Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

QUINTA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Avvocati specializzati.

Specializzazioni forensi, domani in vigore le nuove regole. Simona Musco su Il Dubbio il 26 dicembre 2020. Il decreto 163 emanato dal guardasigilli Bonafede lo scorso 1° ottobre modifica il precedente regolamento del 2015. Tredici le aree individuate. Ministero della Giustizia e Cnf lavoreranno in sinergia per formare la commissione giudicatrice. Entra in vigore domani il nuovo regolamento sulle specializzazioni forensi. O, per essere fedeli alla definizione ufficiale, “per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista”. «Un passaggio molto importante per l’avvocatura» e per i cittadini, i quali «avranno maggiori elementi per orientare le scelte di assistenza e di patrocinio», ha commentato, subito dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto ministeriale, la presidente del Cnf Maria Masi. Il decreto, il numero 163 del 1° ottobre 2020, diventa efficace dopo un iter impegnativo, che ha richiesto passaggi e “visti” anche successivi alla sua emanazione, risalente appunto a quasi due mesi fa, da parte del guardasigilli Alfonso Bonafede. Gli avvocati che vorranno specializzarsi potranno acquisire il titolo sulla base della formazione specifica insieme con l’esperienza maturata nell’esercizio dell’attività professionale. Il decreto sopprime, per cominciare, quanto previsto dall’articolo 2 del precedente decreto del 12 agosto 2015, numero 144, per il quale “commette illecito disciplinare l’avvocato che spende il titolo di specialista senza averlo conseguito”. Si potrà conseguire il titolo di specialista in non più di due dei settori previsti dal nuovo decreto, che sono in totale 13: diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo, diritto del lavoro e della previdenza sociale, diritto tributario, doganale e della fiscalità internazionale, diritto internazionale, diritto dell’Unione europea, diritto dei trasporti e della navigazione, diritto della concorrenza, diritto dell’informazione, della comunicazione digitale e della protezione dei dati personali, diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni, tutela dei diritti umani e protezione internazionale, diritto dello sport. Per quanto riguarda i primi tre settori (civile, penale e amministrativo), il titolo di specialista si acquisisce a seguito della frequenza con profitto dei percorsi formativi o dell’accertamento dell’esperienza relativamente ad almeno uno dei sottoindirizzi di specializzazione. Cambia in parte anche la struttura del colloquio, che ora sarà finalizzato all’esposizione e alla discussione dei titoli presentati e della documentazione prodotta a dimostrazione della comprovata esperienza nei relativi settori e indirizzi di specializzazione. A valutare i “candidati” sarà una commissione composta da tre avvocati iscritti all’albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori e da due professori universitari di ruolo in materie giuridiche, in possesso di documentata qualificazione nel settore di specializzazione oggetto delle domande sottoposte a valutazione nella singola seduta. Il Cnf nominerà un componente avvocato, i restanti componenti saranno nominati con decreto del ministro della Giustizia. Gli avvocati e i professori universitari rimangono iscritti nell’elenco dei commissari per un periodo di quattro anni. In base all’articolo 8 del vecchio decreto, il titolo di specialista può essere conseguito anche dimostrando di avere maturato un’anzianità di iscrizione all’albo degli avvocati ininterrotta di almeno otto anni e di avere esercitato negli ultimi cinque in modo assiduo, prevalente e continuativo attività di avvocato in uno dei settori di specializzazione, dimostrando di aver trattato nel quinquennio almeno 10 incarichi professionali fiduciari per anno, rilevanti per quantità e qualità. Nel nuovo decreto viene aggiunto un nuovo criterio, ovvero la valutazione della congruenza dei titoli presentati e degli incarichi documentati con il settore e, se necessario, con l’indirizzo di specializzazione indicati dal richiedente. Per quanto riguarda il periodo transitorio, l’avvocato che ha conseguito nei cinque anni precedenti l’entrata in vigore del decreto un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica, organizzato dal Cnf, dai Coa o dalle associazioni specialistiche maggiormente rappresentative, può chiedere al Cnf il conferimento del titolo di avvocato specialista, previo superamento di una prova scritta e orale, davanti ad una commissione composta da docenti nominati dal Consiglio stesso. Ciò vale anche se nei cinque anni precedenti l’entrata in vigore del decreto si sia conseguito un attestato di frequenza di un corso avente i requisiti previsti e iniziato prima del 27 dicembre 2020 e alla stessa data non ancora concluso.

Infine, il titolo di avvocato specialista può essere conferito dal Cnf anche in ragione del conseguimento del titolo di dottore di ricerca, se riconducibile ad uno dei settori di specializzazione individuati dal decreto. «Il titolo di specialista – ha aggiunto Masi – affianca e non sostituisce il tema della formazione permanente anche in settori nuovi e diversi in cui il Cnf crede e investe. Non si può poi trascurare come l’ulteriore specificazione di settori come quello relativo alla tutela della persona e delle relazioni familiari, così come come la tutela dei diritti umani, soddisfi l’esigenza non di maggiore cura ma di adeguata attenzione al ruolo sociale che siamo chiamati a svolgere».

·        Le Toghe Candidate.

(ANSA l'8 dicembre 2021) - "Oggi sono circolate non so sulla base di quali fonti delle informazioni sbagliate sul caso Maresca. La proposta che farò alle forze di maggioranza è come un caso come quello non possa mai più ripetersi". Così la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ad Atreju: "che un giudice possa svolgere contemporaneamente, anche e lontano dal suo distretto, funzioni giudiziarie e politiche non deve accadere. C'è una stella polare della magistratura che deve essere non solo praticata ma anche percepita. Non importa se si tratta di cariche elettive locali, né per queste, né a maggiore per quelle parlamentari".

Leandro Del Gaudio per ilmattino.it l'8 dicembre 2021. Il Csm nomina Catello Maresca giudice di corte di appello a Campobasso. Il magistrato, oggi leader dell’opposizione in consiglio comunale, andrà a svolgere funzioni giudicanti di secondo grado come stabilito dal Csm (undici voti a dieci), nello stesso giorno in cui ricorre il decimo anniversario dell’arresto di Michele Zagaria. E sulla decisione è subito polemica in seno al Csm. «È inaccettabile che un magistrato in servizio sia leader dell'opposizione al governo della città in cui vive» ha detto il togato di Area Giuseppe Cascini, puntando l'indice contro la «colpevole inerzia del legislatore» che consente una «commistione» di ruoli produttiva di un «grave vulnus all' immagine di indipendenza della magistratura». Poco prima il collega del suo stesso gruppo Mario Suriano aveva spiegato la sua astensione quale segnale alla politica che «il problema va risolto». «Il candidato sindaco di Napoli Catello Maresca ritorna a esercitare le funzioni di magistrato, a Campobasso, continuando però a essere contestualmente consigliere comunale e presunto capo dell'opposizione. È una vergogna che si possa fare il politico e il magistrato allo stesso tempo». Lo afferma l'ex sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che pone il tema «della questione morale perché mentre scrivi una sentenza detti un comunicato politico, mentre tieni una requisitoria ti prepari il comizio. Parliamo - prosegue - dello stesso magistrato che prima di mettersi in aspettativa per candidarsi nella città dove aveva espletato le funzioni di pm stava facendo campagna elettorale da mesi». De Magistris dice di provare «amarezza per i tanti magistrati e i tanti cittadini che come me vogliono credere in una magistratura autonoma e indipendente». «Leggere del reintegro in servizio di Catello Maresca è qualcosa che stride macroscopicamente con il sentire comune dei cittadini, oltre che con i principi fondamentali di autonomia e separazione tra i poteri dello Stato». Lo dichiara Alessandra Clemente, consigliera comunale della città di Napoli. «Maresca - aggiunge Clemente - ricopre una carica politica importante, guida i suoi in Aula, è molto grave che possa esercitare anche il suo potere da magistrato in un foro a due passi dalla città di cui è consigliere comunale». «Rispondo serenamente che rispetto le decisioni del Csm e sono contento di rientrare a fare il mio lavoro. Nel contempo cercherò da civico di dare un contributo alla mia città» ha detto Maresca in merito al suo rientro in ruolo, deciso dal Consiglio superiore della magistratura, presso la Corte di Appello di Campobasso.

Costa (Azione) annuncia un emendamento. Il caso Maresca e i sette vizi capitali del sistema Giustizia. Viviana Lanza su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. Porte girevoli e non solo. La vicenda di Catello Maresca, ex pm ed ex candidato a sindaco e ora giudice di Corte d’appello a Campobasso e consigliere comunale a Napoli, alza il velo su uno dei nodi irrisolti della giustizia. Ma non l’unico. «La proposta che farò alle forze politiche è che un caso Maresca non possa più accadere. L’indipendenza deve essere non solo applicata ma anche percepita» assicura la ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Intanto la questione resta ed è in discussione da tempo. «La riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario sarà efficace solo se inciderà sui sette vizi capitali del sistema: il correntismo, i passaggi delle funzioni di pm a giudice, disciplinare che fa acqua, magistrati tutti promossi, responsabilità civile senza responsabili, porte girevoli con la politica, una miriade di fuori ruolo» tuona Enrico Costa, deputato di Azione, intervenendo al dibattito politico-giudiziario che si è riacceso all’indomani della decisione del Csm di accogliere la richiesta di Maresca e assegnarlo alla funzione di consigliere della Corte d’appello di Campobasso.

Un dibattito che si era infiammato già nei mesi scorsi, prima dell’ufficializzazione della candidatura a sindaco di Maresca, quando si vociferava che l’ex pm anticamorra avesse ambizioni politiche mentre lui era ancora al lavoro nel suo ufficio di sostituto alla Procura generale di Napoli, e la questione era tutta legata all’opportunità che un magistrato fosse in servizio proprio nella città in cui faceva campagna elettorale. Ora il tema ritorna con gli stessi interrogativi aperti e i vuoti normativi da colmare. «Quanto alla questione delle porte girevoli – continua Costa -, quanto accaduto in questi giorni, con un candidato sindaco che fino a poco prima svolgeva funzioni requirenti nello stesso territorio elettorale e oggi può svolgere (a giorni alterni?) il ruolo di consigliere comunale e di Corte d’appello in contemporanea, dimostra che l’attuale normativa è inefficace per garantire, soprattutto, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma anche la fiducia nella stessa». Di qui l’iniziativa: «Se non sarà il Governo con i suoi emendamenti ad intervenire drasticamente, lo faremo noi di Azione, auspicando che le altre forze politiche non cambino posizione solo perché ad essere interessati sono oggi loro esponenti».

L’argomento è particolarmente sentito dall’opinione pubblica. La questione relativa al rapporto tra magistratura e politica viaggia di pari passo con quella legata alla logica delle correnti in seno alla categoria delle toghe. Per il giudice Giuliano Castiglia, rappresentante del gruppo Articolo 101 nel direttivo dell’Anm, la riforma va fatta «al più presto». «Se sul piano formale la magistratura è indipendente dal potere politico, come dice la ministra Cartabia, sul piano sostanziale – afferma – l’indipendenza non è adeguata. La ragione è nota e unanimemente denunciata: il correntismo».

«Faccio riferimento – dichiara Castiglia in un’intervista all’Adnkronos – al fatto che tra la politica e i gruppi organizzati interni alla magistratura esistono canali di collegamento attraverso i quali i protagonisti si condizionano reciprocamente. È ovvio – aggiunge – che bisogna distinguere. La politica è un’attività nobilissima, nessuno vuole demonizzarla, è un’arte bellissima, chiamiamola così, anche se le degenerazioni non mancano. Il problema nasce quando l’influenza culturale si trasforma in gestione del potere, nei campi più disparati e, in particolare, nella partecipazione alla distribuzione di incarichi secondo logiche di appartenenza. Le cause di questa degenerazione con effetti gravissimi, allo stato, non sono state ancora affrontate e, tanto meno, rimosse. Non può che essere questo, del resto, il motivo per cui assistiamo a ripetuti appelli, anche al massimo livello, al varo di adeguate riforme».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Giustizia e caso Maresca, Bruti Liberati: "Magistrati meno credibili? Vero, ma far fuori chi si candida sarebbe incostituzionale". Liana Milella su La Repubblica l'11 Dicembre 2021. Intervista all'ex procuratore di Milano: "La politica, nessun partito escluso, prima induce in tentazione i magistrati offrendo candidature e poi piange lacrime di coccodrillo". Tutti contro Catello Maresca? "Lacrime di coccodrillo della politica". Fuori chi si candida? "Ha ragione Marta Cartabia, sarebbe incostituzionale". Esiste la legge contro la "correntopoli"? "Il Csm non è il Parlamento, non ci devono essere né maggioranze stabili, né blocchi contrapposti". Luca Palamara boccia Cartabia? "Pensare che lui possa salire in cattedra e dare lezioni alla scolaretta Cartabia indica la confusione dei tempi in cui viviamo".

Estratto dell’articolo di Conchita Sannino per "la Repubblica" il 10 dicembre 2021. «Così hanno fatto tutti». E fa nomi e cognomi dei casi precedenti. L'ex pubblico ministero antimafia Catello Maresca, che da due mesi è consigliere comunale a Napoli e sul cui rientro in ruolo - come giudice di Corte d'Appello, a Campobasso - si è spaccato il Consiglio Superiore della Magistratura, non nasconde più l'ira. «L'indipendenza della magistratura deve valere sempre. Non quando conviene solo ad una certa parte politica». Il suo non è un "caso", sottolinea. «È solo accanimento su una persona». (…) 

«Io dico che è incomprensibile ciò che viene mosso nei miei confronti - spiega - Non sono disposto a diventare il capro espiatorio di contese altre, che non accetto vengano compiute sul mio nome e sulla mia onorabilità personale e professionale».

Di casi come il suo, col "doppio ruolo", ce ne sono stati tanti, ricorda. Li elenca: «Non esiste nessun caso Maresca perché ho rispettato la legge: come hanno fatto Gennaro Marasca, assessore negli anni Novanta nella giunta comunale di Bassolino (e consigliere di Appello a Campobasso, ndr );

Nicola Marrone, sindaco di Portici (che anche in campagna elettorale svolgeva le funzioni di giudice nella vicina Torre Annunziata, ndr ); come Nicola Graziano, che è stato consigliere ad Aversa, e Mariano Brianda consigliere a Sassari, tra i più recenti identici casi a me noti. Ma se ne potrebbero citare altri: parliamo di esperienze legate ad un chiaro partito politico e mai da alcuno contestate. Per le quali giustamente non si è mai parlato di caso Marasca, o Brianda ». (…) 

«Nonostante questo accanimento personale che considero ingeneroso alla luce anche del marcato profilo civico da me tenuto nell'istituzione, ben venga una riflessione sul ruolo dei magistrati prestati alla politica». (…) 

Ma avverte: «Che sia però una riflessione seria e non ideologica e riguardi l'intero fenomeno etichettato da molti come "porte girevoli". E comprenda anche la posizione delle centinaia di colleghi, chiamati da ministri di partito a rivestire cariche nell'esecutivo e che poi rientrano tranquillamente in servizio, conservando, peraltro, la sede di provenienza. Quando addirittura non vengono subito dopo "promossi"».

Maresca prova a difendersi: “Non ci sto a fare il capro espiatorio”. Viviana Lanza su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Rompe il silenzio Catello Maresca. «Non comprendo francamente questo accanimento nei miei confronti. E non sono disponibile a diventare il capro espiatorio di contese altre, che non accetto vengano compiute sul mio nome e sulla mia onorabilità personale e professionale», commenta dopo l’ennesima giornata in cui il suo nome è al centro di dibattiti e polemiche sia sul piano giudirico che su quello politico. «Non esiste nessun caso Maresca», sostiene citando altri suoi colleghi che in Campania e in altre regioni hanno indossato la toga e rivestito ruoli pubblici e politici. Certo, con le dovute differenze, perché non tutti i pm hanno fatto campagna elettorale e contemporaneamente hanno svolto funzioni di giudice.

Tuttavia, Maresca precisa: «Ho rispettato la legge, come hanno fatto Gennaro Marasca, assessore nella giunta regionale di Bassolino, Nicola Marrone, sindaco di Portici, Nicola Graziano, consigliere ad Aversa, e Mariano Brianda, consigliere a Sassari, per citare tra i più recenti identici casi a me noti». «Ma se ne potrebbero citare altre – aggiunge – quasi tutte esperienze legate a un chiaro partito politico e mai da alcuno contestate. E per le quali giustamente non si è mai parlato di caso Marasca, caso Brianda e così via». Maresca, l’ex pm anticamorra di Napoli, parla quindi di un accanimento di cui si ritiene vittima, fa leva sulla sua connotazione civica ma riconosce che è arrivato il momento di una revisione della legge che regola il rapporto fra politica e magistratura.

«Nonostante questo accanimento personale che considero ingeneroso nei miei confronti – afferma – anche alla luce del marcato profilo civico da me tenuto nell’istituzione consiliare, ritengo, comunque, che se questa può essere l’occasione ben venga una riflessione sul ruolo dei magistrati prestati alla politica. Che sia però una riflessione seria e non ideologica e riguardi l’intero fenomeno etichettato da molti come “porte girevoli” e comprenda anche la posizione delle centinaia di colleghi, chiamati da ministri di partito, a rivestire cariche politiche nell’esecutivo e che poi rientrano tranquillamente in servizio, conservando peraltro la sede di provenienza. Quando, addirittura, non vengono subito dopo promossi». «Non si può parlare di indipendenza della magistratura a senso unico o solo quando conviene a una certa parte politica», conclude.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Maresca ‘accusa’ Melillo, anche per il procuratore porte girevoli tra politica e magistratura: “Ministro ombra”. Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Sono giorni di polemiche, questi. Ma anche giorni della memoria. Più o meno dichiaratamente, l’esercizio è riportare alla mente casi di magistrati che sono stati politici e poi sono tornati a fare i magistrati. Catello Maresca, il protagonista del caso politico-giuridiziario del momento, al centro delle polemiche e di questi esercizi di memoria, alcuni nomi di suoi colleghi con un passato nella politica li ha fatti apertamente nella dichiarazione con cui l’altra sera ha replicato, sbottando quasi, dopo l’ennesima giornata di commenti e valutazioni sulla decisione del Csm (peraltro tutt’altro che convinta, visto che ci sono stati dieci astenuti e undici voti favorevoli) di acconsentire al suo rientro in magistratura (come consigliere della Corte d’appello di Campobasso) pur senza abbandonare il posto appena conquistato di consigliere comunale a Napoli. Alcuni nomi, dicevamo, Maresca li ha fatti. «Non esiste nessun caso Maresca – ha detto – perché ho rispettato la legge come hanno fatto Gennaro Marasca, assessore nella giunta comunale di Bassolino, Nicola Marrone, sindaco di Portici, Nicola Graziano, consigliere ad Aversa, Mariano Brianda, consigliere a Sassari». Altri nomi, però, non li ha detti apertamente, limitandosi a riferimenti tra le righe, quelli a «centinaia di colleghi chiamati da ministri di partito a rivestire cariche nell’esecutivo e che poi rientrano tranquillamente in servizio, conservando peraltro la sede di provenienza». Gli stessi riferimenti che rimbalzano da giorni negli ambienti della giustizia napoletana. Perché quando si affronta il discorso dei rapporti tra magistratura e politica, pensa anche al capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, che nel suo brillante curriculum vanta anche l’esperienza in via Arenula come capo di Gabinetto dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando. Per un certo periodo, Melillo fu soprannominato “ministro ombra”. Dopo quell’incarico il procuratore è stato nominato alla guida dell’ufficio inquirente napoletano, dal quale proveniva per averci già lavorato come procuratore aggiunto. Il vento della polemica agitato dal tema delle porte girevoli arriva così anche all’interno del palazzo di vetro del Centro direzionale.

Soffia su tutta la Cittadella giudiziaria. E nel vociare di questi giorni si coglie anche il dettaglio che Catello Maresca è stato assegnato come giudice a Campobasso, sede dei processi d’appello, a carico di magistrati di Roma, definiti in primo grado a Perugia. Insomma, intrecci, ipotesi, imbarazzi, da Palazzo dei Marescialli ai palazzi della giustizia napoletana. E gli avvocati? «Nel mio ragionamento non vi è alcun giudizio sulla persona di Catello Maresca che stimo e apprezzo dal punto di vista professionale ed umano. Vi è però un tema centrale che continua incredibilmente ad essere ignorato e non regolamentato, e attiene alle forme e alla modalità con le quali un magistrato può esercitare attivamente l’attività politica» commenta Marco Campora, presidente della Camera penale di Napoli. «Da anni si critica il sistema di “porte girevoli” tra magistratura e politica, senza che a tali critiche sia mai seguita una riforma legislativa che impedisca o quantomeno ponga dei paletti a questo fenomeno che rischia di inquinare uno dei fondamenti delle democrazie moderne, e cioè la separazione dei poteri». «La politica, dal canto suo, dovrebbe aver imparato che continuare a chiedere la supplenza e un ombrello di protezione alla magistratura è un’opzione foriera esclusivamente di gravi danni sia dal punto di vista democratico che da quello di buona amministrazione. Urge una legge. Nelle more l’auspicio è che il Csm ponga fine a prassi poco decorose e contrarie ai principi di una sana democrazia».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La reazione dei due magistrati. Graziano e Marasca non ci stanno: ecco perché il nostro non è un caso Maresca. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Questione politica o di opportunità? I pareri si dividono sul caso di Catello Maresca, consigliere e giudice allo stesso tempo. L’ex pm anticamorra, dopo le polemiche degli ultimi giorni, si è difeso elencando i nomi di colleghi che prima di lui hanno percorso sia la strada della magistratura che quella della politica, come a dire: non sono stato l’unico, non ci sto a fare il capro espiatorio.

«In questa fase politica nella quale, forse anche giustamente, c’è un’attenzione particolare sugli interventi della magistratura, mi sembra inopportuno l’esercizio di una doppia funzione in contemporanea», commenta Gennaro Marasca, magistrato in pensione, già componente del Csm e presidente di sezione della Corte di Cassazione. Il suo è uno dei nomi che Maresca ha citato. Marasca è stato assessore della giunta comunale all’epoca di Antonio Bassolino sindaco, dal 1994 al 1997. Ma la sua non può dirsi una storia gemella di quella di Maresca, che è consigliere comunale a Napoli e contemporaneamente consigliere di Corte d’appello a Campobasso. Una differenza sostanziale sta nel periodo storico e politico: «Oggi – spiega il magistrato in pensione – il quadro storico e politico è molto diverso da quello di trent’anni fa, e anche la sensibilità politica non è la stessa dell’epoca. In questa fase la coscienza sociale del Paese sembra rifiutare la possibilità di una doppia funzione, per cui credo che un intervento sia inevitabile». Altra fondamentale differenza: «Io – precisa Marasca – non mi sono mai candidato a elezioni politiche né ho mai parteggiato per uno schieramento. Non ho cercato voti da nessuna parte, sono stato chiamato in giunta a collaborare come tecnico – precisa – . Il collega Maresca, invece, ha partecipato a delle elezioni, quindi ha chiesto voti, non è proprio la stessa cosa rispetto alla mia vicenda».

Nella prima giunta Bassolino, Marasca è stato assessore al Patrimonio con deleghe anche alla trasparenza e al decentramento amministrativo. «Erano deleghe prevalentemente di controllo della regolarità dell’esecuzione di gare e contratti. Naturalmente – riconosce – è indubbio che, se fosse stata una giunta lontana dalle mie idee e dai miei ideali, non avrei accettato di partecipare». Quanto alle porte girevoli, il problema sembra essere molto italiano: «Negli Stati Uniti i pubblici ministeri sono eletti e i giudici sono nominati da chi detiene il potere politico e questo non crea scandalo, nella civilissima Svizzera molte cariche sono elettive. In Italia – aggiunge Marasca – c’è una particolare attenzione al tema. Ma bisogna essere molto prudenti e attenti se si vuole porre una legge più restrittiva. Sono in gioco anche valori costituzionali, non solo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura ma anche il diritto di ogni cittadino di partecipare alla vita politica e pubblica del nostro Paese», afferma proponendo come possibile soluzione, non il divieto di rientro in magistratura, ma la possibilità, per il giudice che torna dopo un’esperienza politica, di essere destinato a funzioni di tipo diverso, come quelle di carattere amministrativo al Ministero della giustizia, dove sono previsti posti solo per magistrati.

Una soluzione intermedia tra la doppia funzione prevista dalla legge attuale e i divieti proposti da chi vuole abolire le cosiddette porte girevoli, la ipotizza anche Nicola Graziano, ex magistrato della sezione penale e ora giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Napoli. Anche il suo è tra i nomi che Maresca ha ricordato quando ha replicato alle polemiche sollevate dalla sua scelta di tornare in magistratura pur conservando il posto nel Consiglio comunale di Napoli. E anche in questo caso le due storie non sono perfettamente sovrapponibili. «Erano gli anni 2005-2006, mi candidai con l’Ulivo a sindaco di Aversa – racconta Graziano –. Fui eletto in Consiglio comunale e per un anno e mezzo circa feci sia il magistrato che il consigliere comunale. Ero però all’inizio della carriera in magistratura e Aversa non è un Comune paragonabile a quello di Napoli. Sta di fatto che all’epoca nessuno sollevò il problema né ci fu clamore per le stesse scelte di altri magistrati. Quindi mi chiedo: come sarebbe andata se il collega Maresca si fosse candidato in una diversa area politica?”, conclude provocatoriamente Graziano.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il problema non sono le toghe in politica, ma le inchieste politiche. Dall'esplosione di Mani pulite a oggi, la politica vive nel terrore della magistratura. Ma a ben vedere l’ingresso delle toghe in politica non è il peggiore dei mali: ben più insidioso è l’ingresso surrettizio della magistratura che più di una volta ha condizionato la nostra democrazia con la forza di inchieste “mirate”. Davide Varì su Il Dubbio il 16 dicembre 2021. I magistrati – lo si ripete da anni, decenni – non solo devono essere indipendenti ma devono anche apparire indipendenti. E lo ha ricordato giorni fa, nelle ore in cui esplodeva il caso Maresca – il magistrato-politico che indosserà la toga nella Corte d’Appello di Campobasso e la “fascia tricolore” di consigliere nel comune di Napoli – lo ha detto, dicevamo, la ministra Cartabia.

Ma al di là delle buone intenzioni, la questione appare sostanzialmente irrisolvibile perché non appena qualcuno prova ad alzare la mano per chiedere un passo indietro, una limitazione dei magistrati in politica, ecco che viene immediatamente sfoderato l’articolo 51 della Costituzione, il quale garantisce l’elettorato passivo a tutti i cittadini italiani, magistrati compresi, naturalmente. A questa obiezione potremmo rispondere citando l’articolo 98 della Carta il quale, e lo diciamo con le parole di Giovanni Maria Flick, “stabilisce che per legge si possono indicare limitazioni per i magistrati al diritto di iscriversi ai partiti politici”. E tra i due articoli, tanto per complicare la questione, troviamo una sentenza della Consulta la quale ha ribadito che “non è contraddittorio né lesivo dei diritti politici consentire ai magistrati di partecipare, sebbene a determinate condizioni, alla vita politica, anche candidandosi alle elezioni o ottenendo incarichi di natura politica e al tempo stesso prevedere come illecito disciplinare la loro iscrizione a partiti politici nonché la partecipazione sistematica e continuativa all’attività di partito”. Insomma, un ginepraio costituzionale e legislativo dal quale è difficile uscire.

Certo, dovrebbe essere la politica, il legislatore a intervenire, a fissare paletti più stringenti, più rigidi sull’attività politica dei magistrati. Ma lo sappiamo bene: da trent’anni a questa parte, dall’esplosione di Mani pulite a oggi, la politica vive nel terrore della magistratura e, dunque, difficilmente sarà in grado di regolare una materia tanto incandescente. In questi anni le procure – alcune procure – sono entrate surrettiziamente nel nostro Parlamento con la forza minacciosa di inchieste che hanno ribaltato maggioranze e determinato la caduta di più di un governo. Hanno fatto le fortune di alcuni partiti, di alcuni movimenti e, nello stesso tempo, indebolito leader politici.

Non ultimo l’ex premier Matteo Renzi che è alle prese con un’inchiesta resa ancora più complicata dalla pubblicazione di atti che poco o nulla avranno a che fare con l’inchiesta. Eppure, a ben vedere, questo potere sembra essere scappato di mano e così sì è avuto un effetto paradosso, una strana eterogenesi dei fini che ha colpito la stessa magistratura, la quale sta vivendo una crisi di credibilità senza precedenti. L’aver ceduto alla seduzione di un potere in grado di fare e disfare governi e maggioranze e di determinare sfortune e disgrazie di partiti e leader, ha corroso, logorato la sua reputazione e il suo prestigio. Una hybris che ha raggiunto il suo apice e insieme il suo punto più basso col caso Palamara, ovvero con quel sistema che ha trasformato la nostra magistratura in un luogo di gestione del potere per il potere.

Insomma, a ben vedere l’ingresso delle toghe in politica non è il peggiore dei mali; ben più insidioso è l’ingresso surrettizio della magistratura che più di una volta ha condizionato la nostra democrazia con la forza di inchieste “mirate”. È questo potere che va spezzato e può farlo solo la parte sana della magistratura, quella gran massa di servitori dello stato che lavora in silenzio e subisce la forza selvaggia e incontrollata di alcune procure.

Quando Minzolini fu condannato da un giudice ex avversario politico. Negli anni in cui era senatore di Fi, il giornalista fu giudicato da un magistrato che era stato per 12 anni deputato del Pd e per due volte sottosegretario dell’Ulivo. Paolo Delgado su Il Dubbio l'11 dicembre 2021. Ma se putacaso nel collegio che deve giudicare un politico si ritrova un politico dello schieramento opposto, la faccenda è davvero ambigua o si sta guardando il capello? L’aula del Senato fu costretta a porsi il problemino il 16 marzo 2017, e a sorpresa la maggioranza dei senatori concluse che sì, in effetti qualche ombra c’era: più precisamente si riscontrava quel fumus persecutionis in nome del quale il senato, capovolgendo il verdetto per le autorizzazioni, negava la decadenza da senatore di Augusto Minzolini, famosissimo giornalista politico, direttore del Tg1, poi senatore e oggi direttore del Giornale, ai sensi della legge Severino.

Minzolini, assolto in primo grado dall’accusa di peculato ne 2013 era poi stato condannato a due anni e mezzo, con pensa superiore a quella richiesta dall’accusa, nel 2014, condanna confermata l’anno successivo dalla Cassazione. Del collegio d’appello faceva parte anche Giannicola Sinisi, magistrato ed eponente dell’allora Partito popolare, sottosegretario agli Interni nel primo governo Prodi e nel governo D’Alema, poi senatore eletto col centrosinistra e tornato poi alla toga. Sinisi aveva scelto di non astenersi, come avrebbe potuto fare, e di schierarsi per la condanna di Minzolini, in quel momento senatore di Fi, cioè dello schieramento avverso al suo. Anche qualora si fosse astenuto la sua presenza nel collegio sarebbe stata problematica. Il ruolo del giudice non si limita infatti a votare: il suo parere influisce comunque sulla sentenza e decidere della sorte di un nemico politico non è il massimo della trasparenza. Piuttosto il contrario. Minzolini si dimise poi comunque, mettendo così fine a una vicenda che di aspetti discutibili ne presentava a mucchi.

Nei due anni e mezzo di direzione del Tg1, dal 20 maggio 2009 sino alla rimozione decisa dal cda il 13 dicembre 2011, Minzolini, accusato di essere troppo berlusconiano, aveva accumulato più tensioni, scontri con una parte della redazione e cause di tutti gli altri direttori di Tg messi insieme nella storia della Rai. La vera bomba però era esplosa nel febbraio 2011 e non riguardava le frizioni politiche con la redazione. Prima la Corte dei Conti, poi a ruota la procura di Roma avevano aperto rispettivamente un’istruttoria e un indagine sui rimborsi delle spese del direttore, cioè sul suo uso della Carta di credito Rai. Il problema era stato sollevato con una lettera del consigliere in quota opposizione Nino Rizzo Nervo all’allora direttore generale Mauro Mauro poi discusso in una riunione del cda alla quale presenziava anche l’esponente della Corte dei Conti incaricato di vagliare le spese Rai. Iscritto nel registro degli indagati in maggio, l’ex direttore del Tg era stato rinviato a giudizio il 6 dicembre, innescando così la pratica che avrebbe portato 5 giorni dopo alla sua destituzione.

L’ex direttore sostenne che le spese private sulla carta di credito aziendale erano dovute a un accordo informale con l’azienda che, non potendo pagare la cifra chiesta dal giornalista per assumere la direzione del Tg, aveva suggerito quella via d’uscita. L’azienda naturalmente non confermò ma è probabile che il giornalista-senatore avesse ragione. Le sue spese non erano superiori a quelle di molti altri suoi predecessori, la Rai non aveva mai segnalato nulla d’irregolare nelle sue spese, neppure nel cda successivo alla lettera di Rizzo Nervo. La Corte d’Assise gli aveva comunque creduto. Quella d’Appello, con Sinisi nel collegio giudicante no.

La Giunta per le autorizzazioni del Senato non ci aveva trovato nulla di strano. L’aula, a sorpresa, invece sì e aveva respinto il parere della Giunta con 137 voti contro 90 e 20 astenuti. Avevano votato a favore dell’odg di Forza Italia che rovesciava il verdetto della Giunta anche 19 senatori del Pd, tra cui Ugo Sposetti, Mario Tronti, Luigi Manconi, Emma Fattorini. Il voto in sé aveva davvero qualcosa di potenzialmente clamoroso perché chiamava in causa il nodo dolente della regolamentazione delle porte girevoli tra politica e magistratura di molti giudici. Dato il clamore della vicenda avrebbe potuto e dovuto accendere un dibattito concreto e produttivo sulla necessità di quella regolamentazione. Invece, come d’abitudine, non se ne fece nulla. Minzolini si dimise da solo. Il cuore reale della faccenda fu rapidamente nascosto sotto il tappeto.

Mattia Feltri per "La Stampa" il 10 dicembre 2021. Fa molto fine citare Piero Calamandrei e in genere si cita la frase secondo cui quando la politica entra per le porte della magistratura, la giustizia se ne esce dalla finestra. Bella, niente da dire, sebbene la politica entri di rado per le porte della magistratura, se non nel ruolo dell'indagata, e la magistratura entri spesso per porte della politica, in quello della moralizzatrice. L'ultimo caso appartiene a Catello Maresca, magistrato antimafia poi candidato sindaco a Napoli per il centrodestra ed eletto in Consiglio comunale. Bestia quale sono, ignoravo la possibilità, esercitata da Maresca, di restare in Consiglio comunale e contemporaneamente rientrare in magistratura. Calamandrei voleva introdurre in Costituzione il divieto per i magistrati di iscriversi ai partiti politici e sosteneva, citazione molto più sporadica, che il magistrato applicato alla politica non avrebbe dovuto mai tornare a indossare la toga, perché in politica dilapida il suo credito d'imparzialità.  Il povero Calamandrei non poteva immaginare che il processo d'evoluzione democratico ci avrebbe consegnato magistrati allo stesso tempo politici, magistrati di giorno e politici la sera. Nessuno sa quanti siano i Maresca d'Italia. Però si sa con precisione che alle piante organiche mancano oltre mille e cinquecento magistrati, mentre duecento di loro lavorano nei ministeri, dove scrivono e applicano leggi accumulando in sé un po' di potere giudiziario, un po' di legislativo e un po' di esecutivo. Ve la ricordate la separazione dei poteri di Montesquieu? Pare che ne possiamo fare a meno, tanto noi abbiamo i moralizzatori.

Tutti i "casi Maresca" dimenticati dalla sinistra. Stefano Zurlo il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. Da Ayala a Emiliano, troppi magistrati hanno fatto politica senza dimettersi. La Cartabia dice basta. Un corteo interminabile di magistrati che si sono lanciati in politica. E di parlamentari e amministratori che sono tornati ad indossare la toga. Poi esplode il caso, sacrosanto, di Catello Maresca e il ministro Marta Cartabia pronuncia una parola definitiva: «Basta».

Così non si può andare avanti. Maresca, dopo aver fallito sul versante del centrodestra la conquista del Comune di Napoli vorrebbe sdoppiarsi: leader dell'opposizione in Consiglio comunale e, con la benedizione del Csm che gli ha appena dato il nullaosta, giudice della Corte d'appello di Campobasso. Lontano da Napoli ma non dalla corporazione togata.

È da trent'anni che tutte le persone di buonsenso segnalano questa clamorosa anomalia italiana, ma come spesso capita nelle vicende tricolori, ci voleva un giudice di destra, per di più silurato alle urne già al primo turno contro Gaetano Manfredi, per far traboccare il vaso riempito per decenni da pm di sinistra.

Non è un problema di correttezza, ma di credibilità e ha a che fare con l'indipendenza della magistratura. Come si fa ad essere sopra le parti se si è di parte? Mistero. Eppure se si racconta questo capitolo sconcertante di storia patria, come dire, anfibia, si rischia di riempire un volume con le biografie dei pendolari.

Ecco Giuseppe Ayala, nel glorioso Pool antimafia di Palermo, poi parlamentare del Pri, e via via di altri partiti fino ai Ds, quindi sottosegretario nei governi Prodi e D'Alema prima di rientrare nella casa madre, scegliendo per pudore l'approdo nelle retrovie del civile. Insomma, nell'attesa di una legge che non si vede mai spuntare all'orizzonte, come il nemico nel Deserto dei tartari, Ayala mostra comunque un riguardo che non tutti hanno. Giannicola Sinisi lascia la magistratura ma non si dimette: va a fare il deputato, il sottosegretario, il senatore, sta fra la Margherita e l'Ulivo, infine ingrana la retromarcia e ricompare fra i giudici della Corte d'appello penale di Roma.

«Se fai l'arbitro non puoi metterti la casacca e giocare con una squadra», sentenziava a suo tempo Piercamillo Davigo. Galateo istituzionale, ma anche il minimo sindacale nel Paese dei sospetti, dei retropensieri, degli accordi dietro il palco. E poi ad ogni convegno si sentiva sempre ripetere la stessa consunta massima: «Un magistrato non deve solo essere ma anche apparire imparziale». Erano sempre tutti d'accordo e poi all'uscita mettevano la freccia. Michele Emiliano era un pm d'assalto a Bari, un po' alla Di Pietro, poi come il modello originale ha sfruttato la popolarità delle sue inchieste - alimentando dubbi legittimi nello specchietto retrovisore dell'opinione pubblica - per diventare sindaco di Bari e poi presidente della Regione Puglia, ma a differenza del Tonino nazionale si è messo in aspettativa, insomma gli è rimasta la toga sotto la fascia tricolore, e da magistrato, sia pure in naftalina, aveva addirittura tentato la scalata alla segreteria del Pd. Troppo pure per un ambiente abituato a tutto, tanto da mettere in moto un'azione disciplinare.

Ma il catalogo contiene altri paradossi strepitosi: Adriano Sansa da presidente della Corte d'appello di Genova avrebbe potuto indagare, in teoria, sulle ipotetiche malefatte lasciate in eredità ai concittadini dalla giunta del precedente sindaco Adriano Sansa, insomma avrebbe potuto mettere sotto accusa se stesso.

Poi ci sono stati i campioni del doppio lavoro in simultanea, come i maestri di scacchi.

Fra questi arriva, maldestro, Maresca e le porte girevoli si chiudono. Ma sarà davvero così?

Perché finora il passaggio della frontiera fra i due mondi è stato più facile di quello del Mar Rosso da parte degli ebrei in fuga dai carri del Faraone. Stefano Zurlo

Magistrato, governatore e aspirante segretario. Il caso di Michele Emiliano: l’ex pm di Bari non si era accontentato di diventare il presidente della Regione Puglia, voleva diventare il capo del Pd. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 10 dicembre 2021. Il testo unico degli Enti locali del 2000 prevede che il magistrato non è eleggibile a sindaco o consigliere comunale nel territorio nel quale esercita le proprie funzioni, salvo che “venga collocato in aspettativa prima del giorno fissato per la presentazione delle candidature”. Non è prevista alcun altra causa di ineleggibilità o di incompatibilità con l’attività giurisdizionale. Basta mettersi, dunque, in aspettativa ed il gioco è fatto. Anche se appare sorprendente, il magistrato può ricoprire contemporaneamente entrambi i ruoli: la mattina pm o giudice, il pomeriggio sindaco o consigliere comunale. O viceversa. Lo stesso giorno può mandare la gente in prigione e decidere le nomine, ad esempio, dei vertici delle municipalizzate che si occupano di trasporto pubblico o di smaltimento dei rifiuti. Il magistrato è anche agevolato nel suo duplice ruolo. Una circolare del Consiglio superiore della magistratura prevede che il magistrato che voglia continuare ad indossare la toga mentre fa il sindaco venga assegnato ad una sede vicina, precisamente in “un posto vacante in un distretto vicino a quello dove esercita il mandato”. I casi sono tanti. Lorenzo Nicastro, pm a Bari ed assessore all’Ambiente nella giunta di Nichi Vendola, Mariano Brianda, giudice a Sassari e candidato sindaco ( sconfitto) nella stessa città nel Pd nel 2019, Nicola Morrone, giudice a Torre Annunziata e sindaco di Portici, Nicola Graziano, prima assessore e poi candidato sindaco ad Aversa e giudice del Tribunale di Napoli. Il caso certamente più celebre, comunque, è quello di Michele Emiliano. L’ex pm di Bari non si era accontentato di essere diventato il presidente della Regione Puglia ma voleva diventare il capo del Pd. Emiliano per raggiungere lo scopo aveva anche preso la tessera dei dem. Requisito base per tentare la scalata al partito alle primarie poi stravinte da Matteo Renzi. Per essersi iscritto al Pd Emiliano venne sottoposto ad un procedimento disciplinare, conclusosi però con un nulla di fatto in quanto nel frattempo aveva strappato la tessera.

La pm lascia il Tribunale dei minori. Annamaria Fiorillo, dal caso Ruby a candidata con il Pd…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Luglio 2021. «È stata una decisione sofferta», aveva dichiarato allora alle tv e a diversi quotidiani, quando aveva deciso di parlare. E chissà se sta soffrendo ancora oggi in conferenza stampa Annamaria Fiorillo, la pm del tribunale dei minori del “caso Ruby”, mentre annuncia la propria entrata in politica con il Pd. Proprio con il partito storicamente avversario dell’anticomunista Silvio Berlusconi. Sarà la numero uno nella lista della candidata sindaca Margherita Silvestrini, che tenta una sfida impossibile a Gallarate (Varese), in terra leghista, contro il sindaco uscente Andrea Cassani per il quale lo stesso Matteo Salvini si è già fatto vedere in città nei giorni scorsi. Ma alle sfide l’ex pm è abituata, non manca di coraggio, anche se forse di originalità. Rispolvera la famosa frase di Kennedy su che cosa si può fare per il proprio Paese, per dire che lei è di Gallarate e che metterà la propria esperienza di pubblico ministero al servizio della città. Così, quando sarà (se eletta) consigliera comunale di opposizione, capirà la differenza tra il piccolo potere della politica e il grande potere della magistratura. Ottima cosa. Aveva colto la sua occasione il 10 novembre del 2010, la dottoressa Fiorillo. Non una data particolare, nel calendario della giustizia milanese. Il “caso Ruby”, la famosa notte del suo fermo in questura, la telefonata del premier Berlusconi alla questura di via Fatebenefratelli e poi il rilascio della ragazza e l’affidamento alla consigliera regionale Nicole Minetti erano cose di mesi prima, il 27 maggio. Lei, la pm del tribunale dei minori cui i funzionari di questura si erano rivolti prima di prendere la decisione, nella relazione al suo superiore aveva scritto di non ricordare se avesse o no dato quell’autorizzazione. Quindi il ministro Roberto Maroni aveva detto in aula che quella notte ogni procedura era stata rispettata. Ma quel 10 novembre la sconosciuta pm Fiorillo trovò il suo momento. La si vide nelle immagini delle tv mentre usciva dal tribunale dei minori, il suo luogo di lavoro, procedeva di qualche passo, poi si fermava, tornava indietro e puntava le telecamere. Ce ne erano tante, anche tedesche, perché era in corso un’udienza che riguardava una signora accusata da Berlino di sottrazione di minori. Così ricostruiva quel giorno il quotidiano La Repubblica il blitz della pm minorile del “caso Ruby”. «Se volete, avrei da dirvi io qualcosa. Mi chiamo Annamaria Fiorillo, sono sostituto procuratore dei minori e quello che ha dichiarato in aula Maroni non mi va giù». Da quel momento è diventata un personaggio, uno dei tanti anti-Berlusconi. Suo malgrado, certo. Lei non aveva alcuna intenzione di svolgere un ruolo politico. A quello provvede ora che è in pensione. E si candida proprio nel Pd. Non per esempio in Forza Italia: farebbe miglior figura sulla sua passata imparzialità. Ma quel giorno, davanti a una moltitudine di telecamere, e poi in tante interviste nei giorni successivi, lei voleva solo fare chiarezza. Cioè voleva dire che la sua frase «non ricordo di aver autorizzato» la consegna di Ruby a Minetti in realtà voleva dire «ricordo di non aver autorizzato». Peccato che non solo la sua superiore, la dottoressa Frediani, ma lo stesso procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati l’avessero intesa nel primo senso e avessero ambedue dichiarato che quella notte ogni regola era stata rispettata. Ma lei no, lei ha voluto averla vinta. Butta lì frasi come «…non sto a badare alla politica, o al governo che cade o resta» e che se Ruby era la nipote di Mubarak «…io sono Nefertiti, la regina del Nilo». Ma soprattutto racconta di aver investito del caso il Csm: «È una mia iniziativa, non l’ho concordata con il mio capo né con nessun altro… ho chiesto al Csm di chiarire le discrepanze tra la spiegazione del ministro in aula e la mia esperienza personale». Le andrà male, in prima istanza, e porterà a casa una censura dal Csm, per violazione di riserbo e anche per la violazione del divieto ai sostituti pm di fare dichiarazioni sull’attività del proprio ufficio. Inutile sarà l’appassionata difesa del suo legale, lo storico dirigente di Magistratura Democratica e procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi. Che avrà poi soddisfazione dalla Cassazione e da una seconda decisione del Csm, che manderà “assolta” l’impavida pm. Nella stessa giornata di quel 17 luglio 2014 Silvio Berlusconi sarà assolto in appello da tutti i reati. In particolare con la formula più ampia, «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di aver fatto pressione sui dirigenti della questura la famosa notte del “caso Ruby”. Quella in cui la magistrata, oggi già esponente politica, Annamaria Fiorillo aveva detto di «non ricordare». Salvo precisare in seguito. E poi candidarsi con gli avversari storici di Berlusconi.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera" l'8 luglio 2021. Una volta si paragonò a Forrest Gump, lo stralunato e ingenuo personaggio interpretato da Tom Hanks. E un po' deve esserlo ancora Annamaria Fiorillo visto che ancora si meraviglia che faccia notizia la sua candidatura alle prossime amministrative a Gallarate (Varese) in una lista civica di sinistra, come anticipato dal Giornale. Fiorillo, va ricordato, balzò alle cronache per il caso Ruby quando, come pm della Procura per i minorenni, il 27 maggio 2010 si occupò della marocchina Karima El Mahroug che a 17 anni era stata portata in Questura da dove uscì dopo una telefonata in cui il premier Silvio Berlusconi disse di aver saputo che era nipote di Mubarak. Ruby fu affidata a Nicole Minetti, ma Fiorillo escluse di averlo autorizzato e al processo disse che «nessun magistrato degno di questo nome» lo avrebbe fatto.

Si candida a sinistra, allora è vero, come sospetta qualcuno, che lei è anti-berlusconiana?

«Non avevo e non ho nulla contro Berlusconi né contro il suo partito. Conosco il sindaco di Gallarate di FI e non lo considero un avversario». 

Perché si è candidata?

«Vivo a Gallarate con il mio compagno dirigente d' azienda in pensione e in provincia di Varese per diversi anni ho insegnato discipline giuridiche ed economiche nelle scuole superiori prima di entrare in magistratura nel 1998. Ho 68 anni, da gennaio sono in pensione. Ho una vita piena e appagante. Mi sono chiesta "che faccio?"».

E cosa si è risposta?

«La risposta che mi sono data è che non ci si può fermare e non ci si può accontentare perché non c' è mai fine al meglio. È il mio motto. Voglio mettere e a disposizione degli altri il mio bagaglio di conoscenze e di esperienze». 

Perché proprio nella lista civica per Margherita Silvestrini sindaco che si ispira alla sinistra?

«Perché per me conta la persona. Perché Margherita Silvestrini, donna che ha avuto una lunga militanza nel Pd ed è stata assessore ai servizi sociali di Gallarate, ha un grande valore umano e politico. Non ho alcuna ambizione politica. Non mi sono mai riconosciuta in nessun partito come in nessuna delle correnti della magistratura, come non mi riconosco assolutamente in nessuna ideologia. Qualcuno potrebbe addirittura pensare che io sia una qualunquista, ma non è così perché ho un' idea alta della politica».

Cioè?

«Ritengo che sia necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, che sia resiliente». 

Se la lista vincerà, lei cosa farà?

«È possibile che abbia un incarico confacente alla mia esperienza». 

Non teme le critiche per essere stata come magistrato coinvolta nella vicenda Ruby?

«Non vedo perché. È una cosa che è avvenuta per caso dato che ero di turno il giorno in cui Ruby finì in questura».

Annamaria Fiorillo, l'ex toga del caso Ruby si candida: "Non ho nulla contro Berlusconi", ecco cosa diceva in aula. Libero Quotidiano l'08 luglio 2021. Si chiama Annamaria Fiorillo, ha 68 anni, e fu la pm del tribunale dei minori quando scoppiò il caso-Ruby che travolse Silvio Berlusconi. Ora, l'ex toga scende in politica e si candida. E lo fa a sinistra, in una lista civica, così come rivelato da Il Giornale. Scende in campo alle amministrative a Gallarate, provincia di Varese. E, ovviamente, la scelta fa polemica: proprio lei, pm nel caso che forse più di tutti ha incrinato la parabola politica del leader di Forza Italia? Proprio la toga del caso di Ruby Rubacuori? Sì, proprio lei. Una volta a processo, riferendosi alla scelta di affidare Ruby a Nicole Minetti, disse che "nessuno magistrato degno di questo nome" lo avrebbe fatto. Insomma, una che ha le idee chiare. Ma ora, intervistata dal Corriere della Sera, nega di essere anti-berlusconiana. Curioso. Glielo chiedono a bruciapelo, domanda diretta: è vero oppure no? "Non avevo e non ho nulla contro Berlusconi né contro il suo partito - risponde la Fiorillo -. Conosco il sindaco di Gallarate di FI e non lo considero un avversario". Quando le chiedono perché abbia scelto di darsi alla politica, risponde: "Vivo a Gallarate con il mio compagno dirigente d'azienda in pensione e in provincia di Varese per diversi anni ho insegnato discipline giuridiche ed economiche nelle scuole superiori prima di entrare in magistratura nel 1998. Ho 68 anni, da gennaio sono in pensione. Ho una vita piena e appagante. Mi sono chiesta che faccio?".

Il Corsera insiste: ma perché proprio nella lista civica per Margherita Silvestrini sindaco che si ispira alla sinistra? "Perché per me conta la persona. Perché Margherita Silvestrini, donna che ha avuto una lunga militanza nel Pd ed è stata assessore ai servizi sociali di Gallarate, ha un grande valore umano e politico. Non ho alcuna ambizione politica", conclude la Fiorillo. Per carità, le crediamo. Eppure, nutrire un piccolo sospetto resta legittimo...

La faccia tosta della sinistra: seggi e posti alle toghe rosse. Fabrizio Boschi l'11 Giugno 2021 su Il Giornale. Letta boccia i magistrati candidati del centrodestra. Ma si dimentica di Emiliano, De Magistris e Ingroia. La regola del buongusto dovrebbe essere sempre la stessa: se non si ha contezza di ciò che si dice, o si fa finta di non averne, sarebbe meglio tacere. Ed invece, secondo quell'altra regola, che per i politici non esiste vergogna, ieri il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha avuto il coraggio di dire che esiste un «gravissimo buco nella legge che permette ai magistrati (di centrodestra) di candidarsi nelle città dove sono in funzione». È vero, ha mille ragioni, peccato che a mettere in pratica, da sempre, questo mal costume siano stati proprio i politici di sinistra. E Letta lo sa benissimo. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, preferirebbe «che nessun magistrato entrasse in politica e, anzi, che neppure avesse l'idea di farlo. Credo, inoltre, chi si candida, dovrebbe dare le dimissioni dalla magistratura ancor prima delle elezioni o non appena eletto». Pasquino ricorda che «il Pdha spesso candidato dei togati come riconoscimento per il buon lavoro svolto in carriera» e che «il primo magistrato eletto in Parlamento fu Oscar Luigi Scalfaro nel 1946». Nessuno a sinistra è mai stato immune dal desiderio di coccolare ed avere dalla propria parte una toga rossa. A Letta, che fa lo gnorri, rinfreschiamo la memoria noi. C'è una sfilza di magistrati che hanno fatto carriera dentro il Partito democratico. Michele Emiliano, ex procuratore capo della Repubblica di Bari, dal 2015 governatore Pd della Puglia, è passato anche da un doppio mandato da sindaco nel capoluogo pugliese. L'ex procuratore Antimafia, Franco Roberti (eurodeputato Pd), Anna Finocchiaro, più volte ministro dei governi di centrosinistra, entrò in aspettativa nel 1988, quando era pm a Catania; dopo aver militato in un partito per il quale ha ricoperto importanti incarichi nell'arco di 30 anni, è ritornata a fare il suo mestiere. Stessa cosa per l'ex pm di Milano Stefano Dambruoso, eletto a suo tempo con Scelta civica. Rientrati Doris Lo Moro (già giudice del Tribunale di Roma), non ricandidata da Liberi e uguali e il procuratore Domenico Manzione, sottosegretario all'Interno con Renzi. Poi c'è Gianrico Carofiglio, a lungo pubblico ministero e dal 2008 al 2013 senatore Pd. Luciano Violante, parlamentare dal 1979 al 2008, senza mai dimettersi da magistrato. C'è anche il caso dell'ex pm di Viterbo Donatella Ferranti, rimasta fuori ruolo per 18 anni, prima al Consiglio superiore della magistratura e poi deputata Pd, fino a rientrare come giudice di Cassazione. Nella lista dei fuori ruolo anche Cosimo Maria Ferri, già giudice a Massa, oggi eletto nel Pd in Toscana. Giovanni Melillo, procuratore aggiunto a Napoli, uscito nel 2014 per fare il capogabinetto del ministero della Giustizia, è tornato nel 2017 sempre a Napoli, come Procuratore capo. E poi un po' di storia recente. L'ex pm Luigi De Magistris, europarlamentare per l'Italia dei valori dal 2009 al 2011 e poi sindaco di Napoli. Antonio Ingroia, fino al 2012 magistrato della Procura di Palermo, poi Rivoluzione Civile. Nel 2013 i grillini, neofiti del Parlamento, propongono il magistrato ed ex senatore del Pci-Pds, Ferdinando Imposimato, per la carica di capo dello Stato. Nel 2013, sotto le insegne del Pd, entra in Parlamento anche l'ex Procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso che diventa presidente del Senato e cinque anni dopo leader di Liberi e uguali. Una mosca bianca: Felice Casson, senatore Ds-Pd dal 2006 al 2018, è l'unico ad aver dichiarato di non voler più tornare a fare il magistrato.

Francesco Pacifico per “il Messaggero” l'11 giugno 2021. I candidati sindaci per il Campidoglio e i loro schieramenti di appartenenza si affannano nella ricerca di amministratori adeguati per la Capitale. Si punta a parlamentari di grande esperienza come a figure prese dalla società civile. Ma mentre si lavora alacremente per formare gli staff - nei giorni precedenti al voto comunicare il nome di quello o di quell' altro assessore sposta non pochi consensi - piomba sulla campagna elettorale un macigno che scatena polemiche che vanno ben oltre la tornata amministrativa. Davanti alle telecamere de La 7 Enrico Letta, segretario del Pd, ha tuonato: «Il centrodestra ha candidato due magistrati a Napoli, come sindaco (Catello Maresca, ndr) e a Roma, come vicesindaco (Simonetta Matone, ndr). Peccato che siano magistrati in funzione nel posto dove si candidano, hanno preso decisioni sulla libertà delle persone, hanno accesso a tutti i dati sensibili della terra rispetto alla quale si candidano». Per concludere: «La legge ha un buco, non impedisce questo, è un errore gravissimo». 

I PRECEDENTI. Per la cronaca il Pd ha come governatore della Puglia un ex pilastro della Procura di Bari come Michele Emiliano. Mentre lo scorso 28 gennaio, per soffermarsi sul nome di Maresca, il Consiglio superiore della magistratura ha archiviato una segnalazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Napoli, secondo il quale il sostituto della Procura partenopea aveva avviato contatti politici per candidarsi nella stessa città dove svolgeva la sua attività inquirente. Al di là degli aspetti più tecnici, sul fronte politico, è arrivata dal centrodestra la durissima replica di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d' Italia: «I magistrati non si possono candidare solo nel centrodestra? È il classico utilizzo dei due pesi e due misure della sinistra italiana. Se è consentito è consentito, se non è consentito non è consentito. Se vogliamo aprire un dibattito lo apriamo, ma no che si dica che non si possono candidare nel centrodestra quando la sinistra è una vita che usa i magistrati e li candida. Non se ne è accorto Enrico Letta? Credo che ci fosse anche lui». Del tema si tornerà a parlare sia nel dibattito sulla riforma del Csm sia in campagna elettorale a Roma, dove questa mattina Enrico Michetti, candidato al Campidoglio per il Centrodestra, si presenta alla stampa (alle 11 al Tempio di Adriano) e soprattutto presenta la sua prosindaca, Simonetta Matone, sostituto procuratore generale presso la Corte d' Appello di Roma. Ieri, i due si sono incontrati per la prima volta: vuoi per l' evento di oggi, vuoi per discutere di municipalizzate, rifiuti e sicurezza, concordando i primi punti di un programma da completare a breve. Lo stesso avvocato tribuno - o Mr Wolf, risolve problemi, secondo la definizioni di Meloni - ha visto ieri anche Matteo Salvini, leader della Lega, e Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia. Se il ticket Michetti-Matone deve ancora avviare la macchina elettorale, i concorrenti stanno in queste ore lavorando alla squadra, alla giunta, che come detto può essere decisiva al ballottaggio. La sindaca uscente, Virginia Raggi, guarda alla continuità, almeno verso i fedelissimi come Pietro Calabrese, Antonio De Santis e le new entry Andrea Coia e Lorenza Fruci, assurta agli oneri delle cronache anche perché tra i massimi studiosi italiani di Burlesque. Per la futura giunta si parla anche di alcuni presidenti dei Municipi capitolini (Della Casa, Di Pillo, Campagna e Castagnetta), dei fidatissimi consiglieri Paolo Ferrara e Giuliano Pacetti, dello spin doctor (ed ex socio di Rousseau) Max Bugani, ma si guarda anche alla società civile: piace Gabriella Stramaccioni, garante dei detenuti del Lazio. Quel che è certo è che a breve il M5S ufficializzerà il regolamento per le candidature nella sua lista per le amministrative: 18 nomi su 48 scelti dalla sindaca, il resto, 2 per ognuno, dai Municipi.

SILVIA SCOZZESE. Dal centrosinistra Roberto Gualtieri ha promesso una giunta di alto standing, così per ipotizzare i futuri equilibri si deve studiare lo staff che lo aiuta a scrivere il programma: Silvia Scozzese, già commissario per il debito di Roma Capitale e capo di gabinetto al ministero della Coesione, per il bilancio, Eugenio Patané, consigliere regionale, per i trasporti, Silvia Costa per il turismo e la cultura. Si parla di poltrone anche per Giulio Pelonzi, attuale capogruppo in aula Giulio Cesare, e di Andrea Casu, segretario capitolino del Nazareno, mentre il consigliere Giulio Bugarini sarà il suo capostaff. Ma l' ex ministro guarderebbe anche alla pattuglia di deputati Dem al terzo mandato (come l' ex ministra Marianna Madia o l' ex sottosegretario Roberto Morassut). L' outsider Carlo Calenda ha già annunciato Francesco Carcano all' ambiente, Flavia Di Gregorio al sociale e Dario Nanni alle periferie. Ma starebbe facendo scouting tra il Mise, Italo e Sky, realtà dove ha lavorato come ministro o manager.

Il caso Maresca. Maresca candidato sindaco di Napoli, il Csm ha deciso di non decidere. Salvatore Curreri su Il Riformista il 7 Febbraio 2021. Solleva parecchie perplessità, etiche e giuridiche, la decisione con cui il Consiglio superiore della magistratura, lo scorso 28 gennaio ha deciso, a stretta maggioranza (12 favorevoli contro 9), di archiviare la segnalazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Napoli in riferimento al dott. Catello Maresca, suo sostituto. Secondo quanto riportato anche su queste colonne, infatti, il dottor Maresca ha avviato da tempo contatti politici in vista della sua candidatura alla carica di sindaco di Napoli, cioè della stessa città in cui esercita le proprie funzioni. Notizia non confermata ma nemmeno smentita dall’interessato il quale, alla richiesta di chiarire le sue intenzioni, formulata pubblicamente dal Vice Presidente dell’Anm, per tutta risposta vi si è dimesso, così da non sottostare – è ragionevole supporre – al suo Codice etico. Secondo l’articolo 8 di tale Codice, infatti, il magistrato “mantiene una immagine di imparzialità e di indipendenza” e, a tal fine, “nel territorio dove esercita la funzione giudiziaria (…) evita di accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi negli enti locali”. Da tale reticenza, quindi, la doverosa segnalazione del Procuratore generale al Csm perché valutasse se la “campagna elettorale”, seppur sottotraccia, avviata dal dottor Maresca configurasse i presupposti per il suo trasferimento coattivo per incompatibilità ambientale – che scatta quando i magistrati “per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità” (art. 2 r. d.lgs. 511/1946, corsivo mio) – e/o per l’avvio di un’azione disciplinare nei suoi confronti per lesione del prestigio dell’ordine giudiziario e dei doveri inerenti alla funzione esercitata in conseguenza, si può ipotizzare, della sua partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici (art. 3.1.h) d.lgs. 109/2006). Il Csm, invece, ha deciso di archiviare il caso perché, in mancanza di un espresso divieto, il magistrato può candidarsi alle elezioni amministrative in forza del diritto di accesso alle cariche pubbliche (art. 51 Cost.). Difatti, nel nostro ordinamento, al magistrato è fatto divieto di candidarsi (se non dimettendosi) solo nelle elezioni politiche e limitatamente alla circoscrizione dove ha esercitato (nei sei mesi precedenti) o esercita le sue funzioni. Se invece si vuole candidare per il Parlamento altrove (v. caso Ingroia; art. 8 d.p.r. 361/1957) oppure nelle elezioni regionali o locali dove esercita le sue funzioni basta che si metta in aspettativa al momento della presentazione delle candidature; aspettativa addirittura non richiesta se si vuole candidare altrove (v. rispettivamente artt. 2 l. 154/1981 e 60 d.lgs. 267/2000). È quindi possibile, e di fatto accaduto, che un pubblico ministero si candidi e venga eletto in una lista politica avversa a quella di appartenenza di un esponente politico contro cui aveva promosso e condotto alcune indagini di rilevante clamore mediatico. Il magistrato può anche assumere cariche all’interno dei governi regionali e locali nel territorio in cui esercita le proprie funzioni anche in questo caso mettendosi semplicemente in aspettativa. Aspettativa non richiesta se vuole assumere tali cariche nei territori locali dove non esercita – ma magari ha appena finito di esercitare – le proprie funzioni. Per quanto paradossale a dirsi, il magistrato può, dunque, contemporaneamente svolgere funzioni politico-amministrative in un ambito territoriale diverso da quello in cui svolge funzioni giudiziarie, senza essere obbligato né a chiedere, né a ricevere l’autorizzazione dal Csm. Lo stesso Csm, al riguardo, ha dovuto sconsolatamente ammettere di non essere in grado di effettuare “una ricognizione circa il numero dei magistrati impegnati contemporaneamente in funzioni giurisdizionali ed in funzioni politico-amministrative” (parere del 21 maggio 2014). Le carenze della vigente disciplina legislativa sono state oggetto di severe censure da parte sia del Gruppo di Stati contro la corruzione (Greco), organo consultivo del Consiglio d’Europa, secondo cui essa solleva “questioni importanti dal punto di vista della separazione dei poteri e per quanto riguarda l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici” (rapporto 2016), sia dello stesso Csm che fin dal 2015 ha inutilmente invitato il Ministro della Giustizia a modificarla in senso più restrittivo, anche vietando il ritorno in magistratura per chi si è stato eletto o anche solo candidato. Ed è proprio l’assenza di un divieto legislativo di candidatura che ha indotto il Csm ad archiviare la pratica del dottor Maresca. Decisione però che lascia perplessi perché il punto sollevato non era solo il diritto del dottor Maresca di candidarsi nelle prossime elezioni amministrative ma anche, in vista di esse, di poter intrattenere non episodici e casuali contatti (non smentiti) con esponenti politici che ne minano irrimediabilmente la necessaria immagine di imparzialità e indipendenza. È questa, del resto, la via stretta delineata dalla Corte costituzionale nella recente sentenza sul noto caso Emiliano (sentenza n. 170/2018) in cui ha affermato che i magistrati possono candidarsi ma senza iscriversi o partecipare in modo sistematico e continuativo all’attività di un partito perché tenuti al rispetto degli obblighi d’imparzialità ed indipendenza imposti dall’appartenenza all’ordine giudiziario. Ed è su questo profilo, opportunamente sollevato in via complementare dal Procuratore di Napoli, che la decisione del Csm pare omissiva, se non carente anche sotto il profilo istruttorio, essendosi inopportunamente respinta anche la richiesta di un supplemento d’indagine che avrebbe comportato la convocazione dello stesso Maresca. Ma al di là di tali considerazioni giuridiche, questo caso, insieme a molti altri (non ultimo la pavloviana incontinenza verbale che affligge taluni magistrati al cospetto di telecamere e giornalisti), dimostra come parte di essi abbia complemento smarrito il senso di riserbo, equilibrio e misura al quale devono sempre attenersi nei loro comportamenti pubblici e privati. C’è ancora qualcosa di vero nell’espressione di Federico II per cui “la giustizia regna nel silenzio”. E a quanti ancora, nonostante tutto, continuano pervicacemente a ripetere il ritornello che il magistrato è un cittadino che, al pari degli altri, ha diritto di partecipare alla vita culturale, sociale e politica della comunità in cui vive e opera, forse vale la pena di ricordare che, prima ancora di essere un cittadino, egli rimane innanzitutto, sempre e dovunque un magistrato; un magistrato-cittadino, dunque, e non un cittadino-magistrato, perché i doveri e i limiti derivanti dalla sua funzione devono sempre prevalere inevitabilmente sull’esercizio dei suoi diritti politici, imponendogli di apparire – oltreché essere – imparziale.

Le reazioni alla decisione del Csm. Non è colpa di Maresca se ancora non c’è la legge su toghe ed elezioni. Eduardo Savarese su Il Riformista il 31 Gennaio 2021. Il caso di Catello Maresca a me pare non molto complesso giuridicamente, se inteso nei termini specifici decisi dal Consiglio superiore della magistratura, e invece di non agevole soluzione in termini generali di politica legislativa e anche associativa (interna alla magistratura). Parto dal diritto del caso concreto. La Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno affermato che i magistrati devono poter godere degli stessi diritti di libertà garantiti a ogni altro cittadino, ivi compreso quello di elettorato passivo, cioè di candidarsi a una competizione politica. Questi diritti possono essere limitati, per legge, sia per la particolare delicatezza delle funzioni giudiziarie sia in forza dei principi di indipendenza e imparzialità. È la Costituzione a mostrare il proprio sfavore – cito la Corte Costituzionale – «nei confronti di attività o comportamenti idonei a creare tra i magistrati e i soggetti politici legami di natura stabile, nonché manifesti all’opinione pubblica, con conseguente compromissione, oltre che dell’indipendenza e dell’imparzialità, anche dell’apparenza di queste ultime» (corsivo nostro). Il giudice, poi, dev’essere indipendente anche per assicurare l’imparzialità e, in specie, «l’esclusione di ogni pericolo di parzialità». Infatti costituisce illecito disciplinare per i magistrati l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici. In questa stessa prospettiva può venire in rilievo – come nel caso di Catello Maresca deciso dal Csm – l’articolo 2 del regio decreto legislativo 511 del 31 maggio 1946 (con l’attinente circolare del Csm del 26 luglio 2017) che riguarda il gravoso procedimento amministrativo di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale e/o funzionale, il quale inizia con una prima fase conoscitiva e istruttoria, in ordine alla sussistenza di elementi idonei a giustificare l’apertura del procedimento, che può concludersi con l’archiviazione o con l’apertura del procedimento. È chiaro, dunque, che l’apertura di per sé sola esige «elementi idonei» e che, quando venga in gioco, come in questo caso, un diritto di libertà sancito dalla Costituzione e dalla Cedu (quello di candidarsi), quegli elementi, per essere idonei, devono da subito riguardare molto concretamente e specificamente attività o comportamenti forieri di «legami stabili» col mondo politico giunti al vaglio dell’opinione pubblica. Questi elementi, a giudizio del Csm (la maggioranza dei suoi votanti), non sono emersi nel caso Maresca. Come tutte le opzioni interpretative, questa soluzione è opinabile (l’alternativa sollecitata dalla minoranza era un approfondimento istruttorio), ma non errata e peraltro la trovo garantista proprio nella prospettiva di un procedimento di incompatibilità, strumento capace di minare a sua volta ciò che vorrebbe garantiti, cioè l’indipendenza e l’imparzialità del magistrato. Ma la questione è anche, come abbiamo detto, politica in termini generali. Proprio la vicenda (da ultimo) della possibile candidatura di Maresca rende evidente che, quando si tratti di un diritto di libertà garantito dalla Costituzione, le sue limitazioni devono essere poste dalla legge e con chiarezza: cioè da un atto proveniente dall’organo politico per eccellenza, il Parlamento. La legge può anche comprimere grandemente questo diritto, ponendo il magistrato di fronte alla scelta tra candidatura e dimissioni (come talune legislazioni europee prevedono e la Corte europea ha a più riprese ritenuto che esse possano certamente fare proprio per l’importanza essenziale ai fini della tenuta democratica dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice). Ma sappiamo che in Italia la legge tace e lascia un’ampia zona grigia, riguardante i tempi della scelta della candidatura con ciò che ne consegue. E questo è frutto di una precisa responsabilità politica. La politica associativa interna alla magistratura ha una sua regola deontologica e ha sollecitato Maresca a sciogliere la riserva. Di più non può e non deve fare (ineccepibile in tal senso la posizione di Marcello De Chiara, presidente della sezione napoletana dell’Anm). Sta allora alla coscienza del singolo magistrato che voglia esercitare quel diritto di libertà autolimitarsi, e sta alla società civile farsi un giudizio del suo comportamento sia per i tempi sia per i modi della scelta. Ciò non significa che il magistrato che voglia far politica può farlo quando e come vuole: sopra ho ricordato le regole esistenti e il principio guida che da esse si trae, cioè che non vi siano attività o comportamenti capaci di esprimere un legame stabile col mondo politico e che tale sia percepito dalla società civile. Senza una legge, la zona grigia della fase antecedente all’ufficializzazione della candidatura e l’opinabilità intrinseca alla valutazione dei «comportamenti e delle attività» che in tale zona vanno stagliandosi, resta fittamente grigia: nel grigiore, oggi, propendo per l’esercizio di un diritto di libertà piuttosto che per una procedura (anche solo paventata) di apertura per incompatibilità ambientale. Una chiosa finale: anche questa vicenda dimostra quanto sia importante – non solo per la magistratura – che il Csm, come ogni altro organo costituzionale, goda di salda credibilità. 

Il Plenum salva il pm. Caso Maresca, si spacca il Csm: “Assurdo far finta di nulla”. Viviana Lanza su Il Riformista il 29 Gennaio 2021. «Non commento le decisioni del Csm, ho rispetto sacro per ogni istituzione della Repubblica, per ogni componente del Csm e per l’istituzione Csm. La toga è sempre stata e sempre sarà la mia seconda pelle. La mia bussola sono la Costituzione e le leggi, cui siamo tutti soggetti. L’onore e il decoro dell’ordine giudiziario cui mi onoro di appartenere sono da sempre il mio orizzonte morale e ideale, non a chiacchiere ma con comportamenti concreti quotidiani. Ho sempre servito e servirò le istituzioni e i cittadini italiani» dice Catello Maresca alla notizia che il Plenum del Csm ha deciso per l’archiviazione della pratica che avrebbe potuto determinare un suo trasferimento per incompatibilità. Ed è proprio in quel riferimento finale ai «cittadini italiani», oltre che alle «istituzioni», che si potrebbe intravedere un’anticipazione della sua volontà di candidarsi a sindaco di Napoli. Ma siamo sempre nel campo delle deduzioni e delle supposizioni, nella bolla del detto e non detto che è poi quella che ha portato la questione dinanzi al Csm. Il Plenum di Palazzo dei Marescialli ha deciso di approvare – con 12 voti favorevoli, 9 contrari e l’astensione della consigliera togata Loredana Micciché – la proposta della Prima commissione di archiviare il caso Maresca. E la decisione, ieri, è arrivata al termine di un dibattito serrato, durato oltre tre ore, con una prima votazione – bocciata per un voto, 11 a 10 – sulla proposta di far tornare la pratica in Commissione per ascoltare il pg di Napoli Luigi Riello (che aveva segnalato il caso al Csm inviando una nota con gli articoli di stampa che davano conto delle indiscrezioni sulla possibile candidatura di Maresca) e del presidente dell’Ordine degli avvocati Antonio Tafuri al fine di sondare il clima negli ambienti giudiziari napoletani. Qualche consigliere aveva anche proposto di sentire lo stesso Maresca, ma è stato in netta minoranza. Al termine di una dialettica accesa ha prevalso, quindi, la linea di chi non voleva correre il rischio che la decisione del Csm potesse in qualche modo passare per un’interferenza nella vita politica cittadina o per un condizionamento sulla scelta personale del magistrato. «Non si può prevedere che l’articolo 2 sia una norma superstar, vincente su tutti» ha ribadito il consigliere laico Alessio Lanzi riferendosi alla legge sulle guarentigie. Favorevole all’archiviazione, Lanzi ha sottolineato che «Maresca ha ritirato premi, si impegna nel sociale e nel volontariato, può essere che siano cose che fa nella prospettiva di una candidatura ma non sappiamo se si candiderà oppure no, e tutto quello che ad oggi ha fatto è assolutamente lecito e consentito» ha aggiunto citando la Costituzione e mettendo in guardia dal rischio che «poi può valere per tutti i magistrati». «Tutti i giornali parlano della candidatura di Maresca – ha ribadito il togato Giuseppe Cascini, contrario invece all’archiviazione – Non si può chiudere qui come se nulla ci sia». «Questa è una candidatura in pectore e non lo dice solo il parroco – ha aggiunto il togato Giuseppe Marra, anch’egli contrario all’archiviazione, riferendosi a indiscrezioni provenienti non solo da ambienti politici – e Maresca ci ha messo del suo: quando si parlò della sua candidatura alle regionali smentì subito, ora invece non smentisce». «Maresca non ha mai dichiarato di essere candidato e non ha fatto comizi» ha precisato il consigliere Nino Di Matteo, favorevole all’archiviazione e più polemico nei confronti dell’Anm («Non entro nel merito ma non mi risultano dibattiti vivaci su altri casi») e del pg Riello («Mi chiedo se nella segnalazione non ci sia stato un eccesso di zelo»). E Riello ha poi replicato di aver agito nell’ambito dei suoi obblighi e non per volontà persecutorie. Sul fronte del sì all’archiviazione, nella seduta del Plenum, si sono pronunciati, inoltre, i togati Antonio D’Amato («C’è un vuoto normativo ma il Csm non può decidere sulla base di sospetti ma di elementi certi»), Paola Braggion («Non vedo elementi per un’incompatibilità d’ufficio ma è bene che il collega charisca»), Carmelo Celentano e Stefano Cavanna (pur non condividendo parte della motivazione), Alberto Benedetti, Sebastiano Ardita, Fulvio Gigliotti e Michele Ciambellini (più concentrati sui compiti del Csm). Contro l’archiviazione hanno votato la presidente della I Commissione Elisabetta Chinaglia, Filippo Donati, Ilaria Pepe, Mario Suriano, Alessandra Dal Moro, Michele Cerabona: «Se Maresca non smentisce né approva si crea la diffusa percezione che stia già facendo campagna elettorale», «Il magistrato deve essere e apparire autonomo e indipendente».

La decisione del Plenum. Maresca può candidarsi, il Csm decide ma Riello non ci sta: “Basta con i pm super-star da talk show”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 28 Gennaio 2021. Il pm Catello Maresca, al momento sostituto alla Procura Generale di Napoli, potrà candidarsi a sindaco. Nessuna legge glielo impedisce, potrà essere l’uomo del centrodestra alle prossime elezioni nel capoluogo campano. A confermalo, dopo la decisione della Commissione, è il plenum del Csm. Una decisione che ha comunque spaccato il Consiglio Superiore della Magistratura. La motivazione del plenum spiega che Maresca ha “pieno diritto di candidarsi per competizioni elettorali amministrative in Campania, comprese quelle relative al Sindaco della città di Napoli”. Nessuna irregolarità nei contatti, che vanno avanti da mesi, con esponenti politici per una sua discesa in campo, e che non vanno ritenuti “illeciti o comunque forieri di pregiudizio all’indipendenza ed all’imparzialità del magistrato”. Caso archiviato dunque: come d’altronde già preannunciato. Il punto è, come ha spiegato anche a questo giornale in un’intervista il deputato Pierantonio Zanettin, membro della commissione Giustizia della Camera. La Prima Commissione del Csm aveva chiesto al plenum di archiviare il fascicolo aperto dopo la segnalazione del procuratore generale di Napoli Luigi Riello per verificare se vi fossero gli estremi per l’avvio di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità. Quattro i voti a favore dell’archiviazione – quelli dei Nino Di Matteo (indipendente) e Paola Braggion (Magistratura Indipendente) e dei laici Emanuele Basile (Lega) e Alessio Lanzi (Forza Italia) – due quelli contrari – le consigliere Ilaria Pepe (Autonomia e Indipendenza) e Elisabetta Chinaglia. Proprio la Commissione del Csm aveva sottolineato la mancanza di una norma che “precluda ai magistrati di candidarsi per competizioni di natura amministrativa all’interno del circondario o del distretto nel quale esercitino o abbiano esercitato le proprie funzioni”. L’articolo 60 del decreto legislativo 267 del 2000, lo consente a condizione – avevano ricordato i consiglieri – che i magistrati che si candidano “si dimettano, si trasferiscano o si collochino in aspettativa non retribuita entro il giorno fissato per la presentazione delle candidature”. La decisione del plenum ha comunque spaccato i consiglieri: 12 i voti a favore, 9 i contrari, dopo che era stata bocciata la richiesta di un ritorno in Commissione della pratica per ascoltare Riello e il presidente dell’Ordine degli avvocati. Durissimo il commento sul caso del Procuratore generale di Napoli Luigi Riello: “Basta con i treni andata e ritorno tra magistratura e politica, con i pm super-star che frequentano i talk-show. Io li vedo come una negazione”, aveva osservato Riello durante la conferenza stampa on-line di presentazione dell’anno giudiziario 2021. Secondo il presidente della Corte di Appello di Napoli tra magistratura e politica “meno rapporti ci sono, meglio è”. Se poi si decide di entrare in politica, ha aggiunto, “allora decidi anche di aderire a una fazione e di apparire”, due elementi, secondo De Carolis, “che poco si conciliano con la figura del magistrato”. Per Riello, infine, “un magistrato non può candidarsi nel luogo dove esercita l’azione inquirente”. Maresca è lanciato verso la candidatura alle prossime comunali a Napoli. Il coordinatore della Lega in Campania Valentino Grant, appena insediato dal segretario Matteo Salvini, ha confermato al Corriere del Mezzogiorno: “Conosco e stimo Catello Maresca che per Napoli e i napoletani potrebbe fare tantissime belle cose. È un candidato civico e non vogliamo attaccargli bandierine: ne parleremo con gli alleati, ma per me in ogni caso il bene di Napoli viene prima dell’interesse di partito”. Anche se Fratelli d’Italia caldeggia l’opzione Sergio Rastrelli, avvocato, figlio dell’ex presidente della Regione Antonio Rastrelli.

·     Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Antonio Giangrande: Credo di spiegarmi l’idolatria verso i magistrati dei comunisti e dei penta stellati para comunisti (perché chi è comunista, è cattivo ed invidioso dentro). Loro pensano, non avendo niente da perdere in termini di proprietà, che i “padroni” sono tali sol perché rubano. Ecco la loro voglia di dire “ quello che è tuo è mio, quello che è mio, è mio”. Per gli effetti i comunisti pensano di avere dalla loro parte i magistrati che li vendicano punendo i padroni. In questo modo vedono nemici ovunque. Non pensano i fessi che facendo così alimentano la ingiustizia sociale. Uno, perché in carcere ci sono solo indigenti, spesso innocenti. Due, perché in Italia il vero potere lo detengono i magistrati. Quindi non si parla di democrazia, ma di magistocrazia. Inoltre, né i magistrati, né i comunisti vengono da Marte. Ergo nel marcio italico si è tutti uguali. Basta non guardare fuori, ma guardarsi dentro. E non alimentare leggende metropolitane in simbiosi con i propri simili. Basta aprire al mondo il proprio cervello.

Io non firmo i referendum sulla giustizia: La lega sostiene il referendum ed in antitesi il disegno di legge Cartabia. FdI non firma tutti i quesiti referendari. FdI come il PD.

Questo non è un referendum garantista. E’ un referendum populista: ossia, una presa per il culo.

E la legge Cartabia è il placebo come l’acqua e zucchero contro il Covid: inefficace.

Quindi nulla cambia.

Pd e satelliti comunisti-Lega-FdI-5 Stelle sono giustizialisti attaccati alle poltrone.

Forza Italia è qualunquista attaccata alle poltrone.

E questi avanzano ed approvano proposte popolari?

Nella legge e nel referendum trova l’inganno.

Primo inganno: sono promotori del referendum il diavolo (i radicali garantisti) e l’acqua santa (la Lega giustizialista).

Secondo inganno: legge e referendum sono intenti elettorali. La legge nulla cambia, se non un tocco di cipria. Il referendum farà la fine dei precedenti: non votato per scadenze elettorali o ignorato.

Terzo inganno: la credibilità. La Lega e FdI sono stati sempre forcaioli, fino a che le inchieste hanno travolto loro. Come aver fiducia di chi si ostina a parteggiare per i manganellatori delle carceri?   

Quarto inganno: la coerenza. Salvini faceva parte del governo Conte che ha approvato la legge forca. Salvini fa parte del Governo Draghi che ha votato la legge placebo. Salvini è promotore del referendum populista che è in antitesi con le leggi dei precedenti governi.

Il problema non sono le decisioni cervellotiche ed unilaterali dei leader dei cosiddetti partiti e movimenti personali. Il vero problema è che nel 2021 ci sia ancora gente che sia disposta a farsi prendere per il culo.

L'opera di Verdi. Il Machbeth racconta il carrierismo delle toghe: la brama, la colpa e il potere. Eduardo Savarese su Il Riformista il 7 Dicembre 2021. «Pien di misfatti è il calle della potenza. E mal per lui che il piede dubitoso vi pone e retrocede». Questo declama Lady Macbeth nel suo ardimentoso recitativo, atto primo di quel Macbeth verdiano – custode della più affilata meditazione sul potere – che apre oggi la stagione scaligera. Secondo la tragedia shakespeariana, in un remoto regno di Scozia il prode Macbeth, di ritorno da una delle tante vittorie col compagno d’armi Banquo, fa un incontro incredibile: un gruppo di streghe gli profetizza una serie di titoli (prima signore di Cawdor, poi, addirittura, re di Scozia). Da questo momento Macbeth, incitato dalla spietata consorte, tenterà di realizzare, con plurimi omicidi politici, il vaticinio delle streghe: uccide nottetempo il re Duncan mentre è ospite del loro castello, uccide Banquo, uccide la moglie e i figli di Macduff. Il sangue cerca altro sangue e il potere che pare consolidato dall’ennesimo atto di violenza riprende il giorno dopo a vacillare. Nel comporre l’opera Verdi volle snellire la fonte letteraria per concentrarsi su lui (Macbeth), lei (Lady), loro (le streghe): il potere si nutre sempre di qualche complice sodalizio, di un patto tra solitudini. Mentre Macbeth all’inizio, perseguitato dai sensi di colpa, è titubante (Lady canterà “quell’animo trema, combatte, delira”), sua moglie lo spinge senza tentennare (“il fatto è irreparabile”), fino al punto in cui le parti si invertono: Lady morirà, perseguitata in tetre notti di sonnambulismo dal sangue irredimibile degli assassinati, Macbeth affronterà con la sua “fibra inaridita” l’ultima battaglia per un potere che, infine, i nemici polverizzeranno. Ma a dettare le scelte dei due sono profezie ingannevoli, dalle quali i “coniugi” si sentono rassicurati: le streghe sembrano agevolare la scalata al potere, ma poi abbandonano beffardamente lo scalatore (magia e tecnologia giocano partite analoghe, dunque). Verdi ci ha visto giusto: nella triangolazione Macbeth-Lady-Streghe c’è l’essenziale della dinamica stritolante del potere. Certo, non ogni potere è omicida, non ogni potere è tiranno: ogni potere, però, serba dentro di sé i germi dell’eliminazione sleale dell’avversario, della spinta ad auto-conservarsi a dispetto di tutto il resto. Vi è un aspetto particolarmente inquietante nel comportamento di Macbeth e Lady: essi non soltanto mentono, osano anche spingersi col linguaggio verso il confine di una costante provocazione. Due esempi. Dopo aver ucciso il re Duncan, si fingono costernati e, nel magnifico concertato finale che chiude il primo atto, invocano l’ira divina sull’omicida: non rispettando il peso delle parole, non temono le conseguenze della falsificazione, anzi, se ne compiacciono e irridono il linguaggio del dolore espresso dalla comunità. Allo stesso modo, dopo aver dato mandato di uccidere Banquo, la sera stessa festeggiano con i loro ospiti e, mentre Lady intona un brillante brindisi (“Si colmi il calice di vino eletto”), arrivano al punto di lamentarsi dell’assenza ingiustificata del nobile amico, che intanto giace, cadavere, ai margini di un bosco. Ed è qui che l’ombra di Banquo appare a Macbeth, ed è da questo momento che Macbeth comprende che non resta che alimentare il potere iniquo con altra iniquità (“sangue a me quell’ombra chiede e l’avrà, lo giuro”). Bisogna cogliere l’occasione di rivedere questa potente creazione verdiana, profittando della diretta streaming. In specie, l’occasione è propizia in tempi di democrazie vacillanti (ovunque circondate da vaticini di nuove streghe), e lo è poi per la necessità tutta italiana di arginare poteri ingrassati, eppure insaziabili. Riascoltando il Macbeth verdiano in questi ultimi giorni, non ho potuto non riflettere sulle vicende di riassetto del tutto apparente che da circa due anni e mezzo attraversano la magistratura italiana d.P. (dopo Palamara). Si tratta di questioni largamente ignote alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica la quale registrò i fatti scandalistici dell’hotel Champagne per concludere che c’è del marcio. Ebbene, la magistratura e il parlamento si apprestano, tra pochi mesi, e sotto un nuovo settennato presidenziale, a rinnovare il Csm, organo di autogoverno che, in base alla Costituzione, deve assicurare autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario. Non sappiamo se da qui alle prossime elezioni ci saranno nuove regole elettive: quel che sappiamo, però, è che il percorso tanto di identificazione dei candidati, quanto di organizzazione del consenso resta saldamente nelle mani delle correnti in cui si articola tutt’ora la rappresentanza associativa della magistratura italiana che si dirige verso un sempre più marcato bipolarismo tra la sinistra giudiziaria (Area, MD) e l’ala dei cosiddetti moderati (Magistratura Indipendente), benché vada crescendo il peso del gruppo dei 101 col suo tentativo di scardinare consolidate logiche correntizie. La magistratura rappresentata, tra amarezza, timori e disillusione, resta in silenziosa attesa della prossima tornata elettorale mentre il Csm procede nel suo lavoro in un intrico di sentenze del Consiglio di Stato severe come ceffoni di antiche maestri su bambini ineducabili. Divorati dal carrierismo e dalla brama di consolidare assetti di potere, i meccanismi del nostro autogoverno potranno questa sera farci intonare Patria oppressa come il sublime coro verdiano del quarto atto: una magistratura oppressa da sé stessa che rischia di opprimere un intero Stato. Alla fine Lady muore di angoscia per l’insostenibilità psichica dei crimini commessi. Nel sogno rivela tutto. Alla fine Macduff uccide Macbeth e il coro esulta per la liberazione. Dovremmo forse confidare più nel primo processo che nel secondo: una grande, collettiva scena di sonnambulismo, per cominciare, cessati i terribili processi di tracotante falsificazione del linguaggio, a chiamare tutte le cose col proprio nome. Bisogna, cioè, che la magistratura rompa il silenzio assordante che si protrae da circa due anni. Eduardo Savarese

Giuseppe Salvaggiulo per “La Stampa” il 10 dicembre 2021. L'attesa riforma del Consiglio superiore della magistratura è stata presentata alla maggioranza. Incontri bilaterali, niente testo scritto, esposizione di Marta Cartabia seguita da osservazioni dei partiti che hanno riempito il quaderno della ministra. Il tema principale è il sistema elettorale del Csm. 

Decisivo per gli equilibri interni (correnti) ed esterni (politica). La prova era ed è improba, sia tecnicamente che politicamente. Dissociandosi dalla sua commissione di esperti, la ministra propone un sistema maggioritario e tendenzialmente bi-correntizio. Destra-sinistra, o di qua o di là. Su 16 seggi togati del Csm, 14 vengono messi in palio a coppie, in collegi grandi (almeno cinque regioni).

Ogni elettore esprime un voto e ogni collegio elegge due consiglieri, i più votati tra i candidati che si presentano individualmente. I restanti due seggi vengono assegnati con un meccanismo di riequilibrio per minoranze, sia politiche che di genere, ipotizzando anche il sorteggio. L'effetto è la polarizzazione sulle due correnti egemoni: la progressista Area e la conservatrice Magistratura Indipendente, che nel frattempo ha prosciugato gran parte del corpo e dell'anima della centristra Unicost (un tempo palamariana).

Minacciate di estinzione, a meno di generose desistenze o acrobazie elettoralistiche, le rimanenti correntine: la stessa Unicost, Autonomia&Indipendenza ormai orfana di Davigo, Magistratura Democratica sganciatasi recentemente da Area in un riflesso identitario. E, più in generale, tutti i gruppi minori e meno organizzati, come i neonati 101 vicini ai pm antimafia Di Matteo e Ardita. 

Non a caso sono loro, ancor prima di leggere una bozza su cui peraltro il Csm fornirà un parere, i primi a insorgere contro «una riforma che rappresenta il trionfo del correntismo». Se non «il sistema che sublima e istituzionalizza il metodo Ferri-Palamara, delegando il governo della magistratura ai gruppi di potere», come sostiene Magistratura Democratica.

La bozza Cartabia, che dovrebbe andare in Consiglio dei ministri prima di Natale, assorbe buona parte di quella Bonafede, presentata nella preistoria del governo gialloverde e mai sbocciata. Per il resto: vietato ai magistrati candidarsi alle elezioni nella stessa città; meno incarichi fuori ruolo; più coinvolgimento degli avvocati nei consigli giudiziari; accesso ai concorsi di magistratura con la laurea. Farà discutere il Csm voto segreto al Csm sulle nomine, in deroga al generale principio di trasparenza nei concorsi pubblici.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 10 dicembre 2021. L'obiettivo è aumentare l'imprevedibilità dell'esito del voto e diminuire il controllo di candidati e eletti da parte delle correnti. Gli strumenti per raggiungerlo sono un nuovo sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura e nuove regole per il suo funzionamento. Quali saranno è ancora un'incognita. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha esposto ieri le sue proposte ai rappresentanti dei partiti, dopo averne già parlato con magistrati e avvocati; ma su alcuni punti lei stessa ha messo in campo ipotesi alternative, in attesa di pareri e suggerimenti delle forze politiche. Con l'idea di far approvare entro Natale dal Consiglio dei ministri il testo da portare in Parlamento, e sperare che lì non sorgano problemi. È lo stesso metodo utilizzato per la riforma del processo penale, quando il percorso si rivelò più accidentato del previsto; stavolta la Guardasigilli conta di procedere più spedita, pur consapevole che non mancheranno difficoltà. Si tratta di trovare la solita «strada percorribile» da una maggioranza sempre pronta a dividersi in materia di giustizia. Sistema elettorale Il principale nodo da sciogliere resta il sistema elettorale dell'organo di autogoverno dei giudici, che nel 2018 permise di assegnare i quattro posti da pubblico ministero prima ancora del voto, quando si presentarono 4 candidati, uno per ogni corrente. Cartabia ipotizza un sistema maggioritario con correttivi per aumentare il peso delle minoranze e garantire la parità di genere: turno unico per collegi binominali (elezione dei primi due classificati) con alcuni seggi riservati ai migliori terzi; «modello Champions League», l'ha definito il deputato Enrico Costa di Azione. Lasciando invariato il numero di 16 componenti togati si voterebbe con un collegio unico nazionale per i 2 posti di Cassazione, 2 per 4 posti da pm, e 4 per 10 giudici di merito; le candidature dovranno essere almeno 6 per ogni collegio, il triplo dei posti da assegnare; laddove non ci fossero si rimedierebbe con il sorteggio tra i magistrati disponibili. Numeri da cambiare (in proporzione) se si riportassero i togati a 20, com' era prima dell'ultima riforma, e il sorteggio colmerebbe le lacune sulla parità di genere.

