Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

LA MAFIOSITA’

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L'alfabeto delle mafie.

In cerca di “Iddu”: “U Siccu”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il delitto Mattarella.

La Cupola.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Intimidazioni.

Non era Mafia, ma Tangentopoli Siciliana.

La Dia: Il Metodo Falcone.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare: segui i soldi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato - ‘Ndrangheta.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Camorra.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Depistaggio di via D’Amelio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il dossier mafia-appalti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P2 ed i Massoni rinnegati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P4.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il misterioso “caso Antoci”. (Segue dal 2020)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Cesare Terranova.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Antonino Scopelliti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Nino Agostino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro De Mauro.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro Rostagno.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Don Peppe Diana.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La ‘Ndrangheta.

Cosa Nostra. 

Cosa nostra cambia nome: l’Altare Maggiore.

La Mafia romana.

La Camorra. La Mafia Napoletana.

La Mafia Milanese.

La "Quarta mafia" del foggiano.

La Mafia Molisana.

Mala del Brenta: la Mafia Veneta.

La Moralità della Mafia.

La Mafia Molisana.

Mala del Brenta: la Mafia Veneta.

La Mafia Nigeriana.

La Macro Mafia.

La Mafia Statunitense. 

La Mafia Cinese.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-AntiMafia.

Non era mafia: era politica.

Santi e Demoni.

I Mafiologi.

L'Antimafia delle Star.

Giovanni Brusca ed il collaborazionismo.

Il Pentitismo.

Hanno ucciso Raffaele Cutolo.

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Il reato che non c’è. Il Concorso Esterno.

Non era Mafia.

Antimafia: A tutela dei denuncianti?

Sergio De Caprio: Capitano Ultimo.

È incandidabile?

Il Business delle le Misure di Prevenzione: Esproprio Proletario.

Il Business del Proibizionismo.

Il Contrabbando.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …”Viva i Boss”.

La Gogna Parentale e Territoriale.

Il caso di Mesina spiegato bene.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Caporalato a danno delle Toghe Onorarie.

Il Caporalato Parlamentare.

Gli schiavi del volantinaggio.

La Vergogna del Precariato. 

Il caporalato sui rider.

Il Caporalato agricolo.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpa delle banche.

Fallimentare…

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…la Lobby.

Una storia di Casta. Csm, il sistema non cambia per nulla.

Lo Scanno del Giudizio: da padre in figlio.

I dipendenti della presidenza del Consiglio.

I Giornalisti Ordinati.

Gli Avvocati.

I Medici di base.

I Commercialisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

Le Assicurazioni…

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa c’entra la massoneria?

Le inchieste di Cordova e i giudici massoni.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’abbattimento delle case private. Abusivo: Condonato e distrutto.

L’occupazione delle case.

 

 

 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        L'alfabeto delle mafie.

L'alfabeto delle mafie. A come Antimafia. Non solo norme, commissioni e magistrati specializzati. In nessun'altra parte del mondo alle prese con gli stessi problemi si combattono le mafie con il sostegno attivo di una parte della popolazione. In particolare quella giovanile. Isaia Sales su La Repubblica il 16 settembre 2021. Con il termine antimafia ci si riferisce a quell'insieme di norme, apparati e istituzioni predisposto in Italia per la lotta alle mafie: una legislazione speciale (416 bis, reato di associazione mafiosa; 41 bis, carcere speciale per i mafiosi; sconti di pena per i collaboratori di giustizia; introduzione del sequestro e della confisca dei beni; possibilità dello scioglimento degli enti locali per infiltrazione mafiosa) e inoltre magistrati specializzati in materia; forze dell'ordine coordinate; uffici investigativi appositamente costituiti (Dna, direzione nazionale antimafia; DDA, direzione distrettuale antimafia; DIA, direzione investigativa antimafia); uffici giudiziari specializzati nel sequestro e nella confisca; un'agenzia nazionale per il riuso (ANBSC); una commissione parlamentare specifica; relazioni semestrali e annuali dedicate, ecc.

 L'alfabeto delle mafie. B come Borghesia mafiosa. La modernità delle mafie consiste nel fatto che esse si svincolano dalle condizioni storiche che le hanno prodotte e diventano un metodo: l'uso della violenza come arricchimento e potere attraverso le relazioni politiche e sociali. Isaia Sales su La Repubblica il 30 settembre 2021. Con l'espressione "borghesia mafiosa" non si intende, certo, che la borghesia italiana sia criminale, ma si fa riferimento a due distinte caratteristiche storiche delle mafie italiane. Innanzitutto ci si riferisce all'origine sociale dei mafiosi, in gran parte provenienti - secondo gli studiosi che fanno ricorso a questa terminologia - dalle file della borghesia siciliana, mentre diversa sarebbe la provenienza di classe dei camorristi e degli 'ndranghetisti.

L'alfabeto delle mafie. C come Chiesa cattolica. Negli ultimi anni la comunità cattolica italiana ha sempre più consapevolmente assunto la gravità del fenomeno mafioso. Ecco le tappe che hanno portato a questa mutazione.  Isaia Sales su La Repubblica il 22 ottobre 2021. Per chi si occupa del rapporto storico tra mafie italiane e Chiesa cattolica i cambiamenti degli ultimissimi anni sono davvero impressionanti. La comunità cattolica italiana (nel suo insieme) ha sempre più consapevolmente assunto la gravità del fenomeno mafioso rispetto ad un lungo passato di connivenza, silenzio o indifferenza. E in questa radicale revisione si sono impegnati i vertici delle gerarchie vaticane. Vediamo nell'ordine le principali novità intervenute. Nel 2010 la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha scritto parole nette sull'argomento: "Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato. In questa prospettiva non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato". È la prima volta che viene argomentata l'avversione alla mafia utilizzando il termine "struttura di peccato" che la "teologia della liberazione" (elaborata da alcuni teologi della chiesa latino-americana) applicava all'analisi del capitalismo in quella parte del mondo esprimendosi a favore di una Chiesa dalla parte dei poveri e delle loro lotte per emanciparsi da inaccettabili condizioni di sfruttamento. La teologia della liberazione aveva contestato il silenzio e, in diversi casi, la complicità delle gerarchie cattoliche sudamericane verso le dittature militari, così come i cattolici più avvertiti in Italia avevano contestato il lungo silenzio storico (e a volte l'aperta connivenza) delle gerarchie verso la "dittatura" mafiosa. A maggio del 2021 è stato beatificato il giudice Rosario Livatino, un magistrato dal profondo sentire cristiano vittima della mafia. Già nel 2013 Padre Giuseppe Puglisi era stato proclamato beato. Un fatto straordinario: era la prima volta in assoluto che un uomo di Chiesa veniva beatificato per aver avversato la mafia e per esserne stato vittima. Per il passato, infatti, i sacerdoti che si erano opposti alle prepotenze mafiose, isolati dai credenti e dalle gerarchie ecclesiastiche, erano stati dimenticati dalla Chiesa. E la richiesta di beatificazione per don Peppe Diana, ammazzato da un clan camorristico a Casal di Principe, si è fatta sempre più pressante. Nel 2014, poi, Papa Francesco in Calabria ha pronunciato la parola "scomunica" nei confronti dei mafiosi ("I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati") dopo che per decenni e decenni questa parola era stata bandita dal linguaggio dei vertici della Chiesa nei confronti degli appartenenti alle mafie. E proprio sul tema della scomunica è stato promosso in Vaticano un gruppo di lavoro con la presenza di diversi esponenti del mondo cattolico che si sono segnalati per il loro impegno contro le mafie. Prima di Bergoglio anche Giovanni Paolo II nel 1993 aveva preso posizioni pubbliche contro le mafie nel celebre discorso nella Valle dei templi ad Agrigento, ma nessun Papa prima di allora (cioè a più di due secoli dalla nascita delle mafie in Italia) aveva parlato di mafie in un suo discorso, in una sua omelia, in un suo libro. Nel 2015 si è registrata anche la ferma presa di posizione dell'arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, di non ammettere come padrini di battesimo e di cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o coloro che appartengono ad associazioni mafiose. La mamma di don Peppe Diana commossa al passaggio di una manifestazione in ricordo del figlio ucciso dalla camorra  Si può parlare, dunque, a ragione di un cambio epocale dell'atteggiamento delle gerarchie cattoliche verso i fenomeni mafiosi. Una novità di assoluto valore umano, culturale, civile, storico prima che religioso. E proprio per valorizzare al meglio questi radicali cambiamenti degli ultimissimi anni, che vanno ripercorse storicamente tutte le ampie zone d'ombra del rapporto con le mafie del mondo cattolico italiano. Perché la domanda assillante che ci si pone sul piano storico è questa: come mai i fenomeni mafiosi si sono sviluppati in società e ambienti cattolicissimi pur rappresentando una violazione sistematica dei comandamenti e dei precetti dell'etica cristiana? E, in particolare, come spiegarsi il fatto che in quattro cattolicissime regioni italiane si siano prodotte alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo, senza che - fino a pochissimi anni fa - ci fosse contrasto tra esse e le gerarchie cattoliche? Queste domande, naturalmente, valgono anche nei confronti della corruzione, tema su cui si registra un altro ritardo storico del Vaticano: solo nel 2017, infatti, si è ventilata la possibilità di una scomunica anche verso i condannati per corruzione. È del tutto evidente che la religione cattolica, così come si è originata e sviluppata nell'Italia meridionale (e negli altri paesi latino-americani alle prese con analoghi problemi) non è stata un ostacolo al dispiegarsi del potere mafioso, anzi. Ancora oggi manca dall'interno della Chiesa una spiegazione storica e dottrinale del proprio comportamento, che purtroppo non è estraneo al duraturo successo delle mafie. Certo l'uso della devozione e della ritualità nei sistemi mafiosi non è una peculiarità solo del cattolicesimo. Anche la Yakuza giapponese e le Triadi cinesi praticano riti di iniziazione vicini alle tradizioni religiose di quei paesi, così come all'interno del cristianesimo vanno considerate le pratiche di bande criminali mafiose russe e di altri paesi slavi che si richiamano a quelle della religione ortodossa. Nella criminalità mafiosa nigeriana cospicui sono i riferimenti a pratiche religiose che hanno a che fare con l'occultismo, con la stregoneria e con i riti "vudu". Così come meritano grande attenzione sia il rapporto tra terrorismo jihadista e religione musulmana sia alcuni comportamenti di stampo mafioso in territori arabi. Se si esclude Matteo Messina Denaro, non si conoscono mafiosi atei o apertamente anticlericali nei paesi cattolici, non ci sono appartenenti alle mafie che non abbiano ostentato o ostentino apertamente la loro fede. Sono cattolici osservanti i peggiori assassini che l'Italia abbia mai avuto nell'ultimo secolo e mezzo. Credono in Dio, nella Chiesa di Roma, vanno a messa, si comunicano, fanno battezzare i loro figli, fanno fare loro la comunione, si sposano con rito religioso (anche quando sono latitanti), fanno da padrini di cresima ai tanti che glielo chiedono, ricevono l'estrema unzione se muoiono nel loro letto e pretendono il funerale religioso, sono tra i massimi benefattori di molte parrocchie, organizzano le feste dedicate ai santi patroni e li si vede in prima fila nelle processioni. Nel frattempo sciolgono ragazzini nell'acido, scannano "cristiani" come pecore, ordinano omicidi a ripetizione, opprimono con il racket migliaia di persone, avvelenano con le droghe intere generazioni. E mentre scrivono in codice ordini di morte, si servono normalmente di espressioni di pietà cattolica quali "con l'aiuto di Dio", o "ringraziando Gesù Cristo", come faceva nei suoi pizzini Bernardo Provenzano. Alcuni fra loro esprimono una religiosità superstiziosa (il segno della croce prima di ammazzare o la benedizione delle pallottole con l'acqua santa), altri una religiosità tenue (andare a messa, osservare i precetti), altri sono dediti allo studio e alla lettura quotidiana della Bibbia e del Vangelo, altri usano libri di preghiera o si dedicano a letture religiose più sofisticate, altri ancora hanno eretto cappelle per la messa nel loro rifugio di latitanti, i più istruiti si sono cimentati anche con la teologia. Forse questo è uno degli aspetti più contraddittori della storia italiana: nel Paese cattolico per antonomasia, sede del cuore mondiale della cristianità, dove più forte e determinante è stata l'influenza della Chiesa cattolica nel plasmare la storia e il carattere stesso della popolazione, si sono sviluppate le criminalità organizzate di tipo mafioso che più di altre hanno condizionato e influenzato il crimine nel mondo. Nelle regioni italiane considerate più legate alla Chiesa, nel cuore della cristianità sono nati e cresciuti gli assassini più spietati. Questi criminali non hanno abiurato la loro fede religiosa, anzi spesso se ne sono serviti per giustificare le loro azioni criminali. E la cosa non riguarda solo il passato, quando più forte era l'influenza della Chiesa sulla società nel suo complesso, ma anche il periodo in cui l'Italia si è secolarizzata e addirittura gli ultimi decenni, quando è sembrato che la Chiesa avesse meno influenza sulla vita quotidiana della nazione. Altri tipi di delinquenti, altri cattolici di dubbia moralità (politici, imprenditori, capi di Stato, dittatori) hanno posto la religione a guida della loro azione pubblica e privata; e la storia ci ricorda quanti crimini e misfatti sono stati compiuti in nome della fede, quante atrocità al grido "Dio è con noi". Ma qui siamo di fronte a qualcosa di più grave e inedito: una dimestichezza, una familiarità, una quotidianità plurisecolare tra fede e crimine che non si può camuffare neanche dietro una presunta funzione pubblica o imprescindibili esigenze nazionali o statuali. La loro natura di assassini e gli scopi malavitosi della loro organizzazione sono sempre stati chiari e lampanti. Nei loro covi si sono rinvenute numerose bibbie, immagini sacre, statue di santi, e altre forme di acculturazione religiosa e di forte e sentita credenza. In alcuni casi sono stati scoperti dei veri e propri altari su cui preti e frati andavano a dire messa e a porgere la comunione a dei ricercati per efferati delitti. Dunque, non c'è alcun dubbio: i capi e gli aderenti alle quattro criminalità italiane di tipo mafioso sono devoti e ferventi cristiani che non avvertono minimamente alcuna contraddizione tra l'essere degli assassini e credere in Dio e nella sua Chiesa. Essi pensano di avere un rapporto del tutto particolare con la divinità e non li sfiora neanche lontanamente la sensazione di inconciliabilità tra il macchiarsi di efferati delitti ed essere parte della grande famiglia cattolica. I mafiosi non hanno mai avvertito la Chiesa nelle sue varie articolazioni come una nemica o una oppositrice del loro disegni e comportamenti. Un paradosso così eclatante poche volte si è riscontrato nella storia moderna della Chiesa. Questa è una constatazione storica incontestabile. Certo, ci sono preti che in diversi quartieri dominati dalle mafie svolgono una straordinaria opera sociale, culturale e perfino economica per contendere bambini, ragazzi e giovanissimi al reclutamento mafioso. E a volte questa vera e propria azione missionaria si svolge nella totale assenza delle istituzioni statali e comunali e del volontariato non religioso. Ma i preti missionari nei quartieri mafiosi non annullano il danno sociale e civile degli altri preti che nel tempo sono stati proni alle mafie. È del tutto ovvio che le mafie non avrebbero potuto radicarsi così profondamente nella storia meridionale senza un'acquiescenza degli esponenti della Chiesa cattolica, che spesso hanno piegato la dottrina cristiana alle esigenze di dare buona coscienza a degli assassini. La domanda che molti studiosi della criminalità si pongono è questa: le mafie avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell'intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, dell'indifferenza, della sottovalutazione della Chiesa cattolica e della sua dottrina? La risposta è no. Senza di ciò le mafie non sarebbero arrivate a tenere in pugno il futuro di intere popolazioni. Insomma, il successo delle mafie italiane deve essere considerato sul piano storico anche come un insuccesso della Chiesa cattolica. Fino alla seconda metà del Novecento la Chiesa italiana non ha mai prodotto un documento ufficiale, una presa di posizione "contro" le mafie, non le ha mai combattute apertamente, non c'è stato mai un aperto contrasto fino ai tempi recenti. Un lunghissimo silenzio dei cattolici, del clero, delle gerarchie locali e nazionali, ha dominato incontrastato accompagnando l'evolversi di quei fenomeni criminali anche quando avevano assunto fama internazionale e la parola mafia era diventato il termine per antonomasia in tutto il globo per indicare la criminalità organizzata. Un lunghissimo silenzio durato per più di un secolo, un tempo enorme, incredibile, insopportabile. Se degli assassini hanno creduto in Dio, se si sono sentiti dei buoni cristiani pur ammazzando, se non li ha sfiorati minimamente la inconciliabilità tra il macchiarsi le mani di sangue e sentirsi parte della grande famiglia cattolica, ciò di per sé dovrebbe essere motivo di preoccupata riflessione. Nel passato ci si è limitati a bollare la religiosità dei mafiosi come una forma evidente di superstizione, quando non si poteva fare a meno di commentare episodi palesi della loro religiosità. Ma se queste testimonianze di fede dei mafiosi andavano etichettate come superstizione, allora si sarebbe dovuta dichiarare superstiziosa gran parte della popolazione cattolica. I mafiosi, infatti, non fanno altro che manifestare la loro religiosità nelle forme in cui normalmente si è manifestata nei secoli la fede cattolica nel Sud d'Italia. Il messaggio della Chiesa si è dimostrato capace di coesistere senza conflitti con l'appartenenza mafiosa. Se i mafiosi si sono sentiti dei buoni cristiani, è perché hanno respirato e introiettato "una religione che non infonde virtù". Ciò vuol dire che nel Mezzogiorno d'Italia, nelle regioni infestate dal fenomeno mafioso, il cattolicesimo non è stato del tutto "religione della virtù", come voleva Lorenzo Valla. Don Pino Puglisi fu assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993 Le cose sono cambiate, appunto, nella seconda metà degli anni settanta del Novecento, ma lentamente e senza coinvolgere pienamente gli esponenti delle chiese locali. Il silenzio fu squarciato dalle omelie del cardinale Pappalardo nel 1982 in occasione di alcuni delitti eccellenti. Prima in Campania lo aveva fatto don Riboldi vescovo di Acerra contro la camorra, poi Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993. In seguito, gli omicidi di don Pino Puglisi a Palermo e di don Peppe Diana a Casal di Principe, gli attentati alle basiliche di S. Giovanni in Laterano e del Velabro a Roma, hanno spinto la Chiesa a più coraggiose prese di distanza dalle mafie, fino al richiamato documento citato della Conferenza episcopale italiana nel 2010. E questo atteggiamento nuovo (anche se minoritario) si è manifestato solo dopo la caduta del muro di Berlino e dopo la fine della Dc, cioè dell'unità politica dei cattolici. Si può dire che è stata la fine della contrapposizione tra comunismo sovietico e mondo occidentale a consentire alla Chiesa di lottare le mafie senza sembrare filocomunista (visto che i comunisti all'epoca erano gli unici a farlo), ed è stata la fine della Dc a consentire alla chiesa di lottare le mafie senza l'imbarazzo di dover ammettere che a coprirle erano gli esponenti di un partito che si professava cristiano. Il nesso tra partito cattolico e mafie è stato fattore di imbarazzo per la Chiesa, e spesso ha stimolato una posizione negazionista del fenomeno mafioso, di giustificazionismo e spesso di aperto sostegno per timore che i comunisti potessero prendere il potere in Italia.  In un suo libro, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha ricordato in un suo libro di memorie che fu il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1945 al 1967, a mettere in guardia la Dc: "Se volete i voti dovete andare a cercare quelli lì, disse. E con quelli lì intendeva i mafiosi". Per una gran parte della Chiesa dell'epoca i mafiosi erano considerati un "male minore" rispetto al pericolo comunista. Ci sono sicuramente spiegazioni "funzionali" sulla religiosità dei mafiosi. Per un criminale il problema principale è il controllo dei sensi di colpa. Ammazzare non è una cosa così semplice, non è una "normale" attività umana. Il senso di colpa per le azioni delittuose può mettere in crisi anche il più spietato degli assassini. Se si riesce a dominarlo, si è poi in grado di poter continuare a delinquere e a ottenere consenso, ricchezza e potere. I killer seriali sono tali proprio perché non sentono nessun senso di colpa. Stessa cosa per i mafiosi. Convincersi che Dio è dalla propria parte, che comprende la "ratio" delle azioni mafiose e criminali e che è pronto al perdono per tutto quello che di delittuoso si compie, è una incredibile comodità. Anche chi non crede riconosce alle religioni (a tutte le religioni) un presidio morale contro il male. Tutte le religioni tentano, ciascuna a proprio modo, di contenere il male che si sprigiona dall'uomo. Ancora di più ciò viene riconosciuto alla religione di Cristo. Ma se degli assassini non provano neanche rimorso per quello che commettono, e di norma si fanno il segno della croce prima di ammazzare, vuol dire che la credenza religiosa si è trasformata in un auto-assolvimento di assassini. È chiaro che i mafiosi non vogliono essere avvertiti come delinquenti dalla società che li circonda, dalle comunità in cui operano. Perciò si appoggiano alla Chiesa: come si fa a ritenerli delinquenti se la loro presenza è accettata dalle gerarchie cattoliche, se ad essi sono riservate le cerimonie più fastose, se li si sceglie come organizzatori delle feste religiose, se si consente loro di portare sulle spalle i santi, se sono tra i principali benefattori nelle attività caritative? È dunque sul concetto di pentimento e di perdono che deve soffermarsi l'analisi a proposito del rapporto mafie-Chiesa. Nella dottrina cattolica, la violazione di alcuni comandamenti che hanno a che fare con la violenza sugli uomini e sulle cose (non rubare, non ammazzare) non rende necessario riparare con atti concreti l'ingiustizia commessa e il dolore procurato, così da annullare o attenuare (laddove possibile) gli effetti negativi dei propri misfatti. L'ingiustizia compiuta e il danno arrecato non implicano obblighi nei confronti delle vittime. È solo l'autorità religiosa che ha il potere di liberarci dal peso degli errori commessi. Lo strumento di questa traslazione di colpa è il sacramento della confessione e il sacerdote ne è il tramite. La colpa, dunque, non è mai verso gli altri, verso la società, la collettività, lo Stato e le sue leggi, ma è innanzitutto colpa verso Dio, peccato contro il Signore. La confessione serve a ripristinare il rapporto di fiducia con Dio che il peccato aveva compromesso. Deve essere riparato il peccato verso il Signore, non verso le persone in carne e ossa oggetto del male. Colui che ha subìto le conseguenze del peccato resta un estraneo, un non partecipe al rito della confessione e della espiazione. Così concepita la confessione si trasforma in una "deresponsabilizzazione etica" che salta in blocco la dimensione pubblica e sociale del peccatore. Alla Chiesa è sufficiente il pentimento interiore, non quello rivolto all'oggetto del proprio atto peccaminoso o verso la collettività offesa. Insomma tutto si regge sul principio che bisogna riparare nei confronti della Chiesa (rappresentante in terra di Dio) ma non nei confronti della vittima. Questa si chiama "etica dell'intenzione" che si basa su questo assunto: se tu, peccatore, modifichi la tua interiorità che ti ha portato al peccato mediante il pentimento, ciò è sufficiente a farti rientrare tra coloro che possono riavere l'amore di Dio. Il tragitto che si interpone nel mondo cattolico tra pentimento e perdono, tra colpa ed espiazione, è il più breve rispetto a qualsiasi altra religione. Sembra che la dottrina cattolica consideri più appagante il recupero di ogni singolo peccatore piuttosto che mettere in moto la reciprocità tra offeso e offendente. In questa ottica si considera secondario il giudizio terreno sulle colpe commesse e il sottoporsi all'autorità dello Stato. Non si fa nessuna distinzione tra peccati con conseguenze sociali e peccati senza conseguenze per gli altri. La Chiesa ha lasciato intendere con il suo messaggio che c'è un Dio con il quale si può negoziare in via privata la salvezza della propria anima senza dover passare per il recupero del danno arrecato socialmente e collettivamente sopportato. Padre Nino Fasullo l'ha definita "privatizzazione della salvezza". È a questa concezione che si rifanno i mafiosi, a questa idea del rapporto con Dio che si rapportano, e hanno trovato nei preti e nella Chiesa un autorevole avallo. E che il problema riguardi anche lo strumento della confessione ne era consapevole il cardinale Carlo Maria Martini. In un confronto con Eugenio Scalfari, il porporato propose un concilio specifico sul tema della confessione, o come lui si esprime "sul percorso penitenziale della propria vita". "Vede", risponde a Scalfari: "la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale". La teologia morale cattolica, alle prese con l'impatto che le mafie hanno avuto con la società, ha mostrato tutti i suoi ritardi e tutte le sue incongruenze; o meglio, la lotta alle mafie fa venire allo scoperto lo scarto esistente tra teologia morale e spirito civico. La facilità del perdono è un punto irrinunciabile dell'identità della Chiesa cattolica, anche quando tale facilità ha confermato nei propri convincimenti assassini seriali come i mafiosi facendoli sentire non estranei al messaggio cristiano. Se questa analisi ha qualche fondamento, forse il passo successivo, dopo la scomunica, è mettere mano un adeguamento dottrinale. Partendo da questa semplice constatazione: i mafiosi che non si intendono di teologia morale, hanno avvertito i precetti della Chiesa come una forma di involontaria accondiscendenza verso il loro modello valoriale. Manca il peccato civico, inteso come mancanza contro lo Stato, contro la comunità, contro i beni comuni, così come aveva suggerito di introdurre qualche anno fa Alberto Monticone, l'ex presidente dell'Azione cattolica. Insomma, è ancora lunga la strada per la elaborazione e l'attuazione di una vera e propria teologia della liberazione delle mafie da parte del mondo cattolico nel suo insieme, ma la via è intrapresa, anche se a livello locale si continuano a manifestarsi atteggiamenti sconcertanti. Per esempio il funerale religioso del boss Vittorio Casamonica a Roma nel 2015, proprio nella città sede del Vaticano, durante il quale il prete celebrante ha sostenuto di non essersi accorto di nulla; non si era accorto, cioè, che stava celebrando i funerali di un notissimo mafioso. Eppure erano stati affissi enormi manifesti davanti alla Chiesa inneggianti al boss (ritratto con un enorme crocefisso al petto, che sormonta la basilica di S. Pietro e il Colosseo e la scritta: "Hai conquistato Roma ora conquisterai il Paradiso"), un elicottero sorvolava la zona e gettava fiori sui presenti, una banda intonava la musica de Il Padrino, e la bara era stata collocata dentro un enorme cocchio trainato da un numero cospicuo di cavalli. E il parroco di una chiesa intitolata a S. Giovanni Bosco (che ha impegnato tutta la sua esistenza per l'educazione) non solo non ha avuto la forza di dire di no, ma anzi ha affermato che lo avrebbe rifatto. Eppure nella stessa chiesa fu vietata la cerimonia religiosa per Piergiorgio Welby, afflitto da sclerosi multipla e militante del Partito Radicale, deceduto grazie all'assistenza di sanitari che diedero seguito alla sua volontà di porre fine alla lunga agonia. Ad un giornalista che ha chiesto al cardinale Camillo Ruini, all'epoca vicario del pontefice per la diocesi di Roma, se era pentito di aver negato il funerale a Welby, il porporato ha risposto: "Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perché ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita". Ciò vuol dire che il caso era stato affrontato direttamente dalla curia romana e non affidata al prete della chiesa di don Bosco. Perché non si è fatto lo stesso per Vittorio Casamonica? Al boss Casamonica il funerale religioso, al mite Welby no. La Chiesa italiana, in conclusione, non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità storiche per il successo dei fenomeni mafiosi. Padre Bartolomeo Sorge aveva scritto: "Mi sono sempre chiesto perché questo sia potuto accadere: il silenzio della Chiesa sulla mafia. Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo delle beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni." E mentre questo giudizio va riaffermato senza sconti, è altresì vero che senza un generale impegno della Chiesa cattolica non vedremo mai la fine delle mafie.

L'alfabeto delle mafie. D come Donne di mafie. La detenzione dell'uomo è stato il presupposto affinché la donna esercitasse un ruolo pregnante nella criminalità organizzata. Anche i sequestri dei beni hanno spinto verso l'intestazione di proprietà a membri femminili delle famiglie, e il coinvolgimento delle donne in strumenti finanziari per sfuggire all'individuazione dei beni accumulati con i delitti. Isaia Sales su La Repubblica il 26 Novembre 2021. È ampiamente noto che le donne delinquono molto meno degli uomini, in tutti i tempi, in tutte le circostanze, in tutte le società, all'interno di tutti i contesti criminali. Questa macroscopica differenza la si può notare nelle statistiche dei reati, a partire dall'assoluta predominanza dei maschi tra i condannati e tra i detenuti nelle carceri italiane.

L'alfabeto delle mafie. F come Fiction. Da "Il padrino" ai "Cento passi": quando il cinema svela il mondo della criminalità. Pellicole cult e altre meno note. Una guida ai 15 film per capire come sono cambiate nel tempo le modalità con cui l'industria cinematografica ha raccontato la criminalità organizzata. Lucio Luca su La Repubblica il 22 ottobre 2021. Nel 1963, dopo aver visto un film "di mafia", Leonardo Sciascia scrisse un articolo passato alla storia: "Quando capita di assistere a un'opera del genere - fu la riflessione dello scrittore di Racalmuto - lo spettatore è portato a chiedersi non più che cosa è la mafia, ma che cosa la mafia non è. E poiché la Sicilia è terribilmente di moda nel cinema, crediamo che questa domanda dello spettatore sia destinata, nei prossimi mesi, a investire tutta la realtà siciliana: che cosa la Sicilia non è?".

'Una storia chiamata Gomorra': in un documentario la serie e il suo viaggio straordinario. Dal 24 ottobre su Sky Atlantic e in streaming su NOW il docufilm che racconta la genesi della serie e il suo percorso verso il successo mondiale. La Repubblica il 23 ottobre 2021. Con Genny che inizia la sua latitanza, ancora ignaro di una rivelazione che cambierà tutto per sempre, la fine della quarta stagione di Gomorra - La serie precede una resa dei conti che è ormai vicina e in vista della quale occorre voltarsi, guardare indietro e riavvolgere il nastro, prima di fare gli ultimi passi dentro la quinta stagione, al via dal 19 novembre su Sky e in streaming su NOW. Ci aiuta a farlo Una storia chiamata Gomorra - La serie, da domenica 24 ottobre per per quattro settimane alle 21.15 su Sky Atlantic e in streaming su NOW. Diretto da Marco Pianigiani, scritto da Federico Chiarini e Alessia Colombo e prodotto da Brandon Box per Cattleya in collaborazione con Sky e con Beta Film, il documentario descrive la genesi e lo sviluppo di uno dei prodotti culturali italiani di maggior successo nel mondo: Gomorra - La serie, il cult Sky Original prodotto da Cattleya in collaborazione con Beta Film.

'Gomorra 5", la sfida finale

La docu-serie riavvolge il nastro: Gomorra viene raccontata da chi l’ha creata e vissuta, dalla prima idea di Roberto Saviano agli ultimi giorni di set. La complessa fase della stesura della sceneggiatura, la sfida delle riprese in location ora iconiche ma all’inizio quasi inaccessibili, il fenomeno di costume che ha circondato la serie, il successo internazionale e l’emozione e i ricordi di chi ha partecipato. Accompagnano lo spettatore quattro narratori d’eccezione: l’ideatore Roberto Saviano, il regista a cui è stata affidata la trasposizione seriale di Gomorra nel corso delle prime stagioni Stefano Sollima, i coniugi Avitabile-Savastano, ovvero Ivana Lotito e Salvatore Esposito.

Quattro puntate da 25 minuti che analizzano la creazione di un immaginario, descritto da un libro che ha venduto più di 10 milioni di copie in tutto il mondo, delineato in immagini prima attraverso un film che ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes e poi con una serie tv con milioni di fan in tutto il mondo.

Salvatore Esposito è Genny Savastano  

Ad impreziosire la docu-serie tanti altri ospiti e addetti ai lavori, tra cui gli sceneggiatori Stefano Bises (“Per raccontare cose vere devi conoscere le cose vere. Siamo andati a Napoli tante volte, cercando di stabilire dei rapporti che ci consentissero di entrare in quei mondi”), Leonardo Fasoli (“Le esplorazioni sul territorio hanno fornito tutti i materiali narrativi, perché Scampia è un posto che contiene milioni di storie, ed è un posto un po’ di guerra”) e Maddalena Ravagli (“Una volta a Napoli un tassista mi ha detto che era salito un finlandese che non voleva andare a piazza Plebiscito ma alle Vele, perché aveva visto Gomorra”). Ci sono anche Riccardo Tozzi (fondatore e ceo di Cattleya), Nils Hartmann (senior director original productions Sky Italia) e Gina Gardini (produttrice). Non mancano gli altri registi principali della serie, Francesca Comencini e Claudio Cupellini ma anche Marco D’Amore, dall’inizio protagonista ma dalla quarta stagione anche dietro la macchina da presa. E ancora, Maria Pia Calzone (Donna Imma), Fortunato Cerlino (Don Pietro), Loris De Luna (Valerio) Cristina Donadio (Scianel), Arturo Muselli (Enzo Sangue Blu). Ognuno ha voluto portare la propria testimonianza nel racconto di un progetto che ha creato legami indissolubili, come racconta il protagonista Salvatore Esposito: “Una volta finita l’accademia è arrivata un’opportunità, partecipare a dei provini, non come attore ma come spalla, dando le battute agli attori che venivano al provino. Il progetto si chiamava Gomorra - La serie: all’inizio pensavo potesse essere una grande opportunità per migliorare. A vedere ora, dopo cinque stagioni, cos’è successo... è stato molto, ma molto di più". Una storia chiamata Gomorra - La serie offre a tutti gli appassionati tante storie che si sono sviluppate all’ombra di Gomorra nel corso degli ultimi dieci anni. Tanti aneddoti e curiosità, come quelli descritti da The Jackal nei video virali Gli effetti di Gomorra sulla gente.

«Gomorra», tra fiction e realtà: gli ex attori finiti nei guai con la giustizia. Gli interpreti del film di Matteo Garrone - ma anche della serie tv ispirata al romanzo di Roberto Saviano - che negli anni sono finiti in manette. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 17/1/2021.

1. Salvatore Russo. Salvatore Abbruzzese, soprannominato Totò per il ruolo che aveva interpretato nel film di Matteo Garrone «Gomorra» (quando aveva 13 anni), è finito in manette per spaccio. Non è l’unico attore non professionista della pellicola ispirata al best-seller di Roberto Saviano ad essere finito nei guai con la giustizia. Prima di lui, nel 2018, le forze dell’ordine avevano arrestato Salvatore Russo nell'ambito dell'operazione che ha sgominato l'organizzazione criminale che gestiva lo spaccio nel Lotto P di Scampia (noto anche come «Case dei Puffi»). Nel film del 2008 ha impersonato l’affiliato che testa il coraggio delle future vedette sparando contro il giubbotto antiproiettile che indossano.

2. Nicola Battaglia. Tra i ragazzi che affrontano la prova di coraggio per entrare nel clan organizzata dal personaggio interpretato da Salvatore Russo c’era anche Nicola Battaglia: accusato di spaccio è stato fermato nel 2012.

3. Bernardino Terracciano. In «Gomorra» Bernardino Terracciano detto Zì Bernardino (che aveva già lavorato con Garrone nel film del 2002 «L'imbalsamatore») era Peppe 'o cavallaro, un estorsore del clan dei Casalesi. È stato condannato all'ergastolo nel 2016 - sentenza poi confermata nel 2018 - accusato del duplice omicidio di Luigi e Giuseppe Caiazzo, padre e figlio, uccisi nel 1992.

4. Pjamaa Azize. Da pusher nella pellicola a pusher anche nella realtà: nel 2015 è stato arrestato a Castel Volturno Pjamaa Azize.

5. Giovanni Venosa. Arrestato nel 2008 Giovanni Venosa, nipote del boss Luigi Venosa, nel 2012 è stato condannato a 13 anni e 10 mesi di reclusione per tre tentativi di estorsione ed una estorsione aggravati dal metodo mafioso. Nel film interpretava un boss della zona Pinetamare.

6. Vincenzo Sacchettino. Tra gli attori fermati negli anni dalle forze dell’ordine c’è anche Vincenzo Sacchettino, conosciuto per aver prestato il volto a Danielino (giovanissimo meccanico protagonista della famosa scena con Marco Palvetti/Salvatore Conte «Vienete a piglia' ‘o perdono») nella serie tv «Gomorra»: è stato arrestato nel 2019 con l’accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

·        In cerca di “Iddu”: “U Siccu”.

Matteo Messina Denaro, un latitante protetto dallo Stato. Enrico Bellavia su L'Espresso il 10 novembre 2021. Chi ha permesso i 28 anni di libertà dell’ultimo stragista in circolazione. Nel libro di Marco Bova la storia dei passi falsi nelle inchieste sulla cattura. Un itinerario sui passi falsi. Le piste colpevolmente abbandonate, le mani leste che hanno sottratto prove, le coperture che hanno protetto la fuga, gli affari che governano l’intima necessità della sua libertà. Un percorso di guerra tra nemici riconoscibili e molti dalla doppia e tripla identità, annidati ovunque. Cecchini anche ai piani alti dei palazzi che contano, la politica, la magistratura, gli apparati investigativi e dei servizi, capaci di sparare a vista con precisione millimetrica per atterrare i cacciatori. Anche per questo, una preda come Matteo Messina Denaro, diventa un «latitante di Stato» come lo è nel titolo del saggio inchiesta che Marco Bova ha scritto per Ponte alle Grazie, con la prefazione di Paolo Mondani. La biografia, al limite del mitologico, della quasi trentennale latitanza dell’ultimo dei padrini stragisti dell’ala corleonese in circolazione, rimane, come è giusto, sullo sfondo in una ricerca che è densa di dettagli. Messi in fila, squadernano una sceneggiatura più sconcertante della pur prolifica produzione sul tema. Ne viene fuori un’analisi puntigliosa delle tracce cancellate che hanno allungato i giorni e gli anni della fortuna di un boss, nato nella culla dell’intreccio tra mafia e massoni. In quella provincia trapanese che coltiva il potere con la formidabile arte di dosare segreti e misteri, per conservare l’essenza di una Cosa nostra capace di adattarsi alle circostanze, pur di mantenere il proprio predominio. Grande distribuzione, turismo, energie rinnovabili, sanità, produzione vinicola, fondi pubblici, tanti e a pioggia, grandi eventi. Nulla sfugge ai mafioimprenditori protetti dal cartello che ha in Matteo e nel suo esteso clan familiare le leve che muovono tutto. Un dialogo telefonico con il sottosegretario Antonino D’Alì, discendente della genia che ebbe il padre del latitante, Francesco, come campiere, condannato a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è un capolavoro di inventiva cinematografica. Ma è stato raccontato a verbale in procura generale nel 2015 dal vicequestore Giuseppe Linares. Perché purtroppo non è una fiction. Siamo nel gennaio del 2002, all’indomani di una retata condotta dal poliziotto che per 14 anni, da capo della Mobile, ha dato la caccia a Messina Denaro. «In quella occasione D’Alì si congratulò pacatamente dell’operazione, e mi disse testualmente “Sarebbe il caso che lei se ne andasse”, e mi disse che ero troppo esposto. Il tono era algido». Un consiglio da amico o, se preferite, un’offerta che non si può rifiutare da parte del ras forzista che aveva fatto di tutto per far saltare la poltrona di Linares, riuscendoci con il compianto prefetto Fulvio Sodano. Tra «covi caldi» e «cerchi che si stringono», le cronache riattizzano periodicamente l’attenzione su un latitante che riesce a farla franca da 28 anni, avendo contro, sulla carta, praticamente tutti: polizia, carabinieri, finanza, perfino i forestali. E, naturalmente gli 007 che fissano pure sostanziose taglie che alimentano un indotto della ricerca già di suo consistente. Mettere d’accordo tutti i cacciatori è il primo problema, per evitare sovrapposizioni. È accaduto anche che nella foga di spiare le mosse dei sodali dell’imprendibile i finanzieri abbiano sorvegliato dei poliziotti e poliziotti e carabinieri si siano trovati in contemporanea sullo stesso teatro di osservazione. Per il resto, cimici che smettono di funzionare, che i familiari di Messina Denaro rintracciano con provvidenziali bonifiche, talpe che soffiano dettagli salvifici, punteggiano interi paragrafi di questa «corsa avvelenata». Nel suo lavoro, Bova ricostruisce con l’aiuto del protagonista, morto nel maggio scorso, il carteggio epistolare intrattenuto tra Alessio, alias Matteo Messina Denaro e Svetonio, lo pseudonimo affibbiato dal latitante all’ex sindaco della sua città, Castelvetrano, il professore Antonino Vaccarino, infiltrato dai servizi con l’obiettivo della cattura ma poi inspiegabilmente bruciato. Una delle vittime incruente, almeno tante quante quelle lasciate per strada con il piombo, del sistema Messina Denaro. Capace di stritolare e annichilire gli avversari anche con l’arma della legalità, vera o presunta. Pende ancora a Caltanissetta, per dire, l’inchiesta sulla misteriosa sparizione dell’archivio delle indagini condotte per anni dal pm, poi procuratore aggiunto, Teresa Principato. Nel 2015, il suo braccio destro, Carlo Pulici finì denunciato per molestie, e subì improvvisamente l’ostracismo della procura di Palermo, guidata da Franco Lo Voi, ritrovandosi nel gorgo del désordre giudiziario che servì a sbarrare la strada alla procura di Roma di Marcello Viola, allora procuratore a Trapani. Pulici, assolto da tutto dopo 5 processi, ha dovuto pensionarsi dalla Finanza che aveva tagliato fuori dalle inchieste un altro solerte investigatore, Carmelo D’Andrea. Viola, è uscito a testa alta dall’accusa di aver ricevuto sottobanco proprio da Pulici verbali del pentito Giuseppe Tuzzolino, legati alle ricerche di Messina Denaro che era legittimo che avesse. Ma a Roma non è mai arrivato. Teresa Principato, che al suo braccio destro aveva confidato lo sconforto per le domande a cui era stata sottoposta dai colleghi, ha avuto il suo quarto d’ora di tribolazioni, fino alla migrazione alla procura nazionale antimafia. Tuzzolino è stato bollato come falso pentito senza ulteriori approfondimenti sulla pista americana che pure aveva indicato. Così come è stata abbandonata la fonte Y che aveva iniziato a fidarsi di D’Andrea. E Matteo? Si sarà fatto una compiaciuta risata. Tanto più che il sassolino nell’ingranaggio della macchina delle ricerche gli ha permesso di conoscere una infinità di interessanti retroscena venuti a galla con l’inevitabile contorno di veleni. Era già accaduto nel 2012, durante lo scontro alla procura di Palermo, guidata allora da Francesco Messineo, poi arrivato da commissario regionale proprio a Castelvetrano, sulla opportunità di procedere a un blitz ad Agrigento. A giudizio di Teresa Principato, si era bruciata in quel modo l’ennesima pista per arrivare alla cattura. Come succede, ha precisato la magistrata, quando intorno ai personaggi chiave individuati si spande l’odore delle logge. Lui, il latitante, è dappertutto e in nessun luogo. In Nord Europa e in Africa, in Turchia o a Dubai. A Castelvetrano e a Bagheria. Ad operarsi agli occhi a Barcellona, in vacanza nella Costa del Sol, in viaggio in barca per la Tunisia o per Malta, in volo su un piccolo aereo verso l’Inghilterra. Puntuale, come sempre nelle storie delle latitanze più eccellenti, è pure circolata voce che sia morto. E in tanti lo sperano. Scommettendo, che in caso di arresto aprirebbe la bocca. E per gli eccellentissimi protettori, sarebbe un inferno.

Nel regno di Messina Denaro stanno tornando gli “esiliati di mafia”. Manager, killer, rampolli. Alla testa di aziende impegnate nelle energie rinnovabili, tornati semiliberi o in circolazione dopo la diaspora corleonese. La rentrée degli scappati nel feudo del superlatitante trapanese allarma la Dia. Marco Bova su L'Espresso il 20 ottobre 2021. Le dinasty della mafia siciliana sono tornate nei territori da cui erano fuggite dopo aver perso le guerre sanguinarie scatenate da Totò Riina. Genie che si credevano scomparse riemergono nella capitale come tra masserie e centri industriali di un’isola dagli indecifrabili equilibri criminali in cui tutti cercano Matteo Messina Denaro, senza però più tracce certe della sua presenza. Gli scappati, esponenti di quelle famiglie costrette a una diaspora forzata negli anni della dittatura corleonese, si riaffacciano nelle città e nelle province. Si riprendono ruolo e posizioni costringendo tutti a interrogarsi sui nuovi assetti. La storia degli Inzerillo, negli anni Ottanta leader nel traffico degli stupefacenti, a lungo nascosti negli Stati Uniti e recentemente ricomparsi a Palermo e nelle intercettazioni degli investigatori che li hanno arrestati, non è un capitolo isolato. Il nastro che si riavvolge rivela invece una tendenza generalizzata, confermata dagli analisti della Dia nella relazione semestrale presentata al Parlamento.  Per Cosa nostra una riorganizzazione silente nella quale gioca un ruolo non secondario il ritorno in libertà di killer protagonisti della sanguinosa stagione degli anni Ottanta. Il rischio, paventato dagli analisti, è di una saldatura tra nemici di un tempo, capaci di archiviare rancori, vendette e ostracismi in nome di solide prospettive di affari. Dopotutto c’è il fondato pericolo che con le vecchie famiglie, rientrino dalla finestra anche i grossi capitali del boom economico mafioso. La corrente di risacca rimasta non ha risparmiato il feudo trapanese dell’ultimo stragista Messina Denaro. Come un sismografo, le indagini registrano l’influenza dei blitz che puntano alla sua cattura sulle gerarchie interne alle famiglie. Come a Castellammare del Golfo, culla della Cosa nostra emigrata negli Stati Uniti, in cui i colonnelli dei corleonesi sono stati sostituiti da vecchi boss come Francesco Domingo, di recente tornato in carcere. «Ho fatto una guerra per cacciare via i Saracino e metterci a loro», diceva il capomafia, ignaro di essere intercettato, confermando il proprio ruolo egemone. Ma rifuggiva, pragmaticamente, dall’idea di innalzare ulteriormente il livello dello scontro: «Non c’è più nessuno disposto a fare una cosa di questa, i tempi sono diversi». I pm della Dda di Palermo evidenziano fibrillazioni anche a Marsala, dove può capitare di incontrare per le vie del centro anche due pentiti che hanno testimoniato sulla mafia trapanese. Un ulteriore segno di quella «diversità dei tempi» che è forse la spia di un ritorno all’antico. L’ultimo caso in esame riguarda gli Ingoglia, rientrati a Partanna a trent’anni di distanza dalla faida con gli Accardo, detti Cannata, su cui, negli anni da procuratore a Marsala, indagò Paolo Borsellino. Un conflitto le cui radici si perdono nel tempo ma che per sentenza riconducono alla spartizione dei traffici di droga. Al tempo, gli Accardo erano sostenuti dal vecchio don Ciccio Messina Denaro, ma soprattutto dagli squadroni della morte capitanati dal figlio Matteo. Una faida di mafia con famiglie decimate in una guerra raccontata da alcuni testimoni di giustizia, Rita Atria e Piera Aiello, tornata d’attualità di recente con il ritrovamento dell’audio originale di Matteo Messina Denaro di un’audizione al tribunale di Marsala in uno dei processi su quegli omicidi. Il rientro degli scappati a Partanna è avvenuto quasi alla luce del sole, con la partecipazione ad una tavola rotonda online sugli ecobonus, organizzata lo scorso aprile dal sindaco, di Benedetto Roberto Ingoglia. Proprio il figlio di Filippo, detto Fifiddu, indicato dai pentiti come il boss della città, strangolato in un casolare nelle campagne di Castelvetrano e seppellito nell’Agrigentino da Matteo Messina Denaro il 19 marzo 1988, senza che si trovasse mai traccia del corpo. L’ultimo erede che negli ultimi anni ha anche patrocinato la nascita di un impianto di mini eolico a Mazara del Vallo, era fuggito dalla Valle del Belice nei primi anni Novanta, ben conscio dei rischi che correva. Al procuratore Borsellino aveva detto: «Essendo io rimasto l’unico superstite maschio della famiglia Ingoglia mi è naturale pensare di essere un obbiettivo pericolo». In quegli anni aveva preso a spostarsi tra il nord Italia e Londra mentre intorno a lui si moltiplicavano i segnali di allarme. Gli investigatori notarono che «contemporaneamente a questo inizio di attività delittuosa in Partanna anche in Inghilterra stavano succedendo dei fatti che riguardavano soggetti comunque visti in contatto, o comunque per attività commerciali sia con Ingoglia Antonino, sia con Roberto». Quest’ultimo aveva scelto di allontanarsi ancora, prima in Svizzera, quindi in Brasile, poi chissà dove. Il suo sorprendente ritorno in Sicilia lo vede alla testa, da amministratore delegato, di Energy Italy, un’azienda veronese con numerose filiali che si occupa di energie alternative e opera da general contractor per l’accesso alle agevolazioni per le rinnovabili. Un’azienda attiva dal 2012, le cui origini riportano a un’altra società aperta in Croazia, e sin da allora presente a Partanna anche patrocinando concorsi scolastici a premi. Nella sua rentrée di aprile, Roberto Ingoglia ha ringraziato sindaco e assessori del Comune per averci «messo la faccia direttamente, affinché le persone possano essere tranquille e affidarci i loro lavori». Un riconoscimento della necessaria copertura politica sulle attività di un imprenditore pulito nonostante il cognome ingombrante. Che miete successi, a giudicare dagli investimenti in piccoli impianti di fotovoltaico dinamico e dai numerosi teloni, con su scritto il nome dell’azienda, che campeggiano per le vie cittadine. Uno di questi si trova nella piazza centrale di Partanna dove il nome Ingoglia rimanda al piombo degli anni Ottanta solo a chi ha memoria lunga. «Il nostro è un gruppo limpido, composto da soci trasparenti e validi. Il fatturato che viene dagli investimenti in Sicilia sono quattro soldi rispetto alle attività che abbiamo in tutta Italia. Il mio riavvicinamento è dovuto all'evidenza che in questi anni, anche grazie al lavoro delle forze dell'ordine, qualcosa è cambiato», spiega Ingoglia all’Espresso. Il passato e il presente, però, interroga gli investigatori, interessati a decifrare la posizione assunta da Matteo Messina Denaro rispetto a queste dinamiche. Il ramo di attività è infatti quello che tradizionalmente è stato più a cuore del network del superlatitante. L’intera Valle del Belice costituisce una distesa di terreni che fanno gola alle multinazionali delle energie alternative e le compravendite da tempo sono finite al centro di indagini. Le ultime tracce finanziarie degli Ingoglia si trovano in Lussemburgo e nei rapporti economici con un imprenditore originario di Castelvetrano anche lui sfiorato dalle inchieste. Poi, più nulla. Anche a Trapani, del resto, sono tornati in auge vecchi cognomi con la riemersione economica e commerciale degli eredi di Totò Minore, il boss, ricercato fino al 1993, quando si scoprì che era stato sciolto nell’acido su ordine di Riina già 11 anni prima. Un mistero gelosamente custodito tra le pieghe di una guerra emersa con gli omicidi ma combattuta essenzialmente con le lupare bianche, silenti e capaci di confondere gli investigatori con elementi contraddittori. Come lo è il sostegno economico assicurato a Pietro Armando Bonanno, sicario della mafia di Trapani, protagonista della guerra agli Ingoglia e accusato dell’omicidio, rimasto impunito, del giudice Alberto Giacomelli. Anche lui è tornato a farsi vedere in giro. Da semilibero, del resto, prendeva l’aperitivo con il pm di Modena Claudia Ferretti. Una frequentazione costata alla magistrata il trasferimento a Firenze. Lasciata l’Emilia, Bonanno è ricomparso a Trapani. Ma solo dalle 7 alle 22.30. La notte no. Ancora dorme in carcere.

Da lasicilia.it l'11 settembre 2021. Un uomo che secondo le forze speciali olandesi sarebbe il superlatitante Matteo Messina Denaro è stato arrestato mercoledì scorso a L’Aia. Le notizie, di cui dà conto anche l’autorevole Telegraaf, il più importante quotidiano dei Paesi Bassi, sono ancora frammentarie. L’uomo che secondo la magistratura olandese è il boss di Castelvetrano è stato fermato mentre stava cenando in un ristorante, l’Het Pleidooi, dell'Aia. Il blitz è durante pochi minuti: le forze speciali hanno fatto irruzione e hanno arrestato e portato via tre uomini. Ma l’avvocato della persona arrestata, che dice di chiamarsi Mark, ha sostenuto che si tratta di un turista di Liverpool, in Olanda per vedere il Gran Premio e ha dunque spiegato che si tratta di uno scambio di persona: «Se il mio cliente è un boss mafioso siciliano, io sono il Papa» ha detto. I tre uomini seduti al tavolo sono stati portati via con gli occhi bendati. «Improvvisamente – ha detto il proprietario del locale – sono arrivate sette auto e delle persone sono entrate armi in pugno». Secondo quanto si è appreso – e secondo quanto riporta il Telegraaf che cita fonti della polizia olandese – le forze dell'ordine sono entrate in azione su richiesta delle autorità italiane.

Arrestato in Olanda Messina Denaro. Ma è scambio di persona (con giallo). Valentina Raffa il 12 Settembre 2021 su Il Giornale. Ragusa. Il super latitante Matteo Messina Denaro, sul cui capo pendono diversi ergastoli, è stato arrestato a Deen Hag, nei Paesi Bassi? Il blitz delle forze speciali olandesi avvenuto mercoledì sera in un ristorante a L'Aja, l'Het Pleidooi, non lascerebbe dubbi, ma sull'identità dell'arrestato si insinuano adesso delle perplessità. Il personale e i clienti del locale sbalorditi hanno assistito all'irruzione degli agenti dell'unità speciale della polizia nel ristorante e hanno visto portare via tre uomini che, prima di essere scortati fuori, sono stati bendati. «Improvvisamente c'erano 7 auto davanti all'azienda. Ufficiali con pistole estratte», racconta il proprietario del locale secondo quanto riportato dal quotidiano online Het Parool di Amsterdam. A quel punto la notizia si diffonde velocemente e i giornalisti locali, dopo avere consultato le loro fonti, parlano dell'arresto del secolo. Ne danno notizia anche i più autorevoli quotidiani dei Paesi Bassi. Il clamore iniziale, però, via via inizia a lasciare spazio alla possibilità di un errore di persona, anche se il giallo sull'identità dell'arrestato, che potrebbe essere la primula rossa della Mafia siciliana, latitante da trent'anni, ha tutte le carte in regola per restare in piedi. «Se il mio cliente è un boss mafioso, io sono il Papa» tuona l'avvocato Leon Van Kleef a difesa del suo assistito. Il legale tenta di dimostrare l'errore di persona alla base dell'arresto delle forze speciali su mandato internazionale puntando sul fatto che il sig. Mark L., come sostiene di chiamarsi l'arrestato, sia un turista originario di Liverpool giunto in Olanda per assistere al Gran Premio di Formula 1 a Zandvoort. L'uomo sostiene di vivere attualmente in Spagna. Ad avallo di questa dichiarazione il legale dice che il suo cliente «è stato condannato in Inghilterra negli anni '90. Quindi ci sono le sue impronte digitali». Una prova che non è affatto schiacciante, in quanto di Matteo Messina Denaro non si possiedono le impronte digitali, per cui non è possibile effettuare il confronto. Non si può escludere, dunque, che l'arrestato, al momento della condanna scontata negli anni '90 in un carcere inglese, possa anche avere fornito la sua identità di copertura, una delle tante identità che si pensa abbia assunto nel tempo il super boss che, seppure sparito dalla circolazione da un trentennio, continua a interagire con i mafiosi attraverso pizzini e mezzi anche più attuali e questo grazie a una rete capillare di fedelissimi, spesso messa in serie difficoltà da brillanti operazioni delle nostre forze dell'ordine. Il giallo olandese risulta, pertanto, assai complesso e, stando al portale Het Parool, il presunto boss arrestato è stato condotto all'EBI di Vught, il carcere più sorvegliato dei Paesi Bassi, dove sono rinchiusi criminali di spessore. L'avvocato continua a sostenere l'innocenza del suo assistito arrestato mentre cenava col figlio e un'altra persona. Dice di avere scoperto che si trattava della sua vecchia conoscenza solo quando lo ha visto, perché gli inquirenti lo avevano chiamato al telefono dicendo che Matteo Messina Denaro aveva bisogno del suo avvocato, ma a lui quel nome non diceva niente.

L’operazione fiasco in Olanda. “Prendiamo Matteo Messina Denaro!”, blitz da film in un ristorante: ma era un turista inglese. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Settembre 2021. La soffiata direttamente dall’Italia: Matteo Messina Denaro, “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana, il più ricercato dei latitanti italiani, sarà in un ristorante con altre due persone, mercoledì 8 settembre. E quindi si imbastisce l’operazione, un blitz imponente, con armi spianate, agenti dei reparti speciali. L’irruzione però si rivela un clamoroso fiasco: a essere arrestato Mark L., turista inglese, che si trovava a l’Aja, nei Paesi Bassi, per il Gran Premio di Formula 1 (che si era tenuto il 5 settembre a Zandvoort). A imbastire l’operazione la polizia olandese e la Procura italiana di Trento. Matteo Messina Denaro, 57 anni, originario di Castelvetrano, provincia di Trapani, è sparito nel nulla nel 1993, quando esplosero le bombe della Mafia a Milano, Firenze e Roma. Le sue tracce si sono perse dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano. È ricercato anche all’estero per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. Secondo alcune voci si troverebbe ancora in Sicilia, stando ad altre si sarebbe sottoposto a interventi di chirurgia ai polpastrelli e facciale per modificare sua fisionomia. Decine al mese, costanti, le segnalazioni di avvistamenti che arrivano alle forze dell’ordine. Zero, mai trovato, sembra imprendibile. Doveva essere sembrato un po’ meno imprendibile, il boss, quando alla Procura di Trento, seguendo altre indagini era saltata fuori la segnalazione di un informatore: Messina Denaro sarà al ristorante Het Pleeeidoi mercoledì 8 settembre. La Procura avverte la magistratura dell’Aja, vengono preparate le forze speciali per l’operazione, mentre non è stata informata la Procura di Palermo né la Direzione Investigativa Antimafia. Sarebbero state avvertite a cose fatte, secondo quanto riporta La Repubblica. “Abbiamo operato in maniera corretta – ha commentato al quotidiano il Procuratore Nazionale Cafiero De Raho – Se l’indagine di Trento avesse avuto profili di sovrapposizione con l’inchiesta della procura di Palermo allora sarebbe stato dovuto il coinvolgimento anche di quell’ufficio. Ma l’indagine di Trento, che non riguardava il latitante, era fondata su fatti autonomi. In nessun modo si è intaccato il lavoro dei colleghi di Palermo, perché si è operato in un contesto del tutto avulso e separato”. La frittata comunque è fatta, la storia è dominio di giornali e dei social. E si spreca l’ironia. L’operazione è stata fulminea: una decina di mezzi tra suv neri e auto, agenti dei reparti speciali vestiti di nero, con passamontagna e armi in mano, hanno fatto irruzione nel locale, spinto a terra tre persone ammanettate e bendate e trasportate vi al Nieuw Vosseveld di Vught, considerato il carcere più sicuro e inviolabile dei Paesi Bassi. L’uomo tra i tre che doveva essere Messina Denaro era invece Mark L., arrivato da Liverpool. Il suo avvocato Leo van Kleef è stato chiamato per conto del suo cliente Matteo Messina Denaro. “Ho ricevuto dal carcere una telefonata. Mi hanno detto che un erto Matteo Messina Denaro mi voleva come suo avvocato. Io non lo avevo mai sentito nominare, ho dovuto cercarlo su Google”, ha detto al giornale Het Parool. Il suo assistito era stato arrestato in Inghilterra negli anni ’90 e quindi l’avvocato ha invitato le forze dell’ordine a controllare le impronte digitali nei database britannici. “Gli accertamenti hanno dimostrato che l’arrestato non è l’italiano ricercato – il comunicato della polizia – Questa sera il pubblico ministero ha emesso un provvedimento di rilascio immediato”. Per questo genere di operazioni esiste un protocollo collaudato per le verifiche. Messina Denaro è stato avvistato recentemente allo stadio durante una partita, a passeggio a Milano e in un pub a Dublino, durante una battuta di caccia a Castelvetrano e a Camden Town a Londra. Altre segnalazioni lo vogliono in Bulgaria oppure in Guatemala, secondo altre avrebbe acquistato una flotta di pescherecci in Sicilia. Un collaboratore di Giustizia ritiene si muova tra la Sicilia e la Versilia. Resta introvabile.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

 Salvo Palazzolo per "la Repubblica" il 14 settembre 2021. È nato a Trento il blitz delle forze speciali olandesi che mercoledì scorso è scattato in un ristorante dell'Aja. Il procuratore Sandro Raimondi e la sua squadra di finanzieri della sezione di polizia giudiziaria erano sicuri di aver trovato la pista giusta per catturare l'ultimo grande latitante di Cosa nostra, il siciliano Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993. Agli olandesi era arrivata un'indicazione secca dall'Italia: la primula rossa di Cosa nostra sarà nel ristorante Het Pleidooi, insieme ad altre due persone. Blitz imponente, armi spianate, tre fermati caricati velocemente su un furgone mentre venivano bendati. Peccato che Messina Denaro non era lì: la prova del Dna sul sospettato - il signor Mark L. di Liverpool, in Olanda col figlio per assistere al Gran Premio - ha dato la certezza. E mentre l'avvocato del malcapitato (rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Vught) rilasciava dichiarazioni di fuoco alla stampa, montava un forte imbarazzo. Innanzitutto, delle autorità investigative olandesi, messe sotto accuse sul web per il blitz show finito in farsa: «Noi non c'entriamo niente con questa storia», continuano a ripetere. Imbarazzo e malumori sono arrivati anche in Italia, perché prima del blitz la procura di Trento non ha condiviso alcuna informazione con la procura di Palermo e con i reparti speciali di polizia e carabinieri che da anni portano avanti la delicata indagine sulla Primula rossa di Cosa nostra. Le segnalazioni di Messina Denaro in giro per il mondo sono ormai decine ogni mese, e c'è un protocollo sperimentato per le verifiche. Qualche giorno fa, ad esempio, la polizia di Manchester, ha dato conto di una segnalazione di Messina Denaro a Londra, in un appartamento di Camden Town. La macchina investigativa coordinata dalla procura di Palermo ci ha messo poco per risolvere il caso: la segnalazione arrivava da un mitomane conosciuto da Scotland Yard, che negli ultimi mesi ha già denunciato nel quartiere la presenza di terroristi di Al Qaeda e di un latitante della Camorra. Per la segnalazione in Olanda, invece, la complessa macchina delle investigazioni su Messina Denaro non ha saputo nulla prima del blitz di mercoledì. È stata avvertita a cose fatte, quando il latitante sembrava ormai nel sacco: è stato chiesto di fornire il Dna con cui fare il confronto con il signor Mark. Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, getta acqua sul fuoco dei malumori e difende il procuratore Raimondi: «Abbiamo operato in maniera corretta. Se l'indagine di Trento avesse avuto profili di sovrapposizione con l'inchiesta della procura di Palermo allora sarebbe stato dovuto il coinvolgimento anche di quell'ufficio. Ma l'indagine di Trento, che non riguardava il latitante, era fondata su fatti autonomi. In nessun modo - ribadisce De Raho - si è intaccato il lavoro dei colleghi di Palermo, perché si è operato in un contesto del tutto avulso e separato». Insomma, per il procuratore nazionale non ci sarebbe stata alcuna invasione di campo. «E d'altro canto nessuno ha mosso contestazioni ufficiali», precisa. Dunque caso chiuso. Anche se la storia del londinese scambiato per Messina Denaro continua a impazzare sui social. Fra ironia, polemiche e le domande ancora senza risposta: com' è possibile che il pupillo di Totò Riina, il mafioso che conosce i segreti delle stragi e della trattativa fra Stato e mafia, sia diventato un fantasma? Chi lo protegge ancora?

Mafia: perquisizioni in Sicilia, si cerca Messina Denaro. (ANSA l’1 ottobre 2021) - La Polizia sta eseguendo decine di perquisizioni in Sicilia con l'obiettivo di individuare dove si nasconde il boss numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993. Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento, supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. I poliziotti stanno operando a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena (Palermo) L'immagine del volto del numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro ripreso da una telecamera di sicurezza: le ha trasmesso il Tg2 in un servizio in onda nell'edizione delle 20.30. Le immagini, afferma il servizio, sono state registrate da una telecamera in strada in provincia di Agrigento, risalgono al 2009 e sono le uniche che inquirenti e investigatori hanno dal 1993. Nelle immagini, che durano pochi secondi e risalgono al dicembre del 2009, si vede un suv blu che percorre una strada sterrata in piena campagna. A bordo ci sono due persone: l'autista e, sul sedile del passeggero, un uomo stempiato e con gli occhiali. Secondo investigatori e inquirenti, afferma il servizio, quell'uomo potrebbe essere proprio Matteo Messina Denaro. Le immagini, sostiene sempre il Tg2, sono state riprese da una telecamera di sicurezza a poche centinaia di metri dalla casa di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi e fedelissimo del numero uno di cosa nostra che in quel periodo era protetto dalle famiglie agrigentine e, forse, stava andando proprio ad un incontro con i capi mafia locali.

Mafia, caccia a Messina Denaro: venti perquisizioni in Sicilia. Salvo Palazzolo su La Repubblica l’1 ottobre 2021. Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori. La polizia sta eseguendo venti perquisizioni in Sicilia con l'obiettivo di individuare dove si nasconde il boss numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993.  Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento, supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. I poliziotti stanno operando a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena (Palermo). Sono perquisizioni che si ripetono periodicamente sul territorio per cercare di cogliere qualche segnale nella rete che continua a proteggere il superlatitante condannato per le stragi Falcone, Borsellino, per le bombe di Firenze, Roma e Milano, è latitante ormai dal giugno 1993. Al centro delle nuove verifiche, mafiosi e favoreggiatori già finiti nella rete delle indagini, ma anche insospettabili su cui adesso si concentra l'attenzione della polizia. La primula rossa di Castelvetrano non è ufficialmente il capo di Cosa nostra, ma è il padrino ormai simbolo dell'organizzazione mafiosa, negli anni Novanta era il pupillo di Salvatore Riina, il regista della stagione delle stragi.

Le perquisizioni nella rete del boss di Cosa Nostra. Operazione Matteo Messina Denaro, blitz a tappeto in Sicilia dopo il video esclusivo del superboss. Antonio Lamorte su Il Riformista l’1 Ottobre 2021. A poche dalle immagini esclusive che ritrarrebbero il “fantasma” della Mafia, il “superlatitante” e “ultimo Padrino di Cosa Nostra” ancora in libertà, la Polizia di Stato sta effettuato controlli e perquisizioni in mezza Sicilia sulle tracce di Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano, scomparso nel nulla dal 1993. Le operazioni proprio a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena. Solo qualche ora prima, al TG2 andato in onda ieri sera, erano state diffuse le immagini, che potrebbero essere le ultime, del superboss ricercato. “Eccolo il fantasma”, esordiva il servizio mostrando un uomo con gli occhiali, a bordo di un Suv nella campagna di Agrigento, seduto sul sedile del passeggero. Immagini che risalivano al dicembre 2009, quando “u’siccu” era presumibilmente protetto da alcune famiglie agrigentine, e riprese nei pressi dell’abitazione di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi. Per la magistratura e la polizia si tratterebbe proprio del padrino introvabile. Fotogrammi che risalgono a oltre dieci anni fa ma che comunque sarebbero un passo avanti: le ultime immagini di Messina Denaro erano del 1993, poi solo ricostruzioni grafiche e virtuali. Il sospetto, scrivono i giornali locali in queste ore, è che comunque la “primula rossa” della mafia siciliana sia rimasto sempre nel suo territorio. Centinaia le segnalazioni lanciate negli ultimi anni. L’ultima aveva portato a un clamoroso abbaglio: in Olanda, in un ristorante all’Aja, era stato arrestato per sbaglio un turista inglese; un’operazione da film, con dispiegamento imponente di forze e agenti dei reparti speciali, che ha messo in imbarazzo la polizia olande e la Procura di Trento. L’operazione in corso è coordinata dalla polizia di Stato di Trapani, coadiuvata dal Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine si ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Perquisizioni partite da una serie di sospetti fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. Impegnati 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Questo genere di perquisizioni in realtà si ripete periodicamente sul territorio per cercare di cogliere qualche segnale nella rete considerata prossima al boss. Agli atti di questa inchiesta, come riporta La Sicilia, c’è un colloquio intercettato dagli investigatori tra l’avvocato Antonio Messina, un anziano massone radiato dall’albo per i suoi precedenti penali, mentre parla con Giuseppe Fidanzati, uno dei figli di Gaetano Fidanzati, boss dell’Acquasanta di Palermo e trafficante internazionale di stupefacenti, morto otto anni fa. “Iddu veniva a Trapani accompagnato in Mercedes da Mimmo”, sussurra Giuseppe Fidanzati. Per gli inquirenti “Iddu” sarebbe proprio il superlatitante Matteo Messina Denaro. “U’ siccu” è ricercato in tutto il mondo per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. È sparito nel nulla nel 1993, quando esplosero le bombe della Mafia a Milano, Firenze e Roma. Le sue tracce si sono perse dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano. Le segnalazioni si verificano continuamente: la “primula rossa” di Cosa Nostra è stata avvistata recentemente allo stadio durante una partita, a passeggio a Milano e in un pub a Dublino, durante una battuta di caccia a Castelvetrano e a Camden Town a Londra. Altre segnalazioni lo vogliono in Bulgaria oppure in Guatemala, secondo altre avrebbe acquistato una flotta di pescherecci in Sicilia. Un collaboratore di Giustizia ritiene si muova tra la Sicilia e la Versilia. Avrebbe anche modificato tramite chirurgia i suoi tratti somatici e le impronte digitali.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Filmato relativo al 2009: dal 1993 è l'unica immagine (sfocata). Il video del boss Matteo Messina Denaro: “Stempiato e con gli occhiali”. Redazione su Il Riformista l’1 Ottobre 2021. Dal 1993 a oggi gli investigatori avrebbero tra le mani una sola immagine, sfocata, del boss Matteo Messina Denaro. A diffonderla il Tg2 in un servizio andato in onda giovedì 30 settembre nell’edizione delle 20.30. La primula rossa della mafia siciliana, 59 anni, è considerato dalla Direzione Investigativa Antimafia ancora una “figura criminale carismatica della mafia trapanese” anche se negli ultimi anni sarebbero emersi “segnali di insofferenza” da parte dei suoi affiliati, insoddisfatti dalla gestione continua e costante della latitanza del boss. Stando al servizio trasmesso dal Tg2, una telecamera di sicurezza avrebbe ripreso per pochi secondi il volto del boss. Le immagini sono datate 2009 e sono state registrate nell’Agrigentino da una camera posta a qualche centinaio di metri dalla casa di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi e considerato uomo di fiducia di Messina Denaro. Nel video si vedono due persone a bordo di un suv in una strada di campagna. Il passeggero, stempiato e con gli occhiali, è l’uomo individuato come Messina Denaro. Messina Denaro, “u siccu”, “il magro”, letteralmente sparito nel nulla nel 1993, l’anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano: è ricercato in campo internazionale per “associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro”. Figlio di Francesco, capo della cosca di Castelvetrano (Trapani) e del relativo mandamento, nell’ultima tranche dei suoi 59 anni ha visto farsi “terra bruciata” intorno a colpi di arresti e sequestri di beni ma continua a restare imprendibile. Protagonista di un numero imprecisato di esecuzioni e tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo – rapito per costringere il padre Santino a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci e poi strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia – Messina Denaro secondo molti inquirenti non sarebbe il capo di Cosa nostra ma sicuramente continua a rivestire un ruolo di assoluto rilievo: la rivista “Forbes” lo ha incluso tra i dieci latitanti più pericolosi del mondo. Difficile distinguere il vero e il falso in quello che di Messina Denaro raccontano informatori e pentiti: che, beffando chi lo bracca da anni, vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo; che si sarebbe sottoposto in Bulgaria (o in Piemonte) a una plastica ai polpastrelli e al viso; che avrebbe seri problemi agli occhi e ai reni, tanto da aver bisogno della dialisi; che godrebbe della protezione dalla ‘ndrangheta. Di volta in volta, c’è chi lo ha collocato sulle tribune del “Barbera” per un Palermo-Sampdoria, chi su una spiaggia greca, in vacanza con la compagna Maria, chi in una casa di Baden, in Germania. Ma l’unica certezza resta la sua irreperibilità dal 1993. La soffiata direttamente dall’Italia: Matteo Messina Denaro, “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana, il più ricercato dei latitanti italiani, sarà in un ristorante con altre due persone, mercoledì 8 settembre. E quindi si imbastisce l’operazione, un blitz imponente, con armi spianate, agenti dei reparti speciali. L’irruzione però si rivela un clamoroso fiasco: a essere arrestato Mark L., turista inglese, che si trovava a l’Aja, nei Paesi Bassi, per il Gran Premio di Formula 1 (che si era tenuto il 5 settembre a Zandvoort). A imbastire l’operazione la polizia olandese e la Procura italiana di Trento.

"I latitanti tornano nei loro territori": De Raho dice una cosa ovvia. Matteo Messina Denaro, la caccia diventa uno show: dal video indecifrabile al blitz mediatico. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'1 Ottobre 2021. Prima il servizio in apertura di un tg nazionale, poi i controlli a tappeto il giorno successivo con l’annuncio ai quattro venti di ben 150 poliziotti in campo per perquisizioni e controlli nei confronti di persone ritenute vicine a Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani) latitante dal 1993 e di cui, a parte il frame del video diffuso dal Tg2 (con gli investigatori che considerano improbabile la sua presenza in quell’auto), non si hanno tracce. Dodici ore di show mediatico nella speranza, tuttavia, di poter acquisire qualche piccolo indizio in più sulla rete dei fiancheggiatori di chi si fa beffe dello Stato da quasi 30 anni. Dettagli che potrebbero essere arrivati dalle possibili fibrillazioni tra i fedelissimi di Messina Denaro e quindi dalle utenze sotto intercettazione telefonica o da quelle ambientali, o che potrebbero arrivare dalle nuove attività investigative avviate in queste ore con i controlli, che consistono in venti perquisizioni, effettuati in mattinata. La speranza degli investigatori è quella di dare un’accelerata alle ricerche di “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana che secondo la Direzione Investigativa Antimafia rappresenta ancora una “figura criminale carismatica della criminalità organizzata” anche se negli ultimi anni sarebbero emersi “segnali di insofferenza” da parte dei suoi affiliati, insoddisfatti dalla gestione continua e costante della latitanza del boss. Dodici ore per provare a far sentire il fiato sul collo a Messina Denaro. Quindi prima assistiamo alla pubblicazione di un video di ben 12 anni fa (una eternità dal punto di vista investigativo) dove l’uomo “stempiato e con gli occhiali”, quasi non identificabile a causa delle immagini sgranate, potrebbe essere lui. Condizionali che vengono quasi smentiti dopo poche ore. Stando infatti a quanto filtra dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, la segnalazione (arrivata da una fonte) è stata scandagliata approfonditamente dagli investigatori senza tuttavia trovare alcuna conferma. Le immagini in questione sono state registrate nell’Agrigentino da una camera posta a qualche centinaio di metri dalla casa di Pietro Campo, boss di Santa Margherita Belice e considerato uomo di fiducia di Messina Denaro. Nel video si vedono due persone a bordo di un suv in una strada di campagna. Secondo chi indaga pare assai improbabile che uno dei maggiori ricercati al mondo circolasse in auto, in pieno giorno, davanti alla masseria di Campo, strettamente controllato proprio per la sua vicinanza a “u’ siccu”. All’alba 150 poliziotti delle Squadre Mobili di Trapani, Palermo, Agrigento e del Servizio Centrale Operativo, su disposizione della Dda palermitana, dotati (si legge nelle veline della polizia) di apparecchiature speciali e supportati dai Reparti Prevenzione Crimine di Sicilia e Calabria, coadiuvati dall’auto dagli elicotteri, hanno effettuato perquisizioni e controlli a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena. Zone dove vivrebbero decine di fiancheggiatori della primula rossa, appartenenti agli storici mandamenti mafiosi.  Si tratta di “vecchie conoscenze” degli investigatori per i loro rapporti con il latitante: tra i 20 destinatari dei decreti di perquisizione ci sono anche soggetti già condannati per associazione a delinquere di tipo mafioso. Poi arrivano le parole di Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale Antimafia, che a Radio Rai dichiara una serie di ovvietà: “I capi nella loro latitanza possono allontanarsi dai luoghi di origine ma certamente devono tornare”. Inoltre i latitanti “devono avvalersi di una rete che opera sul territorio, altrimenti non potrebbero mantenere una posizione di comando e capi storici come Matteo Messina Denaro è evidente che non abbandonerebbero mai la loro posizione”. In sostanza “u’ siccu” così come tanti suoi noti predecessori e altri capi camorra e ‘ndrangheta, si troverebbe nel suo territorio nel sud della Sicilia. “Benché non sia ufficialmente il capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro – chiosa de Raho – unitamente a Totò Riina e ad altri capi ha guidato un piano d’attacco al nostro Paese e quindi necessariamente deve essere catturato e assicurato alla giustizia anche per confermare che il mafioso non avrà mai tregua“. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Camorra, il fantasma di Antonio Bardellino: storia del boss scomparso nel nulla. Legato a Cosa Nostra siciliana e progenitore del clan dei Casalesi, ufficialmente è stato ucciso in Brasile nel 1988. Ma il corpo non è mai stato ritrovato. Gli indizi che raccontano una verità diversa. Dario del Porto su La Repubblica il 30 settembre 2021. Buzios, Stato di Rio de Janeiro, Brasile. Fine maggio del 1988, pomeriggio. Un uomo rientra a casa. E' italiano, da un pezzo fa la spola fra la provincia di Caserta, Santo Domingo e il Sudamerica. Parcheggia l'auto, apre il cancello del villino affacciato sull'oceano. All'interno lo aspetta un vecchio amico appena arrivato dall'Europa che si è fatto accompagnare da un tassista di San Paolo.

Giovanni Motisi, Attilio Cubeddu e Renato Cinquegranella. Chi sono i cinque latitanti più ricercati d’Italia: da Messina Denaro a Graziano Mesina, ai sospetti di morte. Ciro Cuozzo su Il Riformista l’1 Ottobre 2021. In alto da sinistra Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi. In basso da sinistra: Renato Cinquegranella, Attilio Cubeddu e Graziano Mesina. Sono cinque i latitanti di massima pericolosità ricercati dalle forze dell’ordine italiane. Si tratta di due boss di Cosa Nostra (Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi), un camorrista (Renato Cinquegranella, Raffaele Imperiale è stato arrestato il 4 agosto 2021 a Dubai) e due responsabili di ‘gravi delitti’ (Attilio Cubeddu e Graziano Mesina), entrambi sardi che, pur non facendo parte di organizzazioni criminali di spicco, sono ricercati in quanto responsabili di delitti di particolare gravità ed efferatezza, tali da essere percepiti come soggetti socialmente pericolosi. E’ quanto emerge dall’ultimo report (17 agosto 2021) diffuso dal Ministero dell’Interno e redatto dalla direzione centrale della Criminalpol quale sintesi dell’attività svolta dal Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti (Giirl). Dal 2010 al 2020 sono stati assicurati alla giustizia 22 latitanti di massima pericolosità, di cui 17 arrestati in Italia, e 110 latitanti pericolosi, di cui 69 nel nostro paese. All’estero spiccano gli arresti nell’ultimo anno di due esponenti di spicco della ‘ndrangheta, Francesco Pelle (scovato in Portogallo lo scorso 29 marzo ed estradato in Italia a settembre) e Rocco Morabito (rintracciato in Brasile il 24 maggio), entrambi inseriti nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità ed in attesa di estradizione.Per quanto riguarda, invece, i latitanti pericolosi, l’elenco include, attualmente, 62 soggetti, di cui 18 affiliati alla ‘ndrangheta, 3 alla camorra, 4 alla criminalità pugliese, 2 a cosa nostra, 2 all’area dei sequestri di persona e 33 responsabili di ‘gravi delitti’. Ai latitanti di massima pericolosità, il sito web del Ministero dell’Interno dedica un’apposita sezione, pubblicandone le foto e una descrizione del profilo criminale. La finalità di tale iniziativa è duplice: da un lato, far conoscere i soggetti più pericolosi ricercati dallo Stato, dall’altro, stimolare lo “spirito di collaborazione” della collettività con le Forze dell’ordine nello svolgimento dell’attività di ricerca.

Matteo Messina Denaro e le leggende sulla sua latitanza

Le due ‘primule rosse‘ di Cosa Nostra figurano anche nell’elenco dei più ricercati a livello europeo. Il più popolare resta Messina Denaro, “u siccu”, “il magro”, letteralmente sparito nel nulla nel 1993, l’anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano: è ricercato in campo internazionale per “associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro”. Figlio di Francesco, capo della cosca di Castelvetrano (Trapani) e del relativo mandamento, nell’ultima tranche dei suoi 59 anni ha visto farsi “terra bruciata” intorno a colpi di arresti e sequestri di beni ma continua a restare imprendibile. Protagonista di un numero imprecisato di esecuzioni e tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo – rapito per costringere il padre Santino a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci e poi strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia – Messina Denaro secondo molti inquirenti non sarebbe il capo di Cosa nostra ma sicuramente continua a rivestire un ruolo di assoluto rilievo: la rivista “Forbes” lo ha incluso tra i dieci latitanti più pericolosi del mondo.

Difficile distinguere il vero e il falso in quello che di Messina Denaro raccontano informatori e pentiti: che, beffando chi lo bracca da anni, vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo; che si sarebbe sottoposto in Bulgaria (o in Piemonte) a una plastica ai polpastrelli e al viso; che avrebbe seri problemi agli occhi e ai reni, tanto da aver bisogno della dialisi; che godrebbe della protezione dalla ‘ndrangheta. Di volta in volta, c’è chi lo ha collocato sulle tribune del “Barbera” per un Palermo-Sampdoria, chi su una spiaggia greca, in vacanza con la compagna Maria, chi in una casa di Baden, in Germania. Ma l’unica certezza resta la sua irreperibilità dal 1993.

Giovanni Motisi e il sospetto che possa essere morto

Giovanni Motisi, “u pacchiuni”, “il grasso”, 59 anni, palermitano doc, ricercato dal ’98 per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage. Ha l’ergastolo da scontare, il killer di fiducia di Totò Riina, secondo un collaboratore di giustizia presente anche quando si parlò per la prima volta di ammazzare il generale Dalla Chiesa. Nel ’99, durante la perquisizione della sua villa di Palermo, spunta una fitta corrispondenza tra lui e la moglie Caterina, bigliettini recapitati da ‘postini’ fidati assieme a vestiti e regali. Ed è dello stesso anno l’ultima ‘apparizione’ certa in Sicilia di “u pacchiuni”, alla festa di compleanno della figlia: nelle foto ritrovate diversi anni dopo risaltano le pareti coperte con lenzuola bianche per non far riconoscere il posto. Da allora, più niente tanto da alimentare il sospetto – ricorrente nelle grandi latitanze – che Motisi possa essere morto. Un’altra ipotesi è che abbia cercato, e trovato, riparo in Francia: l’esattore del racket Angelo Casano ha raccontato che nel 2002 Motisi “perse” la reggenza di Pagliarelli a vantaggio di Nino Rotolo e che per un paio d’anni si nascose nell’Agrigentino, “terra” di Giuseppe Falsone. Boss arrestato nel 2010 dalla Gendarmeria francese a Marsiglia

Renato Cinquegranella e il brutale omicidio

Elemento apicale della camorra, anche di Renato Cinquegranella, 72 anni, si sono praticamente perse le tracce dal 2002. Ricercato da quasi venti anni per associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione ed altro, originariamente legato alla “Nuova Famiglia”, storici rivali della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, di lui resta negli archivi una vecchia foto sgranata in bianco e nero, calvizie incipiente, occhiali, baffi neri e sguardo fisso nell’obiettivo. Un volto come tanti, eppure il suo nome compare nelle cronache giudiziarie di due dei delitti che più hanno scosso Napoli: l’omicidio di Giacomo Frattini, alius “Bambulella”, soldato della Nco, torturato, ucciso e fatto a pezzi nel gennaio dell’82 (un delitto efferato per vendicare l’omicidio in carcere di un fedelissimo dell’allora boss di Secondigliano, Aniello La Monica. Il corpo di Bambulella fu trovato avvolto in un lenzuolo nel bagagliaio di un’auto, mentre la testa, le mani e il cuore furono trovati chiusi in due sacchetti di plastica all’interno dell’auto) e il massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, ‘firmato’ nel luglio dello stesso anno dalle Brigate Rosse cui Cinquegranella diede supporto logistico. L’episodio confermò l’esistenza di un ‘patto scellerato’ tra le Br e i capi-zona della camorra del centro di Napoli. Dal dicembre 2018 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, finora senza esito. “Fu già arrestato una volta ma approfittò di un permesso per evadere e da allora è irreperibile” ha sottolineato nel dicembre 2020 il procuratore di Napoli Giovanni Melillo.

Attilio Cubeddu e l’ipotesi che sia morto

Attilio Cubeddu, nome storico dell’Anonima sequestri sarda, nasce ad Arzana, in provincia di Nuoro, nel 1947 e dopo diversi reati commessi da giovanissimo si scopre una vocazione per i rapimenti: partecipa tra gli altri a quelli Rangoni Machiavelli, Bauer e Peruzzi, fino all’arresto del 1984 a Riccione. La condanna a 30 anni sembra l’inizio della fine, ma lui che è furbo e determinato si comporta da detenuto modello e riesce ad ottenere diversi permessi premio: da uno di questi, concessogli nel gennaio del 1997 a Badu ‘e Carros per vedere moglie e figlie, “dimentica” di rientrare. E’ da quei giorni che diventa praticamente un fantasma. Un fantasma che si materializza solo nei giorni del sequestro Soffiantini, di cui è implacabile carceriere (“il più cattivo di tutti”, secondo l’imprenditore bresciano) e che polizia e carabinieri cercano inutilmente ovunque: in Corsica, in Spagna, in Germania, in Sud America e, naturalmente, in Sardegna, dove secondo alcuni avrebbe trascorso gran parte della sua latitanza, protetto da un network di fiancheggiatori. Negli anni si è fatta strada l’ipotesi che in realtà sia morto, ucciso da un complice per una storia di soldi: ma nel dubbio, anche per lui la caccia resta aperta.

Graziano Mesina e l’ultima fuga

Altro sardo doc – di Orgosolo – è Graziano Mesina, per gli amici ‘Gratzianeddu‘, penultimo di undici figli e primatista di evasioni: ventidue, di cui 10 riuscite, alcune in modo romanzesco. Il suo ‘esordio’ criminale è precocissimo, denunciato a 14 anni per il possesso abusivo di un fucile, e il primo tentato omicidio arriva a 19 anni: ferisce a colpi di pistola, in un bar del suo paese – ma lui si dichiara estraneo – un pastore ‘rivale’ della sua famiglia guadagnandosi una condanna a 16 anni. Trasferito dal carcere di Nuoro a quello di Sassari per un altro processo, alla stazione di Macomer salta giù dal treno ma viene riacciuffato poco dopo. La fuga è solo rinviata: il 6 settembre scavalca una finestra e scende lungo un tubo dell’acqua dell’ospedale in cui era stato ricoverato e resta per tre mesi nascosto in montagna. E’ solo il primo di una lunga serie di dentro e fuori: gira le carceri di mezza Italia e da tutte o quasi in momenti diversi fugge o tenta la fuga. Nel ’92, durante il sequestro del piccolo Farouk Kassam, Gratzianeddu veste addirittura i panni del mediatore nel tentativo di trattare la liberazione. Nel 2004, ottenuta la grazia, lascia il carcere di Voghera e torna da uomo libero a Orgosolo dove si reinventa guida turistica ma meno di dieci anni dopo finisce di nuovo in manette, stavolta per droga. Il 2 luglio 2020 i carabinieri bussano alla sua porta per notificargli il verdetto con il quale la Cassazione ha respinto il suo ultimo ricorso ma non lo trovano: Mesina, a 79 anni, è di nuovo irreperibile.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Messina Denaro e gli altri super latitanti, chi sono i 6 imprendibili più ricercati d'Italia. Tra le primule rosse due camorristi, due mafiosi e due criminali dell'Anonima sequestri. Il loro identikit in un report del Viminale. La Repubblica il 17 agosto 2021. Sono sei. Pericolosi e probabilmente con i connotati completamente cambiati. Sono quelli “scomparsi nel nulla”, nonostante siano i più ricercati d’Italia. A braccarli da anni, polizia, carabinieri, antimafia, anticrimine, informatori, finanza, cani anti droga. Sui loro passi, a volte, persino gli agenti di pool internazionali. Ma nulla... Di due mafiosi, due camorristi e due criminali comuni, non c’è traccia. Volatilizzati da anni.  Chi sono?  Ce lo racconta il Viminale che ha reso pubblico il report, della direzione centrale della Polizia criminale, "Latitanti di massima pericolosità”. Si tratta di Matteo Messina Denaro, Giovanni Motisi, Renato Cinquegranella, Raffaele Imperiale, Attilio Cubeddu e Graziano Mesina.  Primule rosse inserite nella lista dei most wanted.

"U siccu", il super boss della Cupola. Senza dubbio, il più popolare, negativamente parlando, è Matteo Messina Denaro, conosciuto nel suo ambiente come "u siccu", "il magro", sparito nel nulla nel '93, quando scoppiarono le bombe a Milano, Firenze e Roma. Accusato di aver ucciso e sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, Messina Denaro, di cui è riapparsa da poco la voce in un vecchio nastro processuale, si è dato alla macchia dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano. Lunghissima la lista dei suoi crimini: è ricercato anche all’estero per "associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro". Figlio di Francesco, capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, nell'ultima tranche dei suoi 57 anni ha visto farsi "terra bruciata" intorno a colpi di arresti e sequestri di beni ma continua a restare imprendibile. La rivista "Forbes" lo ha incluso tra i dieci latitanti più pericolosi al mondo. Di lui si dice vivrebbe in Sicilia, beffando tutti. Ma anche che si sarebbe sottoposto in Bulgaria (o in Piemonte) a una plastica ai polpastrelli e al viso; che avrebbe seri problemi agli occhi e ai reni, tanto da aver bisogno della dialisi; che godrebbe della protezione dalla 'ndrangheta. Di volta in volta, c' è chi lo ha collocato sulle tribune del "Barbera" per un Palermo-Sampdoria, chi su una spiaggia greca, in vacanza con la compagna Maria, chi in una casa di Baden, in Germania.

"U pacchiuni", Il killer di Riina. Altro imprendibile (finora) è Giovanni Motisi, detto “u pacchiuni", "il grasso", 59 anni, palermitano doc, ricercato dal '98 per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage. Ha l'ergastolo da scontare, il killer di fiducia di Toto' Riina, secondo un collaboratore di giustizia era presente anche quando si parlò per la prima volta di ammazzare il generale Dalla Chiesa. Nel '99, durante la perquisizione della sua villa di Palermo, spunta una fitta corrispondenza tra lui e la moglie Caterina, bigliettini recapitati da 'postini' fidati assieme a vestiti e regali. Ed è dello stesso anno l'ultima 'apparizione' certa in Sicilia di "u pacchiuni", alla festa di compleanno della figlia: nelle foto ritrovate diversi anni dopo risaltano le pareti coperte con lenzuola bianche per non far riconoscere il posto. Da allora, più niente o quasi tanto da alimentare il sospetto - ricorrente nelle grandi latitanze - che Motisi possa essere morto. Un'altra ipotesi è che abbia cercato, e trovato, riparo in Francia.

Il camorrista della Nuova famiglia. Boss della camorra, classe 1949, anche di Renato Cinquegranella si sono praticamente perse le tracce dal 2002. Ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione ed altro, originariamente legato alla Nuova Famiglia, storica rivale della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, di lui resta negli archivi una vecchia foto sgranata in bianco e nero, calvizie incipiente, occhiali, baffi neri e sguardo fisso nell'obiettivo. Un volto come tanti, eppure il suo nome compare nelle cronache giudiziarie di due dei delitti che piu' hanno scosso Napoli: l'omicidio di Giacomo Frattini, alius "Bambulella", soldato della Nco, torturato, ucciso e fatto a pezzi nel gennaio dell'82; e il massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, 'firmato' nel luglio dello stesso anno dalle Brigate Rosse. L'episodio confermò l'esistenza di un "patto scellerato" tra le Br e i capi-zona della camorra del centro di Napoli. Dal dicembre 2018 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, finora senza esito.

Il broker della droga. Raffaele Imperiale, 46 anni, originario di Castellammare di Stabia, noto anche come "Rafael Empire", è invece ricercato per traffico internazionale di stupefacenti dal 2016 ed e' ritenuto uno dei piu' grandi broker mondiali della droga. Amante del lusso, cinque anni fa all'interno di una sua vecchia casa, in una intercapedine, vennero recuperati due van Gogh rubati in Olanda. Vittima da ragazzo di un tentativo di rapimento al quale riesce misteriosamente a sfuggire, eredita dal fratello maggiore un coffee shop ad Amsterdam e da qui inizia la sua carriera criminale, tessendo pazientemente contatti e alleanze con i narcos sudamericani e con il clan Amato-Pagano - destinato a diventare famoso come clan degli Scissionisti - che gli consentono di diventare uno dei maggiori fornitori di cocaina delle piazze di spaccio partenopee.

Il più cattivo dell'Anonima sequestri. Attilio Cubeddu, nome storico dell'Anonima sequestri sarda, nasce ad Arzana, in provincia di Nuoro, nel 1947 e dopo diversi reati commessi da giovanissimo si scopre una vocazione per i rapimenti: partecipa tra gli altri a quelli Rangoni Machiavelli, Bauer e Peruzzi, fino all'arresto del 1984 a Riccione. La condanna a 30 anni sembra l'inizio della fine, ma lui si comporta da detenuto modello e riesce ad ottenere diversi permessi premio: da uno di questi, nel gennaio del 1997 per vedere moglie e figlie, "dimentica" di rientrare. È da allora che si materializza solo nei giorni del sequestro Soffiantini, di cui è implacabile carceriere ("il più cattivo di tutti", secondo l'imprenditore bresciano) e che polizia e carabinieri cercano inutilmente ovunque: in Corsica, in Spagna, in Germania, in Sud America e, naturalmente, in Sardegna, dove secondo alcuni avrebbe trascorso gran parte della sua latitanza, protetto da un network di fiancheggiatori. Negli anni si è fatta strada l'ipotesi che in realtà sia morto, ucciso da un complice per una storia di soldi. Nel dubbio, anche per lui la caccia resta aperta.  

Le evasioni di "Gratzianeddu". Altro sardo doc - di Orgosolo - è Graziano Mesina, per gli amici "Gratzianeddu", penultimo di undici figli e primatista di evasioni: ventidue, di cui dieci riuscite, alcune in modo romanzesco. Il suo esordio criminale è precocissimo, denunciato a 14 anni per il possesso abusivo di un fucile, e il primo tentato omicidio arriva a 19 anni: ferisce a colpi di pistola, in un bar del suo paese - ma lui si dichiara estraneo - un pastore rivale della sua famiglia, guadagnandosi una condanna a 16 anni.

Trasferito dal carcere di Nuoro a quello di Sassari per un altro processo, alla stazione di Macomer salta giù dal treno ma viene riacciuffato poco dopo. La fuga è solo rinviata: il 6 settembre scavalca una finestra e scende lungo un tubo dell'acqua dell'ospedale in cui era stato ricoverato e resta per tre mesi nascosto in montagna. È solo il primo di una lunga serie di dentro e fuori: gira le carceri di mezza Italia e da tutte o quasi in momenti diversi fugge o tenta la fuga. Nel '92, durante il sequestro del piccolo Farouk Kassam, Gratzianeddu veste addirittura i panni del mediatore nel tentativo di trattare la liberazione. Nel 2004, ottenuta la grazia, lascia il carcere di Voghera e torna da uomo libero a Orgosolo dove si reiventa guida turistica ma meno di dieci anni dopo finisce di nuovo in manette, stavolta per droga. Il 2 luglio 2020 i carabinieri bussano alla sua porta per notificargli il verdetto con il quale la Cassazione ha respinto il suo ultimo ricorso ma non lo trovano: Mesina, a 79 anni, è di nuovo irreperibile

Il conto dei criminali arrestati. Dal 2010 al 2020 sono stati assicurati alla giustizia 22 latitanti di massima pericolosità (di cui 17 arrestati in Italia) e 110 latitanti pericolosi (di cui 69 in Italia). Tra i restanti, localizzati in Paesi europei ed extraeuropei, spiccano gli arresti nell'ultimo anno di due esponenti di rilievo della 'ndrangheta, Francesco Pelle e Rocco Morabito, entrambi inseriti nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità.

Matteo Messina Denaro: ecco perché, con Riina, volle le stragi di Falcone e Borsellino. I giudici: “Sapeva della trattativa Stato-Mafia”. Depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’assise di Caltanissetta aveva condannato all’ergastolo il boss. Lirio Abbate su L'Espresso il 19 agosto 2021. Il boss Matteo Messina Denaro, “u siccu”, ha partecipato alla deliberazione e all’attuazione delle stragi di Falcone e Borsellino. Ha sostenuto la strategia terroristica mafiosa di Riina e l’attacco allo Stato, al quale i Corleonesi avevano dichiarato guerra. Ed il capomafia è stato uno snodo della trattativa Stato-mafia. Sono alcuni dei punti su cui si sviluppa la lunga motivazione della sentenza di condanna del maggiore latitante italiano, depositata il 18 agosto. La Corte d’assise di Caltanissetta aveva inflitto l’ergastolo lo scorso ottobre a Messina Denaro per le stragi del 1992, così come aveva richiesto il pm Gabriele Paci, che ha istruito il processo, e che dal 18 agosto è il nuovo procuratore di Trapani. I giudici scrivono che il latitante «condivise in pieno l’oggetto e la portata del piano criminale di Riina di attacco allo Stato e di destabilizzazione delle sue Istituzioni allo scopo, da un canto, di colpire i nemici storici, gli inaffidabili e i traditori di Cosa nostra, dall'altro canto, di entrare in contatto con nuovi referenti con cui trattare per giungere ad un nuovo equilibrio». E sottolineano che questo mafioso trapanese-corleonese era a conoscenza della «trattativa Stato-mafia, l'altra faccia della medaglia del piano stragista» scrive la Corte. E aggiunge su questo punto: «Furono resi edotti Matteo Messina Denaro e Graviano (“i picciotti sanno tutto”), con sicuro coinvolgimento del boss trapanese». «In definitiva, Matteo Messina Denaro fu in assoluto un membro del cerchio magico di Riina e, anche solo in tale veste (senza nulla togliere alla comunque accertata reggenza della provincia di Trapani), è uno dei protagonisti dell'attacco sfrontato che Cosa nostra intraprese contro lo Stato al fine di destabilizzarne le Istituzioni e costringerlo tramite nuovi canali referenziati a trovare un compromesso favorevole ad entrambi i fronti». Per i giudici Matteo Messina Denaro «mise fattivamente a disposizione della causa stragista le proprie energie e le sue forze militari e logistiche convogliando in senso unidirezionale tutta la nomenclatura trapanese. Man mano che il piano stragista prese corpo in parallelo Matteo Messina Denaro - in via diretta o indiretta (ovvero anche a mezzo degli uomini d'onore della provincia mafiosa da lui retta) - dimostrò tangibilmente la sua perdurante adesione e in tal guisa, ribadendo la fedeltà a Riina in quel delicato momento per la sua leadership e per l'intera Cosa nostra». La Corte ha fatto un certosino lavoro di ricostruzione dei fatti e della storia criminale dei corleonesi. È entrata nei meandri mafiosi che hanno portato alla genesi delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il movente. La deliberazione degli attentati e le singole riunioni in cui i boss ne hanno discusso. La creazione da parte di Riina della “Super cosa” che andava al di sopra della commissione di Cosa nostra.

