ieri l’ex killer di Cosa nostra che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando per la strage di Capaci, è un uomo libero. “U verru” (il porco), come era soprannominato negli ambienti mafiosi, è uscito dal carcere di Rebibbia. Brusca è stato scarcerato per effetto della  legge del 13 febbraio del 2001 grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge. Ovvero sono stati applicati i benefici previsti per i collaboratori “affidabili”. Se ne era già tenuto conto nel calcolo delle condanne che complessivamente arrivano a 26 anni. “U verru” era stato arrestato nel 1996 e la sua scarcerazione sarebbe dovuta avvenire nel 2022. Ma la pena si è accorciata ulteriormente per la “buona condotta” perché Brusca ha potuto usufruire di alcuni giorni premio di libertà. Come stabilito dalla corte di appello di Milano però l’ex boss deve ancora scontare quattro anni di libertà vigilata e vivrà sotto protezione. Brusca ha beneficiato di oltre 80 permessi premio in 25 anni di carcere. L’ex boss, che ora ha 64 anni, due anni fa aveva chiesto la scarcerazione ma la Cassazione disse di no. Era il 19 ottobre del 2019, quando i giudici con l’ermellino bocciarono la richiesta dei legali del killer di Giovanni Falcone e del mandante dell’omicidio del piccolo Giuseppe che voleva usufruire degli arresti domiciliari. La Cassazione aveva respinto l’istanza dei legali per ottenere gli arresti domiciliari. La procura generale della Corte di Cassazione aveva chiesto, con una requisitoria scritta, ai giudici della prima sezione penale di rigettare il ricorso dell’ex boss di Cosa Nostra contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Roma. I legali di Brusca, infatti, avevano chiamato in causa la Cassazione, perché decidesse in merito alla sentenza del tribunale che, nel marzo 2019, aveva respinto l’istanza del mafioso per la detenzione domiciliare. Brusca ha ammesso le sue responsabilità nella progettazione della strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Oltre ad altri crimini confessati nella zona di San Giuseppe Iato “U verru” ha ammesso di aver preso parte al rapimento e all’uccisione del figlio di Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia. Giuseppe Di Matteo aveva 13 anni quando il 23 novembre 1993 fu prelevato da uomini travestiti da agenti della Dia e, per fare pressioni affinché il padre ritrattasse, fu tenuto in ostaggio, in diversi covi, fino all’11 gennaio 1996 quando venne strangolato e sciolto nell’acido nelle campagne di San Giuseppe Jato. Dopo un mese dall’arresto, nel 1996, Brusca iniziò a fornire dichiarazioni ai magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Grazie alla sua collaborazione, in cui rivelò i retroscena e il contesto di tanti delitti e degli attentati a Roma e Firenze del 1993, ebbe diversi benefici: fu condannato a 27 anni di carcere e non all’ergastolo per la strage di Capaci, era lui l’uomo che ha premuto il telecomando che ha innescato l’esplosivo, e anche per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo la sua pena fu ridotta a 30 anni di reclusione. Quando nel 2000 ottenne lo status di collaboratore di giustizia potè lasciare il regime di carcere duro previsto dall’articolo 41 bis. Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la notizia della scarcerazione ha detto: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”, aggiungendo “La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle rivelazioni di Brusca, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili possa tornare libero a godere di ricchezze sporche di sangue”.

Felice Cavallaro per corriere.it l'1 giugno 2021. Gliel’ha fatto sciogliere nell’acido suo figlio Giuseppe, 13 anni, la faccia di un bambino felice nella foto mentre cavalca al maneggio. E Santino Di Matteo, il pentito vittima dell’atroce vendetta, non può tollerare che lo Stato rimetta in libertà «questa feccia dell’umanità». Parla da una località segreta l’ex mafioso di Altofonte che Giovanni Brusca, con il fratello Enzo, per conto del padrino di un tempo, Totò Riina, voleva zittire. Nel peggiore dei modi. Sequestrando per quasi due anni quel ragazzino trasferito da casolare in casolare con una catena al collo fino a quando Brusca, vinto dalla resistenza di un padre deciso a collaborare con lo Stato, non diede l’ordine di fare sparire ogni traccia del piccolo aspirante fantino. È questa la storia che tormenta Santino Di Matteo, stanco di zompare da un tribunale all’altro: «Dopo trent’anni mi fanno ancora testimoniare ai processi. Io vado per dire quello che so. Ma a che cosa serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore?».

Da collaboratore di giustizia, sostiene che la giustizia non funziona?

«Non trovo le parole per spiegare la mia amarezza. A chi devo dirlo? È passato meno di un anno da quando avevano liberato un carceriere di mio figlio, a Ganci, il paesino delle Madonie, uno dei posti del calvario. Ma la verità è che tutti i sorveglianti e gli aguzzini della mia creatura sono liberi. Tutti a casa. E ora va a casa pure il capo che organizzò e decise tutto. Lo stesso boia di Capaci. Si può dire boia? Lo posso dire io?».

La norma consente la liberazione. Diciamo che la legge è uguale per tutti...

«La legge non può essere uguale per questa gente. Brusca non merita niente. Oltre mio figlio, ha pure ucciso una ragazza incinta di 23 anni, Antonella Bonomo, dopo avere torturato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell’umanità».

Dopo 29 anni qualche magistrato forse sostiene che può essere cambiato.

«Si fanno prendere per i fondelli. Suo ‘parrino’, Riina, è morto in carcere. E così doveva andare per Brusca. Tu hai fatto cose atroci. Statti tranquillo, dentro. Ti diamo qualcosa, ma non puoi uscire. Perché se esce, che giustizia è? Se lo dico io, forse vale poco, ma dovrebbero essere tanti a ribellarsi. Invece, so come finirà».

Come finirà?

«Giornali e Tv ne parleranno per due giorni, poi il silenzio trionferà e quel mascalzone si godrà la libertà. Ormai so come va l’Italia. E mi faccio il sangue amaro».

Era una notizia annunciata da tempo.

«Due anni fa il presidente della Cassazione bloccò tutto. Gli disse: stati dentro. E Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Falcone, tuonò che non doveva accadere. Come invece ora regolarmente accade. Che cavolo di Stato è questo?».

Che cosa si dimentica in questa storia?

«Si dimentica che ‘u verru, cioè il maiale, come chiamavano Brusca, conosceva Giuseppe, mio figlio, da bambino. Ci giocava insieme con la play station. Eppure l’ha fatto sciogliere nell’acido. E questo orrore si paga in vent’anni? Io non posso piangere nemmeno su una tomba e lui lo immagino pronto a farsi una passeggiata. Magari ad Altofonte. O in un caffè davanti al Teatro Massimo di Palermo. Mi auguro di non incontrarlo mai, come chiedo al Signore. Se dovesse succedere, non so che cosa potrebbe accadere».

Brusca libero, la rabbia di Santino Di Matteo: “Lo Stato si è fatto fregare, quello non è umano”. Fan Page l'1/6/2021. "Ha sciolto mio figlio nell'acido, ha strangolato una ragazza incinta, Brusca non appartiene alla razza umana: se lo trovo per strada non so cosa succede". A parlare è il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, padre di Giuseppe, ucciso e sciolto nell'acido a 13 anni proprio da Giovanni Brusca, il boss scarcerato ieri per fine pena. Volevano farlo tacere, per quello Giovanni Brusca, il fratello Enzo e Totò Riina, avevano deciso di sequestrargli il figlio, lo hanno tenuto prigioniero con una catena al collo. Per due anni. Prima di ucciderlo e scioglierlo nell'acido. "Dopo trent’anni vado ancora testimoniare ai processi – dice l'ex mafioso intervistato dal Corsera – . Io vado per dire quello che so. Ma a che cosa serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore? Non trovo le parole per spiegare la mia amarezza. A chi devo dirlo? È passato meno di un anno da quando avevano liberato un carceriere di mio figlio, a Ganci, il paesino delle Madonie, uno dei posti del calvario. Ma la verità è che tutti i sorveglianti e gli aguzzini della mia creatura sono liberi. Tutti a casa. E ora va a casa pure il capo che organizzò e decise tutto. Lo stesso boia di Capaci. Si può dire boia? Lo posso dire io. La legge non può essere uguale per questa gente. Brusca non merita niente. Oltre mio figlio, ha pure ucciso una ragazza incinta di 23 anni, Antonella Bonomo, dopo avere torturato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell’umanità". Parole dure e da un certo punto di vista comprensibili: "Lo Stato si fa prendere per i fondelli. Riina è morto in carcere. E così doveva andare per Brusca. Tu hai fatto cose atroci. Statti tranquillo, dentro. Ti diamo qualcosa, ma non puoi uscire. Perché se esce, che giustizia è? Se lo dico io, forse vale poco, ma dovrebbero essere tanti a ribellarsi. Invece, so come finirà: giornali e tv ne parleranno per due giorni, poi il silenzio trionferà e quel mascalzone si godrà la libertà. U verru, cioè il maiale, come chiamavano Brusca, conosceva Giuseppe, mio figlio, da bambino. Ci giocava insieme con la play station. Eppure l’ha fatto sciogliere nell’acido. E questo orrore si paga in vent’anni? Io non posso piangere nemmeno su una tomba e lui lo immagino pronto a farsi una passeggiata. Magari ad Altofonte. O in un caffè davanti al Teatro Massimo di Palermo. Mi auguro di non incontrarlo mai, come chiedo al Signore. Se dovesse succedere, non so che cosa potrebbe accadere".

Riccardo Arena per “la Stampa” il 2 giugno 2021.  «Non può perdonare lei, figuriamoci se possiamo farlo noi familiari». La domanda, un po' banale in verità, sul perdono possibile per Giovanni Brusca da parte delle sue vittime, incontra la risposta decisa, affilata, dritta al cuore, di Nicola Di Matteo. Non è più un bambino e nemmeno un ragazzino: è un uomo di 40 anni, sposato, ha due figlie. «Avessi avuto il maschietto si sarebbe chiamato Giuseppe»: come Giuseppe Di Matteo, il fratello che il cosiddetto "Verru", il porco, il boss di San Giuseppe Jato da 150 fra stragi e omicidi, gli fece uccidere nel gennaio del 1996. «Eravamo insieme a pranzo, quel giorno, poi Giuseppe è uscito e non è tornato più. Sparito nel nulla. Se ci siamo allarmati? Certo, subito. Io ero piccolo ma ricordo tutto bene: con Giuseppe stavamo sempre insieme, avvertivamo quel clima pesante, quella brutta situazione, sapevamo che volevano vendicarsi di nostro padre». Era il 23 novembre 1993, quel giorno, il giorno in cui il piccolo Di Matteo, uscito per andare al maneggio di Villagrazia in cui si esercitava con la passione della sua brevissima vita, i cavalli, fu rapito da un gruppo di mafiosi capeggiati dai fratelli Graviano. Loro erano palermitani, il figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo era di un paese poco sopra il capoluogo siciliano, Altofonte: i rapitori andarono a colpo sicuro. Dopo due anni e due mesi di prigionia inumana, Giuseppe fu ucciso e poi sciolto nell' acido. Su ordine di Brusca, dal fratello di lui, Enzo Salvatore, da Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo. Tutti pentiti, tutti liberi. Da lunedì lo è anche Giovanni. «Erano persone, i Brusca, che venivano regolarmente a casa nostra. A Giovanni, a Enzo abbiamo dato da mangiare, me lo ricordo bene anche se eravamo piccolini: io ho un anno meno di Giuseppe, allora ne avevo 12. Noi bambini non sapevano cosa facessero, che avessero attività illecite con nostro padre. Ma come hanno potuto farci quello che hanno fatto? Non ci aspettavamo certamente che Brusca ci avrebbe fatto questo regalo. Del resto il giudice Falcone ha voluto la legge sui pentiti e anche a lui ha fatto questo regalo». Però la legge è legge, dice ancora Nicola Di Matteo, impiegato regionale, assunto perché vittima di Cosa nostra: «Ma io quel posto non lo volevo, ho un'azienda agricola per i fatti miei, io avrei voluto mio fratello con me. E sì, la legge è servita per colpire Cosa nostra e arrestare un sacco di gente, accettiamo che le cose vadano così, accettiamo le sentenze e il fatto che Brusca abbia finito di scontare la pena. Ma perdonare no, mai. A noi non ha mai chiesto scusa, ma anche se lo facesse Se la potevano prendere direttamente con l'interessato, non le pare? Che c' entravamo noi? I bambini che ne sanno?». L' interessato, cioè il pentito Mario Santo Di Matteo, cioè il padre di Giuseppe e Nicola. Traspare una presa di distanze da Santino, detto Mezzanasca, mezzo naso: «In effetti con mio padre non riesco a parlare di quei fatti. Ho avuto un po' di rabbia verso di lui, perché frequentava queste persone, commetteva reati e grazie anche a lui è successo quello che è successo. Abbiamo un rapporto normale, con mio padre, ma non posso perdonare né da una parte né dall' altra». Né Brusca né Di Matteo padre: «Ha sbagliato anche lui, ma ha collaborato, ha svelato i responsabili della strage di Capaci, è stato uno dei primi a parlare». Però pure Brusca ha dato un contributo ritenuto importante: «E sì, e lo Stato gli ha fatto questo regalo. Io conosco il figlio di Brusca, è poco più piccolo di me. Non ho nulla contro di lui. Purtroppo il padre, i mafiosi, sono gente che non ragiona. E noi non perdoneremo mai».

Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 2 giugno 2021. Reazioni fisiche, prima ancora che politiche. La scarcerazione di Giovanni Brusca è «un pugno nello stomaco», dice Enrico Letta, «uno schiaffo alle vittime», secondo Giorgia Meloni, «una cosa disgustosa», attacca Matteo Salvini, «fa venire i brividi», aggiunge Antonio Tajani. Il giorno dopo l'uscita dal carcere di Rebibbia del killer mafioso, l'uomo che azionò la bomba che uccise Giovanni Falcone a Capaci, la polemica si divide tra chi si indigna e chiede di cambiare la legge sui pentiti e chi si indigna ma richiama il rispetto delle norme, visto che Brusca ha usufruito dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia e ha finito di scontare la sua pena. Alla prima squadra si iscrivono, con toni diversi, i partiti di centrodestra, a cominciare dalla Lega: «Se la legge lo permette bisogna cambiare la legge - dice Salvini - è inaccettabile che una persona che ha ammazzato cento persone possa passeggiare per Roma». Sulla stessa linea il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, secondo cui «se una norma è palesemente sbagliata va cambiata». Giorgia Meloni non fa riferimenti normativi, ma è comunque durissima: «Che orrore, una vergogna, uno schiaffo morale alle vittime - il suo tweet - Brusca torna in libertà anche grazie agli sconti di pena. Solo le vittime, in Italia, scontano una pena senza fine». Per il coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani, «è impossibile credere che un criminale come Brusca possa meritare qualsiasi beneficio: questa non è giustizia giusta». Dice la sua anche Claudio Martelli, ministro della Giustizia all' epoca degli attentati di Capaci e via D' Amelio: «Brusca avrebbe meritato non uno ma più ergastoli - attacca - Non credo si sia pentito, né redento, se c' è stata collaborazione con lo Stato è perché c' è stato uno scambio: la confessione dei delitti, la delazione rispetto ad altri mafiosi». Poi c' è l'altra squadra, di chi non nasconde lo sconcerto per il ritorno in libertà di Brusca, ma ricorda che «questa è la legge», come il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, che cita Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso nel 1992: «Ha detto che quella legge l'ha voluta anche il fratello e quindi va rispettata, perché è una legge che ha consentito tanti pentimenti e arresti e ha permesso di scardinare la criminalità e la mafia». La pensa così anche la capogruppo di Italia Viva alla Camera, Maria Elena Boschi, perché «è chiaro che ci fa male e faccio fatica ad accettarlo, ma chi sceglie la strada della Costituzione e dei diritti pensa che vadano rispettati anche quando non fa comodo». Per l'ex presidente del Senato ed ex procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso (Leu), addirittura «lo Stato con Brusca ha vinto tre volte: la prima quando lo ha arrestato, la seconda quando lo ha convinto a collaborare, la terza ora che ne ha disposto la liberazione, mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi in carcere, che la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai». A proposito di magistrati, scontata la presa di posizione del presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, in difesa di «regole che sono state correttamente applicate. Non credo che il pentitismo abbia esaurito la sua funzione e la sua efficacia nel sistema giudiziario». Non sembra d' accordo Tina Montinaro, moglie di Antonio, caposcorta di Falcone morto con lui a Capaci: «È vero che la legge l'ha voluta Falcone, ma lui aveva pochi pentiti - spiega - dopo, invece, ne sono arrivati altri mille, ma la verità sulla strage ancora non si conosce. Vuol dire che qualcosa non ha funzionato, lo Stato in questa vicenda dimostra un fallimento». Non ci sta nemmeno Rosaria Schifani, vedova di Vito, anche lui tra gli agenti morti a Capaci: «Ma che Stato è questo che celebra con il presidente della Repubblica a Palermo il 23 maggio e, otto giorni dopo, manda a casa uno che fa saltare un'autostrada - si sfoga - È un regalo a Falcone? Così si dimentica tutto quello che noi abbiamo passato». Non vuole sentir parlare di perdono Franca Castellese, la madre di Giuseppe Di Matteo, il bambino di 12 anni, figlio di un pentito, rapito, ucciso e sciolto nell' acido da Brusca, alla fine del 1993: «Rispettiamo le leggi e le sentenze dello Stato - fa sapere attraverso il suo avvocato - ma Brusca mi ha ucciso il figlio che conosceva bene e con cui ha giocato a casa. Non c' è stata mai una forma di pentimento, nel mio cuore come posso perdonarlo?».

Il poliziotto che prese Brusca è finito nella polvere. Felice Manti il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Renato Cortese non fa rumore perché è un uomo di Stato, è uno sbirro come pochi, un calabrese impastato di Sicilia. Un cortese silenzio. Tutti parlano di Giovanni Brusca, nessuno ricorda chi quel macellaio lo ha stanato il 20 maggio 1996, grazie a una moto smarmittata, mentre guardava un film su Giovanni Falcone assieme a suo fratello Enzo nel suo covo vicino al mare nell'Agrigentino. Renato Cortese non fa rumore perché è un uomo di Stato, è uno sbirro come pochi, un calabrese impastato di Sicilia, eppure per una vicenda su cui persino il capo della polizia Lamberto Giannini nutre fortissimi dubbi, è stato condannato in primo grado a cinque anni di carcere. Si tratta della rendition (gestita da capo della Squadra Mobile di Roma) di Alma Shalabayeva, catturata con la figlia nella notte tra il 28 e 29 maggio 2013 a Casalpalocco. La moglie del dissidente kazako Muhtar Ablyazov, ricercato dall'Interpol che ne chiedeva l'arresto con tanto di red notice, aveva un passaporto falso della Repubblica centroafricana e in base alla legge Bossi-Fini fu espulsa e rimpatriata con il nullaosta della procura guidata da Giuseppe Pignatone e l'ok del tribunale dei minori di Roma. Si scoprì poi che il magnate aveva fatto richiesta a Londra della protezione umanitaria. Un pasticcio. Si dimise Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto dell'allora ministro dell'Interno Angelino Alfano. «Fu un sequestro di persona», dice il tribunale di Perugia, che ne ha chiesto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. «Ma in quel momento Ablyazov era considerato un pericoloso delinquente», ricorda il suo legale Franco Coppi. Niente da fare. Cortese era diventato questore a Palermo, coronamento di una carriera da superpoliziotto antimafia, invece se n'è andato in silenzio «con il cuore spezzato». Ma chi aveva dato l'ordine dal Viminale è stato risparmiato. Quando ricorda la cattura di Brusca Cortese ama sottolineare lo spartiacque della sua carriera, «centinaia di cittadini sotto la Mobile ad applaudirci anziché a insultarci». Qualcuno dice che dietro la sua condanna ci fosse un pizzino contro Pignatone, suo mentore da Palermo a Reggio Calabria, per colpa dei difficili equilibri tra la procura della Capitale e Perugia descritti da Luca Palamara nel libro Il Sistema. Se sette italiani su dieci e sempre più ragazzi continuano a nutrire fiducia nella Polizia, come dice l'Eurispes, è merito degli sbirri come Cortese, mascariato da una condanna che per molti non merita.

Da tgcom24.mediaset.it l'1 giugno 2021. Dopo la liberazione del boss mafioso Giovanni Brusca, il senatore ed ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso nega qualsiasi "buonismo o perdono" e chiarisce: "Con lui lo Stato ha vinto tre volte. Quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia. Quando lo ha convinto a collaborare. Quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, mandando un segnale ai mafiosi. Ora Brusca va protetto". Pietro Grasso con un post su Facebook prende posizione su una vicenda che sta aizzando l'opinione pubblica. Comprendo il dolore dei familiari - Penso, scrive Grasso, "agli omicidi e alle stragi in cui ho perso colleghi e amici, avrei anche motivi strettamente personali per serbare rancore. Giovanni Brusca e altri collaboratori hanno raccontato, tra gli altri, due episodi che mi riguardarono direttamente: l’organizzazione di un attentato nell'autunno del 1993 che doveva farmi saltare in aria mentre andavo a trovare mia suocera a Monreale e la pianificazione del rapimento di mio figlio. Il dolore e la rabbia delle vittime e dei loro familiari lo comprendo e lo rispetto nel profondo. Eppure non vedo scandalo nella notizia di ieri, peraltro nota e attesa da molti anni". Tre volte lo Stato ha vinto contro Brusca - "Con Brusca - prosegue Grasso - lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborarono, non la vedranno mai". Ora dobbiamo proteggere Brusca: ecco perché - Pietro Grasso invita a riflettere e a non scandalizzarsi della protezione che il ministero ha approntato per Brusca. "Ora lo Stato dovrà proteggere Brusca: è un dovere perché è importante che Brusca resti vivo e possa andare a testimoniare nei processi. Oltre al punto morale c'è un interesse specifico, quasi egoistico, affinché le sue parole possano essere ripetute nelle aule di giustizia dove servono per condannare mandanti ed esecutori di omicidi e stragi". I politici si indignano? Non capiscono la mafia e questo mi spaventa - "L'indignazione di molti politici che di codice penale e di lotta alla mafia capiscono ben poco mi spaventa. Se davvero facessero quello che dicono, ovvero ridurre gli sconti per chi collabora con la giustizia, - conclude Grasso - diminuirebbe l’incentivo a pentirsi. Se a questo aggiungiamo che si sta cercando di limitare l’ergastolo ostativo, e lavorerò affinché questo non avvenga, potremo anche dichiarare chiuso il capitolo del contrasto a Cosa nostra. Al contrario, servono sconti di pena forti per chi aiuta lo Stato e prospettiva di ergastolo senza sconti per chi non collabora".

Mafia, Violante: "Brusca moralmente disprezzabile ma ha aiutato la lotta alla criminalità organizzata".  Liana Milella su La Repubblica il 2 giugno 2021. L'ex presidente della commissione Antimafia dopo la scarcerazione del pentito: "Alla radice di quelle leggi che ci hanno consentito di smantellare prima le Br e poi gran parte di Cosa Nostra c'è un calcolo anche da parte dello Stato che ha il compito di salvare vite umane in pericolo". "Brusca è moralmente disprezzabile, ma ha aiutato la lotta contro la mafia". L'ex presidente della commissione Antimafia Luciano Violante, che nell'autunno del 1992, a palazzo San Macuto, tenne le audizioni di famosi pentiti come Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia, commenta con Repubblica la scarcerazione di Giovanni Brusca.

Mafia, il caso Brusca: la legge e il valore dei pentiti. Giuseppe Pignatone su La Repubblica l'1 giugno 2021. I collaboratori di giustizia rimangono a oggi uno strumento fondamentale per conoscere i clan dall'interno ed essere così nelle condizioni di meglio contrastarne le attività criminali. La definitiva scarcerazione di Giovanni Brusca ha suscitato un vivace dibattito nell'opinione pubblica e reazioni molto negative specialmente tra alcuni familiari delle vittime dei delitti di cui egli si è riconosciuto colpevole. Maria Falcone, sorella del giudice assassinato a Capaci, ha invece correttamente commentato la notizia, dicendo: "Umanamente è una notizia che mi addolora, però questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello, e quindi va rispettata".

La pm che raccolse le confessioni di Brusca: “Mi tese la mano, io la rifiutai ma ci aiutò a smantellare i clan”. Salvo Palazzolo su La Repubblica il 2 giugno 2021. Franca Imbergamo, ex pubblico ministero della procura di Palermo, oggi è il sostituto della procura nazionale antimafia. "La prima volta che l'ho interrogato - ricorda Franca Imbergamo - c'erano ancora tanti dubbi sulla sua collaborazione, era stato arrestato da poco. Giovanni Brusca mi tese la mano, io mi rifiutai di dargliela. Era il 1996. Venticinque anni dopo, invece, risponderei a quel saluto. Brusca è un uomo che ha avviato un percorso di ravvedimento. E non lo dico io, ma le tante persone che lo hanno seguito in questi anni". Franca Imbergamo, ex pm della procura di Palermo, oggi è il sostituto della procura nazionale antimafia che segue il "dossier Brusca". Sul suo tavolo, arriva tutto quello che riguarda l'ex padrino di Cosa nostra diventato collaboratore di giustizia.

Che percorso ha fatto Brusca?

"Bisogna innanzitutto dire che ha lasciato il carcere perché ha finito di scontare le condanne che gli erano state inflitte dai giudici che si sono occupati di lui. In tutti i processi, sono state riconosciute a Brusca le speciali attenuanti previste per i collaboratori di giustizia che danno un contributo ritenuto attendibile e importante".

Dopo la sua scarcerazione, si sono però sollevate non poche polemiche, soprattutto da parte dei familiari delle vittime.

"Ho grande rispetto per il dolore dei familiari. Ma vorrei che non si dimenticasse che lo strumento dei collaboratori di giustizia ha consentito di assestare colpi determinanti alla Cosa nostra delle stragi, che è stata quasi del tutto smantellata".

Anche Maria Falcone ha detto: "È doloroso, ma è la legge voluta da mio fratello, quindi va rispettata". Però ha auspicato controlli da parte delle istituzioni per "scongiurare il pericolo che Brusca torni a delinquere".

"La legge sui collaboratori può essere di sicuro migliorata, come sarebbe auspicabile il rafforzamento del servizio centrale di protezione, soprattutto per controllare i collaboratori di giustizia in libertà".

Cosa racconta il percorso fatto da Brusca in questi anni in cella?

"Io faccio il magistrato, non sono un sacerdote e non devo occuparmi della sua coscienza. Io devo leggere le relazioni fatte dagli operatori carcerari che hanno seguito il collaboratore: psicologi, assistenti sociali, insegnanti, cappellani. Tutti hanno scritto di un positivo percorso di ravvedimento fatto dall'ex mafioso di San Giuseppe Jato, un percorso valutato sulla base di atti concreti".

Per questo Brusca ha ottenuto anche permessi premio negli ultimi quattro anni?

"Le legge prevede che si valuti anche il comportamento nei processi: Giovanni Brusca non ha mai smesso di dare un contributo alla ricerca della verità. E nel corso dei permessi premio ha sempre rispettato le prescrizioni che gli erano state imposte dai giudici".

Oggi, anche alcuni mafiosi non collaboratori di giustizia invocano permessi premio perché dicono di essere dissociati. È il caso di Filippo Graviano.

"Non basta una dichiarazione di principio, bisogna contribuire concretamente a smantellare l'organizzazione mafiosa. Questo ha fatto Giovanni Brusca in questi anni, mai tirandosi indietro quando i magistrati delle varie procure lo hanno convocato per chiedergli di rendere dichiarazioni".

Negli anni a Palermo si occupò anche di un'altra figura particolarmente complessa di pentito: Balduccio Di Maggio, il mafioso che aveva fatto arrestare Riina e poi aveva parlato del bacio, smentito, fra Andreotti e il capo di Cosa nostra. A un certo punto, Di Maggio tornò in Sicilia per creare una nuova cosca. Come si smaschera un falso pentito?

"Il presupposto per una corretta applicazione della legge è una gestione severa dei collaboratori. Così come ha insegnato Giovanni Falcone. Non bisogna pendere dalle labbra degli ex mafiosi, non bisogna fermarsi alle cose che vogliono dirti. E poi vanno cercati i riscontri in maniera rigorosa. Balduccio Di Maggio lo cogliemmo quasi in flagranza di reato".

Ha mai avuto il sospetto che Brusca, collaboratore sempre ritenuto attendibile dai giudici, possa sapere ancora qualcosa che non ha detto?

"È possibile che sappia ancora qualcosa, non possiamo escluderlo. Brusca è stato un capomafia di alto livello e molte cose sui mandanti delle stragi del 1992-1993 continuiamo a non saperle. Non escludo neanche che in futuro possa dirci quello che ancora sa. Una cosa però è certa: fino ad oggi, le dichiarazioni di Brusca sono state sufficientemente riscontrate".

«La legge sui pentiti è una vittoria: solo così la mafia è stata scalfita». Intervista a Gian Carlo Caselli, ex procuratore a Palermo nel periodo successivo alle stragi del 1992: «Grazie ai collaboratori i risultati delle indagini possono essere disastrosi per i mafiosi». Simona Musco su Il Dubbio il 3 giugno 2021. «Insieme al collega Alfonso Sabella (“Il cacciatore di mafiosi” nel titolo di un libro molto documentato che scriverà) ho partecipato ad alcune riunioni nella sala operativa della Questura di Palermo finalizzate alla cattura di Giovanni Brusca. Posso quindi dire di aver seguito molto da vicino l’operazione che pose fine alla sua latitanza. Come Procuratore capo di Palermo ho poi partecipato, con altri magistrati, ai primi interrogatori disposti non appena Brusca manifestò segnali (per altro all’inizio piuttosto ambigui e tortuosi) di disponibilità a collaborare. Ma i ricordi personali con le relative emozioni vorrei lasciarli da parte». A parlare è Gian Carlo Caselli, che ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo nel periodo successivo alle stragi del 1992.

La scarcerazione di Brusca ha diviso l’opinione pubblica, vittime comprese. In molti, per deprecarla, hanno citato Falcone, vittima di Brusca ma anche sostenitore della legge che oggi gli consente di stare fuori dal carcere. Come giudica, lei che è stato tra i primi a interrogarlo, la sua fuoriuscita dal carcere?

È vero, Falcone, vittima di Brusca nella strage di Capaci, è stato uno dei principali sostenitori della legge che oggi consente al suo killer di essere scarcerato. Anzi, poiché la legge che egli chiedeva a gran voce (dall’alto della sua straordinaria competenza quasi la pretendeva) tardava ad essere approvata, ad un certo punto arrivò ad esprimere il sospetto che dietro la “perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo” si nascondesse la voglia di non “far luce sui troppo inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”. E attenzione: Falcone non parlava mai a vanvera, ma sempre a ragion veduta. Innanzitutto perché il suo capolavoro investigativo giudiziario, il maxi processo che ha segnato la fine del mito dell’invulnerabilità della mafia, lo ha costruito sulla base proprio delle rivelazioni dei pentiti Buscetta, Contorno, Calderone e Marino-Mannoia. Poi perché lavorando a stretto contatto con gli Usa sapeva bene che in questo come in moltissimi altri paesi l’uso dei pentiti nella lotta al crimine organizzato è pratica abituale. Con una differenza: che noi li processiamo e li condanniamo, sia pure a pene ridotte, mentre altrove (ad esempio proprio in Usa) i collaboratori possono godere di una completa immunità per i reati commessi.

È una vittoria dello Stato, dunque?

Se vogliamo chiamare vittoria l’applicazione di una legge dello Stato, ebbene è una vittoria. Ma di vittoria (volendo usare termini un po’ bellicistici) dovremmo piuttosto parlare con riferimento alla legge nel suo complesso. Per il semplice motivo che senza la legge sui pentiti di strada contro la mafia ne avremmo fatta e ne faremmo molto poca. Mi spiego con una metafora persino banale. Essendo fondato su vincoli associativi segreti, il gruppo mafioso può essere paragonato ad una roccia, rispetto alla quale le indagini senza “pentiti” appaiono come un semplice scalpello. Se non si rompe, lo scalpello riesce a scheggiare la superficie esterna della roccia ma non a penetrarci dentro. Invece, le indagini collegate alle ricostruzioni fornite dai collaboratori di giustizia riescono a trasformare lo scalpello in una sorta di carica esplosiva. Una carica posta all’interno della roccia, che la spacca mettendone a nudo la parte più segreta. Insomma, grazie all’apporto dei collaboratori di giustizia i risultati delle indagini possono essere disastrosi per la roccia, cioè per i mafiosi. E questo dato è quello che più dovrebbe interessare nel contesto della lotta alla mafia. E che poi porta a riflettere su una realtà ineludibile. Se allo Stato i pentimenti dei mafiosi sono utili (e lo sono), proprio per questo uno Stato responsabile deve incentivarli. Con misure previste da una legge ad hoc, senza i sotterfugi e le vischiosità che fisiologicamente caratterizzano la collaborazione dei semplici “confidenti”.

I familiari delle vittime chiedono un controllo ferreo del suo comportamento fuori dal carcere. Molti pentiti lamentano, però, di essere abbandonati a se stessi. Si può potenziare il servizio centrale di protezione?

Dico subito che i familiari delle vittime, vittime a loro volta di un continuo, immenso dolore dell’anima che non lascia respiro, meritano proprio per questo ogni rispetto. Non è pertanto accettabile che qualcuno (come invece è avvenuto), temendo un “approccio accentuatamente vittimo-centrico” ai problemi di mafia, arrivi a sostenere “che occorrerebbe creare un nuovo binario per la rieducazione delle vittime, da affidare alla competenza di eserti psicologici in gradi di aiutare ed elaborare il dolore con strumenti psicologicamente adeguati”. Ci mancherebbe solo questo… Quanto al controllo ferreo di Brusca in libertà, è persino ovvio pretenderlo. Non possiamo assolutamente consentirci altri Antonio Gallea: condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio Livatino, di recente egli ha approfittato dei benefici penitenziari ottenuti per rientrare in posizioni di rilievo nella sua organizzazione criminale (Stidda). Se si ripetesse con Brusca sarebbe uno tsunami. Quanto al servizio di protezione, l’ideale sarebbe qualcosa che si avvicini al “Marshall service” Usa, la cui efficienza persino spietata ho personalmente constatato quando son dovuto andare in Usa per interrogare alcuni pentiti italiani. Ma il nostro Servizio centrale di protezione (pur funzionando bene) ha problemi di bilancio e di un numero molto elevato di persone da proteggere, problemi che in Usa non esistono.

