Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

NONA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

  

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Mistero della Moby Prince.

Moby Prince, svolta nelle indagini: recuperate le trasmissioni radio e le immagini satellitari. Verso la verità di quella notte di 30 anni fa. Clemente Pistilli su La Repubblica il 9 novembre 2021. Per la prima volta si stanno decrittando tutte le tracce audio che si svolsero nella rada livornese il 10 aprile 1991 incise su una enorme bobina di undici piste, di cui finora ne erano state ascoltate solo due. Ma c'è di più. Un altro contributo alla verità potrebbe arrivare dalla tecnologia. A trent'anni dal disastro della Moby Prince, traghetto partito da Livorno e diretto a Olbia che il 10 aprile 1991 si schiantò contro la petroliera Agip Abruzzo causando la morte di 140 persone, c'è una svolta nelle indagini. L'inchiesta potrebbe essere ora realmente vicina a svelare i troppi misteri, ad accertare le responsabilità e a dare verità e giustizia ai familiari delle vittime, che non hanno mai smesso di lottare affinché quella carneficina non venisse dimenticata. Due precedenti inchieste, una della Procura di Livorno e una della Commissione parlamentare istituita al Senato nella scorsa legislatura non sono state sufficienti a far luce sull'incidente.

Decrittate tutte le trasmissioni radio

Per la prima volta si stanno infatti decrittando tutte le trasmissioni radio che si svolsero nella rada livornese la notte del disastro incise su una enorme bobina di undici piste, di cui incredibilmente finora ne sono state decrittate e ascoltate solo due. Ma c'è di più. E un altro contributo fondamentale alla verità potrebbe arrivare dalla tecnologia.

Recuperate tutte le immagini satellitari

Sono state infatti recuperate anche tutte le immagini satellitari dell'area, grazie alla pubblicazione di tutti i materiali satellitari del servizio geologico statunitense in quegli anni.

Le immagini mostrano la situazione della rada prima dell'incidente, durante e dopo e una società di ingegneria navale sta realizzando una raffigurazione dinamica di tutta la giornata e della nottata del 10 aprile.

Elementi nuovi e che potrebbero rivelarsi decisivi nel lavoro della Commissione presieduta dal dem Andrea Romano, anche lui di Livorno, che già ha svolto diverse audizioni ed effettuato missioni alla ricerca del materiale utile a far sì che la Moby Prince non resti un altro dei tanti misteri d'Italia.

Una "strana" nebbia

La nave, di proprietà della famiglia di armatori Onorato, quella notte di 30 anni fa, finì contro la petroliera, venne avvolta dalle fiamme e si salvò solo un giovane mozzo napoletano, Alessio Bertrand. Per 140 persone non ci fu scampo da quell'inferno di fuoco.

La colpa venne data alla nebbia presente in rada. Ma la stessa Commissione presieduta dal senatore Lai ha accertato che al momento dell'incidente non c'era alcun problema di visibilità a Livorno.

“Sono numerosi – specificarono i commissari nella relazione conclusiva – i testimoni qualificati che hanno fornito l’immagine di una serata serena con ottima visibilità”. 

Federico Zatti, della Rai, ha appena scritto "Una strana nebbia", avanzando inquietanti ipotesi sul possibile ruolo della stessa criminalità organizzata. Ma la Commissione presieduta da Romano, tra le registrazioni delle comunicazioni radio e le immagini satellitari, ora potrebbe essere veramente a un passo dalla troppo a lungo attesa verità.

Il mistero delle armi tra Iraq, Italia e Somalia

La Commissione ha puntato invece su una serie di scelte a dir poco discutibili fatte dalla Capitaneria di porto, in particolare per quanto riguarda i soccorsi, sulle ombre nelle indagini, tanto che venne indagato Achille Onorato al posto del vero armatore, il figlio Vincenzo, e sulla stessa Agip Abruzzo, senza contare che in un documento del Sismi del 2004 l’incidente venne inquadrato in una serie di scambi tra Iraq, Italia e Somalia relativi a una rete di traffici illegali di armi, scorie e rifiuti tossici che sarebbero avvenuti nella rada di Livorno. Un caso su cui hanno lavorato e continuano a lavorare anche diversi giornalisti.

Ritardi nei soccorsi, bugie e depistaggi

Il lavoro svolto fino al 2018 dall'organismo parlamentare presieduto dal senatore del Silvio Lai ha sottolineato invece che ci furono incredibili ritardi nei soccorsi, incongruenze sulla ricostruzione delle attività delle navi in rada e sui tempi di sopravvivenza dei passeggeri a bordo, e soprattutto una serie di bugie e depistaggi. Da questo materiale è partita una terza inchiesta della Procura di Livorno, esaminato pure dalla Procura di Roma e che ha portato a una seconda commissione d'inchiesta, questa volta istituita alla Camera.

Il primo processo finì nel 1997 con l’assoluzione di tutti gli imputati e la seconda indagine, aperta nel 2006, con un'archiviazione.

Damiano Fedeli per il "Corriere della Sera" il 15 luglio 2021. «Proviamo a rovesciare la prospettiva. Possiamo considerare quell'incidente non come il frutto di circostanze sfortunate, ma come un obiettivo deliberatamente cercato e perseguito? In altre parole: se la Moby Prince fosse stata prima sequestrata e poi dirottata contro la petroliera, alcune tessere del puzzle, forse, troverebbero la loro collocazione». Ribalta il punto di vista e avanza un'ipotesi nuova il giornalista e autore Rai Federico Zatti nel suo Una strana nebbia (Mondadori): la tragedia del Moby Prince sarebbe un tassello della strategia di allora della mafia contro lo Stato. Con Cosa nostra interessata a mettere le mani sugli affari dell'oro nero, negli anni della guerra Eni-Montedison. Secondo Zatti, poco dopo le 22 del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince, appena salpato da Livorno alla volta di Olbia, sarebbe stato messo in rotta di collisione contro la petroliera Agip Abruzzo, in rada poco fuori dal porto toscano, da un gruppo di dirottatori che poi avrebbero velocemente abbandonato la nave. «Nel linguaggio mafioso, per punire il commerciante che non paga il "pizzo" si versa una tanica di benzina davanti all'ingresso del suo negozio e si lancia un cerino acceso per dare fuoco a tutto», scrive Zatti. «La Moby Prince doveva svolgere la funzione del cerino e, come tale, appiccare l'incendio sulla petroliera». Nel rogo che ne seguì morirono tutte le 140 persone a bordo del traghetto, con un unico superstite: il mozzo Alessio Bertrand. Fu il più grave disastro della marina civile italiana. Nel trentennale della sciagura, Zatti riprende le carte della vicenda processuale - nessun colpevole è stato mai individuato - e soprattutto quelle della commissione parlamentare d'inchiesta che al Senato ha lavorato fra il 2015 e il 2018 (un'analoga commissione è stata istituita alla Camera il 12 maggio scorso). Partendo dalle tante domande irrisolte - dai ritardi nei soccorsi alla presenza di esplosivo sul traghetto - Zatti intreccia l'analisi con altre vicende, come il disastro ambientale della petroliera Haven, naufragata nel golfo di Genova solo poche ore dopo la tragedia di Livorno. «Sembra incredibile pensare al dirottamento di un traghetto di linea per colpire una petroliera, ma non meno di imbottire un'autostrada con 500 chili di tritolo per uccidere un magistrato», scrive il giornalista. La strage di Capaci sarebbe avvenuta un anno dopo. «Due attentati - argomenta Zatti - con lo stesso obiettivo: colpire lo Stato con una violenza senza precedenti».

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 10 aprile 2021. Quando è già tempo di memoria senza che mai sia stata fatta giustizia, ecco che dall' armadio spuntano delle novità. Anche trent' anni dopo, anniversario tondo, che poi è la ragione dell'attuale e temporaneo fascio di luce su uno dei più misconosciuti misteri italiani. Pensiamo di sapere tutto, della tragedia della notte della Moby Prince. Dieci aprile 1991, il traghetto che si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo all' uscita dal porto di Livorno. Centoquaranta morti. Un processo da operetta. Nessun responsabile. La ricerca della verità lasciata solo ai familiari delle vittime. Come se quella tragedia immane dovesse essere destinata a restare una questione privata. È stato così fin dall' inizio. Ancora nel 2017, la Commissione parlamentare di inchiesta, che ha svolto un lavoro importante, si dichiarava stupita del fatto che molte dichiarazioni rese durante le audizioni fossero «convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell'accaduto». Una montagna di bugie, di omissioni e di falsità. Non importa se costruite per coprire negligenze oppure segreti internazionali, resta una pagina orrenda della nostra storia recente. Oggi sappiamo che la nebbia «tropicale, che tutto avvolgeva» fu un evento «sopravvalutatissimo» come riferì un perito di allora alla Commissione. Sappiamo che la Agip Abruzzo si trovava nel triangolo d' acqua all' uscita del porto, zona con divieto di ancoraggio per non intralciare il percorso delle altre navi. «La petroliera non doveva essere lì», titolava La Nazione il 15 aprile 1991. Quell' articolo è l'unico a non essere mai stato inserito nella vasta rassegna stampa allegata agli atti del primo processo. Ma ci sono volute due decadi abbondanti per dimostrarlo, grazie al lavoro sull' archivio satellitare svolto da Gabriele Bardazza, l'ingegnere milanese che da anni presta consulenza al Comitato delle vittime. Pensiamo di sapere, e invece non sappiamo niente, perché fino a quando non salta fuori una prova, una pezza di appoggio, anche le evidenze dei fatti rimangono allo stato di pure ipotesi. Prendiamo uno degli snodi fondamentali della vicenda. I soccorsi furono disastrosi, un tragico trionfo di lentezza, incompetenza e in seguito di opacità. Succede che la Regione Toscana istituisca un armadio della memoria, per non dimenticare le stragi della Moby Prince, di Viareggio e della Costa Concordia. Un bravo archivista cataloga ogni documento. Dalla cartelletta di un avvocato del primo processo, emergono fogli che mai erano finiti agli atti. Sono firmati dai vertici del Comando operativo dell'Aeronautica militare, che riepilogano attimo per attimo la notte del 10 aprile 1991. Loro erano pronti a intervenire. Alle 00.10 la Capitaneria di porto, che secondo la legge è responsabile dei soccorsi, dà l'allarme. Probabile collisione tra due petroliere, nessuna notizia sui dispersi. La nostra aviazione si attiva subito. Stanno per levarsi in volo mezzi dalle basi di Linate, Istrana e Ciampino, al massimo un'ora e cinquanta minuti il tempo di intervento dalla base più lontana, «comprensivo dei 30 minuti di approntamento». Ma quegli aerei ed elicotteri, nove in tutto, non partiranno mai. Alle 00.17 la Capitaneria di porto dice che non c' è bisogno, «comunicando che da quello che si sapeva i naufraghi erano morti, nella zona c' era nebbia, che la Marina stava provvedendo». Mezzanotte e 17. Mezz' ora prima, sulla tolda della Moby Prince viene ritrovato vivo quello che diventerà l'unico superstite della strage, Alessio Bertrand, il mozzo, che all' epoca aveva solo 23 anni. E da allora non ha mai smesso di ripetere la stessa versione dei fatti. «Molti dei miei compagni potevano essere salvati. Ma nessuno li andò mai a cercare. E nessuno ha mai pagato per questo». La Marina militare, che secondo la Capitaneria di Porto aveva preso il comando delle operazioni, arrivò sulla scena del disastro la mattina dopo. Quella comunicata all' Aeronautica fu una inesattezza, o forse peggio. Con un tale livello di caos, con indagini giocate in casa e al ribasso, tese a dare la colpa a un uomo solo, il comandante della Moby Prince Ugo Chessa, che tanto non poteva più parlare, una volta caduto il velo delle menzogne sono fiorite tesi di ogni genere. Già la sera del 12 aprile 1991 si sapeva che nel locale eliche di prua, proprio sotto il garage, era avvenuta una esplosione. Ancora oggi non c' è sicurezza sul fatto che fosse dovuta a una miscela di gas frutto dell'urto tra le due navi, e non già il risultato di un esplosivo ad alto potenziale, come sostenne una discussa perizia degli esperti della Procura, che nel 1992 salirono sul relitto. Il consulente della Commissione Paride Minervini scrive che «al fine di fugare i molti dubbi», sarebbe necessaria una analisi dei reperti ritrovati in tribunale, «per la ricerca delle tracce di esplosivi alla luce delle nuove tecnologie». Cosa fare, lo deciderà il procuratore di Livorno. C' è una nuova indagine per strage a carico di ignoti. Ci sarà una nuova commissione d' inchiesta, proposta da Pd, M5S e Lega, per far luce sulle cause della collisione, sul mancato coordinamento dei soccorsi. E su come sia stato possibile questa nebbia durata 30 anni. C' è da capirlo, Angelo Chessa, figlio del comandante, che ha dedicato la vita a ridare l'onore a suo padre ricostruendo quel che era davvero successo quella notte. «Ho dato tutto, e rifarei tutto. Ci è capitato di essere trattati in modo vergognoso nelle aule di tribunale, di venire liquidati con un'alzata di spalle. Ma ne è valsa la pena. Perché infine tutti hanno capito. Abbiamo una verità storica. Adesso sarebbe bello avere anche una verità giudiziaria».

 Moby è sempre con te. Report Rai PUNTATA DEL 19/04/2021 di Adele Grossi, collaborazione di Norma Ferrara, immagini di Tommaso Javidi e Dario D'India, grafica di Michele Ventrone, montaggio di Orazio Danza. Centoquaranta persone muoiono su un traghetto che andava ad Olbia: prende fuoco scontrandosi con una petroliera ferma all'ancora. Accade tutto a pochi minuti dal porto di Livorno: è così vicino che dal lungomare si vede tutto. Eppure i soccorsi non arriveranno mai. A trent'anni dalla strage dimenticata del Moby Prince, Report torna sulla vicenda con documenti inediti, partendo dalla compagnia armatrice del traghetto che da allora è cresciuta a dismisura e che oggi, in cambio di oltre 72 milioni di euro annui, garantisce il trasporto marittimo pubblico da e per la Sardegna, in base a una convenzione scaduta da un anno e più volte prorogata.

MOBY È SEMPRE CON TE di Adele Grossi collaborazione di Norma Ferrara immagini di Tommaso Javidi e Dario D'India grafica di Michele Ventrone montaggio di Orazio Danza.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, torniamo a una storia di una notte di 30 anni fa. Un traghetto salpa dal porto di Livorno, direzione Sardegna, il suo nome è Moby Prince. Appartiene ad una piccola compagnia di navigazione, la Navarma, che fa riferimento all’imprenditore Vincenzo Onorato. Ecco quel traghetto da mesi sta navigando con il mozzo delle eliche difettoso, questo perché sia il controllore che il controllato avevano continuamente rinviato la sostituzione. Poco dopo aver lasciato il porto viene coinvolto in un incidente con una petroliera dello Stato, l’Agip Abruzzo, entrambe prendono fuoco solo che i soccorsi si dirigono solo sulla petroliera dello Stato. Il Moby Prince può continuare a bruciare e con lui 140 persone a bordo. La nostra Adele Grossi.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO E’ il 10 aprile del 1991. il traghetto Moby Prince parte dal porto di Livorno diretto ad Olbia. sono le 22.00.

MOBY PRINCE – REGISTRAZIONI FREQUENZE LIVORNO RADIO 10 APRILE 1991 Buonasera, Moby Prince, Moby Prince.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Dopo circa mezzora, alle 22.25.27 secondi, si schianta contro una petroliera ferma all’ancora, l’Agip Abruzzo. Scoppia un incendio.

MOBY PRINCE – REGISTRAZIONI FREQUENZE LIVORNO RADIO 10 APRILE 1991 Moby Prince, Moby Prince, May Day, May Day. Siamo incendiati. Siamo in collisione, prendiamo fuoco.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO A bordo del traghetto ci sono 140 persone, ma i mezzi di soccorso vengono dirottati solo verso la petroliera dell’Agip, il cui equipaggio viene salvato. Solo dopo più di un’ora, due ormeggiatori si accorgono che c’è anche il Moby Prince, in fiamme, e lanciano l’allarme.

ORMEGGIATORI – REGISTRAZIONI FREQUENZE LIVORNO RADIO 10 APRILE 1991 La nave è la Moby Prince, la Moby Prince, c’è un sacco di gente sopra. Abbiamo raccolto un naufrago, ci dice che ci sono ancora persone sulla nave. Capitaneria, mi stai ascoltando? Avvisatore, avvisatore?! Qualcuno mi deve rispondere, ma cos’è successo?!

ADELE GROSSI FUORI CAMPO I mezzi di soccorso sono concentrati sulla petroliera della compagnia petrolifera di Stato. Nessuno si avvicina al Moby Prince. Muoiono 140 persone. Si salva solo il mozzo dell’equipaggio.

FRANCESCO SANNA - GIORNALISTA Per 80 minuti, il Moby Prince sparisce dalla scena. Nessuno lo soccorre ed era lì, attaccato alla petroliera.

ANGELO CHESSA – FIGLIO COMANDANTE MOBY PRINCE La cosa agghiacciante è che Livorno Radio chiama il Moby Prince: “Moby Prince da Livorno, mi ricevi?”. Quindi loro sanno che c’è una collisione, chiamano il Moby Prince, il Moby Prince non risponde e non si fanno neanche una domanda?

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Sulla più grande tragedia navale del nostro Paese non sono bastati 3 processi per chiarire le responsabilità. I magistrati hanno imputato la strage a un errore umano, causato dalla scarsa visibilità per una nebbia calata improvvisamente sulla petroliera.

ANGELO CHESSA – FIGLIO COMANDANTE MOBY PRINCE Era impossibile che un banco di nebbia avesse avvolto la petroliera, dopo che il traghetto era uscito dal porto. Le pale del timone in acqua erano a 30 gradi a dritta: quindi questo vuol dire che il timoniere cercava di andare a sinistra, ha iniziato la manovra a sinistra, ma il timone non è andato… Ma si capiva perfettamente che l’intenzione era quella di dire che era stato un incidente dovuto alla nebbia.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO La stessa nebbia con cui sono rimaste avvolte alcune contraddizioni emerse dagli ultimi atti dei processi. Troppi, 30 anni, per andare a cercare nuove prove, eppure nel 2018 una Commissione parlamentare d’inchiesta scopre che quella che doveva essere la principale causa dell’incidente non c’era.

SILVIO LAI – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA MOBY PRINCE La nebbia non c’era. Quello che noi pensiamo è che possa esserci stato o un ostacolo improvviso sulla rotta del Moby Prince, o un’avaria che ha deviato la direzione di marcia del Moby Prince.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Questo video è stato registrato da uno dei passeggeri poco prima della strage: viaggiava con la moglie e le due bambine. Giocano a bordo, poi in cabina, poi un rumore sordo e la registrazione si interrompe. Il nastro della registrazione fu reciso: le indagini non riuscirono ad appurare né perché, né da chi.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Per anni, tutti i processi conclusero che i passeggeri erano morti nel giro di 30 minuti dalla collisione. La commissione ha accertato che la vita sul traghetto andò avanti per ore, in attesa dei soccorsi che non arrivarono.

ANGELO CHESSA – FIGLIO COMANDANTE MOBY PRINCE Nessuno ci ha mai contattato dalla società armatrice né nella notte, né nei giorni successivi. La mattina accesi la televisione e c’era il Moby Prince bruciato all’esterno e la prima cosa che mi colpì è che nessuno buttava acqua.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Le indagini, secondo la Commissione furono “inadeguate e lacunose”, in particolare quelle relative alla “gestione armatoriale precedente e successiva all’evento”.

SILVIO LAI – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA MOBY PRINCE Secondo diversi diciamo testimoni, il livello di manutenzione non era straordinario.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Il Moby navigava da diversi anni con il mozzo delle eliche difettoso. L’ente certificatore Rina, il Registro Italiano Navale, dal 1988 ne aveva prescritto la sostituzione “entro la successiva visita di controllo”. Lo prescrive di nuovo nel 1990 rinviandola, per la seconda volta, a marzo 1991.

FLORIO PACINI – DIRIGENTE NAVARMA Il pezzo era in magazzino, lo avevo io in magazzino: me lo ricordo come ora perché l’ho comprato io.

ADELE GROSSI Per fare questo lavoro la nave doveva essere riportata a terra.

FLORIO PACINI – DIRIGENTE NAVARMA All’asciutto, certo.

GABRIELE BARDAZZA - CONSULENTE TECNICO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE Un’operazione che ovviamente nel pieno della stagione, comunque mettere il traghetto in bacino significava sospenderlo dalla navigazione per almeno un paio di settimane.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO E così il 10 aprile, al momento dell’incidente, il mozzo dell’elica difettoso non era stato ancora sostituito, come dimostrano le perizie.

GABRIELE BARDAZZA – INGEGNERE FORENSE - CONSULENTE TECNICO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE Nell’elica, nel mozzo di destra, fu anche rinvenuta dell’acqua di mare e questo poteva effettivamente essere un problema per la navigazione.

ADELE GROSSI Il problema che è stato riscontrato al mozzo delle eliche potrebbe aver contribuito a causare quello è accaduto?

GABRIELE BARDAZZA – INGEGNERE FORENSE Potrebbe aver provocato una turbativa della navigazione.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO A prescindere dalle valutazioni del consulente tecnico, sulle certificazioni del Moby, noi abbiamo registrato un’anomalia: pochi mesi prima della strage, gli ispettori del Rina salgono a bordo per un controllo. Il mozzo non era stato sostituito, tuttavia gli assicuratori di Navarma scrivono che in base alle certificazioni rilasciate dal Rina, non c’era: “Nessuna nuova prescrizione”. Eppure in un riepilogo successivo redatto dallo stesso Rina, sei giorni dopo la strage, la prescrizione è presente negli atti, o meglio si legge di un ennesimo rinvio a “novembre del 1991”.

ADELE GROSSI Un difetto al mozzo delle eliche è un difetto importante?

PAOLO SALZA – DIRETTORE TECNICO REGISTRO ITALIANO NAVALE Se causa una rientrata d’acqua non è tollerabile.

ADELE GROSSI Questa è la certificazione del Rina che riguardava il Moby Prince. Nel 1988 era stata prescritta la sostituzione del mozzo delle eliche, successivamente è stata rinviata, poi è stata rinviata …

PAOLO SALZA – DIRETTORE TECNICO REGISTRO ITALIANO NAVALE Sì, è un evento molto, molto risalente: lo verifichiamo sicuramente.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Hanno verificato, ma per “obblighi di riservatezza nei confronti dei clienti”, non ci rispondono. il “cliente” è la società armatrice del Moby prince: la Navarma, in quegli anni, piccola compagnia di navigazione che fa capo al giovane Vincenzo Onorato.

VINCENZO ONORATO – AUDIZIONE IN SENATO 30/11/2017 Tutti negli anni mi hanno chiesto che cosa è accaduto sul Moby Prince. Posso dirle che per capirlo, ricorsi persino anche a una seduta spiritica.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Appena sette mesi prima della strage, gli armatori del Moby Prince, avevano stipulato un’assicurazione sul traghetto per ben 20 miliardi di lire liquidati in tempi record e con l’indagine giudiziaria in corso.

GABRIELE BARDAZZA – CONSULENTE TECNICO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE Stiamo parlando di un traghetto che poteva valerne sette-sette e mezzo di miliardi di lire del tempo, che viene risarcito per 20, quindi a valore di polizza, e non di perizia: già questa è un’anomalia rilevante.

FRANCESCO SANNA – GIORNALISTA Ora, io non so il rapporto che ciascuno di voi ha avuto con le assicurazioni. Il mio è che l’assicurazione fa di tutto per non pagare, cioè tendenzialmente. Invece in questa vicenda, gli assicuratori hanno fatto di tutto per pagare oltre ogni misura.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Ma la chiave di volta di tutta la vicenda è l’accordo che avrebbe dovuto rimanere segreto fra un’azienda partecipata dallo Stato, l’allora Snam proprietaria della petroliera, e la Navarma di Vincenzo Onorato. L’assicurazione della petroliera avrebbe pagato i danni ambientali, quella degli armatori del Moby avrebbe risarcito i familiari delle vittime.

VINCENZO ONORATO – AUDIZIONE IN SENATO 30/11/2017 Presidente, il rischio guerra non è legato solo a un attentato, a una guerra… È un’assicurazione contro i danni lesivi volontari di un terzo.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Le indagini confermarono la presenza sul traghetto di “tracce di esplosivo ad uso civile”.

GABRIELE BARDAZZA – INGEGNERE FORENSE Quello che è stato accertato è che all’interno del locale eliche di prua è avvenuta un’esplosione.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Davanti alla commissione d’inchiesta, Onorato dichiara che si trattava di una copertura assicurativa attiva su tutta la flotta.

VINCENZO ONORATO – AUDIZIONE IN SENATO 30/11/2017 Tutte le navi hanno rischi ordinari e rischi di guerra. E’ una prassi assicurativa assolutamente normale.

SILVIO LAI – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA MOBY PRINCE Quello che lui ci stava rappresentando non era credibile, perché non ci risultano altre assicurazioni di altre navi e di altre compagnie che, diciamo, si assicuravano contro la guerra in quel momento. Vi ha colpito come Commissione che lui avesse mentito? Sì, ci ha colpito.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Ma la chiave di volta di tutta la vicenda è l’accordo che avrebbe dovuto rimanere segreto fra un’azienda partecipata dallo Stato, l’allora Snam proprietaria della petroliera e la Navarma di Vincenzo Onorato. L’assicurazione della petroliera avrebbe pagato i danni ambientali; quella degli armatori del Moby avrebbe risarcito i familiari delle vittime.

LORIS RISPOLI – PRESIDENTE COMITATO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE “140” C’è stato un martellamento psicologico nei confronti delle famiglie, chiaramente in pieno lutto, in pieno lutto, in pieno dolore. E gran parte delle famiglie hanno accettato il risarcimento.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO La fetta di risarcimento più cospicua, 300 milioni di lire e 3 mila euro al mese, è stata riconosciuta al mozzo del traghetto, l’unico sopravvissuto che negli anni però ha reso testimonianze confuse e a volte contraddittorie.

ALESSIO BERTRAND – SOPRAVVISSUTO ALLA STRAGE DEL MOBY PRINCE No, io ho sempre detto la verità di tutto quello che ho visto là sopra. Ricordo che diciamo partimmo per la Sardegna, per Olbia, poi andai nella saletta a vedere la partita: JuveBarcellona. Poi all’improvviso, sentimmo un rumore forte e fummo scaraventati davanti alla paratia.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Alle famiglie delle vittime va un totale di circa 60 miliardi di lire e a pagare è la Standard Steamship Owners limited con sede alle Bermuda. Con la condizione che accettando il risarcimento si rinunciava al processo, liberando definitivamente Snam e la compagnia di navigazione da qualsiasi responsabilità per la strage.

GABRIELE BARDAZZA – CONSULENTE TECNICO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE Questo documento sottoscritto diciamo privatamente dalle assicurazioni traccerà il solco dove la responsabilità di quello che avviene è in capo totalmente alla plancia di comando del traghetto, la nebbia, il buio, sfortuna.

FLORIO PACINI – DIRIGENTE NAVARMA Sono stati pagati valanghe di miliardi per mettere a tacere tutto. Quando nasce l’accordo, la Navarma ha un guadagno, un utile da questa storia. Perché rinunciarci? I morti son morti.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Infatti grazie all’accordo, senza attendere la fine del processo, la società di Onorato riscuote l’intera polizza da 20 miliardi.

SILVIO LAI – PRESIDENTE COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA MOBY PRINCE Non posso nascondere che siamo rimasti tutti molto colpiti dal fatto che fosse stato sottoscritto quell’accordo e che quindi ci fosse stata una velocizzazione così elevata della liquidazione: probabilmente senza quella rapida liquidazione, oggi la Navarma non ci sarebbe più; sarebbe fallita, immagino.

ADELE GROSSI E invece è la prima compagnia di navigazione italiana…

LORIS RISPOLI – – PRESIDENTE COMITATO FAMILIARI VITTIME MOBY PRINCE “140” Questi sono oggetti che mi sono stati consegnati dalla polizia marittima. Queste scatoline di plastica contengono questa spilletta che molto probabilmente vendevano a bordo e che ha una frase “Moby è sempre con te”. Noi l’abbiamo chiamata inizialmente tragedia. Non è una tragedia. E’ una strage.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Oggi la procura di Livorno ha riaperto le indagini con l’ipotesi di reato di strage. E questo dopo trent’anni, tre processi, le indagini della commissione d’inchiesta, una verità ancora non c’è. C’è voluto tanto tempo per scoprire che quella che era stata considerata la prima causa dell’incidente, la nebbia, poi non c’era. E anche quello che era stato ipotizzato, l’errore umano, non c’è. Il comandante era stato accusato di guidare in maniera distratta perché stava guardando una partita in televisione. Si è scoperto poi che non è così, anzi oggi è da considerarsi un eroe. Lui e il suo equipaggio che sono rimasti a bordo fino all’ ultimo a bruciare insieme ai passeggeri. Forse si sarebbe potuto indagare un po’ di più su quel mozzo difettoso delle eliche ma quando i magistrati nel 2009 sono andati dall’ente certificatore quello che avrebbe dovuto controllare a chiedere la documentazione, quelli del Rina hanno risposto: mi dispiace ma non l’abbiamo più conservata. Ecco e anche noi quando siamo andati a chiedere informazioni su quelle anomalie che riguardavano quelle prescrizioni, quei continui rinvii, ci hanno dato un’altra versione: “non possiamo fornirvi informazioni per tutelare la privacy del cliente”. Ecco, quel mozzo… non sapremo mai la verità, se quel mozzo ha contribuito in qualche modo all’incidente. Se è stata una concausa perché è stato rottamato con il resto della nave, e con lei è stata anche rottamata la giustizia, almeno fino ad oggi. E tombata la memoria. Grazie anche ad un accordo fra compagnie assicurative che La Navarma, la compagnia che aveva in dotazione la Moby Prince ha firmato nonostante sapesse nell’immediato dell’incidente che la petroliera dello Stato l’Agip Abruzzo aveva gettato l’ancora là dove non poteva. Noi oggi invece lo sappiamo a distanza di anni, dopo le indagini della commissione d’inchiesta. Perché è importante? perché la Navarma in quel momento avrebbe potuto costituirsi in un processo contro la società armatrice della petroliera di Stato. E invece da quella tragedia è nato un abbraccio, un legame anche fin troppo stretto, se è vero che una piccola compagnia di navigazione la Navarma che navigava con miliardi di perdite è diventata da quel momento in poi la più importante d’Italia.

FLORIO PACINI – DIRIGENTE NAVARMA Voi lo avreste fatto un biglietto con una compagnia che il giorno prima aveva ammazzato 140 persone e la stampa diceva che le avevamo ammazzate? Nel 1992 siamo ancora sotto inchiesta, ma la Compagnia ottiene un appalto dallo Stato, per fare nave albergo per le Colombiadi. Avevamo ospiti, non mi ricordo se 250-350 carabinieri. Cioè lo Stato ci stava pagando fior di quattrini e quando abbiamo preso il contratto, noi non avevamo nemmeno una nave, perché l’unica nave che aveva un po’ di cabine era la Moby Prince ed era bruciata 10 mesi prima.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Nonostante l’indagine in corso, la compagnia dell’imprenditore Onorato, riceve l’incarico di occuparsi del trasporto marittimo in occasione del G7 di Napoli del 1994.

FLORIO PACINI – DIRIGENTE NAVARMA Eravamo con lo Stato italiano, come eravamo con lo Stato italiano, a Napoli quando c’è stato il G7, pagata dal Governo italiano. Come se lo spiega lei?

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Nel 2005 Vincenzo Onorato fonde la Navarma nella Moby e nel 2012 compra anche Tirrenia, la compagnia di stato, con cui garantisce il trasporto marittimo pubblico, in cambio di un contributo annuo di oltre 72 milioni di euro. Il prezzo d’acquisto di Tirrenia ammontava a circa 380 milioni di euro. 200 milioni sono stati versati. Per i restanti 180 milioni, lo Stato accetta un pagherò in tre rate, che Onorato però non ha mai pagato.

EMANUELE GRIMALDI – AMMINISTRATORE DELEGATO GRUPPO “GRIMALDI LINES” Le rate sono scadute ma i soldi non sono stati incassati, però nel frattempo gli hanno dato i contributi. Cioè se io devo avere da uno 200 milioni, continuo a pagargli 70 milioni all’anno, cioè continuo a pagare soldi a uno che mi deve ridare i soldi?

MAURO PILI – CAMERA DEI DEPUTATI (2015-2018) Di fatto sta utilizzando un servizio pubblico, con navi che non ha pagato. Qualsiasi libero imprenditore che deve allo Stato 1000 euro, viene sanzionato, perseguito e gli viene fatto il pignoramento.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Un’altra forma di contributo alla compagnia di Onorato arriva nel 2014: quando lo Stato approva una modifica alla convenzione, ad appena un anno dalla firma. Onorato può incassare gli stessi contributi, ma gli viene concesso di offrire meno servizi per un equivalente di 20 milioni di euro.

MAURO PILI – PARLAMENTARE CAMERA DEI DEPUTATI (2015-2018) Moltiplicati per sette anni, quindi significa che quel taglio di 20 milioni ha comportato 140 milioni di euro di vantaggi per il gruppo Onorato, a scapito dello Stato e ovviamente della Sardegna.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO La convenzione con lo Stato è scaduta a luglio, tuttavia Tirrenia ha continuato a navigare, grazie alle proroghe concesse dal Governo per garantire il trasporto marittimo pubblico. L’ennesima proroga è stata decisa due settimane fa. Questo perché i Governi che si sono succeduti, non avevano ancora finito di scrivere il nuovo bando di gara…

MAURO PILI – PARLAMENTARE CAMERA DEI DEPUTATI (2015-2018) Lo Stato sapeva da 8 anni che scadeva la convenzione e si è accorto che era in ritardo negli ultimi mesi: è evidente che stiamo parlando di complicità ad alti livelli.

VINCENZO ONORATO – LEOPOLDA 2015 Buonasera a tutti. Io sono un marinaio. Mi hanno presentato come l’armatore del gruppo dei traghetti più grande del mondo.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO NUOVO Se Onorato sia l’armatore del Gruppo più grande al mondo non lo sappiamo. Sicuramente è un ottimo marinaio. Sa navigare e conosce i porti più sicuri dove approdare: nel 2016 dona 150 mila euro alla fondazione Open.

VINCENZO ONORATO – LEOPOLDA 2015 Il Presidente Renzi ha detto: “Dillo tu!”. Con questo Governo si è realizzata la vera continuità territoriale. E il particolare grazie non lo dovete rivolgere a me, ma lo dovete rivolgere a Matteo Renzi e a questo Governo.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Per la Federazione del Partito democratico Val Di Cornia - Isola d’Elba, Moby versa 30.000 euro mentre nel 2019, 100mila euro vanno alla fondazione Change, che fa riferimento al governatore della Liguria, Giovanni Toti.

VINCENZO ONORATO – GENOVA 2018 Vorrei che faceste con me un grosso applauso al Governatore.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO 40mila li dona anche a Giorgia Meloni, mentre 5000 euro vanno a Fratelli d’Italia.

VINCENZO ONORATO – ATREJU 2018 Desidero innanzitutto ringraziare Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia e voi tutti per questa grande opportunità che mi date.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Onorato ha investito anche per la promozione. 600mila euro li spende per un contratto di promozione con la Casaleggio associati, mentre 240mila vanno al blog di Beppe grillo per finalità pubblicitarie.

VINCENZO ONORATO – VIDEO BLOG “AMICI DI BEPPE GRILLO” Ciao a tutti gli amici di Beppe Grillo. Io sono Vincenzo Onorato, il presidente della Moby.

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Pur dovendo restituire centinaia di milioni di euro allo Stato e pur in crisi finanziaria, Moby investe tra acquisto e ristrutturazione oltre 4 milioni di euro per questa villa a Porto Cervo. 200 mq con spiaggia privata. L’immobile dovrebbe essere a uso rappresentanza.

INQUILINA CASA PORTO CERVO Chi sta cercando? Questa è una casa privata. Noi l’abbiamo affittata. Questa è una casa da 5.000 euro a notte. ADELE GROSSI FUORI CAMPO L’anno scorso i creditori chiedono al Tribunale di Milano il fallimento di Moby, denunciando anche operazioni immobiliari per oltre 12 milioni di euro. Come quella di Milano. Un attico da 300 mq e 160 di terrazzo: Moby lo acquista dal suo stesso manager, Vincenzo Onorato, che in cambio incassa 7,6 milioni di euro. Doveva diventare la sede della società. In realtà, stavano provando a venderlo dopo averlo affittato.

FAMILIARE DI VINCENZO ONORATO L’appartamento è all’ultimo piano, prego. Questo è un terrazzo privato. I tempi sono brevi, molto brevi. L’ultimo affitto che è stato fatto era 150.000, però qui si può chiedere anche 180, tranquillamente.

ADELE FUORI CAMPO L’affitto a Moby, per due anni, l’avrebbe pagato una azienda olandese con un capitale sociale di…2 euro. Controllando la ricevuta di bonifico presentata da Onorato in tribunale, scopriamo però che i codici iban sono sballati. Ma qualcuno se n’è accorto? Sempre a Milano, si trova un altro attico da oltre 1 milione: nel 2019, Moby investe per arredarlo 143.000 euro. A comprarlo è la società padovana di un iraniano che non parla italiano e che aveva dato anche per questo procura speciale a un commercialista padovano.

COMMERCIALISTA Non parlava italiano… gli ho fatto solo da… io non ho seguito la trattativa dell’appartamento di Milano: non so né il prezzo, né dove l’ha comprata, non so niente.

ADELE Sì, ma come mai lei fa da procuratore a…

COMMERCIALISTA Scusi, ma a lei cosa gliene frega di ste robe, scusi? Prenda e vada via, su! ADELE Se lui non parlava italiano, l’acquisto dell’attico a Milano, l’avrà curato lei…

COMMERCIALISTA Non l’ho fatto io, le ho detto, adesso mi fa incazzare!!!

ADELE E chi lo ha curato?

COMMERCIALISTA Non lo so!!! Vada fuori dai coglioni

ADELE GROSSI FUORI CAMPO Il debito della società oggi è lievitato a oltre 535 milioni. Ssoldi che il gruppo deve a banche, obbligazionisti oltre che allo Stato, per l’acquisto mai saldato della Tirrenia, ex compagnia pubblica commissariata dal 2010, mentre Onorato, fra il 2016 e il 2018, incassava 9 milioni di compensi. I commissari di Tirrenia nominati dal Governo, a luglio gli sequestrano i conti, ma poi ci ripensano: sbloccano tutto e sequestrano le navi.

MAURO PILI – PARLAMENTARE CAMERA DEI DEPUTATI (2015-2018) Gli sequestrano quello che è già dello Stato ed è paradossale come abbiano coperto questa situazione. Se lo Stato deve recuperare dei soldi, non mette sotto sequestro le navi.

ADELE FUORI CAMPO Nel 2018, in appena 7 giorni, ben 85 milioni di euro, sono stati spostati dalle casse di Tirrenia-Cin, in debito con lo Stato, a quelle di Moby.

MAURO PILI – PARLAMENTARE CAMERA DEI DEPUTATI (2015-2018) Se tu avevi 85 milioni di euro disponibili, per quale motivo non hai pagato lo Stato e per quale motivo tu svuoti le casse della compagnia che doveva avere i soldi per gestire la continuità territoriale da e per la Sardegna e li sposti alla tua società privata? E’ evidente che tutto questo è avvenuto nel silenzio di tutti, della politica e delle istituzioni che dovevano vigilare.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Dal 2012 detiene attraverso la Cin, Compagnia italiana navigazione, anche i traghetti della Tirrenia, che furono dello Stato. Ecco ha garantito attraverso questi traghetti le tratte da e per le isole. In convenzione, dietro l’elargizione di contributi statali. La convenzione era scaduta nel 2020, non avevano scritto il nuovo bando di gara. Ora l’hanno fatto e Onorato ha potuto beneficiare di due proroghe, una con il governo Conte, una con il governo Draghi. Ma in questi giorni la procura di Milano ha chiesto il fallimento della Cin e Onorato ha due strade: o il concordato o la ristrutturazione del debito. Ma deve far presto perché ci sono in ballo seimila marittimi. E poi parallelamente la Camera dei Deputati ha dato il primo via all’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta sulla tragedia della Moby Prince. Nella speranza che questa non diventi l’ennesima strage impunita della storia della Repubblica italiana.

Roberta Scorranese per corriere.it il 10 aprile 2021. Quella notte del 10 aprile di trent’anni fa, sulla banchina del porto di Livorno c’erano solo lui e i Vigili del Fuoco. Non era un caso. «Lui» è Massimo Sestini, fotografo e giornalista, ma soprattutto un testimone della nostra storia recente. Sestini, un pratese di 58 anni, ha raccontato l’arresto di Licio Gelli e gli scontri del G8, per fare due esempi. E quella notte venne svegliato da un alto funzionario della Polizia che gli disse, in sostanza: c’è una nave in fiamme al porto di Livorno. «Non ci pensai due volte. Mi vestii e andai lì», racconta. Sono nate così le foto esclusive che vedete in questa pagina, foto che all’epoca dell’incidente del Moby Prince (quando un traghetto con 140 persone a bordo entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, nella rada del porto toscano) fecero il giro del mondo. «Arrivai che era notte fonda – continua il fotoreporter – e le navi erano a sei o sette miglia di distanza. Non si vedeva nulla, come avrei fatto a riprendere la scena con la mia macchina fotografica?». Così come ha fatto tante altre volte Sestini si è «imbucato». Su un gommone dei Vigili del Fuoco, con uno stratagemma. «Arrivammo vicinissimi alla nave in fiamme, una cosa che non dimenticherò mai. E sì che nella vita ho raccontato di tutto, dalle tragedie aeree al dramma dei profughi. Ma non riuscivo a smettere di pensare che su quella nave c’erano più di cento persone carbonizzate». I soccorsi fervevano al largo, mentre negli scatti di Massimo Sestini l’alba toscana si annerisce di colonne di fumo provenienti dalle navi, scure come in certi dipinti di Turner. «Riuscii per primo – continua il fotografo – a procurarmi anche le immagini a bordo della nave. La mia sensazione? Di sgomento fortissimo, perché quel rogo in mezzo al mare mi sembrava assurdo. Tutto aveva un sapore irreale. Dopo tanti anni di carriera ci si abitua, purtroppo, al dolore, però quella scena mi è rimasta dentro. E penso di sapere anche perché. Perché all’epoca non eravamo inondati di immagini come avviene oggi, ma una foto aveva un impatto diverso, un peso molto maggiore. Era un documento fortissimo che raccontava, documentava qualcosa, non era solo un’immagine che ti colpisce». E queste immagini sono testimonianze dense, dolorose. Ci sono i corpi a terra che Sestini ha sfocato (una tecnica che si chiama sfocamento radiale) per rispetto delle vittime, ci sono i getti d’acqua dei soccorsi, c’è la veduta dall’alto che sentenzia la tragedia. Nelle parole del fotoreporter però c’è un senso di annichilimento, come avviene in quelle persone che hanno visto cose sovrumane. «Che cosa ricordo maggiormente di quella notte? – conclude – Forse il grande freddo. Faceva freddo, in quell’incendio».

Moby Prince, 30 anni dopo la tragedia. Orlando Sacchelli su Arno - Il Giornale il 9 aprile 2021. Un traghetto è appena partito dal porto di Livorno, diretto a Olbia. A bordo ci sono 76 passeggeri e 64 membri dell’equipaggio. È una tranquilla serata il 10 aprile 1991. Alle 22.25 si scatena la tragedia, dopo una collisione tra il traghetto e una petroliera. Dallo squarcio che si apre sulla petroliera Agip Abruzzo esce il petrolio, poco dopo una scintilla scatena l’inferno. Nell’incendio, che divampa a bordo del traghetto Moby Prince, muoiono 140 persone. Si salva solo una persona, Alessio Bertrand, 23 anni, il mozzo del traghetto. Ancora oggi, dopo 30 anni, rivive quel dramma con un senso di colpa: “Le immagini di quella notte mi passano di continuo davanti agli occhi, non trovo pace”, raccontò al Tirreno nel 2011. Ma ripercorriamo brevemente la sua esperienza di quel maledetto 10 aprile 1991. La nave alle 22.03 salpa dal porto di Livorno e lui, dopo aver portato la cena (dei panini) ai cinque ufficiali impegnati nella plancia di comando, torna nella saletta tv, a poppa, per vedersi un pezzo di partita: quella sera giocano Juventus e Barcellona, in Coppa delle Coppe. L’impatto con la prua della petroliera è forte: le lamiere della Moby Prince penetrano come un coltello nel burro nella cisterna numero 7 della petroliera, che contiene circa 2700 tonnellate di petrolio. Drammatico l’allarme lanciato dal marconista dal proprio trasmettitore Vhf portatile alle ore 22:25: “Mayday Mayday Mayday, Moby Prince Moby Prince Moby Prince, Mayday Mayday Mayday, Moby Prince! Siamo in collisione, siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Mayday Mayday Mayday, Moby Prince, siamo in collisione ci serve aiuto!”. Il mozzo Bertrand, dopo aver tentato disperatamente di darsi da fare, coordinando i soccorsi e aiutando chi stava peggio di lui, si mette in salvo aggrappandosi disperatamente ad una ringhiera di poppa. L’errore più grande che avrebbe potuto fare, gettarsi in acqua, fortunatamente lo evita: il petrolio già abbondante in acqua, infatti, avrebbe reso vano ogni suo sforzo. Un’ora e venti minuti dopo, arrivati i soccorsi, lo troveranno avvinghiato a quella ringhiera, disperato, solo in mezzo ai rottami fumanti, al fumo e ai morti. Nel frattempo i membri della petroliera Abruzzo, trenta persone, si erano messe in salvo tramite una lancia. A distanza di trent’anni ci sono ancora diversi lati oscuri. Perché nessuno, in Capitaneria di Porto, sentì quel Mayday? Perché si accorsero così tardi della tragedia e che la petroliera non aveva urtato una bettolina ma un traghetto di 130 metri pieno di persone? C’era o non c’era la nebbia quella sera, di cui qualcuno parlò? La cosa incredibile è che, come accertato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Silvio Lai,  se i soccorsi fossero arrivati in tempo, non concentrandosi solo sulla petroliera, oltre al mozzo altre persone presenti sulla Moby Prince si sarebbero potute salvare.

Moby Prince, 30 anni dopo mancano ancora verità e colpevoli. Ecco perché. Le Iene News il 07 aprile 2021. Il 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince si scontra con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Muoiono 140 persone nella più grave tragedia della storia della marineria italiana. Trent’anni dopo restano aperte ancora troppe domande, da causa e dinamica dell’incidente fino a quell’ora di ritardo nei soccorsi. Ve ne abbiamo parlato con Gaetano Pecoraro. Alle 22.25 del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince si scontra con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Si scatena l'inferno: muoiono in 140 tra passeggeri ed equipaggio nel rogo del Moby, si salva solo Alessio Bertrand, il mozzo del traghetto che era partito alle 22 in direzione Olbia. È la più grave tragedia della marineria italiana, che 30 anni dopo è ancora senza colpevoli e senza una verità certa su cosa è successo. Sui molti misteri e dubbi ancora aperti abbiamo indagato anche noi de Le Iene con il servizio di Gaetano Pecoraro che trovate qui sopra. Nello scontro la prua del traghetto squarcia una parte dell’Agip: il liquido altamente infiammabile si riversa sul Moby che si trasforma in un'immensa torcia. Restano varie e ancora aperte le ipotesi sul perché avvenne quell’incidente: nebbia, eccesso di velocità, un'esplosione, un guasto alle apparecchiature di bordo. Di sicuro i soccorsi arrivarono in ritardo: il traghetto fu individuato solo più di un’ora dopo, alle 23.35. Per i familiari delle vittime, che continuano a chiedere la verità, c’è stata dopo una lunga odissea di inchieste, processi e verità a volte distorte, a volte poi demolite. Ha indagato anche una commissione parlamentare. La relazione conclusiva ha escluso che la tragedia sia riconducibile "alla presenza della nebbia e alla condotta colposa avuta dal comando del traghetto" e ha ritenuto che l'allora inchiesta giudiziaria fu "carente e condizionata da diversi fattori esterni", che la petroliera si trovava "in zona di divieto di ancoraggio” e che il Moby ebbe un'alterazione nella rotta di navigazione. Quanto ai soccorsi, alcuni passeggeri potevano essere salvati ma durante le ore cruciali "la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di coordinare un'azione di soccorso". I familiari chiedono ora una nuova commissione bicamerale che possa proseguire i suoi lavori oltre la scadenza della legislatura. Con Gaetano Pecoraro vi abbiamo raccontato nel servizio del 2016 che vedete qui sopra i troppi misteri di questa vicenda. Ne ha parlato anche la commissione parlamentare: “Uno dei servizi della trasmissione Le Iene era dedicato alla tragedia del traghetto Moby Prince: il servizio cercava di approfondire alcune questioni ancora poco chiare agli occhi dell'opinione pubblica", ha dichiarato il presidente della Commissione, il senatore Silvio Lai. Il nostro servizio solleva dubbi in particolare su un punto: quello del carico della petroliera. Dalle registrazioni delle comunicazioni radio tra la petroliera Agip Abruzzo e i soccorritori, emergerebbe che a incendiarsi non sia stato il petrolio greggio ma della nafta, un derivato del petrolio utilizzato dai motori diesel. “Capitaneria, c'è la nafta incendiata in mare!”, dice il comandante della petroliera Agip. I soccorritori rispondono: “Cioè, che cosa è incendiato in mare? La nafta?”. “Sì, una nave ci è venuta addosso, la nafta è andata a mare e ha preso fuoco!”. La cosa è strana perché a riversarsi in mare sarebbe dovuto essere il greggio trasportato e non la nafta. Anche i soccorritori cercano di capire meglio: “Ma sta uscendo nafta da voi o dalla nave che è venuta addosso a voi?”. E il comandante della petroliera Agip risponde chiaramente: “Da noi”. Questo dato è confermato dalle condizioni del corpo dell’unico marinaio del Moby Prince morto per annegamento, a cui è stata trovata nafta nella trachea e sui vestiti. Da dove arrivava tutta quella nafta? Un'ipotesi viene sempre dalle registrazioni radio. Emerge infatti che a incendiarsi sia stato anche il locale pompe: “Sono Paoli, vedevo che dal locale pompe esce parecchio fumo”, dice il comandante della Sicurezza Agip ai soccorritori. Che rispondono: “È il locale pompe, c'eravamo proprio noi a tirarci dell'acqua sopra”. Il punto fondamentale è che, se la petroliera stava pompando fuori nafta, vuol dire che lì ci doveva essere un'altra imbarcazione che la stava ricevendo. E se lì c'era una terza nave, magari è per la sua presenza imprevista e non per la nebbia che il traghetto non è riuscito a evitare la petroliera. La Commissione parlamentare, del resto, parla in più punti di un ostacolo che avrebbe “portato il comando del traghetto a una manovra repentina per evitare l'impatto, conducendo tragicamente il Moby Prince a collidere con la petroliera”. Anche in città, a Livorno, proprio l’eventuale presenza di una terza imbarcazione nella dinamica di quella strage è una delle ipotesi di cui si parla più spesso. Ed è purtroppo, trent’anni dopo, soltanto uno dei molti dubbi e punti che restano irrisolti e che si spera un giorno potranno essere chiariti. Per quelle 140 vittime e per i loro familiari, che non hanno mai smesso di lottare chiedendo verità e giustizia. “Noi lotteremo fino in fondo per sapere la verità su questa vicenda”, dice a Gaetano Pecoraro nel servizio qui sopra Luchino Chessa, figlio di Ugo comandante del Moby Prince e presidente dell’Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime Moby. “Se non saremo noi saranno i nostri figli e se non saranno i nostri figli saranno i nostri nipoti, ma non ci fermeremo mai”.

 “Li hanno lasciati morire”. Dopo trent’anni la strage del Moby Prince è ancora senza colpevoli. I soccorsi lenti, i depistaggi, il rogo distruttivo smentito dalle fotografie di oggetti risparmiati dalle fiamme. La procura di Livorno riapre il caso su 140 morti senza giustizia. Sara Lucaroni su L'Espresso il 7 aprile 2021. Scena di una vacanza spensierata in barca a vela: una delle foto risparmiate dal rogo della Moby e ritrovata perfettamente integra. «Una buona parte erano cotti. Il ferro del traghetto ha riscaldato la carne, l’ha arrostita, ma non l’ha bruciata. Le due persone ritrovate in sala macchine, dove non è mai arrivato niente, sono state soffocate dai fumi e anche loro cotte ma dopo parecchie ore». Loris Rispoli, presidente dell’associazione “140”, non è cinico, tiene solo vivida l’enormità rivoltante di un torto. È per non alleggerire di un grammo il peso del male, gratuito per le famiglie delle vittime e ineluttabile e senza responsabili per la giustizia, fatto a 140 innocenti, tra cui sua sorella Liana, commessa della boutique di bordo. «Parlo poco di lei, mi sento di offendere tutti gli altri. Scusa ma sono molto chiaro nelle mie cose. Io sono quello che ha mandato a quel paese il comandate della Capitaneria Sergio Albanese. Disse che Livorno gli doveva essere grata perché aveva salvato la stagione turistica». Se gli dicono «sei la memoria storica del Moby» tace perché gli passano davanti le rose che muoiono piano anche loro, sull’acqua della banchina del porto di Livorno per l’anniversario. Poche ore dopo accusa un malore ed è in gravi condizioni. Sfiancato da anni di battaglie per la verità contro un muro di gomma. Giulio Borrelli in conduzione al Tg1 che parlò di equipaggio distratto perché guardava Juve-Barcellona. Le “veline” della Capitaneria. I periti, negligenze così grosse da sembrare studiate, indizi che non sono mai prove, i magistrati, le incazzature, la campagna #iosono141, la fatica della memoria in Italia. Il traghetto della flotta Navarma “Moby Pince” era diretto ad Olbia. Il 10 aprile 1991 alle 22.25, pochi minuti dopo la partenza, entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, squarcia la cisterna 7 e si incendia. I familiari delle vittime la chiamano da trent’anni «strage». La Procura di Livorno guidata da Ettore Squillace Greco, invece, la ipotizza solo da due anni, nella terza inchiesta sull’incidente: unico reato non prescritto. È stato dopo la pubblicazione delle 492 pagine di relazione dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince”. Perizie nuove, quasi 70 audizioni, carte mai lette prima hanno smontato una verità basata sull’inchiesta sommaria svolta da chi era indagato, la Capitaneria. Ora resta da portare in tribunale l’alibi, «sono tutti morti in mezz’ora», che servì sia a chi quella sera in rada a Livorno doveva nascondere responsabilità sia a chi, semplicemente, doveva nascondere qualcosa. «Il fatto che fossero tutti morti era una deduzione logica», ha spiegato l’ammiraglio Albanese ai senatori. E poi, «com’era possibile trovare una via di accesso per andare dentro a prendere i passeggeri visto che non c’era una via di fuga dall’interno?». Francesco Sanna, autore e giornalista che sul Moby ha girato un documentario e scritto un libro, classifica le carte della vicenda per il progetto “Armadio della memoria” della Regione Toscana: «È stata una narrazione tossica. L’architrave di tutto sono i tempi di sopravvivenza a bordo. Lì nessuno è morto per un trauma cranico. Accettare il rischio morte vuol dire che io accetto che tu in quel contesto possa morire e non agisco per evitarlo, questo è già un reato». Per la commissione, la Capitaneria non coordina i soccorsi, non tenta di spegnere l’incendio a bordo. Non cerca il Moby. Tutte le imbarcazioni partite spontaneamente da Livorno andarono sulla petroliera che nulla fece per indirizzarle sul traghetto, «una bettolina». Un’ora e mezzo dopo l’incidente, «una nave in fiamme» la trovano per caso due ormeggiatori: appeso alla balaustra c’è l’unico sopravvissuto, il mozzo Alessio Bertrand. Gli attribuiscono le frasi «ci sono persone ancora vive», e «sono tutti morti», lui nega quest’ultima da sempre. L’Italia se lo ricorda bestemmiare dal predellino dell’ambulanza. Alle 3.30 un rimorchiatore fa salire in scarpe da ginnastica un marinaio per agganciare un cavo e trainare il Moby in porto. L’ammiraglio Albanese intanto parla ai media di nebbia fitta in rada, di fiamme che circondavano a corona il traghetto, di petroliera in posizione regolare. Alle sette il cameriere Antonio Rodi viene ripreso da un elicottero dei carabinieri sul ponte di poppa. È riverso, con i vestiti intatti, accanto a corpi già carbonizzati. Lo carbonizzeranno le lamiere roventi. Alle 9, in mare, venne recuperato il barista Francesco Esposito annegato non nell’Iranian light dichiarato dalla petroliera ma nella nafta e con l’orologio fermo alle 6. Al porto, col Moby coi motori ancora accessi, i vigili del fuoco ci entrano il 12 aprile. Novantuno corpi, molti col giubbetto salvagente e le valige, sono nel salone DeLuxe, l’area con le porte tagliafuoco: il personale li aveva messi in sicurezza in attesa dei soccorsi. Gerhard Baldauf e il motorista Giovanni Abbattista sono integri nella sala macchine. In uno dei garage ci sono impronte di mani sulla fuliggine. Ci sono scatole intatte nella zona bar, cabine non toccate dal fuoco, strumentazioni e bocchette antincendio integre. Le nuove perizie registrano che alcuni avevano percentuali fino al 91% di monossido di carbono nel sangue, quindi avevano vissuto molto più di mezz’ora respirando gas e fumi: i periti dei primi pm si concentrano sul loro riconoscimento e non sull’individuazione delle cause della morte. «Non sono qui per fare documentari, anch’io voglio andare fino in fondo». Francesco dall’inizio fa parte del team di sette amici e professionisti che lavora sul caso Moby e che ha il merito di «far dialogare le fonti», i documenti in possesso dei due comitati dei familiari. «Soldi non ce ne sono, ma se ti va sei con noi» gli rispose Gabriele Bardazza, il coordinatore e titolare di uno studio di ingegneria forense incaricato dai fratelli Chessa, i figli del comandate del Moby Ugo Chessa, per opporsi all’archiviazione della seconda inchiesta, nel 2010. Per i giudici non è credibile «lo scenario da battaglia navale condito da prospetti di guerra tecnologica», in merito alla presenza di navi militarizzate americane impegnate in operazioni di carico e scarico di armi ed esplosivi della Guerra del Golfo diretti verso Camp Darby e un presunto «mercato nero» notturno in rada. E suggeriscono di rassegnarsi ad una tragedia «che bisogna accettare». «Lì ho deciso che non avrei mai fatto passare liscia questa cosa. Hanno fatto passare il Moby per un banale incidente stradale», dice Angelo Chessa dell’associazione “10 aprile”. «Mio padre rimane solo nel mio cuore. So che era uno dei migliori comandanti della marineria mercantile italiana. Era alla Navarma per stare più vicino a casa, noi abitavamo a Cagliari. Venne scelto per varare ai cantieri Benetti di Viareggio il “Nabila”, il più grande yacht del mondo, nel 1979». L’unico collegamento tra ipotetici traffici illeciti e Moby lo dà l’ex Sismi in un grafico allegato ad una nota desecretata sul faccendiere Giorgio Comerio. Si intitola «Traffici illeciti internazionali: materiale bellico recuperato, scorie nucleari ed armi», ed è del 3 aprile 2003. Bardazza analizza le registrazioni radio del canale 16 Vhf utilizzato per i soccorsi e identifica grazie alla voce del capitano greco Theodossiou che la nave col nome in codice “Theresa” è la militarizzata Gallant II, fuggita dalla scena appena appreso dell’incidente. Se ne scopriranno altre due in rada, sette in totale. Sanna scova un video dei primi istanti dopo l’incidente: è girato a 11 chilometri di distanza con un’ottica telescopica. Viene identificato il punto esatto dell’incidente: la petroliera è in divieto di ancoraggio. E non era arrivata dall’Egitto partendo cinque giorni prima: la Lloyd List Intelligence la vede prima a Fiumicino e poi a Genova. L’accertamento sul suo vero carico è più complicato: le indagini al terminal egiziano Sidi el Kedir si stoppano dopo il caso Giulio Regeni. Il 18 giugno 1991 Navarma (con un’assicurazione delle Bermuda) si accorda con Eni-Snam-Agip: non si attribuiranno a vicenda responsabilità. La seconda paga i costi per l’inquinamento e otterrà il dissequestro in sette mesi. La prima si accolla subito i risarcimenti per evitare azioni di rivalsa. Il Moby dal 1990 era assicurato per «rischi guerra». Valeva 7 miliardi di lire, ma viene liquidato per l’intera polizza, 20 miliardi nel 1992, a indagini preliminari in corso e con Achille Onorato (padre di Vincenzo, il vero armatore) indagato. Lui, ma anche il comandante della petroliera Renato Superina e Albanese non finirono mai alla sbarra: i loro sottoposti sì e vennero assolti. «Ho incontrato questo tale che chiaramente è un malavitoso, ha chiesto due miliardi per parlare [ ...] ma bisogna vedere noi, ...se è il caso di farlo arrestare. [...] Mi ha detto che l’esplosivo era a bordo e ce ne era tanto, era semplicemente nascosto forse da tanto tempo, occultato, messo lì da uno della nave. [...] Avevo il dovere di dirvelo perché abbiamo mosso queste cose che io reputo essere cose sgradite e quell’esplosivo che era sul Moby faceva parte di alti quantitativi mafiosi, sicuramente.. [...]». È parte della conversazione avvenuta nel novembre 1994 registrata da Franco Lazzarini, allora presidente di un’associazione di familiari, poi sciolta, e contenuta in un fascicolo mai approdato in Commissione. Accende una luce sulle cause dell’esplosione nei locali di alloggiamento dei motori elettrici delle eliche di prua, accertata dalla Criminalpool nel 1991. Le prime perizie la attribuirono al gas sprigionato. Ci sono tracce di esplosivo «ad uso civile», scrive però il Capo del dipartimento della pubblica sicurezza Parisi in un appunto inviato all’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Ma riaccende anche le ipotesi investigative che pongono organizzazioni criminali a conoscenza, se non con un ruolo, in traffici illeciti. Ne parlò il pentito di ’ndrangheta Francesco Fonti. Nel giugno scorso è stato ascoltato anche un altro pentito, Filippo Barreca. Oggi sul mistero Moby indaga anche la Direzione distrettuale antimafia di Firenze.

Moby Prince, 30 anni fa la tragedia: cosa accadde davvero e quali misteri restano da scoprire. Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera l'8 aprile 2021. La notte del 10 aprile del 1991 a 2,7 miglia al largo del porto di Livorno un traghetto e una petroliera si scontrarono. Nella più grande sciagura della marineria italiana si salvò solo un mozzo. Indagini, commissioni d’inchiesta e processi non hanno fugato i dubbi. Quella notte del 10 aprile di trent’anni fa in Piazza della Repubblica, un ponte larghissimo diventato un’agorà del centro di Livorno, accadde qualcosa di inquietante e misterioso. Una strana nuvola scura avvolse per qualche minuto il panorama. Erano da poco passate le 23.30. Un’ora prima a 2,7 miglia al largo del porto un traghetto e una petroliera erano entrati in collisione e stavano bruciando. Un’immagine, anch’essa simbolo insieme ai rottami fumanti delle navi, dell’epilogo della tragedia del Moby Prince, la più grande sciagura della marineria italiana con 140 vittime (tra questi bambini e neonati) e un solo superstite Alessio Bertrand, un giovane mozzo che ancora oggi non è riuscito a capire come è riuscito a salvarsi. Che cosa era quel manto nero che avvolse parte della città? Nebbia o il fumo dell’incendio delle due navi? Oppure un mix di nebbia e vapore acqueo provocato dalle fiamme del dopo collisione?

Gli interrogativi. Ancora oggi, a 30 anni esatti, questi interrogativi non hanno una risposta certa. Come ancora non si riesce a dare una spiegazione a quella catastrofe del mare che coinvolse un traghetto da poco salpato da Livorno per raggiungere Olbia e l’Agip Abruzzo, una petroliera ancora nella rada dello scalo marittimo toscano. La collisione avvenne alle 22.25 e sui motivi, ancora inspiegabili, si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Si pensò che a causarlo fosse stata la nebbia, con testimoni che giurano che ci fosse e altri che parlarono di visibilità ottima. Si lanciarono illazioni su una improbabile disattenzione dell’equipaggio del Moby perché a quell’ora andava in onda la semifinale di Coppa Uefa tra Juventus e Barcellona. S’indagò su una possibile e improbabile bomba perché furono ritrovate tracce di semtex, un esplosivo al plastico usato da mafiosi e terroristi. E ancora di guasti al timone e ai dispositivi di bordo che avrebbero condotto il traghetto su un’altra rotta.

I processi e le nuove indagini. I tre processi non hanno chiarito i dubbi e solo una commissione parlamentare d’inchiesta, decine di anni dopo, ha dato nuovi impulsi alle indagini che la procura di Livorno ha riaperto nel 2018. «È stata una strage e dunque, come ha riconosciuto la procura di Livorno, può essere ancora perseguita perché non è prevista per questo reato la prescrizione», commentò allora Carlo Alberto Melis Costa, legale dei familiari delle vittime. Che depositò un esposto nel quale s’ipotizzava non solo un dolo eventuale ma anche diretto sulle responsabilità della tragedia. Nella denuncia si parlava anche di un’esplosione di gas prima della collisione all’interno della nave accertata dalle analisi dei periti. E vi si leggeva che «resta singolare la circostanza che la Moby Prince fosse l’unica nave assicurata dall’armatore per danni da terrorismo». Le nuove indagini, ancora in corso, si concentrarono su presunte gravi omissione nei soccorsi (con una ipotizzata sottovalutazione della sciagura dell’allora comandante della capitaneria di porto) e su eventuali carenze nelle dotazioni interne della nave, tra queste un sistema antincendio disattivato, mancanza di maschere antigas. Ma ci si interessò anche di tentativi di manomissioni dopo la sciagura al timone e soprattutto di un colossale depistaggio. Che spinse i familiari delle vittime a presentare un secondo esposto, stavolta alla procura di Roma, ipotizzando un tentativo di bloccare la commissione parlamentare d’inchiesta con false testimonianze e prove a discolpa inesistenti.

La nuova commissione d’inchiesta. Adesso ci sarà una nuova commissione d’inchiesta. Non sarà bicamerale come in tanti avevano chiesto ma di Montecitorio e cercherà di svelare i misteri di quella collisione quasi impossibile. Per averla si sono battuti Luchino e Angelo Chessa, figli di Ugo, il comandante del Moby Prince morto in plancia, che guidano l’associazione 10 Aprile-Familiari vittime Moby Prince Onlus, e Nicola Rosetti, vicepresidente dell’associazione dei 140 familiari vittime Moby Prince. Restano per ora le conclusioni della prima commissione parlamentare presieduta dal senatore Silvio Lai. Nella quale si escludono colpe da parte dell’equipaggio e del comandante Ugo Chessa, che morì sulla plancia di comando e anche la presenza della nebbia. E si evidenzia la posizione in zona di divieto della petroliera Agip Abruzzo e un’alterazione della rotta del Moby Prince. Ma le conclusioni che ancora oggi fanno rabbrividire sono sulla carenza dei soccorsi. Potevano essere salvati alcuni passeggeri? La risposta, nero su bianco, è stata affermativa. Alcuni passeggeri potevano sfuggire alla morte ma «la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di coordinare un’azione di soccorso». Un’ora dopo la sciagura non si sapeva ancora se la collisione avesse coinvolto l’unico traghetto passeggeri partito dal porto livornese.

De Falco. Sarebbe bastato tracciare la sua rotta per capire che cosa stava accadendo. Trascorsero più di sei ore prima che si organizzasse un effettivo coordinamento di soccorsi per salvare i passeggeri e l’equipaggio del Moby Prince. Il motivo? Tutte le operazioni erano concentrate sull’Agip Abruzzo. A testimoniarlo davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare fu Gregorio De Falco, il comandante oggi parlamentare diventato famoso per il suo «torni a bordo…» al comandante della Costa Concordia Francesco Schettino. De Falco raccontò che la sera del disastro furono disattese le più elementari regole di buonsenso nei soccorsi e da Livorno e La Spezia non partirono quei mezzi (elicotteri, squadre di avvistamento da terra, navi, ecc.) che forse avrebbero potuto salvare vite umane. E invece per alcune ore il Moby Prince, di cui non si riuscì neppure a stabilire l’identità, non venne neppure cercato e tutte le unità si diressero e furono dirette verso la petroliera. In più, senza elementi di valutazione concreti, si decise che sul traghetto non ci potevano essere superstiti e dunque non si salì neppure a bordo.

Il disastro del Moby Prince, 30 anni senza verità. Le nuove carte: «La Capitaneria fermò i soccorsi: sono tutti morti». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 9 aprile 2021. Due nuove inchieste, una parlamentare e una in procura, per far luce su misteri e omissioni dello scontro tra il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo che fece 140 morti. Il figlio del comandante Chessa: «Trattati in modo vergognoso, ma ne è valsa la pena». Quando è già tempo di memoria senza che mai sia stata fatta giustizia, ecco che dall’armadio spuntano delle novità. Anche trent’anni dopo, anniversario tondo, che poi è la ragione dell’attuale e temporaneo fascio di luce su uno dei più misconosciuti misteri italiani. Pensiamo di sapere tutto, della tragedia della notte della Moby Prince. Dieci aprile 1991, il traghetto che si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo all’uscita dal porto di Livorno. Centoquaranta morti. Un processo da operetta. Nessun responsabile. La ricerca della verità lasciata solo ai familiari delle vittime. Come se quella tragedia immane dovesse essere destinata a restare una questione privata. È stato così fin dall’inizio. Ancora nel 2017, la Commissione parlamentare di inchiesta, che ha svolto un lavoro importante, si dichiarava stupita del fatto che molte dichiarazioni rese durante le audizioni fossero «convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell’accaduto».

Bugie e falsità. Una montagna di bugie, di omissioni e di falsità. Non importa se costruite per coprire negligenze oppure segreti internazionali, resta una pagina orrenda della nostra storia recente. Oggi sappiamo che la nebbia «tropicale, che tutto avvolgeva» fu un evento «sopravvalutatissimo» come riferì un perito di allora alla Commissione. Sappiamo che la Agip Abruzzo si trovava nel triangolo d’acqua all’uscita del porto, zona con divieto di ancoraggio per non intralciare il percorso delle altre navi. «La petroliera non doveva essere lì», titolava La Nazione il 15 aprile 1991. Quell’articolo è l’unico a non essere mai stato inserito nella vasta rassegna stampa allegata agli atti del primo processo. Ma ci sono volute due decadi abbondanti per dimostrarlo, grazie al lavoro sull’archivio satellitare svolto Gabriele Bardazza, l’ingegnere milanese che da anni presta consulenza al Comitato delle vittime. Pensiamo di sapere, e invece non sappiamo niente, perché fino a quando non salta fuori una prova, una pezza di appoggio, anche le evidenze dei fatti rimangono allo stato di pure ipotesi.

La tragedia e i soccorsi. Prendiamo uno degli snodi fondamentali della vicenda. I soccorsi furono disastrosi, un tragico trionfo di lentezza, incompetenza e in seguito di opacità. Succede che la Regione Toscana istituisca un armadio della memoria, per non dimenticare le stragi della Moby Prince, di Viareggio e della Costa Concordia. Un bravo archivista cataloga ogni documento. Dalla cartelletta di un avvocato del primo processo, emergono fogli che mai erano finiti agli atti. Sono firmati dai vertici del Comando operativo dell’Aeronautica militare, che riepilogano attimo per attimo la notte del 10 aprile 1991. Loro erano pronti a intervenire. Alle 00.10 la Capitaneria di porto, che secondo la legge è responsabile dei soccorsi, dà l’allarme. Probabile collisione tra due petroliere, nessuna notizia sui dispersi. La nostra aviazione si attiva subito. Stanno per levarsi in volo mezzi dalle basi di Linate, Istrana e Ciampino, al massimo un’ora e cinquanta minuti il tempo di intervento dalla base più lontana, «comprensivo dei 30 minuti di approntamento».

Alessio Bertrand: l’unico superstite del disastro della Moby Prince. Ma quegli aerei ed elicotteri, nove in tutto, non partiranno mai. Alle 00.17 la Capitaneria di porto dice che non c’è bisogno, «comunicando che da quello che si sapeva i naufraghi erano morti, nella zona c’era nebbia, che la Marina stava provvedendo». Mezzanotte e 17. Mezz’ora prima, sulla tolda della Moby Prince viene ritrovato vivo quello che diventerà l’unico superstite della strage, Alessio Bertrand, il mozzo, che all’epoca aveva solo 23 anni. E da allora non ha mai smesso di ripetere la stessa versione dei fatti. «Molti dei miei compagni potevano essere salvati. Ma nessuno li andò mai a cercare. E nessuno ha mai pagato per questo». La Marina militare, che secondo la Capitaneria di Porto aveva preso il comando delle operazioni, arrivò sulla scena del disastro la mattina dopo. Quella comunicata all’Aeronautica fu una inesattezza, o forse peggio. Con un tale livello di caos, con indagini giocate in casa e al ribasso, tese a dare la colpa a un uomo solo, il comandante della Moby Prince Ugo Chessa, che tanto non poteva più parlare, una volta caduto il velo delle menzogne sono fiorite tesi di ogni genere. Già la sera del 12 aprile 1991 si sapeva che nel locale eliche di prua, proprio sotto il garage, era avvenuta una esplosione.

L’analisi dei reperti. Ancora oggi non c’è sicurezza sul fatto che fosse dovuta a una miscela di gas frutto dell’urto tra le due navi, e non già il risultato di un esplosivo ad alto potenziale, come sostenne una discussa perizia degli esperti della procura, che nel 1992 salirono sul relitto. Il consulente della Commissione Paride Minervini scrive che «al fine di fugare i molti dubbi», sarebbe necessaria una analisi dei reperti ritrovati in tribunale, «per la ricerca delle tracce di esplosivi alla luce delle nuove tecnologie». Cosa fare, lo deciderà, il procuratore di Livorno.

La nuova indagine. C’è un nuova indagine per strage, a carico di ignoti. Ci sarà anche una nuova commissione di inchiesta, proposta da Pd, M5S e Lega, per far luce sulle cause della collisione, sul mancato coordinamento dei soccorsi. E su come sia stato possibile questa nebbia durata 30 anni. C’è da capirlo, Angelo Chessa, figlio del comandante, che ha dedicato la vita a ridare l’onore a suo padre ricostruendo quel che era davvero successo quella notte. «Ho dato tutto, e rifarei tutto. Ci è capitato di essere trattati in modo vergognoso nella aule di tribunale, di venire liquidati con una alzata di spalle. Ma ne è valsa la pena. Perché infine tutti hanno capito. Abbiamo una verità storica. Adesso sarebbe bello avere anche una verità giudiziaria».

·        Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 7 maggio 2021. Il pilota del volo MH370 della Malaysian Airlines, scomparso nel 2014, ha pianificato attentamente la sua traiettoria di volo in modo da non lasciare indizi. È quanto scoperto da una nuova ricerca. L'8 marzo del 2014 il Boeing 777 della Malaysian Airlines scomparve dagli schermi radar mentre volava da Kuala Lumpur a Pechino. Morirono 239 persone tra passeggeri e personale di bordo. Nonostante quattro anni di ricerche internazionali, costate 200.000 dollari, su oltre 1.200 mq il relitto dell'aereo non è mai stato trovato. Il mare ha restituito alcuni detriti alle Mauritius, in Madagascar e in Tanzania. L'ultimo, una parte dello spoiler alare, è stato ritrovato ad agosto in Sudafrica e ha spinto le autorità a chiedere una nuova ricerca. La teoria più accredita è che il pilota, Zaharie Ahmad Shah, depresso, si sia deliberatamente schiantato in mare. Le nuove scoperte sembrano confermare questa versione. L'ingegnere aerospaziale Richard Godfrey ha mappato i movimenti finali del volo attraverso i dati del Weak Signal Propagation (WSPR), un sistema radio globale che traccia gli aerei. «La traiettoria di volo sembra ben pianificata ed evita rotte di volo commerciali. Il pilota sembra non preoccuparsi del consumo di carburante ma è molto attento a non lasciare tracce». «Il numero significativo di cambi di rotta e la velocità suggeriscono che ci fosse un pilota attivo durante il volo», ha detto Godfrey. «La pianificazione è molto dettagliata e mostra una mentalità che punta ad eseguire nel modo corretto il piano fino alla fine». Un rapporto pubblicato da un gruppo indipendente di esperti ha ipotizzato che i detriti siano stati spazzati via dall'aereo durante un'immersione incontrollata ad alta velocità. Con la nuova traiettoria in mano e l'analisi della deriva oceanica, gli esperti credono di aver individuato il luogo dello schianto in un'aerea a ovest di Cape Leeuwin, nell'Australia occidentale, nota per i canyon del fondale oceanico e le montagne sottomarine.

Il mistero irrisolto del volo Malaysia Airlines MH370. Cosa è successo al volo Malaysia Airlines MH370: tutte le ipotesi, dal dirottamento al cedimento strutturale fino a un possibile suicidio. Paolo Mauri - Dom, 04/04/2021 - su Il Giornale. È notte a Kuala Lumpur, capitale della Malesia. Il cielo è sereno. Un Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines sta rullando sulla pista del Kuala Lumpur International Airport. Sono le 00:32 dell'8 marzo 2014, il volo ha il codice MH370. La radio in cabina gracchia: “... clear taxi to holding point Alfa One One runway Three Two Right via sandard route hold short of Bravo” (si tratta di gergo aeronautico del controllo di terra per guidare l'aereo verso la pista di decollo, che si possono tradurre in "autorizzato per rullaggio sino a punto di attesa Alfa Uno Uno, pista Tre Due Destra seguendo tragitto standard, attendere al punto Bravo", ndr). La torre di controllo dà le ultime indicazioni. A mezzanotte e quaranta, il Boeing 777 viene autorizzato al decollo e due minuti dopo spicca il volo dalla pista 32 destra dell'aeroporto malese diretto a Pechino, dove avrebbe dovuto arrivare alle 06:30. Fariq Hamid, il primo ufficiale, si trova ai comandi dell'aereo. Ha 27 anni. Il volo di quella notte sarebbe stato di addestramento per lui, l'ultimo: presto avrebbe ottenuto la certificazione e avrebbe potuto passare a comandante. Il pilota in comando, Zaharie Ahmad Shah, ha 53 anni ed è uno dei comandanti più anziani della Malaysia Airlines. Sposato e con tre figli adulti, possiede due case, e nella sua prima abitazione ha installato un elaborato simulatore di volo Microsoft. Lo usa spesso e spesso pubblica su forum online il suo hobby. Nella cabina di pilotaggio Fariq porta rispetto per il suo superiore, assumendo un atteggiamento oltremodo deferente nei suoi confronti, ma Zaharie non è noto per essere prepotente. Nella cabina oltre ai due piloti ci sono 10 assistenti di volo, tutti malesi. A bordo 227 passeggeri, tra cui cinque bambini. La maggior parte di essi è di nazionalità cinese, mentre tra gli altri si contano 38 malesi e, in ordine decrescente, persone provenienti da Indonesia, Australia, India, Francia, Stati Uniti, Iran, Ucraina, Canada, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Russia e Taiwan. Il decollo è senza storia. La torre di Lumpur autorizza l'MH370 a salire a 18mila piedi (5400 metri) 53 secondi dopo il decollo, indicando di seguire la rotta per il waypoint Igari. Alle 00:46:58 locali il Boeing malese viene autorizzato a salire al livello di volo 250 (FL250), ovvero a 25mila piedi (7600 metri). Alle 00:50:08, sempre la torre di Kuala Lumpur autorizza il volo a salire ulteriormente sino al livello di volo 350 (35mila piedi) mentre alle 01:01:17 il comandante riferisce che si è stabilizzato all'altitudine stabilita mantenendo la quota. Una trasmissione un po' insolita, perché superflua in uno spazio aereo controllato da diversi radar in cui si comunica quando si lascia un livello di volo, non quando lo si raggiunge. Ma nella torre di controllo nessuno ci fa caso. Alle 01:19:30 Kuala Lumpur trasmette: “Buona notte Malaysian Tre Sette Zero”. Questa è stata l'ultima trasmissione radio registrata dall'MH370. Il volo però resta visibile sui radar civili e militari. L'MH370, come si vede dai tracciati, passa per il waypoint Igari 01:20:31. Successivamente il “blip” della posizione radar del Boeing scompare alle 01:21:13, e poco dopo il radar del controllo del traffico aereo di Kuala Lumpur e quello di Bangkok registrano quella che in gergo viene chiamata “caduta del segnale” alle 01:21:13 di quell'8 marzo. In quel momento il volo MH370 è 3,2 miglia nautiche oltre il waypoint Igari. Un radar militare mostra il ritorno della traccia del Boieng mentre vira a destra, ma poco dopo, facendo una virata costante a sinistra verso una rotta di 273 gradi, vola verso sudovest, verso il radiofaro Kota Bharu. Le osservazioni dei radar militari in particolare forniscono un contesto e uno sfondo per altri eventi relativi al volo MH370 durante la “virata”: dalla perdita di contatto all'ultima osservazione radar primaria, mentre il velivolo si stava dirigendo chiaramente verso il Mare delle Andamane, a ovest della Malesia. Un “blip” ritenuto essere l'MH370 viene infatti osservato dalle 01:21:13 sino alle 02:22:12. In questo lasso di tempo il Boeing modifica alcuni parametri del suo volo: dalla rotta, che varia tra gli otto e i venti gradi, alla quota, che passa da 31mila piedi a 39mila, sino alla velocità, che aumenta da 451 nodi sino a 529. Alle 01:37:59 si trova nei pressi del radiofaro di Penang e cambia ancora direzione mettendo la prua per 255 gradi, aumentando ancora la velocità sino a 571 nodi e facendo quota sino a 47500 piedi. Alle 01:52:31 oltrepassa l'isola indonesiana di Penang continuando nel suo volo verso sudovest. Dalle 02:01:59 alle 02:03: 09 si trova vicino a Pulau Perak e il radar militare nell'area lo identifica a un'altitudine di 4800 piedi. Poi alle 02:03: 09 il “blip” dell'MH370 scompare una prima volta, per poi ricomparire tra le 02:15:25 e le 02:22:12 a circa 195 miglia nautiche da Butterworth, stavolta a una quota di 29500 piedi. In quel momento l'aereo di linea si sta dirigendo verso il waypoint Mekar sull'airway N571 quando scompare definitivamente: sono le 02:22:12 e il Boeing 777 coi colori della Malaysia Airlines si trova a 10 miglia dopo il waypoint Mekar, a nord-est della punta settentrionale di Sumatra, mentre si stava dirigendo a nordovest verso il Mare delle Andamane. Ma non è finita. Alle 03:41:00 la stazione di terra Inmarsat, attraverso l'ausilio di dati satellitari Satcom, indica che l'aereo in quel lasso di tempo stava viaggiando verso sud. Quindi a un certo punto tra le 02:22:12 e le 03:41:00 l'MH370 ha cambiato direzione e ha virato a sud. Il volo però continua. Risulta infatti che solo dopo sei ore l'aereo abbia effettuato una discesa ripida fino a cinque volte maggiore di una normale velocità di discesa, come evidenziato dai dati radar doppler. L'aereo quindi sembra essersi letteralmente “tuffato” nell'oceano, probabilmente perdendo pezzo prima dell'impatto per via dell'alta velocità di picchiata. A giudicare dalle prove elettroniche, questa manovra del Boeing non è stata un tentativo controllato di ammaraggio: l'aereo dunque si è schiantato in mare. I soccorsi si attivano con colpevole ritardo: nonostante il volo fosse sparito letteralmente dai radar intorno alle due del mattino, l'allarme viene lanciato solo alle 06:32. Le prime operazioni di ricerca e soccorso si sono concentrate sul lato orientale della Malesia peninsulare, intorno all'ultima posizione nota del velivolo. Vengono mobilitati aerei, elicotteri, navi, e avvisato persino il personale delle piattaforme petrolifere che si trovano nell'area. Ma stanno cercando l'aereo nella zona sbagliata. Il 15 marzo 2014, sulla base dei dati compilati dal Joint Investigation Team (Jit) andato formandosi nel frattempo e composto da esperti e specialisti di Malesia, Cina, Usa, Regno Unito e Francia, il primo ministro della Malesia annuncia che le operazioni di ricerca nella parte orientale e occidentale della Malesia peninsulare sono sospese. Gli esperti finalmente avevano redatto una nuova area di ricerca, comprendente i corridoi nord e sud. Dal 18 al 23 marzo la ricerca aerea si sviluppa lungo il corridoio di volo meridionale e viene coordinata da Malesia e Indonesia. Una seconda ricerca in superficie delle probabili aree di impatto lungo un arco di volo che arriva in pieno Oceano Indiano viene coordinata dall'Australian Maritime Safety Authority dal 18 marzo al 28 aprile. Uno sforzo enorme, che coinvolge molte nazioni come Cina, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Regno Unito e Stati Uniti d'America. L'oceano viene setacciato per 42 giorni, effettuando 345 sortite di volo pari a 3177 ore, in una area vasta più di 4,7 milioni di chilometri quadrati impiegando 28 velivoli, sia civili che militari, oltre a navi mercantili e da guerra. Ma del Boeing 777 non viene ripescato nemmeno un singolo pezzo. Il volo MH370 sembra essere stato letteralmente inghiottito dalle profondità marine. Passano i mesi, anzi gli anni, e proprio il mare comincia a restituire i primi resti: un pezzo di flap, qualche giubbotto di salvataggio. Si sono sparsi in balia delle correnti su un'area vastissima arrivando a toccare l'Africa e il Madagascar, ma non aiutano a capire le motivazioni del disastro. A gennaio del 2017 ogni ulteriore ricerca viene sospesa. Per sempre. Nemmeno il risultato della commissione di inchiesta ufficiale chiarisce il perché della perdita del Boeing 777. Frattanto però si scatena una ridda di ipotesi che vanno dalle più serie, che parlano di possibile dirottamento, a quelle più fantasiose, che suggeriscono l'intervento di esseri provenienti dallo spazio, passando per un possibile abbattimento da parte di caccia statunitensi, per fermare l'esportazione in Cina di un qualche tipo di tecnologia militare segreta. La maggior parte sono fantasie generate da menti di mitomani, ma quella del dirottamento sembra non essere esclusa da subito. Però gli eventuali dirottatori, per impadronirsi dell'aereo, avrebbero dovuto aprire un portello del pavimento della piccola cucina di bordo dal basso, salire una breve scala, eludere l'equipaggio di cabina così come il video di sorveglianza ed entrare nella cabina di pilotaggio prima che uno dei piloti potesse trasmettere una chiamata di soccorso. Molto improbabile. Così come è improbabile che un assistente di volo tenuto in ostaggio possa aver utilizzato la tastiera della porta per consentire l'ingresso improvviso senza far scattare un allarme. Inoltre per quale scopo avrebbe avuto luogo il dirottamento? Soldi? Politica? Pubblicità? Un atto di guerra? Un attacco terroristico? Qualsiasi dirottatore esprime richieste (che non ci sono state) o comunque, se si tratta di un atto terroristico, esso viene rivendicato. Il governo malese con il sostegno di esperti internazionali pubblica l'esito della commissione d'inchiesta a luglio del 2018. Il risultato finale è che “la squadra di esperti non è in grado di determinare la vera causa della scomparsa di MH370”. Un buco nell'acqua quindi, anche se l'analisi minuziosa ha permesso di escludere guasti ai sistemi di bordo o un cedimento strutturale (che viene definito “difficile da attribuire”), per via della regolare manutenzione (certificata) effettuata sul velivolo prima del suo ultimo volo. La commissione stabilisce anche che non è stato possibile stabilire se l'aereo fosse pilotato da persone diverse dai piloti, ma che la virata verso sud è stata probabilmente effettuata mentre l'aereo era sotto il controllo manuale e non dell'autopilota. Sebbene non si possa escludere in modo definitivo che un cedimento dell'aeromobile o un malfunzionamento di qualche sistema di bordo possano aver causato il disastro, sulla base delle limitate prove disponibili, è più probabile che quanto accaduto sia avvenuto per “intervento umano”, anche perché dalle note di carico l'MH370 non trasportava alcuna merce pericolosa. Cosa è accaduto? La commissione di inchiesta si limita a riferire che solo il cambiamento nella traiettoria di volo è probabilmente il risultato di input manuali, ma il forte sospetto è che quanto accaduto sia imputabile a un gesto volontario del pilota anziano, il capitano Zaharie Ahmad Shah. Risulta infatti che Zaharie negli ultimi tempi fosse spesso solo e triste. Sua moglie si era trasferita, abbandonandolo, e viveva nella seconda casa della famiglia: il comandante pare avesse una relazione extraconiugale che negli ultimi tempi si era parecchio "raffreddata". Per sua stessa ammissione agli amici, trascorreva molto tempo a camminare nelle stanze vuote del suo domicilio, aspettando così che passassero i giorni tra un volo e l'altro. Un suicidio causato da depressione? Non sarebbe la prima volta nella storia del volo, ma la verità in questo caso è sepolta in fondo all'Oceano Indiano insieme al relitto del Boeing 777 e alle sue scatole nere, che non sono mai state recuperate.

·        L’affaire Modigliani.

L’AFFARE MODIGLIANI: TRAME, CRIMINI, MISTERI ALL’OMBRA DEL PITTORE ITALIANO. Francesca Lauri su Il Corriere del Giorno il 21 Maggio 2021. Un libro che sembra la bozza di una sceneggiatura di un film. “L’affare Modigliani” ha prodotto l’apertura di nuovi procedimenti penali e supportato indagini già in corso, come ad esempio quelle relative alla mostra di Genova, dove sono state sequestrate ventuno delle quaranta opere attribuite al pittore Amedeo Modigliani. “Segui il denaro, non gli uomini” diceva l’indimenticabile magistrato antimafia Giovanni Falcone. Ed anno dopo anno la sua lezione è sempre più che valida. Su questa strada si sono mossi la giornalista, Dania Mondini e il criminologo, Claudio Loiodice, prendendo Modigliani come paradigma per indagare il lato oscuro del mondo dell’arte: il fenomeno di falsi e riciclaggio. Quello del traffico d’arte è sicuramente un settore a basso rischio di responsabilità penale ma molto redditizio. Un libro che sembra la bozza di una sceneggiatura di un film. “L’affare Modigliani” ha prodotto l’apertura di nuovi procedimenti penali e supportato indagini già in corso, come ad esempio quelle relative alla mostra di Genova, dove sono state sequestrate ventuno delle quaranta opere attribuite al pittore Amedeo Modigliani. La Senatrice Margherita Corrado, dal libro ha tratto spunto per presentare tre interrogazioni parlamentari. “Sentivano di aver trovato la pista giusta per scavare nei misteri, in un sistema che finisce per umiliare l’arte, per sfruttare gli artisti, riciclare denaro sporco. In loro ho visto l’ansia di investigazione” dice il Senatore Pietro Grasso, già presidente del Senato della Repubblica ed Ex Procuratore Nazionale Antimafia, che li ha sempre sostenuti ed è l’autore della postfazione. Dopo la pubblicazione del libro sono seguite denunce e minacce e a distanza di due anni, continuano le intimidazioni verso gli autori. Tanto che, da ultimo sono radicati due procedimenti penali presso la procura di Trento, la provincia in cui ha sede la tipografia del libro. Ogni capitolo ha come titolo la scena del crimine e nel ricostruire i fatti gli autori non hanno risparmiato nomi di politici, istituzioni, critici e altri personaggi del mondo dell’arte. Tra questi ultimi, quello maggiormente coinvolto è Christian Parisot che, dopo essere divenuto illecitamente proprietario degli Archivi, avrebbe autenticato opere false. Di fatto, gli archivi di un artista sono fondamentali per il mercato: consentono di ricostruire la vita, di risalire alla sua produzione. Chi li possiede ha un grande potere: quello di certificare le opere. Modigliani quando morì, non lasciò un archivio. Fu la figlia Jeanne che decise ad un certo punto di raccogliere tutto e per poi donarlo, con un dubbio atto, a Christian Parisot. Perizie calligrafiche e indagini sul patrimonio mai fatte, hanno alimentato i sospetti degli autori. Allo stesso modo l’indagine sulla morte di Jeanne, di cui nel libro si fanno ipotesi che la ricollegano al ritrovamento delle tre sculture false di Modigliani in un canale di Livorno. Un caso frettolosamente archiviato, come una burla. “Gli Archivi nel 2006 erano stati ceduti al patrimonio nazionale italiano da Laure Nechtschein, nipote e unica erede di Amedeo Modigliani, come risulta da documenti che abbiamo acquisito presso la Soprintendenza. Con un accordo sospetto tra Christian Parisot e la mercante d’arte Mariastellina Marescalchi erano poi definitivamente ‘volati’ all’estero” spiegò Dania Mondini in una intervista all’ Agenzia Ansa. Dopo averli ritrovarti, gli autori hanno ricostruito le tappe della loro esportazione illegale dal nostro Paese: ora sono nel porto franco di Ginevra in Svizzera, dove la polizia cantonale li ha bloccati. Sono seguite intimidazioni, querele temerarie come quella che minacciava Parisot, e poi il suo avvocato svizzero, attraverso la stampa elvetica. Si leggerebbero delle finalità intimidatorie, a detta degli autori anche negli ultimi due procedimenti penali presso la procura di Trento. Del resto quello delle querele temerarie, non è un problema nuovo ma anzi è un fenomeno in crescita, volto ad ostacolare il diritto di cronaca e di critica. In occasione dell’ultima presentazione online, il Presidente di Federazione della Stampa Giuseppe Giulietti ha ricordato proprio che “è un tema importante di cui la Federazione della stampa ed Articolo 21 si occupano da anni – e poi a difesa dell’inchiesta, ha continuato – il libro ha uno stile di scrittura limpido, senza retorica, dialettico. C’è una sentenza della Corte di Cassazione chiamata a decalogo del buon giornalismo che recita quali sono i criteri perché sia fondata una inchiesta come un libro: continenza, verosomiglianza, raccolta delle fonti”. “Il libro documenta, si sofferma sugli elementi della conoscenza nel tempo, con citazioni di fonti e di sentenze. Cerca di liberare Modigliani dalla beffa, dal mito, dalle bugie e dalle speculazioni. Un lavoro di scrittura che si fonda sulla trasparenza. La liberazione – ha sottolineato Giulietti – è l’elemento essenziale per giustificare il lavoro dello scrittore e del giornalista. In sede di giudizio di “querele bavaglio”, il pregresso, la biografia di chi l’ha scritto, non può essere rimosso, come invece è avvenuto nel rinvio a giudizio. Le sentenze della Corte Europea dicono che, in ogni caso se il giornalista lavora su un argomento di rilevanza sociale o interesse pubblico, questo dato è prevalente sul singolo errore. Tutto questo nel libro c’è. Eppure il libro è stato querelato. E si è deciso con una rara celerità. Una celerità che non ha riscontro per le minacce rivolte verso i cronisti. Questo è preoccupante. Stanno aumentando le querele verso i libri inchiesta – ha concluso Giulietti – tutto questo per dire che questo libro risponde pienamente ai criteri dell’art 21 della Costituzione: scritto con libertà per dare informazioni aggiuntive a donne e uomini che vogliono sapere“. “L’ esperienza di Dania e Claudio ha fatto riflettere – ha aggiunto Giuseppe Antoci, Presidente della Fondazione Caponnetto – non c’è stata mai una volta in cui dopo aver gioito si è terminato con una preoccupazione per aver scoperchiato l’ennesimo calderone in cui gli autori rischiano, con pressioni e intimidazioni”. Per questo come ha detto Beppe Giulietti, presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana “la solidarietà è importantissima in presenza di querele bavaglio, scagliate per intimorire ed è necessario rilanciare una battaglia per avere una legge”. Per Giuseppe Antoci, Presidente Onorario di Fondazione Caponnetto,si tratta certamente di “una inchiesta che deve continuare a vivere aldilà del libro”. Ad ogni modo, per lo Stato italiano, questa poteva certamente essere l’occasione di riappropriarsi e restituire la memoria di uno dei più grandi artisti della nostra storia perché come ha ribadito Dania Mondini “gli Archivi, sono una grande occasione di studio, hanno un valore storico oltre che artistico. Hanno un valore anche per il processo di Genova. Il materiale attualmente depositato presso il porto Franco di Ginevra è un materiale prezioso. Probabilmente il Ris avendo a disposizione la tavolozza di Modigliani, potrebbe decidere se le opere oggetto dell’inchiesta possono essere annoverate tra quelle dell’artista. Avrei sperato se non altro che questo libro avrebbe fatto recuperare l’archivio. Cosa che non è ancora accaduta”. Non sapremo mai se gli archivi torneranno a vivere. Non ci resta che sperare che ciò accada. Quello che è certo è che un danno all’immagine di Modigliani, porta con se un danno all’umanità intera, di riflesso a quello provocato ad un patrimonio culturale sottratto a chi pur volendo prendersene cura, si ritrova nella impossibilità di farlo. Un patrimonio culturale che dovrebbe essere motivo di vanto per noi italiani, specchio della nostra grandezza e che invece vive con il favore delle tenebre mentre chi vuol far luce viene messo sotto processo con una insolita velocità. 