Il piano stragista. La Corte nella motivazione sviscera i rapporti d’affari e criminali fra i corleonesi e i trapanesi. Gli interessi economici-patrimoniali di Riina nelle terre di Messina Denaro. I legami con la massoneria trapanese. E poi la figura di questo boss latitante e il suo ruolo al fianco del capo dei capi. Il protagonismo di “u siccu” nel periodo stragista, sia siciliano che nel “continente”, descrivendo «il motivo genetico dell’avversione di Cosa nostra a Borsellino» e l’attacco al patrimonio culturale e le ragioni «alla base delle sollecitazioni di Messina Denaro all’eliminazione di Borsellino». C’è in lui la consapevolezza di queste bombe. E i giudici spiegano bene, sulla base delle prove prodotte dal pm Paci, della sua responsabilità. «Sarà, si badi, in particolare il duo Messina Denaro-Graviano, a gettare la Penisola nello scompiglio appena l'anno successivo alle stragi del 1992)». Per i giudici che hanno condannato il boss all’ergastolo «Messina Denaro, seppur non ebbe alcun ruolo nella fase esecutiva delle stragi di Capaci e via D'Amelio, mise immediatamente a disposizione la propria persona e quella degli altri uomini d'onore e soggetti a lui legati trapanesi per una morsa a tenaglia dei due magistrati ovunque si trovassero contribuendo al loro stretto monitoraggio e a infuocare gli animi dei complici verso la loro morte che avvenne nella provincia di Palermo, ma che sarebbe potuto accadere anche a Roma, a Marsala o nelle diverse opzioni geografiche che per ipotesi si sarebbero potute presentare». E non mancano i giudici di ricordare le connessioni con la politica e con i politici. E i collegamenti che Messina Denaro ha cercato, e forse attuato dopo le stragi, con nuovi referenti. Il boss, che nelle scorse settimane è diventato nonno, è ricercato ufficialmente dal 1993. È sempre più ricco e potente. Tutte le persone che hanno avuto contatti con lui sono state arrestate, compresi i suoi familiari. E sequestrati i beni. Li ha resi poveri e isolati in carcere. Nonostante ciò, la sua invisibilità non lascia trasparire alcuna crepa.

Tanti soprannomi, un solo volto. Diabolik, U siccu, Alessio, Luciano, “La testa dell'acqua”, Iddu, “U Diu”, il Premier, “il noto”. Tanti soprannomi per indicare un solo nome: Matteo Messina Denaro.

Messina Denaro sette soprannomi per un mistero. Salvo Palazzolo su AMDuemila il 14 Novembre 2019. Tratto da: La Repubblica Palermo. Lo chiamavano “u siccu”, oppure Luciano, poi è diventato Alessio Adesso è “la testa dell’acqua”, Iddu, il premier o anche “il noto”. All’inizio, fra Castelvetrano e Marinella di Selinunte, era solo “u siccu”, niente più che un soprannome. Oppure, Luciano, chissà perché. Ventisei anni dopo, l’imprendibile Matteo Messina Denaro è il “premier”, questo diceva di lui Antonello Nicosia, l’assistente della deputata Occhionero arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di essere stato l’ambasciatore della primula rossa nelle carceri. Nei nomi con cui lo chiamano c’è la sua storia misteriosa. Per Totò Riina sepolto al 41 bis era semplicemente "l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa". E lo diceva in senso dispregiativo: "Questo ragazzo suo padre l’aveva affidato a me, perché era dritto, gli ho fatto scuola io... a me dispiace dirlo". E, d’un tratto, l’enfant prodige di inizio anni Novanta diventò il “signor Messina”: "Questo fa il latitante con i pali eolici per prendere soldi - sbottava il capo dei capi di Cosa nostra all’ora d’aria - ma non si interessa… ". “La testa dell’acqua” come lo chiamano i suoi fedelissimi nelle intercettazioni ha rinnegato la strategia stragista del più sanguinario dei suoi padri - Totò Riina - ed è diventato “Iddu”, come chiamavano l’altro padrino di Corleone, Bernardo Provenzano, che dopo la stagione delle bombe sembrava essere diventato un santone. “Iddu” il vecchio e anche il giovane (che nei pizzini con Binnu si firmava Alessio) conoscono il segreto della trattativa con pezzi dello Stato, sanno perché all’improvviso le bombe terminarono di scuotere l’Italia nel 1993. E Riina non riusciva a darsi pace. Nelle intercettazioni fatte nel 2013 nel carcere di Opera criticava la scelta di fare solo affari e nessun attentato, arrivando persino a dare del “carabiniere” al suo “ragazzo” di un tempo. La stessa espressione che il capo dei capi aveva utilizzato per Provenzano: "Allora qualcuno ti dice cosa fare…". A Riina è rimasto il sospetto che dietro la fine delle bombe ci sia stato un patto, con chissà quale lasciapassare. E a proposito del “ragazzo” diventato ormai il “signor Messina” diceva pure: "Io penso che se n’è andato all’estero". Chissà se era solo uno sfogo con il compagno dell’ora d’aria o sperava di essere intercettato. Magari per vendicarsi, a modo suo, di un’altra soffiata. Di sicuro, ormai da tempo, non ci sono più tracce della “testa dell’acqua”, il premier di una mafia liquida che ha scelto gli affari importanti e ha abbandonato il controllo del territorio mafioso. “U siccu” è diventato un fantasma. Un giorno qualcuno l’ha chiamato “Padre Pio”, uno strano fantasma in aria di santità, un mafioso diventato modello criminale. Ma sempre ben radicato da qualche parte, perché qualcuno di importante continua a pensare a lui. Così in un’intercettazione è rimasta impigliata un’altra espressione molto curiosa: lo chiamavano anche “il noto”, con un termine sbirresco che racconta molto del mistero Messina Denaro. "Ascolta bene - diceva al telefono l’agente dei servizi segreti Marco Lazzari all’avvocato romano Giandomenico D’Ambra - ciò che prevedevamo è stato confermato da Cristiano... ti devi allontanare da zio per un periodo, io già ci ho parlato". Lo “zio” era il boss gelese Salvatore Rinzivillo. L’avvocato chiedeva: "Allontanarmi radicalmente?". Lo 007 dell’Aisi spiegava: "Eh sporadicamente, io già ci ho parlato, già gliel’ho detto che ti avvertivo... non è nulla di particolare, è solo un’attenzione... capito per il noto che stanno cercando giù, si so n’cafoniti, perché... poi ti spiego a voce, tanto ci vediamo... dagli anni 80 fino ad adesso vogliono controllare tutti capito". Il “noto che stanno cercando giù” era proprio il superlatitante Matteo Messina Denaro. E questa intercettazione del Gico della Guardia di finanza di Roma, risalente al 10 marzo 2016, ha provocato un terremoto. Come aveva fatto un agente dei servizi segreti, operativo a Roma, a sapere delle indagini siciliane sul “noto”? E chissà per quanti altri infedeli il capomafia delle stragi di Roma, Milano e Firenze è ancora il “noto”. Nei nomi con cui lo chiamano c’è davvero la sua storia. E qui in Sicilia qualcuno ha cominciarlo a maledirlo, per tutti gli arresti della procura di Palermo che stanno falcidiando la provincia di Trapani. Così Messina Denaro è diventato “questo”, o anche il “purpu”. "Ma questo che minchia fa? Un cazzo, si fa solo la minchia sua, e scrusciu non ci deve essere". C’è una frangia di fedelissimi che la pensa come Totò Riina: "Arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello... purpo, svita tutti... se avete i coglioni uscite tutti fuori, sennò vi faccio saltare". Ma Matteo, u Siccu, il premier, Padre Pio e tutto il resto sembra davvero essere andato via. L’ultimo che l’ha visto è il suo amico fidato Vincenzo Sinacori, killer pure lui. Era il 1994. Tratto da: La Repubblica Palermo

Mafia e poteri occulti. Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra protetto dallo Stato-Mafia. Giorgio Bongiovanni su Antimafiaduemila il 12 - 18 Aprile 2021. Nei giorni scorsi, su Nove, è andato in onda la videoinchiesta “Matteo Messina Denaro - Il Superlatitante”, prodotta da Videa Next Station per Discovery Italia, sviluppata da Giovanni Tizian e Nello Trocchia in collaborazione con il quotidiano "Domani". Uno speciale che suona non solo come un'occasione persa, ma a tratti appare anche fuorviante sul ruolo che ancora oggi riveste il boss trapanese, ultimo stragista rimasto latitante. E lo diciamo senza nulla togliere all'impegno dei cronisti che hanno raccontato la storia. Perché se da una parte è sicuramente apprezzabile la scelta di aver dato voce ai familiari vittime delle stragi dei Georgofili e di via Palestro, accanto alle intercettazioni più recenti dei suoi sodali che parlano della sua figura, o le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, dall'altra ci sono le scelte discutibili di intervistare personaggi ambigui. Molto si è parlato del primo Matteo Messina Denaro, del giovane "killer" e "latin lover" che ama la bella vita, nonostante la latitanza. Solo qualche accenno sulle grandi connessioni con il sistema politico, imprenditoriale e massonico che, probabilmente, garantiscono la sua latitanza. Nulla su quei mandanti esterni delle stragi che hanno accompagnato Cosa nostra in quella strategia di attacco allo Stato. Per questo il prodotto finale, a nostro parere, è rimasto mediocre. E così facendo il rischio che l'opinione pubblica abbia un'idea incompleta sul latitante più famoso del mondo è altissimo. Ma è soprattutto nel dossier giornalistico "Dopodomani", pubblicato dal quotidiano, che siamo rimasti sconcertati. Perché è qui che abbiamo ravvisato grossolani errori, nella migliore delle ipotesi per disattenzione, nella peggiore per volontà "devianti" e "manipolatrici" sul ruolo che lo stesso Messina Denaro ha ancora oggi nel panorama del Sistema criminale. E ciò avviene per bocca di Giacomo Di Girolamo, autore del libro "L'Invisibile - Matteo Messina Denaro". Come? Nel momento in cui sminuisce in maniera grave l'intera storia del progetto di attentato nei confronti del magistrato Nino Di Matteo, lasciando intendere che si tratti di una bufala generata da collaboratori di giustizia che avrebbero millantato conoscenze e fatti. E lo fa in barba a quei riscontri trovati dagli stessi pm nisseni e alla convergenza nei racconti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili dalle procure. L'inchiesta sull'attentato a Di Matteo è stata archiviata, come è scritto anche sul dossier, ma tacere quelle conclusioni dei pm in cui si mette in evidenza come la condanna a morte non sia stata mai revocata è un'omissione pesante. Un'inchiesta sempre pronta ad essere riaperta in quanto si continua a cercare il tritolo arrivato a Palermo per colpire il magistrato antimafia. Questione di ignoranza? Di pregiudizio? Di superficialità? Comunque è grave. Perché così facendo si fa esattamente il gioco di chi vuole isolare, delegittimare e uccidere quei magistrati scomodi al potere e che da anni cercano la verità su stragi e delitti. Quel gioco che piace anche a Matteo Messina Denaro che resta latitante. Del boss di Castelvetrano (figura ben più importante di un fuggitivo che "si fa solo gli affari propri"); delle protezioni su cui può contare grazie allo Stato-mafia; dell'attentato a Di Matteo e quei contorni inquietanti che riguardano il capomafia trapanese ed i suoi "amici romani" parliamo di seguito in maniera approfondita. Perché la mafia può anche aver cambiato "politica", puntando sulla sommersione, ma non è stata ancora vinta e la strategia stragista non è affatto un lontano ricordo.

Tanti soprannomi, un solo volto. Diabolik, U siccu, Alessio, Luciano, “La testa dell'acqua”, Iddu, “U Diu”, il Premier, “il noto”. Tanti soprannomi per indicare un solo nome: Matteo Messina Denaro.

Il boss di Castelvetrano è latitante dal 1993 ed i ventotto anni di fughe non gli hanno impedito di compiere omicidi, stragi, crimini efferati, né di gestire affari milionari nei settori più svariati. Su di lui sono stati scritti libri, articoli e sono state fatte trasmissioni televisive. Certo è che il suo è un "curriculum" di primissimo piano nell'organizzazione criminale siciliana. Prima accanto al padre, don “Ciccio”, Francesco Messina Denaro. Poi, alla morte di quest'ultimo, si fece largo tra i “corleonesi”, “adottato” da Riina in persona, fino a diventare protagonista dello stragismo della criminalità organizzata siciliana. Autore, secondo gli investigatori, di almeno una settantina di omicidi come mandante ed esecutore, nei primi mesi del 1992, assieme ad altri boss di Brancaccio, il giovane “Diabolik” fece parte del gruppo che doveva uccidere a Roma Giovanni Falcone, a colpi di kalashnikov, fucili e revolver. Salvatore Riina, forse “preso per la manina” da qualcuno come ha poi raccontato il pentito Salvatore Cancemi, cambiò idea all'improvviso, optando per un altro luogo ed una modalità decisamente più eclatante. E così fu “l'Attentatuni” lungo l'autostrada, all'altezza di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Anche di quell'attentato, così come per la strage di via d'Amelio, è stato ritenuto responsabile, in qualità di mandante, nel processo di primo grado tenuto davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta che lo ha condannato all'ergastolo. Una sentenza che di fatto conferma come vi sia stato un collegamento tra le bombe del 1992 pretese da Totò Riina e gli attentati nel nord Italia. L'opera sanguinaria di Messina Denaro si estende anche ad altri fatti. Sempre in quella calda estate del 1992, poco prima dell'attentato in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina), partecipò come esecutore materiali ad uno dei delitti più crudeli di Cosa nostra: il duplice omicidio dei fidanzati Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina) ed Antonella Bonomo (incinta di tre mesi, ritenuta testimone scomoda degli affari di Cosa nostra). Nel 1993, a soli 31 anni, fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E' l'anno delle stragi di Firenze, Milano e Roma che provocarono in tutto dieci morti (tra cui Nadia e Caterina Nencioni, rispettivamente di 9 anni e di 50 giorni) e 106 feriti a cui sono da aggiungersi i danni al patrimonio artistico. Stragi per cui è stato condannato all'ergastolo con sentenza definitiva nel 2002. Basterebbe già questo per far comprendere il peso di Matteo Messina Denaro. Ma vi è molto di più. 

Scalata Cosa nostra. Continuando a scorrere l'elenco di fatti e misfatti è noto che nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, appena 12enne, per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell'acido. Un altro omicidio efferato per una nuova condanna all'ergastolo, stavolta in appello. Nonostante la sua longeva latitanza, come dimostrato da decine di indagini e testimonianze, non ha mai perso il controllo nella gestione del mandamento di Trapani e, in seguito agli arresti di storici boss come Bernardo Provenzano (2006) e Salvatore Lo Piccolo (2007) è divenuto indubbiamente il vero punto di riferimento per Cosa nostra. Proprio nella Provincia di Trapani, secondo le relazioni della Dia più recenti, Messina Denaro regna incontrastato senza, in apparenza, inserirsi nelle scelte criminali a livello interprovinciale e regionale. Se nel recente tentativo di ricostruzione della Cupola a Palermo non era stato interpellato, così non era stato nel 2008 (operazione Perseo) quando dispensò in maniera chiara consigli anche condizionando le scelte dell'organizzazione nel Capoluogo. Consigli che non vengono disdegnati neanche oggi, almeno stando a quanto emerso nelle carte dell’operazione antimafia "Xydi". Nell'inchiesta della Procura di Palermo compare anche il nome del boss trapanese.

Procura di Palermo compare anche il nome del boss trapanese. In un'intercettazione il boss Giancarlo Buggea, uomo d’onore della famiglia di Canicattì, parlava della primula rossa mentre legge un pizzino scritto a mano: "Messina Denaro. Iddu, la mamma del nipote che è di qua, è mia commare, hanno sequestrato tutti i telegrammi mandati dalla posta di Canicattì, per vedere, per capire”. Il “nipote” di cui si parla è Girolamo Bellomo, marito di Lorenza Guttadauro, figlia della sorella del superlatitante. La Dda di Palermo indica in Buggea l’uomo “in condizione di intrattenere rapporti direttamente con Matteo Messina Denaro, essendo a conoscenza della segretissima rete di comunicazione e protezione utilizzata dal capo di Cosa Nostra latitante”. In un altro incontro Buggea parlava sempre del boss di Castelvetrano. “Quelli di Trapani lo sanno dov’è?”, gli domandava l’affiliato. “Lo sanno…”, rispondeva il boss. “Con Matteo glielo dovremmo dire, ci volevano altri due che ci andavano”, diceva ancora l’interlocutore. Secondo gli inquirenti si faceva riferimento ad un affare sul quale Messina Denaro deve dare il proprio assenso. La prova che il superlatitante viene riconosciuto come un importante riferimento, non solo a Trapani, dove regna incontrastato. Ma anche fuori. Certo è che da qualche anno a questa parte il cerchio attorno al boss trapanese si è fatto sempre più stretto. 

Ricchezze infinite. Nonostante i numerosi arresti di fedelissimi, familiari e continui sequestri di beni (secondo le stime ad oggi sarebbero stati sequestrati beni per oltre 3,5 miliardi di euro, ndr), il boss trapanese continua ad essere libero e ad intrecciare importanti rapporti con soggetti di altissimo livello nell'ambito politico ed imprenditoriale e ad accumulare infinite ricchezze. Un esempio sarebbe dato dai rapporti che la sua famiglia avrebbe avuto con l'ex senatore di Forza Italia Antonino D’Alì, ex sottosegretario agli Interni dal 2001 al 2006, finito sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Attualmente è in corso a Palermo il processo in appello dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio il precedente giudizio di assoluzione (e dichiarato prescritti i fatti precedenti al 1994). Sul piano economico sono noti gli affari del boss di Castelvetrano con Giuseppe Grigoli, re dei supermarket, prestanome e riciclatore di denaro delle cosche trapanesi. E in questi anni è emerso il suo forte interesse nel settore turistico e delle energie alternative. Le inchieste hanno portato al sequestro di beni ad imprenditori ritenuti prestanome del boss: Carmelo Patti, patron della Valtur (brand che dal 2018 ha cambiato gestione e che non ha più nulla a che fare con Carmelo Patti e con una mala gestione), e l'imprenditore dell'eolico, Vito Nicastri. Quest'ultimo è stato condannato lo scorso ottobre dal Gup di Palermo a 9 anni di reclusione, in abbreviato, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma indagini più recenti come "Eden 3", che portò a novembre dello scorso anno a tre arresti e a 19 indagati per un traffico di droga tra Campobello di Mazara e Milano, hanno svelato l'esistenza di legami ed interessi anche nel campo del traffico di droga. Tra le figure coinvolte nell'indagine ci sono Giacomo Tamburello, Nicolò Mistretta e l’ex avvocato Antonio Messina, considerati i “vertici del sodalizio” vicino a Messina Denaro. Altro dato interessante, che emergeva nell'inchiesta, è il contatto che alcuni personaggi siciliani hanno avuto con figure come Giuseppe Calabrò, legato alle cosche di San Luca, Vincenzo Stefanelli (indagato), già coinvolto nel sequestro di Tullia Kauten (1981), legato alle ‘ndrine liguri e a Calabrò, e Giovanni Morabito, secondo gli inquirenti legato “all’articolazione milanese della ’ndrina Morabito” di Africo. Un asse, quello tra Cosa nostra e 'Ndrangheta, che si conferma nel racconto di numerosi collaboratori di giustizia, non solo nel traffico di stupefacenti. Negli anni Novanta lo stesso Riina trascorse proprio in Calabria un periodo di vacanza. Un esempio concreto delle sinergie fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta è costituito sicuramente dall’omicidio del giudice Scopelliti, ammazzato il 9 agosto del 1991 a Villa San Giovanni mentre faceva rientro a Campo Calabro. La Procura di Reggio Calabria ha riaperto il fascicolo d'inchiesta scrivendo nel registro degli indagati 17 persone, tra boss e affiliati a cosche siciliane e calabresi: tra i nomi figura anche Matteo Messina Denaro ricercato dal 1993. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo da tempo sta indagando sulla partecipazione della criminalità organizzata calabrese in stragi ed omicidi eccellenti tanto che davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria si è celebrato un processo, denominato 'Ndrangheta stragista, che ha visto lo scorso luglio le condanne all'ergastolo di Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, accusati di essere i mandanti di una serie di attentati contro i carabinieri, in cui morirono anche i militari Fava e Garofalo, avvenuti tra il 1993 ed il 1994. Ma l'asse Sicilia-Calabria emerge anche nella storia recente nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia come Vito Galatolo il quale riferì che Cosa nostra acquistò proprio dai calabresi il tritolo per eliminare un altro magistrato: Nino Di Matteo.

La lettera di Messina Denaro e l'attentato contro Di Matteo. Che ne dica il Di Girolamo di turno non si tratta solo di dicerie di qualche collaboratore di giustizia. Ma vi sono anche intercettazioni telefoniche come quelle in cui Galatolo viene registrato a colloqui con la moglie. Alla donna confida di essere stato pesantemente coinvolto nella preparazione di un attentato a un magistrato. E lo fa riferendosi, fra l’altro, alla festa dell’Immacolata dell'8 dicembre 2012, quando si era dovuto allontanare da casa per partecipare urgentemente a una delle riunioni operative. Ciò avviene prima della sua collaborazione con la giustizia. Di questo progetto stragista ci siamo occupati più volte in questi anni. Una vicenda tornata alla ribalta dopo le recenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alfredo Geraci, ex mafioso di Porta nuova e uomo riservato vicino al boss Alessandro D'Ambrogio di fatto confermando alcuni dettagli già forniti da Galatolo. Entrambi parlano proprio di quel dicembre 2012 quando i boss di Palermo Alessandro D'Ambrogio (capomafia di Porta Nuova), Girolamo Biondino (capo a San Lorenzo), Vincenzo Graziano e Vito Galatolo (Acquasanta) si incontrarono segretamente dopo una riunione con altri capimafia. Un incontro per parlare di un tema preciso: l'attentato da organizzare contro il magistrato di Palermo. Una richiesta che portava una firma di peso: quella del boss Matteo Messina Denaro. Entrambi i pentiti hanno confermato che il boss trapanese avrebbe inviato delle missive in cui spiegava che Di Matteo andava fermato in quanto "si è spinto troppo oltre". Di questi elementi Vito Galatolo, da quando nel 2014 ha deciso di “togliersi un peso dalla coscienza” diventato collaboratore di giustizia, ha parlato in svariati processi. “La prima lettera me la porta Biondino (Girolamo, capomandamento di San Lorenzo e fratello del più noto Salvatore, autista storico di Totò Riina e depositario dei segreti del boss corleonese) e c'era anche Graziano e iniziava così: 'caro fratello, spero che tu stia bene' - ha raccontato il pentito durante il processo sulla trattativa Stato-Mafia - Messina Denaro voleva indicarmi come capomandamento di Resuttana e Biondino per quello di San Lorenzo. Lì si accenna all'attentato, chiedendo la disponibilità dei mandamenti ad eseguirlo, ma non si spiegano i motivi. La prima lettera scritta in corsivo e la seconda lettera in stampatello. Nella seconda invece si spiegano i motivi dell'attentato, poi la strappammo subito. Dell'attentato, mi disse Biondino, non dovevamo parlare a nessuno perché ci avrebbero ammazzato pure i bambini”. Dell'attentato a Di Matteo si parlò poi anche nella seconda lettera. “Qui si spiegò il motivo e c'era il riferimento ai processi. Si doveva dare un segnale che la mafia era sempre pronta a reagire allo Stato - ha detto Galatolo - anche qui si parlava in maniera affettuosa. Oltre all'attentato a Di Matteo si parlava di eliminare anche i due pentiti, “Manuzza”, Nino Giuffré, e Gaspare Spatuzza. Se accettavamo di fare l'attentato avremmo dovuto dire tutto a Mimmo (Biondino) che lui sapeva come organizzare. Biondino nello specifico si doveva occupare dell'esplosivo. C'erano da raccogliere dei soldi anche. Ed ogni mandamento doveva mettere due persone”.

A detta di Galatolo a chiedere a Messina Denaro di uccidere il magistrato sarebbero stati dei mandanti esterni, "gli stessi di Borsellino". Quel progetto di morte, forse anche grazie alle parole dell'ex boss dell'Acquasanta non è stato ancora eseguito ma, come hanno scritto i magistrati nisseni nella richiesta di archiviazione delle indagini, si tratta di un progetto di attentato "ancora in corso". Resta da capire perché una figura come Matteo Messina Denaro, attuale vertice di Cosa nostra, nel pieno della sua latitanza possa decidere di ritornare a quella strategia stragista chiedendo ai palermitani di adoperarsi. Una decisione inquietante e terribile che evoca anche la stagione dei delitti eccellenti, accantonata proprio dopo l'attacco allo Stato dei primi anni Novanta. 

Benestare Riina. Una decisione che, appena un anno dopo quelle missive, fu in qualche maniera avallata dal Capo dei capi, Totò Riina, che dal carcere "Opera" di Milano lanciava i suoi strali contro il magistrato. E' così che si realizza quella che può essere definita "convergenza di due prove autonome". Da una parte le dichiarazioni di alcuni protagonisti di quelle riunioni in cui si parlava del progetto di attentato. Dall'altra la voce di Riina dal carcere. Il boss corleonese auspicava che quel progetto di attentato fosse eseguito il prima possibile. “Io dissi che lo faccio finire peggio del giudice Falcone” diceva il boss corleonese il 16 novembre 2013 al boss pugliese Alberto Lorusso, durante l'ora d'aria. “E allora organizziamola questa cosa. Facciamola grossa e non ne parliamo più - continuava ancora ‘U curtu - Perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta. E allora se fosse possibile ad ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo”. Quelle conversazioni, cruente e drammatiche, venivano registrate dagli inquirenti che da qualche tempo avevano messo sotto intercettazione il capomafia. Durante il passeggio Riina parlava liberamente anche degli attentati del passato come quello a Rocco Chinnici, nel 1983. In quei dialoghi di Riina vi erano segni di insofferenza nei riguardi di Messina Denaro. Al contempo, nonostante i dissensi nella gestione quotidiana di Cosa nostra, in quelle registrazioni si evince la perfetta sintonia quando si devono intraprendere strategie importanti come uccidere il magistrato, Di Matteo, che in quel momento stava conducendo con il pool di Palermo (Del Bene, Teresi, Tartaglia, ndr) delle delicatissime indagini e si apprestava ad aprire un processo, quello sulla trattativa Stato-mafia, portando alla sbarra alti vertici delle istituzioni. Una tempistica temporale che non può passare inosservata.

I segreti delle stragi e della trattativa. Tornando a guardare a Matteo Messina Denaro all'interno di Cosa nostra, è innegabile che ad oggi sia, tra le persone in stato di libertà, il personaggio con il più alto spessore in Cosa Nostra. Un boss latitante che comanda strategicamente l'organizzazione criminale in quanto detentore di segreti indicibili. Segreti che danno potere. Un collaboratore di giustizia come Nino Giuffrè ha dichiarato che a lui sono stati consegnati i documenti segreti della cassaforte di Riina. “Probabilmente una parte di questi è finita a Matteo Messina Denaro - ha riferito in diversi processi l'ex boss di Caccamo - Posso dire che si tratta di una intuizione, più che una fonte. Perché non l’ho data per sicura, l’ho data per probabile che una parte di questa, sempre dai ragionamenti che ho fatto che si agganciano alla vicinanza di Salvatore Riina a Matteo Messina Denaro, dalla statura, dallo spessore mafioso di Matteo Messina Denaro e dalle indiscrezioni, diciamo, di Provenzano stesso che asseriva sempre come Matteo Messina Denaro era uno dei soggetti più fidati e più vicini a Riina. L’ipotesi è data da un complesso di piccole cose. Che a casa di Riina c’erano dei documenti me l’ha detto Provenzano, su questo punto non ho dubbi, e d’altronde so perfettamente che Riina mandava delle lettere a Provenzano”. E' dietro a quelle carte riservatissime che si nasconde parte dell'immenso potere di cui gode l'imprendibile padrino. Al processo contro Messina Denaro per le stragi del 1992, il pentito Brusca ha riferito quanto gli fu detto dal Capo dei capi Totò Riina: “Mi ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”. E sempre Brusca ha messo a verbale con i magistrati di Palermo, che Messina Denaro gli disse che Graviano incontrava l'imprenditore Silvio Berlusconi, fornendo persino dei dettagli su orologi che lo stesso avrebbe avuto. Del resto non è un mistero che nel periodo compreso fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, Messina Denaro ha trascorso diversi momenti della latitanza proprio assieme al capomafia di Brancaccio. Ecco dunque la forza di Messina Denaro nel 2020: la conoscenza di segreti indicibili. Come il perché la strategia delle bombe venne esportata in continente con l’adozione di modalità terroristiche mai appartenute, in precedenza, a Cosa Nostra, colpendo monumenti e causando vittime innocenti, o perché quelle stragi, subito dopo il fallito attentato all'Olimpico, si siano interrotte. Non può spiegarsi tutto con il semplice arresto dei fratelli Graviano, il 27 gennaio del 1994. Messina Denaro conosce la verità nascosta dietro la strage di Pizzolungo, dalla Chiesa, Chinnici, Capaci, via d'Amelio, e di quelle in Continente (Firenze, Roma e Milano) perché è stato parte attiva di quel mondo. Tutti questi segreti costituiscono, ancora oggi, un'arma di ricatto formidabile contro quello Stato che gli dà la caccia. Cosa accadrebbe se Messina Denaro, finisse in manette? E' pensabile che, vista la giovane età ed una vita vissuta tra gli agi (sempre secondo quanto riferito dai pentiti), possa scegliere di collaborare con la giustizia? E se così fosse cosa accadrebbe? Quanti pezzi dello Stato di ieri e di oggi cadrebbero? Nelle lettere a "Svetonio", lo pseudonimo dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, il boss di Trapani diceva che si sarebbe ancora sentito parlare di lui. Così è stato in questi anni. Messina Denaro si è dato da fare, non solo organizzando gli attentati. Nel processo di Caltanissetta ha testimoniato anche il collaboratore di giustizia Rosario Naimo, a lungo considerato un “re del narcotraffico” (per decenni a cominciare dalla fine degli anni ’60, si occupava dal New Jersey di maxi traffici di cocaina dal Sud America verso la Sicilia). Il capo dei capi Totò Riina lo descriveva come un soggetto “più potente del presidente degli Stati Uniti”. Non a caso era stato indicato come garante del patto tra siciliani d’America e siciliani di Sicilia secondo il quale agli "scappati" (i perdenti della guerra di mafia) sarebbe stata risparmiata la vita a patto che non rimettessero piede in Italia. Ma dalla Cupola siciliana era anche riconosciuto come un riferimento per i contatti con altissimi ambienti istituzionali americani. E a lui si rivolse Messina Denaro anche per portare avanti i “piani politici” dopo l'arresto di Riina: “Messina Denaro - ha raccontato Naimo - mi dice: “Senta Saruzzo, c'ho un abbraccio da parte di Luchino (Leoluca Bagarella, ndr) che ti saluta e mi ha detto di dirti una cosa nel caso tu possa dare una mano e aiutare”. Mi spiegò che in quel momento avevano degli agganci politici e delle cose per le mani, che si poteva creare una cosa buona per tutti noi. Un partito che potrebbe fare diventare la Sicilia autonoma, e far separare la Sicilia. Disse 'abbiamo agganci ma ci vorrebbe un aiutino dell'America". Quel gancio tra Trapani e gli Stati Uniti non era affatto nuovo. Nino Giuffrè ha raccontato ai magistrati proprio come già ai tempi in cui al vertice vi era il padre di Diabolik fosse un elemento fondamentale nella composizione del Sistema criminale. La mafia trapanese, ha affermato il pentito “è quella più intatta, meno colpita dalle forze dell’ordine, ed è un punto di incontro tra i Paesi arabi, l’America e diverse componenti che girano attorno alla mafia, per esempio la massoneria e i servizi segreti deviati. Oggi a capo di questa zona c’è il personaggio più importante di Cosa nostra: Matteo Messina Denaro. Lui è pupillo di Salvatore Riina”. Trapani, dunque è il fulcro di rapporti con l'esterno (“Posso dire serenamente che vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi. Cosa nostra non chiude le porte a nessuno: quando gli interessi convergono, fa alleanze”). Sono questi i legami del Sistema criminale integrato che ha in Cosa nostra una componente essenziale. Nella mafia che si riorganizza i vecchi padrini restano centrali proprio per quel ruolo di protagonisti che hanno recitato negli anni delle stragi di Stato e trattative. E dagli elementi raccolti in questi anni appare evidente che figure come Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino, i Madonia di Palermo, a cui si affiancano gli Inzerillo, tornati in auge dopo l'esilio imposto da Riina, sono i veri punti di riferimento che comandano la mafia siciliana. 

Latitanza protetta. Ad oggi resta difficile individuare il luogo in cui il superlatitante sia nascosto. C’è chi sostiene che Messina Denaro abbia cambiato volto e voce per sfuggire alla cattura, chi dice che si trovi in Sicilia, nella sua terra, chi ritiene che si sia recato all’estero, in Sudamerica. Tra i possibili luoghi dove il boss di Castelvetrano potrebbe nascondersi non si esclude neanche la Calabria. Resta il fatto che, nonostante una taglia farsa da un milione e mezzo di euro fissata dai servizi di sicurezza, ad oggi Messina Denaro continua ad essere un ricercato e le domande aperte sono continue. Anche perché proprio parte di quei servizi di sicurezza dello Stato, a nostro giudizio, è verosimile che siano gli stessi che lo proteggono. Come è possibile? Perché? E quali sono i segreti che il padrino trapanese custodisce? Possibile che l'archivio segreto di Totò Riina, sparito dal covo di via Bernini e a lui consegnato, sia un formidabile strumento di ricatto con cui garantirsi la latitanza? Possibile che ancora oggi vi sia un "do ut des"? Si potrebbe spiegare in questo modo il motivo per cui il tentativo di eliminazione del magistrato Nino Di Matteo abbia trovato il suo input esternamente a Cosa nostra. E secondo questa chiave di lettura quell'attentato può essere letto come la moneta di scambio utile per prolungare ulteriormente la latitanza. Per questo motivo la guardia non può essere mai abbassata. Quel che appare evidente è che Messina Denaro gode di fortissima protezione. Nel gennaio 2017, il magistrato Teresa Principato, oggi alla Procura nazionale antimafia, quando era procuratore aggiunto a Palermo diede a lungo la caccia al boss trapanese, spiegò in Commissione antimafia che "Messina Denaro è protetto da una rete massonica". Di fronte a questo quadro disarmante la politica cosa fa? In questi anni di Governo di “non cambiamento” abbiamo registrato un certo immobilismo sul fronte della lotta alla mafia. Al di là dei proclami (nel programma stilato da Movimento Cinque Stelle e Pd la lotta alla mafia era relegata ad un miserabile 13esimo posto) c'è stato poco o nulla. Ed ancor più grave è ciò che è avvenuto dopo con il tradimento di Grillo che ha portato i pentastellati al governo accanto a Berlusconi. E il fatto che oggi si parli di una possibile fine per 41 bis ed ergastolo ostativo è l'ennesima prova del disastro. Matteo Messina Denaro non può che esserne felice e vincente perché Cosa nostra ottiene così ciò che ha sempre voluto. La politica non parla della ricerca della verità sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia, di fatto, escludendo i lavori della Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra, è piombato un oscuro silenzio dal giorno della sentenza di primo grado del 20 aprile 2018. In un intervento pubblico a Milano Nino Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, aveva ricordato come “per andare avanti c’è bisogno di tutto e di tutti. Ci sarebbe bisogno di una politica che, non soltanto con la commissione parlamentare antimafia, ma anche con le direttive che i ministri dovrebbero dare alle forze di polizia, spinga per il completamento di quel percorso di verità. E invece quando la magistratura va avanti loro frenano piuttosto che spingere”. Un'inerzia certificata dalla lunga serie di mancati provvedimenti a cominciare dall'incremento delle stesse forze di polizia, necessarie per un'efficace ricerca di latitanti, o quelli per intervenire in materia di carcerario per impedire, nonostante le richieste che arrivano dall'Europa, l'indebolimento del 41 bis. In assenza di misure simili è possibile ipotizzare che vi sia ancora oggi, dopo il sangue versato da martiri ed innocenti, una trattativa in corso tra la politica e Cosa nostra? E' possibile che la stessa si basi su quel "quieto vivere" che trova le sue radici proprio nel patto Stato-mafia stipulato a colpi di bombe tra il '92 ed il '94? I dati raccontano di una Mafia che non è stata sconfitta e che raggiunge profitti pari a circa 150 miliardi di euro l'anno, che è in grado di investire in borsa e di ottenere ingenti capitali grazie al traffico internazionale di stupefacenti. Traffico di stupefacenti che è in mano alla 'Ndrangheta (detiene il monopolio mondiale con un giro d'affari pari a 80 miliardi di euro l'anno) e che incredibilmente entra nel calcolo del Pil, così come viene richiesto dalla stessa Ue. Anche da questo dato si può cogliere il perché, ad oggi, la lotta alla mafia non è vista come una priorità da una politica che resta colpevolmente silente. E' lo specchio di quel che sta accadendo nel nostro Paese in cui la magistratura, sconquassata da recenti scandali giudiziari che hanno coinvolto alcuni rappresentanti, dopo essersi leccata le ferite è riuscita a trovare il coraggio di processare se stessa ed avviare un profondo rinnovamento. Basta osservare le recenti azioni del Consiglio superiore della magistratura. Un organo che abbiamo criticato aspramente in passato, definendolo anche come un Sinedrio, partendo da una serie di interventi sconsiderati rivolti contro i magistrati in prima linea sin dai tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi il Csm sta dimostrando di avere un nuovo spirito, cercando di abbandonare le logiche correntizie ed adottando criteri meritocratici nell'assegnazione dei ruoli direttivi, avviando pratiche a tutela nei confronti di magistrati impegnati in delicatissime inchieste, o anche aprendo procedimenti di trasferimento per altri colleghi che si sono resi protagonisti di un modus operandi quantomeno discutibile. Diversamente la politica, marcia nel suo animo, sembra essere allergica alle riforme e all'assunzione di responsabilità. E la dimostrazione è nel dibattito che ancora oggi si manifesta ogni qual volta si parla di riforma della giustizia, di prescrizione, di intercettazioni. O ancora nell'illogica scelta di non inserire la lotta alla mafia ai primi posti dell'agenda politica. In questi anni abbiamo assistito a tante promesse di cambiamento rimaste nell'etere. Abbiamo visto politici onesti, che non sono collusi, essere, loro malgrado, fagocitati o privati di qualsiasi possibilità di azione. E' la logica perversa dei patteggiamenti e delle trattative che lo Stato-mafia conduce nel 21°secolo. Matteo Messina Denaro lo sa bene e ringrazia. Finché non sarà abbattuto il Sistema criminale che infiltra lo Stato la sua latitanza è destinata a durare ancora a lungo!

La voce del boss Matteo Messina Denaro impressa su un nastro magnetico. Ansa / CorriereTv il 12 Agosto 2021. Per la prima volta il Tg1 trasmette un documento audio esclusivo con la deposizione del latitante di Cosa Nostra più ricercato in Italia. 18 marzo 1993, processo Accardo, uno dei tanti processi di mafia nel trapanese. «Senta- gli chiede la pubblico ministero- ricorda se fu sentito dalla squadra mobile di Trapani, dopo la morte di un certo Accardo Francesco da Partanna?». «Guardi- risponde il boss - io, in quel periodo, ho subito decine di interrogatori per ogni omicidio che è successo». Due mesi e mezzo dopo diventerà latitante. La cassetta, custodita nell'archivio del Tribunale di Marsala, è stata trovata grazie al lavoro dell'Associazione Antimafie Rita Atria e della testata "Le Siciliane".

Massimo Arcidiacono per il “Corriere della Sera” il 13 agosto 2021. Dall'archivio del Tribunale di Marsala riemerge la voce di Matteo Messina Denaro, il ricercato numero 1 di Cosa Nostra. È impressa in un audio che il Tg1 ieri sera ha mandato in onda. A ritrovarlo, come sorta di archeologi della memoria, l'Associazione Antimafie Rita Atria e la rivista bimestrale Le Siciliane , dopo una ricerca durata un anno. La registrazione risale al 18 marzo 1993 quando il boss testimoniò al processo Accardo+30 sugli omicidi di mafia a Partanna, dove Messina Denaro già spadroneggiava. Il boss si mostra arrogante, infastidito. La pm fa domande sull'omicidio Accardo, chiede se fosse già stato sentito dalla polizia, lui risponde con distacco: «Guardi, io in quel periodo ho subito decine di interrogatori per ogni omicidio che è successo». È l'ultima volta che metterà piede in un tribunale, ha già partecipato alle stragi di Capaci e via D'Amelio e due mesi dopo si darà alla latitanza. Lo straordinario documento arriva per vie traverse. «Pensavamo - spiega Nadia Furnari dell'Associazione Atria - che la storia di Rita non potesse essere dimenticata. Ci siamo messi al lavoro con l'idea di un libro in cui ricostruire il contesto in cui maturò il suicidio. Cercavamo le dichiarazioni di Rita, non Messina Denaro». Rita Atria si tolse la vita all'indomani della morte di Borsellino, a cui aveva affidato il suo percorso di ribellione, e le sue testimonianze erano proprio nel processo Accardo. «Abbiamo visionato 60 faldoni - ricostruisce Furnari -. A un certo punto tra i testi è comparso il nome del boss e ci siamo accorte che c'erano delle registrazioni». Vecchi Vhs privati del segnale video dai quali non è stato facile salvare quell'audio.  «Sentire la voce di Messina Denaro - ha detto ieri Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia - è molto importante, acquisire questo tipo di documenti permette di fare confronti». Quei materiali, però, si stanno deteriorando: «Sono in locali umidi, accatastati, servono fondi per salvarli. Lì c'è un pezzo di memoria, la storia della mafia trapanese». Di Messina Denaro e di come è diventato l'inafferrato e spietato erede di Totò Riina.

La voce del super latitante Messina Denaro nella registrazione di un’udienza. Giornale di Sicilia il 12 Agosto 2021. Con un documento audio inedito il Tg1 ha fatto sentire la voce del boss della mafia Matteo Messina Denaro. L'audio risale al 1993, poco prima della latitanza, ed è contenuto in una cassetta che è rimasta "sepolta" per anni nell’archivio del tribunale di Marsala, tornata alla luce grazie all’azione dell’associazione antimafia Rita Atria. In tribunale come testimone, a Messina Denaro viene chiesto se ricorda di essere stato interrogato dalla squadra mobile in seguito a un omicidio a Partanna, nel suo mandamento. "In quel periodo ho fatto decine di interrogatori per ogni omicidio che è accaduto", risponde il boss. In un altro passaggio, Messina Denaro ricorda un episodio: "Stiamo per salire in macchina e l’Accardo mi dice di non prenderla". Dopo aver fatto ascoltare la registrazione, il Tg1 ha intervistato Federico Cafiero de Raho, Procuratore nazionale antimafia. "Sentire la voce di Messina Denaro è qualcosa di molto importante, tuttavia devo dire che nei suoi confronti le indagini si sviluppano da oltre un ventennio, quindi è evidente che Ros, Polizia e Scico hanno documenti anche sonori idonei a fare comparazioni", ha detto De Raho. "E' importante acquisire questo tipo di documenti per fare confronti - ha aggiunto - Le attività sono enormi, negli ultimi anni sono stati arrestati centinaia appartenenti a cosa nostra" legati al boss "e sono quasi 3 mld di euro i beni sequestrati nell’ambito di questa indagine. E’ una rete enorme che si supporta attraverso elementi appartenenti all’organizzazione e che costituisce la rete di fiducia del latitante". In merito alle speranze di catturarlo dopo quasi 30 anni di latitanza, De Raho risponde: "Già due anni fa lo avevo detto, ritenevo che potesse avvenire quell'anno. E’ certo che l'impegno che lo Stato sta investendo è enorme. Ci sono tanti filoni investigativi coordinati dal procuratore distrettuale di Palermo, quindi vi è uno sviluppo investigativo enorme e su questo tutti poniamo grande affidamento".

(ANSA il 24 luglio 2021.) L'uomo più ricercato d'Italia, latitante dal 1993, è diventato nonno. La figlia del boss mafioso Matteo Messina Denaro, Lorenza Alagna, che porta il cognome della madre Francesca e il nome della nonna paterna, il 14 luglio scorso ha partorito un bambino, avuto col suo compagno. Il bimbo non si chiama come il nonno Matteo. Lorenza ha 26 anni e da tempo ha lasciato la casa della nonna paterna a Castelvetrano, in cui viveva con la madre, scegliendo di vivere libera senza dover trascinare il peso del cognome del padre che però non ha in alcun modo ripudiato e che, secondo gli investigatori, non avrebbe mai visto. "Quanto vorrei l'affetto di una persona e purtroppo questa persona non è presente al mio fianco e non sarà mai presente per colpa del destino... " aveva scritto su Facebook Lorenza che conduce una vita come tutte le ragazze della sua età dopo il diploma al liceo scientifico e il tentativo di raggiungere la laurea. Anni fa, al Tg 2, dietro le serrande abbassate della sua abitazione aveva detto: "Non voglio rilasciare interviste, non voglio stare sotto i riflettori. Basta. Io sono una ragazza normalissima come tutte le altre. Voglio essere lasciata in pace. Dovete fare finta che io non esisto". Matteo Messina Denaro è ricercato in tutto il mondo per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. E' l'ultimo grande boss mafioso latitante che ha goduto di una fitta rete di protezione nel trapanese anche grazie all'enorme disponibilità di soldi.

Matteo Messina Denaro era in Via D’Amelio: lo dice Totò Riina. Analizzando le intercettazioni abbiamo scoperto che Riina indica Messina Denaro tra gli esecutori della strage di Via D'Amelio. Parla anche di un altro uomo che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis... Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 12 luglio 2021. Matteo Messina Denaro è stato condannato in primo grado dalla Corte di assise di Caltanissetta per essere stato tra i mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Dalle intercettazioni abbiamo scoperto che Totò Riina lo indica chiaramente. Ma Il Dubbio, analizzando attentamente le intercettazioni di Totò Riina quando era in 41 bis, ha scoperto che il capo dei capi ha chiaramente indicato il superlatitante Messina Denaro, “quello della luce”, così lo definisce, tra gli esecutori della strage di Via D’Amelio nella quale perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Era lì. Tanto che Riina gli ha dato ordine di tenersi preparato. Le intercettazioni di Totò Riina offrono nuovi spunti. Tra le sue parole c’è la chiave di volta del movente delle stragi (che non è la “trattativa” visto che la smentisce diverse volte), omicidi eccellenti commessi, ma anche di come hanno operato per compiere gli indicibili attentati.

Totò Riina parla di un altro uomo proveniente dall’Albania. La strage di Via D’Amelio è stata descritta da Riina a più riprese durante i suoi colloqui con il compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso. Parla anche di un altro uomo, tra gli esecutori, che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis. Per capire il riferimento alla partecipazione esecutiva di Matteo Messina Denaro alla strage di Via D’Amelio, bisogna contestualizzare.

Matteo Messina Denaro conosce bene i meccanismi decisionali di Cosa nostra. Il superlatitante appartiene a una generazione più giovane rispetto a boss come Totò Riina e Bernardo Provenzano, secondo alcuni non avrebbe più alcun ruolo all’interno di Cosa Nostra, ma è certamente l’ultimo grande latitante della mafia siciliana. Non solo.

Conosce bene i meccanismi decisionali dell’organizzazione visto che ha partecipato alle riunioni, ha contribuito al famoso tavolino a tre gambe (mafia, imprenditori e politici) per la spartizione degli appalti pubblici e custodisce, quindi, i moventi che dettero impulso alla stagione stragista.

Il superlatitante figura centrale nel processo per gli attentati stragisti tra il ’93 e il ’94. La Procura di Caltanissetta, in particolar modo grazie al magistrato Gabriele Paci, ha avuto il merito di attenzionare la figura di Messina Denaro rimasto fino a poco tempo fa estraneo ai processi nei confronti di mandanti ed esecutori delle stragi siciliane del ’92.

Da ricordare che il latitante è stato già figura centrale nel processo svoltosi avanti la Corte d’Assise di Firenze ed avente ad oggetto gli attentati stragisti commessi da Cosa nostra “nel continente” tra il ’93 ed il ’94, all’esito del quale venne condannato all’ergastolo per i reati di strage e devastazione.

Designato dal capo dei capi a fare il “reggente” della provincia di Trapani. Grazie ad un’attenta rilettura degli atti giudiziari, si è potuto ricostruire il fatto che in rappresentanza della provincia di Trapani, l’attuale super latitante è stato designato da Totò Riina – a seguito del progressivo aggravarsi delle condizioni di salute del padre, Francesco Messina Denaro, storico uomo d’onore trapanese, rappresentante della provincia di Trapani oltre che del mandamento di Castelvetrano – a svolgere le funzioni di “reggente” della provincia sin dai tempi della guerra di mafia di Partanna deflagrata nell’87 e conclusasi nel ’91, e dunque ben prima della consumazione degli eventi stragisti del ’92.

Messina Denaro per Riina era “quello della luce”, perché si interessava all’eolico. «Si, si, ci combattono da diversi anni con questo Gricoli (ex braccio destro economico di Messina Denaro, ndr) perché sempre … hanno detto … prestanome di … piritumpiti … piritampiti…, pali, pali e pali … pali e pali … sempre a pali vanno …, sempre pali di luce».

È Totò Riina che parla. Lo fa riferendosi a Matteo Messina Denaro, sul fatto che si sia dato allo sfruttamento della green economy. Ovvero all’energia eolica. Riina ce l’ha particolarmente con Messina Denaro per il fatto che si sia dedicato all’eolico. “I pali della luce”, li chiama. E fa una provocazione: «Io …visto che questo è cosi intelligente, così stravagante … solo … com’è che non me lo ha passato a me questo discorso di fare pali della luce? Perché io ho terreni là … ho dei terreni che sono i migliori che ci sono là … non è che gli sembra che sono terreni che non valgono niente. Lui si faceva vendere il posto del terreno, e lui sicuramente non aveva niente altro. Perché non mi faceva, non mi diceva di fare questi pali, di questi pali della corrente?».

Nelle intercettazioni Riina non nasconde la sua delusione per il suo ex pupillo. Riina, a più riprese, ritorna su Matteo Messina Denaro. Sembrerebbe proprio che non gli sia andata giù che il suo pupillo (dalle intercettazioni che non riportiamo per motivi di spazio, si evince che aveva molto puntato su di lui per rispetto del padre) abbia deciso di dedicarsi a questo business. «Stravagante quello e quello … quello dei pali della luce più stravagante ancora di lui. Però sono tutti stravaganti», qui Totò Riina indica Messina Denaro inequivocabilmente come “quello dei pali della luce”. «Ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse», dice sempre Riina in 41 bis. «No, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque. Fa luce. Fa pali per prendere soldi, per prendere soldi». Totò Riina è chiaramente infervorato con Messina Denaro, perché «si è messo a fare la luce!». Davvero una delusione per lui, che cercava invece un prosecutore della sua strategia stragista.

Il capo dei capi racconta di come ha organizzato la strage di Via D’Amelio. Ma ora veniamo al dunque. Come detto, Totò Riina a più riprese parla anche della strage di Via D’Amelio. Racconta di come è riuscito ad organizzare l’attentato in tre o quattro giorni, perché qualcuno gli disse di fare presto. Non in due giorni, ma tre o quattro giorni.

Importante il numero, perché sarebbe interessante capire cosa ha detto o fatto Borsellino qualche giorno prima, tanto da mettere in allarme quel “qualcuno” che poi ha avvisato Riina di fare presto. Forse Borsellino qualche giorno prima si è esposto in maniera plateale?

Riina ribadisce che “quello della luce” era in Via D’Amelio. Giungiamo ora al punto cruciale. Riina, ai colloqui del 6 agosto 2013, ad un certo punto dice: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più». Ora sappiamo, che “quello della luce” è Matteo Messina Denaro. Difficile dare altra interpretazione. Totò Riina ha detto a “quello della luce” che doveva prepararsi, sistemare, farsi ritrovare pronti e se serve, di mettere altro esplosivo in più. Si riferisce alla Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo che i mafiosi hanno parcheggiato sotto l’abitazione della madre. «Però io ci combattevo, tre giorni, quattro giorni la macchina messa là, andavo a cambiare il posteggio», dice Riina. «Quando io dico che uno deve lavorare! Deve lavorare perché deve capire che se ti serve un posto vicino alla portineria, lo devi lavorare, lo devi cercare, ci devi “combattere” (perdere tempo ndr) te lo prendi, te lo prendi e te lo conservi, metti la macchina», prosegue Riina.

E spunta “quello dall’Albania” esperto di esplosivo. «Esci con una macchina e ci metti quella. E poi vai a trovarlo, vai a cercarlo, …. come quello che venne solo dall’Albania… vallo a trovare un esperto come questo», dice ancora Riina. A chi si riferisce? Chi è quello che venne dall’Albania? Potrebbe essere l’uomo che Spatuzza non riconobbe al garage di via Villasevaglios dove è stata imbottita la macchina? Riina aggiunge: «Ai domiciliari a Palermo, ci vuole fortuna». Chi era? C’è un proseguo, ma è omissato. Forse in quell’omissis si potrebbe trovare una risposta.

Un ricordo del giudice del primo maxiprocesso Alfonso Giordano. Questa inchiesta la dedichiamo al giudice Alfonso Giordano scomparso oggi all’età di 92 anni. È stato il presidente della Corte del primo maxiprocesso. Per la prima volta è stata processata e condannata la mafia. Un uomo coraggiosissimo, accettò l’incarico per gestire il dibattimento, dopo che ben 10 colleghi l’avevano rifiutato, e per bene. Nonostante ciò è rimasto umile fino all’ultimo.

«Messina Denaro era in via D’Amelio»: ora la procura di Caltanissetta vuole vederci chiaro. Dopo l’esclusiva de Il Dubbio sulla presenza di Messina Denaro in Via D’Amelio i magistrati nisseni hanno deciso di riascoltare le intercettazioni di Riina. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 luglio 2021. La Procura di Caltanissetta, dopo l’esclusiva de Il Dubbio sulla presenza del superlatitante Matteo Messina Denaro in Via D’Amelio, sta svolgendo alcuni accertamenti. Ricordiamo che Il Dubbio ha scartabellato attentamente tutte le intercettazioni di Totò Riina avvenute nel 2013 durante la permanenza in regime di 41 bis in carcere. Lo indica come “quello della luce”, perché si interessava del mercato e gli appalti sull’eolico.

Per Totò Riina è “quello della luce”. Durante i colloqui del 6 agosto 2013, l’ex capo dei capi afferma chiaramente: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più».

I magistrati nisseni riascolteranno il file audio originale. Una frase “spezzata”, dicono dalla procura di Caltanissetta, su cui verranno eseguiti degli accertamenti, tra cui il riascolto del file originale, anche per valutare la corrispondenza tra quanto detto, in siciliano, dal capo dei corleonesi e il testo riportato nelle trascrizioni.In ogni caso, chiariscono dalla procura, qualsiasi sia l’esito, cambierebbe poco dal punto di vista processuale, visto e considerato che il latitante Matteo Messina Denaro, lo scorso anno, è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale di Caltanissetta come mandante delle Stragi del ’92 di Capaci e via D’Amelio.

E restano gli omissis su “quello che venne dall’Albania”. Ci auguriamo, però, che venga riascoltato anche il file audio originale dove Totò Riina indica anche un altro uomo che potrebbe aver preparato l’attentato insieme a Messina Denaro e gli altri già condannati, forse imbottendo di tritolo la Fiat 126: ma in quelle intercettazioni c’è un omissis proprio in quella parte. «Quello che venne solo dall’Albania…vallo a trovare un esperto come questo», ha detto Totò Riina.

Morto Antonio Vaccarino, l’uomo che voleva far catturare Messina Denaro. Antonio Vaccarino, che per 30 anni ha subito un accanimento giudiziario, era in carcere con gravi patologie in attesa di giudizio. A Catanzaro ha contratto il Covid, le innumerevoli istanze di domiciliari sono state respinte, tranne l’ultima che è arrivata troppo tardi. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 20 maggio 2021. È morto dopo trent’anni di accanimento giudiziario, così lo definiscono i suoi avvocati, in particolar modo l’avvocata Giovanna Angelo che lo ha assistito per vent’anni. Parliamo dell’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, morto in ospedale dove era stato trasferito di urgenza dopo che il Covid, contratto nel centro clinico del carcere di Catanzaro, ha peggiorato il suo stato clinico già precario. E pensare che, dopo innumerevoli istanze per differimento pena, finalmente i giudici gli hanno concesso i domiciliari. Sì, ma dopo che oramai non c’era più nulla da fare.

Vaccarino aveva gravi patologie cardiache. «Nonostante tutto – spiega l’avvocata Giovanna Angelo con un animo scosso dall’accaduto -, il professor Vaccarino credeva nelle istituzioni, è sempre stato disponibile con la giustizia, ha dato tutto sé stesso per poter essere utile alla cattura del latitante Matteo Messina Denaro». Eppure, il paradosso vuole che è stato recentemente condannato in primo grado per aver addirittura favorito la latitanza del boss da poco condannato per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Per questo motivo, da oltre un anno e mezzo, all’età di 76 anni e con gravi patologie cardiache, era in carcerazione preventiva.

Nel centro clinico del carcere di Catanzaro ha contratto il Covid. Era in carcere nonostante fosse affetto da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, aritmia per fibrillazione atriale persistente. Come avevano scritto, nelle continue istanze, i suoi avvocati Laura Baldassarre e Giovanna Angelo, «il mancato impianto di pacemaker, consigliato dai periti, e la somministrazione del farmaco Cardior stava esponendo l’uomo ultrasettantenne a rischio blocco cardiaco e, conseguentemente, la morte». Poi è arrivato il Covid che ha infestato il carcere di Catanzaro. Ma si era detto che il centro clinico fosse al sicuro. Invece, alla fine, il terribile scherzo del destino: tra i detenuti del centro, Vaccarino è stato l’unico a subire il contagio.

Le istanze di domiciliari sono state sempre rigettate. Nella penultima istanza, gli avvocati hanno chiesto subito un trasferimento a casa, perché gli stessi medici del carcere hanno detto chiaro e tondo che non sarebbero stati in grado di assisterlo. Eppure la Corte ha rigettato e indicato il trasferimento presso un carcere adeguato. Operazione impossibile. Passano i giorni, fin quando il detenuto Vaccarino viene trasferito in ospedale a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni cliniche. Ricoverato in terapia sub intensiva, la Corte d’appello di Palermo, presieduta dalla giudice Adriana Piras, accoglie finalmente l’istanza urgente di concessione dei domiciliari presentata dai suoi difensori, rilevando che sono venute meno le esigenze cautelari. Ma a casa non ci andrà più. Troppo tardi, perché alla fine muore, da solo, sul letto di un ospedale. Parliamo dell’ennesimo arresto che ha subito nella vita. Sei anni di carcere per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento con l’aggravante mafiosa, con il coinvolgimento nella vicenda di due carabinieri. Secondo l’accusa – dalla quale scaturì il processo terminato con la sentenza di condanna emessa lo scorso 2 luglio dal Tribunale di Marsala – l’ex sindaco di Castelvetrano avrebbe rivelato a un condannato per mafia il contenuto di un’intercettazione ricevuta da un colonnello della Dia. Quest’ultimo è l tenente colonnello dei carabinieri Marco Alfio Zappalà, colui che lavorava per conto della Procura di Caltanissetta. E proprio lui, coordinato dalla procura, si era rapportato con Vaccarino proprio per avere materiali, che hanno contribuito alla condanna del superlatitante Matteo Messina Denaro.

L’accusa di favoreggiamento su intercettazioni insignificanti. C’è il giornalista Gian Joseph Morici, direttore del giornale on line La valle dei Templi, gran conoscitore delle vicissitudini giudiziarie di Vaccarino, che evidenzia come «né l’uomo al quale Vaccarino avrebbe rivelato i contenuti dell’intercettazione, né i soggetti intercettati, erano indagati, e – particolare di non poco conto – i contenuti di quell’intercettazione apparivano del tutto insignificanti ai fini delle indagini sul latitante Matteo Messina Denaro». Non si comprende, quindi, come possa essere valutata come prova di chissà quale favoreggiamento. Eppure la condanna, seppur ancora di primo grado, arriva.

Recluso a Pianosa per le accuse di un pentito rivelatosi inattendibile. Ma com’è detto, Vaccarino è stato già vittima di malagiustizia nel passato, tanto da finire recluso ingiustamente nel supercarcere di Pianosa subendo indicibili torture. Finì lì dentro per associazione mafiosa grazie alle parole di un pentito – tale Vincenzo Calcara – che in seguito sarà dichiarato inattendibile da diversi tribunali. Vaccarino verrà assolto per l’accusa di 416 bis. Gli era rimasta quella sul traffico di droga, ma di recente è stata accolta la richiesta di revisione del processo perché l’accusa si era basata sempre sulle parole di Calcara. L’avvocata Giovanna Angelo che ha lavorato per quella revisione fin dal 2011. Alla fine è riuscita a ottenerla. Vaccarino è morto, ma molto probabilmente i familiari decideranno di proseguire. Non per giustizia, alla quale comprensibilmente non ci credono più, ma per una questione di “dignità”.

Collaborò con i Servizi per catturare Messina Denaro. Ricordiamo che Vaccarino, nei primi anni del 2000 ha collaborato con i servizi segreti capitanati da Mario Mori per la cattura di Matteo Messina Denaro. Operazione vanificata dopo una fuga di notizie. Il dramma è che per quella collaborazione, chiara e con un fine genuino, ancora oggi c’è chi la tira fuori adombrando ombre. Parliamo in realtà di una operazione d’intelligence durata dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006. In sostanza Vaccarino era riuscito a intraprendere dei contatti epistolari con il latitante. Poi tutta l’operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e un’indagine – poi subito archiviata – della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi “Svetonio”, pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro.

Una fuga di notizie fece saltare la copertura di Vaccarino. La fuga di notizie svelò tutto e la copertura di Vaccarino saltò. Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l’ultima lettera – ma questa volta minacciosa e rabbiosa – di Matteo Messina Denaro. «Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto – scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera – perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere».

Matteo Messina Denaro avrà accolto bene la sua morte. Ora che Vaccarino è morto, e la sua famiglia è distrutta dal dolore, sicuramente Matteo Messina Denaro ha accolto con gioia la sua dipartita. Era quello che sperava. Mentre l’avvocata Giovanna Angelo lo ricordo al Dubbio con un commovente messaggio: «Castelvetrano e le Istituzioni tutte abbiamo perso una persona eccezionale. Un Uomo che ha fatto dell’onestà, della correttezza e dell’amore per il prossimo il suo stile di vita. È stato il professore di tutti, il professore di quanti abbiamo avuto il privilegio di stare al suo fianco. Conosco il professore Vaccarino da oltre venti anni. È stato sempre un grande esempio per noi e ci ha lasciato un patrimonio morale immenso. Nonostante le grandi ingiustizie subite ha sempre creduto nelle Istituzioni e nella Giustizia. Mi diceva sempre “bisogna credere nella Giustizia e lottare per la Verità anche a costo della vita”. Che Dio perdoni chi si è reso responsabile di una tale ingiustizia». A proposito di giustizia c’è la quarta beatitudine del Vangelo che recita così: «Beati gli affamati e gli assetati di giustizia perché saranno saziati». Da tempo il giornalista Frank Cimini, che grazie al prolungato contatto con i magistrati, ha preso in prestito questa beatitudine del Vangelo per coniare una nuova massima che, anche in questa terribile vicenda, trova fondamento: «Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato».

Anticipazione da “Oggi” il 12 maggio 2021. Il superboss Matteo Messina Denaro, potrebbe nascondersi a Dubai. Lo scrive il settimanale OGGI, che pubblica un'inchiesta sui latitanti italiani nella città degli Emirati. Alcuni espatriati italiani, uno dei quali vicino ad ambienti governativi, hanno detto che Messina Denaro un tempo conosciuto col soprannome di U Siccu, il magro, oggi all'età di 59 anni sarebbe ingrassato, quasi completamente calvo, e impossibile da riconoscere. La presenza a Dubai del capo dei capi di Cosa Nostra, secondo una delle fonti del settimanale, sarebbe risaputa anche a Roma in ambienti investigativi e politici. Il boss disporrebbe di un autentico passaporto italiano a controllo biometrico, in cui sarebbero riportate ovviamente false generalità, viaggerebbe molto, e da quando è iniziata la pandemia, nessuno più lo avrebbe visto in circolazione a Dubai. Gli altri latitanti italiani invece preferiscono non muoversi. Un trattato per l'estradizione tra Italia ed Emirati esiste dal 2018, ma le condizioni per applicarlo sono talmente complesse che finora è rimasto lettera morta, lasciando praticamente invariate le condizioni per la permanenza di personaggi come il trafficante di droga Raffaele Imperiale, il cognato di Fini Giancarlo Tulliani inseguito da ordini di cattura per riciclaggio, o il nobile milanese Alberico Cetti Serbelloni, condannato per un'evasione fiscale da un miliardo di euro.

Storie. Chi è Messina Denaro il latitante inafferrabile. Rossella Grasso su Il Riformista il 17 Ottobre 2019. Di covi, fughe, "pizzini", catture mancate e dichiarazioni di pentiti è costellata la sua interminabile latitanza. Matteo Messina Denaro, nato a Castelvetrano in provincia di Trapani nel 1962 è ricercato dal 1993, condannato a scontare l’ergastolo per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro. Detto Diabolik o ‘u siccu’ per la sua costituzione fisica esile, è forse il capo indiscusso della mafia trapanese, secondo Forbes è nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo e sicuramente tra i più ricchi di tutta la Sicilia. Da ‘fantasma’ ha continuato a gestire gli illeciti tramite suoi fiduciari e i "pizzini" passati di mano in mano. Secondo gli inquirenti potrebbe essere l’ultimo capo di Cosa Nostra dopo la cattura e la morte di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Messina Denaro eredita da suo padre Francesco lo scettro di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento quando morì nel 1998 mentre era in latitanza. La prima denuncia per associazione mafiosa arrivò per lui nel 1989, e nel 1992 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina. L’uomo aveva assunto la fidanzata di Messina Denaro, un’austriaca, e si fece scappare qualche commento negativo sul suo lavoro e sulla presenza di personaggi del malaffare intorno a lei. Il mafioso non lo tollerò e lo uccise. Dal ’92, Messina Denaro iniziò a far parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti di Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli. Erano quelli gli anni in cui Totò Riina, ‘il capo dei capi’, ordinava ai suoi di uccidere tutti quelli che dicevano anche una sola parola contro il sistema mafioso: showman, giudici, forze dell’ordine o persone comuni, nessuno escluso. Qualche tempo dopo Riina fece tornare il gruppo in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Messina Denaro compare, come richiesto dalla procura di Caltanissetta, tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel quale persero la vita il giudice Falcone e la moglie, e il collega Paolo Borsellino insieme  agli uomini delle loro scorte. Dall’anno successivo è ricercato per aver commesso quattro omicidi. Quando Riina fu arrestato nel 1993, Messina Denaro continuò nell’organizzazione di attentati dinamitardi, come quelli di Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, compresi danni al patrimonio artistico. Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino, tra i primi pentiti a iniziare a svelare la verità sulle stragi di Capaci, a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido. Aveva solo 12 anni. Dopo la cattura di un altro illustre padrino della mafia, Bernardo Provenzano, l’attenzione degli investigatori si è concentrata su di lui. Nel nascondiglio di Provenzano infatti gli inquirenti trovarono numerosi ‘pizzini’ mandati da “Alessio”, nome con il quale si firmava Messina Denaro, nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. Secondo alcune intercettazioni in carcere di colloqui di Totò Riina, sarebbe stato proprio lui, il "capo dei capi" a crescere Matteo Messina Denaro, accusandolo tuttavia di aver abbandonato gli interessi di Cosa Nostra per pensare solo a se stesso e alla sua fuga. Per dargli la caccia lo Stato ha già investito decine di milioni, indagini che finora hanno portato a oltre cento arresti di familiari, tra cui la sorella, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però mai sfiorarlo. Gli inquirenti avrebbero puntato a fare terra bruciata intorno a lui lasciandolo solo nella sua fuga. Secondo quanto affermato da alcuni pentiti oggi Messina Denaro sarebbe irriconoscibile perché si sarebbe sottoposto a una plastica al volto e ai polpastrelli per non essere mai identificato. Solo un esame del DNA potrebbe confermare la sua identità.

Gianmarco Oberto per leggo.it il 23 marzo 2021. Conduceva una vita lontana dalle sue origini. Via dalla Sicilia, da quella Castelvetrano dove era nato 37 anni fa e dove sarebbe stato per sempre il nipote del boss superlatitante, l’ultima primula rossa di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro, condannato per le stragi del ‘92, uccel di bosco dal ‘93, con solo una vecchia foto sbiadita che gli investigatori della Dda si rigirano tra le mani da quasi 30 anni. Gaspare Allegra si era laureato in legge e si era trasferito al Nord, ad Albairate, alle porte di Milano. E faceva l’avvocato. È morto domenica, durante un’escursione in montagna nel Lecchese. La tragedia si è compiuta poco dopo le 14,30. Gaspare era con il fratello minore Francesco sulla Grigna Settentrionale, a 1600 metri di quota, nella zona della Bocchetta di Prada, tra i Comuni di Mandello ed Esino Lario. Un’escursione domenicale, in piena zona rossa e quindi in realtà vietata, senza scarpe adatte né attrezzatura. Mentre la coppia stava raggiungendo il rifugio Bietti Buzzi, Gaspare è scivolato - forse a causa della neve ancora presente sul pendio - in un canalone impervio. Il fratello lo ha visto precipitare e ha dato l’allarme. Le ricerche degli uomini del soccorso alpino della Valsassina e Valvarrone sono state lunghe e complicate. Solo dopo diverse ore l’elicottero di Areu alzatosi in volo da Como ha individuato il corpo in fondo al canalone, scivolato per oltre trecento metri. Per il 37enne non c’era più nulla da fare: i soccorritori hanno potuto solo recuperare la salma e trarre in salvo il fratello, illeso e sotto choc. Gaspare era figlio di Giovanna Messina Denaro, sorella di Matteo, e di Rosario Allegra, detto Saro, morto a 65 anni il 13 giugno 2019 nell’ospedale di Terni, trasportato dal penitenziario dove era detenuto al 41 bis. Saro era in carcere nella città umbra dall’aprile 2018, da quando era stato arrestato nell’ambito di una operazione antimafia con altre persone, tra cui il cognato Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, altra sorella del boss latitante. Rosario Allegra è stato più volte condannato per vari reati, tra cui estorsione e danneggiamenti, «partecipe a pieno titolo - secondo i magistrati - alle attività dell’associazione mafiosa Cosa nostra operante nel territorio di Castelvetrano».

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 29 marzo 2021. «Ammia?». Al commissariato di Castelvetrano non potranno dimenticare mai la più stupefacente lagnanza ricevuta dalla notte dei tempi. A protestare con la polizia, quel giorno del dicembre 1991, si presentò infatti Matteo Messina Denaro, detto «U Siccu». Quello che sarebbe diventato il capo dei capi e tra i criminali più ricercati del mondo. Era allora un giovanotto smilzo sulla trentina, che sarà descritto anni dopo, in base all' ultima foto prima che sparisse, come elegantissimo nella giacca nera, camicia di seta sbottonata, sigaretta, sorrisetto, occhiali da sole a goccia fissi sul naso per una malattia a un occhio attribuita anche all' abuso di videogiochi. Aveva già le mani sporche di sangue, diranno le inchieste e le sentenze giudiziarie dopo aver ricostruito la sua scalata ai vertici delle cosche sotto Totò Riina. Ma poteva ancora essere scambiato, pur essendo figlio d'un uomo di mafia, Francesco «Ciccio» Messina Denaro, per un bullo. Un «pupiddu» alla moda, cui piacevano lo champagne, la dolce vita, le belle donne. Per questo era lì al commissariato: per lamentarsi della visita che l'allora capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, in trasferta a Vienna, aveva appena fatto alla sua «fidanzata» Andrea Haslehner, una bella e alta austriaca bionda che lui chiamava Asi e che d'estate si trasferiva come concierge, interprete, barista, al Paradise Beach Hotel di Selinunte, vicino a Castelvetrano. Scopo dell'interrogatorio viennese, a vuoto per i silenzi, i «non ricordo» e le ambiguità della donna: capire i rapporti tra lei e Nicola Consales, il vicedirettore dell' hotel ucciso mesi prima. Perché aveva osato corteggiarla, pare, sotto il naso del boss in ascesa. Fu un errore, per «U Siccu» non ancora latitante, lagnarsi per «i fastidi» dati all' amica viennese? Sì. Ma era anche un modo, forse, per intimidire quanti indagavano su di lui. Certo, a sentire Massimo Russo, il pm che ha dedicato alla caccia al boss tutta la sua vita «ininterrottamente» dal 1994 al 2007, un momento chiave. Uno dei tanti messi a fuoco dal podcast d' inchiesta Armisanti! Vite mafiose e morti ordinarie dell' inviato delle Iene Gaetano Pecoraro e Alessia Rafanelli, su audible.it (Amazon) dal 29 marzo. Cosa sia un podcast lo sapete: è una specie di audio-libro ma a differenza dei libri tradizionali letti da un doppiatore o dallo stesso scrittore, è arricchito come in questo caso da suoni, musiche (di Donato Di Trapani e Francesco Vitaliti), rumori, canzoni, registrazioni di tiggì, testimonianze processuali, voci stesse dei protagonisti, tra cui la stessa Lorenza Santangelo, la madre di «U Siccu»: «Un giornalista che viene a fare a casa mia? Qua non c' è nessuno. Che interesse vi pigghiate?» Cosa significhi «Armisanti» lo spiega l'autore: «In siciliano sono le "Anime Sante". Sia quelle che in vita hanno sparso sangue e dolore, come Bernardo Provenzano, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti jr, Matteo Messina Denaro e Antonino Madonia, sia quelle delle loro vittime che pretendono ancora di avere giustizia». Come quelle raccontate nelle nove puntate del podcast. Tra le quali il chirurgo Attilio Manca «suicida» probabilmente dopo aver operato e salvato Provenzano o appunto Nicola Consales. Ammazzato a Palermo a fucilate, mentre rientrava a casa da Selinunte, il 21 febbraio di trent' anni fa. Ricorda la sorella Antonella: «Stava per essere nominato direttore perché il suo capo stava per trasferirsi in un' altra struttura. Lo vedevo un po' turbato però. Gli dissi: Ninni, non sei contento? E lui: "No, tanto contento non sono"». A turbarlo, racconta Massimo Russo, era stata una frase sfuggita a Nicola, uomo puntuale, preciso, estraneo alla mafia, esperto di turismo, già responsabile di altri alberghi italiani, un giorno d' estate in cui Matteo Messina Denaro, come spesso faceva, era steso ai bordi della piscina contornato da altri «pupiddi» e belle ragazze cui offriva generosamente champagne senza mai pagare: «Se fosse diventato direttore, disse, avrebbe cacciato quei quattro mafiosetti». «U Siccu» lo sentì. O fu informato da altri nei dintorni. Certo è che la prese come un'offesa personale. Confermerà al processo il pentito Francesco Geraci: «Matteo mi disse che il vicedirettore aveva detto che ci avrebbe cacciati via, e lui si era incavolato». Non bastasse, quel vicedirettore in giacca e cravatta pareva avere un debole per quella ragazza austriaca che interessava al giovane boss: «Quando si andava al Paradise Beach», insiste Geraci nell'audio, «lei veniva al tavolo, stava lì». Vero? Falso? «Secondo me mio fratello era interessato a lei, credo però che avesse capito che si stava cacciando in una cosa strana», risponde Antonella. Fatto è che «il giorno dopo la morte di Nicola ci è arrivata a casa una telefonata davvero strana... Era la voce di una ragazza che piangeva disperata e diceva "Ma è vero? È vero? Ninni è morto?". Poi arrivò un telegramma: "Perdona come sai fare tu chi ha sbagliato"». Pensò ad Andrea, la fidanzata austriaca? «Assolutamente sì». Perquisendo la camera 120 di Nicola dopo l'omicidio, fu trovata in cassaforte la chiave della 122, di Andrea Haslehner. E una ricevuta che rivelava come l'uomo fosse andato a Vienna. A trovare la donna? Salta fuori che «Asi» è l'amica del boss trapanese. Al capo della Mobile venuto a interrogarla in Austria, ricorda Massimo Russo, «conferma d' avere un rapporto con Matteo, ma esclude di aver mai incontrato Consales. Attenzione a questo passaggio: "Sì, sto con Matteo". Ma lei conosce Consales? "Si è il mio direttore". Consales è mai venuto a Vienna? "Mai"». Falso. C'è praticamente tutto, nel podcast Armisanti!. L' ascesa del capomafia, la catena di delitti, gli attentati del 1993 nell' estate in cui Matteo e Andrea erano a Forte dei Marmi, la bomba a Maurizio Costanzo, il «suggerimento» ai parenti di Consales di non costituirsi parti civili contro il mandante dell'assassinio, le bugie della ragazza viennese al pm Massimo Russo («algida, distaccata, glaciale, una vera mafiosa») che l'interrogava... È riuscito anche a trovarla, Gaetano Pecoraro, quella donna dei misteri. Ha cambiato nome, si è sposata, si chiude a riccio... Squillo del telefono: «Hallo?». «Andrea Thol?». «Sì?». «Sto raccontando la storia di Nicola Consales...». «Chi è Nicola Consales?».

·        Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il delitto Mattarella.

«Mio nonno Piersanti e quel delitto su cui non si è ancora fatta piena luce». Il nipote di Mattarella al Festival della Giustizia Penale. Il Dubbio il 23 maggio 2021. Piersanti Mattarella, avvocato omonimo del presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, interviene al Festival della Giustizia Penale di Modena. «Sono nato 6 anni dopo la morte di mio nonno». Comincia così il racconto di Piersanti Mattarella, avvocato omonimo del presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, al Festival della Giustizia Penale di Modena in corso di svolgimento online. «Come le vittime delle mafie possono contribuire all’antimafia?»,  si è chiesto Mattarella. «Lo Stato ha l’obbligo di assistere le vittime, ma non è scontato che le vittime contribuiscano all’antimafia, ad esempio con la propria testimonianza. Ho subito indirettamente le conseguenze della vicenda, ho vissuto l’assenza insieme all’onere e all’onore di portare il nome di mio nonno. Far conoscere i diversi percorsi di vita, le storie e i valori delle vittime di mafia è importante: le vittime di mafia sono pilastri della storia del nostro Paese e meritano che le loro storie vengano conosciute anche dalle nuove generazioni. In quest’ottica è necessario che il familiare della vittima non sia solo un testimone, ma che riesca a dare una voce concreta al proprio vissuto familiare dentro la storia del Paese». Mattarella ha tratteggiato allora la vita del nonno, fratello del Presidente della Repubblica, Sergio: «Fu sostenitore della dottrina sociale cattolica, entrò nella Democrazia Cristiana nei primi anni ’60 e a soli 32 anni entrò nell’assemblea regionale siciliana e si fece notare per trasparenza e cura del bene comune. Nel 1978, a 43 anni, venne eletto alla presidenza della Regione, con l’appoggio esterno del Pci di Pio La Torre. Fu molto fermo e deciso nel mettere un freno alla speculazione edilizia approvando la legge urbanistica e tentò di fare una programmazione a lungo termine delle risorse regionali. Andò contro i centri di interessi e di potere occulti, infiltrati dalla mafia, ed ebbe la forza di prendere le distanze con la parte più marcia della Dc di quei tempi. Fece un discorso molto duro contro la mafia ricordando Peppino Impastato, e fu un seguace politico di Aldo Moro. Il nonno venne ucciso il 6 gennaio 1980: i magistrati dell’epoca trovarono un filo conduttore con l’omicidio del segretario della Dc siciliana Reina, nel 1979, e quello di Pio La Torre nel 1982. Tuttavia depistaggi, false testimonianze, sparizioni di prove e documenti portarono fuori strada. I Nar, gruppo di estrema destra, furono indagati e poi anche la mafia: secondo Giovanni Falcone Piersanti Mattarella sarebbe stato ucciso perché la sua azione di rinnovamento confliggeva con Cosa Nostra e soprattutto con i corleonesi, che si servirono dell’intervento dei terroristi di destra». Anche il finale è didascalico, quanto amaro: «Il processo si è chiuso con la condanna dei mandanti corleonesi, ma ancora oggi a 41 anni dall’omicidio non si conoscono i nomi degli assassini di Piersanti Mattarella e non si è fatta ancora luce su quanto sia realmente accaduto il 6 gennaio del 1980».

Il condannato per terrorismo, strage e decine di omicidi che offende la memoria di Giovanni Falcone. Paolo Biondani su L'Espresso il 9 febbraio 2021. Il giudice eroe della lotta alla mafia. Screditato in una corte d'Assise da un pregiudicato neofascista, libero da tempo. Anche se proprio Falcone lo aveva fatto arrestare. Per un delitto di portata storica. Con mandanti ai vertici di Cosa nostra. E due soli esecutori, rimasti misteriosi. È successo anche questo, nell'ultimo processo per l'eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna (85 vittime, oltre 200 feriti). Dopo le condanne definitive di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini , i giudici hanno dichiarato colpevole, in primo grado, un altro capo dei Nar, Gilberto Cavallini, tesoriere, armiere e sicario di quella micidiale banda armata. Le motivazioni della sentenza, oltre duemila pagine depositate dai giudici tre settimane fa, ricostruiscono l'intera catena di delitti perpetrati da quei terroristi di destra, protetti dai servizi segreti dominati dalla P2. Fioravanti e Cavallini, negli anni Ottanta, furono accusati proprio dal giudice Falcone di aver eseguito, su commissione dei boss, anche l'omicidio di Piersanti Mattarella: il presidente della Regione Sicilia, assassinato nel centro di Palermo il 6 gennaio 1980 sotto gli occhi della moglie, rimasta ferita. I due terroristi neri sono stati però assolti in tutti i gradi di giudizio. E l'assassinio di Piersanti Mattarella: il presidente della Regione Sicilia, assassinato nel centro di Palermo il 6 gennaio 1980 sotto gli occhi della moglie, rimasta ferita. I due terroristi neri sono stati però assolti in tutti i gradi di giudizio. E l’assassinio di , fratello dell'attuale Capo dello Stato, rimane così il più anomalo dei misteri italiani: dopo 40 anni di indagini contrastate, si conoscono i mandanti, che di solito è più difficile scoprire, mentre i due killer sono tuttora impuniti. A riparlare oggi di quell'indagine di Falcone è stato lo stesso Fioravanti, chiamato a testimoniare nel processo a Cavallini. In aula il fondatore dei Nar si proclama innocente per la strage di Bologna, come semper, e fa di tutto per scagionare il complice, con risultati controproducenti. E senza che nessuno glielo chieda, riapre il caso Mattarella, forte della sua unica assoluzione. Sa che Falcone non può smentirlo: è stato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. Il racconto parte da un antefatto: «All'epoca, in una trasmissione di Santoro chiamata Samarcanda, Leoluca Orlando cominciò a urlare contro Falcone, davanti alla mia foto, accusandolo di tenere nel cassetto le prove contro i fascisti». E qui il fondatore dei Nar la spara grossa, sotto giuramento: «Due o tre giorni dopo, Falcone mi chiamò, fece uscire tutti e mi disse: “Fioravanti, come magistrato e come siciliano, io a questa cosa di Mattarella non ci credo. Però lei si rende conto che a questo punto, se non procedo, divento anch'io della P2 ”». Il giudice, dunque, lo avrebbe inquisito pur sapendolo innocente. Non solo: «La sera stessa Falcone dispose il mio trasferimento in un regime speciale d'isolamento, una gabbia di vetro, con luci accese giorno e notte, per sei mesi, per cui non mangiavo più». Una tortura a lieto fine, conclude Fioravanti, perché «al 181esimo giorno Falcone stesso mi tolse dall'isolamento». «La sera stessa Falcone dispose il mio trasferimento in un regime speciale d'isolamento, una gabbia di vetro, con luci accese giorno e notte, per sei mesi, per cui non mangiavo più». Una tortura a lieto fine, conclude Fioravanti, perché «al 181esimo giorno Falcone stesso mi tolse dall'isolamento». «La sera stessa Falcone dispose il mio trasferimento in un regime speciale d'isolamento, una gabbia di vetro, con luci accese giorno e notte, per sei mesi, per cui non mangiavo più». Una tortura a lieto fine, conclude Fioravanti, perché «al 181esimo giorno Falcone stesso mi tolse dall'isolamento».Nar si proclama innocente per la strage di Bologna, come sempre, e fa di tutto per scagionare il complice, con risultati controproducenti. E senza che nessuno glielo chieda, riapre il caso Mattarella, forte della sua unica assoluzione. Sa che Falcone non può smentirlo: è stato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. Il racconto parte da un antefatto: «All’epoca, in una trasmissione di Santoro chiamata Samarcanda, Leoluca Orlando cominciò a urlare contro Falcone, davanti alla mia foto, accusandolo di tenere nel cassetto le prove contro i fascisti». E qui il fondatore dei Nar la spara grossa, sotto giuramento: «Due o tre giorni dopo, Falcone mi chiamò, fece uscire tutti e mi disse: “Fioravanti, come magistrato e come siciliano, io a questa cosa di Mattarella non ci credo. Però lei si rende conto che a questo punto, se non procedo, divento anch’io della P2”». Il giudice simbolo, dunque, lo avrebbe inquisito pur sapendolo innocente. Non solo: «La sera stessa Falcone dispose il mio trasferimento in un regime speciale d’isolamento, una gabbia di vetro, con luci accese giorno e notte, per sei mesi, per cui non mangiavo più». Una tortura a lieto fine, conclude Fioravanti, perché «al 181esimo giorno Falcone stesso mi tolse dall’isolamento». I giudici di Bologna, nella sentenza contro Cavallini, demoliscono queste «menzogne». E denunciano Fioravanti alla procura per falsa testimonianza, accusandolo anche di «calunnia», non applicabile «solo perché Falcone è morto». Il presidente della corte ripercorre tutti gli atti di Palermo e documenta che Falcone ha aperto per primo le indagini sui terroristi neri per l'omicidio Mattarella, le ha continuate per cinque anni, le ha difese anche davanti alla commissione antimafia, collegandole alla bomba di Bologna e ad «altri attentati» che hanno unito neofascisti e mafiosi. E nel 1989 proprio lui ha ordinato l'arresto di Fioravanti e Cavallini. Mentre «la trasmissione Samarcanda è andata in onda nel 1990, quando Falcone non era più giudice istruttore da quasi un anno». Elencate queste e molte altre contro-prove, i giudici concludono: «Ancora una volta Fioravanti non si pone limiti nel mentire». E si chiedono «perché abbia bisogno ancora oggi di costruire simili menzogne». La risposta è che l'omicidio di Piersanti Mattarella nasconde segreti «inconfessabili». Come la strage di Bologna. Mattarella, le ha continuate per cinque anni, le ha difese anche davanti alla commissione antimafia, collegandole alla bomba di Bologna e ad «altri attentati» che hanno unito neofascisti e mafiosi. E nel 1989 proprio lui ha ordinato l’arresto di Fioravanti e Cavallini. Mentre «la trasmissione Samarcanda è andata in onda nel 1990, quando Falcone non era più giudice istruttore da quasi un anno». Elencate queste e molte altre contro-prove, i giudici concludono: «Ancora una volta Fioravanti non si pone limiti nel mentire». E si chiedono «perché abbia bisogno ancora oggi di costruire simili menzogne». La risposta è che l’omicidio di Piersanti Mattarella nasconde segreti «inconfessabili». Come la strage di Bologna. Per l'assassinio del leader politico siciliano, che si batteva per il «rinnovamento» di una Dc inquinata  dalla mafia, sono stati condannati tutti i boss della cupola di Cosa nostra. Alcuni pentiti di alto livello, come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, hanno potuto ricostruire le riunioni di vertice tra i «capi mandamento», in tregua precaria alla vigilia della guerra storica di mafia. L'omicidio fu «voluto dai corleonesi, Riina e Provenzano», e dai loro alleati a Palermo come Francesco Madonia. Il boss Stefano Bontate, ormai isolato, puntava invece a riconquistare la Dc, ma si allineò: quel presidente della Regione dava fastidio anche a lui. Falcone, Borsellino e gli altri magistrati del pool antimafia hanno ricostruito tutti gli atti di Mattarella contro Cosa nostra. Appena insediato, ha imposto «legalità e trasparenza negli appalti e collaudi regionali». Si è opposto a Vito Ciancimino, il mafioso corleonese che era diventato sindaco di Palermo. Ha fermato contratti colossali per costruire sei scuole di Palermo, assegnate ad altrettante aziende mafiose (una ciascuno): il suo stop fu cancellato «due giorni dopo l'omicidio». Anche la sua linea politica irritava i boss: Piersanti era della corrente di Aldo Moro e propugnava anche in Sicilia l'alleanza con il Pci di Pio La Torre, padre della legge antimafia, ucciso nel 1982. Sui mandanti mafiosi, quindi, non ci sono dubbi. Come sulle complicità politiche: il pentito Mannoia è stato testimone oculare di due incontri, prima e dopo l'omicidio Mattarella, tra il boss Bontate e Giulio Andreotti, capo della corrente più marcia della Dc, che si sentì preannunciare e poi rivendicare il delitto. Ma non avvertì la vittima. E tantomeno la polizia. Buscetta e Francesco Marino Mannoia, hanno potuto ricostruire le riunioni di vertice tra i «capi mandamento», in tregua precaria alla vigilia della storica guerra di mafia. L’omicidio fu «voluto dai corleonesi, Riina e Provenzano», e dai loro alleati a Palermo come Francesco Madonia. Il boss Stefano Bontate, ormai isolato, puntava invece a riconquistare la Dc, ma si allineò: quel presidente della Regione dava fastidio anche a lui. Falcone, Borsellino e gli altri magistrati del pool antimafia hanno ricostruito tutti gli atti di Mattarella contro Cosa nostra. Appena insediato, ha imposto «legalità e trasparenza negli appalti e collaudi regionali». Si è opposto a Vito Ciancimino, il mafioso corleonese che era diventato sindaco di Palermo. Ha fermato contratti colossali per costruire sei scuole di Palermo, assegnati ad altrettante aziende mafiose (una ciascuno): il suo stop fu cancellato «due giorni dopo l’omicidio». Anche la sua linea politica irritava i boss: Piersanti era della corrente di Aldo Moro e propugnava anche in Sicilia l’alleanza con il Pci di Pio La Torre, padre della legge antimafia, ucciso nel 1982. Sui mandanti mafiosi, quindi, non ci sono dubbi. Come sulle complicità politiche: il pentito Mannoia è stato testimone oculare di due incontri, prima e dopo l’omicidio Mattarella, tra il boss Bontate e Giulio Andreotti, capo della corrente più marcia della Dc, che si sentì preannunciare e poi rivendicare il delitto. Ma non avvertì la vittima. E tantomeno la polizia. Il problema è l'esecuzione dell'agguato: Falcone è il primo a considerarla anomala. Piersanti viene ucciso in pieno giorno da un ventenne a volto scoperto, che deve usare due pistole, perché la prima s'inceppa. L'auto guidata dall'unico complice risulta rubata la sera prima alle 19,30, come le due targhe fatte a pezzi nella notte per ricomporne in fretta una falsa, e viene ritrovata intatta due ore dopo il delitto. Cosa nostra all'epoca è una potenza militare, le sue «squadre della morte» sono macchine da guerra, come dimostrano altri «omicidi eccellenti» decisi da tutta la cupola. Per ammazzare il generale Dalla Chiesa i sicari corleonesi hanno usato i kalashnikov e tre commando armati, con una moto e due auto poi bruciate per far sparire le tracce. Uno di quei mitra era stato già impiegato, come un messaggio in codice, per uccidere Bontate e il suo braccio destro Salvatore Inzerillo. Per altre stragi clamorose la mafia usava già allora le prime autobombe. Anomalo invece è anche l'omicidio di Michele Reina, segretario della Dc di Palermo, ucciso nel 1979 con una pistola da un ventenne mai identificato. Piersanti viene ucciso in pieno giorno da un ventenne a volto scoperto, che deve usare due pistole, perché la prima s’inceppa. L’auto guidata dall’unico complice risulta rubata la sera prima alle 19,30, come le due targhe fatte a pezzi nella notte per ricomporne in fretta una falsa, e viene ritrovata intatta due ore dopo il delitto. Cosa nostra all’epoca è una potenza militare, le sue «squadre della morte» sono macchine da guerra, come dimostrano altri «omicidi eccellenti» decisi da tutta la cupola. Per ammazzare il generale Dalla Chiesa i sicari corleonesi hanno usato i kalashnikov e tre commando armati, con una moto e due auto poi bruciate per far sparire le tracce. Uno di quei mitra era stato già impiegato, come un messaggio in codice, per uccidere Bontate e il suo braccio destro Salvatore Inzerillo. Per altre stragi clamorose la mafia usava già allora le prime autobombe. Anomalo invece è anche l’omicidio di Michele Reina, segretario della Dc di Palermo, ucciso nel 1979 con una pistola da un ventenne mai identificato. La tesi di Falcone è che i corleonesi hanno assoldato sicari esterni, con alleanze criminali tenute nascoste agli altri boss poi sterminati. L'indagine sui Nar si basa su vari indizi. Nel 1984 la vedova di Mattarella, che non dimentica «il viso gentile, ma con lo sguardo glaciale» del killer, lo riconosce in una foto Fioravanti. Che nei giorni dell'omicidio era a Palermo con Cavallini. Nel 1986 il fratello, Cristiano Fioravanti, confessa a Falcone che Valerio stesso gli confidò di aver assassinato «un importante politico siciliano, davanti alla moglie». E i più attendibili pentiti di destra aggiungono che era Mattarella. Nar si basa su vari indizi. Nel 1984 la vedova di Mattarella, che non dimentica «il viso gentile, ma con lo sguardo glaciale» del killer, riconosce in una foto Fioravanti. Che nei giorni dell’omicidio era a Palermo con Cavallini. Nel 1986 il fratello, Cristiano Fioravanti, confessa a Falcone che Valerio stesso gli confidò di aver assassinato «un importante politico siciliano, davanti alla moglie». E i più attendibili pentiti di destra aggiungono che era Mattarella. Dal 1988, però, le indagini su tutti gli omicidi eccellenti si fermano. Il nuovo capo dei giudici istruttori, Antonino Meli, smantella il pool antimafia, divide le inchieste ed emargina Falcone. Che nel 1989 passa in Procura, ma anche qui viene isolato dal nuovo capo, Pietro Giammanco. Mentre Cristiano Fioravanti, su pressione del padre, ritratta le accuse al fratello. Nel marzo 1991 Falcone se ne va a Roma, al ministero. Intanto un suo amico magistrato, Loris D'Ambrosio, chiede nuove indagini sull'arma delitto e sulle targhe rubate, elencando decine di covi dei Nar, ma viene ignorato. Giammanco. Mentre Cristiano Fioravanti, su pressione del padre, ritratta le accuse al fratello. Nel marzo 1991 Falcone se ne va a Roma, al ministero. Intanto un suo amico magistrato, Loris D’Ambrosio, chiede nuove indagini sull’arma del delitto e sulle targhe rubate, elencando decine di covi dei Nar, ma viene ignorato. Dopo la morte di Falcone, Fioravanti e Cavallini vengono assolti dagli stessi giudici che condannano i mandanti mafiosi. Ma sanno poco del terrorismo nero. Nelle sentenze si legge che a Palermo non sono stati nemmeno acquisiti gli atti sui rapporti tra il boss di Cosa nostra a Roma, Pippo Calò, i riciclatori della P2 e la Banda della Magliana, alleata dei Nar. Legami che Falcone considerava cruciali. Anche la condanna di Calò per la strage sul treno Firenze-Bologna (23 dicembre 1984, sedici morti e oltre 250 feriti), organizzata dal boss con esplosivo fornito da un politico neofascista, viene trascurata. Per le corti di Palermo le responsabilità mafiose escludono la pista nera. Le assoluzioni si basano sulle dichiarazioni di quattro pentiti di Cosa nostra, gli unici a parlare di esecutori mafiosi. Vengono considerati «concordanti», anche se nominano sei killer diversi. Nessuno di loro mente. Però riportano notizie di terza mano. La fonte di Mannoia e Buscetta, per esempio, è Bontate, che sugli esecutori riferiva quanto gli dicevano i nemici corleonesi. In appello, la corte esamina una foto di Antonino Madonia, un sicario spietato, l'unico accusato da due pentiti (su quattro), e trova «una solare somiglianza» con Fioravanti. Quindi concludere che la vedova della vittima si è sbagliata, facendosi «suggestionare» dalla foto del terrorista, anche se lei ha sempre giurato il contrario. L'unico accusato da due pentiti (su quattro), e trova «una solare somiglianza» con Fioravanti. Quindi concludere che la vedova della vittima si è sbagliata, facendosi «suggestionare» dalla foto del terrorista, anche se lei ha sempre giurato il contrario. L'unico accusato da due pentiti (su quattro), e trova «una solare somiglianza» con Fioravanti. Quindi concludere che la vedova della vittima si è sbagliata, facendosi «suggestionare» dalla foto del terrorista, anche se lei ha sempre giurato il contrario. Magliana, alleata dei Nar. Legami che Falcone considerava cruciali. Anche la condanna di Calò per la strage sul treno Firenze-Bologna (23 dicembre 1984, sedici morti e oltre 250 feriti), organizzata dal boss con esplosivo fornito da un politico neofascista, viene trascurata. Per le corti di Palermo le responsabilità mafiose escludono la pista nera. Le assoluzioni si basano sulle dichiarazioni di quattro pentiti di Cosa nostra, gli unici a parlare di esecutori mafiosi. Vengono considerati «concordanti», anche se nominano sei killer diversi. Nessuno di loro mente. Però riportano notizie di terza mano. La fonte di Mannoia e Buscetta, per esempio, è Bontate, che sugli esecutori riferiva quanto gli dicevano i nemici corleonesi. In appello, la corte esamina una foto di Antonino Madonia, un sicario spietato, l’unico accusato da due pentiti (su quattro), e trova «una solare somiglianza» con Fioravanti. Quindi conclude che la vedova della vittima si è sbagliata, facendosi «suggestionare» dalla foto del terrorista, anche se lei ha sempre giurato il contrario. Di fronte a un'indagine di Falcone, «nessuno ha ritenuto di riconvocare la vedova», per mostrare a lei la foto di Madonia: «Il riconoscimento è stato fatto dagli stessi giudici». Che elevano a «certezze» le testimonianze indirette dei pentiti, anche se «non risulta che sia stata aperta nessuna indagine su Nino Madonia per l'omicidio Mattarella». Madonia: «Il riconoscimento è stato fatto dagli stessi giudici». Che elevano a «certezze» le testimonianze indirette dei pentiti, anche se «non risulta che sia stata aperta nessuna indagine su Nino Madonia per l’omicidio Mattarella». Negli ultimi mesi, finalmente, la procura di Palermo ha riavviato l'inchiesta, che riguarda anche l'omicidio Reina. E ha ricevuto atti dalla procura generale di Bologna e dagli avvocati delle vittime della strage. La prima novità riguarda l'arma del delitto. I carabinieri hanno confrontato gli otto proiettili delitto Mattarella con la pistola usata da Cavallini, il 23 giugno 1980, per assassinare il pm romano Mario Amato. Mattarella con la pistola usata da Cavallini, il 23 giugno 1980, per assassinare il pm romano Mario Amato. Quella «Colt modello Cobra calibro 38» è «di sicuro interesse investigativo», spiega la perizia, perché «la canna è solcata da sei rigature sinistrorse di 1,5 millimetri»: le stesse trovate sulle pallottole delitto di Palermo. La pistola dei Nar, inoltre, «esibisce difetti di funzionamento», per cui è «compatibile» anche «con la dinamica dell'omicidio Mattarella», dove una pistola s'inceppò. Ma oggi è impossibile avere la «certezza» che sia la stessa arma, perché «i proiettili sono stati compromessi», in questi quarant'anni, dai «processi ossidativi del piombo». Colt modello Cobra calibro 38» è «di sicuro interesse investigativo», spiega la perizia, perché «la canna è solcata da sei rigature sinistrorse di 1,5 millimetri»: le stesse trovate sulle pallottole del delitto di Palermo. La pistola dei Nar, inoltre, «esibisce difetti di funzionamento», per cui è «compatibile» anche «con la dinamica dell’omicidio Mattarella», dove una pistola s’inceppò. Ma oggi è impossibile avere la «certezza» che sia la stessa arma, perché «i proiettili sono stati compromessi», in questi quarant’anni, dai «processi ossidativi del piombo». Il giudice D'Ambrosio, quando si era ancora in tempo, chiese inutilmente di esaminare anche la pistola di Cavallini, sequestrata nel 1982 a Roma. Le nuove richieste seguono anche un'altra sua pista. Lo stesso anno, in un covo dei Nar a Torino, furono confiscate «targhe e pezzi di targhe rubate», annotate nel verbale dei carabinieri. Una ha gli stessi numeri (PA 560391), riassemblati, dei pezzi mancanti delle due targhe sottratte per l'omicidio Mattarella (PA53 e 0916). Ora sono state ritrovate tutte, per cui una perizia potrebbe confrontare l'auto delitto con le targhe dei Nar. A meno che non risultino anche queste ossidate. Fioravanti e Cavallini, naturalmente, considerati innocenti per l'omicidio Mattarella, che le indagini in corso a Palermo potrebbero anche attribuire a killer mafiosi. Comunque la loro assoluzione è definitiva. Nar a Torino, furono confiscate «targhe e pezzi di targhe rubate», annotate nel verbale dei carabinieri. Una ha gli stessi numeri (PA 560391), riassemblati, dei pezzi mancanti delle due targhe sottratte per l’omicidio Mattarella (PA53 e 0916). Ora sono state ritrovate tutte, per cui una perizia potrebbe confrontare l’auto del delitto con le targhe dei Nar. A meno che non risultino anche queste ossidate. Fioravanti e Cavallini, naturalmente, vanno considerati innocenti per l’omicidio Mattarella, che le indagini in corso a Palermo potrebbero anche attribuire a killer mafiosi. Comunque la loro assoluzione è definitiva. Fioravanti rischia solo un processo per falsa testimonianza. Dove sarà in buona compagnia: tra i denunciati dai giudici di Bologna, per presunte reticenze sul terrorismo di destra, c'è anche il generale Mario Mori, ex capo dei servizi.

