Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

LA MAFIOSITA’

 

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L'alfabeto delle mafie.

In cerca di “Iddu”: “U Siccu”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il delitto Mattarella.

La Cupola.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Intimidazioni.

Non era Mafia, ma Tangentopoli Siciliana.

La Dia: Il Metodo Falcone.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare: segui i soldi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato - ‘Ndrangheta.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Camorra.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Depistaggio di via D’Amelio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il dossier mafia-appalti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P2 ed i Massoni rinnegati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P4.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il misterioso “caso Antoci”. (Segue dal 2020)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Cesare Terranova.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Antonino Scopelliti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Nino Agostino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro De Mauro.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro Rostagno.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Don Peppe Diana.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La ‘Ndrangheta.

Cosa Nostra. 

Cosa nostra cambia nome: l’Altare Maggiore.

La Mafia romana.

La Camorra. La Mafia Napoletana.

La Mafia Milanese.

La "Quarta mafia" del foggiano.

La Mafia Molisana.

Mala del Brenta: la Mafia Veneta.

La Mafia Nigeriana.

La Macro Mafia.

La Mafia Statunitense. 

La Mafia Cinese.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-AntiMafia.

Non era mafia: era politica.

Santi e Demoni.

La Moralità della Mafia.

I Mafiologi.

L'Antimafia delle Star.

Giovanni Brusca ed il collaborazionismo.

Il Pentitismo.

Hanno ucciso Raffaele Cutolo.

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Il reato che non c’è. Il Concorso Esterno.

Non era Mafia.

Antimafia: A tutela dei denuncianti?

Sergio De Caprio: Capitano Ultimo.

È incandidabile?

Il Business delle le Misure di Prevenzione: Esproprio Proletario.

Il Business del Proibizionismo.

Il Contrabbando.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …”Viva i Boss”.

La Gogna Parentale e Territoriale.

Il caso di Mesina spiegato bene.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Caporalato a danno delle Toghe Onorarie.

Il Caporalato Parlamentare.

Gli schiavi del volantinaggio.

La Vergogna del Precariato. 

Il caporalato sui rider.

Il Caporalato agricolo.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpa delle banche.

Fallimentare…

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…la Lobby.

Una storia di Casta. Csm, il sistema non cambia per nulla.

Lo Scanno del Giudizio: da padre in figlio.

I dipendenti della presidenza del Consiglio.

I Giornalisti Ordinati.

Gli Avvocati.

I Medici di base.

I Commercialisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

Le Assicurazioni…

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa c’entra la massoneria?

Le inchieste di Cordova e i giudici massoni.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’abbattimento delle case private. Abusivo: Condonato e distrutto.

L’occupazione delle case.

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Nulla è come appare: segui i soldi.

Il riciclatore autonomo. Report Rai PUNTATA DEL 08/11/2021 di Giorgio Mottola

collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi 

Dove finiscono i soldi delle mafie? Report ha provato a cercare una risposta entrando nella storia di un imprenditore che potrebbe aver riciclato circa 500 miliardi di dollari per conto di 'ndrangheta, Cosa nostra e del clan dei Casalesi. Potrebbe essere lo schema di riciclaggio più imponente della storia italiana. Secondo gli investigatori, l'imprenditore aveva creato una rete che andava da Cipro alla Malaysia, passando per Tagikistan, Pakistan, Dubai e Afghanistan. Sul suo computer le forze dell'ordine hanno trovato decine di passaporti falsi e documenti che attestavano la gestione diretta di investimenti finanziari per quasi 40 miliardi di euro. In esclusiva Report è riuscito a intervistare il presunto riciclatore, che ha spiegato i meccanismi della finanza internazionale con cui è possibile movimentare somme di denaro colossali. Si va dai templari ai broker internazionali, con sullo sfondo i rapporti con gli esponenti dell'ala finanziaria di alcuni tra i clan di mafia più potenti in Italia. L'imprenditore è stato intercettato e pedinato per quasi un anno e le sue operazioni finanziarie restituiscono un racconto completamente inedito di come le mafie riciclano i soldi, degli uomini che li fanno circolare, di chi li incassa e di chi finisce, senza saperlo, per usare gli stessi canali dei clan per muovere il proprio denaro. Una storia in grado di ridisegnare lo schema del riciclaggio dei soldi che partono dal nostro paese e fanno il giro del mondo. 

IL RICICLATORE AUTONOMO Report Rai di Giorgio Mottola consulenza di Lucio Musolino Collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi Immagini Alfredo Farina Montaggio Giorgio Vallati

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nonostante gli arresti eccellenti e i maxiprocessi, oggi le mafie italiane risultano ricche come mai lo sono state nella loro storia. Lo Stato confisca ogni anno alle organizzazioni criminali case, bar, ristoranti, auto di lusso, e persino pitoni e tigri. Ma dei soldi veri, delle decine di miliardi di euro che fatturano ogni anno le mafie quanto si riesce a recuperare?

NICOLA GRATTERI – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO Sostanzialmente si riesce a recuperare il due percento.

GIORGIO MOTTOLA Come mai si riesce a recuperare così poco?

NICOLA GRATTERI – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO È impossibile, è come trovare un ago in un pagliaio. Perché non c’è una rete nemmeno europea nel contrastare il riciclaggio.

 GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ecco perché i magistrati dell’antimafia sono saltati sulla sedia quando hanno cominciato ad ascoltare le conversazioni di un imprenditore calabrese, Roberto Recordare.

INTERCETTAZIONE ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Dei fondi dei 500 miliardi, parliamo dei 36 miliardi. Basta fare un download ed io c’ho le chiavi di trasferimento… se serve atterrare da qualche parte ci dicono loro dove atterrare e atterriamo quei 36 miliardi. Dopodiché andiamo a costruire tutto il resto...

 GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dalle intercettazioni sembra che Recordare si riferisca a fondi da 500 miliardi di dollari di cui 36 miliardi possono essere subito spostati. Gli investigatori lo hanno pedinato per un anno e hanno tracciato le sue triangolazioni dall’Italia verso Malta, il Tagikistan, l’Afghanistan, Dubai, il Pakistan e la Malesia.

GIORGIO MOTTOLA Finora aveva mai sentito parlare di Roberto Recordare?

NICOLA GRATTERI – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO No.

GIORGIO MOTTOLA Non era mai finito sul suo radar.

NICOLA GRATTERI – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO No. E ci lavoro dall’86 in Calabria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nicola Gratteri non è il solo ad aver sentito il suo nome per la prima volta. Fino allo scorso novembre Roberto Recordare era finito sulle cronache dei giornali solo come presidente di due squadre di pallavolo della serie A2.

INTERVISTA DIRECTA SPORT ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Per circa 12 anni abbiamo sponsorizzato la Golem Volley a Palmi. Quest’anno per vari motivi non c’è stata la possibilità di continuare e quindi… sono andato a… cercarlo da qualche altra parte.

GIORNALISTA È andato a portare il suo amore verso...verso, verso altri lidi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma verso altri lidi Recordare non avrebbe portato soltanto il suo amore.

INTERCETTAZIONE ROBERTO RECORDARE Comunque, considera che stiamo spostando cose dove i servizi segreti, cioè stiamo sconquassando il mondo. È l’equilibrio mondiale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’equilibrio mondiale Recordare tenterebbe di sconquassarlo dalla piana di Gioia Tauro. Il suo ufficio si trova in questo palazzo al centro di Palmi, dove ha sede la Golem Software, una piccola azienda di informatica che gestisce i servizi anagrafici e tributari del comune di Bari, Verona, Bollate e decine di paesi calabresi.

GIORGIO MOTTOLA Sono Giorgio Mottola di Report Rai 3, posso parlare con Roberto Recordare?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La scalinata verso l’ufficio di Recordare è costellata di quadri. Sono tutti ritratti di personaggi storici dipinti da lui: c’è Martin Luther King, il Mahatma Gandhi, Rosa Parks. E al piano di sopra l’estro pittorico di Recordare si esprime su Nicola Gratteri, rappresentato con fattezze da diavolo e tanto di corna.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Perché io ho sempre pensato che bisogna combattere questo tipo di magistratura mafiosa. Perché secondo me la mafia per me vuol dire sopruso. Il problema è che la gente di fatto ha paura qua più della magistratura che della ‘ndrangheta o quello che è.

GIORGIO MOTTOLA Lei si trova in un territorio ad altissima densità mafiosa.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Questa oppressione di ‘ndrangheta qua a Palmi, Palmi parlo, che so io non c’è.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Facciamo l’ipotesi per un attimo di avere la disponibilità, come Paese, di poter attingere a 500 miliardi di euro. Ecco insomma è il doppio del recovery plan, è tre volte il fatturato di Google, sei quelli di Facebook. E invece sono nella disponibilità… sarebbero… nella disponibilità di un signore solo: questo. E secondo la polizia di Reggio Calabria, sarebbero quei soldi della camorra, di Cosa nostra e soprattutto della ‘ndrangheta. Quella che stiamo per raccontare questa sera è la storia o del più grande e abile bluffeur o del più spregiudicato broker della storia della finanza. Recordare è stato intercettato mentre si vantava, spostando miliardi di euro di poter sconquassare l’equilibrio mondiale. E dopo un anno di intercettazioni e di pedinamenti, quando gli inquirenti stavano stringendo il cerchio intorno a lui e stavano per intuire un livello di riciclaggio mai scoperto sino a prima, accade qualcosa di grave, di inaudito. Il broker che è anche considerato dagli inquirenti “un riservato” della ‘ndrangheta, cioè un membro occulto delle ‘ndrine, ha parlato per la prima volta con il nostro Giorgio Mottola.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo gli investigatori che lo hanno ascoltato e pedinato per un anno, Roberto Recordare avrebbe messo in piedi un colossale schema di riciclaggio per conto di camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Ora spezzo una lancia io a favore della ‘ndrangheta. Facciamo finta che tutto sia vero e che io abbia riciclato 500 miliardi. Perché questi cazzo di 500 miliardi devono essere della ‘ndrangheta e non di tutte le mafie del mondo? Posso fare un cazzo di reato a nome mio e non avere il brand della ‘ndrangheta?

GIORGIO MOTTOLA Dell’accusa che viene mossa nei suoi confronti ancor più del riciclaggio la cosa che le dà fastidio è essere accostato a ‘ndrangheta e Cosa nostra.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Io voglio essere autonomo! Se io faccio un cazzo di reato, voglio farlo a nome mio.

GIORGIO MOTTOLA Ho capito, vuole essere un riciclatore autonomo.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Esattamente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sul computer e sui telefoni di Recordare sono stati trovati documenti finanziari che attestano l’esistenza di fondi da miliardi di dollari. Uno fa riferimento ad un deposito da 500 milioni di dollari e l’altro invece da 36 miliardi.

GIORGIO MOTTOLA Certo che parliamo di cifre enormi.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO Cifre enormi per noi, mortali. Ma non cifre enormi per le banche centrali.

GIORGIO MOTTOLA Perché che c’entrano le banche centrali?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO Il documento trovato nel telefono di questo soggetto si riferisce alla banca centrale degli Emirati.

GIORGIO MOTTOLA Ma un privato può gestire soldi che sono all’interno di una banca centrale?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO No. Almeno che non ci siano degli accordi particolari, cioè queste banche centrali, o delle banchette centrali anche di paesi più piccoli, si prestino per fare questo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Su entrambi i documenti l’intestatario del deposito miliardario è criptato da due codici alfanumerici, definite chiavi. Tutti e due i certificati sono emessi dalla Banca Centrale della Danimarca, ma in quello da 36 miliardi si specifica che i soldi si trovano altrove, nella banca centrale degli Emirati Arabi.

GIORGIO MOTTOLA Quindi Recordare era in contatto con le banche centrali di paesi extraeuropei. GIAN

GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO Risulta con chiarezza che lui fosse in contatto e avesse delle possibilità operative molto elevate con i sistemi bancari soprattutto asiatici.

GIORGIO MOTTOLA Ma è possibile che invece Recordare fosse semplicemente un grande truffatore?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO Lui veramente viaggiava, ha rapporti di alto livello con personaggi che lo aiutavano a compiere tutte le fasi di movimentazione del denaro, diciamo oggi, di provenienza ignota. Quindi, non è che uno ignaro di essere intercettato vive in un film. Viveva la sua vita, quindi la sua vita era quella.

GIORGIO MOTTOLA Lo riconosce questo titolo?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Sì.

GIORGIO MOTTOLA Da 36 miliardi.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Sì.

GIORGIO MOTTOLA Questo è un titolo autentico? Questi 36 miliardi esistono veramente nella banca di Dubai?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Evidentemente, sì.

GIORGIO MOTTOLA E lei che tipo di ruolo ha nella gestione dei questi 36 miliardi?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Io sono un tecnico.

GIORGIO MOTTOLA Che fa come tecnico?

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Come che fa come tecnico?

GIORGIO MOTTOLA Cioè che tipo di ruolo ha rispetto alla gestione di questi soldi, da tecnico?

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Qua bisognerebbe entrare e spiegare… questa poi è consulenza.

GIORGIO MOTTOLA E devo pagare?

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE (Ride) GIORGIO MOTTOLA Di chi sono questi soldi che lei ha in qualche modo gestito o rispetto a cui ha partecipato alla gestione?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Io ripeto, se c’è un problema su questo, vanno nella banca e gli chiedono di chi sono. Il nocciolo della questione è questi fondi sono leciti o non sono leciti? Se sono di fonte illecita, andate a prenderli.

 GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Invece di chiarire, le risposte di Recordare sui fondi da 36 miliardi e da 500 milioni di dollari aumentano i nostri dubbi sulle attività dell’imprenditore calabrese.

GIORGIO MOTTOLA Su di lei ci sono due ipotesi, una che lei sia il più grande riciclatore del mondo. L’altra è che si in realtà il più grande truffatore del mondo. Che cioè tutti questi titoli siano falsi, e che tutti questi soldi non siano mai esistiti.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE E quindi? GIORGIO MOTTOLA E che quindi sono tutte tentate truffe.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE La truffa vuol dire che truffi qualcuno, chi ho truffato?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Abbiamo quindi proseguito le nostre ricerche e con un po’ di fortuna ci siamo imbattuti in una persona che la storia di quei documenti sembra conoscerla molto bene.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha mai visto questi documenti?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Questo sì, questo da 500 sì.

GIORGIO MOTTOLA Questo da 500 milioni di euro.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo, io c’ho una fotocopia di questo documento, è questo.

GIORGIO MOTTOLA Questo è identico a quello che ha Recordare.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo, glielo ho dato io.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha dato questo documento da 500 milioni di dollari a Recordare.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo, questa è la procura con il numero del documento.

GIORGIO MOTTOLA Ah, quindi lei è il proprietario di questo documento da 500 milioni di euro.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il numero seriale del conto che ci viene mostrato è identico a quello trovato nel telefono di Recordare. Con l’imprenditore di Palmi, Maurizio Contessa condivide la passione per i quadri, di mestiere fa infatti il commerciante d’arte. Ma sebbene possegga un certificato di deposito da mezzo miliardo di dollari la sua casa non sembra quella di un miliardario.

GIORGIO MOTTOLA Lei non ha esattamente una faccia e un tenore di vita da mezzo miliardo, insomma.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE No!

GIORGIO MOTTOLA Come faceva ad avere un documento da 500 milioni di dollari?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Lo ritrovo facendo una ristrutturazione a casa dove abitava mio padre e ho trovato una valigetta con dei documenti che erano dentro un’intercapedine del muro. Cosa che io non ne sapevo l’esistenza.

GIORGIO MOTTOLA Cioè c’era un doppio fondo nel muro.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo.

GIORGIO MOTTOLA E dentro c’era questo documento qui?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Ce ne erano anche degli altri. Sono uguali a quelli, sono, sono di importi diversi.

GIORGIO MOTTOLA 800 milioni di dollari, 500 milioni di dollari, sempre Banca centrale Danese.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Maurizio Contessa ritrova questa valigetta del padre nel doppiofondo di un muro di casa, dentro ci sono tre certificati di deposito emessi dalla banca centrale danese. Due sono da mezzo miliardo di dollari e uno da 800 milioni. Di chi siano e da dove vengano è un mistero che il padre si è portato nella tomba.

GIORGIO MOTTOLA Suo padre che lavoro faceva?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Gestiva il casinò di Montecarlo.

GIORGIO MOTTOLA In che senso gestiva il casinò?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Ufficio fidi.

GIORGIO MOTTOLA Quindi quale era la sua funzione?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Curare i clienti che venivano a giocare a Montecarlo.

GIORGIO MOTTOLA Prestare i soldi a quelli che giocavano.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Negli anni Ottanta era a norma di legge, si poteva fare, quindi era il suo mestiere.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Negli anni Ottanta il casinò di Montecarlo è finito più volte sotto inchiesta con l’accusa di riciclare soldi di Cosa nostra e ‘ndrangheta. Ad occuparsi dei prestiti ai giocatori facoltosi che così aggiravano le norme sulle esportazioni di valuta, era il padre di Maurizio, Sergio Contessa, viene ucciso nel 1989 all’altezza del casello di Orte, nel corso di una rapina che subisce mentre era a bordo della sua auto nella quale trasportava 350 milioni di lire in contanti. All’epoca fu accusato di aver partecipato alla rapina anche Gaetano Scutellaro, il tabaccaio napoletano che questa estate è scappato con il “gratta e vinci” rubato ad un’anziana cliente. Sia in primo che in secondo grado Scutellaro è stato poi assolto da ogni accusa.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Io adesso mio padre come faceva ad averli non lo so.

GIORGIO MOTTOLA Non sapeva che suo padre avesse questi documenti?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE No, non me ne ha mai parlato.

GIORGIO MOTTOLA Quindi, quando li ritrova che cosa fa?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Ho fatto delle indagini ho fatto, ho visto che sono documenti che sono validi, quindi ho cercato di trovare la persona giusta che potevo incassarli.

GIORGIO MOTTOLA Per incassarli si è rivolto a Recordare.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Si diciamo ci ho provato a darlo a Recordare per vedere se aveva le possibilità: Io non lo conosco, non l’ho mai visto, l’ho visto una volta due secondi di sfuggita… GIORGIO MOTTOLA Ma mi scusi e lei affida un certificato da mezzo miliardo di dollari a una persona che non ha mai visto?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE No io l’ho affidata a Mariottini, Mariottini mi ha detto che era una persona affidabile e poteva fare questo lavoro…

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Marino Mariottini, è un ex direttore sportivo di importanti squadre della serie A, ha lavorato con l’Udinese, favorendo l’acquisto di Abel Babo e per l’Inter nella prima stagione di Massimo Moratti, nell’informativa della polizia Mariottini è indicato come uno dei faccendieri al servizio di Recordare.

GIORGIO MOTTOLA Ma lei di questi soldi poi lei è riuscito ad incassare qualcosa?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE No, non ho mai incassato nulla.

GIORGIO MOTTOLA Ma esistono veramente questi soldi da qualche parte?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Questi soldi esistono veramente ma tutto ciò che c’è dietro lo potrebbe solo raccontare mio padre che non me lo hai mai raccontato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se il misterioso documento da mezzo miliardo è stato gestito da Recordare per conto di Contessa, ancor più complesso è risalire alla fonte degli altri denari gestiti dall’imprenditore calabrese. Per capirci qualcosa bisogna partire dalle lunghe passeggiate che Roberto Recordare faceva qui, sul lungomare deserto di Palmi, in compagnia di Carmelo Gagliostro, nipote diretto del capomafia storico Gaetano Parrello e fratello di Candeloro, condannato a cinque anni nell’ambito di un processo alla cosca Gagliostro-Parrello. A Carmelo Gagliostro, che è stato arrestato come membro del clan e poi assolto dalle accuse, Recordare spiega il giro che fanno i soldi.

 INTERCETTAZIONE CARMELO GAGLIOSTRO Poi alla fine queste società ti vengono di là… che ti devono fare questi bonifici?

ROBERTO RECORDARE Sì, praticamente questi dalla Cina li fanno arrivare a Dubai, Dubai me li passa in Tunisia e dalla Tunisia li devo passare in Italia, però lo faccio veloce.

CARMELO GAGLIOSTRO Ma non è che li prendi e li sposti tutti?

ROBERTO RECORDARE eh no… minchia! dopo che abbiamo fatto tanto! (ride)

GIORGIO MOTTOLA Lei spostava soldi per conto di Gagliostro?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE No, assolutamente no. GIORGIO MOTTOLA Lei dice di no, però con Gagliostro scherzate dicendo: dopo tutto quello che abbiamo fatto per spostarli sarebbe sciocco portarli qui.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Allora, quando io dico dopo tutto quello abbiamo fatto, non vuol dire “abbiamo con lui fatto” perché se no tu mi stai dicendo che Gagliostro mi dà 500 miliardi o 100.

GIORGIO MOTTOLA Perché parla di queste movimentazioni internazionali proprio con Gagliostro?

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Perché lo conosco, perché glielo posso dire.

GIORGIO MOTTOLA Come confidenza.

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Sì. GIORGIO MOTTOLA C’è chi parla di calcio al bar e invece chi parla di movimentazioni di soldi tra la Cina e Dubai. ROBERTO RECORDARE E qual è il problema?

GIORGIO MOTTOLA Certo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma di certo il denaro da investire non mancherebbe alla cosca Parrello-Gagliostro di Palmi che ha esteso i suoi affari fino il Liguria. Per capire di che soldi parlasse Recordare, siamo quindi andati direttamente a casa di Carmelo Gagliostro. Ma prima di riuscire a suonare il campanello veniamo intercettati da un suo uomo di fiducia. UOMO Carmelo Gagliosto non c’è qua, è fuori. Lei chi è?

GIORGIO MOTTOLA Mi chiamo Giorgio Mottola, sono un giornalista. UOMO Un giornalista? No, non c’è. È fuori per lavoro.

GIORGIO MOTTOLA Ho visto che qui ci sono forse dei parenti, posso chiedere anche a loro? UOMO No, sono partiti fuori con mogli e figli.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E risulta ugualmente irreperibile, perché in carcere, anche l’altro uomo con cui Recordare discuteva di spostamenti di soldi: Domenico Laurendi, ex politico dell’Udeur, arrestato perché considerato uno dei boss della potente cosca Alvaro, per la quale si occupava di riciclaggio.

GIORGIO MOTTOLA Con Laurendi che tipo di affari aveva in comune?

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Nessun affare, siamo amici da tanto tempo.

GIORGIO MOTTOLA È un altro dei soggetti che appartiene al mondo ‘ndranghetista.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE E quindi? Non posso frequentare una persona libera.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La mappa degli spostamenti di Recordare potrebbe rivelare dettagli importanti anche sulla nuova geografia criminale di ‘ndrangheta e Cosa nostra. Il calabrese Recordare infatti attraversa di continuo lo Stretto per incontrare a Catania due imprenditori siciliani che nelle carte sono indicati come vicini al clan Santapaola: Giovanni D’Urso e Felice Naselli, già imputati in processi per mafia e poi assolti, sono entrambi molto interessati a soldi che si dovevano spostare tra la Malesia e il Tagikistan.

INTERCETTAZIONE ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Una volta che tu hai consolidato in Malesia, ti danno la pulizia, ti certificano che il denaro è di fonte pulita… danno la giustificazione, perciò non c’è nessun problema da quel punto di vista.

 GIOVANNI D’URSO - IMPRENDITORE Però poi come facciamo a mandarli in Tagikistan? Mica possiamo mandare dieci miliardi in Tagikistan!

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE No, no, no vabbè ma tanto sono scaricati su un conto di corrispondenza.

GIORGIO MOTTOLA Qui lei sta parlando di riciclaggio.

ROBERTO RECORDARE – IMPRENDITORE Perché sto parlando di riciclaggio?

GIORGIO MOTTOLA Il gergo è quello, pulizia, giustificazione di soldi. ROBERTO RECORDARE – IMRPENDITORE Non è pulizia… allora… quando uno ti certifica quello è perché… certifica… da dove… i conti da dove partono e dove arrivano, vuol dire che lì… perché le banche chiedono da dove arrivano i soldi. GIORGIO MOTTOLA Recordare parla di riciclaggio o no?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO Certo, non parla di ricette di cucina. Nelle sue intercettazioni si legge il manuale del perfetto riciclatore. Segue proprio le tre fasi classiche del riciclaggio: la movimentazione del contante che viene collocato in una banca, poi il conto bancario che si muove in altre banche in maniera tale che stacca la provenienza del denaro e infine, la terza fase, è quella di integrazione nell’economia lecita. Cioè lo spostamento, tramite società a giurisdizione offshore, che possano atterrare sul territorio europeo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma il giro che devono fare i soldi è davvero poco usuale. Questi dieci miliardi a cui fa riferimento Recordare devono spostarsi prima dall’Afghanistan verso il Pakistan e poi dal Pakistan vanno fatti transitare sui conti di una banca del Tagikistan, la Orien Bank. L’approdo finale è poi un conto della CMB Bank della Malesia.

GIORGIO MOTTOLA Quando si parla di riciclaggio solitamente si sentono i soliti Paesi Cayman, Virgin Islands, Bahamas. Qui invece Tagikistan Afganistan, Malesia. Non è strano?

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO. No, no. È un altro livello. I paesi diciamo di legge islamica hanno delle impronte legislative completamente staccate da quelle occidentali. E non sono soggette a controllo.

GIORGIO MOTTOLA Per questo livello di riciclaggio così alto i paesi islamici danno delle garanzie incommensurabilmente maggiori.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO Danno delle garanzie normative di blocco. Quindi, chi va lì è certo che gli americani non riescono a entrare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’Orien Bank è la più antica e importante banca d’affari del Tagikistan dove i musulmani rappresentano il 93 percento della popolazione. Presidente della banca è Hassan Asaturo Zoka cognato del capo dello stato tagiko Emomalī Rahmon che è in carica dal lontano 1993. Prima che il cognato salisse al potere, l’attuale presidente della Orien Bank di mestiere faceva il benzinaio. Rimane un mistero perché Recordare abbia scelto proprio questa banca per far transitare i soldi di cui parla con D’Urso e Naselli.

GIORGIO MOTTOLA Stava conducendo delle operazioni finanziarie all’estero per conto di D’Urso e Naselli?

ROBERTO RECORDARE – IMPRNEDITORE Assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA Però anche con loro parla di movimentazione di soldi.

ROBERTO RECORDARE Sì ma non parlo dei loro soldi. Se prendete una cazzo di intercettazione e la leggete in modo asettico, sono soldi di D’Urso e di Naselli?

GIORGIO MOTTOLA Giovanni D’Urso?

GIOVANNI D’URSO – IMPRENDITORE Sì.

GIORGIO MOTTOLA Lei conosceva Roberto Recordare.

GIOVANNI D’URSO – IMPRENDITORE Si, sì.

GIORGIO MOTTOLA Con Recordare parlava di spostamenti di soldi, da Dubai alla Cina.

GIOVANNI D’URSO – IMPRENDITORE Non ce la faccio.

GIORGIO MOTTOLA Non riesce a parlare?

GIOVANNI D’URSO – IMPRENDITORE No, ictus. GIORGIO MOTTOLA Un ictus ha avuto?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Purtroppo, a causa dei problemi di salute, Giovanni D’Urso difficilmente riuscirà a chiarire anche un'altra conversazione avuta con Recordare, in cui l’imprenditore calabrese ha fatto riferimento a un conto in Liechtenstein aperto a suo dire a Matteo Renzi in concomitanza con la sua nomina a presidente del Consiglio.

INTERCETTAZIONE ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Praticamente uno di là ha aperto un conto in Liechtenstein per Renzi il giorno dopo è salito…vedi che ha costruito proprio lui il fatto che doveva essere là, gli hanno aperto il conto in Liechtenstein.

GIOVANNI D’URSO - IMPRENDITORE E ti sorprende?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE No, no, cioè il giorno dopo, cioè questo vuol dire abbiamo fatto questo progetto e tu devi diventare Presidente del Consiglio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo la fonte confidenziale di Recordare, a Matteo Renzi sarebbe stato dunque aperto un conto in Liechtenstein dalle persone che avrebbero favorito la sua ascesa a Palazzo Chigi. Circostanza smentita completamente dall’ex premier che ci dice di non conoscere Recordare e di non aver mai avuto conti in Liechtenstein.

GIORGIO MOTTOLA Lei scopre che è stato aperto in Liechtenstein un conto in favore di Renzi?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Questa è l’affermazione che mi hanno riportato, e io ho riportato. Punto.

GIORGIO MOTTOLA Da chi l’ha saputo? Era un funzionario bancario? era la persona che avrebbe aperto il conto in Lienchtestein?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Era sicuramente un funzionario bancario.

GIORGIO MOTTOLA La stessa che le faceva da consulente rispetto alle sue operazioni?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Che faceva consulenze a me? Sono io che faccio consulenze agli altri. GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ancora più misteriosa è la storia di morte e resurrezione che ruota intorno al fondo da un miliardo di euro che fa base a Cipro. Il titolare è un certo Dimitri Verchtl, morto negli anni ‘80 e resuscitato 30 anni dopo per aprire il conto. Ma non è la cosa più strana. Nella foto che ha sul passaporto Dimitri c’è una vaga somiglianza con Roberto Recordare.

GIORGIO MOTTOLA E allora lei ha un fratello gemello, guardi qua.

ROBERTO RECORDARE Eh.

GIORGIO MOTTOLA Questo è lei, questa è la sua foto!

ROBERTO RECORDARE No!

GIORGIO MOTTOLA Ma come no? Su, sia serio.

ROBERTO RECORDARE Ahah.

GIORGIO MOTTOLA Avete rubato l’identità a un morto.

ROBERTO RECORDARE Non è vero niente.

GIORGIO MOTTOLA Lei conosce questo Dimitri Vercht?

ROBERTO RECORDARE È morto.

GIORGIO MOTTOLA Lei lo ha mai conosciuto?

ROBERTO RECORDARE No.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La vicenda di Dimitri Vercht ha veramente del miracoloso. Nonostante sia morto da trent’anni, nel 2017 l’Agenzia delle entrate italiana gli assegna un codice fiscale con il quale il redivivo Dimitri si presenta davanti a un notaio di Catania, firmando una procura con cui ha delegato a Roberto Recordare la gestione del suo fondo da 1 miliardo di dollari a Cipro.

GIORGIO MOTTOLA Come è possibile che un morto faccia una procura nei suoi confronti?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE No, che c’entra?

GIORGIO MOTTOLA Come che c’entra?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Questo…

GIORGIO MOTTOLA Come fa un morto a fare una procura in suo favore?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Ma chi ha detto che questo quando ha fatto la procura era morto?

GIORGIO MOTTOLA Da mo’ che era morto il povero Dimitri!

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Allora, l’atto dice che delega me per operazioni.

GIORGIO MOTTOLA Ma lei non lo ha mai conosciuto, me lo ha appena detto che non lo ha mai conosciuto.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE No, aspetta un attimo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma nel documento accanto al nome di Dimitri Verchtl compare anche quello di Sergio Contessa. GIORGIO MOTTOLA Lei sa chi è Dimitri Verchtl?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Dimitri Verchtl è questo signore, questo è il passaporto, era un personaggio importante in America, ed era un amico di mio padre, conosceva bene mi padre.

GIORGIO MOTTOLA Era un amico di suo padre Dimitri Verchtl.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Certo, lui è morto all’età di papà, nell’89.

GIORGIO MOTTOLA E che faceva nella vita Dimitri Verchtl?

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Gestiva questi conti insieme a mio padre.

GIORGIO MOTTOLA E come è possibile che la foto di Recordare sia sul passaporto di Dimitri Verchtl.

MAURIZIO CONTESSA - COMMERCIANTE D’ARTE Eh, questo glielo può dire solo lui.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed è a questo punto che Recordare decide di confessare e ci rivela che la foto sul passaporto è sua, ma ci assicura che è tutto regolare.

 ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Allora, le dico che tanti hanno i passaporti con nomi diversi.

GIORGIO MOTTOLA La stessa persona ha doppia identità in giro per il mondo?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Succede anche questo.

GIORGIO MOTTOLA Cioè lei in Ucraina si chiama Dimitri Verchtl?

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Probabilmente.

GIORGIO MOTTOLA Su, qui si sta arrampicando sugli specchi.

ROBERTO RECORDARE - IMPRENDITORE Io… allora….

GIORGIO MOTTOLA Questa se l’accolli, questa se la deve accollare, su…

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Roberto Recordare ha ragioni molto fondate per ridersela così di gusto. L’inchiesta giudiziaria che lo riguarda infatti è stata in buona parte bruciata a causa di un errore commesso in Tribunale a Reggio.

FONTE RISERVATA Considera che eravamo nel momento più delicato delle indagini perché si stavano facendo i riscontri sulla fonte dei soldi. E invece il cd con tutto il fascicolo di Recordare è stato allegato per errore agli atti di un processo e così sono diventati pubblici. Non lo so, forse... forse è stato l’errore di un cancelliere.

GIORGIO MOTTOLA Ma che vuol dire per errore?

FONTE RISERVATA Il pm non ha mai chiesto di allegare quegli atti, che ripeto: dovevano rimanere segreti. Ma se li è ritrovati sputtanati così, depositati in un processo in cui Recordare, tra l’altro, non era nemmeno indagato.

GIORGIO MOTTOLA Ma l’indagine così rischia di essere danneggiata?

FONTE RISERVATA Rischia? è già danneggiata.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Se la ride il buon Recordare, insomma. Gestirebbe questi 500 miliardi di euro, e ci sfida anche, perché dice: se pensate che sono di provenienza illecita andateli a prendere. Insomma, sembra facile. Anche perché qua da quello che emerge dalle intercettazioni sembrerebbe trovarsi di fronte a quello che è il manuale del perfetto riciclatore. Insomma, vengono messi dei soldi in contanti nelle banche. E poi dopo si sposta il conto corrente con in pancia i miliardi in un’altra banca, per far perdere l’origine, e poi attraverso società e giurisdizioni offshore, vengono spostate in banche europee e lì c’è il “libera tutti”. Sono soldi puliti. Ma con Recordare si è toccato forse un livello superiore, mai visto in precedenza. Recordare ha rapporti con delle banche centrali e soprattutto con le banche asiatiche a giurisdizione islamica, dove ci sono meno controlli e dove un occhio terzo ha difficoltà, è quasi impossibilitato ad andare a ficcare il naso. E dove i privati non è che possono operare in maniera così semplice. E anzi possono farlo solo se hanno degli accordi particolari, con delle strutture particolari. Ora, può darsi anche che Recordare li avesse perché è riuscito a spostare soldi dall’Afghanistan al Pakistan, fino a sbarcare nell’Orien Bank che è la banca più importante del Tagikistan, che ha il 93 percento della popolazione islamica. Ma magari invece Recordare è un grande truffatore e allora bisogna togliersi tanto di cappello perché deve essere stato abilissimo a creare una vita parallela. Perché le intercettazioni e i pedinamenti hanno provato che Recordare si recava effettivamente in questi Paesi, aveva effettivamente contatti con questi banchieri con delle personalità, lo sentivamo anche consigliare alcuni imprenditori in odore di mafia su come spostare e pulire i soldi. E Recordare ha incontrato tante personalità. Una, per esempio, è il ministro delle Finanze del sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme e Malta, da non confondere con l’Ordine di Malta. Ecco questo signore è Gaetano Bordonaro, e si mette a disposizione di Recordare per fare entrare dei soldi. Lui dice: “Investiremo i vostri soldi in acquisto di titoli! Ma sempre dicendo che è per opere finalizzate ad opere umanitarie.... però – specifica Bordonaro – noi siamo qui per fare business!” Ci mancherebbe altro. Se lo dice lui, in questa intercettazione, gli crediamo. Ecco, insomma, ci sarebbe stato un mondo da scoprire ma in maniera incomprensibile questa inchiesta è stata rivelata. E adesso… è stato solo un errore?

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato - ‘Ndrangheta.

Stato e 'ndrangheta tante volte hanno "trattato". Ilario Ammendolia su Il Quotidiano del Sud il 29 settembre 2021. IL processo sulla trattativa “Stato-mafia” nasce da fatti risalenti ai primi anni Novanta. Si tratta dello stesso periodo in cui lo Stato con suoi uomini ha trattato con la ‘ndrangheta durante il sequestro di Roberta Ghidini, una ragazza di Centenaro di Brescia sequestrata alle ore 7,30 del 15 novembre del 1991. Una serie di circostanze particolarmente fortunate portò ad individuare la cosca responsabile. Ma ormai la ragazza era in Calabria e l’Aspromonte appariva come una fortezza impenetrabile. Bisognava tutelare la sicurezza della ragazza e nello stesso tempo agire con la massima determinazione possibile perché le elezioni politiche erano alle porte. La Lombardia era ancora un serbatoio di voti per i partiti di governo ed in particolare della Dc ma la “Lega” incominciava a diventare una presenza insidiosa e la piaga dei sequestri, ad opera delle cosche calabresi, veniva utilizzata dai leghisti come una testa di ariete nella strategia di sfondamento. Inoltre, Centenaro è a un tiro di schioppo dalla casa di un importante ministro dell’epoca e la famiglia Ghidini è una famiglia nota in tutto il comprensorio. Lo Stato decide di mostrare i muscoli trasferendo in Calabria 1800 militari armati che mettono a ferro e fuoco molti paesi della Locride ma, contemporaneamente, inizia la trattativa. I servizi trattano ma hanno le spalle coperte eccome… sino al punto da far liberare dal carcere il boss Vincenzo Mazzaferro a cui verrà consegnata una borsa con 500 milioni ed un largo margine di azione in nome dello Stato. Il sequestro Ghidini si concluderà nel migliore dei modi. La ragazza verrà liberata nel giro di pochi giorni. I partiti di governo riconquisteranno il potere anche se per l’ultima volta. I sequestratori uscirono senza tanti danni. Vincenzo Mazzaferro avrà come premio la libertà ma, a quanto si dice, perderà la vita per fatti e misfatti legati al sequestro Ghidini. È stato l’unico caso in cui lo Stato trattò con la ‘ndrangheta? Niente affatto! Stato e ‘ndrangheta in pratica hanno sempre trattato (e, forse trattano ancora). Si trattò sicuramente durante “l’operazione Marzano” e poi a Montalto per far fallire il summit di tutte le cosche reggine e affinché restassero senza nome e senza volto gli incappucciati presenti al raduno. Si trattò durante la rivolta di Reggio. Si trattò con Ntoni Macrì, il boss dei boss della provincia di Reggio Calabria. Si trattò durante la drammatica stagione dei sequestri ed ancora dopo. Ho parlato della Calabria ma tracce evidenti di “Trattativa” sono evidenti nel coprire i responsabili della mattanza di sindacalisti siciliani e di braccianti calabresi durante gli assalti ai latifondi o dei responsabili della strategia della tensione e delle stragi. Con tali precedenti, perché a Palermo s’è deciso di aprire il processo “Trattativa” pur con prove dubbie? E perché una parte della “grande stampa” ha stabilito di dare un formidabile copertura mediatica fino all’ultimo giorno, al processo? Ci può essere di tutto dietro una tale scelta. Ci può essere la convinzione genuina e sofferta dei Pm come ci potrebbe essere una loro morbosa ricerca di notorietà, di fama, di carriera. Ci possono essere obiettivi politici e qualche resa dei conti all’interno dell’apparato dello Stato. Ma con la morte non si scherza e c’è qualcosa di inquietante ed esige una risposta in tempi rapidi. Mi riferisco alle pesanti (e presunte) minacce a Di Matteo ed a suoi colleghi così esposti da ipotizzare l’utilizzo dei mezzi blindati per tutelare la loro sicurezza. Più o meno come a Kabul. Ora, dal momento che Mori, Di Donno, Subrianni e Dell’Utri sono innocenti (e tali li dobbiamo considerare) risulta arduo pensare che le minacce di morte potessero provenire da ambienti vicino agli imputati. Quindi, bisognerebbe indagare in altre direzioni, senza escludere che vi siano oscuri mondi che confezionano minacce per fini inconfessabili ma facilmente comprensibili e sino al punto da mettere a rischio vite umane, sprecare fiumi di denaro e, soprattutto, inquinare e manomettere la democrazia nel nostro Paese.

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Camorra.

La vera Trattativa è quella del caso Cirillo. Massimo Bordin l'1 novembre 2018 su  Il Foglio. Un caso vecchio 37 anni, pacifico e non contestato, rimesso in discussione in un libro del giudice istruttore Carlo Alemi. Il “caso Cirillo” è una storia di 37 anni fa, quando camorra, Democrazia Cristiana e Brigate Rosse trattarono per il sequestro dell’assessore provinciale Ciro Cirillo rapito dalle Br a Napoli nel 1981. Una storia complicata, con molti punti ancora oscuri ma alcuni chiarissimi. In sostanza alcuni leader napoletani della Dc affidarono alla camorra di Raffaele Cutolo la salvezza dell’assessore in cambio di un riscatto che finì ai terroristi, dopo una trattativa in cui successe di tutto e che lasciò una scia di sangue e ricatti. Tutto ciò è assolutamente pacifico e non contestato. L’aspetto che qui si segnala è che il risultato processuale della storia resta non incompiuto ma inesistente. Nel processo che ne scaturì, il principale imputato fu Claudio Petruccioli, allora direttore dell’Unità, accusato della pubblicazione di un falso documento che parlava però di vicende forse non altrettanto false. Il giudice istruttore, Carlo Alemi, che allora aveva condotto le indagini ha ora scritto un libro in cui evidenzia la scelta della procura, da lui non condivisa, di tenere fuori i politici dal processo. Il suo libro documenta in modo ineccepibile la sua tesi, che non contesta il fatto che i servizi segreti abbiano contattato la camorra, ma che lo abbiano fatto non per avere informazioni sulle Br ma per trattare un riscatto. In un dibattito due giorni fa ad Avellino, Alemi ha chiaramente spiegato questo concetto. Ne consegue che siamo uno strano paese, con strani magistrati, alcuni non tutti. Di fronte a una trattativa in cui lo stato rafforza la mafia, il processo di fatto non si fa. Quando lo stato contatta un mafioso per arrestare il capo della mafia, si condannano i carabinieri. 

Morto Ciro Cirillo, il Dc sequestrato dalle Br e rilasciato dopo una oscura trattativa con la camorra. Aveva novantasei anni: Domani i funerali, scrive il 30 luglio 2017 "La Repubblica". Se ne sono andati un uomo e un pezzo di storia che sconvolse l'Italia. È morto all'età di 96 anni l'ex presidente della Regione Campania Ciro Cirillo. L'esponente di punta della Dc fu sequestrato a Torre del Greco (Napoli) dalle Brigate Rosse il 21 aprile1981 (quando era assessore ai lavori pubblici della Campania e presidente della commissione che doveva gestite tutti gli appalti del post terremoto del 1980) per poi essere rilasciato dopo diversi giorni di prigionia in circostanze ancora oggi avvolte da molti misteri. Un rapimento che ha segnato la memoria del nostro Paese con il primo serio sospetto di trattativa tra lo Stato, le Br e la camorra di Cutolo, a tre anni dal rapimento Moro. Durante il rapimento ci fu anche un conflitto a fuoco: furono uccisi l'agente di scorta Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, e venne gambizzato il segretario dell’allora assessore campano all'Urbanistica, Ciro Fiorillo. L'ultima uscita pubblica di Ciro Cirillo, l'ex presidente della Regione Campania è dell'anno scorso, quando decise di festeggiare insieme a figli, nipoti e gli altri parenti i suoi 95 anni. Era il febbraio del 2016 quando convocò i suoi cari al Circolo Nautico di Torre del Greco per un pranzo al quale presero parte diversi amici politici della vecchia Democrazia Cristiana, in particolare della città vesuviana dove risiedeva. Per l'occasione fu presente anche il sindaco Ciro Borriello. I funerali di Ciro Cirillo si svolgeranno domani, lunedì 31 luglio, a Torre del Greco, alle ore 16.30 nella chiesa dei Carmelitani Scalzi a corso Vittorio Emanuele. Il rapimento Cirillo per anni è stato avvolto dal mistero. Una vicenda scomoda su cui i riflettori sono rimasti sempre bassi, fino al febbraio dell'anno scorso quando lo stesso Cirillo rilascia un'intervista alla tv svizzera italiana, per negare con decisione ogni trattativa finalizzata al suo rilascio da parte del boss ("Lo escludo, assolutamente") e allo stesso tempo per rimestare antiche accuse: "Ci fu un'istruttoria, da parte del giudice Carlo Alemi, che aveva un solo obiettivo, incastrare Antonio Gava, allora ministro dell’Interno".  Accuse  che il giudice ha prontamente ricusato, con un 'intervista all'Espresso: “Mi sembra incredibile che il dottor Cirillo abbia oggi fatto quelle affermazioni, totalmente discordanti peraltro con quanto affermò, in mia presenza ed al mio indirizzo, il 19 maggio 2008, all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del documentario “La trattativa” del programma Rai “La storia siamo noi”, allorché mi disse: “Anzi penso che mai come in questo momento avremmo tutti bisogno di magistrati coraggiosi e onesti come lei”. Intrecci mai chiariti e che ora con la morte di Cirillo tornano a infittirsi. Infatti in un'intervista a Repubblica, a firma di Giuseppe D'Avanzo, nel 2001 Cirillo disse di aver affidato la verità sul suo rapimento a un memoriale di una quarantina di pagine consegnato a un notaio con l'impegno di renderlo pubblico solo dopo la sua morte. Ma in una successiva intervista al Mattino ritrattò: "Dissi anche che lo avevo dato ad un notaio, che lo conservava in cassaforte. Non era vero. Ma quell'invenzione ebbe effetto, per un po' sono stato lasciato in pace dai giornalisti".

Rapimento Cirillo: le Br, Cutolo e la Dc. Così D'Avanzo raccontò la trattativa. E il suo clamoroso prezzo. L'articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica del primo febbraio 1985, di Giuseppe D'Avanzo, pubblicato su Repubblica il primo febbraio 1985. "Può dirsi sufficientemente provato che nelle trattative per il rilascio di Ciro Cirillo sono intervenuti esponenti democristiani ed esponenti dei servizi segreti". Il giudice istruttore di Napoli, Carlo Alemi, non ha dubbi. Nella lunga ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio dei brigatisti della colonna napoletana delle Br il magistrato affronta al capitolo nono "le trattative per il sequestro Cirillo". Soltanto tredici pagine, ma un rosario di testimonianze sufficienti a fargli chiedere un'ulteriore "approfondita istruttoria" per conoscere "l'esatto ruolo svolto dalla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo per il rilascio di Cirillo; l'intervento di esponenti di partiti politici che hanno fatto da tramite ed eventualmente da garanti tra le Br e Cutolo nello sviluppo della trattativa; il ruolo svolto durante i giorni del sequestro dai servizi segreti e se questo sia stato contenuto nell'ambito dei compiti istituzionali". Le tredici pagine, tuttavia, con le testimonianze dei brigatisti pentiti già disegnano lo scenario della trattativa, i suoi protagonisti, il prezzo che gli intermediari si dicevano pronti a pagare per la liberazione dell'assessore regionale Dc. E se il prezzo è clamoroso - forse fu offerta anche l'indicazione del luogo dove era custodito Patrizio Peci -, altrettanto clamoroso è l'unico nome di protagonista che salta fuori, Gava: nome sussurrato da tempo ma mai entrato finora in un'inchiesta giudiziaria. A vuotare il sacco sono stati Pasquale Aprea e Maria Rosaria Perna, i carcerieri di Cirillo nei due mesi della sua prigionia. "Nella prima decade di maggio - hanno raccontato - durante la fase in cui il sequestro andava politicamente malissimo, le Br con lo spostamento dei compagni detenuti ad Ascoli seppero che la camorra dietro pressioni di esponenti politici napoletani offriva per la liberazione di Cirillo 5 miliardi, armi a volontà, un elenco di magistrati napoletani con relativi indirizzi. Anzi si offriva di effettuare agguati ai danni di magistrati indicati dalle Brigate rosse". Antonio Chiocchi, uno dei fondatori della colonna napoletana, riferì in più occasioni ai due che "Gava era andato da Cutolo per trattare la liberazione di Cirillo presso le Brigate rosse". Silvio o Antonio Gava? Il magistrato non lo scrive. Inizialmente la trattativa si arena di fronte al rifiuto dei terroristi. Maurizio Stoccoro, un altro pentito, ha confermato di aver saputo da Giovanni Planzio, capo storico della colonna, "che Cutolo era intervenuto per sollecitare il rilascio di Cirillo in quanto alla camorra serviva che venissero allentati i posti di blocco della Polizia che ne impedivano tutti i traffici illeciti". "Cutolo ci offrì - ha raccontato Stoccoro - denaro, due o più miliardi, molte armi. Quante ne avessimo volute". Un'offerta che non interessò le Brigate rosse. L'attacco delle Br, infatti, - ha spiegato Stoccoro ai magistrati - era rivolto alla Dc proprio per dimostrare che mentre la Democrazia cristiana per Moro non aveva voluto trattare, aveva invece trattato per Cirillo". A maggio la trattativa ha una svolta. Comincia l'andirivieni di camorristi e brigatisti nel carcere di Ascoli Piceno e di Palmi. Giovanni Planzio ha detto ai giornalisti che "per Cirillo cominciarono a muoversi i servizi segreti". Con l'arrivo ad Ascoli Piceno degli uomini del colonnello Musumeci aumenta anche il prezzo offerto alle Brigate rosse. Intermediari Luigi Bosso, un delinquente comune politicizzatosi in carcere, e Sante Notarnicola. "Alle Brigate rosse - annota il giudice istruttore - viene offerto un grosso quantitativo di mitra, un elenco di carabinieri e di magistrati dell'antiguerriglia, l'indicazione del luogo in cui era custodito Patrizio Peci". Il superpentito delle Br era in quelle settimane - siamo nella primavera dell'81 - nelle mani delle squadre speciali del generale Dalla Chiesa. Chi dichiarò la disponibilità di far conoscere alle Brigate rosse il preziosissimo indirizzo? Gli omissis dell'ordinanza lasciano la domanda senza risposta. Ad avviare finalmente la trattativa fu Giovanni Senzani, il leader della colonna Napoli. Ha raccontato Maria Rosaria Aprea: "Una sera Senzani, entrando a casa, disse: "Qui ci facciamo pure i soldi". Antonio Chiocchi e Pasquale Aprea si ribellarono con asprezza al loro capo. Ma Senzani ribadì "la correttezza politica di tale richiesta". "Gli obiettivi politici - spiegò - sono stati raggiunti. La corresponsione di sussidi ai disoccupati, la smobilitazione della roulottopoli dei terremotati, la pubblicazione dei verbali di interrogatorio di Cirillo. E' giusto - conclude il criminologo - espropriare Cirillo, la sua famiglia, la Democrazia cristiana"". L'intera ricostruzione della trattativa è stata confermata da altri pentiti. Michele Galati, membro del direttivo della "colonna veneta" delle Br, nel carcere di Cuneo incontrò i brigatisti Moretti, Guagliardo, Franceschini. Il giudizio politico che espressero sulla trattativa fu lapidario. "Le Br - sostennero Moretti e Franceschini - non avevano alcun interesse ad un pagamento da parte di alcuni palazzinari napoletani ma puntarono immediatamente ad una trattativa che vedesse direttamente coinvolta la Dc". Enrico Fenzi, brigatista e cognato di Senzani, molto vicino al leader Mario Moretti, ha riferito, dal suo canto, ai giudici: "Moretti ripetè più di una volta che era venuto fuori e bisognava pur dirlo che se Cirillo non era stato ammazzato ciò era dovuto all'intervento di Cutolo". Testimonianze confermate dal maresciallo Angelo Incandela, comandante degli agenti di custodia del carcere di Cuneo: "Sì, il pentito Sanna ci tracciò tutto il quadro delle trattative intercorse tra servizi segreti, camorra e Brigate rosse al fine di ottenere la liberazione di Cirillo". E Luigi Bosso ha confermato, prima della sua morte improvvisa, che fu "Cutolo ad attribuirgli l'incarico di entrare in contatto con i brigatisti di Palmi, latore di questo messaggio: la Dc è disposta a trattare a tutti i livelli attraverso il canale di Cutolo".

E Cirillo disse a D'Avanzo: "La verità? E' dal notaio". L'assessore regionale Dc, sequestrato nel 1981 dalle Br e rilasciato dopo una trattativa che vide intermediario il boss camorrista Raffaele Cutolo, vent'anni dopo incontrò il giornalista. "Glielo dico subito, non le racconterò quello che so: non voglio farmi sparare. Ho scritto tutto in una quarantina di pagine. Dopo la mia morte si vedrà", di Giuseppe D'Avanzo, pubblicato su Repubblica il 12 aprile 2001. Ciro Cirillo, scatarrando come una locomotiva ("Mi sono raffreddato, maledizione"), viene giù con passo svelto dal piano superiore della villa bianca nel sole. Prende posto nell'angolo del divano bianco, oltre la tenda e la grande finestra c'è il mare di Napoli e, alle spalle, il Vesuvio. Ciro Cirillo, 80 anni, è vispo come un grillo. Ride, sorride, ammicca, allude, insinua, ricorda, omette, dissimula. Se il più crudo cinismo può essere bonario, Ciro Cirillo è un cinico bonario. Bonario soprattutto con se stesso. Si è appena seduto e subito la mette giù, bella chiara: "Signore mio, glielo dico subito, io non le racconterò la verità del mio sequestro. Quella, la tengo per me, anche se sono passati ormai venti anni. Sa che cosa ho fatto? Ho scritto tutto. Quella verità è in una quarantina di pagine che ho consegnato al notaio. Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare - a ottant'anni, poi! - per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione...". Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l'assessore regionale all'Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell'oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. "Mi tenevano in una casetta di legno all'interno di un appartamento. C'era un lettino e un wc chimico. Ogni sera - ricorda Cirillo - arrivava il fiorentino, quel Senzani, e cominciava a soffocarmi di domande. C'era stato il terremoto, la Dc mi aveva messo alla testa della commissione tecnica per la ricostruzione e Senzani voleva da me 'i piani'. Dove tieni 'i piani'? Ce li hai a casa? Andiamo a prenderli! Come se i piani fossero già pronti. Che gli dovevo dire? Che io nemmeno volevo fare l'assessore all'urbanistica? Era vero, finii lì controvoglia, a sapere che cosa mi sarebbe successo... Dunque, quello mi interrogava e io rispondevo il meno possibile. Facevo il fesso. Tu, mi diceva Senzani, sei il punto di riferimento di questo regime e io non capivo nemmeno di quale regime parlasse. Mi diceva: noi abbiamo visto che, con l'uccisione di Aldo Moro, non abbiamo avuto il rivolgimento che ci aspettavamo e abbiamo deciso di cambiare area, obiettivo e metodo. Il metodo era di cavare i soldi di un riscatto dal mio sequestro. Cominciarono a chiedermi quanti soldi avessi. Io, di soldi, non avevo poi tanti. Sì e no, una cinquantina di milioni al Banco di Napoli. E gli amici? - mi chiedevano i brigatisti - Quanto ti possono dare gli amici politici, gli amici imprenditori? Ma quali imprenditori, dicevo io...". Negli atti, non è questa la storia. Ciro Cirillo indica ai figli gli "amici" che gli devono un favore. Per quel tale mi sono "interessato", a quell'altro ricordategli dell'appalto, a quell'altro poi ditegli di quel mio "intervento". Ciro Cirillo nella "casetta di legno" butta giù una lista di nomi. Albino Bacci, Bruno Brancaccio, Italo Della Morte, Michele Principe, presidente della Stet... Sono lunghe quelle notti nella casa di Antonio Gava sulla collina di Posillipo. Don Antonio li convoca. Gli imprenditori accorrono e si sistemano intorno al tavolo nel Cubo. Il Cubo è bianco, gigantesco, piazzato al centro del salone e protetto da due porte scorrevoli. Antonio Gava di tanto in tanto si allontana per ricevere un giornalista, per parlare con il presidente del Consiglio Arnaldo Forlani e li lascià lì a fare i conti di quel che possono dare o devono dare. Tutti gli imprenditori edili napoletani che avevano partecipato al sacco della città negli Anni Cinquanta e Sessanta, legati a cappio doppio alla Dc di Antonio Gava, mettono mano al portafoglio e partecipano alla "colletta". Saranno ripagati per quel gesto di solidarietà e si taglieranno, al momento opportuno, una bella fetta nella torta della ricostruzione. Ciro Cirillo ha bevuto il suo caffè. Ora si guarda intorno soddisfatto mentre si sistema più comodamente nell'angolo del divano. "Sa che cosa mi chiedo qualche volta? Mi chiedo: a chi devi ringraziare, Ciro? Sa come rispondo? Ciro, tu non devi ringraziare nessuno perché - glielo voglio dire - quelli là, gli imprenditori mica hanno fatto grandi sacrifici. Glien'è venuto solo bene ad aiutarmi. Tanto bene e tanti affari". I soldi degli imprenditori era necessari, ma non potevano essere sufficienti. Chi avrebbe convinto i brigatisti a intascare il denaro e a lasciar libero il prigioniero? C'era un solo uomo che aveva quel potere, pensano i dorotei. Quell'uomo era in carcere ad Ascoli Piceno e si chiamava Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. A sedici ore dal sequestro, nel carcere di Ascoli Piceno si presenta un uomo del Sisde. E' solo la prima di una lunga teoria di visite illegali, non autorizzate, segrete. Dinanzi al camorrista sfileranno spioni, camorristi latitanti, "ambasciatori" delle Brigate Rosse, "due uomini politici di livello nazionale". Cutolo fa il prezioso, si lascia pregare e implorare. Chiede sconti di pena per i suoi, per sé perizie psichiatriche per venir fuori dalla galera, vuole appalti della ricostruzione a vantaggio delle imprese che controlla e qualche miliarduccio per la mediazione. Gli dicono: "Tranquillo, entro due o tre anni uscirai...". Cutolo ricorda: "Mi è stato promesso che sarei uscito dal carcere. Mi fecero balenare la possibilità formale della scarcerazione...". Incassato il "premio" per il presente e assicurazioni per il futuro, il camorrista offre alle Br "soldi, armi e una lista di indirizzi per eseguire le condanne a morte di magistrati antiterrorismo e un elenco di esponenti delle forze dell'ordine". Quel che soltanto nel 1978 la Dc e lo Stato si erano rifiutati di accettare per uno statista del livello di Aldo Moro, decretandone - come sostiene oggi Francesco Cossiga - la morte, va in porto per Ciro Cirillo. Il riscatto venne pagato. Senzani intasca su un bus di Roma 1 miliardo e 450 milioni. Cutolo sdegnato dice di aver rifiutato la tangente. I suoi lo contraddicono: "Si mise in tasca una cifra che oscillò tra i 2 miliardi e 800 milioni al miliardo e mezzo". All'alba del 24 luglio 1981, Ciro Cirillo viene rilasciato in un palazzo abbandonato in via Stadera a Poggioreale. Ciro Cirillo non appare imbarazzato. Non c'è nessuna incertezza nella sua voce, nessun dubbio nelle sue parole. Si attende la domanda. Deve essere una domanda che in questi venti anni si sarà sentito fare mille volte. Ha imparato a fronteggiarla anche se, a quanto pare, sembra gradirla come una pernacchia. "Ora a questo punto, signore mio, lei mi chiederà: perché per Moro la fermezza e per lei la trattativa? Me la faccia. So che deve farmela. E allora me la faccio da solo perché conosco la risposta: la Dc non poteva tollerare altro sangue, non avrebbe sopportato un altro esponente di prima fila morto ammazzato dai terroristi. Così il segretario del partito Flaminio Piccoli e il mio amico Antonio Gava decisero di darsi da fare. Non creda alla chiacchiere sulla trattativa con Cutolo. Fu Cutolo a farsi avanti. Gli affari della camorra, con tutta quella polizia nelle strade, stavano andando a rotoli. E allora meglio offrire un aiuto e darci un taglio a quella storia". Ciro Cirillo dice proprio così, lo dice con una soddisfazione che gli fa luccicare gli occhi. Le Br non dissiparono il gruzzolo del riscatto. Si armarono meglio. Uccisero. Nel primo anniversario del sequestro di Cirillo, il 28 aprile 1983, ammazzarono Raffaele Delcogliano, assessore campano alla formazione professionale. Lo uccisero con il suo autista, Aldo Iermano. Il 28 luglio 1982, spararono in faccia al capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo e al suo autista, Pasquale Paola. Assaltarono due caserme dell'Esercito. Ci rimisero la vita un soldato di leva, Antonio Palumbo, e due agenti di polizia, Antonio Bandiera e Mario De Marco. Nella camorra per due anni si scatenò la più violenta guerra della sua storia scandita da mille morti all'anno. I rivali di Cutolo videro nel patto stretto dal camorrista con i politici e gli imprenditori una definitiva minaccia per il loro potere e affari e partirono all'attacco sterminando sistematicamente gli uomini della Nuova Camorra Organizzata, minacciando i dorotei campani per goderne dei favori, assediando gli imprenditori per sciogliere il nodo che li legava a Cutolo. "Se vuole sapere come andò dopo, glielo dico...". Ciro Cirillo è un fiume in piena. "La verità è che io sono stato umiliato, mortificato. Perché? E me lo chiede. Ero sulla cresta dell'onda. Sarei diventato ancora presidente della Regione. Avrei gestito la ricostruzione della regione. Sarei stato eletto in Parlamento. Avrei fatto il ministro. Beh, quanto meno il sottosegretario. Invece accadde che dopo la liberazione mi fecero sapere che era meglio che non mi facessi più vedere alle riunioni di partito. Nomi non ne faccio, no. Sono personaggi in auge e nomi non ne faccio. Comunque, uno di questi signori mi avvicina e mi dice: “Ciro, con la tua presenza nuoci al partito...”. Capito, a me che per un soffio non ero stato accoppato dalle Br, dicono: fatti più in là, sparisci. No, non li odio. Certo, non posso considerare i Popolari di oggi dei miei amici". Il 16 marzo 1982 l'Unità pubblica in prima pagina la notizia che per la liberazione di Cirillo erano stati coinvolti i vertici dei servizi segreti e il capo della camorra Cutolo. E' la verità sostanziale affondata dalla falsità del documento che la raccoglie. Lo scoop è l'inizio della più imponente operazione di cancellazione di prove e di morte di testimoni che abbia mai funestato un caso politico-giudiziario. Muoiono i latitanti che trattarono dentro e fuori il carcere per conto di Cutolo. Muoiono gli ufficiali dei servizi segreti che accompagnarono la trattativa. Muore l'avvocato di Cutolo che faceva da messaggero. Muore l'ambasciatore delle Brigate Rosse. Muoiono suicidi i compagni di cella del camorrista. Le Brigate Rosse si incaricano di ammazzare Antonio Ammaturo che aveva ricostruito la vicenda in un dossier spedito al Viminale e scomparso per sempre. Nonostante le difficoltà, il giudice istruttore Carlo Alemi, il 28 luglio 1988 deposita la sua ordinanza di rinvio a giudizio e scrive delle trattativa e del "patto scellerato" stretto dalla Dc con la camorra. Antonio Gava è il ministro degli Interni della Repubblica nel governo presieduto da Ciriaco De Mita. Che tuonerà: "Alemi è un giudice che si è posto fuori del circuito istituzionale" (Alemi è un uomo gentile e riservato. E lo è rimasto anche dinanzi alla persecuzione e i processi disciplinari che ha dovuto subire per quella sua indagine. Oggi è presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere). E' a suo agio Ciro Cirillo quando parla del processo. "Quello non era un processo, fu un tentativo di mettere in difficoltà il mio amico Antonio Gava. Lei sa che cosa disse la sentenza? Disse: “E' stato impossibile accertare la verità”. Vede che quei quaranta fogli che ho lasciato nella cassaforte del mio notaio, prima o poi, torneranno utili?"

Chi trattò con la camorra per salvare Cirillo? Forse nessuno, scrive Paolo Comi l'1 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Il vecchio assessore democristiano è morto domenica a 96 anni. Fu al centro di un mistero mai risolto e di gigantesche polemiche. A 96 anni, domenica, è morto Ciro Cirillo, gran democristiano anni 70 in Campania. Aveva sessant’anni, il 21 aprile del 1981, quando un commando delle Br lo aspettò sotto casa, a Torre del Greco, la sera, all’ora di cena, e appena la sua auto si fermò, il commando iniziò a sparare, come si faceva in quegli anni. Restarono sull’asfalto, morti stecchiti, il suo autista e la guardia del copro, un maresciallo dei carabinieri. Mentre il suo segretario particolare, un ragazzo di trent’anni, si salvò, ma con la gamba maciullata. Lui restò illeso. I brigatisti lo sollevarono di peso, lo gettarono nel cassone d’un furgone e lo portarono nella prigione del popolo. Li guidava un certo Giovanni Senzani, che era stato un consulente del ministero di giustizia, era uno studioso, un sociologo. Ala militarista delle Br. Da quel giorno iniziarono mesi di fuoco, paragonabili forse solo ai due mesi di tre anni primi, quelli celebri del rapimento di Aldo Moro nel 1978. Diamo un’occhiata alle date che separano l’inizio di aprile all’inizio di agosto del 1981. 4 aprile, notte, una strada di periferia a Milano, al polizia intercetta Mario Moretti ed il professor Enrico Fenzi che stanno andando a trovare un esponente della mala che loro non sanno essere un confidente della questura. Moretti e Fenzi vengono bloccati, immobilizzati e disarmati. Moretti è considerato il capo assoluto delle Br, l’erede di Curcio, il cervello del sequestro Moro e anche l’uomo che ha sparato al presidente della Dc. Fenzi è uno dei leader dell’ala militare delle Br, e Moretti è in lite con lui. Fatto sta che le Br sono decapitate. Prendono il comando Barbara Balzerani, che guida i movimentisti, e, appunto, Senzani del quale abbiamo già parlato come leader dei militaristi. Però tutto si può dire meno che l’arresto di Moretti abbia indebolito l’organizzazione. Passano poco più di due settimane dal colpo a favore della polizia e Senzani risponde. 21 aprile, rapito Ciro Cirillo. 20 maggio, Porto Marghera, un commando, pare guidato da Antonio Savasta, entra in casa di un dirigente del Petrolchimico della Montedison, un certo Giuseppe Taliercio, e se lo porta via. Due settimane dopo un altro dirigente d’azienda, Renzo Sandrucci, uomo Alfa Romeo, viene sequestrato a Milano. È il 3 giugno. La settimana successiva, il 10 giugno, tocca a a Roberto Peci, che è il fratello di Patrizio Peci, il primo pentito della storia delle Br. Roberto non ha neanche 30 anni. Il suo rapimento è una vendetta trasversale. A questo punto le Brigate Rosse si trovano ad avere contemporaneamente nelle loro mani quattro prigionieri. Un giorno sì e uno no arrivano proclami, dichiarazioni, confessioni, fotografie, richieste di riscatto. E le azioni militari non si limitano alla gestione delle prigioni del popolo e agli interrogatori. Si spara, si ferisce, si uccide per strada. Negli stessi giorni dei quattro rapimenti vengono uccisi Raffaele Cinotti, Mario Cancello, Luigi Carbone, Sebastiano Vinci. Ciascuno in un giorno diverso e in un luogo diverso: tutti e quattro poliziotti. Era quello il clima in quegli anni. Non è facile crederci, magari, ma la lotta politica avveniva in questo clima qui. Eppure non prevaleva la pulsione repressiva, illiberale. Pensate che in quegli stessi anni il Parlamento approvava le leggi- Gozzini, e cioè una serie di norme, che oggi vengono considerate dai più ultraliberali, che attenuano le pene, introducono premi e semilibertà e misure alternative al carcere…

I quattro sequestri hanno esiti diversi. Il 5 luglio si conclude tragicamente il sequestro di Taliercio. L’ingegnere viene ucciso in modo barbaro. L’autopsia stabilisce che era ferito, aveva dei denti rotti e non mangiava da cinque giorni. Taliercio si era rifiutato di collaborare, probabilmente aveva mantenuto un atteggiamento di sfida. Il processo per la sua morte si concluderà con tre condanne all’ergastolo per tre brigatisti poco conosciuti, mentre il leader della colonna, il romano Antonio Savasta, che collabora con gli inquirenti, se la cava con dieci anni. Il nome di Taliercio, chissà perché, scompare dal Pantheon degli eroi di quegli anni. Non so quanti siano gli italiani che oggi, se gli chiedi a bruciapelo chi era Taliercio, sono in grado di rispondere. Temo poche centinaia. Il 23 e il 24 luglio, nel giro di poche ore, si concludono positivamente il sequestro Sandrucci e quello Cirillo. Vengono liberati tutti e due. Per tutti e due è stato pagato un riscatto. Pochi giorni dopo, il 3 agosto, la notizia atroce dell’uccisione di Roberto Peci, che ha una figlioletta di un anno, viene processato dal tribunale dei terroristi davanti a una telecamera, e poi, davanti alla telecamera, ucciso con una mitraglietta. La cassetta di questo obbrobrio viene mandata ai giornali. Di suo fratello Patrizio, che era l’obiettivo di questa spietatezza, non si saprà mai più niente. Ha cambiato nome, ha cambiato connotati – pare – con una operazione di chirurgia plastica, vive in una località sconosciuta. Ora dovrebbe avere un po’ meno di settant’anni. Di come si sia ottenuta la liberazione di Sandrucci non si sa molto e non si parla molto. La liberazione di Cirillo invece solleva un pandemonio di polemiche. Questo Cirillo è l’ex presidente della Regione, è un uomo forte della cosiddetta corrente del Golfo, cioè quella corrente democristiana che fa capo ad Antonio Gava e che è il braccio napoletano dei dorotei. Cirillo, al momento del sequestro, è l’assessore all’urbanistica della Campania e si occupa dell’immenso affare della ricostruzione dopo il terremoto del 1980. I giornali raccontano che per liberarlo, il suo partito, che appena tre anni prima non ha voluto trattare con le Br per salvare Moro, ha trattato invece, eccome, non solo con le Br ma anche con la camorra di Raffaele Cutolo che avrebbe fatto da intermediaria. Non si saprà mai se è vero. Si sa che un riscatto di un miliardo e 400 milioni di lire (cifra molto alta per quell’epoca, quando un’automobile di media cilindrata costava circa quattro-cinque milioni) è stato pagato a Roma, il 21 luglio, all’interno di un tram (il numero 19) che va dalla stazione Termini a Centocelle. I soldi li porta in un borsone un amico di Cirillo e li consegna a Giovanni Senzani in persona, che acchiappa la borsa, scende al volo da un tram e vola via con una Fiat 128 che lo aspetta alla fermata. La Dc raccolse i soldi? Il segretario democristiano Flaminio Piccoli sapeva? E Antonio Gava?

L’anno dopo l’Unità, cioè il giornale del Pci, pubblica uno scoop clamoroso: è stato il ministro Vincenzo Scotti in persona a trattare con la camorra, anzi è andato personalmente in carcere a discutere con Raffaele Cutolo. E’ una bomba atomica sulla politica italiana. Ma poche ore dopo l’uscita del giornale si scopre che il documento che accusa Scotti è falso. E’ una contraffazione realizzata da un certo Gino Rotondi (che non si saprà mai se lavorava per la camorra, o per i servizi segreti, o se era un mitomane) che la consegna a una giovanissima cronista del giornale dei comunisti. Lo scandalo a quel punto si rovescia e travolge tutti i dirigenti dell’Unità, a partire dal direttore, il giovane Claudio Petruccioli, che si dimette dopo poche ore, e persino qualche dirigente del Pci, e precisamente il vice di Berlinguer, Alessandro Natta, che si dimette anche lui dal suo incarico. Il capogruppo Giorgio Napolitano prende la parola alla Camera e chiede scusa a nome del partito e del giornale. Allora le cose andavano così, a voi verrà da sorridere ma è la verità: se un giornale pubblicava una notizia falsa (cosa che oggi avviene quasi tutti i giorni su moltissimi giornali) poi era un casino e addirittura il direttore ci rimetteva il posto. Non potevi neppure mettere in pagina delle intercettazioni un pop’ contraffatte, perché rischiavi grosso…Il caso Cirillo finì così. La Dc se la cavò. Nessuno mai seppe la verità. Recentemente Giovanni Senzani – che oggi è libero e un paio d’anni fa ha presentato un suo film, pare piuttosto bello, a Locarno – in una intervista al “Garantista” ha giurato che non ci fu nessuna trattativa né con la camorra né con la Dc. Che pagarono i parenti di Cirillo. Lui, Cirillo, una volta libero fu costretto a ritirarsi dalla politica. In un’intervista a Repubblica disse che la verità l’aveva detta a un notaio e che sarebbe diventata pubblica dopo la sua morte, Cioè ora. Poi però smentì, e disse che non c’era nessun segreto. Adesso aspettiamo un paio di giorni per vedere se esce fuori ‘ sto notaio. Altrimenti ci dovremo rassegnare all’idea che probabilmente furono davvero i parenti di Cirillo a tirare fuori il miliardo e rotti e che la Dc non c’entrava niente.

CAMORRA, POLITICA & SERVIZI – SE ORA PARLA PASQUALE SCOTTI. Andrea Cinquegrani il 28 Maggio 2015 su La Voce delle Voci. E’ finita la latitanza record, 31 anni, del camorrista più ricercato, il braccio destro di Raffaele Cutolo, l’uomo di tutti i segreti e soprattutto l’uomo dei contatti con il Potere. Pasquale Scotti fu protagonista, alla vigilia di Natale ’84, della più incredibile delle fughe da quell’ospedale di Caserta – guarda caso poche settimane fa “sciolto” per mafia, primo caso in Italia – dove era ricoverato: uscì tranquillamente, visto che l’addetto alla sua sorveglianza forse si era distratto un momento. Meglio così. Non potè mai confermare in un’aula giudiziaria quei verbali di fuoco che aveva riempito per settimane alla procura di Santa Maria Capua Vetere, pm Vincenzo Scolastico che dopo alcuni mesi “stranamente” si trasferì al nord (ora è procuratore aggiunto di Genova). Parlò di tutto: del caso Cirillo (e, chissà, del mister x dc che incontrò Cutolo nel carcere di Ascoli), della trattativa Dc-camorra-Br, dei patti sanciti, dei grandi appalti di opere pubbliche e di subappalti post terremoto alle imprese di camorra; e di politici, servizi segreti, istituzioni. Forse del suo grande amico Francesco Pazienza, degli altri camorristi al servizio dei Servizi e con tanto di tesserino. E forse di due morti eccellenti: quella del banchiere Roberto Calvi, “impiccato” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, e quella del piduista ed ex capo dei Servizi Giuseppe Santovito, misteriosamente morto in una clinica romana. Ora è venuto il momento di uno “Scotti bis”: è l’occasione, dopo una vita, di riprendere quelle carte, quei documenti. Di mettere un punto fermo ai tanti interrogativi rimasti. Di inchiodare, una volta per tutte, alle loro responsabilità protagonisti di stagioni scellerate, di scempi del territorio, di collusioni istituzionali che hanno consentito alla camorra di espandersi senza alcun freno. La Voce delle Campania (poi diventata “la Voce delle Voci”) a partire dalla fine del 1984 realizzò grosse inchieste sulle rampanti imprese di camorra. E pubblicò ampi stralci di alcuni bollenti verbali d’interrogatorio (non solo di Pasquale Scotti, ma anche di altri pentiti). Così sintetizzavamo nell’editoriale di gennaio 1985: “La camorra è entrata nelle istituzioni: è diventata una vera e propria azienda in grado di muovere e gestire miliardi, di ricevere appalti pubblici e privati, di avere conti in banca e far eleggere anche propri adepti. Come stupirsi dei suoi successi quando la pratica del clientelismo imperversa? Quando la clientela viene istituzionalizzata? Quando lo Stato non funziona, non è presente o lo è, quando lo è, in modo poco chiaro e pulito?”. “Comincia a delinearsi il profilo economico della Holding Camorra, s’inizia a capire in che modo, attraverso quali canali i clan stanno cercando di spartirsi i miliardi di opere colossali come lo scalo merci di Maddaloni o la realizzazione della Pozzuoli bis, cioè Monteruscello”. Queste cose le scrivevamo esattamente trenta anni fa, 1985 (nella foto la copertina della Voce di gennaio ’85). Guarda caso, una mega inchiesta su Monteruscello venne archiviata in istruttoria, a Napoli, per volere dell’allora procuratore capo Alfredo Sant’Elia e preciso imput politico di un potente dc dell’epoca, Vincenzo Scotti (il cui nome, guarda caso, verrà tirato in ballo dal “falso” scoop dell’Unità sulle visite “eccellenti” al carcere di Ascoli Piceno per la trattativa Cirillo). L’altra maxi inchiesta, sul dopo terremoto ’80, dopo anni e anni di inutili indagini, morirà per la solita prescrizione, e neanche una parola sulla presenza della camorra – come ad esempio le verbalizzazioni di Pasquale Scotti già ampiamente dimostravano – nella ricostruzione. Inchiesta sui Regi Lagni, altro flop. Per lo scalo di Maddaloni non si hanno notizie, né su altri appalti: quando invece le connection affaristico malavitose erano palesemente sotto gli occhi. Ma lorsignori, i potenti dei Palazzi, i manovratori, i colletti bianchi non potevano essere certo toccati. Vediamo alcune tra le dichiarazioni più significative di allora, firmate da Pasquale Scotti, nella cover story della Voce di gennaio ’85, “Camorra su il sipario”, dove campeggia la foto della primula rossa. A proposito di una rampante impresa dell’epoca, la Sorrentino Costruzioni Generali, che puntava agli appalti di Monteruscello e di Maddaloni, così verbalizzò a fine ’84: “Bruno Sorrentino da anni finanzia la Nco, facendo versare alle ditte alle quali cedeva in subappalto i lavori da lui acquisiti, tangenti per un ammontare oscillante tra il 5 e il 10 per cento del valore delle opere. Lui, poi, che conosceva le imprese più importanti che operavano nelle nostre zone, ci faceva da intermediario percependo le tangenti e versandole ad Enzo Casillo e poi, dopo la sua morte, a Carmine Esposito e talvolta a Mario De Sena e Oreste Lettieri. Inoltre Sorrentino ci indicava i nomi degli imprenditori suoi amici, ovvero di sua conoscenza, che comunque avrebbe potuto contattare dopo le usuali telefonate e richieste estorsive effettuate da nostri inviati. Quando si interveniva su di un affare al quale erano interessati anche altri clan, per non creare problemi, lo incaricavamo di mediare tra noi e loro, visto che era in buoni rapporti con gli esponenti dei su citati clan”. I Sorrentino nell’83 si aggiudicheranno alcuni lotti dei lavori di Monteruscello. Dello stesso periodo il passaggio di un appartamento di via Petrarca, a Napoli, dai Sorrentino a Paolo Cirino Pomicino: “non li conoscevo prima – dichiarerà poi ‘O ministro – mia moglie ha trovato l’annuncio sul Mattino”, smentito clamorosamente da una sua missiva inviata su carta ministeriale ad uno dei fratelli, Alessandro, che mesi dopo finirà crivellato di colpi in un agguato di camorra. Eccoci ad un’altra verbalizzazione, relativa ad un altro vip del mattone, il cavaliere del lavoro Giovanni Maggiò, allora al vertice dell’Unione industriali e della Camera di commercio di Caserta. “Maggiò ci versò, prima del mio arresto, una rata di circa 70 milioni su un importo pattuito di 300 milioni, per un cantiere aperto ad Afragola. Anche per la costruzione del tribunale di Napoli Maggiò ha pagato prima a Vincenzo Casillo, poi a me, 20 milioni ogni due o tre mesi, oltre ad una grossa somma pagata inizialmente a Casillo, e ad una somma mensile pagata sempre a Casillo e calcolata sulla cubatura del calcestruzzo utilizzata”.

PARLA IL PENTITO AURIEMMA. Di grosso interesse, poi, vedere cosa racconta di Pasquale Scotti un altro pentito di camorra, Giovanni Auriemma, che la Voce sentì a luglio ’86. Autore dell’intervista Silvestro Montanaro, che poi passerà nell’equipe di Michele Santoro alle prese con la prima Samarcanda. Auriemma esordì con un botto: “Il generale Santovito, il capo dei servizi segreti italiani, è stato avvelenato. Francesco Pazienza ne sa qualcosa!”. Il racconto proseguì come un fiume in piena: “E’ proprio in galera che sono stato messo al corrente di questo delitto. Anch’io rimasi sbalordito apprendendo i retroscena della morte del generale. Ma non avevo motivo di dubitare. A raccontarmi quella storia fu Pasquale Scotti, divenuto, dopo la morte di Francesco Casillo, l’uomo più importante della camorra cutoliana. E Pasquale Scotti di servizi segreti se ne intendeva. Era grande amico di Francesco Pazienza. Lui e gli altri capi della Nuova Camorra Organizzata si incontravano con il faccendiere in continuazione a Roma, ma anche a Napoli, ad Avellino ed Acerra, quando lui veniva giù per affari. Una volta andarono persino a fare una gita sullo yacht, con Alvaro Giardili, il socio di Pazienza e alcune bellissime ragazza. Pasquale Scotti mi disse che il generale Santovito ormai dava fastidio, che molti, in alto, erano preoccupati… era divenuto un testimone scomodo. Se avesse parlato ci sarebbe stato un terremoto. Quando fu ricoverato per cirrosi epatica in una clinica romana, si decise che era l’occasione migliore per farlo sparire senza destare sospetti. Un colonnello medico gli iniettò una dose di veleno, di quel veleno che usa il capo della Loggia P2, il venerabile Licio Gelli. E’ una sostanza particolare, capace di non lasciare traccia di sé a poche ore dal suo effetto. A procurare quella fiala ci pensò proprio Francesco Pazienza. Anche lui aveva da temere dall’anziano capo dei servizi segreti”. “Una storia incredibile – scriveva Silvestro Montanaro – sulla cui veridicità spetta alla magistratura far luce. Che Pasquale Scotti fosse depositario di ‘scottanti’ segreti lo dimostrano la sua posizione all’interno della Nuova Camorra Organizzata, le sue dichiarazioni a verbale, ma soprattutto la semplicità con la quale ha potuto organizzare, mantenendo ottimi rapporti all’esterno del carcere, la più rocambolesca delle fughe nel dicembre del 1984. Da allora di lui si sono perse le tracce. Su quella fuga in molti hanno ipotizzato complicità ad altissimo livello”. Auriemma proseguiva dettagliando una serie di connection criminali e di patti d’affari. “Quando venne sequestrano Ciro Cirillo, i servizi segreti sembrarono impazzire. Pazienza e i suoi uomini ci contattarono in più riprese. Volevano che noi ci adoperassimo per la liberazione e ci proposero un accordo vantaggioso: la camorra cutoliana, oltre ad alcuni favori processuali e ad una parte del riscatto, avrebbe avuto la strada spianata dei grandi appalti della ricostruzione delle aree colpite dal terremoto”. “L’accordo venne perfezionato. Tramite Pazienza e i suoi amici dei servizi, venivamo informati degli stanziamenti per i più importanti appalti della regione. Ci fornivano l’elenco delle ditte che li avrebbero vinti. Ci facevano da consulenti nella scelta delle nostre ditte che avrebbero dovuto rilevare in subappalto dalle aggiudicatarie – cui sarebbe spettato unicamente un ruolo fittizio, di presenza, finanziario – in modo da poter salvare la forma in quanto a capacità progettuali e tecniche. Il ricavato di questi affari doveva essere diviso tra noi della camorra e l’ala dei servizi legata al faccendiere. In più, alcuni dei nostri capi ricevettero tesserini dei servizi. Corrado Iacolare una volta mi mostrò il suo, era di color blu chiaro con la scritta ‘Ministero degli Interni”. E ancora, parole che – lette oggi – pesano come pietre. Così raccontava alla Voce il pentito Auriemma: “Dopo che Pazienza ci aveva fornito quelle informazioni, da molto in alto, da Roma, ci veniva segnalato quale sindaco o assessore avvicinare per assicurarci gli appalti. Ma queste verità nessuno le vuole. Nessuno vuole sconfiggere veramente la camorra nell’unico modo possibile. Nessuno vuole recidere, dare un colpo mortale alle organizzazioni criminali bloccando loro l’accesso agli enti pubblici, ai luoghi in cui l’onorata società ha la possibilità di espandersi riciclando i proventi delle sue attività criminali”. E qualche mese prima, febbraio ’86 (vedi copertina qui accanto), la Voce aveva realizzato un’altra cover story dal titolo “Caso Calvi – Delitto di Camorra”. Nell’inchiesta si parlava, in particolare, della figura di Vincenzo Casillo, molto legato a Francesco Pazienza, e della sua strana presenza a Londra proprio nei giorni in cui Calvi si “impiccava” sotto il ponte lungo il Tamigi. Ecco alcune dichiarazione dei pentiti di allora: “Vi ricordate quel volantinaggio a favore del banchiere Roberto Calvi a Milano, quando era detenuto? A distribuire quei volantini eravamo noi cutoliani. Eravamo stati mandati lì da Pazienza. In Inghilterra la Nco dispone di numerose basi e di forti amicizie per i suoi traffici in armi e droga. Certamente Casillo, ‘o nirone, a Londra non era andato per godersi una vacanza…. e Calvi, questo è sicuro, è stato ammazzato”. Sul “suicidio” di Calvi, all’indomani della cattura di Pasquale Scotti, anche l’allora giudice istruttore del caso Cirillo, Carlo Alemi, fino a pochi mesi fa presidente del tribunale di Napoli, ricorda che “i cutoliani in quegli anni ebbero un ruolo anche nell’omicidio di Roberto Calvi”. Potrà far nuova luce, anche su quel buco nero, il redivivo Scotti? Ma occorre andare per gradi: estradizione, trasferimento, approdo e sistemazione “sicura” nel nostro Paese. Evitando “incidenti” di percorso: come capitò, tanti anni fa, a Carmine Mensorio in arrivo per verbalizzare sui rapporti “camorra-politica” e volato giù (suicidio, hanno subito sentenziato gli inquirenti) dal traghetto proveniente dalla Grecia. Aiutato da una manina dei Servizi, ha dichiarato, mesi fa, Carmine Schiavone: che poi, a sua volta, è volato giù da un albero…

GIALLO SCOTTI / COME MAI DOPO UN ANNO NON PARLA? Paolo Spiga il 23 Agosto 2017 su La Voce delle Voci. Che fine avrà mai fatto Pasquale Scotti, il super latitante estradato oltre un anno fa dal Brasile dopo una latitanza record? Alcune settimane fa è morto il potente assessore regionale Dc all’urbanistica Ciro Cirillo, portandosi nella tomba tutti i misteri di quel rapimento, di quella trattativa e di quel riscatto. Sul quale hanno voluto mettere una pietra tombale alcuni colleghi scudocrociati, come ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino: “siamo stati infangati per anni. Non c’è mai stata una trattativa”. Un vero insulto alla storia, l’ennesima presa per il culo dei cittadini che sanno bene come andarono allora le cose, per la prima, autentica trattativa Stato-camorra, con il ghiotto affare dei mega appalti del dopo terremoto sul piatto della bilancia. Eppure, per le viole mammole di mamma Dc lorsignori non si misero mai a tavola con quei cattivacci….E su tutta la vicenda una parola non da poco potrebbe arrivare proprio da Pasquale Scotti, il braccio destro dell’allora capo della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, a sua volta galeotto a vita e sempre muto. Evaso in circostanze rocambolesche dall’ospedale di Caserta e uccel di bosco all’estero per un trentennio abbondante, meta finale il Brasile, dal quale appunto è stato estradato, Scotti è stato interrogato già svariate volte. Ma niente trapela. Sorge spontanea un domanda: ma c’è effettivo interesse a scoprire la verità finale sul caso Cirillo? O siamo alle solite sceneggiate?

Trattativa Stato-camorra, io bambino e quel ricordo sul sequestro Cirillo che non mi dà pace. Vincenzo Iurillo, Giornalista, il 7 novembre 2020 su Il Fatto Quotidiano. Non riesco a far pace con questo ricordo. Riemerso la sera del 28 ottobre (il mio compleanno, tra l’altro), quando una tv nazionale ha ritrasmesso Il camorrista di Giuseppe Tornatore, la storia, romanzata ma non troppo, della vita di Raffaele Cutolo. Il ricordo risale al 1981. Avevo 10 anni. Una sera di luglio di quell’anno mio padre scappò dal ristorante ‘La Pompeiana’ di Sorrento: ‘C’è Criscuolo, andiamo via’, quasi gridava a mia madre, mentre io piangevo per la pizza saltata. Ci ho messo quasi 40 anni per capire: avevo assistito a un frammento delle scorie della trattativa Dc-camorra-Brigate Rosse per la liberazione dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo. Era stato sequestrato ad aprile e la sua liberazione avvenne poche settimane dopo, il 24 luglio. Ho capito incrociando confidenze di mia madre e notizie apprese nel mio lavoro di cronista di giudiziaria del Fatto quotidiano. E ho capito che mio padre non aveva mentito quando con un mio amico si vantò di aver partecipato con qualche milioncino delle vecchie lire alla colletta orchestrata dalla Dc di Antonio Gava per pagare la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Era il ‘prezzo’ della mediazione con le Br, per mettere fine al rapimento Cirillo. Forse fu raccolto un miliardo e mezzo di lire in banconote, forse il doppio. Mio padre si chiamava Pasquale Iurillo, è morto nel 2010 e non ha lasciato il ricordo di una persona la cui parola valesse oro colato. Per lui parla la sua storia di imprenditore a Castellammare di Stabia e Gragnano. Per lui parlano i nomi dei soci e delle amicizie che si scelse, gli affari compiuti con alcuni suoi parenti tra il territorio stabiese e il settentrione, e con altri sodali scelti tra ambienti discussi e discutibili, in vari campi: automobili, edilizia, assicurazioni Rc auto, informatica, call center. Parla per lui la scelta di non aver versato un euro di contributi previdenziali, dopo aver depredato mia madre di un paio di appartamenti appartenuti ai suoceri (e provò, chiedendo false testimonianze in giro, a depredare anche le proprietà dei figli, ma non ci riuscì). Mia madre ora vive nella povertà della pensione sociale, dimenticata dai familiari di mio padre. Derubata e abbandonata. Mio padre, purtroppo, aveva davvero pagato la Dc e la camorra. L’ho compreso da questo.