Per molti Brusca è un pentito controverso e due anni fa la Cassazione ha respinto la sua richiesta di poter scontare i suoi ultimi anni ai domiciliari, in quanto non avrebbe mostrato il necessario pentimento civile, oltre che processuale. Quanto ha davvero contribuito nella lotta alla mafia la sua collaborazione?

Preferisco non rispondere a domande che riguardano il caso specifico di Brusca.

In molti ora, gridando allo scandalo, chiedono di cambiare la legge sui pentiti. C’è davvero qualcosa da cambiare?

La legge originaria del 1991, che ha funzionato benissimo, è stata modificata nel 2001, secondo me in senso peggiorativo. Non è un caso che da allora i pentiti (che prima erano stati letteralmente una slavina) siano decisamente diminuiti. Per cui, basta così con le modifiche. Abbiamo, come usa dire, già dato… Il vero problema è l’uso corretto dei pentiti. Non si chiedono analisi ai pentiti: si pretendono fatti, ricostruzioni, il racconto di vicende da verificare, da sottoporre al vaglio critico della ricerca di concrete e oggettive conferme. E se tutto funziona secondo le regole (in particolare quella che senza adeguati riscontri le parole non sono prove) il contributo dei collaboratori di giustizia è davvero insostituibile.

Quanto sono ancora utili i pentiti nella lotta alle mafie?

È vero che oggi si sono sviluppate in misura esponenziale le indagini basate su intercettazioni telefoniche e/o ambientali. Ma dove piazzare le “cimici” , quali siano i posti dove i mafiosi si trovano o si riuniscono, sono proprio i pentiti che possono indicarlo. Di nuovo: si tratta di segreti e senza la password fornita dai pentiti i segreti restano tali.

La Consulta ha chiesto al Parlamento di legiferare affinché la collaborazione non sia l’unico criterio per ottenere dei benefici quando si sconta l’ergastolo ostativo, in quanto la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento. Che posizione ha a riguardo?

Sull’ergastolo ostativo ho detto e scritto persino troppo. Rispetto ovviamente e senza mere clausole di stile l’orientamento della Consulta, anche se alcuni passaggi della motivazione mi lasciano dei dubbi. In ogni caso prendo atto che è la stessa Corte costituzionale che mette in guardia contro “il rischio di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata”. Equivale a riconoscere che bisogna fare molta attenzione a toccare una componente dell’architettura complessiva antimafia, se si vuole evitare che questa crolli tutt’intera. E la Consulta usa proprio questo “rischio” per spiegare il differimento di un anno dell’effettività della sua ordinanza di incostituzionalità in tema di ergastolo ostativo e liberazione condizionale. La Consulta inoltre afferma esplicitamente che il valore della collaborazione va salvaguardato. Rischio di interventi inadeguati e valore del pentimento sono dunque paletti di cui, secondo me, nell’anno a venire il Legislatore non potrà non farsi carico, salvo preferire che restino solo macerie e la soddisfatta allegria dei mafiosi. Non si tratta di giustizialismo manettaro, ma di semplice realismo. Per non finire come il don Ferrante di Manzoni, che discettava sulla peste che non esisteva mentre ne moriva….

Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2021. Giuseppe Ayala, lei che con Giovanni Falcone condivise la stagione del pool antimafia di Palermo e fu pm al primo maxiprocesso, come ha accolto la notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca?

«Ho fatto un salto sulla sedia e ho detto: "Porca p...". Poi però...».

Poi?

«Mi sono messo a ragionare. Purtroppo bisogna essere pragmatici e quasi cinici. È una questione di costi e benefici».

Il killer di mafia ha il beneficio di tornare a casa. E lo Stato ?

«Vederlo uscire, dopo 25 anni di galera (che ha fatto) è il costo. Ma la legge ha portato vantaggi enormi. Prima della legge sui pentiti ce n' era stato solo uno. E non aveva fatto una bella fine».

Cioè?

«Si chiamava Leonardo Vitale. Ebbe una crisi mistica e parlò. Tutti assolti tranne lui che fu spedito in manicomio criminale. E quando uscì fu ammazzato».

Il fratello di Nino di Matteo, sciolto nell' acido, dice che è «inaccettabile».

«Ha ragione, come Rita Dalla Chiesa, o il figlio di Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone. Anch' io fatico: Giovanni Falcone per me era il fratello maggiore che non ho avuto. Ma i benefici che ha portato la legge sono enormi. Pensiamo soltanto a Buscetta, a quanto fu importante per il maxiprocesso».

Escludere personaggi come Brusca dai benefici?

«Non si può sezionare la legge in sala chirurgica. E spesso è da lì che arrivano le collaborazioni più utili».

C'è chi lamenta che le collaborazioni siano parziali.

«Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia vengono passate al vaglio dei magistrati, cosa che in altri Paesi non accade. E viene separato il falso dal vero».

La Fondazione Caponnetto avverte: se si abolirà l' ergastolo ostativo usciranno anche i boss che non hanno voluto collaborare. Che ne pensa?

«Io stracondivido l' ergastolo ostativo che esclude dai benefici chi non contribuisce alle indagini . Certo dal punto di vista costituzionale è un po' una forzatura».

Matteo Salvini chiede di cambiare la legge sui pentiti.

Pensa sia pericoloso?

«Se il Parlamento si vuole assumere la responsabilità di una legge alla base di un forte ridimensionamento della Mafia lo faccia. Io la lascerei. Anche perché quella legge non l' ha voluta uno che passava per strada, ma Giovanni Falcone». 

Francesco Bechis per formiche.net il 2 giugno 2021. “Giovanni ha voluto così. E se fosse vivo sarebbe d’accordo”. Ci vuole un filo di “cinismo”, Giuseppe Ayala lo ammette. Quello che serve per ingoiare un boccone amaro, la scarcerazione di Giovanni Brusca, mafioso, criminale, assassino, mandante ed esecutore di decine, centinaia di omicidi per Cosa Nostra, fra gli altri Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta, di Paolo Borsellino. Venticinque anni sembrano pochi, niente, per chi ancora non ha rimarginato quelle ferite. Figurarsi per chi, come Ayala, ha incriminato Brusca nel maxi-processo, quando era procuratore capo di Palermo e coordinava il pool anti-mafia.

Venticinque anni per Brusca. Ventun anni per Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva, dice la Corte d’Assise di Taranto. Come si può spiegare un paradosso del genere?

Si spiega con un calcolo estremamente razionale. La scarcerazione di Brusca ha una contropartita. Senza le sue confessioni non avremmo mai messo in carcere decine di pericolosi criminali e mafiosi. A Taranto c’è una sentenza di primo grado, e ha una sola contropartita: il disastro ambientale e l’inquinamento che ha ucciso uomini, donne e bambini negli anni. Non si possono paragonare. E parla una persona che vive con un nodo alla gola i fatti di queste ore.

Come ha reagito alla notizia?

Emotivamente. Molti negli anni lo hanno definito “bestia”, io credo che gli animali non meritino un simile insulto. Ma sono anche consapevole che questa scarcerazione è permessa da una legge che Falcone ha fortemente voluto a suo tempo.

Perché?

Perché l’apertura ai collaboratori di giustizia ci ha dato risultati impensabili. È una questione di costi e ricavi. Per lo Stato è un costo ridurre le pene a criminali di questa portata. È un ricavo enormemente superiore arrestare grazie alle loro confessioni centinaia di assassini.

Certo è difficile spiegarlo a chi ha perso un parente, un amico, un collega.

Io sono fra questi. E se avessero ammazzato mio padre, avrei reagito proprio come la mia amica Rita Dalla Chiesa. Per non parlare del piccolo Di Matteo sciolto nell’acido, o della strage di Capaci, che ancora mi toglie il sonno. 

Falcone approverebbe?

Io credo di sì. Perché questa scarcerazione è frutto di una legge per cui si è battuto. Peraltro non esiste solo in Italia. All’epoca guardammo all’esperienza americana, dove esistono continui rapporti di collaborazione fra Giustizia e criminali. Al punto di arrivare all’eccesso, talvolta, di sospendere i processi. 

Brusca non si è mai pentito.

Questo vale per quasi tutti i collaboratori di giustizia. I pentiti si contano sulle dita di una mano. È una scelta opportunistica e tornacontista. Per questo i magistrati devono sempre fare le opportune verifiche sulle dichiarazioni rese. Con Brusca, le ripeto, ho un trascorso personale. 

Cioè?

Al maxi-processo era imputato solo di associazione a delinquere di stampo mafioso. Io da Pm chiesi la condanna, la corte lo assolse. Impugnai la sentenza e in Cassazione fu condannato. Poi ha deciso di collaborare. Ha detto chi ha azionato quel telecomando nella strage di Capaci. Ne abbiamo arrestati tanti, lo Stato ne è uscito vincitore. 

Eppure tutte le forze politiche condannano il rilascio di Brusca. Anche se, all’epoca, la legge che lo ha permesso fu votata con il consenso unanime del Parlamento.

Salvo rari casi, siamo alle solite sortite. L’opinione pubblica è scossa dalla notizia, e qualche politico parla di vergogna dello Stato per cavalcare i consensi. Un copione già visto. Ma la giustizia non può dare ascolto alla pancia.

Riccardo Arena per "la Stampa" l'1 giugno 2021. Doveva succedere e alla fine è successo: Giovanni Brusca torna libero, un mese e mezzo prima del previsto, grazie agli sconti per la buona condotta, dopo 25 anni filati di carcere. Giorno più, giorno meno, dato che quando gli agenti della Squadra mobile presero, a Cannatello, località di mare vicino ad Agrigento, il boia di Capaci e il mandante dell'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, era il 20 maggio 1996. Fu la notte in cui l'esultanza degli uomini guidati dall' attuale questore Luigi Savina, all' epoca capo della Squadra mobile di Palermo, suscitò qualche scandalo tra i non pochi benpensanti e fra i sinceri garantisti. Ma la tensione della cattura e l'impresa realizzata in anni di piombo mafioso, terribilmente vicini ai giorni delle stragi, magari rendeva comprensibili le braccia levate al cielo degli omoni col Mephisto calato sul volto. Ora Brusca torna libero, lo scrive L' Espresso, commenta Matteo Salvini dicendo che gli italiani non lo meritano e Maria Falcone, sorella di Giovanni, non un giudice qualsiasi ma purtroppo una delle tantissime vittime del capomafia di San Giuseppe Jato, dice che la legge è legge e che bisognerà stare attenti che l'uomo chiamato u Verru, il porco, non torni a delinquere. Futuro incerto, in questo senso: il carcere e la condanna a 30 anni hanno veramente cambiato colui che fece rapire e poi strangolare - con lo scioglimento nell' acido - un ragazzino di 15 anni, tenuto prigioniero in condizioni selvagge sol perché figlio di un pentito? Quattro anni di libertà vigilata, decisi dalla Corte d'appello di Milano, protezione assicurata dallo Stato e un servizio di scorta che servirà anche a controllarlo, serviranno o saranno inutili? I dubbi non sono pochi. Quella collaborazione subito accennata, l'offerta fatta al capo della Direzione nazionale antimafia Piero Luigi Vigna e al procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, le infamie che cercarono di macchiare anche Luciano Violante, attraverso il rimpallo di racconti inquinati e inquinanti fra Brusca e il suo ex avvocato. Non nacque nel migliore dei modi, quella collaborazione, il pentimento "24 carati", come scrisse un anonimo su un muro di San Giuseppe Jato, nei giorni di agosto del 1996 in cui la notizia cominciò a trapelare. E poi il battesimo del processo Andreotti, le torride giornate di agosto del 1997 in cui Brusca - preceduto nella collaborazione dal fratello Enzo Salvatore, arrestato con lui - fece l'ingresso nel mondo dei pentiti doc, accusando di collusioni e intelligenze col nemico mafioso il sette volte presidente del Consiglio di collusioni con i boss, ma negando di conoscere la storia del bacio fra lui e Totò Riina. Anche perché quella vicenda l'aveva raccontata il suo acerrimo nemico, Balduccio Di Maggio, che Brusca avrebbe voluto uccidere e che poi tornò in armi a San Giuseppe Jato per rendergli la pariglia e sterminare i non pochi fedelissimi che al Verru erano rimasti in patria. Di Maggio nell' ottobre del 1997 fu preso con il suo gruppo di assassini ma la storia servì a far capire anche che Brusca aveva ancora molti agganci sul territorio. E questo, nel momento in cui ieri Palermo ha conosciuto un nuovo omicidio di mafia, getta una luce quanto mai sinistra sul suo ritorno in libertà. Dopo avere confessato di aver premuto il telecomando della strage di Capaci, Brusca è sempre stato considerato un pentito attendibile, anche il procuratore nazionale antimafia e poi presidente del Senato, Piero Grasso, ha sempre sostenuto la necessità di rispettare la legge e le norme premiali per i collaboranti. Ma Giovanni Brusca è stato uno specialista nel seminare dubbi. Come quando la Dda di Palermo gli sequestrò 200 mila euro, poi restituiti, ritenendo che avesse dei beni nascosti e mai rivelati. Oppure come quando iniziò ad aggiungere sempre nuovi particolari sulla vicenda della Trattativa Stato-mafia, parlando del "papello" di Totò Riina, fino ad arrivare al presunto terminale di quell' elenco di richieste che il capo dei capi avrebbe fatto allo Stato nel periodo delle stragi di mafia.

Michele Serra per “la Repubblica” il 2 giugno 2021. Come è brava Maria Falcone, sorella di Giovanni, che a proposito della scarcerazione per fine pena del killer seriale Brusca dice: "Umanamente mi addolora, ma questa è la legge, una legge che per altro ha voluto mio fratello e va rispettata". È una frase perfetta, disegna con semplicità e chiarezza la differenza tra il ruolo della legge e i sentimenti delle parti in causa. Proprio perché questi sentimenti sono fortissimi, le offese tremende, il dolore una voragine incolmabile, esiste la legge. Serve a sollevare le vittime dei delitti dal peso della vendetta, che della giustizia è l'antenato primitivo, la scimmia che ancora non ha sviluppato discernimento. Per questo la giustizia è spesso impopolare. Ricordo ancora lo sgomento (anche mio) per la condanna blanda - 21 anni, massimo della pena in Norvegia - del più disgustoso criminale della storia europea recente, quel Breivik, suprematista bianco, autore di una mattanza di ragazzini per puro odio politico. Settanta figli inermi uccisi come pecore. Una merda d' uomo, pensai e penso ancora: sparò con metodo, per ore, da quel boia nazista che è. Ma la legge norvegese prevede un trattamento rispettoso anche per uno come lui. Perfino per uno come lui. L' abietto non deve essere trattato con abiezione: e a ben vedere negare all' abietto l'abiezione è il solo vero modo per non confondersi con lui. Brusca non è peggiore di Breivik: è un massacratore di inermi tanto quanto lui. O li si impiccano alle querce, quelli come loro, o li si lapidano, o li si fanno squartare dai cavalli; o li si tratta secondo il dettato dei codici, considerando ogni imputato, anche il più esecrabile, come se fosse una persona. Lui forse non se lo merita. La società, sì.

Maurizio Belpietro per “La Verità” il 2 giugno 2021. Siccome siamo in un Paese civile e la pena di morte è stata abolita da un pezzo, non si può dunque pretendere che Giovanni Brusca, il killer della mafia con un curriculum da 150 delitti, sia sciolto nell' acido come lui sciolse nell' acido Giuseppe Di Matteo, un ragazzino di 14 anni che aveva la sola «colpa» di essere figlio di un pentito di mafia. Tuttavia, se non lo si può segregare in un bunker senza finestre, né lo si può strangolare a mani nude, come pure lui fece dopo due anni di prigionia con il piccolo Di Matteo, almeno penso che si dovrebbe lasciarlo marcire in galera, buttando la chiave fino a che morte non intervenga. Lo so, la legge di fatto ha abolito l'ergastolo, poi c' è la Gozzini che concede sconti di pena anche agli assassini più crudeli, e però la scarcerazione di Giovanni Brusca, uno che sulla coscienza ha la strage di Capaci e pure quella di via D' Amelio, mi fa venire il voltastomaco. Sì, la legge è uguale per tutti, anche per i carnefici, ma 150 omicidi, la sofferenza delle vittime e dei familiari di magistrati e poliziotti morti a causa del boss, non può essere risarcita con 25 anni di galera, cioè con meno di due mesi di detenzione per ogni omicidio. La legge è uguale per tutti, ma esiste un limite oltre il quale non si può andare e nel caso di Giovanni Brusca credo che lo si sia abbondantemente superato. Ha ragione il padre del piccolo Giuseppe, Santino Di Matteo, l'uomo a cui Brusca sequestrò il figlio per impedirgli di collaborare con la Giustizia, a cui all' epoca fu negata la possibilità di abbracciare il cadavere del ragazzo e ancora oggi gli è inibita quella di piangerlo su una tomba. «Non trovo parole per spiegare la mia amarezza», ha detto in un'intervista al Corriere della Sera, «È passato meno di un anno da quando hanno liberato un carceriere di mio figlio. La verità è che tutti i sorveglianti e gli aguzzini della mia creatura sono liberi. Tutti a casa. E ora va a casa pure il capo che organizzò e decise tutto». Il giornalista gli obietta ciò che ho scritto all' inizio, e cioè che esiste una norma che ne consente la liberazione, perché la giustizia è uguale per tutti. «La legge non può essere uguale per questa gente», replica Di Matteo: «Brusca non merita niente. Oltre a mio figlio, ha pure ucciso una ragazza incinta di 23 anni, Antonella Bonomo, dopo aver torturato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell'umanità». Difficile dargli torto. Perché è impossibile credere che siano sufficienti 25 anni dietro le sbarre per dimenticare e redimersi, tornando a 64 anni a una vita normale senza più le mani lorde di sangue. Può essere cambiato un uomo che con Giuseppe Di Matteo giocava con la playstation, uno che lo ha visto crescere ma non ha esitato a tenerlo in catene per due anni, per poi disfarsi di lui, cioè di un ragazzino, quando ha capito che non gli sarebbe servito più a nulla e per questo lo ha strangolato e sciolto nell' acido? Si può giustificare uno sconto di pena in cambio della testimonianza contro i complici dei suoi stessi omicidi? Perché questo è il tema. Brusca si è pentito un secondo dopo essere finito in manette e da criminale capace di delitti efferati, con la stessa freddezza ha consegnato ai magistrati i nomi di chi lo aveva affiancato nelle stragi e negli omicidi. Da mafioso si è trasformato in un collaboratore di giustizia, cioè in una persona che ha diritto a uscire dal carcere e magari, come ha detto Santino Di Matteo, a farsi una passeggiata sul corso del paese che per anni è stato il suo feudo. Il padre del piccolo Giuseppe si dice disgustato. «Dopo trent' anni mi fanno ancora testimoniare ai processi. Io vado per dire quello che so. Ma a che serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore». Già, perché quello che Brusca ha raccontato ai pm non è tutto oro che luccica. Molte delle sue testimonianze non sono state riscontrate o, peggio, hanno avuto riscontri negativi. E nessuno sa dire quanti altri segreti il boss si sia tenuto per sé, evitando di raccontarli nei tanti processi che ha subìto. Ma anche se il suo pentimento è dubbio, anche se è aberrante sapere a piede libero l' autore di una strage (non penso solo a Giovanni Falcone e alla sua scorta e nemmeno a Paolo Borsellino e agli agenti che lo proteggevano, ma a quei 150 cadaveri che in altro modo non saprei definire se non una carneficina), lo Stato lo libera. È la legge, dicono tutti in coro. Beh, allora cambiate la legge, perché è vero che la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti, ma non tutti gli omicidi sono uguali, così come non tutti gli assassini sono del calibro di Giovanni Brusca.

Francesco La Licata per “La Stampa” il 2 giugno 2021. Gaspare Mutolo è uno dei pentiti storici della mafia. Collabora con lo stato da quasi trent' anni e viene considerato una fonte attendibile, come si può leggere nelle motivazioni di molte sentenze importanti. E' uno dei primi, a ridosso di Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, ad avere intrapreso "la via del cambiamento" come lui stesso definisce la sua determinazione alla collaborazione con lo Stato. Perché, dice "Asparino" ormai approdato da un anno agli 80, «la cosa importante è il cambiamento». Cioè «comprendere appieno gli errori che si sono fatti e impegnarsi a non ripeterli». Abbiamo scelto lui, "Asparino", per districarci nell' ingarbugliata vicenda che vede protagonista Giovanni Brusca, il pentito tornato libero dopo aver pagato con 25 anni di detenzione l' eccidio (confessato) di Capaci e la terribile fine (anche questa accertata e confessata) del piccolo Giuseppe Di Matteo, tenuto prigioniero in condizioni disumane per due anni e due mesi, usato come merce di scambio per indurre il padre, Santino, a ritrattare la confessione sulla strage di Capaci e, alla fine strangolato e disciolto nell' acido. Mutolo afferma, ed è una premessa che la dice lunga sulla considerazione riposta nella figura di Brusca, di non conoscere abbastanza «i figli di don Bernardo Brusca, sia Giovanni che Enzo. Ci siamo incrociati per brevi periodi in carcere, nulla di più. Altro discorso vale per il padre: don Bernardo era un mafioso di altissimo livello, uno che comandava nel territorio di San Giuseppe Jato già dai tempi di Salvatore Giuliano». Ma le puntualizzazioni di Mutolo non si fermano qui: «Una famiglia di mafia antica ma sempre legata a doppia mandata con i corleonesi di Totò Riina, dei Bagarella e di Provenzano». Sottolineatura non richiesta, ma che fa intendere appieno quanta distanza vi sia tra i Brusca e Mutolo, rappresentate della mafia palermitana in eterno conflitto coi "viddani" di Corleone. «Don Bernardo lo vedevo spesso - continua "Asparino" - perché negli anni Settanta facevo da autista a Totò Riina e lo accompagnavo ai "Dammusi" (la contrada dove abitavano i Brusca e dov' è morto Giuseppe Di Matteo vent' anni dopo ndr) per gli incontri fra le famiglie. Spesso si aggregavano Calogero Bagarella, fratello di Leoluca e di Antonietta, la moglie di Riina, e un boss che si chiamava Vito Cascio della famiglia di Roccamena». Mutolo va a memoria, fa domande e si dà risposte: fa tutto da solo. «Mi chiedevo - riprende - il perché di tanto trambusto, non capivo il via vai da e per Corleone. Lo avrei capito qualche mese dopo, davanti alle terribili immagini della strage di viale Lazio, a Palermo. Senza saperlo avevo avuto un ruolo, seppure marginalissimo, nella preparazione di quella spedizione che sarebbe andata sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. E avrei capito anche perché Riina non mi aveva mai fatto entrare nelle stanze dove si riunivano e con grande gentilezza mi pregava di attenderlo in macchina». Giovanni Brusca, insomma, per un lungo periodo - almeno a sentire Mutolo - non aveva fatto parlare di sé. Viene alla ribalta alla fine degli Anni '80, quando comincia lo sterminio dei corleonesi che azzera la mafia palermitana: quasi una pulizia etnica portata avanti da gruppi di fuoco di grande spessore criminale. E neppure allora si impone all' attenzione generale. «Quando i corleonesi fanno le stragi - ricorda Mutolo - dentro Cosa nostra si comincia a delineare la personalità di Giovanni Brusca. Le voci correvano, si cominciava a sapere cosa avevano raccontato i neo pentiti Di Matteo (il padre del piccolo Giuseppe ndr) e La Barbera. E si delineava l' importanza di Brusca nella politica stragista di Totò Riina». Così il primogenito di don Bernardo diventa il killer più temuto e odiato, anche dentro Cosa nostra. E' indicativo il fatto che in molti comincino a chiamarlo "u verru", cioè il maiale riproduttore che gode in mezzo al fango. Poi si scoperchiò l' ignobile storia di Giuseppe Di Matteo. Non era mai avvenuto che nelle vendette trasversali e nelle storie degli scontri tra famiglie mafiose si fosse arrivato a coinvolgere i bambini, considerati sacri (almeno a parole, visto che nei fatti non era proprio così) da una legge non scritta di Cosa nostra. «Per questo motivo - racconta Mutolo - ci siamo molto meravigliati quando abbiamo saputo che Brusca aveva fatto richiesta di collaborare ed entrare nel programma di protezione». Chi si è stupito? «Mi trovavo con Masino Buscetta - riprende - nella sua casa sul lago di Bracciano e commentavamo che mai gli sarebbe stato concesso di entrare nel programma di protezione. E invece la sua richiesta fu accettata. Allora abbiamo deciso di protestare, ma senza eccessivo clamore. Sapevamo di essere intercettati e ci siamo chiamati al telefono esponendo in modo abbastanza deciso i motivi del nostro dissenso, in modo che chi doveva sapere sapesse». Quindi è contrario alla liberazione di Brusca? «Col sentimento sì, col cervello dico semplicemente che è stata applicata una legge dello Stato che, come dice la signora Maria Falcone, fu voluta dal giudice morto per noi. Io dico che, ora, da libero, Brusca dovrà legittimare la sua scelta di cambiamento. Io sono cambiato, specialmente dopo la morte di mia moglie, e sono cambiato quando ho visto le vedove, le mamme e i figli di tanti morti ammazzati, sfilare sulle sedie dei testimoni al maxiprocesso. Ho sentito più volte Brusca giustificare la sua violenza con la scusa che si era in guerra. Ecco quando lui abbandonerà questo alibi e non troverà più giustificazioni a quegli orrori forse sarà davvero cambiato».

Polemiche per la scarcerazione ma lo prevede la legge. La storia di Giovanni Brusca, da killer spietato a pentito eccellente: lo "scannacristiani" libero dopo 25 anni. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 31 Maggio 2021. Giovanni Brusca è un uomo libero dopo 25 anni di carcere, trascorsi in carcere nonostante la decisione segnata da numerose polemiche di passare dalla parte dello Stato avvenuta pochi mesi dopo l’arresto. L’ex killer della mafia ha lasciato nel pomeriggio di lunedì 31 maggio il carcere di Rebibbia a Roma. A riportare la notizia è “L’Espresso“. Brusca, 64 anni, in passato capo del mandamento di San Giuseppe Jato e soprannominato in lingua siciliana ‘u verru (il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia, è colui che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il fine pena è arrivato con un anticipo di 45 giorni deciso dal tribunale di sorveglianza di Roma e recepito dai giudici di Milano. Brusca, inserito nel programma di protezione, resta sottoposto a quattro anni di libertà vigilata e continuerà a vivere sotto protezione. Una notizia che ha scatenato polemiche a 360 gradi (in ambito politico soprattutto da parte dei populisti Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle) ma che non rappresenta altro che l’applicazione della legge per chi decide di collaborare con la giustizia. Nel corso della sua lunga detenzione, Brusca ha usufruito di oltre 80 permessi premio e, a differenza di altri pentiti, ha scontato l’intera pena in carcere. Il 19 ottobre 2019 la Cassazione bocciò la richiesta dei legali del killer di Giovanni Falcone di scarcerazione e di passaggio agli arresti domiciliari. Brusca durante la sua lunga esperienza in Cosa Nostra è stato uno dei principali killer di Totò Riina. Poi una volta passato a collaborare con la giustizia ha svelato ai magistrati segreti e retroscena della cupola di Corleone, portando a galla anche i rapporti che la mafia aveva con il mondo politico e imprenditoriale.

L’arresto dopo “meno di duecento omicidi”. Brusca venne arrestato il 20 maggio del 1996 in una villetta vicino Agrigento dove si era rifugiato con il fratello dopo anni di latitanza. Figlio di Bernardo Brusca, capo del mandamento di San Giuseppe Jato, dopo la sua morte ne ereditò il comando e il prestigio mafioso.Per la fredda ferocia il suo delitto più terribile rimane quello del piccolo Di Matteo. “Allibertativi du cagnuleddu” (liberatevi del cagnolino), ordinò Brusca. Suo fratello Enzo Salvatore lo teneva per le braccia, Giuseppe Monticciolo per le gambe, Vincenzo Chiodo lo strangolò. Poi venne sciolto nell’acido. Fu uno dei tanti omicidi commessi e ordinati dal boss di San Giuseppe Jato che grazie al suo pentimento ha evitato l’ergastolo e ha scontato una condanna a trent’anni. Tale era il distacco nel commettere i più feroci delitti che quando gli chiesero quante persone avesse ammazzato, rispose “Meno di duecento, il numero preciso non lo ricordo”.

Il finto pentimento e l’inizio della vera collaborazione. Un mese dopo l’arresto (avvenuto nel gennaio del 1996), Brusca iniziò a rendere dichiarazioni ai magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze ma dopo poco, messo alle strette, confessò di aver ideato tutto per screditare le cosche rivali. Poi nel 1997 iniziò a rendere nuovi interrogatori, questa volta ritenuti attendibili, grazie ai quali fu possibile condannare decine di mafiosi in diversi procedimenti penali, dove anch’egli era imputato ed in cui ottenne rilevanti sconti di pena grazie al suo contributo: nel 1997 infatti evitò l’ergastolo al processo per la strage di Capaci ed ebbe ventisette anni di carcere e la stessa cosa avvenne nel 1999, quando gli furono comminati trent’anni di reclusione per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Nel 2000 gli venne riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia. Nei numerosi interrogatori sostenuti, Brusca ha ammesso la sua partecipazione a numerosi delitti eccellenti e all’omicidio di Giuseppe Di Matteo, il figlio undicenne del pentito Mario Santo Di Matteo strangolato e sciolto nell’acido per vendetta nei confronti del padre che aveva parlato con i magistrati.

La sorella di Falcone: “Questa è la legge”. “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”. Queste le parole di Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la notizia della scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Dopo 25 anni torna libero Giovanni Brusca, l’uomo che premette il pulsante della strage di Capaci. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso: «Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere». Il Dubbio l'1 giugno 2021. È tornato in libertà, dopo 25 anni di carcere, Giovanni Brusca, alias “Verru” o “Scannacristiani”. Fedelissimo di Totò Riina, ha diretto la fase esecutiva e ha poi premuto il telecomando per azionare il tritolo nella strage di Capaci, che provocò la morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E fu sempre lui a sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per oltre 700 giorni e poi ucciso per cercare di zittire suo padre Santino, che aveva deciso di pentirsi. Fu poi lo stesso Brusca a scegliere la strada della collaborazione, scelta che gli ha consentito di evitare l’ergastolo, nonostante le decine di omicidi commessi, e ottenere permessi per buona condotta e sconti di pena. Il pentito ha lasciato il carcere di Rebibbia e verrà ora sottoposto a protezione, controlli e libertà vigilata per quattro anni. Era finito in carcere il 20 maggio del 1996 insieme al fratello Vincenzo, in provincia di Agrigento. Brusca ha “scannato” tante persone da non ricordare l’esatto numero delle vittime. Forse cento, addirittura centocinquanta. Niente ergastolo per tutto questo, ma una condanna a trent’anni che avrebbe dovuto finire di scontare a novembre, ma che grazie a sconti di pena – l’ultimo è di 45 giorni  – e una sfilza di permessi, un’ottantina, alcuni dei quali per trascorrere le festività a casa, è uscito dal carcere il 31 maggio. Non si saprà mai quanta sincerità ci sia nella richiesta di perdono, peraltro tardiva, rivolta da Brusca ai parenti delle vittime che ha ammazzato. Certe, invece, sono le contraddizioni che hanno da sempre accompagnato i suoi racconti. Pentito dal marzo 2000, la sua è stata una collaborazione tortuosa, che ha lasciato più di qualche perplessità. Ai magistrati di Palermo, Firenze e Caltanissetta, il figlio del capomafia Bernardo, esponente della Cupola e morto in carcere, ha parlato delle proprie responsabilità in ordine al suo ruolo nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci del 23 maggio 1992, ma anche in diversi delitti e omicidi efferati che non hanno risparmiato donne e bambini. «La mia non è una scelta facile – aveva detto, parlando della sua decisione – pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri». «Quello che temevamo da tempo si è avverato: Giovanni Brusca, il “macellaio” che ha premuto il telecomando a Capaci, è libero – ha commentato Maria Falcone, sorella del giudice -. Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere. La sua collaborazione con la giustizia è piena di ombre, la stessa magistratura lo ha detto più volte. “U Verru”, il porco, così lo chiamavano i suoi complici, ha nascosto molte verità, specie sulle sue ricchezze che, sono convinta, non sono state confiscate interamente. Ci auguriamo che la magistratura e le forze dell’ordine vigilino: sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Rocco, Antonio e Vito che possa tornare indisturbato a godere di soldi che grondano sangue». «Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l’uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l’uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?…», ha commentato Tina Montinaro vedova di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone. «Dovrebbe indignarsi tutta l’Italia e non solo io che ho perso mio marito – ha detto in una intervista all’Adnkronos -. Ma non succede. Queste persone vengono solo a commemorare il 23 maggio Falcone e si ricordano di “Giovanni e Paolo”. Ma non si indigna nessuno». Per la donna, tutta la Sicilia «dovrebbe scendere in piazza». «Lo Stato non sta dando un grande esempio – dice – Abbiamo uno Stato che ha fatto memoria per finta. Mancano le parole. Cosa c’è sotto? A noi la verità non è stata detta e lui è fuori e loro continuano a dire perché ha collaborato… È incredibile. O ha detto una verità che a noi non è stata raccontata». Insomma, per Montinaro «c’è una giustizia che non è giustizia».