Primi malumori

A parte la complessità del meccanismo, c'è già chi storce il naso. Forza Italia, per bocca del capogruppo in commissione Pierantonio Zanettin, ritiene che «la soluzione proposta favorisce il bipolarismo e mortifica i gruppi minori», e insiste per il sorteggio «temperato». Ma ci sono problemi di costituzionalità difficilmente superabili. Nemmeno i Cinque Stelle sembrano soddisfatti, e dall'interno del Csm i due togati Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo parlano di «trionfo del correntismo che farà sparire ogni possibile opposizione allo strapotere dei gruppi organizzati». Cioè l'opposto degli obiettivi che si intendono perseguire.

Incarichi direttivi

Per le nomine ai vertici degli uffici giudiziari sarà obbligatorio seguire l'ordine cronologico, in modo da evitare le nomine «a pacchetto»; obbligatoria anche l'audizione dei candidati dopo una prima selezione fatta in base ai curricula , con diritto di voto agli avvocati nei giudizi dei consigli giudiziari (organismi territoriali di valutazione). Si prevede inoltre l'introduzione di alcuni criteri di valutazione tra cui anche (non solo) l'anzianità di servizio. Sulle nomine inciderebbero pure le modifiche alle verifiche di professionalità, a cui dovrebbero partecipare avvocati e professori universitari. 

Toghe in politica

Regole più stringenti vengono proposte per i magistrati che scelgono l'attività politica, allo scopo di impedire che svolgano contemporaneamente incarichi elettivi (anche negli enti locali) e funzioni giudiziarie. Non sarebbe più possibile quindi una situazione come quella di Catello Maresca, consigliere comunale a Napoli (dove faceva il pm) e giudice a Campobasso; ma casi come il suo verrebbero impediti anche all'atto d'ingresso in politica, giacché sarà vietato candidarsi nei luoghi in cui i magistrati hanno lavorato negli ultimi tre anni. E alla fine del mandato è previsto un periodo di «quarantena» lontano dall'attività giudiziaria prima di tornare a indossare la toga. La riforma dovrebbe anche ridurre il limite dei magistrati da mandare fuori ruolo (oggi fissato a 200, pressoché raggiunto) con una specifica previsione degli incarichi extragiudiziari che si possono ricoprire. Modifiche anche all'accesso in magistratura, con la possibilità di sostenere gli esami subito dopo la laurea , aumento delle prove scritte e riduzione di quelle orali. 

Le correnti sempre più padrone. La magistratura è irriformabile, con la riforma Cartabia è peggio di prima. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Per ora non c’è nessun testo ufficiale. Si era detto che oggi la ministra Cartabia avrebbe presentato gli emendamenti del governo alla riforma del Csm, ma questo non è successo. Cartabia ieri mattina ha incontrato gli esponenti della maggioranza che sostiene il governo, ma si è tenuta sulle generali. C’è però un testo ufficioso che viene fatto girare, e che viene dal ministero. Se l’idea è davvero quella contenuta in questo testo, siamo fritti. Cioè, per capirci, le possibilità sono due: la prima è che di rinvio in rinvio non si faccia niente e si lasci che il nuovo Csm, che dovrà essere eletto in giugno, sia eletto con le vecchie regole. La seconda ipotesi è che invece in qualche modo, in fretta e furia, si faccia una riforma che lasci tutte le cose come stanno, anzi un po’ peggio. L’unica novità riguarderebbe il regime di incompatibilità tra magistrato e politico. E intorno a questa novità si fa un gran rumore, agitando il caso Maresca, magistrato che, a quanto pare, resterà nel consiglio comunale di Napoli e riprenderà anche a fare il Pm. la riforma Cartabia proibirebbe questo abominio. Beh, ci mancherebbe altro. Quanto al Csm, niente sorteggio, niente norme anti-correnti, niente riduzione del folle potere di autocontrollo della magistratura, ma semplicemente un sistema elettorale più o meno maggioritario che taglierebbe fuori dai giochi tutti i magistrati non inquadrati nelle due correnti più forti: Area e MI. Le toghe rosse e le toghe bianche. E le toghe giuste? Si levino dai piedi, è bene che le due grandi correnti riprendano in mano tutto il potere e chiudano il fastidioso intervallo del Palamaragate. Se le cose andranno così si confermerà una vecchia idea: la magistratura è un po’ come la vecchia Unione Sovietica. Irriformabile. Poi però un giorno di dicembre, giusto di 30 anni fa, l’Unione sovietica fu abbattuta. Beh, beh… potrebbe essere una idea.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Toghe e correnti. Addio riforma del Csm, ma se ne accorgono solo i vescovi. Paolo Comi su Il Riformista il 5 Dicembre 2021. Non passa giorno senza che si siano notizie di malagiustizia, la credibilità delle toghe è da tempo sotto zero, gli effetti nefasti del Palamaragate continuano a farsi sentire, come nella vicenda per la nomina del nuovo procuratore di Roma, ed il Parlamento cosa fa? Ha rinviato giovedì scorso ancora una volta la discussione per la riforma della magistratura e del Csm. Il motivo? Il governo non ha, a quasi un anno dal suo insediamento, preparato gli emendamenti al testo presentato all’inizio dell’estate del 2019 dall’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Chiunque, davanti ad un quadro del genere, e ricordando i continui richiami del capo dello Stato Sergio Mattarella a fare presto, si sarebbe aspettato di leggere la notizia dell’ennesimo rinvio della discussione generale su tutti i giornali di ieri. Ed invece nulla. A parte Il Riformista che ha dedicato l’apertura al rinvio della discussione in Commissione giustizia sulla riforma del Csm e sulla magistratura, silenzio totale. Non c’è una riga su Corriere della Sera e Repubblica, che cavalcarono il Palamaragate nell’estate del 2019, non c’è una riga sul Fatto Quotidiano, sempre molto attento a questi temi e sul quale scrivono un numero considerevole di magistrati, sia in servizio che in pensione, e non c’è una riga su quei giornali di destra che dovrebbero avere il dente avvelenato nei confronti delle toghe dopo il trattamento ormai trentennale riservato dalle Procure del Paese a Silvio Berlusconi e, ultimamente a Matteo Salvini e ai vari governatori leghisti, ad iniziare da quello della Lombardia Attilio Fontana, fresco di rinvio a giudizio a Milano per i camici donati allo scoppio della pandemia. A dirla tutta, comunque, un articolo su quanto accaduto in Commissione giustizia c’è. È su Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Avvenire ha dedicato al rinvio un editoriale in prima pagina dal titolo “Vietato non rifare il Csm”, proprio di fianco all’articolo con foto della visita di papa Francesco a Cipro. Che il giornale dei vescovi si interessi a temi “terreni” sorprende alquanto. Ma il motivo è ben spiegato nel pezzo: “Senza nulla togliere alle riforme del processo penale e civile, si può dire che la riforma del Csm è la “vera” riforma della giustizia”. “Senza una magistratura – prosegue – libera dal correntismo, dal protagonismo di alcuni suoi membri, e dall’appannamento della sua immagine agli occhi dei cittadini non avremo mai un sistema in grado di fornire un buon servizio ne di infondere fiducia agli investitori stranieri”. Più chiaro di così era difficile. Avvenire ricorda poi ai suoi lettori il potere del Csm in tema di assunzioni, promozioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari dei magistrati. Un Csm “ostaggio delle correnti”, come affermato proprio al Riformista nelle scorse settimane dal giudice Andrea Reale, esponente di Articolo 101, il gruppo anticorrenti. Il problema principale, a parte i tempi che si trascinano, riguarda la ministra della Giustizia Marta Cartabia. La Guardasigilli ha intenzione di affidarsi al testo messo a punto dalla Commissione di studio presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani. Si tratta di riforme, come quella per l’elezione dei componenti togati del Csm, che “daranno ancora più potere alle correnti” hanno fatto sapere gli esponenti di centro destra in Commissione giustizia alla Camera, ad iniziare dal forzista Pierantonio Zanettin. “Meglio non toccare nulla e lasciare le cose come stanno piuttosto che approvare una riforma del genere”, ha detto Zanettin. Purtroppo il futuro non sembra riservare nulla di buona. Con la beffa che il testo possa essere approvato a “scatola chiusa”, con il voto di fiducia, seguendo una prassi consolidata del governo Draghi. Ieri il vice presidente del Csm David Ermini è tornato sull’argomento. “Spero che il Parlamento approvi in tempi assolutamente celeri la riforma del Csm”, ha detto Ermini. Paolo Comi

Toga Pride. È il giornalismo giustizialista che fa i magistrati forcaioli, non il contrario. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 25 Novembre 2021. Grazie alla legittimazione dei media, sia televisivi che cartacei, i giudici militanti ricevono una consacrazione che, in altri tempi, non sarebbe stata pensabile. E sono spinti a sostenere cose che, se fossero al bar, si vergognerebbero di dire. Forse è tempo di rivedere almeno in parte il ragionamento di denuncia che pur giustamente si è fatto sul rapporto perverso tra magistratura militante e giornalismo ad essa associato: e di precisare che non si è trattato di connubio, ma di filiazione. L’intimidazione giudiziaria, l’abuso inquirente, lo strapotere del contro-governo delle Procure della Repubblica, erano, e rimangono, meno fenomeni originari che creature della legittimazione giornalistica. E non nel senso che non ci fossero già prima della trasformazione dei giornali e delle televisioni in una perenne ribalta Toga Pride, ma nel senso che senza quell’accreditamento mediatico sarebbero rimasti al rango di una comune malversazione. Trent’anni dopo, la requisitoria contro l’innocente qualificato «cinico mercante di morte» sarebbe stata reiterata dal palcoscenico quotidianamente offerto dal giornalismo procuratorio agli influencer della magistratura combattente, quelli che non ascolterebbe nessuno se dicessero al bar, o in famiglia, o alla scorta, che gli assolti sono colpevoli che l’hanno fatta franca o che un po’ di galera per gli innocenti è dopotutto fisiologica: ma lo dicono in televisione, o sui giornali che senza perplessità incassano e rilanciano quegli spropositi.

Si potrebbe obiettare che chi arresta è infine il magistrato, non il giornalista che gli regge il microfono e ne canta le gesta. Ma l’errore è proprio in questa obiezione: perché la vera pericolosità dell’arbitrio, della violenza del potere, dell’abuso, non sta nel fatto che siano commessi ma nella circostanza che siano legittimati. E l’illegalità giudiziaria non si legittima da sola, ma nel battesimo giornalistico. 

Il protagonismo dei magistrati è una sindrome che non si cancella. Riscattare un periodo nero come questo, dal caso Palamara ai veleni della Procura di Milano. Fabrizio Rizzi su Il Quotidiano del Sud il 25 Novembre 2021. Che Mani pulite fosse un’inchiesta nella quale confluissero umori di un paese che non aveva mai visto un’azione profonda dei Pubblici ministeri, lo si sapeva. Quello che non si sapeva è che il protagonismo dei magistrati arrivasse a punti estremi, toccando i tasti più forti della democrazia. Malgrado siano trascorsi circa 30 anni, realizzare un bilancio sembra prematuro, acerbo, al limite non attuale. Ci fu un tempo in cui lo schieramento di telecamere, o apparecchi fotografici, dentro i corridoi delle Procure, veniva bollato come l’apparizione del circo mediatico, da allora quell’espressione è diventata calzante, nessuno ne ha più contestato l’origine ed è entrata nel lessico. Ma sul protagonismo, che non ha mai cessato di esistere, il discorso sarebbe lungo e viziato da spinte politiche. Di sicuro, però, è una sindrome che non si cancella, magari è sgualcita, ma è rimasta come appiccicata, come qualcosa che non si può lavare tanto facilmente.  Il presidente della Repubblica ne ha parlato alla cerimonia per il decennale della Scuola, superiore di magistratura a Villa Castelpulci, a Scandicci. C’erano ovviamente altre personalità del mondo giudiziario, dalla Guardasigilli, Marta Cartabia al vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini. E di fronte a questi “numeri 1” della giustizia ha lanciato un monito. Primo, fra tutti, la necessità di una riforma del Csm. Secondo, ritrovare il vigore ed evitare protagonismi. Soprattutto per riscattare un periodo nero come questo, con una serie di scandali dal caso Palamara ai veleni della Procura di Milano, che non hanno recato segnali positivi. Per il Capo dello Stato, “le vicende registrate negli ultimi tempi non possono e non devono indebolire l’esercizio della funzione giustizia – essenziale per la coesione di una comunità – attività svolta quotidianamente con serietà, impegno e dedizione negli uffici giudiziari. Se così non fosse, ne risulterebbero conseguenze assai gravi per l’ordine sociale e per l’assetto democratico del Paese”. Un punto questo approfondito anche da David Ermini. “Dimostrare esercitando la giurisdizione in modo indipendente e imparziale che la magistratura non è quella degli scandali ma è quella che rende giustizia al servizio della collettività”. Il presidente Mattarella ha comunque sottolineato l’esigenza della riforma del Csm. Ed ha incalzato: “Il dibattito sul sistema elettorale dei componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme che, poste a tutela della composizione elettorale sono state talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge”. Per cui ha aggiunto, “è indispensabile che la riforma venga al più presto realizzata tenendo conto dell’appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore. Non si può accettare il rischio di dover indire le elezioni con vecchie regole”.

DAL PRESIDENTE MONITO SUI FONDI PNRR

Il Capo dello Stato ha lanciato un monito sui fondi Pnrr durante una cerimonia che si è svolta al Quirinale. Mattarella ha chiesto di “usare bene i fondi del Pnrr, ma, parlando sempre ai referendari di nuova nomina della Corte dei conti, ha chiesto anche di avere “attenzione alla corruzione”.

DEM, DEBUTTO DEI 5 STELLE ALLE AGORÀ

Chi si aspettava un flop alle agorà dei Dem, è rimasto deluso. Non c’è nessun sfaldamento. Anzi, c’è stato un debutto di alta valenza politica. Enrico Letta aveva esplicitamente legato l’ingresso nel campo largo di centrosinistra alla partecipazione alle agorà. Aveva detto che per partecipare bisognava soltanto pagare 1 euro. Ma da allora il progetto di avvicinamento ha subito degli strappi. E soprattutto ci sono state delle fermate dopo le intemerate della Leopolda. Appare ormai impossibile che Italia Viva possa rientrare nel perimetro del Campo largo. Dai 5 stelle ci si attendeva un segnale, che è arrivato con la presenza di una esponente di spicco del movimento. Un dato, sottolineano, che conferisce al M5s un’immagine di un partito in movimento. Dall’elezione del segretario Letta il Pd è impegnato in un rovesciamento del paradigma della presenza femminile in politica, iniziata con l’elezione delle due capigruppo di Camera e Senato. Già si conta il risultato: “Nel Pnrr siamo riusciti a mettere la clausola di premialità obbligatoria sul lavoro femminile, un passaggio fondamentale”. Ma, incalza, c’è ancora molto da fare.

Le Iene contro il Csm: "Pericoloso attacco dalla magistratura", il caso che terremota Mediaset. Libero Quotidiano il 20 novembre 2021. Il Consiglio superiore della magistratura contro Le Iene. A spiegare quanto accaduto è Davide Parenti, autore del programma in onda su Italia 1: "Sta accadendo qualcosa che consideriamo un pericoloso attacco al diritto di cronaca: il Csm ci accusa di aver riportato una 'versione dei fatti assolutamente faziosa e non corrispondente alla realtà' che ha travalicato 'i limiti di una serena e obiettiva cronaca e critica dei provvedimenti giudiziari'". Il caso è quello di Carlo Gilardi, l'anziano chiuso in una casa di cura senza la sua volontà. "Carlo - spiega Parenti in una lettera al Fatto Quotidiano - non è un ladro. È un benefattore di 90 anni, un uomo facoltoso, senza figli o eredi diretti. Nel 2017 è stato sottoposto ad amministrazione di sostegno e da quel momento non ha più potuto disporre del suo patrimonio". Un mese prima di essere portato nella casa di riposo, il signore ha denunciato la sua amministratrice, con l'accusa di avergli sottratto indebitamente 40 mila euro. "Con quella denuncia Carlo manifestava la sua più grande paura". Quale? "Stanno cercando di farmi dichiarare incapace di intendere e volere al solo fine di poter gestire liberamente i miei soldi e proprietà". Una vicenda su cui Le Iene hanno cercato di fare chiarezza, scoprendo che nessuno ad oggi può andare a trovare Carlo. Gli stessi cugini per questa ragione hanno fatto un esposto in Procura e un ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'uomo. Ma Carlo è ancora nella Rsa, isolato. "Le novità che ci riguardano - conclude l'autore - sono un rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Barra (sua nuova amministratrice) e il duro comunicato del Csm che ci accusa persino di aver 'scatenato una scia d'odio sui social network' contro la Barra e la Giudice tutelare Paganini".

A processo c’è la figlia di un magistrato. E le prove spariscono: «Il cd è esploso». Paolo Biondani e Andrea Tornago su L'Espresso il 17 novembre 2021. L’esame del Dna ignorato. Le foto della polizia scomparse. La causa civile decisa dai colleghi della toga interessata, che ha aperto un trust per salvare il patrimonio di famiglia. E i genitori di una vittima ora si appellano alla Corte Europea. Ho fiducia nella giustizia. Lo dicono tutti i cittadini perbene, e perfino qualche malintenzionato, quando si trovano coinvolti in guai giudiziari. E hanno ragione. Perché nelle democrazie nessuno è al di sopra della legge. E la macchina della giustizia è organizzata per auto-correggersi: ci sono tre gradi di giudizio, ogni sentenza va motivata e ricontrollata da altri magistrati per ridurre al minimo gli errori. Questo articolo dell’Espresso, infatti, pone solo una domanda: come facciamo a spiegare al signor Giorgio Tindaci e a sua moglie Lorenza che devono avere ancora fiducia nella giustizia? I due coniugi hanno perso il loro unico figlio, Mattia, a 18 anni, in un terribile incidente stradale. Vivono a Padova, hanno un negozio d’abbigliamento nel centro storico. Il loro caso giudiziario, iniziato 16 anni fa, non si è ancora concluso. Un «calvario legale», lo definiscono, che li tiene inchiodati a quel lutto incancellabile. La sera del 5 aprile 2005 Mattia è in macchina con quattro coetanei. Erano partiti da Padova sull’auto di Francesca, l’unica ragazza. In provincia di Treviso, lei cede il volante a un amico e si siede di fianco al guidatore, in braccio a un altro ragazzo, Alessandro. Sono le 23 circa. Fuori dai centri abitati, in località Riese Pio X, l’auto sbanda e si schianta contro un platano. Tre ragazzi muoiono sul colpo. Con Mattia perdono la vita i fratelli Vittorio e Nicola De Leo, figli di uno psichiatra di fama internazionale. Francesca e Alessandro restano feriti, lui gravemente, ma si salvano. I fatti che nessuno contesta si esauriscono qui. La sciagura divide subito le famiglie. Quella notte nessuno avverte i genitori di Mattia, che cominciano a preoccuparsi quando vedono arrivare un’auto della polizia a casa del professore, che è un loro vicino. Allora scendono in strada, chiedono inutilmente di Mattia, lo chiamano al telefonino. In preda all’angoscia, iniziano un viaggio della disperazione tra gli ospedali veneti. E trovano la salma del figlio all’obitorio di Castelfranco Veneto, dove già sono presenti gli altri genitori. La signora Lorenza dice di non poter dimenticare le parole che le avrebbe detto in un successivo colloquio il padre di Francesca, forse per spiegare il silenzio delle autorità: «Il vostro era il figlio meno importante». Una frase infelice, che ai genitori di Mattia, oggi, sembra quasi un sigillo del destino giudiziario che li attende. Dei cinque ragazzi, l’unica con la patente era Francesca, che è figlia di un chirurgo ortopedico, Antonio Volpe, e di un’importante giudice penale di Venezia, Marta Paccagnella, che ha lavorato in tribunale e in corte d’appello. A indagare è la Procura di Treviso. Il rapporto della locale polizia stradale identifica il conducente in Mattia Tindaci, che aveva il foglio rosa. A confermarlo è proprio Francesca. Ma i genitori di Mattia non ci credono, spiegano che aveva passato solo il test scritto, «ma non aveva mai guidato un’auto». E aggiungono che uno dei soccorritori avrebbe fatto il nome di un altro dei giovani deceduti, anche lui col foglio rosa. A quel punto il pm, Giovanni Valmassoi, ordina un esame del Dna sulle tracce di sangue trovate sulla cintura del guidatore. La consulenza, affidata alla dottoressa Luciana Caenazzo dell’Istituto di medicina legale di Padova, esclude con certezza che il materiale genetico fosse di Mattia. Quindi il magistrato archivia il caso con un verdetto dubitativo, stabilendo solo che il guidatore era uno dei ragazzi morti. E formula invece un’accusa di omesso controllo a carico di Francesca Volpe, per aver affidato a un giovane senza patente la sua auto di famiglia, di proprietà del padre. La ragazza confessa di aver sbagliato e ottiene il patteggiamento. Poi si aprono i processi civili, in un clima di guerra tra famiglie in lutto. Se il guidatore è senza patente, le assicurazioni possono rifiutare i risarcimenti: chi perde la causa, rischia un disastro economico. I genitori di Mattia, assistiti dagli avvocati Vieri e Francesca Tolomei, evidenziano in tutte le fasi l’importanza della prova del Dna. Ma la sentenza di primo grado, emessa da un giudice singolo (monocratico) di Treviso, non ne tiene conto. Il test genetico non viene ripetuto né contraddetto. E il verdetto identifica comunque Mattia come guidatore, evidenziando solo gli elementi contrari. In secondo grado, i giudici di Venezia ordinano finalmente un nuovo esame del Dna, alla stessa dottoressa Caenazzo. L’esperta però risponde che è impossibile rifarlo, perché il materiale genetico era scarso ed è stato consumato nel test precedente. Visto che nessuno lo ha contestato, gli avvocati della famiglia Tindaci chiedono di confrontarlo con il Dna dei genitori dei due fratelli De Leo, che correttamente si dichiarano pronti. Invece la corte d’appello, con una mossa a sorpresa, dichiara la causa matura per la decisione. E il 10 aprile 2019 conferma la condanna dei familiari di Mattia. Anche Francesca Volpe e suo padre (come proprietario dell’auto) vengono obbligati a rimborsare le vittime. Ma nel loro caso sono assistiti dall’assicurazione, che copre l’intero danno. Per cui padre e figlia, nonostante il patteggiamento, non sborsano nulla. Ad aggravare il senso d’ingiustizia, per i genitori di Mattia, è il giallo delle fotografie. Nel gennaio 2013, otto anni dopo l’incidente, un agente della polizia stradale rivela in tribunale di aver scattato, stampato e riversato su un cd le foto delle vittime, con il volto del guidatore. Una circostanza ignorata dal pm. I genitori di Mattia riescono a farsi autorizzare la ricerca di quelle foto solo cinque anni dopo, dai giudici d’appello. L’indomani papà Tindaci si presenta con l’avvocato nella sede della polizia di Treviso. E registra un agente dell’ufficio incidenti mentre spiega, imbarazzato, che il cd non c’è più: è «esploso» dentro un computer, durante un tentativo di lettura. E le foto su carta? Sparite anche quelle. Un altro agente le ha cestinate perché «il fascicolo era troppo grosso e non ci stava nell’armadio». Nel febbraio 2018 i genitori di Mattia denunciano alla Procura di Treviso la sparizione delle foto: l’esposto viene presentato da un avvocato di Bologna, Mariano Mancini, perché non si trova un penalista veneto disposto a firmarlo. Il capo della Procura, in quel momento, è Michele Dalla Costa, che è il marito di Ippolita Ghedini, l’avvocata che assiste Francesca (la figlia della giudice penale) nelle cause civili. Della denuncia però si occupa un altro magistrato, per cui non esistono problemi di astensione. Alla fine il pm esclude reati: non ci sono prove di distruzione «intenzionale». Il 15 novembre 2019 il gip di Treviso, Piera De Stefani, convalida l’archiviazione, segnalando però «scarsa diligenza e perizia» nelle indagini di polizia e «profili opachi nella trasmissione e conservazione dei dati». Come la prova del Dna, anche la scomparsa delle foto non ha ripercussioni sulle sentenze civili. Ben diverso è il trattamento della principale prova a carico di Mattia: una ricostruzione firmata da Francesca Volpe nell’ottobre 2005, quando era ancora indagata, in una lettera di scuse indirizzata ai genitori dei fratelli De Leo. Nei processi penali l’imputato ha diritto di tacere, ma se accusa altri deve farsi contro-interrogare. Francesca invece non è stata sentita neppure dopo il patteggiamento. Nel gennaio 2006, infatti, il suo penalista, il professor Piero Longo, ha spiegato agli inquirenti che la sua assistita, «secondo l’opinione dei medici curanti, versa in una situazione di preoccupante instabilità psicologica dovuta al trauma emotivo dell’incidente», per cui è «fortemente inopportuno costringerla a rivivere un lutto che non ha superato». Ora, dopo altri due anni perduti nel tentativo di ottenere una revisione della sentenza d’appello, i genitori di Mattia affidano le loro ultime speranze alla Cassazione. E chiedono di far intervenire la Corte di giustizia europea. Il ricorso elenca tutte le incongruenze del caso, segnalando che l’unica perizia fu affidata a un ingegnere, non a un medico legale, senza disporre autopsie e neppure una radiografia. In questo quadro, i legali sottolineano che la madre di Francesca era giudice dello stesso distretto di corte d’appello (e dunque collega) dei magistrati che hanno deciso tutte le cause. E dal 2008 al 2012 è stata eletta nel consiglio giudiziario, l’articolazione locale del Csm, che ha poteri di valutazione su tutte le toghe del distretto. Almeno nel 2011, tra i magistrati esaminati, c’era anche il giudice di Treviso che decise la prima sentenza civile. Mentre il verdetto d’appello è firmato solo da uno dei tre giudici del collegio, come presidente, relatore ed estensore. Per collegare la magistrata penale, da poco in pensione, alle cause civili, gli avvocati allegano l’atto costitutivo di un trust: un fondo costituito da Antonio Volpe e Marta Paccagnella il 5 giugno 2007, poco dopo la prima citazione civile contro lui e la figlia. Il trust è sottoposto alle norme dell’isola di Jersey, gestisce due proprietà immobiliari e le rende «non aggredibili dai creditori». A beneficiarne, a 30 anni, saranno i tre figli, tra cui Francesca. Detto questo, i legali chiedono alla Cassazione e alla Corte europea di imporre nuove regole di imparzialità dei magistrati, per impedire che le cause che coinvolgono i familiari di un giudice possano essere decise da colleghi dello stesso distretto, almeno quando l’interessato fa parte del consiglio giudiziario. Per i genitori di Mattia, «è una questione di giustizia che riguarda tutti». L’Espresso, per chiarire il caso, ha inviato domande dettagliate all’ex giudice Paccagnella. Che ha risposto precisando, prima di tutto, di «non essere mai stata parte in causa nei procedimenti penali e civili», che hanno coinvolto solo sua figlia e «l’ex marito», da cui si era separata già nel 2004. Ha chiarito che il trust fu costituito «in vista del divorzio e nel totale rispetto della normativa italiana». E ha fatto notare che «mia figlia e suo padre non hanno pendenze debitorie verso alcuno», in quanto «la compagnia assicuratrice ha già risarcito gli interessati», per cui le cause in corso riguardano da tempo «solo le altre parti». Che «la famiglia Volpe era tenuta comunque a risarcire», per cui era «indifferente chi fosse alla guida». Sulla prova del Dna, l’ex magistrata difende i giudici civili osservando che l’auto era distrutta, i corpi delle vittime furono estratti a fatica, per cui «non vi poteva certo essere alcun automatismo nell’attribuzione di una traccia di sangue, ovunque rilevata». E aggiunge che «degli sfortunati ragazzi, solo Mattia ha riportato la frattura della clavicola sinistra, che è tipica del conducente con la cintura». Sul consiglio giudiziario, l’ex giudice smentisce qualsiasi manovra: «Non dispongo più degli atti e non ricordo i nomi dei magistrati che furono valutati, ma se qualcuno mi avesse segnalato ragioni di opportunità, di certo mi sarei astenuta».

La campagna per la raccolta firme. Il flop del referendum sulla giustizia. Alberto Cisterna su Il Riformista il 17 Novembre 2021. La sorte dei referendum sulla giustizia è appesa a un filo. Inutile far finta di nulla. L’aver trasformato la campagna per la raccolta delle firme in un vaniloquio sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare non può essere e non sarà forse dimenticato facilmente dalla pubblica opinione. La scelta di non procedere al deposito delle sottoscrizioni in Cassazione e l’aver affidato la celebrazione dei referendum alla richiesta di cinque Consigli regionali di centro-destra è un colpo, non da poco, alle chance di raggiungere il quorum di partecipazione al voto primaverile del 2022 del 50% degli aventi diritto. Se per dirne una a Roma, per l’elezione del sindaco, ha preso parte alle votazioni meno della metà degli elettori romani (48,54%), non si vede perché ci sarebbero da attendere clamorose mobilitazioni per accorrere al voto su complicati quesiti referendari percepiti ormai come a sola trazione leghista. Punto e capo, forse. Difficile dire se sia un bene o un male. Certo le speranze di quanti contavano in un’accesa campagna referendaria per poter sviluppare un dibattito più ampio sulle questioni della giustizia da canalizzare, poi, nelle aule parlamentari a prescindere dalla sorte dei quesiti, rischiano una grande delusione. Se si affievoliscono i margini di vittoria del fronte del sì, è chiaro che la scelta di tanti sarà l’inabissamento, una coltre di silenzio su tutto. Eppure la stessa Associazione nazionale magistrati si era detta disponibile al confronto, anticipando l’intenzione di rendere il proprio punto di vista ai cittadini in una campagna informativa capillare. Sarebbe stata un’occasione di confronto importante per testare in corpore vivo i sentimenti e le opinioni della gente e farsi un’idea meno vittimistica o meno ottimistica del consenso popolare. L’idea di un flop alle urne potrebbe smorzare ogni entusiasmo da una parte come dall’altra e far mancare al Parlamento l’occasione per riprendere in mano il fil rouge delle riforme sulla giustizia, al momento paralizzato dalle esigenze del Pnrr e dall’iniziativa governativa per darvi sfogo. L’unica vera battaglia che si profila all’orizzonte è quella per la riforma del sistema elettorale del Csm. Le frizioni tra le correnti dei magistrati sono già emerse e non sarebbe male ricordare ai protagonisti del dibattito la lezione fondamentale impartita da John Rawls, anche in tema di legge elettorali, il quale ammoniva che il decisore dovrebbe poter decidere sotto un velo di ignoranza, in quanto non dovrebbe conoscere quale sia la sua posizione nella società. E ciò gli permetterebbe di avvicinarsi al criterio del maximin, cioè quello che conduce alla decisione che produce il maggior risultato utile dalla peggiore situazione possibile. Al momento si dispone di un sorta di nebuloso obiettivo politico secondo cui la riforma dovrebbe puntare ad attenuare o addirittura cancellare il peso delle correnti nella scelta e nell’elezione dei componenti del Csm. Su questo, a parole, sono tutti disponibili, ma ciascuno immagina un percorso che possa tornargli vantaggioso o, comunque, penalizzarlo al minimo. Insomma tutti vogliono sapere, all’incirca, come andrà a finire nel luglio 2022 quando si voterà per Palazzo dei Marescialli. Comprensibile. Solo che occorre tener conto di una variabile a oggi del tutto fuori controllo: l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Un secondo mandato a Mattarella non è detto che garantirebbe lo status quo e darebbe continuità al sistema attuale. Il Quirinale si è mosso in una condizione di estrema difficoltà in questi anni e ha visto fischiare le pallottole dello scandalo Hotel Champagne fino a un passo dal colle più alto. Non è detto che gradisca una legge elettorale conservativa o continuista. Proprio perché ha assistito alla dissoluzione di un pezzo del Sistema, non è detto che si senta rassicurato dalla montagna di polvere messa sotto lo zerbino per altre questioni. Il contatto diretto con Draghi e, soprattutto, con la Cartabia potrebbe spingerlo a chiedere un intervento molto più radicale di quello assemblato dalla Commissione Luciani. Se, invece, avremo un presidente diverso allora lo scenario non è in alcun modo prevedibile. Banale dirlo, ma dipende da chi sarà il prossimo inquilino del Colle che, si ricordi, è anche il capo del Csm. Insomma se il presidente dovesse parlare e intervenire sulla legge elettorale del Csm lo farebbe non a sproposito, ma nella precisa consapevolezza che si starebbero fissando le regole di un consesso che egli presiede e del cui regolare e trasparente funzionamento è direttamente responsabile. Difficile già in altri campi sottrarsi alla sua moral suasion figuriamoci qualora interloquisca dallo scranno della più alta magistratura della Repubblica. Ecco sarebbe indispensabile e doveroso fornire al prossimo presidente un quadro serio e il più possibile sincero della condizione della giustizia nel Paese; di ogni giustizia, si badi bene, non solo di quella penale più direttamente presa di mira dai referendum. Una volta si chiamavano Stati generali. Non un convegno, né un dibattito, ma la chiamata a raccolta delle posizioni di ciascuno per dare al decisore politico il più fedele quadro della situazione. Insomma tutto tranne che propaganda. Alberto Cisterna

Cassese alla Leopolda: «La magistratura è diventata uno Stato nello Stato». Renzi applaude all'intervento sulla giustizia di Costa (Azione) e commenta: «Non riesco a capire come alle prossime elezioni potremo andare divisi». Rocco Vazzana su Il Dubbio il 21 novembre 2021. «Il garantismo sta al giustizialismo come la democrazia sta alla dittatura». È il giorno dedicato alla giustizia alla Leopolda e Matteo Renzi introduce così l’argomento. Sul palco si alternano oratori “tecnici”: Enrico Costa, Annamaria Bernardini de Pace, Gian Domenico Caiazza, Sabino Cassese, Carlo Nordio, Alessandro Barbano. Il primo a prendere il microfono è  Enrico Costa, deputato di Azione, che si scaglia contro il processo show che trasforma in sentenza le indagini preliminari. «Provate a pensare alle conferenze stampa, sono inchieste presentate come dei film: abbiamo i protagonisti, che sono i pm, e persino i trailer». Questo grazie al recepimento della direttiva sulla presunzione d’innocenza «tutto questo non sarà più possibile», dice. «Oggi la sentenza è quella conferenza stampa, quel titolo di giornale che si diffonde in rete. La sentenza vera arriverà dopo anni, quando non interesserà a nessuno», dice Costa, convinto che invece il compito dello Stato sia quello di «garantire al cittadino quando esce da innocente da un processo penale di essere la stessa persona» che era prima del processo, dice, guadagnandosi il plauso del padrone di casa, che a fine intervento commenta: «Non riesco a capire come alle prossime elezioni potremo andare divisi», scandisce Renzi, anticipando il probabile contenitore centrista che potrebbe vedere insieme Italia viva, Azione e parte di Forza Italia insieme. Poi tocca al presidente delle Camere penali italiane, Gian Domenico Caiazza, prendere il microfono: «La riforma Cartabia non basta. Anzi, vediamo ritardi gravi a affrontare le questioni della giustizia penale. A partire dalla necessità di riequilibrare i poteri dello Stato. Uno dei tre, quello giudiziario, ha esondato dai propri limiti costituzionali, è in grado di determinare la vita politica anche solo con un’iscrizione nel registro degli indagati», esordisce il leader dei penalisti. «Questo è il punto cruciale», aggiunge. E per per riequilibrare quel potere «bisogna fare una riforma radicale dell’ordinamento giudiziario. Non è il sistema elettorale», che cambia le cose, «ma la responsabilità professionale. Un magistrato deve rispondere di ciò che compie, un potere così importante irresponsabili squilibra tutto. Devi rispondere dei risultati che hai ottenuto. Devi rispondere di aver condizionato l’esito di un governo senza una ragione. Devi rispondere di questo. E dobbiamo capire insieme come si possa fare. Dobbiamo anche intervenire su un altro dato anomalo: ad ogni governo vengono distaccati più di 200 magistrati. C’è una commistione fisica tra il potere giudiziario e quello esecutivo. Non accade in nessun paese del mondo. Dobbiamo recuperare i principi liberali del diritto penale: un complesso di regole. Chi interviene sulla nostra libertà deve risponderne». Ma è il costituzionalista Sabino Cassese a scaldare più di ogni altro la platea della Leopolda, che inizia a parlare sciorinando dati: «C’è un arretrato di sei milioni di procedure. la fiducia della popolazione italiana nella giustizia si è quasi dimezzata negli ultimi 10 anni», dice. «C’è una crescente domanda di giustizia non soddisfatta, ci sono sei milioni che attendono giustizia. È un dato fondamentale per capire la crisi della giustizia». Una crisi dovuta soprattutto all’iperattivismo di alcuni magistrati, più interessati alla “pubblicità” delle proprie inchieste che all’amministrazione della giustizia in sé. «La Costituzione prevedeva uno scudo per evitare la politicizzazione della giustizia e preservare l’indipendenza dei magistrati. Ma in una lenta azione interpretativa l’indipendenza è diventata autogoverno». Così le toghe si sono trasformate in una «sorta di Stato nello Stato. Basti pensare al fatto che il Csm non fornisce i dati dei propri dipendenti al Mef perché pensa di essere indipendente. C’è uno Stato nello Stato che si è venuto a creare negli ultimi anni. Si sta verificando un fenomeno opposto a quello pensato dai costituenti: si è sviluppata una politicizzazione endogena, all’interno della magistratura. Quindi i poteri, invece di essere separati sono concentrati all’interno dell’ordine giudiziario». Ad evidenziare lo strapotere dei magistrati anche Carlo Nordio, già procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Venezia. «Il pubblico ministero italiano è l’unico organismo al mondo che ha un potere immenso senza nessuna responsabilità, in base all’obbligatorietà dell’azione penale che è diventata in realtà un libero arbitrio, lui indaga su chiunque, come vuole e quando vuole, senza rispondere a nessuno perché gode delle stesse guarentigie del giudice. È una cosa demenziale», ha affermato in collegamento con la Leopolda. «Il pm – ha aggiunto – è arbitro assoluto nel decidere cosa e importante e cosa no nell’indagine anche se questi atti non hanno nessuna rilevanza. Può succedere allora come nel caso Open che si producano, nella piena legalità, 90.000 pagine. Che poi qualcuno abbia indicato a un giornalista le pagine più succulente questo è un altro discorso». Secondo l’ex magistrato ,«i rapporti tra stampa e magistratura avvengono perché nessuno vigila sul mantenimento del segreto istruttorio e guarda caso certi giornali amici vengono a conoscenza di notizie. I magistrati vengono poi ripagati dai giornalisti attraverso una incensazione che spiana una futura carriera politica». Ad Alessandro Barbano tocca il compito di raccontare il cortocircuito sulla giustizia che riguarda invece l’informazione, «la gogna anticipata, la condanna anticipata». Ridurre il problema della giustizia al rapporto tra magistratura e politica «non è che la punta dell’iceberg», dice, «perché la giustizia è la più potente macchina di dolore umano presente in questo paese». E poi ammonisce anche a non cadere nella retorica dell’antimafia secondo cui sotto «l’ombrello della legalità si nasconde sia solo il bene. Un diritto penale liberale non confisca proprietà a cittadini innocenti o addirittura assolti. Un diritto penale non può contenere nel suo ordinamento l’ergastolo ostativo che concede la liberazione dopo 30 anni solo se hai collaborato attivamente coi pm».

La Giustizia è uno Stato a parte. Perché è proibito conoscere i dati delle Procure: renderli noti provocherebbe un terremoto. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 21 Novembre 2021. Fa molto bene l’onorevole Enrico Costa a chiedere con ripetute interrogazioni parlamentari accesso ai dati statistici sulla amministrazione della giustizia; ma non li avrà. Non tutti, almeno, non quelli che ha chiesto. I penalisti italiani sono da sempre persuasi della centralità di questo tema. Impossibile discutere in modo serio e non ideologico di amministrazione della giustizia, di durata dei processi, di uso o abuso della custodia cautelare, di efficacia delle indagini, senza accesso alle statistiche dei vari uffici giudiziari. Perché dovete sapere che questo accesso è tutt’ora precluso a noi cittadini e allo stesso Parlamento. Conosciamo solo i dati che i detentori degli stessi -cioè Procure, Tribunali, Corti– decidono di rendere noti. Cosa che di norma avviene nel corso delle famose cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. Vi dico di più: nemmeno il Dipartimento Statistiche del Ministero li possiede tutti, almeno fino a quando i sistemi di archiviazione non saranno unificati e centralizzati. In altri termini, fino a quando il Ministero non sarà nella condizione tecnica e strutturale di acquisire i dati in via autonoma, senza doverli chiedere alle singole Procure o Corti di Appello. Che li forniscono, quando richiesti, se, quando e nella misura in cui riterranno di volerlo fare. Perciò fino a quando si tratta di dati molto generali (quante assoluzioni, quante condanne, quante prescrizioni), nulla quaestio. Ma provate a chiedere dati più specifici, più articolati, più diretti, e vi troverete a sbattere contro un muro invalicabile. Ovviamente non parliamo di dati sensibili, cioè di informazioni sui procedimenti: ci mancherebbe altro. Quella è la favoletta con la quale si giustifica l’omertà. Parliamo sempre e solo di statistiche. Faccio qualche esempio. Quante richieste di misure cautelari, personali o reali, vengono ogni anno formulate dai P.M. ai GIP, e soprattutto, in quale percentuale vengono accolte o respinte? Quante sono le richieste di intercettazioni telefoniche o ambientali avanzate dalle Procure, e in quale misura vengono accolte o respinte? Quale obiezione può seriamente opporsi a una simile, banale richiesta? Nessuna ovviamente. Puro dato statistico. Ma non c’è verso di saperlo. Eppure, basterebbero un paio di clic. Se ottenessimo risposte a richieste così banali e legittime, potremmo tutti discutere in modo più serio di terzietà del giudice (delle indagini preliminari, in questo caso); in termini generali, cioè su base nazionale, e per singolo distretto giudiziario. In tale ultimo caso creandosi la possibilità di valutare eventuali anomali discostamenti dalla media nazionale. Non parliamo poi di dati volti a ricostruire produttività e qualità professionale dei singoli giudici. Quante sentenze di quel singolo giudice sono state riformate nei gradi successivi, e con quale percentuale di scostamento dalla media nazionale? Sarebbero dati preziosi, indispensabili al momento della valutazione quadriennale di avanzamento delle singole carriere. Qui non invocheremmo, sia ben chiaro, giudizi popolari o mediatici. Dati così importanti sarebbero riservati alla valutazione degli organi preposti al giudizio di professionalità. Sarebbe senza alcun dubbio agevole costituire fascicoli informatici che raccolgano le statistiche di ciascun magistrato, in modo da rendere pertinenti ed effettivi i giudizi di professionalità. Ma non c’è verso. Si è consolidata una idea proprietaria delle statistiche giudiziarie, che invece dovrebbero essere messe a disposizione della collettività. Siamo tutti in fervida attesa della prudente ostensione di queste informazioni, selezionate e comunicate con solenne e condiscendente arbitrio in occasioni delle cerimonie annuali. Nemmeno veniamo informati dei criteri con i quali i dati vengono raccolti e selezionati. Non è affar nostro. Dodici anni fa l’Unione delle Camere Penali, d’intesa con l’Istituto Eurispes, decise di analizzare statisticamente ciò che avveniva nelle udienze di primo grado, per comprendere con oggettività le vere cause della lentezza dei processi. Bastò questo per sovvertire e definitivamente affossare la vulgata ufficiale delle troppe garanzie difensive, che si diceva causassero quei ritardi. I processi durano troppo perché i sistemi di notifica degli atti sono catastrofici; perché non si riesce a citare i testimoni; perché la Polizia giudiziaria molto spesso non risponde alla citazione per impegni dei suoi agenti; perché i fascicoli impiegano mesi o anni per migrare da un ufficio all’altro; e così via discorrendo. Altro che eccesso di garanzie! Ora abbiamo ripetuto quella ricerca, e stiamo per pubblicarla. Ma i dati sulle indagini, sull’effettivo vaglio critico degli uffici GIP rispetto alle richieste dei P.M., sugli esiti delle indagini, quelli non possiamo conoscerli. Provate a chiedervi perché, e datevi una risposta. Sensata, per cortesia.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Costa: «Ora verità sui numeri dei flop processuali di pm e giudici». Il deputato di Azione presenta un'interrogazione parlamentare alla ministra Cartabia per chiedere maggiore trasparenza sui dati della Giustizia.  Valentina Stella su Il Dubbio il 18 novembre 2021. Trasparenza sui numeri della giustizia: è quello che chiede l’onorevole di Azione Enrico Costa, con una interrogazione alla Guardasigilli Marta Cartabia. In particolare: quali siano i dati sulla modalità di definizione dei procedimenti suddivisi per tipologia di reati, in particolare per quello che riguarda i reati contro la pubblica amministrazione; la percentuale di sentenze di appello in riforma delle sentenze di I grado; il tasso di accoglimento e rigetto delle richieste dei pubblici ministeri ai giudici per le indagini preliminari suddivise per tipologie (richieste di intercettazioni, proroga indagini, applicazione misure cautelari); il numero di istanze di riparazione per ingiusta detenzione rigettate dalle corti di appello; il numero di avvisi di garanzia notificati ogni anno e quanti di questi si traducono in un rinvio a giudizio o in una citazione diretta a giudizio. Come ci dice Costa «la ministra Cartabia resta un faro e un modello che però va supportato attraverso dati scientifici grazie ai quali potrà prendere le decisioni. La disponibilità di dati analitici e aggiornati è il presupposto necessario al fine di comprendere e valutare l’effettivo funzionamento degli istituti giuridici esistenti, l’appropriatezza delle norme vigenti in materia processuale e, più in generale, l’efficacia dell’ordinamento giudiziario, al fine di individuare risposte legislative idonee a risolvere le criticità individuate». Costa aveva già chiesto queste informazioni con una lettera alla responsabile della direzione generale di statistica di via Arenula ma, non avendo ricevuto risposta, ha presentato l’interrogazione. «Sarebbe alquanto sorprendente – ci dice – se il ministero della Giustizia non disponesse di questi dati fondamentali». Ma perché proprio questi? «Conoscere il tasso di accoglimento o rigetto delle richieste del pm da parte del gip servirebbe a capire se c’è effettivamente un filtro da parte del giudice o se quest’ultimo fa semplicemente da passacarte del pm». L’avvocatura stigmatizza da sempre l’abuso di intercettazioni, spesso usate per cercare non la prova del reato ma un reato qualsiasi, le proroghe delle indagini, su cui sta lavorando la Commissione Lattanzi per limitarle, misure cautelari (attualmente in carcere ci sono circa 9000 persone in attesa di primo giudizio). Il disvelamento dei dati dell’andamento della macchina giudiziaria è un’antica battaglia anche delle Camere Penali per cui i dati statistici giudiziari non sono di proprietà della magistratura. Inoltre, sapere quante sentenze di appello riformano quelle di primo grado è fondamentale proprio in questo momento in cui il tema delle impugnazioni è al centro del dibattito della Commissione Canzio, con tutti i rischi delineati da Caiazza in un’intervista al Dubbio. Questo dato, insieme a quello relativo agli avvisi di garanzia che si traducono in un giudizio, si lega anche al tema delle valutazioni professionali dei magistrati, la cui riforma è sponsorizzata non solo dalle Camere Penali ma anche dal Pd. Entrambi chiedono che per esse venga introdotto anche il parametro delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Conclude dunque Costa: «Com’è possibile che il ministero non abbia questi dati adesso che le commissioni stanno lavorando ai decreti attuativi del processo penale e alla riforma dell’ordinamento giudiziario?». Intanto ieri la commissione giustizia della Camera ha conferito il mandato alle relatrici Lucia Annibali (Iv) e Mirella Cristina (FI) e ha così completato l’esame del ddl civile che sarà in aula martedì prossimo con una settimana di anticipo rispetto alla data prevista.

Il deputato di Azione interroga direttamente Cartabia. Avvisi di garanzia e misure cautelari, Costa al ministero: “Fuori i dati”. Angela Stella su Il Riformista il 19 Novembre 2021. Il Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Gian Domenico Caiazza, lo aveva detto qualche tempo fa in una intervista a questo giornale: «I dati statistici giudiziari non sono di proprietà della magistratura, ma devono essere a disposizione di tutti i cittadini: tra questi, i dati più tenuti all’oscuro, che nessuno raccoglie, riguardano proprio le richieste di misure cautelari e la percentuale di accoglimento». E aveva fatto un appello al Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia affinché appoggiasse l’idea dei penalisti di rendere trasparenti i numeri della giustizia. La richiesta non è stata accolta. Ma a rilanciare la questione ci ha pensato il solito Enrico Costa con una interrogazione parlamentare a risposta scritta indirizzata alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia per sapere: «Quali siano i dati sulla modalità di definizione dei procedimenti suddivisi per tipologia di reati, in particolare per quello che riguarda i reati contro la pubblica amministrazione; la percentuale di sentenze di appello in riforma delle sentenze di I grado; il tasso di accoglimento e rigetto delle richieste dei pubblici ministeri ai giudici per le indagini preliminari suddivise per tipologie (richieste di intercettazioni, proroga indagini, applicazione misure cautelari); il numero di istanze di riparazione per ingiusta detenzione rigettate dalle corti di appello; il numero di avvisi di garanzia notificati ogni anno e quanti di questi si traducono in un rinvio a giudizio o in una citazione diretta a giudizio». Si è arrivati all’interrogazione perché Costa non ha ricevuto alcuna risposta alla lettera del 13 settembre scorso indirizzata alla responsabile della direzione generale di statistica e analisi organizzativa, e per conoscenza al direttore generale del personale e dell’amministrazione del Ministero della giustizia e al suo capo di gabinetto, con cui chiedeva proprio quelle informazioni. Costa si è lamentato per questo anche su Twitter: «Mi chiedo a cosa serva la direzione statistica, se non forniscono dati basilari»; e gli ha risposto Guido Crosetto, ex forzista e tra i fondatori di Fratelli d’Italia: «Anche a cosa serva il Parlamento, se possono non rispondergli…». Comunque «sarebbe alquanto sorprendente – leggiamo nell’atto di sindacato ispettivo – se il Ministero della giustizia non disponesse di questi dati fondamentali». Infatti non si capisce se questi dati il Ministero non li abbia o non li tiri fuori per timore delle conseguenze. Cerchiamo di capire perché sarebbe importante conoscerli. Primo, in merito alle sentenze di appello: c’è una fetta della magistratura che vorrebbe che l’appello penale beneficiasse di un regime di inammissibilità per manifesta infondatezza dei motivi di gravame simile a quello del ricorso per Cassazione. Se ciò accadesse significherebbe falcidiare uno strumento fondamentale del diritto di difesa. Eppure gli ultimi vecchi dati a disposizione dicevano che il 48% delle sentenze di appello erano di riformula parziale o totale di quelle di primo grado. Secondo, il tasso di accoglimento delle richieste del pm da parte del gip: sapere questi numeri ci aiuterebbe a capire se l’autorizzazione del gip è solo un passaggio burocratico o c’è un filtro, soprattutto quando in gioco c’è la libertà personale dei cittadini, come hanno sottolineato le Camere Penali. Terzo, il numero di avvisi di garanzia notificati e quelli che arrivano a processo: questo è un punto molto importante perché metterebbe in luce quante indagini sbattute sui giornali hanno una solidità che regge al vaglio del contraddittorio. Ed è qui che si gioca anche un’altra importante partita, che vede Costa, penalisti e persino il Partito democratico uniti: le valutazioni professionali dei magistrati, positive al momento al 98%. Tutti infatti chiedono, all’interno del dibattito sulla riforma sull’ordinamento giudiziario, che per valutare i magistrati venga introdotto anche il parametro delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. 

Il mostro togato. In Italia l’esercizio del potere è sottoposto alla sorveglianza della magistratura deviata. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta l'8 Novembre 2021. Tutti sanno che negli ultimi decenni il percorso di accreditamento di tanti leader politici è stato intralciato dalle trame di chi preparava dossier su di loro, sul loro staff e sui loro familiari. Ma, con l’eccezione delle lamentazioni personali di chi, come un certo senatore toscano, viene colpito, nessuno dice niente. Forse bisognerebbe smetterla di far finta che non sia così. Sappiamo tutti perfettamente che da qualche parte c’è un pubblico ministero – e forse più d’uno – con un dossier pronto al bisogno su Mario Draghi. Sappiamo tutti perfettamente che altrettanto è in cottura per ciascuno dei nomi che da qui alle prossime settimane e mesi potrebbero essere ritenuti in posizione per giungere a presiedere la Repubblica, o il prossimo governo. Sappiamo tutti perfettamente che l’accesso al potere e l’esercizio del potere in Italia sono sottoposti alla sorveglianza spionistica e ricattatoria della magistratura deviata, una associazione nemmeno tanto segreta che si è costituita in una centrale di contro-potere che intimidisce la vita istituzionale e ne orienta il corso giocando sporco, contaminando con la propria corruzione, con la propria malversazione, con la propria irresponsabilità, ogni angolo libero della vita pubblica. Tutti sappiamo perfettamente che il percorso di accreditamento di leader importanti degli ultimi decenni è stato intralciato dalle trame del mostro togato, e che, con sistema perfettamente mafioso, nessuno vi era risparmiato: i collaboratori, lo staff, i parenti, il coniuge. La magistratura equestre, burattinaia del manipolo milanese, che ingiungeva a chi avesse “scheletri negli armadi” di starsene buono, fu l’esempio nobilitato di un malcostume che di lì in poi sarebbe divenuto l’abito costituzionale del travestimento eversivo di stampo giudiziario, con il magistrato eponimo incaricato di “resistere, resistere, resistere” all’assalto di questo nemico temibilissimo, il sistema della democrazia rappresentativa. Ma che tutto questo sia perfettamente noto a tutti non basta ancora a far cambiare l’andazzo, e al più c’è spazio per le lamentazioni personali di un senatore toscano indispettito per certe manovre inquirenti giusto perché spulciano in casa sua, giusto come l’assedio delle toghe rosse costituiva un pericolo per il Paese nella misura in cui circondava un parco brianzolo. È esattamente come nelle società sottoposte allo strapotere della criminalità: dove tutti sanno tutto; dove nessuno dice niente. Ma in questo caso sono uomini dello Stato a imporre quel giogo.

C’è un giudice a Strasburgo per chi non si sente tutelato “a casa”. Oliverio Mazza, ordinario di diritto processuale penale all'Università Bicocca: "Eppure non mancano situazioni contraddittorie". Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Nel programma Help il riferimento alla Corte europea dei diritti dell’uomo è costante. Questo organo giurisdizionale, istituito nel 1957 con sede a Strasburgo, assicura il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) da parte di tutti gli Stati contraenti. L’articolo 32 della Cedu stabilisce che la Corte ha la competenza nel giudicare «tutte le questioni riguardanti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli». Può essere adita nel momento in cui vengono esauriti tutti i rimedi interni, previsti dal diritto nazionale, secondo i principi di sovranità dello Stato, di dominio riservato e di sussidiarietà. Dunque, uno Stato prima di essere chiamato a rispondere di un proprio illecito sul piano internazionale, deve avere la possibilità di porre fine alla violazione all’interno del proprio ordinamento giuridico. A ciascuno Stato contraente è garantita la rappresentatività nella Corte, composta da un numero di 47 membri. I componenti vengono scelti tra giuristi in possesso, secondo quanto indicato dall’articolo 21 della Cedu, di «requisiti richiesti per l’esercizio delle più alte funzioni giudiziarie o giureconsulti di riconosciuta competenza». I giudici della Corte vengono eletti dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ed il loro mandato dura sei anni con la possibilità di essere rinnovato. Riunita in seduta plenaria, la Corte elegge, a scrutinio segreto, il presidente, uno o due vicepresidenti e i presidenti delle sezioni, in carica per tre anni. L’elezione è prevista pure per il Cancelliere (Greffier) che rimane in carica cinque anni. Nella Corte operano i Comitati, composti da tre giudici. Sono loro che esaminano o respingono, se vi è unanimità, i ricorsi manifestamente irricevibili. Le Camere (Chambre), invece, sono composte da sette giudici e trattano i ricorsi in prima battuta. La Corte europea dei diritti dell’uomo viene adita con ricorso. Tale atto può essere “interstatale”, quando è proposto da ciascuno Stato contraente, oppure “individuale”. In questo caso si esalta al massimo il sistema di tutela dei diritti umani con la possibilità che il ricorso sia presentato da una persona fisica, da un’organizzazione non governativa o da un gruppo di individui. Il ricorso va proposto sempre nei confronti di un Stato contraente. Non è prevista la possibilità di ricorrere con atti diretti contro privati (persone fisiche od istituzioni). Il ricorso può essere introdotto dalle persone fisiche, dalle organizzazioni non governative o dai gruppi privati personalmente o per mezzo di un rappresentante. Gli Stati contraenti sono rappresentati invece da agenti, che possono farsi assistere da avvocati o consulenti. Instradare un procedimento davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo non è semplice, come ci conferma Oliviero Mazza, ordinario di Diritto processuale penale nell’Università degli Studi di Milano Bicocca. «L’attività processuale – dice il professor Mazza – è certamente complessa perché la Corte europea vive una situazione analoga a quella delle nostre magistrature superiori nazionali. La Corte si è riorganizzata nel corso del tempo. Si è divisa in Camere e ha attivato dei filtri di ingresso di ammissibilità dei ricorsi molto stringenti perché si basano su criteri formali. Ad esempio, l’esaurimento delle vie di ricorso interne e l’esatta compilazione del formulario. Sono tutte questioni di forma che incidono sulla ammissibilità del ricorso, che in Europa prende il nome di irricevibilità. In tutto ciò abbiamo un paradosso: la doglianza nel merito può essere molto rilevante se attiene a violazioni gravi dei diritti dell’uomo e nonostante ciò deve passare attraverso il formalismo esasperato del ricorso alla Corte europea. Qui il sistema va in contraddizione. È recentissima la sentenza sulla Cassazione civile “Succi e altri contro Italia” del 28 ottobre scorso. Il nostro Paese è stato condannato per i filtri di accesso alla Cassazione per l’eccessivo formalismo di alcuni passaggi procedurali, nel civile, con conseguente violazione del diritto di accesso ad un giudice, diritto fondamentale. Poi però è la stessa Corte europea che incorre sostanzialmente nella medesima violazione». Altro tema esaminato dal professor Mazza riguarda il filtro di irricevibilità che passa attraverso un giudice monocratico. In questo caso il legame con il modello dell’Ufficio per il processo è forte per non dire replicato a livello comunitario. «Il giudice monocratico – evidenzia Mazza – quasi sempre delega la valutazione al suo assistente di studio. Il ricorso alla Corte europea, che dovrebbe essere l’atto estremo per le violazioni più gravi, rischia di essere deciso da uno stagista. Anche questa situazione è a dir poco paradossale. La decisione di irricevibilità, fino a quando non entrerà in vigore un nuovo protocollo, già approvato ma non ancora in vigore, è sostanzialmente immotivata. Abbiamo una decisione di tre righe, che si esprime, per esempio, sul mancato esaurimento delle vie di ricorso interno, ma non ci dice qual è la via di ricorso interno che avremmo dovuto adire prima di arrivare alla Corte europea ».

Da Torreggiani a Contrada: per la Cedu peggio dell’Italia solo Russia e Turchia. Dal 1959 al 2020 il nostro Paese ha subìto 2.427 condanne da parte dei giudici di Strasburgo. Oltre mille hanno riguardato i ritardi delle sentenze "domestiche" e il diritto a un giusto processo. Valentina Stella su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Sono diverse le sentenze della Cedu che hanno riguardato il nostro Paese. Secondo le statistiche pubblicate sul sito ufficiale, dal 1959 (anno di istituzione) al 2020 l’Italia ha subìto 2427 giudizi, di cui 1857 hanno riscontrato almeno una violazione. Di questi 1202 hanno riguardato la lunghezza dei processi e 290 il diritto a un giusto processo. Peggio di noi sono Russia e Turchia. Vediamone alcune. Nel 2013 ci fu l’importantissima sentenza Torreggiani. Alcuni detenuti degli istituti penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza avevano adito la Cedu lamentando che le loro rispettive condizioni detentive costituissero trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. Essi avevano denunciato la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle (nelle quali avrebbero avuto a disposizione uno spazio personale di 3 metri quadrati), l’esistenza di gravi problemi di distribuzione di acqua calda e una insufficiente aerazione e illuminazione delle celle. La Corte accolse il ricorso, prendendo atto che l’eccessivo affollamento degli istituti di pena italiani rappresentava un problema strutturale dell’Italia e decise di applicare al caso di specie la procedura della sentenza pilota, ordinando all’Italia di rimediare al sovraffollamento nel giro di un anno. Nel 2015 arriva la famosa sentenza, in materia di legalità dei reati e delle pene, sul caso di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato, condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cedu ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell’art 7 della Convenzione in quanto al momento della condanna il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento. Nello stesso anno la Corte interviene nel caso del signor Cestaro che, invocando in particolare l’articolo 3, relativo alla proibizione della tortura, lamentava di essere stato vittima di violenze e sevizie al momento dell’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Non solo ebbe ragione ma la Cedu invitò il nostro Paese a dotarsi di una norma specifica sul reato di tortura. Nel dicembre 2016 la Grande Camera della Cedu sul caso Khlaifia v. Italia confermò la condanna del nostro Paese per il trattenimento illegittimo dei cittadini stranieri (violazione art. 5) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione. Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13) per contestare eventuali violazioni. Un’altra decisione di rilievo in materia carceraria è stata quella del caso Viola c. Italia con cui la Cedu nel 2019 negò la compatibilità dell’ergastolo ostativo con l’art. 3 della Convenzione, laddove non consente mai misure di affievolimento della restrizione carceraria e, in prospettiva, di liberazione anticipata, in mancanza della decisione del detenuto di collaborare con la giustizia. Nello stesso anno arrivò dinanzi ai giudici europei anche il caso Amanda Knox, in materia di diritto a un processo equo. Il nostro Paese fu condannato per violazione degli articoli 3 e 6 avendo negato alla ragazza l’assistenza linguistica inadeguata e la presenza di un difensore durante l’interrogatorio della polizia e per la mancanza di effettive indagini su asserite percosse durante l’interrogatorio. In materia di libertà di espressione, la Cedu si è espressa sempre nel 2019 sul caso di Alessandro Sallusti, allora direttore del quotidiano Libero, condannato a un anno e due mesi di reclusione, per diffamazione e per omesso controllo su un articolo che recava falsità in danno di un magistrato. La Corte gli diede ragione perché la pena detentiva per l’attività giornalistica viene considerata un rimedio estremo i cui presupposti nel caso di Sallusti non furono ravvisati. Sempre in tema di libertà di stampa, nel marzo 2020, nel ricorso promosso da Renzo Magosso e Umberto Brindani, nel 2004 rispettivamente giornalista e direttore responsabile del periodico Gente, la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 10 (libertà di espressione). Come ha reso noto il ministero della Giustizia, «il tema della causa riguardava la pubblicazione di un articolo, intitolato “Tobagi poteva essere salvato”, sulla vicenda dell’omicidio di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 da un commando terroristico di estrema sinistra. Il contenuto del pezzo giornalistico aveva provocato la reazione di due ufficiali dei Carabinieri che si erano sentiti diffamati». I due giornalisti furono condannati in via definitiva. Per la Cedu la sentenza adottata in sede nazionale si è tradotta «in una ingerenza sproporzionata del diritto alla libertà di espressione degli interessati, non necessaria in una società democratica». Il 27 maggio di quest’anno la Cedu ci ha condannati per aver violato i diritti di una presunta vittima di stupro per una sentenza che conteneva passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima. In particolare la Corte ha ravvisato la violazione del diritto alla vita privata nelle considerazioni irrispettose della dignità della ragazza, presenti nelle motivazioni della sentenza d’appello che ha assolto gli imputati. Ad agosto, inoltre, la Cedu ha depositato la sentenza relativa al ricorso, presentato da Radicali Italiani e Marco Pannella, contro l’Italia riguardante l’interruzione dal 2008 delle tribune politiche nel periodo non elettorale. È stata riconosciuta la violazione dell’art. 10 in quanto la Lista Pannella «era stata assente da tre programmi televisivi e si era trovata, se non esclusa, almeno altamente emarginata nella copertura mediatica del dibattito politico».

Recentissima è invece la decisione Succi c. Italia del 28 ottobre con cui la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 6 della Convenzione per l’eccessivo formalismo dei criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione. Attualmente pende dinanzi alla Cedu il ricorso di Silvio Berlusconi c. Italia che, successivamente alla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale, ha attivato un ricorso lamentando di aver subito la violazione dei diritti ad un equo processo, all’applicazione irretroattiva della legge penale e a non essere giudicato due volte per lo stesso fatto.

Caro Davigo, ma non pensa che lo scandalo “toghe sporche” abbia minato la credibilità della magistratura? Il controllo sulla magistratura è inadeguato perché consente la segretazione delle archiviazioni disciplinari. Parla Rosario Russo, già sostituto procuratore presso la Corte di Cassazione. Il Dubbio il 7 novembre 2021. Spiace non potere condividere i dati e le considerazioni contenuti nel rassicurante articolo pubblicato il 29 ottobre 2021 sul giornale a firma del dottor Pier Camillo Davigo, per le seguenti ragioni.

1. In primo luogo, per contestare il generale compiacimento palesato dal dottor Davigo sull’attuale stato della Magistratura, basta rammentare che, secondo il rapporto 2020 della Commissione europea per l’efficacia della giustizia ( CepeJ) da lui citato, su ventisei Paesi europei la giustizia civile italiana è censita al penultimo posto quanto a procedimenti pendenti ed è stata la più lenta nel 2018.

2. Inoltre Davigo ha esaltato, con la laboriosità e la correttezza dei giudici italiani, anche l’efficacia del sistema disciplinare che li riguarda. Qui il dato statistico è importante. Con riferimento al periodo 2012- 2018 ( sette anni) mediamente il Procuratore Generale presso la Suprema Corte ha ogni anno archiviato n. 1264 notizie disciplinari ed esercitato n. 116 azioni disciplinari. Nel 2020 soltanto in 24 casi ( pari al 21,9% di tutte le 114 incolpazioni) l’azione disciplinare si è conclusa con la condanna dei magistrati inquisiti. L’effettiva portata di tali archiviazioni non si comprende se non si tiene conto di due circostanze, sfuggite al dottor Davigo.

In primo luogo, il Procuratore generale ha il dovere di agire disciplinarmente, ma le sue archiviazioni passano al vaglio ( non del Consiglio Superiore della Magistratura, ma) soltanto del ministro della Giustizia, il quale ha la facoltà, ma non il dovere, di opporsi ( art. 107, 2° Cost.). Consegue che, a differenza di quanto avviene nel processo penale, il Pg astrattamente ha il potere, giuridicamente insindacabile, di ‘ insabbiare’ qualunque notizia disciplinare con il tacito consenso del ministro: e, come si è osservato, si tratta mediamente di 1264 archiviazioni annue.

In secondo luogo, e come se non bastasse, con proprio editto n. 44 del 2019 il Pg ha stabilito autonomamente che, a differenza di quella penale (art. 116 c. p. p.), l’archiviazione disciplinare non può essere comunicata al cittadino (o all’avvocato) che ha segnalato l’abuso disciplinare del magistrato, riservandosi il potere di interdirne la conoscenza anche al magistrato indagato, all’Anm e perfino al Csm. Non è così in altri più trasparenti ordinamenti giuridici, ma anche in altri settori del nostro. Infatti, nel procedimento disciplinare nei confronti degli avvocati e dei giudici amministrativi, al cittadino denunciante è sempre comunicato integralmente il provvedimento di archiviazione. Le 1264 archiviazioni annue emesse mediamente dal Pg nel settennio 2012- 2018 costituiscono dunque un absurdissimum «buco nero».

3. Ma stupisce ancor di più che il dottor Davigo opponga che talune proposte di riforma del sistema disciplinare insidiano l’indipendenza dei magistrati, senza proporne alcuna, come se lo scandalo delle Toghe Sporche non fosse sopravvenuto. Eppure, avendo inizialmente partecipato al giudizio disciplinare nei confronti del dottor Palamara, nessuno meglio di lui dovrebbe sapere che quella indipendenza molti tra i magistrati più impegnati in sede associativa hanno tradito, attuando da anni il sistema clientelare e spartitorio. Il dottor Luca Palamara ha rivendicato – e rivendica – di avere ‘ gestito’, anche quale membro togato del Csm, le ‘ raccomandazioni’ con cui tanti magistrati ordinari imploravano ( e assai spesso) ottenevano promozioni e trasferimenti. Pubblicamente – e in sede giudiziaria – egli ha proclamato di avere ‘ mediato’ tra le correnti dell’Anm, con i membri laici del Csm e con i partiti politici; che si è fatto sempre così e così è giusto che sia, anche se – come non teme di ammettere – il suo ‘ sistema’ pregiudicava i magistrati più meritevoli. Ebbene dopo due anni, radiato dalla magistratura e dall’Anm il «sommo sensale» ( ma soltanto per la cospirazione consumata nella «notte della magistratura» ), egli e i magistrati da lui ‘ raccomandati’, istigatori e utilizzatori finali dei gravi abusi d’ufficio perpetrati, non sono stati sanzionati né in sede disciplinare e associativa né penalmente!

È questa l’indipendenza che sta a cuore del dottor Davigo? Sembra esaustiva sul tema la delibera approvata dal Consiglio Superiore della Magistratura il 13 gennaio 2021 su una pratica avviata per incompatibilità ambientale o funzionale. Su di essa ha riferito il Consigliere Di Matteo, affermando testualmente che: «dall’analisi della messaggistica WhatsApp e di conversazioni intercorse fra il dottor Liguori [nr. Procuratore della Repubblica di Terni] e il dottor Palamara, emerge l’esistenza di un rapporto particolarmente confidenziale tra i due, tale da consentire al dottor Liguori di manifestare in un primo momento il proprio disappunto per la proposta di nomina del dottor Carpino quale Presidente di sezione del Tribunale di Cosenza effettuata dalla Quinta Commissione» ; – «nel momento in cui si ebbe notizia della proposta della Quinta Commissione, il dottor Liguori si lamentava con il dottor Palamara dicendo ‘ così non va’ e sottolineando anche che quella scelta avrebbe comportato per il gruppo di riferimento una perdita di almeno 25 voti su 39 nel circondario di Cosenza»; sull’altra concorrente, la dottoressa Lucente, il dottor Palamara comunicava al dottor Liguori il raggiungimento di un accordo con la componente togata dei consiglieri in quota ad altro gruppo associativo, in base al quale la dottoressa Lucente sarebbe stata proposta su un altro posto vacante di Presidente di sezione del Tribunale di Cosenza» ; – «le conversazioni sono state oggetto di pubblicazione sulla testata La Verità ».

Il Plenum del Csm ha disposto l’archiviazione della pratica perché «La propalazione di conversazioni provenienti da un magistrato che lavora in Umbria sulle proposte di nomina di un posto semidirettivo in Calabria non appare determinare, anche in astratto, un appannamento al corretto esercizio della funzione di Procuratore della Repubblica di Terni». Il dottor Davigo, e forse anche il lettore, potrà convenire sul fatto che: – l’indipendenza e l’imparzialità – al pari della correttezza disciplinare – sono attributi personali del magistrato e, al pari della sua reputazione, non hanno perciò confini territoriali; dovunque residenti, gli Utenti finali del servizio Giustizia non possono confidare nell’imparzialità e nella correttezza di un P. R., se apprendono dal giornale che egli abbia illegittimamente patrocinato la nomina dell’amicus, in danno di altro candidato non raccomandato ( il dottor Nessuno), ad un ufficio giudiziario messo a concorso, ovunque esso sia ubicato; – ai sensi della Circolare deliberata dal Csm il 26 luglio 2017, il Plenum avrebbe dovuto trasmettere gli atti al Procuratore Generale, avendo ravvisato la violazione disciplinare di cui all’art. 2, 1° lett. d) del D. lgs. n. 109 del 2006; – nessuno dei ventitré pubblici ufficiali che hanno approvato la delibera ha rilevato che i fatti esaminati potevano integrare il reato di abuso aggravato d’ufficio ( artt. 110 e 323, 1° e 2° c. p.), sicché avevano l’obbligo di farne denuncia all’Autorità giudiziaria: non è dato comprendere perché soltanto gli illeciti accordi per l’assegnazione di talune cariche pubbliche ( tipicamente quelle universitarie) sono sanzionati penalmente… proprio dai magistrati!

4. In conclusione, il controllo sulla magistratura ordinaria è fortemente inadeguato se consente la segretazione delle archiviazioni disciplinari, pertanto rimesse alla incontrollabile discrezione del Pg, e se è capace di produrre una deliberazione liberatoria come quella adottata dal Csm il 13 gennaio 2021. A differenza dello scandalo di Mani Pulite, quello delle Toghe Sporche, invece di provocare l’epurazione, è stato fin qui sopito e assorbito. La colonna vertebrale dello Stato, cioè la Magistratura, è stata ritenuta troppo importante per soccombere alla propria domestica scelleratezza ( too big to fail: troppo grande per crollare). In questo senso quello proclamato da Palamara sarà destinato a perpetuarsi come vivente e vincente "Sistema", se quanto prima non venga radicalmente riformato, ovviamente nel pieno rispetto dell’indipendenza della Magistratura.

Il confronto. Toghe e pagelle, la lezione degli anni ’60. Astolfo Di Amato su Il Riformista il 2 Novembre 2021. Il terzo dei quesiti referendari in materia di giustizia è volto ad ottenere che anche ai membri “laici” dei Consigli Giudiziari, cioè avvocati e professori universitari, sia consentito di partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati del distretto. Tale valutazione costituisce, successivamente, la base delle decisioni assunte dal Csm in tema di progressione in carriera. Oggi, la componente laica è esclusa dalle discussioni e dalle votazioni concernenti tale materia. Con il referendum, dunque, si intende giungere a valutazioni più attendibili, limitando la logica corporativa, che inevitabilmente discende dalla appartenenza alla medesima categoria di controllori e controllati. Della logica corporativa, che, sinora, ha dominato tali valutazioni ha dato conto, nel mese di ottobre, la ministra Cartabia, la quale, in risposta ad una interrogazione dell’on. Costa, ha riferito che le valutazioni positive sono state, negli ultimi anni, il 92% del totale. Di fronte a una tale percentuale, ha avuto buon gioco Tiziana Maiolo, su questo giornale (20 ottobre), a mettere in rilievo l’incongruenza del numero modestissimo di valutazioni negative (appena 35 nel quadriennio 2017-2021), a fronte non solo delle rivelazioni fatte da Palamara, ma anche di quanto sta emergendo a seguito della faida scoppiata nella sola procura di Milano in relazione ai verbali di Amara. A sua volta, Giuseppe Di Federico, ancora su questo giornale (29 ottobre), ha sottolineato, avendo letto i verbali del Csm dal 1959 al 2017, che «la grande maggioranza dei pochi magistrati che il Csm non valuta positivamente sono quelli che hanno ricevuto gravi sanzioni disciplinari, a volte connesse a procedimenti penali». Ben venga, dunque, un quesito referendario volto ad ottenere una valutazione più affidabile e meno corporativa dei magistrati. Avendo la consapevolezza, tuttavia, che il tema affrontato è di estrema complessità e che non sarà un eventuale successo del referendum a dire una parola definitiva sulla questione. Sino agli anni ‘60, la progressione in carriera dei magistrati avveniva attraverso una sorta di cooptazione, avendo un ruolo decisivo i componenti della Corte di Cassazione, siccome determinanti nelle commissioni di avanzamento. Negli anni ’60, attraverso la legge cd. “breganzina” prima e la legge “breganzona” poi (dal Dc Uberto Breganze che ne è stato il proponente), la progressione in carriera dei magistrati è divenuta pressoché automatica, nel senso che è consentito a tutti, con l’avanzare dell’anzianità, di raggiungere i gradi (e gli stipendi) più elevati, in assenza di valutazioni negative. La selezione si è così spostata dall’avanzamento nel ruolo al diverso tema dell’attribuzione delle funzioni effettive, che, come ha riferito Palamara, è divenuto il terreno di intervento delle correnti, essendo la promozione ormai assicurata a tutti. Di fronte a maglie così larghe, che non hanno eguali in altri comparti dell’impiego sia pubblico e sia privato, eccetto quello dei docenti (titolari, peraltro, di un trattamento economico decisamente inferiore), è facile scandalizzarsi ove non si tenga conto delle ragioni che, negli anni ’60, indussero il legislatore a prevedere un automatismo di carriera. In quegli anni la questione centrale in Italia, nel mondo del diritto, era quella di stabilire se i principi dettati dalla Costituzione repubblicana dovessero trovare diretta ed immediata attuazione anche attraverso l’opera dei giudici o se dovesse attendersi l’opera di adeguamento del legislatore. Il dibattito, in cui spiccò in dottrina il contributo di Pietro Perlingieri volto ad offrire una rilettura in chiave costituzionale del codice civile, vedeva larga parte della magistratura di merito schierata a favore della prima opzione, mentre la Cassazione esprimeva, in prevalenza, una posizione molto più prudente. Continuare ad attribuire, perciò, un ruolo decisivo ai magistrati della Cassazione rispetto alla progressione di carriera avrebbe significato ostacolare una più immediata e completa attuazione dei principi costituzionali nell’ordinamento italiano. A questo deve aggiungersi che, come all’epoca si sottolineava, erano lo stesso valore dell’indipendenza di ogni singolo giudice e la pari dignità della funzione del giudicare, che respingevano una progressione condotta con criteri selettivi, che avrebbero potuto facilmente prestarsi a condizionare l’attività dei magistrati. Quelle riforme, dunque, al di là delle spinte corporative, che pure vi sono state, avevano l’obiettivo di rendere l’ordinamento giudiziario più coerente con il dettato costituzionale. È necessario, allora, dire con chiarezza che se, da un lato, il sistema vigente si è prestato a troppi abusi per essere mantenuto inalterato, dall’altro, quelle esigenze che ispirarono il legislatore degli anni ’60 continuano ad essere attuali e meritevoli di tutela. Se, quindi, appare assolutamente necessario che lo spirito corporativo, che oggi innerva il sistema di governo della magistratura, sia contrastato, questo deve avvenire nel rispetto di quelle esigenze che ispirarono le riforme citate. In questo senso, la estensione anche ai membri laici dei consigli giudiziari del potere di incidere sulle valutazioni appare una misura coerente con la finalità perseguita e che certamente non mette a repentaglio il valore dell’indipendenza della magistratura. Occorre, tuttavia, svolgere anche un’altra considerazione. La connessione tra giustizia e politica, che è divenuta dominante a partire da Mani Pulite, ha finito con il distorcere, per quello che qui interessa, i criteri di valutazione dell’attività del giudice, essendo troppo spesso tutto ridotto ad uno scontro tra tifoserie politicamente opposte. Tanto per fare un esempio, i magistrati che hanno dato corpo al processo sulla Trattativa, hanno alimentato una clamorosa panzana, anche sotto il profilo tecnico giuridico, o hanno meritoriamente messo il dito su una piaga purulenta? Al di là delle opinioni personali di chi scrive, non si può non prendere atto che su questo tema vi è una contrapposizione così netta ed accesa, dalla forte connotazione politica, che diventa difficile raggiungere la pacatezza che richiederebbe una tale valutazione. Ecco, allora, che sarebbe opportuno che siano esclusi dalla nomina, come laici, nei consigli giudiziari e nel Csm coloro che abbiano ricoperto ruoli nei partiti politici o funzioni di rappresentanza politica. Questo per evitare che il corporativismo che si vuole combattere sia invece rafforzato da uno spirito di comune appartenenza ideologica, che unisca togati e laici, con effetti estremamente perniciosi. La considerazione delle ragioni a fondamento delle riforme degli anni ’60 conduce ad una ulteriore riflessione. L’automatismo della progressione economica sulla base della sola anzianità senza demeriti ha, tra l’altro, trovato legittimazione nella giusta considerazione che l’attività del giudicare ha eguale dignità a tutti i livelli. In effetti si deve rilevare che anzi, sotto alcuni aspetti, chi giudica nei primi gradi ha un maggiore potere di incidere sulla vita delle persone rispetto a chi giudica nei gradi successivi. Se le cose stanno così, non si comprende perché chi subisca una valutazione negativa non possa accedere ai livelli superiori, ma possa continuare ad arrecare danno ai cittadini nel ruolo che sta svolgendo. Sarebbe, perciò, opportuno che, quantomeno dopo una seconda valutazione negativa, quale che sia il grado ricoperto, il magistrato venga estromesso dall’ordine giudiziario e destinato ad altra amministrazione dello stato.

Carriera e professionalità delle toghe. La "truffa" delle valutazioni dei magistrati: Cartabia non tocca nulla. Giuseppe Di Federico su Il Riformista il 29 Ottobre 2021. Giorni fa alcuni giornali, tra cui questo, hanno dato notizia che la Ministra Cartabia, in risposta ad una interrogazione dell’On. Costa, ha fornito i dati relativi alle valutazioni di professionalità dei nostri magistrati. La ministra ha indicato che le valutazioni positive negli ultimi anni sono state 7394 su 7453, cioè il 92% del totale. Sono dati in linea con quelli da me ripetutamente pubblicati sulle valutazioni professionalità dei magistrati a partire dal 1966 (in certi periodi le valutazioni positive sono state anche più elevate: oltre il 95%). Per quanto i dati forniti dalla Ministra Cartabia all’On Costa siano già di per sé rilevanti nell’indicare la drammatica assenza di garanzie offerte al cittadino sulla preparazione e diligenza di chi, giudice e pubblico ministero, è chiamato a tutelare le sue libertà ed i suoi beni, tuttavia non sono i soli dati rilevanti a riguardo. Mi limito ad indicare solo tre aspetti delle valutazioni di professionalità che sono utili a comprendere come il Csm abbia con pervicace costanza voluto abolire sostantive valutazioni di professionalità dei magistrati nei 40-45 anni della loro permanenza in servizio. Potrebbero costituire oggetto di successive, nuove interrogazioni dell’On Costa. Il primo. I numeri e le percentuali fornite dalla Ministra non sono completi. Non tengono, infatti, conto delle numerose valutazioni di professionalità che vengono fatte allorquando, al termine del tirocinio iniziale di 18 mesi, il Csm valuta l’adeguatezza dei neo reclutati all’esercizio delle funzioni giudiziarie. Le valutazioni negative sono rarissime. Si contano sulle dita di una mano. Che la Ministra Cartabia non abbia tenuto conto di queste valutazioni non solo indica che la percentuale delle valutazioni di professionalità positive effettuate dal Csm è superiore a quella già molto elevata da lei fornita, ma anche che l’aver trascurato di considerare questa valutazione le ha impedito di vedere un problema che queste particolari valutazioni generalizzate pongono per la qualità del servizio giustizia: gli esami di ammissione in magistratura sono di natura teorica e, come mostrano le mie ricerche, non solo sono scarsamente attendibili nel valutare le conoscenze dei candidati, ma anche che la stragrande maggiorana dei i nuovi magistrati riceve votazioni molto basse negli esami scritti da moltissimi anni: ad esempio, per i 680 magistrati nominati con D.M. 2 febbraio 2018 e D.M. 8 febbraio 2019: la percentuale delle votazione minime negli esami scritti (cioè 36 su 60) è stata superiore al 45% e quella delle 5 votazioni più basse (cioè da 36 a 40 su 60) è stata di oltre l’85%. A me sembra che in una prospettiva riformatrice delle valutazioni di professionalità anche questi dati dovrebbero essere presi in considerazione. Il secondo aspetto. Per effettuare promozioni generalizzate il Csm ha deciso che persino l’esperienza giudiziaria è irrilevante ai fini delle valutazioni di professionalità dei magistrati. Basti ricordare che il Csm ha promosso con elevate valutazioni molti magistrati che da moltissimi anni, a volte anche vari decenni, non avevano svolto funzioni giudiziarie ma attività amministrative in vari apparati dello Stato o attività di natura politica. Gli esempi sono moltissimi. Ne faccio solo uno di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori. Un personaggio molto noto, Anna Finocchiaro, entrò in magistratura nel 1982 e dopo 5 anni, quando era ancora al livello più basso della carriera, venne eletta in Parlamento ove venne rieletta ripetutamente, e ove rimase fino al 2018. Nel corso dei 31 anni in cui svolse attività politica, parlamentare e di governo venne al contempo ripetutamente valutata professionalmente come magistrato e promossa dal Csm dal livello più basso a quello più elevato della carriera giudiziaria, senza aver svolto per un solo giorno attività giudiziarie, giungendo così ad una promozione che la qualificava a svolgere funzioni giudiziarie di grande responsabilità come, ad esempio, quelle di presidente di sezione della corte di Cassazione, o Procuratore generale di corte d’appello. Ho scelto di ricordare il caso di Anna Finocchiaro e non quello di altri magistrati che come lei hanno percorso la carriera giudiziaria mentre svolgevano a tempo pieno attività amministrative o politiche perché lei, a differenza di altri, ha preferito dimettersi dalla magistratura piuttosto che tornare ad esercitare funzioni di grande responsabilità come quelle giudiziarie senza avere maturato la necessaria esperienza operativa e professionale. Una decisione certo commendevole ma che al contempo evidenza l’assurdità delle decisioni del Csm di valutare la professionalità dei magistrati e promuoverli in base all’anzianità, a prescindere persino dalla effettiva esperienza giudiziaria. E’ cosa non prevista da alcuna legge ma solo frutto di decisioni discrezionali del Csm. Il terzo aspetto. La Ministra Cartabia non ha fornito indicazioni su quali siano le ragioni per cui solo in pochi casi il Csm non valuta positivamente i magistrati nel corso dei 40 anni della loro permanenza in servizio. In altre parole non ha indicato quali siano i comportamenti dei magistrati che costringono il Csm ad abbandonare, seppur solo raramente, un impegno che si è assunto da oltre 50 anni e cioè quello di promuovere tutti i magistrati sulla base dell’anzianità. Conoscere questi dati è certamente importante per valutare il grado di efficacia di un sistema di valutazione della professionalità. Avendo letto i verbali del Csm dal 1959 al 2017 conosco la risposta che è sommariamente questa: la grande maggioranza dei pochi magistrati che il Csm non valuta positivamente sono quelli che hanno ricevuto gravi sanzioni disciplinari, a volte connesse a procedimenti penali. La relazione disfunzionale che esiste tra valutazioni di professionalità e giudizi disciplinari è stata, peraltro, efficacemente illustrata dal Procuratore Generale della Cassazione Pasquale Ciccolo che, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017, dopo aver ricordato che solo lo 0,58% dei magistrati non aveva ricevuto valutazioni positive, affermava che un maggior rigore nelle valutazioni di professionalità «potrebbe evitare che il sistema disciplinare costituisca la sede sulla quale riversare, quasi a modo di funzione suppletiva a posteriori, la soluzione ultima di tutti i momenti critici della giustizia». Ho letto con attenzione le proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario formulate dalla commissione ministeriale nominata dalla Ministra Cartabia e presieduta dal Prof. Luciani. Delle disfunzioni sin qui indicate, che certamente non sono le sole, quella Commissione non tiene alcun conto, così come non ne tengono conto le proposte di riforma della stessa Ministra. Quali le ragioni? Forse non conoscono questi fenomeni e alcune delle loro più rilevanti implicazioni? Oppure ritengono che si tratti di disfunzioni di scarsa rilevanza? Oppure, al pari delle altre commissioni di riforma e di altri ministri del passato, ritengono che sia inutile proporre riforme che siano sgradite alla potente corporazione dei magistrati? Forse anche i nostri lettori vorrebbero risposte a queste domande? Dubito che le avranno.

Due postille

La prima per ricordare ai lettori che in nessuno dei paesi democratici ove i magistrati rimangono in servizio per una quarantina di anni (Germania, Francia, Spagna e così via) le promozioni avvengono per anzianità. Vengono invece effettuate valutazioni selettive con graduatorie di merito. Di conseguenza mentre negli altri Paesi solo un numero molto ristretto di magistrati raggiunge l’apice della carriera, in Italia la raggiungono tutti i magistrati con i vantaggi anche economici che questo comporta. Forse la minore efficienza del nostro sistema giudiziario rispetto a quelli gli altri paesi dipende anche da questo.

Seconda postilla. L’assenza di reali valutazioni di professionalità genera una pluralità di disfunzioni ben più numerose di quelle dianzi indicate, tra cui il rilevante ruolo che le correnti della magistratura esercitano sulle decisioni del Csm, come ho già scritto anche su questo giornale il 29 gennaio scorso.

Giuseppe Di Federico

Gli intoccabili. La magistratura è l’unica istituzione che non controlla la qualità dei suoi funzionari. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 27 Ottobre 2021. Le disfunzioni della giustizia italiana non vengono mai ricondotte alla scarsa efficienza di chi dovrebbe farla funzionare. Le riforme sono rapide quando si tratta di comprimere i diritti di chi subisce il processo, ma s’incagliano quand’è il caso di intervenire sulla disinvoltura di chi lo dirige. Vogliamo ipotizzare che a causa delle disfunzioni della giustizia si ponga, oltre che la voglia dei criminali di farla franca, oltre che il lavorìo dei loro complici, cioè quei farabutti degli avvocati, oltre che la vasta cospirazione della politica corrotta, oltre che il garantismo peloso, oltre che il neoliberismo e il cambiamento climatico e il malocchio, anche un pizzico di responsabilità di chi opera in quell’amministrazione, e cioè i magistrati? No, perché se c’è un’ipotesi esclusa risolutamente da tutta la chiacchiera che si fa in argomento è questa: il costume della magistratura, il normale disbrigo del servizio giudiziario, il livello di efficienza personale degli addetti alla giustizia possano essere anche solo vagamente da mettere sul conto delle cose che non vanno in quel settore. Non c’è inefficienza amministrativa di cui si discuta senza dare un’occhiata almeno distratta al curriculum e al profitto di quelli che la gestiscono: salvo appunto il caso della magistratura, un ambito di potere impassibile non si dice al controllo di qualità, ma persino all’idea che i difetti per cui si segnala il sistema possano dipendere anche solo in misura pulviscolare dal contributo negativo del funzionariato in toga. È per effetto di questa indipendenza e autonomia della magistratura da qualsiasi regola, da qualsiasi criterio di controllo ed efficienza, da qualsiasi obbligazione giuridica, sociale, civile di rendere conto del proprio operato, che le riforme in materia di giustizia prendono e mantengono un corso forzato e veloce quando si tratta di comprimere i diritti di chi subisce il processo e invece s’incagliano quand’è il caso di intervenire sull’abitudine alla disinvoltura di chi lo dirige, e cioè il magistrato-untouchable. In un ribaltamento radicale di prospettiva si procede, così nel civile come nel penale, allo scrutinio delle soluzioni migliori secondo che esse soddisfino o disturbino il meno possibile l’interesse di quella categoria, puntualmente gabellato per interesse comune poiché, notoriamente, la giurisdizione non costituisce un servizio pubblico ordinario, ma la missione di un esercito apostolare che spazza via i corrotti, rimette in sesto l’economia marcia, tiene pulite le liste elettorali esposte all’insidia mafiosa e – perché no? – sorveglia qua e là, tra un rastrellamento e l’altro, che le multinazionali in mano agli ebrei non somministrino troppa acqua di fogna spacciandola per vaccino. È tutta roba che sta comoda ora, senza le riforme di cui si vagheggia la portata epocale, e che si accomoderà identicamente a riforme approvate. Buone per altro, magari (mica tutte e mica sempre), ma comunque orientate a lasciare intonso il libro del privilegio giudiziario.

Valentina Errante per "il Messaggero" il 25 ottobre 2021. Sconsigliata l'esibizione virtuale e attenzione alle amicizie o ai gruppi. Una specifica disciplina giuridica non c'è, ma l'uso dei social da parte delle toghe è comunque regolato dalle norme deontologiche. E riguarda anche la sfera privata. Il principio è quello del «self-restraint», ossia l'autocontrollo anche sulle mailing list, perché «ove non amministrati con prudenza e discrezione, possono vulnerare il riserbo che deve contraddistinguere l'azione dei magistrati e potrebbero offuscare la credibilità e il prestigio della funzione giudiziaria». Lo precisa la Cassazione che, attraverso l'ufficio del Massimario, ha risposto a un questionario arrivato dalla Corte Suprema della Repubblica Ceca. Va da sé, ma piazza Cavour lo sottolinea, che esprimere opinioni su argomenti legati all'attività dell'ufficio può costituire un illecito disciplinare. La novità riguarda però la vita privata: «si raccomanda la riservatezza». E si sottolinea il rischio di ledere la credibilità complessiva della magistratura anche con partecipazioni a gruppi o follow che abbiano rilevanza politica. «I limiti - si legge nel documento della Cassazione - sono particolarmente penetranti con riguardo alle espressioni, esternazioni o pubblicazioni che abbiano legami con i contenuti dei procedimenti trattati nell'ufficio o con le persone in essi coinvolti, giacché la legge recante la disciplina degli illeciti disciplinari stabilisce che il magistrato esercita le funzioni con correttezza, riserbo ed equilibrio e rispetta la dignità della persona nell'esercizio delle funzioni». In certi casi, sottolineano i giudici esternazioni o pubblicazioni possono costituire un illecito disciplinare «allorché siano tali da tradursi in gravi scorrettezze nei confronti delle parti, dei difensori, dei testimoni o di qualunque soggetto coinvolto nel procedimento o nei confronti di altri magistrati». I limiti, per le toghe, però non riguardano solo l'ambito professionale, ma anche le esternazioni sulla vita privata. Si legge nel documento infatti che l'attività dei magistrati sui social network «deve ritenersi limitata anche quando si riferisca ad espressioni o pubblicazioni di natura privata». La regola è quella della sobrietà nei comportamenti che impone «di non eccedere nell'esibizione virtuale di frammenti di vita privata che dovrebbero restare riservati, al fine di non pregiudicare il necessario credito di equilibrio, serietà, compostezza e riserbo di cui ogni magistrato (e, quindi, l'intero ordine giudiziario) deve godere nei confronti della pubblica opinione». In questa prospettiva le regole deontologiche impongono un self-restraint «ancor più rigoroso nei casi in cui le esternazioni o le pubblicazioni (ma anche la creazione di amicizie o connessioni virtuali o la partecipazione a gruppi o a follow) abbiano rilevanza politica o investano temi di interesse generale». La regola non vale solo per la magistratura ordinaria, ma anche per i giudici di Tar e Consiglio di Stato. Lo scorso marzo, il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa, con una delibera, ha definito le linee guida sull'uso dei mezzi di comunicazione elettronica e dei social media da parte dei magistrati. Il documento si occupa in particolare, delle amicizie e delle connessioni create o accettate on line dai giudici amministrativi, raccomandando che i collegamenti siano gestiti con estrema diligenza e precauzione, limitando le connessioni virtuali che riguardino soggetti coinvolti nel ruolo istituzionale o possano intaccare l'immagine di imparzialità. Infine si prevede che ogni magistrato amministrativo abbia il diritto e il dovere di ricevere una formazione specifica relativa ai vantaggi e ai rischi dell'utilizzo dei social network e si raccomandano iniziative di aggiornamento e formazione a cura del Consiglio di presidenza e dell'Ufficio studi della giustizia Amministrativa.