1) Quel Criscuolo era Giorgio Criscuolo, il capocentro dei Servizi Segreti, di Castellammare di Stabia, che su input del senatore gavianeo Francesco Patriarca (poi condannato per camorra) partecipò tra il 28 aprile e il 5 maggio 1981 a tre incontri in carcere ad Ascoli con Cutolo per la liberazione di Cirillo (è tutto scritto in una relazione della commissione Antimafia del 1993).

2) A quegli incontri partecipò con un lasciapassare del Sisde anche l’imprenditore stabiese Adolfo Greco. Greco era un prestanome di Cutolo nell’acquisto del Castello Mediceo di Ottaviano, e per questo fu condannato. Ora è agli arresti e sotto processo con nuove accuse di camorra.

3) Tra aprile e luglio avvennero numerose riunioni tra faccendieri di Gava, della Dc e della camorra ed imprenditori locali ai quali fu chiesto, suggerito, imposto di partecipare alla colletta per liberare Cirillo, promettendo piaceri e finanziamenti pubblici in cambio.

4) Mio padre corrispondeva al profilo: era in difficoltà economiche, si era indebitato per l’acquisto di una villa, gli fu garantito un finanziamento pubblico coi fondi post terremoto. Che non gli arriverà mai e l’azienda chiuderà. Era in società in una concessionaria automobilistica con un costruttore, Ludovico Imperiale, che qualche anno prima fu copresidente della Juve Stabia con Renato Raffone, uno dei boss del clan stabiese dei D’Alessandro.

Raffone molti anni dopo morirà mentre sconta una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Nel 2016 Imperiale tornerà agli onori della cronaca perché i finanzieri ritroveranno a casa sua a Castellammare di Stabia un paio di Van Gogh rubati. Erano stati "ricettati" e nascosti lì dal figlio, Raffaele Imperiale, il superboss del narcotraffico internazionale, latitante a Dubai.

5) Nella sua concessionaria lavoravano fiancheggiatori e amici di Patriarca.

6) In circostanze troppo complicate per poter essere raccontate qui, nel 2012 ho visto coi miei occhi una foto della festa di matrimonio di Adolfo Greco: raffigurava Greco, la moglie, mio padre e mia madre. Greco era un imprenditore del settore caseario, gruppo Latte Berna-Cirio. Per qualche anno la squadra di basket femminile di Gragnano presieduta da mio padre fu sponsorizzata dal Latte Berna. Nelle stesse circostanze, oltre alla foto visionai una vecchia visura dalla quale risultava che mio padre fu socio di un altro condannato per favoreggiamento di Cutolo.

8) A metà degli anni 80 il basket Gragnano accettò l’invito a trascorrere la preparazione precampionato in una tenuta di Poggiomarino. Era una delle proprietà di Pasquale Galasso, il numero due del clan Alfieri.

Cosa successe quella sera al ristorante ‘La Pompeiana’? Forse mio padre voleva sfuggire all’obbligo di pagare, e fu costretto a farlo nei giorni successivi. Oppure aveva già dato, e non aveva piacere a incontrare ancora quelle persone. E’ certo che molti anni dopo si vantò di aver contribuito a quella colletta. E purtroppo tutto lascia ritenere che sia vero. E io in questi giorni ho compiuto 50 anni e ancora non riesco a far pace con questo ricordo.

Il giudice Alemi: "Nel mio libro i segreti della trattativa Stato-camorra. Cirillo serviva vivo alla Dc". Dario del Porto su La Repubblica il 24 giugno 2018. Intervista a Repubblica su quanto accadde per la liberazione dell'ex assessore sequestrato dalle Br. "Se lo Stato ha trattato una volta con la criminalità organizzata, come è accaduto per Ciro Cirillo, significa che può essere successo altre volte. E siccome nulla è veramente cambiato da allora, non possiamo escludere che accada di nuovo", dice Carlo Alemi, il magistrato che ha indagato sul rapimento e la successiva liberazione dell'allora potentissimo assessore regionale democristiano ai Lavori pubblici. Il 27 aprile del 1981, un commando delle 'brigate rosse' composto da cinque persone agli ordini di Giovanni Senzani, dopo aver ucciso l'agente di scorta Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, neutralizzò Cirillo per rinchiuderlo in una "prigione del popolo". Ma a differenza di quanto accaduto tre anni prima con Aldo Moro, il 24 luglio successivo, l'ostaggio fu rilasciato. "Le sentenze della Corte d'Appello e della Cassazione hanno sancito che ci fu una trattativa", sottolinea Alemi, all'epoca giudice istruttore, poi presidente del tribunale di Napoli, che ha scritto per Pironti un libro dal titolo inequivocabile: "Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-camorra", che sarà presentato martedì alle 17 all'Istituto studi filosofici. 

Perché ha aspettato 37 anni per raccontare la sua verità sul caso Cirillo, presidente Alemi?

"Mi sembrava doveroso lasciare la magistratura, prima. Non sono d'accordo con quei colleghi che scrivono libri quando ancora i procedimenti sono in corso. Ciò nonostante, non avrei mai scritto questo libro senza le insistenze di Luigi Necco (recentemente scomparso, ndr) un giornalista che aveva vissuto da cronista quegli anni, venendo anche ferito alle gambe dalla camorra. Necco mi aveva più volte invitato a raccogliere le mie memorie di quella vicenda e mi ha assistito nella scrittura". 

Chi trattò per liberare Cirillo?

"Lo Stato. E non mi si venga a dire che quei soggetti non rappresentavano lo Stato: gli attori di questa vicenda erano ai vertici dell'amministrazione pubblica, dei servizi segreti, del ministero della Giustizia, del partito che aveva la maggioranza relativa in Parlamento". 

Perché Moro fu ucciso, mentre Cirillo tornò a casa?

"Cirillo gestiva la ricostruzione post terremoto, dunque serviva vivo alla Dc. Nessuno, invece, voleva che Aldo Moro rimanesse in vita. Non il suo partito, non gli americani e neppure i socialisti, che a parole erano per la trattativa ma temevano il compromesso storico". 

Il boss della camorra Raffaele Cutolo che ruolo ebbe?

"Quello di intermediario". 

In cambio di cosa?

"Aveva ricevuto promesse ben precise: la liberazione anticipata o almeno la dichiarazione di infermità mentale e favori per i camorristi detenuti". 

Il patto però non fu mantenuto.

"Innanzitutto perché il documento pubblicato dall'Unità, attribuito ai Servizi ma risultato falso, in cui si riferiva di una visita nel carcere di Ascoli Piceno di Francesco Patriarca, Antonio Gava e Vincenzo Scotti, fece saltare tutto. E poi perché al Quirinale c'era Sandro Pertini, un presidente di straordinaria autonomia e autorevolezza". 

Molti attori di questa storia sono morti, come Gava e lo stesso Cirillo. Restano altri misteri insoluti?

"L'omicidio del dirigente della squadra mobile Antonio Ammaturo. È una bruttissima pagina per il nostro Paese. Basti pensare che, fra i documenti scomparsi durante le indagini, figura la relazione sul caso Cirillo che Ammaturo aveva trasmesso ai suoi superiori. Manca anche la copia che il commissario aveva consegnato al fratello, a sua volta vittima di uno strano incidente di caccia". 

Cosa ha rappresentato per lei questa indagine?

"Un impegno difficilissimo, portato avanti nonostante una totale mancanza di collaborazione da parte di chi aveva indagato, di chi avrebbe dovuto testimoniare, e nell'isolamento dei colleghi, tranne uno: Raffaele Bertoni. Ho dedicato il libro a mia moglie, perché mi ha aiutato a proteggere la privacy e la serenità della mia famiglia. Al tempo stesso però ho ricevuto attestati di stima da parte di tante persone, alcune anche insospettabili". 

Ad esempio?

"Mentre il Mattino diretto da Pasquale Nonno mi attaccava violentemente, mi arrivò la lettera di un brigatista: "Giudice - diceva - leggendo quello che scrivono, sono contento di essere stato arrestato da lei".

Quando la DC decise di trattare con le BR per liberare Ciro Cirillo. Andrea Di Consoli il 18 gennaio 2019 su Il Sole 24ore. Tre anni dopo il “caso Moro”, in Campania un altro esponente della Democrazia Cristiana fu sequestrato dalle Brigate Rosse. Si trattò di Ciro Cirillo (1921-2017), ex presidente della Regione e in quel momento Presidente della commissione regionale che doveva gestire tutti gli appalti della ricostruzione in seguito al terremoto del 23 novembre del 1980. La sera del 27 aprile del 1981 Cirillo fu rapito a Torre del Greco da un gruppo terroristico capeggiato da Giovanni Senzani. Durante l'assalto persero la vita il maresciallo Luigi Carbone e Mario Cancello, autista di Cirillo. Perché il rapimento di Cirillo è così importante nella storia politica e giudiziaria italiana? Perché a differenza del “caso Moro”, per Ciro Cirillo la Democrazia Cristiana decise di trattare con le Br, anche se i vertici del partito, a partire da Flaminio Piccoli, all'epoca segretario nazionale, hanno sempre rigettato sdegnosamente l'accusa. Eppure molte testimonianze, benché piene di omissis e reticenze, confermano il dato di fatto: per la liberazione di Cirillo si attivarono pezzi della Democrazia Cristiana e apparati dei servizi segreti. Il giudice che per anni si occupò di questo caso fu Carlo Alemi, che ora ha deciso di pubblicare un libro di memorie intitolato Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-Camorra (Tullio Pironti editore, 330 pagine, 16,00 euro). In questo libro Alemi ripercorre ogni fase di questa oscura vicenda, sempre attenendosi ai fatti e senza nascondere lo stato d'animo con il quale fu costretto a indagare su una vicenda che vedeva per la prima volta intrecciati potere politico, servizi segreti, camorra e Brigate rosse. Nel 1993 la Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia dichiarava quanto segue: “[alla liberazione di Cirillo si è giunti] non dopo una efficace opera di intelligence, né dopo una brillante azione di Polizia: vi si giunge dopo trattative condotte da funzionari dello Stato e uomini politici con camorristi e brigatisti”. Sempre nel 1993 un noto imprenditore avellinese attivo nella ricostruzione post-terremoto, Antonio Sibilia, dichiarò agli inquirenti quanto segue: “Vedete che tutto nasce dal sequestro Cirillo e dagli accordi che sono stati presi a Roma – arbitro Flaminio Piccoli, legato notoriamente alla Volani [un'impresa di Rovereto, n.d.R.] – in conseguenza della liberazione di Cirillo. A me risulta, ed è del resto notorio fra tutti gli imprenditori di Avellino, che a tali accordi partecipò anche la camorra, in particolare Vincenzo Casillo [luogotenente di Raffaele Cutolo, n.d.R]. E' vero che fu raggiunto un accordo di carattere generale per cui, per ogni appalto della ricostruzione, gli appaltatori dovevano versare una doppia percentuale: il 5% alla camorra ed il 3% ai politici”. Insomma, l'uomo-chiave degli appalti in Campania viene rapito dalle Brigate Rosse. Per evitare che l'assessore sveli i meccanismi dei criteri di spesa e di affidamento degli appalti, il suo partito, la Democrazia Cristiana, decide di trattare con i terroristi. E, per farlo, si rivolge al fondatore della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, all'epoca rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno. E si decide di rivolgersi a Cutolo per un semplice motivo: perché in quel momento ‘o professore è colui che meglio conosce gli assetti criminali sul territorio campano e nelle carceri. Nel carcere di Ascoli Piceno in quelle settimane è un viavai di gente: politici, funzionari dello Stato, uomini dei servizi segreti. Cutolo accetta di fare da mediatore, ma in cambio chiede, appunto, di entrare nel business della ricostruzione. In cambio le Brigate rosse chiedono soldi e l'eliminazione di alcuni “sbirri”. Scrive Alemi: “Per la verità, dal primo momento in cui ho iniziato a indagare sul sequestro Cirillo, malgrado la Dc avesse negato tale circostanza, si era diffusa la notizia secondo cui, per il rilascio del Cirillo, era stato pagato un riscatto di tre miliardi di lire, di cui metà sarebbe stata versata alla Nuova Camorra Organizzata del boss Raffaele Cutolo (tale circostanza mi sarebbe poi stata confermata a verbale da diversi cutoliani)”. Il “caso Cirillo” è pieno di misteri e colpi di scena. Tra i tanti, basti citarne due. Il primo riguarda la sua liberazione, che avvenne a Poggioreale il 24 luglio del 1981, dopo 89 giorni di prigionia. Mentre una pattuglia della Polizia lo carica per condurlo in Questura, tre volanti della stessa Polizia, al comando del vicequestore Biagio Ciliberti, bloccano d'autorità l'auto dei colleghi e prelevano Cirillo. Lo accompagnano a casa e per ben tre giorni impediscono ai magistrati di interrogarlo. E tutto questo mentre politici e amici si recano indisturbati nell'abitazione di Cirillo. Il secondo riguarda il noto criminologo Aldo Semerari. Il 17 marzo del 1982 il quotidiano comunista “l'Unità” pubblica un documento esplosivo, poi rivelatosi falso. Questo documento, con dicitura “MININTERN”, sosteneva che nel carcere di Ascoli, il 30 maggio del 1981, si era recato anche un politico di rilievo nazionale come Vincenzo Scotti (legato al più influente politico campano dell'epoca, Antonio Gava). Il documento falso era stato redatto da Aldo Semerari, che qualche giorno dopo affermò, sempre su “l'Unità”, di averlo redatto dopo aver raccolto tale testimonianza direttamente da Raffaele Cutolo. Il 1° aprile del 1982 Semerari fu trovato decapitato nella sua automobile davanti al “castello” di Cutolo a Ottaviano. A conferma di quanto fu torbido il rapimento di Ciro Cirillo, il politico democristiano per il quale, a differenza di Aldo Moro, la Democrazia Cristiana decise di trattare.

Trattativa Stato-Nco, Napoli «consegnata» ai killer di Cutolo. La storia della camorra raccontata attraverso le inchieste di «Stylo24» – Per liberare l'assessore Ciro Cirillo – tra le altre condizioni – fu accettata la richiesta del boss di Ottaviano di allentare i controlli di polizia: dal 27 aprile al 4 giugno del 1981, si contano solo 4 omicidi. Il 5 giugno, nel giro di 24 ore, se ne registrano sei. Giancarlo Tommasone il 20 Ottobre 2018 su stylo24.it. Gli approcci tra Nco e Br, sono tutt’altro che positivi e lasciano spazio a molti dubbi circa la possibilità di poter imbastire una trattativa per la liberazione dell’assessore Ciro Cirillo. Le iniziali proposte di Raffaele Cutolo erano, infatti, state respinte dalle Brigate Rosse ma successivamente le difficoltà vennero via via superate. Analogo il risultato prodotto dai sondaggi effettuati nei penitenziari di Palmi e di Nuoro, dove si trovavano reclusi i detenuti politici ritenuti «uomini chiave» per la riuscita dell’operazione. «Da tutte le deposizioni rese da ex brigatisti – riporta una relazione della Commissione parlamentare antimafia – emerge una convinzione comune, diffusa nelle loro file: che la Democrazia cristiana si era attivata, attraverso Cutolo, per trattare con le Br, e che era pronta a fare concessioni». Per tale motivo, è annotato ancora nel documento, alla credibilità del boss di Ottaviano, contribuisce, nei primi giorni di giugno del 1981, l’attenuazione dei controlli di polizia nella città di Napoli.Detti controlli avevano tenuto a freno, per più di un mese, le attività delittuose sul territorio partenopeo. Giusto per snocciolare un po’ di numeri, dal 27 aprile del 1981 (data del rapimento di Cirillo) fino ai primi di giugno, si erano avuti soltanto quattro omicidi. Ciò, soprattutto in virtù del fatto, che erano affluite a Napoli «ingenti forze di polizia ed i controlli avevano fatto sensibilmente scemare la capacità operativa dei camorristi e di ogni altra forma di delinquenza sul territorio». Poi le cose cambiano, mutano proprio dopo l’inizio fattivo delle trattative per la liberazione di Cirillo. Il 5 giugno esplode nuovamente la violenza: sono sei gli omicidi che si contano nel giro di 24 ore. Durante il mese di giugno saranno, in totale, 29 e a luglio arriveranno a 39. Quanto si verifica a Napoli, vale a dire il sensibile mutamento di clima, relativo all’escalation di violenza, genera grande scalpore in città. «Il sindaco – è riportato nella relazione della Commissione antimafia – giunge a chiedere l’allontanamento del questore, che viene sostituito il 18 luglio, sei giorni prima della liberazione di Cirillo, quando oramai la trattativa era conclusa». Le prime richieste di Cutolo avrebbero mirato ad allentare la morsa repressiva da parte dello Stato, e secondo pure quanto «ha dichiarato Giuliano Granata, bisogna riconoscere che le richieste sembrerebbero accolte. L’improvvisa recrudescenza dei delitti indica che tutte le attività criminali hanno incontrato una minore capacità di prevenzione e di contrasto». Di tale allentamento dei controlli approfittano anche i brigatisti che il sei giugno 1981, in pieno giorno, sequestrano il professor Umberto Siola, preside della facoltà di Architettura dell’Università di Napoli, consigliere comunale del Pci e assessore all’Edilizia del Comune partenopeo. A guidare il commando, è scritto nella relazione della Commissione antimafia «il capo brigatista Giovanni Senzani. Quest’ultimo conduce Siola in macchina, in una zona centrale della città. Là lo interroga e là avviene la sua gambizzazione. L’azione – è sottolineato – è una impressionante prova di forza e di sicurezza».

Usarono Enzo Tortora per coprire il patto Stato-Camorra Valter Vecellio. Il Garantista, 30 Giugno 2014. Il dottor Diego Marmo nella bella e importante intervista rilasciata a “Il Garantista”, sia pure trent’anni dopo, chiede scusa a Enzo Tortora; ci ricorda che la sua requisitoria si svolse sulla base dell’istruttoria dei colleghi Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, e “gli elementi raccolti sembrarono sufficienti per richiedere una condanna”; che per tutti questi anni ha convissuto con il tormento e il rammarico di aver chiesto la condanna di un uomo innocente; che fu a causa del suo temperamento focoso e appassionato che definì Tortora “cinico mercante di morte” e “uomo della notte”. Va bene, anche se si potrebbe discutere e controbattere tutto. Per via del mio lavoro di giornalista al “TG2” mi sono occupato per anni del “caso Tortora” che era in realtà il caso di centinaia di persone arrestate (il “venerdì nero della camorra”, si diceva), per poi scoprire che erano finite in carcere per omonimia o altro tipo di “errore” facilmente rilevabile prima di commetterlo, e che si era voluto dare credito, senza cercare alcun tipo di riscontro, a personaggi come Giovanni Pandico, Pasquale Barra ‘o animale, Gianni Melluso. Ho visto decine e decine di volte le immagini di quel maxi-processo, per “montare” i miei servizi, e decine e decine di volte quella convinta requisitoria del dottor Marmo; che a un certo punto pone una retorica domanda: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Cercavamo…Anche Marmo, sembrerebbe di capire, cercava. E quali gli elementi di colpevolezza che emergevano durante il paziente lavoro di ricerca delle prove di innocenza? Non basta dire che la requisitoria del dottor Marmo si è svolta sulla base dell’istruttoria deli colleghi Di Pietro e Di Persia. Non basta. Il 18 maggio di ventisei anni fa Enzo Tortora ci lasciava, stroncato da un tumore, conseguenza – si può fondatamente ritenere – anche del lungo e ingiusto calvario patito. Chi scrive fu tra i primi a denunciare che in quell’operazione che aveva portato Enzo in carcere assieme a centinaia di altre persone, c’era molto che non andava; e fin dalle prime ore: Tortora era stato arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata, fatto uscire solo quando si era ben sicuri che televisioni e giornalisti fossero accorsi per poterlo mostrare in manette. Già quel modo di fare era sufficiente per insinuare qualche dubbio, qualche perplessità. Ancora oggi non sappiamo chi diede quell’ordine che portò alla prima di una infinita serie di mascalzonate. Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: “perché?”. Forse una possibile risposta sono riuscito a trovarla, e a suo tempo, sempre per il “TG2”, riuscii a realizzare dei servizi che non sono mai stati smentiti, e ci riportano a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo. Venne chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte viene trattenuta non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c’è chi si prende la “stecca”. A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un “ritorno”. Il “ritorno” si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta era costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo: sono tutti morti ammazzati: da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo, a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice, che ebbe un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e, tra gli altri, Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, “mai più ritrovato”. Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli. Che l’arresto di Tortora costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. Quello è stato fatto lo si sarà fatto in buona o meno buona fede, cambia poco. Le “prove”, per esempio, erano la parola di Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un cumpariello. Barra è un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia per sfregio l’intestino…Con le loro dichiarazioni danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Questo in istruttoria non era emerso? E il sedicente numero di telefono in un’agendina, mai controllato, neppure questo? C’è un documento importante che rivela come vennero fatte le indagini, ed è nelle parole di Silvia Tortora, la figlia. Quando suo padre fu arrestato, le chiesi, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”. Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”. Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”. Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”. Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. u che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”. Qualcuno ha chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”. Arriviamo ora al nostro “perché?” e al “contesto”. A legare il riscatto per Cirillo raccolto i costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, anni fa, della Direzione Antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria”; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale. E’ in questo contesto che nasce “il venerdì nero della camorra”, che in realtà si rivelerà il “venerdì nero della giustizia”. Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Il dottor Marmo dice di aver agito in buona fede, non c’è motivo di dubitarne. Ma la questione va ben al di là della buona fede di un singolo. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Da quella vicenda è poi scaturito grazie all’impegno radicale, socialista e liberale, un referendum per la giustizia giusta. A stragrande maggioranza gli italiani hanno votato per la responsabilità civile del magistrato. Referendum tradito da una legge che va nella direzione opposta; e oggi il presidente del Consiglio Renzi e il ministro della Giustizia Orlando approntano una serie di norme che vanno in direzione opposta rispetto a quanto la Camera dei Deputati ha votato qualche settimana fa. Valter Vecellio Il Garantista, 30 Giugno 2014

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Depistaggio di via D’Amelio.

La nuova campagna del Fatto. Travaglio ossessionato dalle bufale dei Graviano, falsi scoop del Fatto contro Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Leggiamo dal Fatto: «La sentenza di cassazione contro Dell’Utri colloca Berlusconi come una vittima e non come un imputato. Ciononostante non è una medaglia per un candidato al Quirinale». Anche se vittima, sei pur sempre colpevole, se sei “lui”. Povero Marcolino! Continua a credersi Davide contro Golia-Berlusconi e non gliene va bene una. Ha tentato con il titolone “No al garante della prostituzione”, ma i vari processi “Ruby”, iniziati con una piena assoluzione nel filone principale, si stanno sbriciolando uno a uno anche nei rivoli secondari. Mostrando una volta di più il leader di Forza Italia, più che come reo, come vittima. Si sta giocando quindi, settimana dopo settimana, la “carta Graviano”. Ma non funziona neppure questa, e lo dimostreranno le archiviazioni. Ma nel frattempo la disperazione sta allagando di lacrime la redazione del Fatto, tanto che sono ridotti a lamentarsi pubblicamente perché sull’argomento «i quotidiani non scrivono una riga». Lo schema è sempre lo stesso. Il venerdì, il piccolo settimanale L’Espresso fa il suo scoop, che in realtà è sempre la stessa notizia ripetuta più volte, sulle dichiarazioni di Graviano e le stragi del 1993 di cui Berlusconi sarebbe il mandante. In realtà non lo dice Graviano, ma Travaglio, ma fa lo stesso. Il sabato esce sul Fatto l’articolo, in genere di Marco Lillo, che più che giornalista è assemblatore di verbali, che riprende il finto scoop e aggiunge altri verbali per far vedere che lui ne ha di più di Marco Damilano. Un piccolo manicomio, insomma, che ormai non solo non guadagna più le prime né le ultime pagine dei quotidiani, ma non riesce neanche a far incazzare i difensori di Berlusconi, che evidentemente si sono stancati di ripetere quel che disse Niccolò Ghedini nel febbraio 2020: «Dichiarazioni totalmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà e palesemente diffamatorie». Che cosa era successo? Semplicemente che nel corso di un processo per ‘ndrangheta Giuseppe Graviano aveva cominciato a farneticare su Berlusconi. Ma nella sentenza le sue dichiarazioni erano state bocciate come inattendibili e prive di alcun riscontro. Come ormai si ripete da tempo. Ma Graviano insiste con le sue allusioni, perché spera di guadagnarci qualcosa, chissà, magari qualche permesso premio.

Stiamo parlando di un mafioso ergastolano ostativo che con le sue dichiarazioni astute e ricche di buchi quanto una rete da pesca, sta da un po’ prendendo in giro i magistrati di Firenze, a partire dal capo della procura Creazzo (quello definito come “Il Porco” da una collega siciliana), fino agli aggiunti Luca Tescaroli (antimafia doc) e Turco (il preferito di Matteo Renzi, viste le attenzioni che gli dedica). I quali cercano disperatamente di credere a questo zuzzurellone che, partendo dalla storia di suo nonno (che è un po’come dire dalle guerre puniche), che sarebbe stato imbrogliato da Berlusconi dopo aver versato, insieme ad altri, qualche milione di lire per imprecisati investimenti mai andati in porto, lascia intendere di aver qualcosa da dire sui “mandanti esterni” degli attentati del 1993 e 1994. Perché lui di quelle bombe a Roma, Milano e Firenze qualcosa deve sapere, visto che per quegli attentati è stato condannato.

La cosa più sorprendente è però non solo il fatto che a Firenze esista un filone di indagine su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ma che gli uomini della Dia stiano perdendo tempo a ispezionare la zona di Basiglio-Milano 3, il quartiere residenziale costruito dalla Edilnord di Paolo Berlusconi, alla ricerca di un residence e anche di un appartamento dove Graviano avrebbe incontrato il presidente di Forza Italia, allora semplice imprenditore, insieme al cugino Salvatore, che aveva nelle mani una “carta” in cui Berlusconi ribadiva l’accordo stipulato con il nonno. Chiariamo subito che sia il nonno che Salvatore sono morti. E che la “carta” non c’è. Inoltre, che cosa c’entra tutto ciò con le stragi? Niente di niente.

Pure gli “scoop” continuano. E i viaggi dei pm fiorentini su e giù per l’Italia. E anche il traffico dei verbali. C’è l’interrogatorio di Graviano del 20 novembre 2020. Quello in cui i pm fiorentini gli chiedono: «Riferisca in ordine a eventuali rapporti economici con Berlusconi e Dell’Utri». E lui racconta la storia del nonno, «Quartararo Filippo, che lavorava nel settore ortofrutticolo». Poi fa confusione, perché dice di aver incontrato Berlusconi insieme al nonno, poi dice invece che il nonno non ha mai avuto rapporti diretti con l’imprenditore milanese. Poi lancia la sua bombetta, anche questa non nuova: mi hanno fatto arrestare per non dare corso a quell’accordo economico assunto con il nonno. Quindi sarebbe stato Berlusconi a farlo arrestare? Ma all’unica domanda importante per l’inchiesta: «Ci dica se Berlusconi è stato il mandante delle stragi», Graviano risponde: «Non lo so se è stato lui». E stranamente, nel successivo interrogatorio del primo aprile di quest’anno non si parla più di bombe, ma solo della “carta” dei defunti nonno Filippo e cugino Salvatore. E noi paghiamo, avrebbe detto Totò.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura. 

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. I Graviano, il depistaggio e le strategie dei boss di Cosa Nostra. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it l'11 novembre 2021. Perché chiamare in causa i Graviano in questa indagine sul depistaggio di via D’Amelio? Perché a quella strage sono intimamente legati il destino di Totò Riina e la sua strategia eversiva, molto più articolata di una semplice vendetta mafiosa. Ma c’è altro: la cattura di Riina, ciò che lo precedette (l’arresto di Balduccio Di Maggio) e le soffiate raccolte e smistate a chi di dovere

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

A 29 anni dalla stagione delle stragi – essendo morti, detenuti in carcere al 41 bis, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, considerati gli organizzatori della campagna per conto di Cosa Nostra; essendo latitante da 25 anni Matteo Messina Denaro, ultimo rappresentante dell’“era corleonese”, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano sono da una decina d’anni emersi come i principali depositari dei segreti di quel periodo storico.

La loro storia è abbastanza inusuale. Citati solo marginalmente dai grandi pentiti degli anni Ottanta (Buscetta, Contorno, Marino Mannoia) si comincia a parlare di loro verso fine secolo (per esempio Nino Giuffrè li indica come notoriamente legati ai Servizi) e per le rivelazioni di Gaspare Spatuzza.

I Graviano, si scopre, appartengono ad un’antica e molto ricca famiglia di mafia, e controllano il quartiere Brancaccio, noto come la “zona industriale” di Palermo, in cui hanno compiuto importanti investimenti edilizi. Il capofamiglia Michele Graviano (possidente, a capo di molte attività economiche di grande valore, dal commercio di frutta e verdura, all’edilizia, all’export internazionale, titolare di pacchetti azionari) viene ucciso nel 1982, agli inizi della guerra di mafia che contrappone Bontade-Inzerillo a Riina e i suoi corleonesi. 

A compiere l’omicidio è Gaetano Grado. A reggere la famiglia viene chiamato Giuseppe Graviano, che ha appena vent’anni. Questi si dimostra molto intraprendente e in grado compiere scelte radicali, prima fra tutte quella di spostare tutti gli affari di famiglia fuori da Palermo, al nord Italia, in Francia e in Svizzera. Lui stesso, latitante dopo una condanna al maxiprocesso, prende di fatto la sua residenza ad Omegna (Novara), sul lago d’Orta, a partire dal 1991.

Insieme al fratello Filippo e alle rispettive fidanzate, Giuseppe Graviano viene arrestato dai carabinieri a Milano nei giorni della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Da allora i due fratelli sono in carcere al 41 bis.

Il loro nome divenne conosciuto a livello nazionale il 15 settembre 1993 quando, nel quartiere Brancaccio, venne ucciso padre Pino Puglisi, in un delitto che non aveva precedenti in Italia. Le fotografie dei fratelli Graviano, indicati immediatamente come mandanti del delitto, furono mostrate in televisione e campeggiavano su tutti i quotidiani. Ricercati, irreperibili…. E invece i due fratelli circolavano tranquillamente, senza travestimenti e senza protezione, nel piccolo paese di Omegna.

Dopo il loro arresto – quattro mesi dopo, a Milano - cominciarono a circolare le prime voci del loro coinvolgimento sia nella strage di via D’Amelio che nelle stragi continentali. La procura di Firenze, esaminando i telefonini del clan e raccogliendo le prime testimonianze sulla loro latitanza, fece giganteschi passi avanti nell’investigazione.

Nel 1997 venne arrestato a Palermo Gaspare Spatuzza, uomo di fiducia dei Graviano; come sappiamo, Spatuzza confessò immediatamente l’omicidio di don Puglisi e la sua partecipazione sia alle stragi di Capaci e via D’Amelio, che a quelle continentali. Disse di aver fatto tutto questo su ordine di Giuseppe Graviano, per cui nutriva autentica “devozione”.

IL RUOLO DI BALDUCCIO DI MAGGIO

Perché chiamare in causa i Graviano in questa indagine sul depistaggio di via D’Amelio? Perché a quella strage sono intimamente legati il destino di Totò Riina e la sua strategia eversiva (di cui abbiamo riferito nel primo capitolo di questa relazione), molto più articolata d’un semplice movente affidato alle ragioni della vendetta mafiosa.

Ma c’è altro: la cattura di Riina, ciò che lo precedette (l’arresto di Balduccio Di Maggio), le soffiate raccolte e smistate a chi di dovere. E qui entrano in scena, nuovamente, i fratelli Graviano. Questo il racconto che di quei giorni fa Enrico Deaglio nel suo libro “Patria 2010-2020”.

Qualcuno si ricorda di Balduccio Di Maggio? Se no, siete scusati, perché fu una meteora. Era l’autista di Riina e fu lui a portare i carabinieri sotto casa sua. Poi disse di aver assistito al bacio tra Andreotti e Riina stesso. Per i suoi servizi, presenti e futuri, fu pagato – dallo Stato – 500 milioni, ma al processo Andreotti la sua testimonianza risultò un boomerang per la Procura di Palermo. Poi scomparve. Oggi non si sa dove sia né che faccia abbia: ai tempi era proibitissimo pubblicare una sua fotografia.

Io me ne stavo, un po’ sbadigliando, ascoltando su Radio Radicale la fluviale deposizione di Graviano, udienza del 21 gennaio 2020, quando appizzai le orecchie. Racconta Graviano che, una volta a Omegna (dove, ci tiene a ricordare, era “favolosamente protetto”), era stato in giro tutta la notte con il fratello Filippo, le fidanzate, un certo Cesare Lupo di Brancaccio e Salvatore Baiardo, il suo favoreggiatore ad Omegna, ed erano poi finiti a casa di Baiardo a giocare a poker.

Si ricorda che era inverno, che la casa di Baiardo era sulle pendici del Monte Mottarone, che c’era la neve e che era prima del Veglione di Capodanno 1992-1993. Si ricorda che, tra un piatto e l’altro, si fecero le 7 del mattino e allora Baiardo scese a prendere dei cornetti per la colazione. Baiardo torna su con i cornetti e fa: “Oh, la sapete la notizia? Hanno arrestato Balduccio Di Maggio, sta parlando e lo tengono qui, in una villa di Omegna”. Gli chiedono: “Scusi, Graviano, ma a Baiardo chi l’aveva detto?”. Graviano fa: “Oh, Omegna è un paese piccolo, tutti sanno tutto”.

Segue un imbarazzato silenzio, perché la narrazione ufficiale è diversa e dice che Di Maggio venne arrestato l’8 gennaio, che trattò la taglia e il racconto del bacio di Andreotti direttamente con il generale dei carabinieri Delfino e che tutto venne tenuto segreto fino a dopo la grande farsa della cattura di Riina a Palermo avvenuta il 15 gennaio 1993.

Ma Graviano non si ferma lì. Racconta che è stato lui a far venire al Nord Balduccio, che era entrato in urto per una donna con un tipaccio come Giovanni Brusca, proprio per impedire che Brusca lo uccidesse. Gli aveva trovato una sistemazione a Borgomanero (15 chilometri da Omegna), dove c’era già una colonia di siciliani che si occupavano di recupero crediti per dei tontoloni industriali piemontesi.

E, in sostanza, lo aveva messo in mano al generale dei carabinieri Delfino. Che sia questa la ragione della “favolosa protezione”? Graviano ci tiene a dire che, saputa la notizia, non avvisò il suo amico Riina. 

Il generale Francesco Delfino (morto nel 2014) ha avuto una lunga e misteriosa carriera, nell’Arma e ai vertici del Sismi, il nostro servizio segreto militare. Tra le sue tante avventure, una lo vede come l’unico agente segreto italiano a visionare il cadavere di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, sede a Milano, trovato penzolante sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, anno 1982.

Era diventato il banchiere della mafia, però aveva perso i loro soldi, era debole e avrebbe potuto parlare, quindi la mafia lo uccise. E i servizi segreti c’entrarono, eccome.

Un possibile strangolatore era stato considerato Francesco Di Carlo, che dei vertici del Sismi era buon amico; ma poi la versione ufficiale accreditò dell’uccisione tale Vincenzo Casillo, dirigente della camorra napoletana e – toh – membro coperto del Sismi. Il quale fu poi fatto saltare in aria a Roma, proprio di fronte alla sede del Sismi, da Pasquale Galasso, dirigente della Nuova Famiglia associata a Cosa Nostra. Un tipo inconsueto, questo Galasso.

Giovane, colto, simpatico, aveva ammassato un patrimonio di 1500 miliardi delle vecchie lire e aveva un debole per le splendide dimore. Arrestato nel 1992, si pentì subito. Lo misero agli arresti domiciliari, in una sua proprietà: un favoloso castello neogotico appartenuto ai marchesi Savaroli, a Miasino, di fronte all’Isola di San Giulio, che dista cinque chilometri da Borgomanero e dieci dalla villa del generale Delfino.

Insomma, erano tutti lì, in un fazzoletto intorno al lago. Graviano, Galasso, Di Maggio, Delfino, un bel concentrato di misteri mafiosi e finanziari dell’Italia moderna. Peraltro, Graviano ci tiene a dire che lui e Galasso si incontravano, passeggiando sul lungolago. Di che cosa parlavano, Graviano non lo dice.

Ad agosto del 1992 il generale Delfino chiese di essere ricevuto dal ministro della Giustizia Claudio Martelli. Gli confidò che gli avrebbe fatto un regalo di Natale, l’arresto di Riina. Nella stessa estate, il colonnello dei carabinieri Mario Mori, anche lui dei servizi, stava trattando lo stesso argomento con il socio di Riina, Bernardo Provenzano.

A settembre anche il ministro dell’Interno Mancino prospettò che Riina sarebbe stato arrestato a breve, e le sue fonti erano la polizia. Insomma, lo sapevano tutti, tranne il povero Capo dei capi. O forse l’aveva capito anche lui. Adesso apprendiamo che anche Giuseppe Graviano vorrebbe che gli venisse riconosciuta la sua parte di merito. Però, quanta poca mafia c’è in questa storia, e quanti servizi.

IL REGALO DI NATALE

Sul “regalo di natale” - la cattura di Riina - promesso all’allora ministro della giustizia dal generale Delfino, la Commissione ha chiesto a Claudio Martelli il suo ricordo di quell’episodio.

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. Fu il mio caro amico, già sindaco di Milano, Aldo Aniasi all’epoca parlamentare della Repubblica, che mi telefonò un mattino, siamo verso la fine di luglio, sì, dopo l’assassinio di Borsellino, per dirmi: “guarda, c’è un mio amico, che io conosco bene, è un bravo carabiniere, un bravo generale dei carabinieri, si chiama Delfino, ha delle cose da dirti, ti vorrebbe parlare, ricevilo… vedrai che non ti faccio perdere del tempo”.

Dissi: “digli di chiamarmi, ci mettiamo d’accordo”, e così chiamò la mia segreteria e venne a trovarmi. Insomma, per farla breve cominciai a parlare io… io gli avevo descritto un po' la situazione in cui eravamo, e quindi era certamente una brutta situazione dopo via d’Amelio, dopo Capaci e lui mi disse “Ministro non si demoralizzi, stia tranquillo che le cose si metteranno bene, glielo faccio io un regalo di Natale, entro Natale lei vedrà che le portiamo Totò Riina”. “Magari” feci io… Il 15 di gennaio Totò Riina viene arrestato.

Dunque, chi era il generale Delfino era il comandante dei Carabinieri nel sud del Piemonte, là dove era in domicilio coatto Balduccio di Maggio, l’autista di Totò Riina. Quello che ho immaginato dopo (ma nessuno si è peritato di dirmelo né Delfino, che non ho mai più rivisto, né nessun altro) è che avevano sotto controllo questo Di Maggio e sono riusciti a spingerlo alla collaborazione… I Carabinieri hanno una loro omertà che farà onore allo spirito di corpo, ma fa poco onore alla verità, talvolta la verità dovrebbe prevalere…

Di segno non diverso anche l’opinione di Antonio Ingroia che a Reggio Calabria, proprio su questo tema, ha controinterrogato Giuseppe Graviano.

FAVA, presidente della Commissione. Lei è stato avvocato a tutela dei familiari dei due carabinieri uccisi, Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, nel processo alla ‘ndrangheta stragista, nel febbraio dell’anno scorso. Ed ha controinterrogato Giuseppe Graviano, che era imputato. Proprio rispondendo a lei, Graviano dice che lui sapeva che Riina sarebbe stato arrestato perché sapeva della collaborazione di Balduccio Di Maggio ben prima di quanto venne poi annunciata. È un quadro che ci porterebbe a ridisegnare i tempi e le dinamiche che hanno portato all’arresto di Totò Riina. Un quadro che lei ritiene plausibile?

INGROIA, già magistrato. Io ho sempre pensato che Totò Riina sia stato consegnato da Cosa nostra come capro espiatorio, in quanto principale responsabile della stagione stragista, per proseguire il dialogo che era iniziato. Ho sempre pensato che Balduccio Di Maggio lo avesse fatto soprattutto avendo dietro Bernardo Provenzano… Siccome con gli anni ho imparato a non credere più alle coincidenze, soprattutto in certe situazioni, il fatto che ruotassero nel medesimo territorio, Giuseppe Graviano assieme a Baiardo… mi fa pensare che forse nel tempo, negli anni abbiamo sottovalutato un ruolo più attivo di Graviano, ancora di più di quello di Bernardo Provenzano. Ed è quello che Graviano ha voluto dire, fra le righe, con le sue mezze dichiarazioni in quel processo.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Io capisco il Graviano: vuole difendere sé stesso ma perché prende ripetutamente le difese di Aiello, ma perché si preoccupa di Aiello? Eppure se lei lo legge dice che Aiello non c’entra niente, ma perché si prende carico di Aiello? … Dice che Falcone faceva parte di un pezzo dello Stato che tramite Contorno faceva omicidi e parla dell’agenza rossa, che sarebbe stata trafugata da un magistrato e quando io l’ho letto dico: «Ma questa è la riedizione del corvo!», Graviano sta scrivendo sotto dettatura dei servizi, per conto dei servizi, sembra così, insomma.

Quindi da una parte abbiamo Graviano, dall’altra parte abbiamo questa vicenda strana di Avola, poi abbiamo altre cose che si scrivono sotto traccia che non posso dire, c’è qualcosa che si sta muovendo oggi.

È questa la cosa drammatica, che si sta muovendo oggi, la filiera non è finita e questo spiega anche perché quelli che sanno i segreti da Biondino a Graviano ad altri non parlano e adesso scusatemi se lo dico ma con la nuova sentenza che ha aperto la possibilità di uscire dall’ergastolo con la dissociazione dimostrando la cessazione della pericolosità si apre una nuova stagione, bisogna vedere come andrà, è una battaglia tutta politica.

Che accade se il Parlamento non fa in tempo a fare una legge? Che accadrà nelle Commissioni Giustizia? La strage di Via D’Amelio è ancora tra noi. Non è una storia finita, e i tentativi di depistaggio sono estremamente sofisticati e complessi e vengono realizzati anche mettendo in giro delle falsità su cui poi eventualmente ritornerò. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. I “servizi” di Bruno Contrada e quella chiamata il giorno dopo la strage. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 12 novembre 2021. Bruno Contrada afferma: «La mattina del 20 luglio ricevo una telefonata del dottor Sergio Costa, genero del capo della Polizia di allora, il Prefetto Vincenzo Parisi, ed era anche lui un commissario di pubblica sicurezza, aggregato al Sisde. Costa mi dice: “Don Vincenzo”, non disse il capo, non disse il prefetto Parisi, “Don Vincenzo desidera che lei prenda contatti con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, per la strage che è accaduta, per la strage Borsellino”».

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Convitato di pietra in questa relazione e nella ricostruzione dei fatti di quella estate è il Sisde, il nostro servizio di intelligence interno (oggi si chiama Aisi). Al ruolo del Sisde nelle indagini su via D’Amelio abbiamo dedicato parti significative della nostra precedente relazione. Qui torniamo sul tema per spostare l’asse geografica della nostra indagine (dalla Sicilia a Roma) e per comprendere quali consapevolezze vi fossero – ai diversi livelli istituzionali - sull’accelerazione che Tinebra e Contrada imprimono alla pista Scarantino. E lo facciamo usando come nostra fonte il protagonista di quelle settimane: Bruno Contrada, a lungo audito da questa Commissione. Cominciamo a ricostruire ciò che accade la mattina successiva alla strage.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. La mattina del 20 luglio ricevo una telefonata del dottor Sergio Costa, genero del capo della Polizia di allora, il Prefetto Vincenzo Parisi, ed era anche lui un commissario di pubblica sicurezza, aggregato al Sisde. Costa mi dice: «Don Vincenzo», non disse il capo, non disse il prefetto Parisi, «Don Vincenzo desidera che lei prenda contatti con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, per la strage che è accaduta, per la strage Borsellino», e io in quel momento seppi che il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta si chiamava Giovanni Tinebra, non lo sapevo…

FAVA, presidente della Commissione. Non le disse se questa richiesta arrivava dal Procuratore o se era una richiesta del capo della Polizia?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Lui mi disse che era desiderio, volontà, del suocero (il capo della polizia Parisi, ndr.)... Credo che mi abbia accompagnato poi lo stesso dottor Costa che nell’occasione mi disse che lui conosceva bene il procuratore Tinebra da quando era Procuratore della Repubblica a Nicosia.

FAVA, presidente della Commissione. Costa le disse anche perché conosceva Tinebra?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Sì. No, non mi disse perché lo conosceva.

FAVA, presidente della Commissione. Chi partecipò all’incontro quella sera col dottor Tinebra?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io solo. Io solo.

FAVA, presidente della Commissione. Non ci fu il dottor Costa? L’accompagnò e basta?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Mi ha accompagnato e mi ha aspettato fuori, ma all’incontro c’ero io soltanto e in quella occasione conobbi il dottor Tinebra, il quale mi disse: «mi trovo in grosse difficoltà, perché io di mafia, specialmente palermitana, sono completamente all’oscuro, sono a zero, non so niente… mi è stato detto dal suo capo della Polizia “che lei è uno dei funzionari più preparati in materia di mafia palermitana o della Sicilia occidentale… Può darci una mano in questa indagine?».

FAVA, presidente della Commissione. Cosa rispose?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io gli dico: «signor Procuratore, io sono a disposizione per tutto quello che può essere utile, però tenga presente che io non posso svolgere indagini, perché non sono più ufficiale di polizia giudiziaria, sono un funzionario dei Servizi…». Fare indagini significava interrogare le persone, fare perquisizioni, ordinare pedinamenti, intercettazioni e tutta l’attività di polizia giudiziaria, interrogare testimoni, familiari delle vittime. «Tutta questa attività non la posso più svolgere, i nostri compiti sono a livello informativo e non più operativo, il nostro è un servizio di informazione», e questo era il primo punto; secondo punto: «io non ho più nessuna competenza, per quanto riguarda la Sicilia, perché il mio incarico è quello di coordinatore dei centri Sisde nella capitale e delle province del Lazio e quindi la mia sede di servizio è a Roma e lì è il mio ufficio»; terzo punto: «un mio eventuale intervento deve essere svolto in piena intesa, oltre naturalmente con l’autorità giudiziaria deputata a questa indagine, cioè con lei, anche con gli organi di polizia giudiziaria di Palermo»… 

IL SISDE E LA PROCURA DI CALTANISSETTA 

Tre riserve. Che – come sappiamo – vengono rapidamente superate. Il Sisde scende in pista nell’inchiesta su via D’Amelio accanto alla Procura di Caltanissetta. Anzi, per conto di quella Procura. Vediamo come.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Ecco perché poi ebbi contatti con il capo della squadra mobile di allora di Palermo, Arnaldo La Barbera, lo invitai a venire nell’ufficio del Sisde a Palermo, credo due o tre giorni dopo. Poi telefonai al generale Antonio Subranni, che era il comandante del Ros dei Carabinieri e che conoscevo benissimo, eravamo anche amici perché avevamo passato tanti anni di servizio insieme a Palermo… Lui mi disse che a Palermo della strage se ne occupava anche il Ros, nella persona del maggiore Obinu. Contattai Obinu e lo invitai anche a venire al centro del Sisde di Palermo per riferire qual era stato il mio colloquio con il Procuratore della Repubblica…

FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, ma contattò anche i suoi superiori gerarchici, all’interno del Sisde, per far sapere di questa proposta e per essere autorizzato alla collaborazione?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Lo dissi pure al Procuratore della Repubblica, tra le varie obiezioni che avevo fatto, che avrei dovuto avere il beneplacito, il placet, dei miei superiori diretti. Erano tre: il direttore del Servizio, Prefetto Alessandro Voci; il vicedirettore operativo, Prefetto Fausto Gianni; il capo del terzo reparto da cui dipendeva il mio ufficio, dirigente generale della Polizia di Stato, Franco Di Biasi… Questo glielo dissi al Procuratore ed insistetti principalmente non con il prefetto Voci, il direttore generale del Sisde, ma con il suo vice con cui avevo maggiori rapporti, il prefetto Fausto Gianni, perché una volta avuto il beneplacito del direttore venisse a Palermo e parlasse anche lui con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta.

FAVA, presidente della Commissione. Le dissero i suoi superiori se di questa proposta di collaborazione era stato informato anche l’esecutivo, cioè il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Assolutamente no, non me lo dissero né si è parlato di questo argomento. L’unica cosa che il Prefetto Gianni non era molto entusiasta di venire giù a Palermo…

FAVA, presidente della Commissione. Quando ci fu questo incontro con il Procuratore Tinebra?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Glielo dico subito, anche l’orario, perché ho la mia agenda… Il 24 luglio, ore 9.30, aeroporto Punta Raisi, arrivo Prefetto Gianni, dottor Sirleo, dottor Sergio Costa da Roma… Poi Caltanissetta, dal Procuratore della Repubblica Tinebra, presenti anche il dottor Antonio De Luca, il dottor Ruggeri, il dottor Narracci. Ruggeri è il capo centro (della Sicilia, ndr.), Narracci era il vice e De Luca era un vecchio funzionario della Squadra mobile ed era il capo centro di Catania. Venne anche lui.

FAVA, presidente della Commissione. Sulla sua agenda, poi acquisita agli atti del processo che la vide imputato, c’è scritto “colloquio su indagini, stragi Falcone e Borsellino”.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Questo argomento di questo termine, ‘indagini’, è stato oggetto di una lunga disquisizione, come dire: «ma allora tu hai fatto indagini?». È un termine inappropriato parlando dell’attività informativa del servizio, dipende anche dalla mia deformazione professionale, ogni attività in questo campo per me è un’indagine. 

FAVA, presidente della Commissione. I suoi colleghi del Sisde. C’erano altri PM della Procura assieme al Procuratore Tinebra a quell’incontro?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Sì, ce n’erano perlomeno due, però non so indicare, uno sicuramente doveva essere il dottor Petralia, l’altro non lo so chi era… Invece poi nella colazione di lavoro lo stesso giorno, all’hotel San Michele… io pretesi che i miei vertici fossero presenti… Non volevo farla apparire come una mia, come dire…

FAVA, presidente della Commissione. Una sua iniziativa.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Una cosa personale, non avendone nessun titolo…. Dissi al Procuratore della Repubblica: «noi in aderenza a quelli che sono i compiti del Servizio possiamo svolgere attività informativa. Io ritengo che allo stato sia opportuno attingere quante più notizie, informazioni sui gruppi di mafia che possono avere avuto una parte in queste azioni efferate di criminalità…».

FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, dottor Contrada, ma questo tipo di attività anche informativa di ricostruzione del contesto mafioso e delle famiglie palermitane che potevano essere coinvolte nelle stragi non sarebbe stato più naturale che fosse una delega investigativa per la polizia giudiziaria? Per quale ragione il Procuratore di Caltanissetta doveva chiedere al Sisde un’attività che avrebbe potuto svolgere, forse con più strumenti, la polizia giudiziaria?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Non è stato il Procuratore della Repubblica che ha chiesto di svolgere questa attività informativa, è stata una mia idea che ho prospettato al Procuratore… Io non credo che avrei potuto dire al Procuratore di Caltanissetta, che in quel momento iniziava la sua opera per questi fatti così gravi, “per avere informazioni rivolgiti ad altri”! Non me la sentivo di dire, in quel momento, “sono affari che non mi riguardano”.

L’OPINIONE DI MARTELLI, MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Foto LaPresse Torino/Archivio storico Storico 19/07/1992 Palermo Paolo Borsellino Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano. Assassinato da cosa nostra assieme a cinque agenti della sua scorta nella strage di via d'Amelio, è considerato uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega ed amico Giovanni Falcone.

In realtà esistevano “altri” corpi di polizia giudiziaria, perfettamente attrezzati per esperienza e cultura investigativa, per indagare su Capaci e via D’Amelio. Certamente lo era la Direzione Investigativa Antimafia, di recentissima costituzione, che fu messa inopinatamente da parte dalla procura di Caltanissetta. E che invece avrebbe ben potuto svolgere il lavoro di raccolta d’informazioni e di profiling criminale che si intestò il Sisde. Com’è potuto accadere? Lo abbiamo chiesto all’allora ministro della Giustizia Martelli, all’allora ministro degli Esteri Scotti (ministro dell’Interno fino a qualche settimana prima) e al dottor Ingroia, stretto collaboratore di Paolo Borsellino.

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. Beh, che sia stato possibile lo apprendo da lei adesso… Era stata già istituita la DIA e l’Agenzia aveva riunificato dentro di sé, in posizioni paritarie per evitare di suscitare gelosie, i reparti di intelligence dei carabinieri, della polizia di Stato, della guardia di finanza… e dunque semmai era alla DIA che il dottore Tinebra avrebbe dovuto rivolgersi per averne collaborazione… Da quel che io mi ricordo non abbiamo mai avuto notizia di simili iniziative, di un simile coinvolgimento contra legem di servizi di intelligence nelle indagini. Anche qui, se si guarda a quello che è successo dopo, e che non sorprende, siamo sempre in quella catena di omissioni, di responsabilità e forse di peggio che comincia con la mancata protezione di Borsellino.

***

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io sono stato contrario, nettamente, a tutte queste forme particolari di indagine e di investigazione, cioè devono esserci i corpi dello Stato e la DIA era stata pensata come un corpo dello Stato, non come un corpo di “emergenza”. C’è uno scritto di Falcone su questo, quando lui dice che ad ogni uccisione, strage o azione, viene subito riproposto di costituire un organismo ad hoc, lui dice che questa non è una cosa corretta e funzionale alla lotta alla mafia. Ne discutemmo con Falcone ed io aderii alla sua posizione: ho una diffidenza ed una ostilità a queste strutture speciali perché non consentono mai di avere chiarezza necessaria per controllare quello che si fa e a chi si risponde.

FAVA, presidente della Commissione. Lei era Ministro degli Esteri il 19 luglio. Ci fu un momento in cui in Consiglio dei Ministri, vista la gravità e l’atrocità di quello che era accaduto, alcune scelte vennero discusse insieme? Penso, ad esempio, alla decisione di creare questo corpo speciale di investigazione: se ne parlò mai all’interno del Consiglio dei Ministri?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io non ricordo se ci fu una discussione specifica in Consiglio dei Ministri, può darsi… Tra l’altro io ero a Bruxelles quella domenica sera perché lunedì mattina avevo una riunione con i Ministri degli Esteri. Fui raggiunto in ambasciata dalla troupe della Rai.. ed io dissi che quello era il segno che non potevamo più giocare nella lotta alla mafia: o c’era una strada o non c’era. Ebbi una telefonata cui mi si chiedeva di non interferire in quanto non più Ministro dell’Interno.

FAVA, presidente della Commissione. Chi la chiamò?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Il mio capo di Gabinetto, il quale era stato incaricato di dirmi questo.

FAVA, presidente della Commissione. Era stato incaricato da chi?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Non lo so.

FAVA, presidente della Commissione. Non chiese al suo Capo di Gabinetto chi lo aveva sollecitato a farle quella telefonata?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Misi il telefono giù.

FAVA, presidente della Commissione. Ma qual è, secondo lei, la ragione di questa sollecitazione, cioè “fai il Ministro degli Esteri, non sei più Ministro dell’Interno”? Cos’è che preoccupava di ciò che lei aveva dichiarato?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io l’ho presa in termini buoni, cioè non volevano confusioni.

FAVA, presidente della Commissione. Lei ebbe modo di confrontarsi col nuovo Ministro dell’Interno, Mancino, sulle scelte investigative?

SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Mai.

FAVA, presidente della Commissione. Esistevano sul campo altre strutture investigative, diciamo, “normali” che avrebbero potuto lavorare al fianco della Procura di Caltanissetta su quelle indagini?

***

INGROIA, già magistrato. Ovviamente. Innanzitutto, la DIA, la Direzione investigativa antimafia.

FAVA, presidente della Commissione. Che invece venne esclusa.

INGROIA, già magistrato. Venne esclusa da Caltanissetta. All’epoca il capo della DIA era Gianni De Gennaro che aveva un ruolo di stretta collaborazione in passato sia con Falcone, sia con Borsellino. E che poi, come vedremo nelle indagini successive, percepì alcuni temi che, evidentemente, a Tinebra non interessava coltivare, compreso quello della cosiddetta trattativa Stato-mafia. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Quell’informativa su un picciotto qualunque con parentele molto “pericolose”. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 13 novembre 2021. La legge all’epoca vigente così come l’attuale era chiara nel vietare qualunque rapporto diretto fra servizi segreti e magistratura inquirente. Eppure, dopo la strage di via D’Amelio a Caltanissetta quel divieto si aggira sfacciatamente

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Torniamo al dottor Contrada. E alle indagini del Sisde su procura di Tinebra.

FAVA, presidente della Commissione. Poi che accadde dopo gli incontri con Tinebra?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Misi al corrente il dottor Arnaldo La Barbera.

FAVA, presidente della Commissione. Era presente anche il dottor La Barbera a quell’incontro?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. No, non c’era. La Barbera non aveva ancora costituito il gruppo investigativo “Falcone e Borsellino”, era solo il capo della Squadra mobile di Palermo. Io avevo detto al dottor Tinebra che avrei informato di questa nostra attività i due organi di Polizia giudiziaria, la PS e i Carabinieri, cioè il dottor La Barbera e il maggiore Obinu per l’Arma dei Carabinieri.

FAVA, presidente della Commissione. E quando parlò con La Barbera di questa ipotesi di vostra collaborazione?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Qualche giorno dopo. Una volta costituito il mio gruppo di lavoro… perché per fare questa attività informativa dovevo costituire un gruppo di lavoro. Da tenere presente che il Sisde si occupava quasi esclusivamente di terrorismo politico, Brigate rosse… tranne qualche ufficiale dei Carabinieri non c’era alcun funzionario di grande esperienza di lotta alla mafia…

FAVA, presidente della Commissione. Nel Sisde non c’era. Quindi come fa ad organizzare questo gruppo di lavoro? Con chi lo organizza?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Scegliendo due o tre elementi del Centro Sisde di Palermo e poi siccome occorreva qualcuno che avesse conoscenza delle famiglie di mafia che si ha sul campo o sulle carte, sulle carte c’era un ottimo funzionario di Polizia, Carmelo Emanuele, che era il responsabile dirigente dell’ufficio “misure di prevenzione”.

FAVA, presidente della Commissione. Quindi non era aggregato al Sisde?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. No, lui era sempre dipendente come funzionario di Pubblica sicurezza della Questura di Palermo, però faceva servizio al Gabinetto dell’Alto commissario.

FAVA, presidente della Commissione. Diciamo quindi questo gruppo di lavoro che si costituisce attorno a lei non è formato solo da funzionari del Sisde, ma anche personale di Polizia giudiziaria in qualche modo aggregato.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Ha sede all’ufficio del centro Sisde di Palermo. D’accordo col colonnello Ruggeri, che non volevo esautorare, si costituisce questo gruppo, con alcuni dipendenti del Centro Sisde di Palermo, con la supervisione del capo centro e del vice che era Lorenzo Narracci. In più ritengo di far venire due funzionari del servizio, uno che faceva servizio a Padova e un altro a Firenze, quello di Padova era il dottor Paolo Splendore, anche lui ufficiale di complemento dei Carabinieri che aveva lavorato con me nell’ufficio dell’Alto commissario, e un altro di Firenze, Carlo Colmone, che era un consigliere di Prefettura passato al Sisde.

FAVA, presidente della Commissione. Ci può raccontare come si definisce il vostro accordo di lavoro col dottor La Barbera quando vi incontrate?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Fu l’unico incontro che ho avuto col dottor La Barbera. Se altri hanno avuto incontri con lui io non lo so e non ne sono stato messo al corrente, né io ho cercato di avere incontri con lui dopo questo giorno. Quindi quello fu l’unico incontro da cui io capii che questo mio intervento, in un settore che lui riteneva di sua esclusiva competenza di polizia giudiziaria, non gli andasse troppo per il verso giusto.

FAVA, presidente della Commissione. Quanti altri incontri ci furono col dottor Tinebra in quelle settimane, in quei mesi?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Tre. La prima il 20 luglio al Palazzo di Giustizia di Palermo, la seconda il 24 luglio all’hotel San Michele…

FAVA, presidente della Commissione. Ce n’è stata un’altra, molti mesi dopo.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Il 19 ottobre. A Caltanissetta, con Ruggeri, per questioni di indagini.

FAVA, presidente della Commissione. Chi c’era a questo terzo incontro? Dei magistrati dico.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Tinebra, Petralia… i sostituti credo che fossero più di due perché a tavola eravamo per lo meno una quindicina di persone.

IL DIVIETO PREVISTO DALLA LEGGE

La legge all’epoca vigente (la n. 801 del 24 ottobre 1977), così come l’attuale (la n. 124 del 3 agosto 2007), era estremamente chiara nel vietare qualunque rapporto diretto fra servizi segreti e magistratura inquirente. Eppure dopo la strage di via D’Amelio, come abbiamo avuto modo di approfondire dettagliatamente nella nostra prima relazione, a Caltanissetta quel divieto si aggira sfacciatamente.

Avremmo voluto chiedere al professor Giuliano Amato, all’epoca Presidente del Consiglio, e dunque l’autorità a cui rispondevano funzionalmente i nostri servizi di intelligence, se ebbe mai sentore di questa collaborazione così impropria. Il professor Amato ha ritenuto di declinare l’invito di questa Commissione.

«Caro Presidente Fava, nell’esprimerle il mio apprezzamento per il lavoro che sta svolgendo con la Sua Commissione allo scopo di approfondire ed estendere le nostre conoscenze sulla strage di via d’Amelio, desidero anche ringraziarla per aver pensato a me come persona utile a un tale lavoro. Temo tuttavia di non essere in grado di corrispondere alla Sua aspettativa. Del contesto politico istituzionale di quei mesi ho detto tutto quello che ero in grado di dire nelle testimonianze che ho reso nel processo di primo grado a Palermo sulla c.d. trattativa Stato-mafia, interrogato prima dal Pubblico Ministero Dr. Ingroia, poi dal Pubblico Ministero Dr. Di Matteo. Quanto alla catena delle comunicazioni e delle decisioni istituzionali riguardanti il Sisde, so quanto conseguiva dall’allora vigente legge n. 801, che poneva il Presidente del Consiglio in rapporto costante con il Segretario Generale del Cesis, allora l’ambasciatore Fulci. Nel clima di rafforzato impegno contro la mafia prodotto dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio, del Sisde ci occupammo per portare alla sua direzione, nell’agosto 1992, il prefetto Angelo Finocchiaro, che era stato l’ultimo Commissario antimafia. Non essendo in grado di fornire altri elementi utili oltre a quelli qui menzionati e citati, non ravviso le condizioni per accogliere il Suo invito».

E il CoPaCo? Se ne accorse l’allora comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti? Lo abbiamo chiesto al professor Brutti, che del Comitato è stato presidente dal settembre 1994 al maggio 1996.

BRUTTI, già presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti. Il ruolo svolto dal Sisde nelle indagini sulla strage di Via D’Amelio non c’era noto. Tra l’altro i poteri del Comitato Parlamentare di allora erano abbastanza ristretti… Divenuto presidente del Comitato, abbiamo individuato per lo meno due rilevanti tipologie di comportamenti che io reputavo e reputo illegittimo. In primo luogo, una certa tendenza del Sisde ad avere delle persone di fiducia che riferiscono alla linea di comando del Sisde pur lavorando dentro altre amministrazioni, e questa era una cosa singolare, rivendicata dall’allora capo del Sisde Malpica che dice: «come direttore del servizio avevo necessità di essere informato su tutto ed avere centinaia di occhi, visto che i miei non erano sufficienti, avevo quindi la necessità di avere delle persone che potessero, all’occorrenza, consentirmi di contattare altre persone che io non avevo materiale possibilità di annoverare tra i miei amici». Questo concetto di “amici” è singolare perché si tratta in realtà di collaboratori o dipendenti dei Servizi… Il dipendente di una Pubblica Amministrazione si può spostare presso il Servizio informazione e sicurezza, ma il fatto che egli diventi collaboratore o fonte del Servizio…

FAVA, presidente della Commissione. …come era accaduto con La Barbera.

BRUTTI, già presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti. Ecco, volevo arrivare a questo: ha dei profili di illegittimità, tanto più se viene retribuito.

IL SISDE E IL PUPO SCARANTINO

Torniamo al Sisde. Il frutto avvelenato di quella collaborazione è il profiling criminale di Scarantino, il primo tassello per accreditare i suoi quarti di nobiltà mafiosa e dunque la bontà delle sue rivelazioni. Quel rapporto è il primo passo concreto per avviare il depistaggio su via D’Amelio.

FAVA, presidente della Commissione. Una delle tre note che furono oggetto di questa collaborazione, e che fu mandata a Tinebra il 10 ottobre del 1992, riguarda il profilo criminale di Scarantino. Questo profiling di Scarantino è una vostra iniziativa? È una richiesta che vi arrivò da Tinebra? Come viene fuori?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Fu una richiesta addirittura scritta della Procura della Repubblica di Caltanissetta. Loro volevano avere tutte le notizie possibili sugli agganci, sui rapporti, sulle relazioni di tale Scarantino Vincenzo che allora non era ancora un pentito, era un indiziato, sotto le investigazioni di La Barbera e dei componenti del suo staff… Il capocentro, il colonnello Ruggeri, chiese alla direzione come doveva comportarsi. Ecco perché questa passeggiata a Caltanissetta del 19 ottobre in cui vado con il colonnello Ruggeri per parlare con il Procuratore della Repubblica e dissi ancora una volta che noi non potevamo avere questi rapporti diretti, sia pure epistolari, li avremmo potuti avere tramite la Polizia giudiziaria, difatti ci sta uno dei miei viaggi a Caltanissetta dove, dopo aver parlato con il Procuratore Tinebra, io vado in Questura a parlare con il Questore, che era il dottore Vasquez… Che poi su questo Scarantino c’erano due cose da riferire: una che era parente di un mafioso, che era Profeta. E poi un lontanissimo, ma quasi inesistente, labilissimo rapporto di parentela acquisito con i Madonia…

Raccontata così, quello del Sisde sembrerebbe un contributo davvero marginale: Scarantino è parente di un mafioso (Profeta) e lontanamente legato ai Madonia. Punto. Eppure, è proprio a partire da questa scheda che la caratura criminale di Scarantino e la sua attendibilità come testimone diretto della strage crescono rapidamente: nonostante ancora oggi il dottor Contrada cerchi di minimizzare quel contributo.

FAVA, presidente della Commissione. Sul contributo del Sisde, leggo dalla sentenza di primo grado del processo che la riguarda, ci sono due letture differenti. Dice la sentenza “L’imputato – in questo caso lei – ha tentato di evidenziare l’importanza, se non addirittura la decisività, del suo contributo offerto all’autorità giudiziaria per quelle indagini”. Versione seccamente smentita dal dottor La Barbera che ha parlato di un “mero scambio di opinioni”.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Quando La Barbera dice che non ho dato nessun contributo essenziale per le indagini, dice la verità. Io nella mia qualità, nella mia posizione, che contributo potevo dare se non potevo fare indagini? Il contributo lo può dare chi può fare indagini, non chi non le può fare. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Bruno Contrada, l’indagato per mafia che indaga sulle stragi. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 14 novembre 2021. Tinebra sa che su Contrada stanno indagando a Palermo, sa che Mutolo ha fatto il suo nome, lo sa ancor prima di incontrarlo per la prima volta. Eppure il procuratore di Caltanissetta non esita a dargli fiducia e ad appaltare al Sisde gli spunti investigativi più immediati. Il cui risultato, ricordiamolo, sarà proprio la relazione su Scarantino.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

La collaborazione tra il Sisde e la Procura di Caltanissetta ha vita breve. Alla vigilia del natale 1992 Bruno Contrada viene tratto in arresto ed accusato di concorso esterno in associazione mafiosa È l’epilogo di un’indagine dei magistrati di Palermo, costruita a partire dalle informazioni del pentito Mutolo.

Fino all’arresto, per mesi Contrada si trova a interpretare un duplice ruolo: punto di riferimento (lui e il Sisde) della Procura di Caltanissetta per le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio; a Palermo, indagato per reati di mafia dalla procura di Palermo. Possibile che Tinebra nulla abbia saputo dai colleghi di Palermo? Che abbia continuato ad affidarsi così ciecamente ad un funzionario che altri magistrati ritenevano corrotto? Lo abbiamo chiesto anzitutto allo stesso Contrada.

FAVA, presidente della Commissione. Il dottor Tinebra sapeva che Mutolo stava parlando e avrebbe fatto anche il suo nome, dottor Contrada? Ebbe mai la sensazione che di questo il procuratore di Caltanissetta fosse stato informato dai colleghi palermitani?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io non solo non ho mai parlato con il dottor Tinebra di questa mia vicenda… né lui mi ha mai dato l’impressione che fosse al corrente di questo. Perché io sono sicuro che se il dottor Tinebra fosse stato messo al corrente dai suoi colleghi di Palermo delle investigazioni, delle indagini che venivano fatte sul mio conto, non avrebbe avuto più rapporti con me.

FAVA, presidente della Commissione. Come è possibile che la Procura di Palermo non abbia avvertito Caltanissetta nel momento in cui c’era in corso un’indagine su di lei, sapendo che lei collaborava con il dottor Tinebra?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Può darsi che non lo sapesse neppure la magistratura di Palermo che io collaboravo.

FAVA, Presidente della Commissione. Beh, insomma, avevate costruito una squadra di lavoro, c’erano stati più incontri a Caltanissetta, non era un lavoro del tutto sottotraccia, il vostro coinvolgimento non sarà sfuggito a molti.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. L’inchiesta giudiziaria sul mio conto in sostanza ha avuto un momento di evidenza solo il 7 dicembre del ’92 quando, su segnalazione della Procura della Repubblica di Palermo, il Ministro dell’interno richiede la cessazione del distacco al Sisde e il rientro nel dipartimento della Polizia di Stato.

IL RAPPORTO TRA CONTRADA, TINEBRA E LA BARBERA

In realtà Tinebra sa. Sa che su Contrada stanno indagando a Palermo, sa che Mutolo ha fatto il suo nome, lo sa ancor prima di incontrarlo per la prima volta. Eppure il procuratore di Caltanissetta non esita a dargli fiducia e ad appaltare al Sisde gli spunti investigativi più immediati. Il cui risultato, ricordiamolo, sarà proprio la relazione su Scarantino.

INGROIA, già magistrato. Dissi a Tinebra che Borsellino ci aveva riferito le cose che Mutolo gli aveva detto fuori verbale sul conto di Contrada. Questo glielo dissi l’indomani, il 20 o il 21 luglio… Me lo ricordo ancora, me lo ricordo molto bene, Tinebra in quell’accaldato mese di luglio, informale, in maniche di camicia, con perfino le maniche arrotolate, che mi accolse e mi disse “eh, so che tu sei…”

FAVA, presidente della Commissione. A Palermo?

INGROIA, già magistrato. A Palermo. Mi disse: “So che sei uno dei più stretti collaboratori di Borsellino, avremo tempo per raccogliere a verbale le tue dichiarazioni, ma vorrei sapere intanto se ci puoi fornire elementi che possono essere utili per le prime indagini”. Mi colpì un po’ che un Procuratore della Repubblica…

FAVA, presidente della Commissione. La modalità…

INGROIA, già magistrato. Esatto! Che un Procuratore di Repubblica decidesse di sentirmi a braccio, però, vabbè, io avevo trent’anni, non è che mi impuntai col Procuratore di Caltanissetta… per cui raccontai subito quello che mi era stato raccontato da Teresa Principato e Ignazio De Franscisci, i due sostituti ai quali sabato 18 luglio Paolo aveva raccontato questo incontro con Mutolo. Incontro in cui Mutolo gli aveva parlato del dottor Signorino (sostituto alla Procura di Palermo, morto suicida) e del dottor Contrada, e che lui aveva capito che c’erano delle pesanti collusioni… Quindi, io dissi a Tinebra questa cosa. Tinebra prese atto, non ha mai verbalizzato, io la verbalizzai due anni dopo, quando mi sentirono Boccassini e Fausto Cardella ma intanto abbiamo scoperto che Tinebra dopo la mia dichiarazione aveva affidato proprio a Contrada, in qualche modo, un compito investigativo diretto. Poi, a distanza di tempo, abbiamo scoperto che quel gruppo investigativo che aveva costituito Contrada su richiesta di Tinebra, e che collaborava, tra virgolette, alle indagini, era quello che aveva fatto un’informativa che fu chiave per ricostruire il presunto peso mafioso di Scarrantino… Certo, Contrada sapeva, qualcuno gli avrà detto che aveva il fiato sul collo dalla Procura di Palermo.

***

FAVA, presidente della Commissione. Com’è possibile che due Procure, a distanza di 70 chilometri, entrambe fortemente coinvolte sul piano personale, professionale e giudiziario su questa indagine, anche se la titolarità diretta riguardava Caltanissetta, potessero dare questa valutazione opposta su un dirigente del Sisde e soprattutto non comunicare tra loro? E l’Alto Commissariato non avrebbe dovuto avere una funzione di coordinamento? Insomma, come poteva accadere che Caltanissetta e Palermo si muovessero in direzioni opposte sulle stesse vicende e rispetto alle stesse persone?

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. Presidente io attribuisco, come dire alla sua eccezionale buona fede questa domanda, ma la storia della magistratura inquirente, soprattutto degli ultimi trenta, forse potremmo anche allargarci negli ultimi cinquant’anni, è talmente piena di episodi analoghi, di contrasti, contraddizioni, reciproche smentite, quando non reciproche guerre tra magistrati che francamente… La gravità dell’episodio non è nel comportamento della magistratura, è nella vittima: è Borsellino.

FAVA, presidente della Commissione. Lei dice che non possiamo stupirci.

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. No.

FAVA, presidente della Commissione. Quando arrestano Scarantino, il 29 settembre del ’92, lei ebbe una interlocuzione con la Procura di Caltanissetta per commentare l’operazione?

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. Ma sì, nell’immediato ci fu soddisfazione come è naturale, insomma, se il Procuratore di Caltanissetta, che è stato appena nominato, in così breve tempo, arriva ad individuare il responsabile in una strage efferata ed è reo confesso, va bene.

Resta nell’ombra, di quei sei mesi, il rapporto operativo fra Contrada e La Barbera, formalmente a capo del gruppo investigativo costituito ad hoc per le due stragi. E qui il ricordo offerto da Contrada in Commissione – su quella collaborazione e su La Barbera - si fa particolarmente puntuale. Anche su un punto controverso: la collaborazione - sotto copertura e retribuito - di La Barbera con i servizi segreti.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io sono stato dieci anni al Sisde, dal marzo del 1982 al dicembre del ’92, dieci anni. Ho ricoperto incarichi anche di un certo rilievo. Sono stato il coordinatore dei centri Sisde della Sicilia e della Sardegna, sono stato il coordinatore dei centri del Lazio, il Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario e così via. Non ho mai sentito dire, né mai qualcuno mi ha confidato, mi ha sussurrato, oppure ho capito io che il capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera sia stato un collaboratore del Sisde, un agente del Sisde. Di converso mi risulta, e questo lo posso testimoniare, che il Sisde e principalmente per volontà del suo direttore, veniva incontro ad esigenze economiche di funzionari di Polizia o che ricoprivano altri incarichi di notevole rilievo, Prefetti anche… Per il Prefetto di Palermo mi risulta personalmente.

FAVA, presidente della Commissione. Il prefetto di Palermo di quale epoca?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Il prefetto di Palermo nel periodo della strage Borsellino, parlo del prefetto Mario Iovine.

FAVA, Presidente della Commissione. E in che senso il Sisde aiutava economicamente il prefetto di Palermo?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Venivano destinate delle somme a chi era particolarmente impegnato in particolari settori, che non erano soltanto quelli della criminalità organizzata… dei contributi, non so come definirli, delle prebende, degli aiuti economici… del tipo come l’avevo io stesso. Quando veniva da Roma a Palermo l’Alto Commissario, prefetto De Francesco, mi portava una busta con un assegno della Banca nazionale del Lavoro di cinquecentomila lire, duecentocinquanta euro di oggi. Era un di più oltre il mio stipendio per l’incarico che ricoprivo di suo Capo di Gabinetto, ecco… E per La Barbera che alloggiava in albergo…

FAVA, presidente della Commissione. Stiamo parlando del prefetto di Palermo. Perché il Sisde avrebbe dovuto dare, diciamo, degli emolumenti al prefetto Iovine? A che titolo?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. …non so, c’è tutta la questione dei fondi neri del Sisde, no? Tutta l’indagine che è stata fatta a Roma, dove si è parlato anche di questi fondi che venivano erogati così, addirittura si parlava di una somma mensile per il Ministro dell’interno, per i suoi fondi, le sue spese riservate, diciamo.

FAVA, presidente della Commissione. Ma che spese riservate avrebbe potuto avere il Prefetto di Palermo nell’estate del ’92? Questo non riusciamo a capire.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Dico spese riservate per il Ministro dell’interno, non per il Prefetto di Palermo. Era un contributo che il servizio dava tramite l’Ufficio, c’era proprio una segreteria particolare di fondi riservati… che non ne rende conto la Corte dei Conti, no?

FAVA, presidente della Commissione. Sono fondi non registrati.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. …sono stati dati dieci milioni ad un confidente, per esempio…

FAVA, presidente della Commissione. Ma il Prefetto di Palermo, non avendo funzioni investigative o giudiziarie, non avendo bisogno di risorse in nero per pagare collaboratori o confidenti a che titolo doveva essere pagato?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Magari era particolarmente esposto, lontano dalla famiglia…

FAVA, presidente della Commissione. E perché era il Sisdea pagare e non l’amministrazione dell’Interno?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. …è che normalmente non portavano le famiglie…

FAVA, presidente della Commissione. Ma quindi possiamo dire che il Prefetto di Palermo aveva un rapporto di collaborazione col Sisde?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Che collaborazione poteva dare al Sisde il Prefetto di Palermo?

FAVA, presidente della Commissione. Se il Sisde lo pagava dobbiamo immaginare che ci fosse una contropartita.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Guardi, io mi sono convinto che anche questa storia di…

FAVA, presidente della Commissione. …La Barbera?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. …della retribuzione, chiamata retribuzione, ma non saprei…

FAVA, presidente della Commissione. C’era anche un nome in codice assegnato a La Barbera: “Rutilius”.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Si davano questi nomi in codice come si davano ai confidenti, no? Per dare una spiegazione dell’erogazione di queste somme e quindi a lui si vede che gli avevano dato il nome “Rutilius”.

FAVA, presidente della Commissione. Questo tipo, diciamo, di sostegno economico nel caso di La Barbera, nel caso di Iovine, da chi era gestito? Dal direttore del servizio? Era informata l’amministrazione dell’Interno? La Presidenza del Consiglio?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Ma si faceva per tante occasioni. Adesso, per esempio, io so perché avevo allora rapporti, il Sisde pagava lo stipendio al Segretario particolare del Prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, lui si era portato questo Segretario particolare che era un vecchio Maresciallo dei Carabinieri in pensione che veniva retribuito dal Centro Sisde di Palermo.

FAVA, presidente della Commissione. Ma perché l’aiuto economico l’avrebbe dovuto dare il Sisde e non, per esempio, il Ministero dell’Interno o la Presidenza del Consiglio? A che titolo il Sisde aveva questa funzione di sostegno economico di fronte ad altre amministrazioni dello Stato che avevano più titolo per intervenire? La risposta è perché probabilmente c’era anche la possibilità di avere da queste persone delle informazioni.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. È il Sisde che deve dare le informazioni agli organi di Polizia, non è che la Polizia deve dare le informazioni al Sisde.

FAVA, presidente della Commissione. E La Barbera?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io sono convinto che il dottor La Barbera, per un periodo di tempo, quando era Capo della Squadra Mobile di Palermo aveva un contributo, un aiuto economico mensile dal Sisde tramite l’intervento di un suo carissimo amico che è stato il suo, come dire, tutor…

FAVA, presidente della Commissione. Il suo tutore, diciamo, istituzionale.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. …quello che era intervenuto per farlo mandare a Palermo come Capo della Squadra Mobile, il dottor Luigi De Sena, che era un alto funzionario del Sisde, era il capo dell’Uci, dell’Unione Centrale Informativa… Siccome al dottor La Barbera piaceva soggiornare in albergo, quindi, per venire incontro alle sue esigenze economiche gli faceva avere mensilmente il denaro.

L’IDEA DI CONTRADA SU SCARANTINO

Infine Scarantino. L’informativa del Sisde, abbiamo detto, è la pietra miliare su cui si costruisce ‘impianto del depistaggio. Ma che opinione aveva realmente Contrada di Scarantino?

SCHILLACI, componente della Commissione. Ma non ebbe la sensazione che Scarantino fosse una persona, diciamo, che viveva di espedienti, non era una persona di spicco che avrebbe potuto organizzare la strage di via D’Amelio?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io ho fatto polizia giudiziaria per più di venti anni a Palermo, nella mia attività professionale ho conosciuto decine, centinaia di mafiosi. Ho studiato la mafia e gli uomini di mafia, la mentalità mafiosa, il comportamento, l’atteggiamento, il gergo della mafia… Io posso dire soltanto una cosa, che se avessi trattato io Vincenzo Scarantino, trattato nel senso di colloqui e d’indagini su di lui, dopo ventiquattro ore mi sarei accorto che era un cialtrone e che raccontava cose non vere.

FAVA, presidente della Commissione. E come mai non se n’è accorto il dottor La Barbera che era uomo di grande esperienza anche in Sicilia?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io non ho mai avuto a che fare con Scarantino, non l’ho mai visto, non ho mai fatto un minimo accenno d’indagini su di lui. L’unica cosa che son venuto a sapere è che questo Vincenzo Scarantino era un parente di un mafioso della zona sua…

FAVA, presidente della Commissione. Dottor Contrada, proprio perché lei avrebbe avuto, conoscendolo, questa immediata impressione sulla pochezza criminale di Scarantino, le chiedevo come mai, secondo lei, un poliziotto di antica e collaudata esperienza come La Barbera dopo decine di colloqui investigativi e rapporti personali con Scarantino ha continuato fino alla fine a credere che fosse un attendibile efficace collaboratore di giustizia.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Signor Presidente, io non voglio apparire come quello che parla di persone che non possono più difendersi o contraddirmi… però è necessario che io le dica una cosa: che ci sono degli organismi di polizia giudiziaria, in primo piano quello di Palermo, ma poi anche quello di Catania, di Reggio Calabria e di Napoli, che non possono essere affidati a funzionari, anche dotati di buona cultura, di intelligenza, di acume, di perspicacia, ma che non hanno un’esperienza di anni e anni di lavoro, di conoscenza, di frequentazione con i criminali della ‘ndrangheta, della mafia, della camorra. A Firenze si può mandare a fare il capo della Squadra Mobile uno che non ha mai fatto Polizia giudiziaria a Firenze. A Palermo, no.

FAVA, presidente della Commissione. Al dottor La Barbera hanno affidato la direzione del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Quando io ho letto, negli anni successivi, i nomi dei 25 componenti del gruppo “Falcone-Borsellino”... Dico, ma questi qua che esperienza avevano? Non li avevo mai sentiti questi nomi. Come si fa ad affidare a loro un’indagine su un delitto come la strage di via D’Amelio dove vengono ucciso un Procuratore aggiunto e cinque agenti di polizia?

FAVA, presidente della Commissione. Che risposta si è dato?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Il dottor La Barbera sarà stato un ottimo funzionario di Polizia, un ottimo investigatore, un ottimo poliziotto, ma ha fatto servizio sempre nel nord… è venuto a Palermo che non sapeva neppure dov’era di casa la mafia e forse ne sapeva di mafia meno di mia madre!

FAVA, presidente della Commissione. Però, mi faccia dire, siamo di fronte alle due più clamorose stragi terroristico-mafiose che abbiamo conosciuto, Capaci e via D’Amelio, e ci troviamo con un Procuratore della Repubblica a Caltanissetta che dichiara candidamente “io non capisco nulla di mafia”, con un gruppo di investigazione affidato ad un funzionario che lei mi dice di mafia ne capisce meno di sua madre… È soltanto un problema di superficialità o c’è altro?

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Ma secondo lei io non ho pensato questo? Anche se non l’ho mai detto a nessuno e non vorrei dirlo, anche perché il dottor Giovanni Tinebra, purtroppo, non c’è più… però io uscendo da quell’incontro con lui dissi: «ma come fa questo qua a condurre un’inchiesta giudiziaria su fatti di questo genere?» Qua c’era un’impreparazione generale e ci metto anche il Sisde dove io facevo servizio perché tranne la mia modestissima persona e qualche vecchio sottoufficiale, i miei superiori non conoscevano la Sicilia neppure per motivi turistici.

FAVA, presidente della Commissione. Allora, dottor Contrada, può darsi che non ci fosse soltanto ingenuità… Voglio dire: strumenti investigativi, professionalità, capacità, competenza esistevano a Palermo, la polizia giudiziaria aveva affrontato e risolto indagini molto complesse. Quando si decide di estromettere di fatto tutta l’esperienza investigativa siciliana per affidarsi ad un gruppo costruito sulla carta, affidato ad un funzionario che – almeno per ciò che dice lei - non ne capisce nulla di mafia, c’è anche il sospetto che forse non si voleva davvero un’investigazione professionale su quello che aveva determinato la strage di via D’Amelio. E forse il depistaggio e i 17 anni senza verità ne sono anche una conferma.

CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Non è soltanto questo. Poi ci sta l’ambizione esasperata, perché l’ambizione di carriera è umana, di volere andare avanti nella carriera. Anch’io non volevo rimanere sempre Commissario, volevo diventare Commissario Capo e poi Vicequestore aggiunto e poi primo dirigente… ma non in maniera esasperata passando su tutto e su tutti, “vestendo i pupi”, come nel gergo si dice, cioè sostenendo delle tesi che sono manifestamente infondate, assurde, piste investigative impercorribili perché manifestamente non conducenti, e tutto solo per la bramosia della carriera, di avere un grado in più insomma.

SOLO UNA VENDETTA DI MAFIA?

Bramosie di carriere, suggerisce Bruno Contrada. Forse. Ma probabilmente non solo questo. Il ruolo giocato dal Sisde in quell’estate del ‘92, assieme ad altri protagonisti e comprimari, qualunque sia stata la molla iniziale, determina un arretramento traumatico della soglia della verità giudiziaria e processuale. Per diciassette anni quel depistaggio – voluto, protetto, subito da molti corpi dello Stato - blinda la strage di via D’Amelio dentro una formula assolutoria: fu solo una vendetta mafiosa.

Il contesto, suggeriva il procuratore generale Scarpinato, come abbiamo scritto nelle prime pagine di questa relazione. E in quel contesto è difficile immaginare per i servizi d’intelligence che forzature e reticenze, fondi neri e agenti coperti, siano stati solo il prodotto d’un legittimo desiderio di carriera.

C’era altro, dice Scarpinato: anzi, c’è altro.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Quando parliamo di Servizi, secondo me dobbiamo avere la mente a quello che hanno fatto i Servizi fino alla caduta del muro di Berlino. C’è stata una parte dei servizi che ha avuto una fedeltà atlantica superiore alla Costituzione e che obbediva più a interessi esterni, sull’altare dell’anticomunismo, con la necessità, quindi, per questa finalità di fare anche operazioni sigillate e coperte che prevedevano omicidi e stragi… Stiamo parlando di apparati dello Stato che si sono mossi nell’ambito di interessi, non solo nazionali ma internazionali. È questo il punto.

Quanto cade il Muro di Berlino, tutte le protezioni che avevano garantito sino ad allora questi personaggi, improvvisamente vengono meno… Non c’era solo l’esigenza di coprire un funzionario corrotto, si trattava di coprire settori dei Servizi che avevano fatto una guerra sporca, perché questo era accaduto, e che non ci stavano a essere sacrificati perché erano cambiati gli equilibri internazionali.

Quali siano state le tappe di questa “guerra sporca” va oltre le intenzioni di questa relazione e ci porterebbe fuori tema. Ma forse è tempo che su questo tema si apra una riflessione che non può essere confinata solo nelle aule parlamentari né delegata alle iniziative della magistratura. In fondo, attraverso quelle tappe e quella guerra sporca passa l’anima profonda della nostra storia repubblicana. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS 

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Il dossier “mafia-appalti” e la guerra fra magistrati e carabinieri.