CartaBianca, Roberto Saviano attacca Salvini e la Meloni: l'indignazione per la liberazione di Brusca? "Propaganda". Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. L'ex boss mafioso Giovanni Brusca è libero. La decisione, arrivata dopo 25 anni di carcere per fine pena, (comunque in anticipo di 45 giorni rispetto alla scadenza della condanna ndr), ha sollevato l'indignazione della politica intera che per una volta ha dimostrato di essere dalla stessa parte. I primi a commentare la scarcerazione dell'uomo che uccise Giovanni Falcone non potevano che essere del centrodestra: "Una vergogna - l'ha definita Giorgia Meloni -, uno schiaffo morale a tutti coloro che sono caduti sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Il mio pensiero è rivolto alle vittime innocenti uccise dalla mafia. Noi non dimentichiamo i nostri eroi". A farle eco Matteo Salvini: "È inaccettabile, umanamente, moralmente e politicamente. Se la legge lo prevede e lo permette, vuol dire che va cambiata la legge sui pentiti". Eppure per Roberto Saviano quelle del numero uno di Fratelli d'Italia e della Lega non è altro che propaganda. Lo dice chiaro e tondo a Cartabianca, il programma di Rai3 condotto da Bianca Berlinguer. "La liberazione di Brusca è una notizia dolorosissima - premette -, ma la Corte ha rispettato la legge, che è la legge sui collaboratori di giustizia. Ho trovato un po’ di propaganda nel fatto che una certa politica populista abbia cercato la scorciatoia emotiva". Ma non è tutto perché nella puntata di martedì 1 giugno lo scrittore si scaglia contro il centrodestra anche sull'immigrazione, ancora una volta esortando a "regolarizzare i migranti clandestini". "Senza diritti, queste persone vengono usate dalle sacche criminali. Dobbiamo smettere di vederci come la Cenerentola d’Europa. Non siamo solo noi che accogliamo". Finita qui? Niente affatto. Questa volta la critica è più generale e punta dritto al governo: "Sull’immigrazione c’è stato un cambio di tono importantissimo da parte di Draghi su Erdogan e la Turchia. Mi è sembrato un equivoco, invece, ringraziare la guardia costiera libica. L’unica soluzione sono i corridoi umanitari protetti". 

Giovanni Brusca, il collaboratore che compiace i pm. Il boss di San Giuseppe Jato è libero. È considerato affidabile dal 2000, dopo una prima fase di falso pentitismo per la quale fu dichiarato un depistatore. È rimasto l’unico teste chiave del processo Trattativa. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 giugno 2021. Giovanni Brusca non è stato un ergastolano ostativo. I suoi delitti, che appunto si contano oltre il centinaio solo per stare agli omicidi, non hanno dato luogo a un fine pena mai proprio in virtù della sua “collaborazione”. È stato condannato a 30 anni. Essendogli stati riconosciuti i benefici della pena in qualità di collaboratore, scalando gli ultimi 45 giorni di liberazione anticipata, ora è un uomo libero seppur con delle restrizioni per altri quattro anni.

Il fine pena mai è incostituzionale. Il fine pena mai è incostituzionale, il nostro giornale si batte per questo. Così come si batte contro il discorso della collaborazione della giustizia come elemento imprescindibile per ottenere i benefici. Sono tante le ragioni, ma una è proprio quella espressa dalla Consulta quando ha dichiarato incostituzionale il 4 bis nella parte in cui subordina la collaborazione all’ottenimento del permesso premio. Ovvero che «la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali».

Falcone si raccomandava di vagliare con la massima scrupolosità i pentiti. Il punto è se la collaborazione con la giustizia è stata dettata da sicuro ravvedimento, oppure utilitaristica. Il pentitismo è fondamentale nella lotta contro la criminalità organizzata. Era stato questo l’intuito di Falcone sul discorso “premiale”. Ma sempre lui si è raccomandato di vagliare con la massima scrupolosità i pentiti. Cosa che lui faceva e se scopriva menzogne, li inquisiva per calunnia così come fece con Giuseppe Pellegriti e Angelo Izzo.

Le contraddizioni hanno sempre accompagnato i racconti di Brusca. Quindi parliamo di Giovanni Brusca, ora libero. Un pentito affidabile? Due anni fa la Cassazione aveva respinto la sua richiesta di poter scontare i suoi ultimi anni ai domiciliari. Secondo i giudici, Brusca non ha mostrato il necessario pentimento civile, oltre che processuale. Non si saprà mai quanta sincerità ci sia nella richiesta di perdono, peraltro tardiva, rivolta da Brusca ai parenti delle vittime che ha ammazzato. Certe, invece, sono le contraddizioni che hanno da sempre accompagnato i suoi racconti quando è stato sentito come teste in diversi processi.

Per il giudice Fontana Brusca fa confusione. Interessante leggere le motivazioni del giudice Fontana che assolse gli ex ros Mario Mori e Mauro Obinu per il cosiddetto mancato arresto di Bernardo Provenzano. Fa confusione, colloca la trattativa dopo la strage di Via D’Amelio, poi si ricorda che si è confuso e dice che no, era prima. Ed ecco che così si concilia con la tesi dell’accusa sulla presunta trattativa Stato-mafia. «È perfino superfluo osservare che nella ricostruzione di Brusca emergono molte oscillazioni – scrisse il giudice Mario Fontana – che suggeriscono una certa improvvisazione e mettono in seria crisi la possibilità di fare pieno affidamento sulle indicazioni di dettaglio (soprattutto temporali) da lui fornite». Non lo aveva convinto affatto la giustificazione di Brusca del tanto tempo trascorso che metteva a dura prova la sua memoria e richiedeva una faticosa «rimeditazione della sequenza dei fatti». Anzi non si poteva escludere una «possibile sopravvenuta esigenza di assecondare alcune ipotesi accusatorie determinata dalla volontà di acquisire qualche benemerenza». Insomma, il giudice disse chiaramente che Brusca poteva avere voluto compiacere chi lo interrogava.

Per la Gip Petruzzella le interpretazioni del collaboratore di giustizia erano state «suggerite dalle molteplici sollecitazioni». Non solo Fontana, ma pure la Gip Marina Petruzzella che nelle motivazioni dell’assoluzione di primo grado dell’ex ministro Calogero Mannino (assoluzione nella quale viene smontato il teorema trattativa Stato- mafia, confermato in Cassazione), scrisse che le interpretazioni del collaboratore di giustizia erano state «suggerite dalle molteplici sollecitazioni, ricevute nel corso di interrogativi, a volte anche molto sofisticati, degli inquirenti e dalle contestazioni fattegli durante i suoi esami».

Poco dopo il suo arresto fece finta di collaborare. Ma non è la prima volta. In realtà bisogna ricordare che la patente di collaboratore, quindi con la fine del 41 bis e possibilità di benefici, l’acquisì nel 2000. Pochi giorni dopo il suo arresto, avvenuto il 20 maggio del 1996 in una villetta sul litorale di Agrigento, Giovanni Brusca aveva attuato un piano diabolico: fare finta di collaborare e propinare le sue “polpette avvelenate” a magistrati e investigatori. E quando nell’agosto del ’96 venne fuori la notizia che Brusca si era pentito, scoppiarono subito polemiche e veleni. Fu il suo ex avvocato a mettere le mani avanti sostenendo in un’intervista che Brusca gli aveva raccontato i suoi rapporti “fra mafia e politica” e di un incontro con un'”alta personalità dello Stato” per organizzare un complotto contro Giulio Andreotti. Ma non è risultato vero nulla. Brusca aveva fatto confidenze inquinate al suo legale e poi, interrogato dai magistrati di Palermo e di Caltanissetta, il boss di San Giuseppe Jato aveva confermato che il racconto era tutto falso. Più precisamente, il 28 agosto 1996 Brusca venne interrogato dalle tre Procure e gli fu espressamente richiesto di chiarire il significato delle affermazioni dell’avvocato. In quella occasione, di fronte all’esplicita sollecitazione da parte di tutte e tre le Procure, dichiarò che aveva elaborato un piano per buttare fango sull’onorevole Luciano Violante, piano che egli poi abbandonò.

Fu smascherato dal fratello Enzo che si era pentito sul serio. E non finì li. Giovanni Brusca allora fece molte ammissioni raccontò mezze verità, poi però fu smascherato dal fratello Enzo che si era pentito sul serio e aveva rivelato il piano di Giovanni, quello di “depistare”. Dopo essere stato indagato per calunnia e messo alle strette, Giovanni Brusca, cominciò a dire un po’ di verità. Da quel momento fu ritenuto attendibile dai magistrati e per il suo contributo alla lotta alla mafia, cominciò a ottenere anche sconti di pena. Effettivamente le sue dichiarazioni per il processo sulla strage di Capaci, nel quale ha confessato la sua partecipazione attiva per l’esecuzione, si rivelarono importanti. L’8 febbraio 2000, il giorno prima in cui veniva perfezionata la nomina della commissione per i programmi di protezione, la procura della Repubblica di Caltanissetta ha inviato una nota nella quale confermava ulteriormente la rilevanza della collaborazione di Brusca, con particolare riguardo al processo di secondo grado.

È rimasto l’unico testimone chiave del processo trattativa. Ma Brusca, da tempo, è diventato fondamentale per la pubblica accusa di Palermo, specie dopo che sono state smascherate le panzane di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. E pensare che il processo trattativa, senza Ciancimino jr., non sarebbe mai iniziato. È rimasto Giovanni Brusca, però, a reggere il peso del ruolo di testimone chiave. Anche per questo, nella memoria depositata dalla procura generale di Palermo, si bacchettano le giudici della sentenza Mannino che hanno, con carte in mano, dichiarato inattendibile Brusca. Nonostante ciò, la sentenza trattativa di primo grado, non si sa per quale legge della dinamica, rende carta straccia tutte le altre. Resta il fatto che la svolta per Giovanni Brusca è arrivata quando ha cominciato ad accusare gli ex Ros. Nel processo trattativa medesimo la sua posizione è stata prescritta, Mori e De Donno condannati. Ora esce, mentre forse rischiano di entrare dentro coloro che hanno arrestato il suo ex capo Totò Riina.

I “nuovi” garantisti non difendono i diritti di Brusca ma i loro teoremi sulla trattativa Stato-mafia. La manciata di "garantisti per un giorno" sta solo legittimando il racconto mafioso del quale Brusca è la pietra angolare. Da domani torneranno ad attaccare diritti e garanzie. Davide Varì su Il Dubbio il 3 giugno 2021. E dell’improvviso garantismo di alcuni “insospettabili” vogliamo parlarne? Miracoli del caso Brusca, il boss scarcerato col beneplacito dell’antimafia col marchio Doc, che ha improvvisamente svelato l’esistenza di benefici e pene alternative anche per chi ha commesso i crimini più duri. Intendiamoci, noi siamo convinti che anche Brusca abbia diritto a immaginare una vita fuori dal carcere: siamo da sempre critici nei confronti dell’ergastolo ostativo e abbiamo difeso il diritto a una vita (e spesso a una morte) dignitosa anche per Riina, Provenzano, Cutolo. Perché non dovremmo farlo per Brusca? Quel che invece ci sorprende è la lunga e inaspettata lista di compagni di viaggio che stavolta abbiamo accanto. E siamo tanto più sorpresi perché la metà buona di chi oggi difende la scarcerazione di Brusca ha ingaggiato una battaglia feroce a favore del fine pena mai e del 41 bis. E c’è chi è addirittura arrivato a contestare la pronuncia della Consulta quando ha osato mettere in discussione la costituzionalità dell’ergastolo ostativo. Ciò non toglie che a noi fa piacere trovare questi nuovi compagni di viaggio nella marcia per la difesa dei diritti. Eppure qualcosa non torna. Insomma, siamo garantisti, certo, ma non del tutto ingenui e sappiamo bene che molti di coloro che oggi inneggiano allo Stato di diritto, lo fanno perché Brusca è la pietra angolare su cui poggia l’intero teorema della presunta trattativa Stato-mafia. E allora abbiamo il sospetto, e non ce ne vogliano, che molti di loro non stiano difendendo i diritti di Brusca ma la loro ricostruzione degli ultimi 30 anni di storia della mafia, oltre che la legge sul pentitismo (della quale bisognerebbe discutere seriamente dei suoi benefici, certo, ma anche dei suoi drammatici effetti collaterali che hanno colpito centinaia di innocenti: il nome di Tortora dice qualcosa?). Insomma, Brusca è una tessera fondamentale di quel mosaico e la difesa della sua scarcerazione non è così disinteressata come vogliono far apparire. Ma noi sappiamo bene che molti di loro da domani torneranno nel proprio campo di battaglia e che li ritroveremo di nuovo di fronte come fieri avversari. Ma chissà se in questo piccolo tratto di cammino comune avranno colto qualcosa che di solito ignorano. Perché il garantismo è un virus: una volta contratto, una volta capita la forza e la bellezza della difesa dei diritti, è difficile liberarsene…

DAGONOTA il 7 giugno 2021. Dura lex sed lex. Ai media e ai molti postillatori (compresi i suoi ex colleghi di lavoro) basta una sentenza latina per voler mettere fine alla cupa tragedia che si è consumata alla vigilia delle festa della Repubblica (solo una lugubre coincidenza?): l’uscita dal carcere con il fine pena del killer mafioso del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta a Capaci. Nonché il responsabile materiale di oltre 150 omicidi tra i quali lo scioglimento nell’acido di un bambino, Giuseppe Di Matteo, il cui padre Santino stava pentendosi in tribunale. Il profilo criminale di Giovanni Brusca, troverebbe una giusta collocazione in quell’atlante dei “mostri” classificato a suo tempo dal medico e antropologo, Cesare Lombroso. E di tragedia si tratta in cui alla fine la vittima è soltanto la Giustizia. Neppure la trilogia di Eschilo scritta nel 460 a.C, avrebbe potuto mettere in scena un’Eumenidi in cui l’Aeròpago, l’istituzione tribunale che nonostante le furia accusatrice delle Erinni, oltrepassa l’antica legge del taglione per pronunciare infine un verdetto assolutorio per Oreste-Brusca a seguito dello scambio di ragionamenti razionali (pentimento e collaborazione). “L’ingiustizia si sopporta con relativa facilità. Quel che fa male è la giustizia”, ammoniva il saggista americano Henry Louis Mencken. Una giustizia che a un quarto di secolo dall’inizio di Mani pulite, attraverso il rovesciamento degli stessi dieci comandamenti della Chiesa, ha promosso nell’immaginario collettivo (e con le accuse) il rubare (tangenti) a crimine penalmente forse più grave e rilevante dall’uccidere. Lo stesso ordine delle pene e delle indagini è stato invertito: la presunzione d’innocenza sostituita con la carcerazione-confessione. E la gogna mediatico-giudiziaria è stata innalzata dai giornali dei poteri marci per fare tabula rasa di una classe politica e dirigenziale. L’uscita dal carcere in semilibertà di Brusca non fa che allargare una ferità già apertasi sulla credibilità (perduta) nel nostro sistema giudiziario. Nel recente sondaggio Ipsos pubblicato dal “Corriere della Sera” nel giro di undici anni la fiducia nei magistrati è passata dal 66 al 39 per cento. L’ultimo “potere” (o Casta) sopravvissuta alla cosiddetta “rivoluzione italiana” annunciataci via stampa e dalle tv. Un “potere” diventato tale, e non un ordine dello Stato indipendente come dovrebbe essere per la Costituzione e non come vorrebbero farci credere. Un “potere assoluto” che con il suo organo di autocontrollo (Csm) si autopromuove e si autoassolve nel gioco delle correnti o delle logge. L’affaire Palamara-Davigo-Amara con i loro indecenti balletti in tv è soltanto l’ultimo atto delle lotte intestine tra le correnti al Consiglio superiore della magistratura. Un meccanismo-tritacarne che, vale la pena ricordarlo, nella stagione siciliana dei corvi ha stritolato pure il povero Giovanni Falcone, ch’è stato soltanto uno degli ispiratori della legge sui collaboratori di giustizia che ora manda libero il suo boia Brusca. A capo della procura di Palermo la corrente di sinistra di Magistratura democratica gli preferì Antonino Mele. Una coltellata alla schiena inferragli anche dai pm di Mani pulite. «Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale?”, ricorderà quella stagione tormentata Ilda Boccassini. E ancora: “Giovanni è morto con l'amarezza di sapere che i suoi colleghi lo consideravano un traditore. E l'ultima ingiustizia l'ha subìta proprio da quelli di Milano, che gli hanno mandato una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Giovanni mi ha telefonato e mi ha detto: Non si fidano neppure del direttore degli Affari penali”. Già, nel giorno dei rimorsi di Brusca per i media è meglio dimenticare la Palermo dei veleni, dei corvi e delle contrapposizioni. “Giusto pensare per iscritto” sosteneva Voltaire, ma il mestiere d’informare, aggiungeva il filosofo Jean Francoise Revel, “comporta obblighi precisi” anche per la stampa in un sistema democratico. Ma anche sul “caso” Brusca è tutto uno sragionare in punta di diritto e di rovescio. “C’era la legge, ha funzionato”, azzarda l’ex pm Giuseppe Ayala perdendo di vista l’orrore della tragedia percepito dalla pubblica opinione. Quasi a voler giustificare quella che, sempre per Revel attento osservatore della vita dei tribunali, è una giustizia che alla gente “appare impersonale, inumana e meccanica”. Ed è quello che pensa davvero il popolo. “Del pentimento di Brusca mi importa poco. E’ un patto con lo Stato che credo utile. Ma la più umiliante violenza per i morti di Capaci è che lui è libero e la verità prigioniera”, osserva tagliente Claudio Fava, il figlio di Pippo ucciso dalla mafia. Le reazioni indignate dei familiari delle vittime di Cosa nostra, però, sono schiacciate sul Corrierone dal fiume di piombo del video-racconto di Giovanni Brusca. Camuffato come un narcotrafficante colombiano, il killer di Falcone chiede perdono ai parenti degli uccisi. Di che si tratta? Di un mea culpa spontaneo o di una messinscena imposta dal programma di collaboratore di giustizia?

Giovanni Brusca, nuova vita dopo il carcere: casa segreta e assegno mensile pagato dallo Stato, ecco le cifre. Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. Nuova identità, nuova casa in una località segreta e anche un cospicuo "stipendio" erogato dallo Stato: è questo che attende il boss Giovanni Brusca dopo 25 anni di carcere. Il mafioso che ha azionato il telecomando di Capaci, provocando la morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti di scorta, dopo la scarcerazione era "frastornato" e - come riporta il Messaggero - ha contattato il suo avvocato Antonella Cassandro, per ringraziarla del lavoro svolto. Poi è sparito.  I termini dell'accordo che Brusca ha firmato prima di lasciare Rebibbia prevedono anche che il boss rispetti regole precise. Innanzitutto sarà sottoposto al regime di libertà vigilata e probabilmente anche all'obbligo di dimora, nel luogo segreto dove adesso risiede. E ovviamente non dovrà tornare a delinquere. Per quanto riguarda l'indennità, invece, già in carcere - a partire dal 2000 -  il collaboratore di giustizia percepiva un piccolo stipendio per provvedere alla famiglia. Un mantenimento garantito dallo Stato anche adesso che è libero. In genere - come fa sapere il Messaggero - l'indennità per i collaboratori di giustizia varia tra i mille e i mille e 500 euro al mese. Ai quali vanno aggiunti altri 500 euro per ogni familiare a carico. In realtà però Brusca, 63 anni, è solo: ha divorziato dalla moglie mentre si trovava in carcere e il figlio, nato da questa relazione, è ormai adulto. In ogni caso, al pentito potrebbero essere garantiti, oltre all'affitto e alle spese mediche, anche altri benefit inclusi nel programma di protezione. La rinuncia a tale programma e quindi a vantaggi economici, invece, prevederebbe comunque una sorta di liquidazione.

L'affitto pagato e l'indennità statale: la nuova vita di Brusca. Ignazio Riccio il 2 Giugno 2021 su Il Giornale. Per quattro anni il boss dovrà sottostare a un periodo di libertà vigilata, con obbligo di firma settimanale, orari controllati e pernottamento fisso. Dopo la scarcerazione per fine pena è cominciata una nuova vita per Giovanni Brusca, il mafioso diventato famoso per aver fatto esplodere la bomba di Capaci che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta. Il collaboratore di giustizia adesso dovrà voltare pagina, dopo aver chiuso i conti con la giustizia. L’uscita dal carcere era prevista per il prossimo autunno, ma gli ultimi calcoli hanno fatto sì che ci fosse un’accelerata decisiva. Adesso Brusca dovrà sottostare a un periodo di libertà vigilata, con obbligo di firma settimanale, orari controllati e pernottamento fisso. Tutto ciò avverrà in un luogo sconosciuto, in modo che possa essere garantita la sua sicurezza. Avrà una nuova identità e un lavoro che possa integrare l’assegno previsto dal programma di protezione.

Quei 150 omicidi: chi è l'ex boss tornato libero. La mafia non ha certo dimenticato la scelta dell’ex mafioso di testimoniare contro i “corleonesi” e ora è considerato un bersaglio di Cosa nostra. Brusca stesso ne è consapevole, conoscendo le regole della malavita organizzata. Possibili vendette sono all’ordine del giorno, per questo ci sarà massima cautela nell’occultarlo da parte dello Stato. Come ex uomo d’onore, che ha tradito il patto mafioso, è condannato a morte dai suoi ex sodali. Eppure, il suo “pentimento” è avvenuto già da molti anni, nel 1996, quando comincio a depositare le prime dichiarazioni davanti ai magistrati, consapevole che ma mafia potesse ucciderlo da un momento all’altro, com’era accaduto in precedenza per altri boss. Brusca, con le sue rivelazioni, ha fatto condannare centinaia di persone in cambio di protezione e sconti di pena. Un ergastolo trasformato in trent’anni di carcere (poi diventati venticinque), terminati proprio in questo periodo. Ora, per il boss una vita libera in una località top secret, un nuovo passaporto e l’indennità di mantenimento. Intanto, per quattro anni, dovrà ancora rispettare il regime di libertà vigilata e, probabilmente, l'obbligo di dimora nel luogo segreto dove adesso risiede. Il patto con lo Stato è che non dovrà ritornare a delinquere e non potrà violare le regole previste dal programma di protezione. Su quanto prenderà di indennità Brusca non ci sono notizie precise. Come riporta il Corriere della Sera, in genere lo “stipendio” per i collaboratori di giustizia varia tra i mille e i mille e 500 euro al mese. Ai quali vanno aggiunti altri 500 euro per ogni familiare a carico. Ma lo Stato, paga al boss anche l'affitto, le spese mediche e, nel programma di protezione, possono essere inclusi altri benefit. Strumenti che dovrebbero servire al collaboratore di giustizia, che oramai ha 63 anni, a reinserirsi nella società. A quanto pare, il boss vivrà da solo essendosi separato dalla moglie, sposata in carcere nel 2002, alcuni anni fa. Il figlio, nato dall' unione della coppia prima dell'arresto, è oramai adulto e autonomo.

Ignazio Riccio. Sono nato a Caserta il 5 aprile del 1970. Giornalista dal 1997, nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Scrivo per ilGiornale.it dal 2018. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, il memoir Senza maschere sull’anima. Gianluca Di Gennaro si racconta, edito da Caracò editore. Un secondo libro: L’attualità in classe-Il giornale tra i banchi di scuola (testo di narrativa per gli istituti secondari di primo grado), edito da Libriotheca Editore, è stato pubblicato a marzo 2019. Amo in particolare la lettura, il cinema e il teatro; sono appassionato di calcio e tifo Fiorentina.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2021. Con la donna che era con lui la sera dell'arresto, venticinque anni fa, la storia è finita da tempo, durante la detenzione c'è stato il divorzio. Con il figlio, invece, il rapporto è rimasto. L'ha lasciato che era un bambino di cinque anni, l'ha visto crescere dal carcere, si sono incontrati più volte durante i permessi di cui il pentito ha potuto usufruire. Ora quel bambino è diventato un uomo, e rappresenta l'ultimo legame di Giovanni Brusca con la vita di un tempo. Adesso ne comincia un'altra, piena di incognite, tutta da pianificare e costruire assieme agli angeli custodi del Servizio centrale di protezione, l'ufficio che si occupa dei collaboratori di giustizia. L'ex mafioso divenuto il simbolo dei killer di Cosa nostra, l'assassino che ha fatto esplodere la bomba di Capaci e ha dato l'ordine di strangolare Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito che lo accusò della strage), ha chiuso i conti con la giustizia ma mantiene il proprio legame con lo Stato che continuerà a vigilare sulla sua sicurezza. E programmare con lui un futuro ancora incerto. La scarcerazione per «fine pena» era prevista per l'autunno o poco prima, ma gli ultimi calcoli su un altro segmento di liberazione anticipata a cui il detenuto aveva diritto hanno provocato un'accelerazione inattesa. E sono rimasti tutti spiazzati, Brusca e chi deve continuare a occuparsi di lui. Adesso c'è un periodo di libertà vigilata, con obbligo di firma settimanale, orari controllati e pernottamento fisso. Bisognerà scegliere un luogo dove vivere che offra sufficienti garanzie, soprattutto di sicurezza. Un'abitazione, ma anche un contesto in cui possa mimetizzarsi, senza destare sospetti e curiosità che possano svelarne la vera identità. E poi si cercherà di trovargli un lavoro, in modo da integrare lo «stipendio» previsto dal programma di protezione. Dettagli tecnici e operativi da definire in fretta, per i tempi anticipati del «fine pena». Fa tutto parte del contratto che il pentito ha sottoscritto con le istituzioni, il patto che lo Stato ha siglato per ottenere la collaborazione di uno dei killer più fidati della mafia corleonese, ma divenuto uno dei pentiti-simbolo dell'antimafia; forse il più importante e significativo della nuova era, dopo la stagione dei Buscetta, Contorno e Marino Mannoia. Anche per questo Brusca continua ad essere un obiettivo di Cosa nostra, o di quello che ne resta. Lui è il primo a saperlo, e il primo ad essere consapevole che dovrà guardarsi dalle vendette; il conto con lo Stato è chiuso, quello con la mafia no. E non lo sarà mai. Lo ha raccontato lui stesso, qualche anno fa, in un'intervista per un documentario franco-tedesco sui corleonesi, ricordando il momento della sua affiliazione davanti a Totò Riina, alla presenza di suo padre Bernardo capomafia di San Giuseppe Jato: «Mio padre mi dice "entra che Riina ti vuole parlare". Entro, Riina mette sul tavolo un coltello e una pistola incrociati, una santina e un ago, e mi dice "questa è un'organizzazione in cui siamo tutti fratelli, un'associazione che ha le sue regole, se ci si separa ci si rimette la vita"». Quel giorno Giovanni Brusca divenne «uomo d'onore», carica che ha mantenuto fino al giorno delle prime dichiarazioni davanti ai magistrati, nell' estate del 1996. Ma i dubbi su Cosa nostra avevano cominciato ad assalirlo già prima, quando con il suo carico di stragi e di morti ammazzati per ordine di Riina, capì che anche lui poteva fare la stessa fine, morto ammazzato su ordine di Riina. Temeva quello che svelerà un altro pentito, Salvatore Cancemi, il quale disse che il «capo dei capi» aveva commissionato l'omicidio di Brusca e di Salvuccio Madonia. Una volta finito in carcere, i tempi per saltare il fosso e tradire Cosa nostra sono stati rapidi. Consumato e smascherato in pochi giorni un falso pentimento concordato in precedenza per delegittimare l'antimafia, nel giro di qualche settimana Brusca diede agli uomini della Squadra mobile palermitana guidati da Luigi Savina (futuro vicecapo della polizia) le indicazioni utili ad arrestare il boss Carlo Greco; e subito dopo Pietro Aglieri, boss in ascesa e salito in cima alla lista dei ricercati. Erano le garanzie di affidabilità richieste dagli investigatori, che convinsero i magistrati della sua attendibilità. È in quel momento che si salda il patto tra il killer e lo Stato: indicazioni per ottenere arresti e dichiarazioni per infliggere condanne (che sono arrivate a centinaia, come le vittime assassinate) in cambio di protezione e sconti di pena. Il suggello è arrivato con il verdetto che ha tramutato l'ergastolo in trent' anni, una pena a termine giunta a compimento. Ma il tribunale della mafia sconti non ne fa, e non c'è investigatore di ieri e di oggi che non sia certo del rischio che accompagnerà Brusca fino alla fine dei suoi giorni: incontrare qualcuno, fosse anche l'ultimo canazzo di bancata (espressione siciliana per indicare persone di infimo livello) con qualche aspirazione da boss, che voglia fargli pagare il suo tradimento.

Valentina Errante per “il Messaggero” il 2 giugno 2021. Dopo 25 anni di carcere il boss Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato, può ricominciare. Oltre alla libertà, ha ottenuto una casa in una località segreta, una nuova identità, pulita, e quella che tecnicamente si chiama indennità di mantenimento. Ossia uno stipendio da parte dello Stato. I termini dell'accordo che Brusca ha firmato lunedì, prima di lasciare la cella di Rebibbia, sono noti solo al Servizio centrale di protezione del ministero dell'Interno. Documenti riservati, anzi classificati, perché Brusca non è un collaboratore di giustizia da poco. L' impegno riguarda però anche il boss, che dovrà rispettare regole precise. Tra l'altro, per quattro anni, sarà sottoposto al regime di libertà vigilata. Probabilmente l'obbligo di dimora, nel luogo segreto dove adesso risiede. Ovviamente non dovrà tornare a delinquere e non potrà violare alcune regole previste dal programma di protezione al quale ha aderito. Ieri, mentre infuriavano le polemiche sulla sua scarcerazione, il boss che ha azionato il telecomando di Capaci, era ancora «frastornato», ha contattato il suo avvocato Antonella Cassandro, per ringraziarla del lavoro svolto. Poi e sparito. Fino a tre giorni fa neppure lui sapeva della scarcerazione anticipata. Anche il legale, da oggi, avrà bisogno di un'autorizzazione per incontrarlo. Non dovrebbe essere così per i familiari stretti. Dal 2000, Brusca, in carcere percepiva un piccolo stipendio per provvedere alla famiglia. Adesso che è libero ci sono accordi precisi a regolare la sua nuova vita. Anche un mantenimento garantito dallo Stato. In genere l'indennità per i collaboratori di giustizia varia tra i mille e i mille e 500 euro al mese. Ai quali vanno aggiunti altri 500 euro per ogni familiare a carico. Ma Giovanni Brusca è da solo, con la moglie, sposata nel 2002, quando era già in carcere, ha divorziato alcuni anni fa. E il figlio, nato dall' unione della coppia prima dell'arresto, è oramai adulto. Ma lo Stato, paga al boss anche l'affitto, le spese mediche e, nel programma di protezione, possono essere inclusi altri benefit. Strumenti che dovrebbero servire al collaboratore di giustizia, che oramai ha 63 anni, a reinserirsi nella società e a trovare un lavoro. La rinuncia al programma di protezione e quindi a vantaggi economici, se mai avverrà, prevederà comunque una sorta di liquidazione. Una collaborazione con la giustizia ancora avvolta da molte ombre quella di Brusca. Continua ad aleggiare il sospetto che abbia coperto alcuni favoreggiatori e che non abbia mai rivelato dove fosse il suo tesoro. La liberazione del boss sanguinario, che agli inquirenti non ha saputo neppure dire quanti omicidi avesse commesso, suscita reazioni contrastanti. L'avvocato Cassandro ribadisce: «Ha scontato la pena interamente in carcere ed espiato la sua colpa», ma sulla liberazione si dividono anche i parenti delle vittime. Maria Falcone (tra l'altro citata dal segretario del Pd Enrico Letta) ammette che la scarcerazione «è stata un pugno nello stomaco», ma ricorda che la legge applicata è stata voluta anche da suo fratello Giovanni e «ha consentito tanti arresti», sulla stessa linea la mamma e il fratello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell' acido dal boss: «Umanamente non si potrà mai perdonare. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Brusca ha ucciso Giuseppe, ma espiato la pena nel rispetto della legge», dicono. Molto dura la vedova del capo scorta di Falcone, Tina Montinaro che si è detta delusa dallo Stato. E mentre la magistratura difende la legge sui pentiti, il leader della Lega Matteo Salvini suggerisce di cambiarla, mentre la presidente dei senatori di Fi Annamaria Bernini e Giorgia Meloni, leader di Fdi, parlano di «schiaffo alle vittime».

Maurizio Belpietro per “La Verità” il 3 giugno 2021. Ieri vi ho raccontato la storia di Giovanni Brusca, il mafioso che, nonostante abbia una fedina penale da film dell'orrore e sulla coscienza anche la morte di un ragazzino, strangolato e poi sciolto nell' acido per farne sparire il cadavere, a 64 anni è un uomo libero. Essendosi pentito e avendo collaborato denunciando i propri complici, Brusca è stato premiato con uno sconto di pena. In pratica, per la lunga serie di omicidi (si stima che in qualche modo siano attribuibili a lui circa 150 assassinii) è stato condannato a soli due mesi di carcere per ciascun delitto. Cinicamente per lui si può parlare di una sentenza un tanto al chilo, anche se naturalmente la legge è rispettata, perché chi collabora con la giustizia può essere anche un serial killer ma è trattato come una mammoletta e coccolato dai pm. Ciò detto, i premi per il boss non si limitano alla scarcerazione dopo soli 25 anni, ma si accompagnano ad altri comfort. Oltre alla libertà, Brusca godrà di uno stipendio a carico dei contribuenti. La somma al momento non è nota, ma pare che superi quella di molti pensionati, i quali pur avendo lavorato una vita faticano a ottenere dall' Inps un assegno mensile che arrivi a 1.000 euro. Nel caso del killer di Cosa nostra invece si parla di 1.500 euro, ma non è tutto. Se le persone oneste devono farsi bastare la pensione, saldando affitto e bollette, Brusca avrà a disposizione una casa, ovviamente gratis, e riceverà anche 500 euro per ogni familiare a carico. Senza dire poi della tutela di cui godrà, anche quella a spese dello Stato. In pratica, si guadagna di più ammazzando le persone che ammazzandosi di lavoro. Immagino che a questo punto, come il sottoscritto, siate abbastanza indignati, ma vi invito a trattenere la rabbia perché la storia non è finita. Il killer del piccolo Giuseppe Di Matteo, il ragazzino tenuto in catene per due anni e il cui corpo fu poi sciolto nell' acido per non lasciare tracce, non è il solo criminale che lo Stato tratta in guanti bianchi. Da una rapida indagine condotta dal nostro Fabio Amendolara sono emersi i nomi di altri mafiosi e camorristi in procinto di tornare in libertà, molti dei quali con la stessa cortesia riservata al killer di Giovanni Falcone. Dei pluricondannati sulla rampa di lancio per uscire dal carcere pare ci sia Francesco Schiavone, detto Sandokan, un camorrista pentito che al pari di Francesco Bidognetti, altro pezzo da novanta della criminalità organizzata in Campania, sarebbe vicino alla fine della pena. Tra i boss che potrebbero presto lasciare la cella si segnalano anche altri capi della Cupola come Leoluca Bagarella, autore di svariati omicidi oltre che tra i responsabili della strage di Capaci, e i due fratelli Graviano, che nel curriculum possono vantare l' organizzazione degli attentati del 1993, a Roma, Firenze e Milano, oltre che l' omicidio di don Pino Puglisi. Infine, si prepara alla libertà anche Giovanni Strangio. In altri tempi questi signori sarebbero stati definiti avanzi di galera, assassini da lasciare dietro le sbarre per tutta la vita. Ma grazie alla cosiddetta legislazione premiale, ovvero agli sconti di pena per chi collabora, e a quella che pur non premiale riduce le condanne annullando di fatto l' ergastolo, tutti questi stinchi di santo potrebbero presto circolare a piede libero e, in qualche caso, siccome non hanno neppure sessant' anni, ricostruirsi una vita. Come nel caso di Brusca, magari con l' aiuto dello Stato, con un nome nuovo e un salotto ultimo modello è uno stipendio a vita. Sì, sarà anche come dicono in coro gli ex magistrati Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala che lo Stato può permettersi di scarcerare i mafiosi perché ha vinto. Ma a leggere la storia di Brusca e dei suoi compari di delitti si capisce una sola cosa è cioè che il cittadino onesto ha perso e paga sempre il conto di delitti che non ha commesso.