L’affondo di Santalucia: «Paletti solo per i pm, risparmiati i giudici». Presunzione d’innocenza, le critiche del leader dell’Anm in audizione: «Giusto rafforzare il principio, ma così si ingessano eccessivamente i rapporti con la stampa». Valentina Stella su Il Dubbio il 29 settembre 2021. Si sono svolte ieri le prime audizioni presso la Commissione Giustizia della Camera, nell’ambito dell’esame dello schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Il Governo ha redatto un testo su cui ora le commissioni competenti dovranno esprimere pareri non vincolanti. Il primo a parlare è stato Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione nazionale magistrati: «Il testo complessivamente può trovare condivisione perché il bisogno di rafforzare la presunzione di innocenza è certamente un bisogno meritevole di considerazione». Santalucia però ha rilevato delle criticità, soprattutto sull’articolo 3, che va a modificare il decreto legislativo relativo ai rapporti del pm con la stampa: «Si sono voluti irrigidire, attraverso l’esclusivo riferimento ai comunicati ufficiali e alle conferenze stampa, i rapporti tra l’ufficio di Procura e la stampa. Ritengo che questa sia una eccessiva ingessatura che bandisce qualsiasi possibilità che il procuratore della Repubblica possa rendere una dichiarazione ad un giornalista fuori da una conferenza stampa». Santalucia si è chiesto poi «perché le modifiche debbano valere solo per gli uffici di procura e non anche per i giudici». Insomma: «Mi rendo conto della necessità di richiamare l’attenzione, soprattutto della magistratura requirente, a sobrietà e continenza con i rapporti con la stampa, ma credo che questa eccessiva formalizzazione dei canali di comunicazione possa rivelarsi in concreto più lesiva del bisogno di una corretta informazione». E poi ha ravvisato un paradosso: «L’articolo 114 cpp sulla pubblicabilità degli atti del procedimento rende, per una scelta del legislatore della passata legislatura, pubblicabile senza alcun limite l’ordinanza di custodia cautelare. Ma poi irrigidiamo la possibilità di comunicare del procuratore della Repubblica». A livello emendativo ha proposto di cancellare il termine “esclusivamente” al comma che limita i rapporti del procuratore con la stampa “(esclusivamente) tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”, e sostituirlo con “preferibilmente”’. Per il segretario generale dell’Anm Casciaro, «ferma l’esigenza di effettività del principio della presunzione di innocenza nel processo (penale), la procedura delineata potrebbe attivare una serie di sub procedimenti con istanze, provvedimenti, opposizioni in camera di consiglio che rallenterebbero la macchina della giustizia in un momento in cui è più che mai avvertito l’impegno a velocizzarla. Forse basterebbe, nel civile come nel penale, la previsione di uno strumento di rettifica mutuato dalla procedura di correzione dell’errore materiale, più agile e snella». Se per l’Anm i paletti sono troppo rigidi, di parere contrario è l’Unione Camere penali, intervenuta con gli avvocati Giorgio Varano e Luca Brezigar: «Le norme, così come formulate, rischiano di essere dei meri desiderata che non avranno mai concreta applicazione». Inoltre tacciano la norma di essere troppo indeterminata nel non elencare nel dettaglio le “autorità pubbliche” a cui è vietato “indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini”. In aggiunta, a decidere la rilevanza pubblica di un fatto degno di conferenza stampa è la stessa procura che ha condotto le indagini, la stessa che «decide l’eventuale iscrizione di notizie di reato in tema di diffamazione e l’esercizio dell’azione penale sullo stesso tipo di reato – sulla base magari dell’assenza di rilevanza pubblica della notizia». In generale, per l’Ucpi, «affidare in via esclusiva alla magistratura la tutela del diritto alla presunzione di innocenza» non rappresenta il giusto rimedio che invece potrebbe essere quello di «un Garante per i diritti delle persone sottoposte ad indagini e processo che potrebbe realmente diventare quel soggetto “terzo” capace di tutelare i diritti di chi viene sottoposto ad un processo mediatico e di chi viene potenzialmente esposto allo stesso da atti della magistratura violativi dei principi declinati dalla direttiva europea». Ma in tutto questo, il modus operandi della stampa andrà modificato? Il testo del governo non si interroga su questo, ma dice l’Ucpi: «Bisogna uscire dall’equivoco che ogni riferimento a fatti inerenti a procedimenti penali sia di per sé espressione del diritto di informare e di essere informati. Per questa ragione, occorre pensare ad un codice (non solo deontologico, ma di legge) che detti regole condivise per il comportamento dei magistrati (in piena attuazione della direttiva europea) ma anche degli avvocati e dei giornalisti».

Giustizia, dal caso Feltri alla trattativa Stato-mafia: bisogna limitare i poteri dei pm. Roberto Cota su Libero Quotidiano il26 settembre 2021. I pm, già i pm. I rappresentanti dell'ufficio del pubblico ministero hanno chiesto la condanna a tre anni e quattro mesi di carcere per Vittorio Feltri (otto mesi per Pietro Senaldi), per aver scritto un articolo. Per restare all'attualità, sempre magistrati inquirenti hanno portato avanti per anni il famigerato processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Per lungo tempo politici ed altri rappresentanti delle istituzioni sono stati infangati. Poi, tra primo e secondo grado, gli imputati sono stati praticamente tutti assolti. Ho fatto due esempi per restare agli ultimissimi giorni. Ma l'elenco di azioni e posizioni dei pm che si possono definire sconcertanti è lungo. Anzi, lunghissimo. Per non dire infinito. Spesso si dice che esiste la dialettica processuale e che il pm, appunto, è solo una parte del processo. Il cittadino dovrebbe avere fiducia nel giudice terzo. Non è proprio così in quanto: a) esiste spesso un condizionamento ambientale ed una promiscuità che non rende il giudice davvero terzo; b) i processi durano anni e i danni che provocano indagini e richieste infondate sono irreparabili; c) le Procure possono andare anche contro le decisioni dei giudici perché comunque hanno la possibilità di impugnare le sentenze di assoluzione. In passato si è parlato di far eleggere i capi delle Procure direttamente dal popolo. Sono stato un sostenitore di questa soluzione. Mi sono ricreduto. Dopo aver visto i Cinquestelle al potere mi sono reso conto che, in un determinato contesto, il giustizialismo delirante avrebbe potuto anche arrivare ai vertici delle Procure, magari sostenuto da certa stampa (non da Feltri e Senaldi). Con la ulteriore difficoltà di dover riparare danni enormi alle elezioni successive. Alla fine, l'unica cosa da fare è quella di limitare i poteri dei pubblici ministeri. Sulla durata dei processi (la riforma del ministro Cartabia è un po' timida) e quindi sulla durata dell'esercizio dell'azione penale. Sulla facoltà di impugnare le sentenze quando l'accusa è soccombente. Sulla possibilità (oggi troppo estesa) di richiedere misure cautelari ed anche, infine, introducendo la impossibilità di ricoprire uffici direttivi per chi ha portato avanti in precedenza indagini rivelatesi infondate.

La partita non è chiusa. Approvata la riforma, sapete chi scriverà le norme? Le toghe. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 26 Settembre 2021. Non vorremmo che la definitiva approvazione della riforma Cartabia del processo penale creasse soverchie illusioni. Abbiamo detto in ogni modo che, pur con i suoi macroscopici limiti, figli di una mediazione quasi impossibile tra forze di maggioranza agli antipodi proprio sulle questioni cruciali che ha affrontato, quella riforma ha comunque segnato una svolta rispetto al periodo più buio della legislazione penale nella storia della Repubblica. Occorreva scrivere la parola fine allo spettacolo desolante dei meet-up manettari padroni del campo, alla sistematica eversione, scomposta ed irridente, dei fondamenti costituzionali della legge penale e del giusto processo, cupa ed ossessiva colonna sonora di questo ultimo triennio. Quella parola “fine” è stata scritta, a Parlamento invariato, e non possiamo ignorare il valore positivo di quanto accaduto. Ciò detto, non illudiamoci: la partita è tutt’altro che conclusa. Questa è una legge delega, quelle approvate (con l’ennesimo voto di fiducia) non sono testi normativi compiuti, ma deleghe al Governo. I singoli articoli dovranno tradurre in norme gli indirizzi in teoria vincolanti definiti nelle deleghe. Dico in teoria perché, come tutti sappiamo, in un testo di legge basta un avverbio, una virgola, una aggettivazione per definire in un senso o nell’altro il comando normativo. Chi controlla la rispondenza della norma alla delega? I poteri del Parlamento sono purtroppo molto labili, anche se andranno attivati con il massimo sforzo; sarà semmai la Corte Costituzionale, “a babbo morto”, ove investita da un Giudice chiamato ad applicare la norma, a valutare il c.d. “eccesso di delega”. Ora, la domanda cruciale che dovete porvi è molto semplice: chi si appresta a scrivere quelle norme? Risposta: l’ufficio legislativo del Ministero di Giustizia. Allora voi chiederete certamente: chi compone, chi governa, chi amministra questo cruciale ufficio ministeriale? Risposta: magistrati, magistrati, magistrati. Incidentalmente, qui e là, può capitare che qualche professore universitario, se del caso, dia una mano. Ma cosa ci fanno, vi chiederete giustamente, dei magistrati al Governo? Per quale ragione costoro, avendo vinto un concorso bandito per coprire gli organici della magistratura requirente e giudicante, non stanno nelle loro aule ad esercitare la giurisdizione, ma si trovano ad esercitare da protagonisti, in un ruolo così cruciale e decisivo, il potere esecutivo? Ecco, con queste semplici domande vi trovate dentro fino al collo in una delle più clamorose ed inspiegabili anomalie della nostra vita democratica. Da sempre vigono leggi nel nostro Paese che prevedono che, ad ogni formazione di un Governo, un piccolo esercito di magistrati venga messo fuori ruolo ed assegnato, formalmente su chiamata dei rispettivi Ministri e Sottosegretari, a comporre, con ruoli e responsabilità di assoluto rilievo, gli organici dei vari Ministeri. Eclatante il caso del Ministero di Giustizia, dove i magistrati distaccati sono oltre un centinaio. Ovviamente essi occupano tutti i ruoli cruciali, dal Capo di gabinetto del Ministro al capo e al vicecapo dell’ufficio Legislativo, al capo dell’Ispettorato, al capo dell’Amministrazione Penitenziaria, e via via a comporre tutti gli organici di questi e di tanti altri uffici. Come avvengono questi distacchi? Beh, a seconda dell’orientamento politico del Governo, il sistema correntizio governato dall’Anm fornirà le risposte adeguate, dosandole nel modo più acconcio. Il Ministro è in grado di controllare politicamente tutto ciò? Mettiamola così: non è un compito facile. E di certo, comunque, non potrà mai esercitare il giusto controllo sugli aggettivi, le virgole e la struttura lessicale dei decreti attuativi di una legge delega. Ora fatevi quest’altra domanda: anche negli altri Paesi funziona così? Risposta: nossignori, manco per idea, siamo gli unici in tutto il mondo. Scommetto che, già solo dopo queste poche, banali domande e risposte, stiate cominciando a comprendere come mai in Italia la magistratura eserciti un potere così anomalo, così incontrollabilmente squilibrato rispetto agli altri poteri dello Stato. Beh siete sulla strada giusta. E comprenderete bene anche per quale ragione di questo tema non si riesce nemmeno ad iniziare a discutere. Nemmeno inizia un dibattito. Si lascia cadere. “È previsto dalla legge”, dice distrattamente il segretario generale di Anm in una intervista di questi giorni. Beh, nessuno pensava si trattasse di un traffico clandestino di fuori ruolo. E la politica, il Parlamento? Nemmeno si azzardano, roba radioattiva, tenersi alla larga. E invece questa, proprio questa, è una delle più clamorose anomalie, una autentica emergenza democratica del nostro Paese. Il Congresso dei penalisti italiani ne sta parlando in questi giorni e discuterà di come lanciare una grande campagna politica nel Paese su questo tema, e su altri ad esso connessi. Cioè la sola, vera riforma dell’ordinamento Giudiziario necessaria, non la caricatura che ne è in preparazione. Seguiteci con un po’ di attenzione. Scommettiamo che, nei prossimi mesi, almeno il dibattito riusciremo a farlo iniziare?

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione Camere Penali Italiane

I professionisti dell’antipolitica. L’approvazione della riforma Cartabia nel Paese della trattativa Stato-Stampa. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 24 settembre 2021. Nel giorno in cui un tribunale smonta le stravaganti teorie di una sottocultura pubblicistica eversiva e criminogena, diventa finalmente legge un provvedimento che ferma la discesa inarrestabile verso l’inciviltà. L’approvazione della riforma Cartabia è una buona notizia per molte ragioni, la prima delle quali è che comporta la cancellazione della riforma Bonafede. E questa è un’ottima notizia, resa ancora più significativa dalla coincidenza temporale con la sentenza d’appello nel processo sulla cosiddetta «trattativa Stato-mafia». Trattativa che a quanto pare non c’è mai stata (quando si arriva a dire che la trattativa c’è stata perché la mafia ha avanzato delle richieste, anche se nessuno le ha accolte, il problema non è più giuridico e tanto meno politico, è semplicemente un problema di italiano). Trattativa, soprattutto, che se anche ci fosse stata, mai avrebbe dovuto chiamarsi così, come fosse un negoziato bilaterale gestito dai legittimi rappresentanti di due organizzazioni che si riconoscono reciprocamente: lo Stato da un lato, la mafia dall’altro. Nel qual caso, peraltro, non si capisce perché la questione avrebbe dovuto essere affidata a un tribunale, e dove sarebbe stato il reato. E se invece il tradimento del ministro o dell’ufficiale Tizio fosse stato accertato, che è quanto la sentenza di ieri esclude, avremmo dovuto chiamarla, semmai, trattativa Tizio-Mafia. Come è possibile non rendersi conto che il fatto stesso di chiamarla Trattativa Stato-Mafia è il più grande regalo che si possa fare alla criminalità, è purissima propaganda mafiosa, è un tic linguistico pernicioso, figlio di una sottocultura eversiva e criminogena? Su molti di questi tic appare decisa a intervenire, meritoriamente, la ministra Marta Cartabia, compreso il modo in cui si danno i nomi e si presentano le inchieste appena avviate (oggetto di un apposito decreto legislativo), che è un pezzo fondamentale dell’ingranaggio in cui viene stritolata ogni giorno la presunzione d’innocenza in Italia. Intanto, con tutti i compromessi e i limiti di cui si è già discusso ampiamente, il varo della sua riforma della prescrizione ristabilisce il principio fondamentale della ragionevole durata del processo, che i Cinquestelle volevano abolire, da ultimo anche con la complicità del Pd. E questo, insieme con il voto a favore del taglio costituzionale dei parlamentari, è stato certamente uno dei punti più bassi toccati dai sostenitori dell’alleanza strutturale con i grillini. Per fortuna è arrivato il governo Draghi a interrompere questa discesa inarrestabile verso la barbarie e a invertire la rotta. Ma il fatto stesso che per interromperla ci sia voluto un governo di emergenza, guidato da un ex presidente della Bce, dimostra quanto profondamente abbia attecchito il virus del populismo, e quanto deboli siano gli anticorpi del nostro sistema politico, anche a sinistra.

Francesco Boezi per ilgiornale.it il 22 settembre 2021. Il leader d'Italia Viva Matteo Renzi è intervenuto poco fa in Senato, rimarcando tutta la distanza possibile tra l'idea di Giustizia promossa dal governo di Mario Draghi e quella che avrebbe dovuto prendere piede secondo i desiderata dell'ex ministro Alfonso Bonafede, ma attaccando pure la "correntocrazia" che alberga in parte della magistratura italiana. Forte anche il richiamo al rispetto delle guarentigie dei parlamentari. Attraverso un annuncio circolato nel corso della mattina di oggi, l'ex presidente del Consiglio aveva anticipato i temi del discorso odierno. Argomentazioni che sarebbero state relative allo stato di salute della Giustizia italiana: "Questo pomeriggio - si leggeva sulla Enews - interverrò in Aula, al Senato, sui temi della riforma Cartabia e della giustizia penale. Sarà un intervento - aveva premesso Renzi - molto difficile, tra i più difficili della mia carriera. Ma sento il dovere di dire parole di verità sul momento incredibile che sta vivendo il mondo della magistratura nel silenzio dei più". Il tutto mentre il governo si appresta ad incassare il voto favorevole del Parlamento alla riforma Cartabia, che viene ritenuta decisiva dalla maggioranza. In gioco c'è il futuro del sistema Giustizia in Italia. Sistema che grazie al governo Draghi è sempre più lontano dall'impostazione di Bonafede. Italia Viva sostiene appieno l'azione del ministro della Giustizia: "La riforma Cartabia - ha esordito Renzi - , che noi voteremo con convinzione, è un ottimo primo passo e un primo passo, lo dice la storia, ti toglie da dove sei, dalla Bonafede, ma non ti porta ancora dove dobbiamo andare. Questa situazione avviene nel momento più tragico della storia del potere giudiziario nella storia repubblicana", così come raccontato dalla Lapresse. Insomma, quanto messo in campo dall'esecutivo potrà essere perfezionato tra qualche tempo, ma intanto la riforma consente di uscire dal guado giustizialista pentastellato. Un altro "siluro", per così dire, riguarda il rapporto tra politica e magistratura: "Tanti di noi - ha fatto presente l'ex presidente del Consiglio - hanno rinunciato al gusto della verità per la paura. Perchè per anni abbiamo consentito di lasciare non a dei singoli magistrati ma alla subalternità della politica, il fatto che fossero i pm a decidere chi poteva far carriera politica e chi no, perchè abbiamo detto che un avviso di garanzia costituiva una sentenza di condanna. In questi anni - ha proseguito Renzi - il potere legislativo ed esecutivo hanno attraversato momenti di difficoltà, quello giudiziario mai, questo è il primo momento drammatico". "Crisi" è dunque una parola che la politica conosce bene, mentre la magistratura prenderebbe ora confidenza con i momenti no. La politica viene richiamata a riappropriarsi del ruolo che le è proprio. Renzi si è soffermato pure sull'articolo 68 della Costituzione e sulla sua centralità: "Le guarentigie dei parlamentari sono costituzionalmente garantite e quotidianamente ignorate da un utilizzo mediatico della magistratura e delle indagini. Se non utilizziamo il tempo da qui al rinnovo del Csm, nel luglio 2022, per scrivere una pagina nuova, non importa chi sarà il prossimo a essere coinvolto, la vera vittima della nostra inerzia sarà la credibilità delle istituzioni e la dignità della magistratura". La clessidra scorre. Puntuale, l'ex premier, ha presentato anche la sua visione della situazione complessiva della magistratura, citando pure una "profezia" dell'ex direttore di Radio Radicale Massimo Bordin. Questi aveva pronosticato un futuro in cui "i magistrati si sarebbero vicendevolmente arrestati". Il leader d'Italia Viva, nel proseguo, ha posto accenti pure su quella che ha chiamato "correntocrazia": La “correntocrazia? dentro la magistratura del 2021 è come la partitocrazia nella politica del 1991"., ha tuonato, facendo dunque un'associazione. Poi la specificazione: "Il problema non è la separazione delle carriere, bensì lo strapotere vergognoso delle correnti della magistratura. Devi fare carriera se sei bravo non se sei iscritto ad una corrente". Renzi, nella parte finale del discorso, ha preso atto delle scuse poste tempo fa da Luigi Di Maio sul modus operandi e sulla visione della giustizia dei pentastellati. Applausi scroscianti, al termine dell'intervento del leader d'Italia Viva, sono arrivati pure dagli scranni di Forza Italia, da quelli della Lega e da quelli del Partito Democratico.

L'intervento al Senato dell'ex premier. La furia di Renzi contro Pm e Csm: sempre agli ordini delle correnti. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 23 Settembre 2021. Come una furia. Matteo Renzi ormai da un anno ha cambiato pelle e quando arriva in Parlamento arriva con una tutina angelo vendicatore. Porta decisioni, non considerazioni. Un giorno arrivò come quelli della Smorfia e disse: “Tu, tu, tu, Giuseppe Conte, te n’hai da annà”. Bim bum bam e Conte è andato per stracci. Il discorso di ieri al Senato è stato più che una requisitoria, è stato un avviso di sfratto. Fra un anno il Parlamento deve eleggere i suoi membri laici del CSM e stavolta – ha detto Renzi – faremo un lavoro secondo istruzioni per strappare il potere alle correnti e impedire abuso di potere dei magistrati. Ha fatto le sue concessioni di rito ai magistrati buoni che non possono lavorare per colpa dei magistrati cattivi, e più che altro ha accusato il Parlamento di non aver esercitato il suo potere mandando come membri laici del CSM gente che fosse capace di bloccare le correnti e imporre la democrazia. Approvata la legge Cartabia, tutto deve essere rifatto da capo, in magistratura. L’impressione è che quel che l’Europa comanda, Matteo va e fa. Adesso dobbiamo fare quaranta riforme in poco tempo e quella della magistratura è considerata vitale, anche se la legge Cartabia è un buon inizio ma all’Europa non basta e l’Europa allora (presumiamo) batte i pugni e Matteo è il suo evangelista. L’Europa disse: “Per favore, ci buttate fuori quelli?”. Pronti: zac e zac, missione compiuta. E ieri, Matteo è venuto ad avvertire la Magistratura – intesa come quella corporazione che ammazza la democrazia, – che è il momento del “Game Over”. Tutti a casa. Arrendetevi, siete circondati. “Molti non hanno il coraggio di dirlo anche tra noi che rinunciamo al gusto della verità per paura – dice Renzi – perché per anni abbiamo consentito che fossero i PM a decidere e che l’avviso di garanzia fosse una sentenza di condanna”. E scusate se è poco. Per carità, tutto vero, tutto arcinoto, ma Renzi ha portato il messaggio come quei messi giudiziari americani che ti urtano per strada e ti mettono in mano l’avviso di convocazione dicendoti: “You are served”. Il Parlamento è servito. Matteo restringe la premessa storica: “Attenzione – concede retoricamente – non parlo di giudici cui ci rivolgiamo con deferente omaggio a due giorni dall’anniversario della morte di un gigante come Rosario Livatino e i tanti magistrati che hanno dedicato la propria vita per le istituzioni”. Tutto ciò è giusto e ovvio, ma il potere giudiziario è in crisi per colpa della politica. Diciamoci le cose come stanno una volta per tutte: c’è stata una parte del Senato e della Camera, in particolar modo a sinistra, che ha immaginato di trarre vantaggio dalle vicende giudiziarie che riguardavano l’altra parte della politica: la parte che stava nell’emiciclo di destra. “E questa – grida Renzi – è una responsabilità politica della sinistra che ha cercato di strumentalizzare questa circostanza accusando la destra di aver risposto con leggi ad personam. Ma nessuno si può tirare indietro nel giudicare la fine di questi trent’anni di lunga guerra tra magistratura e politica durante i quali la magistratura non ha mai avuto problemi perché ha sempre utilizzato ciò che avveniva in quest’aula recuperando forza. Oggi non è più così perché c’è una disgregazione all’interno della magistratura e questa disgregazione porta ad avverarsi la profezia dell’allora direttore di Radio radicale Massimo Bordin che definiva il futuro come il luogo nel quale i magistrati si sarebbero vicendevolmente arrestati, Chi di noi ha iniziato a fare politica nel momento tragico dell’inchiesta “Mani Pulite” non può che sentirsi stravolto vedendo oggi che i due personaggi del pool rimasti sulla ribalta, siano alle carte bollate tra di loro”. Già, è vero, curioso: Greco e Davigo si menano come i duellanti, ma nessuno ci fa caso: nessuno ha il coraggio di dire quello che sta succedendo come se la politica avesse paura di dire ciò che sta accadendo in magistratura. Insomma, dice il leader di Italia Viva, oggi viviamo in una cappa di preoccupazione e di timore “e io avverto il bisogno di dirlo qui senza alcuna paura senza alcun elemento di timore reverenziale verso la magistratura che nel 2021 ha iniziato un cammino preoccupantissimo perché è venuta meno la guida politica 5 Stelle nella magistratura; anche se devo dare atto all’attuale ministro degli Esteri di aver detto parole sull’uso barbaro e incivile della giustizia da parte dei 5 Stelle, nel 2016: scuse timide e tardive ma pur sempre scuse”. Negli anni del ministero Bonafede – ha detto Renzi – c’è stata una guida profondamente giustizialista del ministero, quando si diceva che giustizialismo e garantismo sono due diversi estremismi. Renzi si è rivolto “agli amici di quella parte politica cui posso solo fare gli auguri: io vengo da una cultura in cui la Costituzione è una cosa seria e il giustizialismo e un elemento di deformazione della Costituzione.” In questo momento – ha osservato il leader di Italia Viva – sono partite delle dinamiche interne nella magistratura che hanno portato alla luce tensioni che sono esplose in una guerra che sta portando a indagini su indagini di magistrati contro altri magistrali: se volete far finta di non vedere, fatelo pure ma è un dato di fatto. Il problema non è la separazione delle carriere, paradossalmente il punto è lo strapotere vergognoso che le correnti hanno dentro la magistratura e che incide nel processo disciplinare dei singoli magistrati e che impedisce ai magistrati di livello di fare carriera se non sono iscritti ad alcune correnti. Questa è la vera separazione della carriera da fare: quella tra la corrente e il magistrato. È impossibile immaginare che un Csm la cui autorevolezza ha toccato i punti più bassi (anche per colpa nostra – ha ammesso – nella selezione dei candidati laici, perché bisogna avere il coraggio di dirla tutta) possa riformarsi da solo. Il punto vero è che se i PM vanno al disciplinare sulla base dell’appartenenza alla singola corrente, non sulla base dei fatti, le cose non possono funzionare. Poi Renzi ha ricordato un episodio che riguarda direttamente: “Quando io sono intervenuto a testa alta per dire che c’era una procura che a mio giudizio stava sorpassando il limite dell’azione giudiziaria, non è che ho preso un avviso di garanzia ma ne ho presi due dalla stessa procura”. Quando le correnti dicono: “voglio stringere un cordone sanitario intorno al senatore XY” non ci si deve preoccupare di quel senatore, ma del Senato per quello che sta succedendo. Vedo tre cure immediate e necessarie, ha concluso: primo, i magistrati devono sentirsi liberi di fare il proprio lavoro anche se non sono iscritti a una corrente. Due: i politici devono avere il coraggio di andare avanti anche quando ricevono un avviso di garanzia perché non può essere un avviso di garanzia a bloccare una carriera. Tre: non si può continuare a parlare di nuove guarentigie: le guarentigie dei parlamentari sono costituzionalmente garantite e quotidianamente ignorate dall’utilizzo mediatico della magistratura e delle indagini. Dobbiamo metterci a lavorare per un rinnovo del Csm nel luglio del 2022 per scrivere una pagina nuova, pena la credibilità delle istituzioni e la loro dignità. Per la magistratura – ha concluso Renzi – non conveniva che io parlassi. Ma ci sono momenti in cui avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome è un dovere politico civile e morale.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Aria nuova, stop allo strapotere dei pm. Il vento del giacobinismo è fuori moda. Stefano Zurlo il 24 Settembre 2021 su Il Giornale. Scandali e inchieste hanno incrinato l'intoccabilità delle toghe. Ma qualche rigurgito di giustizia a orologeria ogni tanto ritorna. Tabula rasa. Alla roulette dei grandi processi tricolori qualcuno se l'aspettava. C'era già stata l'assoluzione di Calogero Mannino e quella del generale Mori nei cosiddetti processi satellite. Ma nel nostro Paese la scienza giudiziaria ha le sue variabili e quel che è certo può sempre sorprendere. Invece, ecco questo verdetto che - in attesa delle motivazioni - fa a pezzi la sentenza di primo grado e un'indagine che aveva provato a riscrivere un segmento di storia patria. Naturalmente, l'accusa sostiene e sosterrà anche in Cassazione di aver portato fatti e non congetture, ma resta la sostanza: le condanne non ci sono più. E si può anche azzardare che forse i tempi non sono più quelli di qualche anno fa, il vento del giacobinismo si è affievolito. Troppi scandali. Il sistema Palamara. Le critiche da destra ma anche da sinistra ad un modo disinvolto ed autoreferenziale di amministrare la giustizia. «I giudici - ha detto al Giornale Luciano Violante - devono soltanto punire e non riscrivere la storia». Un giudizio sferzante, pronunciato da chi era considerato un tempo il punto di riferimento del mitico partito delle toghe. E invece i Violante, i Cassese, i Nordio hanno fatto scuola: oggi la magistratura cerca una via d'uscita dalla trappola dell'ideologia e le corti sono meno, molto meno condizionate e condizionabili dai pm. La repubblica dei pubblici ministeri è in declino e certe folate girotondine non sono più di moda. Intendiamoci: con ogni probabilità il verdetto di Palermo sarebbe arrivato comunque e sarebbe stato altrettanto tranchant. Però è altrettanto vero che le sentenze sono figlie del tempo in cui vengono pronunciate e questa è un'epoca inedita, popolata di dubbi, di riflessioni, di distinguo. Qualcuno ritiene che ci sia una minore tensione ideale, ma la capacità di un giudice dev'essere quella di leggere un fatto, non di disegnare un affresco che spetta al sociologo, al giornalista, allo scrittore. C'è del nuovo, o almeno così appare nei canali dell'informazione che amplificano le voci delle minoranze più agguerrite, ma il vecchio non se ne vuole andare. Certi schematismi, se non a orologeria quantomeno tempestivi, funzionano tranquillamente come prima. Siamo alla vigilia delle amministrative e ieri, con disarmante puntualità, ecco addensarsi nubi e ombre sulla testa del candidato presidente del centrodestra per la Calabria, Roberto Occhiuto. Occhiuto è in vantaggio, molto avanti, almeno secondo i sondaggi, ma un quotidiano progressista, Domani, mette in prima pagina i «bonifici sospetti al futuro Presidente della Calabria». L'inchiesta, a quel che si capisce non c'è, c'è semmai in azione l'Antiriciclaggio di Banca d'Italia, ma un avviso di garanzia può sempre arrivare. Prima o dopo un articolo, a macchiare un'immagine o a impigliare una carriera. È dal 1992 almeno, dall'esplosione di Mani pulite, che la politica usa le inchieste per regolare i conti e per mettere in difficoltà avversari e outsider. Luca Palamara ha descritto quelle dinamiche nel suo libro, spiegando che a un certo punto la magistratura associata si era compattata contro Salvini. E aveva deciso di dargli torto, anche quando aveva ragione. La cosa sconvolgente è che ora questa deriva è arrivata fin dentro la magistratura, in un gioco di opposte fazioni. E gli stessi pm di Mani pulite, Francesco Greco e Piercamillo Davigo, sono impegnati alla fine della loro brillante carriera in un non esaltante duello. Il verdetto di Palermo potrebbe segnare una svolta garantista, anche se è presto per trarre conclusioni. Di sicuro una parte dei segreti italiani resta custodita in cassetti inaccessibili, ma altri presunti misteri finiscono nel cestino. Erano solo teoremi senza prove. Stefano Zurlo

Parlamento inerte sullo scandalo del "sistema". Resta aperta la piaga delle toghe politicizzate. Stefano Zurlo il 23 Settembre 2021 su Il Giornale. In agenda non esiste un progetto per porre rimedio ai mali scoperchiati dal caso Palamara. Si attende solo il referendum promosso da Lega e Radicali. Ce lo chiedeva l'Europa ed è arrivata. Ma gli italiani e anche buona parte del Parlamento attendevano altro. D'accordo, va bene una giustizia che acceleri sui processi e tolga qualche tornante, e va ancora meglio abolire il mostriciattolo della prescrizione, ma nell'emiciclo che ora vota come in una catena di montaggio i provvedimenti voluti da Draghi c'erano altre aspettative: dopo il caso Palamara e l'emergere di scandali e lottizzazioni, si era capito che Camera e Senato volessero mettere mano seriamente all'architettura giudiziaria e non solo dare una mano di vernice ai locali impresentabili. Ci sarebbe da reinventare il Csm, sprofondato in una crisi di credibilità senza precedenti e decimato dalle dimissioni dei suoi membri, e sarebbero da rivedere il sistema delle nomine e i confini delle correnti, per evitare le derive degli ultimi anni e le degenerazioni cui abbiamo sgomenti con cadenza inquietante. Ma questa urgenza sembra essere svanita nel Palazzo che porta la Cartabia sul traguardo a tempo di record. Aspettiamo sempre, come nelle favole, una magistratura meno politicizzata e più garantista, con un corredo di norme meno ingarbugliate e contorte. Temi che ritornano in un girotondo che assomiglia al gioco dell'oca. Pareva che le forze politiche, non solo la destra, volessero davvero affrontare senza tic e riflessi ideologici questa interminabile crisi, ma l'agenda del Parlamento è piatta. Matteo Renzi ha tenuto ieri dal suo scranno di Palazzo Madama l'ennesima requisitoria contro il sistema che ha travolto anche la sua famiglia, trasformando i suoi genitori in una coppia alla Bonnie e Clyde; autorevoli giuristi, come Sabino Cassese, e politici carismatici della sinistra, come Luciano Violante, hanno dettato il metronomo delle riforme che non possono aspettare. Ma al momento, e speriamo di essere smentiti già domani, il cantiere legislativo è vuoto. Si procede in ordine sparso o ci si accontenta del maquillage firmato dalla Guardasigilli. Dietro l'angolo c'è l'elezione del presidente della Repubblica e forse, chissà, nuovi assetti di governo. Le riforme di sostanza, quelle che dovrebbero per forza di cose toccare la seconda parte della Costituzione, languono e fra queste ci sono anche quelle della giustizia, pure attese da buona parte della nomenklatura Pd. Così la Lega e i radicali provano a far saltare la cassaforte del corporativismo raccogliendo le firme per i referendum che, combinazione, hanno trovato in queste settimane sponde e rilanci insospettabili. Ma la strada popolare, oggi così di moda per via della rivoluzione digitale, ad oggi non sembra aver dato carburante al motore della classe politica. Certo, c'era già il dossier Cartabia e pure quello, in un Paese frammentato come il nostro, ha rischiato di saltare e si è inventata l'improcedibilità per disinnescare la prescrizione senza fine e l'ira dei 5 Stelle. Meglio una piccola riforma che niente, ma dopo quasi trent'anni di chiacchiere e tentativi di cambiamento puntualmente affossati dal partito della conservazione, è arrivato il momento di voltare pagina. Speriamo che la Cartabia sia solo l'antipasto di un ricco menu, non per punire i giudici ma per avvicinare la giustizia ai cittadini. L'Europa, forse, è soddisfatta. Gli italiani no: se il Parlamento non si darà una mossa, saranno le urne a picconare il vecchio, anche se la Consulta potrebbe mettere fuori gioco due o tre dei sei quesiti. Stefano Zurlo

Le bufale sulla separazione delle carriere. Referendum sulla giustizia, per i pm anche Falcone sarebbe un pericolo sovversivo…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Settembre 2021. Ma perché certi magistrati dicono tante bugie? Ora hanno preso di mira il quesito referendario sulla separazione delle funzioni. Che non è la divisione tra le carriere, ma loro fanno finta che lo sia per agitare le toghe più reazionarie, quelle affezionate al sistema inquisitorio. È la vera bestia nera, lo spauracchio più gigantesco che ci sia, per le toghe: la separazione tra il rappresentante dell’accusa e il giudice. Quando gli si agita davanti agli occhi il drappo rosso, o anche solo rosa come in questo caso, il pm mostra subito la sua faccia feroce, come se qualcuno gli stesse strappando dalla bocca la sua preda, il suo prigioniero politico, il giudice. Tanto da non tollerare, dopo gli schiamazzi di un anno fa quando per la prima volta e per un solo giorno l’aula di Montecitorio affrontò il tema, dopo che l’Unione delle Camere penali aveva presentato la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale, neppure il timido referendum che divide in modo netto le funzioni. Il quesito presentato da radicali e Lega infatti modifica solo le norme che regolano l’accesso alla magistratura, così come la formazione e l’aggiornamento dei magistrati e la loro progressione economica, eliminando ogni riferimento ai passaggi da una funzione all’altra. In modo netto e definitivo. Lo si decide all’inizio di carriera: o si fa il giudice o si fa il pm, vietata la transumanza. È vero che, se il referendum vincesse, si aprirebbe un bel varco. Ma non sarebbe risolto il problema dell’unicità delle carriere, l’anomalia italiana che, nonostante il passaggio a quel sistema che la riforma del 1989 ha definito solo “tendenzialmente” accusatorio, è ferma al codice Rocco del ventennio. Il concetto stesso di “magistratura” puzza ancora di inquisizione. Non mette il Giudice sullo scranno più alto, lo mantiene a braccetto di una delle due parti processuali. La descrizione più gustosa del rapporto malato tra la toga inquirente e quella giudicante pare uscire dalla bocca di Berlusconi, invece è quella di un pm rampante, John Woodcock. L’ha scritto qualche tempo fa addirittura sul Fatto, dicendosi favorevole alla separazione delle carriere: «Oggi i pm si sono un po’ troppo abituati a vincere facile. Loro compito è infatti di persuadere un giudice, che spesso, e in particolare rispetto a un certo tipo di criminalità, è però già in perfetta sintonia coi loro argomenti, perché si è formato alla loro stessa scuola, perché li conosce e si fida di loro, perché si frequentano e chiacchierano insieme agli stessi convegni, agli stessi matrimoni, agli stessi compleanni, sulle stesse chat». È così chiaro! E lo dice uno dei protagonisti dell’anomalia italiana nell’occidente. Le carriere sono infatti separate in Germania, Svezia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone. Ma non c’è verso di far cambiare mentalità. L’argomento preferito dai magistrati più colti e di sinistra è che se liberiamo la pubblica accusa dalle braccia del suo giudice, il pm diventerebbe una sorta di poliziotto e perderebbe “la cultura della giurisdizione”. Lo ha detto esplicitamente Stefano Musolino, pm “antimafia” di Reggio Calabria, e neo-segretario di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra del sindacato delle toghe. Ci sono «quesiti che ci vedono nettamente contrari- ha detto parlando a nome del suo gruppo politico- e penso soprattutto alla separazione delle carriere, perché portare il pm fuori dal rapporto con la giurisdizione significa spingerlo a farlo diventare l’espressione della voglia securitaria del momento». Una sola domanda: mi può portare il dottor Musolino una decina di esempi in cui lui o altri pm di sua conoscenza abbiano, per esempio, portato al giudice qualche prova a discarico dell’indagato o dell’imputato? Di quale cultura della giurisdizione stiamo parlando? Non si sottrae neppure l’ex procuratore Giancarlo Caselli, che ha sempre avuto buona stampa. Lo aveva scritto l’anno scorso, nei giorni in cui si discuteva la riforma costituzionale, e lo ha ripetuto ieri. Anche lui dà per scontato che il referendum proponga carriere separate. «Si basa sull’affermazione – dice- che i giudici sono appiattiti sul pm, dunque bisogna separarli». Una banalizzazione del problema, quanto meno. Ma diciamo la verità, dovrebbe essere proprio necessario spiegare a un magistrato preparato come Caselli, che nessuno vuole, come lui aveva detto l’anno scorso, “limare le unghie alla magistratura”, perché nessuna toga dovrebbe essere fornita di unghie? E che la riforma del 1989, avendo introdotto, per quanto timidamente, il sistema accusatorio, ha stabilito che gli elementi raccolti dal pm vanno valutati nel contraddittorio tra le parti e non sono prove inconfutabili? Certo, quella riforma avrebbe dovuto essere completata con la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Purtroppo non è stato fatto e in questo modo si è lasciato spazio a quella (gran) parte dei magistrati che ancora non riescono a distaccarsi dal rimpianto del sistema inquisitorio, quello in cui la segretezza delle indagini dava il massimo dei poteri al corpo della magistratura. Bisogna avere il coraggio di dirlo, però, senza fare ogni volta il gioco delle tre tavolette. Come quando si dice “eh, ma così si finisce con il sottoporre il pm all’esecutivo”, pur sapendo che nella proposta di legge di riforma popolare questo non è previsto, e men che meno nel referendum. E bisognerebbe avere anche il coraggio, ogni volta che viene celebrato il nome di Giovanni Falcone (anche da parte degli ipocriti di sinistra che lo hanno combattuto), di citare quel suo saggio sulla separazione delle carriere. Basta ricordarne un passaggio. «Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerarla magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura». Occorre prendere atto, diceva ancora, che le carriere dei pm e dei giudici non potevano essere le stesse, «diverse essendo le funzioni e quindi le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali…». Lo diceva e lo scriveva quarant’anni fa. Anche lui voleva tagliare le unghie alla magistratura?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Quei garantisti sedotti da Palamara….L'ex magistrato si presenta come il castigatore della magistratura. Ma lui è l'artefice del Sistema di potere delle procure. Qualcuno lo ha scordato...Davide Varì su Il Dubbio il 9 agosto 2021. E’ addirittura commovente il trasporto emotivo con cui una fetta dell’ala garantista della nostra politica e intellettualità ha accolto la decisione di Luca Palamara di fondare un proprio movimento politico. Ed è sorprendente la speranza che ripongono nell’uomo, (l’ex) magistrato, che ha scoperchiato il Sistema, certo, ma che, per sua stessa ammissione, prima ha contribuito a crearlo fino a diventarne punto di riferimento, mente, “mandante” e terminale. E quando parliamo del Sistema ci riferiamo al controllo sulle nomine delle procure più importanti del Paese, al condizionamento delle toghe in politica, pianificato e perseguito in modo mirato: i 39 processi a Silvio Berlusconi dicono qualcosa? E i 19 ad Antonio Bassolino? Per non parlare dell’agguato a Clemente Mastella quando era ministro della giustizia o alle centinaia di governatori e sindaci indagati, massacrati mediaticamente e poi assolti. Insomma, la lista degli orrori sarebbe davvero troppo, troppo lunga. Ma ora c’è chi pensa seriamente di affidare la battaglia garantista a uno degli artefici di quel massacro. Intendiamoci, Palamara ha tutto il diritto di entrare in politica e di raccontare che lo fa per il bene della giustizia, perché ha scoperto che i processi sono troppo lunghi, che il potere delle procure è eccessivo e che il sistema delle correnti genera mostri. Tutto vero: solo che noi lo sostenevamo quando lui era dall’altra parte della barricata…

La corsa per le procure è iniziata: Palamara non c’è. Il Sistema sì…Tanti i nomi auterevoli in lizza per gli uffici più importanti. Mentre il Csm cerca di recuperare la propria credibilità dopo gli scandali. Simona Musco su Il Dubbio il 10 agosto 2021. Il Csm tira un sospiro di sollievo. Abbassando la serranda fino al 6 settembre, giorno in cui i consiglieri torneranno a Palazzo dei Marescialli trovandosi per le mani i dossier per decidere le nomine negli uffici più importanti del Paese: da Roma a Milano, passando per la Direzione nazionale antimafia e tra le altre anche le poltrone delle procure di Palermo, Pescara e Bari. Il clima è teso: il plenum, negli ultimi mesi, si è più volte spaccato, proprio perché il Csm, secondo alcuni, si è dimostrato incapace di cambiare pelle dopo gli scandali interni alla magistratura. La prova, secondo togati come Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, viene dalla decisione di aderire al ricorso di Michele Prestipino, procuratore spodestato dal regno di Roma, contro la decisione del Consiglio di Stato, che ha dichiarato illegittima la sua nomina.

Se la Cassazione “assolve” il Sistema…E il motivo di tale adesione è la volontà di impedire la limitazione di quel potere discrezionale venuto clamorosamente fuori con il caso Palamara, potere al quale Palazzo Spada ha messo un argine, indicando ai consiglieri superiori i criteri per le nomine. Il no del Csm, secondo Ardita, è apparso come un controsenso: dopo la stagione degli scandali e dello strapotere delle correnti, muoversi con più cautela sarebbe stato il minimo. Ma a piazza Indipendenza in molti sembrano essere di parere contrario. Anche perché la recente decisione delle Sezioni unite civili della Cassazione, che ha confermato la radiazione dell’ex zar delle nomine Luca Palamara, attribuendo alle sue gesta «motivazioni personali», sembra assolvere tutto il “Sistema” che pure l’ex capo dell’Anm ha descritto nei minimi dettagli.

I nodi di Roma e Milano. Il fascicolo più caldo è di certo quello di Roma. Allo stato al Csm tutto è fermo. La quinta Commissione, deputata al conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi, ha deciso di non decidere, anche in attesa della pronuncia del Consiglio di Stato sul ricorso del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, anche lui intenzionato a sfilare la poltrona a Prestipino. La decisione dovrebbe arrivare a settembre, ma intanto il candidato più forte, almeno sulla carta, sembra rimanere Marcello Viola, esponente di Magistratura Indipendente, fresco dell’ennesima pronuncia dei giudici amministrativi che hanno respinto la richiesta di sospensiva di Prestipino.

Il caso di Marcello Viola. I difensori del procuratore generale di Firenze, Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, hanno dunque invitato il Csm «a riattivare – in esecuzione delle pronunce del giudice amministrativo – il procedimento volto alla nomina» del procuratore di Roma, «procedendo, previo il necessario concerto ministeriale, a sottoporre al plenum le proposte originariamente formulate dalla V Commissione in data 23 maggio 2019». Ovvero nominare Viola come procuratore di Roma, scelta poi annullata dopo lo scandalo delle nomine scoperchiato dall’affaire Palamara. Gli avvocati di Viola sarebbero pronti a mettere in mora il Csm. Che invece rimane aperto a qualsiasi opzione, anche in attesa di sapere cosa dirà la Cassazione sui limiti di discrezionalità del Consiglio sulle nomine. Ma i nomi di Viola e Lo Voi sono in ballo anche altrove.

Il favorito per la procura di Milano. Viola, infatti, è tra i favoriti per la Procura di Milano, travolta dalla vicenda Eni e dal caos dei verbali di Amara. Assieme a lui in pole position c’è Giuseppe Amato, procuratore di Bologna ed esponente di Unicost, la corrente di centro delle toghe. Tra gli altri sette pretendenti spicca un solo interno: l’aggiunto Maurizio Romanelli, nome sul quale punta Area, corrente della magistratura progressista della quale fa parte anche l’attuale procuratore Francesco Greco e che rappresenterebbe, dunque, la “continuità” con la sua gestione. Ma proprio la pronuncia del Consiglio di Stato sulla Capitale potrebbe rendere il suo percorso ancora più in salita. Senza contare che Greco, attualmente, risulta il grande “sconfitto” delle ultime tribolazioni delle toghe: la recente decisione del Csm di non trasferire il pm Paolo Storari, accusato di gravi scorrettezze nei confronti del procuratore per aver consegnato i verbali di Amara a Piercamillo Davigo lamentando una gestione poco trasparente del caso, nonché l’indagine a suo carico a Brescia proprio per aver ritardato le indagini sulla presunta “Loggia Ungheria”, fanno di Greco un uomo sempre più solo, data anche la solidarietà di quasi tutto il suo ufficio a Storari.

Le critiche del Csm. A ciò si aggiungono le critiche del Csm all’organizzazione del suo ufficio, che il 3 marzo 2020 ha anche lamentato, con una lettera sottoscritta da 27 magistrati, la mancanza, nel progetto organizzativo stesso, di una indicazione e di un’analisi particolareggiata dei dati statistici relativi allo stato delle pendenze e ai flussi di lavoro. A ciò si aggiunge la sproporzione tra le attribuzioni e il numero delle assegnazioni dei magistrati addetti al dipartimento reati economici transnazionali (cioè quello che ha indagato su Eni) rispetto al numero di magistrati assegnati ad altri dipartimenti che trattano reati gravi. Greco, secondo quanto riporta il decano della giudiziaria milanese, Frank Cimini, ha dal canto suo deciso di non anticipare la pensione, ma di concedersi ferie più lunghe, evitando un ambiente che, stando ai più, risulta ormai impraticabile. E nel frattempo, la gestione dell’ufficio è in mano all’aggiunto con più anzianità di servizio, Riccardo Targetti.

La corsa per la Dna. Quanto a Lo Voi, il suo nome potrebbe essere in lizza anche per la procura nazionale, posto che verrà messo a bando in autunno. Sul risiko delle nomine la discussione è rinviata a settembre, ma intanto spuntano i primi possibili candidati. Il nome vincente, stando ai rumors, sarebbe quello di Giovanni Melillo, attuale procuratore di Napoli, che ha già rinunciato alla corsa per Milano, così come ha fatto anche il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Entrambi, ora, potrebbero puntare alla poltrona di via Giulia, ma in un’ipotetica competizione tra i due l’attuale procuratore di Napoli potrebbe farsi forte anche di un passato come capo di gabinetto dell’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel governo Renzi.

Gratteri vs Melillo. La candidatura di Gratteri appare quasi come inevitabile, dopo oltre quattro anni trascorsi nel capoluogo calabrese. Ma se lo sfidante fosse Melillo i giochi si complicherebbero: «L’attuale procuratore di Napoli vincerebbe ovunque», si mormora tra i suoi colleghi. Lui, per il momento, non avrebbe preso alcuna decisione, essendo troppo presto per pensarci. L’alternativa a lui sarebbe, appunto, una eventuale nomina di Lo Voi, non sgradita anche all’ex capo della procura capitolina Giuseppe Pignatone (che secondo il racconto di Palamara sarebbe anche l’artefice della sua nomina a Palermo) e la rinuncia di Prestipino, che invece potrebbe prendere il suo posto in Sicilia. I nomi in lizza sono tutti autorevoli, a fronte di un Csm, invece, in difficoltà e indebolito dagli scandali. E il capitolo “correnti” è ancora tutto da scrivere. «Ognuno ha le proprie simpatie e le proprie preferenze – confida una fonte del Csm -. È sempre il plenum a decidere e le nomine non sono appannaggio delle correnti, ma è certo che se ci sono affinità culturali di un certo tipo allora è inevitabile che vengano valorizzate…».

La situazione non è cambiata dopo l’uscita di Luca Palamara. Le lunghe ferie di Greco per tenere il posto in caldo: l’incastro con i giochi di Magistratura Democratica. Frank Cimini su Il Riformista l'8 Agosto 2021. Il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco non anticipa la pensione ma fa lunghe ferie lasciando in pratica la gestione dell’ufficio all’aggiunto con più anzianità di servizio Riccardo Targetti che aveva incontrato nei giorni scorsi. Nel caso avesse anticipato la pensione che scatterà il prossimo 14 novembre il procuratore avrebbe accelerato l’iter per la nomina del successore. E questo avrebbe provocato problemi alla sua corrente, Magistratura Democratica, che ha bisogno di prendere tempo al fine di trovare dentro il Csm le alleanze necessarie al fine di scongiurare l’arrivo al vertice della procura del cosiddetto “papa straniero”. Peppe Cascini uomo di punta dei magistrati di sinistra all’interno del Csm, raccolti tra Area e Md, è già all’opera da tempo per portare a termine il progetto, puntando alla nomina di Maurizio Romanelli, attuale coordinatore come procuratore aggiunto del pool che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione e che è l’unico candidato interno. Romanelli esperto sia di antimafia sia di antiterrorismo ha sulla carta meno titoli del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore capo di Bologna Jimmy Amato, ma con il gioco delle correnti diciamo che come la storia anche recente del Csm insegna si possono fare “miracoli”. La situazione non è certo cambiata dopo l’uscita di Luca Palamara e la sua radiazione dall’ordine giudiziario. Proprio Cascini fu a lungo in grande consuetudine di rapporti alleanza e amicizia personale con l’allora “ras delle nomine”. Basti ricordare la vicenda delle tessere per lo stadio Olimpico. Cascini ne aveva una a suo nome ma dovendo portare anche il figlio a vedere la partita non fu nemmeno sfiorato dall’idea di andare in biglietteria, cacciare i soldi di tasca e comprare il tagliando. Si rivolse a Palamara “per un contatto al Coni in modo da non doverti rompere i coglioni tutte le volte”. Quindi non si trattava neanche di un “una tantum” ma di un ingresso stabile anche per il pargolo. Questo emerge dalle intercettazioni fatte con il famoso trojan messo dai pm di Perugia nel telefono cellulare di Palamara. I prossimi mesi diranno se Md, che considera la procura di Milano territorio di sua appartenenza, riuscirà nell’intento. Greco intanto fornisce il suo contributo facendo di tutto per tenere in caldo il posto con ferie lunghe anche se abbastanza amare diciamo. Greco ricordiamo è indagato a Brescia per non aver proceduto tempestivamente alle iscrizioni tra gli indagati sulla base delle dichiarazioni rese da Piero Amara, capitolo loggia Ungheria. Greco comunque non rischia un procedimento disciplinare ma solo perché non vi sarebbbe il tempo per farlo. E a proposito di iscrizioni nel registro degli indagati diciamo che piove sul bagnato. Secondo insistenti indiscrezioni circolanti da tempo risulta indagato a Brescia un altro magistrato della procura di Milano insieme a un importante funzionario pubblico. Si tratterebbe di un atto dovuto dopo la lunga deposizione di un testimone presentatore di un esposto-denuncia. Frank Cimini

Toghe arroganti, pure nella crisi. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Quando la classe politica della cosiddetta Prima Repubblica fu travolta dalle indagini giudiziarie non provò neppure a difendersi. Certo, Craxi buttò lì che Mario Chiesa era solo un “mariuolo”, e poi in parlamento fece quel suo discorso sul finanziamento illegale conosciuto e praticato da tutti, ma furono modesti e isolati espedienti di resistenza in un panorama di generale abdicazione: e perlopiù i dirigenti di quei partiti politici seguivano il consiglio dei loro avvocati, cioè fare le scale del Palazzo di Giustizia di Milano e presentarsi incurvi davanti ai pm per confessare. Viene in mente quell’andazzo, ora che scandali non meno gravi coinvolgono proprio quelli che guidarono la rivoluzione giudiziaria che ha distrutto quei partiti politici. Questi erano titolari di un potere vituperato, ma che comunque poteva vantare una specie di accreditamento e, dopotutto, una parvenza di addentellato costituzionale: i magistrati, no. I Magistrati esercitavano allora, e in buona misura esercitano ancora, un potere adulato, e completamente estraneo al limite costituzionale. E questo spiega perché, pur a fronte delle gravissime e sistematiche ragioni di malversazione che ne viziano la struttura, l’organizzazione giudiziaria reagisce facendo finta di nulla. Il pallido riflesso di responsabilità che ancora connotava il contegno dei partiti politici, e li obbligava ad allargare le braccia di fronte all’evidenza della propria inadeguatezza, è completamente assente nei comportamenti della magistratura corporata, la quale oppone all’accusa che la riguarda la noncuranza del potere arbitrario, l’arroganza del potere usurpato, la violenza del potere senza fondamento di diritto. Non c’è neppure il segno del potere corrotto, nell’indifferenza della magistratura: c’è quello del potere golpista. Iuri Maria Prado

Le toghe che vogliono scrivere le leggi: ecco la vera emergenza. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Non facciamoci distrarre dal penoso teatrino politico andato in scena in questi ultimi giorni a proposito di “riforma della giustizia penale”. Disinteressiamoci delle bandierine pateticamente piazzate da tutti in ogni dove, e di improbabili leader che pretenderebbero di costruire su simili cialtronerie nientedimeno che la propria nuova avventura politica (auguri!). Salutiamo con la dovuta soddisfazione la fine dell’era Bonafede e del suo fanatico culto dell’“imputato a vita” come cifra -pensa te- di una giustizia finalmente equa e “uguale per tutti” (?!). Investiamo tutte le nostre incerte speranze sul fatto che i soldi arrivino davvero, e che possano finalmente essere spesi per rinnovare profondamente le strutture collassate della amministrazione della giustizia penale, vera e principale causa della irragionevole durata dei processi in Italia. Concentriamoci invece su ciò che davvero questa vicenda, sedimentatasi in particolare intorno al tema della prescrizione, ci ha ancora una volta drammaticamente confermato. Si faccia finalmente uno sforzo coraggioso (il fondo di Paolo Mieli sul Corsera lascia baluginare qualche scampolo di speranza) da parte dei media e di qualche leader politico meno conformista e giudiziariamente non intimidito, per lanciare seriamente una profonda riflessione sulla vera emergenza democratica di questo Paese. Vale a dire l’anomalo, indebito, incostituzionale potere di interdizione e condizionamento che la Magistratura italiana esercita nei confronti del Parlamento e del Governo in materia di legislazione penale. La umiliante condizione nella quale versa la nostra malferma democrazia è chiarissima: se alla Magistratura non piace una legge in materia penale ed in materia di ordinamento giudiziario, quella legge non si fa. O altrimenti – se il Governo, come in questa ultima vicenda, oppone una seppur ossequiosa resistenza, va riscritta quanto più possibile nei sensi brutalmente indicati dalle bocche di fuoco mediatiche che puntualmente, e con accorta strategia, fanno partire l’immancabile cannoneggiamento. Non raccontiamoci la storiella della libera manifestazione di pensiero che la magistratura rivendica. Se un magistrato di Procura ai vertici dell’Antimafia si permette di dire, per di più contro ogni logica ed ogni effettiva realtà giudiziaria, ma con la forza micidiale che gli deriva dallo scranno, che una legge in gestazione tra Governo della Repubblica e Parlamento sovrani «mette in pericolo la sicurezza nazionale», e quell’altro Procuratore simbolo, nello stesso giorno, che “migliaia” di mafiosi rimarranno impuniti, siamo semplicemente in presenza di un protervo tentativo di indebito condizionamento del potere legislativo e di quello esecutivo da parte di un potere – quello giudiziario – il cui compito costituzionale è di applicare la legge, ossequiandola fedelmente, non di scriverla. D’altro canto, pretendere – per capirci – che il Capo dello Stato non rilasci interviste sul merito di una legge mentre essa è in discussione in Parlamento, non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero del Capo dello Stato, ma ha molto a che fare con la intangibilità degli equilibri costituzionali. Se poi si aggiungono al cannoneggiamento mediatico di cui sopra i pareri del Csm e -sopra ogni altra cosa- il lavoro quotidiano, tecnicamente dettagliato e perciò sostanzialmente incontrollabile, della legione di magistrati militarmente distaccati presso il Ministero di Giustizia, il quadro è completo e chiarissimo, per chi non voglia foderarsi gli occhi di prosciutto. Chi nutrisse ancora qualche dubbio sulla sistematica progettazione, attraverso quei distacchi, del condizionamento del Ministro di Giustizia di turno, legga la documentata testimonianza di Luca Palamara. Siamo l’unico Paese al mondo nel quale accade una vergogna del genere. Unico in tutto il mondo, non so se sono stato chiaro. Dunque, possiamo finalmente sperare, quando avremo finito di ascoltare minacciose assurdità sui processi in fumo di mafia e di droga (cioè, come è a tutti noto, gli unici processi che in Italia si celebrano da sempre in tempi imparagonabilmente inferiori alla media di tutti gli altri, perché nella quasi totalità con imputati detenuti e dunque entro i termini di scadenza della custodia cautelare), che qualcuno ci ascolti? Occorre porre fine a questa inconcepibile anomalia democratica, che da decenni condiziona, in tema di giustizia penale e di ordinamento giudiziario, la sovranità della politica democraticamente eletta ad opera di una burocrazia intoccabile, mai responsabile dei propri atti, e come se non bastasse addirittura distaccata ad occupare fisicamente, tecnicamente e politicamente il potere esecutivo lì a via Arenula, al Ministero di Giustizia. Avanti, dunque, con la separazione delle carriere (quella vera, perché della separazione delle funzioni, già pressocché in atto nella realtà, non ce ne facciamo nulla), e con il divieto di distacco dei magistrati presso il potere esecutivo: questa è la strada maestra dell’unica, vera, indispensabile riforma liberale della giustizia penale, in grado di restituire al Paese gli equilibri costituzionali e democratici tra poteri dello Stato, da troppo tempo perduti.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione Camere Penali Italiane

Magistratura, un degrado senza fine: le toghe sono incapaci di auto-riformarsi. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. È tanto strepitoso lo stato di degrado della magistratura, tanto grave, che non è più nemmeno il caso di far finta che il problema sia loro e risolvibile da loro, i magistrati. Il problema è nostro. Confidare che facciano ciò che essi chiedono agli altri di fare - cioè pulizia in casa propria, come dicono- sarebbe sbagliato prima che inefficace: perché a un potere corrotto e delinquenziale, irresponsabile, eversivo, auto-conchiuso in un'impunità minacciosa e ricattatoria, insomma a un potere ormai apertamente rivolto al fine esclusivo di perpetuare sé stesso, e che nel perpetuarsi si abbandona all'indecenza di abusi sempre più offensivi, non si può affidare il compito di correggere le proprie perversioni. Perché sono tali per noi che le guardiamo e le subiamo: non per loro che vi si esercitano nell'autonomia e nell'indipendenza cui fanno appello per continuare nell'opera solita, e cioè la devastazione delle istituzioni repubblicane, l'attentato all'effettività dell'organizzazione democratica rappresentativa, la sistematica violazione dei diritti individuali. Che quel potere sia stato ottenuto, cioè usurpato, con il conforto assicurato da una classe politica o compiacente o intimorita, e con il contributo di un sistema dell'informazione mafiosamente associato alla malversazione giudiziaria, spiega ma non assolve la mancanza di riprovazione con cui l'opinione pubblica, finora, ha reagito allo scandalo. Un'altra magistratura bisogna meritarla, e per meritarla bisogna dare alla magistratura che c'è quel che si merita: sfiducia.

Magistratura e degenerazione. Riuscirà Paolo Mieli a vincere la guerra alle mosche? Paolo Guzzanti su Il Riformista il 31 Luglio 2021. Dopo avere letto il fondo di Paolo Mieli ieri sul Corriere ci siamo detti: non siamo più soli. Finalmente, sulla prima pagina del più grande giornale d’Italia, il più acuto giornalista e intellettuale dell’argenteria nazionale inchioda la magistratura, accasandola di essere nella sua totalità complice di un patto scellerato per preservare il quale è stata sempre pronta, senza eccezione alcuna, a far quadrato contro qualsiasi riforma che disinneschi il patto scellerato. Perché? Per un perverso e finalmente ben visibile gioco di ricatti incrociati, per cui tutti sanno che se si sapesse quel che tutti sanno, una catastrofe senza scampo si abbatterebbe su tutti i magistrati, spazzandoli via dalla faccia del pianeta terra. La riformetta Cartabia che è venuta al mondo dopo una trattativa in cui si è trovato il più basso punto di compromesso morale lo dimostra. Mieli è il titolare di un brevetto perfetto: quello della dimostrazione a-contrario che non offre appigli. L’incipit è fattuale: Colpisce che il cento per cento dei magistrati che si sono fin qui pronunciati sulla riforma Cartabia abbiano espresso dissenso. Non uno solo, salvo qualche toga pensionata come Luciano Violante e con moltissima prudenza. L’argomento usato è stato quello secondo cui la riforma “avrebbe consentito il ritorno in libertà di centinaia di migliaia di delinquenti provocando la fine dello Stato di diritto, nonché della democrazia conquistata con la Resistenza. Tutti e non uno contrario a questa valutazione di un progetto, la Cartabia, che se non fosse stato cambiato “con una seconda decisione unanime, quella di ieri sera, avrebbe provocato al nostro Paese danni incalcolabili”. Quindi, alla fine, il male ha trionfato, aggiungiamo noi. Come mai tanta unanimità? Chiede Mieli. Nessun coraggioso o dissidente? Il fatto è sotto gli occhi: sono tutti d’accordo fra loro senza eccezioni. Per quale motivo? E qui la perfida logica di Mieli si sposa con il suo stesso coraggio nell’esporla. Si possono dare due casi: il primo è che abbiano ragione loro e che la prima versione della legge avrebbe rimesso davvero in libertà “uno spropositato numero di mafiosi, terroristi e malfattori di ogni specie”. Se davvero fosse così, dice Mieli, dovremmo ringraziare quei bravi parlamentari del M5S di aver bloccato un provvedimento che avrebbe “minato la sicurezza del Paese”. Ed ecco il dardo avvelenato dalla verità travestita da ipotesi dell’assurdo, dunque da respingere con orrore: “L’altra ipotesi – ammettiamolo “quasi” inverosimile – è che la magistratura italiana sia diventata ormai un corpo malato, un insieme di uomini e donne che si combattono a colpi di dossier, che le istituzioni come il Csm siano precipitate nel discredito, che le correnti abbiano abbandonato standard di moralità minori di quelli che avevamo i partiti politici, con un servizio di pentiti consapevoli del loro ruolo di servizio. Ma più che altro sapendo che tutto deve essere fatto per mantenere in piedi un castello di ricatti incrociati in cui nessuno è innocente e tutti hanno da temere. Sarebbe mai possibile una tale mostruosità, si chiede retoricamente quel gran paravento di Paolo Mieli? Ma quando mai! Sarebbe impossibile o almeno improbabile “anche se qualche rischio lo si può intravedere in lontananza” perché se un tale scenario fosse minimamente realistico, allora vorrebbe dire che “le prese di posizione di alcune toghe contro Draghi e la Cartabia andrebbero interpretate come un accorto posizionamento in vista di un cataclisma prossimo venturo”. Questo lo stato delle cose. Questa storia mi ricorda una stupida barzelletta dei tempi del fascismo quando il regime decise di dichiarare “guerra alle mosche” adottando tutti gli accorgimenti con drastica immediatezza. Così quando poi un gerarca va in ispezione a Napoli coperta dalle mosche, irritato chiede al Podestà: “ma non avete fatto la guerra contro le mosche?”. Signorsì, rispose il podestà, e hanno vinto le mosche. Sperare nei referendum? Speriamo e agiamo, ma le mosche sono organismi potenti e onnivori, divorano anche i referendum.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà. 

Il discorso del Presidente della Repubblica. Mattarella si copre col ventaglio e ignora Magistratopoli. Piero Sansonetti su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Il Presidente della Repubblica ieri ha partecipato alla tradizionale cerimonia del ventaglio, e cioè all’incontro coi giornalisti che si svolge tutti gli anni alla vigilia di agosto. Ha parlato dell’attività di governo, dei vaccini e di vari altri argomenti. Ha dimenticato Magistratopoli. Sergio Mattarella è il Presidente del Consiglio superiore della magistratura, il Consiglio superiore sta preparandosi a bocciare la riforma Cartabia, con una clamorosa invasione di campo, al suo interno raduna diversi consiglieri coinvolti nello scandalo Palamara, nel frattempo il Procuratore generale della Cassazione è stato chiamato in causa dallo stesso Palamara per una cena elettorale non proprio correttissima e poi si è esposto chiedendo una esemplare punizione per il Pm Paolo Storari, colpevole di aver indagato sulle dichiarazioni dell’avvocato Amara che rivela l’esistenza di una loggia segreta che comanda il sistema giustizia. Contro la richiesta di punizione del Procuratore è scesa in campo praticamente l’intera Procura di Milano, e anche il tribunale, giudici e Pm hanno messo sotto accusa il Procuratore di Milano e Salvi. Tutto questo è avvenuto nel silenzio quasi generalizzato della stampa, in gran parte dominata da gruppi di giornalisti che da anni sono subalterni alle procure. Beh, di fronte a questo caos, a questo vuoto di democrazia, che ha gettato la Giustizia italiana in uno stato comatoso e ha dimostrato che tra magistratura e giustizia ormai il divorzio è non più componibile, e di fronte alla ribellione che finalmente sta diventando palese di centinaia di magistrati, il capo del Csm e il Presidente della Repubblica tace e si rifiuta di dire una sola parola? Il potere dei magistrati è giunto fino a questo punto, fino al punto da chiudere la bocca al Quirinale? Se è così davvero c’è da allarmarsi, da allarmarsi molto. Il silenzio di Mattarella coincide con la rumorosa guerriglia aperta dai 5 Stelle contro la riforma Cartabia. Il rischio è che l’Italia esca completamente fuori dalla legalità, venga abbandonata all’arbitrio di un potere degenerato e furioso. La politica non può restare ferma. Oggi, devo dirlo con franchezza: il discorso di Mattarella non mi è piaciuto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Magistrati, l'anomalia italiana. Il potere di perseguitare a vita. La giustizia non funziona da decenni e le toghe sono una  potente corporazione: ecco perché l’Europa ci chiede da cambiare nell’interesse del cittadino. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 29 luglio 2021. Proviamo a far ordine su questo immane conflitto tutto italiano sulla giustizia. Tanto per cominciare, è un problema soltanto italiano: in ogni paese del mondo civile e democratico la giustizia funziona come un servizio pubblico fondamentale, alla stregua della sanità e dell’istruzione. I giudici sono dei dipendenti statali che hanno ottenuto il loro posto grazie ad una laurea in giurisprudenza e un concorso pubblico, ma non sono detentori di alcun potere separato da quelli rappresentati in Parlamento, dalla costituzione, dalle leggi stesse, dall’arbitrato del presidente della Repubblica, il quale in Italia è anche presidente del consiglio superiore della magistratura nonché di quello delle forze armate. La giustizia italiana non funziona. Non funziona da decenni perché le cause civili e penali si trascinano con rinvii continui che le fanno durare decenni ad altissimi costi per il contribuente e per le parti coinvolte costrette a pagare parcelle e carte bollate in gran quantità. La giustizia non funziona per due motivi. Il primo è di ordine tecnico gestionale: gli uffici sono disordinati e intasati, mancano cronicamente cancellieri, segretari, computer funzionanti, connessione Wi-Fi, archivi elettronici, personale tecnico specializzato che si aggiunge a quello togato. L’altro motivo è di natura politica: in Italia e soltanto in Italia, i magistrati sono divisi in associazioni corporative che si richiamano ai partiti politici rappresentati in Parlamento, come accadeva un tempo ai sindacati legati al PCI o alla DC e ai socialisti: cuius regio, eius religio: apparterrai alla corporazione che ti fa fare carriera e obbedirai alle sue direttive come un cadavere, perinde ac cadaver. Questo è severamente vietato, ma allegramente tollerato. Essendosi suddivisi in correnti che una volta erano democristiane, socialiste, comuniste, di destra o indipendenti, cui oggi ai vecchi partiti si sono aggiunti nuovi movimenti particolarmente i 5 Stelle, qualche leghista e forse benché non se ne abbia mai avuta notizia, qualcuno di Forza Italia. La giustizia si divide in civile e penale e da problemi diversi se civile o penale. La giustizia civile e quel mostro che mette in fuga le aziende straniere, le quali prima di investire in Italia si informano sui costi e i tempi di un’eventuale causa giudiziaria e dopo avere avuto il quadro della situazione investono o si trasferiscono in Croazia o Slovenia, lasciando senza lavoro gli sbalorditi operai italiani, i quali non capiscono perché una ditta piena di commesse se ne vada in luoghi in cui si sente più sicura. L’altro grave problema della giustizia dipende dall’equivoco rappresentato dal Consiglio Superiore della Magistratura, detto anche l’organo di autogoverno della stessa. Questo organo di autogoverno in passato aveva anche il potere di aumentare gli stipendi dei magistrati, provocando a catena l’aumento degli stipendi dei parlamentari secondo il principio per cui chi fa le leggi non può guadagnare meno di chi le applica. Questo organo di autogoverno dei magistrati fa tutto lui: stabilisce le carriere, le assegnazioni alle diverse Procure cittadine, la disciplina e anche quali casi abbiano la priorità. Si tratta della gestione di un totale potere discrezionale che, paradossalmente, dovrebbe impedire ogni discrezionalità. Pochi ricordano in genere che in Italia esiste un criterio puramente retorico che si chiama “obbligatorietà dell’azione penale”. Questa obbligatorietà – che dovrebbe eliminare ogni ipotesi di impunità – significa che ogni denuncia deve essere seguita da una indagine e poi se emergono elementi sufficienti in una istruttoria ed eventualmente da un processo. Di conseguenza, si accumulano sul tavolo di ogni Procuratore capo della Repubblica decine, centinaia, migliaia di fascicoli. E poiché l’obbligatorietà dell’azione penale non può essere soddisfatta perché le forze e i numeri non lo consentirebbero mai, ne consegue che ogni Procuratore a sua discrezione stabilisce con i suoi personali criteri la priorità dei fascicoli e li assegna – sempre a totale sua discrezione – ai suoi sostituti più fidati. è la vecchia storia della Fattoria degli Animali di George Orwell in cui tutti gli animali sono uguali, salvo i maiali che sono più uguali degli altri.

La conseguenza è evidente: alcune cause vengono avviate e andranno avanti fino alla fine mentre altre resteranno sul fondo del pacco della pila dei dossier. Essendo i magistrati degli esseri umani soggetti a tutte le intemperie del carattere di regolare dell’etica, della fragilità e degli interessi, ne consegue che questa autonomia e indipendenza suddivisa in fazioni politiche e sindacali porta alla trattativa. Non quella fra stato e mafia ma quella fra magistrati e politica. Lo abbiamo visto in tempi recenti più di una volta quando i magistrati di una procura hanno scoperto che altri magistrati di un’altra procura si incontravano per dirsi non solo le cause da fare ma anche i loro esiti. Sentenze in cambio di favori, favori in cambio di sentenze. Non è neppure il caso di ripetere l’ovvio, ma lo facciamo ugualmente per senso del dovere. È ovvio cioè che i cattivi comportamenti cui stiamo accennando riguardi soltanto una parte dei magistrati mentre esiste una parte prevalente, predominante che invece non ricorre a questi sotterfugi, si comporta in maniera normale, cioè onorevole. La conseguenza delle lungaggini di una magistratura che finora non ha mai dato prova di efficienza, salvo casi sporadici, i quali a loro volta dimostrano che è possibile agire in tempi rapidi e normali, e che un processo può durare una vita. Ecco perché in Italia come in ogni altro paese esistono delle norme per cui trascorso un certo periodo di tempo alcuni reati vanno in prescrizione, ovvero non possono essere perseguiti oltre un certo limite di tempo. Di conseguenza è diventato parte della strategia di difesa degli imputati cercare di allungare la broda il più possibile in modo da conquistare i tempi prossimi alla proscrizione. Di fronte a questa anomalia si può agire in due direzioni: la prima è rendere la magistratura tecnicamente efficiente con riforme drastiche che le impongano un funzionamento da servizio pubblico; oppure assecondarla nel suo vizio della lentezza e concederle la facoltà di non far finire mai i processi. Ed anzi, qualora un processo si concludesse con l’assoluzione dell’imputato, concedere la garanzia al magistrato d’accusa di poter sempre ricorrere e ricominciare da capo, senza smettere di perseguire l’imputato che dunque resterà un imputato a vita. Questa è la principale ragione per cui l’Europa ha detto: cari italiani, se volete i soldi per la ripartenza del vostro Paese, dovete darvi una drastica riforma che vi metta sullo stesso livello di dignità degli altri paesi europei. Questo è il motivo per cui il governo Draghi ha subito dato mano a una prima riforma che porta il nome del Guardasigilli Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale e secondo molti destinata ad essere la prima donna al Quirinale. Ma la riforma Cartabia che è stato introdotta dal governo Draghi ha dovuto limitarsi a correggere soltanto uno dei più macroscopici scandali per cui la giustizia italiana è stata marchiata come indegna di un paese moderno civile democratico. Lo scandalo era quello della cosiddetta riforma Bonafede, che garantiva ai procuratori il diritto di perseguire in eterno qualsiasi cittadino della Repubblica. Tutti sappiamo che nei paesi di diritto anglosassone un cittadino non può mai essere processato due volte per lo stesso reato. Mai. Neppure se si scopre dopo che era colpevole. C’è un famoso film di Hitchcock il cui elemento di suspense è fondato proprio su questo tema: l’assassino viene prosciolto grazie alla sua geniale pianificata criminalità, e quando viene assolto confessa di essere colpevole ma nessuno lo può più arrestare o imprigionare. Questo è un caso paradossale di giustizia beffata dai suoi stessi limiti garantisti, ma nei paesi democratici si considera sempre che è meglio un colpevole in libertà che un innocente dietro le sbarre. La riforma Cartabia ha ricondotto entro i limiti ragionevoli la normativa della prescrizione, stabilendo che oltre un certo limite di tempo un reato non è estinto cioè cancellato, ma cessa di essere perseguibile. Questo dovrebbe essere inteso come una frustata sulle braccia da parte del Parlamento alla magistratura per costringerla a comportarsi come le magistrature di tutti gli altri paesi del mondo che non hanno meno mafie, meno terrorismo, meno corruzione che da noi. Ma da noi soltanto esiste la grande anomalia. Abbiamo visto e udito un procuratore insorgere apertamente contro il testo di una Legge dello Stato sostenendo che allora è meglio andare a delinquere. Il governo Draghi e la sua Guardasigilli hanno garantito che la legge arriverà in Parlamento in modo tale da impedire che i grandi colpevoli di mafia e di terrorismo possano farla franca grazie ad espedienti tattici fondati sui tempi di prescrizione. Lo stesso Beppe Grillo, che tecnicamente è un pregiudicato incandidabile per qualsiasi ufficio pubblico e ineleggibile al Parlamento, ha sostenuto che il suo movimento è benemerito perché ha assorbito tutta quella rabbia e furia delle folle inferocite per l’impunità dei grandi criminali, e che quindi il movimento delle 5 Stelle è un ammortizzatore dell’ira popolare, un po’ come le cozze sono i filtri delle tossine marine. In altre parole, questa è una posizione che si esprime in un ricatto: se voi non cedete alle nostre richieste populiste e forcaiole così come ce le recapitano i cittadini più rozzi e violenti di questo paese, noi scateneremo le piazze e vi verremo a cercare con i forconi. Grillo sbaglia perché quel periodo del forconismo-leninismo è finito: oggi belano tutti, e al massimo vanno a guaire stenti slogan che invocano libertà, libertà, libertà, prendendosela col Green Pass di cui tutti dobbiamo appropiarci per provare la nostra incapacità di far del male agli altri.

Tuttavia, nuovo leader del movimento è diventato Giuseppe Conte, il quale si trova con questa patata bollente di dover contentare due padroni: l’impegno preso da Grillo di non ostacolare il governo Draghi e l’impegno nei confronti della base che si sente totalmente beffata da una banale riforma di natura civile come quella firmata dal Guardasigilli Cartabia. Questo è lo stato delle cose. Draghi ha spiegato a Conte che non ci pensa affatto a modificare la riforma Cartabia in senso persecutorio, ma è disposto a correzioni puramente tecniche, qua e là per migliorarne il testo e forse la lettura con qualche virgola e qualche cancellazione. A questo punto si sta giocando la partita finale: Conte dichiara di non volere causare la caduta del governo alla vigilia dell’inizio del semestre bianco e finge di essere soddisfatto della promessa di Draghi di ritoccare la riforma Cartabia e vedere che cosa ne esce fuori. Draghi è stato chiarissimo dal dire che non ne uscirà fuori altro che un testo perfettamente uguale al primo nella sostanza, benché aperto a qualche miglioramento letterario o forse di piccole modifiche tecniche. C’è da ricordare, poiché è in corso la raccolta firme dei referendum abrogativi con cui il popolo sarà chiamato se le firme saranno sufficienti a vibrare mazzate brutali sul sistema giudiziario intervenendo sulla divisione delle carriere, i tempi, i modi, e anche la natura stessa del Csm, un organismo talmente ingovernabile che nel 1985 un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ritenne di dover far circondare dalle camionette dei carabinieri in tenuta anti sommossa, manganello maschera antigas, elmetto e manette per ricondurre gli abitanti di palazzo dei marescialli in piazza indipendenza a Roma alla ragione. Da allora però le cose non sono migliorate, ma anzi sono peggiorate e i nodi stanno venendo tutti al pettine. L’uomo giusto al posto giusto cioè sempre Mario Draghi tutto questo lo sa e sa anche che se le riforme non saranno fatte in modo tale da soddisfare l’Europa l’Italia potrebbe pagare un prezzo enorme per una tale distrazione. E possiamo dunque essere sicuri che ciò non accadrà.

Alessandro Sallusti contro magistrati e M5s: "Fannulloni per legge e privilegiati per casta". Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. La riforma della giustizia mina la stabilità del governo. I Cinque Stelle, braccio armato della casta dei magistrati, hanno minacciato sfracelli se Draghi non avesse annacquato le nuove norme pensate per avvicinare il nostro sistema giudiziario a standard di dignità degni di un Paese civile. Alla fine il premier ha concesso un ritocco poco più che formale ma l'impianto di fatto cancella la riforma manettara introdotta dal ministro Bonafede e dal precedente governo Conte. Non è possibile - dicono i grillini - accorciare i tempi dei processi con l'attuale organico dei magistrati e se si accorciano i tempi della prescrizione migliaia di delinquenti la faranno franca. Tutte frottole. La realtà è che i magistrati vogliono continuare a fare gli affari loro, tenersi privilegi e non dover rendere conto a nessuno delle loro lentezze e incapacità. Per dimostrare che non stiamo sostenendo tesi assurde oggi raccontiamo una storia che ha dell'incredibile e che prova meglio di qualsiasi discorso lo stato (pietoso) della nostra magistratura. A un cittadino che chiedeva conto di come mai l'udienza del suo processo civile fissata per il 20 agosto fosse slittata a ottobre, il giudice della prima sezione del tribunale di Varese, Arianna Carimati, ha risposto con una ordinanza nella quale si sostiene che "il periodo di ferie dei giudici deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche per cui va assicurato un congruo periodo di avvicinamento alle ferie... ed un periodo analogo al rientro" ad attività non impegnative o stressanti. Traduco. Per i magistrati, anche quelli giovani come la dottoressa Carimati, trenta giorni di riposo in agosto non bastano, ci vuole un periodo di preparazione alle ferie e uno di riadattamento al lavoro settembrino durante il quale non celebrare udienze per evitare affaticamenti. Che è un po' come se un operaio alla catena di montaggio non montasse di turno nelle settimane precedenti e successive le sue ferie, come se un poliziotto nello stesso periodo si rifiutasse di scendere in strada, un giornalista di scrivere articoli. La verità è che la giustizia è lenta perché i magistrati sono fannulloni per legge e privilegiati per casta, esattamente come i loro sponsor politici Cinque Stelle. Altro che fare barricate, andate a lavorare e se avete arretrati accorciate le vacanze come fanno tutti i professionisti responsabili.

La riflessione del sostituto procuratore generale. Ma i pm contrari alle riforme hanno mai letto Montesquieu? Raffaele Marino su Il Riformista il 30 Luglio 2021. In una delle ultime udienze della Corte di appello di Napoli alle quali ho partecipato come procuratore generale designato, erano iscritti a ruolo 34 procedimenti penali. Sì, avete letto bene, proprio 34 processi da celebrare. Una enormità, anzi una utopia: si possono celebrare 34 processi in una sola giornata? Evidentemente no. L’udienza, cominciata regolarmente intorno alle ore 9.30, è andata avanti senza interruzioni fino alle 16.30. Sette ore nel corso delle quali il collegio dei giudici si è impegnato soprattutto nell’esercizio della nota pratica del rinvio della udienza. Sì, perché di quei 34 processi soltanto tre sono giunti al traguardo della decisione. I restanti 31 – tra i quali alcuni relativi a fatti di mafia, stupri, rapine, ricettazioni e spaccio di droga – sono stati rinviati per i motivi più disparati. Le notifiche non sono mai partite oppure nessuno sa se siano giunte a destinazione, il videocollegamento con il detenuto non è stato attivato, i fascicoli non si trovano, sussistono impedimenti vari per imputati e difensori, mancano alcuni atti per la decisione: un campionario davvero avvilente di tutto il peggio che può succedere in un processo, senza contare lo spreco di tempo e di denaro pubblico, gli sguardi smarriti, le attese infinite di parti e testimoni. Mentre accadeva tutto ciò, mi chiedevo: ma il giudice non deve controllare le notifiche? Non deve assicurare il buon andamento dell’udienza? Perché tutta questa minima e semplice attività preparatoria non viene svolta? O forse essi ritengono che soltanto l’attività giudicante rientri nelle loro competenze e considerano altre essenziali incombenze come una sorta di deminutio della loro funzione? Alla fine, di 34 processi ne sono stati decisi tre di cui due per intervenuta prescrizione. Con buona pace delle lamentazioni per il troppo lavoro dei giudici e per chi ha il dovere di controllare la loro produttività. Questo è lo stato della giustizia nel distretto di Napoli, la cui Corte di appello ha il triste primato del numero di processi pendenti (oltre 57mila) e della durata del giudizio (circa 1.560 giorni, oltre tre anni e mezzo). Di fronte a questo sfascio e al sostanziale fallimento di una idea di giustizia, la riforma promossa dalla guardasigilli Marta Cartabia ha quanto meno il merito di aver posto il problema dei tempi del processo e del rispetto del principio costituzionale della sua ragionevole durata, anche di fronte agli impegni presi dall’Italia in sede europea per l’ottenimento dei fondi necessari per contrastare i nefasti effetti dell’emergenza pandemica in atto. Il problema della durata dei processi non si risolve certo allungando i tempi della prescrizione, che anzi lo aggrava; d’altra parte molti dimenticano che, quando venne introdotta la riforma voluta dal primo governo Conte, fu lo stesso ministro Alfonso Bonafede ad assicurare che quell’intervento di rivisitazione della prescrizione sarebbe stato accompagnato da altre misure volte a velocizzare il processo, in modo che questo si concludesse in tempi certi e ragionevoli. Ovviamente, nulla di tutto questo è stato fatto. Dunque oggi, di fronte a un intervento riformatore di ampio respiro, nel quale si prevede lo stanziamento delle tanto sospirate risorse, davvero non si comprendono le proterve esternazioni di alcuni pm e perfino di appartenenti all’organo di autogoverno della magistratura che, ignoranti del principio della divisione dei poteri, pretendono di sostituirsi al legislatore, chiedendo per esempio che il Governo non ponga la fiducia sul disegno di legge presentato alle Camere ovvero vaticinando la perenzione della metà dei processi. Ebbene, che finiscano questi processi se non si è in grado di celebrarli in tempi rapidi, senza pregiudizi per i diritti delle persone offese, come è previsto dalla riforma. Ma è possibile che un singolo magistrato, seppure presidente di un’associazione di categoria come l’Anm, si arroghi il diritto di affermare che è inopportuno il referendum sulla giustizia promosso da partiti, cittadini e regioni perché è in atto un iter parlamentare di riforma e che lo stesso iter parlamentare venga criticato nei suoi modi e tempi da un altro magistrato appartenente al Csm, tra l’altro iscritti entrambi alla stessa corrente? I magistrati non dovrebbero, per obbligo costituzionale, applicare la legge la cui formazione spetta ad altri poteri dello stato? Povero Montesquieu. Raffaele Marino 

Bene la riforma Cartabia, ma il problema irrisolto è la durata del primo grado di giudizio. Alberto Cisterna su Il Riformista il 30 Luglio 2021. La riforma Cartabia ha incontrato strada facendo un nugolo di oppositori, più o meno autorevoli. L’accademia processualistica e quella penalistica sono praticamente insorte contro la proposta di costruire un sistema “misto” che faccia operare la prescrizione sino alla sentenza di primo grado e, poi, carichi il metronomo del processo per la fase dell’appello e della cassazione. A sua volta una parte delle toghe inquirenti ha sollevato preoccupazioni paventando il rischio che la “sicurezza” della Repubblica possa essere messa a repentaglio dal regime dell’improcedibilità in appello e nella sede della legittimità. Si dice che siano troppo ristretti i termini previsti dalla ministra (due anni più uno in appello e un anno più sei mesi in cassazione) per evitare che mafiosi e terroristi vedano spalancarsi la via dell’impunità a cagione dei carichi di lavoro accumulati in alcune corti d’appello. (Non è così, come ha ben ricordato il consulente più autorevole del ministro della Giustizia, tenuto conto che per quei processi opera il rito “accelerato” della custodia cautelare, ma passi). Se nel primo caso, quello delle cattedre, è la purezza e la coerenza del sistema processuale e penale a risultare minacciata, nel secondo è la preoccupazione dei pubblici ministeri che i processi si dilatino oltre i tempi previsti dalla riforma e che ciò possa determinare l’improcedibilità dell’azione penale e la conseguente impunità del reo. Queste le posizioni a occhio e croce. Diradata la polvere sollevata dal cannoneggiamento concentrico su via Arenula, alcune questioni sono rimaste in ombra. La ministra Cartabia, in sede di conferenza stampa congiunta con il premier, alla precisa domanda di cosa si intendesse fare per arginare il fatto che il 70 % e rotti delle prescrizioni sono equamente suddivise tra le indagini preliminari e primo grado, ha risposto, con grande onestà intellettuale, che il problema sussiste e che la legge vuole anche porvi rimedio. Troppo poco, dirà qualcuno; oppure, si chiederà qualcun altro, perché non intervenire anche su questo fronte? Si era pensato a qualche blando rimedio con la riforma Orlando del 2017 nel tentativo di indurre i pubblici ministeri a rispettare i termini delle indagini preliminari e a evitare lunghissime stasi dei fascicoli presso gli uffici di procura ove si consuma la prima metà di quelle prescrizioni e si mettono le basi per la seconda metà. Ma è andata male. Anche la riforma Cartabia tenta di intervenire sul punto (articolo 3) con una serie di accorgimenti, di stimoli e di controlli. Difficile prevedere se saranno sufficienti a imbrigliare i pubblici ministeri più riottosi e quelli che sono inclini a considerare la prolungata qualità di indagato una sanzione ben più certa e immediata di un processo che giammai si potrebbe portare a buon fine. Ecco, forse, non tutti sanno che esiste, e dal 1989, una fase del processo regolata da precise scansioni temporali e questa è la fase delle indagini preliminari. Se la riforma Cartabia dovesse passare, come pare, con la regola dell’improcedibilità in appello e in cassazione, l’unica zona franca del processo penale che resterebbe, cioè, esente da cadenze temporali precise è quella del giudizio di primo grado che – secondo la riforma Bonafede non scalfita dal progetto del governo Draghi – ha a propria disposizione tutto il tempo della prescrizione del reato per potersi utilmente concludere. Mentre resterà praticamente inespugnabile il fortino delle indagini preliminari con un pubblico ministero arbitro sostanziale della loro durata. A questo punto è evidente che, salvo censure sempre possibili da parte della Corte costituzionale, il processo penale si muoverebbe secondo queste cadenze temporali: le indagini, all’incirca, a forza o a ragione, a colpi di istanze se necessario, si dovrebbero concludere in un certo tempo già fissato dal codice di procedura penale e modificato in qualche misura dalla riforma Cartabia. Con l’avviso di conclusione delle indagini e con il rinvio a giudizio il tempo del processo smette di correre e si congela sino alla sentenza di primo grado. Unica scadenza che incombe sul giudice è che questa sentenza arrivi prima che il reato si prescriva; poi la novella in discussione prevede tempi per l’appello e la cassazione come detto. Per quale ragione il giudizio di primo grado debba andare esente da una predeterminata scansione temporale non è ben chiaro, oppure lo è se si volge lo sguardo al muro che è stato sollevato a difesa della riforma Bonafede. La politica esige compromessi e non è questo il punto. Tuttavia, tenuto conto dei carichi di lavoro enormi – soprattutto nel primo grado innanzi al giudice monocratico – è ragionevole ritenere che questo regime produrrà un rallentamento complessivo della celebrazione dei procedimenti con l’intuibile (e comprensibile) tentazione per i giudici di primo grado di spostare in avanti i tempi di definizione del processo sino al limite della prescrizione. Oggi, per i reati commessi prima del 1 gennaio 2020, la minaccia che il tempo consumato in primo grado, a scapito dei gradi successivi, incombe sul giudice che deve tener conto dell’evolversi dl processo almeno in sede di appello se non vuole consegnare un cadavere al giudice dell’impugnazione; per i reati commessi dopo il primo gennaio 2020 la prospettiva è mutata. Si dirà che questa è la distorsione che deriva dalla legge Bonafede e alla quale la riforma Cartabia intende porre rimedio. Vero, ma sino a un certo punto. Perché se è chiaro, come ha sostenuto con forza la ministra, che lo status quo non può essere conservato è anche evidente che il “buco” temporale lasciato in relazione al processo di primo grado appare potenzialmente in grado di allungare di altri tre anni (minimo) quella che comunque potremmo chiamare la durata della prescrizione del reato; soprattutto se il giudizio di primo grado va per le lunghe e tarda a prescindere da qualunque “truffa dele etichette” che tanto agita la scienza giuridica. Alla fine la proposta in discussione appare come il minimo che si possa esigere a fronte di un assetto attuale che privilegia in modo sproporazionato e irragionevole la fase delle indagini e del processo di primo grado; resta da assoggettare anche questo segmento alla clessidra della ragionevole durata che non può essere quella della prescrizione del reato. Paradossalmente, a conti fatti, la tesi rigorista di chi sostiene che, esercitata l’azione penale, il reato non si debba prescrivere è la più corretta a patto che da quel momento cominci decorrere, inesorabile e certo, il timing del processo. Alberto Cisterna

Marta Cartabia non sarà santa solo con questa riformetta della giustizia: provvedimento pasticcio. Luigi Bisignani su Il Tempo il 25 luglio 2021. Caro direttore, le polemiche infernali sulla riforma della giustizia sono giunte fino in Paradiso. Per capirne di più, Sant’Ivo di Bretagna, protettore dei magistrati e degli avvocati, ha convocato Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Alfredo Biondi, fresco di Purgatorio, che si è presentato con la maglia del Genoa. «Ma quale riforma della giustizia!» - chiosa il Divo con il suo sorriso ironico - «Noi romani potremmo dire "quel pasticciaccio brutto di via Arenula, sede del Ministero"...». E Cossiga, di rimando, togliendosi le ultime cuffiette della Apple: «Con la scusa dell’Europa che altrimenti senza questa riforma non ci dà i soldi, Draghi sta portando avanti una mera cura palliativa, altro che riforma seria...». A.: «Tu, Francesco, ce l’hai da sempre con Draghi. Lo avevi pure accusato di svendere le aziende pubbliche». C.: «Già, mi sono anche fatto un po’ di Purgatorio per quelle critiche, ora che in Terra lo stanno santificando». A.: «Nessuno però ricorda che questo nuovo Santissimo di Palazzo Chigi l’ho scoperto io, portandolo alla direzione generale del Tesoro». E Biondi, da toscanaccio pisano: «Se se lo fossero ricordato non l’avrebbero mica santificato... certo che, Giulio, di guai ne hai fatti! Le leggi che hai varato contro pentiti e mafiosi hanno aperto una stagione giustizialista che non è più finita. E te l’hanno fatta pure pagare come ti avevo pure avvertito...». A.: «Non ho rimpianti. Del resto, qui in Paradiso non potevo mica arrivare in carrozza e comunque un po’ di calvario terreno mi ha fatto bene, se non fosse stato per il dolore arrecato a Livia, di cui tra qualche giorno ricorre l’anniversario della morte, ma anche ai miei ragazzi... in ogni caso, Francesco, della Cartabia che mi dici?».