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 15 novembre 2021. Tutto nasce da una delega conferita nel 1989 dalla Procura di Palermo ai Ros avente quale principale obiettivo quello di accertare “la sussistenza, l'entità e le modalità di condizionamenti mafiosi nel settore degli appalti pubblici nel territorio della provincia di Palermo”. Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

L’inchiesta mafia-appalti rappresenta senz’ombra di dubbio uno degli aspetti più critici e controversi di quello che, citando Leonardo Sciascia, potremmo definire l’affaire Borsellino.

In questa sede, com’è naturale, non intendiamo entrare nel merito delle diverse – e non sempre concordanti – pronunce emesse nel corso degli anni da parte di diverse Autorità Giudiziarie sul valore da attribuire al rapporto del Ros dei Carabinieri del 16 febbraio 1991: ovvero, se costituisca un possibile fattore di accelerazione del proposito stragista nei confronti di Paolo Borsellino o, invece, un’indagine del tutto neutrale in tale prospettiva (pur mantenendo aspetti di straordinaria rilevanza nell’ambito di altri giudizi).

Fra le priorità di questa inchiesta vi è quella di comprendere, semmai, se vi siano punti di contatto tra questa vicenda (nel suo complesso) e il depistaggio subito dalle indagini su via D’Amelio.

Il rapporto dei Carabinieri è argomento di controversia già in vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per una migliore intelligenza espositiva, ne ripercorriamo in sintesi la genesi.

Tutto nasce da una delega conferita nel 1989 dalla Procura di Palermo ai Ros avente quale principale obiettivo quello di accertare “la sussistenza, l'entità e le modalità di condizionamenti mafiosi nel settore degli appalti pubblici nel territorio della provincia di Palermo”. Il risultato di tale attività è, appunto, il rapporto dei Ros del febbraio ’91.

Falcone è ormai in procinto di trasferirsi a Roma. Il fascicolo finisce sulla scrivania del procuratore Giammanco che, a maggio, ne affida l’esame ai sostituti Sciacchitano, Morvillo, Carrara, De Francisci e Natoli. Il 25 giugno 1991 viene presentata una richiesta di custodia cautelare nei confronti di Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Cataldo Farinella, Alfredo Falletta e Serafino Morici, accolta dal GIP il 9 luglio. Più o meno nello stesso periodo, il 26 luglio 1991, viene contestualmente delegata ai Ros un’ulteriore attività investigativa riguardante la società regionale Sirap Spa.

Nel periodo antecedente alla richiesta di misure cautelari di giugno, però, accade qualcosa di strano. La stampa comincia ad avanzare pesanti critiche sull’operato della procura di Palermo, parlando di fratture con i vertici dell’Arma e, addirittura, di presunti “insabbiamenti” delle indagini riguardanti nomi eccellenti della politica. Eppure, come spiegheranno i magistrati palermitani, quei nomi nel dossier non ci sono.

A tal riguardo, si dà lettura della relazione presentata al CSM il 7 dicembre 1992, a firma del procuratore aggiunto dottor Vittorio Aliquò e dei sostituti dottor Guido Lo Forte e dottor Roberto Scarpinato (Relazione sui procedimenti instaurati a Palermo su mafia e appalti), richiamata, poi, in quella depositata dal procuratore Caselli nel febbraio ’99 dinanzi la Commissione nazionale antimafia (pp. 32-34):

«Una prima notizia del tutto fantasiosa era quella secondo cui, ancora in data 14 giugno e cioè proprio mentre stava per essere depositata la richiesta di misure cautelari (25.6.1992) la Procura "avrebbe rifiutato" di ricevere il "rapporto" già ultimato dai Carabinieri… Nei successivi articoli, sia antecedenti che posteriori all'esecuzione degli arresti, da un lato vi era la inspiegabile riproduzione di intercettazioni coperte dal segreto istruttori, anche prima del deposito degli atti al "Tribunale della Libertà", e dall'altro l'affermazione che nel "rapporto" sarebbero state individuate, in relazione all'attività dell'organizzazione mafiosa, responsabilità di numerose ed importanti personalità politiche, anche con incarichi di governo senza alcun seguito da parte della Procura. Tale affermazione, secondo gli organi di stampa, costituiva il motivo principale di pesanti critiche contro l'operato della Procura, asseritamente provenienti da ufficiali dei Carabinieri.

Estremamente significativi in tal senso sono gli articoli pubblicati sui quotidiani "Secolo XIX" e "La Sicilia" rispettivamente del 13.6.1991 e del 16, 17 e 19 giugno 1991, contenenti - insieme alla trascrizione letterale di parti del rapporto - pesantissime critiche di "insabbiamento" nei confronti della Procura della Repubblica, nonostante questa non avesse ancora formulato le sue richieste al Gip. (…) Le anticipazioni di stampa relative a personalità politiche nazionali coinvolte negli illeciti asseritamente evidenziati dall'informativa apparivano inizialmente, come si è detto, del tutto incomprensibili.

Dall’informativa del 16.2.1991 risultava invero che, nel corso di alcune telefonate tra imprenditori, venivano episodicamente fatti i nomi di alcuni politici all'interno di contesti discorsivi fra terze persone che non evidenziavano di per sé fatti illeciti.

L’informativa si chiudeva con un doppio elenco di persone coinvolte nell'indagine. Il primo elenco era così intestato: «Schede di personaggi di maggior interesse in ordine ad ipotesi di reato di associazione per delinquere di tipo mafioso». Nessun nome di politico si rinveniva in questo elenco. Il secondo elenco era così intestato: «schede di personaggi di maggiore interesse in ordine ad ipotesi di reato di associazione per delinquere».

In questo elenco, come politici, figuravano solo Domenico Lo Vasco e Giuseppe Di Trapani, all'epoca Assessori Comunali di Palermo. Del resto non si trattava di vere e proprie schede, ma di un semplice elenco in cui accanto ad ogni nome vi era l'indicazione dell'intercettazione telefonica nella quale si faceva riferimento allo stesso.

La sostanziale mancanza di elementi significativi sul piano penale per il Lo Vasco ed il Di Trapani, e a maggior ragione per gli altri uomini politici citati nell'informativa e non nelle schede, veniva del resto esplicitata in una nota in data 27.7.1991 del Comandante del Ros (…) Come si sarebbe compreso dopo, le polemiche di stampa apparivano inspiegabili soltanto ai magistrati della Procura della Repubblica. Invero i nomi dei personaggi politici di rilievo nazionale, tali da suscitare un così rilevante interesse da parte della stampa, erano diversi da quelli sopra menzionati: e, mentre erano evidentemente noti ai giornalisti già dall'estate del 1991, sarebbero stati portati a conoscenza della Procura di Palermo in parte solo nel novembre 1991 e in parte addirittura nel mese di settembre 1992».

ROTTURA TRA PROCURA E ROS

Così il giornalista Felice Cavallaro racconta quella fase delicatissima in suo articolo del 21 luglio 1991.

Crolla a Palermo il rapporto di fiducia fra Procura della Repubblica e carabinieri. C'è una frizione sotterranea che forse non sfocerà in una «guerra» ma che avvelena un'altra estate siciliana trasformando quello della lotta alla mafia in un terreno paludoso, impraticabile. Siamo all’epilogo di incomprensioni che vengono da lontano. Il punto di rottura e l'ultimo rapporto dei carabinieri sul mercato degli appalti in Sicilia.

Novecento pagine presentate in Procura il 16 febbraio di quest'anno, rimaste senza seguito fino alla scorsa settimana quando ormai fra inquirenti, giornalisti ed uomini politici circolavano robuste indiscrezioni su intercettazioni e reati anche con riferimento a diversi uomini politici poi risultati estranei al provvedimento con cui la magistratura ha ristretto l’operazione all’arresto di cinque imprenditori ed intermediari mafiosi.

«Sembra che ciascuno lavori per obiettivi diversi» rimugina un ufficiale… I messaggi cifrati sono gli Scud e i Patriot di una guerra non dichiarata. Il procuratore Pietro Giammanco preferisce non incontrare i cronisti. I carabinieri scalpitano, convinti di aver messo le mani su un gruppo che rappresenta direttamente il vertice di Cosa Nostra intrattenendo rapporti con dirigenti ed amministratori di grandi aziende nazionali collegate soprattutto a DC e PSI…

Le indagini vanno avanti. A gennaio del 1992 c’è una nuova richiesta di ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Rosario Cascio e Vito Buscemi, accolta il mese dopo dal Gip.

Infine, a marzo, viene chiesto il rinvio a giudizio per sei imputati: Angelo Siino, Alfredo Farinella, Alfredo Falletta, Giuseppe Li Pera, Rosario Cascio e Vito Buscemi. Per tutti gli altri indagati – tra i quali Claudio De Eccher, Giuseppe Lipari. Antonio Buscemi e Paolo Catti De Gasperi – si chiede invece l’archiviazione. È il 13 luglio 1992.

Sei giorni dopo, la strage di via D’Amelio.

QUELLA RIUNIONE POCO PRIMA DI MORIRE

Nel corso dei quattro giorni che il Csm dedicherà, qualche settimana dopo, al caso Palermo, si parla anche del dossier “mafia-appalti”. Soprattutto si insiste su una riunione svoltasi il 14 luglio 1992, presente Paolo Borsellino, che aveva all’ordine del giorno proprio gli sviluppi di quell’inchiesta, muovendo proprio dalle accuse rilanciate dai media e dalla querelle a distanza con i carabinieri.

Colpisce la lettura totalmente divergente che su quella riunione e sugli umori di Borsellino, offrono davanti al Csm i magistrati della procura di Palermo:

LO FORTE, già magistrato. Per quanto riguarda eventuali contrasti tra Falcone e Giammanco, (sul rapporto dei Ros, ndr.) a me non risultano… 

***

PIGNATONE, già magistrato. La relazione l’ha fatta Lo Forte, dopo che avevano depositato l’archiviazione… In questa riunione, Borsellino non fece nessun rilievo. 

***

GOZZO, sostituto procuratore nazionale antimafia. Ho visto proprio questo contrasto più che latente, visibile, perché proprio Borsellino chiese e ottenne che fosse rinviata la discussione su questo processo e fece degli appunti molto precisi: come mai non fossero inserite all’interno del processo determinate carte… che erano state inviate alla Procura di Marsala… e nella fattispecie al dottore Ingroia… E poi diceva che c’erano nuovi sviluppi… in particolare un pentito… che ultimamente aveva parlato… e sono rimasto sorpreso perché dall’altra parte si rispose: «ma vedremo»…

***

PATRONAGGIO, Procuratore della Repubblica di Agrigento. Prima della riunione di martedì 14 luglio 1992… io non avevo cognizione diretta delle divergenze e delle spaccature… mi stupisce ancora di più quando il collega Borsellino chiede addirittura delle spiegazioni, vuole chiarezza su determinati processi… si informa (…) chiede spiegazioni su un procedimento riguardante Siino Angelo ed altri, e capisco che qualche cosa non va (…) In buona sostanza la relazione sul processo Siino fu fatta unicamente, esclusivamente per dire che non vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo o che se vi erano nomi di politici di un certo peso entravano per un mero accidente…

Ricordi difformi. Da una parte c’è chi descrive un Paolo Borsellino quasi defilato nel momento in cui viene toccato l’argomento mafia-appalti. Altri, invece, rammentano un approccio incalzante con puntuali richieste di chiarimento. Lo ricordiamo, è il 14 luglio 1992. A Borsellino rimangono solo cinque giorni di vita.

Che quel rapporto su mafia e appalti gli stia a cuore lo conferma il ricordo, in Commissione, dell’ex pm Antonio Di Pietro. È il 25 maggio 1992, il giorno dei funerali di Giovanni Falcone.

DI PIETRO, già magistrato. Borsellino è stato ucciso non solo e non tanto per quel che aveva fatto, che era già tanto, ma per quello che doveva fare. E quello che doveva fare me lo disse davanti alla bara di Falcone: «dobbiamo fare presto, dobbiamo fare subito perché non abbiamo tempo». Siccome quelle parole facevano seguito ad una serie di incontri che avevo avuto al Ministero proprio con Borsellino, anche alla presenza di Falcone, io le collegai direttamente a quell’indagine che stavo facendo e che lui, avendo letto il rapporto dei Ros, aveva ben chiara. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Indagini, archiviazioni e quei nomi eccellenti che “spuntano” con ritardo. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 16 novembre 2021. A febbraio del 1991 i Ros depositano una corposa informativa all’interno della quale, però, non ci sono nomi di politici. Partono le indagini ed arrivano i primi arresti. Ma già a giugno, la stampa aveva dato alcune anticipazioni su alcune intercettazioni che avrebbero riguardato soggetti politici. Quelle carte, spiega Scarpinato, non erano tra gli atti in possesso della Procura che di quei nomi eccellenti verrà a conoscenza solamente con la seconda informativa dei Ros, a settembre del 1992.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

«Dobbiamo fare presto» dice Borsellino a Di Pietro, senza fare, però, espresso riferimento all’inchiesta mafia-appalti. Più netta, sul punto, la testimonianza del dottor Alberto Di Pisa.

DI PISA, già magistrato. Io ricordo che in occasione della camera ardente allestita al Palazzo di Giustizia dopo la strage di Capaci ebbi con Borsellino un breve colloquio dinanzi alle bare di Falcone, della moglie e degli agenti della scorta. Io dissi a Borsellino che questa strage secondo me aveva una finalità destabilizzante. Borsellino mi corresse e mi disse «No, questa non è una strage destabilizzante, ma è una strage stabilizzante» nel senso che mirava a mantenere il sistema attuale e poi aggiunse: «Io intendo riaprire le indagini su mafia e appalti», quasi a volere stabilire un collegamento tra la strage e l’indagine sugli appalti…

A proposito della frenetica attività di Borsellino in quei 57 giorni, torniamo sull’audizione di Antonio Ingroia davanti a questa Commissione.

FAVA, presidente della Commissione. Perché c’era questa particolare attenzione di Borsellino sul dossier dei Ros?

INGROIA, già magistrato. Per i famosi diari (di Falcone, ndr.). Borsellino diceva: «Intanto sono sbalordito che Giovanni Falcone, che tanto aveva criticato post mortem Rocco Chinnici perché teneva i diari, anche lui avesse preso questa abitudine». Poi anche lui, Paolo, con l’agenda rossa… Evidentemente accade quando ci si trova in una situazione…

FAVA, presidente della Commissione. …di solitudine, forse.

INGROIA, già magistrato. Solitudine, o forse la sensazione della morte incombente… Insomma, Paolo mi dice: «se Giovanni lo ha fatto, evidentemente si tratta di cose particolarmente gravi e quindi io voglio approfondire. Se non lo farà la procura di Caltanissetta, lo faccio io informalmente e poi riporterò a Caltanissetta – questa era la sua idea – rigo per rigo, ogni cosa». E siccome ci sono passaggi nel diario di Falcone relativi al rapporto mafia-appalti, lui trova un motivo in più, che si aggiungeva già alle ragioni che aveva acquisito da Marsala, perché a Marsala lui aveva avuto la netta sensazione che a Palermo lo stavano insabbiando.

Sentiamo quale ricordo custodisce Ingroia su quella riunione del 14 luglio 1992.

INGROIA, già magistrato. I titolari di quel procedimento erano, la stragrande maggioranza, tutti delfini di Giammanco e quindi Borsellino doveva stare alla larga da quel tipo di indagine, che riguardava politica, mafia e appalti. Ricordo una battuta che Paolo fece a uno dei fedelissimi di Giammanco del tempo – non ricordo se era Pignatone o Lo Forte – disse: «voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto dei ROS». E aveva ragione.

DUE VERSIONI DELLO STESSO DOSSIER?

Borsellino è interessato per varie ragioni alla vicenda mafia-appalti. Ma davvero non si fida del lavoro svolto dai colleghi?

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Secondo me la scarsa fiducia c’era, perché c’erano cose che non si capivano, c’erano articoli di stampa che dicevano che c’erano nomi come De Michelis, come Mannino… e allora è chiaro che Paolo Borsellino diceva: «c’è qualcosa che non mi raccontate…». Non solo era un clima di sospetto di Paolo Borsellino ma un po’ di tutti i sostituti ed eravamo in difficoltà noi stessi, cioè, non è che ci è sfuggito qualche cosa? Non è che magari c’è qualche carta che non ci siamo letta? Qualcosa c’era, perché la stampa quando dava notizie, diceva cose vere, solo che quegli atti erano nell’ufficio dei Ros, non erano alla Procura di Palermo… a giugno c’è un articolo su De Michelis, e tu stampa come fai a sapere una cosa che io non so? C’è un articolo su Mannino nel luglio… e tu come fai a sapere una cosa che io non so? Qualcuno passava, dentro il Ros, notizia alla stampa. Notizie che rispondevano alla realtà perché quegli atti c’erano ma non erano alla Procura di Palermo…

Proviamo a riassumere. A febbraio del 1991 i Ros depositano una corposa informativa all’interno della quale, però, non ci sono nomi di politici. Partono le indagini ed arrivano i primi arresti.

A luglio dello stesso anno, la procura conferisce ai Ros, e segnatamente al capitano De Donno, un’altra delega avente ad oggetto la Sirap. Ma già a giugno, la stampa aveva cominciato a fornire una serie di anticipazioni su alcune intercettazioni che avrebbero riguardato soggetti appartenenti al mondo della politica.

Quelle carte, spiega Scarpinato, non erano tra gli atti in possesso della Procura che di quei nomi eccellenti verrà a conoscenza solamente con la seconda informativa dei Ros, a settembre del 1992, dopo che a Palermo è successo veramente di tutto.

Ma come si spiega, allora, che la stampa fosse al corrente del coinvolgimento di alcuni soggetti ancor prima che tale circostanza fosse nota alla procura di Palermo? È un quesito che nel febbraio ’99, l’allora procuratore capo della Procura di Palermo, Giancarlo Caselli aveva condiviso con la Commissione nazionale antimafia attraverso la relazione redatta dai suoi sostituti.

Sembrano essere esistite due versioni dell'informativa mafia-appalti, e precisamente:

una versione ufficiosa, oggetto di indiscrezioni giornalistiche e di illecite fughe di notizie, contenente specifici riferimenti ad esponenti politici di importanza nazionale, ed in particolare agli on. Salvo Lima, Rosario Nicolosi e Calogero Mannino;

una versione ufficiale, quella consegnata il 20 febbraio 1991 nelle mani del dott. Giovanni Falcone, allora Procuratore aggiunto a Palermo; versione priva del benché minimo riferimento ai suddetti esponenti politici.

(…)

• Chi poteva avere insieme la possibilità e l'autorità di epurare l'informativa, espungendo le fonti di prova riguardanti i politici De Michelis, Lima, Nicolosi, Mannino, Lombardo, prima che venisse consegnata, così epurata, alla Procura di Palermo?

• Perché qualcuno ha deciso di operare queste omissioni?

IL RICORDO DI SCARPINATO

A distanza di ventidue anni abbiamo rivolto la stessa domanda al procuratore generale Scarpinato.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Quando noi abbiamo l’informativa, nel febbraio ’91, non sappiamo che c’è una intercettazione tra Lima e un soggetto coinvolto negli appalti. Viene ucciso Lima, i Carabinieri non ci dicono niente, non ci dicono che esiste una intercettazione che riguarda Salvo Lima neppure dopo l’omicidio. Questa cosa come si spiega secondo lei? Nell’informativa del 1991, ben 900 pagine, non si citano queste intercettazioni: spuntano soltanto nel settembre del 1992 dopo che ci sono stati gli articoli di stampa in cui dice che la Procura di Palermo è insana… Cosa hanno fatto i Carabinieri? Quale è la scelta che hanno fatto? Io, sinceramente, questo non lo so. Quello che è inammissibile è che da parte di alcuni si spaccia l’archiviazione temporanea con l’archiviazione dell’inchiesta, tutta, che è un falso perché l’inchiesta non fu mai archiviata, continuò…

Scarpinato aggiunge che aveva informato personalmente Borsellino degli sviluppi dell’indagine. Lecito chiedergli se il procuratore aggiunto fosse stato messo a conoscenza o meno della richiesta di archiviazione avanzata il giorno prima della riunione del 14 luglio 1992. La risposta è affermativa.

FAVA, presidente della Commissione. Lei non c’era, ma i colleghi che erano presenti fecero sapere a Paolo Borsellino che alcune posizioni sarebbero state archiviate?

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Glielo avevo detto io: «abbiamo deciso di concentrarci su quelle posizioni forti in modo da avere la legittimazione della Corte di Cassazione…». Il problema quale era? Archiviare venti posizioni che poi si potevano riaprire in qualsiasi momento, perché la archiviazione è momentanea? Si disse dell’archiviazione di mafia-appalti: ma quando mai è stata archiviata mafia-appalti?

Lo avevamo detto in premessa: è una storia complessa, quella dell’inchiesta mafia-appalti. Del contrasto tra il Ros e la Procura della Repubblica di Palermo, se ne occuperà negli anni, a più riprese, l’Autorità di Giudiziaria di Caltanissetta.

La vicenda si concluderà definitivamente soltanto il 15 marzo 2000 con l’ordinanza di archiviazione pronunciata dalla compianta dottoressa Gilda Loforti. È l’atto giudiziario che mette la parola fine allo scontro che il giornalista Felice Cavallaro racconta così in un suo pezzo.

La guerra fra un pezzo della Procura di Palermo e un’ala del Ros dei Carabinieri, la guerra che per anni ha fatto sussultare i palazzi delle istituzioni, è finita ieri pomeriggio al sesto piano del tribunale di Caltanissetta con una sofferta archiviazione… è stata Gilda Loforti, il giudice delle indagini preliminari, a decidere che non si farà un processo né contro il capitano Giuseppe De Donno, né contro Guido Lo Forte, il magistrato un tempo vicino al procuratore Pietro Giammanco, poi vice di Caselli, e adesso di Pietro Grasso… Non ci sono né vincitori né vinti

Ma perde certamente il pentito Angelo Siino, il “signore degli appalti” che è riuscito a trasformare in nemici De Donno e Lo Forte. Annullata, da una parte, la querela di quest’ultimo contro il capitano. E dall’altra, l’accusa di corruzione estesa, oltre che a Lo Forte, a tre suoi colleghi coinvolti dal ’91 in una telenovela giudiziaria dal canovaccio sempre più confuso: lo stesso Giammanco, Giuseppe Pignatone e Ignazio De Francisci.

La materia dello scontro resta di una gravita assoluta. Il braccio di ferro ruota infatti sul nome della “talpa” che nel ’91 consegnò alla mafia e al leader democristiano Salvo Lima il rapporto dei carabinieri sugli appalti gestiti da Cosa nostra. La domanda ancora priva di risposta con questa archiviazione è semplice: chi fece uscire il dossier? I magistrati o gli stessi carabinieri?

Questo il commento finale del procuratore generale Scarpinato, nel corso della sua audizione dinanzi questa Commissione.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Una serie di falsità su questa storia è stata messa in giro proprio per creare un’artificiosa connessione di questa vicenda con la strage di via D’Amelio. Questo risponde all’interesse difensivo di alcuni imputati, e questo è pienamente legittimo, ma io credo che corrisponda all’interesse ulteriore di molti che hanno interesse a blindare la causale della strage di Via D’Amelio dentro Cosa nostra, tagliando fuori invece tutti pezzi deviati dei Servizi. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. La Dia sospetta interessi economici dietro le stragi ma incastrano il pupo. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 17 novembre 2021. Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, nel fornire un quadro generale di quella stagione, ha parlato di un rapporto della DIA, di fine 1993, in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi, inviato alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Si tratta del “Rapporto Oceano”, mai citato ed utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute. Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

È utile, in appendice della nostra indagine, esaminare un’altra particolarità del depistaggio su via D’Amelio, che forse ne è anche la principale ragione: l’assenza, nella spiegazione del delitto Borsellino, di qualsiasi motivazione economica.

La procura di Caltanissetta dell’epoca, facendo sua, e imponendola all’opinione pubblica, la versione di Vincenzo Scarantino, ha fornito una ricostruzione dei fatti che spiega la strage di via D’Amelio unicamente con la volontà bestiale di vendetta di Cosa Nostra. E che Cosa nostra si sentiva talmente forte da poter affidare parte dell’organizzazione di quell’eccidio ad un soggetto marginale, praticamente analfabeta, con forti turbe psicologiche.

Ci sono voluti quasi vent’anni perché questa interpretazione dei fatti fosse smontata. Oggi il “versante economico” in cui avvennero le stragi è una delle ipotesi prese in considerazione.

Che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avessero al centro dei loro interessi investigativi la potenza economica e finanziaria di Cosa nostra è da lungo tempo assodato. Falcone era intervenuto con forza del processo – fatale per la mafia americana - Pizza Connection (prestando all’Fbi sia Buscetta che Contorno che si rivelarono testimoni fondamentali); aveva pubblicamente denunciato la “finanziarizzazione” di Cosa Nostra (l’entrata in borsa nel gruppo Gardini); seguiva con attenzione le vicende del grande flusso di denaro che Cosa Nostra aveva investito a Milano (era stato il tema del suo incontro con la procuratrice svizzera Carla Del Ponte, già nel 1988) ed era, ovviamente, molto interessato al rapporto dei Ros su mafia e appalti, che approfondiremo in questo capitolo e che apriva uno scenario: la conquista da parte di Cosa Nostra di una posizione quasi monopolistica nel settore del cemento e del calcestruzzo, con il coinvolgimento delle maggiori imprese italiane, da Calcestruzzi alle cooperative ravennati, da Italcementi a De Eccher, ad Astaldi, a Tordivalle, a Lodigiani, a Cogefar.

Eppure, la procura di Caltanissetta, nelle indagini sulle possibili cause della strage di via D’Amelio non è mai stata interessata a questi aspetti. Ha preferito perseguire, con tenacia e in spregio alla logica, l’assurda pista Scarantino

Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, nel fornire un quadro generale di quella stagione, ha citato a questa Commissione un rapporto della DIA, di fine 1993, in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi, che venne inviato alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Si tratta del “Rapporto Oceano”, mai citato ed utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute.

La nostra Commissione lo ha acquisito e qui ne riassume alcuni punti.

Nel marzo 1994, a poche settimane dal voto, in forma “strettamente riservata” e soggetti a un “rigoroso segreto istruttorio”, la Dia spediva a quattro procure (Palermo, Roma, Milano e Firenze) i risultati investigativi dell’operazione “Oceano”.

La Dia – Direzione investigativa antimafia – era la “Fbi italiana”, la struttura di polizia, alle dipendenze del ministero dell’Interno in cui per la prima volta si centralizzavano le indagini antimafia. Era stato il sogno di Giovanni Falcone ed era stata formata appena dopo la sua morte, per decreto del ministro della Giustizia Claudio Martelli. Capo della polizia era allora Vincenzo Parisi; ministro dell’Interno, Nicola Mancino. A firmare il rapporto, il capo reparto investigazioni giudiziarie Pippo Micalizio.

Il testo è di settanta pagine ed esamina lo stato delle indagini sulle stragi del 1992 e 1993. È densissimo di nomi, testimonianze e ricostruzioni che portano ad alcune certezze di fondo, che qui si sintetizzano.

Dietro le stragi di Firenze, Roma e Milano c’è sicuramente “la mano della Cosa nostra siciliana”, in associazione con altre organizzazioni mafiose, soprattutto la ’ndrangheta calabrese. Non solo Palermo, dunque, ma molto appoggio da Reggio Calabria, da Catania e soprattutto da Milano. L’obiettivo era “seminare il terrore e il panico” e indurre il governo ad allentare il 41 bis e a chiudere le carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara.

Diversa, nel rapporto, la motivazione degli omicidi di Falcone e Borsellino: “richiesti” a Salvatore Riina da “personaggi importanti”, in cambio della promessa di una revisione del maxiprocesso che li aveva visti condannati. Cosa nostra, accettando l’offerta, sapeva benissimo di correre un rischio molto grande, data la prevedibile reazione dello Stato; ma la sua situazione interna era talmente drammatica da non poterla rifiutare. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Finanza sporca, eversione nera e massoneria deviata al fianco dei boss. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS su editorialedomani.it il 18 novembre 2021. Chi erano i “personaggi importanti” che si misero in contatto con Cosa Nostra? Nel suo rapporto, la DIA era estremamente precisa: Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da “ambienti imprenditoriali e finanziari”. Operativi sul campo, erano invece esponenti dell’eversione fascista.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Chi erano i “personaggi importanti” che si misero in contatto con Cosa Nostra? Nel suo rapporto, la DIA era estremamente precisa: Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da “ambienti imprenditoriali e finanziari”.

Operativi sul campo, erano invece esponenti dell’eversione fascista. Una rete che risaliva e operava fin dagli anni settanta, con il golpe Borghese e la strategia della tensione. E che aveva poi continuato la propria azione con campagne terroristiche (le bombe ai treni e alle stazioni), sempre con lo stesso, identico scopo: difendere e accrescere la ricchezza personale dei suoi aderenti, impedire in Italia trasformazioni politiche e sociali.

Lo stesso schieramento era poi sceso in campo nel caso Sindona, il banchiere per cui si era vagheggiato un golpe separatista in Sicilia. Sia nel caso Borghese sia nel caso Sindona, Cosa nostra era stata attratta all’idea di progetti eversivi dal mi- raggio di amnistie o revisioni di processi.

Il rapporto “Oceano” si concentrava poi sulla manovalanza delle stragi, facendo notare il ruolo svolto da alcuni personaggi.

Colui che materialmente aveva confezionato i cinquecento chili di esplosivo usati per uccidere Falcone era un certo Pietro Rampulla, quarantenne. Interessante personaggio; mafioso di famiglia mafiosa di Mistretta (provincia di Messina), noto come artificiere, ma soprattutto, fin dalla gioventù, come militante politico di Ordine Nuovo. Dinamitardo provetto, fece avere, tramite intermediari, il telecomando a Giovanni Brusca, ma il giorno della strage non andò a Capaci “perché aveva da fare, cose di famiglia”.

Sodale di Rampulla, fin dai tempi della giovanile militanza in Ordine nuovo, tale Rosario Pio Cattafi di Barcellona Pozzo di Gotto, trafficante internazionale di armi, legato ai mafiosi siciliani operanti a Milano. C’era poi un personaggio ancora più misterioso, tale Paolo Bellini, comparso nelle cronache come un oscuro mediatore che aveva contattato dei boss mafiosi promettendo sconti di pena in cambio del recupero di opere d’arte rubate.

La Dia lo segnalava perché veniva citato nella lettera di addio al mondo di Nino Gioè, il mafioso del paese di Altofonte che materialmente spinse su uno skateboard nel cunicolo sotto l’autostrada i panetti di tritolo confezionati da Rampulla. Nino Gioè era stato arrestato (dopo essere stato scoperto grazie a intercettazioni telefoniche) e si era impiccato nel carcere romano di Rebibbia, lasciando uno stranissimo ultimo messaggio, in cui ci teneva a definirsi “un mostro” e a scagionare un sacco di persone.

Era citato anche il signor Bellini, definito “infiltrato”, il quale risultò essere un esponente dell’organizzazione fascista Avanguardia Nazionale, latitante in Brasile per vent’anni, che aveva ottenuto dall’autorità penitenziaria di conoscere Gioè e di concordare con lui attentati.

Nel rapporto Oceano la Dia affiancava al già noto rapporto tra mafia e politica un nuovo elemento: la finanza:

«Il gettito prodotto dalle attività criminali poste in essere dalle varie attività dei gruppi mafiosi non corrisponde al valore dei beni sequestrati, dei patrimoni confiscati, né delle spese che la criminalità sostiene. Questa grande ricchezza residuale non può quindi che essere nascosta nel sistema finanziario (…) Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale (…) Come è noto questo mercato è quello dove è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza (...) Si può ragionevolmente ipotizzare che, attraverso il mercato finanziario, la criminalità organizzata abbia potuto raggiungere anche il sistema industriale (…)».

Ora questa ipotesi comincia a trovare alcuni supporti in indagini giudiziarie che potrebbero portare alla scoperta di cointeressenze economiche là dove non era neanche immaginabile fino a pochissimo tempo addietro.

Non è affatto da escludere che una simile interpretazione dei fatti fosse condivisa da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

 IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO. Strage di Via D’Amelio, quattordici processi e una verità ancora lontana. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS il 19 novembre 2021  su editorialedomani.it. Certamente era possibile svelare e disinnescare, quantomeno sul piano strettamente processuale, il depistaggio ben prima e indipendentemente dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza, nel 2008. Se ciò non è accaduto è per la conduzione supponente e superficiale delle indagini da parte dei pm di Caltanissetta e la scelta di assecondare acriticamente in alcune sentenze quella ricostruzione fallace e sommaria.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nella precedente inchiesta erano state sottolineate alcune gravi aporie processuali riguardanti taluni dei giudizi aventi ad oggetto la strage di via D’Amelio, per l’esattezza soltanto tre rispetto ai rimanenti undici giudizi che si sono occupati direttamente della vicenda.

Sennonché, paradossalmente e stranamente, i suddetti tre giudizi hanno prevalso sugli altri, suggellando, apparentemente in modo irreversibile, l’attendibilità oggettiva e soggettiva di Scarantino, Andriotta e degli altri collaboratori a questi due collegati, riconosciuti, invece, successivamente e questa volta veramente in modo definitivo come falsi.

Oggi, dunque, per una esauriente - almeno dal punto di vista dello sviluppo processuale - comprensione dei fatti, diventa ancor più stringente distinguere nettamente il piano extraprocessuale (riguardante le complessive iniziative ed attività investigative scandite nei vari passaggi da molte ombre, buchi neri, deviazioni, depistaggi, forzature e interventi contra legem dei servizi segreti) da quello strettamente processuale, intendendo con ciò esclusivamente richiamare i molteplici processi celebrati e i loro esiti. In tale ultimo contesto, come è noto, è confluito il feticcio Scarantino, costruito ad arte, con il suo seguito (Andriotta, Candura eccetera).

Tale feticcio è stato servito costantemente come un monolito dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta dell’epoca alle Corti di Assise di primo e secondo grado che hanno trattato i processi relativi alla strage, indicandolo come fattore probatorio imprescindibile per la ricostruzione dei fatti e la individuazione dei colpevoli.

Soltanto nel 2017, con l’esito del processo Borsellino quater primo grado (sentenza del 20 aprile) e quello del processo di revisione (sentenza del 13 luglio), si è conseguita la certezza della inattendibilità inconfutabile ed irreversibile di Scarantino, di Andriotta e degli altri collaboratori a loro legati. Dunque l’incontestabile falsità delle rispettive propalazioni.

Diventa allora inevitabile, oltre che doveroso, chiedersi e cercare di approfondire come sia stato possibile che il giudizio di secondo grado del Borsellino bis si sia concluso con la sentenza del 18 marzo 2002 che, in riforma della sentenza di assoluzione di primo grado, condannava Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Urso Giuseppe, Vernengo Cosimo e Murana Gaetano per il delitto di strage sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, di Andriotta e degli altri, confermando per il resto la condanna nei confronti di Scotto Gaetano.

Sentenza che a sua volta, circostanza questa difficilmente spiegabile e si vedrà il perché, veniva confermata dalla Cassazione con decisione del 3 luglio 2003 e, pertanto, passava in giudicato, sancendo la condanna definitiva degli imputati, chiamati in correità da Scarantino, dichiarati colpevoli di strage. Sentenze, quella di merito e quella di legittimità, entrambe travolte dal giudizio di revisione conclusosi come si è anticipato con sentenza del 13 luglio 2017 che proscioglieva definitivamente dal reato di strage gli stessi imputati chiamati in correità da Scarantino.

In tutti i processi celebrati anteriormente alla richiamata decisione del 2002 effettivamente, allora, non erano mai emersi circostanze o elementi idonei a sconfessare e smascherare i falsi collaboratori?

La risposta, drammatica, deve essere di segno negativo. Si vuol dire, cioè, che in verità fin dalla sentenza di secondo grado del Borsellino1 (23 gennaio 1999), se non addirittura dal dibattimento di primo grado (’95-’96), furono acquisiti tutta una serie di dati inconfutabili, adeguatamente valorizzati, i quali molto tempo prima della citata pronuncia del 2002 avevano messo in seria discussione le propalazioni di Scarantino, arditamente versate nei processi.

Segnatamente, in tale stesso arco temporale, e cioè antecedentemente al 3 luglio del 2003, data della decisione della Cassazione che segna il passaggio in giudicato della più volte richiamata sentenza di secondo grado del Borsellino bis del 18 marzo 2002, confermativa della ricostruzione della strage come escogitata attraverso l’irruzione nel processo del falso pentito Scarantino, erano intervenute ben due sentenze della stessa Cassazione e quattro di merito di segno decisamente opposto.

Decisioni tutte che, appunto, avevano espressamente e radicalmente stigmatizzato le dichiarazioni del picciotto della Guadagna come inattendibili.

Così la sentenza di secondo grado del Borsellino1 (23 gennaio 1999), confermata pienamente dalla Cassazione con sentenza del 19 gennaio 2001, stabilisce che le propalazioni di Scarantino, tranne il residuo segmento relativo al furto, sono inattendibili. Tant’è che viene confermata l’assoluzione degli imputati Giuseppe Orofino e Pietro Scotto dal delitto di strage.

Parimenti, con sentenza del 13 febbraio 1999, la Corte di Assise di Caltanissetta, nel processo c.d. “Borsellino bis” assolve gli imputati chiamati in correità da Scarantino (Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Urso Giuseppe, Vernengo Cosimo e Murana Gaetano) dal delitto di strage asseverando la inattendibilità delle dichiarazioni rese dallo stesso e degli altri collaboratori sul loro conto perché prive di riscontri.

Ma non basta. Nel processo Borsellino cosiddetto ter primo grado, benché tra gli imputati non figurassero quelli chiamati in correità da Scarantino, venivano comunque analizzate e valutate le dichiarazioni accusatorie dello stesso e in ordine ad esse la Corte di Assise, con sentenza del 9 dicembre 1999, depositata il 9 marzo 2000, le riteneva espressamente “inutilizzabili” per la ricostruzione dei fatti e la individuazione delle responsabilità in ordine alla strage, in quanto “inattendibili intrinsecamente ed estrinsecamente”. L’impianto di detta sentenza, ivi compreso, quindi, il giudizio distruttivo sulle dichiarazioni di Scarantino veniva definitivamente confermato dalla Corte di Cassazione con sentenza del 17 gennaio 2003, dunque anteriore rispetto alla sentenza della stessa Cassazione del 3 luglio 2003 che, al contrario, come si è visto, aveva valutato totalmente attendibili le propalazioni di Scarantino e degli altri collaboratori a lui legati.

In realtà, e in disparte, altri due fattori, il primo addirittura del 1994 (giugno-settembre), il secondo di poco successivo del gennaio 1995, avevano proiettato consistenti ombre sulla credibilità di Scarantino, sia quanto al profilo criminale, sia con riferimento al contenuto delle sue dichiarazioni.

MANNOIA AVEVA GIÀ CAPITO CHI FOSSE SCARANTINO

Per l’appunto, l’avvocato Luigi Ligotti, uno dei primi difensori di Scarantino, sentito il 6 marzo 2019 dalla Procura della Repubblica di Messina nell’ambito del procedimento nei confronti del dottor Petralia e della dottoressa Palma, ha dichiarato di aver manifestato nel ’94 – ossia dopo l’avvio della collaborazione di Scarantino – i suoi forti dubbi circa la credibilità del suo assistito ai pubblici ministeri che avevano partecipato ai primi interrogatori (Tinebra, Boccassini, Palma e Petralia e forse anche il questore La Barbera).

Ligotti soprattutto ha raccontato un evento verificatosi in sua presenza presso gli uffici romani della DIA nell’ambito di uno degli interrogatori dello Scarantino. L’avvocato, più precisamente, ha riferito che in tale occasione era presente anche il collaboratore Marino Mannoia e i pubblici ministeri decisero di effettuare un confronto fra i due. Secondo la narrazione di Ligotti, Mannoia avrebbe immediatamente smascherato Scarantino sostenendo che quest’ultimo non fosse un uomo d’onore:

LIGOTTI. Mannoia ci mise trenta secondi, gli bastò un minuto di colloquio appartato con Scarantino e disse che non era uomo d’onore… Mannoia mise subito a fuoco Scarantino.

Assumeva ancora l’avvocato Ligotti che Marino Mannoia aveva comunicato l’esito del suo giudizio sia ai magistrati presenti, sia a lui stesso.

LIGOTTI. Marino Mannoia disse ai magistrati quello che aveva appurato, c’ero anch’io presente.

Sennonché, va subito detto, per correttezza, che le dichiarazioni dell’avvocato Ligotti non sono state confermate dal Mannoia, così come emerge dalle motivazioni dell’ordinanza di archiviazione del gip di Messina relativo al procedimento sopra richiamato.

Assai meno discutibile, è il secondo fattore. Il 13 gennaio 1995 i pubblici ministeri di Caltanissetta decisero di effettuare un confronto – peraltro irrituale, essendo in corso il dibattimento del Borsellino1 primo grado – tenutosi a Roma tra Scarantino ed i collaboratori Cancemi, Di Matteo e La Barbera. Il confronto si rivelò devastante per il primo, giacché i tre collaboratori ne smentirono le propalazioni e, in particolare, esclusero di aver partecipato alla fantomatica riunione operativa tenutasi nella villa di Giuseppe Calascibetta, qualche giorno prima della strage, come sostenuto da Scarantino. L’esito di tale confronto avrebbe probabilmente potuto incidere sulla definizione in primo grado del Borsellino1.

In conclusione, dunque, va intanto fermamente smentita e rimossa la vulgata secondo la quale, le Corti di Assise di Caltanissetta, primo e secondo grado, che fino al 2002 si sono succedute nella trattazione dei processi Borsellino1, Borsellino-bis e Borsellino-ter, abbiano costantemente ritenuto affidabili Scarantino, Andriotta e gli altri falsi collaboratori.

Resta, inoltre, drammaticamente senza risposta l’interrogativo circa la tenace determinazione della Procura della Repubblica di Caltanissetta dell’epoca di insistere irriducibilmente, in tutti i dibattimenti celebrati sulla strage fino al 2002, sulla piena affidabilità di Scarantino, di Andriotta e degli altri falsi collaboratori, ancorché diversi dati e svariati elementi estraibili soprattutto dalle molteplici sentenze pronunciate fino ad allora deponessero decisamente per il contrario, anche al netto dei citati confronti.

In definitiva, per rispondere all’interrogativo iniziale, certamente era possibile svelare e disinnescare, quantomeno sul piano strettamente processuale, il depistaggio consistente nell’irruzione di Vincenzo Scarantino sullo scenario, ben prima e indipendentemente dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza avvenuta nel 2008. Se ciò non è accaduto è per il combinato disposto tra la conduzione supponente e superficiale delle indagini da parte dei pm di Caltanissetta e la scelta di assecondare acriticamente in alcune sentenze quella ricostruzione fallace e sommaria.

VIA D’AMELIO.  Un depistaggio iniziato ancora prima della morte di Paolo Borsellino. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS il 20 novembre 2021 su editorialedomani.it. Il depistaggio sull’eccidio di via D’Amelio presenta, però, una caratteristica che lo rende diverso rispetto a tutti gli altri: è stato, sebbene solamente in parte, svelato. Ed è proprio ciò che lo rende, come ha evidenziato durante la sua audizione il procuratore generale Scarpinato, più che mai attuale.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

La parola depistaggio è entrata a pieno titolo nel dizionario delle stragi di questo Paese, quale perfetto contrario dei termini verità e giustizia.

Il depistaggio sull’eccidio di via D’Amelio presenta, però, una caratteristica che lo rende diverso rispetto a tutti gli altri: è stato, sebbene solamente in parte, svelato. Ed è proprio ciò che lo rende, come ha evidenziato durante la sua audizione il procuratore generale Scarpinato, più che mai attuale.

Non deve stupire che oscuri meccanismi, oggi, si pongano strenuamente in difesa della ricostruzione falsa e consolatoria proposta da Scarantino e dai suoi suggeritori: allargare lo sguardo su cosa accadde in quei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, sulle inquietudini del giudice Borsellino, su ciò che aveva intuito o saputo e che si preparava a dire; raccontare quella strage non come un ultimo disperato colpo di coda di Cosa nostra ma come il punto d’arrivo di un disegno più ambizioso e devastante per i destini del Paese: insomma, parlare di via D’Amelio sapendo di non poter parlare solo di mafia è cosa che fa ancora paura. A ventinove anni dalla morte di Paolo Borsellino, si preferisce che la corda pazza di quella strage non venga sfiorata. E i depistaggi, ieri come adesso, sono lo strumento più efficace.

Come si costruisce una menzogna alla quale tutti – o comunque troppi –finiscono per credere? È stata la domanda che ci siamo posti all’atto di avviare questa seconda inchiesta. E qui ci siamo misurati con il significato plurale della parola “depistaggio”: non una trama sinistra ordita da uno sparuto manipolo di soggetti, ma un pensiero organizzato, spregiudicato, capace di una sua continuità ed impunità nel tempo, coperto da inconfessabili complicità.

È grave che l’intelligence italiana abbia accettato - e continui ad accettare - di convivere con il sospetto di un terribile coinvolgimento dei suoi apparati in una delle pagine più nere della nostra storia. Un rischio collaterale sopportabile, a quanto pare. Non una voce, in questi anni, una preoccupazione, un disvelamento sulla catena di comando che portò il Sisde ad aver un ruolo da protagonista nelle prime battute di quel depistaggio; non una parola o un dubbio sui signori in giacca e cravatta che quella domenica pomeriggio si trovavano tra le fiamme di via D’Amelio alla ricerca dell’agenda rossa.

Ma fu depistaggio anche tutto ciò che precedette quella maledetta domenica. Come il progressivo e calcolato isolamento, professionale e umano, cui fu sottoposto Paolo Borsellino. Aspetti, quelli legati ai rapporti con Giammanco e alla carenza del dispositivo di sicurezza intorno al magistrato, che avrebbero preteso puntuali approfondimenti da parte dell’Autorità Giudiziaria – come abbiamo evidenziato in molte pagine di questa relazione – ma che l’“invenzione” di Scarantino oscurò del tutto.

E non si può, infine, tacere il senso di rassegnazione con cui in troppi hanno accolto ed accettato i silenzi di questi 29 anni, i ripetuti furti di verità, le forzature istituzionali, le ansie di carriera, i silenzi di chi avrebbe potuto dire. Come se davvero su questa storia e sulle responsabilità (non solo penali, lo ripetiamo!) che l’hanno accompagnata, occorresse rassegnarsi al silenzio.

Questa seconda relazione della Commissione Antimafia dell’Ars – come la precedente – vuole essere anche questo: una sollecitazione civile a non abituarsi all’idea che la verità ci sia negata per sempre. COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Legale famiglia Borsellino: "Lo Forte gli nascose archiviazione dossier mafia-appalti". Adnkronos il 19/11/2021. (dall'inviata Elvira Terranova) – Cinque giorni prima della strage di Via D'Amelio, il giudice Paolo Borsellino partecipò a un incontro alla Procura di Palermo. In quell'occasione si parlò anche dell'inchiesta 'mafia e appalti', di cui il magistrato si era occupato a lungo. "Ma in quell'incontro il pm Guido Lo Forte nascose al giudice di avere firmato, appena il giorno prima, l'archiviazione dell'inchiesta". La denuncia arriva nell'aula B del Tribunale di Caltanissetta, dove si celebra il processo sul depistaggio sulla strage di Via D'Amelio, dall'avvocato Fabio Trizzino, legale di parte civile della famiglia Borsellino, ma anche marito di Lucia Borsellino, la figlia maggiore del giudice ucciso nell'attentato del 19 luglio del 1992. Trizzino si è detto contrario alla richiesta della difesa dei poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, imputati insieme con un altro poliziotto, Mario Bo, di calunnia aggravata, di sentire in aula, i giudici Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone. Proprio sull'inchiesta mafia e appalti. Dunque, il dossier torna prepotentemente nel processo. Come era già accaduto negli altri cinque dibattimenti dedicati alle stragi mafiose del 1992. "Così come è stata formulata, la richiesta è inaccettabile, dal mio punto di vista – dice l'avvocato Fabio Trizzino – Perché questa è un tema alla mia famiglia carissimo, ma non è questa la sede per sviluppare una eventuale rilettura. Se c'è la volontà di sviluppare il tema mafia e appalti, basta prestare il consenso ad acquisire due atti". E aggiunge: "Parlo dell'ordinanza di archiviazione del giudice Lo Forte (su mafia e appalti ndr) e la richiesta mandanti occulti bis". "Se mi si dice che vogliamo capire il perché in quella riunione si tace a Borsellino la richiesta di archiviazione, questo allora limita la circostanza – dice l'avvocato Trizzino – ma se dobbiamo fare il processo 'mafia e appalti' qui, francamente, non ha senso". Alla fine, in chiusura di udienza, dopo una breve camera di consiglio, il Tribunale respinge la richiesta di revoca avanzata dalla difesa di parte civile, ma anche dalla Procura, rappresentata in aula dai pm Maurizio Bonaccorso e Stefano Luciani, e conferma le testimonianze del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, dell'ex Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dell'ex Procuratore di Messina Guido Lo Forte. La deposizione dei tre è prevista per la prossima udienza, il prossimo 26 novembre.

Il processo sul depistaggio della strage di via D’Amelio. “Lo Forte nascose a Borsellino l’archiviazione del dossier Mori”. Redazione su Il Riformista il 22 Novembre 2021. Il 14 luglio, nel corso della riunione in procura di Palermo, a cui partecipò anche il giudice Paolo Borsellino, si parlò anche dell’inchiesta mafia e appalti, ma «in quell’incontro il pm Lo Forte nascose al giudice di avere firmato il giorno prima l’archiviazione dell’inchiesta». A dirlo, intervenendo ieri in aula, al processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio, è l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, e genero del giudice ucciso nell’attentato del 19 luglio del 1992. Trizzino si è detto contrario alla richiesta della difesa dei poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, di sentire in aula, i giudici Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone. «Così come è stata formulata la richiesta è inaccettabile, dal mio punto di vista – ha detto l’avvocato Fabio Trizzino – Perché questo è un tema alla mia famiglia carissimo, ma non è questa la sede per sviluppare una eventuale rilettura. Se c’è la volontà di sviluppare questo tema, basta prestare il consenso ad acquisire due atti». Il riferimento dell’avvocato è «l’ordinanza di archiviazione del giudice Lo Forte (su mafia e appalti ndr) e la richiesta mandanti occulti bis». «Se mi si dice che vogliamo capire il perché in quella riunione si tace a Borsellino l’archiviazione, questo limita la circostanza – ha detto l’avvocato Trizzino – ma se dobbiamo fare il processo “mafia e appalti” qui, francamente, non ha senso». Ma cosa accadde in quella riunione del 14 luglio del 1992, cioè cinque giorni prima della strage di Via D’Amelio? Era un briefing dei magistrati della Procura di Palermo, e in quella occasione Paolo Borsellino chiese notizie sull’inchiesta. Dalle successive dichiarazioni al Csm da parte dei presenti a quella riunione, emerse che nessuno disse a Borsellino che era già stata firmata la proposta dell’archiviazione. E Guido Lo Forte era tra i presenti. L’indagine “mafia e appalti” fu fortemente voluta da Giovanni Falcone, e poi ripresa da Borsellino, e riguardava le connessioni tra politici, imprenditori e mafiosi. L’inchiesta fu condotta, tra la fine degli anni ‘80 e il 1992, dai carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno. Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un comitato d’affari, gestito dalla mafia e con profondi legami con esponenti della politica e dell’imprenditoria di rilievo nazionale, per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. In quella riunione emerse il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, ma anche il suo malcontento per le modalità con cui l’indagine era stata gestita, e la sua profonda fiducia nei confronti dell’operato dei carabinieri del Ros. L’avvocato Trizzino, nell’udienza di ieri, ha chiesto «l’acquisizione del documento in cui i giudici Francesco Messineo, Renato Di Natale, Francesco Paolo Giordano danno conto e ragione di tutte le vicende che hanno riguardato le indagini fatte a Caltanissetta in relazione alla gestione del dossier mafia e appalti». «Inoltre le vicende connesse a “mafia e appalti” sono state di una complessità tale che per riuscire a barcamenarsi… altro che un semplice esame – ha detto il legale – bisognerebbe aprire un processo a parte». «Di processi sulla strage di via D’Amelio ne sono stati fatti cinque. E sembra quasi che l’importanza del filone mafia e appalti non sia mai stata sviscerata nei precedenti procedimenti, ma non è cosi. Nella sentenza del processo “Borsellino ter”, cui si richiama la sentenza quater, dà un ampio spaccato dell’importanza ai fini del movente dell’eventuale accelerazione della strage di via D’Amelio». «Questo tema di prove è come un oceano che si apre di fronte a noi – ha affermato ancora l’avvocato Fabio Trizzino – Anche queste parti civili, che vorrebbero approfondito questo aspetto, ma riteniamo che ci siano due elementi che dovrebbero portare a una rilettura di quegli avvenimenti, ma non in questa sede. E sto parlando delle dichiarazioni tardive di Massimo Russo e Alessandra Camassa in cui Borsellino definì il suo ufficio un ‘nido di vipere’». «Il secondo elemento di novità è la desecretazione degli atti del Csm al seguito dei quali vennero sentiti i pm che si ribellarono al giudice Giammanco, che ci parlarono di una riunione in cui Borsellino chiese a Guido Lo Forte degli approfondimenti e Lo Forte gli nascose che il 13 aveva firmato una archiviazione».

Da “Ansa” il 10 novembre 2021. Il tribunale di Caltanissetta, nell'ambito del processo sul depistaggio delle indagini successive alla strage del '92 in via d'Amelio a Palermo, dove furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e 5 poliziotti della scorta, accogliendo alcune richieste avanzate dalle parti, ha disposto che nell'udienza fissata per il 19 novembre, ascolterà l'ex pm Antonio Ingroia, Santi Foresta, Lucia Falzone e Luigi Li Gotti. Nell'udienza invece del 26 novembre, saranno chiamati a deporre, i magistrati Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone. Il Tribunale ha invece respinto la richiesta che era stata avanzata nella scorsa udienza dall'avvocato Giuseppe Panepinto, di sentire l'ex pentito di mafia Maurizio Avola, il quale aveva rivelato di aver ricoperto un ruolo nella strage. Ma le sue dichiarazioni sono state smentite dalla Procura nissena, secondo la quale l'ex collaboratore dice il falso. Imputati al processo, con l'accusa di calunnia aggravata, sono tre poliziotti: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo  

Via D’Amelio: anomalie e zone d’ombra, ma fu strage mafiosa. Nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 5 ottobre dalla Cassazione viene confermata sostanzialmente la decisione della Corte d’appello del Borsellino quater. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 9 novembre 2021. Nell’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio ci sono stati «abnormi inquinamenti delle prove che hanno condotto a plurime condanne di innocenti». Non solo: per quanto riguarda l’esecuzione della strage dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, «i dati probatori relativi alle “zone d’ombra” possano al più condurre a ipotizzare la presenza di altri soggetti o di gruppi di potere (co)-interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino, ma ciò non esclude il riconoscimento della paternità mafiosa». Sono alcuni passaggi delle motivazioni, appena depositate, della sentenza di Cassazione che ha confermato la condanna di appello del Borsellino quater.

Ricordiamo che la sentenza della Cassazione c’è stata il 5 ottobre scorso e dunque sono definitive le condanne all’ergastolo per i capomafia Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e quelle per calunnia per Calogero Pulci (dieci anni) e Francesco Andriotta che ha ottenuto un piccolo sconto di pena (da 10 anni a 9 anni e 6 mesi) per la prescrizione di due calunnie ai danni del falso pentito Vincenzo Scarantino, mentre da una terza accusa di calunnia, sempre ai danni di Scarantino, è stato assolto. Le motivazioni della Cassazione confermano sostanzialmente la decisione della Corte d’appello del Borsellino quater. Gli avvocati dei mafiosi hanno portato avanti anche la tesi sulla cosiddetta trattativa Stato Mafia. Tesi non accolta dalla Corte (e confermato dalla Cassazione), sottolineando che l’uccisione del giudice Paolo Borsellino, «inserita nell’ambito di una più articolata “strategia stragista” unitaria», rispondeva a più finalità di Cosa Nostra, una finalità di vendetta che chiama in causa la vita professionale del magistrato, una finalità preventiva, perseguita da Cosa Nostra in relazione «alla possibilità che il giudice Borsellino divenisse capo della Procura Antimafia, e una «finalità di destabilizzazione», volta a «esercitare una pressione sulla compagine politica e governativa» e «a mettere in ginocchio lo Stato». L’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, commentando con l’Adnkronos le motivazioni della Cassazione sul processo Borsellino quater, ha sottolineato che «in questo scenario bisogna anche collocare l’abnorme inquinamento probatorio di cui parla anche la Cassazione perché l’uccisione e il depistaggio sono legati». E aggiunge: «C’è una finalità preventiva, non bisognava, secondo noi, sviluppare il versante delle indagini “mafia e appalti”. Perché i livelli delle cointeressenze erano alti». Quali? «Le cointeressenze di Cosa nostra – ha spiegato l’avvocato Trizzino – con importanti imprenditori e società del Nord, i cui sviluppi si sarebbero potuto meglio vedere solo attraverso una giusta valorizzazione del dossier mafia e appalti. Cosa che Borsellino non ha potuto fare». In effetti, le motivazioni del Borsellino Quater di secondo grado sono chiare. Borsellino fu ucciso «per vendetta e cautela preventiva». La vendetta è relativa all’esito del maxiprocesso, mentre la “cautela preventiva” è relativa alle sue indagini, in particolare quelle su mafia-appalti. Quest’ultima ipotesi – scrive la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di secondo grado – «doveva, peraltro, essere anche collegata alla circostanza riferita dal collaboratore Antonino Giuffrè sui “sondaggi” con “personaggi importanti” effettuati da Cosa Nostra prima di decidere sull’eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino oltre che sui sospetti per i quali lo stesso Borsellino, il giorno prima dell’attentato, aveva confidato alla moglie “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse”».

Gli ultimi 57 giorni di Paolo Borsellino. Un'inchiesta per capire qualcosa di più di una strage e un depistaggio.  Federica Olivo, Giornalista, Huffpost il 23/10/2021. “Io sono un magistrato e sono un testimone”. Era il 25 giugno del 1992 quando, nel suo ultimo intervento pubblico, Paolo Borsellino pronunciava queste parole. Si riferiva a quello che sapeva sulla morte di Giovanni Falcone, suo collega e amico, ucciso appena un mese prima, nella strage di Capaci. Sottolineava la parola testimone, non per manie di protagonismo ma per una doppia consapevolezza del suo ruolo: Borsellino, proprio perché in rapporti stretti con Falcone, riteneva di essere a conoscenza di elementi utili per ricostruire le cause della strage del 23 maggio 1992. In questo intervento di mezz’ora - fatto durante un’assemblea pubblica organizzata a Palermo da La Rete e ancora integralmente ascoltabile su Radio Radicale - il magistrato lancia accuse alle istituzioni, alla sua in primis, ma sta molto attento a non raccontare dettagli che sa bene essere destinati a un’altra sede. In quella sede, la procura di Caltanissetta, competente sui fatti riguardanti i magistrati di Palermo e quindi per la morte di Falcone, non ci arriverà mai. Nonostante avesse chiesto esplicitamente di essere interrogato in fretta - sapeva di essere in pericolo, sapeva, addirittura, che fosse arrivato il tritolo destinato all’attentato nei suoi confronti - quella testimonianza non riuscì a rilasciarla. Fu ucciso in via D’Amelio il 19 luglio 1992, meno di due mesi dopo la morte di Falcone. L’intervento del 25 giugno è tra i messaggi più importanti che Borsellino lascia prima della sua morte. Non c’è nulla, se non gli atti dei procedimenti a cui stava lavorando, di scritto negli ultimi 57 giorni del magistrato. Non c’è perché, come ha ricordato all’Huffpost l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, qualcosa forse avrebbe potuto essere trovato nell’agenda rossa da cui il giudice non si separava mai. Ma quell’oggetto così prezioso - chi ha seguito il lungo percorso giudiziario che ha seguito questa storia lo ricorderà - sparì il giorno stesso dell’attentato. Le indagini per capire se qualcuno l’avesse portato via e perché sono partite dieci anni dopo la strage. Un tempo troppo lungo per poter appurare una verità completa. A poche settimane dalla pronuncia con cui la Cassazione ha messo la parola fine sul processo Borsellino quater, stabilendo, senza più possibilità d’appello, che il depistaggio dopo la morte del giudice c’è stato, e nell’attesa delle motivazioni, vale la pena ricordare le tracce orali più importanti che Borsellino ha lasciato prima di essere ucciso. Perché, come tiene a ricordare sempre la famiglia, la strada per capire davvero cosa è successo prima e dopo via D’Amelio passa anche e soprattutto da lì. Durante l’incontro prima citato, pur stando attento a non rivelare dettagli che ancora sperava di poter dire a un pm in qualità di testimone, Borsellino non risparmia parole pesanti contro “qualche giuda” che lasciò solo l’amico. E lancia un’accusa pesante alle toghe. “La magistratura”, dice “forse ha più responsabilità di tutti,” nell’aver isolato Falcone prima dell’omicidio. Nel non aver voluto riconoscere il valore del suo lavoro da magistrato ma anche da tecnico in forze al ministero della Giustizia. Parlava dell’amico quella sera, ma in qualche modo parlava anche di sé. Perché, negli ultimi giorni vita Borsellino dovette combattere per poter continuare a seguire le sue piste, per mandare avanti il suo lavoro contro Cosa nostra. A ostacolarlo non solo Cosa nostra, non solo la difficoltà della materia, ma anche un pezzo di procura palermitana. Gli scontri che ebbe con il suo capo, Pietro Giammanco, sono noti. E se da vivo almeno Borsellino aveva la tenacia di difendere il suo lavoro, subito dopo il decesso le sue indicazioni andarono in fumo. Del dossier mafia appalti - lo vedremo meglio dopo - si perse traccia a pochissimi giorni dalla sua morte, in quella procura che lui stesso definì “un nido di vipere”. Un’espressione forte, usata circa un mese prima di morire, che Borsellino usò parlando con l’allora giovane collega Massimo Russo, come ricordato da lui stesso in uno dei processi seguiti alle stragi di mafia. Su quelle parole, pronunciate a ragion veduta, nessuna delle tante toghe che in questi quasi 30 anni ha trattato il caso si è mai soffermata a sufficienza. “Sarà stata una semplice confidenza affidata a un amico in un momento di rabbia e sconforto”, potrà pensare qualcuno. Possibile, certo. Il problema è che le richieste e le osservazioni fatte dal giudice prima della morte furono ignorate anche quando formulate in ben altre sedi. Non in un momento di pausa dal lavoro, ma proprio in una riunione con i suoi colleghi. Era il 14 luglio del 1992, cinque giorni prima dell’attentato che gli costò la vita. I magistrati della procura di Palermo erano tutti insieme per un momento di confronto. Una prassi che si ripeteva periodicamente e che in quel caso era ancor più importante perché l’ultima prima della pausa estiva. Borsellino, in quella sede, chiese esplicitamente che venisse approfondito il dossier mafia appalti. Si tratta di una lunga informativa sugli appalti pubblici firmata da Mario Mori e Giuseppe De Donno - gli stessi ex Ros assolti poche settimane fa nel processo d’appello sulla presunta Trattativa Stato-mafia - in cui venivano evidenziati i rapporti economici tra mafia, pezzi di imprenditoria, massoneria e politica locale, andando probabilmente a lambire anche il Palazzo di giustizia. Borsellino a quel dossier teneva molto, aveva capito che quella pista avrebbe portato a conclusioni rilevanti. L’importanza per il magistrato era tale che non solo in quella riunione propose che fosse approfondito, ma chiese anche un nuovo incontro ad hoc per valutare organizzare il lavoro. Incontro che, però, nessuno ebbe il tempo nemmeno di programmare. Sul fatto che Borsellino volesse capire tutto il possibile ruolo della mafia negli appalti pubblici la famiglia ha sempre posto l’accento. Convinta che fosse da cercare lì la chiave dell’omicidio. Lo ha ripetuto il legale dei Borsellino in tutte le occasioni possibili, davanti ai giudici soprattutto. Ma la richiesta esplicita di Borsellino in particolare, sono rimasti sconosciuti all’opinione pubblica fino al 2020, quando il Csm ha desecretato le audizioni fatte a fine luglio 1992, pochi giorni dopo la morte di Borsellino. A spiegare le richieste fatte da Borsellino in riunione su mafia e appalti, in quel caso fu Nico Gozzo, allora magistrato a Palermo e, molti anni dopo, pm artefice dell’indagine che ha portato al processo Borsellino quater. Ai rilievi del magistrato fu dato seguito dopo la morte? Neanche per idea. Anzi richiesta di archiviazione dell’inchiesta su mafia e appalti era già stata stilata il giorno prima della riunione, il 13 luglio. Come si legge nel documento, fu depositata il 22 luglio. Borsellino era morto da tre giorni. La storia di tutto ciò che è seguito all’assassinio del magistrato è piena di buchi, ma se si sta ben attenti si nota come certe cose, a volte, tornano. E come i puntini, nonostante il passare del tempo, ancora possono essere riunite. Magari non (più) per appurare responsabilità penali, ma certamente per cristallizzare una realtà storica. Ed ecco che, dopo quasi 30 anni dall’omicidio, il giudice d’appello del Borsellino quater in sostanza ritornava su quel dossier e diceva che una delle ragioni per cui il giudice era stato ucciso era la “cautela preventiva” rispetto al lavoro che avrebbe voluto fare. Il dossier mafia appalti era in cima alla lista delle priorità del magistrato e, quindi, per il giudice del depistaggio potrebbe essere stata una delle principali ragioni per cui è stato ucciso. Per altri addetti ai lavori, invece, quelle quasi 900 pagine erano un ingombro da cestinare. Ci misero davvero poco a farlo, per superficialità forse, o forse perché non erano riusciti a vedere fin dove Borsellino aveva visto. Ma quello del 22 luglio 1992, il giorno in cui si decise di chiudere l’inchiesta e lasciare le carte a prendere polvere in chissà quale cassetto, fu solo il primo oltraggio alla memoria del magistrato. Quello più grande sarebbe arrivato pochi mesi dopo: qualcuno lo ha chiamato “teorema Scarantino”. I giudici, ed è questo che conta, lo chiamano “il più grande depistaggio della storia d’Italia”. Sul quale, forse, si sarebbe dovuta accendere qualche luce in più. L’ultima intervista a Paolo Borsellino fu fatta da Lamberto Sposini, all’epoca vicedirettore del Tg5. Ne riportiamo l’ultimo stralcio. Senza premesse né commenti. Non ce n’è bisogno:

Sposini: “Si sente un sopravvissuto?”. Borsellino: “Io accetto, ho sempre accettato, più che il rischio, le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. (...) Sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia e so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”. Federica Olivo, Giornalista, Huffpost

Aldo Sarullo per "livesicilia.it" l'8 ottobre 2021. C’era una volta il mandante della strage di via D’Amelio. Era uno che, insieme con altri – portatori di altri interessi – aveva deciso anche l’attentato sull’autostrada nei pressi di Capaci. Dopo le stragi aveva vissuto qualche anno di serenità; infatti lo sguardo degli inquirenti non si era mai rivolto nella sua direzione perché era un insospettabile. Poi le cose iniziarono a mutare e l’orizzonte delle indagini fu sempre più denso di quella nuvolaglia di parole ricorrenti che moltiplicavano l’interesse a cercare i mandanti seguendo un tema dominante: perché è stato ucciso Borsellino? Fu così che il mandante decise che occorreva una risposta, tale che fosse per lui e per sempre rassicurante. Certo, occorreva una risposta autorevole e, soprattutto, che non fosse diretta, ma la conseguenza di un altro interesse giudiziario, una sorta di via traversa, quella che taluno chiamerebbe depistaggio. Come dire: parlo di un fatto per definirne un altro. Il mandante, mente raffinatissima, probabilmente non svelò ad alcuno il suo piano, ma convinse i suoi amici ed estimatori a promuovere quell’azione penale che avremmo conosciuto come “trattativa Stato-mafia”. E dalle parti della Sicilia ciò si traduce nell’attivazione del 416bis e cose simili. La prima accusa nei confronti degli indagati per la “trattativa”, infatti fu, con empito donchisciottesco, di mafia; accusa suggestiva e rastrello del consenso di quei molti che, sostenendo qualunque accusa di mafia, anche palesemente infondata, si sentono titolari del bene e del meglio. Insigniti. Poi arrivarono cavalieri più esperti. Avevano intuito che quell’accusa di mafia sarebbe crollata prima che la vicenda entrasse in aula e l’addebito divenne altra cosa: non mafia, ma “Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti”. Insomma, un reato sconosciuto ai più e certamente fumoso, ottimo per frastornare la pubblica opinione. Nel frattempo, come in ogni “C’era una volta” che meriti attenzione, il Vecchio Saggio, eremita su una montagna vicina, conosciuto sia come scienziato del diritto di fama e stima nazionali ed oltre che come maestro di molti dei magistrati che si erano avventurati nell’accusa, aveva bocciato con lunghe e sapienti argomentazioni tutto l’impianto accusatorio. Ma al mandante e ai – da lui suggestionati – suoi ignari estimatori, la cosa non importò. “Tiremm innanz” si dissero patriotticamente e così fu. Nacque il processo e l’interpretazione principale dell’Accusa fu affidata ad un pm dall’antropologia rassicurante, seducente, certamente mai sospettabile d’essere complice di operazioni avventuristiche. Insomma, un pm veramente innocente, per natura. E la scelta fu fruttuosa. Piacque molto e suscitò nei professionisti dell’informazione cartacea e televisiva un sentimento di protezione e di valorizzazione, unico a memoria di molti. Così si formò la squadra di scultori e scalpellini – forse non tutti realmente convinti – che eresse giorno dopo giorno il monumento all’eroe. E così anche quel processo, nato piccolo piccolo, andò crescendo agli occhi di tanti per importanza e credibilità. In verità il mandante ebbe un pugno nello stomaco quando apprese che la Corte d’assise di Caltanissetta, l’unica competente ad esprimersi sulla morte di Paolo Borsellino, affermò che questo eroe (senza scultori né scalpellini) era caduto sul fronte del dossier mafia-appalti, quello che a Palermo sarebbe stato archiviato dopo la strage di via D’Amelio e sui cui Borsellino stava, di propria iniziativa, solitariamente studiando. La Cassazione ha confermato questa sentenza. Ma quel pugno nello stomaco fu ampiamente ristorato quando la sentenza di primo grado della Corte d’assise di Palermo, chiamata a giudicare sulla “trattativa” e non sulla morte di Borsellino, sentì il dovere di esprimersi anche su questa e affermò che la strage del 19 luglio 1992 era avvenuta a protezione della prosecuzione della “trattativa”, altrimenti e sicuramente interrotta dal procuratore palermitano. In appello, la Corte d’assise di Palermo, lo sappiamo tutti, ha assolto gli imputati; e il mandante della strage di via D’Amelio – insieme con i portatori di interessi analoghi – ha perso il paracqua. Il cielo per lui è plumbeo e, salvo il diverso avviso della Cassazione, ora è tornato a temere che, come in tanti speriamo, rimanga prima o poi fottuto.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 7 ottobre 2021. In dodici giorni s' è capovolto il mondo ma in pochi sembrano essersene accorti. Il 23 settembre una sentenza ha stabilito l'inconsistenza del processo Stato-mafia e dunque no, la verità raccontata per un ventennio con profusione di scandalo, secondo cui istituzioni, ministri e servizi segreti tramarono nell'interesse della mafia e contro lo Stato, e Paolo Borsellino fu ammazzato per essersi opposto, non è una verità. Martedì un'altra sentenza (definitiva) ha stabilito che i processi sulla macellazione di Borsellino, e che portarono a una sequela di ergastoli rifilati a innocenti, originarono da un «colossale depistaggio»: una mostruosa costruzione calunniatrice e una delle pagine più vergognose della storia giudiziaria: sono parole pronunciate martedì in Cassazione per ratificare la sentenza d'appello con cui si spiegava che la mafia fece saltare in aria Borsellino per vendicarsi del suo maxiprocesso e per prevenire sue nuove pericolose indagini, che infatti subito dopo vennero archiviate. Poi la strage fu liquidata col colossale depistaggio convalidato da non so quanti magistrati dell'accusa e da non so quanti giudici. Forse l'ho fatta troppo complicata, quindi cerco l'estrema sintesi: Borsellino non è morto con il tradimento della politica e dei servizi segreti deviati - il bel ritornello di ogni panzana - è invece morto con il tradimento di altri pezzi dello Stato, che stanno attorno a procure e tribunali o magari ci stanno dentro, intronati con le loro corone e i loro scettri, e non pagheranno mai. Il mondo s' è capovolto, ma si farà finta di niente e si continuerà a piangere su Borsellino con un bacio di Giuda.

(ANSA il 5 ottobre 2021) - La conferma delle condanne per gli imputati del processo Borsellino quater - per la strage di Via D'Amelio e i depistaggi nelle indagini - è stata chiesta dal Pg della Cassazione Pietro Gaeta che ha trovato pienamente condivisibili le motivazioni della sentenza della Corte di assise di Appello di Caltanissetta emessa il 15 novembre 2019. Secondo il Pg, è legittima la condanna all'ergastolo per i capomafia Salvo Madonia e Vittorio Tutino e quella a dieci anni di reclusione, per calunnia, nei confronti dei falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci.  Il depistaggio delle indagini della strage di Via D'Amelio, con le falsità dichiarate dai finti pentiti, "è una mostruosa costruzione calunniatrice che secondo me è una delle pagine più vergognose e tragiche" della nostra storia giudiziaria ed è "di una gravità tale da escludere qualunque circostanza attenuante" in favore degli imputati per il reato di calunnia. Lo ha detto il Pg della Cassazione Pietro Gaeta in un passaggio della sua requisitoria all'udienza del Borsellino quater apertasi stamani nell'Aula Magna della Suprema Corte. "Andriotta è la miccia di tutto, l'inizio di un mostruoso disegno calunniatore", ha sottolineato il Pg Gaeta respingendo la richiesta della difesa del finto pentito Francesco Andriotta di ottenere uno sconto di pena tramite la concessione di circostanze attenuanti. Andriotta e Calogero Pulci sono stati condannati a dieci anni di reclusione dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta con verdetto emesso il 15 novembre 2019. Una decisione che il Pg Gaeta ha condiviso

Rivelazione Boccassini: ''Tinebra ore in stanza con Scarantino prima degli interrogatori''. Aaron Pettinari su amduemila il 20 Febbraio 2020. L'ex magistrato sentita oggi al processo sul depistaggio di via d'Amelio. "Tutti potevano capire che diceva sciocchezze". Vincenzo Scarantino? "Non era credibile"; "i dubbi c'erano fin dall'inizio"; "era un mentitore", "si doveva capire subito che era inattendibile", "era un poveraccio". Con queste parole, più volte, l'ex procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, andata in pensione lo scorso dicembre, ha ribadito quella che era la propria posizione sul "picciotto della Guadagna". Un vero e proprio let motive dell'ex magistrato, sentito oggi al processo sul depistaggio della strage di via d'Amelio che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo ed Enrico Mattei, accusati di concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Intervenuta in videoconferenza da Milano, in quanto impossibilitata a raggiungere il Tribunale di Caltanissetta per motivi di salute, la Boccassini ha ripercorso quello che è stato il suo coinvolgimento nelle indagini sulle stragi del 1992. Un impegno che l'ha vista, come applicata alla Procura di Caltanissetta, dal dicembre di quell'anno fino all'ottobre del 1994. Una vera e propria deposizione fiume dove non sono mancati i momenti di nervosismo, in particolare durante i controesami delle parti civili che hanno chiesto conto, comunque, di una serie di fatti che hanno visto il magistrato protagonista. Come aveva già fatto al Borsellino quater ha ribadito che "la prova regina della non credibilità di Vincenzo Scarantino proviene dalla sua collaborazione" perché "man mano che si andava avanti negli interrogatori si vedeva che stava dicendo delle sciocchezze". Considerazioni e perplessità che aveva messo nero su bianco nella lettera firmata assieme al collega Roberto Saieva ed inviata alle Procure di Caltanissetta e Palermo. A suo dire si era "ancora in tempo per correre ai ripari ed evitare cose che negli anni avrebbero pregiudicato tutto". Eppure, pur confermando le critiche nei confronti dei colleghi come Annamaria Palma e Carmelo Petralia, entrambi indagati per calunnia aggravata dalla Procura di Messina, che "davano credito al collaboratore", ha aggiunto di non aver mai pensato "a un depistaggio". Ad un certo punto, però, rispetto quella che era sempre stata la sua "vulgata", ha anche offerto un elemento inedito: "Quando Scarantino arrivava in procura a Caltanissetta, si chiudeva in una stanza da solo con il Procuratore Tinebra. Non so il tempo preciso ma per un bel po'. Poi Tinebra apriva le porte e si entrava a fare l’interrogatorio. Alla luce di questo, di tutti i miei tentativi di cambiare metodi e atteggiamenti, dei colleghi che non vedevano l'ora che me ne andassi, scrissi una seconda relazione. Tutti sapevano, tutti conoscevano questa relazione, dove mettevo per iscritto che secondo me si dovevano rispettare i codici". Inoltre ha fatto riferimento a relazioni "sparite" in cui parlava della inattendibilità di Scarantino e che sarebbe stata "mandata via" dalla Procura proprio perché aveva iniziato "a capire che Scarantino diceva sciocchezze".

"Cocca mia, arrangiati". Rispondendo alle domande dei pm la Boccassini ha parlato del suo arrivo alla Procura di Caltanissetta: "Mi sono occupata in maniera quasi esclusiva della strage di Capaci, quando sono arrivata a Caltanissetta erano già applicati altri colleghi. Il primo periodo, parliamo del dicembre 92, fu per me soltanto quello di esaminare una massa informe di carte senza nessun ordine e collocazione. Ricordo con affetto, quando arrivai alla Procura di Caltanissetta, una frase dell’allora Procuratore capo Giovanni Tinebra, che io non conoscevo, e mi disse: ‘Cocca mia, qua ci sono le carte. Arrangiati, vedi cosa devi fare’. Questo fu il primo impatto. Con il collega Fausto Cardella anche lui applicato, che si occupava con altri colleghi della strage di via d’Amelio ci fu un confronto, anche perché nacque quasi subito un rapporto di amicizia. Gli altri colleghi che si occupavano delle stragi che erano volontari, si occuparono in quel momento della indagine ‘Leopardo’ a seguito delle dichiarazioni di Leonardo Messina. Non conoscevo Tinebra e mi stupii molto quando mi arrivò la richiesta per essere applicata a Caltanissetta”. Tra i suoi primi impegni proprio le indagini sulla strage di Capaci: "Quando arrivai come pm applicato alla Procura di Caltanissetta, la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia". Così ha ricordato che fu rifatto il sopralluogo a Capaci "coinvolgemmo tutte le forze dell'ordine, dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, alla Polizia fino all'Fbi e tutte le forze possibili". "Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo - ha aggiunto - ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all'indagine sulle stragi ma con competenza specifica". 

Dubbi immediati. Pian piano ha poi iniziato ad occuparsi anche delle indagini sulla strage di via d'Amelio. "Quando io sono arrivata alla Procura di Caltanissetta, anche parlando con i colleghi che già c'erano e con il capo dell'ufficio e lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c'erano - ha ribadito - I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall’inizio, io avevo delle perplessità. Forse all'inizio avevo meno perplessità perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, ma anche degli altri nessuno gridava “ma che bella questa cosa”. Tutti erano con i piedi di piombo su questa cosa. Era l'inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l'indagine portava a qualcosa di più sostanzioso". Per quel motivo, a suo dire, nell'agosto del 1994, aveva chiesto al Procuratore Giovanni Tinebra di potere partecipare agli interrogatori di Scarantino e rinviare le ferie, ma il Procuratore la mandò in vacanza. "Mi porto dietro un po' di amarezza, non solo l'indifferenza e il fastidio di quello che si diceva acuito col ritorno dalle ferie - ha detto oggi anche sfogandosi -, a essere venuta fuori dai giochi era la prassi, vuoi per leggerezza o per sciatteria, le ragioni potevano essere tante, sta di fatto che non ero più la protagonista come lo ero stata nei mesi precedenti lavorando sulla dinamica delle stragi". E ancora una volta ha parlato delle differenti opinioni con i colleghi: "La dottoressa Palma e il dottor Petralia erano più propensi a credergli, o meglio, meno propensi a una critica, Giordano invece faceva l'aggiunto e quindi sapeva e non sapeva. La sorpresa, per me e Saieva, furono gli interrogatori in nostra assenza. Anche per i sopralluoghi e il riconoscimento da parte di Scarantino dell'autocarrozzeria Orofino, io ho saputo queste cose dai giornali, che poi bisogna vedere anche se è vero". "Io - ha raccontato - ero disponibile persino a un trasferimento d'ufficio da Milano alla Procura di Caltanissetta, ero disposta a restare anche per la tutela delle indagini. Ma l'allora Procuratore Tinebra disse 'assolutamente no', cioè non mi volevano. Ero servita solo a far fare carriera a tutti, a quel punto dovevo andare via. Ma io sono stata così imbecille da chiedere il trasferimento d'ufficio per continuare le stragi, ero disponibile a fare questo ulteriore sacrificio". Allontanando da sé ogni responsabilità ha nuovamente puntato il dito verso i colleghi ("Se avessero seguito le mie indicazioni, sia i pm che gli avvocati avrebbero avuto il tempo, la professionalità per capire che Scarantino non era credibile") e prima di concludere l'esame ha affermato: "Io, purtroppo, non ho svolto un ruolo, nelle indagini sulla strage di via D'Amelio". Esattamente l'opposto di quanto sostenuto nelle scorse udienze dal pm Carmelo Petralia. Quest'ultimo aveva affermato che il ruolo della Boccassini era stato "preminente nelle indagini su via d'Amelio" e con "un ruolo attivo sia per gli aspetti di valorizzazione degli elementi gravemente indiziari su Scarantino che per la genesi della sua collaborazione". E nella conferenza stampa del 19 luglio 1994, tenuta assieme a Giovanni Tinebra sugli sviluppi delle indagini sulla strage di via d’Amelio, proprio la Boccassini affermava: "I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale per il paese. Lo ha dimostrato ancora una volta l’indagine sulla morte di Paolo Borsellino. Ma è arrivata, lo ripeto, questo concetto va ripetuto fino alla noia, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva". Durante l'esame la Boccassini ha spiegato che "con i colleghi già a luglio c'erano state discussioni precise, c'erano due parti contrapposte: una di queste riteneva di andarci coi piedi di piombo perché lui appariva debole e poco credibile, anche se a luglio gli abbiamo dato comunque una possibilità considerando che magari avesse paura, che avesse il pensiero alla famiglia a Palermo, cose normali di cui si tiene conto coi collaboratori".

Colloqui investigativi. Ciò non spiega comunque il motivo per cui vennero effettuati "anomali" e numerosi colloqui investigativi che si sono tenuti sia prima della collaborazione con la giustizia di Scarantino, che dopo. Oggi in aula l'ex pm milanese ha affermato: "Non ho mai sollecitato colloqui investigativi con Vincenzo Scarantino per sondare il terreno. Alcuni colloqui investigativi sono sorti su sollecitazione dello stesso Scarantino in altri casi è possibile, ma non lo ricordo con precisione, che in alcune occasioni sia avvenuto su impulso della stessa Procura, oppure della Polizia di Stato, di fare dei tentativi nei confronti di Scarantino. Ma, ripeto, non sono stata io a sollecitare i colloqui con Scarantino perché non mi occupavo di lui con attività esclusiva". Eppure agli atti vi è la "maratona", avvenuta tra il 4 ed il 13 luglio, in cui venivano effettuati i colloqui, spesso nei giorni antecedenti le verbalizzazioni con i magistrati. Verbalizzazioni che in quattro occasioni si sono tenute con la partecipazione della stessa dottoressa Boccassini di cui una, il 15 luglio, alla sola presenza della stessa e di Arnaldo La Barbera. E sempre agli atti vi sono i colloqui investigativi post collaborazione con la giustizia si erano verificati anche con il falso pentito Francesco Andriotta. Ma l'ex procuratore aggiunto di Milano nulla sapeva. "Lo apprendo dai giornali - ha ribadito oggi - ho scoperto che ce ne sono anche alcuni a mia firma. Di questi colloqui investigativi non mi ricordavo, vuol dire che quindi non davo troppa importanza a questa vicenda. Scarantino comincia questa collaborazione a giugno '94, erano gli ultimi miei mesi di permanenza, avevo ancora molto lavoro da fare, quando Tinebra mi chiamò per dirmi che lui voleva collaborare io gli dissi di non contare su di me perché stavo per andare via e dissi di affidarsi agli altri colleghi che sarebbero rimasti a Caltanissetta". Dunque perché nella lettera di ottobre, quando davvero i termini erano prossimi allo scadere, si lamentava per essere stata esclusa? Rispondendo alle domande dell'avvocato Fabio Repici è tornata a parlare del primo interrogatorio a Pianosa del 24 giugno '94: "Tinebra voleva che fossi presente. Io, siccome sono un soldato, sono partita. Ci fu un viaggio in notturna in elicottero, penso che ci fosse anche Petralia con me".

Facile che l'ex pm ha confuso il viaggio con un altro perché, documentatamente, è noto che quell'interrogatorio ebbe inizio alle 20.30. Ugualmente non ricorda se Arnaldo La Barbera viaggiò con lei o se si trovasse già a Pianosa con Scarantino. Ed è a quel punto che la Boccassini ha mostrato un certo nervosismo: "Inutile che cercate di farmi cadere in contraddizione, sono passati 30 anni, io risponderò sempre che 'non lo ricordo'". Anche rispetto ad un altro interrogatorio di febbraio non ha memoria: "Ero talmente impegnata in quel periodo che già mi meraviglio del fatto che fossi andata io a interrogare Scarantino. Mi spiace, capisco che do l'impressione che nella mia mente ci sia più Capaci che D'Amelio, ma non potevo occuparmi di tutto non stando giù, non era possibile fare più di tanto. Forse, in generale, il fatto di fare colloqui investigativi coi collaboratori era una prassi, tanto che poi è subentrata una normativa per sopperire agli errori fatti dai colleghi. Se quei colloqui servivano per addestrare il collaboratore, i colleghi andrebbero cacciati da ogni funzione pubblica, sul punto si poteva capire che Scarantino era inattendibile, è ridicolo". 

Niente Servizi. Durante l'esame dei pm ha anche detto di "non avere mai saputo di eventuali rapporti tra la Procura nissena e i servizi segreti", dopo le stragi. Quindi ha detto di aver saputo “della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la Procura di Caltanissetta solo da giornali". Ed ha aggiunto: "Io vidi Contrada per la prima volta durante un interrogatorio a Forte Braschi. Da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so”.

La lettera con Saieva. Quindi è tornata a parlare di quel documento firmato con Saieva: "Su Vincenzo Scarantino vi erano visioni completamente diverse - spiega il magistrato - Gli altri colleghi erano propensi a dire da subito 'bene, Scarantino sta collaborando'. Ma per me c'erano delle perplessità. Molte perplessità. Tant'è che volevo persino annullare le mie ferie per partecipare agli interrogatori. Ma la risposta di Tinebra fu: 'ti sei sacrificata tanto, ora te ne vai in ferie', e così tornai a settembre. Ma il patatrac per me e Roberto Sajeva fu quello che leggemmo al nostro ritorno. Essere tenuta fuori dai giochi era la prassi. Vuoi per leggerezza, vuoi per sciatteria, non ero più la protagonista come lo ero stata nei mesi precedenti nella dinamica investigativa delle due stragi". Quindi ha denunciato: "La relazione che io e il collega Roberto Saieva facemmo sulla non credibilità di Vincenzo Scarantino era sparita da Caltanissetta ma io ne avevo diverse copie. Fino alla fine dissi ai colleghi che bisognava cambiare metodo, che Scarantino andava preso con le molle. Vedendo che c’era questa voglia che io andassi via da Caltanissetta scrissi la seconda relazione. Soltanto con il pentimento di Spatuzza nel 2008, ricevetti una telefonata dall’allora procuratore della Repubblica di Caltanissetta che mi chiese se era vero che io avevo scritto delle relazioni con Roberto Saieva. Erano sparite. Io e Saieva, dopo averne parlato con Giancarlo Caselli, mandammo le relazioni direttamente a Palermo”. “Sono qui per la quarta volta - ha affermato con forza durante il controesame - a ripetere sempre le stesse cose sentendomi quasi in colpa per aver scritto quelle relazioni che avrebbero potuto dare una scossa diversa a quei processi". Durante il controesame su questi argomenti la Bocassini più volte ha detto di "non comprendere il senso di certe domande volte soltanto a farmi cadere in contraddizione". Il presidente del Collegio l'ha invitata "a rispondere alle domande senza aggiungere commenti" e ribadendo che "l'ammissibilità delle domande, lo sono fino a quando non si dichiara diversamente". "Non credo che tutti i colleghi rimasti abbiano preso a cuore l'andazzo un po' leggero di Tinebra - ha proseguito-. C'era un clima troppo accondiscendente nei riguardi di Scarantino, per questo la famosa lettera la mandammo anche a Palermo, se nel 2008 non arrivava Spatuzza forse delle due relazioni ne restava solo un mio ricordo. Quello che è successo dal '94 in poi l'ho leggiucchiato dai giornali, ero impegnata a Milano in ben altre vicende".