Giovanni Bianconi per corriere.it il 2 giugno 2021. «Chiedo scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime a cui ho provocato tanto dolore e tanto dispiacere». Con queste parole, cinque anni fa — dopo venti di detenzione e di collaborazione con la giustizia — Giovanni Brusca cominciò una lunga intervista con il regista-documentarista francese Mosco Levi Bocault, che stava realizzando il film «Corleone», una produzione di Arte France e Zek, presentato al festival di Roma nel 2018. Nel film ci sono le immagini e le voci di pentiti di mafia, investigatori antimafia e testimoni della stagione di sangue e di terrore scatenata dalla cosca di Totò Riina. Tra quelle testimonianze spicca quella di Giovanni Brusca, registrato per alcune ore in una sala colloqui del carcere romano di Rebibbia, dove l’esecutore materiale della strage di Capaci si presentò bardato per non essere riconoscibile, ma con la sua voce inconfondibile già tante volte ascoltata nei processi di mafia. Davanti alla telecamera il killer di fiducia di Riina raccontò la sua affiliazione a Cosa nostra, i principi dell’organizzazione mafiosa, i delitti a cui ha assistito e quelli che ha commesso, compresi quelli per i quali è diventato famoso in tutto il mondo: l’eccidio in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo Di Matteo. Ma prima di cominciare a svelare i segreti di Cosa nostra e della sua vita di assassino e collaboratore di giustizia, Brusca volle fare una dichiarazione preliminare per chiedere perdono ai parenti delle tante vittime che ha sulla coscienza; e colse l’occasione per scusarsi anche con la donna che all’epoca era ancora sua moglie e con il figlio, per la doppia scelta che ha segnato la propria esistenza e quella della sua famiglia: prima mafioso e poi pentito. «Quella di collaborare con la giustizia è una scelta sempre denigrata — spiegò — ma è giusta perché serve a mettere fine a quella fabbrica di morte che si chiama Cosa nostra». Il video con la richiesta di perdono è finito agli atti del fascicolo del detenuto Brusca, per essere valutato dai giudici che nel tempo gli hanno accordato i permessi premio per uscire di tanto in tanto dal carcere, nonché i giorni di liberazione anticipata che spettano ai reclusi che mantengono una buona condotta, ma gli hanno negato la detenzione domiciliare, tenendolo in cella fine della pena. Arrivata due giorni fa.

Giovanni Brusca, il video inedito: "Chiedo perdono alle vittime e alla mia famiglia, i pentiti sempre denigrati". Libero Quotidiano il 2 giugno 2021. Giovanni Brusca, in una intervista di Zek e Arte France pubblicata in esclusiva sul sito del Corriere della Sera, parla del suo pentimento. Il boss, che nel 1992 fu tra gli autori materiali della strage di Capaci in cui rimase ucciso il giudice Giovanni Falcone, è stato liberato il 31 maggio scorso, dopo aver trascorso 25 anni in carcere. Questa intervista risale a cinque anni fa. "Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista: non so dove mi porta, cosa succederà, spero solo di essere capito", dice il boss. "Ho deciso di rilasciare questa intervista per fare i conti con me stesso, perché è arrivato il momento di metterci la faccia, anche se mi dispiace non poterlo fare per motivi di sicurezza, ma è nello spirito e nell’anima di farlo". Quindi Brusca continua dicendo di voler "chiedere scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere". In questi anni, spiega il pentito, "da collaboratore di giustizia" ha deciso "di dare il mio contributo, il più possibile, e dare un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia". "E chiedo scusa principalmente a mio figlio e a mia moglie, che per causa mia hanno sofferto e stanno pagando anche indirettamente quelle che sono state le mie scelte di vita", aggiunge il boss, "prima da mafioso, poi da collaboratore di giustizia". Quindi attacca; "Purtroppo nel nostro Paese chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato, viene sempre disprezzato, quando invece credo che sia una scelta di vita importantissima, morale, giudiziaria ma soprattutto umana", continua Brusca. Che conclude: "Perché consente di mettere fine a questo, Cosa nostra, che io chiamo una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. Un’agonia continua".

“Brusca mi disse: lo Stato ha vinto dopo le stragi non vivevo più”. Salvo Palazzolo La Repubblica il 13 giugno 2021. Tre anni fa, Giovanni Brusca, il boia del giudice Falcone reo confesso di tanti omicidi, ha chiesto di parlare con un sacerdote, don Marcello Cozzi, l’ex vice presidente di Libera, che in carcere ha incontrato collaboratori di giustizia, ma anche mafiosi. E lui è andato. «Non sembra affatto la persona che avevo visto nelle foto sui giornali o in tv — racconta oggi il sacerdote per la prima volta — se l’avessi incrociato per strada, l’avrei scambiato per un anonimo impiegato.

«Sono stato un automa del male»: Giovanni Brusca piange e chiede perdono al processo, l’audio esclusivo. Durante l’udienza del 2013 per la strage di via D’Amelio, il killer pentito si commuove per le sue vittime e le atrocità compiute. E con le lacrime agli occhi dice: «Ho fatto del male a tante famiglie, di giudici e altre persone, e ai loro familiari chiedo perdono». Lirio Abbate su L'Espresso il 2 giugno 2021. Giovanni Brusca aveva mostrato pubblicamente il suo pentimento e la sua richiesta di perdono ai familiari delle sue vittime il 14 giugno 2013 durante l’udienza del processo Borsellino Quater, davanti alla corte d’assise di Caltanissetta. In questo audio originale parla Brusca. E lo si sente piangere in udienza davanti a giudici e avvocati. Chi lo ha visto in faccia dice che a Brusca, il killer che ha confessato più di cento omicidi, l’assassino di Falcone, un boss che molti hanno descritto privo di sentimenti, sono scese le lacrime fino a impedirgli di proseguire nelle parole. Così per la prima volta dal suo arresto Giovanni Brusca ha chiesto pubblicamente perdono ai familiari delle sue vittime. Lo ha fatto ricordando di essere l'assassino di Giovanni Falcone, degli agenti della scorta e di tante altre vittime «di cui non capivo il motivo per cui Cosa nostra e Riina ne decideva la morte. E continuo a non comprenderlo adesso ... Sono stato un "automa" del male, perché credevo in Salvatore Riina e per me Cosa nostra era una istituzione e la rispettavo». Il colpo di scena di otto anni fa spiazza tutti in aula. Brusca rompe gli indugi e si commuove quando il suo avvocato Alessandra de Paola gli chiede il motivo per il quale ha iniziato a collaborare. «Ho vissuto per Cosa nostra e ne rispettavo le regole e il mio "altruismo" verso l'organizzazione mi ha portato a commettere fatti orrendi, perché non avevo nulla di personale contro Falcone o contro molte delle mie vittime. Vivevo per Cosa nostra e per rispettare le sue regole. Mi rendo conto solo adesso delle atrocità che ho fatto e ancor peggio non sapevo per conto di chi le ho fatte e quale fosse il motivo». Con le lacrime agli occhi dice: «Ho fatto del male a tante famiglie, di giudici e altre persone, e ai loro familiari chiedo perdono». Il collaboratore torna al giorno del suo arresto che ricorda come un momento tremendo per la forte azione degli agenti: «Comprendo lo stato d'animo Che avevano i poliziotti, ai quali non porto rancore. Avevo ucciso Falcone e gli uomini della scorta e quindi non mi aspettavo un trattamento particolare. Ho pensato che durante il blitz i poliziotti fossero arrivati per uccidermi. Per fortuna c'è un Dio: mi sono buttato a terra, perché se non fosse stato così non sarei qui». L'inizio turbolento della collaborazione è quello che marchia la carriera da pentito di Brusca. «All'inizio ho commesso un errore, ma quando ho deciso di essere serio, privo dei rancori nei confronti di pentiti che erano miei ex nemici, ho iniziato a fare sul serio ma avevo la sensazione di un muro di gomma che veniva alzato dai magistrati perché quasi tutto quello che dicevo mi veniva rivolto contro». E conclude: «Difficile è stato in passato il mio rapporto con alcuni pm. Ho dovuto riconquistare la fiducia di tutti grazie ai riscontri processuali che sono stati trovati alle mie dichiarazioni».

Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” il 3 giugno 2021. Brusca chiede perdono. E i familiari delle vittime? C' è chi dice «no», come il fratello di Giuseppe Di Matteo sciolto nell' acido. E chi non vuole parlarne. Ma tutti gridano una sola cosa: «Vogliamo la verità». «Del pentimento di Brusca mi importa poco. È un patto con lo Stato che credo utile.

Ma la più umiliante violenza per i morti di Capaci è che lui è libero e la verità è prigioniera», scandisce Claudio Fava, figlio di Pippo, intellettuale ucciso nell'84. «Ci sono stati depistaggi e responsabilità di settori dello Stato ad accompagnare la mano della Mafia. A cominciare da chi autorizzò che il Sisde affiancasse il procuratore Tinebra dal giorno dopo l'omicidio Borsellino e fornì il primo tassello del depistaggio: il pentito Scarantino. Il patto è stato di reciproca reticenza: Brusca non ha detto tutto quello che sapeva e pezzi delle istituzioni hanno accredito la versione semplicistica che gli omicidi di Falcone e Borsellino fossero la vendetta di Totò Riina. La legge va modificata con l'obbligo di racconto totale». «Si pente? Potrebbe anche essere sincero. Ferme restando le sue colpe, ha contribuito con segmenti di verità. Il problema è chi sa e non lo fa», dice Margherita Asta, sorella dei gemellini morti con la mamma nell' attentato a Carlo Palermo. «La mafia mi ha portato via la vita, ora, leggo, nella sentenza sulla loro morte, che la forza della mafia sta nelle "collusioni con settori importanti dello Stato". Allora il problema è chi tace. Attenti a modificare l'ergastolo ostativo. Spesso la collaborazione impossibile è una scusa». «Perdono? Non sta a noi. Si può razionalizzare la rabbia perché i collaboratori servono» spiega Daniela Marcone, figlia di un funzionario coraggioso ucciso dalla mafia del foggiano. «Attenzione a non smontarne il valore. Magari ce ne fossero anche da noi». Nando Dalla Chiesa reagisce: «Non è una guerra privata. Ci dica il capo dello Stato cosa dire. Non scaricateci tutto il peso mettendo contro chi perdona e chi no. La scarcerazione era un prezzo da pagare. Ora si dice: non è più come una volta, basta pentiti». E rincara: «Sull'ergastolo ostativo chi decide la scarcerazione? Ci fosse un'autorità centrale, lontana dalle pressioni, sarei d' accordo. Ma quanti boss in permesso premio che partecipano a summit abbiamo visto? E quante relazioni psichiatriche e di assistenti sociali fatte ad hoc? Il giudice di sorveglianza non ha l'esperienza di chi indaga e rischia di vanificarne il lavoro. La verità è che chi ha più soldi paga campagne di consenso. Altrimenti perché quando si parla di riforma della giustizia si parte sempre dai mafiosi?».

Alfredo Mantovano per “Libero quotidiano” il 4 giugno 2021. Cambiamo la legge sui pentiti! Allo sconcerto dopo la scarcerazione di Giovanni Brusca, più d' un leader politico ha fatto seguire quest' imperativo; senza tuttavia indicare le modifiche da apportare. Provo a immaginarne un paio, con un cenno di storia. La prima legge sulle collaborazioni mafiose è del gennaio 1991: dal 1980 i "pentiti" godevano di benefici soltanto per il terrorismo. L'estensione alla mafia è voluta da Giovanni Falcone, che già prima del 1991 aveva sperimentato i vantaggi delle collaborazioni nel maxiprocesso a Cosa nostra: lì furono decisive le dichiarazioni di Buscetta e di Contorno. Del primo Falcone diceva che «prima di lui avevamo un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro», e lo definiva «come un professore di lingue che permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti».

I PALETTI La legge del 1991 apre una stagione nuova: da quel momento, contare sulle informazioni provenienti dall'interno delle cosche consente all'autorità giudiziaria grande efficacia operativa. Il suo uso massiccio determina però abusi e distorsioni: quello che avrebbe dovuto restare uno strumento di indagine, in troppi processi è diventato lo strumento. Questo ha motivato nel 2001 una riforma, ancora in vigore, per razionalizzare i decrementi di pena e stroncare le collaborazioni fasulle. Per rendere meno gravoso il costo sociale e la tollerabilità etica di mostri che tornano in libertà, si potrebbe cominciare col far rispettare una delle norme introdotte da quella riforma, l'art. 16 quater. Esso impone all'aspirante collaboratore di dichiarare: a) tutti i temi della collaborazione entro 180 giorni dal momento in cui inizia a parlare, per scongiurare le c.d. "dichiarazioni a rate" e la contrattazione, che in precedenza condizionava le informazioni ai benefici; b) i beni da lui acquisiti con la propria attività criminale, pur se intestati fittiziamente ad altri, al fine di evitare che il "pentimento" costituisca lo strumento, una volta tornato libero, per godere del provento dei delitti commessi.

LE COLPE Chi non adempie a questi obblighi non dovrebbe essere ammesso nel programma di protezione o, se ammesso, lo vedrebbe revocato, insieme con i benefici. Con questa norma Brusca non sarebbe mai entrato nel programma, perché certamente per più di 6 mesi ha dichiarato il falso e ha depistato, e solo in un secondo momento ha deciso di fare sul serio. Uso il condizionale perché quest' articolo è largamente disatteso: la giurisprudenza penale ha ben presto ritenuto utilizzabili nel processo quanto dichiarato oltre i 180 giorni, sostenendo che la mancata osservanza del termine comporti solo effetti sulla prosecuzione della protezione; qualche Tar ha poi vanificato anche le ricadute amministrative dell'inadempimento, poiché ha annullato i decreti di revoca del programma nelle ipotesi di sforamento del termine. Qui non si tratta di "cambiare la legge", ma di renderla effettiva, con l'aggiunta di espressioni che ne impediscano l'aggiramento.

GLI INTERVENTI Una modifica vera potrebbe invece interessare l'art. 192 del codice di procedura penale, che fa utilizzare come prova le dichiarazioni del collaborante, purché accompagnate da «altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità». Nell'applicazione, anche in tal caso giurisprudenziale, gli «altri elementi» consistono talora nelle dichiarazioni di altri collaboranti: in tal modo, se i "pentiti" Tizio e Caio vogliono inguaiare Sempronio, concordano quanto dovranno dire, e le loro dichiarazioni si riscontreranno reciprocamente. Sarebbe sufficiente aggiungere che gli «altri elementi» non consistono nelle dichiarazioni di ulteriori "pentiti" per spingere a collaborazioni più concrete e autentiche. Sono solo un paio di ritocchi: non scardinano il sistema, ma potrebbero renderlo meno indigesto.

E dopo Brusca si accende la speranza dei boss mai pentiti: tornare liberi. Lirio Abbate su L'Espresso il 7 giugno 2021. Con la cancellazione dell’ergastolo ostativo ai mafiosi, molti killer condannati definitivamente che non hanno collaborato con la giustizia pensano di poter lasciare il carcere. La sera dell’arresto di Giovanni Brusca i poliziotti che lo portano negli uffici della Squadra mobile a Palermo perdono le chiavi delle sue manette. Non si trovano. O forse nessuno ha voglia di trovarle. Gli agenti che lo hanno bloccato in una casa di campagna nell’agrigentino sono quasi tutti amici dei poliziotti saltati in aria a Capaci. Nella squadra della “Catturandi” che è entrata in azione c’è pure il fratello di una delle vittime di via D’Amelio. Fosse per loro, quelle manette a Brusca non gliele toglierebbero più. A tarda sera devono intervenire i vigili del fuoco per liberare i polsi del mafioso. Ricordo bene quella serata del 20 maggio di venticinque anni fa per averla vissuta direttamente da giovane cronista. All’imbrunire il corteo di auto sulle quali sono stati divisi Giovanni Brusca, suo fratello Enzo e uno dei favoreggiatori, arrestati nell’Agrigentino, parte a forte velocità in direzione di Palermo. Alle porte della città, gli agenti che hanno in custodia l’assassino di Capaci decidono di deviare il percorso, allungano per una strada del centro, arrivano in via Notarbartolo e qui si fermano davanti all’albero Falcone, ricoperto da immagini delle vittime, da fiori e messaggi sui biglietti lasciati da migliaia di persone. Lo mostrano all’uomo che ha le mani bloccate dalle manette. E poi volano dritti alla Squadra mobile. Le prime due auto vengono accolte davanti alla questura da un tripudio di clacson e sirene. Ci sono cittadini che applaudono. Poliziotti con il volto coperto che agitano i mitra in aria dai finestrini delle auto, in segno di vittoria. Lo sfogo, legittimo e umanamente comprensibile, di chi ha lavorato a lungo alla ricerca di un assassino e adesso festeggia il risultato dello Stato che vince sui mafiosi. Nel cortile della palazzina della Squadra mobile c’è un folto gruppo di poliziotti che attende l’ingresso dell’auto. Sono agitati ma commossi. Pensano ai loro colleghi uccisi. Arriva un’auto, viene fatta entrare e bloccata nel cortile. Gli sportelli si aprono, scendono gli agenti in borghese che proteggono l’arrestato e in una frazione di secondo hanno addosso una decina di persone che provano ad afferrarlo, fino a quando, dopo meno di un minuto, si sente una voce urlare: «Unnè iddu! (non è lui, ndr)». Tutti si fermano, si girano verso l’ingresso dove sta per entrare un’altra auto, pensano che l’assassino dei loro colleghi possa essere su questa vettura, la puntano e la scena violenta si ripete. Ma non è lui l’uomo stretto fra i poliziotti, è uno dei favoreggiatori. Dopo pochi minuti si fa largo tra la piccola folla di poliziotti un furgone scortato. E da qui scende ammanettato Giovanni Brusca. In quel momento i poliziotti di Palermo vedono in faccia l’uomo della strage, stretto fra gli agenti, e gli urlano contro scaricando rabbia e dolore. È una scena che traumatizza Brusca, come poi ricorderà. Nell’estate del 1996 inizia a fare dichiarazioni ai magistrati. All’inizio tenta una manovra per screditare l’antimafia e alcuni politici come Luciano Violante, ma questa azione viene smascherata. E fornisce una collaborazione più ampia: è il primo a rivelare “il papello” e la trattativa tra mafia e Stato nel 1992. Ma nel settembre 2010 scoprono che continua a gestire traffici e ricatti, proteggendo un tesoro accumulato con i crimini. Rischia di perdere i benefici e di essere retrocesso da “collaboratore” a “dichiarante”. Di fronte alla possibilità di vedere chiudersi le porte del carcere per sempre, senza più permessi e sconti di pena, sostiene di volere raccontare la seconda parte della sua storia criminale. Completando un quadro che era già stato in parte intercettato dalle microspie nella sua cella. Rompe il silenzio mirato a «non rendere dichiarazioni su persone che sono state “disponibili” con Cosa nostra». E per paura di non riprendersi la libertà, si mostra davanti ai giudici con le lacrime agli occhi. È il 2013 e Giovanni Brusca piange di fronte alla corte d’Assise di Caltanissetta. Le lacrime scendono, non riesce a proseguire nel discorso. A 17 anni dal suo arresto, per la prima volta, chiede pubblicamente perdono ai familiari delle sue vittime. Lo fa ricordando di essere l’assassino di Falcone, degli agenti della scorta e di tanti altri «di cui non capivo il motivo per cui Cosa nostra e Riina ne decideva la morte. E continuo a non comprenderlo adesso… Sono stato un automa del male, perché credevo in Riina e per me Cosa nostra era una istituzione e la rispettavo». Il boss torna al giorno del suo arresto che ricorda come un momento tremendo per la forte azione degli agenti: «Comprendo lo stato d’animo che avevano i poliziotti, ai quali non porto rancore. Avevo ucciso Falcone e gli uomini della scorta e quindi non mi aspettavo un trattamento particolare. Ho pensato che durante il blitz i poliziotti fossero arrivati per uccidermi. Per fortuna c’è un Dio: mi sono buttato a terra, perché se non fosse stato così non sarei qui». L’inizio turbolento della collaborazione è quello che marchia la carriera da pentito di Brusca. «All’inizio ho commesso un errore, ma quando ho deciso di essere serio, privo dei rancori nei confronti di pentiti che erano miei ex nemici, ho iniziato a fare sul serio ma avevo la sensazione di un muro di gomma che veniva alzato dai magistrati perché quasi tutto quello che dicevo mi veniva rivolto contro». E conclude: «Difficile è stato in passato il mio rapporto con alcuni pm. Ho dovuto riconquistare la fiducia di tutti grazie ai riscontri processuali che sono stati trovati alle mie dichiarazioni». La data di fine pena era fissata per il prossimo 15 luglio, a poca distanza dalla ricorrenza della strage di Borsellino. Il ricalcolo fatto dai giudici di Milano ne ha anticipato la scarcerazione al 31 maggio. Brusca è l’unico collaboratore che ha scontato fino all’ultimo giorno la sua pena in carcere. Altri hanno goduto di arresti domiciliari o del ritorno direttamente in libertà, anche gli assassini come lui. In tanti dicono di provare sconcerto per questa scarcerazione, ma è conseguente ad una legge, ispirata da Falcone. È nelle regole. Questa liberazione anticipata deve però far riflettere su quello che accadrà nei prossimi undici mesi, quando l’ergastolo ostativo, come indicato dalla Corte costituzionale, verrà cancellato anche per i mafiosi che non collaborano, e allora inizieranno ad uscire dal carcere i killer, gli stragisti, i boss che mai si sono pentiti e che hanno già fatto 27 anni di galera. Torneranno liberi gli ergastolani come Giuseppe Graviano e Filippo Graviano, e guarderanno i loro “picciotti” con la spavalderia che loro non sono “infami”, cioè non “tradiscono” e che quindi sono “uomini d’onore”, sui quali purtroppo potrebbe rinascere una nuova Cosa nostra, come lo è stata cinquant’anni fa con i Corleonesi. Su questo punto occorre che si rifletta. Nella speranza che qualcuno possa salvarci da questa nuova mostruosità.

La polemica sulla scarcerazione del boss. Perché il sistema dei pentiti non funziona, le contraddizioni di una legge imperfetta. Alberto Cisterna su Il Riformista il 3 Giugno 2021. La scarcerazione di Giovanni Brusca per fine pena ha sollevato, com’è era logico attendersi, un nugolo di polemiche. A venire in discussione in queste ore è il fatto stesso che un uomo di efferata violenza possa aver espiato la propria condanna e possa intraprendere una nuova esistenza senza la prova di un vero ravvedimento interiore. Reazione, sia chiaro, in gran parte giustificabile alla luce dei gravissimi delitti di cui Brusca si è reso protagonista e soprattutto quando a indignarsi siano le vittime innocenti e i loro parenti. La legge sui collaboratori di giustizia che si è applicata a Brusca ha avuto un’esistenza tutt’altro che facile e ha, in gran parte, risentito di troppi plateali abusi in cui si è incorsi nel maneggiare il pericoloso strumento, almeno dall’arresto di Enzo Tortora in poi. Tanto che, nel 2001, la legislazione venne profondamente riscritta proprio per evitare il ripetersi di scandali, più o meno noti, nella gestione dei pentiti. Il fatto, poi, che anche queste modifiche, a distanza di venti anni, meritino di essere nuovamente considerate è un altro discorso che il vistoso attenuarsi della virulenza mafiosa per ora tiene in disparte. Si potrebbe discutere a lungo delle perduranti criticità del sistema e del preoccupante profilarsi di una generazione di inquirenti che, all’oscuro degli abusi di un tempo, appare spesso a traino, se non in balia, di qualche smaliziato dichiarante dai ricordi “a rate”. Se la storia tende a ripetersi, quella giudiziaria ancor di più e sarebbe bene por mano in modo più radicale al problema prima che si producano danni maggiori. D’altronde, nei suoi chiaroscuri, la vicenda dell’avvocato Amara sta lì a dimostrare quanto acuta sia le necessità di una più generale riforma delle norme relative alle cosiddette dichiarazioni eteroaccusatorie – a prescindere dal contesto mafioso o terroristico di riferimento – per scongiurare trappole o timidezze di sorta affidate solo al buon senso di qualche operatore di giustizia. Un mondo turbolento e malmostoso, quindi, in cui si continua a registrare una pericolosa commistione di piani tra l’interesse dello Stato a procurarsi conoscenze qualificate circa la commissione di taluni reati, il vantaggio del pentito a poter usufruire dei benefici messi a disposizione dalla legge e la pretesa che la collaborazione con la giustizia debba promanare da una sorta di capovolgimento morale che nottetempo avrebbe diradato le nebbie della persa coscienza del resipiscente. Certamente alcune collaborazioni hanno una genesi di questo genere. Alcune volte è effettivamente successo che a rendere piena confessione siano stati uomini e donne liberi da ogni costrizione che hanno consapevolmente affrontato una pena che mai gli sarebbe stata comminata dallo Stato per i delitti da loro spontaneamente ammessi. Pochissime volte, sia chiaro. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di detenuti che mal reggono la detenzione carceraria e che, dopo un tempo più o meno lungo, decidono che sia arrivato il momento di vuotare il sacco per riconquistare più in fretta la libertà. Quale che sia stato il percorso prescelto ha poca importanza o poca dovrebbe averne in generale. Il più contrito e penitente dei collaboratori potrebbe rendere dichiarazioni totalmente sprovviste di riscontri obiettivi e il più callido e infido dei pentiti potrebbe portare con sé messe di prove a sostegno delle proprie accuse. L’uno potrà aspirare al perdono divino, l’altro alle prebende statali di questa vita. E guai se non fosse così. Guai se si cedesse alla tentazione, come troppe volte accade, di poter supplire alla fredda e oggettiva valutazione dei fatti con la propria, ipertrofica autostima di infallibile investigatore. Gli annali sono pieni di inquirenti che pretendono di “fiutare” la genuinità del pentito, come se la natura li avesse dotati di un’infallibile bacchetta rabdomantica su cui fanno pieno affidamento, finendo poi per sbattere contro la mancanza di riscontri e le assoluzioni. Talvolta la lezione serve, malgrado i gravi danni collaterali che ha generato, altre volte il segugio la ignora e impreca contro i lacci e lacciuoli del sistema che ostacolano la ricerca della verità in nome di qualche superflua rassicurazione e garanzia. È troppo avventato dirlo, ma a spanne potrebbe essere accaduto qualcosa del genere anche di recente per le prime, concitate indagini sul disastro della seggiovia di Mottarone, quando i cronisti erano estasiati a fronte delle iniziali notizie sulla crisi religiosa e sulle giaculatorie in carcere del primo sospettato che, immerso in cella nelle preghiere, aveva chiamato in correità gli altri. In fondo è proprio ciò che desideriamo. Vogliamo che il reprobo ammetta le proprie colpe e si liberi del peccato che ha commesso confessandosi in pubblico e chiedendo perdono; non vogliamo una solida e gelida collaborazione con la giustizia, ma l’ammissione corale dell’errore che ci fortifica e rassicura, rendendoci migliori, eticamente superiori, rispetto a chi sbaglia e lo riconosce con un atto di sottomissione. La celebrazione dell’autodafè, elaborato dall’inquisizione spagnola, in cui si proclamava la sentenza e si raccoglievano le abiure dei condannati. Nelle ultime settimane questo universo retorico è in fibrillazione e scricchiola. L’ordinanza della Consulta sull’ergastolo ostativo ai benefici senza la collaborazione di giustizia, la pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione sull’affiliazione di mafia come mero atteggiamento interiore privo da solo di autosufficienza sanzionatoria, la liberazione di Giovanni Brusca di cui taluno lamenta che si ignori il vero ravvedimento interiore, sono nient’altro che le declinazioni di una grammatica giuridica che stenta ancora a fare laicamente i conti con l’insondabilità dell’animo umano, con l’inesplorabilità della coscienza, con l’impossibilità di misurare la rieducazione se non con canoni oggettivi ed esteriori. E questa, si badi bene, non è una resa di fronte alla dissimulazione astuta o al camouflage comportamentale, ma la indispensabile presa di consapevolezza che l’ordinamento quando viene a contatto con le opzioni interiori dell’uomo si deve ritrarre e giudicare le parole alla luce dei fatti e mai il contrario.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 3 giugno 2021. È difficile restituire il significato di surreale meglio di quanto abbiano fatto i partiti, di sinistra e di destra, nella quasi totale interezza, con la geremiade per la scarcerazione del pentito di mafia Giovanni Brusca. Un' eccezionale unanimità nello scandalo per lo schiaffo allo Stato, mollato però per mano di una legge votata dal Parlamento, come tutte le leggi, e che soltanto il Parlamento può cambiare. Dunque, i partiti indignati per la legge votata da loro e mai cambiata da loro, precisamente con chi ce l'hanno? (Chiedo scusa se, per le attuali consuetudini, mi sono spinto troppo nel tecnico). A destra perlomeno c' è una tradizione: negli anni Novanta si progettava una riforma, sebbene su presupposti leggermente più meditati di «Brusca è un uomo molto cattivo». Si temeva che, spinti dalla premialità in cambio del pentimento, i pentiti si pentissero oltre il dovuto, e tirassero in ballo chi non c' entrava niente. E si temeva che alcune procure ne approfittassero per mettere fuori gioco dei competitori politici. Naturalmente il competitore politico era Silvio Berlusconi, e non sempre su di lui i pentiti erano stati di una precisione chirurgica, diciamo così. A sinistra, dove ricordo un giovane e brillante leader come Enrico Letta, si imputò a Forza Italia di fare gli interessi della mafia, di tradimento nei confronti di Giovanni Falcone, sulla cui dottrina del pentitismo si erano raggiunti eccellenti risultati, e soprattutto di imbastire leggi al solo scopo di salvare il capo dai pm. A sinistra ci si oppose, come suggerisce il ribaltone di oggi, al solo scopo di aiutare i pm a farlo fuori.

Mai più un caso Brusca. "Ora si cambia la legge". Sabrina Cottone il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Il killer, mascherato, si scusò in un'intervista tv. Tra le norme da rivedere l'ergastolo senza benefici. Un passamontagna nero copre interamente il viso, occhiali scuri impediscono di vedere l'espressione degli occhi, sotto il giaccone chiaro persino le mani sono nascoste dai guanti. Riappare nella mente il ghigno spalancato sull'anima di Totò Riina, nella foto da belva in gabbia. Qui l'unica possibilità di guardare dentro Giovanni Brusca, nel video della sua intervista di cinque anni fa rilasciata al documentarista francese Mosco Levi Boucault, è ascoltarne la voce, seguire il flusso delle parole, provare a intonare quel lungo sospiro dopo aver chiesto «scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime a cui ho creato tanto dolore e dispiacere». Un interminabile «eeeeeeeeeeee» cela tutto ciò che resterebbe da dire, il tentativo di essere creduto da chi ne avrebbe valutato le dichiarazioni per la scarcerazione, forse la speranza di arrivare a uomini e donne con le vite travolte dai suoi centocinquanta omicidi confessati. Poi le scuse alla moglie e al figlio per aver rovinato la loro vita sia da mafioso che da pentito e chissà quante altre intenzioni del cuore illeggibili agli uomini. «Una cosa è la conversione cristiana, un'altra la collaborazione con la giustizia. Non bisogna fare confusione tra pentito e convertito», dice l'arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, la cui diocesi è stata segnata da tanto sangue. Pennisi, che lavora nella commissione creata da Papa Francesco in Vaticano per la scomunica delle mafie, invita i collaboratori di giustizia a «fare penitenza per tutta la vita per gli atroci delitti commessi, riparare al male fatto, chiedere perdono ai familiari delle vittime e applicare la giustizia riparativa», ovvero rimediare agli effetti della propria condotta. Impresa anche questa spesso sovrumana. In termini giuridici la medesima questione è posta dall'ergastolo ostativo: introdotto dopo la strage di Capaci, nel 1992, esclude benefici, permessi, lavoro esterno, misure alternative, libertà condizionata per i colpevoli di reati di mafia (e di altri crimini tra i più efferati) che non abbiano accettato di collaborare con i magistrati e quindi di aiutare le vittime ad avere giustizia. Insieme al carcere duro, il 41 bis, e agli sconti di pena per i pentiti che abbiano rivelato gravi reati riscontrabili, è uno dei pilastri della legislazione contro la mafia legata alla memoria di Giovanni Falcone. «La legge nel 2021 va cambiata» dice il leader della Lega, Matteo Salvini, con il consenso dei Cinque stelle. Sull'ergastolo ostativo il Parlamento dovrà pronunciarsi entro maggio 2022 dopo una sentenza della Consulta che l'ha dichiarato illegittimo nella formulazione, ma senza smantellarlo. A chiedere subito la riforma che ne confermi l'efficacia è Maria Falcone, la sorella di Giovanni: «La politica trasformi l'indignazione in legge. Concedere benefici a chi neppure ha dato un contributo alla giustizia sarebbe inammissibile e determinerebbe una reazione della società civile ancora più forte di quella causata dalla liberazione, purtroppo inevitabile, del macellaio di Capaci». Vanno oltre Lega e M5S. Matteo Salvini dichiara che «chi ammazza deve stare in galera fino alla fine dei suoi giorni senza sconti e senza scorciatoie». Dopo la condanna della sindaca di Roma, Virginia Raggi, anche il grillino Nicola Morra è convinto che «la legge va cambiata» e che Brusca possa continuare a collaborare con la mafia, nonostante l'ex boss scarcerato abbia definito Cosa nostra «fabbrica e catena di morte, agonia continua». A difendere i successi delle leggi antimafia, nella consapevolezza dei limiti da rivedere, restano la sinistra, Iv, magistrati e giuristi. Se ne lamentava invece proprio Giovanni Brusca, adesso scarcerato, nascosto in una località segreta e con obbligo di firma: «Chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato e disprezzato».