Irrompe Biondi: «Io, da avvocato, dico che non ha mai messo piede in un tribunale e che ancora oggi dice cose surreali, come quella di essere stata la prima a coinvolgere gli avvocati al Ministero: non è vero! Prima di lei, l’ha fatto Alfano e persino quel pazzerello di Orlando». C.: «Ma c’è un fatto ancora più grave. Ha istituito una commissione, molto autorevole, presieduta da quel galantuomo di Giorgio Lattanzi». A.: «Lo so, un gran lavoro che dicono abbia ricevuto molti apprezzamenti». B.: «Forse proprio per questo l’ha stravolto e gettato nel cesso senza mai più consultarlo». C.: «È bastata un’unica voce fuori dal coro, quella di un giovane giurista mediocre rubato alla musica, tale DJ Fofo, Alfonso Bonafede, a lamentarsi per lo stravolgimento del suo disegno di legge e della riforma della prescrizione». A.: «E così la Signora, ascoltando un suo collega milanese, Gian Luigi Gatta, anche lui a secco di tribunali, con la speranza di diventare Presidente della Repubblica per accontentare i 5Stelle, modifica delle norme sulla prescrizione e ne fa una rivisitazione forcaiola rispetto a quanto proposto dalla Commissione ministeriale». C.: «Cartabia e Gatta, Titti e Silvestro: come un problema nato per un "tonno" diventa un problema per tutti gli italiani». A.: «La battuta sul "tonno" Palamara te la invidio e poi è stata fatta in tempi non sospetti, quando tutti i magistrati, prima di riservargli la mattanza, gli nuotavano attorno». Biondi: «"Sic transit gloria mundi". Ora vedrai che la Cartabia finirà impigliata nella rete proprio come me, a cui fu affibbiata l’etichetta "Salva-ladri" e che mi è rimasta appiccicata addosso». C.: «Solo perché al Quirinale, caro Alfredo, c’era Scalfaro, con me il pool di Milano avrebbe fatto tutt’altra fine. Non dimenticare che avevo precettato il colonnello Antonio Ragusa dei Carabinieri per circondare il Csm e ciò per molto meno di quello che è successo in questi mesi».

A.: «E che dire del Colle di oggi, allora? Un po’ distratto, no?». C.: «Certo che se io ce l’ho con Draghi, tu con Mattarella! Che però, a differenza mia, di Casini, degli ambasciatori Usa e di molti altri, non ti ha affatto difeso durante il processo di Palermo...». A.: «Anche da qui guardo sempre avanti. L’avevo fatto mio ministro, ma si sa che la gratitudine è sempre il sentimento della vigilia». C.: «Se è per questo, si era pure dimesso per il decreto Mammì sulle tv private». A.: «Tutta acqua passata, ormai. Ma parlavamo di Giustizia e Colle...». B.: «Il vulnus della sua presidenza è di non aver azzerato il Csm, lasciando i veleni correre. Un po’ quello che fece Scalfaro ai tempi nostri, saldando i comunisti con i Pm giustizialisti...». C.: «Amici cari, questa riforma non serve a nulla se non si ha la forza di varare una grande amnistia e/o indulto per ricominciare daccapo, come aveva chiesto Napolitano con un messaggio inascoltato alle Camere...». B.: «I tribunali sono a pezzi, mancano aule, computer, cancellieri. Altro che questa mini bischerata su cui si discute per imbrogliare l’Europa». A.: «E Draghi che fine fa?» B.: «Se continua a fare il ganzo come in questi giorni finisce male. In una settimana si è giocato la sua amichetta Meloni, negandole il sacrosanto posto nel Cda della Rai, e Salvini, umiliandolo sui vaccini in conferenza stampa». C.: «E per di più , e lo dico da Costituzionalista, la richiesta di fiducia preventiva è un misto di arroganza e di paura». A.: «La fiducia si chiede, non si annuncia, come le dimissioni... Altro che santo, super Mario un vero diavolo, anche se i diavoli sono ex angeli, come Lucifero...». C.: «Rischia di fare la fine di Prodi con Bertinotti». B.: «E chi sarebbe il Bertinotti della situazione?». C.: «Uno elegante come lui, ma pieno di rancori, Giuseppe Conte, che vive per vendicarsi....». Finora in ascolto, Sant’Ivo di Bretagna alza la mano e zittisce tutti. «Per lui il Paradiso può attendere, ma qui si prega, vi dò una mano e vi prendete tutto il braccio». Andreotti, incurvando ancor più le spalle e congiungendo le mani, riprende la sua meditazione rileggendo il De regimine principum di San Tommaso d’Aquino. Del resto, come insegna Jean-Paul Sartre, «l’inferno sono gli altri». 

Spangher: «Questa riforma è un compromesso al ribasso gestito da palazzo Chigi». Parla il professor Giorgio Spangher: «Questa riforma contempla che il giudice possa richiedere proroghe motivate in base alla complessità concreta del processo. Ma lasciare discrezionalità al giudice fa sorgere problemi sulle garanzie»

di Valentina Stella su Il Dubbio il 31 luglio 2021. Per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale alla Sapienza di Roma, le questioni di diritto sono state sacrificate in nome del compromesso politico per portare a casa la riforma della giustizia targata più Draghi che Cartabia.

Cosa pensa di questo accordo?

Faccio innanzitutto notare che mentre il Csm era riunito in plenum per esprimere un parere richiesto dalla Ministra Cartabia, a Palazzo Chigi già stavano riscrivendo il testo della riforma. Poi ho letto nel comunicato sul Cdm: «Rispetto al testo approvato due volte all’unanimità dal governo si introducono alcune novità». «Approvato» mi pare una sottolineatura ironica visto quello che poi è successo nei giorni successivi e il faticoso lavoro di mediazione che si è dovuto fare. Tornando alla sua domanda è chiaro che siamo dinanzi ad un compromesso. La Ministra avrebbe potuto fare molto meglio ma lei ha ridimensionato l’unica proposta culturalmente valida che era quella della Commissione Lattanzi. Da quel momento tutto si è complicato ed è iniziata la battaglia politica sull’improcedibilità. Nel frattempo sono emerse tutte le criticità culturali e scientifiche degli effetti dell’improcedibilità, che vedremo – ad essere ottimisti – alla fine del 2024. Tutto questo però è stato ignorato perché si è pensato a giocare solo con le bandierine che i partiti hanno messo sui vari reati affinché sfuggissero alla tagliola della prescrizione processuale. Infine sul risultato finale ha pesato il fatto che la partita si è spostata da via Arenula a Palazzo Chigi.

Qualcuno dice che siamo vittime della solita fallacia realista, in base alla quale qualsiasi compromesso si raggiunga va sempre bene. Non siamo stanchi di questo?

Assolutamente sì. Che il compromesso sia al ribasso lo si evince chiaramente dal fatto che ogni partito può rivendicare un pezzo di vittoria. Attenzione: sono spariti dal doppio binario inizialmente richiesto dal M5s i reati con la PA. All’inizio della trattativa sembrava invece essere il punto di snodo. Come vede è stato tutto un compromesso. Ma voglio aggiungere una cosa: ora abbiamo una serie di fasce per la celebrazione dei processi prima che scatti l’improcedibilità a seconda dell’imputazione che darà il pm. Ma oltre a questi doppi, tripli binari rimane in piedi tutto il problema dogmatico degli effetti del nuovo istituto: l’improcedibilità non decide, e cosa significa davvero lo scopriremo solo con la prima sentenza. Non dobbiamo scordarci che stiamo parlando del Diritto e dei suoi effetti sugli imputati e le persone offese. Ieri è stata depositata una sentenza della Consulta per cui se scatta la prescrizione in appello il giudice stesso può decidere sugli effetti civili. Con la nuova riforma si passa la palla al giudice civile. Ma sembra che tutte queste questioni giuridiche, messe in evidenze anche dal Csm, dall’Anm e dall’Accademia, non siano di interesse.

L’Europa ci chiede una giustizia più snella e veloce. A leggere la bozza dell’accordo invece sembra tutto più complicato.

Pensiamo di aver risolto il problema con la trattativa a Palazzo Chigi ma non è così, perché poi dovremo dar conto anche all’Europa degli effetti della riforma. Gli anni dell’appello dovevano essere 2 e poi in alcuni casi sono diventati 3, in altri 5 e poi 6. E in altri casi ancora abbiamo il fine processo mai. Il nostro sistema prevede già diversi binari, un vero groviglio dal punto di vista procedurale. Ora questa riforma contempla che il giudice possa richiedere proroghe motivate in base alla complessità concreta del processo. Innanzitutto vorrei capire qual è la definizione di “complessità”. Io capisco che i processi non sono tutti uguali ma lasciare discrezionalità al giudice fa sorgere problemi sulle garanzie. Già abbiamo un eccesso di proroghe nella fase delle indagini preliminari, pensi se un giudice deve decidere per il proprio processo. Farà di tutto per cercare una motivazione. Insomma, non credo onestamente che questo sia il modo giusto per raggiungere l’ambizioso obiettivo di ridurre del 25% la durata dei giudizi penali, come richiesto dall’Europa.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 30 luglio 2021. Un lungo riassunto e una domanda. Riassunto: poiché abbiamo la giustizia più lenta d'Europa, in cambio di una prima quota del Recovery l'Unione impone una riforma che ne riduca drasticamente i tempi. Il ministro Marta Cartabia ne appronta una severa, la discute con avvocati e magistrati, soprattutto coi partiti e ne scaturisce un testo di molto annacquato, ma condiviso. Il testo arriva in Consiglio dei ministri dove però i cinque stelle ci ripensano e dicono di no. Interviene Beppe Grillo e dice invece sì, il testo va benissimo. Il Consiglio dei ministri, cinque stelle compresi, approva. Nel frattempo, dopo pranzo al mare con Grillo, Giuseppe Conte è ufficializzato capo politico e dice invece no, il testo non va affatto bene. Enrico Letta, segretario del Pd, gli dà manforte: in effetti qualcosa si può cambiare. Draghi si infuria: avevate firmato, la vostra firma non vale niente? Accetta correzioni. Segue trattativa, si decide di rendere imprescrittibili (fine processo mai) i reati di mafia e terrorismo. Tutto a posto? No, perché gli altri partiti dicono allora anche noi. La Lega ottiene l'imprescrittibilità per i reati sessuali e di droga. Ci siamo? Ci siamo. Il testo torna in Consiglio dei ministri: appuntamento alle 15.30 di ieri. Ma i cinque stelle non ci vanno, sono in riunione con Conte. Si presentano un'ora e mezzo dopo e dicono che a ogni reato cui è contestata un'aggravante mafiosa bisogna dare tempi più lunghi o non se ne fa niente. La spuntano, faccenda conclusa. La riforma quasi non c'è più. Tutti i partiti hanno vinto, tutti esultano. Ora la domanda: voi li dareste a cuor leggero dei soldi a questo Paese? 

Lasciar decidere il giudice sulla durata dei processi: cancellate quest’assurdità. Il magistrato è sempre pronto ad assumersi l’onere di giudicare nel merito, ma il compromesso sul Ddl penale sfida la Costituzione, che assegna al legislatore la responsabilità sui tempi del giudizio. Nello Rossi su Il Dubbio il 4 agosto 2021. Il giudice diverrà l’arbitro ultimo dei tempi del processo? Sarà il magistrato penale a dover compiere la scelta – drastica e potenzialmente drammatica – tra dichiarazione di improcedibilità dell’azione penale, destinata a porre fine alla vicenda processuale, e il prolungamento del processo al di là degli ordinari termini di legge? È quanto prevede l’ultima versione della riforma del processo penale, che al giudice attribuisce un inedito potere: prorogare, in ragione della complessità del procedimento (per numero delle parti o delle imputazioni o per la natura delle questioni giuridiche o di fatto da affrontare), la durata dei giudizi di appello e di Cassazione. Proroga che potrà essere adottata una sola volta per la generalità dei procedimenti, mentre sarà reiterabile per i giudizi di impugnazione su reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Per comprendere come si sia giunti a questa soluzione ( non paragonabile, per la sua portata e i suoi effetti, alle decisioni sulla proroga della custodia cautelare) occorre ribadire, ancora una volta, il peccato originale della riforma, o meglio della “mediazione” Cartabia, e rappresentare la cascata di conseguenze negative che ne è scaturita.

Il nervo della prescrizione. Il peccato originale sta nel non avere seguito la strada di coraggiosa deflazione del carico giudiziario tracciata dalla Commissione Lattanzi, rinunciando (in nome di un astratto rigorismo?) ad alcuni istituti innovativi, come l’archiviazione meritata, e limitando la portata di altri strumenti di riduzione del numero dei processi e di accelerazione della loro durata: dalla restrizione dell’area del patteggiamento alla retromarcia in materia di appelli del pm, delle parti civili e degli imputati. Con l’effetto di lasciare nuovamente scoperto e dolente il nervo della prescrizione, punto di scarico finale di tutte le irrisolte contraddizioni del processo, e di riattizzare uno scontro politico cui si poteva sperare di porre fine solo ristrutturando l’intero assetto del procedimento e del processo.

Compromessi politici o di necessità. Da qui in poi sono cominciati i compromessi, politici o di necessità. Il primo è consistito nell’affidarsi – per misurare i limiti temporali del processo – ad un sistema ibrido, frutto della meccanica addizione del regime della “prescrizione sostanziale” voluto dal governo Cinque Stelle- Lega con un inedito regime di “prescrizione processuale”, ovvero l’improcedibilità dell’azione penale per superamento dei termini dei giudizi di appello e di Cassazione. Sistema potenzialmente produttivo di risultati paradossali, già messi in luce da più commentatori, e, quel che più conta, risultato insostenibile in numerose Corti di appello, gravate da grandi quantità di processi.

Cosa dice la Costituzione. Ed ecco che, per rispondere alle critiche, ha preso corpo il secondo compromesso: la previsione di più ampi termini di legge per la celebrazione dei giudizi di appello e di Cassazione, affidata però alla “facoltà” del giudice di prorogare tali termini con una ordinanza motivata e ricorribile dinanzi alla Suprema Corte. L’ultima parola al giudice, dunque. Non solo, come è naturale, sui fatti e sulle responsabilità, sulla colpevolezza o sull’innocenza, ma anche sulla durata del processo. Eppure, secondo la Costituzione, è “la legge” che deve assicurare la ragionevole durata del processo e, aggiungiamo, la ragionevole prevedibilità di tale durata. Ed è perciò il legislatore che deve fissare la cornice temporale ed i limiti invalicabili di ogni processo, valutando il “fattore tempo” nelle sue diverse valenze: tempo dell’oblio sociale nei confronti del reato; vicinanza temporale tra i fatti per cui si procede e il giudizio, per permettere all’innocente di fornire prove a discarico, irrintracciabili a eccessiva distanza dagli eventi; grado di accettabilità di una condizione di imputato troppo a lungo protratta.

I problemi spinosi. Il sentiero impervio, oggi imboccato, legittima molti e inquietanti interrogativi. Quanto saranno comprensibili e socialmente accettabili scelte “operative” sui tempi dei processi (inevitabilmente diverse a seconda dei casi) che incideranno profondamente sul destino ultimo degli imputati? Fino a che punto il “merito” di tali scelte sarà controllabile dal giudice di legittimità? A quali rischi esse esporranno magistrati che sono pronti ad assumere ogni responsabilità per un giudizio emesso in scienza e coscienza ma che, in questo caso, saranno chiamati a valutazioni di diversa natura, con effetti salvifici o pregiudizievoli?

Mentre la politica saluta con soddisfazione il primo passo della riforma del processo penale e ciascuna forza politica si affanna a rivendicare il suo “decisivo” contributo, è giusto che chi si occupa di giustizia ponga, tra gli altri, questi spinosi problemi. Non per guastare la festa, né per negare l’indispensabilità di un intervento riformatore, ma per avvertire che il congegno messo in campo rischia di risultare difettoso quando sarà sottoposto alla prova della realtà.

La durata dei processi. Se, per realismo, si dovrà prendere atto che non ci sono più margini per sanare il peccato originale della riforma né per abbandonare la soluzione ibrida messa in cantiere sulla durata dei processi, si può chiedere almeno di rimeditare questo aspetto della nuova normativa, fissando per legge – e senza interventi dei giudici – congrui termini di improcedibilità, calibrati sulla gravità e sull’allarme sociale dei diversi reati e sulla complessità dei relativi giudizi? Ciò sarebbe in sintonia con le indicazioni offerte dal giudice costituzionale che, anche nella recentissima pronuncia n. 140 del 2021, ha insistito sul ruolo irrinunciabile del legislatore nel fornire un quadro di certezze sulla durata dei processi. Lo sappiamo: si potrà sostenere che il principio di legalità è comunque rispettato dalle norme oggi dettate in materia di proroghe, anche se esso appare vacillante di fronte all’ipotesi estrema di proroghe reiterate. Ma resta che l’equilibrio – o piuttosto l’esercizio di equilibrismo – immaginato come via di fuga da una impasse tutta politica allontana la realizzazione della promessa costituzionale di un processo di ragionevole durata e incide pesantemente su fondamentali garanzie dei cittadini. Recedere da una scelta improvvida sarebbe una prova di saggezza da parte di un Parlamento che volesse liberarsi dalle pressioni e dai condizionamenti impropriamente esercitati dalla politica politicante sulle questioni di giustizia.

Se lo Stato condanna il Sud: la questione meridionale ridotta a questione criminale. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno imprescrivibili. I pm non perderanno l’occasione di contestare l’aggravante mafiosa. Ecco perché. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 3 agosto 2021. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno praticamente imprescrivibili. Ed è proprio su questo punto che i pm di assalto avevano cercato e trovato un varco. La Riforma resta comunque un fatto di civiltà. “Comprendo” perfettamente che nella situazione attuale nessun “politico” se la sia sentita di “resistere” nella difesa del testo originario, approvato a unanimità nel Consiglio dei ministri.

I mafiosi e i delinquenti comuni. Se qualcuno avesse aperto bocca per dire che i tempi di prescrizione nei processi per mafia sono irrazionali e, probabilmente, indegni di un Paese civile si sarebbe trovato indifeso dinanzi ad un plotone di esecuzione che lo avrebbe fucilato facendolo passare per mafioso o amico dei mafiosi. Provo a formulare una domanda: cosa hanno di diverso i mafiosi rispetto ai delinquenti comuni? “Normalmente” sia gli uni che gli altri uccidono, minacciano, rubano, trafficano droga. Dal momento che i cittadini dovrebbero essere uguali dinanzi alla legge non si comprenderebbe perché ’ndranghetisti e mafiosi dovrebbero riceve un trattamento diverso. Ciò detto, riteniamo che il legislatore giustifichi il diverso trattamento per il fatto che, essendo la mafia una organizzazione ( a delinquere) presente da tempo e radicata in un determinato posto, i crimini commessi degli affiliati, oltre che essere odiosi come tutti gli altri, hanno come fine il controllo del territorio sottraendolo di fatto allo Stato. Quindi lo Stato è “naturalmente” in guerra con la mafia. A questo punto una domanda è d’obbligo: il processo può essere un momento di tale guerra? No! Per il semplice fatto che prima della sentenza tutti gli imputati dovrebbero essere considerati innocenti, e come la storia recente dimostra, in buona parte lo sono. Lo Stato ha tutto il diritto di giudicare ma non di muovere guerra a un solo innocente.

Il processo “Gotha”. Faccio un esempio. Ieri l’altro a Reggio Calabria s’è concluso il processo “Gotha” che contrariamente alla maggioranza dei processi allestiti in Calabria con operazioni spettacolari – ma miseramente falliti – ha retto al 50% (ripeto 50%) al primo grado di giudizio. Cioè su trenta imputati quindici sono stati assolti e quindici condannati. Molti degli assolti, prima della vicenda che li ha visti coinvolti, non erano mai stati in un’aula di giustizia. Per esempio, tra di loro è “capitato” uno stimato primario di cardiochirurgia, un ex presidente della Provincia; un senatore della Repubblica. Qualcuno tra questi ha trascorso qualche anno in carcere (complici) dei parlamentari pavidi. Tutti sono stati sotto processo da anni in quanto sospettati di essere mafiosi.

Sotto processo per 18 anni? A questo punto poniamoci una domanda: qualora la procura dovesse fare appello (cosa che probabilmente farà) verranno tenuti sotto processo per 18 anni e poi per altri 18 ancora? Non ci sono persone al disopra di ogni sospetto, né con diritto di essere tutelati più di altri ma in base a quale principio lo Stato potrebbe trattare queste persone molto peggio degli assassini seriali, degli stupratori, dai pedofili, tenendoli prima in carcere e poi sotto processo a vita? Non si tratta d’un “danno collaterale” accettabile pur di combattere la mafia ma di un abuso che ha come logica conseguenza la legittimazione e il rafforzamento delle mafie su un determinato territorio. Agli occhi di queste “vittime “lo Stato sarà una presenza tirannica di gran lunga peggiore della mafia. La verità è che le mafie devono e possono essere combattute prima e dopo del “processo” e con gli strumenti messi a disposizione dalla Costituzione. Viceversa, il processo dovrebbe assicurare un giudizio sereno ed in tempi umani attraverso regole e leggi uguali per tutti.

Se lo Stato condanna il Sud. Infine, la riforma Cartabia assicurerà nelle regioni del Centro- Nord una giustizia più efficiente ed umana mentre al Sud avremo in assoluta prevalenza il “processo infinito”. Infatti, nessun pm delle regioni meridionali perderà l’occasione, dinanzi ad una estorsione o ad un omicidio, di contestare l’aggravante mafiosa perché ciò gli consentirà tempi infiniti. E non sarà difficile in zone come la Calabria o in paesi come Africo o San Luca trovare rapporti di parentela, di frequentazione, di vicinato con qualche famiglia in odore di mafia. Il cerchio è chiuso. La questione meridionale diventa così, ed ancora di più, questione criminale da affrontare praticando la “giustizia dei sette capestri” aldilà del Pecos. Le mafie diventeranno l’alibi per spiegare il mancato sviluppo del Sud o per non ascoltare il grido del professor Gianfranco Viesti che ha dimostrato che dei fondi del Recovery solo 13 miliardi arriveranno nelle Regioni meridionali.

Ed in tutto ciò, la cosa che più fa salire il sangue alla testa è che non ci sia stata una sola voce in Parlamento, e neanche fuori, a difendere il Sud da questa follia giustizialista che avrà come unico risultato la mortificazione della Legge e della Costituzione da un lato e la legittimazione e l’invincibilità delle mafie dall’altro.

Riforma della Giustizia, De Luca - "Sceneggiata politica dei 5 Stelle". (Agenzia Vista il 30 luglio 2021) "Vorrei fare una considerazione sulla riforma Cartabia della giustizia. Abbiamo assistito ad un'ennesima sceneggiata politica, un atto di cabaret offensivo dell'intelligenza degli italiani. Sapevamo dove cominciava questa sceneggiata e sapevamo come si sarebbe compiuta: il Movimento 5 Stelle aveva bisogno di mettere una bandierina per approvare la legge. La bandierina consiste nel fatto che si sono allungati i processi di mafia, terrorismo e altri inseriti dalla Lega. Tutti reati che avevano già la possibilità, sulla base della pronuncia di un giudice, di essere prolungati fino a conclusione delle indagini. Ma dovevamo fingere di aver prodotto una grande innovazione" lo ha detto Vincenzo De Luca, Presidente della Regione Campania, durante la diretta trasmessa sul suo profilo di Facebook. Courtesy Facebook di Vincenzo De Luca 

Paolo Mieli per il "Corriere della Sera" il 30 luglio 2021. Colpisce che il cento per cento dei magistrati che si sono fin qui pronunciati sulla riforma Cartabia abbiano espresso dissenso. Dissenso manifestato senza il ricorso ad eufemismi, anzi in termini assai impegnativi. È vero che due o tre di questi magistrati (quattro se comprendiamo Luciano Violante) hanno aperto qualche spiraglio al progetto messo a punto dalla ministra della Giustizia assieme a un gruppo di valenti giuristi. Ma erano toghe in pensione: quelle tuttora in servizio hanno sparato ad alzo zero contro il provvedimento che, secondo i loro calcoli, avrebbe consentito il ritorno in libertà di centinaia di migliaia di delinquenti. Proprio così: centinaia di migliaia. E avrebbe altresì provocato la fine dello stato di diritto nonché, forse, della democrazia riconquistata con la Resistenza. Anche personalità fino ad oggi conosciute come poco inclini alle esagerazioni hanno fatto ricorso a quel genere di toni. Sia come singoli che come capi delle organizzazioni di categoria. Ripetiamo: il cento per cento dei magistrati in servizio, presa la parola, si è pronunciato contro il progetto Cartabia votato all'unanimità dal precedente Consiglio dei ministri sostenendo che se fosse rimasto com' era e non fosse stato cambiato con una seconda decisione unanime, quella di ieri sera, avrebbe provocato al nostro Paese danni incalcolabili. In casi come questo si è soliti sostenere che non tutti i magistrati la pensano come quelli che intervengono pubblicamente. Ma tenderemmo a escludere che ciò corrisponda al vero perché, se così fosse, dopo quasi trent' anni di riproposizione di questo copione, dovremmo pensare che tra pubblici ministeri e giudici non ce ne sia uno, neanche uno, capace di manifestare il proprio dissenso dal pensiero prevalente tra i colleghi. Tutti senza coraggio? Impossibile. Più verosimile che, con maggiore o minore intensità, siano d'accordo tra loro. A questo punto si pone una domanda: cosa ha reso possibile questa unanimità delle toghe contro Mario Draghi e Marta Cartabia? La risposta può essere di due tipi. La prima - con maggiori probabilità di esser vicina al vero - è che il precedente accordo raggiunto dalla ministra avesse un carattere eccessivamente compromissorio; che lei e i saggi che l'hanno affiancata non si rendessero conto dello spropositato numero di mafiosi, terroristi e malfattori di ogni specie che grazie al loro provvedimento (nella prima versione) avrebbero riacquistato libertà; e che l'intero Consiglio dei ministri avesse concesso luce verde a questo piano nell'intima (e cinica) certezza che qualcun altro l'avrebbe rimesso in discussione. Fosse vero, dovremmo ringraziare quei parlamentari del M5S che con rapidità, resisi conto dei rischi, hanno ottenuto il nuovo compromesso che impedirà a mafiosi, terroristi e delinquenti d'ogni risma di uscire di prigione. E che risparmierà all'Italia un provvedimento che avrebbe «minato la sicurezza del Paese». L'altra ipotesi di spiegazione - assai meno plausibile della precedente, anzi, ammettiamolo, quasi inverosimile - è che la magistratura italiana sia ormai divenuta un corpo malato. Un insieme in cui uomini e donne si lasciano rappresentare da avanguardie impegnate a combattersi le une contro le altre a colpi di dossier. Che le loro istituzioni, a cominciare dal Csm, stiano sprofondando, anzi siano già sprofondate nel più assoluto discredito. Che correnti e sottocorrenti abbiano standard di moralità minori di quelli che avevano i partiti politici all'epoca della loro massima degenerazione. Che procure, passate alla storia come templi della legalità, siano oggi sconvolte da lotte fratricide in cui è consuetudine l'accoltellamento alla schiena. Luoghi in cui sarebbe divenuto lecito nascondere le prove a vantaggio degli imputati. Dove è pratica corrente spedire anonimamente a colleghi e media verbali finalizzati a minare la credibilità di un qualche «nemico». E di servirsi in tal guisa di astutissimi «pentiti» ben consapevoli dei servizi che si prestano a rendere. In questi Palazzi di giustizia sarebbe venuto meno ogni spirito di lealtà nei confronti dei capi. Capi che verranno sì sostituiti ma continueranno ad esser nominati da un Csm abbondantemente avvelenato. Se la magistratura italiana fosse precipitata in questo abisso - cosa che non crediamo, anche se qualche rischio lo si può intravedere in lontananza - allora le prese di posizione di alcune toghe contro Draghi e la Cartabia andrebbero interpretate come un accorto posizionamento in vista di un cataclisma prossimo venturo. Una scossa tellurica nel corso della quale potrebbero venire alla luce le malefatte di molti, talché alcuni togati avrebbero ritenuto conveniente assumere la postura di indomiti alfieri della legalità capaci di mettere con le spalle al muro l'ex Presidente della Corte costituzionale. Tali posture potrebbero valere, nell'immediato, per promozioni che verranno fatte con gli stessi criteri adottati in passato. Ed essere eventualmente considerate un titolo di benemerenza nel momento in cui giungesse l'ora del redde rationem. Ma ora che il governo è stato in grado di giungere ad un secondo compromesso ci aspettiamo che i magistrati ne prendano atto e festeggino lo scampato pericolo. E che siano unanimi anche in questi festeggiamenti.

L’Italia culla del diritto? Peccato però che l'infante giustizia non sia cresciuto. Questo è il problema: lentezza mostruosa dei processi, il loro costo astronomico, malcontento e crollo della fiducia dei cittadini in un sistema che non li rende uguali agli altri europei. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 30 luglio 2021. Diciamoci la verità: sulle vaccinazioni Mattarella e stato bravo ma quanto alla giustizia ci ha lasciato un po’ sul campanile come si usa dire in amore quando non si raggiunge l’acme. Il presidente della Repubblica è per sua funzione anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura, anche se la funzione reale è svolta dal vicepresidente, tuttavia l’attuale e abbastanza eroico abitante del Quirinale, ha svicolato. Il centro del centro del malessere della giustizia infatti abita a nel palazzo dei marescialli a Roma dove ha sede il Csm.

SISTEMA FUSO. Dagli scandali usciti ed entrati da e in quel palazzo si è avuta la temperatura di un sistema fuso, disfunzionale e concentrato su esiti che non hanno nulla a che vedere con l’erogazione del pubblico servizio della giustizia. Lo stato della giustizia italiana è tale che l’Europa, per una volta tutt’altro che matrigna, ci ha ingiunto di raggiungere il livello minimo di civiltà giudiziaria comune nei Paesi dell’unione per avere pieno diritto ai famosi fondi. Capacità giudiziaria vuol dire esercizio della funzione perché quanto a civiltà giuridica noi ambiziosamente ci consideriamo la culla del diritto.

LE SOLITE CARENZE. Peccato che questa culla sia rimasta tale e l’infante non sia mai cresciuto. Questo è il problema: lentezza mostruosa dei processi, costo astronomico degli stessi, malcontento e crollo della fiducia dei cittadini in un sistema che non li rende uguali agli altri europei. Tutti sappiamo che oltre le ben note carenze che tutti i tribunali lamentano in fatto di personale, computer, polizia giudiziaria, pulizie delle scale, stato polveroso degli uffici, lassismo, ci sono anche alcune cattive abitudini che purtroppo alcuni funzionari dello Stato in toga hanno confuso con dei loro diritti. Ricordiamo come stanno le cose alla partenza. Il popolo italiano, tornato alla democrazia e diventato una Repubblica scelse di darsi un sistema giudiziario al di sopra di ogni sospetto. Quale può essere il sospetto peggiore per un organismo giudiziario? Quello dell’asservimento ad altri poteri. Siano essi politici, malavitosi, finanziari, sindacali, religiosi, metteteceli tutti. E allora che cosa pensarono i famosi padri costituenti? Pensarono di dotare il paese di un organismo che tutelasse l’indipendenza di questi alti dipendenti dello Stato approdati alla loro funzione attraverso un concorso pubblico.

GLI ELETTORI. Quando ricordo a me stesso questa storia, mi torna sempre in mente quel che disse un grande re indigeno messicano agli spagnoli: “Voi discendete dalle barche, noi dagli Aztechi”. Ora il Parlamento discende dal voto degli elettori e quindi è espressione dell’unico potere che esista in una democrazia, mentre i magistrati discendono da un concorso pubblico che comincia e definisce la loro legittimazione. Che non è poca cosa, ma che non è neppure un potere. La questione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario che fu il fulcro della rivoluzione francese non ha più senso: il legislativo ha il potere di rappresentanza popolare, l’esecutivo è la sua espressione approvata con voto di fiducia; e quanto al giudiziario si tratta della esecuzione delle leggi esistenti con un ampio margine di potere di interpretazione che con il passare degli anni è diventato del tutto abusivo, tant’è vero che molte volte nella storia della Repubblica ci siamo trovati di fronte a sentenze della Suprema Corte di Cassazione, i cui operatori discendono anche loro da un concorso e non dal potere popolare, esprimere leggi sotto forma di sentenze che modificavano altre leggi esistenti. Ciò ha generato un conflitto che si è poi acuito man mano che i magistrati si sono riuniti nei loro sindacati e nelle loro associazioni, alcune delle quali sembrano più delle bande che dei rispettabili organismi rappresentativi. Lo scandalo Palamara è stato soltanto l’ultimo in ordine di tempo, ma terribilmente istruttivo: esisterebbe una organizzazione, non si sa se loggia massonica o no, in cui una congrega di abusivi tra cui alcuni magistrati, avvocati, giornalisti e forze dell’ordine si riunirebbero per trovare la quadra fra loro con accomodamenti e transazioni, per usare la giustizia secondo le loro private convenienze.

CATENA INFINITA. Uno dei grandi mali del nostro sistema è la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale, che sembrerebbe dal suono una buona cosa che invece è pessima. Se tutte le denunce dessero davvero luogo obbligatoriamente ad una inchiesta e poi l’inchiesta ad un’istruttoria, l’istruttoria un processo, il processo a una sentenza, non la si finirebbe più. Ne consegue che i procuratori hanno un potere di discrezionalità nello stabilire quale dossier è più uguale dell’altro. Tutto questo è arcinoto. Qui sta lo scandalo e qui anche gli interessi politici legati a dei sottoposti interni al corpo dei magistrati, la maggior parte dei quali come sappiamo, è formato da persone specchiatissime tra cui però se ne celano di più opache e alla fine della giostra il cittadino scopre che i processi civili sono talmente iniqui per lunghezze da mettere in fuga le aziende straniere che abbiano voglia di investire, come accaduto anche in tempi recentissimi. E nel penale ciascuno è autorizzato a pensare che la propria sentenza non sempre corrisponda alla giustizia in senso non soltanto codificato ma anche ideale. Processi lunghi, costosi, iniqui amministrati talvolta da personale che non è all’altezza del compito affidato gli. Adesso si fa gran chiasso sulla riforma Cartabia che in realtà affronta una parte importante ma non tutta quella della questione giudiziaria. È solo la riforma Cartabia ma i 5 Stelle tentano di giocarsi una carta politica anche se già sanno di aver perso perché una cosa è sicura di Draghi, ed è che in quel suo sorriso un po’ da dinosauro, lui non mollerà mai, non cambierà idea, al massimo concederà piccoli aggiustamenti, giusto per far contento questo o quel membro della sua maggioranza parlamentare.

LA RESA DEI CONTI. Adesso siamo arrivati al “redde rationem” e quindi non resta che aspettare il voto di fiducia. Nel frattempo, i referendum sono in marcia ed è possibile che il voto popolare crei una spaccatura tale da imporre al governo e al Parlamento un ulteriore ripensamento dopo l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

LA GUERRA FREDDA. L’Italia ha vissuto di emergenze fin dalla sua nascita a causa della guerra fredda e tutte le emergenze sono state buone per sospendere momentaneamente, cioè per sempre, l’uso della normalità. Adesso è ora di tornare a questa normalità. Per farlo occorre un sistema giudiziario che dia i frutti che è chiamato a dare. Altrimenti bisogna pensare a qualcosa di radicalmente nuovo. Questo Parlamento non è il più adatto per compiere questo lavoro e bisognerà certamente aspettare il prossimo. Ma i tempi sono maturi, l’Europa ce lo chiede, e noi se vogliamo restare al passo in tema di civiltà così come lo siamo ormai in economia, dobbiamo darci una mossa. Piantarla con le frasi ad effetto, i pregiudizi e imparare a considerare l’amministrazione della Giustizia un servizio pubblico di massima qualità che richiede altrettanta responsabilità ed efficienza. Qualsiasi altra funzione abusiva e parassitaria, va eliminata.

Una riforma a metà che non elimina i processi infiniti. Le Regioni blindano i sei referendum. Luca Fazzo il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. Proroga sino a 6 anni per terrorismo e mafia. Pesa il pressing del Csm. Dalla Sicilia arriva l'ok: urne certe sui quesiti dei Radicali e Lega. I processi infiniti restano: ma solo per i reati più gravi, individuati con una lista frutto di mediazioni estenuanti, e destinata sicuramente a venire modificata in futuro. Per gli altri processi, ovvero per la stragrande maggioranza dei casi che riempiono le statistiche della giustizia italiana, resta - entrando in campo gradualmente, e andando a pieno regime nel 2024 - il criterio base della riforma che Marta Cartabia aveva portato due settimane fa in consiglio dei ministri: due anni per il processo in appello, un altro per quello in Cassazione. Poi tutto diventa improcedibile. Basta con i cittadini trasformati in imputati a vita. É questo il quadro che esce dalla giornata convulsa vissuta dal pianeta giustizia, con la riforma Cartabia soggetta al fuoco incrociato di grillini, giornali e magistrati, che accusavano il testo varato il 14 luglio di essere una sorta di amnistia mascherata che avrebbe garantito impunità a criminali di ogni genere. A calare il carico da novanta era stato, poche ore prima che il governo si riunisse, il Consiglio superiore della magistratura dove - mettendo in minoranza destra e moderati - viene approvata una mozione di rara durezza contro il capitolo sulla prescrizione del progetto di Marta Cartabia. A quel punto neanche il più impavido dei Guardasigilli sarebbe andato avanti sfidando le ire dei Gratteri e dei Di Matteo. E inizia la mediazione. Il passaggio chiave della marcia indietro del governo sta all'articolo 4 della nuova bozza. Si conferma che la prescrizione si sospende dopo la sentenza di primo grado, si conferma anche che se il processo d'appello non termina entro due anni scatta la improcedibilità; si conferma che nei casi complessi il giudice può allungare di un anno i termini; e tutto questo era contenuto già nel vecchio testo. Ma poi si aggiunge che «ulteriori proroghe possono essere disposte» per una serie di reati: nel testo originale non c'è un numero massimo di proroghe, di fatto la durata dei processi «allungabili» rischia di essere infinita. Se, come parre, il testo definitivo resta questo, il partito dei pm ha vinto, ma non ha stravinto. Lo scontro di ieri si concentra a quel punto sull'elenco dei reati da inserire nella black list. Tutti d'accordo su terrorismo, eversione e reati connessi; idem per l'associazione mafiosa e il narcotraffico; vengono aggiunti su pressione della Lega le violenze sessuali aggravate e la corruzione di minorenne; per cui alla fine la battaglia si concentra solo su una nicchia di reati, i delitti «normali» ma aggravati dalla finalità mafiosa. Un concetto elastico, dove si incrociano sentenze contrastanti, e che comunque riguarda una quantità di processi non particolarmente rilevante: ma di cui i 5 Stelle ieri fanno una bandiera. L'appunto informale diramato ieri dal ministero di via Arenula dice che per questo tipo di reati il testo definitivo consente al massimo due proroghe oltre la prima, quindi si arriva a cinque/sei anni. Il triplo di quanti ne servono oggi per un appello medio. Se tra i partiti la paternità del risultato viene rivendicata un po' da tutti, è chiaro che a determinare il cambio di rotta della Cartabia è stata anche e soprattutto la magistratura organizzata. Un fuoco di critiche culminato nella risoluzione del Csm che ieri mattina approva il documento presentato dal grillino Fulvio Gigliotti che accusa il sistema ideato dal ministro di presentare «rilevanti profili di criticità» e di «insostenibilità pratica», accusandola di causare «l'impossibilità di portare a conclusione un gran numero di processi». Un siluro cui si associano toghe e laici grillini, di sinistra e di centro, isolando i consiglieri di centrodestra e di Magistratura Indipendente. Uno sbarramento preventivo contro un testo che deve ancora arrivare all'esame del Parlamento. Ma lo scontro non è finito. Perché dopo la riforma Cartabia, vengono al pettine gli altri nodi della Giustizia: dalla riforma del Csm alla separazione delle carriere. Matteo Salvini, uscito abbastanza soddisfatto dallo scontro di ieri, annuncia che ora «i referendum della Lega e del Partito radicale diventano ancora più importanti». E i referendum si faranno di sicuro: alle 350mila già raccolte ieri si aggiunge il voto di cinque consigli regionali, raggiunto ieri col sì della Sicilia. Il quorum sufficiente per mandare gli italiani alle urne.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Da adnkronos.com il 30 luglio 2021. "Travaglio ha insultato vergognosamente Draghi. Ma non si deve vergognare solo lui: si devono vergognare D’Alema, Bersani e Speranza per aver invitato e fatto applaudire una persona che ha insultato un uomo rimasto orfano di padre a 15 anni". Matteo Renzi, leader di Italia Viva, si esprime così sul “caso” che ha coinvolto Marco Travaglio. Il giornalista, durante la partecipazione alla festa di Articolo 1, ha definito il premier Mario Draghi "un figlio di papà" che "non capisce un c....". Nella chiacchierata con Gaia Tortora ad Assisi, per la presentazione del libro Controcorrente, Renzi tocca una serie di temi. "Vorrei darvi una notizia: Il caro estinto è la riforma Bonafede che da stasera non c’è più. Non si può essere più imputati a vita. La riforma è una piccola parte, c’è ancora un lavoro lunghissimo da fare, ma ora abbiamo archiviato la Bonafede", dice riferendosi alla nuova riforma della giustizia elaborata dalla ministra Cartabia. Capitolo Pd: "Avevamo il 40,8%, hanno voluto scientificamente distruggere quel Pd, hanno preferito liberare la strada a Salvini e Grillo anziché collaborare con noi. Quella parte lì può essere definita con tanti nomi io la chiamo con un solo cognome: D’Alema".

Marco Travaglio, le accuse dal New York Times: "I legami con i magistrati, megafono per le calunnie M5s". Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. La mirabile impresa di Marco Travaglio? Farsi ridicolizzare anche dal prestigioso New York Times. La ragione, ancora le raccapriccianti parole pronunciate da Marco Manetta alla festa di Articolo 1, gli insulti a Mario Draghi, "il figlio di papà che non capisce un ca***". In un lungo articolo firmato dal corrispondente del NYT Jason Horowitz, quest'ultimo ha riassunto la vicenda della riforma Cartabia, partendo dal caso di Simone Uggetti, il sindaco Pd di Lodi massacrato dai grillini nel 2016 e che, alla fine, è stato scagionato solo pochi mesi fa perché "il fatto non sussiste". E Horowitz, dopo aver dato conto delle scuse di Luigi Di Maio, ecco che tira in ballo il capo-ultrà di Giuseppe Conte, sul quale scrive: "Non tutti sono entusiasti, però. Marco Travaglio, direttore responsabile del Fatto Quotidiano, che ha profondi legami con i magistrati e che ha agito da megafono per le calunnie dei Cinque Stelle, attacca con ira e oppone strenua resistenza contro quella che dà sempre più la sensazione di essere la fine di un’epoca nella politica italiana. Questo mese ha sbeffeggiato Mario Draghi dandogli del ragazzino viziato e ha definito la sua Ministra della Giustizia Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, come una sprovveduta che 'non sa distinguere fra un tribunale e un phon", concludono dalle colonne del NYT. Insomma, altri schiaffoni per Travaglio...  

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” l'1 agosto 2021. Dodici anni fa a Repubblica bastava un giornalista (D'Avanzo) per fare 10 domande a B.. Ieri a Repubblica si son messi in undici, direttore compreso, per non farne neanche una alla Cartabia. E riempire due pagine con le sue risposte sottovuoto spinto. Fior da fiore. 

1. "La riforma attua il principio costituzionale di ragionevole durata del processo".

La poverina pensa che, per abbreviare i processi, basti scrivere che devono durare meno e stecchirli alla scadenza. Come dire che, perché i treni arrivino in orario, basta bloccarli dopo un tot anche in aperta campagna, facendo scendere e proseguire a piedi i passeggeri.

2. "La politica si occupava delle proprie bandierine ignorando i contenuti della legge".

L'unica a ignorare la sua legge è lei, che non l'ha scritta e forse neppure letta. Dice alla Camera che la mafia non c'entra perché l'improcedibilità è esclusa per i reati da ergastolo (omicidi e stragi). Poi le spiegano che i processi di mafia non sono quasi mai di omicidio e strage, ma replica che la riforma non cambia perché l'han votata tutti. Infine Conte deve minacciare l'astensione dei ministri M5S per costringerla a escludere associazione mafiosa e voto di scambio, a triplicare da 2 a 6 la scadenza degli appelli per i reati aggravati dalla mafia e a raddoppiarla da 2 a 4 per gli altri. A proposito di "bandierine".

3. "I processi di mafia sono trattati con priorità anche per la presenza di imputati detenuti... Il pericolo di mandare in fumo i processi di mafia non c'è mai stato".

E allora come mai il procuratore nazionale antimafia, il Csm e l'Anm han detto l'opposto? Basta leggere la relazione Lattanzi cui dice di essersi ispirata: l'arretrato medio delle Corti d'appello è di 2 anni; quindi i nuovi processi, secondo il suo progetto-base, sarebbero nati in media tutti improcedibili. Raramente i processi di mafia hanno imputati detenuti (vedi Cuffaro e Dell'Utri, mai arrestati prima del giudizio): il che conferma che la ministra della Giustizia non sa di cosa parla.

4. "Abbiamo sempre ascoltato i magistrati... tant' è che il presidente dell'Anm dice che parte delle loro preoccupazioni si sono un po' allentate... I termini che abbiamo messo sono raggiungibilissimi".

Se ha ascoltato i magistrati, vuol dire che non ha capito cosa dicevano. E se sono un po' meno allarmati dai nuovi termini "raggiun gibilissimi", è perché Conte l'ha obbligata ad annullarli per i reati di mafia e a triplicarli o raddoppiarli per gli altri. Risparmiandole un surplus di figuraccia. 

5. "Si è giunti qui per via del contesto politico che conosciamo".

Sì, un contesto politico chiamato "elezioni" che lei non conosce, non avendo mai preso un voto in vita sua, e che tributò il 33% al M5S perché facesse l'opposto di quel che vuole lei. O chi per lei.

GIUSTIZIA. ECCO I PUNTI DELL’INTESA RAGGIUNTA SULLA RIFORMA CARTABIA. Il Corriere del Giorno il 30 Luglio 2021. Le nuove norme entreranno in vigore gradualmente. Previsto un regime speciale per i reati di mafia, terrorismo, droga, violenza sessuale e aggravanti mafiose. Entrata in vigore graduale delle nuove norme, per permettere agli uffici giudiziari di mettere a punto adeguate misure organizzative, anche grazie all’immissione di nuovo personale (oltre 20mila unità). E’ quanto prevede l’intesa raggiunta dal Consiglio dei Ministri sul meccanismo di prescrizione e improcedibilità inserito nella riforma del processo penale. L’accordo prevede norme transitorie fino al 2024 e un regime speciale per i reati di mafia, terrorismo, droga e violenza sessuale, nonché per le aggravanti mafiose. Questi, in sintesi, i dettagli dell’intesa raggiunta: La riforma riguarda solo i reati commessi dopo il primo gennaio 2020, entra in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge, ed entra in vigore gradualmente, per consentire agli uffici giudiziari di organizzarsi, anche tenendo conto dell’arrivo dei 16.500 assistenti dei magistrati, previsti dall’ufficio del processo, e dei circa 5mila per il personale amministrativo.

LA NORMA TRANSITORIA FINO AL 2024

In un primo periodo i termini saranno più lunghi. Per i primi 3 anni, entro il 31 dicembre 2024, i termini saranno più lunghi per tutti i processi (3 anni in Appello, 1 anno e 6 mesi in Cassazione), con possibilità di proroga fino a 4 anni in Appello (3+1 proroga) e fino a 2 anni in Cassazione (1 anno e 6 mesi + 6 mesi di proroga) per tutti i processi in via ordinaria. Ogni proroga deve essere motivata dal giudice con un’ordinanza, sulla base della complessità del processo, per questioni di fatto e di diritto e per numero delle parti. Contro l’ordinanza di proroga, sarà possibile presentare ricorso in Cassazione. Di norma, è prevista la possibilità di prorogare solo una volta il termine di durata massima del processo.

REGIME SPECIALE PER MAFIA, TERRORISMO, DROGA, VIOLENZA SESSUALE E AGGRAVANTI MAFIOSE

Solo per alcuni gravi reati è previsto un regime diverso: associazione di stampo mafioso, associazione criminale finalizzata al traffico di stupefacenti, terrorismo e violenza sessuale. Per questi reati, non c’è un limite al numero di proroghe, che vanno però sempre motivate dal giudice sulla base della complessità concreta del processo.

Per i reati con aggravante del metodo mafioso, oltre alla proroga prevista per tutti i reati, ne sono previste come possibili ulteriori due (massimo 3 anni di proroga) sia in appello che in Cassazione. Ciò significa massimo 6 anni in appello e massimo 3 anni in Cassazione nel periodo transitorio (fino al 2024) che diventano massimo 5 anni in appello e massimo 2 anni e mezzo in Cassazione a regime, ossia dal 2025. 

NO IMPROCEDIBILITA’ PER REATI PUNITI CON ERGASTOLO

I reati puniti con l’ergastolo restano esclusi dalla disciplina dell’improcedibilità.

LA NORMA A REGIME DOPO IL 2024

In appello, i processi possono durare fino a 2 anni di base, più una proroga di un anno al massimo, mentre in Cassazione un anno di base, più una proroga di sei mesi. Resta sempre diverso il ‘binario’ per i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e mafiosa, senza limiti di proroghe, ma sempre motivate dal giudice e sempre ricorribili per Cassazione. Binario diverso anche per reati con aggravante mafiosa, con massimo 2 proroghe in appello (ciascuna di un anno e sempre motivata) e massimo 2 proroghe in Cassazione (ciascuna di 6 mesi e sempre motivata). 

MONITORAGGIO SU TEMPI PROCESSI E ARRETRATO PENDENTE

Si prevede che un apposito Comitato tecnico scientifico istituito presso il Ministero della Giustizia ogni anno riferisca in ordine all’evoluzione dei dati sullo smaltimento dell’arretrato pendente e sui tempi di definizione dei processi. Il Comitato monitora l’andamento dei tempi nelle varie Corti d’appello e riferisce al ministero, per i provvedimenti necessari sul fronte dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi. I risultati del monitoraggio saranno trasmessi al Csm, per le valutazioni di competenza.

 Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 31 luglio 2021. Si fa presto a dire ferie. E lo stress pre-vacanza e post-vacanza dove lo mettiamo? E allora c’è da capirli, i magistrati, poveretti. Come ha raccontato ieri “Libero”, hanno bisogno di un pe riodo di decompressione prima di staccare e di un periodo cuscinetto dopo le ferie per ammorbidire il ritorno a lavoro. Cosicché, tra cuscinetti e materassini, finiscono per accumulare 45 giorni di ferie. Un'enormità. Chissà che ne pensa un lavoratore instancabile come Vittorio Sgarbi.

Sgarbi, ieri abbiamo documentato il caso di una giudice di Varese che si prende 15 giorni cuscinetto oltre a 30 giorni di ferie. Un mese non bastava?

«È evidente che prolungarsi le ferie è un po' ridicolo, anche se la presenza in ufficio non è garanzia di buone sentenze. Un magistrato può svolgere bene la propria funzione anche in smart working». 

Il Csm legittima il prolungamento delle ferie sostenendo che è funzionale al «pieno recupero delle energie psicofisiche». Fare il pm oil giudice è un mestiere più stressante di altri?

«No, non particolarmente. Ogni mestiere fatto bene richiede impegno. Il punto è farlo bene...». 

Renzi aveva ridotto le ferie dei magistrati da 45 giorni a 30. Riprendersi quei 15 giorni è un atto politico contro di lui?

«Renzi è talmente entrato nelle attenzioni dei magistrati che, per procedere contro di lui, i giudici non hanno bisogno di ferie. Anche la celerità dei processi contro di lui, come contro Berlusconi, è sempre garantita». 

Lei ha firmato il referendum sulla giustizia. Aggiungerebbe, tra i quesiti, la richiesta che i magistrati non godano più di un periodo di ferie prolungate?

«No, perché così contraddirei un principio a cui credo: i magistrati meno lavorano, meglio fanno. Fosse per me, darei 11 mesi di ferie ai magistrati. L'unica vera tranquillità è quando non procedono». 

Nei Paesi del Nord Europa i processi sono più veloci. È l'etica protestante a portare i giudici a lavorare più celermente, laddove da noi subiscono l'indolenza dell'etica cattolica?

«In realtà questa svogliatezza dei giudici è auspicabile, perché così fanno meno danni. La loro difficoltà di arrivare al fondo di un procedimento deriva dal fatto che hanno una grande quantità di processi inutili, di cui non sanno come sbarazzarsi». 

Ma i tempi della giustizia sono lunghi anche per le troppe ferie di chi deve giudicare?

«Indubbiamente lo sono anche per questo. Ma io preferisco che i processi siano lunghi, non corti. Quando sono lunghi, sono garanzia di giustizia, perché scatta la prescrizione. Quando sono corti, sono invece garanzia che i magistrati faranno quello che vogliono». 

La riforma Cartabia servirà davvero a scongiurare lo stop alla prescrizione?

«Per certi versi ha ristabilito, dal secondo grado in poi, una prescrizione veloce, sulla base del principio che è inutile tenere in piedi molti processi. E cioè tutti quelli che riguardano reati insignificanti».

L'unica cosa che non andrà mai in prescrizione sono le vacanze dei magistrati?

«Mail vero problema non sono le ferie, è la loro mentalità. Anche se avessero meno vacanze, non lavorerebbero di più, perché invocherebbero la complessità del procedimento. Un altro problema è la discrezionalità delle loro indagini: essi non sono tenuti ad analizzare un fascicolo in un periodo ristretto. Ogni magistrato può metterci il tempo che vuole. E in questa loro libertà sta la facoltà di non fare niente». 

Lei è stato coinvolto di recente in un paio di indagini (in un caso è già stato prosciolto). C'è un accanimento dei pm contro di lei?

«No, sono solo delle idiozie determinate dall'eccesso di attività dei magistrati con le intercettazioni. Fortuna che gran parte di esse vengono subito smontate dai bravi giudici. Sono i magistrati dell'accusa a lavorare male, mentre i gup possono essere persone intelligenti».

Quale quadro rappresenta di più l'ozio dei magistrati e le lungaggini dei processi? «Cristo dodicenne tra i dottori di Dürer: vi si vedono giochi di mani che rappresentano bene il cavillare dei giudici». 

Se Dio fosse un magistrato italiano, ritarderebbe il Giudizio Universale per prendersi le ferie?

«Sì, lo sospenderebbe e direbbe: "C'è tempo per il Giudizio Universale, meglio rimandarlo"». 

Troppe norme da interpretare. Tagliare le leggi inutili: ecco la vera riforma che serve alla giustizia. Paolo Itri su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Secondo il Poligrafico dello Stato, gli atti normativi pubblicati in Gazzetta Ufficiale sono circa 111mila (il dato è ampiamente sottostimato, in quanto non tiene conto delle legislazioni regionali). La bulimia del legislatore si traduce in una enorme quantità di leggi e spesso queste leggi, proprio perché così numerose e complicate, entrano in contraddizione con altre leggi e con altre norme, fino a creare un coacervo inestricabile anche per i più esperti giuristi. A volte leggere o interpretare un testo di legge è un’opera faticosissima. Non vi è comma o articolo di legge che non rinvii a un diverso comma di un altro articolo di una ulteriore legge e così via, fino a quando, a forza di rinvii su rinvii, non si finisce per dimenticare da dove si è iniziato e che cosa si stesse cercando. Il risultato è che spesso il significato di una norma è talmente criptico da risultare incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Bizantinismi di ogni genere e incertezze interpretative finiscono per alimentare la libidine di burocrati e azzeccagarbugli, con grave danno per la certezza del diritto e la prevedibilità delle sentenze. La complessità della macchina burocratica nel nostro Paese è tale da non poter essere affrontata con un unico intervento riformatore, poiché riformare la giustizia in Italia significa dover affrontare complesse questioni normative, ma prima di tutto culturali, sociali e finanche psicologiche. La prima domanda che ci si dovrebbe pertanto porre è la seguente: ma siamo proprio certi che tutte queste leggi siano veramente utili e necessarie? Partiamo da un dato di fondo. Secondo i dati Istat, dal 1992 al 2020 gli indennizzati per ingiusta detenzione sono stati circa 30mila, con una spesa a carico del contribuente pari a 870 milioni di euro. La media annua dei risarcimenti liquidati supera i 27 milioni di euro, anche se nel solo 2020 ne sono stati spesi quasi 37 (record assoluto). Ma quali sono le cause di una situazione così grave? E perché la politica – che pure in tutti questi anni non ha mai esitato a intervenire a gamba tesa sul processo penale ogni qualvolta se ne è presentato il pretesto – non vuole o non è in grado di risolvere il problema? Lo spiega bene per noi uno dei più grandi scrittori del Novecento, Franz Kafka, nel suo capolavoro Il Processo, scritto tra il 1914 e il 1915, attraverso l’angosciante storia del protagonista, Joseph K. Quest’ultimo è un impiegato bancario che, trovatosi coinvolto in un processo per quello che si illude sia un semplice malinteso, tenta inizialmente di affrontare il problema con la logica del buon senso e il sano pragmatismo che gli derivano dal suo lavoro. Ben presto, però, si troverà ad affrontare una macchina processuale infernale, i cui insondabili e oscuri meccanismi finiranno per travolgerlo fino alla morte. Ecco allora che la burocrazia, l’ipertrofia normativa e il panpenalismo – in una parola, la mancanza di regole semplici, trasparenti e comprensibili – diventano uno strumento di potere in mano alle classi dominanti e ai “sacerdoti” del diritto. Non sarà un caso se, in tempi di pandemia e dpcm – in un’epoca cioè in cui l’Autorità sanitaria avverte particolarmente la necessità di disciplinare ogni più minuto aspetto della vita quotidiana dell’individuo -, si sia osservata una particolare propensione del legislatore (o di chi per esso) a emanare norme “per elenchi” di condotte, laddove la pretesa di imporre ai cittadini finanche il colore dei calzini da indossare non ha prodotto che ulteriori incertezze interpretative e ancor minore chiarezza. Più o meno lo stesso fenomeno che è alla base della “paura della firma” che assale il pubblico ufficiale quando, al momento di siglare un atto del suo ufficio, cerca di districarsi tra ingarbugliati coacervi di norme, alla ricerca dell’interpretazione più corretta e meno foriera di indesiderate complicanze giudiziarie. Paolo Itri

Giustizia, troppe esistenze stropicciate prima di sapere di non aver commesso il fatto. La legge deve essere uguale per tutti a cominciare dai magistrati per i quali spesso si fanno eccezioni. Francesco Viviano su Il Quotidiano del Sud il 20 luglio 2021. Credo che sia giunto il tempo che venga modificata o corretta quella storica frase che campeggia su tutte le aule di giustizia dei tribunali italiani che dice “La Legge è Uguale per Tutti”. Perché così non è, o almeno gran parte degli italiani, non ci crede più, e da tempo. Perché? Perché la Legge non è proprio uguale per tutti. Soprattutto per i magistrati, non per tutti, per carità, e quello che sta accadendo in questi giorni ce lo dimostra, e che ci sia la necessità di una riforma della giustizia è auspicata dalla maggioranza degli italiani. Una riforma che faccia veramente giustizia per tutti e non soltanto per pochi eletti. Non è possibile, per esempio, che il Csm, Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati, chieda che le sentenze del Tar (Tribunali Amministrativi Regionali) o quelle del CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa), valgono per tutti ma non valgono se riguardano sentenze che coinvolgono magistrati, come quelle sulle nomine in varie procure (come la Procura di Roma per esempio), contestate dagli aspiranti procuratori. Ed allora, che senso ha tenere in vita questi organismi (Tar e Cga) le cui sentenze valgono per tutti i comuni mortali e non per i magistrati? Meglio abolirli, altrimenti la giustizia non è “Uguale per tutti”. Una riforma equilibrata della giustizia (che sta facendo litigare la politica e che mina l’attuale maggioranza inedita di Governo) è purtroppo necessaria perché non è possibile che la maggioranza dei processi abbiano una durata infinita, che un cittadino qualunque che finisce nella gabbia della giustizia debba attendere anni per sapere se è innocente o meno e che nell’ attesa della sentenza la sua vita è ormai distrutta, la sua carriera anche, la serenità della sua famiglia pure. E nessuno paga, soprattutto quei pm che li hanno “condannati” prima ancora di una sentenza, che spesso si conclude con una assoluzione per “non avere commesso il fatto”. L’elenco di queste assoluzioni è purtroppo lunghissimo, l’ultimo, in ordine di tempo, quella dell’assoluzione di Gioacchino Gabbuti, già amministratore delegato di Atac negli anni 2005 -2013, accusato di peculato, un processo celebrato dinnanzi al Tribunale di Roma. Che è stato assolto perché il fatto non sussiste. Chi lo risarcirà. Chi pagherà per questa storia che ha rovinato un cittadino qualunque? Nessuno. Perché nonostante precedenti referendum che avevano affermato la responsabilità di quei magistrati che avevano arrestato o condannato ingiustamente un cittadino innocente, nessun magistrato è stato mai ritenuto responsabile. Ma i magistrati sono infallibili? No, come tutti i comuni mortali, ma loro, raramente pagano gli errori, anche in buona fede, che avrebbero fatto. Per esempio, perché in tutte le professioni, soprattutto quelle pubbliche, sono previsti i test psico-attitudinali? Un agente penitenziario, un carabiniere, un poliziotto, un finanziere o qualunque altro, prima di assumere l’incarico, deve superare questo test. Per i magistrati, invece, il test non è previsto. Perché se vinci il concorso per magistrato, sei superiore a tutti gli altri comuni mortali. E sappiamo che in qualunque categoria qualche persona “strana” c’è sempre ed è gravissimo se tra queste ci sia qualcuno che decida sulla tua vita. Un tema, quello della riforma della giustizia, che in questi giorni viene dibattuto animatamente, a torto o ragione, nei vari partiti della maggioranza. Ieri c’è stato un incontro tra il nuovo leader dei 5Stelle Conte ed il premier Draghi. Conte, sulla riforma della giustizia torna a chiedere miglioramenti, ma senza affondi che facciano temere per la tenuta dell’esecutivo da qui in avanti. E da Palazzo Chigi trapela che sì, qualche aggiustamento tecnico ci sarà – come peraltro già previsto nel tumultuoso Cdm che due settimane fa ha dato il disco verde alla riforma Cartabia – ma senza stravolgimenti del testo. La riforma dovrebbe restare pressoché blindata. Anche perché, viene osservato, dare spazio a modifiche significative vorrebbe dire aprire un nuovo fronte tra gli alleati di governo, con Fi e Lega pronti ad alzare la posta. I tempi stringono, Bruxelles ci osserva. Ma qualche modifica, per superare il terremoto che la riforma ha generato all’interno del Movimento 5 Stelle, con gli attivisti pronti a scendere in piazza mercoledì prossimo, dovrà esserci. E potrebbe ad esempio passare, osserva un ministro di peso all’agenzia Adnkronos, da un’estensione della lista dei reati per cui sono previsti tempi processuali più lunghi, come ottenuto dal Movimento per corruzione e concussione. Del resto di fiducia, assicura Conte al temine dell’incontro con Draghi, non si è parlato, bensì “di eventuali interventi che possano migliorare il testo”. Al premier, spiega il leader in pectore dei 5 Stelle Conte, “ho assicurato un contributo attento e costruttivo del M5S. Il Movimento si era già distinto e aveva lavorato per l’accelerazione dei processi e anche in Parlamento darà un contributo per migliorare e velocizzare i processi. Ma a Draghi ho ribadito che saremo molto vigili nello scongiurare che non si creino soglie di impunità”. Insomma la partita sulla riforma della giustizia è ancora aperta.

Stop allo scandalo delle indagini svolte di nascosto. Nella riforma un freno agli abusi. Luca Fazzo il 17 Luglio 2021 su Il Giornale. Non si potrà ritardare all'infinito l'apertura formale dell'inchiesta. I magistrati si sono battuti per annacquare al massimo il testo finale. Basta con lo scandalo delle inchieste fatte di nascosto, scavando per mesi e mesi su un obiettivo senza neanche iscriverlo nel registro degli indagati, violando il suo diritto alla difesa e allungando a dismisura la durata del fascicolo: come accadde per Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni, Raffaele Fitto e altri personaggi eccellenti, ma anche per cittadini qualunque accusati di ogni genere di reati. Nella riforma che il ministro della Giustizia Marta Cartabia porterà all'esame del Parlamento ci sono anche le norme destinate a mettere freno a una delle peggiori abitudini delle Procure della Repubblica: quella di ritardare all'infinito la apertura formale dell'indagine, per tenersi le mani libere e lavorare senza troppi controlli. Per ottenere questo risultato, la Cartabia ha dovuto scontrarsi con le resistenze dei magistrati, e il testo finale è meno netto e severo di quanto doveva essere inizialmente. Ma un passo decisivo è stato compiuto. Il codice di procedura penale prevede che l'iscrizione nel registro degli indagati avvenga «senza indugio» appena emergono a carico di un soggetto elementi che fanno ipotizzare un reato. Da quel momento iniziano a decorrere i sei mesi di durata delle indagini preliminari, che possono essere prorogati più volte: ma avvisando l'indagato dell'inchiesta in corso. È una garanzia elementare per impedire che chiunque possa essere tenuto nel mirino a sua insaputa all'infinito. Ma sono innumerevoli i casi in cui le Procure aggirano l'obbligo: iscrivendo solo i complici, fingendo che l'inchiesta sia a carico di ignoti, o addirittura parcheggiando il fascicolo nel limbo del «modello 45», il registro delle notizie «non costituenti reato»: pronte a tirarlo fuori al momento opportuno, e con le prove già raccolte con tutta calma contro quello che era fin dall'inizio il bersaglio designato. Finora, l'unica sanzione a carico dei pm per avere violato quest'obbligo era una sanzione disciplinare: che poi spesso nemmeno veniva irrogata, perchè il Csm in linea di massima perdonava i colleghi incolpati. Nel 2010 a Bari il consigliere regionale Salvatore «Tato» Greco denunciò di essere stato indagato per otto anni e mezzo senza mai venire iscritto. Il pubblico ministero titolare del fascicolo finì sotto procedimento disciplinare ma venne prosciolto dal Csm, di cui peraltro lui stesso faceva parte. Tato Greco fu poi assolto. Nella «commissione Lattanzi», il gruppo di studio creato dalla ministra Cartabia per preparare la riforma, la proposta avanzata da avvocati e docenti universitari contro questa patologia giudiziaria era semplice: in caso di accertato ritardo, l'iscrizione viene retrodatata, i sei mesi di indagini si calcolano dalla nuova data, e tutti gli atti di indagine compiuti successivamente alla scadenza diventano inutilizzabili. Un rimedio formidabile contro gli abusi. Ma la componente di magistrati della commissione Lattanzi si è battuta per annacquare il testo, proprio per evitare troppi lacci alla libertà d'azione dei pubblici ministeri. Il testo definitivo approvato in Consiglio dei ministri e inviato alla Camera risente delle pressioni delle toghe: la retrodatazione avverrà solo «in caso di ingiustificato ed inequivocabile ritardo» nella iscrizione dell'indagato nel registro della Procura; inoltre al difensore dell'indagato (a differenza che ai pm...) vengono imposti termini rigidi per sollevare l'obiezione e «l'onere di indicare le ragioni che sorreggono la richiesta». É chiaro che i due aggettivi inseriti nel testo per cui il ritardo per essere sanzionato deve essere «ingiustificato ed inequivocabile» verranno interpretati nel modo più restrittivo possibile, ed impiegati dai pubblici ministeri per mantenersi la maggiore libertà di azione. Resta il fatto che all'arbitrio attuale l'intervento della Cartabia mette finalmente un freno che potrebbe rivelarsi decisivo. (La Procura di Milano iscrisse Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per il caso Ruby il 21 dicembre 2010, cinque mesi dopo avere iniziato a indagare su di lui. Grazie al ritardo nell'iscrizione, la Procura potè chiedere per il Cavaliere il processo immediato. Nessuno è stato mai sottoposto a procedimento disciplinare)

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Giustizia, i giudici non sono più il contropotere italiano. Ilvo Diamanti su La Repubblica il 12 luglio 2021. L'atteggiamento verso le toghe riflette il sentimento politico e anti-politico. Oggi consensi ai minimi. In un sondaggio recente condotto da Demos per Repubblica, circa 4 italiani su 10, per la precisione: il 36%, esprimono fiducia verso la magistratura. Si tratta di una misura analoga a quella rilevata negli ultimi 10 anni. Con variazioni, talora, sensibili. Di segno positivo, in alcuni anni. E opposte, in altri momenti. Peraltro, nelle indagini sul rapporto fra "Gli Italiani e lo Stato", che conduciamo da oltre vent'anni, il consenso verso la Magistratura, anche di recente, risulta superiore rispetto alle principali istituzioni e ai principali soggetti politici.

Italiani senza fiducia: toghe non indipendenti. Vittorio Macioce il 9 Luglio 2021 su Il Giornale. Sondaggio rilanciato dalla Ue: solo quattro Paesi del vecchio blocco comunista messi peggio di noi. È difficile ormai non vedere l'elefante nella stanza. È lento, scorbutico, permaloso, fiacco, bizantino e a quanto pare poco affidabile. Non lo riconosce solo chi lo considera una sorta di divinità, sacro e intoccabile. Il pachiderma è la giustizia italiana. È lì, come una questione irrisolta, come se il solo indicarlo fosse blasfemia. Adesso però non si può fare davvero più finta di nulla. L'elefante è malato. Lo raccontano le storie di correnti e favori di Palamara. Lo dicono le statistiche sulla lunghezza dei processi. Lo sostiene il governo Draghi, che considera la riforma del ministro Cartabia uno dei punti irrinunciabili della sua azione politica. Lo certifica l'Europa, che invita l'Italia a fare qualcosa. C'è una relazione della Commissione Ue che assomiglia a una condanna. Non c'è giustizia se i processi durano una vita. Non puoi lasciare un imputato in attesa di una sentenza per anni. Non è facile investire su un Paese dove le cause civili, commerciali e amministrative finiscono quando magari l'azienda è già fallita. Ci vogliono 400 giorni per il primo grado, 500 per l'appello e 1300 per l'ultimo. È così da nove anni. Siamo gli ultimi in Europa per quanto riguarda la sentenza definitiva. Malta, che è penultima, ci mette la metà del tempo. I magistrati godranno almeno di buona reputazione. Non è così. Il rapporto Ue cita un sondaggio di Eurobarometro. È di quest'anno. Quanto vi fidate dei giudici? Gli italiani non molto. Siamo al quintultimo posto in questa particolare classifica, peggio di noi Bulgaria, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Tutti Paesi ex comunisti, ma forse è solo un caso. Il motivo per cui siamo scettici è ancora più inquietante: gli italiani sospettano che giudici e pubblici ministeri siano sottoposti a pressioni e interferenze di politici o gruppi economici. Non è detto che sia davvero così, ma questa è una percezione diffusa. È comunque un segnale di malessere. Se una comunità non crede nell'indipendenza della magistratura lo Stato di diritto perde legittimità. È fragile. È dissacrato. Questo apre una delle questioni referendarie aperte da Radicali e Lega. È la separazione delle carriere tra pm e giudici. Ne parla Didier Reynders, commissario europeo sulla Giustizia. Non è un tabù. La proposta non viene bocciata, ma andrebbe integrata con una riforma strutturale. «È necessario aumentare il numero dei giudici». L'Italia, anche in questo caso, è l'ultima in Europa. La spesa è in media con gli altri Stati, solo che da noi c'è una carenza ormai storica di magistrati. L'Europa ci invita a risolvere il problema in tempi stretti. I Cinque Stelle restano i più scettici sulla riforma, ma arriveranno a un compromesso con Draghi. Enrico Letta si è finalmente pronunciato: «Dopo 30 anni questa è la volta buona». È molto più cauto il presidente dell'associazione nazionale magistrati. Giuseppe Santalucia, durante Radio anch'io, sulla Rai, si dichiara un po' perplesso sulla riforma della prescrizione. Un anno per il giudizio di appello e due per la Cassazione li ritiene troppo brevi. La bocciatura dei referendum è invece netta. Non ci sono sfumature: «Non comprendo perché farli nel momento in cui il governo ha messo su un cantiere così ricco di riforme». Il timore dell'Anm è che il referendum finisca per essere un voto contro l'affidabilità della magistratura. È una paura che dice molto. È il segno che l'elefante adesso è lì e sta diventando difficile per tutti ignorarlo. La giustizia è palesemente un caso politico. Vittorio Macioce

Referendum sulla Giustizia, Lega e Radicali avviano raccolta firme. tg24.sky.it il 02 luglio 2021. Sono sei i quesiti che i due partiti vogliono portare in cabina elettorale: la riforma del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l’equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l’abolizione del decreto Severino. Parte oggi la campagna di raccolta firme della Lega per i referendum sulla giustizia. Appuntamento fino a domenica con 1.200 gazebo in altrettante piazze da Nord a Sud e in tutti i municipi d'Italia. Sono sei i quesiti che Lega e radicali vogliono portare in cabina elettorale: la riforma del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l’equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l’abolizione del decreto Severino. Rispetto alla posizione della Lega, una delle forze di maggioranza del governo Draghi, Salvini ha chiarito che dà pieno sostegno alle riforme di Draghi e Cartabia, “ma i cittadini potranno dare una bella spinta" e ha poi definito questa campagna referendaria "una pacifica rivoluzione”, che potrà “fare, dopo 30 anni, quello che non ha fatto la politica in Parlamento". "Penso che ci sarà un'adesione straordinaria. Sono referendum che stimolano il Parlamento a fare la riforma della giustizia. Se il Parlamento non la farà, ci penseranno i cittadini italiani, nella primavera prossima. Sarà un aiuto - ha aggiunto Salvini - al ministro Cartabia e al governo per chiedere di accelerare. E' uno strumento per liberare magistratura dalle correnti e dalla politica". Da inizio giugno, quando Lega e radicali, rappresentati da Matteo Salvini e Maurizio Turco, hanno depositato i sei quesiti in Cassazione, il leader del Carroccio ha lavorato per trovare l'appoggio del centrodestra di governo, incassando lunedì scorso l'ok ai referendum del coordinatore azzurro Antonio Tajani, che ha assicurato che il suo partito aiuterà anche per la raccolta delle firme. Anche l’Udc ha garantito il suo sostegno mentre con Fdi il cammino è più tortuoso perché mancherebbe la condivisione di tutti e sei i quesiti così come sono formulati. Il partito di Giorgia Meloni non è d’accordo, per esempio, con le modifiche alla custodia cautelare, nel caso di reiterazione di reato, di favorire ad esempio gli spacciatori.

REFERENDUM. Giustizia, Lega e Radicali lanciano i sei referendum. Salvini: "Obiettivo: un milione di firme". E cita Gaber: "Libertà è partecipazione". Il leader del Carroccio presenta i sei quesiti che verranno depositati alla Corte di cassazione il 3 giugno e che "gli italiani potranno sottoscrivere dal 2 luglio in tutta Italia". E fa un appello a tutte le forze politiche: "Spero che si abbattano le divisioni". Il segretario del Pr Maurizio Turco: "Inizia un processo per riallineare la giustizia alla Costituzione". La Repubblica l'1 giugno 2021.  

Appello bipartisan lanciato in diretta sui social da Matteo Salvini a tutte le forze politiche a raccogliere le firme "dal 2 al 4 luglio" sui sei referendum sulla giustizia promossi dal Partito radicale e dalla Lega e che verranno depositati alla Corte di cassazione il 3 giugno. ''Dal 2 luglio in poi, tutte le forze politiche, da Fi a Fdi al Pd, ai Cinque stelle, tutti possono darci la possibilità di cambiamento'' sulla giustizia - ha commentato il leader del Carroccio - Abbiamo raccolto lo stimolo del Partito Radicale, che guarda al popolo e non ai salotti. Questo è un invito, uno stimolo al governo e al Parlamento. Diamo la parola al popolo, qui sceglie davvero il popolo. Questa non è una raccolta firme per i referendum sulla giustizia contro i magistrati...", ha aggiunto. I sei quesiti sono stati presentati durante la conferenza stampa nella sede del partito Radicale e riguardano: elezioni del Csm, responsabilità diretta dei magistrati, equa valutazione dei magistrati, separazione delle carriere dei magistrati, limiti agli abusi della custodia cautelare, abolizione della legge Severino. "Sono onorato di stare qui. Ci saranno articolesse di persone indignate, ma quando si dà la parola al popolo c'è poco da fare e dire... A me piacciono gli obiettivi ambiziosi. L'obiettivo non è 500mila firme ma almeno un milione, che per sei quesiti fa sei milioni. Vorrei che davvero la legge fosse uguale per tutti. Oggi l'impressione è che non sia così. Questo referendum è un aiuto e uno stimolo al governo e al Parlamento e chi pensa che questo sia un problema significa che ha un problema - ha detto ancora Salvini durante la presentazione dei sei referendum sulla giustizia - Io credo che i referendum siano la più bella democratica trasparente e partecipata forma di democrazia diretta. Cito Giorgio Gaber: libertà è partecipazione... Quindi stiamo preparando il primo week end di partecipazione, il 2-3-4 luglio". In quei giorni ci saranno gazebo in piazza e "l'obiettivo è avere almeno 3000 banchetti per la raccolta firme in tutta Italia: se in quella giornata si raccolgono la metà delle firme necessarie quindi 250 mila firme vuole dire che la gente è pronta. Poi per fortuna Radio radicale ha una certa esperienza e si sente ovunque, quasi quanto Radio Maria", ha osservato Salvini. Poi ha ribadito: "Non è un referendum contro i magistrati ma con la magistratura e con la parte sana della giustizia, che è il 99 per cento. Non è un referendum contro nessuno ma per migliorare e penso ci saranno adesioni bipartisan. Mi hanno scritto esponenti del Pd e anche dei 5 Stelle che mi hanno detto: 'A titolo personale firmerò'. Spero che si abbattano le divisioni politiche". Per il segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, "questa non è l'ennesima campagna referendaria non solo perché c'è una grande forza politica che vi partecipa insieme al Partito Radicale, ma anche perché c'è una grande forza politica presente in Parlamento a difesa della volontà popolare. Con questi referendum stiamo dicendo basta a quella politica che a cominciare dagli anni '90 è venuta meno ai propri obblighi cedendo quote di potere alla magistratura". Nel corso della conferenza stampa di presentazione dei referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale, Turco ha aggiunto: "Noi siamo sempre stati per lo Stato di diritto e per la giustizia, con questi referendum inizia un processo per riallineare la giustizia alla Costituzione. Questo per noi è un momento storico, la riforma della giustizia è un percorso che parte con questi referendum, ma non si ferma con questi referendum. Andiamo verso una primavera di liberazione da sistema che ha condannato tanta, troppa gente innocente ad anni di galera e poi ha dovuto lottare per farselo riconoscere".

Quel “miracolo” Radicale che è riuscito a convertire anche Salvini. Gianpaolo Catanzariti Avvocato – Partito Radicale NTT  su Il Dubbio-Il Riformista l'8-9 luglio 2021. A sentire i senatori leghisti parlare di "strapotere giudiziario", ma soprattutto di carcere "estremamente afflittivo” e “non sempre necessario”, si capisce il passaggio rivoluzionario: dallo scandalo radicale, al miracolo radicale. A Milano per lavoro ancora per qualche giorno, decido di andare al Palazzo delle Stelline, per assistere alla manifestazione sui referendum promossa dalla Lega a Milano. Presenti il senatore Siri (Lega), Irene Testa (Partito Radicale), il professor Guzzetta, l’ex procuratore Nordio e il professor Becchi. Partecipazione notevole e attenta in sala (piena ed erano le 21 e sino alle 22.30) mentre fuori si firma continuamente. Sono molto perplesso e titubante, come sempre, quando ascolto rappresentanti di forze politiche secondo cui “si deve marcire in carcere” perché si deve “buttare la chiave” o che “in carcere si sta troppo bene” o che “è il più sicuro” e giù di lì…e lo sono ancor di più perché non riesco a controllare l’irrequietezza viscerale che mi attraversa ogni volta che ascolto simili baggianate. Ascolto timoroso mentre prende la parola Siri. Ed ecco ‘o miracolo, direbbero a Napoli…non di San Gennaro, ma di “Santo Pannella”. Dal podio il senatore leghista (segreteria nazionale) si lancia in una filippica contro lo strapotere giudiziario, ma soprattutto contro il carcere che oggi così come è non va perché “è estremamente afflittivo” e “non sempre è necessario” insomma si teorizza il carcere come extrema ratio e soprattutto il venir meno dello Stato di diritto. I nostri referendum saranno un messaggio dirompente per un sistema ed un parlamento che non farà mai quelle riforme (testuale). Capite, allora, il passaggio rivoluzionario: dallo scandalo radicale, al miracolo radicale. Siamo andati oltre lo scandalo. Sentire parlare, due mondi sideralmente distanti, la stessa lingua su obiettivi comuni dinanzi ad una platea che, in silenzio, ha ascoltato e applaudito quegli argomenti – quella stessa platea che magari ascolta in tv da Giletti con la bava alla bocca che il carcere deve essere estremamente punitivo – fa tremare “le vene e i polsi”. E allora, saranno traditi i referendum? Salvini giocherà a fare il furbetto gettando a mare milioni di firme (i primi segnali diffusi sul territorio dimostrano che potrebbero essere davvero vicino al milione)? Non ci credo! E quand’anche dovesse succedere, ne è valsa la pena e ne varrà per parlare con i cittadini sino a settembre di tutto ciò…per arrivare a dire loro messaggi dal profondo significato civile e politico su cui difficilmente, senza i referendum, verremmo ascoltati. Gianpaolo Catanzariti Avvocato – Partito Radicale NTT

Giustizia e giustizialisti, una riforma non basta. Firmato Cicchitto. Di Fabrizio Cicchitto il 12/07/2021 su formiche.net. La riforma della Giustizia di Marta Cartabia mette un freno alla marea giustizialista iniziata con Tangentopoli. I giustizialisti, però, sono ancora lì e in forze più che mai, dopo che Conte ha vinto la sfida interna al Movimento. Draghi farebbe bene a preoccuparsi. Il corsivo di Fabrizio Cicchitto. La riforma Cartabia blocca una tendenza efferata fondata su un giustizialismo esasperato e cieco iniziata con Mani Pulite nel ’92-’94 che è proseguita dopo il ’94 contro Silvio Berlusconi e successivamente ha investito tutti, compreso personalità del Pd. In questo sistema già efferato di per sé poi il ministro Bonafede, una singolare figura di avvocato ultragiustizialista, ha innestato quella bomba atomica di cui ha parlato la senatrice Bongiorno, che sostanzialmente si risolveva nel processo a vita (e che processi, da quello contro Mannino durato 30 anni prima dell’assoluzione, a quello contro Alemanno durato 7 che però ha comportato anche la distruzione della Capitale d’Italia sotto lo slogan Mafia Capitale con vicende giuridiche che paradossalmente riproducevano ex post narrazioni romanzate, tipo Romanzo Criminale, con il nero Carminati che ha svolto la funzione di connessione fra la fantasia e una realtà del tutto forzata). Nel frattempo, però, è avvenuta un’altra cosa e cioè che la magistratura, anzi ad essere più precisi, la magistratura associata (ANM, CSM, correnti di sinistra, di centro, di destra) prima ha fatto il pieno del potere, compreso il potere politico distruggendo i partiti esistenti o sottomettendoli, e poi è implosa per le sue contraddizioni interne e anche perché non sa di casa dove sta la politica intesa nel senso alto e anche medio del termine: tutto si svolgeva nei bassifondi. Per di più a questo punto l’Europa si è accorta che l’Italia è un Paese poco raccomandabile sia per la sua giustizia civile, sia per la sua giustizia penale e anche per la perversità del suo sistema carcerario: di qui per un verso la fuga degli investimenti esteri e per un altro verso il condizionamento di 200 miliardi di euro alla normalizzazione del nostro sistema giudiziario. Ciò è capitato in altri termini un’altra volta nella storia d’Italia prima dell’unità, ma come spinta ad essa nei confronti dei Borboni. Allora, allo stato attuale la riforma Cartabia è il minimo che si può realizzare per tamponare e normalizzare una situazione che è sfuggita di mano. Per altro verso una serie di questioni, in primo luogo lo sdoppiamento delle carriere e dei Csm, non è nella riforma, ma viene affrontata fortunatamente dai 6 referendum presentati dai radicali con il sostegno della Lega. A nostro avviso, anche chi, come il sottoscritto, non condivide molte delle posizioni politiche di Salvini deve comunque firmare i referendum. Storicamente sempre i referendum sono stati un punto di incontro fra posizioni politiche molto diverse: casomai sono i laici, i socialisti, i cattolici, gente di destra e di sinistra che devono ritrovarsi nel garantismo, superare i loro ritardi e quindi firmare i referendum. Le cose però non si fermano qui. Già prima di questa vicenda nel Movimento 5 Stelle era in corso uno scontro senza esclusione di colpi che aveva per oggetto il potere, il potere dei due leader maximi, Grillo e Conte. Per un movimento fondato sul principio “uno vale uno” una autosmentita clamorosa, ma le smentite non si sono fermate qui. Un movimento che negava in via di principio la coalizione, l’alleanza, il compromesso invece ha fatto parte di tre governi di segno opposto, quello con la Lega, quello con il PD e LeU e quello, presidente il banchiere Draghi, con dentro addirittura Berlusconi e Forza Italia. Il M5S ha fatto tutto ciò sia perché una parte di esso si è reso conto che non si potevano fare follie in un paese con la pandemia e con la recessione, sia perché tutti volevano salvare il tesoro costituito di più di 300 parlamentari. Adesso però lo scontro politico e di potere riesplode sulla riforma Cartabia e qui arriva l’ora della verità indipendentemente dal compromesso realizzato nella giornata di ieri, che per un verso sembra appiccicato con lo scotch, per altro verso imposto dall’esigenza di evitare la deflagrazione che si tradurrebbe alle prossime elezioni in una sorta di strage “degli innocenti e dei non innocenti”. Al di là di tutte le invenzioni di questi anni, il Movimento Cinque Stelle comprende un nocciolo duro reazionario fondato sul Fatto di Travaglio e su alcuni magistrati, in primo luogo Davigo. In secondo luogo, sta emergendo tutta la doppiezza politica impersonata dall’avv. Conte. Prima che Renzi, facendo un servizio all’Italia, provocasse la crisi del governo Conte aveva tentato di conquistare i pieni poteri nella gestione della politica sanitaria (Arcuri), nei servizi (Vecchione), nella stessa elaborazione e gestione del Recovery Plan, per non parlare della politica estera. Conte aveva stabilito rapporti preferenziali con pezzi della vecchia ditta comunista (da Bettini a D’Alema) e a livello internazionale con una sorta di compagnia della buona morte che andava da Trump, a Putin, alla stessa Cina. Oggi per Conte da un lato Draghi è l’usurpatore (basta leggere tre quarti del Fatto dedicati ossessivamente solo a questo tema), per altro verso la linea di Draghi di stampo europeista, filo Usa versione Biden, riformista e garantista è inaccettabile per l’ex premier. Allora al di là dei termini tuttora non chiari del compromesso realizzato fra i due leader maximi prima o poi l’obiettivo di Conte è quello di far cadere il governo Draghi. Irresponsabilità allo stato puro perché oggi, per come sono combinate le cose, o l’Italia ha un governo presieduto da Draghi o va rapidamente verso il disastro. Anche dopo il semestre bianco le cose non si fermano rispetto alle società di rating e agli spread. Tutto ciò però riguarda anche le altre forze politiche. Il PD e in esso, in primo luogo, Enrico Letta si ritrova in una situazione assai imbarazzante per il credito dato al Movimento 5 stelle e in esso proprio a Conte. Sull’altro versante però anche Salvini si deve dare una regolata. Non può da un lato stare nel governo Draghi e addirittura sostenerlo di fronte agli scarti e ai progetti di assassinio politico del trio Conte-Travaglio-Casalino e dall’altro lato andarsi a collegare non con la destra del PPE (in primis Weber), ma con il peggio del sovranismo europeo, da Orban ai polacchi, che per di più non ci aiuta né nella gestione delle quote d’immigrazione, né tantomeno sulla politica economica. Infine, la riforma Cartabia sta aprendo un’altra questione dal lato magistratura. A Milano i processi saltano per prescrizione per il 4%, a Napoli per il 24%. I processi di secondo grado durano in molte sedi meno di due anni, ma in alcune quattro o addirittura cinque. C’è un problema di efficienza, di produttività, di impegno lavorativo da parte dei magistrati al di là delle differenze politiche e culturali. Alcuni magistrati reputano di poter fare tutto quello che vogliono anche per quello che riguarda la qualità e i tempi del loro lavoro, tanto non c’è nessuna valutazione professionale reale ed effettiva. Poi non c’è dubbio che comunque occorrono investimenti rilevanti in termini di occupati e in termini tecnologici, ma tutte le cose sono connesse alla luce di cifre così divaricate. In sostanza per la magistratura italiana è arrivata l’ora della verità da tutti i punti di vista. Lo straordinario successo del libro di Palamara e Sallusti Il sistema dice che è finita l’epoca nella quale c’erano migliaia di persone che gridavano: Di Pietro facci sognare. Anche perché questo sogno si è tradotto in un incubo. 

Gaffe del leader della Lega che chiede "pene doppie per i piromani" mentre invita a firmare i referendum sulla giustizia. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 12 agosto 2021. È un po’ come presentarsi al festival del cibo vegano con una braciola di maiale in tasca, o indossare la sciarpa della Lazio in curva sud. Ma l’eclettico Matteo Salvini non teme questi contrasti e, come il gatto di Schroedinger, sa essere allo stesso tempo garantista e forcaiolo. È una dialettica tutta sua, riempita da esempi spassosi. L’ultimo in ordine di tempo in Calabria, provincia di Cosenza, dove il leader della Lega ha partecipato a un’iniziativa a favore dei referendum sulla giustizia. Separazione delle carriere, responsabilità civile dei giudici, abolizione della legge Severino, disquisendo di quei quesiti che puntano a restituire un po’ di garanzie democratiche al nostro sistema giudiziario, Salvini a un certo punto è stato sollecitato dai giornalisti che gli hanno chiesto un parere sugli incendi che stanno divorando il sud Italia. Ottenendo un commento di disarmante sincerità: «Voglio vedere questa gente in galera, sono assassini, quindi per i promani non ci deve essere scampo e la Lega propone il raddoppio delle pene per chi distrugge». Forse il “capitano” non si è reso conto del pulpito dal quale parlava o forse è stato colto di sorpresa e a risposto d’istinto, da ruspante giustizialista della prima ora. Con lo Stato di diritto che si applica a geometria variabile: prigione per i migranti clandestini e presunzione di innocenza per gli esponenti della Lega. Insomma il solito garantismo della destra italiana.