Quindi, nonostante i richiami, non ha voluto far mancare un momento di stucchevole ironia: "Se non avessi fatto le relazioni in cui manifestavo le mie perplessità sulla genuinità del pentimento di Scarantino e non ne avessi per altro conservato copia, oggi mi avrebbero addossato tutte le responsabilità e le colpe, chissà... magari per me avrebbero riaperto Pianosa, anche se io preferisco l'Asinara. Menomale che ne avevo una copia". 

Boccassini vs Genchi. Altro argomento ha riguardato le divergenze con l'ex poliziotto ed ex consulente informatico, Gioacchino Genchi. Per il magistrato milanese questi non era altro che "una persona pericolosa per le istituzioni, aveva conservato un archivio con i tabulati che aveva raccolto. E poi vedeva complotti e depistaggi ovunque". In particolare la Boccassini non vedeva di buon grado alcuni approfondimenti che Genchi avrebbe voluto fare sui viaggi di Falcone negli Usa. "Non mi piacque questo suo atteggiamento - ha dichiarato intervenendo dal tribunale di Milano - chiese persino di indagare anche su Giovanni Falcone, dopo la strage di Capaci, chiese di esaminare persino le sue carte di credito. Non mi piacque e lo dissi a Tinebra, gli spiegai: 'Le analisi dei tabulati le può fare chiunque'. Ne parlai anche a La Barbera - ha aggiunto - che era d’accordo sul fatto che non si poteva pendere dalle labbra di uno come Genchi. Il suo apporto alle indagini fu nullo. Era un tecnico, non un investigatore, quindi non poteva apportare nulla a un’indagine così seria. Insomma, non mi piaceva il suo modo di lavorare, così fu allontanato. Tinebra non voleva perdere la mia capacità lavorativa, quindi da quel momento Genchi non si è più occupato di stragi". Eppure, nel corso dell'esame, ha anche ricordato che "una delle prime ipotesi di lavoro era che il telecomando fosse stato azionato da castello Utveggio dove si diceva ci fosse una postazione Sisde. Su questi punti le indagini erano partite quasi subito". Un'ipotesi investigativa che proprio Genchi aveva indicato. Tra le inchieste aperte ricordate dalla Boccassini anche quella sulla "presenza di Bruno Contrada in via D'Amelio, ma dai riscontri risultava che, al momento dell'esplosione che uccise Borsellino e gli agenti di scorta, fosse altrove, in barca con un gioielliere palermitano. Sulla pista dei mandanti esterni e della sua presenza in via D'Amelio il giorno della strage abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile fare".

Alta tensione. Altro momento di tensione, oltre a quelli con gli avvocati, ha visto protagonisti anche i magistrati nel momento in cui l'ex pm del pool sulle stragi mafiose ha dichiarato: "Non fa onore a chi indossa la toga avere raccolto certe dichiarazioni, come quando Scarantino disse di essere stato minacciato da me e da La Barbera. Questa era una calunnia bella e buona ma non sono stata tutelata". Parole che hanno portato il pm Stefano Luciani a chiedere al Presidente del Tribunale D'Arrigo di "far presente alla teste che si deve limitare a rispondere alle domande. Non siamo qui per prendere lezioni da nessuno: visto che si parla di decoro delle toghe, cosa si doveva fare in quel caso, non verbalizzare quello che diceva Scarantino?". Successivamente gli animi si sono nuovamente riscaldati quando la Boccassini, sempre rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici, che le chiedeva perché “in questi anni non aveva mai detto degli incontri tra il Procuratore Tinebra e Vincenzo Scarantino prima degli interrogatori”, ha controreplicato: “Sono 30 anni che mi chiedo perché su questi fatti Tinebra non è mai stato sentito da Caltanissetta”. A questo punto il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha detto: “Evitiamo di trasformare questo processo in una sorta di mercato. Tinebra fu sentito nel Borsellino quater (per onore di cronaca va ricordato che ciò avvenne su citazione delle parti civili, ndr) e quindi evitiamo di fare commenti”. A quel punto è intervenuto il presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo che ha chiesto a “tutti di abbassare i toni”. L’ex aggiunto di Milano ha anche raccontato che tra il 1992 e il 1994 “diversi collaboratori di giustizia parlarono di moltissimi magistrati siciliani, tantissimi, oppure ne volevano parlare, ma non era mai il momento buono”. E ha fatto il nome di Pietro Giammanco, ex procuratore capo di Palermo. “E’ stato poi iscritto nel registro degli indagati dopo le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori - ha ricordato - era uno dei tanti magistrati indagati a Caltanissetta”. Rispondendo alle domande dell'avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo, sulla presenza del suo assistito durante i colloqui investigativi con Vincenzo Scarantino l'ex pm ha risposto: "Non ricordo che ai colloqui investigativi fatti con Vincenzo Scarantino in mia presenza ci fosse anche Mario Bo. Ma non escludo che ci fosse, la sua presenza sarebbe stata legittima come per altri funzionari. Per quelli fatti in cui c'ero anche io comunque tenderei ad escluderlo". L'avvocato Panepinto ha anche chiesto se fosse possibile che la presenza di un investigatore non fosse stata messa a verbale, cosa che la Boccassini ha escluso. "Non avrei mai consentito ha detto il magistrato - che non fosse verbalizzata la presenza di chiunque partecipasse agli interrogatori". Alle sette di sera, dopo aver iniziato l'esame alle 10 del mattino, si è conclusa la deposizione e il processo è stato rinviato al prossimo venerdì, il 28 febbraio, per sentire due agenti della Dia.

PAOLO BORSELLINO E ILARIA ALPI. IL DEPISTAGGIO DI STATO CONTINUA. Andrea Cinquegrani su lavocedellevoci.it il 24 Agosto 2021. I due più clamorosi “Depistaggi di Stato”, per la strage di via D’Amelio e per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, dopo tanti anni ancora avvolti nel mistero, esecutori e soprattutto mandanti sempre "a volto coperto". Due "suicidi" che hanno la rituale impronta dell’omicidio perfetto (o quasi), ossia quelli del capo-comunicazioni al Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, e del campione di ciclismo Marco Pantani, sepolti sotto una lapide che si chiama "archiviazione". Due stragi, sempre di Stato, quelle di Ustica e del Moby Prince, ugualmente senza risposta, gli autori liberi come fringuelli, le vittime uccise due volte, i familiari privati anche di uno straccio di verità giudiziaria. E’ questa la giustizia di casa nostra. Capace di calpestare la memoria, di massacrare l’elementare diritto a conoscere i nomi dei colpevoli, di veder passare il tempo senza che una foglia si muova. E la politica? Tace, in modo sempre più complice e omertoso. In grado solo di prodursi in vomitevoli commemorazioni che hanno sempre più il sapore di una beffa. E al massimo (come nel caso Moby Prince) nella creazione delle consuete, inutili commissioni parlamentari d’inchiesta. Poco più d’un anno fa, a maggio 2020, abbiamo effettuato una ricognizione su quei gialli, su quei buchi neri nella storia del nostro martoriato Paese. Solo la punta dell’iceberg, casi emblematici di fronte ad una montagna di gialli irrisolti, di morti senza giustizia, famiglie destinate a soffrire per il resto delle loro esistenze. Aggiorniamo qui di seguito quella ricognizione. Che si fa sempre più desolante e umiliante, perché è trascorso – inutilmente – un altro anno. Pesante come un macigno. 

IL PIU’ GRANDE DEPISTAGGIO DI STATO. Eccoci al più grande "Depistaggio di Stato’ nella nostra storia: la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Quattro processi farsa sull’eccidio e un processo per depistaggio che vede alla sbarra tre poliziotti, i quali all’epoca lavoravano con l’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, il quale è morto da 15 anni e non più replicare alle accuse. Abortito, invece, il possibile processo a carico dei magistrati che guidarono le prime inchieste, vale a dire Anna Maria Palma e Carmelo Petralia; nessuna ombra giudiziaria ha mai sfiorato l’icona antimafia Nino De Matteo, subentrato nelle indagini strada facendo ma da sempre nel mirino dei j’accuse di Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice trucidato. E abortito anche il possibile processo a carico del maggiore dei carabinieri Giovanni Arcangioli, il primo ad aver tenuto tra le sue mani l’Agenda rossa che apparteneva a Paolo, la chiave di tutti i misteri. Eccoci ai veri nodi: l’Agenda rossa e il taroccamento del pentito-chiave di tutta la story, Vincenzo Scarantino, la cui falsa testimonianza, costruita dagli inquirenti (quali?) a tavolino è servita a far condannare (hanno scontato 16 anni) degli innocenti e, soprattutto, a depistare, facendo perdere anni e anni preziosi. Sentiamo le ultime parole pronunciate da Salvatore Borsellino, il fratello del giudice, pronunciate il 19 luglio scorso, in occasione dell’ennesimo anniversario di quella strage senza colpevoli e raccolte dall’Adn Kronos. “La verità su via D’Amelio si saprà, purtroppo, solo quando tutti gli attori di questa scellerata storia saranno morti”. “Tante volte si dice che lo Stato non può processare se stesso. E sono stati proprio pezzi deviati dello Stato che hanno intavolato la trattativa”. “Il depistaggio comincia nel momento in cui un capitano dei carabinieri si allontana dalla macchina di Paolo con la sua borsa che poi viene rimessa sul sedile, sperando in un ritorno di fiamma dell’inferno che c’era in via D’Amelio. E sperando che andasse tutto perduto, compresa la borsa. Ma su questo non si è mai veramente indagato, perché se è vero che il capitano Arcangioli è stato assolto dal reato di aver sottratto l’agenda, a mio avviso si sarebbe dovuto indagare su che fine abbia fatto l’agenda di mio fratello e che fine ha fatto prima che la borsa venisse restituita alla moglie e alla figlia”. “Probabilmente anche il Castel Utveggio ha avuto un ruolo. Se non è stato azionato il telecomando da lì, sono state coordinate le operazioni, come dimostrano le telefonate intercorse tra il Castello e via D’Amelio”. Perché – si chiede Salvatore – le indagini di Gioacchino Genchi furono fermate? Guarda cosa, in entrambe le vicende (Agenda rossa e Castel Utveggio), fa capolino una presenza: quella di Anna Maria Palma. Secondo la testimonianza di una ottima giornalista d’inchiesta, Roberta Ruscica, autrice de “I Boss di Stato” (Sperling & Kupfer, 2015), l’agenda è passata (anche) per le mani di Palma. Come mai della vicenda non è trapelato mai nulla? Come mai nessun inquirente ha chiesto a Palma conto di tutto ciò? Misteri. Più volte, nelle cronache su via D’Amelio, s’è intravista la sagoma di Castel Utveggio, ritenuto un avamposto dei servizi segreti. Da lì, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato azionato il telecomando. Secondo altri (come rammenta Paolo Borsellino) avrebbe quantomeno svolto un ruolo di ‘coordinamento operativo’. Sta di fatto che a Castel Utveggio, per alcuni anni, ha trovato sede il ‘CERISDI’, un misterioso centro studi. E chi ha presieduto, in quegli anni, il CERISDI? Adelfio Elio Cardinale, un pezzo da novanta della politica siciliana, sottosegretario alla Salute nel governo Monti, big della radiologia sicula e – udite udite – marito di Anna Maria Palma. Quella stessa Palma che anni fa ha querelato la Voce proprio per le sue ricostruzioni sulla strage di via D’Amelio (già allora delineavamo il netto profilo di un Depistaggio di Stato) e, nelle pagine della sua querela, arrivava a sostenere che la pista di Castel Utveggio non ha mai trovato alcun riscontro e per questo è stata subito abbandonata dagli inquirenti. Come mai, oggi, non un signor nessuno, ma addirittura Salvatore Borsellino, ‘riesuma’ quella pericolosa pista? E’ in grado, qualche toga, di chiarire l’ennesimo arcano? 

COME TI TAROCCO UN ALTRO TESTE CHIAVE. Passiamo all’altro colossale Depistaggio di Stato, viste le tantissime indagini e inchieste taroccate in occasione dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Non s’è più riuscito a tenere il conto, col passar degli anni, circa il numero dei magistrati che hanno avuto tra le mani il bollente fascicolo. Solo uno ci aveva subito visto giusto: e proprio per questo motivo è stato presto sostituito, fatto fuori – udite udite – per ‘incompatibilità ambientale’: si trattava di Giuseppe Pititto(dopo alcuni anni ha lasciato la magistratura e scritto un libro dove si parla senza mezzi termini di pressioni istituzionali), il quale aveva immediatamente intuito, e cominciato a suffragare con prove e riscontri, che l’affare era grosso, toccava il maxi business dei fondi per la cooperazione internazionale e soprattutto innominabili traffici di armi e rifiuti super tossici. Insomma, un mix davvero esplosivo: in grado prima di eliminare due presenze diventate troppo ingombranti e scomode, Ilaria e Miran. Poi tale da consigliare l’uscita precoce di scena dell’inquirente altrettanto scomodo: il quale rischiava sul serio di alzare il velo sui pupari di quei traffici e di quegli affari. Per questo si rendeva necessario, poi, indagare per finta, come hanno fatto le toghe che si sono susseguite nel tempo; quindi ‘Depistare’ a tutto spiano. E’ così che spunta, anche stavolta, un provvidenziale teste, da truccare e taroccare al punto giusto. Si chiama Ahmed Ali Rage, alias Gelle, un somalo che racconta alla polizia una storia tutta da bere, e capace di sbattere il mostro in prima pagina: un altro somalo, Hashi Omar Hassan, che proprio sulla scorta di quella sola testimonianza, senza alcun altro riscontro e mai confermata in dibattimento (circostanza che ha dell’incredibile) viene condannato in tutti i tre gradi di giudizio, e si fa 16 anni – anche lui – di galera da perfetto innocente! Ci vorrà solo un miracoloso reportage dell’inviata di “Chi l’ha visto”, Chiara Cazzaniga, a far emergere la totale innocenza di Hashi. Cazzaniga, infatti, riesce a rintracciare Gelle a Londra, lo intervista e ne ottiene una candida confessione: “Hashi non c’entra niente, mi sono inventato tutto. L’ho fatto perché sono stato obbligato dalla polizia”. E fa nomi, cognomi e indirizzi di tutti coloro i quali hanno partecipato alla combine. Il copione del maxi depistaggio è descritto punto per punto, dettaglio per dettaglio, nella sentenza pronunciata quattro anni fa dal tribunale di Perugia. Che non solo scagiona totalmente Mohamed, ma indica con chiarezza la pista, tutta ‘istituzionale’, da seguire per individuare i veri responsabili del duplice omicidio. Ma cosa succede a questo punto? L’inchiesta su quel tragico, duplice omicidio passa per competenza alla procura di Roma. La quale ha la strada spianata: basta seguire le tracce perugine, le piste indicate in quella sentenza, lavorarci sopra, effettuare ulteriori riscontri, sentire tutti i testimoni che occorre sentire e ci sono ottime chance per scoperchiare il pentolone dei misteri. E invece no. Il pm incaricato delle indagini, Elisabetta Cennicola, chiede ben presto l’archiviazione del caso. A questo punto la decisione spetta al gip: che chiede ulteriori indagini. Ma Ceniccola, anche questa volta, risponde picche e vuole a tutti i costi l’archiviazione: la sua richiesta viene controfirmata da procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Il quale dopo poche settimane va in pensione: che non comincia neanche, perché il 3 ottobre 2019 viene subito catapultato su un’altra poltrona eccellente, quella di Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Cin cin. Ma torniamo al gip, Andrea Fanelli, il quale per la seconda volta si rifiuta di firmare per quella archiviazione. E ordina ulteriori indagini: elencando, per filo e per segno, tutti i punti da chiarire. Il termine è scaduto oltre un anno fa, il 4 maggio 2020. Da allora il silenzio è calato su tutta la vicenda. I legali della famiglia Alpi (Carlo Palermo e Giovanni D’Amati, figlio dello storico avvocato degli Alpi, Giuseppe D’Amati) hanno più volte sollecitato il gip ma non è arrivata alcuna risposta. Siamo in un clima perfettamente kafkiano. Con un’inchiesta che s’è letteralmente avvitata su se stessa e persa nelle consuete nebbie del porto giudiziario capitolino. Possibile che la memoria di Ilaria e Miran non venga degnata neanche dello straccio di una risposta? Possibile continuare a vivere solo di sterili commemorazioni, mentre esecutori e mandanti se la godono da decenni in beata pace? Possibile che nessun depistatore istituzionale venga nemmeno sfiorato da un’inchiesta – per una buona volta seria – e venga sbattuto davanti ad una corte? 

ANCHE PIER PAOLO PASOLINI “DOVEVA MORIRE”. Dicevamo del famigerato porto delle nebbie, quella procura romana in cui, nel corso dei decenni, sono state insabbiate inchieste e processi a bizzeffe. Come in un altro caso, non meno clamoroso. Quello sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, riaperto cinque anni fa dopo le rivelazioni di Pino Pelosi, il presunto killer, prima di morire, e la richiesta del test sul DNA avanzata dai legali della famiglia Pasolini. Un test che ha rivelato fatti e circostanze che più inquietanti non si può: ossia che sulla scena del delitto non c’erano solo Pasolini e Pelosi, come sempre ritenuto, ma almeno altri due soggetti. Con un contesto che cambia radicalmente: non omicidio a sfondo sessuale, ma assassinio in piena regola. Per la serie: Pasolini “Doveva morire”, così come è successo per Aldo Moro (da qui il titolo del libro firmato da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato). Pasolini – la Voce lo ha scritto più volte – venne ammazzato per motivi ‘politici’. Aveva infatti scoperto troppo – da autentico giornalista d’inchiesta – sull’omicidio del giornalista palermitano Mauro De Mauro, sull’affaire ENI, su un altro omicidio eccellente (quello dell’allora presidente del Cane a sei zampe, Enrico Mattei), e sulle acrobatiche imprese del suo successore, Eugenio Cefis, il protagonista di quella ‘Razza Padrona’ che dominerà la scena economico-finanziaria degli anni seguenti. Anche stavolta il copione è lo stesso. Hai individuato la pista giusta, quella fornita dal DNA, devi solo percorrerla, continuare nelle indagini. E invece cosa succede? Niente. Il pm incaricato delle indagini, Francesco Minisci, non muove un dito. Non si ha notizia di alcun concreto atto istruttorio mai effettuato nei mesi di presunte indagini. E quindi il caso passa sotto la rituale naftalina. Ancora in campo, battagliera come sempre, un’amica storica di Pasolini, Dacia Maraini. La quale un paio di mesi fa, nel corso di un’intervista rilasciata sempre all’Adn Kronos in occasione di una festa del libro a Palermo, dichiara: “L’inchiesta sulla morte di Paolini va riaperta. Adesso ci sono gli strumenti tecnologici avanzati, rispetto a 50 anni fa. Si potrebbero ingrandire segni anche molto piccoli, o macchie di sangue non viste. Perché certamente non è stato Pelosi a uccidere Pier Paolo ma un gruppo di persone, questo sembra certo. Ma chi erano non lo sappiamo. Evidentemente fa comodo che la morte di Pasolini rimanga un enigma, un enigma storico…”. 

P.S. Per gli altri misteri, da David Rossi a Marco Pantani, fino ad Ustica e Moby Prince, vi rimandiamo ad una seconda puntata che pubblicheremo nei prossimi giorni. 

USTICA, MOBY PRINCE, ROSSI, PANTANI – CALPESTATA LA MEMORIA DELLE VITTIME. Andrea Cinquegrani il 29 Agosto 2021 su La Voce delle Voci. Stragi di Stato. Sono trascorsi più di 40 e 30 anni dalle tragedie di Ustica e del Moby Prince e le vittime non hanno ancora avuto uno straccio di giustizia. Uccise due volte, una memoria calpestata ad ogni anno che passa, tra le solite litanie commemorative, intonate anche da quelle autorità istituzionali che hanno coperto e continuano a coprire i responsabili, in un vergognoso groviglio di collusioni & complicità. 

USTICA, LA PISTA FRANCESE MAI BATTUTA

Parzialmente risarciti i familiari delle vittime di Ustica, fino ad oggi, e risarcita anche la compagnia ‘Itavia’, che comunque poco tempo dopo quel tragico 27 giugno 1980 era anche fallita. Magra consolazione per tutti, visto che non ci sono responsabili per l’eccidio: nessuno è stato mai condannato da una sentenza, nessuno ha scontato un giorno di galera, nessuno paga il fio per quella atrocità. Generali, ammiragli, militari e politici liberi come fringuelli.

Eppure la ricostruzione storica di quella tragica notte è sotto gli occhi di tutti: almeno di chi vuol vedere. Mentre la giustizia, of course, è regolarmente cieca. La tragica verità venne rivelata, poco prima di morire, dall’ex capo dello Stato Francesco Cossiga, che di stragi & misteri di Stato era ben a conoscenza. E nel 2007 raccontò che il missile assassino era partito da una portaerei francese, quella notte nelle acque del Tirreno. Una ricostruzione che combaciava perfettamente con quella effettuata da una super documentata inchiesta prodotta dal transalpino "Canal Plus". E incredibilmente raccontata molti anni prima, nel ’91, da Franco Piro alla Voce. L’allora sottosegretario del Psi alla Difesa descrisse nei dettagli quello scenario di guerra nelle acque del Mediterraneo: era stata la portaerei ‘Clemenceau’ – disse – a lanciare il missile. Sorge spontaneo un interrogativo alto come un grattacielo: come mai la magistratura, che pure ha puntato i riflettori sulla tragedia del tutto inutilmente per decenni, non ha mai voluto battere, neanche per un millimetro, la "pista francese"? Era così difficile ottenere, attraverso apposite rogatorie internazionali, tutti i tracciati radar in possesso dei transalpini in grado di documentare il posizionamento e i movimenti delle portaerei in quella tragica notte? Giallo nel giallo, eccoci al caso Dettori. Stiamo parlando del maresciallo dell’aeronautica Alberto Dettori che quella notte era in servizio alla stazione radar di Poggio Ballone. Sette anni dopo il suo corpo è stato trovato appeso ad un albero. Dopo lunghissime, estenuanti ricerche, la famiglia cinque anni fa ha chiesto alla magistratura di Grosseto di riaprire il caso, subito archiviato in fretta e furia come il solito "suicidio" da stress (un po’ postumo…). Ebbene, quella richiesta è stata condannata, pochi mesi fa, allo stesso destino: archiviata, sepolta senza lo straccio di una motivazione plausibile. E infatti la famiglia non si arrende. Alberto – gridano con forza – è una vittima collaterale di Ustica, perché quella notte ha visto quel che non doveva vedere. E, soprattutto, non doveva raccontare. E guarda caso – come di recente la Voce ha documentato in due inchieste che potete leggere cliccando sui link in basso – pochi mesi prima di morire il maresciallo Dettori aveva ricevuto una stranissima visita, durata alcuni giorni, di un ‘collega’ francese, con ogni probabilità un uomo dei Servizi, conosciuto un anno prima nel corso di una missione a Nizza. Incredibile ma vero, l’identità di quel militare francese non è stata mai appurata dai nostri inquirenti. Né hanno fatto il minimo sforzo per accertarla. Ai confini della realtà. Chiara la volontà di coprire, insabbiare, depistare. Come è successo per 41 lunghissimi e drammatici anni da quel 27 giugno. 

MOBY. LA PISTA "BOMBA" E LA MEMORIA DI ONORATO

E sono invece trascorsi 30 anni dalla tragedia del Moby Prince. E anche stavolta nessuna inchiesta, nessun processo ha mai portato ad un barlume di verità. Né tantomeno di giustizia. Qualche scampolo dai risultati della prima commissione parlamentare d’inchiesta. E solo qualche mese fa, in primavera, ne è stata battezzata una seconda, stavolta presieduta dal Pd Andrea Romano. Riuscirà a portare qualcosa di nuovo, vista la totale latitanza della magistratura di casa nostra? E sempre in primavera, ad aprile, è uscito un libro che indica una complessa pista e un movente mai venuto alla ribalta. Si tratta di “Una strana nebbia- Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince” (Mondadori), autore Federico Zatti, giornalista d’inchiesta e autore Rai. Ipotizza, Zatti, che il Moby Prince sia stato sequestrato e dirottato contro la petroliera Agip: quindi l’esplosione, testimoniata – stando alla ricostruzione – da alcune tracce di Sementex, un esplosivo militare, rilevate da uno dei periti incaricati per le indagini, Alessandro Massari. Quale lo scenario politico-mafioso alle spalle? Zatti fa riferimento agli interessi della mafia per il calcestruzzo di casa Ferruzzi e per il petrolio controllato dall’ENI. All’epoca infuriava il caso Enimont; mentre Giovanni Falcone e Paolo Borsellino indagavano sulle mani mafiose in svariate grosse imprese nazionali: in primis la Calcestruzzi guidata da Raul Gardini. E quando cade lo strategico tassello Gardini – secondo le ipotesi contenute nel libro – la mafia reagisce e dà un segnale allo Stato con la tragedia del Moby. Cui farà seguito, solo pochi giorni dopo, l’affondamento della petroliera ‘Haven’ davanti alle coste liguri che provocò cinque morti. E, l’anno dopo, le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Fantamafia e fantapolitica? Chissà. Comunque sia, l’interrogativo resta sempre lo stesso: come mai la magistratura non batte mai un colpo? E anche su questa pista non fornisce neanche lo straccio di una risposta? Un mese ricco di sorprese, lo scorso aprile. Visto che anche l’armatore Vincenzo Onorato – noto alle cronache per le imprese di "Mascalzone Latino" – improvvisamente, dopo tanti anni, ritrova la memoria. Il 21 aprile, infatti, rilascia un’esplosiva – è proprio il caso di dirlo – intervista a "La Nuova Sardegna". E decide di farlo – guarda caso – all’indomani di una sentenza emessa dalla sezione fallimentare del Tribunale di Milano, che ha dichiarato il crac della sua "Moby", la quale aveva rilevato l’ex compagnia pubblica di navigazione "Tirrenia". Cosa rivela Onorato al quotidiano sardo? Che la collisione tra la petroliera e il suo traghetto era dovuta allo scoppio di “una bomba che si trovava nel locale del motore delle eliche di manovra, a prua”. In realtà, mister Mascalzone Latino aveva già sostenuto la tesi della bomba nel corso del primo processo: nel corso dell’udienza del 22 gennaio 1996, infatti, parlò di una bomba, ma attribuì la responsabilità al proprietario di una società concorrente, Pascal Lotà, titolare della "Corsica Ferries". Accuse che non hanno mai trovato alcun riscontro. Nella fresca intervista, invece, Onorato non parla più del rivale corso, ma fa riferimento agli "scenari geopolitici": “C’era la Guerra del Golfo – sostiene – la situazione in politica estera era estremamente difficile, c’erano navi sconosciute in rada”. Scopre l’acqua calda, Onorato, visto che l’avvocato di parte civile (ossia dei familiari delle vittime), Carlo Palermo, da sempre ha descritto quello scenario: la prima invasione degli Stati Uniti in Iraq era finita neanche 24 ore prima, in rada c’era un gran movimento di mezzi, la vicina base americana di Camp Derby era in fortissima fibrillazione. Uno scenario, del resto, sempre rammentato dalla Voce nelle sue inchieste nel corso degli anni. Visto che, almeno in teoria, alla procura di Livorno è ancora aperto un fascicolo giudiziario sulla tragedia del Moby Prince, è possibile sperare – siamo all’ennesimo appello – in un qualche miracolo? O è sempre chieder troppo? 

DAVID ROSSI. QUANDO LE PERIZIE FANNO A PUGNI

Da una commissione parlamentare d’inchiesta all’altra. Ed eccoci al giallo per la morte di David Rossi, il responsabile delle comunicazioni del Monte dei Paschi di Siena volato giù dal quarto piano di palazzo Salimbeni ormai otto anni fa. Davanti ai commissari, poche settimane fa, cioè a fine giugno, il procuratore capo di Siena, Salvatore Vitiello, ha ribadito una cantilena che dura ormai da tanti, troppi anni: sulla scena del delitto – ossia l’ufficio di David, al quarto piano, appunto – non sono mai stati trovati indizi di alcun tipo che possano far pensare ad una colluttazione. “Dai sopralluoghi – ha affermato – emerge la totale assenza di indizi violenti che si sarebbero trovati se Rossi avesse dovuto difendersi da una aggressione, se avesse ingaggiato una lotta, se fosse scappato via da qualcosa, trascinato con forza: non vi è nessun dato che lo rileva”. E a proposito di alcune ferite trovate sul cadavere di David, quelle alle braccia e a un ginocchio, ineffabile commenta Vitiello: “Non abbiamo accertamenti scientifici che in qualche modo ci diano certezze, perché non sono stati fatti quando dovevano essere fatti”. Si arrampica sugli specchi, il procuratore capo, e aggiunge che quelle ferite non vennero esaminate in sede di autopsia e quindi, dopo la riapertura delle indagini, la seconda perizia “ha cercato di spiegarle con le evidenze che erano emerse nel corso dei sopralluoghi”. Ci avete capito un cavolo, in queste parole? Vitiello prima assicura tutti che non c’è alcun indizio di violenza sulla scena del crimine; poi fa riferimento a ferite al braccio e al ginocchio per le quali a suo tempo non vennero fatti gli accertamenti dovuti; quindi parla di ‘evidenze nei sopralluoghi’. Una domanda: hanno un senso compiuto frasi del genere? O non denotano, ancora una volta, una totale confusione investigativa, e, quindi, la non volontà di arrivare ad esiti giudiziari di effettivo valore probatorio? Ma ci sono ulteriori dettagli sulla dinamica della caduta del corpo di David dal quarto piano. Sostiene Vitiello: “E’ caduto dal suo ufficio con la parte del corpo rivolta verso il muro, e questa caduta è collegata al fatto che lui con le braccia si è posizionato sulla finestra dove c’è la sbarra di ferro e si è lasciato andare, è caduto in modo verticale, in modo speculare alla parete”. Mai viste a questo mondo, fino ad oggi, cadute in orizzontale. Last but not least, “i fazzoletti sporchi di sangue – descrive Vitiello – che erano stati repertati, sono stati distrutti dopo il sequestro. Avrebbero potuto darci un importante contributo. E’ stato un atto incongruo, si poteva aspettare, ma in quel momento c’era stata la richiesta di archiviazione e tutti gli atti propendevano per il suicidio”. Parole che fanno letteralmente cadere le braccia. E così succede ai familiari di David. Denuncia la moglie, Antonella Tognazzi: “Una recita imparata a memoria. Ancora oggi continuano a non dare motivazioni su quanto è accaduto, sulla base delle loro stesse perizie. Se una perizia dice che ci sono delle percosse sul corpo di David, come si fa a sostenere che nella stanza del suo ufficio non c’erano altre persone?”. E annuncia ancora battaglia: “Non è finita. E’ piuttosto un continuo e ulteriore affondare il coltello nella piaga”. 

PANTANI. VOLEVA FAR LUCE SUL CICLISMO SPORCO

A proposito di perizie che fanno a pugni, di scena del crimine alterata, di segni evidenti di percosse sul corpo della vittima, il caso di Marco Pantani, ‘suicidato’ il 14 febbraio 2004 nel residence ‘Le Rose’ di Rimini, presenta molte analogie con quello di David. Ed evidenzia una abnorme quantità di anomalie: “almeno un centinaio”, come ha sempre sostenuto il legale della famiglia Pantani, Antonio De Renzis. Il giallo del super campione di ciclismo ha due copioni. Il primo concerne la tragica fine, il secondo riguarda quel maledetto Giro d’Italia del 1999: accumunati da un finale tombale, l’archiviazione. Procediamo con ordine. L’archiviazione del primo filone (come atto finale, la sentenza della Cassazione pronunciata il 19 settembre 2017) fa letteralmente a cazzotti con la gigantesca mole di prove che hanno dimostrato come non si potesse trattare di suicidio.

Si parte con gli evidenti segni di percosse sul corpo di Marco, i segni di trascinamento del corpo stesso. Una stanza completamente devastata, segno di colluttazione e non di paranoia distruttiva, come hanno invece ritenuto gli inquirenti. La presenza di un giubbotto mai appartenuto a Marco, le tracce dell’involucro di un cono Algida mai comprato dal campione, la scomparsa di alcune palline bianche (di coca) dopo i sopralluoghi che hanno inquinato la scena del crimine. Le molte, troppe (una dozzina) ore trascorse dalla telefonata di Marco alla reception per chiedere aiuto e l’arrivo della polizia. Nonostante la mole di anomalie, i pm di Forlì chiedono l’archiviazione. La Cassazione conferma. Identico percorso per l’inchiesta sul taroccamento del Giro d’Italia 1999, al termine del quale Marco non doveva mai arrivare: perché così la camorra aveva deciso, avendo puntato un sacco di soldi sulla sconfitta del campione. Lo testimoniano, anni dopo, una serie di pentiti. Come sono lampanti le prove che documentano le pressioni non proprio british sui medici per alterare il risultato delle analisi di Marco, in modo da ottenerne la squalifica. E mai chiarita la quantomeno atipica ‘morte’ del capo equipe, lo svedese Vim Jeremiasse, affondato nelle acque – pochi mesi dopo – di un lago ghiacciato in Austria. Forlì, ancora una volta, archivia. L’avvocato De Renzis chiede la riapertura delle indagini alla Procura di Napoli, visto che sono determinanti le verbalizzazioni dei collaboratori di giustizia. Passano i mesi, il silenzio più totale. A quanto pare, nessun atto istruttorio compiuto. Ad inizio anno, l’archiviazione, chiesta dal pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Antonella Serio. A quanto pare, l’avvocato De Renzis non ha replicato. Replica ancora a muso duro, invece, e lotta ancora per verità e giustizia la mamma di Marco, Tonina, che il mese scorso sbotta: “Marco è stato ucciso. Gli hanno tappato la bocca perché voleva raccontare i retroscena del ciclismo”. Aggiunge dettagli, Tonina: “Il suo corpo era pieno di botte ed ematomi, come se fosse stato picchiato”. “E’ impressionante la testimonianza del volontario del 118, il quale ha dichiarato che quando lui arrivò, per primo e insieme ad altre due persone, nella stanza di Marco e vi rimase 45 minuti, non c’era cocaina in giro e tutto era pulito. Inoltre, non vide nemmeno il sangue per terra e sul corpo di Marco. Io sono convinta che Marco non fu ucciso in quel residence, ma altrove. E poi portato lì”. “Io so solo che mio figlio non mi vuole accanto a lui in cielo, perché devo combattere per lui su questa terra. Marco voleva la verità e io la cercherò per lui: affinché una volta individuati i responsabili io e il mondo li si possa guardare negli occhi”.

Francesco La Licata per “La Stampa” il 24 maggio 2021. Il primo a definirlo «Faccia da mostro» fu Vincenzo Agostino, padre inconsolabile di Nino, agente di pubblica sicurezza assassinato a Palermo, insieme con la moglie incinta, Ida, il 5 agosto del 1989. Fu lui, il vecchio dalla lunga barba bianca, a indicarlo come lo «sbirro infedele» che aveva tradito il suo Nino consegnandolo ai killer di Cosa nostra. La cicatrice sulla guancia che lo aveva deturpato fino a farlo sembrare, appunto, mostruoso era un segno di riconoscimento indelebile e perciò facilmente identificabile: Giovanni Pantaleone Aiello, nato a Montauro di Calabria il 3 febbraio del 1946. E' lui «Faccia da mostro», il fantasma che incombe sulla maggior parte della macelleria istituzional-mafiosa degli ultimi trent' anni di sangue, in Sicilia e nel Continente. Per lunghi anni una coltre spessa di nebbia protettiva, fatta di silenzi, omissioni, connivenze, dimenticanze e scarsa verve investigativa, ha nascosto la brutta storia di «Aiello killer di Stato». La sua posizione di eterno indagato e archiviato si è interrotta definitivamente il 21 agosto del 2017, quando un provvidenziale infarto lo ha stroncato mentre si apprestava a mettere in mare la barca con cui andava a pescare nel mare calabrese. Adesso il «fantasma» è uscito dalle carte giudiziarie e dai racconti spaventosi per trasferirsi sulle pagine di un libro meticolosamente messo insieme, frammento su frammento, da Lirio Abbate, vicedirettore dell'Espresso: Faccia da mostro (Rizzoli). Una narrazione che sembra un romanzo e che, invece, è tutta realtà riesumata dal giornalismo investigativo di Lirio Abbate. Un puzzle sapientemente assemblato da frammenti sparsi fra cancellerie, archivi, segnalazioni trascurate, colloqui investigativi ignorati e ricerche sul campo. Così il giornalismo, in qualche modo, va a riempire qualche vuoto lasciato dalle indagini ufficiali. E il quadro che ne vien fuori è davvero poco rassicurante, perché impalpabile e viscido come sono le storie dove prevale la commistione tra il crimine e gli apparati segreti e dove non si riesce mai a separare davvero il nitido lavoro investigativo dai metodi «sbrigativi» dei corpi speciali. La storia di «Faccia da mostro» è la storia di una maleodorante commistione non ancora sanzionata perché difficilmente definibile oltre il «ragionevole dubbio» richiesto dalle sentenze. Ma i capitoli che ne fanno parte lasciano buchi enormi nelle coscienze civili. A Giovanni Aiello viene attribuita una partecipazione costante all' attività sanguinaria di Cosa nostra: gli omicidi Agostino, Cassarà, la crudele uccisione del piccolo Claudio Domino, le stragi in Sicilia, quelle di Roma, Firenze e Milano, l' attentato dell' Addaura a Giovanni Falcone. Una sinergia «benedetta da influenti dirigenti degli apparati investigativi che sembrano ubbidire a logiche di natura più «geopolitica» che al dovere di ricerca di verità e giustizia. Teatro di questo macello a cielo aperto una stradina della borgata marinara di Palermo (Arenella), il vicolo Pipitone, sede di uno «scannatoio» di Cosa nostra frequentato non solo da killer e boss mafiosi ma anche da carabinieri (che addirittura ne proteggevano la privacy) e persino da alti funzionari dello Stato che, rivelano relazioni investigative e interrogatori, monitoravano in tempo reale il via vai da e per vicolo Pipitone. Ma non è, questa, l'unica sbalorditiva scoperta. Lirio Abbate è riuscito a disseppellire dall' anonimato l' identità della donna che, quanto sembra, con Giovanni Aiello viene notata a Roma, Milano e Firenze sui luoghi delle stragi del 1993. E sorprendentemente apprendiamo che si tratta di una signora, oggi sessantenne, appartenente all'organizzazione atlantica Gladio, addestrata militarmente, sposata ad un ex «gladiatore» con simpatie destrorse. Il libro offre nome, cognome, foto e storia personale della donna, che potrebbe essere la stessa indicata dai testimoni oculari degli attentati, la «Antonella» coi capelli a caschetto più volte segnalata accanto a «Faccia da mostro» durante i diversi incontri avuti con esponenti della 'ndrangheta calabrese. E' presumibile che si riparli ancora di Aiello, di «Antonella» e di vicolo Pipitone. Tante sono le vicende ancora aperte e non risolte. In un altro libro, per esempio, «Faccia da mostro» appare ancora sullo sfondo di un' altra storia tragica: l' assassinio di Luigi Ilardo, un ex boss catanese ucciso pochi giorni prima che ufficializzasse, nero su bianco, la propria collaborazione con lo Stato. La figlia, Luana, ha affidato il racconto sulla vita e sulla tragica fine del padre ad Anna Vinci e così è nato Luigi Ilardo. Omicidio di Stato (Chiarelettere, pp. 240, 16 ). Anche questa è una storia di tradimenti istituzionali. Luana, ovviamente, racconta da figlia innamorata del padre, ma il quadro che fa da sfondo al labirinto dove Ilardo si è perso è davvero inquietante. Prima di cercare il «contratto» con lo Stato, Ilardo aveva collaborato con un ufficiale del Ros e lo aveva portato ad un passo dalla cattura di Bernardo Provenzano. La cattura non era avvenuta perché i vertici del Ros avevano deciso di non entrare nel casolare di Mezzojuso (Palermo) dove il boss riceveva e dialogava coi capifamiglia della zona. Lo Stato aveva creduto a Ilardo convocandolo a Roma per farlo entrare nel servizio di protezione. Il boss aveva già parlato di mafia e politica e altro poteva aggiungere. Per esempio notizie sull' esistenza di un killer di Stato dalla faccia deturpata in stretta correlazione con la mafia catanese. Ma il «contratto» venne rinviato di una settimana e Cosa nostra arrivò prima.

Stragi di mafia e depistaggi: i clamorosi abbagli su “Faccia da mostro” e la donna “misteriosa”. Lirio Abbate nel suo ultimo libro tira di nuovo in ballo il ruolo, smentito più volte dalla procura di Caltanissetta, di "Faccia da mostro". E ora spunta una “guerriera”, ma emergono evidenti incongruenze. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 7 maggio 2021. Una donna, una guerriera, fisico statuario, viso allungato ed ex appartenente a Gladio. Così viene descritta da taluni pentiti. Che poi sono sempre i soliti smentiti nel tempo. Lirio Abbate, nel suo libro appena uscito dal titolo “Faccia da mostro”, scrive che il ruolo del giornalista è indagare, cercare collegamenti, scovare fonti. E ha ragione. Appena ha scritto nome e cognome di questa donna “misteriosa”, Il Dubbio ha cercato fonti per capire chi fosse. Ed ecco che scopriamo che Virginia Gargano, così si chiama, non corrisponde a quella descrizione fisica. È di bassa statura, non sembra assolutamente avere un viso allungato e non fa parte della Gladio, ma ha avuto la “disgrazia” di essere stata compagna di un ex “gladiatore”. Il profilo sembrerebbe non combaciare con le cosiddette testimonianze, ma il fatto di aver messo in pasto all’opinione pubblica il nome di una donna che, secondo la tesi del libro, avrebbe partecipato a tutte le stragi mafiose, è qualcosa che dovrebbe essere inaccettabile in uno Stato di diritto.

I pentiti sconfessati dal pm Stefano Luciani. Non è finita qui, il bello deve ancora venire. Andiamo con ordine. Si pensava fosse chiarita per sempre la vicenda di Giovanni Aiello, conosciuto oramai con l’epiteto di “Faccia da mostro”. Vero che è morto di crepacuore nel 2017, ma non è la morte il motivo della sua archiviazione: sono le indagini fatte a più riprese a sconfessare qualsiasi sua compartecipazione alle stragi mafiose del 1992 o, addirittura, ai cosiddetti delitti eccellenti. D’altronde le uniche testimonianze (alcune di doppio, se non triplo de relato) provengono da alcuni pentiti di bassa lega, senza aver avuto ruoli apicali nei vertici mafiosi. Ovviamente tutti sconfessati dopo un vaglio scrupoloso eseguito dalla procura di Caltanissetta. In particolar modo nel 2018 dal magistrato Stefano Luciani, fino a poco tempo fa sostituto della procura nissena. Conosciuto per aver svelato, assieme a Gabriele Paci, l’indicibile depistaggio sulla strage di Via D’Amelio. Quindi uno dei rari magistrati che i depistaggi, sa riconoscerli subito. Ci sono atti, verbali, indagini capillari. Ma non basta. È necessario scriverci un libro – da poco uscito in tutte le librerie e sponsorizzato su La 7 in prima serata da Purgatori -, per raccontare e infine archiviare la storia del “mostro” Aiello, per poi passare il testimone alla donna “misteriosa”, quella che secondo Abbate potrebbe essere stata la compagna di merende di “faccia da mostro”: l’avrebbe aiutato nel compiere le stragi di mafia. Non conosciamo il fascicolo chiuso dalla procura di Catania, ma prendiamo per vero ciò che racconta Abbate nel libro. Chi parla di questa donna? Leggendo i nomi citati dal libro, sono sempre loro: pentiti di bassa lega. Gli stessi già sconfessati per quanto riguarda “Faccia da mostro” Aiello. Tra di loro spicca il solito Nino Lo Giudice detto “il nano”, uno che dalla stessa ‘ndrangheta di cui faceva parte veniva considerato un venditore di cocomeri. A questi se ne è aggiunto nel frattempo uno nuovo: ovvero Pietro Riggio, ma Abbate qui ha preso l’ennesimo abbaglio. Molto probabilmente, per distrazione si è dimenticato di scrivere nel libro che la donna indicata ha un nome e un volto diversi. È stata già identificata e sentita. Non c’entra assolutamente nulla con la protagonista (suo malgrado) del nuovo romanzo criminale. Ma chi è Riggio? Guarda caso anche lui, ex agente penitenziario poi passato alla mafia, ha ricoperto un ruolo certamente non di “rango”. A quanto pare, dei segreti più indicibili, ne venivano a conoscenza soli gli “uscieri” della mafia. Un insulto all’intelligenza.

Il pentito Pietro Riggio indicò un’altra donna. Riggio ha raccontato di aver visto Aiello, “Faccia da mostro”, in Bmw, con alla guida una donna. Abbate però, nel libro non dice che verrà identificata con il nome di Marianna Castro, di origine libiche ed ex compagna di Giovanni Peluso. Quest’ultimo altro ex truffatore e millantatore. Lei non c’entra nulla con la Gargano. Non solo. Riggio dice pure che questa donna sarebbe scesa dalla macchina e che portava pantaloni mimetici. La Castro, fervente seguace del defunto guru indiano Sai Baba, dice però tutt’altro durante il suo interrogatorio. Ad esempio che non era una Bmw ma una Lancia Delta, che in realtà non sarebbe mai scesa da quella macchina e che indossava abiti normali. Qual è la verità? Pietro Riggio si ricorda il numero di targa. Una memoria fotografica a distanza di decenni. La squadra mobile ha fatto degli accertamenti. La targa esiste, ma è di un trattore.

“Faccia da mostro” non era nei servizi. Ritorniamo a “Faccia da mostro”. Smentiamo subito il fatto che appartenesse ai servizi segreti. Anche se durante il programma di Purgatori, tutti lo hanno dato per certo. Come si evince dalle risultanze investigative da parte della procura di Caltanissetta relative al 2012, emerge che non ha mai collaborato a qualsiasi titolo con apparati dei servizi. Non solo. Relativamente al periodo degli attentati mafiosi siciliani, si legge che «nessun elemento comprova la presenza in Palermo, nei periodi indicati dai collaboranti (dalla fine degli anni ’80), di Giovanni Aiello, sussistendo, di contro, elementi che ne escludono la presenza per quel periodo». Egli era stato un poliziotto che ha prestato servizio nella Polizia di Stato dal 1964 al 1977. Anno questo durante il quale è stato posto in congedo per inidoneità al servizio a causa delle turbe nevrotiche dovute soprattutto dall’incidente (una fucilata in faccia alla mandibola destra) che gli ha creato una brutta cicatrice al viso. Lavorare, stare tra colleghi, con mezza faccia deturpata non è piacevole. Ha resistito per qualche anno, ma poi il congedo è inevitabile. Negli ultimi tre anni di servizio ha lavorato presso la Squadra Mobile della Questura di Palermo – Squadra Catturandi, a capo c’era Bruno Contrada. Dopodiché, così risulta dalle indagini, da allora ha vissuto con la moglie in una località marittima della Calabria.

Villani e Lo Giudice: interrogati e smentiti. Tutto qui? No, non è semplice. Ci sono i pentiti. I soliti già citati. C’è Abbate che parla di Consolato Villani, altro pentito di basso rango che parla di “Faccia da mostro” e della “donna misteriosa”. Andiamo al punto. Per farlo bisogna prendere ad esempio uno dei tanti passaggi scritti nella richiesta di archiviazione. Tra le tante cose, Villani parla pure di un coinvolgimento di Aiello e di una donna alla strage di Capaci. Ecco cosa si legge negli atti: «Comunque sia, rileva che il narrato di Consolato Villani appare talora incerto, talora un poco contraddittorio, talora smentito da altri collaboratori della giustizia che ebbero pari o più elevato grado nella ‘ndrangheta e, dunque, dotati di un bagaglio di conoscenza più ricco e approfondito». E ancora: «Si aggiunga che Villani riferisce un doppio de relato, limitandosi a riportare le confidenze di Antonino Lo Giudice al quale, a sua volta, altri ignoti personaggi avrebbero svelato il coinvolgimento di terzi estranei nella strage di Capaci». E giungiamo alla conclusione: «L’utilità probatoria, pertanto, delle dichiarazioni di Consolato Villani rasenta il fondo». Si tocca il fondo. Ed è vero. Ancora una volta non ci si accorge che si attribuisce considerazione e rilevanza a quello che l’allora Pm Luciani aveva descritto come «un coacervo di dichiarazioni a dir poco incoerenti e incostanti, contrassegnate da un continuo mutamento di versione e senza che a tali adeguamenti o cambi di rotta siano seguite logiche e convincenti spiegazioni ad un simile comportamento processuale». Non c’è spazio in questo nostro articolo per entrare ancor di più nel dettaglio, altrimenti avremmo potuto approfondire le dichiarazioni dei pentiti che hanno una genesi scaturita da altre indagini con tanto di singolari interferenze, rilevate peraltro in modo perentorio e autorevole, dallo stesso sostituto procuratore Luciani nella sua richiesta di archiviazione. Qualcosa, sicuramente non torna. «Si tratta, in conclusione, della necessità di non asseverare ipotesi allo stato indimostrate ed indimostrabili e che rasentano, a tratti, l’inverosimile: non ne abbiamo bisogno», conclude, data 2018, il procuratore nisseno. La domanda quindi nasce spontanea: perché, al contrario, c’è chi insiste su questa strada che rasenta il fondo?

Ecco chi è la donna del mistero nelle stragi siciliane: per la prima volta svelata la sua identità. Addestrata nella base di Gladio, compare al fianco dell’ex agente sospettato di essere un sicario. Oggi il suo nome viene alla luce grazie al libro Faccia da mostro. Lirio Abbate su L'Espresso il 3 maggio 2021. La “guerrigliera” che accompagnava agli incontri, con uomini della ’ndrangheta, l’ex poliziotto Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “Faccia da mostro”, è una napoletana che ha fatto parte di Gladio. Seguendo la storia di quest’uomo dal volto sfregiato e dal passato inesplicabile si è arrivati a svelare l’identità di una donna misteriosa che oggi ha 64 anni e si chiama Virginia Gargano. Il boss calabrese Nino Lo Giudice ha detto ai magistrati che “Faccia da mostro” andava ai suoi incontri a bordo di un fuoristrada: «E veniva sempre con una donna, una sua… lui diceva che era una sua amica, ma comunque faceva parte pure dei servizi segreti e la chiamava Antonella […]. Antonella parlava che era un’azionista, era una guerrigliera, che avevano fatto addestramento in Sardegna ad Alghero, nei pressi di Alghero, che era dei servizi segreti». Sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, la procura antimafia di Catania ha avviato un’indagine su di lei, nell’ambito della stessa inchiesta per concorso esterno alla mafia che ha visto indagato Giovanni Aiello. La donna è stata intercettata dai carabinieri fra il 2013 e il 2014. La sua foto era stata inserita dagli investigatori in un fascicolo nell’ambito di un’attività di analisi compiuta dal Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato e mostrata ai collaboratori di giustizia. E così è emerso, incrociando i dati, che Virginia Gargano rientrava in un elenco di probabili elementi appartenenti alla struttura Stay Behind. In poche parole, Gladio. Una delle poche donne a far parte della struttura di gladiatori. Finora il suo ruolo è rimasto segreto. La sua identità coperta. Una vita parallela ancora tutta da scoprire, come quella di “Faccia da mostro”, la cui storia è intrecciata con delitti e stragi che hanno modificato il percorso politico e sociale del nostro Paese. Ci sono voluti quasi trent’anni per arrivare a scoprire la sua identità. E scavando nel suo passato emerge come gli inquirenti della Procura nazionale antimafia abbiano dovuto lottare contro «le cose indicibili» che hanno protetto quest’uomo che ha fatto da cerniera fra Cosa nostra, ’ndrangheta e ambienti istituzionali deviati. La stessa cosa vale per le donne. È bene usare il plurale. Perché in più casi le indagini accertano il coinvolgimento di figure femminili nei delitti e nelle stragi, da quella di Capaci (tracce di Dna femminile sono state rilevate su reperti trovati vicino al cratere dell’autostrada) alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Virginia Gargano è bionda, fisico statuario, viso allungato, labbra sottili. L’accento napoletano. Affiliata a Gladio. Ufficialmente disoccupata, possiede un paio di immobili nei quartieri spagnoli a Napoli, che ha dato in affitto e da cui ricava reddito. Ha vissuto a Caserta per trasferirsi a Reggio Calabria. Nel capoluogo calabrese è stata legata ad un uomo che nel 2018 è stato coinvolto in un’inchiesta su ’ndrangheta, riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Lui è il cognato di un imprenditore reggino ritenuto collegato al clan Tegano. Nell’estate del 2013 i carabinieri registrano una conversazione tra la coppia, da cui traspare il carattere forte e deciso di Gargano. Una donna determinata. Una madre di famiglia devota ai figli, ma con un passato ingombrante come quello dell’appartenenza a Gladio, e quindi del suo reclutamento nell’organizzazione, che la cerchia delle nuove amicizie create nella città in cui si è trasferita probabilmente non conosce. Apparentemente si mostra come una casalinga, ma di fatto è un personaggio misterioso e carico di sorprese. Come, del resto, il suo ex marito. Nel 1981 si era sposata con un ex campione di nuoto, nonché ex gladiatore, anche lui della lista di Stay Behind e nipote - a suo dire - dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi. Gli investigatori catanesi hanno cercato le connessioni fra Virginia Gargano e Giovanni Aiello e a parte le dichiarazioni di ex mafiosi, non sembrano esserci stati fra il 2013 e il 2014 punti di contatto fra i due. Su questa “guerriera” è puntata adesso l’attenzione degli investigatori fiorentini che continuano ad indagare sulle stragi del 1993. La vicenda di questa donna scorre parallelamente a quella di “Faccia da mostro”: un uomo sfigurato, il volto deturpato dalla cicatrice, il look sdrucito, mai appariscente, l’aria un po’ dimessa, trasandata e disincantata di chi sa che vita e morte alla fine sono solo un grosso gioco. Uno stile alla Charles Bronson, protagonista de “Il giustiziere della notte”. Per trent’anni “Faccia da mostro” è sempre stato un passo avanti agli altri, sospettoso e sfuggente. Molti ne parlano, ma nessuno lo afferra. Si è lasciato dietro una scia di sangue: dal 1985 al 1989 è associato all’omicidio dei poliziotti Ninni Cassarà e Roberto Antiochia; quello dell’undicenne Claudio Domino; dell’agente Natale Mondo; del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura; dell’agguato all’agente Nino Agostino e a sua moglie Ida Castelluccio. E nel nuovo millennio ai collegamenti con uomini della ’ndrangheta. Fatti scioccanti che hanno segnato la Storia d’Italia. Ad accomunare questi delitti non c’è solo l’uomo dal volto sfregiato, c’è pure una lingua di asfalto crepato stretta tra le case del quartiere dell’Acquasanta, ai piedi di Monte Pellegrino e il mare del golfo di Palermo: è vicolo Pipitone. È il regno dei boss Galatolo e Madonia dove i mafiosi, anche quelli latitanti, si riunivano per i loro summit, dove uccidevano i loro nemici o traditori, da dove sono partiti i gruppi di fuoco, compresi quelli che hanno colpito il prefetto Dalla Chiesa, il giudice Chinnici, il commissario Cassarà e quelli che hanno piazzato la bomba all’Addaura davanti alla casa di Falcone e dove si incontravano uomini delle forze dell’ordine corrotti con i Galatolo e i Madonia. Una terra di mezzo. I collaboratori di giustizia sostengono che “Faccia da mostro” era di casa in vicolo Pipitone. Ma può essere solo e soltanto “associato” a queste tragedie perché a noi è giunta appena l’eco della sua presenza, qualche riscontro nei verbali della polizia e negli interrogatori dei pentiti. Fugaci apparizioni, avvistamenti, tracce del suo passaggio. Ci sono però mafiosi e testimoni che collocano l’uomo dal volto sfregiato in ognuno di questi delitti. E così dopo tre decenni il suo nome salta fuori: Giovanni Aiello Pantaleone, classe 1946. Arruolato in polizia quando aveva diciotto anni, congedato il 12 maggio 1977, a 31 anni, perché dichiarato non idoneo al servizio militare, per gli esiti di una ferita da arma da fuoco alla mandibola destra, sfociati in “turbe nevrotiche post-traumatiche”. Sposato e separato con un’ex giudice di pace. Ha simpatie politiche di estrema destra; è amico del terrorista Pierluigi Concutelli, di cui condivide l’ideologia. E il suo tenore di vita è stato al di sopra delle proprie possibilità economiche, rispetto alla pensione che percepiva. Negli anni Ottanta, almeno in Cosa nostra, lo cercavano tutti. Negli anni Novanta scompare e non lo cerca più nessuno. Negli anni Duemila si fa fatica a riannodare i fili dei decenni precedenti. Verrebbe da dire che è stato aiutato in passato da chi ha condotto male le indagini o da chi le ha volute condurre in malo modo, depistando. Per tutti gli anni Novanta, praticamente di lui non si hanno più notizie. È come se il suo compito fosse concluso, come se fosse stato messo “a riposo”. E così è scomparso dai radar, vive solo nei ricordi di chi ha sofferto per causa sua. Vive di sicuro nel cuore e nei pensieri di Vincenzo Agostino, l’uomo dalla lunga barba bianca, il padre di Nino, assassinato perché aveva scoperto il collegamento tra “Faccia da mostro”, il poliziotto Bruno Contrada e i mafiosi Nino Madonia e Gaetano Scotto. Indagando sull’omicidio del poliziotto, il magistrato della Procura nazionale antimafia Gianfranco Donadio arriva a scoprire l’identità dello “sfregiato”. Per il resto l’Italia l’ha ormai dimenticato. Sembra un relitto del passato. Una scoria radioattiva di un’altra era. Nessuno lo cerca più. Non tutti danno credito all’esistenza stessa di questo uomo misterioso. E invece è proprio allora che lo trovano. «Aiello non sarebbe stato mai individuato come quel personaggio estremamente pericoloso appartenente ai servizi segreti [capace] di rapporti criminali con le organizzazioni mafiose, come poi sarà descritto da alcuni collaboratori, se avesse avuto un aspetto fisico direi ordinario, più comune ed anonimo, invece le sue sembianze non sono proprio ordinarie, potremmo dire così, in quanto sia per la struttura del viso, tutt’altro che aggraziata potremmo dire, sia per una cicatrice su una guancia, una evidente deformazione della pelle, la sua immagine si presta ad essere notata e ricordata, ed è un’immagine che poi è associata a quanto si dice sul suo conto, la sua pericolosità, finisce per essere descritta in termini piuttosto impressionanti, è noto il soprannome Faccia di Mostro», dicono i pm Umberto De Giglio e Domenico Gozzo nella requisitoria per l’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio che ha portato nelle scorse settimane alla condanna all’ergastolo di Nino Madonia. Il 21 agosto 2017 il misterioso ex poliziotto muore sulla spiaggia di Montauro in provincia di Catanzaro. Il suo decesso viene attribuito a cause naturali. La morte si è portata via Giovanni Aiello prima che lo Stato potesse chiarire al di là di ogni dubbio le sue eventuali responsabilità e il suo coinvolgimento in molti, troppi fatti di sangue. Ma non è mai troppo tardi per cercare la verità. Molti dei protagonisti di questa lunga storia possono ancora parlare. E molti personaggi che sono rimasti nell’ombra possono essere adesso illuminati. Chi è stato “coperto” venga adesso svelato.

«Dipinta come la “donna delle stragi”, agiremo contro i diffamatori». Nel libro “Faccia da mostro”, scritto da Lirio Abbate, Virginia Gargano viene descritta come ex appartenente a Gladio e vicina a Giovanni Aiello. Il suo avvocato Gianpaolo Catanzariti annuncia azioni giudiziarie. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 21 maggio 2021. Tutto è partito dal libro “Faccia da mostro” scritto dal giornalista Lirio Abbate, il cui contenuto è stato anticipato dall’Espresso e poi amplificato da altre testate giornalistiche e addirittura dalla trasmissione in prima serata sul La7, condotta da Andrea Purgatori. Il punto non è tanto Giovanni Aiello, morto di crepacuore nel 2017, mai incriminato, ma oramai certificato – senza passare per alcun processo – come l’uomo dei servizi segreti deviati che sarebbe stato il vero artefice delle stragi di mafia e addirittura dell’omicidio del piccolo Claudio Domino. Un uomo contro il quale non è stata trovata alcuna prova. La sua presunta responsabilità è basata sulle dichiarazioni di taluni pentiti che non hanno mai ricoperto alcun ruolo apicale nell’organizzazione mafiosa. Su Aiello, infatti, hanno aperto e chiuso le inchieste con un nulla di fatto per poterlo incriminare. L’ultima richiesta di archiviazione è del 2018, a firma dell’allora sostituto procuratore Luciani della procura di Caltanissetta. Ha demolito le dichiarazioni discordanti e prive di ogni logica di quei pentiti che hanno addirittura parlato della presenza di Aiello, alias “Faccia da mostro”, durante la fase esecutiva della strage di Capaci. Ma non è questo il punto. Oramai Aiello è morto, quindi diventa lecito sbizzarrirsi sulla sua figura. Il libro di Abbate fa nome e cognome di una donna, Virginia Gargano, dipingendola come ex appartenente a Gladio e vicina a “Faccia da mostro”. Cose non dimostrate, almeno per ora. Anzi, il profilo sembrerebbe non combaciare con le cosiddette testimonianze, ma il fatto di aver dato in pasto all’opinione pubblica il nome di una donna che, secondo la tesi del libro, sarebbe appartenuta alla Gladio (non è vero, ed è dimostrato) e avrebbe partecipato a tutte le stragi mafiose, è qualcosa che dovrebbe essere inaccettabile in uno Stato di diritto. A tal proposito è intervenuto il legale della donna, l’avvocato Gianpaolo Catanzariti. «Mi è stato affidato l’incarico dalla signora Virginia Gargano – spiega a Il Dubbio – di procedere con le più opportune ed approfondite iniziative presso le diverse sedi giudiziarie eventualmente competenti a tutela dell’onore e della reputazione, sua e dei suoi figli, gravemente lesi dalle ricostruzioni e descrizioni contenute nel libro “Faccia da Mostro” scritto dal giornalista Lirio Abbate, anticipate su L’Espresso e La Repubblica e amplificate dalla trasmissione “Atlantide” su La7 del 5 maggio scorso nonché su altre testate». L’avvocato Catanzariti prosegue: «Dalla verità della notizia non si può prescindere neppure nel nome del cosiddetto “giornalismo d’inchiesta”. Non è accettabile che possa essere calpestata la dignità di una donna e madre, esponendola alla gogna mediatica, attribuendo le sue generalità ad una o più persone ancora oggi ignote sebbene oggetto di attività investigative nell’ambito di procedimenti penali, peraltro del tutto sconosciuti alla mia assistita e magari (o sicuramente) non riconducibili alla stessa». Infine conclude: «Allusioni, parziali ricostruzioni e suggestioni, destinate a restare e resistere nel tempo e ben al di là di una diversa verità, saranno, perciò, oggetto di doverose iniziative legali. Per quanto sinora avvenuto e per quanto ancora potrà essere in futuro riportato».

Mafia, l’ex killer Maurizio Avola: “Sono l’ultima persona che ha visto Borsellino negli occhi”. Valentina Mericio su Notizie.it il 29 aprile 2021.  L'ex killer e collaboratore di giustizia Maurizio Avola ha ripercorso gli istanti che hanno preceduto la strage di via D'Amelio. "Posso dire che c'ero".

“Sono stato l’ultimo a guardare Paolo Borsellino negli occhi”, queste le parole dell’ex killer e ora collaboratore di giustizia Maurizio Avola che durante lo speciale sulla mafia condotto da Mentana condotto su La7, ha ripercorso cosa è successo nei minuti prima che Paolo Borsellino morisse tragicamente quel 19 luglio del 1992 nella strage di via D’Amelio. Un racconto quello di Avola e ricco di dettagli. Non solo gli istanti prima, ma anche i lavori sul veicolo di Borsellino che fu riempito di esplosivi, il tutto senza tralasciare un dettaglio compreso il seggiolino per l’auto: “Già sapevo che dovevamo colpire un magistrato Io già il tipo di esplosivo da usare lo conoscevo. E conoscevo anche la tecnica”. L’ex killer Maurizio Avola durante il suo intervento nello speciale sulle mafie condotto da Enrico Mentana ha raccontato di essere stato uno degli escutori della strage nella quale ha perso la vita Paolo Borsellino. “Io posso dire che c’ero e sono uno degli esecutori materiale della strage di via D’Amelio. E sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino prima di dare il segnale per l’esplosione”. “Borsellino scende dalla macchina e lascia lo sportello aperto Io mi fermo, mi giro e lo guardo, mi accendo una sigaretta. Lo guardo, mi giro e faccio il segnale, verso il furgone a Giuseppe Graviano e vado a passo elevato, ha poi aggiunto dichiarando: Lo guardo, mi giro e faccio il segnale, verso il furgone a Giuseppe Graviano e vado a passo elevato”, le parole di Avola. Tra gli altri aspetti di quella drammatica vicenda il riempimento della 126 di esplosivi:
La macchina che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino, una 126, “è stata imbottita da due persone, io e un’altra persona. I panetti toccavano pure il seggiolino dell’auto. Erano dodici panetti di esplosivo in tutto […]. Se non esplodeva la macchina avrebbero attaccato con i bazooka”, ha quindi spiegato il collaboratore di giustizia. Il nome di Maurizio Avola ai più potrebbe risultare poco noto eppure non tutti sanno che è stato uno dei killer più efferati della mafia. Diventato in seguito collaboratore di Giustizia, ha scritto recentemente un libro a quattro mani con Michele Santoro dal titolo “Niente altro che la verità”, che sarà edito da Marsilio. Oltre fornire molte informazioni circa la strage di via d’Amelio, il libro si propone di raccontare i 30 anni di storia di Mafia in Italia.

L’accusa di Santoro: «Che impressione vedere gli attacchi al mio libro da mafia e da antimafia». Michele Santoro, autore di “Nient’altro che la verità”, polemizza con un articolo del Fatto che si contesta la sua ricostruzione di via D'Amelio. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 22 luglio 2021. Maurizio Avola è finito nel registro degli indagati della Procura di Caltanissetta. Il reato ipotizzato è calunnia. È bastato questo, per Il Fatto Quotidiano, per condannare il libro “Nient’altro che la verità” di Michele Santoro. Non solo. È bastato, per tre quarti dell’articolo, riprendere le parole del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, per parlare di depistaggio. Non è chiaro, però, se tale iniziativa sia autonoma, oppure la denuncia è partita dal mafioso Aldo Ercolano, nipote e braccio destro di Benedetto Santapaola (detto Nitto), capo della Famiglia di Catania. La pietra dello scandalo è la rivelazione di Avola circa la presenza sua e di Ercolano in Via D’Amelio. In particolare nel garage dove era nascosta la Fiat caricata di esplosivo. Quella che ha fatto saltare in aria Paolo Borsellino e la sua scorta. Gaspare Spatuzza parlò della presenza di una persona estranea, e subito si è ipotizzato che potesse essere un agente dei servizi segreti. Eppure Spatuzza, all’epoca della strage, ancora non era un uomo d’onore, per cui non poteva conoscere tutti gli appartenenti a Cosa Nostra. Avola riferisce che poteva essere lui o, appunto, Aldo Ercolano. Ricordiamo che Avola ha parlato anche della partecipazione di Matteo Messina Denaro nella strage. Il Dubbio, rileggendo le intercettazioni di Riina, ha trovato un probabile riscontro che ora è al vaglio della procura nissena. La nota a firma di Michele Santoro e Guido Ruotolo stigmatizza l’articolo de Il Fatto: «In un articolo di oggi, ennesima polemica contro “Niente altro che la verità”, scrive che in trenta anni di processi si sarebbe giunti a prove e conclusioni che dimostrerebbero in maniera inconfutabile la partecipazione nella esecuzione delle stragi di “servizi segreti deviati e soggetti esterni alla mafia”». I giornalisti Santoro e Ruotolo proseguono nella nota: «Siccome a noi non risulta, sarebbe interessante che l’autore producesse le sentenze dalle quali ricava le sue certezze indicando con nomi e cognomi gli autori dei reati e le pene che sono state a loro inflitte, perché altrimenti le sue restano chiacchiere senza significato». E aggiungono: «Che le condivida Scarpinato pone il giornalista e il magistrato sullo stesso piano e non dimostra un bel niente. Tantomeno si può considerare la semplice iscrizione di Maurizio Avola nel registro degli indagati come una condanna del libro». E concludono: «È impressionante vedere mafia e “antimafia” attaccare un libro con tanto livore ma la consideriamo una ennesima prova di come certo giornalismo e certa magistratura stiano lentamente sprofondando in una palude da cui faticano ad uscire». Nel frattempo, è notizia di questi giorni, che c’è un aspirante pentito, tale Gaetano Fontana, che ha annunciato rivelazioni inedite sulla strage di Via D’Amelio. Fontana sostiene che dal padre, il capomafia Stefano, oggi deceduto, seppe delle confidenze ricevute da Totò Riina e cioè che ci fu un’accelerata nell’organizzazione della strage. Per ora nulla di nuovo, la decisione dell’accelerazione è di dominio pubblico.

LA PROCURA DI CALTANISSETTA SMENTISCE LE DICHIARAZIONI DI UN PENTITO INTERVISTATO DA LA7. Il Corriere del Giorno l’1 maggio 2021. il Sul caso è ormai polemica rovente. Maria Falcone sorella del giudice Giovanni Falcone dice: “Alla luce delle precisazioni fatte dalla procura di Caltanissetta, fermo restando l’assoluto rispetto per il diritto di cronaca, sarebbe stato utile ascoltare i magistrati che per anni hanno indagato sulle stragi del ’92 consentendo di smascherare il clamoroso depistaggio delle indagini sull’attentato di via D’Amelio”. Con un comunicato stampa il procuratore aggiunto facente funzione di capo della Procura e D.D.A. di Caltanisetta, dr. Gabriele Paci, smentisce le dichiarazioni dell’ ex-collaboratore di giustizia Maurizio Avola che ha affermato, intervistato da Michele Santoro per lo “Speciale Mafia” su La7, di aver partecipato unitamente a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano ed altri alla fase esecutiva della strage di Via D’Amelio, in cui morirono il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta. Tale circostanza risulta in effetti essere stata riferita per la prima volta dall’ Avola nel corso di un interrogatorio svoltosi lo scorso anno dinanzi ai magistrati della D.D.A. di Caltanisetta, a distanza di oltre venticinque anni dall’inizio della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria. La procura di Caltanisetta precisa che “I conseguenti accertamenti disposti da questa D.D.A, finalizzati a vagliare l’attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno allo stato trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità. Dalle indagini demandate alla DIA sono per contro emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto”. “Per citarne uno, tra i tanti, l’accertata presenza dello stesso Avola in Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, egli, giunto a Palermo nel pomeriggio del venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano a imbottire di esplosivo la fiat 126 poi utilizzata come autobomba” continua la nota della Procura. Avola, nel 1994 aveva iniziato a collaborare con la giustizia, confessando 80 omicidi, fra cui quello del giornalista Pippo Fava, qualche anno dopo venne espulso dal programma di protezione perché sorpreso a fare rapine in banca con altri due pentiti.  “Colpisce peraltro che l’Avola, anziché mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, abbia preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage di Via D’Amelio, oltre a quello di Messina Denaro, Graviano ed altri, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro. E lascia altresì perplessi che egli abbia imposto autonomamente una sorta di “discovery” compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio aveva provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità di tale sue ennesima progressione dichiarativa” conclude la Procura di Caltanisetta. Le “future indagini” saranno quelle sulle dichiarazioni di Avola, i magistrati adesso vogliono capire cosa c’è dietro le sue nuove affermazioni. E’ solo il desiderio, la necessità economica di un ex pentito di rientrare nel programma di protezione o un disegno ancora tutto da scoprire per minare i processi già conclusi sulle stragi? Infatti fra le dichiarazioni di Avola, compaiono anche parole pesati su Gaspare Spatuzza, un’ex fedelissimo dei Graviano che nel 2008 ha svelato la grande impostura del falso pentito Vincenzo Scarantino. Avola adesso sostiene che Spatuzza non era “uomo d’onore” e che quindi non poteva conoscere i segreti di Giuseppe Graviano, l’organizzatore della strage di via D’Amelio. Dichiarazioni queste smentite da molti collaboratori di giustizia, che hanno verbalizzato che Spatuzza dopo l’arresto dei Graviano era stato al vertice del clan di Brancaccio alla metà degli anni Novanta. Claudio Fava, presidente della commissione regionale antimafia, è durissimo con Michele Santoro. “Avola mente, un rapido e onesto lavoro giornalistico avrebbe permesso di rendersene conto”. E si chiede: “Chi manda Avola ad avvelenare i pozzi? Chi si vuole servire della sua sgangherata ricostruzione per fabbricare un altro depistaggio su via D’Amelio? Chi continua ad avere paura, trent’anni dopo, di chiunque si avvicini alla verità su quegli anni e su quei fatti?”. Santoro non ha tardato a replicare: “Come si è detto ieri nello speciale mafia è stato Guido Ruotolo a convincere Maurizio Avola a riferire all’autorità giudiziaria quanto era a sua conoscenza sulla strage di Via D’Amelio. Noi abbiamo raccolto il suo racconto e spetta ai magistrati verificarne l’attendibilità o trarne le dovute conseguenze. Comunque sia, il fatto che alle dieci del mattino Avola sia stato fermato per un controllo di polizia a Catania nel giorno precedente alla strage non smentisce di certo che a ora di pranzo potesse trovarsi a Palermo in compagnia di Aldo Ercolano”. Sul caso è ormai polemica rovente. Maria Falcone sorella del giudice Giovanni Falcone dice: “Alla luce delle precisazioni fatte dalla procura di Caltanissetta, fermo restando l’assoluto rispetto per il diritto di cronaca, sarebbe stato utile ascoltare i magistrati che per anni hanno indagato sulle stragi del ’92 consentendo di smascherare il clamoroso depistaggio delle indagini sull’attentato di via D’Amelio. Sentire la ricostruzione degli inquirenti avrebbe consentito di avere un quadro dei fatti basato su accertamenti e riscontri e non solo su dichiarazioni di personaggi che ritrovano la memoria dopo decenni. Sulle stragi mafiose continuano a essere troppi i lati oscuri e, dopo anni di falsi pentiti ritenuti credibili e tentativi di inquinamenti, i cittadini hanno diritto a informazioni complete”.  Aggiunge ancora Maria Falcone: “Rivedendo e rivivendo con dolore gli attacchi rivolti a mio fratello da Leoluca Orlando e Alfredo Galasso voglio solo ricordare che la storia ha stabilito dove la stava la ragione e dove il torto. A chi accusava Falcone di eccessiva vicinanza ai palazzi del potere ricordo solo che la legislazione antimafia, ancora attuale e fonte di ispirazione per tanti paesi, nasce proprio dal lavoro che mio fratello fece al ministero della giustizia negli ultimi periodi della sua vita. Mi riferisco alla creazione della procura antimafia, alla legge sui pentiti e alla nascita della dia. Lavoro per cui fu criticato, isolato e di cui quasi dovette giustificarsi”. Interviene anche il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che dice: “Avola è un inquinatore di pozzi e mi meraviglia che un giornalista come Santoro, con il suo libro, si sia prestato a dare fiato a un personaggio del genere. Già in passato, con le sue dichiarazioni, Avola ha delineato la strategia dei falsi pentiti di mafia: mischiare verità e bugie per minare la credibilità dei veri pentiti”. 

Da Salerno ombre su Avola, il mafioso "pentito" di Santoro. L'ex killer di Cosa Nostra si autoaccusa della strage Borsellino e confuta la trattativa Stato-mafia nel libro-intervista del giornalista. Nel 2015 fu indagato per le dichiarazioni di Vincenzo Cavallaro, ex ndranghetista, che sosteneva lo avesse avvicinato per fargli ritrattare le accuse in un processo sul riciclaggio nel territorio salernitano. Gianmaria Roberti su Il Quotidiano del Sud il 4 maggio 2021. Da Salerno spuntano ombre sulla credibilità di Maurizio Avola, e pure un’indagine. L’ex killer ed ex pentito di Cosa Nostra, autoaccusatosi della strage di via D’Amelio, in cui perì il giudice Borsellino con la scorta. Avola – sicario del clan catanese Santapaola – è la presunta “gola profonda” di “Nient’altro che la verità”. È il libro-intervista di Michele Santoro, appena uscito in libreria. Testo preceduto da un grande battage, e tante comparse tv del celebre giornalista salernitano. La sua attendibilità, però, è esclusa dalla Dda di Caltanissetta, competente per l’eccidio. E ora, si scoprono ulteriori elementi di opacità. A evocarli il 4 marzo 2016, in udienza a Salerno, è Vincenzo Cavallaro. Un pentito calabrese di peso. Cavallaro testimonia al processo sugli investimenti di ‘ndrangheta a Salerno. Secondo lui, mesi prima, Avola lo avvicina nel carcere di Voghera. Il siciliano gli chiederebbe di ritrattare le accuse a carico di Luigi Giuseppe Cirillo, figlio del defunto boss di Sibari, Giuseppe Cirillo, alla sbarra per intestazione fittizia di beni. Un consiglio amichevole, non minacce. Cavallaro ed Avola sono detenuti nello stesso reparto. Una sorta di limbo carcerario, riservato ai fuoriusciti dal programma di protezione. Un circuito intermedio, dove c’è di tutto: ex pentiti che cercano di riaccreditarsi, collaboratori mai entrati nel programma, oppure chi il beneficio l’ha perso, per aver capitalizzato il contratto con lo Stato, o magari perché pizzicato a commettere reati. In ogni caso, gente da mettere al riparo da possibili vendette. In tale contesto. Avola tenterebbe di subornare il teste Cavallaro. Per queste circostanze, la procura di Salerno apre un fascicolo nel 2015. Ossia, all’epoca delle prime parole di Cavallaro, raccolte in carcere da un pm di Pavia. Come atto dovuto, il catanese è iscritto nel registro degli indagati. L’ipotesi: tentata induzione a non rendere dichiarazioni. Gli atti sono trasmessi alla procura di Pavia, competente per territorio. Da qui, è presumibile un altro trasferimento, per competenza distrettuale, alla Dda di Milano. Di quel fascicolo, ad oggi, nulla si sa in più. In assenza di riscontri, per le frasi di Cavallaro, la posizione di Avola potrebbero essere stata archiviata. Secondo il pentito calabrese, l’abboccamento avverrebbe tra ottobre e dicembre 2015. Ossia, subito dopo il deposito dei verbali, contenenti le sue dichiarazioni. Carte in cui emergevano indizi a carico di Cirillo, confermati in dibattimento da Cavallaro. Il presunto intervento di Avola, invece, sbuca nel controesame della difesa. Il processo a Cirillo, intanto, sta celebrando ancora il primo grado. Tuttavia, viaggia verso la prescrizione delle accuse. Nei verbali d’udienza, comunque, resta traccia del giallo Avola. Un personaggio sulla cui sincerità punta Michele Santoro, pronto a giocarsi tanto, rilanciando l’ultimo dei misteri d’Italia. Una versione assai controversa, che vorrebbe ridimensionare un altro pentito: Gaspare Spatuzza, uomo chiave del processo Stato-mafia. Su Avola (e Santoro) sono entrati in tackle i pm nisseni. «L’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola – scrive in una nota il procuratore aggiunto Gabriele Paci – ha tra l’altro affermato di aver partecipato alla fase esecutiva della strage di Via D’Amelio, unitamente a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano ed altri. La circostanza risulta in effetti essere stata riferita per la prima volta da Avola nel corso di un interrogatorio lo scorso anno alla Dda di Caltanissetta, a distanza di oltre venticinque anni dall’inizio della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria. I conseguenti accertamenti disposti, finalizzati a vagliare l’attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno allo stato trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità». Per «citarne uno, tra i tanti – aggiunge il magistrato-, l’accertata presenza dello stesso Avola in Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, egli, giunto a Palermo nel pomeriggio del venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano, a imbottire di esplosivo la Fiat 126 poi utilizzata come autobomba». Spatuzza – sempre ritenuto attendibile – contribuì a preparare la strage Borsellino, rubando la 126. Affiliato alla famiglia palermitana di Brancaccio, ha smascherato il falso pentito Scarantino. E ha permesso la revisione del primo processo, scagionando gli innocenti condannati. Per lui Avola non era presente all’attentato. C’era, invece, un estraneo a Cosa Nostra. Un uomo mai identificato, forse appartenente ai servizi segreti. Avola cerca di confutare quest’ultimo passaggio. Per lui la strage fu «solo mafia». E Santoro gli crede, sfidando tutti.

Felice Manti e Edoardo Montolli per "il Giornale" il 6 maggio 2021. Da «Michele chi?» a «Michele perché?». La sinistra antimafia non si dà pace per il libro-intervista di Michele Santoro Nient' altro che la verità al pentito di mafia Maurizio Avola sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per Enrico Deaglio «è un depistaggio (che è un reato)», stesse parole dette al Fatto dall' ex pm Antonino Ingroia, per Claudio Fava il libro è «uno sputo in faccia a ogni verità». Fu solo la mafia o c' entrano anche le solite schegge dei servizi segreti? Sono passati 29 anni dalle stragi eppure «l'ardua sentenza» sulle due stragi non convince. Per esempio, ancora non sappiamo tutto sugli esplosivi utilizzati. A Santoro Avola giura che fu lui, insieme ad altri due, a imbottire di esplosivo la 126 che esplose in via D' Amelio. Dopo aver atteso in un palazzo messo a disposizione da Giuseppe Graviano, avrebbe fatto su e giù da Palermo, finché, saputo dalle vedette che Borsellino sarebbe andato dalla madre, si sarebbe appostato dentro un furgone, da cui sarebbe poi sceso vestito da poliziotto e dato il segnale a Graviano per azionare il telecomando: «Guardo per l'ultima volta il giudice fermo davanti al citofono. Ha gli occhi rivolti al cielo, con la sigaretta accesa tra le labbra. È un'immagine che mi rimarrà attaccata alla pelle tutta la vita». Peccato che sia un bel pezzo che Avola ha raccontato questa storia al procuratore di Caltanissetta Gaetano Paci, il quale ha accertato come il giorno prima Avola fosse a Catania con un braccio ingessato. Difficile, e probabilmente piuttosto pericoloso, riempire un'auto di esplosivo con un braccio solo. Figuriamoci indossare una divisa. Ma Santoro è sicuro: «Avola sta demolendo molte ricostruzioni dietrologiche. I servizi segreti che intercettano la madre del magistrato, il centro d' ascolto sul monte Pellegrino... Non c' è stato niente del genere. Via D' Amelio è il momento culminante di un'azione militare a tappeto e di una caccia all' uomo». Peccato, di nuovo, che la targa da mettere sulla 126 fu rubata il 18 luglio e il 19 Borsellino passò da lì solo perché alla madre era saltata una visita il giorno prima. I mafiosi dovevano essere certi che Borsellino arrivasse, altro che su e giù tra Catania e Palermo. Fu solo Cosa Nostra? Il 19 luglio un cellulare clonato aveva fatto chiamate che andavano dalle zone di Villagrazia di Carini a via D' Amelio: lo stesso percorso di Borsellino quel giorno. Tutti i pentiti raccontarono di aver usato cellulari clonati solo dopo le stragi: l'allora commissario capo Gioacchino Genchi scoprì che non era vero. Ce n' era uno anche a Capaci, anche se nessuno seppe dire a chi apparteneva e la Dia escluse fosse stato clonato. Eppure non poteva funzionare: era stato rubato il 15 aprile e cessato il 21 dello stesso mese. Ma funzionava benissimo. I telefoni di Nino Gioè e Gioacchino La Barbera, registi della strage di Capaci, clonavano due numeri facenti «parte di un arco di numerazione prevista e non ancora assegnata» dalla Sip a Roma in una filiale dove poi fu accertato ci fosse una base coperta dei servizi. Ma certo, bisogna credere solo ai pentiti. Ad esempio tutti quelli del commando di Capaci hanno detto di aver scoperto che Falcone scendeva a Palermo di sabato per averne pedinato i movimenti negli ultimi quindici giorni prima di sabato 23 maggio 1992. Peccato che Falcone, stando alla sua agenda elettronica Sharp, negli ultimi due mesi non fosse mai sceso a Palermo di sabato. La seconda delle sue agende elettroniche, una Casio, fu ritrovata cancellata in maniera non accidentale solo dopo il suo sequestro. Improbabile che sia stata Cosa Nostra o qualche politico corrotto, no? All' interno c' era appuntato un viaggio in America. Secondo autorevoli testimoni istituzionali, anche statunitensi, Falcone ci era andato per incontrare Tommaso Buscetta dopo il delitto di Salvo Lima. I magistrati di Caltanissetta non vollero approfondire nemmeno analizzando le sue carte di credito, per non violarne la privacy. E il ministero della Giustizia si limitò a smentirne il viaggio, senza dire dove fosse Falcone in quei giorni, dato che i suoi telefoni non funzionavano, come se si trovasse all' estero. Di certo, contrariamente a quanto raccontò Buscetta, Falcone voleva sentirlo già da mesi, perché il 15 ottobre 1991, davanti al Csm dove doveva difendersi dalle accuse di Leoluca Orlando, disse: «Mi risulta che uno di questi (pentiti, ndr), forse il più importante, dopo due, tre anni che aveva deciso di chiudere il rubinetto delle dichiarazioni, adesso intende riprenderlo. Credo di aver capito il motivo. Intendiamo accertarlo». «Il più importante», così Falcone l'aveva definito in Cose di Cosa Nostra. Forse si era segnato di più sul suo pc a Roma. Ma al posto di quel file sulla sua difesa al Csm, ce n' era un altro, orlando.bak, modificato dopo la sua morte, con l'ufficio già sotto sequestro. A noi qualcosa non torna...E poi c' è l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti del 9 agosto 1991. Sulla sua morte in Calabria si saldano gli interessi di mafia e 'ndrangheta. La prima vuole eliminare il giudice che in Cassazione erediterà il maxiprocesso, grazie alla «rotazione» su cui spingeva Falcone «per evitare Corrado Carnevale, detto l'ammazzasentenze». La 'ndrangheta così chiude la guerra tra le cosche Imerti-Condello e De Stefano-Tegano-Libri costata 700 morti. Il commando di cui Avola «con Matteo Messina Denaro e i catanesi» è tutto siciliano, si parla di un fucile da caccia abbastanza piccolo e particolare che apparterrebbe a Nitto Santapaola e che un altro Santapaola, Enzo, deve lasciare nell' auto «come firma dell'omicidio». Qualcosa va storto, quel fucile non verrà mai trovato. L' 11 luglio 2012 a Reggio Calabria il pentito Antonino Fiume dice al processo Meta che i killer sono due reggini. Il pm Giuseppe Lombardo, che ha riaperto le indagini sull' omicidio - finora senza responsabili perché le versioni di 17 pentiti furono giudicate «discordanti» - non gli ha fatto fare i nomi. Ha ragione Avola o Fiume, pentito decisivo in diversi procedimenti? Troppi pezzi di puzzle diversi non si incastrano, come nella migliore tradizione mafio-'ndranghetista. Tutt' altro che la verità. Non una nuova luce ma solo inchiostro. Nero d' Avola.

Lettera di Michele Santoro per “il Giornale” il 7 maggio 2021. Caro direttore, ti ringrazio per l' attenzione che hai voluto riservare al mio libro e mi farebbe piacere lo leggessi. Ti lascio, tuttavia volentieri, in compagnia delle ipotesi fatte da Gioacchino Genchi, dai tuoi due giornalisti e dai professionisti dell' antimafia su telefonini, cellulari e agenti segreti. Con il tempo si vedrà se sono fatti o, come io credo, ipotesi strampalate. Riguardo ad Avola ci tengo invece a precisare:

1. L' esplosivo usato a via D' Amelio è il T4 e solo il T4.

2. Effettivamente dai riscontri che ha operato la Procura è emerso che Avola è stato fermato a Catania alle 10 del mattino, il giorno prima della strage. Tuttavia questa circostanza è assolutamente compatibile con il racconto che mi ha fatto il collaboratore di giustizia.

3. Le contraddizioni rilevate dai magistrati non le conoscevo perché erano segretate (anche se poi sono state stranamente diffuse urbi et orbi).

4. Avola non si è mai appostato sul furgone ma vi è entrato il tempo necessario per indossare la divisa da poliziotto.

5. Avola non aveva il braccio ingessato ma un mezzo gesso (o doccetta) al polso sinistro per di più estraibile. Dunque era perfettamente in grado di confezionare l' autobomba, indossare la divisa e dare il segnale.