·        L’omicidio di Milena Sutter.

È morto Lorenzo Bozano, il "biondino della spider rossa": era stato condannato per l'omicidio di Milena Sutter. Nadia Campini su La Repubblica l'1 luglio 2021. Stroncato da un malore mentre faceva un bagno in mare. Era in libertà condizionata da un anno. E' morto, per un malore mentre nuotava,  Lorenzo Bozano, il 'biondino della spider rossa' che fu condannato all'ergastolo per il sequestro e l'omicidio della 13enne Milena Sutter, figlia di un industriale. Il rapimento avvenne il 6 maggio del 1971, a Genova, all'uscita della Scuola Svizzera, in centro città. Il caso scosse l'Italia. Bozano finì subito nel mirino degli investigatori per alcune testimonianze oculari. Lui disse di essere stato davanti alla scuola ma negò il rapimento. venne arrestato quando gli investigatori trovarono il corpo a Priaruggia. Assolto in appello, il verdetto fu ribaltato in appello dove venne condannato all'ergastolo, pena confermata dalla cassazione nel 1976. Recentemente, in un colloquio con Il Secolo XIX, aveva detto: "Non voglio fare dichiarazioni anche per rispetto del dolore della famiglia Sutter. Se si chiede umanità per se stessi, bisogna offrirla anche agli altri". Erano i primi del maggio scorso, a 50 anni dal rapimento di Milena Sutter. Bozano era in regime di semilibertà dal 2019. Le vite di Milena Sutter, 13 anni, e Lorenzo Bozano, 25 anni, si incrociarono il 6 maggio 1971. Quella di Milena non proseguì, interrotta proprio dalla mano dell'uomo che quel tardo pomeriggio di primavera la rapì. La ragazzina, figlia di un industriale svizzero, venne uccisa il giorno stesso del sequestro, all'incirca tra le 18 e le 18.30, in una zona compresa tra i quartieri di Quarto dei Mille e Quinto al Mare, nel levante genovese. Il suo corpo venne ritrovato il 20 maggio da due pescatori dilettanti, a circa trecento metri dalla spiaggia di Priaruggia, a Quarto dei Mille. A incastrare Bozano, una "spider rossa", ma non solo: l'allora 25enne, una volta fermato, non riuscì a fornire un alibi che lo coprisse dalle 16.15 alle 19.45 e dopo le 22 del 6 maggio; inoltre, secondo quanto ricostruirono gli inquirenti, era considerato dal padre una persona problematica, tant'è che il genitore lo aveva denunciato alla Procura dei minorenni di Genova nel 1965, dicendo che lo riteneva capace di qualsiasi delitto. Il soprannome di 'biondino della Spider rossa' nacque perchè alcuni abitanti della via dove vivevano i Sutter dissero a un giornalista che scriveva del caso di aver visto un 'biondino' sostare nella zona in cui si trovava la villa degli industriali svizzeri, seduto su una spider rossa ammaccata; alcuni, inoltre, aggiunsero di aver notato la stessa auto nelle vicinanze della scuola frequentata da Milena nei mesi precedenti all'omicidio. Bozano però era ben diverso: aveva i capelli castani, una corporatura massiccia e appariva più vecchio della sua età.

L'inchiesta. La vicenda giudiziaria fu complessa: vennero trovati ventitrè indizi, ma nessuna prova di colpevolezza nei confronti di Bozano che, nel 1973 venne assolto in primo grado per insufficienza di prove. In appello però, nel 1975, il giudizio viene ribaltato: arrivò la condanna all'ergastolo con l'imputazione di rapimento a scopo di estorsione, omicidio con azione di strozzamento e soppressione di cadavere. La sentenza venne confermata dalla Corte di cassazione nel 1976. Poco dopo Bozano fuggì in Francia, poi in Africa e poi nuovamente in Francia. Qui, il 25 gennaio 1979 venne arrestato. Le autorità francesi negarono l'estradizione in Italia, ma venne espulso in Svizzera, dove la polizia cantonale lo condusse nel carcere di Ginevra il 22 ottobre. Poco dopo, le autorità elvetiche lo estradarono in Italia e incominciò a scontare la sua pena qui. Bozano venne rinchiuso nel carcere di Porto Azzurro, nell'Isola d'Elba, e poi - nel 1989 - ottenne la semilibertà. Beneficiando di permessi premio, creò un allevamento di polli a Porto Azzurro, ma anche per questa sua attività ebbe guai giudiziari. La Guardia di Finanza infatti gli contestò una multa di sei miliardi di lire per non aver dichiarato al fisco mezzo miliardo. Nel 1996 gli sono stati sospesi i benefici di legge. L'11 giugno 1997 ha tentato di molestare una ragazza di 16 anni, a Livorno, spacciandosi per poliziotto; per questo reato è stato condannato nel 1999 ad altri due anni di reclusione, e fino al 2002 non ha potuto più richiedere permessi. Bozano è stato posto in regime di semilibertà nel febbraio 2019. Ospite di una casa di accoglienza per detenuti gestita da un'associazione di volontariato, con mansioni di custode e segretario. E' morto mentre faceva il bagno all'Isola d'Elba. Aveva 76 anni. Cinquanta anni prima, dalle acque poco distanti del mar ligure, un altro corpo veniva restituito dalle acque, ed era quello della giovane Milena. 

Marco Gasperetti per il "Corriere della Sera" il 2 luglio 2021. È morto da uomo libero, anche se libero era solo a metà, Lorenzo Bozano, 76 anni, il «biondino della spider rossa» condannato all'ergastolo per l'omicidio di Milena Sutter, la figlia 13enne di un industriale svizzero trasferito a Genova. Bozano è morto mercoledì nuotando davanti alla spiaggia di Bagnaia all' isola d' Elba; ad ucciderlo probabilmente un infarto. Era uscito dal carcere, ottenendo la semilibertà nel 2019. Non aveva mai confessato l'omicidio di Milena, si era battuto inutilmente per la revisione del processo e non aveva mai chiesto perdono alla famiglia. «Sono vittima di uno dei più orribili errori giudiziari», aveva raccontato al Corriere della Sera, ma le prove, le testimonianze, hanno sempre raccontato un'altra storia. Il «biondino della spider rossa» stava scontando la pena dell'ergastolo nel carcere di Porto Azzurro, Isola d' Elba, dove tornava ogni sera. Milena, la sua vittima innocente, era scomparsa il 6 maggio del 1971 a Genova e fu ritrovata cadavere in mare due settimane dopo. Alcune testimonianze orientarono la bussola degli investigatori verso l'allora sconosciuto Lorenzo Bozano, un 26enne che amava farsi vedere su una sgangherata Alfa Romeo decappottabile. E quella spider rossa il giorno del rapimento di Milena passò ripetutamente davanti alla scuola della ragazzina e poi si fermò. Dalle perquisizioni saltò fuori un foglio con tre parole agghiaccianti: «affondare, seppellire, murare». Al processo di primo grado del 1973 il «biondino» venne assolto per insufficienza di prove. Sentenza ribaltata due anni dopo in appello e confermata nel 1976 in Cassazione. Lorenzo non finì ancora in carcere. Fuggì in Francia, in Africa e ancora in Francia. Sino a quando nel 1979 arrivò l'estradizione e Bozano finì nel penitenziario di Porto Azzurro, all' Elba. E qui la storia cambiò radicalmente. Lorenzo sembrava un altro uomo, completamente riabilitato. Giurava ancora di essere innocente, ma il ragazzo viziato e perditempo di un tempo era un ricordo. Partecipava alla vita sociale del carcere, era caporedattore della Grande Promessa, il giornale scritto dai detenuti. Ed era lui che parlava con i giornalisti, quando nel carcere si organizzavano iniziative e concerti. Era un leader che ispirava simpatia e persino fiducia. Ma le cose cambiarono ancora quando ottenne la prima semilibertà per lavorare fuori dal penitenziario. Un anno dopo il beneficio venne annullato perché l'ex «biondino» aveva infastidito una ragazzina al «parterre» di Livorno, un ex giardino zoologico. Dopo alcuni anni arrivò un nuovo beneficio e un nuovo annullamento per aver dato un passaggio sul furgone a una quindicenne. Ancora una ragazzina. Lui si sentì un perseguitato. «Ho visto quella figura sotto la pioggia: credevo fosse un ragazzo e mi sono fermato - raccontò al Corriere della Sera -. Credevo che, nonostante la semilibertà, potessi voltare pagina: lavorare in azienda con entusiasmo e non essere sempre rincorso dai fantasmi del passato». Poi nel 2019 di nuovo in semilibertà. E l'ultima nuotata nel mare trasparente dell'Elba. «Sono contento di non averlo mai incontrato in questi cinquant' anni - ha commentato Aldo Sutter, fratello di Milena -. Resta una persona che ha fatto molto male alla mia famiglia anche dopo la tragedia: gli esempi più sgradevoli sono quando si fece intervistare sotto casa nostra e le tante menzogne dette per cercare di riaprire il processo con fantomatiche prove».

Condannato all'ergastolo ma si era sempre professato innocente. È morto Lorenzo Bozano, il “biondino della Spider Rossa” condannato per il delitto di Milena Sutter. Antonio Lamorte su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Non aveva mai confessato il delitto di Milena Sutter. Lorenzo Bozano, 76 anni, per quel rapimento e per quell’omicidio fu condannato all’ergastolo. Sutter aveva 13 anni ed era figlia di un industriale di Genova. La ragazzina sparì nel nulla e fu ritrovata nel maggio 1971 due settimane dopo in mare. Bozano – che divenne il “biondino della Spider Rossa”, l’automobile che il giorno della scomparsa passò ripetutamente davanti alla scuola di Milena – è morto, all’Isola d’Elba, dove stava scontando la pena in semilibertà. Un malore lo ha colto mentre nuotava.

“Sono vittima di uno dei più orribili errori giudiziari”, ripeteva Bozano a ogni occasione. Gli investigatori si orientarono verso di lui dopo le dichiarazioni di alcuni testimoni, tra cui numerosi compagni di scuola di Sutter che lo avevano visto nei pressi della scuola frequentata dalla ragazza. La fantomatica “Spider Rossa” era un’Alfa Romeo sgangherata. Gli investigatori in una perquisizione trovarono un foglietto con tre parole scritte: “Affondare, seppellire, murare”. Milena Sutter aveva 13 anni ed era figlia di un industriale svizzero trasferitosi a Genova e attivo nel ramo dei detersivi. Frequentava la terza media di una scuola Svizzera. Scomparve all’uscita dell’Istituto, forse il migliore della città all’epoca, in anni in cui episodi simili non erano così rari in Italia. Ai familiari arrivò una richiesta di riscatto: “Se volete rivedere Milena viva portate 50 milioni nella prima aiuola di Corso Italia”. Il corpo della bambina riaffiorò dal mare della spiaggia di Priaruggia il 20 maggio. L’autopsia stabilì che era morta per strangolamento e che prima di essere buttata in acqua, appesantita da alcuni piombi, era stata seppellita. Bozano non aveva un alibi, era considerato un ragazzo viziato, perditempo, un mezzo vitellone. Un sub dilettante imparentato con gli armatori Costa. Il padre un paio di anni prima lo aveva denunciato in Questura definendolo “uno psicopatico capace di qualsiasi delitto”. Bozano ammise di trovarsi nei pressi della scuola quel giorno ma mai di aver rapito la ragazzina. Al primo grado del processo fu assolto per insufficienza di prove. Due anni dopo, in Appello, la condanna, confermata nel 1976 in Cassazione. Lui era fuggito intanto in Francia, e poi in Africa, e poi ancora in Francia. L’estradizione arrivò nel 1979. Era stato fermato in quanto stava guidando senza le cinture di sicurezza, in Francia già obbligatorie all’epoca. Fu quindi recluso nel carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. In cella Bozano continuò a professarsi innocente, partecipava alla vita del carcere, era caporedattore de La Grande Promessa, il giornale scritto dai detenuti. Quando nell’istituto di pena arrivavano i giornalisti era lui a parlare con loro. Il beneficio della semilibertà gli fu annullato in diverse occasioni per violazioni della misura. L’ultima volta gli venne concessa nel 2019, e la sera tornava sempre in carcere. È morto nuotando davanti alla spiaggia di Bagnaia all’Isola d’Elba. Forse per un infarto. Il suo caso e quello della 13enne di Genova sconvolsero per giorni l’opinione pubblica. “Non voglio fare dichiarazioni anche per rispetto del dolore della famiglia Sutter. Se si chiede umanità per se stessi, bisogna offrirla anche agli altri”, aveva dichiarato in un’intervista lo scorso maggio al Secolo XIX.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Sabrina scambiata per un cane e "smaltita" nell'inceneritore. Angela Leucci il 22 Aprile 2021 su Il Giornale. La vicenda di Sabrina Beccalli protagonista a Chi l'ha visto?: il corpo carbonizzato della donna, scambiato per un cane, è stato smaltito nell'inceneritore. Non si dà pace la famiglia di Sabrina Beccalli, la donna trovata morta nelle campagne di Vergonzana, frazione di Crema. Se n’è parlato nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”. È il giorno di Ferragosto 2020: dei residenti notano fuoco in una Panda poco distante dalla loro casa e chiamano i vigili del fuoco. Questi, dopo aver spento l’incendio, recuperano la targa e contattano i carabinieri, dicendo che all’interno della vettura c’è la carcassa di un cane. Ma non è un cane - la donna non avrebbe potuto possederne, perché a 4 anni fu colpita da un problema di salute che le impediva il contatto con animali - è Sabrina, per la cui morte è stato accusato un conoscente. Tuttavia non si può trovare riscontro nelle confessioni di quest’ultimo perché sul corpo di Sabrina, scambiato per quello di un cane e mandato all’inceneritore, non può essere eseguita un’autopsia. "L’indomani - racconta il legale della famiglia Beccalli Antonino Andronico a "Chi l’ha visto?" - il 16 di agosto, interviene l’autorità sanitaria locale, l’Ats, e interviene non il medico legale, come vorrebbe l’articolo 5 del regolamento di polizia mortuaria, ma interviene un veterinario”. E il veterinario compila una relazione, in cui si legge: "Dalle evidenze risulta che la carcassa animale ritrovata nell’auto è identificabile come animale della famiglia dei canini e del genere canis di non giovane età e non si riscontra la presenza di alcun microchip. […] Si lascia la carcassa in loco e si decide per il successivo smaltimento mediante ditta apposita”.

La vicina di Sabrina: "Urlava di aiutarla". Così i Beccalli iniziano a cercare Sabrina e si scopre che la sera prima della sua scomparsa aveva incontrato Alessandro Pasini, un conoscente. Intanto, all’alba, in città, una donna avverte delle grida d’aiuto disperate e poi dopo il silenzio: allerta i carabinieri, ma questi, non riuscendo a risalire alla provenienza delle urla udite dalla donna, se ne vanno. Le ricerche di Sabrina proseguono, con l’ausilio di carabinieri e protezione civile: viene perfino svuotata una vicina vasca di liquami agricoli. Un uomo, che vive nei pressi del luogo in cui la Panda di Sabrina è stata ritrovata, avverte che le sue telecamere hanno ripreso qualcosa di interessante. Si vede passare, di giorno, sulla strada adiacente al campo del ritrovamento, Pasini alla guida della Panda di Sabrina: viene riconosciuto dai tatuaggi sull'avambraccio. Poco dopo il conoscente ripassa, ma in monopattino. E ancora un altro passaggio, sempre in monopattino, ma di sera. Pasini confessa: in base al suo racconto Sabrina è morta a casa della sua ex ragazza, nel quartiere in cui la donna ha sentito delle urla all’alba. Pasini dice che è morta di overdose, dettaglio in contrasto con la vicina che invece sente delle urla ben precise. Pasini confessa anche di aver messo dentro la Panda Sabrina e di averle dato fuoco, ma non viene creduto, perché le autorità credono che sia stata trovata la carcassa di un cane. Ma i Ris trovano nell’auto carbonizzata resti umani che appartengono a Sabrina. “Mi sono sentita morire due volte - dice Simona Beccalli - Lui me l’ha uccisa e qui c’è stato un errore grandissimo. E qualcuno dovrà darci delle risposte perché adesso basta”. La redazione di “Chi l’ha visto?” non ottiene risposte dalla sezione Valpadana dell’ATM di Crema: il direttore dice che non può rilasciare interviste e rimanda alla direzione generale. Anche questa afferma di non poter rilasciare dichiarazioni, perché la vicenda è al vaglio dell’autorità giudiziaria. E il procuratore rimanda alla redazione il comunicato già diramato nei mesi precedenti. “Io ho solo rabbia - aggiunge il fratello di Sabrina Gregorio Beccalli - Io penso che un essere umano e un animale siano due cose diverse. E mia sorella è stata scambiata per un animale, non un essere umano”.

La vicina di Sabrina: "Urlava di aiutarla". Cristina Bassi il 23 Agosto 2020 su Il Giornale. Per il presunto killer sarebbe morta per droga. Si cerca il corpo in una cisterna. Ha urlato, chiedendo aiuto, Sabrina Beccalli all'alba del 15 agosto. Una vicina ha sentito le grida, mentre la donna poi scomparsa si trovava in compagnia di Alessandro Pasini nella casa della ex convivente di quest'ultimo. La testimone ha anche chiamato il 112, ma i carabinieri perlustrando le vie vicine non hanno riscontrato nulla di strano e si sono allontanati. Prende corpo grazie alle indagini coordinate dalla Procura di Cremona, sotto la guida del procuratore Roberto Pellicano, la ricostruzione delle ultime ore della 39enne di Crema sparita a Ferragosto e di cui ancora non si è trovato il corpo. Anche se l'arrestato, che è accusato di averla uccisa e di aver fatto sparire il cadavere, ha negato il delitto. Nell'interrogatorio di garanzia Pasini ha raccontato di aver passato la notte con Sabrina Beccalli a casa della propria ex (che era in vacanza), di cui aveva le chiavi. I due avrebbero consumato stupefacenti insieme, poi lui avrebbe tentato di avere un rapporto sessuale con l'amica senza riuscirci. Si sarebbe addormentato e risvegliato, trovando Sabrina riversa in bagno vittima di una overdose. Il 45enne, preso dal panico, nel primo pomeriggio del 15 agosto avrebbe caricato il corpo sulla Panda di lei e avrebbe deciso di bruciare tutto. Ha anche, è stato riscontrato, tagliato il tubo del gas della caldaia con l'intenzione di far saltare in aria la casa. Le telecamere di sorveglianza della zona di Vergonzaga lo hanno ripreso che si allontanava dal luogo dell'incendio con il proprio monopattino la sera stessa. Pasini ha insistito nel dichiarare che la carcassa carbonizzata trovata nell'auto è dell'amica morta accidentalmente. Ma ben due veterinari hanno concluso che si tratta dei resti di un cane. La versione dell'indagato è ritenuta «non credibile» dal gip Giulia Masci, almeno allo stato delle indagini. Le ricerche del cadavere da parte dei carabinieri continuano, in particolare in una vasca di liquami sempre a Vergonzana che è stata sequestrata e deve essere svuotata. Il giudice non ha convalidato il fermo del 45enne, per l'assenza del pericolo di fuga, ma ha disposto la custodia cautelare in carcere. Nell'ordinanza definisce l'indagato «lucido e spregiudicato», di «indole violenta» e «disposto a tutto». Nel presunto appartamento del delitto, alle 5 del mattino, Sabrina ha urlato, «con voce strozzata». La giovane donna ha gridato più volte: «Aiuto, aiuto, no». Un'invocazione, per gli inquirenti, non per chiedere soccorso all'amico a causa del malore, ma per provare a «interrompere un'azione in atto» e attirare l'attenzione di qualcuno esterno alla casa. Inoltre il gip sottolinea come sarebbe stato «molto più logico» da parte di Pasini far trovare il corpo, sul quale le analisi avrebbero potuto confermare la sua tesi sulla morte, piuttosto che farlo sparire. La soppressione, messa in atto in modo diverso da come ha raccontato l'uomo, avrebbe avuto come scopo quello di distruggere le prove di aver ucciso l'amica «con atto violento».

Gabriele Moroni e Pier Giorgio Ruggeri per “QN” il 30 ottobre 2021. Simona Beccalli esce nel cortile del Palazzo di giustizia. Sbatte la borsetta a terra. Dà sfogo a tutta la sua rabbia: «Maledetta legge italiana. Si salva, il disgraziato. L'ha uccisa, l'ha bruciata. Sei anni per avere ucciso una donna, una madre». Dal corridoio fa eco il fratello Gregorio, in compagnia dell'altra sorella, Teresa: «Legge italiana, vergognatevi». Nello stesso momento, l'uomo processato per l'omicidio della sorella di Simona, assolto con la più piena delle formule, muove i primi passi in libertà. Da qualche secondo, il giudice dell'udienza preliminare di Cremona, Elisa Mombelli, dopo una camera di consiglio durata poco più di un'ora e mezza, ha letto il dispositivo della sentenza. Alessandro Pasini è assolto dall'accusa di omicidio volontario perché il fatto non sussiste: non è stato lui, che oggi ha 46 anni, a uccidere Sabrina Beccalli, 39 anni, sua amica di antica data, all'alba del giorno di Ferragosto di un anno fa, a Crema, nell'alloggio di via Porto Franco dove abitava l'ex compagna dell'uomo. Assoluzione perché il fatto non sussiste anche per l'accusa di crollo di edificio (prima di allontanarsi dall'appartamento Pasini aveva tagliato il tubo del gas). L'uomo è stato condannato a sei anni di reclusione (nove anni, riduzione di un terzo per il rito abbreviato) per distruzione di cadavere (il corpo della donna dato alle fiamme nella sua Panda) e incendio pericoloso dell'auto. Il gup ha disposto l'immediata scarcerazione dal momento che l'ordinanza di custodia era per l'omicidio. Alessandro Pasini riassapora così la libertà dopo 14 mesi ed esce dal carcere di Monza. Il pubblico ministero Lisa Saccaro aveva chiesto una condanna a ventotto anni: trent'anni per l'omicidio, altri dodici per la continuazione con gli altri reati, sconto di un terzo per l'abbreviato. Aveva parlato di «disegno criminoso» per cancellare le tracce dopo l'omicidio, di «sconcertante assenza di scrupoli», di «fredda organizzazione». Da parte sua, Pasini ha sempre sostenuto (e dal gup è stato creduto) la tesi di avere trovato l'amica senza vita nella vasca da bagno, stroncata da un malore dopo un festino alla droga. Lui stesso era crollato in un sonno profondo dopo un mix di stupefacenti e alcol. Aveva poi sentito un forte rumore provenire dal fondo del corridoio, ma non era riuscito ad alzarsi dal letto e si era riaddormentato. Al risveglio, verso le cinque, aveva notato sul copriletto piccole macchie che aveva capito essere sangue. Si era messo alla ricerca dell'amica e l'aveva trovata riversa a testa in giù nella vasca da bagno, con il volto coperto di sangue. Sgomento, in preda al panico, aveva deciso di distruggere il cadavere col fuoco. Si inserisce qui una circostanza surreale e dolorosa che aveva segnato questo giallo dell'estate cremasca. Una volta ritrovato, nell'auto ridotta a un ammasso annerito di lamiere, il corpo carbonizzato era stato scambiato per la carcassa di un cane e distrutto in un inceneritore. Di Sabrina Beccalli e della sua vita bruciata erano rimasti soltanto minuscoli frammenti ossei.

·        Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Le urla, l'uomo elegante: quel delitto nel cuore della Dolce Vita. Angela Leucci il 4 Maggio 2021 su Il Giornale. Christa Wanninger fu uccisa in via Veneto a Roma il 2 maggio 1963: il suo omicidio sconvolse il jet set dell'epoca, per via delle sue frequentazioni importanti. Una giovane donna arriva in una grande città inseguendo un sogno. Arriva nella capitale del cinema, bellissima, senza un soldo e con grandi speranze. Viene uccisa in modo brutale, e il suo è all’apparenza il delitto perfetto. No, non è la storia di Elizabeth Short a Los Angeles, la Black Dahlia che ha ispirato letteratura e cinema: il suo nome era Christa Wanninger, era una giovane tedesca che da Monaco di Baviera si era spostata nell’altra capitale del cinema, Roma, per avviare una carriera come modella e nel mondo dello spettacolo. Ma trovò la morte a 23 anni sul pianerottolo di un condominio di via Veneto. È il 2 maggio 1963 e la storia di Christa è passata alla storia come uno dei “delitti della Dolce Vita”. Dietro al mondo patinato del jet set romano, venne commesso il suo efferato omicidio che, a differenza di quello di Elizabeth Short, non rimase però insoluto. “Christa è morta senza raggiungere il successo”, racconta a IlGiornale.it Fabio Sanvitale che, con Armando Palmegiani, ha scritto il libro “Morte a via Veneto” che raccoglie la storia di Wanninger e quella dei coniugi Bebawi che nel 1964 furono accusati di aver commesso un omicidio e nel 1968 furono condannati in appello in contumacia. "La vicenda dei coniugi Bebawi e quella di Christa sono storie accadute a pochi metri di distanza - prosegue Sanvitale - Il punto di contatto è che raccontano due facce della medaglia della Dolce Vita. Siamo abituati a pensare a essa come al jet set, le copertine, il benessere. Ma non c’erano solo i personaggi ricchi come i Bebawi, c’era anche Christa, una ragazza che arriva da Monaco di Baviera in cerca di fortuna e dorme dietro un separé nel corridoio di una pensione perché le stanze erano finite. Da un lato ci sono i Bebawi, straricchi che uccidono una vittima anche questa straricca. Dall’altro lato c’è Christa che arriva a Roma, combina un po’ di disastri sentimentali, trova un fidanzato con cui a fasi alterne litiga e si riappacifica. All’epoca le donne tedesche subivano il mito del maschio italiano, vitellone e gran seduttore, ovviamente benestante. Nella vita, scriveva William Shakespeare, ci sono grandi attori e grandi comparse. Ci sono i Bebawi e c’è Christa, che pranzava con un cappuccino, sperando che qualcuno la invitasse a cena".

La dinamica del delitto. È un giovedì pomeriggio sul presto. Christa ha appuntamento con un’amica e connazionale, un’ex ballerina tedesca fidanzata con un italiano, Gerda Hodapp. Gerda vive in un condominio di via Emilia, che ha un ingresso posteriore su via Veneto. Il condominio è custodito, c’è una portiera che però in quel momento si è assentata, chiedendo a una vicina di dare un occhio alla guardiola: deve dare alcune comunicazioni a una donna che vive in uno degli appartamenti.

Il luogo del delitto. Ma in pochissimi minuti si consuma una tragedia: una donna urla, un uomo elegante scende le scale, avvistato da ben sei testimoni, la portiera sale fino al piano di Gerda e trova Christa accasciata sul pianerottolo. Crede che si sia sentita male, ma sotto il corpo di Christa, che rapidamente perde conoscenza, si allarga una pozza di sangue, causata dai colpi di coltello vibrati dal suo aggressore.

Oltre alla portiera, altri condomini accorrono. E la prima cosa che fanno è suonare al campanello di Gerda, che però non apre. Christa viene trasportata in ambulanza, ma non c’è nulla da fare: in ospedale Christa viene dichiarata deceduta.

Il ruolo di Gerda Hodapp. Il primo passo degli inquirenti è raccogliere le testimonianze dei condomini. In fondo hanno sentito la donna urlare. Ma quello che interessa loro è ricostruire l’ambiente intorno a Christa, che i giornali dell’epoca descrivevano a torto come una “peripatetica”. Christa ha avuto sicuramente avuto molti uomini: possiede diverse agende con numeri di telefono che appartengono a persone importanti. Ma nessuna di loro è coinvolta nel suo omicidio.

E allora gli inquirenti puntano il dito su Gerda. Perché non ha aperto la porta all’amica che urlava nonostante la stesse attendendo? Pare che Gerda ammettesse persone in casa sua solo su appuntamento, perfino gli operai ingaggiati dal condominio avevano avuto difficoltà nell’accedervi. E allora gli inquirenti la torchiano, ricevendo solo risposte laconiche. La mettono anche preventivamente in galera, ma la misura non sortisce nessun effetto, anche perché Gerda è estranea all’omicidio di Christa. "Gerda - racconta Sanvitale - aspettava l’amica perché le aveva telefonato. Sappiamo che Christa non ha suonato il campanello ma ha gridato quando è stata accoltellata. Per questo Gerda non può dire di non aver sentito niente. Né può aver ignorato tutto quello che è successo dopo, la gente che è accorsa sul pianerottolo. Gerda ha sentito le urla strazianti dell’amica, è arrivata alla porta, ha capito che fuori stava succedendo qualcosa di drammatico e non ha aperto per paura. Dopo di che ha finto di dormire, perché non poteva dire che non aveva fatto nulla per impedire l’omicidio dell’amica".

L’uomo in grigio (o forse in blu). La cosa più interessante che gli inquirenti scoprono è la presenza nel condominio, nei momenti dell’omicidio, di un uomo elegante, che alcuni testimoni dicono essere vestito in abito grigio, mentre altri parlano di abito blu. C’è però una descrizione univoca del suo viso, così viene realizzato un identikit dell’uomo misterioso, che però non si trova, almeno nell'immediato. L’anno dopo però, nel 1964, il quotidiano Momento Sera viene contattato da un uomo. Si chiama Guido Pierri ed è un pittore di Aversa. Dice di essere in possesso di informazioni importanti sull’omicidio, anzi di essere il fratello del responsabile. Nella sua casa gli inquirenti trovano un completo blu, un coltello compatibile con le ferite che hanno ucciso Christa e una poesia, con la data e l’ora dell’omicidio, più alcuni diari decisamente eloquenti, benché in codice. Per gli inquirenti è stato lui. "Pierri è stato condannato con sentenza definitiva in uno dei processi più lenti della storia d’Italia - illustra Sanvitale - Viene condannato perché si tradisce da solo: nell’immediatezza del delitto scrive una poesia, aggiungendo l’orario dell’omicidio, le 14.30, quasi una confessione. Questo discorso è tornato in auge con il caso di Lidia Macchi, perché anche lì c’era una poesia di un compagno di scuola che fu indagato, ma c’era solo la poesia, e infatti chi la scrisse fu assolto. Nel caso di Pierri abbiamo la poesia che è molto indicativa e poi abbiamo i suoi diari. In questi diari descriveva le sue ossessioni, tra cui pedinare ragazze in maniera anche piuttosto casuale. Lui cercò di nascondere le sue incursioni utilizzando dei nomi in codice: un commissariato diventava un fortino, una ragazza francese di piccola statura diventava una microgallica. Usò una criptoscrittura che però i carabinieri riuscirono a decifrare e trovarono una ragazza francese di piccola statura che riconobbe in Pierri un uomo che le era entrato in casa mesi prima. Pierri aveva progettato dei delitti, come emerse in sede di perizia psichiatrica".

"Ammazzata con 29 coltellate" Un delitto che non ha un killer. Tuttavia Pierri viene rilasciato. Sono degli anni difficili e le prove vengono ritenute insufficienti, perfino l’identikit del suo volto, con il quale c’è un’innegabile somiglianza. "All’inizio Pierri viene arrestato - aggiunge Sanvitale - ma c’è un enorme problema e cioè che i diari decodificati dai carabinieri non vengono ritenuti una prova dal magistrato. Iniziano a fare a Pierri una perizia psichiatrica, ma dato che è a piede libero e la cosa inizia a cadere, lui smette di andarci dallo psichiatra. E addirittura gli restituiscono i diari. L’indagine si ferma. Riprende solo anni dopo ma su iniziativa privata". Le indagini riprendono infatti solo nel 1971 e nel 1978 Pierri viene assolto per insufficienza di prove. L’uomo viene condannato solo nel 1988: secondo la Cassazione è stato lui a uccidere Christa, ma non era capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Pierri resta però libero: avviatosi da tempo a una nuova vita, viene riconosciuto non pericoloso dalla giustizia italiana. Ma dai suoi diari emerge un dilemma inquietante.

L'identikit dell'assassino. Un serial killer mai scoperto? "Pierri aveva grossi problemi con la figura paterna - commenta Sanvitale in relazione al movente - Era convinto di dover riscattare la propria nullità attraverso gli omicidi: prendendosi la vita di una persona, esercitava il suo potere assoluto. Nella sua confusione mentale riteneva di poter dimostrare a se stesso di essere una persona adeguata". La giustizia ha quindi riconosciuto il pittore colpevole dell’omicidio di Christa, ma, stando ai suoi diari, Pierri aveva progettato di uccidere una misteriosa ragazza con il cappotto rosso sempre nella zona di via Veneto, ma non è Christa perché lei aveva un cappotto verde: nei diari ha scritto di essere salito con lei in ascensore, il che potrebbe rappresentare la medesima dinamica con cui avrebbe avvicinato Wanninger quel triste 2 maggio 1963. Pierri sarebbe potuto essere un potenziale serial killer? "È possibile che Pierri abbia commesso altri omicidi - dice Sanvitale - ma non ne ha parlato nei diari e quindi non abbiamo modo di ricollegarlo. I diari, che lui aveva gettato via, per fortuna erano stati ricopiati dai carabinieri e quindi si ritrovarono. Non si può escludere che abbia fatto altro e che non lo abbia scritto". I diari di Pierri, come per altri delitti, rappresentarono quindi una testimonianza fondamentale per comprendere il fatto criminoso. E al tempo stesso sono un topos: dalla Saponificatrice di Correggio ad Angelo Izzo, sono stati molti gli assassini a tenere una sorta di memoriale delle proprie “gesta”. "Per alcuni criminali, i diari rappresentano il piacere di raccontarsi, perché la scrittura è una forma di memoria e così possono rivivere il ricordo - conclude Sanvitale - Ma tutto dipende, se ad esempio c’è una patologia in atto, e quindi i diari possono essere infidi, come per la Cianciulli, che scrisse un memoriale lunghissimo e pieno di balle. Pierri ha raccontato la verità, anche se una verità nella sua testa. Altri omicidi l’hanno fatto perché richiesto dagli psichiatri, il diario è un mezzo di studio è valido a tutt’oggi. Per loro può essere a volte anche un modo per vantarsi, altre per giustificarsi, dipende anche da chi lo chiede il memoriale. A Pierri non l’aveva chiesto nessuno, quindi immaginiamo che sia stato molto onesto con se stesso". Nonostante i diari, Pierri ha sempre affermato di essere innocente e di averli scritti in un impulso letterario di ispirazione giornalistica.

·        Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

L'ombra di Messina Denaro sulla scomparsa dei Maiorana. Le Iene News l'11 giugno 2021. Ismaele La Vardera torna a parlarci della scomparsa dei Maiorana. Gli inquirenti hanno ipotizzato che siano stati uccisi e hanno indagato come mandante l'imprenditore Francesco Paolo Alamia, che sarebbe stato ricattato dallo stesso Maiorana. Secondo le dichiarazioni di un testimone, Alamia conosceva il boss Messina Denaro. Ricattando Alamia, Antonio potrebbe aver toccato gli interessi sia della mafia di Palermo che di quella di Trapani. L’inchiesta è stata però archiviata. Il nostro Ismaele La Vardera torna a occuparsi della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana. Nell’agosto del 2007 i due, padre e figlio, sono spariti nel nulla poco dopo essere andati a un importante appuntamento di lavoro. Nel primo servizio la Iena ha ricostruito la storia della loro sparizione e ha parlato con l’ex moglie di Antonio e madre di Stefano, Rossella, che ci ha confidato la sua speranza che il figlio sia ancora vivo e nascosto da qualche parte per paura. Stefano non è l’unico figlio che ha perso: un anno dopo quella scomparsa, anche il suo secondo genito Marco è morto gettandosi dal balcone di casa. Una morte che potrebbe avere a che fare con la scomparsa del fratello e del padre: prima di togliersi la vita, ha lasciato su un fumetto un’inquietante scritto. Parla di un ricatto che il padre avrebbe fatto a un importante imprenditore edile palermitano e di alcune prove che lui stesso avrebbe distrutto. Su tutta la vicenda aleggia la figura del boss mafioso Matteo Messina Denaro. In questo nuovo servizio, che potete rivedere in testa a questo articolo, Ismaele La Vardera approfondisce proprio l’ombra del boss sulla vicenda e il suo possibile ruolo in tutta questa vicenda. L’inchiesta è stata però archiviata dal gip di Palermo.

La scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana. Le Iene News l'11 maggio 2021. Il 3 agosto 2007 Antonio Maiorana, imprenditore palermitano, e il figlio Stefano di 23 anni sono spariti nel nulla. Da allora nessuno ha saputo quale sia stata la loro sorte: anche se molti propendono per il duplice omicidio, gli inquirenti non escludono un allontanamento volontario. Il nostro Ismaele La Vardera ci racconta questa storia e i molti dubbi che la circondano. Negli scorsi mesi dalle acque del Lago Garcia, in provincia di Palermo, sono riemersi i resti di due cadaveri. Rossella Accardo è una donna che a quei resti potrebbe essere legata. Nell’agosto del 2007 infatti suo figlio Stefano di 23 anni e il padre del ragazzo, Antonio Maiorana, sono spariti nel nulla poco dopo essere andati a un importante appuntamento di lavoro. Un mistero mai risolto. Da 13 anni Rossella spera che il figlio sia ancora vivo, nascosto per paura da qualche parte. Stefano non è l’unico figlio che ha perso: un anno dopo quella scomparsa, anche il suo secondo genito Marco è morto gettandosi dal balcone di casa. Una morte che potrebbe avere a che fare con la scomparsa del fratello e del padre: prima di togliersi la vita, ha lasciato su un fumetto un’inquietante scritto. Parla di un ricatto che il padre avrebbe fatto a un importante imprenditore edile palermitano e di alcune prove che lui stesso avrebbe distrutto. Su tutta la vicenda aleggia la figura del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Per cercare di far luce su questa vicenda bisogna parlare del padre di quei due ragazzi, Antonio Maiorana. “Amava definirsi un imprenditore”, racconta Rossella Accardo al nostro Ismaele La Vardera. Dopo la maturità inizia a lavorare con lo zio, un importante costruttore palermitano. Proprio sul lavoro Rossella e Antonio si conoscono. Le cose vanno bene, finché lo zio muore. “Venendo meno lui, tutto andò in malora”, racconta Rossella. Economicamente sono anni duri e Antonio prova più volte a mettere in piedi progetti imprenditoriali che però non decollano. Con il tempo il matrimonio va in crisi e i due divorziano. “Il 3 agosto 2007 un meteorite mi è arrivato addosso”, racconta Rossella ricordando il giorno della scomparsa di Antonio e del figlio Stefano. “Si erano recati all’isola delle Femmine, presso il cantiere dove si stavano costruendo 50 unità abitative”, racconta l’avvocato della famiglia. Tra i soci della società che costruiva quegli immobili c’era Francesco Paolo Alamia, personaggio importante per questa vicenda. “È un imprenditore che ha fatto un pezzo di storia dell’edilizia palermitana”, ricorda l’avvocato. “Ha una storia notevole”. Lui e Antonio si conoscono dai tempi in cui quest’ultimo lavorava per lo zio. In vent’anni hanno spesso lavorato insieme, anche come soci. Alamia venne indagato - e ora c’è una richiesta di archiviazione - per aver ucciso Antonio e Stefano: Rossella però ha un ricordo molto positivo dell’uomo. Com’è possibile che si fosse arrivati a quell’accusa? Prima di rispondere vediamo cosa sarebbe accaduto quella mattina: “Il fratello Marco non era contento che Stefano andasse a quell’appuntamento”, sostiene l’avvocato della famiglia. “Andarono a prendere un caffè in un bar lì vicino”. Poi “rientrati in cantiere, di lì a poco Stefano e Antonio si sono congedati”, ricorda Rossella. Si allontanano insieme a bordo di una Smart bianca “e si perdono le loro tracce”. Da questo momento in poi sarebbero accadute una serie di stranezze che cercheremo di raccontare. Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava è il fratello Marco. “Quella mattina Alamia chiama per chiedere notizie del padre”, racconta Rossella. “Marco prova a chiamarli ma non rispondevano”. Antonio e Stefano risultano introvabili. La compagna di Antonio, Karina, è la prima persona avvisata da Marco. Per comunicare la notizia della scomparsa del fratello e del padre alla mamma, il ragazzo avrebbe convocato a casa del padre e di Karina un amico di famiglia, che chiameremo Salvatore. Salvatore trova strano il luogo dell’appuntamento, perché da tempo i due fratelli vivevano in una casa per conto loro: “Appena arrivato la trovai Karina, insieme a un signore che non conoscevo, che maneggiavano la porta cercando di cambiare le serrature”. “Appena entrai Marco mi raccontò che dal giorno prima non aveva più notizie del fratello e del padre”, racconta Salvatore. “Era impaurito, alla fine del discorso mi chiese se lui e Karina avevano qualcosa da temere”. C’era qualcosa che Marco sapeva o intuiva di quella inspiegabile sparizione? Secondo il racconto di Rossella, dopo averlo invitato a casa, Marco avrebbe risposto di poter stare “solo con Karina in questo momento”. La notte tra il 4 e il 5 agosto la Smart viene trovata in un parcheggio dell’aeroporto, dei due però non ci sono tracce. Le telecamere di sorveglianza erano “spente”, ci racconta l’avvocato della famiglia. “Chi trasporta questa vettura probabilmente è a conoscenza che quelle telecamere sono spente”, dice ancora il legale. “Il capitano che mi interrogava mi disse: ‘lei lo sa, la zona, i Lo Piccolo…’”, racconta Rossella. I Lo Piccolo di cui avrebbe parlato il capitano sono Salvatore e Sandro, a quel tempo boss palermitani, il cui territorio si espandeva fino al confine della provincia di Trapani, il “regno” di Matteo Messina Denaro. “Col senno di poi ho realizzato che quella scomparsa veniva letta come un’azione criminale”, dice Rossella. A spingere in quella direzione ci sarebbe anche un messaggio anonimo che Marco avrebbe ricevuto sul suo telefono: “I Maiorana sono vittime di lupara bianca”. Nessuno sa però se quel messaggio fosse o meno attendibile. Gli inquirenti, sebbene ritengano come più probabile la pista del duplice omicidio, non escludono l’ipotesi di un allontanamento volontario. Rossella si aggrappa a quel pensiero, e giungono anche segnalazioni dall’estero che però si rivelano infondate. Ancora oggi Rossella crede che i due siano vivi. La notizia che i due corpi trovati nel Garcia non sono quelli di Antonio e Stefano da una parte tiene vive la speranza di Rossella, dall’altra allontana l’ipotesi di un processo. Ci sono ancora molte domande senza risposta: potete trovarle nel servizio di Ismaele La Vardera e Giulio La Monica qui sopra.

·        Il Mistero di Marta Russo.

Quel proiettile dalla finestra: così Marta è stata uccisa a 22 anni. Francesca Bernasconi il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il 9 maggio 1997 un proiettile colpì alla testa Marta Russo, studentessa dell'Università La Sapienza di Roma. Per la sua morte vennero condannati due assistenti dell'istituto. La sorella: "Non accetto che in alcune ricostruzioni si parli ancora di mistero". Erano le 11.42 del 9 maggio 1997. Migliaia di studenti si aggiravano tra i portici e i corridoi dell'Università La Sapienza di Roma. All'improvviso un tonfo echeggiò tra i vialetti interni dell'istituto e Marta Russo cadde a terra. Un proiettile l'aveva colpita poco sotto l'orecchio sinistro. Marta, 22 anni e iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, morirà quattro giorni dopo in ospedale e per la sua morte verranno condannati due assistenti universitari di Filosofia del Diritto: Giovanni Scattone, per omicidio colposo aggravato, e Salvatore Ferraro, per favoreggiamento. Si tratta di uno dei casi di cronaca che sconvolse l'Italia alla fine degli anni '90 e che è stato protagonista, ieri sera, della prima puntata di Crime Doc, una serie di cinque prime serate, in onda su Raidue, che ripercorre i grandi casi di cronaca italiani.

Lo sparo all'Università

Quella mattina Marta si era recata in università per trascorrere quella che avrebbe dovuto essere una giornata come tante. Ma alle 11.42, mentre camminava lungo un vialetto dell'istituto, al fianco dell'amica Iolanda Ricci, venne raggiunta da un proiettile, "proveniente da sinistra dall'altro, leggermente da dietro", come precisato dall'ultima sentenza di Cassazione, riportata da Misteri d'Italia. Il proiettile perforò l'encefalo, lasciando un piccolo buco proprio sotto l'orecchio sinistro. Marta cadde a terra vicino a un'aiuola che si trovava tra le facoltà di Scienze Statistiche e Scienze Politiche. I soccorsi trasportarono la ragazza già priva di conoscenza al vicino Policlinico Umberto I, dove arrivò in coma. Vi rimase per quattro giorni, fino al 13 maggio 1997, quando alle 22 i medici constatarono la morte cerebrale: il giorno dopo venne staccata la spina ai macchinari che la tenevano in vita e la ragazza venne dichiarata morta. I genitori Donato e Aureliana e la sorella Tiziana decisero di donare gli organi di Marta, prestando fede a un desiderio precedentemente espresso dalla ragazza. Nel frattempo gli inquirenti avevano iniziato ad analizzare la scena del crimine, per capire da quale punto fosse partito il colpo. Inizialmente venne individuato un bagno al piano terra della facoltà di Statistica e sotto la lente degli investigatori finirono i dipendenti della ditta di pulizie Pultra, dato che nel loro magazzino vennero trovati due vecchie cartucce. "Per l'individuazione della provenienza dello sparo - si legge nell'ultima sentenza della Cassazione -le indagini subito 'si appuntarono (...) sulla finestra n.7 del bagno disabili della facoltà di Statistica posto al piano terra, in prossimità del luogo del ferimento'".

L'aula 6 

Poi, dopo qualche giorno, il colpo di scena: l'attenzione si spostò sull'aula numero 6 della Sala Assistenti dell'Istituto di Filosofia del Diritto, "in seguito al rinvenimento sulla finestra destra n.4 di quell'aula di una particella composta da bario e antimonio, indicativa dello sparo". L'esame effettuato col puntamento laser confermò che il colpo partì da quella stanza, una tesi che verrà contestata durante i processi. Così nel registro degli indagati finirono decine di persone legate all'ateneo. Le prime rivelazioni vennero rilasciate da un'assistente di facoltà, Maria Chiara Lipari, che era entrata nella stanza due minuti dopo lo sparo, e Gabriella Alletto, la segretaria dell'istituto, che venne ritenuta presente nell'aula al momento del ferimento di Marta. A finire nel mirino furono due assistenti di Filosofia del Diritto e l'usciere dell'istituto, rispettivamente Salvatore Ferraro, Giovanni Scattone e Francesco Liparota. Iniziò così la trafila giudiziaria, che portò alla condanna di Scattone per omicidio e di Ferraro per favoreggiamento.

I processi

Il 1°giugno del 1999 la Corte d'Assise di Roma condannò i due uomini, sostenendo che Scattone, come pure Ferraro, "si trovava all'interno della sala assistenti (stanza n. 6) dell'Istituto di Filosofia del Diritto". Una delle prove, fortemente messa in dubbio, era costituita dalla testimonianza di Alletto, che inizialmente aveva negato di essere in quell'aula, ma che "il 14 giugno 1997 aveva improvvisamente cambiato versione", affermando di essere presente al momento dello sparo e di aver sentito un "tonfo" e aver visto un "bagliore". Disse che nella stanza c'erano anche i due assistenti e ricordò di aver visto Ferraro mettersi le mani nei capelli in segno di spavento. "Poi ho visto Scattone ritrarsi dalla finestra. Aveva qualcosa in mano, una cosa che brillava. (...) Ho visto qualcosa che brillava nelle mani di Scattone", dichiarò ancora la donna. In molti contestarono la testimonianza, sostenendo che Alletto venne sottoposta a numerosi interrogatori stressanti (13 volte in pochi giorni), nei quali inizialmente affermava di non essere presente in quella stanza, come mostrano le trascrizioni dell'interrogatorio dell'11 giugno 1997. Il processo di secondo grado, con la sentenza del 7 febbraio 2001, confermò la condanna per i due assistenti e aggiunse la condanna per favoreggiamento di Liparota, ma il ricorso in Cassazione annullò la sentenza, chiedendo un nuovo processo. Il 30 novembre 2002 la Corte d'Assise d'Appello sostenne: "La colpevolezza degli imputati deve essere confermata", per il rilievo probatorio delle dichiarazioni accusatorie di Aletto, per cui venne verificata "la piena attendibilità". Inoltre "l'alibi fornito da Salvatore Ferraro è risultato sostanzialmente falso", dato che lasciava scoperto il lasso di tempo tra le 11.17 e le 12.56. Anche "l'alibi di Giovanni Scattone evidenzia l'oggettiva inconsistenza, addirittura comprendendo l'ammissione della presenza nelle vicinanze". Per questo, stabilì il processo bis, "la valutazione conclusiva (...) si risolve nella conferma della dichiarazione di responsabilità dello Scattone (assolutamente privo di alibi) per l'omicidio di Marta Russo e per gli altri reati contestati", di Ferraro per favoreggiamento e di Liparota per favoreggiamento. Infine l'ultima sentenza della Corte di Cassazione confermò in via definitiva la condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione per Scattone e 4 anni e 2 mesi per Ferraro. Assolto invece Liparota.

I processi furono caratterizzati da numerose contese, tra perizie che arrivarono a diverse conclusioni e dichiarazioni messe in dubbio. Numerose persone, tra cittadini, giornalisti, avvocati e politici, ancora prima della sentenza di primo grado, firmarono una petizione per un esposto a favore degli imputati e negli anni successivi si formò un comitato per la difesa di Scattone e Ferraro. La complessità del caso, che sollevò un elevato interesse mediatico, portò a definire la vicenda come uno dei misteri di cronaca nera italiana, nonostante la condanna in via definitiva di due imputati."Non accetto che in certe ricostruzioni si parli ancora di mistero - ha precisato la sorella di Marta, Tiziana, come riportato dall'Ansa - Per i giudici di cinque gradi di processo i colpevoli sono loro". Marta era una studentessa che quel giorno, come tante altre, si trovava in università per studiare e provare a realizzare i propri sogni: "Voleva laurearsi per difendere i più deboli, era determinata, una studentessa modello", ha riferito ancora la sorella, che ha ritrovato dei diari di Marta, mostrati durante la trasmissione su Rai2. "È l'occasione per far uscire l'immagine di Marta dal caso di cronaca nera e farla diventare, una figlia, una sorella, un'amica".

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo ascoltando Vasco Rossi.

Il caso del 9 maggio 1997. Chi era Marta Russo, la studentessa di 22 anni vittima del delitto della Sapienza. Vito Califano su Il Riformista il 21 Ottobre 2021. Marta Russo scriveva sul suo diario di voler “essere felice in questa vita, e non in futuro, ma nel presente, per ogni attimo che vivo. Perché non so quanto potrò vivere e cosa ci sarà dopo”. È morta, uccisa, in uno dei delitti più clamorosi e misteriosi – per la dinamica e il seguito processuale – della recente storia italiana. Il delitto dell’Università della Sapienza a Roma. Era il 9 maggio 1997, alle ore 11:42, un colpo di arma da fuoco la colpì alla testa. Era una studentessa di giurisprudenza ed ex campionessa regionale di scherma. Aveva 22 anni, compiuti il 13 aprile precedente. Il proiettile era stato esploso da una pistola calibro .22, a punta cava, camiciato e composto da solo piombo. Russo stava passeggiando con l’amica Jolanda Ricci un vialetto nella Città Universitaria, tra le facoltà di Scienze Statistiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Il proiettile entrò nella nuca, dietro l’orecchio sinistro. Si spezzò in undici frammenti che le causarono danni irreversibili. Il colpo non esplose in un grande rumore, come se fosse stato sparato con un silenziatore. La ragazza fu soccorsa anche da uno zio, dipendente dell’Università, e trasportata al Policlinico Umberto I in coma. Il 13 maggio, alle 2:00, fu constatata la morte cerebrale. La famiglia – i genitori Donato Russo e Aureliana Iacoboni e la sorella Tiziana – deciso di donare gli organi: così aveva annunciato lei stessa dopo aver visto un servizio televisivo sul delitto di Nicholas Green. Il 14 maggio furono staccati i macchinari che la tenevano in vita e fu dichiarata morta. Ai funerali parteciparono circa 10mila persone, con Romano Prodi, Walter Veltroni, Luciano Violante tra gli altri. Il corpo venne seppellito al Cimitero del Verano. Le venne concessa la laurea alla memora dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e a memoria venne posta una targa commemorativa e furono intitolate alcune aule dell’università. Il caso rimase per anni sulle pagine dei giornali, nei talk show e nei tg. Le indagini e il processo che seguirono furono tra i più controversi nella recente storia italiana. Il documentario Marta – Il delitto della Sapienza, diretto da Simone Manetti, racconterà questa storia e la storia della sua protagonista su Rai2 in prima serata. Un prodotto per “raccontare al mondo la vita di Marta Russo e non più solo la sua morte” come ha raccontato la sorella della vittima Tiziana Russo. Per la prima volta si partirà dalle parole della ragazza, dai suoi diari ritrovati dopo anni dalla sorella. Un documentario, scritto da Emanuele Cava, Gianluca De Martino e Laura Allievi, con la partecipazione di Silvia D’Amico, che dà la voce a Marta e la supervisione di Fabio Mancini. Due le persone condannate, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, che continuano però a proclamarsi innocenti. Non venne mai ritrovata l’arma del delitto e la tesi del “delitto perfetto” venne accantonata. “Un racconto emozionale – ha raccontato il regista – per dire veramente chi c’era dietro la foto di Marta. Ci siamo avvicinati a tutto il materiale di repertorio e delle teche Rai, fondamentale per ricostruire anche l’aspetto sociale di quegli anni. Poi c’è il repertorio familiare più intimo, le fotografie e il cardine del progetto che sono i diari segreti di Marta: un mezzo non tanto per raccontare una persona ma cercare di avvicinarsi il più possibile a lei, come se fosse la persona stessa a raccontarsi”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Marta Russo, Roma 1997. Un colpo alle 11.42. Ripartiamo da chi c’era quella mattina.  Chiara Lalli, Cecilia Sala il 21 maggio 2021 su Il Corriere della Sera. Chi ha ucciso la studentessa di Giurisprudenza nel vialetto dell’università? Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro: così ha stabilito il processo nei tre gradi di giudizio. Ci sono però dubbi su questa ricostruzione (nata come podcast e ora diventata un libro). Uno dei romanzi più belli di Ellery Queen, La porta chiusa, racconta del delitto di Karen Leith: una vittima, una porta chiusa dall’interno e le sbarre alle finestre. L’unico altro accesso è dalla camera della figlia del promesso sposo della vittima, Eva. Sembra essere lei l’unica possibile colpevole, ma la soluzione sarà molto diversa. In questo caso non c’è una porta chiusa. C’è una stanza di un dipartimento universitario dove tutti possono entrare, due finestre davanti alle quali c’è un edificio con tante altre finestre da cui si può vedere cosa succede all’interno dell’aula. Sono dettagli importanti, soprattutto se l’intento è quello di compiere un delitto perfetto. Perché questa era l’ipotesi della procura: chi ha ucciso Marta Russo lo ha fatto solo per dimostrare la propria superiorità morale e il poter ammazzare senza essere scoperto, per un sinistro delirio di onnipotenza e per una specie di superomismo nietzschiano alimentato dallo studio di filosofi con troppo ego.

Filosofia e giustizia. Non basta di certo l’incongruenza della porta lasciata aperta per dimostrare che il delitto non sia stato compiuto in quella stanza, l’aula assistenti di Filosofia del diritto, ma forse basta per sospettare di un movente così letterario e così evanescente. Impossibile da dimostrare e da confutare. Nel 2003 la Cassazione ha condannato in via definitiva Giovanni Scattone per aver sparato dalla finestra di quell’aula e Salvatore Ferraro per essere stato il suo complice. Il movente rimane sconosciuto e la condanna è per omicidio colposo. Questa storia comincia la mattina del 9 maggio 1997. Sono le 11.42 quando qualcuno spara all’interno della città universitaria di Roma colpendo Marta Russo sotto l’orecchio sinistro, in un punto dove l’osso è molto fragile. Il proiettile si frammenta e lesiona il tronco encefalico, causando un danno irreversibile. Ha ventidue anni, è una studentessa di Giurisprudenza, stava camminando con una sua amica lungo un vialetto interno della Sapienza dopo aver finito una lezione.

L’arma mai trovata. Le indagini si dimostrano particolarmente difficili fin da subito, perché la scena del delitto è un luogo aperto e sono molti i punti dai quali potrebbe essere partito il colpo. La Polizia inizialmente si concentra sui bagni del piano terra, che sono proprio davanti al punto in cui la ragazza è caduta. Le uscite della città universitaria vengono bloccate e le persone controllate, ma farlo richiede tempo e chi ha sparato potrebbe essere già scappato. Nonostante le ricerche e le perlustrazioni, la pistola e il bossolo non si trovano. Poi c’è qualcosa che fa insospettire gli inquirenti: i dipendenti della ditta delle pulizie dell’università collezionano armi e proiettili, e chiamano il loro magazzino “il deposito delle munizioni”. Il magazzino è proprio accanto al bagno del piano terra che affaccia sul punto dove Marta Russo è stata colpita, gli inquirenti lo considerano un luogo ideale da cui sparare proprio perché ci si può chiudere dentro. Eppure quella pista sarà abbandonata, perché pochi giorni dopo la Polizia scientifica consegna agli inquirenti una perizia destinata a cambiare per sempre il corso delle indagini: c’è un residuo di polvere da sparo sul davanzale di una delle finestre dell’aula 6, l’aula assistenti del dipartimento di Filosofia del diritto, al primo piano dell’edificio arancione che ospita sia la facoltà di Giurisprudenza che quella di Statistica. È un’aula frequentata principalmente dai collaboratori di cattedra, ma ci passano anche borsisti e studenti, ci può entrare chiunque.

Il telefono alza un velo. Le due finestre affacciano sul vialetto ma hanno un davanzale largo più di mezzo metro su cui è montato un condizionatore. Questo è un altro dettaglio importante perché per sparare bisogna sporgersi molto, rimanendo con le gambe a mezz’aria e rischiando di perdere l’equilibrio oltre che di essere visti da tutte le finestre di fronte, non solo da chi eventualmente fosse entrato nella stanza. La domanda cui, in questa fase delle indagini, gli inquirenti devono dare una risposta è: chi c’era in quella aula all’ora del delitto? Quando il capo della Squadra mobile entra nella stanza vede un telefono accanto alla porta. Controllando i tabulati telefonici scopre che sono state fatte due telefonate poco dopo lo sparo, una alle 11.44 diretta a casa Lipari e una alle 11.48 allo studio Lipari. È ovvio pensare che a telefonare sia stata la dottoranda Maria Chiara Lipari, figlia di Nicolò, un professore ordinario della stessa facoltà ed ex parlamentare della DC. Maria Chiara Lipari è la prima testimone. Che cosa ha visto? Che cosa ricorda di quella mattina del 9 maggio? E che cosa ha fatto nei quattro minuti tra la prima e la seconda telefonata?

Versioni e ricostruzioni diverse. Le versioni di Lipari sono molte e molto diverse tra loro: inizialmente giura che nella stanza «non c’era nessuno» poi dice che «c’erano alcune persone, tra le quali Gabriella Alletto», una segretaria dell’Istituto di Filosofia del diritto. Dopo vari interrogatori e molti giorni dopo il fatto, dopo aver detto più volte al telefono che gli inquirenti le facevano pressioni anche se «non stava né in cielo né in terra che io avessi qualcosa in più da dire», metterà a verbale di aver visto un assistente universitario all’interno della stanza e vicino alla finestra, Salvatore Ferraro. Quello che possiamo dire con certezza è che nelle sue varie ricostruzioni, frutto di ricordi che lei stessa definisce «subliminali», Lipari si è già sbagliata a collocare alcune persone nella stanza, persone che hanno un alibi che gli inquirenti hanno potuto verificare. Sappiamo anche che sbaglia quando racconta di essere uscita dall’aula 6 tra la prima e la seconda telefonata. Quelle telefonate, si scoprirà in seguito, sono infatti attaccate e lei non può aver avuto il tempo di andare in segreteria o in aula fax come dice di aver fatto.

Due date, un destino. La segretaria Gabriella Alletto, poi, conferma la versione di Lipari? No, dice di non essere mai entrata in quell’aula. Intercettata però confessa di aver paura di essere messa in mezzo. L’11 e il 14 giugno sono due date che cambieranno per sempre il destino di questa storia. L’11 è il giorno in cui Alletto viene interrogata dai pubblici ministeri. Alletto continua a dire di non essere mai entrata e in lacrime domanda «ma se io una persona la vedo, la vedo, ma se non la vedo io che faccio?». Con lei c’è il cognato, che è anche un ispettore di polizia. Perché fosse lì e che ruolo abbia avuto durante le indagini sono due dei tanti aspetti mai davvero chiariti di questa vicenda. I pubblici ministeri, più volte, le dicono che o parla oppure in galera ci va lei. «La prenderemo per omicida» le urla uno dei pm. Questo interrogatorio è interamente videoregistrato da una telecamera nascosta nella libreria; siamo abituati ad ascoltare le intercettazioni degli indagati e degli imputati, ma è la prima volta che possiamo ascoltare le domande degli inquirenti e assistiamo ai metodi di un interrogatorio. Forse uno dei momenti più inquietanti è quello in cui Alletto rimane sola con il cognato e gli dice a bassa voce «eh bisognerebbe sapere chi è quell’altro oltre a Ferraro». L’impressione, ascoltando quelle parole e il tono con cui vengono pronunciate, è che la segretaria si sia convinta a parlare e a fare dei nomi, ma non sappia quali fare. La sera dell’11, dopo aver giurato sulla testa dei propri figli di non aver mai messo piede in aula 6 quella mattina, Alletto torna a casa. Probabilmente ripensa a quello che le hanno appena detto i magistrati: se non si decide a parlare, sarà lei a essere indagata per omicidio.

Un mese passato invano. Passano tre giorni e il 14 giugno la segretaria cambia versione: «Ho visto Scattone con la pistola in mano e Ferraro mettersi le mani nei capelli in un gesto di disperazione». Perché non l’ha detto prima? Per più di un mese Gabriella Alletto ha giurato il contrario, con gli inquirenti, con le persone dell’Istituto e con gli amici. Ha mantenuto buoni rapporti con i due imputati, ha lavorato fianco a fianco con Ferraro, ha scherzato rispondendo al telefono «pronto, filosofia del delitto». Perfino il giorno in cui mette a verbale di aver visto Scattone con una pistola in mano e Ferraro al suo fianco, alla persona che la accompagna in commissariato per fare la deposizione, dice di non essere proprio entrata in quella stanza la mattina del 9 maggio.

Due arresti e una particella. Quella sera, pochi minuti dopo aver fatto i nomi di Scattone e Ferraro, i due vengono arrestati. Interrogati, entrambi non ricordano con esattezza dove fossero alle 11.42 di cinque settimane prima, ma dicono di essere innocenti, come continueranno a dire durante tutto il processo e come hanno ripetuto a noi l’anno scorso. Il processo comincia alcuni mesi più tardi, ed è proprio durante le prime udienze che emerge uno degli elementi più incredibili di tutta questa vicenda. Riguarda la particella di polvere da sparo che la Polizia scientifica ha trovato sul davanzale dell’aula assistenti di Filosofia del diritto. Si tratta della scoperta che ha rivoluzionato la direzione delle indagini, quella da cui è cominciato il percorso investigativo che ha poi portato agli arresti dei due assistenti di quell’Istituto. La stanza, il telefono, la testimonianza della dottoranda e poi quella della segretaria, l’insistenza e le pressioni degli inquirenti sicuri che qualcuno da lì avesse sparato.

Perizie e dubbi. La Corte incarica alcuni esperti per avere risposte sulla traiettoria dello sparo, sulla tipologia del proiettile e sul tipo di arma usato. Sono loro a dire in un’aula di tribunale che sulla traiettoria non si può stabilire nulla di sicuro, si possono soltanto fare delle ipotesi, ma soprattutto che l’arma utilizzata e il suo innesco non sono compatibili con la particella di polvere da sparo trovata dalla Scientifica sul davanzale. Non solo, quel granello di polvere non è neanche con certezza un residuo di uno sparo, potrebbe essere un residuo dei freni di una macchina o di una stampante. Oggi queste affermazioni sono considerate ovvie: la composizione binaria di bario e antimonio, quella della particella trovata in aula 6, non è esclusiva. Lo conferma la letteratura scientifica in materia, come i bollettini ufficiali europei, dell’FBI o di Scotland Yard. Insomma, la perizia della Polizia scientifica che è la premessa di tutta questa storia è sbagliata. E tutto quello che rimane dell’ipotesi accusatoria sono le testimonianze oculari, tardive e contraddittorie, le più fragili e inaffidabili delle prove. In generale, le testimonianze dovrebbero solo indirizzare, indicare, suggerire la strada giusta per trovare le prove scientifiche, non sostituirle. Eppure le testimonianze di Lipari e Alletto vengono considerate sufficienti per dimostrare la colpevolezza di Scattone e Ferraro. Le due testimoni sono giudicate attendibili, nonostante non solo entrambe abbiano cambiato versione nel tempo, ma le loro due versioni definitive e ufficiali della stessa scena divergano su molti dettagli importanti.

Le condanne e le domande. Scattone e Ferraro vengono condannati in primo grado e in via definitiva. La Cassazione però decide di ridurre la pena: cinque anni e quattro mesi a Scattone e quattro anni e tre mesi a Ferraro. È una condanna che sembra un compromesso e rischia di scontentare tutti. Troppo leggera per chi li crede colpevoli di aver ucciso una ragazza, forse per un errore o per un gioco crudele. E sbagliata per chi invece li crede innocenti. La pistola e il bossolo non saranno mai trovati, non sappiamo con certezza da dove si è sparato, non c’è un movente e ci sono tante altre domande alle quali non è stato possibile rispondere. Dove aveva preso Scattone la pistola? Perché se l’era portata all’università se non aveva l’intenzione di usarla, visto che secondo la condanna nessuno aveva premeditato l’omicidio? Dov’è finita? E poi c’è la domanda più spaventosa: se Scattone e Ferraro non hanno sparato, chi ha ucciso Marta Russo?

Marta Russo, e se avessero ragione Scattone e Ferraro? La stampa ne parlò come il "delitto perfetto": era il 9 maggio 1997 quando un proiettile esploso da una finestra dell'università la Sapienza di Roma mise fine alla giovanissima vita di Marta Russo. Della sua morte furono accusati due ricercatori: Scattone e Ferraro. Nicola Campagnani su Il Dubbio l'11 maggio 2021. Qualcuno si affrettò a chiamarlo il “delitto perfetto”, anche se poi i due artefici che avrebbero voluto metterlo a segno sarebbero stati condannati. Ma forse, a 24 anni dall’omicidio di Marta Russo, vale la pena rispolverare quel titolo che qualche giornalista fantasioso rubò a Hitchcock, prima di farsi il suo personale film sulla vicenda: “Delitto perfetto” del resto è anche un remake in uscita in quegli stessi anni, con Michael Douglas nei panni di Steven Taylor. Poi ci sono le storie vere. Il 9 maggio 1997 la studentessa Marta Russo, 22 anni, viene colpita da un proiettile mentre cammina in un viale della città universitaria della Sapienza di Roma. Il caso viene subito affidato ai procuratori Carlo Lasperanza e Italo Ormanni, mentre la procura della Capitale brancola ancora nel buio del delitto di Via Poma e dell’Olgiata. Stavolta le indagini devono portare a un risultato, e in fretta. Le piste che sembrano aprirsi inizialmente paiono le più disparate: a pochi giorni dallo scandalo per uno sparo all’università, si scopre che la Sapienza è piena di pistole. Ma non si trova la calibro 22 compatibile con il delitto, né un testimone che racconti di aver visto qualcosa di quanto avvenuto in pieno giorno in una delle università più popolose d’Europa. Poi, il 19 maggio 1997, la polizia scientifica dice di aver trovato “tracce significative” di polvere da sparo sulla finestra di quella che diventerà la famosa aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto della Facoltà di Giurisprudenza. È così che le indagini si concentrano su quella stanza e su quel dipartimento. Dai tabulati telefonici risulta che in un orario compatibile con quello dello sparo da lì stava telefonando la dottoranda Maria Chiara Lipari. Sottoposta a svariati interrogatori, cambia più volte versione, dicendosi impegnata a spremere i ricordi «dall’ano del cervello». Finché non tira fuori i nomi dell’usciere Francesco Liparota e della segretaria Gabriella Alletto, i quali tuttavia negano la loro presenza nella stanza in quel momento. Gabriella Alletto, dopo l’ennesimo interrogatorio, parla con il cognato mentre le telecamere della polizia la registrano, e arriva a giurare sulla testa dei propri figli di non essere entrata nell’aula 6. Ma il 12 giugno 1997 viene arrestato il professor Bruno Romano, direttore dell’istituto di filosofia del diritto, perché gli inquirenti sono convinti che stia ostacolando le indagini dicendo ai suoi di non parlare. L’arresto di Romano fa tremare Gabriella Alletto che cambia versione e dice che in quell’aula ci è entrata e ha visto anche Francesco Liparota, proprio come ha detto Maria Chiara Lipari. E subito dopo rilascia la deposizione che la candida a testimone chiave del processo: accusa il dottorando di filosofia del diritto Giovanni Scattone di aver sparato dalla finestra e il collega Salvatore Ferraro di aver portato via l’arma. Dopo una notte in carcere Francesco Liparota conferma la versione di Gabriella Alletto, anche se torna a smentirla il giorno successivo. Dopo settimane in cui i volti di Scattone e Ferraro continuano ad apparire costantemente in tv, la studentessa Giuliana Olzai dice di ricordarsi di averli visti passare quel giorno alla Sapienza. L’8 agosto 1997, prima di partire per un viaggio, Maria Chiara Lipari entra negli uffici della polizia aeroportuale di Fiumicino e dichiara di ricordarsi finalmente anche lei di aver visto i due nella stanza: sicuramente Salvatore Ferraro, molto probabilmente pure Giovanni Scattone. Il 20 aprile 1998 si apre il processo che porta alla condanna definitiva di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro il 15 dicembre 2003. Ma intanto, fuori e dentro il tribunale, esplodono non poche contraddizioni. L’8 settembre 1998 spunta la videoregistrazione dell’interrogatorio di Gabriella Alletto dell’11 giugno 1997 dove tutti possono sentire il procuratore Italo Ormanni tuonare con quella che qualcuno avverte come una minaccia ben poco velata: «La prenderemo per omicida!». Intanto i periti spiegano che non c’è alcuna certezza che lo sparo sia partito dall’aula 6: le particelle rinvenute sono solo bario e antimonio, manca il piombo, possono dunque essere la traccia di molte cose. Il 13 novembre del 2000, al processo d’appello, una nuova perizia chimica stabilisce che la particella trovata sulla finestra dell’aula 6 non è riconducibile all’innesco del proiettile che colpì Marta Russo. Alla fine Giovanni Scattone viene comunque condannato per omicidio colposo e porto abusivo d’arma, Salvatore Ferraro per favoreggiamento e porto abusivo d’arma. Cinque anni e quattro mesi per il primo, quattro anni e due mesi per il secondo. Una sentenza imbarazzata che scontenta tutti: troppo lieve ad avviso di chi vuole l’omicidio volontario, troppo dura per chi non accetta di sentirsi chiamare omicida e si è sempre proclamato innocente. Ma la pena travalica oltre, nelle vite private dei due, ormai bollati a vita. La stessa stampa che ha letteralmente inventato che Scattone e Ferraro avevano tenuto un seminario sul delitto perfetto, torna ancora all’attacco quando Giovanni Scattone tenta di rifarsi una vita provando a fare l’insegnante di liceo. Un nuovo bombardamento mediatico, che infine lo costringe a rinunciare. E se davvero avessero ragione Scattone e Ferraro? Se non fossero stati loro a uccidere Marta Russo? Forse allora si dimostrerebbe visionaria l’arguta immaginazione del primo cronista che tirò in ballo la teoria del delitto perfetto. Perché tale sarebbe un delitto con due condannati innocenti e un colpevole che “l’ha fatta franca”.

“Undici Frammenti – il delitto perfetto della Sapienza” – Il podcast. “Undici Frammenti – Il delitto perfetto della Sapienza” è il podcast Audible Original del collettivo Lorem Ipsum. I dieci episodi ricostruiscono le indagini e il processo, che si concluse con la condanna di Scattone e Ferraro. Un’inchiesta in forma di romanzo che raccoglie le voci dei protagonisti di una vicenda che ha dato vita al primo caso mediatico di stampo televisivo della storia italiana. Storie che si intrecciano con altre storie, dalla donazione degli organi, alla messa in discussione dell’istituzione carceraria. Frammenti che compongono un puzzle imperfetto, al ritmo di sonorità originali che prendono parola e accompagnano l’ascoltatore. E che lo invitano a mettere in discussione una verità che aveva dato per scontata.

·        Il Mistero di Nada Cella.

Il massacro, l'indagata, gli audio choc: qual è la verità su Nada? Rosa Scognamiglio il 30 Novembre 2021 su Il Giornale. A 25 anni dal delitto il caso di Nada Cella è a un passo dalla svolta. Una donna, Annalucia Cecere, è indagata per omicidio aggravato. Dalle prime indagini agli ultimi risvolti: la storia del cold case di Chiavari. Dalla mattina del 6 maggio 1996, quando Nada Cella fu assassinata nell'ufficio in cui lavorava come segretaria, sono trascorsi 25 anni. Venticinque lunghi anni in cui l'ombra di un assassino senza nome è scivolato, quasi fosse un fantasma, tra le pagine del fascicolo di indagine per omicidio aggravato. Ed è proprio lì, tra le pieghe di quei faldoni stipati nell'archivio della Procura di Genova, che lo scorso maggio sono riemersi i dettagli del truce massacro. Dettagli che si sono trasformati in indizi, nuovi sospetti, possibili tracce di quel fantasma spietato. C'è un nuovo nome nel registro degli indagati: è quello di Annalucia Cecere, ex insegnante di 53 anni, sui cui adesso si concentrano le attenzioni degli inquirenti. E poi ci sono gli audio di una donna misteriosa, non ancora identificata, che potrebbe aver visto il killer in fuga da via Marsala, a Chiavari, teatro dell'aggressione fatale. La chiave di volta del giallo potrebbe celarsi in una piccola traccia ematica affidata al genetista forense Emiliano Giardina oppure nel confessionale di una chiesa. Venticinque anno dopo l'assassino di Nada potrebbe avere i giorni contati. "Ci speriamo tutti. La magistratura, i consulenti tecnici e tutti quelli che lavorano a questa inchiesta ci stanno mettendo il cuore oltre all'impegno. Si è mobilitata una grande macchina, c'è molta collaborazione tra le parti", dice al ilGiornale.it l'avvocato Sabrina Franzone, rappresentante legale di Silvana Smaniotto, la mamma di Nada.

Chi è Nada Cella

Nel 1996 Nada è una ragazza di appena 24 anni. Timida e riservata ma al contempo molto tenace e caparbia. Vive a Chiavari, in provincia di Genova, insieme a mamma Silvana che lavora come bidella in municipio. Suo padre, Bruno Cella, è un falegname: è rimasto ad Alpepiana, paesino nella Val d'Aveto di cui è originario, per comodità lavorativa. Nada lo raggiunge per il fine settimana, con anche la madre, per restarvi fino alla domenica dopo il pranzo e la messa nella chiesetta di San Pietro. Sua sorella Daniela, la maggiore delle due, invece vive a Milano con il marito. La vita di Nada si divide tra il lavoro di segretaria nell'ufficio di un commercialista di Chiavari, la famiglia e gli amici. Pochi intimi con i quali, quasi ogni settimana, va a ballare in una discoteca di Santo Stefano. Da qualche tempo si è iscritta a un corso d'inglese per perfezionare la conoscenza della lingua straniera e ampliare le sue competenze. Sogna di esplorare il mondo, di viaggiare. L'anno prima che il suo nome rimbalzasse su tutti i quotidiani era stata in Grecia. Forse ci sarebbe ritornata anche quell'estate del 1996.

Il massacro

Il 6 maggio 1996 è un lunedì come tanti. Nada si sveglia alle 6.20 per accompagnare mamma Silvana al lavoro, escono di casa qualche minuto dopo le 7. Poco più tardi si reca nell'ufficio del commercialista Marco Soracco, al civico 14 di via Marsala, nel centro di Chiavari. Successivamente un testimone anonimo riferirà alla polizia di aver visto la ventiquattrenne varcare la soglia di ingresso della palazzina attorno alle 8.35, ma in realtà non c'è alcun riscontro delle dichiarazioni rese dallo sconosciuto. Per certo quella mattina il computer di Nada risulta acceso alle 7.51 e alle 8.50 viene lanciata una stampa. Poi c'è un buco di 20 minuti in cui le tapparelle dell'ufficio rimangono abbassate e il telefono squilla a vuoto. Fino a quando, alle 9.10, Marco Soracco lancia l'allarme al 113 per "una caduta".

Il professionista ha trovato Nada riversa in una pozza di sangue sul pavimento della sua stanza, distesa tra il muro e la scrivania. I soccorritori, allertati dalle forze dell'ordine, si precipitano in via Marsala: la ragazza è agonizzante. Viene portata dapprima all'ospedale di Lavagna, poi, in fin di vita, al San Martino di Genova dove muore qualche ora più tardi. L'autopsia accerterà che non si è trattato di un malore né di una caduta accidentale: Nada è stata massacrata.

L'esito degli accertamenti autoptici condotti dal medico legale fuga ogni dubbio sull'entità dell'aggressione. La ventiquattrenne è stata colpita per 8 volte sul corpo con un oggetto contundente e poi sbattuta con violenza contro una superficie piana: l'impatto è stato tale da procurarle il fracassamento delle ossa frontoparietali del cranio, circostanza che ne ha determinato la morte.

"Sangue sul motorino": svolta nell'omicidio di Nada

La scena del crimine

L'ufficio di Nada è imbrattato di sangue. Ci sono i suoi mocassini vicino alla scrivania a cui era solita sedersi per lavorare. Forse li ha persi mentre tentava di difendersi dall'aggressore. C'è anche un bottone che gli agenti della squadra Mobile hanno trovato sul pavimento, proprio lì, dove era distesa la vittima. Il resto della stanza appare in ordine: il computer è acceso e le pratiche dei clienti sono al loro posto. Non ci sono segni di effrazione né alla porta principale dello studio né alle finestre. Ma la scena del crimine purtroppo è stata alterata. I paramedici, impegnati nelle manovre per soccorrere rapidamente Nada, hanno contaminato inconsapevolmente la stanza. E poi la mamma del commercialista, Marisa Bacchioni, si è affrettata a pulire il corridoio, le scale condominiali e l'androne ancor prima dell'arrivo degli investigatori - la donna pare sia molto attenta all'igiene. Fatto sta che le tracce del killer, le sue orme nella palazzina di via Marsala, sono state cancellate con un colpo di spugna. 

Il giallo del floppy disk e del libretto di lavoro

Nessuno ha visto né sentito nulla nell'edificio dove si è consumato il massacro. Eppure in quel palazzo c'è un andirivieni continuo di persone tra residenti e visitatori. Nel lasso di tempo intercorso tra l'arrivo di Nada al lavoro e la fuga dell'assassino, quella mattina ci sarebbero state anche le donne delle pulizie: nessuna di queste avrebbe notato la presenza di un estraneo. Una vicina di casa dei Soracco, che abitano al piano superiore dell'ufficio, racconta di aver "sentito un tonfo" alle 9.01. Un'altra "l'acqua che scorreva" copiosamente in bagno. Marco Soracco, ascoltato dagli investigatori, spiega di essere arrivato al lavoro con dieci minuti di ritardo. Dopo aver risposto a una chiamata, si è diretto nella stanza della segretaria. Ha notato che le luci del corridoio erano accese e le tapparelle ancora abbassate: un'anomalia rispetto alle abitudini dell'impiegata.

Ma c'è anche un'altra stranezza. Marisa Bacchioni racconta che il sabato antecedente all'omicidio, Nada si sarebbe recata in ufficio di mattina presto sostenendo di aver bisogno di alcuni chiarimenti per una pratica che stava disbrigando. Così si è seduta alla sua scrivania e ha telefonato a Soracco. Dopodiché, precisa la mamma del commercialista agli inquirenti, avrebbe estratto un floppy disk dal computer e lo avrebbe infilato in borsa. Ma di quel floppy non è mai stata trovata traccia.

C'è poi un altro piccolo giallo, uno dei tanti di questa storia. Quando la borsa della ventiquattrenne è stata restituita ai familiari, la sorella Daniela ha notato che al suo interno c'era anche il libretto di lavoro di Nada. Perché lo aveva con sé? Forse aveva deciso di licenziarsi? "Anche questo dettaglio non è mai stato chiarito. - spiega l'avvocato Franzone - Sembrerebbe che lo abbia dato Sorraco agli inquirenti e che poi gli stessi, quando hanno restituito gli effetti personali di Nada alla famiglia, abbiano infilato nella borsa anche il libretto del lavoro della ragazza". Un altro interrogativo che resterà senza risposta per 25 anni.

I sospetti su Marco Soracco

Le indagini sul misterioso omicidio vacillano sin da subito. La vita di Nada è specchiata, limpida e cristallina. I sospetti degli inquirenti si concentrano su Marco Soracco, il datore di lavoro. Ad avvalorare quest'ipotesi sono alcune dichiarazioni rese da un collega del commercialista. I due frequentano lo stesso corso di ballo serale presso la palestra "Odeon". Qualche settimana prima del drammatico accadimento, al termine di una lezione, si sarebbero intrattenuti in un bar per bere una birra. "Stavamo quasi per lasciarci, era quasi mezzanotte - dichiara il testimone – All'improvviso, lui mi disse 'e poi ci sarà la botta', una cosa che riguardava il suo studio e che avrei appreso notizie anche dai giornali. La signorina o segretaria se ne sarebbe andata. E allora, al quel punto, siccome continuavo a non capire, gli dissi 'perché mi dici queste cose, che uso devo farne?' Lui rispose di farne l'uso che uno voleva: 'tanto quando la cosa si sarà calmata si capirà'".

Soracco smentisce tali affermazioni ma per gli inquirenti quelle parole risuonano come una minaccia terribile, il preludio di ciò che sarebbe accaduto di lì a quel giorno di maggio. Il commercialista, al tempo trentenne, diventa il principale indiziato del delitto. Mancano però elementi probanti la presunta colpevolezza o un qualsivoglia coinvolgimento nella vicenda. Il commercialista si dichiara estraneo ai fatti sostenendo di aver intrattenuto con Nada un rapporto puramente professionale. Il 18 luglio del 1997 Marco Soracco viene prosciolto e il caso archiviato.

A cavallo tra il 2003 e il 2004 la procura di Genova riapre le indagini puntando sui vicini di casa di Nada coinvolti nel maxi processo Kanun sul racket della prostituzione ma la pista si rivela infondata. Viene indagata anche una donna, affetta da disturbi psichici, che vive nell'appartamento al terzo della palazzina al civico 14 di via Marsala ma ha un alibi di ferro. Nel 2011 vengono individuate tracce di Dna sulla scena del crimine che però non trovano riscontro.

"In dieci sapevano". I segreti in chiesa e gli audio choc: come è morta Nada?

La svolta 25 anni dopo: indagata una donna

Quando la vicenda sembrava essersi arenata giunge la svolta clamorosa. A maggio del 2021 la Procura di Genova annuncia di avere in mano elementi per riaprire le indagini. In realtà si tratta di vecchi reperti che ora potranno essere esaminati con le nuove tecniche di investigazione scientifica. Capelli senza bulbo rinvenuti sul corpo della giovane Nada da cui sarà estratto il Dna mitocondriale, tracce sulla camicetta e pantaloni della vittima oltre al sangue in alcuni punti dello studio e dell'ascensore del condominio, che sono state affidate al genetista forense Emiliano Giardina. Ma non è solo questa l'unica direzione in cui si muoveranno gli investigatori.

C'è una nuova indiziata per il delitto. Si tratta di Annalucia Cecere, un'ex insegnante di 53 anni (all'epoca dei fatti ne aveva 28), su cui ora si concentra l'attenzione della procura. La donna era già stata indagata, in tempi non sospetti, per via di un bottone rinvenuto sotto il corpo di Nada e che pare appartenesse a una giacca in uso al suo fidanzato dell'epoca. Ma poi la sua posizione era stata rapidamente archiviata. A gettare ombre sulla 53enne, che ora è indagata con l'ipotesi di reato per omicidio aggravato, sono alcune tracce di sangue rinvenute sul vecchio motorino della donna, stipato nel box auto della sua abitazione di Boves, dove risiede attualmente. Ma c'è di più.

La telefonata choc su Nada Cella: "Le spacco la testa in due"

Gli audio choc: "Era sporca, ha infilato tutto nel motorino"

Due testimonianze, trascurate al tempo delle indagini preliminari, inaspriscono la posizione dell'ex insegnante. In una telefonata anonima, risalente al 9 agosto 1996, una donna riferisce di aver visto una persona allontanarsi, in sella al motorino, dal luogo del delitto la mattina del 6 maggio 1996. "L’ho vista che era sporca – afferma la sconosciuta - ha infilato tutto nel motorino. Io l’ho salutata, non m’ha guardato. Quindici giorni fa l’ho incontrata in carruggio, che andavo alla posta, non mi ha nemmeno guardata, è scivolata di là, verso sera".

La donna fa numerose altre telefonate tra cui una alla madre di Soracco nell'agosto dello stesso anno. "Si conoscono signora. È che stanno tutte zitte, perché eravamo diverse… - dice la presunta supertestimone - Io non faccio nomi, perché eravamo diverse. Io non so perché le altre non parlano, eravamo in cinque". Chi sono le "cinque" donne a cui fa riferimento la sconosciuta? Forse delle suore? "Non penso fossero suore. - spiega l'avvocato - Ho parlato con alcune persone di Chiavari e tutte mi hanno confermato che le suore non parlano in dialetto. E poi usa il termine 'ragazze' per riferirsi alle persone che erano con lei, non le chiama 'sorelle'. L'espressione 'ragazze' mi fa pensare a un contesto di volontariato. Mi vengono in mente, ad esempio, le educatrici di un tempo, le famose 'signorine'".

Il sospetto che i dettagli sull'omicida di Nada possano esser stati custoditi per anni nel confessionale di una chiesa appare più che fondato. Quattro preti sarebbero stati invitati a conferire con gli inquirenti. Un sarcedote, secondo quanto riporta il sito de La Repubblica, avrebbe cominciato a collaborare.

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A un passo dalla verità

Sui rapporti tra Marco Soracco e Annalucia Cecere aleggia ancora un alone di mistero. Il commercialista, a oggi indagato con l'ipotesi di reato per falsa testimonianza ai pm: è accusato di aver "coperto" l'assassino di Nada, tuttavia afferma di non aver né coltivato un'amicizia né di aver mai intessuto alcun tipo di relazione con la 53enne. Per contro, gli inquirenti ipotizzano il movente della gelosia alla base del delitto: l'ex insegnante si sarebbe invaghita del professionista, che invece sarebbe stato interessato alla giovane vittima, ma Soracco smentisce anche questa circostanza. In tutto questo groviglio di testimonianze, vecchi reperti e nuovi indagati, si riaccende la speranza di mamma Silvana, che da quel maledetto giorno di maggio non ha mai smesso di chiedere giustizia per sua figlia. Venticinque anni senza Nada. Ora più che mai, a un passo dalla verità. "Chi sa qualcosa o crede di sapere qualcosa perché, magari, glielo ha raccontato un parente, si faccia avanti", è l'appello dell'avvocato Sabrina Franzone.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due

"Qualcuno sa cosa è successo a Nada": tutti i buchi dell'indagine. Angela Leucci il 25 Novembre 2021 su Il Giornale. Negli anni '90, ci furono testimonianze di cui non si tenne conto allora come si tiene oggi: le ragioni della riapertura del caso di Nada Cella. Perché l’indagine su Nada Cella è stata riaperta a maggio 2021 ma a partire da vecchi indizi? È una domanda fondamentale per comprendere cosa sia andato storto nella macchina dell’inchiesta e della giustizia dopo quel tragico 6 maggio 1996, quando Nada, segretaria nello studio di un commercialista, fu assassinata. E i punti oscuri sono tanti. “Io chiedo agli abitanti di Chiavari - ha detto a ‘Chi l’ha visto?’ Daniela, sorella di Nada - ma in particolare a chi sa - perché io sono convinta che qualcuno sappia - che si faccia avanti, perché adesso si può fidare della squadra mobile di Genova, del magistrato, io li ho conosciuti, ho contatti con la squadra mobile, con una persona in particolare di cui mi fido e che in questi mesi mi ha aiutata ad andare avanti. Io so che forse potrebbe non succedere nulla, ho i piedi ben saldi a terra, però io sono convinta che a Chiavari qualcuno sappia molto di più di quello che finora è stato detto. Io voglio credere che ancora ci siano brave persone”.

Il nodo delle testimonianze

Ci sono varie testimonianze che alla fine degli anni ’90 non hanno prodotto esiti, ma che ora si rivelano in tutte le loro potenzialità. C’è una donna, con un nome e cognome, che si è rivolta alle forze dell’ordine per spiegare che l’attuale indagata, Anna Lucia Cecere, provasse sentimenti ostili verso Nada: la donna disse, tra le tante cose affermate, che Cecere era stata nello studio di Marco Soracco in cui Nada lavorava, ma il commercialista non era presente, dettaglio che tra l’altro corrisponde perfettamente alla testimonianza di Soracco.

C’è poi una testimone anonima, che ha fatto molte telefonate, tra cui anche una alla curia e una alla madre di Soracco. Silvana, mamma di Nada, aveva parlato con la signora Soracco, a suo tempo, di quella telefonata e le due donne si erano anche fatte un’idea sulla possibile identità dell’anonima: purtroppo, se quell’ipotesi dovesse essere vera, vuol dire che la testimone anonima intanto è venuta a mancare e quindi non potrebbe essere utile ai fini dell’indagine.

Nada Cella e il mistero dei fiori: "Per un invito a cena..."

Quel che è certo è che più di una persona abbia visto una donna sconvolta, con le mani sporche di sangue, allontanarsi da quei pressi con un motorino. A dirlo infatti è anche una mendicante con il figlio, grazie ai quali alla fine degli anni ’90 fu realizzato un photo fit, ossia un collage di dettagli del volto a partire da foto di altre persone. La somiglianza con Cecere è stata giudicata oggi impressionante. “Da un attento esame del photo fit - si legge in un documento degli inquirenti - redatto con l'ausilio dei testimoni oculari, nonché dalle descrizioni fisico somatiche fornite dagli stessi, emergeva una forte somiglianza con la riproduzione fotografica acquisita della Cecere, facendo quindi intuire che la donna indicata dalla mendicante dal figlio, tenuto conto anche delle circostanze di tempo e di luogo, possa identificarsi nella donna indicata dalla confidente”. 

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Omicidio Nada Cella, un prete interrogato: “Ci sono quattro persone che non stanno parlando”. Asia Angaroni il 19/11/2021 su Notizie.it. La Procura di Genova è certa che l'ambiente ecclesiastico fosse a conoscenza di alcuni dettagli sulla morte di Nada Cella. Convocati una decina di preti. Omicidio Nada Cella, interrogato un prete e indagini in corso sulla chiamata anonima: si tratta di una suora? Resta avvolto nel mistero l’omicidio di Nada Cella. Per 25 anni qualcuno ha taciuto, pur sapendo o essendo a conoscenza di dettagli essenziali per ricostruire la dinamica dell’accaduto. La Procura di Genova, certa che l’ambiente ecclesiastico dispone di informazioni utili sul fatto, ha riaperto le indagini e convocato una decina di sacerdoti. Uno dei preti interrogati ha fornito i primi elementi utili. Era il 6 maggio 1996 quando la segretaria Nada Cella, all’epoca appena 24enne, venne uccisa nello studio del commercialista Marco Soracco. Gabriella Dotto, sostituto procuratore a capo della nuova inchiesta che vede indagata per omicidio volontario l’ex insegnante Annamaria Cecere, 53 anni, ha convocato una decina di sacerdoti. Uno di loro avrebbe iniziato a collaborare, riportando informazioni importanti per ricostruire quanto accaduto realmente quella mattina nel condominio di via Marsala 14, a Chiavari. Il sospetto è che la Chiesa conoscesse i dettagli sulla morte di Nada. Oltre all’interrogatorio di un sacerdote che starebbe fornendo informazioni utili, proseguono le indagini condotte dalla Procura di Genova. In attesa dei risultati degli esami sulle tracce di sangue trovate nel sottosella del motorino di Annalucia Cecere, gli investigatori sono al lavoro per rintracciare l’autrice della telefonata anonima effettuata a casa del commercialista tre mesi dopo il delitto. A rispondere era stata prima la madre di Marco Soracco. Dall’altra parte della cornetta la donna raccontava di aver visto l’ex insegnante allontanarsi sporca di sangue. “L’ho vista che andava via col motorino, l’ho vista tutta sporca che metteva tutto sotto la sella. L’ho salutata e manco mi ha guardata” e pare avesse informato “anche gli avvocati del Soracco e della morta, nonché la Curia di Chiavari”. In un altro audio la voce al telefono racconta che in auto erano in cinque e che le altre avevano deciso di stare zitte. “Si la conoscono signora. È che stanno tutte zitte. Le altre stanno tutte zitte, ma eravamo diverse. Io non faccio nomi, ma eravamo diverse. Io non so perché le altre non parlano. Eravamo in cinque”. L’ipotesi è che il riferimento alle altre “quattro che stanno zitte” riguardi quattro consorelle (cinque includendo la misteriosa testimone).

Nada Cella e il mistero dei fiori: "Per un invito a cena...". Angela Leucci il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Nada Cella aveva ricevuto dei fiori prima della sua morte, ma non si sa chi li abbia inviati: nuove ombre appaiono sulla storia dell'indagata per l'omicidio. Nada Cella ricevette un misterioso mazzo di rose poco tempo prima di morire. Fu un mazzo di rose anonimo, che recava un biglietto con la dicitura: “Per un prossimo o eventuale invito a cena”. La madre di Nada, Silvana Smaniotto, ha raccontato a “Quarto grado” che i fiori arrivarono di sabato e lei pensò fossero un regalo della figlia, perché era solita portarglieli dato che le piacevano. Silvana ha chiesto a Nada se immaginasse chi potesse essere il mittente, la risposta fu: “Può essere anche il mio capo”, ovvero Marco Soracco, il commercialista dal quale Nada lavorava come segretaria e nel cui studio fu uccisa il 6 maggio 1996. Soracco ha smentito di aver inviato lui i fiori e mamma Silvana gli crede, ma si chiede anche: “Però mia figlia come ha fatto a pensare che potesse essere stato lui?”.

I presunti rapporti tra Soracco e Anna Lucia

Un mistero sono anche i rapporti tra Soracco e Anna Lucia Cecere, attualmente indagata nel caso dell’omicidio di Nada. Una testimone anonima ha raccontato di averla conosciuta in sala da ballo e di averle prestato un abito: ha anche aggiunto che Cecere avesse incontrato Nada e di averla descritta come “ostile”, e di aver chiesto a Soracco di sposarla. Tuttavia l’istruttore di ballo del commercialista all’epoca dice di non ricordarla, e lo stesso professionista ha affermato che la loro conoscenza sia nata grazie al fidanzato di lei sul sagrato di una chiesa. Soracco ha descritto Cecere come “una persona che conoscevo in modo superficiale”, aggiungendo che si fossero visti in tutto una decina di volte, e che lei era venuta in studio ma non l’aveva trovato.

Il passato di Anna Lucia

“Quarto grado” ha intervistato un’ex dell’indagata, con cui la donna, originaria di Caserta e classe 1968, aveva avuto una relazione a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. L’uomo, molto più grande di lei, l’aveva conosciuta da bambina: lui e la sua ex moglie portavano a spasso Anna Lucia e la sorella, che erano state affidate a un istituto di suore di Chiavari.

Dopo 20 anni, Anna Lucia ha deciso di tornare al nord, quando l’uomo e la sua ex moglie erano già separati. Dopo un primo periodo in cui Anna Lucia si è interrogata sul restare al nord, i due sono andati a convivere e dalla loro relazione è nato un figlio al quale Anna Lucia pare abbia deciso di non fare da madre. “Lei è accusata di abbandono di minore”, ha spiegato l’uomo, che ha avuto in affidamento dal tribunale il figlio, che oggi ha 30 anni ed è padre a propria volta. Pare che in tribunale Anna Lucia abbia detto: “Quando sarò ricca, riprenderò il mio bambino”.

“Io lei proprio non la perdono”, ha commentato l’ex, che però ha provato comunque a giustificare Anna Lucia: “Non ha avuto una gioventù questa ragazza qua”.