·        La Cupola.

Magistrati fuori controllo. Perché nessuno ferma i continui abusi di potere della magistratura? Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Il presidente della Repubblica, appena qualche giorno fa, aveva chiesto ai magistrati di darsi una regolata. E aveva auspicato una riforma del Csm. Per quale motivo? Per la semplice ragione che dal “Palamaragate” in poi inizia ad apparire chiaro a molti cittadini che l’impianto della giustizia italiana è profondamente minato da pastette, camarille, abusi di potere, corporativismo, cordate. Addirittura c’era stato un alto magistrato (del quale parleremo tra poche righe) che ha definito “metodi mafiosi” quelli usati dalle cordate dei magistrati. Benissimo, siccome la sgridata del Presidente ha lasciato tutti indifferenti, eccoci qua a segnalarvi due casi clamorosi. L’ultimo recentissimo, del quale scrive Tiziana Maiolo, l’altro vecchio di qualche settimana e altrettanto clamoroso. Il primo ha per protagonista – ironia della sorte – addirittura lo stesso magistrato che aveva segnalato le cordate mafiose. Stavolta questo magistrato – che è Nino Di Matteo, e che è un autorevolissimo membro del Csm, cioè dell’organo di autogoverno della magistratura, e che è stato anche un importante Pm – importante e clamorosamente sconfitto in Corte d’Appello nel famoso processo Stato mafia – il quale durante un’intervista in Tv, sulla Rai, ha detto che Silvio Berlusconi non va candidato al Quirinale perché ha avuto rapporti con la mafia. Il secondo caso è quello dei Pm di Firenze che non hanno impedito che arrivassero ai giornali (vi piace il gioco di parole per evitare la querela?) fiumi di intercettazioni (di nessuna rilevanza penale e processuale) utili a sputtanare un cittadino italiano di nome Matteo Renzi. Sul primo caso tre domande: prima, è giusto che un membro del Csm rilasci interviste polemiche alla televisione? Non sarebbe meglio se esercitasse le sue funzioni nei luoghi e nelle forme previste dalla legge? Seconda: un membro del Csm deve intervenire nella lotta politica che sta dietro le candidature al Quirinale? Terzo, un membro del Csm ha il diritto di diffamare il leader di uno dei partiti politici più importanti del paese? Poi c’è un’altra domanda. E se però questo membro del Csm fa tutte queste cose, è giusto che resti al suo posto? Non sarebbe meglio se, per dedicarsi alla politica, lasciasse prima la magistratura? Oppure, in caso contrario, la sua posizione non dovrebbe essere esaminata e giudicata da qualcuno? Da chi? Dallo stesso Csm? Su ordine di chi? E il presidente del Csm ha qualcosa da dire, o può restare indifferente fingendo che non sia successo niente?

Sul secondo caso due domande sole. Prima, una magistratura in grado di autogovernarsi può ignorare il caso di alcuni suoi esponenti che approfittando dell’enorme potere che viene loro conferito dalla funzione che svolgono, esercitano poi questo potere non ai fini processuali ma per spargere fango? Seconda domanda: se però la magistratura che si autogoverna non è in grado di intervenire – allontanando i Pm che abusano del loro potere e quindi proteggendo il diritto e i cittadini sottoposti a vessazioni- non è il caso che intervenga il Parlamento per togliere alla magistratura incapace di autoregolarsi, i poteri eccessivi di cui gode e che gli permettono di esercitare un numero significativo di soprusi sui cittadini? Queste domande sono tutte rivolte al Csm, al presidente della Repubblica e ai partiti politici. Cioè ai soggetti in grado di sospendere l’attacco di pezzi della magistratura allo stato di diritto. Ho l’impressione però che né il Csm, né il Quirinale né i partiti politici risponderanno. Non perché trascurino l’autorevolezza del Riformista (del resto, senza bisogno del Riformista, queste domande potrebbero rivolgersele da soli), ma perché non hanno le risposte. Per pavidità, per quieto vivere, per interesse, per calcolo…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

"Dottore, la prego, tenga lontano mio figlio da quel maledetto quartiere"

Nuove Magistratopoli. Procure allo sbando, Csm eversivo e autoaccusa di Di Matteo: è ora di una commissione sulla magistratura. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Novembre 2021. La camera dei deputati ha negato al Csm l’utilizzo delle intercettazioni illegali realizzate ai danni del deputato Cosimo Ferri. “Il Fatto Quotidiano” è insorto contro questa decisione. Dice che è un atto di difesa della casta. Uno legge e rilegge la notizia e poi pensa che siano impazziti tutti. Cioè, cosa è successo? Che il Consiglio superiore della magistratura ha chiesto alla Camera di poter compiere un atto illegale, perché è illegale intercettare i parlamentari. Addirittura è la Costituzione che dichiara illegale questa pratica da Ovra o da Stasi. Per fortuna. La Camera, rispettando la legge, ha risposto al Csm che purtroppo c’è la legge da rispettare e dunque le intercettazioni, realizzate in modo abusivo su input della procura di Roma, non possono essere utilizzate. E il quotidiano semiufficiale del partito dei Pm si è indignato con chi ha fatto rispettare la legge. E ha indicato i tutori del diritto come Casta. In cosa consiste la Casta? Nel non permettere che un gruppo di incursori fuorilegge faccia strame della legalità? Mistero. Ma se poi uno va a vedere meglio il caso, si accorge che è ancora più clamoroso. Vediamo come stanno le cose. Un paio d’anni fa si pone il problema della successione al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Un gruppo di magistrati, ex magistrati e politici si riunisce in un albergo, insieme a Luca Palamara (ex deus ex machina del potere giudiziario) e si schiera a favore della candidatura di un magistrato che ha tutti i titoli per diventare Procuratore. Marcello Viola. La riunione è spiata coi trojan, le intercettazioni vengono poi consegnate ad alcuni giornali che le pubblicano e scoppia il casino. È abbastanza chiaro a tutti che la ragione di tutto questo è una sola: far saltare la candidatura del candidato in questione. Marcello Viola ed è il procuratore generale di Firenze. Ha un difetto: non è nel giro di potere che da molto tempo fa il bello e il cattivo tempo a Roma e rischia di fare saltare molti equilibri. Meglio che salti lui. I giornali aiutano, disciplinati come sempre, l’operazione va in porto. Il Csm decide di nominare procuratore una persona sicuramente altrettanto rispettabile, ma che non ha i titoli. Ha però il vantaggio di non essere nemico del giro di potere che domanda a Piazzale Clodio. Sto parlando di Michele Prestipino, magistrato molto esperto, sicuramente, e molto legato al procuratore uscente. Lo stesso Viola e anche un altro candidato. Francesco Lo Voi, che anche lui aveva i titoli per diventare procuratore, fanno ricorso e vincono quattro volte al Tar e al Consiglio di Stato. La nomina di Prestipino viene dichiarata irregolare. Questo giornale ha scritto varie volte che il procuratore di Roma è abusivo. Senza intenti offensivi, anche perché Prestipino non ha nessuna colpa se il Csm, violando le regole, lo ha preferito ai candidati più titolati. Lo ha fatto in modo colposo, cioè per semplice ignoranza delle regole (e in questo caso: dio dio, in che mani siamo!), oppure lo ha fatto in modo doloso (cioè infischiandosene delle regole, come il cittadino al di sopra di ogni sospetto, e in questo caso: dio dio, in che mani siamo!)? Ora il problema è questo. La commissione del Csm che deve prendere atto delle sentenze che delegittimano Prestipino e decidere il nome del nuovo procuratore, sta da mesi perdendo tempo in infinite discussioni e rinvii. Non si decide, perché non vuole decidersi, cioè non vuole rompere le uova nel paniere alla Procura romana. Voi capite bene che effetto strano fa la denuncia del “Fatto”. Chi è la Casta? Magari la Casta è esattamente quella che vorrebbe decidere per conto suo e al di fuori delle regole e delle leggi i gruppi di potere della Procura romana. O no? E perché – è giusto chiedersi – il Csm sta perdendo tempo su Roma? Perché nel frattempo si sono aperti nuovi posti molto prestigiosi in altre Procure. Lascia per raggiunti limiti di età il procuratore di Milano – in un clima infuocato di accuse e controaccuse su inchieste insabbiate – e lascia anche il procuratore nazionale antimafia. Dicono i beninformati che l’idea potrebbe essere quella di usare questi due posti vuoti per sistemare i due pretendenti legittimi alla Procura di Roma – Viola e Lo Voi – e così rendere legittima una nuova nomina di Prestipino. Il problema pare che sia però reso complicato dal fatto che Viola e Lo Voi non ci stanno. Tutti e due vogliono Roma. E poi ci sono altre complicazioni. Sia il procuratore di Napoli Melillo, sia quello di Catanzaro Gratteri aspirano forse alla Procura nazionale antimafia, e tutti e due con i titoli in ordine. Ora voi provate a rimettere in ordine tutte le cose, a prendere in esame questo vorticoso giro di nomine, a considerare la resistenza feroce dei pignatoniani a difesa di Prestipino, poi date una letta alla denuncia di Palamara nel suo famoso libro “Il Sistema”, e infine scorrete le dichiarazioni di un personaggio di peso come Nino Di Matteo, che abbiamo riportato ieri sulla prima pagina di questo giornale. Di Matteo ha detto cose feroci. È andato molto oltre le denunce di Palamara. Ha parlato di cordate che si radunano attorno a un Procuratore, composte da ufficiali di polizia giudiziaria, e da altri personaggi esterni alla magistratura, che dominano il sistema giustizia con logiche di tipo mafioso. Una bomba. Che ha prodotto grandi effetti? No. Se Di Matteo o Gratteri criticano la Cartabia viene giù il cielo. Se Di Matteo dice che la magistratura è governata da cordate illegali con metodi mafiosi non gliene frega niente a nessuno. Si ha quasi l’impressione che l’establishment consideri in fondo abbastanza normale questo stato di cose. Ora io mi chiedo: di fronte a questo spettacolo inverecondo, che coinvolge il Csm, i vertici di molte Procure, i giornali omertosi, le Logge segrete, è possibile che il Parlamento non si decida a formare una commissione di inchiesta? Con tutti i poteri. Che possa interrogare i protagonisti di questa vicenda, che possa ricostruire fatti, circostanze, relazioni, diktat, ricatti. Che possa stabilire quanti e quali di questi ricatti si avvalgono direttamente del potere inquirente di alcuni magistrati. E poi, dopo aver concluso questa inchiesta, suggerisca eventualmente allo stesso parlamento , e al governo, di fare tabula rasa degli attuali assetti e delle regole che ordinano il più potente e temibile dei poteri pubblici. Possibile che questo non avvenga? A me sembra di dire quasi una banalità. Eppure sono sicuro che non avverrà.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

L'aiutino al magistrato. Lo Voi a Roma, lo sponsor di Pignatone e l’hotel a 5 stelle: il racconto (incompleto) di Palamara. Paolo Comi  su Il Riformista il 21 Novembre 2021. Dopo circa due anni e mezzo, il Consiglio superiore della magistratura è tornato sui propri passi: proponendo Francesco Lo Voi a procuratore di Roma. Il nome del procuratore di Palermo, infatti, era già uscito il 23 maggio del 2019 quando la Commissione per gli incarichi direttivi per la prima volta aveva affrontato il dossier sulla successione di Giuseppe Pignatone. Quel giorno Lo Voi aveva preso un solo voto, quello del togato di Area Mario Suriano. Le nomine dei magistrati, soprattutto quelle dei procuratori, talvolta sfuggono alle logiche correntizie. Lo Voi, infatti, esponente di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, era stato votato da un magistrato della sinistra giudiziaria, il gruppo che quando si trattò di discutere la sua nomina a procuratore di Palermo aveva invece fatto le barricate. «È uno che dorme in hotel cinque stelle mentre i suoi colleghi sono qui in trincea a spalare fango», disse il pm anticamorra Antonello Ardituro, un magistrato di Area, in occasione della sua nomina riferendosi al fatto che Lo Voi in quel momento prestava servizio a Eurojust a Bruxelles. Di Lo Voi come procuratore di Roma si discusse molto in quel periodo. Palamara, due giorni prima del voto, il 21 maggio del 2019, parlando con il collega Luigi Spina, disse di essere lui ad aver aiutato Pignatone a portare Lo Voi a Palermo, accennando anche al ricorso che Lo Forte (Guido, procuratore di Messina, bocciato dal Csm, ndr) aveva fatto contro questa nomina. «C’è pure Pignatone in mezzo… vabbè.. e meglio che non ti racconti…», disse Palamara a Spina non sapendo di essere ascoltato con il trojan. Per sapere a cosa si riferisse Palamara bisognerà aspettare la pubblicazione del libro Il Sistema scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. «Pignatone mi rivela di avvertire degli strani movimenti intorno a questa vicenda e di temere che anche il Consiglio di Stato possa dare ragione a Lo Forte», scrive Palamara. «La pratica – prosegue l’ex magistrato – finisce alla quarta sezione, nel frattempo presieduta da Riccardo Virgilio, che nei racconti di Pignatone è a lui legato da rapporti di antica amicizia». Palamara racconta poi dell’incontro fra Lo Voi e Pignatone una mattina presso la sua abitazione: «Dopo aver lasciato sul tavolo i cornetti che mia moglie ha comprato per gli ospiti, mi allontano per preparare il caffè. Li vedo parlare in maniera molto fitta e riservata. Quando torno a tavola la discussione riprende su tematiche di carattere generale». «Di questo incontro parlo direttamente con Francesco Lo Voi nel mese di gennaio del 2016, in occasione di una sua venuta a Roma. Ci incontriamo nel Caffè Giuliani in via Solferino nei pressi del Csm. Poche settimane dopo arriva la sentenza di Virgilio, favorevole a Lo Voi. Che potrà così insediarsi alla procura di Palermo», aggiunge quindi Palamara. Un episodio poco noto è, invece, la testimonianza di Nicola Russo, il relatore di quella sentenza, davanti al gip del tribunale di Roma Gaspare Sturzo il 5 maggio del 2018. Russo e Virgilio sono stati appena arrestati per corruzione in atti giudiziari. Russo, verbalizza il giudice, afferma di aver ricevuto nel tempo «diverse segnalazioni da generali della guardia di finanza e magistrati».

«Chi sono i giudici che si sono raccomandati?», domanda il pm Giuseppe Cascini, ora consigliere del Csm di Area.

«Sono colleghi, anche pubblici ministeri che lei conosce bene», risponde Russo.

«Io sono interessato a sapere chi sono», replica secco Cascini sentendosi toccato da vicino. Russo nicchia e non risponde.

«Quindi non ci vuole dire chi sono questi magistrati?», insiste Cascini.

«Mi sono pervenute segnalazioni», la risposta generica di Russo.

Cascini, allora, torna alla carica: «Io vorrei che fosse messo a verbale che è stato chiesto di indicare i nomi e che non li vuole fare. Punto e basta».

L’avvocato di Russo si intromette: «Il pm deve sempre trovare una cosa negativa».

Tocca a Sturzo buttare acqua sul fuoco: «Una frase detta così può essere interpretata con la volontà di coprire qualcuno e allora è giusto che il pm faccia domande precise. Il suo cliente non intende fare nomi. Se ci sarà altro il pm andrà a vedere, il discorso finisce qua». Ed è finito veramente quel giorno. A meno che Palamara e Russo non vogliano prima o poi raccontare quello che sanno.

Paolo Comi

Il j'accuse del membro del Csm. L’accusa di Di Matteo sui capi della magistratura: “Comandano con logiche mafiose”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Novembre 2021. Voi sapete chi è Nino Di Matteo. Uno dei magistrati più importanti di Italia, piuttosto amato dai giornali e dalle Tv, temuto, membro autorevolissimo del Consiglio superiore della magistratura, ex davighiano. Questo giornale molto spesso lo ha attaccato frontalmente, specialmente per le vicende palermitane. Qualche volta invece lo ha sostenuto, perché ogni tanto è lui il solo che dice al re: “maestà, sei nudo”. Lo ha fatto per esempio quando in magistratura e in politica si faceva a gara a nascondere il famoso dossier Storari, quello che rivelava l’esistenza della Loggia Ungheria. Fu lui a denunciare l’insabbiamento. L’altra sera Di Matteo si è fatto intervistare da Andrea Purgatori su La7. Trascrivo qui alcune frasi che ha pronunciato e che mi hanno fatto saltare sulla sedia: «Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l’attività del Consiglio superiore della magistratura e dell’intera magistratura… Con l’appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l’avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare… La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura». Vi rendete conto? A me ogni tanto mi accusano di essere uno che attacca la magistratura in modo generico e insolente. Ma io non ho mai osato dire o scrivere cose così drammaticamente pesanti. In confronto a Di Matteo sono un timido chierichetto. Di Matteo dice che la magistratura è governata da bande, organizzate in cordate secondo il metodo mafioso. Francamente è andato molto oltre le accuse sanguinose lanciate da Palamara nel libro famoso scritto con Alessandro Sallusti (Il Sistema). Di Matteo sostiene che esistono delle cordate, o forse Logge (anche se lui non usa questo termine) composte, se capisco bene, da magistrati, alti ufficiali di polizia, alti militari, politici, forse giornalisti, gente di potere, tutti radunati attorno a un magistrato molto potente, e che queste cordate fanno poi il bello e il cattivo tempo ai vertici della magistratura, ne decidono gli assetti, le linee guida, immagino anche la collocazione politica. Di Matteo non fa nomi, però il ritratto di quel Procuratore amico della polizia giudiziaria e di altri, diciamo la verità, è un ritratto abbastanza preciso, e chiunque abbia un po’ seguìto i fatti recenti della magistratura può facilmente identificarlo. Sì, capisco, vorreste che scriva qui il suo nome. Ma voi sapete a quante querele da parte di alti magistrati io sono arrivato da quando dirigo il Riformista? Credo 22, più le cause civili. Meglio non fare i nomi, se non lo fa Di Matteo. Però ragioniamo un po’ sulle cose che lui ha detto. E proviamo a trarre le conseguenze che Di Matteo, per ora, non ha voluto trarre. Anche ponendo delle domande a Di Matteo. La prima domanda è questa: ma le vittime di questo sistema completamente illegale, e che contraddice clamorosamente il principio dell’indipendenza della magistratura, sono solo i magistrati che -restando al di fuori di correnti e cordate e metodi mafiosi- non riescono a fare carriera, oppure sono anche gli imputati? Ogni volta che si parla di Giustizia e di magistratura si pensa ai magistrati e agli equilibri al loro vertice. Ma i magistrati non è che quando lavorano vendono il pesce. Fanno una cosa diversa: decidono chi indagare e poi chi rinviare a giudizio, e poi chi condannare e chi assolvere. I veri protagonisti, i “fruitori” della giustizia, sono gli imputati.  Dopo aver letto le parole di Di Matteo, che fiducia possono avere, gli imputati, sulla equanimità della magistratura? A me questo sembra il punto decisivo. Però, ogni volta che lo tocco, discutendo anche con magistrati dissidenti e fuori dai circoli del potere, sento di aver toccato dei fili elettrici che è proibito toccare. Io vi devo dire la verità: in fondo non mi importa molto se il procuratore di Potenza sarà il dottor X o il dottor Y, né voglio sapere chi e perché diventerà aggiunto a Bologna, e nemmeno chi andrà alla procura nazionale antimafia. Mi interessa sapere, invece, se il signor Rossi subirà un giusto processo. E mi chiedo che cosa possa succedere al signor Rossi se il Pm, il Gip e poi il Presidente della Corte che lo giudicherà appartengono alla stessa corrente, o addirittura alla stessa cordata, cucita con metodi mafiosi. Non vi pare una domanda legittima? Non sarebbe giusto se i magistrati che oggi iniziano a denunciare le storture del nostro sistema, e la forza di sopraffazione ai vertici, si ponessero anche questo problema, senza per questo dover essere accusati di eccesso di garantismo?

La seconda domanda che vorrei porre a Di Matteo riguarda le riforme. Ho letto che lui è molto arrabbiato con la ministra Cartabia per i piccoli aggiustamenti che sta realizzando, per esempio, sulla prescrizione o sulla presunzione d’innocenza (ma quella sulla presunzione di innocenza è una direttiva europea che non può essere aggirata). Ok, ognuno ha le sue idee. Ma dopo la sua denuncia, e dopo la denuncia di Palamara, e dopo la denuncia di Storari, è giusto o no porsi il problema dell’autogoverno della magistratura? Di Matteo ci fa capire che l’autogoverno della magistratura non esiste: la magistratura – dice – è governata da Forze oscure. Benissimo, ma allora è giusto o no stabilire dei sistemi di controllo democratico, che impediscano a logge e cordate di impadronirsi in modo illegittimo e sovversivo del terzo potere dello Stato (forse ormai il primo…) e restituiscano al sistema democratico, e dunque non alla corporazione, il potere di controllo e in questo modo assegnino davvero al singolo magistrato la sua indipendenza, che oggi spesso non ha, perché espropriata da correnti e cordate? In sostanza, a me pare che non abbia senso immaginare un nuovo Consiglio superiore della magistratura di nuovo a grande maggioranza di togati. Occorre modificare la Costituzione.

La terza domanda riguarda i processi politici. Ce ne sono stati centinaia e centinaia, in questi anni. Hanno coinvolto anche i leader dei partiti, distruggendone qualcuno. Se la magistratura è davvero dominata dalla cordate, è legittimo immaginare (come ha immaginato Palamara) che molti processi politici siano studiati a tavolino per ragioni che c’entrano poco o niente con la giustizia?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Ancora prigioniero delle inchieste calabresi

Da ansa.it il 14 novembre 2021. "Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura". Lo ha detto il togato del Csm Nino Di Matteo, ex pm del processo 'Trattativa', intervistato da Andrea Purgatori ad Atlantide, trasmissione in onda stasera su La7. Con l'appartenenza alle cordate - prosegue Di Matteo - "vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera" e l'avversario "diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare". E in fondo - aggiunge il togato, "la logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose", è "il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura". Secondo Di Matteo, il "sistema" delle correnti del quale Luca Palamara era solo una "pedina", al quale si affianca quello delle "cordate", è uno schiaffo al sacrificio dei 28 magistrati uccisi dalla criminalità organizzata e dal terrorismo come Falcone e Borsellino, che gli stessi appartenenti al 'sistema' "fingono di onorare" e "utilizzano la loro tragica morte per attaccare i magistrati vivi". Come la politica, che ha rinunciato alle sue responsabilità per "usare i magistrati come alibi" e - sottolinea Di Matteo - sta discutendo una "pessima riforma" della Giustizia presentata dalla ministra Marta Cartabia, che "rischia di mandare in fumo tanti processi". Da pochi giorni è uscito il libro 'Nemici della giustizia' scritto da Di Matteo con il giornalista Saverio Lodato.

Di Matteo: «Altro che correnti. A condizionare il Csm anche cordate di polizia giudiziaria». Intervistato da Andrea Purgatori, su la 7, l'ex pm della presunta "Trattativa" parla di «cordate» attorno ad alcuni magistrati e «composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura». Il Dubbio il 14 novembre 2021. «Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l’attività del Consiglio superiore della magistratura e dell’intera magistratura». A parlare così, secondo anticipazioni riportate ilfattoquotidiano.it, è Nino Di Matteo, ex pm del processo Trattativa e ora consigliere del Csm. Intervistato da Andrea Purgatori ad Atlantide, in onda stasera su La7,  l’autore del libro I nemici della giustizia spazia dal caso Palamara alle inchieste di mafia e corruzione alla contiguità tra politica e criminalità organizzata. Fino alla riforma della Giustizia, voluta dalla ministra Marta Cartabia, liquidata come «pessima». «Con l’appartenenza alle cordate  vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera» e l’avversario «diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare», secondo Di Matteo. Non solo, «la logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose», è «il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura». Secondo il consigliere del Csm, il «sistema» delle correnti del quale Luca Palamara era solo una «pedina», al quale si affianca quello delle «cordate».

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 10 novembre 2021. Questo invito è personale, come la responsabilità penale. La Signoria Vostra, procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, è invitata alla mostra «Giorgio Strehler alla Scala» (dal 5 novembre 2021 al 5 gennaio 2022) presso l'omonimo museo nell'omonima Piazza, laddove l'omonimo procuratore potrà rammentare quando inquisì l'omonimo regista per truffa alla comunità europea, e chiese il massimo della pena. Era l'autunno del 1992 e fu uno scandalo internazionale: Strehler annunciò che si sarebbe «dimesso da italiano» prima di trasferirsi a Lugano, e disse che sarebbe rientrato solo da innocente. La Signoria Vostra, nella requisitoria, adottò toni durissimi e per filmare la sentenza mandarono le telecamere sin da Vienna, ove Giorgio Strehler aveva appena messo in scena Pirandello. Il Maestro del teatro italiano, in data 10 marzo 1995, fu assolto con formula piena «perché il fatto non sussiste» e dunque rientrò in Italia: ma morì meno di due anni dopo durante le prove del «Così fan tutte», sua prima regia al rinnovato Piccolo Teatro ch' egli non avrebbe mai inaugurato. La Signoria Vostra, già allora, non partecipò ai funerali ai quali accorsero in migliaia tra cittadini e autorità: Ella presenzi almeno alla citata mostra, se non è troppo impegnato a farsi inquisire e a fronteggiare la nemesi storica. Da martedì a domenica, dalle 10 alle 18, interi 9 euro. I magistrati pagano. Per una volta.  

Luca Fazzo per “il Giornale” il 10 novembre 2021. Alcune informazioni contenute nel telefono, non inerenti al procedimento in corso, qualora divulgate a terzi potrebbero essere fonte di gravi danni alla mia professione e all'azienda per cui lavoro che in molti paesi è concorrente dell'Eni»: firmato Vincenzo Armanna. Sono le 10,41 del 29 settembre scorso quando al giudice milanese Anna Magelli arriva la lunga mail dell'avvocato siciliano divenuto, insieme al collega Piero Amara, uno dei principali testimoni d'accusa del processo Eni-Nigeria: un testimone, si è scoperto nel frattempo, specializzato in falsi e calunnie, definito dalla Procura generale un «avvelenatore di pozzi». Il telefono di Armanna, sequestratogli dal pm Paolo Storari, è stato finalmente aperto dalla Guardia di finanza. Dentro c'era la falsa chat con l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, costruita da Armanna per cercare di incastrare i vertici dell'azienda di Stato. Ma c'era anche molto altro, anni di affari pubblici e privati dell'avvocato-faccendiere. Con la sua mail al giudice Magelli, Armanna il 29 settembre cerca di scongiurare il pericolo « che l'intero contenuto del suo telefono venga consegnato in copia ai legali di Eni, che ne hanno fatto richiesta formale. Armanna spiega al giudice che dentro ci sono le sue vicende private, «chat e mail relative a tensioni squisitamente personali della mia famiglia», «analisi mediche», «informazioni sulle mie abitudini». E all'ultimo punto aggiunge il dettaglio cruciale, la necessità di tutelare la sua attività professionale per una azienda «che in molti paesi è concorrente di Eni». È questo il passaggio che ha fatto suonare un campanello d'allarme negli uffici legali del cane a sei zampe. Perché, senza entrare nei dettagli, Armanna rivela di lavorare per un concorrente del gruppo. Un'azienda straniera, visto che in Italia il colosso pubblico non ha sostanzialmente rivali. Scoprire che uno dei principali accusatori dei suoi vertici lavora per la concorrenza ha rinfocolato i dubbi di Eni intorno a una domanda per ora senza risposta: chi ha ispirato il falso «pentimento» di Armanna e Amara, due professionisti legati per anni al gruppo e divenuti improvvisamente i testimoni chiave della Procura della Repubblica? Ora che anche i pm milanesi paiono avere preso le distanze dai due, tanto da avere chiesto nei giorni scorsi il loro rinvio a giudizio per calunnia, gli interrogativi sui mandanti dell'operazione diventano cruciali. Anche perché Armanna non è l'unico tra gli ex di Eni a essere passato alla concorrenza: c'è anche Antonio Vella, ex numero due di Eni, uscito malvolentieri dal gruppo alla fine del 2019, processato e poi assolto per le presunte tangenti in Algeria. Nel suo interrogatorio del mese scorso davanti al Procuratore di Milano, Amara indica in Vella uno dei suoi interlocutori privilegiati dentro Eni. E dov' è oggi Vella? Guida i servizi logistici di Lukoil, il colosso energetico russo. Ce n'è abbastanza, come si vede, per ipotizzare che «manine» straniere abbiano ispirato o almeno usato ai propri fini le accuse e i processi contro Eni. Sarebbe interessante capire se nel telefono di Armanna ci siano risposte a questi interrogativi. Ma il giudice Magelli, dopo avere ricevuto la mail di Armanna e il parere negativo anche della Procura della Repubblica, ha rifiutato di consegnare a Eni il contenuto integrale dell'apparecchio. E ci sono altri telefoni di cui non si conosce il contenuto: i quattro apparecchi sequestrati al poliziotto nigeriano chiamato «Victor» dopo il suo interrogatorio nell'aula del processo: e di cui non si sa che fine abbiano fatto. 

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" l'8 novembre 2021. Sono un clamoroso falso fabbricato a tavolino da Vincenzo Armanna - accerta ora la perizia informatica sul suo telefonino disposta a luglio dal procuratore aggiunto Laura Pedio nell'indagine sui variegati depistaggi Eni dei processi milanesi sul colosso energetico - i messaggi Whatsapp che l'indagato ex manager Eni (immancabilmente «raddoppiato» dalle conferme dell'ex avvocato esterno Eni nei processi ambientali Piero Amara) mostrava sul proprio telefonino e sosteneva di aver scambiato nel 2013 con il direttore generale e oggi amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, e con il capo del personale Claudio Granata, a riscontro del ruolo che gli attribuiva. E cioè a riprova del fatto che fossero stati proprio Descalzi e Granata a indurre Armanna, in cambio della promessa di riassunzione in Eni e della prospettiva di cospicui guadagni veicolati tramite la società nigeriana Fenog, a ritrattare o attenuare le proprie iniziali accuse di corruzione internazionale Eni in Nigeria nel 2011, a lungo valorizzate dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ai fini della richiesta di condanna a 8 anni di Descalzi, poi invece assolto lo scorso 17 marzo dal Tribunale assieme a tutti gli altri coimputati (tra cui lo stesso Armanna) «perché il fatto non sussiste». Questa storia delle chat con dirigenti Eni, evocate da Armanna sia nei tanti interrogatori resi negli ultimi due anni sia a trasmissioni tv e giornali, ha una accelerazione il 2 novembre 2020 quando un giornalista del Fatto Quotidiano , a seguito dell'intervista che il 30 ottobre Armanna ora si intuisce avesse scelto come strumento per introdurre di sponda nel circuito giudiziario le chat con Descalzi e Granata, consegna alla Procura gli screenshot delle chat, dategli da Armanna in precedenti colloqui e filmate dal giornalista per documentare che stessero davvero sul telefonino di Armanna. Tre giorni dopo il pm Paolo Storari (coassegnatario di Pedio) si fa consegnare da Armanna il telefonino, che negli anni non era mai stato sequestrato dalla Procura e di cui nel luglio 2021 il 100% dei contenuti e dei metadati è stato acquisito con un software di una società israeliana a Monaco di Baviera, e affidato poi per lo studio al consulente Maurizio Bedarida. Non aveva dunque torto il pm Storari quando all'inizio del 2021 aveva ipotizzato ai colleghi anche la falsità di queste chat tra sei possibili indizi di calunniosità di Armanna (a suo avviso da arrestare con Amara), elementi che invitava i colleghi a depositare per correttezza ai giudici del processo Eni-Nigeria: inascoltato dai pm De Pasquale e Spadaro, i quali con Pedio sono indagati a Brescia per l'ipotesi di rifiuto o omissione d'atto d'ufficio. Quella falsità Storari curiosamente deduceva, a prescindere da complesse perizie come l'attuale, già dalla banale verifica che i numeri di telefono, ascritti a Descalzi e Granata negli apparenti messaggi con Armanna, nemmeno fossero attivi nel 2013, risultando utenze «in pancia» a Vodafone che non potevano produrre traffico. Argomento al quale però il procuratore Francesco Greco e Pedio avevano obiettato a Storari che in teoria potessero essere stati indefiniti servizi segreti (affini all'universo Eni) a far così sembrare negli archivi di Vodafone. Con l'esito-choc della consulenza informatica viene dunque meno quello che doveva essere il principale riscontro documentale alle dichiarazioni del tandem Armanna-Amara su Descalzi e Granata, indagati da tempo per le ipotesi di associazione a delinquere finalizzata al depistaggio giudiziario. Ora Pedio, e i due colleghi (Stefano Civardi e Monia Di Marco) affiancatile da Greco, dovranno valutare se altri elementi sinora segreti consentano lo stesso di chiedere il rinvio a giudizio di Descalzi e Granata, o inducano a chiederne l'archiviazione.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 9 novembre 2021. Quindici procuratori dai quattro angoli del mondo, dalla Francia al Brasile, dagli Stati Uniti alla Germania, scrivono all'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) della loro preoccupazione per l'attacco di cui ritengono vittima la procura di Milano, e chiedono se non se ne deduca un infiacchimento della lotta alla corruzione in Italia. In particolare li allarma che a Brescia siano indagati due rilevanti pm milanesi, poiché nell'ultimo processo all'Eni, secondo il giudice, trascurarono di depositare degli atti straordinariamente favorevoli agli imputati. La combinazione vuole che nelle stesse ore esca un'altra notizia, sempre a proposito dello stesso processo Eni: alcune chat portate come prova da un testimone dell'accusa erano dei falsi di stampo cinese, provenivano da numeri nemmeno attivi. Un collega dei due pm in questione segnalò l'anomalia, ma i due pm di nuovo trascurarono. Sarà una bizza da garantisti ma, se penso allo stato della giustizia, a me fa un pochino più impressione mettermi nei panni degli imputati Eni, fra tanta trascuratezza, diciamo così, che mettermi in quelli dei pm, a cui comunque auguro di uscire prosciolti. Sull'infiacchimento della lotta alla corruzione non saprei, posso riportare qualche numero tratto dagli ultimi disponibili al ministero: nel 2016 di 117 processi di primo grado per concussione, il 32 per cento si è chiuso con sole condanne, il 22 per cento con condanne e assoluzioni, il 31 per cento con sole assoluzioni e il 15 per cento con processo sfumato per motivi diversi. È un vero peccato che la lotta sia vigorosa, ma si infiacchisca da sé quando arriva la sentenza.

(ANSA il 23 novembre 2021) - Il procuratore di Brescia, Francesco Prete, e il pm Donato Greco hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e del pm milanese Paolo Storari, indagati per rivelazione del segreto d'ufficio in merito alla vicenda dei verbali di Piero Amara sulla presunta Loggia Ungheria. Fissati per settimana prossima in sede di chiusura indagini gli interrogatori del procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e del pm ora alla procura europea Sergio Spadaro, indagati per rifiuto d'atti d'ufficio per la gestione di Vincenzo Armanna, 'accusatore' nel processo per il caso Nigeria. Sarà un gup di Brescia, dopo la richiesta di rinvio a giudizio depositata stamani, a dover decidere se mandare a processo Davigo e Storari. Il pm milanese consegnò i verbali dell'ex legale esterno di Eni, resi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, a Davigo nell'aprile 2020 per autotutelarsi, a suo dire, dall'inerzia dei vertici della Procura "nell'avvio" delle indagini su quelle dichiarazioni. Davigo, come si legge nell'imputazione, avrebbe ricevuto "una proposta di incontro" da parte di Storari, "rassicurandolo di essere autorizzato a ricevere copia" dei verbali e dicendogli che "il segreto investigativo su di essi non era a lui opponibile in quanto componente del Csm". Sarebbe così entrato "in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo". E lo avrebbe fatto al di fuori di una "procedura formale", mentre Storari avrebbe dovuto "investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell'indagine". L'allora componente del Csm avrebbe svelato, poi, il contenuto di quelle carte ad alcune persone, tra cui colleghi del Csm. Le avrebbe date anche al vicepresidente David Ermini che "ritenendo irricevibili quegli atti" immediatamente "distruggeva" la "documentazione". Negli altri filoni dell'inchiesta bresciana, scaturita dal caso 'verbali Amara' e dalle denunce di Storari sulla gestione dei procedimenti Eni, la Procura ha chiesto l'archiviazione per l'ormai ex procuratore di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d'ufficio per i ritardi sulle indagini su Amara. La prossima settimana, dopo la chiusura indagini e su loro richiesta, i pm interrogheranno De Pasquale e Spadaro, accusati di non aver depositato prove favorevoli, trovate da Storari, agli imputati del processo Eni-Shell/Nigeria. Ancora aperto, infine, il filone nel quale il procuratore aggiunto Laura Pedio è accusata di omissione di atti d'ufficio per le tardive iscrizioni su 'Ungheria' e per la gestione dell'ex manager dell'Eni Armanna. 

La richiesta firmata dai magistrati di Brescia. Loggia Ungheria, chiesto il processo per Davigo e Storari: “Rivelazione del segreto d’ufficio sui verbali di Amara”. Redazione su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Il terremoto nella Procura di Milano continua. Francesco Prete e Donato Greco, rispettivamente procuratore e pm a Brescia, hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e per il pm di Milano Paolo Storari: i due sono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda dei verbali secretati dell’avvocato Piero Amara, che aveva svelato l’esistenza della presunta Loggia Ungheria. Il fascicolo arriverà quindi davanti a un giudice di Brescia che fisserà l’udienza preliminare, col Gup che deciderà sull’eventuale processo per Storari e Davigo. Sono invece fissati per la prossima settimana, entro il primo dicembre, gli interrogatori del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, entrambi indagati per rifiuto in atti d’ufficio per il caso Eni-Nigeria. Entrambi i magistrati hanno chiesto di essere ascoltati dai pm di Brescia prima della conclusione delle indagini. Negli altri filoni dell’inchiesta bresciana, scaturita dal caso ‘verbali Amara’ e dalle denunce di Storari sulla gestione dei procedimenti Eni, la Procura ha chiesto l’archiviazione per l’ormai ex procuratore di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d’ufficio per i ritardi sulle indagini su Amara.

LE ACCUSE A STORARI E DAVIGO – Secondo la tesi della procura di Brescia il pm Paolo Storari consegnò i verbali resi tra dicembre e gennaio 2020 di Amara, ex legale esterno di Eni, a Davigo. Un passaggio che sarebbe avvenuto nell’aprile 2020 per “autotutelarsi” da quella che Storari riteneva l’inerzia dei vertici della Procura di Milano nell’avviare indagini sulle dichiarazioni di Amara. Davigo, all’epoca consigliere del Csm, avrebbe ricevuto “una proposta di incontro” da parte di Storari, “rassicurandolo di essere autorizzato a ricevere copia” dei verbali e dicendogli che “il segreto investigativo su di essi non era a lui opponibile in quanto componente del Csm”, si legge nell’imputazione riportata dall’Ansa. Secondo l’accusa quindi Davigo sarebbe entrato “in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo”, fuori da una “procedura formale”, mentre secondo i magistrati bresciani Storari avrebbe dovuto “investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine”. Sempre Davigo avrebbe svelato il contenuto delle carte passategli da Storari ad altri colleghi del Csm, tra cui anche il vicepresidente David Ermini che “ritenendo irricevibili quegli atti” immediatamente “distruggeva” la “documentazione”.

LA DIFESA DI STORARI – Richiesta di rinvio a giudizio che non preoccupata l’avvocato Paolo Della Sala, legale del pm di Milano Paolo Storari. “Siamo assolutamente sereni riguardo alla nostra posizione che porteremo davanti al giudice dell’udienza preliminare, confidando che la totale innocenza venga dimostrata nelle varie sedi giurisdizionali“, ha commentato all’Ansa.

«Processate Davigo!». La richiesta dei magistrati di Brescia. Per la procura di Brescia, i due avrebbero violato il segreto d’ufficio. Previsti la prossima settimana gli interrogatori dei pm De Pasquale e Spadaro, indagati per rifiuto d’atti d’ufficio. Simona Musco  su Il Dubbio il 24 novembre 2021. Il procuratore di Brescia, Francesco Prete, e il pm Donato Greco hanno chiesto il rinvio a giudizio dell’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e del pm milanese Paolo Storari, indagati per rivelazione del segreto d’ufficio per aver fatto circolare i verbali secretati di Piero Amara sulla presunta “Loggia Ungheria”.

I verbali di Amara visti da Storari e Davigo

La vicenda è l’ormai nota “consegna” dei verbali di Amara a Davigo: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegnò quei documenti al consigliere del Csm, convinto di un voluto lassismo da parte del procuratore Francesco Greco e dell’aggiunta Laura Pedio nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Per l’ex pm di Mani Pulite, tutto sarebbe avvenuto nel rispetto della legge: è stato lui, infatti, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura, richiamandosi ad alcune circolari del Csm stando alle quali «il segreto investigativo non è opponibile al Csm». Per la procura di Brescia, però, le due circolari non sono applicabili al caso specifico: esse non fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. Storari, dunque, avrebbe agito «in assenza di una ragione d’ufficio che autorizzasse il disvelamento del contenuto di atti coperti dal segreto investigativo e senza investire i competenti organi istituzionali deputati alla vigilanza sull’attività degli uffici giudiziari».

Il commento dell’avvocato Paolo Della Sala

«Ho saputo dai giornali della richiesta di rinvio a giudizio – ha dichiarato al Dubbio Paolo Della Sala, legale di Storari -. Noi riteniamo di avere degli argomenti molto solidi e li presenteremo davanti al giudice con grande fiducia, nel pieno rispetto delle scelte della procura. Quello che va chiarito è che ciò che viene contestato al dottor Storari è la violazione di un iter procedimentale che formalmente non è stato rispettato e che si ritiene andasse seguito, ma in nessun modo, da nessuna parte, è in gioco la correttezza del suo operato da magistrato».

Le presunte condotte illecite di Davigo

Davigo, dal canto suo, avrebbe violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» abusando «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Amara. E non si limitò a ricevere i verbali, ma ne «rivelava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra, con lo scopo «di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita», che in realtà è precedente alla vicenda Amara.

I consiglieri del Csm che avrebbero saputo dei verbali di Amara

L’ex pm ne avrebbe parlato anche ad un’altra consigliera, Ilaria Pepe, per «suggerirle “di prendere le distanze”» da Ardita, invitandola a leggerli. A vederli sarebbe stato anche il consigliere Giuseppe Cascini, al quale Davigo ha chiesto «un giudizio sull’attendibilità» di Amara, mentre ai consiglieri Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna avrebbe riferito di una «indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che “in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita”». Ma non solo: quei verbali furono consegnati anche al vicepresidente David Ermini, che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva» la «documentazione», pur riferendo il fatto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Morra informato da Davigo

Ad essere informati furono anche Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei «contrasti insorti tra lui» e Ardita, e le due segretarie di Davigo, Marcella Contrafatto – che secondo la procura di Roma avrebbe spedito anonimamente quei verbali al consigliere del Csm Nino Di Matteo e alla stampa – e Giulia Befera.

C’è anche il caso Eni-Nigeria

La procura di Brescia indaga però anche su altri componenti dell’ufficio di procura: dopo aver chiesto l’archiviazione dell’ormai ex procuratore Greco, accusato di omissione di atti d’ufficio per aver ritardato le iscrizioni dei primi nomi a seguito del racconto di Amara, continuano le indagini su Pedio, indagata per lo stesso reato e per la gestione dell’ex manager Eni Vincenzo Armanna, presunto calunniatore, secondo quanto segnalato da Storari a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, i due pm che hanno rappresentato l’accusa al processo Eni-Nigeria.

Segnalazione che trova un riscontro almeno nel caso delle chat che Armanna ha dichiarato di aver scambiato con l’ad di Eni, Claudio Descalzi, e il capo del personale, Claudio Granata, per dimostrare come gli stessi gli avrebbero chiesto di ritrattare o attenuare le accuse di corruzione nel caso Opl245 in cambio della riassunzione. Secondo la perizia informatica richiesta da Pedio, infatti, quelle chat sarebbero un falso clamoroso.

Dal canto loro, De Pasquale e Spadaro verranno interrogati la prossima settimana, a seguito dell’avviso di conclusione delle indagini per «rifiuto d’atti d’ufficio»: secondo la procura di Brescia, i due pm avrebbero tenuto le difese degli imputati del processo Eni-Nigeria all’oscuro delle prove potenzialmente favorevoli segnalate da Storari, depositando comunque le chat false e omettendo la circostanza del presunto pagamento di un testimone da parte di Armanna.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2021. «Se io ho commesso il delitto di rivelazione di segreto d'ufficio - si difende l'ex consigliere Csm Piercamillo Davigo nel suo interrogatorio -, allora loro (cioè i vertici del Csm e della Procura generale di Cassazione, ndr ) avrebbero dovuto denunciarmi», visto che «l'omessa denuncia di reato da parte di un pubblico ufficiale è reato», e dunque «dovrebbero essere incriminati per omissione d'atti d'ufficio», ma «a nessuno di loro venne in mente di doverlo fare perché nessuno di loro pensò che il mio fosse un reato». Ma la linea difensiva dell'ex pm di Mani Pulite non convince la Procura di Brescia, che chiede al gip di processarlo con il pm milanese Paolo Storari per «rivelazione di segreto». Cioè per aver, nella primavera 2020, fatto circolare tra quei «loro» (il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura David Ermini, il pg della Cassazione Giovanni Salvi, cinque consiglieri Csm e il presidente allora 5 Stelle della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra) i verbali segreti resi, tra fine dicembre 2019 e metà gennaio 2020, dall'ex avvocato esterno Eni Piero Amara su una associazione segreta denominata «loggia Ungheria» e condizionante alte burocrazie. La consegna di questi files word da Storari a Davigo, invece, per il procuratore bresciano Francesco Prete e il pm Donato Greco non può essere scriminata né dal fatto che fosse stato Davigo a rassicurare Storari sulla liceità della consegna e sulla non opponibilità del segreto investigativo a un consigliere Csm; né dal movente di Storari di lamentare i contrasti con il procuratore Francesco Greco e la coassegnataria vice Laura Pedio sui ritardi (a suo avviso) nell'avviare concrete indagini, per i quali Brescia ha chiesto l'archiviazione di Greco in attesa di valutazione del gip. Ermini ha deposto ai pm bresciani d'aver parlato con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di quanto rivelatogli da Davigo, dal quale ha confermato di aver anche ricevuto copia dei verbali di Amara, aggiungendo però di averli distrutti ritenendoli irricevibili. «Bravo... complimenti... - contrattacca Davigo nel proprio interrogatorio - Ermini evidentemente non è precisamente un cuor di leone: se io avessi commesso un reato, era la prova del reato, dovevi trasmetterla all'autorità giudiziaria, se no è favoreggiamento personale», e aggiunge la domanda retorica che altri invece gli ritorcono contro proprio per la sua condotta, e cioè «sono impazzito io o sono ancora queste le regole del gioco?». In dicembre chiederanno di essere interrogati a Brescia il procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, destinatari di un avviso di conclusione indagini per «rifiuto d'atti d'ufficio», nell'ipotesi abbiano tenuto il Tribunale del processo Eni-Nigeria all'oscuro di elementi potenzialmente favorevoli alle difese (benché segnalati da Storari ai due pm) sulla figura dell'ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, coimputato ma anche accusatore di Eni valorizzato da De Pasquale nel processo Eni-Nigeria e da Pedio (pure indagata per l'ipotesi di omissione d'atti d'ufficio) nell'inchiesta milanese tuttora in corso sui depistaggi giudiziari attribuiti a Eni.

Un magistrato non si processa mai...De Pasquale non va processato, lobby internazionale per difendere il Pm anti-Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Giù le mani da Fabio De Pasquale. Come si permette la Procura di Brescia di portarlo a giudizio come imputato, proprio lui che era riuscito a far condannare Craxi e Berlusconi e che ha messo in piedi la più grande inchiesta di corruzione internazionale contro Eni? Sorvolando sul fatto che quel processo il pm De Pasquale l’ha perso, scendono in campo a gamba tesa in suo favore 15 membri del gruppo “Corruption Hunters Network” -magistrati e investigatori- di cui lo stesso pm milanese fa parte. Suoi colleghi e amici, insomma. Agguerriti e informatissimi sull’Italia. Sembrano una corrente dell’Anm. C’è un americano, una francese, un tedesco, un brasiliano, una svizzera, in gran parte esponenti di Stati in cui la pubblica accusa dipende dal governo e che, in nome dell’esecutivo, lottano contro i fenomeni criminali. Cosa che non è consentita ai rappresentanti delle Procure italiane, la cui autonomia dal potere politico è difesa con le unghie e i denti dalle toghe di ogni ordine. E che oggi farebbero bene a insorgere contro questa intromissione nella loro indipendenza sacra e inviolabile. I quindici vestono i panni degli indignati. Ma fanno politica contro l’Italia. Contro l’autonomia e l’indipendenza della sua magistratura. Denunciano il nostro Paese, rivolgendosi all’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che nei prossimi mesi dovrebbe secondo loro dare una valutazione preoccupata sull’Italia. La tesi è la seguente: «La procura di Milano è ora sotto attacco per aver perseguito casi di corruzione internazionale», e si cita il solo caso Eni. Ma sotto attacco da parte di chi? I magistrati di Brescia che hanno aperto l’inchiesta su De Pasquale, si suppone. Ma si dovrebbe dire prima di tutto che sono altri investigatori, in totale autonomia, a indagare, non “la Procura di Milano”, ma singole persone, un aggiunto, Fabio De Pasquale appunto, e un sostituto, Sergio Spadaro. L’inchiesta aperta a Brescia sarebbe il frutto, sostengono i quindici, dell’iniziativa diretta della “corruzione”. Cioè il soggetto astratto indicherebbe gli uomini di potere, politico ed economico, che si starebbe vendicando del coraggioso magistrato che da anni è in prima linea nel combattere la corruzione. L’Ocse, secondo questi magistrati nominati in gran parte dai loro governi, dovrebbe accertare se il comportamento dell’Italia nei confronti della lotta alla corruzione è ancora limpido e deciso. «E stabilire cosa c’è dietro le accuse infondate che stanno per essere mosse a De Pasquale e Spadaro. Se, come temiamo, si tratta di un caso di contrattacco da parte della corruzione, dovrebbe chiarirlo nella sua valutazione». Dunque, ricapitolando: le ipotesi di omissione o rifiuto di atti di ufficio per cui i due pm sono indagati a Brescia, sono “infondate”, ma ci sarebbe un complotto ordito dagli ambienti della “corruzione” per mettere il bavaglio ai magistrati coraggiosi. E chi sarebbero coloro che vogliono far tacere De Pasquale e Spadaro? I dirigenti Eni usciti assolti dal processo su tangenti in Nigeria perché “il fatto non sussiste”? Il presidente Tremolada che insieme ai due colleghi ha emesso la sentenza? Il procuratore Prete di Brescia? È su di loro che dovrebbe indagare l’Ocse prima di dare una valutazione sull’Italia e la sua capacità di combattere la corruzione, nazionale e internazionale? La cosa strana è che, se i quindici colleghi di De Pasquale paiono ignorare le regole del sistema giudiziario italiano, sembrano invece informatissimi sul processo Eni. Le loro argomentazioni contro i fatti per cui i due pm milanesi sono indagati sembrano quasi dei motivi d’appello contro la sentenza con cui nel marzo scorso i dirigenti del colosso idrocarburi sono stati assolti nonostante le manchevolezze dei magistrati dell’accusa. Fabio De Pasquale nel proprio ricorso aveva sostenuto che la settima sezione del tribunale presieduta da Marco Tremolada aveva trattato il grave fatto di corruzione internazionale con cui Eni aveva cercato di ottenere le concessioni sul giacimento Opl-245, come “bagatelle”, con argomenti “veramente esili” e “illogici”. I suoi colleghi internazionali affondano il coltello su quelle che il tribunale aveva considerato gravi mancanze da parte di chi aveva sostenuto in aula l’accusa. Non aver messo a disposizione della difesa per esempio il video in cui l’ex manager Armanna preannuncia all’avvocato Amara e altre due persone le calunnie che si apprestava a riversare sui vertici Eni. Il video avrebbe dimostrato l’inattendibilità di un teste caro alla procura. Lo stesso De Pasquale, nel suo ricorso per l’appello, dedica ben otto pagine a quel video, per definire tra l’altro le parole di Armanna delle “spacconate”. I suoi quindici colleghi internazionali gli copiano l’argomento fondamentale, e sostengono che gli uomini di Eni avessero già in mano da anni quel video, così come un’informativa della Guardia di finanza che il tribunale di Milano aveva ritenuto altrettanto importante. L’ufficio stampa del colosso petrolifero ha sempre smentito. Ma c’è da domandarsi come mai questo processo sia stato seguito (magari indiretta streaming e con l’interprete simultaneo) con tanta attenzione negli Stati Uniti e nei Paesi europei rappresentati dai quindici giuristi, visto che questi sembrano al corrente di ogni particolare. Non sembrano però essere informati (o forse la loro fonte non lo ha ritenuto interessante) di quella polpetta avvelenata che era stata preparata per portare il presidente Tremolada a doversi astenere dal processo, quando era stato accusato dall’avvocato Amara di essere “avvicinabile” dagli avvocati difensori dell’ ad di Eni Claudio De Scalzi e del suo predecessore Paolo Scaroni. Strano che di questo episodio i quindici non siano stati informati, anche perché questo processo, oltre che per il clamore delle assoluzioni dopo settantaquattro udienze, verrà ricordato proprio per quella stilla di veleno. Che avrà anche un suo seguito perché il procuratore capo di Milano Francesco Greco e la sua fedele aggiunta Laura Pedio si erano affrettati a inviare gli atti a Brescia perché si verificasse se qualche giudice avesse commesso i reati di traffico di influenze e abuso d’ufficio. Se qualcuno ci aveva contato, gli è andata male. Archiviato. Ma i quindici non conoscono solo le carte, se pur, come abbiamo visto, in modo molto selettivo. Si preoccupano anche della prossima nomina di chi prenderà il posto di Francesco Greco a capo della procura più famosa, nel bene e (spesso) nel male, d’Italia. «Il suo capo da lungo tempo – scrivono – persona rispettata, l’unico sopravvissuto dei membri del famoso pool Mani Pulite, andrà in pensione tra pochi giorni. Ci sono notizie che il suo successore sarà un magistrato che nutre dubbi sul fatto che sia necessario attivamente perseguire le società italiane per corruzione internazionale». A questo punto, di fronte a accuse così gravi, c’è qualcuno, magistrato o politico, o organismi sempre pronti con le pratiche di autotutela, a strillare un po’ su questa indecente intromissione da parte di magistrati di nomina governativa di Stati stranieri? Qualcuno vuole difendere l’ignoto futuro procuratore di Milano dall’accusa di essere un colluso dei corrotti? Per la cronaca, negli stessi giorni in cui i quindici sputavano il loro veleno ergendosi a difensori d’ufficio (informatissimi, anche sulle indiscrezioni) di un pubblico ministero italiano contro altri pm italiani, arriva la notizia che tutti i messaggi whatsapp che l’ex manager Eni Pietro Armanna mostrava sul proprio telefonino contrabbandandoli per scambio di opinioni con l’ad (allora direttore generale) Claudio De Scalzi, erano un falso clamoroso, fabbricato a tavolino. Lo ha stabilito una perizia della procura disposta qualche mese fa dall’aggiunta Laura Pedio all’interno dell’indagine sui depistaggi, che in questo processo l’hanno spesso fatta da padrone. Ma Armanna, come Amara, è sempre stato considerato un teste attendibile dall’accusa. Ed evidentemente il pm De Pasquale crede ancora nei suoi testimoni, e non si arrende alla prima sentenza che lo ha visto sconfitto. Infatti, non solo ha firmato il ricorso in appello, ma ha anche chiesto di essere applicato a sostenere personalmente l’accusa nel secondo processo, forse perché non ha molta fiducia in quella procura generale che in un’altra causa aveva definito l’ex manager Armanna un “avvelenatore di pozzi”. Bene, anche di questo si preoccupano i suoi quindici colleghi internazionali. Temono che non gli sarà concesso di andare di nuovo in aula contro Eni, se andrà avanti l’inchiesta di Brescia. Ma come sono informati!

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il mostro togato. In Italia l’esercizio del potere è sottoposto alla sorveglianza della magistratura deviata. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta l'8 Novembre 2021. Tutti sanno che negli ultimi decenni il percorso di accreditamento di tanti leader politici è stato intralciato dalle trame di chi preparava dossier su di loro, sul loro staff e sui loro familiari. Ma, con l’eccezione delle lamentazioni personali di chi, come un certo senatore toscano, viene colpito, nessuno dice niente. Forse bisognerebbe smetterla di far finta che non sia così. Sappiamo tutti perfettamente che da qualche parte c’è un pubblico ministero – e forse più d’uno – con un dossier pronto al bisogno su Mario Draghi. Sappiamo tutti perfettamente che altrettanto è in cottura per ciascuno dei nomi che da qui alle prossime settimane e mesi potrebbero essere ritenuti in posizione per giungere a presiedere la Repubblica, o il prossimo governo. Sappiamo tutti perfettamente che l’accesso al potere e l’esercizio del potere in Italia sono sottoposti alla sorveglianza spionistica e ricattatoria della magistratura deviata, una associazione nemmeno tanto segreta che si è costituita in una centrale di contro-potere che intimidisce la vita istituzionale e ne orienta il corso giocando sporco, contaminando con la propria corruzione, con la propria malversazione, con la propria irresponsabilità, ogni angolo libero della vita pubblica. Tutti sappiamo perfettamente che il percorso di accreditamento di leader importanti degli ultimi decenni è stato intralciato dalle trame del mostro togato, e che, con sistema perfettamente mafioso, nessuno vi era risparmiato: i collaboratori, lo staff, i parenti, il coniuge. La magistratura equestre, burattinaia del manipolo milanese, che ingiungeva a chi avesse “scheletri negli armadi” di starsene buono, fu l’esempio nobilitato di un malcostume che di lì in poi sarebbe divenuto l’abito costituzionale del travestimento eversivo di stampo giudiziario, con il magistrato eponimo incaricato di “resistere, resistere, resistere” all’assalto di questo nemico temibilissimo, il sistema della democrazia rappresentativa. Ma che tutto questo sia perfettamente noto a tutti non basta ancora a far cambiare l’andazzo, e al più c’è spazio per le lamentazioni personali di un senatore toscano indispettito per certe manovre inquirenti giusto perché spulciano in casa sua, giusto come l’assedio delle toghe rosse costituiva un pericolo per il Paese nella misura in cui circondava un parco brianzolo. È esattamente come nelle società sottoposte allo strapotere della criminalità: dove tutti sanno tutto; dove nessuno dice niente. Ma in questo caso sono uomini dello Stato a imporre quel giogo.

C’è un giudice a Strasburgo per chi non si sente tutelato “a casa”. Oliverio Mazza, ordinario di diritto processuale penale all'Università Bicocca: "Eppure non mancano situazioni contraddittorie". Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Nel programma Help il riferimento alla Corte europea dei diritti dell’uomo è costante. Questo organo giurisdizionale, istituito nel 1957 con sede a Strasburgo, assicura il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) da parte di tutti gli Stati contraenti. L’articolo 32 della Cedu stabilisce che la Corte ha la competenza nel giudicare «tutte le questioni riguardanti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli». Può essere adita nel momento in cui vengono esauriti tutti i rimedi interni, previsti dal diritto nazionale, secondo i principi di sovranità dello Stato, di dominio riservato e di sussidiarietà. Dunque, uno Stato prima di essere chiamato a rispondere di un proprio illecito sul piano internazionale, deve avere la possibilità di porre fine alla violazione all’interno del proprio ordinamento giuridico. A ciascuno Stato contraente è garantita la rappresentatività nella Corte, composta da un numero di 47 membri. I componenti vengono scelti tra giuristi in possesso, secondo quanto indicato dall’articolo 21 della Cedu, di «requisiti richiesti per l’esercizio delle più alte funzioni giudiziarie o giureconsulti di riconosciuta competenza». I giudici della Corte vengono eletti dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ed il loro mandato dura sei anni con la possibilità di essere rinnovato. Riunita in seduta plenaria, la Corte elegge, a scrutinio segreto, il presidente, uno o due vicepresidenti e i presidenti delle sezioni, in carica per tre anni. L’elezione è prevista pure per il Cancelliere (Greffier) che rimane in carica cinque anni. Nella Corte operano i Comitati, composti da tre giudici. Sono loro che esaminano o respingono, se vi è unanimità, i ricorsi manifestamente irricevibili. Le Camere (Chambre), invece, sono composte da sette giudici e trattano i ricorsi in prima battuta. La Corte europea dei diritti dell’uomo viene adita con ricorso. Tale atto può essere “interstatale”, quando è proposto da ciascuno Stato contraente, oppure “individuale”. In questo caso si esalta al massimo il sistema di tutela dei diritti umani con la possibilità che il ricorso sia presentato da una persona fisica, da un’organizzazione non governativa o da un gruppo di individui. Il ricorso va proposto sempre nei confronti di un Stato contraente. Non è prevista la possibilità di ricorrere con atti diretti contro privati (persone fisiche od istituzioni). Il ricorso può essere introdotto dalle persone fisiche, dalle organizzazioni non governative o dai gruppi privati personalmente o per mezzo di un rappresentante. Gli Stati contraenti sono rappresentati invece da agenti, che possono farsi assistere da avvocati o consulenti. Instradare un procedimento davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo non è semplice, come ci conferma Oliviero Mazza, ordinario di Diritto processuale penale nell’Università degli Studi di Milano Bicocca. «L’attività processuale – dice il professor Mazza – è certamente complessa perché la Corte europea vive una situazione analoga a quella delle nostre magistrature superiori nazionali. La Corte si è riorganizzata nel corso del tempo. Si è divisa in Camere e ha attivato dei filtri di ingresso di ammissibilità dei ricorsi molto stringenti perché si basano su criteri formali. Ad esempio, l’esaurimento delle vie di ricorso interne e l’esatta compilazione del formulario. Sono tutte questioni di forma che incidono sulla ammissibilità del ricorso, che in Europa prende il nome di irricevibilità. In tutto ciò abbiamo un paradosso: la doglianza nel merito può essere molto rilevante se attiene a violazioni gravi dei diritti dell’uomo e nonostante ciò deve passare attraverso il formalismo esasperato del ricorso alla Corte europea. Qui il sistema va in contraddizione. È recentissima la sentenza sulla Cassazione civile “Succi e altri contro Italia” del 28 ottobre scorso. Il nostro Paese è stato condannato per i filtri di accesso alla Cassazione per l’eccessivo formalismo di alcuni passaggi procedurali, nel civile, con conseguente violazione del diritto di accesso ad un giudice, diritto fondamentale. Poi però è la stessa Corte europea che incorre sostanzialmente nella medesima violazione». Altro tema esaminato dal professor Mazza riguarda il filtro di irricevibilità che passa attraverso un giudice monocratico. In questo caso il legame con il modello dell’Ufficio per il processo è forte per non dire replicato a livello comunitario. «Il giudice monocratico – evidenzia Mazza – quasi sempre delega la valutazione al suo assistente di studio. Il ricorso alla Corte europea, che dovrebbe essere l’atto estremo per le violazioni più gravi, rischia di essere deciso da uno stagista. Anche questa situazione è a dir poco paradossale. La decisione di irricevibilità, fino a quando non entrerà in vigore un nuovo protocollo, già approvato ma non ancora in vigore, è sostanzialmente immotivata. Abbiamo una decisione di tre righe, che si esprime, per esempio, sul mancato esaurimento delle vie di ricorso interno, ma non ci dice qual è la via di ricorso interno che avremmo dovuto adire prima di arrivare alla Corte europea ».

Da Torreggiani a Contrada: per la Cedu peggio dell’Italia solo Russia e Turchia. Dal 1959 al 2020 il nostro Paese ha subìto 2.427 condanne da parte dei giudici di Strasburgo. Oltre mille hanno riguardato i ritardi delle sentenze "domestiche" e il diritto a un giusto processo. Valentina Stella su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Sono diverse le sentenze della Cedu che hanno riguardato il nostro Paese. Secondo le statistiche pubblicate sul sito ufficiale, dal 1959 (anno di istituzione) al 2020 l’Italia ha subìto 2427 giudizi, di cui 1857 hanno riscontrato almeno una violazione. Di questi 1202 hanno riguardato la lunghezza dei processi e 290 il diritto a un giusto processo. Peggio di noi sono Russia e Turchia. Vediamone alcune. Nel 2013 ci fu l’importantissima sentenza Torreggiani. Alcuni detenuti degli istituti penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza avevano adito la Cedu lamentando che le loro rispettive condizioni detentive costituissero trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. Essi avevano denunciato la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle (nelle quali avrebbero avuto a disposizione uno spazio personale di 3 metri quadrati), l’esistenza di gravi problemi di distribuzione di acqua calda e una insufficiente aerazione e illuminazione delle celle. La Corte accolse il ricorso, prendendo atto che l’eccessivo affollamento degli istituti di pena italiani rappresentava un problema strutturale dell’Italia e decise di applicare al caso di specie la procedura della sentenza pilota, ordinando all’Italia di rimediare al sovraffollamento nel giro di un anno. Nel 2015 arriva la famosa sentenza, in materia di legalità dei reati e delle pene, sul caso di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato, condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cedu ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell’art 7 della Convenzione in quanto al momento della condanna il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento. Nello stesso anno la Corte interviene nel caso del signor Cestaro che, invocando in particolare l’articolo 3, relativo alla proibizione della tortura, lamentava di essere stato vittima di violenze e sevizie al momento dell’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Non solo ebbe ragione ma la Cedu invitò il nostro Paese a dotarsi di una norma specifica sul reato di tortura. Nel dicembre 2016 la Grande Camera della Cedu sul caso Khlaifia v. Italia confermò la condanna del nostro Paese per il trattenimento illegittimo dei cittadini stranieri (violazione art. 5) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione. Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13) per contestare eventuali violazioni. Un’altra decisione di rilievo in materia carceraria è stata quella del caso Viola c. Italia con cui la Cedu nel 2019 negò la compatibilità dell’ergastolo ostativo con l’art. 3 della Convenzione, laddove non consente mai misure di affievolimento della restrizione carceraria e, in prospettiva, di liberazione anticipata, in mancanza della decisione del detenuto di collaborare con la giustizia. Nello stesso anno arrivò dinanzi ai giudici europei anche il caso Amanda Knox, in materia di diritto a un processo equo. Il nostro Paese fu condannato per violazione degli articoli 3 e 6 avendo negato alla ragazza l’assistenza linguistica inadeguata e la presenza di un difensore durante l’interrogatorio della polizia e per la mancanza di effettive indagini su asserite percosse durante l’interrogatorio. In materia di libertà di espressione, la Cedu si è espressa sempre nel 2019 sul caso di Alessandro Sallusti, allora direttore del quotidiano Libero, condannato a un anno e due mesi di reclusione, per diffamazione e per omesso controllo su un articolo che recava falsità in danno di un magistrato. La Corte gli diede ragione perché la pena detentiva per l’attività giornalistica viene considerata un rimedio estremo i cui presupposti nel caso di Sallusti non furono ravvisati. Sempre in tema di libertà di stampa, nel marzo 2020, nel ricorso promosso da Renzo Magosso e Umberto Brindani, nel 2004 rispettivamente giornalista e direttore responsabile del periodico Gente, la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 10 (libertà di espressione). Come ha reso noto il ministero della Giustizia, «il tema della causa riguardava la pubblicazione di un articolo, intitolato “Tobagi poteva essere salvato”, sulla vicenda dell’omicidio di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 da un commando terroristico di estrema sinistra. Il contenuto del pezzo giornalistico aveva provocato la reazione di due ufficiali dei Carabinieri che si erano sentiti diffamati». I due giornalisti furono condannati in via definitiva. Per la Cedu la sentenza adottata in sede nazionale si è tradotta «in una ingerenza sproporzionata del diritto alla libertà di espressione degli interessati, non necessaria in una società democratica». Il 27 maggio di quest’anno la Cedu ci ha condannati per aver violato i diritti di una presunta vittima di stupro per una sentenza che conteneva passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima. In particolare la Corte ha ravvisato la violazione del diritto alla vita privata nelle considerazioni irrispettose della dignità della ragazza, presenti nelle motivazioni della sentenza d’appello che ha assolto gli imputati. Ad agosto, inoltre, la Cedu ha depositato la sentenza relativa al ricorso, presentato da Radicali Italiani e Marco Pannella, contro l’Italia riguardante l’interruzione dal 2008 delle tribune politiche nel periodo non elettorale. È stata riconosciuta la violazione dell’art. 10 in quanto la Lista Pannella «era stata assente da tre programmi televisivi e si era trovata, se non esclusa, almeno altamente emarginata nella copertura mediatica del dibattito politico».

Recentissima è invece la decisione Succi c. Italia del 28 ottobre con cui la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 6 della Convenzione per l’eccessivo formalismo dei criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione. Attualmente pende dinanzi alla Cedu il ricorso di Silvio Berlusconi c. Italia che, successivamente alla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale, ha attivato un ricorso lamentando di aver subito la violazione dei diritti ad un equo processo, all’applicazione irretroattiva della legge penale e a non essere giudicato due volte per lo stesso fatto.

Quando le toghe si arresero. Ieri come oggi il Csm è eversivo, nel 1985 Cossiga schierò i Carabinieri. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 25 Luglio 2021. Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura, è su piazza Indipendenza a pochi metri dalla stazione Termini e quando Repubblica abitava su quella stessa piazza prima di emigrare a largo Fochetti, per noi giornalisti era impossibile evitare di andarci a sbattere, almeno con lo sguardo. È un curioso edificio fascista decorato all’esterno con festoni di testoline elmettate di Benito Mussolini. In quel Palazzo abita anche la sezione che si è permessa di bocciare un atto del governo della Repubblica, e cioè la riforma Cartabia. Non avendo alcun titolo per esprimere pareri sul governo che gode della fiducia del Parlamento. È un atto eversivo? Sì, è – nelle intenzioni – un gesto che tende a minare pur senza averne i poteri, la legittimità delle decisioni dell’esecutivo. L’Italia ha una sua anima nera che ancora sopravvive. Settantasette anni fa in questi stessi giorni di luglio, dopo il terribile bombardamento di Roma avvenuto il 19 di quel mese, il re e un gruppo di gerarchi fascisti, dal genero di Mussolini al quadrumviro Bono all’ex ambasciatore a Londra Grandi, decisero di far fuori il Duce approvando un documento che restituiva a Vittorio Emanuele il comando supremo delle forze armate di un paese in guerra, anzi in disfatta. E ci riuscirono. Il fascismo italiano è l’unica dittatura al mondo abbattuta con un voto di sfiducia espresso da un organismo costituzionale, e come si direbbe oggi “dopo lungo e approfondito dibattito” iniziato la sera del 24 luglio e durato fino all’alba del 25, con la messa in minoranza del Duce che, quando tornò stremato a villa Torlonia trovò la moglie Rachele che lo rimproverò: «Mo’ Ben! Ma perché non ti sei portato un po’ delle tue camicie nere e li facevi fuori tutti?». Mussolini bofonchiò dicendo che il giorno dopo avrebbe rimesso a posto le cose andando a trovare il re a Villa Savoia, ma quando arrivò il piccolissimo sovrano gli comunicò di averlo già sostituito col maresciallo Badoglio. «Che ne sarà di me e della mia famiglia?» chiese il Duce cadendo affranto sul divano. Il re rispose che era stato già tutto predisposto per la sua sicurezza e senza dirgli che era agli arresti lo fece salire su un’ambulanza piena di carabinieri e fu la fine del regime fascista in Italia. Quel che accadde dopo fu la guerra contro un’invasione che determinò un nuovo stato di guerra. Ma è impossibile guardare Palazzo dei Marescialli con tutte quelle testine di Mussolini con l’elmetto e non ricordare anche quel nodulo di genetica fascio-complottista. Non è la prima volta e la storia è nota. Anzi, non la ricorda quasi più nessuno ma c’era una volta non un re, ma un Presidente di questa nostra Repubblica che, di fronte ad un comportamento che considerava eversivo da parte degli abitanti del Palazzo dei Marescialli con tutte le sue testine in elmetto – considerato che era lui stesso il Presidente di quella nobile istituzione grazie alla quale gli italiani dovrebbero veder tutelato il diritto alla giustizia rapida giusta attraverso l’indipendenza dei funzionari statali che la esercitano – pensò che fosse l’ora di mandare un segnale. E come segnale mandò un reparto di Carabinieri in ritenuta antisommossa, bastone, elmetto, gas lacrimogeni, armi da fuoco e scudi. Il Presidente era Francesco Cossiga e la sua reazione non fu molto diversa da quella del Senato romano quando uno dei generali della Repubblica in aperta ribellione contro lo Stato attraversò il confine che separava l’area militare da quella civile e fu ripagato con le Idi di marzo. Qui non ci saranno Idi di sorta come non ce ne furono trentasei anni fa, nel 1985, quando un tentativo eversivo fu soffocato con la semplice minaccia di un intervento della polizia. Allora come oggi il Csm era un ente che dovrebbe tutelare gli italiani dai rischi di una magistratura di parte e che è diventato lo strumento di potere delle correnti più partigiane. Il Capo dello Stato è formalmente il Presidente del Csm, che per tradizione è guidato da un vicepresidente. Al tempo di Cossiga il Csm aveva come vicepresidente un democristiano di sinistra, Giovanni Galloni, in guerra aperta col Capo dello Stato. Oggi siamo di fronte ad un altro comportamento eversivo di portata incalcolabile perché inedito: in maniera del tutto arbitraria, senza cioè averne i poteri, la sesta sezione del Consiglio superiore che ha l’incarico di esaminare le leggi approvate dal Parlamento o decretate dal governo per renderle efficaci ed effettive nell’esercizio della giustizia, ha estratto la pistola e ha espresso un parere negativo sulla riforma Cartabia, senza averne il potere legittimo. Questa, se non ci sbagliamo, si chiama insurrezione contro i poteri dello Stato. Cossiga mi raccontò con grande passione la storia dell’invio dei carabinieri a palazzo dei Marescialli, i cui abitanti subito si arresero uscendo simbolicamente dalle vie laterali. Il Capo dello Stato di quell’epoca, che certo i poteri forti di quell’epoca non vedevano l’ora di levarselo dai piedi, altro che far viscidamente balenare l’ipotesi di una rielezione, col suo martellante e consonantico accento sassarese. Mi disse: «Noi sardi del Regno di Sardegna e Piemonte abbiamo fatto questo Stato e non permetteremo a nessuno di distruggerlo trasformandosi in banda armata. Alle bande armate che si oppongono allo Stato noi opponiamo l’Arma dei Carabinieri e poi vediamo chi è più forte, se la banda armata o l’Arma dei Carabinieri», la parte dello Stato che – allora come oggi – tramava per sostenere quella parte della magistratura che pretenderebbe di fare le leggi anziché rispettarle perinde ac cadaver, tentò di far saltare la presidenza di Cossiga facendolo internare con certificato medico per sostituirlo con un direttorio di sedicenti che avrebbe dovuto ripristinare la dittatura giustizialista. La struttura eversiva di oggi è la stessa, per forma e per contenuti. Abbiamo udito toghe dichiarare che se la legge Cartabia fosse approvata allora tanto varrebbe andare a delinquere, e vediamo che tutto il fronte pentastelluto è in limacciosa maretta perché fra i due mali, una giustizia eternamente inefficiente e persecutoria e l’adozione di limiti che impediscano la persecuzione a vita, scelgono senza esitazione la persecuzione a vita. Non perché sia giusta, ma perché così vuole la loro “base” che nel frattempo si è squagliata in rivoli di formiche.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà. 

Palamara cacciato dalla magistratura, si avvera la profezia di Cossiga: “Finiranno ad arrestarsi tra di loro”. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 7 Agosto 2021. È passata poco più che tra le brevi di cronaca la definitiva radiazione di Luca Palamara dalla Magistratura italiana. Conosco da decenni quel magistrato e sento innanzitutto il bisogno di esprimergli pubblicamente un pensiero di vicinanza ed amicizia in un momento di immaginabile, profonda amarezza e solitudine. E ciò tanto più ora che tutti gli ossequienti amici e colleghi, petulanti sollecitatori di attenzioni e prebende di ogni sorta, hanno voltato le spalle, fuggendolo come un appestato, a colui che essi hanno in assoluta maggioranza liberamente scelto perché esprimesse – per quasi un decennio! – il vertice della magistratura associata. Ma l’atto finale di questo ad un tempo feroce e grottesco rito esorcistico non poteva scegliere momento migliore che ne esaltasse, in un’abbacinante controluce, l’insostenibile paradosso. Si applaude infatti a quella radiazione mentre la magistratura italiana, fin nei sancta sanctorum che l’hanno eroicamente rappresentata per decenni, è dilaniata – ed anzi, si dilania – tra ricorsi e controricorsi al Tar che delegittimano vertici di Procure importantissime, volantinaggi di verbali di indagine (in word, a quanto pare fa la differenza), giudici che nelle sentenze accusano i pm di aver nascosto prove al fine di favorire l’accusa, altri che lumeggiano favori a presunte loggette massoniche, altri ancora che tolgono fascicoli al gip se questi respinge le richieste della Procura, mentre un provvedimento disciplinare proposto dalla Procura Generale della Cassazione viene respinto a furor di popolo magistratuale, che insorge pubblicamente, solidale con il proscrivendo Pm, due giorni prima della decisione del Csm. Insomma, mentre prende corpo con inquietante precisione la ben nota profezia (o piuttosto anatema) di Francesco Cossiga («finiranno ad arrestarsi tra di loro»), la magistratura italiana non trova di meglio da fare che espellere con disonore il suo già segretario nazionale, presidente nazionale ed infine consigliere superiore. Sarà bene ricordare i termini nei quali quell’accusa disciplinare è stata accortamente sagomata. Palamara non viene processato ed espulso per essere stato l’incontestato ed anzi incensato interprete di un sistema degenerato di correnti e di potere (con annesse, frenetiche attività di “autopromozione” delle carriere), cioè per quei comportamenti che indignano l’opinione pubblica e ne sollecitano la più ferma censura; ma per avere, nella specifica occasione della imminente nomina del Procuratore Capo di Roma, coinvolto in alcune riunioni serali, perfettamente identiche a centinaia di altre tenutesi per centinaia di altre nomine per decenni, anche un politico in quel momento indagato da quella stessa Procura, e dunque indebitamente interessato alla manovra. Così, il dedalo inestricabile di chat, incontri, pranzi, cene, raccomandazioni di ogni risma, che ha riguardato un impressionante numero di magistrati di tutta Italia e pressoché le nomine di tutti i vertici degli uffici giudiziari del Paese negli ultimi dieci anni almeno, è rimasto prudentemente fuori da ogni censura disciplinare. Lì, se male non ho compreso, ce la siamo cavata con il mea culpa, e l’impegno morale ed etico al riscatto. Lo scandalo Palamara, quello che merita la radiazione (e solo la sua), è l’interlocuzione con il politico inquisito e dunque presumibilmente interessato a quella specifica nomina. Non mi intendo di giustizia disciplinare, ma converrete con me che questo esito appare francamente paradossale. Non voglio cadere in semplificazioni eccessive, comparando fatti e comportamenti così, un po’ alla carlona. Ma insomma, mi verrebbe difficile provare un sentimento di censura inferiore a quello che devo certamente riferire alle cene promiscue all’hotel Champagne, se mi trovassi a giudicare – chessò, faccio il primo esempio che mi viene a tiro- pubblici ministeri che sottraggano al Giudice (al Giudice!) prove o principi di prova della indole calunniosa del principale teste di accusa. Forse saprete che tra le tante fesserie che ci vengono propinate per contrastare l’idea della separazione delle carriere, va molto di moda quella della cultura della giurisdizione (cioè della prova) che deve animare il Pm, tanto più che una norma lo obbliga (lo obbligherebbe, meglio) a raccogliere prove anche a favore dell’indagato (“ciao core”, chioseremmo romanescamente). Ora, se un Pm, sollecitato per di più da un collega del suo stesso ufficio ad approfondire la calunniosità del principale teste di accusa, dice più o meno: “beh no, prima portiamo a casa la sentenza di condanna e salviamo l’inchiesta, poi si vede”, commette un fatto così sideralmente, incomparabilmente meno grave delle cene di Palamara all’hotel Champagne? Evidentemente è così, non c’è che dire, non c’è altra spiegazione. O c’è?

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Marco Antonellis per tpi.it il 12 agosto 2021. Era il lontano 2008: Palamara era uno dei tanti magistrati, appena assurto agli onori della cronache per essere da poco arrivato ai vertici dell’Anm, l’Associazione Nazionale Magistrati. Cossiga, uno che in fatto di magistratura (e non solo) la sapeva più lunga di tutti non perse occasione di asfaltarlo. “Teatro” fu il canale all news di Sky, all’epoca diretto da Emilio Carelli, poi divenuto grillino e poi altro ancora. Alla domanda della conduttrice Maria Latella sulle dimissioni dell’allora Guardasigilli, Clemente Mastella, spinto a lasciare l’incarico per un’inchiesta a suo carico, aveva spiegato il ruolo della magistratura nella vicenda. A un certo punto la trasmissione viene interrotta dall’intervento dell’ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga, che immediatamente attacca Palamara con un sequenza di insulti e commenti al vetriolo. “Ha la faccia da tonno. I nomi esprimono realtà. Lui si chiama Palamara come il tonno. La faccia intelligente non ce l’ha assolutamente. In questi anni ho visto tante facce e le so riconoscere…”, afferma Cossiga. Palamara resta in silenzio e Cossiga rincara la dose: “Mi quereli, mi diverte se mi querela…”. Cossiga sul finale si rivolge direttamente alla conduttrice: “Sei una bella donna e di gran gusto, non invitare i magistrati con quella faccia alle tue trasmissioni per carità. L’associazione nazionale magistrati è una associazione sovversiva e di stampo mafioso”. Questo l’antefatto, ormai passato alla “storia” del costume politico e giudiziario di questa nostra travagliata repubblica. A distanza di più di un decennio torniamo a chiedere conto dell’episodio a Luca Palamara, nel frattempo radiato dalla magistratura, candidato alle elezioni politiche suppletive nonché scrittore di best seller assieme al neo direttore di Libero Alessandro Sallusti.

Nel 2008, lei e l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, avete avuto un duro scontro in tv. A distanza di anni, non crede che le vostre posizioni non fossero poi così distanti sulla magistratura?

È ovvio che nell’immediatezza, come ho sempre detto, furono parole che mi colpirono soprattutto sul piano personale. Col senno di poi, dal punto di vista politico, quelle parole hanno costituito una sferzata critica nei confronti del nostro mondo perché fotografavano, anche da chi aveva vissuto direttamente nel rapporto tra il presidente della Repubblica e il Csm, quella che era la realtà interna: il corporativismo e l’eccesso di chiusura che caratterizzava il mondo della magistratura. A distanza di tanti anni posso dire che anche quelle parole hanno costituito uno stimolo nella mia riflessione critica, soprattutto rileggendo quello che voleva fare Cossiga all’epoca con il Csm. 

Lei si è messo in testa di voler cambiare la magistratura. Crede sia un’impresa veramente possibile in Italia.

Si, ci credo veramente. Mi rendo conto che ciò è possibile sia quando incontro i cittadini e sia perché sono sicuro che anche all’interno vi sia una voglia di cambiamento. Come tutti i processi di cambiamento c’è necessità di tempo e di coraggio.

Non si parla mai dei concorsi per entrare in magistratura. È tutto così trasparente o, come spesso accade per la selezione di altri profili professionali, anche nei concorsi per magistrati c’è qualcosa che andrebbe rivisto?

Questo è uno dei grandi temi. Io posso dire che quando ci si laurea in Giurisprudenza il concorso in magistratura rimane uno dei concorsi più ambiti e difficili da superare. È ovvio che, soprattutto quando c’è un ampliamento forte degli ingressi, si rischia di abbassare il profilo quantitativo. Io mi auguro e spero che le nuove generazioni ancora di più riescano ad avviare il processo del cambiamento, però indubbiamente anche le modalità di svolgimento del concorso necessitano di trasparenza. Così come dovrà essere trasparente qualunque richiesta di incarico direttivo. Mi pare evidente che ormai non si può più auto raccomandarsi, una prassi che mi auguro sarà estesa a chiunque farà domande che implicheranno decisioni del Csm.

Luca Palamara: «Col senno di poi, Cossiga aveva ragione…» L'ex magistrato, Luca Palamara, oggi candidato per le elezioni suppletive per la Camera dei Deputati, torna sullo scontro che ebbe anni fa con Cossiga. Il Dubbio il 17 settembre 2021. Il ritorno di Luca Palamara. L’ex magistrato, radiato dal Csm, dopo l’inchiesta della procura di Perugia, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Cultura identità”, tuona contro chi l’ha costretto a lasciare la toga. L’ex pm della procura di Roma, tuttavia, vuole intraprendere una nuova carriera: quella politica. E’ candidato infatti alle elezioni suppletive per la Camera dei Deputati per i cittadini residenti a Primavalle, Boccea, Trionfale, Aurelio, Bravetta, Pisana, Casalotti, Montespaccato, Casetta Mattei, Corviale.

Le parole di Luca Palamara. «Io fuori dalla magistratura? Non è una cosa definitiva. Porterò all’ attenzione dell’Europa la mia vicenda. Le sentenze si rispettano, ma questa sentenza non la condivido perché ritiene illecita la cena per il procuratore di Roma, mentre ritiene lecita la cena per il presidente del Csm Ermini, nonostante le persone a quei due tavoli fossero le stesse. È una ingiusta disparità di trattamento». Poi spiega i motivi che lo hanno portato a scrivere il libro “Il Sistema” con il giornalista, Alessandro Sallusti. «Per un dovere di verità e di chiarezza ho ritenuto di dover raccontare il funzionamento dei meccanismi interni alla magistratura, il ruolo delle correnti e gli accordi che precedono le nomine squarciando il velo di ipocrisia che aveva caratterizzato la vicenda che mi ha riguardato. In queste settimane di intensa campagna elettorale ho battuto in lungo e in largo il territorio per far conoscere la mia storia e ho trovato che molte persone già la conoscevano e mi facevano domande ed erano interessate a saperne di più». 

Lo scontro con l’ex presidente della Repubblica. L’intervista, infine, ricade sulle parole del compianto presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che tanti anni fa a Skytg24 criticò Palamara. «Con il senno di poi quelle osservazioni che faceva il Presidente Cossiga volevano in realtà essere uno stimolo di critica allo sconfinamento dell’attività giudiziaria sul terreno della politica. In quel momento però per rispetto decisi di non replicare al Presidente Cossiga sapendo che era solito eccedere nelle sue esternazioni». E aggiunge: «Nonostante formalmente difesi la magistratura che rappresento, di fatto le affermazioni di Cossiga furono per me una sferzata a riflettere sulle ragioni per cui la magistratura appariva agli occhi esterni eccessivamente politicizzata».

Bari, in 29 «omissis» le verità dell’ex gip De Benedictis. Le rivelazioni di De Benedictis: ha parlato di persone estranee all’indagine per mazzette. Giovanni Longo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Luglio 2021. La parola più ricorrente nei verbali dell’ex gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis non è «corruzione», piuttosto che «tangenti» come ci si aspetterebbe per una brutta storia di soldi in cambio di scarcerazioni facili. Il vocabolo che rimbalza di più è infatti «omissis», formula latina utilizzata negli atti giudiziari per non fare emergere circostanze che al momento, per esigenze investigative, devono rimanere segrete. Se si aggiunge che dagli interrogatori emerge come il magistrato molfettese abbia anche depositato un suo memoriale, facile intuire che la vicenda nel suo complesso non è affatto conclusa. Ma procediamo con ordine. Ben 25 pagine sono interamente barrate con la parola «omisiss» che rimbalza spesso negli interrogatori, complessivamente per 29 volte. Una evidente conferma sul fatto che, oltre l’inchiesta formalmente chiusa per corruzione in atti giudiziari, che vede tra gli indagati una dozzina di persone tra cui De Benedictis e l’avvocato barese Giancarlo Chiariello, la Procura di Lecce è al lavoro su altro. Quanto al filone concluso, ricordiamo, nel mirino dei carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Bari che hanno condotto le indagini, sono finiti quattro episodi di corruzione in atti giudiziari, presunte tangenti che sarebbero state versate dall’avvocato Chiariello al giudice De Benedictis, per la scarcerazione di Ippedico, Dello Russo, Gianquitto e Della Malva. De Benedictis il 9 aprile fu sorpreso in flagranza dopo aver ricevuto dei soldi da Chiariello. Nella abitazione del giudice furono trovati circa 60mila euro in contanti, in casa di Alberto Chiariello, figlio di Giancarlo e anche lui indagato, furono trovati invece 1,2 milioni in due zaini. Negli interrogatori fiume il magistrato molfettese ha fornito una serie di spunti investigativi adesso al vaglio dei pm che hanno preferito chiudere la vicenda sui clamorosi arresti dello scorso aprile per andare avanti su altro. In un passaggio, per fare un esempio, il pm salentino Alessandro Prontera, si rivolge all’indagato De Benedictis dicendo: «Le chiedo espressamente, reati che ha commesso eventualmente da confessare? Oltre a questi?» Segue un omissis. Una scena che si ripete anche oltre. «Ora su altri fatti le vuole aggiungere adesso? O vuole che poi ci rivediamo, faccia mente locale», chiede il magistrato inquirente. Anche qui spunta un altro omissis: evidentemente copre dichiarazioni in cui si parla di questioni (e persone) estranee al motivo dell’arresto. Prendiamo anche il passaggio in cui il magistrato molfettese indagato per corruzione in atti giudiziari chiarisce alcuni passaggi sulla vicenda Soriano, il carabiniere accusato di divulgazione di atti coperti da segreto. Il militare in servizio nella Procura di Bari si sarebbe attivato illecitamente per sapere il più possibile sull’indagine in corso su Chiariello e che nei mesi successivi si sarebbe abbattuta come un ciclone anche su De Benedicitis che aveva chiesto al Csm di dimettersi dalla magistratura. «Consegnò a Chiariello il verbale di Oreste (un pentito, ndr); non credo che Soriano gli consegnò anche il verbale di Milella (un altro pentito, ndr) anche se lo informò delle sue dichiarazioni», dice De Benedictis. Nel rigo successivo, c’è un nuovo omissis. L’ex gip di Bari, poi, nega di avere avuto mazzette da due avvocati, uno deceduto, l’altro che a suo dire «in realtà per quello mi risulta millantava in giro rapporti corruttivi con i giudici per ottenere più soldi dai clienti». Anche qui, via con l’omissis che precede un passaggio molto significativo. L’interrogatorio tenuto il 10 giugno scorso nel carcere di Lecce volge al termine, ma prima di chiudere il verbale si dà atto del deposito di un memoriale scritto da De Benedictis. Le sue verità vengono riposte all’interno di una busta chiusa, controfirmata a penna dallo stesso indagato. Il fascicolo bis riparte anche da qui: una valanga di omissis e il memoriale.

IL CSM ESPELLE DALLA MAGISTRATURA IL GIP DE BENEDICTIS CHE SI ERA DIMESSO. Il Corriere del Giorno il 13 Ottobre 2021. L’accettazione da parte del Csm delle dimissioni di De Benedictis determinerà un beneficio erariale per lo Stato, in quanto l’assegno non sarà più versato e la pensione arriverà soltanto quando l’ex giudice raggiungerà l’anzianità pensionistica prevista. Giuseppe De Benedictis, l’ex gip di Bari arrestato ad aprile per corruzione in atti giudiziari e detenzione di un arsenale da guerra, da oggi non è più un magistrato. Lo ha deciso il plenum del Csm, a maggioranza con 8 astensioni, dopo che la quarta commissione del Consiglio superiore della magistratura aveva accolto la sua richiesta di dimissioni, nonostante un procedimento disciplinare pendente a suo carico , considerando l’ “evidente e primario interesse dell’amministrazione a far cessare il rapporto di servizio con una persona la cui presenza nell’ordine giudiziario compromette in modo significativo il prestigio dell’ordine stesso“. I fatti dei quali è accusato De Benedictis dalla Procura di Lecce, secondo i consiglieri del Csm sono talmente gravi da esercitare un veloce allontanamento dalla magistratura nonostante la ritualità prevederebbe che la decisione venga adottata soltanto all’esito dei procedimenti penale e di quello disciplinare. Ma in questo caso è stato proprio l’ormai ex-magistrato De Benedictis a decidere di lasciare la magistratura, subito dopo che lo scorso 9 aprile i militari del Nucleo investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Bari lo avevano fermato fuori dallo studio dell’avvocato Giancarlo Chiariello, con in tasca 5mila 500 euro. A seguito della perquisizione effettuata nella sua abitazione di Molfetta erano stati scoperti ben 57mila 700 euro in contanti occultati dietro delle prese elettriche. De Benedictis in una conversazione telefonica intercettata lo stesso 9 aprile mentre parlava con un amico di Altamura diceva: “Chiariello stava puntato, mi sono dimesso per evitare il carcere, speriamo che mi diano i domiciliari”. Le sue dimissioni non bastarono a sfuggire alla custodia cautelare che venne trasformata a luglio in arresti domiciliari per la corruzione ma non per il possesso del più consistente deposito di armi mai rinvenuto dall’ Autorità Giudiziaria, come affermò il procuratore capo della Procura di Lecce dr. Leone de Castris, né l’avvio del procedimento disciplinare, che era stato avviato lo scorso 14 aprile congiuntamente dalla Procura Generale della Cassazione e dal Ministero della Giustizia e il 14 aprile, a seguito della notizia proveniente dalla procura di Lecce dell’arresto e della successiva perquisizione. Il Csm aveva disposto a seguito dell’ordinanza cautelare, come di prassi, la sospensione cautelare dalle funzioni del De Benedictis e dallo stipendio collocandolo fuori organico. La stessa azione disciplinare è stata poi replicata per la questione delle armi nascoste nella masseria di Andria di un suo amico e sodale. La presenza della richiesta di dimissioni del De Benedictis, continuava ad incombere assieme tutte le conseguenze collegate e di cui l’ ex-magistrato era perfettamente a conoscenza, come si evinceva dalle conversazioni telefoniche intercettate, in cui diceva ad un amico : “Il problema è che io adesso ho 38 anni di contributi , ma ce ne vogliono 43 per prendere la pensione e non li posso neanche pagare io perché è proibito ai dipendenti pubblici, quindi devo trovare un altro lavoro che mi fa cinque anni di contributi“. Nei calcoli effettuati fatti dai magistrati componenti della IVa Commissione del Csm hanno influito però anche altre valutazioni, e cioè la circostanza che l’accettazione delle dimissioni di De Benedictis non fa decadere l’interesse del Csm a portare avanti il procedimento disciplinare, in considerazione che quanto accaduto, scrivono “ha causato un rilevante danno all’immagine e al prestigio della magistratura (visto anche il significativo clamore mediatico)”. Ma anche l’evidenza che De Benedictis percepisce attualmente dal Ministero di Giustizia l’assegno alimentare previsto per non lasciare i magistrati sospesi privi di sostentamento, e che, in caso di assoluzione (circostanza possibile, ma quasi irreale sulla base delle evidenze probatorie degli inquirenti) avrebbe potuto chiedere gli arretrati e l’adeguamento della pensione. La Quarta commissione ha evidenziato questa situazione, come si legge nel documento che il CORRIERE DEL GIORNO pubblica in esclusiva : ” De Benedictis non potrà accedere al trattamento pensionistico, non avendo maturato i prescritti requisiti né per limiti di età ( 70 anni, e lui ne ha 59) né per anzianità di servizio, che per gli uomini corrisponde a 43 anni di contributi e lui ne ha 36“. L’accettazione da parte del Csm delle dimissioni di De Benedictis, secondo il Csm “determinerà un beneficio erariale per lo Stato“, in quanto l’assegno non sarà più versato e la pensione arriverà soltanto quando l’ex giudice raggiungerà l’anzianità pensionistica prevista.

Toghe arroganti, pure nella crisi. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Quando la classe politica della cosiddetta Prima Repubblica fu travolta dalle indagini giudiziarie non provò neppure a difendersi. Certo, Craxi buttò lì che Mario Chiesa era solo un “mariuolo”, e poi in parlamento fece quel suo discorso sul finanziamento illegale conosciuto e praticato da tutti, ma furono modesti e isolati espedienti di resistenza in un panorama di generale abdicazione: e perlopiù i dirigenti di quei partiti politici seguivano il consiglio dei loro avvocati, cioè fare le scale del Palazzo di Giustizia di Milano e presentarsi incurvi davanti ai pm per confessare. Viene in mente quell’andazzo, ora che scandali non meno gravi coinvolgono proprio quelli che guidarono la rivoluzione giudiziaria che ha distrutto quei partiti politici. Questi erano titolari di un potere vituperato, ma che comunque poteva vantare una specie di accreditamento e, dopotutto, una parvenza di addentellato costituzionale: i magistrati, no. I Magistrati esercitavano allora, e in buona misura esercitano ancora, un potere adulato, e completamente estraneo al limite costituzionale. E questo spiega perché, pur a fronte delle gravissime e sistematiche ragioni di malversazione che ne viziano la struttura, l’organizzazione giudiziaria reagisce facendo finta di nulla. Il pallido riflesso di responsabilità che ancora connotava il contegno dei partiti politici, e li obbligava ad allargare le braccia di fronte all’evidenza della propria inadeguatezza, è completamente assente nei comportamenti della magistratura corporata, la quale oppone all’accusa che la riguarda la noncuranza del potere arbitrario, l’arroganza del potere usurpato, la violenza del potere senza fondamento di diritto. Non c’è neppure il segno del potere corrotto, nell’indifferenza della magistratura: c’è quello del potere golpista. Iuri Maria Prado 

Dal "Corriere della Sera" il 29 ottobre 2021. Convocato dal procuratore di Perugia Raffaele Cantone e dai sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano, anche l'ex parlamentare di Forza Italia Denis Verdini ha negato l'esistenza della «loggia Ungheria» rivelata dall'avvocato Piero Amara. O quantomeno di farne parte. Sia Verdini che Amara sono detenuti (il primo ai domiciliari, il secondo in carcere) per scontare le rispettive condanne, uno per bancarotta e l'altro per corruzione. A Perugia sono entrambi indagati per appartenenza ad associazione segreta, ma mentre Amara si è autoaccusato chiamando in causa molti altri nomi, Verdini sostiene che gran parte di ciò che l'avvocato ha detto sul suo conto non è vero, fornendo ai pm una diversa ricostruzione dei fatti che lo riguardano. Amara aveva detto che molti presunti appartenenti alla loggia gli erano stati indicati proprio da lui. Compresi alcuni magistrati con cui si sarebbero incontrati alla galleria Sordi di Roma: «Io sapevo già che eravamo tutti legati a Ungheria, e il tenore della conversazione non lasciò equivoci sulla comune appartenenza». I magistrati avevano già escluso l'incontro, che ieri ha negato pure Verdini.