6. Avola ha fatto ritrovare un fucile in un posto da lui indicato mentre ancora era in stato di detenzione. Che sia quello che ha ucciso Scopelliti non siamo noi a doverlo stabilire. Questo per la precisione. Vedremo in futuro chi di noi è più vicino alla verità. Grazie e buon lavoro.

Che i telefoni di Nino Gioè e Gioacchino La Barbera fossero clonati non è un' ipotesi. È tutto agli atti. Stando alle sentenze l' esplosivo era verosimilmente contenuto nel cecoslovacco Semtex H insieme ad altre sostanze. Se Borsellino non fosse passato, che ne sarebbe stato dell' autobomba? Quelli del commando sarebbero andati su e giù con la 126 imbottita di esplosivo?

Tommaso Labate per corriere.it il 9 maggio 2021. «La mano sul fuoco non la metto per nessuno perché non sono mica Muzio Scevola. Ho fatto uno scoop, l’ho difeso. I riscontri miei li ho fatti, tocca alla magistratura fare i suoi». E se dai riscontri emergesse l’inconsistenza delle rivelazioni di Maurizio Avola - il killer che si è auto-collocato nel commando che il 19 luglio 1992 ha ucciso Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, ridefinendo i contorni della storia per com’era stata raccontata dal pentito Gaspare Spatuzza - «allora non avrei alcun problema, in ogni caso il mio libro avrebbe comunque riaperto il dibattito sulla mafia. Anzi, avrei persino materiale per scriverne il seguito». Nelle prime righe del suo ultimo libro, Nient’altro che la verità (Marsilio), Michele Santoro ha scritto: «Di solito mi lascio guidare dall’intuito nel giudicare una persona che vedo per la prima volta. Di Maurizio Avola non so che cosa pensare». Adesso che ci sono concrete possibilità che l’intuito l’abbia tradito – con le rivelazioni dell’ex killer di Cosa Nostra smentite dalla procura di Caltanissetta, dagli osservatori garantisti e da quelli più vicini ai magistrati, dalla figlia di Giovanni Falcone, dai figli di Paolo Borsellino e anche da Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo, ucciso da Avola – il popolare giornalista televisivo dice che «la mafia è sempre la mafia, una cosa complicata, la mano sul fuoco non la metto per nessuno», figurarsi per un pluriomicida.

La telefonata dopo la trasmissione di Giletti. Domenica sera, dopo la sua partecipazione al programma di Massimo Giletti su La7, il telefono di Santoro ha squillato. Era Avola. «Io avevo un gesso mobile sul braccio sinistro ma sono destro, io dico la verità, perché non mi credono?», ha detto il killer al giornalista. Il gesso (estraibile, dice lui) al braccio sinistro di Avola è la classica carta messa male che ha fatto crollare il castello. Il killer aveva raccontato di essersi mosso tra Palermo e Catania più volte nei giorni precedenti all’attentato di via d’Amelio (versione affidata a Santoro), poi di essere rimasto a Palermo nei tre giorni prima dell’uccisione di Borsellino (ai magistrati di Caltanissetta); questi ultimi, però, l’hanno messo di fronte al fatto che era stato fermato dalla polizia a Catania, la mattina prima della strage, e che al controllo si trovava con un braccio ingessato. Particolari, entrambi, omessi a Santoro. «Se l’era dimenticato», è la replica del giornalista. Possibile dimenticarsi di un dettaglio così importante alla vigilia di una strage come quella di via d’Amelio? «Ho fatto un test su me stesso per tentare di ricordare che cosa avessi fatto nei giorni prima di un momento importante della mia vita, come la puntata di Samarcanda con Libero Grassi. Ecco, non ricordo nulla», aggiunge. Com’è possibile che l’autore di rivelazioni così incredibili, affidate a un giornalista, non si curi di avvisare il giornalista che le stesse rivelazioni erano state successivamente contestate dai magistrati? «C’era il segreto istruttorio. Non poteva farlo. L’avrebbero arrestato», è la risposta di Santoro. A questo punto la domanda è un’altra: perché la verifica sul vaglio della magistratura alle dichiarazioni di Avola, nei lunghi mesi di lavoro sul libro e con tutto il tempo che c’era prima di mandarlo in stampa, non sono state fatte da Santoro stesso? L’autore risponde: «Avevo il mio scoop e l’ho difeso, i miei riscontri li avevo già fatti. Spero di no ma magari la reazione stizzita dei magistrati di Caltanissetta è arrivata proprio perché non ho fatto questi passaggi con loro».

Le cose che non tornano. A poco più di una settimana dall’uscita del libro, nessuno sembra disposto a credere all’autoaccusa di Avola, già in passato considerato inattendibile dai magistrati. Non tornano i tanti viaggi della vigilia tra Roma e Catania in compagnia di un sorvegliato speciale come Aldo Ercolano (con l’eventualità che un fermo qualsiasi a un posto di blocco mandasse a monte il piano), non tornano le sirene spiegate della scorta di Borsellino di cui il killer parla (erano «spente», come si legge nella sentenza Borsellino quater), come non tornano tantissime altre cose. Torna l’esplosivo, secondo Santoro, la ricostruzione di com’è stata imbottita di T4 la Fiat 126, «cose che Avola ha raccontato per primo e che il cratere di via D’Amelio conferma». Una goccia nel mare, per ora. Sul perché ci sia stata una sollevazione contro Avola, il giornalista ha una spiegazione: «Avola la nega la presenza dei servizi segreti nella preparazione dell’attentato. Magari qualcuno stava continuando a battere questa pista e queste rivelazioni hanno scombinato qualche piano». Sarebbe il primo caso di una campagna contro qualcuno che «assolve» i servizi segreti. Di solito, anche nelle spy story inventate, succede esattamente il contrario.

Pietro Senaldi per "Libero quotidiano" il 10 maggio 2021. C'è più dignità in un killer della mafia che in un dirigente della Rai di oggi? La domanda sale dalla lettura di Nient' altro che la verità, il libro (Marsilio, 19 euro) con cui Michele Santoro si riprende la scena dopo anni di «rassegnata emarginazione». Si tratta di un'inchiesta, un saggio, un'intervista che sconfinano nell' autoanalisi su Cosa Nostra, l'Italia, la televisione e il giornalismo, frutto di una serie di incontri tra l'anchorman e Maurizio Avola, ottanta omicidi sulle spalle, artificiere della bomba che uccise il pm Paolo Borsellino e autore con il boss tuttora latitante Matteo Messina Denaro dell'assassinio del giudice Antonino Scopelliti. «Avola è un freddo, non si fa sconti e non chiede perdono, una sorta di Eichmann della mafia, sa di sangue come io so di Sud, e quando lo vedi avverti il peso di tutti i suoi morti; incontrarlo mi ha fatto capire che dovevo iniziare un percorso di autocritica, il libro si regge sull'alternanza tra la mia e la sua storia». «Io come lui, due scappati dalla famiglia d'origine per entrare in un'altra», scrive Santoro nelle prime pagine del libro, destando lo scandalo dei perbenisti. «Mi ha colpito il fatalismo con il quale Avola si racconta, come se uccidere sia il suo destino immutabile» spiega l'autore, «e ho capito che lui è uno scienziato dell'assassinio, ma a muoverlo non è stata la sete di denaro o la disperazione, bensì la ricerca di rispetto e dignità, voleva l'approvazione della Famiglia Santapaola, ambiva a essere considerato il killer numero uno e a conquistare un posto nel mondo. Anche io, tutto quello che ho fatto nel giornalismo, l'ho fatto per ottenere rispetto, per difendere la mia dignità, il mio lavoro; ma ci sono riuscito solo in parte, visto che alcuni miserabili sedicenti dell'antimafia mi trattano da delinquente. Tanto per cambiare, aveva ragione Leonardo Sciascia: alla lunga le strutture emergenziali dell'antimafia si sono rivelate un intralcio al diritto e all'efficienza. Le similitudini con il killer naturalmente finiscono qui, con Santoro che lo immagina a preparare le bombe «con la medesima meticolosità che io mettevo nel costruire i servizi in sala-montaggio, cosa che ormai non si fa più, perché al giornalismo d' inchiesta si preferiscono i talk». Questione di costi sì, ma anche un fatto culturale, perché «oggi i leader politici sono piccoli, i funzionari Rai ancora più piccoli. È tutto più piccolo, in Italia e in Europa, tant'è che arriva la pandemia e il vaccino lo scoprono ovunque tranne che nell'Ue».

Dopo quarant' anni che studi la mafia, cosa hai imparato dall' incontro con Avola?

«La mafia delle bombe, quella pre-Tangentopoli, aveva capito prima dei magistrati e di noi giornalisti, che i partiti erano morti e non controllavano più la televisione. Quando con Maurizio Costanzo, nel settembre del '91, organizzai la serata Rai-Fininvest per commemorare Libero Grassi, Cosa Nostra avvertì il desiderio di libertà e rivolta che c'era in quel teatro ed emise tre condanne a morte: per me, Maurizio e Pippo Baudo, che invocò misure più dure e meno garantiste».

Perché fu così importante quella serata?

«Perché la mafia capì che Giovanni Falcone stava modificando le leggi per combattere Cosa Nostra. La politica, a sua volta, lo lasciava fare per salvarsi dalla rabbia popolare ed era disposta a cambiare le regole penali che da sempre favorivano i boss, ritenendoli responsabili di omicidi e attentati utilizzando le dichiarazioni dei pentiti».

Su Falcone lei ha cambiato giudizio?

«Lo ritenevo intrappolato nel Palazzo, strumentalizzato. Invece, introducendo con Martelli il principio della rotazione dei collegi giudicanti, che sottrasse a Carnevale il monopolio delle sentenze sui boss, stava condannando a morte se stesso e Scopelliti, al quale irritualmente aveva operato per affidargli il ruolo d' accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra. Ma anche altri».

E quali altri?

«Proprio quei politici come Lima che noi ritenevamo formassero ancora un unico blocco con la mafia».

Vicende lontane...

«Fondamentali però per capire che la mafia raramente affilia i politici e comunque non prende ordini da loro, semmai li dà».

E tutte quelle puntate su Berlusconi e la mafia con il figlio del sindaco Ciancimino testimone d' accusa?

«Non ho mai inseguito teoremi personali. E quando ho capito che Ciancimino su alcuni punti nodali mi voleva portare a spasso sul nulla, l'ho mollato».

Però intanto ci hai dato dentro...

«Ma io sono un narratore, non un magistrato, e vuoi mettere la potenza del racconto del figlio di un mafioso di quella grandezza?».

A quale verità giornalistica, se non giudiziaria, sei arrivato?

«Che né Berlusconi né Marcello Dell'Utri abbiano potuto ordinare a Cosa Nostra le stragi.

Ma che Cosa Nostra ha valutato politicamente che con l'arrivo al potere del leader di Forza Italia si sarebbero creati equilibri a lei favorevoli. E a quel punto le stragi sono finite».

Però oggi la mafia non c'è, lo dice Avola nel tuo libro...

«Dice che non si sa più cosa sia; e per questo non la si riesce neppure a combattere».

E dov'è?

«Si è messa la cravatta, e una parte di essa si è travestita da antimafia. Oggi basta un click sul computer per spostare ricchezze immense...».

Perché la sua ricostruzione dell'assassinio di Borsellino non è piaciuta alla sinistra?

«Non confonderei la sinistra con i critici del racconto di Avola. La sinistra dibatte, non insulta. Chi mi critica sono dei gruppuscoli e persone che, per motivi nobili o meno nobili, hanno fatto del coinvolgimento dei Servizi Segreti nell' attentato la propria ragione di vita. Comunque a dare fastidio è stata la testimonianza di Avola, che racconta che nella strage di via D' Amelio non c' è la mano dello Stato».

Anche i magistrati oggi sono cambiati e non li riconosci più?

«Tutte le istituzioni della Repubblica sono andate in crisi con Tangentopoli. La magistratura, come i partiti, andava riformata, ma subito dopo Tangentopoli irruppe sulla scena Berlusconi».

L'uomo che ha fermato il fotogramma Italia per venticinque anni?

«La seconda Repubblica in realtà non è mai nata. La lotta tra Berlusconi e i suoi oppositori ha cristallizzato il Paese e la magistratura, che sembrava straordinariamente protagonista durante gli anni del Cavaliere, si è disintegrata appena lui è venuto meno».

Ha vinto la battaglia ed è morta con il nemico?

«Senza Berlusconi la magistratura ha perso il proprio profilo corporativo e i giudici hanno cominciato a scannarsi. La realtà fotografata dal "pentito" Palamara, a parte le sue teorie bislacche sui complotti contro Berlusconi, è il punto più basso a cui sono arrivati i giudici dal dopoguerra a oggi».

Sistema è una parola di moda, la usano Palamara e Sallusti e la usano i censori di Fedez.

«Posso dirti cosa era una volta la Rai: capistruttura che erano dei produttori. Oggi abbiamo gente che sceglie dopo aver visionato cassette prodotte all'estero. Ai tempi di una sola rete c'era il varietà il sabato sera ma gli autori si sforzavano di cambiare ogni anno cast: Mina, la Carrà, la Pavone; si cercavano, si creavano nuove star ogni anno. Oggi, un format e un conduttore te li tieni all' infinito. I dirigenti Rai una volta erano, si ritenevano e agivano come responsabili di un prodotto culturale, non come servi delle star televisive, degli impresari e dei partiti».

Ma la Rai è sempre stata politicizzata...

«Io mi sono sempre battuto contro ma magari tornasse quella lottizzazione che nasceva dalle diverse visioni del mondo dell'universo politico. Raiuno cattolica e per le famiglie, Raidue più laica e giovane, Raitre per dare al popolo comunista uno spazio per esprimersi che non aveva mai avuto: non erano semplici spartizioni di poltrone e potere come oggi. Abbiamo sostituito la visione del mondo con le clientele».

Hai il dente avvelenato perché sei fuori dal sistema?

«No, posso continuare a rimanere fuori. Ce l'ho con i partiti che hanno ucciso la tv pubblica. E mi hanno deluso i grillini: hanno annunciato la rivoluzione e poi hanno aderito al sistema che c'era prima, peggiorandolo. Con il risultato che la Rai non è mai stata così conformista e marginale e l'Italia mai così esposta al colonialismo culturale americano. Netflix, Amazon, ma non esiste una piattaforma dei film europei, abbiamo una produzione provinciale e marginale, che mi ricorda i melodrammi napoletani di Mario Merola».

Ma cosa ti aspettavi che facessero i grillini, non dirmi che pensavi che avessero i mezzi culturali e le capacità manageriali per cambiare qualcosa?

«Questo no, però potevano chiamare qualcuno in grado di aiutarli, anche persone non d'accordo con loro. Certo, il problema è che se metti uno come me a dirigere un tg o una trasmissione, poi non puoi chiamarlo per dirgli cosa deve fare».

Non ti è mai venuto il dubbio di essere stato estromesso quando non eri più funzionale a certi interessi?

«Io non sono mai stato funzionale. La sinistra non ha fatto barricate quando venni cacciato. Paolo Mieli era candidato alla presidenza della Rai e gli fu sufficiente dire che avrebbe richiamato me e Biagi perché la sua candidatura saltasse nel silenzio della sinistra, e cosa ha fatto la sinistra? Ha trovato un altro candidato. Si è ricordata di me quando le ho portato un milione di voti contro Berlusconi girando l'Italia come una Madonna Pellegrina per sostenere l'Ulivo, senza neppure i santini da distribuire».

Allora sei arrabbiato con la sinistra?

«Sono arrabbiato con Bersani, che si piegò all' avvento di Mario Monti perché l'Italia non poteva fare debito. Cosa stiamo facendo oggi?».

Dicesti che Renzi era l'ultima occasione della sinistra: treno perso?

«Non mi ricordo di averlo detto. Dire che Renzi è di sinistra è azzardato. Aveva una visione riformista ma ha confuso le esigenze del Paese con una battaglia personale; e questa è stata una strategia perdente. Senz' altro è il politico più dotato che si è visto negli ultimi tempi, il più dotato e dinamico, ma non ha una visione e ha limiti culturali impressionanti».

Troppo berlusconiano per essere amato dalla sinistra?

«Non è solo una questione di modi, ma anche di idee...».

Ci sono similitudini tra l'antiberlusconismo e l'antisalvinismo?

«Salvini mette la sinistra di fronte ai suoi limiti più di quanto non faceva Berlusconi. Silvio potevi attaccarlo sulla giustizia, sui conflitti d' interesse, sulle donne. Salvini lo devi battere sulla politica e per farlo ti serve una visione del mondo che alla sinistra manca».

Letta non ce l'ha?

«La sinistra non può essere rappresentata solo da qualche campagna per i diritti. Ci sono i problemi del lavoro, dei giovani e della redistribuzione della ricchezza».

Così è, anche se non vi pare; tanto per tornare in Sicilia, dove questa storia è iniziata.

«Perché io sono allergico alle divise fin dai tempi del militare», come Avola; solo che il mafioso da soldato ha imparato a usare gli esplosivi e «io a nuotare in una vasca con i pesci rossi».

FULVIO COLUCCI per lagazzettadelmezzogiorno.it il 25 giugno 2021. «Non è stata una scelta, ma una condizione in cui mi sono trovato: avevo tra le mani una storia importante e non avendo una trasmissione televisiva ho scritto un libro». Michele Santoro spiega la genesi di Nient’altro che la verità, (Marsilio editore, 19 euro) libro concepito insieme a Guido Ruotolo, già giornalista della Stampa e del Manifesto. 

Santoro, il suo rapporto con i libri non è ordinario né banale. Ce lo racconta?

«Scrivere non è stato il mio core-business da quando ho smesso di lavorare per la carta stampata. La mia scrittura oggi è una scrittura-montaggio: più cinematografica, televisiva, che letteraria. Poi esiste un elemento di pudore: se c’è tanta gente che scrive libri, lo faccio anche io? A me piace Pepe Carvalho, il personaggio di Manuel Vàzquez Montalbàn che bruciava i libri nella stufa, partendo dai più importanti. Certo non vorrei che nella stufa finisse un mio libro».

Immagine terribile…

«Sì, ma se fa freddo e hai bisogno di riscaldarti… La cultura è importante, produce ricchezza, ma il disagio è qualcosa di duro, impellente, c’entra con la sopravvivenza. E comunque la ragione per cui Pepe Carvalho brucia libri è lontana anni luce dai roghi nazisti». 

Come nasce «Nient’altro che la verità»?

«Idealizzavo un’inchiesta partendo dalla figura del superlatitante Matteo Messina Denaro e sull’evoluzione di Cosa nostra. Messina Denaro è l’“ultimo padrino conosciuto” che ha lasciato qualche minima traccia di sé. Da quindici anni, però, è scomparso dai radar degli investigatori: in Sicilia hanno utilizzato mezzi importanti per trovarlo, ma nulla. Lui è uno dei primi ad aver compreso l’importanza del digitale e ad aver familiarizzato con gli strumenti informatici. In alcuni affari “nuovi” come l’eolico si trovano sue tracce. Un latitante ha bisogno di risorse per restare in clandestinità. Così oggi può spostare soldi con una semplice scommessa on line. La mafia non è più quella degli anni ’80 e ’90; ha assunto altre forme. Quali? Ho parlato con diversi investigatori, ma non lo sanno. Il libro vuol far nascere una riflessione di questo tipo: è urgente tornare a parlare di mafia, capire in cosa si è trasformata». 

Come arriva a Maurizio Avola?

«Avola è legato a Messina Denaro: si autoaccusa di 80 omicidi e, parlando ai magistrati, cita il boss a proposito delle informazioni ricevute da quest’ultimo sul giudice Antonio Scopelliti. Il magistrato calabrese avrebbe dovuto sostenere in Cassazione la pubblica accusa al maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino, ma fu ucciso prima, nell’agosto del 1991. Il suo omicidio rappresentò la risposta del capo di Cosa nostra Totò Riina a Giovanni Falcone, che dirigeva all’epoca la sezione Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia, sostenuta dal ministro Claudio Martelli: far ruotare i processi in Cassazione per evitare l’annullamento della sentenza di Palermo, confermata in Appello, con la condanna dei capi e dei gregari della mafia in base al “teorema Buscetta”. Grazie al lavoro di Guido Ruotolo siamo riusciti a incontrare Avola. Il suo è un racconto preciso dei fatti, in particolare della strage di via D’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta». 

Non sono mancate le polemiche

«Non mi hanno sorpreso, ma Avola ha raccontato prima ai magistrati e poi a noi la sua presenza sul luogo della strage. Se non fosse stato così, mi sarei preoccupato. La magistratura farà ulteriori verifiche, finora, però, non è stato smentito nulla. Il libro è nato dopo un importante lavoro svolto insieme a Guido Ruotolo: lettura delle carte processuali, dialogo con i magistrati. Le polemiche sono la reazione alle mie domande: cosa è diventata la mafia? 

Chi si interroga oggi su questo? Nient’altro che la verità è il tentativo di far emergere una riflessione diversa: gli strumenti in campo per combattere la “nuova” mafia sono vecchi, risalgono alla cultura dell’emergenza degli anni ’80 e ’90. Pensiamo che Cosa nostra voglia compiere nuove stragi, ma la mafia non ammazza più nessuno. Prolungando l’emergenza gli apparati ad essa legati si autoalimentano, continuando a ritenersi indispensabili, ma non è così. Se la mafia va combattuta con altri mezzi vorrei essere sicuro che le forze di polizia siano dotate degli strumenti utili; oltretutto non si può ancora impiegare otto anni per un processo. Per non parlare della mafia che si traveste da anti-mafia. Sciascia aveva visto giusto». 

La sua trasmissione, «Samarcanda», sostenne la lotta alla mafia, Giovanni Falcone, cercò di unire le forze e dar voce a cittadini come Libero Grassi. Una stagione irripetibile?

«Fu uno straordinario movimento che coinvolse la gente, non alcuni giornalisti e magistrati. Ma non essendo mai state realizzate le riforme, rimasti intrappolati dal crollo della Prima Repubblica e poi dal ventennio berlusconiano, con il gigantesco conflitto di interessi, siamo ancora prigionieri di quelle logiche. Il Paese è diventato piccolo, insignificante. Io e Falcone commettemmo due errori di valutazione. Il magistrato ritenne che la sua onestà, la sua trasparenza, fossero sufficienti a sferrare il colpo decisivo a Cosa nostra; io pensavo che Cosa nostra e i partiti di governo costituissero un blocco organico. Invece la mafia, come dimostra l’omicidio di Salvo Lima, decise di affossare Giulio Andreotti e la Prima Repubblica e di favorire nuovi equilibri politici».

A proposito di giornalismo, ha criticato la gestione della pandemia, quali errori sono stati commessi?

«Le istituzioni politiche hanno gestito la pandemia concentrando potere. La tentazione è stata irresistibile. Un bravo medico, nel curare il paziente, lo invita a reagire, respinge l’idea che l’ammalato resti lì inerte. Sin dall’inizio della pandemia bisognava chiedere alla società di reagire. Faccio l’esempio della Francia: lì reagire ha significato non chiudere le scuole, per esempio. Tutta questa esibizione della bravura degli italiani nel gestire la pandemia non mi convince quando poi ci sono realtà, come la Calabria, dove la sanità è un disastro. Il generale Figliuolo è bravo, ma non combattiamo una guerra. A me dà fastidio l’idea che i cittadini debbano ubbidire agli ordini. Anche perché, nel caso del Governo Draghi, non solo la democrazia perde terreno, ma la stessa credibilità del Governo: si parla della necessità di sveltire i processi, ma per la riforma della giustizia occorre una visione politica ed è difficile pensare di trovarne una condivisa da Lega e Pd. Draghi è un personaggio di grande spessore, i partiti intorno a lui no». 

E il giornalismo? Tornerebbe in Tv?

«Il giornalismo è più povero come la cultura. Siamo periferia dell’impero. Passati da Rossellini a Netflix, l’arte la governa un algoritmo e per i film che vogliono raccontare la realtà la vedo dura rompere il muro del conformismo. Ci sono eccezioni ma trionfa il dibattito social fatto di logiche da gruppettari anni ’70, mancando peraltro un social europeo. Chi dissente viene massacrato, attraverso la tastiera. Questo libro mi ha ridato il coraggio di riprendere a combattere per le mie idee e rivolgermi al Paese perché si torni a discutere, senza barriere e disprezzo. Tornare in Tv? Ci sto pensando, ho qualcosa in mente, ma se torno devo fare a modo mio».

Il libro con il giornalista Michele Santoro. Chi è Maurizio Avola, il pentito di Mafia che si accusa dell’attentato a Borsellino. Vito Califano su Il Riformista il 28 Aprile 2021. Maurizio Avola è diventato collaboratore di Giustizia dopo essere stato per anni uno dei killer più spietati della Mafia. Ha scritto un libro con Michele Santoro. Un libro che potrebbe essere l’inchiesta più importante di tutta la sua carriera, ha detto il giornalista. “Sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino, prima di dare il segnale per fare quella maledetta esplosione”, ha confidato il pentito al giornalista. Il libro si chiama Nient’altro che la verità. Si propone di ricostruire trent’anni di storia della Mafia in Italia e promette rivelazioni sulla matrice della strage di Via D’Amelio, a Palermo, del 19 luglio 1992 nel quale morirono il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Il libro sarà al centro di una puntata speciale del Tg di La7, in onda in prima serata il 28 aprile, condotta da Enrico Mentana. Nient’altro che la verità uscirà domani edito da Marsilio. “Maurizio Avola non è famoso come Tommaso Buscetta e non è un capo come Totò Riina. Ma non è un killer qualsiasi: è il killer perfetto, obbediente, preciso, silenzioso, e proprio per questo indispensabile nei momenti decisivi”, si legge nella sinossi del libro. “Forse sottovalutato dai suoi capi e dagli inquirenti che ne hanno vagliato le testimonianze” e “ha archiviati nella memoria particolari, voci, volti che coprono tre decenni di storia italiana”. Avola ha conosciuto Matteo Messina Denaro, il boss introvabile, il numero uno di Cosa Nostra. In una lunga intervista del Time del 2015 Avola raccontava la sua storia: nel 1983 si affiliava dopo il primo omicidio. “Lavoravo nel ristorante di mio padre a Catania – raccontava – Ho sempre saputo che non era il lavoro per me. Pensavo ai soldi e al potere mentre pulivo i bicchieri. Volevo diventare qualcuno. Feci una serie di rapine a mano armata e a 21 anni richiamai l’attenzione di Marcello D’Agata, un mafioso che viveva a 100 metri da casa mia”. Il primo omicidio: Andrea Finocchiaro, avvocato, per dichiarazioni sul boss Benedetto Santapaola. Il delitto nel centro di Catania. Avola ha raccontato dell’affiliazione, dei soldi, le macchine sportive, le case, le regole di Cosa Nostra. Il killer si descriveva come un soldato nella guerra della mafia, gli anni delle stragi. Ha detto di aver ucciso uno dei suoi migliori amici, Pinuccio di Leo. Ha eseguito un ordine. Il giorno dopo l’arresto. In undici anni 79 omicidi prima di essere arrestato nel 1994 e pentirsi. È diventato collaboratore dopo aver realizzato, a quanto pare, che la mafia stava pianificando il suo omicidio. La sua famiglia ha cambiato identità. Ha scontato la sua pena in un carcere del Nord. Avrebbe contribuito con le sue dichiarazioni a oltre cento condanne. “Sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino, prima di dare il segnale per fare quella maledetta esplosione”, ha raccontato a Michele Santoro. Il giornalista: “Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei. Inizio a seguirlo in un labirinto di ricordi”. Il libro sta uscendo sulla scorta di una grande attenzione mediatica. Promette ricostruzioni, le tessere di un puzzle che si uniscono, rivelazioni su mafia e antimafia, politica, potere, informazioni, depistaggi. Dalla Sicilia degli anni Settanta a oggi. Santoro è stato ospite della trasmissione di Lilly Gruber Otto e mezzo sempre su La7. Avola si è autoaccusato di aver avuto un ruolo operativo nell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania, e ha indicato i nomi di altri assassini e dei mandanti. Non era invece mai emersa la sua presenza a Palermo il giorno della strage di Via D’Amelio. Non era emersa in sede di processo. Le sue dichiarazioni sono al vaglio della Dda di Caltanissetta. Il pentito Gaspare Spatuzza – puntualizza Lasicilia.it -, teste chiave del nuovo processo dopo la revisione di quello nato dalle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, non ha mai parlato della presenza di Avola sul luogo dell’attentato. “Mi accendo la sigaretta. Lo guardo così. Mi soffermo rigiro e faccio il segnale. Il mio lavoro è finito, me ne devo andare. Hanno fatto tutta una ricostruzione diversa da questa qui”, dice Avola in un video in esclusiva su Tpi. A novembre 2019 si è concluso in appello il quarto processo per la strage di via D’Amelio. Confermata la sentenza di primo grado di condanna all’ergastolo ai boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante ed il secondo come esecutore della strage. Dieci anni invece ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Come aveva fatto la Corte d’assise anche in appello i giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Scarantino.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Maurizio Avola e l’attentato a Paolo Borsellino: chi è il pentito raccontato da Michele Santoro.

Chiara Carboni su Urban Post il 29/4/2021. Settantanove omicidi in undici anni, “l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino prima di dare il segnare per fare quella maledetta esplosione”. Maurizio Avola è stato uno dei killer più temuti e crudeli della Mafia, della storia italiana. Pentito e diventato poi collaboratore di giustizia, oggi la sua storia è nero su bianco in un libro scritto con il giornalista Michele Santoro: Nient’altro che la verità. Maurizio Avola e le confessioni a Michele Santoro. Nel libro sono riportati trent’anni di passato della criminalità organizzata italiana. Perchè Maurizio Avola non era un semplice criminale, era l’omicida perfetto. Tra le pagine emergono verità inquietanti sulla strage di Via D’Amelio, quella che colpì il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Una delle ferite più profonde del nostro Paese. “Maurizio Avola non è famoso come Tommaso Buscetta e non è un capo come Totò Riina. Ma non è un killer qualsiasi: è un killer perfetto, obbediente, preciso, silenzioso e proprio per questo indispensabile nei momenti decisivi. Forse sottovalutato dai suoi capi e dagli inquirenti che ne hanno vagliato le testimonianze. Ha archiviati nella memoria particolati, voci, volti che coprono tre decenni della storia italiana”. Come l’incontro con Matteo Messina Denaro, il numero uno di Cosa Nostra. Ma chi è davvero Maurizio Avola, e perchè Michele Santoro ha deciso di scriverci un libro insieme? Maurizio Avola, come ha raccontato in un’intervista rilasciata al Time sei anni fa, lavorava nel ristorante del padre a Catania. “Ho sempre saputo che non era il lavoro per me. Pensavo ai soldi e al potere mentre pulivo i bicchieri. Volevo diventare qualcuno. Feci una serie di rapine a mano armata e a 21 anni richiamai l’attenzione di Marcello D’Agata, un mafioso che viveva a 100 metri da casa mia”. Poi è arrivato il primo omicidio: Andrea Finocchiaro. Un avvocato, colpevole di aver rilasciato dichiarazioni sul boss Benedetto Santapaola.!Maurizio Avola: “Sono l’ultimo che ha visto lo sguardo di Borsellino”. In questo libro scritto da Michele Santoro, forse la sua più grande inchiesta, il pentito Maurizio Avola racconta dettagliatamente tutto quello che definisce la criminalità organizzata. L’affiliazione, i soldi, le macchine sportive, le regole di Cosa Nostra. Il suo ruolo. Avola obbediva. A qualsiasi costo. Era come un soldato. Ha ammesso di aver ucciso 79 persone in 11 anni, prima di essere arrestato nel 1994 e poi pentirsi. Tra queste anche uno dei suoi migliori amici, Pinuccio di Leo. Perchè? Perché gli era stato chiesto. Ma soprattutto, perchè è diventato collaboratore di giustizia poi? Perchè aveva bisogno di essere protetto. Aveva capito che la Mafia, questa volta, stava organizzando la sua di morte. “Sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino, prima di dare il segnale per fare quella maledetta esplosione”, ha raccontato al giornalista. “Non so bene perché ho deciso di incontrare uno che ha ucciso ottanta persone. Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei. Inizio a seguirlo in un labirinto di ricordi”, ha spiegato Michele Santoro. Il libro è già al centro del ciclone mediatico. Della sua possibile presenza durante la strage di Via D’Amelio non si era mai parlato prima. “Mi accendo la sigaretta. Lo guardo così. Mi soffermo, rigiro e faccio il segnale. Il mio lavoro è finito, me ne devo andare. Hanno fatto tutta una ricostruzione diversa da questa qui”, ha dichiarato il pentito in un video esclusiva su Tpi. Due anni fa, nel novembre 2019, si è concluso in appello il quarto processo per la strage che ha ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. E’ stata confermata la sentenza di primo grado di condanna all’ergastolo ai boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante e il secondo come esecutore. Ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, invece, sono stati dati dieci anni per calunnia. I giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Scarantino.

POSTA E RISPOSTA DI FRANCESCO MERLO. Da “la Repubblica” il 30 aprile 2021.

Caro Merlo, ho sentito in tv che Maurizio Avola, killer della mafia che ha confessato 80 omicidi, è fuori dalla galera. Sono rimasto annichilito, e lei? Romano Scaffardi - Milano

La risposta di Francesco Merlo: Ho visto che Michele Santoro lo ha intervistato per Marsilio. Immagino che dobbiamo alle sue rivelazioni qualche vittoria importante, ma francamente non partecipo, fosse solo leggendolo o guardandolo in tv, al compiacimento del super-assassino pavoncello, né al dibattito psico-sociologico sui criminali, che tristemente rimanda al trattamento in formalina che Lombroso riservava ai loro cervelli. Capisco l'importanza dei pentiti e della legge che li premia, ma sarebbe meglio che questa stessa legge li trattasse da fuorilegge.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 30 aprile 2021. Se vi siete persi lo «Speciale mafia, la ricerca della verità», programma condotto mercoledì sera su La7 da Enrico Mentana, vi invito a recuperarlo, a seguire anche solo gli spezzoni più significativi. È stata una trasmissione passionale, forte, e per tanti versi drammatica. Il punto di partenza è l'intervista che Michele Santoro ha realizzato con il mafioso Maurizio Avola sui segreti di Cosa Nostra relativi alle stragi di Capaci e di via D' Amelio (è anche un libro: «Nient' altro che la verità», Marsilio). Inizia così Santoro: «Hai sessant' anni, sei stato un uomo d' onore della famiglia Santapaola e ti sei accusato più di ottanta omicidi. Ti do del tu perché abbiamo trascorso molti giorni insieme a scavare nelle nostre vite». Avola risponde in maniera diretta, facendo nomi e cognomi e raccontando come sono andate le stragi. In studio c' erano anche Fiammetta Borsellino (un fiume in piena a gridare: «Le anomalie sulle indagini e i processi di Via D' Amelio costituiscono la più grande offesa per il popolo italiano») e Andrea Purgatori; in collegamento Antonio Di Pietro. Quando si parla di mafia, di politica, di potere, dei loro possibili intrecci la cautela non è mai troppa: non sono in grado di dare un giudizio sull' attendibilità dell'intervistato e di quanto ci stia dietro. Rilevo però che una volta i talk sembravano più interessanti e coinvolgenti. È probabile che il talk, come genere, appartenga alla generazione dei boomers, ma quando seguo i talk di ultima generazione (quelli nati negli ultimi due o tre anni) mi sembra di confrontarmi con dei burocrati della tv, bisognosi di personaggi folklorici per inseguire la vivacità, faziosi senza volerlo apparire, ideologici ma con l'alibi della correttezza politica. Non parliamo dei più giovani. L' anemia è la loro cifra espressiva. Che poi il talk, dal punto di vista informativo, rappresenti «nient' altro che la verità» è tutto da dimostrare. Personalmente nutro forti dubbi.

Santoro scopre i “professionisti dell’antimafia”. Santoro mette in dubbio la teoria complottista delle stragi mafiose e le schiere dell'antimafia da parata lo processano.  Davide Varì su Il Dubbio il 21 maggio 2021. C’è un piccolo libello, un pamphlet non recentissimo ma assai prezioso: si chiama il “Circo mediatico giudiziario” e lo ha scritto Daniel Soulez Lariviere, un avvocato francese che in un centinaio di pagine, o poco più, ha fotografato il momento esatto in cui – e siamo alla fine degli anni ‘80 – i processi si sono spostati dalle aule di giustizia agli studi televisivi e sulle pagine dei giornali, fino a tracimare sui social. Ma questa è storia più recente. Insomma, Lariviere è il primo che ha fotografato il big bang, l’esplosione iniziale che ha cambiato i connotati al processo trasformandolo per sempre in processo mediatico. Inutile dire che l’istantanea di Lariviere riguarda anche il nostro Paese. I media italiani in questi anni hanno esasperato e viziato a tal punto il racconto della giustizia, che oggi assistiamo a veri e propri “dibattimenti” mediatici e a “condanne” a mezzo stampa. E sì perché nel processo mediatico l’indagato è sempre colpevole e le sue garanzie vengono calpestate e triturate nel nome di un non meglio specificato “diritto di cronaca”. Ovviamente ci sono interpreti che hanno intonato la musica del processo mediatico giudiziario in modo diverso: ci sono direttori d’orchestra che suonano marce trionfali calpestando “impunemente” almeno un paio di articoli della nostra Costituzione (il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza) e chi invece lo fa in modo più sottile e intelligente. Insomma, come dire, c’è modo e modo…Ecco, tra questi ultimi, tra i più intelligenti e preparati, c’è senza dubbio Michele Santoro. Ecco, Santoro è stato un interprete alto e non “sbragato” del processo mediatico, e per anni è stato il faro della lotta alla mafia e dell’antiberlusconismo: spesso e volentieri mischiando i due fenomeni. Era il custode della legalità, il riferimento dei militanti dell’antimafia da parata e il cantore del racconto complottista che voleva pezzi di Stato impegnati a organizzare i grandi delitti di mafia. A cominciare da quello di Borsellino. Ecco, ora Santoro non crede più in questo racconto e l’abiura gli è costata gli strali dei professionisti dell’antimafia. Proprio così ha detto: “professionisti dell’antimafia”. Un’espressione che porta alla mente Leonardo Sciascia, anche lui finito nel mirino di chi è convinto che la lotta alle mafie giustifichi la notte della ragione e la macelleria dei diritti. E allora ci permettiamo di recapitare a Santoro la lettera di un tale Enzo Tortora, un signore che più di ogni altro ha vissuto sulla propria pelle la violenza dei professionisti dell’antimafia e della giustizia mediatica: “Se un cittadino, sbattuto in galera innocente, processato e condannato a pene enormi sulla sola parola di criminali “pentiti”, se dunque, osa protestare, urlare alla vergogna, chiedere un tipo di giustizia diverso e degno dell’Occidente, allora salta su, da una delle “correnti” della nostra beneamata Magistratura il solito (disinformato) colonnello in toga che accusa (la citazione è testuale) «di screditare l’immagine di una giustizia impegnata sul difficile fronte della criminalità organizzata» (Sic!). Ma che c’entra? Vien voglia di dirgli. Voi mi parlate di giustizia. lo grido all’ingiustizia, io vi parlo dei diritti di ogni cittadino e voi mi rispondete gargarizzando retorica”.

I teoremi di Purgatori su Borsellino. Fiammetta Borsellino e Antonio Di Pietro smontano la trasmissione di La7 sulla mafia. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 30 Aprile 2021. Sono molte le questioni da discutere in seguito alla trasmissione svoltasi nella sera di mercoledì a La7 con Mentana, Purgatori e Fiammetta Borsellino su un’intervista fatta da Michele Santoro al pentito Avola che ha narrato come insieme ad altri realizzò sul piano tecnico-operativo l’attentato contro Paolo Borsellino in via D’Amelio facendo saltare un’auto imbottita di tritolo e piazzata lì da tempo. Ovviamente quella ricostruzione si è intrecciata con una discussione sul quadro politico, giudiziario e criminale nel quale si svolsero i due grandi attentati di mafia, quello contro Falcone e quello poco tempo dopo contro Borsellino. Siccome, specialmente da Purgatori, sono state fatte affermazioni politiche e giudiziarie molto discutibili allora vale la pena fare alcune osservazioni a margine. È difficilmente discutibile che il governo Andreotti con Martelli alla Giustizia e Scotti all’Interno fu così impegnato contro la mafia che Martelli diede un rifugio a Falcone presso il ministero della Giustizia in un ruolo fondamentale, quello di direttore generale degli Affari Penali. Infatti, Falcone era rimasto isolato nell’ambito della magistratura e anche, come vedremo, nel quadro politico. L’azione di Martelli e Falcone dal ministero della Giustizia, di Scotti dal ministero dell’Interno, non sarebbe stata possibile se anche Andreotti non fosse stato della partita. Fu il governo in quanto tale a prendere un provvedimento al limite della costituzionalità quale fu il decreto che consentì di rimettere in carcere i boss malgrado la decorrenza dei termini, decreto contestato frontalmente dai comunisti. Un’altra operazione fu fatta in quella fase da parte di Martelli e dello stesso Falcone e fu quella di far sì che la Cassazione nella sua collegialità con un procedimento di rotazione fu investita per gli aspetti giuridici del maxiprocesso evitando che esso cadesse sotto la mannaia della prima sezione guidata da Carnevale. Ovviamente ciò spiega perché la mafia mise nel mirino Falcone, e per una fase pensò anche ad un attentato a Martelli, e prima ancora uccise Salvo Lima, e poi gestì la stessa tempistica dell’attentato a Falcone, in modo da togliere ad Andreotti la possibilità di diventare presidente della Repubblica. Evidentemente a questo punto c’è un “questione Andreotti”. A nostro avviso, sul terreno dei rapporti con la mafia la posizione di Andreotti è stata caratterizzata da due fasi che hanno trovato un riflesso anche nella sentenza che lo ha assolto dal concorso in associazione mafiosa dal 1980 e per prescrizione per quello che riguarda gli anni precedenti. Andreotti ebbe un rapporto “contrattuale” attraverso Lima (che non era mafioso, ma teneva i rapporti con la mafia come anche altri esponenti delle varie correnti della Dc) con la mafia “normale”, quella negli ultimi anni rappresentata da Bontade, poi ucciso dai corleonesi, cioè con la mafia che aveva rapporti con tutti, anche gli imprenditori del Nord, ma che non sparava ai magistrati e agli alti gradi della Polizia e dei Carabinieri. Invece Andreotti fu frontalmente contro la mafia quando ne assunsero la guida i corleonesi, che volevano sfidare lo Stato e i partiti. Di conseguenza, egli diede mano libera e anzi sostenne Scotti e Martelli che a sua volta sostenne in tutti i modi l’azione di Falcone dal ministero. Falcone poté continuare la lotta alla mafia dalla direzione degli Affari Penali della Giustizia essendo stato isolato nell’ambito della magistratura e anche a livello politico. Da chi fu isolato Falcone nell’ambito della magistratura? Certamente dall’area ambigua e grigia composta da Giammanco e simili, ma dall’altro lato in modo assai netto da Magistratura Democratica e da una parte del Pci per non parlare degli infami attacchi rivoltigli da Leoluca Orlando. Se i sostenitori della trattativa Stato-mafia applicassero con coerenza logica fino in fondo i loro teoremi, allora dovrebbero affermare che i comunisti e Md isolando Falcone fecero il gioco della mafia. Ciò è obiettivamente vero, anche se le ragioni di questo attacco di Md e del Pci a Falcone erano tutte politiche. Ma se va smontata questa forzatura, vanno smontate anche tutte le altre. Sono nella memoria di tutti l’articolo sull’Unità del prof. Pizzorusso, allora esponente del Csm, che affermava che mai Falcone avrebbe potuto guidare la procura Antimafia perché oramai subalterno al potere politico (cioè al governo e a Martelli). Così come il discorso di Elena Paciotti di Md al Csm a favore di Meli e contro Falcone. A tagliare la testa al toro è stata ricordata anche nella trasmissione de La7 l’autentica requisitoria che Ilda Boccassini fece contro Magistratura Democratica, prendendo di petto personalmente Gherardo Colombo, a un’assemblea svoltasi a Milano per commemorare Falcone. Per ciò che riguarda sia Falcone che Borsellino è stata ricordata la grande importanza del rapporto mafia-appalti costruito a suo tempo anche dal Ros (Mori e De Donno) sottratto dal procuratore Giammanco per lungo tempa alla richiesta di indagine da parte di Borsellino fino all’inopinata assegnazione avvenuta proprio alla vigilia del suo assassinio. Subito dopo il procedimento su mafia-appalti fu archiviato in gran fretta dalla procura di Palermo. Orbene, anche su questo snodo sono emerse alcune vicende del tutto contradditorie con la demonizzazione di Mori e di De Donno. È singolare che Purgatori e Santoro siano così duri contro Mori e De Donno e così morbidi nei confronti del procuratore Giammanco contro il quale Fiammetta Borsellino ha detto cose molto significative. Per di più è emerso che a parte la vicenda riguardante l’assegnazione del procedimento mafia-appalti Borsellino era addirittura infuriato con il procuratore Giammanco che non lo aveva messo al corrente del fatto che se non abbiamo capito male il generale Subranni aveva portato un’informativa su un carico di tritolo T4 arrivato alla mafia. Se abbiamo capito bene la titolarità dell’informazione, allora il generale Subranni era un ben strano “punciutu” dalla mafia se aveva comunicato un’informazione così delicata. In ogni caso quale che sia stata la fonte dell’informazione a Giammanco questi si era guardato bene dall’informare Borsellino. In secondo luogo, Di Pietro ha raccontato che da un lato era stato contattato da Borsellino perché, proprio dal rapporto mafia-appalti, sviluppasse le indagini su alcuni imprenditori del Nord, dall’altro lato era stato contattato dall’allora capitano De Donno il quale lo pregò di occuparsi appunto della questione mafia-appalti perché a Palermo il Ros non trovava ascolto da parte della procura. Quindi anche su questo nodo essenziale, quello del rapporto mafia-appalti, Mori e De Donno erano in prima linea, così come nell’arresto di Riina. In questo quadro poi c’è l’ulteriore incredibile scandalo costituito dal depistaggio verificatosi nella gestione del processo Borsellino, depistaggio costruito da un alto funzionario della Polizia, quale fu La Barbera. Ora, La Barbera non era un poliziotto qualunque, basti pensare che fu mandato dall’allora capo della Polizia De Gennaro come suo rappresentante al G8 di Genova. È stato detto nella trasmissione che il depistaggio fondato sulla costruzione di un falso pentito come Scarantino fu un’operazione del tutto grossolana, peccato però che malgrado questa grossolanità, ad essa credettero fior di Pm come Di Matteo e la magistratura giudicante che mandò all’ergastolo un bel numero di innocenti. Anche su questo va ricordato che chi nutrì dei dubbi sulla vicenda fu la Pm Boccassini, che però poi fu trasferita a Milano. Nella trasmissione ci sono state a nostro avviso due testimonianze assai significative anche dal punto di vista umano. In primo luogo, quella di Fiammetta Borsellino, che è portatrice di un’esigenza di verità e che lo fa in piena autonomia di pensiero non concedendo nulla ai fabbricanti di teoremi e anzi come si è visto anche nella trasmissione di ieri entrando in sostanziale contrasto con essi che infatti cercavano di darle sulla voce. In secondo luogo, la testimonianza di Avola, agghiacciante nella sua lucidità. Egli ha ripercorso con grande precisione tutti i suoi interventi tecnici volti a collegare il detonatore al tritolo, ma al di là di questo Avola ha detto anche altre cose interessanti: ha escluso in modo netto la presenza di altre forze come i servizi segreti nella vicenda sottolineando invece con una sorta di passione ideologica che si trattava di una sfida della mafia allo Stato senza la presenza di soggetti esterni e sulle basi di questa mafia egli evidentemente ha agito sentendosi un soldato. Fabrizio Cicchitto

Fiammetta Borsellino: sulla strage di via d’Amelio nient’altro che la verità. Fiammetta Borsellino, nella trasmissione di Enrico Mentana su la7 ha parlato del dossier “mafia-appalti”, contestualizzando fatti e testimonianze. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 29 aprile 2021. Dovevano essere le rivelazioni, dichiarate però inattendibili dalla procura di Caltanissetta, del pentito Maurizio Avola a essere l’oggetto principale dello “Speciale mafia” di la 7, condotto da Enrico Mentana, ma a rubare la scena e spostare l’attenzione sulle cause della strage di via D’Amelio che hanno portato all’uccisione di Paolo Borsellino, è stata la figlia Fiammetta Borsellino. Per la prima volta, in prima serata, si è parlato del dossier mafia-appalti e della sua gestione da un punto di vista totalmente inedito. A farlo, appunto, non sono stati i giornalisti presenti, Michele Santoro (autore del libro “Nient’altro che la verità”, uscito ieri) e Andrea Purgatori che sposa in toto il teorema trattativa e la caccia alle “entità” non meglio definite, ma una donna che ha deciso di andare controcorrente, non adeguarsi alla narrazione unica di una certa antimafia, ma semplicemente attenendosi ai fatti riscontrati nel tempo. L’unica a sostenerla, visto che ne è stato testimone, è stato l’ex giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro. Ed è lui che ha ricordato il fatto che Paolo Borsellino gli chiese di fare presto per collegare le indagini siciliane con quelle di tangentopoli. Parliamo di grossi gruppi imprenditoriali del nord che erano collegati nella gestione mafiosa degli appalti. Ribadendo che in più occasioni il capitano dei Ros De Donno si rivolse a lui perché si interessasse del dossier mafia-appalti, dal momento che la procura di Palermo lo ignorava. Non solo.

Contestualizzate le testimonianze di Agnese Borsellino. Per la prima volta, grazie al suo accorato e coraggioso intervento, Fiammetta Borsellino ha contestualizzato le testimonianze della madre, Agnese, su ciò che le disse Paolo Borsellino. Testimonianze che nel tempo sono state forzate, adattate al teorema giudiziario, manipolando anche taluni passaggi. Una su tutte quella che riguarda i magistrati: ma diversi giornalisti e taluni pm dimenticano di riportarla nella sua interezza. Ci ha pensato Fiammetta Borsellino a ricordarlo, creando un palpabile imbarazzo in studio. Ricordiamo la vicenda. A ventiquattr’ore dai fatti di via d’Amelio, Borsellino passeggiava senza scorta sul lungomare di Carini. Con lui, soltanto Agnese, sua moglie. «Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere». Queste parole esatte di Agnese furono messe a verbale in sede giudiziaria il 18 agosto 2009, preceduta da una frase: «ricordo perfettamente». In un Paese normale dovrebbe essere compito dei giornalisti d’inchiesta a riportare i fatti, ma a farlo ci ha dovuto pensare la figlia di Paolo Borsellino.

Borsellino quando era a Marsala già conosceva il dossier mafia-appalti. Altro scoop televisivo, ma sempre di Fiammetta Borsellino e non dei giornalisti presenti. Spiega che c’è un passaggio della sentenza trattativa che riporta il falso. Quale? Ecco cosa scrisse la Corte nella sentenza: i giudici spiegano come non vi è la «certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia-appalti e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse, mentre, al contrario, è assolutamente certo che non vi fu alcuno sviluppo di quell’interessamento nel senso di attività istruttorie eventualmente compiute o anche solo delegate alla P.G., che, conseguentemente, possano aver avuto risalto esterno giungendo alla cognizione di vertici mafiosi, così da allarmarli e spingerli improvvisamente ad accelerare l’esecuzione dell’omicidio». Ebbene, Fiammetta Borsellino contesta aspramente questo passaggio, e lo fa con dati oggettivi. Ricorda che suo padre, quando era ancora alla procura di Marsala, ha subito voluto copia del dossier tanto da trovare spunto per sviluppare un filone di indagine sugli appalti di Pantelleria. Oltre a ciò, Borsellino stesso ha inviato il suo filone di indagine alla procura di Palermo pregando che confluisse nel dossier principale.

Uno degli imprenditori citati in mafia-appalti aveva i verbali di interrogatorio di Leonardo Messina. A quanto pare sarebbe rimasta lettera morta, tanto che Borsellino lo ha ribadito nuovamente durante la sua ultima riunione del 14 luglio. Senza parlare del suo interrogatorio al pentito Leonardo Messina nel quale ha riscontrato ciò che era già scritto nel dossier mafia-appalti: il presunto rapporto del gruppo Ferruzzi – Gardini con la mafia di Totò Riina, tramite i fratelli Buscemi. Ed ecco che Fiammetta Borsellino, durante lo speciale di Enrico Mentana, lancia un altro scoop. Un fatto singolare mai riportato da alcun giornale, né tantomeno negli innumerevoli servizi giornalistici d’inchiesta. È accaduto che uno degli imprenditori che compaiono nel dossier mafia-appalti, è stato fermato dai Ros e gli hanno rinvenuto nello zaino i verbali di Leonardo Messina che erano riservati. Chi gliel’ha dati? Di certo non Paolo Borsellino. Ma com’è detto gli animi, durante la trasmissione tv, si sono surriscaldati e Purgatori ha mosso delle obiezioni a Fiammetta Borsellino sul fatto che i Ros avrebbero inviato i nomi dei politici in un secondo momento. Ed ecco che viene rispolverata la teoria della doppia informativa. A questo punto per decostruire questa storia, trita e ritrita, basterebbe citare ciò che scrisse la Corte d’appello che ha assolto Calogero Mannino relativamente al processo stralcio sulla presunta trattativa Stato- mafia. Vale la pena riportarne qualche passaggio, perché è relativa proprio alla tesi dell’accusa per far credere che i Ros volessero proteggere i politici, in funzione della trattativa. «Non può tacersi il fatto che – scrive la Corte in merito a mafia appalti – un riverbero della grande rilevanza dell’indagine si ha in numerosi atti presenti nel processo (…) E deve inoltre osservarsi che la ricostruzione dell’organo dell’accusa appare in contrasto logico irrimediabile col fatto che i magistrati che dirigevano l’indagine dovevano tenere il controllo e la direzione, appunto, degli atti degli investigatori da loro delegati, ivi comprese quelle intercettazioni che si afferma non essere state inserite nell’informativa presentata alla Procura, e che in ogni caso avrebbero dovuto gestire e garantire anche successivamente il più adeguato sviluppo di una così significativa investigazione, che coinvolgeva il sistema corruttivo delle spartizione degli appalti pubblici in Sicilia».

La procura di Caltanissetta: non trovati riscontri sulle dichiarazioni di Avola. Poi va sul punto rispolverato da Purgatori: «È noto altresì che il Gip di Caltanissetta, investito della questione della gestione di quella indagine, arrivò alla conclusione di escludere l’ipotesi della doppia informativa». Tutto scritto nero su bianco. Nel frattempo, a proposito dello scoop di Michele Santoro, la procura di Caltanisetta conferma che l’anno scorso, Avola, sentito in un interrogatorio, ha riferito della sua presenza in via D’Amelio, «a distanza di oltre 25 anni dall’inizio della collaborazione con l’autorità giudiziaria». Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Gabriele Paci ha subito iniziato l’indagine, alla ricerca di riscontri: «I conseguenti accertamenti –scrive ieri la procura nissena – finalizzati a vagliare l’attendibilità delle dichiarazioni rese, riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità. Sono per contro emersi – precisano i pm – rilevanti elementi di segno opposto, che inducono a dubitare». Quindi Santoro ha preso probabilmente un abbaglio, ma gli va dato atto che – al di là di Avola -, ha riportato la mafia nella sua reale dimensione. Non eterodiretta, nessun terzo livello, ma autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere. In fondo, è quello che Giovanni Falcone cercava di spiegare nei libri e nei suoi innumerevoli interventi.

Il racconto di Fiammetta Borsellino. Che fine ha fatto il dossier Mori, i dubbi sulla Procura di Palermo. Leonardo Berneri su Il Riformista il 30 Aprile 2021. Durante lo speciale di Enrico Mentana su La Sette, nonostante i presenti in studio abbiano cercato di deviare il discorso, Fiammetta Borsellino ha mantenuto il punto concentrandosi sulle cause della strage di Via D’Amelio, ma soprattutto sulle anomalie che sarebbero avvenute all’interno dell’allora procura di Palermo retta da Pietro Giammanco. L’unica a sostenerla è stato l’ex magistrato Antonio Di Pietro, testimone di alcuni fatti ben circostanziati riguardanti il dossier mafia-appalti redatto dai Ros e nato su spinta di Giovanni Falcone. Dossier archiviato subito dopo la morte di Borsellino. Ed è stata Fiammetta che ha esordito: «Nella sentenza trattativa si dice una menzogna, una bugia. Si dice che mio padre fosse addirittura disinteressato al dossier ‘Mafia e appalti’ o che non lo conoscesse: ma non è vero, perché lo conosceva benissimo». Una denuncia forte, tanto da far rabbrividire i presenti in studio abituati al racconto a senso unico sulla presunta trattativa. Di fatto, è stato violato un dogma di una certa Antimafia che, per dirla come Sciascia, è diventata uno strumento di potere. Il passaggio della sentenza trattativa, com’è detto, riguarda il fatto che Borsellino non avrebbe fatto in tempo nemmeno a leggere il contenuto del dossier. Ma Fiammetta è stata categorica: è una menzogna. E per corroborare la sua affermazione ricorda una circostanza documentata. Ricorda che suo padre chiese copia del dossier quando era ancora alla procura di Marsala. Ed è vero. In un verbale di assunzione di informazione, il capitano Raffaele Del Sole ha raccontato che, su richiesta di Borsellino, ha accompagnato presso la procura di Marsala l’allora collega Giuseppe De Donno in un periodo poco successivo al deposito del dossier mafia- appalti alla procura di Palermo. «Ricordo che nel corso dell’incontro – ha spiegato Del Sole – il procuratore Borsellino chiarì al De Donno i motivi per cui chiedeva copia del rapporto riconducendoli sostanzialmente alla pendenza di indagini che la procura di Marsala stava effettuando su alcuni appalti a Pantelleria. Fatti che erano stati ritenuti connessi alle indagini espletate dai Ros». Sempre il capitano Del Sole ha aggiunto che nel corso di tale incontro c’era anche il maresciallo Carmelo Canale, il quale avvalorò quanto riferito da Borsellino definendo con espressione metaforica il dossier mafia- appalti come il “cacio sui maccheroni”. Ma Fiammetta Borsellino ha anche ricordato che suo padre, il 25 giugno 1992, volle tenere un incontro riservato presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo con gli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini mafia – appalti riferendo esclusivamente a lui. Durante la trasmissione, il giornalista Andrea Purgatori ha tentato di muovere obiezioni, purtroppo prive di fondamento. A partire dal fatto che il dossier mafia appalti, archiviato dopo la morte di Borsellino, sarebbe stato privo dei nomi dei politici. E che solo successivamente, i Ros avrebbero presentato la lista dei nomi. Non è così. Parliamo della teoria della doppia informativa smentita dall’ordinanza dell’allora Gip Loforti. Punto confermato anche dalla sentenza Mannino dove la Corte ha rispedito al mittente tale teorema. Fiammetta, come un fiume in piena, ha aggiunto il particolare, mai raccontato, che Borsellino sentì anche il pentito Leonardo Messina, il quale gli riferì che la Calcestruzzi Spa (all’epoca del gruppo Ferruzzi – Gardini) sarebbe stata in mano a Totò Riina. In sostanza, anche se non era titolare dell’indagine, trovò un ulteriore riscontro a ciò che compariva nel dossier dei Ros. Ed è Antonio Di Pietro a sostenere Fiammetta ricordando che avrebbe dovuto sentire proprio Gardini su tutti questi aspetti, ma non fece in tempo perché quest’ultimo si suicidò. Lo stesso Di Pietro ricorda quando si incontrò con Borsellino ed ebbe una conversazione con lui proprio sull’indagine sulla gestione illecita degli appalti siciliani che si sarebbe dovuta unire all’indagine su Tangentopoli. «Bisogna fare presto, perché non c’è più tempo», gli disse Borsellino. Mentre i presenti in studio, tranne ovviamente Di Pietro, cercavano di buttarla sulla presunta Trattativa, c’è Fiammetta che ha contestualizzato le parole di sua madre Agnese, manipolate nel tempo. Innanzitutto ha chiarito l’episodio di Borsellino che si sarebbe sentito male perché avrebbe scoperto che il generale Subranni (l’allora capo dei ros) era punciutu, ovvero affiliato alla mafia. Nient’affatto. Fiammetta ha riportato l’esatta frase e ha contestualizzato. Prima volta che accade nella televisione italiana, perché si è sempre speculato su questa frase riportata da Agnese. La figlia ricorda che sua madre disse, a verbale, esattamente questa frase: «il 15 luglio 1992, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto. Mi disse testualmente: ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu». Nella frase «ho visto la mafia in diretta», Borsellino si riferiva al suo interlocutore, avendo capito la sua intenzione di infangare i Ros. Ed è Fiammetta a ricordare che, casualmente, Borsellino, proprio il giorno prima aveva partecipato alla sua ultima riunione alla Procura di Palermo dove chiese conto e ragione del procedimento mafia appalti, facendo sue le lamentele dei Ros. Ricordiamo che la sentenza d’appello del Borsellino Quater, la quale spiega che l’accelerazione della strage di Via D’Amelio è da ritrovarsi nell’interessamento sugli appalti, è stata categorica nell’evidenziare che all’interno della procura di Palermo di allora c’erano delle anomalie da mettere al vaglio. Viene citato il fatto che l’arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo «era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell’organizzazione mafiosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a “quel santo cristiano di Giammanco”». Tutto scritto nero su bianco. Fiammetta Borsellino ha chiesto una operazione di verità, senza guardare in faccia a nessuno. Ciò le costa e costerà molto in termini di consenso, soprattutto in mezzo ai tantissimi invasati che sventolano l’agenda rossa come se fosse il libro di Mao Tse Tung. Fanatismo corroborato da numerosi libri e numerose improbabili inchieste TV. Oltre ai tanti magistrati che vengono dipinti come degli intellettuali e con la schiena dritta. Essere coraggiosi nella solitudine, senza il premio di un consenso, soli davanti a sé stessi, richiede un grande coraggio e una grande forza. Leonardo Berneri

Depistaggio di via D’Amelio: escono di scena i magistrati, restano soltanto i poliziotti. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 3 febbraio 2021. Archiviata l’inchiesta sugli ex pubblici ministeri di Caltanissetta, Carmelo Petralia ed Annamaria Palma sul depistaggio della strage di via D’Amelio. Esce di scena la magistratura dal depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Archiviata l’inchiesta a carico degli ex pubblici ministeri di Caltanissetta Carmelo Petralia ed Annamaria Palma. Parliamo del troncone scaturito dalla sentenza di primo grado del Borsellino Quater. A fare richiesta di archiviazione è stata la procura competente , quella di Messina, motivando che «le indagini, doverosamente svolte secondo l’indicazione della Corte di assise di Caltanissetta, pur avendo imposto a quest’ufficio un considerevole dispendio di energie ai fini di soddisfare il canone della completezza, non hanno consentito di individuare alcuna condotta posta in essere né dai magistrati indagati, né da altre figure appartenenti alla magistratura che abbiano posto in essere reali e consapevoli condotte volte ad inquinare le dichiarazioni, certamente false, rese da Vincenzo Scarantino».

“Nel tempo sono venute meno fonti di prova rilevanti”. Secondo i pm, «le indagini scontano dei limiti strutturali difficilmente superabili». I magistrati messinesi, che in due anni di indagini hanno interrogato veri e falsi pentiti e tutti i protagonisti delle vicende dell’epoca – poliziotti, avvocati e magistrati – sottolineano «il venir meno, nel tempo, di fonti di prova rilevanti (è il caso – scrivono – dei sopravvenuti decessi del dott. Tinebra e del dott. Arnaldo La Barbera, i quali hanno certamente avuto un ruolo importante nella vicenda)». Il riferimento è all’ex procuratore di Caltanissetta e all’ex capo della Mobile di Palermo che coordinava il gruppo investigativo che svolse gli accertamenti sull’attentato al giudice Borsellino. Il 19 ottobre scorso è stata discussa la richiesta di archiviazione davanti al Gip.

Oggi la decisione del gip di archiviare. Ricordiamo che l’opposizione è stata presentata dagli avvocati Rosalba Di Gregorio e Gaetano Scozzola, difensori delle parti civili riconosciute nell’indagine sugli ex pm di Caltanissetta. In particolare l’avvocata Di Gregorio ha chiesto un confronto: «l’esame di Giovanni Guerrera e Pietro Giovanni Guttadauro sui colloqui investigativi del luglio 94 a Pianosa», oltre «all’acquisizione attività di indagini depositate a Caltanissetta sulle intercettazioni», e il confronto tra «l’avvocato Santi Foresta (ex legale di Scarantino) e i magistrati Petralia, Palma e Francesco Paolo Giordano». Durante l’udienza davanti al Gip, i pubblici ministeri hanno presentato e illustrato una memoria integrativa alla richiesta di archiviazione. Sono quindi intervenuti gli avvocati della difesa. Il gip si è riservato la decisione. Oggi il responso: archiviato. Esce così di scena la magistratura che ha gestito il falso pentito Scarantino sull’indagine per la strage di via D’Amelio. Rimangono soltanto i poliziotti.

L’ondivago falso pentito Scarantino non ha confermato le accuse ai magistrati. Quindi va creduto? Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 4 febbraio 2021. Archiviata la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio basato sulle dichiarazioni di Scarantino. Come già annunciato è stata archiviata dal gip di Messina la posizione dei magistrati per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio, nella quale morirono Borsellino e la sua scorta. Il procedimento archiviato ha preso le mosse dalla trasmissione da parte della Procura della Repubblica di Caltanissetta alla Procura della Repubblica di Messina – a seguito del deposito della sentenza di primo grado del “Borsellino quater” – degli atti relativi al procedimento n. 916/18 modello 45 «al fine valutare le condotte dei magistrati all’epoca in servizio presso il distretto di Corte d’Appello di Caltanissetta in ordine alle indebite pressioni rivolte, in particolare, nei confronti di Scarantino Vincenzo, nell’ambito dei procedimenti conseguenti la strage di via D’Amelio».

Il 4 giugno del 2015 per Scarantino i giudici erano consapevoli che le sue dichiarazioni fossero false. Nel corso dell’udienza del 4 giugno del 2015 nell’ambito del procedimento summenzionato, il falso pentito Scarantino aveva fatto esplicito riferimento alla consapevolezza da parte dei magistrati che avevano gestito la sua collaborazione – nello specifico Giovanni Tinebra (poi deceduto), Carmelo Petralia e Anna Maria Palma Guarnier – che le dichiarazioni da lui rese nella fase delle indagini preliminari sulla strage di via D’Amelio fossero false.Ma nulla, nessuna responsabilità penale. L’indagine da parte della Procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia è partita, per poi però appunto chiedere l’archiviazione.

A Caltanissetta è in corso un processo a 3 poliziotti con le stesse accuse. Mentre, per gli stessi fatti e per la stessa accusa (concorso in calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa nostra) a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, membri del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sulle stragi mafiose del ’92 di via D’Amelio e di Capaci. I tre, secondo l’accusa, avrebbero in qualche maniera manovrato le dichiarazioni rese da Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all’attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.Un’inchiesta, ribadiamo, quella nei confronti degli investigatori e dei pm (ora archiviata), nata sulla scorta delle motivazioni della sentenza Borsellino quater in cui si parla in maniera chiara del depistaggio delle indagini certificando che Scarantino è stato «indotto a mentire». Eppure, secondo il giudice dell’udienza preliminare, «la corposa attività d’indagine posta in essere dall’Ufficio di Procura presso questo Tribunale non ha consentito – a parere di questo Giudice – di individuare alcuna condotta penalmente rilevante a carico dei magistrati oggi indagati che fosse volta ad indurre consapevolmente Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni e a incolpare».

Le dichiarazioni discordanti del falso pentito. Per arrivare a questa conclusione, il gip prende le mosse delle dichiarazioni discordanti di Scarantino. Prima dice di essere stato indotto dai soli poliziotti senza la presenza dei magistrati, ma poi dice l’esatto contrario. «Chiesti chiarimenti- scrive il giudice – in merito alla diverse dichiarazioni rese nel tempo sulle condotte dei magistrati che si erano occupati della sua collaborazione, alle sue varie ritrattazioni, alle dichiarazioni reticenti e ai vari “non ricordo”, lo Scarantino ha giustificato la sua condotta in maniera confusa, addossandosi la colpa in quanto soggetto emotivamente instabile e additando la Polizia come la causa della “rovina della sua vita”». In sostanza Vincenzo Scarantino viene creduto solamente quando accusa esclusivamente la polizia. O meglio, quando davanti ai magistrati di Messina ritratta nuovamente la sua versione. Si legge sempre nell’ordinanza di archiviazione che «d’altronde, senza la successiva collaborazione di Spatuzza Gaspare (iniziata nel giugno 2008), della falsità delle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo non vi sarebbe stata alcuna certezza».

La totale mancanza di attendibilità di Scarantino era nota dal 1995. Eppure, molti anni prima qualche altra certezza c’era stata. Parliamo del 3 gennaio del 1995, quando c’è stato il confronto tra Scarantino e i collaboratori di giustizia Totò Cancemi, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo. Ed è proprio in quel confronto che emerse la totale mancanza di attendibilità di Scarantino. Ma è accaduto che il verbale del confronto è rimasto nel cassetto per diverso tempo. Alla data dei confronti, ovvero il 13 gennaio 1995, nessuno dei processi riguardante la strage di via D’Amelio era stato ancora definito. La sentenza del primo processo concluso, il Borsellino 1, viene pronunciata solo nel gennaio del 1996, a distanza di oltre un anno dall’avvenuta assunzione dei confronti. Il deposito di quei verbali demolitori della figura di Scarantino, quanto al profilo criminale quanto al contenuto delle dichiarazioni, avrebbe potuto quindi incidere sensibilmente sulle conclusioni di quel processo. Che invece, com’è noto, si concluse accettando l’intero impianto accusatorio basato sulla parola di Scarantino e condannandolo all’ergastolo.

Scarantino congedato dal servizio militare perché ritenuto «neurolabile». Il verbale uscì fuori grazie alla tenacia dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, che all’epoca difese alcuni imputati poi condannati ingiustamente per la strage. La commissione Antimafia della Sicilia, nella sua relazione, ha evidenziato che il mancato deposito di detti verbali nella segreteria del pubblico ministero ha «sicuramente determinato una grave deviazione processuale, perché ha impedito alla Corte di Assise di Caltanissetta una piena cognizione ed una corretta valutazione dell’inesistente affidabilità di Scarantino». Un iter processuale, quindi, che già nel 1995 avrebbe avuto un esito diverso, se solo si fosse portato a conoscenza di quel verbale, il perno principale che avrebbe fatto decadere tutte le accuse senza arrivare fino al Borsellino Quater. Come se non bastasse, nel 2019, durante il processo depistaggio contro i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, esce fuori un documento che attesta che Vincenzo Scarantino fu congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici «neurolabile». È stato prodotto dall’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina e Gaetano Murana, ex imputati falsamente accusati e poi scagionati e scarcerati. Secondo quanto risulta nel documento del 1986 a Scarantino venne diagnosticata una «reattività nevrosiforme persistente in neurolabile». Motivo in più per chiedersi del come mai non si siano fatti tutti quegli accertamenti quando a suo tempo presero per oro colato le false dichiarazioni di Scarantino. Una Fiammetta Borsellino, delusissima dell’archiviazione, si è lasciata andare a un amaro «cane non mangia cane».

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Il patto che strinse la mafia con gli States. La vera trattativa tra Stato e Mafia fu tra gli USA e Lucky Luciano. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 26 Settembre 2021. Dice il direttore con un sms: me lo fai un grande pezzo su mafia e stato? Una cosina leggera, commento io, tanto per stare sulla palla appunto. Da dove partire? Dalla sociologia e dalla leggenda, dal sasso in bocca, o dai genitali fra i denti dell’ammazzato, dalla foresta di cemento sotto Agrigento, dalla strage di viale Lazio che sembrò una cosa enorme, a quei tempi, in cui la mafia non metteva mai bombe ma solo lupara e latte di benzina? Era quel periodo da racconto del Padrino con i wise guys, i ragazzi accorti con la coppola storta che dove mamma comanda, picciotto va e fa. Troppi film, troppa letteratura. Anche Sciascia ne restava nauseato. Ne sono stato testimone perché lo dovevo intervistare per Repubblica ma Leonardo era riluttante. Abitava all’hotel Tirreno su via Nazionale, quasi a piazza Esedra, e di rigore facevamo lunghe camminate in silenzio. Era già arrivato al punto: se tutto è mafia, nulla è mafia. L’antimafia come professione è stata il fenomeno più interessante e prettamente italiano: non si fanno indagini ma manifestazioni, preghiere di massa deliranti con qualche svenimento e assunzione diretta in cielo. Il mio ricordo più traumatico fu quando andai a Palermo per la morte di Falcone che avevo intervistato poche settimane prima per una tv privata. Quando arrivai in un albergo del centro cominciai a passare da un canale tv all’altro per vedere come si comportavano le televisioni locali e mi trovai di fronte a un fatto curiosissimo: nessuno parlava delle indagini, nessuno mostrava interesse verso il movente preciso e urgente per cui Falcone era stato ucciso. dal momento che la mafia non assegna Oscar alla carriera. Sarebbe importante saperlo ancora oggi, visto che ancora non lo sappiamo. Perché Giovanni Falcone doveva essere ucciso in quel modo con un’azione da commandos militari? Mi accorsi che non soltanto nessuno poneva le domande che è obbligatorio porsi, ma che era considerato sospetto e fuori luogo deviare dalla vulgata e dalla linea decisa: non ci si doveva fare alcuna domanda, dobbiamo santificare immediatamente Giovanni Falcone e assumerlo in cielo con tutti i possibili riti dei bambini delle elementari, delle madonne, dei capi sezione di partito, delle categorie e dei sindacati. Ma quanto a indagini, zero. Perché fu ucciso Giovanni Falcone? Io non lo so e me lo chiedo. Qualcun altro si pone il problema numero uno? Quale fu il movente preciso? Credo di essere fra i quattro o cinque che ancora lo chiedono e se lo chiedono. La mafia non uccide mai per caso, la mafia non uccide mai per odio, la mafia quando uccide sa che subirà un danno in affari gigantesco. Prendevo nota ogni giorno dell’assenza totale di notizie di investigazioni criminali. Giravano voci, si sentivano i soliti sospetti, routine. Quando fu la volta di via D’Amelio, il mio amico ex magistrato e poi deputato Peppino Ayala mi aprì la porta di casa Borsellino, dove entrai come giornalista della Stampa, e vidi quelle povere persone colpite da una bomba termonucleare, già consapevoli di dovere assumere un ruolo pubblico che caricasse sulle loro spalle il peso del decoro che lo Stato sembrava aver perso. Lo Stato l’aveva perso perché anche tutta la storia di via D’Amelio è finita in un groviglio di pentiti che smentiscono altri pentiti che hanno mentito su altre menzogne e così via e così via. Ricordo Brusca, quello che squagliava i bambini nell’acido, catturato da una candid camera mentre diceva a un giornalista: “Ma dottore, ma vi pare a voi che un uomo ignorante come me poteva fare tutto ‘sto casino come quello di Capaci?” Tornando indietro, da cronista ho seguito più o meno i delitti più importanti e le uccisioni dei magistrati, dei poliziotti e dei politici uccisi dalla mafia. Fui preso da quella febbre che colse tutti noi giornalisti alla morte di Falcone. In particolare rimasi molto impressionato dal piccolo libro di Marcelle Padovani con una intervista a Falcone che tutto prevedeva e interpretava. C’è stata una grande mafia – e questo lo sappiamo – che ha fatto politica e che – anche questo lo sappiamo – ha fatto anche la vera trattativa. Non quella che è stata gettata nel cesso dalla Corte d’appello di Palermo l’altro ieri. Ma quell’altra, quella del mondo democristiano. Ricordo in breve due fattarelli utili che si tende a dimenticare. Gli americani erano stati assolutamente refrattari a intervenire nella Seconda guerra mondiale e non dichiararono guerra a Hitler neppure dopo aver subito l’attacco giapponese di Pearl Harbor. Fu Hitler a dichiarare guerra. Metà abbondante degli americani era isolazionista ma comunque di fronte al fatto compiuto si entusiasmò. Lucky Luciano stava in galera in una cella con servizi e servitù e fece la prima vera trattativa a favore di se stesso, chiedendo in cambio dei suoi servigi e dell’uso dei suoi contatti un ulteriore miglior trattamento e la promessa di essere rimandato in Italia: avrebbe fatto proteggere il porto di New York dal sindacato per vigilare su eventuali attività di sottomarini tedeschi e poi prese l’impegno di favorire lo sbarco delle truppe americane in Sicilia. Il ferocissimo generale Patton trovò pochi reparti italiani a resistere e ordinò ai suoi di “sparare agli italiani all’altezza dello stomaco, così vedrete che gli passa la voglia”. Poi fece fucilare tutti i prigionieri italiani delle Camicie Nere come spie non militari. Ma non ci fu altra resistenza militare degna di nota. La gente applaudiva e gettava fiori dalle finestre. Per la mafia era la liberazione perché, inutile nasconderlo o minimizzarlo, sotto il regime fascista e i pieni poteri del generale Mori (un altro Mori…) i mafiosi se la vedevano brutta. A riportare in vita la mafia e anche in pompa magna fu una grossolana valutazione militare: gli americani immaginavano che Mussolini avrebbe venduto cara la sua pelle ma non fu così e in poche settimane le truppe di Patton erano in Calabria in marcia verso Salerno. Venne il dopoguerra e arrivò l’attentato a Togliatti quando un aitante Salvatore Giuliano – che fu fatto assassinare dal cognato Gaspare Pisciotta per conto dei carabinieri – attaccava con bombe e fucili le sezioni del Pci di Carini, Borgetto, Partinico, Cinisi, Monreale, mentre il giovane Buscetta – che darà a Falcone le chiavi dei gironi mafiosi – era fatto uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova guidata da Tano Filippone. Il bandito Giuliano, bello, aitante e amato dalle donne, si illuse di prendere la Sicilia intera con l’Evis, un esercito di liberazione del bandito Salvatore Giuliano che volle provare il suo anticomunismo agli americani sparando e uccidendo contadini che festeggiavano il primo maggio ìn scampagnata. C’era la guerra fredda che sembrava quasi calda e qualcuno mise in testa a Giuliano che la Sicilia avrebbe potuto diventare il cinquantunesimo degli States dopo le Hawaii. In America la macchina produttiva e il brand di Cosa Nostra erano oggetto di studi economici oltre che polizieschi: era evidente al procuratore Dewey, grande nemico di Al Capone, che si trattava di un’azienda criminale da distruggere, ma anche esemplare per politiche di marketing, dedizione del personale, lungimiranza e duttilità nel business: la droga non andava allora così forte come la prostituzione e si facevano più soldi con le aree edificabili e con le case da gioco, cosa che rendeva la Sicilia più vicina a Cuba che all’Italia continentale, almeno fino all’arrivo dei barbudos di Fidel Castro. Era il periodo d’oro. Regnavano allora su Palermo una ventina di famiglie con una trentina di soldati ciascuna. I vecchi capi come Calogero Vizzini e Genco Russo stavano per passare la mano, a cominciare dal decrepito ma imponente Gaetano Filippone detto “U’ zu’ Tanu Filippone”, sostituito dal genero Giuseppe Corvaia e poi dal famoso Pippo Calò. Salivano di grado i futuri colonnelli e in particolare il promettente Tommaso Buscetta, che benché giovane fu invitato all’incoronazione di Gerlando Alberti detto “U paccarè”, il posato, il calmo. Non lo conosceva nessuno. I giornali se ne stavano calmi. Erano tutti molto calmi. Si pubblicavano i libri di Michele Pantaleone ma fu soltanto nel 1978 con le rivelazioni di Giuseppe Di Cristina, che si poté profilare quel ragazzo posato. La mafia padronale e comunque al servizio di chiunque potesse pagare, non se la prendeva soltanto con i comunisti, ma anche con i socialisti; fu Luciano Liggio a decretare la messa a morte di Placido Rizzotto, un sindacalista socialista. Ma Liggio fu assolto. E poi fu assolto di nuovo e così per altri nove omicidi. Nel luglio del 1960 Cosa Nostra fa una sorta di Congresso per il rilancio della sezione marketing e vengono dagli Usa per dare qualche lezione di modernità Lucky Luciano e Joe Bonanno col sempre più rampante Tommaso Buscetta. Fermiamo le lancette dell’orologio. Cosa Nostra è una società criminale che ha pensato di dare prove di anticomunismo militare agli americani per mettere la DC in condizioni di non poter rifiutare i suoi piani. La guerra fredda è reale, gli americani sono attenti e in fondo guardano con un occhio di gratitudine a quei “paisà” che durante la guerra dettero una mano alla marina per proteggere il porto di New York. Tutto ciò formava il contesto e quel contesto, cui si riferiva Sciascia, aveva la precedenza e la priorità su tutto. La sinistra chiedeva continuamente commissioni d’inchiesta e Sciascia vide che si stava formando un ceto politico relativamente nuovo: quello dei professionisti dell’antimafia di cui avvertì immediatamente il pericolo come vedremo nella prossima puntata.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà. 

La storia della Trattativa Stato-mafia. Il patto tra Dc e corleonesi fu siglato sul sangue di Dalla Chiesa. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 29 Settembre 2021. Per questa seconda puntata del racconto sommario dei rapporti fra Stato e mafia sono andato ad attingere da un mio antico file nutrito per oltre quaranta anni con troppi eventi e nomi per poter essere usato. Ma ne escono le questioni fondamentali dello sviluppo del rapporto fra Stato, Mafia, intermediari, professionisti e sedicenti tali dell’antimafia. Per tornare di nuovo a Sciascia: c’è una storia che nasce con il dopoguerra e una seconda parte che comincia negli anni Ottanta e che vede l’astro Falcone illuminarsi progressivamente e per molti minacciosamente. Oggi si parla di Cosa Nostra come se fosse una squadra, un brand, un marchio di fabbrica, ma è falso. Fa parte della vulgata ideologizzata. Ma provate a immaginare: ci fu un’epoca, quella degli anni Settanta e Ottanta e che arriva fino alla fine della guerra fredda, quando scoppiò Tangentopoli con l’inchiesta Mani Pulite, in cui erano attori di primo piano le varie mafie fra cui i Corleonesi con il loro ruolo di comando, i guerriglieri di dubbia e molteplice origine sia rossa (Brigate rosse, Prima Linea) e nere (Nar e altre sigle), correnti fra loro diverse e opposte negli organi dello Stato, specialmente nei servizi segreti perennemente divisi fra un’ala filo araba e una filo israeliana e americana, ma con pesanti e continue interferenze dei servizi dell’Unione Sovietica che nel 1981 tentarono, senza riuscirci, di eliminare il papa polacco che con il suo seguito sindacale e politico occupava materialmente il territorio polacco, rendendolo inoperabile per fini militari. Cominciò la stagione delle Commissioni antimafia sia regionali che del Parlamento repubblicano in cui tale commissione diventa istituzionale, ovvero diventa una branca del Palamento con tutto il suo apparato, gli accordi e disaccordi sulle presidenze e il mestiere di membro o presidente dell’antimafia diventa la professione che Leonardo Sciascia violentemente contestava, sicuro che nessuno dei politici italiani capisse nulla di mafia e usasse la mafia e l’antimafia solo per fare carriera e occupare spazi politici. I delitti accadevano a una velocità che abbiamo dimenticato: circa ottanta all’anno, qualche anno più pescoso anche di più. Era la normalità della mafia e dell’antimafia. Sono poi andato a sfogliare dei miei volumoni di fotocopie degli originali interrogatori condotti da Falcone, quando mise sotto torchio Tommaso Buscetta che fu il primo e vero testimone di giustizia che vuotò il sacco. Il giudice lo interrogò sempre da solo, senza cancelliere, e metteva a verbale con la penna stilografica le domande e le risposte. Questo Tommaso Buscetta è un uomo chiave su cui sono stati fatti film e libri. Ma era un testimone di Giustizia (in Italia e soltanto in Italia si dice “pentito”) che volente o nolente vuotò tutto il sacco, e quando cercava di mettere nel sacco Falcone, quello lo ri-arrestava. Un altro tutore esegeta di Buscetta fu Enzo Biagi che ebbe con lui una famosa intervista in cui, ad esempio, Buscetta spiegava mentalità e uso del potere di Salvo Lima che poi diventò il referente di Giulio Andreotti, per cui quando Lima fu ammazzato, Andreotti capì che la sua corsa verso il Quirinale era finita, anche se seguitò a sperarci. Nei primi anni Sessanta il futuro onorevole Lima fu sindaco di Palermo. Buscetta raccontò poi a Biagi: «Lui personalmente non mi ha fatto dei favori perché io avevo anche i miei dentro il municipio di Palermo, che erano di Cosa nostra. Addirittura, uno era il consigliere della mia famiglia che si chiamava Giuseppe Trapano, consigliere della famiglia e consigliere municipale». Prima di quei due anni da sindaco, Lima aveva assistito come membro della Democrazia Cristiana all’ascesa dei Corleonesi al potere, cominciata con l’assassinio del boss (e noto medico chirurgo) Michele Navarra, quando gli uomini in armi erano Totò Riina, Bernardo Provenzano e Luciano Liggio. Disse Buscetta che le riunioni nella Commissione erano tempestose perché il capo dei palermitani, Salvatore La Barbera si trovava in contrasto con i provinciali Corleonesi e accadde che un membro della famiglia di Porta Nuova, tal Anselmo Rosario, si era innamorato della sorella di un uomo d’onore, Raffaele Spina, di un’altra famiglia, quella di Noce. Raffaele Spina pose il veto sul matrimonio per motivi sociali. I compari di Anselmo Rosario, fra cui Tommaso Buscetta, consigliarono all’amico di rapire la donna amata e chiudere la faccenda con un fatto compiuto. Il rapimento avvenne e le conseguenze furono quelle previste: Raffaele Spina inghiottì il boccone, ma giurò vendetta e di far fuori l’odiato rapitore della sorella. Ma le regole di famiglia vietavano qualsiasi atto che andasse contro i legami di sangue e Salvatore La Barbera si oppose alla richiesta, cosa che aumentò ancora di più la tensione fra palermitani e provinciali. La tensione arrivò a tal punto che Calcedonio Di Pisa fu assassinato a Palermo il 26 dicembre 1962, poco prima che la proposta di legge del Senatore Ferruccio Parri – il primo capo del governo repubblicano alla fine della guerra, di istituire una Commissione permanente d’Inchiesta sulla mafia, fosse messa nel calendario dei lavori parlamentari. Intanto era morto a Napoli Lucky Luciano per un infarto, mentre stava discutendo un film sulla propria vita con un produttore americano e per i suoi funerali si era spostato da Milano Joe Adonis, antico compagno di gangsterismo negli Stati Uniti. Luciano non era mai stato regolarizzato come cittadino americano essendo entrato da bambino come clandestino e dunque era stato espulso e spedito a Napoli. Adonis aveva deposto una corona con la scritta “Goodbye, Old pal”. Nel 1962 anche l’Assemblea regionale siciliana vota all’unanimità una mozione per la Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia. Finalmente il 20 ottobre 1962 la Camera approva la legge che istituisce la Commissione antimafia con il compito anche di “proporre le misure necessarie per reprimere le manifestazioni ed eliminarne le cause”. Intanto la mafia si è convertita dal settore agricolo all’edilizia, badando alle amministrazioni, agli appalti, e quindi alla politica del denaro pubblico. Alla lupara si sostituiscono il mitra e la pistola automatica mentre diventano importanti le connessioni con i partner commerciali della cocaina e dell’eroina, imponendo una politica estera di Cosa Nostra. Dirà Buscetta nel 1992: «La mafia è dominata dai Corleonesi. Si sono sciolte tutte le famiglie. Nel ‘63 un tale Michele Cavataio si rese responsabile di una cosa gravissima. Aveva messo delle bombe nelle macchine provocando la morte di civili e poliziotti. Fu uno scandalo per Cosa Nostra. Ora invece i Corleonesi possono mettere le bombe e far saltare i giudici». Negli Stati Uniti, nell’autunno del 1963, Joe Valachi di fronte alla Commissione senatoriale degli Stati Uniti rivelò il nome di Cosa Nostra e la sua organizzazione. Valachi fu il primo a parlare della Mafia come “Cosa Nostra”, in cui dice di essere entrato nel 1930, introdotto da Salvatore Maranzano. Dopo aver deposto e fornito il primo quadro dettagliato e attendibile dell’organizzazione, Valachi, dopo aver pronunciato la sua impressionante testimonianza di “pentito”, fu condotto nella prigione federale di La Tuna in Texas, dove morì d’attacco cardiaco nel 1971. Dopo la morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo e ucciso barbaramente a colpi di mitra insieme alla giovane moglie, il figlio del generale, Nando dalla Chiesa, accusò lo scrittore Leonardo Sciascia di aver lasciato credere a suo padre di essere il capitano Bellodi, l’eroe del Giorno della Civetta, Lo scrittore siciliano non ne aveva voluto sapere di celebrare il generale ucciso rimproverandogli di non aver capito la mafia, di essere stato superficiale e imprudente e di essersi pericolosamente nutrito della propria auto leggenda. Del delitto dalla Chiesa, Tommaso Buscetta racconta a Falcone: «La sera del 3 settembre, qualche ora dopo l’assassinio di dalla Chiesa ero all’hotel Regent di Belem, sul Rio delle Amazzoni, con Gaetano Badalamenti e guardavamo la televisione. Quando venne trasmessa la notizia, Badalamenti commentò dicendo che quel delitto doveva essere stato un atto di spavalderia dei Corleonesi». Falcone trovò molto acuta questa analisi e commentò nella sentenza istruttoria: «Ciò che sorprende è la sicurezza con cui Badalamenti ha saputo analizzare la notizia e individuare cause e autori dell’eccidio». Tuttavia, Buscetta accennò anche al possibile retroscena politico del delitto: «Badalamenti disse ancora che qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza troppo ingombrante ormai del generale». Fu dunque Badalamenti a dire a Buscetta che il delitto aveva probabilmente due facce, una corleonese e una politica: il politico in questione viene sempre identificato in Vito Ciancimino, da Buscetta descritto sempre come il referente dei Corleonesi. La cosa importante da notare in questa data è che Buscetta accusa la “spavalderia dei Corleonesi” per il delitto dalla Chiesa e ipotizza che «qualche uomo politico» si sia sbarazzato del generale. Ma di “entità” esterna, nulla. Quei fatti sono ormai lontani e hanno perso parte della loro memoria emotiva. Ma la questione vagamente mafiosa è diventata all’inizio degli anni Novanta una questione politica e politicante, matura ed autonoma rispetto alla vera organizzazione criminale e dotata di vita e logica propria. Ed è il momento in cui la partita si fa veramente dura e in cui i personaggi più loschi scendono in campo.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Rita Dalla Chiesa a La Confessione (Nove) di Peter Gomez: “L’omicidio di mio padre? Politico. Andreotti gli disse: chi si mette contro la Dc in Sicilia torna con i piedi davanti”. Il Fatto Quotidiano il 24 settembre 2021. Rita Dalla Chiesa a La Confessione (Nove) di Peter Gomez: “Berlusconi coinvolto in stragi di mafia? Non ci ho mai voluto credere, mi farebbe troppo male”.  “Nei diari di mio padre c’era scritto di un colloquio tra lui e Andreotti, in cui gli diceva. “Attenzione, perché chi si mette contro la mia corrente politica in Sicilia, poi torna con i piedi dalla porta”. Così Rita Dalla Chiesa, ospite de La Confessione, il programma condotto da Peter Gomez, in onda il 24 settembre alle 22.45 su Nove, ha raccontato del clima in cui maturò l’omicidio, di matrice mafiosa, del padre, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa morto il 3 settembre 1982 nella strage di via Carini in cui morirono anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. “Al funerale era pieno di politici, ma non c’era Giulio Andreotti”, ha confermato l’ex conduttrice di Forum. “Oggi c’è un collaboratore di giustizia, l’abbiamo saputo tre anni fa, il quale dice che il mandante dell’omicidio di suo padre è stato, sarebbe stato, un politico, oggi scomparso, molto vicino ad Andreotti. Lei che ne pensa?”, ha chiesto il direttore de Ilfattoquotidiano.it. “Che è vero”, ha risposto lapidaria la figlia del Generale. “Lei, già da subito, si è convinta che la decisione di quell’omicidio fosse una decisione politica”, ha insistito il conduttore. “Sì, ho maturato questa convinzione perché ho visto la solitudine nella quale avevano lasciato mio padre – ha detto Rita – Perché nei diari di mio padre, che poi Falcone mi fece leggere, ne parlai anche con Chinnici (Rocco Chinnici, ndr), c’era scritto di un colloquio che mio padre aveva avuto con Andreotti. E Andreotti gli aveva detto: “Attenzione perché chi si mette contro la mia corrente politica in Sicilia (quella della Democrazia cristiana, ndr), poi torna con i piedi dalla porta, ecco, questo era il significato”, ha concluso il noto volto televisivo.