L’altolà di Salvini: “Cari Draghi e Cartabia, le carceri non si svuotano…”. Non bastavano le difficoltà sulla riforma del processo penale. Per il leader della Lega ricorrere alle pene alternative equivale a liberare le galere «con un colpo di spugna». Valentina Stella su Il Dubbio il 17 luglio 2021. «Diciamo che ragionare su alcune pene alternative ci sta, ragionare sul rafforzare la formazione professionale e il lavoro ci sta, svuotare le carceri con colpi di spugna no»: il giorno dopo le parole della Ministra della Giustizia Marta Cartabia a Santa Maria Capua Vetere   – «la pena non è solo carcere» – arriva l’altolà di uno degli azionisti di maggioranza del Governo, il leader della Lega Matteo Salvini. Prevedibile reazione da chi per anni ha cercato consenso con slogan quali “buttare la chiave” e “devono marcire in carcere”. Ma qualcosa nella Lega è già cambiata se insieme al Partito Radicale sta promuovendo un quesito referendario per limitare l’abuso della custodia cautelare. Lo ricorda al Dubbio la vicepresidente del Senato e responsabile Giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando: «Il Pd ha chiesto in Senato una commissione d’inchiesta sui fatti di violenza nelle carceri, perché è necessario sapere e conoscere per intervenire. In ogni caso noi ovviamente insistiamo perché venga approvata la riforma dell’ordinamento penitenziario che avevamo fatto partire alla fine della scorsa legislatura e i fatti dimostrano che c’è un assolutamente urgenza da questo punto di vista. Considerato poi che alcune forze che sono in maggioranza hanno improvvisamente scoperto che bisogna avere più garanzie per la custodia cautelare, hanno improvvisamente scoperto che c’è una realtà delle carceri, passando dal “devono marcire in galera” al “ci siamo accorti che succede qualche cosa”, auspichiamo un clima migliore considerato che la riforma dell’ordinamento penitenziario era stata affossata dalla maggioranza gialloverde». È pur vero, sottolinea l’avvocato Riccardo Polidoro, co-responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere Penali, il quale fece parte della Commissione Giostra, che «mancavano solo i decreti attuativi ma il Governo Gentiloni congelò tutto. Ci auguriamo ora che i lavori di riforma sull’ordinamento penitenziario vengano ripresi. Il lavoro è già fatto, è completo. Si tratta solo di rimetterci mano». Lo conferma anche un altro ex membro della Commissione Giostra, Pasquale Bronzo, Professore associato di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”: «noi avevamo prodotto non un semplice progetto di idee ma un articolato normativo, che potrebbe essere tirato fuori dal cassetto già da ora». Al momento ci sono gli emendamenti governativi per la riforma del processo penale che vanno nella direzione giusta. Lo ha ribadito anche il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a Tgcom24: la riforma Cartabia «sancisce percorsi alternativi al carcere che possono meglio calibrare il rapporto tra pena che punisce e pena che rieduca. L’impegno che abbiamo assunto con il Pnrr è quello di tagliare il 25 per cento dei tempi sul processo penale. Per questo ci serve un fluidificante per le norme di rito, ma un new deal anche per la sanzione, che deve essere resa più efficace e, convintamente, più rieducativa». Infatti se verrà approvato il pacchetto di via Arenula, la novità riguarderà sanzioni che andranno a soppiantare le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, con contenuti corrispondenti a quelli delle misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Le nuove “pene sostitutive” (detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) saranno direttamente irrogabili dal giudice della cognizione, entro il limite di quattro anni di pena inflitta. Inoltre si vorrebbe potenziare la messa alla prova: per specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, si prevede che la richiesta di messa alla prova – lavoro di pubblica utilità e partecipazione a percorsi di giustizia riparativa – dell’imputato possa essere proposta anche dal pm. «Tutte queste soluzioni, se approvate – prosegue il professor Bronzo – aiuterebbero a superare la centralità del carcere e risolverebbero anche la scandalosa situazione dei cosiddetti ‘liberi sospesi’, anche se l’impianto complessivo della Commissione Lattanzi è stato un po’ ridimensionato. Quelli che come Salvini dicono ‘non c’è certezza della pena’ si riferiscono sempre al carcere. Ma, come ha detto la Ministra, la Costituzione parla di “pene” al plurale. Trovo in tal senso rivoluzionaria la rivitalizzazione delle pene pecuniarie». Se tutto andasse in porto come previsto non sarebbe comunque sufficiente per una riforma organica del sistema penitenziario, come prospettato dalla Ministra, che prenderebbe anche in considerazione l’immane lavoro della Commissione Giostra. Di quelle 130 pagine il cuore era proprio nelle misure alternative alla detenzione, come ci ricorda il professore Bronzo: «la parte più importante della riforma Giostra che è stata amputata per equilibri politici riguarda proprio le misure alternative. In sintesi noi avevamo proposto di agire su tre direttrici: renderle più accessibili; riempirle di contenuti, di esperienze di rieducazione, per non concepirle solo come de-carcerizzazione; renderle più controllabili e dunque più affidabili quali modalità di espiazione anche per il magistrato di sorveglianza». Vedremo che strada intenderà percorrere la ministra, intanto quella per capire cosa è accaduto il 6 aprile 2020 e nei mesi successivi è già segnata: da fonti di via Arenula, si è appreso infatti che sui fatti di Santa Maria Capua Vetere la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferirà sia alla Camera che al Senato mercoledì prossimo, 21 luglio. 

«Ora basta con i “giudici star”: il loro protagonismo è la negazione del garantismo». Valentina Stella su Il Dubbio il 10 luglio 2021. In corso a Firenze il congresso nazionale di Magistratura democratica. Gli interventi di Ermini (Csm), Santalucia (Anm), e del professore Luigi Ferrajoli sulla «questione morale della magistratura» e le riforme della giustizia. «La questione morale nella e della magistratura, per l’impatto e le ricadute sull’opinione pubblica, più che questione democratica è ormai una vera emergenza democratica. Perché il crollo di fiducia che ha colpito l’ordine giudiziario e il suo organo di governo autonomo mina alle fondamenta la legittimazione democratica della stessa giurisdizione»: così il vicepresidente del Csm David Ermini intervenendo al congresso nazionale di Magistratura democratica in corso a Firenze. «Tutti sappiamo – ha proseguito Ermini –  che lo tsunami che si è abbattuto in questi mesi è in realtà l’onda lunga di degenerazioni e miserie etiche risalenti negli anni, e sappiamo anche che la gran parte dei magistrati è del tutto estranea all’indegnità disvelata dai ben noti scandali e ne è profondamente turbata; ma altrettanto bene sappiamo che l’attuale crisi della magistratura, per intensità e qualità, è di portata questa volta diversa dal passato e segna il punto di non ritorno. Non esiste un piano B, non ci sono opzioni o vie di fuga, non è data un’altra chance». In merito al dibattito sulle riforme della giustizia a firma Marta Cartabia, Ermini confida nella convergenza dei partiti: «Ho piena fiducia nella sensibilità  istituzionale della ministra Cartabia, nella sua competenza, nelle sue capacità di dialogo e sintesi. Confido che le forze politiche, tutte le forze politiche in Parlamento, abbiano la consapevolezza che la strada delle riforme è strada a questo punto obbligata, e non solo per l’accesso ai fondi del Recovery ma per gli equilibri delle stesse istituzioni, e responsabilmente convergano su soluzioni condivise e nel solo interesse generale di un sistema giudiziario efficace e giusto. Se non c’è un accordo tra le forze politiche per trovare una strada le riforme sulla giustizia diventano solo armi di battaglia, e il cittadino non ottiene poi il servizio giustizia». Sul problema del carrierismo, svelato dallo scandalo Palamara, Ermini aggiunge: «Sussiste da parte della magistratura associata, la necessità di una seria riflessione. Mai mi permetterei di entrare nel dibattito interno dei singoli gruppi associati», «ma mi rivolgo a ciascun magistrato perché si interroghi in coscienza innanzitutto sui danni del carrierismo fine a sé stesso, virus letale e motore di scambi immorali che hanno inquinato la vita consiliare». Ad intervenire al XXIII Congresso Nazionale di Md, dal titolo “Magistrati e Polis Questione democratica, questione morale” anche il Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia che ha affrontato due temi in particolare: l’attuale riforma della giustizia targata Cartabia e il tema della “separazione” declinato su vari versanti. Per quanto concerne la riforma del processo penale, Santalucia ha ribadito alcuni dubbi espressi già su questo giornale: «Ci sono aspetti dei disegni di riforma che suscitano perplessità – mi riferisco, ma solo come uno dei possibili esempi, alla fisionomia, per quel che si sa, della prescrizione processuale –, su cui occorrerà discutere. Mi auguro che una innovazione così importante sarà valutata ed approfondita anzitutto in diretto e concreto riferimento alle condizioni organizzative degli uffici giudiziari, delle Corti di appello». Ci sono poi proposte mancate, per il consigliere di Cassazione: «Il meccanismo di archiviazione meritata, che avrebbe potuto concorrere, con l’irrobustimento della messa alla prova e dell’archiviazione per particolare tenuità del fatto, ad un serio sfoltimento del carico giudiziario pare non essere tra gli emendamenti approvati dal Consiglio dei Ministri. Mancano anche alcuni accorgimenti che avrebbero rafforzato i riti premiali e si è rinunciato ad una rivisitazione della struttura dell’appello». Per quanto concerne la questione della “separazione”, Santalucia obietta soprattutto contro la proposta di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, promossa dall’Unione delle Camere Penali, e ora giacente in Commissione affari costituzionali della Camera: «Nel tentativo di assicurare al pubblico ministero autonomia e indipendenza, al pari dei giudici, si formerebbe il Csm della magistratura inquirente del tutto sovrapponibile, quanto a struttura, a quello della giudicante. Un domani potrebbero essere, nel loro Csm, la metà, se non, come detto, poco più, e quindi con un potere di gran lunga accresciuto.  È questo il ridimensionamento della figura del pubblico ministero a cui si mira? É facile prevedere che questo smisurato ampliamento di poteri potrebbe non essere tollerato». Infine, sostiene Santalucia, «una seconda separazione dovrebbe intervenire nella relazione tra Csm e i magistrati, affidata al sistema del sorteggio incaricato di espellere il correntismo dai luoghi del cd. governo autonomo e che, recidendo il legame di tipo elettivo, indebolirebbe fortemente quella sia pur parziale rappresentatività dell’ordine giudiziario che al Csm è stata riconosciuta – v. Corte cost. n. 142 del 1973 –. Trovo molto convincenti le parole pronunciate ieri della prof.ssa Biondi, secondo cui, a meno di non mettere mano a riforme costituzionali, deve prendersi atto che il testo della Carta parla, senza possibilità di spazi interpretativi, di componenti eletti». Un intervento molto interessante è stato quello di Luigi Ferrajoli, professore emerito di filosofia del diritto, Università Roma Tre, tra i fondatori di Magistratura democratica, che ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “La costruzione della democrazia e il ruolo dei giudici”. Un passo molto rilevante è dedicato al rifiuto del protagonismo giudiziario «oggi favorito dai media televisivi. Dobbiamo riconoscere che ogni forma di protagonismo dei giudici nei rapporti con la stampa o peggio con la televisione segnala sempre, inevitabilmente, partigianeria e settarismo, incompatibili, ripeto, con l’imparzialità. Di qui il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare. Ciò che i magistrati devono aver cura di evitare, nell’odierna società dello spettacolo, è qualunque forma di esibizionismo che ne compromette, inevitabilmente, l’imparzialità. Si capisce la tentazione, per quanti sono titolari di un così terribile potere, di cedere alle lusinghe degli applausi e all’autocelebrazione come potere buono, depositario del vero e del giusto. Ma questa tentazione vanagloriosa va fermamente respinta. La figura del “giudice star” o “giudice estella”, come viene chiamato in Spagna, è la negazione del modello garantista della giurisdizione. Essa rischia di piegare il lavoro del giudice alla ricerca demagogica della notorietà e della popolarità. In breve: i giudici devono evitare qualunque rapporto con la stampa e più ancora con le televisioni». E poi il rifiuto dell’idea della giurisdizione come lotta a un nemico: «La prima regola consiste nel rifiuto di ogni atteggiamento partigiano o settario, non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. La giurisdizione non conosce –  non deve conoscere nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti – ma solo cittadini. Ne consegue l’esclusione di qualunque connotazione partigiana sia dell’accusa che del giudizio e perciò il rifiuto della concezione del processo penale come “lotta” al crimine. Il processo, come scrisse Cesare Beccaria, deve consistere nell’“indifferente ricerca del vero”». Per affrontare la questione morale, tema al centro del dibattito di Magistratura Democratica, Ferrajoli propone al termine soluzioni radicali. Ridurre drasticamente il potere dei capi degli uffici e il potere discrezionale dell’organismo che li nomina. «La carriera, in breve – e con la carriera tutte le norme e le prassi che alimentano il carrierismo, a cominciare dalle valutazioni di professionalità – contraddicono una regola basilare della deontologia dei magistrati: il principio che essi devono svolgere le loro funzioni sine spe et sine metu: senza speranza di vantaggi o promozioni e senza timore di svantaggi o pregiudizi per il merito dell’esercizio delle loro funzioni. Le valutazioni della professionalità, in particolare, oltre ad essere di solito poco credibili e talora arbitrarie e [volte] a sollecitare il carrierismo, finiscono sempre per condizionare la funzione giudiziaria, per deformare la mentalità dei giudici e per minarne l’indipendenza». Eliminare il virus del carrierismo, attraverso un ridimensionamento strutturale delle carriere dei magistrati significa anche sottrarre alla politica argomenti per quella che Ferrajoli definisce «una campagna diffamatoria nei confronti della magistratura italiana che rischia di offuscare il ruolo della giurisdizione quale dimensione essenziale della democrazia».

"Noi toghe abbiamo troppo potere. Firmo i quesiti e spero in una riforma". Nino Materi il 10 Luglio 2021 su Il Giornale. Il giudice Angelo Mascolo, gip al Tribunale di Treviso, è da sempre una toga controcorrente.In oltre 30 anni di attività si è occupato di processi importanti, ma sul suo tavolo sono finiti soprattutto migliaia di cause «normali» dove gli si chiedeva «solo» una sentenza rapida e rispettosa del diritto. Un giudice «scomodo», più interessato a garantire giustizia che a fare carriera; anche per questo ha deciso di firmare quei referendum che tanto fanno paura ai suoi colleghi del «sistema»: quelli che alla legge dei codici preferiscono i codici dell'opportunismo. «Spero che i referendum - spiega - siano da stimolo alla politica per aprire una fase costituente finalizzata ad una riforma organica della giustizia. Va infatti al più presto ristabilito l'equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, oggi sbilanciato a favore di quello giudiziario». Eppure, nonostante questo potere abnorme (o forse proprio a causa di esso) la magistratura sta vivendo il suo periodo più basso in termini di credibilità e autorevolezza. La proposta del giudice Mascolo è chiara: «È necessaria la reintroduzione dell'immunità parlamentare nei termini originariamente previsti dalla Costituzione». Una linea in controtendenza rispetto a quanto sostenuto dalla maggior parte dei magistrati italiani, che oggi sembrano aver perso la fiducia dei cittadini.

«Chi è causa del suo mal pianga se stesso - denuncia il gip - Pochissimi hanno denunciato un sistema che tutti conoscevano, tanti sgomitavano più per far carriera che per far giustizia e i risultati sono questi».

Ma «grazie» al «pentimento» di Palamara, il marcio è venuto fuori. Anche se le cose non sembrano molto cambiate.

«Le dichiarazioni di Palamara non mi hanno fatto nessuna impressione - racconta Mascolo -, perché avevo capito l'andazzo da lui rivelato fin dal 1983: in Viale Trastevere, ogni sera, alla fine dei corsi riservati a noi giovani uditori giudiziari, arrivavano tre rappresentanti delle tre correnti, ci radunavano a seconda delle opinioni politiche e ci portavano a cena fuori. Rappresentando questi individui le forche caudine sotto cui si doveva passare per fare carriera, vi ho rinunciato più che volentieri». Una mosca bianca, molti altri si sono comportati diversamente: «Avrei apprezzato molto di più il pentimento di Palamara se fosse avvenuto prima, e non dopo essere stato colto in flagrante, col sorcio in bocca. Come è avvenuto, non è che mi sembri poi così spontaneo».

Palamara radiato dal Csm, problema risolto? «Con Palamara, sotto il tappeto è stato metaforicamente buttato solo un minuscolo granello di spazzatura: le assegnazioni fatte dal sistema non avvenivano attraverso allegri e giocosi girotondi, ma tramite duri do ut des, che rischiavano di far venir meno, per il futuro, l'imparzialità dell'interessato». Nino Materi

Poche risorse e troppo lavoro: magistrati in fuga da Napoli. De Carolis, messaggio a Cartabia: “Appello in due anni solo in piccole città, a Napoli travolti da processi camorra”. Redazione su Il Riformista l'11 Luglio 2021. La riforma della ministra Cartabia? “Si può applicare forse a Potenza, a Salerno, e negli uffici giudiziari medio-piccoli ma non a Napoli”. Sono le parole, rilasciate all’agenzia Ansa, del presidente della Corte di Appello di Napoli Giuseppe De Carolis che da anni lamenta le scarse risorse a disposizione. “Con quelle attuali riuscire a fare un appello a Napoli in due anni è impossibile. Abbiamo 57mila processi pendenti e per farli ci vogliono magistrati e cancellieri. E la nostra pianta organica è completamente inadeguata. C’è stato da noi un aumento della pianta organica dei magistrati – aggiunge – ma i posti non sono coperti e non sappiamo se gli 11 posti messi a concorso dal Csm per la Corte d’Appello di Napoli lo saranno, perché i colleghi non fanno domanda per venire qua in assenza di incentivi di fronte alla nostra mole enorme di lavoro”. Per De Carolis la Corte d’Appello di Napoli “è diventata un imbuto dove si strozza la produzione di processi e sentenze di uffici di Procure e tribunali che sono stati rafforzati in maniera più adeguata del nostro”. Processi che “andrebbero calcolati anche secondo la gravità dei reati e il numero degli imputati e noi a Napoli siamo travolti dai maxi-processi di camorra provenienti direttamente dai riti abbreviati dei Gip, mentre Corti di altre città importanti hanno pochissimi procedimenti di grandi dimensioni”. Il problema è quello di “dare priorità ai maxi processi di criminalità organizzata”, rallentando di conseguenza “tutti gli altri processi con gli imputati a piede libero, compresi quelli per reati di pubblica amministrazione”. Questo perché altrimenti c’è il rischio che i boss vengano scarcerati per decorrenza dei termini”. Per De Carolis però quello che “non è prioritario finisce per non essere fatto e quindi nel distretto di Napoli le vittime di truffa o aggressione oppure altri reati comuni hanno una possibilità di ottenere giustizia vicina allo zero. E’ drammatico dover constatare che si finisce per diffondere un senso di impunità, ma purtroppo è così”.

Due anni per l’appello, un anno per la Cassazione ma...Paradosso giustizia: processi veloci, poche toghe e troppi magistrati fuori ruolo. Paolo Comi su Il Riformista l'11 Luglio 2021. «Cerchiamo di limitare per quanto possibile gli incarichi ‘fuori ruolo’ ai magistrati», afferma Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia alla Camera. All’indomani del via libera da parte del Consiglio superiore della magistratura al fuori ruolo del giudice di Cassazione Bruno Giordano per ricoprire il posto di capo dell’Ispettorato del Ministero del lavoro, il parlamentare azzurro ha presentato una interrogazione alla Guardasigilli Marta Cartabia. Il Riformista aveva pubblicato la notizia dell’autorizzazione del fuori ruolo del giudice Giordano, pur a fronte di gravi scoperture a piazza Cavour. La norma prevede, infatti, che non si possano autorizzare incarichi extragiudiziari se nell’ufficio dove presta servizio il magistrato richiedente ci siano più del 20 percento di posti vacanti. Margherita Cassano, presidente aggiunto presso la Corte di Cassazione, aveva prodotto al Csm, chiedendo di bocciare la richiesta di fuori ruolo del giudice Giordano, una tabella a tal fine, con l’esatto numero dei magistrati attualmente in servizio: 18, che diventeranno a breve 16, su 25 in pianta organica. A Giordano, poi, erano stati già assegnati fascicoli che dovranno adesso essere riassegnati. La presidente Cassano aveva definito l’eventuale fuori ruolo di Giordano «pregiudizievole di gravissime difficoltà», con «evidenti ricadute sulla trattazione dei processi». «La ministra Cartabia ci dica cosa intende fare con gli incarichi che non sono riservati ai magistrati», prosegue allora Zanettin. Giordano, ad esempio, va a fare il capo dell’Ispettorato del Ministero del lavoro, ruolo attualmente ricoperto da un generale dell’Arma dei carabinieri. All’Ispettorato del lavoro, per notizia, non c’è mai stato al vertice un magistrato. Il tema dei fuori ruolo è tornato di attualità dopo le dichiarazioni del presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia che, commentando la riforma della giustizia penale voluta dalla Guardasigilli, aveva evidenziato problemi di carenza di personale presso gli uffici giudiziari. I pochi giudici in servizio non permetterebbero di stare nei tempi previsti dalla riforma: due anni per l’appello, un anno per la Cassazione. Poi scatterebbe l’improcedibilità. Va detto, comunque, che il tema degli organici è ricorrente. In passato si era anche fatta strada l’idea dei “carichi esigibili”, il numero dei fascicoli che possono essere trattati dal singolo giudice in maniera efficace in un anno. Era stata questa, in particolare, la risposta all’iniziale proposta dell’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di celebrare un processo, dal primo grado alla Cassazione, in soli quattro anni. Proposta poi abortita, come quella dei carichi esigibili. Un giudice, dicono sempre dall’Anm, non può scrivere più di tante sentenze in un anno. Si tratta di un altro argomento che viene proposto in risposta alla volontà di stabilire tempistiche a priori. L’Anm, però, può ritenersi soddisfatta: ha incassato l’abolizione delle sanzioni disciplinari per i magistrati che non avessero rispettato i tempi delle indagini. Il discorso valeva, soprattutto, per i pm ai quali inizialmente erano stati fissati paletti temporali molto stringenti a cui attenersi nella fase delle indagini preliminari. Comunque, essendo il testo oggetto di una prossima discussione in Aula, forse già il 23 luglio, è ancora tutto in alto mare. Forza Italia, ad esempio, è intenzionata a riaprire il dibattito già in Commissione giustizia sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del pm. Paolo Comi

"La nuova prescrizione manda i processi in tilt. Che errore sui ricorsi". Luca Fazzo il 10 Luglio 2021 su Il Giornale. L'avvocato: "Tempi illusori, la pena in primo grado non potrebbe neppure essere eseguita". La fiducia che questa sia la volta buona, che il governo Draghi possa riuscire a dare alla giustizia le riforme di cui ha bisogno, non è venuta meno: «Abbiamo al governo personaggi di un tale prestigio che volendo possono finalmente portare a dei risultati». Ma per ora Franco Coppi, il più famoso (e vincente) dei penalisti italiani fatica a essere soddisfatto dei risultati raggiunti dalla faticosa mediazione tra le diverse anime della maggioranza. E sul tema cruciale della prescrizione è quasi caustico: «A questo punto era meglio tenersi la riforma Bonafede».

Addirittura, professore?

«Premetto che ho cercato invano di leggere un testo ufficiale e preciso del provvedimento uscito dal consiglio dei ministri, e quindi devo affidarmi alle notizie di stampa. Leggo che la prescrizione verrà interrotta con la sentenza di primo grado, e verranno poi previsti termini tassativi per il giudizio di appello e di Cassazione. Ma c'è un particolare di cui nessuno parla e che mi sembra il più importante di tutti: nell'ipotesi che i due anni concessi per fare il processo d'appello trascorrano senza che si arrivi a una sentenza, che fine fa la sentenza pronunciata in primo grado? Il reato non si può prescrivere perché la prescrizione è interrotta, ma non si può più procedere. Ovviamente la pena inflitta in primo grado non potrebbe essere eseguita: una norma che lo consentisse verrebbe senza dubbio dichiarata incostituzionale. Ma mi metto nei panni di una parte civile, che nel processo di primo grado ha visto riconosciuto il diritto a un risarcimento: se l'appello non si celebra in tempo, che se ne fa di questo riconoscimento? Dall'altra parte, l'imputato può ben dire che se si fosse celebrato l'appello lui sarebbe stato assolto... Insomma, un groviglio. A questo punto sarebbe stato meglio tenersi la riforma Bonafede e buonanotte. Se non altro aveva il pregio della chiarezza».

Il governo sembra fiducioso che due anni per i processi d'appello siano sufficienti.

«Mi sembra del tutto illusorio. A Roma per un processo d'appello se si è fortunati servono tre o quattro anni, si tratterebbe di dimezzare i tempi e non so come pensano di farlo. Anche la previsione di un anno come tempo massimo per i processi in Cassazione mi sembra molto stretta, se guardo a quanto accade attualmente. Anche perché spesso gli atti impiegano molto tempo ad arrivare a Roma, e anche quel tempo andrà computato. Questo è il vero problema».

Sparisce un altro caposaldo del progetto originario della riforma Cartabia: l'impossibilità per le Procure di appellare le sentenze di assoluzione. I grillini l'avevano definita una norma salvaladri.

«E invece era una norma sacrosanta, ed è un male che sia stata eliminata».

Quando la fece approvare Berlusconi, con la famosa legge Pecorella, venne annullata dalla Corte Costituzionale.

«Quella che viene chiamata legge Pecorella fu il frutto di una proposta che era stata formulata dal sottoscritto e dal professor Padovani. In un sistema retto dal principio che un imputato può venire condannato solo se la sua colpevolezza è dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio, è persino ovvio che una sentenza di assoluzione sancisce per sempre che quel dubbio sussiste. Tre giudici, addirittura otto, se il processo si è fatto in corte d'assise, hanno assolto. Da quel momento il pm dovrebbe alzare bandiera bianca».

Ma la Corte Costituzionale avrebbe abrogato di nuovo.

«La legge Pecorella fu abrogata dalla Consulta con una sentenza assai discutibile, basata secondo me su un equivoco. E tutte le sentenze sono superabili».

Sembra sparita anche la possibilità per il governo di indicare periodicamente i reati da perseguire con particolare impegno.

«Ecco, questo invece è un bene. L'azione penale resta obbligatoria, e che sia il potere politico a indicare le priorità mi sembra pericoloso. Il governo se ritiene che alcuni reati siano di modesto allarme sociale ha uno strumento potente a sua disposizione, che è la depenalizzazione: una lunga serie di comportamenti possono venire dissuasi con sanzioni amministrative. Ma per una rinuncia di fatto alla obbligatorietà dell'azione penale l'Italia non è matura».

La conseguenza però è che ogni pubblico ministero è sommerso di fascicoli, e decide lui arbitrariamente su quali indagare e quali lasciare in armadio.

«Le Procure dovrebbero rispettare un ordine gerarchico, ci sono dei capi che sono lì anche per sorvegliare che queste cose non accadano».

I grillini hanno ottenuto che per alcuni reati i tempi concessi per l'appello si allunghino a tre anni. Non è irragionevole?

«No, questo è sensato. Ci sono reati che generano un particolare allarme sociale, e a un processo per concussione non si possono concedere gli stessi tempi necessari a un furto in appartamento. E c'è anche una complessità della materia che va considerata».

Firmerà i referendum della Lega?

«Non rispondo».

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Paolo Colonnello per "la Stampa" il 9 luglio 2021. Per il professor Ennio Amodio, giurista insigne e celebre avvocato, la riforma della giustizia Cartabia è un'occasione mancata. 

Professore è più un vaccino o più un placebo?

«Io sarei dell'idea che sia più vicina a un placebo che a un vaccino, anche perché la vaccinazione in procedura penale comporterebbe l'eliminazione di arbitri e violazioni di legge.  E non mi sembra che questo governo sia incanalato sulla strada del garantismo tanto che elimina una proposta della commissione Lattanzi, nel senso di escludere l'appellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del pm. Questa sarebbe stata certamente una svolta di grande rilievo. Mentre ciò che ora apprendiamo dal testo del Consiglio ministri è un orientamento che cerca di aggiustare i processi, renderli più veloci e intervenendo su punti marginali con la prospettiva che è quella di essere più aderenti a livello europeo». 

Alla fine il compromesso si è trovato sui reati contro la pubblica amministrazione: non più di tre anni in appello e 18 mesi al massimo in Cassazione. Giusto così o si crea una diversità di trattamento?

«Questa proposta si capisce che è orientata far si che si realizzi ciò che i 5Stelle hanno sempre voluto, cioè che ogni processo sfoci in una condanna. Crea però una discriminazione tra imputati e quindi viola il principio di uguaglianza. Non si capisce perché debba avere un trattamento deteriore chi è colpito dall' accusa di corruzione. Non si può trasformare il processo in una macchina infernale che stritola gli innocenti e produce condanne anche là dove non ci sono responsabilità». 

L' Italia è il primo paese per numero di condanne sulla ragionevole durata del processo: abbiamo svoltato?

«Certamente non si può ritenere che ci sia stata una vera e propria svolta, sono stati fatti piccoli passi in avanti perché per la prima volta nel nostro sistema si è creata una normativa sulla durata ragionevole del processo. La disciplina è ancora imperfetta ma su questa strada si potrà andare avanti per cercare di realizzare ciò che l'Europa vuole e la nostra Costituzione impone».

Le sembra un obiettivo raggiungibile abbattere del 25 per cento il tempo del processo penale?

«Non mi sembra una previsione realistica perché si basa su un pensiero pieno di prospettive ma lontano dalla realtà». 

Il giudice dell'udienza preliminare avrà più potere, è davvero così?

«Sarebbe stato importante, sul modello tedesco, obbligare i gup a motivazioni abbreviate delle loro decisioni In questo modo avremmo filtri più concreti. Non si cambia la prassi con formule generiche, si cambia rendendo il gup molto forte ed esperto e soprattutto molto lontano dal pm».

Paolo Bracalini per “Il Giornale” il 7 luglio 2021. Sergio Staino, storico vignettista e anima critica della sinistra con il suo personaggio-alter ego Bobo, l'ex comunista disilluso, ha fatto un post che lui per primo ha definito «sorprendente». Perché lì confessa di sottoscrivere «parola per parola» l'editoriale in cui Augusto Minzolini, direttore del Giornale, spiega perché vanno firmati i sei referendum sulla giustizia, e poi persino la posizione di Matteo Renzi sulla questione del ddl Zan che sta facendo implodere il Pd. A proposito del quale scrive, invece, «come sempre: niente di nuovo sul fronte occidentale».

 Il Partito democratico non firma i referendum per riformare la giustizia italiana, lei invece andrà a presenziare nei banchetti. Che dirà Bobo?

«Guardi ho fatto una vignetta su questo, Bobo dice «Salvini passa, la magistratura resta».

Che fa Staino, attacca i magistrati?

«Quello che il Pd non capisce è che il problema non è Salvini, ma una parte della magistratura che dal '92, grazie anche a noi, noi della sinistra intendo, si crede onnipotente e unica tenutaria del potere di vita e morte sulle persone. 

La sinistra in Italia è sempre stata attenta a compiacere la magistratura, ma ci sono certi magistrati, gli amici di Travaglio per intenderci, che sono veramente fuori della grazia di Dio dal punto di vista della giustizia. Partono sempre dal presupposto che ognuno è colpevole fino a prova contraria». 

Il giustizialismo è una piaga italiana?

«Lo è, ma non è mica una scoperta che ho fatto ora, vent' anni fa feci una striscia per il Corriere della sera dove ironizzavo tristemente sulla frase pronunciata all'epoca da Piercamillo Davigo, quando disse che la magistratura era l'unico corpo sano dello Stato italiano. Io risposi che queste erano dichiarazioni da militari prima del golpe. Votai all'epoca per la separazione delle carriere tra pm e giudici, mi sono sempre battuto per questo. Io posso anche ammettere che un pm debba partire dalla idea che chiunque deve essere colpevole, ma il giudice no, deve partire dal principio opposto, che chiunque è innocente a meno che non si possa dimostrare il contrario. Sono due metodi e due mentalità diverse, non si può confonderle e non si può farle convivere negli stessi corridoi, dove si incontrano e mettono d'accordo sulle sentenze. È profondamente sbagliato». 

La magistratura ha condizionato la vita politica italiana?

«La condiziona ancora oggi. Io nel mio partito ho un signore che è Luca Lotti che trattava con i giudici le nomine della magistratura. E non è mai stato espulso, si è solo autosospeso in attesa di giudizio! Ma quale giudizio? Io non ne ho bisogno, quello che ha fatto è deontologicamente contrario alla mia idea di giustizia e anche di sinistra. Eppure mi sembra che ancora adesso in Toscana non si muova foglia che Lotti non voglia». 

Troppa contiguità tra Pd e toghe.

«Ma certo, è stato un eccesso. Purtroppo un partito che dovrebbe essere il primo dei garantisti si è lasciato sedurre dal populismo grillino, ha seguito la pancia degli elettori invece di guidarli, come hanno fatto i nostri fondatori socialisti alla fine dell'800. La priorità in ogni paese per loro era costruire la scuola, non appoggiarsi alle forze momentaneamente favorevoli a noi, come è sembrata essere la magistratura. Non è quello che ci hanno insegnato i nostri padri socialisti. Come neppure mi interessa se Salvini è amico di Orbàn, io l'ho sempre attaccato Salvini ma stavolta non c'entra, si vota su delle idee e sullo stato della giustizia italiana».

Il Pd sta commettendo l'ennesimo errore politico?

«Come con le monetine a Craxi o la drammatica vicenda di Del Turco, che urlano vendetta, è il continuo adagiarsi sulla magistratura. Ci siamo accodati ai grillini». 

Mi par di capire che non creda all'alleanza Pd-M5s.

«Mai dato credito, ho conosciuto personalmente Beppe Grillo dalla giovinezza, l'ho sempre molto criticato e ad un certo punto anche disprezzato. L'abbiamo pagata carissima, mi dispiace perché ci sono caduti persone inimmaginabili, da Dario Fo a Stefano Rodotà sono rimasti affascinati da questo maledetto Vaffa».

Allora meglio Conte a guidare i Cinque Stelle?

«Ancora meno, lui proprio non esiste. Grillo ha una sua personalità malefica, è un Masaniello teatrale, egocentrico, egoista, incolto, ma l'altro è una nullità totale». 

 Era proprio il Pd a gridare «o Conte o morte», quando voleva a tutti i costi fare il terzo governo Conte.

«Sì, lo disse il Pd su suggerimento di uno dei membri più deleteri, Goffredo Bettini, se sapesse cosa diceva di lui l'ultimo dei grandi socialisti, Emanuele Macaluso...»  

La casta delle toghe contro la ministra. I Pm minacciano la Cartabia: stia attenta o fa la fine di Berlusconi e Biondi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Un bel lavoro a tenaglia, complimenti alla Casta in toga. In audizione mirata in Parlamento, chiamati a dar man forte ai grillini e a sparare sulla riforma Cartabia, due carichi da novanta come il procuratore nazionale “antimafia” De Raho e quello di Catanzaro Nicola Gratteri. A Napoli una sorta di agguato organizzato di persona alla ministra con un bel combinato disposto del presidente di corte d’appello Giuseppe De Carolis e il procuratore generale Luigi Riello. Tutti in coro, non a dire quel che ci si sarebbe aspettato e sarebbe stato doveroso da parte di alti magistrati che rappresentano al massimo livello l’Ordine giudiziario. E cioè che si sarebbero impegnati al massimo delle proprie forze per applicare la legge voluta dal Governo e dal Parlamento, cioè dai due poteri dello Stato. Invece no, perché non esiste in Italia una Casta agguerrita, rumorosa e mediatica quanto quella dei pubblici ministeri, cui si aggiunge ogni tanto qualche giudice. Facce di bronzo, vien da dire ogni tanto. Sanno come colpire, e soprattutto quando. Quando sono accesi i riflettori. E sanno anche con quale arma colpire. Non con la critica, quella non fa neanche il solletico. Pensate se un procuratore Gratteri, per esempio, si limitasse a dire al governo, va bene la riforma (come ha detto per esempio, vera mosca bianca, l’ex procuratore di Torino Armando Spataro), sperimentiamo, però mandateci più magistrati e più cancellieri, così potremo dare il meglio. La guardasigilli avrebbe potuto subito rispondere, per esempio, che avrebbe immediatamente sottratto ai vari ministeri cinquanta dei 200 magistrati fuori ruolo e li avrebbe immediatamente mandati in Calabria. E altrettanti a Napoli. Visto che Reggio e Napoli, insieme a Roma, sono i distretti che non riescono a celebrare in tempi certi i processi. Invece no, la critica non fa neanche il solletico. E soprattutto non porta in televisione chi la fa. Ma si catturano le telecamere se si sostiene che con la riforma diventa conveniente delinquere. Un po’ come quando Piercamillo Davigo cercava di dimostrare che con le nostre leggi è più conveniente uccidere la moglie che avviare la pratica di divorzio. Ho sette maxiprocessi in corso, lamenta il dottor Gratteri. Ma si è accorto che con il sistema accusatorio introdotto dalla riforma del processo penale del 1989, i maxi non dovrebbero neanche esistere, insieme ai reati associativi che sono il loro collante, la loro unica ragion d’essere? Quel che è successo ieri tra questi alti magistrati, e che ha la propria immagine speculare in Parlamento e tra le forze politiche, sembra il nuovo cavallo di troia che fa tornare alla memoria l’elenco dei ministri di giustizia annientati dalle toghe. O resi supini. O conniventi, come il penultimo. È il turno di Marta Cartabia. Non si illuda, signora guardasigilli, l’ampia maggioranza parlamentare di cui gode il governo Draghi, sulla giustizia si può frantumare, sbriciolare come un grissino. Pur mettendo da parte la pervicacia priva di pensiero del movimento cinque stelle, non speri di poter contare mai sugli uomini e le donne del partito democratico: hanno spalle robuste e antenati feroci con canini gocciolanti sangue, quando si tratta di indossare abiti giacobini. E neanche si illuda sulla stampa. Pensi solo al fatto che da giorni e giorni il quotidiano del partito a cinque stelle chiama la sua riforma con l’appellativo di “salvaladri”. Il riferimento è a Berlusconi, ma soprattutto al suo primo ministro di giustizia, Alfredo Biondi, e al suo tentativo (sacrosanto) di riforma delle norme sulla custodia cautelare. Con quel decreto, che non fu mai convertito, erano stati liberati 2.750 detenuti (di cui solo 43 di quelli che Travaglio non chiama “imputati”, ma direttamente “ladri” ), e ne tornò in carcere meno del dieci per cento dopo la caduta del provvedimento, cui seguì in seguito anche quella del primo governo Berlusconi. Il che significa che non c’era nessuna necessità delle manette. Bisogna sempre conoscere la storia, per capire i tranelli e gli agguati del mondo giacobino, che è giudiziario, politico, ma anche e spesso soprattutto mediatico. Definire “salvaladri” la legge sulla giustizia del presidente Draghi e della ministra Cartabia, è già in sé una minaccia: attenti, perché farete la fine di Berlusconi e Biondi. E dire, da parte di chi si occupa ogni giorno di reati di ‘ndrangheta, che una riforma può mettere in crisi la sicurezza nazionale e render conveniente delinquere è molto vicino a un colpo di Stato. Prima ancora che a un tentativo di far cadere il governo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

LA MAGISTRATURA (SINDACALIZZATA) SI RIBELLA, MA A PALAZZO CHIGI C’E’ DRAGHI. Elisabetta Gualmini, europarlamentare, su Il Corriere del Giorno il 20 Luglio 2021. Forse non ci siamo capiti. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è legato da cima a fondo alla riforma della giustizia. Non vi è l’uno senza l’altra. E i 25 miliardi di anticipo sui 248 miliardi del PNRR che stanno arrivando per direttissima dimostrano che non si può più cincischiare e che si fa sul serio. L’impegno del governo, di decurtare del 40 e del 20% rispettivamente i tempi del processo civile e penale, non può più essere procrastinato. Mario Draghi ci ha messo la faccia e non sembra proprio uno che tentenna. Se poi qualcuno se lo fosse scordato, c’è sempre un Dombrovskis pronto a incombere tra i corridoi di Bruxelles come una nube nera su una vallata verde e a ricordarci con orgoglio e altrettanta stizza che l’approvazione del Piano italiano è appunto un tutt’uno con l’implementazione delle riforme strutturali, con un “cambiamento vero” e non finto del nostro sistema giudiziario e della nostra burocrazia. Se no, addio investimenti esteri e rimbalzo gioioso del Pil. Non stupisce per nulla che la più corporativa delle corporazioni abbia subito reagito; i magistrati auditi oggi in Commissione Giustizia hanno smontato la riforma Cartabia pezzo dopo pezzo come una casetta di lego paventando rischi altissimi per il nostro paese. Per citarne alcuni: la diminuzione del livello di sicurezza nazionale, l’incentivazione a delinquere, l’azzeramento della qualità del lavoro dei magistrati per la tagliola rappresentata dai termini fissati per l’improcedibilità (2 e 1 per appello e Cassazione), la crescita smisurata di appelli e ricorsi in Cassazione, la cancellazione di importanti maxiprocessi per mafia, e altre fosche previsioni (così Gratteri e, in sintonia, Cafiero). Meglio tornare al passato, ma non alla riforma Bonafede, ad ancora prima se possibile. Secondo notizie in attesa di conferma, anche il CSM starebbe preparando i lanciafiamme contro la riforma. Non c’è molto di nuovo nelle sollevazioni anche assai aggressive dei magistrati; e queste vanno spiegate non tanto con la solita tesi di una magistratura politicizzata che entra a piè pari nelle decisioni del governo, ma semmai con le caratteristiche organizzative e con le amplissime prerogative di indipendenza che ne hanno fatto un unicum in giro per il mondo. Questa volta, tuttavia, la più auto-referenziale delle corporazioni ha di fronte uno tostissimo; uno che ha messo la faccia su tutti i quattrini che arriveranno nelle nostre tasche da Bruxelles e cioè Mario Draghi. A cui si aggiunge tutto sommato l’atteggiamento morbido di Mattarella, peraltro a capo del CSM che ha espresso dubbi solo sull’inserimento di un potere di indirizzo del parlamento nei confronti dell’azione penale, che potrebbe andare contro al principio costituzionale della sua obbligatorietà. Insomma, Draghi-Mattarella contro Giudici, 6 a zero 0. Certo, alcune richieste sottolineate dai magistrati sono del tutto legittime; il riferimento a un organico ormai ridotto al lumicino, soprattutto sul piano degli assistenti e dei funzionari amministrativi, le scarse infrastrutture per una digitalizzazione piena, i locali e gli uffici fatiscenti, tutto vero. Così come è vero che la durata ragionevole del processo deve anche scendere a patti con il diritto delle vittime di chiedere e ottenere giustizia. Ma, come ci spiegano gli studi di scienza dell’amministrazione, il modo in cui la magistratura ha ormai internalizzato una propensione totale all’autotutela non può tenere fermo il paese. Le prerogative di completa autonomia, nelle decisioni di carriera e di status, tramite il CSM, una carriera completamente inamovibile, retribuzioni più alte che in ogni altro paese, e la tendenza sempre più estesa a produrre giurisprudenza creativa hanno rafforzato enormemente il potere della magistratura, senza grandi contrappesi. Nel frattempo, i nodi del nostro sistema giudiziario restano tutti lì. Ormai non si contano le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo per i ritardi nei processi. Siamo ultimi in Europa per i tempi del processo civile. Secondo l’ultimo Rapporto della Commissione europea sulla Giustizia (riferito al 2019), per un processo civile in Italia occorrono in media 1.302 giorni per arrivare all’ultimo grado di giudizio, 791 per il secondo e 531 per il primo. Anche sul piano dei processi amministrativi siamo ampiamente fuori media, anzi terz’ultimi. Tanti i processi pendenti e tante le pratiche arretrate da smaltire. Per non parlare del processo penale che dura ben 1.600 giorni, non proprio una quisquiglia. E si sa che justice delayed is justice denied. Come possa fare un paese zavorrato in questo modo a rivoluzionare sé stesso tramite la gigantesca opportunità dei fondi europei? E si fa fatica a comprendere come possano i parlamentari del Movimento 5 Stelle nello stesso tempo presentare oltre 900 emendamenti alla riforma e continuare a sostenere che i soldi del PNRR sono arrivati solo grazie a Conte e che quindi vanno usati subito. Draghi ce l’ha ben chiaro. Basta con la melina delle riforme annunciate e mai fatte, degli accordi presi in nome di questo o quel governo e poi saltati nei drink di una spiaggia (come il patto Bonafede–Salvini), dei mille disegni di legge affossati da questo o quel partito, in un pendolo insopportabile tra garantismo e giustizialismo che non ha mai portato nemmeno a una riforma purchessia, ma semmai a inasprire la lotta tra tifoserie. Tra i poli opposti serve più che mai buonsenso e pragmatismo. Se non ce la fa Draghi, dubitiamo che altri potranno.

Oltre 900 gli emendamenti grillini. Sponda di Gratteri ai 5 Stelle contro la riforma Cartabia: “A rischio 50% dei processi e sicurezza nazionale”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 20 Luglio 2021. I magistrati antimafia fanno "da sponda" al Movimento 5 Stelle nel bombardamento contro la riforma della giustizia del Guardasigilli Marta Cartabia. L’assist ai grillini e al loro neo leader, l’ex premier Giuseppe Conte, arriva durante le audizioni in commissione Giustizia della Camera da parte di Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo, e di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro. Gratteri parla addirittura di “grande allarme sociale che riguarda la sicurezza” in merito alla riforma Cartabia, sottolineando che “il 50 per cento dei processi” finiranno sotto la scure della improcedibilità con la riforma della prescrizione. Timori avanzati anche per i “sette maxiprocessi” contro la ‘ndrangheta che si stanno celebrando nel distretto di Catanzaro, che “saranno dichiarati tutti improcedibili in appello”. A dargli manforte Cafiero De Raho, che in merito all’improcedibilità spiega che provocherà “il comportamento dilatorio dell’imputato che, conoscendo le difficoltà per celebrare i processi, cercherà di attuare le migliori pratiche dilatorie. Non farebbe più istanze per i riti alternativi perché sarebbe più conveniente aspettare che i processi vadano verso l’improcedibilità”. Il procuratore nazionale Antimafia evoca pericoli per la democrazia: “Ci saranno conseguenze sulla democrazia, perché tanti processi improcedibili minano la sicurezza del nostro Paese”. Le parole di Cafiero De Raho e Gratteri sono un assist al Movimento 5 Stelle, che forte delle loro parole ha presentato ben 916 emendamenti in Commissione Giustizia della Camera. La riforma Cartabia “deve essere modificata”, chiedono deputati e deputati pentastellati in commissione Giustizia. “Tra tutte le critiche espresse da Gratteri – scrivono in una nota i grillini – quelle che più preoccupano, poiché prefigurano scenari inquietanti, sono relative alle conseguenze concrete: "convenienza a delinquere" e "diminuzione del livello di sicurezza per la Nazione"”.  “Il procuratore capo di Catanzaro – proseguono i parlamentari pentastellati – ha parlato anche di un abbassamento della qualità del lavoro dei magistrati causato dalla fissazione di una "tagliola’ con termini troppo rapidi. Gratteri ha correttamente preannunciato un ‘aumento smisurato di appelli e ricorsi in Cassazione" perché "con questa riforma a tutti, nessuno escluso, conviene presentare appello e poi ricorso in Cassazione non foss’altro per dare più lavoro ed ingolfare maggiormente la macchina della giustizia". Si tratta di considerazioni che devono indurre tutti a rivedere e modificare nel profondo la riforma, soprattutto con riguardo a prescrizione e improcedibilità. Ne va del futuro del Paese” concludono. Allarmismo ingiustificato secondo Enrico Costa, deputato di Azione che più di tutti si è battuto per una riforma in chiave garantista della giustizia. Secondo Costa infatti “non è vero” quanto detto da Gratteri sui rischi di improcedibilità dei processi per ‘ndrangheta. La riforma “si applica a fatti successivi al 1 gennaio 2020 ed i processi riguardano fatti precedenti. Ma se lo dice un Pm è oro colato”, sottolinea Costa.  Anche il ministro Cartabia da Napoli, dove oggi ha incontrato i capi degli uffici giudiziaria della Corte di Appello partenopeo, ha difeso il testo approvato in Consiglio dei ministri: “Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte, ma questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale”. “So molto bene che i termini che sono stati indicati sono esigenti per queste realtà, – ha aggiunto Cartabia – perché partiamo da un ritardo enorme, ma non sono termini inventati, sono quelli che il nostro ordinamento e l’Europa definisce come termini della ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket. 

E i grillini si allineano...Gratteri guida la rivolta dei Pm contro la Cartabia: “La riforma non s’ha da fare”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Luglio 2021. Dopo l’Anm, diversi procuratori, in testa Gratteri, stanno facendo fuoco e fiamme contro la riforma Cartabia. Cioè contro il tentativo, da parte della nuova ministra, di correggere l’obbrobrio giuridico che va sotto il nome di riforma-Bonafede e che stabilisce il principio che un processo può anche essere eterno se i Pm decidono così, sebbene l’articolo 111 della Costituzione assicuri il diritto alla ragionevole durata. I Pm sostengono che in fondo anche l’eternità è ragionevole. La riforma Bonafede aboliva la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. La legge Cartabia ripristina un principio di legalità stabilendo che dopo il primo il grado ci sarà un appello che avrà un massimo di durata di tre anni (due per i piccoli reati) e un eventuale ricorso in Cassazione con massimo di durata di un anno e mezzo (uno per i reati piccoli). Dov’è che si scatena la furia dei Pm? Proprio qui, su questi nuovi limiti. Dicono i Pm: in questo modo si rischia di cancellare in secondo grado o in terzo grado processi importantissimi e delicatissimi come quelli per mafia o per terrorismo. È vero? No: due volte no. Innanzitutto perché è molto improbabile che i processi per i reati più gravi superino i limiti dei tre anni, e poi dell’anno e mezzo in Cassazione, se le Corti di Appello e la Cassazione sapranno mandare avanti i processi più importanti. Quindi l’eventuale responsabilità di un fallimento non sta nella legge ma nella magistratura. Ma poi, soprattutto, c’è un’altra osservazione da fare. Cosa si intende per processi di mafia o di terrorismo? Le due parole sono molto evocative. La mafia e i terroristi uccidono, fanno agguati, spesso stragi. Giusto? E allora è assurdo, effettivamente, rischiare che questi processi vadano in fumo dopo tre anni di lungaggini in appello, giusto? Sì giusto, ma forse i Pm – che non sempre sono preparatissimi in diritto – non sanno che i reati di omicidio con l’aggravante mafiosa o di terrorismo sono puniti con la pena edittale dell’ergastolo, e che in caso di ergastolo la prescrizione (e per analogia l’improcedibilità) non esiste. Dunque stiamo parlando di fuffa. Mafia e terrorismo non c’entrano più nulla con la prescrizione o l’improcedibilità. Qual è la vera preoccupazione dei Pm? Che sia tolta loro la possibilità di catturare degli esponenti politici importanti, magari sotto processo per traffico di influenze o abuso d’ufficio, e di tenerli sotto schiaffo per sette o dieci o quindici anni. Questa storia della prescrizione che garantisce l’impunità a criminali incalliti e pericolosi è una balla colossale. Se Bonafede non si fosse inventato la necessità di smantellare la riforma Orlando, sperando così di poter raccogliere applausi e consensi dell’ala più plebescamente forcaiola della società, la norma della prescrizione sarebbe rimasta una norma severissima. Per piccoli reati che prevedono magari uno o due anni di prigione, al massimo, la prescrizione era comunque di almeno sette anni (che potevano aumentare in caso di sospensioni del processo). Per un reato come – per dire – corruzione, che è il reato che interessa di più i Pm, perché è quello che permette la citazione sui giornali e l’intervista in Tv, si arriva a 12 anni o anche di più; per i reati più gravi, come omicidio stradale, siamo sui vent’anni. Vedete bene che con queste scadenze parlare di impunità è veramente un segno di squilibrio mentale. Prendere un poveretto, che probabilmente è anche innocente – statisticamente vengono assolti più del 50 per cento degli indiziati – rovinargli la vita, magari farlo fallire, torturarlo per una decina o una ventina d’anni, secondo voi ha qualcosa a che fare con l’impunità? Ma allora perché i Pm sono così infuriati con Cartabia? Credo che il motivo sia semplice. Si sono resi conto che l’armata dei 5 Stelle con annesso “Il Fatto” è in rotta. Non offre più nessuna garanzia di tenuta. Ha finito per affidarsi a Conte, che magari è anche una brava persona, ma proprio con un leader politico non ha neppure una vaga somiglianza. E allora? Allora bisogna scendere in campo direttamente. E menare fendenti. Affrontare a brutto muso la politica e le nuove tendenze liberali che sono presenti nel governo Draghi e cercare di stroncarle sul nascere. La leader di queste tendenze è evidentemente il ministro della Giustizia. La distanza di livello culturale tra lei e i 5 Stelle, (ma anche tra lei e gran parte del partito dei Pm) è del tutto evidente. La battaglia da fare per il partito dei Pm è anche simbolica. L’ordine è: fermatela sulla battigia (o anche sul bagnasciuga, come diceva Mussolini). Altrimenti dilaga e ristabilisce tutti i principi dello Stato di diritto che, in anni di duro lavoro, l’Anm era riuscita a smantellare. La magistratura in questi anni si è sempre comportata così. Non ha lasciato alla politica il tempo e lo spazio per muoversi. È sempre intervenuta prontamente a gamba tesa ogni volta che c’è stato il rischio di un accenno di riforma. È pronta anche stavolta a ripetere lo schema. Bisogna vedere se Cartabia e Draghi faranno la figura dei loro predecessori o invece terranno la posizione.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Salvate il procuratore Gratteri da se stesso. Il procuratore Gratteri continua ad esternare e ad attaccare la riforma della ministra. Ma i ritardi e i costi della giustizia sono da imputare agli errori dei magistrati, a cominciare dai suoi. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 21 luglio 2021. A leggere i giornali sembra che il dottor Gratteri sia molto arrabbiato perché non vuole la riforma Cartabia che metterebbe dei tempi certi, e secondo alcuni ragionevoli, al processo penale. Si può essere d’accordo o meno con la Cartabia ma è indubbio che ci troviamo dinanzi ad una eminente studiosa di diritto che ha ricoperto con onore e competenza il ruolo di presidente della Corte Costituzionale. Insomma non è un fenomeno mediatico ma una studiosa vera anche se di idee moderate. Sembra che tra i suoi punti di riferimento occupino un posto di rilievo i valori Cristiani ed i principi costituzionali. Non una “sovversiva” ma neanche una “rivoluzionaria” o un’anarchica ma una ministra di idee liberali che guarda con attenzione a come funziona la giustizia in Europa e nel mondo. Insomma, non è Bonafede! Ognuno può avere mille riserve sulla “riforma Cartabia” ma leggere sui giornali che “Gratteri è un fiume in piena”, “furioso” ,  promette “fuoco e fiamme” contro la riforma è una anomalia ( si fa per dire) tutta italiana. Intanto perché Gratteri è un dirigente di un ufficio periferico dello Stato, di una delle tante procure che ci sono in Italia. In quanto tale è chiamato ad applicare le leggi non a farle. Questo, e solo questo, sarebbe il suo compito. Quando i ruoli si sovrappongono succedono disastri. Per esempio, il dottor Gratteri è preoccupato che oberati dal lavoro i giudici, dopo la riforma Cartabia, potrebbero ess costretti a dichiarare l’improcedibilità in molti processi importanti. Se ciò fosse vero il governo ed il Parlamento avrebbero il dovere di coniugare la giusta durata del processo con le esigenze di giustizia. Ma le modifiche spettano al governo, al ministro, al Parlamento. Invece una classe politica indecorosa ed inesistente ha chiamato in soccorso le truppe cammellate dei P. M. di assalto che si sono assunti l’onere di “smontare la riforma come un lego”. Gratteri, acclamato dai grillini come salvatore della patria, è stata la punta di diamante. Ed ha questo punto bisogna salvare Gratteri da se stesso altrimenti finisce col credere veramente alle cose che dice.  Proviamo a farlo con un esempio. In passato il dottor Gratteri, da PM, in una delle sue tante inchieste, ha chiesto il rinvio a giudizio di circa cinquecento persone. Nessuno si era appropriato di nulla ma ogni indiziato era accusato, in quanto pubblico amministratore, di non aver ben gestito una cifra di circa quindici euro a testa.  Il fascicolo, era una specie di volume Treccani solo per contenere le generalità di ogni indiziato. Il GUP ha assolto tutti, nessuno escluso. E la procura non ha fatto appello. Quanto lavoro hanno fatto gli agenti di polizia giudiziaria? Quanto la procura? Quanto gli uffici del Giudice per le indagini preliminare per esaminare la posizione di cinquecento persone? E quanto è costato allo Stato?  Con una spesa media di cinquemila euro per ogni indiziato, successivamente assolto, si arriva a quasi tre milioni di euro. Tempo e fondi sottratti alla Giustizia! Un processo così ha causato più prescrizioni di mille riforme Cartabia. Non ha portato giustizia ma ha conquistato le prime pagine.  E la vicenda Cesa, il segretario nazionale dell’UDC coinvolto in una vicenda di mafia? E la messa in stato di accusa di un ex presidente della Giunta regionale calabrese confinato in Sila come ai tempi del fascismo, rinviato a giudizio e poi completamente scagionato perché – secondo la Cassazione-vittima “d’un pregiudizio accusatorio” della procura di Catanzaro? Quanto lavoro è costato agli uffici giudiziari e quante spese a carico della pubblica amministrazione? Cosa sono più perniciosi all’impunità dei colpevoli le riforme o le avventure giudiziarie che portano notorietà ma non Giustizia? Cosa propone Gratteri? Lo ha detto chiaramente ieri alla Commissione Giustizia della Camera e nessuno ha avuto nulla da obiettare: un ritorno a prima del 1986. Quindi un ritorno ad un periodo in cui i reati erano molti di più che oggi, mafia e ndrangheta non trovavano argini nei “loro” territori. Nelle carceri dominava incontrastata la criminalità organizzata. Però durante quella che Gratteri considera “l’età dell’oro della giustizia” il potere dei PM era ancora maggiore perché non c’era neanche il filtro del GIP, e neppure la debole tutela del Tribunale della Libertà. Si registrava solo la crescita esponenziale della criminalità organizzata. Ma questo, secondo Gratteri, è roba di poco conto. Concludiamo: una stampa prona ed una politica inginocchiata non fanno certamente bene alla Giustizia ma neanche allo stesso Gratteri che sempre più viene risucchiato nel “personaggio” creato per fini contrari alla Giustizia. Avvertirlo può voler dire salvarlo.

La polemica. Riforma della giustizia, coro unanime: “Punire, punire, punire!”. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 21 Luglio 2021. Il professore Giuseppe Conte che annuncia il suo impegno per “scongiurare che non si creino soglie di impunità”: nel solito, inutile sforzo per sviluppare in modo annotabile le parole che gli si ingarbugliano nel gozzo, è ovvio che voleva dire “per scongiurare che si creino”. E l’intendimento è lo stesso che con più nitore ma identico stampo demagogico-forcaiolo professa il segretario del Pd, Enrico Letta, il quale giusto qualche giorno fa rivendicava il dovere del suo partito di non concedere nulla al maligno genuino del Paese, l’impunitismo. Guardare dall’altra parte, e cioè a destra (sempre che il neo-mezzo-capo dei 5Stelle non sia già destra di suo), significa rimirare allo specchio la medesima impostazione: se là occorre impedire l’impunità, qui occorre assicurare che si punisca, che sono due modi per dire esattamente la stessa cosa. Non so se è abbastanza per concludere che se due parti dicono la stessa cosa, per quanto con differente grado di grammaticatura, allora sono la stessa cosa: ma sicuramente è abbastanza per dire che l’abolizionismo carcerario di noi pochi infelici incontra a destra e a manca ragioni di resistenza assai simili. Riaffermare, o anche solo insinuare, il principio che a urtare le fondamenta civili è lo stesso concetto di “pena”, risuona semplicemente a mo’ di bestemmia se da una parte e dall’altra ci si impegna senza perplessità in quell’apostolato della primazia punitiva, e del presunto dovere politico di scongiurarne non si dice la revoca ma persino l’attenuazione. Punire o evitare che non si punisca disegnano il perimetro esclusivo in cui si consorziano due concezioni perfettamente fungibili: l’una e l’altra, appunto, associate a escludere l’ipotesi alternativa, e cioè che “punire” non bisogna mai, punire non bisogna nessuno, perché punire è sempre ingiusto. Iuri Maria Prado

E' donna e liberal, fermatela! Travaglio guida i nuovi fascisti contro la Cartabia: cacciatela, difende ladri e mafiosi! Piero Sansonetti su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Marco Travaglio, mi dicono quelli che lo conoscono, in questi giorni è sull’orlo della disperazione. Non sa più dove sbattere la testa. Lui fino a qualche mese fa era certo, e lo diceva sempre alla La Sette, che Draghi non avrebbe mai accettato di fare il presidente del Consiglio. E quindi Conte sarebbe durato in eterno, e dal momento che Conte non è molto esperto, e sul piano politico è considerato zero anche dai suoi amici, lui, Travaglio, avrebbe potuto continuare a fare il bello e il cattivo tempo, infischiandosene dell’opposizione e indicandola quotidianamente al pubblico ludibrio. Poi è arrivata la mazzata. Draghi ha accettato. Ha spiegato che non avrebbe accolto i diktat eventuali dei partiti. Ha messo in un angolino i grillini, ha scelto i ministri di testa sua e, oltretutto, ne ha messi due o tre di qualità eccellenti in alcuni ministeri chiave. Il caso ha voluto che la più prestigiosa dei nuovi ministri fosse una donna: Marta Cartabia, giurista molto insigne, ex presidente della Corte Costituzionale, stimatissima nel mondo accademico e conosciuta e apprezzata in tutt’Europa. È toccato a lei prendere il posto di un ragazzo di bottega di qualche studio di avvocati, un certo Bonafede, esperto soprattutto, dicono le biografie, come dj. Avvezzo poco al diritto, di più al potere, come succede, del resto, a moltissimi dei ragazzi a Cinque Stelle. Travaglio non ci ha visto più: non solo al ministero della Giustizia – che è il ministero che più gli interessa, perché bisogna passare da lì per realizzare qualunque programma di repressione di massa. Con colori bulgari o cileni, (vecchia Bulgaria e vecchio Cile…) – hanno messo una persona che conosce molto bene il diritto e la giurisprudenza, e questo rende molto difficile ogni programma reazionario. Ma per di più ci hanno messo una donna, e le donne sapete come sono: debolucce, fragili, isteriche e subalterne. E così Travaglio, visti i suoi disegni politici finiti in frantumi, ha iniziato una campagna battente non solo contro Draghi ma in particolare contro la Cartabia. Tirandosi dietro un bel pezzo del partito dei Pm, quasi tutti i giornalisti esperti in giudiziaria (cioè quelli che dipendono direttamente dalle Procure) e poi Di Battista e qualche altro ragazzetto dei 5 Stelle. Anche Conte gli è andato appresso, però mica tanto, perché dicono che Conte ogni volta che vede Draghi poi si intimidisce, lo chiama professore, e non se la sente tanto di andargli contro. Prima Travaglio ha fatto partire la raffica di insulti sessisti, affibbiando alla Cartabia nomignoli vari, come fa lui (è un tipo di polemica ereditato dal suo maestro: un certo Farinacci…), tra i quali quello molto elegante di “guardagingilli”. Poi ha pubblicato un giorno dopo l’altro, in prima pagina, fotomontaggi con Cartabia (e anche Draghi) che portano il cappello da somaro con le orecchie d’asino. (Devo dire che una cosa del genere la feci anch’io, qualche anno fa, quando insieme ad alcuni amichetti dell’epoca redigevamo il giornalino scolastico della terza media. Era il 1963). E dietro le urla di Travaglio si sono schierati un bel po’ di magistrati. Ieri, in prima pagina, il “Fatto”, sotto la solita foto con la ministra e le orecchie d’asino, pubblicava questi due titoli: “I magistrati di Napoli la umiliano. Gratteri: mai più maxiprocessi”. e poi, un altro bel titolo: “Alessandra Dolci: impuniti i delitti di mafia”. Non credo che la ministra Cartabia si sia sentita molto umiliata da Gratteri. Forse ha sofferto, piuttosto, per dover rispondere del massacro osceno nel carcere di Capua Vetere commesso e nascosto sotto il ministro Bonafede. Del quale il mio amico Marco si è occupato molto poco. Quanto al maxiprocesso di Gratteri ci sono da dire un paio di cose. Il mondo intero ritiene – perché i giornali hanno dato retta a Gratteri stesso – che si tratti del più gigantesco processo alla mafia dai tempi di Falcone. Forse sarà il caso di far notare un dettaglio: nel processo non c’è neanche una imputazione per omicidio, o per ferimento. Nel processo guidato da Falcone gli omicidi erano diverse centinaia. Capiamoci bene: mafia, mafia, mafia, falcone falcone, falcone. Dicono così per farsi belli. Non confondiamo le cose. Gratteri ha fatto una retata di circa 400 persone accusate di reati finanziari e tutto lascia immaginare che più della metà saranno assolti. Cosa diavolo c’entra questa pura operazione di propaganda con il processo di Falcone che tagliò la testa a Cosa Nostra? Infine Alessandra Dolci, che non so esattamente chi sia, la quale dice che saranno impuniti i delitti di mafia. Ecco: non è vero. I delitti di mafia (immagino che stiamo parlando di omicidi) non sono prescrivibili.

P.S. Spesso qualcuno mi contesta l’uso che faccio della parola “fascista”. Mi chiedono: perché scrivi sempre “fascista” e non scrivi “comunista”? Perché vieni dal Pci? No. Per due ragioni semplici. La prima è che in Italia non c’è mai stata una dittatura comunista e invece c’è stata una dittatura fascista. Se fossi ungherese o russo o polacco, sicuramente scriverei “comunista”. La seconda ragione è che per formazione culturale e attitudini i 5 stelle assomigliano molto di più ai nipotini di Mussolini e Farinacci che a quelli di Stalin e Secchia. Lo dico senza malizia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Dagospia il 26 luglio 2021. "DRAGHI È UN FIGLIO DI PAPÀ, UN CURRICULUM AMBULANTE, CHE NON CAPISCE UN CAZZO NÉ DI GIUSTIZIA, NÉ DI SOCIALE, NÉ DI SANITÀ" - MARCO TRAVAGLIO RIVERSA LA SUA BILE SU SUPERMARIO ALLA FESTA DI "ARTICOLO UNO" (E IL PUBBLICO DE' SINISTRA APPLAUDE): "CI HANNO RACCONTATO CHE È COMPETENTE ANCHE IN MATERIA DI SANITÀ, DI GIUSTIZIA, DI VACCINI. MA NON ESISTE L'ONNISCIENZA O LA SCIENZA INFUSA. E NON HA NEANCHE L'UMILTÀ. PERCHÉ A FURIA DI LEGGERE CHE È COMPETENTE SU TUTTI I RAMI DELLO SCIBILE…"

Intervento di Marco Travaglio alla festa di "Articolo Uno - MDP". Voi capite per quali il motivo per cui sono popolari si dice populisti. Popolare è un pregio, populista è un difetto. E' per quello che l'hanno buttato giù. Poi non è che non hanno fatto degli errori. Secondo me li hanno fatti e nel libro li ho elencati. Ma non li hanno mandati via per i loro errori ma per i loro meriti. E hanno messo al loro posto l'esatta antitesi. Che è un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini. Mentre, mi spiace dirlo, non capisce un cazzo! (applausi della platea di Leu) Né di giustizia, né di sociale, né di sanità. Capisce di finanza ma non esiste l'onniscienza o la scienza infusa. E non ha neanche l'umiltà. Perché a furia di leggere che è competente su tutti i rami dello scibile…

Twitter. Vincenzo Manzo: Stasera alla festa di @articoloUnoMDP, Marco Travaglio ha definito Mario Draghi: “figlio di papà che non capisce un cazzo”. Ecco Mario Draghi il nostro Presidente del Consiglio è rimasto orfano all’età di 14 anni. Lo stato del giornalismo italiano #Travaglio #vergogna 

DA ansa.it il 23 luglio 2021. Appreso l'esito del sorteggio dei tabelloni del judo, in cui nella categoria dei 73 kg avrebbe quasi sicuramente dovuto affrontare, nel secondo turno, un avversario israeliano, Tohar Butbul, l'algerino Fethi Nourine ha annunciato che si ritira dai Giochi di Tokyo. Lo ha poi confermato il suo tecnico Amar Ben Yekhlef. "Non abbiamo avuto fortuna con il sorteggio - il commento di Yekhlef -. Il nostro judoka Fethi Nourine avrebbe dovuto affrontare un avversario israeliano, e questo è il motivo del suo forfait. Abbiamo preso la decisione giusta".

Federico Capurso per "la Stampa" il 27 luglio 2021. Difficile dire che la carriera di Mario Draghi sia stata favorita dalla sua famiglia. La salita, anzi, inizia quasi subito. La madre è farmacista, il padre lavora in Banca d'Italia, e questo gli evita di vivere un'infanzia segnata dal disastro economico dell'Italia del dopoguerra. Cresce nel quartiere romano dell'Eur, tra i grandi viali alberati e i palazzi bianchi di travertino, simboli del razionalismo fascista, insieme al fratello Marcello e alla sorella Andreina, di poco più giovani di lui. E con loro, viene mandato a studiare già dalle elementari nel vicino istituto dei gesuiti Massimiliano Massimo, dove resterà fino al diploma. Ben presto l'istituto gesuita diventa quasi una seconda casa e quell'ambiente lo aiuterà - per quanto possibile - a fronteggiare la perdita del padre a 15 anni e, quattro anni più tardi, quella della madre. «Il fatto di cui mio padre stesso era preoccupato - ricorda Draghi - era che lui fosse nato nel 1895. Ho avuto il privilegio di confrontarmi con una persona che veniva da una generazione lontana, ma non è durato a lungo». I drammi Due avvenimenti dilanianti, eppure «i giovani sono così - prova a raccontarsi oggi Draghi, schermendosi -, reagiscono d'istinto alle avversità, e a quello che gli succede si oppongono senza bisogno di pensarci. Questa capacità li salva dalla depressione, anche in situazioni difficili». Perdere il padre in una famiglia degli anni Sessanta è una questione anche più seria di quanto non lo sia oggi. La zia aiuterà la madre con i fratelli più piccoli, ma la figura del capofamiglia è ancora un'istituzione legata indissolubilmente alla figura maschile. Sulle sue spalle gravano così responsabilità che stravolgono ogni spensieratezza e l'attuale premier ne offre un esempio, in uno dei rari scorci di quel dramma che la sua riservatezza non ha tenuto oscurato: «Ricordo che a sedici anni, al rientro da una vacanza al mare con un amico, lui poteva fare quello che voleva, io invece trovai a casa ad aspettarmi un cumulo di corrispondenza e di bollette da pagare». Ad aspettarlo una volta tornato dalle vacanze estive, ogni anno, c'è anche il preside dell'istituto Massimo, padre Franco Rozzi. Una figura «di autorità indiscussa», come lo descrive lo stesso Draghi, a cui il futuro presidente della Bce si legherà con forza: «Erano anni in cui si passava molto tempo a scuola. Gli incontri con padre Rozzi erano frequenti, da quelli con contenuti prevalentemente disciplinari - purtroppo frequenti nel mio caso - a quelli in cui voleva essere informato dell'andamento scolastico». Il suo messaggio educativo, riconosce Draghi, «ha inciso in profondità. Diceva che la responsabilità di compiere al meglio il proprio dovere non è solo individuale, ma sociale; non solo terrena, ma spirituale». Gli anni dello studio Ci sono anche i compagni di scuola, come Luca Cordero di Montezemolo che ne tratteggia un profilo da studente modello: «Non era mai spettinato, mai trasandato. Seduti nei banchi dietro il suo, noi cercavamo di trovare almeno un dettaglio fuori posto nei suoi capelli o nei vestiti, ma lui era sempre impeccabile e curatissimo». A Draghi, però, non piace la descrizione da secchione: «Non mi sono mai considerato il migliore. Andavo a scuola perché mi ci mandavano». L'educazione gesuita segna la formazione di Draghi. L'insegnamento inculcato nelle ore di studio e di preghiera, che ancora oggi ricorda, è che «le cose andavano fatte al meglio delle proprie possibilità, che l'onestà era importante e soprattutto che tutti noi in qualche modo eravamo speciali. Non tanto perché andassimo al "Massimo", ma speciali come persone umane». Una volta uscito dall'istituto, si iscrive all'università La Sapienza. E la scelta della facoltà è semplice: «Quando da piccolo tornavo a casa da scuola, la sera, con mio padre parlavamo spesso di argomenti economici. Sapevo già cosa volevo studiare all'università». In quegli anni, l'Italia è scossa dalle sollevazioni studentesche del '68. Draghi porta i capelli più lunghi di quanto non fossero al liceo, «ma non troppo», puntualizza lui tra il serio e il faceto. E comunque, aggiunge, «non avevo genitori a cui ribellarmi». Studia, invece, per laurearsi nel 1970 sotto la guida dell'economista keynesiano Federico Caffè con una tesi intitolata "Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio". Arrivano subito delle offerte di lavoro, ma dal legame con Caffè, che ne coglie le potenzialità, nasce l'opportunità di un dottorato negli Usa, su invito del professor Franco Modigliani, al prestigioso Mit di Boston, dove si trasferisce con la moglie. Il problema è che la borsa di studio copre solo la retta e l'affitto: «Per fortuna però il Mit aiutava gli studenti con incarichi di insegnamento pagati - ricorda Draghi -. Più avanti, dopo la nascita di mia figlia, trovai lavoro in una società informatica a settanta chilometri da Boston». E da lì, solo da lì, la strada inizia a essere in discesa.

Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 27 luglio 2021. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. L'altra sera ho accolto l'invito alla festa di Articolo 1 e, intervistato da Chiara Geloni, ho risposto addirittura alle sue domande. E il pubblico ha osato financo applaudire. Apriti cielo. La Lega ha chiesto le dimissioni di Speranza (giuro), il quale ha dovuto precisare che, quando parlo io, non è lui che parla (ri-giuro). Una domanda riguardava una frase di Speranza sull'estrazione sociale dei ministri del Conte-2, quasi tutti figli del popolo, diversamente da quelli che contano nel governo Draghi: tutti figli di papà, cioè del solito establishment, a cominciare dal premier, rampollo di un dirigente di Bankitalia, Bnl e Iri. La consueta combriccola di spostati, falliti e leccapiedi che bivacca sui social ne ha dedotto che ho offeso la memoria dei suoi genitori prematuramente scomparsi, dunque secondo Rep avrei fatto "una gaffe". Per dire com'è messa questa gente. Un'altra domanda riguardava la diceria, molto in voga fra i leccadraghi, sui Migliori discesi dall'empireo per salvarci dal "fallimento della politica". Siccome dissentivo, pensando che fosse ancora lecito, ho ricordato qualche "Migliore": Brunetta, Gelmini, Cingolani, Cartabia. E ho aggiunto che Draghi è un ex banchiere esperto di finanza, ma non ha la scienza infusa e i suoi atti dimostrano che non capisce una mazza di giustizia (solo ora lui e la Cartabia scoprono cosa c'è scritto nella loro "riforma" e quali catastrofi ne seguiranno), di politiche sociali (licenziamenti subito, nuova Cig chissà quando, Fornero consulente) e di sanità. Uno che fa un decreto per obbligare gli psicologi a vaccinarsi, pena il divieto di esercitare, e poi li cazzia perché si vaccinano; uno che sospende Astrazeneca mentre Ema e Aifa dicono che è sicuro e tre giorni dopo revoca la sospensione perché Ema e Aifa ri-dicono che è sicuro; uno che si fa la prima dose con AZ, prescrive il richiamo omologo per gli over 60 e poi, a 73 anni, si fa l'eterologo perché "ho gli anticorpi bassi" (in base a un test che gli scienziati ritengono farlocco); uno che vieta per decreto gli assembramenti e poi, previa trattativa Stato-Bonucci, autorizzai calciatori a violare il suo decreto con un mega-assembramento perché "con quella Coppa possono fare ciò che vogliono"; uno che pensa di convincere i No Vax a vaccinarsi dando loro degli assassini; ecco, uno così non mi pareva un grande esperto di vaccini. Ma l'unanime sdegno per la duplice lesa maestà, manco avessi detto "figlio di Tiziano", mi ha fatto ricredere: Egli è onnisciente e, a dispetto delle biografie, non è nato ai Parioli, ma a Betlemme, in una mangiatoia. 

LE FARNETICAZIONI DI MARCO TRAVAGLIO CONTRO IL PREMIER MARIO DRAGHI. Il Corriere del Giorno il 27 Luglio 2021. Matteo Renzi si sofferma soprattutto sulla definizione di “figlio di papà”: “Le parole offensive e deliranti di Marco Travaglio su Draghi, orfano di padre all’età di 15 anni, dimostrano come il direttore del Fatto Quotidiano sia semplicemente un uomo vergognoso”, spiega l’ex premier su Facebook. L’oggetto della polemica è stato un passaggio in cui Travaglio dal palco della festa di Articolo Uno a Bologna difende il precedente Governo e Giuseppe Conte. Parte dalla premessa che anche loro hanno commesso degli errori. E che lui li ha sempre elencati. Poi dice: “Non li hanno mandati via per i loro errori. Li hanno mandati via per i loro meriti. E hanno messo al loro posto l’esatta antitesi. Un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di giustizia, sanità, vaccini. Ma, mentre, mi dispiace dirlo non capisce un cazzo di giustizia, sanità o sociale. Capisce di finanza”. La definizione “Un figlio di papà” usata da Marco Travaglio per definire Mario Draghi ha scatenato un fuoco di polemiche che finisce per dividere la maggioranza. Il senatore Pd Andrea Marcucci sottolinea il passaggio in cui Travaglio definisce Draghi “un curriculum ambulante”: “Draghi non deve certo vergognarsi del suo curriculum, della sua competenza e della sua storia familiare.  A vergognarsi deve essere il solito Travaglio, che ha usato parole indegne”. Draghi, come scrive Aldo Cazzullo, infatti “a 15 anni ha perso il padre, Carlo, uomo di incarichi pubblici: in Bankitalia, liquidatore con Donato Menichella della Banca di Sconto, in Bnl nel dopoguerra. Poco dopo è mancata anche la madre. Draghi ha dovuto fare il capofamiglia, prendersi cura dei fratelli minori: Andreina, la storica dell’arte che nel 1999 ha scoperto a Roma un ciclo di affreschi medievali nel complesso dei Santi Quattro Coronati; e Marcello, oggi piccolo imprenditore”. Matteo Renzi si sofferma soprattutto sulla definizione di “figlio di papà”: “Le parole offensive e deliranti di Marco Travaglio su Draghi, orfano di padre all’età di 15 anni, dimostrano come il direttore del Fatto Quotidiano sia semplicemente un uomo vergognoso”, spiega l’ex premier su Facebook. Il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, invita il ministro Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, a prendere le distanze da Travaglio. “Le scuse di Travaglio non arriveranno mai, ma una cosa è leggere le volgarità sul suo giornale, che è già dura prova di resistenza umana, altra cosa è ascoltare queste parole dal palco di un partito che sta al governo proprio con Draghi e ciò – sottolinea Faraone – è francamente inaccettabile. Per non dire disgustoso. Forse le scuse dovrebbero arrivare proprio da chi siede accanto al presidente del Consiglio”. Un appello che Speranza raccoglie poco dopo: “L’uscita di Marco Travaglio sul presidente del Consiglio Mario Draghi è infelice e non rappresenta certo il punto di vista di Articolo Uno che sostiene convintamente la sua azione di governo”. Alcuni esponenti di Articolo Uno, però, sui social, hanno puntualizzato che negli spazi di dibattito è lecito esprimere il proprio pensiero. “Travaglio ha presentato un libro con il suo punto di vista, non diciamo a nessuno cosa dire e non dire”, ha ricordato Arturo Scotto. Per la Lega la precisazione del ministro non basta. “La presa di distanze di Speranza dai pesantissimi insulti rivolti da Travaglio a Draghi è quasi peggio degli insulti stessi. Domandiamo a Speranza che senso abbia stare al governo se i suoi applaudono convinti agli insulti del direttore del Fatto. Si dimetta”, ha commentato il vice segretario della Lega Lorenzo Fontana. La Lega attacca per bocca dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo: “È vergognoso che la platea di un partito di governo applauda apertamente un giornalista che insulta beceramente e volgarmente Mario Draghi. Travaglio si vergogni per le sue parole e lo stesso Speranza dovrebbe quantomeno riflettere sul suo ruolo. A questo punto infatti Articolo Uno decida se sostenere il governo oppure no”. Travaglio in serata è stato contattato dall’ agenzia ADN KRONOS per commentare le critiche e le aspre polemiche sollevate sui social, dopo l’epiteto di “figlio di papà” affibbiato al premier Mario Draghi? “Non me ne frega niente” è stata la squallida risposta di Marco Travaglio, direttore del ‘Fatto Quotidiano‘, che poi chiosa: “Come diceva Arthur Bloch, non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza…“ E non, caro Travaglio in questo caso la gente sa riconoscere il perfetto idiota, che non è sicuramente il premier Draghi, ma bensì un “montato” che lavora e mangia grazie ai soldi ricevuti in prestito con la garanzia fidejussioria del Governo Italiano.

Dagospia il 27 luglio 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Travaglio ha sbagliato due volte, la prima a definire Draghi figlio di papà la seconda, come ha spiegato Chiara Geloni che lo intervistava, “nel volerlo confrontare con l’estrazione di Conte”. Ecco, Conte è passato in quattro anni – e con quasi le stesse pubblicazioni – da cultore della materia a professore ordinario, secondo i peggiori schemi non meritocratici dell’università italiana: se la scelta è tra figli di papà e figliocci di baroni non si sa di che morte morire! Quanto ai giornalisti indignati, che di parentele se ne intendono, vale il detto latino: Aut tace aut loquere meliora silentio: vero Francesco Merlo (che lavoro fa suo nipote?), vero Chiara Geloni (che lavoro faceva suo padre? L’operatore ecologico?) Lettera firmata

Da “la Repubblica” il 27 luglio 2021. Caro Merlo, «Mario Draghi è un figlio di papà che non capisce un cazzo di sanità, di sociale, di vaccini». Marco Travaglio, che partì dal vaffa di Grillo, ogni giorno supera un limite. Giorgio Villano - Milano

Il turpiloquio e l'insulto, che di Marco Travaglio sono il codice abituale di caricatura e di sbraco, sono segni di debolezza e non di forza, scorciatoie del pensiero per mancanza di argomenti, una prosa torva che, ha ragione caro Villano, ha perso anche la misura della dismisura lessicale degli esordi, quella del vaffa. È però pensiero comico-confusionale quel «figlio di papà» a un uomo di 73 anni che ha perso il padre quando ne aveva 15 e la mamma quando ne aveva 16, e tuttavia ha fatto la carriera che tutti sappiamo, non al Circolo Canottieri. Figli di papà sono i giovinastri che vivono di rendita e di cognome. I primi che mi vengono in mente sono Davide Casaleggio e Ciro Grillo. E potrei continuare. 

Travaglio non si scusa: nuovi insulti a Draghi. Luca Sablone il 27 Luglio 2021 su Il Giornale. Il direttore del Fatto rincara la dose: "Non capisce una mazza né di giustizia né di sanità, ma lui è onnisciente". E fa pure il simpatico: "È nato a Betlemme in una mangiatoia". Evidentemente Marco Travaglio non è sazio e ci tiene a punzecchiare costantemente il lavoro svolto da Mario Draghi e da molti ministri della squadra di governo. Le critiche e i dissensi sono ovviamente leciti e legittimi, ci mancherebbe. Ma nelle scorse ore il direttore de Il Fatto Quotidiano si è spinto oltre e ha definito il presidente del Consiglio "un figlio di papà", ignorando forse che è rimasto orfano sia di padre sia di madre in giovanissima età. Le considerazioni si sono fatte poi pesanti, accusando il capo dell'esecutivo di non capire "un c... né di giustizia, né di sociale, né di sanità". E adesso il giornalista ha voluto rincarare la dose, non facendo mezzo passo indietro e utilizzando anzi toni ironici per tentare di uscire fuori dalla bufera che ieri si è creata.

Travaglio rincara la dose. Così Travaglio ha intitolato il suo pezzo di oggi "Il piccolo fiammiferaio", commentando le reazioni politiche scaturite in queste ore. "Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa", è stato l'esordio del suo articolo. Il direttore del Fatto ha ricostruito il tutto: ha accettato l'invito a intervenire alla festa di Articolo uno, ha risposto alle domande di Chiara Geloni e ha ricevuto applausi dalla platea presente dopo le parole al veleno verso Draghi. Oggi ha rivendicato quanto detto in precedenza: i ministri di questo governo sono "tutti figli di papà, cioè del solito establishment, a cominciare dal premier, rampollo di un dirigente di Bankitalia, Bnl e Iri". E ha additato la "consueta combriccola di spostati, falliti e leccapiedi che bivacca sui social" di aver travisato il senso del suo discorso e di averlo interpretato come un insulto alla memoria dei suoi genitori prematuramente scomparsi.

"Adesso si dimetta". Scoppia la bufera su Speranza. Il giornalista ha voluto nuovamente ribadire che il presidente del Consiglio "è un ex banchiere esperto di finanza", ma che "non capisce una mazza di giustizia, di giustizia sociale e di sanità". Travaglio ha portato a sostegno della sua tesi esempi come il compromesso sulla riforma della giustizia, lo sblocco dei licenziamenti e il ritorno della Fornero. Poi ha fatto il simpatico e ha scritto che l'unanime sdegno per la duplice lesa maestà lo ha fatto ricredere: "Egli è onnisciente e, a dispetto delle biografie, non è nato ai Parioli, ma a Betlemme, in una mangiatoia".

"Non è esperto di vaccini". Travaglio ritiene che Draghi non sia un "grande esperto di vaccini". È probabile che il giornalista senta la mancanza dell'era targata Giuseppe Conte e Domenico Arcuri, ma ora deve farsene una ragione: a Palazzo Chigi c'è Mario Draghi e a gestire la campagna di vaccinazione c'è il Generale Francesco Paolo Figliuolo. Sono diverse le accuse mosse nei confronti del premier: il decreto per obbligare gli psicologi a vaccinarsi "e poi li cazzia perché si vaccinano"; il divieto di assembramento "e poi, previa trattativa Stato-Bonucci, autorizza i calciatori a violare il suo decreto con un mega-assembramento"; il tentativo di convincere gli italiani a vaccinarsi "dando loro degli assassini".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dalla politica allo sport. Ma sempre con il Milan che scorre nelle vene. Incessante predilezione per la cronaca in tutte le sue sfaccettature: armato sempre di pazienza, fonti, cellulare, caricabatterie e… PC.

Da liberoquotidiano.it il 27 luglio 2021. Tweet muto di Guido Crosetto. In effetti non servono parole. Il "fratello d'Italia" ha pubblicato una foto di Gad Lerner della rivista Oggi in cui è in vacanza con Carlo De Benedetti e rispettive consorti. Più sotto c'è il cinguettio di Gad Lerner in difesa di Marco Travaglio che domenica sera 25 luglio, durante la festa di Articolo Uno a Bologna ha insultato il premier Mario Draghi, un "figlio di papà" che, testuale, "non capisce un c***o". E chissenefrega se è orfano dall'età di 15 anni e se ha il curriculum che ha. Tant'è. Gad Lerner ha scritto un post che recita così: "Che Mario Draghi abbia un profilo tecnocratico-padronale è all'evidenza di tutti. E risalta nello zelo degli adulatori di ogni risma che si fingono indignati con Marco Travaglio. Li ringrazio perché oggi mi fanno sentire ancor più contento di scrivere sul Fatto quotidiano". No comment, verrebbe da dire. Ma il popolo social commenta eccome. "La sinistra da scarpe amatoriale fatte a mano da pseudo operai sottopagati ahhh con Rolex al polso su camicia... La sinistra da Unità in tasca la domenica, dove è?", scrive uno. "Avere un profilo tecnocrate padronale é uno dei pochi modi per governare con una classe politica impreparata, inetta, scialacquatrice di denaro pubblico, ignorante, che pensa solo nel breve periodo e al collegio elettorale", aggiunge un altro. "Comunisti col rolex", si legge ancora. Insomma, Travaglio sbaglia e Gad Lerner lo difende. "Un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo sarebbe competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini eccetera. Invece mi dispiace dirlo che non capisce un c***o, né di giustizia né di sociale né di sanità. Capisce di finanza ma non ha la scienza infusa. E non ha neanche l'umiltà", aveva attaccato il direttore del Fatto. Secondo il quale era meglio, manco a dirlo, Giuseppe Conte. Per Lerner, ovviamente, ha ragione.

Intellettuali e politici inghiottiti dal travaglismo. Travaglio e Scanzi sono diventati gli oracoli di una sinistra sciagurata. Michele Prospero su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Più che i liquami di Travaglio, che piovono senza fermarsi mai e tornano sempre in faccia al mittente, conta il luogo in cui le parole contro Draghi che “non capisce un cazzo perché è figlio di papà (Draghi è rimasto orfano da ragazzino, ndr)” sono state pronunciate. Che “Articolo uno” trasformi la sua festa bolognese in una passerella di Travaglio, Scanzi è un piccolo evento che dimostra come un’area politica un tempo rilevante sia ormai perduta alla prospettiva di una sinistra autonoma. Quel materiale grigiastro che il Fatto riversa contro Mattarella, Cartabia, Draghi è da tutti annusato come maleodorante e però che il movimento di D’Alema e Bersani decida di affidare il posto d’onore proprio al foglio della rivolta anti-sistema è un accadimento politico. Questa volta la massiccia campagna dei giornali più vicini ai (contro)poteri politico-giudiziari dovrebbe sortire come effetto non già l’alterazione degli equilibri politico-elettorali (come è accaduto in passato quando proprio Bersani fu indotto anche dalle “inchieste” del Fatto alla non-vittoria) ma l’aggregazione subalterna del Pd e dei vari cespugli nello schieramento a traino di Conte. La tenaglia che stringe il Pd è troppo forte perché sia spezzata da un partito così fragile nella cultura politica. E poi proprio quei settori prima interni al Pd e ora a lato di esso, che in nome dell’autonomia della politica si mostravano in passato refrattari a forme di giustizialismo antipolitico, ora si ritrovano in prima fila nel guidare la confluenza strategica della fu sinistra sotto la leadership di Conte. Del resto i toni del dibattito politico sono accesi sino all’inverosimile. Uno studioso del mondo classico come Luciano Canfora non ha remore critico-filologiche ad accostare Draghi al dispotismo di Stalin e alla sua “concentrazione di potere assoluto, monarchico”. A suo dire, questo insopportabile autocrate contemporaneo oggi arbitrariamente al governo in Italia, “potrebbe pensare di sistemare la Cartabia al Quirinale e tenersi palazzo Chigi. O fare l’inverso”. Il potere si configura come una cosa, un pacco postale da piazzare, un oggetto da spostare, un bene da dare in affidamento. Uno scolaro di Rodotà, il giurista Ugo Mattei, si sente a casa propria sotto le bandiere di Forza Nuova perché bisogna insorgere contro “le verità di sistema” e quindi contro il governo Draghi che è “la quintessenza di una visione autoritaria e ricattatoria del potere tecnocratico”. Questo accade nella élite intellettuale della sinistra. E nel popolo? Sembra che le invettive di Travaglio contro “Draghi figlio di papà” siano state accolte, tra qualche timido mugugno, con una ovazione delle persone presenti. Aristotele scriveva che l’essenza della retorica si racchiude sempre nella questione del destinatario. E il pubblico che reagisce con gesti di grande approvazione alle metafore di Travaglio rivela come sia degradato lo stato della cultura politica di massa. Se si aggiungono anche le incredibili proteste di Landini sull’obbligo di vaccino, e quindi contro la tutela pubblica della salute operaia in fabbrica, si ha la percezione di uno sviamento preoccupante della sinistra politica e sociale. Se attorno alla tregua tecnica, che ridisegna le condizioni della ripartenza del meccanismo capitalistico da trent’anni inceppato, il sistema dei partiti è lasciato al suo stato di fluidità non ci sono concrete speranze: rispetto alle flebili istanze di una ragione impotente, il populismo coltiva passioni e anche regressioni più forti. E facendo leva su pulsioni elementari esso è capace di riacquistare baldanza dopo l’illusione di un accantonamento momentaneo della fuga nella irrazionalità. Alla ricerca di un Conte perduto, e con la volontà di potenza raccolta nel tavolino attrezzato davanti a Palazzo Chigi nel giorno dell’abbandono, i partiti di centro-sinistra non tengono in considerazione la sola verità che Grillo ha sinora pronunciato e cioè che l’avvocato è un assoluto nulla. Il Pd e i suoi satelliti sono rassegnati a prendere una vacanza sudamericana (sussidi nella decrescita, ozio creativo nella de-industrializzazione, giustizialismo) e non sono in grado di costruire un supporto politico indispensabile a Draghi che procede con risolutezza ma senza una organica forza coalizionale. Il segretario venuto da Parigi non ha la capacità, e neppure l’intenzione, di fare da regista alla definizione di un nuovo centro-sinistra che assuma proprio l’opera di Draghi come fondativa. Vaga senza un progetto dietro un Conte disarcionato e da tempo mostra preoccupanti segni di irrilevanza. Tutto diventa palpabile quando con il tempo affiora l’inconsistenza di tutte le sue proposte che si dileguano perdendosi nel chiacchiericcio di un tweet. ll Pd e i suoi cespugli, inghiottiti dalla (anti) politica-rancore di Conte, sono destinati alla celere marginalizzazione. Non hanno la forza e il pensiero per riprogettare le funzioni dei soggetti della politica dopo la discontinuità qualitativa che Draghi ha immesso nella vicenda politica, sociale e istituzionale. Questo è un vuoto che per la prima volta si presenta in forme così eclatanti. Fa tristezza la notizia di una sinistra sia pure minore che pende dall’oracolo di Travaglio. Michele Prospero 

La polemica. Marco, che Travaglio: il figlio di papà divide a metà la rete. Piero de Cindio su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Marco Travaglio ne combina una nuova accusando il Premier Draghi di essere un figlio di papà. Peccato però che la rete ha impiegato poco nello scoprire che l’ex presidente della BCE sia orfano dalla tenera età adolescenziale. Tanti i commenti indignati verso il direttore del Fatto, a cui però sono giunti in soccorso il conduttore Luca Telese ed il Professore Tommaso Montanari che hanno provato a giustificare la dichiarazione che ha destato molto scalpore. A fare da contorno a tutto il resto è certamente il fatto che le parole offensive di Travaglio nei riguardi del Premier e della sua famiglia benestante sono arrivate dal palco della festa di Articolo 1 dove un imbarazzato ministro Speranza ha dovuto prendere le distanze dall’invitato scomodo. Nel giro di poche ore, il data journalist Livio Varriale ha analizzato 18.409 tweets che hanno imperversato sul social del cinguettio ed il risultato dell’indignazione non sarebbe così scontato.

Top Tweets

“La dichiarazione di Travaglio è stata forte ed ha contribuito nel far parlare una festa anonima ed irrilevante giornalisticamente parlando come quella di Articolo 1” Esordisce l’autore della ricerca “Renzi ha avuto la sua occasione per andare addosso al suo nemico storico e sorprende anche la posizione di Lapo Elkann. Bene i giornalisti Ederoclide e Capone che hanno evidenziato il fatto che fosse rimasto orfano da quando era 14 enne”. 