(ANSA il 20 ottobre 2021) - Denis Verdini è indagato dalla Procura di Perugia nell'ambito dell'indagine sulla presunta loggia segreta Ungheria. Violazione della legge Anselmi l'accusa che gli è stata contestata come riporta oggi Il fatto. Verdini sarà sentito nei prossimi giorni dai magistrati del capoluogo umbro. Secondo quanto risulta all'ANSA nell'indagine nata in seguito alle dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara ci sarebbero anche altri iscritti nel registro degli indagati. Sempre per la violazione della legge Anselmi. Su quante siano le iscrizioni e chi riguardino la procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone mantiene un riserbo assoluto. L'indagine con la quale si sta riscontando la veridicità o meno delle dichiarazioni dell'avvocato Amara è infatti ancora in pieno svolgimento. Inizialmente a Perugia le iscrizioni nel registro degli indagati erano rimaste quelle originarie fatte dai pubblici ministeri di Milano per la violazione della 'legge Anselmi' sulle associazioni segrete che poi hanno inviato gli atti ai magistrati del capoluogo umbro. Questi hanno compiuto successivamente diversi atti e i pubblici ministeri avrebbero anche nuovamente sentito l'avvocato Amara, già in carcere per un'inchiesta dei pm di Potenza. Non è però chiaro se gli ultimi sviluppi siano legati alle ulteriori indagini svolte.

L'iscrizione della procura di Perugia. Denis Verdini indagato per la loggia Ungheria: “Violazione della legge sulle associazioni segrete”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Denis Verdini è indagato dalla Procura di Perugia nell’ambito dell’indagine sulla loggia segreta Ungheria: la presunta loggia di potere che stando al racconto dell’avvocato siciliano Piero Amara riunirebbe vertici della magistratura, delle forze dell’ordine, avvocati, imprenditori e via dicendo. L’accusa contestata all’ex senatore, secondo Il Fatto Quotidiano, è di violazione della Legge Anselmi sulle associazioni segrete. L’Ansa riporta che l’indagine sarebbe nata in seguito alle dichiarazioni di Amara e ci sarebbero anche altri iscritti nel registro degli indagati. Stretto riserbo da parte della Procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone. Verdini sarà ascoltato nei prossimi giorni dai magistrati del capoluogo umbro. È agli arresti domiciliari per scontare la pena di sei anni e sei mesi per la bancarotta dell’ex Credito cooperativo fiorentino. Il gup di Roma ha condannato Verdini a fine settembre a un anno di carcere per turbativa d’asta nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta Consip. Assolto dall’accusa di concussione. Ancora in pieno svolgimento le indagini sulla veridicità o meno delle dichiarazioni dell’avvocato Amara. Inizialmente a Perugia le iscrizioni nel registro degli indagati erano rimaste quelle originarie fatte dai pubblici ministeri di Milano per la violazione della legge Anselmi. Successivamente i magistrati hanno compiuto diversi atti e sarebbe stato sentito nuovamente l’avvocato Amara, già in carcere per un’inchiesta dei pm di Potenza sulle Procure di Trani e Taranto in Puglia. “Verdini mi ha presentato diverse persone che appartengono all’associazione”, avrebbe raccontato Amara alla Procura di Milano. Non è chiaro se gli ultimi sviluppi siano legati alle ulteriori indagini svolte. I primi tre indagati erano stati Amara, Giuseppe Calafiore e Alessandro Ferraro. Il Fatto Quotidiano aveva pubblicato già il mese scorso alcuni verbali e nomi di alcuni membri della presunta loggia. Amara tra il dicembre 2019 e il 2020 nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “Falso Complotto Eni” aveva raccontato di questa Loggia ai Sostituti Procuratori di Milano Paolo Storari e Laura Pedio. Storari fu spinto da una supposta pigrizia della Procura di Milano nell’affrontare il caso a passare i verbali, in formato word, all’allora membro del Csm Piercamillo Davigo. Davigo, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio, avrebbe quindi parlato in via informale dei verbali e del caso con il vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura David Ermini, altri cinque membri del Csm, con il procuratore generale Giovanni Salvi, il presidente della Cassazione Pietro Curzio e con il senatore Nicola Morra. Il caso è esploso quando quei verbali furono inviati a due giornali (La Repubblica e Il Fatto Quotidiano) e dopo la denuncia in consiglio del membro del Csm Nino Di Matteo. Indagata per calunnia la segretaria di Davigo al Csm Marcella Contrafatto. La Procura di Brescia ha da poco chiuso le indagini: chiesta l’archiviazione per il Procuratore Capo di Milano Francesco Greco, indagato per omissioni di atti d’ufficio. Ieri Il Corriere della Sera ha pubblicato le testimonianze botta e risposta tra Greco e Salvi: sempre divergenti su tempi e contenuti delle loro conversazioni sul caso della loggia Ungheria. Un’altra mina dopo l’uragano del Palamaragate sulla magistratura.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 20 ottobre 2021. Luigi Bisignani è iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta sulla fantomatica loggia Ungheria svelata dall’ex avvocato dell’Eni Piero Amara. L’imprenditore e giornalista, già iscritto alla P2, condannato per la maxitangente Enimont e travolto qualche anno fa dall’indagine sulla P4, è anche lui indagato per la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Insieme – come ha raccontato ieri il Fatto Quotidiano – all’ex senatore (oggi ai domiciliari) Denis Verdini, che dovrebbe essere sentito a fine mese dal capo della procura di Perugia Raffaele Cantone e dai sostituti che stanno cercando da mesi di verificare se le accuse di Amara hanno fondamenti di verità oppure no. Bisignani è stato interrogato ieri. In passato, quando il suo nome è stato tirato in ballo da Amara, smentì seccamente la conoscenza della loggia: «L’unica cosa che mi viene in mente è il bar Hungaria dove negli anni ’70 facevano i più buoni panini di Roma. Quando uscivo dall’Ansa mi tenevano sempre un tavolo», disse. Davanti ai magistrati ha ripetuto non solo di non aver mai fatto parte della presunta loggia, ma di non averla mai nemmeno sentita nominare. Non ha potuto negare di aver avuto rapporti con Amara, spiegando ai magistrati che l’avvocato era stato introdotto da Verdini ma ridimensionando le dichiarazioni fatte dal “soldato” di Ungheria. Secondo Amara, infatti, fu lo stesso Verdini a dirgli che l’uomo che un tempo sussurrava ai potenti era un affiliato dell’associazione segreta. «Il rapporto con Bisignani è stato caratterizzato da grande confidenza e Verdini mi ha presentato diverse persone che appartengono all’associazione» dice ai pm di Milano a dicembre 2019 l’ex legale oggi detenuto nel carcere di Terni. «Da Verdini ho appreso che anche Bisignani è un appartenente di Ungheria e lo stesso mi disse Michele Vietti (secondo Amara uno dei capi della loggia, Vietti ha annunciato querela per calunnia, ndr). Con Bisignani ho avuto rapporti diretti». Amara è stato reinterrogato da Cantone e i suoi uomini in carcere la scorsa estate, e ha confermato le sue ricostruzioni. Non è certo che le nuove iscrizioni di Verdini e Bisignani siano legate a nuovi elementi su Ungheria (quasi tutti i “carotaggi” effettuati finora dagli inquirenti sull’esistenza dell’associazione segreta hanno dato esito negativo) oppure se si tratta di una mossa della procura per interrogare gli indagati e avviarsi così a una rapida chiusura delle indagini. Amara ha parlato di Bisignani soprattutto in riferimento all’Eni, e in merito al processo che vedeva coinvolto l’amministratore delegato Claudio Descalzi (assolto nel dibattimento «perché il fatto non sussiste») e il suo grande accusatore, Vincenzo Armanna. Il testimone principale di Fabio De Pasquale difeso dall’avvocato Fabrizio Siggia, uomo che secondo Amara sarebbe tra gli appartenenti di Ungheria, come peraltro il suo cliente. «Siggia ha avuto un ruolo importante nella gestione di Armanna perché – per quello che mi riferiva Bisignani – era molto vicino all’Eni e svolgeva attività costante per ricondurre Armanna all’ovile (cioè farlo ritrattare). So che Siggia e Bisignani hanno avute molte interlocuzioni e sono molto amici», dice ancora Amara a Laura Pedio e Paolo Storari a fine 2019. L’avvocato di Siracusa sostiene pure che con Bisignani abbia più volte discusso a tu per tu dell’andamento de processo sul giacimento in Nigeria chiamato OPL 245 che ha visto per anni Eni, Shell e tredici imputati (Bisignani compreso) accusati a vario titolo di corruzione internazionale per una presunta tangente da 1,1 miliardi di dollari versato a membri del governo africano per accaparrarsi la concessione. Un’ipotesi grave ma smontata nel processo di primo grado. Nell’ambito delle loro conversazioni il legale avrebbe spiegato a Bisignani di avere il «controllo totale» di Armanna. Aggiungendo che, di fatto, il testimone che era stato comprato e avrebbe ritrattato le accuse contro l’Eni. «Bisignani non si fidava e temeva che Armanna avrebbe poi potuto prendere posizioni autonome seguendo sue logiche e suoi interessi». Amara spiega nei dettagli altre interlocuzioni con l’ex sodale di Gianni Letta. «Bisignani rimproverava a Descalzi di non aver saputo gestire Armanna, lamentandosi del fatto» che il manager avrebbe seguito «solo i suoi interessi, abbandonando le persone che avevano collaborato con lui e, come nel caso di Bisignani, lo avevano aiutato a diventare amministratore delegato di Eni». Secondo Amara Bisignani usava un’espressione ricorrente: «Diceva: “se vai a rubare con il palo, poi non lo puoi abbandonare”. È in questo contesto che Bisignani mi ha riferito che Armanna era stato posato». Cioè, secondo i racconti dell’avvocato siciliano, affiliato a Ungheria. Le dichiarazioni di Amara affidate ai magistrati meneghini sono state rilasciate tra fine 2019 e inizio 2020, ma non sono state ieri oggetto di interrogatorio da parte dei colleghi di Perugia, titolari oggi del fascicolo sulla loggia. Le domande si sono concentrate solo su Ungheria: Cantone e i pm Mario Formisano e Gemma Miliani voglio infatti percorrere ogni strada possibile per verificare la sussistenza della presunta associazione, analizzando indizi e le varie vicende raccontate da Amara, sulla cui attendibilità i dubbi dei pm umbri non si sono mai sopiti. Un lavoro complesso: dopo la guerra interna alla procura di Milano sulla gestione del pentito e la fuoriuscita dei verbali dopo il passaggio di carte da Storari a Piercamillo Davigo, effettuare indagini su un reato ontologicamente arduo da provare (come quello associativo) è operazione improba. Sono previsti comunque nuovi interrogatori di Verdini e, a inizio dicembre, un nuovo incontro – forse decisivo – tra Cantone e Amara. Se non verranno fuori nuovi elementi, è possibile che i magistrati decidano di chiudere entro l’anno le indagini sulla misteriosa associazione segreta.

Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2021. Quando si parla di logge segrete o «coperte», vere o presunte che siano, è difficile non imbattersi nel nome di Luigi Bisignani, 68 anni appena compiuti, giornalista e autore di romanzi di spionaggio riconvertitosi in lobbista e «uomo di relazioni» nel sottobosco del potere romano. Dopo la P2 (compariva negli elenchi, tessera numero 1689, sebbene lui abbia sempre negato l’iscrizione a quella e altre consorterie massoniche) fu coinvolto nell’inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4 (ha patteggiato una pena lieve), e adesso in quella sulla Loggia Ungheria svelata dall’avvocato Piero Amara. Sempre che esista. Bisignani è indagato, insieme ad Amara e altri, per violazione della legge che vieta le associazioni segrete, e ieri è stato interrogato a Perugia dal procuratore Raffaele Cantone e dai sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano. Negando l’adesione alla presunta loggia: «Ne ho sentito parlare per la prima volta dai giornali che riportavano le affermazioni di Amara». L’avvocato siciliano — oggi in carcere dopo una condanna per corruzione — rivelò alla Procura di Milano, a dicembre 2019, di far parte di una «loggia coperta» che raccoglieva politici, imprenditori magistrati e altri esponenti delle forze di polizia. E in uno degli interrogatori (poi divenuti oggetto di scontro tra i pm milanesi, con successiva «fuga di verbali» approdati al Csm e nelle redazioni dei giornali) disse: «Da Denis Verdini ho appreso anche che Luigi Bisignani è un appartenente a Ungheria.... Con Bisignani ho avuto anche rapporti diretti». L’ex giornalista ha spiegato di conoscere da tempo Verdini, l’ex parlamentare di Forza Italia ora in detezione domiciliare per scontare una condanna per il crack del Credito fiorentino, e che questi effettivamente gli presentò Amara. Ma senza accenni ad alcuna loggia. Poi lui e Amara si sono incontrati in altre occasioni, soprattutto per parlare di Eni-Nigeria, il processo milanese nel quale pure Bisignani era imputato, assolto in primo grado come gli altri. Come lui, anche Verdini è indagato per l’ipotetica adesione a «Ungheria», e sarà ascoltato dai pm la prossima settimana. Di lui Amara ha parlato a lungo, intrecciando presunti interessamenti nelle nomine ai vertici di alcuni uffici giudiziari con altre vicende, comprese alcune che lo riguardavano molto da vicino. «Produco un appunto manoscritto in originale redatto da Denis Verdini, consegnatomi nel concorso di un incontro con lui — disse nel verbale del 14 dicembre 2019 —. Nell’appunto Denis mi scrive le dichiarazioni che avrei dovuto rendere nel processo a suo carico a Messina per finanziamento illecito». Si tratta del dibattimento dove l’ex parlamentare è imputato per circa 300.000 euro ricevuti proprio da Amara, in cambio dell’interessamento per la nomina di un giudice al Consiglio di Stato, che poi non avvenne. E sempre a proposito di logge segrete, Verdini è stato accusato di aver fatto parte della cosiddetta P3, scoperta e processata a Roma, ma per quel reato è stato assolto. Le iscrizioni sul registro degli indagati con l’ipotesi di appartenenza a «Ungheria» dovrebbero essere arrivate a sette: oltre ad Amara e ai suoi coimputati nei processi siciliani Giuseppe Calafiore e Alessandro Ferraro, ci sono Verdini, Bisignani e altri due. Si tratta dei nomi fatti da Amara sui quali i pm perugini hanno deciso di fare accertamenti sentendo la loro versione dei fatti; e ritenendo di non poterli sentire come testimoni li hanno convocati avvisandoli di andare con difensore. Per questo Bisignani era accompagnato dall’avvocato Fabio Lattanzi. La prossima settimana toccherà a Verdini. Mentre mandano avanti le indagini per verificare l’eventuale esistenza dell’associazione segreta, i pm di Perugia hanno anche inviato a Milano — d’accordo con quella Procura — le denunce per calunnia contro Amara presentate da coloro che hanno letto il loro nome nei verbali che l’avvocato siciliano ha sottoscritto in quella città. Corredate, nei casi in cui è stato possibile raccoglierli, dai riscontri negativi alle dichiarazioni di Amara. Tra gli atti trasmessi, quelli sul comandante generale della Guardia di finanza Giuseppe Zafarana.

(ANSA il 30 novembre 2021) - L'ex senatore Denis Verdini è stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire in solido con due società e con i vertici delle stesse, 8,6 milioni di euro alla Presidenze del Consiglio dei Ministro. Nel dettaglio, secondo quanto riportato oggi La Nazione, la Corte dei Conti ha condannato l'ex senatore Denis Verdini a risarcire 4,8 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio, in solido con la Società Toscana di Edizioni (Ste) di cui secondo l'accusa era considerato amministratore di fatto, e con i vertici della società. La citazione in giudizio riguardava un presunto danno erariale collegato ai contributi pubblici percepiti, indebitamente secondo l'accusa, dalla Ste nelle annualità 2008 e 2009, dal fondo per l'editoria presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sempre in base a quanto riporta il quotidiano, insieme a Verdini sono stati condannati in solido al risarcimento la stessa Ste, Massimo Parisi, Girolamo Strozza Majorca Renzi, Pierluigi Picerno, Enrico Biagiotti e Gianluca Lucarelli. Inoltre, Verdini, Parisi, Picerno, Samuele Cecconi e Fabrizio Nucci, più la società Sette Mari Scarl, sono stati condannati a rifondere in solido tra loro 3.846.507 milioni "a titolo di responsabilità principale dolosa", per altri contributi illeciti, percepiti dalla stessa editrice Sette Mari, sempre per il 2008-2009. Durante le indagini, due anni fa la procura presso la Corte dei conti della Toscana aveva anche congelato beni fino a 9 mln a garanzia del credito erariale, con una misura cautelare disposta nei confronti di Verdini e anche dell'ex parlamentare di Forza Italia e Ala Massimo Parisi, soggetto di fiducia di Verdini per le questioni editoriali. Per la bancarotta della Ste Verdini fu condannato nel 2018 in primo grado in sede penale a cinque anni e sei mesi, insieme ad altri amministratori della società. Il processo di appello si sarebbe dovuto aprire il 20 novembre 2020 ma fu aggiornato per la richiesta della procura generale di Firenze di acquisire agli atti la sentenza con cui il 3 novembre 2020 la Cassazione aveva condannato Verdini a 6 anni e 6 mesi per la bancarotta dell'ex banca Credito cooperativo fiorentino, condanna definitiva che sta scontando. Il 10 giugno 2021 la corte di appello ha aperto il processo e lo ha rinviato al 18 febbraio 2022. 

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 19 ottobre 2021. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini, il 4 maggio 2020 riferì al Quirinale, non tramite lo staff ma direttamente in un colloquio serale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quanto l'allora consigliere Csm Piercamillo Davigo gli aveva confidato circa i verbali segreti dell'ex avvocato esterno Eni Piero Amara sulla presunta associazione segreta «Ungheria». Ermini lo testimonia alla Procura di Brescia, rimarcando d'aver non voluto leggere, e subito distrutto, i verbali di Amara poi lasciatigli da Davigo. E a ruota delle confidenze di Davigo pure a Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione e membro del Comitato di presidenza Csm, divergono i ricordi negli interrogatori del teste Salvi e dell'indagato procuratore milanese Francesco Greco (poi con richiesta di archiviazione) sia sulla data sia sul contenuto della telefonata di Salvi a Greco nel maggio 2020 a ridosso della prima iscrizione milanese (12 maggio) per i verbali resi da Amara a dicembre 2019. Alla fine del lockdown, racconta il vicepresidente Csm, «Davigo mi invitò giù in cortile, lasciando i telefoni in stanza. Data la complessità del quadro mi suggerì di informare il presidente della Repubblica, perché riteneva giusto che sapesse. In serata, avendo già in mente di andare dal presidente che non vedevo ormai da un paio di mesi, mi recai al Quirinale, saltando il consigliere giuridico» Stefano Erbani. «Parlai personalmente al presidente di varie questioni e lo informai anche di quanto Davigo mi aveva raccontato. Il presidente mi ascoltò senza fare commenti». E nessun commento anche ieri dal Quirinale, dove sono caratterizzati da riserbo i colloqui con il capo dello Stato, che peraltro su indagini in corso non può interferire. «Qualche giorno dopo o il giorno dopo», prosegue Ermini, Davigo «aveva una cartellina arancione con fogli di carta. Mi disse: "Ti ho portato le carte perché vorrei che leggessi le dichiarazioni di Amara". Ero molto in difficoltà, averle depositate sulla mia scrivania mi poneva il problema di cosa farne, posto che non intendevo veicolarle al Comitato di presidenza senza una qualunque base di ricevibilità e utilizzabilità, come un esposto o una richiesta. Appena uscito Davigo, cestinai la cartellina. Quei verbali non li ho mai voluti leggere e li buttai senza aver preso conoscenza del loro contenuto». I tabulati del telefono di Greco, tra i molti contatti con il pg di Cassazione Salvi, mostrano un lungo sms il 7 maggio e 10 minuti al telefono il 9 maggio. Davigo, dice Salvi, «senza alcun materiale cartaceo mi disse che a suo avviso era necessario che io, quale pg della Cassazione, avessi un chiarimento con il procuratore di Milano, essendosi lì determinato uno stallo dovuto al fatto che, secondo lui, Greco non assumeva alcuna iniziativa che desse impulso alle indagini», e «la Procura, pur a distanza di mesi, neppure aveva iscritto la notizia di reato. Io gli dissi: "Speriamo non ci vadano di mezzo persone per bene. Comunque farò quello che devo fare"». Cioè «chiamai Greco per avere chiarimenti. Mi si chiede se la mia prima telefonata a Greco si collochi tra l'incontro con Davigo» (tra il 4 e 6 maggio) «e il 12 maggio» (prima iscrizione a Milano), e «la cosa è verosimile, ma non posso darne certezza non avendo più quel cellulare». Salvi ricorda «d'avere più che altro sollecitato che le indagini venissero condotte con un certo ritmo. Abbiamo parlato delle iscrizioni e Greco, sia al telefono sia in un incontro nel mio ufficio il 16 giugno 2020, mi spiegò che in realtà non vi era stata da parte loro alcuna inerzia. È possibile io abbia fatto riferimento a Davigo come fonte delle mie informazioni ma non sono sicuro e non ho un ricordo preciso». «Se Salvi ha detto che mi ha chiesto di accelerare l'indagine, di fare le iscrizioni, che Davigo compulsava o Storari si lamentava, se ne assumerà la responsabilità... ma non credo», sbotta Greco nell'interrogatorio trasmesso, come altri atti, agli ispettori del Ministero, a Csm e Cassazione. «Sia nella eventuale telefonata sia nell'incontro il 16 giugno, mai mi ha parlato di Davigo e Storari, e tantomeno di contrasti o indagini». Salvi, sostiene a sorpresa Greco, «era interessato ad avere ulteriori documenti su Mancinetti (consigliere Csm, ndr ), affermando genericamente che circolava voce di una indagine delicata a Milano su diversi magistrati; colpito, ne parlai con Pedio (sua vice, ndr ) esprimendo la preoccupazione della tenuta del segreto». Per Greco non è vero che la telefonata di Salvi sollecitasse indagini e coordinamento con altre Procure: «Io questo lo contesto proprio decisamente, anzi mi meraviglio che abbia detto una cosa del genere. La prima cosa che avrebbe dovuto fare era avvisare che c'era stata una fuga di notizie (...), «mi sono stufato di persone che affermano cose giocando sulla pelle della Procura di Milano e mia, va bene? Va bene? Perché se no qui ognuno che passa dice quello che gli pare, compreso il pg della Cassazione». Per Greco, se l'iscrizione è del 12 maggio, «la maturazione delle scelte avviene tra il 22 ed il 24 aprile, e il 29 aprile convoco una riunione che per motivi non dipendenti dalla mia volontà si tiene l'8 maggio».

Mattarella sapeva dello scandalo toghe. Ermini: "Lo avvisai io". Luca Fazzo il 20 Ottobre 2021 su Il Giornale. La rivelazione del vicepresidente Csm: "Gli rivelai io le confidenze di Davigo". Delle due l'una. O qualcuno molto in alto sta mentendo. O almeno dala fine della primavera, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era a conoscenza dei verbali che rivelavano l'esistenza della loggia paramassonica «Ungheria», di cui avrebbero fatto parte magistrati, alti ufficiali, avvocati, politici, nonché un membro del Consiglio superiore della magistratura, di cui lo stesso Mattarella è il presidente. Ma il capo dello Stato non fa niente, non prende iniziative, non denuncia. Possibile? Per quanto surreale, questo è il quadro che emerge dai verbali - pubblicati ieri dal Corriere della sera - raccolti dalla Procura di Brescia indagando sul grosso pasticcio in cui si trova la Procura di Milano, dove i verbali dell'avvocato Amara che parlavano della loggia sono rimasti impantanati a lungo. A smuovere le acque, in modo un po' scomposto, è a un certo punto il pm contitolare del fascicolo, Paolo Storari, che porta i verbali a Davigo. A Davigo non sembra vero, perché i verbali inguaiano il suo ex amico Sebastiano Ardita, membro del Csm. Davigo li porta ad David Ermini, vicepresidente del Csm. Ed è il verbale di Ermini a tirare in causa il Quirinale. Il racconto che Ermini fa dell'incontro con Davigo è quasi surreale: i due si incontrano, Davigo gli racconta a voce un po' di cose, poi gli mette in mano una cartelletta con la copia dei verbali (anche per questo, la Procura di Brescia vuole portare l'ex dottor Sottile a processo per violazione del segreto d'ufficio). Appena Davigo se ne va, Ermini distrugge i verbali senza neanche leggerli. Poi si precipita al Quirinale e riferisce a Mattarella quanto appreso da Davigo. E qui il racconto si fa quasi incredibile, perché secondo Ermini il presidente non apre bocca. Zero. Scena muta. Ermini scende lo scalone senza avere incamerato un consiglio, un'opinione, un commento. Niente. Ma il silenzio di Mattarella non è l'unico aspetto clamoroso della ricostruzione di Ermini. Del tutto irrituale appare anche la decisione di Ermini (designato alla carica da Matteo Renzi, che ora se ne è pentito e gli dà pubblicamente del fellone) di rivolgersi direttamente al capo dello Stato anziché al suo consigliere giuridico, l'uomo che per tradizione fa da ufficiale di collegamento tra il Colle e il Csm: il potentissimo Stefano Erbani. Nel suo verbale, Ermini non spiega bene il perché della scelta. Anche se sullo sfondo della scena c'è un passaggio non mai chiarito del «caso Palamara»: la cena in cui Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e parlamentare renziano, avvisa Luca Palamara che sul suo telefono potrebbe essere stato piazzato un trojan: indicando come fonte un consigliere del Csm che lo avrebbe saputo proprio da Erbani. Erbani ha reagito annunciando querele per calunnia. Però, messe insieme, le due storie dipingono uno scenario che fosse vero solleverebbe alcune domande. Il Quirinale, tramite Erbani, sapeva dell'indagine su Palamara. Il Quirinale, direttamente nella persona del presidente, sapeva dell'indagine (insabbiata?) su Ungheria. Come si concilia questo con le ripetute dichiarazioni con cui Mattarella ha spiegato di non sapere, non voler sapere e non poter sapere nulla delle indagini in corso? Ieri, dopo la pubblicazione dei verbali di Ermini, si aspetta a lungo una smentita che non viene: né da Mattarella, e nemmeno da Erbani. E tutto si aggroviglia ancora di più, mentre l'inchiesta sulla presunta loggia - in parte ancorata a Milano, in parte a Perugia - continua a non partorire nemmeno un accenno di chiarezza. Un guaio, se la loggia esiste. Un guaio, forse ancora maggiore, se non esiste.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Giulia Merlo per editorialedomani.it il 20 ottobre 2021. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sapeva dell’esistenza della presunta loggia Ungheria. A informarlo, il 4 maggio 2020, era stato il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini in un colloquio personale. Ma non è stato il solo. Anche Piercamillo Davigo avrebbe informato dei verbali il consigliere giuridico del Colle, Stefano Erbani. Come riporta il Corriere della Sera, che ha pubblicato ampi stralci della sua testimonianza resa davanti alla procura di Brescia nell’indagine per violazione di segreto istruttorio, Ermini ha parlato «personalmente al presidente di varie questioni e lo informai anche di quanto Davigo mi aveva raccontato. Il presidente mi ascoltò senza fare commenti». Il Quirinale, dunque, era stato messo al corrente del fatto che i magistrati di Milano, Paolo Storari e Laura Pedio, avevano raccolto dei verbali in cui l’ex legale di Eni, Piero Amara, raccontava dell’esistenza di una loggia segreta denominata “Ungheria”, i cui membri erano magistrati, politici, legali e pubblici ufficiali e la cui finalità era pilotare le nomine e incidere sui processi. E anche dei timori che Davigo aveva esposto a Ermini sull’inerzia della procura nell’iscrizione della notizia di reato. Oltre al vicepresidente del Csm però anche Davigo, secondo fonti vicine all’ex magistrato, aveva parlato con il consigliere giuridico del Quirinale, Stefano Erbani. Il colloquio sarebbe stato successivo a quello con Ermini, ma l’argomento sarebbe stato anche la notizia che, esattamente un anno dopo, ha terremotato il Csm e gettato un’ombra sull’operato della magistratura milanese. Come anche Ermini ha chiarito ai magistrati bresciani, Mattarella è rimasto in silenzio davanti alla notizia. Altro non avrebbe potuto fare. Come spiegato da fonti del Quirinale, la scelta è stata dettata dall’imperativo di astenersi da ogni tipo di azione davanti a inchieste in corso, rispettando il dovere di non interferire con l’operato della magistratura. Scelta che Mattarella ha confermato con il suo silenzio pubblico anche un anno dopo quando il caso è scoppiato sui giornali, lasciando però così il Consiglio in solitudine nel gestire uno scandalo di proporzioni simili se non maggiori dopo quello del caso Palamara. Ermini riassume ai magistrati di Brescia anche come era venuto a conoscenza dei verbali della loggia Ungheria: il fatto che la fonte fosse l’ex togato del Csm, Piercamillo Davigo, è cosa nota. Non altrettanto le modalità: «Davigo mi invitò in cortile, lasciando i telefoni in stanza. Data la complessità del quadro mi suggerì di informare il presidente della Repubblica, perché riteneva giusto che sapesse. In serata, avendo già in mente di andare dal presidente che non vedevo ormai da un paio di mesi, mi recai al Quirinale, saltando il consigliere giuridico». Ermini aggiunge anche un altro dettaglio significativo: pochi giorni dopo la visita al Quirinale, Davigo si è recato da lui con una teca arancione. «Mi disse: “Ti ho portato le carte perché vorrei che leggessi le dichiarazioni di Amara”. Ero molto in difficoltà, averle depositate sulla mia scrivania mi poneva il problema di cosa farne, posto che non intendevo veicolare al Comitato di presidenza senza una qualunque base di ricevibilità e utilizzabilità». La tesi sempre sostenuta dai vertici del Csm, infatti, è che la circolazione dei verbali di Milano in forma di stampato Word e le informazioni che personalmente Davigo aveva dato in forma orale a molti membri del Consiglio, non potevano essere sufficienti per aprire formalmente un fascicolo. Per poter procedere, infatti, sarebbe servito un esposto. Per questo, «appena uscito Davigo, cestinai la cartellina. Quei verbali non li ho mai voluti leggere e li buttai senza aver preso conoscenza del loro contenuto». Ermini, dunque, si sarebbe trovato in grande imbarazzo davanti alle informazioni confidenziali che gli stava dando Davigo, con un riferimento anche al coinvolgimento nella presunta loggia del consigliere Sebastiano Ardita, ex amico e compagno di corrente di Davigo. Il vicepresidente del Csm allora – senza poter determinare l’attendibilità delle parole dell’ex pm – ha deciso di riferire la conversazione a Mattarella, nelle vesti non solo di capo dello stato ma anche di presidente del Csm. Una sorta di passaggio al livello superiore di una informazione difficile da gestire, oltre che non confermata da atti formali. A quel punto l’esistenza dei verbali era ormai nota non solo al Quirinale, ma anche all’intero comitato di presidenza del Csm, ad alcuni consiglieri laici e togati e anche al presidente dell’Antimafia Nicola Morra. Il cortocircuito, però, è stato generato da un fatto: nessuno degli informati ha agito davanti alla notizia né, almeno formalmente, avrebbe potuto farlo. Il Colle per non interferire con un altro potere dello stato in un’inchiesta in corso, i vertici del Csm perché mancava un esposto scritto. Alla fine qualcuno però si è mosso. Seppur solo per una richiesta di chiarimenti, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi – anche lui informato da Davigo in quanto membro del comitato di presidenza e titolare dell’azione disciplinare per i magistrati – ha telefonato al procuratore capo di Milano Francesco Greco. «Davigo, senza alcun materiale cartaceo, mi disse che a suo avviso era necessario che io, quale pg della Cassazione, avessi un chiarimento con il procuratore di Milano, essendosi lì determinato uno stallo dovuto al fatto che, secondo lui, Greco non assumeva alcuna iniziativa che desse impulso alle indagini», è la versione di Salvi. Il pg di Cassazione aggiunge anche che «chiamai Greco per avere chiarimenti. Mi si chiede se la mia prima telefonata a Greco si collochi tra l’incontro con Davigo e il 12 maggio (data di iscrizione della notizia di reato, ndr)» e «la cosa è verosimile, ma non posso darne certezza non avendo più quel cellulare». Proprio da questa ricostruzione, tuttavia, emerge un dato incongruente rispetto alla posizione di Greco. Il procuratore di Milano, infatti, ha sempre negato di aver ricevuto sollecitazioni per accelerare le indagini da parte di Salvi. «Mai mi ha parlato di Davigo e Storari, e tanto meno di contrasti o indagini», ha detto Greco nell’interrogatorio davanti ai magistrati di Brescia. Secondo lui, infatti, l’iscrizione della notizia è avvenuta per «maturazione delle scelte» e dunque in modo del tutto autonomo da qualsiasi condizionamento esterno. La tesi che Davigo ripete sin dall’inizio della vicenda è una: le sue iniziative informali sarebbero state dettate dalla sola volontà di rimettere sui binari corretti un’indagine che altrimenti rischiava di saltare. I verbali, infatti, erano datati dicembre 2019 e in aprile l’iscrizione della notizia di reato (di calunnia a carico dello stesso Amara oppure della loggia segreta, a seconda dell’attendibilità attribuita all’ex legale di Eni) ancora non era avvenuta. Per questo Storari si sarebbe allarmato e si sarebbe rivolto a Davigo. La mancata iscrizione dolosa di una notizia di reato, infatti, fa sì che – una volta scoperta – il decorso dei termini scatti nel momento in cui l’iscrizione sarebbe dovuta avvenire. Nel caso dei verbali, quando questi erano stati resi. Di qui l’iniziativa di Davigo di sollecitare l’intervento di Salvi e del Csm a inizio maggio 2020, a un mese dalla scadenza del termine per l’indagine. In quest’ottica, quindi, l’iniziativa di Davigo sarebbe andata a buon fine: l’intervento di Salvi e l’iscrizione della notizia di reato hanno fatto raggiungere l’obiettivo prefissato di salvare l’indagine sulla presunta loggia. Tesi non condivisa dalla procura di Milano, che invece ha sempre detto di essersi mossa nel rispetto delle procedure e senza interferenze esterne se non quelle negative, determinate dal passamano di verbali ad opera di Davigo e Storari. Restano tuttavia una serie di interrogativi: per quale ragione nessuno al Csm ha redatto almeno una relazione di servizio sulle confidenze di Davigo? Perché Davigo non è stato sentito nel procedimento disciplinare a carico di Storari aperto dal pg di Cassazione Salvi? Ma soprattutto non è ancora chiara la dinamica per la quale i verbali sono stati infine resi pubblici, facendo emergere che tutti ne erano a conoscenza ma anche inquinando definitivamente l’indagine.

Dopo la sentenza ribollono le mailing list...Non solo Hotel Champagne, ecco tutti gli accordi tra le toghe. Paolo Comi su Il Riformista il 16 Settembre 2021. Luca Palamara, dunque, era il male assoluto della magistratura italiana, una sorta Belzebù in toga. I cinque consiglieri del Csm che gli fecero compagnia all’hotel Champagne la sera del 9 maggio del 2019, invece, erano solo dei piccoli demoni. A cui, però, bisognava mandare necessariamente un segnale per evitare che un domani qualcuno di loro potesse prendere il posto del principe delle tenebre. «Provo delusione e turbamento per una sentenza manifestamente esemplare, priva di sufficiente capacità di discernimento, che parla esclusivamente la lingua dell’accusa, tacendo su quella della difesa», è stato il commento del professore Mario Serio, avvocato di Paolo Criscuoli, condannato a nove mesi di sospensione dalle funzioni. Serio ha anche fatto notare la perfetta proporzione fra le richieste della Procura generale e le pene comminate dalla disciplinare: 25 per cento in meno per tutti. «Il mio rammarico è che questa sentenza ha stravolto irrimediabilmente la vita di una persona e della sua famiglia», ha poi aggiunto Serio. Cacciato Palamara e bastonati i cinque commensali, per la magistratura italiana dovrebbe essere iniziato un nuovo corso. Ovviamente non è così. A non crederci sono gli stessi magistrati. «Ma hanno fatto tutto da soli? Oppure agirono in rappresentanza di altrettanti gruppi di interesse?», si domanda un giudice sulla mailing list. «La facile risposta – prosegue – si trova nei 140 capitoli testimoniali formulati dalla difesa di Palamara, dove, illustrando un vero pezzo di storia della magistratura italiana, si parlava di un centinaio di nomine frutto di altrettanti accordi ‘extra moenia’, preconfezionati e poi semplicemente ratificati dal Csm». «Accordi non dissimili da quello dell’Hotel Champagne. Insomma e in breve, il “Sistema” che non ha ammesso quelle istanze di prova e che, per assolvere gattopardescamente se stesso, punisce i soli cinque», continua il magistrato, auspicando che tutti consiglieri del Csm, togati e laici, mostrino il contenuto dei «telefonini utilizzati negli ultimi cinque anni». A conferma che gli accordi spartitori ci sono sempre stati, e che l’incontro dell’hotel Champagne, dove si discusse del futuro procuratore di Roma, non è stata una eccezione, ecco arrivare un nuovo annullamento da parte del Consiglio di Stato di una nomina. Questa volta si è trattato del presidente della sezione penale del Tribunale di Rimini, incarico andato a Sonia Pasini nel plenum del 6 giugno 2018. I giudici amministrativi hanno accolto nei giorni scorsi il ricorso presentato da Fiorella Casadei. La nomina di Pasini è una delle nomine di cui parlarono Palamara e l’ex togato Gianluigi Morlini, presidente della Commissione per gli incarichi direttivi. Morlini, uno dei partecipanti all’incontro all’hotel Champagne, aveva scritto a Palamara di Pasini dicendo che era uno dei nomi da tenere “sotto controllo”. I due si erano poi complimentati a vicenda per le nomine di Lucia Russo, Silvia Corinaldesi, Marco Mescolini e appunto Pasini, magistrati legati alla corrente di Unicost, a capo di uffici dell’Emilia-Romagna. Un successo senza precedenti per la corrente di centro che aveva occupato un numero di posti senza precedenti. Pasini, poi, chattando con Palamara gli aveva chiesto di integrare la relazione al Plenum, indicando anche un ulteriore requisito che fino a quel momento non era stato adeguatamente valorizzato. Dopo il ricorso, il giudizio comparativo tra le due candidate era stato svolto dalla dal Csm l’8 febbraio scorso, proponendo la nomina di Casadei. Il Tar aveva sottolineato come la valutazione comparativa avesse “appiattito” il profilo di Casadei, «per ricordarne solo quelle esperienze» sulle quali poteva essere fatto un «giudizio comparativo diretto» con Pasini, «in tal modo incorrendo in evidente travisamento e difetto di istruttoria, e comunque nel difetto di motivazione». Era poi “pacifico”, per il Tar, che Casadei «abbia circa 10 anni di attività in più» nel settore penale rispetto alla collega. Salvo i casi finiti sotto la lente del tar, tutti i magistrati nominati con il sistema “Palamara” sono ancora al proprio posto. E ci rimarranno. Mandarli via significherebbe terremotare la metà degli uffici giudiziari del Paese. È meglio, allora, che paghi solo Palamara e i suoi cinque compagni di sventura dell’hotel Champagne. Paolo Comi

Grasso, ex presidente Anm: «Ora noi toghe abbiamo 6 capri espiatori: troppo comodo…». Parla il magistrato, attualmente giudice del Tribunale di Genova, al vertice dell’Associazione all’epoca del dopocena all’Hotel Champagne per il quale il Csm ha sospeso i 5 ex togati che vi parteciparono. «Sulle nostre mailing list c’era da anni la consapevolezza che il sistema del Csm sulle nomine fosse quello emerso con la vicenda del 2019». Errico Novi su Il Dubbio il 16 settembre 2021. C’è un nodo da sciogliere che neppure la sentenza disciplinare del Csm rende meno intricato: come deve regolarsi, ora, la magistratura? Dopo la radiazione di Luca Palamara, e le “sospensioni differenziate” dei 5 ex togati riuniti con lui nel dopocena all’Hotel Champagne, di cosa si deve tener conto? Della verità processuale o di quella storica, che non dovrebbe ridursi a quel fatale happening? E se vale la prima delle due risposte, e cioè che i colpevoli di tutto sono Palamara più altri 5, quale accertamento va considerato? Il processo a carico dell’ex presidente Anm, giunto a sentenza definitiva dopo che la Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la radiazione? Oppure la pronuncia arrivata ieri sera a Palazzo dei Marescialli, che ha punito Gianluigi Morlini, Antonio Lepre, Luigi Spina a 18 mesi di stop e Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli a una sospensione di 9 mesi? Non sono decisioni del tutto compatibili fra loro, come ricordato dal Dubbio già ieri. Perché la Suprema Corte, a Sezioni unite, ritiene che «Palamara ha agito sulla base di motivazioni assolutamente personali, intendendo colpire specificamente singoli magistrati, volta per volta presi di mira». Quindi per vendetta e essenzialmente al di fuori di un disegno strategico intercorrentizio. Piazza Indipendenza, con la decisione assunta due giorni fa, è convinta invece che i 5 ex componenti dell’organo di autogoverno cooperarono a vario titolo con le iniziative dell’ex leader della magistratura associata. C’è un contrasto evidente. Al momento, neppure è confermato che gli ex consiglieri Csm sospesi impugneranno la condanna: tutti e 5, a quanto risulta, aspetteranno di leggere la sentenza prima di sbilanciarsi. E in teoria, finché non ci sarà un giudicato disciplinare, potrebbe finire congelata pure la valutazione storica Ma è impensabile, per la magistratura italiana, che si resti sospesi a quell’interrogativo: si può davvero archiviare la stagione della “correntocrazia”, come la definisce Giovanni Maria Flick, come una prassi solo un po’ stonata, e Palamara invece come una gravissima e distinta patologia? O si dovrebbe invece riconoscere che le esuberanze del cosiddetto re delle nomine furono in effetti un po’ eccessive, ma rappresentavano solo la punta dell’iceberg? Si deve ammettere o no, insomma, che il sacrificio di Palamara è una scorciatoia fuorviante e pericolosa? E che forse radiare l’epitome di una prassi consolidata è un po’ troppo comodo? Il giorno dopo la magistratura non fa sentire voci ufficiali. Non si nota una folla di vertici delle correnti che tentano di offrire una chiave. E forse è anche comprensibile. D’altra parte uno dei gruppi associativi più importanti, Area, andrà a congresso fra una decina di giorni e avrà modo di discuterne. Ma interpellata dal Dubbio, c’è una voce autorevole che offre una prospettiva persino rovesciata, sull’effetto della sentenza di ieri: Pasquale Grasso, presidente dell’Anm all’epoca dell’incontro all’Hotel Champagne, uscito da Magistratura indipendente per la durezza con cui invitò alle dimissioni i consiglieri del suo gruppo coinvolti, in rotta anche con Area e Unicost al punto da lasciare poi il vertice dell’Associazione, fino alla ricucitura con la corrente moderata. «Con la sentenza della sezione disciplinare non credo affatto si favorisca un riconoscimento storico più approfondito», dice subito Grasso, attualmente giudice presso il Tribunale di Genova. Quindi spiega: «Si prosegue nella traiettoria segnata con le sentenze su Palamara, si puniscono con inedita durezza i protagonisti di quel pur esecrabile singolo evento. Ma si rimuove così ancora una volta un’inevitabile realtà non accettata, e che mai lo sarà: era quella emersa nelle vicende del 2019, la normalità dei rapporti che intercorrevano al Csm». Grasso è stato al vertice dell’Associazione magistrati ma ha solo sfiorato l’attuale consiliatura, e comunque non ha mai fatto parte dell’organo di autogoverno. «Ciononostante, secondo la vox dei, c’è sempre stata una chiara consapevolezza, nelle mailing list di noi magistrati: sulle nomine si tendeva in generale ad accordi e complicazioni analoghi a quelli venuti fuori per la Procura di Roma. Certo, all’Hotel Champagne», nota Grasso, «si è arrivati forse allo zenit, per la presenza di un soggetto indagato dall’ufficio sulla cui dirigenza si discuteva nell’incontro (Luca Lotti, deputato allora del Pd, che era al dopocena insieme con Cosimo Ferri, pure lui in quel momento parlamentare dem, ndr). Ma non è che quella specificità segni anche un’estraneità dell’episodio rispetto al contesto generale». Insomma, rischiamo semplicemente di avere non uno, cioè Palamara, ma 6 capri espiatori, con la condanna degli ex togati arrivata ieri sera? «È esattamente così. Eppure non vedo come si possa ridurre la questione delle nomine e dei rapporti fra le correnti a quell’episodio. Oltretutto», aggiunge Grasso, tuttora fra i leader della magistratura moderata, «a me sembra che non vi sia stata neppure un’efficace gradazione delle sanzioni rispetto alle condotte dei singoli: le condanne sono tutte fortissime, senza precedenti. Soddisfano le esigenze di sangue, non di conoscenza reale di quanto avvenuto nel Csm per anni». E rispetto all’impressione che si ricava dalla lettura della sentenza con cui la Cassazione ha confermato la radiazione di Palamara, quella di un uomo solo al comando dei misfatti, Grasso ha un’ultima chiosa: «Vorrei sia ripetuto tre volte: non ho letto, non ho voluto leggere la sentenza delle Sezioni unite, ma se davvero ne risultasse un artefice unico degli accordi sulle nomine, si tratterebbe di una prospettazione poco condivisibile. Palamara non può aver inventato e alimentato il sistema da solo. È una lettura molto consolatoria, quella della singola mela marcia. O delle 5 o 6 che, una volta condannate, dovrebbero soddisfare l’esigenza di verità e soprattutto di purezza del sistema».

Scandalo procure: sospesi 5 ex togati. Federico Garau il 14 Settembre 2021 su Il Giornale. Arriva la decisione della sezione disciplinare del Csm per le toghe coinvolte nel caso Palamara: un anno e sei mesi di sospensione per Lepre, Morlini e Spina, 9 mesi per Cartoni e Criscuoli. Dopo ben nove ore di camera di consiglio, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha deciso di sospendere dalle funzioni i cinque ex magistrati Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre e Corrado Cartoni, tutti rimasti coinvolti nel caso Palamara. È stata dunque accolta la sanzione richiesta dalla Procura generale, in particolare si parla di uno stop di un anno e sei mesi per Lepre, Morlini e Spina, mentre Cartoni e Criscuoli dovranno invece rispettare una sospensione di nove mesi. Si tratta di un provvedimento comunque inferiore rispetto a quanto effettivamente richiesto dalla Procura, che nella requisitoria di luglio aveva inizialmente proposto 2 anni per Lepre, Morlini e Spina, ed un anno per Cartoni e Criscuoli.

Le accuse. Le cinque toghe sono finite al centro di un'inchiesta dopo lo scoppio del caso che ha visto coinvolto l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di corruzione in atti giudiziari. Il caso ha provocato grande imbarazzo in tutta la magistratura.

Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre e Corrado Cartoni avevano preso parte ad una riunione notturna tenutasi tra l'8 e il 9 maggio del 2019 presso l'hotel Champagne di Roma. Un incontro al quale avevano naturalmente partecipato lo stesso Luca Palamara ed i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri. In quella circostanza furono stretti accordi, e si parlò anche della successione di Giuseppe Pignatone alla Procura di Roma. Nella sua requisitoria la Procura aveva mosso nei confronti dei cinque ex togati le accuse di"comportamento gravemente scorretto, in violazione dei doveri di correttezza ed equilibrio" nei confronti degli altri colleghi magistrati e consiglieri del Csm, oltre che di violazione del dovere di riservatezza sull'iter delle nomine. Nel giugno del 2019, scoppiato lo scandalo relativo alle intercettazioni che hanno visto come protagonista Luca Palamara, i cinque magistrati si erano dimessi.

Il verdetto. Oggi la decisione della sezione disciplinare del Csm. Dopo nove ore di camera di consiglio, è arrivato il verdetto nei confronti dei cinque ex magistrati, che potranno in ogni caso presentare ricorso alle sezioni unite civili della Cassazione.

All'udienza di questa mattina hanno partecipato Antonio Lepre, Gianluigi Morlini e Corrado Cartoni. Assente, invece, Luigi Spina, mentre Paolo Criscuoli era collegato in videoconferenza.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dov

La sentenza dopo 10 ore di Camera di Consiglio. Palamaragate, il Csm condanna 5 ex togati: sospesi per la cena all’Hotel Champagne. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Settembre 2021. Procure nel caos, magistratura nella bufera: e il Palamaragate non finisce mai. È arrivata nella serata di oggi la sentenza della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura che, al termine di una lunga camera di consiglio, di circa 10 ore ha condannato alla sospensione dalle funzione cinque ex togati. Si tratta di Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre e Corrado Cartoni. Il procedimento riguardava la riunione del 9 maggio 2019 all’hotel Champagne a Roma, alla quale avevano partecipato Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) e membro del Csm, lo “zar delle nomine”, radiato nel 2020 dal Consiglio a seguito di un indagine sul sistema nelle correnti della magistratura. Alla riunione anche i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri. La Procura Generale della Cassazione aveva chiesto il massimo della sospensione,  due anni e un anno a seconda. I legali il proscioglimento degli assistiti. Il “tribunale delle toghe” ha sanzionato Lepre, Morlini e Spina – all’epoca rispettivamente capogruppo di Unicost, presidente della Commissione sugli Incarichi direttivi e relatore della nomina sul procuratore di Roma – con la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio per un anno e 6 mesi. Per Cartoni e Criscuoli ha invece disposto la sospensione per nove mesi. Verrà corrisposto un assegno alimentare. Contro il verdetto emesso dalla disciplinare i 5 ex togati potranno presentare ricorso davanti alle sezioni unite civili della Cassazione. La sospensione, per gravità, è la seconda sanzione dopo la rimozione dall’ordine giudiziario, inflitta quasi un anno fa a Palamara, che quindi paga più di tutti. “Non ha partecipato ad accordi – ha riferito l’avvocato Mario Serio, difensore di Criscuoli – non ha tradito la propria funzione e nulla prova che facesse parte di una conventicola che trattava affari riservati. Si è trovato nel vortice delle ambizioni incontrollate di due potenti esponenti della magistratura associata, quelle di Palamara e Ferri”. Secondo il legale l’ex togato fu “accalappiato” da Ferri con un “invito strumentale” a cena e che la partecipazione di Criscuoli – che ha emesso la sentenza del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido nel 1996 da alcuni esponenti di Cosa Nostra come atto intimidatorio nei confronti del padre collaboratore di giustizia – all’incontro fu “silente e inattiva”. Spina ha invece negato di aver fatto il “doppio gioco” a sostegno del Procuratore Generale di Firenze Marcello Viola con i colleghi di Unicost, di cui era capogruppo, e con i quali aveva concordato l’appoggio al procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo. E ha negato qualsiasi “programma comune” con Palamara, definendosi piuttosto un “ostacolo” per la sua fermezza nel supportare Creazzo. I cinque ex togati secondo la sentenza avrebbero preso parte a quella riunione all’Hotel Champagne. All’epoca Palamara era già stato messo sotto controllo dal trojan. All’albergo in via Principe Amedeo, alle spalle della stazione Termini, usato spesso come appoggio dai magistrati non romani, l’incontro con Lotti e Ferri. Al centro di quel vertice da “risiko delle nomine” la Procura di Roma: la poltrona contesa era quella del Procuratore Capo Giuseppe Pignatone. Nonostante quel gruppo avrebbe sostenuto il Pg di Firenze Marcello Viola, quella poltrona sarebbe diventata di Michele Prestipino – il Consiglio di Stato ha respinto l’istanza cautelare con la quale proprio Prestipino aveva chiesto la sospensione della sentenza che ha sancito l’illegittimità della sua nomina a procuratore di Roma; il Consiglio ha anche accolto il ricorso di due dei candidati esclusi, il Pg di Firenze Viola (sul quale puntavano a sua insaputa in quella riunione Lotti e Palamara in nome della “discontinuità” con Giuseppe Pignatone) e il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. Del caos su Roma il Csm tornerà a occuparsi la prossima settimana. Tre settimane dopo quell’incontro la Procura di Perugia, competente per i magistrati in servizio a Roma, consegnava un avviso di garanzia per corruzione a Palamara. Era l’inizio del Palamaragate, Magistratopoli, il “Sistema” della magistratura, più grande di certo di Palamara (che lo scorso luglio è stato intanto rinviato a giudizio per corruzione).

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il “Sistema” esiste: per il Csm Palamara non ha agito da solo. Sospesi gli ex togati che presero parte insieme all’ex capo dell’Anm alla cena all’Hotel Champagne, dove si discusse della nomina del procuratore di Roma alla presenza dei parlamentari Lotti e Ferri. Simona Musco su Il Dubbio il 15 settembre 2021. Il Sistema esiste. A stabilirlo, ieri sera, è stata la sezione disciplinare del Csm, che dopo una camera di consiglio durata 10 ore ha dichiarato responsabili degli addebiti mossi dalla procura generale gli ex togati che hanno preso parte alla cena all’hotel Champagne a Roma, assieme all’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, cena durante la quale si discusse di alcune nomine, tra le quali quella alla procura di Roma. Per Lepre, Morlini e Spina la sezione disciplinare ha disposto la sospensione dalle funzioni per un anno e mezzo, contro i due chiesti dall’accusa, mentre per Cartoni e Criscuoli l’arrivederci alla toga durerà soltanto nove mesi, a fronte dell’anno preteso dalla procura generale. Le incolpazioni mosse nei loro confronti riguardavano il «comportamento gravemente scorretto» tenuto, «in violazione dei doveri di correttezza ed equilibrio», nei confronti degli altri consiglieri del Csm e dei magistrati che si erano candidati alla nomina di capo della procura della Capitale, nonché la violazione del «dovere di riservatezza» sull’iter della pratica relativa a tale nomina. Questo procedimento disciplinare si era aperto poco più di un anno fa: i cinque si erano dimessi dall’incarico a Palazzo dei Marescialli nel giugno 2019, dopo le intercettazioni, captate dal trojan inserito nel cellulare di Luca Palamara ed emerse dagli atti dell’inchiesta di Perugia, delle conversazioni avvenute all’hotel Champagne. Una decisione importante, quella presa ieri, che arriva dopo la conferma della radiazione dall’ordine giudiziario inflitta a colui che per tutti è il grande manovratore, quel Palamara che per la Corte di Cassazione, però, avrebbe agito da solo e per vendetta. Una versione diversa da quella sostenuta dal sostituto procuratore generale Simone Perelli e dall’avvocato generale Pietro Gaeta, che hanno invece indicato presunti ruoli e responsabilità di ognuno in quello che è passato alla storia come il mercato delle nomine. Spina, aveva affermato nella sua requisitoria il pg Gaeta, sarebbe stato infatti «il fiduciario assoluto del consigliere Palamara all’interno dell’istituzione consiliare – ha affermato -, l’uomo di fiducia in grado di veicolare all’interno del Consiglio i suoi desiderata». Sarebbe stato, dunque, «la “longa manus” di Palamara nell’istituzione consiliare», mentre Morlini e Lepre – all’epoca dei fatti presidente della Commissione direttivi il primo, e relatore della pratica sulla nomina alla procura di Roma il secondo – «ricoprivano ruoli che rendono ancora più drammaticamente grave – ha detto Gaeta – la gestione parallela delle nomine all’hotel Champagne». Come si concilia questa versione con quella data dal Palazzaccio? Per i giudici di piazza Cavour, «Palamara ha agito sulla base di motivazioni assolutamente personali, intendendo colpire specificamente singoli magistrati, volta per volta presi di mira». Una sorta di vendetta personale, dunque, che escluderebbe l’esistenza di un metodo e di altri partecipanti e che renderebbe l’ex consigliere del Csm una mela marcia. Ma è stato lo stesso Palamara a spiegare che invece non avrebbe agito affatto a titolo personale: «Ipotizzare che io facessi tutto in solitudine è l’equivalente di dire che, anziché vivere giornate torride, in questo periodo usciamo con il cappotto», aveva dichiarato al Dubbio. Anche se le persone coinvolte, stando ai sottintesi e ai continui inviti dell’ex capo dell’Anm ai colleghi che hanno «beneficiato» di quelle cene a raccontare quanto sanno, sembrano essere molte di più di quelle finite sotto processo a Palazzo dei Marescialli. Secondo l’accusa, Palamara pianificò, assieme ai suoi “coimputati” davanti al Csm, attività per screditare alcuni magistrati e condizionare la nomina dei capi delle Procure. L’evento clou della vicenda è, appunto, la famosa cena del 9 maggio 2019, alla presenza dell’ex ministro dello Sport Luca Lotti, all’epoca già imputato a Roma nell’ambito dell’indagine Consip, e il parlamentare Cosimo Ferri, all’epoca anche lui del Pd. Quella sera si parlò del successore di Giuseppe Pignatone alla procura di Roma, indicando il pg di Firenze Marcello Viola come il favorito. Quella conversazione, per Palamara, avrebbe rappresentato una normale interlocuzione fra esponenti di gruppi associativi e politici su alcune nomine. E in quella sede a discutere di questi temi, secondo l’accusa, c’erano anche i magistrati finiti davanti al banco degli imputati di Palazzo dei Marescialli. Per questo la loro posizione non è affatto secondaria. Nel corso del procedimento i cinque hanno voluto fornire una versione diversa della vicenda: tra i primi a parlare proprio il presunto braccio destro di Palamara, Spina, che rilasciando dichiarazioni spontanee ha rivendicato la sua fedeltà a Unicost (di cui all’epoca era capogruppo), decisa a sostenere la candidatura di Giuseppe Creazzo. «Quello che si decideva era sacro e lo rispettavamo – ha dichiarato -. Conoscevo Palamara, ma non facevo parte del suo mondo, non avevo mai partecipato a incontri, non avevo un programma comune con lui e semmai io per quel programma sono stato un ostacolo», ha sottolineato Spina. «Ho sempre detto chiaramente che non avrei lasciato l’appoggio a Creazzo, non ho mai avuto nessuna volontà di danneggiarlo né di provare a fargli ritirare la candidatura. Avevo espresso fastidio per l’invadenza di Palamara – ha aggiunto -, doveva avere rispetto per le decisioni del gruppo, tanto che da altre intercettazioni emerge la sua volontà di cercare strade alternative, perché con Spina “non c’è stato verso”, aveva detto». Per il suo difensore, Donatello Cimadomo, l’accusa nei confronti di Spina sarebbe indeterminata e contraddittoria. «L’unica cosa che si può imputare a Spina è di essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato – ha detto – se il problema è che non si è alzato e non è andato via al massimo si può applicare la sanzione della censura per comportamento inopportuno ma non certo una sanzione per avere tradito le sue funzioni istituzionali». Prima che i membri della sezione disciplinare si riunissero, a prendere la parola ieri è stato ​​Lepre, che ha parlato di una «vicenda dolorosa che rappresenta un travaglio e una sofferenza devastanti» e ha ricordato di non essere stato a conoscenza della riunione, «di non conoscerne oggetto e partecipanti» ma di essere stato «colto alla sprovvista» rientrando dopo cena con la moglie in albergo, lo stesso dove si è tenuto l’incontro, e vedendo i colleghi in una saletta attigua alla hall «di non essere stato invitato, di essere rimasto il tempo necessario per non apparire scortese e di essere andato via per primo». Quanto ai candidati per la procura di Roma, riferendosi al sostegno a Viola di cui si era discusso quella sera, «personalmente, in virtù degli oggettivi e robusti titoli di Viola, confidavo in quell’ampia maggioranza che effettivamente si concretizzò poi in commissione», ha sottolineato. A difendere Criscuoli è stato il professor Mario Serio, secondo cui l’ex consigliere sarebbe stato «attratto in un vortice nel quale era completamente estraneo», quello delle «ambizioni incontrollate di Palamara e Ferri», e «del quale non poteva preventivamente controllare le modalità di svolgimento» e quindi «non poteva respingere il pericolo». Inoltre «il silenzio continuamente serbato» nel corso della riunione attesta che «capacità offensiva della sua condotta è del tutto insignificante e non meritevole di sanzione». Per Cartoni l’avvocato Carlo Arnulfo ha chiesto il proscioglimento: non avrebbe commesso «nessuna grave scorrettezza», l’unica pecca è «la presenza impropria all’hotel Champagne. Poteva andare via quando si iniziava a parlare di nomine», ha detto. «La riunione non l’aveva programmata, poteva solo interromperla. Ma poi nella pratica è difficile pensare che una persona si alzi e se ne vada. Ha ascoltato le conversazioni ma non era partecipe del piano» relativo alla nomina del capo della procura di Roma. Morlini, invece, ha rivendicato la sua autonomia: «Tutte le decisioni sulla nomina del procuratore di Roma, come sulle altre nomine, le ho prese io. Non c’è stata nessuna eterodirezione, né suggerimenti. E non c’è stato nessun doppio gioco o bluff», ha affermato. Per il suo difensore, Vittorio Manes, Morlini «non ha partecipato né come burattinaio né come burattino al risiko delle nomine». L’«insussistenza delle incolpazioni» è stata evidenziata anche da Domenico Airoma, difensore di Lepre, che, ha ricordato, «non ha partecipato ad alcuna attività preparatoria della riunione e alla stessa ha partecipato per una ventina di minuti. Per il suo comportamento scorretto Lepre ha già pagato con le dimissioni, ma la responsabilità disciplinare deve rispondere ad altri parametri, guai a trasferire sul piano disciplinare valutazioni di carattere etico. Questo sarebbe travolgere ogni garanzia». Ora per conoscere le ragioni della decisione bisognerà attendere 90 giorni. 

Ilda Boccassini e Alberto Nobili indagati per abuso d’ufficio. Ilda Boccassini e l'ex compagno Alberto Nobili, attuale pm di Milano, sono indagati per abuso d'ufficio. Ma la procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione. Il Dubbio il 9 settembre 2021. L’ex pm della procura di Milano, Ilda Boccassini, è stata iscritta nel registro degli indagati per per abuso d’ufficio assieme all’ex compagno, il magistrato milanese Alberto Nobili e il comandante della Polizia locale di Milano Marco Ciacci. Gli accertamenti investigativi sono partiti alcuni mesi fa dopo l’esposto presentato dall’ex comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato, candidato oggi per la Lega di Matteo Salvini a Milano. Tuttavia, la procura di Brescia ha chiesto l’archiviazione del pm. La palla quindi palla al gip.

La ricostruzione dei fatti. I fatti risalgono al 3 ottobre 2018, quando Alice Nobili, figlia di Ilda Boccassini e dell’attuale capo dell’antiterrorismo, investì con lo scooter sulle strisce il medico Luca Voltolin, 61 anni, deceduto dopo qualche giorno in ospedale. Il processo alla figlia di Ilda Boccassini La figlia di Ilda Boccassini fu condannata a nove mesi di carcere per omicidio stradale più un risarcimento in denaro. Secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, nelle chat agli atti dell’inchiesta, uno degli agenti della polizia municipale scriveva: «”L’alcol test non l’hanno fatto. Il comandante è andato sul posto, io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto”». E quindi le domande sono rimaste le stesse. Il pubblico ministero, però, non ha individuato alcun abuso di ufficio. Dopo l’incidente, «non sarebbe stato eseguito l’alcol test, cosa che di norma, anche se non obbligatorio, in incidenti del genere andrebbe fatto». Quindi, il 3 settembre il pm ha chiesto l’archiviazione.

La Bocassini è indagata. L'accusa chiede l'archiviazione. Luca Fazzo il 9/9/2021 su Il Giornale. Un dato è certo: la figlia di Ilda Boccassini, pm simbolo della lotta alla mafia, non venne sottoposta ad alcol test la sera in cui a Milano, a poca distanza da casa della madre, investì e uccise un pedone. Un dato è certo: la figlia di Ilda Boccassini, pm simbolo della lotta alla mafia, non venne sottoposta ad alcol test la sera in cui a Milano, a poca distanza da casa della madre, investì e uccise un pedone. Per questo la Procura della Repubblica di Brescia, competente per i reati commessi dai magistrati in servizio a Milano, ha iscritto tre persone nel registro degli indagati: si tratta della stessa Boccassini, del suo ex compagno e padre della ragazza Alberto Nobili, tuttora in servizio a Milano come pubblico ministero, e dell'attuale comandante della Polizia locale del Comune di Milano, Marco Ciacci. Ma pochi giorni fa, il 3 settembre, il pubblico ministero titolare dell'inchiesta ha chiesto l'archiviazione delle accuse di tutti gli indagati. Ora la richiesta dovrà passare al vaglio di un giudice preliminare, ma evidentemente la pubblica accusa ha ritenuto che non vi sia stata un abuso d'ufficio da parte di Ciacci, né una pressione illecita in questo da parte dei due illustri genitori della investitrice. A rendere nota l'esistenza dell'inchiesta a carico di Ciacci, di cui si parlava da tempo, è stato ieri il suo predecessore, l'ex comandante dei vigili Antonio Barbato, che ha reso noto di essere stato interrogato il 21 aprile a Brescia proprio nell'ambito del procedimento a carico dell'attuale capo dei «ghisa». A generare l'indagine era stata peraltro una denuncia dello stesso Barbato. Il tutto era reso delicato dal fatto che Barbato aveva perso poco tempo prima il posto proprio in seguito a una inchiesta del pool antimafia della Procura, in cui era stato intercettato; e che a indicare Ciacci come suo successore ideale al sindaco Sala erano stati proprio i vertici della Procura, che di Ciacci - fino a quel momento in servizio alla Polizia di Stato - avevano potuto saggiare nel corso degli anni la affidabilità. Barbato, che attualmente è sotto processo ma anche candidato al Consiglio comunale, non ha mai nascosto di sentirsi vittima di un complotto per spianare la strada a Ciacci, e di considerare il mancato esame etilico alla figlia delle due toghe una sorta di ringraziamento dovuto. Ma l'indagine bresciana ha accertato che Ciacci si limitò a intervenire per pochi minuti sulla scena, quando l'incidente sembrava ancora lieve. La figlia della Boccassini, peraltro, è astemia.

"Pressioni sui testimoni" Così i colleghi pm graziano la Boccassini. Stefano Zurlo il 10 Settembre 2021 su Il Giornale. La Procura ha chiesto subito l'archiviazione dell'indagine. Piena di stranezze e omissioni. Un brutto incidente stradale. Uno scooter investe un uomo che morirà in ospedale. È la sera del 3 ottobre 2018, ma a creare scompiglio quel giorno a Milano è il fatto che a guidare la moto è la figlia di due notissimi magistrati: Ilda Boccassini, allora procuratore aggiunto e oggi in pensione, e Alberto Nobili, capo dell'antiterrorismo. Sul posto arriva anche il comandante dei vigili urbani Marco Ciacci; una presenza irrituale, ma non l'unica stranezza di questa storia: la ragazza non viene sottoposta all'alcol test e nemmeno all'esame per stabilire se abbia assunto droghe. L'ex comandante della polizia municipale Antonio Barbato presenta un esposto alla procura di Brescia per segnalare le presunte anomalie della vicenda: ora si scopre che Boccassini, Nobili e Ciacci sono indagati a Brescia per abuso d'ufficio, ma il Fatto Quotidiano svela anche che la procura ha chiesto l'archiviazione per il terzetto eccellente. E Barbato, oggi candidato per la Lega a Milano, rilancia: «Ho già presentato opposizione, non sono soddisfatto per come sono state condotte le indagini, forse ci vorrebbe un supplemento di inchiesta». Insomma, per l'ex capo dei vigili, Brescia avrebbe potuto e potrebbe ancora fare di più. «Due testimoni - spiega lui al Giornale - mi hanno raccontato di aver subito pressioni in quei giorni nel corso del loro lavoro investigativo, ma con mia grande sorpresa ora mi dicono che la procura di Brescia non li ha mai convocati e ascoltati». Si ritorna dunque al 3 ottobre 2018. Un medico, Luca Valtolin, sta attraversando sulle strisce con la spesa in mano: siamo in viale Montenero, nel cuore della metropoli. La moto lo travolge: l'ambulanza parte col ferito in codice giallo, ma già all'arrivo in ospedale la situazione è cambiata. Valtolin, che ha picchiato la testa sull'asfalto, è in codice rosso e non sopravviverà allo scontro. In viale Montenero accorre Nobili e poco dopo giunge anche il comandante Ciacci. Chi l'ha avvisato? Davanti alla Commissione sicurezza del Comune di Milano, Ciacci dirà che è stato Nobili a dargli la notizia, ma ne sminuirà la portata spiegando che il luogo era sulla traiettoria del ristorante cui era diretto con la moglie. Certo, la presenza di un pm così titolato sulla scena è ingombrante, anche se Nobili in quel momento è solo un padre angosciato. E ancora più controverso è il passaggio di Ciacci: ha dato o suggerito direttive e consigli ai colleghi impegnati nei rilevamenti? Fra l'altro, in viale Montenero ci sono anche gli specialisti del Radiomobile che svolgono i loro accertamenti, ma non vanno oltre. Niente etilometro e nemmeno l'analisi per rilevare la presenza di droghe. Nelle chat dei vigili spuntano messaggi sarcastici: «Io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto». Oltretutto, punto assai delicato, presentandosi in viale Montenero, Ciacci avrebbe violato il codice di comportamento dei dipendenti pubblici: in passato ha collaborato con Boccassini e circa 180 vigili lavorano a Palazzo di giustizia nelle squadre di polizia giudiziaria. Fin troppo facile scorgere sullo sfondo possibili conflitti di interesse e motivi di imbarazzo reciproco. Che cosa è accaduto esattamente in quelle ore concitate? La ragazza viene indagata per omicidio stradale, poi risarcisce i familiari della vittima e patteggia nove mesi. La procura di Brescia invece indaga e conclude per l'archiviazione. Deciderà il gip. Barbato, infine, proprio oggi va a processo per frode in pubbliche forniture e falso. A denunciarlo, guarda caso, è stato proprio Ciacci. Stefano Zurlo

DAVIDE MILOSA per il Fatto Quotidiano il 9 settembre 2021. Il comandante della Polizia locale di Milano Marco Ciacci, il capo dell'antiterrorismo Alberto Nobili e l'ex procuratore aggiunto Ilda Boccassini sono indagati per abuso d'ufficio in concorso dalla Procura di Brescia. L'inchiesta nasce diversi mesi fa anche sulla base di un esposto-denuncia dell'ex comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato, candidato oggi per la Lega di Matteo Salvini a Milano e imputato sempre a Milano per frode in pubbliche forniture e falso. L'indagine bresciana riguarda le modalità d'intervento rispetto a un incidente stradale avvenuto il 3 ottobre 2018 in viale Montenero nel quale la figlia di Nobili e Boccassini, a bordo di uno scooter ha investito il medico infettivologo Luca Valtolin che in quel momento stava attraversando sulle strisce pedonali con le borse della spesa in mano. Valtolin cadendo ha battuto la testa in modo violento. Ricoverato in codice giallo, si aggraverà nei giorni successivi e morirà. La figlia dei due importanti magistrati di Milano, titolari ieri e oggi di indagini decisive sia sul fronte della mafia sia su quello della corruzione e della lotta al terrorismo anche interno e attuale, nel gennaio 2020 ha patteggiato una condanna a nove mesi per omicidio colposo risarcendo i familiari della vittima. L'indagine di Brescia è ora arrivata alle battute finali con la richiesta di archiviazione scritta dalla Procura solo pochi giorni fa. La palla quindi passa al giudice perle indagini preliminari. Il fascicolo, seguito dalla Procura in modo più che accurato, prende il via dall'esposto di Barbato che, nella sostanza, fissa due punti principali: da un lato la presenza sul posto dell'incidente del capo dei vigili Ciacci, cosa, a suo dire, del tutto irrituale e in apparente violazione del codice di comportamento dei dipendenti pubblici, visto, in particolare, i rapporti professionali pregressitra Ciacci e uno dei due magistrati. Il secondo punto è invece legato al fatto che, pur con la presenza del comandante sul posto, non furono disposti né l'alcol test né le analisi per capire se l'investitore avesse assunto sostanze stupefacenti. La ragazza sarà indagata per omicidio stradale non avendo rispettato le norme del codice stradale e meno di due anni dopo patteggerà 9 mesi per omicidio colposo. Il fascicolo sarà preso in carico dalla Procura di Milano in un periodo dove non solo Nobili ma anche Boccassini erano nel pieno delle loro funzioni. Secondo quanto si legge nella denuncia, che riprende testimonianze di agenti della polizia locale giunti in viale Montenero, sul posto era presente Nobili e subito dopo Ciacci. La tesi accusatoria, messa nella denuncia e seguita dalla Procura di Brescia, che ora però ha chiesto l'archiviazione, è che vi fu una chiamata del magistrato al capo dei vigili. In alcune chat messe agli atti, un operante scrive: "L'alcol test non l'hanno fatto, comandante è andato sul posto, io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto". Ciacci, giorni dopo l'incidente, sarà sentito dalla Commissione sicurezza del Comune. Qui, si legge nella denuncia, ammetterà di aver ricevuto la telefonata da Nobili senza però spiegarne il contenuto. Confermerà anche di essere andato sul posto. Ma solo per caso, perché mentre andava al ristorante con la moglie, vedendo i lampeggianti si era fermato sul luogo dell'incidente per parlare con il dottor Nobili. Nella denuncia, che in parte ha alimentato un fascicolo durato diversi mesi, si fa presente che quel 3 ottobre sul posto intervenne una pattuglia del reparto Radiomobile con personale altamente specializzato "per i sinistri stradali gravi". E nonostante questo, spiega il documento agli atti, a questa unità fu chiesto solo di fare rilievi e planimetrie, senza passare ai vari test sulla persona. Insomma il caso, che per le prime settimane dopo il 3 ottobre 2018 rimase sotto traccia, ora sembra avviarsi a una conclusione. Toccherà al giudice valutare se le prove messe agli atti in questi mesi sono bastanti per ottenere l'archiviazione o se sarà necessario un supplemento di indagini.

Ilda Boccassini graziata dai colleghi? "Pressioni sui testimoni", chi vuota il sacco in procura: il caso si complica. Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Il 3 ottobre 2018 a Milano uno scooter con a bordo la figlia di due notissimi magistrati: Ilda Boccassini, allora procuratore aggiunto e oggi in pensione, e Alberto Nobili, capo dell'antiterrorismo, mette sotto un uomo che poi morirà in ospedale. Sul posto arriva anche il comandante dei vigili urbani Marco Ciacci. Per questo fatto Boccassini, Nobili e Ciacci sono stati indagati a Brescia per abuso d'ufficio, ma la procura ha chiesto l'archiviazione. "Ho già presentato opposizione, non sono soddisfatto per come sono state condotte le indagini, forse ci vorrebbe un supplemento di inchiesta", svela l’ex comandante della polizia municipale Antonio Barbato, oggi candidato con la Lega a Milano. "Due testimoni mi hanno raccontato di aver subito pressioni in quei giorni nel corso del loro lavoro investigativo, ma con mia grande sorpresa ora mi dicono che la procura di Brescia non li ha mai convocati e ascoltati", racconta al Giornale. Dopo l'incidente, quel giorno dell'ottobre 2018, accorre immediatamente Nobili e poco dopo anche il comandante Ciacci. "Davanti alla Commissione sicurezza del Comune di Milano, Ciacci dirà che è stato Nobili a dargli la notizia, ma ne sminuirà la portata spiegando che il luogo era sulla traiettoria del ristorante cui era diretto con la moglie. Certo, la presenza di un pm così titolato sulla scena è ingombrante, anche se Nobili in quel momento è solo un padre angosciato", scrive il Giornale. "Niente etilometro e nemmeno l'analisi per rilevare la presenza di droghe. Nelle chat dei vigili spuntano messaggi sarcastici: 'Io ho rilevato anche tripli mortali e non ho mai visto un comandante sul posto'. Ciacci in passato ha collaborato con Boccassini e circa 180 vigili lavorano a Palazzo di giustizia nelle squadre di polizia giudiziaria. Fin troppo facile scorgere sullo sfondo possibili conflitti di interesse e motivi di imbarazzo reciproco", si chiede ancora il Giornale. La ragazza viene indagata per omicidio stradale, poi risarcisce i familiari della vittima e patteggia nove mesi. La procura di Brescia invece indaga e conclude per l'archiviazione. Deciderà ora il gip se accettare la richiesta della procura. 

Ilda Boccassini, Filippo Facci attacca: "La doppia morale dei magistrati indagati", il sospetto sulla procura di Milano. Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Ora che è in pensione, possiamo dire ancor più liberamente che la stima per l'ex magistrato Ilda Boccassini (o la stima di chi scrive, perlomeno) è sempre stata altissima e incurante delle caricature a cui lei stessa talvolta ha prestato il fianco: sanguigna ma distaccata, napoletanissima ma indifferente, insomma: un ossimoro con la toga, ma, soprattutto, con una testa rigorosamente sua, come se avesse sempre condiviso il motto di questo secolo: detrattori e adulatori, pari sono. Dopo questo pistolotto tocca andare alla notizia, questa: la Boccassini è indagata a Brescia per la triste vicenda che vide protagonista sua figlia Alice Nobili - il padre è Alberto, magistrato in attività a Milano - che nell'ottobre 2018, con l'auto, investì e uccise il medico Luca Voltolin in viale Montenero a Milano. Gli indagati sono tre e comprendono anche l'ex compagno Alberto Nobili e l'attuale comandante della Polizia locale milanese Marco Ciacci, ma non si fa in tempo a dare una notizia che subito ne spunta un'altra: pochi giorni fa, il 3 settembre, il pm bresciano titolare dell'inchiesta ha chiesto l'archiviazione per tutti, richiesta dovrà essere vagliata da un giudice delle indagini preliminari, il gip.

ALCOL-TEST - L'accusa, evidentemente, ha già ritenuto che il comandante dei vigili non abbia commesso abusi, e che i genitori di Alice, la figlia investitrice, non ne abbiano chiesti né ottenuti. Stiamo parlando del fatto che la ragazza, dopo l'incidente, non venne sottoposta ad alcol-testo test antidroga, come sarebbe stato di prassi soprattutto quando ci scappa il morto. Del caso del comandante Ciacci, accorso sul luogo, si era occupato anche il cosiddetto «comitato per la legalità, trasparenza ed efficienza amministrativa» presieduto dall'ex magistrato Gherardo Colombo, che nell'operato del comandante non ravvisò alcuna irregolarità: pare che sul luogo dell'incidente si sia fermato pochissimo. A completare il quadro: Alice Nobili, nel 2020, ha patteggiato 9 mesi di reclusione per omicidio colposo su decisione del gip Alessandra Di Fazio, con un quantum di risarcimento economico che non è stato reso noto per clausola di riservatezza. Bene: a dirla tutta, cioè quasi tutta, piacerebbe chiuderla qui; è successa una disgrazia come ne capitano tante, la responsabile (astemia, pare) ha saldato il suo debito anche economico con la giustizia, tutto questo in tempi ragionevoli, dopodiché madre e padre della condannata sono stati formalmente indagati da due pm bresciani (inquirenti sugli eventuali reati dei magistrati milanesi) e, in tempi ancor più ragionevoli, diciamo ragionevolissimi, è giunta una richiesta di archiviazione e arrivederci. 

NORMALITÀ - Se non l'abbiamo detta proprio tutta, e se l'articolo prosegue, è perché sappiamo che la normalità purtroppo è un'altra. È raro che tutti questi «pare» siano ritenuti sufficienti. I fatti, perciò, restano che la figlia di un simbolo della lotta alla mafia non venne sottoposta ad alcol e droga test dopo che investì e uccise un pedone. I fatti restano che i tempi della giustizia, per gli altri, non sono così ragionevoli: come invece è stato in entrambi i casi menzionati. I fatti restano che 9 mesi di patteggiamento sono da considerarsi pochi, una pena mite: non oggettivamente - figuriamoci - ma rispetto alla media. I fatti sono che la clausola di riservatezza sul risarcimento economico ha denotato davvero riservatezza: e anche questo non è semplice che accada in quei colabrodo che sono di norma le procure. I fatti, ancora, restano che le conclusioni innocentiste del «Comitato per la legalità, la trasparenza e l'efficienza amministrativa» presieduto da Gherardo Colombo, quelle che hanno discolpato il comandante dei Vigili, beh, noi non le abbiamo mai lette da nessuna parte: ma potrebbe essere un problema nostro. Con il che nessuna polemica sterile: solo un blando richiamo, precisino come lo è sempre stata Ilda, alla famosa «moglie di Cesare», quella che non dovrebbe essere toccata nemmeno dal più remoto dei sospetti, nel senso che un ex magistrato come la Boccassini - un simbolo del suo calibro, che finì su L'Express e sul Times tra cento donne più importanti del globo - non solo dovrebbe restare linda su un piano formale e da casellario giudiziario, ma forse dovrebbe ossequiarsi a un surplus di chiarezza e di spiegazioni esaustive forse superiore a quello che riguarda la gente comune, quella che di trattamenti ragionevoli - dai tempi alla riservatezza - ne riceve forse un po' meno. Attenzione che non si tratta di abbassarsi a speculazioni giornalistiche, come quando l'altro figlio di Ilda Boccassini, Antonio, restò coinvolto in una banale rissa a Ischia (luglio 1997) che coinvolse anche dei carabinieri e per cui dapprima scattarono accuse per oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale: finì parte in caserma, parte al Pronto soccorso e parte finì e basta, con Antonio che se la cavò con una denuncia a piede libero e insomma: non ci fu processo né altro. O così, ancora una volta, «pare». Ma il caso di Milano è un po' diverso. C'è di mezzo un morto, i fatti sembrano chiari, e dove non lo sono pare quasi (pare) che non lo siano volutamente. Forse si potrebbe chiarirli quanto basta. Forse qualche giornalista ancora affidabile e pur esso ragionevole, da qualche parte, esiste ancora: anche se lei, Ilda, i giornalisti non li ha mai inseguiti. Potrebbe cominciare ora, così da farci capire ancora meglio perché continuare a stimarla.

Archiviato l’esposto contro Giuseppe Pignatone: tempo scaduto. Dopo due anni d’attesa finisce in un cassetto il fascicolo spedito al Csm dall’ex pm romano Fava contro Giuseppe Pignatone: termini scaduti. Simona Musco su Il Dubbio il 7 settembre 2021. L’esposto del magistrato Stefano Rocco Fava contro l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone finisce definitivamente in soffitta per decorrenza dei termini. Dopo oltre due anni di rinvii e silenzi, dunque, finisce così l’intricata vicenda che è costata all’ex pm romano il trasferimento a Latina e il cambio funzioni, mentre si attende l’esito dell’udienza preliminare del processo che lo vede imputato assieme all’ex capo dell’Anm, Luca Palamara, per rivelazione del segreto d’ufficio. Il capo di imputazione si riferisce, appunto, all’esposto presentato da Fava contro Pignatone presso il comitato di presidenza del Cms.

Il caso di Giuseppe Pignatone. L’esposto era arrivato al Csm il 2 aprile 2019 ed aveva ad oggetto la riunione indetta da Pignatone il 5 marzo precedente, giorno in cui lo stesso procuratore aveva negato la sussistenza di motivi validi per astenersi nei procedimenti a carico dell’ex avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, e dell’imprenditore Ezio Bigotti. Astensione necessaria, invece, secondo Fava, dati i rapporti professionali tra il fratello del procuratore, Roberto Pignatone, 61 anni, professore associato di Diritto tributario con studio a Palermo, e Amara, che gli aveva conferito un incarico nel 2014. Fava, all’epoca pm del dipartimento reati contro la pubblica amministrazione, non aveva inoltre creduto al pentimento di Amara, che aveva iniziato a collaborare con i magistrati, chiedendo nuovamente il suo arresto per una ipotesi di bancarotta.

I vertici della Procura di Roma, però, si opposero a tale richiesta, sottraendogli il fascicolo. Da qui l’esposto, che per il magistrato si è rivelato, però, un boomerang: secondo i pm di Perugia, infatti, sarebbe stato una mossa escogitata da Palamara per screditare sia Pignatone sia l’aggiunto Paolo Ielo. Da qui anche l’accusa di essersi «abusivamente introdotto nel sistema informatico Sicp e nel Tiap acquisendo verbali d’udienza e della sentenza di un procedimento» per poter preparare l’esposto e, quindi, «per ragioni estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso era attribuita». Ma se l’esilio di Fava è avvenuto in fretta – a luglio 2019 era già finito a Latina, su sua stessa richiesta, autorizzata da Terza e Prima Commissione -, lo stesso non può dirsi per l’iter dell’esposto, sparito completamente dai radar e congelato anche dalle indagini in corso a Perugia. Il fascicolo, infatti, è rimasto in mano al comitato di presidenza fino al 7 maggio, ovvero un giorno prima del pensionamento di Pignatone, come dichiarato a novembre del 2020 dal togato del Csm Sebastiano Ardita ai pm di Perugia. L’iter in Prima Commissione, competente per i procedimenti disciplinari, si è avviato nelle sedute del 20 maggio e del 15 giugno 2020, con la richiesta di acquisire documentazione presso la Procura di Roma. Stando alla circolare sul procedimento di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale o funzionale, la fase istruttoria avrebbe dovuto concludersi nel giro di sei mesi. Un termine prorogabile per tre mesi nel caso «di motivata grave necessità», escluso il periodo di sospensione feriale dal 31 luglio al primo settembre 2019. Il termine per far approdare il fascicolo in plenum, data la proroga tre mesi concessa, sarebbe stato, dunque, il 20 marzo 2020. Ma nel frattempo è intervenuta la pandemia, con la sospensione, stabilita tre giorni prima di quella data con il decreto “Cura Italia”, di tutti i termini, inclusi quelli perentori, relativi a procedimenti amministrativi, per il periodo compreso tra il 23 febbraio e il 15 aprile 2020, termine poi prorogato al 15 maggio. Il termine ha cominciato nuovamente a decorrere, dunque, dal 16 maggio 2020 fino all’ 11 giugno 2020, cui vanno sommati ulteriori 15 giorni per la formulazione, da parte della Commissione referente, della proposta da sottoporre al plenum. Ma nulla da fare: arrivati al 26 giugno 2020 della relazione non c’era traccia e il procedimento si è estinto «per superamento dei termini stabiliti dalla normativa». Da qui l’archiviazione della pratica, all’ordine del giorno del plenum convocato per il 15 settembre, senza che sulla stessa sia mai stata spesa una parola.

Processo agli ex consiglieri del Csm. Nel frattempo, è ripreso davanti alla sezione disciplinare il processo ai cinque ex togati del Csm, Luigi Spina, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che a maggio del 2019 parteciparono, con Luca Palamara e i politici Cosimo Ferri e Luca Lotti, all’incontro all’hotel Champagne di Roma, dove si discusse di nomine ai vertici di alcune importanti procure italiane, innanzitutto quella di Roma.

Ieri, oggi e prossimo lunedì sono previste le arringhe delle difese, mentre la decisione potrebbe arrivare martedì 14 settembre, giorno in cui è prevista la replica della Procura generale della Cassazione. L’accusa ha chiesto la sospensione dalle funzioni per tutti e cinque gli ex togati: per Spina, Morlini e Lepre «nella massima entità», ovvero 2 anni, per gli altri di un anno. Ieri il difensore di Cartoni, l’avvocato Carlo Arnulfo, ha chiesto il proscioglimento del suo assistito.

Scaduti i termini dell'esposto di Fava al Csm. L’accusa di Fava: “Denuncia su Pignatone archiviata senza sentirmi”. Paolo Comi su Il Riformista l'8 Settembre 2021. «Premesso che non stato istigato da Luca Palamara, ho solo voluto segnalare agli organi competenti e nel rispetto della legge cosa stava accadendo alla Procura di Roma». A dirlo è l’ex pm della Capitale Stefano Rocco Fava. Alla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, competente sulle inchieste riguardanti le toghe, non sono state però sufficienti venti riunioni per stabilire se Fava avesse ragione o meno quando segnalò a Palazzo dei Marescialli il 2 aprile del 2019 alcune mancate astensioni da parte del procuratore Giuseppe Pignatone. Secondo Fava, Pignatone, in diversi procedimenti penali di cui era assegnatario, pur in presenza di conflitti d’interesse come gli incarichi dati da alcuni indagati al fratello avvocato, avrebbe continuato a condurre le indagini. Vale la pena ripercorrere tutte le tappe che hanno portato all’archiviazione dell’esposto “per superamento dei termini”, che verrà votata in Plenum la prossima settimana. Una archiviazione avvenuta «senza che il Csm mi abbia sentito», ricorda Fava. Dopo essere stato esaminato dal Comitato di presidenza, composto dal vice presidente del Csm David Ermini e dai capi della Corte di Cassazione, il procuratore generale ed il primo presidente, il 6 maggio 2019 la Prima commissione decide di aprire la pratica, dando subito mandato alla segreteria di svolgere gli adempimenti di rito. Il 13 maggio viene deliberato di chiedere a Paola Piraccini, segretario generale del Csm ed ora nella Commissione per la riforma del Csm voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, di fornire il cd, conservato in cassaforte, con la documentazione prodotta da Fava. Il relatore della pratica è il togato di Magistratura indipendente Paolo Criscuoli. Il 20 maggio, non essendo ancora arrivato il cd, viene fatto un “sollecito” per una completa valutazione dell’esposto. Il relatore propone di chiedere al procuratore generale della Corte d’appello di Roma Giovanni Salvi e al procuratore di Roma facente funzioni Michele Prestipino gli atti e provvedimenti di rispettiva competenza su questa vicenda. Il 23 maggio la Commissione si riserva di ascoltare Fava e blocca la data del 2 luglio. Sul punto ci sono contrarietà. La togata progressista Alessandra Dal Moro, prima di sentire Fava, vuole leggere in maniera approfondita gli atti. Il 29 maggio scoppia il Palamaragate e la pratica prende subito tutta un’altra strada. Il 3 giugno, con i giornali pieni di notizie sulla cena dell’hotel Champagne fra Luca Palamara, i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti, e cinque togati del Csm, viene revocata l’audizione di Fava e viene disposto che il cd resti nella disponibilità della dottoressa Pieraccini. Sono giorni di grande tensione. Inizia un pressing fortissimo per chiedere le dimissioni dei cinque togati che hanno partecipato all’incontro con Palamara. Alla riunione del 6 giugno si decide il destino di Criscuoli, uno dei cinque, nel frattempo “autosospesosi”. Il primo luglio Criscuoli molla e relatore diventa il laico in quota Forza Italia Alessio Lanzi, presidente della Commissione. Viene deciso, finalmente, di distribuire il cd con gli atti. Il posto di Criscuoli viene preso dal davighiano Giuseppe Marra. Il 2 luglio, dopo due mesi, avviene la distribuzione del cd. Il 4 luglio, vista la presenza di un altro fascicolo che interessa Fava, si decide per la loro riunione. Viene bocciata la proposta di ascoltare Fava avanzata da Marra. Il 9 luglio viene autorizzata l’acquisizione di copia, desecretata, delle intercettazione effettuate dalla Procura di Perugia nei confronti di Palamara. L’11 luglio Fava decide di chiedere di essere trasferito dalla Procura di Roma. La Commissione si riserva di sentirlo il 19 settembre. Il 15 luglio viene dato parere favorevole al trasferimento di Fava che diventa giudice civile al tribunale di Latina. Il 22 luglio si discute delle richieste di atti presentate dal difensore di Fava. Il 25 luglio viene nuovamente messa in discussione l’audizione di Fava prevista per il 19 settembre. La togata Dal Moro chiede di archiviare l’esposto. Lanzi, invece, propone di esaminare in maniera approfondita gli atti. Nel fascicolo finiscono, nel frattempo, anche le intercettazioni trasmesse da Perugia. Il Csm chiude per ferie e si riprende il 12 settembre con il togato Sebastiano Ardita che propone di sentire Fava una volta che saranno chiuse le indagini di Perugia e comunque di “attendere un mese”. La Commissione propone di chiedere a Perugia che tempi ci saranno (le indagini saranno chiuse il 19 aprile 2020, ndr). L’audizione di Fava viene rimandata a data da destinarsi. Il 9 ottobre la Commissione si riunisce ancora e decide di rinviare la pratica ad una prossima stante la “complessità della vicenda”. Il 10 dicembre stanno scadendo i termini per chiudere la pratica e viene disposta una proroga di tre mesi. Ardita è il nuovo presidente della Commissione al posto di Lanzi. Esce la togata Dal Moro ed entra il giudice Giovanni Zaccaro. Relatore è adesso Emanuele Basile, laico in quota Lega. Il 20 aprile del 2020 Zaccaro fa presente che i termini processuali sono sospesi a causa della pandemia. Il 23 aprile, nuova riunione, dove Basile chiede di attendere il 15 maggio quando scadrà la sospensione per decidere di archiviare l’esposto. Il 15 giugno la pratica è ormai prossima alla scadenza. È trascorso oltre un anno e Fava non è mai stato sentito. La Commissione prende atto che da Roma non sono stati trasmessi tutti gli atti richiesti circa le mancate astensioni segnalate da Fava nei fascicoli. Si decide di chiederne, in particolare a Prestipino che da poco è diventato procuratore della Capitale, il motivo. Per giustificare il mancato invio degli atti al Csm, infatti, era stato fatto cenno a non ben definite “ragioni di segreto investigativo”. Ma sarà tutto inutile: il 26 giugno 2020 la “prescrizione” cadrà inesorabile sull’esposto di Fava. La pratica avrà uno strascico lo scorso febbraio con la richiesta, accolta da parte della Commissione, di dare gli atti ai difensori di Fava. Archiviato in questo modo l’esposto, «vorrei però sapere per quale motivo Pignatone decise di togliermi il fascicolo nei confronti dell’avvocato Piero Amara», aggiunge Fava. A chi il compito di rispondere? Sempre al Csm. Paolo Comi

Francesco Di Donato: "Perché i giudici sono peggio dei dittatori". L'esperto di storia svela l'anomalia italiana: cosa succede nell'ombra nei Tribunali. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 14 settembre 2021. «Il partito dei giudici governa senza la responsabilità che è tipica invece del governo politico. Governa in modo occulto, per sentenze interpretative, additive, manipolative e ora perfino intermittenti, da quando un verdetto della Corte Costituzionale ha sancito l'innovativo principio "per questa volta vi perdoniamo ma la prossima vi stronchiamo". La creatività artistica c'era arrivata già da tempo: recitava uno splendido verso di Giorgio Gaber che "la legge c'è, la legge non c'è", a seconda delle convenienze politiche momentanee dei giudici che la interpretano e, interpretandola, di fatto la creano ola fanno tacere». La pronuncia della Consulta è quella che nel 2019, presidente l'attuale Guardasigilli, Marta Cartabia, stabilì che non è giusto che il governo conceda al Parlamento solo tre ore per esaminare tutta la legge Finanziaria, ma che per l'esecutivo giallorosso di Conte, si poteva fare un'eccezione. Il virgolettato invece è uno stralcio di drammatico realismo di 9871. Statualità Civiltà Libertà. Scritti di storia costituzionale (Napoli, Editoriale Scientifica), poderoso e ponderato lavoro di Francesco Di Donato, 57 anni, professore ordinario di Storia delle Istituzioni al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Federico II di Napoli. Ordinario dal 2005, ha ottenuto la cattedra nel celebre ateneo napoletano in modo piuttosto atipico nell'università attuale: ha vinto un concorso vero, dinanzi a una commissione internazionale presieduta da Jacques Krynen, professore a Tolosa, considerato tra i più illustri storici viventi del diritto e delle istituzioni al mondo. «È da 35 anni che studio il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico nella storia europea e sono giunto alla conclusione che in Italia, il problema fondamentale è lo strapotere dei giudici». Non c'entrano niente Tangentopoli, Berlusconi, Palamara e il processo a Salvini perché è innocente ma è un nemico, come spiegato dall'allora capo delle toghe. «Parte tutto da più di mille anni fa, è scritto nel dna dell'Italia, perché la debolezza del potere politico ha portato a un naturale sconfinamento di potere della magistratura». Il lungo viaggio di Di Donato nella storia svela la perversione del meccanismo: «Se lo Stato, inteso non come istituzione formale, ma come civiltà pubblica, è forte, il ricorso alla magistratura è debole e la categoria influisce meno nella vita di un Paese; se, invece, lo Stato è debole, si ha un diritto senza legge, perché i giudici comandano su tutto, arrivando a fare perfino "ingegneria sociale", decidendo l'assetto delle banche, delle imprese, finanche gli usi e costumi delle persone, cosa si può dire e cosa no».

Qual è il danno maggiore determinato da questa situazione, professore?

«L'assenza di giustizia. Più potere hanno i giudici, meno giustizia resta per i cittadini».

Sembra un paradosso...

«Lo è. Ed è questo un punto cruciale nella società della comunicazione. Le persone tendono intuitivamente a pensare che i diritti siano tutelati dal potere dei magistrati. Non è affatto così. L'osservazione storica ci mostra l'esatto contrario».

Ma se in Italia non c'è giustizia, perché tutti intentano cause?

«Proprio per questo motivo. Si cade come in una distorsione "ottica". Si è introiettata l'idea che la legge abbia una sorta di forza di applicazione propria e che i giudici siano il tramite per applicarla. Così la mente opera un clamoroso autoinganno, rimuovendo lo spettro dell'arbitrio. E così si fanno cause su cause fingendo di non sapere che esse saranno infinite e che perciò non dispenseranno mai giustizia (una giustizia, qualora arrivi tardivamente, non lo è più). Ma le cose non stanno come la distorsione generalizzata fa credere. Nei tribunali non c'è un solo avvocato che pensi che il diritto giudiziario sia l'applicazione della legge. C'è ormai una specie di scoraggiata rassegnazione divenuta cronica. E su questo la magistratura autocelebra i suoi trionfi e accumula sempre più potere. Ma il fenomeno non è recente».

Si è però aggravato ultimamente?

«Oggi siamo in una situazione peggiore a quella che precedette la Rivoluzione Francese, perché allora, nel cosiddetto Antico Regime, c'era in Francia una dialettica molto intensa tra potere politico e magistratura. In Italia non c'è mai stata per assenza di una delle due parti, la parte politica. Questa situazione facilita oggi l'annullamento del potere sovrano e sposta la sovranità effettiva nella funzione giurisdizionale, determinandone una mutazione genetica. Cosa c'entra la rivoluzione francese? «È da lì che è nata l'età dei diritti, per riprendere la formula fortunata di Norberto Bobbio». 

Libertà, fraternità, uguaglianza...

«Sì ma questi sono principi che subentrarono in corso d'opera. Nell'Ancien Régime i magistrati francesi avevano raggiunto un potere smisurato, malgrado la dottrina politica continuasse a propagandare la favola del potere assoluto. Un segno che mostra bene a qual punto fosse pervenuto il potere dei giudici è nelle statue autocelebrative che venivano erette nelle piazze delle città dove avevano sede le più importanti corti di giustizia (chiamate 'Parlamenti')».

Ma non c'era un re? E l'"Etat c'est moi"?

«Luigi XIV non pronunciò mai quella frase. Non vi è alcuna prova testuale. Il potere giudiziario arrivò a ostacolare tutte le riforme del governo e costruì step by step un potere pervasivo su ogni aspetto della società, arrivando perfino a regolamentare aspetti privatissimi come l'abbigliamento delle donne. Un po' come i talebani di oggi! A un certo punto il potere monarchico non ne poté più e cercò di reagire».

Fu quindi una rivoluzione contro i giudici?

«Esattamente. Il popolo era più stufo dei magi«Nei tribunali non c'è un solo avvocato che pensi che il diritto giudiziario sia l'applicazione della legge» strati che di Maria Antonietta. Non a caso dopo averli osannati per più di tre secoli, improvvisamente le folle abbatterono le statue dei giudici».

A distanza di 232 anni, si può dire allora che abbiamo perso lo spirito della rivoluzione francese...