7 ottobre 1999. Mafia e politica: "Chi erano gli amici di Andreotti". Capitava sempre male nei suoi viaggi nel Sud il senatore Andreotti. Venne a Gioia Tauro il 25 aprile 1975 per la posa della prima pietra del centro siderurgico e si vide offrire il caffè da un simpatico signore che era Gioacchino Piromalli, il capo della mafia calabrese.  Giorgio Bocca su La Repubblica il 30 settembre 2021. Nel secolo abbiamo imparato che la malavita non è solo la Mano Nera, la mafia che uccide, la 'ndrangheta che sequestra, i banditi che rapinano. La malavita è anche quella che ci ha raccontato Salvemini della politica e degli affari, che ora abbiamo imparato a riconoscere dalle sue affinità con la prima, dal suo linguaggio comune.

Storia d’Italia, 1959: quando non si parlava della mafia che cresceva. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 19 Novembre 2020. L’anno che venne dopo, il 1960, sarebbe stato un Annus terribilis ma anche fulminante, tra i “fatti di luglio” e “La dolce vita” di Fellini (biglietto a mille lire, mai visto prima). Il 1959 fu uno di quegli anni che somigliano alla prima fase di una partita di scacchi: quando si dispongono i pezzi da usare per piani segreti. La terza guerra mondiale, che non c’è mai stata, fu in quel biennio sempre più incombente e imminente. Il nuovo dittatore sovietico, il contadinesco ma abilissimo, e in guerra anche eroico, Nikita Kruscev, fece organizzare una visita ufficiale in Albania, all’epoca ancora un dominio sovietico, per pronunciare un violentissimo discorso proprio contro di noi: “Se l’Italia si azzarderà ad autorizzare l’installazione di missili americani, sappia che siamo pronti a farla sparire dalla faccia della terra”. Un po’ di chiasso, ma neanche tanto. Era normale. Le minacce militari nonché gli schieramenti di missili erano all’ordine del giorno. In America era ancora presidente l’ex comandante supremo degli eserciti alleati in Europa e Africa, Dwight Eisenhower, un presidente eccellente e calmo, tuttavia bersaglio di tutti gli imitatori e attori satirici per la scheletrica ovvietà dei suoi discorsi. A gennaio Fidel Castro con i suoi barbudos (soltanto i guerriglieri che avevano combattuto alla macchia nella Sierra erano autorizzati a non radersi come prova degli anni passati lì) si insediò formalmente al governo di Cuba, riconosciuto da tutti i grandi Paesi fra cui gli Usa che avevano per quell’isola un amore particolare e piuttosto invadente, poiché era stata anche fino ai primi del Novecento l’ultima colonia spagnola in America. Per quest’ultima motivazione, Cuba era particolarmente curata, specialmente riguardo sanità e istruzione (che diventarono poi due cavalli di battaglia del castrismo) così tutti si chiedevano da che parte stesse. Il vicepresidente di Eisenhower era Richard Nixon, brillantissimo avvocato che poi diventerà presidente e finì dimissionario nel 1972 per lo scandalo Watergate (microspie nel quartier generale del Partito democratico) reso noto da due giornalisti considerati mitici – Carl Bernstein e Bob Woodrow – che ricevevano misteriosi pizzini da uno sconosciuto e diabolico personaggio che nelle intercettazioni era chiamato “gola profonda”. Da allora, ogni volta che si parla di un ispiratore segreto, in inglese oggi si usa il termine “whisteblower”, ossia uno che spiffera ma come agente sotto copertura. La storia è popolata dalle gole profonde e dai whisteblower che agiscono come oscure divinità olimpiche, determinando il destino delle nazioni attraverso intermediari ambiziosi che fanno carriera grazie alle soffiate, capaci di determinare la linea politica e giudiziaria dei loro giornali, appesi alla speranza dello scoop, come in Italia molti anni dopo imparammo da inchieste extraterrestri come Mani Pulite, la vicenda Lockheed e molti dritti e rovesci sulla mafia. Nel 1959, ad esempio, il primo dei grandi pentiti (che poi, trent’anni dopo, fu gestito personalmente da Giovanni Falcone), e cioè Tommaso Buscetta, fu arrestato a Palermo per faccende di piccola criminalità: contrabbando di sigarette, associazione per delinquere e altre piccole immondizie. Aveva 30 anni. Arrestato, ma subito liberato grazie al suo santo in paradiso che era un deputato democristiano. A suo tempo vedremo come questo personaggio diventò un protagonista di quel mondo occulto, costretto alla fuga e riacciuffato in Brasile per essere messo sottochiave da Falcone – siamo ancora lontani da quei tempi, che però maturavano come nelle complesse aperture di una buona partita di scacchi. Le vicende cubane e quelle della mafia siciliana erano procedute per anni in un intreccio che vedeva gli investimenti nella Cuba di Fulgencio Batista e della sua rete di casinò, nel giardino di casa degli americani che la consideravano un Paese accessorio, se non conquistato, a causa della guerra di liberazione dalla Spagna che portò nell’orbita americana anche tutti gli altri territori coloniali spagnoli, fra cui le Filippine che diventarono e sono tuttora un pezzo importantissimo della politica in estremo oriente. Dunque, Fidel Castro era ancora un fanciullone che aveva giocato con le armi e le romantiche notti di agguati e sparatorie sotto le mura della Caserma Moncada, e ancora nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato il pezzo più importante della politica sovietica e poi la causa della crisi dei missili per cui il mondo tremò per alcuni giorni, ma soltanto alcuni anni dopo. Allora Fidel era un personaggio elementare e carismatico, non un genio, ma popolarissimo. Eisenhower chiese al suo vice Nixon di capire da che parte stava e Nixon invitò Fidel Castro a Washington per discutere la richiesta cubana di fondi con cui finanziare la ripresa economica dell’isola dove i rivoluzionari avevano distrutto il tessuto di case da gioco, bordelli, poker e scommesse in cui sguazzavano anche le grandi famiglie siciliane. Qualche mese prima, Albert Anastasia, il mammasantissima degli italoamericani, aveva avuto la gola tagliata a New York sulla sedia del suo barbiere, in seguito agli accordi presi dalle grandi famiglie nella riunione del 26 ottobre del 1957 nei saloni splendidi e decadenti dell’Hotel Le Palme di Palermo. Lì, dove si fermava anche Frank Sinatra, un divo stellare i cui rapporti con Cosa nostra erano noti quanto quelli con la sua eterna fidanzata e poi ex moglie Mia Farrow che poi sposò Woody Allen, con tutto il frastuono che ne seguì per le accuse da caccia alle streghe scatenate contro il geniale regista, colpevole di essersi innamorato e poi di aver sposato una delle figlie adottive della ex moglie. Quest’ultima nel frattempo gli aveva donato, come unico suo figlio naturale, un pupo oggi famoso giornalista e femminista che è il ritratto sputato di Frank Sinatra, detto anche “The Voice”, la più calda e passionale voce d’America. Ma, ricordiamolo ancora una volta, tutti questi brandelli di storia che nel 1959 vediamo dispiegarsi sulla scacchiera del mondo, daranno luogo a grandiosi e tragici finali di partita di cui allora ancora nessuno sapeva niente. E così, Richard Nixon accolse Fidel Castro a Washington e passò un paio di giorni con lui per capire che tipo fosse questo guerrigliero che giurava di non essere comunista ma lo sembrava. Poi ne riferì a Eisenhower: “È un tipo che trascina le folle. Ha idee un po’ rozze ma sembra un ragazzo in buona fede. Vorrebbe il nostro aiuto finanziario, ma non intende concedere risarcimenti per le imprese americane che ha nazionalizzato. Dice che è nostro interesse aiutarlo, altrimenti sarà costretto a rivolgersi altrove”. Dove l’avevamo già sentito questo ragionamento? Ma sì, Gamal Nasser il nuovo bellissimo rais dell’Egitto, il quale pensava che gli inglesi o gli americani avrebbero dovuto finanziare i suoi sogni un po’ faraonici come la diga di Assuan e che poi quando si vide sbattere la porta in faccia si rivolse a Mosca. Il gioco, visto oggi a ritroso, era abbastanza semplice, ma allora pochi capivano in che modo girasse il mondo. L’occidente americano era anticomunista e anche in Europa tiravano venti bipolari, nel senso che tutti i gruppi ex fascisti o neofascisti pensavano che fosse giunta la loro ora per tornare al comando. Al Comune di Roma si facevano le prove per giunte anticomuniste col sostegno missino. Ciò spingeva comunisti e socialisti a una radicalizzazione che poi, l’anno successivo, con il governo del democristiano Tambroni (formalmente di sinistra ma che si alleò con i neofascisti del Msi per avere la maggioranza) diventò un’insurrezione popolare con decine di morti e feriti. Quasi una rivoluzione, che Palmiro Togliatti riuscì a contenere e frenare ma che sconvolse il Paese creando premesse per altre inaspettate conseguenze. La situazione internazionale e specialmente cubana portò a riassetti drammatici nella mafia siciliana: il capo dei capi, l’idolatrato e indiscusso signore di tutte le cosche, il medico ma anche assassino nonché capo dei corleonesi Michele Navarra, fu fatto fuori sulla strada statale 118 in località San Isidoro. Si disse subito che a premere il grilletto era stato l’astro nascente del momento, e cioè Luciano Leggio detto – non si sa perché – Liggio. Si sparò per un paio di mesi col bilancio finale di nove morti ammazzati e uno strascico giudiziario eterno che vide alla fine tutti assolti, e stiamo parlando di nomi non ancora famosissimi, ma del calibro dei Provenzano, Liggio, Riina e Bagarella. Di mafia a quei tempi si parlava poco e di malavoglia anche nei tribunali. Il nome di Cosa Nostra diventerà un valore aggiunto portato da Buscetta, che diede a Falcone tutte le password necessarie per leggere il grande libro nero. Nei tribunali e nelle sentenze si parlava con distacco di criminalità organizzata. Ma la grande rete siciliana – quella della calabrese ‘ndrangheta era ancora un fritto misto di piccole ‘ndrine locali, tributarie della mafia siciliana e allora di poco conto – aveva santi in tutti i paradisi: servizi segreti italiani e stranieri, politica locale e nazionale, gerarchie ecclesiastiche, corpi di polizia e giornalismo. In quel coacervo ancora indistinto ed esplosivo come il Big Bang spiccava un personaggio di assoluto rilievo: Michele Sindona, che un quarto di secolo più tardi dopo finirà – come Gaspare Pisciotta, il cognato assassino di Salvatore Giuliano – avvelenato in carcere con una tazzina di caffè corretto. Sindona era un uomo spregiudicato e dinamico, si sentiva con le spalle coperte ed era capace di combattere mediaticamente. Viveva a Milano dove i siciliani di New York avevano una delle loro basi migliori in quegli anni, e nella capitale lombarda entrò nel giro d’affari della mafia ameri­cana attraverso Joe Adonis (al secolo, Giuseppe Antonio Doto, nato a Montemerano, presso Napoli, nel 1902 e che fino al 1972 ebbe lo stesso potere nazionale e internazionale di Lucky Luciano, di cui fu allievo fedelis­simo). Luciano durante la guerra aveva lavorato per la marina militare americana, costituendo un fronte del porto di New York contro le spie tedesche che trasmettevano ai sottomarini U-Boat della marina hitleriana le rotte dei convogli destinati alla Gran Bretagna perché fossero silurati e affondati. Il lavoro di questi mafiosi di New York a caccia di nazisti però fu poco più che una messinscena, utile soltanto per regolamenti di conti nella criminalità di Manhattan. Ma finché la guerra non finì, Lucky – che vuol dire “fortunato” – Luciano ebbe un trattamento carcerario principesco, con puttane, cuochi e camerieri, quadri d’autore e liquori, ma sempre chiuso dentro le turrite mura di Sing-Sing, oggi museo nazionale e curiosità storica. Quando la guerra si concluse, sperò di avere se non una medaglia al valore almeno un perdono per meriti patriottici. Ma non tirava più aria per tipi come lui e gli americani lo espulsero come indesiderato perché era arrivato clandestinamente da bambino senza mai procurarsi uno straccio di certificato che lo rendesse un cittadino americano. Così, fu scaricato all’alba da un bastimento nel porto di Napoli con bauli di vestiario, alla continua ricerca di giornalisti e cineasti con cui sperava di raccontare la propria storia e leggenda. Erano personaggi grandiosi, odiosi e terribili, questi mafiosi di New York, come don Vito Genovese, Carlo Gambino o il bandito finanziere Louis “Lepke” Buchalter che sapeva riciclare i proventi del crimine in fiorenti attività lecite. Adonis fu, come Luciano, uno dei gangster rispediti in Italia dagli Stati Uniti perché, come Luciano, ignoto all’anagrafe. Ma in Italia diventò presto famoso per la sua catena di ristoranti “Joe’s Italian Kitchen” dove riceveva americani di un certo livello cui faceva recapitare dai suoi camerieri armati buste piene di dollari. Questo, anche, era il giro in cui si ritrovò Michele Sindona, il quale entrò fin troppo nello spirito di questa società che sarebbe riduttivo definire semplicemente mafiosa. Fu attraverso i mille canali di affari, ricatti, guadagni, minacce e regolamenti di conti che Tommaso Buscetta trovò la sua strada per levarsi di dosso i fastidi di due accuse di omicidio, mettendosi agli ordini di un altro straordinario e quasi leggendario personaggio di questo mondo infernale: quel Salvatore Greco detto “Chicchiteddu” o anche “Ciaschiteddu”, ovvero l’uccellino, lo scricciolo, che con quella sua aria da passerotto comandava le truppe e le retrovie di Ciaculli e che bisognava sempre citarlo con i soprannomi per non confonderlo con altri e omonimi galantuomini, a loro volta distinguibili per soprannomi come “l’Ingegnere”, “il Lungo”, “il Senatore” o il fratello Michele Greco detto “u’ Papa”. Tutti personaggi con cui entrò in familiarità Buscetta arrivando fino a Lucky Luciano. Al governo nazionale si succedevano i democristiani di valore come Segni, Fanfani e Moro che però fra loro erano in ostile antagonismo, ognuno alla ricerca della formula magica per governare contro i comunisti, senza inimicarseli troppo e con l’aiuto dei fascisti, senza amicarseli troppo. Un gioco pericolosissimo che nel breve giro di un anno portò a tragiche conseguenze cui ancora prolungano i loro effetti.

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1959

1° gennaio – Il dittatore Fulgencio Batista abbandona l’Avana e fugge da Cuba. Fidel Castro entra nella capitale del Paese in testa alle sue truppe.

8 gennaio – Al Palazzo dell’Eliseo in Francia, René Coty, ultimo presidente della Quarta Repubblica, passa le consegne a Charles de Gaulle, primo presidente della nuova Costituzione.

26 gennaio – Nel nostro Paese cade il secondo governo Fanfani. Il politico abbandonerà anche la carica di segretario della Democrazia Cristiana.

3 febbraio –  In un incidente aereo perdono la vita i giovani musicisti Richie Valens, Buddy Holly e J.P. “The Big Bopper” Richardson. È ricordato come il giorno in cui muore la musica.

15 febbraio – Il nuovo Governo italiano è presieduto da Antonio Segni.

9 marzo – Viene venduta la prima Barbie, bambola destinata ad avere un enorme successo commerciale.

14 marzo – Aldo Moro è il nuovo segretario politico della Democrazia Cristiana.

17 marzo – Dopo violenti scontri con gli occupanti cinesi, il XIV Dalai Lama fugge dal Tibet alla volta dell’India.

8 maggio – Viene festeggiata ufficialmente per la prima volta in Italia la festa della mamma.

17 maggio – Fidel Castro annuncia alla radio l’approvazione della legge per la riforma agraria. I terreni dei possedimenti americani sono espropriati.

31 luglio – In Spagna viene fondata l’ETA, un’organizzazione armata terroristica basco-nazionalista d’ispirazione marxista-leninista, il cui scopo è l’indipendenza del popolo basco.

24 settembre –  Inizia su Raiuno lo Zecchino d’Oro.

25 settembre – Si incontrano a Camp David il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower e il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Nikita Khruscev, dando avvio a una prima fase di distensione delle relazioni internazionali.

7 ottobre – La sonda russa “Luna 3” fotografa per la prima volta la faccia nascosta del nostro satellite.

21 ottobre – Viene inaugurato a New York il Guggenheim Museum, realizzato dall’architetto Frank Lloyd Wright.

29 ottobre – Esce in Francia sul periodico Pilote la prima storia a fumetti di Asterix.

1° dicembre – Firma del Trattato antartico.

2 dicembre – Nel Fréjus crolla la diga di Malpasset e l’inondazione che ne segue provoca 421 vittime. È il più grande disastro nella storia francese.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Stragi di mafia, perquisizioni a Roma e in Sicilia dopo le dichiarazioni del boss Graviano su Berlusconi. Gli investigatori della Dia al lavoro sui nomi di chi avrebbe favorito e coperto le azioni del boss di Brancaccio accusato delle stragi di Falcone e Borsellino e delle bombe del 1993 a Roma, Milano e Firenze. Nei mesi scorsi Graviano ha parlato a lungo con i pm anche del leader di Forza Italia. Lirio Abbate su L'Espresso il 27 ottobre 2021. Per riscontrare le affermazioni rese dal boss Giuseppe Graviano ai magistrati di Firenze, fatte nei mesi scorsi in tre lunghi interrogatori in carcere, vengono effettuate da stamani decine di perquisizioni fra la Sicilia e Roma. Si tratta di verificare una rete di soggetti, di cui ha parlato Graviano ai pm, che avrebbe favorito e coperto le azioni del boss di Brancaccio accusato delle stragi di Falcone e Borsellino, ma soprattutto delle bombe del 1993 a Roma, Milano e Firenze, di cui si sta occupando la procura antimafia del capoluogo toscano. Gli investigatori della Dia di Firenze stanno eseguendo i controlli su disposizione dei magistrati della direzione distrettuale antimafia di Firenze. I provvedimenti di perquisizione sono firmati dai procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco. I soggetti perquisiti sono stati indicati da Graviano come personaggi ai quali il boss ha fatto riferimento prima del suo arresto. Non ci sono, dunque, solo personaggi inseriti in Cosa nostra, ma anche alcuni che sarebbero sospettati di aver favorito la mafia e quindi, i boss stragisti di Brancaccio. In passato, come ha scritto L’Espresso, Giuseppe Graviano ha risposto alle domande dei pm di Firenze, ed ha parlato di Silvio Berlusconi. Un’inchiesta era stata aperta dopo queste affermazioni. L’indagine partiva dalle dichiarazioni fatte davanti ai giudici della corte d’Assise di Reggio Calabria dal boss Giuseppe Graviano, già condannato a diversi ergastoli per aver ordinato, tra gli altri, gli omicidi del beato Pino Puglisi, del piccolo Giuseppe Di Matteo, di altre vittime innocenti, donne e bambini, e le stragi di Firenze, Roma e Milano del 1993, quando decise che Cosa nostra doveva attaccare lo Stato. Il capomafia ha aggiunto che nel periodo in cui era latitante, avrebbe incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi. E il boss ha sostenuto che l’ex Cavaliere, prima di iniziare la sua attività politica, gli avrebbe chiesto di essere aiutato in Sicilia. Secondo Graviano, però, molte delle attese che Cosa nostra aveva riposto in Berlusconi vennero meno: il “ribaltamento” del regime carcerario del 41bis non ci fu e neppure l’abolizione dell’ergastolo. «Per questo ho definito Berlusconi traditore», ha spiegato Graviano rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, aggiungendo di essere stato latitante dal 1984 e che questa sua situazione non gli ha impedito di incontrare Berlusconi, «che sapeva della mia condizione». «Mio nonno», un facoltoso commerciante di frutta e verdura, ha detto Graviano «era in contatto con Berlusconi» e fu incaricato da Cosa nostra di agganciare l’ex presidente della Fininvest per investire somme di denaro al Nord. Missione riuscita, a detta del boss, sostenendo che «sono stati investiti nel settore immobiliare una cifra di circa venti miliardi di lire». Graviano dice che suo nonno è stato di fatto socio di Berlusconi: «I loro nomi apparivano solo su una scrittura privata che ha in mano mio cugino Salvo». La procura di Firenze che indaga su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’ambito delle stragi del 1993, adesso scava pure sui patrimoni iniziali dell’ex Cavaliere e sul suo entourage politico. In passato sui soldi di provenienza della mafia avevano indagato anche i pm di Palermo nell’ambito del processo in cui Dell’Utri è stato condannato per concorso in associazione mafiosa. Le dichiarazioni dell’ergastolano sembrano più una minaccia all’ex premier, un modo per tentare di incassare soldi e libertà. A novembre dello scorso anno, sulla base di queste esternazioni, i procuratori di Firenze sono andati nel carcere di Terni e hanno interrogato Giuseppe Graviano, che ha accettato di incontrare i magistrati rispondendo pure alle loro domande, assistito dal suo difensore di fiducia. Un lungo interrogatorio che i pm toscani hanno secretato. I riscontri alle sue affermazioni sono già stati avviati. Dopo questo primo interrogatorio ne sono seguiti altri due in cui il boss ha reso un fiume di dichiarazioni. Nonostante le condanne all’ergastolo per delitti di mafia a cui Giuseppe Graviano e suo fratello Filippo sono stati definitivamente condannati, dalle loro mosse si intuisce che vogliono lasciare il carcere sfruttando tutti i mezzi possibili per tornare liberi. C’è il tentativo di smontare le accuse dei collaboratori di giustizia per poi chiedere di avviare una revisione dei processi e allo stesso tempo provare ad uscire dal circuito del 41bis, il carcere impermeabile, per transitare nel regime ordinario da cui è più facile ottenere la possibilità di essere scarcerati. Per questo motivo Giuseppe Graviano da diversi mesi ha coinvolto tutti i componenti della sua famiglia nel raccogliere dati e documenti e far scrivere un libro sulle sue vicende giudiziarie, raccontandole secondo la sua visione e il suo interesse, mettendo in discussione - secondo lui - le vecchie sentenze di condanna. Emerge il profilo di un uomo presuntuoso, ostinato ma anche di un abile oratore, attento osservatore e opportunista, un personaggio che vuole essere carismatico e al centro dell’attenzione, non a caso è un capo importante fra i corleonesi di Cosa nostra, con solidi agganci con il latitante Matteo Messina Denaro. Il fatto che abbia scelto di parlare in aula di Berlusconi è frutto di un calcolo che ha valutato con accortezza per lo sviluppo della sua strategia.

Una stanza segreta scoperta a casa del boss Giuseppe Graviano. Lirio Abbate su L'Espresso il 5 novembre 2021. Gli investigatori di Palermo hanno svelato un piccolo locale nascosto da un armadio a casa della moglie, durante una perquisizione in cerca di documenti. Una mossa per riscontrare le dichiarazioni del capomafia legate alle bombe del 1993. Una stanza segreta nell’abitazione della moglie del boss stragista Giuseppe Graviano è stata scoperta dagli investigatori a Palermo durante una perquisizione effettuata nelle scorse settimane. Si tratta di un piccolo locale di due metri quadrati nascosto da un muro. Su quello che è stato rinvenuto c’è il massimo riservo da parte dei magistrati della procura della Repubblica di Firenze che hanno disposto la perquisizione nell’abitazione della donna, nell’ambito di una inchiesta che coinvolge Giuseppe Graviano e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze. L’ingresso dalla stanza segreta era coperto e perfettamente murato e nascosto da un armadio. Nell’abitazione ci vive Rosalia Galdi, che il boss chiama Bibiana. La donna si sposta spesso per Roma, dove abita il figlio Michele, e poi per andare a trovare in carcere il marito. Gli investigatori avevano effettuato le perquisizioni su ordine dei procuratori aggiunti di Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco, perché interessati a cercare documenti di cui aveva parlato Giuseppe Graviano. Una mossa finalizzata anche a riscontrare le affermazioni fatte dal capomafia ai magistrati toscani durante tre lunghi interrogatori in carcere. Graviano parla di una rete di soggetti che lo avrebbe favorito e coperto nel periodo della sua latitanza legata anche alle bombe del 1993.

In passato, come ha scritto L’Espresso, Giuseppe Graviano ha risposto alle domande dei pm di Firenze, e ha parlato di Silvio Berlusconi.

Il capomafia ha sostenuto che nel periodo in cui era ricercato avrebbe incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi.

Giuseppe Graviano è stato condannato oltre che per le stragi, anche per avere ordinato l’uccisione di don Pino Puglisi. Due giorni dopo la beatificazione a Palermo del parroco di Brancaccio, L’Espresso era riuscito a parlare con Rosalia Galdi. La donna che all’epoca era tornata a vivere a Palermo dopo un’agiata permanenza a Roma, ha parlato di padre Puglisi: ma lo ha fatto indicandolo come prete beato e non come vittima della mafia. Ed ha dichiarato L’Espresso di non aver mai conosciuto padre Puglisi perché a Brancaccio non frequentava la sua chiesa.

«Facevo parte di un’altra parrocchia e poi con mio marito in quel periodo abitavamo fuori Palermo e quindi non potevamo conoscerlo».

Bibiana è sorpresa delle domande sul prete. Avrebbe voluto parlare, spiegare, ma ad un certo punto si blocca e invita il giornalista, se vuole approfondire questo argomento, a rivolgere le domande a suo marito. «Lei comprende bene la mia situazione, io sono la moglie... e non posso parlare». E poi aggiunge: «Se avete qualcosa da scrivere o pubblicare dovete parlare con mio marito».

Ma Giuseppe Graviano da gennaio del 1994, quando è stato arrestato insieme alla moglie, è detenuto, e adesso spera di lasciare il carcere attraverso una sua strategia. Dal giorno del suo arresto è rimasto a lungo in silenzio, come i veri capimafia, poi ha iniziato a lanciare messaggi, per tentare di proteggere la famiglia e il patrimonio accumulato illegalmente. E provare a lasciare il carcere.

Questo capomafia custodisce segreti sulla stagione delle bombe del 1992; sugli attentati a Milano, Roma e Firenze.

Fedelissimo di Riina, avrebbe avuto contatti con imprenditori e politici.

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che è stato al suo fianco anche quando hanno preparato la strage di via D’Amelio, ha raccontato ai pm che al bar Doney a Roma nel 1993, Graviano gli aveva confidato di avere raggiunto un accordo con Dell’Utri e Berlusconi. E il boss in quell’occasione aveva commentato: «Abbiamo il Paese nelle mani».

La signora Graviano rimanda tutto al marito. Un uomo che Bibiana Galdi non accetta di vedere come il boss che ha fatto uccidere padre Pino. Ma cosa pensa di un prete assassinato dalla mafia che adesso è stato beatificato? «Sono una persona cattolica, che frequenta la chiesa, quindi può immaginare come posso prendere queste cose...». La voce della donna si fa tremolante, sembra rotta dall’emozione, ma poi torna ferma: «Però io so dell’estraneità (nell’omicidio di don Puglisi, ndr.) di mio marito, ne sono sicura perché noi (Rosalia Galdi e Giuseppe Graviano ndr) non c’eravamo. Quella sera era con me mio marito». La sera dell’omicidio? «Adesso la devo lasciare...». Si interrompe la conversazione. La donna, che afferma di essere cattolica, commenta con interesse la beatificazione di don Puglisi alla cui celebrazione non ha partecipato - come ci dice il figlio, Michele Graviano - ma si fa scudo per difendere il marito, riconosciuto dai giudici come carnefice del sacerdote. Così concilia il fatto di essere cattolica con quello di essere la moglie del mafioso che ha fatto uccidere don Pino. Forse in cuor suo vuole convincersi dell’estraneità del marito sostenendo che la sera dell’omicidio era con lei e quindi non ha alcuna colpa. Purtroppo, non è così. E adesso deve anche spiegare la stanza segreta e quello che in essa è stato trovato dagli investigatori dell’antimafia.

Stragi di mafia, ecco perché Berlusconi e Dell’Utri non potevano essere i mandanti. La procura di Firenze cerca conferme alle dichiarazioni di Giuseppe Graviano, preso in considerazione solo quando accusa il fondatore di Forza Italia. È la quarta inchiesta, altre tre non hanno portato a nulla. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 29 ottobre 2021. È di questi giorni la notizia sulle perquisizioni avvenute a Roma, Palermo e Rovigo per trovare riscontri alle dichiarazioni rilasciate dal boss Giuseppe Graviano su Silvio Berlusconi. Non se ne conosce il contenuto, perché secretate. Tali azioni riguardano l’inchiesta condotta dalla procura di Firenze che vedrebbe come mandanti delle stragi continentali del 1993, Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri. In realtà non è la prima inchiesta. Con questa, infatti, siamo al quarto tentativo. Nel ’98, la stessa procura fiorentina l’ha archiviata per mancanza di prove. Berlusconi e Dell’Utri venivano nominati “Autore uno” e “Autore due”. Dopo quattro anni è stata la volta della procura di Caltanissetta. A indagare i pm Luca Tescaroli e Nino Di Matteo. In quel caso gli indagati venivano chiamati “Alfa” e “Beta”, ma anche questa volta un nulla di fatto: archiviata. Finisce qui? No. Ci riprova la procura di Firenze, questa volta nel 2008. Ovviamente conclusa con un nulla di fatto. Arriviamo nel 2017, siamo nuovamente a Firenze e sarà sempre il pm Tescaroli a riaprila come conseguenza delle intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. Teorema giudiziario da poco smantellato dalla sentenza della Corte d’appello di Palermo. Siamo quindi al quarto tentativo di cercare elementi certi per portare a processo Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi mafiose del ‘93, che colpirono Firenze (in via dei Georgofili), Roma (chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e Milano (via Palestro). Per ora, almeno dalle dichiarazioni pubbliche di Graviano, l’unico indizio è che Berlusconi avrebbe ricevuto un investimento da parte di suo nonno, un benestante commerciante di frutta e verdura. Punto. Se dovessero ricevere riscontri, bisognerebbe anche capire quale sia il legame con le stragi. Non solo. Sarà difficile trovare anche un eventuale reato. Ad esempio non risulta che il nonno di Giuseppe Graviano fosse di Cosa nostra.

Nessuna riapertura di inchiesta sulle bombe e sul monopolio degli appalti di Riina

Sicuramente appare singolare che si vada a cercare un eventuale investimento, quando in quel periodo la mafia entrava in società con aziende decisamente più grandi e potenti di quelle che possedeva all’epoca Silvio Berlusconi. Aziende che poi saranno coinvolte anche nell’ambito di Tangentopoli, quindi finanziamenti ai partiti con soldi in odor di mafia. D’altronde, come ha dichiarato più volte l’ex pm Antonio Di Pietro, non si era riusciti a fare una indagine a 360 gradi, integrando “Mani pulite” con la vecchia, ma potente indagine cristallizzata nel dossier mafia-appalti voluta da Giovanni Falcone e seguita, informalmente visto che non aveva ancora ottenuto la delega, da Paolo Borsellino. Significativo il fatto che una delle bombe mafiose colpirono proprio Milano, dove all’epoca era operativo il pool di Mani pulite. Una vicenda, in realtà sondata dalla procura di Caltanissetta negli anni 2000, ma archiviata. L’unica che però non è stata più riaperta, a differenza di quella su Dell’Utri e Berlusconi. Eppure, durante questi anni, sono usciti diversi interessanti verbali, testimonianze. Ma nulla, a quanto pare completamente snobbati.

Giuseppe Graviano viene preso in considerazione solo se parla di Berlusconi

Ritorniamo a Berlusconi. Che Giuseppe Graviano voglia uscire dal 41 bis, è scontato. Basterebbe leggere le sue intercettazioni per comprendere la sua speranza di uscita da un inferno che purtroppo è il carcere duro. Forse ha capito che per avere una piccola, labile, possibilità di uscire, deve fare il nome di Berlusconi. Qualsiasi altra cosa dica, non viene creduto. Ad esempio, nel memoriale ha scritto che l’agenda rossa di Borsellino l’ha presa qualche magistrato. Ed ecco che viene subito bollato come depistaggio.

Ha anche scritto che la vicenda di Aiello, conosciuto come “faccia da mostro”, è una sciocchezza. Anche in questo caso, come ha recentemente detto il magistrato Roberto Scarpinato innanzi alla commissione antimafia siciliana, lui avrebbe scritto questo memoriale sotto dettatura dei servizi segreti. Non c’è scampo. Graviano viene preso in considerazione solamente se fa il nome che vogliono sentirsi dire. Ma è possibile che Dell’Utri e Berlusconi abbiano ordinato a Cosa nostra di compiere le stragi? Pensare che i boss corleonesi prendessero ordini da persone completamente estranee, vuol dire che Falcone non ci ha capito nulla di mafia. Ovviamente, non può essere. Parliamo di un giudice che aveva una mente talmente geniale, che lo stesso Riina l’ha annichilito per farlo soprattutto smettere di pensare. Per capire che si tratta di un’ipotesi che rasenta il fallimento logico, basterebbe attenersi ai fatti. Nel biennio delle stragi del ’92 e ’93, ancora non era nata Forza Italia. Berlusconi non poteva, come ha detto anche Riina nelle intercettazioni, essere avvicinato visto che non aveva nessun potere politico. “Era solo una palazzinaro!”, ha detto Riina in 41bis. L’unico contatto era il pagamento del cosiddetto “pizzo”. Lo stesso Riina parla della minaccia di attentati alla ex Standa e i ripetitori in Sicilia.

Ecco perché Berlusconi e Dell’Utri non potevano dare ordini alla mafia

Non solo. Durante il processo Borsellino Ter, sia Giovanni Brusca che Angelo Siino, Tullio Cannella e Malavagna hanno parlato di un consistente sostegno di voti fornito da Cosa nostra al partito di Forza Italia creato da Berlusconi in occasione delle elezioni politiche del 1994. Sostegno offerto nella prospettiva di ottenere consistenti modifiche anche legislative nel senso auspicato dall’organizzazione mafiosa (cosa mai realizzata, tra l’altro), ma nessuno di loro ha fatto riferimento a contatti tra quell’organizzazione e Berlusconi già nel 1992 nell’ambito della ricerca di nuovi referenti politici e tanto meno, quindi, ha accennato auna loro trattativa.

Anzi, le dichiarazioni rese dai predetti pentiti e soprattutto da Brusca, Siino e Cannella sono state assai puntuali nel far riferimento al tentativo di Cosa nostra nel corso del 1993 di promuovere la nascita in Sicilia di un movimento politico indipendentista, una sorta di Lega del Sud, che si affiancasse a quella del Nord nel richiedere la creazione di una federazione di Stati che sostituissero quello unitario. Solo agli inizi del 1994, invece, tale progetto sarebbe stato accantonato per sostenere la nuova formazione politica promossa da Berlusconi. Ma sappiamo pure come è andata. La stessa Forza Italia si è poi separata dalla coalizione con la Lega Nord, da quel movimento, cioè, il cui collante – stando alle emergenze sulle leghe meridionali – avrebbe dovuto essere proprio il collegamento con Cosa nostra. Sappiamo che il governo presieduto da Berlusconi, cadrà dopo pochi mesi. Il fallimento logico del teorema che vede Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi è evidente. Sarebbe interessante, invece, che ci sia una indagine unitaria tra le procure competenti sulle stragi, prendendo in esame l’ipotesi che dietro le stragi del 1992- 93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire una inchiesta coordinata tra le procure siciliane, lombarde e toscane (ricordiamo le indagini di Augusto Lama sulle cave di Massa Carrara, poi inviate per competenza a Palermo e archiviate nel 92) sul monopolio degli appalti. Di fatto, non c’è mai stato un coordinamento come avrebbe voluto Falcone. Lui stesso, in un convegno lo aveva detto chiaro e tondo. La reazione dei fratelli mafiosi Buscemi fu: «Questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare». Dopodiché, arrivarono le bombe.

Luigi Mascheroni per ilgiornale.it il 28 ottobre 2021. Ricordo, anni fa, durante un Salone del libro di Torino, una divertentissima serata, era una festa Einaudi, sul terrazzo di casa Franco – Ernesto Franco, direttore editoriale della Einaudi. Erano gli anni in cui la guerra ideologica tra berlusconismo e antiberlusconismo era al suo culmine, gli anni del conflitto di interesse da una parte e dall’altra dei Saloni del libro che, a scorrere l’elenco degli ospiti d’onore, erano qualcosa di molto simile a un congresso ombra del Pd. Comunque. L’aspetto divertente della serata, che scorreva via fra un finger food (“Ottimi questi bocconcini di Fassona!”) e un calice di rosso (“Ummmmmh… Questo Barolo Monfortino mi sembra un po’ freddo”), era ascoltare le ironie dell’intero parterre di invitati sul Presidente (all’epoca) del Consiglio Silvio Berlusconi, “impresentabile” e “vergognoso”, con cui nessuno di loro voleva avere a che fare (“Persona imbarazzante…”), ma del quale stavano spiluccando il luculento catering, pagato dalla casa madre: Mondadori. La stragrande maggioranza di loro era autore del gruppo della famiglia Berlusconi, ma – si sa – “Einaudi è un’altra cosa…”. Certo, è sempre “un’altra cosa”. Il “problema è un altro” e “la questione è più complessa”. La questione, più che complessa, è curiosa. E si ripete da quando Silvio Berlusconi, patron di Mondadori-Einaudi (e oggi anche di Rizzoli) entrò in politica, e continua ancora oggi, quasi vent’anni dopo… E anche le domande restano le stesse.

La prima: come è possibile che, a parte qualche direttore del “Giornale” e pochissime altre grandi firme, per uno scrittore o un professore o un giornalista “di area” sia praticamente impossibile entrare in Mondadori, mentre l’ultimo scappato di casa che pascola nell’area della Sinistra trova subito un contratto a Segrate (o in Mediaset, che è lo stesso)?

La seconda: ma quante acrobazie retoriche devono compiere tutti gli avversari barra nemici di Berlusconi che pubblicano per Mondadori e Einaudi, e ora Rizzoli, per giustificare la propria scelta? Sul tema negli anni si è scritto tanto, ed esiste bibliografia enorme. Keyword: “Ipocrisia”. 

Oggi la polemica, sempre tenuta viva a destra e sempre sminuita a sinistra, torna di moda. I grillini doc sono infastiditi, o fanno finta di niente, ma intanto il loro leader e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è accodato a quanti pur combattendo in tutto e per tutto Berlusconi poi bussano alla porta del suo gruppo editoriale: il suo primo libro, “Un amore chiamato politica”, esce per Piemme. Che fa appunto parte della galassia editoriale del Presidente. La domanda è sempre quella: con tutte le case editrici che ci sono, proprio una di Berlusconi? Ma perché? Da un lato lo criticano ma poi, quando sono a caccia di un editore, non disdegnano di farci business. E l’uomo politico pessimo diventa improvvisamente un imprenditore eccellente. Dipende tutto dai punti di vista. E quello economico - si sa - riserva spesso prospettive inedite…A parte pochissime eccezioni (Corrado Stajano che passò subito a Garzanti, Michele Serra che se ne andò a Feltrinelli dimostrando che un’alternativa c’è sempre, Vito Mancuso che a un certo punto pose un problema etico, tardivamente Roberto Saviano… ma andiamo a memoria: dimentichiamo di certo qualcuno), tutti i migliori antiberlusconiani hanno sempre continuato a scrivere, pubblicare e guadagnare senza vergogna con Berlusconi (“No, semmai sono io che faccio guadagnare lui con i miei libri”, come capisce chiunque, non è una risposta, ma solo una divertente boutade).

Dalla “A” di Corrado Augias (18 libri dal 1996 al 2020 pubblicati con Mondadori o Einaudi) alla “Z” di Gustavo Zagrebelsky (12 saggi dal 1996 a oggi usciti da Einaudi), l’alfabeto dei berlusconiani-a-intermittenza è completo, passando anche per la “T” di Marco Travaglio: da pochi mesi ha pubblicato una sua biografia “per immagini” di Indro Montanelli per Rizzoli, cioè Berlusconi (“Sì, ma i perché i diritti di Montanelli sono di Rizzoli!”. “Può darsi, ma i soldi che prendi sono di Berlusconi”).

E per il resto, non manca nessuno. C’è il fondatore del quotidiano “La Repubblica”, Eugenio Scalfari, arcinemico del Cavaliere, con il quale però ha pubblicato nei prestigiosi “Meridiani” Mondadori. Segrate val bene un’abiura. Ai tempi del primo governo guidato dai Cinquestelle, del resto, dichiarò di preferire Berlusconi a Di Maio.

E poi Concita De Gregorio, la quale ha pubblicato molto con Einaudi, anche il suo ultimo “Il tempo di guerra”. Lo storico della letteratura Alberto Asor Rosa: per Einaudi ha scritto decine di saggi e con Mondadori ci ha fatto pure lui un “Meridiano”.

Paolo Cognetti, il bestsellerista che ha pubblicato “Le otte montagne” con Einaudi ma che in un incontro pubblico sul palco disse di aver deciso di abbandonare Milano per rifugiarsi sui monti perché oppresso dal “berlusconismo” che si respirava in città. 

O Nicola Lagioia, autore d’oro Einaudi e antiberlusconiano di ferro il quale – non a caso - l’anno prossimo prenderà il posto di Ernesto Franco come direttore editoriale della Einaudi: offrirà anche lui ricchi buffet pagati da Berlusconi ai suoi amici Raimo, Lipperini&Co.?

E ancora: come dimenticare Federico Rampini, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano, Adriano Prosperi… e nomi ancora più radicali come Erri De Luca (simpatico, disse: io non me ne vado, semmai è lui che deve buttarmi fuori…), Francesco Guccini e perfino Massimo D’Alema, tutti – chi più chi meno, chi prima chi dopo - autori “al soldo” di Segrate… 

Almeno Mauro Corona, di fronte alla irrisolta contraddizione di voltare la faccia al Berlusconi politico ma salutare sussiegosi il Berlusconi editore, una volta confessò: “Come scrittore ho il cuore a sinistra e il portafoglio a destra: devo pur mangiare”. Appunto.

Politici, generali, toghe: i protagonisti. Stato Mafia, tutti i nomi coinvolti nella farsa della Trattativa. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 24 Settembre 2021. La corte d’assise d’appello di Palermo ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ufficiali dei carabinieri, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Mario Subranni nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-Mafia. Una vicenda giudiziaria interminabile, quella della “Trattativa”, di cui vi raccontiamo i protagonisti.

Calogero Mannino

Colonna della Dc siciliana, sei volte parlamentare, cinque volte ministro, è stato a lungo uno dei bersagli preferiti del partito del complotto. L’assoluzione, già ricevuta in Appello, era arrivata l’’11 dicembre 2020 anche in Cassazione. “Non solo non è possibile ribaltare con valutazione rafforzata, al di là, cioè, di ogni ragionevole dubbio, la sentenza di primo grado trasformandola in condanna, ma anzi, è stata in questa sede ulteriormente acclarata l’assoluta estraneità dell’imputato a tutte le condotte materiali contestategli” riguardo “alla cosiddetta trattativa Stato-mafia”: così si leggeva nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, in secondo grado, dell’ex ministro Dc, accusato di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato. Una sentenza, quella su Mannino, pronunciata il 22 luglio 2019, dalla Prima sezione penale della Corte di appello di Palermo, e poi confermata dalla Cassazione.

Mario Mori

Assolto ieri dopo un calvario ventennale, unico suo vero torto è stato quello di aver catturato Totò Riina. La squadra di Ultimo, coordinata da Mori, fa scattare la trappola pochi chilometri dopo in un motel Agip. L’uomo più ricercato d’Italia, l’ultrapotente Riina, è in trappola. Eppure, il generale lo considera il suo più grande rimpianto professionale: «Non ho avuto la forza di aspettare, di andare avanti nel pedinamento, se avessi atteso ancora qualche chilometro prima di dare l’ordine li avremmo presi tutti: seppi poi che Riina si stava dirigendo a una riunione della “commissione” provinciale di Cosa nostra». Dalla sua operazione più brillante, prende corpo il primo processo a suo carico. Mori viene rinviato a giudizio dalla procura di Palermo per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra, per aver ritardato la perquisizione nell’ultimo covo di Riina. Venne assolto il 20 febbraio 2006 e i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino non presentano ricorso in appello. La sentenza conferma che si è trattata di una scelta investigativa legittima e che “l’accettazione del rischio fu condivisa da tutti”. Il 1 ottobre 2001 viene trasferito da Milano a Roma, per prendere servizio come direttore del Sisde, il servizio segreto civile. È il suo ultimo incarico operativo prima della pensione, nel 2006. La storia del generale Mori, forse uno degli investigatori più noti nella storia dell’Arma, avrebbe potuto concludersi con la pensione. Invece, dopo i due processi e le due assoluzioni, la Procura di Palermo porta avanti contro di lui un terzo filone di indagine. La tesi richiama in modo diretto quella sostenuta nel processo per il mancato l’arresto di Provenzano e anche i pm sono gli stessi: Antonio Di Matteo, Antonio Ingroia, con Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia. Del resto, il procuratore capo Scarpinato, che Mori ha conosciuto negli anni Novanta e con il quale da capo del Ros non ha mai instaurato alcun rapporto di fiducia, ha sostenuto più volte che: «C’è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mario Mori si è reso protagonista». Nel caso del processo sulla Trattativa Stato- Mafia, Mori è stato erroneamente considerato l’anello di congiunzione tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra, in una trattativa che punta a fermare lo stragismo mafioso “concedendo” una tregua. La sentenza di ieri ha messo la parola fine a una persecuzione fin troppo a lungo protrattasi nel tempo.

Marcello Dell’Utri

Assolto ieri dopo una discesa agli inferi durata due decenni. Marcello Dell’Utri, palermitano, entra in politica a fianco di Silvio Berlusconi. Tra i fondatori di Forza Italia nel 1993. È stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (ne ha scontati 4 in carcere e più di 1 ai domiciliari) essendo stato riconosciuto mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Nell’aprile 2018 ha ricevuto una nuova condanna in primo grado a 12 anni di reclusione a conclusione del processo sulla trattativa Stato-mafia, per poi essere assolto nel settembre 2021 per non avere commesso il fatto.

Massimo Ciancimino

Il figlio di Vito Ciancimino ha svolto tutte le parti in commedia, fornendo ai diversi processi sulla mafia versioni e circostanze molto diverse. Ritenuto inizialmente attendibile dalla procura di Palermo, è chiamato a testimoniare per conto dell’accusa, al processo dove sono imputati il Generale Mario Mori ed il Colonnello Mauro Obinu. Nel gennaio 2010 sono stati depositati 23 verbali degli interrogatori a cui viene sottoposto Ciancimino tra il 4 aprile 2007 ed il 23 gennaio 2009. Tuttavia, la sua credibilità è stata successivamente messa fortemente in discussione, per ben due volte ed in differenti momenti (il 17 settembre 2009 ed il 5 marzo 2010), dalla Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello di Palermo che ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell’Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”. Processi dai quali Mori, come alla fine anche ieri, era stato comunque assolto.

Roberto Scarpinato

Nato a Caltanissetta nel 1952, entrato in magistratura nel 1980, Roberto Scarpinato a partire dai primissimi anni Novanta entra nel pool antimafia collaborando con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Diventa pubblica accusa nel processo per la morte di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, ucciso dalla mafia. Sempre lui sostiene la requisitoria nei processi per la morte di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana e di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Fu tra coloro che, dopo la strage di via D’Amelio, in cui morì Borsellino, lanciarono gravi accuse in Procura. Nel mirino di alcuni pm all’epoca finì il procuratore capo Piero Giammanco, che veniva accusato di aver isolato Falcone. Si tratta di fatti che poi portarono a lunghe e dure polemiche e dopo l’intervento del CSM, Giammanco chiese il trasferimento. Furono quelli i fatti che portarono prima alla nomina di Giancarlo Caselli come nuovo Procuratore, poi all’arresto di Totò Riina e infine alle indagini sui rapporti fra mafia e potere. Roberto Scarpinato fece parlare di sé per l’indagine sui cosiddetti “Sistemi criminali”, che appunto iniziò a fare luce su cosa c’era dietro le stragi del 1992 e del 1993, vicende mai del tutto chiarite. Divenuto Procuratore aggiunto, si occupa anche degli intrecci tra massoneria deviata e sistema e potere mafioso, così come degli intrecci economici. Il processo più noto a cui ha preso parte è sicuramente quello a carico del senatore Giulio Andreotti, insieme a Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli per il reato di associazione di tipo mafioso.

Nino Di Matteo

Palermitano, 60enne, appassionato di calcio, è magistrato dal 1991. Ha legato la quasi interezza della sua attività inquirente alle indagini sulle stragi del 1992. Era appena approdato alla Procura di Caltanissetta come giovane pm quando su quel piccolo ufficio giudiziario piombò il peso delle inchieste sulle bombe che tra maggio e luglio del 1992 uccisero Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle rispettive scorte. Da allora Di Matteo ha inseguito e ricostruito pezzi di verità mai completi, a volte contraddittori, raccogliendo le dichiarazioni di pentiti (compresi quelli che hanno provocato il depistaggio sulla morte di Borsellino), districandosi non senza difficoltà nel dedalo dei misteri che non riguardavano solo la mafia. Soprattutto quello che segue con costanza le vicende della mafia e dell’antimafia.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Il memoriale di Mario Mori. Mario Mori ci racconta come solo il Ros rimase a combattere la mafia, il memoriale del generale in quattro puntate. Piero Sansonetti su Il Riformista il 26 Ottobre 2021. Iniziamo oggi a pubblicare il memoriale inedito scritto dal generale Mario Mori nel quale si raccontano le vicende della lotta alla mafia all’inizio degli anni novanta. Mori, insieme al nucleo dei Ros (carabinieri) dei quali faceva parte, ebbe un ruolo decisivo in quella battaglia. L’aveva iniziata al fianco di Giovanni Falcone alla fine degli anni ottanta, la proseguì fino al clamoroso successo della cattura del capo di Cosa Nostra, Totò Riina. In quegli anni realizzò indagini di straordinaria importanza, alcune delle quali, purtroppo, andarono poi disperse per via delle decisioni della Procura di Palermo. La più nota è quella che va sotto il nome di “mafia-appalti”, che Borsellino cercò di avere assegnata senza successo, e che poi fu archiviata dopo l’uccisione di Borsellino. Mori, come sapete, è stato negli ultimi anni trascinato più volte in tribunale (i tribunali della Repubblica e quelli della Tv, compresa la Rai) e ne è sempre uscito clamorosamente assolto (non dalla Rai che ancora non ha chiesto scusa). Noi crediamo che sia stato vittima di una vera e seria congiura della quale, purtroppo, molto probabilmente nessuno mai renderà conto. Era il nemico numero 1 della mafia e poi – chissà perché, ma forse non è difficile immaginarlo – diventò il nemico della cosiddetta “antimafia professionale”. Questa testimonianza che ha messo per iscritto a noi sembra di grandissima importanza per cercare di intravvedere almeno alcune verità. La pubblichiamo da oggi, tutti i giorni, in quattro puntate.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Tutti fanno finta di non sapere. La vera storia del covo di Totò Riina e il falso mito della perquisizione mancata – Il memoriale di Mario Mori. Mario Mori su Il Riformista il 26 Ottobre 2021. Nelle interminabili discussioni originate dall’attività operativa del Ros dei Carabinieri nel contrasto alla mafia, il punto di partenza è sempre costituito dalla mancata perquisizione del “covo” di Salvatore Riina. Quale protagonista di quei fatti espongo in merito la mia versione. Subito dopo la cattura del capo di “cosa nostra”, nella riunione tra magistrati e investigatori che ne seguì, fu naturalmente considerata l’ipotesi dell’immediata perquisizione della sua abitazione, ubicata a Palermo in via Bernini 54, ma al momento non individuata precisamente, perché inserita in un comprensorio – delimitato da un alto muro di recinzione – costituito da una serie di villette indipendenti. Prospettata dal cap. Sergio De Caprio, e da me sostenuta, prevalse la decisione di non effettuare la perquisizione. La proposta derivava della considerazione che il Riina era stato appositamente arrestato lontano dal luogo di residenza della famiglia – un suo “covo” non è mai stato trovato – e teneva conto della prassi mafiosa di non custodire, nelle proprie abitazioni, elementi che potessero compromettere i parenti stretti. Questa soluzione avrebbe dovuto permetterci lo sviluppo di indagini coperte sui soggetti che gli assicuravano protezione, senza che fosse nota la nostra conoscenza della sua abitazione. L’improvvida indicazione dell’indirizzo ad opera di un ufficiale dell’Arma territoriale di Palermo, che consentì alla stampa, dopo circa ventiquattro ore dalla cattura, di presentarsi con le telecamere davanti all’ingresso di via Bernini, “bruciò” l’obiettivo, e i conseguenti servizi di osservazione del cancello di accesso al comprensorio furono sospesi per il serio pericolo di lasciare dei militari dentro un furgone isolato, esposto a qualsiasi tipo di offesa. A questo punto anche le indagini che ci eravamo prefissi di svolgere in copertura divennero molto più difficili, stante l’eco addirittura internazionale della vicenda. Malgrado queste difficoltà, la cattura del Riina non rimase un fatto episodico, perché attraverso alcuni “pizzini” trovatigli addosso, fu possibile risalire alla cerchia stretta dei suoi favoreggiatori, procedendo in successione di tempo al loro arresto. La perquisizione della villetta abitata dai Riina venne eseguita solo dopo alcuni giorni su iniziativa della Procura della Repubblica di Palermo, in un quadro di scollamento tra le attività della magistratura e della polizia giudiziaria. Noi eravamo convinti di potere sempre agire nell’ambito delle iniziative preliminarmente concordate, mentre la Procura era sicura del mantenimento del controllo sull’obiettivo. L’equivoco diede luogo all’apertura di un procedimento giudiziario che i sostituti procuratori incaricati, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, proposero per due volte di archiviare, ma il Gip, attraverso un’ordinanza di imputazione coatta, decise per l’apertura del processo, con l’ipotesi, a carico mio e del cap. Sergio De Caprio, di favoreggiamento di elementi di “cosa nostra”. La vicenda penale si concluse con la nostra piena assoluzione, perché “il fatto non costituisce reato”. Nella motivazione, la 3° Sezione penale del Tribunale di Palermo, sulla decisione volta a dilazionare la perquisizione, sosteneva testualmente: «… Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l’Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di Polizia Giudiziaria direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti logicamente, insita l’accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell’ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie del Riina, ndr) che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere o occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina – cosa che avrebbero potuto fare nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo – od anche terzi che, se sconosciuti alle forze dell’ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L’osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al cancello di ingresso dell’intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l’allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata e le frequentazioni del sito». Sull’ipotesi, emersa già anche in quel processo, di una trattativa condotta dal Ros con uomini di “cosa nostra”, il Tribunale la escludeva con queste considerazioni: «… La consegna del boss corleonese nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti nel presente giudizio». A conferma dell’approccio sempre manifestato, fondato cioè sulla convinzione della nostra non colpevolezza, la Procura di Palermo non interpose appello. Malgrado l’esito processuale, che non avrebbe dovuto concedere ulteriori margini di discussione, “la mancata perquisizione del covo di Riina” rimane tuttora un postulato per coloro che sostengono il teorema delle mie responsabilità penali nell’azione di contrasto a “cosa nostra”. In particolare viene sempre citata l’esistenza di una cassaforte – contenente chissà quali segreti – che sarebbe stata smurata ed asportata dall’abitazione del boss e a nulla vale presentare la fotografia, scattata anni dopo e agli atti dei procedimenti giudiziari, che ritrae il mio avvocato, il senatore Pietro Milio, a fianco della cassaforte ancora ben infissa nel muro. Nell’ipotesi peggiore, l’attività investigativa mia e dei militari che comandavo è considerata sostanzialmente criminale. Bene che vada, la tecnica operativa attuata dal Ros, mutuata dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è definita come autoreferenziale, quindi non perfettamente in linea con i canoni stabiliti dalle norme procedurali. Di fronte a queste accuse che considero ingiuste, ritengo di dovere fare alcune considerazioni. Le critiche che mi vengono rivolte, relative alle indagini svolte dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, sono sostenute per lo più da persone che, all’epoca, in quella primavera/estate del 1992, se non erano minorenni, certamente non hanno avuto nessuna partecipazione e conoscenza vissuta degli eventi, per cui esprimono giudizi senza avere presente la realtà di quei drammatici mesi. La società nazionale ed in particolare i siciliani, già profondamente colpiti dal tragico attentato di Capaci, accolsero attoniti la nuova strage di via D’Amelio. Chi si trovava allora a Palermo poteva constatare l’angoscia e la paura diffuse, non solo tra i cittadini comuni, ma anche in coloro che per gli incarichi ricoperti avevano il dovere di contrastare con ogni mezzo “cosa nostra”. Ricordo in particolare come alcuni magistrati sostenessero che era finita la lotta alla mafia e parlassero di resa; ho ancora ben presenti tutti quei politici, giornalisti ed esperti che esprimevano il loro sconfortato pessimismo, valutando senza possibilità di successo il futuro del contrasto al fenomeno. Anche molti colleghi, tra le forze di polizia, avevano iniziato a privilegiare il più prudente e coperto lavoro d’ufficio rispetto alle attività su strada. Nessuno, comunque, a livello di magistratura ma anche da parte degli organi politici competenti, ovvero delle scale gerarchiche delle forze di polizia, ritenne, in quei giorni, d’impartire direttive o delineare linee d’azione investigative aggiornate per contrastare più efficacemente l’azione criminale di “cosa nostra”. Le istituzioni sembravano dichiararsi impotenti contro l’attacco mafioso. In particolare erano scomparsi dalla scena i protagonisti dell’antimafia militante. In questo sfacelo generale alcuni, e tra questi i Carabinieri del Ros, ritennero invece un dovere, prima morale e poi professionale, incrementare l’attività investigativa, nel rispetto della propria funzione e per onorare la memoria dei morti nelle due stragi. Decisi così d’iniziativa, ma nella mia competenza di responsabile di un reparto operativo dell’Arma, di attualizzare e rendere più incisiva l’attività d’indagine, costituendo un nucleo, comandato dal cap. Sergio De Caprio, destinato esclusivamente alla cattura di Riina ed autorizzai il cap. Giuseppe De Donno a perseguire la sua idea di contattare Vito Ciancimino, personalità politica notoriamente prossima alla “famiglia” corleonese, nel tentativo di ottenere una collaborazione che consentisse di acquisire notizie concrete sugli ambienti mafiosi, così da giungere alla cattura di latitanti di spicco. Si tenga conto che il cap. De Donno, negli anni precedenti, aveva arrestato Vito Ciancimino per vicende connesse ad appalti indetti dal Comune di Palermo, ma se si voleva ottenere qualche risultato concreto, non si poteva ricercare notizie valide tra i soliti informatori più o meno attendibili, ma avvicinare chi con la mafia aveva sicure relazioni. A proposito del contatto con Vito Ciancimino non posso essere criticato per un’attività riservata nella ricerca di notizie e di latitanti; infatti le norme procedurali consentono all’ufficiale di polizia di ricercare e tenere rapporti con quelli che ritiene in grado di fornirgli informazioni. Ciancimino quindi, libero cittadino in attesa di giudizio, era una potenziale fonte informativa e per questo avvicinabile in tutta riservatezza dalla polizia giudiziaria, così come previsto dall’art. 203 del nostro codice di procedura penale. Mario Mori

Seconda puntata degli scritti del Generale del Ros. La verità sul dossier mafia-appalti – Il memoriale di Mario Mori. Mario Mori su Il Riformista il 27 Ottobre 2021. Molti mi imputano il fatto di non avere avvertito l’autorità giudiziaria competente del tentativo di convincere l’ex sindaco di Palermo alla collaborazione. Del tentativo ritenni di dovere rendere edotte alcune cariche istituzionali. La dott. Liliana Ferraro, stretta collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ne fu informata nel corso del mese di giugno 1992, sino dai primi approcci tentati dal cap. De Donno col figlio del Ciancimino; il magistrato ne parlò a sua volta col ministro Claudio Martelli e con il dott. Borsellino. Nel luglio 1992 avvisai personalmente il segretario generale di palazzo Chigi, l’avv. Fernanda Contri, che comunicò la notizia al presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato. Nell’ottobre successivo ne parlai ripetutamente all’on. Luciano Violante, nella sua qualità di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Tutti questi contatti hanno avuto conferme da parte degli interessati nei dibattimenti processuali che mi hanno riguardato. Le personalità qui citate rivestivano cariche istituzionali e avevano funzioni che mi consentivano di riferire loro notizie riservate sulle indagini che stavo svolgendo. Se qualcuno di costoro, peraltro, avesse ravvisato qualche comportamento illecito nel mio comportamento, avrebbe avuto l’autorità, anzi l’obbligo, di denunciarlo immediatamente ai miei superiori, ovvero alle autorità politiche da cui dipendeva la mia scala gerarchica, ma questo non avvenne. La mia scala gerarchica, per suo conto, sulle indagini svolte, così come previsto, eseguì successivamente un’indagine amministrativa che si concluse senza rilevare elementi censurabili nella mia condotta. Rimane però il fatto di non avere informato la Procura della Repubblica di Palermo per un tentativo certamente non di routine che prevedeva, per me e De Donno, e questo deve essere chiaro, anche significativi rischi personali, visto che ci eravamo presentati con i nostri nomi e le nostre funzioni ad una persona legata strettamente ai “corleonesi”, avendogli precisato, dopo i primi approcci, che il nostro intento finale era quello di ottenere la cattura dei latitanti mafiosi di spicco. Sarò esplicito sul punto: decisi di non avvisare la Procura di Palermo, in attesa della sostituzione prevista di lì a qualche mese del suo responsabile, dott. Pietro Giammanco, perché non mi fidavo della sua linearità di comportamento e ne spiego qui di seguito i motivi. Quando fui nominato, nel settembre 1986, comandante del Gruppo CC. di Palermo, provenivo dall’esperienza della lotta al terrorismo condotta dal Nucleo Speciale di PG del gen. Dalla Chiesa, dove si era capito che nelle indagini contro le maggiori espressioni di criminalità – terrorismo ma anche delinquenza organizzata di tipo mafioso – si doveva agire considerando il fenomeno nel suo complesso e non per singoli aspetti. Mi resi conto che a Palermo le Forze di Polizia operavano di norma per eventi specifici – solo con Giovanni Falcone ed il pool antimafia si era cominciato ad affrontare analiticamente il fenomeno mafioso – ottenendo risultati complessivamente inadeguati. Mancava la cultura dell’indagine di lungo respiro, preferendo il più facile risultato immediato ma senza prospettive, a un’azione che, portata in profondità, consentisse alla fine di raggiungere risultati realmente consistenti. Questo concetto d’azione, cioè il differimento della perquisizione dell’abitazione, sarà alla base dell’indirizzo d’indagine prospettato ai magistrati subito dopo la cattura di Salvatore Riina. Per tornare al mio arrivo a Palermo, mi parve presto chiaro che “cosa nostra” non si preoccupava tanto della cattura di qualche suo elemento, perché sempre sostituibile, ma temeva gli attacchi alle sue attività in campo economico, quelle cioè che le consentivano di sostenersi ed ampliare il proprio potere. Individuai non nelle estorsioni, il così detto pizzo, ma nella gestione e nel condizionamento degli appalti pubblici, il canale di finanziamento più importante dell’organizzazione. Dalle prime indagini, da me assegnate al cap. Giuseppe De Donno, si evidenziò la figura di Angelo Siino quale uomo di “cosa nostra” incaricato di gestire i rapporti con gli altri protagonisti dell’affare appalti. Per la prima volta, con il sostegno convinto e fattivo di Giovanni Falcone, si sviluppò un’indagine specifica relativa alle turbative realizzate nelle gare degli appalti pubblici, partendo dagli interessi mafiosi. Emerse allora il fatto che dei tre protagonisti cointeressati (mafia, imprenditoria e politica) imprenditoria e politica, come sino ad allora ritenuto, non erano affatto vittime, ma partecipi dell’attività criminosa, concorrendo alla spartizione dei proventi illeciti. Si arrivò così a risultati concreti addirittura prima, come sostenuto dallo stesso dott. Antonio di Pietro in dichiarazioni processuali, che l’inchiesta milanese “Mani pulite” prendesse corpo e producesse i suoi effetti pratici. Infatti, all’inizio di febbraio 1991, il dottor Falcone, nel lasciare il Tribunale di Palermo per il ministero della Giustizia, chiese di depositare l’informativa riassuntiva sull’indagine che era già stata preceduta da una serie di notazioni preliminari, redatte dal cap. De Donno su aspetti particolari dell’inchiesta, tra cui quelli relativi alle attività di politici apparsi nel corso degli accertamenti. Giovanni Falcone spiegò che la consegna formale fatta nelle sue mani ci avrebbe in parte protetti dalle polemiche che l’indagine avrebbe sicuramente creato. Appena ricevuta l’informativa, il dottor Falcone la portò al procuratore capo Pietro Giammanco. Da quel 17 febbraio 1991, per mesi, malgrado le insistenze del cap. De Donno e mie, non si seppe più nulla dell’inchiesta, e questo anche se, il 15 marzo 1991, in un convegno tenutosi al castello Utveggio di Palermo, a proposito della nostra indagine, Giovanni Falcone avesse affermato: « … Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagine a campione, da cui si può dedurre con attendibilità un certo tipo di condizionamento, ma l’indagine di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto più grave di quello che appare all’esterno …»; e proseguendo: «Io credo che la materia dei pubblici appalti è la più importante perché è quella che consente di fare emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell’ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica …». Il 2 luglio 1991, infine, furono emesse cinque ordinanze di custodia cautelare per quattro imprenditori siciliani più Angelo Siino. Dopo pochi giorni tutti, a cominciare da “cosa nostra”, seppero i risultati raggiunti dall’inchiesta e soprattutto dove questa poteva portare, perché alla scontata richiesta degli avvocati difensori di conoscere gli elementi di accusa relativi ai propri patrocinati, invece di stralciare e consegnare esclusivamente gli aspetti documentali relativi ai singoli inquisiti, così come previsto dalla norma, venne consegnata l’intera informativa: 878 pagine più gli allegati. Il procuratore Giammanco, addirittura, ritenne d’inviare l’informativa al ministro della Giustizia Claudio Martelli, iniziativa presa nell’agosto del 1991, provocando la reazione del ministro che, consigliato da Giovanni Falcone, la rispedì al mittente, rilevando e sottolineando l’irritualità della trasmissione di un atto di indagine che, in quanto tale, non poteva essere di competenza dell’autorità politica. Iniziò in quel periodo la crisi nei rapporti tra la Procura Palermo e il Ros. Nel marzo 1992 rientrò a Palermo, proveniente dalla Procura della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino, assumendo le funzioni di procuratore aggiunto. Tra lo stupore generale, il procuratore Giammanco, non gli delegò la competenza delle indagini antimafia su Palermo e provincia. A riguardo appare oltremodo significativa l’affermazione, riportata nella recente sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta (Borsellino quater), attribuita a Giuseppe “Pino” Lipari che, alla notizia del rientro del magistrato a Palermo, aveva sostenuto come il fatto avrebbe portato problemi a “quel santo cristiano di Giammanco ”. Il Lipari era un geometra palermitano che curava gli affari della “famiglia” corleonese. In quei primi mesi Paolo Borsellino divenne rapidamente il punto di riferimento di magistrati e investigatori impiegati nel contrasto alla mafia e continuò a mantenere costanti rapporti personali e professionali con Giovanni Falcone che il 23 maggio 1992, a Capaci, venne ucciso da una bomba che provocò anche la morte della moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e di tre addetti alla sua scorta. Da quel momento l’attività di Paolo Borsellino assunse un ritmo quasi frenetico e continuò sino alla sua fine, avvenuta il successivo 19 luglio 1992. Mario Mori

L'informativa dei Ros chiave segreta, ma fu cestinata...La rivelazione di Borsellino: “Ecco perché Falcone è stato ammazzato” – Il memoriale di Mario Mori. Mario Mori su Il Riformista il 28 Ottobre 2021. Nel periodo compreso tra l’uccisione di Falcone e quella di Borsellino (e lo sterminio delle loro scorte) si sviluppò una significativa serie di vicende riguardanti le indagini del Ros, e precisamente:

19 giugno 1992, due ufficiali del Ros, i capitani Umberto Sinico e Giovanni Baudo, informano direttamente il dott. Borsellino di avere ricevuto notizie confidenziali circa la preparazione di un attentato nei suoi confronti, precisando e che in merito erano stati formalmente allertati gli organi istituzionali competenti per la sua sicurezza;

25 giugno 1992, Paolo Borsellino mi chiede un incontro riservato che si svolge a Palermo nella caserma Carini, presente anche il cap. De Donno. Il magistrato, che già aveva ottenuto dal Ros il rapporto “mafia e appalti” quando era a Marsala – in merito ci sono le dichiarazioni processuali a conferma da parte dei magistrati Alessandra Camassa, Massimo Russo e Antonio Ingroia, oltre a quelle dell’allora maresciallo Carmelo Canale – sostiene di volere proseguire le indagini già coordinate da Giovanni Falcone che gliene aveva parlato ripetutamente e sollecita, ottenendola, la disponibilità operativa del Cap. De Donno e degli altri militari che avevano condotto l’inchiesta;

Mario Mori ci racconta come solo il Ros rimase a combattere la mafia, il memoriale del generale in quattro puntate

12 luglio 1992, la Procura di Palermo, con lettera di trasmissione a firma Giammanco, invia quasi per intero l’informativa Ros sugli appalti ad altri uffici giudiziari siciliani “per conoscenza e per le opportune determinazioni di competenza”. Per un’indagine basata sull’ipotesi di associazione per delinquere di tipo mafioso (416 bis c.p.) la procedura adottata implica, da parte della Procura mandante, il sostanziale cessato interesse per gran parte dell’indagine, infliggendole un colpo praticamente mortale;

13 luglio 1992, i sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato chiedono l’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti;

14 luglio 1992, in una riunione dei magistrati della Procura di Palermo, Paolo Borsellino chiede notizie sull’inchiesta e afferma che i Carabinieri sono delusi della sua gestione. Dalle successive dichiarazioni al Csm da parte dei presenti a quella riunione, emerge che nessuno gli dice che ne è già stata proposta l’archiviazione (Guido Lo Forte era tra i presenti);

16 luglio 1992, si tiene a Roma una cena tra Paolo Borsellino, l’on. Carlo Vizzini, e i magistrati palermitani Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli. Nel corso dell’incontro, a riguardo c’è la testimonianza processuale di Carlo Vizzini, il dott. Borsellino parla diffusamente dell’indagine mafia e appalti individuandola come una delle possibili cause della morte di Giovanni Falcone. Il dott. Lo Forte non informa il collega che due giorni prima, insieme al dott. Roberto Scarpinato, ne aveva chiesto l’archiviazione. Anche il giornalista Luca Rossi testimonierà in dibattimento di avere avuto, in quei giorni, un incontro con Palo Borsellino che gli parlò dell’inchiesta mafia e appalti. Vale la pena altresì ricordare, come risulta dalle plurime testimonianze dei suoi colleghi, tra cui Vittorio Aliquò, Leonardo Guarnotta, e Alberto Di Pisa, che il dott. Borsellino ritenesse come l’interesse mostrato dall’amico Giovanni Falcone per l’indagine fosse una delle possibili cause della morte di quest’ultimo;

19 luglio 1992, al primo mattino, il dott. Borsellino riceve la telefonata del procuratore Giammanco che gli conferisce la delega ad occuparsi delle indagini relative alla città di Palermo e alla sua provincia. Nel pomeriggio il magistrato viene ucciso da un’autobomba unitamente ai cinque agenti della sua scorta;

22 luglio 1992, tra giorni dopo la morte di Paolo Borsellino, il procuratore Giammanco inoltra al Gip del Tribunale di Palermo la richiesta di archiviazione per mafie e appalti;

14 agosto 1992, il Gip del Tribunale di Palermo, dott. Sergio La Commare, firma l’archiviazione dell’inchiesta. La decisione passa inosservata nella completa distrazione propria del periodo ferragostano.

Sulla base di questa sequenza di fatti e alla luce dei successivi sviluppi investigativi, si dovrebbe chiedere ai magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo perché, il 14 luglio 1992, nella loro riunione, non fu detto a Paolo Borsellino che c’era già una richiesta di archiviazione per mafia e appalti e per quali motivi si voleva chiudere l’indagine, e inoltre perché il procuratore Giammanco non sia stato mai formalmente sentito su queste vicende. In particolare, poi, al dott. Giammanco, vissuto sino al 2 dicembre 2018, viste le polemiche nel frattempo insorte e protratte nel tempo, si sarebbe dovuto chiedere di:

… spiegare il motivo per cui solo il 19 luglio (giorno dell’attentato di via D’Amelio), previa una telefonata di primo mattino, concesse a Paolo Borsellino la delega ad investigare anche sui fatti palermitani;

… commentare l’affermazione fatta da Giovanni Falcone alla giornalista Liana Milella, quando, riferendosi alle determinazioni assunte dalla Procura della Repubblica di Palermo sull’inchiesta mafie e appalti le definì: “Una decisione riduttiva per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”;

… chiarire i termini dell’appunto rinvenuto nell’agenda elettronica di Giovanni Falcone nella quale si evidenziavano le pressioni del dott. Giammanco sul cap. De Donno al fine di chiudere l’inchiesta mafia e appalti, giustificate dal procuratore come richieste pervenute dal mondo politico siciliano che altrimenti non avrebbe più ottenuto i fondi statali per gli appalti;

… smentire eventualmente le dichiarazioni di Angelo Siino che, nel corso della sua collaborazione, sempre ritenuta fondamentale dalla Procura della Repubblica di Palermo, affermò di avere avuto l’informativa mafia e appalti pochi giorni dopo il suo deposito e che il documento gli era pervenuto, attraverso l’on. Salvo Lima, dal dott. Giammanco.

Infine mi piacerebbe conoscere perché le dichiarazioni di alcuni magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo che il 29 luglio 1992 e nei giorni a seguire, sentiti dal Consiglio Superiore della Magistratura, avevano riferito della riunione della Dda di Palermo, tenutasi il 14 luglio 1992, e nella quale Paolo Borsellino aveva chiesto notizie sull’indagine mafia e appalti, non sono state oggetto di nessun accertamento.

Si tenga poi conto che queste dichiarazioni si sono conosciute solo a distanza di molti anni ed esclusivamente per l’iniziativa dell’avv. Basilio Milio, mio difensore, che, dopo avere collezionato negli anni vari dinieghi, qualche mese orsono ha finalmente avuto accesso a un fascicolo processuale che ha trovato presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta e qui le ha rintracciate. Così le ha potute presentare nel corso del recente dibattimento davanti alla Corte di Assise di Appello di Palermo relativo alla presunta trattativa Stato/mafia, rendendole finalmente pubbliche. Per concludere questo argomento sottolineo che le perplessità nei confronti di alcuni indirizzi assunti dal dott. Giammanco nella gestione della Procura di Palermo, non costituivano solo una convinzione mia e di qualche altro ufficiale del Ros, ma erano radicate anche in una parte dei magistrati appartenenti al suo ufficio, che diedero anche vita a significative e pubbliche azioni di contestazione, senza che però in prospettiva, anche dopo l’arrivo del nuovo procuratore capo, il dott. Giancarlo Caselli, qualcuno ritenesse di svolgere accertamenti su quanto in quell’estate del 1992 era successo.

Dopo pochi mesi, uno dei cinque arrestati nell’inchiesta mafia e appalti, il geometra Giuseppe Li Pera, dal carcere e tramite i suoi avvocati, manifestò la volontà di collaborare, ma visti respinti i suoi tentativi di essere ascoltato dalla Procura della Repubblica di Palermo, riferì i fatti da lui conosciuti al cap. Giuseppe De Donno e al sostituto procuratore Felice Lima della Procura della Repubblica di Catania. Quest’ultimo, al termine degli accertamenti conseguenti alle dichiarazioni del collaborante, inoltrò al Gip del Tribunale di Catania la richiesta di ventitré ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere di tipo mafioso ed altro, ma venne fermato dal proprio procuratore capo, il dott. Gabriele Alicata, che si rifiutò di firmare il provvedimento e decise, anche qui, di frazionare l’inchiesta in tre distinti segmenti:

-a Catania, rimase la parte riguardante un ospedale cittadino che portò all’arresto di Carmelo Costanzo, il Cavaliere del lavoro che, insieme ai colleghi Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci e Mario Rendo, costituiva il gruppo dei cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse” e delle cui attività si era a suo tempo interessato anche il generale Dalla Chiesa. Oltre al Costanzo furono arrestati un ex presidente della Provincia e alcuni membri di una Usl locale;

-a Caltanissetta, venne avviata la parte che riguardava le accuse di Li Pera a quattro magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte, Ignazio De Francisci e il procuratore capo Pietro Giammanco. L’inchiesta si concluse con l’esclusione di ogni responsabilità a carico degli indagati. Anche l’addebito, rivolto al Giammanco, di avere ricevuto denaro per ammorbidire gli esiti di mafia e appalti fu archiviato;

-a Palermo, toccò specificatamente la parte relativa a “cosa nostra”, che portò alla successiva emissione di un’ordinanza di custodia cautelare intestata a Salvatore Riina più ventiquattro, in pratica il gotha mafioso palermitano, escludendo quindi ogni responsabilità della componente politica.

In nessuno di questi tre filoni operativi fu richiesta la partecipazione dei militari del Ros che pure avevano svolto, in esclusiva, tutte le precedenti indagini. Il conflitto interno alla Procura di Catania si concluse con la richiesta da parte del dott. Lima del trasferimento al Tribunale Civile. Il comportamento del cap. De Donno, ritenuto scorretto dalla Procura della Repubblica di Palermo, fu segnalato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione che definì la pratica senza riscontrare alcun comportamento irregolare da parte dell’ufficiale. Sulla propaggine catanese di mafia e appalti, meglio su tutta la vicenda, mi sembra appropriato concludere citando le parole dette dal dott. Felice Lima, il 4 maggio 2021, davanti alla Commissione d’inchiesta dell’Assemblea Regionale Siciliana: «… Io avevo le stesse carte dei colleghi palermitani, ma mentre sul mio tavolo queste carte portarono i frutti contenuti in quelle duecentotrenta, non mi ricordo, pagine di richiesta, a Palermo non era praticamente successo niente, anzi c’era stata una dolorosa, dal mio punto di vista, richiesta di archiviazione». Mario Mori

Ultima puntata degli scritti del generale del Ros. Tangentopoli era in Sicilia, ma fu fatta sparire – Il memoriale di Mario Mori. Mario Mori su Il Riformista il 29 Ottobre 2021. Per completare la narrazione sulle indagini da me coordinate nel settore degli appalti pubblici, c’è da aggiungere che, vista l’impossibilità di proseguire questa tipologia di inchieste in Sicilia, sempre nel corso del 1992, spostai il reparto del cap. De Donno a Napoli, dove fu riproposta la stessa ipotesi investigativa, questa volta applicata alla camorra. Lo spunto ci proveniva dalla segnalazione di minacce e intimidazioni con danneggiamenti, di chiara origine camorristica, rivolte a tecnici e cantieri della Impregilo, società impegnata nella costruzione della linea ad alta velocità Roma-Napoli (Tav). Da una serie di riscontri ottenuti, si constatò che, anche qui, l’interesse verso gli appalti pubblici da parte di appartenenti alla camorra era prioritario. Concordammo con due magistrati illuminati, il procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova e il responsabile di quella Direzione Distrettuale Antimafia, Paolo Mancuso, una linea di lavoro che prevedeva l’inserimento fittizio di un nostro uomo nel contesto operativo dei lavori della Tav, con la funzione di eventuale catalizzatore degli interessi illeciti, presentandolo come rappresentante dell’Associazione Temporanea d’Imprese (Ati) aggiudicataria del complesso dei lavori. In breve, il nostro uomo, il sedicente ing. Varricchio, in realtà il tenente colonnello Vincenzo Paticchio del Ros, fu contattato da elementi del clan camorristico degli Zagaria, egemone nella zona di Casal di Principe, e si dichiarò disposto ad accettare un confronto che consentisse un “sereno” svolgimento delle attività. La richiesta dei criminali prevedeva la dazione del tre per cento dell’importo dei lavori. Vi erano inoltre altre percentuali da prevedere per la componente politica e per il mondo imprenditoriale. Varricchio accettò, ma pretese che tutte le richieste fossero in qualche modo formalizzate. Alcune di queste vennero ufficializzate nel corso di riunioni, tenutesi presso l’hotel Vesuvio di Napoli e coordinate dal geometra Del Vecchio, che prese fedelmente nota dei nominativi delle imprese segnalate, delle loro richieste e da chi venivano sponsorizzate. Il geometra Del Vecchio era in effetti un abilissimo maresciallo del Ros. Tutte le operazioni furono registrate in audio e video e l’indagine si concluse con il rinvio a giudizio di camorristi, imprenditori e politici, tra cui anche il vice presidente della Regione Campania. Nel processo vennero condannati gli imprenditori e i camorristi, mentre i politici risultarono assolti in quanto “vittime di un’attività di provocazione”. Ancora mi domando che differenza effettiva ci fosse tra politici, camorristi e imprenditori, visto che analogo era stato il loro comportamento. Lo svolgimento dell’indagine condotta d’intesa con la Procura della Repubblica di Napoli dimostrò comunque che un’inchiesta nel settore degli appalti, anche con la normativa degli anni Novanta, poteva essere portata avanti se c’era coordinamento e unità d’intenti tra magistrati requirenti e investigatori. All’Università Federico II di Napoli, nella facoltà di Economia e Commercio, si tennero per anni lezioni su quella nostra indagine.

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Nel lungo tempo trascorso da quell’anno 1992, ho avuto più volte la possibilità di parlare con gli ufficiali che svilupparono con me quelle indagini sugli appalti. Il confronto ci ha portati a una serie di conclusioni:

– Il business nazionale della criminalità organizzata mafiosa era costituito dal condizionamento degli appalti che si affiancava, a livello internazionale, con quello costituito dal traffico delle sostanze stupefacenti;

-Il condizionamento degli appalti pubblici non costituiva solo l’obiettivo principale dei gruppi mafiosi, ma era fonte di guadagno illecito anche per molti imprenditori e politici, da considerare quindi non vittime ma partecipi dell’attività criminale;

– Stroncare l’inchiesta mafia e appalti, sorta ancora prima di “mani pulite”, evitava di collegare i due procedimenti giudiziari che in effetti sono stati condotti in maniera separata. Solo anni dopo, Antonio Di Pietro ha riferito dell’intenzione di Paolo Borsellino di unificare gli sforzi per gestire le rispettive inchieste, ravvisandovi una strategia unica. Lo stesso dott. Di Pietro ha ricordato di avere ricevuto dal cap. De Donno la sollecitazione ad interessarsi dell’inchiesta siciliana a fronte dell’inerzia di quella magistratura;

– L’inchiesta sviluppata dal Ros a partire dal 1990, coordinata e sostenuta da Giovanni Falcone, si è integrata senza soluzione di continuità con quella di Catania diretta dal dott. Felice Lima, e seppure stroncata con la stessa tecnica usata a Palermo, ha consentito di evidenziare anche nella parte orientale dell’isola la presenza al tavolo degli appalti pubblici degli stessi attori: mafiosi, imprenditori e politici;

– Le inchieste sugli appalti, demolite in Sicilia, hanno invece avuto più ampi sviluppi in altre zone del paese;

– Alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale. Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi, saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni;

– Io e Giuseppe De Donno siamo vivi perché la morte di Paolo Borsellino ha praticamente reso inutile la nostra soppressione. Eliminato il magistrato, è stato facile neutralizzare tecnicamente l’indagine che stavamo sviluppando, senza provocare altri omicidi che avrebbero potuto indirizzare in maniera più precisa le indagini sui fatti di sangue di quell’anno: omicidio di Salvo Lima, strage di Capaci, strage di via D’Amelio e omicidio di Ignazio Salvo. Tutto ciò premesso, appare assolutamente necessario che su quanto esposto vi sia un chiarimento, insistentemente richiesto anche da altre parti coinvolte. Il lungo tempo trascorso potrà contribuire a più distaccate e serene valutazioni che, però, appaiono tuttora necessarie, perché troppe morti le hanno segnate indelebilmente.

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A conclusione di queste brevi note voglio esprimere una considerazione di carattere personale. Il Ros, costituito il 3 dicembre 1990, è un reparto investigativo a competenza nazionale che si interessa dei fenomeni di grande criminalità. Negli anni in cui era da me diretto, come peraltro avviene tuttora, conduceva indagini rapportandosi con le Procure della Repubblica più importanti del paese, tutte coordinate da magistrati di grande qualificazione professionale. Ebbene, nelle numerose attività sviluppate, solo in Sicilia, si sono verificati fatti che hanno dato origine a polemiche e inchieste di rilevanza penale, protrattesi addirittura per oltre un ventennio. Ora se è nella forza delle cose che per attività così delicate si possano verificare singoli episodi di contrasto frutto di incomprensioni e anche di errori umani tra i responsabili delle operazioni, l’ampiezza temporale delle tre inchieste, svolte in successione nei confronti miei e di alcuni ufficiali da me dipendenti, appare oltremodo indicativa, e tale da presentarsi non come il riflesso di convincimenti supportati da documenti e riscontri maturati nel tempo, ma piuttosto come l’attuazione, da parte di alcuni magistrati, di un predeterminato disegno di politica giudiziaria.