La strage di Capaci e il racconto di Cosa Nostra. Chi è Giovanni Brusca, il soldato killer di Totò Riina che ha ucciso Giovanni Falcone. David Romoli su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Lo si può ammettere senza sforzo, un certo brivido è inevitabile di fronte alla notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca, l’uomo che a domanda diretta sul numero delle sue vittime non seppe rispondere: «Sicuramente più di 100 ma sicuramente meno di 200». E tuttavia quel comprensibile sussulto è del tutto immotivato dal punto di vista legale, come hanno segnalato la sorella di Falcone, la più eminente tra le cento e passa vittime di Brusca, e il fratello di Paolo Borsellino. Brusca è un pentito e come tale ha goduto di uno sconto di pena, che comunque è rimasta alta. È uscito dopo 25 anni, senza mai aver goduto degli arresti domiciliari, a differenza di molti altri pentiti. Li ha chiesti più volte ma sempre ricevendo risposta negativa. C’è qualcosa di assurdo in un sistema politico che vara le leggi sui pentiti, li usa a man bassa, introduce persino, con il famigerato art. 41bis, una forma di carcerazione durissima, sconfinante nella tortura, al solo scopo di indurre pentimenti e poi trasecola di fronte all’applicazione di quelle stesse leggi. Con la levata di scudi di questi giorni Brusca paga una notorietà sinistra e non indebita. Ci sono stati collaboratori di giustizia altrettanto sanguinari, usciti di galera con maggiore anticipo senza che nessuno se ne accorgesse o comunque fiatasse. Quella torva celebrità è il prezzo dell’essere uno dei pochi sopravvissuti tra i killer di prima fila adoperati da Totò Riina nella grande mattanza passata alla storia come “seconda guerra di mafia” mentre si trattò di un golpe e dell’instaurazione di una dittatura feroce in quella che, a modo suo, era stata sino a quel momento una specie di democrazia. Quasi tutti gli altri sono morti, per lo più fatti ammazzare dallo stesso Riina: Pino Greco “Scarpuzzedda”, Filippo Marchese, Mario Prestifilippo. A quel livello sono scampati solo Nino Madonia, che non ha mai scelto di collaborare con la giustizia, e lui, Giovanni Brusca detto U Verru, il porco. Brusca è figlio di Bernardo, capo della famiglia di San Giuseppe Jato, il più fedele alleato di Totò Riina e dei corleonesi, un viddanu come loro, niente a che vedere con l’aristocrazia mafiosa di Palermo sterminata da Totò “u Curtu” spesso mettendo in campo proprio i picciotti di don Bernardo e di suoi figli, Enzo e Giovanni. Nel libro-intervista a Saverio Lodato Ho ucciso Giovanni Falcone, l’aspetto più interessante ma anche raggelante, sono i racconti della “normalità” di Cosa nostra. Le feste. Le cene, spesso organizzate per festeggiare un omicidio. Gli scherzi, tra un’esecuzione e l’altra. Ne emerge il quadro di un mondo a parte, nel quale l’omicidio è a modo suo norma, e Brusca, quasi con candore, si sforza di dimostrare che in fondo don Totò non era quel mostro che sembra. Nell’intimità sapeva giocare con i più giovani e con i bambini. Anche Brusca giocava con Giuseppe Di Matteo, di cui era stato padrino: figlio di Santino, uomo d’onore della famiglia di Altofonte. Poi Santino fu arrestato, iniziò subito a collaborare, fece i nomi dei responsabili di due attentati eccellentissimi, la strage di Capaci, quella dove saltarono in aria Falcone, la moglie e la scorta, e l’uccisione di Ignazio Salvo, cuore del potere andreottiano nell’isola. Brusca era dentro fino al collo in entrambi i fattacci. La strage la aveva organizzata, pianificata e diretta lui su mandato di zu Totò. Con le autobombe aveva già una certa esperienza: ne aveva usata una, insieme a Nino Madonia, per eliminare il magistrato Rocco Chinnici e la sua scorta, quasi 10 anni prima, nel 1983. A ammazzare Salvo c’era andato di persona, con Leoluca Bagarella e Nino Gioè. Per tappare la bocca al pentito, fu Brusca ad avere l’idea di rapirgli il figlio. Travestiti da agenti della Dia lo prelevarono da un maneggio, il 23 novembre. Santino però non ritrattò. U Verru tenne il bambino prigioniero per 25 mesi, spostandolo da una località all’altra. Poi, dopo essere stato condannato in contumacia per l’omicidio Salvo, decise che non ne valeva più la pena e diede l’ordine «Aliiberati di lu cagnuleddu», Liberati del cagnolino. Fu strangolato e il cadavere venne sciolto nell’acido, anche quella un’abitudine: «Ne bastavano 50 litri per cadavere», spiegherà anni dopo in aula, aggiungendo che forse, se avesse avuto più tempo per pensare, l’esecuzione del figlioccio non la avrebbe ordinata. Una probabilità su mille, specificò, c’era. La liberazione di Brusca non è una sorpresa. Era attesa, anche se è arrivata con un mese e mezzo d’anticipo. Non è neppure il primo del gruppo dinamitardo di Capaci a uscire di galera: Di Matteo e La Barbera sono liberi da molti anni. Dubbi sulla sua piena onestà come pentito ce ne sono. Mise da parte l’omertà quasi subito, appena un mese dopo essere stato arrestato con il fratello Enzo vicino ad Agrigento nel maggio 1996. All’inizio le deposizioni erano mirate, spesso bugiarde. Provò a tirare in mezzo Luciano Violante, accusandolo di aver cospirato con lui per colpire Andreotti. Secondo la consolidata pratica mafiosa i fare anche del pentimento un’arma prendeva di mira l’arcinemico Baldassarre Di Maggio evitando di chiamare in causa gli uomini d’onore a lui più vicini. Entrò in contraddizione con le testimonianze del fratello, anche lui pentitosi in tempi record. Rischiò di perdere la qualifica di collaboratore di giustizia: pena scontata e 500mila lire al mese. Ci ripensò, ritrattò le prime testimonianze, iniziò a parlare sul serio anche se il dubbio che sul suo patrimonio proprio tutto non abbia detto è dilagante. Giovanni Brusca non è tipo la cui liberazione possa essere salutata con gioia e bottiglie di spumante. Ma non è neppure pensabile che nel suo caso si possa soprassedere su una legge voluta prima di tutto proprio dall’antimafia perché troppo famigerato. La sua scarcerazione, a pena scontata, era un atto dovuto. David Romoli

Il vero scandalo del pentimento di Brusca è uno solo: non sappiamo ancora chi uccise Falcone e Borsellino. Nella giurisprudenza non esiste una cosa così abbietta e non misurabile come il pentimento. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 3 giugno 2021. L’Italia e la patria dell’ipocrisia e delle eccellenze. Le eccellenze servono a coprire la qualità medio pessima dei servizi, come la sanità, per esempio. L’ipocrisia copre, come un’enorme mutanda ottocentesca, piena di bottoni, nastri e carrucole, la pessima coscienza di una buona parte del Paese che viene accuratamente mantenuta con apposite campagne piagnone e inginocchiate. Il caso Brusca (LEGGI) e esemplare. Brusca è quel serial killer che tutti conosciamo, il boia che ha strangolato un bambino per poi di scioglierlo nell’acido, ma è anche uno che ha permesso di sviluppare le inchieste antimafia. Tecnicamente parlando è un traditore a pagamento. Nel linguaggio della mala, un infame. Giuridicamente parlando è un collaboratore di giustizia. In America si chiamano testimoni sotto protezione. Se tu sei un delinquente occasionale, o giusto per una volta, puoi chiedere di entrare nell’apposito programma in cui tu offrirai informazioni verificabili in cambio di sconti di pena.

PRATICA ABBIETTA, VISCIDA E NON MISURABILE. Non esiste in giurisprudenza una cosa così abbietta, viscida e non misurabile con alcuno strumento come il pentimento. Si deve dire invece che Brusca è un pentito. Brusca non è pentito di nulla, mentre l’altro e primo grande pentito della mafia fu Tommaso Buscetta. Io ho in casa rilegate le copie fotostatiche che mi regalò Falcone contenenti tutti i verbali autografi scritti a mano da Giovanni Falcone mentre interrogava Tommaso Buscetta. A tu per tu. Nessun cancelliere, perché Falcone non voleva terze persone. Tu parli, io ti sconto. Tu menti, io ti aumento la pena. Quando Buscetta tentò di incastrare Andreotti mentre vuotava il sacco con Falcone, questi se ne accorse e lo denuncio. Tutta la storia della guerra tra lo Stato e gli assassini delle Brigate Rosse è una storia di collaboratori di giustizia, immediatamente definiti pentiti, che semplicemente avevano capito di aver perso la loro sporca guerra e preferivano passare dalla parte dello Stato denunciando i compagni delle loro campagne omicide. Quei brigatisti non avevano alcun onore perché i loro delitti erano delle esecuzioni eseguite alla schiena di uomini inermi, assassinati per l’abito che rivestivano: carabiniere, giornalista, giudice, poliziotto, sindacalista, politico, ed erano omicidi vili e abbietti. Non erano meno abbietti di quelli della mafia che agisce per il denaro e per il potere.

IL VERO SCANDALO. Il vero scandalo dell’affare Brusca è che noi tuttora non sappiamo perché e chi esattamente ha ucciso Falcone. E anche Borsellino. La mafia non assegna gli Oscar alla carriera. Di conseguenza Falcone e Borsellino non sono stati assassinati per odio, perché la mafia non tratta l’odio come una merce, ma soltanto l’omicidio come un’estrema necessità e le maniere con cui uccide costituiscono messaggio. Un pesce in bocca, i genitali in bocca del cadavere indicano tradimento alla famiglia o tradimento sessuale. Far saltare in aria con un’operazione da commando militare il giudice Falcone significherà ben qualcosa. Ma non hanno detto esattamente che cosa, e se lo chiedeva proprio Brusca durante il processo quando disse a un giornalista al microfono: «Ma vi pare a voi, dottore, che un uomo ignorante come me può mettere insieme un macchinario come quello con cui hanno ucciso il giudice Falcone, dandomi a me soltanto un pulsante da spingere?».

LA FUNZIONE DEL PENTIMENTO. Tutti ricordiamo il pentimento di Patrizio Peci delle Brigate Rosse e di suo fratello. La prima operazione di successo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che sconvolse la struttura e criminale della banda armata. Il fratello di Peci fu fucilato dai Brigatisti Rossi e l’esecuzione fu filmata (non esistevano i cellulari) e diffusa per video. È il destino di molti pentiti. Tutti i parenti del pentito Buscetta fecero una brutta fine. Chi si pente lo sa e fa una scelta. Resiste la tentazione di parlare dei pentiti come se la giustizia fosse una questione cattolica e come se i rapporti personali tra l’uomo e il suo Dio, almeno tra l’uomo e la sua coscienza, fossero un affare giuridico. Non lo è. Il pentitismo serve unicamente a svolgere indagini: è un mercato in cui si scambiano informazioni controllabili e verificate con anni di galera. Lì comincia e lì finisce il pentimento. Tutto il resto e solamente teatro e propaganda e lo vediamo ogni volta che viene rimandata in onda quella scena da tragedia greca della vedova Schifani che recita il pezzo di «pentitevi, pentitevi – inginocchiatevi, inginocchiatevi» che lei stessa rese meno autentico con le sue parole più tardi.

LA MANIPOLAZIONE CHE CI CONDANNA. L’Italia è un Paese inferiore agli altri civili Paesi europei perché pratica questo voodoo delle coscienze, questa manipolazione che finge la bontà, che simula quanto di più abbietto possa esserci: il mercimonio di coscienze imbalsamate esposte sulle prime pagine. Forse dovremmo essere noi a vergognarci per il fatto di dare ospitalità a questi spettacoli tribali. Nei Paesi in cui è stato legalizzato il valore di merce dell’informazione in cambio di sconti, la questione del pentimento come moto della pretesa coscienza morale del criminale che vende informazioni non è considerata parte del valore aggiunto: te la vedrai col tuo Dio, ma non romperci le scatole con i tuoi tormenti di cui non vogliamo sapere nulla. Dicci piuttosto: dove hai detto che hai sepolto quella pistola? Dove sta il cadavere di cui parlavi? Chi sono i testimoni rintracciabili che hai citato? Lì comincia e lì finisce. Tutto il resto è trucco di scena, manipolazione, cattiva coscienza collettiva e individuale. È così che noi italiani siamo diventati figli di un Dio minore ed è (anche) per questo che tutti ci guardano come pericolosi, infidi, inclini al pianto, al pentimento, alle urla e alle scenate. Brusca è un manovale della morte come ne abbiamo incontrati milioni nel secolo scorso. È il loro mestiere ed è antico e abominevole quanto l’uomo. Può anche darsi che talvolta si pentano: in fondo, sono mestieri logoranti. Ma non è nostro compito esaltare la loro messinscena e poi l’indignazione per il fatto che il finto pentito sia tornato libero con tutto il sangue che ha versato. Dovremmo smettere di giocare a questo gioco: è la nostra cattiva coscienza, della quale dovremmo se non pentirci, almeno liberarci.

Vittorio Feltri sulla scarcerazione di Giovanni Brusca: "Se fossi in lui non girerei sereno". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 03 giugno 2021. A bocce ferme e dopo una breve riflessione si può discutere a freddo della scarcerazione di Giovanni Brusca, 64 anni, un curriculum delinquenziale spaventoso: si parla di oltre 100 omicidi, inclusi quelli del magistrato Falcone e di un bambino sciolto nell'acido per farlo scomparire dopo la morte. Solo a rammentare le prodezze criminali di questo individuo vengono i brividi e si è assaliti dal disgusto. Ovvio che la gente abbia appreso con rabbia della liberazione di Brusca avendo questi scontato 25 anni di detenzione. Non riesce a capacitarsi che un mafioso che ha sparso tanto sangue e dolore possa uscire dalla cella e rientrare nel consorzio civile. In certi casi, di fronte a delitti atroci, si evoca la pena di morte, è normale che non si pensi a una punizione più idonea perché l'offesa arrecata alla comunità è irreparabile. Ma attenzione cari lettori, sono d'accordo che un assassino seriale come quello di cui trattiamo meriti la stessa crudeltà da lui espressa quando commetteva reati gravissimi. Però bisogna tenere conto di un fatto inequivocabile: l'Italia da tempo ha ripudiato la pena capitale e ha deciso di cancellarla dai codici. Quindi non si può decretare. Inoltre fu proprio una vittima illustre, lo stesso Falcone, del picciotto sanguinario a proporre una legge premiale per favorire il fenomeno del pentitismo: se l'omicida confessa e collabora con la giustizia deve usufruire di qualche agevolazione, che lo invogli a cantare, per non essere condannato all'ergastolo ma a una pesante reclusione. E Brusca, una volta arrestato, questo ha fatto: ha raccontato per filo e per segno le sue imprese da omicida, senza tacere delle complicità di cui si giovò. A questo punto, dato che la legge è uguale per tutti, compresi i malviventi, egli dopo due decenni e mezzo ha ottenuto quello che gli spettava, uscire di galera. Dal punto di vista etico ciò è ripugnante, ma da quello tecnico-giudiziario è un atto legittimo, direi doveroso. Nei panni di costui non circolerei sereno in Sicilia dove ha seminato tanti lutti, avrei paura che qualche familiare delle persone cui ha tolto la vita si vendicasse e mi facesse fuori. Il resto è solo chiacchiera che non incide sulla realtà. Tuttavia i sentimenti popolari vanno rispettati e compresi. Dinanzi a uno stragista crudele e spietato è impossibile non provare una forte repulsione.

Fabio Amendolara per "la Verità" il 3 giugno 2021. «Un elenco dei boss a fine pena non c' è», dicono dalla commissione parlamentare Antimafia. E con molta probabilità una lista non l'ha isolata neppure chi deve occuparsene, visto che ieri Nicola Morra, che della commissione è il presidente, a proposito della scarcerazione del pentito Giovanni Brusca, ha denunciato: «Uno Stato serio ha coscienza della cronologia delle future scarcerazioni, le affronta in anticipo, senza soccombere all' animosità del momento». E ha ricordato che a breve verranno scarcerati anche i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, capi del mandamento di Brancaccio, entrambi con meno di 60 anni di età. Che torneranno liberi, portandosi sulle spalle condanne in qualità di mandanti dell'omicidio di padre Pino Puglisi e di responsabili delle stragi di Capaci e di via D' Amelio. Filippo ha già affermato davanti ai magistrati di Firenze di essersi dissociato e ha chiesto di poter accedere a un permesso premio. All' indomani delle stragi di mafia del 1992, per questi boss fu pensata una norma specifica, l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario: l'ergastolo ostativo. Una misura che, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e quella della Corte costituzionale, è destinata a saltare. La Consulta, avendola giudicata incompatibile con la Carta, ha infatti dato un anno di tempo al Parlamento per modificarla. Ciò permetterà ai boss ergastolani di accedere a scarcerazioni anticipate, permessi premio e vantaggi vari. Ma i Graviano non sono gli unici. La Verità ha scoperto che anche il corleonese Leoluca Bagarella, 79 anni, che si porta sulla coscienza l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo con la complicità di Brusca, del capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano e del giornalista Mario Francese, che investigava sugli affari dei corleonesi, pare stia facendo i calcoli perché a fine pena. Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 fu di nuovo latitante e dopo l'arresto di Totò Riina, Bagarella prese il comando dell'ala militare di Cosa nostra. È considerato uno dei responsabili dell'omicidio dell'esattore Ignazio Salvo. È stato condannato a due ergastoli e, con un'ulteriore sentenza, a 30 anni di reclusione. È a fine pena anche Giovanni Strangio, uomo della 'ndrangheta arrestato nel 2009 dopo essere finito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi. Anche se il fine pena non è proprio dietro l'angolo, potrebbero chiedere dei permessi premio e agevolazioni anche Domenico e Girolamo Molè, boss della Piana di Gioia Tauro condannati all'ergastolo. E di ergastolani calabresi che sperano di uscire o nei permessi premio, come ricostruito dal quotidiano online calabrese LaC24, ce ne sono diversi: «Giovanni Tegano, sanguinario capobastone reggino, il boss cosentino Ettore Lanzino, l'esponente di vertice del clan Mancuso, Pantaleone alias Luni Scarpuni, Franco Abruzzese di Cassano, Giuseppe e Domenico Gallico di Palmi, Sebastiano Nirta di San Luca». E poi ci sono «i mandanti ed esecutori dell'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, Salvatore Ritorto, Alessandro e Giuseppe Marcianò». Anche un camorrista del calibro di Francesco Schiavone, detto Sandokan, ergastolano, sta facendo i conti in quanto a fine pena. Potrebbe uscire presto anche Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e mezzanotte, che negli anni Novanta avrebbe ordinato l'assassinio del medico Gennaro Falco, colpevole di non aver diagnosticato in tempo una neoplasia alla prima moglie. È stato condannato all'ergastolo nel 2008 nel processo Spartacus insieme agli uomini più influenti del clan Schiavone. Agli inizi di maggio è già uscito, in gran silenzio, anche Pino «Facciazza» Piromalli, dopo 22 anni di 41 bis. Il boss, che era stato condannato all'ergastolo, ha finito di scontare la pena nel carcere di Viterbo ed è tornato a Gioia Tauro. C' è poi un misterioso boss, il cui nome non è saltato fuori, ma del quale ha parlato il consigliere del Csm Nino Di Matteo: «Ci sono molti di quei mafiosi che hanno fatto le stragi che sono ancora vivi e hanno seguaci dentro Cosa nostra e sperano di poter anche uscire dal carcere e di ottenere dei benefici come la liberazione condizionale. E c' è il rischio che qualcuno che ha partecipato alle stragi di Capaci o di via D' Amelio e che è stato arrestato la prima volta a fine 1992-1993 tra un anno, pur non avendo iniziato a collaborare con la giustizia possa accedere a dei benefici penitenziari. Io credo che sia come uccidere un'altra volta Giovanni Falcone e tutte le altre vittime delle stragi». Un altro alert, contenuto in un lungo dossier di cui La Verità è in possesso, lo aveva inviato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho al presidente della Camera, Roberto Fico, il 24 novembre 2020. A proposito del ritorno in libertà dei collaboratori di giustizia aveva intimato: «Non va dimenticato che la ratio della disciplina legale in tema di liberà personale dei collaboratori di giustizia è complessivamente ispirata dall' esigenza di evitare fenomeni di anticipata e persino precipitosa scarcerazione di collaboratori macchiatisi di gravissimi reati». Sei mesi dopo Brusca è uscito dal carcere.

Dagospia il 4 giugno 2021. Da “Belve”. Il pentimento di Anna Carrino ha rappresentato l’inizio della fine dell’impero criminale dei Casalesi. La compagna del boss Francesco Bidognetti ospite a Belve rivela a Francesca Fagnani circostanze mai chiarite durante la sua collaborazione. Una guerra nella guerra all’interno della famiglia del boss: lotte per il potere, scandali da nascondere, ricatti e minacce. “Lei ha conosciuto Francesco Bidognetti quando aveva 13 anni e lui invece quanti ne aveva?” chiede Francesca Fagnani: “Ventinove”, risponde Carrino, “E che tipo di rapporto c’era tra voi all’inizio, è stata subito una relazione?” - insiste la giornalista- “fino a 13 anni sono stata in collegio. Mi sono molto avvicinata a lui perché lo vedevo come un papà, poi man mano cominciava a nascere non dico l’amore, perché amore è una parola molto grande, ma tantissimo affetto”. E poi un passaggio drammatico e inedito della sua vita… “E’ possibile che Bidognetti avesse una relazione, un rapporto già con sua mamma?... (Silenzio, Carrino muove nervosamente le mani intrecciate, ancora silenzio, non smentisce e guarda la Fagnani facendole capire di passare oltre…) “Vado avanti? Andiamo avanti…?” dice Fagnani, comprendendo che era stato toccato un argomento delicato… “lei è rimasta incinta ed era una ragazzina, ha partorito da sola in bagno?” prosegue Francesca: “Quella mattina sono rimasta da sola a casa” racconta Carrino “mi sono venuti dei dolori di pancia, pensavo di dover andare in bagno ma d’un tratto mi sono sentita l’acqua che mi colava tra le gambe e ha cominciato a uscire la testolina della bambina e io con le mani la infilavo dentro per non farla uscire”. Altro capitolo sono i figli, in particolare la primogenita, Katia Bidognetti, che in una lettera al padre boss ha chiesto implicitamente di potere fare uccidere la madre. Lei ne ha viste di cotte e di crude, chiede Fagnani, ma come può sopportare una figlia che chiede di far fuori la madre? “Non si spiega” risponde Carrino “perché anche la mamma più cattiva del mondo i figli la perdonano sempre. Se è arrivata a tutto questo vuol dire che ha un odio nei miei confronti”. Tutto questo odio, che non può essere attribuito solo alla sua scelta di collaborare, è possibile che sia riferibile a un'interpretazione ambigua di un rapporto tra lei e suo genero? Che avesse sospettato in qualche modo che ci fosse un rapporto ambiguo tra lei e suo genero? “All'inizio c'è stato quel rapporto tra suocera e genero, poi dopo ha cominciato ad allungare le mani. E quando uno comincia ad allungare le mani...”. Diciamo quindi che lui si è allargato con lei? In modo improprio, mettiamola così. E questo Katia l'ha interpretato attribuendolo a lei forse, è possibile? “Sì. Come lo attribuiscono tantissime persone. Perché dicono che io non ho parlato, mi sono stata zitta, l’ho coperto, perché ho fatto... Ma invece non parlavo per paura”. Indomabili, ambiziose, sempre all’attacco e mai gregarie alle 22.55 le protagoniste di Belve si prendono il venerdì sera di Raidue, con un ciclo di dieci puntate. Il programma ideato e condotto da Francesca Fagnani con domande dirette e mai cerimoniose puntano a far emergere forza e fragilità delle protagoniste, parte quindi con due donne dello spettacolo. Feroci e fragili, al tempo stesso.

Michele Orsi: ucciso dalla camorra, lo Stato nega ogni risarcimento. Le Iene News il 03 giugno 2021. Michele Orsi, imprenditore attivo nel settore dei rifiuti, viene ucciso a Casal di Principe dalla camorra. Prima collegato ai clan dei Casalesi, poi collabora con la giustizia (ma mai ufficialmente riconosciuto dallo Stato): lo Stato però nega ogni risarcimento. Ce ne parla Antonino Monteleone. Casal di Principe è considerato il feudo del clan dei Casalesi. Qui fare l’imprenditore è molto difficile: se si ha successo, è quasi impossibile non entrare in contatto con loro. Il nostro Antonino Monteleone ci racconta la storia di Michele Orsi. Il 1 giugno 2008 a Casale l’imprenditore Michele Orsi esce di casa per andare a comprare una bevanda a Florinda, la sua figlia più piccola. Sulla soglia del bar qualcuno esplode venti colpi di pistola, cinque di questi lo feriscono a morte: i marchi di una vendetta di camorra. “Guardai dalla telecamera e vidi che c’erano parecchie persone che correvano incuriositi all’angolo della strada”, racconta la vedova di Michele Orsi alla Iena. “Pensai: che cos’è successo? Non capii nulla in quel momento, vedevo le persone che si mettevano le mani al viso e dicevano: guarda che è successo qualcosa a tuo marito. E allora ho capito”. Michele Orsi aveva 46 anni e il commando che lo uccise quella mattina era guidato da Giuseppe Setola, boss della Camorra noto per essere l’esecutore materiale di decine di omicidi tra cui la strage di Castel Volturno. Ma come mai uno dei killer più sanguinari dei Casalesi decide di ammazzare con le proprie mani in pieno giorno un imprenditore campano? “Michele Orsi non è un imprenditore qualsiasi, è una pedina centrale di un sistema di potere tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata”, ci dice Nello Trocchia. Per conoscere questa storia, guardate il servizio di Antonino Monteleone in testa a questo articolo.

Le polemiche sul fine pena del boss. Brusca, 25 anni sono più che sufficienti per il killer pentito: ingiusto è l’ergastolo ostativo. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Il più sincero è proprio Santino Di Matteo, quello che fece il “pentito” per primo e pagò con il sangue del suo figlio bambino, strangolato e buttato nell’acido. Lui dice, chiaro chiaro, che se incontra Giovanni Brusca appena scarcerato dopo aver scontato la pena con 25 anni di detenzione, colui che emise quella sentenza infame nei confronti di un innocente, colui che fece mettere le mani al collo a un bambino, non sa «che cosa accade». Tra due mafiosi che la pena di morte l’hanno conosciuta e applicata giorno dopo giorno nella loro vita, si può anche immaginare che cosa “può succedere” se si ritrovano faccia a faccia. Senza ipocrisie, senza “sono garantista però”. Per il resto, dai magistrati ai politici, il giorno dopo l’uscita da Rebibbia del “pentito” numero uno di Cosa Nostra, le differenze si distanziano solo tra i vomitatori e i virtuosi. I primi sono quelli che non vanno per il sottile, che sotto sotto sono a favore della pena di morte ma non possono dirlo, quindi lasciano che sia il proprio corpo a esprimersi. Vocabolario ristretto, quindi c’è poca libertà di scelta tra disgusto, rabbia, schifezza, vergogna, brividi, pugno nello stomaco. Si va da Matteo Salvini a Enrico Letta. I virtuosi, guidati da Maria Falcone e seguiti da Mara Carfagna, sono altrettanto schifati ma costretti ad allargare le braccia in segno di resa davanti alle leggi sui “pentiti”, comunque considerate utili e fondamentali per la lotta alla mafia. Per cui, il fatto che un mafioso che ha confessato circa 150 omicidi, che ha schiacciato il pulsante per far saltare in aria l’auto di Giovanni Falcone e poi ha fatto arrestare tanti suoi complici, e soprattutto che ha aperto la strada al processo sulla trattativa che non c’è, sia stato condannato a 30 anni di carcere invece che all’ergastolo (ostativo), è un tributo da pagare. A malincuore, con l’ipocrisia del “dolore”, strano sentimento sulla bocca di parlamentari o esponenti del governo. Ben pochi resistono alla tentazione del nulla dei propri pensieri espressi in coro, banalmente uno simile all’altro. Giovanni Brusca era il pupillo di Totò Riina, rampollo d’oro della stagione sanguinosa dei Corleonesi. Fu arrestato nel 1996 nel tripudio scomposto degli agenti che fecero una sorta di girotondo con le moto, urlando di gioia con l’adrenalina a mille. Fu un traguardo fondamentale nella lotta a Cosa Nostra. Dopo un tentativo imbroglionesco, lui impiegò ben poco a fare il “pentito”. Proprio lui che con la vicenda Di Matteo era stato il giustiziere della vendetta trasversale nei confronti del primo grande traditore, seppe giocare la carta pesante di una carriera criminale molto intensa. Capì da detenuto quel che forse aveva intuito anche da libero, e cioè che le leggi speciali giovano a chi delinque di più, perché più ne uccidi e più hai da raccontare. E più racconti, con abilità, mescolando il vero e il falso, il reale e il fantastico, più sarai ascoltato e premiato. Dal 1996 sono trascorsi 25 anni, quelli giusti da scontare per chi sia stato condannato a 30 anni di carcere, e che diventano appunto 25 calcolando 45 giorni di sconto ogni sei mesi. Tutto regolare. Tranne che per un piccolo particolare. Perché in genere i mafiosi della stazza di Brusca non vengono condannati a 30 anni, ma all’ergastolo, e non a un ergastolo qualunque, ma a quello “ostativo”, che non consente l’applicazione di nessun beneficio penitenziario e la cui applicazione consiste nel “fine pena mai”. Nel coro delle prefiche disgustate perché uno come Brusca vorrebbero vederlo solo morto e di quelle virtuose del “dura lex sed lex”, è difficile captare una qualche stonatura positiva. C’è Peppino Di Lello, che fu un esponente di rilievo della componente garantista di Magistratura democratica e che sedette nel pool antimafia con Falcone e Borsellino, che all’ennesima sollecitazione a scandalizzarsi, sbotta: «Ha scontato la pena, che vogliamo fare? Impiccarlo?». È poi lui a ricordare, nel silenzio generale, che in molti Paesi occidentali non esiste neppure l’ergastolo e che altri si accingono a eliminarlo. L’Italia invece non solo si tiene ben stretta la pena a vita, ma l’ha addirittura appesantita con lo zaino della disciplina “ostativa” che oscilla tra la tortura e la pena di morte. Vogliamo scandalizzare un po’ i vomitatori professionali dell’antimafia? Giovanni Brusca è un cittadino dei peggiori, il Caino più cattivo di tutti. Perché ha assassinato e compiuto stragi. Poi perché ha tradito. E infine perché, per far piacere a qualche pubblico ministero più o meno invasato, si è inventato la balla della “trattativa Stato-mafia”, vendicandosi così di qualche alto poliziotto che gli aveva dato la caccia. Questo Caino numero uno è un cittadino che è stato processato e condannato a trent’anni di carcere e secondo le leggi vigenti e che riguardano tutti, ne ha scontati venticinque. Venticinque anni sono quasi un terzo della vita di un uomo, secondo le aspettative degli anni duemila. Facciamo insieme un esercizio di memoria, cerchiamo di ricordare che cosa abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni della nostra vita. Forse non riusciamo neanche a ricordare tutto. Proviamo a immaginare come sarebbero stati se li avessimo trascorsi in cattività, nella delizia delle carceri italiane. Sul fatto che Giovanni Brusca li meritasse tutti, pochi sarebbero in disaccordo. Ma i suoi anni di detenzione sono stati tanti. Più che sufficienti. Ora basta. Ma il punto è un altro. L’11 maggio scorso sono state depositate le motivazioni dell’ordinanza con cui la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità di quella pena che Brusca non ha avuto, ma i suoi complici non “pentiti” sì, cioè dell’ergastolo “ostativo”. E ha detto chiaramente, pur concedendo un anno al Parlamento perché corregga la rotta, che quella legge speciale del 1992 che partorì tra l’altro questa sorta di pena capitale mascherata, è fuori dalla Costituzione. Perché tra l’altro, come ha ricordato di recente il pm Henry John Woodcock, «ha delineato un sistema mirante all’annientamento di un presunto “nemico”, e bandito qualsivoglia prospettiva di un suo reinserimento nella società civile, lasciandogli come unica via d’uscita la “scelta” imposta di collaborare con la giustizia». La fabbrica dei “pentiti”, in poche parole, la costruzione dei Brusca. Con il ricatto, neanche tanto sotterraneo, di subordinare la possibilità di un normale percorso riabilitativo, pur in una lunga permanenza in carcere, alla delazione. C’è qualche differenza con la pratica della tortura? Che cosa si chiedeva alle streghe sul rogo, se non di confessare peccati propri e altrui in cambio del perdono? Se c’è dunque qualche motivo per scandalizzarsi oggi, non è l’uscita di Brusca dal carcere, ma il fatto che tutti coloro che lui ha denunciato e fatto arrestare, e che sono detenuti magari da 25 anni, siano ancora dentro con tutte le limitazioni degli articoli 4 bis e 41 bis, e che non lo abbiano potuto accompagnare nel giorno della sua liberazione. È questa la vera ingiustizia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

·        Il Pentitismo.