«Già nel 1837 la Cassazione, un organo creato per arginare il potere creativo della magistratura e per rimediare ai suoi errori divenne un organo legislativo legittimato a creare il diritto attraverso le sentenze; un regresso barbarico che interruppe il processo di lotta per il diritto e di civilizzazione statuale. Infine la dottrina giuridica stabilì il principio assoluto che la legge non può essere mai solo e semplicemente applicata ma deve essere interpretata. Si è introdotta così la divaricazione tra norma e diritto, una formula che svuota il potere legislativo e che sancisce l'egemonia (politica) della tecnica giuridica. Oggi non si parte neanche più dalla legge per porsi il problema di applicarla, ma dal significato sotteso alla norma, in modo da interpretarla, reinterpretarla e così riscriverla, modificandola ad libitum secondo le opportunità del momento".

È l'eredità di Tangentopoli?

«Non direi perché il problema è molto più antico. Ma quella stagione ha segnato una svolta perché ha potenziato l'impatto mediatico e quindi ha diffuso l'idea che i magistrati salvino la società dalla corruzione. In un sistema sano la magistratura non deve salvare da niente. Non è, come dicevano i suoi protagonisti nell'Antico Regime, "una milizia". Nello Stato di diritto il giudice è sempre terzo senza eccezioni né stati di eccezione. Ad esempio come cittadino trovo gravissimo che tutti i protagonisti in toga di quella stagione abbiano poi ricoperto incarichi politici. E senza che questo abbia comportato una indignazione pubblica».

Quando parla di milizia in riferimento ai giudici allude al famoso slogan "Resistere, resistere, resistere", coniato dalla Procura di Milano?

«No non pensavo a quello, ma uso la sua domanda per affermare che i magistrati non si dovrebbero comportare come sacerdoti, lanciando crociate contro la corruzione o combattendo un fenomeno sociale o una persona. Il giudice deve limitarsi ad applicare la legge e a rispondere alla domanda di giustizia. Sic et simpliciter».

Risultato, in sintesi?

«In Italia non esiste un potere sovrano con princìpi-cardine ma una continua ricerca di accordi complessivi, di regola occulti, che alla fine impediscono il formarsi di un senso dell'interesse generale. Così il Paese non si muove di un millimetro dai tempi di Dante. Lo tocchiamo con mano in ogni circostanza, da ultimo con il Covid. In quale altro Paese si vedono ministri che vanno in tv a proporre provvedimenti? In un paese normale un ministro non propone, dispone. E si assume la responsabilità politica delle sue scelte, uscendo di scena quando esse portano a risultati negativi». 

Va bene professore, ma cosa c'entrano i giudici?

«Riflettiamo insieme: negli altri Paesi del mondo avanzato le facoltà universitarie dove si studia la legge si chiamano "facoltà di diritto" (e spesso di "diritto e scienze politiche"); qui da noi dire "sono iscritto a legge" è sminuente; si studia giurisprudenza, cioè l'interpretazione che i magistrati fanno degli enunciati legislativi, che non sono nemmeno considerati norme. Il che significa che all'università si inculca nelle teste dei futuri operatori del diritto che i giudici sono di gran lunga più importanti delle norme. Sono loro le norme».

Le leggi però le fa il Parlamento...

«Così si crede comunemente in base all'autoinganno di cui le dicevo prima: in realtà il 98% delle leggi le fa il governo e i testi sono scritti dagli uffici legislativi ministeriali, per lo più diretti da magistrati e consiglieri di Stato distaccati, che scrivono appositamente le norme in modo nebuloso. Lo fanno apposta con una tecnica precisa. Così, quando arriva il momento di applicarle, i giudici-interpreti hanno facilità a riscriverle di volta in volta, a danno dell'uniformità e della certezza del diritto. Nessuno oggi può dire, con ragionevole previsione, come finirà una causa. L'eccesso di burocrazia e di formalismo è una tecnica ben nota allo storico del diritto per accrescere a dismisura il potere dei giudici e indebolire il diritto».

Descrive i giudici come una sorta di dittatori-tiranni...

«In realtà sono anche peggio, perché i dittatori si assumono palesemente la responsabilità del potere che esercitano e si espongono al rischio di essere destituiti. I giudici sono invece irresponsabili, agiscono nell'ombra. Il giudice Gherardo Colombo dichiarò palesemente che "il giudice migliore è quello invisibile". Così riescono a far credere ai cittadini che lavorano per difendere i diritti delle persone e la pubblica opinione, già narcotizzata da secoli di inedia, cade nella trappola. Ma quali diritti difendi, con itempi di questa giustizia che tiene in ostaggio chi vi ricorre? Mi creda: se guardiamo agli esempi storici, l'affermazione del diritto e della giustizia è sempre passata attraverso la riduzione del potere dei giuristi».

Finirà come la Rivoluzione Francese?

«Nessuno può dirlo. All'inizio neppure la Rivoluzione Francese si pensava sarebbe finita così. Posso però dire che la Rivoluzione si compì per abbattere il potere politico occulto dei magistrati e impedire l'uso politico della giustizia. Occorse affermare il principio che la giustizia è uguale per tutti. E questa non è la situazione attuale in Italia».

Gli italiani però sono esasperati dalla giustizia...

«È quello che mi auguro, ma sono uno storico e lo storico si occupa con serietà del passato non del futuro. Certo, come cittadino sono esasperato e mi auguro che arriverà il momento in cui ci si renderà conto che non si può vivere in una Repubblica libera se i magistrati comandano in maniera assoluta e senza né divisione né bilanciamento dei poteri. Quando il Paese ne prenderà coscienza, si realizzerà l'auspicio di Massimo D'Azeglio: fatta l'Italia, avremo fatto gli italiani».

Se potesse fare lei una riforma?

«Guardi il potere giudiziario di per sé ha un volto demoniaco. È una potestas terribilis. Credo che i giudici debbano essere terzi anche rispetto al proprio potere. La giurisdizione ha già in sé una potenza smisurata, se la si aumenta oltre i limiti fissati dalla legge si realizza una situazione ben poco compatibile con la democrazia. Ma purtroppo si studia tanto il diritto giurisprudenziale e poco la logica e l'antropologia e la sociologia giuridica. Materie invece fondamentali nella formazione di un giurista non formalista e burocrate. E la stessa storia del diritto è fatta in Italia per lo più per rafforzare l'autocelebrazione dei giuristi. Mentre, come ben diceva Giovanni Sartori, la storia costituzionale (che non a caso è bandita dai corsi di giurisprudenza, insegna una visione critica, funzionale alla società non alla consorteria giuridica». 

Carlo Nordio, come funziona la giustizia in Italia: "Il pm? Poteri da giudice e da superpoliziotto. E non risponde a nessuno". Libero Quotidiano il 13 settembre 2021. La separazione delle carriere chiesta dal referendum di Radicali e Lega e sostenuto da Forza Italia, secondo Carlo Nordio può garantire meglio la terzietà del giudice. "Ma non solo - sottolinea in una intervista a Il Giornale - La separazione delle carriere è consustanziale al sistema processuale accusatorio, cosiddetto alla Perry Mason, che noi abbiamo adottato in modo imperfetto con l'attuale codice Vassalli. Nei Paesi dove questo sistema è vigente, dagli Usa al Regno Unito, dal Canada all'India ecc. non esiste la possibilità di transitare dall'una funzione all'altra come da noi. Dirò di più. Nel sistema americano il giudice può diventare pm perché questa carica è elettiva. E se questo District Attorney infila una serie di indagini costose e sbagliate viene mandato a casa, mentre da noi viene promosso, com'è accaduto nel caso Tortora e in tanti altri". E ancora, sottolinea Nordio: "L'Italia è l'unico paese al mondo dove il pm ha le garanzie del giudice e i poteri del superpoliziotto, senza rispondere a nessuno. Credo che più che da motivazioni politiche o ideologiche alcune inchieste costose e infondate contro politici siano state ispirate da protagonismo personali". In questo senso si dice d'accordo con Silvio Berlusconi secondo il quale dopo un'assoluzione non ci dovrebbe essere possibilità di appello: "Anche qui per coerenza con il sistema processuale anglosassone, dove dopo l'assoluzione non c'è l'appello del pm, salvo casi rari dove però devi rifare tutto il dibattimento daccapo. Da noi invece puoi condannare con le stesse carte sulla base delle quali il giudice precedente aveva dubitato al punto da assolvere. E questo contrasta, come ha ricordato Berlusconi, con il principio costituzionale della condanna 'al di là di ogni ragionevole dubbio'". Quanto alla prescrizione, Nordio sostiene che "la riforma Bonafede era una mostruosità giuridica che tra l'altro avrebbe prolungato i processi all'infinito, mentre l'Europa condizionava gli aiuti a una giustizia più rapida. La Cartabia ha fatto quindi una sorta di miracolo, o di gioco di prestigio. Non poteva umiliare i grillini al punto da intervenire sulla loro bandiera, cioè sulla prescrizione, che estingue il reato; e allora ha raggiunto lo stesso risultato intervenendo con l'improcedibilità che estingue il processo. Questo creerà enormi problemi applicativi, ed è logico che molti giuristi abbiano sollevato perplessità. Ma intanto l'Europa è rimasta soddisfatta, i soldi stanno già arrivando, e questo era ciò che contava e che conta", conclude Nordio. 

Silvio Berlusconi, rilancia la battaglia sul garantismo nella giustizia italiana: "Un crimine condannare un innocente". Libero Quotidiano il 12 settembre 2021. Silvio Berlusconi, sulle colonne del Giornale, analizza l'attuale momento della giustizia italiana travolta da continui scandali e rilancia il suo cavallo di battaglia sulle riforme da applicare. "Perseguire una persona non colpevole significa addirittura incoraggiare il crimine, distogliendo mezzi, risorse umane e denaro dalla caccia ai veri criminali. Non si può essere sottoposti a questa tortura per decenni. E spesso chi valuta è condizionato da pregiudizi politici: serve un giudice terzo che non sia legato all’accusa. Il garantismo è uno dei principi fondanti di Forza Italia insieme a liberalismo, cristianesimo ed europeismo", scrive il leader politico. Berlusconi torna indietro negli anni e punta il dito contro i suoi storici "nemici" politici: i comunisti. "Negli anni ’60-70 il Partito comunista compì un’opera sistematica di occupazione della magistratura con nomi di fiducia da inserire nei gangli vitali del sistema giudiziario. L’operazione Mani Pulite, e tante altre vicende successive, sono figlie di questa storia. Come ben comprese già 30 anni fa Giovanni Falcone, "confondendo la politica con la giustizia penale l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba"", scrive ancora Berlusconi. Il leader di Forza Italia entra poi più nel dettaglio parlando anche della riforma della giustizia voluta dalla ministra Cartabia: "Un imputato assolto da un tribunale non dovrebbe essere ulteriormente perseguito. Giusta l’inappellabilità dell’assoluzione. Se un magistrato lo ha ritenuto innocente evidentemente esiste almeno un dubbio sulla sua colpevolezza. Per questo abbiamo proposto l’inappellabilità dei giudizi di assoluzione. A tutto questo si aggiunge il fatto che nella pratica il processo è esso stesso una condanna, perché dura anni, perché getta sulla persona l’ombra del sospetto e dello stigma sociale, perché ne limita – anche se innocente – molti diritti e molte libertà ed è anche per questa ragione che i processi non possono durare all’infinito, una persona non può essere sottoposta a questa tortura per decenni. La prescrizione è una misura di civiltà", rivela Berlusconi.

Era l’inverno del ’92, e tutto ebbe inizio con una mazzetta a un “Mariuolo”…La lunga marcia del giustizialismo ha una precisa data di battesimo: 17 febbraio 1992, giorno in cui Mario Chiesa fu pizzicato da Tonino Di Pietro. Paolo Delgado su Il Dubbio il 4 ottobre 2021. La memoria, ricostruita col senno di poi, rischia di fare brutti scherzi. Quando il 17 febbraio 1992 Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, fu arrestato a Milano da un pm anomalo, un ex poliziotto venuto dal basso, colorito e pittoresco, tal Antonio Di Pietro, i giornali attribuirono alla notizia moderata attenzione. Non era un titolo d’apertura. Una grana per il Psi di Craxi certamente sì. Ma nulla di più. Nessuno avrebbe scommesso su uno scandalo di prima grandezza, figurarsi su una slavina tale da travolgere l’intero sistema. Lo scontro tra poteri dello Stato, tra politica e magistratura, durava già da anni, con picchi di tensione anche molto alti. Ma il Paese assisteva senza prendere parte con tifo davvero acceso. Il discredito della classe politica dilagava, questo sì, ma senza che la sfiducia diffusa si fosse tradotta in delega alla magistratura. L’Italia era già un Paese solcato da una profondissima vena antipolitica ma non ancora giustizialista. Però ci voleva poco perché il discredito della politica si traducesse in affidamento totale al potere togato e in sete di galera. Sarebbe bastata una pioggia sostenuta: arrivò il diluvio. Tangentopoli, coniugata con l’emozione sincera e unanime provocata dalle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio, trasformò in pochi mesi i magistrati in eroi popolari, cavalieri senza macchia. Quello che era stato, e in larghissima misura ancora era, scontro tra poteri dello Stato divenne per quasi tutti l’epopea del bene contro il male. La politica si arrese e forse non poteva fare altro. Ci sono due episodi precisi che segnano quella disfatta. Il 5 marzo 1993 il ministro della Giustizia Giovanni Conso, uno dei più insigni giuristi italiani, varò un decreto che depenalizzava, con valenza retroattiva, il reato di finanziamento illecito ai partiti. I magistrati di Mani pulite e soprattutto l’intero coro dei grandi media insorsero. Per la prima volta nella storia il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, rifiutò di firmare un decreto, facendolo decadere. Meno di due mesi dopo, il 29 aprile, la Camera negò, probabilmente in seguito a una manovra leghista coperta dal voto segreto, l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, segretario del Psi assurto a simbolo stesso della corruzione. La sera dopo una folla inferocita contestò il leader socialista di fronte alla sua residenza romana, l’Hotel Raphael, a colpi di sputi e monetine. I due episodi delineano il quadro esauriente in modo esauriente: una furia popolare che s’identificava senza esitazioni con la magistratura, uno schieramento dei media quasi unanime e militante a sostegno dei togati, una debolezza della politica strutturale e irrimediabile, un potere dello Stato, la magistratura, in grado di presentarsi come ultimo baluardo, unico a godere di credibilità e fiducia. La parabola del giustizialismo, destinata a durare decenni, cominciò allora. I mesi seguenti furono una mattanza: la classe politica fu falcidiata tutta. Non mancarono suicidi eccellentissimi, come quelli di Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, e Raul Gardini, presidente del gruppo Ferruzzi-Montedison, il 20 e il 23 luglio. Ma già nel 1994 la situazione appariva molto diversa. Abbattuta la prima Repubblica, con Berlusconi trionfante in nome non della continuità ma al contrario della rottura col passato in nome della “rivoluzione liberale”, sembrò per qualche mese che fossero in campo due poteri di pari forza. Berlusconi, uomo alieno da tentazioni belliche, provò subito a risolvere a modo suo: assorbendo le toghe nel nuovo sistema di potere. Offrì a Di Pietro e D’Ambrosio, due magistrati di punta di Mani Pulite, posti da ministri. Rifiutarono e fu subito chiaro che lo showdown era solo questione di tempo. Anche in questo caso due date bastano a restituire l’intera vicenda. Il 13 luglio 1993 il ministro della Giustizia del governo Berlusconi varò un decreto che limitava fortemente l’uso della custodia cautelare, strumento principe delle inchieste sulla corruzione ma effettivamente più abusato che usato. I magistrati di Mani pulite contrattaccarono, chiesero in diretta tv il trasferimento. I partiti che sostenevano il governo, Lega e An, si schierarono contro il dl, che fu ritirato. Poi il 21 novembre, arrivò l’invito a comparire per Berlusconi, anticipato dal Corriere della Sera prima che il diretto interessato fosse messo al corrente. Il governo cadde meno di due mesi dopo. Per registrare tutte le battaglie e le scaramucce, gli agguati e gli scontri frontali dei decenni successivi ci vorrebbe un’enciclopedia. Nel mirino delle inchieste finirono a valanghe, incluso l’emblema stesso di Mani pulite, Antonio Di Pietro. Un paio di governi furono travolti. Il solo tentativo serio di riformare la Costituzione, la bicamerale presieduta da Massimo D’Alema fallì per il pollice verso del potere togato, che si oppose all’allargamento della riforma anche al dettato sulla giustizia. Nel nuovo secolo quella spinta popolare e populista che vedeva nei magistrati i suoi campioni e nel carcere la panacea, trovò, come era forse inevitabile una rappresentanza politica, il M5S e arrivò, come era invece forse evitabile, a vincere le elezioni del 2018. E’ possibile che quell’apparente trionfo sia destinato a passare alla storia come l’avvio del tramonto. Il fallimento del M5S e la sua progressiva “normalizzazione”, gli scandali che hanno demolito, con il caso Palamara, la credibilità della magistratura, l’avvio di riforme in controtendenza rispetto alla temperie giustizialista, infine alcune sentenze clamorose, come quella sulla trattativa segnano forse la fine di una fase durata una trentina d’anni. Non è escluso che la secca dichiarazione del vero leader dei 5S, Di Maio, sull’esito del processo che ha smantellato l’intera visione della storia italiana del Movimento, quello sulla trattativa, “Le sentenze si rispettano”, sia la campana a morto per la lunga festa del giustizialismo italiano.

Tiziana Parenti: «I miei ex colleghi di Mani pulite puntavano alla presa del potere». «Nel 1993 all’interno della magistratura, inclusa la Procura di Milano, ci si era convinti che l’ordine giudiziario dovesse assumersi una responsabilità anche politica. Poi l’avvento di Berlusconi sparigliò tutto, le toghe ripiegarono verso una sclerotizzazione burocratica. Ma nelle loro previsioni c’era ben altra prospettiva». Errico Novi su Il Dubbio il 14 settembre 2021.

«Erano convinti di doversi assumere la responsabilità del potere».

Di dover cambiare l’Italia attraverso le indagini?

«No, anche di assumersi direttamente la responsabilità del potere politico».

Tiziana Parenti, da tempo ormai avvocato del Foro di Genova e dunque lontana non solo dalla toga di pm ma anche dallo scranno parlamentare, è una figura atipica nella storia a di Mani pulite. Corpo estraneo rispetto al resto del Pool, presto convintasi a lasciare la Procura milanese e la magistratura e a schierarsi in politica con Forza Italia, ha già raccontato altre volte delle iperboli che, a suo giudizio, hanno pesato sul percorso degli ex colleghi. Stavolta lo fa a poche ore dal nuovo scontro fra Piercamillo Davigo e Francesco Greco.

Non finisce nel migliore dei modi, avvocato Parenti, l’epopea di Mani pulite e della mitica Procura di Milano anni Novanta.

Distinguiamo però le due cose. Francesco Greco non ha fatto parte del Pool all’epoca di Tangentopoli, Davigo sì. Ma è vero che le nuove tensioni mostrano quanto sia pericoloso per la magistratura eccedere nel protagonismo. Finisce male perché a un certo punto alcuni magistrati, inclusi i miei ex colleghi di Milano, hanno smesso di intendere la loro funzione in termini di esclusiva ricerca della giustizia rispetto al caso concreto.

In che senso?

Hanno ritenuto di doversi assumere una responsabilità più grande, di doversi fare carico di un progetto di cambiamento del Paese in cui appunto sarebbero stati protagonisti.

Be’, in effetti con Mani pulite sono diventati fatalmente protagonisti: hanno disarcionato la politica.

Sì ma, non saprei dire se per un inappropriato senso di responsabilità, in quella parte della magistratura, Procura di Milano inclusa, si era radicata la convinzione che alcuni esponenti del mondo togato potessero anche impegnarsi direttamente in politica, pur senza cercare collocazione in uno dei pochi partiti sopravvissuti. E certo il clima di Mani pulite, nel 93, ha esasperato questa convinzione.

Nel Pool di Milano non si escludeva un impegno politico diretto di qualche componente?

Io non partecipavo ad alcune delle riunioni più delicate, innanzitutto a quelle in cui si discuteva dei filoni investigativi dei quali non avevo diretta competenza, quelli sui partiti di governo. Io ero la sola a lavorare sul Pds. Ma posso dire, ad esempio, che c’era nei componenti storici del Pool la consapevolezza di un quadro politico successivo alle inchieste in cui la sinistra politica sarebbe rimasta sola o quasi.

Non eravate mica tutti di sinistra?

Assolutamente no, ma non era una questione ideologica. Certamente le idee politiche personali di ciascuno, nella Procura di Milano, erano assai diverse. Però, in un’ottica in cui la magistratura avrebbe avuto un proprio peso politico, il Pds, la sinistra, rappresentavano certamente l’interlocutore ritenuto, dalle toghe, più adeguato al realizzarsi dell’obiettivo.

Le sue sono affermazioni impegnative.

Ma come sa non è la prima volta che ne parlo. Il progetto di una magistratura più influente sul quadro democratico generale inizia, se è per questo, una trentina d’anni prima di Mani pulite. Con la lotta al terrorismo, le leggi speciali, alcune garanzie ottenute dall’ordine giudiziario, non esclusi i 45 giorni di ferie e l’incremento della retribuzione. Mani pulite è semplicemente il momento in cui la magistratura comprende che il principale ostacolo al compiersi di quel progetto generale, vale a dire i partiti della prima Repubblica, era stato eliminato, e che dunque il campo era più libero.

Siamo partiti da quel clima, ci troviamo con uno scontro molto duro fra Greco e Davigo: come si spiega?

Non si può fare a meno di recuperare la storia. Primo, Silvio Berlusconi era un altro interlocutore che la Procura di Milano riteneva prezioso, durante la fase originaria dell’inchiesta. Con le sue tv, ricorderete i report di Andrea Pamparana, diede grande risonanza al lavoro del Pool, e al pari del Pds era considerato, seppur per motivi diversi, una controparte appunto utile.

Cosa si diceva di Berlusconi a Palazzo di giustizia?

A me parve di capire che non vi fosse alcuna intenzione di coinvolgerlo nelle indagini.

E poi che è successo?

Che Berlusconi ha sparigliato il tavolo: inventa Forza Italia, vince le elezioni e occupa il centro della scena, il vertice della politica.

Cos’altro avrebbe dovuto fare?

Io mi candidai con Forza Italia. Gli dissi: “Presidente, temo che una sua nomina a presidente del Consiglio possa provocare ricadute sfavorevoli sul piano giudiziario”. Mi rispose: “Ho vinto le elezioni, perché non dovrei diventare capo del governo?”. Come dargli torto. Ma la mia fu una facile previsione.

Berlusconi quindi potrebbe essere, lei dice, la variabile che ha alterato la prospettiva immaginata dalla magistratura.

Lo fu. Berlusconi è l’antitesi di un processo storico. La sintesi successiva ha visto la magistratura trasformarsi da forza di potere, con prospettive anche propriamente politiche, a potere solo burocratico, che è stato comunque forte ma ha finito per sclerotizzare la giustizia. I riti del potere giudiziario, la difesa delle prerogative, sono la prima vera causa delle lentezze.

Lei operò ha lasciato anche la politica, nel 2001: perché?

Fu insopportabile la delusione per la Bicamerale. Ci avevo lavorato. Credevo nella possibilità di poter inserire, fra le riforme condivise, anche quella della giustizia. Berlusconi, bombardato dalle indagini, decise di lasciare il tavolo. Compresi le sue motivazioni, ma per me fu un colpo troppo pesante.

Ha letto però l’intervento di Berlusconi a proposito di giustizia uscito domenica sul “Giornale”? Le è piaciuto?

Molto, parla di princìpi per i quali avrei voluto battermi, dalla separazione delle carriere all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione e, soprattutto, ai limiti nell’adozione delle misure cautelari.

Ma se il Cav le chiedesse di tornare in politica per dedicarsi di nuovo alla giustizia?

Mi farebbe piacere impegnarmi di nuovo, credo nei princìpi costituzionali, nella loro affermazione. Mi impegnerei volentieri, se si tratta di battersi per la giustizia sono sempre pronta ad accettare la chiamata.

Senta, ma in fondo può essere anche comprensibile che il caos generato da Mani pulite inducesse in alcuni magistrati la convinzione di dover assumere su di sé il peso di un potere devastato?

Può darsi che la devastazione politica prodotta da quell’inchiesta abbia in effetti suscitato in una parte della magistratura la convinzione che, spianato il deserto, occuparsi del potere diventava doveroso, necessario. Non lo so, ripeto: a certe riunioni io non partecipavo, ero esclusa. Ma l’aria che si respirava nella magistratura italiana, nel 1993, era quella. D’altronde, un conto è cercare la verità su un fatto specifico, altro è assumere iniziative che rovesciano il Paese come un calzino.

Era esagerato?

Direi di sì, e probabilmente la durezza di quell’indagine fu incoraggiata anche da potenze straniere, che non avevano più bisogno della classe dirigente grazie alla quale, per l’intero dopoguerra, l’Italia era rimasta un’avanguardia contro l’avanzare del comunismo.

Lei è stata nel Pool di Mani pulite, seppur per un tempo limitato. È una testimone diretta.

Appunto. Pochi meglio di me possono parlare di quel periodo. Di cosa circolasse nella magistratura. C’era un’idea di potere da assumere, in modo anche diretto. Poi Berlusconi si è frapposto e quell’idea è svanita. Ma a quale prezzo, almeno per Berlusconi, lo abbiamo visto.

A cosa si riferisce?

Berlusconi è stato al centro di una vicenda giudiziaria che ha assunto anche tratti persecutori. Ripeto: prima del 1994 non c’era un magistrato che avesse detto “Silvio Berlusconi finirà sotto indagine”. Poi Forza Italia vinse le elezioni e nulla fu più come prima.

Filippo Facci: «Dopo Mani pulite, partiti e giusto processo non si sono più ripresi». Il giornalista Facci al Dubbio: «A parte la vicenda di Di Pietro, i magistrati di Milano dimostrarono di avere un potere superiore a quello del Parlamento». Errico Novi su Il Dubbio il 16 settembre 2021. «È cambiato tutto. Nulla è più come prima. A cominciare dal Codice Vassalli- Pisapia dell’ 89: non è mai più stato com’era prima di Mani pulite. E la politica non si è mai ripresa, da allora. Anzi non c’è. Non esiste. Ci sono i curatori fallimentari, i tecnici, figure estranee ai partiti che fanno le riforme altrimenti impossibili». Con Filippo Facci si potrebbe trascorrere un pomeriggio intero, anzi più di uno, a parlare del ’ 93, e a spiegare l’eredità mortifera lasciata da Mani pulite. E ci vorrebbero molte pagine d’intervista, perché da giovane cronista giudiziario dell’Avanti!, Facci, oggi commentatore di Libero fu tra i pochissimi giornalisti italiani a non accettare il “verbo” del Pool, e a cercare di raccontarlo diversamente. A breve pubblicherà un libro, per celebrare in anticipo i trent’anni dall’inchiesta spartiacque della democrazia italiana.

Tiziana Parenti ci ha raccontato che nel ’ 93 i pm di Milano non escludevano un impegno diretto della magistratura in politica.

Distinguiamo: Di Pietro si è impegnato eccome, lo sappiamo. Agli altri è bastato condizionare persino le scelte legislative, con una forza superiore al Parlamento, ma senza lasciare la toga. Fanno fede due casi clamorosi: la pronuncia sul decreto Conso e l’altolà televisivo al decreto Biondi.

Era il consenso popolare a incoraggiare certe forzature?

Secondo Di Pietro c’era il rischio che “l’acqua non arrivasse più al mulino”, cioè che le confessioni si interrompessero e che non si potesse andare avanti. E tutto era possibile in virtù dell’insofferenza verso le forze del pentapartito che si radica nell’opinione pubblica dopo l’ 89, si manifesta con le elezioni del ’ 92, favorisce la particolare durezza di Mani pulite con il Psi prima e con la Dc poi. Lo stesso Borrelli confessò che il Pool sceglieva determinati obiettivi secondo le possibilità del momento. Altro che obbligatorietà dell’azione penale. E poi certo, il consenso esaltante spinse anche a osare di più, agli editti televisivi, e a fare giurisprudenza.

A cosa ti riferisci?

Mani pulite ha innescato un effetto a catena capace di rovesciare il Codice Vassalli- Pisapia nel suo contrario. C’è un prima e un dopo. Al Pool di Milano, per Mario Chiesa, servirono flagranza di reato, banconote segnate, un registratore, le confessioni di Luca Magni, si provò a usare senza successo persino una telecamera. Ma fino ad allora era quasi sempre così non solo per quei pm. Pochi mesi dopo, per procedere a un arresto, divenne sufficiente che qualcuno vomitasse mezzo nome e che quel nome finisse opportunamente sui giornali. A quel punto andavi di manette, nessuno protestava e per i gip era tutto a posto.

Mani pulite è stata lo spartiacque, per gli eccessi sulla custodia cautelare?

Lo è stata rispetto a una serie di stravolgimenti ad ampio raggio del Codice dell’ 89, avvalorati in seguito da varie Corti d’appello fino alla Consulta. Se il perno del processo accusatorio consiste nel dibattimento davanti al giudice terzo che si svolge nella parità tra le parti, secondo il principio dell’oralità nella formazione della prova, con Mani pulite arriviamo al punto che i verbali estorti in galera diventano prove, e se poi in Aula il teste non conferma tutto, finisce indagato per calunnia. A trent’anni da quell’inchiesta non siamo ancora fermi a quel punto ma i segni lasciati dal 1993 si vedono ancora.

Politica e magistratura sono tuttora due incompiute per via di quel trauma?

È un discorso che richiederebbe molte ore. Possiamo partire da alcune certezze. Dopo l’ 89 tutto il mondo è cambiato, ovunque la tecnocrazia si è intrecciata al populismo, ma in nessun altro posto il cambiamento è venuto da una rivoluzione giudiziaria. Avvenne perché con la fine della guerra fredda cambiò anche la considerazione che gli Stati Uniti e in generale le forze occidentali avevano del nostro Paese. Cossiga lo previde con largo anticipo in un paio di interviste rilasciate in Inghilterra e Francia, in Italia gli diedero del matto. Ma nonostante i presupposti che ho ricordato, Mani pulite non fu conseguenza di un complotto. All’arresto di Mario Chiesa, i pm di Milano mai avrebbero immaginato cosa sarebbe avvenuto. Pensavano di chiudere tutto per direttissima. Poi Borrelli ammise che per la loro indagine la svolta venne dal risultato elettorale dell’aprile ’ 92. Cambiarono gli equilibri, la magistratura fiutò l’insofferenza e processò un intero sistema. Il gip Italo Ghitti ammise: il nostro obiettivo non era giudicare singole persone ma abbattere un sistema.

Al punto che tra i pm maturò l’idea di dover fare politica in prima persona?

Non ne ebbero bisogno, al di là di quanto avvenne in seguito con Di Pietro. Fare politica vuol dire occupare uno spazio lasciato da altri, dalla politica appunto. Assumere un potere che travalica quello del Parlamento, come avvenne con i decreti Conso e Biondi. Borrelli stesso ammise che in quei casi si verificò uno sconfinamento.

Obbligatorietà dell’azione penale: nel ’ 92 è caduto anche quel principio?

Indagarono sul Pds, certo. Dopo Tiziana Parenti, lo fece Paolo Ielo. Ma farlo nel 1993, dopo aver prima puntato Craxi e il Psi, fu una scelta dirimente, e discrezionale. Non basta, per spiegarla, la maggiore difficoltà nel ricostruire i finanziamenti illeciti del Pci. Certamente quel metodo discrezionale ha cambiato l’orientamento della magistratura requirente. L’imprinting è rimasto, l’obbligatorietà è una barzelletta.

Berlusconi ha ereditato un po’ dell’antipolitica di Mani pulite?

Anche con una certa arroganza, se vuoi, io credo di essere tra i massimi esperti della storia di quegli anni, non foss’altro per l’immenso archivio che tuttora ne conservo, e posso dire che Berlusconi è un punto chiave dell’antipolitica italiana. Aveva compreso subito quanto fosse cambiato il vento: nel ’ 92 sconsigliò a Craxi di tentare la scalata alla presidenza del Consiglio, e gli disse di puntare casomai al Colle. Poi nelle convention di Publitalia cominciò a fare discorsi diversi dal solito, a dire che se ci fossero stati al governo pochi imprenditori come lui, avrebbero cambiato il Paese.

Oggi basta un guardasigilli di grande levatura come Marta Cartabia a dire che la politica ha riguadagnato il primato della democrazia in Italia?

Vuoi riformare la giustizia? Devi sapere che con la magistratura non c’è possibilità di mediazione. Nessuno collabora alla sottrazione del potere che detiene. Perché dovrebbero farlo i magistrati? La politica, da allora, dal 1992, non solo non è mai più tornata davvero autorevole: semplicemente non c’è. Gli unici che funzionano sono appunto i tecnici, i curatori fallimentari, che per definizione non mediano: semplicemente tagliano i rami secchi. Se pensiamo di cambiare la magistratura e il suo rapporto con la politica, non c’è altra strada che a farlo sia chi con la politica non c’entra nulla.

Giustizia, Andrea Pamparana: "Il sistema è marcio", l'ombra del ricatto della magistratura alla politica. Pietro De Leo su Libero Quotidiano il 20 settembre 2021. «Alla fine di tutto questo non cambierà nulla». I verbali sulla loggia Ungheria, e prim'ancora i contenuti del libro "Il Sistema", in cui il direttore di Libero Alessandro Sallusti dialoga con Luca Palamara sulle degenerazioni della magistratura, stimolano una lunga chiacchierata con Andrea Pamparana. Giornalista di rango, che annovera nel curriculum la vicedirezione del Tg5, rubriche e libri in quantità. Ma, soprattutto visse e raccontò l'inchiesta di Mani Pulite.

Cosa insegna la cronaca dei verbali sulla presunta Loggia Ungheria?

«È tutto un deja-vu. Un "già visto". Quando leggo di questa cosa, o dei meccanismi ben illustrati nel libro Sallusti-Palamara, mi viene da dire: ci meravigliamo? Ci stupiamo che vengano passati dei verbali a dei giornalisti? La risposta è no. Ma sono cose che in realtà dovrebbero farci paura, il sistema è marcio».

Perché è marcio?

«Per due elementi. Il primo è quello che venne individuato da Giovanni Falcone con il termine "pentitismo". In Italia, purtroppo, non si ha il modello del "collaboratore di giustizia" all'americana, che se non racconta le cose vere non ha alcuna protezione e subisce delle conseguenze. Da noi il primo "pentito" che dice qualcosa contro l'avversario politico di turno diventa "la verità". E tutto finisce sui giornali».

Quindi il caso Amara è pentitismo?

«Nello specifico non lo so, ma vedo che l'uscita dei verbali ripercorre quel meccanismo. Quanto sento dire che un magistrato molto importante andato in pensione, che faceva parte del Csm e io personalmente ho sempre stimato, parlo di Davigo ovviamente, si meraviglia che il verbale sia uscito tramite la sua segretaria, vorrei ricordare come uscì la notizia del famoso invito a comparire a Silvio Berlusconi a Napoli, durante un vertice internazionale».

1994. Come uscì?

«Per un giro interno tra giornalisti...».

E Procura?

«Certo! Ma secondo voi davvero possiamo credere che un Procuratore è così ingenuo da consegnare lui al giornalista, magari amico, il verbale? Gli strumenti per fare arrivare i documenti a chi di dovere sono infiniti. E' il perverso gioco dell'informazione che si è "appecoronata" al potere della magistratura».

Il secondo elemento, invece?

«La mancanza di quel che l'avvocato Giuseppe Frigo, illustre, poi diventato componente della Consulta, definì "un atto di civiltà", ossia la separazione delle carriere».

In che modo questa potrebbe interrompere il coagulo mediatico-giudiziario?

«Perché avresti due comparti precisi, tra magistratura giudicante e magistratura inquirente, e perfetta simmetria tra accusa e difesa, con il giudice a vigilare al di sopra delle parti. Attualmente, questo non avviene, e anche nell'eventualità in cui il pm dovesse chiedere l'assoluzione per l'imputato, quest' ultimo nel frattempo è già stato sputtanato a livello mediatico».

La separazione delle carriere è uno degli elementi dei referendum di Lega e Radicali. Questo, assieme a quanto uscito sulla Loggia Ungheria e le rivelazioni di Palamara, portano ad un'accresciuta sensibilità collettiva sul tema. Ci sarà la spinta per una complessiva riforma?

«No».

Perché?

«Quanti referendum abbiamo fatto che poi non sono stati applicati? Accadrà anche questa volta. Alla fine ci sarà qualche piccola modifica della normativa che renderà vano quel referendum».

Eppure dovrebbe essere anche interesse della politica recuperare il suo primato.

«Certo, sempre però che la politica non sia al servizio o sotto ricatto della magistratura. Ricordo che c'è più volte stata occasione per farla, la riforma. I governi Berlusconi avevano un forte mandato popolare».

Neanche allo strapotere delle correnti si metterà mano?

«Può darsi che su quel lato uno scossone ci sia, ma dipenderà dal nuovo presidente della Repubblica. Cossiga, che tutti davano per folle, mandò i carabinieri al Csm, ma sono passati più di trentacinque anni!».

Nel '92 la Procura di Milano era il santuario del moralismo. Oggi abbiamo due protagonisti di allora, Greco e Davigo, l'uno contro l'altro. Che lezione se ne trae?

«Mi ricorda certi duelli del lunedì mattina sul calcio tra due immensi avvocati, Peppino Prisco, interista, e Vittorio Chiusano, che è stato presidente della Juve. Delle boutade».

Tutta scena?

«A parte il fatto che il pool era meno unito di quanto si possa pensare, direi di sì. Per carità, è una cosa anche rilevante, ma finirà in nulla. Tanto, dopo Greco e Davigo, arriverà qualcun altro che sarà incensato dagli aedi del Fatto Quotidiano e continuerà a fare quel che molti magistrati hanno sempre fatto: politica».

Trent’anni fa un’inchiesta sull’Eni distrusse i partiti, oggi colpisce la procura più importante d’Italia. Enzo Carra su tpi.it il 20 Settembre 2021. “I politici non riusciranno a cambiare la giustizia.” Non ha dubbi il vecchio cronista che negli anni di Mani Pulite batteva i corridoi della Procura di Milano a caccia di poveri cristi tramortiti dagli interrogatori del Pool e spulezzava quando quelli non gli rispondevano. Ha ragione Andrea Pamparana (Libero del 20 settembre), fin qui la politica ha fatto poco, in compenso il caso e la necessità hanno provveduto al resto. Il caso si chiama Eni. Sono state infatti due inchieste intitolate alla stessa multinazionale a innalzare prima la procura milanese a Sancta sanctorum del diritto e a quartier generale nella lotta alla corruzione in politica, per trasformarla adesso nel luogo dove si sta consumando un’incredibile vicenda che divide e annebbia gli eponimi di Mani Pulite. Prima viene la tangente Enimont, “la madre di tutte le tangenti”: una “provvista” di 140 miliardi di lire, oltre 70 milioni in euro, per partiti di governo e d’opposizione e per faccendieri sciolti e in pacchetti. La scoperta rappresenta il punto di svolta, definitivo, di Mani Pulite, il suo trionfo. Antonio Di Pietro e Francesco Greco sono i due sostituti che hanno lavorato su Enimont, ma il merito è di tutto il pool e il risultato è che le mura già pericolanti di un sistema politico figlio della Resistenza crollano tra le lacrime di pochi e la gioia di tanti. La Magistratura italiana ha sconfitto il malaffare politico. Corsi e ricorsi. Poco meno di trent’anni dopo, alla Procura di Milano torna a bussare l’Eni. È il processo Eni-Nigeria, ovviamente per corruzione. Se ne occupa Francesco Greco, il quale si avvale delle dichiarazioni di un dipendente dell’Eni e di un ex legale “esterno” – qualunque cosa voglia dire “esterno” – della nostra multinazionale, Pietro Amara. Questi, secondo il pm Paolo Storari è troppo importante per quel processo, la procura “lo tiene in palmo di mano” e quindi non si procede per appurare se ha detto o no la verità anche su altre questioni: affari, logge segrete, promozioni, insomma il paroliere italiano. Storari quindi decide di tirare le orecchie a Greco e, in modo quantomeno “irrituale”, muove le carte che giacciono in procura a Milano e le consegna a Davigo, che a quel tempo è ancora componente del Csm. Lui ne parla con alti rappresentanti delle Istituzioni, contando forse sulla loro collaborazione nella sua campagna contro Greco e comunque sul loro silenzio: ma come fai a tenere a lungo un segreto così a Roma? A far casino ci pensa la sua ex segretaria la quale, per impedire il pensionamento del suo capo, diffonde le carte ad alcuni giornali “amici”. Lo scandalo, si illude, potrebbe prolungare la permanenza di Davigo al Palazzo dei marescialli. E che scandalo, a tanti anni dalla P2 ecco a voi un’altra loggia, più piccola, esclusiva, ma potente, parola di Amara. La nuova loggia si chiama Ungheria, ma ha sede in Roma ed è responsabilità di Greco aver tenuto nascoste quelle preziose informazioni per tanto tempo. Eppure, lì per lì, niente: i giornali non pubblicano le carte della ex segretaria, chissà perché. Mesi dopo, però, uno di loro, Il Fatto quotidiano, ci ripensa ed esce. Nel consueto “c’era questo e c’era quello” di ogni rubrica mondana: tanti bei nomi. Prevedibilissimi, sembra la short list di un ricevimento per “pochi ma buoni” in un palazzo del potere. I fratelli di Amara. Certo però se trent’anni prima un’inchiesta targata Eni aveva distrutto i partiti, oggi un processo che assolve l’Eni colpisce duramente la procura più importante d’Italia e l’immagine della magistratura italiana. Perché Amara può aver raccontato qualche verità in mezzo a un sacco di balle, ma le querele tra Greco e Davigo, l’affanno televisivo di quest’ultimo e lo smarrimento dell’opinione pubblica restano, e pesano. Corsi e ricorsi.

ENZO CARRA. Enzo Carra è un giornalista e politico italiano. Redattore capo del mensile "Il Dramma" ha successivamente lavorato per molti anni al quotidiano romano "Il Tempo" e ha scritto per il cinema e la TV. Ha realizzato alcuni reportage per la TV, tra questi un ritratto di Gheddaffi e uno di Madre Teresa di Calcutta. Dal 2021 collabora con TPI

(ANSA il 30 novembre 2021) - L'avvocato Piero Amara ha patteggiato sei mesi di reclusione in continuazione davanti al gup di Roma per l'accusa di bancarotta. La condanna si va ad aggiungere ad altre precedenti per Amara che è attualmente detenuto nel carcere di Terni per cumulo pene. Il procedimento è legato al crac della società "P&G Corporate Srl". Il gup ha dato il via libera anche al patteggiamento per Diego Calafiore, fratello dell'avvocato Giuseppe la cui posizione è stata stralciata, ad 1 anno e 4 mesi. Infine il giudice ha rinviato a giudizio l'imprenditore Fabrizio Centonfanti ed altri due fissando il processo al prossimo 7 giugno. 

IL CALUNNIATORE PIERO AMARA “ISPIRATORE” DELLA PROCURA DI POTENZA, VIENE SMENTITO DALLA PROCURA DI ROMA! Il Corriere del Giorno il 29 Novembre 2021. E’ Matteo Renzi il vero “obiettivo” del procuratore capo di Potenza Francesco Curcio . Ancora una volta certa magistratura va alla ricerca dei titoloni ad effetto, e di visibilità personale attaccando chiunque non si alleni alle loro posizioni manifeste sopratutto nella corrente più estremista sinistrorsa della magistratura italiana, cioè quella di Area. Mentre la Procura di Potenza continua nel suo comportamento poco chiaro nei confronti sopratutto delle difese dell’ex procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo e dell’ ex-commissario straordinario dell’ ILVA in AS prof. Enrico Laghi, cercando di conferire un valore aggiunto alle fantasie del calunniatore seriale Piero Amara, i magistrati lucani sono arrivati al punto addirittura di “pilotarlo” interpretando a proprio piacimento ed utilizzo le sue dichiarazioni a verbale. Ma è Matteo Renzi il vero “obiettivo” del procuratore capo Francesco Curcio . Ancora una volta certa magistratura và alla ricerca dei titoloni ad effetto, e di visibilità personale attaccando chiunque non si alleni alle loro posizioni manifeste sopratutto nella corrente più estremista sinistrorsa della magistratura italiana, cioè quella di Area. La Procura di Roma che per prima aveva scommesso sull’ avvocato-faccendiere siciliano Amara e sulle sue confessioni fiume, adesso ha vivisezionato e fatto a pezzi le sue false dichiarazioni, con una richiesta di archiviazione dello scorso 10 giugno 2021 a firma del procuratore aggiunto Ilaria Calò e di ben tre pm Rosaria Affinito, Fabrizio Tucci e Gennaro Varone, avvenuta per coincidenza proprio due giorni dopo l’arresto di Amara disposta dalla procura di Potenza. La richiesta di archiviazione della Procura capitolina è stata accolta a settembre dal Gip del Tribunale di Roma. Indagato nel procedimento romano insieme ad Amara, una toga eccellente, il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi che era stato accusato “di induzione indebita a dare o promettere utilità“. Il fascicolo era stato aperto a seguito di un esposto presentato da un altro magistrato Dauno Trebastoni, giudice del Tar Lazio (che era stato colpito disciplinarmente da Patroni Griffi) il quale aveva sostenuto nella sua segnalazione che vi sarebbero stati dei comportamenti a suo parere che “avrebbero potuto concretizzare reati”. Le accuse strumentali sostenevano che il presidente del Consiglio di Stato avrebbe preteso che l’ avvocato Piero Amara, socio di studio di Giuseppe Calafiore che sarebbe stato la presunta fonte del giudice Trebastoni “continuasse il rapporto di lavoro in essere tra la Dagi srl (amministrata da Amara) ed una tale Giada Giraldi con la quale il presidente (Patroni Griffi n.d.r.)asseritamente intratteneva una relazione sentimentale”. Come racconta il quotidiano La Verità, Amara nell’ultimo interrogatorio del 2018 aveva sfiorato la questione in termini molto vaghi, ritrova la memoria descrivendo la Giraldi come “una donna di un’arroganza spaventosa che pretendeva 10.000 euro al mese“. Il faccendiere siciliano aggiungeva che l’imprenditore-lobbista Fabrizio Centofanti, dopo aver ricevuto una perquisizione domiciliare, gli aveva chiesta la cortesia di assumerla “perchè era l’amante di Patroni Griffi”. I magistrati della Procura di Roma, hanno convocato Giada Giraldi, ma le sue dichiarazioni secondo gli inquirenti “costellate da gravi falsità”, verificando però che la donna avrebbe incassato 2.500 euro netti al mese a partire dal novembre 2016 per soli 9 mesi. Grazie a questa scoperta i magistrati hanno ritenuto carta straccia le dichiarazioni di Amara e Calafiore che parlavano di una busta paga mensile da 4-5.000 euro. Pochi mesi dopo l’assunzione Amara avrebbe deciso di licenziare la Giraldi, a condizione che la sua decisione non risultasse sgradita a Centofanti e sua moglie, ed in particolar modo al presidente Patroni Griffi. I magistrati romani hanno ricostruito che è stato proprio a questo punto che “secondo Amara e Calafiore, Patroni Griffi si premurò di avvicinare il primo mentre si trovava con il suo socio nel ristorante “Gusto” per chiedergli di non licenziare la Giraldi“. Il presidente del Consiglio di Stato avrebbe fatto sapere all’ avvocato-faccendiere “non può dubitare di considerare l’eventuale licenziamento della donna un grande sgarbo“. Ma la Procura di Roma pur non credendo che il dialogo sia avvenuto nei termini raccontati da Amara ed il suo socio Calafiore, ammette che “non può dubitarsi che si sia trattata di una vera e propria calda raccomandazione come emerge da una registrazione” . Ma i magistrati romani sulla base delle chat presenti nel cellulare del Presidente del Consiglio di Stato, hanno anche evinto che il rapporto tra Patroni Griffi e la Giraldi non è mai diventata una vera relazione amorosa: “Sulla scorta di tali evidenze, si può escludere che i predetti siano stati amanti contrariamente a quanto aveva sostenuto Amara ed insinuato da Calafiore. E’ evidente che la Giraldi abbia ricambiato le manifestazioni di stima ed affetto con un marcato distacco amichevole, seppure fortemente interessata, per finalità lavorative, alla vasta rete di relazioni intrattenute da Patroni Griffi“. All’esterno quell’amicizia così stretta “certamente poteva suscitare l’idea di un rapporto intimo” ed “è il loro apparire che Amara ha usato per dirsi certo che i due fossero amanti, ma tale dichiarazione è stata smentita dalla prova documentale rappresentata dai messaggi intercorsi fra i due“. Per i pubblici ministeri della Procura di Roma “le dichiarazioni di Amara e Calafiore sul punto, appaiono meritevoli di forti perplessità, se non proprio di risultare artefatte“. Ed a indurli in errore non possono essere state le menzogne della Giraldi che “non aveva alcun interesse a inimicarsi una persona che le aveva mostrato affetto e dalla quale si attendeva certamente un ritorno“. Per i magistrati romani “le dichiarazioni di Amara non reggono il vaglio di attendibilità” in particolar modo perchè “contraddicono quelle rese nell’interrogatorio reso ai pubblici ministeri” nel 2018. Prima di richiedere l’archiviazione del procedimento avviato nei confronti di Patroni Griffi, i magistrati della Procura di Roma hanno concentrato la propria massima attenzione investigativa sul rapporto intercorrente fra la Giraldi ed il presidente del Consiglio di Stato. “prescindendo dall’inverosimile di quest’ultima (la quale ha ridotto la conoscenza a pochi incontri casuali)” scrivono i pm nella loro richiesta di archiviazione “e dalle dichiarazioni di Patroni Griffi volte a minimizzare l’intensità del suo interesse, si ha vivida consistenza del rapporto dall’esame della memoria del telefono della donna“. Il presidente del Consiglio di Stato dal novembre 2015, come ricostruito dai pm romani, e per tutto il 2016 “ha manifestato un persistente interesse sentimentale per la Giraldi con la quale ha intrattenuto un’intensa corrispondenza, quasi giornaliera, di pensiero/messaggi e un’abituale e varia commensalità e frequentazione pubblica“. Patroni Griffi in sede di interrogatorio ha confermato di aver presentato la Giraldi a Centofanti. Secondo la Procura di Roma non vi è prova che Amara ed il presidente Patroni Griffi si conoscessero o avessero avuto un rapporto che rendesse plausibile la ruvida interlocuzione al ristorante. L’avvocato-faccendiere Amara ed il suo “sodale” Calafiore, sempre secondo la Procura di Roma, sarebbero addirittura arrivati a precostituirsi delle prove false “per superare tale evidente incoerenza“. Infatti i due faccendieri avevano addirittura consegnato un video in cui si vede Calafiore dentro un locale pubblico avvicinarsi a Patroni Griffi per salutarlo, filmato che non ha convinto però i magistrati della Procura di Roma per i quali “Gli atteggiamenti documentati dal filmato non indicano alcuna particolare confidenza che Patroni Griffi conceda al suo improvvisato interlocutore, la cui invadenza egli appare subire, tanto da restare seduto, non presentare la propria compagna e limitarsi a non rifiutare una stretta di mano“. Per i pm romani “l’iniziativa di Calafiore è suggestiva di aver preparato una prova da usare contro Patroni Griffi“. In poche parole altro non si trattava che di un maldestro e mal riuscito tranello contro il presidente del Consiglio di Stato. Circostanze che hanno indotto la Procura ed il Gip del Tribunale di Roma ad archiviare il procedimento. Un comportamento ed una decisione sicuramente più professionali, approfondite e serie rispetto all’operato dei magistrati di Potenza, dove da mesi si da invece credibilità alle dichiarazioni, che definire fantasiose è un’offesa alla fantasia, di Amara e Calafiore, che sembrano ormai dei circensi in giro per l’Italia a diffondere falsità e calunnie si misura, strumentali ai loro interessi ed alle loro situazioni processuali. Dalla lettura degli atti nelle mani dei difensori degli indagati della Procura di Potenza, si evince la volontà dei magistrati inquirenti persino di “suggerire” le affermazioni a verbale agli indagati, nel tentativo di utilizzarle poi strumentalmente per i propri teoremi processuali. Comportamenti questi che si evincono anche dal continuo ostacolare il corso della giustizia, ed i diritti delle difese, con una valanga di “omissis” ingiustificati, il mancato deposito delle intercettazioni (che hanno causato proprio ieri l’ennesimo rinvio processuale) che già a sua volta era stato rinviato al 29 novembre su eccezioni della difesa del prof. Laghi in quanto ancora una volta mancava il deposito da parte della Procura di Potenza degli atti necessari ai difensori per difendere al meglio i propri assistiti. Un foro giudiziario quello di Potenza che sembra essere diventato il “porto delle menzogne” e non “delle nebbie” come tanti anni fa veniva appellato il Tribunale di Roma.

Senza dimenticare l’incombenza di qualche “ventriloquo” sotto mentite spoglie di giornalista, “pilotato” o meglio, “gestito” a distanza, che senza aver mai messo piede negli uffici giudiziari di Potenza, pubblica sui soliti giornali al servizio permanente effettivo delle procure amplificando delle autentiche “follie” giudiziarie e distilla teoremi per i quali nei loro confronti sono partite non poche denunce per diffamazione. APotenza i magistrati della locale procura hanno inoltre dimenticato qualcosa e cioè che finora l’ avv. Giuseppe Calafiore ha patteggiato una condanna a 11 mesi a Messina in continuazione con i 2 anni e 9 mesi già concordati con la Procura di Roma . Il patteggiamento a Messina dell’avvocato Calafiore è stato annullato e tornerà dinnanzi al Tribunale di Messina per un nuovo processo (o un nuovo accordo con la Procura) nell’ambito del “Sistema Siracusa”. La Corte di Cassazione ha infatti accolto il ricorso della Procura generale di Messina annullando la definizione della posizione di Calafiore che, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, aveva ottenuto a novembre la pena concordata di undici mesi di reclusione, in continuazione con la condanna a due anni e nove mesi inflitta a febbraio del 2019 dal Gup del Tribunale di Roma. Piero Amara a sua volte ha patteggiato 3 anni a Roma 1 anno e due mesi di reclusione e 89 mila euro di multa a Messina ed attualmente è detenuto nel carcere di Orvieto per scontare una pena residua di 3 anni e 10 mesi di reclusione. Amara, ex avvocato esterno dell’Eni, al centro di una complicata rete composta da depistaggi, ricatti e tangenti, è stato già condannato per corruzione in atti giudiziari e protagonista del caso dei verbali in cui parla di una presunta loggia chiamata Ungheria, è peraltro nuovamente indagato. La Procura di Milano, infatti, ha aperto un fascicolo per comprendere se questi abbia calunniato, insieme all’avvocato Giuseppe Calafiore, il magistrato Marco Mancinetti, ex componente del Csm, additato dallo stesso Amara nel novero degli affiliati a Ungheria. Il fascicolo nasce dalle indagini di Perugia che, dopo aver archiviato Mancinetti dall’accusa di istigazione alla corruzione (e inviato l’archiviazione al Csm per i profili disciplinari), ha invitato i colleghi milanesi a comprendere come e perché sia stata “costruita” e “offerta” l’accusa di corruzione nei riguardi del magistrato. Lo scorso 4 maggio il Procuratore capo Raffaele Cantone ed i Sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano della Procura di Perugia ha chiuso le indagini e contestato all’avvocato Piero Amara i reati di “concorso in millantato credito” e “traffico di influenze illecite”. La Procura contesta all’avvocato la consegna, insieme all’altro legale Giuseppe Calafiore, di 30mila euro all’ex funzionario dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (Aisi) Loreto Francesco Sarcina come presunto prezzo della mediazione illecita dell’ex agente dei Servizi vero pubblici ufficiali. Se questi sarebbero i testi “eccellenti” della Procura di Potenza nei processi contro Capristo e Laghi allora è proprio il caso di dire: “Povera giustizia….!”

Per l'avvocato continua il trattamento privilegiato. Così Amara inguaiò il Pm Toscano e salvò i Pignatone bros. Paolo Comi su Il Riformista l'1 Dicembre 2021. Nuovo patteggiamento “scontato” per l’avvocato Piero Amara, il pentito preferito dalle toghe e noto alle cronache per aver rivelato l’esistenza della loggia segreta Ungheria di cui si sono le perse le tracce. Il tribunale di Roma ha infatti dato ieri il via libera al patteggiamento nei suoi confronti a sei mesi di reclusione per il fallimento, con circa 1,4 milioni di euro di imposte e tasse non pagate, della società P&G corporate. L’indagine era stata iniziata dall’allora pm Stefano Rocco Fava che aveva anche chiesto l’arresto per Amara. Arresto negato da parte dei suoi capi che poi gli avevano tolto il fascicolo. Prosegue, dunque, il trattamento privilegiato riservato ad Amara “teste di accusa” delle Procure di Roma, Messina, Perugia e Milano, che non solo non lo hanno sottoposto a misure cautelari nonostante abbia continuato, dopo la sua finta collaborazione, a delinquere e a calunniare, ma non gli hanno sequestrato neppure un centesimo del suo ingente patrimonio costituito dagli oltre cento milioni di euro elargitigli dall’Eni e da una petroliera, la White Moon, carica di greggio iraniano sotto embargo, di cui abbiamo raccontato la storia sul Riformista nei mesi scorsi. Ed a proposito della sua collaborazione con i magistrati, tra le persone tirate in ballo per la loggia Ungheria vi fu anche l’ex procuratore aggiunto di Catania Giuseppe Toscano, padre dell’avvocato Attilio Toscano già collaboratore e collega di studio di Amara. Di Giuseppe Toscano Amara parlò ai pubblici ministeri di Messina Antonio Carchietti e Antonella Fradà nell’interrogatorio del 24 aprile 2018, presenti anche l’aggiunto di Roma Paolo Ielo e di Milano Laura Pedio. «In occasione della vicenda GIDA, grazie all’intercessione del dott. Toscano, si riuscì a convincere Rossi (Ugo, ex procuratore di Siracusa, ndr) a coassegnare al Longo (Giancarlo, ex pm a Siracusa, ora in congedo, ndr) il procedimento sino a quel momento trattato dal solo Bisogni (Marco, ex pm a Siracusa, ora a Catania, ndr)», disse Amara, riferendosi al procedimento presso la Procura di Siracusa che vedeva indagato e poi imputato Amara stesso e la moglie Sebastiana Bona, soci della società GIDA oggetto dell’esposto al Csm di Fava. In quel procedimento sia Amara che la moglie avevano conferito incarichi al fratello avvocato dell’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Amara, però, non parlò di Pignatone e del fratello a cui aveva conferito molti incarichi bensì di Giuseppe Toscano, all’epoca già in pensione, e del figlio. La Procura di Messina iscrisse immediatamente Toscano ottenendone il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, poiché per la coassegnazione del procedimento GIDA a Longo, amico di Amara, Rossi era stato condannato fino in Cassazione. La Procura dello Stretto non procedette però negli stessi termini quando Longo dichiarò, per averlo appreso proprio da Amara, che il fratello di Pignatone aveva dato notizie dell’indagine a suo carico pendente a Messina, tanto che Longo poté predisporre una consulenza tecnica e una memoria difensiva per dimostrare la regolarità dei suoi conti bancari. In quel caso, infatti, la Procura di Messina aveva iscritto Longo per calunnia, salvo poi archiviarlo, senza tuttavia procedere contro il fratello di Pignatone o lo stesso Pignatone. Nel caso di Toscano, dunque, il procedimento andò avanti senza Amara, concorrente nel reato, che venne stralciato e nei cui confronti Carchietti e il procuratore di Messina Maurizio De Lucia firmarono, il 4 ottobre 2018, una richiesta di archiviazione per prescrizione. Ma non per abuso d’ufficio, il reato contestato a Toscano, bensì per furto. Il gip di Messina Maria Militello archivierà allora Amara indagato per furto in concorso con Toscano indagato per abuso di ufficio, e la collega Tiziana Leanza rinvierà a giudizio Toscano senza porsi il problema di che fine avesse fatto il concorrente del reato Amara. La posizione di Toscano sarà successivamente dichiarata prescritta dalla Corte di Appello di Messina dopo la condanna in primo grado. Ora pende ricorso per Cassazione proposto dall’ex aggiunto di Catania. La vicenda messinese ricorda molto quella accaduta a Perugia dove Amara ha beneficiato di uno “stralcio” pur essendo stato, per i pm umbri, il corruttore di Luca Palamara, tanto che quest’ultimo è stato rinviato a giudizio esattamente come Toscano. A Perugia però, considerata la “pericolosità” di Palamara nelle nomine dei magistrati al Consiglio superiore della magistratura, era stato fatto qualcosa in più. Il virus trojan era stato infatti inoculato solo a Palamara, tralasciando del tutto i suoi supposti corruttori: Amara, l’avvocato Giuseppe Calafiore ed il faccendiere Fabrizio Centofanti. Anzi quest’ultimo, in rapporti di frequentazione con l’allora procuratore di Perugia Luigi De Ficchy, non era stato neppure iscritto nel registro degli indagati se non a indagine praticamente finita. Ma anche questa storia l’abbiamo raccontata nei mesi scorsi. Paolo Comi

Piero Amara l’iraniano: gli affari segreti a Teheran del grande corruttore di giudici. L’avvocato siciliano, arrestato per tangenti a magistrati di Roma, Siracusa e Taranto, aiutava imprese italiane e straniere a mettersi in società con la repubblica islamica. «Sono coperto dai servizi segreti». E un’indagine interna dell’Eni svela un maxi-contrabbando di petrolio, in violazione dell’embargo Usa per colpire l’azienda energetica nazionale. Paolo Biondani su L'Espresso il 29 ottobre 2021. Ci mancava solo il petrolio proibito degli ayatollah. Piero Amara, l’avvocato siciliano al centro delle peggiori trame giudiziarie degli ultimi anni, si riconferma un personaggio di livello pirandelliano. Nella sua prima vita era stato uno dei più efficaci legali esterni dell’Eni, capace di vincere ogni sorta di processi intentati in Sicilia contro il colosso petrolifero statale, che lo ripagava con ricche parcelle: oltre un milione all’anno per più di un decennio. Nel 2018 è stato arrestato come grande corruttore di pubblici ministeri e giudici amministrativi, da Roma a Siracusa, e ha patteggiato due condanne definitive. Alla fine del 2019, indagato a Milano, si è proposto come super pentito disposto a smascherare la cosiddetta Loggia Ungheria, una presunta lobby in grado di condizionare la giustizia in tutta Italia: un caso che ha frantumato la Procura di Milano creando un’ondata di veleni arrivata fino ai vertici della magistratura. Poi, nel giugno scorso, è tornato agli arresti con l’accusa di aver corrotto anche il procuratore di Taranto nello scandalo Ilva. Ora una serie di documenti riservati ottenuti da L’Espresso raccontano un’altra vita, rimasta segreta, del legale siciliano. E ne svelano il potere economico. Un uomo d’affari con entrature internazionali, in particolare in una nazione ad altissimo rischio geo-politico: Amara l’Iraniano. Ai tempi d’oro, lo studio Piero Amara & Partners pubblicizzava sul suo sito (oscurato dopo il primo arresto) di poter offrire «assistenza e relazioni istituzionali ad aziende interessate a sviluppare business all’estero», elencando sei nazioni, non in ordine alfabetico: al primo posto c’era l’Iran. I nuovi documenti ottenuti dall’Espresso mostrano che non erano solo parole. La prima traccia scritta dei suoi agganci con Teheran è una mail del 18 marzo 2015, inviata a un dirigente dell’Eni. Amara dichiara di rappresentare una società estera, Qatar Global Energy & Resources, e offre due carichi di prodotti petrolchimici. Tra i maggiori azionisti di quella società c’è un imprenditore iraniano, Arshiya Jahanpour, con il 49 per cento del capitale. Amara assicura all’Eni di avere la copertura di ufficiali dei servizi segreti italiani, di cui non fa i nomi: «Se necessario, l’Aise ci fornirà un documento che attesti la tracciabilità». L’affare non va in porto perché l’avvocato-mediatore ha troppa «urgenza» di chiudere, ma quella trattativa apre la strada a molti altri contratti, per centinaia di milioni. Il 13 luglio 2015 Amara in persona si presenta nella sede dell’Eni a Teheran insieme a un imprenditore italiano, Francesco Mazzagatti, e a tre uomini d’affari iraniani, guidati da Jahanpour. La delegazione discute con due dirigenti dell’Eni possibili affari comuni nella repubblica islamica. Mazzagatti è il titolare della Napag, una piccola ditta calabrese di ortofrutta che negli stessi mesi ha cambiato attività e sta iniziando a trasformarsi in un gruppo petrolifero. Sempre nel 2015, su presentazione dell’avvocato, Mazzagatti ha almeno cinque incontri con un dirigente della Versalis, che è controllata dall’Eni. Nell’ottobre dello stesso anno, Amara viene ricevuto insieme a Mazzagatti nella sede italiana di Ecofuel, un‘altra società del colosso statale. Dopo l’incontro il rappresentante dell’Eni, allarmato, segnala ai superiori che «Amara si presenta come procacciatore d’affari e forse anche socio di Mazzagatti» e aggiunge che «millanta rapporti» con l’allora capo dei legali interni dell’Eni (poi licenziato). Nel dicembre 2015 Amara e Mazzagatti arrivano alla sede centrale dell’Eni a Roma, dove chiedono a un altro manager «un supporto» a un progetto della Napag per rilanciare l’impianto petrolchimico di Tabriz, in Iran. La sponsorizzazione di Amara ha successo. Tra il 2016 e il 2018 la società di Mazzagati riesce a comprare prodotti chimici per 14,7 milioni dalla Versalis e li rivende in Iran, soprattutto alla Tabriz Petrolchemical Company.

A partire dal 2017 prima Amara e poi Mazzagatti stringono rapporti sempre più intensi con la centrale acquisti del colosso petrolifero statale, Eni Trading e Shipping (Ets), che opera a Londra, in particolare con l’allora dirigente Alessandro Des Dorides. E gli affari si moltiplicano: nei successivi due anni il gruppo Napag incassa oltre 94 milioni dalla Ets. E la società dell’Eni a Londra, a sua volta, vende prodotti petrolchimici per 116 milioni alla stessa Napag, che li piazza all’estero. Il colpo più grosso va a segno nello stesso biennio. Il 16 marzo 2017 la Qatar Global Energy & Resources, cioè la società dell’iraniano Jahanpour che si faceva rappresentare dall’avvocato Amara, firma un accordo preliminare per l’acquisto (da aziende giapponesi e thailandesi) del 60 per centro di una compagnia di Teheran, chiamata Mehr, che controlla l’omonimo polo petrolchimico. Il contratto viene poi ceduto alla Napag Petrolchemical Industries, appena costituita da Mazzagatti a Hong Hong, che nel luglio 2018 perfeziona l’affare pagando 111 milioni. I documenti integrali fanno emergere un dato strategico: il restante 40 per cento della compagnia petrolchimica appartiene alla Npc, una società interamente controllata dallo Stato iraniano. Con quell’operazione, quindi, entrambe le ditte sponsorizzate da Amara, prima l’azienda del Qatar e poi l’italiana Napag, sono riuscite a mettersi in società con la repubblica islamica degli ayatollah. Quindi iniziano le operazioni incriminate dalle procure, che tra il 2018 e il 2019 avevano avviato indagini serratissime sui rapporti tra Amara, Eni e Napag. Queste inchieste sono poi finite al centro degli scontri tra magistrati, prima a Roma e poi a Milano, e da due anni si sono arenate. La prima indagine smarrita tra le liti togate riguarda i soldi utilizzati dal gruppo Napag proprio per comprare il petrolchimico iraniano. All’inizio i pm milanesi ipotizzavano la corruzione dell’avvocato arrestato: l’Eni, attraverso la Ets, avrebbe versato 25 milioni alla Napag per comprare il silenzio di Amara, che ne sarebbe stato un socio occulto. Nel 2019, dopo aver ricevuto dettagliate denunce dell’Eni, alcuni pm hanno cambiato idea, ipotizzando invece che Amara avesse spillato soldi al colosso statale, con la complicità di alcuni dirigenti, poi licenziati dai vertici aziendali. In attesa che i magistrati escano dal tunnel delle polemiche, l’Espresso ha continuato a indagare scoprendo che la Napag, nello stesso periodo, ha concluso altri grossi affari con Ets. Nel 2018, in particolare, la società dell’Eni a Londra ha comprato, per almeno 55 milioni di euro, tre carichi di petrolio di alta qualità (un prodotto chiamato Virgin Nafta, che non ha bisogno di essere raffinato). Quei contratti però sono stati etichettati come «sospetti» dagli organi di controllo interno, che hanno sollevato «dubbi sull’effettiva provenienza»: non l’Oman, come dichiarato, ma l’Iran. Contro Amara ha deposto anche il suo ex socio, l’avvocato Giuseppe Calafiore, che era stato arrestato con lui. Interrogato a Milano nel gennaio 2019, Calafiore dichiara che «Amara nel 2016 ha costituito due società a Dubai con la collaborazione di Mazzagatti». E aggiunge che almeno una delle due offshore doveva essere utilizzata «per pagare dirigenti dell’Eni», in particolare uno dei manager poi licenziati. Mentre era a Dubai con loro, Calafiore dice di aver visto personalmente che «Amara ha ricevuto 40 mila euro in contanti da Mazzagatti, in una banca, dentro una busta di plastica». Il gruppo Napag, con una lunga lettera all’Espresso, ha radicalmente smentito già nei mesi scorsi tutte queste ipotesi di corruzione. E ha chiarito che «Amara non ha mai avuto alcuna partecipazione, diretta o indiretta, nella società». La Napag ha avuto con lui «solo rapporti professionali di consulenza, da tempo interrotti». E «non è vero che il gruppo Napag abbia utilizzato soldi dell’Eni per l’acquisto dell’impianto iraniano». Il contratto incriminato dai pm è stato infatti «revocato» e i 25 milioni sono stati «restituiti per intero all’Eni, che ne ha ricavato un margine di profitto». E comunque nel 2018 «era riferibile all’Eni meno del 25 per cento del fatturato della Napag», che nel frattempo è confluita in un grande gruppo internazionale con base a Londra. Il problema più grave, però, deve ancora essere chiarito. Nel maggio 2019 la società dell’Eni a Londra ha acquistato 700 mila barili di greggio iracheno, per 41 milioni di euro, dalla compagnia nigeriana Oando. Quando la nave è arrivata davanti alla raffineria di Milazzo, però, il petrolio è risultato di tipo diverso, simile a quello iraniano, e il carico è stato rifiutato. A quel punto si è scoperto che la compagnia nigeriana aveva comprato quel greggio dalla Napag, che dall’inverno precedente era stata esclusa dall’elenco dei fornitori autorizzati dell’Eni, proprio in seguito alle indagini su Amara e sugli ex dirigenti dell’Eni a lui legati. Quel caso ha rischiato di scatenare una bufera internazionale contro il gruppo statale italiano, che è quotato anche a New York: dal maggio 2018 l’amministrazione statunitense aveva vietato qualsiasi affare con l’Iran. Ora un’indagine forense, commissionata dall’Eni a una società esterna (corredata dalle foto satellitari che pubblichiamo con il secondo articolo in queste pagine) comprova l’accusa: è stato davvero un clamoroso caso di contrabbando di petrolio iraniano. Anziché dall’Iraq, il greggio è arrivato di nascosto da Teheran. Una trappola che avrebbe potuto screditare i vertici del gruppo  statale italiano a livello internazionale. A questo punto l’Eni ha denunciato la Napag alla Procura di Milano e ha intentato una causa civile a Roma. Dove la società di Mazzagatti ha depositato un’articolata memoria difensiva, spiegando che «la Napag, come la stessa Ets dell’Eni, è una società di trading, che acquista prodotti petroliferi per poi rivenderli». Anche in questo caso, dunque, «si è limitata a comprare il carico da un’altra società, Empire Energy Oil, e a rivenderlo alla Oando, girando a quest’ultima tutti i documenti che aveva ricevuto, compresi i certificati di origine». Insomma, la Napag «ha fatto solo da intermediaria», in totale buona fede, come dimostra il contratto perfezionato via mail dallo stesso Mazzagatti. Vista la situazione, L’Espresso ha cercato di chiedere spiegazioni alla Empire Energy Oil. Nelle banche dati internazionali, dove sono registrate oltre duecento milioni di società di tutto il mondo, non compare però nessuna ditta con quel nome. Ci sono aziende e gruppi petroliferi con denominazioni molto simili negli Stati Uniti, Nicaragua, Nigeria, Tasmania, ma nessuna dichiara di controllare società chiamate Empire Energy Oil. Inutili anche le ricerche su Internet: non esiste alcun sito con quel nome. La mail allegata dalla difesa della Napag nel processo contro l’Eni risulta inviata a un manager arabo, che il 3 maggio 2019 ha confermato l’affare alla società italiana. L’Espresso ha provato a contattarlo inviando un messaggio allo stesso indirizzo di posta elettronica. Risposta: impossibile recapitare, «destinatario sconosciuto».

Il contrabbando di petrolio iraniano fotografato in diretta. Paolo Biondani su L'Espresso il 29 ottobre 2021. Ecco le immagini satellitari che risolvono il giallo internazionale della nave arrivata in Sicilia nel 2019: il greggio non fu caricato in Iraq, come dichiarato, ma in Iran, in violazione dell’embargo. Un affare gestito da un imprenditore calabrese di cui Amara è considerato socio occulto. Il contrabbando di petrolio iraniano fotografato in diretta. Gli organi di controllo interno dell’Eni hanno commissionato un’indagine forense a una società esterna, per fare luce sulla provenienza di un carico di greggio arrivato in Sicilia, alla raffineria di Milazzo, nel maggio 2019. Eni Trading & Shipping, la centrale acquisti del gruppo, aveva comprato 700 mila barili di petrolio iracheno, da imbarcare a Bassora. In Italia però è arrivato un greggio diverso, di sospetta provenienza iraniana. E il colosso petrolifero italiano ha rischiato uno scandalo internazionale: l’Eni è quotata anche a New York e l’amministrazione Usa dal maggio 2018 aveva vietato di fare affari con la repubblica islamica.

Già nell’estate 2019 la Somo, la società petrolifera statale dell’Iraq, aveva certificato di non avere mai venduto quel tipo di greggio. Ora una società specializzata ha ricostruito, su incarico dell’Eni, tutte le tappe del trasporto, con una serie di immagini satellitari che pubblichiamo in queste pagine.

La nave dei misteri si chiama Abyss. Batte bandiera vietnamita, ma viene noleggiata a società petrolifere internazionali. La Abyss ha una vistosa chiglia rossa (vedi foto a inizio articolo), che resta semi-sommersa quando è pieno carico (foto sotto). 

Il 24 aprile 2019 la Abyss è in rotta verso il porto di Bassora, la sua destinazione dichiarata, ma si ferma al largo, all’intersezione tra le acque territoriali del Kuwait, Iraq e Iran, dove viene spento il transponder, lo strumento che ne segnala la posizione (foto sotto). Poi la nave riprende il viaggio, in incognito, e si dirige verso l’isola di Kharg, in Iran, dove arriva il 25 aprile. 

Qui la Abyss viene affiancata da una superpetroliera di Teheran, di proprietà della National Iranian Tanker Company (Nitc). Le due navi si fermano una accanto all’altra: nell’immagine satellitare sono visibili due rimorchiatori che favoriscono l’aggancio (foto sotto), nella posizione tipica dei trasbordi di carico. 

Quindi la Abyss si separa e riprende la rotta, sempre con il transponder spento, verso il terminal iraniano dell’isola di Kharg, dove attracca il 26 aprile (foto sotto). 

Studiando le immagini, gli esperti reclutati dall’Eni concludono che, prima di tornare in Iraq, la Abyss ha caricato circa 700 mila barili di greggio: la stessa quantità poi arrivata in Italia. Una parte potrebbe essere stata imbarcata, sempre in Iran, già il 19 aprile 2019, in un precedente viaggio senza transponder. Il resto del petrolio, sempre secondo l’indagine forense, è stato sicuramente imbarcato nelle due soste clandestine in Iran del 25 e 26 aprile.

Il 2 maggio 2019 la Abyss torna nelle acque dell’Iraq e si ferma al largo di Umm Qasr, dove viene affiancata dalla petroliera New Prosperity, che riceve l’intero carico (foto sotto). Poi la Abyss riparte verso Bassora, si posiziona nello stesso punto dove aveva spento il transponder e il 3 maggio lo riaccende. 

Il 4 maggio la New Prosperity viene affiancata a sua volta da un’altra petroliera, White Moon, che riceve il carico (foto sotto). 

Il 6 maggio la White Moon parte dall’Iraq (foto sotto) e inizia un lungo viaggio attraverso il Golfo Persico, la Penisola Arabica, il canale di Suez e il Mediterraneo. 

Il 24 maggio 2019 viene fotografata davanti alla raffineria dell’Eni a Milazzo (foto sotto). Il 17 giugno la petroliera è ancora ferma in Sicilia, a pieno carico, perché il gruppo italiano lo ha rifiutato. 

L’Eni ha poi rispedito quei 700 mila barili alla compagnia nigeriana Oando, che aveva noleggiato la White Moon e ha dovuto rimborsare l’intero prezzo al gruppo statale italiano: 41 milioni di euro. La Oando aveva comprato quel greggio dalla Napag, un’azienda italiana coinvolta nelle indagini sull’avvocato Amara.

Denunciata dall’Eni, la Napag ha replicato di averlo a sua volta acquistato in buona fede, credendolo iracheno, da un’altra compagnia fornitrice, Empire Energy Oil. Nei registri internazionali però non si trova traccia di questa società.

LE “BUFALE” DI AMARA: LA “LOGGIA UNGHERIE” , INCHIESTE PRIVE DI REATI, INDAGATI ECCELLENTI E MILLANTATORI. Il Corriere del Giorno il 24 Ottobre 2021. Che la “Loggia Ungheria” sia realmente esistita, o sia frutto della sterminata fantasia di Amara è ancora tutto da capire. Ed i magistrati sono a lavoro per questo che potrebbe rivelarsi anche un grande “bluff” come lo ha definito Paolo Mieli ex direttore dei quotidiani LA STAMPA e CORRIERE DELLA SERA. Le indagini sulla presunta loggia Ungheria, l’associazione segreta di cui, secondo l’avvocato Piero Amara, farebbero parte decine di uomini delle istituzioni, continuano sull’asse giudiziario delle procure di Brescia e Perugia. A Brescia, proseguono le indagini ed approfondimenti sui magistrati milanesi che, sulle base del pm Paolo Storari, non vollero credere alle dichiarazioni dell’avv. Amara e quindi non aprirono immediatamente un fascicolo per capire se quello che raccontava fosse frutto di fantasia strumentale o drammatica realtà. A Perugia invece vengono resi noti i nomi di nuovi indagati, che secondo le dichiarazioni dell’ex legale esterno dell’Eni avrebbero avuto un ruolo in questa presunta loggia nascosta. Ai tre indagati già noti Piero Amara, Alessandro Ferraro (un suo ex collaboratore) , ed il suo ex socio Giuseppe Calafiore – si sono aggiunti altri due nomi molto ben noti nello scenario politico nazionale. L’ex deputato Denis Verdini e l’ex- giornalista Luigi Bisignani. In totale cinque indagati per associazione segreta e un’ipotesi investigativa ancora tutta da riscontrare. Che la “Loggia Ungheria” sia realmente esistita, o sia frutto della sterminata fantasia di Amara è ancora tutto da capire. Ed i magistrati sono a lavoro per questo che potrebbe rivelarsi anche un grande “bluff” come lo ha definito Paolo Mieli ex direttore dei quotidiani LA STAMPA e CORRIERE DELLA SERA. Costituire un’associazione occulta è vietato dalla legge Anselmi, istituita a suo tempo nella 1a repubblica, per sciogliere la P2, che contiene una serie di norme per sanzionare le associazioni segrete. Ed è per questo motivo che queste persone cinque si trovano a essere indagati. E’ Amara a puntare il dito contro Bisignani e Verdini.  Luigi Bisignani che è già stato sentito dai pm ha smentito: “Di questa loggia ho sentito parlare solo dai giornali e non so assolutamente niente. Quando ci sono questi polveroni alla fine qualcuno che ti chiama c’è sempre, non mi meraviglia, non è la prima volta né sarà l’ultima, ogni volta che c’è una Loggia mi mettono in mezzo e ogni volta ne esco fuori. E l’ho proprio messo a verbale, non sono mai stato massone, non ho mai fatto parte di nessuna Loggia, e della Loggia ‘Ungheria’ non ho mai saputo niente. Ma non mi sconvolge più di tanto, assolutamente nessuna preoccupazione”. Denis Verdini, invece, verrà ascoltato dai magistrati nei prossimi giorni. E’ bene ricordare che l’avvocato Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni indagato anche nell’ultima indagine della procura di Milano su presunte attività di depistaggio per condizionare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria, è in carcere dove deve scontare un cumulo pena di tre anni e 8 mesi per le condanne inflittegli nei procedimenti relativi alle sentenze pilotate al Consiglio di Stato e al `Sistema Siracusa´, indagine che ha scoperchiato una sorta di accordo tra pm e avvocati per pilotare indagini e fascicoli. Un “particolare” questo che è sfuggito ai magistrati della Procura di Potenza che hanno cercato di insinuarsi nella scia dell’attenzione mediatica causata dalle dichiarazioni di Amara, ma che il Tribunale di Potenza non ha ritenuto credibili, come si evinto nel “folle” arresto del prof. Enrico Laghi liberato dal Riesame nei giorni scorsi. Quanto ci sia di fantasia depistatoria e quanto di verità in questa strana vicenda dovranno verificarlo ed appurarlo i magistrati inquirenti. Mentre la notizia delle indagini nei confronti di Bisignani e Verdini è balzata agli onori della cronaca, è rimasta più soffusa l’altra conseguenza di questa vicenda. E cioè il corto circuito che si è creato tra gli uffici giudiziari di Milano dove, è bene ricordarlo, è nato questo scontro fra magistrati . Da quando il pm Storari aveva consegnato i verbali con le dichiarazioni a Piercamillo Davigo, all’epoca ancora consigliere del Csm sostenendo che i suoi vertici si rifiutavano avviare indagini sulle dichiarazioni di Amara che coinvolgevano le più alte istituzioni dello Stato, magistratura compresa. Un atto se non addirittura illecito, certamente non rituale, al quale sono seguite altre azioni singolari. L’ex magistrato (ora in pensione) ed ormai ex consigliere anche del Consiglio Superiore della Magistratura Invece di consegnare il materiale formalmente all’ufficio di presidenza, ne aveva parlato con il vicepresidente David Ermini e con vari consiglieri. Non contento di tutto ciò Davigo sempre calpestando ed ignorando l’ufficialità prevista da Leggi e regolamenti, lo aveva consegnato a Ermini il quale molto correttamente lo aveva distrutto. Quei verbali successivamente sono usciti dalla stanza di Davigo ed arrivati nelle redazioni del Fatto Quotidiano e di La Repubblica, secondo i pm che stanno indagando per rivelazione del segreto d’ufficio ad opera di Marcella Contrafatto che guarda caso era l’ex segretaria di Piercamillo Davigo al Csm . Fra i fascicoli attenzionati dalla Procura di Brescia c’è anche qualcos’altro che potrebbe aiutare a capire il perché in procura a Milano, nessuno aveva dato seguito alle dichiarazioni di Amara. Ed è su questo punto che vengono a galla gli elementi più interessanti. Mentre Storari chiedeva di procedere, il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, avrebbe mandato a dire: “Questa indagine deve rimanere ferma due anni” parole che sono state riportate e verbalizzate nell’interrogatorio dello scorso 15 settembre a Brescia, avuto dalla sua collega, Laura Pedio, altro procuratore aggiunto della procura di Milano. Nel verbale, che è tra gli atti depositati dagli inquirenti bresciani con l’avviso di conclusione indagini per “omissione di atti d’ufficio” nei confronti di De Pasquale e del pm Sergio Spadaro ora in servizio presso la procura europea, e di “rivelazione del segreto d’ufficio” per l’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e per il pm Paolo Storari, emergono stralci delle denunce fatte da quest’ultimo nei due interrogatori dello scorso maggio. Laura Pedio rivendica la scelta di aver ignorato il pressing di Storari che sollecitava l’apertura di un fascicolo, sostenendo che era l’unico modo per capire se quello che aveva rivelato dall’ avv. Amara nel corso di un interrogatorio inerente all’inchiesta Eni avesse un qualche fondamento probatorio o no. “Rispetto a una notizia di reato così fluida, quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane, noi prendevamo i tabulati di tutte le istituzioni italiane, andavamo dal Papa in giù (…) tutti i tabulati? (…) Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no”.

CASO CAPRISTO: LE CAPRIOLE DELLA PROCURA DI POTENZA DOPO LE OMISSIONI SULL’ARRESTO DI LAGHI. Antonello De Gennaro su Il Corriere del Giorno il 26 Ottobre 2021. Come mai la procura di Potenza non ha approfondito le indagini sulle qualifiche, competenze ed operato del Capristo nella sua carriera? Se ci siamo riusciti noi del CORRIERE DEL GIORNO, probabilmente potevano riuscirci anche il procuratore Curcio ed i suoi sostituti. Appena ventiquattro ore dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Potenza che ha falcidiato il provvedimento cautelare applicato nei confronti del prof. Enrico Laghi dalla procura guidata da Francesco Curcio , disponendo la sua immediata liberazione dagli arresti domiciliari e la “riqualificazione della sua imputazione relativa agli incarichi professionali conferiti all’ avv. Giacomo Ragno del reato di cui agli artt. 110, 319 quater ed esclusa ogni ulteriore contestazione annullata l’impugnata ordinanza” , e nonostante sia in corso un incidente probatorio che è stato rinviato in quanto sempre la Procura di Potenza aveva depositato un atto pieno di “omissis” che di fatto impedivano una legittima completa informazione propedeutica alla difesa di Laghi, è stato notificato ieri l’avviso di conclusione d’indagine per il successivo troncone d’indagine che ha origine dalla vicenda giudiziaria che ha colpito l’ex-procuratore capo di Trani e Taranto, Carlo Maria Capristo. Un provvedimento questo che contiene una serie di anomalie giuridiche e processuali, persino per stessa ammissione della procura di Potenza che vi ha inserito anche delle ipotesi di reato tutte prescritte. Parliamo di anomalie in quanto leggendo gli atti che il CORRIERE DEL GIORNO vi offre la lettura in esclusiva vengono contestati all’ex procuratore Capristo dei fatti accaduti “in Trani sino al 6.5.2016” le cui eventuali indagini in realtà sarebbero state di competenza della Procura di Lecce e non di quella lucana, che a parere nostro ha esondato nel proprio operato. Per non parlare dei fatti contestati “in Molfetta, Corato, Trani, e zone limitrofe fra il 2011 ed il 2013″, “in Trani fino a tutto il 2016“, “in Trani e Molfetta nel febbraio 2012″. Ma non solo. Infatti in capo di imputazione nei confronti del Capristo si unisce la posizione dell’ex magistrato Michele Nardi, per fatti eventualmente accaduti sempre “in Trani, in permanenza dal 2008 fino al 2016” dimenticando che Nardi è già stato peraltro indagato, imputato e condannato dal Tribunale di Lecce, e quindi anche in questo caso non si capisce quale la sia competenza della Procura di Potenza su fatti accaduti su un foro giudiziario per il cui operato è competente sempre la Procura di Lecce.E la stessa cosa vale per Antonio Savasta! A questo punto resta da chiedersi quali siano i poteri della Procura di Potenza, che in queste indagini ha operato sentendosi quasi una “Super Procura Nazionale” (senza di fatto esserlo per fortuna !) e dopodichè come mai i magistrati di Potenza non abbiano mai indagato per identificare eventuali connessioni dell’ipotetica “cricca” guidata da Amara e Paradiso con i 15 componenti del Consiglio Superiore della Magistratura che avevano votato in favore della nomina di Carlo Maria Capristo a procuratore di Taranto. I magistrati di Perugia infatti nell’indagare sull’ex presidente dell’ ANM Luca Palamara hanno identificato e proceduto nei confronti degli altri magistrati del Csm che condividevano strategie e nomine ! Ma evidentemente come si legge negli atti del Tribunale di Potenza, i magistrati di Potenza evidentemente hanno avuto il timore di disturbare i propri consiglieri del Csm ! Sarà forse perchè anche la nomina a procuratore capo di Potenza di Francesco Curcio era “viziata” dalla sua corrente di Area e manipolata al Csm, come accertato dal Tar Lazio e dal Consiglio di Stato? Come mai la procura di Potenza non ha approfondito le indagini sulle qualifiche, competenze ed operato del Capristo nella sua carriera ? Se ci siamo riusciti noi del CORRIERE DEL GIORNO, probabilmente potevano riuscirci anche il procuratore Curcio ed i suoi sostituti. Non è un caso se il dr. Rosario Baglioni presidente Sezione penale del Tribunale di Potenza, e del collegio giudicante a Potenza nel processo contro Capristo, abbia tuonato e chiarito alla Procura, dopo aver ascoltato le deposizioni dei pm Silvia Curione e Lanfranco Marazia (i due sono marito e moglie n.d.a) che non è intenzione di questo Tribunale occuparsi dell’organizzazione degli uffici di Trani e Taranto ! E guarda caso l’indagine di Potenza nasce proprio da un esposto della Curione, conseguente all’archiviazione di una sua imbarazzante denuncia. Una cosa è certa: da questa magistratura è bene stare lontani, e sopratutto non avere paura, come ha fatto il sottoscritto che non ha esitato un solo attimo a denunciarli dopo le querele intimidatorie e subite per essersi occupato del caso Capristo. Qualcuno deve far capire a certi magistrati che esistono dei limiti di competenza territoriale in ambito giudiziario, e sopratutto che l’art. 21 della Costituzione va rispettato, senza se e senza ma.

Giacomo Amadori Alessandro Da Rold per "la Verità" il 29 ottobre 2021. Siamo arrivati allo scontro finale, dove quel che resta della Procura di Milano tenta gli ultimi colpi di coda per rianimare il processo Opl 245 contro i vertici dell'Eni, conclusosi in primo grado con l'assoluzione di tutti gli imputati. Il procuratore Francesco Greco, a un mese dalla pensione, ha deciso di prendere personalmente il controllo della situazione, dopo aver scaricato le colpe sulla mancata messa a disposizione degli atti alle difese sull'aggiunto Fabio De Pasquale (che ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini). Greco ha convinto la Procura di Brescia anche della sua buona fede nella ritardata iscrizione degli indagati sulla vicenda della loggia Ungheria e ringalluzzito, il 13 ottobre, si è recato nel carcere di Terni a torchiare (si fa per dire) il pentito fasullo Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, che ogni sei mesi ha nuovi ricordi legati alle stagioni, ai pm e alla situazione contingente (testimone, imputato, o carcerato). Quindi l'appuntamento del 13 ottobre è diventato l'occasione per una sorta di rivincita per i partecipanti all'incontro: procuratori azzoppati e testi considerati ormai inattendibili (Amara è indagato per calunnia). Ma esaminiamo al rallentatore questa sfida tra vecchie glorie. All'inizio il procuratore, affiancato dal pm Stefano Civardi, spiega ad Amara che «compare quale persona sottoposta a indagini» per calunnia ai danni del difensore di Vincenzo Armanna, accusatore di lungo corso dell'ad di Eni Claudio Descalzi. Ma il fascicolo è nuovo e, viste le domande, sembra nato per riaprire vecchi cassetti. Infatti Greco chiede conferma ad Amara delle dichiarazioni rese sino a oggi. E l'avvocato risponde di sì, ma anche no, perché spiega di dover «precisare diverse circostanze e fornire un'esatta ricostruzione storica degli avvenimenti, dal momento che gli interrogatori che ho reso hanno avuto un'evoluzione e che le cose che ho dichiarato nel 2018 sono state ampliate e rese diverse nell'interrogatorio nel 2019». Una circonlocuzione per ammettere di aver raccontato balle. Fa notare che nel 2018 si è assunto tutta la responsabilità e che nel 2019 ha indicato «altre persone con le quali avevo operato per realizzare delle condotte». Le domande di Greco e Civardi vertono intorno al falso complotto ai danni di Descalzi che sarebbe stato messo in piedi da Amara; il primo quesito riguarda il presunto incarico ben remunerato che l'indagato avrebbe ricevuto per il «controllo» di Armanna e per «la costruzione di finti processi penali» a Trani e Siracusa. Lì picchia l'accusa. L'interrogatorio inizia alle 10.57, ma viene sospeso nemmeno un'ora dopo, alle 11.52. Alle 12.02 ricomincia e Amara parte a razzo sul suo presunto ruolo nella nomina di Descalzi nel marzo 2014. Racconta di incontri con Antonio Vella e Claudio Granata, in quel momento manager di punta della società petrolifera e, a dire dell'avvocato, interessati a cercare in lui uno sponsor per l'attuale ad. «Dal momento che si sapeva» sostiene Amara «che avevo buone entrature negli ambienti renziani attraverso Lotti, Bacci e il padre di Renzi, Tiziano, nonché con Verdini». Amara descrive anche un incontro a casa di Granata, coinvolto nelle nuove dichiarazioni, con una «donna che ci preparò un tè». Nessuno gli chiede di descrivere casa, né donna. Amara indica nell'interrogatorio di Vincenzo Larocca, ex dipendente Eni, «un riscontro» alle sue affermazioni. Ma anche in questo caso nessuno gli domanda come faccia a sapere «dell'interrogatorio di Larocca», inserito, ci risulta, in un fascicolo coperto da segreto. Ma la vera questione è che quando Amara si sarebbe adoperato per la nomina di Descalzi, il manager era in realtà già stato scelto dalla società cacciatrice di teste Korn Ferry (come previsto dalla direttiva sulle nomine pubbliche) che il 25 marzo 2014 lo posizionò al primo posto dei possibili contendenti per il ruolo di successore di Paolo Scaroni e solo l'1 aprile Descalzi incontrò Renzi a Londra. Amara di fronte a Greco ricorda il faccia a faccia, ma si vede che non è a conoscenza della selezione da parte della Korn Ferry. Un'altra parte dell'interrogatorio è dedicato al video del 28 luglio 2014 negli uffici dell'imprenditore Ezio Bigotti, messo a disposizione delle difese nel processo Eni-Nigeria fuori tempo massimo, tanto che De Pasquale e il pm Sergio Spadaro hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini preliminari dalla Procura di Brescia. L'argomento non ha nulla a che vedere con l'oggetto dell'interrogatorio, ma nessuno interrompe l'indagato. Amara dice: «D'accordo con Granata, decisi di controllare le mosse di Armanna e di videoregistrarlo, potendolo fare con l'aiuto di Bigotti. Infatti quest' ultimo aveva una stanza dotata di un'apparecchiatura che utilizzava per registrare rapporti riservati». Siamo nel 2014. Secondo Amara, il numero 2 dell'Eni, Granata, gli avrebbe chiesto di monitorare Armanna e, quindi, il piano dovrebbe essere di avere il filmato per mostrare come l'ex manager licenziato stesse tramando contro i suoi ex capi. Visto che nessuno lo interrompe, Amara racconta l'ennesima «favola di Pinocchio», come dice lui, e di «avere ricevuto in anteprima (sic!) il file relativo al video di Bigotti [] sul finire del 2017», cioè tre anni dopo la registrazione, «in quanto allegato a una relazione della Guardia di Finanza» ottenuta «in anteprima tramite una consegna di Francesco Sarcina che è un dipendente dell'Aisi», i servizi segreti interni. Sarcina è un nome che Amara ha già sfoderato in passato indicandolo come presunta fonte. Nessuno gli domanda come facesse Sarcina, un carabiniere, ad avere una «relazione della Guardia di Finanza»; nessuno gli contesta le dichiarazioni di Sarcina, che nel merito lo ha smentito. Amara aggiunge di aver fatto una riunione con il sodale Giuseppe Calafiore e con Armanna e di aver deciso di consegnare il video al capo della security di Eni Alfio Rapisarda, perché lui, l'indagato, si è sempre «sentito sino in fondo un "uomo Eni"». Nessuno gli chiede perché di tutto ciò nulla abbiano mai riferito lo stesso Amara, Calafiore e Armanna in tre anni di «collaborazione» e neppure nel dibattimento milanese Eni/Nigeria dove Armanna e Amara sono stati sentiti. L'interrogato espone poi un argomento «assolutorio» per l'imputazione che pende nei confronti di De Pasquale e Spadaro, i quali si sono sempre difesi dicendo che di quel video si era parlato in qualche Riesame del procedimento Opl 245, senza che però il file fosse mai stato depositato. Amara gli lancia una ciambella di salvataggio, affermando che, oltre che essere stato visionato in anteprima dall'Eni, «il video è stato allegato e diffuso nell'ordinanza di custodia cautelare del marzo 2018 e al Riesame era circolato ed era stato visto da parecchia gente». Nessuno gli chiede a quale ordinanza si riferisca, chi fosse quella «gente» e in che «riesame» fosse circolato.Nell'interrogatorio Amara regala chicche anche sulla cosiddetta «Operazione Odessa», nata per fermare Armanna e le sue dichiarazioni anti Descalzi, e cita anche un fedelissimo di Massimo D'Alema, Roberto De Santis, che avrebbe gestito la «ritrattazione» di un altro «problema dell'Eni» (Pietro Varone, ex manager di una partecipata) con l'aiuto del petroliere Gabriele Volpi. Infine Amara parla di un progetto anti pm che avrebbe ideato lui stesso: «Ebbi un incontro con Lotti per verificare la possibilità di far presentare dall'Eni un esposto al Csm contro De Pasquale». Un'idea che sarebbe stata, però, bocciata dagli avvocati dell'Eni. È chiaro che ci troviamo di fronte ad accuse indimostrabili, ma nelle partite tra vecchie glorie tutto può far spettacolo.

Luigi Ferrarella per corriere.it il 28 ottobre 2021. Galeotto fu il servizio clienti della Apple nel 2018. Perché solo per «colpa» di questo piccolo imprevisto commerciale emerge ora che l’ex manager Eni Vincenzo Armanna - quando nel 2016, nel procedimento per le contestate tangenti Eni in Nigeria, aveva dato come riscontro al pm milanese Fabio De Pasquale il numero di telefono dell’asserito agente segreto nigeriano Victor Nwafor in grado di confermare la narrata scena-madre della consegna in Nigeria nel 2011 al manager Eni Roberto Casula di due trolley onusti di banconote in contanti per 50 milioni di dollari poi imbarcato su un jet privato -, al magistrato aveva in realtà rifilato il numero di telefono di un dipendente di una società di un suo amico imprenditore nigeriano, Matthew Tonlagha. Lo stesso imprenditore, peraltro, al quale poi nel 2019 Armanna avrebbe raccomandato cosa rispondere alle domande su altri temi del procuratore aggiunto Laura Pedio in rogatoria internazionale. 

Uno, nessuno, centomila Victor

La gustosa scoperta è l’ultima (per adesso) puntata dell’avvincente telenovela del teste Victor Nawfor, sulla quale il processo Eni-Nigeria presieduto dal giudice Marco Tremolada aveva dovuto consumare molte udienze: prima per aspettare che questo supposto capo della sicurezza dell’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan si facesse interrogare a Milano o in videoconferenza, nell’interesse sia della difesa di Armanna sia della prospettazione della Procura; poi per assistere con sconcerto alla scena di un primo Victor che (benché garantito come tale dai pm sulla base delle assicurazioni dei colleghi nigeriani) aveva spiegato di non essere mai stato il capo della sicurezza presidenziale e di neanche aver mai visto in vita sua Armanna, il quale allora lo aveva additato al Tribunale come il Victor sbagliato;

poi, nel frattempo, per dibattere lungamente tra periti sulla possibilità tecnica o meno di quel tipo di jet di imbarcare nella stiva quel carico di banconote; e in ultimo per interrogare finalmente un secondo Victor, quello in teoria giusto, che in una lettera al Tribunale era sembrato pronto a rafforzare la versione di Armanna, ma che dal vivo invece davanti ai giudici aveva risposto di aver solo firmato quello che un amico di Armanna gli aveva fatto scrivere sotto dettatura. Con il risultato che, finita l’udienza, questo secondo teste Victor (al secolo Isaac Eke) era stato indagato e perquisito dai pm De Pasquale e Sergio Spadaro per falsa testimonianza nell’ipotesi che qualcuno ne avesse comprato in extremis il silenzio, fascicolo di cui a distanza di 1 anno e 9 mesi non si ha notizia di una definizione, né di rinvio a giudizio né di archiviazione. 