I tre procedimenti, sempre derivati dallo stesso contesto investigativo, per cui più di un giurista di fama ha parlato di “bis in idem”, volendo così indicare la riproposizione, esclusa dal nostro codice, degli stessi fatti in procedimenti diversi, sono sfociati in processi che si sono sin qui conclusi con l’identico risultato: assoluzione perché il fatto non costituisce reato. All’esito di questi ripetuti e conformi esiti processuali o siamo di fronte a un caso di clamorosa insufficienza professionale da parte di chi li ha aperti e sviluppati, ovvero le inchieste sono state condotte interpretando illogicamente o sovradimensionando gli esiti investigativi acquisiti che, infatti, non sono stati condivisi dalla magistratura giudicante. Ritengo che non si possa assolutamente parlare di mancanza di professionalità, ma invece la spiegazione vada ricercata in un approccio dei magistrati requirenti basato sulla volontà di intervenire processualmente in un campo, quello politico, che non compete al loro ordine, ma è esclusivo ambito del potere legislativo ed esecutivo.

Il magistrato, nel nostro ordinamento, deve valutare e giudicare i fatti accertati, così come afferma specificatamente l’art. 1 del nostro Codice Penale. A lui non compete in alcun modo tentare ricostruzioni più o meno avventurose in base a proprie convinzioni ideologiche che, in definitiva, portano solo a sovvertire l’equilibrata ripartizione dei poteri su cui si regge ogni democrazia compiuta. Mario Mori

Gli scritti del Generale del Ros. Il dossier di Mario Mori svela complicità tra mafia e Procura, qualcuno indagherà? Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Ottobre 2021. Nel corso della settimana che si conclude abbiamo pubblicato, in quattro puntate, il memoriale scritto dal generale Mario Mori. Si tratta di un documento eccezionale perché racconta come, nel corso del 1992, prima la mafia e poi lo Stato posero fine a quella stagione eroica – stavolta l’uso di questo aggettivo non è rito – durante la quale pochi uomini e donne coraggiosi fecero guerra a Cosa Nostra mettendola con le spalle al muro. Parecchi di loro ci rimisero la vita. Terranova, Costa, Chinnici, Falcone, Morvillo, Borsellino, Giuliano, Dalla Chiesa, Cassarà, Montana… Ho scritto solo i nomi di alcuni tra i magistrati e i poliziotti che si impegnarono e lottarono al fronte. Il memoriale del generale Mori è molto circostanziato. Nessuna delle sue affermazioni, mi pare, è priva di riscontri. Questo documento suona come un atto di accusa feroce verso una parte della magistratura italiana e – seppure non esplicitamente – verso la politica e il giornalismo che non sono riusciti a capire niente della mafia e hanno inseguito senza ragionare, e senza sapere, tesi infondate, dilettantistiche, politicamente orientate dalle ideologie o dal tifo, non dai fatti. In estrema sintesi, Mori descrive questa vicenda di inizio anni 90. Il gruppo di investigatori che sta intorno a Giovanni Falcone si rende conto che l’interesse grosso di Cosa Nostra è sugli appalti. E si inizia a indagare. Si raccolgono indizi, prove, si scoprono nuove piste, si ipotizzano collaborazioni. Borsellino è pronto a proseguire l’inchiesta, raccogliendo il testimone da Falcone. Ma a questo punto irrompono, seppure in modo evidentemente non collegato, da una parte la mafia, che uccide Borsellino, dall’altra parte un pezzo di magistratura, che seppellisce le inchieste e chiude, di colpo, le indagini sugli appalti, le connivenze, i rapporti tra Cosa Nostra, politica e imprese del Nord. Scrive, testualmente, il generale Mori: «Alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale. Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni». Mi sembra che sia una sfida aperta. Qualcuno vorrà raccoglierla? Pensate che ci sono Procure che oggi indagano sulla base di vaghissime e inconcludenti frasi di Graviano (ex boss della mafia non corleonese) su Berlusconi e Dell’Utri, accogliendo tesi strampalatissime e che non si reggono in piedi (come ha spiegato bene ieri Damiano Aliprandi sul Dubbio) a proposito delle stragi del 1993. Hanno addirittura ordinato delle perquisizioni a casa di parenti di Graviano. Benissimo, proviamo a prendere sul serio queste indagini (per la verità un po’ comiche): perché allora non si indaga sui fatti denunciati in maniera non vaga, ma molto precisa, non da un ex boss ma da un generale dei carabinieri, e più precisamente dall’uomo che arrestando Totò Riina inflisse alla mafia il colpo più duro dopo il maxiprocesso? Mori, nel suo memoriale, ha descritto svariate possibili ipotesi di reato. State tranquilli: saranno ignorate. Perché, per non ignorarle, bisognerebbe mettere in discussione troppi equilibri che ancora oggi governano il vertice della magistratura italiana. L’altro ieri sera il mio amico Giuliano Cazzola, collaboratore di questo giornale, ex sindacalista di vaglia, ex dirigente socialista, mi ha chiesto: ma come mai nessuno parla di questo clamoroso memoriale di Mori? Gli ho risposto nel modo più semplice. Perché il memoriale di Mori è un nuovo attacco al potere mafioso, e in Italia – escluso quel decennio degli eroi del quale ho appena parlato – non è mai esistito uno schieramento antimafia. Prima di Terranova e Chinnici, la tesi prevalente era che la mafia non esistesse. Gli intellettuali, salvo pochissimi, i giornali, salvo pochissimi, si adeguavano. Non volevano sapere, non cercavano, non capivano. Dal 1992 in poi si è ricreata esattamente la situazione precedente. Con la morte di Paolo Borsellino è iniziata la restaurazione. per qualche anno, credo, Mario Mori e il capitano De Donno e pochi altri avventurosi combattenti, hanno provato a proseguire la battaglia. Poi sono stati messi all’angolo, e successivamente ripetutamente processati con la precisa accusa di essersi impegnati nello scontro con la mafia senza rispettare le gerarchie della magistratura. L’unica vera accusa a Mori è stata questa: hai agito contro la mafia senza avvertire il procuratore Giammanco. Mori ha risposto senza giri di parole: non mi fidavo di Giammanco e avevo perfettamente ragione. Dopo tutto questo sono tornati gli anni Cinquanta. Nessuno più combatte la mafia. Nessuno, neppure la conosce. Nessuno la considera un problema. È nata però, dopo il 1992, una nuova forma di antimafia. È una organizzazione fatta di retorica spinta all’ennesima potenza, di frasi fatte, che non ha mai neppure scalfito con un temperino la potenza mafiosa, ma ha prodotto infinite attività collaterali, spesso folcloristiche, spesso lucrose, spesso produttrici di nuove professioni, di successi, di prebende, di onori, e comunque di moltissimo potere ( e di parecchie scorte). Ho risposto così a Cazzola: se nessuno si interessa del memoriale Mori è perché in Italia esiste la mafia e l’antimafia professionale, ma non esistono i nemici della mafia. Quelli che la combattono. Restano pochissimi individui, pochissimi intellettuali, pochissimi giornali, come era negli anni Cinquanta, che denunciano, raccontano, indicano le malefatte non solo della malavita ma anche dello Stato, dell’establishment, dell’editoria. Pensate al processo “trattativa”, coccolato da quasi tutta la stampa italiana. È stato dichiarato formalmente dalla Corte d’appello che era una bufala. Ma è una bufala che ha sviato, che ha rovesciato la realtà, che ha processato gli innocenti e taciuto sui colpevoli. Capisco che è un’espressione molto forte, ma oggettivamente – al di là della sicuramente ottima fede di alcuni magistrati che hanno preso un abbaglio – è stato un clamoroso depistaggio. La mafia ha brindato. Dieci anni di idee farlocche, di inchieste bloccate, di indizi che svanivano. E su questo depistaggio è stata costruita una letteratura che resterà lì, negli archivi, indelebile. Soprattutto la letteratura televisiva. Pensate che mentre era in corso il processo di appello la Rai ha messo in onda una trasmissione colpevolista da fare accapponare la pelle. Nessuno ha chiesto scusa dopo la sentenza, nessuno ha pensato a riparare, neppure Fuortes, mi pare. Come mai? Te lo dico un’altra volta, caro Cazzola: della mafia, in Italia, non frega niente a nessuno.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La débâcle dei giornali. Trattativa Stato Mafia, da Travaglio a Bianconi il flop dei giornalisti. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Saranno stati, come disse Antonio Ingroia, l’ex pm del processo “Trattativa”, i colletti bianchi ad averla fatta franca, o non invece lui stesso, il collega Di Matteo e tutta la banda dei giornalisti che facevano la ola davanti a loro? Insomma, chi è che l’ha fatta franca? Quando, con grande senso della scenografia e piccolo senso del pudore, il presidente della corte d’assise di Palermo Alfredo Montalto scelse il ventiseiesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino, il 19 luglio 2018, per depositare le motivazioni della sentenza che sposava l’ipotesi-bufala e condannava gli imputati per minaccia o violenza a corpi dello Stato, era stato un coro di osanna che aveva percorso l’etere e la penisola. Tre anni dopo, quando una nuova sentenza assolve tutti, si scopre che la “complessità” della mafia non va giudicata nelle aule di giustizia. Travaglio permettendo, naturalmente. I giudici avevano aspettato il novantesimo giorno, ultima scadenza consentita dalla legge dopo l’emissione della sentenza, pur di scodellare le 5.252 pagine calde calde sulla commemorazione della strage di via D’Amelio, nel 2018. E consentire ai giornali amici di titolare direttamente su Borsellino. Non solo per ricordarne il valore e il sacrificio, però. È sufficiente sfogliare qualche titolo del giorno dopo. Corriere della sera: “I giudici e via D’Amelio: il dialogo tra Stato e mafia accelerò quella strage”. La Repubblica: “Chi condannò Borsellino”. Il Fatto: “La Trattativa uccise Borsellino”. Parliamoci chiaro: quel giorno i tre alti carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, oltre al senatore Marcello Dell’Utri erano presentati come gli assassini, o quanto meno i mandanti, della strage di via D’Amelio, in particolare della sua accelerazione nei tempi. Perché, mostrando agli uomini della mafia il volto fragile e accomodante di uno Stato pronto a trattare, avevano in realtà spinto i boss dei corleonesi ad alzare il prezzo con altre bombe e altre stragi. È evidente a tutti, o forse a pochi, che la strage di via D’Amelio non aveva nulla a che fare con il processo. Ma molto con l’uso propagandistico che ha inquinato per tanti troppi anni – non si riesce più a contarli, perché le prime indagini nei confronti di Dell’Utri sono partite fin dal 1994- l’inchiesta e poi il processo su una trattativa tra lo Stato e la mafia che ormai una sentenza che possiamo considerare definitiva ha sonoramente bocciato. L’“accadimento”, il quid che avrebbe spinto Totò Riina a fare in fretta a uccidere Borsellino, “non è provato”, come scriveva sul Corriere Giovanni Bianconi, ma trovava convergenza di due fatti. Il primo, nelle parole della moglie del magistrato cui il marito avrebbe confidato in modo molto generico di aver saputo di ambienti istituzionali inquinati. Il secondo sarebbe stata un’intercettazione in carcere in cui Riina diceva a un suo complice “ma dammi un po’ di tempo”. Prove inconfutabili, come si può notare. L’assurdo è che tutta quanta l’inchiesta, compresa la sentenza di primo grado, è fatta così, ricca di congetture ed effetti scenici. Pure, queste ipotesi, il fatto che un gruppo di alti ufficiali prima e Dell’Utri dopo fossero stati interessati messaggeri delle minacce di morte da Cosa Nostra a tre diversi governi, è stata fatta propria anche da ampi settori del giornalismo militante, amico delle toghe militanti. Tanto che Attilio Bolzoni quel 20 luglio del 2018 su Repubblica scriveva che le parole scritte in quella sentenza “raccontano i cattivi pensieri che abbiamo avuto in questo quarto di secolo. Un pezzo di stato che si cala le braghe e che dà forza ai suoi nemici, un pezzo di stato che ha preferito “parlare” con i Corleonesi piuttosto che scatenarsi con tutta la sua potenza contro un potere criminale”. Una frase in cui stato è scritto con la minuscola e Corleonesi con la maiuscola. Ma sono certamente errori di battitura. Il regno dell’assurdo. Bolzoni che incensa l’ex ministro Scotti dicendo che era stato cacciato dal governo perché era stato duro nei confronti della mafia, ma forse non ricorda che in quei giorni la segreteria della Dc aveva imposto che i ministri si dimettessero da parlamentari, così perdendo l’immunità, che Scotti aveva evidentemente preferito mantenere, visti i tempi che correvano, con Tangentopoli che stava decimando gli uomini del pentapartito. E Bianconi che, scrivendo su Dell’Utri e la minaccia che avrebbe effettuato, per conto della mafia, nei confronti del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, accenna alle famose riforme che sarebbero state gradite a Totò Riina. In quei giorni non si parlava ancora del decreto Biondi. Ma delle riforme si dice che, citiamo da Bianconi, “Non importa che queste fossero frutto di un semplice e legittimo spirito garantista della nuova maggioranza, e non dettate dal ricatto mafioso. L’importante è che tramite Dell’Utri l’avvertimento sia arrivato a Palazzo Chigi, e questo per i giudici è confermato”. Anche di questo non c’è prova, come non c’è mai stata nei confronti di Calogero Mannino che, mentre la nebulosa trattativa si trascinava dal processo di primo a quello di secondo grado, portava a casa assoluzioni a raffica. Pure, quel 20 luglio di tre anni fa, mentre l’ex ministro era stato già assolto in primo grado, il sospetto grava ancora su di lui che, terrorizzato dopo l’uccisione di Salvo Lima, sarebbe stato disposto a tutto pur di salvarsi la vita e avrebbe incaricato i carabinieri di avviare la famosa “trattativa”. Nessun dubbio solcò la fronte dei giornalisti militanti, in quei giorni. La prima assoluzione di Mannino era citata tra due virgole e tanto doveva bastare. Il nobel dell’entusiasmo come sempre va attribuito a Marchino Travaglio, che ha anche il merito di non demordere mai: trattativa era e trattativa doveva continuare a essere. E chi se ne importa delle sentenze. Tranne di una, quella del presidente Montalto. Sentite che toni lirici: “ Una sentenza che tutti gli italiani dovrebbero conoscere. E il Fatto si attiverà con ogni mezzo per divulgarla e rompere lo scandaloso muro di ignoranza..”. E poi la promessa di pubblicare a puntate le cinquemila pagine. Sai che spasso, i lettori non aspettavano altro. Qualcuno pensa che di tutta questa retorica ci sia ancora traccia sui giornali del 24 settembre 2021, il giorno successivo alla sentenza d’appello che ha sconfessato in toto l’ipotesi di Ingroia e Di Matteo fatta propria anche da Montalto? Macché, tutti virtuosi, ormai. Il direttore del Fatto si impunta su un particolare, il fatto che i mafiosi siano stati condannati per aver tentato di minacciare lo Stato, mentre gli ufficiali dei carabinieri, che non avevano mai negato di aver tentato un approccio con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino per un aiuto alla cattura di Riina (che infatti sarà arrestato all’inizio del 1993) venivano assolti “perché il fatto non costituisce reato”. E Dell’Utri addirittura per non aver commesso il fatto. La trattativa c’è stata, insiste. E quello che fu l’inventore della “Trattativa” con la T maiuscola e tra virgolette, Antonio Ingroia, non si arrende, ma lamenta il fatto che “i colletti bianchi l’hanno fatta franca”. Quanto ai due quotidiani d’opinione che abbiamo esaminato per gli articoli del 2018, navigano oggi virtuosamente tra le nuvole. Nessuno che dica “ci siamo sbagliati”, nello sposare con gli occhi chiusi quella sentenza. Porta ancora la firma di Bianconi il commento del Corriere della sera “L’uso improprio che si fa dei processi”, impeccabile nell’affermare che non sono le aule di giustizia a dover scrivere la storia. Neppure una riga di questo concetto commentava la sentenza di condanna, ci pare di ricordare. Quanto a la Repubblica, si rifugia nella “zona grigia”, nel buio in cui tutte le vacche sono nere, perché è difficile decifrare la complessità del fenomeno mafioso. L’incarico del commento è affidato a Carlo Bonini, che riesce a far bella figura perché ha letto (o ne ha sentito parlare) il libro del professor Giovanni Fiandaca e dello storico Giuseppe Lupo che nel 2014 scrissero che per giudicare la trattativa “un’aula di giustizia era troppo piccola”. Potrebbe forse regalarne una copia al collega Bolzoni, anche se non è più suo compagno di banco, e ricordare che sia Fiandaca che Lupo si sono espressi ben oltre il 2014 su questa inchiesta. Che è stata definita “una boiata pazzesca”. Sulla pelle di morti e feriti. Non solo nel corpo. Ne riparleremo quando Dell’Utri sarà del tutto libero da ogni ferita, dopo il prossimo provvedimento della Cedu sulla condanna per concorso esterno. Allora faremo la prossima analisi comparata. 

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Ora si aspetta che consegni i nastri al Parlamento. Trattativa, Scarpinato non molla: il giallo sull’intercettazione bomba dove Provenzano anticipava l’ergastolo ostativo. Redazione su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. C’è una bomba che potrebbe avere effetti devastanti su tutta la vicenda Stato-Mafia. L’ha scoperta Damiano Aliprandi che ne ha scritto ieri sul Dubbio. Consiste in questo: Il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ascoltato in forma ufficiale dalla commissione giustizia della Camera, ha rivelato che esiste una intercettazione, della quale non si sapeva nulla, nella quale il boss Bernardo Provenzano, all’epoca numero 1 di Cosa Nostra, racconta di aver ricevuto garanzie sulla abolizione dell’ergastolo ostativo. Scarpinato ha citato questa intercettazione clamorosa – se ho capito bene – per portare argomenti contro l’abolizione dell’ergastolo ostativo (provvedimento del quale si sta discutendo in Parlamento) ma la portata della sua rivelazione va molto oltre il tema in discussione. L’intercettazione sarebbe del 2006. E’ inspiegabile perché non sia mai stata esibita durante i processi infiniti sulla presunta trattativa stato-mafia, tutti, finora, conclusi con l’assoluzione dei Ros e dei politici accusati dell’inciucio. Perché non è stata depositata in questi processi, in alcuni dei quali Scarpinato sosteneva l’accusa? Comunque è stato un errore grave e ora bisognerebbe intervenire per riparare. Innanzitutto conoscendo il testo esatto della intercettazione, che Scarpinato dovrebbe consegnare al Parlamento. Cioè alla Commissione giustizia, anche per dare il peso giusto la suo parere sull’ergastolo ostativo. Oltretutto la notizia dell’intercettazione è sensazionale per almeno altre due ragioni – come spiega Aliprandi sul Dubbio. La prima è che nel 2006 nessuno mai aveva pronunciato la parola “ostativo” riferita all’ergastolo. Ergastolo ostativo è una formulazione usata per la prima volta quattro anni dopo da un giurista raffinato come Andrea Pugiotto. Scoprire che Provenzano, già quattro anni prima di Pugiotto, usava questa espressione e ne aveva compreso esattamente la portata, dimostrerebbe che il numero 1 di Cosa Nostra non era – come si è sempre creduto – un personaggio rozzo e non molto istruito. Probabilmente era un intellettuale sofisticato, molto colto, esperto di diritto e addirittura capace di precorrere i tempi. Poi c’è un’altra cosa che fa sensazione. Nel 2006 nessuno conosceva la voce di Provenzano, e quindi bisognerà capire come fecero per intercettarlo. Ragionevolmente a tutte queste domande potrà rispondere Scarpinato che – se non ci saranno nuovi colpi di scena – dovrebbe consegnare nei prossimi giorni i nastri con le intercettazioni al Parlamento.

Scarpinato: «Nel 2006 Provenzano parlò dell’ergastolo ostativo!». Dov’è l’intercettazione? Il magistrato in commissione Giustizia ha riferito di un summit nel quale “u Tratturi” avrebbe detto di aver avuto garanzie sull’abolizione dell’ergastolo ostativo. Ci risulta non esserci traccia nei processi trattativa e Mori-Obinu.  Damiano Aliprandi. Il Dubbio il 7 ottobre 2021. La settimana scorsa, davanti alla commissione Giustizia della Camera, il magistrato Roberto Scarpinato ha dato una notizia che a noi de Il Dubbio risulta inedita e di grande rilevanza. «Le trattative condotte dai capi detenuti – ha spiegato l’ex capo della procura generale di Palermo – , venivano contemporaneamente seguite con piena condivisione da parte dei capi in libertà nel corso di summit di mafia, ai quali, come risulta da una intercettazione del 2006, partecipava anche Bernardo Provenzano il quale, per un verso, rassicurava tutti sul fatto che bisognava avere pazienza perché la normativa sull’ergastolo ostativo sarebbe stata smantellata così come era stato garantito…».

Si tratterebbe di un’intercettazione clamorosa

Parliamo di una intercettazione clamorosa. Se corrisponde alle esatte parole riportate da Scarpinato ( e non abbiamo motivi per dubitarne visto che sono state riferite in un luogo istituzionale) , è una prova quasi decisiva dell’avvenuta trattativa. È la prima volta che si sentirebbe parlare, direttamente dalla bocca di un boss di grandissimo calibro, dell’avvenuto patto con lo Stato volto a garantire benefici alla mafia. Il Dubbio è interessato ad avere questa intercettazione, perché mette in discussione la linea editoriale del nostro giornale sul teorema trattativa Stato-mafia.

L’intercettazione non risulta essere stata prodotta nei processi

Risulta che però non è mai stata prodotta ai processi sul tema. Uno è ovviamente il processo sulla trattativa Stato-mafia, l’altro è il Mori-Obinu. Parliamo di processi entrambi sostenuti – e persi – dalla pubblica accusa rappresentata proprio dal magistrato Scarpinato. Soprattutto per il Mori-Obinu, una intercettazione di tale portata avrebbe potuto avere effetti devastanti. Parliamo del processo sulla cosiddetta mancata cattura di Provenzano. Secondo l’accusa, nell’ottobre del 1995, pur essendo a un passo dalla cattura del boss corleonese, grazie alle rivelazioni del confidente Luigi Ilardo, gli ex Ros Mario Mori e Mauro Obinu non fecero scattare il blitz che avrebbe potuto portare all’arresto del capo mafia garantendogli un’impunità che sarebbe durata fino al 2006. Sono stati assolti con formula piena. Eppure, questa intercettazione inedita, segnalata la settimana scorsa da Scarpinato, avrebbe potuto rafforzare l’idea di una presunta impunità garantita a Provenzano. Non solo.

L’intercettazione potrebbe cambiare le carte in tavola

Anche per il processo Trattativa questa intercettazione sarebbe stata importante. Il teorema, ora sconfessato dalla sentenza d’Appello, narra che Provenzano, dopo le stragi del ’92, sarebbe entrato in gioco e avrebbe consentito la cattura di Totò Riina con la complicità degli ex Ros pretendendo, tra l’altro, che il covo del capomafia “venduto” non fosse perquisito. Non c’è alcuna prova, solo ragionamenti che secondo Il Dubbio rasentano il fallimento logico. Ma se, e non si ha motivi di dubitare, esiste una intercettazione del 2006 dove si sente Provenzano dire che lo Stato gli avrebbe garantito lo smantellamento dell’ergastolo ostativo, potrebbero cambiare le carte in tavola.

La voce di Provenzano è stata sentita per la prima volta quando fu catturato

L’intercettazione è clamorosa anche per altri due motivi. Uno riguarda la voce di Provenzano. Risulta, almeno secondo il racconto ufficiale, che è stata sentita per la prima volta l’11 aprile del 2006: ovvero quando “Zio Binnu” viene catturato. Nei mesi precedenti alla cattura, gli inquirenti hanno compiuto intercettazioni alla casa della famiglia del padrino. A tradirlo fu la biancheria. Il gruppo guidato da Renato Cortese composto da 27 uomini e una donna, riuscirono a trovare il luogo della latitanza dopo aver seguito un uomo che uscì dalla casa della famiglia di Provenzano e che trasportava della biancheria pulita.

Secondo la versione ufficiale, parliamo di un’inchiesta portata avanti non grazie alle rivelazioni dei pentiti o intercettazioni nei confronti del boss mentre partecipava ai summit di mafia, ma con un’attività investigativa “classica”. Parliamo di pedinamenti, oppure di seguire le strade percorse dai famosi “pizzini”, i pezzi di carta con cui il boss – prudentissimo, attentissimo a non usare mai telefoni e cellulari – comunicava con famiglia e affiliati. Anche al momento dell’arresto, Provenzano ne aveva alcuni in tasca. E vicino a lui – sorpreso mentre cucinava della cicoria – la famosa macchina da scrivere utilizzata per impartire ordini.

Il termine “ergastolo ostativo” è stato coniato nel 2010 dal giurista Andrea Pugiotto

C’è anche un altro motivo che risulta a dir poco clamoroso. Scarpinato, sempre riferendosi a questa intercettazione del 2006, dice testualmente che Provenzano avrebbe appunto parlato di “ergastolo ostativo”. Un motivo in più per poter leggere queste intercettazioni. Sì, perché in quel periodo, nemmeno i giudici e avvocati conoscevano il termine di “ergastolo ostativo”. Non compare in nessuna norma, ma è un’espressione coniata dalla dottrina a partire dal 2010, primo tra tutti dal giurista Andrea Pugiotto grazie ai saggi sull’argomento.

Per essere ancora più precisi, ci viene in aiuto l’ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci. A Il Dubbio racconta che fino a meno di dieci anni fa, nessun detenuto condannato all’ergastolo per reati di mafia si era reso conto cosa prevedesse tale norma, nata dopo la strage di Capaci. Nessuno di loro lo sapeva perché ancora non avevano maturato i termini. Ma quando gli arrestati di quel periodo hanno cominciato a maturare 20/25/30 anni e più di carcere, si sono scontrati con l’ostatività dei loro reati.

Uno dei primi a rilevare la criticità dell’ergastolo ostativo è stato il presidente del tribunale di Sorveglianza di Perugia

Uno dei primi tribunali di Sorveglianza che ne parlò è stato quello di Perugia, presieduto da Paolo Canevelli, il quale in un intervento al Convegno carceri del 2010 disse: «Per finire, e qui mi allaccio al progetto di riforma del Codice Penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisogna pur farla, perché l’ergastolo è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili con le misure come la liberazione condizionale, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo tutti per reati ostativi e sono praticamente persone condannate a morire in carcere».

L’intercettazione andrebbe messa a disposizione dei politici che stanno modificando la legge sull’ergastolo ostativo

Ora però cambia la storia. Esiste una intercettazione, almeno secondo quanto ha riferito il magistrato Scarpinato in commissione Giustizia, dove Provenzano avrebbe coniato il termine “ergastolo ostativo”. Nel 2006 non lo conoscevano i giudici, gli avvocati e nemmeno i detenuti stessi ristretti nelle carceri. Il boss detto anche “’u Tratturi” (il trattore), risulterebbe quindi un fine conoscitore della dottrina. Ha coniato il termine anni prima dei giuristi. A questo punto, le intercettazioni, se non sono state prodotte in commissione Giustizia, bisognerebbe farlo. Sono parole clamorose, se letterali così come riportate da Scarpinato. L’intercettazione andrebbe fatta leggere e messa a disposizione soprattutto dei politici che stanno elaborando una nuova legge sull’ergastolo secondo quanto indicato dalla Consulta. C’è chi – come soprattutto il M5S – vuole restaurare l’ergastolo ostativo, soprattutto sulla base di racconti di questo tipo.

Scarpinato parla di trattative ma la storia è diversa e l’ergastolo ostativo non c’entra. Il magistrato cita le intercettazioni di Giuseppe Lipari, l’uomo degli appalti di Bernardo Provenzano, nelle quali non si fa riferimento ad alcun patto tra Cosa nostra e lo Stato. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 ottobre 2021. Si dà atto che il magistrato Roberto Scarpinato ha spiegato in maniera più approfondita sul Fatto Quotidiano il contenuto dell’intercettazione riferito in commissione Giustizia della Camera. Risale al 2000, non era Bernardo Provenzano a parlare, non si è parlato di ergastolo ostativo (termine coniato dieci anni dopo) e, almeno secondo il virgolettato riportato, nemmeno di garanzie da parte dello Stato.

L’intercettato era Giuseppe Lipari, l’uomo degli appalti di Provenzano

A essere intercettato era Giuseppe Lipari, l’uomo degli appalti per conto di Provenzano, colui che, quando Borsellino fu applicato alla Procura di Palermo, aveva commentato il fatto dicendo che – come riporta il Borsellino quater – avrebbe creato delle difficoltà a «quel santo cristiano di Giammanco». Il magistrato Scarpinato fa riferimento a un vecchio articolo di Attilio Bolzoni del 6 febbraio del 2001. A questo punto vale la pena ripescarlo. Si dà notizia dell’intercettazione dell’uomo d’affari di Cosa nostra (ora sappiamo che è Lipari) che, qualche tempo prima, aveva partecipato a un summit di mafia convocato da Provenzano. Riferisce a un suo interlocutore che i temi del summit erano due: i soldi di “Agenda 2000” e la situazione dei carcerati.

La strategia del “basso profilo” puntava all’accaparramento degli appalti

Per quanto riguarda il primo, si tratta dei fondi europei sugli appalti. Per questo motivo, dice Lipari, al summit hanno detto «di non far rumore e di non attirare mai l’attenzione perché ci dobbiamo prendere tutta questa Agenda 2000…». Bene. Ecco spiegato intanto il motivo principale della strategia del “basso profilo”: l’accaparramento degli appalti. Poi Lipari, e arriviamo al secondo tema, aggiunge: «e poi bisogna pensare ai detenuti che sperano nell’abolizione dell’ergastolo…». Ecco qui. Si parla della speranza dei detenuti nell’abolizione dell’ergastolo e di evitare che, per altri fatti di sangue, lo Stato reagisca pesantemente come già accaduto. Ma il fine pena mai è un tema da sempre discusso a livello politico. Una questione di civiltà, ma che può essere letta anche in chiave “trattativista”. Non si parla dell’ergastolo ostativo che è ben altra cosa. Ci viene in aiuto proprio Scarpinato nell’articolo de Il Fatto. Spiega che l’anno prima, nel 1999, il Parlamento ha varato la legge numero 479/99. In sostanza, parliamo della legge Carotti (prende il nome del deputato, persona integerrima e per bene, che la propose), che consente l’accesso al rito abbreviato nei procedimenti relativi ai reati punibili in astratto con la pena dell’ergastolo. In tal modo, si poteva ottenere la conversione della pena dell’ergastolo a 30 anni.

Lipari si riferisce all’ergastolo semplice e non all’ostativo

Ebbene, anche i reclusi mafiosi ovviamente decisero di approfittare della opportunità di questa legge. Ci furono polemiche e, nel giro di pochi mesi, la legge fu modificata, escludendo con un escamotage i condannati per mafia. Tale legge, grazie alla Lega, è stata, di fatto, abolita definitivamente nel 2019. Il problema, però, è che la legge Carotti non è frutto di alcun patto, alcuna trattativa. I fatti stessi narrati, la sconfessano. In realtà, forse a Scarpinato è sfuggito che il tema dell’ergastolo era molto discusso in quegli anni. Probabilmente la speranza dei detenuti, ai quali fa riferimento Lipari, risiede in un’altra circostanza. Parliamo dell’ergastolo in quanto tale, non quello “ostativo”. Correva l’anno 1998. Con 107 voti a favore, 51 contrari e otto astenuti l’assemblea di palazzo Madama approvò in prima lettura il disegno di legge per l’abolizione del fine pena mai. Molti degli allora Democratici di Sinistra, Rifondazione Comunista, Verdi, ma anche del Partito Popolare, approvarono con convinzione il provvedimento, portando avanti argomentazioni che oggi sono un lontano ricordo tra i banchi del Parlamento. Come non ricordare la relazione in difesa della proposta di legge fatta da Salvatore Senese, tra i fondatori di Magistratura Democratica, giurista colto e rigoroso, scomparso recentemente nel giugno 2019? E se fosse passata, cosa si sarebbe detto oggi? Letture dietrologiche delle complessità non aiutano e rischiano di creare l’antica prassi reazionaria della paranoia legata alla politica. Nell’articolo de Il Fatto si evocano dei contatti tra l’allora procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna e i boss di Cosa nostra in carcere. E si parla erroneamente di “dissociazione”.  No, le cose sono diverse. Purtroppo l’equivoco nasce dagli articoli dei giornale d’allora. Tra l’altro Vigna non è più tra noi per potersi difendere.

Salvatore Biondino si fece ambasciatore per incontrare Vigna

Ecco i fatti. Salvatore Biondino, ergastolano e figura di spicco della cupola, si fece ambasciatore di altri detenuti mafiosi per incontrare Vigna. Non trattativa, termine abusato, ma si trattò di colloqui investigativi permessi dalla legge. Nessuna dissociazione (altro termine giornalistico uscito all’epoca), ma dichiarazione di voler sciogliere il vincolo associativo riconoscendo l’autorità dello Stato e della legge. In sostanza, visto la crisi interna alla Cupola dopo la sconfitta dell’ala corleonese di Riina, si parlò di un atto di scioglimento dell’organizzazione. Tentativo non andato in porto. Nessuna richiesta di nuove leggi, abolizione dell’ergastolo, nessun patto. Parliamo di colloqui investigativi messi a conoscenza del Dap, dell’allora ministro della Giustizia Piero Fassino (governo Amato II) e delle procure. Lo stesso boss Pietro Aglieri, deponendo al processo Borsellino quater, ha spiegato che – durante il colloquio investigativo con Vigna -, non ha mai parlato di dissociazione, ma di “desistenza”. Nessuna trattativa quindi. L’allora ministro Fassino ha ribadito con fermezza che tutto è avvenuto in modo estremamente semplice e trasparente nell’ambito di normali o straordinarie attività del procuratore nazionale. I fatti dimostrano che nulla è stato toccato. Il 41 bis, come la storia insegna, non solo non sarà ammorbidito, ma anni dopo, con il governo Berlusconi, sarà reso più rigido con la legge del 2009 a firma dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano. Ma ora ritorniamo con i piedi per terra. Se ogni decisione politica, volta all’idea progressista dell’esecuzione penale, viene letta sotto una chiave “trattativista”, non se ne esce più. C’è il rischio, senza volerlo, che il dibattito si intossichi. Prendiamo ad esempio l’ergastolo ostativo. Sono pochi anni che se ne discute. La svolta si è avuta grazie ai magistrati stessi che hanno sollevato questioni di illegittimità costituzionale relativamente alla parte del 4 bis nella quale la collaborazione con la giustizia viene considerata un parametro assoluto per accedere ai benefici.

Le proposte di legge per la modifica dell’ergastolo ostativo riguardano molti detenuti che non sono boss

In realtà, nasce anche un altro enorme equivoco di fondo. La discussione della proposta di legge per la modifica dell’ergastolo ostativo (il ddl proposto dalla deputata del Pd Enza Bruno Bossio è accolta con favore dai magistrati di sorveglianza, gli unici togati che in commissione Giustizia sono entrati nel merito), pare che sia destinata a boss e capomafia in regime duro. Ma il regime differenziato ha altri parametri più duri. Si parla sempre di loro, mentre ci si dimentica che la stragrande maggioranza di ergastolani ostativi non hanno ruoli apicali e non sono in 41 bis. Si cita nuovamente Giovanni Falcone. Sarebbe bello però ricordare che il giudice stesso, introducendo per la prima volta il 4 bis, aveva previsto la possibilità di concedere i benefici penitenziari anche al detenuto che decide di non collaborare con la giustizia. Ovviamente avrebbe dovuto aspettare molto più tempo rispetto al collaborante. La legge fu resa più restrittiva (e incostituzionale) per reazione alla strage di Capaci. È proprio vero che la Storia insegna, ma non ha scolari. Il gioco del potere lo vediamo nei cosiddetti “dispositivi”, i luoghi totalizzanti evidenziati da Foucault in “Sorvegliare e Punire”.

Un articolo del magistrato sul Fatto. Scarpinato non si arrende e scopre altre trattative…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 13 Ottobre 2021. Se non ci fu trattativa tra la mafia e lo Stato piegato ai voleri del papello di Totò Riina negli anni 1992-93 (lo dice ormai una sentenza), la stessa “trattativa” è continuata negli anni successivi e fino a oggi. Dopo l’audizione alla Commissione giustizia della Camera, il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, sconfitto e umiliato dalla sentenza di Palermo che ha bocciato la sua ipotesi sulla “trattativa”, ha vergato sul Fatto una nuova analisi, inedita. E ha colto l’occasione di un parere sull’ergastolo ostativo per riproporre il tema di sempre: trattativa, trattativa. Eterna. Per descrivere il pensiero dell’alto magistrato sull’ergastolo “ostativo”, che è quasi una condanna a morte perché non consente l’applicazione di nessun beneficio penitenziario e non dà nessuna speranza per il futuro, non dovrebbero occorrere molte righe, e soprattutto le paginate del quotidiano di riferimento dei pubblici ministeri. Semplicemente il procuratore generale di Palermo, come altri inquirenti “antimafia”, non accetta le delibere della Cedu e della Consulta che invitano al rispetto degli articoli 3 e 27 della Costituzione. Se la pena deve tendere alla rieducazione e al reinserimento del detenuto nella società, nulla può “ostare”, nulla può fermare il percorso di riabilitazione di ogni singolo prigioniero. Il percorso non può che essere individuale, e monitorato da una schiera di operatori penitenziari e sociali oltre che giudiziari (i giudici di sorveglianza) prima che si possa aprire qualche porta o finestra del carcere. Al pm Scarpinato, e agli altri magistrati che la pensano come lui, tutto questo non basta e lo dichiara esplicitamente: l’ergastolano mafioso ha solo una via d’uscita, il “pentimento”, la collaborazione totale. Poco importa se non ha da dire nulla di nuovo, o se teme le vendette trasversali o se non gli va di tradire i suoi complici o se nei fatti ha dimostrato di non essere più pericoloso, anche perché guarito dal passare del tempo, come detto di recente da un pm più saggio come John Woodcock. La spiegazione che il procuratore generale di Palermo ha dato ieri nel suo articolo è abbastanza esplicita. Questi mafiosi ergastolani devono parlare della “trattativa”. Quale? Quella che dal 1992 non è mai cessata. Insomma, tirino fuori i nomi dei “mandanti occulti” delle stragi. Ci risiamo, la sentenza della corte d’appello di Palermo che ha cestinato l’ipotesi tanto cara e coltivata con amore da Scarpinato, Di Matteo, Ingroia e altri loro colleghi per anni, è accantonata e rilanciata come in un’accesa partita di poker. Dal 1992 a oggi, la trattativa non si sarebbe mai fermata. Totò Riina chiedeva, per far cessare le stragi, una revisione dei processi e l’abolizione dell’ergastolo? Ecco come, nel corso degli anni, si sarebbe sviluppata la strategia degli uomini di Cosa Nostra, dentro e fuori dalle carceri, sia i corleonesi che gli uomini del latitante Bernardo Provenzano, per mostrarsi “dissociati”. Un po’ come i protagonisti dei processi di terrorismo, cioè coloro che ammettevano le proprie responsabilità senza denunciare altri. Il che apre già qualche dubbio, su questa nuova ipotesi politico-giudiziaria, che pare fantasiosa quasi quanto quella della originaria trattativa. Anche perché, dal primo tentativo di un certo Cocuzza abortito nel 1996, di cui però non viene detto con chi avrebbe “trattato” all’interno delle istituzioni, secondo il pm Scarpinato, «le manovre proseguono sottobanco». «Nella primavera del 2000 il procuratore nazionale antimafia Vigna scrive al Ministro della giustizia Fassino che quattro detenuti, il cui capofila è Pietro Aglieri, altro fedelissimo di Provenzano, hanno chiesto di incontrare altri capi mafia detenuti per decidere la dissociazione da Cosa Nostra». La cosa non andrà in porto perché il guardasigilli consulterà Giancarlo Caselli, allora capo del Dap, il quale darà parere negativo. Quindi in che cosa consisterà la “trattativa”, nell’iniziativa di Pierluigi Vigna, che tra l’altro non essendo più in vita non può dare la propria versione dei fatti? Ma «la trattativa riprende subito il 28 marzo 2002 quando Aglieri manda una lettera a Vigna…» di nuovo per una riunione tra aspiranti alla dissociazione. Questa volta l’iniziativa sarà bloccata da Pietro Grasso, procuratore di Palermo. E poi ancora un’altra richiesta di incontri nel carcere dell’Aquila sarà stoppata dal ministro di giustizia Roberto Castelli. Quindi lo Stato non ha mai ceduto, neanche alle ripetute richieste di incontri tra condannati per mafia nelle carceri. Che senso ha quindi questo “ultimo atto dell’eterna trattativa”? Siamo sicuri che si stia parlando di ergastolo e non della riproposizione dell’eterno ritornello sui “mandanti occulti” che, nonostante tentativi durati quasi trent’anni non sono mai stati trovati? È sicuro che esistano, dottor Scarpinato?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Ecco l’intercettazione riferita da Scarpinato: il “giocattolo rotto” era la “vecchia” mafia. In una conversazione registrata il 2 agosto 2000 Giuseppe Lipari, l’uomo di Provenzano, si riferiva al cambio di strategia rispetto alle indicazioni dal carcere di riina: non più stragi, ma invisibilità per gestire gli appalti. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 16 ottobre 2021. Il Dubbio ha preso in grande considerazione le dichiarazioni del magistrato Roberto Scarpinato in merito alle intercettazioni nelle quali, a un certo punto, si parla di “giocattolo rotto” riferendosi ad un summit dell’estate del 2000 indetto da Bernardo Provenzano. Il tema del contenuto era stato esposto in commissione Giustizia della Camera, nel corso dell’audizione sull’ergastolo ostativo.

Nelle intercettazioni non si parla di trattative

Ora abbiamo visionato le intercettazioni ed emerge con più chiarezza che non si parla di alcun patto o trattative con lo Stato, ma cambio di strategia, rompendo con le indicazioni di Riina o Bagarella dal carcere. Come spiega il gip nell’ordinanza relativa al procedimento penale n. 3779/2003 della Dda di Palermo, il contenuto dell’intercettazione si sintetizza così: metabolizzare le conseguenze delle “scelte sbagliate” del passato (quelle di Riina) e ricucire i vecchi strappi, per poter rimettere il “giocattolo in piedi” e realizzare gli obiettivi di sempre, ovvero appalti e potere mafioso. Parliamo di una intercettazione che fu eccezionale per l’alto valore probatorio. Tant’è vero che è servita anche per confermare le parole del pentito Antonino Giuffrè, uno dei boss principali di Cosa nostra che partecipò a diversi summit organizzati da Provenzano. In particolare proprio gli incontri dell’estate del 2000 dove erano state affrontate – come dice lui stesso – «appalti … nell’ambito dei discorsi di Cosa nostra, come andavano processi, 41 bis, cioè c’erano un pochino le problematiche che c’erano in questo periodo».Ma ora veniamo alla famosa intercettazione.

Era il 2 agosto 2000 e Giuseppe Lipari parla con Salvatore Miceli

Si tratta di una conversazione registrata il 2 agosto 2000 all’interno del residence Conturrana di San Vito Lo Capo. Giuseppe Lipari, che vi trascorre le ferie e conversa con Salvatore Miceli, all’epoca già condannato per il reato di partecipazione all’associazione mafiosa Cosa nostra con sentenza che diverrà poi definitiva. Il clima della conversazione è estremamente confidenziale e le circostanze riferite da Lipari sono lo specchio fedele dello “stato” dell’organizzazione di quel momento. A questo punto è utile riportare i passaggi fondamentali. Solo così diventa comprensibile la vicenda del “giocattolo rotto”. È Miceli che si rivolge a Lipari. La discussione è sul dopo Riina, ovvero la gestione da parte di Provenzano: «Comunque tutte cose cambiate sono!». Lipari risponde: «Sono cambiate ma, si sta cominciando». Ed ecco che il suo interlocutore, Miceli, usa la frase estrapolata dai giornali di allora: «Ogni tanto mi fa ridere … dice … si è rotto il giocattolo! È scappato questo … è marsalese, è combinato male pure … e allora ci siamo incontrati cose … Salvatò, si è rotto il giocattolo!».

“Signori miei rimettiamo questo giocattolo in piedi”

Lipari dice a Miceli se conosce il carattere di Provenzano, il suo modo di gestire e la situazione di stallo dopo tutti gli arresti dell’ala corleonese di Riina. Poi va dritto al punto, riferendosi al summit dove ha partecipato Provenzano, Giuffrè e altri boss: «Qua sono … perciò … e giustamente quello è restio per una cosa, per dire “signori miei, rimettiamo questo giocattolo in piedi – che succede – se io, dice, non ricevo dal carcere le indicazioni di farlo … perché … significa che io devo andare contro di loro!”». In sostanza, per indicazioni del carcere, Lipari si riferisce a Riina e Bagarella che hanno una gestione diversa, quella stragista. «Contro Totuccio (Riina, ndr) … contro Bagarella», sottolinea Lipari. E aggiunge: «Perché … le situazioni furono quelle che furono … a questo punto io gli dissi: “Senti Bino (Provenzano, ndr), qua non è che abbiamo più due anni …, non ti seccare Bino”, io me la prendo questa libertà perché ci conosciamo».

Si decise il cambio di strategia: basta con le stragi

Come spiegato nell’atto giudiziario dove viene riportata l’intercettazione, la discussione del famoso summit fu proprio il cambio di strategia. Quella della “sommersione”, in maniera tale di agire indisturbati senza destare allarme. Lipari, infatti, spiega al suo interlocutore: «Gli dissi: “figlio mio, né tutto si può proteggere, né tutto si può avallare, né tutto si può condividere di quello che è stato fatto! Perché del passato ci sono cose giuste fatte … e cose sbagliate … bisogna avere un po’ di pazienza!”». Ci vengono in aiuto le dichiarazioni di Giuffrè, corroborate appunto da questa intercettazione. Escusso dai magistrati, spiega che durante il famoso summit, si parlò della gestione degli appalti. «Il discorso appalti era stato affrontato – ha spiegato Giuffrè – e in tutta onestà diciamo che era abbastanza un discorso sempre di attualità e che noi per quanto riguarda il discorso della tangente riuscivamo sempre a controllare abbastanza bene. Ed anche in questo sempre su consiglio di Pino (Lipari, ndr), cercare di non fare rumore cioè alle imprese quando magari c’era qualche impresa di questa che era un pochino tosta, diciamo che non si metteva a posto, di non fare nemmeno rumore, cioè facendo fuoco, danneggiamenti… cioè di muoversi con le scarpe felpate, cercare di non fare, muoversi senza fare rumore».

Il tavolino a tre gambe per spartire i lavori

Giuffrè ha anche ricordato il ruolo di Lipari nel cosiddetto tavolino a tre gambe: mafia, politici e imprenditori: «Il Siino e il cosiddetto Tavolino. Il Siino perché? Perché è stato a tutte le gare di una certa entità, di una certa consistenza e come abbiamo detto sono state tolte dalle mani del Siino ed è passato questo potere al cosiddetto Tavolino, cioè dove troviamo quella persona dietro le quinte di cui ho parlato poco fa Pino Lipari, assieme ad altre persone, Salamone, l’ingegnere Bini e i fratelli di Bocca di Falco Nino e Salvatore (Buscemi ndr) che non mi ricordo il nome. E ripeto, dietro le quinte il discorso veniva pilotato da Pino Lipari. Questo tavolo aveva appositamente la funzione di spartire sin dall’inizio i lavori garantendo le tangenti una volta che la gara fosse stata espletata ed appaltato i lavori agli uomini politici da un lato, e alla zona, alla famiglia mafiosa dove ricadeva il lavoro». Ma quindi, perché Lipari ha consigliato di rimettere il giocattolo a posto, non commettendo atti di sangue come fece Riina? Lo spiega sempre Giuffrè. Provenzano, assieme ad altre persone particolarmente a lui vicine come appunto Lipari, comincia a portare avanti il processo di sommersione, cioè, – ha sottolineato sempre Giuffrè davanti agli inquirenti – «rendere Cosa nostra invisibile affinché ci si potesse con calma riorganizzare».

I nomi era già contenuti nel dossier mafia-appalti

Non si può non notare che il tavolino a tre gambe – basti pensare i nomi citati da Giuffrè che ancora nel 2000 erano “attivi” -, era stato già svelato nel ‘91, quando venne depositato , per volere di Giovanni Falcone, il dossier mafia-appalti redatto dagli allora ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno. Altro che informativa “light”. Così leggera che, a distanza di anni, ritroviamo alcuni passaggi del dossier in diverse inchieste giudiziarie che si sono succedute nel tempo. Ricordiamo ancora una volta che Giuffrè è uno dei pentiti che ha fin da subito “svelato” la concausa delle stragi di Capaci e Via D’Amelio: mafia e appalti. Anche queste intercettazioni, evocate da Scarpinato, fanno capire quale sia sempre stato l’interesse primario della criminalità organizzata. Cosa, tra l’altro, che Falcone sottolineò durante un convegno organizzato il 15 marzo del 1991 presso Castel Utveggio, che si può trovare su Radio Radicale.

Alle ultime battute. Stato Mafia, il processo più scombiccherato del mondo. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Se esiste ancora un brandello di questa giustizia a brandelli, fra qualche ora o fra pochi giorni Marcello Dell’Utri dovrebbe uscire assolto in appello dall’ accusa di aver complottato contro lo Stato. Insieme a lui anche gli ex capi del Ros, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni. E il mafioso Leoluca Bagarella, anche in rappresentanza dei defunti Totò Riina e Bernardo Provenzano. Tutti condannati in primo grado senza prove né movente nel processo Trattativa, per una trattativa che non c’è stata. Mai si vide un processo più strampalato, mai si sono visti accomunati nella stessa aula e con la stessa accusa imputati così diversi, così opposti tra loro e le loro vite. Mai è stato contestato un reato come la minaccia a corpo politico dello Stato, cioè un’azione violenta per impedire la libera attività del governo e del parlamento, senza che nessuno se ne sia mai accorto. Andrà in scena nei prossimi giorni la sentenza d’appello del famoso Processo Trattativa, quello che ha messo insieme un gruppo di mafiosi, alcuni alti dirigenti del Ros e alcuni personaggi politici, accusati e già condannati in primo grado per aver congiurato contro lo Stato. Il movente? Aiutare la mafia. In che modo? Non si sa, perché il capo della congiura, Calogero Mannino, nel processo non c’è, assolto in procedimento parallelo, con una sentenza dei giudici indignati anche per l’accanimento dei pubblici ministeri. Come è finita nel 2018 nel processo di primo grado? Dei mafiosi è rimasto solo Leoluca Bagarella, Riina e Provenzano sono morti, il “pentito” Brusca assolto e Massimo Ciancimino ha visto prescritto il suo reato. Sono usciti così dal processo i due grandi accusatori. Dei politici è rimasto solo Dell’Utri, entrato in politica nella seconda repubblica e che nulla aveva a che vedere con la genesi di questa inchiesta. Alla sbarra saranno anche il comandante del Ros dei carabinieri Angelo Subranni, il suo vice Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. I tre non hanno mai negato di essere entrati in contatto con don Vito Ciancimino con lo scopo di usarlo come cavallo di Troia all’interno della mafia per arrivare alla cattura di Totò Riina. Non va dimenticato il fatto che all’epoca del maxiprocesso voluto da Falcone tutti i boss dei corleonesi erano latitanti e che la politica dell’infiltrazione era parsa in quel momento l’unica via da percorrere, non solo ai carabinieri ma anche ai magistrati, compreso Giancarlo Caselli quando era arrivato alla procura di Palermo, non essendo ancora iniziata la stagione del “pentitismo” diffuso su larga scala. Ma le buone intenzioni vengono interpretate come apertura di credito nei confronti della mafia. I tre dirigenti del Ros avrebbero svolto il ruolo di staffette tra Cosa Nostra e lo Stato. Così dicono il “pentito” Giovanni Brusca e il teste farlocco Massimo Ciancimino (condannato per calunnia prima della prescrizione), i due accusatori usciti dal processo. Ma anche quelli che sono rimasti, i cospiratori, hanno visto le proprie fila decimate. Sparito Calogero Mannino, assolto nel processo parallelo con il rito abbreviato che ha fatto a pezzi tutta quanta la costruzione dell’ipotesi d’accusa, definita fantasiosa a arbitraria. Insieme all’esponente democristiano sono finite in fumo le fondamenta dell’inchiesta, perché proprio Mannino sarebbe stato il promotore della congiura, quella di aprire un dialogo amichevole con i capi dei corleonesi in cambio di una serie di favori alla mafia secondo le precise richieste fatte avere da Totò Riina con il famoso “papello”. Che però non è mai esistito, e questo è appurato. La presunta prova era un falso, hanno stabilito i giudici. E Mannino non è mai stato promotore di alcuna trattativa con la mafia per salvarsi la pelle. E la vicenda di quei 300 detenuti in regime di 41 bis (di cui solo una quarantina definibili come mafiosi, ma di basso rango) che il ministro Conso, dopo i pareri degli uffici dei giudici di sorveglianza, aveva singolarmente derubricato con l’invio a un regime di detenzione ordinaria, era stata motivata come conseguenza di una decisione della Corte Costituzionale. La quale, secondo un orientamento che verrà mantenuto anche negli anni successivi fino alle sentenze più recenti, aveva imposto trattamenti detentivi individualizzati e non legati solo alla gravità del reato. Sgombrato quindi il campo dalla presenza del capo dei congiurati, e poi anche del vice capo Nicola Mancino, che era stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza e che è stato assolto, la pubblica accusa avrebbe potuto arrendersi. Invece no. La prima mossa è stato il tentativo, veramente maldestro, di mettere in discussione, con ricorsi alla corte costituzionale, alla cassazione e sa dio davanti a quale organo ancora (perché non al Tar?), la legge del 2017 che impedisce l’accanimento nei confronti di imputati assolti in due gradi di giudizio. E poi con il deposito presso il processo d’appello delle famose 78 pagine firmate dai sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che cercano di demolire le motivazioni di tutti i giudici, a partire dal gip e dal gup fino a quelli dei tribunali, che hanno assolto Calogero Mannino. Ora, va bene che in Italia, unico paese del mondo occidentale, non si riesca ad attuare la separazione delle carriere. Ma non si è mai visto che l’organo dell’accusa impugni il pennarello blu e sottolinei tutti i presunti errori di valutazione di una serie di giudici. E nel mondo delle toghe come in quello della politica nessuno dice niente, se si esclude un’interrogazione parlamentare di Gianfranco Rotondi. Se il malloppo peserà sulle spalle dei giudici dell’appello che tra poco prenderanno la loro decisione, è difficile da valutare. Ma il presidente Angelo Pellino non ha notato l’anomalia che ha il sapore di prevaricazione finalizzata a influenzare la sentenza? Certo, nelle corti d’assise l’incognita sono i giudici popolari, che subiscono il martellamento mediatico di un solo colore, e non è mai quello del dubbio, quello di sentire anche le ragioni della difesa, oltre a quelle dell’accusa, sempre più altisonanti, sempre più gridate. L’incognita c’è ed è in agguato. Le prime sentenze sulla strage di via d’Amelio con le condanne degli innocenti e la gestione del falso pentito Scarantino sono lì a dimostrarlo. Giudici togati, quindi tecnici del diritto, e giudici popolari si abbeverarono fiduciosamente alle parole del pentito farlocco persino quando lui stesso denunciò di aver accusato persone che con l’omicidio Borsellino non avevano nulla a che fare. Non fu creduto. Furono creduti coloro che il finto pentito lo avevano costruito con le torture nel carcere speciale. Alla vigilia della camera di consiglio e della sentenza sul processo “trattativa” non resta quindi che sperare sul fatto che sia il presidente che il giudice laterale con le loro competenze tecniche da un lato e i giudici popolari con la propria integrità di persone per bene dall’altro, abbiano fatto quel che in genere la stampa non fa, e cioè che abbiano saputo ascoltare. E non abbiano staccato l’orecchio, come sempre fanno i giornalisti militanti in procura, dopo la requisitoria del pm. Ma è ben strano, questo processo. Perché la sceneggiatura è in continua evoluzione. Il testo cominciava con i politici terrorizzati dalla mafia, dopo la sentenza del maxiprocesso e l’assassinio di Salvo Lima nel 1992, che decidevano di accordarsi con la mafia perché non uccidesse più. Però il capo di quella congiura, quello che temeva più di tutti, Calogero Mannino, è stato assolto. Non ha trattato con la mafia. Quindi lo scambio di favori con i corleonesi non ci fu. E Allora? Allora l’hanno risolta in un altro modo, nell’evoluzione del copione. Quindi, se non ci fu trattativa politica nel 1992 e 1993, cioè durante gli ultimi governi della prima repubblica, allora forse un pochettino c’è stata nel 1994, quando presidente del consiglio era Silvio Berlusconi. E qui entriamo nella farsa, perché quell’esecutivo di centrodestra i 41 bis li ha addirittura inaspriti e resi definitivi. Ma poteva mancare Marcello Dell’Utri? No, infatti non manca. Sarebbe stato lui, a fare da messaggero tra i corleonesi e il governo. Per far ottenere alla mafia quale vantaggio? Nessuno. Dell’Utri avrebbe minacciato, quale corpo dello Stato, il governo del suo amico Silvio? E quale “regalo” Totò Riina avrebbe fatto a un esecutivo durato solo otto mesi? E i suoi amici che cosa avrebbero portato a casa? Un 41 bis eterno. Bella Trattativa! Ma Dell’Utri è rimasto nel processo, dopo la condanna in primo grado. È scandaloso, è sotto gli occhi di tutti che questa buffonata, si buffonata, di una Trattativa tra il mondo politico impaurito nel 1992 dopo l’omicidio Lima e la mafia, si risolva con il tenere prigioniero uno che all’epoca neppure faceva parte del mondo politico. Eppure come dimenticare l’epico titolo del solito Fatto dopo la sentenza di primo grado, “La trattativa c’è stata e B è il suo profeta”? Sono preoccupati, i travaglini, e oggi scrivono “Stato-mafia, il bis delle condanne è in salita”. Preoccupazione o avvertimento? Certo questa volta il procuratore generale Roberto Scarpinato rischia la reputazione in modo serio. Già deve raccontare al mondo che il grande complotto contro lo Stato è stato organizzato da Bagarella, tre alti carabinieri e l’ex capo di Publitalia. Senza offesa per Marcello Dell’Utri e gli ex vertici del Ros, come colpo di Stato pare un po’ miserello. E Scarpinato, che ha mandato avanti le 74 pagine dei suoi sostituti con grave sgarbo istituzionale nei confronti dei giudici che hanno assolto Mannino, rischia di fare il terzo flop. E si, perché la procura di Palermo ci aveva già provato nel 1998 con l’inchiesta “Sistemi criminali”, poi archiviata. Poi di nuovo nel 2000 con la storia del “papello” falso con le richieste di Totò Riina, archiviata. Bisognerà aspettare il 2008 con il teste farlocco Massimo Ciancimino per riuscire a incardinare il processo Trattativa. Che ormai non è più trattativa, ma minaccia contro i corpi dello Stato. In sintesi, i tre vertici del Ros che avrebbero trattato con i boss mafiosi per conto del mondo politico guidato da Mannino per far cessare le stragi in cambio di provvedimenti che alleggerissero le condizioni dei detenuti mafiosi, non hanno più un capo. Il capo dei congiurati è stato assolto. E Dell’Utri, non si sa bene perché, avrebbe complottato contro l’amico Silvio. È veramente il processo del secolo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Stato-mafia, teorema crollato. La gioia del Capitano Ultimo: «Volevano infangare i nostri eroi». Mia Fenice giovedì 23 Settembre 2021 su Il Secolo D'Italia. «Con grande gioia apprendo questa notizia». Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo” che mise le manette ai polsi di Totò Riina, commenta così all’Adnkronos la sentenza del processo d’appello sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. «Il mio pensiero va alle famiglie del generale Antonio Subranni, del generale Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, a cui esprimo la mia grande vicinanza e con cui condivido il massimo disprezzo per quelli che hanno cercato di infangare l’onore di grandi combattenti della mafia». E poi ancora. «Io e i carabinieri combattenti li onoriamo ora come allora e li portiamo nel cuore», aggiunge De Caprio. Esprime soddisfazione anche Maurizio Gasparri. «Il generale Subranni è stato il primo comandante del Ros ed è stato un eroe della lotta alla criminalità. Il generale Mori è stato, è e sarà un protagonista del fronte della legalità e della lotta al crimine e sono onorato di avere difeso lui, Subranni ed altri in tutti questi anni da accuse infamanti e infondate. Con loro vengono assolti Marcello Dell’Utri, ingiustamente accusato, e De Donno». Per il senatore Gasparri componente del comitato di presidenza di Forza Italia: «Mori, Subranni e i carabinieri hanno combattuto il crimine e si sono inoltrati nella difficile strada della lotta alla mafia per difendere lo Stato, non certo per indebolirlo. Sono altri che hanno cancellato il 41bis, come Ciampi e Scalfaro che avrebbero dovuto rispondere di questi atti davanti a un tribunale». «Dell’Utri – dice ancora Gasparri –ha subito aggressioni senza ragione, perché qualcuno voleva riscrivere con le bugie la storia d’Italia. Chi ripagherà ora Subranni, Mori e tanti altri per anni e anni di processi che non ci dovevano essere? Ne dovranno rispondere gli accusatori che sono stati celebrati e che dovranno essere messi sotto i riflettori per capire quali oscure ragioni hanno imbastito processi che non dovevano nemmeno essere avviati. Ci sono presunti eroi della legalità che hanno messo in piedi questo teatro e che in sede politica chiameremo a rispondere». «La commissione d’inchiesta sulla magistratura, che da tempo invochiamo, dovrà riguardare anche questa vicenda e alcuni tra i suoi protagonisti. Vorremmo un confronto pubblico con certi togati. E anche tanti conduttori televisivi e personaggi della società mediatica – conclude – dovranno fare ammenda per quanto hanno detto. Viva ai Carabinieri, viva il Ros, viva Subranni, viva Mori».

"Per loro il massimo disprezzo": lo schiaffo di Capitano Ultimo. Francesca Galici il 24 Settembre 2021 su Il Giornale. L'assoluzione in appello degli ufficiali del Ros nel processo sulla trattativa Stato-mafia ha soddisfatto anche il capitano Ultimo. A distanza di 24 ore dall'assoluzione di Marcello Dell'Utri e degli ufficiali nel processo d’Appello sulla trattativa Stato-mafia, a parlare è Sergio De Caprio, meglio conosciuto come capitano Ultimo, ossia l'uomo che assicurò alla giustizia e mise le manette ai polsi di Totò Riina. "Con grande gioia apprendo questa notizia. Il mio pensiero va alle famiglie del generale Antonio Subranni, del generale Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, a cui esprimo la mia grande vicinanza e con cui condivido il massimo disprezzo per quelli che hanno cercato di infangare l’onore di grandi combattenti della mafia", ha detto l'ex ufficiale dei carabinieri. Sergio De Caprio ha quindi aggiunto: "Io e i carabinieri combattenti li onoriamo ora come allora e li portiamo nel cuore". Parole di grande affetto e supporto da parte del capitano Ultimo nei confronti dei suoi colleghi, che per tanti anni hanno dovuto subire le ingiurie e un processo che alla fine li ha dichiarati innocenti. Gli imputati assolti dalla corte d'Appello erano stati condannati in primo grave con accuse gravissime e con pene altrettanto importanti. L'appello è durato oltre 2 anni, dallo scorso 29 aprile 2019. Nel corso del procedimento, grazie alla prescrizione, è stata stralciata la posizione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Era stato coinvolto nel processo con l'accusa di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e con l'accusa di concorso in associazione mafiosa. Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ex ufficiali del Ros, invece, sono stati assolti nel processo d'Appello perché "il fatto non costituisce reato". Per loro l'accusa era di "minaccia a Corpo politico dello Stato". Stessa accusa per Marcello Dell'Utri che, invece, è stato assolto "per non aver commesso il fatto". Sono cadute in prescrizione anche le accuse al pentito Giovanni Brusca. È stato, invece, condannato Leoluca Bagarella, anche se con pena lievemente ridotta da 28 a 27 anni. Sono stati invece confermati i 12 anni a Nino Cinà.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 27 settembre 2021. «Quando arrestai Totò Riina lui tremava ed aveva paura dimostrando di non avere dignità di fronte alla sconfitta. Il suo era un comportamento da vigliacco ma il mio compito, in quel preciso momento, era soltanto quello di portare a termine un'operazione importante concentrandomi sul dispositivo che dovevo attuare e mettendo in sicurezza i miei uomini ed il prossimo». Sergio De Caprio, detto "Capitano Ultimo", così racconta di quella memorabile data del 15 gennaio del 1993 che portò all'arresto di Totò Riina in quella che era stata chiamata, in codice, "operazione belva". Capitano Ultimo era a capo della sezione Crimor dei Ros che da settembre del 1992, dopo le stragi che videro morire i giudici Falcone e Borsellino, si impegnò a catturare il "capo dei capi", il boss di Corleone Toto' Riina.

«Da indagini compiute si riuscì a comprendere come esistesse una pista comune che si snodava attorno al nome di Raffaele Ganci, capo della "famiglia" mafiosa del quartiere "Noce" di Palermo, ritenuto il tramite sicuro per arrivare al Riina che era latitante da venticinque anni». 

In che cosa consistevano le vostre indagini?

«In riprese video e servizi di pedinamento sui componenti della famiglia Ganci. Ed è stato così che i primi giorni di ottobre del 1992, Domenico Ganci, figlio di Raffaele, fu da noi seguito per le vie del quartiere Uditore, dove riuscì a far perdere le sue tracce lungo la via Bernini.  Contemporaneamente il Nucleo Operativo Carabinieri di Palermo 2, avviò indagini su Baldassarre Di Maggio, al tempo incensurato, e ritenuto in possesso di importanti informazioni sull'organizzazione di "Cosa Nostra" in quanto ex uomo di fiducia di Riina che, a seguito di dissidi su attività economiche gestite dall'organizzazione, si era dovuto allontanare dalla Sicilia temendo per la sua stessa vita».

L'operazione che portò alla cattura di Totò Riina quanto tempo durò?

«Circa sei mesi in cui eravamo incollati a comprendere ogni spostamento della famiglia Ganci che ritenevamo, a ragione, essere in collegamento con Riina. In uno di Sergio De Caprio è un militare italiano, colui che ha arrestato Totò Riina e condotto importanti indagini sulla malavita organizzata; a causa delle sue indagini antimafia è stato nel mirino di "Cosa Nostra". Ecco come alcuni collaboratori di giustizia raccontano i progetti di uccisione di Capitano Ultimo; il pentito Gioachino La Barbera riferiva in udienza pubblica che il killer Leoluca Bagarella aveva offerto ad un carabiniere che forniva notizie a "Cosa Nostra" un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava il capitano «Ultimo».

Il pentito Salvatore Cangemi riferiva di avere per questi pedinamenti, ci accorgemmo che Domenico Ganci era scomparso una volta entrato nello stabile di via Bernini 54 dove da indagini successive ci accorgemmo che esistevano utenze Enel intestate alla famiglia Riina». E le indagini su Baldassarre di Maggio?

«Andarono avanti finché l'8 gennaio del 1993 non venne arrestato e divenne collaboratore di giustizia. In quel momento avevamo due opzioni, la prima di intervenire e perquisire immediatamente un manufatto ubicato all'interno del cosiddetto "fondo gelsomino", invia Uditore, dove Di Maggio dichiarò di aver incontrato Riina e Raffaele Ganci anni addietro, ma con questa ipotesi io non ero d'accordo perché rischiavamo di rendere evidente l'operazione e, qualora fosse stato un errore, di farla saltare. La seconda, quella proposta da me, fu di tenere sotto controllo gli esponenti della famiglia Sansone - ritenuti particolarmente vicini a Riina - ed in particolare il complesso delle villette ubicate proprio in via Bernini 54, zona che avevamo individuato attraverso una intensa attività d'indagine e mai menzionata da Di Maggio nel corso dei colloqui sostenuti con gli investigatori. Così io feci immediatamente visionare a Di Maggio le immagini girate in quell'ultimo giorno in cui, il collaboratore di giustizia, riconobbe i figli e la moglie di Riina mentre escono dal complesso di via Bernini 54. Questa scoperta suggerì di proseguire l'osservazione la mattina seguente, ma con Di Maggio a bordo del furgone utilizzato per sorvegliare la zona e con una serie di squadre pronte ad operare i pedinamenti dei soggetti eventualmente individuati». 

Finché arrivò il famoso 15 gennaio 1993...

«Esattamente. La mattina del 15 gennaio 1993 alle ore 08.55, Di Maggio riconobbe Salvatore Riina mentre usciva in macchina proprio da via Bernini 54, accompagnato dall'autista poi identificato in Salvatore Biondino. Immediatamente avviammo il pedinamento finché pochi minuti dopo bloccammo l'auto in via Regione Siciliana, all'altezza del Motel Agip, arrestando il boss di Cosa nostra» 

È di giovedì 23 settembre la sentenza di assoluzione del generale Mori, che era a comando dei Ros durante l'arresto di Riina, in merito alla trattativa Stato-Mafia.  Quale è il suo giudizio su questo caso giudiziario?

 «Le sentenze vanno rispettate ma certamente è un caso importante perché mi auguro possa fermare questa deriva eversiva finalizzata a partecipato nel giugno 1993 a una riunione con Bernardo Provenzano, Ganci Raffaele e Leoluca Bagarella nel corso della quale Provenzano gli comunicava l'esistenza di un progetto per catturare il capitano Ultimo con l'obiettivo di tenerlo ostaggio e successivamente ucciderlo. Su di lui sono stati fatte pubblicazioni, film, fiction e docufilm come quella di Ambrogio Crespi "Capitano Ultimo, le ali del falco».

Oggi ha fondato una comunità che sostiene i bisognosi, trovando così un altro, nobile modo di servire lo Stato. mizzare il ruolo di Cosa nostra e nel delegittimare l'arma dei carabinieri. Ho chiamato il Generale Mori e con lui mi sono congratulato per il modo nobile con cui ha affrontato vent' anni di accuse. Un uomo d'onore buttato in pasto a degli sciacalli che l'hanno persino deriso. In questa vicenda c'è tutto il cortocircuito giudiziario-mediatico che distrugge le vite umane». 

È un caso, quello del generale Mori, di mala giustizia. Lei crede sia giusto ragionare su una riforma della Giustizia dove il magistrato che sbaglia deve pagare?

«Io nella vita ho sempre pensato che chi sbaglia debba pagare. È un principio sa nodi vita in comunità; le modalità devono essere poi ponderate dal legislatore; certo è che se il ruolo del magistrato è vissuto come un servizio alla società diviene un fattore positivo se, al contrario, è vissuto come una posizione di potere allora prende una piega diversa e distorta che non fa certamente del bene. 

Troppo spesso esistono lobby trasversali che cercano di delegittimare uomini d'onore per cercare di avere qualche momento di popolarità». 

Vuole fare qualche no me?

«No, perché non vorrei dimenticare nessuno di quelli che hanno partecipato a questo banchetto di delegittimazione dell'arma dei Carabinieri e l'elenco sarebbe troppo lungo».

Uno dei suoi primi servizi importanti fu l'indagine della "Duomo Connection" a Milano. Che ricordo ha di quei fatti risalenti alla fine degli anni Ottanta e inizi anni Novanta?

«Fu una esperienza entusiasmante condotta assieme alla dottoressa Ilda Bocassini e al giudice Giovanni Falcone in cui mettemmo a punto tutte le tecniche di indagine che sarebbero servite qualche anno dopo. "Seguire i soldi" diceva Falcone e così scoprimmo che i denari venivano addirittura seppelliti sotto terra! L'indagine della Duomo Connection portò alla luce un intrigo tra politica, edilizia e spaccio di stupefacenti molto importante».

Lei ha incontrato il generale Dalla Chiesa quando ed era molto giovane. Cosa le ha insegnato un uomo così importante?

 «Dalla Chiesa ebbi la fortuna di conoscerlo in accademia insieme ai miei colleghi e fui invitato a pranzo con lui. Ricordo che disse una frase straordinaria: "Vogliate bene ai vostri comandi di stazione". Quella frase fu preziosa e mi insegnò l'umiltà nei confronti di tutti. Noi il generale Dalla Chiesa cerchiamo di onorarlo con i nostri comportamenti tutti i giorni e non di celebrarlo». 

Cosa le ha insegnato l'arma dei carabinieri?

«Tutto, sono figlio di un militare, l'arma è stata la mia vita. Mi ha insegnato a mangiare da bambino, a scrivere, a leggere. I carabinieri, soprattutto quelli di basso grado, mi hanno insegnato a diventare uomo facendomi capire la bellezza di dividere in parti uguali con il prossimo». 

Per questo ha fondato la casa famiglia "Volontari Capitano Ultimo" di Roma, dove porta avanti progetti di solidarietà nei confronti dei meno fortunati?

«Dividere e condividere è qualcosa che sento profondamente dentro. È un insegnamento che ti permette di vivere meglio, abbiamo mille progetti tra cui una televisione dei mendicanti. Sin da piccolo mio padre mi insegnava a servire gli altri e non di sfruttarli e devo dire che, oggi che non c'è più, mi manca tantissimo». 

Lei ha mai avuto paura?

«Sì, e credo comunque che la paura sia una buona consigliera, perché ti permette di riflettere e di portare al massimo la tua concentrazione quando agisci. Ed è dalle tue azioni che dipendono le vite di altre persone».

Felice Cavallaro, Riccardo Lo Verso per il "Corriere della Sera" il 24 settembre 2021. «Certo, sono soddisfatto, ma come faccio a non pensare al fango che mi è stato rovesciato addosso?», dice Marcello Dell'Utri. Usa parole dure: «Questo processo è stato una cosa mostruosa e andava annullato in primo grado. Ma il clima era diverso e i giudici non se la sono sentita di smontare l'impalcatura. Quest' altra corte ha evidentemente letto le carte bene. I miei avvocati (Tullio Padovani, Francesco Centonze e Francesco Bertorotta), hanno ridotto in polvere accuse pazzesche. Ma non basta avere l'avvocato bravo. Bisogna trovare chi la ragione te la dà. Io sono ancora scioccato per le palate di fango». Il suo telefono squilla di continuo: «Gioiscono in tanti ora. A cominciare dal Cavaliere. Ha chiamato congratulandosi. Era importante. Anche per lui. Trattative? Ne ho fatte tante nella vita. Ma con gli imprenditori, non con la mafia. Al contrario di quanto pensava Ingroia e il resto della compagnia, servendosi dei soliti pentiti». Infine una stilettata: «Vorrei rilassarmi qui a Milano. Anche se ho perso la casa. Ma non i libri. Me ne sono rimasti quattro. Importanti come gli avvocati e le persone che non hanno mai creduto a queste c...». La voce del generale Subranni è roca per un malanno. Non sa se gioire di questa assoluzione attesa, «ma arrivata troppo tardi». Si è ritirato con la moglie Rosalia, avvocato, nella casa di campagna a Licata. I faldoni del processo sono diventati il suo unico impegno. «E lì ha perso sé stesso», sussurra la moglie. «Dovevo spulciare le parole sputate contro di me, ma adesso io... io non ricordo...», cerca di spiegare il generale. Ha un moto di indignazione: «Accuse ridicole su una trattativa mai fatta». Che è sempre stata la tesi del suo avvocato, Cesare Placanica: «Forse prima di mettere in piedi certe ipotesi accusatorie bisognerebbe ponderare bene le conseguenze». Subranni, intanto, ripensa alle parole della vedova di Paolo Borsellino che lo accusò di essere addirittura «punciuto», come i mafiosi. «La signora sbagliò di grosso - replica -. Aveva voluto i nostri numeri da mia moglie, si sentivano, sempre gentile, poi improvvisamente tirò fuori questa storia...». «Ho apprezzato di più un riferimento della figlia di Borsellino, Fiammetta - dice la moglie - quando ha parlato degli appalti, di un rapporto del Ros che, forse, bisognava guardare meglio». Il generale Mario Mori è di poche parole: «Sono soddisfatto per una verità che, a poco a poco e a fatica, è venuta a galla». «La trattativa è una bufala», aggiunge il suo legale, Basilio Milio. Anche Giuseppe De Donno, al telefono con l'avvocato Francesco Romito, si affida a una frase secca: «Soddisfatto per me e per l'Arma che non ha fatto niente di quanto contestato».

I professionisti dell’antipolitica. L’approvazione della riforma Cartabia nel Paese della trattativa Stato-Stampa. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 24 settembre 2021. Nel giorno in cui un tribunale smonta le stravaganti teorie di una sottocultura pubblicistica eversiva e criminogena, diventa finalmente legge un provvedimento che ferma la discesa inarrestabile verso l’inciviltà. L’approvazione della riforma Cartabia è una buona notizia per molte ragioni, la prima delle quali è che comporta la cancellazione della riforma Bonafede. E questa è un’ottima notizia, resa ancora più significativa dalla coincidenza temporale con la sentenza d’appello nel processo sulla cosiddetta «trattativa Stato-mafia». Trattativa che a quanto pare non c’è mai stata (quando si arriva a dire che la trattativa c’è stata perché la mafia ha avanzato delle richieste, anche se nessuno le ha accolte, il problema non è più giuridico e tanto meno politico, è semplicemente un problema di italiano). Trattativa, soprattutto, che se anche ci fosse stata, mai avrebbe dovuto chiamarsi così, come fosse un negoziato bilaterale gestito dai legittimi rappresentanti di due organizzazioni che si riconoscono reciprocamente: lo Stato da un lato, la mafia dall’altro. Nel qual caso, peraltro, non si capisce perché la questione avrebbe dovuto essere affidata a un tribunale, e dove sarebbe stato il reato. E se invece il tradimento del ministro o dell’ufficiale Tizio fosse stato accertato, che è quanto la sentenza di ieri esclude, avremmo dovuto chiamarla, semmai, trattativa Tizio-Mafia. Come è possibile non rendersi conto che il fatto stesso di chiamarla Trattativa Stato-Mafia è il più grande regalo che si possa fare alla criminalità, è purissima propaganda mafiosa, è un tic linguistico pernicioso, figlio di una sottocultura eversiva e criminogena? Su molti di questi tic appare decisa a intervenire, meritoriamente, la ministra Marta Cartabia, compreso il modo in cui si danno i nomi e si presentano le inchieste appena avviate (oggetto di un apposito decreto legislativo), che è un pezzo fondamentale dell’ingranaggio in cui viene stritolata ogni giorno la presunzione d’innocenza in Italia. Intanto, con tutti i compromessi e i limiti di cui si è già discusso ampiamente, il varo della sua riforma della prescrizione ristabilisce il principio fondamentale della ragionevole durata del processo, che i Cinquestelle volevano abolire, da ultimo anche con la complicità del Pd. E questo, insieme con il voto a favore del taglio costituzionale dei parlamentari, è stato certamente uno dei punti più bassi toccati dai sostenitori dell’alleanza strutturale con i grillini. Per fortuna è arrivato il governo Draghi a interrompere questa discesa inarrestabile verso la barbarie e a invertire la rotta. Ma il fatto stesso che per interromperla ci sia voluto un governo di emergenza, guidato da un ex presidente della Bce, dimostra quanto profondamente abbia attecchito il virus del populismo, e quanto deboli siano gli anticorpi del nostro sistema politico, anche a sinistra.

Dell’Utri assolto al processo Stato-mafia. Assolti anche i carabinieri. Giovanni Bianconi, inviato a Palermo, su Il Corriere della Sera il 23 settembre 2021. Cadono le accuse per gli ufficiali dei carabinieri Mori, Subranni e De Donno e anche per Marcello Dell’Utri. Quanto ai boss, prescrizione per Brusca, pena ridotta a Bagarella, condanna confermata per Cinà. «Il fatto non costituisce reato»: la trattativa tra i carabinieri e Cosa nostra avviata tramite l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino al tempo delle stragi di Capaci e via D’Amelio fu dunque legittima, e non c’era il dolo né la volontà da parte degli ex ufficiali dell’Arma Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno di innescare o rafforzare il ricatto mafioso alle istituzioni. Cadono l’accusa e le condanne per minaccia a un Corpo dello Stato. Lo ha stabilito la corte d’assise d’appello di Palermo con la sentenza pronunciata ieri pomeriggio, dopo tre giorni di camera di consiglio, ribaltando quella di primo grado che il 20 aprile 2018 aveva giudicato colpevoli gli ex carabinieri.

La sentenza ribaltata

Per Marcello Dell’Utri l’assoluzione è ancora più radicale: lui «non ha commesso il fatto», cioè non ha veicolato la minaccia al governo guidato da Silvio Berlusconi nel 1994, che fu solo «tentata». Non arrivò dunque a destinazione. Anche l’ex senatore di Forza Italia nel 2018 era stato condannato, come intermediario del ricatto mafioso. Il verdetto d’appello rovescia quindi completamente quello che tre anni e mezzo fa aveva suscitato tanto clamore, sollevandone a sua volta. In questo caso infatti non escono sconfitti soltanto la Procura e la Procura generale che hanno sostenuto l’accusa nei due gradi di giudizio, ma anche i giudici della corte d’assise che avevano individuato reati e colpevoli. E il clamore — per qualcuno lo scandalo, anche se è così che funziona il sistema giudiziario — è ancora più grande perché questo processo non s’è limitato a mettere alla sbarra un pezzo di politica e di apparati investigativi, lo Stato che giudica se stesso; stavolta c’è stato un conflitto istituzionale arrivato ai massimi livelli, coinvolgendo l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettato casualmente nei suoi colloqui con l’ex ministro Nicola Mancino. Uno scontro tra il Quirinale e la Procura di Palermo finito davanti alla Corte costituzionale. Furono i danni collaterali dell’indagine sfociata in un processo in cui l’allora capo dello Stato fu chiamato a testimoniare, e le sue dichiarazioni sul ricatto subito dallo Stato con le bombe del 1992 furono tra gli elementi fondanti delle condanne in primo grado.

La prospettiva

In appello, per quello che si può capire dal dispositivo, è cambiata la prospettiva con cui sono stati interpretati gli stessi fatti. Tutto ruota, nella sostanza, intorno all’iniziativa dei Ros dei carabinieri spiegata dallo stesso generale Mori nel 1998, al processo per le stragi del 1993, sintetizzando il dialogo con Ciancimino: «“Ma che cos’è questa storia? Ormai c’è un muro contro muro, da una parte Cosa nostra dall’altra lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”. La buttai lì convinto che lui dicesse “cosa vuole da me?”, invece disse “ma sì, si potrebbe, io sono in condizione di farlo”. Allora dissi “Provi”». Per le difese era la semplice spiegazione di un’attività info-investigativa tutta in salita e comunque lecita; per l’accusa e i primi giudici un’offerta di disponibilità a trattare che rafforzò la convinzione mafiosa che le stragi producevano risultati. Ora i giudici d’appello hanno stabilito che non c’era la volontà né la consapevolezza, e nemmeno l’accettazione del rischio che con quella proposta si poteva agevolare il ricatto dei boss.

L’assoluzione di Mannino

E questo avevano già affermato i giudici che hanno assolto in tutti i gradi di giudizio l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, accusato dello stesso reato ma uscito prima di scena attraverso il rito abbreviato. Può darsi che quella sentenza definitiva dopo la pronuncia della Cassazione (arrivata a dicembre 2020, a proposito di tempi abbreviati...) abbia influito sul verdetto di ieri. Di certo per la Procura Mannino aveva innescato la trattativa temendo — dopo l’omicidio del collega di partito Salvo Lima il 12 marzo ’92 — di essere la vittima successiva e rivolgendosi al comandante del Ros per salvarsi la vita. Dunque l’anello iniziale della catena s’era già spezzato. Inoltre secondo il verdetto il ricatto al governo Berlusconi fu solo tentato; perciò al boss Bagarella è stato tolto un anno di pena (da 28 a 27), mentre è stata confermata la condanna del medico mafioso Antonino Cinà, considerato un tramite della trattativa che coinvolse i carabinieri. «Non siamo qui per giudicare la storia — aveva detto aprendo il processo il presidente della corte Angelo Pellino —. Gli imputati non sono archetipi socio-criminologici, ma persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto, se si tratta di reati. Questo è l’impegno della corte». Le assoluzioni di ieri sono figlie di quell’impegno, e le motivazioni che saranno rese note fra tre mesi spiegheranno come ci si è arrivati.

Dal "Corriere della Sera" il 24 settembre 2021. «La cosa peggiore di questa stagione segnata dalla presunta trattativa adesso sfumata nelle assoluzioni di uomini politici e ufficiali dei carabinieri è il tempo perso e il danno di immagine fatto all'Arma, all'intero Paese, visto che un certo storytelling ha superato i confini nazionali diventando verità assoluta pure per chi non conosce nemmeno le carte...». È durissimo il verdetto di Giovanni Fiandaca, il cattedratico di diritto penale a Palermo, il professore emerito in passato vicino al Pci e membro del Csm, che ha avuto come allievi proprio alcuni sostituti procuratori impegnati sin dal primo momento nell'impianto accusatorio. «Allievi infedeli», si lascia sfuggire ora che la sentenza di secondo grado conferma tutti i dubbi esposti già nove anni fa con un primo saggio critico e rilanciati nel 2014 con un libro scritto per Laterza con lo storico Giuseppe Lupo. Parla di «tempo perso» perché per lui «era chiaro già all'inizio del processo che mancavano i presupposti giuridici per ipotizzare un concorso nel reato previsto dall'articolo 338 del codice penale per minaccia a un corpo politico». Le sue critiche sono diventate ancora più nette dopo la sentenza di primo grado con una sfilza di condanne commentate nella rivista italiana di diritto e procedura penale «evidenziando i punti deboli sia sul versante della ricostruzione del fatto sia su quello dell'impianto giuridico». Sonore bacchettate per i pm e per la corte presieduta da Alfredo Montalto: «La contraddittorietà degli esiti processuali dimostra come l'impostazione accusatoria fosse ben lontana dalla regola probatoria dell'oltre ogni ragionevole dubbio». Stupito soprattutto dal persistere nelle accuse dopo l'assoluzione per l'ex ministro Calogero Mannino: «Proprio quella aveva fatto venir meno il primo pilastro dell'originaria impostazione».

Trattativa Stato-mafia, la diaspora del Pool: nessuno in Procura si sente sconfitto. Giovanni Bianconi il 24 settembre 2021. La Procura antimafia di Palermo che imbastì il processo sulla presunta trattativa tra Cosa nostra e lo Stato non esiste più da tempo. Tra i pubblici ministeri che hanno rappresentato l’accusa nel dibattimento di primo grado solo uno continua a fare il magistrato in servizio: Francesco Del Bene, che adesso lavora alla Direzione nazionale antimafia e della vicenda conclusasi con le assoluzioni dell’altro ieri ha sempre parlato solo nelle aule di giustizia. Degli altri, l’ex procuratore aggiunto Vittorio Teresi è andato in pensione, Nino Di Matteo siede al Consiglio superiore della magistratura e Roberto Tartaglia è diventato prima consulente della commissione parlamentare antimafia e poi vice-direttore delle carceri. Antonio Ingroia, il primo procuratore aggiunto a guidare il pool, ha da tempo lasciato la toga da magistrato per indossare quella di avvocato, dopo la poco fortunata avventura politica da candidato premier nel 2013. Del gruppo originario che condusse l’inchiesta c’erano altri due pm tuttora in servizio: Lia Sava, trasferitasi presto a Caltanissetta dove ha fatto il procuratore aggiunto e ora è procuratore generale; e Paolo Guido, l’unico rimasto in carica a Palermo. Ma nel 2012, al momento di chiudere le indagini preliminari, preferì non firmare l’atto conclusivo, perché in disaccordo su alcuni punti. In particolare sul coinvolgimento dell’ex ministro Calogero Mannino e di quello (strettamente connesso) dell’ex generale dei carabinieri Antonio Subranni, già comandante del Ros. Gli elementi a carico dei due, che secondo l’accusa innescarono la trattativa tra rappresentanti dello Stato e rappresentanti della mafia, non erano a suo giudizio sufficienti a giustificare un processo. Per Mannino pesava anche l’assoluzione dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa, come per l’ex senatore Dell’Utri per i fatti successivi al 1992. Oggi Paolo Guido è procuratore aggiunto di Palermo, coordina le indagini antimafia sul territorio di Trapani e Agrigento e le correlate ricerche dell’ultimo grande boss latitante, Matteo Messina Denaro. Sulla sentenza d’appello non vuole fare commenti, ma le sue riserve di nove anni fa sembrano coincidere con i motivi che hanno portato alle assoluzioni. L’uscita di scena di Mannino potrebbe avere pesato sul verdetto d’appello per gli imputati esterni a Cosa nostra; a cominciare proprio da Subranni, che poco c’entrava con il nocciolo della «trattativa», i contatti dei carabinieri con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Anche il procuratore è cambiato. L’arrivo di Francesco Lo Voi risale al 2014, e quando fu scelto dal Csm qualcuno sospettò che la nomina fosse dovuta anche alle sue posizioni distanti rispetto all’inchiesta Stato-mafia. Che però nel frattempo era già approdata in aula, dove i pm di udienza sono liberi rispetto al capo dell’ufficio. E durante la sua gestione, a parte uno strappo con Di Matteo al momento del trasferimento di quest’ultimo alla Dna, non ci sono stati ostacoli frapposti al processo. Anzi, Tartaglia era diventato uno dei pm di punta della Procura, e le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano confluite nel dibattimento furono avviate sotto la sua guida. Né si sono fermate le inchieste su mafia e politica, compresa quella finita a Roma sui presunti legami dell’ex sottosegretario leghista Siri con un imprenditore considerato vicino a Messina Denaro.