La telefonata choc su Nada Cella: "Le spacco la testa in due"

Le ultime ore di Nada

La cronologia delle ultime ore di Nada non è chiarissima. La giovane segretaria si è svegliata, la mattina del 6 maggio 1996, alle 6.20, per accompagnare la madre al lavoro alle 7.05. Mamma Silvana dice che Nada è tornata a casa, ha bevuto il caffè, rassettato e perfino apparecchiato la tavola in vista del pranzo che sarebbe stato ore più tardi. Sarebbe anche stata in panetteria, ma non se ne conosce l’orario preciso, forse tra le 7.30 e le 8.

Quando giunge allo studio di Soracco, la vittima non è vista arrivare da nessuno, ma alle 9.01 una condomina sente un tonfo e poi dei passi al portone, aggiungendo: “Non ho sentito i soliti rumori”, riferendosi allo studio che ogni mattina si animava di voci di lavoratori e clienti, oltre che di suoni relativi a suppellettili da ufficio.

Una telefonata anonima al commissariato ha affermato di aver visto Nada entrare alle 8.35 dal portone dello studio, ma è un fatto che il suo computer fosse acceso alle 7.51 e che alle 8.50 viene lanciata una stampa. Chi ha acceso il computer? È stata Nada a stampare dei fogli? Quel che è certo è che alle 9.10 arriva il commercialista e chiama tempestivamente i soccorsi. E si conosce con certezza che ci sono diversi reperti da analizzare: dei capelli senza bulbo rinvenuti sul corpo della giovane, da cui sarà estratto il Dna mitocondriale, tracce su camicetta e pantaloni della vittima, oltre che sangue in alcuni punti dello studio e dell’ascensore del condominio.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Giuseppe Scarpa per “Il Messaggero” il 10 novembre 2021. Mesi di telefonate e messaggi audio, alcuni dei quali minacciosi, inviati da Annalucia Cecere - la donna indagata nella nuova inchiesta sull'omicidio di Nada Cella - alla criminologa Antonella Pesce Delfino, la donna che ha avuto un ruolo cruciale nella riapertura del cold case, rimasto senza soluzione per 25 anni. Nada Cella fu uccisa il 6 maggio 1996 a Chiavari, all'interno dello studio del commercialista Marco Soracco, dove lavorava come segretaria. Stando alla nuova ipotesi dei pm, il movente del delitto sarebbe passionale e legato a un'infatuazione per lo stesso professionista, a sua volta indagato insieme all'anziana madre per false dichiarazioni ai pubblici ministeri. Nel corso della sua indagine privata, iniziata nel 2018 dopo avere conosciuto la madre di Nada, la criminologa si era presentata a casa di Cecere, che oggi ha 53 anni e vive in provincia di Cuneo. Con uno stratagemma e senza menzionare mai direttamente il caso Nada Cella, era riuscita a parlare con lei. Ma era bastato un accenno alla riviera ligure e il nome di un uomo conosciuto a Chiavari per provocare la reazione della donna. Che prima ha allontanato l'interlocutrice e poi ha iniziato a inviare decine di messaggi. «Non fare la finta tonta st...a, come facevi a sapere che uscivo con quello e tutti i c...i miei? E di quello bassino (Marco Soracco ndr), come facevi a saperlo? Hai paura eh?» e ancora, in riferimento all'omicidio (a cui la criminologa non aveva però fatto alcun riferimento esplicito) «ora faccio riaprire il caso, stai tranquilla, anzi ho parlato ora con la polizia di Chiavari, ti ci trascino per i capelli e poi ti faccio fare le domandine: indovina indovinello, quale z... è venuta a casa», si sente nelle registrazioni, che sono in possesso della criminologa e sono agli atti dell'inchiesta. Infine una frase che suona come ulteriore minaccia: «Perché sei venuta qua ad assicurarti che io avessi solo un cane? No, non ho solo quello. Ne ho anche un altro che se ti ripresenti qua ti spappola viva». IL MOTORINO Un nuovo tassello per risolvere il giallo di Nada Cella potrebbe arrivare da uno scooter di 25 anni fa. Il motorino è stato sequestrato dalla squadra mobile di Genova questa estate alla Cecere. La scientifica effettuerà il luminol e altre analisi tecniche sul mezzo. La donna lo avrebbe portato da Chiavari a Boves, in provincia di Cuneo, e lo teneva in un box. Ma perché da un vecchio motorino potrebbe arrivare una svolta a uno dei cold case più intricati d'Italia? Una testimone, nei giorni successivi al delitto, aveva raccontato di aver visto, proprio la mattina della morte di Nada la Cecere sotto lo studio di Soracco mentre andava via sul suo motorino. Per gli investigatori sul veicolo potrebbero esserci dunque ancora possibili tracce di sangue e di Dna nel caso in cui l'ex insegnante avesse ucciso Cella. Intanto la procura ha incaricato il genetista Emiliano Giardina, il professore dell'Ignoto 1 di Yara Gambirasio, di estrarre e comparare il Dna trovato in vari reperti. Per cercare di risolvere il giallo gli inquirenti hanno risentito decine di testimoni ma anche gli investigatori dell'epoca. L'ex insegnante era stata indagata quasi subito ma nel giro di due settimane la sua posizione era stata archiviata frettolosamente. 

Nada Cella, la frase del commercialista all’amico: «Lei se ne andrà, e ci sarà la botta». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 10 novembre 2021. Nelle nuove indagini per l’uccisione di Nada Cella è stato risentito il collega del commercialista Marco Soracco. Le minacce e gli insulti di Annalucia Cecere, ora indagata, alla criminologa che ha fatto riaprire il caso: «Ti faccio spappolare». «E poi ci sarà la botta». Ormai niente è più come sembrava che fosse. Neppure le testimonianze che nel lontano 1996 avevano convinto gli investigatori dell’epoca a guardare in una sola direzione, quella del commercialista Marco Soracco, ritenuto l’unico possibile assassino di Nada Cella . Come se fosse un gioco di specchi. L’ostinazione accanita con la quale il magistrato e i suoi collaboratori dell’epoca avevano ignorato ogni possibile altra pista è arrivata a deformare anche l’eventuale significato di alcune dichiarazioni. Nei giorni scorsi, è stato sentito anche Paolo Bertuccio, collega del datore di lavoro della vittima, che venticinque anni fa era stato trasformato in una specie di suo grande accusatore. Era il 23 aprile 1996, due settimane prima del delitto avvenuto nello studio di Soracco, in via Marsala a Chiavari. I due commercialisti frequentano insieme un corso serale di aggiornamento sulle nuove tipologie del contenzioso tributario. Al termine della lezione, decidono di andare a farsi una birra. Soracco racconta all’amico che sta frequentando una scuola di ballo alla palestra Odeon. «Stavamo quasi per lasciarci, ormai era circa mezzanotte» sostiene Bertuccio. «All’improvviso lui mi disse, e poi ci sarà la botta, una cosa che riguarderà il suo studio, e che avrei appreso notizie anche dai giornali. La signorina o la segretaria se ne sarebbe andata, e allora a quel punto siccome continuavo a non capire gli dissi perché mi dici queste cose, che uso devo farne?» Lui rispose di farne l’uso che riteneva. «Tanto quando la cosa si sarà calmata, si saprà». Erano frasi che lasciavano presagire una minaccia incombente. In assenza di ogni altro possibile sospetto, furono usate come possibile prova del coinvolgimento diretto di Soracco, che comunque, oggi come allora, viene ritenuto in possesso di segreti che non vuole o non può svelare. Ma adesso quelle parole possono essere lette in modo ben diverso. Gli attuali inquirenti sono convinti che Annalucia Cecere, da pochi giorni indagata per omicidio aggravato, volesse sostituirsi alla povera Nada. Per una questione di gelosia o perché era convinta di meritare un risarcimento. Il commercialista temeva uno scandalo che potesse minare il buon nome dello studio. E per questo ha sempre smentito la testimonianza dell’amico, sostenendo che aveva capito male. Manca la prova regina, ma secondo la Procura c’è abbondanza di indizi e dettagli convergenti verso la donna, oggi maestra in pensione a Cuneo, ieri collaboratrice domestica a Chiavari, che in una intercettazione telefonica dice a Soracco di «provare schifo» per lui. Ancora oggi si fatica a capire come sia stato possibile lasciar cadere due testimonianze che riferivano entrambe di aver visto la mattina del delitto l’attuale indagata «fuggire con espressione sconvolta ad alta velocità da via Marsala» in sella ad un motorino. Durante la perquisizione nella sua casa di Cuneo, ad Annalucia Cecere è stato sequestrato un vecchio motorino. La direzione e il contesto della nuova indagine sono questi. La prova del Dna sui vecchi reperti non sarà il punto di non ritorno. La Procura di Genova si sta preparando anche all’eventualità di un processo indiziario. Nella raccolta di elementi a carico di Annalucia Cecere entreranno anche i suoi messaggi scritti e vocali inviati nell’estate del 2019 ad Antonella Pesce Delfino, la studiosa di criminologia che con il suo lavoro ha fatto riaprire il caso. «Se ti ripresenti qui il mio cane ti spappola viva, hai capito?». E poi, insulti assortiti. Bastò un nome. Quello dell’ex fidanzato, presunto proprietario della giacca a cui appartenevano i cinque bottoni sequestrati a casa della donna nel 1996, identici a quello ritrovato sotto il corpo di Nada. La ricercatrice pugliese, che aveva incontrato Cecere fingendo di raccogliere interviste per uno studio sull’abbandono scolastico dei docenti, fu cacciata in malo modo. Da quel giorno cominciò la persecuzione telefonica. Ma la parte più interessante non sono le contumelie. In alcuni passaggi, la donna si dichiara al corrente del fatto che l’indagine sta per ricominciare. E qui si ritorna alle incredibili omissioni della vecchia inchiesta, e a un possibile depistaggio. Ma su questo aspetto della vicenda c’è da scommettere che ben presto verrà steso il consueto velo pietoso. 

Marco Lignana per repubblica.it il 9 novembre 2021. La criminologa Antonella Pesce Delfino, nel suo immane lavoro sul caso di Nada Cella, ha ricevuto anche messaggi, telefonate e "vocali" per nulla piacevoli dalla donna oggi accusata di omicidio volontario, Annalucia Cecere. Contenuti audio che ora sono agli atti dell'indagine sul tavolo del pubblico ministero Gabriella Dotto, e dunque noti alle parti. Messaggi spediti da Cecere dopo un incontro fra le due, un faccia a faccia nel quale la criminologa, fingendosi interessata ai problemi legati alla scuola (Cecere si è licenziata anni fa dal suo ruolo di insegnante a Boves), aveva ""agganciato" la 53enne, con l'obiettivo di ottenere da lei informazioni preziose. Ma quando la conversazione era scivolata sul Tigullio e su un ex fidanzato di Cecere ai tempi della sua vita chiavarese, il clima si era fatto subito molto teso. Da allora, la reazione rabbiosa di Cecere. Così ecco un vocale in cui l'indagata sembra sostenere di avere conoscenze tra le forze dell'ordine e dice "ho parlato con la polizia di Chiavari, forse è stato già riaperto il caso. Ti ci trascino per i capelli. poi ti faccio fare le domandine. Indovina indovinello, quale zoccola è venuta a casa mia?". E ancora, un altro audio in cui Cecere si "lamenta" delle fin troppo approfondite informazioni sul suo passato da parte di Pesce Delfino: "E come facevi a sapere che uscivo con... e tutti i cazzi miei. e di quello bassino ... come facevi a saperlo? Hai paura eh?". La criminologa ovviamente non si è fermata, nonostante la pressione nei suoi confronti. Insieme alla mamma di Nada, Silvana Smaniotto, e all'avvocata Sabrina Franzone, ha continuato a studiare le 12mila pagine del fascicolo

Matteo Indice per "la Stampa" l'8 novembre 2021. Venticinque anni fa i segreti del caso Nada Cella arrivarono anche in un confessionale. E, ne è convinta oggi la procura di Genova, all'interno della Curia chiavarese c'era chi conosceva dettagli potenzialmente cruciali alla soluzione del giallo della segretaria uccisa ventiquattrenne, il 6 maggio 1996, nello studio del commercialista Marco Soracco in via Marsala numero 14. Per gli inquirenti la consapevolezza in ambienti religiosi è molto più che una mera ipotesi. Tanto che nelle scorse settimane il sostituto procuratore Gabriella Dotto, titolare del nuovo fascicolo per omicidio volontario dov' è stato iscritto il nome dell'ex insegnante Annamaria Cecere, 53 anni, ha interrogato una decina di sacerdoti. Il movente dell'omicidio a parere di chi indaga è la gelosia. «Perché - insistono gli inquirenti - Annalucia pensando di accasarsi grazie alla sua avvenenza voleva prendere il posto di Nada sia nell'ufficio di Soracco sia nel cuore di quest' ultimo, che per la sua dipendente aveva una predilezione ancorché non corrisposta». Il medesimo Soracco, ora sessantenne, ha a sua volta ricevuto un avviso di garanzia nell'ambito dei nuovi accertamenti insieme alla madre Marisa Bacchioni di 89 anni: per entrambi l'addebito è «false dichiarazioni al pubblico ministero», poiché avrebbero sviato i rilievi proprio su Cecere. L'inchiesta, ricordiamo, è ripartita grazie all'abnegazione della criminologa Antonella Pesce Delfino e dell'avvocata Sabrina Franzone, che assistono la madre di Nada Silvana Smaniotto e hanno presentato un'istanza affinché fosse rivisto tutto il materiale probatorio. Il dato più significativo emerso ieri è comunque quello sugli interrogatori dei sacerdoti, passaggio importante per i magistrati che devono rispondere a domande inquietanti: chi, a Chiavari e non solo, aveva informazioni di rilievo sull'omicidio? Perché non le condivise con le forze dell'ordine? E ancora: alla luce di alcune anomalie riscontrate nel rileggere oggi le carte, è possibile ipotizzare che l'attuale sospettata avesse un confidente, una talpa? È confermato da qualificate fonti investigative che almeno un prete ha ammesso d'aver ricevuto notizie nell'estate '96. Senza dimenticare che i poliziotti della squadra mobile stanno ristudiando alcune vecchie intercettazioni telefoniche: sembrerebbero dimostrare che Cecere era in parte a conoscenza di quel che facevano gli investigatori, essendo stata indagata pure allora. Il giorno prima della perquisizione nel suo alloggio, per esempio, contattò in maniera compulsiva una serie di avvocati e chiese ad amici nomi di legali. In precedenza si era presentata in caserma urlando «se non smentite il mio coinvolgimento prendo il mio bambino (avuto da una precedente relazione, ndr) e mi ammazzo». E negli stessi giorni aveva contattato Marco Soracco, ai tempi principale sospettato, sull'utenza di casa, per insultarlo. «Guarda che tu non mi piaci, mi fai schifo», diceva l'ex maestra secondo quanto riportato nelle annotazioni dell'Arma. Ora la Mobile vuole capire la ragione per cui Cecere inveì contro Soracco, nell'ipotesi che si stesse precostituendo una specie di alibi, immaginando che il commercialista fosse intercettato. Ad annunciare la sua estraneità ai fatti 25 anni fa, secondo quanto riportato dai giornali, fu una nota stampa del procuratore capo di Chiavari Gio Batta Coppello: basandosi sulla segnalazione del collega Filippo Gebbia, che aveva in carico gli accertamenti, comunicò «la sicura archiviazione di Annalucia Cecere». E però. qualcuno sapeva del suo possibile coinvolgimento, pure in Curia. Perciò al nono piano del palazzo di Giustizia, dove ha base la procura, per svariati giorni si sono visti sacerdoti davanti all'ufficio del pm Dotto, in attesa d'essere sentiti.

I segreti in chiesa e gli audio choc: come è morta Nada? Rosa Scognamiglio il 9 Novembre 2021 su Il Giornale. A 26 anni dal delitto spunta una nuova pista d'indagine. Dieci preti, secondo i pm, sarebbero venuti a conoscenza dell'omicidio. Ci sono delitti che possono riservare risvolti inattesi anche quando tutte le piste d'indagine sembrano esaurite. Come il caso di Nada Cella, la segretaria 25enne trovata morta a Chiavari, il 6 maggio 1996, nello studio del commercialista dove lavorava. A 26 anni dalla tragedia, Annalucia Cecere, una ex insegnante destituita dall'incarico per motivi disciplinari, è finita sotto la lente d'ingrandimento dei titolari del fascicolo per omicidio aggravato. Ma c'è di più. Secondo la procura dieci sacerdoti potrebbero aver raccolto la confessione del colpevole.

L'omicidio di Nadia Cella

Nada Cella fu ritrovata agonizzante sul pavimento dell'ufficio presso cui era impiegata come segretaria, la mattina del 6 maggio 1996. A richiedere l'intervento dei soccorsi fu il suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco, che trovò la 25enne riversa in una pozza di sangue. Nada fu trasportata dapprima al pronto soccorso di Lavagna poi, trasferita all'ospedale San Martino di Genova nell'ultimo, quanto vano, tentativo di salvare la vita. Gli esami cadaverici accertarono che la vittima fosse stata colpita ripetutamente alla testa con un oggetto contundente ma l'arma del delitto non fu mai ritrovata. Nel mirino degli inquirenti finì proprio Soracco che, al termine di un travagliato procedimento penale, fu scagionato e infine prosciolto. Verso la fine del 1998 il caso venne archiviato.

"Tracce di Dna". Quel delitto irrisolto che si riapre dopo 25 anni

Le nuove indagini e i sospetti sull'ex insegnante

Ventiquattro anni dopo l'archiviazione, i pm hanno deciso di riaprire il fascicolo per omicidio aggravato su spinta della criminologa Antonella Pesce Delfino che ha rispolverato quei faldoni. Tra le carte dell'inchiesta ci sarebbero alcuni dettagli trascurati al tempo delle indagini e che, oggi più di ieri, potrebbero tracciare la pista giusta perla risoluzione del giallo. I nuovi sospetti ricadono su Annaluce Cecere, un'ex insegnate di Chiavari, a cui è stato recapitato un avviso di garanzia lo scorso 5 novembre. Secondo la Mobie guidata dal primo dirigente Stefano Signoretti, coordinati dal procuratore capo facente funzioni Francesco Pinto e dal sostituto Gabriella Dotto, la donna (oggi 50enne) si sarebbe invaghita del commercialista Marco Soracco ma lui sarebbe stato innamorato della giovane Nada. Dunque, potrebbe essersi trattato di omicidio a sfondo passionale in cui Soracco potrebbe aver giocato un ruolo collaterale. Il professionista, con anche l'anziana madre Teresa Bucchioni, è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero. Secondo chi indaga, Soracco potrebbe aver "coperto" la presunta assassina. In estrema sintesi, avrebbe visto Annaluce Cecere allontarsi dall'ufficio quella mattina in cui Nada è stata uccisa. Ma c'è di più.

La pista religiosa

Stando a quanto si apprende dall'edizione odierna de Il Giorno, ci sarebbe anche una pista religiosa che gli inquirenti perseguirebbero con insistenza. Sì, perché la confessione del delitto potrebbe essere stata raccolta da alcuni preti del Chiavarese e il nome del colpevole taciuto per ben 26 anni. Dieci sacercedoti sono stati ascoltati in procura ma sulla natura delle dichiarazioni rese ai pm vige un riserbatissimo segreto istruttorio. Per chiarire fatti, luoghi e circostanze dell'omicidio, ci si affiderà non solo ai racconti di eventuali testimoni ma soprattutto alle ispezioni tecnico-scientifiche dei reperti. Gli accertamenti del Dna sono stati affidati al professor Emiliano Giardina, colui che rintracciò il profilo genetico di Ignoto Uno nel caso di Yara Gambirasio. E chissà che anche stavolta una sequenza ordinata di alleli possa svelare l'identità dell'assassino di Nada Cella.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” l'8 maggio 2021. Nada Cella è molto più di un caso freddo. Nada Cella è un rimorso. Per tutti quelli che c' erano all' epoca, per quelli che sono venuti dopo di loro. Sono passati venticinque anni e ancora qualcuno ci prova. Non solo perché fino a quando la salute gliel' ha concesso Silvana Smaniotto, la madre, bussava alla porta di ogni nuovo magistrato della Procura di Genova per chiedere giustizia. Quella morte senza colpevoli, avvenuta in una città piccola, dove tutti si conoscono, grida ancora vendetta a Dio e agli uomini, non c' è altro modo di dirlo. Soprattutto per l'imperizia e la negligenza degli inquirenti dell'epoca, autori di una indagine che nei seminari di criminologia viene ricordata come un compendio di tutto quello che non bisogna fare sulla scena del delitto e nei giorni seguenti. La mattina del 6 maggio 1996, Nada Cella va al lavoro in bicicletta. Ha 25 anni, da pochi mesi è stata assunta come segretaria nello studio del commercialista Marco Soracco, in un palazzo della Chiavari vecchia. È figlia unica di Bruno e Silvana, lui impiegato del Comune, lei bidella. «Segni particolari: brava ragazza» titolerà il settimanale Oggi. Quel lunedì, Nada apre lo studio e accende le luci, come sempre. Alle 9 apre anche a una persona che suona al citofono. L' assassino percorre un lungo corridoio, ed entra nell' ultima stanza a destra, come se sapesse dove andare. A chiamare il 113 è il principale, sceso dall' appartamento al piano di sopra dove abita con la madre. C' è stato un incidente, dice. Quando arrivano i primi soccorsi, Nada ha il viso e il torace coperti di sangue. È stata colpita alla testa e al pube almeno 15 volte, con un oggetto pesante e aguzzo, mai più ritrovato. Muore in ospedale dopo una breve agonia. I giornali se ne occupano quasi solo per sottolineare le analogie con il delitto di Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma nel 1990, anche lei in ufficio. Forse è anche la somiglianza con quel famoso precedente, a confinare quella vicenda nell' ambito dei delitti di provincia. Oppure la ragione di una rimozione che dura ancora oggi è il fallimento totale delle indagini, che aleggia ancora nell' aria di questure e tribunali liguri. Non è un caso che nel disporre l'ennesimo tentativo di riapertura delle indagini il procuratore capo Francesco Cozzi dica che darebbe un anno o anche più di vita per risolvere quel caso. Prima di arrivare a Genova, ha diretto il piccolo ufficio giudiziario di Chiavari. Sa cosa rappresenta quella vicenda, ne conosce la portata simbolica. La scena del delitto viene subito stravolta. I primi investigatori giunti sul posto concedono alla madre e alla zia di Soracco, preoccupate per il decoro dell'immobile, il permesso di pulire le macchie di sangue lasciate dalla ragazza sul ballatoio e in alcune parti dello studio. Non c' è accordo sull' eventualità di intercettare subito le conversazioni telefoniche degli inquilini e non se ne farà nulla per settimane. Alcuni prelievi del Dna non vengono concessi per cavilli giuridici. «La soluzione è vicina, pochi giorni e saprete tutto», aveva detto il magistrato incaricato delle indagini subito dopo il delitto. Alla fine del 1998 il caso viene archiviato, con il silenzio dovuto alle vicende gestite malissimo. Il commercialista e sua madre, unici indagati, vengono scagionati. Agli atti non resta neppure uno straccio di ipotesi sul movente. Bruno Cella muore di crepacuore nel luglio del 1999. Come ogni giorno, stava guidando verso il cimitero dove è sepolta la figlia. Da allora, ad anni alterni nasce una sterile illusione. Nel novembre 1999 vengono disposti accertamenti su un muratore della zona, reo confesso dell'omicidio di una prostituta serba. Nel 2005 si riapre il fascicolo partendo dai diari della ragazza. Nel 2006 la Procura di Genova indaga per il delitto altri due muratori coinvolti in un'inchiesta su un racket della prostituzione. Nel 2011 ennesimo tentativo con gli scarsi reperti di indagine, questa volta sono tre capelli che non appartengono alla vittima. Niente, niente e ancora niente.  Proprio l'ultimo tentativo dovrebbe indurre oggi alla cautela. Anche Cozzi e il gruppo che si occupa dei cold case confidano nel supporto di tecnologie che ancora non c' erano nel lontano 1996. Per questo hanno mandato ad analizzare frammenti di Dna a Milano, Roma e negli Stati Uniti, presso l' Fbi. «A me nessuno mi ha informato» dice al telefono la signora Silvana. «E non vorrei che queste novità fossero dovute solo al fatto che sono venticinque anni tondi dalla morte di Nada. Ma anche se fosse, fino a quando non salterà fuori il colpevole sarà sempre giusto provarci». Almeno come risarcimento postumo da parte dello Stato. Almeno come un modo implicito di chiedere scusa a una povera ragazza e alla sua famiglia.

Omicidio Nada Cella, Annalucia Cecere indagata dopo 25 anni: l’ufficio, i segreti, le rivalità. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 4 novembre 2021. «Ma se lo sanno tutti che è stato il commercialista». Nel 2018, Antonella Pesce Delfino, doppia laurea in veterinaria e psicologia, tecnica di laboratorio al dipartimento di genetica dell’università di Bari, è salita a Genova per frequentare un corso di criminologia. La ospita un giornalista del Secolo XIX. Quando lei le chiede se conosce «un caso freddo interessante» per la sua tesi conclusiva, la risposta non può che essere un nome. , la ragazza di Chiavari uccisa il 6 maggio del 1996 nello studio presso il quale lavorava come segretaria. Fu colpita dieci volte sulla testa con un oggetto pesante «scagliato con una furia tale che autorizza a pensare al gesto d’impeto di un folle», così recitava la prima autopsia. Un delitto così vistosamente imperfetto, così grossolano, che per non risolverlo subito ci è voluta tutta l’imperizia del mondo. Antonella si immerge nelle carte, sparisce per mesi, durante i quali trasforma quel caso di giustizia negata in una ossessione personale. E quando ricompare, ha una sua tesi, suffragata da un lavoro accanito su indizi e piste trascurate in precedenza. Il nostro collega alza le spalle, dicendo quella frase. La verità è che a modo suo ha ragione. Ieri, quando è diventata pubblica la notizia di una persona iscritta nel registro degli indagati per omicidio aggravato, oltre a quelli del commercialista Marco Soracco e della sua anziana madre, accusati di falsa testimonianza, tutti gli addetti ai lavori che negli anni si sono occupati della vicenda, hanno reagito allo stesso modo. «Chi è Annalucia Cecere?» Tutti, tranne lei, l’aspirante criminologa che nel 2019 si è presentata dall’allora procuratore capo di Genova Francesco Cozzi. Aveva paura di essere mandata a quel paese, e per questo si era fatta accompagnare da Silvana Smaniotto, la madre di Nada. «L’amicizia che si è creata con questa donna così provata dalla vita è stato quello che mi ha fatto andare avanti. Lo devo fare per lei, mi sono detta. Ho lavorato senza pensare al domani, senza sentirmi una detective in incognito. Ho solo provato a riannodare dei fili. Tanto, peggio di così non sarebbe potuta andare». Antonella mostra vecchi reperti che corrispondono ad altrettante ferite per qualunque magistrato. Si è sempre parlato di indagini fatte malissimo, la ragione per cui almeno cinque volte c’è stato un tentativo di riaprire il caso. Pescando qua e là, da un fascicolo sterminato: la scena del delitto stravolta proprio dai primi inquirenti arrivati nell’ufficio di via Marsala, i contrasti tra la Polizia e il magistrato Filippo Gebbia, che negò agli investigatori il permesso di intercettare le conversazioni dei condomini, ripicche reciproche, storie di prelievi Dna richiesti e negati. Adesso sappiamo che c’era anche dell’altro. Qualcosa che Antonella ha riportato a galla. Ai magistrati di Genova mostra un verbale redatto dai Carabinieri, che hanno raccolto la testimonianza di un mendicante e di una persona vicina alla famiglia Soracco. Entrambi sostengono di avere visto una donna somigliante ad Annalucia Cecere uscire dal palazzo dove è appena avvenuto il delitto. La conoscente della famiglia del commercialista racconta che la donna lo aveva incontrato a un corso di ballo e si era invaghita di lui, al punto da cercare di prendere il posto da segretaria di Nada per essergli vicino. Ma quelle due testimonianze non sono mai arrivate agli uomini della Squadra mobile. La Procura di Chiavari non le ritenne rilevanti, Gebbia indaga e poi proscioglie Cecere nell’arco di tre giorni, senza che il suo nome arrivi ai giornali. Le indagini guardano da una sola parte, al commercialista Soracco e sua madre, che spesso danno l’idea di sapere qualcosa. E non porteranno mai a nulla. Cozzi concede fiducia ad Antonella. E le affida ogni fascicolo, ogni carta sul delitto Cella tra quelle che si sono accumulate in questi anni. Ci vogliono tre mesi per mettere tutto insieme. Stiamo parlando di una mole enorme di documenti, molti dei quali danneggiati da una alluvione, altri dalle ingiurie del tempo. «Ho perso una diottria per occhio» racconta lei. Affiorano altri particolari. Il giorno prima di subire una perquisizione, non certo annunciata, Annalucia Cecere chiamò un avvocato per chiedere assistenza. A casa sua sono stati ritrovati cinque bottoni di tipo militare uguali a quello ritrovato sotto il corpo di Nada. Ma all’epoca anche questo dettaglio venne preso sottogamba, liquidato con un raffronto fotografico fatto a distanza. La Procura di Genova è convinta di avere trovato finalmente la pista giusta. Annalucia Cecere ha ogni diritto di essere considerata innocente fino a prova contraria. Oggi ha 53 anni, vive in provincia di Cuneo, dove è stata a lungo insegnante d’asilo. Due anni fa, Antonella Pesce Delfino si è finta una ricercatrice che si occupava di scuola e l’ha incontrata. L’inganno è durato poco. «Ho capito che sta nascondendo qualcosa», dice ora. E si tratta di una sua personalissima convinzione.L’ultima parola spetterà comunque alla tecnologia, intesa come nuove tecniche di investigazione. Giardina, il genetista che si occupò del caso di Yara Gambirasio è stato incaricato dell’esame dei vecchi reperti ritrovati sulla scena del crimine. Fin dall’inizio, era quello l’obiettivo di Antonella. «Voglio soltanto che Nada abbia giustizia, grazie alla competenza e alla cura nelle indagini che le sono state negate per tanto, troppo tempo».

Nada Cella: quei verbali ignorati e i sospetti su una talpa che depistò l’inchiesta. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 5 novembre 2021. Nei primi sette anni, ci furono indagini sul muratore accusato e poi prosciolto, sui contrasti di natura condominiale tra la famiglia di Nada Cella e i vicini di pianerottolo, su un agente di commercio parmense tirato in ballo da due telefonate anonime, e sulle rivelazioni di un ex detenuto del carcere di Chiavari che incolpava un suo ex compagno di cella. Venne presa sul serio anche una presunta militante dell’inesistente Fondazione Forze Armate Anarchica convinta che la povera ragazza fosse stata uccisa per avere copiato su un dischetto la contabilità del gruppo. «In seguito ad accertamenti la giovane testimone risulta ricoverata nel reparto di Psichiatria dell’ospedale di Sestri Levante e seguita anche dai servizi di Salute mentale di altre provincie». Per tacere degli «esiti negativi» delle indagini «ampie e dettagliate» sul commercialista Marco Soracco, dal giorno del delitto e fino a venerdì il principale indiziato.

I bottoni

La richiesta d’archiviazione del 25 febbraio 2003 con la quale il pubblico ministero Filippo Gebbia sancisce il fallimento definitivo dell’ inchiesta sulla morte di Nada Cella non fa alcuna menzione di Annalucia Cecere e del verbale dei Carabinieri che il 28 maggio 1996, appena ventidue giorni dopo quel delitto senza spiegazioni, sequestrano a casa della donna cinque bottoni «di forma circolare con parte anteriore metallica che reca raffigurata una stella a cinque punte incastonata in un bordo orlato con la dicitura Great Seal of the State of Oklahoma», giudicati «pertinenti al reato per il quale si procede» in quanto uguali al reparto ritrovato sotto al corpo della vittima. Inoltre, scrivevano gli ufficiali dell’Arma, «l’interessata non forniva giustificate motivazioni circa la provenienza degli stessi, riferendo solamente che erano stati prelevati da una giacca che si era logorata».

La pista non approfondita

Ammesso e non concesso che la donna oggi indagata per omicidio aggravato sia davvero colpevole, rimane un mistero come sia stato possibile che essa sia scomparsa in modo così repentino dalle indagini. Che quel verbale di ritrovamento, assieme ad alcune intercettazioni giudicate oggi molto interessanti, addirittura non siano mai arrivati sul tavolo della squadra mobile genovese. Se lo chiedono anche i magistrati della Procura di Genova, titolari della nuova inchiesta, che nei giorni scorsi hanno sentito i dirigenti Pasquale Zazzaro, all’epoca dei fatti capo del commissariato di Chiavari, e Giuseppe Gonan, nel 1996 capo della squadra omicidi di Genova, con la volontà di capire come mai la pista che portava ad Annalucia Cecere non sia mai stata approfondita a dovere.

Caso, sciatteria o depistaggio?

Non ci sono accuse di alcun genere. Ma gli inquirenti di oggi sono convinti che questa apparente rimozione non sia dovuta soltanto al caso o a comprovata sciatteria. A farla breve, ritengono possibile che qualche poliziotto dell’epoca in servizio a Chiavari conoscesse la donna e abbia fatto opera di depistaggio. L’esistenza di una talpa spiegherebbe anche il fatto che in quel lontano maggio del 1996, Annalucia Cecere contattò un avvocato il giorno prima della perquisizione a casa sua. Come se qualcuno «da dentro» l’avesse messa sul chi va là.

Coincidenze

Magari è solo una coincidenza. Come può esserlo anche il fatto che lo scorso marzo, subito dopo la riunione in Procura dove si è deciso di unire in un solo fascicolo gli atti riguardanti l’attuale indagata, Antonella Pesce Delfino, l’aspirante criminologa che ha contribuito a riaprire il caso, abbia ricevuto da lei messaggi poco simpatici. Ma due coincidenze, a distanza di 25 anni l’una dall’altra, se non una prova fanno almeno un sospetto. 

Nada Cella, la donna accusata del delitto 25 anni dopo: «Non c’entro nulla, fatemi pure il Dna». Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 5 novembre 2021. BOVES (Cuneo) - «Io con quella storia non c’entro nulla». Annalucia Cecere, 53 anni, lo ripete da giorni. Lo ha detto al marito Lorenzo Franchino. E ai pm che lo scorso luglio l’hanno convocata in Procura a Genova per sentirla come persona informata, per poi notificarle un avviso di garanzia con l’accusa di omicidio: «Fatemi pure il Dna, fate gli accertamenti che volete, non ho nulla a che vedere con quella ragazza. Non ho niente da nascondere». La ragazza di cui parla si chiamava Nada Cella e aveva 25 anni. Era il 1996 quando il suo corpo venne trovato straziato nello studio del commercialista Marco Soracco, in cui lavorava come segretaria.

Le accuse cadute dopo pochi giorni

All’epoca Annalucia di anni ne aveva 28 e viveva nella cittadina ligure. Venne sospettata e indagata. Si parlò di gelosia, ma le accuse caddero in pochi giorni. Era comunque una brutta storia da lasciarsi alle spalle. E così un anno dopo il delitto, alla guida della propria Lancia Y, Annalucia si trasferisce nel comune di Boves, in provincia di Cuneo. È un’insegnante e fa qualche supplenza nelle scuole della zona.

Il marito, il figlio

Poi conosce Lorenzo. Nel ‘99 si sposano, un anno dopo nasce il loro unico figlio. Il marito è un imprenditore, con il fratello gestisce una ditta di trasporto ed escavazione. A Mellana, frazione di Cuneo, costruiscono la loro casa a poche decine di metri da quella dei suoceri. Una villetta su due piani, mattoni rossi, giardino ben curato. Gli anni trascorrono in fretta e il passato sembra sempre più passato. Poi arriva l’estate del 2021 e Annalucia torna a essere la principale sospettata dell’omicidio di Nada. «I magistrati le hanno chiesto cose di 25 anni fa, come faceva a ricordare? E il commercialista Soracco lo conosceva di vista, come un po’ tutti a Chiavari. Poi le hanno dato l’avviso di garanzia — racconta il marito —. Da quel momento non abbiamo più saputo nulla e adesso tutto questo: il nome di mia moglie è ovunque. Ditemi se è normale? Lasciamo che la giustizia faccia il suo corso. Sono il primo a dire che se è colpevole è giusto che vada in galera. Ma lei non ha fatto nulla».

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Sotto i riflettori

Lorenzo è infastidito. Ad agosto aveva già allontanato alcuni giornalisti e adesso la sua famiglia è di nuovo sotto i riflettori. «Mi aveva parlato di questa storia qualche anno dopo il matrimonio. Me n’ero dimenticato… E ora non mi fa dormire la notte. Anche questa mattina alle 4 ero sveglio». Adesso che tutto è tornato a galla, nel dedalo di viuzze di campagna puntellate di villette serpeggia il chiacchiericcio. Qualcuno ricorda che qualche anno dopo il suo arrivo a Cuneo, la donna aveva avuto alcuni problemi nella scuola ed era stata allontanata con un provvedimento disciplinare. «Stanno circolando un sacco di bugie. Si è licenziata, dal pubblico non ti mandano mai via», insiste Lorenzo. E Annalucia? «È in casa con il suo barboncino che le fa compagnia. È turbata, ci sta male. Tutto quello di cui si parla adesso era già emerso allora, compresi i due testimoni. Che oggi, però, sono credibili. Non sappiamo che cosa sia cambiato. A chi faccia comodo tutto questo».

Delitto Nada Cella, il marito dell'accusata: "Quelle prove già scartate, non è stata mia moglie". Federica Cravero su La Repubblica il 6 novembre 2021. Mellanea (Cuneo) - "Se è colpevole è giusto che paghi e che vada in galera, ma lei non ha fatto nulla. E comunque questo si deve vedere alla fine, non all'inizio delle indagini. Invece lo sputtanamento, mi scusi l'espressione, è già partito. E noi non possiamo difenderci". Lorenzo Franchino arriva con la tuta da lavoro, imprenditore nel settore dell'autotrasporto e delle escavazioni, davanti alla villetta in mezzo ai campi di Mellana, a metà tra Boves e Cuneo, in cui vive con il figlio ventenne e la moglie.

“Fu una donna a uccidere Nada Cella”. La tesi di un master riapre il caso. Marco Lignana e Matteo Macor su La Repubblica il 5 novembre 2021. Caso Cella: la svolta 25 anni dopo grazie a un bottone e all’ostinazione di un’investigatrice. Ora c’è un’indagata. Per 25 anni la verità è rimasta sepolta. Un assassinio brutale senza un perché, un'indagine tanto complicata e pasticciata da non arrivare nemmeno a un processo. E invece mai come adesso la morte di Nada Cella, massacrata nello studio del commercialista dove lavorava a Chiavari, potrebbe essere ricostruita e svelata. Grazie soprattutto alla passione e alla competenza di una criminologa pugliese partita da una tesi scritta in un master universitario, e arrivata a un punto di svolta mai raggiunto in cinque lustri, la Procura di Genova accusa una donna di omicidio volontario: Annalucia Cecere, oggi 53enne, che oggi vive in Piemonte. E iscrive sul registro degli indagati per false informazioni al pm altre due persone: Marco Soracco, lo stesso commercialista che quella mattina del 6 maggio 1996 trovò Nada agonizzante, colpita alla testa con un oggetto mai ritrovato, e la madre del commercialista, Marisa Bacchioni, che tuttora vive con il figlio nello stesso palazzo di via Marsala. Dopo mesi di interrogatori compiuti dalla pm Gabriella Dotto e dagli agenti della squadra mobile diretta da Stefano Signoretti, oggi verrà conferito l'incarico di analizzare il Dna sulla camicetta allora indossata da Nada e su una sedia dello studio, dove sono state trovate tracce sia femminili che maschili. Analisi affidate a Emiliano Giardina, il genetista che arrivò a "Ignoto 1" nel caso di Yara Gambirasio. Lavorerà fianco a fianco con i poliziotti della Scientifica. Se negli ultimi mesi gli inquirenti hanno lavorato notte e giorno, tutto è nato dal lavoro della criminologa di Bari Antonella Pesce Delfino. È lei che nel 2017 si interessa al caso durante un master in criminologia. È lei che conosce la madre 78enne di Nada, Silvia Smaniotto, che oggi definisce la consulente "un angelo che ha frugato nel passato e che non finirò mai di ringraziare". Insieme all'avvocata Sabrina Franzone rivoltano le 12mila pagine che la Procura mette loro a disposizione. E insieme a pm e polizia, analizzando 12mila pagine agli atti, scoprono gli incredibili errori commessi allora dagli investigatori. Annalucia Cecere era stata indagata pochi giorni dopo il delitto, perché ben due testimoni avevano fatto il suo nome ai carabinieri che allora indagavano. Un mendicante, oggi deceduto, e un anonimo rintracciato dal pm. I militari avevano fatto irruzione in casa sua, repertando alcuni eleganti bottoni sfilati da una giacca da uomo. Parte di un bottone identico era stato invece trovato sulla scena del delitto. Eppure, incredibilmente, allora la Procura di Chiavati e i carabinieri fecero la comparazione attraverso foto sbiadite, e non direttamente sugli oggetti sequestrati. La posizione di Cecere, che fece anche sapere di volersi togliere la vita, fu subito archiviata. Per il pm Dotto e il procuratore Francesco Pinto, invece, bisogna tornare a lei per scoprire la verità. La donna aveva conosciuto Soracco a Chiavari a un corso di ballo, poi l'aveva incontrato qualche volta in discoteca. Secondo l'accusa, il commercialista era diventato un'ossessione per una 28enne dal passato difficile e dalla vita non facile. E Nada Cella, che con Soracco condivideva solo il lavoro, un ostacolo. Da qui il presunto delitto, sempre rinnegato dalla Cecere che oggi vive in Piemonte, nel cuneese. Soracco, invece, per anni indiziato e poi prosciolto, oggi dice che "è un passato che avrei fatto volentieri a meno di rivivere". Una angoscia che condivide con la madre: "Pretendono che ricordiamo cose di 25 anni fa, impossibile".

Omicidio Nada Cella, parla la criminologa Delfino che ha riaperto il caso: "C'erano prove sottovalutate". Marco Lignana su La Repubblica il 5 novembre 2021. L'esperta che ha lavorato all'inchiesta: "Ecco come mi sono appassionata".  

L'avvocata che assiste la mamma di Nada Cella la definisce la Lisbeth Salander di una indagine per nulla ordinaria. Antonella Pesce Delfino, tecnico all'Università di Bari, con la protagonista della saga letteraria "Millennium" condivide tenacia e competenza. 

Come è nato il suo coinvolgimento?

"Nel 2017 stavo frequentando un master in criminologia all'Università di Genova, dovevo fare la tesi. Un giornalista mi disse: "Perché non Nada Cella?" Ho iniziato, mi sono appassionata, ci ho lavorato quattro anni". 

Da dove è partita?

"Dalla mamma di Nada, una persona straordinaria che mi ha sostenuto anche nei momenti di sconforto. Ha tirato fuori gli atti e altri siamo andati a chiederli in Procura". 

Annalucia Cecere era già stata indagata nel 1996.

"Testimonianze e prove erano state clamorosamente sottovalutate, non era solo incompetenza ma un brutto clima fra Procura di Chiavari e forze dell'ordine". 

Ha parlato con gli indagati?

"Ho conosciuto bene Soracco, persona che mi ha aiutato moltissimo. So che anche lui è indagato ma per quanto mi riguarda ha collaborato". 

E Cecere?

"Sì, l'ho incontrata. Non è andata molto bene...". 

Ora cosa farete?

"Sono strafelice che le analisi siano state affidate al miglior genetista in Italia. Per ora mi basta questo".

Svolta nel giallo della segretaria massacrata. Sotto inchiesta anche il suo ex datore di lavoro. Il Giornale il 5 Novembre 2021. Svolta nell'indagine sul delitto di Nada Cella, uccisa a 25 anni il 6 maggio 1996 nello studio di Chiavari del commercialista Marco Soracco. Secondo la Procura a straziare Nada fu una donna, Annalucia Cecere, ex insegnante destituita dal servizio nel 2017 per motivi disciplinari, allora ventottenne (oggi ha 53 anni), ora indagata per omicidio volontario. Dietro il delitto, la gelosia per la vittima, anche in campo professionale. La giovane, allora 25 enne, era stata trovata uccisa all'interno dello studio di commercialista dove lavorava. Secondo gli inquirenti Annalucia Cecere massacrò la vittima in un mix di gelosia e desiderio di rimpiazzarla nel lavoro all'interno dello studio. Avvisi di garanzia anche allo stesso Marco Soracco, oggi sessantenne, e a sua madre Marisa Bacchioni che ha 89 anni: sono entrambi accusati di false dichiarazioni al pubblico ministero. I pm hanno disposto nelle ultime ore una super-perizia affidata allo stesso consulente che si occupò del caso di Yara Gambirasio. Sono diversi gli elementi analizzati prima dalla criminologa Pesce Delfino e poi dagli investigatori della Mobile che hanno portato la procura di Genova a sospettare Annalucia Cecere per l'omicidio di Nada Cella. La donna, 53 anni, era stata indagata fin dall'inizio ma era poi stata archiviata subito. In casa gli investigatori dell'epoca avevano trovato alcuni bottoni in un cassetto uguali a quello ritrovato sotto il corpo della segretaria. Bottoni di una giacca maschile che la presunta assassina avrebbe tolto e conservato perché di valore. Due testimoni, quella mattina del sei maggio 1996, l'avrebbero vista passare dalla strada dello studio di Soracco intorno all'ora del delitto. Cecere aveva conosciuto Soracco a un corso di ballo e poi lo avrebbe rivisto in alcune serate in discoteca. Secondo gli investigatori, la donna si sarebbe invaghita del commercialista e avrebbe cercato di prendere il posto di Nada come segretaria per entrare nelle sue grazie. Dopo l'omicidio ha lasciato Chiavari per trasferirsi in Piemonte. Nel 2016 era stata assunta come maestra elementare ma era stata licenziata a inizio 2017 per un provvedimento disciplinare. A mancare è l'ultimo tassello ovvero quello del Dna. Ad eseguire gli esami sarà - come già detto - proprio il professor Emiliano Giardina, il genetista che arrivò all'Ignoto 1 nel caso di Yara Gambirasio

Chiavari, l'uomo di cui si invaghì la killer: "Così dopo 25 anni rivivo l'omicidio di Nada". Valentina Carosini il 6 Novembre 2021 su Il Giornale. Il commercialista e la vittima: "Una telefonata inquietante dopo il delitto". Genova. «La prendo come un disegno del fato, ritrovarsi catapultati in una vicenda come questa apparentemente inspiegabile. Apparentemente perché, se c'è una spiegazione a quello che è accaduto, io in questi anni non l'ho mai trovata». Marco Soracco oggi ha 58 anni: solleva il telefono dello studio di Chiavari e con la voce calma ripercorre i 25 anni che lo separano da quello che ricorda come «un incubo che riaffiora». Un incubo che ha un inizio preciso nella mattina del 6 maggio 1996, quando da giovane commercialista entrando in ufficio trovò a terra in un lago di sangue il corpo esanime della sua segretaria. Nada Cella, 25 anni, se ne andrà poche ore dopo in ospedale nonostante i tentativi di salvarle la vita, una morte alla quale non si riuscirà a dare una spiegazione, in quello che sembrava destinato a rimanere un caso irrisolto, un omicidio senza colpevole, di cui ancora oggi non si conosce con certezza neppure l'arma utilizzata. Fino ad oggi, o almeno fino a due giorni fa, con l'arrivo di 3 avvisi di garanzia che riaprono una nuova inchiesta guidata dalla procura di Genova. Il primo, per omicidio volontario, è stato notificato ad una ex insegnante, Annalucia Cecere, oggi 53enne. Gli altri due sono scattati nei confronti dello stesso Soracco e dell'anziana madre, per false dichiarazioni rese ai pm. L'indagine è ripartita mesi fa, dietro la svolta il lavoro della criminologa Antonella Pesce Delfino, che ha ripreso in mano le carte del caso ristudiando tutto dall'inizio, dedicandogli 3 anni di lavoro. «Ho collaborato con lei - racconta Soracco - cercando di fornire dati necessari. Forse all'epoca era stato tralasciato l'approfondimento di alcuni elementi acquisiti: di questo ancora oggi mi chiedo il perché». Le indagini oggi sono in mano alla Squadra mobile di Genova coordinata dal procuratore capo facente funzioni Francesco Pinto e dalla pm Gabriella Dotto. Nella nuova ipotesi degli inquirenti entra l'ex docente, che si sarebbe invaghita del commercialista e avrebbe ucciso la ragazza, mossa forse dalla gelosia. «C'era una conoscenza solo superficiale - spiega Soracco - questa donna mi era stata presentata da un conoscente come persona che lui frequentava. Mi sembrava tranquilla, la incontravo per strada ogni tanto. Da dopo il delitto non l'ho mai più vista. Solo 20 giorni dopo mi arrivò una sua telefonata, che mi lasciò interdetto, ma non ci fu nessun riferimento ai fatti». Cecere stessa, nei giorni dopo l'omicidio, fu oggetto di una perquisizione e quindi venne formalmente indagata, posizione poi archiviata perché la perquisizione non aveva portato a nulla. Valentina Carosini

Tommaso Fregatti e Matteo Indice per “La Stampa” il 5 novembre 2021. Una donna si guarda intorno appena uscita da un portone di via Marsala numero 14, cuore di Chiavari, levante genovese. È sconvolta, una conoscente la intravede dall’altra parte del marciapiede e prova a chiamarla, ma lei nemmeno la nota e tira dritta. Incrocia poi gli occhi d’una mendicante che ogni giorno si sistema lì davanti per chiedere l’elemosina: «Era trafelata, di fretta - dirà quest’ultima in seguito ai carabinieri - e aveva una mano sporca di sangue, ne sono sicura». È la mattina del 6 maggio 1996 e dentro quel palazzo, precisamente nello studio del commercialista Marco Soracco, è stata appena uccisa Nada Cella, la segretaria di 24 anni che ha aperto al killer, è stata accompagnata (seguita) fino alla sua scrivania e qui straziata con un oggetto di certo tagliente e però mai ritrovato. Sotto il corpo martoriato fu trovato un bottone, oggi una delle tracce fondamentali insieme alla testimonianza di chi squadrò la presunta assassina. E si attende una superperizia medico-legale su tracce infinitesimali affidata a Emiliano Giardina, che si è occupato a lungo di Yara Gambirasio. Oltre ventisei anni dopo il massacro e l’archiviazione dei due principali filoni d’inchiesta (uno che portava verso il titolare dello studio, l’altro più estemporaneo focalizzato su possibili ritorsioni della mala albanese), una fiammata rischiara il caso Cella all’apparenza irrisolvibile e lo trasforma in un cold case vicinissimo alla quadra. La Procura di Genova su input della criminologa Antonella Pesce Delfino, ingaggiata dalla famiglia della vittima, ha riesaminato gli atti e ora ritiene che l’assassina sia appunto una donna, Annalucia Cecere, 53 anni oggi, 28 appena compiuti all’epoca, ex insegnante che abita a Cuneo. Il procuratore Francesco Pinto, il sostituto Gabriella Dotto e la squadra mobile l’accusano di omicidio volontario, senza premeditazione, e l’hanno interrogata nelle scorse settimane notificandole un avviso di garanzia. Annalucia conosceva Nada, giovane riservata che si divideva fra la famiglia, il lavoro e poche amiche fidate.  E secondo gli inquirenti l’assassina agì «per gelosia», perché voleva prendere il posto della vittima sia nello studio sia nella testa e forse nel cuore di Soracco: «Voleva accasarsi in tutti i sensi facendo leva sulla sua avvenenza - confida un investigatore che ha seguito la nuova indagine -, era ossessionata dalla figura di Nada e al contempo sapeva che non era soddisfatta delle sue giornate in ufficio, piangeva spesso e se ne voleva andare». Marco Soracco, che per anni è stato il principale sospettato e si è sempre professato innocente, a parere dei magistrati non è il colpevole, ma c’entra. Perciò lo indagano per «false dichiarazioni al pubblico ministero», poiché agli occhi degli inquirenti ha sviato i rilievi su Cecere condotti nell’ultimo anno. E il medesimo addebito viene mosso alla madre di lui Marisa Bacchioni, che oggi ha 89 anni e viveva con il figlio in un alloggio posizionato un piano sopra a quello dell’omicidio: la mattina della tragedia lavò subito i pavimenti dello studio, quando ancora si parlava di «un incidente», e pure lei è accusata d’aver mentito per annacquare gli accertamenti. Annalucia Cecere, va ricordato, era già stata indagata e frettolosamente archiviata nel 1996. In particolare, aveva ricondotto a lei il bottone d’una giacca di jeans ritrovato sulla scena del crimine. Cecere ne aveva in casa altri cinque, custoditi in una scatoletta, che prima erano sulla giacca del suo ex fidanzato A. R, usata a parere dei magistrati nel giorno del delitto, forse insieme a una parrucca. Nel ’96 la comparazione solo «fotografica» non fu ritenuta sufficiente. Il perito Giardina dovrà invece analizzare una serie di altri reperti, con l’utilizzo di nuove tecnologie. I più importanti sono alcuni capelli rinvenuti accanto a Nada: fino a pochi anni fa per estrarre il Dna sarebbe servito il bulbo, oggi no. Ci sono poi microscopiche macchie di sangue e di saliva trovate sulla camicetta della vittima, che hanno permesso d’isolare un frammento di codice genetico femminile.

La gelosia dietro il delitto di Chiavari? Omicidio Nada Cella, svolta 25 anni dopo il delitto: donna indagata per la morte dell’impiegata. Fabio Calcagni su Il Riformista il 4 Novembre 2021. A venticinque anni dalla morte potrebbe arrivare una svolta nell’indagine sull’omicidio di Nada Cella, la segretaria 25enne trovata morta a Chiavari nel 1996 nello studio del commercialista per cui lavorava. La Procura di Genova ha infatti iscritto nel registro degli indagati tre persone: ad Annalucia Cecere è contestata l’accusa di omicidio, mentre il commercialista ed ex datore di lavoro Marco Soracco e l’anziana madre Teresa Bucchioni per false dichiarazioni al pubblico ministero. L’inattesa svolta nel ‘cold case’ è arrivata grazie al lavoro della criminologa Antonella Pesce, incaricata dalla famiglia di Nada insieme all’avvocata Sabrina Franzone. Riesaminando l’intero fascicolo sarebbero emersi infatti spunti sottovalutati all’epoca, quando furono svolte le prime indagini. Oggi dunque vi sarebbe una ricostruzione che inchioderebbe il presunto killer di Nada: secondo gli investigatori della squadra mobile, coordinati dal procuratore capo facente funzioni Francesco Pinto e dal sostituto Gabriella Dotto, il movente dell’omicidio sarebbe la gelosia. Annalucia Cecere avrebbe ucciso Nada perché invaghita di Soracco, con quest’ultimo innamorato della sua segretaria. Commercialista che, secondo la procura, avrebbe "coperto" per tutti questi anni Cecere: l’uomo l’avrebbe infatti vista uscire dall’ufficio di via Marsala dopo l’omicidio. All’epoca dei fatti Soracco venne indagato e poi prosciolto, mentre Annalucia Cecere fu subito archiviata per le indagini sulla morte della 25enne uccisa il 6 maggio del 1996, colpita alla testa con un oggetto pesante che non è stato mai ritrovato. A casa della 53enne all’epoca gli investigatori trovarono alcuni bottoni in un cassetto, uguali a quello ritrovato sotto il corpo della segretaria. Bottoni, spiega l’Ansa, di una giacca maschile che la presunta assassina avrebbe tolto e conservato perché di valore. Quanto al rapporto tra Cecere e Sarocco, la prima lo aveva conosciuto a un corso di ballo e poi lo avrebbe rivisto in alcune serate in discoteca, invaghendosi di lui e tentando di prendere il posto di Nada Cella come segretaria. Dopo lo scoppiare del caso la donna aveva lasciato Chiavari e la Liguria per trasferirsi in Piemonte, dove nel 2016 era stata assunta maestra elementare fino al licenziamento l’anno seguente per un provvedimento disciplinare. Al caso però manca un tassello non di poco conto, il Dna. Gli esami saranno svolti dal professore Emiliano Giardina, il genetista che arrivò all’Ignoto 1 nel caso di Yara Gambirasio. Altri esami saranno eseguiti invece dalla scientifica.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Da “Ansa” il 12 novembre 2021. La Procura di Genova e gli investigatori della squadra mobile lanciano un appello diffondendo l'audio di una telefonata anonima di una donna che diceva di avere visto Annalucia Cecere sporca di sangue sotto lo studio di Marco Soracco la mattina dell'omicidio di Nada Cella, la segretaria massacrata a Chiavari il 6 maggio 1996. La voce è quella di una signora anziana. "L'ho vista che andava via col motorino, l'ho vista tutta sporca che metteva tutto sotto la sella. L'ho salutata e manco mi ha guardata. Le dico la verità. L'ho vista quindici giorni fa nel carruggio e non mi ha nemmeno guardata".

Nada Cella, Annalucia Cecere fu vista il giorno dell’omicidio: si cerca la supertestimone. di Redazione cronache su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. Gli inquirenti hanno diffuso l’audio anonimo di una donna che dopo l’omicidio avrebbe visto Annalucia Cecere, indagata dopo la riapertura dell’inchiesta. Un audio anonimo potrebbe essere un elemento chiave nell’inchiesta sull’assassinio di Nada Cella. È quello di una donna, verosimilmente di un’anziana, che avrebbe visto Annalucia Cecere, la donna indagata per il delitto dopo la riapertura delle indagini, sul luogo del delitto. L’audio è stato diffuso dalla Procura di Genova e dagli investigatori della squadra mobile affinché si possa rintracciare chi chiamò per fornire la testimonianza. «L’ho vista che andava via col motorino — dice la donna riferendosi ad Annalucia Cecere —, l’ho vista tutta sporca che metteva tutto sotto la sella. L’ho salutata e manco mi ha guardata. Le dico la verità. L’ho vista quindici giorni fa nel carruggio e non mi ha nemmeno guardata».

L’omicidio 25 anni fa

Nada Cella fu ammazzata il 6 maggio 1996 a Chiavari nello studio di un commercialista dove lavorava come segretaria. Grazie alla criminologa Antonella Pesce Delfino che ha fornito nuovi elementi, la Procura di Genova ha riaperto l’indagine indagando per omicidio Cecere, mentre il commercialista Marco Soracco e l’anziana madre Marisa Bacchioni sono stati iscritti nel registro degli indagati per false testimonianze rese al pm. Annalucia Cecere era stata già indagata 25 anni fa, ma poi la sua posizione venne archiviata. Gli inquirenti ipotizzano che la donna, ora 53enne, possa aver ucciso per gelosia perché voleva il posto della Cella come segretaria per poter conquistare il commercialista.

"Ti ci trascino per i capelli". L'audio choc dell'indagata per il caso Nada Cella. Angela Leucci l'11 Novembre 2021 su Il Giornale.  L'indagine sull'omicidio di Nada Cella è stata riaperta: c'è un'indagata, che ha inviato dei messaggi audio choc a una criminologa. La riapertura del caso Nada Cella presenta inediti risvolti e attese, soprattutto da parte della famiglia della vittima, che da quel 6 maggio 1996 non ha ricevuto né verità né giustizia. Cella fu infatti trovata agonizzante alla scrivania del suo posto di lavoro - era segretaria nello studio del commercialista Marco Soracco, nella loro città, Chiavari. Fu lo stesso professionista a ritrovarla appena entrato in ufficio, credendo che la giovane avesse avuto un malore: chiamò immediatamente i soccorsi, ma nonostante gli sforzi dei sanitari, Nada morì nel primo pomeriggio, uccisa da una mano ancora ignota.

La testimonianza della madre

La mamma di Nada, Silvana, ha raccontato che la figlia fosse inquieta per qualcosa che riguardava il proprio lavoro nei giorni precedenti all’omicidio. “Ultimamente non voleva andare in ufficio, quindi qualcosa c’era - ha raccontato a Chi l’ha visto? - Diceva che non voleva andare perché non le piaceva il lavoro. Per me era una scusa per venire via, ma non so il motivo, è questa la cosa che più mi attanaglia”.

Silvana ha anche spiegato che una volta Nada è scoppiata in lacrime davanti a lei. “Una sera è arrivata a casa, si è messa a mangiare, ha lavato le posate e si è messa a piangere e ha detto: ‘Non voglio più andare in quell’ufficio’ - ha proseguito la donna - Le ho chiesto se era stata ripresa, sgridata, se aveva sbagliato qualcosa. Poi è andata in bagno e le sono andata dietro e mi ha detto: ‘Non ne parliamo più e basta, piuttosto vado a fare la pulizie’”. Che cosa era successo da spingerla a piangere?

Di recente, sono state riaperte le indagini e gli inquirenti hanno puntato il dito su Anna Lucia Cecere, che all’epoca pare fosse uscita qualche volta con Soracco. Anche Soracco e sua madre sono indagati, ma non per omicidio bensì per false dichiarazioni agli inquirenti. Soracco tra l’altro ha sempre affermato di ignorare se ci fosse qualche donna che, all’epoca, fosse invaghita di lui.

“La guarderei negli occhi e le chiederei perché l’ha fatto? - ha aggiunto mamma Silvana - Lo chiederei a chiunque sia stato. Non so come ho fatto a sopravvivere all’ergastolo, perché il mio è stato un ergastolo”.

"Tracce di Dna". Quel delitto irrisolto che si riapre dopo 25 anni

L’indagata

Anna Lucia è un’ex insegnante che non vive più a Chiavari da tempo. Il suo nome era spuntato a suo tempo nelle indagini, sia perché segnalata in via anonima come presunta corteggiatrice di Soracco sia per il fatto di possedere dei bottoni simili a uno trovato sulla scena del crimine. La donna aveva spiegato che i bottoni, tra l’altro molto comuni e unisex, appartenevano alla giacca di un suo ex, tuttavia differivano per la presenza di un cerchietto di plastica intorno alla circonferenza del bottone.

Sulle sue tracce si è messa una criminologa, Antonella Pesce Delfino, che giovanissima scrisse una tesi di laurea proprio sull’omicidio di Nada Cella. La criminologa si è recata a casa di Anna Lucia, dicendo di essere un’insegnante, ma la donna l’ha saputo e le ha inviato inquietanti messaggi audio.

“Brutta s… bugiarda - si ascolta in uno di essi - Cosa sei venuta a fare oggi a casa mia, chi ti manda, su cosa stai indagando?”. E ancora: “Non fare la finta tonta, s… Ma come facevi sapere tutti i c… miei? hai paura, eh? Adesso son qua, non ti preoccupare”. Alcune parti di questi messaggi audio suonano particolarmente sibillini: “Senti, non fare la finta tonta. Eh? Hai capito con me? Ora faccio riaprire il caso, stai tranquilla. Anzi ho saputo adesso da Chiavari, ho parlato adesso con la polizia di Chiavari che forse è stato già riaperto il caso. Stai tranquilla, ti ci trascino per i capelli. Poi ti faccio fare le domandine e gli indovinelli: indovina indovinello”. Interpellata da un giornalista di Chi l’ha visto?, Anna Lucia ha minacciato di far intervenire le forze dell’ordine.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

"Era sporca": su Nada Cella spunta l'audio choc della supertestimone. Angela Leucci il 12 Novembre 2021 su Il Giornale. La polizia diffonde l'audio choc della telefonata ricevuta da una supertestimone anonima: trovarla significherebbe la svolta nel caso Nada Cella. Nel caso dell’omicidio di Nada Cella c’è stata una telefonata anonima che torna oggi a essere particolarmente significativa. L’audio con la registrazione della telefonata è stato diffuso agli organi di informazione dalla Polizia di Stato, a seguito dell’autorizzazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova. La telefonata in questione risale al 9 agosto 1996, poco più di tre mesi dopo l’assassinio di Nada. La diffusione è volta a ritrovare la supertestimone: di questa telefonata è stato accennato durante l’ultima puntata di “Chi l’ha visto?”, in cui si è parlato brevemente di una persona desiderosa di restare anonima, che avrebbe visto, poco distante dal luogo dell’omicidio, una donna con le mani sporche di sangue. “L’ho vista che era sporca - si sente nella telefonata, mentre una donna parla con una forte intonazione genovese - ha infilato tutto nel motorino. Io l’ho salutata, non m’ha guardato. Quindici giorni fa l’ho incontrata in carruggio, che andavo alla posta, non mi ha nemmeno guardata, è scivolata di là, verso sera”. Dall’audio si può supporre che la testimone conoscesse l'identità della donna che ha visto quel giorno. Nada Cella è morta il 6 maggio 1996, dopo essere stata colpita sul posto di lavoro da un ignoto assassino. Nada era impiegata come segretaria in nello studio di un commercialista a Chiavari, Marco Soracco, il quale, appena giunto al lavoro e trovata Nada agonizzante, ha allertato immediatamente i soccorsi, che tuttavia non hanno potuto salvarla nonostante gli sforzi. Le indagini sono state riaperte di recente e c’è un’indagata. Si tratta di Anna Lucia Cecere, oggi 53enne che, al tempo, aveva 28 anni, faceva l’insegnante e pare frequentasse saltuariamente il datore di lavoro di Nada. Nei giorni scorsi a Cecere è stato sequestrato il motorino: il ciclomotore, ritrovato in un garage a Boves, in provincia di Cuneo, dove la donna vive con il marito, è lo stesso che la donna usava quando viveva a Chiavari negli anni ’90. Nei giorni scorsi, Soracco ha definito “superficiale” la conoscenza con Cecere. L’uomo ha ricordato come non avesse mai pensato che Cecere avesse qualche tipo di trasporto verso di lui, come poi invece gli fu rivelato da qualcuno. "Una conoscenza solo superficiale - ha detto il professionista a LaPresse - Ricordo che mi venne presentata da un conoscente come persona che frequentava. La incrociavo solo ogni tanto per strada. Dopo il delitto non l'ho più vista solo alcuni giorni dopo i fatti arrivò una telefonata che mi lasciò interdetto, ma non faceva riferimento all’accaduto". 

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Vittoria Speranza per “Giallo” il 12 novembre 2021. “Abbiamo fiducia nella giustizia e speriamo che finalmente la verità su mia figlia Nada venga a galla". Sono le prime parole che Silvana Smaniotto ha pronunciato quando ha saputo che la Procura di Genova ha indagato una donna per l'omicidio di sua figlia, Nada Cella, 25 anni. La morte della giovane segretaria avvenne a Chiavari nel 1996. Fu trovata cadavere nell'ufficio dove lavorava. Un delitto che per 25 anni è rimasto avvolto nel mistero. Ora la svolta. La donna che risulta indagata è Annalucia Cecere, 53 anni, ex insegnante che nel 2017 è stata destituita per motivi disciplinari. All'epoca dei fatti aveva 28 anni. Con lei sono indagati anche l'ex datore di lavoro della vittima, il commercialista Marco Soracco, 60 anni, nel cui studio fu uccisa Nada, e la sua anziana madre Teresa Bucchioni, 89. Figlio e madre sono accusati di false dichiarazioni al pubblico ministero. Non avrebbero cioè detto tutto quello che sapevano. I tre hanno ricevuto un avviso di garanzia. La Procura ha già affidato l'incarico di eseguire gli esami sui reperti di Dna trovati sulla scena del delitto al genetista Emiliano Giardina, lo stesso che si occupò del caso Yara. Altri accertamenti saranno eseguiti dalla polizia scientifica. Come si è arrivati a questa svolta inaspettata? Le indagini sono state riaperte grazie alla tenacia della criminologa Antonella Pesce (che ha iniziato a studiare il caso nel 2017 mentre frequentava un corso), incaricata dalla famiglia di Nada insieme l'avvocata Sabrina Franzone. La Pesce ha preso in mano il fascicolo relativo all'omicidio raccogliendo spunti investigativi che erano stati sottovalutati all'epoca dei fatti. Secondo i primi accertamenti svolti dalla squadra mobile - guidata dal primo dirigente Stefano Signoretti, coordinati dal procuratore capo facente funzioni Francesco Pinto e dal sostituto Gabriella Dotto, dietro al delitto ci sarebbe un movente passionale. Annalucia Cecere, l'indagata, si era invaghita del commercialista Marco Soracco, il quale a sua volta era innamorato della sua segretaria, Nada. Annalucia non tollerava quella relazione e questo avrebbe scatenato la sua reazione. Ma perché è indagato anche il commercialista, cioè l'oggetto amoroso del contendere? Gli inquirenti ritengono che la mattina dell'omicidio l'uomo avrebbe visto la presunta assassina uscire dal suo ufficio, ma l'avrebbe coperta non riferendo questa circostanza agli investigatori. Per la verità la Cecere era già stata indagata 15 giorni dopo il delitto. Anche se il suo presunto coinvolgimento venne tenuto nascosto alla stampa. Due testimoni riferirono di averla vista uscire dal portone negli orari in cui era avvenuto il delitto. Aveva uno «sguardo spaurito» e una mano sporca di sangue, forse addirittura fasciata. Si fece avanti una vicina di casa della Cecere. Ai carabinieri raccontò che la mattina dell'omicidio la sospettata, contrariamente alle sue abitudini, era uscita di casa molto presto. Subito dopo il delitto gli investigatori si recarono in casa della Cecere e furono colpiti da alcuni bottoni, con- servati in un cassetto. La particolarità è che quei bottoni, di una giacca femminile, erano uguali a un bottone rinvenuto sotto il corpo della segretaria. Nonostante tutto ciò, l'allora procuratore capo archiviò la posizione della donna. Oggi, seppure con 25 anni di ritardo, questa storia sembra avviarsi verso una svolta. Annalucia, che nel frattempo si è trasferita in Piemonte, aveva conosciuto il commercialista in una discoteca di Chiavari. Anche le cronache del tempo ipotizzarono che tra i due vi fosse una relazione. Negli atti compaiono alcune telefonate sospette che sembrano dimostrare come l'attuale indagata fosse in parte a conoscenza dell'attività investigativa. Il giorno prima che gli investigatori effettuassero una perquisizione a casa sua, la Cecere contattò diversi avvocati e chiese nomi di legali ai suoi amici. Sembrava quasi conoscesse in anticipo le mosse degli inquirenti. Per gli investigatori, inoltre, nella Curia di Chiavari c'era chi conosceva dettagli importanti sull'assassinio di Nada, tanto che nel corso delle nuove indagini sono stati sentiti una decina di sacerdoti. Ma per meglio capire questa vicenda raccontiamola daccapo. Nada Cella, segretaria nello studio di Marco Soracco a Chiavari, viene trovata agonizzante nell'ufficio dal suo datore di lavoro il 6 maggio 1996. Figlia unica di Bruno e Silvana, è descritta da tutti come una brava ragazza. Il commercialista Soracco l'ha assunta da tempo, ma la segretaria non ha stima di lui e non vede l'ora di andarsene. La madre e la zia di Soracco, più volte, le fanno capire che il commercialista potrebbe essere l'uomo giusto per lei. Ma Nada, come racconta ad amici e familiari, non ne vuole sapere. Quel maledetto giorno è un lunedì. Alla mattina Nada, dopo aver accompagnato la mamma, che fa la bidella, a scuola, e inforcato la sua bicicletta, va ad aprire lo studio. Apre la porta, accende le luci e sistema qualche carta. Alle 9 citofona una persona. La segretaria pensa sia un cliente. Si sbaglia: ha appena aperto la porta al suo assassino. Forse Nada lo conosce e, infastidita per la sua presenza, gli volta le spalle e va verso il telefono, probabilmente per chiamare il 112. Il killer si muove con sicurezza: percorre il corridoio e va diretto all'ultima stanza a destra. Qui Nada viene tramortita da un pugno al volto. Ma è solo l'inizio della sua agonia. Il killer impugna un oggetto massiccio e appuntito e la colpisce 15 volte alla testa e al pube. L'arma del delitto non verrà più ritrovata. Sono le 9.01 quando una condomina, che abita al piano di sotto, sente un forte tonfo. Forse era Nada che stramazzava al suolo. I soccorsi arrivano e la trovano ancora viva, ma agonizzante. C'è sangue ovunque. La polizia viene avvertita dallo stesso Soracco, che abita al piano di sopra con la madre: «La mia segretaria si è sentita male ed è caduta», dice il commercialista al centralino del 112. Ma i problemi cominciano subito. La scena del crimine viene inquinata. I soccorritori, nel tentativo di salvare la vittima, che morirà appena giunta in ospedale, toccano e spostano gli oggetti e i mobili presenti nella stanza del delitto. Poi il via vai di persone rende difficile isolare elementi utili per le indagini. Anche perché 25 anni fa le tecniche non erano avanzate come oggi. Addirittura la madre e la zia del commercialista ripuliscono l'intero appartamento dalle tracce di sangue. Viene però rinvenuto sul pavimento un bottone, forse di un cardigan femminile. Non è mai stato accertato a chi appartenesse. Probabilmente all'assassina. Una cliente riferisce, dopo l'omicidio, che alle 9 aveva telefonato allo studio. In quei momenti l'assassino stava ammazzando Nada o l'aveva appena uccisa. La cliente aveva chiamato tre volte. La prima volta aveva risposto una voce femminile che le aveva detto di aver sbagliato numero. La seconda volta la stessa voce le aveva detto che il numero era errato e, infine, aveva risposto il commercialista dicendo che la segretaria si era sentita male e invitandola a richiamare più tardi. La Procura brancola nel buio. Partono le indagini e, come detto, ci sono dei sospettati ma non vengono subito intercettati i loro telefoni. Per banali cavilli giuridici non si procede neppure al prelievo del Dna. Vengono indagati il commercialista e sua madre. Ma non ci sono elementi a loro carico e vengono scagionati. In questo caos le indagini vanno nella direzione più scontata. I sospetti ricadono su un'inquilina del palazzo, affetta da disturbi psichici. La pista non trova conferme. Bruno Cella, papà di Nada, muore di crepacuore nel '99, mentre si sta recando al cimitero dalla sua amata figlia senza ancora conoscere la verità. Nel 2005 un altro capitolo, partendo dai diari della ragazza. Le indagini ripartono e la Procura indaga due operai, già coinvolti in un giro di sfruttamento della prostituzione. Anche questa pista non porta a nulla. L'ultimo spiraglio per conoscere la verità e restituire giustizia a Nada e alla sua mamma arriva dall'isolamento di alcune tracce biologiche. Si tratta di Dna che è stato fatto analizzare nei laboratori scientifici di Milano, Roma e persino negli Stati Uniti dall'Fbi. In quel Dna, finalmente, c'è forse la chiave di questo misterioso omicidio che aspetta una risposta da 25 anni.

Nada Cella, tracce di sangue sul motorino dell’indagata Annalucia Cecere. Riccardo Bruno su Il Corriere della Sera il 15 Novembre 2021. Sui reperti trovati 25 anni dopo l’omicidio, sotto la sella del motorino della donna ora indagata per l’assassinio, sarà condotto l’esame del Dna. Le tracce di sangue erano sotto la sella del motorino. Il mezzo è stato da poco sequestrato ad Annalucia Cecere, indagata per l’omicidio di Nada Cella dopo la riapertura del caso a 25 anni di distanza. Era il motorino che Cecere, allora 28enne, utilizzava nel 1996 e che portò con sé anche a Boves, in provincia di Cuneo, dove si trasferì pochi mesi dopo il delitto. Adesso quelle tracce ematiche, rilevate dalla polizia scientifica attraverso le luci forensi — fasci di ultravioletti che possono mettere in risalto impronte o residui organici — preferite al luminol che avrebbe potuto compromettere il reperto, saranno di nuove esaminate il 16 novembre. La Procura di Genova ha infatti convocato un accertamento in contraddittorio, per prelevare il campione e poi affidarlo al genetista Emiliano Giardina, incaricato dai pm, per estrarre il Dna. Solo dopo, si saprà a chi appartiene quel sangue, e qualora fosse di Nada sarebbe probabilmente la prova definita della colpevolezza dell’indagata. Non è la prima volta che nell’inchiesta sull’uccisione della venticinquenne, trovata agonizzante a Chiavari la mattina del 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco dove lavorava come segretaria, entra in scena quel motorino. Pochi giorni fa la Procura ha autorizzato la diffusione di una telefonata in cui una donna, ancora anonima, il 9 agosto 1996 telefona a casa Soracco e parla di Cecere e del giorno del delitto: «Venivo giù in macchina da Carasco, l’ho vista che era sporca e ha infilato tutto nel motorino. L’ho salutata e non mi ha guardato, quindici giorni dopo l’ho incontrata nel caruggio. Non mi ha guardato ed è scivolata via». Attribuire a chi appartengono le tracce di sangue trovate nel sottosella del ciclomotore, che sembra fosse tenuto in garage in perfette condizioni, potrebbe essere la svolta in una vicenda che si è riaperta improvvisamente grazie agli elementi raccolti da Antonella Delfino Pesce che stava preparando una tesi per un master in Criminologia a Genova. Elementi poi consegnati alla Procura che ha riavviato l’indagine affidata al sostituto Gabriella Dotto e coordinata dal procuratore facente funzioni Francesco Pinto. Un’inchiesta che passo dopo passo sta svelando come già 25 anni fa gli inquirenti avessero in mano elementi per portare a un esito diverso dall’archiviazione. Cecere era già sta indagata, così come il commercialista Soracco adesso finito di nuovo nel registro assieme all’anziana madre Marisa Bacchioni per false informazioni al pm. Spera che sia fatta finalmente giustizia la famiglia di Nada Cella. La madre Silvana ha detto fiduciosa qualche giorno fa all’avvocata Sabrina Franzone: «Forse ce la faremo. Non siamo mai stati così vicini a sapere chi è stato».

Nada Cella, tracce di sangue sul motorino di Annalucia Cecere. Il Corriere della Sera il 14 novembre 2021. C'è una nuova svolta nelle indagini sull' uccisione di Nada Cella, la giovane segretaria massacrata a 25 anni il 6 maggio 1996 nello studio di Marco Soracco, il commercialista dove lavorava, a Chiavari. Secondo quanto rivelato dal Secolo XIX, gli inquirenti hanno infatti trovato tracce di sangue sotto la sella del motorino che veniva usato, all'epoca della morte di Cella, da , l'ex insegnante che ora è indagata per il delitto. Non è al momento chiaro a chi appartengano le tracce di sangue. La Procura ha convocato per martedì 16 novembre un accertamento in contraddittorio per ripetere l’esame. In caso di esito positivo, verranno prelevati campioni di sangue, che saranno affidati al genetista Emiliano Giardina, già impegnato nel caso di Yara Gambirasio. Nei giorni scorsi, la Procura di Genova e gli investigatori della Squadra Mobile avevano diffuso una traccia audio nella quale una donna — verosimilmente un'anziana — spiegava di aver visto Annalucia Cecere sul luogo del delitto. «Era tutta sporca», la si sente dire, «ha infilato tutto nel motorino». Le autorità hanno diffuso l'audio per tentare di rintracciare chi chiamò per fornire la testimonianza, 25 anni fa. Il motorino di Nada Cella è stato sequestrato la scorsa estate dagli investigatori della squadra mobile di Genova. Nei giorni scorsi era stato annunciato che la Polizia scientifica avrebbe effettuato analisi tecniche sullo scooter, ora custodito in un autosoccorso di Cuneo. La donna lo avrebbe portato da Chiavari a Boves, in provincia di Cuneo, dove vive: lo teneva in un box. L'uccisione di Nada Cella avvenne nella mattinata di lunedì 6 maggio 1996. Fu lei stessa ad aprire a chi la uccise. A chiamare il 113 fu Soracco, sceso dall’appartamento al piano di sopra dove abita con la madre. C’è stato un incidente, disse. Nada Cella era stata in realtà colpita alla testa e al pube almeno 15 volte, con un oggetto pesante e aguzzo, mai più ritrovato. Morì in ospedale dopo una breve agonia. Le indagini furono piene di errori e — come sta emergendo — di probabili depistaggi. I primi investigatori giunti sul posto concessero alla madre e alla zia di Soracco, preoccupate per il decoro dell’immobile, il permesso di pulire le macchie di sangue lasciate dalla ragazza sul ballatoio e in alcune parti dello studio. Per settimane non furono intercettate le conversazioni telefoniche degli inquilini. Il caso venne archiviato nel 1998. Il commercialista e sua madre, unici indagati, vennero scagionati. A riaprire il caso, 25 anni dopo, è stata la passione con cui la criminologa Antonella Pesce Delfino, ha studiato le carte del caso, spingendo la procura di Genova della necessità di iscrivere Annalucia Cecere al registro degli indagati.

"Sangue sul motorino": svolta nell'omicidio di Nada. Rosa Scognamiglio il 14 Novembre 2021 su Il Giornale. Gli investigatori hanno trovato tracce di sangue sul motorino di Annalucia Cecere, l'insegnante 53enne, indagata per l'omicidio di Nada Cella. Potrebbe esserci una svolta nell'omicidio di Nadia Cella, la segretaria 25enne trovata morta a Chiavari, il 6 maggio 1996, nello studio del commercialista dove lavorava. Stando a quanto riporta Tgcom24, sul motorino in uso ad Annalucia Cecere, l'ex insegnante 53enne indagata per il delitto, sono state rinvenute tracce di sangue. Ora spetterà alla polizia scientifica provare ad estrarre il dna dai residui ematici nel tentativo di recuperare informazioni utili alle indagini.

"Sangue sullo scooter"

Il motorino di Annalucia Cecere, l'ex insegnante indagata per l'omicidio di Nada Cella, è stato sequestrato circa una settimana fa. Si tratta di un vecchio che scooter che la donna, al tempo 28enne, utilizzava abitualmente per spostarsi. Lo stesso che potrebbe aver usato anche la mattina in cui la giovane segretaria fu uccisa, tra le 8.30 e le 9, mentre si trovava in ufficio. Secondo la ricostruzione degli investigatori, coordinati dal procuratore capo facente funzioni Francesco Pinto e dal sostituto Gabriella Dotto, Annalucia Cecere si sarebbe invaghita del commercialista Marco Soracco ma lui sarebbe stato innamorato della giovane Nada. Tale circostanza potrebbe aver ingenerato una situazione di rivalità sfociata poi nel sangue. A fronte della nuova pista d'indagine, lo scorso 6 novembre l'ex insegnante è stata raggiunta da un avviso di garanzia. Oggi, quelle tracce di sangue rinvenute sul mezzo in suo possesso, custodito per anni in un box di Boves (Cuneo), rischiano di inasprire ulteriormente la sua posizione nell'inchiesta per omicidio aggravato.

L'audio choc della supertestimone

A 26 anni dal delitto è spuntato anche un vecchio audio che, alla luce degli ultimi sviluppi investigativi, potrebbe segnare la svolta del giallo. Si tratta di una telefonata risalente all'agosto del 1996, circa tre mesi dopo l'assassinio di Nada, in cui una donna racconta all'interlocutore di aver visto di una persona "con le mani sporche di sangue" in un luogo poco distante dall'ufficio in cui era stata aggredita la 25enne qualche attimo prima. L'audio è stato trasmesso nel corso della puntata di "Chi l'ha Visto?" lo scorso mercoledì. "L’ho vista che era sporca - spiega la voce anonima - ha infilato tutto nel motorino. Io l’ho salutata, non m’ha guardato. Quindici giorni fa l’ho incontrata in carruggio, che andavo alla posta, non mi ha nemmeno guardata, è scivolata di là, verso sera". Di chi si tratta?

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

·        Il Mistero delle Bestie di Satana.

"Altro che Diavolo...": la verità sulle "Bestie di Satana". Francesca Bernasconi l'8 Maggio 2021 su Il Giornale. C'era davvero il satanismo dietro i delitti compiuti dalle Bestie di Satana? "Ce n'era una piccola quantità", secondo Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani, autori di un nuovo libro sul tema. Satanismo, riti e delitti. Furono questi, in tribunale, gli ingredienti degli atti commessi dalle Bestie di Satana, il gruppo venuto alla luce nel 2004, responsabile di quattro delitti. A rivelarne l'esistenza fu Andrea Volpe, uno dei membri, che fece i nomi di Paolo Leoni, Nicola Sapone, Pietro Guerrieri, Mario Maccione, Marco Zampollo, Eros Monterosso e Massimiliano Magni. I primi due omicidi compiuti dalle Bestie di Satana furono quelli di Fabio Tollis e Chiara Marino, uccisi in un bosco di Somma Lombardo nel 1998. A questi seguirono il suicidio indotto di Andrea Bontade nel 1998 e l'omicidio di Mariangela Pezzotta nel 2004. Al tempo si ritenne che dietro i delitti si nascondesse il satanismo e che la setta avesse agito per compiere dei rituali. Convinzioni messe in dubbio da Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani, autori del libro "Bestie di Satana. Storie di omicidi e demoni", che hanno ricostruito gli eventi. A raccontarlo è Fabio Sanvitale, che con Giornale.it ripercorre l'indagine effettuata per mettere insieme i pezzi degli atti compiuti dal gruppo delle Bestie di Satana: "Noi lo definiamo gruppo, perché ci siamo resi conto che non aveva le caratteristiche di una setta".

Perché siete andati a ripescare la vicenda delle Bestie di Satana?

"È una faccenda che abbiamo trovato molto interessante, ci incuriosiva il fatto che al tempo fossero stati riportati molti luoghi comuni. Ma noi avevamo la sensazione che tutta la storia andasse raccontata di nuovo in maniera diversa, perché la narrazione fatta all'epoca dai mezzi di informazione era intrisa da una mezza tonnellata di luoghi comuni. ​Allora siamo partiti dagli atti processuali, abbiamo cercato di rimetterli insieme, perché siamo convinti che lì ci sia la base di tutto: non ci piace fare libri partendo da quelli degli altri".

Di quali luoghi comuni parla?

"Per esempio, venne esaltato il ruolo del satanismo all'interno di questa storia, che secondo noi conta molto meno come movente per i delitti. A quei tempi si era arrivati a vedere il satanismo un po' dappertutto, sulla scorta di due decenni (gli anni '70-'80) in cui negli Stati Uniti era stata fatta questa operazione. Poi questa ondata satanista è arrivata anche in Italia, negli anni '90-2000".

E c'era davvero il satanismo dietro tutti gli omicidi?

"Ce n'era una piccola quantità. Solamente i primi due delitti sembrerebbero ricollegarsi al satanismo, ma in realtà analizzandoli attentamente ci siamo resi conto conto che di satanista non c'è nulla, ma ci sono moventi diversi per ognuno dei responsabili. Quella notte non ci fu nessuna ritualità e stando alle fasi lunari non era nemmeno presente la luna nera. Noi siamo andati anche nel bosco di Somma Lombardo (quello dove vennero ritrovati i corpi di Fabio Tollis e Chiara Marino, ndr), che ora è molto cambiato, e non c'era alcun elemento riconducibile al satanismo. Inoltre abbiamo riesaminato una serie di ulteriori delitti attribuiti a questo gruppo, ma non c'è nessun collegamento. Pensiamo che si creò una vera e propria isteria sull'argomento, tanto che il pm dichiarò pubblicamente di avere un crocifisso in tasca durante la requisitoria finale. Non c'è dubbio che i condannati siano responsabili, ma pensiamo che il fenomeno venne sopradimensionato e si è visto molto di più di quello che c'era".

Quale fu quindi il vero movente dei delitti?

"Per quanto riguarda gli omicidi di Fabio Tollis e Chiara Marino ci furono moventi diversi per ogni membro del gruppo: per qualcuno si trattò del desiderio di provare un'emozione nuova, di uscire dalle regole e di offendere e dissacrare, per qualcun altro della voglia di vendetta. Quella notte ognuno di loro aveva un movente diverso. Quello di Sapone è il meno chiaro: sembra avere un conto personale con le vittime, o forse era un modo per entrare nel gruppo e dimostrare il proprio valore, facendo vedere fino a che punto era in grado di arrivare. Per quanto riguarda il secondo e il terzo delitto invece si trattò da una parte di una vendetta e dall'altra dello spunto omicida di un tossico che voleva dei soldi".

Esisteva davvero il cosiddetto terzo livello?

"Il concetto di terzo livello nacque da alcune dichiarazioni di Andrea Volpe, che vi fece riferimento sostenendo si trovasse a Torino e che avrebbe agito dando degli ordini. Sono riferimenti molto vaghi e nessuno sa dire niente di più. Devo dire che non è emerso assolutamente nulla a dimostrazione dell'esistenza di questo terzo livello e, se ci pensiamo bene, sembra sia un modo per rendere ancora più misterioso e pericoloso tutto quanto. Secondo noi, il riferimento è stato fatto da Volpe per accreditarsi con i magistrati, poi questo dettaglio ha preso piede perché era molto affascinante, ma non venne mai dimostrato. D'altronde quale gruppo di adulti potrebbe commissionare omicidi a un gruppo di tossici, con quale livello di affidabilità?".

"Le sette? Il lavaggio del cervello parte dal comunismo"

Quale tra le cose che avete scoperto vi ha colpito di più?

"Ci ha colpito molto la quantità di menzogne che alcuni di loro è stato in grado di ripetere nel corso degli anni, vendendo una visione preconfezionata dal gruppo denominato Bestie di Satana, per alcuni allo scopo di rimanere visibili, per altri di ingarbugliare la realtà per uscirne col minor danno possibile. Mario Maccione fu il meno attendibile di tutti, nel senso che le sue dichiarazioni cambiano in continuazione: furono una forma di confusione, più che una forma di chiarificazione di quello che è successo nella realtà".

C'è già un altro caso a cui sta lavorando con Armando Palmegiani?

"Sì, inizieremo a lavorare a un nuovo libro ma non diciamo mai l'argomento prima. Posso dirle che si tratterà di tre storie che per la prima volta ci porteranno fuori dall'Italia. E sarà una tematica, non un caso".

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo  

·        Il Mistero di Charles Sobhraj.

Federico Ferrero per Sette – corriere.it il 10 maggio 2021. Crudele, spietato, maliardo, manipolatore. Abbastanza astuto da sfuggire più volte alla cattura e garantirsi una vita di agi, non tanto da non sentirsi imprendibile. La serie romanzata The Serpent, ospitata su Netflix con Tahar Rahim come attore principale, è ispirata a una storia di violenza e impunità vera, che ha per protagonista un uomo dalla vicenda concitata e contorta: Charles Sobhraj. Charles nacque nel 1944 nella Saigon occupata dai francesi, da padre indiano e mamma vietnamita, e fu un bambino triste. All’età di tre anni, subì il divorzio dei genitori; qualche tempo dopo, la madre se lo portò via a Marsiglia. Ignorato dal patrigno, trascurato dalla mamma, crebbe con la nostalgia della patria natale e una crescente volontà di rivalsa. A dieci anni, i primi furtarelli nei negozi e un’estate di abbandono in un collegio parigino, che gli fece maturare ulteriori sentimenti di disagio e rancore nei confronti del prossimo. Sobhraj fu un adolescente problematico, senza amici. Tanto che, a 16 anni, tornò dal padre per tentare una ripartenza: ma non funzionò, anzi. Intorno ai vent’anni era già tornato a Parigi, dove rimediò la prima condanna per furto. Nei tre anni di detenzione, grazie a indubbie abilità persuasive, ottenne il privilegio di poter studiare in cella e si dedicò a varie discipline, dalla psicologia alle lingue. Scontata la pena, Charles incontrò Chantal Compagnon, una ragazza rimasta incantata dai suoi modi suadenti e dall’innegabile carisma, e le propose di sposarlo. Nonostante un altro arresto per tentato furto d’auto e la contrarietà dei genitori per quella storia con un giovane discutibile, la donna gli rimase fedele e i due si sposarono: poco dopo nacque la loro unica figlia, Usha. Soprattutto, era nato un legame criminale: la moglie era consapevole delle attività illegali del marito e quando, nel 1970, la famiglia emigrò in India, a Bombay, Sobhraj entrò come professionista nel giro delle automobili ricettate, sviluppando nel contempo una forte attrazione per il gioco d’azzardo. E un’altra dote, sempre più affinata: la capacità di puntare i turisti occidentali. Di circuirli e stordirli con l’uso di narcotici.

Dall’India all’Afghanistan. L’espediente, almeno agli inizi, era utilizzato solo per rendere le vittime inoffensive e derubarle più facilmente ma per Sobhraj, complici anche le somme di denaro sempre più ingenti e una crescente pulsione a provare emozioni forti, gli assegni a vuoto e le automobili rubate non potevano più bastare. Venne arrestato per rapina in una gioielleria. Riuscì a evadere, con l’aiuto della moglie, fingendo un malore e narcotizzando un’infermiera. Nel 1972, un’altra fuga: quella volta la meta fu Kabul, Afghanistan. Nel mentre, aveva sviluppato l’ultimo filone criminale: abbordava turisti occidentali che percorrevano il cosiddetto Hippie Trail, il cammino che dall’Occidente porta all’Oriente passando per Turchia e Iran fino alla Thailandia. Grazie al fascino e alla facilità nel parlare le lingue, li avvicinava fingendosi un uomo d’affari. Come avrebbe poi raccontato, Charles odiava quei giovani privilegiati, che cercavano la spiritualità a buon mercato pur essendo nati nella ricchezza. Trovava fossero dei dissoluti, dediti alle droghe. Forse, gli ricordavano soltanto la giovinezza solitaria e mesta in Francia.

L’incontro fatale a bangkok: identità rubate. Ormai professionista delle trasformazioni e delle truffe, abituato al dentro-fuori in prigione, nel 1975 Charles Sobhraj si è appena lasciato alle spalle un’altra evasione: stavolta è scappato dal terribile carcere di Atene, dove ha addirittura dato fuoco al pulmino del suo trasferimento. Delle sue fughe così improbabili avrebbe detto che «i poliziotti hanno meno desiderio di tenermi dentro di quanto ne abbia io di uscire». Purtroppo, la sua vittoria contro i secondini è foriera di morte. Ormai fuori controllo e maturo per il salto di qualità, si divide dalla moglie che ripara in Francia e, a Bangkok, conosce Marie Andrée Leclerc, un’infermiera canadese. La convince a diventare suo partner, anche criminale; assoldano un altro complice e vanno a caccia di vittime, di cui poi assumere l’identità per sfuggire alla cattura. Incontra Teresa Knowlton, studentessa di Seattle che desidera raggiungere un monastero tibetano a Katmandu. La circuisce e non si accontenta dei suoi averi. La ragazza viene ritrovata morta, il 18 ottobre 1975, a Pattaya Beach. Per mesi, non viene riconosciuta né si sospetta un omicidio: viene rinvenuta in bikini - da qui uno dei soprannomi di Sobhraj, il Bikini killer - e la polizia pensa a un’overdose. Per giustificarsi, anni dopo, Charles sosterrà che la donna fosse una spacciatrice, una cattiva persona. Tutte falsità.

Il piacere di uccidere, senza pietà. Rotto l’argine, il Serpente - quest’altro soprannome gli era stato dato dalle forze dell’ordine, per il suo essere così sfuggente - non si ferma più. Ha capito che gli piace uccidere. Ammazza senza pietà Vitali Hakim, un giovane turista turco, bruciandolo vivo. A Hong Kong conosce una coppia di turisti olandesi, Henk Bintanja e Cornelia Hemker, li attira a casa sua in Thailandia, li rapina e fa fare loro la stessa fine di Hakim. La ragazza, in particolare, è ammaliata dai preziosi posseduti da quel fascinoso Alain Gautier, uno dei tanti nomi falsi di Charles. Dopodiché è il turno della fidanzata di Vitali, arrivata nel Paese per cercarlo, Charmayne. Viene affogata prima che possa scoprire chi ha fatto del male al suo uomo.

Il primo errore: l’avvelenamento di Delhi. Sobhraj inizia a scrivere la sua fine quando sbaglia la dose di narcotico da somministrare a studenti francesi in gita a Nuova Delhi, nel 1976. Il piano era fingersi una guida turistica e offrire delle pillole anti-dissenteria agli ignari ragazzi. Che iniziano a svenire nella hall, si accorgono dell’avvelenamento e chiedono soccorso. Viene arrestato e condannato anche per l’omicidio di un turista francese, Jean-Luc Solomon, forse l’unico che non voleva uccidere ma stordire a scopo di rapina. Anche in quel caso, aveva esagerato con le dosi. Le due complici di Charles confessano, la fidanzata Marie viene rilasciata dopo qualche anno, appena in tempo per andare a morire di cancro in Canada. Lui, nel 1986, sta per uscire da una prigione di Nuova Delhi che pare un albergo: manipolando e corrompendo il personale si è garantito un televisore, cibo di qualità, incontri, interviste a 5.000 dollari l’una, scrive i testi di un libro e una sceneggiatura sulla sua vita. Si fa chiamare Sir Charles, e se la gode quasi come quando era a piede libero. Gli anni passano, Sobhraj fa i conti e capisce che la scarcerazione gli aprirebbe le porte di un’altra gabbia, per i crimini in Thailandia. Ha ucciso almeno 12 persone. Escogita un piano: tiene una festa illegale, mette dei narcotici - cos’altro? - nei cesti di frutta e manda al tappeto alcuni secondini, appositamente per poter espiare un altro po’ di pena in quelle condizioni di assoluto privilegio ed eludere la prigione thailandese. Dieci anni dopo, è libero e le accuse sono cadute. Tutte tranne quelle maturate in Nepal, dove decide di tornare nel 2003 dopo aver vissuto da gran signore a Parigi, accumulando denaro per servizi giornalistici e fotografici a pagamento. Un reporter lo nota in un casinò di Katmandu e lo segnala alla polizia. Viene processato e mandato all’ergastolo per il doppio omicidio del 1975, grazie al lavoro del diplomatico olandese Herman Knippenberg, della moglie Angela e di due ex vicini di casa del serial killer, Nadine e Remi Gires. Tradito dalla convinzione di essere un passo avanti al resto del mondo, è chiuso per sempre in una vera cella di una vera prigione. Per quanti morti, non si sa.