L’intercettazione casuale sullo scontrino

In compenso adesso - dagli atti che la Procura di Brescia ha raccolto nell’inchiesta sulle accuse incrociate tra pm milanesi nella gestione delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno Eni Piero Amara, tanto sulla associazione segreta «Ungheria» quanto sul depistaggio giudiziario che i vertici Eni Claudio Descalzi e Claudio Granata sono accusati di aver orchestrato per far ritrattare le iniziali dichiarazioni accusatorie di Armanna – viene a galla che il pm milanese Paolo Storari quantomeno dal 20 febbraio 2021 aveva segnalato a De Pasquale, a Pedio e al procuratore Francesco Greco l’urgenza di depositare al Tribunale del processo Eni-Nigeria, fra una serie di possibili prove della calunniosità di Armanna, proprio anche questa scoperta. E cioè che Armanna, mentre era intercettato il 18 maggio 2019, aveva commissionato un ordine d’acquisto del valore di 60.000 euro alla Apple, il cui servizio clienti, vista l’entità della somma, gli aveva chiesto se a pagare fosse lui: Armanna aveva allora risposto che a pagare sarebbe stata un’altra persona destinataria, di cui dunque il servizio clienti Apple aveva chiesto un riferimento telefonico. Ed era stato qui che Armanna aveva fornito un certo numero di telefono, corrispondente a un impiegato nigeriano (tale Victor Okoli) della società Fenog di un imprenditore nigeriano amico di Armanna, Matthew Tonlagha: incredibilmente lo stesso numero che il 4 maggio 2016 Armanna aveva invece spacciato al pm De Pasquale come telefono a riscontro dell’esistenza e della reperibilità del famoso Victor testimone oculare della consegna dei due trolley con i 50 milioni in contanti al top manager Eni Casula. Uno spaccato che a un romanziere cinico farebbe quasi rimpiangere che situazione si sarebbe potuta creare se per caso il Tribunale, invece di assolvere nel merito il 17 marzo 2021 tutti gli imputati di corruzione internazionale Eni in Nigeria, avesse condannato Eni, Descalzi e Casula valorizzando magari proprio la consegna dei 50 milioni in contanti che per Armanna poteva essere confermata dallo 007 Victor. 

Il plico anonimo lasciato sullo zerbino dell’Eni

Di certo va riconosciuto ai magistrati della Procura di Milano, comunque la si pensi sulle loro scelte di lavoro, la difficoltà e a tratti quasi l’angoscia di doversi districare tra «mine» (spesso oltretutto di matrice anonima) una più insidiosa dell’altra sotto le inchieste sull’Eni. Basti pensare a un’altra inedita storia che pure affiora adesso dagli atti raccolti dalla Procura di Brescia. Non si era infatti mai saputa la ragione di una visita in Procura nel 2020 del nuovo capo dell’ufficio legale del colosso energetico (Stefano Speroni) subentrato a Massimo Mantovani, cioè all’alto dirigente Eni indagato da anni con Amara e Armanna per il primo tentato «depistaggio» che nel 2015-2016, fingendo di voler accreditare un complotto anti-Descalzi, aveva sfruttato la sponda di pm compiacenti (e poi arrestati) a Potenza e a Siracusa per provare a interferire sul processo milanese Eni-Nigeria. Quel giorno Speroni consegna ai pm milanesi un plico anonimo che spiega di aver trovato sullo zerbino di casa, contenente alcune contabili bancarie. Sono carte che accreditano la riferibilità a Mantovani di una società di Dubai, Taha Limited, la quale su un conto bancario in un paradiso fiscale avrebbe 30 milioni. Sembra il perfetto materializzarsi di ciò che può fare ingolosire l’Eni post-Mantovani, teorizzatrice proprio dell’essere stata oggetto dell’infedeltà di una cordata interna Mantovani-Amara-Armanna; e anche di ciò che può molto interessare anche alla Procura, pure al lavoro sull’ipotesi che una serie di manager e avvocati interni al gruppo abbiano potuto allinearsi in una costellazione che dai maneggi giudiziari pro-Eni avrebbe ricavato corposi profitti personali. 

Una polpetta avvelenata (e una coincidenza)

Peccato – ecco il colpo di scena – che, quando il procuratore Greco e i suoi pm iniziano a verificare i documenti sfruttando anche i canali dell’Uif-Ufficio informazioni finanziarie, scoprono che quelle contabili bancarie sono false, «fabbricate» ad arte per fare sembrare che Mantovani abbia in quella società di Dubai quel bottino. Qui si apre un altro mondo di specchi e controspecchi, giacché tra i magistrati – che all’epoca avevano aperto un fascicolo a carico di ignoti per l’ipotesi di riciclaggio - si riflette se lo scopo della costruzione di quel falso puntasse a colpire Mantovani, cercando di incastrarlo o quantomeno di suggerire ai pm una pista investigativa per inchiodarlo, oppure volesse più sottilmente (e paradossalmente) aiutarlo, facendolo figurare vittima appunto di un killeraggio. Qualunque dovesse risultare la risposta allorché saranno finite le indagini, una curiosa coincidenza già adesso resta, e riguarda il nome della società, Taha. Perché il pm Storari segnala ai suoi capi che nelle intercettazioni di Armanna era capitato di ascoltarlo mentre, parlando con un amico di una somma da ricevere, gli diceva «dobbiamo incassare questi soldi... li incassiamo sul conto Taha». Chiosa Storari nell’interrogatorio ai pm bresciani: «Allora, io non arrivo a dire che è stato lui a mandare questi estratti conto tarocchi… Però questo elemento proprio nulla non è…».

Fabio Amendolara per "la Verità" il 25 ottobre 2021. Con rettifica del 22 ottobre 2021 l'Eni ha preannunciato azioni legali nei confronti del Fatto Quotidiano poiché si sarebbe «reso portavoce di calunnie e falsità» con la pubblicazione dell'articolo «Agende ritoccate. La frase non arrivò al pm del caso Eni», secondo cui il dirigente Eni Claudio Granata avrebbe incontrato il faccendiere Piero Amara e il sodale Vincenzo Armanna per «aggiustare» la testimonianza di quest' ultimo nel processo Opl 245, salvo poi modificare la propria agenda per non fare risultare l'incontro, ribattezzato da Amara come «il patto della Rinascente». È chiaro che per il quotidiano le sentenze di assoluzione della Corte di appello e del Tribunale di Milano non debbono essere risultate convincenti poiché continuano a perorare le tesi dell'accusa anche laddove si basano sulle dichiarazioni del controverso faccendiere Amara. L'Eni ha inteso precisare che le indagini hanno accertato come «falso storico» quel presunto patto e ciò risulta non solo dall'agenda di Granata, ma anche da altre prove raccolte dai pm. In ogni caso l'articolo del 22 ottobre addossa al pm Paolo Storari la responsabilità di avere sottaciuto elementi favorevoli all'accusa rappresentata da Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, e segue e precede altri articoli dello stesso tenore che tendono a individuare proprio in Storari colui che, anche prima dell'aprile 2020, avrebbe fatto circolare i verbali di Amara con l'intenzione di danneggiare l'indagine che invece il procuratore Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio volevano svolgere nella più assoluta segretezza tanto da non iscrivere alcun indagato. Così il 20 ottobre 2021 viene pubblicato l'articolo: «Date incontri e colloqui. Storari parla e accusa, ma non tutto torna» nel quale si ipotizza che Storari non abbia detto la verità ai pm di Brescia sulla data della consegna dei verbali a Piercamillo Davigo. Sullo stesso argomento il giorno successivo Il Fatto pubblica: «Amara: i verbali usciti due mesi prima che li ricevesse Davigo» dove si legge: «I documenti sono nove, circolavano già all'inizio del 2020 prima che Storari li consegnasse (in questo caso solo sei, ndr) a Davigo. E continuano a girare». Anche perché, ci viene da dire, le Procure di Milano, Roma e Perugia nulla hanno fatto per impedirlo tanto che non li hanno sequestrati neppure ai giornalisti che li avevano ricevuti da un anonimo corvo.Nello stesso articolo l'inviato Antonio Massari fa sapere di avere visionato i nove verbali «non in formato word, firmati dai pm dall'indagato, dal suo avvocato», mentre quelli consegnati da Storari a Davigo ad aprile 2020 sono in formato word e non firmati. L'autore dell'articolo aggiunge anche che non è stato né un pm, né un investigatore a farglieli vedere, ma che questi nove verbali sottoscritti «erano altrove» senz' altro aggiungere se non un «indizio» per il lettore: Armanna, durante un interrogatorio del febbraio 2020 davanti a Storari e alla Pedio, sventola un «foglietto» che Storari nell'interrogatorio a Brescia descrive come «una pagina dell'interrogatorio dell'11 gennaio 2020 di Piero Amara dove si parla di Ungheria» che, ancora una volta, non viene sequestrato e quindi si «lascia in circolazione». Armanna fa, però, il nome di Filippo Paradiso che viene perquisito senza esito. Il Fatto quotidiano mostra anche un paio di foto: ritraggono due pagine dei suddetti verbali. Sono «lavorati», cioè chiosati e sottolineati. In una delle immagini si vedono i simboli dello schermo di un pc. Probabilmente quello di uno dei pm. Chi ha fatto quelle istantanee e le ha fatte girare? È stato uno degli indagati durante uno degli interrogatori? Lo ha potuto fare perché uno dei magistrati ha chiuso un occhio, favorendo così la fuga di notizie? Da tale incastro Massari arguisce che già nel febbraio del 2020, momento in cui Armanna sventola il verbale, tutti i nove verbali, timbrati e sottoscritti, fossero già «in circolazione» e quindi Davigo non può che essere ritenuto innocente avendo divulgato ciò che di fatto era già pubblico da oltre due mesi e che le tre Procure interessate non hanno mai fatto sequestrare. A noi viene da dire: cui prodest? Amara e Armanna non avrebbero potuto rivelare quanto raccontato ai pm senza bisogno di fotografare lo schermo del pc? E quante pagine immortalate di nascosto sono state divulgate? Noi possiamo testimoniare che a fine aprile su alcune chat di giornalisti ha iniziato a girare una versione del verbale reso da Amara il 6 dicembre 2019 senza firme e al Fatto e alla Repubblica nei mesi precedenti erano arrivate copie simili. Insomma la vera fuga di notizie è avvenuta con verbali uguali a quelli consegnati ad aprile del 2020 da Storari a Davigo. Il resto sono elucubrazioni.

Da ilsussidiario.net il 16 settembre 2021. Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, Piercamillo Davigo avrebbe denunciato il procuratore di Milano Francesco Greco, in seguito all’intervista rilasciata da quest’ultimo al Corriere della sera nella quale ha sganciato una serie di “bombe” e pesanti accuse nei confronti dell’ex collega del pool di Mani pulite. “In realtà la notizia della denuncia l’ha data solo Il Fatto Quotidiano” ci ha detto in questa intervista Frank Cimini, giornalista già al Manifesto, Mattino, Agcom, Tmnews e attualmente autore del blog giustiziami.it, “ma Il Fatto Quotidiano e Davigo sono una cosa unica, per cui sarà senz’altro vero”. Siamo all’ultimo scontro, quello finale, alla resa dei conti all’interno di una Procura, quella di Milano, sconvolta ormai da mesi da lotte intestine e indagini penali e disciplinari. Una frana che si porta dietro anche Mani pulite, considerata per anni il volto buono della giustizia italiana: “Mani pulite avrebbe dovuto scomparire già nel 1993 – sottolinea Cimini – ma allora i magistrati avevano il consenso di milioni di italiani che si erano fatti abbindolare. Anche Berlusconi ci credeva, poi l’ha pagata in prima persona. Greco nella sua intervista ha detto un sacco di sciocchezze, è la fine di una bruttissima pagina della giustizia, ma in realtà con una politica incapace di prendere decisioni non ne veniamo fuori”.

A che livello siamo arrivati in questo scontro tra magistrati?

Siamo arrivati alla fine che queste persone dovevano già fare nel 1993. 

Perché non successe allora?

Non successe perché avevano il consenso di 50 milioni di persone, che non capivano nulla e che si sono fatte abbindolare. Avevano un consenso popolare assolutamente immotivato e ingiustificato, che però fu lo strumento con cui sono andati avanti, udienza dopo udienza, per trent’anni.

I magistrati di Mani pulite non erano sinceramente convinti di essere super partes, di fare un’opera di pulizia?

No, loro volevano il potere. E la politica, con le decisioni assunte negli anni del terrorismo, li aveva aiutati. Per cui i magistrati volevano riscuotere quel credito e volevano il potere. Ci fu la famosa intervista di Borrelli in cui disse al Corriere: “se dovessimo essere chiamati per una missione di complemento noi saremmo pronti”. 

Una roba stile dittatura sudamericana?

In nessun paese del mondo civile può succedere una cosa del genere. I magistrati sono dei vincitori di un concorso che devono indagare le prove e portare le persone davanti a un tribunale. 

Invece?

Questi pensavano a tutt’altro. 

Davanti a tutto quello che stiamo vedendo, si può dire oggi che Berlusconi è stato perseguitato?

Sono vere le due cose. Berlusconi ha avuto delle colpe precise, sto parlando di evasione fiscale. Però è vero che ce l’avevano con lui ed è anche vero che se l’80% dei processi erano fondati, l’altro 20%, ad esempio quello su Ruby, ha dimostrato che c’era accanimento nei suoi confronti. Berlusconi non aveva capito niente, all’inizio Mani pulite andava bene anche a lui, quando le sue televisioni con Brosio dietro al tram facevano da megafono al pool. In realtà tutto divenne chiaro dall’estate del ’93 quando arrestarono il manager Fininvest Aldo Brancher, un ex sacerdote braccio destro di Fedele Confalonieri. Berlusconi invece aveva detto che c’era bisogno di Mani pulite perché c’era bisogno di pulizia, ma la pulizia non si fa così, indagando dove si vuole e chi si vuole, con sponde politiche, lasciando fuori dalle indagini Pci e Pds, e i poteri forti come Mediobanca e Fiat.

Adesso si scannano tra loro, è così?

Quello che sta succedendo adesso è la giusta fine di questa storia. Litigano fra loro, l’uso delle carte giudiziarie contro gli avversari lo praticano anche loro e lo praticano tra loro. 

Greco con l’intervista al Corriere ha sparato diverse “bombe”, però fra due mesi va in pensione e sparisce dalla scena…

Greco considera quell’intervista il suo testamento morale e dice un sacco di cose che non stanno in piedi.

Ad esempio, sostiene di aver recuperato un sacco di soldi per l’erario, ma in realtà ha abdicato alla sua funzione sostituendosi all’Agenzie delle entrate nelle vicende dei colossi del web e questi hanno pagato un decimo di quello che avrebbero pagato se fossero andati a processo. 

E comunque il compito di un procuratore non è quello di recuperare soldi per il fisco, ma di portare le persone in tribunale per appurare se sono colpevoli o innocenti. 

Se ne va auto-incensandosi?

Straparla di questo pool dei reati transnazionali, che in realtà ha incassato in tribunale un sacco di sconfitte. La cosa brutta non è tanto questa, quanto il fatto che per cercare di rivoltare la frittata hanno mandato a Brescia delle fandonie di Amara che mettevano in cattiva luce il presidente del tribunale nella speranza che si astenesse dal processo, in modo che fosse svolto da un altro. E sperando così di vincerlo. Hanno fatto manovre da magliari.

Ci sarebbe da ridere se in mezzo non ci fossero i cittadini italiani e la giustizia.

Mi ricordo le parole di D’Ambrosio quando una volta gli dissi: ma Greco che cavolo combina? 

Cosa rispose?

Disse: sulle cose che fa Greco nessuno di noi ha il coraggio di dire qualcosa. Un’altra volta Greco, per la storia di toghe sporche, fu avvicinato a Roma dal magistrato Francesco Misiani che voleva sapere di chi era la microspia trovata nel bar Tombini di Roma (intercettazioni telefoniche tra l’allora capo della Procura di Roma, Michele Coiro, e il capo dei gip, Renato Squillante, ndr).

Greco non rispose, giustamente mantenendo il segreto, però tornato a Milano denunciò Misiani a Borrelli. Gli dissi: ma non ti vergogni a denunciare il magistrato di cui sei stato uditore giudiziario? Lui rispose: se non l’avessi fatto, la Boccassini mi avrebbe arrestato.

Però, proprio un bell’ambientino…

Sto parlando del 1996, erano già pronti ad arrestarsi fra loro.

Di tutto questo, a noi cittadini cosa resta?

Bella domanda. Intanto l’Italia ci ha messo trent’anni a capire che razza di gente erano davvero, e poi non è proprio così. L’intervista a Greco è stata liquidata in poche righe dall’Ansa, nessun politico ha fatto un commento. Purtroppo siamo in una fase storica in cui la politica non esiste, esiste solo Draghi. 

(Paolo Vites)

 (ANSA l'8 ottobre 2021) - La procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione per il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d'ufficio per il caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara su una presunta loggia Ungheria. Chiuse invece le indagini, come riportano alcuni quotidiani, per l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e per il pm milanese Paolo Storari e per l'aggiunto Fabio De Pasquale e il pm, ora alla procura europea, Sergio Spadaro.

Monica Serra per "la Stampa" l'8 ottobre 2021. Si chiudono le prime due partite dell'inchiesta di Brescia sullo scontro fratricida nella procura di Milano. E sulla graticola di una possibile richiesta di rinvio a giudizio finiscono da una parte il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo per la "fuga" dei verbali dell'avvocato Piero Amara sulla presunta "loggia Ungheria", e dall'altra il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, per la gestione delle prove al processo Eni-Nigeria, che si è concluso poi con una clamorosa assoluzione di tutti gli imputati. Non pervenuta invece la decisione sugli altri magistrati indagati per omissione di atti d'ufficio, ovvero il procuratore milanese Francesco Greco e l'aggiunta Laura Pedio. Ma è chiaro che la procura bresciana dovrà sciogliere la riserva anche su di loro, sebbene ieri sera il procuratore Greco, oramai a un passo dalla pensione, ostentasse tranquillità: «Io sto aspettando solo una cosa: l'archiviazione». Nell'avviso di conclusione indagini notificato ieri, Brescia ipotizza per Davigo e Storari il reato all'articolo 326 del codice penale, ovvero rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio. La storia ormai è nota. A Storari viene contestato di «aver consegnato i verbali dell'avvocato Piero Amara» resi di fronte a lui e alla collega Laura Pedio tra il 6 dicembre del 2019 e l'11 gennaio del 2020, sotto forma di file contenuti in una chiavetta Usb, al collega Piercamillo Davigo «nei primi giorni del mese di aprile del 2020 nei pressi dell'abitazione di quest' ultimo». La contestazione a Davigo è più articolata perché non solo li avrebbe ricevuti illecitamente, autorizzando il collega a darglieli, ma li avrebbe anche «diffusi» a Roma. Non soltanto infatti li avrebbe consegnati a membri del Csm, come il vicepresidente David Ermini, e ne avrebbe parlato con il Pg di Cassazione Giovanni Salvi (titolare dell'azione disciplinare), ma li avrebbe mostrati o ne avrebbe riferito pure a Giuseppe Cascini, Giuseppe Gigliotti, Stefano Cavanna, Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, tutti del Csm. Nonché al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (5Stelle).

L'accusa di rifiuto di atti d'ufficio ipotizzata, in un altro provvedimento di chiusura inchiesta per gli altri due magistrati, ovvero Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, racconta invece l'altra faccia della medaglia di questa storia. Quando nel maggio scorso Storari viene interrogato a Brescia, con mail e documenti alla mano, spiega infatti di aver consegnato quei verbali di Amara a Davigo per «autotutelarsi» dalla presunta «inerzia della procura». «Inerzia» che, secondo il procuratore di Brescia Francesco Prete, si tradusse, per quanto riguarda De Pasquale e Spadaro, nel non aver portato a conoscenza delle difese Eni-Nigeria alcune prove che erano state raccolte da Storari nell'indagine con la collega Pedio sul presunto «complotto Eni». A partire dalle chat telefoniche che dimostrerebbero come il coimputato e teste dell'accusa Vincenzo Armanna, ex manager Eni, avesse promesso 50 mila dollari a un poliziotto nigeriano per indurlo a una falsa testimonianza. Evidentemente a nulla sono servite le spiegazioni fornite a Brescia da De Pasquale e Spadaro, che sostenevano come quegli accertamenti fossero «incompleti». Ora tutti e quattro i magistrati rischiano di finire a processo.  

Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera il 9 ottobre 2021. Il procuratore milanese Francesco Greco nel «paradiso» degli ormai archiviati, il suo vice Fabio De Pasquale nell'«inferno» di coloro che si avviano a essere processati, la sua vice Laura Pedio ancora nel «purgatorio» giudiziario di coloro che son sospesi (nel limbo cioè di accertamenti ancora in corso), e altri due pm (Paolo Storari e Sergio Spadaro) pure verso il giudizio assieme all'ex consigliere Csm Piercamillo Davigo: al momento è questo l'esito - stilato nel giro di appena 5 mesi - dell'inchiesta della Procura di Brescia sulla Procura di Milano. O, più precisamente, sulle scelte investigative adottate o meno dalla Procura di Milano nel 2020 per un verso sui verbali resi dall'avvocato esterno Eni Piero Amara sull'asserita associazione segreta denominata «Ungheria», e per altro verso sulle prove che potevano minare l'attendibilità dell'imputato-dichiarante Vincenzo Armanna sia nel processo Eni Nigeria sia nell'indagine (tuttora in mano a Pedio) sui possibili depistaggi giudiziari attribuiti all'a.d. Eni Claudio Descalzi e al capo del personale Claudio Granata. Per Brescia, che ha chiesto l'archiviazione dell'omissione d'ufficio contestata in estate a Greco, non spettava al procuratore (che andrà in pensione il 14 novembre) iscrivere eventuali notizie di reato contenute nei verbali di Amara, tanto più in quanto quel fascicolo era coassegnato (oltre che al pm Storari) a un procuratore aggiunto, Laura Pedio, vice di Greco dotata di autonomia. Inoltre solo a metà aprile 2020 Storari (dopo il consiglio ricevuto da Davigo) iniziò a mettere per iscritto quei solleciti che afferma di aver per mesi fatto invano a voce, mentre le prime iscrizioni furono fatte il 13 maggio a ruota della telefonata del procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, dopo la visita di Davigo: per Brescia sarebbe processualmente sterile credere sulla parola alle contrapposte versioni orali. Per ora Pedio resta indagata per l'ipotesi di omissione d'atti d'ufficio in parte per «Ungheria» e in parte per non aver indagato Armanna all'emergere di indizi che (trovati da Storari in indagini pure qui coassegnate) parevano imporlo. È tema affine all'incriminazione ora di De Pasquale (vice di Greco e capo del pool affari internazionali) e del pm Spadaro per aver in ipotesi tenuto imputati e giudici del processo Eni-Nigeria all'oscuro di elementi potenzialmente favorevoli alle difese: la falsità di alcune chat prodotte da Armanna; le chat attestanti un rapporto patrimoniale (50.000 dollari dati o promessi) tra Armanna e l'asserito proprio superteste nigeriano a riscontro delle accuse a Eni; e il video (questo non proveniente da Storari ma dai pm di Roma) dell'imprenditore Ezio Bigotti sulla possibile matrice delle iniziali accuse di Armanna a Eni. Storari e Davigo sono invece avviati a giudizio perché l'uno consegnò all'altro nell'aprile 2020, «al di fuori di ogni procedura formale», le copie word dei verbali segreti di Amara su Ungheria: condotta che per Brescia non può essere scriminata né dal fatto che fosse Davigo a rassicurare Storari sulla non opponibilità del segreto ai consiglieri Csm, né dal movente di Storari di «lamentare i presunti contrasti insorti» con i vertici. A ruota Davigo è tacciato di aver «abusato del proprio ruolo» nel consegnare/raccontare il contenuto dei verbali di Amara, «informalmente e al solo scopo di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Csm Ardita», ai consiglieri Csm Marra, Cascini, Pepe, Gigliotti e Cavanna; al vicepresidente Csm David Ermini, che si affrettò a distruggere gli «irricevibili» verbali lasciatigli da Davigo; a due proprie segretarie al Csm; e al presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, il senatore (allora nei Cinque Stelle) Nicola Morra.

Cambi di stagione. Augusto Minzolini il 9 Ottobre 2021 su Il Giornale. Simboli di un cambio di stagione: si dissolve nell'opinione pubblica il grillismo, malattia infantile del giustizialismo, e quei magistrati, o ex-magistrati, che ne sono stati gli eroi finiscono sul banco degli imputati. Simboli di un cambio di stagione: si dissolve nell'opinione pubblica il grillismo, malattia infantile del giustizialismo, e quei magistrati, o ex-magistrati, che ne sono stati gli eroi finiscono sul banco degli imputati. Piercamillo Davigo, l'inventore del teorema per cui i politici sono «solo colpevoli non ancora scoperti», e Fabio De Pasquale, che ha nel suo curriculum indagini dallo spiccato spirito giacobino, da inquisitori hanno cambiato ruolo nel processo e si sono trasformati in accusati: il primo per aver diffuso degli atti giudiziari secretati; il secondo per aver negato alla difesa nel processo Eni-Nigeria delle prove a discolpa degli imputati. Qualche anno fa sarebbe stato impensabile, ma le fasi politiche cambiano in fretta. Solo che chi spera in un sistema giudiziario «giusto», chi è mosso da un sincero spirito garantista non dovrebbe festeggiare perché gli ultimi eredi di Robespierre hanno preso la strada del patibolo come il loro predecessore. Si commetterebbe un grave errore ad affidarsi, infatti, agli umori dell'opinione pubblica che sono di per sé cangianti. Semmai si dovrebbe approfittare del momento per creare degli anticorpi nel nostro sistema istituzionale che evitino il riaffermarsi di una filosofia giustizialista. O, almeno, per riesumare delle garanzie che, nel furore dell'assalto al Palazzo, sono state cancellate in passato. Più o meno quello che avvenne in Francia quando si passò dal Terrore al Termidoro. Ad esempio, sull'onda di Tangentopoli, quando i giorni erano cadenzati dagli avvisi di garanzia, su impulso dei vari Davigo, il Parlamento di allora abolì, per paura, un istituto, l'immunità parlamentare (ne è rimasto solo un surrogato), che serviva, nella mente dei nostri padri Costituenti, proprio per evitare le incursioni del Potere giudiziario sul Potere politico (il fenomeno che ha caratterizzato trent'anni di Storia patria). Era una sorta di camera di compensazione inventata nella logica dei pesi e contrappesi da personaggi del calibro di un giurista democristiano come Costantino Mortati, di un esponente del Pci come Umberto Terracini e di un fondatore del Partito d'Azione come Piero Calamandrei, per bilanciare il principio dell'autonomia della magistratura. Ora, nessuno vuole approfittare della crisi profonda che attraversa il potere giudiziario, con illustri magistrati che si indagano l'un l'altro o inchieste che nascono alla vigilia di un'elezione e muoiono il giorno dopo solo per condizionarne l'esito (vedi l'affaire Morisi), per minarne l'autonomia. Giammai. Solo che sarebbe il caso di ripristinare nella sua interezza la nostra tanto decantata Costituzione, che prevedeva, appunto, pure l'immunità, per porre nella nostra Storia un punto e a capo e dare la possibilità al Parlamento di decidere anche in temi di giustizia senza essere condizionato dalle «solite» incursioni. Sarebbe il primo passo per aprire la strada ad una profonda riforma della giustizia, non i palliativi della Cartabia, senza aspettare che sia il popolo attraverso i referendum a farsi carico dei doveri del legislatore. Augusto Minzolini

Le versioni discordanti. Loggia Ungheria, le scintille tra Greco e Salvi: “Non mi sollecitò ad accelerare le indagini”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 19 Ottobre 2021. Divergono ricordi e versioni di Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione e membro del Comitato di Presidenza del Csm, e Francesco Greco, Procuratore di Milano sul caso della presunta (e fantomatica) Loggia Ungheria: loggia di potere che stando al racconto dell’avvocato siciliano Piero Amara riunirebbe vertici della magistratura, delle forze dell’ordine, avvocati, imprenditori e via dicendo. E le divergenze stanno sia sulla data che sul contenuto della telefonata tra i due nel maggio 2020, nei pressi della prima iscrizione milanese sul caso che ha messo sottosopra la magistratura. Amara tra il dicembre 2019 e il 2020 nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “Falso Complotto Eni” aveva raccontato di questa Loggia ai Sostituti Procuratori di Milano Paolo Storari e Laura Pedio. Storari fu spinto da una sorta di presunta pigrizia della Procura di Milano nell’affrontare il caso a passare i verbali, in formato word, all’allora membro del Csm Piercamillo Davigo. Davigo, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio, avrebbe quindi parlato in via informale dei verbali e del caso con il vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura David Ermini, altri cinque membri del Csm, con il procuratore generale Giovanni Salvi, il presidente della Cassazione Pietro Curzio e con il senatore Nicola Morra. Il caso è esploso quando quei verbali furono inviati a due giornali (La Repubblica e Il Fatto Quotidiano) e dopo la denuncia in consiglio del membro del Csm Nino Di Matteo. La segretaria di Davigo al Csm Marcella Contrafatto è stata accusata di calunnia. La Procura di Brescia ha da poco chiuso le indagini: chiesta l’archiviazione per il Procuratore Capo di Milano Francesco Greco, indagato per omissioni di atti d’ufficio. Il caso è però tutt’altro che chiuso, e ricco di spunti sulla natura e il funzionamento della magistratura italiana. Un’altra bomba dopo l’uragano del Palamaragate. I tabulati del telefono di Greco riportano un lungo sms il 7 maggio del 2020 e dieci minuti di telefonata il 9 maggio. Il Corriere della Sera riporta dunque la versione di Salvi: che dice di esser stato informato da Davigo, “senza alcun materiale cartaceo”, e di aver chiesto chiarimenti a Greco sullo “stallo” e sul fatto che “la Procura, pur a distanza di mesi, neppure aveva iscritto la notizia di reato”. A quel punto avrebbe chiamato Greco per chiedere lumi e sollecitare che le indagini venissero coinvolte “con un certo ritmo”. Salvi non ha però saputo precisare quando, senza incertezze. La replica di Greco in interrogatorio: “Se Salvi ha detto che mi ha chiesto di accelerare l’indagine, di fare le iscrizioni, che Davigo compulsava o Storari si lamentava, se ne assumerà la responsabilità … ma non credo. Sia nella eventuale telefonata sia nell’incontro il 16 giugno, mai mi ha parlato di Davigo e Storari, e tantomeno di contrasti o indagini”. Salvi, secondo il procuratore di Milano, avrebbe dimostrato interesse ad avere ulteriori documenti sul consigliere del Csm Mancinetti e su un’indagine a Milano su alcuni magistrati. Greco ha rigettato completamente la versione della sollecitazione delle indagini e il coordinamento con altre Procure da parte di Salvi: “Io questo lo contesto proprio decisamente, anzi mi meraviglio che abbia detto una cosa del genere. La prima cosa che avrebbe dovuto fare era avvisare che c’era stata una fuga di notizie (…), mi sono stufato di persone che affermano cose giocando sulla pelle della Procura di Milano e mia, va bene? Va bene? Perché se no qui ognuno che passa dice quello che gli pare, compreso il pg della Cassazione”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Le mail del pm Storari a Greco: «Quelle chat scagionano l’Eni». Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2021. Il pm al procuratore: informiamo i giudici. La replica: erano 100 pagine illeggibili. Tra i reati contestati nell’inchiesta sulla Fondazione, corruzione e finanziamento illecito. Scrive il pm Paolo Storari il 4 febbraio ai suoi vertici Francesco Greco e Laura Pedio: «Vi allego una breve ulteriore memoria da dove emerge che Vincenzo Armanna» (coimputato-accusatore di Eni) «ha pagato 50 mila dollari a due testi del processo Eni-Nigeria. Vi avevo già scritto il 18 gennaio e il 23 gennaio sollecitando di comunicare a De Pasquale (altro vice di Greco e pm di Eni-Nigeria, ndr), alle difese e al Tribunale questi fatti molto gravi, non possiamo consentire che la decisione del Tribunale, qualunque sia, si fondi su calunnie, testi pagati o documenti falsi. E tralascio eventuali profili non solo disciplinari. La stessa tempestività e solerzia avuta nel trasmettere i verbali di Amara e Armanna a De Pasquale, nonché nel trasmettere alla Procura di Brescia le dichiarazioni su Tremolada (giudice di Eni-Nigeria, ndr), dovremmo averla anche quando le indagini portano elementi che smentiscono. Rimango in attesa».

La risposta

La mai arrivatagli risposta arriva, indiretta, ora che Greco ribatte al pm bresciano Francesco Prete: «Sono sicuro che, se andiamo a rastrellare il fondo del barile, troviamo tante cose da depositare in Tribunale, altrettante se rastrello per i corridoi della Procura... Il problema è che Storari aveva mandato 100 pagine illeggibili, non faceva capire cosa si doveva depositare...»: e peraltro per De Pasquale e Pedio non era processualmente spendibile il non ancora concluso esame del telefonino di Armanna, «da 3.000 le mail sono diventate 16.000». Prete riassume allora a Greco il punto: Storari chiedeva di avvisare il Tribunale che Armanna, nel produrre al Tribunale alcune sue chat con il mitologico 007 nigeriano Victor che avrebbe dovuto confermarne le accuse a Eni, le aveva però amputate della parte in cui discuteva col teste di 50.000 euro. Una notizia da dire, a prescindere che Armanna coi soldi volesse procurarsi un certo file (come interpretava De Pasquale nel motivare a Greco il no al deposito) o comprare il teste (come sospettava Storari). «Non voglio entrare su questa storia qua perché francamente non sono neanche in grado di farlo... — ripiega qui Greco su De Pasquale —. Dico solo che le mail di Storari non permettevano il deposito di alcunché. Punto. Poi... francamente ognuno si assume le proprie responsabilità, Spadaro e De Pasquale hanno detto la loro posizione, uno la potrà giudicare o meno. Trovo singolare che un pm (Storari, ndr) si dedichi a fare una controindagine su un processo in corso e sulla discrezionalità di un altro pm in udienza. Il pm in udienza è autonomo, neanche il procuratore può imporre nulla. Perciò la risposta di De Pasquale non l’ho girata a Storari ma l’ho tenuta io e messa a protocollo riservato». Altro tema posto da Storari era che le chat mostrate nel 2019 da Armanna al Fatto Quotidiano per accreditare messaggi da Descalzi e Granata volti nel 2013 a comprarne la ritrattazione processuale, erano false già solo perché i loro apparenti numeri telefonici erano in quel 2013 utenze inattive in pancia a Vodafone. Ma ora Greco controdomanda ai pm di Brescia: «No, chi l’ha detto che le chat sono false?». Vodafone — rileva Prete — comunica che nel 2013 i numeri non esistevano. Greco: «Ma perché, tu ti fidi?». Perché no? «Che ne so io...». Obiezione che anche Storari ricorda fattagli da Greco e Pedio nel 2020: «Dicevano: “Ma sai, ci sono i servizi segreti... potrebbero aver utilizzato queste utenze nonostante fossero in pancia di Vodafone”. Di fronte a risposte così, ma che gli vuoi dire? Perché a quel punto vale tutto...». Pedio, invece, insiste tutt’oggi. Premette «che certo non competeva a me, Laura Pedio, stabilire se quel materiale provvisorio doveva... se era utile per il processo Eni-Nigeria o no», e si dice scandalizzata dal ritrovarsi indagata per omissione: «Mi state dicendo allora che, se non fai una misura cautelare che il tuo collega vuole, commetti un reato? Io quella bozza di richiesta di Storari (arrestare Armanna e Amara per calunnia dei vertici Eni) non l’ho condivisa allora, e dico che ancora oggi non ci sono le condizioni. Io l’ho bocciata, e Storari si deve fare persuaso che quel che pensa lui non è sempre la verità scesa in terra... Forse nelle sue esperienze precedenti (l’Antimafia con Ilda Boccassini, ndr) era stato abituato a dettare le regole».

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 22 ottobre 2021. In Procura a Milano non hanno ancora finito di interrogare sia l'ex avvocato esterno Eni Piero Amara sia il suo sodale ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, tacciati d'essere calunniatori dal pm Paolo Storari e al centro anche del terremoto creato dal modo (contestato da Storari ma rivendicato dai suoi capi) con il quale la Procura di Milano scelse nel 2019-2020 di temporeggiare sulle dichiarazioni di Amara circa la presunta associazione segreta «Ungheria». Ma la notizia non è questa, perché è stato un diritto di Amara e Armanna chiedere di farsi di nuovo interrogare su un altro segmento d'imputazione, notificata in luglio dal procuratore aggiunto Laura Pedio su pungolo dell'avocazione chiesta dall'ex avvocato di Armanna, Luca Santa Maria: l'aver cioè calunniato Santa Maria nel 2017 per far ritrattare le accuse di Armanna ai vertici Eni e sperare di far innescare un processo disciplinare contro il pm Fabio De Pasquale. L'aspetto interessante degli interrogatori è invece chi è andato a farli: il procuratore Francesco Greco quello di Amara in carcere a Terni, la sua vice Pedio quello di Armanna. È infatti proprio per omissione d'atti d'ufficio sui verbali 2019-2020 di Amara che Greco è stato indagato in estate dalla Procura di Brescia, la quale di recente ha chiesto una archiviazione che attende di essere accolta o respinta dal gip. Il che non ha quindi fatto sentire a disagio il procuratore, il quale, come di rado accade, ha scelto di compiere direttamente un atto di indagine in una inchiesta di cui non è titolare, evidentemente per non sovraesporre la titolare Pedio: alla quale ha affiancato nel fascicolo due pm (Stefano Civardi, presente all'interrogatorio con Greco, e Monia Di Marco), e verso la quale Amara nel programma tv «Piazza Pulita» si era sperticato in elogi («La donna più intelligente mai incontrata») inversamente proporzionali al risentimento ostentato verso Storari. Armanna è stato invece interrogato proprio da Pedio, anch' ella dunque non sentitasi condizionata dal fatto di essere in questo momento indagata dalla Procura di Brescia per l'ipotesi di omissione d'atti d'ufficio appunto su Armanna: cioè per non averlo indagato per calunnia dei vertici Eni sulla base delle prove segnalate dal coassegnatario pm Storari a lei, a Greco e (tramite Greco) a De Pasquale.

L’accusa di Storari: «Non dovevo danneggiare il processo Eni». Le dichiarazioni del pm Storari ai colleghi di Brescia: «Operazione chirurgica di selezione delle cose che facevano comodo» a De Pasquale nel dibattimento. Simona Musco su Il Dubbio il 22 ottobre 2021. Una guerra senza esclusione di colpi. E accuse incrociate, che confermano quello che ormai per tutti è chiaro: la procura di Milano è un colabrodo. Al centro di tutto sempre la vicenda Eni e il ruolo di Piero Amara, ex avvocato esterno della società, che con le sue dichiarazioni ha tirato in ballo mezzo mondo delle istituzioni. Lo ha fatto parlando della presunta “Loggia Ungheria”, sulla quale il pm milanese Paolo Storari avrebbe voluto fare chiarezza, non riuscendoci, a suo dire, per il presunto ostracismo dei vertici della procura. E il motivo, secondo quanto racconta il magistrato davanti ai colleghi di Brescia, è uno solo: non far morire il processo Eni- Nigeria screditando il grande accusatore Vincenzo Armanna. Il processo si è concluso comunque con l’assoluzione di tutti gli imputati. Ma stando ai verbali di Brescia, l’indagine sulla presunta associazione segreta sarebbe dovuta rimanere ferma «almeno due anni». O almeno questa sarebbe stata la richiesta, secondo Storari, avanzata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che nel processo a Eni rappresentava l’accusa assieme al collega Sergio Spadaro. Le posizioni di tutte le parti in causa sono ora cristallizzate nei verbali raccolti dalla procura di Brescia, che nei giorni scorsi ha chiuso le indagini su Storari e Piercamillo Davigo (che ha ricevuto dal primo i verbali di Amara come forma di «autotutela»), accusati di rivelazioni di atti d’ufficio, nonché su De Pasquale e Spadaro ( nel frattempo passato alla procura europea) per rifiuto d’atti d’ufficio. In ballo rimane anche l’aggiunta Laura Pedio, sulla quale sono ancora in corso le indagini per omissione d’atti d’ufficio per non aver proceduto con le iscrizioni dei primi indagati in relazione alla vicenda Ungheria. Accusa che era stata mossa anche nei confronti del procuratore Francesco Greco, l’unico la cui posizione è stata archiviata, ma le cui dichiarazioni sono non per questo secondarie. «Io per De Pasquale sono sempre stato un soggetto da tenere alla larga su questa vicenda perché più volte (…) diceva che io gli rovinavo il processo. Perché per lui Armanna (Vincenzo, grande accusatore di Eni, ndr) era un soggetto un po’ particolare ma che a lui credeva. Dicevo: “Guarda Fabio… secondo me è un calunniatore”», raccontava a maggio scorso Storari davanti al procuratore bresciano Francesco Prete. Secondo il pm, i suoi superiori non volevano dunque «disturbare» il processo Eni- Nigeria. E Pedio, che con lui condivideva il fascicolo sul “Falso complotto Eni”, nel quale erano confluite le dichiarazioni di Amara su Ungheria, prima della sentenza di assoluzione avrebbe riferito «l’insofferenza di De Pasquale», cristallizzata nella frase «la devi smettere di intralciare il mio processo» e nella richiesta «di non dire in giro» che Armanna era da considerare poco credibile, in quanto «crea un clima ostile» in aula. «Questa indagine deve rimanere ferma due anni», avrebbe fatto sapere De Pasquale a Storari tramite la collega, come emerso dall’interrogatorio dello scorso 15 settembre di Pedio davanti al procuratore Prete e al pm Donato Greco. Storari aveva puntato il dito contro lei e il procuratore Greco, rei, a suo dire, di «selezionare e trasmettere a De Pasquale quello che gli serve nel processo Eni- Nigeria e a non trasmettere quel che lo danneggia». Come, ad esempio, le accuse di Amara al presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada, ma non le presunte falsificazioni di chat e il presunto pagamento di un testimone. E per confermare la sua posizione, Storari avrebbe tirato fuori una mail di De Pasquale riguardo a dei verbali finiti nel fascicolo sul complotto: «Mi raccomando – avrebbe detto l’aggiunto – io le parti evidenziate in giallo le voglio… non fate troppe storie… me le dovete trasmettere». Insomma, «una operazione chirurgica di selezione delle cose che fanno comodo» a De Pasquale nel dibattimento e un’esclusione a priori di tutto ciò che, invece, lo avrebbe danneggiato. Pedio, però, ha evidenziato che «Storari cominciò a mandare degli elaborati… anche abbastanza complessi» di «100, 150 pagine l’uno (…) Molto di difficile lettura – ha riferito -. A me francamente non era chiaro cosa dovevano depositare i colleghi in dibattimento». Punto sul quale anche il procuratore Greco si è detto d’accordo. Pedio ha spiegato anche il suo atteggiamento in relazione all’inchiesta sulla presunta Loggia Ungheria. «Rispetto a una notizia di reato così fluida, quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane (…) andavamo dal Papa in giù? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico», ha affermato. Secondo Storari, invece, proprio quella genericità avrebbe richiesto un approfondimento, ma i vertici della procura «non intendevano fare nulla». I primi tre nomi quelli di Amara, Giuseppe Calafiore e Fabrizio Centofanti – vennero iscritti il 12 maggio 2020, cinque mesi dopo l’ultimo verbale dell’ex legale di Eni. Ma dai verbali di Brescia emerge anche un altro dettaglio: secondo quanto testimoniato da un investigatore, quando da alcune chat era emerso che Armanna avrebbe pagato dei testimoni, Pedio avrebbe chiesto di «espungere» il riferimento a quegli accertamenti dalla relazione. «In pratica – ha affermato l’investigatore – ci chiese di verificare il riscontro della dazione per vedere se fosse vero che Armanna aveva fatto pervenire 50mila dollari a Ayah ( un teste nigeriano, ndr). Aderimmo alla richiesta della dottoressa Pedio e depositammo la relazione definitiva espungendo la frase (…) togliemmo dalla definitiva anche i paragrafi relativi al pagamento, informando Storari che decise di emettere un ordine di indagine europeo per verificare questo pagamento». Insomma, quando dagli accertamenti sul telefono di Armanna «vengono fuori una serie di falsità, si cerca di creare uno schermo per evitare che queste falsità» vengano «messe a conoscenza delle difese e anche del Tribunale che stava celebrando il processo Eni- Nigeria». 

Alfredo Faita per editorialedomani.it il 22 ottobre 2021. «Amara ha bevuto questa notte. Ha ancora tempo di fare le sue considerazioni». Queste poche parole celano uno dei tanti misteri e delle tante inquietudini che avvolgono l’inchiesta bresciana sul procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, indagato per rifiuto d’atti ufficio insieme al collega Sergio Spadaro. I due pubblici ministeri che hanno retto l’accusa nel processo per corruzione internazionale Eni–Shell Nigeria (tutti assolti) e che ora si trovano indagati loro stessi dai colleghi bresciani proprio per la conduzione di quel processo. Piero Amara è l’ex legale esterno dell’Eni che ha svelato l’esistenza della presunta loggia Ungheria per la quale risulta adesso indagato dalla procura di Perugia insieme al politico di Forza Italia Denis Verdini e a Luigi Bisignani, tra gli altri. Quelle poche parole, contenute in una mail, risultavano inviate da “Fabio De Pasquale” a Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni poi allontanato che è stato imputato nel processo nigeriano dell’Eni nel quale ha anche accusato i vertici della sua ex società di aver pagato una maxi tangente per ottenere i diritti di sfruttamento del giacimento Opl 245. Chi inviava la mail voleva avvertire Armanna dell’arresto di Amara. E quindi il procuratore aggiunto di Milano si sarebbe messo al servizio di un suo imputato per avvertirlo dei guai dell’avvocato siciliano? Questo è quello che ha sospettato il pm milanese Paolo Storari, che dal 2019 indagava sul famoso «complotto» ai danni della procura (Armanna è anche in questa indagine) e dalle cui accuse a Brescia è nato il procedimento a carico di De Pasquale, oltre che quello sul procuratore capo Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio accusati di inerzia nelle indagini sulla loggia Ungheria. Per verificare quella mail Storari ha messo in piedi un’intelligence corposa – ben tre relazioni sul caso – ma non autorizzata, chiedendo alla Guardia di Finanza di verificare questa clamorosa ipotesi, finendo poi per scoprire che l’indirizzo email associato a quella mail era di un omonimo del magistrato iscritto all’Aire e con dimora a Dubai. Caso chiuso e un bel respiro di sollievo per tutti? Non proprio, perché questa circostanza è comunque finita in una famosa bozza compilata dalla Gdf contenente tutta una serie di rilievi su Vincenzo Armanna, in particolar modo sulla sua volontà di procurarsi prove e testimonianze utili alla sua linea processuale di attacco ai vertici Eni pagando 50 mila dollari a personaggi nigeriani. Bozza nella quale non si è dato conto del fatto che l’email non era riferibile a De Pasquale e che è stata inviata lo scorso 15 febbraio a De Pasquale e Spadaro, a pochi giorni dalla sentenza Eni Nigeria, chiedendo loro di avvertire il Tribunale delle manovre oscure che aveva messo in piedi Armanna in modo da riconsiderare la sua posizione. I due pm non fecero nulla di ciò, considerando quella bozza un’accozzaglia di elementi messa sul loro tavolo in modo «pretestuoso» e «inusitato», «una polpetta avvelenata» come ha detto lo stesso De Pasquale al procuratore di Brescia Francesco Prete durante un interrogatorio lo scorso 27 settembre. Per De Pasquale quella bozza era «assurda interferenza nel nostro processo» che si sarebbe concluso i lì a breve, che cozzava contro l’articolo 53 del codice di procedura penale che sancisce l’autonomia del pubblico ministero in udienza. Una norma importante quando i processi sono di grande rilevanza, come quello nigeriano che discende da accordi Ocse, e di grande buonsenso in verità: si pensi a cosa potrebbe succedere se ogni pm potesse intervenire nei procedimenti dei colleghi interferendo sulla loro linea processuale e sulle prove riversate nel fascicolo del tribunale. Sarebbe il caos ovviamente. Ma perché Storari si è spinto fino al punto di voler intervenire con quella mail il 15 febbraio «senza un’anticipazione verbale, senza una richiesta di confronto» in un procedimento di cui, peraltro, non conosceva nulla come ha sottolineato il magistrato milanese al collega bresciano che lo interrogava? La risposta di De Pasquale è molto dura sul punto: «Ha fatto la difesa dell’Eni, ha fatto una cosa utile alla difesa, punto e basta». Anche sui 50mila euro di Armanna, che avrebbero dovuto pagare i testimoni e le prove a supporto della sua tesi, De Pasquale ha risposto in modo preciso. «Abbiamo detto 100 volte durante la requisitoria che Armanna non era credibile», chiedendo per lui una pena di 6 anni e 8 mesi durante le conclusioni, e lo stesso Prete ha riportato le parole di Storari, dicendo che il pm accusatore «non ha per onestà mai detto che i 50mila dollari fossero per corrompere un testimone», ma che la promessa di pagamento era un «fatto» di cui il tribunale andava messo al corrente. Una marcia indietro rispetto alle prime accuse, come ha fatto notare a Prete anche lo stesso De Pasquale. Il quale ha anche ribadito la sua posizione su un altro elemento considerato forte nel processo nigeriano: il famoso video girato da Amara ad Armanna nel quale quest’ultimo minacciava di far scendere «una montagna di merda» sui vertici dell’Eni se non lo avessero accontentato. Le difese degli imputati avevano contestato ai due pm che quel video non era stato depositato dall’accusa a inizio procedimento, sottraendolo al giudizio del giudice. Ma sia Eni sia il collegio presieduto dal giudice Marco Tremolada erano al corrente della sua esistenza. L’elenco delle pesanti inquietudini intorno all’inchiesta nata dalle accuse di Storari tocca anche la pm Laura Pedio, attualmente indagata mentre la sua inchiesta sul complotto e depistaggio ai danni dei colleghi che investigavano su Eni e Saipem è ancora aperta. «Rispetto a una notizia di reato così fluida (le rivelazioni di Amara su Ungheria, ndr), quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane, noi prendevamo i tabulati di tutte le istituzioni italiane, andavamo dal Papa in giù? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico» ha detto ai magistrati bresciani. 

Frank Cimini per giustiziami.it il 22 ottobre 2021. A poco meno di un mese dalla pensione il procuratore Francesco Greco si occupa personalmente dell’interrogatorio dell’avvocato Piero Amara, ex legale dell’Eni nonostante la gestione relativa sui verbali delle precedenti deposizioni sia costata al magistrato l’indagine per omissione in atti d’ufficio. La procura di Brescia ha chiesto l’archiviaziobe e si è in attesa della decisione del gip. Ma il problema riguardo alle scelte di Greco non è prettamente penale. Anzi. Ragioni di opportunità avrebbero dovuto indurre il procuratore a fare a meno di procedere lui al nuovo interrogatorio chiesto da Amara. C’è un evidente conflitto di interessi dal momento che Greco è il suo aggiunto Laura Pedio sono finiti nei guai proprio perché non aver proceduto alle iscrizioni sul registro degli indagati delle persone accusate da Amara di far parte dell’ormai famosa loggia Ungheria. E come se non bastasse l’aggiunto Pedio ha interrogato Vincenzo Armanna il sodale di Amara. Sia Armanda sia Amara erano stati tirati in ballo dal pm Paolo Storari come “calunniatori” ma i vertici della procura facevano finta di niente perché entrambi erano testimoni di accusa al processo Eni/Nigeria poi finito con l’assoluzione di tutti gli imputati. Il quadro che emerge è quello di una procura allo sbando dove i pm si accusano tra loro a verbale davanti ai colleghi di Brescia e dove il capo dell’ufficio si comporta come se non fosse accaduto nulla. Il tutto in attesa che il Csm decida il nome del successore di Francesco Greco. Ma il cosiddetto organo di autogoverno dei magistrati si occuperà prima della procura di Roma dove dovrà scegliere il successore di Michele Prestipino attualmente in carica la nomina del quale è stata bocciata dal TAR e dal Consiglio di Stato. I tempi insomma per il caso Milano non si annunciano brevissimi. Nel frattempo la procura del capoluogo lombardo vedrà coincidere il trentesimo anniversario di Mani pulite con il periodo più buio della sua storia. Forse è l’ennesima occasione per avviare una riflessione seria per capire che quella del 1992 1993 non fu vera gloria. 

La faida tra magistrati per la procura di Milano. Già in moto i "cecchini". Luca Fazzo il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Greco in pensione a novembre: silurato Amato, tra i papabili alla sua successione. I l copione si ripete immutabile, da anni. Ogni volta che all'interno della magistratura iniziano le manovre per la assegnazione di una poltrona importante, una carica in grado di controllare processi e inchieste, arriva quello che Luca Palamara nel suo libro chiama «il Cecchino». Contro uno dei candidati, mani misteriose fanno inevitabilmente partire scoop e voci. Il risultato viene quasi sempre raggiunto: il candidato viene azzoppato, la strada viene aperta ad altri nomi. È quanto sta accadendo anche nella partita per una delle nomine più importanti della magistratura italiana: la nomina del Procuratore di Milano, il successore di Francesco Greco, l'attuale capo che andrà in pensione il prossimo 13 novembre. E a venire preso di mira è uno dei più autorevoli candidati alla carica: Giuseppe «Jimmy» Amato, attuale capo della Procura di Bologna. Un magistrato esperto ed equilibrato, uscito immacolato anche dalle chat di Palamara (nonostante appartenesse alla sua stessa corrente, Unicost). E ora alle prese con noie disciplinari quanto mai tempestive. I problemi nascono dalle carte inviate al Consiglio superiore della magistratura dalla Procura di Trento, guidata da Sandro Raimondi. Raimondi dirige una indagine delicata sul lato oscuro della Cantina di Mezzocorona, uno dei colossi del vino trentino, protagonista dell'acquisto di alcuni terreni in Sicilia riconducibili ad ambienti mafiosi: tra cui il famoso «Feudo Arancio», che avrebbe portato al superlatitante Matteo Messina Denaro. La Procura di Trento sequestra i terreni, il presidente della Mezzocorona Luca Rigotti fa ricorso al Riesame e vince. Rigotti è amico del presidente del tribunale, Guglielo Avolio, che si astiene dall'udienza. Ma l'autista di Rigotti viene intercettato mentre parla con un avvocato: salta fuori che Avolio «ci ha confezionato un collegio sicuro». La Procura di Trento trasmette le intercettazioni al Csm. E il presidente Avolio viene rimosso dall'incarico. Ma nelle intercettazioni partite per Roma c'è anche dell'altro. Sono conversazioni dove appare anche Jimmy Amato, che conosce bene l'ambiente trentino perché sotto la Paganella ha lavorato per anni. Amato pare che venga intercettato mentre parla con Rigotti: è una conversazione che la Procura di Trento considera neutra, irrilevante, e che trasmette a Roma solo per completezza. Ma qui qualcuno la nota, e decide di usarla contro Amato. E parte il tam tam. La corsa per la Procura milanese ufficialmente è ferma ai blocchi di partenza. Prima di metterla all'ordine del giorno, il Csm deve risolvere un'altra faccenda spinosa, la nomina del procuratore di Roma, dopo che la scelta dell'attuale capo Michele Prestipino è stata annullata dal Tar. Il fascicolo su Roma a quanto pare non verrà chiuso prima della fine di novembre, e solo a quel punto inizierà la discussione sul nuovo capo di Milano: scelta delicata, perché si tratta di portare la Procura ambrosiana fuori dalla palude di veleni in cui è affondata negli ultimi mesi. Infatti dietro le quinte le grandi manovre sono già iniziate intorno alle nove candidature arrivate al Csm. Tre appaiono in pole position: quelle di Amato, del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli. Ma Viola è destinato verosimilmente a Roma, e Romanelli rischia di essere penalizzato dall'avere compiuto a Milano quasi tutta la sua carriera: una volta sarebbe stato un vantaggio, con l'aria che tira è divenuto un handicap. Così la candidatura di Amato sembrava presentarsi come la scelta più naturale. Fino a quando è arrivato il Cecchino.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Sandro De Riccardis e Luca De Vito per “la Repubblica” il 21 ottobre 2021. Una procura devastata dalla gestione dei procedimenti Eni Nigeria, "falso complotto Eni" e loggia Ungheria. Con il pm Paolo Storari che accusa i colleghi - il capo della procura Francesco Greco e gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio - di non aver voluto prendere atto dell'inattendibilità del principale testimone (e imputato) del processo contro Eni, l'ex manager Vincenzo Armanna. E di non aver voluto indagare sui presunti iscritti alla loggia svelati dall'avvocato Piero Amara. «Mi sono fatto un'idea che almeno con riferimento al processo del falso complotto, i nostri Amara e Armanna sono due grandissimi calunniatori», scrive in una mail ai colleghi Storari. «Calunniatori delinquenti». E di De Pasquale, in un interrogatorio a Brescia, dice: «È la visione del tunnel che lo ha preso, cioè lui poteva avere la prova che Armanna non.. lui andava dritto.. io l'ho studiata questa visione del tunnel.. uno entra in una spirale che tu puoi fargli vedere quello che vuoi.. ma lui sara sempre negativo. De Pasquale ha la visione del tunnel». Il procuratore aggiunto De Pasquale (indagato per rifiuto di atti d'ufficio con Spadaro), a sua volta, davanti ai pm bresciani non risparmia critiche al collega. «Lui (Storari, ndr ) ha fatto la difesa dell'Eni... ha fatto una cosa che tornava utile alla difesa, punto e basta... in una maniera molto impropria (). Storari non è la misura del diritto, cioè lui non è il codice di procedura penale, non è che uno deve fare quello che dice Storari..». E sull'attendibilità di Armanna, il pm Spadaro nel suo interrogatorio rivendica come avessero già fatto la tara ad Armanna: «il suo ruolo per il processo è stato fortemente esaltato dai media, dalla vulgata che ne è venuta fuori.. ma nella realtà è stato limitato.. ridimensionato da quello che è successo nel dibattimento». «Indagine due anni nel cassetto» Davanti al procuratore di Brescia Francesco Prete e al pm Donato Greco, Storari (indagato per rivelazione di atti d'ufficio) ricorda l'interrogatorio del socio di Amara, Giuseppe Calafiore, che aveva confermato l'esistenza della loggia. «Amara e Calafiore.. e a tre mesi dalle dichiarazioni, noi non si iscrive nessuno e non si fa nessuna attività investigativa, nonostante almeno due si autoaccusano. Io dico: vogliamo iscriverli per la legge Anselmi? Oppure per calunnia. Ma qualcosa dobbiamo iniziare a fare ». In un altro passaggio Storari ricorda: «De Pasquale mi disse: "questo fascicolo dobbiamo tenerlo nel cassetto per due anni"». Ieri la procura di Perugia ha indagato i primi cinque soggetti nell'inchiesta sulla "Ungheria", tra cui Luigi Bisignani e Denis Verdini. Le chat con il procuratore Storari racconta dell'appunto che manda all'aggiunto Laura Pedio (indagata per omissione di atti d'ufficio). «Direi che a stretto giro protremmo iniziare a iscrivere e fare tabulati ». le scrive. Storari prepara una scheda di iscrizione funzionale ai tabulati di Amara. «Ho letto il tuo provvedimento e se non ho capito male hai disposto iscrizioni senza concordarla con il pm codelegato - gli scrive in chat Greco - . Francamente lo trovo sconcertante, non lo avevo mai visto prima». La guerra dei depositi Sullo sfondo della vicenda Amara, c'è il processo Eni Nigeria. Elementi sulla scarsa credibilità di Armanna, arrivano ai titolari dell'inchiesta, Spadaro e De Pasquale, da Storari che sul complotto con Pedio. Dice De Pasquale, rispondendo alle domande dei pm bresciani: «Eravamo al 19 (febbraio, ndr ), mi metti in mano una polpetta avvelenata, una trappola.. abbiamo detto: cosa significa questa cosa scritta così?».  Il riferimento è alla mail arrivata a ridosso della prevista sentenza (che vedrà assolti i vertici di Eni): «questa iniziativa era fortemente sospetta.. una trappola». I pm bresciani chiedono perché quegli elementi non siano stati messi a disposizione del tribunale e delle difese. «C'è una norma del codice che dice che il pubblico ministero si assume la responsabilità di quello che fa nel processo.. - dice De Pasquale - . Mi sarebbe sembrato un modo di ridicolizzare la pubblica accusa, e fare degli accertamenti su qualcosa che il tribunale aveva giudicato irrilevante. E perché questi accertamenti li stava già facendo Storari».

Storari e il caso Amara: "De Pasquale mi fermò". Luca Fazzo il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il Pm rivela le pressioni subite per il fascicolo sulla loggia Ungheria: "Resti 2 anni nel cassetto". Che nella Procura di Milano stessero volando gli stracci, conclusione ingloriosa di una stagione durata trent'anni, era chiaro. Ma nessuno poteva immaginare che lo scontro fratricida avesse raggiunto asprezze come quelle che emergono dai verbali di interrogatorio dei protagonisti dello scontro: il procuratore Francesco Greco, i suoi «vice» Fabio De Pasquale e Laura Pedio, il pm Paolo Storari. Tutti incriminati per un motivo o per l'altro dalla Procura di Brescia (ma per Greco è imminente l'archiviazione) e tutti interrogati nelle settimane scorse. Alla fine tutto verte sullo stesso tema, la gestione da parte di De Pasquale del processo all'Eni e i suoi tentativi di salvare la faccia dell'avvocato Pietro Amara, da lui utilizzato come superteste. E che invece con le sue rivelazioni a Storari sulla presunta loggia Ungheria appariva sempre più come un avvelenatore di pozzi, un calunniatore di mestiere al servizio di manovre e interessi oscuri. Non c'era solo, si scopre ora, da salvare il processo Eni. Storari rivela (e Greco in parte lo conferma) come il guaio fosse che Amara chiamava in causa come membro della loggia il generale Giuseppe Zafarana, comandante della Guardia di finanza. Storari racconta così un colloquio con Greco: «Gli dico: Francesco, ma tu a ste robe che dice Amara ci credi? Sì, Paolo, io ci credo, però lì dentro si parla di Zafarana, e io adesso Zafarana non lo voglio toccare... non voglio rompere le balle perché mi serve per sistemare il colonnello Giordano che deve andare al Nucleo di Polizia Valutaria di Roma». Si tratta di Vito Giordano, oggi generale, l'investigatore di fiducia della Procura di Milano. Greco invece la racconta così: «Il mio problema era: a chi facciamo fare le indagini? Avevo un problema di esposizione degli uomini. Perché non volevo esporre gli uomini del Nucleo GdF di Milano a un problema non marginale, se dire o no qualcosa a Zafarana, che se poi non lo dicono vengono sparpagliati tra Pantelleria e Lampedusa». Qualunque sia il vero motivo, il risultato è che l'indagine invocata da Storari non parte: né su Amara né su Zafarana e gli altri presunti «ungheresi». L'indagine non parte perchè non doveva partire. Storari dice di averlo appreso esplicitamente dal procuratore aggiunto De Pasquale: che non si fidava di lui, «ero da tenere alla larga, diceva che gli rovinavo il processo Eni». «A dicembre 2019 ho un interlocuzione con il dottor De Pasquale, Amara sta parlando di Ungheria da un paio di settimane e De Pasquale mi dice: questo fascicolo deve rimanere per due anni nel cassetto». «Mi ero sentito dire di infrattare il fascicolo», sintetizza Storari. Un ordine di una gravità inaudita, al quale Storari racconta di avere reagito chiedendo aiuto a Piercamillo Davigo. Ma, interrogato, anche lui a Brescia, De Pasquale nega tutto. E ribalta su Storari l'accusa di essersi schierato di fatto dalla parte dei vertici Eni sotto accusa (ma poi assolti) per corruzione internazionale: «Storari ha fatto la difesa dell'Eni. Una cosa che tornava utile alla difesa, in una maniera molto impropria». Come e quando si possa uscire da questa palude di accuse reciproche è impossibile prevederlo. Nel frattempo, per capire il clima che i verbali di Amara avevano creato in una Procura già allora disorientata e divisa, la deposizione più chiara è quella del procuratore aggiunto Laura Pedio. É l'unica, dei magistrati milanesi inquisiti, di cui la Procura di Brescia non abbia ancora deciso la sorte. Interrogata sulla sua gestione dei verbali sulla loggia, la Pedio dice: «Rispetto a una notizia di reato cosi' fluida, quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane, noi prendevamo i tabulati di tutte le istituzioni italiane, andavamo dal Papa in giù? Tutti i tabulati? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico». Ci sta. Ma c'era un'altra strada: incriminare Amara e i suoi compari per calunnia. Ma così si sarebbe rovinato il processo Eni...

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

L'obiettivo? Tutelare Amara da possibili accuse di calunnia. Loggia Ungheria, la rivelazione di Storari: “De Pasquale decise di insabbiare l’indagine”. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Ottobre 2021. «Questo fascicolo dobbiamo tenerlo chiuso nel cassetto per due anni». A dirlo sarebbe stato il procuratore di Milano Fabio De Pasquale rivolgendosi al pm Paolo Storari che voleva fare indagini sulla loggia Ungheria. La circostanza, incredibile in Paese dove vige l’obbligatorietà dell’azione penale, è stata raccontata nelle scorse settimane dallo stesso Storari ai pm di Brescia che hanno indagato De Pasquale ed il suo vice Sergio Spadaro per omissione d’atti d’ufficio. Le parole di Storari, in attesa di riscontri, aprono scenari inquietanti sulla gestione dei fascicoli da parte della Procura di Milano. Piero Amara, interrogato alla fine di dicembre del 2019 da Storari e dalla vice del procuratore Francesco Greco, Laura Pedio, aveva rivelato, come più volte ricordato, l’esistenza di questo sodalizio paramassonico finalizzato alle nomine dei magistrati e a condizionare i processi. Amara aveva elencato oltre quaranta nomi fra alti magistrati, generali, professionisti, avvocati, che avrebbero fatto parte di questa loggia super segreta. Storari, tra i più stretti collaboratori di Ilda Boccassini all’antimafia, come riferito ai colleghi bresciani, conclusi gli interrogatori di Amara, aveva chiesto ai suoi capi di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e l’acquisizione dei tabulati telefonici a riscontro delle parole dell’avvocato siciliano. La risposta sarebbe stata un rifiuto. Il motivo? Lo spiega sempre Storari secondo il quale ci sarebbe stata all’epoca una precisa linea da parte dei vertici della Procura di Milano che prevedeva di “salvaguardare” Amara da possibili indagini per calunnia, perché quest’ultimo sarebbe tornato utile come teste. Allo stesso modo, sempre secondo Storari, tutte le prove raccolte sull’ex manager dell’Eni Vincenzo Armanna, tra cui chat falsificate e molto altro, nel fascicolo sul cosiddetto “falso complotto Eni” non vennero prese in considerazione da Greco, De Pasquale, Pedio e Spadaro, senza essere depositate nel processo. Anche in questo caso perchè Armanna, “grande accusatore”, non poteva essere “screditato”. Una parte della lunga testimonianza di Amara, però, era stata utilizzata da De Pasquale contro il presidente del collegio che stava giudicando in quel momento i vertici dell’Eni, innescando così un procedimento penale a Brescia proprio alla vigilia della sentenza del processo per corruzione internazionale da parte del colosso petrolifero. Amara, in particolare, aveva affermato che l’avvocato Paola Severino avrebbe avuto “accesso”, unitamente all’avvocato Nerio Diodà, al giudice Marco Tremolada, presidente del collegio. Accesso “tale da assicurare l’assoluzione” degli imputati Paolo Scaroni e Claudio De Scalzi, ad di Eni. La circostanza era stata riferita da Amara non per conoscenza diretta, ma per averla appresa dall’avvocato dell’Eni Michele Bianco e dall’ex collega di studio Alessandra Geraci. I due, però, interrogati al riguardo avevano smentito totalmente l’avvocato siciliano. Storari era poi finito sotto il tiro del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi secondo il quale il suo comportamento avrebbe gettato “discredito” su Greco e sulla vice Pedio, «non messi anticipatamente al corrente di un effettivo e formalizzato dissenso sulla conduzione dell’indagini», poi oggetto di una «una sotterranea campagna di discredito oggettivamente posta in essere da Storari, per giunta all’interno del Csm». Il pm milanese, dopo aver interrogato Amara e vista l’inerzia dei propri capi ad approfondire, aveva consegnato i verbali all’allora componente del Csm Piercamillo Davigo. Storari aveva sempre respinto l’accusa di non aver «formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell’indagine», affermando di avere più volte fatto solleciti “a voce” a Pedio, Greco e De Pasquale. Il Csm gli aveva creduto. In attesa che si chiarisca questa intricata vicenda, può De Pasquale rimanere comunque a capo del “dipartimento reati economici transazionali” della Procura di Milano? E Spadaro può continuare a svolgere il ruolo di procuratore europeo delegato per i crimini contro la Ue? Un provvedimento del Consiglio superiore della magistratura, dopo aver creduto alla ricostruzione di Storari, sarebbe quanto mai opportuno. E a proposito di Csm, è saltato ieri l’incontro sulla riforma dell’organo di autogoverno delle toghe fra la Guardasigilli Marta Cartabia e i capigruppo della maggioranza in Commissione giustizia alla Camera. Paolo Comi

Procura Milano, i veleni tra pm. De Pasquale accusa: “Una trappola da Storari”. Sandro De Riccardis,  Luca De Vito La Repubblica il 21 ottobre 2021. Negli atti dell’inchiesta la replica ai rilievi del collega secondo cui il procuratore aggiunto dava ascolto a un teste screditato ed era “finito in un tunnel”. Una procura devastata dalla gestione dei procedimenti Eni Nigeria, "falso complotto Eni" e loggia Ungheria. Con il pm Paolo Storari che accusa i colleghi - il capo della procura Francesco Greco e gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio - di non aver voluto prendere atto dell'inattendibilità del principale testimone (e imputato) del processo contro Eni, l'ex manager Vincenzo Armanna.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 20 ottobre 2021. Scrive il pm Paolo Storari il 4 febbraio ai suoi vertici Francesco Greco e Laura Pedio: «Vi allego una breve ulteriore memoria da dove emerge che Vincenzo Armanna» (coimputato-accusatore di Eni) «ha pagato 50 mila dollari a due testi del processo Eni-Nigeria. Vi avevo già scritto il 18 gennaio e il 23 gennaio sollecitando di comunicare a De Pasquale (altro vice di Greco e pm di Eni-Nigeria, ndr ), alle difese e al Tribunale questi fatti molto gravi, non possiamo consentire che la decisione del Tribunale, qualunque sia, si fondi su calunnie, testi pagati o documenti falsi. E tralascio eventuali profili non solo disciplinari. La stessa tempestività e solerzia avuta nel trasmettere i verbali di Amara e Armanna a De Pasquale, nonché nel trasmettere alla Procura di Brescia le dichiarazioni su Tremolada (giudice di Eni-Nigeria, ndr ), dovremmo averla anche quando le indagini portano elementi che smentiscono. Rimango in attesa». La mai arrivatagli risposta arriva, indiretta, ora che Greco ribatte al pm bresciano Francesco Prete: «Sono sicuro che, se andiamo a rastrellare il fondo del barile, troviamo tante cose da depositare in Tribunale, altrettante se rastrello per i corridoi della Procura... Il problema è che Storari aveva mandato 100 pagine illeggibili, non faceva capire cosa si doveva depositare...»: e peraltro per De Pasquale e Pedio non era processualmente spendibile il non ancora concluso esame del telefonino di Armanna, «da 3.000 le mail sono diventate 16.000». Prete riassume allora a Greco il punto: Storari chiedeva di avvisare il Tribunale che Armanna, nel produrre al Tribunale alcune sue chat con il mitologico 007 nigeriano Victor che avrebbe dovuto confermarne le accuse a Eni, le aveva però amputate della parte in cui discuteva col teste di 50.000 euro. Una notizia da dire, a prescindere che Armanna coi soldi volesse procurarsi un certo file (come interpretava De Pasquale nel motivare a Greco il no al deposito) o comprare il teste (come sospettava Storari). «Non voglio entrare su questa storia qua perché francamente non sono neanche in grado di farlo... - ripiega qui Greco su De Pasquale -. Dico solo che le mail di Storari non permettevano il deposito di alcunché. Punto. Poi... francamente ognuno si assume le proprie responsabilità, Spadaro e De Pasquale hanno detto la loro posizione, uno la potrà giudicare o meno. Trovo singolare che un pm (Storari, ndr ) si dedichi a fare una controindagine su un processo in corso e sulla discrezionalità di un altro pm in udienza. Il pm in udienza è autonomo, neanche il procuratore può imporre nulla. Perciò la risposta di De Pasquale non l'ho girata a Storari ma l'ho tenuta io e messa a protocollo riservato». Altro tema posto da Storari era che le chat mostrate nel 2019 da Armanna al Fatto Quotidiano per accreditare messaggi da Descalzi e Granata volti nel 2013 a comprarne la ritrattazione processuale, erano false già solo perché i loro apparenti numeri telefonici erano in quel 2013 utenze inattive in pancia a Vodafone. Ma ora Greco controdomanda ai pm di Brescia: «No, chi l'ha detto che le chat sono false?». Vodafone - rileva Prete - comunica che nel 2013 i numeri non esistevano. Greco: «Ma perché, tu ti fidi?». Perché no? «Che ne so io...». Obiezione che anche Storari ricorda fattagli da Greco e Pedio nel 2020: «Dicevano: "Ma sai, ci sono i servizi segreti... potrebbero aver utilizzato queste utenze nonostante fossero in pancia di Vodafone". Di fronte a risposte così, ma che gli vuoi dire? Perché a quel punto vale tutto...». Pedio, invece, insiste tutt' oggi. Premette «che certo non competeva a me, Laura Pedio, stabilire se quel materiale provvisorio doveva... se era utile per il processo Eni-Nigeria o no», e si dice scandalizzata dal ritrovarsi indagata per omissione: «Mi state dicendo allora che, se non fai una misura cautelare che il tuo collega vuole, commetti un reato? Io quella bozza di richiesta di Storari (arrestare Armanna e Amara per calunnia dei vertici Eni) non l'ho condivisa allora, e dico che ancora oggi non ci sono le condizioni. Io l'ho bocciata, e Storari si deve fare persuaso che quel che pensa lui non è sempre la verità scesa in terra... Forse nelle sue esperienze precedenti (l'Antimafia con Ilda Boccassini, ndr ) era stato abituato a dettare le regole».

Milano, trent’anni dopo Mani Pulite mezzo pool rischia di finire a processo: si salva solo Greco. Chiuse le indagini sulla consegna dei verbali a Davigo e sulle prove nascoste al processo Eni. L’ex consigliere del Csm e Storari indagati per rivelazione di atti d’ufficio. Per De Pasquale e Spadaro l’accusa di rifiuto d’atti d’ufficio. Continuano le indagini su Pedio. Simona Musco su Il Dubbio il 9 ottobre 2021. Mezzo pool di Mani pulite rischia il processo. A trent’anni dall’inchiesta che segnò la politica del Paese, questa volta a finire al centro della scena – da accusati e non da accusatori – sono proprio loro: i pm milanesi. Il tutto mentre si avvicina il giorno dell’addio alla procura meneghina di Francesco Greco, che invece è l’unico, al momento, a poter tirare un respiro di sollievo, grazie alla richiesta di archiviazione avanzata dal collega Francesco Prete, a capo della procura di Brescia, per l’accusa di omissione d’atti d’ufficio. La stessa procura ha notificato giovedì l’avviso di conclusione delle indagini a carico di Piercamillo Davigo e Paolo Storari, accusati di rivelazioni di atti d’ufficio, nonché a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro (nel frattempo passato alla procura europea) per rifiuto d’atti d’ufficio. Vicende distinte, ma legate tra di loro da un filo sottile che porta il nome di Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni che ha fatto esplodere la procura di Milano e sulla cui credibilità ci sono ancora non pochi dubbi. La vicenda è l’ormai nota “consegna” dei verbali di Amara a Davigo: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegnò documenti senza firma e senza timbro al consigliere del Csm, convinto di un voluto lassismo da parte dei vertici della procura nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Storari, dunque, non si affidò alle vie formali, le uniche, secondo il Csm, lecite. Ma per l’ex pm di Mani Pulite, tutto sarebbe avvenuto nel rispetto della legge: è stato lui, infatti, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura. «Storari preliminarmente mi chiese se poteva parlare con me – ha raccontato Davigo ai pm di Brescia -. Io gli dissi che c’erano specifiche circolari del Csm che prevedono che il segreto d’ufficio, segnatamente il segreto investigativo, non è opponibile al Csm e gli dissi che avrei potuto fare da tramite con il comitato di presidenza. In relazione a ciò, ho ricevuto da Storari copia di documenti in formato word, non firmati». Le due circolari, però, in nessun caso fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. E dello stesso avviso è il procuratore di Brescia, secondo cui la procedura descritta da quelle circolari del ’94 e ’95 non è applicabile al caso specifico. Storari, dunque, avrebbe dovuto «investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine» e agì, perciò, «al di fuori di ogni procedura formale, per lamentare presunti contrasti insorti con il procuratore della Repubblica ed il procuratore aggiunto co-assegnatario del procedimento – tenuti peraltro all’oscuro dell’iniziativa». Un atto compiuto con il fine di reagire a «un asserito ritardo nelle iscrizioni e nell’avvio delle indagini», ma fatto, secondo l’accusa, «in assenza di una ragione d’ufficio che autorizzasse il disvelamento del contenuto di atti coperti dal segreto investigativo e senza investire i competenti organi istituzionali deputati alla vigilanza sull’attività degli uffici giudiziari». Il pm avrebbe dunque violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusato della «sua qualità» consegnando a Davigo «copia in formato word dei verbali degli interrogatori» resi il 6, 14, 15, 16 dicembre 2019 e l’11 gennaio 2020 e copia delle «trascrizioni di tre file audio di conversazioni tra presenti prodotti nel corso delle indagini «dall’indagato Giuseppe Calafiore», collaboratore di Amara, e anche questi relativi alla presunta «associazione segreta» loggia Ungheria. Davigo, dal canto suo, avrebbe «rafforzato il proposito criminoso di Storari» entrando «in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo» violando «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusando «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Piero Amara. L’ex pm di Mani Pulite, infatti, non si limitò a ricevere i verbali ma ne «rivelava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra. E Prete sembra avere un’idea precisa del perché: quella consegna avrebbe avuto come solo scopo quello «di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita», che in realtà è precedente alla vicenda Amara. A Marra Davigo avrebbe chiesto «di custodirli e di consegnarli al comitato di Presidenza, qualora glieli avesse richiesti». Ma di quanto riferito da Amara ai pm milanesi Davigo avrebbe raccontato anche ad un’altra consigliera del Csm, Ilaria Pepe per «suggerirle “di prendere le distanze”» da Ardita, invitandola a leggerli. A vederli sarebbe stato anche il consigliere Giuseppe Cascini, al quale Davigo ha chiesto «un giudizio sull’attendibilità» di Amara, mentre ai consiglieri Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna avrebbe riferito di una «indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che “in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita”». Ma non solo: quei verbali furono consegnati anche al vicepresidente David Ermini, che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva» la «documentazione». Ad essere informato fu anche un componente esterno al Csm, Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei «contrasti insorti tra lui» e Ardita. E proprio Ardita, dunque, sembra giocare un ruolo centrale nella vicenda, pur essendo già stata smentita la sua appartenenza alla presunta “loggia Ungheria”. Dopo il pensionamento di Davigo, infatti, i verbali sono stati spediti alla stampa, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che nel corso di un plenum ha reso pubblica la vicenda, denunciando il tentativo di screditare Ardita. Secondo la procura di Roma, a spedire quei verbali sarebbe stata Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo licenziata dal Csm pur senza attendere l’esito della vicenda giudiziaria. E secondo la procura di Brescia, Davigo avrebbe riferito il contenuto di quegli atti segreti anche ad un’altra delle sue collaboratrici, Giulia Befera. Se Greco è uscito pulito da questa storia – secondo i pm bresciani non spettava a lui procedere con le iscrizioni, richieste nel 2019 ed effettuate infine a maggio dell’anno scorso -, la posizione di Pedio rimane ancora in ballo. L’aggiunta è infatti indagata non solo per omissione d’atti d’ufficio, ma anche per la gestione dell’ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna, grande accusatore nel processo Eni-Nigeria (conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati in primo grado) e presunto calunniatore, secondo quanto segnalato dallo stesso Storari a De Pasquale e Spadaro, che nonostante ciò lo avrebbero usato come teste chiave dell’accusa. E a chiudere il cerchio nella polveriera milanese ci sono proprio i due accusatori di Eni, indagati per rifiuto di atti d’ufficio. L’indagine si basa sulla gestione delle prove nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245, tangente mai provata in quanto mancano «prove certe ed affidabili dell’esistenza dell’accordo corruttivo contestato», si legge nella sentenza di assoluzione. E tra le questioni scandagliate dalla procura di Brescia c’è quella del video favorevole agli imputati tenuto nascosto dalla procura. Il filmato era stato girato in maniera clandestina da Amara e testimonierebbe la volontà di Armanna di ricattare i vertici Eni per gettare su di loro «valanghe di merda» e avviare una devastante campagna mediatica. De Pasquale, nel corso del processo, ha ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuto non rilevante». Ma per il tribunale si trattava di elementi fondamentali, al punto che per i giudici risulta «incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Vincenzo Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e della auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati». Ma non solo: Storari aveva trasmesso ai pm del caso Opl 245 delle chat trovate nel telefono di Armanna, dalle quali sarebbe emerso come quest’ultimo avesse versato 50mila dollari al teste Isaak Eke per fargli rilasciare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni coimputati. Tuttavia, nel processo sono state poi depositate dalla difesa di Armanna solo le presunte chat «false» che la stessa aveva già prodotto a De Pasquale e Spadaro. «Ne prendiamo atto. È la chiusura di un primo capitolo che poi troverà eventualmente, ammesso che ci sia la richiesta di rinvio a giudizio, in una sede processuale la sua verifica», ha affermato Paolo Della Sala, difensore del pm Storari.  «Con tutto il fango buttato addosso al dottor Storari, in realtà poi il suo fatto resta circoscritto a questo episodio, che era noto, e che non ha buchi di ricostruzione. È un problema giuridico, delicato, che noi confidiamo di risolvere positivamente», ha concluso. «Commenteremo dopo aver letto attentamente gli atti», ha invece spiegato il legale Francesco Borasi, avvocato di  Davigo.

Loggia Ungheria, Davigo e De Pasquale verso il processo. Brescia ha chiuso le indagini. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera l’8 Ottobre 2021. L’ex pm è indagato con il pm Storari per la diffusione dei verbali di Amara sulla «loggia Ungheria». Il procuratore aggiunto è sotto accusa con il pm Spadaro per rifiuto d’atti d’ufficio nell’ambito del caso Eni-Nigeria. L’ex consigliere Csm Piercamillo Davigo e il pm milanese Paolo Storari vanno verso il processo per aver fatto circolare i verbali segreti di Piero Amara sulla «loggia Ungheria»; mentre il procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro vanno verso il processo per aver tenuto gli imputati e il Tribunale del processo Eni-Nigeria all’oscuro di elementi potenzialmente favorevoli alle difese. È quanto si ricava dai quattro «avvisi di conclusione delle indagini e deposito degli atti» notificati ieri dalla Procura di Brescia a Davigo e Storari per l’ipotesi di «rivelazione di segreto», e a De Pasquale (uno dei vice del procuratore Francesco Greco) e Spadaro per l’ipotesi di «rifiuto d’atti d’ufficio». Notifiche che di solito preludono dopo 20 giorni alla richiesta di processo, salvo spiazzanti controdeduzioni difensive che qui però gli indagati hanno già proposto. Nessuna decisione invece allo stato sugli altri due indagati per omissione d’atti d’ufficio, Greco e il procuratore aggiunto Laura Pedio.

Loggia «Ungheria». La consegna nell’aprile 2020 da Storari a Davigo delle copie word dei verbali resi a fine 2019 dall’ex avvocato esterno Eni Piero Amara sull’asserita associazione segreta «Ungheria» non può essere, per il procuratore Francesco Prete e il pm Donato Greco, scriminata né dal fatto che fosse stato Davigo a rassicurare Storari sulla liceità della consegna e sulla non opponibilità del segreto investigativo a un consigliere Csm; né dal movente di Storari di lamentare i contrasti con il procuratore Greco e la coassegnataria Pedio sui ritardi (a suo avviso) nell’avviare concrete indagini. Tra le successive rivelazioni di segreto imputate a Davigo è interessante che Brescia indichi quelle non al procuratore generale e al presidente della Cassazione, Giovanni Salvi e Pietro Curzio, ma quella al vicepresidente del Csm David Ermini, che al pari di Salvi e Curzio compone il Comitato di Presidenza del Csm: Ermini ricevette da Davigo anche copia dei verbali, che — si scopre ora — si affrettò poi a distruggere ritenendoli irricevibili. Come rivelazioni di segreto sono poi contestate a Davigo quelle ai consiglieri Csm Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna; alle sue due segretarie al Csm Marcella Contraffatto e Giulia Befera; e al presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, il senatore (allora nel M5S) Nicola Morra, in un colloquio privato, fuori (per i pm) da qualunque regola, e solo per motivare i contrasti insorti con il consigliere Csm Sebastiano Ardita.

L’impatto sulla procura. Impatta invece sul lavoro della Procura di Milano l’accusa al braccio destro di Greco, il capo del pool affari internazionali De Pasquale: non aver depositato, nel processo sulle tangenti Eni in Nigeria sfociato poi in tutte assoluzioni, indizi trovati da Storari (e inoltratigli da Greco) sulla possibile calunniosità (ai danni di Eni, dell’a.d. Descalzi e del n.3 Granata) di Vincenzo Armanna, coimputato-accusatore di Eni, assai valorizzato da De Pasquale nel processo e da Pedio nell’indagine sui depistaggi Eni. Taciuti a difese e giudici, oltre al video dell’imprenditore Ezio Bigotti sulla matrice psicologica delle accuse di Armanna, per Brescia furono la falsità di alcune chat prodotte da Armanna; e il rapporto di soldi (50.000 dollari dati o promessi) tra Armanna e l’asserito superteste nigeriano da lui evocato a riscontro delle proprie accuse a Eni.

Verbali Amara al Csm, chiuse le indagini su Davigo e Storari. La procura di Brescia contesta a Davigo e Storari la rivelazione del segreto d'ufficio in merito ai verbali di Amara. Chiuse le indagini anche su De Pasquale. Il Dubbio l’8 ottobre 2021. La procura della Repubblica di Brescia ha chiuso le indagini sull’ex consigliere togato del Csm, Piercamillo Davigo, sui pm Paolo Storari e Sergio Spadaro e sul procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. gli ultimi tre in servizio presso la procura di Milano. Si tratta della doppia inchiesta sulla circolazione dei verbali dell’ex legale dell’Eni, Piero Amara, e del processo sulla presunta tangente “Eni-Nigeria”, in cui sono stati assolti tutti gli imputati. I pm bresciani contestano a Davigo e Storari la rivelazione del segreto d’ufficio, mentre a Spadaro e De Pasquale il rifiuto d’atti d’ufficio. Ora, come prevede la procedura, gli indagati avranno la possibilità di farsi interrogare o presentare una memoria difensiva. Il rischio, tuttavia, è che tutti e quattro vadano a processo, qualora il gup, una volta ricevuta la richiesta dell’accusa, decidesse per il rinvio a giudizio.  Nello specifico, la procura di Bresccia ritiene che le condotte di Davigo e Storari non possano giustificarsi in alcun modo rispetto alla vicenda della presunta loggia “Ungheria“, la cui indagine stentava a decollare, secondo Storari, per alcuni contrasti interni all’ufficio inquirente meneghino. Inoltre, la pubblica accusa, in riferimento alla rivelazione del segreto d’ufficio, indica quali destinatari di tale comportamento illecito non il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, e il presidente della Cassazione, Pietro Curzio, ma il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, che insieme agli altri due, compone il comitato di Presidenza di Palazzo dei Marescialli. Per la procura di Brescia, Davigo avrebbe rivelato i contenuti delle dichiarazioni di Amara ai consiglieri del Csm, Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna, ma anche al senatore, ex M5S, Nicola Morra, nonché alle due collaboratrici Marcella Contraffatto e Giulia Befera. Per quanto riguarda la storia del processo “Eni-Nigeria“, la procura di Brescia contesta a De Pasquale di non aver depositato gli indizi rinvenuti dal pm Storari le presunte dichiarazioni calunniose da parte dell’accusatore di Eni, Vincenzo Armanna.

Giuseppe Salvaggiulo e Monica Serra per "la Stampa" il 30 settembre 2021. Un «lunghissimo e necessario» vertice tra Raffaele Cantone e Francesco Greco, procuratori della Repubblica di Perugia e Milano, non è routine. Tanto più se il menu, pausa pranzo inclusa, prevede una sola portata: l'avvocato Piero Amara. Da una parte ci sono almeno sei fascicoli aperti a Milano per indagare sulle sue presunte calunnie e diffamazioni. Dall'altra l'inchiesta-madre sulla fantomatica loggia Ungheria, nata a Milano (dove ha fatto strage di magistrati a loro volta indagati) e finita per competenza a Perugia dieci mesi fa. In mezzo anche il fascicolo sul presunto complotto Eni aperto oramai più di quattro anni fa, in cui sono stati raccolti i verbali dello stesso Amara. Anni di indagini di almeno cinque Procure (e non tra le più sprovvedute), non sono riuscite a risolvere l'enigma della credibilità di Amara. L'incontro di ieri individua un metodo comune fondato su scambio di informazioni, coordinamento investigativo a 360 gradi, tentativo di tirare un filo per volta dalla matassa di dichiarazioni di Amara. Una certezza sull'esistenza della loggia Ungheria, sulle sue caratteristiche e sull'eventuale illiceità ancora non c'è. Posto che in ipotesi sarebbe possibile dimostrarne l'esistenza ma non l'inesistenza, per ora riscontri organici in senso positivo non ci sono. Al contrario delle «polpette avvelenate». Tanto che Cantone non ha iscritto come indagato nessuno dei circa 70 personaggi citati da Amara. E non ha creduto all'ex pm Maurizio Musco, amico di Amara a Siracusa, che in un lungo esposto aveva raccontato di essere stato egli stesso invitato nel 2011 a entrare nell'associazione segreta Ungheria dall'alto magistrato Tinebra, nel frattempo morto. Ciò non toglie che Amara, al di là di quello che nella Procura perugina viene considerata «una prevalutazione negativa» suffragata dalla sua «eccezionale capacità di manipolazione», possa raccontare anche cose vere. Da utilizzare solo se adeguatamente riscontrate. Come accaduto a Roma (corruzione al Consiglio di Stato, rivelando anche episodi inediti), a Perugia (processo Palamara) e in ultimo a Potenza. Dove le sue dichiarazioni hanno portato all'arresto di Enrico Laghi, «imperatore» delle grandi aziende pubbliche, perché definite da Procura e giudice «lineari, spontanee e prive di intenti calunniatori». Dunque, che fare delle fluviali dichiarazioni di Amara su singoli episodi di corruzione (anche giudiziaria), abusi di ufficio, traffici di influenze illecite a carico di politici, magistrati, grand commis? Da quanto trapela in serata a conclusione del vertice investigativo, la scelta è di procedere subito per calunnia quando un episodio viene smentito dagli accertamenti. Come già accaduto con le accuse all'ex componente del Csm Marco Mancinetti (sodale di Palamara, prima di una clamorosa rottura), gli atti saranno trasmessi per valutare eventuali calunnie a Milano, competente in quanto sede in cui il reato sarebbe stato commesso, nei primi interrogatori. Analogo coordinamento è in corso anche tra Perugia e Firenze. Un modo per decrittare, tra l'altro, il tour dichiarativo di Amara nelle Procure di mezza Italia. Da quando i verbali degli interrogatori di Amara, resi a Milano tra il 6 dicembre 2019 e l'11 gennaio 2020, sono stati pubblicati sui giornali, le querele nei suoi confronti si sono moltiplicate. Tutte daranno vita a nuovi e scivolosi fascicoli d'inchiesta. I primi sei sono già sulla scrivania del procuratore aggiunto del pool anticorruzione milanese Maurizio Romanelli, ieri con Greco a Perugia. Con i nuovi trasmessi da Perugia, si arriva una decina. Alcuni vedono già Amara iscritto nel registro degli indagati. «Amara non ha mai smesso di collaborare con le Procure, che l'hanno sempre ritenuto credibile e valorizzato», obietta il suo avvocato Salvini Mondello, che ha depositato in Cassazione un ricorso per chiederne la scarcerazione.

Emiliano Fittipaldi per "Domani" il 29 settembre 2021. L'inchiesta sulla fantomatica loggia Ungheria si aggiorna con un altro capitolo inedito. Il capo della procura di Perugia Raffaele Cantone, insieme ai pm Gemma Miliani e Mario Formisano che stanno passando al setaccio le dichiarazioni dell'ex avvocato dell'Eni Piero Amara, hanno indagato in gran segreto per mesi sul ruolo che avrebbero avuto l'ex ministro della Giustizia Paola Severino e Michele Vietti, per anni vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, in merito alla "caduta" di un pm della procura di Siracusa, Maurizio Musco. Quest'ultimo è un magistrato finito dalle stelle alle stalle una decina di anni fa, quando da inquirente di punta dell'ufficio della città siciliana specializzato in delitti ambientali, si è ritrovato accusato di avere rapporti opachi con l'avvocato Amara: trasferito d'ufficio a Palermo da Severino, poi condannato per abuso d'ufficio in via definitiva e infine rimosso, nel giugno del 2019, dalla magistratura con sentenza della sezione disciplinare del Csm. Musco è stato tirato in ballo da Amara in alcune dichiarazioni rese alla procura di Milano: nel racconto dell'avvocato, come "soldato" semplice della loggia Ungheria avrebbe tentato di salvare il compagno facendo pressione su altri appartenenti. Tra cui Michele Vietti, considerato da Amara uno dei capi del gruppo massonico, che avrebbe dovuto intercedere per bloccare le istanze di Severino, anche lei inserita da Amara tra i "confratelli". Un tentativo non riuscito, perché, dice Amara, Musco aveva aperto un'inchiesta su una società denominata Oikhoten, che avrebbe dovuto costruire una discarica, «riconducibile alla famiglia Marcegaglia». Il duo Severino-Marcegaglia si sarebbe così mosso prima per farlo trasferire, e poi «per fare in modo che il Csm si pronunciasse contro Musco. Questo mise in estrema difficoltà Vietti nei miei confronti. Io in quel contesto – dice a verbale Amara – siccome Marcegaglia era diventata presidente dell'Eni e Severino aveva un ruolo importante in quanto molto legata a Marcegaglia, pensando al mio interesse decisi di abbandonare la mia amicizia con il dottor Musco». Quello che nessuno sapeva è che Musco, quando ha letto sui giornali le dichiarazioni di Amara, ha preso carta e penna e scritto un lungo esposto-denuncia alla procura di Perugia e di Roma, denunciando un presunto complotto ai suoi danni che lo ha trasformato in una vittima «di una strategia finalizzata ad allontanarlo dalla procura». Il pm elenca una serie di «anomalie» da parte del magistrato Emilia Fargnoli, estensore della richiesta di trasferimento, e di Severino: dal fatto che «era stata contestata per la prima volta la violazione dell'obbligo di astensione al magistrato per il solo fatto di avere rapporti con il difensore delle parti (Amara, ndr)», alla circostanza che lo stesso «capo degli ispettori non proponeva la richiesta di trasferimento cautelare», poi proposto dalla Fargnoli d'urgenza. Fatto più grave, dice Musco, è che «il ministro Severino formulava richiesta di trasferimento dichiarando contrariamente al vero che in quel momento esistessero cointeressenze economiche tra me e l'avvocato Amara». L'ex pm, di fatto, ipotizza che la loggia deviata possa averlo preso dunque di mira, e stritolato per il suo lavoro che metteva il bastone tra le ruote degli affari di Emma Marcegaglia. I pm di Perugia hanno così iscritto d'ufficio nel registro degli indagati Severino, Vietti e la Fargnoli con l'ipotesi di concorso in abuso d'ufficio, ma dopo aver investigato per quasi due mesi sulle accuse di Musco hanno deciso di chiedere l'archiviazione per tutti gli indagati, mandando gli atti al tribunale secondo loro competente, cioè quello per i reati ministeriali di Perugia visto che la Severino, al tempo delle contestazioni dell'ex magistrato, era ministro del governo Monti. Il documento firmato da Cantone e i suoi uomini entra però anche nel merito, e smonta pezzo per pezzo le ipotesi accusatorie di Amara e di Musco. I pm chiariscono in primis che la procedura disciplinare contro Musco è durata ben otto anni, con tre diversi consigli del Csm intervenuti sul caso, «con relatori che non risultano avere alcun rapporto con la professoressa Severino», aggiungendo che «l'onorevole Vietti non ha più alcuna carica dal 2014. Tre volte poi è intervenuta la Cassazione dal 2016 al 2020, in composizioni diverse e partecipate da giudici diversi: come avrebbe potuto il ministro Severino o i suoi asseriti sodali riuscire a influenzare le decisioni di tanti giudici?», si chiede Cantone. Musco, nell'esposto, critica con durezza anche un magistrato di Messina, Fabrizio Monaco, che – collegato a suo parere ad alcuni presunti faccendieri siracusani fautori di una campagna stampa su siti online locali – «avrebbe avviato un'azione penale strumentale» in suo danno. Musco spiega che Monaco non avrebbe fatto accertamenti decisivi in merito a una nota dei carabinieri di Siracusa che nel 2012 elencava una serie di contatti (avvenute prima dell'avvio dell'ispezione) tra uno degli artefici della campagna stampa contro di lui e un numero intestato proprio al Csm, ma mai identificato. I magistrati perugini ipotizzano che debba essere il tribunale dei ministri, lo ritenesse necessario, ad effettuare l'accertamento sui numeri telefonici, ma comunque segnalano come nei confronti di Severino e di Vietti «gli stessi atti forniti dal Musco militano nel senso dell'insussistenza del fatto». Cioè nessun abuso d'ufficio e nessun complotto di nessuna loggia. L'ispezione decisa dall'allora titolare della Giustizia, si legge, «appare non solo pienamente legittima ma persino doverosa», mentre i rapporti economici tra Musco e Amara vengono definiti «quantomeno discutibili». Inoltre «appare smentita per tabulas la prospettazione secondo cui è Severino che vuole allontanare Musco dal processo Oikhoten per fare un favore alla sua amica Marcegaglia». Anche perché la campagna per allontanare il pm da parte dei possibili congiurati sarebbe «irragionevolmente» iniziata quando ormai «il pm non poteva più occuparsi del processo e "la palla" era passata in Corte d'appello». L'indagine partita dall'esposto serve però alla procura di Perugia anche per rendere manifesti i primi dubbi espliciti sull'esistenza stessa della loggia Ungheria: nonostante le tante indagini svolte, l'appartenenza presunta di Vietti e Severino al gruppo prospettata da Amara ha portato infatti solo a riscontri negativi, tanto che «l'ufficio non ha ritenuto di procedere all'iscrizione» dei due «come adepti dall'Amara per violazione della legge Anselmi». Non solo: le dichiarazioni di Amara, che tentava di salvare l'amico dall'attacco di confratelli «riuscendo a suo dire a ottenere l'assoluzione del Musco da parte della sezione disciplinare... possono quantomeno far seriamente dubitare che quanto paventato dal dottor Musco sul ruolo di Ungheria sulla sua vicenda abbia fondamento. Anzi: possono persino far ritenere che quantomeno una parte dei suoi adepti sia scesa in campo non contro di lui ma piuttosto per salvare il sostituto di Siracusa dai rigori disciplinari e penali».