Sentiment draghi

Dei Tweets analizzati tramite il sentiment, c’è però un dato che preoccupa e non poco e precisamente quello che il pubblico è nettamente indeciso se appoggiare uno o l’altro. “Le ragioni di Travaglio indignano, ma Draghi non riscuote la giusta considerazione dalla massa interessata alle questioni politiche. Sui 9.313 tweets analizzati contenenti la parola Draghi e figliodipapa, solo il 54,87 per cento è positivo, contro il 45 per cento di commenti che danno ragione a Travaglio. 

Travaglio Montanari Telese

Bisogna riconoscere a Travaglio che fuori dalle bolle di moderati, liberisti e amanti del politicamente corretto, c’è uno zoccolo duro che non apprezza Draghi e ne chiede le dimissioni. “certo è che il campione è ristretto al popolo dei social, ma analizzando bene la composizione, c’è una congiunzione di elettori della lega, Fratelli d’Italia e ovviamente nostalgici del Movimento Cinque Stelle che fu”. Sui 6.906 tweets che coinvolgono il tris degli “alternativi” Travaglio, Telese e Montanari, la massa social si è spaccata mostrando una leggera positività per le posizioni contro il premier. 

Articolo Uno

Nel mentre il pubblico si scontra sulle dichiarazioni di Travaglio, chi ne esce peggio di tutti, su un campione limitato di tweets che marginalmente hanno interessato, è Articolo 1. Travaglio è un ospite di successo per animare una festa, ma non il festeggiato. 

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

La gaffe alla festa di Articolo Uno. Travaglio si scaglia contro Draghi ma resta solo: Conte tace e "a mezzo Casalino" smentisce il Fatto. Claudia Fusani su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Gli ci vorrebbe un convento senza connessione wifi, “chiuderli” lì dentro tre giorni e chiarire con ciascuno, uno per uno dei 270 parlamentari 5 Stelle, cosa vogliono fare da grandi. E poi tirare la riga e scrivere il risultato, favorevoli o contrari. Avanti con Draghi o basta con Draghi. Gli ci vorrebbero tre giorni così a Giuseppe Conte per vedere di capirci qualcosa nel suo Movimento. Gli ci vorrebbe, anche, di chiarire bene i suoi rapporti con Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano: solo il giornale di riferimento o il direttore di quel giornale ne è anche la vera cabina di regia? Perché in entrambi i casi Conte deve chiarire il suo pensiero rispetto a quanto è uscito di bocca al direttore de Il Fatto domenica sera alla Festa di Articolo Uno: «Draghi è un figlio di papà che non capisce un cazzo». Che detto di un banchiere rimasto orfano di entrambi i genitori a vent’anni e che, cresciuto con gli zii, ha scalato prima Banca d’Italia e poi la Bce, è non solo informazione tecnicamente sbagliata (dunque grave che sia detta in pubblico) ma eticamente volgare, violenta, cattiva. Di sicuro Giuseppe Conte ha smentito il titolo de Il Fatto di domenica mattina: “O si cambia (la riforma della giustizia, ndr) o leviamo la fiducia”. Era ancora notte fonda quando Rocco Casalino ha scritto una nota per smentire tutto visto che «Conte non ha mai parlato». Ma certe smentite valgono più di altrettante conferme. È la settimana della verità (e quante ne abbiano contate in questi lunghissimi tre anni). Per il Movimento, soprattutto. La cartina di tornasole è la riforma del processo penale. Martedì 20 luglio sono piovuti sul tavolo mille e seicento emendamenti. Giovedì 22 Draghi ha chiesto al governo, ottenendola, la fiducia preventiva. L’arrivo del decreto è slittato dal 23 al 30 luglio. Tutti ad aspettare che i 5 Stelle trovino la giusta mediazione grazie alle doti maieutiche dell’avvocato di Volturana Appula Giuseppe Conte. Che deve produrre il non facile risultato entro questa settimana. Una delegazione sta trattando direttamente con la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ne fanno parte la sottosegretaria Anna Macina, vicina a Di Maio e da annoverare tra le “trattativiste”, e la capogruppo in Commissione Giulia Sarti, pasdaran della linea Bonafede, l’ex ministro che non ne vuole sapere di retrocedere di un millimetro rispetto alla sua riforma che non ha abbreviato di un solo giorno i processi (l’Europa ci chiede di ridurre i tempi del 25% rispetto a quelli attuali) e ha introdotto il “fine processo mai”, cioè la prescrizione bloccata. Conte a partire da domattina ha deciso di incontrare per tre giorni tutti i parlamentari divisi per tematiche (e commissioni) per provare a scogliere i tanti nodi che si sono creati in questi sette mesi di sostanziale anarchia all’interno del Movimento. Il non-detto che invece emergere di continuo è «uscire dalla maggioranza pur di difendere una pietra miliare del Movimento: la prescrizione Bonafede». Parcheggiato nel frattempo Grillo, si può dire che il Movimento segua una linea di frattura precisa. C’è la linea Travaglio per cui o tutto resta così com’è perché la riforma Cartabia «è una schiforma che manda al macero 150 mila processo tra cui anche quelli per mafia» oppure tanto vale uscire dal governo di uno che «non capisce un cazzo». Attenzione però: uscire dal governo non vuole dire chiudere la legislatura (punto su cui Travaglio si troverebbe solo) ma solo uscire e mandare avanti il governo Draghi che tanto i numeri li ha comunque. Sarebbe la pacchia suprema per Travaglio & soci: poter sparare ogni giorno a palle incatenate contro la maggioranza Pd-Forza Italia-Lega e responsabili vari. C’è poi la linea Di Maio e governisti dove il mantra è “mediare”. Anche ieri pomeriggio il ministro degli Esteri, che ha già avuto un ruolo chiave nel superamento della crisi Conte-Grillo, ha ribadito la strada da seguire. «Confido molto in Giuseppe Conte che ha la mia totale fiducia e dobbiamo lavorare tutti insieme per rafforzare la sua leadership. Sono certo che troverà una soluzione all’altezza delle nostre aspirazioni: evitare che i reati di mafia restino impuniti e restare uniti perché diversamente siamo più deboli». Quello del titolare della Farnesina è un appello contro le divisioni interne e le bandierine ideologiche. È evidente che la ministra Cartabia non vuole sacche di impunità meno che mai in quel territorio largo, fatto anche di microreati, dove ingrassano le mafie. Ed è altrettanto evidente che è propaganda attribuire alla riforma Cartabia simili conseguenze. Una settimana chiave. Ogni giorno la situazione si può sbloccare o saltare del tutto. Quella di ieri è sembrata ma non è una giornata persa. La Commissione Giustizia, che deve valutare gli emendamenti e dare un ordine ai lavori prima dell’aula, non ha nei fatti lavorato. Tutto rinviato a oggi. Anche la provocazione di Forza Italia che di fronte ai 1600 emendamenti ha chiesto di «allargare il perimetro di intervento della riforma alla ridefinizione del reato di abuso d’ufficio». Contro il quale, tra l’altro, sono scesi in piazza decine e decine di sindaci. La Trattativa, quella vera, però va avanti al ministero della Giustizia. La partita è in mano a Conte. E a Travaglio. Da cui l’ex premier non ha preso le distanze, mentre ha fatto infuriare Italia viva, spingendo a intervenire in modo forse un po’ troppo blando il ministro della Salute Roberto Speranza – alla cui festa di partito è accaduto il fattaccio – che ha bollato come “uscita infelice” quella del giornalista. Non lo ha fatto per niente il Movimento 5 Stelle: non una parola a tutela della sostanza e dell’immagine del Presidente del Consiglio. Meno che mai lo ha fatto Conte. E certi silenzi valgono più di mille di dichiarazioni su presunte mediazioni.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano tocca il fondo: Marta Cartabia come una babbea senza cervello, sfregio e insulto gratuito. Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Mamma mia che periodaccio per Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che continua a prendere metaforici ceffoni da Giuseppe Conte, il suo cocco e pupillo, che nel giro di pochi giorni lo ha smentito ben due volte. La prima, quando ha negato i virgolettati riportati dal Fatto sulla possibile apertura di una crisi di governo firmata M5s. La seconda, soltanto ieri, martedì 3 agosto, quando ha ammesso in un'intervista a La Stampa che i grillini, sulla riforma della giustizia, si sono fatti trovare "impreparati". Ossia sono stati sconfitti. Eppure Travaglio, sul Fatto in versione Agenzia Stefani, ci raccontava il trionfo del presunto avvocato del popolo su Mario Draghi e Marta Cartabia (ritratti entrambi con occhio nero). Pensate un po'... E insomma, un periodaccio brutto brutto. Mettiamoci anche la crisi senza fine del M5s, frantumato in aula e a picco nei sondaggi. Mettiamoci le possibili e imminenti espulsioni dal partito dei dissidenti, di quelli che si sono "ribellati" al presunto trionfo di Conte sulla giustizia. Già, una caporetto. E ci si chiede: cosa rimane, al povero Travaglio? Presto detto: gli insulti, quelli storicamente non sono proprio mai mancati. E così via, altro giro altro regalo, che figurina peschiamo dal mazzo per poi iniziare con le bastonate? Gira, gira, gira... oggi tocca a Marta Cartabia, la madre della "schiforma", così come la chiama Marco Manetta in un gioco di parole buono per le scuole elementari. È infatti il Guardasigilli, suo malgrado, la protagonista della vignetta-bastonata-su-commissione firmata da Mannelli sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di oggi. "Dura lex", il titolo. Svolgimento: una Cartabia con sguardo spiritato che guarda verso il cielo. E una mano le batte sulla fronte: "Bonk, bonk", risponde il vuoto pneumatico che per Travaglio, ma soltanto per lui, c'è nel cervello della Cartabia. Quando si dice raschiare il fondo del barile...

Sono solo hooligans che invadono il campo. Conte dichiara guerra a Draghi, il rancore dell’azzeccagarbugli beniamino di Travaglio e protettore di Arcuri. Claudio Martelli su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Premesso che il Csm non ha alcun titolo per giudicare atti del governo e del Parlamento, considerato che questo Csm è in balia delle correnti più politicizzate e più intrallazzone della magistratura e che a guidare la contestazione è un giurista di Catanzaro designato dai 5 Stelle ed esperto in diritto della navigazione ci si chiede: primo, se sia il caso di far intervenire la forza pubblica come accade negli stadi quando un tifoso squilibrato invade il campo di gioco; secondo, se questo sia il primo atto della guerriglia contro il governo Draghi di Conte Giuseppe il rancoroso azzeccagarbugli beniamino di Travaglio e protettore di Arcuri. Claudio Martelli

Da liberoquotidiano.it il 27 luglio 2021. Maria Teresa Meli, giornalista del Corriere della Sera ospite in collegamento a L’aria che tira estate, programma di La7 che vede Francesco Magnani alla conduzione, ha litigato in diretta con Peter Gomez del Fatto quotidiano sulla riforma Cartabia. I due giornalisti erano su fronti contrapposti: la Meli difendeva la riforma, mentre Gomez la criticava puntando il fatto sui processi di mafia che rischiano di finire in prescrizione. Una lite scoppiata quando Gomez è stato ripreso dalla Meli che gli chiedeva su quali basi esponeva le sue opinioni che criticavano la riforma Cartabia. "Io vado negli uffici giudiziari, non solo nei palazzi della politica. Io a differenza di te sono un giornalista", la replica tagliente di Gomez. Alché la Meli gli rispondeva: " E fallo il giornalista, ma sei solo un raggiratore", accusa la giornalista del Corriere della Sera. Peter Gomez prosegue nel suo discorso: "Uno dei più grossi problemi per los viluppo del Paese sono le organizzazioni criminali. Mi pare una questione di senso civico. E si sono accorti nel governo che c'è stato un errore nella prima stesura della riforma. Abbiamo un Capo dello Stato il cui fratello è stato ucciso dalla mafia. Mi pare una questione di senso civico come discutere che i processi alla criminalità organizzata vadano a sentenza", conclude Gomez.

L'Aria Che Tira, Maria Teresa Meli lascia la diretta: "Grazie per non avermi fatto rispondere, ciao". Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Maria Teresa Meli spazientita lascia in diretta L'Aria Che Tira estate. Il motivo? Il conduttore Francesco Magnani non le avrebbe concesso di replicare a Peter Gomez. "Grazie per non avermi fatto rispondere a Peter Gomez, grazie mille, ciao! - ha accusato mentre il conduttore tentava invano di convincerla a rimanere -. Non ho potuto replicare a chi mi dava della non giornalista, vi ringrazio, arrivederci!". "Se vuoi rimanere, io comunque devo lanciare la pubblicità", ha risposto a quel punto Magnani visibilmente imbarazzato. "No, ho ascoltato, ma non ho potuto replicare, quindi vi ringrazio e arrivederci". Di sottofondo Ignazio La Russa: "È arrabbiata, ormai è un politico la Meli". E ancora, il senatore di Fratelli d'Italia ironico: "Titì, nun ce lassa'!".

Il giustizialismo infantile rischia di restare anche dopo il via libera alla riforma Cartabia. Paolo Pombeni su Il Quotidiano del Sud il 23 luglio 2021. SIAMO ancora bloccati sulla riforma Cartabia, ma qualche passo avanti sembra delinearsi. Nulla che faccia preludere ad una “rivincita” di Bonafede e soci, ma piuttosto un gesto di comprensione verso coloro che, alcuni anche in buona fede, segnalano difficoltà a rispettare quanto previsto in carenza di personale e strutture. Dunque la nuova normativa sarebbe operante dal 2024 dando tempo di realizzare gli adeguamenti necessari (anche grazie ai finanziamenti previsti nel PNRR). Perché si tratta non di un cedimento, ma della vittoria di un principio? Speriamo che gli altri partiti lo capiscano e non si mettano a fare barricate inutili che indebolirebbero la nostra già non facile situazione. Il punto essenziale infatti è stabilire un meccanismo che finalmente costringa la macchina giudiziaria ad operare nei tempi richiesti dalla giustizia e non dalle convenienze dei magistrati (spesso gli inquirenti, ma anche i giudicanti). Quando quella tempistica sarà codificata nella legge, è ovvio che diventerà un obbligo morale per il sistema adeguarvisi il più presto possibile. Del resto, come ha dimostrato numeri alla mano il deputato Costa di Azione, in un buon numero di distretti giudiziari le tempistiche già rispettano quanto previsto dalla riforma Cartabia. Ciò fa ritenere che dove ciò non avviene dipenda o da insufficiente dotazione di personale e strumentazione o da cattiva organizzazione per non dire in qualche caso dal prendersela comoda da parte di qualche magistrato. Nel primo caso, non appena il governo doterà le sedi carenti delle risorse necessarie verrà meno la ragione di non rispettare le tempistiche previste anche se non ancora obbligatorie. Nel secondo caso spetterà al CSM mettere ordine nel sistema di organizzazione, perché nessuno può essere considerato insindacabile. Dunque una volta approvata la “filosofia” della riforma Cartabia il passo avanti sarà stato fatto, il giustizialismo infantile sarà stato battuto, e dipenderà dalla volontà dei diversi soggetti renderla operante (ma quella è una variabile che comunque esiste, specie in un sistema come il nostro sfilacciato e con carenza di punti di riferimento accettati come autorevoli). Naturalmente le difficoltà del governo non si esauriranno così, perché c’è da vedere se il grillismo si arrenderà all’inevitabile sotto la leadership di Conte. A lui però viene data, sembra almeno, un’arma ulteriore per convincere i riottosi. Si sta infatti lasciando circolare l’ipotesi che in caso venisse meno una componente nella coalizione di governo, ove con questo non venisse meno la maggioranza in parlamento il governo Draghi potrebbe andare avanti. La ratio sarebbe nel fatto che essendo impossibile sciogliere le Camere durante il semestre bianco, è preclusa la via della verifica elettorale sulla persistenza o meno del consenso ai vari partiti. L’interpretazione è radicale, ma non ci pare infondata. Vanno viste però le conseguenze, che non sono così banali come potrebbero sembrare a prima vista, perché non è che tutto continuerebbe come prima a prescindere. Nel caso i Cinque Stelle si sfilassero dal sostegno al governo attuale, diventerebbe infatti insostenibile che mantengano i loro ministri. Stiamo parlando di Patuanelli, Di Maio, D’Incà, Dadone e sorvoliamo sui viceministri e sottosegretari (alcuni anche in posti piuttosto rilevanti tipo Sileri e Castelli). Queste posizioni non potrebbero essere conservate, a meno che queste persone non facessero quella “scissione” di M5S contro cui si sono battuti. Rimpiazzarli significherebbe fra l’altro redistribuire i posti fra i superstiti partiti della coalizione, e si può immaginare cosa succederebbe non trattandosi di posizioni secondarie (per dire: a chi toccherebbero gli Esteri?). Come si può vedere non si tratta di problemi di scarso peso e tutto fa pensare che Conte e i Cinque Stelle non possano avviarsi allegramente a scindere la propria partecipazione dalla coalizione che sostiene il governo. Una via d’uscita per loro non potrebbe essere l’astensione, specie se Draghi, per evitare scossoni in un parlamento balcanizzato, decidesse di porre la questione di fiducia, così come da più parti si sta ipotizzando. E’ evidente che diventa un po’ arduo affermare che si sostiene un governo mettendosi alla finestra su una questione centrale su cui viene richiesta la fiducia. La disinvoltura interpretativa di molti politici attuali potrebbe anche non ritirarsi davanti a questa acrobazia, ma ci sembra difficile che Draghi possa accettarla: per dignità personale e perché comunque si troverebbe a collaborare nell’esecutivo con una forza che ha dato prova di tanta irresponsabilità. Molto peserà su come andrà a finire l’atteggiamento degli altri partiti della coalizione. Alcuni saranno tentati di approfittare dell’impasse pentastellato per ridimensionare il quadro politico complessivo, ma affronterebbero il rischio di spingere verso una guerriglia generalizzata che certo non sarebbe una buona condizione per gestire un momento che rimane difficile. Altri, in specie il PD, saranno messi davanti al dilemma di regolare la propria posizione verso i Cinque Stelle, ma ci pare complicato che in un caso come quello ipotizzato possano cavarsela facendo finta che tutto può aggiustarsi. Andiamo verso un giro di boa, non è conveniente nasconderselo.

Draghi al servizio di Confindustria: la sciocchezza di Domani, Fatto e Manifesto nostalgici di Conte e Lega. Michele Prospero su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Con il coraggio che gli dà il cacciavite, Enrico Letta dunque lancia la sfida. E a Siena, dove il Pd appena qualche mese fa alle regionali aveva ben 15 punti di vantaggio sulla destra, mette in gioco la sua carriera. Invece che nella tranquillissima passeggiata toscana, il segretario del Pd un po’ più di chiarezza dovrebbe però metterla sulla linea politica. Che è oscillante e tecnicamente maldestra. Il Pd ogni tanto vacilla e dà prova di leggerezza culturale? Il responsabile di tante sbandate per “il Foglio” ha il volto coperto da una barba ottocentesca. E, con le sue pagine di critica del moderno, aizza ancora oggi i cervelli costringendo a notti insonni i dirigenti del Nazareno che poi di giorno, provati da cotanta fatica mentale, sbroccano. Scrive il giornale che dietro le trovate più visionarie del Pd c’è “Giuseppe Provenzano che di notte si addormenta con i libri di Marx sul comodino”. Che il Pd abbia problemi di identità nessuno lo può negare. Che i suoi cortocircuiti ideali riconducano a Marx, ospite notturno dei tormenti dei democratici, è però una stravaganza interpretativa. La questione della laicità, che tanto sgomenta attorno al disegno di legge Zan? Da Marx si può ricavare quanto segue. “È impossibile creare un potere morale con paragrafi di legge”. Il diritto penale non può essere un veicolo di persuasione culturale. La sanzione giuridica cioè non può costruire opinioni, sia pure nuove, nel campo etico. La polemica sulla lettera contro i professori liberisti? Come ha notato uno studioso, M. R. Krätke, “Marx considerava il termine capitalismo corrotto dal suo uso prevalentemente moraleggiante”. La sua analisi empirica e strutturale per questo evitava schematismi fuorvianti come quelli di chi scambia il socialismo per una alternativa protezionista al liberismo. Se davvero qualcuno al Nazareno si ritrovasse tra le mani una pagina di Marx eviterebbe di confondere la analisi del Capitale con la disputa tra Peel e Disraeli, cioè con una divaricazione liberisti-statalisti tutta dentro il mondo conservatore inglese. E allora? Nella paralizzante doppiezza lettiana, che con un piede sta nel governo mentre con l’altro corre per incoronare l’avvocato senza popolo, incide di sicuro una forte campagna della cultura di sinistra, non certo marxista però, contro Draghi. Oltre che sul foglio contiano (e ora neogarantista: ospita regolarmente gli editoriali dell’inquisito Davigo…), sul “Domani” (dove pubblicano strafalcioni su Weber, e Fedro diventa un Esopo che ha imparato a parlare latino) e sul “Manifesto”, capita spesso di trovare l’associazione tra Draghi e la destra reazionaria. Un cattolico democratico radicalizzato come Tomaso Montanari lo ripete in ogni occasione: in Italia ai vertici della repubblica con Mattarella e Draghi siedono degli epigoni di Bolsonaro. E quello di Draghi è di sicuro “il governo più oligarchico e antipopolare dell’Italia repubblicana”. Il piombo di Scelba, le prove muscolari di Tambroni, Il governo della macelleria messicana di Genova sono campioni di irenismo e sensibilità democratica a confronto con l’esecutivo Draghi che certo dispoticamente abolisce la lotteria degli scontrini. Per “il Fatto” Draghi è colui che “massacra gli italiani” e suole rivolgersi al popolo agitando qualcosa “come l’ombrello di Cipputi”. I toni apocalittici di Montanari risuonano anche in alcuni commenti apparsi sul “Domani” e sul “Manifesto”. Proprio il quotidiano che negli anni settanta corresse alcune rigidità della cultura comunista, rimarcando il rilievo delle tematiche garantiste, oggi ha una qualche nostalgia per l’ex ministro regista e canterino Bonafede, palma d’oro a Ciampino. Secondo Marco Revelli la riforma Cartabia, in vista di un equo processo di durata ragionevole, mostra soltanto un “segno brutalmente padronale”. Il rigetto verso il disegno riformatore è così forte che, strano per un allievo di Bobbio (che per decenni ha polemizzato in maniera magistrale con i marxisti proprio al riguardo dell’invocazione di un diritto diseguale), reputa “moralmente assurdo applicare criteri di eguaglianza formale”. Un linguaggio d’altri tempi colpisce una personalità come Draghi che a Santa Maria Capua Vetere ha mostrato la sua forte e controcorrente sensibilità liberale. Ma su di lui il “Manifesto” versa parole di fuoco che sembrano alquanto sprezzanti. Secondo Revelli la figura di Draghi è quella di un pericoloso conservatore, di un monopolista della decisione, “che governa con una logica bonapartista”. E per rimarcare il senso della censura etico-politica contro chi guida “il governo del privilegio”, lo raffigura come “il Capo del governo”, che è una formula mussoliniana, non repubblicana. Il ripudio dell’esperienza Draghi è totale e il tono linguistico non può che essere surriscaldato. Quello in carica è infatti il “governo dei padroni”, il governo “di uno solo, di un banchiere”. Al potere opera un novello Bonaparte alla testa di un “vero Comitato d’affari dei potentati economici e finanziari”. Parole molto esplicite che escono dal generico con una precisazione toponomastica: il governo “ha un solo indirizzo di riferimento: viale dell’Astronomia 20”. (Che è l’indirizzo di Confindustria). Al potere ci sono i padroni ma non la Fiat, che con Marchionne ha sbattuto la porta, e quindi i suoi giornali sono delle oasi di libertà e su quei giornali è possibile scrivere senza crampi nella coscienza. Secondo Revelli, Draghi è la pura e semplice “materializzazione del potere del denaro in una sola persona”. Dove conduce questa requisitoria senza scampo contro la dittatura del denaro che è esercitata da un dispotico potere personale? Per fortuna l’immagine non si spinge sino all’evocazione di un legittimo diritto di resistenza e si ferma alla semplice nostalgia dell’avvocato del popolo con la rampogna recriminatoria per la “crisi di quell’anomalia selvaggia che non avevano mai digerita”. Nel concreto, i rimpianti sono per il reddito di cittadinanza, per la norma spazzacorrotti, per la Bonafede, per il decreto dignità. Cioè, tutte conquiste epocali ma del governo gialloverde, nel senso che quando al potere c’era il capitano era assai meglio di adesso. Già dato Montanari, già dato Revelli. Il guaio è che anche Letta la pensa come Il Fatto e il Manifesto e il suo cacciavite ha per bersaglio solo Draghi. All’anima del cacciavite. Michele Prospero

Coalizione contro la riforma. Travaglio ordina, il Csm esegue: è guerra aperta alla Cartabia. Piero Sansonetti su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Il Csm ha dichiarato guerra a Marta Cartabia. Rispondendo, sembra, agli ordini dell’Anm (il comitato centrale delle correnti delle toghe) e al Fatto di Travaglio. Ha deciso la “spedizione militare”, guidato dai grillini e dai togati più legati alle correnti di destra e di sinistra. La tradizionale alleanza rosso-bruna, come si dice in gergo politico, pronta a combattere fino alla morte a difesa dell’obbrobrio-Bonafede e a giocarsi tutte le carte possibili per puntare alle dimissioni della ministra. Nel nostro titolo in prima pagina, come avete visto, citiamo una vecchia frase di Mussolini, famosissima, che accompagnò l’inizio della campagna di Grecia. Mussolini, baldanzoso, annunciò già la vittoria delle truppe italiane, usando il suo linguaggio fantasioso e sempre aggressivo: “spezzeremo le reni”. Meno fantasiosa fu poi la campagna, che andò malissimo: gli italiani ce le presero e dovettero supplicare i nazisti di intervenire per evitare la disfatta. Vedremo come andrà questa nuova campagna di Grecia. Per ora si capisce solo quali sono le forze in campo e qual è il disegno strategico. In concreto, questo nuovo attacco da parte del Csm alla ministra si è delineato con un voto nella sesta commissione del Consiglio Superiore, che è quella che si è assegnata l’incarico di esprimere il proprio parere sui disegni di legge del governo. La sesta commissione, composta dai sei persone – due laici e quattro toghe – ha votato 4 a 2 a favore di un documento di censura della riforma approvata dal governo. Ora cerchiamo di capire il motivo delle critiche e i suoi autori. Prima però, a qualunque persona ragionevole, viene un dubbio grande come una casa. Ma è normale che l’organo di autogoverno della magistratura esprima pareri sulle leggi o sui disegni di legge varati dal Parlamento o dal Governo? Lo dico sommessamente, è solo perché ogni tanto mi ricordo di quel vecchio principio della separazione tra i poteri che è un po’ un pilastro dello Stato moderno. Me lo hanno detto in terza media, perché allora si studiava educazione civica. Ora, dico io, se l’organo massimo del potere giudiziario ha il diritto di impicciarsi dell’andamento delle leggi e dei decreti – di competenza del Parlamento e del governo – e di esprimere pareri che oggettivamente – grazie anche all’appoggio di solito entusiasta della stampa – sono destinati ad avere un fortissimo peso politico, ma allora – per il meccanismo della reciprocità – non sarebbe giusto che il governo, o il Parlamento, o tutti e due, potessero di volta in volta esprimere un parere sulle sentenze prima che i giudici le emettano? E magari anche sugli avvisi di garanzia o sui rinvii a giudizio. E soprattutto sugli arresti. Capisco l’obiezione: c’è una legge dello Stato che stabilisce che il Csm ha questo diritto e questa competenza. Già. Diciamo pure, però, che di leggi dello Stato fatte male ce ne sono parecchie. I referendum chiesti dai radicali e dalla Lega, francamente, sono molto pochi rispetto alle esigenze. Presto bisognerà farne altri. Il voto contro la Cartabia, in commissione del Csm, è stato chiarissimo: hanno votato a favore il rappresentante dei 5 Stelle in Csm e tre magistrati: uno della destra ex davighiana, anche piuttosto famoso (Ardita), e due “casciniani” di ferro. Cascini è il deus ex machina della corrente di Area, cioè dello spezzone più giustizialista della sinistra giudiziaria. Si sono astenuti invece il consigliere indicato da Forza Italia, Lanzi, e la magistrata della corrente di Ferri. Adesso il documento dovrà essere approvato dal plenum del Csm. E quando sarà approvato dal plenum acquisterà un peso ancora maggiore. Non ci sono molti dubbi sul fatto che sarà approvato, perché l’alleanza – come l’abbiamo definita – rosso-bruna, cioè destra/sinistra, nel plenum ha una buona maggioranza, sostenuta, peraltro, dall’altra alleanza rosso-bruna, quella dei laici, e cioè l’alleanza mostruosa tra Pd e grillini. Non sembra che ci sia la possibilità di un ripensamento. L’unica possibilità, forse, sarebbe quella di un intervento netto del Presidente del Consiglio della magistratura, cioè del presidente della Repubblica, cioè di Mattarella. Che potrebbe rompere gli indugi e schierarsi decisamente contro l’attacco sovversivo delle toghe. Ma non è molto probabile che lo faccia. Mattarella è un democristiano del tipo “sopire, troncare…”. Un po’ diverso da un suo predecessore, sempre democristianissimo, Francesco Cossiga, che in una situazione del genere – come già fece a suo tempo – avrebbe sicuramente minacciato di far circondare Palazzo dei marescialli dai carabinieri.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Consiglio superiore della magistratura boccia la riforma Cartabia: “Blocca i processi, impatto negativo”. Ilaria Minucci il 22/07/2021 su Notizie.it. Il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la riforma Cartabia sottolineando il suo impatto negativo sul proseguimento dei processi. Il Consiglio superiore della magistratura si è espresso in modo negativo nei confronti della riforma della prescrizione presentata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. In modo del tutto autonomo e senza rispondere ad alcuna richiesta di consulenza proveniente dagli organi governativi, la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura si è espressa a proposito della riforma della Giustizia recentemente avanzata in contesto governativo. Il Consiglio superiore della magistratura, infatti, si è espresso in modo contrario rispetto alla riforma della prescrizione orgogliosamente annunciata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. In considerazione di quanto asserito dalla maggior parte dei magistrati italiani, il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato con fermezza e convinzione il meccanismo della improcedibilità associato a tutti quei processi che superano i due anni di durata in appello e un anno in Cassazione. Per quanto riguarda il parere contrario alla riforma Cartabia, la votazione del Consiglio superiore della magistratura si è conclusa con quattro voti volti a bocciare il documento presentato dalla ministra della Giustizia e due membri del Consiglio che hanno deciso di astenersi. In seguito alla votazione, il risultato emerso è stato commentato dal presidente della sesta commissione Fulvio Gigliotti, un docente eletto in Parlamento in seguito a una segnalazione del Movimento 5 Stelle. Il presidente della sesta commissione, infatti, ha dichiarato quanto segue: “Riteniamo negativo l’impatto della norma, perché comporta l’impossibilità di chiudere un gran numero di processi”. La tesi sostenuta dal professor Fulvio Gigliotti, inoltre, è stata avvalorata dall’intero Consiglio superiore della magistratura che ha ribadito: “La disciplina non si coordina con alcuni principi dell’ordinamento come l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata del processo”. A proposito delle preoccupazioni che hanno scosso il mondo giuridico italiano in seguito alla presentazione della riforma della Giustizia, la ministra Cartabia ha spiegato: “Evitare che l’impatto di una novità come ‘l’improcedibilità’ non provocasse un’interruzione di procedimenti importanti è una preoccupazione molto seria che anche il governo ha avuto sin dall’inizio ed è il terreno sul quale si stanno valutando proprio questi accorgimenti tecnici”.

Cascini: "Con la riforma della giustizia salta la metà dei processi. Il Csm deve poter valutare". Liana Milella su La Repubblica il 25 luglio 2021. L'ex pm di Mafia Capitale: Un paradosso se il governo dovesse porre la fiducia in Aula sulle nuove norme senza prima ascoltare noi".

Che succede al Csm consigliere Giuseppe Cascini? Lei è della sinistra di Area. Siete contro la legge Cartabia? 

“Il Csm ha formulato alcuni rilievi sul nuovo istituto dell’improcedibilità per le gravi conseguenze sulla funzionalità del sistema giudiziario che potrebbe derivare dall’approvazione di queste norme”.

Prescrizione e processi di mafia: anatomia di una menzogna. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Vorrei in poche parole spiegare perché l’allarme sulla riforma della prescrizione che cancellerebbe i processi di mafia sia del tutto lontano dalla realtà. Innanzitutto, chiariamo di cosa stiamo parlando. Ci si riferisce prevalentemente a processi incentrati sulla contestazione di un reato associativo (416 bis c.p., associazione per delinquere di stampo mafioso) e dei c.d. “reati-fine” di quella associazione, che descrivono l’attività criminale in concreto addebitata a quella cosca in un dato contesto temporale. I più diffusi sono il traffico di stupefacenti (in assoluta prevalenza), le estorsioni, l’usura, il riciclaggio e l’autoriciclaggio, ma anche – seppure in misura molto minore – reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Ovviamente, non consideriamo nemmeno le contestazioni di fatti omicidiari, sottratti ad ogni forma di prescrizione. Orbene, da sempre questi procedimenti penali, ovunque celebrati ed ancor più in quei distretti giudiziari pertinenti ai territori dove quella criminalità opera con particolare intensità, sono celebrati con connotazione di assoluta priorità. Già il solo fatto di attribuire a questi procedimenti il valore medio dei tempi di celebrazione dei processi nei singoli distretti, costituisce una rappresentazione manipolata della realtà. Se a Napoli, per richiamare un esempio in questi giorni costantemente evocato, i tempi medi di definizione dei giudizi di appello supera i quattro anni, è corretto riferire questo tempo medio anche ai “processi di mafia”? È questo ciò che accade realmente a Napoli o in analoghe realtà giudiziarie? Sarebbe indispensabile, invece che agitare numeri a casaccio, dare una risposta statistica a questa banale domanda, visto che l’allarme è stato lanciato con riferimento specifico a quel tipo di processi e di imputazioni. Credo sia un dato agevolmente acquisibile dal Dipartimento statistico del Ministero di Giustizia presso tutte le Corti di Appello di interesse. La esperienza forense ci consente già di affermare con cognizione di causa che non è così. E ciò non solo per la indiscussa natura prioritaria della trattazione di quei processi, ma ancor di più per la ovvia ragione che essi sono in larghissima percentuale a carico di imputati in stato di custodia cautelare. Come tutti ben sappiamo, sono i termini di custodia cautelare a governare i tempi di trattazione e di definizione di questi processi. Nessuna Corte di Appello versa nelle condizioni di non riuscire a celebrare questi giudizi prima dello spirare del termine custodiale di fase, almeno per gli imputati e per le imputazioni principali. Possiamo anzi dire che è proprio la trattazione prioritaria di questa categoria di processi, imposta dai termini cautelari di fase, a determinare i gravi ritardi di trattazione dei tanti altri che qui per comodità vogliamo definire “ordinari”. Il termine custodiale in appello per questo genere di reati non è inferiore ad un anno e sei mesi, termine peraltro agevolmente prorogabile (evito noiosi tecnicismi) ben oltre i due anni. La prescrizione processuale voluta dagli emendamenti del Governo prevede un termine fino a tre anni per celebrare questi processi di appello. Aggiungo che questa assoluta priorità di trattazione vale anche nei pochi casi di imputati a piede libero. L’esempio delle sentenze Cosentino e D’Alò è ancora una volta un caso di manipolazione della verità. Quei processi di appello sono stati celebrati a tanta distanza dal fatto proprio perché gli imputati erano a piede libero, nessuna prescrizione maturava e dunque nessuna urgenza premeva. State non certi ma certissimi che, vigente questa riforma, quei due processi sarebbero stati definiti entro il termine di maturazione della prescrizione. Se poi magari qualcuno proverà pure a chiedersi se appartenga alle regole di un Paese civile essere giudicati in appello a decenni dai fatti, ancorchè di supposta matrice mafiosa, sarà sempre troppo tardi. Dunque questa è la modesta proposta che mi permetto di suggerire: un rapido accertamento statistico da parte del Ministero non sui tempi medi dei processi di appello, ma sui tempi medi di celebrazione dei “processi di mafia”; e vediamo chi sta raccontando la verità, e chi agita fantasmi, per continuare a tenere la Politica ed il Parlamento nella condizione di sovranità limitata nella quale è umiliata da ormai oltre 25 anni.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione Camere Penali Italiane

Giuseppe Salvaggiulo per "la Stampa" il 23 luglio 2021. Era dai tempi di Berlusconi che al Consiglio superiore della magistratura non si registravano rapporti così tesi con un ministro della Giustizia. Sebbene non richiesto (il che, già di per sé, viene considerato uno «sgarbo istituzionale»), il parere del Csm sulla riforma Cartabia è pronto. A tempo record la sesta commissione l'ha elaborato e depositato, per poter votarlo in plenum la prossima settimana. L'esito è scontato: la contrarietà alla riforma è quasi unanime, sia tra i membri togati che tra i laici. Al di là dei tecnicismi, nel Csm si pensa l'impatto politico del parere, considerato «una netta stroncatura». In una trentina di pagine, il testo si concentra sulla prescrizione, evidenziando «una serie di criticità» sia sul piano giuridico che su quello operativo. L'incostituzionalità non è espressamente contestata, ma evocata con riferimento a due parametri. Il principio di obbligatorietà dell'azione penale, vanificato dall'impossibilità di portare a termine tutti i processi per la tagliola dell'improcedibilità in appello. E quello di ragionevole durata del processo. Presentato come obiettivo del governo, ma malinteso: la riforma dispone in modo imperativo una «ragionevole durata» per gradi di giudizio (due anni in appello, uno in Cassazione), con l'effetto paradossale e irragionevole di consentire una durata anche molto differente dei processi di primo grado a parità di reato. Sul piano tecnico, le critiche sono diverse. Non piace che la dilatazione dei tempi processuali in appello (fino a tre anni) e Cassazione (fino a 18 mesi) sia consentito per tipologie di reato. Un criterio rigido e inadeguato; piuttosto, dovrebbe essere tarata sulle caratteristiche di ciascun processo: numero di imputati, carichi di lavoro concreti, complessità probatoria. «Una perizia su una bancarotta può richiedere almeno un anno», ha spiegato nell'audizione parlamentare il giudice, ed ex politico, Alfredo Mantovano. Non convince inoltre la disciplina del regime transitorio nell'entrata in vigore delle nuove regole, così come la «scarsa aderenza alla realtà» dei tempi medi di trattazione dei processi nelle diverse Corti d'appello. L'ufficio studi ha consegnato alla commissione i dati drammatici della «geografia territoriale»: nove distretti su 26 superano la media di due anni in appello; Bari, Reggio Calabria, Venezia, Roma e Napoli (che rappresentano circa metà del carico giudiziario complessivo) superano i mille giorni. Dunque, sostiene la commissione, la riforma Cartabia «condanna all'estinzione» un gran numero di processi. La parola amnistia, evocata da molti magistrati nei giorni scorsi, non viene usata per fair play, ma la sostanza è quella. «Riteniamo negativo l'impatto della norma», dice il presidente della commissione Fulvio Gigliotti, docente di diritto privato a Catanzaro (dove è stimato, tra l'altro, dal procuratore Gratteri), eletto dal Parlamento su indicazione del M5S. Il parere è stato votato in commissione da 4 membri su 6. Astenuti il docente e avvocato penalista milanese Alessio Lanzi (quota Forza Italia) e la giudice Loredana Micciché della corrente conservatrice Magistratura Indipendente. Lanzi considera la riforma «non entusiasmante ma il male minore per superare il processo eterno introdotto da Bonafede». La Micciché non gradisce «alcuni passaggi stilistici del parere, ma condivido l'approccio critico». Distinguo lessicali a parte, il plenum si annuncia un fuoco di fila. La riforma è riuscita a compattare una magistratura per il resto dilaniata. Anche i settori più disponibili l'hanno scaricata, come dimostra un editoriale di Questione Giustizia, rivista di Magistratura Democratica. Perplessità trapelano anche dalla commissione Lattanzi, istituita dalla Cartabia ma largamente sconfessata. Oltre che da chat e mailing list, il clima arroventato è testimoniato dal dibattito ieri al Csm su un tema minore: la commissione sui tribunali del Sud. Voluta dalla ministra ignorando il Csm, salvo chiedere l'autorizzazione a coinvolgere alcuni magistrati. A nulla è valso il tentativo di ricucire del vicepresidente David Ermini: è passata, evitando un ceffone istituzionale, solo grazie a massicce e provvidenziali astensioni.

Da corriere.it il 21 luglio 2021. «Spesso, si è detto in questi giorni che i procedimenti di mafia e terrorismo andranno in fumo. Non è così, perchè i procedimenti che sono puniti con l’ergastolo, e spesso lo sono quelli per mafia, non sono soggetti ai termini dell’improcedibilità. E per i reati più gravi si prevede, in ogni caso, una possibilità di proroga». Lo ha detto la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, durante il question time alla Camera, nel rispondere ad un’interrogazione su dati ed effetti relativi all’introduzione di meccanismi di improcedibilità nell’ambito del processo penale, con particolare riferimento alla durata massima del giudizio di impugnazione presso le Corti d’appello. A sollevare il nodo della durata dei processi e del pericolo che la nuova riforma facesse cadere in prescrizione i reati di criminalità organizzata era stato tra gli altri il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che era stato ascoltato dalla commissione giustizia proprio in merito alla riforma del processo penale. La ministra Cartabia ha sottolineato che anche le accuse di terrorismo non subiranno il «taglio» dovuto ai nuovi tempi del processo.

Anche lo sceriffo Gratteri sulla riforma ha superato se stesso. Le accuse di Cafiero de Raho alla Cartabia sono vilipendio alla Repubblica. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 27 Luglio 2021. «Chiunque pubblicamente vilipende la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo, o la Corte costituzionale o l’ordine giudiziario, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000». Così recita il comma 1 dell’articolo 290 del codice penale. Si parla di vilipendio – spiega la dottrina – quando qualcuno pubblicamente offende, usando termini volgari o denigratori soggetti dotati di particolare dignità sociale. Il fatto che il vilipendio sia punito con una multa non ne esclude la natura di reato. Probabilmente, il legislatore, consapevole che il vilipendio confina con l’espressione della libertà di opinione, ha inteso confermare, in via di principio, la fattispecie del reato punito, tuttavia, con una pena praticamente simbolica. Ovviamente non intendiamo attaccarci ad una norma tuttora sospesa tra un passato autoritario ed un presente democratico. È giusto però sottolineare come non sia consentito prendere a calci le istituzioni, col pretesto del diritto di manifestare il proprio pensiero. Soprattutto quando il vilipendio è esercitato, dall’interno delle istituzioni stesse, a opera di alti magistrati soggetti alle leggi. Certo, si potrebbe disquisire a lungo sui concetti di legalità e giustizia. Anche nei regimi autoritari vi sono atti che hanno valore di legge, ma che magari disattendono i principi del diritto. I giudici che applicavano il codice Rocco, si attenevano al diritto positivo in vigore, ma venivano meno rispetto a quei diritti dell’uomo e del cittadino sanciti dalla Rivoluzione francese o impressi nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Tornando al tema del vilipendio in quale altro modo può definirsi quanto ha affermato in audizione il procuratore generale antimafia, Federico Cafiero de Raho a proposito della riforma della giustizia presentata dalla ministra Cartabia: «Mina la sicurezza del Paese» (sic!) la riforma della prescrizione con la norma sulla improcedibilità che scatta se il processo in appello non si conclude in 2 anni e in Cassazione in uno, indipendentemente dalla gravità dei reati per i quali si procede. E senza risorse aggiuntive per gli uffici giudiziari, con «tempi così brevi per l’appello», si prospettano «conseguenze molto gravi nel contrasto alle mafie, al terrorismo e alle altre illegalità». Non è da poco accusare un governo ed un ministro di minare la sicurezza del Paese, soprattutto quando Marta Cartabia è una ex presidente della Corte Costituzionale e a presiedere la Commissione che ha elaborato il testo è stato l’ex presidente Giorgio Lattanzi. Anche il procuratore più procuratore d’Italia Nicola Gratteri ha scomodato “la sicurezza”. Ma ha superato se stesso in un acuto frangicristalli in occasione di una intervista a Il Domani, ripresa da Giuseppe Sottile su Il Foglio. Come se fosse appena uscito da una seduta spiritica Gratteri ha assicurato che «Falcone e Borsellino si saranno girati tre volte nella tomba a sentire questo tipo di riforma». Poi ha proseguito alzando i toni dell’indignazione: «Conosco l’integrità di questi grandi uomini morti in nome di un’idea, penso che non bisognava nemmeno avvicinarsi alla tomba, alla lapide di questi grandi uomini nel momento in cui si produce un sistema di norme che favorirà i faccendieri e i mafiosi». Se Gratteri può parlare così non è frutto di un’intemperanza casuale. Ma l’ennesima “licenza” che si prende un beniamino della subcultura manettara, lo “sceriffo” della Calabria, colui che nel saldo tra persone arrestate e rimesse in libertà ha sempre da perdere. Questa deriva ha un inizio: quando il pool di Milano nel 1992 insorse contro il decreto Conso, tra l’entusiasmo del “popolo dei fax”. Ecco perché la sfida in cui sono impegnati Draghi e Cartabia è molto difficile, nonostante la loro fermezza: perché si tratta di andare controcorrente rispetto ad un’opinione pubblica sobillata, che da tanti anni ha condiviso la cattiva medicina del giustizialismo, ha bevuto alla fonte del kombinat mediatico-giudiziario, si è esercitata nella pratica della gogna, sostituendo una sorta di moralismo d’accatto ai principi del diritto. Giuliano Cazzola 

Marta Cartabia, "cosa si sperava su di lei al Ministero": un pesante retroscena dietro la sua ascesa. Renato Farina su Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. Marta Cartabia, 58 anni, professoressa di diritto costituzionale in Italia, in America, nel mondo, e non è un modo di dire. Inserita nelle commissioni internazionali al più alto livello. Se ci fosse un ranking dei giuristi come per i tennisti se la giocherebbe tra i primi dieci. Presidente della Corte Costituzionale fino a settembre dl 2020, prima donna dopo 45 uomini, ora ministra (così la chiama Mario Draghi, ipse dixit) della Giustizia. Chi è davvero, al di là del curriculum regale? Il nome è quello che ci meritiamo nella prova. La Marta del Vangelo è quella che fa, mette in tavola, provoca Gesù Cristo facendolo piangere, fino a spedirlo a far risorgere Lazzaro. La Cartabia è davvero Marta, adesso però. Prima contemplava il diritto sui monti elevati della scienza purissima. Studiare, ascoltare, ma in alto. Quando le fu proposto il ministero di via Arenula, ci fu chi pensava si sarebbe rovinata. Fosse addirittura una trappola per bruciarle i piedi nell'ascesa al Quirinale dove pareva predestinata, purché non si mescolasse giù, la in basso, dove gli alligatori mordono le caviglie degli angeli e soprattutto delle arcangelesse ignare. Si pensava che si sarebbe spiaccicata, schienata con un colpo di lotta poco greca e molto romana, scendendo dalle vette dove tirava di fioretto con i fuoriclasse della giurisdizione planetaria. Invece no. È diventata ciò che doveva essere: Marta. E così oggi come oggi (domani vedremo, lei non pare avere progetti, a ogni giorno basta la sua pena, purché in regola con l'articolo 27 della Costituzione) è il primo ministro della Giustizia ad aver infilato il cuneo d'acciaio della riforma nel granito fino ad ora inscalfibile di una magistratura riottosa a qualsiasi anche solo ritocco del proprio sistema di potere assoluto e onnipervasivo. Accidenti se la ministra ce l'ha fatta.

FIDUCIA. Conosciamo le critiche, sono anche le nostre, se partiamo dall'ideale immacolato di giustizia giusta. Poca roba questa riforma? Ah sì? Sarà pure una riforma all'acqua di rose, ma è un inizio, una crepa nella muraglia. Una fenditura che è penetrata nella caverna dell'inamovibile status quo dell'apparato giudiziario. Spaventa i vampiri. Si voterà la fiducia, è fatta. Dopo che persino il Consiglio superiore della magistratura le ha lanciato l'anatema, lei non intende recedere, o ricollocare i frammenti che i suoi gentili colpi di martello ha fatto schizzare intorno, suscitando l'ira vertiginosa dei mozza-orecchi d'Italia. Non alzerà la voce. Ascolterà, pazienterà. Farà un occhiellino qua, tirerà un filo lì. Ma l'ordito non lo tocca. La lunghezza spasmodica dei processi non c'è più. Che lingua parli, un italiano luccicante, lo abbiamo imparato tutti giovedì sera quando Draghi ha invitato la ministra a spiegare in poche parole la legge che lei stessa ha voluto fosse sottoposta alla fiducia delle Camere. Con un lavoro meticoloso, di taglio, cucito, strappo, rammendo e ricamo aveva composto un testo che è il massimo che un governo tutti -dentro -o -quasi poteva permettersi persino sull'isola di Utopia. Ha ottenuto l'unanimità del consiglio dei ministri. Ha detto: «Ridurre i tempi dei processi, è un imperativo del diritto. Ce lo impone l'Europa, con il Pnrr. Ma non è questa la ragione profonda. È questione di giustizia». Si possono aggiustare i particolari tecnici. L'impianto è quello e non si tocca. Dopo i ritocchi, si rivoterà la fiducia. Dai principi non si deroga. Poche ore prima di quelle parole, a consiglio dei ministri non ancora radunato, era partita la scomunica del Consiglio superiore della magistratura. Chiaro l'intento di provocare l'altolà. Il Fatto di Travaglio aveva subito rilanciato on line il diktat. La sesta commissione - quella dedicata al contrasto contro la corruzione, la mafia e il terrorismo - senza alcun voto contrario aveva usato la parola "negativo". Una condanna secca. Avrebbe tradito "alcuni principi dell'ordinamento come l'obbligatorietà dell'azione penale e la ragionevole durata del processo". . Dare a lei della nemica della Costituzione è come darle dell'anti-Cristo a cavallo. Non urlerà, né sbraiterà. La sua tecnica è quella di Messi. Tratterrà la palla senza reagire alle provocazioni, portategliela via se ci riuscite. Quando fu nominata ministro della Giustizia ci fu chi spifferò: «Marta Cartabia si è bruciata il biglietto per il Quirinale». Ha scelto di essere sé stessa, invece di lisciarsi il curriculum, e insistere nell'insegnamento alla Bocconi e nelle escursioni sul Gran Paradiso con marito e i tre figli. Per il paradiso c'è tempo. Osservando la rassegna stampa si apprendono definizioni di status a suo riguardo, cioè cattolica, una giovinezza in Comunione e liberazione, mai peraltro abbandonata. Ma osservarla in azione è più interessante. Se ne comprende il temperamento. Nel 2010 il 21 agosto a Rimini incontra il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ospite del Meeting. È presente il giurista americana ebreo Joseph Weiler, uno degli uomini più colti del nostro tempo, che ne vanta la «straordinaria erudizione» oltre che «l'originalità». Napolitano ascolta. Due giorni dopo parla sulla Costituzione prima di Giuliano Amato che inizia così: «Brava!». Lei salta su. Mostra di non gradire la condiscendenza. Non è la valletta dei giganti. È la professoressa Cartabia. Quindici giorni dopo, a 48 anni, è scelta dal Quirinale per la Consulta.

PER LE CARCERI. Oltre che le pagine dei manuali, gira le prigioni. Non ci va per una conferenza. Ci passa giornate: a San Vittore, a Rebibbia. Ne resta segnata. Non esiste nessuno che non possa essere riguadagnato alla società come uomo vivo: vivo anche durante la pena. Così si spiegano gli interventi sul mondo del carcere. Non solo per rendere umana la privazione della libertà dei reclusi, ma anche per le guardie carcerarie. La sua visita a Santa Maria Capua a Vetere è esemplare. Trovare le cause dei pestaggi, non nella cattiveria della penitenziaria, ma nel sistema canceroso, che anch' esso è parte dell'universo giudiziario malato. Incidere sulla durata dei processi non è un altro libro e un'altra lingua rispetto a un sistema di pena e di custodia cautelare rispettoso della giustizia. Non ci credeva nessuno. Non sono più i magistrati a dire resistere, resistere, resistere. È la Cartabia. 

L’intervento del presidente della Repubblica. Riforma della giustizia: Mattarella blocca il golpe del Csm, insorge il partito dei Pm. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 24 Luglio 2021. L’iniziativa presa ieri da Mattarella è stata forte. Il Csm ha sbrigativamente fatto bocciare da un suo Ufficio – 4 a 2 – la norma sulla improcedibilità? Il Presidente della Repubblica, nella sua veste di Presidente del consiglio superiore della magistratura, ieri ha chiesto all’organo che governa le toghe di prendere in esame l’intero testo della riforma Cartabia. Sottolineando – se ve ne fosse bisogno – di trovarci in presenza di una riforma di primaria importanza, il Colle ha preteso dal Csm un’attenzione in più, non solo rituale ma di sostanza. Facendo recapitare senza timori di fraintendimenti l’indirizzo della sua moral suasion. Per farlo, ha sottolineato due elementi quali-quantitativi: la riforma va valutata nel suo complesso e non sezionandone una parte ad uso e consumo. E poi non la si può far trattare dalla sola sbrigativa sessione della sesta commissione del Csm (l’Ufficio legislativo, per intenderci) ma necessita del parere motivato della plenaria. Che va convocata ad hoc. Per capirci: non si può fare lo spezzatino. Non si può dire che l’improcedibilità è un problema mentre altri punti piacciono di più. Non siamo al menu del ristorante: la Riforma Cartabia è una e deve essere valutata da un parere integrale, univoco e ben motivato. Il peso del Quirinale, entrato in quella blindatura tutta particolare che gli conferisce il Semestre bianco, controbilancia tutti i mal di pancia con cui fino a ieri l’Anm prima e il Csm poi avevano tentato la zampata. Fa capire, sia pure proceduralmente, quale sia la posta in gioco e da che parte siede Sergio Mattarella. Liturgie? Mica tanto. Perché c’è da considerare anche il calendario. Il vice presidente del Csm Davide Ermini cerca di verbalizzare l’accaduto: «Il Presidente ha ritenuto opportuno che fosse posticipata, anche solo di pochi giorni, l’iscrizione della pratica all’ordine del giorno del plenum in modo da completare la proposta di parere con riguardo al complesso della riforma». I pochi giorni però non sono pochi. Dal Csm ci informano che la seduta plenaria prevista per la settimana prossima non potrà avere all’ordine del giorno la disamina del pacchetto di riforme. Si tratta, messa da parte la sesta commissione del Csm, di incaricarne il Centro Studi, di coinvolgere tutti gli uffici dedicati al legislativo prima ancora dell’intero assetto della plenaria. Andiamo a settembre. «Impossibile convocare il plenum nelle due settimane centrali di agosto», ci confidano dagli uffici di Palazzo dei Marescialli. Il rinvio a settembre stride con la questione di fiducia che è stata posta dal governo sul provvedimento, su richiesta della stessa ministra Cartabia. Draghi vuole chiudere entro il 5 agosto la querelle, il voto di fiducia potrebbe essere posto in aula nella sessione del 30 luglio. Ecco che prende forma la mossa del cavallo del Colle: mentre il Csm studia le carte, la riforma dovrebbe già essere stata votata dal Parlamento. Ermini prova a precisare, comunicando senza rassegnarsi: il Csm dovrà «offrire al Parlamento una approfondita e completa valutazione tecnica». Quella che però il calendario oggi esclude. A meno che non vi sia non solo un’adunanza straordinaria del Csm in plenaria ad agosto ma anche una indefessa attività degli uffici, nottetempo. Si incarica di suonare l’adunata l’ex capo dell’Anm, Eugenio Albamonte. Per non prendersela con Mattarella, il leader delle toghe progressiste di Area fa il giro largo: «Non si vuole che gli equilibri politici vengano turbati dalle valutazioni tecniche di chi il processo lo conosce. E questa non è una bella pagina, soprattutto per un governo istituzionale di questa caratura». Poi concede: «Siamo costruttivi, non si tratterebbe di bocciare la riforma ma di indicare delle alternative». La solita vecchia impertinenza della tripartizione dei poteri non demorde. «Il parere riguarda il punto della riforma che assume un valore nevralgico – insiste Albamonte – Dire non parliamo di questo, ne parliamo dopo con tutto il resto, mi sembra come voler buttare la palla in tribuna. Non è un atteggiamento che ha una sua comprensibilità se non a ragionare in termini di difficoltà del governo». Eppure è tutto chiaro, squadernato sotto gli occhi di tutti: il presidente della Repubblica ha detto con chiarezza che questo golpe non s’ha da fare. La Riforma che la giustizia italiana attendeva è giunta ai nastri di partenza. Non la si riuscirà a fermare fintanto che dal Parlamento a Palazzo Chigi al Quirinale ci sarà un’intesa che guarda a via Arenula con occhi ben diversi dal passato.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Il Movimento resta spaccato. Riforma della giustizia: Cartabia smonta le critiche e va avanti col suo calendario. Claudia Fusani su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Quattro condizioni per andare avanti: la riforma del processo penale deve essere approvata almeno alla Camera entro la prima settimana di agosto; non deve essere “snaturata” nel senso che l’obiettivo finale è la riduzione del 25% dei tempi del processo; il testo deve essere approvato con la stessa maggioranza che lo ha approvato in Consiglio dei ministri. Che poi è la maggioranza che ha approvato il Pnrr, i suoi vincoli e he potrà distribuire sui territori i primi 25 miliardi deliberati. Ne consegue che se i 5 Stelle, come qualcuno di loro ha fatto circolare nell’assemblea con Conte martedì sera, ha intenzione di uscire dalla maggioranza “perché tanto Draghi avrebbe comunque la maggioranza”, a quel punto è crisi. Nonostante il semestre bianco. E con tutte le conseguenze del caso. Da Palazzo Chigi filtrano repliche gelide e quasi perentorie rispetto alla provocazione di 917 emendamenti (su 1631 totali) firmati 5 Stelle depositati in Commissione Giustizia al testo di riforma del processo penale che ancora porta il nome dell’ex ministro Bonafede e che l’attuale ministra Cartabia ha subemendato raddrizzando, e di parecchio, la piega giustizialista e manettara. A cominciare da quella prescrizione fine processo mai in vigore, è bene ricordarlo, da gennaio 2020. E senza il necessario e vitale contrappeso di un processo che si deve consumare in un arco di tempo determinato, circa sei-sette anni. La Costituzione la chiama “ragionevole durata del processo”. (art.111). Un principio quasi mai rispettato in Italia. E che da qualche anno è tra i motivi per cui il nostro sistema paese non è considerato attrattivo all’estero. Le “condizioni” di palazzo Chigi vengono veicolate ai vari gruppi parlamentari, a cominciare dai 5 Stelle per le vie brevi, telefonate, messaggi, consigli non richiesti. Il tutto trova la necessaria sintesi in una parola che tutti ieri alla Camera pronunciavano a bassa voce: “Mediazione necessaria”. Dopo trent’anni di tentativi. La presenza di Draghi a palazzo Chigi è l’unica condizione che fa essere questa cosa possibile. Anzi, probabile. È stata una giornata di riunioni informali e spesso a distanza. Conte è stato subito messo in minoranza: lunedì nell’incontro con Draghi aveva lasciato intendere che sarebbero arrivate proposte accettabili e digeribili; il giorno dopo sono invece arrivati emendamenti soppressivi della riforma Cartabia. Alla faccia dell’accettabile e del digeribile. Ieri si è confrontato con i suoi, a cominciare da Bonafede nel tentativo di farlo ragionare. Il Movimento era e resta spaccato nonostante l’arrivo dell’avvocato del popolo: c’è chi spinge verso l’uscita dal governo (ma non la fine della legislatura) e chi invece, a cominciare dai ministri che l’hanno votato in Consiglio dei ministri quasi due settimane fa, lavora per la mediazione. Bazoli e Verini per il Pd vanno indicando la soluzione: «I nostri 19 emendamenti salvano celerità e processi». Lucia Annibali, capogruppo di Italia viva, avverte: «Se si cambia qualcosa su richiesta di un gruppo, è chiaro che questo deve poi avvenire in tutte le direzioni». Il fatto è che se M5s ha depositato 917 emendamenti, Alternativa c’è, gli ex 5 Stelle, ne hanno presentati 403, Forza Italia 120, Italia viva 65 e Fdi, l’unico vero partito all’opposizione, 39 Enrico Costa (Azione) che vorrebbe annullare del tutto la riforma Bonafede. Una babele che rischia di trasformare il semestre bianco (che inizia il 3 agosto) in una corrida. Ecco perché Draghi vuole blindare la riforma, e approvarla alla Camera, prima di quella data. Una prima mediazione è stata cercata nel pomeriggio nell’ufficio di presidenza della Commissione Giustizia che doveva cercare di mettere un po’ di ordine sui tempi e sugli emendamenti. La calendarizzazione in aula è stata rimessa ai capigruppo. Esclusa comunque la prevista data del 23 luglio. In base all’arrivo in aula sarà deciso il lavoro preliminare sugli emendamenti. Circa i contenuti, si lavora sulla improcedibilità del processo e per tutti i tipi di reati (dopo tre anni invece che due in Appello; dopo 18 mesi invece che dodici in Cassazione). Ma si lavora anche sull’entrata in vigore della norma “non prima del 2024”, in modo di dar tempo all’ufficio del processo di essere funzionante e ai rinforzi (i 16.500) di lavorare già a pieno regime. Nel frattempo, nel pomeriggio, importanti indicazioni e precisazioni sono arrivate dalla ministra Cartabia. Ai tanti magistrati che in queste ore si affrettano nel dire la loro e nel denunciare “la morte del processo” e la “massima ingiustizia”, la Guardasigilli, rispondendo al question time alla Camera ha messo in fila un paio di utili concetti. Il primo: «Il governo è consapevole di quello che fa, è il primo a non volere ciò che voi paventate (l’improcedibilità di molti processi, ndr) e che nessuno vuole che accada in questo Paese ma vuole affrontare il tema della durata dei processi che è gravissimo». La riforma del processo penale, tanto per cominciare, non riguarda solo la prescrizione e l’improcedibilità nel secondo e terzo grado, ma «l’intero processo penale, dalle indagini preliminari all’esecuzione della pena e prevede l’ingresso di 16.500 nuovi addetti tra magistrati e personale di cancelleria». Giusto per dire che le cose vanno considerate nel loro insieme e non per qualche bandierina utile alla propaganda. «Non è vero, ad esempio, che i procedimenti di mafia e terrorismo andranno in fumo. Per i reati più gravi è prevista la proroga». È verissimo, invece, che oltre il 50 dei reati si prescrive nella fase delle indagini preliminari e un altro 25% prima del giudizio di primo grado. Su tutto questo interviene la riforma Cartabia. Ma non la riforma Bonafede che si occupa della prescrizione dal primo grado in avanti.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Giustizia, i ministri grillini pronti alle dimissioni per una riforma approvata da loro in Cdm. Libero Quotidiano il 24 luglio 2021. Prima che politico, il problema è di carattere: riguarda il coraggio. L’8luglio, dinanzi alla riforma della giustizia scritta da Marta Cartabia dopo aver mediato con i partiti, alla domanda di Mario Draghi se quel testo andasse bene a tutti i presenti, Fabiana Dadone, Luigi Di Maio, Federico D'Incà e Stefano Patuanelli, ossia i quattro ministri del M5S, lo approvarono silenti. Si sa com' è andata. Giovedì scorso, Draghi ha annunciato che intende mettere la fiducia sul testo di quella riforma, o su una versione molto simile, sottoposta a «limitate modifiche tecniche condivise da tutti». Si rivolge ai ministri, con particolare attenzione a quei quattro, tutti presenti: «Ci sono obiezioni?». Nessuno fiata, la proposta passa all'unanimità. E poi ieri mattina la 37enne Dadone, di professione ministro per le Politiche giovanili (non pervenute, peraltro), fa sapere di non escludere affatto le dimissioni sue e degli altri tre pentastellati dal governo. «È una cosa da valutare insieme a Giuseppe Conte», avverte. Spiega che tutto dipende da «quale sarà l'apertura sulle modifiche tecniche» al testo che lei stessa aveva approvato. «Ci aspettiamo una discussione costruttiva, vedremo le decisioni da prendere». Il M5S che punta i piedi e detta le condizioni. Facile la battuta di Matteo Salvini: «Se ne vanno? Ma magari. In Italia non penso ci sarebbero manifestazioni di disperazione nelle piazze». Sarebbe sbagliato, però, dire che è tutta una recita e che i primi a non aver voglia di mollare le poltrone sono proprio i Cinque Stelle, perché la storia non è così semplice. Un ruolo importante lo hanno anche i loro parlamentari che non vantano titoli da ministro o altri incarichi, e sono stanchi di portare acqua ad un governo in cui non si riconoscono. C'è Giuseppe Conte che sull'opposizione a Draghi vuole ritagliarsi un ruolo da leader nazionale. C'è il Fatto quotidiano di Marco Travaglio che li spinge alla rivolta contro la «schiforma penale». C'è uno zoccolo duro di elettori che sogna il ritorno del movimento alla purezza antica. E c'è, tra dieci giorni, il semestre bianco nel quale le Camere non potranno essere sciolte, e dunque si potrà fare qualunque cosa senza temere per lo scranno in parlamento, almeno sino a febbraio. Così lascia il tempo che trova anche la scontatissima retromarcia in cui la Dadone si esibisce dopo qualche ora (e dopo diverse telefonate con gli altri ministri, e dopo che nella chat interna dei governisti del M5S scoppia il finimondo e i colleghi le domandano: «Ma sei impazzita?»). Lei torna pubblicamente sulla questione per assicurare che «c'è una chiara apertura del presidente Draghi e della ministra Cartabia di cui va preso atto. Non è nel mio stile minacciare. È nel nostro stile dialogare e confrontarci. Lo stanno facendo Draghi e Conte, che sono due persone di alto profilo, e sono certa troveranno punti di incontro». Come se Draghi riconoscesse a Conte un ruolo da interlocutore alla pari, insomma, versione che l'ex prova ad avvalorare: «La mediazione? Ci stiamo lavorando». Di Maio e Patuanelli garantiscono ai ministri degli altri partiti, subito insorti, e ai vertici del Pd, terrorizzati, che la ragazza è stata fraintesa, e in ogni caso la loro uscita dal governo è un'ipotesi non contemplata. Concetto che il ministro degli Esteri ribadisce in serata: «In questo momento non ci possiamo permettere di giocare con la stabilità di una nazione che deve spendere in tre anni 230 miliardi del Recovery Fund». Ma questa è la versione da recapitare a Draghi. La verità, raccontano i pochi che hanno voglia di parlare, è che dietro all'"avvertimento" della Dadone c'è la regia di Conte, che prova così a dare i primi colpi all'esecutivo. Le due anime interne al M5S che tornano a sfidarsi, i ribelli contiani contro i governisti legati a Beppe Grillo, a conferma di quanto possa valere l'accordo raggiunto tra i due a Marina di Bibbona. Prove tecniche in vista di ciò che potrà accadere nei prossimi mesi. Anche perché, mentre succedeva tutto questo, un altro deputato usciva dalla maggioranza, ed è proprio uno dei loro. Si chiama Giovanni Vianello e ieri mattina ha votato contro la fiducia sul decreto Semplificazioni, schierandosi con l'opposizione. «Non posso dare il mio voto favorevole a queste nefandezze, tantomeno il mio sostegno ad un governo che le promuove», ha proclamato. Dovrebbe essere espulso dal M5S, ma difficilmente accadrà. Non subito, almeno. I suoi colleghi alla Camera avvertono che ce ne sono almeno altri trenta pronti a seguirlo sulla riforma della giustizia, se Draghi e Cartabia non la riscriveranno come dicono loro. C'è meno di una settimana, il testo è atteso in aula il 30 luglio. 

Lo scontro sulla riforma Cartabia. Follia a 5 Stelle, la Dadone minaccia le dimissioni ma resta sola e fa dietrofront. Claudia Fusani su Il Riformista il 24 Luglio 2021. Come un formicaio su cui è passato sopra un trattore: confusione, smarrimento, e ora che succede, e ora che facciamo, soprattutto dove andiamo. Così è sembrata la Camera dei Deputati, ieri, il giorno dopo la scelta di Draghi, e di tutto il governo che l’ha approvata, di mettere la fiducia sulla riforma del processo penale. Che sta diventando, come era ovvio, il laboratorio per sperimentare la reale capacità e volontà del Parlamento di procedere con la messa a terra del Pnrr, dei progetti ma soprattutto delle riforme. Gli effetti del “trattore”, cioè il pragmatismo di Draghi, hanno coinvolto indirettamente anche il Csm e il Quirinale che non è riuscito a festeggiare tranquillo gli 80 anni del Presidente Mattarella. Che ha iniziato la giornata inviando al premier e ai Presidenti di Camera e Senato una lettera per dire che non firmerà più decreti Omnibus (come l’ultimo Sostegni). Tra le righe si legge l’invito all’ordine e alla disciplina, senza alzate di ingegno. Non solo: il Presidente della Repubblica non ha dato l’assenso all’ordine del giorno del plenum di palazzo dei Marescialli dove il Movimento 5 Stelle ha cercato di far scattare una vera manovra a tenaglia per bloccare la riforma Cartabia. Così come martedì, in zona cesarini, la Commissione Giustizia della Camera ha autorizzato l’audizione del procuratore antimafia Cafiero De Raho e del procuratore di Catanzaro Gratteri per mettere nero su bianco il loro j’accuse contro la riforma, il presidente della Sesta Commissione del Csm, il laico grillino Gigliotti ha insistito per dare il parere, non richiesto dal Guardasigilli, sulla riforma. Non su tutto il testo, però, solo sugli articoli che riguardano la prescrizione e la improcedibilità dei processi in Appello e in Cassazione che per i 5 Stelle sono il via libera per creare «sacche di impunità con la morte di almeno 150 mila processi». Il voto in Sesta commissione parla da solo: quattro favorevoli, il laico Gigliotti, i togati Zaccaro e Chinaglia (Area) e Ardita (ex Davigo). Due le astensioni: Miccichè (Mi) e Lanzi (Fi). È prerogativa del Capo dello Stato, che del Csm è il numero uno, approvare e respingere l’ordine del giorno. Mattarella ha scelto questa seconda opzione invitando il plenum ad esprimersi ma su tutto il complesso delle norme che formano il pacchetto Cartabia. Il “disordine” e lo “smarrimento” sono stati tangibili alla Camera dove si votava la fiducia sul decreto Semplificazioni (anche qui voti contrari di un paio di 5 Stelle). La mossa della fiducia preventiva ha fatto saltare i già precari equilibri. Nel Movimento ma anche nel Pd. Per motivi diversi. La fiducia è stata approvata giovedì all’unanimità nel Consiglio dei ministri dove siedono quattro ministri 5 Stelle: Di Maio, D’Incà, Patuanelli, Dadone. Conte era stato informato della decisione qualche minuto prima direttamente da Draghi. E di sicuro la notizia non lo ha rallegrato. «Non accetteremo di superare certi limiti, no a sacche di impunità» aveva detto Conte. Ora deve accettare la fiducia. Non pervenuti gli altri ministri. Il silenzio è d’oro in certi momenti soprattutto se, come Draghi e Cartabia hanno ripetuto, «siamo sempre disponibili a modifiche tecniche migliorative». Il problema è che ieri mattina la ministra Dadone, intervistata ad Agorà estate, ha dichiarato che «l’ipotesi delle dimissioni dei ministri 5 Stelle è sul tavolo se non si troverà l’accordo». Per conto di chi ha parlato la ministra che, da quello che risulta, non ha fiatato durante Consiglio dei ministri? Chi rappresenta? Quanti la pensano come lei? Domande che sono frullate tutto il giorno tra il cortile e i corridoi di Montecitorio dove i deputati 5 Stelle erano divisi in capannelli da dove filtrava fastidio per l’uscita di Dadone (che ha ritrattato in serata con il classico: «Sono stata fraintesa, non è nel mio stile minacciare alcunché») e per la «totale mancanza di confronto tra i deputati e il livello decisionale». Cioè Conte. C’è chi sta facendo due conti e mostra foglietti con una trentina di deputati che non voteranno la fiducia alla riforma Cartabia. Non che i deputati Pd ieri abbiano mostrato più lucidità degli alleati 5 Stelle. Anzi. Da una parte l’irritazione, più condivisa del solito, per l’anarchia 5 Stelle: «Non è possibile che una ministra in carica minacci le dimissioni in un momento così delicato» il refrain. «Infantilismo politico» lo ha bollato l’eurodeputata Picierno. Subito dopo la domanda: «Cosa sta facendo Conte?». Il terrore di aver sbagliato tutto è evidente: «Ci stiamo schiacciando ancora una volta sui 5 Stelle però neppure loro sanno chi sono oggi e cosa diventeranno». Dall’altra parte c’è Salvini a cui ogni giorno viene uno sturbo per i sondaggi favorevoli a Meloni. Il Pd nel mezzo a sostenere convintamente il governo Draghi. Peccato che ci sia da vincere anche le elezioni di ottobre, altrimenti chi potrà tenere un partito più diviso che mai? Insomma, ieri ha ripreso forma e vigore quella parte del Pd che chiede da un pezzo di lasciar perdere Conte e i 5 Stelle. Al Nazareno ce l’hanno un po’ anche con Draghi e con il suo pragmatismo-decisionismo che non sarà, come ha promesso, in alcun modo attenuato durante il semestre bianco. Per contro, un altro pezzo di Pd «gode da morire per il decisionismo di Draghi». Ieri sera si è fatto sentire Letta che confida «nel voto di fiducia di tutta la maggioranza». La fiducia agita il centrosinistra. Ma anche il centrodestra che ieri, per non essere da meno rispetto alle bandierine dei 5 Stelle, ha pensato bene di chiedere unito (Fi, Fdi, Lega) un ampliamento del perimetro della riforma Cartabia estendendola alla riforma dell’abuso d’ufficio. «Una mossa dilatoria che vuole impedire l’approvazione del testo entro l’estate» ha denunciato Bazoli, responsabile Giustizia Pd. Allora s’è fatta sentire la Lega: «Noi siamo responsabili, vogliamo restare nel governo ma siamo anche molto irritati con 5 Stelle che minacciano sfracelli sulla Giustizia e il Pd che vuole più tasse e il ddl Zan senza modifiche». In questo clima, è partita comunque la trattativa. In via Arenula, al ministero della Giustizia, la delegazione 5 Stelle formata dal sottosegretario Anna Macina e dalla capogruppo in commissione Giustizia Giulia Sarti, Conte sovrintende da remoto, sta cercando di trovare la quadra con la ministra Cartabia. Il Pd ha indicato la mediazione con i suoi 19 emendamenti (lodo Serracchiani). L’ipotesi più accreditata è alzare il tetto per i processi d’Appello (prima della dichiarazione di improcedibilità) a tre anni per tutti i reati (a quattro per i reati più gravi) e a un anno e mezzo in Cassazione. Non se ne parla, invece, di mettere i reati contro la Pa sullo stesso piano di quelli di mafia e terrorismo. Tutto questo almeno fino al 2024 quando si potranno iniziare a vedere gli effetti degli altri interventi previsti per agevolare il compito dei giudici: l’ufficio del processo, un manager che regola il traffico di udienze, scadenze e ferie; il nuovo personale addetto alla digitalizzazione e alle cancellerie (16 muovi ingressi compresi nuovi magistrati) e tutte le altre norme che dovrebbero avere effetto deflattivo sui giudizi di secondo e terzo grado. E ridurre la vera sacca di impunità: il 70 per cento dei reati si prescrive prima della sentenza di promo grado. Ma di questo l’ex riforma Bonafede non si è occupata. Lo sta facendo l’attuale Guardasigilli. Se riuscirà ad arrivare in porto.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità. 

In Onda, Matteo Renzi attacca M5s e la ministra Dadone: "Ce la ricordiamo solo per la foto delle scarpe sul tavolo". Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. Matteo Renzi, ospite a In Onda il talk di La7 condotto da Conchita De Gregorio e David Parenzo, analizza l'attuale situazione politica e in particolare le manovre politiche dell'M5S. In particolare sulla giustizia l'ex premier ha detto che, "i 5 stelle sono ambigui. Hanno detto che avrebbero cambiato la riforma Cartabia tornando a quella dello scienziato-Dj Bonafede e rischiano di non farlo perché c'è la fiducia", ha spiegato ironicamente Renzi. "I 5 stelle si sgonfieranno ulteriormente su questo. Se decidono di uscire dal governo sulla giustizia, dando corpo alle parole della Dadone che io ricordo solo per quella foto con le scarpe sul tavolo: quello è stato il suo unico gesto politico", ha svelato Renzi attaccando pesantemente l'attuale ministro per le politiche giovanili. "Le lasci a lei queste domande, sono già 45 minuti di intervista". Ira di Renzi dalla Fagnani: attacca la Gruber e poi minaccia di andarsene. Renzi è poi tornato anche all'attuale ministro degli Esteri: "Di Maio si dimette? Non si dimette nemmeno con le cannonate. Hanno cambiato tre maggioranze e si dimettono, ma dai...", ha aggiunto il leader di Iv. "I 5 stelle non hanno i numeri per far cadere il governo. La Camera ha votato la fiducia al Dl semplificazioni, i 5 stelle presenti erano il 53%. Sono in sofferenza ma 'gna fanno, prima di far cadere il governo si tagliano la mano". ha concluso Matteo Renzi.

Richiesta approvata all'unanimità in Cdm. Giustizia, Draghi chiede la fiducia e mette alle corde i ribelli: “Aperti a miglioramenti tecnici ma l’impianto non si tocca”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Ribelli alle corde. Il Consiglio dei Ministri, su richiesta del premier Mario Draghi, approva all’unanimità l’autorizzazione alla richiesta di fiducia sulla riforma del processo penale. Un messaggio chiaro quello inviato dal presidente del Consiglio a tutela del lavoro fatto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Sulla riforma “ho chiesto l’autorizzazione a porre la fiducia. C’è stato un testo approvato all’unanimità in Cdm e questo è un punto di partenza, siamo aperti a miglioramenti di carattere tecnico, si tratterà di tornare in consiglio dei ministri”. Queste le parole di Draghi nel corso della conferenza stampa dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto legge sul green pass. C’è dunque la volontà di accogliere “emendamenti ma che siano tecnici e condivisi: sentiremo tutti” ha aggiunto, sottolineando che non verrà stravolto l’impianto della riforma. “Si arriva a chiedere la fiducia -chiarisce il Premier – quando si ha la certezza che certe differenze sono incolmabili. Ma non è una minaccia. Per garantire un periodo minimo di permanenza delle riforme che facciamo bisogna che siano condivise”. Draghi torna sulle polemiche degli ultimi giorni, e sulle richieste del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, e chiarisce che “nessuno vuole sacche d’impunità. Vogliamo un processo rapido e che tutti i colpevoli siano puniti. Nessuno è a favore dell’uso della dilazione dei tempi, nell’uso della prescrizione, come avveniva anni fa. No, no, no. Mi auguro e faremo di tutto perché il testo sia condiviso”. Le parole della Ministra Cartabia – “Sapevamo che la riforma fosse difficile ma anche ineludibile perché il problema della durata dei processi è grave in Italia per ragioni legate innanzitutto alle esigenze dei cittadini. La ragionevole durata del processo evita la prescrizione, è voluta dalla Costituzione. Data la criticità di alcune Corti d’appello- aggiunge nel corso della conferenza stampa- dobbiamo evitare che l’impatto di novità come quella dell’improcedibilità dopo un certo periodo, variabile a seconda della gravità del reato, non provocasse l’interruzione dei processi. È una preoccupazione seria che anche il governo ha avuto e un terreno su cui si stanno valutando accorgimenti tecnici”. Cartabia poi ribadisce che “questa riforma non è solo la riforma della prescrizione, ma e’ una riforma con cui si punta ad abbreviare i processi troppo lunghi ed evitare zone di impunità”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Marco Conti per “il Messaggero” il 21 luglio 2021. «Non possiamo lasciare alle nuove generazioni il mostro della giustizia che ci è stato raccontato, non abituiamoci a cose come questa». Marta Cartabia, ministro della Giustizia, tiene il punto e lo fa a Napoli dove ci sono 57.400 processi pendenti. «Un paziente grave», lo definisce il ministro proprio mentre in Parlamento la sua riforma del processo penale viene investita da una pioggia di emendamenti, soprattutto M5S. I parlamentari grillini restano sulle barricate e, appoggiati da una parte della magistratura, difendono la cancellazione della prescrizione voluta dal ministro Alfonso Bonafede. Al fine processo mai, l'ala più dura del MoVimento non intende rinunciare e si prepara a fare le barricate anche se, dopo la salita di Conte a palazzo Chigi, qualche accenno di trattativa si avverte ma senza toccare l'impianto della riforma Cartabia in linea con uno stato di diritto. I 917 emendamenti presentati dal MoVimento la dicono però lunga sulle contorsioni in atto nei gruppi parlamentari grillini. Nel tentativo di trovare una mediazione si stanno spendendo Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. I due trovano sponde anche nel Pd, ma al Nazareno sono consapevoli che Mario Draghi sul punto non intende fare passi indietro rispetto a quanto promesso a Bruxelles dove ieri sono tornati a farsi sentire con una relazione sullo stato della giustizia italiana che lascia poco spazio all'ottimismo. Soprattutto si teme che Conte intenda applicare anche stavolta la solita tattica del rinvio in modo da scavallare l'estate, entrare nel semestre bianco, e poter trattare senza temere le urne. Draghi però non molla, nè la riforma, nè i tempi entro i quali intende farla votare anche a costo di mettere la fiducia il 23 del mese. Nel frattempo si lavora a mini ritocchi. In tutto una decina di punti, tra i quali anche la prescrizione. «Siamo pronti a lavorare, con serenità, in commissione per trovare un punto d'incontro», sostiene Antonio Satta, capogruppo grillino in commissione Giustizia. I 917 emendamenti funzionano da cortina fumogena dietro la quale si nasconde l'unico punto che sta a cuore ai 5Stelle: lasciare alle toghe la decisione sulla durata di un processo. I grillini cercano quindi di prolungare il più possibile i termini della prescrizione. Tra le ipotesi quella di portarla da due a tre anni in primo grado e da un anno a un anno e mezzo per l'appello. I dem continuano a fare sponda ai 5Stelle, anche se faticano a trovare con l'alleato un punto di sintesi che sia in grado anche di non riaprire la trattativa con il resto della maggioranza. Ieri il capogruppo Pd in Commissione, Alfredo Bazoli, ha presentato le proposte del partito racchiuse in diciannove emendamenti. Una serie di contatti ci sono stati anche ieri tra Palazzo Chigi, con il sottosegretario Roberto Garofoli, ed esponenti della maggioranza. Dal Quirinale si segue con attenzione l'iter di una riforma determinante per i fondi del Recovery Fund e sulla quale, in attesa del parere del Csm, non ci sono rilievi. Continua però il pressing di una parte della magistratura che a breve potrebbe dover fare i conti anche con i referendum sui quali i Radicali stanno raccogliendo le firme. Per il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, il 50% dei processi finiranno sotto la scure dell'improcedibilità (anche se la riforma riguarda i processi per reati dopo il 2020) mentre il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho parla di una diminuzione della sicurezza del Paese. Malgrado i tempi dei processi in Italia siano anticostituzionali, le resistenze continuano ad essere forti, ma non scalfiscono il ministro Cartabia la quale sottolinea come i termini dei processi previsti nella riforma «non sono termini inventati, sono quelli che il nostro ordinamento e l'Europa definisce come termini della ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale». L'argomento rappresenta una bandierina che, più di altre, il MoVimento fatica ad ammainare anche perché l'ex deputato M5S - sempre in vacanza - Alessandro Di Battista, non lesina critiche ai suoi ex compagni di partito. Parlando ieri sera per la prima volta da leader all'assemblea dei gruppi pentastellati, Giuseppe Conte ha affrontato ovviamente l'argomento accennando anche all'incontro avuto con Draghi. «Al premier Mario Draghi, sulla giustizia - ha detto Conte - ho fatto un discorso di chiarezza. Sulla giustizia il M5S ha una storia articolata e complessa, alcuni toni a volte hanno consentito ad altri di schiacciare l'immagine del M5S come un Movimento manettaro e giustizialista, ma noi abbiamo all'interno una solida cultura della giustizia. Non dobbiamo più lasciarci schiacciare da questa immagine». Poi il passaggio più coraggioso, per gran parte dell'uditorio: «Saremo in prima linea per rivendicare con forza che il M5S è attentissimo allo stato di diritto e alla tutela del diritto», due aspetti che passano dal concetto di «presunzione d'innocenza e dall'obiettivo di garantire una durata ragionevole del processo».

I veri effetti della riforma Cartabia. La bugia di Conte sul Ponte Morandi: perché non esiste lo spauracchio “estinzione”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 20 Luglio 2021. Giuseppe Conte agita un fantasma che, di fatto, non esiste. Il neo leader del Movimento 5 Stelle, reduce dal faccia a faccia col presidente del Consiglio Mario Draghi, il primo dallo scorso febbraio, quando aveva lasciato Palazzo Chigi all’ex numero della Bce, è ovviamente interessato alla giustizia e alla riforma Cartabia, il grande tema del vertice di lunedì. Un tema che Conte aveva già trattato nel suo discorso tenuto sabato 17 annunciando il voto del nuovo Statuto 5 Stelle, con parole che fanno storcere il naso e fanno avanzare più di un dubbio: ma ‘l’avvocato del popolo’ la riforma Cartabia che i grillini tanto criticano almeno l’ha letta? Non si spiega altrimenti l’uscita temeraria dell’ex premier, che in quella diretta Facebook aveva utilizzando parole allarmanti sul rischio “estinzione” causa prescrizione per il processo penale per il crollo del Ponte Morandi di Genova. “Siamo quelli che vogliono processi veloci, ma non accetteranno mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati. Non accetteremo mai, ad esempio, che il processo penale per il crollo del Ponte Morandi possa rischiare l’estinzione”, aveva detto Conte nel suo video indirizzato alla "fanbase" grillina. Eppure quel rischio profetizzato da Conte non esiste. La riforma Cartabia sulla prescrizione si applica ai reati commessi dal primo gennaio 2020, mentre il Morandi è crollato il 14 agosto del 2018. Perché proprio gennaio 2020? Perché sostituisce la riforma della giustizia Bonafede che Conte dovrebbe conoscere molto bene, visto che entrò in vigore mentre l’avvocato del popolo sedeva a Palazzo Chigi. Insomma, il Ponte Morandi con la prescrizione e la riforma Cartabia “non c’azzecca nulla”, come direbbe l’ex pm Antonio Di Pietro, ma a Conte fa comodo evocare uno spauracchio di questo tipo, come legame sentimentale ed emotivo data l’immane tragedia che a Genova provocò 43 morti. Come previsto dalla riforma Cartabia, la prescrizione è bloccata fino alla sentenza di primo grado: a Genova è stata già fissata per il 15 ottobre la data dell’udienza preliminare, con la prima sentenza attesa probabilmente entro i primi mesi del 2022. Quanto al secondo grado di giudizio, quando potrebbe scattare “l’estinzione”, come l’ha chiamata Conte, il rischio dipenderà ovviamente dai reati contestati dai giudici agli imputati.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Quello spirito cristiano di Gozzini che rivive in Marta Cartabia. La riforma del carcere della ministra della Giustizia punta sulle misure alternative sulle quali puntò anche la legge da Mario Gozzini. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 18 luglio 2021. Mario Gozzini era uno spirito cattolico inquieto e fermo, apparteneva a quella genia di cattolici che prima della caduta del fascismo e nell’immediato dopoguerra pensavano e si interrogavano su quale Paese volessero costruire, animati com’erano da spirito cristiano, impegnati nell’agire sociale, e pure coscienti che la politica, l’ordinamento statuale, le leggi scritte non fossero tutto quel che si potesse fare, e fossero anche poca cosa se non erano pervase dalla passione per l’umano, dal riscatto degli “ultimi”. Così, gruppi di giovani cattolici che agivano in autonomia, partendo proprio da un’esigenza di rinnovamento religioso e sociale che il partito dei cattolici, la Democrazia cristiana, pareva trascurare, negli anni Cinquanta avevano praterie davanti per un lavoro culturale. È tutto un interrogarsi e prendere le distanze dal misticismo, tutto un distinguere tra esistenzialismo ateo e religioso, tutto un ragionare sul concetto di civiltà cristiana. Era tutto un mondo quello, di forte impronta antifascista, che guardava al movimento operaio, al Partito comunista. Era, in sostanza, il confronto tra cristianesimo e marxismo. Parliamo di uomini con uno spessore culturale forte, che ebbero un peso enorme nella Costituente. È da questo “spirito” che nasce la legge Gozzini. La legge Gozzini non era «l’umanizzazione del carcere» – un concetto orrendo –, non faceva che dare valore e attuazione all’articolo 27 della Costituzione, laddove dice che la pena è rieducativa, anzi di preciso recita così: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». E così, la Gozzini, che fu votata da tutto il Parlamento meno quelle teste di pietra del Msi, che allora volevano l’introduzione della pena di morte ( la volevano sempre, per la verità), intervenne su permessi premio, l’affidamento al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà, la libertà condizionale, la liberazione anticipata. Insomma, allentò la presa. Erano tempi durissimi per le carceri, con una massa di detenuti politici ( che tali non furono mai considerati) e di detenuti politicizzatisi, attraverso le rivolte degli anni Sessanta e Settanta e il lavoro della sinistra extraparlamentare prima e dei Nap dopo, e condizioni di vita sempre più restrittive, a fronte di una popolazione detenuta che aumentava. Si evadeva, si progettavano rivolte, si sparava per le strade. Persino agli architetti delle carceri sparavano. Eppure, invece di puntare a una maggiore militarizzazione e con una opinione pubblica sgomenta e disponibile forse a un discorso ancora più repressivo, Gozzini riuscì a ribaltare il punto di vista. Bisognava allentare la presa, non c’era altro modo per uscire da quella spirale viziosa, più repressione più violenza più repressione. Uno dei primi luoghi dove venne applicata la legge fu il carcere di Porto Azzurro. Quando nel 1987 scoppiò una rivolta e l’Italia restò per giorni con il fiato sospeso – perché c’erano ventotto ostaggi, tra cui il direttore, convinto “gozziniano”, nelle mani di sei ergastolani – Gozzini non si tirò indietro, e si schierò per la trattativa a oltranza, per il dialogo, contro chi voleva subito l’intervento delle forze speciali, anche a costo di lasciare dietro una scia di sangue. Ebbe ragione. A memoria d’uomo non si ricorda una visita in carcere di un presidente del Consiglio, accompagnato dal ministro di Giustizia – accolti dai detenuti al grido di “Draghi, Draghi, amnistia, indulto”. È successo ai papi – nelle loro visite pastorali natalizie a Regina Coeli o a San Vittore. E a memoria d’uomo non si ricorda una visita in carcere di un presidente del Consiglio, accompagnato dal suo ministro della Giustizia, dopo un pestaggio spietato e disumano – in cui le parole pronunciate sono state: «Non può esserci giustizia dove c’è abuso. E non può esserci rieducazione dove c’è sopruso. Il Governo non ha intenzione di dimenticare. Le indagini in corso stabiliranno le responsabilità individuali. Ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato». Parole riecheggiate in quelle del ministro Marta Cartabia: «È l’occasione per far voltare pagina al mondo del carcere. Bisogna correggere la misura penale incentrata solo sul carcere». È questo il “filo rosso” della riforma presentata da Cartabia. Da un lato, con un’ampia casistica di pene alternative alla detenzione. Si potrà intervenire sulla detenzione domiciliare: per le pene fino a 4 anni; oppure, sulla semilibertà; oppure, per i lavori utili: per le pene fino a tre anni. Dall’altro rimettere mano all’ordinamento penitenziario, la legge Gozzini n. 663 del 1986, e che ha progressivamente perso la sua “spinta propulsiva”. Il carcere non può essere “vendicativo”. È un principio che Cartabia ha ripetuto più volte, estesamente. Una, a esempio, è stata la presentazione a febbraio, del libro “Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione”, scritto insieme a Adolfo Ceretti, professore di Criminologia all’Università di Milano- Bicocca e coordinatore scientifico dell’Ufficio di mediazione penale di Milano – in cui si riattraversa l’insegnamento del cardinal Martini sulla giustizia, sul senso della pena e sulle carceri. Martini, peraltro, ricordano gli autori, iniziò la sua attività pastorale come arcivescovo di Milano scegliendo come luogo di elezione proprio San Vittore. Martini, negli anni Novanta, ragionava su una giustizia non solo punitiva ma riparativa, capace di rimarginare le ferite delle vittime e della società, una “giustizia dell’incontro”. Una giustizia che vedeva nel riconoscimento della colpa e non nella crudeltà della vendetta la via per ricomporre i conflitti di società ferite, come avvenuto in Sudafrica. Un’altra, sempre a esempio, è la lectio magistralis tenuta all’università di Roma tre, a Roma, nel gennaio dello scorso anno, quando Cartabia era presidente della Corte costituzionale: “Una parola di giustizia. Le Eumenidi dalla maledizione al logos”. Qui, Cartabia, rileggendo la tragedia di Eschilo, ragiona sul passaggio dalla antica giustizia vendicativa, rappresentata dalle Erinni, al nuovo ordine fondato grazie a Atena, dea della sapienza, «su un istituto di giustizia che resterà saldo per sempre», cioè il processo davanti a un tribunale. Il ragionare prende il posto dell’istinto vendicativo, dell’immutabilità insensata di una giustizia- vendetta che esige solo il versamento di altro sangue, la generazione di altro dolore, la proliferazione di altro male. Ogni controversia giurisdizionale reca sempre in sé una dimensione collettiva, che trascende la singola vicenda individuale. È qui che Cartabia ricorda l’esperienza del Sudafrica dopo l’apartheid – l’incontro tra le vittime e i loro carnefici d’un tempo. Una giustizia che guarda in avanti e allude alla possibilità di una rinascita: senza cancellare nulla – anzi ri- cordando tutto – apre una prospettiva nuova per la singola esistenza individuale e per l’intera comunità. Forse davvero è il momento per far voltare pagina al mondo del carcere.