Mafia, a luglio è morto il pentito Angelo Siino, fu il "ministro dei lavori pubblici dei boss". La notizia tenuta segreta dalla famiglia. La Repubblica il 26 Novembre 2021. L'ultima audizione nel 2014, al processo "Trattativa Stato-mafia". Da molto tempo era ammalato. Negli anni Ottanta lo chiamavano il "ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra" perché era l'ambasciatore dei Corleonesi nel palazzo della Regione e in tutti gli altri dove si spartivano gli appalti. L'uomo del 3 per cento. Angelo Siino, collaboratore di giustizia dal 1997, è morto il 31 luglio nella località segreta dove viveva, la famiglia ha voluto tenere riservata la notizia, che è trapelata solo oggi. "Bronson", lo chiamavano anche così per la somiglianza con l'attore, aveva fatto la sua ultima apparizione in aula al processo "Trattativa Stato-mafia": quel giorno aveva parlato di un progetto di attentato nei confronti dell'ex presidente della Regione Siciliana Rino Nicolosi: "Voleva rompere sugli appalti - disse - me lo rivelò Giovanni Brusca". Il suo ruolo ed i suoi rapporti con l'alta finanza ed i politici era stato delineato da tre pentiti di primo piano di Cosa nostra: Balduccio Di Maggio, Leonardo Messina e Giovanni Drago. Ma a raccontare fatti inediti e di grossa portata su Siino era stato il boss ormai pentito Giovanni Brusca che faceva da tramite tra Totò Riina ed il "ministro" di Cosa nostra. Qualche anno fa Siino decise di raccontare tutti i segreti di Cosa nostra in un libro, scritto con il suo legale storico Alfredo Galasso. Nel libro ("Vita di un uomo di mondo") ha raccontato personaggi come Salvo Lima e Michele Sindona, senatori della Repubblica come Giulio Andreotti e Marcello Dell'Utri. Ci sono i ricordi dei viaggi fra i lussi di Parigi e quelli nei gironi del carcere dell'Asinara, delle battute di caccia con le "mangiate" e le "parlate" nelle masserie dei boss, ma anche i retroscena di alcune vicende che hanno fatto tremare un'isola e anche l'Italia intera. "Sono e mi chiamo Angelo Siino, nato a San Giuseppe Jato il 22 marzo del 1944. Ho ripetuto queste generalità cento volte dinanzi ai Tribunali e alle Corti di tutt'Italia, fino a perderne il senso reale, il senso della mia vita". E' questo l'incipit del suo libro. Due anni fa, la sua vita era stata stravolta dal suicidio del figlio Giuseppe, di 47 anni, che si è ucciso sparandosi un colpo di pistola alla testa dopo un litigio con la moglie.

Camorra, il figlio di Sandokan inizia a collaborare coi magistrati. Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 26 Novembre 2021. Walter Schiavone, figlio secondogenito del capo del clan dei Casalesi Francesco sta rendendo dichiarazioni al Gup e alla Dda di Napoli sul business della mozzarella. Walter Schiavone, figlio secondogenito del capo del clan dei Casalesi Francesco «Sandokan» Schiavone, ha iniziato a collaborare con la giustizia, in particolare con la Dda di Napoli, cui avrebbe reso già due interrogatori. La circostanza è emersa ieri al tribunale di Napoli nel corso dell’udienza preliminare dell’indagine anticamorra relativa al controllo da parte del clan del business della distribuzione di prodotti caseari, come la mozzarella di bufala, nel Casertano; un’inchiesta per la quale Walter Schiavone fu arrestato nel giugno di quest’anno. Dinanzi al gup Salvatore, Schiavone ha ammesso che Antonio Bianco e altri suoi soci imponevano la vendita dei prodotti caseari sul mercato. Il collegio difensivo è composto da Paolo Caterino, Emilio Martino e Romolo Vignola. La prossima udienza si terrà il 17 dicembre e sarà utile per chiarire altri punti sulle pesanti accuse e collegamenti con il clan dei Casalesi

Si pente Walter Schiavone: è il figlio di Sandokan. Today il 26 Novembre 2021. È il secondo figlio del capoclan dei Casalesi ad iniziare il "nuovo percorso". Il rampollo del boss, già prima di iniziare a collaborare, era entrato nel programma di protezione per via del pentimento del fratello Nicola. Walter Schiavone, figlio secondogenito del capo del clan dei Casalesi Francesco "Sandokan" Schiavone, ha iniziato a collaborare con la giustizia, in particolare con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, cui avrebbe reso già due interrogatori. La circostanza è emersa ieri al tribunale di Napoli, nel corso dell'udienza preliminare dell'indagine anticamorra relativa al controllo da parte del clan del business della distribuzione di prodotti caseari, come la mozzarella di bufala, nel Casertano. Un'inchiesta per la quale Walter Schiavone fu arrestato nel giugno di quest'anno, imputato per ricettazione aggravata dalla modalità mafiosa. Un business fatto anche dalla località protetta, dove Walter si trovava dopo l'inizio della collaborazione del fratello Nicola, con incontri con i suoi sodali, secondo gli inquirenti. Schiavone ha riferito che la distribuzione di prodotti caseari avveniva con meccanismi di concorrenza sleale: "Sapevano che eravamo del clan e ci agevolavano sui prezzi", ha chiarito in aula. Agevolazioni che riguardavano "sia i fornitori sia i rivenditori dei prodotti". Poi, replicando ad una domanda del suo difensore, ha confermato l'inizio della sua collaborazione con gli organi inquirenti: "Sto parlando anche di altro", ha dichiarato Walter Schiavone. Il rampollo del boss, già prima di iniziare a collaborare, era entrato nel programma di protezione per via del pentimento del fratello maggiore Nicola, primogenito di Sandokan. Secondo la Dda di Napoli, dopo l'arresto di Nicola nel 2010, il clan sarebbe stato gestito proprio da Walter, che in alcuni processi precedenti alla collaborazione aveva già ammesso di aver fatto parte del clan, sebbene negli anni 2013 e 2014. Dal carcere del sito protetto dove si trova, in videocollegamento con il tribunale di Napoli Nord, Schiavone aveva già fatto dichiarazioni ammissive: "Ho preso lo stipendio dal clan per conto di mio padre e mio fratello Nicola".

Le rivelazioni sul "racket della mozzarella". Walter Schiavone collabora con i magistrati: è il secondo figlio del boss dei Casalesi Sandokan a "vuotare il sacco". Carmine Di Niro su Il Riformista il 26 Novembre 2021. Walter Schiavone inizia a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Il figlio secondogenito del capo del clan dei Casalesi Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ha infatti iniziato a parlare con la magistratura, circostanza che sarebbe avvenuta già in due interrogatori. Una circostanza emersa soltanto ieri nel tribunale di Napoli, dove era in corso l’udienza preliminare sull’inchiesta relativa al controllo da parte dei Casalesi del business della distribuzione di prodotti caseari (come la mozzarella di bufala, ndr), indagine che ha portato all’arresto di Walter Schiavone nel giugno di quest’anno. Schiavone, 40 anni, era già entrato nel programma di protezione dopo il pentimento del fratello maggiore Nicola, il primogenito del boss ‘Sandokan’. La DDA partenopea accusa tra l’altro Walter Schiavone di aver gestito il clan dopo l’arresto del fratello Nicola nel 2010. Walter aveva in realtà già parzialmente ammesso la sua appartenenza al sodalizio criminale dei Casalesi nel corso di un secondo processo: “Ho preso lo stipendio dal clan per conto di mio padre e mio fratello Nicola”, aveva riferito in videocollegamento il secondogenito di ‘Sandokan’. Nell’udienza di ieri, come riferisce Casertanews, Schiavone jr ha spiegato ai magistrati che il business della distribuzione e imposizione della mozzarella ai caseifici avveniva anche mentre lui era ‘confinato’ in una località protetta dopo l’inizio della collaborazione del fratello Nicola: anche da lì Schiavone emanava i suoi ordini per mandare avanti il racket della mozzarella. In particolare Walter Schiavone, secondo l’accusa, avrebbe obbligato i titolari di diversi caseifici della penisola sorrentina a vendere sottocosto e in via esclusiva i loro prodotti alle aziende riconducibili al clan dei Casalesi, che poi si sarebbe occupato della distribuzione in ‘regime di monopolio’ nella stessa penisola sorrentina e in alcune zone della provincia di Caserta. “Sapevano che eravamo del clan e ci agevolavano sui prezzi“, ha spiegato Schiavone, sottolineando che le agevolazioni nella distribuzione dei prodotti caseari riguardavano “sia i fornitori sia i rivenditori” della merce. Collaborazione con la DDA confermata anche rispondendo a una domanda del suo avvocato, Domenico Esposito, al quale ha spiegato che con i magistrati antimafia sta parlando “anche di altro”. Sul nuovo status di ‘collaboratore’ ulteriori novità sono attese dalla prossima udienza fissata per il 17 dicembre.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

E' in isolamento da 20 giorni. La moglie: "Chiediamo solo il trasferimento". L’ex pentito Luigi Giuliano è in carcere, l’appello disperato: “Mi uccido, non posso stare con i detenuti comuni”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 26 Luglio 2021. “Nel reparto con i detenuti comuni non ci posso stare, rischio la vita“. E’ il grido disperato di Luigi Giuliano, 48 anni, ex collaboratore di giustizia dopo aver militato nell’omonimo clan che tra gli anni ’80 e ’90 governò nel centro di Napoli. Luigi Giuliano jr è il figlio di Nunzio Giuliano (morto ammazzato 20 anni dopo essersi dissociato dalla camorra), primogenito di Pio Vittorio e fratello di Luigi, colui che è stato ribattezzato ‘o Rre di Forcella. E’ cresciuto in una famiglia nata con il contrabbando e affermatasi nel mondo della criminalità organizzata durante la guerra alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Dopo essere uscito dal programma di protezione, Giuliano jr vive da anni a Reggio Emilia dove nel novembre 2020 è stato arrestato dopo aver accoltellato in un negozio di elettrodomestici un uomo per ragioni di natura passionale. Condannato a un anno e otto mesi di reclusione, il 48enne era stato sottoposto agli arresti domiciliari dai quali è evaso lo scorso 6 luglio quando le forze dell’ordine lo hanno sorpreso in un parchetto vicino la sua abitazione.

Trasferito nel carcere di Reggio Emilia, si trova da 20 giorni in isolamento e non vuole andare in cella con altri detenuti. Il motivo? Teme per la sua vita perché in passato è stato collaboratore di giustizia e in carcere queste cose non si dimenticano. Nei giorni scorsi, attraverso la moglie, ha contattato il garante dei detenuti del comune di Napoli, Pietro Ioia, per denunciare quanto accaduto e chiedere di essere trasferito in un altro carcere dove è presente il reparto riservato ai collaboratori di giustizia. “Deve scontare circa un anno in carcere e chiede solo di essere trasferito perché teme per la sua incolumità” spiega la moglie al Riformista. Luigi Giuliano jr è stato collaboratore di giustizia, così come buona parte dei suoi zii (a partire dall’ex boss Lovegino), all’inizio degli anni Duemila. “Anche se per lo Stato italiano non è più in pericolo, in carcere queste cose funzionano diversamente e chi è stato pentito viene considerato alla stregua di un collaboratore di giustizia attuale” prosegue la donna. “I regolamenti di conti la camorra non li dimentica” aggiunge. Luigi negli ultimi giorni ha tentato anche gesti di autolesionismo. Nella giornata di domenica 25 luglio si è inferto dei tagli ed è stato trasferito in una cella di isolamento priva di materasso e di altri oggetti considerati pericolosi per la sua incolumità. “Dorme a terra, è disperato. Chiede solo di scontare la sua pena in un posto sicuro, nulla di più” chiarisce la moglie. Sulla vicenda è intervenuto anche il garante di Napoli Pietro Ioia: “E’ psicologicamente provato, sono in contatto con il garante dell’Emilia Romagna Marcello Marighelli e speriamo di risolvere la situazione quanto prima”.

La storia di Nunzio Giuliano, morto ammazzato 20 anni dopo essersi dissociato. Il percorso di Nunzio Giuliano, nato nel 1948 e morto ammazzato la sera del 21 marzo 2005 in via Tasso, non è stato come quello dei sui cinque fratelli Luigi, Guglielmo, Carmine, Raffaele e Salvatore. Loro sono stati spietati camorristi fino a quando hanno potuto. Poi quando le cose si sono messe male hanno deciso di passare dalla parte dello Stato raccontando quel che sapevano sulla criminalità organizzata di Napoli e provincia in cambio di sconti di pena, protezione e soldi, quelli che vengono garantiti ai collaboratori di giustizia durante e al termine del loro percorso. Nunzio Giuliano, dopo una giovinezza segnata da piccoli precedenti, sin dall’inizio degli anni ’80, quando l’ascesa dei suoi fratelli, capeggiati da Luigi detto Lovegino (‘o Rre di Forcella) era sotto gli occhi di tutti, decise di defilarsi, di mettersi alle spalle un cognome pesante e iniziare una vita lontano da Forcella e dalla camorra. Decise così di trasferirsi nel quartiere Chiaia con la moglie e i due figli, Pio Vittorio e Luigi (Gemma nascerà invece nel 1987) dove li “costringeva” ad andare a scuola e a stare lontano dall’ambiente contaminato di Forcella. “La mattina prima di scendere – raccontò anni fa il figlio Luigi Giuliano a VocediNapoli.it – controllava se io e mio fratello avevamo messo il profumo e se nelle tasche dei pantaloni c’erano dei soldi. Lo faceva per capire se la nostra intenzione era quella di andare a scuola o dai nostri zii e cugini a Forcella dove potevamo fare quello che volevamo, anche solo giocare con le moto”. Luigi Giuliano all’epoca era adolescente e già subiva il fascino criminale della sua famiglia. “Mio padre era l’unico che ha sempre provato a portarci sulla retta via. Non amava la musica neomelodica e non voleva che parlassimo in napoletano. Ha provato in tutti i modi a farci crescere con la schiena dritta. Da Forcella ci ha portati a vivere in un quartiere borghese come quello di Chiaia iscrivendoci alle medie alla scuola Tito Livio. Poi le cose andarono diversamente perché venne arrestato nel 1983, incastrato dalle dichiarazioni dei pentiti”. “Ricordo ancora – racconta Luigi – che il giorno in cui la polizia si presentò a casa nostra per arrestare mio padre io ero quasi felice. Vi sembrerà strano, mi sentivo liberato, scarico, consapevole che non sarei più stato obbligato ad andare a scuola. Potevo così andare dai miei zii a Forcella. A distanza di anni – aggiunge – ho capito quello che lui voleva trasmetterci e oggi non posso far altro che essergli grato per i suoi insegnamenti. Certo, li ho recepiti in ritardo ma adesso, dopo anni in carcere e un periodo da collaboratore di giustizia, ho iniziato una nuova vita”. Nunzio Giuliano esce dal carcere dopo circa tre anni, nel 1987, e nei mesi successivi, il 10 dicembre, muore per overdose il primogenito Pio Vittorio. Aveva 17 anni. Lo trovarono nel bagno dell’abitazione della nonna con l’ago ancora conficcato nel braccio. Fu la mazzata più grande. Durante il periodo di detenzione Nunzio aveva provato in tutti i modi di farlo smettere, rivolgendosi anche a Don Riboldi, il vescovo di Acerra autore di mille battaglie a favore della legalità e della giustizia. Ma tutto fu inutile. Pio Vittorio andò incontro a una morte annunciata per chi sin da piccolo sceglie quella strada. Nonostante la giovane età aveva un figlio di 2 anni che aveva chiamato come il padre. Furono giorni burrascosi culminati con il prelievo forzato della salma di Pio Vittorio dal vicino ospedale Ascalesi per riportarla a casa dei nonni per la veglia funebre. L’allora capo della squadra mobile di Napoli, Matteo Cinque, si recò a casa del nonno del 17enne e utilizzò le parole giuste per farsi riconsegnare il corpo per sottoporlo all’autopsia disposta dall’autorità giudiziaria. Il giorno dei funerali in migliaia si presentarono davanti alla chiesa egiziaca a Forcella.  Non mancarono momenti di tensione che lo stesso Nunzio Giuliano fece rientrare. “Il gruppetto di fotografi – scrive Renato Caprile – in un articolo pubblicato su Repubblica il 13 dicembre 1987 – che non è riuscito a guadagnare il sagrato è pronto ad usare gli attrezzi del mestiere. Ma la madre di Vittorio ha un gesto di stizza. E subito un paio di guardaspalle partono minacciosi in direzione dei paparazzi. Volano parole grosse. Ma l’intervento di Nunzio Giuliano, 38 anni, il padre di Vittorio, calma gli animi. Lasciateli in pace ordina Nunzio sono qui per lavorare. E’ un loro diritto, capito?”. Dopo l’uscita dal carcere, Nunzio venne condannato a tre anni di soggiorno obbligato in un paese del Veneto. Fu in quel periodo che diede inizio alla sua battaglia contro la droga con tanto di manifesti affissi per le vie del centro di Napoli. Poi iniziò a girare per le scuole cittadine raccontando ai giovani la propria esperienza, partecipò a numerose iniziative sociali anche in altre regioni italiane e venne invitato in diverse trasmissioni televisive. Il suo “verbo”, la sua nuova vocazione, vennero sempre visti con sospetto dall’Antimafia e più in generale dallo Stato italiano che non si “fidava” di una persona cresciuta in un ambiante malavitoso da cui si è però allontanato prima che compisse 30 anni e iniziasse l’ascesa criminale dei suoi fratelli. Eppure i temi affrontati negli anni ’80 e ’90 da Nunzio Giuliano oggi – dopo 30 anni – sono più che mai attuali. Dopo la sua morte (di cui non si conoscono, a distanza di 13 anni, mandanti ed esecutori materiali) venne pubblicato “Diario di una coscienza”, una raccolta di considerazioni dello stesso Giuliano: “Questo non è un libro su Nunzio ma intende essere il libro di Nunzio, quello che tante volte lui stesso era stato sul punto di scrivere, ma che per tanti motivi non aveva mai visto la luce. Il compito che Nunzio ha lasciato a noi è stato dunque quello di realizzare un testo di questo tipo, ricco di riflessioni vive, composte in maniera del tutto originale, fatte da un uomo che ha affrontato la sua esistenza come un viandante affronta un viaggio che dura tutto l’arco di una vita. Niente di residuale, ma il pensiero lucido di chi ha saputo emergere dalla sua condizione, indirizzando la propria riflessione su temi che spaziavano dal sociale al politico, dal religioso al filosofico […] L’abitudine di Nunzio di annotare tutto su foglietti sparsi, che spesso rileggendo metteva da parte, e alcuni frammenti di interviste, ci hanno consentito di farlo parlare quasi sempre in prima persona e di sottrarre all’oblio i suoi pensieri”. (dalla prefazione di Maria Rosaria Rivieccio e Roberto Marrone). Lo scorso 21 marzo 2018 a Nunzio Giuliano è stata intitolata una panchina all’interno del Real Bosco di Capodimonte di Napoli. La sua famiglia ha voluto ricordarlo così, partecipando al progetto   “Racconta la tua storia al Bosco di Capodimonte. Adotta una panchina, un albero o una fontanella” lanciato dal direttore del bosco Sylvain Bellenger in collaborazione con l’associazione Amici di Capodimonte onlus. “Ragazzi ribellatevi ad un destino scritto da altri. Studiate! La cultura è libertà”. Questa la frase, che Nunzio Giuliano ha ripetuto migliaia di volte nel corso della sua vita, presente sulla targhetta commemorativa installata su una panchina che si trova nei pressi di un campo di calcio presente all’interno del Bosco di Capodimonte.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Lara Sirignano per "Il Messaggero" il 6 luglio 2021. Il libro in cui ha raccontato la sua storia si intitolava Ero cosa loro, una biografia fatta di violenze, destini già scritti, sopraffazione, fino alla scelta di uscire dalla prigione di una famiglia mafiosa che, su designazione dei fratelli, suo malgrado, aveva finito per guidare. Sarebbe stato l'amore per il figlio, che avrebbe voluto allontanare da una sorte criminale quasi naturale, a spingerla a pentirsi. «Mentre ero in carcere mi portarono mio figlio. Aveva solo sei anni e mi chiese perché fossi detenuta e cosa era la mafia. Io lo presi in braccio e tentai di spiegarli che la mafia è una brutta cosa», disse durante uno dei primi processi in cui vestiva i panni della collaboratrice di giustizia. Un ravvedimento durato poco quello di Giusy Vitale, 50 anni, sorella di due padrini, storici alleati di Totò Riina, alla guida del mandamento di Partinico, paesone a 50 chilometri da Palermo ostaggio dei fumi maleodoranti di una distilleria. Gli antichi legami si sarebbero riannodati attorno ai vecchi affari. E Giuseppina detta Giusy, che vantava il primato della prima boss in gonnella e della prima donna ad aver voltato le spalle al clan, è tornata in cella. Secondo la Dda di Palermo sarebbe a capo di una organizzazione di narcotrafficanti che, insieme ad altri 4 gruppi criminali, si spartiva la gestione dei flussi di stupefacenti tra Palermo, la provincia e Trapani.

L'ORDINANZA. «È assolutamente chiaro come la donna non si sia dissociata dall'ambiente criminale in genere e da Cosa nostra in particolare», scrive il gip nella ordinanza che applica la misura cautelare a 85 tra boss e trafficanti di droga, Giusy compresa. Tra gli episodi che dimostrerebbero che l'ex pentita, protagonista di documentari di diverse tv straniere, non ha mai rotto il suo rapporto con il clan c'è una sua conversazione con il nipote Michele Casarrubia del dicembre 2018. I due sono a Roma per trattare l'acquisto di una grossa partita di cocaina con il clan dei Casamonica. Casarrubia, nell'informare la zia delle dinamiche criminali della cosca di Partinico, le riferisce che, a seguito di un furto di marijuana commesso dal cugino, Michele Vitale, questi era stato convocato dai vertici della cosca per rendere conto del suo gesto. La donna, per nulla sorpresa, risponde che l'iniziativa è assolutamente fisiologica perché conforme alle regole di Cosa nostra. Regole che Giusy non ha mai dimenticato. Ma l'inchiesta della Dda che ha svelato il bluff della prima pentita ai vertici di un clan, racconta, ancora una volta, che a comandare in Cosa nostra sono sempre gli stessi personaggi. I Vitale, in questo caso. Il 41 bis, che ha ormai messo fuori gioco Leonardo e Vito, non ha interrotto la tradizione. E se Giusy è tornata alla famiglia in nome del business non hanno mai abbandonato la strada tracciata da Cosa nostra il nipote Michele, la sorella Antonina e il genero di Leonardo Vitale, Nicola Lombardo. A Michele appena adolescente, cresciuto a pane e mafia, il padre ergastolano sussurrava durante i colloqui in carcere di riferire «che c'era una vacca da scannare», chiaro riferimento a un omicidio da eseguire. Sulle orme del genitore il giovane Vitale entra ed esce di galera, poi passa a occuparsi degli affari e prende in mano un gruppo criminale capace di coltivare e produrre enormi quantità di marijuana e di gestire un vasto traffico di droghe. La banda controlla diverse piazze di spaccio e per la cocaina si approvvigiona dalla ndrina dei Pesce di Rosarno e da un noto narcotrafficante romano poi catturato in Spagna. Di peso nell'organigramma del mandamento anche Lombardo, deputato alla risoluzione di controversie tra privati. In virtù del prestigio criminale che gli derivava dall'inserimento organico nella famiglia di Partinico amministrava l'ingiustizia mafiosa dirimendo le liti tra imprenditori in disaccordo sulla concessione d'uso di alcune macchinette del caffè, recuperava trattori rubati a un uomo d'onore, faceva ottenere risarcimenti ad agricoltori il cui raccolto era stato devastato dagli animali di un allevatore. Ordinaria gestione di potere di un clan che ha potuto contare anche sull'appoggio di insospettabili: amministratori locali collusi il Comune recentemente è stato sciolto per infiltrazioni mafiose - ma anche un agente di polizia penitenziaria che, in cambio di ricotta, vestiti e buoni benzina portava fuori dal carcere gli ordini del boss detenuto. 

Gennaro Panzuto, l’ex killer: “Se mi uccidono diranno che ero tornato nella camorra. Io sotto protezione? Solo a Napoli”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 25 Ottobre 2021. Dice che lo Stato lo ha scaricato da quando, lo scorso febbraio, non gli ha rinnovato lo status di collaboratore di giustizia, liquidandolo con poco meno di 30mila euro di capitalizzazione dopo 14 anni vissuti sotto protezione e invitandolo a lasciare la Liguria perché persona non gradita. Così da quasi nove mesi Gennaro Panzuto, 46 anni, detto “Terremoto“, ex reggente del clan Piccirillo nella zona della Torretta a Chiaia e killer di fiducia del potente clan Licciardi dell’Alleanza di Secondigliano, è tornato a Napoli dalla sua famiglia perché “qui ho un tetto dove dormire e non pagare le spese di affitto”. Spese che avrebbe voluto pagare senza problemi ma il reinserimento nella società di un ex pentito non è cosa facile, soprattutto in un periodo di pandemia, e “senza una busta paga, un contratto” non posso richiedere altri fondi che lo Stato prevede per chi ha collaborato con loro. Vive a Napoli da mesi. Ha rilasciato numerose interviste per far si che la “mia storia di merda sia da esempio per le giovani generazioni, per i tanti figli di Gomorra che ostentano, sono affascinati dalla malavita ma in realtà hanno solo bisogno di una guida sana, di qualcuno che indichi loro la strada”. La sua ambizione è quella di aprire una associazione antiracket alla Torretta, il suo quartiere, diventare un punto di riferimento per i cittadini che “hanno ancora paura di denunciare quando subiscono richieste e soprusi”. Vive a Napoli da nove mesi nonostante i clan che ha accusato da collaboratore sono ad oggi attivi sul territorio. Dai Licciardi, e quindi l’Alleanza di Secondigliano (Contini, Mallardo), ai Piccirillo e i Frizziero di Chiaia fino ai nemici dei Mazzarella. E’ consapevole di essere in pericolo ma non vuole andare via da questa città né tornare sotto protezione perché la considera “un meccanismo trappola” nonostante, tuttavia, i benefici, almeno in termini di pena da scontare, ricevuti. “La mia vita è rovinata, i miei figli (ben nove, ndr) vivono lontano e con loro spero di recuperare, ex compagne permettendo, il rapporto. Io per ora voglio restare qui ed essere d’aiuto. E’ l’unica cosa che chiedo a chi, di fatto, mi ha costretto a tornare a Napoli. Se devo essere protetto dallo Stato voglio che ciò avvenga nella mia città”. Poi la provocazione alla Direzione Distrettuale Antimafia che lo scorso anno ha dato parere favorevole alla sua uscita dallo status di collaboratore nonostante “diversi processi sono ancora in corso e i clan accusati sono tutt’oggi attivi”. “Che piaccia o meno – osserva Panzuto – senza i collaboratori non si va da nessuna parte. Senza il nostro apporto le indagini non si sbloccano così come le carriere”. Poi aggiunge: “Se oggi mi ammazzano, le persone che mi hanno fatto uscire dal programma di protezione diranno che sono stato ucciso non per rappresaglie vecchie ma perché volevo reinserirmi nella malavita di Napoli”.

Gennaro Panzuto. Facebook il 2 agosto 2021:

Salve mi chiamo Gennaro Panzuto, sono un ex collaboratore di giustizia e attualmente mi trovo a Napoli vorrei con la mia triste esperienza far capire ai giovani che la camorra e un cancro senza cura e siccome ancora oggi nonostante sia un collaboratore paradossalmente x loro sono una sorta di mito ed è x questo che mi piace pensare se certe cose dette da me vengono x loro prese più in considerazione  spero che ho l'opportunità di fare con voi qualcosa di costruttivo x questa bellissima città e sopratutto x tutti questi figli di Napoli che non hanno riferimenti positivi da seguire a presto. 

Antonio Giangrande: Di lei ho ripreso e pubblicato l’articolo de Il Riformista sul mio ultimo saggio di aggiornamento 2021 sulla Mafia, nel capitolo riguardante pentiti e collaboratori di giustizia. Ed in calce allo stesso inserirò questo messaggio senza data di nascita e numero di telefono. Essendo un saggista e non un giornalista, pubblicherò, al fine di ricerca e discussione, tutti gli articoli che riportano la sua testimonianza, indicando doverosamente autore ed editore. Testi di cui lei mi comunicherà i link da cui prelevarli. Io della cronaca faccio storia.

Gennaro Panzuto. Facebook il 2 agosto 2021: Stanotte guardavo questo noto film di Pasquale Squitieri GUAPPI con un superlativo Fabio testi e un incantevole Claudia cardinale ...oggi il mondo intero e convinto che vedendo gomorra ha capito come viviamo a Napoli e sopratutto che la nostra cultura è legata alle dinamiche narrate di gomorra ...mentre invece quella che gomorra fa vedere e una sub cultura che non ha niente a che vedere con le nostre radici e la nostra cultura ...quel genio di pasquale squitieri gli e dovuto che lo chiamo così...anni indietro e riuscito a creare l'esatta fotografia sia culturale che umana di questa bella e paradossale città.. si narrando una realtà come la camorra ma facendo bene attenzione a far capire da dove nasce la camorra dalla fame dalla poco istruzione e della coerente mancanza dello stato ....lasciando anche spazio nella figura di coppola rossa che ci può esistere in questa città la speranza di un cambiamento ..e no come purtroppo gomorra ha fatto credere al mondo intero che la camorra nasce x la conquista del monopolio della droga e basta ....la realtà è quella di pasquale squitieri e senza se e senza ma posso dire chi vuole capirci qualcosa di questa triste realtà che è la camorra guardasse questo film ...io speriamo che me la cavo di Paolo villaggio...scugnizzi...mi manda picone...questi film raccontano napoli ...gomorra a fatto solo si che questi giovani senza riferimenti imitano goffamente i personaggi di gomorra e solamente x ottenere uno status simbolo e no x la FAME che davvero si è vissuto in passato ..ricordatevi lo stato prima ci ha affamati poi ci ha etichettati e dopo ci ha anche usato da diversivo così la gente litalia intera mentre era distratta e giustamente impaurita dalle guerre di mafie ..loro indisturbati facevano i loro porci comodi creando carriere e creandosi tesori che ancora adesso custodiscono ......io lo dirò fin che campo ho trovato più misericordia nell'antistato che dallo stato ....e detto da me che sono stato un cammorrista e un assassino siamo obbligati a fare una lunga riflessione .......gp

"Oggi sono tutti figli di Gomorra ma è solo apparenza". Gennaro Panzuto, il killer pentito torna a Napoli: “Lo Stato ti abbandona, rischio la vita qui ma non vado via”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 22 Giugno 2021. “Rischio di morire tutti i giorni ma da Napoli non voglio andarmene, se ne devono andare loro”. A parlare è Gennaro Panzuto, 46 anni, ex killer di camorra e per 14 anni collaboratore di giustizia. Dallo scorso mese di febbraio 2021 è tornato nella sua città d’origine e non ha intenzione di andarsene. Anzi. Vuole raccontare alle nuove generazioni, soprattutto a quei ragazzini che imitano la serie Gomorra e ne subiscono il fascino, che la malavita non porta a nulla. “Carcere o morte, non ci sono altre alternative” racconta l’ex pentito, da tutti conosciuto come “Genny terremoto” perché “in tutte le cose criminali che facevo creavo uno scossone”. Gennaro oggi ha nove figli, avuti da tre donne diverse, che vivono lontano da Napoli. In passato elemento apicale e braccio armato del clan Piccirillo della Torretta, zona popolare del quartiere Chiaia, guidato dallo zio Rosario Piccirillo (attualmente in libertà vigilata lontano da Napoli dopo quasi 20 anni di carcere), l’ascesa criminale di Panzuto è avvenuta a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. La sua cosca era manovrata dall’alto dall’Alleanza di Secondigliano e soprattutto dal clan Licciardi. Genny è stato arrestato nel 2007 in Inghilterra, dove si era trasferito per gestire alcune attività illecite dell’organizzazione (“aprivamo società nel settore dell’abbigliamento, poi le facevamo fallire trattenendo però tutti i capi e rivendendoli”), e dopo pochi mesi è passato a collaborare con la giustizia. Era accusato di omicidio e di associazione camorristica, rischiava l’ergastolo. “E’ stata la mia compagna a convincermi. Avevamo figli e mi ha fatto capire che passare dalla parte dello Stato sarebbe stata la scelta migliore per il futuro. Così – racconta – dopo diverse settimane al 41 bis, decisi di pentirmi e raccontare tutto quello che sapevo. Non è stato facile perché in quei 180 giorni, dove le tue dichiarazioni sono al vaglio dei magistrati, ho tentato più volte il suicidio”. Panzuto punta però il dito contro il sistema dei pentiti in Italia: “E’ solo un modo per i magistrati per fare arresti e fare carriera perché noi ex collaboratori di giustizia non riusciamo più a reinserirci nella società. Dopo 14 anni da pentito (passati in carcere e ai domiciliari), lo Stato mi ha liquidato con 30mila euro. Che ci faccio con questi soldi? Non posso nemmeno fittarmi una casa perché le referenze non sono dalla mia parte. Il problema è che lo Stato, purtroppo, non ci crede nel cambiamento di una persona e ci lascia allo sbaraglio”. Per Panzuto il modello da seguire è quello americano: “Ti cambiano identità e di danno un lavoro vero, poi appena commetti il primo errore torni subito in carcere”. Il ritorno nella sua città non è passato inosservato. Panzuto non vive più alla Torretta ma è spesso in giro e non ha paura: “Nel mio quartiere pensano che sono tornato per dare una mano a mio zio, altri clan pensano invece che sono tornato per rimettermi in gioco nella malavita. Ma le forze dell’ordine sanno perché sono a Napoli: io non sarò mai più lo strumento di morte per nessuno. Oggi – prosegue – rischio tutti i giorni di morire perché i miei clan storici sono ancora attivi. Sto parlando dei Contini, dei Licciardi, dei Mallardo, così come i clan nemici. Noi criminali abbiamo fatto diventare questa città come Beirut e per me collaborare con lo Stato era anche per provare a dare il mio contributo. Tuttavia, nonostante le mie dichiarazioni, tanti processi non sono mai partiti”. Panzuto è il cugino di Antonio Piccirillo, 25 anni. Antonio è il figlio di Rosario e più volte in questi anni ha preso le distanze dalla criminalità organizzata scendendo in piazza con l’Antimafia. “Invito mio cugino, visto e considerata la sua posizione, a supportarmi in questa lotta sociale che sto facendo anche io, per invitare i giovani a fare lo stesso passo” auspica "Genny terremoto". “I ragazzi oggi sembrano tutti figli di Gomorra. All’apparenza sembrano tutti malavitosi per come si vestono, come si pongono. E’ uno stile che è diventato uno status. Oggi tutti pretendono rispetto, vogliono prevalere sugli altri. In realtà questi giovani vengono utilizzati dai grandi clan per attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e continuare in silenzio a portare avanti i propri affari”. “Oggi vorrei essere un esempio per i ragazzi. Vorrei raccontare la mia esperienza e far capire loro che ci sono altre strade. Da piccolo sognavo di fare il contrabbandiere perché pensavo fosse davvero un mestiere lecito. Purtroppo sono cresciuto così, in un ambiente dove c’era poco da scegliere. I ragazzi oggi invece devono avere l’opportunità di scegliere e capire bene cosa è giusto e cosa è sbagliato. La fascia d’età 15-25 anni è quella più delicata: se non vieni seguito bene, allora rischi davvero di prendere una brutta strada e pagarne poi le conseguenze. Quando sei più grande, invece, hai una consapevolezza diversa”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso

Il sistema e la mafia. A cosa servono i pentiti e cosa gli viene chiesto: la verità o nuovi arresti? Nicola Quatrano su Il Riformista il 6 Giugno 2021. Decine tra Procuratori, Sostituti Procuratori, giornalisti allineati e politici di scorta ci hanno ammonito in questi giorni a non scandalizzarci per la liberazione di Giovanni Brusca, che ha saldato, con 25 anni di carcere (non duro), la pena inflittagli per “non mi ricordo” quanti omicidi (en passant, anche un bambino), ma stimabili più o meno in 150. E si capisce la soddisfazione dei Pm (e dei giornalisti allineati e politici di scorta) che hanno fatto carriera grazie agli arresti che Brusca ha reso possibile, meno digeribile è il giudizio del Procuratore Antimafia, Cafiero de Raho, secondo cui si sarebbe trattato di «una vittoria dello Stato». Poteva anche essere meno enfatico, tutto sommato! Il canovaccio è comunque sempre lo stesso: i testimoni a contratto (questo sono i “pentiti”) sono sgradevoli, moralmente discutibili, ma essenziali. E sono indispensabili per battere le Mafie. Con la stessa pacata sicurezza però, dopo 30 anni e forse centinaia di “pentiti”, gli stessi Procuratori, Sostituti Procuratori (giornalisti allineati e politici di scorta), ad ogni tentativo di rendere meno sadica la tortura del 41 bis, ci ammoniscono che “la Mafia non è morta, è viva e vegeta, e non bisogna abbassare la guardia”. E allora – viene da chiedersi – a che cosa sono serviti tutti questi “pentiti” ben pagati? La “vittoria” dello Stato si risolve in definitiva nell’assicurare una tranquilla pensione a Giovanni Brusca? Da parte mia, non voglio negare che i “pentiti” siano utili, e nemmeno che molti altri ordinamenti se ne servano. Si tratta però di capire che cosa ad essi viene davvero chiesto, in cambio di sontuosi vantaggi processuali ed economici: la verità? O semplicemente altri arresti (e i progressi di carriera che spettano a chi li esegue). Sembra un sofisma, ma non lo è. Ce lo ha insegnato il caso Tortora. Anche lì i “pentiti” erano la novità che poteva consentire di sgominare la terribile Nco di Raffaele Cutolo, ma ad essi non si chiedeva la “verità”, soltanto “arresti”, e magari eccellenti. Il resto è storia. Il difetto – come sempre – sta nel manico. La speciale attenuante ex art. 8 dl 152/91 prevede rilevantissimi sconti di pena (e altri vantaggi) a chi aiuti “concretamente” gli inquirenti a raccogliere “elementi decisivi” per la ricostruzione dei fatti, e per la individuazione o la cattura degli autori dei reati. Immaginate però quale può essere il dramma di chi vorrebbe assicurarsi tutto questo ben di Dio, ma non ha magari niente di aggiungere a tutto quanto hanno già detto le centinaia di pentiti che affollano le località protette! O desiste, e si tiene il suo ergastolo al 41 bis… O si inventa qualcosa. Tanto – penserà – i Pm sono di bocca buona e, pur di arrestare, non vanno troppo per il sottile. Vero che c’è un’altra strada (una “terza via” non manca mai), e la raccontò un pentito che chiameremo “Procopio”, a proposito di un altro che chiameremo invece “Cesare”. Ebbene Procopio disse che, quando militavano insieme in un clan camorrista dell’hinterland napoletano, Cesare a un certo punto cominciò a fare cose strane. Commetteva e, soprattutto, commissionava omicidi che non avevano ragione né senso. «Allora – dice Procopio – capimmo che aveva intenzione di pentirsi». E preparava il suo canestro di arresti da fornire agli inquirenti. Certo, se ci fosse un Giudice davvero terzo, tutto questo non sarebbe possibile. Un Giudice che analizzasse e valutasse la prova con lo scrupolo necessario. Ma in un Paese in cui l’unicità delle carriere dei magistrati, invece di ancorare il Pm alla cultura della giurisdizione, ha solo finito col trascinare il Giudice verso la cultura poliziesca che pervade irrimediabilmente le Procure dell’intera Repubblica, il famoso Giudice di Berlino non si distingue quasi più dall’ago nel pagliaio. Nemmeno la Corte di Cassazione, zeppa di ex Pm, che si è distinta in questi anni per travisare, a vantaggio delle Procure, quelle poche norme garantiste lasciate intatte da Parlamenti che, quanto a loro, cercavano il consenso riducendo le garanzie. Quel che forse è peggio, è che più o meno tutto quanto oggi sappiamo delle Mafie – in assenza di vere indagini – ci viene dalle bocche dei pentiti. Non solo i nomi, ma anche il contesto e le dinamiche criminali. Notizie fornite con l’esigenza di stupire, di fornire a tutti i costi quegli “elementi decisivi” capaci di cambiare la vita. Non so perché (non è vero, lo so) mi viene in mente l’annotazione (ricordata da Sciascia e credo anche da Manzoni) del giudice Giovan Battista Sacco nel fascicolo processuale di Caterina Medici, bruciata al rogo come strega nel 1617 a Milano. Egli segnalava che la stessa imputata, sotto tortura, aveva rivelato che tutte le streghe hanno la pupilla dell’occhio più bassa e più profonda delle altre donne. Con ciò indicando un segno di riconoscimento da tener ben presente nei casi futuri. Chissà quante altre sventurate hanno subito il rogo per colpa delle loro pupille. Nicola Quatrano

"Il Boss dei due Mondi" o "Don Masino". Chi era Tommaso Buscetta, il “traditore” della Mafia che ha svelato Cosa Nostra a Giovanni Falcone. Vito Califano su Il Riformista il 24 Maggio 2021. Tommaso Buscetta è stato definito il “Boss dei due mondi”, era soprannominato Don Masino, l’uomo che svelo Cosa Nostra. Considerato il primo collaboratore di Giustizia, “uomo d’onore”, a svelare ai magistrati il funzionamento e i meccanismi della Mafia. La sua figura ha ispirato molte opere e compare in quasi tutti i film e i libri che raccontano gli anni della Mafia stragista. L’ultimo in ordine di tempo, Il traditore di Marco Bellocchio del 2019, è valso numerosi riconoscimenti all’attore Pierfrancesco Favino, nel ruolo di Buscetta, a Luigi Locascio e al regista, ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento tra gli altri. Buscetta era nato a Palermo, nel 1928, da una famiglia poverissima, ultimo di 17 figli. Sposò a 16 anni Melchiorra Cavallaro dalla quale ebbe quattro figli. Avrebbe sposato nel 1966 in Messico la soubrette Vera Girotti, con la quale ebbe la figlia Alessandra. E quindi due anni dopo, in Brasile, conobbe Cristina De Almeida Vimarais, che sposò anni dopo, nel 1978, in carcere a Torino, e con la quale ebbe quattro figli. A Enzo Biagi raccontò di aver perso la verginità a 8 anni con una prostituta in cambio di una bottiglia d’olio. Fin dall’adolescenza iniziò una serie di attività illegali nel mercato nero. Divenne celebre, degno di “rispetto”, quindi soprannominato “Don Masino”. Nel 1945 venne affiliato a Cosa Nostra ed entrò a far parte del mandamento palermitano di Porta Nuova. Si trasferì in Argentina e in Brasile prima di tornare a Palermo. Divenne un killer, coinvolto nel contrabbando di sigarette e nello spaccio di droga. Fu arrestato per contrabbando e associazione a delinquere.

PRIMA GUERRA DI MAFIA – Quando scoppiò la cosiddetta “Prima guerra di Mafia” si schiero con Angelo La Barbera per poi passare al gruppo di Salvatore “Cicchiteddu” Greco. Dopo la strage di Ciaciulli, della quale negò ogni responsabilità, fuggì in Svizzera, Messico, Canada e quindi negli Stati Uniti d’America, dove aprì una pizzeria con un prestito della famiglia Gambino. Nel 1968 venne condannato in contumacia a 10 anni per associazione a delinquere. Nello stesso processo fu assolto per i fatti di Ciaculli.

Riuscì a eludere la legge per anni, viaggiando in Italia e in tutto il mondo sotto falso nome, con documenti contraffatti. Dopo un arresto a Brooklyn fu rilasciato dopo il pagamento di una cauzione da 75mila dollari. Una volta in Brasile fece partire un traffico di eroina e cocaina verso il Nordamerica. Reinvestì il denaro in una compagnia di taxi. Fu arrestato nel 1972: nel suo deposito blindato in Brasile fu trovata eroina per un equivalente di 72 miliardi di lire. Era ritenuto a capo di una rete di trafficanti còrsi, italo-brasiliani e italo-americani. Estradato, fu rinchiuso nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, condannato a otto anni per traffico di stupefacenti. Raccontò anni dopo che in carcere a Cuneo fu avvicinato da uomini di Francis Turatello affinché si occupasse di liberare Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1978. Trasferito nel carcere piemontese le Nuove, evase nel 1980 e si nascose nella villa dell’esattore Nino Salvo, sotto la protezione dei boss Stegano Bontate e Salvatore Inzerillo, che volevano arruolarlo nella loro lotta a Salvatore Riina, il nuovo boss della famiglia dei corleonesi. Fece ritorno in Brasile e si sottopose a due operazioni: alla faccia e alla voce per non essere più riconoscibile.

SECONDA GUERRA DI MAFIA – Quando la seconda guerra di Mafia finì nel 1984, con la vittoria dei corleonesi, Riina decise di eliminare Buscetta. Due figli di quest’ultimo scomparvero nel nulla e non vennero mai ritrovati, furono uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti per un totale di 11 parenti. Fu arrestato mentre era nella sua abitazione di San Paolo in Brasile con Leonardo Badalamenti. Rifiutò di collaborare con i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci. Provò ad avvelenarsi con la stricnina quando fu concessa l’estradizione. Arrivò in Italia accompagnato dagli uomini del vicequestore Gianni De Gennaro e decise di collaborare.

LA COLLABORAZIONE – A Falcone raccontò organigrammi e piani della Mafia: perché non si riconosceva più nella nuova Cosa Nostra, quella dei corleonesi, che a suo dire aveva perso la sua identità. Il traditore insomma non era lui, ma proprio i sanguinari di Totò Riina che per conquistare il potere avevano abbandonato “dei valori, dei principi conosciuti e condivisi da tutti”. Le sue dichiarazioni aprirono il mondo della Mafia fino ad allora ignoto per l’omertà degli affiliati. Mandamenti, famiglie, la Commissione che era l’organo di vertice di Cosa Nostra. I magistrati riuscirono a capire quello che stava succedendo a Palermo. Rifiutò però di parlare dei legami politici di Cosa Nostra. Fu estradato nel 1984 negli Stati Uniti, con una nuova identità e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro la Mafia americana, testimoniando nel 1986 al Maxiprocesso di Palermo e nel processo Pizza Connection di New York. Dopo gli attentati mortali ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Buscetta cominciò a parlare dei legami politici di Cosa Nostra facendo i nomi dell’onorevole Salvo Lima e di Giulio Andreotti come principali referenti dell’organizzazione. Fu quindi tra i principali testimoni nei processi a carico di Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli del 1979. Andreotti fu assolto per quest’ultimo e ritenuto connivente con la mafia per fatti precedenti al 1980, prescritti al momento della sentenza.

LA MORTE – Buscetta fece molto discutere con una sua crociere nel Mediterraneo e in un libro intervista con Saverio Lodato criticò lo Stato per non aver distrutto Cosa Nostra. È morto a 71 anni, a New York, stroncato da un tumore che lo aveva colpito da anni. È sepolto sotto falso nome a North Miami.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Il caso. La testimonianza di Brusca può scagionarlo, la direzione nazionale antimafia si mette di traverso. Angela Stella su il Riformista il 28 Marzo 2021. «Non è accettabile che le dichiarazioni dei pentiti siano utilizzate solo quando sono funzionali alle tesi accusatorie, mentre siano ostacolate quando potrebbero servire per esigenze difensive»: a parlare è l’avvocato Michele Capano, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale, e difensore di Stefano Genco, condannato in via definitiva nel 2000 per concorso esterno in associazione mafiosa a 4 anni di reclusione. L’avvocato Capano, nell’ambito dell’attività propedeutica al deposito di un’istanza di revisione della condanna, il 17 settembre 2020 ha chiesto di escutere il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, detenuto al momento nel carcere romano di Rebibbia. Il 28 settembre il magistrato di sorveglianza di Roma autorizzava il legale a sentire Brusca, per poi precisare che la modalità per lo svolgimento del colloquio con Brusca sarebbe dovuta avvenire in video collegamento, secondo le indicazioni dettate dal Servizio Centrale di Protezione, che fa capo al Ministero dell’Interno. «Da quel momento, nonostante il sollecito dello stesso Magistrato di sorveglianza al Servizio Centrale di Protezione e al carcere di Rebibbia, non ci è stato consentito di effettuare l’investigazione difensiva. A sei mesi di distanza dall’autorizzazione – prosegue Capano – dobbiamo prendere atto della condotta eversiva di importanti articolazioni dello Stato, che si ostinano a ignorare il disposto di un provvedimento giurisdizionale, come un qualunque latitante. Ben due Ministeri – Giustizia per il carcere e Interni per il Servizio Centrale – si fanno beffe della decisione di un Magistrato di Sorveglianza, alla faccia della divisione dei poteri. Mi chiedo, sempre alla faccia della divisione dei poteri, da chi queste articolazioni del potere esecutivo prendano effettivamente ordini. Mentre la Direzione Nazionale Antimafia interviene “a monte” della procedura, rilasciando un parere che viene richiesto dal magistrato prima di autorizzare, tali articolazioni del potere esecutivo, “a valle”, aspettano il definitivo benestare della stessa Direzione Nazionale Antimafia, al di fuori di ogni norma. Mi chiedo, ed ho chiesto nei giorni scorsi al Ministro della Giustizia Marta Cartabia ed al Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese inviando loro una nota, se viviamo in un Paese nel quale le Istituzioni siano libere di non rispettare provvedimenti giudiziari o se sia possibile pretendere la concreta vita dello Stato di Diritto». Tale condotta, secondo Capano, lede il diritto di difesa del suo assistito: l’istanza di revisione serve infatti a sottoporre al vaglio di alcuni magistrati acquisizioni utili ad evidenziare un possibile errore commesso ai danni del Genco dai giudici dell’epoca, avvalendosi anche del contributo di verità che potrebbe fornire Giovanni Brusca. «Brusca, a quanto pare, invece è “Cosa Loro”: neanche a venticinque anni di distanza dall’ inizio della sua collaborazione, quando hanno avuto ogni agio nel chiedere ed ottenere dal collaboratore tutte le informazioni di cui avevano bisogno, si consente ad un difensore di valersi di quella fonte di prova per un contributo di verità. È un’esperienza, l’ennesima, che induce a riflettere sul reale “stato” della possibilità del difensore di fiducia di svolgere attività investigativa a beneficio del proprio cliente, secondo la disciplina che la legge 397 del 2000 inserì nel corpo del nuovo codice del 1988». Alla prova dei fatti, una volta di più, «si rivela l’ ipocrisia di apparenti “poteri difensivi” che necessiterebbero – per rendersi concreti – della collaborazione di quelle stesse Procure che hanno interesse contrario alle investigazioni stesse: è un sistema che non funziona. Ci vuole un’Autority per queste investigazioni: un soggetto terzo che garantisca la difesa in evenienza di questo genere: lo dico e propongo all’Unione delle Camere Penali. Proprio nel corso del lavoro per quest’istanza di revisione, mi sono imbattuto in una chiusura assoluta (priva di tutela giurisdizionale rispetto ai dinieghi) a richieste documentali da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, cioè di quella Procura i cui errori secondo la prospettazione difensiva – noi vorremmo sottolineare attraverso la revisione». In conclusione, ci dice Capano: «Voglio pensare che contributi utili all’accertamento della verità abbiano un valore anche quando propiziati da esigenze difensive tese a pronunce assolutorie, oltre che quando necessitati da ragioni accusatorie tese all’individuazione di reati. Questo vorrebbero il codice di procedura penale ed il Magistrato di Sorveglianza di Roma che ci ha coraggiosamente autorizzato, questo non vogliono “altrove”. Mi auguro che l’alto intervento delle Ministre cui mi sono rivolto possa risolvere questa situazione incancrenita».

La riflessione dopo la morte di Cutolo. Il paradosso di uno Stato contro la tortura che usa il carcere duro per estorcere collaborazioni. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 21 Febbraio 2021. La morte di Raffaele Cutolo era, purtroppo, prevedibile. Non tanto per la sua età, ma perché, da tempo, in gravissime condizioni di salute. Il 6 luglio scorso, l’Unione Camere Penali Italiane, con l’Osservatorio Carcere, aveva denunciato che, nonostante il quadro sanitario allarmante, non era stata autorizzata la visita del medico di fiducia, per non meglio specificate “ragioni di opportunità”. Ciò nonostante quanto riferito dalla moglie e dalla figlia del detenuto che, in una delle poche occasioni d’incontro concesse, avevano constatato come il loro congiunto non fosse in grado di alzare gli occhi, di portare un bicchiere d’acqua alla bocca, di parlare e comunque di interagire. Stato comatoso confermato anche dal suo difensore che descriveva una persona immobile, condotta in sala colloqui con la sedia a rotelle, con il capo reclinato verso il petto, in silenzio e privo di reazioni di qualsiasi genere. All’epoca, Cutolo assumeva quindici pillole al giorno, straziato dal diabete, dalla prostatite, dall’artrite ed era fortemente ipovedente. Eppure quella piccolissima parte della riforma dell’Ordinamento Penitenziario divenuta legge aveva ribadito che «i detenuti e gli internati possono richiedere di essere visitati a proprie spese da un esercente di una professione sanitaria di loro fiducia» e aggiunto che «possono essere autorizzati trattamenti medici, chirurgici e terapeutici da effettuarsi a spese degli interessati da parte di sanitari e tecnici di fiducia». Le “ragioni di opportunità” evidentemente furono ritenute prevalenti sul principio costituzionale del diritto alla salute e sulle norme dell’Ordinamento Penitenziario. Non sembrò “opportuno” che un ottantenne, capo di un’associazione criminale che non esiste più da almeno 40 anni, detenuto da 57 anni, potesse avere le cure di un medico di fiducia. Egli doveva attendere che la vendetta giungesse a termine. Oggi il nemico è morto e alla Questura di Napoli è stato affidato il compito di organizzarne il trasferimento da Parma a Ottaviano e la sepoltura. Non vi è dubbio che Raffaele Cutolo sia effettivamente stato un “nemico”, un colpevole di efferati delitti, un uomo che ha voluto la morte di altri uomini, ma dobbiamo continuare a interrogarci su quale sia la strada maestra per avversare tali condotte criminali e, soprattutto, se quella intrapresa sia la migliore e conforme a giustizia. Su questo tema, più volte l’Unione Camere Penali Italiane è intervenuta per denunciare l’illegittimità della detenzione speciale prevista dall’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nel giugno del 1992. Una norma di carattere emergenziale, divenuta poi definitiva e quindi a pieno regime, introdotto nel 2002. Circostanza che conferma, ancora una volta, che nel nostro Paese ciò che è provvisorio diventa definitivo e che non si è in grado di affrontare concretamente un’emergenza destinata a essere cronica. Dal 1992, cioè da circa trent’anni, siamo quindi in perenne allarme. Ma qual era, all’epoca, l’emergenza? Il 23 maggio 1992 vi era stata la strage di Capaci, con la morte di Giovanni Falcone e di altre quattro persone. Il Governo pensò di affrontare la gravità della situazione con il carcere duro, per dare il segnale di uno Stato forte. Ma dopo poco più di un mese dal decreto legge, il 19 luglio 1992, il dramma si replicò con la strage di Via D’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e altre cinque persone. Quanto accaduto dimostra, senza possibilità di smentita, che la scelta politica non fu delle migliori e che non era – e non è – la strada da intraprendere. Il 41 bis prevede che, quando ricorrono gravi motivi di ordine o di sicurezza pubblica, il Ministro della Giustizia possa sospendere il trattamento rieducativo nei confronti di alcuni detenuti. Tale sospensione dovrebbe avere lo scopo d’impedire i collegamenti con le associazioni criminali di appartenenza. Quanto accaduto dall’entrata in vigore della norma, fa comprendere che la scelta – oltre a essere a nostro avviso illegittima – non paga e che sarebbe meglio, invece, intensificare l’opera di risocializzazione verso queste persone, intervenendo anche all’esterno sul tessuto sociale di appartenenza. Oggi i detenuti che scontano la pena in regime previsto dall’articolo 41 bis sono ben 700. Certamente non sono tutti capi di cosche criminali. La maggior parte sono gregari a cui la vita – e dunque lo Stato – non ha offerto alternative e continua a non offrirne, impedendo anche quel trattamento previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Ma la detenzione speciale non è solo sospensione del trattamento. Nella pratica va molto oltre quello che prevede la norma e si concretizza nel termine usato di “carcere duro”. “Duro” perché si è reclusi in istituti o sezioni speciali, sorvegliati da personale specializzato della polizia penitenziaria. Si ha diritto a un solo colloquio al mese, video controllati e registrati, in locali in cui non è possibile alcun contatto. Se non si fa il colloquio, una telefonata al mese di dieci minuti, registrata. Limitazione dei beni e del danaro ricevuto dall’esterno. Censura della corrispondenza. Massimo due ore di aria al giorno con non più di quattro persone. È, di fatto, una detenzione che mira all’annientamento della personalità dell’uomo, in nome di una ragione ufficiale d’impedire i contatti con l’esterno. Ma vi è anche un altro scopo, denunciato più volte dall’Unione Camere Penali Italiane e detto a “bassa voce” da altri, quello investigativo. La collaborazione alle indagini può far venire meno lo stato di detenzione speciale. A fronte di tale unica via d’uscita, per ragioni di sopravvivenza, chi non ha nulla da offrire al suo carnefice, deve recitare un fantasioso copione, con le devastanti conseguenze giudiziarie per altri soggetti spesso innocenti. Vi è poi l’interpretazione restrittiva della norma, nella sua applicazione concreta. Si potrebbero citare un’infinità di casi. Basti per tutti quanto accaduto il mese scorso. È stato vietato ad un recluso al 41 bis l’acquisto del libro scritto dall’ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, oggi Ministro della Giustizia. Le ragioni: possibile aumento del suo carisma criminale. Ci si chiede, pertanto, come abbia fatto Raffaele Cutolo a sopravvivere a 34 anni e 2 mesi in regime di 41 bis e se della sua detenzione lo Stato – quello di diritto, che ha abolito la pena di morte e introdotto, seppur recentemente, il delitto di tortura – debba essere fiero.

La trattativa infinita sulla dissociazione dei boss. Enrico Bellavia su L'Espresso il 23 febbraio 2021. Ventotto anni di negoziato tra offerte, disegni di legge e proclami per una via d’uscita morbida dalle organizzazioni criminali. Così i padrini inseguono la fine del 41 bis. Dici dissociazione e pensi trattativa. Per questo conviene andare indietro almeno a 28 anni fa. 1993. Per capire cosa accade intorno al ciclico ritorno del tema, bisogna tornare a quell’anno. L’anno delle stragi al Nord, l’anno che precede l’arresto di Giuseppe e Filippo Graviano, l’ultimo boss in ordine di tempo ad avere annunciato la presa di distanza dall’organizzazione senza però "farsi pentito". In mezzo c’è la revoca unilaterale del 41 bis che ferma gli eccidi e scongiura l’attentato all’Olimpico. Le manette ai due fratelli stragisti, a gennaio 1994, interrompono il negoziato ma non mandano in soffitta il progetto di una via morbida all’uscita da Cosa nostra: assunzione di responsabilità ma senza accuse ai sodali. L’idea, mutuata dalla legislazione sul terrorismo, non trova applicazione nelle norme antimafia, ma tenta più di un magistrato di sorveglianza, indotto a vedere nella scelta di dissociarsi quel venir meno dell’attualità del pericolo che intanto fa cadere il regime di carcere duro. Poi, forse, consente l’applicazione dei benefici premiali per chi ha buona condotta da esibire e lunga espiazione. Cade così il tabù dell’ergastolo ostativo. Picconate su picconate, con bollo di Cassazione e Corte Costituzionale, in nome delle garanzie, con più di un sospetto che si tratti di un espediente svuota carceri. Trattativa e dissociazione compaiono insieme in una informativa ufficiale dello Sco del settembre del 1993, proprio nel pieno della stagione delle bombe: «Obiettivo sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il “carcerario” e il “pentitismo”». In realtà il negoziato, scolpiranno i giudici di Firenze in sentenza, è già un pezzo avanti. Il perimetro è quello delle carceri. Lì si gioca la partita. Allora come adesso. Perché il dissociato è solo un ex, non un collaboratore di giustizia il cui profilo era stato disegnato da Giovanni Falcone, ma un “mafioso in sonno”. Se le carceri sono il perimetro, la Chiesa spesso è stata la leva. L’intenzione è buona ma di buone intenzioni, si sa, è lastricata la strada per l’inferno. Febbraio 1994, il vescovo dei terremotati, un insospettabile come monsignor Antonio Riboldi, lancia l’idea della resa per centinaia di camorristi. Vogliono accedere al rito abbreviato, che garantisce lo scontro di un terzo della pena. In soldoni significa: niente ergastoli e massimo 30 anni. E a cascata i benefici: lavoro esterno, semilibertà, permessi premio. A settembre di quello stesso anno il pentito Domenico Cuomo gela gli entusiasmi e rivela che quel progetto è la risposta meditata dei vertici della camorra al pentimento di Pasquale Galasso e all’arresto di Carmine Alfieri. A raccontarla più o meno negli stessi termini è anche il casalese Dario De Simone. Carceri, Chiesa e, naturalmente, Parlamento. Il 29 marzo del 1995 il vice presidente della Camera Luciano Violante tende la mano: «Uscite, venite fuori dalla organizzazione, consegnatevi, e lo Stato saprà valutare con equilibrio questo vostro comportamento. Noi non vi chiediamo necessariamente il pentimento, cioè la collaborazione». L’autorevolezza del personaggio consente uno sfondamento a sinistra. Don Luigi Ciotti ha il prestigio per metterci il proprio doppio bollo d’assenso. Ma Giancarlo Caselli, procuratore capo a Palermo, nel luglio del 1996 è costretto a raffreddarlo: «La «dissociazione è pericolosa, potrebbe rallentare l’insostituibile contributo di collaborazione e sarebbe un lusso che noi non possiamo consentirci». Proprio in quei giorni è deflagrata la notizia che a dissociarsi è stato Salvatore Cucuzza, il killer del segretario regionale del Pci Pio La Torre, ucciso nel 1981. Cucuzza, in realtà, prova a rimanere nel limbo ma quando i pm di Palermo gli dicono che deve collaborare, non senza qualche tentennamento, finisce per saltare il fosso. Ma il Parlamento ha ricevuto: il 13 dicembre del 1996 il senatore Bruno Napoli, del Centro cristiano democratico insieme con i colleghi Davide Nava e Melchiorre Cirami (quello del legittimo sospetto) presentano i 15 articoli del disegno di legge ‘‘Misure a favore di chi si dissocia dalla mafia’’ che nelle intenzioni dovrebbe offrire la «la via istituzionale più genuina e trasparente», quella legislativa. L’alt dei magistrati è fermo e la questione viene accantonata fino al febbraio del ‘99 quando a riproporla è l’autista di Totò Riina, Salvatore Biondino. Chiede un incontro al procuratore nazionale Pierluigi Vigna e ai procuratori di Palermo e Caltanissetta, Piero Grasso e Giovanni Tinebra. Grasso dice no, Tinebra sì, Vigna vuole spingersi oltre e continua i colloqui investigativi fino ai primi mesi del 2000 oltre che con Biondino con Pietro Aglieri, Giuseppe Madonia e Michele Greco. Tempo dopo, in Antimafia, raccontò che a colpirlo furono le parole di uno dei mammasantissima: «Cosa nostra un tempo era onorata, in un altro tempo faceva paura, ora fa schifo». I boss proposero di riunirsi per redigere un testo comune che servisse a formalizzare la loro scelta. A parole non chiedevano neppure la revoca del 41 bis, ma solo un invito alle nuove generazioni a non seguire il loro esempio. Vigna disse che dal governo non arrivò il via libera e la questione si arenò ancora. Il 6 giugno del 2000 è l’avvocato Carlo Taormina dice al Giornale: «Credo che lo Stato sia divenuto abbastanza forte in confronto della mafia. Mi chiedo se non sia il caso di intraprendere quella strada (la dissociazione) anche per i mafiosi al fine di riconsiderare razionalmente la questione carceraria di questi detenuti». Due giorni dopo parla il procuratore nisseno Tinebra e apre alla dissociazione, ma poi l’anno dopo, frattanto diventato capo delle carceri, dirà al Corriere della Sera di aver cambiato idea. Ma nel giugno del 2000 vuole dire la sua anche l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino che al Messaggero offre anche la data di morte della mafia, 1958: «Dopo è solo delinquenza». Tira in ballo i tentativi di Vigna e lancia un segnale diretto alla politica. «Lo Stato non è Vigna e per trattare bisogna essere in due». Il 6 febbraio del 2001 Repubblica rivela ciò che è accaduto. Racconta di Biondino e degli incontri con Vigna, della linea concordata dai boss e della posizione diversa assunta da Pietro Aglieri, dissociato sì ma disinteressato a qualunque contropartita, in linea con un proprio percorso spirituale. Sarà per questo che il suo avvocato ribadisce: «Dissociazione? Per me è una malattia mentale». A settembre del 2001 un pezzo da novanta come Pippo Calò, il plenipotenziario a Roma della cupola mafiosa si dissocia pubblicamente ammettendo di aver fatto parte della commissione mafiosa ma negando la propria responsabilità nelle stragi: «Decideva tutto uno solo e il nome non posso farlo». Sul finire di quell’anno il procuratore aggiunto di Palermo, Guido Lo Forte denuncia: «Temiamo patti con le istituzioni». Proprio in quei giorni il collega Alfonso Sabella magistrato di Palermo in forza al Dap è stato messo alla porta dal ministro della giustizia, il leghista Roberto Castelli. La cacciata ha una ragione precisa: si è opposto alle manovre sulla dissociazione all’interno delle carceri. Anzi, di Rebibbia in particolare, dove convivono Biondino, libero di spostarsi di cella in cella come scopino, Salvatore Imerti, big della ‘ndrangheta calabrese, Pietro Aglieri, Giuseppe "Piddu" Madonia, Salvatore Buscemi, e Giuseppe Farinella, ovvero tutti i boss siciliani della linea morbida. Il 12 luglio 2002 il cognato di Riina, Leoluca Bagarella parla da L’Aquila e legge un proclama in cui allude a «promesse che non sono state mantenute» e dice che i detenuti al 41 bis si sentono «presi in giro». Poi dà la scossa: «Siamo stanchi di essere strumentalizzati dalle forze politiche». A seguire ci tengono a far sapere che sono d’accordo Salvatore Madonia, Cristoforo Cannella e Giuseppe Giuliano che il 16 luglio 2002 scrivono a Daniele Capezzone, allora segretario dei Radicali per dare una strigliata ai legali che ora siedono in Parlamento: «Erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l’applicazione del 41 bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa». Come dire: siete arrichiti con i processi, siete ora in condizione di fare leggi e scardinare il 41 bis e ve ne state fermi? Nel 2003 e 2004 dalle carceri partono altri segnali, uno arriva all’ex ministro Roberto Castelli che lo rivelò nel 2011, dicendo che respinse l’offerta dopo essersi consultato con dei magistrati. Nel 2013 in Parlamento arriva il ddl del senatore di Gal Lucio Barani, che «ipotizza un indulto fino a 8 anni che comprende reati di mafia alla sola condizione della completa divulgazione di reati commessi durante la militanza in organizzazioni di tipo mafioso». Ed è l’allora procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi ad alzare lo scudo: è «l’ennesimo tentativo surrettizio di introdurre una blanda dissociazione per concedere a pericolosissimi criminali un salvacondotto per gravissimi crimini di mafia».