Loggia Ungheria, Alessandro Sallusti: "Non solo il Sistema smascherato da Palamara, esistono due livelli". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 18 settembre 2021. Il pozzo ormai è avvelenato e chiunque pensi di abbeverarsi non la farà franca. La storia della presunta "Loggia Ungheria", riedizione della famigerata P2, è sfuggita di mano e sta rotolando come la palla di neve che diventa valanga. C'è da chiedersi perché per almeno due anni la Procura di Milano ha tenuto nel cassetto la deposizione fiume del faccendiere Piero Amara che faceva, probabilmente a vanvera, nomi eccellenti di magistrati, alti ufficiali e imprenditori di primo piano (compreso Carlo De Benedetti). E c'è anche da chiedersi perché detti verbali, trafugati da quel cassetto, siano rimasti così a lungo in un altro posto sicuro, cioè la redazione del Fatto Quotidiano che solo ieri ha ritenuto di renderli noti. Le spiegazioni fornite dalla Procura di Milano e dal quotidiano in questione fanno acqua da tutte le parti, almeno agli occhi di chi ha un minimo di dimestichezza con questo tipo di faccende. L'ipotesi migliore è che ognuno tiene famiglia, e che è partita la faida tra famiglie rivali che si dividevano sia pure in precario equilibrio lo stesso territorio, quello della giustizia come arma di potere economico e politico. Se le stanno dando di santa ragione e ognuno mette in campo i suoi uomini del giornalismo e della politica. Probabilmente a rompere l'equilibrio - i tempi coincidono - è stato il caso Palamara, regista diventato improvvisamente incontrollabile e quindi scomodo al punto da dover essere eliminato. Ma la verità poi raccontata da Palamara nel suo libro-confessione è evidentemente soltanto una parte della storia. Il "sistema" occulto che ha controllato il paese negli ultimi vent'anni aveva più livelli, non so dire quanto comunicanti tra loro. Smascherarne uno, quello con a capo Palamara, ha messo in crisi l'altro, che magari non si chiama "Ungheria", magari non vede come attori principali quelli indicati da Amara (noto mestatore che mischia vero, verosimile e falso per depistare e consumare vendette) ma certamente da qualche parte esiste. Vogliamo lasciare ai magistrati, molti dei quali coinvolti in entrambi i livelli, il compito di cercarlo e accertare verità scomode? Per quel poco che ho capito non c'è da fidarsi.

Dopo la pubblicazione del dossier sulla Loggia Ungheria. Guerra tra bande in magistratura, Travaglio dopo la pubblicazione del dossier sulla Loggia Ungheria può lottare con noi contro il potere. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Per quale ragione Il Fatto quotidiano abbia deciso di pubblicare il famoso dossier Loggia Ungheria (che possedeva da 11 mesi e aveva deciso di tenere segreto) io non lo so. Data l’evidente contraddizione fra la decisione di non pubblicarlo per ragioni etiche e la decisione di pubblicarlo per etiche ragioni (e dopo aver letto l’improbabile articolo di spiegazioni del povero Barbacetto, vittima designata nei momenti difficili), avevo pensato che la scelta fosse stata imposta da Piercamillo Davigo, che del Fatto quotidiano è uno stabile collaboratore (e credo consigliere) e che di tanto in tanto viene ampiamente intervistato, anche dal direttore Travaglio, con domande abbastanza amichevoli che raramente vanno oltre il “cioè”. Può darsi però che mi sbagli, e che Davigo, che quel dossier lo possiede da molto tempo e lo ha anche usato, forse, ma non reso pubblico, non c’entra niente con la decisione del Fatto di rovesciare la sua etica e di pubblicare il dossier. In ogni caso non mi pare che sia questa la questione centrale. La questione centrale è la seguente. Immagino che lo stesso Travaglio – che è un fondamentalista, senza dubbio, ma per molti versi è anche una persona onesta – si sia reso conto, leggendo il dossier, che dentro la magistratura è aperta una guerra civile senza esclusione di colpi e a geometria variabile. Non sempre si capisce bene quali siano le squadre, ma qualcosa ora si intravede. Leggendo gli articoli del Fatto si intuisce che esiste la squadra più forte, che si raggruppa attorno al pezzo più potente di Magistratura democratica. Poi c’è la squadra più debole, radunata in questa famigerata Loggia Ungheria (su posizioni moderate). Infine c’è un certo numero di battitori liberi (anche molto potenti) capaci di giocare su un lato o sull’altro a seconda delle occasioni. Fuori da questo schema esiste un gruppetto esiguo esiguo di magistrati indipendenti. Marco sicuramente si ricorda quella battuta – mica tanto scherzosa – su come negli anni 80 funzionava la lottizzazione in Rai: 3 democristiani, due socialisti, due laici, un comunista e poi uno che se ne intende. Beh, mi pare che in magistratura (specialmente tra i Pm) le cose stiano proprio così. Con una differenza: in Rai poi facevano lavorare quello che se ne intendeva, in magistratura capita raramente. Il problema è che questo gioco, e questa lotta tra le due squadre, producono due conseguenze. La prima è che il potere di controllo che riescono a esercitare sullo Stato è vastissimo. Perché a questo potere è sottomessa quasi tutta la politica e grandissima parte del potere economico. È in quella sede – in quelle Logge più o meno segrete, sicuramente illegali – che si decidono gran parte dei destini del paese nei campi decisivi dell’economia e della politica. Non è così, Marco? Non è questo che emerge dai verbali che stai pubblicando? E non ti pare che tutto questo sia molto ma molto più grave dello scandalo P2? La seconda conseguenza, terrificante, è che il peso che hanno queste Logge si ripercuote sulle inchieste e talvolta persino sulle sentenze. La macchina della giustizia risponde alle Logge, non alla verità, al diritto, all’indagine. Se uno va colpito lo si colpisce, poi il reato si trova. Non sta diventando questo il problema principale del paese? Il Fatto, credo di aver capito, è nato per combattere i poteri forti. Giusto? E allora, Marco, senza bisogno di nessuna abiura, ora che lo sai, vieni con noi nella battaglia più difficile e pericolosa: quella di riportare la legalità in magistratura. Magari ci si fa male, ma è una battaglia molto utile.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Sara Bennewitz per repubblica.it il 22 ottobre 2021. L'ex commissario dell'Ilva Enrico Laghi, che dallo scorso settembre era agli arresti domiciliari, è stato liberato dal Tribunale del riesame di Potenza presieduto da Aldo Gubitosi. Laghi era stato arrestato e posto ai domiciliari su ordine del gip del Tribunale di Potenza per vicende legate alla gestione dell'impianto siderurgico di Taranto. L’inchiesta aveva ad oggetto un nuovo filone dell’indagine sull’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo che coinvolge anche l’ex consulente esterno di Eni Piero Amara. Per Laghi il procuratore Francesco Curcio aveva chiesto la custodia in carcere, ma il gip aveva comminato solo i domiciliari. La misura cautelare era stata notificata dalla Squadra mobile e dal nucleo di polizia economico finanziari della Guardia di Finanza di Potenza. A Laghi, scelto dal governo di Matteo Renzi come commissario dell'Ilva, erano  stati  inoltre sequestrati anche 363mila euro, come disposto dal giudice per le indagini preliminari Antonello Modeo. L'inchiesta, che si sarebbe basata su “plurime e convergenti dichiarazioni accusatorie”, ipotizzava la corruzione in atti giudiziari in concorso con Amara, il magistrato Capristo, il suo amico e avvocato Giacomo Ragno, il poliziotto Filippo Paradiso e Nicola Nicoletti, consulente dell’Iva. Oggi però il tribunale del riesame di Potenza presideduto da Aldo Gubitosi, "previa riqualificazione dell'imputazione relativa agli incarichi professionali conferiti dall'avvocato Giacomo Ragno nel reato ex articolo 110,  319 quater" del Codice penale, ed esclusa ogni ulteriore contestazione, ha annullato l’ordinanza e disposto  "l'immediata liberazione di Enrico Laghi". Laghi è noto per essere un professionista stimato, dalle istituzioni e nel mondo delle grandi aziende italiane; ricopre il ruolo di presidente esecutivo di Edizione, la holding dei Benetton che controlla Atlantia (e dunque le Autostrade per l'Italia), gli Aeroporti di Roma, Autogrill e l'omonimo gruppo tessile. 

INDAGINE SU CAPRISTO. IL TRIBUNALE DEL RIESAME SMENTISCE LA PROCURA DI POTENZA E LAGHI TORNA LIBERO. Il Corriere del Giorno il 21 ottobre 2021. L’operato della procura lucana aveva già subito ieri un altro “colpo” dalla difesa del prof. Laghi in occasione dell’udienza per l’incidente probatorio che si è svolto dinnanzi al Gip Antonello Amodeo, allorquando l’ avv. Mario Zanchetti ha giustamente eccepito che uno dei verbali di Nicoletti era pieno di omissis e quindi non poteva svolgersi la prova su documenti incompleti. Il Tribunale del Riesame di Potenza presieduto dal giudice Aldo Gubitosi, a latere giudici Maria Stante e Carmen Bonamico ha accolto le istanze difensive dell’ avv. Mario Zanchetti del foro di Roma, previa riqualificazione dell’imputazione relativa agli incarichi professionali conferiti all’ avv. Giacomo Ragno del foro di Trani ed “esclusa ogni ulteriore contestazioni” ha annullato l’ordinanza cautelare nei confronti del prof. Enrico Laghi già commissario straordinario dell’ex Ilva di Taranto, disponendo la sua immediata liberazione. L’operato della procura lucana aveva già subito ieri un altro “colpo” dalla difesa del prof. Laghi in occasione dell’udienza per l’incidente probatorio che si è svolto dinnanzi al Gip Antonello Amodeo, allorquando l’ avv. Mario Zanchetti ha giustamente eccepito che uno dei verbali di Nicoletti era pieno di omissis e quindi non poteva svolgersi la prova su documenti incompleti. Una vera e propria “figuraccia” dei pubblici ministeri che hanno cercato di addurre inutili e pretestuose giustificazioni, e che nei prossimi giorni saranno tenuti a depositare gli atti integrali in vista della prossima udienza che si terrà il 15 novembre. Laghi era stato posto ai domiciliari dallo scorso 27 settembre a seguito di un’ ordinanza del Gip. dr. Antonello Amodeo del Tribunale di Potenza nell’ambito di un’ inchiesta della Procura del capoluogo lucano guidata da Francesco Curcio in cui sono indagati anche l’ex Procuratore della Repubblica di Trani e di Taranto, Carlo Maria Capristo, gli avvocati Piero Amara e Giacomo Ragno, il funzionario di Polizia Filippo Paradiso e Nicola Nicoletti, che è stato consulente dei commissari dell’Ilva.

L'ennesimo flop dei pm sull'Ilva. Nicola Porro il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. La vicenda giudiziaria dell'ex commissario dell'Ilva, Enrico Laghi, ha dell'incredibile. Questo signore è un professore universitario, salito in cattedra da giovanissimo, e grande esperto di bilanci. Anzi uno dei più esperti in Italia. Poco più che trentenne se lo prese Marco Tronchetti nel consiglio sindacale della Pirelli. Ha fatto parte dei consigli di aziende quotate e non, di dimensioni rilevanti. Ha fatto il commissario per Alitalia e poi, mal gliene incolse, anche per Ilva. È stato consulente delle Procure di mezza Italia, si mise a rifare i calcoli sui derivati del comune di Milano. Il 27 settembre di quest'anno viene arrestato e messo ai domiciliari su richiesta della Procura di Potenza e ordinanza del Gip, che però nega la custodia in carcere. Se no Laghi avrebbe soggiornato nelle patrie galere. In una complicata storia che vede coinvolto l'ex procuratore di Taranto, poi indagato Carlo Maria Capristo, e la banda di Amara, quello dei veleni sull'Eni per intendersi, il nostro professore pluridecorato avrebbe utilizzato il suo ruolo di commissario straordinario dell'Ilva per fare favori ad amici della banda e per questa via ottenere soluzioni per la pratica Ilva, sotto controllo appunto da parte della magistratura tarantina. Un castello nell'aria, ha stabilito due giorni fa il tribunale del Riesame di Potenza. Che non solo ha disposto la cancellazione delle misure cautelari, altro che carcere, ma ha anche chiesto di derubricare il possibile reato: quella che per i pm era corruzione in atti giudiziari per i giudici del Riesame potrebbe essere al massimo un'induzione indebita a dare o promettere utilità. Tutta da dimostrare, ovviamente. Ma le cose incredibili di questa vicenda sono due.

La prima riguarda come spesso avviene il buon senso. E per questo abbiamo solo sommariamente elencato i titoli di Laghi. Questo signore secondo la bizzarra teoria dell'accusa avrebbe avuto necessità di «farsi bello» con i politici sulla questione Ilva e per questo avrebbe avuto comportamenti che configurano la corruzione in atti giudiziari. Siamo arrivati al paradosso. Se i commissari non fanno, sono degli inetti. Se fanno, cercando di salvare il salvabile, rischiano di venire arrestati. E questo teorema vale anche nei confronti di chi, sia pur giovane, ha dimostrato in tutti gli ambiti, da quelli pubblici a quelli privati, di essere un fenomeno.

La seconda questione, legata alla prima, riguarda la credibilità dell'accusa. Non della magistratura, ma delle Procure. A quanto ci risulta nessuno ha tolto incarichi a Laghi. Impossibilitato dall'arresto, avrà avuto, c'è da immaginare, un legittimo impedimento nel partecipare a consigli o organi di vigilanza. Ma nessuno dei suoi committenti gli ha revocato l'incarico. Certo per la sua storia professionale. C'è però un elemento aggiuntivo: ci si fida sempre meno delle roboanti richieste e indagini delle procure e sempre più si sconta che esse poi possano finire nel nulla. Una magistratura che perda, nella sua accusa, credibilità è un danno per il sistema, ma anche, evidentemente, una protezione dai suoi errori e abusi.

Ps. Incredibile la storia della Loggia Ungheria a proposito degli altri veleni chez Amara. Ora in mano ad un serio magistrato, come Cantone, non si riesce bene a capire come mai l'unico indagato (sarà sicuramente, come si dice a sua tutela) che sia stato esposto al pubblico ludibrio della stampa, sia Luigi Bisignani. Dentro alla fantomatica loggia ci sono ex ministri, sacerdoti, poliziotti, carabinieri, finanzieri, prefetti, ma sui giornali c'è solo Bisignani. Che sia davvero l'unico indagato, o per gli altri non c'è titolo che tenga?

Nicola Porro è vicedirettore de il Giornale e si occupa in particolare di economia e finanza. In passato ha lavorato per Il Foglio e ha condotto il programma radiofonico "Prima Pagina" su Rai Radio Tre. Attualmente, oltre a scrivere per il Giornale, gestisce il blog "Zuppa di Porro" su

Arresto dell'ex Ad di Ilva e la rete Capristo-Amara, le accuse della Procura di Potenza. Le carte dell'inchiesta. La Voce di Manduria martedì 28 settembre 2021. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Potenza – dopo aver coordinato e diretto complesse investigazioni svolte dalla Polizia Giudiziaria di seguito indicata – ha delegato la Squadra Mobile della Questura di Potenza e il Nucleo di Polizia Economico-Finanziario di Potenza, la Sezione di P.G. – Aliquota Guardia di Finanza di questa Procura a dare esecuzione ad una ordinanza di applicazione della misura cautelare degli AADD e di sequestro preventivo per un ammontare di 270.000 euro circa, nei confronti del Prof. Enrico LAGHI, per fatti risalenti al periodo in cui era Commissario Straordinario di ILVA in AS. Il Professore LAGHI è stato ritenuto, dal Giudice delle Indagini Preliminari di Potenza, gravemente indiziati del seguente delitto:

LAGHI Enrico, AMARA Piero, CAPRISTO Carlo Maria, NICOLETTI Nicola, PARADISO Filippo, RAGNO Giacomo

Delitto p. e p. dagli artt. 110,81 cpv, 319 ter, in rel. agli artt. 318 e 319, 321 c.p. perché CAPRISTO, AMARA, PARADISO, LAGHI e NICOLETTI in permanenza, RAGNO con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso fra loro come specificato appena di seguito:

CAPRISTO Carlo Maria in qualità di Procuratore della Repubblica di Trani dal 2008 fino al 6 Maggio del 2016 e di Procuratore della Repubblica di Taranto dal 7 Maggio 2016 al 16/07/2020, soggetto passivo della corruzione in atti giudiziari contestata in permanenza nel presente capo;

RAGNO Giacomo, amico personale del CAPRISTO e avvocato penalista del Foro di Trani, concorrente del CAPRISTO in alcuni specifici episodi corruttivi di seguito specificati, nonché beneficiario di alcune delle utilità ricevute contra ius dal CAPRISTO stesso;

AMARA Piero, avvocato penalista operante su tutto il territorio nazionale, soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari commessa in permanenza sia a Trani che a Taranto come di seguito specificato;

PARADISO Filippo, funzionario della Polizia di Stato dedito a curare, previa retribuzione, le relazioni pubbliche dell’AMARA, concorrente di AMARA, soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari commessa in permanenza e di seguito specificata;

LAGHI Enrico, Commissario Straordinario (unitamente a CARRUBBA Corrado e GNUDI Piero) di ILVA in AS, dal 2015 al Giugno 2018, soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari compiuta in permanenza, come di seguito specificato, nonché mandante delle attività illecite materialmente compiute da NICOLETTI Nicola di cui appresso;

NICOLETTI Nicola – consulente dei Commissari di ILVA in AS, delegato dai Commissari Straordinari a seguire e coordinare (sulla base di direttive dei Commissari ma di fatto con ampia e notevole autonomia) le vicende gestionali, produttive, legali che riguardavano gli Stabilimenti ex Ilva di Taranto fra il 2015 ed il 2018, soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari compiuta in permanenza, come di seguito specificato;

Commettevano le seguenti attività di corruzione in atti giudiziari connesse e collegate fra loro.

Segnatamente, il CAPRISTO stabilmente vendeva ad Amara, Laghi e Nicoletti, la propria funzione giudiziaria, sia presso la Procura di Trani (a favore del solo Amara) che presso la Procura di Taranto (a favore di Amara, Laghi e Nicoletti) svolgendo, in tale contesto, il PARADISO, funzione d’intermediario presso il CAPRISTO per conto e nell’interesse di AMARA PIERO, facendo ciò, il CAPRISTO, in cambio dell’utilità costituita dal costante interessamento di AMARA e PARADISO (il secondo stabilmente remunerato dal primo) per gli sviluppi della sua carriera (il CAPRISTO, sul punto, risultava particolarmente sensibile, in quanto, cessando definitivamente il suo incarico di Procuratore della Repubblica di Trani nel 2016, sarebbe rimasto privo di incarichi direttivi, al cui immediato conferimento, invece anelava) nonché per ottenere i vantaggi economici e patrimoniali in favore del suo inseparabile sodale Avv. Giacomo Ragno, come di seguito meglio specificato. Con riferimento al primo dei favori offerti al Capristo – l’interessamento per la sua carriera – sia AMARA che PARADISO (che agivano in sinergia e coordinandosi fra loro) si facevano carico di una obbligazione di mezzi e non di risultati verso il CAPRISTO e la stessa in particolare, si manifestava in un incessante attività di raccomandazione, persuasione, sollecitazione svolta, in favore del CAPRISTO, dai suddetti corruttori su membri del CSM (da loro conosciuti direttamente o indirettamente) e/o su soggetti ritenuti in grado di influire su quest’ultimi, in occasione della pubblicazione di posti direttivi vacanti di interesse del CAPRISTO (fra cui la Procura Generale di Firenze, la Procura della Repubblica di Taranto ed altri ancora).

Il CAPRISTO, a sua volta, nelle sue qualità di Procuratore della Repubblica, prima di Trani e poi di Taranto, in cambio di tali interessamenti – ed in cambio per quanto riguarda il LAGHI ed il NICOLETTI anche di favori immateriali (quali le nomine e gli incarichi ad amici da parte di ILVA in AS, come poi meglio specificato – garantiva stabilmente come di seguito meglio specificato sia ad AMARA che a LAGHI/NICOLETTI e quindi ad Ilva in AS, sia presso la Procura di Trani (per il solo Amara, in indagini che a vario titolo coinvolgevano ENI, di cui AMARA era legale) che presso quella di Taranto, utilità e vantaggi processuali, nonché garantiva da Amara mostrando apertamente la sua amicizia con il predetto innanzi al LAGHI ed al NICOLETTI, l’agevolazione professionale consistita nel suo accreditamento presso Ilva in AS – quale avvocato in rapporti preferenziali con il Procuratore della Repubblica – cosicché:

L’AMARA, anche in vista dei ritorni economici assai significativi costituiti dal pagamento di cospicue parcelle professionali da parte delle indicate imprese, consolidava il suo ruolo di consulente legale di ENI ed ex Ilva in AS, in grado di risolvere (proprio in virtù dei suoi rapporti preferenziali con il CAPRISTO) situazioni processuali particolarmente complesse. Il PARADISO consapevolmente, in tale contesto, riceveva dall’AMARA utilità economiche per le sue attività relazionali che, dall’AMARA in cambio delle descritte utilità venivano indirizzate in favore del CAPRISTO, nella consapevolezza del PARADISO che siffatti interessamenti avrebbero garantito un ritorno professionale per Amara da parte di CAPRISTO. Il LAGHI ed il NICOLETTI, che avevano appoggiato l’attività di sponsorizzazione del Capristo svolta da AMARA e Paradiso (che non a caso si interfacciava con LAGHI, NICOLETTI, AMARA e soggetti in grado di influire su componenti del CSM) a loro volta, come di seguito sarà dettagliato, elargivano remunerati incarichi di consulenza ed assistenza legale a persone indicate dal CAPRISTO che a sua volta orientava l’attività della Procura di Taranto in favore di ILVA in AS;

il LAGHI ed il NICOLETTI, anche accreditandosi presso il Capristo attraverso la nomina dell’Amara quale consulente e legale di Ilva in AS (nomina che consentiva ad Amara di incassare, nel contesto dell’ attività corruttiva, parcelle per oltre 90.000 euro) vedevano riconosciute, dalla gestione della Procura della Repubblica di Taranto da parte di Capristo, una particolare e favorevole attenzione alle esigenze di Ilva in AS che, a sua volta, si tramutava anche in ulteriore beneficio, questo di carattere personale, sia per il LAGHI che per il NICOLETTI, in quanto, il primo, acquisiva maggiore credito presso il Governo Nazionale ed i Ministri competenti quale abile e capace manager risolutore delle questioni giudiziarie/economiche e patrimoniali di pertinenza delle aziende commissariate, mentre il secondo un quanto consulente degli Amministratori Straordinari ed in quanto trait-de-union

(unitamente ad Amara, che dallo stesso Nicoletti era stato proposto all’ Amministrazione Straordinaria quale legale da assoldare in quanto in ottimi rapporti con Capristo) fra l’Amministrazione Straordinaria e la Procura di Taranto, si accreditava, presso il Laghi come soggetto indispensabile per gestire i complessi rapporti con la AG di Taranto e dunque acquisiva ulteriori titoli per rinsaldare la sua ascesa professionale nelle acciaierie tarantine.

Nel dettaglio, il CAPRISTO:

- nella sua qualità di Procuratore della Repubblica di Trani, essendo stato posto in relazione con l’AMARA dal PARADISO, al fine di accreditare presso l’ENI l’AMARA stesso quale legale intraneo agli ambienti giudiziari tranesi in grado d’interloquire direttamente con i vertici della Procura, ed al fine, quindi, di agevolarlo nel suo percorso professionale:

1. si autoassegnava, in co-delega con i Sostituti SAVASTA Antonio e Pesce Alessandro, i procedimenti penali nr. 25/15/46, nr. 136/15/46 scaturenti da esposti anonimi redatti dallo stesso AMARA e consegnati a mani proprie ovvero per il tramite di fiduciario, al Capristo stesso;

2. nonostante: a) la palese strumentalità degli esposti anonimi che li avevano generati (redatti dall’Avv. AMARA per accreditarsi presso i vertici ENI quale soggetto in grado di interloquire su tali procedimenti), nei quali veniva prospettata la fantasiosa esistenza di un preteso (ed in realtà inesistente) progetto criminoso – che risultava, in modo ovviamente artificioso, concepito in Barletta, (proprio affinché il fatto fosse di competenza della Procura di Trani) – che mirava a destabilizzare i vertici dell’ENI ed in particolare a determinare la sostituzione dell’Amministratore Delegato De Scalzi, che in quel momento era invece indagato dall’AG di Milano per gravi fatti di corruzione, sicchè con le delazioni in esame si intendeva far apparire il De Scalzi come vittima di un complotto ordito da soggetti che avevano rilasciato presso la Procura di Milano dichiarazioni indizianti a suo carico; b) la circostanza che il primo di tali esposti fosse giunto presso la Procura di Trani in modo decisamente sospetto ed apparentemente inspiegabile (recapitato a mano – pur essendo anonimo – direttamente presso l’Ufficio ricezione atti senza che risultasse chi lo avesse consegnato e chi lo avesse ricevuto e poi regolarmente protocollato, assegnato ed iscritto);

3. disponeva lo svolgimento d’indagini anche approfondite ed inconsuete, se non illegittime (fra cui escussioni ed acquisizione tabulati) in considerazione della natura anonima dell’esposto, anche sollecitando in tale senso i colleghi co-delegati che invitava in più occasioni ad effettuare ulteriori approfondimenti investigativi che risultavano funzionali agli interessi di AMARA Piero (che aveva inviato gli esposti e che aveva necessità di rafforzare e “vestire” la tesi del complotto contro l’AD di ENI De Scalzi);

4. accettava una interlocuzione assolutamente impropria ed anomala con Piero AMARA sulle vicende investigative in fieri oggetto degli esposti anonimi, in quanto: a) in primo luogo, alcun indagato o parte offesa aveva nominato AMARA quale proprio legale; b) in secondo luogo, i procedimenti, al momento di tali interlocuzioni, erano segretati e anche le stesse notizie stampa pubblicate in quei giorno sulla esistenza delle indagini a Trani sul cd “complotto Eni” erano del tutto inconferenti (se non sospette) e comunque, non idonee a legittimare su queste vicende, una interlocuzione fra un avvocato (AMARA) neppure nominato formalmente da un soggetto processuale legittimato ed il Procuratore della Repubblica di Trani; c) con la predetta condotta compiacente, consentiva ad AMARA di proporsi e mettersi in luce presso Eni, per un verso, come punto di riferimento e tramite verso la AG in quella specifica vicenda e, per altro verso, come legale meritevole di nuovi ed ulteriori (e ben remunerati) incarichi;

5. disponeva, per compiacere le richieste di AMARA (che aveva preso accordi con il PM di Siracusa, Longo Giancarlo, da lui stesso corrotto affinchè si prestasse a seguire le indicazioni dell’AMARA nella conduzione di una analoga strumentale indagine preliminare avente a oggetto il descritto complotto ai danni del De Scalzi) previe irrituali intese con il predetto Sostituto Procuratore della Repubblica di Siracusa Longo (e non con il Capo di quell’Ufficio) la trasmissione, per motivi di competenza territoriale, dei procedimenti suddetti nonostante la PG delegata avesse rappresentato non solo l’infondatezza degli esposti anonimi ma la loro connessione con le indagini preliminari condotte nei confronti del De Scalzi dalla Procura della Repubblica di Milano;

- nella qualità di Procuratore della Repubblica di Taranto, al fine di accreditare l’AMARA e NICOLETTI presso l’Ilva in AS ed al fine di agevolare la loro ascesa professionale, nonché al fine di agevolare ILVA in AS ed il suo Commissario straordinario Enrico LAGHI:

1. ricevuta la descritta sponsorizzazione nella nomina a Procuratore di Taranto mostrava apertamente di essere sia amico che estimatore dell’Avv. AMARA e del NICOLETTI e si rendeva promotore di un approccio dell’ufficio certamente più aperto, dialogante e favorevole alle esigenze dell’ILVA AS e, quindi, della politica aziendale giudiziaria ed economica praticata e voluta da Enrico LAGHI, così:

per un verso rafforzava il prestigio professionale e la capacità di Enrico LAGHI di essere considerato negli ambienti governativi ed economici, manager capace di risolvere le situazioni più complesse;

per altro verso, rafforzava nell’Amministrazione Straordinaria di Ilva – e, in particolare nel Laghi Enrico – il convincimento che AMARA e NICOLETTI nelle loro vesti di legale il primo e consulente “factotum” della Amministrazione Straordinaria il secondo, potessero più agevolmente di altri professionisti interloquire con la Procura di Taranto, consentendo al NICOLETTI di consolidare il suo rapporto fiduciario con i Commissari di Ilva in AS ed ampliare in futuro il loro ruolo all’interno di tale azienda;

così il CAPRISTO, a fronte della garanzia di una gestione dei numerosi procedimenti ed indagini in cui era coinvolta ILVA in AS (sia come persona giuridica che in persona dei suoi dirigenti) complessivamente favorevole a tale azienda ed ai suoi dirigenti, otteneva in cambio, da LAGHI e NICOLETTI favori materiali quali lucrosi incarichi ad amici del Capristo – segnatamente all’Avv.to Giacomo RAGNO – che poi saranno elencati.

2. Garantiva, così, con la descritta condotta compiacente e di “riguardo” verso Amara (anche grazie alla fattiva collaborazione di NICOLETTI) il conferimento in favore dell’Avv. AMARA di 2 incarichi, entrambi dalla persona giuridica ILVA AS (uno di consulenza del 29.06.16 nel processo Ambiente svenduto e l’altro del 19.9.16 nel procedimento per la morte dell’operaio Giacomo CAMPO) voluta ed imposta da LAGHI agli Uffici competenti di ILVA in AS proprio per garantirsi ulteriormente i favori del Capristo, così fornendo anche a NICOLETTI e LAGHI un contributo diretto alla realizzazione dell’accordo corruttivo AMARA/CAPRISTO;

3. nel p.p. nr. 938/2010 R.G.N.R. Mod. 21 – RG ASS 1/2016 c.d. Ambiente Svenduto, per disastro ambientale ed altro, assecondava e portava a conclusione, coordinando un composito gruppo di PPMM delegati le “trattative” svolte in diversi incontri per una applicazione della pena ex art. 444 C.P.P. seguite alla proposta di ILVA in AS persona giuridica (che attribuiva a tale “patteggiamento” valore strategico, non solo a livello processuale, ma anche ai fini dello sviluppo economico e produttivo dell’azienda) della quale Piero AMARA era divenuto consulente esterno, e di cui LAGHI e, quindi, NICOLETTI erano direttamente interessati nelle loro descritte qualità e la cui positiva conclusione sarebbe stata un rilevante vantaggio per ILVA in AS (di cui LAGHI e NICOLETTI erano esponenti) richiesta, peraltro, che veniva poi rigettata dall’Organo Giudicante competente;

4. nel procedimento nr.7492/2016 R.G.N.R. Mod 21 per l’incidente mortale occorso nel 2016 all’operaio Giacomo Campo il 17.9.16 presso gli Stabilimenti tarantini di ILVA in AS (nel quale AMARA veniva nominato in data 19 settembre 2016 difensore di fiducia dell’Ilva Spa in AS) indicava, al P.M. incaricato delle indagini, di nominare Sorli Massimo quale Consulente tecnico del P.M. che avrebbe dovuto svolgere un sopralluogo e connessi accertamenti presso il predetto impianto ad horas (come poi avvenuto, tanto che il consulente Ing. Sorli Massimo partiva da Torino domenica 18.9.16, giungeva a Taranto la domenica stessa con volo aereo pagato da AMARA tramite suo prestanome Miano Sebastiano, in serata riceveva l’incarico ex 360 C.P.P. irripetibile, e il lunedì mattina 19.9.16 svolgeva e concludeva il sopralluogo) sulla base di indicazioni ricevute da AMARA, LAGHI e NICOLETTI che ritenevano il SORLI consulente “gradito” ad ILVA in AS; sollecitava i suoi Sostituti a provvedere con massima sollecitudine al dissequestro dell’AFO4 (che poi avveniva in 48 ore, peraltro sulla base dell’impostazione difensiva dell’ILVA, rivelatasi infondata, relativa alla insuperabile necessità di alimentare, per mezzo dei macchinari coinvolti nel sinistro, l’altoforno e, quindi, impedire sbalzi di temperatura che lo avrebbero danneggiato, mentre in epoca successiva emergenza come tale temperatura costante all’interni dell’altoforno potesse essere mantenuta anche attraverso altri, ma più costosi sistemi). Gestiva, subito dopo l’incidente, i rapporti con la stampa (rientranti nei suoi compiti istituzionali secondo l’ordinamento giudiziario) in modo da far intendere, sia pure implicitamente ma univocamente, che Ilva in AS, ovvero i suoi dirigenti potessero essere stati vittime di attività di sabotaggio in loro danno e comunque proponendosi quale garante delle politiche di risanamento ambientale poste in essere da ILVA in AS e quindi dai Commissari straordinari (manifestando pubblicamente, in più occasioni, che la sua Procura avrebbe a questo fine lavorato in sinergia con l’Amministrazione Straordinaria).

5. Manifestava apertamente, all’esterno e all’interno dell’Ufficio, la sua posizione “dialogante” con il NICOLETTI (che così accreditava, al pari di AMARA presso la struttura commissariale come elemento indispensabile per la gestione dei rapporti e la AG tarantina) ed il LAGHI e la sua benevola predisposizione ad assecondare e considerare le esigenze della struttura commissariale di ILVA in AS determinando un complessivo riposizionamento del suo Ufficio rispetto alle pregresse, più rigorose strategie processuali ed investigative, manifestate dalla Procura della Repubblica diretta dal suo predecessore (che ad esempio aveva rigettato una precedente richiesta di applicazione pena presentata da ILVA in AS persona giuridica);

6. Nel p.p. nr. 4606/15 R.G.N.R. Mod 21 (cd. Morricella), dapprima sollecitava il P.M. titolare delle indagini a concedere la facoltà d’uso dell’AFO 2, nonostante l’accertata parziale inadempienza da parte dell’Ilva alle prescrizioni; poi concordava con NICOLETTI, che conseguentemente esercitava pressioni sull’Avv. BRESCIA Francesco (dell’ufficio legale Ilva), affinchè l’operatore sul “campo di colata” fosse indotto a confessare la sua esclusiva responsabilità onde escludere qualsivoglia coinvolgimento dell’azienda e della dirigenza; quindi richiedeva al P.M. titolare di valutare favorevolmente la posizione dell’Ing. Ruggero Cola, difeso dall’amico Avv. RAGNO, suggerendone lo stralcio e la definizione con richiesta di archiviazione (senza raggiungere l’intento grazie all’opposizione del P.M. che non aderiva all’impostazione difensiva sebbene condivisa dal Procuratore); infine, approfittando del periodo di ferie del P.M. titolare – induceva il sostituto in servizio ad esprimere parere favorevole a tale facolta d’uso.

A fronte di tali favori resi dal CAPRISTO, NICOLETTI e LAGHI, abusando delle loro rispettive qualità di Commissario Straordinario e gestore di fatto degli stabilimenti ILVA in AS di Taranto, condizionavano i dirigenti iIva sottoposti a procedimenti penali presso la A.G. di Taranto (procedimenti nei quali rispondevano per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni) affinchè conferissero una serie di incarichi difensivi – poi remunerati dall’ILVA in AS, salva eventuale (e mai avvenuta) rivalsa della stessa società, come previsto dal contratto nazionale di lavoro dei dirigenti d’azienda – all’Avv.to RAGNO Giacomo, alter ego del CAPRISTO, in ragione dello stretto legame tra i due risalente fin dai tempi in cui CAPRISTO era Procuratore della Repubblica di Trani, e da questi sponsorizzato quale professionista da favorire anche con riferimento ad incarichi professionali da ricevere dall’Ilva, come avvenuto per ben 4 mandati difensivi (conferiti al RAGNO da De Felice Salvatore e Cola Ruggero, dirigenti ILVA in AS, che fruttavano parcelle per complessivi euro 273.000 circa):

1. Mandato difensivo conferito al RAGNO, da De Felice Salvatore, dirigente ILVA in AS già direttore di stabilimento, nel P.P. nr. 938/2010 R.G.N.R. Mod 21 – RG ASS 1/2016 (ambiente svenduto), in data 2.2.2017;

2. Mandato difensivo conferito al RAGNO da Cola Ruggero, dirigente ILVA in AS e direttore dello stabilimento di Taranto dall’agosto 2014 fino ad ottobre 2016 e di nuovo da maggio 2018 a ottobre 2018, nel P.P. cd “incidente Campo” recante nr. 7492/2016 R.G.N.R. Mod.21 (nomina depositata in data 10.10.2017);

3. Mandato difensivo conferito al RAGNO da Cola Ruggero nel P.P: cd “incidente Morricella” recante nr. 4606/2015 R.G.N.R Mod.21 (nomina depositata in data 01.03.2017);

4. Mandato difensivo conferito al RAGNO da Cola Ruggero nel P.P. cd “Loppa” recante nr. 8836/2015 R.G.N.R. Mod.21 (nomina effettuata il 30.09.2017). Fatti commessi in permanenza fra Trani e Taranto dal gennaio 2015 al 23.07.2019.

La misura cautelare oggi eseguita rappresenta un’ulteriore sviluppo delle indagini svolte da questo Ufficio nell’ambito del medesimo Procedimento Penale che, nel giugno u.s., avevano portato alla adozione di misure cautelari contro AMARA Piero, CAPRISTO Carlo Maria, NICOLETTI Nicola, PARADISO Filippo e RAGNO Giacomo.

Tali nuovi approfondimenti investigativi – coordinati da questo Ufficio e delegati alla Squadra Mobile di Potenza e alla Sezione di P.G. G. di F. della Procura di Potenza – che si fondano su plurime e convergenti dichiarazioni accusatorie supportate da elementi investigativi di riscontro, hanno fatto emergere un quadro indiziario grave da cui è emerso il sopra descritto ruolo svolto dall’indagato Enrico LAGHI nella contestata fattispecie di corruzione in atti Giudiziari.

Nota stampa della Procura di Potenza 

CONTINUA LO “SHOW” GIUDIZIARIO A POTENZA: ARRESTI DOMICILIARI PER ENRICO LAGHI, EX COMMISSARIO ILVA. Il Corriere del Giorno il 27 Settembre 2021. La misura cautelare adottata dal Gip Amodio del Tribunale di Potenza è stata notificata a Laghi dalla Squadra mobile della Questura di Potenza e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria insieme all’ aliquota di P.G. della Guardia di Finanza presso la Procura di Potenza. Mentre questa mattina mentre si celebrava a Potenza la seconda udienza del processo nei confronti dell’ ex-procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, che il nostro giornale sta seguendo filmandolo e trasmettendolo integralmente, alle h. 11:59 dalla segreteria del procuratore capo Francesco Curcio notoriamente molto sensibile alla sua presenza sui giornali, partiva via mail un comunicato stampa “record”: ben 8 pagine per commentare ed illustrare alla stampa la misura cautelare adottata nei confronti del prof. Enrico Laghi nei confronti del quale la Procura di Potenza aveva chiesto l’arresto in carcere con l’ accusa di corruzione in atti giudiziari, in concorso con altri cinque indagati (l’ avvocato Amara, l’ex-procuratore Capristo e l’ispettore di P.S. Paradiso, il consulente Ilva Nicoletti e l’avvocato Ragno). Richiesta di carcerazione respinta dal Gip dr. Antonello Amodeo che ha ritenuto di non mandare in carcere il prof. Laghi optando gli arresti domiciliari ed il sequestro di circa 300mila euro. La misura cautelare è stata notificata a Laghi dalla Squadra mobile della Questura di Potenza e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria insieme all’ aliquota di P.G. della Guardia di Finanza presso la Procura di Potenza. Laghi era stato nominato dal governo Renzi come commissario dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria. Capristo secondo l’impianto accusatorio della Procura, ancora da provare in giudizio, avrebbe ottenuto tramite l’ avv. Pietro Amara e l’ ispettore di P.S. Filippo Paradiso l’aiuto per convincere i membri del Consiglio superiore della magistratura a sostenere la nomina quale procuratore di Taranto, quando era in scadenza la sua esperienza a Trani. Peccato che la Procura di Potenza ad oggi non abbia accertato e tantomeno scoperto chi sarebbero stati i consiglieri “convinti” , e cioè gli ipotetici corrotti senza il quale voto Capristo non sarebbe stato nominato. A votare la nomina del procuratore di Trani (all’epoca dei fatti) alla guida della procura di Taranto, furono infatti ben quindici membri del plenum del Csm. Ma evidentemente al procuratore Curcio ed al Gip Amodeo deve risultare “pericoloso” accertare tutto ciò. Stando attenti a non sfiorare i veri “poteri forti”, come la Presidente del Senato Elisabetta Casellati. Più semplice confidare sui soliti giornalisti-ventriloqui pronti a copiare e pubblicare i comunicati stampa “fiume” della procura potentina. Se questa è la “giustizia” italiana, allora hanno ragione Berlusconi, Salvini e la Meloni a sostenere i referendum sulla separazione delle carriere

Il collezionista di incarichi tra ricchi compensi e conflitti d’interesse. Sergio Rizzo su La Repubblica il 27 settembre 2021. Arrestato Enrico Laghi, ex commissario Ilva. Chi è e come è cominciata la sua carriera. Che il commercialista romano Enrico Laghi, classe 1969, sia uno dei più bravi in circolazione, se non addirittura il più bravo, sono in tanti a sostenerlo. D’altra parte in un Paese nel quale la gerontocrazia è regola aurea dell’Università non si diventa a 34 anni, come accaduto a lui, professore ordinario alla Sapienza senza avere qualche numero. 

Ilva, ai domiciliari l’ex commissario Laghi: è accusato di corruzione. Fabio Savelli su Il Corriere della Sera il 27 set 2021. L’ex commissario straordinario dell’Ilva di Taranto, Enrico Laghi — attualmente presidente di Edizione Holding dei Benetton — è stato posto agli arresti domiciliari dalla Polizia e dalla Guardia di Finanza, nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza. L’accusa di quella di corruzione in atti giudiziari in concorso con altre persone. È stato eseguito a carico di Laghi anche un sequestro preventivo per un valore di circa 270 mila euro. Nell’inchiesta che ha portato Laghi ai domiciliari sono coinvolti anche l’ex Procuratore della Repubblica di Trani e di Taranto, Carlo Maria Capristo, gli avvocati Piero Amara e Giacomo Ragno, il funzionario di Polizia Filippo Paradiso e Nicola Nicoletti, che è stato consulente dei commissari dell’Ilva. L’inchiesta della Procura potentina ha portato, nel giugno scorso, all’arresto di Amara. Le indagini hanno ipotizzato un «patto corruttivo» fra gli indagati, con scambi di favori e utilità. L’arresto di Laghi è avvenuto all’esito di «nuovi approfondimenti investigativi» fondate — secondo quanto si è appreso — «su plurime e convergenti dichiarazioni accusatorie supportate da elementi investigativi di riscontro». L’ultimo incarico ricevuto in ordine di tempo da Laghi — di una lista lunghissima — è stato quello di commissario liquidatore della compagnia Air Italy. Laghi ha sempre avuto ottime entrature nei palazzi romani. Inserito nella rosa dei supercommissari del ministero dello Sviluppo economico e di revisore contabile del Tesoro, è stato scelto spesso per gli incarichi più delicati anche per la sua conoscenza della normativa sugli aiuti di Stato. A novembre scorso la procura di Civitavecchia aveva chiesto l’archiviazione per la sua posizione nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Alitalia di cui è stato anche consulente e consigliere indipendente di una sua controllata. Ruolo cui si vagheggiò l’ipotesi di conflitto di interessi. Nello stesso mese fu scelto dalla famiglia Benetton per un incarico cucito su misura. Per la partita più importante: quella del riassetto societario di Autostrade, completatosi con la vendita dell’88% del gestore in carico ad Atlantia alla cordata guidata da Cassa Depositi con i fondi esteri Blackstone e Macquarie. Una scelta di «pacificazione» col governo che portò alla società concessionaria a tornare sotto l’orbita del controllo pubblico. 

Enrico Laghi, da commissario Ilva a presidente della società dei Benetton: chi è. Antonella Baccaro su Il Corriere della Sera il 27 set 2021. Romano, 52 anni, medico mancato in una famiglia di radiologi e dottore commercialista per scelta, Enrico Laghi finito agli arresti domiciliari ha una lista degli incarichi talmente lunga che occupa quasi 80 pagine di visura camerale e giustifica la quantità di conoscenze che ha stretto in Italia e all’estero. Del resto, sono vent’anni che l’allievo alla Sapienza di Pellegrino Capaldo e Gianfranco Zanda, laurea in Economia con 110 e lode nel 1992, colleziona incarichi prestigiosi. Il primo importante a 30 anni, quando si occupa come perito dello spacchettamento dell’Enel, in attuazione del decreto Bersani sulla liberalizzazione del mercato elettrico (poi verranno anche Sorgenia e Tirreno Power). Laghi c’è, e c’è anche quando nel 1999 si tratta di dare vita a un’Agenzia pubblica per gli investimenti dal nome Sviluppo Italia, da cui l’attuale Invitalia.

La carriera accademica

Intanto decolla anche la carriera accademica, proprio alla Sapienza, dove assume la cattedra di Economia aziendale. E questa è forse l’unica sospensione che Laghi si è concesso nel tempo. La sua è una cavalcata senza soste (spesso a bordo di uno scooterone, secondo la narrazione più agiografica) da un’azienda all’altra, pubblica e privata, le maggiori del Paese, acquisendo anche un’esperienza nel campo del diritto internazionale che gli servirà nei ruoli commissariali che verranno. Unica distrazione riconosciuta: la passione per la Roma, di cui è tifoso «praticante». Niente salotti, niente convegni, rare interviste. Tra i primi ad avvalersi delle sue competenze sono i Benetton e Marco Tronchetti Provera. I primi lo consulteranno nell’operazione di acquisto di una quota di Telecom da Bell, tramite la holding Olimpia, nel 2001. Qui, ma anche in occasione della partecipazione dei Benetton alle cordate che rileveranno Alitalia, nasce il rapporto con Carlo Bertazzo che oggi da ceo di Atlantia gli ha confermato fiducia. Tronchetti Provera lo sceglie per la presidenza del consiglio di amministrazione dell’immobiliare Beni Stabili e del collegio sindacale della Prelios, con cui Unicredit tratta la cessione dei crediti a rischio. Laghi è sindaco di Unicredit e resta tale fino al 2017.

In Alitalia

L’avvicinamento al dossier del suo terzo salvataggio di Alitalia è proprio opera dell’allora ceo di Unicredit, Federico Ghizzoni, che lo vuole presidente del consiglio di amministrazione di Midco spa, la scatola voluta da Poste per partecipare in maniera indiretta al salvataggio Alitalia fatto da Etihad nel 2014. Ma prima di allora Laghi era già stato consigliere dell’Alitalia pubblica che crollò nel 2008 e poi sindaco di Alitalia Cai, quella dei «capitani coraggiosi», per conto delle banche creditrici e azioniste con cui ormai ha sviluppato un rapporto solido (che sale fino alle relative fondazioni). Il suo approdo all’incarico di commissario straordinario di Alitalia arriva nel 2017, accanto a Luigi Gubitosi e Stefano Paleari. Fra i tre, come sempre, è quello che si fa notare di meno, ma è quello che va a Fiumicino a parlare con i sindacati e quello che porta a casa i dossier europei, vincendo le resistenze sugli aiuti di Stato all’ex compagnia di bandiera. La sua tortuosa presenza in Alitalia finisce sotto la lente della magistratura per conflitto d’interessi.

Presidente di Edizione

L’archiviazione precede di pochi giorni la sua nomina alla presidenza in Edizione.Proprio per occuparsi di Alitalia Laghi dovrà lasciare l’incarico di commissario straordinario dell’Ilva, conferitogli nel 2015 dall’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, governo Renzi. Intanto Laghi ha moltiplicato gli incarichi anche nella sua Roma, dove a dargli fiducia nel 2010 è Francesco Gaetano Caltagirone che, da socio di minoranza di Acea, lo indica come presidente del collegio sindacale dell’azienda municipale. Qui, secondo calcoli pubblicati dal blog di Gianni Dragoni, incassa, fino a tutto il 2016, un milione 61 mila 208 euro lordi, pari a una busta paga media di 20 mila 128 euro al mese. Dallo stesso ceppo di Acea gemma anche il ruolo di consigliere della Banca Finnat della famiglia Nattino, storicamente legata a Caltagirone. Inevitabile il sodalizio tutto romano con Giovanni Malagò, che lo chiama tra i revisori dei conti del Coni. Il filone fallimenti e concordati lo vede protagonista in Italease, Seat Pagine Gialle, Air Italy e Parmalat, come consulente di Bank of America.

Editoria e costruzioni

Non mancano gli incarichi nell’editoria: è consigliere di amministrazione del Messaggero di Caltagirone, ma anche nei collegi sindacali di Gedi (gruppo Espresso), Huffington Post, News Holding (gruppo Abete), Rai Cinema, RaiCom e Rai Pubblicità. Nelle costruzioni è advisor su Salini-Astaldi e partecipa al progetto Milano-Sesto. Tra gli arbitrati, quello tra i due rami della famiglia Caprotti sul valore di Esselunga. Gli affari vanno benissimo. L’Agenzia delle Entrate pubblica i dati di consulenze nel 2008-2011 e nel 2012-2014 che superano il milione di euro. Come la pensi politicamente Laghi, è difficile saperlo; che rapporti abbia con la politica è immaginabile. A parte gli attacchi di Barbara Lezzi, tra i «duri e puri» del M5S che lo critica per i molteplici incarichi (tra gli ultimi, quello che Cassa depositi e prestiti gli aveva conferito per valutare la congruità dell’offerta per Autostrade), Laghi ha ricevuto la fiducia di tutti i governi in carica da vent’anni a questa parte.

Ilva, le accuse al supercommissario Enrico Laghi: «Lui il dominus del patto corruttivo sull’acciaieria». Nelle carte dell’inchiesta di Potenza, i due testimoni Amara e Nicoletti, entrambi agli arresti, attaccano il commercialista romano. E lo chiamano in causa anche per i suoi rapporti con il governo Renzi e con i Riva, precedenti azionisti del polo siderurgico. Antonio Fraschilla e Vittorio Malagutti su L’Espresso il 28 settembre 2021. Nelle carte che hanno portato all’arresto di Enrico Laghi, l’ex commissario straordinario dell’Ilva accusato di concorso in corruzione, spiccano le dichiarazioni rese negli interrogatori dal consulente della Price Waterhouse Nicola Nicoletti e dall’avvocato Piero Amara, arrestato proprio in questo procedimento e sul banco degli impuntati in diverse procure per aver corrotto giudici, pilotato nomine di magistrati e, adesso, aver lanciato anche l’ipotesi di una grande Loggia con dentro i vertici dello Stato, delle forze armate e della magistratura. Laghi è coinvolto nel procedimento giudiziario di Potenza che ha già portato all’arresto dell’ex procuratore capo di Trani e Taranto Carlo Capristo. «Segnatamente – scrivono i magistrati – il Capristo stabilmente vendeva ad Amara, Laghi e Nicoletti la propria funzione giudiziaria, sia presso la procura di Trani (a favore del solo Amara) che presso la procura di Taranto (a favore di Amara, Laghi e Nicoletti)» per garantirsi vantaggi per gli sviluppi futuri della sua carriera nonché per ottenere i vantaggi economici e patrimoniali in favore del suo inseparabile avvocato Giacomo Ragno». Secondo la ricostruzione della procura di Potenza, Amara e Paradiso, tramite i loro rapporti con componenti del Csm, avrebbero influenzato le nomine nei posti ambiti da Capristo, come quello per la procura di Taranto. Laghi e Nicoletti invece avrebbero dato consulenze e incarichi a Ragno per fare un favore a Capristo e in cambio quest’ultimo avrebbe garantito vie privilegiate all’Ilva in amministrazione straordinaria alle prese con diverse indagini e con il possibile patteggiamento della famiglia Riva, i precedenti proprietari dell’Ilva che avrebbero potuto chiudere l’indagine aperta su di loro a Milano facendo rientrare dalla Svizzera 1,5 miliardi da destinare al risanamento dell’acciaieria di Taranto. Nicoletti, interrogato dopo l’arresto ai domiciliari, chiama in causa Laghi e racconta che l’allora ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi con il sottosegretario Claudio De Vincenti lo avevano presentato al commercialista romano, nominato commissario dell’Ilva in amministrazione straordinaria. Poi il consulente della Price, da anni al lavoro sull’Ilva, spiega le nomine fatte su richiesta di Laghi e di Capristo.  «Confermo che il nome dell’avvocato Ragno (per un incarico di consulenza all’Ilva, ndr) mi è arrivato da Laghi. Dopo una cena a Bisceglie con Capristo, Laghi e Amara in macchina Laghi mi dà un bigliettino con il nome dell’avvocato Ragno e mi dice di prenderlo in considerazione se ci sono delle opportunità…». In quella cena, Capristo e Laghi si appartano per 20 minuti e poco dopo Capristo incontrando Nicoletti gli dà del tu e gli chiede se ha ricevuto l’indicazione da Laghi sulla nomina dell’avvocato Ragno. Dice Nicoletti ai magistrati: «Io non ho mai preso decisioni in autonomia, informavo sempre Laghi ad ogni passo che facevo e lui mi dava indicazioni». Nicoletti sostiene che anche gli incarichi assegnati dall’Ilva ad Amara erano voluti da Laghi per compiacere Capristo. Amara conferma la versione di Nicoletti e sostiene che una volta nominato Capristo a Taranto venne contattato dall’avvocato Larocca, l’amico di Nicoletti al vertice dell’ufficio legale dell’Eni, per una cena a cui dovevano partecipare sia il magistrato sia Laghi. Secondo Amara, Nicoletti voleva tessere relazioni per accreditarsi in procura e anche all’Ilva, dove ambiva a diventare direttore generale: «Nicoletti dimostrando a Laghi che poteva farlo incontrare con Capristo acquisiva centomila punti…Laghi in una seconda cena vedendomi con Capristo mi propone di seguirlo nell’avventura a Taranto…poi vedete voi se è corruzione o meno…». Amara conferma anche che il consulente Sorli, nominato dalla procura dopo la morte nell’altoforno dell’operaio Campo, venne indicato a Capristo dalla stessa Ilva.  Amara tira in ballo l’allora governo e lo stesso presidente del Consiglio: «Non c’è dubbio che Capristo viene mandato lì (a Taranto, ndr) dal governo per risolvere il problema dell’Ilva e della struttura commissariale...Renzi in particolare…e c’era De Vincenti che costituiva la cerniera di trasmissione tra governo, procura e Laghi». Secondo Amara, Laghi spingeva per il patteggiamento e la procura di Taranto si sarebbe “inventata” un nuovo capo di imputazione per dare più tempo per patteggiare ai Riva: a riprova, a dire di Amara, del legame tra governo Renzi-Capristo-Laghi-Riva. E, ancora, secondo Amara, fu Laghi a scrivere il decreto Ilva varato dal governo Renzi e poi bloccato dalla Corte costituzionale. Nel racconto dell’avvocato siracusano da mesi agli arresti, Laghi era in contatto costante sia con il governo, per la gestione commissariale dell’Ilva, sia con la famiglia Riva e la sua gestione non era autonoma: «Teneva anche i rapporti con la procura di Milano, per via del patteggiamento dei Riva e il rientro del miliardo e mezzo dalla Svizzera», dice Amara facendo riferimento ad un accordo tra i Riva e la procura milanese per far rientrare in maniera lecita 1,5 miliardi in Svizzera e utilizzare queste somme per la riconversione e le bonifiche: «Laghi era il dominus di tutti i rapporti all’Ilva e la mia nomina arriva dopo una cena a casa mia nella quale mi vede in ottimi rapporti con Capristo...Inoltre Laghi, Capristo, Renzi erano tutta una cosa nella gestione del patteggiamento…mentre io ho avuto sempre rapporti con Bacci e Lotti, in relazione alla vicenda Ilva i rapporti (di Laghi, ndr) erano direttamente con il premier e con la famiglia Riva».

Fabio Amendolara e Alessandro Da Rold per “La Verità” il 28 settembre 2021. Ai tempi in cui Carlo Maria Capristo era il capo della Procura, a Taranto sembra che l'Ilva, oltre all'inquinamento ambientale del territorio, che ha prodotto un processo con svariate condanne in primo grado, sia riuscita a inquinare pure gli uffici di chi avrebbe dovuto controllare. «Condizionamento ambientale», lo definiscono i magistrati di Potenza che ieri, nella seconda tranche dell'inchiesta sull'avvocato Piero Amara, hanno privato della libertà Enrico Laghi (sequestrandogli anche 270.000 euro), il professore romano che conta nel curriculum almeno 24 incarichi come liquidatore, consigliere o sindaco, tra Alitalia, Unicredit e persino Acea. Ma è per Ilva che è finito agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione in atti giudiziari. Il capo della Procura di Potenza, Francesco Curcio, è riuscito a ricostruire i meccanismi di protezione sui quale l'Ilva poteva contare. Partendo dal «condizionamento» di membri del Csm per portare Capristo a Taranto tramite le strategie dell'avvocato Amara, fino ad arrivare a quella che nell'ordinanza di custodia cautelare viene definita «una particolare e favorevole attenzione alle esigenze dell'Ilva da parte della Procura di Taranto». Nel mezzo ci sono le nomine di due consulenti che, stando all'accusa, hanno avuto un certo peso specifico: quella di Amara, per 90.000 euro di parcella, e quella dell'ingegnere Nicola Nicoletti, che era diventato il braccio destro di Laghi e si muoveva con «ampia e notevole autonomia». Il nome di Laghi era già saltato fuori nella prima tornata di arresti, quando oltre a Capristo e Amara finirono al centro dell'inchiesta anche Nicoletti e il poliziotto dalle mille relazioni Filippo Paradiso. A Potenza Amara non le aveva risparmiate all'ex commissario dell'Ilva, che l'ex pm romano Stefano Fava avrebbe voluto già arrestare insieme con l'avvocato «pentito» siciliano, trovando però l'opposizione (fino alla revoca dell'assegnazione del fascicolo) dell'allora capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, dell'aggiunto Paolo Ielo e di altri: «(Laghi, ndr) era il dominus di certi rapporti...», ha raccontato Amara, «in relazione alla vicenda Ilva il rapporto era direttamente con il premier (all'epoca Matteo Renzi, ndr) e con la famiglia Riva. Questo "giocava con tre mazzi di carte"». E a un certo punto descrive la filosofia che stava dietro alle nomine degli avvocati da parte di certi clienti. Lo stesso criterio che avrebbe utilizzato il commissario dell'Ilva con lui. «Figuriamoci se lui mi ha nominato perché aveva chiesto referenze in giro», svelò Amara. «Mi nomina perché mi vede a casa [] in buona confidenza con Capristo, e all'epoca così funzionava». E Nicoletti, durante il suo interrogatorio, ha riscontrato quella versione. Dopo la morte sul lavoro di un operaio, per esempio, Amara incontrò Capristo. Poi chiamò Nicoletti per ottenere il nome di un consulente che avrebbe dovuto lavorare per l'accusa. Nicoletti si sarebbe rivolto a Laghi, che avrebbe trovato la persona giusta. Si punta su un certo «professor Sorli» che poi effettivamente riceverà l'incarico. «Nicoletti», valutano gli inquirenti, «delinea la figura di Laghi per un verso quale assoluto dominus della struttura commissariale, dall'altro quale mandante della condotta illecita posta in essere da Nicoletti». Le decisioni spesso venivano prese a cena. Lo svelò Amara e lo ha confermato Nicoletti. A ogni convivio sarebbero fioccate le nomine. E se in Procura sarebbero finiti i consulenti indicati da Laghi tramite Amara, l'Ilva forniva «lucrosi incarichi ad amici di Capristo». Gli investigatori sono riusciti a provare anche l'esistenza di un filo diretto tra Laghi e l'ex capo della Procura di Taranto, fatto di decine di messaggi confidenziali nei quali i due si salutavano con «caro prof» e «caro procuratore». Nel frattempo, secondo i magistrati potentini, Laghi «acquisiva maggior credito con il governo e i ministri competenti quale abile manager risolutore delle questioni giudiziarie». Per capire il potere di Laghi basta leggere le dichiarazioni rese da Massimo Mantovani (ex capo dei legali di Eni) ai magistrati di Potenza. Quando i pm gli chiedono se conoscesse Laghi, la risposta dell'avvocato (allontanato dal Cane a sei zampe nel 2019 per i suoi rapporti con Amara) è questa: «È una conoscenza che nasce in ambito professionale in quanto sono stato componente del Comitato di sorveglianza di Ilva []». Poi aggiunge: «[] in tre occasioni hanno avuto sviluppi anche in un contesto privato. []la prima volta il prof Laghi a casa della professoressa Severino, ex ministro della Giustizia, nella sua casa romana, eravamo circa una decina di coppie (ricordo bene la giornata perché vidi per la prima volta da vicino il presidente Giorgio Napolitano e l'onorevole Enrico Letta) e si fece una pizzata. Un'altra volta al circolo degli scacchi dove Laghi invitò me e Zoppini (Andrea, ndr) e trovammo anche Amara [] infine una terza a Capalbio []». Insomma, Laghi si può permettere di mangiare una pizza con l'ex presidente della Repubblica e frequentare anche gli amici del figlio dell'ex numero uno del Quirinale: Zoppini ha scritto diversi libri insieme con Giulio Napolitano. Ma allo stesso tempo, Laghi può permettersi di gestire una quantità immensa di società pubbliche. La sua visura camerale sfiora le 80 pagine. Di sicuro il suo ruolo più delicato negli ultimi anni è stato quello in Alitalia, quando fu nominato commissario dall'ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Caso vuole che Laghi sia appena uscito dall'inchiesta sul crac della compagnia di bandiera appena due settimane fa. Era indagato per bancarotta fraudolenta e falso per la gestione Etihad. Laghi arrivò per ripulire le macerie dell'accordo del governo Renzi con gli Emirati Arabi Uniti. In teoria non avrebbe dovuto neppure essere lì. A spiegarlo furono i consulenti della Procura laziale. Nella relazione agli atti dell'indagine, infatti, si sottolineava come Laghi fosse già presidente e amministratore delegato di MIdco, socio di maggioranza di Alitalia Sai.

Spunta lo zampino di Amara anche sull'Ilva. "Indagini pilotate in cambio di favori e incarichi". Luca Fazzo il 28 Settembre 2021 su Il Giornale. Arrestato l'ex commissario Laghi. Nuovi guai per il procuratore Capristo. Un triangolo micidiale: un procuratore corrotto, un manager in cerca di glorie e di incarichi, e poi lui, Piero Amara, il torbido avvocato dai mille legami che ora si spaccia per «testimone di giustizia». Era questo terzetto a fare il bello e il cattivo tempo a Taranto, intorno alle inchieste sull'acciaieria dell'Ilva. Il procuratore di facili costumi era Carlo Maria Capristo, vecchio sodale di Amara. E il manager in cerca di incarichi era, secondo l'inchiesta della Guardia di finanza che ieri lo porta agli arresti domiciliari, nientemeno che il numero 1 dell'Ilva: Enrico Laghi, il manager che nel 2015 il governo Renzi (la firma fu del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi) indicò come amministratore straordinario dell'Ilva. Laghi, professore di Economia alla Sapienza, arrivò lì con l'incarico di cercare una terza via tra le esigenze del lavoro e quelle della salute. Secondo il mandato di cattura eseguito ieri, il cattedratico scelse invece di proteggere l'Ilva dalle inchieste venendo a patti con la Procura, garantendo a Capristo una serie di vantaggi in cambio del trattamento di favore in una sfilza di inchieste: da quelle sull'inquinamento ambientale all'indagine sulla morte di Giacomo Campo, un operaio di venticinque anni stritolato nel 2016 da un nastro trasportatore. In cambio di un approccio soft alle indagini, Laghi avrebbe garantito a Capristo una lunga sfilza di ricompense: consistenti soprattutto negli incarichi professionali da parte di Ilva all'avvocato Giacomo Ragno, considerato l'alter ego del procuratore fin da quando entrambi stavano a Trani. E il grande regista di questi accordi era lui, Amara, che per aiutare Capristo nelle sue ambizioni di carriera trafficava dentro al Csm; e che a Taranto, nelle vicende giudiziarie dell'acciaieria, di cui era il ben pagato legale, si muoveva da dominus. Al punto che quando, dopo la morte del povero Campo, la Procura deve nominare un consulente, è Capristo a suggerire al pm il nome giusto, un torinese gradito all'Ilva, ed è Amara a pagargli il biglietto aereo per Taranto. Nemmeno due giorni dopo, il forno incriminato viene dissequestrato: come voleva Laghi. A spedire il professor Laghi agli arresti domiciliari è la Procura di Potenza, che per questo stesso filone in giugno aveva arrestato sia Capristo che Amara. Amara per cavarsi d'impiccio, come in altre occasioni, si è messo a riempire verbali davanti ai pm di Potenza, tornando a raccontare la storia che lo ha reso famoso, quella sulla presunta «loggia Ungheria»: tirando in ballo soprattutto dei morti. Ora agli arresti finisce anche Laghi, e non è escluso che a portare alla sua incriminazione abbiano contribuito anche le dichiarazioni di Amara. Secondo l'ordinanza di custodia, il commissario straordinario avrebbe corrotto il procuratore Capristo non solo nell'interesse di Ilva ma anche per un vantaggio personale, perché risparmiando grane all'azienda «acquisiva maggiore credito presso il governo nazionale ed i ministri competenti quale abile e capace manager risolutore delle questioni giudiziarie/economiche e patrimoniali» delle aziende che era mandato a guidare.

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Amara “canta” e la procura di Potenza arresta l’ex commissario Ilva. L'ex consulente legale dell'Ilva, Piero Amara aveva collaborato con la procura di Potenza. Ora i magistrati hanno arrestato l'ex commissario, Enrico Laghi. Il Dubbio il 28 settembre 2021. Gli arresti domiciliari eseguiti ieri a carico di Enrico Laghi, ex commissario straordinario dell’Ilva di Taranto, sono un altro tassello del “mosaico” che la Procura della Repubblica di Potenza va componendo da mesi, da quando cioè ha messo nel “mirino” l’ex Procuratore della Repubblica di Trani e poi di Taranto, Carlo Maria Capristo, in un’inchiesta per corruzione in atti giudiziari che apre scenari che vanno ben al di là della città dei due mari. L’ordinanza del gip di Potenza a carico di Laghi, eseguita da Polizia e Guardia di Finanza, stabilisce anche un sequestro preventivo per circa 270 mila euro ed è “un ulteriore sviluppo” delle indagini che, nel giugno scorso, portarono a misure cautelari nei confronti di Capristo stesso, degli avvocati Piero Amara – che ha una “parte” in trame e inchieste in corso in altre Procure italiane – e Giacomo Ragno, di Nicola Nicoletti, consulente dei commissari dell’ex Ilva, e del funzionario di Polizia Filippo Paradiso, che faceva da raccordo con gli altri indagati. Lo sviluppo investigativo è basato su indagini e su “plurime e convergenti dichiarazioni accusatorie” che la Procura di Potenza ha raccolto, “supportate da elementi investigativi di riscontro”. Alla base dell’inchiesta – e dell’azione della Procura di Potenza, in base alla legge – vi sono gli atti di Capristo, che ha lasciato la magistratura in anticipo, scegliendo il pensionamento. Era lui, secondo l’accusa, che “vendeva stabilmente ad Amara, Laghi e Nicoletti la propria funzione giudiziaria”, sia quando guidava gli uffici della Procura di Trani (“a favore del solo Amara”) sia quando raggiunse Taranto (“a favore di Amara, Laghi e Nicoletti”). In sostanza, si era creata una “rete”, un “giro” che Capristo dominava completamente: suo primo obiettivo era quello di mettere in moto, a suo favore, “una incessante attività di raccomandazione, persuasione, sollecitazione” su componenti del Consiglio Superiore della Magistratura “o su soggetti ritenuti in grado di influire su questi ultimi”, quando erano da assegnare posti direttivi vacanti. In cambio, Capristo “garantiva stabilmente” favori materiali e “utilità e vantaggi processuali” ai suoi presunti complici. Tutti dovevano rimanere contenti e soddisfatti: gli avvocati ottenevano incarichi – molto ben retribuiti – da aziende importanti dopo aver dimostrato ad esse la loro capacità di avere rapporti facili con il Procuratore della Repubblica: è il caso proprio di Amara, che diventò punto di riferimento dell’Eni, e di Giacomo Ragno, definito “alter ego di Capristo” con il quale aveva uno “stretto legame” fin da quando il magistrato guidava la Procura di Trani, destinatario di quattro mandati difensivi ottenuti dai dirigenti dell’acciaieria tarantina. Laghi – sulla cui azione oggi il Codacons ha detto di aver avuto “dubbi” fin dal 2017, in un esposto inviato all’Autorità Anticorruzione – dimostrava al Governo di essere un buon commissario per l’Ilva (obiettivamente, una matassa difficile da sbrogliare) e Nicoletti poteva fregiarsi del titolo di ottimo consulente. Su tutto ciò Capristo vigilava, indirizzava, interveniva: gli atti del suo ufficio – sempre secondo l’accusa – prendevano la direzione da lui voluta, in un disegno di “governo” della situazione Ilva in cui il Procuratore era la figura di maggior spicco anche agli occhi dell’opinione pubblica, quasi l’uomo solo in grado di affrontare quel problema e tenerlo sotto controllo. (ANSA).

Roma, indagine sulle consulenze dell’avvocato Luca Di Donna vicino all'ex premier Conte. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 28 settembre 2021. Un fascicolo al momento senza indagati e ipotesi di reato è stato aperto dalla Procura di Roma in relazione alle attività di consulenza svolte negli ultimi anni con la pubblica amministrazione dall’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’ex premier Giuseppe Conte e da quest’ultimo voluto al proprio fianco anche nella sua attività politica, tanto da affidargli la stesura del nuovo statuto del Movimento 5 Stelle. La notizia è trapelata ieri sui quotidiani La Verità e Il Domani.

La genesi dell’indagine e i flussi di denaro. Discordanti le versioni sulla genesi dell’indagine affidata ai carabinieri del Comando provinciale della Capitale. Secondo il primo quotidiano, gli accertamenti sarebbero partiti da alcune dichiarazioni fatte dall’avvocato Piero Amara, già al centro di numerose altre vicende penali. Secondo l’altro giornale, ci sarebbe invece a monte una segnalazione di operazione sospetta (ossia meritevole di approfondimento) da parte di Bankitalia. Nel biennio 2016-18 Di Donna è stato consigliere giuridico del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi e titolare di due società, la Persefone immobiliare srl e la Samsara srl, rimaste però inattive. La segnalazione — riporta Il Domani — evidenzia che il conto di Di Donna «è alimentato da due società bulgare e una lussemburghese». Su questi movimenti di denaro si concentrerebbero gli accertamenti.

Allievo di Guido Alpa e consulente di Mps e Leonardo. Allievo come Conte del professore Guido Alpa, il 43enne cassazionista ha ottenuto negli anni, prima che il futuro premier venisse chiamato in politica, incarichi di consulenza da Monte dei Paschi, controllata dal Tesoro, e dalla partecipata statale Leonardo tramite sue società. In seguito, secondo le anticipazioni di stampa, potrebbe aver speso il nome dell’ex socio divenuto presidente del Consiglio per accrescere la propria capacità relazionale. Il reato di traffico di influenze, così come quello di millantato credito sono però al momento solo ipotesi sullo sfondo.

La scuola di formazione del Movimento. In ogni caso, l’emergere della vicenda, pur con i suoi contorni ancora incerti, avrebbe avuto una eco anche in Parlamento, come riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, che cita fonti anonime interne al Movimento 5 Stelle. Le perplessità nascerebbero, secondo questa ricostruzione, attorno all’ipotesi circolata di recente in base alla quale Di Donna potrebbe essere coinvolto nella futura scuola di formazione del Movimento, sulla quale proprio Conte starebbe lavorando. «Il progetto per il nuovo M5S richiede un approccio basato sui criteri di trasparenza, chiarezza e correttezza», è la sintesi del pensiero raccolto dall’ Adnkronos alla Camera, dove alcuni deputati sarebbero pronti a invitare Conte «a chiarire al più presto questa vicenda».

Accusato di corruzione in atti giudiziari. Amara colpisce ancora: Enrico Laghi finisce in manette. Paolo Comi su Il Riformista il 28 Settembre 2021. L’avvocato Piero Amara, il terrore delle toghe, ha colpito ancora. La Procura di Potenza, anche sulla base della sua testimonianza, ha arrestato ieri con l’accusa di corruzione in atti giudiziari Enrico Laghi, ordinario di Economia aziendale presso l’Università di Roma La Sapienza. Laghi, ex commissario straordinario dell’Ilva di Taranto, nominato dal governo Renzi, è attuale presidente del Cda di Edizione, la holding finanziaria controllata dalla famiglia Benetton, nonché liquidatore di Air Italy e di tante altre società. Secondo la Procura di Potenza, il professore romano avrebbe sponsorizzato, tramite Amara, la nomina da parte del Consiglio superiore della magistratura di Carlo Maria Capristo a procuratore di Taranto. La presenza di Capristo a Taranto sarebbe servita per gestire proprio le numerose vicende relative all’Ilva, dove Amara aveva degli interessi importanti. L’avvocato siciliano, pur non avendo alcuna nomina formale, partecipava infatti agli incontri fra la Procura di Taranto e i legali di Ilva in amministrazione straordinaria. E a seguito di questi incontri, nel 2017, venne avanzata la proposta di patteggiamento che avrebbe dovuto consentire alla società, gestita appunto da Laghi, di uscire dal maxi processo “ambiente svenduto”. Il patteggiamento, avallato da Capristo, sarà però poi bocciato dai giudici. Capristo, attualmente indagato in un filone parallelo, in cambio di questo trattamento di favore avrebbe ottenuto che persone di sua fiducia ricevessero incarichi di consulenza ed assistenza legale da parte dell’Ilva. Secondo i pm, inoltre, la «favorevole attenzione alle esigenze di Ilva» da parte della Procura di Taranto si tramutava per Laghi anche in ulteriore beneficio «di carattere personale» in quanto avrebbe acquisito maggiore credito presso il governo quale abile e capace manager risolutore delle questioni giudiziarie, economiche e patrimoniali di pertinenza delle aziende commissariate. La Procura di Potenza ha anche sequestrato a Laghi circa 300mila euro. Ma torniamo ad Amara, l’ideatore del ‘Sistema Siracusa’, secondo un magistrato esperto come il procuratore generale di Messina Felice Lima, «una delle più estese e spudorate corruzioni sistemiche mai realizzate nella magistratura italiana». Prima dell’inciampo lucano, era sempre riuscito a farla franca. Pur essendo emerse le attività corruttive poste in essere durante gli anni, Amara era riuscito, quando coinvolto in qualche indagine, a patteggiare pene irrisorie ottenendo che non gli venisse sequestrato un euro. Anzi, chi aveva provato a fermarlo era rimasto a sua volta travolto. come l’ex pm romano Stefano Rocco Fava, poi trasferito a Latina come giudice. Fava, nel 2017, aveva messo nel mirino la coppia Amara/Laghi in un fascicolo sulla gestione di Acea, la multiutility del comune di Roma. Laghi, in particolare, aveva cercato di influenzare l’avvocato Vincenzo Ussani D’Escobar affinché desistesse dal proseguire nell’azione intrapresa nell’ambito della procedura fallimentare pendente nei confronti della società Rizzo Bottiglieri De Carlini Armatori Spa, una società della quale il professore della Sapienza era il rappresentante legale. Fava aveva chiesto l’arresto dei due, insieme a quello dell’avvocato Luca Lanzalone, presidente del consiglio di amministrazione di Acea, nominato dal sindaco Virginia Raggi. L’allora procuratore Giuseppe Pignatone, con gli aggiunti Paolo Ielo e Rodolfo Sabelli, a marzo 2019, aveva però deciso di togliere il fascicolo a Fava, non concordando con le sue richieste di arresto. Diverso scenario, come detto, a Potenza. A questo punto sono almeno tre le Procure – Perugia, Roma e Potenza – che, a vario titolo, stanno indagando sulla nomina di Capristo, avvenuta nella primavera del 2016, a capo dei pm tarantini. E sono cinque – Milano Perugia, Roma, Potenza e Reggio Calabria – che stanno indagando sulle rivelazioni di Amara. Il procuratore del capoluogo umbro Raffaele Cantone, lo ha riascoltato nei giorni scorsi a proposito della loggia Ungheria. Paolo Comi

Le indagini della Procura di Potenza. Ilva, arrestato l’ex commissario Enrico Laghi: l’inchiesta sul caso Capristo-Amara a Taranto. Antonio Lamorte su Il Riformista il 27 Settembre 2021. È stato arrestato Enrico Laghi, ex commissario straordinario dell’Ilva tra il 2015 e il 2019, nell’ambito dell’inchiesta sulla Procura di Taranto e la sua rete. Laghi è stato messo agli arresti domiciliari e nei suoi confronti è stato emesso un decreto di sequestro preventivo per 270mila euro. Le indagini della Squadra mobile e del Nucleo di polizia economico finanziaria di Potenza. La misura rappresenta un’ulteriore sviluppo dell’inchiesta che ha accusato a vario titolo di abuso d’ufficio, favoreggiamento, corruzione in atti giudiziari, corruzione nell’esercizio delle funzioni, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, concussione e concorso anche l’ex Procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, l’avvocato Piero Amara, il poliziotto Filippo Paradiso, l’avvocato Giacomo Ragno e il consulente Ilva Nicola Nicoletti. L’arresto arriva a tre mesi e mezzo da quelli di Amara, Paradiso, Ragno e Nicoletti. L’ex procuratore Carlo Maria Capristo era stato destinatario di un provvedimento di obbligo di dimora. La Procura lucana ha ricostruito come il professore avrebbe goduto dell’atteggiamento favorevole di Capristo verso l’Ilva per accreditarsi al governo come l’uomo capace di attutire l’impatto di bufere giudiziarie sull’acciaieria di Taranto. Secondo l’inchiesta a mediare nel rapporto Nicoletti e Amara, rispettivamente consulente e avvocato durante l’amministrazione straordinaria della società. E sempre secondo le indagini Capristo avrebbe ottenuto in cambio sostegno per ottenere la nomina a capo della Procura di Taranto dopo la scadenza della carica a quella di Trani. “Laghi e Nicoletti – sostengono gli inquirenti – avevano appoggiato l’attività di sponsorizzazione di Capristo, svolta da Amara e Paradiso e a loro volta avevano elargito remunerati incarichi di consulenza legale a persone indicate da Capristo”. Attualmente Laghi è presidente di Edizione Holding dei Benetton. L’ultimo incarico da lui ricoperto è stato quello di commissario liquidatore della compagnia Air Italy. Romano, 52 anni, una carriera brillante con incarichi di altissimo livello. Primo incarico importante a 30 anni da perito dello spacchettamento dell’Enel in attuazione del decreto Bersani sulla liberalizzazione del mercato elettrico. Laghi si è occupato anche della formazione dell’attuale Invitalia, ha assunto la cattedra di Economia Aziendale, Tronchetti Provera lo ha scelto per la presidenza del consiglio di amministrazione dell’immobiliare Beni Stabili e del collegio sindacale della Prelios, con cui Unicredit tratta la cessione dei crediti a rischio. Commissario straordinario anche di Alitalia con Luigi Gubitosi e Stefano Paleari. E quindi incarichi per Acea, Banca Finnat, Coni, Seat Pagine Gialle, Air Italy, Parmalat, Bank of America. E anche nell’editoria come consigliere di amministrazione del Messaggero e nei collegi sindacali di Gedi (gruppo Espresso), Huffington Post, News Holding (gruppo Abete), Rai Cinema, RaiCom e Rai Pubblicità. Le indagini di polizia e guardia di finanza hanno quindi convinto il procuratore potentino Francesco Curcio del fatto che Laghi avrebbe svolto un ruolo attivo nei rapporti con Capristo e per Ilva sarebbe quindi sorto un “rilevante vantaggio in amministrazione straordinaria, non soltanto dal punto di vista processuale ma anche ai fini dello sviluppo economico e produttivo dell’azienda”. Emergerebbe quindi “una incessante attività di raccomandazione, persuasione, sollecitazione” su alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura – o su chi poteva influenzarli – in occasione della pubblicazione di posti direttivi vacanti da parte di Capristo. L’incarico di quest’ultimo a Trani era terminato nel 2016. Paradiso, secondo l’accusa così come formulata dal gip, avrebbe svolto la “funzione di intermediario presso Capristo, per conto e nell’interesse di Amara”. Amara in uno dei suoi tanti interrogatori ha comunque raccontato che non aveva bisogno di Paradiso “per arrivare a certi livelli della magistratura italiana”. La procura di Potenza ritiene che “dalla gestione della procura di Taranto da parte di Capristo, Laghi e Nicoletti, anche accreditandosi attraverso la nomina di Amara quale consulente e legale di Ilva in Amministrazione straordinaria, vedevano riconosciute una particolare e favorevole attenzione alle esigenze di Ilva in As che, a sua volta, si tramutava in un ulteriore beneficio, questo di carattere personale sia per Laghi che per Nicoletti”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L’Amara storia di Guardia di Finanza e Carabinieri in «Ungheria». Vasi di coccio dell’«arrestiamoci tutti»? Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 27 Settembre 2021. Il tempismo della pubblicazione degli interrogatori dell’Avvocato Piero Amara sulla fantomatica «Loggia Ungheria», assieme al loro contenuto, avrebbe fatto sghignazzare Francesco Cossiga. Che oltre un decennio fa definì pubblicamente l’Associazione Nazionale Magistrati come «associazione sovversiva e di stampo mafioso». Ed era un Presidente della Repubblica emerito a sostenerlo. Non lo scemo del villaggio in osteria. Ma le sue parole rimasero senza grandi eco sulla stampa. Liquidate col sorriso compassionevole da molti pennivendoli, ma anche dalle istituzioni. Verso le picconate di un signore che si ricordava essere un po’ avanti negli anni. Facendo pensare al trattamento che alcuni vorrebbero riservare oggi a Silvio Berlusconi, dopo averlo sottoposto a perizia psichiatrica. Come nei sistemi totalitari. Dove i dissidenti vengono destinati al manicomio, in alternativa al gulag.

Tutti colpevoli, tutti collusi: arrestiamoci tutti. Dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ormai, tranne qualche seguace di grilli travaglianti, che l’Italia vive da oltre tre decenni sotto una dittatura mediatico-giudiziaria. Ed il momento finale dell’«arrestiamoci tutti» sembra ormai arrivato. Come anticipato oltre due lustri fa proprio da Francesco Cossiga. Nella sua grande esperienza e lungimiranza. Trasformando quella che dovrebbe essere una tragedia in una farsa di Pulcinellopoli. Perché il mantra «tutti sono corrotti» e «tutti sono mafiosi», ripetuto dai seguaci della teoria del tutti «colpevoli su cui non sono state raccolte le prove», aggiunge al danno la beffa. Quella cioè che, in fin dei conti, significa che nessuno è corrotto e nessuno è colpevole. E la festa può concludersi con i consueti tarallucci e vino. Accompagnati dagli ululati alla luna dei cantori di professione dell’Italia dei mille misteri insoluti. Frutti di una malagiustizia che sembra ormai fare acqua da tutte le parti.

Anche Zafarana, Toschi e Del Sette nella «Loggia Ungheria»?

Dopo mesi di silenzio, rotto da qualche sussurro stampa, sulla fantomatica «loggia Ungheria», ecco tutt’a un tratto, tra gli stracci che volano attorno al conflitto tra il Procuratore della Repubblica di Milano (a pochi giorni dalla pensione) ed un ex membro del Consiglio Superiore della Repubblica (che in pensione non voleva andarsene), le rivelazioni di tanti nomi eccellenti di questa loggia segreta. Ed il ruolo dei vasi di coccio di questo scontro tra titani viene ricoperto persino dai vertici, presente e passati, di due tra le migliori forze di polizia d’Europa. E forse del mondo. Carabinieri e Guardia di Finanza. Tra i diversi membri di questa presunta associazione segreta, che comprenderebbe persino pezzi importanti del Vaticano, vi sarebbero infatti persino l’attuale Comandante Generale della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, assieme al precedente, Giorgio Toschi. Ed anche ad un vecchio Comandante Generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette. Ora, di fronte a questa ennesima rivelazione della Pulcinellopoli dei misteri che restano sempre insoluti, mi sento di fare un paio di considerazioni. La prima è sicuramente viziata dalla conoscenza e stima personale che nutro verso i Generali Zafarana e Toschi. Che benissimo hanno fatto a reagire immediatamente, annunciando una querela per calunnia nei confronti, non dei giornali che hanno riportato la notizia, ma di chi li avrebbe indicati come membri di un’associazione segreta. Che se esistesse davvero come descritta dalla stampa, sarebbe una vera e propria associazione a delinquere. I generali Zafarana e Toschi sono cresciuti in anni post scandalo dei petroli e P2. Anni nei quali le generazioni di ufficiali della Guardia di Finanza alla quale appartengono come me, sono cresciute nella più viscerale diffidenza per ogni forma di associazionismo segreto. Chi scrive, in forza di quella forma mentis, ha aspettato di congedarsi prima di aderire persino ad un semplice Rotary Club. Vedo quindi come ridicola e davvero fantasiosa l’idea che i due comandanti generali delle Fiamme Gialle potessero stringere mani, con contestuale tripla pressione dell’indice, e chiedere all’interlocutore se fosse mai stato in Ungheria. Secondo le modalità di riconoscimento dei sodali raccontate dall’avvocato Amara. E anche se non fossi condizionato dalla dichiarata stima personale, che potrebbe rendermi poco oggettivo, non potrei credere che ufficiali che hanno superato durissime selezioni per raggiungere i vertici delle Fiamme Gialle possano essere così ingenui dall’aver creduto di poterla fare franca, e restare indenni a tale supposta enormità.

La sudditanza delle forze di polizia alle procure. La seconda considerazione è che, come raccontato da Palamara a Sallusti, nell’Italia della magistrocrazia mediatica degli ultimi trent’anni, «un Procuratore della Repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti – e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentando magari l’abitazione…, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo intero. Soprattutto perché fanno parte di un “Sistema” che li ha messi lì e che per questo li lascia fare, oltre ovviamente a difenderli ». E questa situazione, che non fa certamente parte della fantasia di Palamara, ha fatto sì che per oltre tre decenni ci sia stata una evidente accondiscendenza, se non vera e propria sudditanza, della polizia giudiziaria alla magistratura requirente. Che non si é limitata alla sola dipendenza funzionale, di polizia giudiziaria, appunto. Ma che ha pervaso gli stessi vertici, locali e centrali, di tutte le forze di polizia : Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Forze di polizia per le quali quella della polizia giudiziaria non é la sola funzione e competenza. Che peraltro non appartiene ai generali ed ai dirigenti superiori. I quali non rivestono la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria. E quindi non hanno più la dipendenza funzionale (per la funzione di polizia giudiziaria) dall’Autorità giudiziaria. Cioè dalla magistratura requirente. Ma nella realtà, da oltre tre decenni, le fila delle carriere e quindi della guida delle tre forze di polizia sono state indirettamente tirate dalla magistratura. E soprattutto dalle più importanti procure della Repubblica, oltre alla procura nazionale antimafia e antiterrorismo. I dirigenti delle tre forze di polizia, a tutti i livelli, sono sempre stati molto più sensibili alle sollecitazioni delle procure di quanto possano esserlo dalle richieste di qualunque altra autorità statuale. Sia essa il prefetto o lo stesso ministro dell’Interno, della Difesa o dell’Economia. E questo non solo perché nell’Italia giustizialista dei corvi e dei veleni, l’ipocrisia dell’azione penale obbligatoria può rovinare in un attimo splendide carriere con una semplice lettera anonima, se non con qualche cosiddetto «pentito». Ed il cannibalismo mediatico- giudiziario, dei quali sembrano essere oggi vittime, dopo Palamara, gli stessi Procuratori della Repubblica di Milano, Roma, ed ex membri del CSM e dell’ANM, è un cannibalismo che, sempre a mezzo giudiziario requirente, è noto da decenni alle tre forze di polizia. Portando ad una naturale, e solo in parte comprensibile, accondiscendenza dei dirigenti verso una semplice alzata di sopracciglio del PM dell’angolo. Dal quale potrebbero sempre nascere censure o avvisi di garanzia che, anche se poi caduti nel nulla dopo anni di patimenti, lasciano comunque il segno nelle carriere e nelle assegnazioni degli ufficiali e funzionari delle tre forze di polizia. Ed anche questa è una situazione che non trova riscontro, a tale livello di eccesso, in nessun altro Paese Europeo. Nei quali nessun ufficio del pubblico ministero dispone, senza alcuna limitazione di fatto, in termini di mezzi e disponibilità, di una smisurata armata di forze di polizia a sua pressoché completa disposizione. Alla quale, per non farsi mancare nulla, si aggiungono da qualche tempo le polizie locali, la Guardia Costiera e l’Agenzia Dogane Monopoli.

Bastone e carota delle procure, tra avvisi di garanzie ed encomi. Oltre al timore di qualche avviso di garanzia che, anche quando pretestuoso o fumoso, lascia comunque il segno, soprattutto se concomitante con le procedure di promozione, in un paese in cui la notifica ad orologeria dell’avviso di garanzia a mezzo stampa non si è neppure risparmiata al premier nel momento stesso in cui presiedeva un grande consesso internazionale, c’è dell’altro. Oltre al bastone, il «sistema» dispone anche di una buona dose di carote che esso stesso produce. E cioè la politica dei cosiddetti encomi. Cioè delle ricompense di carattere morale (semplici o solenni) che non sempre hanno un carattere unicamente morale. Perché impattano materialmente, questa volta in positivo, sulle carriere degli appartenenti alle forze di polizia. E gli encomi, per l’attività operativa, sono rapportati principalmente alle denunce, agli arresti ed ai sequestri effettuati. Tutti cioè relativi all’attività di polizia giudiziaria ed ai cosiddetti risultati dell’attività della magistratura requirente. Mai, o quasi, alle sentenze della magistratura giudicante. Cioè alle condanne, alle confische di beni ed alle somme realmente recuperate o incamerate dalle casse dello stato, a seguito di contestazioni troppo spesso fumose, se non letteralmente gonfiate. Appare quindi evidente che i dirigenti delle forze di polizia facciano carriera, al pari dei PM, non in base al numero ed alla qualità delle sentenze passate in giudicato, ma delle semplici attività preliminari. Ed è un po’ come se la reputazione di un medico si basasse non sul numero dei pazienti guariti, ma su quello delle radiografie o amputazioni di arti effettuati a pazienti che poi risultano essere sani. Indipendentemente cioè dall’utilità, dal costo, dall’invasività della diagnostica e, soprattutto, dall’esito della stessa per la vita dei pazienti. Ed anche questo perverso meccanismo fa parte del sistema scoperchiato da Palamara. Corollario del quale sono i roboanti annunci mediatici di tanti giornalisti che fanno parte del Sistema. E che al Sistema devono la loro notorietà e la loro sfolgorante carriera di cantastorie.

Riforma della giustizia e della politica degli encomi. Ormai, come detto in esordio, non mi stupisco più di nulla che faccia parte del «Sistema» reso pubblico da Palamara. Nonostante la bella recente notizia che, oltre che a Berlino anche a Palermo esiste un Giudice (la gi maiuscola non è un caso). Che ha finalmente reso Giustizia a servitori dello stato e presunti collusi col potere mafioso. Giudicati assolutamente innocenti, dopo essere stati triturati per decenni dal circo mediatico-giudiziario della cosiddetta «trattativa stato-mafia». Mi stupirò invece il giorno che vedrà la luce una vera e radicale riforma della giustizia e del funzionamento della magistratura italiana. Che non sia l’ennesima riforma gattopardesca scritta dalla stessa magistratura. E che comprenda il divieto del distacco di magistrati presso organi dell’esecutivo. A cominciare dal Ministero della Giustizia. Attualmente occupato militarmente dalla Magistratura, come da tempo denunciato dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali. Ma anche l’eliminazione dell’attuale prostrazione delle forze di polizia alle Procure della Repubblica. Includendo il sistema delle carriere dei loro dirigenti legate agli encomi. Che dovrebbero essere concessi per premiare i risultati di indagini che convincono non solo le Procure, bensì i tribunali e i giudici. Che i risultati di quelle indagini devono giudicare. In completa autonomia ed indipendenza dall’attuale strapotere delle procure. Un sogno, sicuramente. Perché, visti i tempi attuali della giustizia, l’encomio rischierebbe di giungere quando il beneficiario è ormai in pensione. Ma i sogni, spesso, aiutano a non disperare.

Ora si cercano riscontri. Loggia Ungheria, Amara torna a parlare: l’avvocato tira ancora in ballo Tinebra e la ‘mediazione’ per salvare l’ex pm Musco. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Settembre 2021. Pietro Amara torna a parlare con i magistrati dal carcere di Orvieto, in Umbria. L’ex legale esterno dell’Eni che nell’ambito dell’inchiesta sulla società italiana e le presunte tangenti pagati in Nigeria, processo poi finito in flop per la Procura meneghina con assoluzioni per gli imputati, aveva rivelato l’esistenza di una loggia segreta, Ungheria, è tornato a discutere coi pubblici ministeri di Perugia proprio dell’associazione segreta. Ai primi di settembre, scrive oggi il Corriere della Sera, Amara è stato interrogato dal procuratore capo di Perugia Raffele Cantone e i sostituti Mario Formisano e Gemma Miliani. Magistrati che intendono verificare se i nomi tirati in ballo da Amara siano verificabili. Quando infatti le sue dichiarazioni sui giudici, avvocati, politici, imprenditori e alti esponenti delle forze dell’ordine facenti parte della Loggia sono diventati pubblici, Amara è stato sommerso da denunce per calunnia dai diretti interessati. Dal carcere di Orvieto dunque l’ex legale esterno di Eni, che sta scontando tre anni e nove mesi di detenzione dopo le condanne per corruzione e altri reati accumulate con i patteggiamenti siglati nei tribunali di Roma e di Messina, è chiamato di fatto a ‘rilanciare’ le sue accuse. Secondo il Corriere Amara si sarebbe concentrato in particolare su Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta e poi procuratore generale di Catania, scomparso nel 2017 e che quindi non può difendersi dalle accuse. Amara di fronte ai magistrati ha raccontato del ruolo di mediazione svolto da Tinebra nell’alleggerire la posizione dell’ex pm di Siracusa Maurizio Musco. Quest’ultimo era amico dell’avvocato e all’epoca dei fatti inquisito in un procedimento dov’era contestata l’aggravante di aver favorito la mafia, portandolo poi alla destituzione dall’ordine giudiziario. Secondo quanto raccontato a Cantone, Formisano e Miliani, Tinebra si mosse per ridimensionare le accuse e aprendo la strada al patteggiamento per un reato minore che poi si sarebbe impegnato a far prescrivere. Ora spetta agli inquirenti verificare se la versione dei fatti di Amara sia corretta. Una collaborazione, quella di Amara con i magistrati, che punta all’uscita dal carcere di Orvieto. Una possibilità per ora negata dal tribunale di sorveglianza di Roma: l’affidamento in prova chiesto dai difensori di Amara, Salvino Mondello e Francesco Montali, è stato rifiutato nonostante l’atteggiamento collaborativo perché “può essere frutto di scelte dettate da opportunità processuale”, mentre “va ancora vagliata l’attendibilità delle propalazioni rese nei numerosi procedimenti giudiziari”. E in effetti dopo le accuse di Amara stanno arrivando anche le prime richieste di archiviazione. L’ha chiesta ad esempio la procura di Catania per il procuratore aggiunto di Roma Lucia Lotti, di cui aveva parlato l’ex avvocato esterno di Eni, e ora il gip ha fissato l’udienza per discuterne. Stessa cosa vale per l’ex membro del Csm Marco Mancinetti, di cui Amara aveva parlato in relazione a presunti favori chiesti per il figlio. Atti trasmessi a Milano per valutare eventuali calunnie.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Loggia Ungheria, Pietro Amara torna a parlare e a fare nomi. I magistrati cercano riscontri. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 22 settembre 2021. L’avvocato siracusano Pietro Amara in carcere in Umbria è tornato a rispondere alle domande dei magistrati di Perugia e di Potenza. I giudici: attendibilità da valutare. Nel carcere umbro dov’è rinchiuso, Pietro Amara ha ricominciato a parlare con i magistrati. L’ex avvocato esterno dell’Eni, protagonista delle rivelazioni sulla presunta «loggia Ungheria» che avrebbe riunito giudici, avvocati, politici, imprenditori e alti esponenti delle forze di polizia, deve scontare tre anni e nove mesi di detenzione dopo le condanne per corruzione e altri reati accumulate con i patteggiamenti siglati nei tribunali di Roma e di Messina. Voleva farlo fuori da una prigione, attraverso l’affidamento in prova previsto per le pene sotto i quattro anni, ma il tribunale di sorveglianza ha detto di no. Rientrato in cella a metà luglio, il legale aveva temporaneamente sospeso la sua collaborazione con gli inquirenti che devono sciogliere il mistero Ungheria e altre vicende in cui lo stesso Amara è coinvolto. Ma trascorsa l’estate, è tornato a rispondere alle domande dei pubblici ministeri di Perugia, e di Potenza. E aspetta quelli di altri uffici.

Nuove accuse. Nel nuovo interrogatorio con il procuratore del capoluogo umbro Raffaele Cantone e i sostituti Mario Formisano e Gemma Miliani, svoltosi ai primi di settembre, l’avvocato ha approfondito alcuni aspetti della ipotetica loggia, concentrandosi su episodi specifici che i magistrati hanno ora la possibilità di verificare. Amara ha riempito i precedenti verbali — prima a Milano e poi a Perugia — con decine di nomi altisonanti, venendo poi sommerso, non appena le sue dichiarazioni sono divenute di pubblico dominio, da altrettante denunce (o annunci di denunce) per calunnia da parte dei diretti interessati. I quali negano la loro adesione alla presunta associazione segreta. In carcere l’avvocato è chiamato a replicare, e per adesso ha rilanciato raccontando fatti che ritiene possano essere riscontrati. Tra i tanti nomi tirati in ballo si sarebbe concentrato sull’ex procuratore di Caltanissetta (poi procuratore generale di Catania) Giovanni Tinebra, morto nel 2017; a suo dire uno dei principali esponenti della loggia. Al di là del fatto che l’accusato non può replicare, Amara ha ricostruito una storia in cui l’allora magistrato avrebbe svolto un ruolo di mediazione per alleggerire la posizione dell’ex pm di Siracusa Maurizio Musco, amico di Amara successivamente rimosso dall’ordine giudiziario e all’epoca inquisito in un procedimento dov’era contestata addirittura l’aggravante di aver favorito la mafia.

Favori e archiviazioni. Tinebra, secondo Amara, si adoperò per ridimensionare le accuse e aprendo la strada al patteggiamento per un reato minore che poi si sarebbe impegnato a far prescrivere. Gli inquirenti dovranno ora verificare questa versione per confermarla o smentirla, come hanno già fatto prima di chiedere l’archiviazione per l’ex componente del Consiglio superiore della magistratura Marco Mancinetti, di cui Amara aveva rivelato presunti favori richiesti per il figlio. Gli atti su Mancinetti sono poi stati trasmessi a Milano (dove l’avvocato aveva fatto le sue dichiarazioni) per valutare eventuali calunnie. Anche la Procura di Potenza, che a giugno aveva fatto arrestare e poi liberare Amara nell’indagine su una presunta corruzione, ha raccolto nuove dichiarazioni dell’indagato che ritiene riscontrate in buona parte. La Procura di Catania, invece, ha chiesto l’archiviazione per l’ex procuratore di Gela Lucia Lotti, di cui pure ha parlato l’avvocato, e ora il giudice delle indagini preliminari ha fissato l’udienza per discuterne. Al Csm Cantone ha comunicato che al momento non ci sono altri magistrati romani iscritti sul registro degli indagati, dove invece compaiono (per il reato di associazione segreta) i nomi di Amara e un paio di suoi amici che avrebbero collaborato con lui a raccogliere e conservare le prove sull’esistenza della loggia. Come l’avvocato siracusano Giuseppe Calafiore, che ai pm di Milano ha consegnato registrazioni di colloqui da cui si dovrebbe evincere che «Ungheria» non è un’invenzione.