Dalla prescrizione all'appello: ecco tutte le novità della riforma Cartabia sulla giustizia. Il Quotidiano del Sud il 9 luglio 2021. PASSO in avanti per la riforma del processo penale elaborata dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Sono stati approvati in Consiglio dei Ministri gli emendamenti che il Governo presenterà al ddl Bonafede, da tempo al vaglio del Parlamento. Questi, nel dettaglio, i punti principali:

PRESCRIZIONE Viene confermata l’attuale disciplina, che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione). Inoltre, si stabilisce una durata massima di due anni per i processi d’appello e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi (per esempio associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, concussione). Decorsi tali termini, interviene l’improcedibilità. Sono esclusi i reati imprescrittibili (puniti con ergastolo). 

DIGITALIZZAZIONE E PROCESSO PENALE TELEMATICO, DEPOSITO ATTI E NOTIFICHE Si delega il Governo a rendere più efficiente e spedita la giustizia penale attraverso la digitalizzazione e le tecnologie informatiche. Si prevede tra l’altro che il deposito degli atti e le notifiche possano essere effettuate per via telematica, con notevole risparmio di tempo.

INDAGINI PRELIMINARI Si stabilisce che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una “ragionevole previsione di condanna”. Si rimodulano i termini di durata massima delle indagini rispetto alla gravità del reato. Inoltre, alla scadenza del termine di durata massima delle indagini, fatte salve le esigenze specifiche di tutela del segreto investigativo, si prevede un meccanismo di discovery degli atti, a garanzia dell’indagato e della vittima, anche per evitare la prescrizione del reato associato a un intervento del giudice per le indagini per le indagini preliminari che in caso di stasi del procedimento.

CRITERI DI PRIORITÀ Gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, dovranno individuare priorità trasparenti e predeterminate, da indicare nei progetti organizzativi delle Procure e da sottoporre all’approvazione del Consiglio Superiore della Magistratura.

EFFETTI ISCRIZIONE NOTIZIA REATO In linea con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, si prevede che la mera iscrizione del nominativo della persona nel registro delle notizie di reato non possa determinare effetti pregiudizievoli sul piano civile e amministrativo.

UDIENZA PRELIMINARE Si limita la previsione dell’udienza preliminare a reati di particolare gravità e, parallelamente, si estendono le ipotesi di citazione diretta a giudizio. Il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna. 

APPELLO Si conferma in via generale la possibilità – tanto del pubblico ministero, quanto dell’imputato – di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. Si recepisce il principio giurisprudenziale dell’inammissibilità dell’appello per aspecificità dei motivi. Si prevedono limitate ipotesi di inappellabilità delle sentenze di primo grado, per esempio in caso di proscioglimento per reati puniti con pena pecuniaria e di condanna al lavoro di pubblica utilità.

CASSAZIONE Si introduce un nuovo mezzo di impugnazione straordinario davanti alla Cassazione, per dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, si prevede la trattazione dei ricorsi con contraddittorio scritto, salva la richiesta formulata dalle parti di discussione orale in pubblica udienza o camera di consiglio partecipata.

PROCEDIMENTI SPECIALI Sul patteggiamento si prevede che, quando la pena detentiva da applicare supera i due anni (cosiddetto patteggiamento allargato), l’accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene accessorie e alla loro durata, nonché alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare. Quanto al giudizio abbreviato si prevede, tra l’altro, che la pena inflitta sia ulteriormente ridotta di un sesto, nel caso di mancata proposizione di impugnazione da parte dell’imputato. Inoltre nel caso di mutamento del giudice o del collegio in un giudizio ordinario, si prevede che, nell’ipotesi di mutamento del giudice o di uno o più componenti del collegio, il giudice disponga, in caso di testimonianza acquisita con videoregistrazione, la riassunzione della prova solo quando lo ritenga necessario sulla base di specifiche esigenze.

QUERELA Si delega il Governo ad estendere la procedibilità a querela a specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore nel minimo a due anni, salva la procedibilità d’ufficio, se la vittima è incapace per età o infermità.

PENA PECUNIARIA Si mira a razionalizzare e semplificare il procedimento di esecuzione delle pene pecuniarie, a rivedere, secondo criteri di equità, efficienza ed effettività, i meccanismi e la procedura di conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento per insolvenza o insolvibilità del condannato e a prevedere procedure amministrative efficaci, che assicurino l’effettiva riscossione e conversione della pena pecuniaria in caso di mancato pagamento. 

PENE SOSTITUTIVE DELLE PENE DETENTIVE BREVI Si delega il Governo a effettuare una riforma organica della legge 689 del 1981, prevedendo l’applicazione, a titolo di pene sostitutive, del lavoro di pubblica utilità e di alcune misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Le nuove pene sostitutive (detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) saranno direttamente irrogabili dal giudice della cognizione, entro il limite di quattro anni di pena inflitta. E’ esclusa la sospensione condizionale. In questo modo, si garantisce maggiore effettività all’esecuzione della pena.

PARTICOLARE TENUITA’ DEL FATTO Per evitare di celebrare processi per fatti bagatellari, si delega il Governo a estendere l’ambito di applicazione della causa di non punibilità, di cui all’articolo 131 bis del codice penale, ai reati puniti con pena edittale non superiore nel minimo a due anni.

SOSPENSIONE PROCEDIMENTO CON MESSA ALLA PROVA Per valorizzare un istituto che ha avuto una felice applicazione nella prassi (22.271 applicazioni al giugno 2021), si delega il Governo a estendere l’ambito di applicazione dell’articolo 168 bis c.p. a specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, che si prestino a percorsi di riparazione. Si prevede che la richiesta di messa alla prova dell’imputato possa essere proposta anche dal pubblico ministero. La messa alla prova comporta la prestazione di lavoro di pubblica utilità e la partecipazione a percorsi di giustizia riparativa.

GIUSTIZIA RIPARATIVA Si delega il Governo a disciplinare in modo organico la giustizia riparativa, nel rispetto di una direttiva europea (2012/29/UE) e nell’interesse sia della vittima che dell’autore del reato. Si prevede l’accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell’autore e della positiva valutazione del giudice sull’utilità del programma in ambito penale. Si prevede la ritrattabilità del consenso, la confidenzialità delle dichiarazioni rese nel corso del programma di giustizia riparativa e la loro inutilizzabilità nel procedimento penale.

DISCIPLINA SANZIONATORIA DELLE CONTRAVVENZIONI Si conferma quanto previsto dal disegno di legge 2435 in materia di estinzione per adempimento delle prescrizioni dell’autorità amministrativa. (AGI)

Marco Travaglio e Piercamillo Davigo, gli sconfitti da Marta Cartabia: "Schiforma" e "salvaladri"? Come rosicano...Filippo Facci su Libero Quotidiano il 09 luglio 2021. L'efficacia di una riforma si misura dall'isteria dei suoi nemici: se così fosse, Marta Cartabia sarebbe a posto. Marco Travaglio, che scomodiamo sempre perché fa sempre comodo, sembra letteralmente impazzito e continua a vergare i suoi articoli in stile «forca for dummies». Pier Camillo Davigo, pure lui, non fa che vergare articolesse in cui spiega tecnicamente e risolutamente, col suo stile, perché qualsiasi cambiamento introdotto dalla Guardasigilli non andrà bene. Mentre, scendendo di calibro, Alfonso Bonafede - il più imbarazzante ministro della giustizia dall'Olocene in poi - esprime al meglio ciò che ha sempre sostenuto: un mugugnoso niente. Intanto Mario Draghi non segue i consigli del Fatto Quotidiano (non sa che esiste, forse) e tratta la riforma della giustizia come qualsiasi altra, senza che intanto si cappòttino ministri, saltino governi e la gente scenda in piazza: a parte quelli che sono scesi in piazza per firmare i referendum sulla giustizia. «Lo vuole l'Europa», pare abbia detto Draghi, che poi chi se ne frega: èche lo vuole l'Italia, o così pare. Però è anche vero: i soldi del Recovery fund e del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) arriveranno solo se i tempi saranno tagliati come chiede Bruxelles. 

PROTESTE INUTILI

Dunque niente rinvii, e delle proteste grilline (e associati) chi se ne frega. Non si sa molto, ma si sa che anzitutto faranno esplodere l'abolizione della prescrizione che piace ai Travaglio-Davigo-Bonafede, con una magistratura in grado di tenerti sotto scacco a vita e di commisurare i tempi della giustizia secondo i comodi propri. Marta Cartabia, di facciata, ha ovviamente mediato con tutti: ma coi grillini, on sostanza, no. Ha già deciso che la prescrizione si sospenda dopo il primo grado, mache, nel resto del processo, si debba rispettare una tempistica ben definita tipo due anni per l'appello e uno per la Cassazione. Bonafede sta facendo casino, ma il partito è senza guida (capirai la differenza) e la riforma procede. Che i Cinque Stelle possano astenersi, o votare contro, non viene considerato un problema. Di Alfonso Bonafede non sapremmo che altro dire. Ha cercato di coinvolgere un po' di parlamentari (suoi) ma nelle commissioni giustizia non è riuscito neanche in questo. Neppure i ministri (suoi) sono favorevoli. Dovrà rassegnarsi a una riforma che Draghi ha promesso alla Commissione europea entro il termine di luglio, col solo «difetto» di voler rientrare entro i limiti della Costituzione: occorre vedere se basterà. Neppure di Marco Travaglio sapremmo più che dire: ha rispolverato tutto il repertorio («impunità ai criminali ricchi e giustizia negata alle vittime») ma con tonalità in minore, come stanco anche di se stesso. Ieri ha azzardato un parallelo tra la riforma Cartabia, «presentata mentre l'Italia è distratta dagli Europei», al Decreto Biondi che cercarono di approvare nel 1994, «mentre l'Italia era distratta dai Mondiali». Vedremo se Travaglio porterà sfiga anche stavolta. Per lui il Cartabia e il Biondi sono comunque «salvaladri», e il suo argomentare è di questo genere: senza contare l'escrementizio tentativo di collegare il nome della Cartabia alla mafia per via di una lettera giunta in via Arenula con la firma di un boss incarcerato, una delle migliaia di lettere che ogni ministro della giustizia riceve dagli istituti di pena. Sul Fatto Quotidiano (ecco perché ci fa comodo: sono tutti riuniti lì) verga una pagina settimanale anche Pier Camillo Davigo, curiosamente in sintonia copiativa (lui è l'originale) con quanto espresso in varie forme da Bonafede e Travaglio. Sul Fatto di giovedì, l'ex magistrato ha scritto un articolo proprio sulla «Perversione della prescrizione» (è il titolo) e le soluzioni che propone, dopo aver ammesso il disastro della durata dei processi, sono essenzialmente due: una contro gli avvocati (e i loro assistiti) e un'altra contro gli assistiti (e i loro avvocati). I legali sono colpevoli di «attivitaglilatorie e proposizione di impugnazioni manifestamente infondate», come dice da anni; una riforma delle impugnazioni a dir il vero è prevista, ma «non sembra idonea a ridurre sensibilmente il carico di lavoro».

RESPONSABILITÀ

Capito. Che fare? Bisogna fare come in Francia, dove «non esiste il divieto di reformatio in pejus che opera in Italia», ossia l'impossibilità di incorrere in aggravi di pena dopo aver fatto ricorso ai gradi successivi. Per i ricorsi in Cassazione infondati, a dir il vero, anche in Italia è prevista una sanzione pecuniaria: ma è solo di 2.000 euro, troppo poco. Nota: problemi e soluzioni, secondo Davigo, non contemplano difetti o errori o, insomma, posture sbagliate da parte della magistratura. Dei problemi della giustizia, i magistrati, non hanno nessuna responsabilità. Dettaglio oggettivo: non ci crede più nessuno.

Marco Travaglio per “Il Fatto Quotidiano” il 10 luglio 2021. – ESTRATTO. Le conseguenze politiche del Salvaladri approvato dal Consiglio dei ministri sono una grande Operazione Verità: Draghi si conferma il nuovo capo politico dei 5Stelle, rendendo superflua la trattativa con Conte; Grillo si conferma il garante non del M5S, ma di Draghi; i ministri 5Stelle che hanno votato la porcata in Cdm e non si dimettono e i parlamentari che la voteranno in aula avranno la tessera onoraria del Movimento5Draghi, ultima succursale di FI con Iv e altri pulviscoli, e riusciranno finalmente a convincere gli elettori che votare è inutile perché la roulette delle urne è truccata e, alla fine, vince sempre il banco. Una menzione speciale a Pd e LeU, non pervenuti nella discussione perché già a 90 gradi al cospetto di Sua Maestà, che ingoiano senza un ruttino la quintessenza del berlusconismo contro cui avevano finto di battersi per 27 anni, fregando milioni di elettori. Ma le conseguenze più nefaste del Salvaladri sono quelle giudiziarie, perché rovinano irrimediabilmente la vita dei cittadini: quelli onesti, si capisce.

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 12 luglio 2021. Sofritto. "Davigo, Bonafede, Travaglio, il Dap sono dediti alla dimostrazione che nelle carceri italiane non esiste alcun sovraffollamento" (Adriano Sofri, Foglio, 5.7). Veramente abbiamo sempre sostenuto il contrario, proponendo per questo la costruzione di nuove carceri. Però, se dovesse tornare dentro lui a scontare finalmente il resto della sua pena, potremmo fare un'eccezione.

Le parole discriminatorie del Fatto. Povero Travaglio, come si è ridotto: piccolo in tutto, anche nei gingilli. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 18 Luglio 2021. “Vispateresa”, “Cheerleader di Formigoni”, “Guardagingilli”. Ci vorrebbe una legge Zan per difendere i diritti della ministra Marta Cartabia e punire le parole discriminatorie e violente che emanano ogni giorno dalle pagine del Fatto Quotidiano. Non c’è bisogno di essere femministe più o meno “storiche” (ma aspettiamo qualche parola al riguardo) per sapere che il linguaggio scelto per la polemica politica ha un peso diverso per le donne e per gli uomini. E, per stare nel tema della proposta di legge Zan, anche nei confronti di altro tipo di soggettività. E non è indispensabile essere psicologi, o aver frequentato qualche seduta di analisi, per gettare un po’ di luce sul tipo di maschio che nella violenza contro le donne sembra quasi un concorrente, più che un semplice misogino. Razzista nei riferimenti alla Vispa Teresa e alla Cheerleader. La prima definizione serve a dire che la ministra Cartabia è senza testa. Una stupidina, un po’ oca giuliva, alle prese con cose più grandi di lei, come per esempio una riforma della giustizia. Il che, per un ammiratore di intellettuali come Bonafede e Toninelli è confortante, perché anche una ragazzina a caccia di farfalle darà sempre risultati migliori. Il riferimento alle Cheerleader puzza ancor più di razzismo, anche se avrebbe la pretesa di essere un attacco politico. Finalizzato a dimostrare come l’amicizia di Marta Cartabia nei confronti di Roberto Formigoni, la renda quasi infetta, colpita dal virus di quei reati contro la Pubblica Amministrazione che la sub-cultura dei Travaglio e Barbacetto considera di pari (o forse superiore) gravità rispetto alla strage, l’omicidio, la rapina a mano armata, lo stupro. E sul piano sociale più pericolosi della mafia e del terrorismo. Cartabia, secondo Il Fatto, sarebbe colpevole non tanto di esser stata una giovane militante di Comunione e liberazione, quanto di aver sfiorato il “virus Formigoni”. Che credibilità potrebbero quindi avere le sue riforme? Ma sotto l’attacco politico, un po’ banalotto in verità, si nasconde ancora il razzismo, la misoginia violenta, cioè la voglia di ridurre la donna a corpo, a pezzo di carne. Tu non sei degna di essere ministra perché sei una Vispa Teresa superficiale e stupidina, ma sei anche una ragazza-pompon, una che va sculettando davanti al potere, davanti all’eroe politico (invece che sportivo) maschio, quello che gioca la partita mentre voi ragazze gli preparate la scena. Che dire poi della parte più volgare? La Guardasigilli trasformata in “guardagingilli”? Questa è veramente imbarazzante per chi l’ha scritta. Non esiste innocenza del linguaggio. Quando il commissario Montalbano dice “mi hai rotto i cabbasisi”, è evidente a chiunque che non sta parlando dei cabbasisi, “piccoli tuberi commestibili dal sapore dolciastro”. L’ allusione è lampante, pur se non volgare, perché la lingua di Camilleri è misteriosa e bellissima. C’è da vergognarsi invece, scendendo al livello di Travaglio, a dover spiegare quali sono i “gingilli” che la ministra dovrebbe custodire. Il Guardasigilli è quel ministro che mette il sigillo dello Stato sulle leggi. Il “guardagingilli” che cosa dovrebbe maneggiare e custodire? Ninnoli, ciondoli, oggettini di poco peso e poca importanza? O altro? Povero Travaglio, come sei ridotto. Piccolo in tutto, anche nei gingilli.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Povero avvocato Coppi, reclutato da Travaglio a sua insaputa…L'avvocato di Berlusconi finisce nell'esercito di Travaglio. Ma qualcosa non torna...Davide Varì su Il Dubbio il 12 luglio 2021. La novità della settimana è l’arruolamento dell’avvocato Franco Coppi nell’esercito di Marco Travaglio, Nicola Gratteri e dei soldati di provata fede contiana che in queste ore sta minando la riforma Cartabia. Un arruolamento del tutto arbitrario: gli ultimi giapponesi rimasti a guardia della riforma Bonafede hanno infatti pescato una parte delle dichiarazioni in cui il professor Coppi, in modo chiaramente paradossale, ammetteva che sì: “In fondo la riforma dell’ex guardasigilli grillino aveva il pregio della chiarezza”. Il che vuol dire assai poco: anche le “leggi fascistissime” con cui Mussolini fece a pezzi libertà e diritti avevano il pregio della chiarezza ma non per questo erano giuste. Ma tanto basta ad accontentare Travaglio e i suoi. I quali, evidentemente, devono aver completamente ignorato la parte in cui Coppi critica quella parte della riforma Cartabia che prevedeva l’impossibilità per le Procure di appellare le sentenze di assoluzione. «Era una norma sacrosanta, ed è un male che sia stata eliminata», ammette il Coppi “censurato”. E a chi ricorda che quella norma, che fu approvata da Berlusconi con la famosa legge Pecorella, venne annullata dalla Corte Costituzionale, Coppi replica secco: «Quella che viene chiamata legge Pecorella fu il frutto di una proposta che era stata formulata dal sottoscritto e dal professor Padovani. In un sistema retto dal principio che un imputato può venire condannato solo se la sua colpevolezza è dimostrata “oltre ogni ragionevole dubbio”, è persino ovvio che una sentenza di assoluzione sancisce per sempre che quel dubbio sussiste. Tre giudici, addirittura otto, se il processo si è fatto in corte d’assise, hanno assolto. Da quel momento il pm dovrebbe alzare bandiera bianca». Ma il Coppi garantista non è utile alla causa grillina e così l’ufficio propaganda dei pentastellati ha sbianchettato questa parte e poi lo ha arruolato.

L'attacco alla riforma della giustizia. Travaglio "arruola" Gratteri per demolire la riforma Cartabia: “Meglio quella Bonafede, così al macero migliaia di processi”. Redazione su Il Riformista il 12 Luglio 2021. La riforma della giustizia ‘partorita’ dalla ministra Marta Cartabia? “Getterà al macero migliaia di processi” da un lato, mentre dall’altro “si accentua la tendenza alla trasformazione delle corti in “sentenzifici”, che badano solo ai numeri, con buona pace della qualità delle decisioni”. Parola di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro che si lascia intervistare dal ‘sodale’ Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano per bombardare la riforma votata giovedì scorso nel Consiglio dei ministri. Secondo il magistrato antimafia, punto di riferimento per quell’universo forcaiolo che ha nel Movimento 5 Stelle il suo braccio politico in Parlamento, con la riforma Cartabia il sistema giustizia “non solo è destinato ad andare in tilt, ma in questo modo non viene assicurata alcuna ‘giustizia’. Stabilire che la prescrizione si interrompe dopo la sentenza di primo grado, ma al contempo imporre termini ‘tagliola’ per il processo di appello e per quello successivo di Cassazione, senza intervenire sui sistemi di ammissibilità degli appelli o dei ricorsi per Cassazione, significa solo preoccuparsi di ‘smaltire carte’, non di assicurare una decisione giusta”. Per Gratteri “era sicuramente meglio la riforma Bonafede”, condividendo l’opinione di un altro punto di riferimento di 5 Stelle e Fatto Quotidiano, Piercamillo Davigo, secondo cui l’improcedibilità è un’amnistia mascherata, aggiungendo che “questa ‘tagliola’ colpirà anche processi delicatissimi, come omicidi colposi e violenze sessuali”. Quindi Gratteri attacca “la politica”, che “non può pensare di abbreviare i processi con la tagliola dei termini di due anni in appello o un anno in Cassazione, che con questo sistema si sa già in anticipo che non potrà mai essere rispettati. Per avere processi più rapidi occorrono prima di tutto uomini (magistrati, personale amministrativo e di polizia giudiziaria) e mezzi adeguati rispetto a una mole di affari giudiziari elefantiaca. E poi si deve intervenire a monte, non a valle. Rendere più snelle le procedure è possibile, ma bisogna partire dal basso: limitare le ipotesi di appello, rendere inammissibili le impugnazioni vistosamente pretestuose (e sono molte); ridurre i ricorsi in Cassazione solo ai casi che riguardano la legittimità. E ancora: limitare gli incarichi ‘fuori ruolo’ solo a quegli Uffici dov’è veramente necessaria la presenza di magistrati; e rivedere la geografia degli uffici giudiziari”. Per Gratteri insomma ci sarebbero tanti interventi, ma diversi da quelli scelti dalla Cartabia, per andare in direzione “di una effettiva riduzione dei tempi, se davvero questo fosse l’obiettivo dei ‘riformatori’. Ma, con questa ‘riforma’ – conclude il magistrato – è un’utopia”.

Luigi Di Maio umiliato pure da Marco Travaglio: "Non ci ho capito niente". Leggete anche voi: drammatica figuraccia. Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. Si mette male per Luigi Di Maio, se anche il Fatto quotidiano che da anni lo porta in palmo di mano si permette il lusso di sbeffeggiarlo. E non si tratta di una vignetta di Vauro Senesi, Natangelo o Mannelli, ma del direttorissimo Marco Travaglio in persona, e per giunta nel suo editoriale domenicale. Che non sarà quello di Scalfari su Repubblica, ma che comunque "detta la linea" ai lettori del Fatto, che in tenere sono pure elettori del Movimento 5 Stelle. Insomma, una combinazione esplosiva che prepara una settimana di fuoco per il ministro degli Esteri. Tutto nasce da un commento rilasciato da Di Maio alla festa di Articolo 1 sulla riforma della giustizia. "Io non credo che sia irragionevole discutere della riforma della giustizia e dire che va migliorata, lo dicono i magistrati e lo diciamo anche noi. È irragionevole fare una battaglia ideologica per cui le riforme di tutti gli altri non sono buone perché le presentano gli altri e l'unica buona è la nostra. Questo è un salto che stiamo facendo in questa fase". Un salto nel vuoto, carpiato, aggiungiamo noi. E infatti Travaglio commenta, senza sarcasmo stavolta: "Leggo e rileggo questa frase di Luigi Di Maio e non ci capisco niente". In realtà il giochino di Di Maio è abbastanza scoperto, e lo sa pure Travaglio. L'ex capetto grillino gioca con un piede in due scarpe: non può sconfessare la linea dura di Giuseppe Conte che minaccia addirittura la sfiducia nel caso Draghi e Cartabia non accettino di modificare la riforma della giustizia secondo i desiderata edi 5 Stelle (praticamente: smantellarla). Ma da ministro è letteralmente terrorizzato dall'ipotesi di uscire dal governo e dalla maggioranza, con l'incognita di un ritorno alle urne che potrebbe definitivamente rispedire all'opposizione, polverizzandolo, il Movimento. Da qui l'esercizio di equilibrismo democristiano. Non proprio riuscito, però, e stavolta non per colpa dei congiuntivi.

Ora Conte smentisce Travaglio: cosa è successo tra i due. Francesco Boezi il 25 Luglio 2021 su Il Giornale. L'ex premier Giuseppe Conte smentisce Il Fatto Quotidiano sull'ultimatum a Draghi. Adesso si rompe l'idillio. Ecco cosa c'è dietro (davvero). È la rottura di un idillio o qualcosa di molto simile: sembrava esistere una linea condivisa tra l'ex premier Giuseppe Conte ed il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Ma i fatti delle ultime ore consigliano una revisione, almeno momentanea, della narrativa sul rapporto tra i due. Questa mattina, l'ex premier giallorosso ci ha tenuto a smentire - come riportato dall'Ansa - alcune frasi che gli sono state attribuite dal quotidiano diretto dal giornalista torinese: "In merito ad alcuni virgolettati che oggi vengono attribuiti a Giuseppe Conte, si precisa che Conte non ha rilasciato interviste, nè dichiarazioni, nè virgolettati", si legge nella nota. Un avvenimento insolito, soprattutto considerato il pregresso della strategia politico-comunicativa, che sembrava combaciare. I virgolettati in questione sono quelli in cui Conte pareva inoltrare una specie di ultimatum al governo presieduto da Mario Draghi. In questi giorni, infatti, si sta discutendo della riforma sulla Giustizia. L'ex giallorosso sembrava pronto alla levata di scudi in favore dei "valori" grillini. Quali siano questi valori rimane un mistero, data la natura ondivaga dei posizionamenti politici di Conte, che è stato alleato con quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento, svolgendo prima la funzione di sintesi "populista", per poi trasformarsi in un campione del progressismo al fianco dell'ex segretario del Pd Nicola Zingaretti, ma non è questo il punto. In questa fase si è parlato pure della possibilità che i grillini sfilassero i loro ministri dall'esecutivo in caso di mancato accoglimento delle loro proposte sulla Giustizia. Il titolo mattutino de Il Fatto Quotidiano lasciava poco spazio ad interpretazioni: "Conte: o si cambia o leviamo la fiducia", hanno potuto leggere i lettori. Ma Conte, come premesso, ha negato di aver pronunciato frasi. Esistono spinte - questo è un fatto noto - che vorrebbero l'ex presidente del Consiglio ed i suoi fuori dal governo di Mario Draghi. C'è, nel MoVimento 5 Stelle e negli ambienti limitrofi, chi confida che l'avvocato originario di Volturara Appula si sganci dall'intesa su cui si fonda l'esecutivo di unità nazionale, magari per costituire una formazione di sinistra o per riportare il MoVimento 5 Stelle ai tempi del "Vaffa". Conte, polemizzando sul progetto Draghi-Cartabia, sembrava aver intrapreso quella strada. Ma gli avvenimenti di oggi possono suggerire come Conte non sia pronto ad un vero e proprio strappo. Oppure, in misura banale, come Conte non voglia proprio imboccare il percorso che conduce all'opposizione. Difficile comprendere se i "contiani doc", cui l'articolo del quotidiano si riferisce, abbiano tentato la fuga in avanti o se Conte, dinanzi all'imminenza di una scelta così drastica, abbia preferito una marcia indietro. Siamo comunque al cortocircuito che può compromettere quella che, sino alla mattinata di oggi, appariva come una fondata e ricambiata simpatia reciproca. Marco Travaglio ha preso le parti dell'ex premier in più circostanze. Per avere un'idea di quanto questa prossimità fosse evidente, basta l'anticipazione di "I segreti del Conticidio", il libro tramite cui il direttore de Il Fatto Quotidiano ricostruisce la "cacciata" dell'avvocato, che era stato scelto in primis dai grillini per guidare il Belpaese: "Giuseppe Conte - si legge - inizia a scavarsi la fossa, ovviamente a sua insaputa, nella notte fra il 20 e il 21 luglio 2020, quando porta a casa il più grande successo della sua carriera politica: i 209 miliardi di euro del Recovery Fund. Da quel momento, nei circoli che contano dell'eterna Italia lobbista, affarista e tangentista, la parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: ora che arrivano tutti quei miliardi, mica li faremo gestire a chi non prende ordini da noi...". Insomma, è difficile sostenere che Travaglio sia stato un oppositore di Giuseppe Conte sin dalla comparsa dell'avvocato sulla scena. Pure Andrea Scanzi ha commentato la smentita di Conte via social, dicendo la sua sull'accaduto sua pagina Facebook: "Stavo per scrivere: “Era l’ora!”. Poi però leggo che Casalino smentisce questo virgolettato pubblicato stamani dal Fatto Quotidiano. Mah". Delusione, quindi, per una delle firme di punta del quotidiano diretto da Travaglio. Scanzi non era il solo a sperare che Conte fosse vicino ai saluti con il governo Draghi. Nella "guerra" tra il fondatore Beppe Grillo e l'ex premier, poi, il direttore de Il Fatto Quotidiano sembrava aver preso di nuovo le parti di Giuseppe Conte. È un momento delicato per i pentastellati: dalla diatriba Conte-Grillo verrà fuori, con ogni probabilità, la nuova natura identitaria del MoVimento 5 Stelle, che può divenire governista, per paradosso, seguendo le ultime indicazioni del fondatore, o virare sullo "sfascismo", inseguendo Conte e la sua volontà di non cedere centimetri sulla Giustizia. Sempre che quella volontà esista. Perché tutta questa vicenda dei virgolettati potrebbe nascondere un cedimento di certe ragioni. Qualcuno, dall'interno del MoVimento o dal contorno, potrebbe aver lanciato il suo "grido di speranza", affinché l'ex premier conduca il grillismo al di fuori del governo presieduto da Mario Draghi. E l'indisponibilità di Conte a strappi plateali potrebbe aver spiazzato più di qualcuno. Magari gli stessi "consiglieri" che, spingendo all'epoca Conte tra le braccia dei "responsabili", potrebbero aver contribuito allo schianto che ora viene chiamato "Conticidio".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta

DETTO, SFATTO! – RETROSCENA: PERCHE' CONTE HA SMENTITO TRAVAGLIO – DOPO UNA TELEFONATA, IL "SOPRAELEVATO" DEL "FATTO" LANCIA LA BOMBA IN PRIMA CON UN VIRGOLETTATO ATTRIBUITO ALL’EX PREMIER: “O SI CAMBIA O LEVIAMO LA FIDUCIA”, MA CASALINO DEVE SMENTIRE TUTTO – I CONSIGLI DI MARCOLINO, CHE ATTACCA "GIGGETTO IL DRAGHETTO" DI MAIO: “SE NESSUNO METTE IN GIOCO LA POLTRONA, LA MEDIAZIONE È DESTINATA ALLA DISFATTA. I 5S NON LI VOTERANNO PIÙ NEMMENO I PARENTI STRETTI”.

DAGONEWS il 25 luglio 2021. Il virgolettato sparato stamattina dal "Fatto" (Conte: "O si cambia o leviamo la fiducia") sarebbe fuoruscito da una telefonata tra l'Avvocato di Alpa e Marco Travaglio, ormai nel pieno delle sue funzioni di "SopraElevato", deciso a trasformare la pochette da avvocato in una bandana da Masaniello per condurlo verso il passo fatale: mollare il governo Draghi sfanculando ogni mediaione sulla cosiddetta legge Salvaladri-Mafiosi, cioè la "schiforma Cartabia". Conte, attraverso Tarocco Casalino, non poteva non smentire quella dichiarazione, lanciata durante una telefonata, per alcuni motivi. Il primo: l'ex premier per caos è personalmente impegnato in una trattativa con la Cartabia per trovare un punta di caduta sui "ritocchi" da apportare alla riforma. Ad esempio quello sui reati di mafia, che poi devono per forza essere accettati da Lega e Forza Italia. Secondo: Draghi, chiedendo la fiducia sulla riforma della giustizia, ha sbattuto Conto davanti a un bivio, dove non c'è salvezza: se l'accetta e poi in Senato avviene il voto contrario o l'astensione di una parte di grillini puri e grulli, sarebbe delegittimato senza manco essere ancora intronato capo politico del movimento. Viceversa: Conte ascolta il suo "SopraElevato" di carta e sfancula Cartabia e Draghi passando all'opposizione, e si troverebbe davanti una vera e propria scissione perché Di Maio e i suoi, con un contiano come Patuanelli in piena crisi, voterebbero la fiducia. Dove va, il poverino sbaglia.

(ANSA il 25 luglio 2021) In merito ad alcuni virgolettati che oggi vengono attribuiti a Giuseppe Conte, si precisa che Conte non ha rilasciato interviste, nè dichiarazioni, nè virgolettati. Lo si afferma dallo staff dell'ex premier ribadendo che Conte sta lavorando per trovare una mediazione sulla giustizia. Lo staff di Conte fa riferimento al servizio pubblicato oggi dal Fatto Quotidiano dal titolo: "Conte: o si cambia o leviamo fiducia".

Estratto dell’articolo di Luca De Carolis per “il Fatto quotidiano” il 25 luglio 2021. (…)  In caso di mancata intesa Conte potrebbe davvero decidere per lo strappo, per il mare aperto, cioè per l'uscita dal governo Draghi. "Se non accettano modifiche vere, preservando innanzitutto i processi per mafia, per noi sarà impossibile votare la fiducia" dicono alcuni contiani doc, riassumendo la linea. L'opzione che l'ex premier non cerca ma che non considera eresia, per nulla. Tanto che non si è irritato, anzi, con la ministra Fabiana Dadone, che venerdì mattina ad Agorà aveva ventilato come possibile le dimissioni dei ministri in caso di mancato accordo sulla controriforma Cartabia. (...) Ma l'ex premier, racconta chi gli ha parlato, ha apprezzato la franchezza della ministra, capace di mettere in gioco anche la sua poltrona in una battaglia identitaria per il M5S. Chi non ha affatto gradito, assicurano in diversi, è Luigi Di Maio. L'uomo della mediazione con Beppe Grillo, il ministro degli Esteri che non vuole neanche pensare alla rottura con Draghi. E lo ha ripetuto più volte in questi giorni, come un mantra: "Il governo deve arrivare al 2023". (…)

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano" il 25 luglio 2021. "Io non credo che sia irragionevole discutere della riforma della giustizia e dire che va migliorata, lo dicono i magistrati e lo diciamo anche noi. È irragionevole fare una battaglia ideologica per cui le riforme di tutti gli altri non sono buone perché le presentano gli altri e l'unica buona è la nostra. Questo è un salto che stiamo facendo in questa fase". Leggo e rileggo questaf rase di Luigi Di Maio alla festa di Articolo 1 e non ci capisco niente. Capirei tutto se qualcuno avesse detto che la "riforma" Cartabia non va bene perché non l'ha proposta il M5S. Ma non risulta. (…) E allora che ci stanno a fare i quattro ministri M5S: a passare il resto dei loro giorni a pentirsi di aver avuto ragione? La ministra Dadone ha detto che il M5S dev' essere pronto a uscire dal governo se le modifiche alla schiforma non saranno sufficienti. È ciò che dovrebbero dire anche Di Maio, D'Incà e Patuanelli, se vogliono sperare che il premier e la Guardagingilli scendano a più miti consigli e che gli elettori tornino a votare i 5Stelle anziché inseguirli coi forconi. Se invece nessuno mette in gioco la poltrona, la mediazione di Conte è destinata alla disfatta. I 5S non li voteranno più nemmeno i parenti stretti e, quel che è più grave, andranno in fumo centinaia di migliaia di processi. (...) 

Prescrizione, elogio funebre del forcaiolismo nostrano. A proposito dei tormenti dei 5 Stelle sulla riforma penale, sarebbe il caso che nessuno dimentichi che le sentenze della Corte costituzionale, almeno quelle, debbano prevalere sulle testarde pretese identitarie delle forze politiche. Il Dubbio il 12 luglio 2021. Oggi il forcaiolismo nostrano è listato a lutto. La riforma (sia detto senza offesa) della prescrizione firmata 5 stelle è deceduta. Piangono, i poveretti, la dipartita di una grande conquista di incompresa civiltà. Quella per la quale se uno Stato, per propria incapacità strutturale, non sa impiegare meno di una decina di anni per stabile se sei innocente o colpevole, beh chissenefrega. Devi rimanere prigioniero del tuo processo fino a quando ci aggrada. Stai lì e aspetta, quando stiamo comodi te lo diremo, se la tua presunzione di innocenza (che palle con ‘sta storia, suvvia!) debba trovare conferma o smentita. Nel frattempo, la tua vita è maciullata, divorata dal pubblico discredito. Sei un presunto colpevole d’altronde, la prossima volta imparerai a non metterti in condizione di essere sospettato. Sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli alfieri di questa roba – i Caselli, i Davigo, i Travaglio e travaglini vari, nonché i sommi giuristi di comesichiama Appula – della recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che in tema di prescrizione ha appena finito di ribadire i seguenti principi: «Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell’applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata». Ed ancora, che il rispetto del principio di legalità esige «la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l’accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale». Sapete cosa significa questo, illustri signori? Che la vostra conquista di civiltà è, molto semplicemente, un obbrobrio fuori dalla Costituzione. Firmato: Corte costituzionale. Senonché il Paese è così malridotto, che da due mesi stiamo impazzendo per capire come non irritare gli artefici e i corifei di una simile porcheria. Invece di – come si diceva un tempo – mandarli a ripetizione di diritto costituzionale, tocca rispettarne “l’identità politica”, che si risolve ormai solo in quella robetta incostituzionale lì. E poiché questo non è più oltre possibile e tollerabile, è toccato dargli il contentino forcaiolo buono per tutte le stagioni. Inseriamo qualche reato “identitario” nel famoso catalogo (mafia, terrorismo, violenza sessuale eccetera) per i quali il giudice, a determinate condizioni, potrà prorogare di un annetto il nuovo termine di prescrizione processuale (due anni per l’appello, un anno per la cassazione). Quindi dentro corruzione, concussione, peculato. Per questi eroi del nostro tempo, la cosa riveste evidentemente una funzione analgesica, balsamica. Almeno questo! hanno frignato. Ed il Governo li ha dovuti accontentare, a quanto pare contro la volontà degli altri partners di maggioranza, ma quando devi quadrare un cerchio può accadere anche questo. Quindi ora un processo, per dire, a carico di un vigile urbano che ha preteso mille euro dal barista per chiudere un occhio sui tavolini messi fuori senza licenza, può finalmente durare un po’ di più del processo al bancarottiere miliardario che ha depredato migliaia di risparmiatori. Sono soddisfazioni, diciamoci la verità. È confortante sapere che ci sono costoro – i Di Battista, i Crimi, quell’altra dello scatarro (mi sfugge il nome), gli Scanzi e i Barbacetto eccetera – a vegliare su ciò che resta della pubblica moralità. Certo, hanno dovuto arrendersi alla Corte costituzionale, ma almeno qui hanno tenuto il punto caspita. Questo, amici miei, è il Paese nel quale, al momento, ci tocca vivere. Quale “riforma della giustizia” potevamo e possiamo seriamente attenderci da queste macerie del diritto, della ragione, e anche del senso del ridicolo? E infatti il prodotto di una simile “mission impossible” è una cosa mezza sì e mezza no, costellata da qualche buona idea, da tante altre abortite a svuotate, e da altre ancora contro le quali occorrerà che il Parlamento si impegni molto seriamente. Oggi possiamo dire questo: la obbrobriosa riforma Bonafede della prescrizione è alle spalle; il tentativo di stravolgere il processo di appello è stato in larga parte sventato; qualche altra buona idea, di schietta ispirazione costituzionale, è stata incartata dal Governo in una legge delega che, non dimentichiamolo, era da brividi. È la riforma del processo che vorremmo, e che scriveremmo noi? Nemmeno lontanamente, ed il nostro impegno per migliorarla ora dovrà moltiplicarsi. Ma, questo essendo il Paese che abbiamo democraticamente scelto di darci, almeno salutiamo come merita la fine di una stagione che non avremmo mai voluto vivere, e che ora comincia davvero a scivolarci dietro le spalle. Che quella della Ministra Cartabia sia più o meno una “mission impossible” è chiaro a tutti. I temi della giustizia penale sono radicalmente identitari per tutte le parti in gioco. I pentastellati sono avvinghiati al loro mostriciattolo – la riforma Bonafede della prescrizione – come le cozze allo scoglio; la Lega continua a voler essere il partito del “buttate le chiavi” delle galere, dunque strepita appena si mette mano a riti alternativi e pene diverse dal carcere; Forza Italia appena fiata viene sospettata di essere il partito degli avvocati di Berlusconi; il PD, come da tradizione, si occupa solo di interpretare i desiderata più minuti e dettagliati della magistratura associata. Lavoro quest’ultimo, del tutto inutile: ci pensa già l’Ufficio Legislativo del Ministero, da sempre consegnato agli avamposti della magistratura distaccati, come una falange oplita, presso le felpate stanze di via Arenula. Siamo l’unico Paese al mondo – ripeto: l’unico in tutto il mondo – che affida l’amministrazione qualificata della politica di governo sulla giustizia al potere giudiziario, e non è certo un caso che quella del sacrosanto divieto di distacco dei magistrati nell’esecutivo sia l’unica riforma sulla quale non si riesce nemmeno ad iniziare una parvenza di discussione. Siamo tutti in attesa di conoscere il testo degli emendamenti governativi alla legge delega, frutto di questo generoso tentativo di quadratura del cerchio. Siamo solidali con l’immane sforzo della Ministra, apprezziamo molto che – almeno da quanto ci dicono le cronache – abbia concreta considerazione di alcune delle obiezioni fondamentali che i penalisti hanno sollevato nelle loro interlocuzioni con il Governo (no al blocco della prescrizione, no alla compressione del diritto di impugnazione delle sentenze), e ne valuteremo gli esiti. Ma intanto, sarebbe il caso che nessuno dimentichi che le sentenze della Corte costituzionale, almeno quelle, debbano prevalere sulle testarde pretese identitarie delle forze politiche. Mi riferisco alla sentenza che la Corte costituzionale ha pronunziato solo qualche giorno fa in tema di prescrizione. In soldoni, si è dichiarata incostituzionale la norma emergenziale Covid che prevedeva la sospensione del decorso della prescrizione determinata da imprevedibili esigenze organizzative di ciascun ufficio giudiziario. Ebbene, nel motivare la decisione la Corte ha statuito un principio le cui ricadute sulla sciagurata riforma Bonafede appaiono inesorabili. Afferma infatti la Corte che «la garanzia del principio di legalità richiede che la persona incolpata di un reato deve poter avere previa consapevolezza della disciplina della prescrizione concernente sia la definizione della fattispecie legale, sia la sua dimensione temporale». Per conseguenza, «Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell’applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata». La riforma Bonafede ha esattamente introdotto una “regola processuale” (sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) che comporta come conseguenza un prolungamento assolutamente indeterminato di un termine che la Corte ritiene invece indispensabile sia prefissato. Quale? «la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l’accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale». Difficile essere più chiari di così nel dire che il principio barbaro sancito da quella riforma, per il quale il cittadino, dopo la sentenza di primo grado, resta prigioniero del proprio processo fino a quando lo Stato non deciderà, con tutto comodo, di concluderlo, si colloca al di fuori di ogni parametro di legalità costituzionale. Morale: capisco le questioni di identità politica, capisco i rapporti di forza in Parlamento, capisco tutto. Ma a quel tutto c’è un limite: nessuno può pretendere il rispetto di un principio di inciviltà giuridica così esplicitamente qualificato come incostituzionale da un pronunciamento fresco fresco della Corte costituzionale. Se qualcuno avesse la bontà di spiegare ai 5S, con parole semplici, il senso di questa sentenza (n.140/2021), in modo che alla fine riescano anche a comprenderlo, faremmo tutti un bel passo avanti.

Da ansa.it il 12 luglio 2021. "Ci sono aspetti dei disegni di riforma che suscitano perplessità": il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, intervenuto oggi al Congresso di Magistratura Democratica, a Firenze, esprime i propri dubbi sulla riforma della giustizia della ministra Marta Cartabia, contenuta negli emendamenti al ddl penale approvati giovedì in Consiglio dei ministri. Il numero uno dell'Anm si riferisce in particolare agli effetti della prescrizione processuale e all'impatto sulla società civile: "occorrerà discutere", afferma risoluto, precisando però che l'Associazione nel suo complesso non ne ha ancora discusso. La riforma prevede, tra l'altro, che nel processo di appello si introduca il termine massimo di due anni (tre in caso di reati gravi), oltre il quale si dichiarerebbe l'improcedibilità (e non la prescrizione). "Molte Corti territoriali - evidenzia - versano in sofferenza organizzativa, bisogna chiedersi se saranno capaci di rispettare la stringente tempistica processuale". E non solo: ci sono risvolti che impattano sulla società. Per il presidente di Anm, infatti, "bisogna interrogarsi sulla comprensibilità sociale di una eventuale risposta di improcedibilità con vittime che avvertano ancora forte la ferita recata dal reato. Reato che la prescrizione non ha estinto, che magari è stato commesso non molto tempo prima, il cui ricordo sociale ben può essere ancora vivido e che potrebbe ancora essere ricondotto nell'area dell'obbligatorietà dell'azione penale". Dal canto suo, il vicepresidente del Csm David Ermini, intervenendo sempre al congresso nazionale di Magistratura democratica, sostiene di confidare sul fatto che le forze politiche "responsabilmente convergano su soluzioni condivise e nel solo interesse generale di un sistema giudiziario efficace e giusto" e fa notare che "la sede naturale per riforme condivise" è "il Parlamento anziché un percorso referendario che, in ragione della sua natura necessariamente abrogativa, potrebbe condurre esclusivamente a esiti parziali e, come tali, asistematici". Sulla riforma, il Guardasigilli Cartabia spiega oggi in una lunga intervista al Corsera, che questa "conserva l'impianto della prescrizione in primo grado della legge Bonafede" ma tuttavia "non si poteva evitare di correggere gli effetti problematici" di quel testo.

Estratto dell'articolo di Federico Capurso per "la Stampa" il 30 luglio 2021. […] La sintesi offerta dalla Guardasigilli Marta Cartabia riceve così, una seconda volta, il voto unanime del Consiglio dei ministri e può finalmente approdare in Aula alla Camera, domenica, per essere sottoposta al voto di fiducia. […] I grillini ottengono qualcosa, ma resta intatta la norma che dà al Parlamento il potere di indicare le priorità dell'azione penale alle procure. Nel pomeriggio anche il Csm, dando il via libera al parere sulla riforma, muove un rilievo. Il pericolo, si legge, è quello di un «possibile contrasto con l'attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato», unito a un rischio di natura pratica per «gli effetti concreti che la scelta legislativa comporterà per gli uffici». Insomma, per il Csm ci sarebbe il rischio di incostituzionalità. Mentre il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, la definisce ospite a In onda «la peggiore riforma di sempre». «Ci siamo spesi per l'accordo fino in fondo. Bene», commenta invece il segretario dem Enrico Letta. Le altre forze di maggioranza festeggiano suonando le campane a morto per la riforma Bonafede. La chiama «il caro estinto», Matteo Renzi, che esulta: «L'abbiamo archiviata, non si può più essere imputati a vita». Lo fa anche la Lega, nonostante le giravolte dell'ultima settimana: prima non voleva «cambiare una virgola» della riforma, poi si è allineata al M5S, e nel frattempo vuole i referendum sulla giustizia. Per Forza Italia «la grande fatica» fatta dai grillini per il via libera «è la dimostrazione che siamo di fronte a una riforma garantista», dice Maria Stella Gelmini. Tutti soddisfatti, soprattutto Draghi, che vuole chiudere la partita alla Camera prima del 3 agosto, quando si entrerà nel semestre bianco. 

(DIRE il 29 luglio 2021.) "L'obiettivo è garantire una giustizia celere, nel rispetto della ragionevole durata del processo, e allo stesso tempo garantire che nessun processo vada in fumo". Lo dice la ministra della Giustizia, Marta CARTABIA, parlando fuori Palazzo Chigi.  Nel merito, "l'aggiustamento più importante è una norma transitoria che ci consente di arrivare ad una gradualità a quei termini che ci eravamo dati e rimangono fissi. La seconda cosa è un regime particolare- spiega- per quei reati che nel nostro paese hanno sempre destato allarme sociale - come i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e il traffico internazionale di droga - che avranno norme specifiche con possibilità di proroghe dei giudici e la possibilità di arrivare fino in fondo". Insomma, continua, "abbiamo apportato degli aggiustamenti, come annunciato la scorsa settimana con Draghi, alla luce del dibattito molto vivace che si è sviluppato in queste settimane sia da parte delle forze politiche che degli operatori e degli uffici giudiziari che saranno i primi ad essere chiamati alla grande sfida di implementare una riforma così significativa e innovativa nel nostro Paese".

(ANSA il 29 luglio 2021. ) "E' una giornata importante: lunghe riflessioni per arrivare a un'approvazione all'unanimità con convinzione da parte di tutte le forze politiche. Ora c'è l'obiettivo di accelerare il più possibile per concludere se possibile prima della pausa estiva questa importantissima riforma". Lo dice il ministro della Giustizia Marta Cartabia al termine del Cdm.

(ANSA il 30 luglio 2021) "Il Movimento 5 Stelle è a lutto per il superamento della riforma Bonafede e inventa falsità; la Lega ha chiesto che reati di mafia, per violenza sessuale e traffico di stupefacenti non andassero in fumo". Così fonti della Lega dopo le parole di Giuseppe Conte. (ANSA).

Giustizia: Renzi, da oggi riforma Bonafede non esiste più. (ANSA il 29 luglio 2021. ) "Da oggi possiamo dirlo, la riforma bonafede non esiste più e questo è un passo avanti per l'Italia": lo ha detto Matteo Renzi arrivato ad Assisi, a margine della presentazione del suo nuovo libro 'Controcorrente', parlando delle riforma della giustizia. "Credo che si siano fatti degli accordi - ha affermato - con l'unico obiettivo di portare a casa una riforma che chiuda per sempre la stagione di Bonafede". Per Renzi "5 Stelle e Lega hanno avuto dei piccoli aiuti da parte del presidente del Consiglio che è uomo generoso e ha fatto di tutto per cercare di salvare la faccia a Conte". "Credo che la cosa importante - ha concluso - era non salvare la riforma Bonafede". (ANSA).

Da rainews.it il 29 luglio 2021. Il Csm boccia il meccanismo dell'improcedibilità delineato dagli emendamenti del Governo alla riforma del processo penale. Il plenum di Palazzo dei Marescialli ha infatti approvato, a larga maggioranza, il parere, elaborato dalla Sesta Commissione, nettamente critico su questo punto della riforma. Sedici i voti a favore del documento, 3 i contrari (quelli dei laici di centrodestra Lanzi e Basile e quello della togata di Magistratura Indipendente Balduini). Quattro gli astenuti: i togati di MI Miccichè, Braggion e D'Amato e il laico della Lega Cavanna. Nel testo approvato si parla di "rilevanti e drammatiche" ricadute pratiche della riforma "in ragione della rilevante situazione di criticità di molte delle Corti d'appello italiane" e di "irrazionalità complessiva" del sistema di prescrizione e improcedibilità previsto dalla riforma Cartabia.  Nel documento non c'è una stima dei processi che si estingueranno ma diversi consiglieri hanno parlato di migliaia di procedimenti. 

Giustizia: Cartabia,maggioranza ritirerà emendamenti. (ANSA il 29 luglio 2021) C'è "l'impegno a ritirare tutti gli emendamenti presentati dalle forze di maggioranza con l'obiettivo di concludere nei prossimi giorni" l'approvazione della riforma. Lo dice il ministro Marta Cartabia parlando fuori da Palazzo Chigi dopo il Cdm.

Giustizia: P.Chigi, ecco le modifiche del Cdm al testo. (ANSA il 29 luglio 2021) Il Consiglio dei ministri, su iniziativa del ministro della Giustizia Marta Cartabia, ha affrontato la riforma del processo penale e ha deciso di apportare alcune modifiche. Lo si legge nel comunicato del Consiglio dei ministri. Rispetto al testo approvato due volte all'unanimità dal governo, si introducono alcune novità tra cui:

- si prevede che per i primi tre anni di applicazione della riforma, la durata del processo d'Appello si estende per un ulteriore anno e quella del processo per cassazione di ulteriori sei mesi; 

- si prevede che per taluni reati, in particolare per i reati di associazione mafiosa, scambio politico mafioso, associazione finalizzata allo spaccio, violenza sessuale e reati con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico, i giudici di Appello e di Cassazione possano con ordinanza, motivata e ricorribile in Cassazione, disporre l'ulteriore proroga del periodo processuale in presenza di alcune condizioni riguardanti la complessità del processo, il numero delle parti e delle imputazioni o per la complessità delle questioni di fatto e di diritto.

Per i reati aggravati di cui all'articolo 416 bis, primo comma, la proroga può essere disposta per non oltre due anni. 

Una riforma a metà che non elimina i processi infiniti. Le Regioni blindano i sei referendum. Luca Fazzo il 30 Luglio 2021  su Il Giornale. Proroga sino a 6 anni per terrorismo e mafia. Pesa il pressing del Csm. Dalla Sicilia arriva l'ok: urne certe sui quesidi dei Radicali e Lega. I processi infiniti restano: ma solo per i reati più gravi, individuati con una lista frutto di mediazioni estenuanti, e destinata sicuramente a venire modificata in futuro. Per gli altri processi, ovvero per la stragrande maggioranza dei casi che riempiono le statistiche della giustizia italiana, resta - entrando in campo gradualmente, e andando a pieno regime nel 2024 - il criterio base della riforma che Marta Cartabia aveva portato due settimane fa in consiglio dei ministri: due anni per il processo in appello, un altro per quello in Cassazione. Poi tutto diventa improcedibile. Basta con i cittadini trasformati in imputati a vita. É questo il quadro che esce dalla giornata convulsa vissuta dal pianeta giustizia, con la riforma Cartabia soggetta al fuoco incrociato di grillini, giornali e magistrati, che accusavano il testo varato il 14 luglio di essere una sorta di amnistia mascherata che avrebbe garantito impunità a criminali di ogni genere. A calare il carico da novanta era stato, poche ore prima che il governo si riunisse, il Consiglio superiore della magistratura dove - mettendo in minoranza destra e moderati - viene approvata una mozione di rara durezza contro il capitolo sulla prescrizione del progetto di Marta Cartabia. A quel punto neanche il più impavido dei Guardasigilli sarebbe andato avanti sfidando le ire dei Gratteri e dei Di Matteo. E inizia la mediazione. Il passaggio chiave della marcia indietro del governo sta all'articolo 4 della nuova bozza. Si conferma che la prescrizione si sospende dopo la sentenza di primo grado, si conferma anche che se il processo d'appello non termina entro due anni scatta la improcedibilità; si conferma che nei casi complessi il giudice può allungare di un anno i termini; e tutto questo era contenuto già nel vecchio testo. Ma poi si aggiunge che «ulteriori proroghe possono essere disposte» per una serie di reati: nel testo originale non c'è un numero massimo di proroghe, di fatto la durata dei processi «allungabili» rischia di essere infinita. Se, come parre, il testo definitivo resta questo, il partito dei pm ha vinto, ma non ha stravinto. Lo scontro di ieri si concentra a quel punto sull'elenco dei reati da inserire nella black list. Tutti d'accordo su terrorismo, eversione e reati connessi; idem per l'associazione mafiosa e il narcotraffico; vengono aggiunti su pressione della Lega le violenze sessuali aggravate e la corruzione di minorenne; per cui alla fine la battaglia si concentra solo su una nicchia di reati, i delitti «normali» ma aggravati dalla finalità mafiosa. Un concetto elastico, dove si incrociano sentenze contrastanti, e che comunque riguarda una quantità di processi non particolarmente rilevante: ma di cui i 5 Stelle ieri fanno una bandiera. L'appunto informale diramato ieri dal ministero di via Arenula dice che per questo tipo di reati il testo definitivo consente al massimo due proroghe oltre la prima, quindi si arriva a cinque/sei anni. Il triplo di quanti ne servono oggi per un appello medio. Se tra i partiti la paternità del risultato viene rivendicata un po' da tutti, è chiaro che a determinare il cambio di rotta della Cartabia è stata anche e soprattutto la magistratura organizzata. Un fuoco di critiche culminato nella risoluzione del Csm che ieri mattina approva il documento presentato dal grillino Fulvio Gigliotti che accusa il sistema ideato dal ministro di presentare «rilevanti profili di criticità» e di «insostenibilità pratica», accusandola di causare «l'impossibilità di portare a conclusione un gran numero di processi». Un siluro cui si associano toghe e laici grillini, di sinistra e di centro, isolando i consiglieri di centrodestra e di Magistratura Indipendente. Uno sbarramento preventivo contro un testo che deve ancora arrivare all'esame del Parlamento. Ma lo scontro non è finito. Perché dopo la riforma Cartabia, vengono al pettine gli altri nodi della Giustizia: dalla riforma del Csm alla separazione delle carriere. Matteo Salvini, uscito abbastanza soddisfatto dallo scontro di ieri, annuncia che ora «i referendum della Lega e del Partito radicale diventano ancora più importanti». E i referendum si faranno di sicuro: alle 350mila già raccolte ieri si aggiunge il voto di cinque consigli regionali, raggiunto ieri col sì della Sicilia. Il quorum sufficiente per mandare gli italiani alle urne.

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Giustizia, il surreale titolo del "Fatto" di Marco Travaglio: "Giuseppe Conte limita i danni, Cartabia e Draghi cedono". Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Quanta tenerezza si prova nel vedere la prima pagina del Fatto Quotidiano di oggi, venerdì 30 luglio. Quanta tenerezza, se possibile provarla, nei confronti di Marco Travaglio, direttore ultra-manettaro allo sbando. Ovviamente si parla di riforma della Giustizia, la riforma firmata da Marta Cartabia contro la quale Travaglio e il suo Fatto si sono battuti in modo veemente, tra insulti, epiteti quali "schiforma" e "salva-ladri", urla, grida e chi più ne ha più ne metta. Bene, si dà il caso che ieri, giovedì 29 luglio, quella riforma della giustizia sia stata varata in Consiglio dei Ministri. Il tutto dopo non poche tensioni e uno stop ai lavori dopo poco minuti, stop dovuto alle condizioni poste dai grillini i quali affermavano che no, la riforma-Bonafede non deve essere cancellata. Peccato che alla fine, quella riforma, sia stata demolita. Il sì dei pentastellati capeggiati da Giuseppe Conte è arrivato dopo una mediazione sui reati di mafia, un piccolo ritocco sulla durata di questi processi. E ora si arriva alla tenerezza che si prova per Travaglio, circostanza incredibile ma (potenzialmente) vera. Già, perché il Fatto Quotidiano vende ai suoi lettori quanto accaduto ieri come un sostanziale trionfo dell'avvocato Conte, il "pupillo" di Travaglio, il suo ultimo leader o presunto tale di riferimento. Titolone di prima pagina: "Conte limita i danni. Cartabia&C cedono". Roba che fa davvero ridere, ma altrettanto davvero in prima pagina. "Conte limita i danni". E la Cartabia con Mario Draghi che cede: ma in che film? Travaglio, insomma, crede che i suoi lettori siano dei fessi totali. Per rendere il tutto ancor più grottesco, attenzione alla foto sotto al titolo: Conte con guantoni da pugile e Cartabia e Draghi con occhio nero. Surreale. Sublime. Oltre il ridicolo. E ancora, il catenaccio: "Stavolta 4 ministri dei 5Stelle resistono e piegano Draghi". Robe che neanche le più improbabili edizioni de La Pravda...

Carcere. Ingiustizia maggiore con mafiosi e terroristi. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Un certo realismo abolizionista vuole che almeno si cominci con l’evitare il ricorso alla misura carceraria per i reati meno gravi: è comprensibile. Siccome l’abolizione della pena detentiva è pressoché impossibile da ottenere, che almeno si ottenga di risparmiarla a chi ha commesso cose da poco, e di vederla revocata a chi in carcere ha lungamente soggiornato e deve scontare ormai senza nessuna necessità il poco residuo della sanzione. Ma l’ingiustizia più profonda è commessa dallo Stato nei confronti di chi, come si dice a destra e a manca, “merita” di restare in carcere perché si è reso responsabile di delitti, diciamo così, socialmente qualificati: per capirsi, i delitti mafiosi e di terrorismo, non a caso riguardati dal potere pubblico con analogo atteggiamento giudicante. A motivare questa pretesa punitiva non c’è il desiderio di allontanare dalla società il soggetto pericoloso (ciò che bensì giustifica, anche per l’abolizionista, il carcere): c’è semmai il desiderio di soverchiarne l’anima, il carattere, l’abito culturale, tramite l’afflizione del corpo. Pura inquisizione, dalla quale infatti il condannato si salva a una condizione: tradire il demonio con cui è venuto a patti, pentirsi, collaborare, infine purificarsi nell’affiliazione al bene di Stato. Nel nome del quale, appunto, non si tiene in galera il boss (ma col terrorista il procedimento è pressappoco lo stesso) sul presupposto che possa essere ancora pericoloso, e neppure in ottica semplicemente retributiva (ha fatto tanto male, gli tocca tanta galera): no, lo si restringe perché e finché “non si pente”, e quando lo fa gli si riconoscono benefici altrimenti inusitati perché il pentimento è la dimostrazione esemplare che il bene di Stato ha vinto, riducendo a sé il peccatore. In nome di questa giustizia è possibile rastrellare centinaia di persone e poi liquidare come “fisiologico” che molte risultino in realtà innocenti: perché esse sono sacrificabili, se si tratta di trovare il maligno da sottomettere al bene di Stato. E in nome di questa giustizia è possibile uccidere di carcere il criminale che a quel bene, non pentendosi, decide di non sottomettersi. È là dove la giustizia si pretende più giusta che essa si fa più temibile, meno civile: più ingiusta. Iuri Maria Prado

Ferrua: «Anche gli imputati di mafia hanno diritto a un processo di ragionevole durata». Il professor Paolo Ferrua stronca la riforma Cartabia e soprattutto l'improcedibilità che «rappresenta la più nichilistica e vuota delle possibili conclusioni, perché dissolve il processo, lasciando in vita e priva di risposta l’ipotesi di reato». Valentina Stella su Il Dubbio il 30 luglio 2021. Cinque Stelle, Lega e Governo sembrano aver trovato un accordo sulla riforma della giustizia che adesso dovrà passare il vaglio dell’Aula. Nel momento in cui scriviamo le notizie ancora non sono dettagliate ma raccogliamo intanto il parere di Paolo Ferrua, Professore emerito di Diritto processuale penale presso l’Università degli Studi di Torino, uno dei massimi esponenti dell’accademia giuridica italiana. 

Come giudica dal punto di vista politico questo tipo di trattativa?

Con una scelta, a mio avviso radicalmente errata, la riforma “Cartabia” ha deciso di percorrere la strada della “improcedibilità” come mezzo per assicurare la ragionevole durata del processo nei gradi di impugnazione. È stata così costretta ad ipotizzare rigidi termini per la conclusione di ciascuna fase, con altrettanti rigidi termini di proroga e di sospensione. Soluzione a priori inadeguata, fatalmente destinata all’insuccesso, perché i tempi ragionevoli vanno misurati in base alla complessità del singolo processo, che non può essere ipotizzata astrattamente né per categorie di reati, ma va verificata empiricamente, con riguardo al caso concreto e all’evidenza disponibile. A quel punto, come prevedibile, sono insorte le varie forze politiche in un coro di piccole e grandi signorie, ciascuna volta a reclamare termini differenziati a seconda del tipo di reato o, addirittura, l’esclusione di qualsiasi termine per determinate categorie di reati, come quelli relativi alla mafia o al terrorismo o alla violenza sessuale. Quest’ultima idea parrebbe alla fine, almeno in parte, tramontata, ma è già grave anche averla semplicemente ipotizzata.

Perché professore?

Non solo perché, come appena detto, i termini non possono essere astrattamente ipotizzati, ma per una ragione più assorbente. Se quei termini sono davvero volti ad assicurare l’osservanza del precetto costituzionale sulla ragionevole durata del processo – secondo una prospettiva, a mio avviso, fortemente criticabile – allora vanno garantiti ad ogni imputato, quale che sia il reato che gli viene ascritto. Nessuno nega che mafia e terrorismo rappresentino emergenze criminose da affrontare con la massima efficienza e severità: la Corte europea dei diritti dell’uomo ne è ben consapevole. Ma questo non significa che gli imputati di quei reati non abbiano diritto ad una giustizia tempestiva, che, anzi, proprio in tali casi, dovrebbe esserlo quanto più possibile. Anche gli imputati dei più gravi reati potrebbero essere innocenti, ingiustamente accusati; è la stessa Costituzione, come d’altronde la Convenzione europea, ad imporci di non cadere in presunzioni di colpevolezza. Perché ammettere per loro un processo potenzialmente senza fine o, comunque, con termini eccessivamente lunghi (si parla, ad esempio, di sei anni per l’appello nei reati con aggravante mafiosa), quando è noto che il processo è già di per sé fonte di sofferenza? L’esperienza insegna che, quando si prevedono termini massimi per lo svolgimento di determinate attività, quei termini tendono a segnare non soltanto la durata “massima”, ma anche quella “media”. Parlando di “ragionevole durata” del processo, l’art. 111 comma 2 Cost. fissa un principio che riguarda, senza eccezioni, ogni imputato, nessuno escluso; pena l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che vi deroghino. E con ciò si torna al punto di partenza. Non è attraverso la previsione legislativa di termini massimi che si può garantire al processo una durata ragionevole.

Siamo pratici: con tutti questi aggiustamenti, norme transitorie, allungamenti dei tempi per i processi di appello e Cassazione si raggiunge l’obiettivo della ragionevole durata dei processi? 

La riforma “Cartabia” è ormai entrata in un labirinto dal quale difficilmente potrà uscire, offrendo soluzioni coerenti sul tema della durata ragionevole dei processi. Per comprenderlo è necessaria una premessa. Il disastro – o, proseguendo nella metafora, l’ingresso nel labirinto – è avvenuto quando si è pensato che la prescrizione potesse essere un mezzo per garantire tempi ragionevoli alla giustizia penale, in conformità all’art. 111 comma 2 Cost. In realtà chiunque capisce che quel precetto, parlando di ‘ragionevole durata’, sta ad indicare l’esigenza che il processo si concluda in tempi ragionevoli con una decisione sul merito dell’accusa.

Soluzione che può essere perseguita essenzialmente con tre tipi di intervento: a) una coraggiosa politica di depenalizzazione, interrompendo il circolo vizioso che alimenta l’inflazione penalistica; b) l’aumento delle risorse, a cominciare dall’organico dei magistrati e del personale addetto alla giustizia; c) l’eliminazione dei tempi morti del processo e delle fasi superflue, secondo la logica del modello accusatorio: ad esempio, la soppressione dell’appello del pubblico ministero, non tutelato da nessun precetto costituzionale né dalle fonti sovranazionali; l’eliminazione dell’udienza preliminare, come sostenuto con validi argomenti da Marcello Daniele, o, quanto meno, la sua ammissione solo a richiesta dell’imputato; una maggiore fluidità nello svolgimento delle indagini preliminari, ecc.

Quindi conferma che la improcedibilità non è la soluzione.

È evidente che né la prescrizione sostanziale né quella processuale (ora chiamata “improcedibilità”) possono servire alla ragionevole durata del processo perché non hanno nulla – proprio nulla – a che vedere con il relativo impegno contemplato nell’art. 111 comma 2 Cost. Con una differenza, tuttavia. La prescrizione sostanziale come causa estintiva del reato – legata alla funzione rieducativa della pena e all’oblio che il trascorrere del tempo determina sulla memoria del reato – non contrasta con alcuna disposizione costituzionale. Dichiarando estinto il reato, segna la fine del processo con una decisione che è, almeno parzialmente, di merito: a seconda della fase in cui è emanata, accerta che non vi è la prova dell’innocenza o che il reato sussiste, pur essendo estinto.

Al contrario, la “improcedibilità” rappresenta la più nichilistica e vuota delle possibili conclusioni, perché dissolve il processo, lasciando in vita e priva di risposta l’ipotesi di reato; come tale, entra in tensione con l’art. 112 Cost, relativo al principio, rectius alla regola dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non so sino a che punto la Corte costituzionale possa tollerare il vulnus; ma, quand’anche ciò avvenisse, il mio timore è che sul valore di questa disposizione – come di quella relativa alla ragionevole durata – cada un gran discredito che rischierebbe di coinvolgere l’intera disciplina costituzionale del processo.

Il 40% dei processi è inutile. Ma la Cartabia non li elimina. Luca Fazzo l'11 Luglio 2021 su Il Giornale. Quasi metà finisce con l'assoluzione in primo grado. E la "ragionevole previsione di condanna" è ambigua. La vera sfida - se, come vuole Mario Draghi, il «pacchetto giustizia» verrà approvato senza modifiche del Parlamento - si sposta ora nei tribunali e ancor più nelle Procure della Repubblica. Perché tra le condizioni indispensabili per raggiungere l'obiettivo della riforma Cartabia ce n'è soprattutto uno: la riduzione del numero dei processi, la cancellazione dai ruoli d'udienza delle decine di migliaia di fascicoli portati avanti per ostinazione e inerzia anche quando è evidente che le prove non ci sono o che si tratta di vicende insignificanti. Solo se si riduce il numero dei processi, ritiene la ministra, diventano realistici i tempi stretti che la riforma prevede per la celebrazione dei giudizi d'appello e di Cassazione, pena l'improcedibilità del reato. E la strada più ovvia per ridurre il numero dei processi passa per l'intervento sull'enorme percentuale di processi che in primo grado terminano con l'assoluzione dell'imputato: le statistiche ufficiali parlano del 40 per cento di assoluzioni. Sugli oltre 1,6 milioni di processi penali pendenti oggi in Italia, 600mila sono destinati a finire in nulla. Il rimedio proposto dal governo sta tutto in una frase: gli imputati potranno essere rinviati a giudizio solo se il giudice riterrà che gli elementi raccolti giustificano una «ragionevole previsione di condanna». Sarebbe una rivoluzione copernicana rispetto alla situazione attuale, dove il criterio per mandare a processo è quello assai più blando della «sostenibilità della accusa in giudizio», e in pratica solo l'evidente innocenza dell'imputato (a volte nemmeno quella) dissuade il giudice preliminare dall'accogliere la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. La stessa bozza della Cartabia riconosce che oggi come oggi l'udienza preliminare è ridotta quasi a una formalità: il filtro non funziona, e le aule si intasano. E qui è complice la Cassazione, che spesso e volentieri accoglie i ricorsi delle Procure. Il problema è dunque: come interpreteranno i giudici la espressione «ragionevole previsione di condanna» contenuta nella nuova norma? Se i giudici dovessero adeguarsi davvero allo spirito della riforma, dovrebbero sommergere con decine di migliaia di rifiuti le richieste dei pubblici ministeri, risparmiando oltre tutto ad imputati innocenti anni di sofferenze inutili. Ma dovrebbero in teoria le stesse Procure fare propria la linea Cartabia, rinunciando ad accanirsi. In concreto il rischio è che non accada niente, visto che l'espressione proposta dal ministro, la «ragionevole previsione» appare quanto mai elastica. Oltretutto la bozza Cartabia se con una mano sembra togliere potere alle Procure dall'altra parte allarga la loro libertà di movimento, perché propugna l'allargamento dei casi in cui il pm può mandare l'imputato a processo senza neanche passare per il vaglio di un giudice preliminare, la cosiddetta «citazione diretta»: uno strumento finora riservato a reati di poco conto. È vero che anche i pm dovrebbero adeguarsi al nuovo criterio della «ragionevole previsione di condanna». Pia illusione. Insomma, anche ora che se ne conoscono meglio i dettagli la riforma del ministro conferma di portare con sé molti buoni principi basati su formule indebolite dalla mediazione. Come conferma anche l'analisi del testo sul punto criticato più apertamente dal professor Franco Coppi nell'intervista di ieri al Giornale: nel caso che un processo superi i due anni di durata in appello e quindi venga dichiarato improcedibile, che fine fanno i risarcimenti alle parti civili concessi con la sentenza di primo grado? Il testo Cartabia dice che «l'improcedibilità non pregiudica gli interessi delle parti civili, che potranno avere un risarcimento del danno davanti al giudice civile». Ma è ovvio che non sarà mai un giudice civile a poter valutare la innocenza o la colpevolezza di un imputato, e nessun risarcimento potrà essere concesso in mancanza di una condanna penale definitiva: a meno che non si voglia sostenere che basta quella di primo grado. Difficile che la Corte Costituzionale sia d'accordo. 

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

I dazi pagati ai Cinque Stelle. Giustizia, i tre successi dell’era Conte-Bonafede-Travaglio-Davigo che gettano ombre sulla riforma Cartabia. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Luglio 2021. Con lo strappo sulla prescrizione, la bandiera dei Cinque stelle è ormai lacera e si volta pagina dopo l’era Conte-Bonafede-Travaglio-Davigo. Il principio è ormai demolito e non è un fatto simbolico. Ma stiamo attenti (nell’attesa che i cittadini dicano la loro con i referendum), perché a volte anche nel cestino del miglior pescato può annidarsi un pesce che puzza. E nella riforma Cartabia-Draghi ce ne sono almeno tre. D’accordo, comunque vada probabilmente non ci saranno più i processi eterni che volevano uccidere insieme gli imputati e le vittime. Il blocco alla prescrizione dei governi Conte uno e Conte due è stato ormai rosicchiato, la strada è aperta per poter rispettare quella riduzione del 25% della durata media dei processi penali che da tempo ci chiede l’Europa. E che trova in Italia l’ostacolo di una Casta in toga che non pare arrossire davanti a questi numeri: dal 1959 a oggi, l’Italia è stata condannata per l’irragionevole durata dei processi 1.202 volte. Vogliamo sillabarlo insieme questo numero? Milleduecentodue volte. Sul podio del disonore l’argento spetta alla Turchia (la Turchia!) con 608 richiami, cioè la metà. Bronzo alla Francia con 284 rimproveri, e poi piccole tirate d’orecchi, 102 alla Germania, 30 alla Gran Bretagna e solo 16 alla Spagna. Con questi chiari di luna della nostra storia ci sarebbero voluti più indulti e amnistie, che sono atti politici del Parlamento. Che i reati cadano in prescrizione per pigrizia o incapacità dei magistrati è qualcosa che non piace a nessuno. Ma ancor meno convince quel che ha fatto l’ex ministro Bonafede, cioè far pagare a due diverse categorie di vittime –gli imputati e le parti civili- l’inconcludenza dei suoi amici togati bloccando la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Una vera bestemmia, già pizzicata anche di recente dalla Corte Costituzionale. Si è presto resa conto la ministra Cartabia di quanto sia diverso governare il Paese rispetto all’emettere sentenze. Ha dovuto rapidamente trovare in sé la sapienza della tessitrice e mandar giù un bel po’ di nocciolini nel presentare la sua proposta, così come formulata dalla commissione Lattanzi, presieduta da un altro prestigioso ex Presidente della Corte Costituzionale. Con un piccolo gioco verbale di prestigio ha spiegato che il suo problema non era la prescrizione (come a dire: mettiamo un attimo da parte la parolaccia), ma la durata del processo. E se per ottenerne la riduzione del 25% si doveva anche toccare il mostro sacro, la bandiera identitaria di qualcuno, ebbene lo strappo andava fatto. E così è stato. Ma hanno ragione anche gli esponenti di governo del Movimento cinque stelle a rivendicare i propri successi. Se fossero un po’ più sensati, un po’ più colti e studiosi, sia Conte che Bonafede darebbero un occhio ad almeno tre tacche da mettere sul proprio cinturone da cow boy. La prima è la più politica, ed è stata da molti sottovalutata. La Commissione Lattanzi proponeva che ogni anno spettasse al Parlamento (che non è una scatola di sardine da espugnare, come gridava Beppe Grillo nei suoi comizi, ma uno dei poteri dello Stato) dare gli indirizzi di politica giudiziaria sulle priorità di indagine. Un principio sacrosanto che non avrebbe tolto il potere alla magistratura (semmai al singolo sostituto procuratore), ma avrebbe incrinato l’imbroglio della finta obbligatorietà dell’azione penale. Un orpello tutto italiano in contraddizione con il sistema processuale accusatorio cui dovrebbe far parte il nostro dalla riforma del 1989. La proposta è stata eliminata: decideranno ancora i procuratori e continueranno ad abusarne. Ed è molto grave aver ceduto alla sub-cultura di coloro che in fondo il Parlamento lo disprezzano, insieme allo Stato di diritto. Seconda questione, il mancato divieto al pm di ricorrere in appello contro la persona assolta con la sentenza di primo grado. Assistiamo ogni giorno a casi di vera persecuzione, con pubblici ministeri che inseguono l’innocente fino in cassazione e addirittura alla corte costituzionale. Abbiamo sentito magistrati imprecare contro coloro che l’avrebbero “fatta franca”. E questo mentre ben il 40% degli imputati rinviati a giudizio viene assolto proprio al processo di primo grado? La terza ferita (grave) ai principi dello Stato di diritto è anche quella più nota, quella già prevista nella tristemente famosa legge chiamata “spazzacorrotti” invece che “spazzagiustizia”. E cioè l’equiparazione di alcuni reati contro il patrimonio, in particolare quelli contro la Pubblica Amministrazione, ai più gravi reati contro la persona e a quelli commessi nell’ambito della criminalità organizzata. Che dire? Non crediamo che la ministra Cartabia e il presidente Draghi, che molto si sono spesi per riuscire a portare in Parlamento la riforma della giustizia (e per questo li ringraziamo entrambi), possano pensare di equiparare la mazzetta intascata dal vigile che controlla i mercati rionali al narcotraffico, agli omicidi e agli stupri. Pure, anche l’allungamento dei termini per le sentenze di appello e cassazione per il reato di corruzione puzza come un pesce marcio che rischia di rendere immangiabile l’intero pescato, cioè la riforma. Si può rimediare in Parlamento?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

"Così il giustizialismo grillino sta diventando minoritario nel Paese". Francesco Boezi il 22 Luglio 2021 su Il Giornale. La deputata che ha firmato per il referendum sulla Giustizia spiega le sue ragioni. E parla di un vento garantista ormai maggioritario nel Paese. L'onorevole Raffaella Paita ha firmato per i quesiti sulla Giustizia. Quelli sostenuti dalla Lega di Matteo Salvini e dai Radicali. L'annuncio della sottoscrizione è arrivato in tempi non sospetti. Segno di quanto la presidente della Commissione Trasporti della Camera, che può porre qualche accento su una sua vicenda personale (la Paita è stata assolta due volte, dopo essere stata sottoposta a giudizio per vicende legata all'alluvione del 2014), sia certa dell'urgenza di quello che chiama "rinnovato equilibrio" in chiave garantista. All'epoca dell'indagine, il leader del MoVimento 5 Stelle Beppe Grillo - come si legge ancora su Twitter - ha domandato alla Paita di "ritirarsi" dalle elezioni liguri. Ma il fondatore grillino non era il solo a fare del giustizialismo un mantra: sempre sul social citato, la stessa onorevole Paita, a maggio scorso, ricordava come Luigi Di Maio, oggi ministro degli Esteri, avesse inserito il suo nome all'interno di un'elencazione che conteneva numerosi esponenti politici del Pd indagati, citati nelle inchieste, accusati, condannati e così via. Poi sono arrivate le scuse di Di Maio all'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti. Ma forse ci sono altri esponenti che aspettano delle scuse. In ogni caso, la Paita, per via dell'entusiasmo attorno al referendum, nota un vento garantista dirompente. E questo nonostante buona parte dell'Italia, fino a poco tempo fa, pareva aver sposato la causa grillina in materia, dice. 

Come mai ha firmato il referendum promosso da Salvini?

"Guardi, anzitutto il referendum è promosso anche dai Radicali: io ho firmato presso il loro banchetto. Che poi Salvini condivida la battaglia e si stia impegnando a me non disturba affatto: io non ho la fobia della destra. Questa è una battaglia giusta e condivisa dalle forze che sostengono una giustizia garantista. Una giustizia, quindi, che abbandoni la logica giustizialista che ha prevalso in questo Paese per un certo tempo. Poi certo: non ho firmato il referendum per Salvini, ma perché lo stavano promuovendo i Radicali e perché ne condivido il contenuto. Piuttosto sono felice che ancora una volta sto facendo una battaglia condivisa anche dal leader del mio partito Matteo Renzi".

Quindi attorno a questo referendum possa nascere un "fronte garantista"?

"Io ho una grande fiducia nel ministro Marta Cartabia. Non avevo dubbi nemmeno prima ma, dopo averla ascoltata in questi giorni in aula, mi è venuta la pelle d'oca. Il ministro ha manifestato nettezza verso fatti gravissimi avvenuti (l'onorevole si riferisce ai fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ndr) e una capacità di lettura degli eventi davvero senza eguali. Mi viene in mente l'invito inoltrato ai parlamentari: quello di andare a visitare le carceri. Sono convinta che la Cartabia stia per mettere in campo una riforma convincente. I referendum possono essere da stimolo e di aiuto. La quantità di adesioni è ormai enorme, mentre il clima nel Paese sta cambiando".

In che senso sta cambiando?

"Noi abbiamo pensato che il clima rappresentato dal fronte populista, soprattutto dal MoVimento 5 Stelle, avesse attecchito in Italia. Invece adesso ci ritroviamo un Paese che vuole guardare, con ritrovato equilibrio, ai poteri costituzionali".

Quindi lei sarebbe d'accordo con la separazione delle carriere?

"Sì, credo possa essere un elemento giusto in un nuovo disegno della giustizia. D'altro canto, ora ci stiamo occupando della tempistica del processo penale: è chiaro che quello è un requisito indispensabile, ma non sufficiente di un ridisegno complessivo. Dobbiamo attuare il Pnrr ad esempio, pure per non scoraggiare gli investitori. La riforma della Giustizia va approcciata con uno spirito organico, dunque deve riguardare pure la separazione delle carriere".

Senta ma Conte vuole alzare la posta sulla Giustizia, vero?

"Sa che ritengo che aver presentato 917 emendamenti sia un segno di debolezza per Conte ed i 5 Stelle? E' del tutto evidente che quegli emendamenti, nel caso fossero un tentativo di rimettere in discussione l'accordo con il premier Mario Draghi, sarebbero allora il frutto di logica politica sbagliata. Se invece ci sarà una discussione in Parlamento, quest'ultimo potrebbe dare un esito insperato per i grillini. Le forze garantiste sono maggioritarie in Parlamento".

Però il Pd non ha espresso la solidarietà a Renzi in relazione all'inchiesta appena emersa... Non è che la sinistra sta diventando troppo giustizialista per voi?

"In tutta franchezza, ritengo che il Pd debba avere un atteggiamento più coraggioso nei confronti della Giustizia. E non solo in riferimento al caso specifico di Renzi. Più in generale, penso che questo sia un grande tema di civiltà. Andare dietro alle tesi dei 5Stelle non mi pare una grande linea riformista. Noi non abbiamo dubbi: il garantismo deve prevalere, mentre il giustizialismo ha fatto tanti danni".

Se la sente di dire che senza Salvini questo referendum non avrebbe fatto poi tutto questo rumore?

"Le ho già detto che ritengo la battaglia di Salvini un fatto positivo: non credo di doverle dire altro in merito. Tuttavia, non credo che le sorti di questo referendum dipendano da una persona sola. E' come se le dicessi che, poichè oggi Renzi ha firmato, allora il referendum avrà un esito positivo. Penso piuttosto che sia importante che leader politici condividano una battaglia giusta. Ne do atto a loro due, ma anche ad Emma Bonino e a tutti coloro che sposeranno l'iniziativa. Mi impressiona in particolare la quantità di cittadini che stanno aderendo. E' una grande battaglia di popolo. Pensi ai tempi dei processi e quante persone riguardano. C'è una consapevolezza nuova, che è lo specchio di quel referendum. C'è qualcosa di più profondo della singola iniziativa seppur lodevole dei leader politici".

Ascolti, l'ultimo rapporto Ue sulla Giustizia italiana pone una serie di questioni, tra cui quello della fiducia nei giudici...

"Guardi che le due cose sono collegate. Io questa battaglia la faccio anche per tutelare i tanti, tantissimi giudici seri di questo Paese, che magari hanno anche pagato un prezzo altissimo. Se la giustizia funziona, questo va a vantaggio anche delle persone serie che lavorano nel mondo della giustizia, che sono la prevalenza. E' proprio l'assoluta fiducia nella Giustizia che mi suggerisce la necessità di un miglioramento". 

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 21 luglio 2021. Matteo Renzi stava presentando il suo libro a Castenedolo (Brescia) che è il paesino natìo del giornalista più avvelenato con lui in assoluto, una discreta ossessione: Maurizio Belpietro. È lì, comunque, che Renzi ha annunciato la sua firma ai referendum sulla giustizia: domani alle 11,30. Ha detto: «Quando ci penso, non penso a Salvini, ma a Enzo Tortora». Stava presentando il suo libro Controcorrente nello stesso paese, come detto, del giornalista che ha scritti due contro di lui. Renzi: «Quella sulla giustizia e politica è una guerra che dura da 30 anni, da Tangentopoli a oggi. C'è una contrapposizione che arriva all'estremo con Bonafede, un dj, più che un ministro... Da boy-scout di provincia mi hanno fatto diventare un gangster internazionale. La vicenda che più mi fa arrabbiare è quella di Open: è lo stesso procuratore che ha arrestato i miei genitori, portato a processo mio cognato, indagato me, manca la mi' nonna, che ha 101 anni». L'annunciata firma di Renzi crea stupore: ma è anche il fatto che crei stupore, francamente, a creare stupore: perché non si dovrebbe firmare? Al di là dei significati politici - tra i quali spicca il rompere le palle ai grillini in tutti i modi possibili - sono le motivazioni di chi i referendum non vuole firmarli a incuriosire di più nella loro pretestuosità. Poi ci sono quelli che ne firmano alcuni, e non altri: ma, se vogliamo, è un segno di attenzione. Il fatto che a un certo punto siano diventati «i referendum promossi dalla Lega e dal Partito radicale» invece interessa pochi e poco, soprattutto ora che di adesioni ne sono arrivate tante anche da sinistra: Gianni Pittella, Goffredo Bettini, l'europarlamentare Giuseppe Ferrandino, l'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti (e ti credo) più altri esponenti di Italia Viva, Raffaella Paita e Roberto Giachetti. Pittella ha detto che «è un errore lasciare il garantismo alla destra». Tra le poche cose chiare, c'è che a firmare non sono solo elettori o simpatizzanti leghisti e di area radicale, ma soprattutto cittadini non particolarmente politicizzati e tuttavia consapevoli di tutte le promesse farlocche circa sempre annunciate riforme della giustizia, in sostanza mai fatte in termini perlomeno efficaci. Per questo chi firma, in genere, firma l'intero pacchetto dei 6 referendum, nonostante quello per la responsabilità civile dei magistrati appaia trainante. Abbondano perciò nomi noti del mondo della cultura e spettacolo e sport e impresa, compresi i direttori di Confimi industria e del ministero della Cultura. Non è chi ha firmato che deve spiegazioni, oggi, ma il contrario. Ettore Maria Colombo, giornalista ed elettore di sinistra, ha detto che «la malagiustizia è un male endemico dello Stato e dei rapporti tra Stato e cittadini, e ha caratterizzato l'intera vita della Repubblica italiana». Poi c'è gente di sinistra che non può certo rappresentare una sorpresa, come gli avvocati Giuliano Pisapia e Sergio Spazzali. E c'è l'ex magistrato Luca Palamara, che volente o meno fece scoperchiare il marciume della magistratura grazie al suo libro scritto con un certo Alessandro Sallusti. E c'è aiuto annunciato da Fratelli d'Italia: «È necessario iniziare un processo di riforma radicale della magistratura», anche se, nei gazebo di Giorgia Meloni, non compariranno i quesiti sulla custodia cautelare e quello sulla legge Severino: che - parere personale - è puro timore che la gente, quella di grana grossa, possa non capirli. Poi c'è qualche giornalista come Paolo Mieli, il grande Vittorio Feltri, Giovanni Minoli e Gaia Tortora. Che a firmare sia stato anche un magistrato come l'ex pm Carlo Nordio ha destato comunque sorpresa. Ma forse altre sorprese verranno ancora da sinistra: che da quelle parti i referendum siano largamente condivisi non è un segreto, ma che molti preferiscano astenersi, in attesa di vedere come andrà a finire, neppure. Molti firmano e non dicono niente. E siccome la raccolta sta andando alla grande a prescindere, è probabile che molti si palesino nel rush finale rendendo la vittoria un trionfo ancor superiore alle previsioni.

“Io, Bettini, figlio di avvocato e garantista da sempre…” Polemiche dopo la decisione del Richelieu del Pd di firmare i referendum sulla giustizia. Ma lui spiega al Dubbio i motivi di quella scelta. Antonella Rampino u Il Dubbio il 9 agosto 2021. Ma perché Goffredo Bettini ha deciso di firmare, così avallandoli, a quanto pare ben tre dei referendum in materia di giustizia, cosa che farà stamattina? Perché proprio Bettini, l’uomo che nella sinistra che discende da Botteghe Oscure è stato magna pars, costruendo le condizioni che portarono Veltroni alla segreteria, e letteralmente “inventando” Rutelli sindaco di Roma, oltre ad esser stato talent scout e mentore di Nicola Zingaretti? Qualche volta, e particolarmente in questo caso, l’uomo è la sua biografia. Lo dice lui stesso: «Io sono sempre stato garantista, ho sempre pensato che il garantismo sia democrazia liberale, e sì , anche che sia cosa di sinistra, come del resto ritiene anche gran parte del nostro elettorato, perché l’ho appreso sin da piccolo, da mio padre. Dentro il garantismo, io ci sono cresciuto. Basta aver letto uno dei miei libri per capirlo…». Vittorio Bettini, repubblicano sodale di Ugo La Malfa, famiglia di proprietari terrieri marchigiani, è stato un grande avvocato penalista, tra i fondatori della Camera Penale di Roma. Il resto lo han probabilmente fatto i casi personali dei politici inquisiti nell’inchiesta Mafia Capitale ed usciti assolti, dopo anni di peripezie. Ma è respirando quel clima familiare -ti spiegano dal Pd quelli che Bettini lo conoscono da anni e anni- che «Goffredo è diventato uno spirito libero, e lo era anche da segretario della Fgci. Adesso poi è addirittura uno spirito liberissimo…». Liberissimo anche da incarichi ufficiali, e sempre descritto da amici e nemici come un Richelieu -cosa che comporta il riconoscimento di una notevole intelligenza politica- Bettini si è scelto il ruolo di regista invece che di prim’attore della politica sin da quando si rifiutó, moltissimi anni orsono, di candidarsi sindaco di Roma. Per personale valutazione delle proprie capacità, e proponendo invece al Pci il radicale Rutelli. La firma che apporrà oggi a tre referendum -separazione delle carriere, custodia cautelare, abrogazione delle parti della legge Severino che vietano di candidarsi se si è indagati- non sarà a un gazebo leghista, ma nella sede del partito radicale. Perché naturalmente a Bettini non sfugge che il suo gesto potrebbe essere strumentalizzato politicamente. Da destra -e infatti precisa di esser sempre stato garantista, ma «non del garantismo che serve a coprire il malaffare» - come da sinistra, visto che Renzi e vari parlamentari di Italia Viva hanno aderito entusiasticamente ai referendum di Salvini (Renzi, per inciso, si riferisce correntemente e anche sprezzantemente a Bettini come alla “corrente tailandese del Pd”, per via dei legami di Bettini con quella terra, dove ha a lungo avuto casa e pure adottato 6 famiglie). Nemmeno è ipotizzabile una lettura politicista del gesto come fatto in accordo col Nazareno per non ritrovarsi in splendido isolamento sui referendum. Perché non solo altri esponenti del Pd hanno firmato o annunciato di volerlo fare (Pittella, Ferrandino, Marcucci…). Soprattutto perché il Pd di Enrico Letta è davvero schierato a difesa della riforma Cartabia, e i referendum sono al più un pungolo, non certo uno strumento con cui si possano fare le riforme. Spiriti liberi a parte, insomma, il Nazareno non ha cambiato idea. E Goffredo Bettini nemmeno. Ma, ci tiene a precisare, non firmerà i quesiti sulla responsabilità dei magistrati, «proprio no, perché possono essere usati come strumento di intimidazione, e questo non va bene». Perché poi il garantismo vero, i magistrati li rispetta. Ovviamente.

"Ho firmato anche io i referendum. Un errore lasciare il garantismo alla destra". Chiara Giannini il 18 Luglio 2021 su Il Giornale. Il senatore del Partito democratico: "Sono uno stimolo per cambiare. Attenzione alla responsabilità civile dei giudici, può diventare un boomerang". Anche dal Pd arrivano adesioni ai referendum sulla giustizia proposti da Lega e Radicali. L'ultimo ad aver firmato è il senatore ed ex europarlamentare Gianni Pittella.

Ha dato il suo assenso solo a 5 dei 6 quesiti. Quale non la convince?

«Non ho firmato quello relativo alla responsabilità civile dei giudici. Non sono d'accordo su questo tema, non perché neghi che esista un problema di responsabilità del magistrato che andrebbe ripensata, ma credo che un tema così delicato debba essere affrontato non con un quesito referendario il cui accoglimento potrebbe indurre la pubblica accusa all'inazione, alla paralisi difensiva per timore di conseguenze civilistiche. Lo dico da medico. Ogni volta che si eleva oltre il ragionevole il profilo di responsabilità civile del medico si finisce per impegnarlo in calcoli discutibili non sulle cure migliori, ma su quelle che espongono meno il medico al rischio. E quindi lo stesso si rifugia in una sorta di medicina difensiva».

Da uomo di sinistra firma per dei referendum proposti anche dalla Lega, perché?

«Intanto io ho firmato da cittadino e da socialista che vive da sempre la cultura del garantismo. Secondo, la mia firma non impegna né il gruppo del Pd, né il partito, ma soltanto la mia persona. Terzo, io non intendo lasciare a quella destra, alla Lega, a una destra che in alcuni momenti è stata anche manettara e anti garantista il vessillo del garantismo che è storicamente di una forza riformista e socialista».

Pensa ci sia molto da cambiare nel mondo della giustizia?