Il 20 aprile 2018, dopo le condanne in primo grado, il «trattativa» si riunì nell’ufficio di Lo Voi per commentare la vittoria. L’altro ieri è arrivata la sconfitta, ma in Procura non si registrano prese di posizione. Né dai pm in servizio né da coloro che sostennero l’accusa. A parte Ingroia, il primo a cambiare mestiere. Che continua a rivendicare non solo la legittimità, ma anche la giusta impostazione di indagine e processo: «La condanna dei mafiosi conferma l’esistenza della trattativa e del papello di richieste trasmesso a uomini dello Stato, il ribaltamento della prima sentenza è parziale e riguarda interpretazioni giuridiche di fatti accertati. La condanna dei mafiosi dimostra che il processo si doveva fare. Auspico un ricorso in Cassazione». Ma prima di annunciarlo, in Procura generale vogliono leggere le motivazioni della sentenza d’appello. Come avvocato di parte civile, Ingroia partecipa al processo di Reggio Calabria chiamato ‘Ndrangheta stragista, dove il boss Graviano è stato condannato per l’omicidio di due carabinieri nel gennaio 1994, collegato alle vicende palermitane. A ottobre comincerà l’appello. La storia della trattativa Stato-mafia non è finita.

Fiandaca: «Trattativa “Stato-mafia”? Danno d’immagine all’Arma e al Paese». Il professore di diritto penale, Giovanni Fiandaca boccia senza appello i pm e la corte che in primo grado condannarono carabinieri e politici. Il Dubbio il 24 settembre 2021. Il professore di diritto penale a Palermo, Giovanni Fiandaca, lancia accuse durissime nei confronti dei pubblici ministeri che avviarono il procedimento sulla presunta trattativa “Stato-mafia”. Le sue parole sono state riportate questa mattina dal “Corriere della Sera”, nell’edizione cartacea, con le quali boccia sonoramente l’impostazione accusatoria. «La cosa peggiore di questa stagione segnata dalla presunta trattativa adesso sfumata nelle assoluzioni di uomini politici e ufficiali dei carabinieri è il tempo perso e il danno di immagine fatto all’Arma e all’intero Paese, visto che un certo storytelling ha superato i confini nazionali diventando verità assoluta pure per chi non conosce nemmeno le carte…». Per Fiandaca gli «allievi infedeli», avrebbero perso tempo perché «era chiaro già all’inizio del processo che mancavano i presupposti giuridici per ipotizzare un concorso nel reato previsto dall’articolo 338 del codice penale per minaccia a un corpo politico. Fiandaca, tuttavia, aveva espresso critiche anche dopo la sentenza di condanna emessa dai giudici di primo grado, nella quale si evidenziavano «i punti deboli sia sul versante della ricostruzione del fatto sia su quello dell’impianto giuridico», criticando sia i pm che il collegio giudicante, all’epoca presieduto da Alfredo Montalto. «La contraddittorietà degli esiti processali dimostra come l’impostazione accusatoria fosse ben lontana dalla regola probatoria dell’oltre ogni ragionevole dubbio». Secondo Fiandaca, infine, l’assunzione di Calogero Mannino «aveva fatto venir meno il primo pilastro dell’originaria impostazione».

Paolo Colonnello per "la Stampa" il 24 settembre 2021. «Sono felice, commosso, mi tolgo un gran peso». La voce è ancora squillante ma l'accento palermitano è sempre più attenuato. Il "peso", come lo chiama lui, era gravosissimo: 12 anni di carcere in primo grado, annullati ieri pomeriggio dalla Corte d'Appello di Palermo, «per non aver commesso il fatto». Certo, Marcello Dell'Utri, 80 anni compiuti un paio di settimane fa, non è più l'uomo di una volta, quello ruggente e un po' sprezzante ritratto nelle foto degli anni d'oro, quando inventò Forza Italia, i club di fans per sostenere Silvio Berlusconi e diede vita a quella formidabile impalcatura di consenso ante litteram ottenuta attraverso l'esercito dei venditori di Publitalia, la sua creatura più riuscita, in fondo. Già condannato in via definitiva come concorrente esterno di associazione mafiosa («Un reato che non esiste, inventato per me» raccontò in una lontana intervista), l'ex senatore con quattro anni passati in carcere nel silenzio più assoluto e uno agli arresti domiciliari, è ora un uomo incanutito con i segni del tempo e del destino ben visibili in volto. Dell'Utri ieri ha atteso la sentenza di Palermo che l'ha mandato assolto dall'accusa di violenza o minaccia ai corpi dello Stato, giornalisticamente tradotta in "trattativa Stato-mafia", dalla sua abitazione di Milano Due. Aspettando la telefonata fatidica dell'avvocato Salvatore Centonze, il legale che lo ha accompagnato nell'ultimo decennio di battaglie giudiziarie, tra i libri che ricoprono le pareti di uno studio che si affaccia sul primo foliage settembrino del quartiere satellite per ricchi che fu la vera utopia del Cavaliere. 

E adesso?

«Adesso niente, oggi è il giorno della gioia, dell'allegria. Anche se mi hanno riversato tanto di quel fango addosso. Ma ormai è finita, anche se gli stent rimangono...». 

Che significa?

«Che in tutti questi anni, ho subito due infarti e ho dovuto farmi operare. Chi mi ripaga di questo danno? Nessuno. Ma non mi voglio lamentare, nossignore». 

Vorrebbe far causa allo Stato?

«Ma figuriamoci. E a chi poi? Lo Stato sono anch' io. No, basta così». 

Una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e adesso un'assoluzione dall'accusa di aver portato le richieste della mafia a Berlusconi. Qualcosa stride, non le pare?

«È sempre stata la stampa a dire che ero un mafioso. Io non l'ho mai pensato di me stesso e dunque direi che questa assoluzione mette in dubbio anche la precedente condanna». 

Ci saranno ricorsi?

«Senta, io sono stanco di queste cose. Stanco, capisce?». 

Passeggiate ai giardinetti d'ora in poi, da bravo pensionato?

«Macché, vivo tra i miei adorati libri. Sopra, sotto, a fianco, dietro di me: ovunque sono sommerso da libri. Ogni giorno lo passo nella mia adorata biblioteca. Vado in via Senato e lì mi rinchiudo». 

Carcerato tra i tomi. C'è qualcuno che deve ringraziare?

«Certo: i miei avvocati e la mia famiglia innanzitutto che in questi anni ha sopportato quanto me questo calvario. E tutti quelli che hanno creduto nella mia innocenza nonostante tutto, nonostante il fango che mi è stato gettato addosso". 

Silvio Berlusconi lo ha sentito?

«La ringrazio per la telefonata...».

Un ultima domanda: qual è il libro che leggerà per festeggiare l'assoluzione?

«Pinocchio, il mio adorato Pinocchio. Il più bel libro che ci sia».

Estratto dell'articolo di Salvatore Merlo per ilfoglio.it il 14 ottobre 2021.

Ma è vero che Berlusconi le baciava le mani, e la chiamava don Dell’Utro?

“Certo che è vero. Noi raccontavamo persino spiritosaggini su Mangano, il famoso stalliere di Arcore. Ci inventavamo storie. Il Cavaliere mi sfotteva. Ridevamo come matti. Ma le pare che uno fa così se ha un mafioso in casa? Le racconto una cosa che la prego di non scrivere, perché chissà come viene interpretata. Qua nessuno sembra capire l’ironia”.

Ma no, carissimo don Dell’Utro, l’ironia è il giusto salvacondotto.

“Guardi che la usano contro Berlusconi”.

Ma no, ormai il Cav. è in via di santificazione.

“In effetti lui pensa di andare al Quirinale. Cosa che io… boh… mi pare improbabile. Anche se io a Silvio gli ho visto fare cose che sembravano impossibili. Quindi mai dire mai”.

In effetti lui fa tutto in grande.

“Sì, pure il Bunga Bunga”.

"Sa come lo chiamavamo noi Gianni Letta? “Smorza Italia”. Se c'era una nomina, lui la dava sicuro alla sinistra" 

""Craxi? faceva la pipì sulla tavoletta a casa di Berlusconi. E Silvio, per evitare che gli ospiti vedessero, sistemava" 

La mitologica Trattativa. Anzi, "quella gran minchiata della Trattativa", come dice lui.

"Certo che ho sofferto. Mi sono anche ammalato. Oggi ho una decina di stent", aggiunge. E poi, con cupo sarcasmo: "Diciamo che anzi ormai “vivo di stent”". 

"Mi ricordo quando moltissimi anni fa mi convocò Antonio Ingroia. Un “babbasunazzo”, come si dice da noi". Insomma un mezzo citrullo." 

"Confalonieri veniva a trovarmi in carcere, almeno una volta al mese. Mi portava i saluti di Silvio. Sempre. Ma la verità è che io Silvio me lo sognavo pure la notte. Ripensavo ad Arcore. Ai tempi belli e lontani. Quell'uomo mi ha cambiato la vita". 

L'ha fatta finire in galera anche.

"Mi ha reso ricco, ma soprattutto mi ha fatto divertire, mi ha fatto sognare, mi ha permesso di fare cose che altri non fanno in dieci vite. Senza di lui forse oggi sarei un ex direttore di banca in pensione.” 

Entrò in politica per farsi gli affari suoi?

"Credeva nella possibilità di fare dell'Italia la prima nazione in Europa. Ma è vero che in quegli anni c'erano dei rischi che gravavano sulle sue attività. Mi ricordo benissimo quando il Credito Italiano gli chiese di rientrare con il prestito. Capimmo che volevano fare con lui quello che già avevano fatto con Rizzoli". Spolparlo. "E allora reagimmo. La discesa in campo fu anche una difesa dell'azienda. Ma lui ci credeva al progetto di trasformare l'Italia".

A lei non piace Salvini.

"Per niente. Preferisco quelli che non urlano, che non sparano minchiate dalla mattina alla sera, che parlano poco. Meno parli più fai. E infatti Draghi mi ha convinto, mi piace lo stile. E mi fa anche simpatia epidermica. Non va neanche in televisione. Fantastico". 

 E Giorgia Meloni?

"Che le devo dire? E' brava. Ma è un'altra urlatrice. Dovrebbe lavorare sul tono. E' come se un attore, invece di conquistare la platea suadendo, cerchi di assordarla gridando. La gente brava la dovevamo portare noi prima". 

E invece?

"E invece è andata male. Il Berlusconi politico non c'è riuscito. Dopo di lui non resta niente. Mentre nel mondo dell'impresa è stato diverso".

Dell’Utri: “In aula mi sentivo come un turco alla predica. Quelle accuse erano assurde”. La Repubblica il 24 settembre 2021. "E' stato un processo mostruoso, era da annullare in primo grado. Averlo debellato è una prova di democrazia, finalmente. Le sofferenze le ho patite, gli stenti subiti, ma ora bisogna andare avanti e fare cose buone". Marcello Dell'Utri ha passato la giornata al telefono a rispondere alle tante persone che hanno voluto congratularsi per l'assoluzione. Non trattiene la gioia per una sentenza che non esita a definire "una svolta non solo per me ma anche per la giustizia italiana. "L'assoluzione è la migliore risposta a tutti quelli che spargevano odio", afferma con un tono duro. Poi scherza: "Sono contento di essere arrivato uno" , dice, rievocando la famosa frase attribuita a Gustavo Thoeni.

Dell'Utri, a fine 2019 è tornato libero dopo una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora incassa una assoluzione "per non avere commesso il fatto": cosa pensa della Giustizia?

"Ho recuperato un po' fiducia nella magistratura: per fortuna ci sono ancora dei magistrati che guardano le cose, leggono le carte e ascoltano i difensori. Era impossibile non riconoscere l'assurdità dell'impianto accusatorio".

Qual è stato il suo primo pensiero quando ha saputo dell'esito della sentenza?

"E' andato a tutti quelli che mi hanno sostenuto in questi anni, le persone e tutti gli amici che hanno creduto nella mia innocenza.  Mi voglio invece dimenticare tutti gli altri, quelli che odiano".

I giudici di secondo grado non hanno ritenuto che lei, ex politico fedelissimo di Silvio Berlusconi, fosse il collegamento fra la politica e cosa nostra in quella che viene ritenuta la seconda fase della trattativa del 1993 e 1994. Si aspettava l'assoluzione?

"Sono commosso, mi si è tolto un peso dal cuore, onestamente non me l'aspettavo. Ma me la sognavo. Intendiamoci, poteva accadere anche il contrario, il buon senso diceva che avrebbero dovuto assolvere e annullare questo processo, però purtroppo il buon senso nella giustizia non sempre funziona".

Come ha trascorso questi anni in attesa della conclusione di questo processo sulla trattativa Stato-mafia: in primo grado era stato condannato a 12 anni?

"Sono sempre stato tranquillo, altrimenti non sarei qui. Ho vissuto un film ma la trama era inventata totalmente. Io questo processo non l'ho neanche seguito. Mi sono sentito come un turco alla predica, di cosa stanno parlando? Ma avevo paura potessero credere a queste cose inventate servendosi dei soliti pentiti che hanno bisogno di dire cose per avere vantaggi per conto loro, servendosi di molta stampa che affianca le procure e soprattutto la procura di Palermo. Ripeto, non potevo essere certo di un’assoluzione, ma la speravo intimamente".

Eppure nel processo era accusato di avere avuto un ruolo di primo piano in una trattativa che prima era stata iniziata dai carabinieri.

"Non so esattamente di cosa fossi accusato. Credo fosse per aver ricevuto minacce dai mafiosi, che dovevo riferire a Berlusconi, minacciandolo a sua volta se non avesse provveduto a fare leggi a favore dei mafiosi. Tutta una cosa allucinante, Nel governo di Berlusconi ci sono state solo leggi contro i mafiosi".

Come spiega allora la condanna in primo grado?

"Il clima allora era tale che non bisognava vedere le carte. Io credo che oggi questa Corte abbia lavorato con criterio, cognizione e coscienza. I miei avvocati hanno smontato il processo dalle fondamenta, ho ascoltato le arringhe e non era possibile non riconoscere l'assurdità dell'impianto accusatorio".

Cosa farà in futuro, tornerà in politica?

"Ma non scherziamo".

E cosa farà, allora?

"Mi occuperò della mia collezione di libri conservati nella Fondazione di Milano. Sto per allestire la più grande biblioteca siciliana, che è mia intenzione donare un giorno alla Sicilia".

"Ancora non ci credo. Mi hanno infangato ma posso perdonare". Stefano Zurlo il 24 Settembre 2021 su Il Giornale. L'emozione del politico: " A ogni udienza non capivo di che cosa stessero parlando". 

Senatore Marcello dell'Utri... 

«Ancora non ci credo». 

Se l'aspettava? 

«In effetti è l'unica domanda da farsi». 

Sì, ma che cosa risponde? 

Si sente che è sollevato. Dirà che questa sentenza è stata una «svolta»; che in fondo in fondo era «tranquillo altrimenti... Non sarei qui»; che però di «tornare in politica non ci penso nemmeno, preferisco i miei libri». Lui, uno dei più grandi collezionisti di volumi antichi e non. Sono passate meno di due ore dalla lettura del verdetto della Corte d'Assise di Palermo. Marcello Dell'Utri assapora la sentenza che lo toglie dalla ragnatela vischiosa dei rapporti fra Cosa Nostra e lo Stato. Ci sarà tempo per leggere le motivazioni, intanto la pronuncia segna il flop di una delle più ambiziose indagini della storia giudiziaria italiana. «Ero accusato di aver ricevuto minacce da mafiosi che avrei dovuto riferire a Berlusconi minacciandolo a sua volta se non avesse provveduto a fare leggi a favore dei mafiosi. Una cosa allucinante, pensi che durante il governo Berlusconi ci sono state soltanto leggi contro i mafiosi». 

Insomma, era convinto di farcela? 

«Ci speravo, ma non ero sicuro di essere assolto. In questo Paese non basta avere avvocati bravissimi come i miei avvocati, che in aula avevano smontato tutta questa storia». 

Lei arrivava da una condanna di primo grado.

 «No, non mi parli del primo grado, ero nauseato». 

Il clima è cambiato? Oppure i giudici sono stati coraggiosi? 

«Su questo non dico niente. Dico che udienza dopo udienza stavo come un turco alla predica». 

Come chi? 

«Provi a pensare a un turco che va in chiesa e sta lì ad ascoltare. Cosa vuole che capisca?». 

Lei che cosa capiva? 

«Non capivo niente, o, meglio, non capivo di cosa parlavano. Dicevano che avevo incontrato questo, poi avevo incontrato quello, poi non so che cosa altro. Un film, totalmente inventato». 

C'erano delle accuse formulate dai pubblici ministeri di Palermo. 

«Qui non c'era il fatto. C'era un mostro, davvero ancora non ci credo. Era scontato che la condanna dovesse cadere, ma non ero sicuro che venisse giù. Era impossibile non riconoscere l'assurdità dell'impianto accusatorio. Il buonsenso diceva che avrebbero dovuto assolvermi e annullare questo processo, ma il buonsenso nella giustizia non sempre funziona». 

Forse il vento soffia da un'altra parte. 

«Sono stati dieci anni di fango. E sono contento per me, per la mia famiglia e pure per gli sconosciuti che mi hanno sostenuto. Aggiungo che sono disposto a dimenticare quello che mi hanno rovesciato addosso i giornali e le televisioni». 

Le parole lasciano spazio ad una smorfia, fra l'amaro e il sarcastico. Poi, il fondatore di Publitalia, l'amico di gioventù di Silvio Berlusconi, riprende a parlare e si capisce che è emozionato. «Sì, voglio davvero dire grazie ai tanti che non so nemmeno chi siano, ma mi sono stati vicini in questa storia interminabile». 

Che libro leggerà per festeggiare l'assoluzione? 

«Questa sera (ieri per chi legge, nda) non ho tempo per dedicarmi alla lettura». 

Non c'è un filosofo adeguato? 

«No, ci vuole un buon vino. E io ho scelto l'Amarone». Stefano Zurlo

Stato-Mafia, Labocetta: “Dell’Utri sopravvissuto al fango grazie ai suoi libri”. Redazione su Il Riformista il 24 Settembre 2021. “Esultai non poco quando – a dicembre di due anni fa – Marcello Dell’Utri ottenne la libertà. Oggi ho parlato lungamente con lui e ho provato una gioia immensa, una straordinaria emozione: la storia ha cancellato una pagina di fango gratuito, il tempo è stato galantuomo. I veri farmaci che gli hanno permesso di affrontare questo calvario giudiziario, che avrebbe distrutto chiunque, sono stati i suoi libri. E dai libri ripartirà insieme a quanti condividono la sua stessa passione: il grande impegno culturale. In quest’ottica il prossimo 9 novembre a Napoli, nel Teatro Sannazaro, insieme con Dell’Utri e Marcello Veneziani, autore di un capolavoro su Dante Alighieri a 700 anni dalla morte, onoreremo proprio il Sommo poeta, vero padre degli Italiani. Ringrazio con affetto il fraterno amico Dell’Utri per aver confermato un impegno assunto in tempi non sospetti. Sarà anche e soprattutto un modo per dire alla Politica – che purtroppo è ancora in esilio – che il suo ritorno nella nostra Nazione può avvenire solo se ci si affida ad un rivoluzionario progetto culturale. Grazie Dell’Utri, per non aver mai mollato. Insieme a tanti Italiani stiamo tornando a riveder le stelle”. Lo dichiara Amedeo Laboccetta, ex deputato di Napoli, presidente di Polo Sud.

Sentenza Stato-Mafia, parla la moglie di Dell’Utri: «A Palermo esiste un giudice, è la fine di un incubo». Il Corriere della Sera il 25 settembre 2021. Lo sfogo di Miranda Ratti: è la nostra vittoria, anche i nostri figli hanno pagato un prezzo altissimo. «A Palermo esiste un giudice. Che si chiama Angelo Pellino. Chapeau nei suoi confronti. Spero che questa sentenza segni un punto di partenza per la costruzione di uno Stato di diritto vero. Speriamo che si vada avanti nel modo giusto. Per noi finisce un incubo». A parlare, in una intervista rilasciata all’agenzia Adnkronos, è Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell’Utri, l’ex senatore assolto «perché il fatto non sussiste» nel processo d’appello sulla trattativa tra Stato e mafia.

Le accuse. Dell’Utri era accusato di minaccia a corpo politico dello Stato. Un’assoluzione netta per l’ex politico che ha ormai finito di scontare una pena a sette anni di carcere per concorso estero in associazione mafiosa. Per i giudici della Corte d’assise d’appello di Palermo Dell’Utri non avrebbe fatto da «cinghia di trasmissione», come scrissero i giudici di primo grado che lo condannarono a 12 anni, della seconda trattativa messa in campo dai padrini di Cosa nostra nei confronti del governo Berlusconi, che si insediò nel 1994. 

«La nostra vittoria». «Questa è la nostra vittoria — dice ancora la signora Miranda — io che non credo nella magistratura, e mi riferisco ad esempio, al caso Palamara alla loggia Ungheria, posso dire oggi che c’è un giudice a Palermo». E ricorda questi ultimi anni, dopo la condanna definitiva, il carcere, la malattia, il processo trattativa. «Un prezzo altissimo che abbiamo pagato tutti in famiglia, anche i ragazzi — dice ancora —, c’era sempre questo “marchio” della mafia. Quando c’era gente che veniva a vedere la casa diceva: “Ah, ma questa è la casa di un mafioso”. E io rispondevo: “Si accomodi prego”. Soprattutto all’estero la gente non conosce le dinamiche politiche di uno Stato. E, alla fine, quello che scrive un giornale diventa verità».

"Finisce un incubo". Parla la moglie di Dell'Utri dopo l'assoluzione. Francesca Galici il 25 Settembre 2021 su Il Giornale. La signora Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell'Utri, esprime soddisfazione per l'assoluzione del marito e ringrazia il giudice della corte d'Appello. Con la sentenza d'Appello che assolve Marcello Dell'Utri "perché il fatto non sussiste" nel processo d'appello sulla trattativa tra Stato e mafia, si chiude un incubo per l'ex senatore e la sua famiglia. "A Palermo esiste un giudice. Che si chiama Angelo Pellino. Chapeau nei suoi confronti. Spero che questa sentenza segni un punto di partenza per la costruzione di uno Stato di diritto vero. Speriamo che si vada avanti nel modo giusto", ha dichiarato Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell'Utri in una intervista all'agenzia Adnkronos. L'ex senatore era accusato di minaccia a corpo politico dello Stato ma per lui c'è stata un'assoluzione netta perché, per i giudici della corte d'Appello, Dell'Utri non ha fatto da "cinghia di trasmissione", come scrissero i giudici di primo grado che lo condannarono a dodici anni. "Questa è la nostra vittoria. Io che non credo nella magistratura, e mi riferisco, ad esempio, al caso Palamara alla loggia Ungheria, posso dire oggi che c'è un giudice a Palermo", ha proseguito la moglie dell'ex senatore. Sono stati lunghi anni difficili per la famiglia Dell'Utri, non solo per l'ex senatore, come ha voluto ricordare Miranda Ratti: "Un prezzo altissimo che abbiamo pagato tutti in famiglia, anche i ragazzi. C'era sempre questo 'marchio' della mafia. Quando c'era gente che veniva a vedere la casa diceva: 'Ah, ma questa è la casa di un mafioso'". Quindi, la moglie dell'ex senatore ha fatto una riflessione: "Soprattutto all'estero la gente non conosce le dinamiche politiche di uno Stato. E, alla fine, quello che scrive un giornale diventa verità". Ora, con la sentenza di assoluzione in tasca e in attesa delle motivazioni, Marcello Dell'Utri e la sua famiglia vogliono cominciare una nuova vita. "Adesso si ricomincia, sia da parte nostra che da parte sua", ha proseguito Miranda Ratti, che ha ricordato anche che con la sentenza è stato annullato il divieto di espatrio, "così, finalmente, può farsi un pò di vacanza, visto che dal 2014 non ha fatto un solo giorno di vacanza". La signora Miranda Ratti è tornata sulla condanna a sette anni per concorso esterno: "Si è fatto il carcere ingiusto che nessuno gli ripaga. Ha rischiato anche la vita, con la sepsi in carcere. Ma stiamo scherzando? È stata una cosa drammatica". Quindi, la moglie dell'ex senatore ha ringraziato i legali che hanno seguito Marcello Dell'Utri negli ultimi anni: "Sono stati in grado di ricostruire e tirare fuori le vergogne di questa accusa. I pg dicevano 'si può dedurre che', ma mica si può fare un processo sulle deduzioni. Una cosa fuori dal mondo che un pg porti davanti a una corte una cosa così opinabile. Sono grata a questo giudice Pellino non solo per mio marito ma anche per i generali Mori, Subranni e per il colonnello De Donno". La signora Ratti ha concluso: "Adesso aspettiamo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Perché c'è ancora in ballo il ricorso dei nostri legali". 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Sentenza Stato-mafia, assolti Dell’Utri e i carabinieri: ecco cos’era la presunta trattativa. Claudio Del Frate su Il Corriere della Sera il 17 aprile 2018. La mafia avrebbe alzato il tiro contro le istituzioni dopo la sentenza definitiva sul maxiprocesso, lo Stato, per fermare l’ondata di sangue avrebbe intavolato un dialogo segreto con i boss. le fonti di prova (e i punti deboli) del teorema

Personaggi e interpreti

Il processo sulla cosiddetta trattativa stato mafia, che oggi è approdato alla sentenza d’appello ha fatto «ballare» politica e giustizia in Italia per una ventina d’anni. L’accusa si è mossa sulla base di uno scenario in base al quale di fronte all’offensiva di Cosa Nostra che insanguinò l’Italia a partire dagli anni ‘90, lo Stato avrebbe risposto cercando un accordo con i capi della mafia. Sul banco degli imputati davanti alla Corte d’Assise di Palermo si sono trovati rappresentanti delle istituzioni (gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno) , Marcello Dell’Utri e i capimafia Antonio Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. All’inizio delle udienze nel processo erano accusati anche Totò Riina e Bernardo Provenzano, poi deceduti. Stralciata la posizione degli ex ministri Calogero Mannino (nel frattempo assolto) e Nicola Mancino (quest’ultimo accusato solo di falsa testimonianza). 

 La rottura: l’omicidio Lima

Il fatto da cui sarebbe scaturita la trattativa viene fissato dai pm di Palermo nell’omicidio dell’europarlamentare Dc Salvo Lima (marzo 1992): ritenuto contiguo ai clan, Lima agli occhi dei boss sarebbe stato ucciso in quanto non più in grado di garantire i rapporti tra Cosa Nostra e istituzioni. La frattura avviene in particolare dopo la sentenza definitiva sul maxiprocesso di Palermo. Rotti questi equilibri, la mafia si sarebbe vendicata alzando il tiro contro lo Stato. Tale strategia sarebbe passata attraverso gli omicidi «eccellenti» di Falcone e Borsellino, gli attentati del ‘93 a Milano, Firenze e Roma, tutti attribuiti a Totò Riina e ai suoi complici. 

Mannino diede il via alla trattativa?

Sempre nel quadro «disegnato» dall’accusa, il primo passo dello Stato verso la mafia viene compiuto da Calogero Mannino: divenuto bersaglio di minacce l’indomani dell’omicidio Lima (gli viene recapitata una corona funebre), l’esponente Dc contatta i vertici dei carabinieri e questi ultimi (in particolare il generale Mori) avrebbero a loro volta avvicinato l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia Vito Ciancimino. Mori ha sempre ammesso questo contatto ma non lo ha mai inquadrato come un «patteggiamento» con Cosa Nostra. Da qui si sarebbe dipanata la trattativa i cui «segnali» sarebbero stati la revoca del carcere duro per oltre 300 condannati per mafia nel ‘93, la cattura di Riina («venduto ai carabinieri» in cambio della latitanza per Provenzano), l’omicidio Borsellino (ucciso perché contrario alla trattativa) e presunti incontri tra capimafia (ad esempio i fratelli Graviano) ed esponenti della politica. E più avanti un abboccamento per far convergere i voti di Cosa Nostra su Forza Italia attraverso Cinà, Dell’Utri e lo «stalliere» Vittorio Mangano. 

Il «papello» mai trovato

Cuore della trattativa sarebbe però il cosiddetto «papello»: un documento fatto recapitare da Riina agli esponenti delle istituzioni (attraverso i carabinieri) con una serie di richieste. Tra esse ci sarebbero state l’abolizione del carcere duro per i mafiosi e del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. In cambio di quella richiesta veniva promessa una «pax» mafiosa e la cessazione degli attentati. Quel pezzo di carta, tuttavia, non è mai stato ritrovato. Anzi: una copia messa a disposizione degli inquirenti da parte di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, si è rivelato una «patacca». Costata l’incriminazione allo stesso Ciancimino junior.

Le fonti di prova? I pentiti

Le fonti di prova per questa trama portate dalla procura all’attenzione della Corte sono state essenzialmente le deposizioni dei pentiti. Giovani Brusca in primis, ma anche Salvatore Cancemi, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza. Tutti (ma solo loro) avvalorano il fatto che l’indomani del delitto Lima e degli attentati venne avviato il dialogo tra i carabinieri e i capimafia. Anche alcune sentenze avvalorano l’ipotesi che sia esistito un patteggiamento tra Stato e malavita organizzata ma sempre sulla scorta dei collaboratori di giustizia. Vengono ritenute inoltre rilevanti le intercettazioni in carcere dei colloqui di Totò Riina con un compagno di cella. In particolare una frase («Sono loro che si sono fatti sotto...») che alluderebbe secondo i pm a una volontà dello Stato di avvicinare i capi della mafia per intavolare la trattativa. Ci sono poi i colloqui tra i carabinieri e Vito Ciancimino, ai quali i giudici di primo e secondo grado hanno però dato valutazioni contrapposte.

I punti deboli dell’accusa

L’impianto dell’accusa, tuttavia, ha subito alcuni colpi che ne hanno messo in dubbio la solidità. Questi colpi sono arrivati in particolare da sentenze «esterne» al processo Stato-mafia ma ad esso connesse. Ad esempio, Calogero Mannino è stato assolto definitivamente dopo 25 anni di processi da tutte le accuse: dunque nel suo comportamento non è stato ravvisato alcun «avvicinamento» con le cosche. Anche il generale dei carabinieri Mario Mori è stato assolto dall’accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano: questa avrebbe dovuto essere una delle «monete di scambio» tra la mafia e le istituzioni. E infine era già crollata la credibilità di Massimo Ciancimino, le cui presunte rivelazioni (ad esempio sulla partecipazione di un fantomatico «signor Franco» dei servizi segreti alla partecipazione delle stragi mafiose) sono rumorosamente crollate a dispetto della loro eco mediatica.

Le intercettazioni di Napolitano

Le indagini sono arrivate anche a lambire il Quirinale e in particolare il presidente emerito della repubblica Giorgio Napolitano. Nicola Mancino, ex ministro degli interni, avrebbe chiamato più volte il Quirinale sostenendo che le indagini dovessero essere tolte alla procura di Palermo; i colloqui avvennero anche con il consigliere del Capo dello Stato, Loris D’Ambrosio il quale arrivò anche a sospettare che fossero stati sottoscritti «indicibili accordi» tra Stato e clan. Quelli di D’Ambrosio, nel frattempo deceduto, rimasero dei sospetti. Indagando su Mancino, tuttavia, i pm di Palermo intercettarono involontariamente alcuni colloqui tra quest’ultimo e Napolitano. La procura chiese a questo proposito di distruggere le telefonate irrilevanti e di conservarne altre che avrebbero potuto tornare utili in futuro. Nel 2012 Napolitano solleva però un conflitto di attribuzione davanti alla corte Costituzionale sostenendo che quelle intercettazioni fossero illegittime e non potessero divenire oggetto di valutazione se non nell’ambito del reato di alto tradimento o attentato alla Costituzione. Il 4 dicembre 2012 la Consulta ha dato ragione a Napolitano e ordinato l’immediata distruzione dei colloqui.

Trattativa Stato-mafia, Mancino: “Io vittima di un teorema ora crollato”. Concetto Vecchio su La Repubblica il 25 settembre 2021. L'ex presidente del Senato: "Il verdetto d'appello cancella in un colpo ciò che la procura di Palermo aveva costruito in dieci anni. Di Matteo fu molto duro nei miei confronti, ma poi non fece ricorso contro la mia assoluzione"

Nicola Mancino, cosa ha provato quando ha saputo dell'esito della sentenza Stato-mafia?

"Ho pensato che il verdetto cancellava d'un colpo ciò che la Procura di Palermo aveva costruito in dieci anni di indagini. È crollato un intero castello d'accusa".

Se l'aspettava?

"Sì e no, però trovo che abbia ragione il maestro Giovanni Fiandaca: i suoi allievi pubblici ministeri hanno preso una cantonata".

Mancino: «Io vittima di un teorema ora crollato». Parla l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, assolto in primo grado dall'accusa di falsa testimonianza nell'ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia. Il Dubbio il 26 settembre 2021. «Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo. Sono stato volutamente additato ad emblema di una trattativa inesistente, relegato perciò per anni in un angolo. Non mi invitavano più neanche al Senato». A dirlo, in un’intervista a La Repubblica, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, assolto in primo grado dall’accusa di falsa testimonianza nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia. L’accusa non fece ricorso in appello. «Alla fine mi è stata resa giustizia. Ma che sofferenza!», racconta. Nell’estate del 1992 «lo Stato venne colto di sorpresa – spiega -. Col senno di poi dobbiamo ammettere che non era preparato. Dobbiamo aggiungere che da allora la lotta alla mafia è stata efficace». Per Mancino gli attentati a Falcone e Borsellino «erano eventi non prevedibili». E alla domanda su cosa abbia provato quando ha saputo dell’esito della sentenza Stato-mafia, Mancino risponde: «Ho pensato che il verdetto cancellava d’un colpo ciò che la Procura di Palermo aveva costruito in dieci anni di indagini. È crollato un intero castello d’accusa». Secondo Mancino, «trovo che abbia ragione il maestro Giovanni Fiandaca: i suoi allievi pubblici ministeri hanno preso una cantonata». In aula il pm Nino Di Matteo lo accusò di omertà istituzionale. Un giudizio «ingeneroso», secondo Mancino: «Di Matteo fu molto duro nei miei confronti, dopodiché non fece ricorso in appello in seguito alla mia assoluzione». Una contraddizione, sostiene, «ma prese senz’altro la decisione più giusta». Sulla posizione di Ingroia, secondo cui la sentenza conferma la trattativa, Mancino è chiaro: «Penso che la trattativa non ci fu. Mi rifiuto di credere, da un punto di vista culturale e politico, che lo Stato potesse cedere alla mafia. Ciò premesso, prima di esprimere dei giudizi bisognerebbe sempre leggere le motivazioni». In ogni caso, secondo l’ex ministro, il processo non andava celebrato. «Voglio anche precisare che la trattativa non ha mai riguardato la mia persona. Ho sempre fatto il mio dovere io».  Nonostante la sofferenza, Mancino non ha chiesto un risarcimento allo Stato. «Qualche tentazione l’ho avuta. Poi ho pensato che sarebbe stato come fare causa contro me stesso, perché ero e sono un uomo dello Stato. E in fin dei conti per me era più che sufficiente l’assoluzione piena maturata in tribunale».  E nonostante ciò non firmerà i referendum sulla giustizia. «Ritengo che una materia così complessa come la giustizia, che pure ha bisogno di riforme, debba essere affrontata in Parlamento».

Trattativa Stato-Mafia, Martelli: "I carabinieri agivano in modo anomalo, ma non era un reato".  Gabriele Bartoloni su La Repubblica il 25 settembre 2021. L'ex ministro della Giustizia all'epoca dei fatti: "Se qualcuno tratta con la mafia per avere dei vantaggi personali è un conto, ma se lo si fa per trovare prove è un'altra cosa". Claudio Martelli era ministro della Giustizia all'epoca della "trattativa Stato-mafia". In trent'anni non ha mai cambiato opinione: "C'era un anomalia nel comportamento degli ufficiali - ammette l'ex Guardasigilli - ma di certo non un reato". Martelli parla di Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, gli ufficiali del Ros assolti in appello dai giudici di Palermo insieme all'ex braccio destro di Berlusconi Marcello Dell'Utri.

Anna Maria Greco per “Il Giornale” il 25 settembre 2021. Claudio Martelli, ministro della Giustizia tra il '91 e il '93, all'epoca delle stragi di mafia, e sostenitore della linea dura contro Cosa nostra, legge le vicende dei due processi di Palermo come uno scontro di potere tra pm e carabinieri e un tripudio di ambizioni personali. «Purtroppo se i pm vogliono scrivere la storia politica si generano disastri. Loro devono accertare i reati». 

Con la sentenza d'appello crolla il teorema della trattativa Stato-mafia, affermato in primo grado nel 2018?

«No, anzi viene confermato che c'è stata una trattativa tra apparati dello Stato, nello specifico i Ros dei carabinieri, con esponenti di Cosa Nostra come Ciancimino, per avere informazioni utili per le indagini, evitare nuove stragi e catturare Totò Riina. Ma un conto è la trattativa di un privato cittadino, un conto è quella di rappresentanti delle istituzioni con mafiosi, per convincerli a collaborare con la giustizia, offrendo benefici. Qualcosa che si fa spesso, sempre...».

Lei ha sempre parlato di cedimento dello Stato, diverso da una trattativa.

 «Verissimo e lo confermo. Nel maggio e poi nell'ottobre del '93, quando il mio successore alla Giustizia Conso tolse dall'isolamento del carcere duro prima 100 poi 300 mafiosi fu un atto di cedimento, un errore politico gravissimo. Ma non è un reato pensare, sbagliando, che così sarebbero finite le stragi». 

Conso disse di aver voluto mandare un «segnale di disponibilità all'ala moderata di Cosa nostra, guidata da Provenzano».

«Fu un errore colossale. Ma sull'iniziativa dei Ros di trattare con Ciancimino ci sono stati 5-6 processi, ingiusti, mentre sull'errore di Conso non ce ne potevano essere». 

Lei è sempre stato contrario ai contatti con Ciancimino.

«Mi lamentai con i superiori di Mori e Di Donno per la loro iniziativa, però al massimo si potevano individuare responsabilità professionali, disciplinari non certo penali. Avevamo appena varato la Dia e la Dna, per creare un coordinamento per i delitti di mafia tra intelligence, polizia, carabinieri e guardia di finanza. E invece Mori fece per conto suo. Chiesi perché non avesse informato i suoi superiori, lui poi spiegò di aver parlato con Subranni. Ma perché, invece, non informò il nuovo organo unitario?».

Si seguivano le vecchie logiche....

«È così, ma trattare con la mafia è altro. Qualche mese fa è stato liberato Giovanni Brusca, l'assassino materiale di Falcone, dopo una trattativa di anni perché collaborasse in cambio di un trattamento speciale, di sconti di pena. Una trattativa, appunto. L'intelligenza di questa sentenza non è che manda assolti tutti, ma che dice: non ci sono reati». 

L'assoluzione dell'ex ministro Mannino, considerato uno dei tramiti del ricatto mafioso, aveva già demolito il castello di carte dei pm palermitani?

«Beh sì, aveva tolto il mattone su cui avevano costruito tutto l'edificio».

Da ex Guardasigilli come giudica un processo che per un decennio ha impegnato il sistema giudiziario, condannato militari e politici ora assolti e costruito l'immagine infamante di uno Stato che scende a patti con la mafia, mentre ora rischia il fallimento?

«Lo giudico un disastro. All'origine di tutto c'è la condotta della procura di Palermo, guidata da Gian Carlo Caselli. I carabinieri prima furono accusati di non aver perquisito il covo di Riina dopo l'arresto (risposero che volevano vedere chi andava lì), poi di aver favorito la latitanza di Provenzano. C'è una lotta infinita tra corpi dello Stato all'origine dei processi. I pm volevano riaffermare il loro potere sui carabinieri, dire noi comandiamo e voi siete sottomessi all'autorità giudiziaria».

C'era un disegno politico?

«All'epoca era questione di potere, poi che nel tempo qualcuno abbia puntato a bersagli politici...».

Berlusconi, a capo del governo?

«Non c'è dubbio, sì. Quando i pm vogliono scrivere la storia si generano disastri». 

Con quest' ultima sentenza, come si riscrive la storia di quegli anni?

«Una storia di lotte di potere e ambizioni personali spropositate. Un episodio di cui sono testimone: Caselli era procuratore di Torino e nel dicembre 92 fu nominato a Palermo, mi chiese di posticipare l'insediamento di 30 giorni, perché aveva un importante processo, diedi l'assenso, ma pochi giorni dopo fu catturato Riina e si precipitò a Palermo, come avesse guidato l'operazione, per essere in conferenza stampa. Ambizione, vanità, il piatto era troppo gustoso per non ficcarcisi».

Di ambizioni personali se ne sono viste diverse. Ingroia?

«Un magistrato che scrive un libro e lo intitola: Io so. Nelle prime pagine avverte di non poter provare ciò che dice, come se non fosse un magistrato che questo deve fare. Poi si dimette, accetta un incarico in Guatemala, torna e fonda un movimento che fa flop. Che dire: una risata lo seppellirà».

"La trattativa Stato-mafia nel 1992 ci fu ma non è reato". Assolti Mori, De Donno e Subranni. Non colpevole Dell'Utri. Condannato solo Bagarella. Salvo Palazzolo su La Repubblica il 23 settembre 2021. La Corte d’assise d’appello di Palermo demolisce la sentenza di primo grado del processo “Trattativa Stato-mafia”. Arriva l’assoluzione per l’ex senatore Marcello Dell’Utri ("per non avere commesso il fatto"), per gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni ("perchè il fatto non costituisce reato"), in primo grado erano stati condannati a 12 anni. Assoluzione anche per l’ex colonnello Giuseppe De Donno, che aveva avuto 8 anni. Tutti erano imputati del reato di minaccia a un corpo politico, minaccia lanciata dai mafiosi con le bombe. La corte ha confermato invece la condanna per i boss Leoluca Bagarella, riducendola da 28 a 27 anni di carcere, e Antonio Cinà, 12 anni. Segno che la minaccia mafiosa ci fu, con le bombe del 1992 (Capaci e via d'Amelio) e del 1993 (tra cui via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano), ma gli uomini delle istituzioni imputati non la trasmisero ai vertici governativi. E nessuno, nel palazzo del governo, raccolse il ricatto. L'accusa per Bagarella è stata riqualificata in tentata minaccia al governo Berlusconi. Questa la decisione del collegio presieduto da Angelo Pellino (a latere Vittorio Anania) tre anni e mezzo dopo la sentenza di primo grado, che era stata emessa dalla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto, il 28 aprile 2018. Una decisione che respinge le richieste dei sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che avevano sostenuto l’accusa in secondo grado.

Nel corso del dibattimento era stata già dichiarata prescritta la condanna di Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, che in primo grado aveva avuto 8 anni per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La sentenza conferma la prescrizione per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.

Il ruolo degli ex ufficiali del Ros

Nella ricostruzione dei pubblici ministeri del primo grado (Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi), la trattativa fra Stato e mafia sarebbe stata articolata in due fasi. Nel 1992, gli ufficiali del Ros avrebbero cercato di fermare la strategia delle bombe intavolando un dialogo segreto con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Dialogo mai negato dagli ufficiali finiti sotto accusa. Anzi, rivendicato, come “operazione di polizia” finalizzata non a concessioni, ma alla cattura di Riina. "Giammai, una trattativa può essere ritenuta illecita né sotto il profilo politico, né sotto quello giuridico – hanno argomentato gli ex ufficiali nel processo – competendo al potere esecutivo e alle forze dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire l’ulteriore commissione di gravi crimini". Mori, Subranni e De Donno avevano peraltro sempre negato di avere mai ricevuto il “papello” con le richieste di Riina per fermare le stragi.

Ricostruzione che in primo grado non era stata accolta. La sentenza di condanna aveva contestato "il dolo specifico di colui che abbia lo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso o che comunque abbia fatto propria tale finalità". L’assoluzione di oggi dice invece che l’attività degli ufficiali del Ros fu lecita. E accoglie in pieno la linea della difesa, sostenuta dagli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito.

Le accuse a Dell’Utri

Per l’accusa, ci sarebbe stata anche una seconda trattativa dopo l’arresto di Riina, fra il 1993 e il 1994, condotta dal boss Bernardo Provenzano e dall’ex senatore Marcello Dell’Utri. Quest’ultimo, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, era stato ritenuto responsabile di aver fatto da “cinghia di trasmissione” di un’altra minaccia; destinatario finale, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dal maggio 1994 al suo primo governo. Per i giudici di primo grado, il messaggio era stata recapitato, e anche accolto: stava infatti per essere approvata una norma che avrebbe fatto un gran favore ai boss. Questo veniva ricostruito nella sentenza della corte d'assise. Nel decreto Biondi era previsto che l’arresto per i mafiosi non sarebbe stato più obbligatorio in assenza di “esigenze cautelari”. Poi, un’intervista dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni fece saltare l’approvazione.

Adesso, la sentenza d’appello fa cadere anche questa ricostruzione.

Sentenza Trattativa, il post choc del fratello dell'agente ucciso con Borsellino: "Grazie anche a nome di Claudio". Salvo Palazzolo su La Repubblica il 24 settembre 2021. Lo sdegno di Luciano Traina, poliziotto in pensione: "Non possiamo dimenticare le parole di Brusca. La trattativa, che oggi dicono non fu reato, accelerò la strage di via D'Amelio". E' arrabbiato Luciano Traina, il fratello di uno degli agenti di scorta morti con il giudice Paolo Borsellino, il 19 luglio 1992. "Grazie anche a nome di Claudio", ha scritto su Facebook dopo la sentenza della corte d'assise d'appello di Palermo che ha assolto Mori e Dell'Utri. Ha postato una foto del funerale. Luciano Traina è un ex poliziotto della squadra mobile di Palermo, uno di quelli che arrestò Giovanni Brusca, il mafioso che azionò il telecomando della strage di Capaci.

Perché questo post?

"Ci hanno detto che la trattativa non fu reato. Ma non possiamo dimenticare che quel dialogo segreto dei carabinieri del Ros con l'ex sindaco Ciancimino accelerò la morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi della scorta. L'ha detto Giovanni Brusca, riferendo le parole di Totò Riina nel giugno 1992: “Si sono fatti sotto, dobbiamo dare un altro colpetto”. Ovvero, il capo di Cosa nostra volle alzare il prezzo della trattativa. E diede mandato di organizzare la strage di via D'Amelio".

I giudici della corte d'assise d'appello hanno detto però che quel dialogo segreto avviato con l'ex sindaco mafioso di Palermo non fu reato.

"Sono amareggiato. Io ho fatto il poliziotto per tanti anni a Palermo, alla squadra mobile. Mai mi sarei sognato di andare a dialogare con i vertici dell'organizzazione mafiosa. Se l'avessi fatto, mi avrebbero arrestato".

Erano anni in cui non c'erano intercettazioni così sofisticate come oggi per fare le indagini. I carabinieri si sono sempre difesi dicendo che quel dialogo segreto con Ciancimino fu un'operazione di polizia, per entrare nei segreti di Cosa nostra.

"In quegli anni, c'era già la possibilità di fare intercettazioni. Con i miei colleghi siamo entrati dentro tanti segreti di mafia. La squadra mobile di Palermo ha arrestato fior di latitanti protagonisti delle stragi grazie alle intercettazioni, non certo facendo trattative".

Cosa succede adesso? Un pezzo consistente del movimento antimafia si è fondato sull'inchiesta Trattativa.

"Mi verrebbe di abbandonare tutto. Ma poi penso: che messaggio è stato dato ai giovani con questa sentenza? Un messaggio devastante: trattare con la mafia non è reato. E allora mi dico che devo continuare ad andare nelle scuole e nelle piazze. Per testimoniare i valori per cui sono morti Paolo Borsellino, mio fratello Claudio e tanti martiri di Palermo".

Trattativa Stato Mafia, i misteri di Cinà, il medico di Riina che resta condannato. La Repubblica il 25 settembre 2021. Su un personaggio e i suoi misteri i giudici d'appello della "Trattativa" sono stati d'accordo con i colleghi del primo grado: Antonino Cinà, il medico del capo dei capi Totò Riina, rinchiuso all'ergastolo, è la figura chiave di questa storia tutt'altro che chiusa. È l'unico imputato che si è visto confermare la condanna: 12 anni. Nessuno ha avuto dubbi sulla ricostruzione fatta dal pool di Palermo: "Prima fece da tramite tra l'ex sindaco Vito Ciancimino e Riina, per recapitare a quest'ultimo la sollecitazione alla trattativa pervenuta a Ciancimino dai carabinieri - scriveva la corte d'assise di primo grado, presieduta da Alfredo Montalto - poi, fece ancora da tramite tra Riina e Ciancimino per recapitare a quest'ultimo...

“IO, POLIZIOTTO ANOMALO A PALERMO”. Giampaolo Pansa il 3 settembre 1998 su La Repubblica, inviato a Palermo. Lei vuol sapere perché non vado alla fiaccolata del 3 settembre? Per dare la risposta più completa, dovrei farle vedere l'immagine che ho nella memoria. E' l'immagine di mio padre, Lenin Mancuso, steso sul lettino del pronto soccorso all' ospedale di Villa Sofia, nudo, sforacchiato da otto colpi, sei di carabina automatica Winchester e due di revolver calibro 38, coperto di sangue, cianotico, gli ultimi respiri sempre più corti, affannosi, un ansimare sordo che diventa rantolo.... Carmine Mancuso, ispettore-capo di polizia a Palermo, ha 40 anni, ma conserva una faccia da ragazzo e un carattere conseguente: istintivo, ribelle, dolcissimo, impetuoso, ironico. E' il presidente del Coordinamento Antimafia, libera associazione di cittadini che s' è fatta un'ottima (o pessima) fama replicando con durezza e Sciascia e alla figura da lui creata, quella dei professionisti dell'antimafia. Winchester e Kalashnikov Ripensata oggi, in una Palermo sospesa sul baratro del proprio futuro, una Palermo che potrebbe tornare indietro di anni, all' età dell'anti-Stato mafioso imperante con i suoi comitati d' affari sorretti dalle raffiche dei Winchester e dei Kalashnikov, la costruzione sciasciana sembra ancor più priva di senso. Quali professionisti? Piuttosto poveri cristi, che ogni mattina riprendono la resistenza contro un potere smisurato. Gente con storie personali che spiegano come la rabbia della Palermo 1988 abbia radici lunghe, ben infisse in un passato dove tutto si tiene. Racconta Carmine Mancuso: Mio padre era nato in un paese di Calabria, Rota Greca. Pensi alla sua data di nascita: il 6 novembre 1922, nove giorni dopo la marcia su Roma. Mio nonno era un socialista libertario iscrittosi al Pci appena fondato, e volle chiamare quel figlio Lenin. Un nome pesante per i tempi. Ma fu portato bene, anche dentro un mestiere dove chi si chiamava Lenin non aveva vita facile. Il mestiere di mio padre era il poliziotto. Nel 1943 entrò nella Squadra mobile di Palermo e lì rimase tutta la vita, raggiungendo il grado di maresciallo. Alla fine era un po' la memoria storica della Mobile palermitana: il sottufficiale che aveva visto tutto, dalla lotta al banditismo sino alla guerra di mafia, sempre più estesa, brutale, gonfia di sangue. In questa guerra, Lenin Mancuso incontra l'uomo accanto al quale morirà: Cesare Terranova, magistrato. Papà cominciò a lavorare con lui quando Terranova impostava l'indagine che poi sarebbe sfociata nel processo ai 114, a Catanzaro, quello con Liggio, Buscetta, Gerlando Alberti. Fu l'inizio d'un rapporto non soltanto professionale, ma d' una amicizia. Un legame fortissimo che continuò anche quando Terranova, eletto deputato con la Sinistra indipendente, interruppe il mestiere di magistrato per lavorare a Roma nella Commissione Antimafia, quella alle prese con le mutazioni dell'anti-Stato mafioso che scopriva la droga, la grande finanza, la compenetrazione sempre più intima con un potere politico deviato. Nell' estate 1979, dopo due legislature, Terranova decise di riprendere il lavoro di giudice. Lo ricorda quel tempo e quel clima? mi chiede Carmine La forza di Cosa Nostra s' espandeva trovando pochi ostacoli. Ma anche lo Stato dei cittadini disponeva di buoni combattenti a Palermo. La Procura era guidata da Gaetano Costa. Il capo della Mobile era Boris Giuliano, che stava inoltrandosi sul terreno minato del riciclaggio di denaro sporco. Infine c' era Terranova, destinato a diventare capo dell'Ufficio Istruzione. Anche i sassi sapevano che, una volta insediato in quell' incarico, Terranova non sarebbe rimasto a dormire. E poi l'esperienza di anni d' Antimafia gli consentiva di veder più in profondo di altri, di cogliere con maggior sicurezza certi intrecci, certi nessi, certe complicità sepolte. Terranova, Costa e Giuliano al lavoro insieme: ecco un rischio grave per Cosa Nostra, da evitare con una spietata prevenzione. Per prima fu decisa la morte di Boris Giuliano. La mattina del 21 luglio 1979, appena uscito di casa, mentre sorbiva un caffè al Bar Lux di via Di Blasi, il capo della Mobile fu ucciso. Racconta Carmine: Quel giorno io ero di servizio alle volanti. Papà mi chiamò da Sciacca dove stava in ferie. Mi parlò angosciato. Conosceva da anni Giuliano, l'aveva visto crescere, gli voleva bene, era il suo capo. Nel parlarmi, mi trasmise una sensazione di paura: Prevedo cose funeste disse. Poi ci furono i funerali, la Mobile in lutto, commozione, tensione. La risposta dello Stato? Soprattutto parole. Venne l'agosto e poi settembre. In attesa dell'incarico all' Ufficio Istruzione, Terranova faceva il presidente di sezione alla Corte d'appello. Ogni mattina mio padre andava a prenderlo a casa. Parcheggiava l'utilitaria in via Rutelli, saliva dal giudice, poi entrambi andavano a Palazzo di Giustizia. No, niente auto blindata. Viaggiavano sulla 131 di Terranova, lui al volante, papà a fianco, armato della Beretta d' ordinanza. Il martedì 25 settembre, Terranova doveva presiedere un processo. Il giudice e il maresciallo s' avviarono al lavoro. La 131 stava partendo quando fu affiancata da due giovani. Quello dalla parte di Mancuso cominciò a sparargli col Winchester. L' altro tirò sul giudice con la calibro 38. Terranova morì subito. Mancuso fu trovato ancora vivo, reclinato sul magistrato, quasi a proteggerlo. Aveva la mano destra sulla fondina della pistola che non aveva fatto in tempo ad estrarre. Era un uomo bellissimo... Io stavo a casa e fui avvisato dal funzionario di turno alla sala operativa. Corsi a prendere mia madre e andammo a Villa Sofia. Entrai d' impeto nella sala di medicazione. Mio padre era un uomo bellissimo, alto, slanciato, capelli neri ondulati, un attore del cinema. Dimostrava molto meno dei suoi 56 anni, c' è un acquarello di Guttuso che lo ricorda così. Lo vidi là, straziato dal Winchester, rantolante. Il medico mi cacciò via con un grido. Dopo qualche minuto, uscì anche lui, facendo un gesto di sconforto. Trascorsero poco più di tre mesi, poi gli squadroni della morte di Cosa Nostra ripresero il lavoro di prevenzione: a gennaio dell'80 uccisero il presidente della Regione, Mattarella, in maggio il capitano dei carabinieri Basile, in agosto il procuratore capo Costa. Nel frattempo, l'inchiesta sull' assassinio di Terranova e Mancuso s' era diretta verso Luciano Liggio, presunto mandante per motivi di rancore nei confronti del giudice. Ma Liggio fu assolto, sia pure con dubbio, tanto in primo che in secondo grado. Carmine ha una sua certezza: Liggio il mandante? Ridicolo. E' un'ipotesi che non rende giustizia alla logica. Quello di Terranova è stato un assassinio politico, l'anello d' una catena di delitti politici che arriva sino ai nostri giorni con l'omicidio dell'ex-sindaco di Palermo Insalaco. Tante morti. Troppe morti. Ma la repubblica italiana non ci ha ancora dato la spiegazione di queste morti. Con l'istinto semplificante di chi mira al nocciolo dei problemi, Carmine aggiunge: A ben guardare, Terranova era il Falcone di quegli anni. Dopo l'esperienza in Parlamento e all' Antimafia, conosceva meglio di prima la mafia, la politica, la magistratura e il modo in cui si muovono, si combattono o s' alleano. Insomma, Terranova forse era in grado di fare ciò che poi i giudici del pool antimafia hanno cominciato a fare, soprattutto con l'istruttoria su Vito Ciancimino, il passaggio a nord-ovest per arrivare al cuore dell'anti-Stato mafioso. Lei mi chiede chi è stato ad uccidere Terranova e mio padre. Vede, non esiste il Grande Vecchio della mafia. Esiste, invece, un coacervo d' interessi o un sistema di potere che impongono certe decisioni alle cosche. Queste decisioni nascono in un contesto politico che non è ancora stato scalfito. Lei lo ha chiamato il Grande Enigma. Qualcuno stava tentando di risolverlo, il pool antimafia guidato da Falcone. Guardi che fine rischia di fare, il pool! Ecco perché non vado alla fiaccolata. Temo che nel corteo ci sia anche gente non estranea a quel contesto, a quegli interessi, a quel sistema di potere che ha deciso certi delitti. E l'immagine di mio padre straziato sul lettino del pronto soccorso, mi rafforza nella decisione. Quell' immagine ha cambiato anche il destino umano di Carmine Mancuso. Io sono il primo figlio di Lenin Mancuso, il figlio della fame, nato in una casa dove allora mancava quasi tutto, tranne l'affetto. Vivevo nell' ammirazione per mio padre e sono entrato in polizia per imitarlo. Ho cominciato a capir qualcosa quando facevo l'agente a Milano. Avevo vent' anni ed ero in servizio a piazza della Scala, il 7 dicembre 1968, mentre gli studenti tiravano le uova marce sulle signore in pelliccia. Mario Capanna ci arringava col megafono: poliziotti, figli del popolo! L' ascoltavo e capivo d' essere dalla sua parte.... Carmine sorride: Mi sento anomalo anch' io, come la giunta di Palermo. Lo confesso: sono stato un poliziotto sessantottino, di nascosto, naturalmente. La sera, in borghese, andavo a cercar Capanna alla Statale. Siamo diventati amici, lo siamo ancora. Certo, erano anni aspri, violenti. Me lo ricordo bene, il collega Annarumma, quando fu ucciso in via Larga nel novembre 1969. Ero in servizio davanti al Palazzo di Giustizia, e da porta Vittoria vedevamo il fumo dei lacrimogeni venire da via Larga. Stavo alla caserma Sant' Ambrogio e quella notte ci ribellammo. Poi ho girato l'Italia e infine sono tornato a Palermo. Qui ho visto una violenza diversa, imparagonabile a quella d' allora: la violenza degli omicidi preparati, annunciati, eseguiti e poi festeggiati nell' impunità. Un' insurrezione della coscienza Quando toccò a mio padre, dapprima provai uno sgomento totale, un'angoscia indicibile, quindi caddi nella paura, nel terrore. Avevo inchiodata davanti agli occhi quella figura sul lettino, coperta di sangue. Poi, dentro di me, ci fu come un'insurrezione della coscienza, una voglia di reagire, di fare giustizia. Questo mi ha dato una specie di corazza, impenetrabile a qualsiasi pressione. E mi son reso conto che per ottenere giustizia la strada è lunga, ci vuole un grande impegno, anche culturale, nella lotta alla mafia. Ma questa lotta bisogna farla tutti i giorni, perché o vince la democrazia o vincono i poteri criminali, non c' è via di mezzo. Anche da questo è nata l'esperienza del Coordinamento Antimafia. Qualche giorno fa, Carmine è stato chiamato a Roma dal capo della polizia, Parisi, che gli ha detto di apprezzarlo e gli ha stretto la mano. Un po' di giorni dopo, a convocarlo è stato il questore di Palermo, Milioni: Mi dispiace, Mancuso, ma abbiamo deciso che lei deve essere protetto da una scorta. L' ispettore Mancuso soffre per questa scorta, per il disturbo che reca ai colleghi. Non la voleva, però ha dovuto accettarla. Ero sereno prima e lo sono adesso dice sorridendo. Lo so, lo so: da quando sto nel Coordinamento Antimafia, certa gente mi definisce impolitico, estremista, giacobino, isolato, esaltato. Ma non m' importa. La verità è che mi piacciono le posizioni nette. Tuttavia, non sono un leader, assolutamente. Non ne ho la statura, l'intelligenza, la cultura. Un leader è il sindaco Orlando. Lui è un'altra cosa! Mi piacciono gli uomini come Orlando, capaci di andare alle radici di certe contraddizioni, anche personali. Su Leoluca Orlando, Carmine il Semplice-Coraggioso mi regala un'immagine che colpisce: La giunta Orlando è una specie di primavera di Palermo. Orlando finirà come Dubcek, l'uomo della primavera di Praga? Spero proprio di no, con tutte le mie forze. Però i carri armati della cattiva politica si sono già messi in moto. Sento il frastuono dei motori. Scorgo il brandeggiare dei cannoni. Sì, settembre sarà un mese aspro, qui a Palermo.

C’è la mafia ma non lo Stato. I giudici demoliscono la trattativa. Condannati solo Bagarella e Cinà: assolto Marcello Dell’Utri. Dunque: Cosa nostra mise le bombe per ottenere qualcosa che secondo i giudici non arrivò. Le motivazioni diranno se gli interventi pro-boss furono solo coincidenze. Enrico Bellavia su L’Espresso il 23 settembre 2021.  Come è ovvio bisognerà leggere le motivazioni. E mai come in questo caso sta lì il perché i giudici d'appello di Palermo, come era stato pronosticato, abbiano escluso la responsabilità degli imputati, per così dire istituzionali, della trattativa Stato-mafia. Lo Stato esce di scena e resta solo Cosa nostra. La precedente assoluzione totale dell’ex ministro Calogero Mannino, faceva cadere un pezzo non da poco della ricostruzione dell’accusa. Veniva meno una dei contraenti del patto e la possibilità che avesse trovato sponda tra i carabinieri.

Ora il nuovo verdetto esclude il coinvolgimento del vertice del Ros, Antonio Subranni, Mario Mori (12 anni in primo grado) e Giuseppe De Donno (8 anni) ma anche quello di Marcello Dell’Utri, l’ex parlamentare forzista, braccio destro di Silvio Berlusconi, già condannato per mafia a 7 anni e a 12 anni nel primo grado di questo giudizio. Gli unici condannati restano Leoluca Bagarella, superstite della colonna mafiosa corleonese che avrebbe gestito il negoziato. Ventisette contro i 28 anni inflittigli in primo grado in riferimento alla minaccia al governo Berlusconi che per i giudici è solo tentata. Otto anni al medico Antonino Cinà, presunto portaordini dei boss, presso gli apparati investigativi. Tuttavia, senza partner, bisognerà capire in che modo i giudici hanno ritenuto che i boss fossero gli unici responsabili dei messaggi recapitati a suon di stragi. L’idea sembra essere quella di un’aspettativa di Cosa nostra non corrisposta. Di desiderata non raccolti. Non ha giovato negli anni lo screditamento complessivo del superteste Massimo Ciancimino, finito qui a giudizio per calunnia, prescritta, nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e che nelle intenzioni dell’accusa costituiva il puntello necessario e imprescindibile dell’intero do ut des mafioso. Ovvero il famigerato papello che per il tramite del padre, l’ex sindaco mafioso Vito, i boss avrebbero fatto arrivare ai carabinieri con le richieste di favore nei confronti del vertice di Cosa nostra in cambio della fine delle bombe. L’ondivaga collaborazione di Ciancimino jr ha minato e fiaccato il processo complice l’enfasi mediatica che aveva circondato il personaggio, finito per essere una bandiera in un clima da stadio per una partita giocata tutta fuori dall’aula di giustizia. La prova regina dell’avvenuto accordo tra Stato e mafia è venuta meno. Resta il fatto che il dialogo con Ciancimino i carabinieri lo hanno avuto. E i giudici hanno finito con il credere che fosse una legittima quanta autonoma iniziativa per ottenere la cattura di Totò Riina, come sostenuto dagli imputati. Il dispositivo nudo e crudo dice solo che i boss ci provarono ma non ottennero ascolto. Resta da capire se e in che modo dovremo rassegnarci a considerare l’accelerazione impressa al progetto di morte per Paolo Borsellino, subito dopo l’eccidio di Giovanni Falcone, le parole di Riina (“Si sono fatti sotto”, “Serve un altro colpetto”, “Erano loro che mi cercavano”) e la teoria di interventi legislativi e governativi per depotenziare i pentiti, far cadere l’efficacia del carcere duro, fino alla cancellazione del 41 bis per decine e decine di imputati, siano solo delle coincidenze. Fatto sta che nel 1994 le bombe cessarono per davvero. E la leadership di Riina che le aveva volute non terminò con la sua cattura il 15 gennaio del 1993. Leoluca Bagarella, suo cognato, rimase ancora libero per un altro pezzo, esportando a Roma, Milano e Firenze la strategia del tritolo. È credibile che continuasse a chiedere senza ottenere nulla? E perché poi si arrese?

Mafia, smontata la trattativa: pm sconfitti. Samuele Finetti il 23 Settembre 2021 su Il Giornale. Assolti i carabinieri e l'ex senatore di Forza Italia Dell'Utri perché il fatto non costituisce reato. Ribaltata la sentenza di primo grado. Tutti assolti. La sentenza di appello del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia demolisce il primo grado e smonta per intero la tesi accusatoria dei pm di Palermo che chiedevano di confermare le condanne di primo grado. Assolti il generale dei Carabinieri Mario Mori, il suo parigrado Giuseppe De Donno e il colonnello Mario Subranni, condannati in primo grado a dodici anni il primo e il secondo, a otto anni il terzo, perché il fatto non costituisce reato. Assolto Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a dodici anni, perché il fatto non costituisce reato. Il dispositivo della sentenza è stato letto poco dopo le 17.00 nell'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. I giudici della Corte d'assise, presieduta da Angelo Pellino, erano entrati in camera di consiglio lunedì. Assolti dunque gli imputati politici e i militari dell'Arma. Pena ridotta da 28 a 27 anni per il boss Leoluca Bagarella, confermata quella a dodici anni per Antonino Cinà, l'ex medico di Totò Riina, confermata la prescrizione per Giovanni Brusca. Nell'aprile del 2018, la sentenza di primo grado aveva stabilito che, nei mesi delle stragi mafiose del 1992 e del 1993, alcuni uomini delle istituzioni avevano fatto da tramite in una vera e propria trattativa con i vertici di Cosa nostra. Più che di una trattativa - questa la tesi dei giudici - si era trattato di un ricatto: i boss avevano preteso l'allentamento della pressione antimafia in cambio di uno stop agli attentati. La trattativa con lo Stato sarebbe poi proseguita fino al 1994, quando entrò in carica il primo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. E a fare da tramite tra il Cavaliere e i boss sarebbe stato Marcello Dell'Utri. Una ricostruzione che la sentenza di oggi rade al suolo. Tra le due sentenze è diventata definitiva l'assoluzione di Calogero Mannino, più volte ministro, che i pm avevano accusato del reato di "violenza o minaccia verso un corpo politico dello Stato". Mannino era stato addirittura accusa di aver promosso la trattativa, nel timore di poter finire nel mirino delle cosche. Tra i primi a commentare l'esito dell'Appello proprio Marcello Dell'Utri: "Sono commosso, è un peso che se ne va dal cuore".

Samuele Finetti. Nato in Brianza nel 1995. Due grandi passioni: la Storia, specie quella dell’Italia contemporanea, che ho coltivato all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureato con una tesi sulla strage di piazza Fontana. E poi il giornalismo, con una frase sempre in mente: «Voglio poter fare, soltanto, una cronaca di fatti e di parole veri». Ostinatamente prezzoliniano

"Un film inesistente, la giustizia funziona". Francesca Galici il 23 Settembre 2021 su Il Giornale. Dopo 25 anni, Marcello Dell'Utri, Mario Mori e gli altri ufficiali sono stati assolti dalla corte d'assise d'Appello di Palermo. L'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri è stato assolto "per non aver commesso il fatto" dalla corte d'assise d'Appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, che ha parzialmente riformato le condanne di primo grado per minaccia a corpo politico dello Stato. I giudici di secondo grado non hanno ritenuto che l'ex politico fosse il collegamento fra la politica e Cosa nostra in quella che viene ritenuta la seconda fase della trattativa del 1993 e 1994. Grande la soddisfazione per l'ex senatore Azzurro, che al termine dell'udienza è stato raggiunto dall'Adnkronos. "Questa assoluzione è una svolta non solo per me ma per la giustizia italiana, questo processo era mostruoso", ha dichiarato Marcello dell'Utri, che finalmente si può togliere anche qualche sassolino dalle scarpe: "Voglio ricordare e ringraziare tutti quelli che mi hanno sostenuto in questi anni mi voglio invece dimenticare tutti gli altri, quelli che odiano. Voglio anche ringraziare le persone e tutti gli amici che mi hanno sostenuto sempre e che hanno creduto nella mia innocenza. Innanzitutto un ringraziamento ai miei familiari e agli amici, che sono tanti, tantissimi. Questa assoluzione è la risposta più bella a tutti gli odiatori". "Quando sono andato a Palermo ad ascoltare le udienze mi sono sentito come un turco alla predica, non capivo di quello che dicevano di che parlavano", ha dichiarato Dell'Utri a Porta a Porta, nella puntata in onda questa sera. L'ex senatore ha proseguito: "Una cosa inesistente, però purtroppo avevo paura che potessero avallare queste cose inventate servendosi dei soliti pentiti che hanno bisogno di dire cose per avere vantaggi per conto loro, servendosi di molta stampa che affianca le procure e soprattutto la procura di Palermo. Non potevo essere certo di un’assoluzione, ma la speravo intimamente". Dell'Utri ha aggiunto: "Credo che questa corte di Assise d'Appello abbia lavorato con criterio, cognizione e coscienza. I miei avvocati hanno smontato il processo dalle fondamenta, era impossibile non riconoscere l'assurdità dell'impianto accusatorio". Una sentenza giunta inaspettata per l'ex senatore: "Io sognavo che mi assolvessero ma allo stesso tempo ero preoccupato. Sono sincero". Soddisfatti anche i legali di Dell'Utri, che hanno parlato di vittoria degli "anticorpi della democrazia". L'avvocato Francesco Centorze è apparso tranquillo al termine dell'udienza: "Dopo anni di processo una sentenza ha ricostituito la correttezza del quadro probatorio arrivando a una soluzione che riteniamo condivisibile. Non ci aspettavamo nulla ma abbiamo lavorato in questa direzione ed eravamo convinti che questo sarebbe stato l'esito, ma aspettarselo è un altro discorso". Una vittoria che per l'ex senatore, però, non sancirà il ritorno alla politica attiva: "Non ci penso nemmeno lontanamente, io preferisco tornare ai miei libri". L'avvocato ha riferito di un Marcello Dell'Utri commosso quando è venuto a conoscenza del risultato. "Aspettiamo le motivazioni prima di esprimere ogni valutazione", ha dichiarato il procuratore generale Giuseppe Fici subito dopo la sentenza d'Appello sulla trattiva Stato mafia che ha assolto l'ex senatore Marcello Dell'Utri. Anche Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo e padre dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia: "Da una parte la Corte d'appello condanna per il reato di minaccia i mafiosi, dall'altro assolve i colletti bianchi. Quindi vuol dire che la trattativa c'è stata e che non è una bufala. Aspettiamo di leggere le motivazioni, ma una sentenza così è difficile da spiegare: solo se fossero stati tutti assolti sarebbe stato ribaltato il giudizio di primo grado con la conseguenza di riconoscere l'assenza della trattativa. Invece la condanna di Cinà conferma il papello e il suo arrivo a destinazione. La minaccia nei confronti dello Stato ci fu. Quindi questa sentenza conferma la trattativa, mentre esclude la responsabilità personale degli imputati condannati come tramite nel processo di primo grado". Anche l'ex generale dei Ros, Mario Mori, che è stato assolto nel processo d'appello sulla presunta trattativa Stato-mafia non nasconde la sua emozione e soddisfazione per il verdetto: "Esprimo solo la mia soddisfazione, non voglio aggiungere altro". Insieme a Mori sono stati assolti anche altri due ufficiali, Giovanni Subranni e Giuseppe De Donno. Condannati, invece, i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà. L'ex presidente del Senato Nicola Mancino subito dopo la lettura del dispositivo del processo d'appello che ha ribaltato il verdetto di primo grado, ha dichiarato: "Il processo è stato lungo in appello viene messo in discussione tutto. Sono contento che ci sia stata questa sentenza però io ci sono arrivato per prima, dal 2018, dopo la sentenza di primo grado". Quindi Mancino prosegue: "La cosiddetta trattativa Stato-mafia alla fine è stata spazzata via da una sentenza di appello fatta scrupolosamente e spazza via l'intera vicenda giudiziaria che non doveva mai iniziare, non ci doveva stare".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

SteZu. per "il Giornale" il 24 settembre 2021. Tabula rasa. Alla roulette dei grandi processi tricolori qualcuno se l'aspettava. C'era già stata l'assoluzione di Calogero Mannino e quella del generale Mori nei cosiddetti processi satellite. Ma nel nostro Paese la scienza giudiziaria ha le sue variabili e quel che è certo può sempre sorprendere. Invece, ecco questo verdetto che - in attesa delle motivazioni - fa a pezzi la sentenza di primo grado e un'indagine che aveva provato a riscrivere un segmento di storia patria. Naturalmente, l'accusa sostiene e sosterrà anche in Cassazione di aver portato fatti e non congetture, ma resta la sostanza: le condanne non ci sono più. E si può anche azzardare che forse i tempi non sono più quelli di qualche anno fa, il vento del giacobinismo si è affievolito. Troppi scandali. Il sistema Palamara. Le critiche da destra ma anche da sinistra ad un modo disinvolto ed autoreferenziale di amministrare la giustizia. «I giudici - ha detto al Giornale Luciano Violante - devono soltanto punire e non riscrivere la storia». Un giudizio sferzante, pronunciato da chi era considerato un tempo il punto di riferimento del mitico partito delle toghe. E invece i Violante, i Cassese, i Nordio hanno fatto scuola: oggi la magistratura cerca una via d'uscita dalla trappola dell'ideologia e le corti sono meno, molto meno condizionate e condizionabili dai pm. La repubblica dei pubblici ministeri è in declino e certe folate girotondine non sono più di moda. Intendiamoci: con ogni probabilità il verdetto di Palermo sarebbe arrivato comunque e sarebbe stato altrettanto tranchant. Però è altrettanto vero che le sentenze sono figlie del tempo in cui vengono pronunciate e questa è un'epoca inedita, popolata di dubbi, di riflessioni, di distinguo. Qualcuno ritiene che ci sia una minore tensione ideale, ma la capacità di un giudice dev' essere quella di leggere un fatto, non di disegnare un affresco che spetta al sociologo, al giornalista, allo scrittore. C'è del nuovo, o almeno così appare nei canali dell'informazione che amplificano le voci delle minoranze più agguerrite, ma il vecchio non se ne vuole andare. Certi schematismi, se non a orologeria quantomeno tempestivi, funzionano tranquillamente come prima. Siamo alla vigilia delle amministrative e ieri, con disarmante puntualità, ecco addensarsi nubi e ombre sulla testa del candidato presidente del centrodestra per la Calabria, Roberto Occhiuto. Occhiuto è in vantaggio, molto avanti, almeno secondo i sondaggi, ma un quotidiano progressista, Domani, mette in prima pagina i «bonifici sospetti al futuro Presidente della Calabria». L'inchiesta, a quel che si capisce non c'è, c'è semmai in azione l'Antiriciclaggio di Banca d'Italia, ma un avviso di garanzia può sempre arrivare. Prima o dopo un articolo, a macchiare un'immagine o a impigliare una carriera. È dal 1992 almeno, dall'esplosione di Mani pulite, che la politica usa le inchieste per regolare i conti e per mettere in difficoltà avversari e outsider. Luca Palamara ha descritto quelle dinamiche nel suo libro, spiegando che a un certo punto la magistratura associata si era compattata contro Salvini. E aveva deciso di dargli torto, anche quando aveva ragione. La cosa sconvolgente è che ora questa deriva è arrivata fin dentro la magistratura, in un gioco di opposte fazioni. E gli stessi pm di Mani pulite, Francesco Greco e Piercamillo Davigo, sono impegnati alla fine della loro brillante carriera in un non esaltante duello. Il verdetto di Palermo potrebbe segnare una svolta garantista, anche se è presto per trarre conclusioni. Di sicuro una parte dei segreti italiani resta custodita in cassetti inaccessibili, ma altri presunti misteri finiscono nel cestino. Erano solo teoremi senza prove.

Trattativa Stato-mafia, le accuse che spiegano la sentenza. Armando Spataro su La Repubblica il 26 settembre 2021. Difficile, se non impossibile, pensare che uomini delle istituzioni volessero rafforzare le iniziative dei boss. Come era prevedibile, la sentenza della II Corte d'Assise di Appello di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia ha generato opposti commenti. In attesa delle motivazioni, è bene discuterne con freddezza, comunque nel rispetto di quanti si sono impegnati per far emergere la verità sulla "zona grigia" che spesso ha caratterizzato i rapporti tra mafia e istituzioni.

La sentenza di Palermo. Fondare la storia della Repubblica sulla teoria del complotto è propaganda. Alberto Cisterna su Il Riformista il 30 Settembre 2021. Non si spegne l’eco della sentenza della Corte d’appello di Palermo. Ed è comprensibile. Per anni si è evocata quell’indagine come la madre di tutte le inchieste sulla mafia. L’esplorazione laboriosa e difficile del territorio infido e melmoso in cui le istituzioni vengono a contatto con il nemico. Oggi si scopre quel che tanti hanno sempre saputo e spesso taciuto: che quel contatto è talvolta inevitabile, necessario anzi indispensabile per capire, annusare l’aria, percepire le direzioni e che non tutto può essere stigmatizzato come cedevole e collusivo. La questione è particolarmente delicata, ma porta dritto al cuore del peggiore dei dubbi: perché le mafie non siano state ancora sconfitte in questo paese, malgrado l’impiego di risorse enormi. Semplificando, sono proprio le opposte tifoserie sul processo palermitano che aiutano a capire: c’è chi pensa che l’avversario non sia stato battuto perché ha a disposizione formidabili complicità nei palazzi del potere che manterrebbero in vita un possente sistema criminale fatto da pezzi di cose varie (politica, servizi, multinazionali e via di seguito), e c’è chi pensa che le politiche repressive abbiano dato risultati straordinari, e impensabili un paio di decenni or sono, e che sia arrivato il momento di mettere da parte lo stato d’emergenza per cogliere la debolezza del nemico e favorirne la sostanziale sconfitta strategica. Troppo banale sostenere che la verità stia in mezzo. Quindi azzardiamo che una delle due fazioni, se proprio non è in torto, quantomeno non abbia del tutto ragione, il ché imporrebbe di per sé vigorose sterzate e dolorose prese d’atto. Al momento è impensabile.

La tesi dello Stato colluso e complice ha sostegni possenti, sedimentati. È sostenuta da dozzine di pubblicazioni, serie televisive, film, interviste, pièce teatrali e già tutto l’armamentario di quella che si potrebbe definire una sorta di “percezione collettiva” della mafia, se non una vera e propria mainstream culturale. A chiedere prove e processi, indagini storiche e ricerche scientifiche che dimostrino questa tesi si perderebbe tempo. Ci sono indizi, sospetti, suggestioni, convergenze, sovrapposizioni, tutta roba buona per quella che una volta si sarebbe definita la cultura del sospetto e che oggi è, come detto, soltanto una sorta di percezione prevalente. Il processo sulla Trattativa doveva essere, voleva essere, la prova definitiva di questa teoria del tradimento dentro le mura dello Stato. Le condanne per mafia di uomini politici o di appartenenti di primo piano alle istituzioni, in decenni di processi, si contano sulle dita di una mano o quasi; anche a voler conteggiare qualche prescrizione (operazione spericolata sotto un profilo giudiziario e anche morale, ma passi) non si arriverebbe alla decina e poco più. Un bottino magro, magrissimo. Fondare una storia della Repubblica su queste basi sarebbe pura propaganda, lo si fa’ ma con sempre maggiore imbarazzo tra storici e giuristi di rilievo (Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca tra i primi). La sfida lanciata con la Trattativa era, quindi, di grande importanza anche al di là, sia consentito dirlo, del destino degli imputati. È doloroso dirlo per quelle vite sfregiate, ma c’è sinceramente da ritenere che la Weltanschauung, la visione del mondo che costituisce il retroterra ideologico di quell’inchiesta prescinda del tutto dalle singole individualità, dai nomi di quegli imputati. Erano piuttosto rilevanti ruoli, posizioni apicali, topografie istituzionali, non nomi e cognomi, perché solo così poteva aver conferma la tesi di fondo di uno Stato parallelo, neppure clandestino, che opererebbe in sintonia con la mafia. Quindi sbaglia, e non poco, chi si limita a sostenere che vi sia stata una persecuzione contro Tizio o Caio. L’errore di questa lettura dei fatti è esiziale, perché non si confronta con l’essenza più intima di quell’impostazione che ha visto – è opinione personale – operare magistrati in assoluta buona fede, ma sospinti dalla necessità impellente di tradurre in una sentenza una precisa visione del mondo, dello Stato, della mafia e che si è consolidata in settori non trascurabili della società e della magistratura italiana. La storiografia, la sociologia, le scienze sociali in genere, volendo, sarebbero chiamate a uno sforzo immane per ricostruire questo quadro d’insieme e individuare le tappe attraverso cui questa mistica del complotto si è venuta sedimentando negli strati profondi della coscienza collettiva. Di fatto agevolando le stesse mafie che enorme vantaggio hanno tratto, nel giogo tirannico sulle popolazioni vessate, dall’essere immancabilmente descritte come fenomeno perpetuo, intangibile, invincibile, sproporzionato. Un gioco degli specchi. Ammoniva Carl Schmitt «attenzione a chi definisci come tuo nemico, perché definendo il tuo nemico definisci te stesso» (Ex captivitate salus) e in troppi ancora, non sempre in buona fede, descrivono il nemico solo per descrivere se stessi e disegnare le proprie ambizioni. Alberto Cisterna

La lezione della sentenza sulla Trattativa. Cosa ci insegna la sentenza Stato Mafia: Pm a caccia di segreti, non seguono fatti ma idee. Alberto Cisterna su Il Riformista il 26 Settembre 2021. Nulla ci sarebbe di più sbagliato del tentativo di mettere sul banco degli imputati, lasciato sgombro dagli uomini delle istituzioni, gli investigatori che hanno approntato e portato al suo epilogo il processo sulla cosiddetta Trattativa. Sarebbe un errore anche perché, in linea di mero principio, con loro dovrebbero essere chiamati a discolparsi i giudici di primo grado che, a Palermo, quell’ipotesi hanno non solo condiviso, ma addirittura proclamato come verità «al di là di ogni ragionevole dubbio». Il solo buonsenso porta a comprendere che non funziona così e che sarebbe bene mettere da parte liste di proscrizione, contumelie personali e disdicevoli ironie. Tre gradi di giudizio hanno in sé il rischio del metronomo, della contraddizione, dell’antinomia. Dalla condanna all’assoluzione o viceversa. È normale che accada. È giusto che accada. Il paese dovrebbe uscire rassicurato dalla sentenza d’appello che conferma – a dispetto di campagne giornalistiche unilaterali contro alcuni imputati, assalti mediatici di vario genere, racconti incontinenti della obiettività – che i giudici non sono una falange o una coorte che organizza complotti e coltiva progetti eversivi. Malgrado, è vero, esponenti di spicco della magistratura, logge, corpuscoli affaristici, genuflessioni carrieristiche consegnino un’impressione del tutto diversa. Punto e capo, quindi. Sarebbe sciocco pensarlo. La ferita sanguina, il lacerante destino di servitori dello Stato stimati tra i migliori, dozzine di libri, articoli, interviste, reportage, manifestazioni di piazza costituiscono il lugubre corteo funebre che accompagna la sentenza di ieri e con le ceneri di questa cremazione collettiva occorrerà pur fare i conti da oggi in poi prima di disperderle frettolosamente al vento o metterle sotto un pesante zerbino. Trarre un insegnamento se possibile. Settori di punta della magistratura italiana, segmenti importanti di essa, fortemente orientati ideologicamente, hanno sviluppato per decenni la cultura del processo, meglio delle indagini, come l’unico strumento capace di scoperchiare verità nascoste, di aprire armadi sigillati, di dischiudere nebbie fitte. Troppe investigazioni sono partite e partono senza un obiettivo preciso e si muovono nella convinzione che esistano solo verità apparenti; che per forza il male non può essere banale, ma ci sia un ordito a maglie fittissime da dipanare. Un approccio che era, e resta, possibile grazie a una disponibilità quasi illimitata di mezzi e di uomini e che si sviluppa grazie al monopolio nell’uso della polizia giudiziaria, dei pentiti, delle intercettazioni. Tutti ambiti, si badi bene, in cui non sono mancate gravissime manipolazioni, rese possibili anche dalla costituzione di vere e proprie cordate investigative che si sono spostate coralmente da una Procura all’altra replicando azioni e deviazioni. Se sull’esito di un’indagine si giocano, insieme, le carriere di giornalisti, poliziotti, pubblici ministeri e giudici è evidente che il rischio che qualcosa vada per il verso sbagliato è dietro l’angolo. C’è gente in buona fede e gente che lo è, come dire, un po’ meno. C’è chi costruisce a tavolino indagini da lanciare sulle prime pagine dei giornali e chi pazientemente dipana la propria matassa. Ma lo scenario di fondo resta lo stesso. Tutto è reso possibile dall’illimitata convinzione o dalla furbesca percezione che l’indagine possa anche non procedere dai fatti, ma si possa piuttosto piegare per avvalorare e dimostrare quanto si è prima deciso a tavolino che debba per forza esistere in natura da qualche parte. Un’esplorazione alla cieca nel cosmo e nella materia grigia o nera che lo occuperebbe. Un approccio non solo metodologicamente fallace e intellettualmente pericoloso, ma che sconta il prezzo enorme di essere incline a tagliare tutte le contraddizioni, annacquare tutte le aporie, sino a nascondere verbali, manipolare intercettazioni, stralciare atti, ammutolire pentiti distonici o, semplicemente, ignorare altri fatti. Non dipende, in genere, dalla capacità o dall’onestà intellettuale di questa o quella toga, ma dal fatto che l’indagine (e talvolta compiacenti investigatori) si presta naturalmente ad assecondare la bulimia conoscitiva o anche solo le convinzioni ideologiche dell’inquirente. Inquisitio generalis la si chiamava un tempo. Mancando fatti precisi, per i fatti più gravi un orizzonte temporale di riferimento nel passato – e persino nel futuro attraverso il falò delle tesi avverse con la mistica di depistaggio – e senza finanche una dimensione spaziale di contenimento, l’inchiesta si nutre di convinzioni, mette in convergenza fatti diversi, riallinea geometrie sghembe e genera, alla fine, un risultato esteticamente apprezzabile da vendere mediaticamente. E si agglutina il consenso.

Tutta roba da correggere e profondamente. La riforma Cartabia, contenendo a esempio i tempi delle indagini, appresta un primo, marginale rimedio. Ma è chiaro che altri scenari e altre soluzioni si impongano. Da questo punto di vista il processo concluso a Palermo – insieme ad altri si badi bene – si offre in ogni caso – e a prescindere dall’esito in Cassazione – come l’occasione per una più profonda riflessione sulle spinte ideologiche, politiche, storiche e morali che muovono l’inchiesta penale e su come esse possano tradursi in imputazioni e sentenze. Un lavoro che compete agli storici, quelli veri, che vogliano ricostruire attraverso quali percorsi nel processo italiano (e in nessuna altra parte al mondo) si sia potuta innescare una tale deriva. Un’azione che spetta alla politica che dovrebbe uscire dalla logica delle tifoserie e rivendicare il compito di accertare verità che le prove non possono ormai raggiungere. Alberto Cisterna

"Toghe sempre divise sulla trattativa Stato-mafia. Csm, serve il sorteggio per abbattere le correnti". Anna Maria Greco il 26 Settembre 2021 su Il Giornale. L'ex magistrato candidato alle Suppletive di Roma sulla sentenza di Palermo: &quo