Il «no» dei giudici. La partita che l’avvocato, assistito dai difensori Salvino Mondello e Francesco Montali, ha ricominciato a giocare è quella della credibilità, anche per puntare a uscire dal carcere. Il tribunale di sorveglianza di Roma gli ha negato, per ora, l’affidamento in prova sostenendo che «la condotta collaborativa, fino ad oggi riconosciuta, ben può essere frutto di scelte dettate da opportunità processuale, tant’è vero che essa è stata la condizione necessaria per ridurre la pena e “patteggiare”». Tuttavia «l’attività collaborativa è tuttora in corso, e va ancora vagliata l’attendibilità delle propalazioni rese nei numerosi procedimenti giudiziari». Secondo i giudici di Roma quella di Amara è la «personalità complessa di un soggetto invischiato in faccende che si inseriscono in un contesto criminale di spessore che destabilizza totalmente le istituzioni statuali. La vastità delle condotte tenute — affermano — inserite nelle pagine più “nere” che hanno investito i gangli vitali dell’amministrazione della giustizia, è stata tale da aver dominato e inquinato la storia giudiziaria del nostro Paese degli ultimi anni». 

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 22 settembre 2021. Nel carcere umbro dov' è rinchiuso, Pietro Amara ha ricominciato a parlare con i magistrati. L'ex avvocato esterno dell'Eni, protagonista delle rivelazioni sulla presunta «loggia Ungheria» che avrebbe riunito giudici, avvocati, politici, imprenditori e alti esponenti delle forze di polizia, deve scontare tre anni e nove mesi di detenzione dopo le condanne per corruzione e altri reati accumulate con i patteggiamenti siglati nei tribunali di Roma e di Messina. Voleva farlo fuori da una prigione, attraverso l'affidamento in prova previsto per le pene sotto i quattro anni, ma il tribunale di sorveglianza ha detto di no. Rientrato in cella a metà luglio, il legale aveva temporaneamente sospeso la sua collaborazione con gli inquirenti che devono sciogliere il mistero Ungheria e altre vicende in cui lo stesso Amara è coinvolto. Ma trascorsa l'estate, è tornato a rispondere alle domande dei pubblici ministeri di Perugia, e di Potenza. E aspetta quelli di altri uffici. Nel nuovo interrogatorio con il procuratore del capoluogo umbro Raffele Cantone e i sostituti Mario Formisano e Gemma Miliani, svoltosi ai primi di settembre, l'avvocato ha approfondito alcuni aspetti della ipotetica loggia, concentrandosi su episodi specifici che i magistrati hanno ora la possibilità di verificare. Amara ha riempito i precedenti verbali - prima a Milano e poi a Perugia - con decine di nomi altisonanti, venendo poi sommerso, non appena le sue dichiarazioni sono divenute di pubblico dominio, da altrettante denunce (o annunci di denunce) per calunnia da parte dei diretti interessati. I quali negano la loro adesione alla presunta associazione segreta. In carcere l'avvocato è chiamato a replicare, e per adesso ha rilanciato raccontando fatti che ritiene possano essere riscontrati. Tra i tanti nomi tirati in ballo si sarebbe concentrato sull'ex procuratore di Caltanissetta (poi procuratore generale di Catania) Giovanni Tinebra, morto nel 2017; a suo dire uno dei principali esponenti della loggia. Al di là del fatto che l'accusato non può replicare, Amara ha ricostruito una storia in cui l'allora magistrato avrebbe svolto un ruolo di mediazione per alleggerire la posizione dell'ex pm di Siracusa Maurizio Musco, amico di Amara successivamente rimosso dall'ordine giudiziario e all'epoca inquisito in un procedimento dov' era contestata addirittura l'aggravante di aver favorito la mafia. Tinebra, secondo Amara, si adoperò per ridimensionare le accuse e aprendo la strada al patteggiamento per un reato minore che poi si sarebbe impegnato a far prescrivere. Gli inquirenti dovranno ora verificare questa versione per confermarla o smentirla, come hanno già fatto prima di chiedere l'archiviazione per l'ex componente del Consiglio superiore della magistratura Marco Mancinetti, di cui Amara aveva rivelato presunti favori richiesti per il figlio. Gli atti su Mancinetti sono poi stati trasmessi a Milano (dove l'avvocato aveva fatto le sue dichiarazioni) per valutare eventuali calunnie. Anche la Procura di Potenza, che a giugno aveva fatto arrestare e poi liberare Amara nell'indagine su una presunta corruzione, ha raccolto nuove dichiarazioni dell'indagato che ritiene riscontrate in buona parte. La Procura di Catania, invece, ha chiesto l'archiviazione per l'ex procuratore di Gela Lucia Lotti, di cui pure ha parlato l'avvocato, e ora il giudice delle indagini preliminari ha fissato l'udienza per discuterne. Al Csm Cantone ha comunicato che al momento non ci sono altri magistrati romani iscritti sul registro degli indagati, dove invece compaiono (per il reato di associazione segreta) i nomi di Amara e un paio di suoi amici che avrebbero collaborato con lui a raccogliere e conservare le prove sull'esistenza della loggia. Come l'avvocato siracusano Giuseppe Calafiore, che ai pm di Milano ha consegnato registrazioni di colloqui da cui si dovrebbe evincere che «Ungheria» non è un'invenzione. La partita che l'avvocato, assistito dai difensori Salvino Mondello e Francesco Montali, ha ricominciato a giocare è quella della credibilità, anche per puntare a uscire dal carcere. Il tribunale di sorveglianza di Roma gli ha negato, per ora, l'affidamento in prova sostenendo che «la condotta collaborativa, fino ad oggi riconosciuta, ben può essere frutto di scelte dettate da opportunità processuale, tant' è vero che essa è stata la condizione necessaria per ridurre la pena e "patteggiare"». Tuttavia «l'attività collaborativa è tuttora in corso, e va ancora vagliata l'attendibilità delle propalazioni rese nei numerosi procedimenti giudiziari». Secondo i giudici di Roma quella di Amara è la «personalità complessa di un soggetto invischiato in faccende che si inseriscono in un contesto criminale di spessore che destabilizza totalmente le istituzioni statuali. La vastità delle condotte tenute - affermano - inserite nelle pagine più "nere" che hanno investito i gangli vitali dell'amministrazione della giustizia, è stata tale da aver dominato e inquinato la storia giudiziaria del nostro Paese degli ultimi anni». 

La replica di Musco: “Mai favorito la mafia o patteggiato procedimenti”. Redazione de Il Riformista il 23 Settembre 2021. In merito all’articolo pubblicato mercoledì 22 settembre dal titolo “Loggia Ungheria, Amara torna a parlare: l’avvocato tira ancora in ballo Tinebra e la “mediazione” per salvare l’ex pm Musco”, riceviamo e pubblichiamo una lettera di smentita da parte dello stesso Maurizio Musco. Musco smentisce infatti quanto riportato dal Corriere della Sera e citato da Il Riformista. In una lettera al direttore Piero Sansonetti l’ex pm spiega che “al sottoscritto non è mai stato, anche solo, contestato, da alcuna Procura della Repubblica Italiana, un reato con ‘l’aggravante di aver favorito la mafia’; il sottoscritto mai ha definito un procedimento penale con patteggiamento, né i propri difensori hanno mai formulato, o anche solo ipotizzato, una proposta di patteggiamento nell’ambito dei procedimenti che lo hanno riguardato; per quanto riguarda al sottoscritto, non corrisponde al vero che ” Tinebra, secondo Amara, si adoperò per ridimensionare le accuse e aprendo la strada al patteggiamento per un reato minore che poi si sarebbe impegnato a far prescrivere”, così come non corrisponde al vero – almeno alla stregua di quanto da me appreso nei recenti verbali dell’avv. Amara pubblicati da vari quotidiani – che costui abbia rilasciato siffatta dichiarazione; non corrisponde al vero che il sottoscritto sia stato rimosso dall’Ordine giudiziario a causa di un procedimento “dov’era contestata l’aggravante di aver favorito la mafia”. Il vero è che il sottoscritto è stato destituito in relazione all’illecito disciplinare di “violazione dell’obbligo di astensione” di cui all’art. 2, lett c) del D.Lg.s 109/2006. Con la precisione che nel capo di incolpazione dell’omessa astensione non mi veniva contestato né di aver favorito l’avv. Amara o i suoi assistiti né di aver danneggiato terze persone. Nella sentenza di destituzione, invero, si legge, a pag. 28, che “nell’udienza preliminare nella quale il dott. Musco doveva astenersi non si era verificato il compimento di atti di favore” nei confronti dell’imputato assistito dall’avv. Piero Amara”.

Rivelazione Boccassini: ''Tinebra ore in stanza con Scarantino prima degli interrogatori''. Aaron Pettinari su amduemila il 20 Febbraio 2020. L'ex magistrato sentita oggi al processo sul depistaggio di via d'Amelio. "Tutti potevano capire che diceva sciocchezze". Vincenzo Scarantino? "Non era credibile"; "i dubbi c'erano fin dall'inizio"; "era un mentitore", "si doveva capire subito che era inattendibile", "era un poveraccio". Con queste parole, più volte, l'ex procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, andata in pensione lo scorso dicembre, ha ribadito quella che era la propria posizione sul "picciotto della Guadagna". Un vero e proprio let motive dell'ex magistrato, sentito oggi al processo sul depistaggio della strage di via d'Amelio che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo ed Enrico Mattei, accusati di concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Intervenuta in videoconferenza da Milano, in quanto impossibilitata a raggiungere il Tribunale di Caltanissetta per motivi di salute, la Boccassini ha ripercorso quello che è stato il suo coinvolgimento nelle indagini sulle stragi del 1992. Un impegno che l'ha vista, come applicata alla Procura di Caltanissetta, dal dicembre di quell'anno fino all'ottobre del 1994. Una vera e propria deposizione fiume dove non sono mancati i momenti di nervosismo, in particolare durante i controesami delle parti civili che hanno chiesto conto, comunque, di una serie di fatti che hanno visto il magistrato protagonista. Come aveva già fatto al Borsellino quater ha ribadito che "la prova regina della non credibilità di Vincenzo Scarantino proviene dalla sua collaborazione" perché "man mano che si andava avanti negli interrogatori si vedeva che stava dicendo delle sciocchezze". Considerazioni e perplessità che aveva messo nero su bianco nella lettera firmata assieme al collega Roberto Saieva ed inviata alle Procure di Caltanissetta e Palermo. A suo dire si era "ancora in tempo per correre ai ripari ed evitare cose che negli anni avrebbero pregiudicato tutto". Eppure, pur confermando le critiche nei confronti dei colleghi come Annamaria Palma e Carmelo Petralia, entrambi indagati per calunnia aggravata dalla Procura di Messina, che "davano credito al collaboratore", ha aggiunto di non aver mai pensato "a un depistaggio". Ad un certo punto, però, rispetto quella che era sempre stata la sua "vulgata", ha anche offerto un elemento inedito: "Quando Scarantino arrivava in procura a Caltanissetta, si chiudeva in una stanza da solo con il Procuratore Tinebra. Non so il tempo preciso ma per un bel po'. Poi Tinebra apriva le porte e si entrava a fare l’interrogatorio. Alla luce di questo, di tutti i miei tentativi di cambiare metodi e atteggiamenti, dei colleghi che non vedevano l'ora che me ne andassi, scrissi una seconda relazione. Tutti sapevano, tutti conoscevano questa relazione, dove mettevo per iscritto che secondo me si dovevano rispettare i codici". Inoltre ha fatto riferimento a relazioni "sparite" in cui parlava della inattendibilità di Scarantino e che sarebbe stata "mandata via" dalla Procura proprio perché aveva iniziato "a capire che Scarantino diceva sciocchezze".

"Cocca mia, arrangiati". Rispondendo alle domande dei pm la Boccassini ha parlato del suo arrivo alla Procura di Caltanissetta: "Mi sono occupata in maniera quasi esclusiva della strage di Capaci, quando sono arrivata a Caltanissetta erano già applicati altri colleghi. Il primo periodo, parliamo del dicembre 92, fu per me soltanto quello di esaminare una massa informe di carte senza nessun ordine e collocazione. Ricordo con affetto, quando arrivai alla Procura di Caltanissetta, una frase dell’allora Procuratore capo Giovanni Tinebra, che io non conoscevo, e mi disse: ‘Cocca mia, qua ci sono le carte. Arrangiati, vedi cosa devi fare’. Questo fu il primo impatto. Con il collega Fausto Cardella anche lui applicato, che si occupava con altri colleghi della strage di via d’Amelio ci fu un confronto, anche perché nacque quasi subito un rapporto di amicizia. Gli altri colleghi che si occupavano delle stragi che erano volontari, si occuparono in quel momento della indagine ‘Leopardo’ a seguito delle dichiarazioni di Leonardo Messina. Non conoscevo Tinebra e mi stupii molto quando mi arrivò la richiesta per essere applicata a Caltanissetta”. Tra i suoi primi impegni proprio le indagini sulla strage di Capaci: "Quando arrivai come pm applicato alla Procura di Caltanissetta, la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia". Così ha ricordato che fu rifatto il sopralluogo a Capaci "coinvolgemmo tutte le forze dell'ordine, dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, alla Polizia fino all'Fbi e tutte le forze possibili". "Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo - ha aggiunto - ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all'indagine sulle stragi ma con competenza specifica". 

Dubbi immediati. Pian piano ha poi iniziato ad occuparsi anche delle indagini sulla strage di via d'Amelio. "Quando io sono arrivata alla Procura di Caltanissetta, anche parlando con i colleghi che già c'erano e con il capo dell'ufficio e lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c'erano - ha ribadito - I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall’inizio, io avevo delle perplessità. Forse all'inizio avevo meno perplessità perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, ma anche degli altri nessuno gridava “ma che bella questa cosa”. Tutti erano con i piedi di piombo su questa cosa. Era l'inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l'indagine portava a qualcosa di più sostanzioso". Per quel motivo, a suo dire, nell'agosto del 1994, aveva chiesto al Procuratore Giovanni Tinebra di potere partecipare agli interrogatori di Scarantino e rinviare le ferie, ma il Procuratore la mandò in vacanza. "Mi porto dietro un po' di amarezza, non solo l'indifferenza e il fastidio di quello che si diceva acuito col ritorno dalle ferie - ha detto oggi anche sfogandosi -, a essere venuta fuori dai giochi era la prassi, vuoi per leggerezza o per sciatteria, le ragioni potevano essere tante, sta di fatto che non ero più la protagonista come lo ero stata nei mesi precedenti lavorando sulla dinamica delle stragi". E ancora una volta ha parlato delle differenti opinioni con i colleghi: "La dottoressa Palma e il dottor Petralia erano più propensi a credergli, o meglio, meno propensi a una critica, Giordano invece faceva l'aggiunto e quindi sapeva e non sapeva. La sorpresa, per me e Saieva, furono gli interrogatori in nostra assenza. Anche per i sopralluoghi e il riconoscimento da parte di Scarantino dell'autocarrozzeria Orofino, io ho saputo queste cose dai giornali, che poi bisogna vedere anche se è vero". "Io - ha raccontato - ero disponibile persino a un trasferimento d'ufficio da Milano alla Procura di Caltanissetta, ero disposta a restare anche per la tutela delle indagini. Ma l'allora Procuratore Tinebra disse 'assolutamente no', cioè non mi volevano. Ero servita solo a far fare carriera a tutti, a quel punto dovevo andare via. Ma io sono stata così imbecille da chiedere il trasferimento d'ufficio per continuare le stragi, ero disponibile a fare questo ulteriore sacrificio". Allontanando da sé ogni responsabilità ha nuovamente puntato il dito verso i colleghi ("Se avessero seguito le mie indicazioni, sia i pm che gli avvocati avrebbero avuto il tempo, la professionalità per capire che Scarantino non era credibile") e prima di concludere l'esame ha affermato: "Io, purtroppo, non ho svolto un ruolo, nelle indagini sulla strage di via D'Amelio". Esattamente l'opposto di quanto sostenuto nelle scorse udienze dal pm Carmelo Petralia. Quest'ultimo aveva affermato che il ruolo della Boccassini era stato "preminente nelle indagini su via d'Amelio" e con "un ruolo attivo sia per gli aspetti di valorizzazione degli elementi gravemente indiziari su Scarantino che per la genesi della sua collaborazione". E nella conferenza stampa del 19 luglio 1994, tenuta assieme a Giovanni Tinebra sugli sviluppi delle indagini sulla strage di via d’Amelio, proprio la Boccassini affermava: "I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale per il paese. Lo ha dimostrato ancora una volta l’indagine sulla morte di Paolo Borsellino. Ma è arrivata, lo ripeto, questo concetto va ripetuto fino alla noia, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva". Durante l'esame la Boccassini ha spiegato che "con i colleghi già a luglio c'erano state discussioni precise, c'erano due parti contrapposte: una di queste riteneva di andarci coi piedi di piombo perché lui appariva debole e poco credibile, anche se a luglio gli abbiamo dato comunque una possibilità considerando che magari avesse paura, che avesse il pensiero alla famiglia a Palermo, cose normali di cui si tiene conto coi collaboratori".

Colloqui investigativi. Ciò non spiega comunque il motivo per cui vennero effettuati "anomali" e numerosi colloqui investigativi che si sono tenuti sia prima della collaborazione con la giustizia di Scarantino, che dopo. Oggi in aula l'ex pm milanese ha affermato: "Non ho mai sollecitato colloqui investigativi con Vincenzo Scarantino per sondare il terreno. Alcuni colloqui investigativi sono sorti su sollecitazione dello stesso Scarantino in altri casi è possibile, ma non lo ricordo con precisione, che in alcune occasioni sia avvenuto su impulso della stessa Procura, oppure della Polizia di Stato, di fare dei tentativi nei confronti di Scarantino. Ma, ripeto, non sono stata io a sollecitare i colloqui con Scarantino perché non mi occupavo di lui con attività esclusiva". Eppure agli atti vi è la "maratona", avvenuta tra il 4 ed il 13 luglio, in cui venivano effettuati i colloqui, spesso nei giorni antecedenti le verbalizzazioni con i magistrati. Verbalizzazioni che in quattro occasioni si sono tenute con la partecipazione della stessa dottoressa Boccassini di cui una, il 15 luglio, alla sola presenza della stessa e di Arnaldo La Barbera. E sempre agli atti vi sono i colloqui investigativi post collaborazione con la giustizia si erano verificati anche con il falso pentito Francesco Andriotta. Ma l'ex procuratore aggiunto di Milano nulla sapeva. "Lo apprendo dai giornali - ha ribadito oggi - ho scoperto che ce ne sono anche alcuni a mia firma. Di questi colloqui investigativi non mi ricordavo, vuol dire che quindi non davo troppa importanza a questa vicenda. Scarantino comincia questa collaborazione a giugno '94, erano gli ultimi miei mesi di permanenza, avevo ancora molto lavoro da fare, quando Tinebra mi chiamò per dirmi che lui voleva collaborare io gli dissi di non contare su di me perché stavo per andare via e dissi di affidarsi agli altri colleghi che sarebbero rimasti a Caltanissetta". Dunque perché nella lettera di ottobre, quando davvero i termini erano prossimi allo scadere, si lamentava per essere stata esclusa? Rispondendo alle domande dell'avvocato Fabio Repici è tornata a parlare del primo interrogatorio a Pianosa del 24 giugno '94: "Tinebra voleva che fossi presente. Io, siccome sono un soldato, sono partita. Ci fu un viaggio in notturna in elicottero, penso che ci fosse anche Petralia con me".

Facile che l'ex pm ha confuso il viaggio con un altro perché, documentatamente, è noto che quell'interrogatorio ebbe inizio alle 20.30. Ugualmente non ricorda se Arnaldo La Barbera viaggiò con lei o se si trovasse già a Pianosa con Scarantino. Ed è a quel punto che la Boccassini ha mostrato un certo nervosismo: "Inutile che cercate di farmi cadere in contraddizione, sono passati 30 anni, io risponderò sempre che 'non lo ricordo'". Anche rispetto ad un altro interrogatorio di febbraio non ha memoria: "Ero talmente impegnata in quel periodo che già mi meraviglio del fatto che fossi andata io a interrogare Scarantino. Mi spiace, capisco che do l'impressione che nella mia mente ci sia più Capaci che D'Amelio, ma non potevo occuparmi di tutto non stando giù, non era possibile fare più di tanto. Forse, in generale, il fatto di fare colloqui investigativi coi collaboratori era una prassi, tanto che poi è subentrata una normativa per sopperire agli errori fatti dai colleghi. Se quei colloqui servivano per addestrare il collaboratore, i colleghi andrebbero cacciati da ogni funzione pubblica, sul punto si poteva capire che Scarantino era inattendibile, è ridicolo". 

Niente Servizi. Durante l'esame dei pm ha anche detto di "non avere mai saputo di eventuali rapporti tra la Procura nissena e i servizi segreti", dopo le stragi. Quindi ha detto di aver saputo “della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la Procura di Caltanissetta solo da giornali". Ed ha aggiunto: "Io vidi Contrada per la prima volta durante un interrogatorio a Forte Braschi. Da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so”.

La lettera con Saieva. Quindi è tornata a parlare di quel documento firmato con Saieva: "Su Vincenzo Scarantino vi erano visioni completamente diverse - spiega il magistrato - Gli altri colleghi erano propensi a dire da subito 'bene, Scarantino sta collaborando'. Ma per me c'erano delle perplessità. Molte perplessità. Tant'è che volevo persino annullare le mie ferie per partecipare agli interrogatori. Ma la risposta di Tinebra fu: 'ti sei sacrificata tanto, ora te ne vai in ferie', e così tornai a settembre. Ma il patatrac per me e Roberto Sajeva fu quello che leggemmo al nostro ritorno. Essere tenuta fuori dai giochi era la prassi. Vuoi per leggerezza, vuoi per sciatteria, non ero più la protagonista come lo ero stata nei mesi precedenti nella dinamica investigativa delle due stragi". Quindi ha denunciato: "La relazione che io e il collega Roberto Saieva facemmo sulla non credibilità di Vincenzo Scarantino era sparita da Caltanissetta ma io ne avevo diverse copie. Fino alla fine dissi ai colleghi che bisognava cambiare metodo, che Scarantino andava preso con le molle. Vedendo che c’era questa voglia che io andassi via da Caltanissetta scrissi la seconda relazione. Soltanto con il pentimento di Spatuzza nel 2008, ricevetti una telefonata dall’allora procuratore della Repubblica di Caltanissetta che mi chiese se era vero che io avevo scritto delle relazioni con Roberto Saieva. Erano sparite. Io e Saieva, dopo averne parlato con Giancarlo Caselli, mandammo le relazioni direttamente a Palermo”. “Sono qui per la quarta volta - ha affermato con forza durante il controesame - a ripetere sempre le stesse cose sentendomi quasi in colpa per aver scritto quelle relazioni che avrebbero potuto dare una scossa diversa a quei processi". Durante il controesame su questi argomenti la Bocassini più volte ha detto di "non comprendere il senso di certe domande volte soltanto a farmi cadere in contraddizione". Il presidente del Collegio l'ha invitata "a rispondere alle domande senza aggiungere commenti" e ribadendo che "l'ammissibilità delle domande, lo sono fino a quando non si dichiara diversamente". "Non credo che tutti i colleghi rimasti abbiano preso a cuore l'andazzo un po' leggero di Tinebra - ha proseguito-. C'era un clima troppo accondiscendente nei riguardi di Scarantino, per questo la famosa lettera la mandammo anche a Palermo, se nel 2008 non arrivava Spatuzza forse delle due relazioni ne restava solo un mio ricordo. Quello che è successo dal '94 in poi l'ho leggiucchiato dai giornali, ero impegnata a Milano in ben altre vicende".

Quindi, nonostante i richiami, non ha voluto far mancare un momento di stucchevole ironia: "Se non avessi fatto le relazioni in cui manifestavo le mie perplessità sulla genuinità del pentimento di Scarantino e non ne avessi per altro conservato copia, oggi mi avrebbero addossato tutte le responsabilità e le colpe, chissà... magari per me avrebbero riaperto Pianosa, anche se io preferisco l'Asinara. Menomale che ne avevo una copia". 

Boccassini vs Genchi. Altro argomento ha riguardato le divergenze con l'ex poliziotto ed ex consulente informatico, Gioacchino Genchi. Per il magistrato milanese questi non era altro che "una persona pericolosa per le istituzioni, aveva conservato un archivio con i tabulati che aveva raccolto. E poi vedeva complotti e depistaggi ovunque". In particolare la Boccassini non vedeva di buon grado alcuni approfondimenti che Genchi avrebbe voluto fare sui viaggi di Falcone negli Usa. "Non mi piacque questo suo atteggiamento - ha dichiarato intervenendo dal tribunale di Milano - chiese persino di indagare anche su Giovanni Falcone, dopo la strage di Capaci, chiese di esaminare persino le sue carte di credito. Non mi piacque e lo dissi a Tinebra, gli spiegai: 'Le analisi dei tabulati le può fare chiunque'. Ne parlai anche a La Barbera - ha aggiunto - che era d’accordo sul fatto che non si poteva pendere dalle labbra di uno come Genchi. Il suo apporto alle indagini fu nullo. Era un tecnico, non un investigatore, quindi non poteva apportare nulla a un’indagine così seria. Insomma, non mi piaceva il suo modo di lavorare, così fu allontanato. Tinebra non voleva perdere la mia capacità lavorativa, quindi da quel momento Genchi non si è più occupato di stragi". Eppure, nel corso dell'esame, ha anche ricordato che "una delle prime ipotesi di lavoro era che il telecomando fosse stato azionato da castello Utveggio dove si diceva ci fosse una postazione Sisde. Su questi punti le indagini erano partite quasi subito". Un'ipotesi investigativa che proprio Genchi aveva indicato. Tra le inchieste aperte ricordate dalla Boccassini anche quella sulla "presenza di Bruno Contrada in via D'Amelio, ma dai riscontri risultava che, al momento dell'esplosione che uccise Borsellino e gli agenti di scorta, fosse altrove, in barca con un gioielliere palermitano. Sulla pista dei mandanti esterni e della sua presenza in via D'Amelio il giorno della strage abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile fare".

Alta tensione. Altro momento di tensione, oltre a quelli con gli avvocati, ha visto protagonisti anche i magistrati nel momento in cui l'ex pm del pool sulle stragi mafiose ha dichiarato: "Non fa onore a chi indossa la toga avere raccolto certe dichiarazioni, come quando Scarantino disse di essere stato minacciato da me e da La Barbera. Questa era una calunnia bella e buona ma non sono stata tutelata". Parole che hanno portato il pm Stefano Luciani a chiedere al Presidente del Tribunale D'Arrigo di "far presente alla teste che si deve limitare a rispondere alle domande. Non siamo qui per prendere lezioni da nessuno: visto che si parla di decoro delle toghe, cosa si doveva fare in quel caso, non verbalizzare quello che diceva Scarantino?". Successivamente gli animi si sono nuovamente riscaldati quando la Boccassini, sempre rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici, che le chiedeva perché “in questi anni non aveva mai detto degli incontri tra il Procuratore Tinebra e Vincenzo Scarantino prima degli interrogatori”, ha controreplicato: “Sono 30 anni che mi chiedo perché su questi fatti Tinebra non è mai stato sentito da Caltanissetta”. A questo punto il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha detto: “Evitiamo di trasformare questo processo in una sorta di mercato. Tinebra fu sentito nel Borsellino quater (per onore di cronaca va ricordato che ciò avvenne su citazione delle parti civili, ndr) e quindi evitiamo di fare commenti”. A quel punto è intervenuto il presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo che ha chiesto a “tutti di abbassare i toni”. L’ex aggiunto di Milano ha anche raccontato che tra il 1992 e il 1994 “diversi collaboratori di giustizia parlarono di moltissimi magistrati siciliani, tantissimi, oppure ne volevano parlare, ma non era mai il momento buono”. E ha fatto il nome di Pietro Giammanco, ex procuratore capo di Palermo. “E’ stato poi iscritto nel registro degli indagati dopo le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori - ha ricordato - era uno dei tanti magistrati indagati a Caltanissetta”. Rispondendo alle domande dell'avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo, sulla presenza del suo assistito durante i colloqui investigativi con Vincenzo Scarantino l'ex pm ha risposto: "Non ricordo che ai colloqui investigativi fatti con Vincenzo Scarantino in mia presenza ci fosse anche Mario Bo. Ma non escludo che ci fosse, la sua presenza sarebbe stata legittima come per altri funzionari. Per quelli fatti in cui c'ero anche io comunque tenderei ad escluderlo". L'avvocato Panepinto ha anche chiesto se fosse possibile che la presenza di un investigatore non fosse stata messa a verbale, cosa che la Boccassini ha escluso. "Non avrei mai consentito ha detto il magistrato - che non fosse verbalizzata la presenza di chiunque partecipasse agli interrogatori". Alle sette di sera, dopo aver iniziato l'esame alle 10 del mattino, si è conclusa la deposizione e il processo è stato rinviato al prossimo venerdì, il 28 febbraio, per sentire due agenti della Dia.

Giravolta del Fatto: “Amara è un bluff”, ma Cantone lo riteneva credibile…Paolo Comi su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Al Fatto Quotidiano pensano di avere anche ragione. Prima occultano per 11 mesi, con la scusa di “non compromettere le indagini”, i verbali delle dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria che hanno ricevuto in busta chiusa dalla ex segretaria di Piercamillo Davigo. E poi, dopo averli pubblicati fuori tempo massimo, si lasciano andare alla facile ironia nei confronti dei quotidiani che hanno osato evidenziare questo singolare modo di agire da parte di un giornale noto per pubblicare qualsiasi velina di Procura. Forse è il caso di ricordare che la pubblicazione di questi verbali dopo un anno ha permesso alla Procura di Milano di coltivare le accuse nei confronti dei vertici dell’Eni e del giudice Marco Tremolada che era chiamato a giudicarli, e alla Procura di Perugia di ottenere il rinvio a giudizio di Luca Palamara. Adesso, per tutti, Amara è un millantatore seriale che si è inventato l’esistenza della loggia Ungheria. Ma è sufficiente tornare indietro di qualche settimana per vedere uno scenario completamente diverso. Il procuratore della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone, davanti al gup Piercarlo Frabotta, all’udienza del 16 luglio 2021 nel processo a carico di Palamara per corruzione, per giustificare le modifiche delle imputazioni fatte sulla base delle dichiarazioni del “pentito” Amara, infatti, aveva affermato che «la vera modifica al capo d’imputazione avviene quando viene sentito Amara e Amara viene sentito nell’ambito di un interrogatorio programmato che viene fatto nell’ambito del processo ‘Ungheria’, adesso si può dire per fortuna, e nell’ambito di quell’interrogatorio che io non dimentico perché io ero a casa col Covid ma ovviamente continuavo a seguire tutto quello che accadeva». E poi: «Fu lui spontaneamente a voler parlare del dottor Palamara e fece quelle dichiarazioni che furono oggetto di riscontro». Cantone era talmente convinto della bontà della testimonianza dell’avvocato siciliano da aggiungere che «le dichiarazioni di Amara hanno avuto un vaglio che era quello richiesto dalla giurisprudenza delle dichiarazioni di un imputato di procedimento connesso e hanno ricevuto numerosi riscontri, numerosi riscontri all’interno delle chat e numerosi riscontri all’esterno con dichiarazioni di soggetti informati sui fatti e quindi è chiaro che quella vicenda imponeva la modifica del capo di imputazione». Se per Cantone Amara era attendibile quando parlava di Ungheria e Palamara, di diverso avviso era il predecessore Luigi De Ficchy, procuratore di Perugia fino al 2 giugno 2019. De Ficchy, che aveva fatto dal 3 maggio 2018 la stessa indagine della quale parla Cantone, questa settimana ha fatto sapere «di aver già provveduto a denunciare per calunnia l’avvocato Amara per l’affermazione secondo la quale avrei fatto parte della Loggia Ungheria». Ed inoltre: «Smentisco di aver mai richiesto all’avvocato Amara da me mai incontrato né personalmente conosciuto di segnalare, per la conseguente assunzione, il nominativo di mio figlio Francesco allo studio legale DLA Piper di Roma struttura della quale mio figlio non ha mai fatto parte e con la quale non ha intrattenuto rapporti lavorativi di sorta». Non si comprende, quindi, come De Ficchy possa affermare che Amara è un calunniatore e Cantone possa ritenere che il “calunniatore Amara” è attendibile contro Palamara. De Ficchy, peraltro, non aveva negato di conoscere l’imprenditore Fabrizio Centofanti, il corruttore dell’ex presidente dell’Anm che agiva per conto di Amara. Palamara questa settimana ha presentato un esposto chiedendo di sapere come mai Centofanti, a differenza sua, non venne mai perquisito o intercettato con il trojan. L’ex procuratore del capoluogo umbro sul punto ha chiamato in causa i pm titolari del fascicolo. Per Centofanti, come è noto, non vennero chiesti neppure i tabulati telefonici. Un accertamento tecnico effettuato, ad esempio, per i giornalisti Marco Lillo del Fatto Quotidiano e Giacomo Amadori della Verità, mai indagati, in un’altra indagine a carico di Palamara e dell’ex pm romano Stefano Rocco Fava, quella per la fuga di notizie a proposito del dossieraggio nei confronti del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dell’aggiunto Paolo Ielo. Paolo Comi

La spericolata giravolta. Travaglio cambia di nuovo idea, per il Fatto Quotidiano Amara diventa di nuovo credibile…Paolo Comi su Il Riformista il 23 Settembre 2021. Contrordine: Piero Amara non è più un pericoloso millantatore ma è tornato nuovamente a essere un pentito serio e attendibile. Dopo la pubblicazione la scorsa settimana dei verbali delle dichiarazioni dell’avvocato siciliano sulla Loggia Ungheria, come si ricorderà, erano fioccate le smentite e le querele da parte dei soggetti chiamati in causa. Amara aveva fatto ai pm di Milano Laura Pedio e Paolo Storari, alla fine del 2019, decine e decine di nomi di magistrati, di alti ufficiali delle forze dell’ordine, di professionisti, e di imprenditori. Il Fatto Quotidiano, che aveva avuto i verbali di Amara e aveva aspettato quasi un anno per pubblicarli, aveva titolato “Amara costruiva le accuse e poi le offriva ai magistrati”, ricordando anche l’indagine per calunnia nei suoi confronti. Ieri, invece, il cambio di passo. Un deciso cambio di passo: “Loggia Ungheria, primi ‘riscontri’ dei pm sulle rivelazione di Amara”. Cosa è successo? Pare che il procuratore di Perugia Raffaele Cantone, che indaga su Ungheria, abbia risentito Amara in questi giorni, trovando dei riscontri alle sue testimonianze. Amara si trova attualmente in carcere in quanto, per una precedente condanna, il Tribunale di sorveglianza ha respinto la sua richiesta di affidamento. A Perugia, comunque, Amara è già stato indagato per millantato credito e traffico di influenze illecite. Il procedimento penale ha riguardato anche l’avvocato Giuseppe Calafiore che avrebbe dato 30mila euro all’ex componente dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), il maresciallo dei carabinieri, Loreto Francesco Sarcina come presunto prezzo di una mediazione illecita. L’ex 007, sfruttando e vantando relazioni con pubblici ufficiali si era fatto consegnare questa somma per reperire informazioni sulle indagini in corso nei confronti di Amara e Calafiore presso le Procure di Roma e di Messina. Inoltre, parte di questa somma sarebbe servita per remunerare i magistrati in servizio presso la Procura della Capitale co-assegnatari di un procedimento nell’ambito del quale i due erano sottoposti a indagini e rispetto ai quali Sarcina millantava credito. Si trattò, come venne accertato, di una calunnia di Amara nei riguardi dell’ex pm romano Stefano Rocco Fava, l’unico magistrato italiano che voleva arrestarlo e sequestrarne l’ingente patrimonio. Interrogato dalla Procura di Roma il 17 luglio 2018 sulle fonti investigative che gli consentivano di avere notizie delle indagini a suo carico, Amara aveva fatto il nome di Sarcina. Ad Amara venne quindi chiesto chi fosse materialmente a fornire a Sarcina le notizie visto che costui non era tra coloro che facevano le indagini essendo in forza ai servizi di intelligence. A quel punto Amara tirò fuori dal cilindro proprio il nome di Fava, dicendo di averlo appreso dallo stesso Sarcina, posto che Amara e Fava non si erano mai conosciuti e non avevano avuto alcun rapporto né diretto né indiretto. Inoltre Amara era anche in possesso dei files delle informative prima ancora che venissero depositate in Procura e quindi la sua fonte poteva essere soltanto qualcuno della guardia di finanza, il reparto che stava svolgendo le indagini, che però Amara non ha mai rivelato nei suoi innumerevoli interrogatori. Sarcina, ed ecco il colpo di scena, venne interrogato dal colonnello del Gico della finanza Gerardo Mastrodomenico, lo stesso che aveva fatto le indagini su Luca Palamara, e dall’aggiunto Paolo Ielo il 7 marzo 2019 a Regina Coeli, dopo essere stato arrestato. Sarcina dichiarò di aver avuto le notizie, poi vendute ad Amara per 30mila euro, da un dipendente della Procura generale di Roma di nome Gennaro De Pasquale, cugino di un procuratore che si chiama De Pasquale che gli aveva detto di averle avute da alcune sue fonti della guardia di finanza e dallo stesso Ielo. Praticamente da coloro che stavano svolgendo l’interrogatorio in quel momento. Un colpo di teatro. Paolo Comi 

Prendi i soldi e poi fallisci, nei guai l’imprenditore amico di Amara e dei politici Cuffaro e Romano. Augusto Reitano, arrestato per bancarotta, è un immobiliarista messinese con uffici a Milano e Roma. Negli anni dei governi Berlusconi e Cuffaro ha ricevuto oltre 100 milioni di euro per costruire alberghi. Una sua società ha poi fatto crac e la procura di Messina lo accusa di aver distratto somme ingenti ed evaso imposte per 23 milioni. Antonio Fraschilla su L’Espresso il 24 settembre 2021.Era il re della 488, così chiamavano Augusto Reitano negli anni d’oro, tra il 2001 e il 2006 durante i governi di Salvatore Cuffaro in Sicilia e Silvio Berlusconi a Roma. Per lui con contratti Cipe e fondi Ue sono stati stanziati in quegli anni oltre 103 milioni per realizzare alberghi e rilanciare il turismo nell’Isola. Proprio negli stessi anni faceva l’immobiliarista a Milano, con società che vedevano tra i soci anche l’ex ministro Saverio Romano: il tutto per ristrutturare le fabbriche Watt, dove avranno poi appartamenti anche l’ex governatore Salvatore Cuffaro e il politico scomparso Giuseppe Drago (allora tutti compagni di partito nell’Udc e poi nel Pid). Consulente di Reitano è Piero Amara, l’avvocato che ha corrotto giudici per pilotare sentenze e che con le sue dichiarazioni sta mettendo in crisi la magistratura. Dalla fama alla polvere, adesso, dopo che la procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia ha chiesto e ottenuto l’arresto per bancarotta fraudolenta di alcune società. Ma andiamo per ordine.

I legami con Amara. Nei giorni scorsi Reitano è stato arrestato perché secondo le indagini del nucleo di polizia economico finanziaria di Messina il fallimento della sua azienda “Network cable srl” è stato causato da una costante distrazione di somme ad altre società sempre riconducibili alla galassia guidata, in maniera occulta, da Retiano attraverso prestanome (altri due sono stati indagati). La società attiva nel settore della fabbricazione di apparecchi per le telecomunicazioni avrebbe poi evaso imposte e Iva per 23 milioni di euro: soldi che sarebbero stati utilizzati per altri investimenti, come la costruzione di alberghi e villaggi turistici. Interrogato dai Finanziari, un commercialista di Reitano innanzitutto fa il nome di Amara. Giuseppe Cirasa consulente della Network Cable fallita dice agli inquirenti: «Gli unici rapporti li ho avuti con   Augusto Reitano il  quale  mi  è stato presentato  la  prima  volta  dall'avvocato  Piero Amara». Amara ha chiesto poi a Cirasa di fare il commercialista anche di altre società di Reitano. Scrivono i magistrati: «Del resto lo stretto collegamento esistente tra la società fallita ed altre società facenti parte del gruppo  (M&G srl e Marcona srl) si ricava anche dalle dichiarazioni rese da Giuseppe Cirasa, il quale ha riferito di essere stato contattato dall’avvocato Amara di Siracusa per svolgere l'incarico di consulente tributario per le tre società. Peraltro il Cirasa risulta convolto nell'operazione denomninata Sistema come risulta dalla sentenza in atti emessa in data 4 dicembre 2018 da cui risulta che al predetto è stata applicata la pena di mesi otto e giorni sei di reclusione in relazione ai reati di falso commessi in concorso  con Longo Giancarlo». Il Sistema Siracusa è il cuore dell’ascesa di Amara attraverso le prime corruzioni di giudici e pm per avere sentenze favorevoli o per ostacolate indagini contro l’Eni.

Gli investimenti con i politici. Il nome di Amara torna poi in un'altra partita che vede protagonista Reitano, questa volta con politici importanti di Sicilia. Nel 2013 la Da.gi srl, società che per gli inquirenti è riconducibile ad Amara, rileva il 100 per cento delle quote della Roma Uno Immobiliare che ha in pancia otto appartamenti appena ristrutturati in via Giacomo Watt a Milano. Il prezzo pagato è di 600 mila euro versati ai soci, più la presa in carico di un mutuo da quasi un milione di euro. Di chi sono le quote della Roma Uno Immobiliare? Dell’ex ministro Saverio Romano e della moglie Stefania Martorana. Romano infatti nei primi anni Duemila, insieme a Reitano, ha ristrutturato le ex fabbriche Watt e comprato poi 20 appartamenti per un valore di 4 milioni di euro. Nello stesso complesso di via Watt avevano appartamenti anche l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro e l’ex presidente della Regione Giuseppe Drago. Reitano da sempre è amico di questa area politica, tanto che la moglie nel 2011 è stata candidata anche al consiglio comunale di Napoli nel partito di Romano e Cuffaro. In quegli anni Reitano è un imprenditore in vista, considerato appunto il re della 488 e dei fondi europei per il turismo in Sicilia. Anche qui un bel reticolo di legami e rapporti dell’imprenditore che girava a Milano in Ferrari, che aveva preso casa e uffici davanti al Pantheon a Roma e che aveva fino a qualche anno fa anche un appartamento a New York.   Una cosa è certa. Le indagini sulla galassia delle aziende di Retiano, la loro ascesa e i loro investimenti pompati anche da soldi pubblici, sono ancora sotto la lente di ingrandimento della procura di Messina.

Continua la guerra tra toghe. Loggia Ungheria, Amara tira dentro Carabinieri e Guardia di Finanza: spuntano Del Sette e Toschi. Paolo Comi su Il Riformista il 17 Settembre 2021. I vertici dell’Arma dei carabinieri e della guardia di finanza avrebbero fatto parte della loggia “Ungheria”. Lo ha rivelato l’avvocato siciliano Piero Amara, la “gola profonda” delle toghe, durante uno dei tanti interrogatori a cui si era sottoposto in Procura a Milano alla fine del 2019. Le dichiarazioni di Amara, sentito nel procedimento sul “falso complotto Eni”, furono raccolte in diversi verbali, sei per l’esattezza, dai pm Laura Pedio e Paolo Storari. Questi verbali, divenuti famosi per essere poi stati consegnati “informalmente” da Storari a Piercamillo Davigo, rimasero sempre segreti in quanto le indagini su Ungheria non sono mai terminate, e sia Repubblica che il Fatto, che li avevano ricevuti in una busta anonima ad ottobre dell’anno successivo, si rifiutarono di pubblicarli per non “compromettere” le attività investigative dei magistrati milanesi. Un paio di questi verbali, però, sono stati depositati l’altro giorno dalla Procura di Roma nel procedimento nei confronti della ex segretaria di Davigo al Csm, Marcella Contraffatto, accusata di essere l’artefice del loro inoltro ai due giornali. Il verbale più esplosivo è del 14 dicembre e riguarda, come detto, i vertici delle due forze di polizia ad ordinamento militare. Amara, come si legge, seppe dell’appartenenza alla loggia segreta Ungheria dei generali Giorgio Toschi e Tullio Del Sette, il primo comandante generale della finanza, il secondo dei carabinieri, da Denis Verdini, ex ras di Forza Italia poi fondatore di Ala. L’avvocato siciliano avrebbe anche personalmente conosciuto Del Sette, che ricoprì l’incarico di numero uno dell’Arma dal 2014 al 2018, dopo essere stato nominato dal governo Renzi. La formula per il riconoscimento sullo stile para massonico fra gli appartenenti ad Ungheria è descritta dallo stesso Amara: «Stringersi la mano premendo con il dito indice tre volte sul polso dell’altro e pronunciando la frase “sei mai stato in Ungheria?”». Alla frase, in caso di riconoscimento, non doveva seguire alcuna risposta. La domanda «sei mai stato in Ungheria?», aggiunge Amara, «non doveva essere ripetuta dopo la prima presentazione», mentre rimaneva sempre «il gesto con la mano». Ma torniamo a Del Sette. «Ci siamo visti diverse volte al ristorante accanto al museo Esplora (Explora, sito a Roma nei pressi del quartiere Flaminio, poco distante dal Comando generale dell’Arma, ndr)», ricorda Amara. Insieme a loro due c’era anche il «direttore generale del Consiglio di Stato Serrao (Antonio, ndr)». I magistrati hanno chiesto ad Amara se ricordasse il nome del ristorante ricevendo risposta negativa tranne l’indicazione che era «di proprietà del direttore generale del Consiglio di Stato». Oltre a Del Sette avrebbe fatto parte di Ungheria anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia. Sia Del Sette che Saltalamacchia furono poi indagati nel procedimento per la fuga di notizie sull’indagine Consip, condotta dal Noe (Nucleo operativo ecologico) dei carabinieri. In primo grado Del Sette è stato condannato a dieci mesi per favoreggiamento e rivelazione del segreto. Sul fronte guardia di finanza, invece, oltre a Toschi farebbe parte di Ungheria il generale Giuseppe Zafarana, attuale numero uno delle fiamme gialle. L’affiliazione di Zafarana è molto risalente. L’alto ufficiale, ricorda sempre Amara, doveva partecipare ad una cena di affiliazione presso la sede di Opco (Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata) in Sicilia alla fine del 2006. L’Opco sarebbe servito come copertura per le attività delle loggia che aveva l’obiettivo di proporsi come «contropotere in grado di collocare persone di fiducia nei posti chiave, soprattutto nelle forze dell’ordine e della magistratura». Le regole per far parte di Ungheria ricordano molto da vicino quelle della massoneria. Esiste, precisa sempre Amara, «il vincolo di solidarietà e disponibilità», quello di obbedienza era «implicito nella disponibilità». Amara, come disse in una intervista, aveva registrato a futura memoria e per non essere smentito tutti gli incontri che aveva fatto con i vari appartenenti alla loggia. E sembra, particolare inquietante, che alcune di queste bobine siano state trovate nei mesi scorsi nella disponibilità della segretaria di Davigo. Come le avrà avute resta un mistero. Paolo Comi

I verbali di Amara e la bufera in magistratura. Loggia Ungheria, tutti i nomi coinvolti nello scandalo che fa tremare le toghe. Paolo Comi su Il Riformista il 18 Settembre 2021. Come era facilmente prevedibile, la pubblicazione ieri, anche se a scoppio ritardato da parte del Fatto Quotidiano, dei verbali delle dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria, ha scatenato il putiferio. Il Fatto Quotidiano aveva ricevuto questi verbali in una busta anonima esattamente un anno fa. La “postina” sarebbe stata Marcella Contraffatto, ex segretaria di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura, ora indagata dalla Procura di Roma per calunnia. Per non compromettere le indagini, il quotidiano di Marco Travaglio aveva deciso di non pubblicare i verbali ricevuti e aveva denunciato l’accaduto alla Procura di Milano, ufficio dove alla fine del 2019 era stato interrogato Amara dai pm Laura Pedio e Paolo Storari. Era stato Antonio Massari, il giornalista del Fatto che si era occupato di recarsi dai pm milanesi, trattenendosi, evidentemente, una copia di questi verbali. Dalla loro lettura, che il Fatto ha pubblicato parzialmente e che sono ancora secretati tranne un paio, emerge che la loggia Ungheria sarebbe stata composta per la maggior parte, salvo qualche eccezione, da magistrati appartenenti alla corrente di Magistratura indipendente. Mi è la corrente più antica della magistratura associata. Di impronta “conservatrice”, o come dicono in molti “di destra”, in passato ha annoverato fra i suoi iscritti magistrati che hanno fatto la storia della magistratura italiana. Erano di Mi, tanto per fare due nomi, Pierluigi Vigna e Paolo Borsellino. Il fondatore di Ungheria sarebbe stato Gianni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta e poi capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria.), morto qualche anno fa. Tutto l’attuale gotha di Mi farebbe parte di Ungheria. Il primo è Cosimo Ferri, leader storico della corrente, magistrato più votato all’Anm con quasi 2000 voti, già componente del Csm, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, e adesso parlamentare di Italia viva. Con lui Sebastiano Ardita, (che ha smentito in tv), pm antimafia e componente del Csm, esponente di Mi prima di aderire ad Autonomia&indipendenza, il gruppo fondato da Davigo, anch’egli con un passato in Mi. E sono di Mi Antonello Racanelli e Lorenzo Pontecorvo, entrambi in servizio a Roma, il primo come procuratore aggiunto, il secondo come presidente di Sezione di Tribunale. Sia Racanelli che Pontecorvo sono stati consiglieri del Csm. Il primo ha anche ricoperto l’incarico di segretario nazionale di Mi. Un ruolo importante in Ungheria lo avrebbe il giudice Claudio Maria Galoppi, adesso assistente della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, altro esponente di punta di Mi e anch’egli con un passato da consigliere del Csm. Ungheria, usando le parole di Amara, doveva battersi per uno “Stato liberale, ispirato da principi garantisti, contro la deriva giustizialista”. Una deriva, Amara non lo dice ma si intuisce, portata avanti da Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe che ha sempre visto come fumo negli occhi Magistratura indipendente e, in particolare, Ferri. Per contrastare i manettari, Tinebra aveva fatto, sempre secondo Amara, opera di proselitismo dietro il paravento di Opco (Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata), una associazione che riceveva finanziamenti dalla Regione siciliana. «Magistratura indipendente aveva un potere assoluto al Csm», prosegue Amara. Una narrazione, però, che si scontra con i numeri: i componenti di Mi al Palazzo dei Marescialli, infatti, erano meno della metà dei componenti progressisti di Md. Una sponda Tinebra l’avrebbe trovata, poi, con i vertici delle forze di polizia. Soprattutto di carabinieri e guardia di finanza. Ma anche politici, avvocati importanti come Paola Severino, farebbero parte di Ungheria. Sono decine i nomi fatti dall’avvocato siciliano. Molti ieri hanno smentito e minacciato querele mettendo in discussione la credibilità di Amara il quale, però, è stato ritenuto fino a questo momento credibile da almeno quattro Procure: Milano, Perugia, Potenza e Roma. A Milano, infatti, è stato fra i testi di accusa nel processo Eni Nigeria. A Perugia è la gola profonda che ha inguaiato Luca Palamara. A Potenza, dove era stato arrestato prima dell’estate con l’accusa di abuso d’ufficio, favoreggiamento e corruzione nell’indagine che aveva coinvolto anche l’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, si è subito guadagnato la fiducia dei magistrati. Il procuratore Francesco Curcio, dopo averlo interrogato, lo aveva rimesso in libertà, “premiando” la sua collaborazione. A Roma, infine, Amara aveva patteggiato nel 2019, per le medesime accuse di Potenza, una pena sotto i tre anni che lo aveva messo al riparo dalla prigione. Altro patteggiamento “regalato” lo aveva avuto dalla Procura di Messina. Proprio per la fiducia conquistatasi presso tutti i pm d’Italia, ad Amara nessuno ha mai sequestrato un euro del suo immenso patrimonio di dubbia provenienza, circa 80 milioni di euro. La credibilità di Amara rischia, allora, di “interrompersi” su Ungheria. La migliore smentita è arrivata ieri in serata da parte di Racanelli: «Di fronte alle dichiarazioni di Amara non so se piangere o ridere. Piangere per il livello che ha assunto nel nostro Paese la lotta politica anche all’interno della magistratura o ridere per la palese infondatezza delle affermazioni dell’avvocato Amara. Aggiungo anche che personalmente – spiega – non conosco molte delle persone tirate in ballo dall’avvocato Amara come appartenenti a questa presunta Loggia». «Quanto prima – annuncia il magistrato – procederò a presentare denuncia per calunnia nei confronti dell’avvocato Amara sempre che le dichiarazioni allo stesso attribuite così come pubblicate oggi sul Fatto Quotidiano corrispondano al contenuto degli interrogatori resi. Spero si faccia piena luce sulle vicende relative alla diffusione dei verbali di interrogatorio dell’avvocato Amara e alla loro circolazione anche all’interno di luoghi istituzionali: vi sono molti aspetti oscuri che meritano di essere chiariti». Ed infine: «Mi pongo solo una domanda: chi c’e’ dietro l’avvocato Amara?». E già, non è che dietro Amara c’è il solito scontro fra gruppi di potere della magistratura, iniziato proprio con la nomina del procuratore di Roma? Paolo Comi

Nuovo blitz nella faida tra magistrati. La vendetta di Davigo: il Fatto Quotidiano pubblica tutti i nomi della Loggia Ungheria. Piero Sansonetti su Il Riformista il 18 Settembre 2021. Ormai dentro la magistratura italiana, in particolare fra i Pm, è scoppiata la guerra civile. Si combatte con tutti i mezzi, anche con armi non convenzionali. Contro tutti. Ieri Piercamillo Davigo, che nei giorni scorsi aveva ricevuto attacchi feroci, sia dal procuratore di Milano Francesco Greco sia da Repubblica e dal Corriere (che in teoria non sarebbero magistrati, ma giornali, però lo status giuridico ormai è equiparato…) che avevano pubblicato un paio di veline al veleno, ricevute illegalmente da imprecisati Pm. Davigo ha reagito col bazooka. Ha fatto pubblicare sul suo giornale stralci degli interrogatori segreti del superteste Piero Amara, l’avvocato che sostiene che esiste la Loggia Ungheria. Il giornale di Davigo ha messo in prima pagina, e poi nelle pagine interne, un bel gruppetto di nomi (li trovate nell’articolo di Paolo Comi) e ha sostenuto che quei nomi sono, più o meno, il vertice della Loggia Ungheria. Una bomba atomica. Alla quale, probabilmente, i nemici di Davigo non eviteranno di reagire. E la guerra civile continuerà, come avevano previsto anni fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il nostro Frank Cimini: “finiranno per arrestarsi fra di loro”. Siamo sempre più vicini a quel momento. Del resto molti magistrati di vertice della procura di Milano sono sotto inchiesta, Roma ha un Procuratore dichiarato abusivo cinque volte dal Tar e dal Consiglio di Stato, il Csm ha sospeso dall’attività di magistrato una mezza dozzina di suoi ex membri: e poi c’è tutto il racconto di Palamara che aspetta ancora improbabili smentite. Un verminaio senza fine. La pubblicazione degli elenchi (o, più probabilmente, di una parte degli elenchi) degli iscritti alla Loggia segreta è stato un colpo basso. Per chi legge il Riformista, niente di particolarmente nuovo. Sono mesi che – sebbene noi non si disponga delle carte segrete che i magistrati passano al Fatto – parliamo della Loggia Ungheria, e – più o meno – avevamo ben descritto di cosa si trattasse e a cosa servisse. Ora c’è la conferma ufficiale, e addirittura arriva dal giornale dei Pm. Che confessa che le cose stanno proprio così: che la magistratura italiana non ha più nulla di indipendente, pure la macchinetta del caffè di Piazzale Clodio dipende da poteri esterni e da camarille varie. Proviamo a spiegare tutto questo intrico. L’esistenza di una Loggia Ungheria era stata svelata da questo avvocato Amara – avvocato dell’Eni, ritenuto da molti magistrati teste attendibilissimo in svariati processi – al sostituto procuratore di Milano Paolo Storari, che ne aveva parlato col suo Procuratore, cioè Greco, il quale – secondo Storari – aveva ostacolato la sua inchiesta. Storari perciò portò tutte le carte, illegalmente, a Davigo, all’epoca consigliere del Csm, il quale stava battendosi come un leone per bypassare la norma che gli imponeva di andare in pensione (voleva restare al Csm). Davigo, però, inguattò tutto. Almeno per un po’ di tempo. Poi le carte di Storari, dopo che Davigo aveva perso la sua battaglia per evitare il pensionamento – e non è servito a nulla neppure schierarsi per la nomina di Prestipino a procuratore di Roma (voluta da Pignatone) dopo averla eroicamente avversata per mesi – finirono misteriosamente sulle scrivanie di alcuni giornalisti del Fatto (giornale del quale Davigo è assiduo collaboratore) e di Repubblica. Ma il Fatto e Repubblica, che in genere pubblicano qualunque cosa provenga dai tavoli delle procure o della polizia giudiziaria, si scoprirono improvvisamente garantisti. Nuova categoria: il garantismo-travaglismo, silenzi e manette. Così il dossier Storari e la notizia dell’esistenza della Loggia restarono segreti, anche se, a quanto pare, Davigo raccontò tutto a tutti i vertici della magistratura. E Il Fatto, e la Repubblica, continuarono a tenere nel cassetto il dossier anche quando Nino Di Matteo, membro del Csm ex davighiano, scoprì l’esistenza del dossier e, finalmente, lo denunciò. A questo punto la notizia della probabile esistenza della Loggia Ungheria è pubblica. E anche clamorosa. I grandi giornali però tacciono (vedrete che resteranno abbastanza silenziosi anche ora che il giornale di Davigo sta iniziando a pubblicare a puntate i verbali Storari). Lo scandalo Palamara avanza, la magistratura è nel fango, le Procure delegittimate, ma l’informazione continua a proteggere le toghe e a dimostrare fedeltà e spirito di servizio. Poi, come succede in questi casi, scocca imprevista la scintilla. È Greco, il Procuratore di Milano, che la fa scoccare. Perché è furioso. Brescia lo ha messo sotto accusa, i giornali non lo difendono, è inguaiato anche per il processo Eni, e per di più i suoi sostituti e aggiunti, all’unanimità, si schierano contro di lui e pro-Storari, che lui, ormai, odia. E così il silenzioso Greco decide di parlare, rilascia un’intervista al Corriere e spara a palle incatenate contro Davigo. A voi Davigo vi sembra uno che incassa in silenzio? Macché. Tre giorni per organizzarsi e preparare tutto, e poi pubblica i verbali sul suo giornale (non abbiamo ancora scritto il nome del suo giornale, ma pensiamo che lo conosciate: Il Fatto). Prima pagina. All’interno un articolo per spiegare perché quasi un anno di silenzio e poi si pubblica a comando quando l’orologeria dice che è venuto il momento. L’articolo però non lo scrive Travaglio. Che preferisce tenersi fuori, probabilmente, dalla guerra di Davigo. E infatti dedica l’editoriale, in modo rocambolesco, a una noiosissima polemica sul green pass, della quale nessun lettore -suppongo- è riuscito a leggere più di una quindicina di righe. L’articolo – piuttosto comico- nel quale si spiega perché i verbali non andavano pubblicati, anzi sì, vanno pubblicati, perché era eticamente giusto, anzi obbligatorio non pubblicarli, o forse perché è giusto, anzi obbligatorio, eticamente, pubblicarli – è affidato al povero Gianni Barbacetto, che siccome magari non brilla tanto, gli tocca sempre il compito di prendersi lui le gatte da pelare e la figuraccia. Detto tutto ciò, si pone la domanda: ma questa Loggia Ungheria esiste davvero o è fantasia? Se non esiste, allora è una manovra diffamatoria e torbida di Davigo e del Fatto, probabilmente su mandato di un settore della magistratura che andrebbe individuato (e non è difficilissimo individuarlo) il quale vuole restare solo al comando e eliminare i nemici. Se invece la Loggia esiste, è semplicemente una associazione a delinquere finalizzata a governare gli esiti dei processi e a condizionare gli equilibri democratici e i poteri dello Stato. Se le varie Procure che ora indagano (con molta calma) sospettano che la Loggia esista davvero, per questi reati devono procedere: non per il reato ridicolo di associazione segreta, che è praticamente imperseguibile. Associazione a delinquere. Un fatto, comunque sembra relativamente chiaro. Nella magistratura esistono ora due schieramenti contrapposti, che si sfidano all’ultimo sangue. Quello che si raggruppa attorno alla sinistra giudiziaria, anche se non tutta, e quello che si schiera su posizioni conservatrici e moderate. I due gruppi sono in lotta feroce per il controllo dei vertici della magistratura e dunque del potere, e anche per il condizionamento delle indagini e dei processi. In ogni caso, l’Italia è in queste condizioni. La magistratura ha perduto completamente la sua indipendenza, il suo prestigio, e la sua affidabilità. È solo terra di scontro per bande. L’esito dei processi dipende da fattori del tutto estranei alla ricerca e all’accertamento della verità. il paese è fuori controllo. Non è una riforma che serve: serve radere al suolo e ricostruire daccapo. Chiunque non sia o tremendamente impaurito o fuori di senno se ne rende conto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Le verità di Amara. Scoop su giudici morti e processi già chiusi. Luca Fazzo il 17 Settembre 2021 su Il Giornale. Tinebra avrebbe favorito Berlusconi, ma quelle accuse di mafia erano farneticanti. Non c'è nulla di più comodo che prendersela con un morto. Così Piero Amara, l'avvocato siciliano al centro con i suoi verbali dello scandalo che ha investito la Procura di Milano, attacca uno che non può più difendersi: Giovanni Tinebra, già procuratore a Caltanissetta, poi a capo del Dap, direzione delle carceri. Che Tinebra fosse indicato da Amara come uno dei membri di «Ungheria», la loggia para-massonica che avrebbe costituito un «gruppo di contropotere» era cosa nota. Ma ora viene alla luce - depositato a Roma nel processo a Marcella Contrafatto, l'ex impiegata di Piercamillo Davigo al Csm accusata di avere divulgato i verbali - anche l'interrogatorio di Amara del 14 dicembre 2019 davanti alla Procura di Milano. E si scopre che l'avvocato se da un lato indica l'ex boiardo di Stato Giancarlo Elia Valori come il «grande vecchio» di Ungheria, insiste per una intera pagina sul ruolo di Tinebra, che lo avrebbe reclutato. E che sarebbe stato protagonista di una lunga serie di manovre. La più eclatante: dice di avere saputo dal pm Alessandro Centonze, anche lui legato alla loggia da vincoli di ubbidienza, che «Tinebra, procuratore a Caltanissetta, voleva che fosse richiesta l'archiviazione di un procedimento a carico di Silvio Berlusconi. Il sostituto che aveva incarico quel fascicolo era Centonze il quale non voleva chiedere l'archiviazione ma fu costretto a farlo». Si parla dei primi anni Duemila, e non era un fascicolo qualunque: era l'inchiesta che vedeva Berlusconi e Marcello Dell'Utri («Alfa» e «Beta») accusati di essere i mandanti degli omicidi Falcone e Borsellino. Una indagine nata dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, a metà tra il vago e il demenziale. A chiedere nel febbraio 2001 l'archiviazione fu personalmente Tinebra, insieme al procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano; assegnatario del fascicolo era, insieme a Centonze, anche il pm Salvatore Leopardi; a maggio del 2002 il giudice Giovanbattista Tona, che diverrà poi presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Tutti complici o succubi di una manovra di «Ungheria»? Ma i veleni su quella vicenda di vent'anni fa non sono gli unici che emergono dal verbale di Amara. Nelle rivelazioni del sedicente «pentito» finisce anche Luigi De Ficchy, fino a poco prima procuratore a Perugia. Amara dice di avere saputo da Denis Verdini che anche De Ficchy era legato a «Ungheria», e di averlo per questo aiutato (dopo averne ricevuto personalmente la richiesta) a piazzare il figlio nello studio legale Dla Piper, a Roma. A fare da tramite fu Fabrizio Centofanti, il lobbista grande amico di Amara. «Anche De Ficchy conosce Centofanti», aggiunge Amara. Sono rivelazioni che, se fossero vere, getterebbero una luce nuova anche sul caso Palamara: cui, più si va avanti, più la storia dei verbali di Amara appare intrecciata. Perché è De Ficchy, a Perugia, a aprire le indagini su Palamara e sui suoi rapporti con Centofanti. Peccato che a venire iscritto nel registro degli indagati immediatamente sia stato il solo Palamara, mentre Centofanti non viene né iscritto né intercettato fino al maggio 2019. E non viene nemmeno perquisito. Un trattamento di favore o una scelta investigativa? Di certo, man mano che i verbali trapelano, diventa sempre più chiaro che la Procura di Milano nel dicembre 2019, quando inizia a accumulare i verbali di Amara, non può non rendersi conto di avere davanti un materiale esplosivo: da trattare certamente con cautela, ma in cui è indispensabile scavare in fretta per capire cosa vi sia di vero, quanto di veleni e di sporche manovre. Invece tutto rimane lì, per mesi. E Storari, si scopre ora, confidò ai pm amici che gli era stato impedito di chiedere l'arresto di Amara. Forse se l'avvocato siciliano dai mille rapporti fosse finito in galera allora - invece di venire lasciato in circolazione, libero di continuare a offrire qua e là le sue rivelazioni - non si sarebbe arrivati a questo punto. Ma ormai è tardi per rimediare.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Caso Amara, ecco i nomi della loggia Ungheria. Il Quotidiano del Sud il 17 settembre 2021. Il Fatto Quotidiano stamattina ha pubblicato i verbali del caso Amara ricevuti anonimamente nell’ottobre 2019. “Da mesi – scrive il Fatto – si parla di una presunta associazione rivelata dall’ex legale esterno Eni: tra calunnie e mezze verità, qui tutti i nomi. Pubblichiamo a partire da oggi alcuni stralci – selezionati per rilevanza dei ruoli pubblici – degli interrogatori resi davanti ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete”. Tra i presunti adepti della presunta loggia Ungheria ci sono Silvio Berlusconi, Denis Verdini, Luca Lotti, Luca Palamara, Carlo De Benedetti, l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin. Ma sarà vero? Nelle carte, tra le altre cose, Amara – si legge sul Fatto Quotidiano – parla di una lista di nomi che avrebbe letto di appartenenti alla loggia: “De Benedetti è un nome che ho letto nella lista di Capurso. B.B. è una sigla che era riportata nell’elenco e che secondo Capurso era riferibile a Silvio Berlusconi”.

Verbali Amara, il Generale Zafarana: «Falso che io appartenga alla loggia Ungheria». Il Comandante Generale Zafarana querela per calunnia l'avvocato Piero Amara. «Non l'ho mai conosciuto e non sono iscritto ad alcuna associazione segreta». Il Dubbio il 17 settembre 2021. «Le dichiarazioni dell’Avv. Piero Amara riportate da alcuni organi di informazione circa una presunta appartenenza del sottoscritto e del mio predecessore, Generale Giorgio Toschi, alla cosiddetta “loggia Ungheria” sono prive di qualsiasi fondamento». A dirlo è il comandante generale della Guardia di Finanza, il Generale del Corpo d’Armata, Giuseppe Zafarana. «Di fronte alle calunniose affermazioni rese dall’Avv. Piero Amara ai magistrati, divenute oggetto di ampia divulgazione, con profonda amarezza sono costretto a dover rendere una pubblica dichiarazione che mai avrei immaginato di dover fare nella mia vita. Non ho mai aderito ad associazioni di alcun genere, tantomeno di natura segreta. Non soltanto non ho mai aderito, ma neppure ho mai lontanamente pensato di poterlo fare, in quanto una tale iniziativa sarebbe del tutto estranea al mio stile di vita, ai valori in cui credo e alla mia etica di comportamento. Ho giurato fedeltà solamente una volta, e l’ho fatto verso la Repubblica e la sua Costituzione» scrive l’Alto Ufficiale delle Fiamme Gialle. «Non ho mai conosciuto l’avvocato Piero Amara, né il dott. Giuseppe Toscano; tantomeno ho mai avuto conoscenza dell’associazione OPCO. Ho appreso dell’esistenza dell’avvocato Amara solo nei primi mesi del 2017, allorquando, da Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, fui interessato da parte della Procura della Repubblica di Roma e della competente linea gerarchica del reparto operante in ordine alle esigenze organizzative connesse alle investigazioni che lo riguardavano. Come sempre si è fatto per far fronte ai contesti investigativi più delicati nei quali la Guardia di Finanza è chiamata a dare il proprio contributo alle Procure della Repubblica sull’intero territorio nazionale, specie quelle maggiormente impegnate, anche in queste indagini il Corpo ha messo in campo le migliori risorse, ottenendo risultati di indubbia efficacia». «Durante tutto il periodo in cui si sono protratti gli accertamenti che hanno riguardato i procedimenti penali nei quali è stato coinvolto l’avvocato Amara, ho adottato (o fatto adottare) – sia nelle vesti di Capo di Stato Maggiore, unitamente all’allora Comandante Generale, Generale Giorgio Toschi, sia allorquando ho assunto l’attuale incarico – talune decisioni volte a fornire il massimo supporto possibile all’Autorità giudiziaria procedente sulla base delle esigenze da questa prospettate. Ripongo la mia più assoluta fiducia nell’Autorità giudiziaria, che saprà sicuramente accertare la verità dei fatti onde tutelare l’onore e l’immagine dell’Istituzione Guardia di Finanza tutta. Ho già dato mandato ai miei legali di procedere in via giudiziaria per calunnia a protezione del buon nome del Corpo, oltre che della mia persona» conclude il Generale Zafarana.

Loggia Ungheria, la lista dei nomi che fa tremare anche Messina. Ci sono anche i nomi dell’ex procuratore generale di Messina Franco Cassata e di quello dell’ex presidente della Corte di Appello di Messina Nicolò Fazio, nell’elenco degli aderenti alla Loggia Ungheria di cui ha parlato l’ex legale esterno dell’Eni Piero Amara. Redazione messinatoday.it il 17 settembre 2021.  Ci sono anche i nomi dell’ex procuratore generale di Messina Franco Cassata e di quello dell’ex presidente della Corte di Appello di Messina Nicolò Fazio, nell’elenco degli aderenti alla Loggia Ungheria di cui ha parlato l’ex legale esterno dell’Eni Piero Amara. Lo rivela Il Fatto Quotidiano dopo undici mesi di embargo, da quando è esploso lo scontro tra l’ex capo della Corrente “Autonomia e Indipendenza” Piercamillo Davigo e il suo braccio destro, l’ex procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita indicato da Amara come uno dei componenti della loggia segreta. Il quotidiano di Marco Travaglio, ritenendo maturi i tempi della pubblicazione, a seguito del deposito delle accuse contro l’ex segretaria al Csm di Piercamillo Davigo Marcella Contraffatto, accusata di avere fatto veicolare i verbali all’esterno, ha deciso di anticipare nuovi nomi indicati da Amara come appartamenti al gruppo segreto di potere. La sorpresa sulle nuove rivelazioni dell’avvocato Piero Amara è che, oltre Andrea Genna, avvocato di Palermo indicato dall’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano per il consiglio di amministrazione dell’Eni, a far ruotare gli interessi del colosso petrolifero in Sicilia, era un altro componente di peso della loggia segreta Ungheria, l’ex paladino Antimafia in Sicilia, Antonello Montante, condannato ora a 14 anni. L’avvocato Amara nelle sue dichiarazioni rese al Pm Paolo Storari ha spiegato i meccanismi della nascita e della sua cooptazione nella associazione segreta, che “trova nella città di Messina”, ha spiegato Pietro Amara, “i personaggi di peso”. Uno dei personaggi cardine dell’associazione, influente per le sue entrature massoniche, sarebbe l’avvocato messinese Enrico Caratozzolo, chiamato ad alcuni importanti incarichi di consulenza, come l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte, nell’ambito del progetto di concordato della Acqua Pia Marcia, l’azienda nella quale prestava la sua attività per le relazioni pubbliche, il “lobbista” di Colleferro Fabrizio Centofanti, uomo-chiave dei rapporti con Luca Palamara verso la magistratura. Molti dei componenti tirati in ballo da Piero Amara, che è stato indagato a Messina e la cui sentenza di patteggiamento è stata poi impugnata dal sostituto procuratore generale Felice Lima, hanno smentito la loro partecipazione alla loggia segreta. Ma il racconto, secondo Piercamillo Davigo, a partire dai rapporti con l’ex capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, ha una sua coerenza che va indagata.  Ora le rivelazioni di Piero Amara hanno messo in crisi i rapporti interni alla Procura di Milano, un tempo considerata faro nazionale di legalità,  il procuratore capo di Francesco Greco e la sua vice Laura Pedio sono indagati a Brescia, proprio perchè non avrebbero iscritto con tempestività le rivelazioni di Amara nel registro degli indagati.   

TUTTI I NOMI DELLA LOGGIA UNGHERIA. Alessandro Banfi il 17/09/2021 su tgnews24.com. Il Fatto pubblica oggi ampi stralci dei verbali dell’avvocato Amara che elenca nomi e circostanze della loggia massonica denominata Ungheria. Ci sono molti nomi di note personalità che hanno responsabilità nel nostro Paese. Non è chiaro (e comunque non si troverebbero in queste carte) se siano state fatte serie indagini e dunque resta difficile esprimere giudizi. Qui il commento introduttivo con cui Barbacetto e Massari spiegano la decisione del giornale:

«Ora che almeno una parte dei verbali segreti di Amara è stata depositata dalla Procura di Roma negli atti d’inchiesta su Marcella Contrafatto (dunque non sono più segreti, pur essendo ancora oggetto d’indagine di altre Procure) e che sono ormai pressoché impossibili gli inquinamenti probatori, abbiamo deciso di raccontare ai lettori che cosa Piero Amara ha riferito ai pm su quella che definisce “loggia Ungheria”. Alcuni verbali sono ancora secretati, ma molti dei nomi che contengono, di presunti affiliati o di personaggi coinvolti in relazioni e affari, sono ormai da mesi oggetto di chiacchiere e illazioni. Il numero delle persone a conoscenza di quei verbali è alto, in molte “stanze del potere”, e ciò rende possibili pressioni e ricatti. Meglio dunque scoprire le carte, sapendo che ciò che Amara racconta può essere vero, ma può essere anche falso e calunnioso. Il Fatto ritiene che sia giunto il momento di pubblicare tutto. I lettori potranno conoscere tutti i nomi fatti da Amara, sapendo (anche grazie agli articoli già pubblicati, sulle accuse a Mancinetti, Giuseppe Conte, Sebastiano Ardita) che ciascuno di quei nomi potrebbe essere vittima di una calunnia (ci risulta per esempio che il comandante della Gdf Giuseppe Zafarana abbia chiarito la sua posizione, come la pm Lucia Lotti). Qualcuno, in questi mesi, ha preteso più o meno velatamente di impartirci lezioni di giornalismo, insinuando che dietro la scelta di non pubblicare vi fossero chissà quali interessi e che, se si fosse trattato di Silvio Berlusconi (giusto per fare un nome) avremmo pubblicato tutto senza remore. Bene, chiunque potrà ora scoprire che c’è anche Berlusconi tra i nomi degli affiliati indicati da Amara. È l’ora di stroncare i chiacchiericci e le possibilità di ricatto nati da queste carte fuggite dal controllo della Procura di Milano. Così, da oggi, il Fatto Quotidiano vi racconta la vera storia della loggia Ungheria».

La scelta in questa Versione di stamane è non pubblicare tutto il papiro. Chi è interessato trova nei pdf l’articolo completo pubblicato oggi con gli stralci di verbale e i nomi.

Qui solo l’inizio delle quattro pagine del quotidiano diretto da Travaglio, che promette di proseguire nella pubblicazione per qualche giorno:

«Pubblichiamo a partire da oggi alcuni stralci – selezionati per rilevanza dei ruoli pubblici – degli interrogatori resi davanti ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. 6 dicembre 2019 Amara: Devo fare una premessa: io facevo parte di una loggia massonica coperta, formata da persone che io ho incontrato attraverso persone di origine messinese dove questa loggia è particolarmente forte. Mi ha introdotto Gianni Tinebra , magistrato con cui avevo ottimi rapporti. Attraverso questa loggia denominata “Ungheria” ho conosciuto Michele Vietti e tale Enrico Caratozzolo, avvocato di Messina; il capo della cellula messinese per quanto mi dissero Tinebra, Vietti e Caratozzolo era Giancarlo Elia Valori. Della cellula “Ungheria” fa parte anche la dottoressa Lucia Lotti (magistrato a Roma, ndr). Fu Vietti a mandarmi Saluzzo (Francesco, ndr) a Roma. Io già sapevo che faceva parte dell’associazione Ungheria e comunque tale circostanza mi fu confermata dal modo in cui mi salutò premendomi il dito indice tre volte sul polso mentre mi stringeva la mano. L’incontro fu organizzato a casa di un imprenditore, di cui non ricordo il nome, amico di Antonio Serrao, detto Tonino, all’epoca direttore generale del Consiglio di Stato e anch’ egli partecipe di “Ungheria”». 

"Lista Ungheria": una "loggia massonica" anche per i magistrati? tanto si evincerebbe dal "caso Amara". Teleradio News Cronache Agenzia Giornalistica venerdì, 17 Settembre 2021. Loggia “Ungheria”: pubblicati i verbali del “caso Amara”. I documenti. Da mesi si parla di una presunta associazione rivelata dall’ex legale esterno Eni: tra calunnie e mezze verità, qui tutti i nomi.

Pubblichiamo a partire da oggi alcuni stralci -selezionati per rilevanza dei ruoli pubblici- degli interrogatori resi davanti ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.6 dicembre 2019.

Amara: (…) Devo fare una premessa: io facevo parte di una loggia massonica coperta, formata da persone che io ho incontrato attraverso persone di origine messinese dove questa loggia è particolarmente forte. Mi ha introdotto Gianni Tinebra, magistrato con cui avevo ottimi rapporti. Attraverso questa loggia denominata “Ungheria” ho conosciuto Michele Vietti e tale Enrico Caratozzolo, avvocato di Messina; il capo della cellula messinese per quanto mi dissero Tinebra, Vietti e Caratozzolo era Giancarlo Elia Valori. Della cellula “Ungheria” fa parte anche la dottoressa Lucia Lotti (magistrato a Roma, ndr) (…).

Fu Vietti a mandarmi Saluzzo (Francesco, ndr) a Roma. Io già sapevo che faceva parte dell’associazione Ungheria e comunque tale circostanza mi fu confermata dal modo in cui mi salutò premendomi il dito indice tre volte sul polso mentre mi stringeva la mano. L’incontro fu organizzato a casa di un imprenditore, di cui non ricordo il nome, amico di Antonio Serrao, detto Tonino, all’epoca direttore generale del Consiglio di Stato e anch’egli partecipe di “Ungheria”. L’incontro avvenne un paio di mesi prima rispetto alla nomina di Saluzzo a Procuratore Generale di Torino, il colloquio fu estremamente chiaro: Saluzzo mi disse che aveva già parlato con Cosimo Ferri ottenendo la disponibilità di MI, mentre aveva dei problemi con la componente laica del Pd e gli serviva un intervento forte di Luca Lotti. Da parte mia io non chiesi nulla di particolare a Saluzzo, ma una sua messa a disposizione qualora ve ne fosse stato bisogno. Preciso che non ho mai chiesto nulla a Saluzzo tranne che in un’occasione: andai da lui per preannunciargli la visita della compagna di Bigotti, tale Barbara Bonino, la quale aveva un’udienza di separazione col suo ex marito. Questa signora poi effettivamente andò da Saluzzo e lui fu cordiale con lei. Naturalmente io rappresentai a Lotti il mio interesse per la nomina di Saluzzo nel corso di un colloquio intervenuto tra di noi vicino piazza di Spagna di fronte al Gregory Jazz Pub (…).

Premetto che in altri casi Vietti, in funzione di sue esigenze a me non note, mi chiese di far guadagnare denaro ad avvocati o professionisti a lui vicini e avvenne in quel periodo anche con l’avvocato Conte, oggi presidente del Consiglio, a cui facemmo conferire un incarico dalla società Acquamarcia S.p.A. di Roma, incarico che fu conferito a lui e al professor Alpa, grazie al mio intervento su Fabrizio Centofanti, che all’epoca era responsabile delle relazioni istituzionali di Acquamarcia. L’importo che fu corrisposto da Acquamarcia ad Alpa e Conte, era di 400 mila euro a Conte e di 1 milione di euro ad Alpa. Questo l’ho saputo da Centofanti che si arrabbiò molto perché il lavoro era sostanzialmente inutile, trattandosi della rivisitazione del contenzioso della società, attività che fu svolta da due ragazze in poche ore, e l’importo corrisposto fu particolarmente elevato (…).

Aggiungo che l’avvocato Paola Severino è nella lista delle persone appartenenti a “Ungheria” (…).

Domanda dei pm: Le vicende che sono descritte nell’appunto cosiddetto “Keepwild” sono riconducibili ai suoi rapporti con l’associazione “Ungheria”?

Amara: Non tutte. Certamente sono legati a “Ungheria” Andrea Gemma (professore, avvocato, già nel cda Eni, ndr), Antonino Serrao e il Generale Toschi (Giorgio, ex comandante generale Gdf, ndr).

Domanda dei pm: Quali altre persone legate alla vicenda Eni fanno parte di “Ungheria”?

Amara: Ne fanno parte Fabrizio Siggiae ne faceva parte Vincenzo Armanna (ex dirigente Eni, ndr) fino a quando non è stato “posato”. Fu Bisignani, che fa parte anche lui di “Ungheria”, che chiese di ‘posare’ Armanna. Mi chiedete quando sia accaduto e lo colloco nel 2015. La vicenda Eni ha avuto una rilevanza, ma c’erano anche altre relazioni tra di loro che hanno avuto peso maggiore (…).

De Ficchy che era persona alla quale io potevo arrivare perché faceva parte dell’associazione “Ungheria” (…).

Domanda dei pm: Che rapporti vi sono tra la circostanza di cui ha riferito ieri attinenti alla nomina del Procuratore di Milano e l’eventuale operatività di “Ungheria”?

Amara: Sì, nel senso che la rete relazionale di “Ungheria” fu utilizzata per condizionare la nomina del Procuratore di Milano. Come vi ho detto, si sollecitarono candidature di persone amiche o alle quali si poteva in qualche modo accedere, tra cui come ho detto tale Amato (Giuseppe, ndr), che però non fa parte dell’associazione. Amato fu invitato a presentare la candidatura da Ferri e Palamara. Ferri ricopre un incarico molto importante in Ungheria.

Domanda dei pm: Chi aderisce all’associazione “Ungheria”?

Amara: Magistrati, Forze dell’Ordine, alti dirigenti dello Stato e alcuni imprenditori. Conservo una lista di circa 40 persone.

14 dicembre 2019

Domanda dei pm: Nel precedente interrogatorio del 06.12.2019 ha fatto riferimento a quella che Lei ha definito una loggia massonica coperta denominata “Ungheria” della quale Lei stesso fa parte insieme ad altri esponenti della magistratura, del mondo politico, dell’imprenditoria, delle forze dell’ordine, dell’avvocatura. Ci può spiegare in quale momento è entrato a far parte in questo gruppo, in che modo, tramite chi?

Amara: Per rispondere a questa domanda devo prima riferire il contesto nel quale è nata la mia partecipazione all’associazione. A partire dal 2005 ho frequentato con una certa assiduità l’O.P.C.O. (Osservatorio Permanente sulla Criminalità Organizzata) nel quale mi coinvolse Gianni Tinebra, all’epoca procuratore a Caltanissetta. Avevo conosciuto Tinebra attraverso Carola Parano (Direttrice dell’Opco) e Giuseppe Toscano (procuratore aggiunto di Siracusa) (…).

Ho svolto la mia attività nell’ambito dell’Opco, dedicandomi all’organizzazione di convegni e di studi in materia di criminalità organizzata e sono stato particolarmente apprezzato da Gianni Tinebra il quale – a un certo punto – ritenne che avessi le caratteristiche per essere introdotto in un gruppo più ristretto di persone che condividevano gli ideali dello Stato liberale e che erano legati da un vincolo di solidarietà, amicizia e disponibilità, rappresentandomi che nel corso della mia vita questo mi sarebbe stato molto utile. Sottolineo la frase di “Stato liberale” perché questa mi fu più volte rimarcata in quanto il gruppo si proponeva di affermare i principi di uno Stato garantista contro quella che appariva già all’epoca una deriva giustizialista, quello che poi nel tempo mi fu rappresentato essere lo spirito della corrente della magistratura denominata “Magistratura Indipendente”, molti esponenti della quale fanno parte di Ungheria. Mi rendo conto che questa tuttavia era una foglia di fico, in quanto il gruppo si è risolto in un sostanziale scambio di favori. Per quello che io ho potuto vedere, questo gruppo ha rappresentato e rappresenta quello che definirei una sorta di contropotere, a volte anche più forte della politica. Con questa espressione intendo fare riferimento al fatto che il gruppo è in grado collocare persone di sua fiducia in posti chiave, soprattutto ai vertici delle forze dell’ordine e della magistratura, e che le nomine di queste persone vicine al gruppo vengono decise in luoghi diversi da quelli istituzionali. Ricordo, per esempio, che in occasione della nomina del procuratore di Firenze, a me fu fatto il nome di tale Leonida Primicerio da un generale della Guardia di finanza, tale Genzano. Presentai questo magistrato a Luca Lotti, indicandolo come magistrato a sua totale disposizione: vi riferisco come prove di questo che egli durante il mio colloquio con Lotti rimase appostato dietro una macchina in attesa di essere chiamato. Lotti aderì alla mia richiesta, ma tuttavia non riuscì a far nominare Primicerio in quanto Michele Vietti (aderente al gruppo Ungheria) impose la nomina di Creazzo. Tale circostanza, cioè dell’interesse e della volontà di nominare Creazzo, fu da me direttamente verificata con Vietti (…).

Tornando al mio ingresso in Ungheria, ricordo che Gianni Tinebra organizzò una cena di presentazione presso la sede di Opco, servita da un catering a Siracusa. Alla cena parteciparono oltre a me e Tinebra, Alessandro Centonze (sostituto procuratore della Dda di Catania), Sebastiano Ardita (sostituto procuratore a Catania), Giuseppe Toscano (procuratore aggiunto a Siracusa), il figlio Attilio Toscano (professore associato di Diritto amministrativo a Catania).

Doveva partecipare alla cena anche Giuseppe Zafarana, all’epoca, mi pare, con il grado di colonnello della Guardia di finanza, che poi invece non venne. Ho poi saputo a proposito di Zafarana che era entrato in Ungheria presentato da Giuseppe Toscano. La cena si è svolta tra il 2006 e il 2007 (…).

Tinebra poi mi disse che aderivano alla associazione anche i magistrati Franco Cassata (Procuratore Generale a Messina), Fazio (presidente della Corte d’Appello di Messina) e Francesco Paolo Giordano (sostituto procuratore a Caltanissetta).

Ricordo tra gli episodi nei quali un associato è stato obbligato a fare qualcosa che in condizione di libertà forse non avrebbe fatto, quanto mi riferì Alessandro Centonze. All’epoca Tinebra (procuratore a Caltanissetta) voleva che fosse richiesta l’archiviazione di un procedimento a carico di Silvio Berlusconi.

Il Sostituto che aveva in carico quel fascicolo era Alessandro Centonze il quale non voleva chiedere l’archiviazione, ma fu costretto a farlo in virtù del vincolo associativo come lui stesso mi disse (…).

La gestione complessiva delle vicende processuali di Silvio Berlusconi a Caltanissetta portò Tinebra a essere nominato responsabile del Dap, come lui stesso mi disse (…).

Nel 2009 Tinebra mi presentò Michele Vietti. L’incontro avvenne in occasione di un convegno organizzato a Siracusa da una organizzazione culturale – che mi riservo di indicare sia quanto a nome che a date –. Vietti mi fu presentato nel corso di un incontro privato tra me, lui e Tinebra in corso Gelone a Siracusa (presso un bar), Tinebra volle presentare me a Vietti come persona di sua fiducia. In quella occasione mi dissero che i promotori dell’associazione erano – oltre a loro due – Enrico Caratozzolo e Giancarlo Elia Valori.

Mi dissero che loro quattro, oltre che essere promotori di Ungheria, erano anche massoni e mi spiegarono che non c’era coincidenza necessaria tra l’appartenenza alla massoneria e all’associazione Ungheria, tuttavia circa l’80% degli aderenti alla massoneria.

Quanto a Caratozzolo, mi dissero che egli nonostante la giovane età, era particolarmente importante, anche in ragione di un consolidato rapporto tra suo padre e Michele Vietti, entrambi massoni. Sempre in quella occasione, mi riferirono che Giancarlo Elia Valori era il capo di Ungheria (…).

Domanda dei pm: Lei ha avuto rapporti diretti con la Severino che attestassero la partecipazione di quest’ultima a Ungheria?

Amara: No, non ho avuto rapporti diretti con lei su questo tema. Faccio però presente che Paola Severino è presente nella lista degli appartenenti a Ungheria e -come ho già detto- la sua partecipazione mi è stata riferita chiaramente da Michele Vietti.

Ho avuto una sola interlocuzione con la Severino nell’ambito della mia attività di legale nominato dalla struttura commissariale dell’Ilva. In particolare abbiamo avuto una conference call di coordinamento in quanto la Severino seguiva le vicende Ilva milanesi. Questo è avvenuto nel 2016 (…).

Domanda dei pm: Ci descriva cosa è accaduto dopo che Lei si è manifestato con Verdini.

Amara: Il rapporto con Verdini, a differenza di quello con Vietti, è stato caratterizzato da grande confidenza e Verdini mi ha presentato diverse persone che appartengono all’associazione. Innanzitutto, Cosimo Ferri, che io già sapevo essere legato a Ungheria, perché me lo avevano detto sia Tinebra che Ardita. Oltre a Cosimo Ferri mi furono indicati come esponenti di Ungheria i magistrati Pontecorvo e Racanelli, entrambi hanno fatto parte del Csm. Ricordo in particolare un incontro avvenuto tra me, Ferri, Pontecorvo, Racanelli e Verdini all’interno della Galleria Alberto Sordi a Roma. In quell’incontro, io sapevo già che eravamo tutti legati a Ungheria e comunque il tenore della conversazione non lasciò equivoci sulla comune appartenenza. Da Verdini ho saputo dell’appartenenza alla associazione del generale Toschi della Guardia di Finanza, del generale Del Sette dei Carabinieri e del generale Saltalamacchia dei Carabinieri. (…) Da Verdini ho appreso anche che Luigi Bisignani è un appartenente di Ungheria e lo stesso mi disse Michele Vietti. Con Bisignani ho avuto anche rapporti diretti (…).

Sempre Verdini mi disse che Filippo Patroni Griffi, già presidente del Consiglio di Stato, era un appartenente. Patroni griffi mi fu presentato da Luigi Caruso (vicepresidente della Corte di Conti) anch’egli appartenente a Ungheria. Così come Pasquale Squitieri (già presidente della Corte dei Conti).

15 dicembre 2019

(…) A settembre 2014 si è insediato il nuovo Csm sul quale, come ho detto, l’associazione Ungheria-Magistratura Indipendente aveva un potere assoluto. Il potere di Ungheria sul Csm si sviluppava secondo il seguente schema: all’apice c’erano Cosimo Ferri e Michele Vietti. Il primo, leader assoluto di Magistratura Indipendente, e il secondo all’apice dell’associazione Ungheria. Cosimo Ferri controllava Luca Palamara, membro del Csm e leader di Unicost.

All’interno del Csm il vicepresidente Giovanni Legnini era stato affiliato (nel nostro gergo l’espressione “fatto” o “sverginato”’) a Ungheria da Pasquale Dell’Aversana.

Facevano parte ancora di Ungheria i seguenti membri del Consiglio Superiore della Magistratura: Lorenzo Pontecorvo, Antonio Leone, Giorgio Santacroce, Paola Balducci (…), Claudio Galoppi, Pasquale Paolo Maria Ciccolo, Vincenzo Carbone e Giovanni Canzio. Altri componenti del Csm, pur non essendo aderenti all’associazione Ungheria erano purtuttavia controllabili e in particolare Giuseppe Fanfani (direttamente da Lotti e Maria Elena Boschi), Maria Rosaria San Giorgio e Riccardo Fuzio (controllati da Luca Palamara), Luca Forteleoni (direttamente controllato da Ferri).

Un ruolo molto importante nelle decisioni che assumeva il Csm lo aveva Angelantonio Racanelli, allora segretario di Magistratura Indipendente (…).

16 dicembre 2019

Domanda dei pm: Lei ha riferito di un suo coinvolgimento come associato di Ungheria nella nomina del Procuratore di Milano nel 2016: ci può riferire che attività ha svolto in questa vicenda?

Amara: La nomina del Procuratore di Milano è stata una delle vicende per le quali mi sono impegnato come associato di Ungheria nell’interesse di Eni. Il mio impegno in questa operazione è stato inteso in quanto l’Eni era fortemente interessata ad avere un procuratore di Milano controllabile e soprattutto che potesse “contenere” l’attività investigativa che De Pasquale da anni svolgeva nei confronti di Eni.

La decisione di attivarmi per condizionare la nomina nacque nell’ambito di una interlocuzione continua che avevo con Claudio Granata. Come ho riferito in un precedente interrogatorio, quando il mio rapporto con Granata si è consolidato nel 2014, abbiamo cominciato a ragionare sulla possibilità di creare un certo consenso intorno all’Eni e in particolare di “sensibilizzare” uffici giudiziari, forze dell’ordine e in generale l’opinione pubblica sull’importanza delle attività svolte dall’Eni all’estero. L’obiettivo, poi, in verità, soprattutto nella vicenda milanese, è stato quello di prendere possesso della Procura (…)

La candidatura di Greco apparve da subito molto forte e difficile da superare. La scelta di Amato era funzionale allo scopo e cioè di avere un Procuratore gestibile. Amato accettò di presentare la domanda consapevole che – nel caso di nomina – avrebbe dovuto essere disponibile. I tempi furono piuttosto lunghi, per quello che ricordo, e il progetto non andò in portò. La ragione per cui non andò in porto è che la candidatura di Greco era oggettivamente difficile da superare e poi lo stesso Palamara non era interessato in via diretta alla Procura di Milano. Ciò, unitamente alle difficoltà che incontrava all’interno della sua corrente, determinò il fallimento del progetto.

11 gennaio 2020

Domanda dei pm: Vi sono prelati appartenenti all’associazione Ungheria?

Amara: Ho letto nella lista di Caruso tre nomi: Vescovo (o monsignor) Adreatta, Monsignor Rocco Palmieri, Cardinale Parolin (Segretario di Stato di Sua Santità). Non conosco personalmente queste tre persone.

Domanda dei pm: Ci sono degli imprenditori appartenenti a Ungheria?

Amara: Bazoli, la mia fonte è la lista; Antonello Montante che io ho conosciuto circa nel 2007/2008 attraverso il Generale della Gdf Carmine Canonico. L’appartenenza di Montante a Ungheria mi è stata riferita direttamente da Gianni Tinebra e dallo stesso Montante. L’occasione fu quella in cui sia Tinebra che Montante cercarono di far desistere il pubblico ministero Musco dal coltivare iniziative processuali nei confronti di aziende facenti capo a Emma Mercegaglia. Fusillo è un imprenditore pugliese che ho conosciuto e che ho incontrato a Roma. Mi sono presentato a Fusillo con le modalità “Ungheria”, non ricordo chi me lo ha mandato; probabilmente un comune amico.

Iacobini padre e figlio (entrambi coinvolti nell’attuale vicenda della Banca Popolare di Bari). Ho incontrato il figlio di Iacobini nel 2015 a Roma in un bar di via Barberini. Iacobini mi fu mandato da Filippo Paradiso, era Iacobini che sapeva che io partecipavo a Ungheria. Iacobini venne da me in quanto aveva necessità di un contatto con Luca Lotti per ottenere l’approvazione di un decreto legge che riguardava le banche popolari. Non conosco e né ricordo il contenuto di tale decreto. Ne parlai con Bacci e Lotti e organizzai poi un incontro con Bacci e Iacobini nello stesso bar di via Barberini. In quella occasione Bacci disse che il decreto poteva essere approvato, ma che doveva essere firmato un contratto di consulenza tra Iacobini e Bacci o società da lui indicate prima dell’approvazione del decreto e con pagamento dopo l’approvazione. So che il contratto è stato formalizzato, ma poi non ho più seguito la vicenda, Iacobini mi rappresentò che c’era un forte ritardo nell’approvazione del decreto.

De Benedetti è un nome che ho letto nella lista di Caruso. “B.B.” è una sigla che era riportata nella lista e che secondo Caruso era riferibile a Silvio Berlusconi. 

(di Gianni Barbacetto e Antonio Massari – Fonti: Il Fatto Quotidiano – Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in TeleradioNews)

Loggia Ungheria, Amara: “Ero il padrone di Lotti”. I verbali: nuova puntata – L’avvocato: “Era interessato alla gestione dei ricorsi Consip”. Il gruppo si mosse “per azioni contro Woodcock”, di Gianni Barbacetto e Antonio Massari sabato, 18 Settembre 2021 su Il Fatto Quotidiano come riportato da Teleradio News. Continuiamo la pubblicazione di alcuni stralci – selezionati in ordine cronologico e per rilevanza dei ruoli pubblici – degli interrogatori resi dinanzi ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Amara è l’unico indagato tra i nomi che leggerete e la sua versione (che ha già provocato da ieri l’annuncio di numerose denunce per calunnia) è tuttora al vaglio dei magistrati inquirenti.

14 dicembre 2019

Amara: “Fanno ulteriormente parte di Ungheria e sono magistrati amministrativi De Nictolis (attuale presidente del C.G.A.), Di Francisco (credo che al momento sia alla segreteria del presidente Conte); un certo Simonetti (giudice al C.G.A.), Stanisci (la compagna attuale di Nitto Palma – anche quest’ultimo facente parte di Ungheria). (…) Verdini mi indicò Nitto Palma e la sua attuale compagna e anche De Ficchy (procuratore di Perugia). Con riguardo a quest’ultimo ricordo che segnalai nello studio romano di DLA Piper il figlio, che in effetti fu inserito nello studio legale. Questa richiesta mi fu personalmente indicata da De Ficchy, che ho incontrato in un bar di fronte al Csm di Roma. Credo che ciò sia avvenuto nel 2016. L’assunzione del figlio di De Ficchy presso DLA Piper è stata mediata da Centofanti, a cui ho formulato io la relativa richiesta”.

15 dicembre 2019

“Successivamente si creò un problema con Fanfani il quale voleva quantomeno applicare la censura a Musco, ritenendo che fosse più coerente con la misura cautelare che il Csm aveva imposto nei suoi confronti. La notizia ci fu data da Palamara il quale la comunicò a Ferri che la veicolò a me attraverso Verdini. Mandai Bacci da Luca Lotti; all’epoca ero il ‘padrone’ di Luca Lotti perché gli avevo dato, tramite Bacci attraverso Racing Horse, circa 200 mila euro. Si andò quindi a votare e Musco fu assolto all’unanimità per insussistenza dei fatti nel marzo 2015. Naturalmente fu necessario garantirsi il benestare della Severino per raggiungere il risultato per le ragioni che ho già esposto. Fu Michele Vietti ad avere con lei una interlocuzione su mia richiesta. Avevo avuto notizia da Vella e Granata che la Severino aveva ottimi rapporti con il presidente Napolitano in quanto veicolava importanti incarichi professionali a suo figlio, tanto è vero che Scaroni quando cercava di essere riconfermato in Eni, aveva messo sul piatto della bilancia un importante incarico per il figlio di Napolitano attraverso la Severino. (…) La vicenda Musco è la dimostrazione plastica del potere di Ungheria sul Csm. Le decisioni furono assunte fuori dai luoghi istituzionali e nell’ambito di riunioni tra fratelli. In quel periodo nel Csm non contava il merito ma solo i numeri”. (…)

“Ricordo ancora che il gruppo Ungheria s’è mosso per promuovere una azione disciplinare nei confronti di Henry Woodcock, ‘colpevole’ di aver indagato sulla vicenda Consip e in particolare sul padre di Matteo Renzi. Mi dissero sempre Ferri, Verdini e Lotti che di questo fatto fu informato anche Renzi e che era necessario che il provvedimento disciplinare andasse velocemente per essere gestito dalla sezione del Csm che in quel momento era in carica. Dal lato Procura generale il procedimento fu seguito da Ciccolo e da un sostituto a lui vicino. Ciccolo è partecipe di Ungheria, lo so perché me lo hanno detto, l’ho visto nell’elenco”.

11 gennaio 2019