·        Il Mistero di Manson.

DAGOTRADUZIONE DA dailymail.co.uk l'8 maggio 2021. Juanita Wildebush, 77enne dell'Oregon, ha descritto in dettaglio il periodo trascorso con Manson e i suoi seguaci allo Spahn Ranch nella contea di Los Angeles, ammettendo di aver temuto di essere coinvolta negli omicidi Tate-LaBianca poiché la presa di Manson su di lei era potente. Assistente sociale in pensione, che ha lavorato con i sopravvissuti del culto per la loro riabilitazione, Juanita Wildebush ha rivelato che Manson era un amante incredibile, il che faceva parte del suo fascino: "Era fantastico", ha detto. “Era così tenero, ti portava al punto dell'orgasmo e poi ti riportava indietro. Come una specie di Kamasutra, sai.” Wildebush è cresciuta a Westwood, nel New Jersey. Era molto vicina a suo padre, ma aveva un rapporto controverso con la madre, che era severa e "aveva regole per tutto". Dopo il liceo, ha frequentato l'Universidad de las Americas a Città del Messico, dove si è laureata in psicologia nel 1967. Mentre era all'università, si è innamorata di uno studente di filosofia di nome Carlos ed è li che ha provato l'LSD per la prima volta. All'epoca Wildebush era un’idealista disillusa dalla politica e dai valori capitalisti degli Stati Uniti. Ha viaggiato con Carlos e un suo amico in giro per il Messico, dove incontrarono hippy che vivevano all'estero, sviluppando in lei un interesse per la vita in comune. Quando si laureò nel 1967, Manson era appena uscito di prigione dopo aver scontato sette anni per il traffico di donne a scopo di prostituzione attraverso i confini statali. L'allora piccolo criminale di 32 anni iniziò a formare la sua "Family" a San Francisco durante la “Summer of Love” del 1967, reclutando principalmente ragazze giovani, prima di trasferirsi a Los Angeles. Nel frattempo, Wildebush era tornata nel New Jersey con Carlos, dove rimasero per un breve periodo prima di tornarsene in Messico. Concordarono che lei avrebbe risparmiato abbastanza soldi per comprare un furgone e incontrarlo lì. Nell'estate del 1968, Juanita guidò il suo furgone Dodge appena acquistato verso la California in compagnia di un amico che ha accompagnato fino a San Francisco. Aveva programmato di andare a Phoenix, in Arizona, ma il suo stereo da 850 dollari fu rubato dal veicolo la notte prima che sarebbe dovuta partire. Dopo aver trovato uno stereo sostitutivo a San Jose, si è imbattuta in una donna incinta che teneva in mano un cartello che diceva "Los Angeles". Wildebush si è offerta di dare un passaggio a lei e ai due uomini che erano in sua compagnia. L'autostoppista era Susan "Sadie" Atkins, membro della famiglia Manson che in seguito sarebbe stata condannata per la sua partecipazione agli omicidi Tate-LaBianca.  Wildebush ha detto che non appena Atkins è salita sul furgone, "Ha iniziato a parlarmi della “Family” "E di come sono una band che hanno cantato con i Beach Boys. Mi è piaciuta subito.” Juanita la accompagnò allo Spahn Ranch nella San Fernando Valley, dove Manson viveva con il suo comune dopo i suoi soggiorni in un dormitorio nell'area del Topanga Canyon e nella casa del Beach Boy Dennis Wilson a Pacific Palisades. Atkins ha chiesto a Wildebush di passare la notte nel ranch, dicendole che non vedeva l’ora che "Incontrasse Charlie". Quando ha visto il leader del culto per la prima volta, stava uscendo da una roulotte nudo con una delle sue amanti. Ha detto che l'hanno accolta con uno spinello e un tè. Si sentiva in contatto con loro perché condividevano gli stessi valori e non si preoccupavano della ricchezza materiale. Manson si è invitato nel suo furgone quella sera quando tutti gli altri sono andati a letto, ma lei lo ha rifiutato. "Be ', stai facendo l’egoista," le disse. "Ma lo aggiusteremo." La accolse nel suo furgone con il caffè la mattina successiva e le mostrò la proprietà del cavallo "magico", che a volte fungeva da set cinematografico. Più tempo trascorreva con la famiglia Manson, meno interessata era a lasciare e incontrare Carlos in Messico. Wildebush, che all'epoca aveva 24 anni, non ha evitato a lungo le avance di Manson. Ha raccontato di come un giorno Atkins e Steven "Clem" Grogan si accoppiarono nel suo furgone, lasciandola sola con Manson. Dopo che lui la baciò, lei gli chiese: "E Carlos?" spingendo Manson a ridacchiare: "Non devi preoccuparti per Carlos, perché io sono lui, e lui è me", ha detto prima di fare l'amore con lei nel retro del furgone. Grogan e Atkins stavano facendo sesso sopra di loro allo stesso tempo, e Manson li invitò a unirsi a lui e Wildebush. Più tardi quella notte, ha accettato di dare a Manson il suo furgone e i $ 14.000 che aveva in un conto bancario. Nel novembre 1968, la famiglia Manson fece i bagagli e si diresse al Meyers Ranch nel Goler Canyon nella Death Valley, ma finirono per restare nel vicino Barker Ranch, che era più spazioso. Manson ei suoi seguaci tornarono allo Spahn Ranch nel marzo 1969 per prepararsi alla "guerra razziale" che aveva predetto e chiamato "Helter Skelter" dopo una canzone dei Beatles. Tuttavia, Wildebush e il diciannovenne Brooks Poston furono lasciati al Barker Ranch per fare da guardia. Dopo essere rimasti lì da soli per tre mesi, hanno incontrato i cercatori d'oro Paul Crockett e Bob Berry che erano alla ricerca di un posto dove dormire. Crocket e Berry offrirono loro del cibo e rifugio nella "casetta" fuori dalla casa principale del ranch. Wildebush e Poston godevano della loro compagnia ma erano anche preoccupati di come si sarebbero sbarazzati dei loro ospiti inaspettati prima del ritorno di Manson. Cenavano insieme e cantavano canzoni mentre Poston suonava la chitarra. Crocket sapeva che avevano paura di Manson e degli "estranei" al Barker Ranch. Wildebush ha detto che per un po 'la gente ha smesso di venire al Barker Ranch. In seguito le fu detto che Manson aveva provato a presentarsi un certo numero di volte ma senza riuscirci. Il potere che Manson aveva su di loro iniziò a scemare e iniziarono ad interessarsi alle escursioni di Crocket e Berry. Wildebush alla fine ha iniziato una relazione con Berry. Quando i membri della famiglia 'Little' Paul Watkins e Barbara Hoyt sono andati al ranch per prendere Wildebush e Poston, loro gli hanno rivelato di aver deciso di lasciare la famiglia. Watkins ha cercato di mettere in guardia Crocket sull'imminente guerra razziale imminente, ma il cercatore d’oro non le ha dato retta. Come Wildebush e Poston, Watkins iniziò a pensare che Crocket avesse più poteri di Manson e anche lui iniziò a considerazione la deviazione, ma aveva promesso al leader della famiglia che sarebbe tornato. “Quando se ne andava, abbiamo detto, (Little) Paul, ci fai un favore? Una sera, quando Charlie e tutti sono insieme in soggiorno, diresti a Charlie che vogliamo che ci esoneri da tutti gli accordi impliciti o diretti? E faremo lo stesso per lui", ha detto Wildebush. "E così il Paul, immagino, è tornato da Manson e glie l'ha detto e Charlie ha risposto dicendo qualcosa del tipo:" Va bene. Non mi interessa ". Il 9 agosto 1969, i membri della famiglia Manson Tex Watson, Patricia Krenwinkel, Linda Kasabian e Atkins uccisero l'attrice incinta Sharon Tate nella casa che condivideva con suo marito, il regista Roman Polanski, su Cielo Drive, vicino a Beverly Hills. Hanno anche ucciso tre degli amici di Tate - Jay Sebring, Abigail Folger e Voytek Frykowski - e Steven Parent, un uomo di 18 anni che stava visitando il custode della tenuta. La notte successiva, lo stesso gruppo di giovani seguaci - insieme a Leslie Van Houten e Manson - ha ucciso Leno e Rosemary LaBianca nella loro casa di Los Feliz, Los Angeles. Wildebush, che aveva sposato Berry, sapeva che Manson e la famiglia erano dietro gli omicidi nel momento in cui ne aveva sentito parlare al telegiornale, mesi prima che fossero collegati al crimine. Manson, Watson, Krenwinkel, Kasabian e Atkins sono stati condannati a morte dopo essere stati puniti per gli omicidi, ma dopo che la Corte Suprema della California ha stabilito che la pena di morte era incostituzionale, le loro sentenze sono state commutate in ergastolo. Watson, Krenwinkel e Kasabian rimangono tutt’oggi in prigione dopo che gli è stata negata la libertà condizionale più di una dozzina di volte ciascuno. Sia Atkins che Manson sono morti in prigione rispettivamente nel 2009 e nel 2017. Wildebush ha continuato a condurre una vita relativamente normale come assistente sociale. È rimasta sposata con Berry fino alla sua morte, due anni fa e ora è una nonna in pensione. Ha detto di aver sofferto del fatto che avrebbe potuto essere una parte degli omicidi e ha preso in considerazione l'idea di visitare Atkins in prigione, ma il suo terapeuta l'ha convinta a non farlo. «Ecco di cosa parlava la sindrome del sopravvissuto. Non avevo dubbi che se fossi stata lì, avrei fatto (la stessa cosa) ", ha detto. Sadie (Atkins) e Leslie (Van Houten) erano le persone a cui mi sentivo più vicina ". Ha persino ammesso di aver preso in considerazione l'idea di visitare Sadie in prigione a un certo punto.

·        Il Caso Morrone.

Una battaglia che dura da 31 anni. Caso Morrone, trasmessa la richiesta di ispezione ministeriale. Il figlio: “Spero in procedimenti ai pm”. Giacomo Andreoli su Il Riformista l'1 Aprile 2021. Novità nel caso di Antonio Morrone, carabiniere morto nel 1989 di tumore all’intestino dopo aver lavorato per anni nella stamperia della Corte Costituzionale di Roma, a contatto con diverse sostanze cancerogene e per cui non sono mai stati riconosciuti né la causa di servizio, né il compimento di alcun reato. La famiglia del carabiniere, guidata dal figlio Walter, ha inviato al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del ministero della Giustizia la richiesta di un’ispezione ministeriale nel Tribunale di Roma, che è stata pre-accolta e trasmessa all’ispettorato generale. Quella di Walter è una battaglia per ricostruire la verità sulla vicenda del padre lunga trent’anni, fatti di un iter complesso e doloroso tra tribunali civili e penali, con scontri tra perizie, chiusure e riaperture del caso, oltre a difficoltà di procedimento dovute all’autonomia giurisdizionale della Corte. Lo aveva raccontato a noi de Il Riformista in una lunga intervista lo scorso settembre. Quel nostro stesso articolo è stato trasmesso all’ispettorato generale del ministero, assieme a una lunga istanza già presentata alla Corte Costituzionale nel 2015. In questo fascicolo, tra le altre cose, ci sono una perizia tecnica in cui è scritto che “la malattia di Antonio Morrone è insorta per le disagevoli condizioni ambientali in cui ha operato per 13 anni” e la richiesta del giudice Otello Lupacchini di avviare un’indagine approfondita sulle misure di prevenzione e sicurezza sul lavoro nei locali della Corte. “Nel 2002 – ci spiega Walter Morrone – abbiamo avuto un’archiviazione definitiva sul lato penale senza un vero approfondimento della storia. Ora ogni possibile reato è prescritto, visto il tempo che è passato, e quindi non possiamo più presentare denunce. Ma ci rimane questo strumento: chiediamo al ministero della Giustizia che venga fatto un accertamento perché abbiamo il forte sospetto che il verdetto sia stato pilotato, o quanto meno non ci sia stata la volontà di andar contro un’istituzione come la Corte costituzionale e in particolare il superiore di mio padre, l’allora segretario generale. Insomma per vedere se ci sono state delle irregolarità nel Tribunale di Roma”. La speranza della famiglia è ancora quella di poter restituire giustizia al carabiniere, anche con effetti per chi è ancora punibile. “Volendo – aggiunge Walter – gli ispettori, se accertassero che i fatti sono veri, potrebbero fare una richiesta di provvedimento disciplinare nei confronti di quei magistrati che hanno trattato questo procedimento a Roma: Nicola Maiorano, Claudio Tortora e Margherita Girunda“. Il figlio dell’ex lavoratore nella stamperia della Corte è consapevole di quanto questa opzione sia “difficile”, ma non si arrende. “L’attuale ministra Marta Cartabia – conclude – è stata per anni presidente della Corte Costituzionale e non ha fatto nulla per aiutarci. Ora parla di necessari processi brevi e giusti, bene: speriamo che il suo ministero intervenga nel nostro caso per riparare a quanto avvenuto”.

Morto dopo 13 anni di fumi tossici nella stamperia. La battaglia di Walter Morrone: “Da 31 anni lotto per mio padre avvelenato alla Consulta”. Giacomo Andreoli e Chiara Viti su Il Riformista il 19 Settembre 2020. Dopo 31 anni dalla morte del padre, Walter Morrone ancora non si arrende. «Mio padre, il carabiniere Antonio Morrone, è stato ucciso dai fumi tossici delle macchine alla stamperia della Corte Costituzionale a Roma» racconta a Il Riformista. La sua famiglia non vuole soldi dalla Consulta, ma “verità”: riconoscere finalmente la causa di servizio, per dimostrare che Morrone e i suoi colleghi sono morti di tumore per mancanza di sicurezza sul posto di lavoro. Per questo Walter si appella al nuovo presidente Mario Morelli, allora assistente di studio alla Corte. Antonio Morrone inizia a lavorare al centro stampa della Consulta nel 1976. «Quella stamperia era un inferno chimico – racconta il figlio- non c’erano cappe aspiranti e le sostanze usate per la manutenzione delle macchine erano altamente cancerogene. Lui e i suoi colleghi si andavano a lamentare perché dicevano di non riuscire a respirare».  Nell’89 Antonio si ammala: neoplasia all’intestino. È inoperabile e in pochi mesi si spegne. Oggi il centro fotoriproduzione e stampa della Consulta è all’avanguardia, ma secondo Antonio Morrone: «I veri miglioramenti li hanno fatti dopo che è morto mio padre. Ora il centro andrebbe dedicato a lui». Intanto nel 1990 la famiglia Morrone presenta la domanda per il riconoscimento della causa di servizio. Lavorando in autodichia è la stessa Corte a dover rispondere e non un Tribunale ordinario del Lavoro, ma fino al 1994 non succede nulla. A quel punto Walter racconta di essere andato dall’allora segretario generale Cesare Bronzini, che gli avrebbe parlato di un parere negativo del Comitato delle pensioni privilegiate presso la Corte dei Conti.

La famiglia Morrone decide allora di far fare una perizia: se ne occupa la dottoressa Caterina Offidani. La sua relazione, in linea con quello che poco prima aveva stabilito la Commissione ospedaliera della Cecchignola, parla di locali non a norma e di una malattia insorta per “le disagevoli condizioni ambientali in cui ha operato per 13 anni Antonio Morrone”. Per la Corte, però: il tumore del carabiniere non dipendeva dalle sostanze utilizzate (un’altra perizia parla di connessione “rarissima”), venivano fatte visite di controllo (smentite da Walter) e nella stanza c’era areazione, perché venivano aperte porta e finestra. Nell’iter penale che si apre viene chiesta una prima archiviazione, ma il giudice Otello Lupacchini la respinge, chiedendo di avviare un’indagine a 360° gradi per punire gli eventuali responsabili. Nel 2002, però, arriva l’archiviazione definitiva. La famiglia prova allora la strada del diritto civile, ma anche questa via non porta a nulla. Nel frattempo tra i colleghi di Antonio sono spuntati altri tumori che li hanno portati alla morte. Nel 2015, quindi, i Morrone presentano una nuova istanza alla Corte, con decine di documenti allegati, per chiedere di riaprire il caso. Sono ancora in attesa di una risposta. «Io sono molto arrabbiato per il fatto che non si è raggiunta la verità– ci spiega Walter- Oggi riconoscere la causa di servizio per mio padre significa riconoscerla anche per i colleghi che non ce l’hanno fatta. Io vado avanti, perché un figlio deve lottare per il proprio padre».

·        Il Caso Pipitone.

Emiliana Costa per leggo.it il 31 marzo 2021. Denise Pipitone, le prime parole di Olesya Rostova a Pomeriggio 5: «Mammina mia non ti ho mai dimenticato, ti ho sempre cercato». Oggi, nel programma condotto da Barbara D'Urso si è parlato del caso di Denise Pipitone, la bimba di quattro anni scomparsa 17 anni fa a Mazara del Vallo. Nelle ultime ore, si rincorre la segnalazione lanciata dal programma Chi l'ha visto? di una ragazza ventenne russa che sarebbe stata rapita da piccola ed è alla ricerca della sua mamma. Olesya Rostova - questo il nome della giovane - assomiglia molto alla mamma di Denise, Piera Maggio. La ragazza ha raccontato la sua storia in un programma russo. Barbara D'Urso ha mostrato alcuni stralci dell'intervista. Ecco le parole di Olesya Rostova: «Già quando avevo cinque anni avevo capito che ero sola. I nomadi mi dicevano che la mia mamma mi aveva portato in Ucraina con sé. Probabilmente ho 20 anni. Forse mi hanno battezzato nella chiesa dell'ospedale quando ero piccola». Poi l'appello in lacrime alla mamma naturale: «Mammina mia non ti ho mai dimenticato, ti ho sempre cercato. Sono viva, voglio sapere. Non so cos'altro dire ora». La ragazza russa, dunque, ha raccontato di esser stata rapita quando era una bambina e di non sapere chi sia sua madre. «Attendiamo i risultati di un test del Dna e siamo speranzosi», ha dichiarato il legale Giacomo Frazzitta a nome di Piera Maggio. Negli anni, infatti, sono stati molti i presunti avvistamenti e segnalazioni.

Denise Pipitone, si riaccende la speranza: "Prelevato Dna". Olesya Rostov potrebbe essere Denise Pipitone. Un campione del Dna della ragazza sarebbe stato già prelevato e presto sarà confrontato con quello di Piera Maggio. Rosa Scognamiglio - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. È stato già prelevato un campione di Dna a Olesya Rostov, la ragazza che potrebbe essere Denise Pipitone. A riferirlo sarebbe stata la redazione del programma russo пусть говорят (in italiano "Lasciali parlare") attraverso cui la giovane ha lanciato un appello, qualche giorno fa, nel tentativo di ritrovare sua madre. La notizia è stata rilanciata dalla trasmissione Chi l'ha Visto? che, nella puntata di mercoledì 31 marzo, si è occupata del caso della bimba scomparsa da Mazzaro Del Vallo l'1 settembre del 2004.

"Restiamo coi piedi per terra". Non se la sente di sbilanciarsi Piera Maggio, la mamma di Denise, sebbene non abbia mai abbandonato la speranza di riabbacciare sua figlia. In questi diciassette lunghi anni di ricerche, troppe volte ha dovuto incassare il colpo dell'ennessima segnalazione andata a vuoto. Pondera i toni e calibra l'entusiasmo nell'attesa che il Dna metta fine allo strazio di un'attesa tormentata e senza conforto. "Vogliamo rimanere con i piedi ben piantati a terra, cautamente speranzosi ma senza illuderci più di tanto anche perchè le segnalazioni passate ci hanno mostrato che l'illusione non porta a nulla", dice Piera Maggio in un messaggio audio inviato al programma condotto da Federica Sciarelli. "In questi casi - prosegue - ovviamente l'unica cosa da fare è chiedere che venga fatto il Dna ed è quello che noi chiederemo, l'unica soluzione per fugare ogni dubbio".

"Prelevato il Dna di Olesya". Soltanto la prova genetica potrà chiarire se Olesya Rostov è Denise Pipitone. Stando a quanto avrebbero riferito dalla redazione del programma russo пусть говорят, un campione del Dna della ragazza sarebbe stato già prelevato per gli accertamenti del caso e presto potrà essere messo a confronto con quello di Piera Maggio e Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. Non sono in partenza per la Russia Piera Maggio e Giacomo Frazzitta: "Inutile la nostra presenza a Mosca - spiega l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio -loro dovrebbero inviare, anche privatamente, il Dna a Roma e la nostra genetista di fiducia Marina Baldi sarà sicuramente in grado di capire se c'è riscontro. Abbiamo a disposizione anche il Dna di Piero (Pulizzi, padre naturale di Denise) - ha aggiunto l'avvocato -in questo modo potremo avere un quadro completo: questa storia va chiarita con il Dna, non con le sensazioni".

Cosa sappiamo di Olesya Rostov. Tutto quello che sappiamo di Olesya Rostov, lo si apprende dal suo racconto all'emittente russa Primo Canale. Nel 2005, all'età di 5 anni (compatibile con quelli di Denise al tempo della scomparsa) è stata rapita da una rom e portata in un campo nomade in Russia. Dopo aver trascorso un periodo nella baraccopoli, è stata sottratta alla madre, o presunta tale, e trasferita in un orfanatrofio. Nel corso di un'attività di controllo, riferisce la ragazza, la polizia avrebbe accertato l'assenza di un qualsivoglia legame di parantela tra la bimba e la donna rom. Dunque, sprovvista di documenti - motivo per cui non è possibile stabilire con certezza il giorno di nascita - è stata trasferita in un istituto. Qui le avrebbero tagliato i capelli (rendendola irriconoscibile) e dato il nome di Rostov Olesya.

Quella cicatrice di Denise. La somiglianza con Piera Maggio c'è ed è innegabile, fosse anche solo una suggestione. Ma ci sono altri dettagli che non passano inosservati e meritano un ulteriore approfondimento. Anzitutto, la cicatrice che la piccola bambina di Mazzara del Vallo, al tempo, mostrava sotto l'occhio destro. Olesya ne avrebbe una, invece, al di sopra del sopracciglio sinistro. Poi, il colore dei capelli che, a ben guardare, non accomunerebbe le due ragazzine. Da ultimo, pare che la giovane non abbia memoria della lingua italiana. Tuttavia, anche questa circostanza, sarà chiarita nei prossimi giorni. La verità potrebbe essere ad un passo.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 9 aprile 2021. «L' attesa per la grande notizia alimentata da una sorta di gran circo televisivo russo s' è sciolta come neve al sole. No, Denise, la bimba sparita nel 2004 a Mazara del Vallo, non è Olesya, la ventenne rapita da piccola e in cerca dei genitori. I gruppi sanguigni non combaciano». Inizia così il racconto di Felice Cavallaro sull' epilogo della triste vicenda messa in scena dalla trasmissione russa Pust' govoryat ( Lasciali parlare ) sul Primo Canale, che da giorni si stava occupando del caso. Olesya non è Denise, come da tempo si paventava. Ovviamente anche Chi l' ha visto? si è occupata del caso, essendo uno degli argomenti più trattati dalla trasmissione nel corso degli anni (Rai3). In queste situazioni, di fronte al cinismo, al macabro gioco delle aperture delle buste da parte dei russi, ci sono due strade. A inizio trasmissione, Federica Sciarelli in pochi minuti liquida la storia, dando conto di quello che è successo e magari stigmatizzando il comportamento della tv russa: non ci si comporta così di fronte a un dramma umano. Sciarelli sceglie l'altra strada. Per più di un' ora ha ricostruito la vicenda, con dovizia di particolari. Una troupe era nello studio di Giacomo Frazzitta, l' avvocato di Piera Maggio che ha condotto le trattative, e da Mosca era collegato il corrispondente Marc Innaro che ha parlato di «una situazione indegna del dolore della mamma, dei genitori di Denise, ma anche del dolore di questa ragazza. Stritolata da un meccanismo infernale». Ecco la domanda di fondo. Scegliere di raccontare nei dettagli questo reality non significa partecipare al circo mediatico? La logica del mostrare le immagini per deprecarle non è anche un mezzo per mostrare quelle immagini? Alla fine, c' è stato persino un video del conduttore di Pust' govoryat che, in perfetto italiano, ha chiesto scusa. Per l' audience, i russi sono pronti a tutto.

Chi l'ha Visto? e Denise Pipitone, Ricky Tognazzi massacra Federica Sciarelli: accusa e sospetto terrificanti. Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. In attesa della puntata del 31 marzo, non si fa altro che parlare di Denise Pipitone e la possibile svolta annunciata da Chi l'ha Visto?. Federica Sciarelli nelle anticipazioni ha fatto tornare la speranza a tutta Italia, parlando di una segnalazione giunta nello studio di Rai 3 e riguardante una ragazza russa che cerca sua madre. "Sarebbe troppo bello per essere vero - ha spiegato nel promo della trasmissione la conduttrice -, ma ve lo vogliamo raccontare lo stesso. Una nostra telespettatrice ci ha fatto sapere che a Mosca una giovane donna è andata in tv per dire di essere stata rapita quando era bambina. Somiglia tantissimo a Piera Maggio, lei non sa chi sia sua mamma. È stata trovata in un campo nel 2005 e oggi avrebbe l’età che dovrebbe avere Denise Pipitone". Insomma, bisogna rimanere con i piedi per terra, ma l'appello di Olesya Rostova, ragazza che ha la stessa età di Denise, non è passato inosservato neppure agli occhi di Piera Maggio. La mamma di Denise è infatti pronta a partire per la Russia, una volta "ricevuti i risultati del Dna". Fino ad ora di avvistamenti ce n'erano stati eccome, ma tutti senza un risvolto positivo. Questa volta invece sembra diverso. Le foto della giovane russa hanno scatenato i telespettatori che hanno notato una certa somiglianza tra Olesya e Piera Maggio. Più difficile notarla però negli scatti della ragazza russa da bambina: "Sto guardando la puntata di questo programma russo e non sto capendo nulla, ma comunque ritiro quello che ho detto, non è denise pipitone e penso che sia chiaro dalla seconda foto. basta con questi falsi allarmi che fanno star male solo la sua famiglia.. e io che ci speravo", scrive un utente. E ancora un altro: "Roba che se Chi l’ha visto sta cavalcando ‘sta storia di Denise Pipitone solo per fare boom di ascolti io giuro farei chiudere la trasmissione". Dello stesso parere Ricky Tognazzi che su Twitter ha lanciato una vera e propria frecciatina alla conduttrice: "Cosa non si farebbe per un punto di share in più? Mah".

"Cosa non si fa per lo share...". E ora scoppia il caso Sciarelli. Nell'ultima puntata di Chi l'ha visto si è tornati a parlare della ragazza russa rapita quando aveva 5 anni e che potrebbe essere Denise Pipitone. L'attore su Twitter ha polemizzato sulla scelta del programma di puntare tutto sul caso solo per gli ascolti. Novella Toloni - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale.  Un tweet (poi cancellato) e la polemica è servita. "Cosa non si farebbe per un punto di share in più". Così Ricky Tognazzi ha criticato su Twitter l'ultima puntata di Chi l'ha visto incentrata sulla scomparsa di Denise Pipitone. Un caso tornato alla ribalta della cronaca dopo l'appello di una ragazza russa rapita quando aveva solo cinque anni, che oggi vuole riabbracciare i suoi genitori. Ricky Tognazzi e Federica Sciarelli si sono contesi la prima serata di mercoledì 31 marzo. Il primo con la sua serie televisiva "Svegliati amore mio" con protagonista Sabrina Ferilli. La seconda con la puntata di Chi l'ha visto dedicata alla ragazza russa che potrebbe essere Denise Pipitone. Uno "scontro" a colpi di auditel che si è consumato anche su Twitter con alcuni cinguettii del regista e attore a punzecchiare la Sciarelli (uno dei quali rimosso dopo le polemiche). I promo pubblicitari e i video di anteprima di Chi l'ha visto avevano creato un'attesa spasmodica attorno alla nuova puntata del format di Rai Tre sulle persone scomparse. E già nel primo pomeriggio del 31 marzo gli utenti del web aveva invitato alla calma: "Basta con questi falsi allarmi che fanno star male solo la sua famiglia...", "Roba che se Chi l'ha visto sta cavalcando 'sta storia di Denise Pipitone solo per fare boom di ascolti". Linea condivisa anche dal regista milanese, che è letteralmente sbottato sotto al tweet di un utente del popolare social, che invitava il pubblico a non seguire la prima serata di Chi l'ha visto: "Non è Denise Pipitone, potete evitare di guardare #chilhavisto. Imbarazzante fare addirittura il promo ad hoc". Parole riprese e commentate da decine di altri utenti e dallo stesso Ricky Tognazzi, che sotto al tweet ha replicato: "Cosa non si farebbe per un punto di share in più". Dopo poche ore, però, l'attore e registra ha deciso di cancellare il tweet per smorzare le polemiche. Ma in tarda serata ha scelto di pubblicare un nuovo cinguettio, decisamente più morbido, ma pur sempre polemico: "Caso Denise Pipitone: Chi l'ha visto accusata di creare hype per lo share, ecco perché". Citando un articolo nel quale Chi l'ha visto veniva criticato per aver creato false aspettative sul caso della ragazza russa.

Denise Pipitone, "un affare di famiglia": il sospetto del magnate Behgjet Pacolli. Libero Quotidiano il 07 aprile 2021. Continua a far discutere il caso di Denise Pipitone, la bambina di Mazara del Vallo scomparsa nel 2004. Le dichiarazioni di una ragazza russa, Olesya Rostova, andata in tv per denunciare di essere stata rapita da piccola, hanno trasformato l’intera vicenda in un circo mediatico. Con i risultati del test del Dna addirittura comunicati in diretta televisiva. Intanto, la rivista settimanale Oggi ha ricordato un importante intervento nella vicenda del magnate albanese Behgjet Pacolli, ex marito di Anna Oxa ed ex presidente del Kosovo. Ben quindici anni fa, quindi due anni dopo la scomparsa della piccola Denise, Pacolli disse in un’intervista a Oggi: “Denise non è mai transitata in un Paese balcanico. Sono in grado di assicurarlo dopo mesi di viaggi, contatti, rapporti con i capi dei nomadi dell’Europa balcanica, emissari che hanno scandagliato quel mondo, dal Montenegro alla Macedonia, dalla Bosnia all’Ucraina alla Bulgaria fino alle Repubbliche asiatiche dell’ex Urss. E neanche in Russia. Ho avuto garanzie precise, grazie ai miei agganci con il mondo slavo e con quello dell’Asia interna”. Poi lanciò un pesante sospetto: “Bisogna cercarla altrove. Bisogna capire le cause del rapimento. Solo così si scoprirà la verità. La scomparsa di Denise è un affare di famiglia. La verità cercatela in Sicilia”. Nelle ultime ore, stando a Fanpage, l’avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, avrebbe confermato che in realtà Olesya non è Denise. I risultati del test sarebbero stati comunicati ieri 6 aprile durante la registrazione del programma russo che si sta occupando della storia, Let Them Talk (Lasciali Parlare). Poco fa, però, lo stesso legale ha smentito all’Ansa queste sue presunte dichiarazioni: “Mi sono limitato a trasmettere alla Procura di Marsala l'esito della documentazione scientifica che mi è stata inviata ieri e non ho fatto alcun anticipazione circa l'esito degli esami sulla ragazza, che sarà reso noto nel corso della trasmissione di stasera sulla tv russa". 

Chi è Behgjet Pacolli, l’ex ministro degli esteri del Kosovo entrato nel caso di Denise Pipitone. Vito Califano su Il Riformista l'1 Aprile 2021. Denise Pipitone e il suo caso, la sua scomparsa nel nulla, nel 2004 a Mazara del Vallo, è tornato d’attualità dopo la puntata di Chi l’ha visto del 31 marzo 2021. E con la sua storia riemerge anche il nome di Behgjet Pacolli, esperto di rapimenti internazionali, citato durante la trasmissione. Chi l’ha visto ha infatti portato all’attenzione l’appello di una ragazza russa di 21 anni, l’età che avrebbe oggi Denise, Olesya Rostova, che ha lanciato un appello per ritrovare la sua madre biologica in un programma sul primo canale russo. L’esame del Dna potrà chiarire se la ragazza è davvero la bambina sparita nel nulla in Sicilia quasi 17 anni fa.

Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone, ha espresso una cauta speranza. L’avvocato Giacomo Frazzitta potrebbe recarsi molto presto in Russia. Che cosa c’entra tuttavia questo personaggio misterioso ed enigmatico, Behgjet Pacolli, con il caso di Denise Pipitone? Pacolli è un imprenditore e politico kosovaro con cittadinanza svizzera. Classe 1951, è stato anche ministro degli Esteri del Kosovo dal 2017 al 2020. Ha fondato una società di costruzioni, la Mabetex Project Engineering, nel 1990, diventata Mabetex Group. Il gruppo di affari ha esteso il suo interesse al settore delle assicurazioni, dei media e ancora ad altri campi. Pacolli è presidente e amministratore delegato, è considerato l’uomo di origini albanesi più ricco al mondo. L’imprenditore è noto in Italia anche per aver sposato nel 1999 la cantante Anna Oxa. I due hanno divorziato nel 2002. Ha definito quello con la cantante, che ha vinto due volte il Festival della Canzone di Sanremo, un rapporto “totalizzante”, in un’intervista alla rivista Oggi. Il matrimonio venne definito dai giornali “in stile Kusturica”, una vistosa cerimonia, presso Villa Magni Rizzoli a Canzo. Pacolli ha tre figli e tre figlie. Ha realizzato progetti e investimenti in Russia, Italia, Kazakistan, Uzbekistan, Mongolia. Oltre a essere stato titolare degli Esteri del Kosovo è stato Presidente della Repubblica del Kosovo e Primo vice Premier. Ha fondato il partito politico Alleanza per un Nuovo Kosovo. Si ricorda in particolare, nella sua attività politica, l’impegno per la liberazione di diversi operatori delle Nazioni Unite a Kabul, in Afghanistan. Ha fondato a Lugano la Fondazione per l’Organizzazione e la Ricostruzione del Kosovo e ha costruito e ammodernato l’Università Americana di Pristina.  È stato insignito del titolo di Cavaliere della Pace. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutto il mondo. Pacolli anni fa si interessò anche della scomparsa di Denise Pipitone, avendola definita un “sequestro internazionale”, situazione simile a quelle delle quali lui stesso si era occupato in diverse occasioni. Aveva espresso l’intenzione di pubblicare un annuncio sui maggiori quotidiani italiani. “Dateci un segno che Denise sia viva”, con numeri di telefono e indirizzi svizzeri per intavolare la trattativa. Un appello che però non fu mai pubblicato. Il 3 dicembre 2004 un messaggio anonimo sul telefono di Piera Maggio, inviato da una cabina telefonica, annunciava il trasferimento di Denise dalla Svizzera alla Francia. “Abbiamo pensato che ci fosse stata la mediazione di Pacolli”, il commento dell’avvocato Frazzitta a Chi l’ha visto?. Il magnate però sparì nel nulla, proprio in quel momento, per diversi mesi. Irreperibile. Nessuna traccia neanche di Denise. Quando si rifece vivo il magnate escluse qualsiasi tipo di rapimento della bambina da parte di un gruppo di nomadi nei Balcani . “Avevamo pensato che quest’uomo avesse trovato effettivamente Denise viva, ma perché lo ha fatto me lo chiedo ancora oggi”, l’amaro commento dell’avvocato. Il suo ruolo e le incomprensioni che scaturirono, resero tutta la situazione ancora più enigmatica. La pista del rapimento era emersa dopo che una guardia giurata aveva visto a Milano una bambina con il volto coperto nell’ottobre del 2004. Piera Maggio, in un’intervista del 2005, disse quindi che “la pista dei rom è parsa la più convincente soprattutto quando, il 18 ottobre 2004, gli inquirenti mi mostrarono il video girato a Milano. Quella era proprio Denise. Ne sono certa. Ma quel gruppo di zingari non si è mai fatto vivo. Cosi, il 3 novembre, quando il legale del signor Pacolli ha telefonato al mio avvocato dicendo di voler collaborare nelle ricerche perché conosce bene l’ambiente dei rom, io sono rimasta molto contenta e colpita. Attendevo una soluzione. Posso solo dire che il risultato non c’è stato”.

Diciassette anni dopo la scomparsa si riaccende la speranza. Denise Pipitone, la ragazza russa farà il test del Dna. La mamma: “Restiamo cauti”. Elena Del Mastro su Il Riformista l'1 Aprile 2021. La speranza si riaccende sul caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa 17 anni fa da Mazara del Vallo. In tanti hanno seguito la puntata di Chi l’ha visto? Il programma di Federica Sciarelli che è tornata a occuparsi del caso dopo la segnalazione di una ragazza russa della stessa età di Denise che cerca sua mamma. La ragazza è Olesya Rostova e dalla tv russa ha lanciato l’appello in cerca di sua mamma. Dalla puntata è emerso che la ragazza è stata sottoposta al test del Dna. Solo i risultati potranno chiarire se si tratta di Denise. Intanto Piera Maggio, la mamma di Denise, ha fatto sapere di non essere in partenza per Mosca come si era detto in precedenza. In un audio trasmesso dal programma, Piera ha detto che “vogliamo rimanere con i piedi per terra, cautamente speranzosi ma senza illuderci più di tanto. Le segnalazioni passate ci hanno insegnato che le illusioni non portano a nulla: chiederemo l’esame del Dna, l’unica soluzione per fugare ogni dubbio. Vogliamo ringraziare chi ci sta vicino, ci fa capire quanta gente amano Denise e non l’hanno mai dimenticata”. “La somiglianza è impressionante”, ha detto l’avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta. “Nel 2005 c’era la pista cosiddetta ‘zingara’. Ricorderete quella bambina ripresa da una guardia giurata a Milano: la somiglianza era notevole”. Ma anni di segnalazioni finite in un nulla di fatto hanno scottato la famiglia che adesso resta cauta. “È una storia che va verificata, va verificato il Dna. In questi anni ne abbiamo viste tante di segnalazioni: ma questa volta vale la pena approfondire. Ho vissuto questi anni con grande rabbia – aggiunge il legale – La speranza è che sia un colpo di fortuna”. La segnalazione a Chi l’ha visto è partita da un’infermiera russa che vive in Italia, in Val Seriana da 20 anni. Conosce la storia di Denise e guardando la Tv russa aveva notato l’appello della ragazza e la somiglianza con Piera Maggio. “Mi è venuto un batticuore quando ho visto questa giovane e ho notato la somiglianza con la mamma di Denise. Mi sono venuti i brividi”, ha raccontato. La ragazza russa ha raccontato che era stata tolta a una nomade e affidata a un orfanotrofio. Ora si aspetta l’esame del Dna per capire se quella ragazza possa essere davvero Denise.

"Potrebbe essere Denise", dalla Russia una nuova pista sul caso Pipitone. Chi l'ha visto apre una nuova pista sul caso di Denise Pipitone con una segnalazione giunta al programma direttamente da Mosca: "Somiglia a Piera Maggio". Francesca Galici - Mar, 30/03/2021 - su Inside Over il 30 marzo 2021. Sono passati quasi 20 anni da quando Denise Pipitone scomparve nel nulla a Mazara del Vallo. Era la mattina del 1 settembre del 2004, la bambina si trovava in strada a giocare con i cuginetti in attesa del pranzo. È la zia a vederla per l'ultima volta, pochi minuti prima delle 12. Da quel momento nessuno ha più sue notizie, nei giorni successivi furono dispiegate migliaia di forze per ritrovarla ma di lei non c'è mai più stata traccia. Col tempo è sceso il silenzio mediatico sulla scomparsa di Denise Pipitone ma sua madre non ha mai smesso di cercarla e di sperare di poterla riabbracciare. A darle man forte in questa strenua ricerca c'è il programma Chi l'ha visto, che periodicamente ripropone la sua storia. Proprio la storica trasmissione di Rai3 tornerà su questo caso nella puntata di domani, con quella che potrebbe essere una traccia, tutta da verificare, che ora potrebbe riaccendere le speranze. Le ultime notizie su Denise Pipitone arrivano dalla Russia. A Chi l'ha visto è arrivata la segnalazione di una telespettatrice, che avrebbe seguito da Mosca la storia di una ragazza che è andata in tv per cercare i suoi genitori naturali. "Sarebbe troppo bello per essere vero, ma ve lo vogliamo raccontare lo stesso", esordisce la speaker del promo del programma di Rai3 nel presentare la storia che proviene dalla Russia. "Una nostra telespettatrice ci dice che a Mosca c'è una giovane donna che è stata rapita quando era una bimba e che somiglia tantissimo a Piera Maggio", prosegue la voce fuori campo del promo. Piera Maggio è la mamma di Denise Pipitone e nei successivi frame le immagini delle due donne vengono messe in split per avvalorare quanto raccontato dalla telespettatrice che ha effettuato la segnalazione. "La bambina viene trovata in un parco nel 2005 e oggi ha la stessa età che avrebbe Denise Pipitone. Non sa chi sia la sua mamma ed è per questo che è andata in tv a far vedere il suo volto", conclude la speaker. In questi ultimi anni le ricerche, seppure a ranghi ridotti, non sono mai state interrotte. In più occasioni le forze dell'ordine hanno diffuso le immagini ricostruite al pc che mostrano come potrebbe essere diventata la bambina, che oggi avrebbe 20 anni. Tante volte in passato erano state fatte ipotesi sulle presunte rotte dei traffici di minori con l'est Europa, sempre tramontate per mancanza di elementi concreti.

Sebastiano Cascone per tvblog.it il 30 marzo 2021. Sui social ufficiali di "Chi l’ha visto?", è apparso il promo della puntata, in onda, domani mercoledì 31 marzo 2021, in prima serata, su Rai3. La conduttrice, Federica Sciarelli, annuncia, nella clip, quella che potrebbe essere, a tutti gli effetti, una svolta ad uno dei casi che ha maggiormente appassionato i telespettatori italiani, ovvero quello della scomparsa della piccola Denise Pipitone: Sarebbe troppo bello per essere vero, ma ve lo vogliamo raccontare lo stesso. Una nostra telespettatrice ci dice che a Mosca c’è una giovane donna che è stata rapita quando era una bimba e che somiglia tantissimo a Piera Maggio. La bambina è stata trovata in un campo nel 2005 ed oggi ha la stessa età che avrebbe Denise Pipitone. Non sa chi sia la sua mamma ed è per questo che è andata in tv a far vedere il suo volto. La bambina è scomparsa a 4 anni, l’1 settembre 2004, vicino la propria abitazione, a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. La mamma Piera Maggio, in questi anni, non si è mai arresa, desiderosa di riabbracciare, prima o poi, la figlioletta. Si è spesa tantissimo, in tv e sui social network, per avere notizie di quella che, oggi, ha le sembianze di una donna di 21 anni. In oltre quindici anni di ricerche, non sono mancate le segnalazioni che, però, non hanno portato al ritrovamento della giovane. Sarà la volta buona?!

Il caso della piccola scomparsa in Sicilia nel 2004. Denise Pipitone è Olesya? Dubbi e somiglianza tra la giovane russa e Piera Maggio. Elisabetta Panico su Il Riformista il 31 Marzo 2021. “Siamo speranzosi ma sempre cauti perché abbiamo avuto tante delusioni. Vogliamo fare l’esame del Dna e pare che ci sia anche la disponibilità della ragazza, che ha una storia molto particolare da quello che abbiamo appreso. Vedremo. E’ una notizia su cui lavoriamo da 5-6 giorni. Domani ne sapremo di più perché è una cosa di ‘Chi l’ha visto?‘”. Sono le parole dell’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone, il cui caso potrebbe riaprirsi a oltre 16 anni dalla sua scomparsa avvenuta, all’età di 4 anni, il primo settembre del 2004 a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Sul caso della sua scomparsa è tornata la trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ mostrando l’appello fatto a una tv russa da una ragazza che ha raccontato di essere stata rapita quando era una bimba e che somiglia alla mamma di Denise che in questi anni non ha mai smesso di cercarla e di fare appelli pubblici. Nel corso di questi 16 anni le segnalazioni su avvistamenti della bambina scomparsa davanti casa a Mazara del Vallo sono state tantissime, ma tutte senza esito positivo. Una vicenda simile a quella di Angela Celentano, la bimba di 3 anni svanita nel nulla nell’agosto 1996 sul Monte Faito, in provincia di Napoli, e ricercata fino a poco tempo va anche in Messico prima che la procura di Torre Annunziata  decidesse di archiviare definitivamente le indagini a inizio 2020. La stessa Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto?, frena ma mostra entusiasmo: “Sarebbe troppo bello, un regalo enorme”. Poi all’Ansa spiega: “Vi racconto com’è andata. La segnalazione è nata quasi per caso, da una nostra telespettatrice che ha riferito che a Mosca c’è una giovane donna che ha la stessa età di Denise e che somiglia moltissimo a Piera Maggio, la mamma della piccola scomparsa 17 anni fa. Forse è una suggestione dovuta alla somiglianza, ma la giovane donna ha la stessa età che avrebbe oggi Denise”.

La storia della ragazza russa Olesya Rostov. La ragazza russa si chiama Olesya Rostov e ha inviato una lettera alla redazione della trasmissione russa per provare a ritrovare la sua famiglia. La giovane in tenera età è stata rapita da una zingara e portata in un campo rom nel 2005 quando aveva presumibilmente 5 anni (età compatibile con quella di Denise). Dopo aver trascorso un periodo nel campo nomadi, durante il quale chiedeva l’elemosina per portare soldi alla comunità e pensava che sua madre fosse una donna del campo, poi successivamente arrestata, la piccola che non aveva documenti (e quindi tutt’oggi non conosce la data di nascita precisa) venne poi trasferita in un orfanotrofio. Qui le hanno tagliato tutti i capelli e le hanno dato il nome di Rostov Olesya. Nel corso della trasmissione, la giovane lancia l’appello: “Cara mamma non ti ho mai dimenticato, ti sto cercando e ho la possibilità di trovarti. Eccomi qui, sono viva, voglio conoscerti e trovarti.

I dubbi su Olesya. La storia di Olesya è stata segnalata alla redazione di Chi l’ha visto? che continua a mantenere un profilo basso pur annunciando di fatto importanti novità sulla scomparsa di Denise. Ma se la somiglianza, a tratti, potrebbe trovare qualche riscontro, quel che non torna è che Olesya nel corso della trasmissione russa non ha mai detto di conoscere o almeno ricordare qualcosa della lingua italiana, giusto per dare un ulteriore indizio a chi vuole aiutarla. Quando Denise sparì da Mazara del Vallo aveva 4 anni e parlava, conosceva le parole italiane, il dialetto siciliano. Possibile che in 17 anni abbia dimenticato tutto?

La scomparsa di Denise Pipitone. Il caso della scomparsa di Denise tenne banco per settimane in Italia. La piccola scomparve mentre giocava con alcuni bambini davanti l’abitazione della nonna, un rapimento di cui non vi sono mai state tracce o prove documentali. Le prime indagini sulla vicenda si focalizzarono in particolare sulla famiglia di Denise: la bambina era nata dalla relazione extraconiugale della madre Piera Maggio, all’epoca sposata con Toni Pipitone, con Piero Pulizzi, conducente di autobus, a sua volta marito di Anna Corona e padre di Jessica. Denise, secondo gli inquirenti, sarebbe quindi stata rapita dalla ‘sorellastra’ Jessica Pulizzi, anche lei minorenne, con la complicità della madre Anna Corona e dell’ex fidanzato Gaspare Ghaleb per motivi riconducibili a “vendetta e gelosia perché Denise e Jessica Pulizzi sono figlie dello stesso padre, Piero Pulizzi”. Ne nasce un processo in cui sono imputati Jessica Pulizzi, con l’imputazione di sequestro di minore, e Gaspare Ghaleb, per il reato di false informazioni al pubblico ministero. In tutti i gradi di giudizio scatterà l’assoluzione: in primo grado al Tribunale di Marsala il 27 giugno 2013, in Corte d’Appello a Palermo il 2 ottobre 2015 e in Cassazione nell’aprile 2017.

Chi è Olesya Rostova, la ragazza che somiglia a Piera Maggio? Riccardo Castrichini su Notizie.it il 31/03/2021. Olesya Rostova, chi è la ragazza che somiglia a Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone, e dice di essere stata rapita. Il caso di Denise Pipitone, la bambina di quattro anni scomparsa nel 2004 da Mazara del Vallo, si è riaperto dopo che dalla televisione russa è arrivata l’immagine di una ragazza di 20 anni, Olesya Rostova, che sembrerebbe somigliare molto alla mamma della di Denise, Piera Maggio, colei che in questi anni non ha mai smesso di cercare la propria figlia. Stando a quanto riportato da Il Riformista, Olesya Rostova è una ragazza di 20 anni che si è presentata nel programma tv russo Lasciali parlare per cercare la propria famiglia. La giovane, che per età e per caratteristiche fisiche potrebbe sembrare Denise, ha raccontato di essere stata rapita da piccola e in seguito portata in un campo rom nel 2005, motivo questo che contribuirebbe ancora di più a sostenere la tesi seconda la quale Olesya Rostova e la bambina di Mazzaro del Vallo del 2004 possano essere la stessa persona. Olesya ha raccontato di aver ricevuto questo nome in orfanotrofio dove era stata condotta dopo essere stato arrestata da giovanissima. Viveva infatti in un campo nomadi e racimolava spiccioli per la comunità chiedendo le elemosina in strada. Nel corso della trasmissione, Olesya ha ammesso di ricordare perfettamente il volto della madre: “Non ti ho mai dimenticato, ti sto cercando e ho la possibilità di trovarti. Eccomi qui, sono viva, voglio conoscerti e trovarti“. In mezzo a tanti elementi che sembrerebbero far credere che si tratti della piccola Denise, ve ne sono alcuni che sembrano portare lontano rispetto alla traccia della speranza. Anzitutto Olesya Rostova ha una somiglianza con Piera Maggio, ma non con alcuni caratteri fisionomici di Denise e poi la ragazza russa ha ammesso di non sapere l’italiano e di non avere ricordi in questa lingua. La signora Maggio ha invece sottolineato che la figlia, malgrado i 4 anni, parlasse molto fluentemente l’italiano e il dialetto siciliano.

Riccardo Castrichini. Nato a Latina nel 1991, è laureato in Economia e Marketing. Dopo un Master al Sole24Ore ha collaborato con TGcom24, IlGiornaleOff e Radio Rock.

Denise Pipitone, "ecco chi è davvero Olesya Rostova e che lavoro fa". Testimonianza raccapricciante, una orrenda menzogna? Libero Quotidiano il 07 aprile 2021. Non c'è pace per Piera Maggio. Dopo la scomparsa diciassette anni fa della figlia, anche le delusioni sul possibile ritrovamento. Neppure Olesya Rostova è Denise Pipitone. L'esito del test del Dna ha confermato che la giovane russa rapita da piccola e in cerca dei genitori non sarebbe la stessa bambina sparita da Mazara del Vallo. Ma c'è di più, perché per un influencer Olesya avrebbe mentito fin dall'inizio. "Olesya è un'attrice del mio reality su YouTube, lei mente. Non si gioca con i sentimenti delle persone", si legge nella didascalia del video pubblicato da roma_bler. "Ho un sacco di video in cui mi dice che è pronta a tutto per la popolarità, non lasciatevi ingannare", continua. Lo youtuber minaccia di andare in tv e mostrare tutte le prove in suo possesso a sostegno della sua tesi. Su quale sia la verità non è dato sapersi. Certo però è che il caso sta diventando alquanto mediatico. La trasmissione russa Lasciali parlare, che per prima ha dato spazio a Olesya, ha chiesto a Piera Maggio e il suo avvocato di attendere la diretta per gli esiti del test, salvo poi fare una parziale retromarcia. Un fatto che ha a dir poco scatenato il web: "Piera Maggio non si merita tutto questo". E ancora c'è chi accusa: il programma di "speculare sul dolore di una famiglia", di aver "messo in scena una truffa", "una montatura" e "una buffonata", e di "spettacolarizzazione che supera addirittura quello di alcune trasmissioni italiane". La stessa Piera Maggio era rimasta cauta rispetto all'entusiasmo che aveva travolto l'Italia intera. "Siamo speranzosi, ma non vogliamo un circo mediatico", diceva prima dell'ufficialità del Dna che ha escluso che Olesya e Denise possano essere la stessa persona. Anche se il passato della ragazza russa, almeno inizialmente, poteva sembrare simile a quanto si ipotizza essere accaduto alla piccola Denise.

Denise Pipitone, la pista nomade: "Danas", "Dove mi porti?". Un video-choc: a Mosca ci è arrivata così? Libero Quotidiano il 02 aprile 2021. La pista nomade era stata la prima ad essere battuta, dopo la scomparsa di Denise Pipitone. Un mese dopo infatti, a Milano, un uomo, una guardia giurata, aveva filmato una bambina in compagnia di una donna nomade. Sembrava davvero la piccola, anche la mamma Piera Maggio l'aveva riconosciuta con certezza. La donna la chiamava "Danas", la bimba rispondeva in italiano, "dove mi porti?". Ecco, scrive La Repubblica, forse Denise è passata da Milano, e poi, forse ha preso un treno da Venezia che l'ha portata a Mosca. Del resto a guardare le foto di Olesya, di circa 20 anni, alla ricerca della mamma dalla quale è stata strappata quando ne aveva meno di cinque, non si può non notare una somiglianza pazzesca. Sia di fronte si di profilo, coincidono tutti i lineamenti, la forma del naso, il taglio degli occhi, la forma del viso.  Olesya Rostova (è il nome che le hanno dato 15 anni fa in un orfanotrofio russo) e Piera Maggio, la mamma di Mazara del Vallo che da 17 anni non ha mai smesso di cercare la sua piccola Denise, scomparsa a 4 anni l'1 settembre 2004 mentre giocava in strada sotto casa, sono davvero identiche. Il confronto delle foto fatto da Chi l'ha visto?  e condotto da Federica Sciarelli su Rai tre (oltre 6 milioni di audience la puntata di mercoledì sera 31 marzo) ha sconvolto anche Piera Maggio che in 17 anni ha imparato a proteggersi dalle centinaia di false segnalazioni e avvistamenti. "Voglio rimanere con i piedi per terra - dice - con una cauta speranza, ma senza illudermi più di tanto perché in questi anni ho imparato che illudersi non porta a nulla. Abbiamo chiesto l'esame del Dna, l'unico che può fugare ogni dubbio. E intanto ringrazio quanti ci sono vicini, quanti in questi anni non hanno dimenticato Denise". 

Denise Pipitone, "evitate le fughe di notizie". Test del Dna su Olesya, pesante indiscrezione dalla Russia. Libero Quotidiano il 02 aprile 2021. Il caso di Denise Pipitone è tornato in auge dopo alcune segnalazioni provenienti dalla Russia, sulle quali Chi l’ha visto ci ha costruito una puntata andata in onda su Rai3 mercoledì 31 marzo. La bambina scomparsa nel lontano 2004 potrebbe essere proprio la giovane donna che è andata in un programma televisivo russo per raccontare la sua storia: è stata rapita da piccola e sta cercando sua madre, inoltre pare che abbia la stessa età di Denise. Si chiama Olesja Rostova e ha riacceso le speranze di Piera Maggio, che attende di sapere il risultato dei test effettuati sulla ragazza. Se il gruppo sanguigno dovesse coincidere con quello di Denise, allora si potrebbe davvero riaccendere la speranza: lo step successivo sarebbe quello dell’esame del Dna. “Siamo cautamente speranzosi, ma senza illuderci”, ha dichiarato Piera Maggio in un messaggio audio inviato a Federica Sciarelli per Chi l’ha visto. La donna vive da 17 anni il dramma della scomparsa di sua figlia, ma dovrà attendere ancora qualche giorno per sapere se quanto emerso in Russia può davvero riaccendere la sua speranza. Infatti gli autori e conduttori del programma russo hanno impedito ogni fuga di notizie sui test del sangue di Olesya, che pure sono stati effettuati a inizio settimana: i risultati non verranno svelati fino a lunedì prossimo, quando andrà in onda il programma. Al quale era stata invitata anche Piera maggio, che però è convalescente a seguito di un piccolo intervento chirurgico e quindi è impossibilitata a viaggiare fino in Russia. 

Denise Pipitone, a Pomeriggio 5 lo scoop su Olesya Rostova: "Il risultato del primo test del Dna". Libero Quotidiano il 02 aprile 2021. Altri aggiornamenti sul caso di Olesya Rostova. La ragazza, in attesa del risultato di Dna per capire se si tratta di Denise Pipitone, può escludere di essere figlia di una famiglia russa. La notizia è stata diffusa da Barbara d'Urso che a Pomeriggio 5 segue il caso portato nuovamente alla luce da Chi l'ha Visto?. La conduttrice di Canale 5, dopo aver fatto il punto della situazione e mostrato l'intervista di Olesya, ha annunciato: "Ieri, abbiamo dato la notizia di una famiglia russa che ha detto che Olesya potrebbe essere la figlia. Perché è stata rapita alla stessa età della loro bambina. Invece, è stata fatta subito la comparazione del Dna e non è così. Quindi la partita rimane aperta". E ancora: "Lunedì pomeriggio il programma russo annuncerà in diretta i risultati della comparazione del gruppo sanguigno di Denise con quello di Olesya. Noi saremo in onda e vi aggiorneremo in diretta". Più cauto il consulente giudiziario Salvatore Musio, anche lui in collegamento con la D'Urso: "Ci sono delle compatibilità nella forma delle labbra - ha ammesso guardando la foto della giovane e di Piera Maggio, mamma di Denise -. Ma sono compatibilità che riguardano solo parti del volto. Manca il padiglione auricolare, che sarebbe stato ricco di particolari". La stessa Federica Sciarelli, nel promo di Chi l'ha Visto? con cui si annunciava una possibile svolta, ha invitato tutti a stare con i piedi per terra: "Sarebbe troppo bello per essere vero - ha spiegato nel promo della trasmissione la conduttrice -, ma ve lo vogliamo raccontare lo stesso. Una nostra telespettatrice ci ha fatto sapere che a Mosca una giovane donna è andata in tv per dire di essere stata rapita quando era bambina. Somiglia tantissimo a Piera Maggio, lei non sa chi sia sua mamma. È stata trovata in un campo nel 2005 e oggi avrebbe l’età che dovrebbe avere Denise Pipitone". Al momento non si sbilancia neppure Piera Maggio che attende gli esiti "speranzosa".

Da leggo.it il 4 aprile 2021. Il caso della piccola Denise Pipitone potrebbe essere a un passo dalla risoluzione. È in corso il test del DNA che potrebbe spiegare se la ragazza russa Olesya Rostova sia realmente la figlia di Piera Maggio che cerca ormai la sua Denise da 17 anni. I risultati del test verranno dati domani in diretta dalla tv russa, ma Piera Maggio si è detta non convinta delle modalità con cui vengono effettuati i test. «Non condividiamo le modalità ma comunque vada noi andremo sempre avanti», ha detto la donna che non ha mai perso la speranza e continua a non perderla. Sulla sua pagina Facebook la madre spiega: «Anche se non condivise le modalità, rimaniamo in attesa dei risultati...Cautamente speranzosi. RINGRAZIAMO di cuore  tutti coloro che in questo momento ci sono vicini. Comunque vada noi andremo sempre avanti». Non fa sapere però il tipo di modalità che non vengono condivise. La famiglia Pipitone resta comunque cauta. La piccola Denise è scomparsa da Mazzara del Vallo nel 2005 quando aveva solo 5 anni. Da allora la donna sta cercando la sua bambina, dopo aver ricevuto anche molte delusioni, per questo resta con i piedi per terra e non vuole lasciarsi travolgere dalle emozioni. Intanto il legale di Piera Maggio ha fatto sapere che dopo i risultati del test, nel caso in cui dovessero essere positivi, si passerà a una fase successiva. I risultati non daranno quindi la risposta tanto attesa dalla famiglia, non almeno con questa facilità: «Siamo in attesa di avere il gruppo sanguigno ed è questo lo step preliminare all'eventuale valutazione della sequenza del Dna di Olesya per verificarne la compatibilità con quello di Denise Pipitone». Per motivi di privacy verranno dati prima alla 20enne russa i risultati e poi si procederà per step successivi: «È chiaro che qualora il gruppo sanguigno dovesse essere identico o comunque compatibile con Denise noi proseguiremo altrimenti, come è capitato tante altre volte, ci fermeremo e aspetteremo la prossima segnalazione».

La conduttrice si sfoga. Federica Sciarelli stanca di “Chi l’ha visto?”: “Penso di lasciare, l’Italia è un grande cimitero”. Vito Califano su Il Riformista il 4 Aprile 2021. Federica Sciarelli esce da una settimana in cui si è presa di nuovo il centro della scena con Chi l’ha visto?. La sua trasmissione in onda su Rai3 da quasi 32 anni, ha ripreso il caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004, per via di una ragazza russa che in televisione ha fatto un appello per ritrovare la madre. Domani l’esito del test sanguigno, intanto mercoledì 31 marzo Chi l’ha visto? ha fatto il 15,16% di share, oltre 3 milioni e 500mila telespettatori. Eppure Sciarelli comincia a essere stanca della trasmissione. Un prodotto dai temi sempre forti e quasi sempre dolorosi e tragici. Lo ha raccontato lei stessa in un’intervista al quotidiano Libero. “Sarei tentata di lasciare il programma. Ormai ai miei occhi l’Italia è diventata un grande cimitero: dovunque vada, associo le città ai nostri casi. L’anno scorso sono stata lì lì per mollare tutto ma poi mi è stato chiesto di restare. Così ho fatto e probabilmente così farò a settembre. Inoltre amo questo programma”. Sciarelli conduce dal 2004 Chi l’ha visto?. Anni che evidentemente cominciano a pesare. “A volte purtroppo non sono sparizioni ma morti. Penso ai padri di famiglia che, dopo aver perso il lavoro, si sono suicidati oppure al grande problema dei ragazzi irretiti dalle psico-sette online. Le segnalazioni sono tutt’altro che diminuite: in generale si respira un desiderio diffuso di scomparire. Anziché risolvere i problemi, si fugge”. Sempre più persone spariscono, un tendenza che non è cambiata con il lockdown e l’emergenza covid, ha aggiunto. La conduttrice e giornalista si spiega così il successo della sua trasmissione: “Raccontiamo casi dolorosi, ma l’accento non viene mai posto sulla rabbia bensì sulla solidarietà: il nostro programma è scritto insieme agli spettatori”.

Francesca d’Angelo per Libero Quotidiano il 4 aprile 2021.

Ora lei esordirà dicendomi che gli ascolti non sono importanti..

«Si sbaglia. Se un giornale non vende copie, lo chiudono: la stessa regola vale per la tv. Basti pensare che una volta in prime time c'erano molti più programmi di servizio pubblico, come Mi manda Raitre o Elisir».

Adesso in prima serata è rimasta solo lei, Federica Sciarelli: la panzer di Rai Tre che con il suo Chi l'ha visto? riesce a macinare ascolti dal 10% in su, persino in piena pandemia. Mercoledì scorso è addirittura volata al 15% di share, complice il caso di Denise Pipitone.

 «Tra l'altro più abbiamo spettatori e maggiore è la possibilità di ritrovare le persone», precisa la Sciarelli.

Come spiega il largo seguito?

«Raccontiamo casi dolorosi, ma l'accento non viene mai posto sulla rabbia bensì sulla solidarietà: il nostro programma è scritto insieme agli spettatori. Prenda il caso di Pipitone: è tutto merito di una nostra telespettatrice che, guardando noi e il canale russo, si è accorta della somiglianza tra le due donne e ci ha contattato».

Lo so bene: non si parla d'altro.

«È vero, ci hanno ripreso tutti sull'onda di un sogno che, come ho detto in puntata, sembra "troppo bello per essere vero". Io per prima spero in un lieto fine, visto che la mamma di Denise fu ospite nella prima puntata di Chi l'ha visto? condotta da me. Preferisco però andarci cauta. Credo che parte del clamore sia legato al comune desiderio di ascoltare finalmente buone notizie: ne abbiamo bisogno. Pensi che persino la mia sarta mi ha cercata per dirmi: "È lei, sono sicura che è Denise!"».

Com' è possibile che la gente sparisca in pieno lockdown?

«A volte purtroppo non sono sparizioni ma morti. Penso ai padri di famiglia che, dopo aver perso il lavoro, si sono suicidati oppure al grande problema dei ragazzi irretiti dalle psico-sette online. Le segnalazioni sono tutt' altro che diminuite: in generale si respira un desiderio diffuso di scomparire. Anziché risolvere i problemi, si fugge».

Siete andati in onda anche durante Sanremo: per sua scelta?

«Ogni anno mi propongono di fermarmi, anche perché qualche punticino glielo togliamo a Rai Uno (ride, ndr). Puntualmente, però, rifiuto: pazienza se l'ascolto sarà basso, noi dobbiamo esserci per il nostro pubblico. Sempre. Pensi che, da quando ci sono io (2004, ndr), la redazione è aperta anche al sabato e alla domenica: facciamo i turni. D'altronde se qualcuno perde un proprio caro non può mica aspettare il lunedì!».

Ma lei come fa a reggere tutto questo dolore?

«È il motivo per cui sarei tentata di lasciare il programma. Ormai ai miei occhi l'Italia è diventata un grande cimitero: dovunque vada, associo le città ai nostri casi. L'anno scorso sono stata lì lì per mollare tutto ma poi mi è stato chiesto di restare. Così ho fatto e probabilmente così farò a settembre. Inoltre amo questo programma».

Le piacerebbe tornare a occuparsi di politica?

«È da sempre la mia grande passione: la mattina mi sveglio e ascolto la rassegna politica. Ero fedelissima a Stampa e regime di RadioRadicale e i programmi tv che seguo sono tutti di politica. Non saprei però fare un talk... e sicuramente non andrei su RaiTre perché c'è già la mia amica Bianca».

Grazie a Chi l'ha visto? esistono una legge sugli scomparsi e un commissario straordinario: non parlerà di politica ma lei di fatto fa politica...

«Abbiamo lottato e vinto molte battaglie e questo il cittadino ce lo riconosce. La politica si può fare in tanti modi: con le parole e con i fatti».

Denise Pipitone, un indizio pesantissimo. Faccia a faccia in tv tra Olesya e l'avvocato Frazzitta, cosa significa. Libero Quotidiano il 05 aprile 2021. Oggi dalla Russia arriveranno i risultati del test del sangue a cui si è sottoposta Olesya Rostova: se il gruppo sanguigno sarà lo stesso di Denise Pipitone, si procederà al test del Dna per scoprire se davvero la 20enne russa sia la bambina italiana sparita nel 2004 dalla sua casa di Mazara del Vallo, in circostanze mai chiarite. La mamma di Denise, Piera Maggio, pur confermando la sua "cauta speranza", ha sollevato dubbi sulle modalità dei test condotti dalle autorità russe, che comunicheranno l'esito prima a Olesya, poi alla famiglia italiana. Ma c'è un dettaglio che fa pensare a clamorosi, positivi sviluppi. La Rostova avrà un faccia a faccia martedì a Lasciali parlare, la trasmissione del Primo canale della tv russa, proprio con Giacomo Frazzitta, il legale di mamma Piera. Un momento televisivo attesissimo, a Mosca come in Italia, e che perderebbe pathos e valore (non solo televisivo) nel caso il primo test sul sangue desse esito negativo. L'avvocato e la ragazza, infatti, parleranno del passato di Olesya, e la 20enne verrà sottoposta a un piccolo interrogatorio per accertare i punti di contatto tra la sua storia e quella di Denise. Come riporta il Messaggero, verrà ricostruita l'infanzia di Olesya, i momenti antecedenti all’ingresso in orfanotrofio, si cercherà di capire se le persone che l’hanno tenuta segregata fossero dei rom o meno. Anche quest'ultimo rischia di essere un elemento cruciale: il caso di Olesya, a cui Chi l'ha visto? ha dato ampio risalto, ha riportato in auge un vecchio video girato da un agente delle forze dell'ordine a Milano (e rilanciato a sua volta da Federica Sciarelli diversi anni fa), in cui una bimba dall'accento siciliano e dalle sembianze molto simili a quelle della Pipitone chiedeva a una donna rom dove la stesse portando. La donna chiamava la piccola "Danas". La Rostova, a sua volta, ha spiegato di ricordare di aver fatto la mendicante a Mosca prima di essere trovata da alcuni poliziotti e portata in orfanotrofio. 

Denise Pipitone, Olesya e la "strana coincidenza": cosa significa il nome dato in orfanotrofio alla bimba russa. Libero Quotidiano il 05 aprile 2021. Quella di Denise Pipitone e Olesya Rostova sembra una storia fatta di speranza e coincidenze. In attesa dei risultati del test del sangue, che chiariranno se il gruppo sanguigno della 20enne russa rapita da bambina sia lo stesso della bimba italiana scomparsa nel nulla a 4 anni, nel 2004, dalla sua casa di Mazara del Vallo in Sicilia, si va alla ricerca di indizi, prove, semplici appigli per confermare quello che Federica Sciarelli, la conduttrice di Chi l'ha visto? che ha rilanciato il caso, ha ammesso essere "troppo bello per essere vero". Se le analisi del sangue daranno esito positivo, allora si procederà al test del Dna. Piera Maggio, mamma di Denise che ha sempre sostenuto la tesi del rapimento della figlia e creduto nella possibilità di ritrovarla viva, si è detta "cautamente speranzosa". I tratti somatici delle foto di Olesya da bambina, pubblicate dalla tv russa, sono simili sia a quelli di Piera Maggio sia a quelli del padre naturale di Denise, Piero Pulizzi. Età a parte, un riscontro comune potrebbe essere quello del rapimento ad opera di gruppi rom, anche se siamo ancora nel campo delle supposizioni. Olesya ha raccontato di ricordare di aver mendicato per strada a Mosca prima di finire in orfanotrofio, mentre su Denise aleggia sempre il dubbio di quel vecchio video girato a Milano da un agente delle forze dell'ordine in cui una bimba a lei somigliante, con accento siciliano e chiamata "Danas", chiedeva a una donna rom dove la stesse parlando.  C'è poi l'inquietante coincidenza, ma qui si sfiora il folkore, sul nome dato in orfanotrofio alla bimba russa. Olesya, come rivelato dall'avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, nella letteratura ucraino-russa è una ragazzina che vive con la nonna e che viene perseguitata dalla comunità fino a quando scompare: "È un fatto curioso ma è solo un elemento suggestivo", mette in chiaro lo stesso legale. Ma fino ai risultati dei test, tutto pesa.

(ANSA il 5 aprile 2021)  Alla vigilia della possibile svolta arriva il colpo di scena. "Non vogliamo sottoporci a un ricatto mediatico da parte della tv russa. Se prima della trasmissione non ci faranno avere la documentazione relativa al gruppo sanguigno di Olesya e dell'eventuale test del Dna non parteciperemo ad alcun collegamento televisivo". L'annuncio è dell'avvocato Giacomo Frazzitta, il legale che assiste e parla anche a nome di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone, la bimba scomparsa a Mazara del Vallo il primo settembre del 2004, che domani avrebbe dovuto partecipare alla trasmissione della tv russa Primo canale "Lasciali parlare", che ha rilanciato la vicenda di Olesya Rostov. L'emittente ha raccontato la storia della giovane che sarebbe stata rapita dai nomadi quando aveva quattro anni, proprio come Denise. Domani il legale avrebbe dovuto incontrare la ragazza, che cerca la vera madre, in collegamento tv. "Senza questa documentazione - ribadisce il legale - non parteciperemo ad alcuna trasmissione nè passerella televisiva e chiuderemo ogni rapporto con la tv russa". "Abbiamo accettato la loro proposta di un "faccia a faccia" in tv - spiega ancora l'avvocato Frazzitta - con l'obiettivo di fornire alla Procura che indaga tutta la documentazione scientifica necessaria a fare chiarezza. In mancanza di ciò chiederemo alla magistratura di svolgere direttamente tutti gli accertamenti del caso con una rogatoria internazionale, ma non siamo disposti a una strumentalizzazione mediatica della vicenda". Nell'eventuale faccia a faccia il legale dovrebbe fare a Olesya una serie di domande per ricostruire l'infanzia della giovane. Le risposte, insieme ai risultati scientifici, potrebbero svelare se Olesya in realtà sia Denise. La Rostova, che aveva raccontato in lacrime la sua storia, sarà in studio, mentre l'avvocato Frazzitta doveva essere collegato in diretta da Marsala. "Al momento non abbiamo ancora avuto la possibilità di un contatto diretto con la giovane - aveva spiegato l'avvocato Frazzitta -. A Olesya chiederò se ricorda i momenti antecedenti all'ingresso in orfanotrofio e, quindi, se le persone che l'hanno tenuta segregata fossero dei rom". Determinante in questa vicenda, che ha riacceso i riflettori sul caso di Denise Pipitone, sarà comunque la compatibilità del gruppo sanguigno di Olesya Rostova con quella di Denise e l'esame del dna. Alcune foto mostrano tratti somatici simili tra Olesya, Piera Maggio e Piero Pulizzi, padre naturale della bimba scomparsa. Numerose anche le coincidenze, a partire dall'età (4 anni) delle due bambine al momento del rapimento. "La speranza di trovare e riabbracciare Denise non è mai mancata. In questi anni l'abbiamo sempre cercata, anche in tutte quelle segnalazioni, avvistamenti, che poi sono risultate nulle. Anche in questo caso andremo cauti" ha dichiarato Piera Maggio in un audio messaggio diffuso ieri nel corso della trasmissione "Domenica live" su Canale 5.

Denise Pipitone, l'avvocato di Piera Maggio contro la tv russa: "Circo mediatico, ci ricatta e non ci dà i dati". Libero Quotidiano il 05 aprile 2021. “Se entro domani non ci faranno avere i dati del Dna e del gruppo sanguigno della ragazza mostrata in tv io e Piera Maggio non parteciperemo a nessun programma. Basta con questo circo mediatico”. Parole sacrosante, quelle spese dall’avvocato Giacomo Frazzitta, che all’Adnkronos non ha nascosto l’amarezza per il modo in cui la trasmissione russa sta trattando questo caso che è emotivamente durissimo per la sua assistita, la madre di Denise Pipitone, la bambina di 4 anni sparita il primo settembre del 2004. La ragazza che è stata mostrata in tv si chiama Olesya Rostova e secondo il programma potrebbe essere la figlia scomparsa di Piera Maggio. Domani, martedì 6 aprile, andrà in onda la puntata in cui verranno svelati i risultati degli esami del sangue. L’avvocato Frazzitta dovrebbe partecipare in collegamento remoto, ma non è sicuro: “Voglio prima avere sulla mia scrivania tutta la documentazione scientifica che ho chiesto, cioè gruppo sanguigno e Dna. Noi avevamo avviato questa procedura in via privata perché pensavamo di sbrigarci presto. Invece loro non fanno nulla, basta. Non sottostiamo a nessun ricatto”.  Il legale di Piera Maggio non ha nascosto di essere molto infastidito da questi ritardi: “Dunque o domani ci fanno avere i dati o non partecipiamo. Il programma se lo fanno da soli, non parteciperemo se loro ancora tergiversano a farci avere Dna e gruppo sanguigno, dopo di che trasmetteremo tutto alla Procura. Dobbiamo uscire da questo circo mediatico - ha chiosato - noi non sottostiamo a nessun ricatto, o ci fanno avere tutti i dati o non se ne parla più”. 

Denise Pipitone, ultimatum della famiglia: “Vogliamo il Dna di Olesya, non stiamo al circo”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 5 Aprile 2021. Se ne parla da oltre una settimana ma per il momento di concreto non c’è ancora nulla sul caso di Denise Pipitone, la bimba di 4 anni scomparsa oltre 16 anni, il primo settembre del 2004, a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. La somiglianza con Olesya Rostova, evidenziata da una trasmissione russa (“Lasciali parlare“) aveva ridato qualche piccola speranza alla famiglia.

La giovane in questione, in tenera età è stata rapita da una zingara e portata in un campo rom nel 2005 quando aveva presumibilmente 5 anni (età compatibile con quella di Denise). Dopo aver trascorso un periodo nel campo nomadi, durante il quale chiedeva l’elemosina per portare soldi alla comunità e pensava che sua madre fosse una donna del campo, poi successivamente arrestata, la piccola che non aveva documenti (e quindi tutt’oggi non conosce la data di nascita precisa) venne poi trasferita in un orfanotrofio. Qui le hanno tagliato tutti i capelli e le hanno dato il nome di Rostov Olesya. Nel corso della trasmissione, la giovane lancia l’appello: “Cara mamma non ti ho mai dimenticato, ti sto cercando e ho la possibilità di trovarti. Eccomi qui, sono viva, voglio conoscerti e trovarti. Una settimana dopo, oltre all’eco mediatica della vicenda, c’è ancora poco di concreto e la famiglia di Denise lancia un ultimatum: “Se entro domani non ci faranno avere i dati del Dna e del gruppo sanguigno della ragazza mostrata in tv io e Piera Maggio non parteciperemo a nessun programma. Basta con questo circo mediatico”. Queste le parole, rilasciate all’Adnkronos, dall’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, la madre della piccola Denise. Oggi la trasmissione russa avrebbe dovuto rendere noti i risultati degli esami di laboratorio sul prelievo di sangue da Olesya Rostova. Ma per il momento non ci sono novità e domani, martedì 6 aprile, è a rischio la partecipazione dell’avvocato in trasmissione, via streaming. “Voglio prima avere sulla mia scrivania tutta la documentazione scientifica che ho chiesto, cioè gruppo sanguigno e Dna – dice – dopo di che basta. Noi avevamo avviato questa procedura in via privata perché pensavamo di sbrigarci presto. Invece loro non fanno nulla, basta. Non sottostiamo a nessun ricatto”. “Al momento non c’è nulla e siamo infastiditi da questi ritardi, dunque o domani ci fanno avere i dati al programma o non partecipiamo. Dobbiamo uscire da questo circo mediatico – prosegue ancora Frazzitta – Loro (i russi ndr) ciurlano, quindi basta, non sottostiamo a nessun ricatto, o ci fanno avere tutti i dati o non se ne parla più”. L’avvocato vorrebbe un confronto con Olesya per chiederle se ricorda i momenti antecedenti all’ingresso in orfanotrofio e, quindi, capire se le persone che l’hanno tenuta segregata fossero dei rom.

I dubbi su Olesya. La storia di Olesya è stata segnalata alla redazione di Chi l’ha visto? che continua a mantenere un profilo basso pur annunciando di fatto importanti novità sulla scomparsa di Denise. Ma se la somiglianza, a tratti, potrebbe trovare qualche riscontro, quel che non torna è che Olesya nel corso della trasmissione russa non ha mai detto di conoscere o almeno ricordare qualcosa della lingua italiana, giusto per dare un ulteriore indizio a chi vuole aiutarla. Quando Denise sparì da Mazara del Vallo aveva 4 anni e parlava, conosceva le parole italiane, il dialetto siciliano. Possibile che in 17 anni abbia dimenticato tutto?

Denise, da Mosca l’esame del sangue ma niente Dna. Salvo Palazzolo su La Repubblica il 7 aprile 2021. La famiglia aspetta la prova di Olesya. Si muove l’Interpol. Il legale: non posso rivelare nulla. La nonna: basta clamore. "Basta con tutto questo clamore", sussurra la nonna di Denise quando l'ultima troupe televisiva ha tolto l'assedio da via Domenico La Bruna. Sono le otto di sera. E neanche oggi è arrivato il Dna della ragazza russa che la principale emittente pubblica di Mosca ha trasformato in una star nel programma sulle persone scomparse. Durante la registrazione della trasmissione, è stato fornito solo il dato del gruppo sanguigno all'avvocato della famiglia Pipitone, Giacomo Frazzitta. Che adesso dice: "A questo punto, ci spogliamo della vicenda e rimettiamo ogni successivo accertamento alla Procura di Marsala". Ma è il gruppo sanguigno di Denise? L'avvocato Frazzitta taglia corto: "Questo non posso dirlo. L'accordo è di non rivelarlo fino a quando non verrà messa in onda la trasmissione in Russia". Ovvero, oggi. Ancora un annuncio. Il segreto televisivo che diventa anche più forte del segreto istruttorio. La nonna di Denise, Francesca Randazzo, sussurra davanti casa: "Questa vicenda è già durata abbastanza. Ma cosa ci voleva a fare subito il Dna per fugare ogni dubbio? Invece questa tv russa va avanti da tanti, troppi giorni. E per noi è una sofferenza continua. Piera, come tutti noi, è amareggiata, delusa". Ecco, dunque, il nodo per chiarire al più presto tutta questa vicenda: il Dna di Olesya Rostova. Già da qualche giorno, si stanno muovendo (in silenzio) la procura di Marsala e l'Interpol. Il procuratore Vincenzo Pantaleo mantiene il più stretto riserbo sulle attività che ha delegato alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri, e si limita a dire: "Comprendo il disagio dei familiari di Denise per il can can mediatico". I magistrati attendono indicazioni dall'Interpol, per capire esattamente cosa stia accadendo in Russia. Si spera soprattutto che la giovane Olesya sia disponibile a sottoporsi a un esame del Dna. Naturalmente, nessuno può obbligarla. Ma, di certo, adesso, la procura e l'Interpol provano a mettere fine al più presto a questo stillicidio di annunci Tv. È stato un pomeriggio intenso in questa stradina alla periferia di Mazara. Le dirette televisive si susseguono una dopo l'altra in attesa della nuova puntata della trasmissione russa. L'avvocato Frazzitta annuncia dal suo studio: "Se entro le 16,30 non arriveranno degli esami scientifici non parteciperò al programma". Passa l'orario dell'ultimatum e non accade nulla. Poi, all'improvviso, un'altra dichiarazione del legale: "Ho ricevuto una mail dell'avvocato di Olesya Rostova, che conferma la disponibilità di cooperazione e accetta di fornirci i risultati degli esami". Intanto, fra una diretta e l'altra, davanti alla casa di Denise arriva pure la notizia che in Russia stanno registrando tre puntate. E che hanno visto la giovane con tre abiti diversi. Un grande set. Arriva un signore che chiede se può lasciare un suo quadro per Barbara D'Urso. Arriva pure Paolo, 12 anni, che ha pedalato tanto per arrivare fin qui. "Volevo vedere cosa c'è dietro la tv - sorride - io spero ancora che la televisione possa aiutare a trovare Denise. Abbiamo bisogno tutti di sperare".

(ANSA il 6 aprile 2021) "Ho appena ricevuto una mail dall'avvocato di Olesya Rostova che conferma la volontà di cooperazione con noi e accetta la richiesta di fornirci i risultati degli esami scientifici sulla ragazza prima del collegamento di oggi. A questo punto parteciperemo alla registrazione del programma con la Tv russa che sarà mandato in onda domani". Lo dice all'ANSA l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone. Il legale aggiunge che l'esito degli esami verrà "subito comunicato alla Procura di Marsala" che indaga sul caso e che sulla vicenda verrà mantenuto un comprensibile riserbo fino a domani.

Da liberoquotidiano.it il 6 aprile 2021. Ormai da diversi giorni non si fa altro che parlare di Denise Pipitone e di Olesya Rostova, la ragazza russa che potrebbe essere la bambina scomparsa all’età di 4 anni a Mazara del Vallo il primo settembre del 2004. A La vita in diretta, la trasmissione condotta da Alberto Matano e in onda su Rai1, è intervenuta sul caso anche Giovanna Botteri, che si è espressa in termini molto duri sulle modalità scelte dalla televisione russa di trattare questa storia delicatissima. “Stanno giocando sulla pelle di una donna che da diciassette anni soffre in modo terribile perché le hanno tolto la figlia”, ha tuonato la Botteri riferendosi a Piera Maggio, che assieme al suo avvocato è stata incredibilmente lasciata all’oscuro di tutto. “Ho seguito questa vicenda dall’inizio, sono un’amica di Federica Sciarelli”, ha aggiunto la giornalista della Rai1, che ha difeso la collega dalle critiche dei giorni scorsi: “Chi l’ha visto è un programma che aiuta le persone, fa servizio pubblico. La logica tra Chi l’ha visto e la trasmissione russa è totalmente opposta”.  Il perché è presto spiegato, anche se è sotto gli occhi di tutti: “Quel programma sta giocando sul dolore e sulla pelle di Piera Maggio. Questa scelta cinica di non svelarle la verità se non in diretta, per avere la sua gioia o la sua delusione, è una cosa disgustosa”. Impossibile non essere d’accordo con la Botteri.

Denise Pipitone, l'avvocato: "Abbiamo i risultati del test del sangue di Olesya Rostova". La svolta: "Comunicati in Procura a Mazara". Libero Quotidiano il 06 aprile 2021. Possibile svolta nel caso di Denise Pipitone. "Abbiamo i risultati del test del sangue su Olesya Rostova": è l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, a comunicare che gli autori del programma russo Lasciali parlare hanno condiviso con lui l'esit del test a cui si è sottoposta la 20enne russa che è alla ricerca della sua madre biologica e che potrebbe essere proprio la piccola Denise, scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004, a soli 4 anni. La trasmissione andrà in onda mercoledì sera, 7 aprile (e non più, come previsto il 6 aprile) e solo allora si saprà se il grupp sanguigno di Olesya  è lo stesso di Denise. Se così sarà. servirà il test del Dna per sapere se le due identità coincidono o meno. "Ho appena ricevuto la comunicazione, via mail, dall'avvocato di Olesya, a questo punto parteciperò al programma russo - spiega Frazzitta all'agenzia AdnKronos -. Ma non posso dire nulla nel merito". Alle 17 il legale parteciperà via Skype alla trasmissione della tv Primo Canale della Russia. "Ho l'embargo sul contenuto - spiega ancora l'avvocato - posso solo dire che trasmetteremo tutto in Procura a Marsala e i magistrati sanno cosa fare". "Acquisiremo il dato dopo che la tv russa avrà trasmesso la trasmissione - prosegue il legale -. Abbiamo ricevuto da parte dell'avvocato una mail di cooperation e di collaborazione, quello che ci aspettavamo e quindi parteciperò. Altro non posso dire". Nelle scorse ore si era accesa la polemica sul programma russo, accusato di voler "strumentalizzare la vicenda" e rinviare il confronto per aumentare attesa e share, a costo di tenere sulle spine non solo Piera Maggio, ma anche le altre madri alla ricerca della loro figlia scomparsa che parteciperanno allo show, sperando che Olesya sia la loro bambina. Anche per questo l'avvocato della mamma di Denise aveva minacciato di non partecipare se gli autori di Lasciali parlare non gli avessero comunicato gli esiti del test del sangue entro la giornata, spiegando di essere pronto a fare richiesta di rogatoria internazionale. Secondo il criminologo Carmelo Lavorino, intervistato sempre dall'Adnkronos, la colpa della situazione è però da attribuire anche ai legali della famiglia di Piera Maggio: "Ogni volta che ci sta il sospetto che qualche ragazza possa essere Denise immediatamente viene montato un circo mediatico che strumentalizza soprattutto il dolore dei familiari della persona scomparsa. Circo mediatico? Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. È come vedere il Papa che si lamenta del Giubileo, si poteva fare tutto in maniera riservata, prima di tutto si poteva chiedere il gruppo sanguigno della ragazza e poi, magari con il supporto dell'intelligence, prendere il Dna della ragazza russa. Purtroppo il circo mediatico lo hanno costruito sin dall'inizio gli avvocati, i consulenti e le persone che erano intorno alla famiglia e a tutt'oggi non si è arrivati a nessuna soluzione".

Denise Pipitone, l'esclusiva di Barbara d'Urso: "Il conduttore russo ha appena scritto il vero nome di Olesya". Libero Quotidiano il 06 aprile 2021. Barbara d’Urso sta continuano a occuparsi del caso di Denise Pipitone, con tanto di inviato in Russia, davanti alla sede del programma russo che sta tenendo tutti in apprensione, facendo un gioco vergognoso sulla pelle e sul dolore di Piera Maggio. Ad un certo punto è arrivata in diretta a Pomeriggio 5 una notizia che ha lasciato tutti interdetti, a partire proprio dalla d’Urso: “Il conduttore del programma russo ha scritto: "quale sarà il vero nome di Olesya: Angela, Lidia o Denise?". No vabbè, lo ha scritto davvero…”. Mentre questi personaggi di dubbia moralità si divertono, Piera Maggio e l’avvocato non hanno ancora ricevuto notizie e soprattutto l’esito degli esami del sangue, fondamentali per confrontare il gruppo sanguigno di Olesya con quello di Denise, che tra l’altro è particolare e quindi rappresenterebbe un indizio fondamentale. Ad un certo punto l’inviato di Pomeriggio 5 ha avanzato l’ipotesi che la puntata sia stata già registrata: per provarlo ha mandato delle foto inedite in cui Olesya appare in trasmissione con la sua mamma adottiva.  “Questa è una super esclusiva”; ha esclamato la d’Urso che è apparsa però un po’ confusa da tutte queste notizie discordanti. Le ultim’ora italiane riportavano infatti che la registrazione della puntata era ancora in corso e sarebbe andata in onda alle 19.45, orario della Russia. E invece pare che la registrazione sia già avvenuta: “Scusate, non riesco a capire”, ha ammesso la conduttrice. Ormai neanche noi, non resta che attendere. 

Denise Pipitone, Myrta Merlino e le parole drammatiche a L'aria che tira: "Bruttissima storia". In Russia...Libero Quotidiano il 06 aprile 2021. Myrta Merlino è tornata alla conduzione dell'Aria che tira su La7. Dopo un periodo di stop a causa di un problema di salute, la giornalista ha ripreso le redini del programma mattutino, che in queste settimane era stato presentato da Francesco Magnani. Ecco perché dopo aver fatto l'ingresso in studio, la Merlino ha detto: "Sono felice di essere tornata e sono super carica. Voglio ringraziare la mia squadra, per la prima volta vi vedevo da fuori, perché io vivo qua dentro. Che belle novità, un nuovo tavolo e uno studio che mi riempie di gioia". Parlando dell'attualità, invece, la conduttrice ha spiegato che non c'è alcuna novità. "È tutto sempre un derby, aperturisti contro chiusuristi, scienza contro ideologia, quelli che vogliono accelerare e quelli che vogliono aspettare. Una litania monotona e neanche tanto allegra", ha aggiunto la Merlino. Che non ha esitato a criticare la campagna vaccinale: "Negli ultimi giorni abbiamo fatto pochi vaccini. Non si capisce se dipende dai vaccini che non arrivano, dalle Regioni che non si organizzano o, chissà, magari dall’illusione  che anche il Covid volesse santificare la Pasqua, magari per risorgere". Alla giornalista, poi, non è sfuggito l'arrivo di una nuova variante del Covid, quella giapponese: "La chiamano olimpica perché potrebbe far saltare addirittura le Olimpiadi, speriamo di no". Mentre dal punto di vista della politica, Myrta Merlino ha notato il ritorno di Giuseppe Conte, ma anche i numerosi incontri di Enrico Letta, impegnato a costruire un nuovo centrosinistra. "Incontri con tutti, ma non con Renzi", ha fatto notare la conduttrice. Infine, la storia che tiene tutti col fiato sospeso: "Stasera scopriremo se Olesya Rostova è davvero Denise Pipitone. Spero che Piera ritrovi sua figlia Denise e spero anche che Denise ritrovi sua madre, sempre che questa ragazza sia Denise. Però lo spero un po’ anche per noi, perché questa è una bruttissima storia e così avrebbe un finale da favola. E di questi tempi, di favole abbiamo un disperato bisogno”.

Il giallo della bambina scomparsa nel 2004. Denise Pipitone, il post del conduttore della trasmissione russa: “Conosciamo il vero nome di Olesya”. Vito Califano su Il Riformista il 6 Aprile 2021. Un’altra bomba, presunta svolta, scoop a metà sul caso di Denise Pipitone. Il conduttore della trasmissione russa alla quale una ragazza, Olesya Rostova, si è rivolta per conoscere la sua identità e ritrovare i genitori, ha praticamente dichiarato di conoscere il nome di questa ragazza, il cui caso è stato legato a quello di Denise Pipitone. “Quale sarà il vero nome di Olesya: Angela, Lidia o Denise?”, questo ha scritto sui suoi social il conduttore del talk show Lasciali Parlare. La frase è stata ripresa e riportata in diretta da Barbara D’Urso nella sua trasmissione Pomeriggio 5, che ha quindi aggiunto che il conduttore conosce il vero nome. Una trovata pubblicitaria o l’indizio di qualche passo in avanti? Proprio la settimana scorsa, con l’anticipazione e la puntata di Chi l’ha visto? del 31 marzo il caso della bambina scomparsa da Mazara del Vallo nel settembre 2004 è tornato al centro dell’attenzione. L’età è compatibile. La storia di Olesya Rostova, che proprio alla trasmissione sul primo canale ha lanciato un appello per ritrovare la sua famiglia, è a tratti oscura. In questi giorni si sono sprecati confronti tra foto e immagini disponibili della piccola Olesya, della piccola Denise, di Olesya adulta con la madre di Denise Piera Maggio e con il padre di Denise Piero Pulizzi. Piera Maggio ha detto di seguire con cauta speranza questa nuova svolta. In tutti questi anni avvistamenti o altri ritrovamenti non si sono mai rivelati veritieri. La donna non parla, non ha partecipato a Chi l’ha visto?, se non con un messaggio registrato, per problemi di salute. A parlare è soprattutto l’avvocato Giacomo Frazzitta che ha detto di aver ricevuto una mail dal legale di Olesya, ma di non poter rivelare nulla e rispettare l’embargo fino a domani. “Ho appena ricevuto una mail dall’avvocato di Olesya Rostova che conferma la volontà di cooperazione con noi e accetta la richiesta di fornirci i risultati degli esami scientifici sulla ragazza prima del collegamento di oggi. A questo punto parteciperemo alla registrazione del programma con la Tv russa che sarà mandato in onda domani”. Il legale ha aggiunto che l’esito degli esami verrà “subito comunicato alla Procura di Marsala” che indaga sul caso e che “verrà mantenuto il riserbo fino a domani”. Ieri il legale aveva lamentato come non fosse adeguato e possibile accettare ricatti dall’emittente.

(ANSA il 7 aprile 2021) "Ieri preservando la privacy sul gruppo sanguigno di Denise e Olesya, durante il programma russo, è stato rivelato che il gruppo sanguigno di Olesya è diverso da quello di Denise. Oggi abbiamo, in ogni caso ritenuto corretto trasmettere nota alla Procura della Repubblica di Marsala che valuterà se procedere ad ulteriori accertamenti". Lo dice all'ANSA l'avvocato Giacomo Frazzitta che parla anche a nome di Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone. "Si è preferito accelerare i tempi di verifica - prosegue l'avvocato Frazzitta - seguendo i contatti in via privata con l'avvocato di Olesya, poiché una eventuale rogatoria con la Russia avrebbe comportato tempi più lunghi ed, invece, si reputava necessario conoscere almeno il dato preliminare del gruppo sanguigno, prima possibile, per poi meglio approfondire la vicenda".

 (ANSA il 7 aprile 2021) "Leggo sui social ricostruzioni fantasiose e mie presunte dichiarazioni. Ribadisco di essermi limitato a trasmettere alla Procura di Marsala l'esito della documentazione scientifica che mi è stata inviata ieri e di non avere fatto alcun anticipazione circa l'esito degli esami sulla ragazza che sarà reso noto nel corso della trasmissione di stasera sulla tv russa". Lo afferma l'avvocato Giacomo Frazzitta, che assiste i genitori di Denise Pipitone, commentando indiscrezioni secondo le quali il legale avrebbe dichiarato che gli esami su Olesya, la ragazza russa protagonista di un talk show della tv russa, escluderebbero con certezza che si tratti della bimba scomparsa a Mazara del Vallo.

Da oggi.it il 7 aprile 2021. Mentre continua a far discutere e non si chiarisce l’identità della ragazza russa sospettata di essere Denise Pipitone, OGGI, in edicola da domani, rievoca l’intervento nella vicenda e le decise conclusioni del magnate albanese Behgjet Pacolli, ex marito di Anna Oxa ed ex presidente del Kosovo. Quindici anni fa disse a OGGI: «Denise non è mai transitata in un Paese balcanico. Sono in grado di assicurarlo dopo mesi di viaggi, contatti, rapporti con i capi dei nomadi dell’Europa balcanica, emissari che hanno scandagliato quel mondo, dal Montenegro alla Macedonia, dalla Bosnia all’Ucraina alla Bulgaria fino alle Repubbliche asiatiche dell’ex Urss. E neanche in Russia. Ho avuto garanzie precise, grazie ai miei agganci con il mondo slavo e con quello dell’Asia interna. Bisogna cercarla altrove. Bisogna capire le cause del rapimento. Solo così si scoprirà la verità. La scomparsa di Denise è un affare di famiglia. La verità cercatela in Sicilia».