Lo stragista Filippo Graviano si dissocia da Cosa nostra perché vuole uscire dal carcere. Lirio Abbate su L'Espresso il 18 febbraio 2021. Il boss palermitano condannato all’ergastolo per le stragi di Falcone e Borsellino e del 1993 vuole usufruire della nuova normativa per lasciare il 41 bis. Per ottenere il permesso premio. Grazie allo spiraglio aperto dalla Corte Costituzionale presieduta da Marta Cartabia, oggi ministra della Giustizia. Il capomafia Filippo Graviano, quello che ha ordinato l’uccisione del beato Pino Puglisi, che ha organizzato l’attentato a Paolo Borsellino e progettato ed eseguito l’attacco allo Stato con le bombe del 1993 a Roma, Milano e Firenze, ha chiesto al giudice di sorveglianza dell’Aquila un permesso premio. Ma non è solo questa la novità: l’ergastolano vuole uscire dal carcere per un giorno perché ha maturato, come ha comunicato ai magistrati, il proposito di dissociarsi dalle scelte del passato. Tutto ciò apre nuovi scenari nel contrasto alle mafie. Non è un “pentimento” del boss di Brancaccio, ma il tassello di una più grande strategia che punta a disarcionare il 41 bis, il carcere impermeabile, e far tornare liberi i boss condannati per omicidi. E una vicenda significativa che si collega alla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo e poi a quella della Corte costituzionale che nel 2019 ha dato una spallata all’ergastolo ostativo che impediva la concessione di benefici ai mafiosi che non collaboravano. Una norma introdotta all’indomani della strage di Capaci, proprio per “premiare” boss e gregari che saltano il fosso. Per Filippo Graviano il ripensamento normativo è una strada strategica su cui sta cercando di muoversi per tornare ad assaporare la libertà. «Perseguire le finalità rieducative del condannato, senza trascurare, al tempo stesso, le esigenze della sicurezza della collettività, ma calibrando ogni decisione sul percorso di ciascun detenuto, alla luce di tutte le circostanze concrete», è il percorso che nell’aprile dello scorso anno l’allora presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, oggi ministra della Giustizia, indicava alla magistratura di sorveglianza. Parole particolarmente significative pronunciate nello stesso periodo in cui i giudici erano al centro di polemiche per la scarcerazione di boss della mafia. Le affermazioni di Cartabia erano contenute nella relazione annuale sull’attività della Corte, nella parte dedicata al carcere e all’esecuzione penale, con il richiamo alle più importanti sentenze della Consulta in quel periodo. Di «speciale rilievo», ricorda l’allora presidente, oggi Guardasigilli, che ha dichiarato illegittimo l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui ai condannati per una serie di gravi delitti, a cominciare da mafia e terrorismo, non consentiva la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia e anche in presenza di elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata e il pericolo di un loro ripristino. Quella disciplina impediva «ogni verifica in concreto del percorso di risocializzazione compiuto in carcere dal detenuto, rischiando di arrestare sul nascere questo percorso». Così ora quella e altre pronunce hanno dato gli strumenti alla magistratura di sorveglianza per poter esercitare «con attento discernimento i propri poteri discrezionali». Filippo Graviano è fratello di Giuseppe, quello che fino a pochi mesi fa dall’aula della corte di Reggio Calabria che lo processava per la ’ndrangheta-stragista, in accordo con Cosa nostra, ha lanciato messaggi ricattatori a Silvio Berlusconi, per il loro passato. Entrambi sono stati condannati all’ergastolo per le stragi di Falcone e Borsellino, per l’omicidio del beato Puglisi e per le bombe del 1993 in cui vennero uccise pure due bimbe. Ora Filippo ha fatto mettere a verbale ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi al Nord e sul leader di Forza Italia e su uno dei fondatori del partito, Marcello Dell’Utri, che si dissocia da Cosa nostra. Filippo ammette la sua partecipazione alla cosca di Brancaccio. Sul resto tace. I pm gli hanno fatto presente di essere interessati alle stragi e ai rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e la famiglia Graviano, e a questo punto Filippo – ormai dissociato – ha voluto sottolineare che c’è “una questione pregiudiziale” rispetto alle domande che i pm gli hanno posto. Cosa significa? Tutto questo appare come una strategia messa in campo dalla famiglia Graviano. Un progetto di lungo corso che i fratelli di Brancaccio stanno portando avanti. Non dimentichiamo che sono stati capaci, grazie alle loro complicità, di procreare nel 1996 mentre si trovavano detenuti al 41 bis all’Ucciardone. Quello che doveva essere un regime impermeabile, di fatto per loro non lo fu, e così Giuseppe e Filippo diventarono papà e i loro figli sono stati partoriti dalle loro compagne in una clinica in Costa Azzurra. Il dissociato adesso sostiene di non avere più contatti con il fratello Giuseppe, ma, sarà una coincidenza, alcune persone disegnano una traiettoria convergente: hanno lo stesso difensore, l’avvocato Carla Archilei che spessissimo va a trovare Giuseppe nel carcere di Terni, e poi Francesca Buttitta, la moglie di Filippo, ha sporadici contatti con il cognato Giuseppe e frequenta a Roma la stessa abitazione in cui vive gran parte della famiglia Graviano. Di questo progetto di dissociazione aveva già parlato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale ricordava che nel 2004 era stato proprio Filippo Graviano a comunicargli, mentre erano in carcere che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». In quel momento erano trascorsi dieci anni da quando Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, avviando una trattativa. Emerge il progetto della dissociazione, già percorso più di vent’anni fa dai boss in accordo con alcuni politici. Spatuzza, ricordando un episodio avvenuto durante la detenzione, rivela: «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione». I boss di Brancaccio, per Spatuzza, «avevano in mano il Paese» grazie ad un tavolo aperto con Berlusconi e Dell’Utri, e chiedevano la cancellazione del 41 bis e provvedimenti legislativi che legittimassero la semplice dissociazione dei boss, alla maniera degli ex brigatisti. In passato ci sono stati diversi tentativi di dissociazione e di estensione dei benefici dei collaboratori di giustizia anche ai dissociati di mafia, e alcuni magistrati si sono opposti a dare questo riconoscimento legale. «La dissociazione poteva avere senso da un’ideologia politica, non certamente da un’attività criminale, che sarebbe stata una specie di condono, di amnistia o di nulla osta, in cambio di un impegno, ad esempio, a non trafficare più nella droga», lo diceva Gianni De Gennaro, ex capo della polizia e già al vertice dei servizi segreti, in audizione alla Commissione parlamentare antimafia nel 2012, ricordando che questa era la sua posizione fin dal 1994. Adesso i fratelli stragisti di Brancaccio sono alla ricerca di spunti “giudiziari” per far revisionare i loro processi e allo stesso tempo ottenere l’uscita dal 41 bis così da permettere a entrambi, dopo 27 anni di detenzione, di usufruire dei benefici di legge che li possono portare alla scarcerazione. E puntano ad annientare il regime di detenzione carceraria per i boss e tutto quello che rende forte il contrasto alle mafie impedendo le comunicazioni con l’esterno, e aprendo di conseguenza le porte d’uscita ai capimafia.

Il boss Giuseppe Graviano ha parlato con i pm dei soldi di Silvio Berlusconi. di Lirio Abbate su L'Espresso il 5 marzo 2021. Aperta a Firenze una nuova inchiesta sui capitali iniziali del leader di Forza Italia, con i giudici che volano a Palermo. Mentre il boss prosegue con la sua strategia, iniziata con una lettera del 2013 all’allora ministra Lorenzin e che oggi passa da un libro in lavorazione. C’è un’inchiesta giudiziaria destinata a creare seri problemi a Silvio Berlusconi. È stata aperta nei mesi scorsi dalla procura antimafia di Firenze. L’inchiesta parte dalle dichiarazioni fatte davanti ai giudici della corte d’Assise di Reggio Calabria dal boss Giuseppe Graviano, già condannato a diversi ergastoli per aver ordinato, tra gli altri, gli omicidi del beato Pino Puglisi, del piccolo Giuseppe Di Matteo, di altre vittime innocenti, donne e bambini, e le stragi di Firenze, Roma e Milano del 1993, quando decise che Cosa nostra doveva attaccare lo Stato. Il capomafia ha aggiunto che nel periodo in cui era latitante, avrebbe incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi. E il boss ha sostenuto che l’ex Cavaliere, prima di iniziare la sua attività politica, gli avrebbe chiesto di essere aiutato in Sicilia. Secondo Graviano, però, molte delle attese che Cosa nostra aveva riposto in Berlusconi vennero meno: il “ribaltamento” del regime carcerario del 41bis non ci fu e neppure l’abolizione dell’ergastolo. «Per questo ho definito Berlusconi traditore», ha spiegato Graviano rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, aggiungendo di essere stato latitante dal 1984 e che questa sua situazione non gli ha impedito di incontrare Berlusconi, «che sapeva della mia condizione». «Mio nonno», un facoltoso commerciante di frutta e verdura, ha detto Graviano «era in contatto con Berlusconi» e fu incaricato da Cosa nostra di agganciare l’ex presidente della Fininvest per investire somme di denaro al Nord. Missione riuscita, a detta del boss, sostenendo che «sono stati investiti nel settore immobiliare una cifra di circa venti miliardi di lire». Graviano dice che suo nonno è stato di fatto socio di Berlusconi: «I loro nomi apparivano solo su una scrittura privata che ha in mano mio cugino Salvo».

L’INTERROGATORIO. La procura di Firenze che indaga su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’ambito delle stragi del 1993, adesso scava pure sui patrimoni iniziali dell’ex Cavaliere. In passato sui soldi di provenienza della mafia avevano indagato anche i pm di Palermo nell’ambito del processo in cui Dell’Utri è stato condannato per concorso in associazione mafiosa. Le dichiarazioni dell’ergastolano sembrano più una minaccia all’ex premier, un modo per tentare di incassare soldi e libertà. Lo scorso novembre, sulla base di queste esternazioni, i procuratori di Firenze sono andati nel carcere di Terni e hanno interrogato Giuseppe Graviano, che ha accettato di incontrare i magistrati rispondendo pure alle loro domande, assistito dal suo difensore di fiducia. Un lungo interrogatorio che i pm toscani hanno secretato. I riscontri alle sue affermazioni sono già stati avviati.

LA STRATEGIA. Nonostante le condanne all’ergastolo per delitti di mafia a cui Giuseppe Graviano e suo fratello Filippo sono stati definitivamente condannati, dalle loro mosse si intuisce che vogliono lasciare il carcere sfruttando tutti i mezzi possibili per tornare liberi. C’è il tentativo di smontare le accuse dei collaboratori di giustizia per poi chiedere di avviare una revisione dei processi e allo stesso tempo provare ad uscire dal circuito del 41bis, il carcere impermeabile, per transitare nel regime ordinario da cui è più facile ottenere la possibilità di essere scarcerati. Per questo motivo Giuseppe Graviano da diversi mesi ha coinvolto tutti i componenti della sua famiglia nel raccogliere dati e documenti e far scrivere un libro sulle sue vicende giudiziarie, raccontandole secondo la sua visione e il suo interesse, mettendo in discussione - secondo lui - le vecchie sentenze di condanna. Emerge il profilo di un uomo presuntuoso, ostinato ma anche di un abile oratore, attento osservatore e opportunista, un personaggio che vuole essere carismatico e al centro dell’attenzione, non a caso è un capo importante fra i corleonesi di Cosa nostra, con solidi agganci con il latitante Matteo Messina Denaro. Il fatto che abbia scelto di parlare in aula di Berlusconi è frutto di un calcolo che ha valutato con accortezza per lo sviluppo della sua strategia.

LA LETTERA ALLA MINISTRA. I segnali lanciati da Giuseppe Graviano a Silvio Berlusconi si leggono già nel 2013, quando il Cavaliere entra con il suo Popolo delle libertà, nel governo delle larghe intese di Enrico Letta. Il boss sceglie di scrivere una lettera di cinque pagine alla nuova ministra della Salute, Beatrice Lorenzin. Il capomafia apre il suo testo presentandosi e dichiarandosi innocente, «in espiazione dell’ergastolo ostativo», e «condannato solo per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, senza riscontri», e poi «come ben sapete voi esponenti del Pdl, perché dal primo giorno del mio arresto mi è stato detto che se non avessi accusato il presidente di Forza Italia e collaboratori, venivo accusato di tutte le stragi del 1993 in poi, lo stesso i miei fratelli di altre accuse di associazione mafiosa, invitandomi a confermare le accuse dei collaboratori di giustizia nei confronti del senatore Berlusconi».

La lettera del boss Giuseppe Graviano alla ministra Beatrice Lorenzin del 2013. Scrive a Lorenzin, e la lettera è stata acquisita dalla procura di Firenze, e ricorda «la provenienza dei capitali per formare il patrimonio della famiglia Berlusconi». All’allora ministra indicata da Berlusconi, Graviano scrive che dimostrerà la sua estraneità «a tutto ciò che mi viene contestato e ingiustamente condannato e non maledico la causa che mi ha portato a questa tragica situazione e non giudico i politici che hanno varato queste leggi, in particolare il Centro destra, inumane e inesistenti in nessun altro paese del pianeta terra, non danno la possibilità di uscire dal carcere, se non si confermano le contestazioni, anche accusando persone innocenti, nel mio caso confermare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e sottolinea che ci vorrebbe il coraggio di qualche politico «alle successive elezioni» rivolto ad «abolire la pena dell’ergastolo».  Nel circuito dei detenuti al 41bis c’è molta fibrillazione per il disegno strategico che i Graviano stanno portando avanti. E forse il boss, approfittando del nuovo cambio in via Arenula, sta pure pensando ad una lettera da inviare alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, per spiegare le sue ragioni da mafioso ed ergastolano che vuole uscire.

LA DISSOCIAZIONE. Il giorno prima di interrogare Giuseppe Graviano, i procuratori aggiunti di Firenze, Luca Turco e Luca Tescaroli, hanno sentito Filippo Graviano. I pm hanno subito sottolineato il motivo della convocazione: «Siamo interessati al tema del concorso di altre persone nelle stragi del 1993-1994 e ai rapporti economici tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, lei (Filippo Graviano ndr) e la sua famiglia. È disponibile a parlarne? Vorremmo partire dal 28 luglio 2009 quando lei ha manifestato il proposito di dissociarsi “verso le scelte del passato”». La risposta del boss è immediata: «Fino al 2009 il mio nome non era di interesse di nessuna procura; nel 2009 ci fu l’inizio della collaborazione di Gaspare Spatuzza, io mi ero reso conto che la mia vita passata non era corretta e stavo facendo un percorso interno. Lui sosteneva che nel carcere di Tolmezzo gli avevo detto che stavamo aspettando qualcosa dall’esterno». In quell’occasione, come ha ricostruito Spatuzza, il boss gli disse che se certe cose non si fossero verificate, sarebbe arrivato il momento di parlare coi magistrati, annunciando la possibilità di una scelta di dissociazione dall’organizzazione. Per il collaboratore sarebbe l’ulteriore prova che un accordo con pezzi della politica ci fu. Ma il capomafia continua a negare questa circostanza. «Fatta questa premessa», dice ai pm Filippo Graviano, «mi proclamo innocente rispetto ai reati che mi sono stati attribuiti nella sentenza di Firenze (quella sulle stragi del 1993 ndr) e ritengo che, per me, questa sia una questione pregiudiziale rispetto alle domande che mi avete posto. Il mio interesse è quello di ottenere una revisione della mia posizione giudiziaria. Non sono disponibile a rispondere alle vostre domande. Mi sono dissociato da Cosa nostra facendo una dichiarazione espressa di dissociazione». E poi conclude: «Ammetto la mia responsabilità in relazione alla partecipazione a Cosa nostra palermitana, mandamento di Brancaccio, non sono mai stato capo del mandamento neppure come sostituto». L’interrogatorio, dopo un’ora, si conclude così.

IL SOPRALLUOGO A PALERMO. In relazione a questa indagine sulle stragi e sui soldi che secondo Graviano sono stati versati a Berlusconi, i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sono stati in trasferta dall’8 al 12 febbraio nella zona di Palermo per effettuare “accessi”, verifiche e sopralluoghi. Una spedizione tenuta riservata in cui i pm erano accompagnati da un gruppo di investigatori che si occupano proprio dell’inchiesta sugli attentati a Roma, Milano e Firenze in cui sono stati già condannati Giuseppe e Filippo Graviano. Questa trasferta, per le modalità con le quali è stata condotta, sembra la stessa usata quando si deve far effettuare il sopralluogo ad un nuovo collaboratore di giustizia che ricostruisce storie di cui è stato testimone o protagonista. Il piano dei Graviano è in atto, aspettano che qualcuno lo porti a compimento.

Le accuse. Articoli ad orologeria di Espresso e Fatto: tornano le falsità dei Graviano su Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Marzo 2021. I signori Filippo e Giuseppe Graviano, ergastolani condannati per reati gravissimi legati a Cosa Nostra, sono liberi, come ogni detenuto, di difendersi, di dichiararsi non colpevoli, di tentare un alleggerimento della propria posizione accusando altri, di fare i dissociati o i pentiti anche a scapito di altri. In poche parole, è loro diritto anche inventarsi le solite balle nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Vogliono agitare sotto il naso di qualche pubblico ministero il nome del presidente di Forza Italia come carotina per ingolosire? Liberissimi di giocare al gatto e il topo con l’amministrazione della giustizia per trarne qualche personale vantaggio. La prospettiva di un’intera vita al 41-bis non piace a nessuno. Ma quel che è intollerabile, inaccettabile e persino un po’ disgustoso è il fatto che esistano ancora magistrati disponibili, fin dall’inizio degli anni novanta, quando qualche ambiente di barbe finte aveva tentato di incastrare Berlusconi con l’operazione “Oceano”, a credere che quelle carotine siano davvero commestibili. Soprattutto dopo che, una prima volta negli anni novanta e una seconda nei duemila, precedenti tentativi di indagare Berlusconi e Dell’Utri per collegamenti alle cosche sono falliti e le inchieste hanno portato sempre e solo all’archiviazione. Energie investigative e soldi pubblici buttati via. Finirà così anche questa volta. E c’è da domandarsi a che cosa possa portare tanta testardaggine nel continuare a frugare, scavare, sapendo benissimo che se i fratelli Graviano, così come i loro predecessori esperti nell’arte della calunnia, avessero davvero qualche storia di vita che possa anche solo aver sfiorato quella – intensa e sempre pubblica – di Berlusconi, sarebbero già diventati gli eroi dell’antimafia militante. Meglio di Spatuzza, forse addirittura meglio di Buscetta. Due pubblici ministeri di Firenze che indagano sulle stragi (forse) mafiose del 1993 sono stati per cinque giorni a Palermo del novembre scorso. Ce lo raccontano i giornali in servizio permanente effettivo dalla parte dei Buoni contro colui che rappresenta il Male Assoluto. Funziona più o meno così: il settimanale L’Espresso, ridotto dalle glorie del passato a due paginette allegate come omaggio domenicale alla Repubblica, lancia l’amo come anticipazione il venerdì, disciplinatamente raccolto dal Fatto quotidiano del sabato. Apprendiamo così che il viaggio al sud è stato determinato dalle pubbliche, solite (nulla di nuovo) dichiarazioni di Giuseppe Graviano , nel novembre dell’anno scorso, davanti alla corte d’assise di Reggio Calabria, durante un processo che riguarda la ‘ndrangheta. Una storia trita e ritrita e già archiviata: Giuseppe Graviano avrebbe incontrato due volte l’imprenditore (non ancora politico) Berlusconi in latitanza, ma poi ne sarebbe stato tradito perché il leader di Forza Italia, dopo aver vinto le elezioni nel 1994 non aveva eliminato l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e neanche l’ergastolo. Che cosa c’entra tutto ciò con le stragi del 1993 su cui ancora indaga la procura di Firenze? Assolutamente niente. A meno che non esista davvero qualcuno che pensi che Berlusconi e Dell’Utri abbiano chiesto ai fratelli Graviano di mettere per loro conto le bombe in cambio di qualche riforma in tema di giustizia. Se mi è permessa una piccola divagazione, vorrei ricordare che Vittorio Sgarbi e io nel 1996 siamo stati indagati per concorso esterno in associazione mafiosa per otto mesi proprio perché nella campagna elettorale del 1994 in Calabria avevamo proposto quelle riforme come nostra iniziativa individuale. Riforme che il centro-destra quando fu al governo si guardò bene dall’attuare, proprio perché non le aveva nel programma. Ve lo immaginate Ignazio La Russa che abolisce il 41-bis? O Bossi che si impegna contro l’ergastolo? Roba da Pannella, piuttosto. Non è chiaro se, come insinua il Fatto, Giuseppe Graviano abbia scelto il momento politico per lanciare il suo (piccolo) petardo, come già aveva fatto nel 2013 quando Silvio Berlusconi aveva aderito al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Di certo non ha avuto un movente politico nel novembre 2020, quando c’era il governo Conte due e Forza Italia era all’opposizione. Ma forse la scelta politica e temporale l’hanno fatta proprio i giornali delusi dalla nascita del governo Draghi e incattiviti dalla presenza in maggioranza e anche dal rilancio politico di Berlusconi in Italia e in Europa. Non c’è oggi nessuna lettera, come quella inviata nel 2013 al ministro Lorenzin, in cui Graviano diceva che lo avevano obbligato a denunciare Berlusconi e che in caso contrario gli avrebbero attribuito tutte le stragi del 1993. Non c’è niente di niente che spieghi il momento scelto dall’Espresso e dal Fatto per pubblicare notizie di quattro mesi fa. Notizie? Ma lo sono davvero? L’unico fatto è il viaggetto (spero non sia costato troppo) dei pubblici ministeri fiorentini in Sicilia. Starebbero anche indagando, senza senso del ridicolo, sulla nascita del patrimonio iniziale dell’imprenditore Berlusconi. E già, perché il nonno dei fratelli Graviano sarebbe stato una sorta di socio occulto per conto di Cosa Nostra. Tutto già esaminato e archiviato da tempo come barzelletta. Durante il viaggio i due pubblici ministeri avrebbero però effettuato una piccola deviazione al carcere di Terni, dove è ristretto il fratello maggiore di Giuseppe, Filippo Graviano. E qui il discorso si fa serio, perché questo detenuto da dieci anni si dichiara un “dissociato” da Cosa Nostra, e dopo 27 anni di permanenza al regime del carcere impermeabile previsto dall’articolo 41 bis e dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 2019, ha cominciato a chiedere di avere un permesso premio. Ai magistrati ha però detto che non vuol parlare delle dichiarazioni di suo fratello se prima non si rimette in discussione la sua condanna per le bombe del 1993, rispetto alle quali si dichiara innocente. E si torna sempre lì, a quelle esplosioni (con vittime ) di Roma Milano e Firenze, che sono parse sempre strane rispetto agli obiettivi propri di Cosa Nostra. Ma non sono i fatti del passato a preoccupare oggi, piuttosto i messaggi. Perché ogni volta che Filippo Graviano prova a chiedere un permesso premio, ecco pronto il Fatto quotidiano a gridare allo scandalo, non senza ricordare che se un mafioso di quella levatura osa tanto, la colpa è della Corte Costituzionale e della sua sentenza che lo consente. E oggi pare già presa di mira la neo ministra di giustizia. Ecco che cosa scrive l’Espresso: «E forse il boss, approfittando del nuovo cambio in via Arenula, sta pure pensando ad una lettera da inviare alla ministra della giustizia Marta Cartabia, per spiegare le sue ragioni da mafioso ed ergastolano che vuole uscire». Ecco, il gioco è fatto: da Graviano a Cartabia, passando per Berlusconi. Due piccioni con una fava. Qual è l’obiettivo dei professionisti dell’antimafia?

Per Graviano un altro ergastolo e se la prende con Berlusconi, ma perfino il Fatto ci crede poco…Redazione su Il Riformista il  25 Luglio 2020. La Corte d’assise di Reggio Calabria ha condannato all’ergastolo il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, come mandanti di tre attentati avvenuti in Calabria contro i carabinieri tra il 1993 e il 1994 nei quali morirono Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, brigadieri, e furono feriti altri quattro militari. Filippone è stato condannato anche a 18 anni per associazione mafiosa con il clan Piromalli. Il processo per gli attentati del ‘93 e del ‘94 ha avuto una corsia principale, nella quale si è discusso di quei due omicidi, e una corsia “complanare” nella quale si è parlato di Berlusconi. Anche se col processo Berlusconi non c’entrava proprio niente. Il protagonista assoluto della scena è stato Giuseppe Graviano, che all’inizio degli anni novanta ebbe un ruolo importante in Cosa Nostra, e che è il figlio di un vecchio boss di Brancaccio. Graviano, sollecitato più volte dal Procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo, ha parlato molto di Berlusconi, ma sempre in modo vago, senza mai affondare. Attirando su di sè le attenzioni dei sostenitori del processo ”Trattativa Stato mafia” e della teoria che Berlusconi c’entri con Cosa Nostra. Però anche loro non sono rimasti molto soddisfatti delle dichiarazioni di Graviano, che ha consegnato un suo memoriale ai giudici, nei quali accusa sì Berlusconi, ma per una questione che con la mafia c’entra poco: Graviano sostiene che suo nonno, insieme ad altri, avrebbe prestato 20 miliardi (di lire) a Berlusconi negli anni 60, e che non li avrebbe mai riavuti indietro. E sostiene anche (cosa che fa inorridire i sostenitori di Stato-Mafia) che non era Dell’Utri il tramite dei rapporti con Berlusconi. Il Fatto Quotidiano ieri ha dato un grande spazio al memoriale offerto da Graviano ai giudici. Il titolo principale della prima pagina era “Con noi B. guadagnò miliardi” (dove la B. sta per Berlusconi). Però, nelle pagine interne, l’articolo di Marco Lillo e Rocco Musolino è molto più prudente. Precisa cento volte che Graviano non è attendibile e che la sua versione è contraddittoria.

Il Domani al traino di Graviano. “Mafioso e stragista”, De Benedetti all’attacco di Berlusconi scatenando il suo "Domani". Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Marzo 2021. Questa volta a mettere in campo il carro armato contro Silvio Berlusconi, dopo l’Espresso e il Fatto, provvede direttamente un antico antagonista, forse vero nemico nei sentimenti, come Carlo De Benedetti. E usa il suo giocattolo privo di orpelli e controlli, il nuovo quotidiano Domani, che pare talvolta più un volantino di propaganda politica o giudiziaria che un giornale. Le prime quattro pagine sono dedicate interamente a lui, quel Silvio Berlusconi che, se pur ha dovuto alla fine della lunga battaglia sulla Mondadori pagare denaro sonante all’antico antagonista, resta un uomo di grande successo da invidiare: grande imprenditore, due volte presidente del consiglio, con una bella famiglia di figli e nipoti che lo adorano. Non è questa l’immagine che l’editore e il direttore di Domani e anche una antica firma di Repubblica come Attilio Bolzoni hanno dell’ex presidente del Consiglio. “L’ombra delle stragi torna su Berlusconi”, così l’apertura di Domani di ieri. E giù quattro pagine di non-notizie. Ma, scrivono i cronisti Attilio Bolzoni e Nello Trocchia, “basta incastrare insieme i fatti, metterli in fila, rileggere qualche documento…e tornare all’Italia di quasi trent’anni fa”. Eh si, perché prima delle 49 citazioni con cui il libro di Sallusti-Palamara commenta i complotti giudiziari che hanno preso di mira Berlusconi inaugurando il filone di investigazione sessuale, in tanti ci avevano già provato, nel percorso del professionismo dell’antimafia. Nessuno lo ricorda, ma prima ancora dell’inchiesta “Sistemi criminali” ce ne fu una chiamata “Oceano”, che presto si inabissò. Lo so, perché ci fu una parte di servizi segreti avversa agli uomini della Dia che svolgevano quelle indagini, che per lungo tempo mi inviò, mentre ero alla presidenza della commissione giustizia della Camera, lettere e documenti in perfetto stile “barbe finte”. Non ho mai fatto alcun uso di quei documenti. Ho solo dato riscontro del fatto di averli ricevuti indossando un foulard della Dia nel corso di un’intervista che mi aveva fatto Emilio Fede quando era direttore del Tg4. Era chiaro fin dal 1994 che Silvio Berlusconi fosse il bersaglio non solo di ambienti politici, ma anche giudiziari. I meno pericolosi erano i milanesi, fin da quando Saverio Borrelli aveva intimato “chi sa di avere scheletri nell’armadio non si candidi”. Altri furono più agguerriti. E puntarono alto. Da dove arriva questo palazzinaro brianzolo così volgare, dove ha preso i soldi per inventare e avere successo con le televisioni commerciali e comprare una squadra di calcio, il Milan, che mieterà successi nel mondo come nessun’altra? E come mai decide di entrare in politica subito vincendo le elezioni? Chi gli ha dato i voti? Quattro indagini ufficiali (più “Oceano”), quattro archiviazioni non sono ancora sufficienti. Qualche “pentito” lo si trova sempre, un tanto al chilo. Così oggi, a leggere gli informatissimi tre organi di stampa, Espresso, Fatto e Domani, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sarebbero di nuovo iscritti sul registro degli indagati a Firenze per “concorso in strage”. E si, sarebbero i mandanti delle bombe messe (forse) da Cosa Nostra nel 1993 in luoghi d’arte di Milano, Roma e Firenze. Lo scopo di quegli attentati? Creare paura e affidarsi all’ “uomo nuovo”. Bisogna risalire ai giorni che precedettero la famosa “discesa in campo”. C’è oggi un ergastolano al 41 bis, condannato per diverse stragi di mafia, Giuseppe Graviano, che sta assaporando gli ultimi provvedimenti della Corte Europea e della Corte Costituzionale sul regime del carcere impermeabile, e la possibilità, a certe condizioni, di poter avere permessi premio pur senza essere un “pentito”. Graviano è uno che dice e non dice, fa giochi di prestigio con le parole, si fa “sorprendere” a fare confidenze mentre passeggia nei cubicoli dell’aria nel carcere pieno di microspie. Ma l’ultima volta ha parlato anche in un’aula processuale, a Reggio Calabria, verso la fine del 2020, e ha detto che nel 1993, mentre era latitante, avrebbe incontrato tre volte Berlusconi a Milano e che quest’ultimo gli avrebbe chiesto aiuto in Sicilia per le future elezioni cui si sarebbe candidato nel 1994. Ma non è sufficiente Graviano, c’è anche Gaspare Spatuzza, quello le cui parole sono d’oro perché ha smascherato il complotto ordito tramite il falso pentito Scarantino, quando tutto avrebbe potuto essere chiaro fin dal 1992. Spatuzza dice che Graviano gli aveva già parlato di Berlusconi durante un incontro al bar Doney di via Veneto a Roma il 21 gennaio 1994. E, guarda caso, dice Domani, proprio in quei giorni anche Dell’Utri era a Roma, per partecipare alla convention di presentazione di Forza Italia. Chiaro il nesso? Cose di piccoli uomini, mafiosi a assassini, che cercano qualche via d’uscita dalla loro misera vita. Ma il punto è che i pubblici ministeri di Firenze si sono precipitati nei mesi scorsi in Sicilia e anche nelle diverse carceri a interrogare pentiti e non. E il punto è anche che “basta incastrare insieme i fatti, metterli in fila, rileggere qualche documento…” per far scattare le ghigliottine, senza prove, senza indizi, senza riscontri. E senza pudore. Facciamo un esempio facile, tenendo nelle mani l’articolo di “Domani”. Si parla dell’attentato contro Maurizio Costanzo. E lo si definisce “..protagonista di trasmissioni contro la mafia ma anche contrario alla discesa in campo di Silvio Berlusconi”. Chiara l’allusione? La mafia voleva uccidere il conduttore di Mediaset forse per un motivo o forse per l’altro o forse per tutti e due. Si potrebbe far notare che per esempio Fedele Confalonieri era molto perplesso sul fatto che Berlusconi entrasse in politica, mentre altri come il liberale professor Urbani gli spiegavano il disastro che avrebbe investito l’Italia qualora le elezioni fossero state vinte dalla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, mentre le forze politiche del pentapartito che avevano governato l’Italia erano state spazzate via dalle inchieste di Tangentopoli. E come dimenticare quanto l’allora imprenditore di Arcore abbia supplicato Martinazzoli perché si candidasse contro Occhetto? Basterebbe un po’ di memoria sulla nascita di Forza Italia. O forse un po’ di volontà. Invece basta mettere insieme un po’ di pere e un po’ di mele, sale quanto basta. I famosi dati sui trecento detenuti cui non fu rinnovato il 41-bis, oggetto di “trattativa”, mentre si dimentica che di questi solo 18 erano di appartenenti alla mafia. O addirittura il “decreto Biondi”, che sarebbe stato emanato dal governo Berlusconi non, come era stato detto fino a ora, per scarcerare i corrotti, ma gli uomini delle cosche. E quali? Fare nomi e cognomi please, visto che dopo che il provvedimento fu ritirato in seguito al disconoscimento di paternità del ministro dell’interno Maroni, che ne era stato l’estensore insieme al collega guardasigilli, meno del 10 per cento degli scarcerati fu riarrestato. Quante stupidaggini! Una volta dell’Utri condannato per aver fatto da cerniera tra Cosa Nostra e Berlusconi, l’altra, nel processo “trattativa”, per aver tramato “contro” lo stesso presidente del consiglio. Ma intanto, ci racconta Domani, c’è un grande movimento di pubblici ministeri di mezza Italia di questi tempi che convergono sugli stessi due indagati come mandanti di stragi. Perché, come dice Graviano, “lui voleva scendere”, e ci voleva “una bella cosa”. Cioè le bombe e anche… – ci credete? – il decreto Biondi. Senza senso del ridicolo “Domani” scrive che “il contenuto del provvedimento sarebbe stato conosciuto con anticipo da Cosa Nostra”.

Berlusconi e De Benedetti, storia di una passione autentica tra due ex amici. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'8 Settembre 2020. Allora, dilemma: che gli ha preso all’Ing (con la maiuscola, come Avv per Agnelli e Cav per il cavaliere) Carlo De Benedetti quando ha commentato la malattia (Covid a 83 anni con un sacco di problemi pregressi, come da manuale) di Silvio Berlusconi dandogli dell’ «imbroglione» e parlando del proprio personale orgasmo – «la mia maggior goduria» – quando quello fu costretto a rimborsare alla sua Cir un bel pacco di miliardi? Qui ci sarebbe da rifare la storia d’Italia con tutta la “guerra di Segrate” fra Berlusconi e De Benedetti quando fu giocata una partita mortale sulla Mondadori. Ma occorrerebbero pagine per chi non sa e non ricorda. Mettiamola invece sul piano personale. Li ho conosciuti e anzi li conosco entrambi, De Benedetti e Berlusconi, umanamente parlando. E quando ho visto questa sparata dell’ingegnere a commento della malattia che aveva costretto Berlusconi al ricovero recalcitrante per polmonite da Covid mi sono chiesto se avesse avuto una botta di follia. Ho pensato in questi giorni durante i quali si è scatenata la zuffa all’italiana con violenza verbale, battute da querela e da fogna, e insomma sono rimasto ipnotizzato come spettatore cronista dal solito clima da guerra civile mentale e verbale che ci accompagna dalla fine della guerra fredda, anzi da molto prima. Con calma, anzi con rammarico, direi che De Benedetti si è fatto prendere da uno dei suoi personali attacchi di odio. Carlo De Benedetti ed io scrivemmo insieme un libro intervista qualche anno fa e diventammo amici, io bevevo la sua stessa tisana giallina che gli portavano in caraffe e rievocammo la sua vita e le sue guerre. E devo dire che mi colpì presto la dicotomia, o se preferite la contraddizione, fra il suo aspetto pacioso, florido senza essere grasso, a