Da fanpage.it il 7 aprile 2021. L’avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, conferma a Fanpage.it che Olesya Rostova non è Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Mazara Del Vallo il 1° settembre 2004. Registrata martedì 6 aprile 2021 la puntata di Let Them Talk alla quale ha partecipato in collegamento il legale della donna, che durante la registrazione ha dato voce allo sgomento per come questa storia è stata gestita dalla televisione russa. Olesya Rostova non è Denise Pipitone. Lo conferma a Fanpage.it Giacomo Frazzitta, avvocato di Piera Maggio, la madre della bambina scomparsa da Mazara Del Vallo l’1 settembre 2004. Una storia, quella arrivata dalla Russia, che aveva tenuto l’Italia con il fiato sospeso, divisa tra la speranza che mamma Piera potesse finalmente riabbracciare la sua Denise e lo sgomento per la gestione che la televisione russa ha avuto della vicenda. Una sorta di reality show consumatosi sulla pelle di una madre che da 17 anni aspetta di riabbracciare sua figlia. L’avvocato Frazzitta specifica di avere ceduto alla richiesta della produzione di Let Them Talk, lo show russo che sta trattando la storia della giovane Olesya, per poter mettere velocemente un punto alla vicenda. Una vicenda che ha assunto contorni grotteschi, in una specie di thriller a puntate allestito dall’estero con lo scopo nemmeno troppo nascosto di cavalcare un caso fortemente sentito dall’opinione pubblica italiana. Avviare una rogatoria internazionale, che avrebbe obbligato la produzione di Let Them Talk a condividere in privato l’esito dell’esame del DNA cui si è sottoposta Olesya, avrebbe richiesto almeno quattro mesi, spiega Frazzitta a Fanpage.it. È per evitare che il caso diventasse ancor più mediatico che l’avvocato di Piera Maggio ha accettato di partecipare in collegamento alla registrazione di Let Them Talk di ieri 6 aprile, una puntata che ha chiarito che Olesya non è Denise. Una puntata che farà cessare le speculazioni su questa storia dolorosa. Ma in collegamento con lo show russo Frazzitta non è riuscito a contenere lo sgomento. Ha dato voce alla rabbia per come questa storia è stata gestita dalla televisione russa. Come se fosse un reality show. Ha ribadito di essere felice di essere italiano. In Italia, ha detto, qualcosa del genere non sarebbe mai accaduto. Non in questi termini. Mai con questa modalità. A ricostruire la vicenda e la vergognosa gestione di un caso diventato un’epopea costruita sulla pelle di una bambina scomparsa sarà la puntata di Chi l’ha visto in onda questa sera su Rai3.

Felice Cavallaro per il "Corriere della Sera" il 7 aprile 2021. Non ci sono ancora certezze sulla possibilità che la storia di Olesya Rostova, la ragazza di Mosca rapita da piccola e in cerca dei genitori, si incroci davvero con il dramma di Piera Maggio, la mamma di Mazara del Vallo che s' è vista rapire la sua Denise il primo settembre del 2004, quando sparì a due passi da casa. Ma ieri pomeriggio l' avvocato della famiglia, Giacomo Frazzitta, ha accettato di partecipare alla registrazione di «una finta diretta» che andrà in onda stasera sul primo canale tv russo. La stessa popolare emittente che centellina da quasi due settimane briciole di notizie ritardando il semplicissimo confronto fra i due gruppi sanguigni. «Adesso il raffronto s' è fatto», si è limitato a dire, ermetico, l' avvocato Frazzitta ieri sera alle 22 dopo un collegamento di tre ore e un passaggio alla Procura della Repubblica di Marsala. Un faccia a faccia top secret con il procuratore Vincenzo Pantaleo: «Adesso che sappiamo segua lei la vicenda, anche con una rogatoria nazionale». Quanto basta per fare pensare che i due gruppi sanguigni coincidano e che a questo punto bisognerà passare all' esame del DNA. Ma Frazzitta s' è chiuso a riccio, mentre in Procura si spegnevano le luci. Una conferma? No, l' avvocato, dopo avere criticato i sistemi della Tv russa, si trincera dietro il «no comment»: «Sono costretto a farlo perché ho dato la mia parola d' onore su un embargo che si scioglierà solo al momento dell' emissione della registrazione». Si resta quindi tutti legati al palinsesto dopo lo scoop sulla ragazza che non ricorda nulla dei suoi primi quattro anni di vita. Tutti incatenati alle pubblicità che anche ieri trasformavano questa pena infinita in una sorta di spettacolo da stiracchiare al massimo. Perché il giovane conduttore che pubblica i suoi selfie con Olesya ha alimentato l' attesa con un promo annunciando di far convergere in studio tre diverse storie di donne, tutte «candidate» ad essere la mamma della giovane abbandonata e finita in orfanotrofio. Un' operazione vissuta con sconcerto da Piera Maggio e dal marito Piero Pulizzi, chiusi nella loro casa di Mazara del Vallo, decisi a lasciare ampio raggio di manovra a Frazzitta che s' è lasciato convincere in serata a partecipare alla registrazione della puntata. Seppure con disappunto. Erano quasi le 18 quando si è collegato dal computer del suo studio di Marsala, via Skype, con Mosca. Poi lo sfogo che non tradisce l' impegno del silenzio, pur svelando un attacco al conduttore: «Questa è l' ultima volta. Adesso ci sarà chi continuerà con la rogatoria. Sono fortunato perché vivo in Italia dove una trasmissione del genere non si sarebbe mai fatta. Una vergogna trasformare tutto in uno spettacolo indecoroso». L' ha ripetuto anche alla giovane interprete, confuso perché le sue quattro interlocutrici hanno tutte lo stesso nome: «Elena è l' interprete, ma si chiamano così pure l' infermiera di Bergamo che ha intercettato per prima la trasmissione con Olesya e due addette del programma Tv. Troppe Elene...». E a tutte ripete: «State complicando una vicenda semplicissima. Non si può andare avanti così. Abbiamo cominciato a discutere venerdì l' altro, dal 26 marzo. Erano le ore 22 e quella notte restammo incollati via Skype fra interpreti e conduttore fino alle due di notte. Poi ogni giorno un pezzetto di storia, di racconti inutili, di mezze frasi, di rinvii per creare attesa, per guadagnare pubblicità e audience. E io non ci sto. Come non ci stanno la mamma di Denise e papà Piero». Quest' ultimo sempre più travagliato anche perché campeggia sulla vicenda una ingarbugliata storia familiare culminata nella separazione di Piera Maggio dal primo marito. Uscito di scena quando ha capito che Denise non era sua figlia.

Dal "Corriere della Sera" il 7 aprile 2021. L' esame del gruppo sanguigno, senza quello del Dna, per stabilire se Olesya Rostova sia invece Denise Pipitone non convince il genetista forense Giorgio Portera. L' esperto che si è occupato di rompicapi come quelli di Elisa Claps e di Yara Gambirasio è chiaro: «Mi lascia perplesso che, nel 2021, si perda tempo a ricercare il gruppo sanguigno perché può escludere che sia Denise ma in caso positivo non direbbe se Olesya sia la ragazza trapanese».

Quale test servirebbe per conoscere la verità?

«L' unico attendibile è l' esame del Dna».

Come si esegue?

«Il Dna è uguale in tutte le parti del corpo. In un caso simile, io andrei di persona a prelevarlo perché vorrei essere sicuro che si tratti realmente di quello di Olesya. Poi prenderei un campione di saliva perché si trasporta facilmente e non c' è paura che deperisca. Infine, lo confronterei con quello della mamma di Denise e avrei il responso in poche ore di laboratorio».

Quale percentuale di certezza ha il test del Dna?

«Ben superiore al 99,9 per cento».

Laura Anello per "la Stampa" il 7 aprile 2021. (…) Di sicuro c' è che la tv russa ha fornito alcune immagini di Olesya bambina (ammesso che sia davvero lei) che niente ha a che fare con Denise. Un' altra bambina, completamente diversa. Così come, a guardarla bene anche da grande, la somiglianza con Piera Maggio - che sembra evidente in alcune fotografie - svanisce del tutto in altre immagini. Diverso il naso, diverso il taglio degli occhi. A questo punto si dubita di tutto. Su chi sia davvero questa ragazza venuta fuori dal nulla, sul perché sia venuta fuori adesso, sul perché stia raccontando la sua storia, quella di una bambina - ha detto - sottratta a una nomade a cinque anni e poi finita in orfanotrofio. «Solo una buffonata mediatica», dice Alberto Di Pisa, l' ex procuratore di Marsala che indagò sul caso.

Giuseppe D' Amato per "il Messaggero" il 7 aprile 2021. «Sulla pancia, dalla parte sinistra, ho una voglia fin dalla nascita e forse qualcuno può averla vista». Disperata negli studi televisivi pochi secondi dopo aver appreso l' esito negativo del test del Dna con la possibile mamma di Arcangelo - Olesya Rostova si è lasciata scappare questo particolare di estrema importanza. La ragazza, però, è stata immediatamente interrotta dal presentatore del programma Che Parlino! del Primo canale federale, il quale ha affermato con forza: «Noi siamo contrari a qualsiasi suggerimento! Queste sono cose che si chiariscono nel corso del procedimento di riconoscimento. Per questo fino ad adesso non l' abbiamo detto». Il giallo su chi sia realmente Olesya Rostova si infittisce così ancora di più, ma ora vi è un dettaglio che potrebbe essere decisivo. Da quando, una decina di giorni fa, questa ventenne biondina, dal sorriso nostalgico e di esile struttura fisica è comparsa alla televisione federale, lanciando il suo appello disperato con la speranza di poter ritrovare la sua mamma naturale, è l' intera Russia ad essersi messa alla ricerca. Ma non solo. Tantissimi sono anche all' estero i russofoni che guardano i canali nella lingua di Pushkin. Tra loro anche Svetlana Khokhlova - ieri in trasmissione in collegamento dall' Italia - a cui è venuta in mente la storia di Denise Pipitone, scomparsa a 4 anni il primo settembre 2004 a Mazara del Vallo nel Trapanese, mentre giocava in strada davanti a casa con altri bambini. La donna ha dato l' allarme dopo aver notato non solo la somiglianza tra la bionda Olesya e le foto della piccola Denise (che non avrebbe avuto segni particolari) ma anche altri elementi comuni, come ad esempio l' età. (...)

Denise Pipitone, Chi l'ha visto? e la pista dei nomadi: "Le telefonate degli Ivanovic" e un video sconvolgente. Libero Quotidiano l'08 aprile 2021. Cade la pista russa, non quella dei nomadi. A Chi l'ha visto? Federica Sciarelli riprende in mano il cado di Denise Pipitone, nel giorno del tanto atteso verdetto su Olesya Rostova. La 20enne russa in cerca della madre biologica non è la piccola di 4 anni sparita a Mazara del Vallo nel 2004, il gruppo sanguigno è differente. Denise, dunque, non è stata portata a Mosca e poi finita in un orfanotrofio. Ma la Sciarelli rimanda in onda un vecchio servizio, un documento sconvolgente che riaccende le polemiche sulle mancate ricerche e gli eventuali passi falsi in 16 anni di indagini. Un anziano audioleso, steso a letto, riconosce la foto della piccola Denise e spiega a gesti a una traduttrice di averla vista, in canottiera, infreddolita e coperta da una maglia. L'uomo vede la foto della bimba su un telefonino e si sbraccia, indicandola. Riconobbe la bambina dopo il rapimento, ricorda la Sciarelli, ma la testimonianza dell'uomo audioleso, oggi deceduto, non fu ammessa al processo. Ed è rimasto un mistero anche un altro fatto emerso dall'inchiesta siciliana, seguita dalla Procura di Mazara: le telefonate al cellulare del padre da una utenza della famiglia Iovanovic. Le perquisizioni nel campo nomadi, però erano andate a vuoto. Proprio la tesi del rapimento della bimba ad opera di nomadi sembrava dare dei punti di contatto con la vicenda di Olesya, che sosteneva di avere ricordi di quando, bambina, era costretta a chiedere l'elemosina a Mosca con una mendicante nomade, prima di venire soccorsa da agenti delle forze dell'ordine e venire portata in un orfanotrofio della capitale russa.

Denise Pipitone, il corrispondente Rai Marc Innaro sbotta alla trasmissione russa. "Facciamola finita". Libero Quotidiano l'08 aprile 2021. Ci vuole l'intervento di Marc Innaro, corrispondente Rai a Mosca, per svelare la farsa del caso Olesya Rostova. Il giornalista è ospite in studio a Lasciali parlare, trasmissione del Primo canale russo a cui la 20enne si era rivolta per trovare la sua mamma biologica. In collegamento dall'Italia c'è Giacomo Frazzitta, il legale di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone che spera che la ragazza russa sia davvero la figlia sparita a 4 anni a Mazara del Vallo nel 2004. Gli autori della trasmissione, travolti dalle contestazioni negli ultimi giorni, hanno in mano i risultati del test del sangue a cui si è sottoposta Olesya, ma non li consegnano. Un giochino scoperto: tv del dolore alla ricerca del maggiore share possibile, perché in fondo tutto il mondo è paese. L'avvocato Frazzitta minaccia di lasciare il collegamento, il conduttore e Olesya nicchiano. "A un certo punto - spiega Innaro aFederica Sciarelli, che ripercorre il caso aChi l'ha visto?su Rai3 - ho preso il cellulare e ho detto mandate il gruppo sanguigno all’avvocato della mamma efacciamola finita". Accade tutto in diretta. L'avvocato riceve il messaggio di Innaro, lo legge, e annuncia: "Non è il gruppo sanguigno di Denise". Poi, per stemperare la delusione: "Ma spero comunque che Olesya voglia venire ancora in vacanza in Sicilia". Qualche minuto prima, i toni erano tesissimi. "Olesya intervieni anche tu!", l'aveva invitata il legale, per accelerare sulla comunicazione degli esiti del test sanguigno. "Abbiamo fatto un giro all’Inferno e ritorno", è l'amara riflessione di Frazzitta in collegamento con la Sciarelli. Ora tutte le carte sono in mano alla Procura di Mazara del Vallo. "Era importante verificare subito la segnalazione - ammette il legale -, i tempi di una rogatoria internazionale (minacciata dallo stesso Frazzitta qualche giorno fa, ndr) sarebbero stati troppo lunghi".

Denise Pipitone e Olesya Rostova, messinscena russa. La foto dietro le quinte dello show, chi è questa donna. Libero Quotidiano l'08 aprile 2021. La "svolta russa" nel caso di Denise Pipitone non c'è stata e ora spunta pure la sorella biologica di Olesya Rostova. Sulla 20enne che cercava la mamma e che molti credevano (anzi, speravano) potesse essere la bimba di 4 anni sparita a Mazara del Vallo nel 2004, aleggia forte il sospetto della montatura mediatica. D'altronde, il programma Lasciali parlare, della tv russa Primo canale, poco o nulla ha fatto per tutelare la mamma di Denise, Piera Maggio, sottoponendo lei e altre mamme in cerca delle loro figlie scomparse coinvolte nel programma a un agghiacciante show del dolore, con le buste delle analisi del sangue di Olesya lette in diretta. La stessa 20enne però poco ha fatto per gestire in maniera più pudica un dramma che avrebbe travolto lei e le altre famiglie. Il giornalista Matteo Grimaldi ha ricevuto diverse segnalazioni e prima dell'annuncio in diretta, con tanto di polemica tra il conduttore e l'avvocato della Maggio Giacomo Frazzitta ("Avete fatto lo show, vi saluto", ha tuonato davanti all'ennesima manfrina sui risultati del test), e sui social annunciava. "Mi piange il cuore a dover comunicare che andrà in onda lo stesso copione con l’avvocato di Piera Maggio ospite del programma. Mettiamo fine a questa propaganda di sentimenti e dolore che la tv russa pensa di portare avanti prendendo in giro milioni di persone che speravano di vedere Piera sorridere con la sua ritrovata Denise. Non sarà così".  Il sospetto di messinscena è forte, perché sui social è spuntata anche una foto significativa: negli studi dello show Olesya avrebbe infatti incontrato la sorella biologica, Anastasia. Alle due ragazze la tv russa avrebbe chiesto di mantenere il silenzio, ma proprio Anastasia, originiaria dell'Oblast di Mosca, sposata e con un bimbo, ha condiviso lo scatto con Olesya e il conduttore di Lasciali parlare, con questa didascalia: "Quanta gioia nei miei occhi". Frase poi cancellata e sostituita solo con uno smile, forse per non lasciare indizi. Troppo tardi.

Il gruppo sanguigno non coincide. Denise Pipitone, la scoperta del gruppo sanguigno in diretta: “Avete voluto fare lo show, è assurdo”. Rossella Grasso su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Dopo tanti dubbi, adesso c’è una certezza. Il gruppo sanguigno di Olesya Rostova non coincide con quello di Denise Pipitone. É sfumata la speranza che la ventenne russa – che si è rivolta al programma ‘Lasciateli parlare’ dell’emittente russa Tv1 per trovare la sua famiglia – sia in realtà la bambina scomparsa misteriosamente da Marzara del Vallo nel 2004. A dirlo è stato l’avvocato Giacomo Frazzitta, legale della mamma della piccola, Piera Maggio, che non ha partecipato alla trasmissione perché è “in convalescenza” dopo aver subito un intervento chirurgico. “Ci dispiace molto ma il gruppo sanguigno non coincide con quello di Denise”, ha annunciato il legale nel corso della puntata del talk show, registrata ieri pomeriggio. I risultati degli esami del sangue della giovane russa sono arrivati via whatsapp all’avvocato Frazzitta, che aveva posto come condizione per partecipare al programma proprio il fatto di conoscere gli esiti dei test prima del suo intervento. Dopo un lungo tira e molla tra l’avvocato e il conduttore russo arrivano in diretta i risultati del test. E con la comunicazione dell’avvocato di Oleysa è arrivata l’ennesima delusione per Piera Maggio che da 17 anni cerca la figlia scomparsa senza mai darsi per vinta. “La Procura di Marsala valuterà ulteriori accertamenti. Era necessario conoscere il gruppo sanguigno prima possibile per approfondire”, ha aggiunto il legale con una nota, pubblicata sul profilo Twitter di ‘Chi l’ha visto’. La trasmissione di Rai3 ha seguito fin da subito il caso di Denise percorrendo con tenacia diverse piste che nel corso degli anni sono emerse. Meno rispettoso e attento, per il legale di Piera Maggio, l’approccio del programma di Tv1. “Avete voluto fare lo show, questo a me sembra assurdo”, ha detto l’avvocato Frazzitta durante la trasmissione sul caso di Olesya andata in onda in Russia. Il dibattito si è trasformato poi in un’animata discussione e il legale ha accusato il conduttore di avergli teso “una trappola” invitandolo in studio e definendo una “beffa” – la dichiarazione del presentatore, arrivata solo a fina puntata quasi si trattasse di un reality show – che il gruppo sanguigno di Olesya fosse diverso da quello di Denise Pipitone. A inorridire l’avvocato è stato soprattutto l’apertura delle buste contenenti i risultati delle analisi in diretta tv. “L’urgenza vera era intanto un’immediatezza per poter buttare acqua sul fuoco o comunque chiarire questa situazione perchè si era creata veramente una questione complicata a livello nazionale e internazionale. Attendere le rogatorie sarebbe stato complicato a questo punto della situazione, abbiamo pensato di contattare direttamente l’avvocato di Olesya per arrivare ad un accordo”. Lo ha detto Giacomo Frazzitta, avvocato di Piera Maggio, madre di Denise Pipitone, ospite alla trasmissione “Chi l’ha visto” su Rai3. “Abbiamo fatto un giro all’inferno e siamo tornati: mettere in uno show bambini rapiti e genitori di bambini rapiti come se fosse una specie di reality o di gioco su uno dei crimini più terribili, quelli contro i bambini”, ha continuato l’avvocato.

La svolta nel caso. “Il gruppo sanguigno di Olesya è diverso da quello di Denise Pipitone”, parla l’avvocato Frazzitta. Rossella Grasso su Il Riformista il 7 Aprile 2021. “Ieri preservando la privacy sul gruppo sanguigno di Denise e Olesya, durante il programma russo, è stato rivelato che il gruppo sanguigno di Olesya è diverso da quello di Denise”. Così in una nota l’avvocato Giacomo Frazzitta e Piera Maggio, madre di Denise rivelano l’informazione che in tanti stavano aspettando con il fiato sospeso. “Oggi abbiamo, in ogni caso ritenuto corretto trasmettere nota alla Procura della Repubblica di Marsala che valuterà se procedere ad ulteriori accertamenti – continua la nota –  Si è preferito accelerare i tempi di verifica seguendo i contatti in via privata con l’avvocato di Olesya, poiché una eventuale rogatoria con la Russia avrebbe comportato tempi più lunghi ed, invece, si reputava necessario conoscere almeno il dato preliminare del gruppo sanguigno, prima possibile, per poi meglio approfondire la vicenda”. L’avvocato ieri ha registrato la puntata della trasmissione ‘Lasciateli parlare’ in onda adesso. “Non è il gruppo sanguigno di Denise Pipitone e siamo veramente dispiaciuti di questo”, ha detto il legale che ha ringraziato il programma tv “per tutto l’impegno impiegato”. “Abbiamo consegnato i risultati relativi al gruppo sanguigno” della giovane Olesya Rostova “alla procura di Marsala come aveva detto ieri”. Lo ha detto a LaPresse l’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel 2004 da Marzara del Vallo (Trapani). La giovane russa si è fatta avanti e ha chiesto al celebre programma "Lasciateli parlare" dell’emittente russa Tv1 di aiutarla a trovare la sua vera famiglia. La 20enne, che presenta una notevole somiglianza con Piera Maggio, è stata allevata in un orfanotrofio in Russia e ha pochi ricordi della sua infanzia. L’avvocato Frazzitta, dopo aver ricevuto in anteprima i risultati degli esami come aveva richiesto, parteciperà alla puntata del programma con un contributo video registrato ieri pomeriggio. Nel corso della puntata di ieri di "Lasciateli parlare", invece, è stata esclusa grazie all’esame del Dna l’ipotesi che Olesya sia la figlia di una famiglia russa che si era fatta avanti nei giorni scorsi. L’avvocato ha anche annunciato che alla trasmissione russa ha partecipato da solo. “Piera Maggio non può partecipare al programma perchè ha subito un intervento chirurgico ed è in convalescenza”. Lo ha detto l’avvocato Giacome Frazzitta, legale della mamma della piccola Denise Pipitone, partecipando al programma ‘Lasciateli parlare’ dell’emittente russa Tv1.

Denise Pipitone, Chi l'ha visto? e la pista dei nomadi: "Le telefonate degli Ivanovic" e un video sconvolgente. Libero Quotidiano l'08 aprile 2021. Cade la pista russa, non quella dei nomadi. A Chi l'ha visto? Federica Sciarelli riprende in mano il cado di Denise Pipitone, nel giorno del tanto atteso verdetto su Olesya Rostova. La 20enne russa in cerca della madre biologica non è la piccola di 4 anni sparita a Mazara del Vallo nel 2004, il gruppo sanguigno è differente. Denise, dunque, non è stata portata a Mosca e poi finita in un orfanotrofio. Ma la Sciarelli rimanda in onda un vecchio servizio, un documento sconvolgente che riaccende le polemiche sulle mancate ricerche e gli eventuali passi falsi in 16 anni di indagini. Un anziano audioleso, steso a letto, riconosce la foto della piccola Denise e spiega a gesti a una traduttrice di averla vista, in canottiera, infreddolita e coperta da una maglia. L'uomo vede la foto della bimba su un telefonino e si sbraccia, indicandola. Riconobbe la bambina dopo il rapimento, ricorda la Sciarelli, ma la testimonianza dell'uomo audioleso, oggi deceduto, non fu ammessa al processo. Ed è rimasto un mistero anche un altro fatto emerso dall'inchiesta siciliana, seguita dalla Procura di Mazara: le telefonate al cellulare del padre da una utenza della famiglia Iovanovic. Le perquisizioni nel campo nomadi, però erano andate a vuoto. Proprio la tesi del rapimento della bimba ad opera di nomadi sembrava dare dei punti di contatto con la vicenda di Olesya, che sosteneva di avere ricordi di quando, bambina, era costretta a chiedere l'elemosina a Mosca con una mendicante nomade, prima di venire soccorsa da agenti delle forze dell'ordine e venire portata in un orfanotrofio della capitale russa.

Pipitone, il caso alla tv russa: "Abbiamo fatto un giro all'inferno". L'avvocato di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone commenta a Chi l'ha visto? il programma televisiovo russo che ha rivelato la differenza tra il gruppo sanguigno della bimba scomparsa nel 2004 e quello di una ragazza russa. Francesca Bernasconi - Gio, 08/04/2021 - su Il Giornale. "Abbiamo fatto un giro all'inferno e siamo tornati". Così Giacomo Frazzitta, avvocato di Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone, ha commentato la sua partecipazione alla trasmissione russa пусть говорят (in italiano "Lasciali parlare"), durante la quale oggi è stata reso noto l'esito dell'esame sul gruppo sanguigno fatto a Olesya Rostov. La ragazza russa non è la bimba scomparsa nel 2004 da Mazara del Vallo: "Il gruppo sanguigno è diverso", ha annunciato il legale, dopo un tira e molla durato parecchio tempo con il conduttore della trasmissione, che insisteva per conoscere il gruppo di Denise. E a Chi l'ha visto?, Frazzitta rivela i retroscena, spiegando di aver acconsentito a partecipare al programma russo perché "attendere le rogatorie sarebbe stato complicato a questo punto della situazione". Per questo, precisa, "abbiamo pensato di contattare direttamente l'avvocato di Olesya per arrivare ad un accordo". Infatti, poco prima della registrazione di пусть говорят, avvenuta martedì, il legale di Piera Maggio aveva ricevuto la mail che lo aveva convinto a partecipare alla trasmissione. Una scelta dettata dall'urgenza di "poter buttare acqua sul fuoco o comunque chiarire questa situazione, perché si era creata veramente una questione complicata a livello nazionale e internazionale". Poi, sono stati ricostruiti i momenti salienti della registrazione del programma, compresa la rabbia di Frazzitta che ad un certo punto ha minacciato il conduttore di andarsene, se non gli avessero fornito il gruppo sanguigno della ragazza. L'esito dell'esame è stato inviato con un sms al legale, che non ha trovato corrispondenza con quello di Densie: "È diverso", ha annunciato, sottolineando il dispiacere nell'apprendere questa notizia. Frazzitta ha commentato anche le modalità con cui è stato costruito il programma russo, che ha svelato i risultati dei test eseguiti dalle possibili madri di Olesya come se si trattasse di un reality, con tanto di busta contenente il "verdetto": "Abbiamo fatto un giro all'inferno e siamo tornati- ha detto l'avvocato- mettere in uno show bambini rapiti e genitori di bambini rapiti come se fosse una specie di reality o di gioco su uno dei crimini più terribili, quelli contro i bambini". Il conduttore del programma russo si è poi scusato con i genitori di Denise: "Non volevamo ferire i sentimenti di nessuno". Così, la scomparsa di Denise Pipitone resta ancora senza una soluzione e numerosi sono ancora i punti oscuri nella vicenda. Chi l'ha visto? ne sottolinea due. Il primo è una chiamata ricevuta da Piero Pulizzi, padre biologico di Denise, il 14 gennaio 2005: al telefono sentì la voce di una donna straniera e di una bambina che piangeva. Gli inquirenti risalirono all'intestatario dell'utenza, un memrbo di una famiglia nomade che viveva a Marsala, e si recarono sul posto. Lì scoprirono che in realtà il cellulare veniva usato da una figlia dell'uomo, che sostenne di non conoscere Pulizzi, nonostante il suo numero fosse salvato come "Piero Fra". Il secondo punto in sospeso riguarda un possibile testimone, che disse di aver visto una bambina in braccio a suo nipote Giuseppe. Successivamente, l'uomo riconobbe quella bimba in Denise Pipitone, grazie ad una foto mostratagli dall'avvocato Frazzitta. Il testimone, che si esprimeva attraverso il linguaggio dei segni, non venne però ascoltato durante il processo di primo grado e non venne ammesso in appello.

Quello sceneggiato mediatico sul caso di Denis Pitone condito di fake news. Il Dubbio l'8 aprile 2021. Nel pomeriggio sono circolate ricostruzioni fantasiose sull'esito del test che dovrebbe confermare se Olesya Rostova è davvero Denise. Ricostruzioni avvalorate da tanto di dichiarazioni del legale di famiglia. Che però smentisce: "Non ho mai parlato con nessuno sull’esito dell’esame del sangue". «Al momento non posso dire nulla, parleremo dopo la trasmissione che andrà in onda sulla tv russa. Leggo sui siti delle ricostruzioni che non corrispondono al vero. Non ho mai parlato con nessuno sull’esito dell’esame del sangue». A parlare è l’avvocato Giacomo Frazzitta, legale della madre di Denise Pipitone, la bambina di 4 anni scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara del Vallo, dopo “il circo mediatico” andato in scena in questi giorni. Nel pomeriggio si era sparsa la voce di una sua dichiarazione in cui avrebbe detto che la giovane Olesya, la ragazza russa che lanciato un appello in Tv, non sarebbe Denise Pipitone. La (finta) notizia ha fatto subito il giro dei social, e lo stesso legale ha postato sul suo profilo Instagram una smentita rispetto ai risultati del dna. «Impossibile – spiega  Frazzitta – io non ho parlato con nessuno. Stiamo aspettando la messa in onda su Primo Canale in Russia. Ho solo portato in Procura la documentazione ricevuta dall’avvocato russo». Il caso era esploso un paio di giorni fa, con la dura reazione della famiglia che aveva denunciato il «ricatto mediatico» da parte dell’emittente russa: «Se non ci faranno avere i dati del gruppo sanguigno della ragazza mostrata in tv io e Piera Maggio non parteciperemo a nessun programma. Basta con questo circo mediatico», aveva chiarito il legale. E i risultati infine sono arrivati. «Abbiamo ricevuto prima della trasmissione, come avevamo chiesto, gli esiti degli esami sulla ragazza e abbiamo trasmesso tutta la documentazione alla procura di Marsala», ha spiegato oggi Frazzitta. Il talkshow della tv  russa andrà in onda oggi pomeriggio, alle 18.45, e si conoscerà l’esito sull’esame del sangue di Olesya Rostova. «Ho preso l’impegno con i legali russi a non rivelare nulla prima di oggi pomeriggio sull’esito degli esami del sangue che potrebbero dimostrare la compatibilità con quelli di Denise», ha fatto sapere il legame. Solo dopo si potrà fare l’esame del Dna e avere la certezza sulla identità di Olesya.

È vergognoso che la mamma di Denise debba aspettare un programma TV per conoscere la verità. Gianluigi Nuzzi su Notizie.it il 06/04/2021. La magistratura dov'è? La giustizia dov'è? I giudici russi cosa stanno facendo? Sono tutti spettatori di questo programma televisivo? Su Denise Pipitone si sta assistendo a qualcosa che sta superando le colonne non solo della fantasia ma dell’orrore. Trovo francamente vergognoso che una mamma che da 17 anni sta aspettando la verità sulla figlia debba attendere l’esito e la pronuncia di un programma televisivo. Trovo sorprendente che in Russia, dove Vladimir Putin controlla ogni respiro, non sia stata attivata la magistratura per verificare se la signora Rostova è Denise Pipitone. Trovo imbarazzante che il nostro Ministero degli Esteri non si sia attivato tramite canali diplomatici per fare pressione su Mosca in questa direzione. Trovo sorprendente che la magistratura italiana, a tutela non solo della mamma di Denise e di tutti noi, ma anche della verità processuale – dal momento che c’è stata un’inchiesta – non riapra il fascicolo pretendendo verità su quanto accaduto. Su questo piano dovrebbe situarsi la relazione tra le magistrature e gli Stati, una relazione fatta di collaborazione e confronto. E invece la magistratura dov’è? La giustizia dov’è? I giudici russi dove sono, cosa stanno facendo? Sono tutti spettatori di questo programma televisivo? In quanto giornalista, so bene che i giornalisti russi stanno facendo il loro mestiere, ma qui c’è un grande assente e questa assenza fa male alla verità.

Gianluigi Nuzzi. Giornalista, ha iniziato a scrivere a 12 anni per il settimanale per ragazzi Topolino. Ha, poi, collaborato per diversi quotidiani e riviste italiane tra cui Espansione, CorrierEconomia, L'Europeo, Gente Money, il Corriere della Sera. Ha lavorato per Il Giornale, Panorama e poi come inviato per Libero. Attualmente conduce Quarto Grado su Rete4 ed è vicedirettore della testata Videonews. È autore dei libri inchiesta "Vaticano S.p.A." (best seller nel 2009, tradotto in quattordici lingue), "Metastasi", "Sua Santità" (tradotto anche in inglese) e "Il libro nero del Vaticano".

Denise e il mistero delle intercettazioni dimenticate. Angela Leucci il 22 Aprile 2021 su Il Giornale. Il caso Denise Pipitone ancora una volta al centro di "Chi l'ha visto?": sono spuntate intercettazioni e narrazioni relative ad Anna Corona e Jessica Pulizzi nei giorni della scomparsa. “Lo sai cosa sta succedendo a Mazara, che è scomparsa una bambina”. È mattina presto, è il 2 settembre 2004, Denise Pipitone non è scomparsa da neppure un giorno. Queste sono le parole che Anna Corona scambia con un certo Salvatore. “Io è da ieri mattina… ieri, da quando ho finito di lavorare fino a sera, che sono stata al comando dei carabinieri […] - continua la donna - Segui il telegiornale e per favore lasciamo stare. […] Salvatore per ora non voglio sapere più niente. La posso chiudere questa telefonata con te o no?”. Chi è Salvatore? Perché dovrebbe guardare il telegiornale? Sono interrogativi senza risposta. Anna Corona è la ex moglie di Pietro Pulizzi, padre naturale della piccola scomparsa. Questa intercettazione rappresenta uno dei dettagli che ancora non hanno ricevuto una spiegazione in merito alle indagini relative alla scomparsa di Denise. Se n’è parlato ieri nella puntata di “Chi l’ha visto”, in cui Federica Sciarelli ha ospitato in collegamento mamma Piera Maggio e il suo legale Giacomo Frazzitta. Sono state riepilogate le presunte minacce formulate da Anna Corona alla famiglia di Piera, smentite dalla stessa Corona - “Te la farò vedere io cos’è la cattiveria”, avrebbe detto a Giacoma, la sorella di Piera, e al loro padre Vito Maggio invece avrebbe promesso, riferendosi alla stessa Piera: “Gliela faccio pagare”. Molte delle informazioni fornite in trasmissione sono espressione di un ritorno di interesse per la vicenda di Denise, sollevata come ha sottolineato in maniera positiva la stessa Sciarelli dal caso di Olesya Rostova, che si è creduto per alcuni giorni potesse essere la bimba siciliana. Si è parlato soprattutto delle intercettazioni ambientali nei confronti di Anna Corona, la figlia Jessica Pulizzi e il fidanzato Gaspare. L’11 settembre 2004 i tre si sono recati, convocati, al commissariato di polizia, dove sono state registrate alcune conversazioni in dialetto da una microspia, conversazioni in cui Anna appare in confidenza con un militare di nome Peppe. “Ci vogliamo guardare negli occhi - dice Anna alla figlia - perché io sono stanca… perché le indagini sono ferme a noi…”. Dopo di che Anna fa ricostruire a Jessica la giornata dell’1 settembre, quando cioè Denise è scomparsa. E Jessica sottolinea in dialetto: “Mamma potrebbe esserci una cimice in una stanza”. Un’altra intercettazione ambientale ha a che fare con un dialogo tra Jessica e Gaspare, anche se i periti sono in disaccordo, per via del forte inquinamento acustico nella registrazione. Gaspare sembra dire: “Che cosa hai fatto alla piccola?”, mentre Jessica risponde: “L’ho messa dentro”. L'interpretazione non è stata però ritenuta univoca. Senza contare che alle 12.17 del 1 settembre, nei momenti in cui Denise potrebbe essere scomparsa, la madre di Anna Corona riceve una telefonata in cui la figlia le chiede di andare dalle nipoti Jessica e Alice, ma non c’è corrispondenza tra le utenze delle due donne o dei loro più stretti famigliari: la telefonata parte infatti da un magazzino di via Rieti. “Tutta questa vicenda è caratterizzata da un mucchio di bugie”, ha commentato Piera Maggio.

Nuova svolta sulle indagini. Intercettazioni inedite su Denise Pipitone, la denuncia: “Perchè non furono studiate dagli inquirenti?” Rossella Grasso su Il Riformista il 21 Aprile 2021. Nuovi dettagli emergono sul caso di Denise Pipitone, la bambina di 4 anni scomparsa da Mazara del Vallo il 1 settembre 2004. Sarebbero infatti emerse alcune intercettazioni inedite di due telefonate che potrebbero essere una chiave o almeno un indizio per capire cosa sia successo in quelle ore. Il programma Chi l’Ha Visto su Rai tre ne tratta in una nuova puntata dopo che il caso di Olesya Rostova, aveva riacceso gli animi e le speranze sul ritrovamento della piccola Denise. Purtroppo si era trattato dell’ennesimo falso allarme: la Tv russa da cui era partito l’appello di Olesya, che ha la stessa età che avrebbe oggi Denise e somiglia molto alla mamma, Piera Maggio, ha rivelato in diretta il risultato delle analisi della ragazza e verificato che non si tratta di Denise. Ma la faccenda ha riacceso i riflettori sulla vicenda e adesso le intercettazioni potrebbero riaprire un nuovo percorso per le indagini. Denise scomparve nel nulla il 1 settembre 2001 mentre stava giocando con la cuginetta davanti alla sua casa a Mazara del Vallo tra le 11.35 e le 11.45. Al vaglio ci sono due telefonate. La prima avvenuta alle 12.10 dall’utenza di Anna Corona, all’epoca moglie di Piero Pulizzi, papà naturale di Denise a quella di Loredana, amica stretta di Anna, fidanzata di Giuseppe, nipote di Battista Della Chiave che abita in via Rieti. Questa ebbe la durata di 18 secondi. Una seconda telefonata è poi partita alle 12.17 dal magazzino di via Rieti dove lavora Battista della Chiave verso l’utenza della mamma di Anna Corona. Una telefonata della durata di appena 72 secondi . Due brevissime conversazioni che destano il sospetto: in così poco tempo cosa si possono essere dette? Potrebbe essersi trattato di uno scambio rapido per accertarsi di qualcosa. “Com’è possibile che queste telefonate non siano state studiate dagli inquirenti?”, ha commentato Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto. La Pm Maria Angioni, che si era occupata del caso della scomparsa di Denise Pipitone nel 2004, qualche settimana fa ha raccontato che il contesto in cui si sono svolti per anni le indagini è stato molto complicato. E ha pronunciato parole dure sul contesto ambientale in cui si svolgevano le indagini e sulla popolazione che non ha collaborato e sugli investigatori che l’hanno affiancata durante le indagini. “Abbiamo avuto grossi problemi. Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo – ha detto la pm intervenuta al programma di Milo Infante ‘Ore 14’ in onda su Rai 2 -. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile”.

I dubbi su Anna Corona e Jessica Pulizzi. Quando Piera Maggio denunciò ai carabinieri la scomparsa di Denise, spiegò che la bambina non era figlia biologica di suo marito ma di una relazione extraconiugale avuta con Piero Pulizzi. Quest’ultimo era sposato con Anna Corona e aveva due figlie, Jessica e Alice. Piera Maggio spiegò la diatriba in atto e le grandi gelosie che pervadevano la famiglia di Pulizzi nei confronti de Denise. Furono messe spie nella loro casa e fu intercettata una frase che Jessica disse a sua madre: “Io a casa ci ‘a purtai”, disse alla madre che le chiedeva dov’era il primo settembre, quando scomparve Denise. Interrogata in merito, il racconto della ragazza non convinse gli investigatori perché il tabulato telefonico segnalava che Jessica nelle stesse ore in cui Denise scompariva si trovava nella zona del sequestro. L’ipotesi che dunque prese campo fu quella che Jessica avesse materialmente rapito Denise per poi consegnarla a un gruppo di nomadi che magari conosceva. Per lei furono richiesti 15 anni di carcere. Ma dopo anni di indagini e processi Jessica fu assolta per mancanza di prove e per non aver commesso il fatto. Ora spuntano queste altre intercettazioni che all’epoca sfuggirono alle indagini. Protagonista è Anna Corona e la sua cara amica e vicina di casa Loredana. Nel giorno della scomparsa di Denise furono tante le chiamate tra le due.

Chi è Battista Della Chiave, lo zio sordomuto. Una testimonianza che per anni è stata forse sottovalutata è quella di Battista Della Chiave, all’epoca 74enne, che lavorava al magazzino di via Rieti da cui partirono le telefonate. Battista Della Chiave è sordomuto ma ha più volte affermato di aver visto Denise in braccio a suo nipote Giuseppe, fidanzato di Loredana. L’anziano testimoniò di aver visto il nipote portar via la bambina in scooter. La sua testimonianza fu depositata anche davanti ai giudici di Trapani. Il nipote Giuseppe si è giustificato affermando che lo zio, sordomuto, non era in grado di comprendere e trasmettere un messaggio del genere poiché non conosce il linguaggio dei segni. Tuttavia, quando la troupe di Chi l’ha visto si recò da Battista la moglie cominciò infastidita a gridare “mi stai mettendo nei guai”. Quella scena portò molti a pensare che forse lo zio sordomuto ma non cieco qualcosa aveva visto.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Da liberoquotidiano.it il 22 aprile 2021. Intercettazioni inedite che complicano il caso Denise Pipitone, la bambina di Mazara Del Vallo scomparsa a 4 anni nel 2004. Ospite di Federica Sciarelli a Chi l'ha visto? su Rai 3, la mamma della piccola, Piera Maggio, ha cercato di ricostruire quanto successo dal giorno della scomparsa in poi, tra conversazioni telefoniche ambigue, microspie e depistaggi nelle indagini. Il primo errore risalirebbe al 2 settembre 2004, giorno successivo alla scomparsa di Denise, quando venne redatto un verbale dalla Questura di Trapani. A quanto pare, infatti, le forze dell'ordine erano convinte di aver ispezionato la casa di Anna Corona, la prima moglie di Pietro Pulizzi, il papà naturale di Denise. In realtà erano stati in un altro appartamento. “In tutta questa storia ci sono state solo lacune e depistaggi, che col tempo non sono state chiarite ma sono addirittura diventate più oscure. Ho saputo della scomparsa di Denise alle 12.30 e sono arrivata a casa poco dopo, trovando già le forze dell'ordine sotto casa", ha spiegato la signora Maggio. Resta ancora un mistero, per esempio, la telefonata a casa della mamma di Anna Corona. La telefonata sarebbe partita poco dopo la scomparsa della bimba. "La signora Lo Cicero, madre di Anna Corona, ha spiegato di aver ricevuto una telefonata dalla figlia che le diceva di tornare a casa perché era successo qualcosa. Abbiamo seguito i tabulati telefonici, c'è una sola telefonata che viene ricevuta da quell'utenza e abbiamo individuato via Rieti", è intervenuto il legale di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta. Poi il giallo delle intercettazioni: in commissariato, una microspia registrò le conversazioni tra Anna Corona, la figlia Jessica Pulizzi e Gaspare, l'ex fidanzato di quest'ultima. Particolarmente ambigua è la conversazione tra Gaspare e Jessica. L'audio è disturbato ma sembra che, parlando di Denise, Gaspare chieda a Jessica: "Che cosa le hai fatto?". "L'ho messa dentro", avrebbe risposto la donna bisbigliando. Ma questa versione non convince i legali di Jessica Pulizzi. Ci sarebbero state poi anche delle conversazioni tra Anna Corona e la figlia, nelle quali le due sospettarono della presenza di cimici. Il mistero attorno alla figura di Anna Corona si infittisce ancora di più quando Piera Maggio dice: "Ora dirò una cosa forte: Anna Corona aveva un atteggiamento molto ambiguo nei miei confronti. I suoi comportamenti erano fortemente provocatori. Era arrabbiata con me perché credeva che avessi distrutto la sua famiglia, ma il suo matrimonio era già naufragato. Non solo: credo che Anna Corona si fosse in qualche modo infatuata di me".

"Ce l'ammazzasti chidda". Il mistero di Denise e della gallina. Angela Leucci il 24 Aprile 2021 su Il Giornale. La scomparsa di Denise Pipitone viene esplorata e analizzata a 17 anni dalla scomparsa: a "Quarto Grado" si è parlato delle intercettazioni su Jessica Pulizzi e della bimba Danàs. Nonostante la posizione di Jessica Pulizzi sia chiara per la giustizia italiana, il suo ruolo, mediaticamente parlando, ritorna ciclicamente a interessare quando si parla della scomparsa di Denise Pipitone. Se ne è parlato nella puntata di ieri di “Quarto Grado”, in cui è stato evidenziato come le intercettazioni su Jessica potrebbero essere approfondite. Alcune di queste intercettazioni sono diventate ormai celeberrime: c’è quella frase “A casa c’ha purtai” (“L’ho portata a casa”), in cui alcuni credono che Jessica si riferisse alla piccola Denise, ma anche delle domande poste alla ragazza dalla mamma Anna Corona, che chiese alla figlia di ricostruire quel tragico mercoledì di mercato a Mazara del Vallo di 17 anni fa, quando Denise scomparve nel nulla. “Quarto Grado” ha trattato a lungo anche un filmato risalente al processo in cui Jessica fu coinvolta e come Giacomo Frazzitta, il legale della mamma di Denise Piera Maggio, incalzò la giovane che non seppe dare al giudice una spiegazione esauriente. L’intercettazione relativa a quel momento del processo è un’intercettazione ambientale dell’11 settembre 2004. Secondo i verbali, Jessica è in motorino con un’altra persona, che si sente dire “Ce l’ammazzasti chidda” (cioè "L'hai ammazzata quella"). Jessica ha affermato che la frase si riferiva a una gallina e non a Denise: Jessica Pulizzi e la persona con lei quel giorno avrebbero dovuto scavalcare un muretto e accedere a un cortile con delle galline, e la ragazza ha detto di aver temuto di schiacciare uno dei pennuti. Frazzitta ha evidenziato come i tempi verbali e il rumore del motorino sottolineato nei verbali entrino in diretta contraddizione con lo scenario ricostruito da Jessica, che solo successivamente chiede alla persona con lei: “Aiutami a scavalcare”. Jessica è figlia di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. Nelle ultime settimane si è tornato spesso a parlare del presunto rancore che Jessica avrebbe nutrito per il padre, ma anche e soprattutto per la stessa Denise e per la madre Piera Maggio, a cui papà Pulizzi avrebbe regalato dei vestiti, scatenando in Jessica una reazione: Jessica avrebbe successivamente forato le ruote dell’auto di Piera. Frazzitta ha inoltre rivolto ad Anna Corona, madre di Jessica ed ex moglie di Piero Pulizzi, di aiutare a far luce su cosa possa essere accaduto a Denise, perché nonostante Jessica sia stata assolta, ci sarà sempre una persecuzione mediatica nei suoi confronti. Il conduttore Gianluigi Nuzzi ha spiegato che tutto questo succede perché “Denise è la figlia d’Italia”. La posizione di Anna non è comunque facile, per via di quella traccia audio breve in cui si sente la voce di una bimba, mentre lei le dice: “Stai zitta”. Quella traccia non è stata portata al processo, perché troppo breve per essere analizzata tecnicamente. A “Quarto Grado” si è tornati anche a parlare di Danàs, la bimba somigliante a Denise ripresa, in compagnia di un gruppo di rom, a Milano dalla guardia giurata Felice Grieco, tra l’altro ospite in studio. Secondo Luciano Romito, linguista dell’Università della Calabria, in base a un nuovo video fornito da Piera Maggio, le curve dell’intonazione di Denise e Danàs sono sovrapponibili. “Danàs con grandissima probabilità viene dalla stessa zona”, ha detto l’esperto, spiegando che la bimba potrebbe essere originaria della stessa comunità linguistica di Mazara. Inoltre i volti di Denise e Danàs sono stati comparati con un software americano di riconoscimento facciale ed è stata trovata una grande compatibilità tra le immagini delle due bimbe. La verità su Denise però sembra essere ancora lontana.

Denise Pipitone, la strana telefonata di Anna Corona e il ricordo di un anziano: "Era in braccio a mio nipote".  Libero Quotidiano il 28 aprile 2021. Il giallo della scomparsa di Denise Pipitone è sempre più intricato. Sono passati 17 anni da quando la bambina è sparita da Mazara del Vallo, e in questi ultimi giorni emergono nuovi personaggi e nuovi elementi che forse piano piano potrebbero sciogliere i nodi di questa misteriosa sparizione dopo che le prime attenzioni si sono da subito concentrare su Anna Corona, ex moglie del padre della piccola Denise, Piero Pulizzi.  La vicenda di Denise è stata al centro della puntata di oggi 28 aprile di Mattino 5, condotto da Federica Panicucci. La conduttrice ha ricordato come il giorno della scomparsa di Denise, Anna avrebbe chiamato la madre da un capannone di una falegnameria. Nel corso della telefonata avrebbe detto all'anziana signora di mettere in allerta le figlie, Jessica e Alice, perché stava succedendo qualcosa di molto grave. La mamma di Anna ha detto di aver sentito per telefono la figlia e che per quello che ne sapeva lei la donna sarebbe rimasta nell'albergo dove lavorava fino alle 15,30. Ma non finisce qui. Perché alle parole della Corona si aggiungono quelle di un anziano signore, che però è morto, di nome Battista dalla Chiave, una persona sordomuta che lavorava nella falegnameria da cui sarebbe partita la chiamata. L'uomo avrebbe raccontato che suo nipote, di nome Peppe, aveva in braccio una bambina che era sullo scooter insieme a lui e che era avvolta da una coperta. Secondo questa testimonianza si sarebbe trattato proprio di Denise Pipitone, ma purtroppo quella pista non è stata presa troppo sul serio e adesso si cerca di capire se invece non fosse il caso di batterla. Il nipote dell'anziano signore, peraltro, sarebbe stato il marito di una cara amica di Anna Corona. 

Denise Pipitone, perché non porta il cognome del padre: svelato l'ultimo inquietante mistero. Libero Quotidiano il 15 maggio 2021. Sulla scomparsa di Denise Pipitone ci sono ancora troppi misteri. L'ultimo, quello legato al cognome, è stato svelato da poco grazie alle recenti vicende giudiziarie. La piccola scomparsa diciassette anni fa da Mazara Del Vallo non ha né il cognome del padre, Piero Pulizzi, né quello della mamma Piera Maggio. Il motivo è legato al passato di Piera Maggio. La donna infatti era sposata con Toni Pipitone, suo primo marito. Durante il matrimonio - racconta Il Messaggero - Piera ha avuto una relazione extraconiugale con Piero Pulizzi, amante della donna e da cui ha avuto Denise. Inizialmente la storia era privata, così la piccola a ricevuto il nome del marito di Piera, Toni Pipitone. Quando si è scoperto che la bambina era in realtà biologicamente figlia di Pulizzi Denise era già scomparsa: tutti la conoscevano con quel cognome, anche la piccola si sarebbe riconosciuta con Pipitone. La relazione extraconiugale con l'attuale marito ha portato gli inquirenti a sospettare dell'ex moglie, Anna Corona, con cui Piero Pulizzi ha avuto precedentemente due figlie. Intanto l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, ha spiegato che sono emerse nuove intercettazioni che potrebbero rivelarsi utili nella risoluzione della scomparsa della piccola oggi ventenne. "Stiamo lavorando su nuove intercettazioni che riteniamo estremamente importanti, mai entrate nel precedente dibattimento. Quello che stanno facendo i nostri consulenti è un lavoro complementare a quello che la Procura sta svolgendo nella segretezza dell'inchiesta", ha detto in collegamento con Italia Sì. Infine il legale ha commentato quanto dichiarato da Anna Corona a Quarto Grado, su Rete4: "Processo mediatico nei suoi confronti? Non mi risulta che sia in corso un processo. I giornalisti possono svolgere liberamente il loro lavoro approfondendo un caso irrisolto e sollecitando la Procura a riaprire le indagini". Molte infatti le intercettazioni che riguardano la Corona e le figlie di quest'ultima. 

Perché Denise Pipitone non ha il cognome del padre né della madre: il motivo che non tutti conoscono. Leggo il 28 aprile 2021. La scomparsa di Denise Pipitone resta avvolta nel mistero. Uno dei dati poco chiari è però quello sul cognome della bambina. Denise infatti non ha come cognome né quello del padre, Piero Pulizzi, né quello della mamma Piera Maggio. Molti si chiedono il motivo che è stato svelato solo di recente, nelle varie vicende giudiziarie e che per diverso tempo è rimasto privato data la delicatezza del motivo. Piera Maggio era sposata con Toni Pipitone, il suo primo marito. Nel corso del matrimonio Piera è rimasta incinta di Denise, ma in realtà il padre della bambina era Piero Pulizzi, amante della donna diventato poi suo marito. I due avevano da tempo una relazione extraconiugale, che è stato uno dei motivi per cui da subito i sospetti della scomparsa della bimba sono ricaduti sull'ex moglie di Pulizzi, da cui l'uomo aveva avuto altre due figlie. Inizialmente la storia era privata, ed ecco il motivo del cognome Pipitone. Quando si è scoperto che la bambina era in realtà biologicamente figlia di Pulizzi Denise era già scomparsa. Così Pipitone si è tirato fuori dalla vicenda, mentre non è stato fatto il cambio di cognome perché la bambina ormai era sparita nel nulla e le ricerche erano cominciate con quel cognome, lo stesso che la bambina avrebbe riconosciuto come il proprio. 

CHI L'HA VISTO". Denise Pipitone, giallo sui contatti fra Anna Corona e una donna che aveva relazione col commissario. Da trapani.gds.it il 29 Aprile 2021. Nuove rivelazioni sulla scomparsa di Denise Pipitone sono emerse ieri durante la puntata di "Chi l'ha visto?", che ha dedicato un nuovo approfondimento sulle indagini sul caso della bimba scomparsa da Mazara del Vallo nel settembre 2004. In collegamento con Federica Sciarelli, Piera Maggio e l'avvocato Giacomo Frazzitta. Nel corso della trasmissione in onda su Raitre, riflettori puntati sui tabulati telefonici delle utenze Anna Corona, ex moglie di Pietro Pulizzi (padre biologico di Denise), che registrerebbero un rilevante traffico telefonico (più di mille contatti in un anno) con la dipendente di un'agenzia di viaggi, Stefania, che all'epoca aveva una relazione (poi sfociata in matrimonio) con un commissario di polizia di Mazara del Vallo. Lo stesso consulente aggiorna subito gli inquirenti. Nel corso del processo di primo grado, Anna Corona spiega che con Stefania ha un rapporto di amicizia. Cosa che però Stefania non sembra confermare, affermando sempre in tribunale che Anna è semplicemente una cliente, la quale dopo la morte del padre le ha dato sostegno morale. Ma i contatti tra le due si interrompono l'1 settembre 2004, giorno della scomparsa di Denise: da allora niente più conversazioni ma solo squilli. Il 22 settembre 2004 il consulente Genchi chiede al magistrato che si occupa del caso se una utenza poteva essere di un appartenente alle forze dell’ordine. Da quel giorno Stefania non risponde più a messaggi e chiamate di Anna Corona. Nel corso della trasmissione vengono inoltre trasmesse alcune intercettazioni fatte dai carabinieri e poi in tribunale tra Anna Corona e la figlia Jessica Pulizzi, di dubbia, addirittura doppia, interpretazione. Piera Maggio lancia un appello affinché le intercettazioni fatte al commissariato tra Anna Corona e Jessica possano "essere ripulite con le nuove tecnologie. Magari ascoltate oggi – ha aggiunto – dimostrano una versione diversa, più chiara. Spero che venga fatto, perché lì si parla di Denise, è l'oggetto della discussione".

NUOVI RETROSCENA. Caso Pipitone, Anna Corona vicina al Commissario di Mazara: l'appello di Piera Maggio a 'Chi l'ha visto?' Emergono ulteriori dettagli sulla scomparsa di Denise. La mamma chiede che vengano analizzate le intercettazioni con le nuove tecnologie. Roberta Marchetti Giornalista Today il 29 aprile 2021. “Chi l'ha visto?” continua a indagare a spron battuto sul caso Pipitone. Nella puntata di ieri sera ulteriori dettagli sulla scomparsa di Denise, tra intercettazioni e retroscena che ruotano intorno ad Anna Corona, ex moglie di Pietro Pulizzi - papà della bambina rapita - e sua figlia Jessica. In una delle telefonate, non è chiaro se la primogenita di Pulizzi racconta alla madre di aver visto il papà oppure la sorellina, ma il contenuto è comunque sospetto. In collegamento, Piera Maggio chiede di analizzare l'audio con le nuove tecnologie, non disponibili all'epoca del processo: "Questo è quello che chiedo e che spero venga fatto, perché lì si parla di Denise, è quello l'oggetto del contendere". Denise Pipitone: La sorella disse di aver visto lei o il padre? La doppia interpretazione di una intercettazione ambientale. “Analizzare l’audio con le nuove tecnologie, non disponibili all’epoca del processo”. Gli orari di Anna Corona e l'amicizia con la compagna del Commissario di Mazara. Sotto la lente d'ingrandimento anche gli orari di Anna Corona il giorno della scomparsa di Denise. Quel 1 settembre del 2004, la donna sarebbe andata al lavoro alle 7.15 e i colleghi hanno fatto sapere di aver pranzato con lei tra le 11.30 e le 12, momento in cui la bambina veniva rapita. Dopo mezzogiorno l'unica ad averla vista è stata la sua collega Francesca, che ha dichiarato di aver lavorato con lei fino alle 15.30, ammettendo poi di aver firmato al posto suo in uscita. Dunque, a che ora andò via dal posto di lavoro Anna Corona? Non solo. Dai tabulati è emerso un fitto rapporto tra l'ex moglie di Pulizzi e Stefania, operatrice di un'agenzia di viaggi. 1233 telefonate in un anno e dopo il 1 settembre 2004 solo squilli tra Anna e l'amica, che aveva una relazione con il Commissario Capo di Mazara del Vallo. Dettagli che hanno il loro peso in questa vicenda ancora poco chiara, in cui certamente qualcuno conosce la verità. Da qui il nuovo appello di Piera maggio: "Fatevi avanti, non abbiate paura. Dopo 17 anni dite la verità, aprite il cuore, non tenetevi niente dentro. Credo che ci siano persone che possono dire cose molto importanti. Vorremmo che tutto finisca presto. Speriamo che coloro che sanno o che hanno saputo si facciano avanti, ve lo chiediamo col cuore".

Mattino 5, Denise Pipitone: "La botola mai ispezionata". Scoop dalla Panicucci, un drammatico elemento: cosa c'è lì sotto? Libero Quotidiano il 30 aprile 2021. “C’è una novità importante sulla scomparsa di Denise Pipitone, un elemento in più”. Lo ha dichiarato Federica Panicucci in apertura della seconda parte di Mattino 5, quella dedicata ai casi di cronaca. La conduttrice di Mediaset si è occupata principalmente del delitto di Avellino, con Elena che ha ucciso a coltellate il padre Aldo con la complicità del fidanzato Giovanni, che era malvisto (e a ragione) dalla famiglia della ragazza. Ma la Panicucci ha dedicato un passaggio anche al caso della bambina di Mazara del Vallo, le cui indagini “hanno mostrato tante lacune”. In particolare a Mattino 5 sono state sottolineate una serie di incongruenze e di elementi contraddittori su alcuni punti delle indagini e sulle intercettazioni. Secondo l’inviata del programma in onda su Canale 5 a far discutere è soprattutto il fatto che “una botola, che porta a uno scantinato nella casa della mamma di Anna Corona, non è mai stata ispezionata”. La Panicucci ha ricordato anche la telefonata di un uomo, che lavorava in falegnameria, che avrebbe visto il nipote con una bambina in braccio, vestita proprio come Denise il giorno della scomparsa. “È una suggestione, una coincidenza incredibile”, ha ammesso la Panicucci che poi ha giustamente ricordato ai suoi telespettatori che non si ha alcuna certezza su questi elementi, ma è comunque giusto discuterne. A proposito della Panicucci, tralasciando per un attimo i fatti di cronaca di cui si è occupata anche oggi, negli ultimi giorni sono circolate delle indiscrezioni secondo cui la conduttrice di Mediaset sarà ancora alla guida di Mattino 5 insieme a Francesco Vecchi anche nella prossima edizione. 

Quell'inferno in casa dopo la scomparsa di Denise. Angela Leucci l'1 Maggio 2021 su Il Giornale. A Quarto Grado si torna a parlare di Denise Pipitone: al centro gli interrogativi sul processo ad Anna Corona, che tuttavia è stata assolta. “Il primo settembre l’inferno è entrato in casa della signora Piera Maggio e l’inferno è entrato in casa mia”. Si apre con le parole di Anna Corona la puntata di ieri di Quarto Grado, ancora una volta con un lungo approfondimento dedicato a Denise Pipitone. Durante la trasmissione, che ha rilevato i presunti interrogativi sospesi sulla scomparsa della bimba, è stata letta una lettera da parte dei legali di Corona e della figlia Jessica Pulizzi. Gli avvocati hanno ricordato che le due donne hanno affrontato tre gradi di giudizio e sono state assolte, per cui continuare a parlare del passato rappresenta un “processo mediatico inaccettabile”. Tra le questioni sollevate ci sono state la perquisizione della casa sbagliata da parte dei carabinieri, ossia quella della vicina e non quella di Anna Corona, dettaglio che è emerso solo dopo 8 anni dalla scomparsa, durante il processo. Si è accennato ai contatti frequenti tra Anna e la sua conoscente Stefania, che si interrompono il 1 settembre diventando solo squilli. E si è parlato anche della telefonata di Anna con un certo Salvatore, al quale, come sottolineato durante il processo all’avvocato di mamma Piera Maggio Giacomo Frazzitta, Anna disse di combattere dalla mattina precedente per la vicenda di una bambina scomparsa, ma Denise è scomparsa solo intorno a mezzogiorno. La chiamata è preceduta da un’altra telefonata di 75 secondi tra i due, della quale Anna affermò di non ricordare il contenuto. “Sicuramente c’è qualcuno che sa”, ha detto alle telecamere di “Quarto Grado” l’ex procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, che ha sottolineato i propri dubbi circa la mancata perquisizione della casa di Anna Corona. “Mi fa arrabbiare e fa arrabbiare Piera essere lasciati soli - ha commentato Frazzitta - ed essere maltrattati. Ci sono stati tanti comportamenti che non hanno aiutato. In un primo momento Piera è stata sospettata, poi siamo arrivati a un processo. Mi sarebbe piaciuto sentire Di Pisa parlare alla stessa maniera durante il processo. Disse che era molto difficile e che sarebbe stata giusta una richiesta di archiviazione. Oggi sento che ci credeva e mi spiace sentirlo così in ritardo”. A “Quarto Grado” si è tornati anche sul giallo della donna insieme a Danàs nel video girato a Milano dalla guardia giurata Felice Grieco. Questi fu accompagnato nei diversi campi rom in provincia di Milano, ma non trovò nessuno somigliante alla donna e alla bambina che aveva incontrato e ripreso con il telefonino. L’esperta Dijana Pavlovic ha smentito che la donna potesse essere stata di etnia rom. “Non mi sembra una rom - ha chiosato - mi sembra asiatica”.

Denise Pipitone, la rivelazione a Quarto grado di Dijana Pavlovic: "Altroché rom, chi era la donna che stava con Danas". Libero Quotidiano l'1 maggio 2021. Si parla del caso di Denise Pipitone nella puntata di Quarto Grado andata in onda il 30 aprile su Rete 4. E fra gli altri aspetti del giallo si è tornati sulla donna che era insieme a Danas nel video girato a Milano dalla guardia giurata Felice Grieco. L'uomo fu accompagnato nei diversi campi rom in provincia di Milano, ma non trovò nessuno che assomigliasse alla rom e alla bambina che aveva incontrato e ripreso con il telefonino. In studio, Dijana Pavlovic ha smentito che la donna potesse essere stata di etnia rom. "Non mi sembra una rom, mi sembra asiatica”. Tant'è. Gli aspetti da chiarire sono ancora molti. Uno tocca anche Anna Corona. “Il primo settembre l’inferno è entrato in casa della signora Piera Maggio (mamma di Denise, ndr) e l’inferno è entrato in casa mia”. Durante la trasmissione, riporta il Giornale, è stata letta una lettera da parte dei legali di Corona e della figlia Jessica Pulizzi nella quale sottolineano che le due donne hanno affrontato tre gradi di giudizio e sono state assolte quindi continuare a parlare del passato rappresenta un “processo mediatico inaccettabile”. Eppure sono emerse nuove questioni in questi ultimi anni tra le quali la perquisizione della casa sbagliata da parte dei carabinieri, ossia quella della vicina e non quella di Anna Corona, dettaglio emerso solo dopo 8 anni dalla scomparsa durante il processo. Nella trasmissione si è parlato dei contatti frequenti tra Anna e la sua conoscente Stefania, che si interrompono il 1 settembre diventando solo squilli. E si è parlato anche della telefonata di Anna con un certo Salvatore, al quale, come sottolineato durante il processo all’avvocato di mamma Piera Maggio Giacomo Frazzitta, Anna disse di combattere dalla mattina precedente per la vicenda di una bambina scomparsa, ma Denise è scomparsa solo intorno a mezzogiorno. La chiamata è preceduta da un’altra telefonata di 75 secondi tra i due, della quale Anna affermò di non ricordare il contenuto. “Sicuramente c’è qualcuno che sa”, ha detto a Quarto Grado l’ex procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, che ha specificato di avere dubbi sulla mancata perquisizione della casa di Anna Corona: “Mi fa arrabbiare e fa arrabbiare Piera essere lasciati soli - ha commentato Frazzitta - ed essere maltrattati. Ci sono stati tanti comportamenti che non hanno aiutato. In un primo momento Piera è stata sospettata, poi siamo arrivati a un processo. Mi sarebbe piaciuto sentire Di Pisa parlare alla stessa maniera durante il processo. Disse che era molto difficile e che sarebbe stata giusta una richiesta di archiviazione. Oggi sento che ci credeva e mi spiace sentirlo così in ritardo”.

Denise Pipitone, la Procura riapre l'indagine: "Depistaggi ed errori", spuntano nuovi dettagli. Libero Quotidiano il 03 maggio 2021. La Procura di Marsala è tornata a indagare sul caso di Denise Pipitone, la figlia di Piera Maggio scomparsa da Mazara del Vallo il primo settembre 2004, all’età di soli quattro anni. I magistrati stanno cercando di capire se ci siano stati depistaggi o errori nell’inchiesta: per questo è stata sentita come persona informata sui fatti Maria Angioni, ex pm che all’epoca indagò sul caso che è diventato a tutti gli effetti una questione nazionale. Nei giorni scorsi la magistrata ha dichiarato il televisione di aver avuto il sospetto che siano avvenute delle fughe di notizie sull’inchiesta: non solo, la sua impressione è che alle persone intercettate fosse stato riferito che i loro telefoni erano sotto controllo. A distanza di 17 anni emergono quindi nuovi elementi su una vicenda che non sembra trovare conclusione, anzi è stata riaperta e ha suscitato enorme clamore mediatico per quanto accaduto in una trasmissione russa, dove una ragazza della stessa età di Denise sembrava poter essere proprio la bambina scomparsa a Mazara del Vallo. E invece nulla da fare, gli esami del sangue hanno escluso con certezza che possa essere lei. Inoltre a infittire il caso è spuntata una botola che si trova nella casa della madre di Anna Corona, ex moglie del papà di Denise: nel corso di questi anni la botola non sarebbe mai stata analizzata. Una incongruenza investigativa che fa il paio con i sospetti che fin dall’inizio dell’inchiesta si sono concentrati proprio sulla ex moglie e sulla figlia Jessica. 

Tiziana Lapelosa per "Libero quotidiano" il 4 maggio 2021. «Cercate vicino», andava ripetendo Piera Maggio. «Cercato vicino». E vicino si cercò, ma poco e male nelle ore e nei giorni che seguirono quel primo settembre del 2004, quando di sua figlia, quattro anni, si persero le tracce da Mazara del Vallo, Trapani. Ora, a diciassette anni di distanza, dopo speranze più volte riaccese e altrettante spente di riabbracciare una bimba ormai donna, il caso Denis Pipitone si riapre. E le indagini del nuovo fascicolo della procura di Marsala riguardano eventuali depistaggi e fughe di notizie che avrebbero condizionato le ricerche e di conseguenza, il mancato ritrovamento della bambina. Ad occuparsi per prima della vicenda fu la pm Maria Angioni, oggi giudice a Sassari. All' indomani della "messa in scena" alla televisione russa, quasi un mese fa, su tale Olesya Rostova che si sperava essere Denise Pipitone ma che poi si è rivelato essere una montatura, la Angioni aveva confidato di «aver avuto grosse difficoltà» nel corso delle indagini sulla scomparsa di Denise, che «dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo». Ed è da qui che, sotto la supervisione del procuratore capo Vincenzo Pantaleo e dei sostituti procuratori Roberto Piscitello e Giuliana Rana, la procura siciliana è ripartita per aprire un nuovo fascicolo. Come primo atto ha chiamato a testimoniare proprio la Angioni, che all' epoca coordinò le indagini, misti a fatti "strani". Non sappiamo se ieri mattina abbia detto qualcosa in più rispetto a quel che già si sapeva e che è emerso al processo che ha visto imputata Jessica Pulizzi, sorellastra di Denise. Quando venne lasciata in una stanza insieme alla madre Anna Corona (contro di lei era stato aperto un fascicolo per omicidio chiuso poi con un' archiviazione) i dialoghi tra le due donne risultano "stranamente" sporcati dal rumore del condizionatore sotto il quale era stata messa la cimice, lasciando la finestra aperta. Coincidenza? Errore? Jessica Pulizzi viene assolta e pure il suo fidanzato Gaspare Ghaleb accusato di false dichiarazioni, nulla avrà a che fare con la giustizia. Jessica, lo ricordiamo, è la sorellastra di Denise, e all' epoca dei fatti aveva 17 anni. Insieme alla madre e alla sorella Alice nutriva un odio profondo nei confronti di Piera, mamma di Denise, che le avrebbe portato via il padre, Piero Pulizzi. Quest' ultimo, infatti, quando il marito di Piera Maggio era in Germania per lavoro, si innamorò di Piera e dalla loro relazione nacque Denise, che però verrà riconosciuta dal marito di DENISEFPU che di cognome fa Pipitone. Entrambi lasceranno poi i rispettivi partner. Gli elementi per una vendetta ci sarebbero stati tutti, ma non le prove. È possibile - e questa è l' ipotesi sulla quale si lavora dopo 17 anni - che qualora fossero esistite, sarebbero state viziate. Inoltre, all' epoca dei fatti, voci di paese parlavano di una relazione tra un esponente delle forze dell' ordine e un' amica della Corona. Da qui la possibile fuga di notizie. Ma sono tutte ipotesi. Il timore è che il nuovo filone di indagini possa essere un ulteriore buco nell' acqua. Almeno stando alle parole dell'ex procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa. Dice: «Una nuova inchiesta sul caso Denise può avere un senso se c' è un fatto rilevante, cioè se qualcuno dice una cosa che all' epoca non fu detta, ma se la situazione resta immutata a cosa serve una nuova indagine della Procura? Per accertare eventuali negligenze della Polizia o della Procura? A cosa approda?». E su eventuali depistaggi dice: «Ammesso che si accerti che sia stato fatto un depistaggio, con dolo, qui sembra invece si tratti di casi di negligenza, forse della Polizia, dopo 17 anni è tutto prescritto. Non c' è il reato di depistaggio ma di abuso d' ufficio o calunnia, che si prescrive dopo sei anni». «L' indagine che andava fatta», conclude il magistrato, «era quella di Milano, su quel video girato da un metronotte in cui si vedeva una bimba. Era sicuramente Denise, al 99 per cento, ci metto la mano sul fuoco». Intanto il sindaco di Mazara, Salvatore Quinci, fa sapere che l' intera giornata di domani sarà dedicata a Denise, con appuntamenti televisivi e manifestazioni. Presenti i genitori, Piera Maggio e Piero Pulizzi. Ancora una volta messi a dura prova.

Denise, spunta una taglia: "Vi pago 50mila dollari". Federico Garau il 4 Maggio 2021 su Il Giornale. La proposta dell'imprenditore italoamericano Tony Di Piazza: 50mila dollari a chi fornisce informazioni su Denise. I ringraziamenti di Piera Maggio a Mattino Cinque: "È sicuramente una persona molto sensibile". Una ricompensa di 50mila dollari per chiunque sia in grado di fornire informazioni utili sul caso di Denise Pipitone, la bimba scomparsa a Mazara del Vallo nell'ormai lontano primo settembre del 2004. Questa la personale iniziativa di Antonino (Tony) Di Piazza, imprenditore italoamericano e consigliere del Palermo calcio. Intervenuta nel corso di Mattino Cinque, Piera Maggio, madre di Denise, ha espresso tutta la propria gratitudine nei confronti dell'uomo. La vicenda di Denise, mai dimenticata, era nuovamente balzata alla cronaca in seguito alle dichiarazioni di Olesya Rostova, la giovane russa che durante una trasmissione televisiva aveva raccontato di essere stata rapita da bambina, lanciando un appello per ritrovare i propri genitori biologici. Scoperta la verità, ossia che la piccola Denise e la ragazza straniera non sono la stessa persona, la procura di Marsala ha deciso di riaprire le indagini. Lo scopo, soprattutto dopo aver udito le recenti affermazioni dell’ex pubblico ministero Maria Angioni, all'epoca incaricata di condurre il caso, è quello di verificare che non vi siano stati depistaggi od errori nel corso dell'attività investigativa. Toccato dalla storia della bambina scomparsa e della sua famiglia, l'ex vicepresidente del Palermo ha deciso di dare il proprio contributo, offrendo una ricompesa di 50mila dollari a chiunque sia in grado di fornire notizie utili su Denise. "Un tifoso del Palermo mi ha contattato l’altro giorno per chiedermi se avessi potuto mettere nella mia bacheca Facebook un annuncio in merito alla scomparsa della piccola Denise Pipitone", ha dichiarato Tony Di Piazza, come riportato dal portale Mediagol.it."Naturalmente è un caso che io seguo dalle origini. L’idea è quella di avere da persone informazioni utili, per mettere la parola fine a questa storia. La ricompensa sarebbe di 50mila dollari – equivalenti a circa 40 mila euro – magari questo potrebbe aiutare a chi sa, ed il compenso economico potrebbe sbloccare la coscienza delle persone. Spero che funzioni”. Raggiunta telefonicamente da Mattino Cinque, Piera Maggio ha commentato la proposta dell'imprenditore italoamericano. "È sicuramente una persona molto sensibile", ha dichiarato la donna."Questa situazione l'avrà toccato così tanto da rendersi disponibile. Sicuramente non è indifferente, anche nei primi anni dopo la scomparsa di Denise ci sono stati dei benefattori che hanno messo a disposizione qualche somma per fare si che qualcuno parlasse e dicesse la verità. Non chiamiamola taglia, diciamo più una ricompensa", ha aggiunto. Adesso è stato Di Piazza a mettersi a disposizione. Piera Maggio ha ringraziato in diretta televisiva l'imprenditore: "Con questa proposta, chi lo sa, magari chi ha avuto un tentennamento si può rafforzare ancora di più, e con questa ricompensa può fornire maggiori dettagli su cose che sa". Importante anche la decisione della procura di Marsala di riaprire le indagini. La donna si augura che la verità venga finalmente a galla: "Quello che chiedo in tutta questa vicenda è verità e giustizia per Denise, perché non si può far sparire una bambina così e farla franca".

Il personaggio. Chi è Tony Di Piazza, l’imprenditore italo-americano che offre 50mila dollari sul caso Denise Pipitone. Vito Califano su Il Riformista il 5 Maggio 2021. È aperto come non era mai stato negli ultimi anni il caso di Denise Pipitone. Un imprenditore italoamericano, Tony Di Piazza, ha perfino offerto 50mila dollari a chi fornirà informazioni utili alla vicenda della bambina scomparsa a Mazara del Vallo, nel 2004, e mai più ritrovata. La Procura di Marsala ha riaperto caso per chiarire eventuali depistaggi o errori nell’inchiesta. La vicenda è tornata al centro dell’attenzione mediatica il mese scorso, dopo tutta la telenovela e quindi l’attenzione attirata da una trasmissione in Russia su Olesya Rostova, una ragazza della stessa età di Denise, abbandonata alla nascita, che cercava i genitori. Il suo appello era stato accostato alla vicenda di Pipitone. Nulla di fatto. Solo tanto clamore mediatico. Maria Angioni, pm, ora giudice a Sassari, è stata invece ascoltata come persona informata sui fatti, in quanto indagò sul caso. Aveva dichiarato in televisione di sospettare fughe di notizie sull’inchiesta e che le persone intercettate all’epoca fossero informate. Nella puntata di stasera di Chi l’ha visto? sarà in collegamento Piera Maggio, madre di Denise Pipitone. “Adesso mi aspetto che la verità emerga forte e prepotente – ha commentato Piera Maggio, madre di Denise, sulla riapertura delle indagini – Quello che chiedo in tutta questa vicenda è verità e giustizia per Denise, perché non si può far sparire una bambina così e farla franca”. E quindi la madre della bimba a proposito di Tony Di Piazza ha osserva che “si tratta di una persona sensibile” condividendo sui social l’offerta dell’imprenditore spiegando che non è la prima volta che qualcuno contribuisce alle indagini e alla ricerca della verità con iniziative simili. “Chi lo sa, forse con questa offerta, chi ha avuto un tentennamento magari potrà fornire maggiori dettagli su cose che conosce”, ha aggiunto Maggio. Lo stesso Di Piazza ha spiegato il suo coinvolgimento: “Un tifoso del Palermo, mi ha contattato l’altro giorno, per chiedermi se avessi potuto mettere nella mia bacheca Facebook un annuncio in merito alla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Naturalmente è un caso che io seguo dalle origini. L’idea, naturalmente, è quella di avere da persone informazioni utili, per mettere la parola fine a questa storia. La ricompensa sarebbe di 50mila dollari – equivalenti a circa 40 mila euro – magari questo potrebbe aiutare a chi sa, ed il compenso economico potrebbe sbloccare la coscienza delle persone. Spero che funzioni”, ha detto Di Piazza a Pomeriggio Cinque.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

E.C. per leggo.it il 5 maggio 2021. Denise Pipitone, l'intercettazione choc a Pomeriggio 5: «Anna Corona è in casa con una bambina e le dice di stare zitta...». Oggi, nel corso del programma di Canale 5, si è tornati a parlare del caso di Denise Pipitone. Le telecamere di Barbara D'Urso sono fuori alla ex casa di Anna Corona, mentre è in corso l'ispezione delle forze dell'ordine. La conduttrice spiega cosa sta succedendo: «I vigili del fuoco e i carabinieri stanno ispezionando un pozzo nel box dell'ex casa di Anna Corona, dopo una segnalazione alla Procura. L'avvocato Frazzitta ha affermato che la segnalazione non è anonima». Poi, Barbara D'Urso lancia un'intercettazione ambientale: «Vi faccio ascoltare un audio in cui una bambina risponde al telefono a casa di Anna Corona e lei la zittisce. 'Pronto' dice la voce di una bambina o di un bambino e lei le dice 'Stai zitta'». Poi, la giornalista in collegamento legge le prime parole di Piera Maggio, la mamma di Denise, dopo aver appreso dell'ispezione nella casa di Mazara del Vallo: «Sono scioccata, non nego che ho pianto. Mi aspettavo almeno una telefonata, non sapevo che si stesse cercando il cadavere di Denise». In collegamento, il generale Luciano Garofalo, ex comandante dei Ris di Parma, commenta così: «L'intercettazione ambientale era già stata ascoltata dagli investigatori, è troppo breve e non è chiara. Perché l'ispezione ora? È molto probabile che ora sia arrivata una segnalazione in Procura. La Procura non può permettersi di fare ulteriori errori come in passato e per fare una prima verifica ha mandato gli specialisti. Perché la segnalazione è arrivata ora? Gli animi, le coscienze sono stati scossi dagli ultimi avvenimenti».

Denise Pipitone, l'audio choc a Pomeriggio 5: "Anna Corona è in casa con una bambina e le dice di stare zitta". Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Un'intercettazione choc sul caso di Denise Pipitone, la bambina di Mazara Del Vallo scomparsa a 4 anni nel 2004. Lo scoop è avvenuto nello studio di Pomeriggio Cinque, il programma condotto da Barbara D'Urso. Le telecamere della trasmissione si sono posizionate fuori dalla ex casa di Anna Corona, ex del papà di Denise, mentre è in corso l'ispezione delle forze dell'ordine. Nel frattempo la conduttrice ha spiegato: "I vigili del fuoco e i carabinieri stanno ispezionando un pozzo nel box dell'ex casa di Anna Corona, dopo una segnalazione alla Procura. L'avvocato Frazzitta ha affermato che la segnalazione non è anonima". La padrona di casa, poi, ha fatto ascoltare un audio choc. Un'intercettazione ambientale per la precisione. "Vi faccio ascoltare un audio in cui una bambina risponde al telefono a casa di Anna Corona e lei la zittisce. 'Pronto' dice la voce di una bambina o di un bambino e lei le dice 'Stai zitta'". Il giornalista in collegamento con la D'Urso, poi, ha letto le prime parole di Piera Maggio, la mamma della piccola Denise, dopo aver saputo dell'ispezione nella casa di Mazara Del Vallo: "Sono scioccata, non nego che ho pianto. Mi aspettavo almeno una telefonata, non sapevo che si stesse cercando il cadavere di Denise". Intanto a commentare l'intercettazione choc fatta sentire dalla D'Urso è stato il generale Luciano Garofalo, ex comandante dei Ris di Parma, in collegamento con Pomeriggio Cinque: "L'intercettazione ambientale era già stata ascoltata dagli investigatori, è troppo breve e non è chiara". E ancora: "Perché l'ispezione ora? È molto probabile che ora sia arrivata una segnalazione in Procura. La Procura non può permettersi di fare ulteriori errori come in passato e per fare una prima verifica ha mandato gli specialisti. Perché la segnalazione è arrivata ora? Gli animi, le coscienze sono stati scossi dagli ultimi avvenimenti". 

Annalisa Grandi per "corriere.it" il 5 maggio 2021. Nuove indagini sulla scomparsa di Denise Pipitone, la bambina sparita il 1 settembre del 2004 a Mazara del Vallo: i carabinieri della Scientifica stanno effettuando una ispezione nella casa di Mazara che era abitata da Anna Corona, ex moglie di Pietro Pulizzi, padre biologico di Denise, e madre di Jessica, la sorellastra di Denise che era stata accusata di averla rapita ma è stata assolta in tutti i gradi di giudizio. Il sopralluogo viene effettuato per verificare se siano stati effettuati dei lavori edili nella casa ed è stato disposto dalla Procura di Marsala che ha recentemente riaperto le indagini sulla scomparsa della piccola. La casa da tempo non è più di proprietà di Anna Corona, i carabinieri stanno effettuando il sopralluogo a seguito di una segnalazione secondo la quale il corpo di Denise potrebbe trovarsi nascosto in casa, celato da un muro costruito appositamente. I militari dell'Arma indagano anche sulla possibile presenza di una botola all’interno di uno dei due garage che porterebbe a uno scantinato e che negli anni non sarebbe mai stata ispezionata. Fonti investigative smentiscono al momento però che siano in atto ricerche del corpo della bimba. L’avvocato di Piera Maggio, la mamma di Denise, Giacomo Frazzitta ha fatto sapere che l’ispezione sarebbe scaturita da una segnalazione «non anonima». La custode dello stabile ha spiegato ai giornalisti che «gli attuali proprietari della casa sono in Svizzera» e la palazzina sarebbe disabitata da circa un anno. L’ispezione è stata disposta dal procuratore capo Vincenzo Pantaleo e dai sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana, che nei giorni scorsi hanno ascoltato l’ex pm Maria Angioni, titolare delle prime indagini sulla scomparsa della bimba e adesso in servizio a Sassari. Denise Pipitone era sparita da Mazara del Vallo il 1 settembre del 2004, quando aveva solo quattro anni: nel corso del tempo le indagini si erano concentrate sulla sorellastra Jessica Pulizzi poi indagata per sequestro di minore e assolta da tutte le accuse con sentenza definitiva della Cassazione del 2017.

Della vicenda di Denise Pipitone si era tornati a parlare settimane fa dopo la segnalazione di una giovane donna russa che si sperava potesse essere proprio Denise, ipotesi poi smentita dai test genetici.

Denise Pipitone, accertamenti a casa di Anna Corona: la scoperta di un pozzo segreto. Ilaria Minucci su Notizie.it il 05/05/2021. Caso Denise Pipitone, accertamenti a casa di Anna Corona: le forze dell’ordine hanno trovato un pozzo segreto, ispezionato dai vigili del fuoco. In relazione a quanto disposto dalla Procura di Marsala e alla riapertura delle indagini relative al caso della scomparsa di Denise Pipitone, sono in atto ispezioni e accertamenti presso l’abitazione di Mazara del Vallo abitata all’epoca dei fatti da Anna Corona, ex moglie di Pietro Pulizzi, padre biologico della bimba scomparsa il 1° settembre 2004. Nella giornata di mercoledì 5 maggio, i carabinieri e i vigili del fuoco hanno iniziato ad effettuare controlli presso l’appartamento occupato da Anna Corona al momento della sparizione della piccola Denise Pipitone. In seguito alla registrazione di alcune nuove testimonianze che hanno sottolineato la presenza di una botola afferente alla casa di Anna Corona, madre di Jessica Pulizzi (già accusata del rapimento della sorellastra e, di conseguenza, processata e assolta) i magistrati hanno reputato indispensabile procedere alla riapertura delle indagini. Gli accertamenti, quindi, sono divenuti necessari e si stanno concentrando non solo sull’abitazione della donna ma anche e soprattutto sulla botola nel garage annesso alla casa e sul pozzo che essa ricopre. Le indagini sono state affidate ai carabinieri della Scientifica che, tuttavia, per procedere alla ricerca del pozzo hanno deciso di avvalersi della cooperazione dei vigili del fuoco che si sono subito attivati al fine di verificare la botola, situata all’interno del garage. In questo contesto, i pompieri si sono prontamente muniti di una pompa idrovora, opportunamente montata, poiché appaiono essere certi che la botola porti a un pozzo molto verosimilmente ricolmo d’acqua. Pertanto, gli uomini in servizio dovranno procedere allo svuotamento del pozzo prima di poter proseguire con gli accertamenti del caso e continuare a cercare Denise. Una simile decisione è scaturita dopo l’intervento sul posto del gruppo Saf dei Vigili del Fuoco che hanno condotto un’ispezione preliminare del pozzo. Inoltre, per eseguire tutte le operazioni di accertamento necessarie, i pompieri si sono equipaggiati con svariate bombole d’ossigeno, torce e scale, fondamentali per avere la possibilità di perlustrare in modo completo e accurato il pozzo. Le forze dell’ordine, poi, hanno raccolto una particolare testimonianza relativa al pozzo da controllare rilasciata da una ex vicina di casa di Anna Corona. La donna, infatti, ha spiegato: “Ognuna delle case che sono state costruite in questa zona sono dotate di un pozzo perché, quando abbiamo costruito le abitazioni, la zona non era servita dalla rete idrica di acqua potabile”. Intanto, le indagini e le verifiche procedono anche se, a questo proposito, fonti investigative hanno recentemente smentito che le forze dell’ordine siano alla ricerca del cadavere di Denise.

La scomparsa di Denise: i vigili ispezionano sino a sera un pozzo a casa di Anna Corona. Salvo Palazzolo su La Repubblica il 5 maggio 2021. E' stata la procura di Marsala a disporre nuovi accertamenti interrotti alle 20,30. Al lavoro la Scientifica. Stasera una fiaccolata a Mazara. La procura di Marsala ha inviato questa mattina i carabinieri nell'abitazione di Anna Corona, la madre di Jessica Pulizzi, la sorellastra di Denise Pipitone, la bambina scomparsa l'1 settembre 2004 a Mazara del Vallo. E' stata disposta un'ispezione, per "accertare lo stato dei luoghi". Nei giorni scorsi, i magistrati hanno riaperto il caso, ascoltando alcune persone, stanno anche vagliando una segnalazione che sarebbe arrivata al palazzo di giustizia: un anonimo ha parlato di una misteriosa botola e di alcuni "strani" lavori di ristrutturazione che potrebbero essere stati fatti per eliminare le tracce di una stanza segreta. Nel pomeriggio, sono arrivati pure i vigili del fuoco, per ispezionare un pozzo trovato in garage, è profondo dieci metri. I vigili hanno montato una pompa idrovora. Intanto, i carabinieri di Mazara del Vallo hanno ispezionato la casa confrontando lo stato dei luoghi con una pianta del catasto. Intorno alle 20.30, l'attività è stata sospesa. In quella casa, dove Anna Corona non vive più da un anno, gli investigatori erano già stati tante volte nel 2004. All'epoca, il sospetto era che la donna (ex moglie di Pietro Pulizzi, il padre naturale di Denise) avesse aiutato la figlia nel suo piano di vendetta. Ipotesi caduta con l'assoluzione di Jessica, in tutti e tre gradi di giudizio. Ma in quella casa di via Pirandello, a Mazara, gli inquirenti sono adesso tornati. Qualcuno ha fornito nuove indicazioni agli investigatori? C'è una nuova pista sulla scomparsa di Denise? In realtà, questa è la pista principale seguita dagli inquirenti, quella familiare. Il procuratore Vincenzo Pantaleo e i sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana stanno riesaminando la vecchia indagine, nei giorni scorsi hanno anche ascoltato l'ex pm Maria Angioni, ora giudice a Sassari. Obiettivo, quello di cogliere eventuali depistaggi avvenuti nei primi giorni dell'inchiesta. La magistrata, intervenuta in alcune trasmissioni Tv, ha parlato di scarsa collaborazione di alcuni testimoni, ma ha anche fatto una denuncia pesante: "Ci rendemmo presto conto che alcune persone sapevano di essere intercettate. Allora smisi di intercettare, e poi ripresi le indagini con una forza di polizia diversa, nel disperato tentativo di salvare il salvabile". Cosa accadde davvero in quei giorni? Stasera, a Mazara, è prevista una fiaccolata per Denise. Dice il sindaco Salvatore Quinci: "Abbiamo chiamato a raccolta scuole, associazioni e cittadinanza con l'obiettivo di testimoniare la nostra solidarietà a Piera e Piero e per chiedere con forza verità".

"Denise è caduta in un pozzo", quella voce all'inizio delle indagini. Angela Leucci il 6 Maggio 2021 su Il Giornale. Manifestazione di solidarietà per Denise Pipitone a poche ore dai sopralluoghi nella vecchia casa di Anna Corona: ecco cos'è accaduto a "Chi l'ha visto?". La puntata di ieri di “Chi l’ha visto?” si è aperta con il collegamento dal centro siciliano insieme con i genitori di Denise Piera Maggio e Piero Pulizzi, il legale Giacomo Frazzitta, il sindaco e il vescovo di Mazara che hanno lanciato appelli per il ritrovamento della bimba a quasi 17 anni dalla sparizione. L’attenzione della giornata era però rivolta soprattutto ai sopralluoghi che si sono tenuti ieri nell’ex abitazione di Anna Corona, dove è stata trovata una botola in garage, che consente l’accesso alle cisterne con le riserve d’acqua, un’usanza necessaria in alcuni periodi dell'anno e quindi presente in molti paesi della Sicilia e del Sud Italia. E, in maniera insolita, si parla di un pozzo in una citazione di Maria Angioni, oggi giudice del lavoro a Sassari, che da magistrato si occupò a suo tempo della scomparsa di Denise. La donna ha infatti affermato che qualcuno della polizia giudiziaria la accusò di cercare le luci della ribalta, ma invece “la bambina era caduta in un pozzo”. Angioni ha anche raccontato alcuni dettagli delle indagini: i bambini della zona parlarono di un’automobile, che nei giorni precedenti alla scomparsa di Denise si palesò più volte nel quartiere in cui la piccola abitava. Angioni è inoltre fiduciosa che Denise sarà ritrovata e spiega che l’errore degli inquirenti nel non perquisire la casa di Anna Corona nel giorno della scomparsa è stato un “peccato veniale”, per usare le parole di Federica Sciarelli: Anna Corona aveva in effetti abitato al piano terra in precedenza e si potrebbe essere generata confusione. Ma al tempo stesso il magistrato solleva un interrogativo: perché la donna non ha detto che non era casa sua? Per quanto riguarda i sopralluoghi di ieri, Piera Maggio ha affermato di aver appreso tutto solo dalle notizie emerse mentre si stava recando all’avvocato in preparazione della manifestazione di ieri sera. “Mi ha devastato sapere che si cercava un corpo - ha detto mamma Piera - Mi aspettavo un po’ più di delicatezza”. Il garage della vecchia casa di Anna Corona non è stato posto sotto sequestro e Piero Pulizzi, che in quello stabile ha abitato, ha raccontato di non ricordare nessuna botola, ma anche che il garage era molto grande e vi erano parcheggiate sempre diverse automobili. “Mi auguro che le indagini proseguano - ha commentato l’avvocato Giacomo Frazzitta - e che siano più riservate di quanto avvenuto oggi. Credo che sia stato un intervento mirato e che il muro di omertà inizi a sgretolarsi”.

Denise Pipitone, trovato un pozzo sotto la botola: "Lo stanno svuotando", è il momento della verità? Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Nel giorno in cui è prevista una fiaccolata nel nome di Denise Pipitone, Mazara del Vallo è stata scossa dalla notizia della riapertura delle indagini e soprattutto sull’ispezione in corso nella casa che fu abitata da Anna Corona, la madre dell’ex moglie del padre della bambina scomparsa il primo settembre 2004. L’attenzione dei Vigili del Fuoco, che da ore operano in quell’abitazione, è puntata su un pozzo che si trova sotto una botola nel garage di via Pirandello. È arrivata anche una squadra del San, il gruppo Speleo Alpino Fluviale provinciale. Quest’ultimo ha montato una pompa idrovora per svuotare il pozzo: non è ancora chiaro che cosa si sta cercando, ma a giudicare dagli specialisti messi in campo si intuisce che stanno portando avanti una ricerca molto precisa. In precedenza all’interno dell’abitazione i Ris hanno cercato delle tracce di intonaco recente, o di lavori strutturali: l’ispezione è in corso da mezzogiorno e pare sia partita da una segnalazione anonima, arrivata a 17 anni dalla scomparsa di Denise Pipitone. Inoltre l’inviata de La Vita in Diretta - la trasmissione di Rai1 condotta da Alberto Matano - ha aggiunto ulteriori dettagli importanti.  “L’informazione diceva di venire qui a fare un sopralluogo su due cose: lavori in muratura che potessero risultare freschi, mi parlavano di una macchia, e poi un’altra cosa che non ci hanno voluto dire”, ha dichiarato l’inviata di Rai1. Più avanti è emerso chiaramente che “l’altra cosa” era la botola, sotto alla quale c’è un pozzo che adesso deve essere svuotato. 

Ecco cosa hanno trovato nella casa dove cercano Denise. Angela Leucci il 5 Maggio 2021 su Il Giornale. Terminati i sopralluoghi nella casa in cui vissero Anna Corona e Jessica Pulizzi: Denise Pipitone risulta ancora scomparsa dal 2004.  I vigili del fuoco hanno lasciato da poco la ex casa di Anna Corona, dove oggi si sono svolti dei sopralluoghi. La struttura è stata da sempre ritenuta importante per le ricerche di Denise Pipitone, la bambina di 4 anni scomparsa da oltre 16 senza lasciare traccia a Mazara del Vallo in provincia di Trapani.

Le ricerche. La giornata di ricerche è iniziata oggi con i carabinieri nella vecchia casa di Anna Corona. A essi si sono aggiunti i vigili del fuoco e i rilevamenti dei Sis. Pare siano state cercate tracce di intonaco recente o di modifiche strutturali o forse di una "stanza segreta" dice Adnkronos, dato che gli inquirenti erano muniti di mappe catastali. In garage pare sia stata rinvenuta una botola con accesso a un pozzo, che i vigli del fuoco hanno provveduto a svuotare. La Procura di Marsala ha tuttavia smentito che si stessero cercando resti umani.

La riapertura delle indagini. Da quando una trasmissione russa ha acceso i riflettori sulla possibilità che una giovane alla ricerca della sua famiglia naturale, Olesya Rostova, potesse essere Denise, i media sono tornati a trattare diffusamente della scomparsa della bambina che il primo settembre 2004 svanì dai pressi della sua casa a Mazara del Vallo. Trasmissioni come “Chi l’ha visto?” e “Quarto Grado” hanno riportato in auge questioni importanti che emersero durante le indagini verso Jessica Pulizzi, figlia di Piero Pulizzi, il padre naturale di Denise. Jessica è stata ritenuta innocente e non coinvolta nella vicenda in tre gradi di giudizio, come prevede la giustizia italiana. Ma il mistero di Denise resta ancora aperto. Così nei giorni scorsi la Procura di Marsala ha aperto un nuovo fascicolo di indagine per controllare che non ci siano stati eventuali depistaggi e fughe di notizie che potrebbero aver compromesso un eventuale ritrovamento della piccola. È stata raccolta la testimonianza del magistrato Maria Angioni che a suo tempo coordinò le indagini. Proprio lei, che ora è giudice a Sassari, aveva parlato di presunte fughe di notizie che avrebbero influito sulla riservatezza che è d’obbligo nelle indagini. "Abbiamo avuto grossi problemi - ha detto Angioni - Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile".

Perché si cerca nella vecchia casa di Anna Corona. Anna Corona è la madre di Jessica Pulizzi e la ex moglie di Piero. Sebbene Denise sia figlia naturale di Piero e nata dalla sua relazione con Piera Maggio, il cognome di Denise è Pipitone, dall’ex marito di mamma Piera. Attualmente Anna e Jessica non abitano più da tempo in questa casa, che è di proprietà di un’altra famiglia e disabitata da un anno. L’abitazione pare non sia stata perquisita nell'immediato dagli inquirenti: il pomeriggio dopo la scomparsa di Denise, le forze dell’ordine si recarono nella casa, ma vennero fatti accomodare nei locali al piano terra, abitati da un’altra famiglia. Questo fu un dettaglio emerso durante l’indagine verso Jessica ma sembra non essere direttamente connesso con le novità del caso Pipitone. Angioni ha spiegato infatti che all'epoca il garage e lo scantinato della palazzina furono ispezionati, ma, come riporta Adnkronos, il magistrato ha anche aggiunto di non ricordare nulla di un pozzo. Le ricerche di oggi sono state motivate in virtù di una presunta segnalazione anonima. Il legale di Piera Maggio Giacomo Frazzitta ha smentito però che si sia trattato di una segnalazione anonima.

Denise Pipitone, ispezionata la casa di Anna Corona: "Segnalato un cadavere nascosto dietro un muro". Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Il caso di Denise Pipitone è tornato d’attualità qualche settimana fa, quando una ragazza russa che era stata rapita alla stessa età della figlia di Piera Maggio è andata in televisione a cercare la sua vera famiglia. Purtroppo gli esami del sangue hanno escluso con certezza che quella ragazza fosse la bambina scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004. Il caso però è stato riaperto, al punto che la procura di Marsala ha disposto nuovi accertamenti sulla scomparsa di Denise per verificare alcuni nuovi dettagli emersi negli ultimi giorni. In queste ore i carabinieri della stazione di Mazara del Vallo e del reparto operativo di Trapani hanno eseguito un accertamento all’interno della casa in cui abitava Anna Corona, madre della sorellastra Jessica Pulizzi ed ex moglie del padre di Denise. In particolare si ricercano eventuali lavori in muratura sospetti per verificare una segnalazione macabra, secondo cui il cadavere della bambina scomparsa potrebbe essere stato nascosto dietro un muro costruito appositamente. Inoltre l’obiettivo della perlustrazione è verificare l’esistenza di una botola che condurrebbe a uno scantinato nella casa della mamma di Anna Corona: tale botola non sarebbe mai stata ispezionata, stando ai dettagli emersi ultimamente sui media. L’abitazione di via Piranello non rientra più nella disponibilità della donna, ma è stata acquistata da una famiglia che vive all’estero. Si attende di conoscere l’esito dell’accertamento, che è stato disposto dal procuratore capo Vincenzo Pantaleo e dai sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana. 

Denise Pipitone, la madre Piera Maggio: “Non sapevo stessero cercando un cadavere”. Ilaria Minucci su Notizie.it il 05/05/2021. Nel corso della puntata “Ore 14” in onda su Rai2, la mamma di Denise Pipitone, Piera Maggio, ha commentato gli accertamenti condotti dalle forze dell’ordine. Nel corso del programma Ore 14 in onda su Rai2, Piera Maggio è intervenuta per manifestare la propria opinione e i propri sentimenti in merito ai recenti accertamenti condotti per ritrovare sua figlia Denise, scomparsa da Mazzara del Vallo il 1° settembre 2004. Le forze dell’ordine stanno effettuando alcuni importanti accertamenti presso l’appartamento in cui, all’epoca della scomparsa di Denise Pipitone, viveva Anna Corona, ex moglie di Piero Pulizzi, padre naturale della bambina e attuale compagno di Piera Maggio. A proposito delle verifiche condotte da carabinieri e vigili del fuoco, si è espressa la madre stessa di Denise che, partecipando al programma Ore 14 trasmesso su Rai 2, ha dichiarato quanto segue: “Sono scioccata: ho saputo questa notizia dai giornali. Non sapevo nulla di questo accertamento: so che gli accertamenti devono essere fatti ma non immaginavo che si parlasse di un cadavere di Denise. Avrei voluto un minimo di delicatezza e avrei voluto che mi fosse stata data notizia di questo accertamento attraverso il mio legale”. Intanto, i vigili del fuoco si stanno occupando di eseguire perlustrazioni e controlli non soltanto all’interno della vecchia abitazione di Anna Corona ma stanno passando al vaglio il palazzo nel suo complesso, il garage e anche un pozzo situato nella zona antistante l’appartamento. La singolare vicenda denunciata da Piera Maggio è stata commentata anche dal legale della donna, Giacomo Frattizza, che ha precisato: “Tutto questo non è giusto. Qual è la delicatezza nei confronti di una madre? Cosa mi hanno dimostrato? Che parlano con me attraverso i giornalisti?”. Nel corso della sua ultima apparizione televisiva a Ora 14, inoltre, Piera Maggio, accompagnata e sostenuta dall’avvocato Frattizza, ha voluto lanciare un significativo appello volto a ribadire la necessità di preservare la riservatezza di indagini come quelle che caratterizzano le ricerche per il ritrovamento di Denise. La donna, infatti, ha annunciato: “Ho sempre detto che fino a prova contraria Denise va cercata: se mi dimostrano il contrario, mi fermo ma devono dimostrarmelo e non devono dirmelo attraverso i giornali”. Infine, prima di lasciare lo studio del programma televisivo targato Rai insieme a Piera Maggio, l’avvocato Giacomo Frattizza ha deciso di rivolgere pesanti critiche e accuse in relazione all’attuale svolgimento delle indagini che accompagnano il caso di Denis Pipitone, sottolineando: “Ho grande stima nei confronti del procuratore Pantaleo, capo della procura di Marsala, che è persona riservatissima e che ha grande attenzione per le indagini ma qualcuno ha traditola riservatezza del procuratore”.

Denise Pipitone, Piera Maggio crolla: "Perché?". Sotto choc, lascia la trasmissione "Ore 14" in diretta. Tiziana Lapelosa su Libero Quotidiano il 06 maggio 2021. Torna, prepotente, il caso di Denise Pipitone. Nel giorno in cui Mazara del Vallo ricorda con diverse iniziative la bambina scomparsa il primo settembre del 2004, e quando la madre, Piera Maggio, è ospite su Rai 2 nella trasmissione Ore 14 proprio per non spegnere i riflettori sulla figlia, arriva la notizia che i carabinieri stanno ispezionando la casa all'epoca abitata da Anna Corona, ex moglie di Piero Pulizzi, che è il papà di Denise. Di più: trapela il particolare che si è a caccia di un corpo. Facile immaginare quale. Piera Maggio non regge alla notizia. Pallida in viso, provata, lascia la trasmissione. Perché non è stata avvertita? si chiede. E così il suo avvocato, Giacomo Frazzitta, che ha ricevuto il link con l'indiscrezione durante la trasmissione condotta da Milo Infante. Ma la notizia non viene confermata dalla procura di Marsala, il cui procuratore capo, Vincenzo Pantaleo, e i sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana, hanno sì disposto accertamenti, ma sui lavori di ristrutturazione in quella casa abitata all'epoca dalla Corona e da sua figlia Jessica Pulizzi, sorellastra di Denise, principale sospettata per la scomparsa della bambina e uscita sempre pulita dai processi. Ieri, in quella casa che ha nuovi proprietari che vivono in Svizzera, disabitata da un anno, i militari della sezione investigazioni scientifiche del comando provinciale di Trapani e della stazione di Mazara del Vallo, sono entrati ufficialmente «per verificare lo stato dei luoghi e se sono stati effettuati lavori edili all'interno». Ma pare che l'ispezione sia il frutto di una "macabra segnalazione", anonima, che però è stata smentita dal legale della Maggio. Ma tutto resta avvolto nel mistero. Quel che si sa, per ora, è che i militari sono a caccia di eventuali doppie pareti, murature sospette all'interno di quell'abitazione al civico 55 di via Pirandello le cui chiavi sono state consegnate da un custode alle forze dell'ordine. È nella strada nei pressi di quel civico, case basse e tutte simili, che la piccola era stata vista per l'ultima volta prima di essere inghiottita dal nulla. Nel mirino dei militari, inoltre, c'è anche una botola che condurrebbe ad uno scantinato nella casa della mamma di Anna Corona e che all'epoca dei fatti non fu ispezionata. Qui, per tutto il pomeriggio, ha lavorato una squadra dei vigili del Fuoco con l'obiettivo di svuotare il pozzo. Carte del catasto alla mano, non è stata trovata nessuna traccia della piccola Denise. L'ispezione arriva dopo 17 anni. E di indagini "viziate", del resto aveva parlato Maria Angioni, la pm che 17 anni fa si trovò ad affrontare il caso e che incontrò non poche difficoltà nel condurre le indagini. Non a caso, il magistrato, che oggi esercita a Sassari, quattro giorni fa è stata ascoltata dai colleghi della procura di Marsala, che ha aperto un nuovo fascicolo per depistaggio. Questo nuovo capitolo che non si ancora dove condurrà, di certo sta mettendo a dura prova la mamma di Denise, che ieri sera ha preso parte alla fiaccolata organizzata a Mazara del vallo, e con lei il legale e il papà di Denise, Piero Pulizzi. «Vedere tanta gente che ci dà calore e umanità, è una cosa che ci dà forza in una situazione angosciante», ha detto al termine della fiaccolata in piazza della Repubblica a Mazara, dove il sindaco si è fatto promotore dell'iniziativa "Insieme per Denise". «Siamo qui per chiedere verità», ha detto Piera, accanto al Piero Pulizzi. E sugli accertamenti di ieri ha precisato: «Qualcuno, forse, sta rispondendo delle non verità dette in questi anni», tesi da lei sempre sostenuta.

La madre: "La pacchia è finita, chi ha sbagliato deve pagare". Ricerche Denise Pipitone, dalla botola al pozzo: nessuna traccia nella palazzina. Giovanni Pisano su Il Riformista il 5 Maggio 2021. Nessuna traccia di Denise Pipitone nella palazzina abbandonata di via Pirandello a Mazara del Vallo, nel Trapanese. E’ quanto apprende l’agenzia Adnkronos al termine di una giornata convulsa, segnata dalla lunga ispezione eseguita a partire dal primo pomeriggio da parte dei carabinieri del Ris e della sezione scientifica oltre che dai vigili del fuoco nell’edificio dove viveva fino a pochi anni fa Anna Corona, madre della sorellastra di Denise, scomparsa il primo settembre del 2004, ed ex moglie di Piero Pulizzi, padre biologico della bimba sparita all’età di 4 anni. I Vigili del fuoco e i Carabinieri del Ris sono stati al lavoro fino alle 20.15 nella palazzina, cercando anche con le carte del catasto alla mano, eventuali tracce di lavori di muratura fatti negli ultimi anni. Controlli anche nel garage e in una botola, al di sotto della quale c’era un pozzo. Nessuna traccia della piccola scomparsa quasi 17 anni fa. A far scattare l’ispezione, disposta dalla procura di Marsala, che pochi giorni fa ha riaperto il caso, era stata una segnalazione non anonima che ha indicato agli investigatori alcune notizie ritenute “molto interessanti”. I vigili del fuoco hanno attivato una pompa idrovora per svuotare il pozzo dal quale non sarebbero emersi particolari utili alle indagini.

La segnalazione sospetta. Stando a quanto apprende l’agenzia Agi, l’oggetto dell’accertamento, disposto dal procuratore capo di Marsala Vincenzo Pantaleo e dai sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana, riguarda l’esistenza di lavori in muratura sospetti all’interno dell’abitazione di Mazara del Vallo in cui abitava la donna. Alla base ci sarebbe una macabra segnalazione, rispetto alla presenza del cadavere della piccola Denise, celata da un muro costruito appositamente. I militari starebbero cercando una botola che porterebbe a uno scantinato nella casa della mamma di Anna Corona, che non sarebbe mai stata ispezionata, così come riferito da alcuni media.

La manifestazione per Denise. Intanto in serata a Mazara del Vallo c’è stata una manifestazione organizzata dal Comune e denominata “Insieme per Denise2”. “Ci auguriamo verità e giustizia per Denise: chi ha sbagliato deve pagare, nonostante siano passati 17 anni. Adesso la pacchia è finita” ha dichiarato la madre Piera Maggio. Alla manifestazione sono presenti anche il sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci, il vescovo, monsignor Domenico Mogavero, e l’avvocato Giacomo Frazzitta, storico legale di Piera Maggio. Sempre Piera Maggio, nel corso della trasmissione “Ore 14” andato in onda oggi, mercoledì 5 maggio, su Rai 2, si era detta “choccata” quando “ho saputo questa notizia dai giornali. Non sapevo nulla di questo accertamento: so che gli accertamenti devono essere fatti ma non immaginavo che si parlasse di un ‘cadavere’ di Denise. Avrei voluto un minimo di delicatezza e avrei voluto che mi fosse stata data notizia di questo accertamento attraverso il mio legale”.

La nuova inchiesta. Nei giorni scorsi la procura di Marsala ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di depistaggio e fuga di notizie. Fra i primi atti del nuovo fascicolo c’è stata ieri l’audizione dell’ex pm Maria Angioni che indagò sulla scomparsa della piccola Denise. Nei giorni scorsi l’ex pm ha dichiarato di avere avuto il sospetto di fughe di notizie sull’inchiesta e in particolare che le persone intercettate sapessero di avere i telefoni intercettati. I magistrati siciliani stanno cercando di capire se ci sono stati depistaggi o errori nell’inchiesta.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Lo sfogo dopo le ispezioni. Denise Pipitone, l’appello della madre Piera Maggio: “Adesso basta, chi sa parli”. Vito Califano su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Il caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa a Mazara del Vallo a settembre 2004, è tornato al centro dell’attenzione mediatica. Prima per l’appello della ragazza russa Olesya Rostova poi per la riapertura delle indagini e quindi per le perquisizioni di ieri. “In questa città c’è chi ha visto e sa come è scomparsa Denise ed è a queste persone che mi rivolgo: adesso basta, fatevi coraggio e l’ora di parlare, non potete tenervi sulla coscienza questo peso – l’appello lanciato con un’intervista all’Ansa da Piera Maggio, madre di Denise Pipitone – Denise è figlia di questa città e dobbiamo proteggerla. La mia piccola merita verità e giustizia”. Sospesa ieri sera l’ispezione dei Carabinieri della Scientifica e dei vigili del fuoco nella casa di via Pirandello 55 a Mazara del Vallo che fu in uso ad Anna Corona, l’ex moglie di Pietro Pulizzi, papà biologico della piccola Denise Pipitone. La donna è la mamma di Jessica Pulizzi (sorellastra della piccola scomparsa l’1 settembre 2004), finita sotto processo e assolta nei tre gradi di giudizio. Era trapelato da alcuni media la notizia sui resti di Denise, subito smentita. L’ispezione, nella casa oggi di proprietari che risiedono all’estero, è stata disposta dalla Procura di Marsala “per verificare lo stato dei luoghi e se sono stati effettuati lavori edili” dopo la riapertura delle indagini sulla scomparsa di Denise. Gli inquirenti, sulla base di alcune segnalazioni, hanno cercato una stanza segreta dove potrebbe essere stata nascosta Denise subito dopo il rapimento e hanno anche fatto ispezionare un garage con una botola e un pozzo sottostante. Le ricerche fino ad ora non hanno dato alcun esito. L’edificio non è stato posto sotto sigilli. Ieri sera in piazza della Repubblica l’abbraccio dei mazaresi a Piera Maggio che da quasi 17 anni non ha mai smesso di cercare la figlia. “Apprendere in tv che cercavano i resti di Denise nell’ex casa di Anna Corona mi ha fatto molto male, è stato un colpo inaspettato. Chi ha avuto il cattivo gusto di dire queste falsità? – s’interroga la mamma di Denise. “Finché non saprò la verità su mia figlia non mi fermerò di lottare. Chi sa parli ora. Questi 17 anni sono stati un tempo lunghissimo che abbiamo vissuto con Piero sperando di poter riabbracciare Denise e, dall’altro lato, vivendo i processi in cui abbiamo scoperto cose clamorose che oggi, grazie ai media, sono diventate di dominio pubblico”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Salvo Toscano per il "Corriere della Sera" il 6 maggio 2021. Una nuova puntata nella triste storia infinita della scomparsa della piccola Denise Pipitone. Ieri a Mazara del Vallo i carabinieri della Scientifica di Trapani hanno condotto un'ispezione nell'abitazione di via Pirandello dove viveva Anna Corona, l'ex moglie di Pietro Pulizzi, padre biologico della bambina scomparsa il primo settembre del 2004. Si è trattato di una verifica dello stato dei luoghi nell'ambito dell'indagine riaperta dalla Procura di Marsala. La donna un tempo abitava nell'abitazione di via Pirandello assieme alla figlia Jessica Pulizzi, sorellastra di Denise, finita sotto processo per la scomparsa della bambina e assolta nei tre gradi di giudizio. Anche Anna Corona finì sotto inchiesta, ma la sua posizione fu archiviata nel dicembre 2013 su richiesta degli stessi pubblici ministeri. Erano circolate nel pomeriggio indiscrezioni che i militari stessero addirittura cercando i resti della bambina. Indiscrezioni smentite da fonti investigative di Marsala, che nel frattempo però avevano raggiunto Piera Maggio, la mamma di Denise che da anni si batte per conoscere la verità sulla sparizione della figlia. In quel momento Piera Maggio era collegata con Rai due e ha abbandonato la trasmissione visibilmente provata. Nell'appartamento di Mazara sono andati a dar man forte ai carabinieri anche i Vigili del fuoco. La strada è stata transennata. L'attenzione degli inquirenti sarebbe concentrata su una botola, che collega un garage a uno scantinato e a un pozzo profondo diversi metri, un'area comunque già ispezionata in passato. Si vuole verificare inoltre se siano stati eseguiti negli anni lavori edili sulla struttura, in particolare l'attenzione sarebbe stata rivolta alla possibilità che nell'immobile sia stato eretto un muro, come avrebbero appreso gli inquirenti da segnalazioni giunte in Procura. Nella casa non vive più da tempo Anna Corona. La custode dello stabile ha spiegato ai giornalisti che «gli attuali proprietari della casa sono in Svizzera» e la palazzina sarebbe disabitata da circa un anno. Una vicina ha poi spiegato che «tutte le case costruite in questa zona sono dotate di un pozzo». Gli inquirenti hanno smentito che si cerchino i resti della piccola, trapela piuttosto l'ipotesi di un tentativo di trovare eventuali tracce di un passaggio della bambina svanita nel nulla la mattina di quel primo settembre mentre giocava vicino a casa. L'ispezione che si è protratta per ore non avrebbe dato alcun esito. Il tutto nel bel mezzo della giornata che Mazara ha dedicato alla bambina misteriosamente scomparsa a soli quattro anni, che nel tempo è stata oggetto di una lunga serie di avvistamenti purtroppo sempre infondati, fino alla recente vicenda della ragazza russa sua coetanea portata alla ribalta da una trasmissione tv. La giornata dedicata a Denise è un'iniziativa del Comune con una serie di appuntamenti programmati con emittenti nazionali e una manifestazione serale, con Piera Maggio, Piero Pulizzi e l'avvocato Giacomo Frazzitta in piazza della Repubblica. «Abbiamo chiamato a raccolta scuole, associazioni e cittadinanza con l'obiettivo di testimoniare la nostra solidarietà a Piera e Piero e per chiedere con forza verità per Denise», ha spiegato il sindaco Salvatore Quinci. «È stata una giornata pesata - afferma Piera Maggio -, oggi mi appello a quanti non ci sono vicini, soprattutto a chi sa». La notizia della riapertura delle indagini sul caso Pipitone si era appresa solo pochi giorni fa. L'inchiesta è coordinata dal procuratore capo Vincenzo Pantaleo e dai sostituti Roberto Piscitello e Giuliana Rana, che nei giorni scorsi hanno ascoltato l'ex pm Maria Angioni, titolare delle prime indagini sulla scomparsa della bimba, ora in servizio a Sassari. Angioni aveva tra l'altro dichiarato in tv che all'epoca ebbe il sospetto che le persone sottoposte a intercettazioni sapessero di essere sotto controllo. Fughe di notizie e possibili depistaggi. Altro pezzo di un mistero doloroso che dura da 17 anni.

L'ispezione. Perché la casa di Anna Corona e Jessica Pulizzi è stata perquisita: le novità nel caso di Denise Pipitone. Vito Califano su Il Riformista il 5 Maggio 2021. Altra giornata di notizie e sconvolgimenti nel caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Mazara del Vallo, provincia di Trapani, nel settembre 2004. I carabinieri della Scientifica di Trapani hanno effettuato un’ispezione nell’abitazione di via Pirandello, in passato in uso ad Anna Corona, l’ex moglie di Pietro Pulizzi, papà biologico della piccola Denise Pipitone. La donna è la mamma di Jessica Pulizzi. Il sopralluogo, disposto dalla Procura di Marsala, sta avvenendo “per verificare lo stato dei luoghi e se sono stati effettuati lavori edili”. Da alcuni giorni la Procura di Marsala ha riaperto le indagini sulla scomparsa di Denise. Fonti investigative di Marsala smentiscono che siano in atto ricerche del corpo di Denise. L’unica nota ufficiale sulla perquisizione dice che il sopralluogo è stato disposto dalla Procura di Marsala “per verificare lo stato dei luoghi e se sono stati effettuati lavori edili”.

LA VICENDA – Primo settembre 2004. Denise Pipitone ha quasi quattro anni. Figlia di Piera Maggio, casalinga, e Toni Pipitone, 40enne. Ha un fratello, Kevin, di 11 anni. La famiglia vive a Mazara del Vallo. Maggio, la madre, la mattina si era recata a un corso di informatica. Quando viene informata della sparizione torna immediatamente a casa. L’ultima volta che la bambina è stata vista erano le 11:35, giocava nel garage-cucina mentre la nonna preparava il pranzo. Si affaccia al cancello che separa la strada da casa della zia e da quel momento niente più. Nessuna traccia.

Negli anni sono state numerosi le segnalazioni: dal gruppo di nomadi a Milano – una segnalazione che sembra più attendibile delle altre, ma i nomadi spariranno nel nulla anche loro – fino all’avvistamento sull’isola di Kos in Grecia fino all’appello della ragazza russa Olesya Rostova, nel marzo 2021, che ha suscitato tanto clamore senza portare a nessuna conclusione. Il movente più accreditato resta quello privato: Denise Pipitone sarebbe figlia infatti di una relazione extraconiugale tra Piera Maggio e Pietro Pulizzi, sposato con Anna Corona e padre di Jessica. Proprio quest’ultima viene indagata per concorso in sequestro di persona, movente di “gelosia e astio”. Un rapimento compiuto con la complicità della madre e dell’ex fidanzato Gaspare Ghaleb.

LE INDAGINI E IL PROCESSO – “Io a casa c’è purtaj”, l’intercettazione ambientale sulla quale si basa il processo. Lungo e tortuoso il primo grado: 44 udienze e una richiesta di condanna a quindici anni avanzata dai pm. Il 27 giugno 2014 Pulizzi è assolta da ogni accusa di concorso nel sequestro per non aver sommesso il fatto. Sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Palermo e quindi in Cassazione nell’aprile 2017. Non c’è nessuna prova, le intercettazioni vengono giudicate incomprensibili. L’11 ottobre 2017 la Procura di Marsala ha riaperto il caso disponendo che tutte le impronte rilevate in vari luoghi e su diverse auto siano sottoposte a un esame per la ricerca del Dna. Una possibilità grazie all’utilizzo di nuovi strumenti. La Procura ha anche accertato che quando i Carabinieri si recarono a casa di Anna Corona, madre di Jessica Pulizzi, per la perquisizione, la donna accolse i militari nell’abitazione di una vicina. Il sopralluogo, a cui hanno partecipato anche i colleghi di Mazzara del Vallo, è stato disposto dalla Procura di Marsala per verificare alcuni lavori di ristrutturazione edile effettuati dopo il rapimento. La famiglia di Corona e Pulizzi non vive più lì. Il caso è stato riaperto lunedì 3 maggio per capire se ci siano stati depistaggi o errori nell’inchiesta. Al vaglio degli inquirenti le rivelazioni della ex pm Maria Angioini, che all’epoca indagò sul caso: “Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare, e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile”.

LA RIVELAZIONE  – Sul rapporto con Anna Corona, in una recente puntata la trasmissione su Rai 3 Chi l’ha visto?, le dichiarazioni di Piera Maggio: “Dico una cosa che in tutto questo tempo non ho mai raccontato pubblicamente ma questa sera la racconterò perché è tutto verbalizzato e messo agli atti. Io raccontai fin da subito gli atteggiamenti ambigui di Anna Corona nei miei confronti. Deve essere ben chiaro che io non ho portato il marito via a nessuno. Quando conobbi la loro famiglia il loro era un matrimonio già finito: era una coppia ‘scoppiata’ – ha aggiunto Maggio – ognuno può vivere la sua sessualità come vuole ma si deve essere chiari. Non si è mai capito cosa volesse da me la signora Corona, non sono mai stata amica di questa persona. Io penso che lei fosse gelosa di me come persona, ma non solo per il suo matrimonio finito male. Ho sempre sostenuto che si fosse infatuata di me. È tutto scritto agli atti”. LA PERQUISIZIONE – “Sono choccata: ho saputo questa notizia dai giornali. Non sapevo nulla di questo accertamento: so che gli accertamenti devono essere fatti ma non immaginavo che si parlasse di un ‘cadavere’ di Denise. Avrei voluto un minimo di delicatezza e avrei voluto che mi fosse stata data notizia di questo accertamento attraverso il mio legale- lo sfogo di Piera Maggio nel corso della trasmissione Ore 14, su Rai 2, a seguito delle indiscrezioni, poi smentite, riguardanti l’accesso dei carabinieri nell’appartamento in cui aveva vissuto Anna Corona- Tutto questo non è giusto. Qual è la delicatezza nei confronti di una madre? Cosa mi hanno dimostrato? Che parlano con me attraverso i giornalisti?”. Fonti investigative, si ribadisce, hanno intanto smentito che siano in atto ricerche del corpo. La casa è stata acquistata da una famiglia che vive all’estero.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Denise, parla la donna nel mirino: "Perché hanno perquisito la casa sbagliata". Angela Leucci l'8 Maggio 2021 su Il Giornale. A "Quarto Grado" è stata intervistata Anna Corona, che ha ribadito la sua estraneità al caso di Denise Pipitone: ecco che cosa ha detto in televisione. “La nostra vita è stravolta”. Gli occhi azzurri di Anna Corona sono dispiaciuti e rabbiosi. Fissano la giornalista di “Quarto Grado” Ilaria Mura, alla quale la donna ha rilasciato una lunga intervista andata in onda ieri sera. I sopralluoghi nella sua ex abitazione rientrano nel caso Denise Pipitone. La donna, nonostante la sua posizione sia stata archiviata mentre la figlia Jessica Pulizzi è stata assolta in tre gradi di giudizio, è ancora al centro delle polemiche per la scomparsa di Denise. “Non so perché ci ritroviamo a rivivere una situazione mediatica di non vivibilità - ha detto la donna - Sto vivendo uno stato d’animo pessimo. A suo tempo è stato molto faticoso riprendere una vita normale, quando il processo si è chiuso. La nostra vita è stata stravolta e non lo ritengo giusto nei nostri confronti. Jessica ha una bambina che cerca di tutelare in tutti i modi e stiamo ricevendo delle minacce contro la piccola. Io desidero la verità quanto Piera Maggio perché anche io ho le mie figlie. La verità rende le persone libere e noi siamo persone libere”. Le parole di Corona arrivano dopo i sopralluoghi che pare abbiano seguito una segnalazione mirata alla Procura di Marsala, ma pare non sia stata una segnalazione di natura anonima. La donna ha affermato che spesso in quello stabile sono stati fatti dei lavori di muratura, perché c’erano problemi di infiltrazioni. E ricorda di aver risposto per tutto in tribunale. “Da quella casa non può emergere niente - ha rincarato Corona - Sono accusata ingiustamente. Ho chiesto agli inquirenti di salire, non li ho fatti accomodare in modo ingannevole in casa della vicina. Loro si sono rifiutati di salire, sapevano di non entrare in casa mia ma di un’altra persona”. Corona si riferisce al fatto che gli inquirenti non perquisirono la sua casa nel pomeriggio del 1 settembre 2004, subito dopo la scomparsa di Denise, ma si accomodarono in casa della vicina al piano di sotto: in queste settimane il dettaglio, già noto al processo, è tornato in auge a rinverdire il caso della scomparsa della bimba di Mazara del Vallo. Anna Corona ha anche aggiunto che avrebbe voluto essere presente alla fiaccolata dei giorni scorsi per mostrare la solidarietà alla mamma di Denise Piera Maggio, ma dice di essere perseguitata e che molte persone la vogliono morta, così come vogliono altrettanto per i suoi famigliari. “Io non so niente di questa storia - ha ricordato Corona, facendo riferimento al fatto che il suo ex marito Piero Pulizzi è il padre naturale di Denise - non c’era nessuna ruggine: io sono mamma tanto quanto Piera e i figli valgono molto più di un tradimento, come vale Denise che manca. Dalla mia separazione alla scomparsa sono passati 4 anni: la mia famiglia è stata martoriata, è da troppo tempo che siamo schiacciati”. Corona ha affermato anche di non aver fatto nulla e di essere solidale con mamma Piera, di volere la verità quanto lei. Restano tuttavia delle zone d’ombra nel caso, come è stato ricordato a “Quarto Grado”. Si è parlato di intercettazioni poco comprensibili, perché nel commissariato la microspia fu piazzata nei pressi di un rumoroso condizionatore. Si è accennato a un’intercettazione vicina al motorino di Jessica che sembrava far riferimento a qualcuno di nome Denise. Ma la pm Maria Angioni che lavorò all’epoca sul caso ha ricordato che non c’erano sufficienti elementi per ritenere Jessica implicata nel caso. Angioni ha invece parlato di come sia fondante il video della piccola Danàs, ripresa a Milano in compagnia di una presunta donna rom. Anche l’avvocato della famiglia Corona-Pulizzi Gioacchino Sbacchi ha ricordato che, il giorno della sparizione di Denise, il campo rom più vicino a Mazara era stato smobilitato. Quando si troverà la verità su Denise, scomparsa da 17 anni? L'appello alle persone che potrebbero aver visto viene rammentato con forza da più parti, mentre stridenti suonano le parole di una donna di Mazara, che alle telecamere di “Quarto Grado” dice: “Qui è una zona in cui ognuno si fai fatti suoi”.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Chi l'ha visto, documento inedito su Denise Pipitone: "Strani contatti con Anna Corona e relazione col commissario". Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Federica Sciarelli ha aperto la puntata di Chi l’ha visto con il caso di Denise Pipitone. E non potrebbe essere altrimenti, dato che quella di oggi - mercoledì 5 maggio - è stata una giornata particolarmente importante: la procura di Marsala ha riaperto le indagini ed è stato eseguito un sopralluogo approfondito nella casa che fu abitata da Anna Corona e che non era mai stata davvero ispezionata. In particolare è stata trovata una botola in garage che conduce a un pozzo, ma i dettagli per ora non sono noti. Nel frattempo Chi l’ha visto è tornato a occuparsi del caso e lo ha fatto tenendo un filo diretto con Mazara del Vallo, dove si stava svolgendo una manifestazione a supporto di Piera Maggio: “Non ho nulla da dire - ha dichiarato la madre di Denise Pipitone - è giusto che si facciano dei lavori, però mi aspettavo un po’ di delicatezza nei miei confronti, mi ha devastato sapere dai giornali che si cercava un corpo”. Dopo aver ascoltato anche la testimonianza dell’ex pm Angioni, che ha denunciato fatti gravi (non si fidava delle persone che dovevano cercare la bambina), la Sciarelli ha mandato un servizio in cui è stato mostrato un documento inedito. Documento che testimonia l’esistenza di 1175 contatti tra una donna di nome Stefania e Anna Corona, interrottisi del tutto il 22 settembre. Data non casuale, secondo la Sciarelli, perché sarebbe quando tale Stefania - che aveva una relazione con il commissario di Polizia - è stata sentita come persona informata dei fatti: a occuparsi di raccogliere le sue dichiarazioni sarebbe stato proprio quel commissario.  

Da leggo.it il 10 maggio 2021. Nuove intercettazioni inquietanti sul caso di Denise Pipitone. Nel corso della trasmissione Storie Italiane, condotta su Rai 1 da Eleonora Daniele, sono state analizzate delle nuove intercettazioni emerse solo negli ultimi giorni, quindi ben 17 anni dopo la scomparsa della bimba avvenuta nel 2004 da Mazara del Vallo. Al centro delle telefonate appare Anna Corona, da subito considerata uno dei possibili rapitori di Denise. L'ex moglie di Piero Polizzi, papà biologico di Denise, sembra essere sempre più coinvolta nel caso e dopo la perquisizione nella casa in cui abitava ai tempi del rapimento vengono ora a galla delle telefonate sospette. La prima intercettazione che viene fuori è il dialogo tra Jessica e Alice, le figlie di Anna Corona in cui l’una dice all’altra: «Eravamo a casa, la mamma l’ha uccisa a Denise» e poi: «L’ha uccisa a Denise la mamma, tu dici queste cose boh» e Jessica risponde: «Tu non devi parlare». E Alice: «Logico». La seconda intercettazione è un dialogo tra Gaspare fidanzato di Jessica e Anna. «La tendina…che gli ho detto là in cucina? Vedi qua e là? È da tre/quattro anni che mi vanno le cose sempre più male» afferma il ragazzo e poi Anna: «Mi vuoi bene? Mi stimi? Non ti scordare certi momenti che sono solo nostri». La comunicazione fu poi occultata da parte dell’ex moglie di Piero Pulizzi. Questo scambio di battute non fu preso in considerazione dagli inquirenti, anche se sembrano esserci parole molto chiare e dichiarazioni forti sul caso della piccola. Il verbale fu chiuso senza nessuna spiegazione, molte furono le opposizioni e i tentativi di depistare le indagini, emersi tutti negli ultimi mesi.

Storie Italiane, caso Denise Pipitone: "Mamma la ha uccisa". Intercettazioni horror "mai visionate prima", l'ultima clamorosa pista. Libero Quotidiano il 10 maggio 2021. Il caso Denise Pipitone, dopo il fallimento della pista russa, sta prendendo un'altra piega. Gli inquirenti si stanno ora focalizzando su Anna Corona, l'ex moglie del padre della piccola scomparsa diciassette anni fa da Mazara Del Vallo. Inutili i tentativi di trovare qualcosa nell'abitazione della Corona, ma qualcosa sembra comunque procedere. A Storie Italiane, programma di Rai1 condotto da Eleonora Daniele, sono state infatti analizzate delle nuove intercettazioni emerse solo negli ultimi giorni. I dialoghi risalgono comunque ai giorni in cui la figlia di Piera Maggio è scomparsa. Al centro delle telefonate c'è sempre lei, Anna Corona, da subito considerata uno dei possibili rapitori di Denise. La prima intercettazione che viene fuori è il dialogo tra Jessica e Alice, le figlie di Anna Corona in cui l’una dice all’altra: "Eravamo a casa, la mamma l’ha uccisa a Denise" e poi: "L’ha uccisa a Denise la mamma, tu dici queste cose boh" e Jessica risponde: "Tu non devi parlare". E Alice: "Logico". Nella seconda intercettazione invece spunta Gaspare, fidanzato di Jessica, che parla con Anna: "La tendina…che gli ho detto là in cucina? Vedi qua e là? È da tre/quattro anni che mi vanno le cose sempre più male" spiega il ragazzo mentre Anna gli chiede: "Mi vuoi bene? Mi stimi? Non ti scordare certi momenti che sono solo nostri". Al momento della scomparsa gli inquirenti non presero in considerazione questi audio. Ma oggi le cose potrebbero cambiare. Lo spera il legale di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta: "Stiamo lavorando su nuove intercettazioni che riteniamo estremamente importanti, mai entrate nel precedente dibattimento. Quello che stanno facendo i nostri consulenti è un lavoro complementare a quello che la Procura sta svolgendo nella segretezza dell’inchiesta". E ancora: "Le piste sono state battute tutte fin dall’inizio, ma ci sono tanti punti ancora opachi, come la bambina avvistata a Milano il 18 ottobre 2004".

Denise Pipitone, le telecamere di Chi l'ha visto entrano nel palazzo di Anna Corona: "Dettagli e documenti inediti". Libero Quotidiano l' 11 maggio 2021. Chi l’ha visto continuerà a occuparsi del caso di Denise Pipitone anche nella puntata di mercoledì 12 maggio, che andrà in onda su Rai3 a partire dalle 21.20. Stavolta le telecamere del programma condotto da Federica Sciarelli entreranno nel palazzo in cui abitava Anna Corona e che è stata al centro di un approfondito sopralluogo la scorsa settimana. L’ex moglie del padre della bambina scomparsa a Mazara del Vallo il primo settembre 2004 è una figura centrale in questo caso. Chi l’ha visto ha raccolto la testimonianza della vicina di casa. “Gli uomini delle forze dell’ordine sono entrati nell’androne che era aperto – sono le dichiarazioni emerse dalle anticipazioni – è sopraggiunta Anna Corona, poi si sono girati e mi hanno chiesto se potevano accomodarsi a casa mia. Io stavo al piano terra e Anna Corona al secondo piano. Loro sapevano che era casa mia perché hanno anche commentato le foto dei miei parenti appese al muro”. Inoltre la trasmissione condotta da Federica Sciarelli mostrerà anche alcuni documenti inediti su Denise Pipitone, per poi spostare l’attenzione su altri casi, come quello del ritrovamento di una donna scomparsa, Paola Landini. Nel frattempo proseguono i controlli da parte dei carabinieri di Scalea su una ragazza di origine romena: secondo la segnalazione di un cittadino, potrebbe trattarsi di Denise. Non solo per la somiglianza fisica ma anche per la genesi di questa ragazza: la Procura di Marsala è stata messa al corrente di tutto e dovrà decidere se procedere o meno con la comparazione del Dna.

Angela Leucci per “Il Giornale” l'11 maggio 2021. Nel caso Denise Pipitone, le intercettazioni continuano a tenere banco, a 17 anni dalla scomparsa della bambina di Mazara del Vallo. In questi mesi, si è tornati sulle intercettazioni che sono state non ritenute fondamentali nelle indagini che coinvolsero Anna Corona e Jessica Pulizzi, ex moglie e figlia del padre naturale di Denise Piero Pulizzi, e che furono rispettivamente archiviate o portarono a un’assoluzione in tre gradi di giudizio. Le intercettazioni che non contarono ai fini dell’inchiesta erano infatti o “troppo sporche” e quindi indecifrabili, oppure troppo brevi per essere analizzate efficacemente. Tra queste ci sono alcune ormai molto celebri: per esempio Jessica che dice “L’ho portata a casa” e Anna che, al telefono, ribatte “Stai zitta” a una bambina non meglio identificata. Ma risulta più interessante di tutti lo scambio tra Jessica e Alice Pulizzi. La prima sembra dire: “Eravamo a casa. La mamma l’ha uccisa Denise”, mentre la seconda sembra chiedere “L’ha uccisa… a Denise la mamma?”. Si tratta di un’intercettazione resa disponibile solo di recente, per via della sua difficoltosa interpretazione. Se n’è parlato nella puntata di ieri de “La vita in diretta”, che ha analizzato le ultime novità del caso Denise. Intanto anche la pista rom ha trovato nuovo vigore. In questi giorni si stanno indagando diverse giovani donne che potrebbero essere Denise e che potrebbero trovarsi ancora in Italia. Tra queste, come riporta l’Agi, c’è una 19enne che è stata identificata dai carabinieri di Scalea, in provincia di Cosenza. Su questa donna, che vive in un paese della costa tirrenica in provincia di Cosenza, aleggia un vero e proprio dubbio: si tratta di Denise? La ragazza viene dalla Romania, ma vive in Calabria da molto tempo. È possibile che le venga richiesto un esame del Dna se la procura dovesse ritenerlo necessario. Tuttavia la giovane, che si chiama proprio Denise, è stata molto collaborativa: ha fornito alle autorità italiane anche le generalità dei propri genitori per un’eventuale indagine. La pista rom, che è stata definita a “La vita in diretta” dalla criminologa Roberta Bruzzone “una pista robusta”, è forse una delle teorie più interessanti sul caso Denise. Dall’analisi della registrazione effettuata dalla guardia giurata Felice Grieco a Milano, la bambina nel video, in compagnia di una presunta donna rom, potrebbe appartenere non solo a una comunità linguistica siciliana, ma proprio alla comunità linguistica di Mazara del Vallo.

Denise Pipitone, spunta una nuova foto della nomade avvistata a Milano: "Rintracciamola, può toglierci il dubbio". Libero Quotidiano il 10 maggio 2021. Il caso di Denise Pipitone continua a tenere banco. Nel corso della puntata di lunedì 10 maggio di Mattino 5, la trasmissione condotta da Federica Panicucci, sono infatti emersi dei nuovi dettagli. L’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, ha fatto sapere in diretta di essere sulle tracce della nomade ripresa a Milano in compagnia di una bambina che assomiglia a quella scomparsa da Mazara del Vallo il primo settembre 2004. “Non sappiamo se la bimba ripresa a Milano fosse Denise, ma è importante trovare la nomade che era con lei”, ha dichiarato il legale, che ha poi segnalato l’importanza che la ricerca attualmente concentrata su quella donna dia i suoi frutti: “Se la trovassimo almeno potremmo toglierci questo dubbio. Questa foto ha delle somiglianze importanti con la donna che accompagnava la piccola ripresa a Milano”. Un confronto fotografico avvenuto anche stamattina durante la diretta di Mattino 5 potrebbe infatti essere decisivo per rintracciare la nomade avvistata all’epoca con una bambina dalla guardia giurata Felice Grieco. Quella bambina con l’accento siciliano segnalata a Milano non è mai stata rintracciata. Difficile che possa avvenire a distanza di quasi 17 anni, però sarebbe molto importante risalire almeno alla donna che era con lei e che la chiamava “Danas”. In ogni caso la ricerca di Denise Pipitone continua incessantemente, anche perché come dichiarato più volte da Piera Maggio sua figlia è ancora viva fino a prova contraria. 

Caso Denise Pipitone, accertamenti su una ventunenne di Scalea. La Repubblica l'11 maggio 2021. Un cittadino sostiene che la storia della ragazza avrebbe analogie con quella della bambina scomaprsa nel 2004 da Mazara del Vallo. Ora la procura di Marsala dovrà decidere se confrontare i dna. I carabinieri di Scalea, in provincia di Cosenza, stanno eseguendo dei controlli su una ragazza di 21 anni, di origini romene, che vive nella cittadina calabrese perché secondo la segnalazione di un cittadino si tratterebbe di Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel settembre del 2004 da Mazara del Vallo. Secondo quanto si apprende, chi ha segnalato la somiglianza pare abbia riferito diverse circostanze che potrebbero fare ipotizzare la verosimiglianza di quanto riferito. Per questo i carabinieri stanno procedendo ai controlli. La ragazza non si è sottratta alle verifiche e ha fornito i nomi dei genitori e altre informazioni utili a ricostruire il suo passato. Di tutto è stata informata la Procura della Repubblica di Marsala che dovrà decidere se procedere o meno a eseguire la comparazione del dna.

Da "tgcom24.mediaset.it" l'11 maggio 2021. Si chiama Denisa, ma non sarebbe lei Denise Pipitone. Si tratta della 19enne di origine romena segnalata alle forze dell'ordine da una parrucchiera di Scalea, in Calabria, secondo la quale la giovane potrebbe essere la bambina scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo. "Non sono io", dichiara invece la ragazza ai microfoni di "Pomeriggio Cinque". "Sono cresciuta con i miei nonni in Romania, in Italia sono arrivata nel 2009, avevo sei anni e mezzo", precisa la 19enne che però non esclude la possibilità di sottoporsi al test del Dna se "servirà a dimostrare" che non è lei Denise Pipitone. In comune, la ragazza che vive a Cosenza e la bambina scomparsa, avrebbero una cicatrice e l'età simile. Denisa ha 19 anni, mentre Denise Pipitone oggi ne avrebbe 21. "A Piera Maggio dico di non perdere la speranza - dichiara la giovane - io sono un falso allarme, però potrebbero esserci altre segnalazioni e lei potrebbe ritrovare sua figlia, perché una mamma - conclude Denisa - non può mai accettare la perdita di un figlio". 

Il caso riaperto. Denise Pipitone, parla la 19enne di Scalea: “Non sono io, ma farò test Dna”. Fabio Calcagni su Il Riformista l'11 Maggio 2021. “Non sono io Denise”. Rischia di essere un nuovo buco nell’acqua la "pista" scoperta nelle scorse ore su Denise Pipitone, la bambina di 4 anni scomparsa nel 2004 da Mazara del Vallo. Questa mattina era infatti circolata la notizia di accertamenti su una ragazza di 19 anni di origini romene, a Scalea, in provincia di Cosenza, per una forte somiglianza con la bambina scomparsa 17 anni fa. “Non sono io la bambina – ha detto alla TgR della Calabria la ragazza, che si chiama Denise – mi spiace per la famiglia. Sarebbe stata una bella notizia se fossi stata io e mi avessero trovato dopo tanto tempo ma non sono io, non sono io e basta. Ho avuto una vita abbastanza travagliata ma per fatti miei non perché mi ricollega alla vita dell’altra ragazza scomparsa. Mio padre è morto, mia madre invece no ma con lei non parlo da tanto tempo. Sono nata in Romani, mi dispiace ma non sono io”. Una "ricostruzione" confermata intervenendo in diretta alla trasmissione Pomeriggio 5, dove la 19enne ha spiegato di essere nata in Romania da genitori romeni e di essere in Italia dal 2009, e di essersi recata a Scalea per trovare un’amica ma di vivere a Cosenza. La 19enne ha comunque mostrato grande disponibilità, dicendosi pronta ad effettuare il test del Dna “se serve per potere confermare ulteriormente che non sono la ragazza che cercano”. Una nuova pista nata dalla segnalazione, riporta l’Ansa, da parte di una parrucchiera di Scalea, che appena vista la 19enne ha subito pensato a Denise. Importante infatti la somiglianza e "curiosa" anche la circostanza dell’identico nome. IL CASO – La vicenda di Denise Pipitone è tornata al centro dell’attenzione mediatica nell’ultimo mese. Prima per l’appello della ragazza russa Olesya Rostova poi per la riapertura delle indagini e quindi per le perquisizioni nella casa che fu di Anna Corona. “In questa città c’è chi ha visto e sa come è scomparsa Denise ed è a queste persone che mi rivolgo: adesso basta, fatevi coraggio, è l’ora di parlare, non potete tenervi sulla coscienza questo peso. Denise è figlia di questa città e dobbiamo proteggerla. La mia piccola merita verità e giustizia”, ha detto la madre Piera Maggio all’Ansa dopo la perquisizione ella casa di via Pirandello 55 a Mazara del Vallo che fu in uso ad Anna Corona, l’ex moglie di Pietro Pulizzi, papà biologico della piccola Denise Pipitone. La donna è la madre di Jessica Pulizzi (sorellastra della piccola scomparsa l’1 settembre 2004), finita sotto processo e assolta nei tre gradi di giudizio. Era trapelata nel pomeriggio da alcuni media una notizia sulla ricerca resti di Denise, subito smentita. L’ispezione, nella casa oggi di proprietari che risiedono all’estero, è stata disposta dalla Procura di Marsala “per verificare lo stato dei luoghi e se sono stati effettuati lavori edili” dopo la riapertura delle indagini sulla scomparsa di Denise.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Denise Pipitone, chi è la ragazza di Scalea che somiglia alla bimba di Mazara del Vallo. Ilaria Minucci l'11/05/2021 su Notizie.it. Una ragazza romena molto somigliante a Denise Pipitone è stata avvistata a Scalea: chi è la giovane che potrebbe essere la bimba di Mazara del Vallo. Un nuovo avvistamento di una ragazza somigliante a Denise Pipitone ha condotto le forze dell’ordine a effettuare alcuni accertamenti a Scalea, in Calabria. Nella giornata di lunedì 10 maggio, infatti, una donna residente nel comune calabrese ha contattato i carabinieri asserendo di aver visto una ragazza dai lineamenti molto simili a quelli che dovrebbe avere la figlia di Piera Maggio da adulta. In seguito alla riapertura del caso relativo alla scomparsa di Denise Pipitone da parte della procura di Marsala, proseguono le indagini finalizzate al ritrovamento della bambina rapita da Mazara del Vallo nel 2004. I magistrati stanno lavorando assiduamente per riesaminare la prima inchiesta e per comprendere se siano stati commessi depistaggio o errori nel corso dei primi giorni di ricerche. In questo contesto, si inserisce la nuova segnalazione ricevuta dai carabinieri inerente all’avvistamento di una giovane molto simile alla piccola Denise Pipitone. La segnalazione è stata indicata da una donna di Scalea, in provincia di Cosenza, che ha casualmente incontrato una ragazza di origine romena, estremamente somigliante alla figlia di Piera Maggio, e che ha dichiarato di chiamarsi Denise. Questa ed altre coincidenze, quindi, hanno spinto la donna a rivolgersi alle forze dell’ordine. In seguito all’avvistamento, i carabinieri hanno rapidamente provveduto a rintracciare la ragazza di origine rom e a contattarla per sottoporle alcune domante preliminari. La giovane è stata accolta e ascoltata per la prima volta, in caserma, nella giornata di lunedì 10 maggio. In relazione alle informazioni sinora rilasciate, è stato comunicato che la ragazza, attualmente residente a Scalea, ha trascorso la sua adolescenza presso un istituto religioso situato in provincia di Cosenza mentre avrebbe un’età dichiarata pari a 19 anni. Qualora il dato anagrafico dovesse essere confermato, un tale elemento sarebbe sufficiente a scartare l’ipotesi che la giovane sia Denise Pipitone in quanto la piccola svanita a Mazara del Vallo dovrebbe avere compiuto ormai i 21 anni. Nonostante entrambe le ragazze condividano il medesimo nome, quindi, appaiono scarse le possibilità che possano essere la stessa persona. La 19enne, inoltre, ha fornito alle forze dell’ordine i riferimenti per rintracciare i suoi genitori che, attualmente, non vivono con lei. Intanto, gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di sottoporre la giovane all’esame del DNA mentre le indagini proseguono seppur nel massimo riserbo. A questo proposito, infatti, l’avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, ha spiegato: “La procura con noi non parla, è un muro”. Intanto, la 19enne Denise, contattata da Chi l’ha visto?, ha negato di poter essere la figlia di Piera Maggio e Pietro Pulizzi, asserendo: “Non sono io Denise Pipitone”. Intervistata, poi, anche da Barbara d’Urso nel corso della puntata di Pomeriggio Cinque, la ragazza ha nuovamente affermato di non poter essere lei la bambina di Mazara del Vallo, raccontando: “Fino all’età di sei anni e mezzo ho vissuto in Romania, dove sono nata da genitori romeni – e ha aggiunto – vivo in Italia dal 2009”. Infine, quando le è stato chiesto se fosse disponibile a sottoporsi al test del DNA, la 19enne ha risposto: “Sì, se serve per poter confermare ulteriormente che non sono la ragazza che cercano”.

Denise Pipitone, l'ex pm ammette: "Pozzo? Non ricordo niente", il sospetto sul dettaglio sfuggito. Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Le notizie che arrivano sul caso di Denise Pipitone sono tante e ancora confuse: di certo c’è che per tutta la giornata di oggi, mercoledì 5 maggio, sono state condotte delle ricerche approfondite nella casa che fu abitata da Anna Corona, la mamma della sorellastra della bambina scomparsa a Mazara del Vallo il primo settembre 2004. Personale specializzato è stato impegnato nelle ricerche di una eventuale “stanza segreta” e soprattutto di una botola, sotto la quale è emerso esserci un pozzo di circa dieci metri. Qui finiscono le certezze e si entra nel campo delle ipotesi: difficile sbilanciarsi su un caso così delicato, bisogna aspettare comunicazioni ufficiali da parte della procura di Marsala, che ha fatto sapere di non cercare alcun corpo, come invece era emerso sulla stampa nel corso della giornata. Nel frattempo l’Adnkronos ha sentito Maria Angioni, la pm che si è occupata per anni dell’inchiesta sulla scomparsa di Denise e che adesso è giudice del lavoro a Sassari. “Il garage e lo scantinano di quella palazzina all’epoca furono ispezionati, ma non ricordo niente sul dettaglio di un pozzo”, ha dichiarato.  Di recente la giudice Angioni aveva denunciato l’ambiente difficile che all’epoca trovò nel corso delle indagini: “Abbiamo avuto grossi problemi. Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile”. 

Denise Pipitone, la pm: «Sarà possibile ritrovarla quando qualcuno darà una mano a collegare un paio di indizi». L'intervista a Maria Angioni su Rai 3 a «Chi l'ha visto?». Ansa / CorriereTv il 6/5/2021. "All'epoca, noi come procura, abbiamo mandato a giudizio delle persone che poi sono state assolte", così la pm che si occupò del caso di Denise Pipitone, Maria Angioni, in onda su Rai 3 a "Chi l'ha visto?". "Durante le indagini a Claudio Corona erano state fatte due domande messe in croce a cui lui aveva risposto in modo generico e così avevo deciso di risentirlo. Penso ci sia stato molto rispetto verso la famiglia Corona. Secondo me, se qualcuno darà una mano nel collegare una serie d'indizi, Denise potrà essere ritrovata", ha dichiarato Maria Angioni.

Da vigilanzatv.it il 6 maggio 2021. Ci arriva una segnalazione da Viale Mazzini, secondo la quale Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l'ha visto su Rai3 che al momento si sta occupando approfonditamente del caso Denise Pipitone, si sarebbe lamentata duramente con l'Ad Rai Fabrizio Salini riguardo a La vita in diretta. Le rimostranze della Sciarelli - che ieri, mercoledì 5 maggio 2021 in prima serata, ha addirittura battuto negli ascolti Ulisse - Il piacere della scoperta su Rai1 - riguarderebbero il trattamento del caso Pipitone da parte del programma pomeridiano condotto da Alberto Matano sulla Rete Ammiraglia. Sciarelli avrebbe rivendicato duramente con Salini il proprio approccio giornalistico asettico e privo di scandalismi, a differenza di quello di Matano che mira invece alla spettacolarizzazione del caso, forse perché in competizione con Barbara D'Urso nella stessa fascia oraria. Tali rimostranze da parte della giornalista scalfiranno Matano, che con l'Ad Salini condivide una grande amicizia con l'ex Ministro Vincenzo Spadafora, ancora influente in Rai? Staremo a vedere. La vita in diretta profitta intanto del preziosissimo traino del Paradiso delle Signore che va a gonfie vele il pomeriggio superando il 20% di share, mentre il povero Alberto Angela, collocato in uno slot poco fortunato su Rai1, soccombe non soltanto a Buongiorno mamma su Canale5 ma perfino a Rai3.

Denise Pipitone, il tribunale mediatico vuole rifare il processo. Il Dubbio il 24 aprile 2021. La lettera dell'avvocato Paolo Di Fresco, legale di Jessica Pulizzi, la sorellastra della piccola Denise accusata di sequestro di persona e poi assolta. Egregio Direttore, Da qualche settimana la tv ha deciso di riaprire il caso di Denise Pipitone, la bambina rapita a Mazara del Vallo più di quindici anni fa. A suo tempo, ampio spazio era stato dedicato dai media al processo che ne era scaturito e che vedeva imputata di sequestro la sorellastra, Jessica Pulizzi. Quel processo – a cui, giovanissimo avvocato, partecipai anch’io – si concluse con la assoluzione della Pulizzi, mandata libera da giudici coraggiosi che ebbero il coraggio di resistere alle pressioni di tv e giornali che avevano già issato la croce a cui appenderla. Quella sentenza fu confermata dalla Corte d’appello di Palermo e, infine, dalla Cassazione. A riprova che le accuse – alimentate dal dolore della madre e dall’attivismo a portata di telecamere del patrono di parte civile – non reggevano alla prova dei fatti ed erano tanto suggestive quanto illogiche. Oggi, sull’onda del rinnovato interesse mediatico per l’amaro destino di Denise, quelle sentenze sono contestate da giornalisti e conduttori tv, che non esitano ad attaccare i giudici che le hanno emesse, accusandoli senza mezzi termini di incapacità e inadeguatezza al compito. Le testimonianze, ritenute attendibili in ben tre gradi di giudizio, vengono ora giudicate false da curiosi tribunali televisivi allestiti allo scopo e presieduti proprio da chi quei processi ha perduto. Con sprezzo del ridicolo (e del diritto), si parla persino di riaprire il caso e processare nuovamente Jessica Pulizzi ma stavolta allargando lo spettro delle accuse anche alla madre, Anna Corona, la cui brutta faccia, a ben vedere, dice più di mille sentenze…Eccole, dunque, queste due povere donne: di nuovo alla gogna, esposte alla furia cieca della folla. Speravano forse di tornare a una vita normale, nascosta. Ma l’inflessibile tribunale televisivo le ha scovate e ora ne reclama il sangue. Guardatele bene: sono brutte, grasse, cattive, persino sessualmente ambigue. Non possono che essere colpevoli. Poco importa che la pur disastrata Giustizia italiana ne abbia sancito una volta per tutte la non colpevolezza. La tv, oscena piazza vociante, non conosce nulla di definitivo, al di fuori della sua spaventosa vocazione al patibolo.

Paolo Di Fresco, avvocato

Chi l'ha visto e Denise Pipitone, Piera Maggio e il pesantissimo sospetto sulle indagini: nomi e cognomi. Libero Quotidiano il 15 aprile 2021. Dei "buchi" sospetti nelle indagini su Denise Pipitone. Lo ribadisce Piera Maggio, mamma della bimba di 4 anni sparita nel nulla da Mazara del Vallo nel 2004. La donna, ospite di Federica Sciarelli a Chi l'ha visto? su Rai3, è tornata sul ruolo di Jessica Pulizzi, Anna Corona e degli inquirenti dell'epoca, sostenendo che coinvolte in quell'inchiesta ci furono persone "non competenti" e altre che "non dovevano starci" perché dichiaratamente ostili alla stessa Maggio. "Voglio precisare questo perché non si dica che tutti sono stati coloro che hanno depistato o non hanno aiutato", ha spiegato la mamma di Denise. Il sospetto di Piera e del suo legale Giacomo Frazzitta è che qualcuno degli inquirenti per motivi personali avesse avvisato le persone intercettate all'epoca, che dunque avrebbero fornito una falsa ricostruzione dei fatti nei loro colloqui privati al solo scopo di sviare le indagini. "Perché qualcuno delle forze dell’ordine di quell’epoca non ci racconta come sono andati i fatti visto che un pubblico ministero e chi curava le indagini sono stati traditi nell’esercizio delle loro funzioni?", è la pesante accusa dell'avvocato Frazzitta. All'epoca i sospetti di Piera Maggio si erano concentrati su Jessica Pulizzi, figlia dell'attuale marito della donna Pietro Pulizzi, e su Anna Corona, precedente compagna dello stesso Pietro. La Maggio ha denunciato di essere stata stalkerizzata in quel periodo dalla Pulizzi, "“quotidianamente, ogni giorno, tutti giorni". "Jessica mi ha squartato tutte e quattro le ruote della macchina. C’è stato un incendio a una erboristeria di mia sorella. Ci sono state una serie di vessazioni. Quando è stata sequestrata Denise io lo dissi ai due marescialli indirizzandoli ad andare a casa di Anna Corona. Per me, nell’immediatezza, non potevano essere che loro".

I retroscena delle indagini. Denise Pipitone, la pm che si occupò del caso: “Grossi problemi nelle indagini, cambiati gli investigatori”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Per la Pm Maria Angioni, che si era occupata del caso della scomparsa di Denise Pipitone nel 2004, il contesto in cui si sono svolti per anni le indagini è stato molto complicato. Dure le parole del magistrato sul contesto ambientale in cui si svolgevano le indagini e sulla popolazione che non ha collaborato, ma ancora più dure le parole sugli investigatori che l’hanno affiancata durante le indagini. “Abbiamo avuto grossi problemi. Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo – ha detto la pm intervenuta al programma di Milo Infante ‘Ore 14’ in onda su Rai 2 -. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile”. Dura la replica di Klaus Davi alle parole del pm Angioni nel corso del popolare talk di Rai 2. “Sono parole estremamente gravi quelle del magistrato Angioni – ha detto Davi – . Trovo significativo che un magistrato accusi la Polizia Giudiziaria di aver fatto trapelare le notizie coperte da segreto. Se questo è vero, dovrebbe partire immediatamente un’indagine. In altre procure simili episodi sono stati oggetto di indagini, processi e condanne, quindi invito la dottoressa Angioni o chi di dovere a fare altrettanto”. Intanto dopo la scoperta che il gruppo sanguigno di Denise non corrisponde a quello di Olesya Rostova, la ragazza russa che cerca la mamma la cui somiglianza con Piera Maggio aveva acceso le speranze del ritrovamento, continuano le indagini per trovare la bambina. “Adesso sarà la Procura di Marsala ad occuparsene”. Il legale ha già portato la documentazione ai magistrati con le ultime novità sul caso.

Ex procuratore “Rapimento Denise Pipitone? Fu Jessica Pulizzi”. Piera Maggio “basita”. Emanuela Longo su ilsussidiario.net il 16.04.2021. Il giallo di Denise Pipitone al centro di Ore 14. Intervista all’ex procuratore capo di Marsala, Di Pisa, che si dice certo del coinvolgimento di Jessica e della madre.

Caso Denise Pipitone, Ore 14. La trasmissione di Rai2, Ore 14, non spegne i riflettori sul caso di Denise Pipitone accogliendo l’appello di mamma Piera Maggio. Il programma ha trasmesso un’intervista realizzata all’allora procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa, che ha raccontato dei particolari importanti sul caso della sparizione di Denise Pipitone. Chi l’ha portata via dalla sua famiglia? “Jessica, perché coincidono gli orari”, ha replicato. “Nello stesso orario la madre si allontana dal posto di lavoro, quindi c’è tutta una coincidenza in quel periodo”, ha aggiunto. La Pulizzi è poi stata assolta anche in Cassazione. “Io resto convinto malgrado l’assoluzione che il fatto sia maturato nell’ambito familiare e nasce da un vero e proprio odio che Jessica Pulizzi nutriva nei confronti di Piera Maggio e della bambina perchè il padre era andato a convivere con la Maggio lasciando la madre Anna Corona”, ha proseguito. L’ex procuratore non avrebbe alcun dubbio sul coinvolgimento delle due donne: “Non vedo altre causali”, dice. Dopo le parole dell’ex procuratore, l’avvocato Giacomo Frazzitta, in collegamento con il programma ha commentato: “Questa era la linea della procura. Loro hanno ereditato una indagine”, ha precisato il legale di Piera Maggio, che ha sottolineato una inesattezza del dottor Di Pisa in quanto il presunto livore era dovuto ad altre ragioni. Una convinzione, quella emersa ora dall’ex procuratore, che però secondo le parole dell’avvocato non era emersa invece nel corso del processo quando lo vedeva “dubitativo su tutto”.

CASO DENISE PIPITONE: INTERVIENE PIERA MAGGIO A ORE 14. In collegamento telefonico con la trasmissione Ore 14 anche la madre di Denise Pipitone, Piera Maggio, reduce da un piccolo intervento, che ha ringraziato per l’attenzione riservata al caso. “Tutto quello che c’era da fare l’abbiamo fatto con le nostre forze”, ha spiegato la donna, “è un lavoraccio perchè Denise non si è cercata”. Tra la ricerca iniziale e quella nel tempo secondo la signora Maggio, c’è una grande differenza. “Sono un po’ basita da quello che ho ascoltato”, ha commentato Piera Maggio rispetto alle parole dell’ex procuratore di Marsala, perchè “rispetto a quello che ho visto e che ho potuto sentire ai tempi in cui faceva parte come magistrato principale la sua opinione era tutt’altra”. La donna ha ricordato che quando Di Pisa divenne procuratore, nel loro primo incontro “rimasi sconcertata perchè avevo davanti un procuratore che non credeva che potesse essere Jessica Pulizzi la colpevole, mi era quasi sembrato di avere di fronte l’avvocato della Pulizzi e non il procuratore capo della Repubblica”. Maggio ha ammesso di non aver avuto alcun sostegno neppure morale da parte dell’ex procuratore capo. “Mi trovo disorientata”, ha aggiunto la donna rispetto alle parole di Di Pisa. L’avvocato Giacomo Frazzitta ha spiegato come inizialmente lo Stato fu vicino a Piera Maggio ma dopo il cambio dei magistrati la sensazione è stata di abbandono totale.

EX PROCURATORE SUL TESTIMONE SORDOMUTO. L’intervista all’ex procuratore Di Pisa prosegue arrivando al test chiave, Battista Della Chiave, l’uomo sordomuto mai creduto. “L’abbiamo sentito con l’interprete dei sordomuti ma cadde in una serie di contraddizioni e non lo ritenemmo più attendibile”, ha spiegato l’ex procuratore capo. Di Pisa ha svelato che fu piazzata una microspia in un condizionatore nella stanza in cui si trovava il teste ma fu scoperta dopo un giorno e l’indagine si chiuse lì. Roberta Bruzzone è intervenuta su questo aspetto commentando: “Credo che se qualcuno non ha indicato precisamente in luogo in cui si trovava la microspia, difficilmente poteva essere trovata”. Questo andrebbe a richiamare, a suo dire, quanto detto dalla dottoressa Angioni. “Che ci sia stata una condotta inquietante da parte di alcuni soggetti è chiaro che ci sia qualcosa che non quadra”, ha aggiunto. L’avvocato Frazzitta ha invece avanzato un’altra ipotesi: “Oppure quelle microspie vennero messe alla presenza di qualcuno che doveva essere in quel momento interrogato nel letto e vide queste cose…”. In questo l’avvocato ha parlato di “negligenza”. Piera Maggio in merito è intervenuta asserendo: “Le microspie che avevo in casa io le ho scoperte dopo 10 anni, perchè non avevo alcun problema”. La donna ha spiegato che le fu montata la videosorveglianza anche ambientale, mentre Anna Corona “non le fu mai montato nulla”.

INDAGINI SONO STATE RIAPERTE? Le indagini sulla scomparsa di Denise Pipitone potrebbero addirittura essere state già riaperte, come spiegato dall’avvocato Frazzitta. Piera Maggio è tornata sulle microspie trovate nella sua casa solo dopo 10 anni ed ha aggiunto: “Purtroppo non ci siamo scelti nè la procura nè il comune di appartenenza dove nasce una tragedia. La sfortuna principale, oltre io a perdere una figlia in questo modo crudele, è stata avere una provincia dove non c’erano persone preparate”. La donna ha sottolineato tutte le lacune e ciò che non è andato nel lavoro dei magistrati. Le dichiarazioni dell’ex procuratore Di Pisa sono state definite “gravissime” anche da Monica Leofreddi. “Sicuramente non ha fatto abbastanza”, ha aggiunto. Rispetto a tutto ciò che è stato detto in questi giorni, Piera Maggio ha spiegato cosa le hanno lasciato: “Una amarezza in bocca. Intanto grazie a quello che si è aperto con il caso Olesya si è aperta una voragine, nulla che già non sapevamo”, ha aggiunto. E si augura che altri magistrati che hanno lavorato al caso possano parlare in futuro.

“Odiava Piera Maggio”. Denise Pipitone, l’ex procuratore rompe il silenzio. Caffemagazin.it il 17/5/2021. Barbara D’Urso è tornata a parlare del caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa il 1 settembre 2004 quando aveva quattro anni. Un mistero che dura da 17 anni, che si consuma in pochi minuti. La nonna entra in casa e quando esce di Denise non c’è traccia. Parte subito la denuncia ai carabinieri e le ricerche. La pista privilegiata è quella della vendetta privata, maturata nell’ambito familiare, tra la nuova e la vecchia famiglia del padre di Denise, Pietro Pulizzi, ex marito di Anna Corona e padre di Jessica Pulizzi, assolta dall’accusa di rapimento. Per tutto il mese Mazara del Vallo è passata al setaccio. Polizia, carabinieri, reparti speciali e unità cinofile, percorrono strade, fiumi, grotte, pozzi, anfratti, ma di Denise non c’è traccia. Alla pista privata se ne affiancano altre, come l’ipotesi legata a riti occulti, traffici di organi e la pista rom, ripresa recentemente dopo nuovi studi sul video filmato a Milano in cui una bambina molto somigliante a Denise era in compagnia di una donna rom. Sin dal giorno della scomparsa la mamma Piera Maggio non si è mai data per vinta e ha continuato a cercare la sua bambina, anche quando sembrava non ci fossero più speranze. Ospite di Domenica Live, l’ex procuratore di Marsala, il dottor Alberto di Pisa, ha espresso la sua opinione sulla scomparsa di Denise Pipitone dopo essersi occupato per anni del caso. “Io premetto che il sequestro della bambina avviene nel 2004 e io inizio a lavorarci nel 2008. Ci sono già quattro anni di indagini”, ha detto il dottor Pisa alle telecamere di Barbara D’Urso. “Jessica Pulizzi è stata assolta in tre gradi quindi per la legge è innocente. La mia idea è che la vicenda nasce in ambito famigliare, nasce dal rancore e dall’odio che Anna Corona aveva verso Piera Maggio”, ha spiegato ancora. “La mia opinione nasce anche da un’intercettazione telefonica del 1 settembre tra Corona e la figlia Jessica Pulizzi che disse A casa gliel’ho portata. Questa persona avrebbe potuto portare Denise a qualcuno che poi l’avrebbe lasciata in un campo rom”, ha aggiunto l’ex procuratore. Mercoledì 12 maggio 2021 è arrivata una una lettera anonima allo studio dell’avvocato Giacomo Frazzitta, il legale della mamma di Denise Pipitone, con nuovi elementi attendibili sulla scomparsa della figlia di Piera Maggio. “È chiaro che dal contenuto di quella lettera anonima posso affermare che ci sono diverse persone a Mazara che sanno di questo fatto, sono testimoni oculari, e questo mi fa molta rabbia, perché vuol dire che sono 17 anni che queste persone sono state in silenzio. Questa persona ci fa una descrizione precisa di una fase. Hanno paura? Ma di che cosa? Di chi? – ha spiegato Giacomo Frazzitta a Domenica In – Se il signore anonimo mi sta sentendo, ribadisco noi lo stiamo aspettando, stiamo aspettando il suo segnale e stiamo dicendo delle cose per tranquillizzarlo, mantenendo la massima riservatezza noi ti attendiamo caro anonimo sarai tutelato senza rischi per nessuno”. 

Denise Pipitone, Piera Maggio a Quarto Grado: "Errori di proposito nelle indagini, chi l'ha rapita sapeva cosa faceva". Libero Quotidiano il 17 aprile 2021. Piera Maggio ne è certa "i rom non hanno rapito mia figlia". La mamma di Denise Pipitone, scomparsa da Mazara del Vallo nel 2004, è certa che "chi ha preso mia figlia sotto casa sapeva quello che faceva". A Quarto Grado su Rete Quattro la donna crede che la piccola sia stata data ai rom solo successivamente. "Denise - ha spiegato in collegamento con Gianluigi Nuzzi - non era solita dare confidenza agli estranei. Probabilmente aveva già visto le persone che l'hanno portata via". Tutto questo ha portato a delle gravi conseguenze: "Ci sono stati degli errori nelle indagini che purtroppo non si possono più recuperare". Da qui l'accusa: "Alcuni errori sono stati commessi per negligenza, altri di proposito e altri ancora per incompetenza. Tutto è accaduto in una provincia dove nessuno si aspettava che rapissero una bambina". Un racconto, quello di Piera, che non stride affatto con quello fatto da Felice Grieco. Fu lui, guardia giurata di fronte a una banca, a riprendere una bambina parecchio somigliante alla piccola Denise solo qualche mese dopo la sua sparizione. La bambina misteriosa si chiamava proprio "Danas". "Il 19 consegnai il CD con i filmati, vennero sul posto. Poi basta… Mesi dopo si è tornati a parlare. Mi fu sequestrato cellulare, pc, ebbi un mandato di perquisizione in casa, forse pensavano nascondessi qualcosa", ha spiegato l'uomo alle telecamere di Telelombardia. Per poi aggiungere che fu chiamato sui posti a identificare delle persone, direttamente nei campi rom. "Davanti ai carabinieri - ha ammesso - sono stato minacciato da alcuni rom, mi dissero che mi avrebbero tagliato la testa". La pista dei nomadi è ancora la più convincente. "Alle 13.30 di quel giorno - ha spiegato anche il legale Giacomo Frazzitta sul giorno della tragedia - ci sono contatti con nomadi dell’est europeo con soggetti vicini alla storia, per cui che ci possa essere stato un contatto – ma parliamo di ipotesi – ci dà l’idea che potrebbe esserci stato un coinvolgimento".

Caso Pipitone: non si placano le polemiche sulle incongruenze della trasmissione russa. Denise Ragusa l'08/04/2021. Numerosi polemiche si sono susseguite oggi, 8 aprile, sul caso Pipitone-Rostova, in seguito alla puntata di ieri di "Lasciali Parlare" dell'emittente russa. Ha acceso numerose polemiche la trasmissione “Lasciali parlare”, andata in onda nel primo canale russo, nella serata di ieri, 7 aprile. L’Italia intera discute sulle numerose incongruenze che hanno caratterizzato il programma e si infervora per le modalità di gestione dei rapporti con la famiglia di Denise Pipitone e con il loro legale Frazzitta. A essere messo sotto la lente di ingrandimento da parte degli italiani è principalmente il conduttore Dmitry Borisov, che di fatto viene accusato di aver strumentalizzato il dolore di Piera Maggio, per raccogliere ascolti e di aver usato la storia di Denise Pipitone e la sua somiglianza con Olesya per accrescere la popolarità del programma. L’aspetto che più ha scandalizzato l’opinione pubblica è sicuramente stato il trattamento riservato dal conduttore al rappresentate legale della famiglia di Denise; il conduttore infatti, ha fortemente esitato a concedere rapidamente il risultato dell’esame sul gruppo sanguigno di Olesya, all’avvocato Frazzitta, generando uno scontro in studio, che non è affatto passato inosservato. “Pomeriggio 5”, nella puntata di oggi, 8 aprile, si è occupata di mettere in luce le principali incongruenze che hanno caratterizzato la puntata di ieri trasmessa dalla tv russa. La prima stranezza e incongruenza sarebbe rappresentata dal curioso fatto che Olesya, durante la trasmissione si è più volte rivolta a Piera Maggio, con l’appelativo di “Mammina”, azione ripetuta dalla ragazza più volte, anche con le altre ipotetiche mamme, che poi si sono rivelate non compatibili col test del DNA di Olesya. La seconda incongruenza sarebbe rappresentata dal sorriso che Olesya ha rivolto al conduttore, in seguito alla rivelazione dell’incompatibilità del suo gruppo sanguigno con quello di Denise Pipitone. Fatti molto strani, che hanno fatto molto discutere e di fatto hanno messo in dubbio la credibilità del programma e del conduttore stesso, che nella serata di ieri, 7 aprile, tramite un post su Instagram si è scusato con Piera Maggio.

Da "liberoquotidiano.it" l'8 aprile 2021. Cade la pista russa, non quella dei nomadi. A Chi l'ha visto? Federica Sciarelli riprende in mano il caso di Denise Pipitone, nel giorno del tanto atteso verdetto su Olesya Rostova. La 20enne russa in cerca della madre biologica non è la piccola di 4 anni sparita a Mazara del Vallo nel 2004, il gruppo sanguigno è differente. Denise, dunque, non è stata portata a Mosca e poi finita in un orfanotrofio. Ma la Sciarelli rimanda in onda un vecchio servizio, un documento sconvolgente che riaccende le polemiche sulle mancate ricerche e gli eventuali passi falsi in 16 anni di indagini. Un anziano audioleso, steso a letto, riconosce la foto della piccola Denise e spiega a gesti a una traduttrice di averla vista, in canottiera, infreddolita e coperta da una maglia. L'uomo vede la foto della bimba su un telefonino e si sbraccia, indicandola. Riconobbe la bambina dopo il rapimento, ricorda la Sciarelli, ma la testimonianza dell'uomo audioleso, oggi deceduto, non fu ammessa al processo. Ed è rimasto un mistero anche un altro fatto emerso dall'inchiesta siciliana, seguita dalla Procura di Mazara: le telefonate al cellulare del padre da una utenza della famiglia Iovanovic. Le perquisizioni nel campo nomadi, però erano andate a vuoto. Proprio la tesi del rapimento della bimba ad opera di nomadi sembrava dare dei punti di contatto con la vicenda di Olesya, che sosteneva di avere ricordi di quando, bambina, era costretta a chiedere l'elemosina a Mosca con una mendicante nomade, prima di venire soccorsa da agenti delle forze dell'ordine e venire portata in un orfanotrofio della capitale russa.

“Ha mentito, vi racconto tutto”. Denise Pipitone, la rivelazione su Olesya Rostova da Barbara D’Urso. Caffemagazine.it il 12/4/2021. Sono pesanti le accuse a Olesya Rostova, la ragazza russa che per una settimana ha tenuto l’Italia con il fiato sospeso per capire se potesse essere Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Maraza Del Vallo, in Sicilia, quando aveva 4 anni. In questi anni le segnalazioni su possibili ritrovamenti di Denise Pipitone sono state tantissime, ma non c’era mai stata una pista così importante come questa che porta in Russia, con tanto di storia analoga e foto che mostra una somiglianza davvero impressionante con Piera Maggio. Ma la verità è venuta a galla quando, durante la puntata di ‘Lasciali parlare’ andata in onda mercoledì 7 aprile l’avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, ha ricevuto la notizia del gruppo sanguigno di Olesya, che non combacia con quello di Denise Pipitone. “Siamo veramente dispiaciuti che il gruppo sanguigno di Olesya non sia quello di Denise. Era un passaggio fondamentale da fare”, ha affermato ancora Frazzitta aggiungendo: “Adesso sarà la Procura di Marsala ad occuparsene”. A Domenica Live Roman, conduttore e produttore di un web-reality russo a cui partecipò Olesya, ha lanciato accuse pesanti alla 21enne. “Non mi interessa di Olesya – dice Roman in collegamento con Barbara D’Urso – ma quando ho visto che stava inventando tutta questa storia, ho deciso che dovevo parlare”. I video del reality, spiega Barbara D’Urso, non possono essere trasmessi, perché in fascia protetta. “Lei diceva sempre che voleva avere fama, visibilità. È un’attrice“, dice Roman, spiegando anche che Olesya più volte aveva detto di voler arrivare anche a “Lasciami parlare”, la trasmissione russa che poi ha raccontato la sua storia. Secondo il racconto di Roman, Olesya “ha dei genitori. Quando nella trasmissione ha detto che non si ricordava se parlava in italiano e via dicendo, io ho capito che dovevo parlare. Sono sicuro che lei stia recitando un copione”. Incalzato, poi, specifica: “Ho dei video, degli audio in cui lei dice di conoscere i suoi genitori e di avere una famiglia vera. Mi scuso per la Russia. Credo che Olesya conosca la sua famiglia di origine, mi ha sempre parlato della sua infanzia, della sua “sorellona”. Ma di quale rapimento parliamo? Non capisco perché raccontare queste balle”. Sulla trasmissione che però, secondo quanto detto da Roman, non avrebbe verificato la reale storia di Olesya, il conduttore del web-reality non è netto: “Conniventi? Non riesco a rispondere. Hanno fatto una trasmissione, senza prove, hanno messo in mezzo tante persone, sulla base di una probabilità”. Certo delle sue affermazioni, poi, l’ospite di Barbara D’Urso promette altre prove: “Nel reality potrebbe aver parlato con noi della famiglia adottiva, certo, ma è strano che non abbia detto nulla del rapimento”. Roman, Roma Bler (nome su Instagram), streamer russo e vecchio amico di Olesya, sui social aveva pubblicato dei video che ritraevano la ragazza russa partecipare a un suo reality. “Olesya Rostov partecipante al Mio spettacolo. Lo sta facendo per fare pubbliche relazioni. Ho tutte le prove video. Non essere ingannato”. “Olesya Rostova era un’attrice del mio reality Show su YouTube. – aveva scritto ancora lo youtuber russo – Non giocare con i sentimenti delle persone in TV, lei mente. Ho un sacco di video in cui mi dice che è pronta a fare qualsiasi cosa per la popolarità e oltre. Per lei, questa è la cosa più importante. Non ti lascerò ‘ ingannare! Seguiteci, andrò in TV e vi mostrerò tutto. Mostra questo video a tutti!”.

Le accuse rivolte a Olesya Rostova da un conduttore russo. Un conduttore russo, ospite a Domenica Live, ha rivolto pesanti accuse contro Olesya Rostova, la ragazza che avrebbe potuto essere Denise Pipitone. Ilaria Minucci su Notizie.it l'11/4/2021. Si moltiplicano i dubbi sull’autenticità della storia raccontata da Olesya Rostova, la ragazza russa in cerca della sua famiglia dopo essere stata rapita da bambina. A questo proposito, si è espresso il conduttore e produttore di web-reality russo Roman, durante la sua partecipazione a Domenica Live, il programma domenicale in onda su Canale 5 e condotto da Barbara d’Urso. Olesya Rostova è diventata famosa in Italia, attirando su di sé l’attenzione mediatica del Paese, per la sua estrema somiglianza con Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone scomparsa nel 2004. La speranza che la giovane russa potesse essere la piccola Denise ha riacceso l’attenzione sul caso e in molti hanno creduto che Piera Maggio fosse in procinto di riabbracciare la sua bambina. La vicenda, tuttavia, non si è conclusa con un lieto fine e, mentre la ragazza persiste nella ricerca della sua vera famiglia, le sono state rivolte pesanti accuse che minano la credibilità dei suoi racconti. Nel pomeriggio di domenica 11 aprile, il conduttore russo Roman ha partecipato in collegamento video al programma Domenica Live, condotto da Barbara d’Urso. In questa circostanza l’uomo si è scagliato contro Olesya Rostova. Il conduttore, infatti, ha prodotto un web-reality in Russia al quale ha partecipato, fino a novembre 2020, anche la giovane Olesya. Sulla base delle informazioni rilasciate, la ragazza avrebbe inscenato una farsa a favore di telecamere “solo per diventare famosa”. In particolare, rispondendo alle domande della d’Urso, Roman ha dichiarato: “Non mi interessa di Olesya ma, quando ho visto che stava inventando tutta questa storia, ho deciso che dovevo parlare”. Il conduttore, poi, ha spiegato la natura del format di cui è produttore e che, per un periodo, ha coinvolto anche Olesya Rostova. Il web-reality era animato da ragazze e ragazzi che dovevano affrontare svariate sfide “facendo vedere la loro personalità”. I video, seppur disponibili, non possono però essere trasmessi in quanto rientrano in fascia protetta. In relazione alla figura di Olesya Rostova, il conduttore russo ha spiegato: “Lei diceva sempre che voleva avere fama, visibilità. È un’attrice”. Proprio a questo proposito, la ragazza aveva spesso affermato di voler arrivare a partecipare proprio alla nota trasmissione russa in onda sul Primo Canale “Lasciatemi parlare”, della quale è diventata il volto di punta, nel corso delle ultime settimane. Rispetto alla famiglia di origine di Olesya, inoltre, Roman ha raccontato: “Ha dei genitori. Quando nella trasmissione ha detto che non si ricordava se parlasse in italiano e via dicendo, io ho capito che dovevo parlare. Sono sicuro che lei stia recitando un copione. Ho dei video, degli audio in cui lei dice di conoscere i suoi genitori e di avere una famiglia vera. Mi scuso per la Russia. Credo che Olesya conosca la sua famiglia di origine, mi ha sempre parlato della sua infanzia, della sua "sorellona". Ma di quale rapimento parliamo? Non capisco perché raccontare queste balle”. Interrogato sulla presunta connivenza della trasmissione “Lasciatemi parlare”, poi, il conduttore russo non ha manifestato una posizione chiara: “Conniventi? Non riesco a rispondere. Hanno fatto una trasmissione, senza prove, hanno messo in mezzo tante persone, sulla base di una probabilità”. Infine, prima di chiudere il collegamento con Barbara d’Urso, Roman ha promesso di fornire ulteriori prove a sostegno delle dichiarazioni da lui rilasciate: “Nel reality potrebbe aver parlato con noi della famiglia adottiva, certo, ma è strano che non abbia detto nulla del rapimento”.

La genetista e il retroscena su Denise: "Cos'è successo con Olesya". La dottoressa Marina Baldi svela il retroscena della vicenda di Olesya Rostova, la ragazza russa che ha riacceso la speranza sulla vicenda di Denise Pipitone. Rosa Scognamiglio - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Nelle ultime due settimane, il caso di Olesya Rostova ha riacceso i riflettori sulla vicenda di Denise Pipitone, la bimba di 4 anni scomparsa da Mazara del Vallo 17 anni fa. Per giorni l'Italia intera ha cullato la speranza che quella ragazza russa, così somigliante a Piera Maggio nelle fattezze del volto, fosse proprio la piccola Denise. Ma le risultanze del gruppo sanguigno hanno smentito questa possibilità. Tra i consulenti nominati dall'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, vi è la dottoressa Marina Baldi, medico genetista forense, che da anni si occupa di profilare il Dna dei familiari di bambini scomparsi per l'Associazione Penelope. "Eravamo pronti. Il Dna di Denise già lo avevamo perché i Ris, all'epoca dei fatti, lo avevano ricavato dagli oggetti della bambina e dei genitori. Purtroppo non è servito più", racconta alla redazione de IlGiornale.it.

Di cosa si occupa un genetista forense?

"Il genetista forense si occupa di tutto ciò che riguarda l'aspetto giuridico della genetica. Nello specifico sono tre i campi di applicazione di sua competenza. In primo luogo provvede alla individuazione del Dna derivante da tracce biologiche presenti sulla scena del crimine e, attraverso la comparazione col profilo genetico di un eventuale indagato, stabilisce se c'è corrispondenza tra il sospetto reo di una vicenda e le tracce repertate sul luogo del delitto. In secondo luogo un genetista forense si occupa del riconoscimento delle persone scomparse. Ad esempio se viene trovata una salma, un corpo o dei resti umani da qualche parte, il genetista riesce a stabilire l'identità di quella persona in base alle informazioni contenute nel suo profilo genetico. L'ultima applicazione riguarda gli accertamenti di Dna in ambito giudiziario quali, ad esempio, i casi di riconoscimento della paternità biologica".

Che informazioni racconta il Dna di una persona in ambito forense?

"Le sequenze di Dna che vengono scelte in ambito giudiziario non hanno alcuna attinenza con lo stato di salute delle persone ma sono dei parametri – 23 numeri per l'esattezza – che consentono di accertare l'identità esatta di una persona. Per semplificare il concetto, basta immaginare il Dna come fosse una sorta di codice fiscale. Così come il codice fiscale contiene dei 'campi' che sono uguali per tutti – nome, cognome e data di nascita - sul Dna ci sono dei 'loci', ovvero delle 'caselline' che vengono Identificate con delle sigle convenzionali. Ciò che c'è scritto dentro ciascun locus – una quadrupletta numerica - varia da persona a persona. Ed è ciò che rende unico, e quindi diverso, il Dna di un individuo da un altro, proprio come accade per il codice fiscale".

Lei è stata interpellata come consulente in moltissimi casi di cronaca nera, dall'omicidio di Melania Rea al delitto di Meredith Kercher. Qual è stato quello di più facile risoluzione?

"Mi sono occupata di vari da casi, da delitto di Perugia a quello della Mastropietro, Ma il delitto dell Olgiata è stato quello che mi ha dato sicuramente più soddisfazione perché è uno dei pochi cold case risolti agevolmente con la prova del Dna".

Da qualche anno collabora come genetista con l'Associazione Penelope che si occupa, tra l'altro, della ricerca di persone scomparse. Di cosa si occupa nello specifico?

"Un po' di anni fa, su idea dell'avvocato La Scala, che all'epoca era presidente di Penolepe Nazionale, lanciammo una sorta di provocazione. Proponemmo a chiunque ne avesse intenzione la possibilità di tracciare il proprio profilo genetico senza costi economici. E devo dire che, nel corso del tempo, moltissime famiglie hanno aderito all'iniziativa. In questo modo si può avere sempre a disposizione il Dna per un eventuale accertamento".

Quanto è importante conservare il profilo genetico dei genitori nel caso dei bambini scomparsi?

"Nel caso dei bambini scomparsi è molto importante conservare un profilo genetico dei genitori poiché, anche se il ritrovamento dovesse avvenire anni dopo la morte di un familiare, è possibile fare un match genetico e stabilire con assoluta certezza l'identità di una persona".

Quale è la procedura da seguire per averne uno?

"La prima cosa è fornire un consenso in forma scritta in cui si autorizza al trattamento dei propri dati personali, in questo caso specifico del proprio profilo genetico, per un'eventuale comparazione. Dopodiché la persona viene sottoposta a un tampone salivare e dalle cellule della mucosa orale si ricava il Dna. Il tampone viene quindi inserito in una provetta e inviato in laboratorio".

Lei è stata nominata dall'avvocato Frazzitta, legale di Piera Maggio, come consulente per il caso di Olesya Rostova. Ci racconta un po' cosa è successo?

"L'avvocato Frazzitta mi ha nominato come consulente per una ragione ben precisa. Perché all'inizio della segnalazione sembrava fosse necessario che andassimo noi in Russia per fare il tampone salivare alla ragazza e procedere con la comparazione. Poi, come si è visto, non è stato necessario".

Già avevate a disposizione il Dna di Denise?

"Qui era tutto pronto. Il Dna di Denise già lo avevamo perché i Ris, all'epoca dei fatti, lo aveva ricavato dagli oggetti della bambina e dei genitori".

Quando è arrivata la segnalazione, qual è la prima richiesta che avete fatto?

"La prima cosa che è stata chiesta era il gruppo sanguigno di Olesya poiché è una informazione che consente di fare una prima scrematura. Se ci fosse stata corrispondenza, poi avremmo proceduto col test del Dna".

Differenza tra gruppo sanguigno e Dna?

"I gruppi sanguigni sono solo quattro. Per cui se non c'è corrispondenza, è inutile procedere con l'identificazione. Diciamo che le informazioni relative al gruppo sanguigno sono perfette in esclusione, ma per l'identificazione serve il dna".

Quanto tempo occorre per una comparazione del gruppo sanguigno?

"È praticamente istantaneo perché il gruppo sanguigno viene registrato già alla nascita, basta un banale esame del sangue per sapere qual è. Il Dna è un po' più complicato perché, come dicevamo prima, ci sono 23 parametri da controllare. Ma se uno ha 'la tabellina' non ci si impiega nulla. Al massimo serviranno dieci minuti".

Allora perché, nel caso di Olesya, l'attesa si è protratta per più di una settimana?

"Probabilmente per motivi che riguardano l'organizzazione del programma ma, ovviamente, non posso saperlo con certezza. Poi può darsi che non avessero a disposizione il Dna di Olesya e quindi hanno dovuto farlo per compararlo con quello di altre donne che hanno risposto all'appello della ragazza. So per certo che l'intenzione dell'avvocato Frazzitta fosse quella di proteggere Piera Maggio. Questa donna si è ritrovata con addosso una pressione mediatica enorme, con una segnalazione e quindi andava tutelata. E lui lo ha fatto".

Alla luce delle risultanze negative come spiega la somiglianza tra Piera Maggio e Olesya?

"Le somiglianze ci sono, è verissimo. Ma la prima cosa che impara un genetista è che quando bisogna fare un accertamento le somiglianze fisiche contano relativamente poco, perché possono essere fuorvianti. Poi in realtà le foto da bambina di Olesya messe a confronto con quelle di Denise erano molto differenti".

Quindi lei hai capito subito che non si trattasse di Denise?

"La verità è che ce ne siamo accorti tutti. Non tanto per le somiglianze della ragazza con Piera Maggio - perché è chiaro che ve ne siano - ma con Denise bambina no. Fatto sta che solo con la comparazione del gruppo sanguigno si poteva stabilire con certezza che Olesya non fosse Denise".

Il Dna può mai sbagliare?

"Tutto è possibile ma si tratta di un test molto accurato che viene ripetuto più volte. Quindi direi di no".

Possiamo ancora sperare di riabbracciare Denise e tutti gli altri bambini scomparsi?

"Quello che posso dirle è che finché non si trova il corpo di uno scomparso la speranza non muore mai. La speranza non deve mai essere abbandonata. La razionalità suggerisce le soluzioni più ovvie ma il cuore è un'altra cosa".

Denise Pipitone, i genitori: “Ci abbiamo sperato, è la figlia di tutta Italia e va cercata”. Chiara Nava su Notizie.it l'08/04/2021. Le parole di Piera Maggio e Pietro Pulizzi, dopo la certezza che Olesya Rostova non è la loro figlia Denise Pipitone. La famiglia della piccola Denise Pipitone, scomparsa a Mazara del Vallo 17 anni fa, ha dovuto affrontare una nuova forte delusione, dopo un momento di speranza. I genitori della bambina, Piera Maggio e Pietro Pulizzi, hanno voluto ringraziare tutti. Olesya Rostova, la ragazza russa che cercava i suoi genitori naturali, non è Denise Pipitone. Una nuova speranza è crollata per la famiglia della bambina scomparsa. Le analisi del gruppo sanguigno hanno svelato che la ragazza non è Denise, come è stato annunciato nella trasmissione russa. Dopo qualche ora da questa notizia sulla pagina “Missing Denise Pipitone Mp” è stato condiviso un messaggio firmato Piera Maggio e Pietro Pulizzi, genitori di Denise Pipitone. Un messaggio molto intenso, per ringraziare tutta l’Italia che ancora una volta è stata accanto a loro e si è riempita prima di speranza e poi di delusione. La famiglia si è trovata nuovamente a dover superare un altro ostacolo, ma la ricerca della piccola Denise non si fermerà, soprattutto perché potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo. Proprio per questo motivo, ogni segnalazione viene valutata e accertata con grande precisione. Denise Pipitone è nel cuore di tutti gli italiani che hanno seguito la sua storia e le indagini dietro la sua scomparsa. Tutti speravano che Olesya fosse davvero Denise, ma purtroppo la risposta è stata negativa e di conseguenza la bambina risulta ancora scomparsa. “Ci abbiamo sperato senza mai perdere quella sana lucidità che dall’inizio della segnalazione abbiamo avuto, l’esser cauti. Sono stati giorni difficili, pieni di tensione. Adesso continueremo nella nostra battaglia come abbiamo sempre fatto. Denise è diventata la figlia di tutta Italia e va cercata. Ringraziamo di cuore tutti per l’affetto e la vicinanza” hanno scritto i genitori di Denise Pipitone, Piera Maggio e Pietro Pulizzi. Un messaggio di ringraziamento, dopo giorni particolarmente difficili e delicati.

Chiara Nava. Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

Denise Pipitone, appelli in tutto il mondo per continuare le ricerche e ritrovarla. Chiara Nava su Notizie.it il 09/04/2021. Ci sono appelli in tutto il mondo e in tutte le lingue per riuscire a trovare Denise Pipitone, bambina scomparsa nel 2004. In questi giorni è partita una vera gara di solidarietà sui social network, che coinvolge tutto il mondo, per riuscire a ritrovare Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Mazara del Vallo nel settembre del 2004. All’epoca aveva solo 4 anni e non è mai stata ritrovata. Dopo che è tornata l’attenzione sulla vicenda, in seguito alla segnalazione della ragazza russa Olesya Rostova, si sono moltiplicati gli appelli per riuscire a trovare Denise e farla tornare a casa. A renderlo noto la mamma della piccola, Piera Maggio, con un post scritto sui social network. “Dopo l’esito negativo di quest’ultima segnalazione, sta accadendo a partire dai giovani qualcosa di meraviglioso. Stanno diffondendo in varie lingue, la locandina con hashtag #Denisepipitone. Non ci sono parole semplicemente grazie di esserci” ha scritto Piera Maggio. Si tratta del secondo messaggio scritto dalla donna in questi giorni. La speranza che Olesya potesse essere davvero Denise era grande, ma purtroppo è stata l’ennesima delusione. Piera Maggio ha scritto in precedenza di averci sperato fortemente, ma senza mai perdere la lucidità. “Sono stati giorni difficili, pieni di tensione. Adesso continueremo nella nostra battaglia come abbiamo sempre fatto. Denise è diventata la figlia di tutta Italia e va cercata. Ringraziamo di cuore tutti per l’affetto e vicinanza ricevuta” ha aggiunto la mamma di Denise, insieme al padre Pietro Pulizzi. Il messaggio è arrivato poche ore dopo la scoperta che la ragazza russa, Olesya Rostova non è Denise Pipitone. A confermarlo è stato l’avvocato Giacomo Frazzitta, dopo la comparazione del gruppo sanguigno della ragazza con quello della bambina scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo. Gli appelli per ritrovare la bambina stanno facendo il giro del mondo e sono stati tradotti in moltissime lingue, nella speranza di poterla finalmente riportare a casa dai suoi genitori dopo ben 17 anni.

Chiara Nava. Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

Pomeriggio 5, Denise Pipitone: "La foto dal campo nomadi". L'ultima clamorosa pista, ecco lo scatto: due gocce d'acqua. Libero Quotidiano il 13 aprile 2021. Su Denise Pipitone spunta una nuova foto di una bambina in un campo nomadi rom che assomiglia tanto alla piccola scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo in Sicilia. La foto è stata mostrata a Pomeriggio 5  lunedì 12 aprile da Barbara d'Urso e, come ha detto in diretta la conduttrice, è stata pubblicata in un tweet dell'avvocato della mamma Piera Maggio, Giacomo Frazzitta. Insomma sembra ci sia di nuovo un caso che riguarda Denise dopo quello farlocco di Olesya in Russia. La foto sarebbe stata scattata in un campo nomadi in Slovacchia e la somiglianza con la piccola Denise sembrerebbe davvero impressionante. Della foto si sa poco però. Durante la trasmissione Barbara d'Urso l'ha fatta vedere, ricordando che è stato l'avvocato della mamma a diffonderla via social. Piera Maggio, madre di Denise, intanto è tornata in tv. "Ringrazio la guardia giurata, non voglio che abbia assolutamente rimorsi di coscienza, ha detto la signora riferendosi a Felice Grieco, nel corso della trasmissione Mattino 5 condotta da Federica Panicucci in onda su Canale 5. La Maggio faceva riferimento alla guardia giurata che nel 2004 segnalò e fece il video alla bambina che probabilmente era la piccola Denise, a poche settimane dalla scomparsa. “Ho incontrato Piera. Inizialmente fu dura nei miei confronti, ma le venne spiegato che non avrei potuto fare altro che chiamare la Polizia. Poi ci siamo parlati e chiariti”, aveva detto Grieco, domenica scorsa negli studi di Domenica Live, ospite di Barbara d'Urso.

Denise Pipitone, la guardia giurata che girà il video di Danas rompe il silenzio: "I rom minacciarono di tagliarmi la testa". Libero Quotidiano il  16 aprile 2021. Dopo Chi l'ha Visto? è TeleLombardia a occuparsi della scomparsa di Denise Pipitone. Ad Iceberg è stato infatti accolto l’appello di Piera Maggio affinché non si spengano i riflettori sul caso che ha tenuto gli italiani con il fiato sospeso. L’ultimo avvistamento credibile risale a circa un mese dopo (era il 2004) la sparizione della piccola siciliana, a Milano, da parte di una guardia giurata, Felice Grieco. "In quel video ci abbiamo creduto un po’ tutti, sin da subito avevamo avuto l’idea che Denise non fosse stata soppressa, non ci sono mai stati indizi in tal senso", ha commentato l'avvocato di Piera, Giacomo Frazzitta, in collegamento. E ancora sulla tesi che la piccola oggi ventenne possa essere in mano ai nomadi: "Denise data in mano a un gruppo di rom poteva essere un modo per occultarla, nasconderla, per farle fare una vita diversa e farla allontanare definitivamente dalla mamma". Nel video diffuso dalla trasmissione di Federica Sciarelli e inviato dalla guardia giurata, una bambina molto somigliante a Denise è in compagnia di una rom che addirittura la chiama "Danas". Eppure per quel filmato Grieco ha ricevuto parecchi rimproveri, compreso dai suoi colleghi che lo invitavano "ad attenersi solo ed esclusivamente al nostro lavoro". L’allora ispettore di polizia, Celeste Bruno, ha invece fornito un’altra versione asserendo: "Non vi fu alcuna restrizione" ma "fu necessario un filtro ad essere più attenti a cosa segnalavano". Ma Grieco è intenzionato a proseguire, ricordando quanto accaduto i giorni successivi a quella segnalazione. "Il 19 consegnai il CD con i filmati, vennero sul posto. Poi basta… Mesi dopo si è tornati a parlare. Mi fu sequestrato cellulare, pc, ebbi un mandato di perquisizione in casa, forse pensavano nascondessi qualcosa". I ricordi della guardia giurata sono ancora nitidi: nei mesi successivi l'uomo fu poi chiamato sui posti a identificare delle persone, direttamente nei campi rom. "Davanti ai carabinieri sono stato minacciato da alcuni rom, mi dissero che mi avrebbero tagliato la testa". La pista rom rimane tutt'ora la più battuta. "Alle 13.30 di quel giorno - ha spiegato anche il legale sul giorno della tragedia - ci sono contatti con nomadi dell’est europeo con soggetti vicini alla storia, per cui che ci possa essere stato un contatto – ma parliamo di ipotesi – ci dà l’idea che potrebbe esserci stato un coinvolgimento". Nulla di certo, ma la mamma della piccola Denise e il suo avvocato non rinunceranno neanche a questa pista pur di trovare la verità.

"Sono io Denise...". Il giallo della ragazza su Instagram. Angela Leucci il 15 Aprile 2021 su Il Giornale. Su Instagram spunta un falso profilo di Denise Pipitone: Piera Maggio segnala alla Polizia Postale, ma forse si tratta di un vero e proprio fenomeno. Spuntano non proprio come i funghi, ma potrebbero danneggiare le ricerche. Si tratta delle false Denise Pipitone che si palesano sui social network, e che vengono segnalate puntualmente alla Polizia Postale dalla famiglia della bimba scomparsa. Se n’è parlato nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”, a conclusione di un lungo approfondimento sul caso di Denise, con collegamenti in studio insieme alla mamma Piera Maggio e all’avvocato Giacomo Frazzitta. La conduttrice Federica Sciarelli l’ha presentato come un vero e proprio fenomeno, lanciando poi il servizio di Marina Borromini. Ma cos’è accaduto? Mentre l’Italia e il resto del mondo scopriva che Olesya Rostova - la giovane russa alla ricerca della madre in un programma televisivo - non è Denise, scomparsa a 4 anni nel 2004 a Mazara del Vallo, su Instagram faceva proseliti un profilo dal nome denise_pipitone_official. Inquietante il suo messaggio di presentazione. “Ragazzi sono la vera Denise e quello che stanno facendo vedere in televisione non è assolutamente vero, quella non sono io, non preoccupatevi sto bene”. Chi l’ha visto? ha analizzato la foto del profilo social, mostrando come si tratti di un invecchiamento realizzato in passato dai carabinieri del Ris, per ipotizzare come sarebbe oggi la piccola Denise. Lo scatto è rintracciabile con una comunissima ricerca su Google, ma Piera Maggio non lo diffonde mai attraverso i propri canali social. Mentre la trasmissione Rai prosegue con il resoconto del fenomeno, Frazzitta non può fare a meno di scuotere la testa: un fenomeno del genere potrebbe effettivamente ostacolare le ricerche della bimba scomparsa. La falsa Denise ha anche pubblicato delle Storie, in cui racconta di vivere a Milano e che viene chiamata Danàs - lo stesso nome della bimba immortalata anni fa in un video insieme ad alcuni rom, che poi si è stabilito non essere la figlia di Piera. Inoltre la persona dietro il falso profilo afferma di essere segregata in casa senza la tv, e che non dovrebbe avere neppure un cellulare. Va da sé che la famiglia di Denise ha allertato la Polizia Postale, che ha compilato un’informativa per l’autorità giudiziaria: Piera Maggio chiede da sempre di non creare questo tipo di profili. “Se c’è anche una sola possibilità dietro una segnalazione va approfondita - ha concluso Borromini nel suo servizio - ma se si tratta di gente senza scrupoli che non ha alcun rispetto del dolore di una madre allora è giusto che si prendano provvedimenti e anche seri”. Intanto però, nel pomeriggio di ieri, è spuntato un nuovo profilo Instagram, denise_pipitone_official2, con il messaggio di presentazione “L'altro profilo me lo hanno bloccato, comunque sono la vera Denise” e la stessa foto profilo. Tra le Storie spuntano una sequela di dichiarazioni: “Mi hanno segnalato e bloccato il profilo, quanta cattiveria nelle persone. Invece di segnalare provate a crederci per una volta sono vera, farò anche i test del Dna nessun problema così risolviamo tutto, poi vi spiegherò tutto con calma, comprendete la situazione. Se non ci credete non importa, io mi mostro per quella che sono e poi non avrei motivo di scherzare su un argomento così serio ragazzi”.

Da leggo.it il 15 aprile 2021. La mamma di Denise Pipitone, Piera Maggio, si è collegata con la trasmissione Chi l’ha visto nella puntata in onda questa sera. Una presenza attesa, a una settimana dal caso di Olesya Rostova, la giovane russa che aveva raccontato ad un programma tv di essere stata rapita da piccola, e di cui si era pensato potesse essere proprio Denise, per via di una forte somiglianza con la stessa mamma della bambina scomparsa nel 2004. «Noi non molliamo, vogliamo la verità, vogliamo giustizia», ha detto Piera. «Io non ho mai perso la speranza di riabbracciare Denise - ha aggiunto la donna, in collegamento mentre l'avvocato era in studio - In questi giorni sono rincuorata perché sono emerse quelle incongruenze e anomalie che in questi anni ho sempre gridato. Finalmente c’è qualcuno che spiega che quelle anomalie c’erano». «Sicuramente in questa indagine ci sono state persone che ci hanno messo anima e cuore, altre che non erano competenti, e altre che non dovevano starci, perché anziché aiutare non favorivano le indagini. Qualcuno ha passato le nottate per far sì che Denise tornasse a casa, qualcun altro no», ha aggiunto la mamma di Denise.  Quanto al caso di Olesya, Piera ha aggiunto che «su questa storia vorrei mettere un punto. Al di là di qualche polemica, questa verifica andava fatta senza remore: ci sono state segnalazioni in questi anni su cui le verifiche erano meno importanti di questa. Ovviamente il metodo che pretendevano i russi, non lo avrei accettato: loro avevano il Dna di Olesya, ma volevano che andassi in quella trasmissione a fare quel teatrino, una cosa che io non avrei mai fatto. A quel punto l'unico modo era chiedere il gruppo sanguigno: su questo ci siamo battuti, l'avvocato Frazzitta è stato molto bravo in questo. Quel format di trasmissione richiedeva tutt'altro. Se avessimo aspettato le autorità e le rogatorie, sarebbero passati mesi». Infine sulla stessa Olesya: «Se sta usando la visibilità per altri scopi, non sono problemi nostri. A noi interessava solo sapere se quella ragazza era mia figlia».

Tutte le volte che è stata avvistata Denise Pipitone, dalla rom al milionario albanese. Giada Lo Porto su La Repubblica il 2 aprile 2021. Prima della pista russa c’era stato l’avvistamento a Milano. E l’intervento di Pacolli. Il 18 ottobre 2004, un mese dopo la scomparsa di Denise Pipitone da Mazara del Vallo, una guardia giurata filmò a Milano una bambina molto somigliante a lei. Mamma Piera riconobbe sua figlia: "È lei la mia Denise". Nel video si vedeva la bambina assieme a una zingara, le chiedeva: "Dove mi porti?". La bimba ha un accento siciliano. La donna la chiama "Danas", uno storpiamento del nome Denise, forse. La guardia giurata telefonò alla polizia. Mentre gli investigatori passarono al setaccio la zona, i nomadi sparirono. Non si seppe più nulla. "Vidi che aveva un segno sulla guancia - ricorda Felice Grieco, la guardia giurata - non so se era sporco o una piccola cicatrice sotto l'occhio (Denise aveva una cicatrice su una guancia ndr.)". Adesso quel filmino potrebbe essere collegato alla pista russa che tanto sta facendo discutere. E sperare. Procediamo per gradi. C'è una ragazza russa che è andata in un programma tv del suo paese a cercare sua madre. Olesya Rostova, questo il nome della giovane, ha raccontato di essere stata rapita e poi ritrovata, in un campo rom della Russia. Nel suo racconto parla di una rom che lei credeva fosse sua madre che la porta a chiedere l'elemosina, poi la polizia scoprirà che non era la vera madre e la bimba va in orfanotrofio. L'ultima notizia è il prelievo del Dna dalla ragazza russa. "Faremo una verifica preliminare sul gruppo sanguigno - conferma l'avvocato di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta - e se dovesse essere compatibile con quello di Denise, andremo avanti anche ad analizzare il Dna. Dovremmo avere il gruppo sanguigno della giovane nel fine settimana". La sua storia ha dei tratti molto simili a quella della bimba siciliana mai trovata. E torna il famoso filmino. "Quella bimba aveva un chiaro accento siciliano - ribadisce l'avvocato - Oggi questa forte somiglianza e la storia di questa ragazza che non conosce nulla del suo passato ci fa saltare in aria". Possibile che fosse Denise e che da Milano fosse poi finita in Russia? Di certo in questo giallo lungo 17 anni tanti sono stati i falsi allarmi, altrettante le delusioni. Tanto da portare mamma Piera, a dosare le parole: "Siamo cautamente speranzosi", dice. Ma, oltre alla pista rom, ce n'è un'altra che potrebbe arrivare fino in Russia. Si tratta di un retroscena raccontato dall'avvocato durante la puntata di "Chi l'ha visto?" del 31 marzo. Viene fuori la figura di Behgjet Pacolli, esperto di rapimenti internazionali, imprenditore di origine kosovara. L'uomo nel 2004 si interessò alla vicenda parlando di un "sequestro internazionale" e dando la sua disponibilità - anche economica - per le ricerche. "Poco dopo il suo interessamento - rivela l'avvocato Frazzitta - ci arriva un messaggio da una cabina telefonica con scritto: "Denise Pipitone sta entrando al confine franco-svizzero". Allertiamo quindi l'interpol". Da quel momento il contatto salta. Come era apparso Pacolli scompare per poi riapparire: "Ho fatto ricerche nei campi nomadi ho trovato Denise", pare abbia detto nuovamente alla famiglia. Salvo poi smentire. Pacolli è considerato l'uomo di origini albanesi più ricco del mondo. Come mai si era interessato alla vicenda di Denise? "Me lo chiedo ancora oggi", dice l'avvocato. Nel 2007 altri fotogrammi di una bambina di sei anni che somiglia a Denise: quella bambina viene ritrovata cinque mesi dopo in un supermercato di Molfetta, si chiama Denise ma non è la Pipitone. Nel 2008 una segnalazione dal Marocco: Piera corre a Marrakech. Ma quella bimba che alla fine ha incontrato non era la sua Denise. Le segnalazioni si susseguono: la bimba è vista a Cremona, a Verona, a Bologna. Ma gli accertamenti danno ogni volta esito negativo. Spesso si è trattato di mitomani, come nel caso del messaggio inviato da una ragazzina della provincia di Potenza che scrive a Piera: "sono Denise mamma". Il test del Dna ha poi sconfessato tutto. A intervenire anche la madre della ragazzina. "Voleva fare uno scherzo". Adesso la pista russa, la nuova speranza.

La lettera anonima, la casa, il pozzo: i nuovi misteri su Denise. Angela Leucci il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. L'avvocato della mamma di Denise Pipitone ha ricevuto un'interessante lettera anonima: ecco gli scenari mai chiariti nella sparizione della bimba. Non si placano i dubbi sulla scomparsa di Denise Pipitone, ma c’è una testimonianza importante contenuta in una lettera anonima, com’è stato raccontato nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”. All’avvocato Giacomo Frazzitta, legale di mamma Piera Maggio, è infatti arrivata nel pomeriggio di ieri una missiva: il professionista si è rivolto al suo autore con un appello. “È arrivata una lettera anonima come ne sono arrivate tante in questi anni - ha chiarito Frazzitta - Ringrazio la persona che l’ha scritta: ha avuto un grande senso civico. Nella missiva stiamo riscontrando diversi elementi mai mediaticamente rivelati, quelle parole hanno un’interessante credibilità. Ma noi abbiamo bisogno ora di un altro passo, e assicuriamo al suo autore la massima riservatezza”. Si è tornati a parlare anche della vecchia casa di Anna Corona, ex moglie del padre naturale di Denise Piero Pulizzi: il garage dell’abitazione è stato oggetto di una perquisizione la settimana scorsa, dalla quale pare non essere emerso nulla. In particolare, si è analizzato nella puntata di ieri il racconto della visita degli inquirenti nel pomeriggio del 1 settembre 2004, giorno in cui Denise è sparita. Gli inquirenti visitarono però la "casa sbagliata", quella della vicina, non quella della ex moglie di Pulizzi. Durante l’udienza in tribunale, Anna Corona disse a suo tempo di aver riferito ai carabinieri di dover salire al secondo piano per la sua casa e chiesto alla vicina di potersi accomodare nella sua abitazione al piano terra, dove la stessa Corona aveva vissuto ai tempi del suo matrimonio con Pulizzi. Il maresciallo Francesco Di Girolamo invece, presente quel giorno, disse in udienza che Anna Corona lì guidò per i vari ambienti della casa al piano terra, benché i carabinieri non fossero lì per una perquisizione, aggiungendo: “Qua a casa mia non c’è niente”. La vicina fornisce a “Chi l’ha visto?” una terza versione: dice che gli inquirenti sapevano benissimo che quella non era la casa di Anna Corona, dato che si sono messi a parlare di un parente scomparso della vicina, la cui foto era appesa alle pareti. A “Chi l’ha visto?” c’è stata anche la testimonianza di due altri inquirenti. Uno è Raffaele Bertoncello, che si recò da Pulizzi immediatamente dopo la scomparsa: il padre di Denise fece entrare i carabinieri nelle varie stanze ma in primis andò a controllare il pozzo, perché “manifestava dei timori che fosse accaduto qualcosa di terribile”. L’ex maresciallo Francesco Lombardo ha raccontato di aver ricevuto insieme ad altri colleghi diverse minacce, tanto che furono messe delle macchine civetta per tutelare i loro congiunti. “A ottobre 2004 sul parabrezza di un appuntato fu trovato un biglietto minatorio - ha raccontato - ho pensato che eravamo vicini, che stavamo dando fastidio a qualcuno”. Nel biglietto era contenuto il consiglio di “pensare a campare” e veniva specificato che la sparizione di Denise fosse un modo per “colpire la famiglia”, mentre non c’entravano pedofili o traffico di organi.

"Ho visto Denise, piangeva...". L'ipotesi della fuga in barca. Angela Leucci il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Nel mistero della scomparsa di Denise Pipitone ritorna in auge la testimonianza di un uomo audioleso dalla nascita che dice di averla vista: quale fu il suo ruolo? Sono ancora tanti i dettagli sconosciuti o poco chiari nella vicenda di Denise Pipitone. Nella puntata di ieri sera di Chi l’ha visto? è stata analizzata la testimonianza di Battista Della Chiave, uomo di Mazara del Vallo audioleso dalla nascita che fu ascoltato nel corso di un’audizione della Procura di Marsala alla presenza di un’esperta Lis. L’audizione di Battista Delle Chiave si è svolta il 5 marzo del 2013 e Chi l’ha visto? ha ipotizzato che ci possa essere stata una comunicazione limitata tra l’uomo e l’interprete Lis, così ha ascoltato il parere di due esperti, tra cui un interprete audioleso dalla nascita e specializzato in Lis su 10 dialetti diversi. L’ipotesi degli esperti che che non ci fosse adeguamento dialettale tra i gesti di Delle Chiave e l’interprete. Delle Chiave è un teste fondamentale nella vicenda del rapimento di Denise, perché all’epoca lavorava nel magazzino di via Rieti dal quale, nei minuti della sparizione, partì una telefonata alla madre di Anna Corona - ex moglie di Piero Pulizzi, il padre naturale della bimba - nella quale si chiedeva alla donna di andare a casa per stare con le nipoti Jessica e Alice perché era successo qualcosa. Secondo la traduzione Lis dei gesti di Battista Delle Chiave, l’uomo avrebbe raccontato che al magazzino sono arrivati inizialmente un uomo e una donna. In seguito parla di due uomini, tra cui un individuo misterioso di 25 anni con baffi pizzetto e capelli ricci. Delle Chiave dice di aver visto tutto e riconosce una foto di Denise: dice che piangeva, perché non c’era niente da mangiare, così le è stato dato da mangiare e si è addormentata accoccolata a qualcuno. La bambina è stata poi portata via in motocicletta lungo un cavalcavia: la motocicletta è stata buttata in mare e la bambina è stata condotta su una barca a remi nascosta sotto una coperta. Chi l'ha visto? ha ipotizzato che il cavalcavia possa essere il ponte sul fiume Delia, dalla grande arcata che corrisponde al gesto mimato da Delle Chiave. A Mazara ci soni diversi ponti, tra cui quello sul fiume Mazaro, dove sono ormeggiate diverse barche. Il racconto solleva diversi dubbi, oltre a quello più ovvio: chi era l’uomo misterioso? Inoltre dove è stata tenuta Denise prima di essere portata sulla barca? E qual è stato il ruolo di Delle Chiave, è stato il “carceriere” di Denise, le ha dato da mangiare imboccandola? Una piccola parentesi di Chi l’ha visto? è stata dedicata anche a Denisa, la giovane rumena residente in Calabria segnalata da alcune persone a Scalea. Una parrucchiera lunedì pomeriggio ha anche contattato il programma, alle cui telecamere Denisa ha smentito di essere la bimba scomparsa 17 anni fa.

Denise Pipitone, particolari inediti nella lettera anonima: "Scritta da un testimone oculare, riguarda persone non indagate". Libero Quotidiano il 13 maggio 2021. “Un testimone ha visto Denise Pipitone: novità nelle indagini”. Titola così livesicilia.it, che nella sua inchiesta sul giallo di Mazara del Vallo è riuscita a scoprire il contenuto della lettera anonima che è arrivata nello studio dell’avvocato Giacomo Frazzitta, il legale di Piera Maggio che dopo diciassette anni è ancora alla ricerca della verità sulla figlia rapita il primo settembre del 2004. Chi ha scritto la missiva sarebbe un “anonimo bene informato”, un testimone oculare che racconta di aver visto la bambina in un momento successivo al rapimento. “Ho ricevuto questo pomeriggio una lettera anonima - ha dichiarato a Chi l’ha visto l’avvocato Frazzitta - come tante altre in passato. Questa però conteneva alcuni elementi di novità che non erano stati riferiti mediaticamente”. Per questo aveva poi lanciato un appello, chiedendo a questa persona, “che ringrazio per il suo senso civico”, di fare un ulteriore passo in avanti e di “mettersi in contatto con me, assicurando la massima riservatezza”. livesicilia.it è riuscita a sapere che si tratterebbe di un testimone oculare. Qualcuno che potrebbe aver deciso di togliersi un grosso peso dopo diciassette anni: d’altronde il caso di Denise Pipitone è nuovamente esploso nelle ultime settimane, gli appelli e le ricerche sono riprese a ritmo incessante. Pare che l’anonimo abbia scritto di aver visto la piccola dopo la sua scomparsa, ma nell’immediatezza dei fatti, assieme a persone su cui finora non si è indagato: “Ci sono particolari inediti - si legge su livesicilia.it - uno di essi sarebbe già stato riscontrato”. Non resta che attendere che le indagini della procura di Marsala facciano il loro corso. 

Denise, spunta un testimone: cosa c'è nella lettera anonima. Francesca Bernasconi il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Il legale della famiglia ha rivelato un nuovo documento che può far luce sulla vicenda di Denise Pipitone, scomparsa il primo settembre del 2004. Da 17 anni di Denise Pipitone, la bambina scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara Del Vallo quando aveva solo 4 anni, non c'è più nessuna traccia. Da poco, però, il fascicolo è stato riaperto e così la caccia continua. E ora spunta un nuovo testimone oculare, che avrebbe raccontato, stando a quanto riporta LiveSicilia, di aver visto la piccola nell'immediatezza della scomparsa. Il presunto testimone, che ha raccontato di aver visto Denise in una lettera inviata all'avvocato di Piera Maggio, è un anonimo. Di lettere anonime, Giacomo Frazzitta ne ha ricevuta diverse in tutti questi anni. Ma questa volta, sembra esserci qualcosa di diverso. Nella lettera, ricevuta ieri dall'avvocato e consegnata alla procura di Marsala, che ha riaperto la caccia, non si racconta di un avvistamento in una città. Di segnalazioni simili, negli anni, ce ne sono state parecchie. L'ultima risale a circa un mese fa, quando dalla Russia era arrivata la storia di Olesya, che aveva fatto sperare. L'anonimo, invece, sostiene di aver visto la piccola nell'immediatezza dei fatti, insieme a persone su cui fino ad oggi non si era indagato. La lettera conterrebbe particolari inediti, che potrebbero meritare un approfondimento. Se davvero l'autore della lettera avesse assistito al rapimento della piccola Denise, si tratterebbe di un testimone oculare, che potrebbe aver deciso di parlare solamente adesso, dopo 17 anni. Una testimonianza, la sua, che potrebbe finalmente far luce su un caso che ha sconvolto l'Italia e che da qualche mese è tornato al centro dell'attenzione, grazie alle ultime segnalazioni. "Ho ricevuto questo pomeriggio una lettera anonima - ha detto ieri a Chi l'ha visto? l'avvocato Frazzitta - come tante altre in passato, che conteneva però alcuni elementi di novità che non erano stati riferiti mediaticamente". E ha lanciato un appello, prima ringraziando l'anonimo che ha inviato la lettera al suo studio e poi chiedendogli "di potersi mettere in contatto con me, assicurando la massima riservatezza". Per capire se la persona che si è rivolta all'avvocato sia davvero decisiva per la risoluzione del caso, bisognerà aspettare, per capire se quel primo settembre 2004 fosse davvero nei pressi della casa della mamma di Piera Maggio a Mazara Del Vallo intorno a mezzogiorno e se possa aver visto qualcosa. La piccola, infatti, scomparve mentre giocava col cuginetto fuori dalla casa della nonna materna. Nonostante le ricerche immediate, Denise Pipitone scomparve nel nulla e a niente valsero le indagini successive.

Gianluigi Nuzzi per "la Stampa" il 13 maggio 2021. Denise è appena arrivata dalla Romania a Scalea in Calabria, dimora a casa di amici, sta bene: la soluzione del giallo, dopo 17 anni di silenzi e depistaggi, sembra proprio qui, a portata della mano di Piera Maggio, che cerca la figlia sparita il 1° settembre 2004 a soli quattro anni da Mazara del Vallo. I carabinieri hanno identificato questa ragazza, segnalata da una parrucchiera, l'hanno sentita e lei ha negato d'essere Denise Pipitone: «Siamo solo omonime e coetanee». Solo la prova del Dna ora dirà con certezza se siamo di fronte all'ennesimo avvistamento farlocco, al miraggio o se, al contrario, la giovane dai lunghi capelli sulle sfumature del viola, del rosa e del blu, è quella figlia che una nazione intera attende. Sempre che la procura di Marsala ritenga necessario quest' ulteriore esame tra markers, cromosomi e alleli perché gli elementi ad ora raccolti dall'Arma potrebbero già far archiviare il caso spedendo il relativo incartamento ad aggiungersi al mezzo milione tra fogli e atti giudiziari che ormai compongono questo tormento. Infatti, come un fiume carsico da 17 anni questa storia colma l'immaginario collettivo, empatizza con la gente, al pari di altri drammi che coinvolgono bambini e che hanno lasciato i più con il fiato sospeso. Da casi ormai lontani come Alfredino Rampi perito a sei anni nel pozzo di Vermicino, dov' era caduto, al mistero di Angela Celentano, la bambina di soli tre anni, quindi quasi coetanea di Denise, svanita nel nulla nell'agosto 1996. Qui però la storia è di rara complessità, con le ultime cronache sempre più incalzanti tra perquisizioni, avvistamenti e una mediatizzazione che arriva persino sulla tv russa con algidi format al contrario, ovvero orfane che sperano d'essere Denise, per ritrovare una madre mai conosciuta. Da parte sua, Piera Maggio studia e ristudia i fascicoli che compongono le indagini, e ormai anche la sua vita, per ripartire sempre da quel mercoledì di mercato a Mazara del Vallo, quando verso mezzogiorno Denise gioca con la nonna e il cuginetto nell'androne di casa, segue il bimbo e sparisce. Nessuno vede niente, nessuno coglie un urlo, niente di niente. Di certo, oggi possiamo affermare che chi ha progettato il sequestro di Denise non ha colto un'occasione improvvisa ma deve aver elaborato un piano, contando su complicità e connivenze che hanno permesso finora l'assoluta impunità. Lo si era capito già dai primi momenti. «Intervento esterno», sibilò greve nel giorno uno dell'incubo, dopo le prime otto ore di vane ricerche, Antonio Gasparro, comandante dei carabinieri di Trapani. Un intervento esterno che ha intrecciato la peggiore trama criminale, sottraendo una bambina all'amore della propria madre, e ha assunto plurime identità, tra sospetti, indagati, presunti e potenziali, testimoni claudicanti in un circo di responsabilità, ipotesi, suggestioni a rapida o lenta, ma sempre inesorabile e spesso indotta, evaporazione. Perché ogni passo avanti nelle indagini ne vedeva due indietro, un gioco dell'oca dettato da imprecisioni, superficialità, sciatteria investigativa a pensarla bene o, come dubita mamma Piera, un almanacco di perfide complicità ed errori telecomandati che hanno permesso agli aguzzini di farla franca. E così - per dirne alcune - la cimice piazzata vicina a un condizionatore da impedire cosa dicono i sospettati, le presunte soffiate dell'avvio delle intercettazioni a chi aveva i telefoni sotto controllo e, ancora, la perquisizione nella casa sbagliata.  Da una parte la pista legata ai nomadi, ai rom, a una bambina portata via e passata di mano in mano per finire chissà dove - venduta, costretta a mendicare? - dall'altra, il contesto familiare allargato in una cornice di odi e vendette. Con la sorellastra Jessica Pulizzi che rapisce la bimba, contando sulla complicità della madre Anna Corona e dell'allora fidanzato Gaspare Ghaleb. Un'ipotesi percorsa dalla procura che porta la ragazza a processo per sequestro di minore. Ma la Pulizzi viene sempre assolta per insufficienza di prove fino ai giudici della Cassazione, pur ritenendo presente un ingombrante movente. Jessica aveva infatti scoperto che Denise era figlia dello stesso padre, Piero Pulizzi, tanto da prelevarla quella mattina per accompagnarla a casa del comune papà per poi consegnarla a persone mai identificate. Mentre la madre Anna Corona era già uscita dalle indagini con la posizione archiviata nel 2013. Ma proprio su di lei i dubbi pesantissimi e circostanziati della Maggio e il venticello degli anonimi hanno portato le tute bianche degli esperti nel palazzo dove proprio Anna Corona viveva all'epoca della scomparsa. In via Luigi Pirandello, ovviamente, lo scrittore siciliano che sembra aver scritto la sceneggiatura di questo dramma: «ogni realtà è un inganno» e, ancora, «Come ci sono i figli illegittimi, ci sono anche i pensieri bastardi».

"Denise, papà ti porterà a prendere un gelato". Angela Leucci il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. Denise Pipitone protagonista della puntata di ieri di "Quarto Grado": i giornalisti della trasmissione hanno parlato con Tony Pipitone e sono entrati in casa di Anna Corona. Nella vicenda della scomparsa di Denise Pipitone, c’è una voce che non era stata ancora ascoltata. È quella di Tony Pipitone, marito di Piera Maggio ma non padre naturale della bimba, che è stato protagonista di una telefonata ieri sera a “Quarto Grado”. “È figlia mia, la dobbiamo riportare indietro - ha detto all’intervistatrice della trasmissione di Rete4 - La bambina per me stravedeva, abbiamo vissuto dei momenti bellissimi. Mi diceva: ‘Papà ti voglio bene’. Era sempre allegra, come me si divertiva”. L’uomo ha ricordato i giorni spensierati in cui la portava in giro per Mazara del Vallo su una macchina scoperta e di come Denise non si avvicinasse mai agli estranei ma interagisse solo con i famigliari. Pipitone ha ripercorso anche quel triste 1 settembre 2004. Lui tornò a casa alle 12,10, scoprendo che l’ultima volta che qualcuno aveva visto Denise risaliva a circa 40 minuti prima. “Nell’immediato ho preso la macchina e ho iniziato a girare - ha raccontato - Non sapevo cosa pensare, non si era mai allontanata da casa, ho girato strade a casaccio”. Tony Pipitone recita ogni sera una preghiera e promette alla sua bambina: “Denise, quando sarà finito, papà ti porterà a mangiare un gelato. Il mio cuore batte per te, non farlo fermare amore mio”. Nella puntata di “Quarto Grado” di ieri sono stati analizzati molti dettagli relative alle nuove e alle vecchie indagini sulla scomparsa di Denise. È stata ripercorsa, ad esempio, la mattinata di Jessica Pulizzi, figlia del padre naturale di Denise Piero Pulizzi, assolta in tre gradi di giudizio. È stato ascoltato il legale di Jessica Fabrizio Torre che ha rimarcato come le intercettazioni choc, in cui sembrava che Jessica dicesse che sua mamma Anna Corona avesse ucciso Denise, fossero tutt’altro che sconosciute alla giustizia: “È escluso alla radice - ha detto l’avvocato citando la sentenza - che questa frase sia presente nel segnale audio”. Si è anche appurato come Denisa, la giovane rumena segnalata a Scalea con l'ipotesi che si trattasse di Denise, abbia i documenti in regola e questo può escludere definitivamente che si tratti di Denise. Infine si è tornati nella vecchia casa di Anna Corona, guidati in un sopralluogo da Gaspare Morello, legale dei proprietari dell’immobile. Lo spettatore è stato portato nel pozzo luce dell’appartamento, nel garage con la cisterna, nell'atrio di ingresso, ha potuto vedere il nuovo intonaco di una parete e di come gli inquirenti in visita la scorsa settimana abbiano rimosso alcune listarelle in legno del controsoffitto. Resta un dubbio: cosa stavano cercando?

Denise Pipitone, "metta fine al mio dolore". La lettera anonima e la disperazione di Piera Maggio: un ultimo dramma. Libero Quotidiano il 14 maggio 2021. Continuano a emergere dettagli sulla lettera anonima recapitata all'avvocato Giacomo Frazzitta, il legale di Piera Maggio. Si parla ovviamente della sparizione di Denise Pipitone, scomparsa il 1 settembre del 2004. Nella lettera scritta a mano, un testimone oculare racconta di aver visto la bambina successivamente al suo rapimento. Il particolare interessante contenuto nella lettera è la menzione di persone mai indagate per la scomparsa della piccola Denise, avvenuta ormai 17 anni fa a Mazara del Vallo. Presto è arrivato anche un post sui social di Piera Maggio, in cui la madre ha chiesto aiuto al "popolo di internet". "Per favore, dopo 17 anni, date voce ai tanti silenzi. Mi rivolgo alla persona della lettera anonima inviata al mio legale. Le chiedo di farsi sentire, nei modi che lei ritenga opportuno, faccia in modo di mettere fine a tutto questo dolore. Non solo... Altro...". Questo il grido d'aiuto di una madre che ormai da troppi anni cerca la verità sulla sparizione della sua bambina. Il messaggio è stato anche ripreso da Alberto Matano, che durante la sua trasmissione La Vita in Diretta, ha letto ad alta voce la richiesta d'aiuto di Piera Maggio. La lettera anonima contiene dettagli che fino a questo momento non erano ancora emersi, ma soprattutto cita fatti e persone che potrebbero gettare una nuova luce sulla complicata vicenda. "Ho ricevuto questo pomeriggio una lettera anonima - ha detto ieri a Chi l'ha visto? il legale di Piera Maggio, Frazzitta - come tante altre in passato, che conteneva però alcuni elementi di novità che non erano stati riferiti mediaticamente". Dopo la vicenda di Oleysa, le speranze per i genitori della bambina sembravano ormai spegnersi definitivamente. La lettera potrebbe però riaprire una vicenda, rimasta sinora irrisolta e senza alcuna traccia importante da seguire.  

"Abbiamo due nomi": l'avvocato e le novità sul caso Denise. Rosa Scognamiglio il 14 Maggio 2021 su Il Giornale.  L'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, è tornato a parlare della lettera anonima: "Ci sono 2 testimoni", rivela. Si torna a parlare di Denise Pipitone. E stavolta, lo si fa ben oltre il puro e semplice sensazionalismo. L'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di Piera Maggio, sostiene di avere in mano degli elementi che, dopo 17 lunghi anni di silenzi e bugie, potrebbero segnare la svolta definitiva del caso. "Le persone che potrebbero conoscere la verità sono due", afferma nel corso di un intervento al programma televisivo "Storie italiane", in onda su Rai Due. Tutto è cominciato nel tardo pomeriggio di mercoledì 12 maggio quando all'avvocato Frazzitta è pervenuta una lettera anonima contenente dichiarazioni ritenute "fortemente attendibili" sul caso della bambina scomparsa da Mazara Del Vallo il 1°settembre del 2004. Da qui, l'appello al mittente sconosciuto della missiva: "Ti invitiamo a fare un altro passo, nella massima riservatezza, fatti sentire", aveva sollecitato il legale di Piera Maggio ospite nel salotto di Barbara D'Urso su Canale 5. "Ci sono persone che hanno un pezzo di verità dentro, - aveva poi continuato -e questo pezzo di verità non l’hanno tirato fuori. Quello che invito a dire è: volete blindare ulteriormente la vostra tutela? Andate direttamente in Procura, venite a Mazara, contattate noi". Oggi, la rosa dei presunti testimoni del rapimento di Denise si restringe a due nomi: "Ho fatto riferimento a quattro persone subito dopo il caso di Olesya. - rivela l'avvocato - Ora possono diventare due, persone che potrebbero conoscere la verità, persone che si sono trovate al posto giusto nel momento sbagliato e potrebbero aiutare". Tra i vari elementi al vaglio del pool di investigatori nella nuova tornata di indagini, vi sarebbero anche alcune intercettazioni inedite. "Le stiamo analizzando tutte, - dice Frazzitta - c’è una squadra di gran lavoro. Abbiamo un fuoriclasse, che è il maresciallo Lombardo, che ha voluto dare un aiuto spontaneamente. Queste intercettazioni potrebbero dare delle risposte importanti, perché cambia il focus: dalla persona che era stata imputata passiamo ad altri soggetti". Infine il legale di Piera Maggio torna a parlare della pista rom e, nello specifico, del video girato dalla guardia giurata a Milano pochi giorni dopo la scomparsa della bambina: "Noi non sappiamo se quella bambina è Denise. C’è una forte somiglianza. Noi abbiamo fatto un determinato lavoro, da aprile abbiamo trasmesso gli atti in Procura. Noi avremmo trovato un’interessante somiglianza. Noi non accusiamo nessuno, mi spiace che sul web ci siano atteggiamenti nei confronti di persone che non sono neanche indagate. - conclude - Noi siamo alla ricerca della verità. Oggi non c’è nessun processo, né tanto meno un processo fatto da noi".

"Denise è passata di mano": c'erano le "sentinelle" a Mazara? Angela Leucci il 17 Maggio 2021 su Il Giornale. A Mattino Cinque, l'ex pm del caso Denise Pipitone Maria Angioni ha chiarito molti dettagli dell'oscura vicenda, avanzando un'ipotesi finora inedita. Il caso di Denise Pipitone oggetto questa mattina di una lunga intervista all’ex pm Maria Angioni che se ne occupò in passato. La giudice, che oggi esercita in Sardegna, ha raccontato a Mattino Cinque come Battista Della Chiave fosse “un testimone molto attendibile perché non poteva prepararsi” e che ha fornito un “racconto dettagliato e preciso”, oggi oggetto di una nuova e interessante interpretazione da parte di esperti Lis. Secondo Angioni, oggi si cominciano a capire un po’ meglio molte cose, ma il testimone all’epoca andava tutelato. Si è parlato anche del nipote Giuseppe, che sembrava essere inizialmente nominato dallo zio Battista, e con il quale era stata riscontrato secondo l’ex pm una “generica contiguità” con Anna Corona, ex moglie di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. Incalzata da Federica Panicucci, Angioni si è anche soffermata sulla telefonata partita dal magazzino di via Rieti, una telefonata “strettamente connessa al rapimento della bambina”. “Secondo la mia ipotesi - ha aggiunto - più persone hanno collaborato a questo sequestro e ci sono stati più passaggi di mano della bambina”. Nel caso Pipitone, Angioni ha sospettato di tutti: per lei tutti erano sulla scena del crimine e molti hanno fatto cose strane. La sua attenzione non si è focalizzata su Jessica Pulizzi, figlia di Anna Corona, perché non era convinta di una sua presunta responsabilità totale, ma era sua intenzione allargare le indagini il più possibile, com’è corretto fare in questi casi. Ha anche aggiunto che le trasmissioni di approfondimento, come in questo caso Mattino Cinque, sono utili, perché consentono il brainstorming su una vicenda complicatissima. “Qui abbiamo una bambina che potrebbe essere viva, abbiamo il dovere giuridico e morale di cercarla”, ha chiosato. Particolarmente interessante è stata la risposta con cui Angioni ha avanzato una sua teoria sulla sparizione di Denise. L’idea che ho maturato è che nel rapimento della bambina ci siano stati due gruppi di persone: quelle “cattive” e quelle “buone”. Faccio una premessa: quando ho lavorato a Marsala, c’erano sempre diverse persone sulla strada che sembravano lì a far niente, ma dopo un po’ ho capito che erano sentinelle, non sentinelle necessariamente della mafia, ma sentinelle di qualcosa che non è lo Stato… mi sono detta che ci saranno state anche a Mazara del Vallo e che qualcuno non può che aver visto alcune scene del rapimento di Denise. Dunque, se questa bambina è stata presa da persone mosse da passione, da rabbia, da odio, è possibile che ci siano state sentinelle che hanno mandato il messaggio ad altre persone: persone che volevano bene alla bambina e che sono intervenute in un secondo momento, prelevandola e portandola via, perché la bambina era in pericolo, perché la bambina, così com’era stata presa quel giorno, poteva anche essere presa in un momento successivo. In questo modo si spiega perché c’era tanta gente sospetta. Tutti naturalmente hanno agito cercando probabilmente di prendere in giro gli inquirenti, sia quelli che l’hanno rapita per farle del male, sia quelli che li hanno bloccati e l’hanno presa e portata lontano, in modo che nessuno potesse farle del male. Ecco, solo così, con una ricostruzione complessa, si spiega perché ci fosse tanta gente che ha tenuto comportamenti che fanno pensare un inquirente: non erano comportamenti cristallini.

Denise Pipitone, la cannonata di Aldo Grasso: "Una sola speranza per lei, ecco chi non dice la verità". Libero Quotidiano il 17 maggio 2021. Per Aldo Grasso c'è solo una cosa positiva di tutto questo dibattere in tv sul caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa diciassette anni fa da Mazara del Vallo: "Che il cinismo dei media possa portare almeno ad avvicinarsi alla verità". Perché non si fa che parlare di Denise: "Venerdì sera Quarto Grado ha dato ampio spazio alla vicenda, Chi l'ha visto? ha registrato ascolti record occupandosi del caso", spiega il critico televisivo nella sua rubrica sul Corriere della Sera. Premette: "I media (e la tv in particolare) svolgono un importante ruolo nel mantenere alta l'attenzione sulla sparizione, stimolando la ricerca di una verità che dopo quasi vent'anni deve essere ricostruita, soprattutto per rispetto della sofferenza della madre Piera Maggio". Ma, continua, "non si può fare però a meno di notare come il caso Denise stia portando a un nuovo livello alcune dinamiche già osservate in passato in occasione di casi di cronaca e giudiziari fortemente mediatizzati. Lo spartiacque è stato il caso Cogne, trasformato in un appuntamento serializzato nei talk show, riversato sulla scena mediatica come fosse un reality, in un tripudio di opinioni e voci sul tema". E la stessa cosa, appunto, osserva Grasso, sta succedendo per Denise, tutti ne parlano, "meno chi forse avrebbe qualcosa da dire per portare finalmente la vicenda a una decisiva svolta: avvocati, sospettati, testimoni chiave, vicini di casa, criminologi, compagnia di giro di opinionisti schierati pro o contro quella o questa teoria, addirittura ex inquirenti che lamentano una mala gestione delle indagini". Insomma, conclude Grasso, "il circo di comprimari si allarga settimana dopo settimana, a colpi di esclusive tv, con elementi narrativi dalle venature da feuilleton" addirittura, ricorda, "l'inquietante siparietto della tv russa che ha rivelato con un test del Dna quasi in diretta l'identità di una ragazza sospettata di poter essere Denise". Ora almeno cerchiamo di fare luce sul caso.

Denise Pipitone, a Pomeriggio 5 la telefonata dell'ex pm: "Farsi giustizia da soli", una fine atroce per la bimba? Libero Quotidiano il 19 maggio 2021. Continuano a emergere nuovi dettagli sul caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa all'età di 4 anni nel lontano settembre del 2004 a Mazaro del Vallo. L'attenzione mediatica è tornata molto forte in seguito ad una serie di indizi che erano emersi sulla sparizione della bambina. Nella puntata di Pomeriggio 5 di ieri, martedì 18 maggio 2021, Barbara D'Urso ha mandato in onda una telefonata con l'ex pm, Maria Angioni. Nella registrazione, Angioni ricostruisce la sua ipotesi dell'intricata vicenda: "Un nucleo familiare voleva farle del male, qualcuno l'ha salvata" si sente dire l'ex pm.  "Essendo emersi più indizi, anche una pluralità di indizi nei confronti di altre persone, sempre dei due nuclei familiari, il nucleo Corona e il nucleo Pulizzi, l'unica ipotesi investigativa che ne tenga conto in maniera ragionevole è questa" ha detto la donna che ha seguito il caso fino al 2005. "Ci sarebbe stato un primo intervento di persone che volevano fare male alla bambina. Il primo gruppo sarebbe stato mosso da risentimento con l'intenzione di fare del male alla bambina. Invece il secondo, immediatamente avvisato sarebbe corso a individuare dov'era la bambina, poi l'avrebbe presa e l'avrebbe portata via per proteggerla dal male fisico".  La complessità della vicenda e tutti gli intrecci che vi sono al suo interno, non si fermerebbero però soltanto qui: "Chiaramente anche questo secondo gruppo non avrebbe avuto intenzione di denunciare il primo, e si sarebbe fatto giustizia da solo" prosegue l'ex capo delle investigazioni del caso. "Tanta gente avrebbe messo lo zampino in questa vicenda. Battista Della Chiave è una teste attendibile dal punto di vista processuale. Ha visto qualcosa? Credo purtroppo di sì..." Sarà la pista giusta per fare finalmente luce su una vicenda che risale ormai a 17 anni fa? I genitori chiedono soltanto una cosa: la verità. 

"La dovevo fermare". Denise Pipitone, lo strazio della guardia giurata: si è fatto sfuggire la bambina scomparsa? Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 17 maggio 2021. I fotogrammi di quella bambina con una donna rom, all'uscita di una banca milanese, hanno fatto il giro della rete. Potrebbe essere proprio Denise Pipitone, ma resta un tremendo interrogativo. Che a distanza di quasi 17 anni sconvolge ancora tutti. Adesso a Storie Italiane su Rai 1 parla Felice Grieco, la guardia giurata che cerco di intrattenere quella donna rom avendo notato una somiglianza tra la bambina e Denise. Ma non riuscì.  La donna scappò via con la bambina. Secondo Felice Grieco, il rapimento di Denise Pipitone non può essere stato commesso solo da Anna Corona e Jessica. “È ovvio – dice a Storie Italiane di Eleonora Daniele - che non hanno fatto tutte da sole, ci deve essere stata una regia. Per poter fare quello che hanno fatto hanno dovuto avere l’appoggio di qualcuno, a meno che quel giorno la bambina si è trovata smarrita nel vicolo e un passante se l'è presa e l’ha portata via". Grieco dalla Daniele spiega quel grande senso di colpa per non aver bloccato quella donna. “La dovevo fermare, mi sarei tolto ogni dubbio. Chiesi di inventare una scusa per poterlo fare, mi dissero di no. Ero nervoso, non sapevo come agire. Se l’avessi bloccata e non era lei sarei finito nei guai”, racconta. L'uomo, quella mattina, chiamò la polizia. Ma la donna riuscì ad andare via e iniziarono sin da subito le ricerche di quella bambina. "Quando è arrivata la pattuglia chiedendomi dove di trovasse la bambina gli ho fatto presente che, dato il tempo passato, il gruppo era andato via. Chiesi alla poliziotta se le potevano interessare i filmati che avevo fatto e glieli ho mostrati. Lei è sbiancata e ha invitato per radio i colleghi a fare controlli a tappeto, ma tutto il gruppo era sparito senza lasciare traccia”, ha aggiunto la guardia giurata. Felice Grieco ha filmato quella scena e la bambina, che si chiamerebbe Danas, è stata più volte accostata alla figlia di Piera Maggio, che continua nella sua battaglia per ottenere giustizia per sua figlia. “Per il video ho subito perquisizioni a casa, il sequestro di tutto il materiale informatico...", conclude Grieco. 

Denise Pipitone, scoop a Storie Italiane: "La cimice mai attivata". Il dettaglio che può risolvere il caso: la stessa "manina"? Libero Quotidiano il 18 maggio 2021. Emergono nuovi dettagli sul caso Denise Pipitone. A Storie Italiane, il programma di Rai1 condotto da Eleonora Daniele, si va verso una nuova pista. Il motivo è racchiuso all'interno delle rivelazioni dell'ex pm Angione che ha fatto capire come nella vicenda potrebbero essere coinvolte due famiglie. A quel punto è stata la conduttrice a soffermarsi sulla cimice messa a Giuseppe D'Assaro ex marito della sorella di Piero Pulizzi, padre biologico della bimba scomparsa da Mazara del Vallo diciassette anni fa. L'uomo, collaboratore di giustizia, fu incaricato di andare in famiglia e fare delle domande a moglie e madre. Eppure nel corso del colloquio con la moglie la cimice non fu mai attivata. Da qui il più banale dei sospetti: ad oggi infatti si teme che quel gesto fu fatto apposta per nascondere qualcosa. Non solo, durante le indagini D'Assaro fu considerato un teste inattendibile perché in un primo momento accusò la ex moglie e la figlia, poi parlò della morte di Denise e poi ancora ritrattò. Il fatto che fosse un collaboratore di giustizia ha anche fatto pensare che dietro tutte le due versioni si nascondesse in realtà un messaggio rivolto a qualcuno. A sua volta la moglie di D'Assaro negò di aver conosciuto Denise. Anzi, la donna non sapeva neppure che il fratello fosse il vero padre della bambina. L'accusa, a suo dire, sarebbe arrivata ingiustamente dal marito che voleva solo punirla per non aver accettato di tornare insieme. A questo punto - è il ragionamento di Storie Italiane - viene da credere che oltre alla famiglia Corona "sia coinvolta anche la Pulizzi". La pm spiega che nella registrazione in cui si sente Jessica parlare del rapimento con altre persone mentre è sul motorino, una di quelle è al 60 per cento un familiare della bambina (Peppe) su cui poi non si è indagato. Ad avvalorare questa tesi anche le registrazioni di Chi L'ha Visto. Il programma di Rai3 condotto da Federica Sciarelli ha mandato in onda una conversazione tra Battista della Chiave, zio di Giuseppe D'Assaro, e la moglie che a sua volta si morde le mani e gli grida di tacere visto che sta mettendo tutti nei guai. Della Chiave aveva infatti raccontato di aver visto il nipote portare via Denise. 

Da leggo.it il 18 maggio 2021. «Sono 17 anni che so, non ho parlato prima per paura...». Dopo la lettera inviata all'avvocato Giacomo Frazzitta l'anonimo scrive anche a «Chi l'ha visto?». La vicenda è quella relativa alla scomparsa di Denise Pipitone, la bimba di quattro anni rapita il primo settembre del 2004 a Mazara del Vallo. Una settimana fa il legale della famiglia, Giacomo Frazzitta, aveva rivelato di avere ricevuto una lettera anonima al suo studio contenente «elementi nuovi che abbiamo in parte riscontrato». Adesso una copia di quella lettera è stata recapitata anche alla redazione della trasmissione di Rai 3 condotta da Federica Sciarelli, che in questi anni non ha mai smesso di occuparsi del caso. L'anonimo, che parla delle fasi successive al sequestro e fa riferimento anche ad alcuni testimoni oculari, dice di essere «sicurissimo al cento per cento di quello che ho visto». Nei giorni scorsi l'avvocato Frazzitta, dagli schermi televisivi, aveva invitato il testimone a farsi nuovamente vivo. «Ti attendiamo, nella massima riservatezza, abbiamo bisogno di fare un passo avanti, vieni fuori in qualche modo, ma aiutaci ancora». Un appello ribadito in modo accorato anche dalla mamma di Denise, Piera Maggio: «Le chiedo di farsi sentire, nei modi che lei ritenga opportuno, faccia in modo di mettere fine a tutto questo dolore. Non solo noi, è l'Italia intera che glielo chiede».

"Sicurissimo al 100% di quello che ho visto". Chi è l’anonimo del caso Denise Pipitone: “So da 17 anni, non ho parlato per paura”. Vito Califano su Il Riformista il 19 Maggio 2021. Un anonimo ha detto di conoscere la verità sul caso Denise Pipitone. “Sono 17 anni che so, non ho parlato prima per paura …”, le sue dichiarazioni. Una settimana fa le rivelazioni alla famiglia, quindi le stesse dichiarazioni inviate alla trasmissione Chi l’ha visto?, la trasmissione di Federica Sciarelli su Rai3 che continua a seguire il caso della bambina scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004, quando aveva solo quattro anni. Il caso è tornato alla ribalta mediatica da un mese a questa parte, a causa di una trasmissione russa, con l’appello rivelatosi infondato della 21enne Olesya Rostova, e per la riapertura delle indagini. Giacomo Frazzitta, legale della famiglia di Denise Pipitone, la settimana scorsa aveva dichiarato di aver ricevuto una lettera anonima al suo studio contenente elementi nuovi “che non erano conosciuti mediaticamente e che sono stati in parte riscontrati”. Che cosa riguardano queste dichiarazioni? L’anonimo avrebbe raccontato di fasi successive al sequestro e avrebbe fatto riferimento anche ad alcuni testimoni oculari. Si è detto “sicurissimo al cento per cento di quello che ho visto”. Frazzitta ha quindi nei giorni scorsi invitato il testimone a farsi vivo. “Ti attendiamo, nella massima riservatezza, abbiamo bisogno di fare un passo avanti, vieni fuori in qualche modo, ma aiutaci ancora”. L’avvocato si era detto fiducioso di proseguire il “dialogo a distanza” per acquisire altri elementi. “È come se stessimo componendo un enorme puzzle, abbiamo qualche tessera in più ma non è ancora sufficiente per disporre del quadro d’insieme”. Piera Maggio, madre della piccola Denise, ha ribadito anche lei l’appello: “Mi rivolgo alla persona della lettera anonima inviata al mio legale. Le chiedo di farsi sentire, nei modi che lei ritenga opportuno, faccia in modo di mettere fine a tutto questo dolore. Non solo noi, è l’Italia intera che glielo chiede”.  Nelle parole dell’anonimo non ci sarebbero riferimenti ad Anna Corona, ex moglie di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise, indagata per sequestro di persona e omicidio, la cui posizione è stata archiviata, e alla figlia Jessica Pulizzi, sorellastra di Denise, processata e assolta con sentenza definitiva. La casa dove vivevano le due donne è stata oggetto di un’ispezione un paio di settimane fa. Per chi fornisce informazioni utili al chiarimento del caso di Denise Pipitone, l’imprenditore italo-americano Tony Di Piazza ha offerto una ricompensa economica di 50mila euro. Un’iniziativa simile è stata intrapresa da un’associazione di volontariato di Mazara del Vallo che ha messo a disposizione 5mila euro.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Denise Pipitone, a Mattino 5 la bomba 17 anni dopo: "Incidente d'auto sospetto, la macchina che la ha rapita". Perché solo ora? Libero Quotidiano il 19 maggio 2021. Un incidente d'auto sospetto che porta alla scomparsa di Denise Pipitone. È questo su cui chiede di fare chiarezza l'ex pm Maria Angioni, impegnata nella ricerca della bimba scomparsa nel 2004 da Mazara Del Vallo. "Questa macchina che scappa e l`incidente che ha avuto è molto importante per le indagini - ha detto a Mattino Cinque davanti a Federica Panicucci -  A lungo ho ritenuto fosse la macchina con cui è stata portata via la bambina. Ricordo che oltre al meccanico, c`era anche una coppia. E ricordo che questa coppia aveva indicato un orario in cui aveva visto la macchina. Queste due persone erano state avvicinate da un componente della "famiglia allargata" della bambina, dopodiché avevano cambiato un po' l'orario. Per questo motivo li avevo ascoltati più volte". Da qui la spiegazione dell'accaduto che l'ha insospettita: "Nel complesso dalle dichiarazioni di questi testimoni, e dalla dichiarazione del meccanico, era emerso che l`auto, correndo alla disperata, era andata a sbattere contro un paracarro di pietra - ha proseguito su Canale 5 - I testimoni avevano riferito anche la direzione, compatibile con una fuga dal luogo dove la bambina era scomparsa". La stessa Angioni, una volta riaperte le indagini, ha puntato il dito contro alcune persone appartenenti al nucleo famigliare allargato di Denise. In particolare sono alcune intercettazioni a sollevare qualche dubbio. Una di queste sarebbe stata registrata proprio nelle immediate vicinanze del motorino di Jessica Pulizzi, la sorellastra della piccola scomparsa. "Vai a prendere Denise" si sente ordinare nell'audio, e ancora "Dove la devo portare?", "Fuori", risponde l'interlocutore. Per l'ex pm non ci sono dubbi: "Una di queste voci corrispondeva al 60% a un altro familiare". E ancora: "Ci sarebbe stato un primo intervento di persone che volevano fare del male alla bambina e che essendo emersi più indizi, anche una pluralità di indizi nei confronti di altre persone, sempre dei due nuclei familiari, il nucleo Corona e il nucleo Pulizzi, l'unica ipotesi investigativa che ne tenga conto in maniera ragionevole è questa". 

"Così Denise fu rapita". Il cavalcavia, la barca a remi e il faro. Angela Leucci il 20 Maggio 2021 su Il Giornale. Quale fu il percorso effettuato da Denise Pipitone con i suoi rapitori: ecco le corrispondenze con lo scenario descritto da Battista Della Chiave. Battista Della Chiave potrebbe aver fornito lo scenario esatto del percorso effettuato dai rapitori di Denise Pipitone. È quanto è emerso nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”, che ha ospitato degli esperti di Lingua Internazionale dei Segni (Lis). Gli esperti Lis, che avevano già analizzato le audizioni di Della Chiave, hanno spiegato che l’uomo non parlava quel linguaggio, ma si avvaleva di una mimica personale per comunicare. Grazie a quella mimica, Della Chiave ha raccontato in tre audizioni agli inquirenti di aver visto Denise, ha accennato a una telefonata, e a un uomo di circa 25 anni, con i capelli ricci, il pizzetto e i baffi che l’ha portata via. La bambina è stata condotta con una moto lungo un cavalcavia e poi nascosta su una barca a remi e portata fino a un faro. Federica Sciarelli ha mostrato i luoghi di Mazara del Vallo, dove la piccola scomparve il 1 settembre 2004, che corrispondono perfettamente alla descrizione dell’uomo sordomuto: un ponte con un grande arco e un cavalcavia sul fiume Mazaro, le barche a remi sotto il cavalcavia e un piccolo faro con un porticciolo, che si intravede sulla distanza dal cavalcavia. Di fronte agli interpreti allibiti per queste corrispondenze, lo spettatore si è potuto rendere conto di come Della Chiave avrebbe potuto fornire esattamente la dinamica del rapimento. In trasmissione si è tornati inoltre a parlare della lettera anonima: in 3 pagine, un testimone dice di aver visto Denise trasportata su un’auto con cui ha avuto un piccolo incidente. La missiva sarà a disposizione anche della Procura di Marsala, ma intanto mamma Piera Maggio, come il suo legale Giacomo Frazzitta aveva già fatto, ha invitato l’autore o l’autrice della lettera a fare un passo avanti: in mancanza di altri elementi, le lettere anonime non risultano utili infatti nelle indagini. Infine “Chi l’ha visto?” è tornato a parlare di alcune situazioni che riguardano Anna Corona e Jessica Pulizzi, rispettivamente ex moglie e figlia di Piero Pulizzi, padre naturale di Denise, rispettivamente oggetto di un’archiviazione e un’assoluzione in tre gradi di giudizio nelle passate indagini sulla scomparsa della bimba. Si è parlato di come le intercettazioni possano essere ampiamente interpretabili - un frate, che vede la trasmissione di Rai 3 in un convento di Venezia, si sta occupando di ripulire gli audio. Si è raccontato come nel 2005 Jessica sia stata accusata di favoreggiamento, perché portò a casa il coltello con cui un conoscente aveva compiuto un’aggressione. E infine si è accennato anche alla figura di Claudio Corona, fratello di Anna con cui pare non corressero buoni rapporti nel 2004: un testimone ha ventilato che l’uomo, che sembra avesse frequentazioni malavitose, fosse sotto protezione da parte delle forze dell’ordine. “Chi l’ha visto?” ha intervistato l’ex procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, che ha testimoniato come si sia cercato di seminare zizzania nei confronti di Frazzitta e Maggio: qualcuno riportò al procuratore che il legale fosse stipendiato dalla trasmissione e che la mamma di Denise “non fosse una donna specchiata”. Pare infatti che anche ai carabinieri giunsero degli esposti che cercavano di gettare discredito sulla moralità di Piera Maggio e della sua famiglia, tanto che la donna fu accusata di aver girato dei film porno, elemento che tra l’altro, anche fosse stato verificato, non avrebbe costituito nessun reato. I carabinieri ipotizzarono che chi aveva preso Denise forse aveva interesse a spostare l’asse delle indagini. A Di Pisa giunse addirittura una lettera con un’indicazione: gli inquirenti scavarono in un campo e trovarono una piccola bara bianca vuota. Secondo l’ex procuratore, si trattò di un segnale per dire che Denise era morta, oppure fu solo un caso e il segnalatore era un mitomane. “La nostra tesi è che la vicenda nasce in ambito famigliare - ha spiegato l’uomo - La bambina viene prelevata da Jessica e consegnata a qualcuno che poi la porta agli zingari in un campo intorno a Mazara, zingari che si allontanano subito dopo. La tesi trova riscontro del video della guardia giurata: per me la bambina è al 90% Denise e ritengo sia ancora viva. Mamma e figlia (Anna Corona e Jessica Pulizzi, ndr) sono terribili. Sono due donne capaci di tutto, secondo me”.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Denise vista insieme ad altre tre persone già citate nelle indagini: "Possiamo parlare di famiglia allargata" in esclusiva a #Mattino5 parla l'ex maresciallo di Marsala — Mattino5 (@mattino5) May 20, 2021.

Da "ilmessaggero.it" il 20 maggio 2021. Continuano a emergere dettagli sulla lettera anonima arrivata all'avvocato della famiglia di Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Mazara del Vallo nel 2004. È l'ex maresciallo della Polizia Giudiziaria di Marsala, Francesco Lombardo, a confermare a Mattino Cinque alcune indiscrezioni circolate nelle ultime ore: «La persona che ha scritto la lettera ha riconosciuto le tre persone che avrebbero portato via Denise in macchina, circa 45 minuti/un'ora dopo la scomparsa». Non si tratterebbe però della Ford Fiesta descritta da altre testimonianze, ma di «un altro tipo di vettura». I dettagli - Il maresciallo ha aggiunto: «Si tratta di tre persone già all'interno delle indagini. Possiamo parlare di membri della famiglia allargata». Interrogato dalla conduttrice Federica Panicucci, Lombardo preferisce non sbottonarsi: «Non voglio dare troppe indicazioni, aspettiamo che l'anonimo si faccia risentire». Le indagini proseguono, il caso della della bambina scomparsa il 1° settembre 2004 si arricchisce di nuovi, inattesi, dettagli.

Denise, spunta il giallo della sim: "Siamo a una svolta". Francesca Galici il 20 Maggio 2021 su Il Giornale. Gli inquirenti indagano su sospetti passaggi di sim tra diversi telefoni di persone attenzionate per il caso di Denise Pipitone. Il caso di Denise Pipitone potrebbe essere a una svolta, almeno stando a quanto dichiarato a Mattino5 da Francesco Lombardo, l’ex maresciallo della Polizia giudiziaria di Marsala che ha indagato sulla scomparsa della bambina. L'uomo, in collegamento con il programma di Canale5 condotto da Federica Panicucci e Francesco Vecchi, è ripartito dalla lettera anonima giunta all'avvocato Frazzitta, finora considerata attendibile. In quelle poche righe ci sarebbero dettagli importanti sulla scomparsa di Denise Pipitone, come la presenza a bordo di un'auto di tre persone e della bambina poco dopo il suo rapimento. Tuttavia nelle ultime ore è emerso anche i dettagli di una sim che sarebbe stata spostata di telefono in telefono in quelle frenetiche ore. In quella lettera, l'ex maresciallo dichiara che il suo autore indicherebbe anche i nomi delle tre persone, che risultano già "all'interno delle indagini". Il militare ha parlato di persone facenti parte della "famiglia allargata" ma ha evitato di andare oltre nella sua ricostruzione in diretta, per non dare troppi dettagli e preservare le indagini. Nelle indagini è diventato centrale anche il tracciamento delle utenze telefoniche dei soggetti attenzionati dagli investigatori per fare luce sulla scomparsa di Denise. In particolare, l'avvocato Frazzitta ha raccontato che uno dei telefoni in uso ad Anna Corona e ad alcuni familiari, oltre che a una sua amica, non erano rintracciabili. Pare che non potessero essere messi sotto controllo perché erano intestati a terzi. Per l'avvocato di Piera Maggio, infatti, ci sarebbero alcune sim che ai tempi erano in uso a diverse persone interessate dalle indagini. Queste sim potrebbero essere state utilizzate per fare telefonate che non venivano rintracciate dagli investigatori. Ma a proposito delle celle telefoniche che sono state agganciate all’epoca della scomparsa nei pressi del magazzino dove si pensava fosse tenuta in ostaggio la bambina, Francesco Lombardi ha dichiarato: "Il telefono era spento. Arriva un messaggio che dev'essere recapitato a quell'utenza telefonica ma aveva cambiato cellulare, quindi l'IMEI era diversa. Pertanto il sistema non riusciva a consegnare il messaggio. Continuava a cercare in rete il cellulare, che nel frattempo anche se spento viene segnalato nei movimenti, e non viene consegnato. Ci sono quindi quelle celle agganciate durante la notte. ". Il dubbio sull'utenza telefonica è ora al centro dell'inchiesta e il dubbio è che Anna Corona possa aver dato il suo telefono a un'altra persona, che si sarebbe spostata nel frattempo: "O un’altra persona o lei stessa ha messo la sua scheda su un altro cellulare". In queste settimane le indagini hanno fatto notevoli passi in avanti e l'ex maresciallo Francesco Lombardo è speranzoso sulla possibilità che si possa essere a una svolta: "Sì. Ce lo auguriamo".

La ragazza di Scalea non è Denise Pipitone: il test del dna ha dato esito negativo. Debora Faravelli il 21/05/2021 su Notizie.it. Il test del Dna effettuato sulla ragazza di Scalea somigliante a Denise Pipitone ha dato esito negativo: proseguono le indagini su altre piste. La ragazza di Scalea somigliante a Denise Pipitone non è la bimba scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo: a confermarlo l’esito negativo del test del DNA annunciato durante Pomeriggio Cinque. 

Ragazza di Scalea: test dna negativo. A dare la notizia è stata l’inviata del programma in collegamento dal palazzo di Giustizia. Un esito atteso dato che la stessa ragazza, interrogata dai Carabinieri del centro calabrese, aveva ammesso di non essere Denise. Ma la Procura di Marsala aveva comunque disposto la comparazione del DNA dopo la riapertura delle indagini sulla scomparsa della bimba siciliana. Diversi gli elementi che avevano escluso che Denisa, la ragazza in questione, potesse essere Denise: la giovane aveva infatti affermato di essere venuta in Italia dalla Romania all’età di 7 anni e mostrato i documenti la cui data di nascita non corrispondeva con quella della figlia di Piera Maggio. Inoltre Denise ha 19 mentre Denise ne avrebbe 21.

Ragazza di Scalea, test dna negativo: chi è. La giovane è stata segnalata da una donna che l’ha casualmente incontrata e, avendo notato una somiglianza con la figlia di Piera Maggio, si è rivolta alle forze dell’ordine che l’hanno interrogata. La ragazza ha raccontato di essere nata in Romania nel 2002 e di essere arrivata in Italia all’età di sei anni e mezzo, di avere una cicatrice simile a quella di Denise ma di non essere lei. “Io sono dispiaciuta per Piera Maggio: è brutto dare una speranza ad una persona che cerca la figlia da tanto tempo. Se fossi veramente io andrei a braccia aperte, ma non sono io, non so come dirvelo”, aveva aggiunto ai microfoni di Pomeriggio Cinque mostrando il suo certificato di nascita. 

Ragazza di Scalea, test dna negativo: proseguono le indagini. Nell’attesa che la Procura dia ufficialmente la notizia dell’esito negativo, ancora ufficiosa, Barbara d’Urso ha specificato che “Lei aveva detto subito di non essere Denise Pipitone, ma aveva anche detto di non volersi sottrarre al test se ritenuto necessario e così è stato”. Ora che è giunto il risultato, le indagini proseguiranno sulle altre piste tra cui l’analisi della lettera anonima ricevuta dall’avvocato Frazzitta, la testimonianza di Battista della Chiave nonché del carrozziere che ha affermato di aver visto una macchina sfrecciare pochi minuti dopo la sparizione della piccola. 

Pomeriggio 5, Denise Pipitone e l'ultima ora da Mazara: "Trovata un'auto bruciata". Rapimento, la D'Urso sconvolta. Libero Quotidiano il 21 maggio 2021. Clamorosa ultima ora su Denise Pipitone a Pomeriggio Cinque. Barbara D'Urso ha fatto sapere in diretta che sono in corso degli accertamenti su un'auto bruciata e abbandonata da anni a pochi metri da uno dei luoghi simbolo della scomparsa della bambina di Mazara Del Vallo. Anche se non si sa ancora se si tratti della macchina effettivamente usata per rapire la bimba, pare ci sia una certa compatibilità con quella descritta dal testimone della lettera anonima indirizzata all'avvocato Giacomo Frazzitta. Secondo quanto raccontato dall'anonimo, infatti, la bambina sarebbe stata rapita con un'auto blu metallizzata. La persona avrebbe anche guardato all’interno dell’abitacolo e avrebbe visto la piccola Denise con altre tre persone. L’autore della lettera avrebbe fatto pure i nomi, dicendo di essere assolutamente sicuro delle sue parole: “La bambina piangeva e chiamava mamma”. Intanto è arrivato anche l'esito del test del dna su Denisa di Scalea, la ragazza di origini Rom che si pensava potesse essere Denise per via dell'incredibile somiglianza fisica con la piccola. Ma, comparando il suo dna a quello di Piera Maggio - la mamma della Pipitone -, si è scoperto che Denisa non è Denise. Nel frattempo, nonostante la chiusura di Ore 14 su Rai 2, il conduttore Milo Infante continua a essere al fianco della signora Maggio. Poco fa su Facebook ha dichiarato che ci vorrà tempo ma alla fine i colpevoli saranno smascherati. 

Denise Pipitone, Quarto grado: "Anna Corona e Beppe Della Chiave indagati". Svolta clamorosa dopo 17 anni: chi è l'uomo. Libero Quotidiano il 22 maggio 2021. Clamorosa nuova svolta sul caso di Denise Pipitone. Venerdì sera a Quarto grado su Rete 4 Gianluigi Nuzzi annuncia che "Anna Corona e Beppe Della Chiave sono indagati", a 16 anni e mezzo dalla misteriosa scomparsa della bimba da Mazara del Vallo. La Corona è l'ex moglie di Piero Pulizzi, padre biologico di Denise e nuovo compagno di Piera Maggio, mamma della bimba. Della Chiave è invece il nipote di Battista Della Chiave, il presunto testimone oculare sordomuto le cui rivelazioni sono tornate d'attualità in queste ultime settimane. Secondo la trasmissione di Nuzzi, la Procura di Marsala che sta continuando a indagare farà rianalizzare alcune intercettazioni ambientali. "Si indaga per sequestro di persona - spiega la giornalista Ilaria Mura -. Al momento sono indagati Anna Corona e Giuseppe Della Chiave, ma ci potrebbero essere nuovi indagati". L'ipotesi, rilanciata con forza dall'avvocato della Maggio Giacomo Frazzitta e dall'ex procuratore Maria Angioni che si occupò del caso nei primi mesi, è quella di un rapimento organizzato dalla "famiglia allargata" che orbitava intorno alla piccola Denise. Battista Della Chiave, oggi non più in vita, aveva confessato di aver visto un uomo con la bimba in un magazzino di via Rieti poco dopo il rapimento. Uomo che poi l'avrebbe imbarcata su un peschereccio. La stessa pm Angioni parlava di un rapimento "in barca a remi", operato da due o più uomini, che avrebbero poi trasferito Denise su una imbarcazione più grande. Intanto nel pomeriggio di venerdì a Pomeriggio 5 Barbara D'Urso ha lanciato la notizia del ritrovamento di un’auto bruciata e abbandonata a Mazara, misteriosamente mai rinvenuta prima, e che potrebbe essere stata utilizzata dai rapitori l'1 settembre 2004. Nessuna conferma al riguardo, ma il sospetto di un altro tassello in questa storia fatta anche di omissioni, depistaggi e buchi nelle indagini.

(ANSA il 22 maggio 2021) Ci sarebbe una svolta nelle indagini che riguardano il caso Denise Pipitone, la bambina scomparsa da Mazara Del Vallo il primo settembre del 2004. Nel corso della trasmissione Quarto Grado, andata in onda ieri sera su Rete 4, è stata data la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati di Anna Corona e Giuseppe Della Chiave. L'indiscrezione non ha ancora trovato conferme dalla Procura di Marsala, che nei giorni scorsi aveva riaperto l'inchiesta sul rapimento della bimba e che sta nuovamente analizzando alcune intercettazioni. Anna Corona è l'ex moglie di Pietro Pulizzi, attuale marito di Piera Maggio e padre naturale di Denise Pipitone, ed è anche la madre di Jessica Pulizzi, sorellastra della bimba, processata e assolta in via definitiva dall'accusa di sequestro di persona. Anche Anna Corona era stata inizialmente indagata, ma la sua posizione era stata poi archiviata. Giuseppe Della Chiave è nipote di Battista Della Chiave, il testimone sordomuto, oggi deceduto, che aveva rivelato di aver visto la piccola Denise in un capannone di Mazara del Vallo in braccio al giovane intento a fare una telefonata. Secondo il racconto di Battista Della Chiave, la bimba dopo essere stata rapita sarebbe stata portata con un motorino verso un molo, avvolta in una coperta, prima di essere caricata su una barca. La testimonianza di Della Chiave, raccolta dall'avvocato Giacomo Frazzitta, legale della famiglia di Denise, era stata contestata dai suoi familiari che avevano sostenuto come l'uomo non conoscesse il linguaggio dei segni. Davanti ai magistrati, con l'ausilio di un consulente, il testimone si era avvalso della facoltà di non rispondere. Nei giorni scorsi l'avvocato Giacomo Frazzitta ha ricevuto una lettera anonima, consegnata alla Procura di Marsala, nella quale un testimone oculare riferirebbe di avere visto Denise in auto con altre persone, poco dopo il rapimento, mentre piangeva e chiedeva aiuto. (ANSA).

Denise Pipitone, la rabbia di Piera Maggio: "Aberrante, anche per gli indagati. Sempre la stessa direzione". Libero Quotidiano il 22 maggio 2021. “Ho appreso la notizia da una trasmissione televisiva, lo trovo aberrante, anche per gli stessi indagati”. Lo ha dichiarato all’Adnkronos Piera Maggio, madre di Denise Pipitone, la bambina scomparsa a Mazara del Vallo a settembre del 2004. “L’asciamo che la Procura di Marsala faccia il suo lavoro”, ha aggiunto la donna, che dopo diciassette anni non ha ancora perso le speranze di conoscere la verità su sua figlia. Il caso si è improvvisamente riaperto negli scorsi mesi e adesso la Procura, che ha riaperto le indagini, avrebbe raccolto nuovi elementi molto importanti.  A lasciare di stucco Piera Maggio è l’indiscrezione arrivata da Quarto Grado: secondo la trasmissione di Rete 4, la Procura avrebbe iscritto al registro degli indagati Anna Corona, ex moglie del padre biologico di Denise, e Giuseppe Della Chiave, nipote di Battista, il testimone sordomuto che nel 2013 disse di averlo visto in compagnia della bambina proprio il primo settembre del 2004. “Se fosse confermata - ha dichiarato Piera Maggio all’Adnkronos - ancora una volta, dopo 17 anni si tornerebbe a indagare sulle stesse persone coinvolte in un primo momento nella vicenda. Insomma, sempre la stessa direzione”.  “Quello che noi ci auguriamo - ha aggiunto - è di ritrovare Denise, che si faccia finalmente luce su questa storia e si possa arrivare alla verità. La speranza di riabbracciare la mia bambina che oggi è una bellissima ragazza di quasi 21 anni non è mai venuta meno. Continuerò a lottare per questo. Siamo qui - ha chiosato Piera Maggio - ad attendere che Denise venga ritrovata e riportata a casa”.

Denise Pipitone, "chi è Giuseppe Della Chiave": tra motorino e telefono, lo scoop di Quarto Grado. Libero Quotidiano il 22 maggio 2021. La scomparsa di Denise Pipitone è arrivata ad una svolta. Dopo 17 anni da quel primo settembre 2004 ci sarebbero due nuovi indagati da parte della Procura di Mazara del Vallo. Secondo Quarto Grado si tratterebbe di Anna Corona, ex moglie di Pietro Pulizzi, papà biologico di Denise, e mamma di Jessica, la sorellastra già processata e assolta in via definitiva dall'accusa di sequestro di persona, e Giuseppe Della Chiave, nipote di Battista Della Chiave, il testimone sordomuto, oggi deceduto, che aveva rivelato di aver visto la piccola in un capannone di Mazara del Vallo in braccio al giovane intento a fare una telefonata. Giuseppe Della Chiave è il nuovo indagato. Suo zio Battista Della Chiave, testimone sordomuto e oggi deceduto, in una ricostruzione di Chi l’ha visto?, aveva mimato il rapimento dei Denise, attribuendolo allo stesso nipote che avrebbe portato via la bimba su un motorino verso il mare. L'uomo aveva rivelato anni fa di aver visto la bambina in un capannone di Mazara del Vallo in braccio al giovane intento a fare una telefonata. Secondo il suo racconto, la bimba, dopo essere stata rapita, sarebbe stata portata con un motorino verso un molo, avvolta in una coperta, prima di essere caricata su una barca. La testimonianza di Della Chiave, raccolta dall’avvocato Giacomo Frazzitta, era stata contestata dai suoi familiari che avevano sostenuto come l’uomo non conoscesse il linguaggio dei segni. Davanti ai magistrati, con l'ausilio di un consulente, il testimone si era avvalso della facoltà di non rispondere. "L’accusa echeggiata in tv come una vera e propria fuga di notizie trasforma una indagine seria in un processo televisivo fatto al di fuori di ogni regola", è stato il commento di Gioacchino Sbacchi, il legale di Anna Corona.

Denise Pipitone, il messaggio della madre: “Verranno a chiedere scusa per quello che abbiamo subito”. Jacopo Bongini il 23/05/2021 su Notizie.it. Nuovo messaggio della madre di Denise Pipitone. La signora Piera Maggio se l'è presa con chi in questi anni ha diffuso illazioni sulla sua famiglia. Nuovo messaggio social per Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone che da quasi 17 anni è in cerca della figlia scomparsa. Nella giornata di sabato 22 maggio la donna ha infatti pubblicato sui propri account poche righe in cui si scaglia contro coloro che in tutti questi anni non hanno fatto altro che lanciare illazioni e insinuazioni contro la famiglia della piccola Denise, il cui caso è stato recentemente riaperto dalla procura di Marsala. Nel breve post apparso sui social si può infatti leggere: “Denise amore puro. Ci sarà il giorno in cui alcuni Verranno a chiederci scusa, forse sarà troppo tardi! Scusa, per tutto quello che abbiamo subito in questi anni, illazioni, allusioni, soprusi, angherie, bugie, mancanza di rispetto e tanto altro”. Il messaggio della donna arriva poche ore dopo le notizie dell’inserimento di due nuovi indagati nell’inchiesta della procura di Marsala: l’ex moglie di Pietro Pulizzi, Anna Corona, e Giuseppe Della Chiave, nipote del testimone oculare sordomuto Battista Della Chiave. In precedenza la signora Piera Maggio aveva commentato con durezza la diffusione della notizia dei due nuovi indagati: “Ho appreso la notizia da una trasmissione televisiva, lo trovo aberrante, anche per gli stessi indagati. Lasciamo che la Procura di Marsala faccia il suo lavoro. Se fosse confermata, ancora una volta, dopo 17 anni si tornerebbe a indagare sulle stesse persone coinvolte in un primo momento nella vicenda. Insomma, sempre la stessa direzione. Quello che noi ci auguriamo è di ritrovare Denise, che si faccia luce finalmente su questa storia e si possa arrivare alla verità”. Simili parole anche da parte dell’avvocato Giacomo Frazzitta, che ai microfoni dell’AdnKronos ha dichiarato: “Abbiamo appreso la notizia dalla tv. Mi dispiace che possano esserci simili violazioni del segreto istruttorio non solo per noi, ma anche per gli stessi indagati, sempre che sia vero”. Una fuga di notizia che ha lasciato basito l’avvocato: “Conosco la riservatezza e la serietà del procuratore Pantaleo. È un’eccellenza della magistratura italiana, una persona illuminata, di grande serietà e compostezza, con grande rispetto per le parti. Mi dispiaccio per lui che sono sicuro essere assolutamente estraneo a una simile violazione del segreto istruttorio”.

Denise Pipitone, due mesi di sospetti e segnalazioni. Cosa è successo dal caso Olesya Rostova ad oggi. La falsa pista russa ha riacceso un mistero lungo 17 anni. Da marzo molte novità: la riapertura dell’inchiesta, le delazioni, fino all’ultima lettera anonima. Tutto quello che c’è da sapere sulla bimba scomparsa il primo settembre 2004 a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Salvo Toscano il 21 maggio 2021 su Il Corriere della Sera.

La sparizione di Denise Pipitone. Piera Maggio all’epoca 35 enne, il giorno dopo la scomparsa di Denise Pipitone. Le ultime novità riguardano un supertestimone. Un anonimo che, lo scorso 12 maggio, si è fatto vivo diciassette anni dopo raccontando dettagli inediti sulla sparizione di Denise Pipitone. Racconti al vaglio degli investigatori, tutti da verificare. Di certo c’è che almeno dai primi di maggio, la procura di Marsala ha riaperto le indagini sulla scomparsa della bambina, sparita da Mazara del Vallo il primo settembre del 2004. L’attenzione mediatica per il caso della piccola siciliana era d’altronde tornata altissima. Una ribalta cominciata proprio tra marzo e aprile scorsi con il caso di Olesya Rostova, la ragazza orfana trovata dalla tv russa (e molto somigliante a Denise) che si pensava potesse essere la bambina scomparsa. Così non era, si è trattato solo dell’ennesimo caso di questo tipo. Ma l’effetto è stato quello di una diga crollata. Tanto da muovere il fronte investigativo con la riapertura del caso che fin qui, malgrado indagini e processi, è rimasto per diciassette anni senza un responsabile.

«In auto, gridava aiuto». Le prime ricerche nel settembre 2004. Ma partiamo proprio dall’ultima segnalazione, in ordine di tempo. La lettera anonima recapitata lo scorso 12 maggio a Giacomo Frazzitta, avvocato della madre di Denise Piera Maggio, racconta che la bambina sarebbe stata vista in un’auto dopo essere stata rapita davanti alla sua abitazione di Mazara. «Piangeva, gridava ‘aiuto mamma’». Questo scrive l’anonimo, nella ricostruzione del quotidiano Livesicilia, indiscrezione che Frazzitta non ha voluto commentare. La lettera è stata consegnata dal legale alla Procura di Marsala, che di recente ha riaperto l’inchiesta sul sequestro della bimba. Una missiva (forse una copia della stessa lettera) è stata spedita dall’anonimo anche al programma televisivo “Chi l’ha visto?” che ne ha mostrato alcuni stralci.

«So da 17 anni». Una delle cave di Tufo dove si cercò all’inizio Denise. «Sono 17 anni che so, non ho parlato prima per paura...». scrive il testimone oculare che aggiunge di essere «sicurissimo al cento per cento di quello che ho visto». Parole di un mitomane o testimonianza affidabile? Le due lettere riportano a una testimonianza di fatti molto vicini alla scomparsa della bambina. Nei giorni scorsi l’avvocato Frazzitta aveva invitato il testimone a farsi nuovamente vivo. «Ti attendiamo, nella massima riservatezza, abbiamo bisogno di fare un passo avanti, vieni fuori in qualche modo, ma aiutaci ancora».

Tutto parte dalla Russia. La fiamma si riaccende lo scorso marzo. A soffiare sulle braci un programma televisivo russo che si occupa di rintracciare i genitori di ragazzi orfani e che sostiene di aver individuato in una 20enne di Mosca, chiamata Olesya Rostova, la possibile Denise. Le somiglianze tra le due sono molte e il fascino del miracolo inaspettato, immediatamente prende piede. A far rimbalzare lo scoop in Italia è la trasmissione di Rai Tre «Chi l’ha visto?», con la conduttrice Federica Sciarelli. «Sarebbe troppo bello, un regalo enorme — dice subito la giornalista —. Forse è una suggestione dovuta alla somiglianza, ma la giovane donna ha la stessa età che avrebbe oggi Denise». Si sa, però, come andò a finire: un indegno balletto, trascinato per circa dieci giorni dalla redazione del programma russo, fino alla prova del gruppo sanguigno che evidenzia l’incompatibilità tra le due giovani. Siamo ai primi di aprile, intanto la madre Piera Maggio accumula altra sofferenza.

L’indagine e l’ispezione. I vigili del fuoco a Mazara del Vallo per le ultime ricerche. Non passa nemmeno un mese ed ecco che si viene a sapere che sulla scomparsa di Denise torna ad indagare la magistratura. Il 5 maggio la procura di Marsala, dopo aver riaperto le indagini sulla scomparsa della bambina, invia i carabinieri nell’abitazione che fu di Anna Corona, la madre di Jessica Pulizzi, la sorellastra di Denise Pipitone. Pulizzi fu processata ma assolta in tutti i gradi di giudizio per la scomparsa della bambina, che era figlia naturale del padre di lei, Piero, e di Piera Maggio. L’ispezione in un garage e in un pozzo, alla ricerca di una botola, non dà esiti. La madre, Piera Maggio, viene a sapere della ricerca mentre è ospite in televisione: sotto choc, abbandona il programma. Lo stesso giorno 500 cittadini di Mazara del Vallo riempiono la piazza principale della cittadina chiedendo verità e giustizia per Denise. Intanto però l’ex procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, in un’intervista a Chi L’Ha Visto, riferendosi proprio ad Anna Corona e alla figlia Jessica dice: «Quelle due donne sarebbero state capaci di tutto. La tesi che io ho sempre sostenuto e che continuo a sostenere è che questa vicenda nasce in ambito famigliare. Jessica, figlia del papà biologico di Denise, riteneva la piccola la causa della distruzione della sua famiglia. Secondo noi è stata lei a prelevare la bambina quel giorno, per poi darla ad altre persone che a loro volta l’hanno affidata agli zingari».

Dalla Calabria. Le due Denise. Ecco che improvvisamente si ridestano voci, delazioni, sospetti. L’11 maggio le segnalazioni di due donne di Scalea, cittadina in provincia di Cosenza, spostano in Calabria l’attenzione della procura di Marsala che indaga sulla sparizione di Denise. Francesca Sbaglia, che ha un negozio di compro oro, e Grazia Bonanno, parrucchiera, riferiscono ai carabinieri di aver riscontrato delle somiglianze fisiche con la figlia di Piera Maggio in una 19enne di madre rumena residente in zona. La ragazza indicata, che si chiama anche lei Denise, viene individuata dai militari e portata in caserma per ascoltarla: ha una madre rumena che vive in un’altra località del Cosentino con la quale non è in buoni rapporti. Ma subito afferma: «Non sono io la Denise che cercate». Le viene fatto il test del Dna.

L’ex magistrato: «Più persone». Folla davanti casa Pipitone nel settembre 2004. «Se questa bambina è stata presa da persone mosse da passione, da rabbia, da odio è possibile — dice a Mattino 5 Maria Angioni, ex pm che lavorò a Marsala alle prime indagini sulla sparizione di Denise — che ci siano state sentinelle che hanno mandato il messaggio ad altre persone che volevano bene alla bambina e che sono intervenute in un secondo momento, prelevandola e portandola via, perché la bambina era in pericolo, perché così com’era stata presa quel giorno, poteva anche essere presa in un momento successivo». «Più persone hanno collaborato al sequestro di Denise Pipitone», ha detto nella stessa trasmissione Angioni. Secondo il magistrato, «ci sono stati più passaggi di mano della bambina» e l’attenzione degli inquirenti doveva cadere sul luogo della sparizione: «Nei pressi c’erano più persone appartenenti alla cerchia della famiglia allargata, e in molti hanno fatto qualcosa di sospetto».

Ombre sulle indagini. La conferenza stampa del procuratore Silvio Sciuto (a sinistra) e del sostituto Luigi Boccia sulle indagini per la scomparsa della piccola Denise Pipitone nel 2004. Ma sulle prime indagini gli stessi inquirenti dell’epoca hanno parlato di ombre. «Abbiamo avuto grossi problemi. Abbiamo capito che dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni già sapevano di essere sotto controllo», ha detto in tv la Angioni. «A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile».

L’ex maresciallo. Sulle indagini torna a parlare anche un ex maresciallo dei carabinieri, Francesco Lombardo, che sempre in televisione ha parlato delle celle telefoniche che sono state agganciate all’epoca della scomparsa, vicino al magazzino dove si pensava fosse tenuta in ostaggio la bambina. «Il telefono era spento ma sull’utenza telefonica è arrivato lo stesso un messaggio. La Sim però, nel frattempo era stata tolta. Quindi il sistema non riusciva a consegnare il messaggio, che continuava a cercare la rete, anche se il telefono era spento. Per questo, durante la notte ci sono le celle agganciate».

Quella prima segnalazione. Piera Maggio nel 2008. Intanto, in questi 17 anni, la madre di Denise, Piera Maggio, non ha mai smesso di cercare la figlia e la verità sulla sua scomparsa. Centinaia i casi di avvistamenti e riconoscimenti che poi non si sono rivelati fondati. Il primo arrivò il 18 ottobre, un mese dopo la scomparsa della bimba: una guardia giurata sostenne di averla vista «davanti a una banca a Milano insieme a un gruppo di rom».

Felice Cavallaro per corriere.it il 23 maggio 2021. Dopo lo show a puntate della Tv russa sulla falsa Denise, come in un continuo reality, si susseguono da settimane voci e notizie su una nuova indagine aperta dalla Procura di Marsala per la scomparsa della piccola Denise Pipitone rapita 17 anni fa a Mazara del Vallo. L’ultimo scoop è della trasmissione «Quarto Grado» con il conduttore Gianluigi Nuzzi che venerdì sera ha annunciato in diretta i nomi di due indagati di una nuova inchiesta: Anna Corona, la ex moglie del padre biologico di Denise, e Giuseppe Della Chiave, il nipote di Battista Della Chiave, il testimone sordomuto ormai deceduto che, in una ricostruzione di «Chi l’ha visto?», mima il rapimento. Attribuendolo allo stesso nipote che avrebbe portato via la bimba su un motorino verso il mare. Per poi consegnarla a un gruppo di zingari.

Una istanza contro il processo in tv. Questo il quadro che avrebbe portato alla nuova incriminazione della donna, tradita dal marito Pietro Pulizzi, appunto il padre di Denise, oggi coniuge di Piera Maggio, la mamma della bimba da sempre in cerca della verità, certa che sua figlia sia comunque viva. Un quadro contestato dall’avvocato Gioacchino Sbacchi, il legale di Anna Corona: «L’accusa echeggiata in tv come una vera e propria fuga di notizie trasforma una indagine seria in un processo televisivo fatto al di fuori di ogni regola». Sconcertato il penalista di lungo corso che difese Giulio Andreotti, affidando negli anni Novanta il caso alla sua più giovane collaboratrice, Giulia Bongiorno: «Ormai questo processo lo fanno le televisioni e noi dobbiamo apprendere tutto dal pomeriggio alla sera, passando da un canale all’altro...». Non ci sono repliche da parte della Procura diretta da Carmelo Pantaleo al quale Sbacchi si rivolge direttamente: «Presenteremo una istanza per sapere se ci sono iscrizioni. Ma lo faremo ad uffici aperti, secondo le regole, lunedì mattina, senza tempi televisivi, senza associarci alla vergogna di indagini fatte in tv».

Intercettazioni e «investigatori inaffidabili». Sull’ipotesi di una vendetta nata in ambito familiare come movente della sparizione si indaga dal primo momento. E si sono fatti dei processi. Quello con Anna Corona concluso con una archiviazione. Quello contro sua figlia Jessica, altra principale sospettata del ratto e della scomparsa, proseguito fino in Cassazione, sempre assolta. Per questo Jessica non può essere sottoposta a nuove indagini. A differenza della madre che, stando allo scoop di Quarto Grado, sarebbe al centro dei nuovi accertamenti. L’apertura di un fascicolo a Marsala viene data per certa. Anche perché Pantaleo e i suoi sostituti non possono ignorare le accuse echeggiate sempre in Tv da parte di una ex pm di Marsala oggi in servizio in Sardegna, Maria Angioni, intervenuta il mese scorso a «Ore 14» su Raidue: «Dopo tre giorni tutte le persone sottoposte a intercettazioni sapevano di essere sotto controllo. A un certo punto, quando ho avuto la direzione delle indagini, ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse, nel disperato tentativo di salvare il salvabile....

Accuse e scontri fra magistrati. Un’accusa esplicita alla polizia, al commissariato di Mazara del Vallo e al dirigente che avrebbe avuto allora una storia d’amore con l’amica del cuore di Anna Corona. Una storia complicata e contorta nella quale è intervenuto anche il predecessore di Pantaleo, l’ex procuratore Alberto Di Pisa, bacchettando Angioni: «Dichiarazioni un po’ fantastiche, del tutto prive di fondamento. Bisogna attenersi ai fatti concreti, alla realtà». Ma è proprio Di Pisa, nonostante l’andamento delle vecchie indagini, a riferirsi ad Anna Corona e alla figlia Jessica senza credere ad archiviazione e assoluzioni: «Quelle due donne sarebbero state capaci di tutto». Affermazione registrata con sgomento da Sbacchi: «Magistrati in attività e in pensione si sono quindi ridotti a inseguire i talk show per esprimere giudizi fuori dalle regole del loro ufficio?». Un quesito che amplia le polemiche su un caso dove compare infine la lettera anonima di un testimone che il giorno della sparizione avrebbe visto Denise a bordo di una macchina: «Con lei c’erano tre uomini. La bambina piangeva e chiamava la mamma». Su una macchina, non un motorino.

Denise Pipitone e il depistaggio, il sospetto del pm sull'ex poliziotto innamorato dell'amica del cuore di Anna Corona. Libero Quotidiano il 23 maggio 2021. Dietro i depistaggi sul caso di Denise Pipitone, ci sarebbe il rapporto d'amore tra un poliziotto e l'amica del cuore di Anna Corona, come spiega il Corriere della Sera interpretando le parole dell'ex pm di Marsala Maria Angioni, che anche in tv ha lanciato accuse e sospetti specifici e circostanziati: "Allora tutte le persone sottoposte a intercettazioni sapevano di essere sotto controllo. A un certo punto ho fatto finta di smettere di intercettare e poi ho ripreso da capo con forze di polizia diverse". Tradotto: c'era qualcuno che remava contro, contro la verità. Secondo l'ex procuratore Alberto Di Pisa, "dichiarazioni un po' fantastiche, del tutto prive di fondamento". Uno dei tanti elementi che stanno tornando a galla a 17 anni dalla misteriosa scomparsa della bimba di 4 anni a Mazara del Vallo. Nelle stesse ore, a Quarto grado su Rete 4, Gianluigi Nuzzi ha sganciato la bomba: Anna Corona e un altro uomo sarebbero indagati a Marsala. Una notizia che ancora non trova conferme e che è stata accolta male da tutte le parti in causa. "Lo trovo aberrante, anche per gli stessi indagati. Restiamo qui ad attendere che Denise venga riportata a casa", ha commentato mamma Piera Maggio. La Corona parla di "un processo mediatico" dopo quello subito dalla figlia maggiore Jessica Pulizzi, già assolta in ogni grado, Anna Corona invece era stata archiviata a suo tempo e dunque, sulla carta, ancora indagabile. "Non presenta nessuno qui, non una carta, non un avviso di garanzia, solo del fango lanciato in diretta tv", si è sfogata con il suo legale, Gioacchino Sbacchi, che sbotta: "Inseguiamo le notizie col telecomando. Un atto certamente collegato alla mia assistita è l'ispezione compiuta nella casa in cui abitava 17 anni fa, alla ricerca di non so cosa. In un garage i carabinieri sollevavano una botola davanti alle telecamere, senza che noi ne sapessimo niente. O meglio apprendendo tutto anche in diretta tv. No, la giustizia non può funzionare così".

Denise Pipitone "è in Ecuador", diluvio di segnalazioni al legale: ecco la foto, somiglianza impressionante.  Libero Quotidiano il 24 maggio 2021. Altro giro, altro giorno di speranza, altra segnalazione. Il caso è sempre quello di Denise Pipitone, tornato prepotentemente di attualità nelle ultime settimane, in primis per il caso della russa Olesya, che puntualmente non si è rivelata essere la bimba scomparsa a Mazara del Vallo ormai 14 anni fa, poi per le ultime evidenze emerse dall'inchiesta, che è tornata a puntare sull'ambito familiare. Dunque, largo all'ultima segnalazione. Tutto è partito sui social, Facebook e Tik Tok, dove hanno preso a circolare le immagini di una ragazza dell'Ecuador che ha una vaga somiglianza con la madre di Denise, Piera Maggio. Tanto è bastato perché moltissimi utenti avvisassero Pier Maggio e il suo avvocato, Frazzitta, inviando immagini della piccola. Di quest'ultima segnalazione se ne è occupato anche Storie Italiane, il programma di Eleonora Daniele in onda su Rai 1, dove si è parlato della vicenda di questa giovane ecuadoregna. Alla Daniele, un telespettatore ha segnalato la stessa bimba che vive in Ecuador. Certo, la somiglianza tra Denise e Piera Maggio è tangibile. E la notizia è rimbalzata anche su alcuni media sudamericani. Come accennato, la pressione mediatica ha portato alla riapertura delle indagini: lo scorso 22 maggio, infatti, sono state formalmente indagate Anna Corona e Giuseppe della Chiave. L'ultima speranza, però, ora arriva dall'Ecuador. Anche se mamma Piera Maggio, dopo quasi tre lustri di avvistamenti e falsi allarmi, prende con le pinze ognuno di questi nuovi singoli casi.

Denise Pipitone, la pista-Ecuador prende piede: "Stesso nome, stessa età. E se la chiami per nome...", nuove pesantissime evidenze. Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. Una nuova segnalazione porta Denise Pipitone, la bambina scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004, in Ecuador. Pomeriggio 5, nella puntata del 25 febbraio ha infatti mandato in un un servizio che ha parlato di questa incredibile somiglianza con una ragazza che vive nel Paese dell'America Latina e che si chiamerebbe proprio Denise, oltre ad avere la stessa età, rivela Fanpage. Di questa ultima segnalazione è stata avvisata anche la mamma della piccola, Piera Maggio, oltre all'avvocato Giacomo Frazzitta. Ai due sarebbero state infatti inviate numerose foto della ragazza sudamericana della quale però si conosce davvero poco. Al momento non sembra che la segnalazione sia stata comunicata dal legale alla Procura che sta indagando sulla sparizione di Denise in seguito alla riapertura delle indagini avvenute dopo il caso della ragazza russa Olesya. Anche in questo caso la vicenda era emersa grazie alla segnalazione di una cittadina che dopo aver notato la somiglianza aveva allertato Chi l'ha visto?.  Purtroppo i test del Dna ha evidenziato che quella non era Denise ma questa vicenda ha permesso che i riflettori venissero nuovamente accesi su una vicenda che ha ancora tanti punti oscuri, troppi. L'ultima svolta nel caso riguarda proprio l'iscrizione nel registro degli indagati di Anna Corona, l'ex moglie di Pietro Pulizzi, padre biologico di Denise, ma il legale della donna non conferma: "Ho appreso la notizia della presunta iscrizione nel registro degli indagati della mia assistita dalle televisioni. A noi non risulta. Chiederemo ufficialmente alla Procura di Marsala se effettivamente sono state riaperte le indagini”. Risulterebbe indagato pure Giuseppe Della Chiave, il nipote di Battista, il testimone sordomuto che nel 2013 disse di averlo visto in compagnia della bambina scomparsa da Mazara del Vallo. Una testimonianza all'epoca non ritenuta attendibile e non entrata nel processo. A Chi l’ha visto? però aveva mimato il rapimento dei Denise, attribuendolo allo stesso nipote che avrebbe portato via la bimba. Secondo il suo racconto Denise dopo essere stata rapita, sarebbe stata portata con un motorino verso un molo, nascosta con una coperta e poi caricata su una barca.

"Mi chiamo Maria Grazia", parla la "Denise ecuadoregna”. Angela Leucci il 27 Maggio 2021 su Il Giornale. La giovane segnalata sui social network come Denise Pipitone non è la bambina scomparsa: la giovane si chiama Maria Grazia e ha 29 anni. “Chi l’ha visto?” scioglie il caso della “Denise ecuadoregna”. In questi giorni, alla trasmissione di Rai 3 condotta da Federica Sciarelli, sono giunte moltissime segnalazioni da social network relative a una giovane del Sud America la cui somiglianza con la bambina scomparsa Denise Pipitone e sua madre Piera Maggio è a dir poco impressionante. Ma non si tratta della piccola Denise. La presunta “Denise ecuadoregna” ha fatto infatti una chiamata WhatsApp con la trasmissione di Rai3, affermando di chiamarsi Maria Grazia, di avere 29 anni e di non essere mai uscita dal Brasile. “Non sono Denise, mi chiamo Maria Grazia, ho 29 anni e vivo in Brasile, sono sempre stata qua, non mi sono mai allontanata, in Italia non ci sono mai stata”, ha detto durante il collegamento. Quindi la giovane, che ha smentito seccamente di essere Denise, ha perfino negato di assomigliarle se non vagamente, e non è neppure ecuadoregna ma brasiliana. Sciarelli ha ricordato che le segnalazioni sono fondamentali, ma che in effetti c’è necessità di controllare come in effetti stiano le cose. Tanto più che con la diffusione di fotomontaggi delle foto di Denise sui social, si rischia di inquinare le ricerche della bambina. Il caso della “Denise ecuadoregna” rientra in un fenomeno di ritorno dell’attenzione al caso Pipitone sollevato negli ultimi mesi. Tutto è partito da Olesya Rostova, una giovane russa adottata da piccola che in una trasmissione televisiva si è messa a cercare i genitori naturali. Ma il suo gruppo sanguigno non corrispondeva a quello di Denise. C’è stata poi la “Denise calabrese”, ossia Denisa, una giovane di origini rumene che vive in Calabria fin da quando era piccola, e che durante un soggiorno a Scalea per la ricerca di lavoro è stata segnalata da più persone: a contatto con le forze dell’ordine, Denisa ha subito chiarito di non essere la Pipitone, ma si è messa a disposizione degli inquirenti per effettuare l’esame del Dna e dare così un piccolo aiuto a Piera Maggio che non ha mai smesso di cercare la sua piccola, scomparsa da Mazara del Vallo in un giorno di mercato il 1 settembre 2004. Si sa che Denisa ha effettuato l’esame nei giorni scorsi, ma ancora non se ne conoscono gli esiti. Queste segnalazioni rinverdiscono un’ipotesi che dà speranza a mamma Piera: Denise può essere stata rapita e passata di mano e ora potrebbe essere viva, in qualche remoto posto del mondo.

Denise Pipitone, "ecco il cavalcavia": la ricostruzione choc di Chi l'ha visto, chi sapeva tutto sul rapimento. Libero Quotidiano il 25 maggio 2021. “È questo il cavalcavia”. Lo ha mostrato Federica Sciarelli nella scorsa puntata di Chi l’ha visto, che ha aggiunto diversi elementi nuovi al caso di Denise Pipitone, la bambina rapita a Mazara del Vallo il 4 settembre del 2004 e scomparsa nel nulla. A distanza di 17 anni finalmente si sta provando a fare per davvero luce su questa vicenda, anche grazie alla lotta incessante di Piera Maggio e del suo avvocato Giacomo Frazzitta. Ormai è chiaro che all’epoca le indagini furono inquinate o comunque non condotte in maniera del tutto consona, per pressioni esterne. Basandosi sulla testimonianza di Battista Della Chiave, che allora non venne ritenuta attendibile e non fu considerata nel processo, Chi l’ha visto ha potuto ricostruire quanto accaduto immediatamente dopo il rapimento: Battista aveva raccontato di aver visto Denise, ha accennato a una telefonata e a un uomo di circa 25 anni con capelli ricci, pizzetto e baffi che l’ha portata via. La bambina sarebbe stata portata con una moto lungo un cavalcavia e poi nascosta su una barca a remi e portata fino a un faro. Federica Sciarelli ha mostrato i luoghi di Mazara del Vallo che corrispondono perfettamente alla descrizione dell’uomo, che in quanto sordomuto non venne compreso bene, o almeno questa è la spiegazione ufficiale (che fa acqua da tutte le parti). In pratica Della Chiave aveva fornito l’esatta dinamica del rapimento, a a processo la sua testimonianza non è mai entrata. Ennesima stranezza di un caso che però inizia a sembrare un po’ più vicino alla verità di quanto lo fosse 17 anni fa. 

Chi l'ha visto, Federica Sciarelli su Denise Pipitone: "Occhio a questo foglio e alla firma di Anna Corona". Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. “Questo foglio è importante, c’è la firma di Anna Corona ma l’orario non è stato appuntato da lei, bensì da una sua amica. A che ora è uscita realmente dall’albergo?”. Lo ha dichiarato Federica Sciarelli, che in apertura di Chi l’ha visto si è occupata del caso di Denise Pipitone e ha mostrato il documento in possesso della sua redazione che prova il fatto che l’ex moglie del padre naturale della bambina scomparsa a Mazara del Vallo, proprio quel primo settembre, ha chiesto un favore al una collega. “Gli inquirenti continuano a lavorare sui documenti e anche sulle intercettazioni, ripulendole con strumenti aggiornati rispetto a diciassette anni fa”, ha sottolineato Sciarelli. In particolare Chi l’ha visto ha soffermato la sua attenzione su due intercettazioni ambientali: la prima in cui si sentono le figlie di Anna Corona, Jessica e Alice, bisbigliare in casa. Era l’11 ottobre 2004, 40 giorni dopo la scomparsa: si sente Alice domandare “l’ha uccisa a Denise la mamma?”. La seconda invece riguarda una gita in campagna di Jessica con il fidanzato Fabrizio, con quest’ultimo che chiede “l’ammazzasti a chidda?”. E poi Chi l’ha visto si è soffermato sui tanti punti oscuri delle indagini e del processo: quell’intercettazione riguardante le due sorelle venne stralciata e non considerata, però forse oggi le cose potrebbero cambiare. Anche perché la mole delle intercettazioni è enorme e potrebbero emergere altre frasi importanti con i nuovi strumenti a disposizione per pulire l’audio. 

Denise Pipitone, "firma e orari di uscita falsificati": la collega inchioda Anna Corona, svolta devastante. Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. A distanza di quasi 17 anni, una testimonianza su Anna Corona rischia di riscrivere la storia della scomparsa di Denise Pipitone, la bimba di 4 anni di Mazara del Vallo di cui non si hanno più notizie dall'1 settembre 2004. Intervistata dalla Vita in diretta, una collega di  lavoro della ex moglie di Pietro Pulizzi (l'allora nuovo compagno e oggi secondo marito di Piera Maggio, mamma di Denise) ha confessato di aver falsificato il registro delle presenze e gli orari di entrata e uscita la stessa mattina della sparizione della piccola. A mandare in onda il servizio è Eleonora Daniele a Storie italiane. "Io lavoravo in lavanderia e lei scese perché erano venute le sue figlie - ha spiegato Francesca -. Non ricordo se prima o dopo pranzo. Avevano un sacchetto con delle giacche, si sono trattenute dieci minuti. Non l'avevo raccontato prima perché lì i giorni sono tutti uguali", "Io non ho visto uscire Anna Corona - spiega la collega -. Per quanto ne sappia io, ho messo la firma al posto suo, non l'orario di uscita. Me lo ha chiesto solo quella volta e io ho fatto solo una cortesia a una collega. Non sono una complice se lei c'entra". "La firma è della signora Anna Corona - sottolinea ora Giacomo Frazzitta, avvocato di Piera Maggio -, l'orario che c'è affianco è stato messo da un'altra persona. Ci siamo resi conto che era un orario identico a quello della collega e abbiamo fatto fare una consulenza grafologica". L'ex procuratore Fabio Di Pisa parla di firma falsificata e di un arco temporale che andrebbe "dalle 12.30 alle 15.30" in cui la Corona "non era sul posto di lavoro". "Diverse volte ho sentito i colleghi della Corona dire che non riuscivano a ricordarla dopo pranzo", conferma l'ex pm Maria Angioni, che seguì per prima l'inchiesta e che negli ultimi mesi è tornata a sostenere con forza la tesi del rapimento della bambina ad opera di due o più persone, tutte appartenenti alla "famiglia allargata" che gravitava intorno a Piera Maggio e Pietro Pulizzi.

"La gallina? Parlavo di Denise". Le accuse a Jessica e la strana firma. Angela Leucci il 27 Maggio 2021 su Il Giornale. I nuovi risvolti del caso Denise Pipitone: dalla segnalazione social di un’automobile misteriosa alle intercettazioni fino alle vecchie indagini. Denise Pipitone oggetto di nuovi approfondimenti nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”: si è parlato delle nuove segnalazioni social, di un’automobile misteriosa, degli interrogativi ancora aperti in relazione agli indagati Anna Corona e Giuseppe Della Chiave. Inoltre gli interpreti Lis sono tornati a Mazara, riconoscendo con i propri occhi tutti i luoghi mimati da Battista Della Chiave: secondo i due esperti, l’anziano sordomuto ha descritto esattamente una storia a lui contemporanea con luoghi ben definiti e precisi.

L’automobile misteriosa. La conduttrice Federica Sciarelli ha anche mostrato delle immagini tratte da Google Street View che ritraggono un’auto abbandonata a Mazara del Vallo, che secondo qualcuno potrebbe essere la vettura usata per rapire Denise, coerentemente con alcune segnalazioni ricevute a ridosso di quel tragico 1 settembre 2004. Tuttavia l’automobile abbandonata è in quel punto di Mazara solo dal 2017.

Anna Corona e Giuseppe Della Chiave. “Chi l’ha visto?” ha ripercorso quindi alcuni dettagli delle vecchie indagini in cui ebbero un ruolo la famiglia Corona e la famiglia Della Chiave. Giuseppe Della Chiave, nipote di Battista, il defunto testimone sordomuto che affermò di aver visto Denise, era stato già ascoltato da un giornalista della trasmissione e aveva smentito qualunque legame con Anna Corona, anche da parte di sua moglie, conosciuta solo un anno dopo la scomparsa di Denise. Viene evidenziato come la testimonianza di Battista non potesse riguardare Giuseppe, che viene chiamato Pino in famiglia e non Peppe come il testimone aveva lasciato intendere. Tuttavia Battista in tribunale si avvalse della facoltà di non rispondere e nel tempo sono spuntate alcune testimonianze, che sembravano legare Giuseppe ad Anna Corona in quella “generica contiguità” cui ha fatto riferimento l’ex pm del caso Pipitone Maria Angioni. Si è anche tornati a parlare dell’alibi di Anna Corona al momento della scomparsa di Denise: la donna si trovava sicuramente a pranzo nell’albergo in cui lavorava. Tuttavia il mistero è relativo all’orario di uscita di Corona dal lavoro nel giorno della sparizione della bimba: l’amica Francesca Adamo, che in un primo momento smentì di aver inserito per lei l’orario di uscita alle 15.30, al processo disse di averlo scritto invece proprio lei. L’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Lombardo ha fatto notare come Corona sarebbe potuta uscire indisturbata dalla lavanderia dell’albergo, tanto più che la telecamera collegata a quella zona della struttura non registra.

Jessica e la gallina. E si è tornati infine sulle intercettazioni ambientali di Jessica Pulizzi, figlia di Anna Corona e Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. In particolare, ci si è concentrati sulla testimonianza di Fabrizio, ex ragazzo di Jessica che pronunciò la frase “L’ammazzasti a chidda?”, che Jessica ha sempre sostenuto si riferisse a una gallina. Fabrizio e Jessica si stavano appartando in una casa di campagna il giorno dell’intercettazione: i due avrebbero scavalcato un muro di cinta e Jessica avrebbe involontariamente schiacciato e ucciso una gallina. La versione di Fabrizio è stata diversa: il giovane non solo non ricordava di riferirsi a una gallina, ma non avrebbe più voluto avere a che fare con Jessica da quel giorno. “Quella mattina - ha raccontato Fabrizio, stando alla ricostruzione verbale operata nel corso della trasmissione - sono arrivato a chiederle, mentre eravamo a bordo del ciclomotore, cosa lei ne sapesse sulla sparizione della piccola Denise. Infatti mi sono venute in mente tutte quelle volte che Jessica mi diceva che doveva fargliela pagare alla Piera Maggio, perché ‘aveva rovinato la sua famiglia’. […] In sostanza mi chiedeva che se l’amavo dovevo aiutarla, anche a trovare persone di malaffare di Mazara del Vallo per compiere questo ‘danno’. […] Ho avuto la sensazione netta che era stata lei a commettere quel gesto criminoso”. Jessica Pulizzi è stata già assolta in tre gradi di processo, mentre la madre Anna ha ricevuto all'epoca l'archiviazione, così come Giuseppe. Anna e Giuseppe sono oggi nuovamente iscritti nel registro degli indagati.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Denise Pipitone, l'ex pm dalla d'Urso: "Anna Corona protetta? Dove si trovava al momento della sparizione". Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. Si è tornati a parlare del caso di Denise Pipitone a Pomeriggio Cinque. Barbara D'Urso ha ospitato in collegamento l'ex procuratore Alberto Di Pisa, che si è occupato per un periodo del caso, a partire dal 2008. La piccola di Mazara Del Vallo è scomparsa nel 2004 a soli 4 anni e da allora se ne sono perse le tracce. Ma la madre, la signora Piera Maggio, continua a sperare e lottare per ritrovarla. Parlando con la conduttrice del talk di Canale 5, Di Pisa ha fornito una sua ricostruzione dei fatti, focalizzandosi soprattutto su Anna Corona, l'ex del papà naturale di Denise: "Intorno alle ore 12 la Corona riceve sul posto di lavoro una telefonata, non ricordo se dalla figlia o dalla madre. Lascia il posto di lavoro e non vi fa più rientro fino alle 15 e 30. La sua firma viene apposta dalla collega. Molti dei dipendenti sentiti allora hanno detto che Anna Corona non era in hotel in quel momento". L'ex procuratore, poi, ha parlato anche di alcuni sospetti: "Prima che mi insediassi, ci sono state negligenze, errori, veri e propri depistaggi. Mi riferisco alla perquisizione nella casa della vicina". Quando gli è stato chiesto se qualcuno abbia mai fatto da scudo alla Corona in questi anni, Di Pisa ha risposto: "Se Anna Corona è stata protetta? In quel periodo si interrompono le comunicazioni tra lei e l'amica fidanzata del commissario". "Il procuratore si prende la responsabilità delle cose che dice. Conosce bene le carte", ha detto infine la D'Urso. 

Denise Pipitone, la bomba di Piera Maggio: "Dopo 17 anni, le stesse persone". Forse, in procura...Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. "Il nostro obiettivo principale è trovare Denise, tutto il resto è marginale. Quello che facciamo è una ricerca personale della nostra bambina". Queste le parole di Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone, la bimba di Mazara del Vallo scomparsa nel 2004. Piera Maggio ha parlato a margine di una fiaccolata organizzata per celebrare la Giornata internazionale dei bambini scomparsi. "Oggi c'è un movimento molto più grande, anche sui social, ed è qualcosa che ci rincuora tantissimo", ha aggiunto. E ancora: "Dopo 17 anni forse si sta riavvolgendo di nuovo il nastro sulle stesse persone che erano già dentro questa inchiesta. Facciamo lavorare la procura e attendiamo novità", ha concluse. Come è noto, la vicenda di Denise Pipitone, è tornata di prepotente attualità nelle ultime settimane, prima per il grottesco caso russo di Olesya, poi per la riapertura delle indagini, che sono tornate a puntare in ambito familiare, proprio come 14 anni fa. E la sensazione è che la soluzione di questo terribile mistero non sia mai stata così vicina.

Chi l'ha visto, Federica Sciarelli "agitata e infastidita per le intrusioni dei colleghi su Denise Pipitone": tensione in Rai. Libero Quotidiano il 25 maggio 2021. Giuseppe Candela nella sua rubrica su Dagospia ha rivelato un retroscena riguardante Federica Sciarelli, che dalle parti di Rai3 molti definiscono “agitata, quasi infastidita da quelle che considera ‘intrusioni’ su alcuni casi di cronaca”. E in particolare su quello riguardante Denise Pipitone, che nelle ultime settimane si è riaperto e sta avendo un enorme impatto a livello mediatico. Chi l’ha visto se ne è sempre occupato e ultimamente ha raggiunto ascolti molto alti grazie ai nuovi sviluppi che ci sono stati nel giallo di Mazara del Vallo.  “Il problema? Arrivare al mercoledì con molta carne al fuoco già vista altrove - si legge nella rubrica di Candela su Dagospia in merito al presunto nervosismo della Sciarelli - atteggiamento che avrebbe fatto fare un salto dalla sedia ad alcuni dirigenti del servizio pubblico. Se è vero che Chi l’ha visto rappresenta il titolo di punta nel genere, è anche vero che non possono esistere esclusive su morti e scomparsi, argomenti che Rai1 e Rai2 possono trattare per fini di cronaca sia nei tg che nei contenitori. Nessuno deve chiederle il permesso”. Insomma, le acque in Rai sarebbero un po’ agitate, anche perché come praticamente ogni anno stanno già circolando le voci secondo cui questo potrebbe essere l’ultimo anno della Sciarelli alla guida di Chi l’ha visto. La conduttrice, legata alla trasmissione ormai da 17 anni, potrebbe essere impegnata in altro, sempre su Rai3, ma il “rischio” è che come ogni anno tali indiscrezioni non trovino conferme. 

Denise Pipitone, l’ex pm Angioni a Mattino5: “Jessica Pulizzi aveva 30 telefoni con 16 sim”. Riccardo Castrichini il 28/05/2021 su Notizie.it. Sul caso di Denise Pipitone riferisce a Mattino5 l'ex pm incaricata Maria Angioni che parla di strani ostacoli nello svolgimento delle indagini. Da quando alcune settimane fa una ragazza russa, forse facendo leva sulla sua sola voglia di apparire, aveva detto di poter essere Denise Pipitone, la questione mediatica legata alla scomparsa della bambina di Mazara del Vallo sembra essersi di nuovo accesa. Da tempo, infatti, non si avevano così tante segnalazioni provenienti un po’ da tutto il mondo, con alcune ragazze oggi ventenni che potrebbero avere dei punti di contatto con la bambina scomparsa tanti anni fa. C’è poi naturalmente anche tutto il filone giudiziario legato alla figura di Anna Corona e al suo possibile ruolo nella scomparsa di Denise. L’ultimo tassello in tal senso viene fornito dall’ex pm del caso, Maria Angioni, che a Mattino 5 ha fornito una serie di dettagli su episodi avrebbero ostacolato lo svolgimento regolare delle indagini. Nello specifico Jessicca Pulizzi, la figlia di Anna Corona, avrebbe avuto a disposizione 30 telefoni cellulare e ben 12 sim. “Poteva fare da prestanome per l’acquisto delle sim e poi darle alla cerchia intorno – ha detto Maria Angioni – È una cerchia un po’ particolare…”. La Angioni nello specifico si riferisce a particolari intoppi riscontrati nel momento in cui si svolgevano le indagini per la scomparsa della bambina. Un po’ incalzata dagli ospiti in studio, l’ex pm del caso di Denise Pipitone ha così detto: “Una volta il maresciallo Di Girolamo – che era entrato a casa di Anna Corona, ma non da solo, perché c’erano anche altri ispettori e sarebbe opportuno fare una chiacchierata con loro – aveva cercato, su mia disposizione, di mettere una cimice nella casa nel quartiere storico di Mazara del Vallo, per cercare di ascoltare le conversazioni della cerchia di amici di Jessica”. Dunque i sospetti c’erano già, ma qualcosa era andato storto nell’attività investigativa. “Doveva essere un’attività segreta – ha precisato la Angioni – ma il maresciallo ha dovuto desistere perché era pedinato da altri inquirenti. Una situazione particolare. Anche quando abbiamo cercato di mettere la cimice a Giuseppe Tassaro – ha aggiunto l’ex pm – io stessa ho avuto la sensazione di essere seguita”.

Denise Pipitone, l’autore della lettera anonima incontra l’avvocato Giacomo Frazzitta. Debora Faravelli il 28/05/2021 su Notizie.it. Identificato l'autore della lettera anonima con elementi sul caso di Denise Pipitone: il legale Frazzitta lo avrebbe già incontrato. Secondo quanto riportato da Live Sicilia, l’avvocato di Piera Maggio Giacomo Frazzitta avrebbe incontrato l’autore della lettera anonima che asserisce di aver visto Denise Pipitone il giorno della sua scomparsa. Il mittente aveva scritto al legale e a Chi l’ha visto fornendo nuovi particolari su quell’1 settembre 2004, ora sotto la lente degli inquirenti. L’autore della missiva ha accolto i numerosi appelli dell’avvocato e della madre della bimba e ha deciso di uscire allo scoperto per incontrare Frazzitta. Stando a quanto emerso i due si sarebbero incontrati in gran segreto nello studio del legale. Si tratterebbe di un uomo, oggi residente in un paese del trapanese, che all’epoca della scomparsa di Denise abitava a Mazara Del Vallo. La sua decisione di metterci la faccia e darsi un nome e un volto è un enorme passo in avanti, perché le sue parole contengono dettagli importanti di cui gli investigatori stanno verificando la veridicità. L’uomo ha infatti sostenuto di “sapere tutta la verità” da diciassette anni ma di non aver mai parlato per paura. Secondo quanto scritto nella lettera avrebbe infatti assistito alla scena successiva al rapimento, con la bimba in macchina con tre persone mentre piangeva e urlava “aiuto mamma”. A bordo della sua macchina avrebbe infatti quella su cui viaggiava Denise e, tenendo il finestrino abbassato, ha sentito tutto. In tutti questi anni, si deduce, potrebbe aver avuto paura forse perché conosceva una o più persone presenti all’interno della vettura, che secondo gli inquirenti potrebbero essere riconducibili al contesto familiare su cui si è finora indagato. Si tratta di particolari ritenuti credibili già contenuti nel vecchio fascicolo dell’inchiesta, passati però in secondo piano e fuori dal circuito mediatico. Il prossimo passo sarà ora quello di testimoniare tutto ciò che ha visto alla Procura di Marsala, che dopo anni ha riaperto le indagini sul caso.

Da "liberoquotidiano.it" il 28 maggio 2021. E' uscito allo scoperto e avrebbe rivelato la sua identità il testimone anonimo che in una lettera aveva detto di aver visto Denise Pipitone dopo la sua scomparsa. L’uomo, secondo quanto riporta oggi 28 maggio LiveSicilia in un articolo ripreso anche dalla trasmissione Mattino Cinque su Canale 5, avrebbe anche avuto un incontro segreto con il legale Giacomo Frazzitta, nello studio dello stesso avvocato. Pochi giorni fa Frazzitta, legale di Piera Maggio, la mamma della bambina scomparsa a Mazara del Vallo nel 2004, ha ricevuto una lettera il cui autore ha dichiarato di aver visto Denise in un momento successivo al rapimento. In particolare, l’uomo che ha messo nero su bianco la sua testimonianza, ha raccontato di aver notato la piccola Pipitone all’interno di una macchina. L'autore della lettera anonima vivrebbe in un paese del trapanese. Il primo settembre di 17 anni fa, però, risiedeva a Mazara del Vallo, il paese in cui è sparita in circostanze misteriose la piccola Denise. Secondo quanto trapelato non ci sarebbe alcun dubbio sul fatto che l’uomo che ha spedito la missiva con la segnalazione sia lo stesso che ha incontrato Frazzitta nelle scorse ore. Per ora il legale non ha né confermato né smentito la notizia. Secondo l’ex pm Maria Angioni, che in passato si è impegnata ampiamente sul caso della bimba scomparsa, siamo a una svolta e quella lettera ma soprattutto la sua testimonianza potrebbe persino portare a degli arresti a breve. Intanto, si continua a indagare su Anna Corona, l’ex moglie dell’uomo che è il padre biologico di Denise. La Corona è stata iscritta nel registro degli indagati nei giorni scorsi. “Sono serena”, ha commentato la donna ai microfoni de La Vita in Diretta. Ora la svolta?

"Non è degna di avere una figlia". Quei sospetti sulla famiglia di Denise. Angela Leucci il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. Denise Pipitone al centro del nuovo episodio di "Quarto grado": fari puntati sulla famiglia allargata della bambina e le ipotesi di Piero Pulizzi. L’ombra della famiglia allargata torna ciclicamente tra i dettagli del caso della scomparsa di Denise Pipitone. Nella puntata di ieri di “Quarto grado”, si è parlato dei primi sospetti da parte di Piero Pulizzi, padre naturale della bambina. In trasmissione è stata mostrata la trascrizione di una conversazione tra l’uomo e la sorella di Piera Maggio, Giacoma. Pulizzi ha espresso la sua rabbia e la sua preoccupazione per quello che nei primi giorni concitati veniva descritto dai media come un rapimento il cui movente era oscuro - prima che si venissero a conoscere tutte le diverse piste seguite dagli inquirenti. Così Pulizzi ha fatto tre nomi: Tony, Anna e Matteo. Tony è Tony Pipitone, ex marito di Piera Maggio, che per lungo tempo ha creduto di essere il padre naturale della bambina e che ancora oggi la considera sua figlia. Nella conversazione Giacoma fa notare a Pulizzi come Tony sia una possibilità da escludere, anche per evitare di mettere in piazza una storia intima e famigliare. Anna è invece Anna Corona, ex moglie di Pulizzi, cui l’uomo ha sempre negato di essere padre di Denise, e che oggi è nuovamente indagata, dopo che anni fa la sua posizione fu archiviata. Matteo è infine Matteo Marino, ex marito di Giacoma, che pare abbia imputato a mamma Piera Maggio la fine del proprio matrimonio. Pare che Matteo abbia detto, all’indomani di quel drammatico 1 settembre 2004, riferendosi all’ex cognata: “Le sta bene, perché non è degna di avere una figlia”. La famiglia allargata di Denise torna quindi sotto la lente d’ingrandimento mediatica. Va ricordato che un membro della famiglia allargata non meglio definito è stato citato in queste settimane dall’ex pm del caso Maria Angioni - tra l’altro ospite in collegamento in trasmissione - in relazione con la testimonianza di un’auto che sfrecciava all’ora del rapimento per le strade di Mazara del Vallo. Angioni, che è stata criticata su vari punti dagli ospiti in studio, ha ripercorso alcuni dei punti chiave del caso Denise spiegati da Gianluigi Nuzzi e dai suoi collaboratori. Nuzzi si è concentrato sull’archiviazione passata di Anna Corona, le perlustrazioni nella sua vecchia casa di via Pirandello, i legami tra lei e Loredana, compagna dell’altro attuale indagato Giuseppe Della Chiave e i tre video di Danas, la bambina ripresa a Milano con un telefonino dalla guardia giurata Felice Grieco. Nuzzi ha espresso anche il suo sdegno nei confronti delle minacce di morte attualmente ricevute da Anna Corona, dalla figlia Jessica Pulizzi e dai loro congiunti. E, al netto delle critiche dei suoi ospiti, ha chiesto ad Angioni se avesse dei rimpianti rispetto alla sua azione passata. “Mi dispiace non essere arrivata prima a Battista Della Chiave” è stata la risposta di Angioni, attualmente giudice del lavoro in Sardegna, che si riferiva al testimone sordomuto, che spiegò a gesti di aver visto Denise. 

"Ho visto io Denise, chiedeva aiuto": il supertestimone si rivela. Angela Leucci il 28 Maggio 2021 su Il Giornale. Il supertestimone del caso Denise Pipitone si è fatto avanti e ha incontrato il legale Giacomo Frazzitta: parlerà di fronte alla Procura di Marsala? Ha un volto e un nome il supertestimone del caso Denise Pipitone. Questa persona, si parla di un uomo che oggi vive in un comune della provincia di Trapani ma all’epoca della scomparsa risiedeva a Mazara del Vallo, aveva spedito nelle scorse settimane una lettera anonima all’avvocato Giacomo Frazzitta, che segue le istanze di mamma Piera Maggio. Il legale aveva chiesto all’autore della missiva di fare un passo avanti e palesarsi, in modo da agevolare le indagini. Come riporta Live Sicilia questo passo avanti c’è stato eccome. E l’uomo ha incontrato Frazzitta, a quanto pare nel suo studio e lontano da occhi indiscreti. L’avvocato ha raccontato a poche ore dal ricevimento della lettera come in essa fossero contenuti degli elementi importanti che la rendevano assolutamente credibile: questi elementi non sono mai stati rivelati ai media e quindi solo chi ha effettivamente visto qualcosa avrebbe potuto conoscerli. L’autore della missiva ha raccontato di aver affiancato un’automobile su cui era stata rapita Denise. Sulla vettura c’erano tre persone oltre la bimba, che piangeva e chiamava la mamma chiedendo aiuto. L’uomo ha affermato di aver visto tutto con certezza, tanto più che la macchina su cui era la piccola aveva il finestrino abbassato. Era il 1 settembre 2004, quasi 17 anni fa: non si sa perché l’uomo non abbia parlato finora, ma è possibile che avesse paura o che conoscesse uno o più dei soggetti coinvolti. L’uomo ora potrebbe testimoniare alla Procura di Marsala, ma ancora non si sa se abbia accettato. E a questo punto ci si chiede se l’auto in questione non sia la vettura azzurra che nell’ultima puntata di “Chi l’ha visto?” è stata mostrata in immagini satellitari tratte da Google Street View, e che giace abbandonata almeno dal 2017 in una stradina sterrata e periferica di Mazara del Vallo. La percezione comune è che il caso Pipitone, ora che l’attenzione è altissima, potrebbe giungere a una svolta e al tanto agognato ritrovamento. Ma è ancora troppo presto per dirlo con certezza. E mentre le segnalazioni si moltiplicano - l’ultima giunge dal profilo social di una 29enne brasiliana - è possibile che le indagini riprendano. Ci sono due persone iscritte nel registro degli indagati, ossia Anna Corona, ex moglie del padre naturale di Denise Piero Pulizzi, e Giuseppe Della Chiave, nipote di Battista, l’uomo sordomuto che affermò di aver visto la piccola e di conoscere il tragitto effettuato dai rapitori, almeno stando alle recenti interpretazioni degli esperti Lis. Le posizioni di entrambi gli attuali indagati sono state in passato archiviate.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Quarto Grado, l'ex pm su Denise Pipitone: "Vuole mandarmi una bomba?", scontro durissimo con Gianluigi Nuzzi. Libero Quotidiano il 29 maggio 2021. Alta tensione a Quarto Grado, la trasmissione di Rete 4 condotta da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero che si è occupata approfonditamente del caso di Denise Pipitone, la bambina rapita a Mazara del Vallo il primo settembre 2004. A diciassette anni di distanza la vicenda tiene banco più che mai, dopo la riapertura delle indagini da parte della Procura di Marsala e tutti gli elementi emersi nelle ultime settimane. A Quarto Grado è intervenuto l’ex pm Maria Angioni, che si è occupata delle indagini da ottobre 2004 a luglio 2005: negli ultimi tempi ha denunciato con insistenza rallentamenti nelle indagini, che sarebbero state inquinate e depistate. Dallo studio sono piovute diverse critiche nei confronti di Angioni, in primis quella di Sabina Scampini, che ha ricordato la sentenza di secondo grado e le indagini svolte nei primi mesi: “Ma un po’ di senso critico, non dico di vergogna, ma qualcosa se l’è chiesto? È sempre sicura delle sue opinioni ma è anche la persona che all’inizio avrebbe dovuto indagare e invece ha reso l’indagine impossibile”. “Se volete mi vergogno pure. E allora?”, è stata la risposta dell’ex pm, che però non ha soddisfatto lo studio: “Viene qua dopo 17 anni a dire che non va bene niente e ha la verità in tasca. Ma quella verità l’avrebbe dovuta trovare lei”. Nuzzi ha provato a placare gli animi, salvo poi scontrarsi pesantemente con l’ex pm, che ha risposto stizzita alla domanda sulla sua attuale occupazione. “Perché lo devo dire, vuole mandarmi una bomba?”: seppur fatta col sorriso, questa affermazione ha risentito il conduttore di Quarto Grado. “Spero che stia scherzando, al massimo alle donne mando fiori o cioccolatini”, ha replicato. 

Denise Pipitone, Piera Maggio rompe il silenzio: "Perseveranza ripagata nel migliore dei modi". La svolta è vicina? Libero Quotidiano il 29 maggio 2021. Dopo diversi giorni di silenzio, Piera Maggio si fa sentire sui social con un post che sa di speranza e fiducia. La mamma della piccola Denise Pipitone, scomparsa da Mazara Del Vallo a soli 4 anni nel 2004, ha scritto: “La pazienza… Vogliamo arrivare fino alla fine di tutta questa dolorosa vicenda. Spero tanto che la perseveranza e la tantissima pazienza ci venga ripagata nel migliore dei modi, su tutto”. La signora Maggio, infatti, non ha mai perso la speranza di poter ritrovare sua figlia. “Al di là delle sterili parole, dietro c’è tanto serio lavoro. Carissimi un abbraccio a voi, che sempre ci siete”, ha scritto infine la mamma di Denise su Facebook. Intanto vanno avanti le indagini sulla scomparsa della piccola. Al momento i principali indiziati sarebbero Anna Corona, l’ex del papà naturale di Denise, e Giuseppe Della Chiave, il nipote di Battista Della Chiave, l’anziano sordomuto – oggi deceduto - che avrebbe dichiarato con la lingua dei segni di aver visto la Pipitone subito dopo la sua scomparsa. Nei giorni scorsi, inoltre, sembrerebbe esserci stata la svolta con l’arrivo di un supertestimone, che avrebbe incontrato il legale di Piera Maggio, Giacomo Frazzitta, per dirgli di essere a conoscenza delle dinamiche dell’intera vicenda. L’uomo avrebbe rivelato di sapere tutto da tempo: questa persona avrebbe visto Denise Pipitone, il giorno della sua scomparsa, mentre piangeva e chiedeva della madre a bordo di un’auto con tre uomini.

Emiliana Costa per ilmessaggero.it il 31 maggio 2021. Nuzzi mostra due video inediti girati da Felice Grieco, la guardia giurata 50enne che il 18 ottobre 2004 vide a Milano una bimba con un gruppo rom molto somigliante a Denise. Finora, infatti, era stato mostrato su tv e siti d'informazione il filmato ormai noto in cui una bimba con giubbotto blu e cappuccio viene chiamata Danase. Nella trasmissione di Rete 4 vanno in onda due frammenti inediti girati lo stesso giorno. Nel primo video, la bambina è seduta accanto alla signora misteriosa, il suo sguardo è girato verso sinistra. La bambina è molto coperta per le temperature miti del periodo. In un altro frammento, guardando dritta nell'obiettivo del cellulare, sembra fare una smorfia con la bocca, gli angoli delle labbra sono piegati verso il basso. Gli occhi sembrano stupiti, forse si è accorta di essere ripresa. Commenta Grieco: «Era evidente che volessero nasconderla perché faceva caldo, era troppo incappucciata. C'è un cartello sotto alla signora, ma non si legge. Potrebbe essere un elemento per ritrovarle». Secondo gli esperti dei Ris «esiste un'elevata compatibilità morfoscopica» tra Denise e la bimba dei video. L'ex pm Maria Angioni, in collegamento, conclude: «Con alta probabilità è lei».

Denise Pipitone, la guardia giurata: “Ho riconosciuto in foto la donna di Milano”. Debora Faravelli il 05/06/2021 su Notizie.it. La guardia giurata che sostiene di aver avvistato nel 2004 una bimba simile a Denise Pipitone avrebbe riconosciuto in foto la donna che era con lei. La guardia giurata Felice Grieco, in servizio a Milano all’epoca della scomparsa di Denise Pipitone e convinto di aver avvistato una bambina simile a quella sparita a Mazara del Vallo in compagnia di una donna, ha affermato di aver riconosciuto quest’ultima in un video recentemente inviatogli.

Denise Pipitone: parla Felice Grieco. La dichiarazione è giunta a Quarto Grado, trasmissione nel corso della quale si è tornati a parlare della segnalazione della guardia giurata da Milano arrivata poco dopo il rapimento della figlia di Piera Maggio. Si tratta di un video realizzato il18 ottobre del 2004, data in cui l’uomo aveva visto davanti ad una banca “una bambina somigliante a Denise Pipitone in compagnia di un gruppo di rom” e aveva chiamato la Polizia. La donna che era con lei la chiamava Danàs, un nome molto simile a quello della bambina sparita un mese e mezzo prima. La donna non è mai stata rintracciata. L’uomo, intervenuto su Rete Quattro, ha fornito ulteriori recenti sviluppi sulla vicenda. Qualche giorno fa una donna che vuole rimanere anonima gli ha inviato un link di un articolo che parla di rom. “C’erano delle persone e io tra queste ho riconosciuto la donna di Milano, quella che accompagnava la piccola Danàs a Milano. È inconfondibile, io ricordo le facce”, ha sottolineato. Si è dunque recato dai Carabinieri formalizzando il riconoscimento nella speranza di riuscire a risalire a quella donna del video.

"È inconfondibile". Riconosciuta la rom con Danas. Angela Leucci il 5 Giugno 2021 su Il Giornale. Formalizzato il riconoscimento di una donna che potrebbe essere colei che compare nel video di Danas: svolta nel caso di Denise Pipitone? C’è un piccolo aggiornamento, che potrebbe rivelarsi un grande aggiornamento nel caso di Denise Pipitone. La guardia giurata Felice Grieco ha formalizzato dai carabinieri il riconoscimento di una donna. Grieco, un mese dopo la scomparsa di Denise, riprese col telefonino a Milano una bimba di nome Danas come una donna, che si presume fosse di etnia rom. La donna riconosciuta ora da Grieco è la stessa del video? L’uomo, ospite ieri sera a “Quarto grado” ha raccontato di aver ricevuto da una persona una foto segnaletica nella quale avrebbe riconosciuto la donna incontrata quasi 17 anni fa. “È inconfondibile - ha spiegato Grieco - Fa parte del mio lavoro ricordarmi le facce”. A Felice Grieco è stato riferito che la presunta rom era già stata controllata, ma non era mai stato fatto un confronto alla presenza della guardia giurata. La foto segnaletica che l'uomo ha visto risale al 2019: la donna è un po’ cambiata, ma gli inquirenti hanno a disposizione tutti gli elementi per risalire a lei ora, sebbene non ci sia la certezza di ritrovarla. Grieco ha ricordato che con Danas e la donna, quel giorno a Milano, c’erano anche un uomo e un bambino con la fisarmonica, ma di loro non è mai stato realizzato un identikit. “Quarto grado” è tornato a parlare della scomparsa di Denise ripercorrendo inoltre alcuni dettagli salienti delle indagini, come l’intervento delle medium e l’avvicendamento nella Procura di Marsala. La corrispondente da Mazara del Vallo Ilaria Mura è poi tornata a visitare la vecchia casa di Anna Corona - al momento iscritta nel registro degli indagati - insieme con il legale dei proprietari dello stabile Gaspare Morello. I due, Mura e Morello, hanno mostrato agli spettatori come le modifiche esterne allo stabile risalgano al 2013, ma ci sono delle modifiche interne di difficile datazione. Tra queste c'è un soffitto ribassato, di altezza variabile tra 2,08 metri e 2,38 metri, che invece sulla pianta catastale risulta essere di 4 metri. Lì è stato posizionato un controsoffitto in legno che suona vuoto quando Mura lo percuote con un bastone. Pare che la perquisizione dello stabile nelle scorse settimane sia nata su impulso dell’avvocato di Piera Maggio Giacomo Frazzitta: al legale è stato segnalato, da un aspirante acquirente, come già nel 2005 questi avesse notato delle modifiche a livello catastale. Si è parlato inoltre delle intercettazioni e di come chi le ha analizzate ha ammesso la poca esperienza in tribunale e di come Tony Pipitone, ex marito di mamma Piera che crebbe Denise, nutrisse dei sospetti verso l’ex cognato. Si tratta di Matteo Marino, ex marito di Giacoma Maggio, che pare fosse vicino ad ambienti esoterici. Marino nutriva rancore nei confronti delle sorelle Maggio secondo Tony. Viene riportato anche che mamma Piera avrebbe detto all’ex cognato la frase: “Tu lo sai dov’è la bambina, me la devi riportare”.

"Stai calma", "Eri in casa?". L'accordo nelle intercettazioni su Denise. Angela Leucci l'1 Giugno 2021 su Il Giornale. A "Mattino Cinque" si parla delle intercettazioni tra Jessica Pulizzi e Anna Corona, all'interno delle passate indagini nel caso Denise Pipitone. Dov’è stata Jessica Pulizzi la mattina in cui fu rapita Denise Pipitone? Se n’è tornato a parlare durante la puntata di “Mattino Cinque” di oggi. Al vaglio della trasmissione le intercettazioni ambientali all’interno del commissariato l’11 settembre 2004, dieci giorni dopo la scomparsa della bambina.

Le intercettazioni

Le protagoniste di queste intercettazioni sono Jessica e Anna Corona, rispettivamente figlia ed ex moglie di Piero Pulizzi, il padre naturale di Denise. Questo è stato il loro dialogo, così come trascritto e drammatizzato dalla voce di due attrici durante “Mattino Cinque”.

Anna: “Sei rimasta tutta la mattinata dentro quel giorno?”

Jessica: “No.”

Anna: “Di mattina?”

Jessica: “No.”

Anna: “No? E intanto dice così. Non glielo hai detto che tu sei uscita e che eri con Alice?”

Jessica: “Sì.”

Anna: “Perché dice che qua tutti dicono, che tu hai dichiarato che sei stata tutta…”

Jessica: “Da nessuna parte c’è scritto, non sono capaci a leggere?”

Anna: “Tu hai dichiarato che sei rimasta tutta la mattinata dentro?”

Jessica: “No.”

Anna: “Dici che… devi rispondere sulu alle mie domande… È giusto?”

Jessica: “Sì.”

Anna: “Dice che tu dichiarasti per ben due volte, sia al comando del carabinieri, sia comando dei… Dice che c’è scritto e firmato una nota. Quale nota firmasti?”

Jessica: “…”

Anna: “Eh! Che tu hai dichiarato che tutta la mattinata sei stata a casa, e dice che è scritto ‘sta cosa…”

Jessica: “Ma’… Leggiri ma’!”

Anna: “Va be’. Quando io parlo tu non devi perdere le staffe.”

Jessica: “Uh!”

Anna: “Picchì io un sogno l’appuntato dei carabinieri, io sugna to ma’.”

Jessica: “Un lu capivo se io…”

Anna: “Io ho la testa ad andare nella casa di tua sorella, tu devi stare calma, mi devi guardare solo negli occhi e rispondere. Dicono loro, allora, loro dicono che tu hai dichiarato questo ed è scritto. Io ho chiesto di leggere il foglio e mi hanno detto che non lu posso leggere.”

Jessica: “Certo!”

"È lei, Denise": spunta un nuovo video

Dov'era Jessica?

Jessica ha davvero firmato una nota in cui affermava di essere rimasta a casa? Questa intercettazione si trova tra le tante che vedono protagoniste Jessica e Anna. La posizione della madre fu archiviata nel corso della prima indagine, ma ora la donna è stata nuovamente iscritta nel registro degli indagati per una nuova indagine partita nelle scorse settimane. Jessica invece fu assolta in tre gradi di giudizio. Si sa per certo che Jessica quella mattina non fu in casa: lo ha dichiarato la stessa giovane durante il processo, raccontando di essere stata al mercato settimanale con la sorella Alice, di aver consumato con lei un panino con le panelle. Inoltre si sa che le figlie di Anna Corona andarono a trovarla in albergo per farle vedere gli acquisti della mattinata. La visita, anche se solo in un secondo momento, fu confermata anche da Francesca, la collega-amica di Anna in albergo.

In altre intercettazioni sembra che Jessica si riferisca a Denise, ma questi dettagli non sono mai stati provati in occasione del processo. Alcune intercettazioni dell’epoca sono infatti “sporche” o incomprensibili: saranno rese maggiormente intellegibili in queste nuove indagini grazie all’aiuto delle tecnologie contemporanee? 

Denise Pipitone, ex esponente delle forze dell’ordine: “Poteva essere merce di scambio”. Debora Faravelli il 02/06/2021 su Notizie.it. Denise Pipitone merce di scambio: è l'ipotesi paventata da un ex esponente delle forze dell'ordine al corrente delle indagini sulla scomparsa. Emergono nuovi elementi sul caso di Denise Pipitone, recentemente riaperto dopo la chiusura delle indagini: tra questi la possibilità, espressa da un ex esponente delle forze dell’ordine, che la bambina potesse essere una merce di scambio. La dichiarazione è giunta nel corso della trasmissione Mattino 5 in onda su Canale Cinque. L’uomo, al corrente delle indagini sulla sparizione della bimba, ha preferito rimanere anonimo ma ha fornito una sua interpretazione dei fatti. “Più che di depistaggi, direi che c’è stata una mancanza di piste. Al commissariato c’erano teste cercanti, ma non teste pensanti. C’era proprio una mancanza di idee, di dove andare a battere la pista”, ha affermato. Secondo lui Denise non è stata cercata bene e nei posti giusti, che sono da individuare in mezzo alle carte che già ci sono: “Perché chiunque commetta un reato, lascia qualcosa di sé sulla scena del crimine. Bisogna solo individuarlo”. Ha poi dichiarato che a sua detta il sequestro della piccola avrebbe potuto essere utile a qualcosa paventando dunque l’ipotesi che quest’ultima potesse essere merce di scambio. “Quindi è probabile sia viva e magari in qualche parte del mondo, dove nemmeno conoscono la televisione italiana”, ha concluso. La stessa ex pm Maria Angioini aveva poco prima evidenziato come a suo dire Denise fosse viva e ignara del suo passato. 

Denise Pipitone, l'avvocato Frazzitta a La vita in diretta: "Sette persone sanno tutto". Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. "Ci sono 7 persone che sanno tutto": si torna a parlare del caso Denise Pipitone a La Vita in Diretta su Rai 1 e tra gli ospiti c'è anche Giacomo Frazzitta, il legale della bambina di 4 anni scomparsa da Mazara del Vallo nel 2004. Commentando gli ultimi sviluppi sulle indagini, riaperte dopo ben 17 anni, l'avvocato ha detto: "Noi siamo convinti che ci sia un numero di persone che è a conoscenza di questo fatto e non parla. È inconcepibile, il reato di favoreggiamento è prescritto dal 2004". Entrando nel dettaglio, poi, Frazzitta ha spiegato al conduttore Alberto Matano quale sia il suo sospetto: "Pensiamo che siano sette le persone che sono a conoscenza dei fatti, ci siamo resi conto che le persone sono aumentate. Perché stare zitti, se possono aiutare senza avere conseguenze?". In un secondo momento, poi, il presentatore ha chiesto al legale come si è arrivati a sapere che sono aumentate le persone a conoscenza dei fatti. Ma lui non ha voluto dire di più: "Questo non lo racconto". Nonostante questo, però, l'avvocato ha voluto ringraziare l'attenzione dei media su questo caso: "La sensibilizzazione dei media sul cold case è importante. Noi cerchiamo Denise Pipitone, non cerchiamo colpevoli. L'indagine giornalistica è diversa da quella della Procura. Ma grazie a questa finestra qualcosa si è mosso e noi vi dobbiamo ringraziare". Del caso si continuerà a parlare questa sera a Chi l'ha visto?, il programma di Federica Sciarelli su Rai 3. 

Denise Pipitone, fidanzato di Jessica Pulizzi: “Lei la odiava, voleva farla pagare a Piera Maggio”. Debora Faravelli il 03/06/2021 su Notizie.it. Il fidanzato di Jessica Pulizzi, la sorellastra di Denise Pipitone, ha affermato che la ragazza odiava tanto la bambina quanto Piera Maggio. Il fidanzato di Jessica Pulizzi ha fornito una testimonianza sul caso di Denise Pipitone raccontando che la ragazza odiava tanto la bambina quanto Piera Maggio in quanto ha sempre imputato la rottura dei suoi genitori alla relazione extraconiugale del padre con quest’ultima: “Per questo odiava con tutte le sue forze la Maggio e anche il frutto del loro amore, Denise“. Il servizio mandato in onda da Chi l’ha visto? inizia da un’intercettazione in cui il ragazzo, in campagna insieme a Jessica, le dice: “Ce l’ammazzasti a chidda?“. La ragazza ha sempre detto di riferirsi a delle galline: per accedere al casolare bisogna infatti scavalcare un muretto saltando il quale si finisce tra le galline col pericolo di schiacciarne qualcuna. Ma nelle sue prime dichiarazioni agli inquirenti lo stesso Fabrizio aveva escluso la presenza di galline e, come notato dall’avvocato Frazzitta, l’ex di Jessica le fa la domanda prima che la ragazza scavalchi il cancello: “chidda” non poteva quindi essere riferito ad una gallina. In una testimonianza di anni Fabrizio aveva affermato che “notavo che lei era pronta a compiere atti contro Piera Maggio perché le aveva rovinato la famiglia. La chiamava troia, puttana, zoccola“. Ma nel processo aveva cambiato versione dicendo che la ragazza non nominava mai Piera Maggio e di non ricordare la frase pronunciata in campagna.

L'hai ammazzata", le lacrime: cos'è successo a Denise. Angela Leucci il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Il caso di Denise Pipitone ancora una volta al centro di "Chi l'ha visto?": stavolta sotto la lente d'ingrandimento c'è la famiglia Corona. Denise Pipitone in lacrime nel giorno in cui venne rapita. È questa l’immagine inedita della bimba mostrata nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”. Chiaramente si tratta di una casualità, ma lo scatto è di grande impatto e così la trasmissione riprende ad analizzare nel dettaglio il caso della scomparsa della piccola, avvenuto il 1 settembre 2004 da Mazara Del Vallo. Tra i punti toccati da “Chi l’ha visto?” c’è stato in particolare il ruolo della famiglia Corona. Si è parlato del giorno della nascita di Denise, in cui Jessica Pulizzi, figlia di Piero, il padre naturale di Denise, disse di essere presente in ospedale per accompagnare un’amica a fare una visita ginecologica. Il ginecologo ribatté di non averla mai effettuata, tanto più, che come ha spiegato mamma Piera Maggio, le due ragazze avevano 13 anni e quindi non avrebbero potuto incontrare quello specialista in assenza di un genitore. “Jessica- ha raccontato Gaspare, un ex della giovane - attribuiva la rottura del matrimonio dei suoi genitori proprio alla relazione sentimentale che il padre aveva intrattenuto con la Piera Maggio. Questi sospetti divennero certezza quando, nel periodo in cui Jessica è andata a vivere con il padre (avendo litigato con la madre) nel febbraio 2004, Jessica stessa aveva curiosato sul telefono di Piero Pulizzi e aveva rinvenuto la fotografia di Piera con i capelli sciolti e un messaggio del tipo ‘come sta la mia piccolina… gli ho comprato l’occorrente, dagli un bacio da parte mia’. Quando Jessica mi raccontò quest’episodio era furiosa con Piera Maggio. Da questo momento in poi ha cominciato a parlare con maggiore odio e rabbia nei confronti della bambina Denise e di Piera Maggio”. A proposito di ex di Jessica, “Chi l’ha visto?” ha vagliato anche le diverse dichiarazioni rese da Fabrizio, un altro giovane che ebbe una relazione con lei e che più volte ha cambiato versione, passando dal dichiarare di non aver visto Jessica dopo la scomparsa di Denise all’essersi appartato con lei per avere un rapporto che poi non ci fu. Inoltre Fabrizio dichiarò che la madre si opponeva alla loro relazione, mentre poi lui e la donna hanno definito proprio a una troupe di “Chi l’ha visto?” Jessica come una brava ragazza. Fabrizio parlò anche lui dell’odio di Jessica verso Piera Maggio e del sospetto che Piero Pulizzi fosse il padre di Denise. Il 14 gennaio 2006 Fabrizio spiegò agli inquirenti del loro incontro nel dicembre 2004: “Mentre eravamo a bordo dello scooter le ho chiesto cosa lei sapesse sulla sparizione della piccola Denise, infatti mi sono venute in mente tutte quelle volte che Jessica mi diceva che doveva fargliela pagare alla Piera Maggio”. Ma se nel 2006 Fabrizio dice che Jessica gli abbia chiesto di aiutarla a procurare un danno a mamma Piera, nel 2012, a processo, si è trincerato dietro ai “non ricordo”, anche in merito a una precedente affermazione sulla “sensazione netta che era stata lei a commettere quel gesto criminoso”. Fabrizio è lo stesso ragazzo che in una delle intercettazioni su Jessica dice: “Anchi d’errore l’ammazzasti a chidda”, che Jessica ha sempre affermato sia riferito a una gallina. La storia della gallina fu però smentita da Fabrizio, che disse agli inquirenti: “Non ho notato galline nel posto dove siamo andati ad appartarci nell’occasione io e Jessica”. “Chi l’ha visto?” è tornato quindi a ripercorrere la questione relativa all’orario di uscita di Anna Corona dall’albergo in cui lavorava il 1 settembre 2004 e alla visita ricevuta dalle figlie che erano state al mercato. La domanda che ancora rimane è: come sono entrate le ragazze nella lavanderia senza essere viste? Inoltre si è parlato anche del fratello di Anna, Claudio Corona, che secondo un testimone anonimo possedeva un device che gli consentiva di individuare eventuali cimici. L’anonimo ha anche aggiunto dei Corona che “quasi tutte le persone li temono, avendo traffici illeciti, si difendono tra loro”. Infine “Chi l’ha visto?” ha provato a intervistare Anna Corona, attualmente sotto indagine mentre la figlia Jessica fu assolta in tre gradi di giudizio, che però ha rifiutato. Sotto casa della donna i giornalisti della trasmissione di Rai 3 vengono minacciati: “Prima o poi fate una brutta fine” è la frase pronunciata da alcuni giovani nelle vicinanze.

Angela Leucci per ilgiornale.it il 3 giugno 2021. Dov’è stata Jessica Pulizzi la mattina in cui fu rapita Denise Pipitone? Se n’è tornato a parlare durante la puntata di “Mattino Cinque” di oggi. Al vaglio della trasmissione le intercettazioni ambientali all’interno del commissariato l’11 settembre 2004, dieci giorni dopo la scomparsa della bambina.

Le intercettazioni. Le protagoniste di queste intercettazioni sono Jessica e Anna Corona, rispettivamente figlia ed ex moglie di Piero Pulizzi, il padre naturale di Denise. Questo è stato il loro dialogo, così come trascritto e drammatizzato dalla voce di due attrici durante “Mattino Cinque”. 

Anna: “Sei rimasta tutta la mattinata dentro quel giorno?”

Jessica: “No.”

Anna: “Di mattina?”

ANNA CORONA

Jessica: “No.”

Anna: “No? E intanto dice così. Non glielo hai detto che tu sei uscita e che eri con Alice?”

Jessica: “Sì.”

Anna: “Perché dice che qua tutti dicono, che tu hai dichiarato che sei stata tutta…”

Jessica: “Da nessuna parte c’è scritto, non sono capaci a leggere?”

Anna: “Tu hai dichiarato che sei rimasta tutta la mattinata dentro?”

ANNA CORONA

Jessica: “No.”

Anna: “Dici che… devi rispondere sulu alle mie domande… È giusto?”

Jessica: “Sì.”

Anna: “Dice che tu dichiarasti per ben due volte, sia al comando dei carabinieri, sia comando dei… Dice che c’è scritto e firmato una nota. Quale nota firmasti?”

Jessica: “…”

Anna: “Eh! Che tu hai dichiarato che tutta la mattinata sei stata a casa, e dice che è scritto ‘sta cosa…”

Jessica: “Ma’… Leggiri ma’!”

Anna: “Va be’. Quando io parlo tu non devi perdere le staffe.”

Jessica: “Uh!”

Anna: “Picchì io un sogno l’appuntato dei carabinieri, io sugna to ma’.”

Jessica: “Un lu capivo se io…”

Anna: “Io ho la testa ad andare nella casa di tua sorella, tu devi stare calma, mi devi guardare solo negli occhi e rispondere. Dicono loro, allora, loro dicono che tu hai dichiarato questo ed è scritto. Io ho chiesto di leggere il foglio e mi hanno detto che non lu posso leggere.”

Jessica: “Certo!”

Dov'era Jessica? Jessica ha davvero firmato una nota in cui affermava di essere rimasta a casa? Questa intercettazione si trova tra le tante che vedono protagoniste Jessica e Anna. La posizione della madre fu archiviata nel corso della prima indagine, ma ora la donna è stata nuovamente iscritta nel registro degli indagati per una nuova indagine partita nelle scorse settimane. Jessica invece fu assolta in tre gradi di giudizio. Si sa per certo che Jessica quella mattina non fu in casa: lo ha dichiarato la stessa giovane durante il processo, raccontando di essere stata al mercato settimanale con la sorella Alice, di aver consumato con lei un panino con le panelle. Inoltre si sa che le figlie di Anna Corona andarono a trovarla in albergo per farle vedere gli acquisti della mattinata. La visita, anche se solo in un secondo momento, fu confermata anche da Francesca, la collega-amica di Anna in albergo. In altre intercettazioni sembra che Jessica si riferisca a Denise, ma questi dettagli non sono mai stati provati in occasione del processo. Alcune intercettazioni dell’epoca sono infatti “sporche” o incomprensibili: saranno rese maggiormente intellegibili in queste nuove indagini grazie all’aiuto delle tecnologie contemporanee?

Denise Piptione, l'intercettazione mai sentita prima: "Sono tua madre, non un carabiniere". Il mistero è risolto? Libero Quotidiano l'1 giugno 2021. Dopo 17 anni dalla sua scomparsa, forse non si è mai stati così vicini alla soluzione del giallo: che fine ha fatto Denise Pipitone? Un nuovo tassello, decisivo, è arrivato da Mattino 5, la trasmissione del mattino in onda su Canale 5, dove sono state trasmesse alcune intercettazioni inedite tra Jessica Pulizzi e Anna Corona. Intercettazioni che risalgono all'11 settembre 2004, dieci giorni dopo la scomparsa da Mazara del Vallo della piccolina, che non è mai più stata trovata. Agli investigatori, Jessica aveva detto di essere rimasta in casa per tutta la giornata. Ma era falso. E proprio per questo Anna Corona, la madre, nell'intercettazione la incalza: "Dicono che sei stata a casa la mattina, non hai detto che sei uscita con Alice?", le chiede. E ancora: "Quando parlo non perdere le staffe, io sono tua madre, non l'appuntato dei carabinieri". Il punto è che Jessica anche con la madre sostiene di non essere uscita di casa e di non aver mentito agli inquirenti. E ancora, riprende Anna Corona: "Io ho la testa di andare a casa di tua sorella. Tu mi devi solo guardare negli occhi e rispondere. Loro dicono che tu hai dichiarato che sei stata in casa, ho chiesto anche di farmi leggere il foglio della deposizione ma mi hanno detto che non posso leggerlo", la incalza. Parole da interpretare, un ulteriore tassello. Il tutto nel giorno in cui, in un'intervista a La Nuova Sardegna, l'ex pm Maria Angioni - la prima ad indagare sulla scomparsa di Denise Pipitone, afferma che "è viva e presto si saprà la verità". Nell'intervista, la pm spiega che a distanza di 17 anni sta crollando il muro di omertà e che chi ha sempre taciuto ha finalmente iniziato a parlare. E come detto, ora più che mai, Piera Maggio spera di scoprire che fine abbia fatto sua figlia.

Denise Pipitone, altra bomba dell'ex pm: "Qual è la sua nuova famiglia, come le hanno fatto il lavaggio di cervello". Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. "Denise Pipitone è viva e quasi certamente ignara del suo passato": a parlare è Maria Angioni, l'ex pm che seguì nel 2004 le prime fasi dell’inchiesta dopo la scomparsa da Mazara Del Vallo della bimba di 4 anni. Secondo lei, ci sarebbe una pista privilegiata che porta al mondo dei rom: "Un mese e mezzo dopo la sparizione della bambina, il 18 ottobre 2004, la piccola fu avvistata a Milano assieme a delle donne di etnia rom. Una guardia giurata, Felice Grieco, notò la grande somiglianza e fece un video da cui si intuisce il nome: Danas. L’uomo le rivolse la parola chiedendole se aveva fame e la bimba rispose "voglio la pizza" con una inconfondibile cadenza siciliana. Io inviai ai Ris il video per la comparazione dei tratti somatici". I tratti compatibili risultarono essere 7: la forma delle sopracciglia, gli occhi, la forma tonda del viso, le guance paffute, il naso, il mento e le labbra. Dunque secondo i Ris c’era una probabilità alta che Denise e Danas fossero la stessa persona. "Credo che la bimba sia stata inserita in un nuovo contesto familiare al quale sia convinta di appartenere da sempre perché non ha memoria della sua vita precedente - ha spiegato l'ex pm a La Nuova Sardegna -. E ignora che la sua vera mamma non ha mai smesso di cercarla: perché si possano riabbracciare è necessario che qualcuno ci porti da Denise. È il famoso anello, il tassello che manca per chiudere il cerchio". Secondo l'Angioni, inoltre, ci sarebbero stati molti depistaggi nelle indagini su Denise. In particolare, la polizia avrebbe eretto un muro di protezione nei confronti della famiglia di Anna Corona, l'ex moglie del papà naturale della piccola Pipitone. Lei e sua figlia Jessica Pulizzi furono le principali sospettate 17 anni fa. Inoltre, l'Angioni ha spiegato che sarebbe stato siglato un patto tra due gruppi di persone "all’interno della grande famiglia allargata Corona-Pulizzi. Il gruppo dei 'cattivi' che odiava la madre di Denise e voleva fargliela pagare nel peggiore dei modi, anche uccidendo la bambina. E il gruppo dei 'buoni' che ha evitato la morte della piccola facendola sparire. Come? Consegnandola a qualcuno, dando la garanzia ai cattivi che la madre non l’avrebbe in ogni caso mai più rivista".

"L'hai ammazzata", le lacrime: cos'è successo a Denise. Angela Leucci il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Il caso di Denise Pipitone ancora una volta al centro di "Chi l'ha visto?": stavolta sotto la lente d'ingrandimento c'è la famiglia Corona. Denise Pipitone in lacrime nel giorno in cui venne rapita. È questa l’immagine inedita della bimba mostrata nella puntata di ieri di “Chi l’ha visto?”. Chiaramente si tratta di una casualità, ma lo scatto è di grande impatto e così la trasmissione riprende ad analizzare nel dettaglio il caso della scomparsa della piccola, avvenuto il 1 settembre 2004 da Mazara Del Vallo. Tra i punti toccati da “Chi l’ha visto?” c’è stato in particolare il ruolo della famiglia Corona. Si è parlato del giorno della nascita di Denise, in cui Jessica Pulizzi, figlia di Piero, il padre naturale di Denise, disse di essere presente in ospedale per accompagnare un’amica a fare una visita ginecologica. Il ginecologo ribatté di non averla mai effettuata, tanto più, che come ha spiegato mamma Piera Maggio, le due ragazze avevano 13 anni e quindi non avrebbero potuto incontrare quello specialista in assenza di un genitore. “Jessica- ha raccontato Gaspare, un ex della giovane - attribuiva la rottura del matrimonio dei suoi genitori proprio alla relazione sentimentale che il padre aveva intrattenuto con la Piera Maggio. Questi sospetti divennero certezza quando, nel periodo in cui Jessica è andata a vivere con il padre (avendo litigato con la madre) nel febbraio 2004, Jessica stessa aveva curiosato sul telefono di Piero Pulizzi e aveva rinvenuto la fotografia di Piera con i capelli sciolti e un messaggio del tipo ‘come sta la mia piccolina… gli ho comprato l’occorrente, dagli un bacio da parte mia’. Quando Jessica mi raccontò quest’episodio era furiosa con Piera Maggio. Da questo momento in poi ha cominciato a parlare con maggiore odio e rabbia nei confronti della bambina Denise e di Piera Maggio”. A proposito di ex di Jessica, “Chi l’ha visto?” ha vagliato anche le diverse dichiarazioni rese da Fabrizio, un altro giovane che ebbe una relazione con lei e che più volte ha cambiato versione, passando dal dichiarare di non aver visto Jessica dopo la scomparsa di Denise all’essersi appartato con lei per avere un rapporto che poi non ci fu. Inoltre Fabrizio dichiarò che la madre si opponeva alla loro relazione, mentre poi lui e la donna hanno definito proprio a una troupe di “Chi l’ha visto?” Jessica come una brava ragazza. Fabrizio parlò anche lui dell’odio di Jessica verso Piera Maggio e del sospetto che Piero Pulizzi fosse il padre di Denise. Il 14 gennaio 2006 Fabrizio spiegò agli inquirenti del loro incontro nel dicembre 2004: “Mentre eravamo a bordo dello scooter le ho chiesto cosa lei sapesse sulla sparizione della piccola Denise, infatti mi sono venute in mente tutte quelle volte che Jessica mi diceva che doveva fargliela pagare alla Piera Maggio”. Ma se nel 2006 Fabrizio dice che Jessica gli abbia chiesto di aiutarla a procurare un danno a mamma Piera, nel 2012, a processo, si è trincerato dietro ai “non ricordo”, anche in merito a una precedente affermazione sulla “sensazione netta che era stata lei a commettere quel gesto criminoso”. Fabrizio è lo stesso ragazzo che in una delle intercettazioni su Jessica dice: “Anchi d’errore l’ammazzasti a chidda”, che Jessica ha sempre affermato sia riferito a una gallina. La storia della gallina fu però smentita da Fabrizio, che disse agli inquirenti: “Non ho notato galline nel posto dove siamo andati ad appartarci nell’occasione io e Jessica”. “Chi l’ha visto?” è tornato quindi a ripercorrere la questione relativa all’orario di uscita di Anna Corona dall’albergo in cui lavorava il 1 settembre 2004 e alla visita ricevuta dalle figlie che erano state al mercato. La domanda che ancora rimane è: come sono entrate le ragazze nella lavanderia senza essere viste? Inoltre si è parlato anche del fratello di Anna, Claudio Corona, che secondo un testimone anonimo possedeva un device che gli consentiva di individuare eventuali cimici. L’anonimo ha anche aggiunto dei Corona che “quasi tutte le persone li temono, avendo traffici illeciti, si difendono tra loro”. Infine “Chi l’ha visto?” ha provato a intervistare Anna Corona, attualmente sotto indagine mentre la figlia Jessica fu assolta in tre gradi di giudizio, che però ha rifiutato. Sotto casa della donna i giornalisti della trasmissione di Rai 3 vengono minacciati: “Prima o poi fate una brutta fine” è la frase pronunciata da alcuni giovani nelle vicinanze.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema. 

Denise Pipitone, spunta testimone a La vita in diretta: "Ho visto Anna Corona quel giorno", il grosso vuoto in albergo. Libero Quotidiano il 03 giugno 2021. “Quel giorno ho visto Anna Corona”: una nuova testimonianza sul caso di Denise Pipitone nello studio di Alberto Matano a La Vita in Diretta su Rai 1. Vanno avanti, infatti, le indagini sulla bambina di Mazara Del Vallo scomparsa nel 2004. Uno dei principali indiziati è la Corona, ex moglie del papà naturale della piccola. Ed è proprio su di lei che sono state rilasciate alcune informazioni inedite. Dal comune del trapanese, l'inviata Lucilla Masucci ha intervistato il signor Vito, proprietario dell'hotel Ruggero in cui lavorava Anna Corona all’epoca della scomparsa della bimba. “Quel giorno l’ho vista, è stata in albergo fino a mezzogiorno. Il personale mangiava a quell'ora. Lo ricordo perché a pranzo lei prese una frutta buona che era per i clienti, io l'ho richiamata e gliel'ho fatto notare. Mangiò un uovo in padella. Fino a mezzogiorno sono certo che fosse lì, dopo non posso mettere le mani sul fuoco”, ha fatto sapere l’uomo. Sulla possibilità che le figlie di Anna, Jessica Pulizzi e la sorella, siano passate in hotel il giorno della sparizione di Denise, invece, il signor Vito ha dichiarato: “Io non ho visto arrivare le ragazze, non so se qualcuno le ha viste. Era possibile accedere alla lavanderia dal garage, ma dalla reception si vedeva chi entrava e chi usciva. Se Anna Corona è uscita prima quel giorno, qualcuno l'ha vista”. “Qualche occhio potrebbe aver visto qualcosa e non lo sta raccontando”, ha detto infine Matano.

Denise Pipitone, spunta l’ipotesi di una stanza segreta: cosa risulta dai dati catastali. Debora Faravelli il 07/06/2021 su Notizie.it. Nella casa di Anna Corona potrebbe esserci stata una stanza segreta alta un metro e mezzo: è la nuova ipotesi sul caso di Denise Pipitone. Mentre continuano le indagini sul caso di Denise Pipitone, spunta l’ipotesi di una stanza segreta in cui la bimba potrebbe essere rimasta per diversi giorni: a suggerirlo sono i dati catastali della casa incriminata di Anna Corona, recentemente perquisita. La camera in questione, di cui si è parlato sul Giornale di Sicilia dopo qualche indiscrezione trapelata nel corso della puntata di Quarto Grado, sarebbe una delle camere della casa della madre di Jessica Pulizzi. Una stanza che sarebbe stata alta circa 4 metri come risulterebbe da documenti catastali ma che oggi misura circa la metà. Il sospetto è che sia stata creata una stanza segreta alta più o meno un metro e mezzo. A far emergere il dettaglio sarebbe stato un problema nato dopo il tentato acquisto dell’immobile nel 2005. All’epoca un uomo, interessato all’acquisto dell’appartamento, dovette infatti rinunciarvi per via di alcune difformità tra lo stato dei luoghi e quanto risultava da piantine e catasto. L’avvocato Gaspare Morello, che rappresenta i proprietari dell’immobile, ha però bocciato l’ipotesi in questione perchè nel soffitto lavorato in legno non sembrano esserci tracce di una ipotetica botola che porterebbe ad una stanza segreta.

"C'è una sola pista". Lo sfogo della mamma di Denise. Rosa Scognamiglio il 6 Giugno 2021 su il Giornale. Piera Maggio, la mamma di Denise Pipitone, si è lasciata andare a uno sfogo social in cui ha ribadito l'importanza della pista rom nelle indagini sulla scomparsa della figlioletta. "Abbiamo sempre cercato la verità". Comincia così il breve sfogo social di Piera Maggio che, per l'ennesima volta in questi lunghissimi 17 anni di ipotesi e sospetti, ha dovuto arginare il pressing mediatico sui presunti indagati per la scomparsa della piccola Denise. "Sappiate che durante il processo di primo grado, - scrive su Facebook - l'unica pista alternativa evidenziata dai legali dell'imputata è stata solo e soltanto la pista ROM, NON ALTRI". CHIARIMENTO: Abbiamo sempre cercato la verità sul rapimento di Denise, anche adoperandoci per fare in modo che questa...La battaglia per "la verità" sulla misteriosa scomparsa di Denise è cominciata quel maledetto 1° settembre 2004. E, da allora, non ha mai avuto un attimo di tregua. Non un giorno, neanche mezzo. Oggi che i riflettori sono puntati di nuovo sulla piccola cittadina di Mazara del Vallo, e sugli imputati del processo di primo grado, Piera Maggio rompe il silenzio con un "chiarimento" pubblicato sul suo profilo Facebook. "Abbiamo sempre cercato la verità sul rapimento di Denise, - precisa in un post - anche adoperandoci per fare in modo che questa emergesse. Raccontare parzialmente fatti già verificati, facendo allusioni che non hanno portano a nulla, di certo servono solo a creare illazioni e diffamazione". Poi, una precisazione sibillina - forse - sulla posizione di Anna Corona, madre di Jessica Pulizzi e moglie di Piero Pulizzi, che pare sia stata iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Marsala (l'indiscrezione è stata diffusa dal programma televisivo Quarto Grado). "Sappiate che durante il processo di primo grado, - continua Piera - l'unica pista alternativa evidenziata dai legali dell'imputata è stata solo e soltanto la pista ROM, NON ALTRI. Questo per far comprendere a tutti, che nonostante alcuni dissidi, non esistevano i presupposti per accusare altri appartenenti alla cerchia ristretta dei familiari di Denise, poiché hanno collaborato, le loro posizioni furono vagliate, chiarite ed escluse dall'inchiesta". Nell'attesa di conoscere eventuali, altri risvolti delle indagini, si è riaccesa la cosiddetta "pista rom". Felice Grieco, la guardia giurata che riprese col telefonino una bimba fortemente rassomigliante a Denise in compagnia di una nomade, a Milano, circa un mese dopo l'avvio delle ricerche, ha formalizzato dai carabinieri il riconoscimento di una donna. Grieco, ospite al programma Quarto Grado nella serata di venerdì 4 giugno, ha raccontato di aver ricevuto da una persona una foto segnaletica nella quale avrebbe riconosciuto la rom incontrata quasi 17 anni fa. "È inconfondibile - ha spiegato Grieco -Fa parte del mio lavoro ricordarmi le facce". Si tratta della stessa del video? Ma, soprattutto, era davvero in compagnia di Denise? Domande a cui, prima o poi, bisognerà dare una risposta.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

La rivelazione su Denise che cambia tutto: "La donna con Danas..." Angela Leucci il 10 Giugno 2021 su Il Giornale. Una giovane rumeno-italiana ha riconosciuto la donna che si ritiene possa essere la stessa del video con Danas: Denise Pipitone è viva? Si stringe il cerchio intorno alla donna che potrebbe essere quella ritratta nel video con Danas girato da Felice Grieco a Milano. Nell’ottobre 2004, la guardia giurata riprese un gruppetto di rom, tra cui una bambina nella quale sembrò ravvisare il volto di Denise Pipitone, che era scomparsa da Mazara del Vallo il 1 settembre di quell’anno. Nei giorni scorsi si è parlato moltissimo di chi potesse essere la presunta donna con Danas. Nella puntata di ieri sera di “Chi l’ha visto?” la rom è stata riconosciuta da una ragazza rumeno-italiana di nome Mariana, che era stata adottata. Qualche anno fa, Mariana si mise alla ricerca della famiglia naturale, incontrando la madre e il fratello in un campo rom nei dintorni di Parigi nel 2018. In questo campo rom c’era una donna di nome Florina: anche Florina, che parlava italiano, aveva una figlia adottata, la quale non conosceva la famiglia d’origine e non sapeva quanti anni avesse. Mariana ha riconosciuto in Florina la donna della foto segnaletica che in questi giorni sta girando in rete: ma è davvero Florina la donna nel video con Danas? E inoltre: Danas è Denise? Se questo dovesse essere provato, dov’è Denise ora? A “Chi l’ha visto?” si è tornati inoltre a ripercorrere alcuni luoghi chiave di Mazara che potrebbero far parte della narrazione resa da Battista Della Chiave. L’uomo, sordomuto, è stato di recente interpretato da due esperti Lis: Battista non conosceva il linguaggio dei segni, per cui si è reso necessario per gli esperti visitare Mazara per capire se esistono i luoghi descritti dall’anziano che fece capire di aver visto Denise. I due esperti Lis hanno notato come, in lontananza, dal magazzino in cui Della Chiave lavorava, si vede il mare: è un dettaglio che è stato sempre chiaro nella narrazione a gesti dell’uomo. Inoltre Battista ha mimato delle strutture arrotondate, che potrebbero corrispondere a un ponte ma anche a un canale di scolo. Nei pressi del magazzino dove Battista lavorava è stata osservata inoltre un’inferriata che parrebbe corrispondere a un altro dei gesti dell’uomo durante la sua audizione. L’ipotesi che quindi Denise sia passata di mano, spesso citata dall’ex pm del caso Denise Maria Angioni, continua a prendere corpo quasi 17 anni dopo dalla scomparsa. Questo significa che si fa sempre più concreta la possibilità che la piccola sia oggi viva, cosa che potrebbe rappresentare una speranza per i genitori Piera Maggio e Piero Pulizzi e per chi in questi anni non ha mai gettato la spugna.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Denise Pipitone, una nuova lettera: "Ho tante cose da dire". Accuse pesantissime, trema il fratello di Anna Corona. Libero Quotidiano il 07 giugno 2021. Spuntano un nuovo testimone e una nuova lettera sul caso della piccola scomparsa nel 2004, Denise Pipitone. Da quando sono state riaperte le indagini sulla bambina di Mazara Del Vallo, sembra che molte più persone siano propense a parlare e a portare a galla fatti molto lontani nel tempo ma comunque utili a ricostruire la tragica vicenda. L'ultima persona a farsi avanti ha inviato una lettera firmata in cui afferma di avere delle informazioni che possono chiarire il mistero sulla scomparsa della bimba. Questa persona, poi, chiama in causa un membro della famiglia che finora mai era entrato nelle indagini e tuttora risulta estraneo ai fatti: Claudio Corona, fratello di Anna, l'ex moglie del papà biologico di Denise. “Io voglio la verità su Denise”, ha scritto il nuovo testimone nella lettera resa pubblica in esclusiva dalla trasmissione Ore 14 di Milo infante su Rai2 e ora al vaglio degli inquirenti della Procura di Marsala. Questa volta non si tratta di un anonimo, com'era successo invece nel caso della lettera spedita a Giacomo Frazzitta, il legale della famiglia di Denise. La persona in questione anzi ha chiesto di essere ascoltata dagli inquirenti per raccontare tutto quello che sa sulla scomparsa. In particolare, avrebbe detto di voler parlare proprio di Claudio Corona: "Non sono un collaboratore di giustizia e mai lo sarò. Ho frequentato molto Claudio Corona, ma ripeto non sarò mai un collaboratore di giustizia". "Ho tante cose da dire per tutelare me e la mia famiglia e forse finalmente scoprire la verità su qualche informazione su Denise - ha continuato il testimone nella lettera -. Io voglio la verità su Denise. Donne e bambini non si toccano”. Il clima particolare dietro la sparizione della bambina era venuto fuori anche a Chi l'ha visto? qualche giorno fa, quando un testimone aveva raccontato: "I Corona io li ho conosciuti da vicino, ho avuto modo di conoscerli per un lungo periodo, ho lavorato con loro, parlo di lavoro sporco non lavoro pulito, a Mazara quasi tutti temono queste persone perché hanno traffici illeciti". Accuse che Claudio Corona ha già respinto al mittente.

Denise Pipitone, scoop a La vita in diretta: "Quella non era la sua auto", Anna Corona suda freddissimo. Libero Quotidiano l'11 giugno 2021. Alberto Matano è tornato a occuparsi del caso di Denise Pipitone a La Vita in Diretta su Rai1. In particolare le inviate della trasmissione stanno cercando di far luce su quanto accaduto nell’albergo in cui lavorava Anna Corona. Appurato che una sua collega ha firmato l’orario di uscita al posto suo, sono tanti i misteri che avvolgono l’ex moglie di Pietro Pulizzi, padre biologico della bambina rapita a Mazara del Vallo il primo settembre 2004. “Com’è possibile che nessuno la veda dopo mezzogiorno? E com’è possibile che nessuno l’ha vista uscire da quell’albergo?”, sono gli interrogativi posti dall’invita de La Vita in Diretta, che ha sentito il proprietario e diversi lavoratori dell’epoca. A partire dall’unica testimone, Francesca Adamo (la collega che ha coperto Anna Corona sul foglio delle presenze), che ha visto arrivare le figlie Jessica e Alice: “Sono venute tutte e due ma non ricordo se prima o dopo pranzo”. Poi non si sa se, quando e come Anna Corona ha lasciato l’albergo. Verosimilmente poteva non essere vista passando dal garage, come spiegato dalla receptionist dell’epoca: “Se qualcuno entrava o usciva da lì potevo perderlo perché il monitor era posizionato a terra, quindi mi dovevo piegare per vedere se fosse chiuso o aperto il garage”. Un altro elemento viene poi aggiunto da un’altra inviata di Rai: “Ricordo che alle 13 del primo settembre Pulizzi venne qui, toccò l’auto di Anna che era fredda, quindi se si è allontanata non l’ha fatto con la sua auto. Allora come?”. 

Denise Pipitone, la testimone a Storie Italiane: "Sono la nipote della rom, mia zia potrebbe averla rapita. Quando l'ho incontrata..."Libero Quotidiano il 10 giugno 2021. Eleonora Daniele con Storie Italiane si è tornata a occupare del caso di Denise Pipitone su Rai1. E lo ha fatto raccogliendo una testimonianza che potrebbe risultare preziosa: in diretta con lei si è collegata una ragazza di origini rom che si chiama Mariana Trotta. Quest’ultima è stata adottata e vive in Italia da anni, ma in passato ha avuto modo di conoscere la sua famiglia biologica, che si trova in Francia. E in quella circostanza avrebbe incontrato la donna che appare nel video girato a Milano con una bambina che potrebbe essere la stessa rapita a Mazara del Vallo il primo settembre 2004.  “Questa donna nel campo era una figura importante, mi rimase impressa perché era una persona che era un punto di riferimento. Che poi sarebbe anche mia zia”, ha raccontato la ragazza, secondo cui quella donna sarebbe la compagna del fratello del padre biologico. “Non so il nome - ha aggiunto - dicono che si chiamava Silvana ma da me si faceva chiamare Florina. Io con lei ci ho parlato poco, parlava italiano ma con me non ha parlato molto”. La ragazza è apparsa impaurita: “C’è da pensare che questa è gente pericolosa. Io non so se stanno ancora insieme con mio zio, ho chiesto a mia sorella ma lei è vaga e non mi dà notizie. Io ammetto di avere paura, ci ho messo la faccia, ma queste persone hanno dei giri particolari”. In merito alla ragazza presentata come la figlia dello zio e della donna avvistata a Milano, Mariana Trotta ricorda quanto segue: “Non ho mai sentito chiamarla Danas, ma questa ragazza non sapeva la sua età, avrà avuto tra i 17 e i 18 anni all’epoca. Era molto traumatizzata, non parlava quasi mai e si faceva capire a gesti. Era messa male, ricordo che non aveva i denti, spesso le tremavano le mani. Ricordo che era molto controllata e che non le veniva mai permesso di uscire nel campo rom. Una volta mi disse che non sapeva chi fosse la sua famiglia biologica e quale fosse la sua identità”. 

Denise Pipitone, a La Vita in Diretta un colpo di scena: "È in Francia? Aspettiamo riscontri". Libero Quotidiano il 10 giugno 2021. Novità sul caso di Denise Pipitone. Una ragazza, Mariana, avrebbe riconosciuto la donna in compagnia di Danase, la bimba ripresa a Milano dalla guardia giurata Felice Grieco, qualche settimana dopo la scomparsa della figlia di Piera Maggio da Mazara del Vallo. "Io sono una ragazza adottiva di origini rom e circa 3 anni fa ho avuto il desiderio di trovare la mia famiglia e nel 2018 sono riuscita a risalire ai miei genitori biologici e sono andata a trovarli a Parigi - ha spiegato la testimone a Chi l'ha Visto, il programma di Rai3 condotto da Federica Sciarelli - -. Questa donna nel campo era una figura importante, la mattina tutti andavano a chiedere l'elemosina e lei cucinava per tutti, mi rimase impressa perché era una persona che era un punto di riferimento. Che poi quella donna sarebbe anche mia zia. Non so il nome, dicono che si chiamava Silvana me da me si faceva chiamare Florina. Io con lei ci ho parlato poco, parlava italiano ma con me non ha parlato molto. C'era una ragazza. Io non ho mai sentito chiamarla Danas, ma non sapeva la sua età, avrà avuto tra i 17 e i 18 anni. Era molto traumatizzata, parlava pochissimo francese, parlava poco italiano, parlava sinti, ma non parlava quasi mai in realtà e si faceva capire a gesti. Era messa male, ricordo che non aveva i denti, spesso le tremavano le mani. Ricordo che era molto controllata e che non le veniva mai permesso di uscire nel campo rom". E così a commentare le ultime rivelazioni che fanno nuovamente ben sperare è Piera Maggio: "Siamo cauti - ha messo le mani avanti a La Vita in Diretta su Rai1 -, ho bisogno di riscontri". La donna, assieme all'avvocato Giacomo Frazzitta, preferisce andarci con i piedi di piombo. A maggior ragione dopo la pista russa, dimostratasi poi un buco nell'acqua. "Piera è cauta - ha confermato anche l'inviata di Alberto Matano - è un momento di grande esposizione mediatica del caso di Denise. Ha detto 'ho bisogno di riscontri, della verità oggettiva'. Vuole capire che tipo di segnalazione è".

Denise Pipitone, testimonianza-choc a Storie Italiane: "Era senza denti, le tremavano le mani, prigioniera". Ridotta così dai rom? Libero Quotidiano l'11 giugno 2021. Si infittisce di nuovi dettagli la scomparsa tutt'ora misteriosa di Denise Pipitone. A Storie Italiane su Rai 1, nella puntata dell'11 giugno, è Mariana Trotta - la 27enne di origine rom adottata a dieci mesi da una famiglia italiana e che avrebbe riconosciuto la donna della foto postata dalla guardia giurata Felice Grieco. Un filmato girato sei mesi dopo che la piccola era sparita da Mazara Del Vallo e che oggi più che mai può volerci dire qualcosa. Nel 2018, infatti, Mariana si era recata in un campo rom a Parigi per conoscere i suoi genitori biologici. Lì avrebbe conosciuto questa donna: "Era una figura importante - aveva spiegato sempre ai microfoni di Eleonora Daniele - la mattina tutti andavano a chiedere l'elemosina e lei cucinava per tutti, mi rimase impressa perché era un punto di riferimento. Quella donna sarebbe la moglie di mio zio biologico. Non so il nome, dicono che si chiamasse Silvana me da me si faceva chiamare Florina. Io con lei ci ho parlato poco, parlava italiano ma con me non ha parlato molto". Floriana però non era sola, con lei c'era un'altra ragazza su cui Mariana ha sollevato qualche sospetto: "Era la presunta figlia di Florina. Io non ho mai sentito chiamarla Danas, ma non sapeva la sua età, avrà avuto tra i 17 e i 18 anni. Era molto traumatizzata, parlava pochissimo francese, parlava poco italiano, parlava sinti, ma non parlava quasi mai in realtà e si faceva capire a gesti". Sul suo aspetto fisico la ragazza non si è tirata indietro e ha ammesso: "Era messa male, ricordo che non aveva i denti, spesso le tremavano le mani. Ricordo che era molto controllata e che non le veniva mai permesso di uscire nel campo rom". Dai racconti sembra che la ragazza si chiami Antonia e che adesso sarebbe in Romania. Fu proprio lei - è stato il racconto di Mariana - a rivelarle qualcosa di inaspettato: "Antonia nella stanza d'hotel mi disse 'lei non è mia madre, non conosco la mia famiglia biologica. Non conosco la mia età'". Piera Maggio, mamma di Denise, preferisce non illudersi come già successo con la cosiddetta "pista russa". "Sappiamo - è stato l'aggiornamento dell'inviata della Daniele - che gli inquirenti stanno facendo delle indagini per capire se in quel campo rom di Parigi ci sia ancora la zia e in Romania ci sia ancora Antonia, l'ipotetica Denise".

La rivelazione su Denise che cambia tutto: "La donna con Danas..." Angela Leucci il 10 Giugno 2021 su Il Giornale. Una giovane rumeno-italiana ha riconosciuto la donna che si ritiene possa essere la stessa del video con Danas: Denise Pipitone è viva? Si stringe il cerchio intorno alla donna che potrebbe essere quella ritratta nel video con Danas girato da Felice Grieco a Milano. Nell’ottobre 2004, la guardia giurata riprese un gruppetto di rom, tra cui una bambina nella quale sembrò ravvisare il volto di Denise Pipitone, che era scomparsa da Mazara del Vallo il 1 settembre di quell’anno. Nei giorni scorsi si è parlato moltissimo di chi potesse essere la presunta donna con Danas. Nella puntata di ieri sera di “Chi l’ha visto?” la rom è stata riconosciuta da una ragazza rumeno-italiana di nome Mariana, che era stata adottata. Qualche anno fa, Mariana si mise alla ricerca della famiglia naturale, incontrando la madre e il fratello in un campo rom nei dintorni di Parigi nel 2018. In questo campo rom c’era una donna di nome Florina: anche Florina, che parlava italiano, aveva una figlia adottata, la quale non conosceva la famiglia d’origine e non sapeva quanti anni avesse. Mariana ha riconosciuto in Florina la donna della foto segnaletica che in questi giorni sta girando in rete: ma è davvero Florina la donna nel video con Danas? E inoltre: Danas è Denise? Se questo dovesse essere provato, dov’è Denise ora? A “Chi l’ha visto?” si è tornati inoltre a ripercorrere alcuni luoghi chiave di Mazara che potrebbero far parte della narrazione resa da Battista Della Chiave. L’uomo, sordomuto, è stato di recente interpretato da due esperti Lis: Battista non conosceva il linguaggio dei segni, per cui si è reso necessario per gli esperti visitare Mazara per capire se esistono i luoghi descritti dall’anziano che fece capire di aver visto Denise. I due esperti Lis hanno notato come, in lontananza, dal magazzino in cui Della Chiave lavorava, si vede il mare: è un dettaglio che è stato sempre chiaro nella narrazione a gesti dell’uomo. Inoltre Battista ha mimato delle strutture arrotondate, che potrebbero corrispondere a un ponte ma anche a un canale di scolo. Nei pressi del magazzino dove Battista lavorava è stata osservata inoltre un’inferriata che parrebbe corrispondere a un altro dei gesti dell’uomo durante la sua audizione. L’ipotesi che quindi Denise sia passata di mano, spesso citata dall’ex pm del caso Denise Maria Angioni, continua a prendere corpo quasi 17 anni dopo dalla scomparsa. Questo significa che si fa sempre più concreta la possibilità che la piccola sia oggi viva, cosa che potrebbe rappresentare una speranza per i genitori Piera Maggio e Piero Pulizzi e per chi in questi anni non ha mai gettato la spugna.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Denis Pipitone, Giacoma Maggio all’ex marito: “Tu sai dov’è”. Debora Faravelli il 12/06/2021 su Notizie.it. La zia di Denise Pipitone Giacoma Maggio avrebbe detto all'ex marito di essere a conoscenza del fatto che lui sapesse dove fosse la bambina. In una telefonata tra Giacoma Maggio, zia di Denise Pipitone, e l’ex marito Matteo Marino, la donna dice che l’uomo sa dov’è la bambina. Stando ad una sensitiva coinvolta nel caso, la sorella di Piera Maggio avrebbe tirato in ballo l’uomo a sua volta avvezzo a pratiche esoteriche. “Tu sai dov’è la bambina. Tu sai dov’è!“. Sarebbero queste le parole pronunciate da Giacoma nel corso di un’intercettazione ricostruita da Quarto Grado. La donna, che sperava di ottenere risposte in merito alla sparizione della nipote, ha chiesto all’ex marito se si ricordasse di un sogno fatto nell’anno precedente, “quello dove ho visto un altare e una donna incappucciata e tu mi avevi detto che si sarebbe realizzato se io non fossi tornata con te“. Di qui l’invito ad entrare in trance “come hai già fatto più volte“, a tirare fuori la doppia personalità, buona e cattiva, e a ricordarsi “dell’entità da cui sei posseduto“. Infine la conclusione: “Io sono a conoscenza di cose che gli altri non sanno“. Tra queste, stando al contenuto della telefonata, il fatto che lui sapesse dove fosse finita la bambina scomparsa il primo settembre 2004 da Mazara del Vallo.

Le storie di Quarto Grado 11 giugno 2021, il caso di Saman Abbas, le ultime su Denise Pipitone. Lorenzo Mango l'11 Giugno 2021 su maridacaterini.it. Rete 4 trasmette alle 21.25 circa di questa sera, venerdì 11 giugno 2021, Le storie di quarto grado, condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero. 

Le storie di Quarto Grado 11 giugno, il caso di Denise Pipitone. In seguito al polverone mediatico degli ultimi mesi sul caso di Denise Pipitone, scomparsa nel 2004 da Mazara del Vallo, le indagini sono state riaperte. Anna Corona, l’allora principale indiziata per la scomparsa della piccola Denise, torna ad essere indagata. Così come la sua abitazione dell’epoca, nella quale i Carabinieri hanno riscontrato modifiche particolari. Tra cui, l’abbassamento di alcuni solai, per ricavare spazi nascosti il cui uso è ancora avvolto dal mistero. In questo periodo, ai Carabinieri giungono centinaia di segnalazioni e testimonianze. Molte delle quali scritte da mitomani, ma in virtù delle quali non si esclude nessuna pista.

La testimonianza di un investigatore: Enrico Marinaro. Espedito