«Certo, i referendum possono essere uno stimolo che non toglie il merito al ministro Cartabia di aver svolto in questi pochi mesi un grande lavoro di proposizione con equilibrio e saggezza. Che in questo campo serve più che mai per evitare che gli aggiustamenti e le riforme necessarie possano sembrare una sorta di clava contro i magistrati, mentre invece si tratta di agire nell'esclusivo interesse dei cittadini e portare avanti quelle riforme che riequilibrino i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario nel nostro Paese».

Crede dunque che il Pd avrebbe potuto proporre gli stessi referendum?

«Il Partito democratico sta lavorando nelle sedi parlamentari dove è giusto che si lavori. I miei colleghi Mirabelli e Rossomando al Senato stanno facendo un grande lavoro sulla giustizia. C'è chi preferisce lavorare in Parlamento e chi si butta ora sugli strumenti referendari. E forse è la prima volta per la Lega nel senso che è un nuovo inizio per Salvini. Forse è un modo per compensare il suo ruolo di governo, per non perdere terreno rispetto alla Meloni. Io la vedo così. In ogni caso, comunque, visto che il meglio dei referendum, cinque su sei, mi convince, perché non firmarlo»?

Palamara descrive quello dei tribunali come un sistema. Ritiene anche lei sia così?

«Certamente ci sono dei problemi e delle criticità che vanno affrontati. Ma con la saggezza e l'intelligenza di chi vuole cambiare in meglio salvando la parte migliore della magistratura. Perché c'è tantissimo di eccellente e di equilibrato al suo interno e non bisogna fare assolutamente di tutta l'erba un fascio. Le riforme necessarie vanno fatte senza l'idea che bisogna sfasciare tutto, perché questo sarebbe un modo per non fare nulla o soltanto propaganda».

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo guardandoli dritti negli occhi. Ho raccontato l’Afghanistan in tutte le sue sfumature e nel 2014 ho rischiato di perdere la vita in un attentato sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Alla fine ci sono tornata 13 volte, perché quando fai parte di una storia non ne esci più. Ho fatto reportage sulle missioni in Iraq, Libano, Kosovo, il confine libico-tunisino ai tempi della Primavera araba e della morte di Gheddafi e sull’addestramento degli astronauti a Star City (Russia). Sono scampata all’agguato di scafisti a Ben Guerdane, di ritorno da Zarzis, tre le poche a documentare la partenza dei barconi. Ho scritto due libri: “Come la sabbia di Herat” e l’intervista al leader della Lega, dal titolo “Io sono Matteo Salvini”, entrambi per Altaforte. Sono convinta che nella vita contino solo due cose: la verità e la libertà. Vivo per raccontare il mondo, ma è sempre bello, poi, tornare a casa e prendere in mano un giornale e rileggere il tuo articolo. 

Referendum Giustizia, firme anche da sinistra. FdI: "Sostegno a quattro quesiti". Raffaello Binelli il 4 Luglio 2021 su Il Giornale. "La questione della ‘mala giustizia’ è un male endemico dello Stato e dei rapporti tra Stato e cittadini che ha caratterizzato l’intera vita della Repubblica italiana", spiega il giornalista Ettore Maria Colombo, che da elettore di sinistra sostiene i referendum proposti da Lega e Radicali. Prosegue la raccolta delle firme sui referendum per la Giustizia proposti dalla Lega e dai Radicali. Secondo i dati diffusi dal Carroccio in un solo weekend sono state superate le 100.000 firme. "È un grandioso segnale di cambiamento e voglia di giustizia - dichiara Matteo Salvini -. E da lunedì si potrà firmare, con calma e al fresco, in tutti i Comuni italiani. Altro che milione di firme, puntiamo a raccoglierne tante di più". Intanto, mentre prosegue lo sforzo capillare su tutto il territorio nazionale per raccogliere nuove adesioni, si allunga l'elenco delle personalità che hanno firmato i referendum. Non si tratta solo di elettori del centrodestra. Anche a sinistra cresce il numero di persone convinte della necessità di cambiare profondamente la giustizia italiana. Una di queste, Ettore Maria Colombo, giornalista, in una lettera al Giornale.it motiva la propria scelta: "La questione della ‘mala giustizia’ è un male endemico dello Stato e dei rapporti tra Stato e cittadini che ha caratterizzato l’intera vita della Repubblica italiana. Senza entrare nel merito e senza perdersi in dotte ricostruzioni storiche, lo stesso fenomeno di Mani Pulite e di Tangentopoli è stato rivisto e riletto, pur solo dopo molti anni, evidenziandone i limiti, gli abusi, i tanti errori (l’abuso della carcerazione preventiva, le ‘confessioni’ estorte a forza, l’avviso di garanzia che diventava un ‘avviso di colpevolezza’, l’uso smodato dei media come grancassa indebita, etc.)". Colombo prosegue ricordando che a quei tempi a sinistra, "un misero calcolo politico – la speranza di approfittare del ciclone Mani Pulite pensando di risultarne esenti – portò a un’acritica adesione a quel fenomeno. Solo un piccolo partito (Rifondazione comunista con Giovanni Russo Spena), alcuni penalisti insigni (Giuliano Pisapia) e alcuni avvocati difensori (Sergio Spazzali) misero in luce, vox clamans in deserto, le storture che quel tipo di indagini provocano e compivano, snaturando i principi fondamentali del diritto, ledendo diritto di difesa e principi costituzionali". "La magistratura italiana - prosegue Colombo - divisa in correnti diventate pure fazioni di potere, non ha mai smesso di ‘influenzare’ la politica italiana, condizionandone corso e natura. Cosa fatta, si potrebbe dire, capo ha. Solo pochi, come i Radicali italiani, hanno mantenuto alta la bandiera e la lotta per una ‘giustizia giusta’. Gli stessi decreti Berlusconi, più volte reiterati, hanno impedito, per finalità di lotta politica, di capire che il principio della divisione tra magistratura giudicante e magistratura inquirente è e deve essere un caposaldo di qualsiasi democrazia che voglia dirsi liberal-democratica e occidentale". Ad aprire gli occhi a tutti, anche ai più restii a criticare il totem della giustizia italiana, è arrivato lo scandalo scoperchiato grazie al libro di Luca Palamara, "Il Sistema", scritto con Alessandro Sallusti. Nessuno ora può più dire "non sapevo". Ma dopo la denuncia viene il momento delle riforme, che è possibile accelerare grazie ai referendum, come spesso è già avvenuto in passato. Senza togliere poteri al Parlamento: "I sei referendum non cozzano con la riforma della Giustizia, targata Marta Cartabia, presto all’esame del Parlamento, con il consenso di tutte le forze politiche – quindi anche quelle di centrosinistra – che lealmente sostengono il governo Draghi". A chi ritiene che con questi referendum si voglia mettere un pericoloso freno alla magistratura Colombo cita Falcone a Borsellino: "Il loro esempio resta forte e inscalfibile, ma se la magistratura non riesce, per propri vizi interni, a cambiare dall’interno, con una autoriforma sempre rinviata, è arrivato il tempo che cambi dall’esterno. Come per altri referendum promossi dai Radicali, il Paese reale si imporrà, con la forza delle sue idee, sul Paese ‘legale’, restio a ogni cambiamento".

L'impegno di Fratelli d'Italia. "Raccoglieremo le firme per i referendum relativi alle necessarie riforme della magistratura al fianco di tutto il centrodestra", annuncia Giorgia Meloni. "È necessario iniziare un processo di riforma radicale della magistratura dopo le inquietanti vicende del caso Palamara. Bisogna riformare la magistratura per scardinare il sistema delle correnti che ne ha fatalmente compromesso l'immagine. Faranno eccezione, nei nostri gazebo, due quesiti - aggiunge la leader di Fdi - per i quali non ci uniremo alla raccolta firme: quello sulle misure cautelari e quello sulla legge Severino, figli più della legittima cultura radicale che quella della destra nazionale". Raffaello Binelli.

Giovanni Minoli, furioso contro l'Anm per le critiche ai referendum sulla giustizia di Lega e radicali. Giovanni Maria Jacobazzi su Libero Quotidiano il 04 luglio 2021. «L'Associazione nazionale magistrati dovrebbe semplicemente vergognarsi di sé stessa: ha un livello di credibilità talmente basso che farebbe meglio a stare zitta». Giovanni Minoli risponde così alle critiche dell'Anm nei confronti della campagna referendaria sulla giustizia promossa dal Partito Radicale e dalla Lega. La raccolta delle firme, 500mila il numero da raggiungere, è iniziata l'altro ieri e terminerà il prossimo 30 settembre. Minoli, giornalista e autore di famosi programmi televisivi Rai come Mixer, Report e La Storia siamo noi, è fra i sostenitori più convinti dei sei quesiti sulla giustizia.

Direttore Minoli, allora ha deciso di appoggiare i referendum?

«Sì, senza dubbio. Anche perché è l'Europa a chiederci di mettere mano in maniera seria ed efficace al nostro sistema giudiziario. È una scelta obbligata».

Il quesito che l'ha convinta maggiormente?

«Penso a quello sulla responsabilità diretta dei magistrati».

Il tema è ricorrente. Già nel 1987 i Radicali, dopo quanto accaduto ad Enzo Tortora, avevano promosso un referendum sulla responsabilità dei magistrati.

«Ricordo molto bene. Il referendum fu vinto con oltre l'80 per cento di "sì", ma poi un Parlamento succube dei magistrati varò la legge Vassalli che limitava al massimo la possibilità di rivalsa nei confronti del giudice che aveva procurato dei danni ai cittadini per il suo comportamento».

Gli ultimi dati disponibili dicono che dal 2010 al 2021 sono stati solo otto i magistrati condannati per i loro errori.

«Ecco, credo che sia un numero che renda bene l'idea di quale è ora la situazione in Italia. E aggiungo un elemento: oltre al fatto che nessuno paga per gli errori commessi, tutti rimangono tranquillamente al proprio posto. Anzi, fanno anche delle brillanti carriere, come la fecero a suo tempo i magistrati che arrestarono Tortora (uno venne anche eletto al Consiglio superiore della magistratura, ndr)».

Uno dei quesiti riguarda la separazione delle carriere. Argomento incandescente da sempre. Dopo il concorso in pratica il magistrato dovrà scegliere se fare il pm o il giudice e non potrà più cambiare funzione durante tutta la carriera.

«Sono favorevole anche in questo caso». 

"Sulla separazione delle carriere ci sono criticità che a me sembrano non superabili. Creare un corpo di pubblici ministeri separato da tutto è probabilmente più pericoloso dell'attuale assetto". Sa chi lo ha detto?

«No».

Il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia secondo cui la separazione delle carriere è considerata addirittura pericolosa in quanto la conseguenza che ne deriverebbe sarebbe quella della dipendenza del pm dal ministro della Giustizia e quindi dal potere politico.

«Vuol dire che i vertici dell'Anm non hanno molta fiducia nella professionalità e nella moralità dei magistrati. Si conoscono bene, evidentemente».

Il segretario del Pd Enrico Letta è contrario ai referendum, vede meglio la riforma della giustizia a cui sta lavorando la Guardasigilli Marta Cartabia.

«Voglio ricordare che tutte le riforme della giustizia che ci sono state in questi ultimi trent' anni non hanno cambiato nulla. Il potere lobbistico della magistratura è riuscito sempre a stroppare qualsiasi tentativo di cambiamento. E comunque non ho ancora visto un testo definitivo di questa riforma».

È pessimista anche questa volta? Eppure c'è un clima di grande fiducia intorno alla ministra Cartabia.

«Ripeto, prima di giudicare voglio leggere cosa ha scritto. Se tiene conto della realtà, ottimo, sarò il primo ad essere contento. La condizione della giustizia in Italia è drammatica. Serve una svolta».

A proposito di "svolte", sono ormai due anni che è esploso lo scandalo delle nomine lottizzate al Csm. Mi riferisco alla vicenda Palamara. Un commento?

«Dopo tutto questo marasma che ha colpito il Csm mi aspettavo una reazione forte. Invece nulla». Chi doveva intervenire? «Il capo dello Stato, che è anche il presidente del Csm».

Cosa avrebbe dovuto fare Sergio Mattarella?

«Credo che sarebbe stato opportuno che avesse sciolto il Csm. Serviva un intervento convinto».

Palamara dice che le nomine e gli incarichi vengono decisi dalle correnti della magistratura presenti all'interno del Csm. Le correnti sono così potenti?

«Assolutamente. E forse anche il mancato scioglimento del Csm è la prova del potere che hanno le correnti».

È possibile fare qualcosa per arginarle?

«Sorteggiare i componenti del Csm. Non vedo altre soluzioni».

Alessandro Sallusti, magistrati e verginelli della politica mi fanno più paura del Vaticano. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 25 giugno 2021. Tutti a dire che "il parlamento è sovrano" e che di conseguenza la nota di protesta sulla legge Zan in discussione al Senato inviata dallo stato Vaticano al governo italiano è irricevibile in quanto costituisce una indebita interferenza. Non so, a me risulta che i rapporti tra Stati, soprattutto se tra due Stati intercorrono trattati vincolanti, siano regolati anche da pressioni più o meno debite, altrimenti dovremmo abolire la diplomazia sia nelle sue forme sotterranee che esplicite. E mi sembra altrettanto chiaro che comunque nessuno, tantomeno il Vaticano, abbia mai pensato che il nostro parlamento non sia sovrano. Esattamente come facciamo noi a parti opposte: il fatto che l'Egitto sia uno stato sovrano non ci impedisce di protestare con Il Cairo per l'arresto dello studente Patrick Zaky, il giovane attivista egiziano che studiava all'università di Bologna. Ma soprattutto mi piacerebbe che altrettanta fermezza nei confronti dell'autonomia del parlamento venisse esibita anche in campi diversi dalla legge Zan, per esempio per quanto riguarda la riforma della giustizia. I minacciosi comunicati dell'Associazione nazionale magistrati, le esternazioni altrettanto dure di singoli magistrati verso qualsiasi tentativo della politica di riordinare il sistema giudiziario costituiscono o no una "indebita ingerenza" di un potere nei confronti dell'autonomia di deputati e senatori? Su questo il presidente della Camera Fico e la sinistra tutta non hanno nulla da obiettare? Quelli che fanno i verginelli sono una delle categorie peggiori della politica, mi preoccupano più loro del Vaticano. Solitamente accade che le "pressioni" sono accolte se provengono da ambienti amici tipo appunto i magistrati, denunciate e respinte con sdegno se intralciano i propri piani. La laicità dello Stato va ribadita contro ogni fede invasiva, compresa quella dei giustizialisti che in quanto a violazione dei diritti e dogmatismo cieco sono assai più pericolosi di cardinali e vescovi. 

I MAGISTRATI E LA “STATURA” DA RECUPERARE. Carlo Nordio si Il Corriere del Giorno il 25 Giugno 2021. Il sistema Palamara ha rivelato il mercimonio dei voti e delle cariche negli altri gradi delle toghe. Il Csm che era già stato decapitato dopo le rivelazioni di Palamara, tenta maldestramente di mettere il coperchio sulla pentola radiando quest’ultimo con un processo sommario, e fingendo che per il resto vada tutto bene. Parlando a Taormina, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha deplorato la perdita di fiducia degli italiani nella magistratura; ha annunciato una serie di riforme radicali, e ha aggiunto che queste non saranno sufficienti senza un qualcosa “di più nobile e più alto” Ma sopratutto ha pronunciato una frase terribile: “Dobbiamo fare di tutto perchè il giudice torni ad essere con quella statura che la Costituzione gli chiede nel momento del giuramento. L’art. 54 chiede disciplina ed onore”. Perchè sono parole terribili? Perchè Cartabia non ha detto che i magistrati devono “tenere” quell’alta statura, na che devono recuperarla. Il che significa che l’hanno perduta. Nessun guardasigilli si era mai espresso in termini così severi in questi ultimi 25 anni. Eppure da tempo gli italiani hanno perduto la fede, e anche la speranza, nella giustizia e in chi l’amministra. E allora perchè queste parole proprio ora? Le ragioni, a nostro avviso, sono tre. La prima è la personalità e l’autorevolezza di chi le ha pronunciate. Cartabia è stata presidente della Corte Costituzionale, ha una competenza tecnica straordinaria, e sopratutto, non avendo mai fatto politica, non ha quella vulnerabilità di chi ha partecipato a competizioni elettorali, dove un’inchiesta su corruzioni o scambi di voto è sempre in agguato. In altre parole non corre il pericolo di essere raggiunta da un’informazione di garanzia o peggio di finire sui giornali per la pilotata divulgazione di intercettazioni ambigue. Circostanze che hanno eliminato ministri, sindaci ecc. successivamente prosciolti senza nemmeno le scuse. La seconda è il disgusto dei cittadini davanti agli scandali che hanno travolto e stanno travolgendo la magistratura. Il sistema Palamara ha rivelato il mercimonio dei voti e delle cariche negli altri gradi delle toghe. Peggio. Le ammissioni dell’ex capo del sindacato hanno consolidato il sospetto che alcune indagini fossero rivolte ad eliminare personaggi sgraditi: la frase “Salvini è innocente ma bisogna attaccarlo” è deplorevole in bocca au politico ma è un sacrilegio in quella di un giudice. Come se questo “mercato delle vacche” (espressione usata da un alto magistrato) non fosse bastata, ecco lo scandalo di Milano. Un sostituto accusa il suo capo di aver imboscato un’inchiesta su una loggia segreta, e quel che è peggio passa i verbali secretati ad un membro del Csm che, peggio del peggio, li mostra ad un parlamentare in un sottoscala. Poi sempre a Milano, un procuratore aggiunto viene indagato per aver omesso il deposito di atti essenziali in un processo costato milioni e risoltosi nel nulla, con una reprimenda del Tribunale; infine il Csm che era già stato decapitato dopo le rivelazioni di Palamara, tenta maldestramente di mettere il coperchio sulla pentola radiando quest’ultimo con un processo sommario, e fingendo che per il resto vada tutto bene. Come se questo non bastasse, ecco la recente infelicissima sortita dell’Anm, che di fronte alla prospettiva del referendum ha minacciato una “forte reazione”. Il cittadino allarmato si domanda che reazione possa essere, e si augura che non sia quella che nessuno oserebbe nemmeno pensare, cioè un uso strumentale dell’enorme potere di cui dispongono le procure. In ogni caso è una contraddizione che svela l’arroccamento autoreferenziale di questo sindacato, che si era opposto all’istituzione di una commissione d’inchiesta sul sistema Palamara sostenendo che il Parlamento non poteva interferire con la magistratura, e ora si oppone al referendum sostenendo che il popolo non può interferire sul Parlamento. Insomma dovremmo tutti accontentarci dell’autocertificazione di virtù dell’Associazione Nazionale Magistrati. Non ci crede più nessuno, e men che mai ci crede la Cartabia. La terza ragione riassume le altre due. La politica ha chinato il capo negli ultimi 25anni davanti alle toghe, perchè la prima era debole e le secondi forti. Ora le parti si stanno invertendo. Draghi – e Cartabia – sono inamovibili, per le ragioni che sappiamo. La magistratura invece è ai minimi storici di credibilità e di fiducia. E’ di ieri la diffusione della notizia che il poliziotto di Roma che ha ferito un ghanese che seminava il panico brandendo un coltello è stato iscritto nel registro degli indagati: sarà anche un atto dovuto, ma è una flagrante, ennesima violazione del segreto istruttorio che rivela quantomeno un difetto di vigilanza da parte di chi avrebbe dovuto assicurarlo. E’ presumibile che anche presso le Forze dell’Ordine crescano le perplessità verso i magistrati manifestate dalla ministra delle Giustizia. Riuscirà tuttavia quest’ultima a realizzare le radicali riforme promesse, di cui si sa ancora poco o nulla? Ne dubitiamo. Non solo perchè per essere efficaci richiedono tempo ed energie, e le priorità del Governo in questo momento sono altre. Ma sopratutto perchè le riforme le fa il Parlamento, che nell’attuale composizione non è disponibile ad assecondare una volontà realmente innovatrice. Forse sarà il referendum a dargli uno scossone, ed è per questo che molti lo temono. Ma è comunque incoraggiante che la ministra abbia dimostrato due delle tre doti fondamentali che Gibbon richiede allo statista: il cervello per comprendere, e il cuore per decidere. La terza, il braccio per eseguire, non dipende da lei. Ma con questo atto di intelligenza e di coraggio Cartabia ha già ipotecato, per il futuro, un posto d’onore nella Giustizia. E forse anche più in alto.

I cittadini non si fidano più. Perché servono i referendum sulla giustizia: si è sgretolato il patto sociale. Giuseppe Rossodivita su Il Riformista il 25 Giugno 2021. Il 22 giugno l’assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, grazie alla tenacia di Matteo Angioli, del Sen. Roberto Rampi (Pd) e di Andrè Gattolin – vicepresidente del Consiglio Generale il primo e consiglieri generali del Partito Radicale gli ultimi due – ha approvato una risoluzione che cristallizza il “diritto alla conoscenza” come diritto umano fondamentale. Una delle due battaglie alle quali Marco Pannella ha dedicato gli ultimi anni della sua vita. L’altra era quella, più antica, per ottenere una “giustizia giusta”. Cosa c’entra il diritto alla conoscenza con i referendum sulla giustizia promossi dal Partito Radicale e dalla Lega? C’entra eccome. Per gli addetti ai lavori il sistema di (auto)governo della magistratura era faccenda nota. La politica sapeva come funzionava (e funziona) e ha cercato, per timore e per convenienza, con alterne fortune, di entrarci in contatto, di ricavarsi strapuntini di impunità o occasioni di aggressione all’avversario di turno. Il quarto potere, quello dei media, tanto ne conosceva i meccanismi che lo ha sostenuto e fatto crescere nel tempo, nascondendolo agli occhi dell’opinione pubblica, anche in questo caso per timore, per ricavarsi strapuntini di impunità o di privilegi sul versante delle inchieste da sparare in prima pagina con il mostro di turno. La magistratura non allineata pure ne era perfettamente a conoscenza, così come l’avvocatura, ma di rivolte non se ne sono viste in tanti anni, meglio conviverci, fare spallucce, bofonchiare qualcosa, purché sottovoce e farsi amico qualche potente, tanto questo è il paese di “io speriamo che me la cavo”. Ebbri di questo immenso potere di condizionamento di tutta la vita democratica del Paese, i nostri hanno commesso un errore, come tutti gli errori determinati dalla eccessiva consapevolezza di sé stessi. Quando sono uscite le chat e le intercettazioni di Luca Palamara, i tenutari del potere dentro la magistratura hanno pensato di agire more solito: un paio di importanti giornali nazionali amici pronti a mettere all’angolo “il cattivo” di turno eletto a capro espiatorio di tutti i peccati; i Tg della concessionaria del servizio pubblico in ordinata scia; un paio di processi disciplinari lampo per Anm e Csm, senza dar la parola a 133 testi chiesti dalla difesa con conseguente espulsione “della causa di tutti mali” da Anm e Csm. Partita chiusa e si torna a fare come prima senza doverne mai rispondere a chicchessia. Qualcosa è andato storto, però, perché se da un lato era evidente a tutti che Palamara non è che chattava o parlava da solo, dall’altro è stata anche evidente l’opera di copertura ed insabbiamento delle responsabilità di una intera categoria: la classe dirigente interna alla magistratura, con i suoi metodi di selezione. Ed è la classe dirigente più potente del Paese. Fatto di tanta imbarazzante evidenza che è deflagrato non appena Palamara ha annunciato, dalla sede del Partito Radicale, di volersi mettere a disposizione per raccontare come sono andate le cose per tanti anni, nelle segrete stanze (e nei sottoscala) del Csm e dell’Anm. E i racconti del libro Il Sistema – al di là delle singole vicende e dei personaggi coinvolti che il grande pubblico neanche conosce – hanno profondamente indignato l’opinione pubblica. Una parte della stampa ha capito che dietro l’inaspettato successo editoriale – un libro che il Segretario del Pr Maurizio Turco ha definito uno strumento di lotta politica – c’era e c’è la volontà dell’opinione pubblica di conoscere e di sapere come funziona quel mondo dal quale escono indagini e sentenze che possono distruggere la vita delle persone, di conoscere quel mondo che, da tangentopoli in poi, gli era stato raccontato come un mondo di eroi senza macchia e senza paura, che a colpi di inchieste e di arresti, stava “smontando” l’Italia (Governi, Regioni, Comuni) dell’illegalità e dell’immoralità. Si è aperto così un varco di conoscenza e di indignazione che ha scompaginato vecchi equilibri determinando, a valanga, altri racconti: quello di Storari e quello di Davigo, quello del senatore Morra e quello di Ardita e via elencando. E il potere della conoscenza, quando viene consentita, si è dimostrato quello di una bomba atomica, che ha portato ai minimi termini la credibilità dell’intero sistema della giustizia italiana. Lo stesso Salvini, pronto ad intercettare gli umori dell’opinione pubblica, ha scritto sui suoi social, insieme a Giulia Bongiorno, che il racconto di Palamara ha consentito alla gente e alla Lega di rendersi conto dell’urgenza delle riforme. Ed è un dato di fatto che un anno fa i referendum non sarebbe stato possibile convocarli: non c’erano le condizioni e la stessa Lega, un anno fa, non ci sarebbe stata. Oggi si registra invece una amplissima convergenza di forze politiche e sociali. Ed è per questo che oggi la classe dirigente dell’autogoverno della magistratura è terrorizzata dai referendum: ha ragione, ha fallito e farebbe bene a farsi da parte lasciando spazio alle nuove leve, nell’interesse del Paese e della Giustizia. La ministra Marta Cartabia è lacerata dalla domanda che gli viene posta più frequentemente di questi tempi: “Ministra, come facciamo a tornare ad avere fiducia nella Giustizia in Italia?”. Per Piero Calamandrei, il giudice era colui che nell’unica trattoria del paese, siede da solo all’ultimo tavolo, con sua unica commensale la sua indipendenza. Quanto è distante questa figura anelata da Calamandrei con lo spettacolo penoso che finalmente l’opinione pubblica ha potuto conoscere? Il patto sociale sulla giustizia è venuto meno, si è sgretolato. Perché mai il cittadino messo sotto processo dallo Stato dovrebbe accettare sentenze pronunciate da persone a cui non viene più riconosciuta quella autorevolezza del giudice austero e rigoroso di Calamandrei o del giudice che soffre il potere di togliere la libertà di Sciascia, piuttosto che goderne ed abusarne? Se c’è una cosa che gli italiani non perdonano è quella di essere giudicati da chierici che predicano bene e razzolano male, almeno quanto quelli che condannano riservandosi per loro solo autoassoluzioni. Cosa c’entrano i referendum con queste riflessioni? Cosa c’entra l’abrogazione di quelle norme che impediscono di citare a giudizio il giudice in caso di danni cagionati nell’esercizio delle funzioni o l’abrogazione delle norme che consentono ai pm di diventare giudici e viceversa nello sviluppo della loro carriera, o ancora di quelle norme che impediscono agli avvocati di partecipare alla valutazione della professionalità dei magistrati in quei mini Csm che sono i Consigli giudiziari, solo per fare tre esempi: cosa c’entrano con quanto abbiamo appena visto? Sono riforme sufficienti, quelle proposte con i sei quesiti referendari, per rimettere in ordine un sistema impazzito, dove l’unica parola che conta è potere, dove non c’è traccia di responsabilità, di qualsiasi specie e natura, civile, professionale, disciplinare? Ovvio che no, non sono riforme sufficienti, non possono essere altro che l’inizio di un percorso riformatore di un sistema che ha consentito abusi e soprusi senza controlli e contrappesi. È un sistema, che anche a livello Costituzionale non ha retto al trascorrere del tempo e alla trasformazione profonda della società: i tempi di Calamandrei sono lontani e sono lontani anche i modelli di giudici a cui i nostri padri costituenti si riferivano. Ed è per questo che i sei referendum sulla giustizia sono l’occasione per ricostruire il patto sociale su cui si fonda l’amministrazione della giustizia. La politica ha fallito, non è stata capace e non ha avuto la forza di evitare quel degrado che per la prima volta è stato fatto conoscere. Ora i cittadini pretendono di dire la propria, di decidere direttamente, non solo sull’abrogazione di quelle norme indicate nei quesiti, ma evidentemente pretendono di indicare una direzione di marcia che alla politica converrà seguire. Come si ricostruisce la fiducia dei cittadini nella giustizia? Dandogli ascolto senza tradire la loro volontà. Per questo i referendum, in questo momento storico, sono un’occasione irripetibile, sono l’occasione per restituire ai cittadini parola, voce e fiducia nei confronti della giustizia. Giuseppe Rossodivita

Cassese: «La magistratura non è una cittadella che si autogoverna». «La Costituzione attribuisce indipendenza all’ordine giudiziario, non conferisce ad esso potere di autogoverno». Il Dubbio il 20 giugno 2021. «Un referendum sulla giustizia o, meglio, su alcuni particolari aspetti dell’ordinamento della giustizia in Italia è costituzionalmente ammissibile». Taglia corto così, in un’intervista al Giornale. Sabino Cassese, uno dei più autorevoli giuristi italiani e giudice emerito della Consulta, cercando di mettere fine alle polemiche sorte tra Anm, che ritiene i referendum sulla giustizia inammissibili, e la Lega e il Partito Radicale, che quei referendum li hanno proposti. Eppure il presidente dell’associazione magistrati, Giuseppe Santalucia, continua a sostenere che le funzioni e le prerogative della giustizia non sono materia da referendum. «Un approccio di questo tipo – sottolinea Cassese – mi pare corrispondere a quell’idea sbagliata, che è andata maturando in questi anni, dell’ordine giudiziario e, di conseguenza, della magistratura come una cittadella separata, che si autogoverna». E chiarisce: «La Costituzione attribuisce indipendenza all’ordine giudiziario, non conferisce ad esso potere di autogoverno» e se «la Costituzione non esclude il referendum abrogativo in materia di giustizia questo è certamente ammissibile».

Il dibattito sul referendum e le minacce. Anm è monarchia assoluta, per questo nega i referendum sulla giustizia. Armando Mannino su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Nella sua relazione al direttivo dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) il presidente Giuseppe Santalucia ha criticato le sei proposte istitutive dei referendum sulla giustizia depositate dai radicali e dalla Lega, perché i temi trattati per la loro rilevanza istituzionale e intrinseca complessità avrebbero dovuto essere discussi e valutati nelle aule parlamentari. La preferibilità di questa soluzione rispetto a quella referendaria è indubbia. Non si può però trascurare che le proposte in discussione in Parlamento, certamente utili, sono timide e in larga misura non idonee a rimuovere le cause della pesante crisi in cui da troppo tempo si dibatte il “sistema giustizia” in Italia. Inoltre, indipendentemente dal merito delle singole proposte di referendum, sulle quali saranno chiamati a pronunciarsi i cittadini se com’è prevedibile sarà raggiunto il numero di firme necessario, l’effetto non secondario di fatto perseguito è anche quello di accertare la misura del consenso dell’opinione pubblica nei confronti di misure sostanziali di riforma della magistratura, senz’altro utile per rimuovere quegli ostacoli politici che in Parlamento ne impediscono l’adozione. Sembra questo il vero timore di Giuseppe Santalucia e dell’associazione che presiede. Egli aggiunge infatti che «il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l’apprezzamento della magistratura». Conclude poi che «spetta all’Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo», perché è suo compito operare «affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali». Per valutare queste affermazioni è opportuno partire dalla contrapposizione esistente tra la costituzione formale, cioè i principi sanciti nella Carta costituzionale, e la cosiddetta costituzionale materiale, derivante dall’assetto concreto che la magistratura ha progressivamente assunto in questi ultimi trent’anni. La prima si fonda sulla concezione della magistratura come un “ordine” (art. 104 cost.), privo in quanto tale di una organizzazione e di un vertice che di fatto potessero consentirle, avvalendosi dei poteri coercitivi ad essa affidati, di assumere un’indebita supremazia sui poteri costituzionali. Questo ordine è caratterizzato dai principi di indipendenza da condizionamenti interni ed esterni e di autonomia nell’esercizio della funzione, necessari per assicurare la subordinazione del magistrato alla legge, cioè alla volontà sovrana dei cittadini espressa direttamente con il referendum o indirettamente per mezzo degli organi che li rappresentano. La costituzione materiale della magistratura si fonda invece su principi opposti, il cui fondamento si rinviene nell’associazionismo sindacale. Messo fuori legge nel 1925 dal regime fascista, nel 1944, quindi ben prima dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, i magistrati costituiscono l’Anm, al cui interno nel 1950 si organizzano le correnti sulla base dei diversi orientamenti culturali e politici. In tal modo la magistratura ha assunto una struttura unitaria e si è trasformata in un potenziale potere politico, poi divenuto effettivo a partire dagli inizi degli anni 90 del secolo scorso con la stagione cosiddetta di “Mani Pulite”, che ha prodotto il collasso della tradizionale classe politica di governo e l’avvento di nuove organizzazioni partitiche. Con la contestuale soppressione della prerogativa costituzionale dell’immunità penale dei parlamentari – avventata perché non sostituita da altre forme di garanzia della politica nei confronti di una magistratura politicizzata e dominata dalla corrente di sinistra -, la classe politica ha perso la sua autonomia, condizionata dalla minaccia sempre latente di iniziative penali inconsistenti, politicamente orientate, destinate a concludersi con un proscioglimento a distanza anche di decenni dopo avere stroncato carriere politiche e prodotto danni notevoli di natura personale, familiare, economica e politica. Approfittando dei poteri coercitivi ad essa assegnati dalla Costituzione e dalla libertà di associazione sindacale, la magistratura si è così trasformata in uno Stato nello Stato, assumendo di fatto la supremazia su tutti gli altri poteri. Ha un proprio organo politico-rappresentativo (l’Anm), costituito a sua volta da entità in prevalenza politicizzate (le correnti) e un proprio organo esecutivo (il Consiglio superiore della magistratura), per mezzo del quale controlla e condiziona, con le modalità descritte da Palamara, tutta la carriera dei magistrati e di riflesso la loro indipendenza e autonomia, distorcendo di fatto principi fondamentali della Costituzione. È questo il contesto in cui si collocano le affermazioni del Presidente dell’Anm, che, considerata l’assenza di qualsiasi forma di dissociazione o dissenso, appaiono rappresentative della generalità della corporazione. Esse sono espressione e rivendicazione da parte della magistratura, e per essa della cerchia ristretta di magistrati che la governa, della sua supremazia sulla società e sull’organizzazione costituzionale dello Stato. Viene addirittura sindacata la sovranità popolare e con essa i diritti dei cittadini che ne sono espressione! Al referendum vengono posti limiti inesistenti in Costituzione, perché ad esso non sarebbe consentito esprimere, sia pure implicitamente, una valutazione di «sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo» nei confronti dell’ordinamento giudiziario: impianto riformatore che tra l’altro è quello predisposto dall’ex ministro Bonafede, il cui progetto di legge, largamente condizionato nei suoi contenuti timidi e insufficienti dagli ambienti giudiziari interni ed esterni allo stesso Ministero, è il testo-base dell’esame parlamentare in corso. Quindi l’avvertimento è rivolto anche al Parlamento, nel suo raccordo con il Governo in carica, che nell’esercizio del potere legislativo non potrebbe né dovrebbe modificare quell’ “impianto riformatore”. Le affermazioni del presidente dell’Anm tendono ad attestare e rafforzare la supremazia assoluta che la magistratura ha assunto nella costituzione materiale dello Stato. Il popolo, i cittadini sovrani, non potrebbero pronunciarsi nemmeno implicitamente sul loro “gradimento” nei confronti della magistratura, perché si teme che possano «formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che [ne] danno in discesa l’apprezzamento». È questa la prerogativa essenziale del sovrano assoluto, che in quanto tale è per principio esente da qualsiasi critica. Ma rivendicarla è espressione di grande debolezza. Presuppone la consapevolezza che il consenso dell’opinione pubblica è requisito indefettibile della magistratura, come ha ripetutamente ammonito il presidente Mattarella, e manifesta il fondato timore che l’esito del referendum ne attesti l’avvenuto declino, aprendo la strada a effettivi interventi riformatori non solo di natura legislativa ma anche costituzionale. Il sovrano è nudo e cerca disperatamente di difendersi. Per questo l’Anm, quale organismo sindacale rappresentativo dei magistrati, preannunzia “una ferma reazione”, che non è espressione della libertà di manifestazione del pensiero, mai in discussione, ma esercizio della libertà di associazione, nella specie sindacale, che si dovrebbe sostanziare in un’attività volta ad impedire lo svolgimento del referendum comprimendo i diritti costituzionali dei cittadini. Sembra escludersi però che questa attività possa risolversi nella proclamazione di uno sciopero, non solo perché la sua legittimità costituzionale sarebbe molto dubbia, ma specialmente per gli ulteriori effetti pesantemente negativi che produrrebbe sull’opinione pubblica, perché contribuirebbe a delegittimare ulteriormente la magistratura. Non si comprende quindi quali dovrebbero essere le forme e modalità della “ferma reazione” preannunziata dal Presidente dell’Anm, che questi ha omesso di precisare, creando una situazione di incertezza e di preoccupazione che si fonda sui poteri coercitivi costituzionalmente spettanti alla magistratura e sui tanti casi in cui il loro uso si è dimostrato non corretto. Il silenzio con cui queste affermazioni sono state accolte dalle forze politiche sembra confermarlo. Si comprende quindi la particolare prudenza con la quale la ministra Cartabia sta seguendo la riforma dell’ordinamento giudiziario: prudenza che non è dovuta a debolezza o a interessi politici personali, estranei alla sua formazione e personalità, ma alla preoccupazione che iniziative giudiziarie inconsulte possano intralciare il cammino del Governo e della sua maggioranza, mettendo a repentaglio il raggiungimento di quegli obiettivi di riforma a cui ci siamo impegnati nei confronti dell’Unione Europea. È quindi più che opportuno che tra le tante riforme in cantiere vi sia anche quella di ricostituire le garanzie della politica, riaffermandone l’autonomia nei confronti del potere giudiziario.

Armando Mannino

I partiti s'indignano? No, hanno paura. Il presidente Anm Santalucia minaccia i partiti: “Chi appoggia i referendum la pagherà”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 22 Giugno 2021. L’appello alla rivolta che il presidente dell’Anm ha indirizzato ai magistrati, invitandoli ad opporsi ai referendum sulla giustizia, è probabilmente l’atto di insubordinazione al potere democratico più grave, nella storia della repubblica, dopo le minacce golpiste dell’estate del 1964. Il dottor Santalucia per la verità non ha usato la parola “rivolta” ma la parola “reazione”. Ha detto testualmente: “Credo che spetti all’Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo”. La distinzione tra reazione e rivolta è una semplice questione di linguaggio. Di solito la sinistra usa la parola rivolta e la destra la parola reazione. Santalucia ha usato la parola che gli è venuta più semplice, ma la sostanza è quella: il rifiuto delle regole del gioco stabilite dalla Costituzione, o dalle leggi, o dal diritto, o dai principi essenziali della democrazia. Il dottor Santalucia è un giurista esperto e io no. Però leggendo l’articolo 338 del codice penale ho la netta sensazione che con la sua dichiarazione egli abbia violato quell’articolo. Ne copio qui alcuni passaggi, che mi sembrano inequivocabili. “Chiunque usa … minaccia (1) ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli componenti o ad una rappresentanza di esso… per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni… alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo”. È vero che questo reato, credo, è stato sin qui contemplato una sola volta: per il folle processo in corso a Palermo e soprannominato il processo sulla “trattativa Stato-mafia”. E infatti a me non viene neanche in mente di invocare contro il Presidente dell’Anm una legge bislacca (come molte altre leggi) che oltretutto confina con le leggi contro i reati di opinione, alle quali (tutte, compresa la legge Mancino) sono contrarissimo. Penso però che con le sue dichiarazioni di sabato scorso il presidente dell’Anm abbia reso chiare alcune cose.

1) Che l’Anm è una organizzazione politica, assolutamente politica, che si presenta come organizzazione politica, si comporta come organizzazione politica, ritiene che tra i suoi compiti ci sia quello di battersi contro i partiti e i gruppi politici che considera ostili, e che forse immagina anche di dovere usare i poteri dei suoi iscritti (l’inchiesta, l’arresto…) come mezzi per la propria battaglia politica e ideale.

2) Che l’Anm ritiene che ogni riforma in materia di giustizia spetti a lei e solo a lei, in nome dell’indipendenza della magistratura. E che violare questa sua prerogativa da parte dei partiti equivalga a violare la Costituzione.

3) Che l’Anm è diventata a tutti gli effetti un gruppo politico estremista, extraparlamentare, che a differenza di altri gruppi politici extraparlamentari detiene un immenso potere: il potere di controllo assoluto sullo svolgimento della giustizia.

Quel che lascia allibiti non è l’arroganza del gruppo dirigente della magistratura. Che, oltretutto, straccia l’idea dell’indipendenza del giudice, effettivamente sancita dalla Costituzione. La Costituzione parla esplicitamente ed esclusivamente di indipendenza “del giudice”, non della magistratura associata. Mentre il richiamo alle armi di Santalucia esclude l’indipendenza del singolo giudice, nel momento in cui chiede una reazione della categoria a difesa dei propri interessi. Quel che lascia davvero allibiti è l’assenza di reazioni, a parte quelle scontate dei promotori dei referendum. Non solo non si è sentita una voce di protesta da parte di gruppi di magistrati, che pure dovrebbero sentirsi imbarazzati da questo appello “para-golpista” dell’Anm, che finisce per coinvolgere tutti loro. Ma neppure da parte dei partiti. Una volta i partiti democratici insorgevano di fronte ai rischi di attacco dall’esterno alla costituzione e allo stato democratico.

Prima ricordavo il tentato golpe del ‘64: Moro e Saragat si recarono furiosi al Quirinale e avvertirono il Presidente che se non avesse stroncato la minaccia i loro partiti sarebbero scesi in piazza. Oggi, invece, silenzio. Personalmente sono sempre contrario ai provvedimenti che mettano fuorilegge delle organizzazioni politiche. Per questo sono contrario anche all’ipotesi di mettere fuorilegge l’Anm. Però non c’è dubbio che l’Anm è una organizzazione illegale e che la sua presenza mina alla radice la credibilità della magistratura e del sistema giustizia. 

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

I cittadini non credono più nella magistratura. Pm imparziali? Ormai non ci crede più nessuno…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Paura del referendum. “Reagire” per paura di dare la parola ai cittadini. Proprio come un tempo si esortava a “resistere” sulla linea del Piave per paura nei confronti delle riforme di un governo non amico. La democrazia è come una scossa elettrica, a volte. Se il sindacalista dottor Giuseppe Santalucia, capo della casta togata più potente, teme che il referendum del Partito radicale e della Lega possa istigare gli elettori a impugnare la matita rossoblù e dare il voto alla magistratura, allora può rilassarsi. La smetta di difendersi “dal” processo. Eventualmente, se si sente giudicato insieme ai suoi colleghi, si difenda “nel” processo. Ma si rilassi, perché sull’amministrazione della giustizia gli italiani hanno già le idee piuttosto chiare, senza bisogno di un ulteriore referendum, dopo le decine di sondaggi da cui emerge che almeno i due terzi degli intervistati con crede nell’imparzialità dei magistrati. E la fiducia nelle toghe, persino in tanti che votano Movimento cinque stelle, è in caduta verticale. Diciamo che quello del referendum non sarà un processo indiziario, ormai sono state raccolte numerose prove. Del resto, per capire che “c’è del marcio in Danimarca”, anche senza metter mano ai sondaggi o aver letto il libro di Sallusti e Palamara, basterebbe esaminare la documentazione che nei giorni scorsi il Ministero di giustizia ha inviato al Parlamento sulle ingiuste detenzioni. E subito dopo esaminare la giurisprudenza della Commissione disciplinare del Csm, per vedere se e in che misura i magistrati vengono sanzionati per i loro, chiamiamoli così, “errori”. Prima domanda: è uno Stato di diritto quello in cui solo nel 2020 lo Stato ha dovuto pagare 37 milioni di euro per risarcire 750 casi di ingiusta detenzione, sia per le assoluzioni, ma anche per la tortura della custodia cautelare? I casi più frequenti riguardano i tribunali delle città del sud: Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, Bari. E non è perché da quelle parti i magistrati siano più incapaci. Temiamo che il problema sia un altro. Che riguarda l’uso spesso improprio dei reati associativi, in particolare dell’aggravante mafiosa, comodo grimaldello per poter arrestare e intercettare. Ma che spesso è destinata a cadere già al primo esame del gip o del tribunale del riesame e poi della cassazione. Troppo spesso i procuratori hanno l’abitudine in certe zone d’Italia di guardare tutto con le lenti di una certa visione ideologica, quella che fa confondere fenomeni sociali con criminali, o reati “comuni” con l’attività dei boss. Del resto, a che cosa servirebbero le pompose conferenze stampa allestite dopo gli arresti, se non per comunicare di aver sgominato qualche potente cosca mafiosa che esiste solo nella mente di chi ha organizzato il blitz? Ma è impellente, a questo punto, la seconda domanda: è uno Stato di diritto quello in cui, a fronte di questa valanga di rimborsi dovuti a coloro che hanno patito il carcere ingiustamente, nessuno (o quasi) paga per gli errori fatti? E teniamo presente che stiamo parlando solo di detenzione ingiusta. Considerando che, come diceva Calamandrei, già il processo è qualcosa di violento da subire, anche senza passare per il carcere, per tutte le migliaia di cittadini trascinati in un’aula di tribunale anche quando era da subito evidente che l’imputazione era quanto meno temeraria, c’è qualcuno che paga? Qualcuno che viene processato e giudicato? Vediamo, nella stessa relazione del Ministero, i dati sulle responsabilità disciplinari dei magistrati non solo del 2020, lo stesso anno in cui dobbiamo risarcire con 37 milioni di euro i cittadini indebitamente tradotti in ceppi da chi non doveva, ma addirittura dell’ultimo triennio. Tra il 2018, il 2019 e il 2020 la giustizia deve aver funzionato in modo meraviglioso in Italia, dal momento che le azioni disciplinari promosse nei confronti delle toghe sono state in tutto 61 (57 su iniziativa del ministro guardasigilli, 4 del pg della Cassazione). Considerando che dei 61, 25 procedimenti sono ancora in corso (non tutti sono veloci come quello nei confronti di Luca Palamara), su 17 si è già stabilito di non doversi procedere, 12 sono state le assoluzioni e 4 le censure. Non c’è bisogno di una laurea in matematica, per vedere il nulla sanzionatorio da parte delle toghe del Csm nei confronti dei propri colleghi. La sentenza è: nessun colpevole, il magistrato non sbaglia mai. Neanche quando si accanisce, e ne abbiamo visti tanti. Non avevano forse ragione i padri costituenti quando avevano ipotizzato, nei primi atti, di comporre il Consiglio superiore di un numero pari di togati e di laici, attribuendo a questi ultimi, con l’aggiunta del Presidente della repubblica, la maggioranza? Una bestemmia, ovvio. Ma potrebbe pensarci la ministra Cartabia, dopo aver sostituito il capo della commissione che se ne sta occupando, ovviamente. Sarebbe una buona riforma del Csm, questa, senza tanto arzigogolare sui sistemi elettorali. Ma la vera bestemmia è il concetto di “autogoverno” della magistratura, un potere che, come ricorda (in un’intervista al Giornale) il presidente emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese, la Legge delle Leggi non ha mai attribuito all’ordine giudiziario e che non va confuso con l’indipendenza. La paura di qualunque forma di cambiamento dell’ordinamento giudiziario, senza arrivare ai toni ultimativi da capopopolo del presidente del sindacato unico dei magistrati, era stata espressa, da quando era apparso all’orizzonte il referendum, anche da toghe (o ex) più autorevoli, e con toni più eleganti. Come l’ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati (sul Foglio) o l’attuale presidente della corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli (su Domani), ambedue di Magistratura democratica. C’è uno dei referendum che sta loro particolarmente a cuore, quello (secondo me troppo timido) della separazione delle carriere tra il giudice e il rappresentante dell’accusa. La loro contrarietà usa argomenti apparentemente sofisticati, ma un po’ troppo furbetti e poco degni della loro autorevolezza. Il pm separato dal giudice, dicono in sintesi, diventerebbe un personaggio pericoloso, una specie di superpoliziotto che perderebbe dal suo dna la “cultura della giurisdizione”, quella che gli impone di trovare anche le prove a favore dell’imputato. Ora io sfido i due illustri magistrati, e tutti i loro colleghi ormai collaboratori fissi di quotidiani (Pignatone, Davigo, Caselli) a scrivere un bell’articolo ricco di casi in cui ciò è accaduto e in cui il pm si è speso per portare in giudizio le prove in favore dell’imputato. Io ne ricordo solo uno, un caso piuttosto clamoroso quanto assurdo capitato a Milano, su cui conviene stendere un velo pietoso perché sembrava più che altro un caso di sintonia politica tra accusato e accusatore. Credo che i milanesi Bruti e Castelli non lo ignorino. Del resto, cari magistrati, per stare sulla cronaca, vogliamo parlare del processo Eni dopo che due pubblici ministeri, quelli con la cultura della giurisdizione, sono indagati per averle nascoste, le famose prove che avrebbero potuto scagionare gli imputati? O preferiamo sbirciare dal buco della serratura e ricordare le registrazioni del trojan sul telefono di Palamara in cui si diceva per esempio che Salvini aveva ragione ma che bisognava attaccarlo? Cultura della giurisdizione le conferenze stampa dopo i blitz o la convocazione del premier Berlusconi a mezzo stampa mentre presiedeva un convegno internazionale sulla criminalità? Convocazione tanto urgente per un reato da cui sarà assolto? Cultura delle giurisdizione –per restare su fatti più recenti- indagare il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, nome forte per la conferenza stampa, per associazione mafiosa per aver partecipato a un pranzo di cui non c’è neanche uno straccio di intercettazione a supportare l’ipotesi accusatoria? E che poi viene stralciato, quando le luci delle telecamere sono ormai spente, dalla stessa Procura? Tutto questo si chiama potere, e non c’entra niente con la cultura della giurisdizione e neanche con il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Che è una finzione e lo sanno i magistrati per primi. Luca Palamara ha spiegato che lui e i suoi colleghi brigavano per le carriere. Quel che c’è da chiedersi è se lo spintonarsi l’un l’altro per occupare i posti di vertice, soprattutto delle Procure, fosse solo un fatto di ambizione professionale o se non fosse qualcosa di peggio, di molto più grave, finalizzato al controllo dell’intera società, a partire da quella politica, attraverso l’uso della giurisdizione. L’uso politico della giustizia. Per questo il referendum fa paura. Perché il suo esito, come lo fu quello successivo all’arresto di Enzo Tortora, comporta davvero un giudizio dei cittadini sulla magistratura. Per questo il suo sindacato vuole “reagire”. Vuole difendersi “dal” processo, invece che “nel” processo. Come spesso le toghe hanno rimproverato ai politici.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Carlo Nordio contro la magistratura: "Le minacce sul referendum Lega-radicali? Pericolose, il punto più basso nella storia delle toghe". Libero Quotidiano il 22 giugno 2021. "Siamo al punto più basso nella storia della magistratura". Carlo Nordio non usa mezzi termini per descrivere l'opposizione del presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati ai referendum radical-leghisti. "Quello di Giuseppe Santalucia, quel quasi minacciare una ferma reazione davanti all'iniziativa referendaria, mi pare un'affermazione impropria, ambigua e pericolosa", tuona sulle colonne del Giornale. Per Nordio uno dei più noti pm italiani non può attaccare un altro potere. Il pericolo infatti è dietro l'angolo: "Chi ha letto il libro di Luca Palamara può legittimamente coltivare sospetti e scoprire singolari coincidenze nello sviluppo di certe indagini". Ed è proprio sul caso Palamara che il Consiglio superiore della magistratura ha commesso uno dei tanti scandali, "pensando bene di espellerlo dalla magistratura e di metterci una pietra sopra". Evitando, dunque, "di interrogarsi seriamente e di fare autocritica". Niente di più di "una manifestazione di arroganza e anche una contraddizione in termini", la definisce l'ex pm facendo notare come "l'Anm ha ipotizzato una ferma reazione davanti all'idea di dare voce al popolo con i referendum". Salvo poi mettersi di traverso all'idea di costituire in Parlamento una Commissione d'inchiesta che si occupi degli scandali delle toghe. E la conclusione non può che essere una: il Csm "non vuole interferenze del Parlamento, ma non vuole nemmeno lasciar esprimere il popolo". L'unico a poterci mettere mano sarebbe stato Sergio Mattarella che comunque, nonostante lo presieda, non avrebbe potuto far dimettere il Csm delegittimato: "Capisco la sua prudenza se pensiamo a Cossiga. Cossiga si scontrò con le toghe e fu delegittimato e infangato per la vicenda Gladio". Avanti così con i referendum - è l'appello di Nordio - d'altronde "sono sacrosanti. E semmai sono uno stimolo al Parlamento che è paralizzato". Lo dovrebbe imparare anche l'Anm che invece "sbaglia nel contrapporre il Parlamento al popolo.. È un grave errore di valutazione, ma anche uno sconfinamento non gradito". 

La tangentopoli della magistratura e la vendetta sbagliata della politica. Toghe in crisi di credibilità e sale la sfiducia dei cittadini ma la riforma va fatta senza pensare a Mani Pulite. Carlo Fusi il 22 giugno 2021 su Il Quotidiano del Sud. Nel Palazzo e nelle piazze spira un venticello che, come sussurrato nel Barbiere di Siviglia, “insensibile, sottile, piano piano va ronzando nelle orecchie della gente, e le teste ed i cervelli fa stordire, e fa gonfiar”. Non si tratta della calunnia cantata da Giacchino Rossini bensì della voglia di una Tangentopoli bis col segno rovesciato, che dalla politica colpisca i giudici. Fu un devastante errore allora, lo sarebbe anche oggi. Ma ciò non toglie che i magistrati possano immaginare di sottrarsi “reagendo fermamente” al giudizio popolare di referendum legittimamente e costituzionalmente promossi e svolti. All’inizio degli anni ‘90, i partiti storici, figli delle ideologie e degli equilibri politici del Dopoguerra, furono spazzati via non da una autoriforma politica bensì da un ciclone giudiziario. I partiti avevano perso la loro capacità di indirizzo e il discredito popolare, anche alla luce di fenomeni corruttivi, li aveva sommersi. Caddero come alberi rosi all’interno dalle termiti e anche il Pds che pensava di trarne vantaggio alla fine ne fu travolto sotto il profilo politico. Oggi, come dicevamo, il vento è cambiato e soffia all’opposto. L’infinita guerra fra correnti, il verminaio di interessi e intrecci personali fatto emergere dal caso Palamara, la lunghezza biblica dei processi e lo strapotere dei Pm con risultanze spesso sconcertanti nei processi: tutto concorre ad una perdita di prestigio e di credibilità delle toghe e mina uno dei pilastri del sistema democratico. Per avere una dimensione concreta della situazione basta ascoltare le parole della Guardasigilli Marta Cartabia laddove richiamandosi alla tragica morte del giudice Livatino ha confermato con parole inequivocabili la crisi che sta attraversando il mondo giudiziario: “Una crisi di credibilità e, ai miei occhi più grave, di fiducia dei cittadini. Bisogna fare di tutto affinché il giudice torni ad avere quella statura che la Costituzione gli chiede nel momento del giuramento”. Di cosa sia fato questo “tutto” è sempre Cartabia a precisarlo: “Cambieremo ciò che si deve cambiare sulle sanzioni disciplinari, sui sistemi elettorali, sulle progressioni di carriera”. Dunque sulle toghe s’abbatte lo stesso tifone che sradicò i partiti politici della Prima repubblica e il richiamo alla fiducia persa dei cittadini ha rintocchi cupi. Chi ricorda l’inchiesta Mani Pulite può avvertire lo stesso sapore di cenere. Allora ci furono tanti che alimentarono il tifone distruttivo battendo la grancassa della palingenesi possibile e necessaria del Paese attraverso la magistratura, lasciando intendere che la politica cattiva sarebbe stata divelta dalla giustizia buona, con un impeto di supplenza che avrebbe rigenerato il sistema. Era un gigantesco e strumentale abbaglio. Lo sarebbe anche adesso se si alimentasse sempre strumentalmente un sentimento di rivalsa mosso da una impropria voglia di voler pareggiare i conti. Allora come adesso, l’autoriforma è un abbaglio. Valse allora per i partiti, vale oggi per le toghe. Ma adesso c’è l’occasione del Recovery che può essere decisiva. La Ue reclama una riforma complessiva della giustizia cui proprio il ministro Cartabia sta lavorando tra difficoltà, ostacoli, freni, intoppi. E, soprattutto, totem ideologici: vedi alla voce prescrizione. Tuttavia la riforma, complessiva e articolata su più versanti, si dimostra tanto necessaria quanto inevitabile. È giusto e indiscutibile che questo compito tocchi al Parlamento, pur se provoca un certo stordimento il fatto che alcuni di coloro che adesso invocano il suo intervento sono gli stessi, dentro e fuori le aule, che in più fasi hanno moraleggiato sulle Camere piene di inquisiti, sull’inadeguatezza dei loro componenti e perfino sulla loro funzione: nient’altro che “scatolette di tonno” da aprire e magari gettare nell’indifferenziata a favore di meccanismi e sistemi democrazia diretta. Ma il sacrosanto lavoro parlamentare non può diventare impedimento per la raccolta di firme referendarie. Se partiti, associazioni, singoli cittadini intendono avvalersi di questo strumento non c’è ragione per bloccarli. È giusto, come detto, allontanare eventuali intimidazioni e tentazioni di rivalsa: naturalmente sempre che esistano. Riforme e miglioramenti sono lo scudo migliore contro ogni “venticello” che minaccia di creare mulinelli di danni e devastazioni. Ma se il Parlamento diventa preda di inerzie e impedimenti – e sulla giustizia i ritardi sono ormai così conclamati da risultare inaccettabili – allora il ricorso all’arma referendaria come pungolo e stimolo è una mossa legittima, che può perfino diventare necessitata. Sotto questo profilo, la reazione dell’Associazione nazionale magistrati, con l’annuncio di reazioni “ferme” è sconfortante. Le giustizie “domestiche” sono sempre in odore di sospetto. Se i magistrati, interpretando al meglio il loro ruolo e i loro compiti, vogliono espungere la mala pianta del correntismo e del carrierismo, lavorino fianco a fianco del Guardasigilli e delle forze rappresentate in Parlamento per definire un impianto riformista all’altezza dei problemi. Senza timori verso iniziative di consultazione popolare che per prima cosa riguardano temi che la riforma non tocca e che poi possono essere superate con provvedimenti ad hoc. In un sistema democratico la sovranità appartiene al popolo. Chi intende usarla per azioni di rivalsa, la snatura. Chi usa il proprio usbergo per sottrarsene, la nega. All’interno di questi paletti, c’è il libero confronto, il dialogo costruttivo e la virtuosa competizione per trovare le soluzioni più conformi ai bisogni dei cittadini. C’è un bivio riformista da affrontare e voltarsi dall’altra parte non si può.

MA PER CASO IL CSM HA ANCORA CREDIBILITA’? Fabrizio Cicchitto su Il Corriere del Giorno il 21 Giugno 2021. La magistratura è l’unica categoria che giudica anche se stessa e che da sempre è portata ad autoassolversi a meno che nel mirino non ci sia un magistrato disarmato in contrasto con un altro molto potente. L’Anm non si sta rendendo conto che la corda si è spezzata, che dopo la presa del potere politico da parte della magistratura fin dal 92-94 essa adesso è implosa sia per le contraddizioni interne sia per gli incredibili errori commessi. L’attuale Csm non ha alcuna credibilità. E doveva essere sciolto da quando è esploso il caso Palamara, che non è, per usare una celebre frase di Togliatti “un pidocchio annidato nella criniera del nobile destriero”, ma è un esponente del Sistema. Se l’Anm pensa di risolvere il problema espellendo Palamara e chiamando alle armi i 9000 magistrati contro i referendum (questo è il senso del suo proclama sulla “ferma reazione”) dimostra che non ha capito nulla. Non è che le cose sono cominciate da oggi, ma esse risalgono molto indietro nel tempo, per esprimere una data, diciamo dal caso Tortora, quando una categoria, dotata non della pura e semplice autonomia, ma da enormi poteri, in primis quello di poter privare le persone della libertà individuale, e in secondo luogo (anche grazie ai suoi organici rapporti con i media, in primis i cronisti giudiziari e i gestori dei talk show) può realizzare nei confronti di chi fa politica quello che il procuratore Borrelli ha chiamato la sentenza anticipata (se fai politica sono decisivi il prestigio ed il consenso: se ti arriva un avviso di garanzia sparato sui giornali e nelle televisioni la sentenza è già fatta; poi è anche possibile che 7 anni dopo tu sia assolto, ma a quel punto il danno è fatto) non sottopone se stessa a nessun vaglio critico e autocritico è evidente che l’autoreferenzialità arriva al massimo. Adesso poi dopo che si è verificato che l’identificazione di Roma con la mafia era basata su una forzatura e dopo i casi Palamara, Amara, loggia Hungaria e le vicende riguardanti la procura di Milano (Storari, Eni, etc) la situazione è diventata addirittura imbarazzante. La magistratura è l’unica categoria che giudica anche se stessa e che da sempre è portata ad autoassolversi a meno che nel mirino (il caso Lupacchini) non ci sia un magistrato disarmato in contrasto con un altro molto potente. A questo aggiungiamo un altro dato: non è affatto vero che l’inconveniente principale della carriera unica è costituito dalla consuetudine nei rapporti personali e nelle frequentazioni. In ballo c’è’ ben altro che il caffè preso insieme al bar, ma il “sistema” di potere. Tutto il “Sistema” è nelle mani delle correnti, le correnti sono nelle mani di pubblici ministeri, il CSM è dominato dai pubblici ministeri che da un lato hanno la connessione con i cronisti giudiziari ai quali forniscono notizie in anteprima (non c’è più l’obbligatorietà della azione penale di fronte alla violazione del segreto istruttorio) e dall’altra sono decisivi per la carriera dei magistrati giudicanti. Allora, se l’ANM non si è resa conto che la corda si è spezzata e che è finita la sacralità della categoria perché sono stati proprio alcuni dei suoi esponenti più dotati di potere a profanare la Chiesa, allora vuol dire proprio che non ha capito nulla. Si dice: “bisogna difendersi nel processo e non dal processo”. Certo, ma come ci si difende nel processo se alcuni materiali probatori non vengono travasati in esso dai pubblici ministeri? E’ come se a suo tempo Benvenuti (cioè la difesa) avesse dovuto affrontare Griffith (cioè l’accusa) con una mano legata dietro la schiena.

Marta Cartabia, l'attacco durissimo alla magistratura: "La riforma della giustizia? So che tutto ciò che verrà fatto non basterà". Libero Quotidiano il 20 giugno 2021. E'un attacco durissimo alla magistratura quello della ministra Marta Cartabia durante un colloquio organizzato da Taobuk per discutere dei tempi relativi alla possibilità di una "giustizia riparativa", così come avviene già in altri Paesi. "Tanto stiamo facendo su mille fronti, diversi cantieri delle riforme che sono enormi per vastità di materie. Tratteremo l'ordinamento giudiziario, il consiglio superiore della magistratura, cambieremo tutto ciò che si deve cambiare sulle sanzioni disciplinari, sistemi elettorali, progressioni di carriera", spiega la guardasigilli, "ma siamo consapevoli che tutto ciò che verrà fatto non basterà. Perché c'è bisogno di qualcosa che va oltre la cornice normativa di come si svolge la funzione giurisdizionale". E ancora, ha detto la Cartabia: "Mi colpisce che proprio in questo momento di crisi e credibilità e fiducia nella magistratura si cerchino degli esempi, questo celebrare Livatino è un desiderio di alzare lo sguardo e di identificarsi in qualcosa di nobile e alto. Ritengo che un aiuto enorme in questo complesso lavoro di ricostruzione della giustizia debba passare anche dal portare in evidenza i tanti 'Livatino, i tanti giudici magari non eroici come lui, i tanti giudici che in Italia svolgono una funzione nascosta in modo dedito disciplina ed onore e vengono travolti dai fatti più clamorosi che troppo spesso dobbiamo guardare. Un aiuto da parte dei mezzi di comunicazione nel far emergere questi esempi può aiutare". Parole alle quali sono seguite quelle di Matteo Salvini: "Ha ragione il ministro Cartabia, che parla di magistratura in crisi di credibilità e di fiducia", ha commentato il leader della Lega in un post pubblicato sul suo profilo Twitter. "La risposta possono darla governo e parlamento con le riforme, e i cittadini con i referendum sulla giustizia".

La condotta discutibile di alcuni Pm, Gip e Gup. Magistratura, lo squallore del sistema: chi sono i non controllori. Guido Neppi Modona su Il Riformista il 20 Giugno 2021. La legittimazione della magistratura, che nel nostro ordinamento democratico si basa sul consenso e sulla credibilità del corpo giudiziario presso l’opinione pubblica, sta attraversando un periodo molto difficile. Mi limito qui a richiamare quanto è emerso dalla sciagurata vicenda Palamara, che ha svelato in tutto il suo squallore un sistema che ha messo nelle mani delle correnti tutto ciò che riguarda lo stato giuridico dei magistrati. Assegnazione della sede, trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi, applicazioni presso istituzioni e uffici esterni alla magistratura sono stati lottizzati sulla base di una logica spartitoria a seconda dell’appartenenza alle varie correnti, attraverso un sistema di raccomandazioni e di scambi di favori a cui hanno dovuto sottomettersi molti, troppi magistrati per perseguire le loro legittime aspettative di carriera. Di questa brutta storia, documentata nel libro-intervista rilasciata da Palamara a Alessandro Sallusti, si è già molto parlato. Oggi intendo occuparmi, senza entrare nei particolari dei singoli casi, di come sia stato possibile che alcuni organi giudiziari monocratici, quali sono i pubblici ministeri e i giudici per le indagini preliminari, abbiano impunemente svolto in modo improprio le loro funzioni, senza alcun intervento dei titolari degli organi di supremazia e di controllo. Mi riferisco, evidentemente, ai capi dei rispettivi uffici, al Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), al ministro della Giustizia. Nel corso delle vicende che hanno turbato il normale funzionamento della giustizia abbiamo registrato dei grandi assenti, a seconda dei casi i procuratori della Repubblica presso i tribunali e i procuratori generali presso le Corti di appello, i presidenti dei tribunali e delle Corti di appello. Salvo il caso della tragedia della funivia del Mottarone, in cui è stata la stessa procuratrice della Repubblica di Verbania a esser messa in discussione, nelle altre vicende non mi risulta che siano intervenuti i capi degli uffici. E proprio di loro vorrei occuparmi. L’organizzazione delle attività svolte dai giudici dei tribunali non spetta, come nel passato, ai capi dei rispettivi uffici, che decidevano discrezionalmente come distribuire le funzioni e i casi ai singoli magistrati, ma è sorretta dal principio costituzionale del “giudice naturale precostituito per legge”. In base a questo fondamentale principio, posto a tutela dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice, i magistrati sono assegnati alle diverse funzioni secondo il cosiddetto sistema tabellare. Il capo dell’ufficio predispone ogni tre anni piani organizzativi circa la distribuzione delle funzioni e del lavoro tra i giudici, che vengono sottoposti alla valutazione degli stessi magistrati e del consiglio giudiziario del distretto di corte di appello prima di essere inviati per l’approvazione del Csm. Si formano così le “tabelle” che stabiliscono secondo criteri obiettivi e predeterminati le funzioni e i casi di cui sarà titolare ciascun giudice, che diviene così il “giudice naturale precostituito per legge”, che non può essere sostituito se non nei casi tassativamente previsti dalla legge. Al riguardo, è presumibile che la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verbania sia stata legittimamente sostituita perché secondo le “tabelle” il disastro della funivia spettava alla collega che era il giudice naturale precostituito per legge, mentre la giudice che aveva preso in esame la convalida dei fermi era intervenuta essendo quel giorno di turno per gli affari urgenti. Del tutto intempestivo è stato quindi l’intervento dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha denunciato la gravissima violazione del principio del giudice naturale, senza verificare quali fossero secondo le tabelle i rapporti tra i due giudici del Tribunale di Verbania. Meno rigide sono invece le tabelle relative agli uffici del pubblico ministero: il procuratore della Repubblica può infatti revocare, con provvedimento motivato e ricorribile al Csm, la delega per i casi che erano stati discrezionalmente assegnati ai singoli sostituti procuratori. Da questo quadro emerge la grande importanza che assume il ruolo del capo dell’ufficio, sia esso il presidente del tribunale o il procuratore della Repubblica, ai fini del buon funzionamento della giustizia in casi di particolare gravità e complessità quale è appunto la tragedia della funivia del Mottarone. Il giudice “naturale precostituito per legge” a cui secondo le tabelle è assegnata la pratica dovrebbe essere opportunamente affiancato dal presidente del tribunale o da altro magistrato da lui designato; nel caso della funivia del Mottarone par di capire che titolare dell’inchiesta fosse la stessa presidente del piccolo Tribunale di Verbania e forse allora sarebbe spettato al presidente della Corte di Appello di Torino affiancarle a titolo di sostegno altro magistrato temporaneamente applicato da altra sede. Più semplice invece, come abbiamo già visto, la situazione degli uffici della Procura, ove non vige il principio del pubblico ministero naturale precostituito per legge. Qui il procuratore della Repubblica può discrezionalmente assegnare la pratica al sostituto procuratore che ritiene essere più adatto per quel determinato caso, ma anche in tale contesto nei procedimenti di particolare gravità il capo dell’ufficio dovrebbe sempre affiancare in prima persona il sostituto procuratore, fermo restando il suo potere di delegare altro o altri sostituti e di revocare quello già nominato. Vi sono dunque tutte le premesse perché le indagini sulla tragedia del Mottarone, particolarmente difficili e complesse sia per l’accertamento delle cause tecniche del disastro, sia per l’individuazione degli imputati cui attribuire la responsabilità a titolo di colpa, procedano sollecitamente, rispondendo al prepotente bisogno di giustizia dei parenti delle vittime e di sicurezza dell’opinione pubblica. Guido Neppi Modona 

Eni, Ilva, Tempa rossa: i disastri della giustizia costano miliardi. Giuliano Cazzola su Il Quotidiano del Sud il 19 giugno 2021. In questi giorni si è parlato di una Caporetto per la madre di tutte le procure che negli ultimi decenni si sono qualificate – con grande sostegno massmediatico – come le benemerite guardiane dell’etica pubblica. Infatti, la procura di Brescia, competente per territorio, sta indagando due pubblici ministeri di Milano, Fabio De Pascale e Sergio Spadaro, coinvolti nel processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria.  

LA PREMEDITAZIONE. Secondo l’ipotesi investigativa, i due magistrati inquirenti avrebbero nascosto informazioni e prove favorevoli alla difesa dell’Eni. Un’operazione che non sarebbe neppure riuscita nell’intento, visto che tutti gli imputati sono stati assolti in giudizio «perché il fatto non sussiste».  La manipolazione delle prove, ove venisse accertata, (siamo garantisti anche con i pm), sarebbe di una gravità eccezionale in sé. Ma lo sarebbe ancora di più per il danno provocato all’economia nazionale e alle relazioni internazionali dell’Italia. Lungi da noi l’idea che il management delle multinazionali (la responsabilità penale è personale) non possa essere indagato.  Esiste, però,  una premeditazione nel costruire un procedimento senza prove solide (nel caso Eni-Nigeria si è arrivati al punto di attribuire alle parole un significato diverso da quello che risultava dalle verbalizzazioni); poi, quando ci si accorge che i principali testimoni d’accusa, Vincenzo Armanna e Piero Amara, sono persone non affidabili, si mettono a bagnomaria le indagini di un altro pm, Paolo Storari, il quale,  ritenendo che i vertici della Procura di Milano, suo ufficio, stessero insabbiando le indagini sulle rivelazioni di Amara relative alla loggia massonica coperta, denominata Ungheria, per autotutelarsi si è rivolto a Piercamillo Davigo, consegnandogli gli atti, che il Sommo Inquisitore ha  tenuto per sé (salvo, come ha confermato il presidente Nicola Morra, mostrarglieli nel ballatoio delle scale di Palazzo dei Marescialli) fino a quando non arrivarono ai quotidiani (trasmissione per la quale è indagata l’ex segretaria di Davigo al Csm). Peraltro non è la prima volta che l’Eni viene coinvolto in un intrigo di corruzione internazionale, sulla base del presupposto che le somme erogate ai mediatori in realtà sono tangenti.  Ovviamente anche in quel caso il fatto si rivelò insussistente. Forse sarebbe l’ora di chiedersi come si possono combinare affari in certi Paesi e magari ricordare come Enrico Mattei, partendo da un piccolo appezzamento di terreno dove il regime fascista cercava in via sperimentale il gas in una logica di autarchia, costruì una multinazionale dell’energia tra le prime al mondo. Si diceva a quel tempo che Mattei non esitasse a fornire armi al Fln algerino in lotta per l’indipendenza. Ed è a questo punto che ci permettiamo un volo pindarico sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, su cui la procura di Palermo continua a essere molto attenta. Mi sono sempre chiesto a cosa servirebbe un servizio segreto se non per gestire operazioni che per definizione e necessità non possono essere conclamate e trasparenti e spesso sono costrette a viaggiare borderline rispetto alle stesse norme di legge. Quando Joe Biden ha assegnato 90 giorni alle agenzie di intelligence Usa per trovare elementi probanti delle origini “cinesi’’ del virus maledetto, pensiamo che la giustizia a stelle e a strisce troverebbe da ridire se la Cia distribuisse qualche mazzetta nell’Impero già celeste e ora rosso?

IL CASO TEMPA ROSSA. E come la mettiamo da noi con il caso “Tempa rossa’’? Se si considerano i dati tecnici, la Basilicata naviga su di un mare di idrocarburi. A regime, l’impianto – tra i più evoluti nel settore petrolifero – avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50mila barili di petrolio, 230mila metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di Gpl e 80 tonnellate di zolfo. Eppure – in questo caso il “saracino della giostra’’ era la Total – la procura di Potenza si è data molto da fare, peraltro con una lentezza che ha fatto scattare per quasi tutti gli imputati la prescrizione, per cui di questa vicenda rimane soltanto la campagna negativa del pregiudizio: sviluppo=corruzione.  

Qualche cineamatore potrebbe andarsi a rivedere il film “I Basilischi’’ che Lina Wertmuller girò nel 1963 dedicandolo ai giovani di allora, residenti in Lucania. Ma la vicenda più eclatante fu quella degli elicotteri venduti all’India. Dopo la solita trafila giudiziaria furono assolti per insufficienza di prove, l’ex-direttore di Agusta Westland, Bruno Spagnolini, e l’ex-amministratore delegato Giuseppe Orsi per le presunte tangenti al maresciallo dell’aeronautica indiano Sashi Tyagi in cambio di una modifica alla gara d’appalto per la fornitura di 12 elicotteri Vip per il trasporto dei membri del governo del valore di 556 milioni di euro. Ovviamente lo scandalo ebbe un risalto internazionale e il governo indiano annullò la commessa.  

LA VICENDA ILVA. Poi troneggia il caso ex Ilva. Qualcuno si è preso la briga di definire “storica’’ la sentenza di primo grado della Corte di Assise di Taranto che ha comminato condanne “esemplari’’ a tutti gli imputati. Quando nel 1995 la famiglia Riva venne invitata ad acquistare l’ex Ilva, lo stabilimento allora pubblico perdeva 4 miliardi l’anno. La nuova proprietà dal 1995 al 2012 ha effettuato investimenti per 4,5 miliardi di euro, di cui 1,2 per misure di carattere ambientale. Queste operazioni sono ribadite in una sentenza del 2019 del Tribunale di Milano, confermata in appello, nel procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta. Nessuno è mai stato in grado di provare che l’ex Ilva abbia violato le leggi all’epoca vigenti.  Il pm ha detto esplicitamente che la questione era irrilevante: «Ma come facciamo a rispondere alla mamma che ha perso il bambino che i limiti erano in regola?». Sono proprio le condanne inflitte all’ex governatore della Puglia e al professor Giorgio Assennato, ex direttore dell’Agenzia regionale dell’ambiente, a rendere palese l’arbitrio che ha sorretto le indagini e la sentenza della Corte. Nichi Vendola, condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione, avrebbe concusso in modo implicito Assennato perché moderasse la valutazione d’impatto ambientale dello stabilimento; ma anche il direttore è stato condannato a 2 anni per favoreggiamento perché ha negato di aver ricevuto minacce da Vendola. Come ha scritto Anna Digiorgio in un’accurata ricostruzione del caso ex Ilva, su Il Foglio, è la logica del profitto che per l’accusa è divenuta «allo stesso tempo, reo, movente, arma del delitto e reato». Ma la verità di questi nove anni di calvario, di “caccia allo stabilimento”, la magistratura tarantina (che peraltro ha qualche problema con la giustizia per le incaute frequentazioni con l’avvocato Amara, colui che fu arruolato a Milano per sostenere le accuse all’Eni) non si è limitata a esigere misure di risanamento più importanti e in tempi più rapidi. No. Ha impedito che si procedesse in questa direzione e si trovassero soluzioni; è intervenuta senza scrupoli per far saltare ogni programma di risanamento. C’è stato persino un momento in cui ad Arcelor Mittal venne ordinato da due tribunali diversi di spegnere e contemporaneamente di lasciare in funzione l’altoforno più importante dello stabilimento. In sostanza, di rispondere penalmente sia della continuità del funzionamento che della chiusura degli impianti. Ora, dopo il commissariamento/esproprio del 2012, siamo arrivati alla confisca degli impianti in attesa del giudizio del Consiglio di Stato. Pare però che il governo non intenda consentire lo smantellamento dell’Acciaieria d’Italia, come si chiama adesso, proprio nel momento in cui il sistema produttivo ha bisogno   di acciaio per risollevare la testa dopo la crisi.

«Sì all’abrogazione della Severino: esiste solo per ragioni di demagogia politica». Intervista all'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: Il referendum è una buona occasione «per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia». Simona Musco su Il Dubbio il 21 giugno 2021. Il referendum è una buona occasione «per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia». E l’abrogazione della legge Severino non solo è giusta, ma anche necessaria per far ripartire il Paese. A dirlo è Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia.

Radicali e Lega propongono l’abrogazione della legge Severino. È d’accordo?

Sostengo da sempre l’abrogazione di questa legge, che è nata male, in quanto è stata applicata subito nei confronti di Berlusconi in modo retroattivo. E da lì si è vista l’anomalia di questa legge, perché aveva colpito una persona per un fatto commesso prima dell’entrata in vigore della legge stessa. Alle critiche come la mia, si rispose che la sanzione della decadenza dall’incarico pubblico non era una sanzione penale, che come tale sarebbe stata ovviamente irretroattiva, ma e amministrativa. Al che io risposi, e non fui il solo, che si trattava di una risposta ignorante, perché anche le sanzioni amministrative sono irretroattive, come previsto dalla legge del 1989 e anche dal 231 sulle sanzioni amministrative degli enti. Al che si disse che si trattava di una sorta di condizione di permanenza in una carica pubblica e che quindi, non essendo sanzionatoria, poteva essere retroattiva. Ma il punto è che si tratta pur sempre di una norma afflittiva e tutte le norme afflittive seguono il principio dell’irretroattività.

Cosa dimostra questo?

Che questa legge non è stata fatta dopo una opportuna valutazione tecnica, ma per ragioni di demagogia politica. Ed è nata male come tutte le norme che nascono con questa motivazione. In secondo luogo confligge con la Costituzione, che stabilisce la presunzione di innocenza, dato che è applicabile anche alle sentenze che non sono passate in giudicato. Ma secondo me è anche inopportuna perché ha un effetto deterrente nei confronti di chiunque ambisca a cariche pubbliche. E qui mi aggancio ad un’altra proposta -che non è nel referendum ma io spero che questo o il prossimo governo attui – che è in questo momento invocata dai sindaci, ovvero l’abolizione di reati come l’abuso d’ufficio e il traffico di influenze, che sono alla base della cosiddetta amministrazione difensiva. È tutto un complesso di norme che secondo me va eliminato, per ridare fiato alla pubblica amministrazione e, quindi, per un’utilità concreta, in vista anche di una ripresa economica del Paese.

È la famosa “paura della firma”.

Esatto e provoca la paralisi o il rallentamento della pubblica amministrazione per la paura che un domani si possa essere denunciati. I sindaci chiedono da anni questa revisione e se non avviene la pubblica amministrazione non riparte. E se non riparte la pubblica amministrazione non riparte nemmeno l’economia. C’è un discorso concreto e urgente da fare, in vista anche dei soldi che l’Europa dovrà darci con il Recovery Fund.

Il referendum, secondo lei, è una buona occasione o ha ragione chi dice che in questo modo il Parlamento viene esautorato?

Sulla formulazione tecnica dei quesiti ho qualche dubbio, ad esempio sulla responsabilità civile dei magistrati, ma questi dubbi spariscono o sono superati da un fatto molto più strategico: questo referendum è l’unica occasione per dare un forte scossone al sistema giudiziario italiano che è incancrenito e che questo Parlamento non riuscirà mai a cambiare. Non è un sovrapporsi al Parlamento, è fare ciò di cui il Paese ha bisogno e che il Parlamento non è in grado di fare, perché sulla giustizia penale è dannatamente diviso e, anzi, è dominato da una corrente che potremmo dire “giacobina”, giustizialista. Una maggioranza che probabilmente col prossimo Parlamento cambierà, ma che con questo non è assolutamente in grado e non ha nemmeno intenzione di fare quelle riforme fondamentali, con la revisione totale del nostro sistema, soprattutto penale. E poiché questo governo, anche giustamente, ha delle altre priorità, come la sanità e l’economia, l’urgenza della riforma della giustizia è messa da parte.

Quindi manca la volontà politica?

Si vede perfettamente che questo Parlamento, al di là delle priorità, le riforme sulla giustizia non le vuole fare, perché si è già diviso su tutte le questioni più importanti. E poiché le riforme sono indispensabili, ma non sono certo quelle proposte da Cartabia, che ha le mani legate dall’esistenza di un Parlamento che non glielo farebbe mai fare, il referendum è l’unica, vera, grande occasione per dare un forte scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia italiana, che va rifatta da capo a fondo. Altra cosa è avere dei dubbi, ed io li ho, sulla perfezione tecnica di alcuni quesiti e se devo dirla tutta anche sull’opportunità della responsabilità civile dei magistrati. Perché è inutile colpire un magistrato incapace sul portafoglio, dal momento che è assicurato, va colpito sulla carriera o addirittura sul mantenimento del posto che occupa. Un magistrato che non sa fare il magistrato va cacciato via dalla magistratura.

"Niente giudizi", "Parole gravissime": scontro Salvini-Anm. Federico Garau il 19 Giugno 2021 su Il Giornale. Il referendum sulla giustizia agita le toghe. Il presidente dell'Anm Santalucia: "Fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura". Salvini: "Parole gravissime". Caso Palamara, intercettazioni, inchieste, sino ad arrivare al più scottante caso Amara ed alla presunta loggia "Ungheria": grande imbarazzo per la magistratura e l'Anm, oramai finite al centro di una vera e propria bufera che sembra non volersi in alcun modo placare. Adesso ad impensierire le toghe è la proposta di referendum sulla giustizia avanzata dalla Lega e dal Partito Radicale, che hanno già depositato i sei quesiti in Cassazione. Il prossimo 2 luglio partirà la raccolta firme per portare i cittadini ad esprimersi sull'elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l’equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l’abolizione della legge Severino. Un fatto che preoccupa l'Associazione nazionale magistrati, che vede nei quesiti referendari una sorta di richiesta di valutazione sul mondo della giustizia da proporre ai cittadini. "Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura", ha dichiarato il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia durante il suo discorso di apertura del direttivo del sindacato delle toghe, "quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l’apprezzamento della magistratura". "Credo che spetti all’Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo", ha poi aggiunto Santalucia, come riportato da Agi. "Prima ancora dei contenuti, c’è una questione di cornice entro cui collocare l’azione riformatrice, e, come recita il nostro Statuto, è compito dell’Anm 'dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali'". Santalucia ha quindi ribadito la necessità di opporre una "ferma reazione". Il cambiamento, ha dichiarato il presidente dell'Anm, non deve dipendere soltanto dalle singole riforme, che a poco servirebbero per recuperare la fiducia degli italiani. Molto dipende dai singoli individui che fanno parte della magistratura. "Non occorrono, su questo versante, grandi opere", ha detto in conclusione Giuseppe Santalucia. "Quel di cui si avverte il bisogno è la riaffermazione nel quotidiano del modello di magistrato che leggi e codice etico tratteggiano. Noi ne siamo i soli possibili interpreti". "Non ci sfugge la forza deformante di un cattivo approccio con i mezzi di comunicazione, stampa e tv. La sobrietà ragionata ed informata, nei casi in cui è necessario parlare, serve a consolidare una percezione di affidabilità non solo dei singoli ma dell'intera magistratura", ha quindi affermato Santalucia, specificando come"recenti e meno recenti episodi di cronaca hanno segnato la direzione contraria: occorre dunque tenere alta l'attenzione sull'importanza della cautela e della compostezza comunicativa, specie in questi tempi in cui ogni errore rischia di essere amplificato e reso funzionale ad un canovaccio guidato dall'idea di fondo di una magistratura in irrimediabile crisi". "Il programma referendario può divenire lo strumento formidabile per mettere in ombra una modalità di approccio, fatta di impegno nel distinguere, nel selezionare il tipo e la struttura degli interventi di riforma, per saggiarne il rapporto di compatibilità costituzionale e non cancellare, in nome dell'idea che il sistema non sia redimibile, un assetto di regole costruito intorno ad alcuni principi che non dovrebbero mutare", ha concluso.

Il commento di Salvini. Le affermazioni di Giuseppe Santalucia hanno naturalmente provocato la forte reazione del leader della Lega, uno dei principali promotori del referendum. "Il presidente dell’Anm attacca i referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale e annuncia una "ferma reazione"? Parole gravissime", ha dichiarato il segretario del Carroccio, come riportato da Agi. "Non si può aver paura dei referendum, massima espressione di democrazia e libertà, e di confrontarsi con il giudizio e la volontà popolare", ha aggiunto.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Anm, Bruti Liberati: "Mettere il bavaglio ai magistrati è una preoccupante lesione dei principi costituzionali”. Liana Milella su La Repubblica il 20 giugno 2021. L'ex procuratore di Milano ed ex presidente dell'Anm di Salvini dice: "È spesso in conflitto con i principi acquisiti in Europa". Il referendum sulla separazione delle carriere? "Solo propaganda, la Consulta lo boccerà". "Insensato" il quesito sulla custodia cautelare. La responsabilità civile? "Renderà il giudice più timoroso di fronte ai casi difficili". Lei, Edmondo Bruti Liberati, è stato procuratore di Milano, ma anche leader dell'Anm negli anni caldi dello scontro con Berlusconi. Nonché figura di spicco di Magistratura democratica. L'ultimo protagonista ad aver organizzato uno sciopero per garantire l'autonomia delle toghe. Cosa vede adesso? L'Anm, con Giuseppe Santalucia, interviene sui referendum radical-leghisti e subito Matteo Salvini insorge e lo invita al silenzio, mentre il segretario radicale Maurizio Turco chiama addirittura in aiuto Mattarella.

Referendum giustizia, la magistratura al di sopra della Costituzione: “Non serve, è un giudizio su di noi”.

Giovanni Pisano su Il Riformista il 20 Giugno 2021. Il referendum sulla giustizia spaventa la magistratura, già nell’occhio del ciclone per i recenti scandali emersi al suo interno. Le toghe tremano e l’Associazione nazionale dei magistrati non perde occasione e attacca Matteo Salvini e il Partito Radicale, impegnati nella raccolta firme. Sono quasi surreali le dichiarazioni di Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, che nel corso del suo intervento di sabato 19 giugno al comitato direttivo centrale ha annunciato una “ferma reazione” poiché “il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l’apprezzamento della magistratura”. Parole che lo stesso Santalucia ha provato successivamente ad ammorbidire in una intervista al Corriere della Sera: “Di solito la funzione del referendum è fare da pungolo quando un governo è distratto. Ma ora non è così. Il motivo è un altro. In questo momento di crisi della magistratura, che non neghiamo, avere un voto popolare significa cristallizzare questa situazione” quindi “bollarla e incatenarla alla crisi”. Secondo il presidente dell’Anm, “il governo ha aperto un cantiere ricchissimo sula giustizia. Non c’è aspetto non sottoposto a revisione. E noi siamo collaborativi. Lo ha riconosciuto anche la ministra Marta Cartabia. Allora perché il referendum?”. Secca la reazione del leader della Lega cha auspica un intervento a tutela della Costituzione. “Ho visto la reazione scomposta di una corrente dei magistrati che parla di un pericolo quando ci sono i referendum – afferma Salvini -. Mi spiace di aver letto certi toni da chi dovrebbe essere al di sopra delle parti. Suona come una minaccia quella del presidente dell’Anm. Guai a chi minaccia. Io spero che chi di dovere intervenga, chiedo il rispetto della Costituzione”. Parole poco gradite anche da Maurizio Turco, segretario del Partito radicale, che chiama in causa il presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura Sergio Mattarella: “Questa cosa dell’Anm è gravissima, è un attacco alla democrazia e il presidente della Repubblica deve intervenire. Il silenzio di Mattarella in questi anni sulla giustizia è qualcosa di incomprensibile”. “In tutta franchezza, le parole del Presidente dell’Anm risultano pressoché indecifrabili, se non per l’ingeneroso giudizio sul referendum, strumento di democrazia diretta previsto dalla costituzione. Si può certamente dissentire sul merito dei singoli quesiti, ma è grave che la rappresentanza politica della magistratura italiana consideri alla stregua di una minaccia la legittima consultazione della volontà popolare”. Così all’AdnKronos il presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, Gian Domenico Caiazza, commentando le parole del presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, in apertura dei lavori del comitato direttivo centrale. “Siamo invece lieti – aggiunge – che Anm abbia finalmente compreso la necessità, per la riforma dei tempi del processo, di aumentare il numero dei magistrati togati, piuttosto che surrogarlo con figure precarie e non professionali delle quali sentiamo annunciare mirabolanti assunzioni”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Anna Maria Greco per “il Giornale” il 20 giugno 2021. Referendum su tutto, ma sulle toghe no. L' Anm insorge contro la raccolta delle firme che inizia il 2 luglio, promossa da Lega e Radicali, per una consultazione popolare sulla giustizia. Il presidente Giuseppe Santalucia, al direttivo del sindacato delle toghe, avverte: «Credo che spetti all' Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo». Per i vertici dell'associazione i cittadini non hanno il diritto, peraltro sancito dalla Costituzione, di esprimersi sull' elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere di giudici e pm, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della legge Severino. «Il fatto stesso - afferma Santalucia - che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal governo e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura». Un' operazione volta «quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura». Nessuna autocritica sui motivi della sfiducia nelle toghe, legata anche agli scandali Palamara (l'Anm ha deciso ieri di costituirsi parte civile nel processo per corruzione a Perugia) e Amara, ma un attacco frontale di quelli che non si ricordano dall' epoca berlusconiana. Il leader della Lega, Matteo Salvini, reagisce subito: «Parole gravissime. Non si può aver paura dei referendum, massima espressione di democrazia e libertà e di confrontarsi con il giudizio e la volontà popolare». Poi si augura che «chi di dovere intervenga», di fronte a queste «reazioni scomposte». Perché «i referendum sono un trionfo di libertà e democrazia. Guai a chi minaccia italiane e italiani». I Radicali chiedono al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, presidente del Csm, «una ferma reazione a difesa della Costituzione». Il M5s, invece, offre una sponda all' Anm e il presidente della Commissione giustizia della Camera Mario Perantoni, condividendo il giudizio di Santalucia sulla «strumentalità del referendum», chiede appoggio agli emendamenti contro le «porte girevoli» per le toghe in politica. La corrente di sinistra Area si schiera con l'Anm, contro è l'Unione dei penalisti. «Il referendum non è una minaccia», dice il presidente Domenico Caiazza. Il sindacato delle toghe trasforma l'iniziativa referendaria in una battaglia tra due fronti opposti, anche se Giulia Bongiorno della Lega precisa: «Non stiamo dichiarando guerra ai magistrati indipendenti». Ma il presidente dell'associazione insiste che «prima ancora dei contenuti c' è una questione di cornice entro cui collocare l'azione riformatrice, e, come recita il nostro Statuto, è compito dell'Anm «dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali». Per i rappresentanti delle toghe, «il programma referendario può divenire lo strumento formidabile per mettere in ombra una modalità di approccio, fatta di impegno nel distinguere, nel selezionare il tipo e la struttura degli interventi di riforma, per saggiarne il rapporto di compatibilità costituzionale e non cancellare, in nome dell'idea che il sistema non sia redimibile, un assetto di regole costruito intorno ad alcuni principi che non dovrebbero mutare». L'associazione rivendica un potere esclusivo d' ispirazione delle leggi che sta preparando la Guardasigilli Marta Cartabia, perché il cambiamento «non deve dipendere soltanto dalla singole riforme», ma molto dal comportamento dei singoli. Per Santalucia, bisogna riaffermare il modello di magistrato «che leggi e codice etico tratteggiano, noi ne siamo i soli possibili interpreti». Un plateale rifiuto di ogni giudizio, se non quello interno. Il numero uno dell'Anm insiste che conosce «la forza deformante di un cattivo approccio con i mezzi di comunicazione» e la necessità della «sobrietà ragionata ed informata», dimenticata da pm e giudici star, come dimostrano «recenti e meno recenti episodi di cronaca». Il segretario dell'Anm, Salvatore Casciaro, sulla riforma che ci chiede l'Europa, spiega che per ridurre in 5 anni del 40% i tempi dei processi civili, servono concorsi rapidi altrimenti si arriverà «a vuoti d' organico di ben 2.000 magistrati ordinari negli uffici di merito nei prossimi 2 anni». Se rimangono le scoperture attuali del 12,61%, oltre a quelle amministrative del 26,19%, «potrebbero rivelarsi francamente non realistici gli obiettivi fissati nel Recovery fund, soprattutto per la velocizzazione dei processi civili», avverte.

"L'Anm tutela i propri privilegi, non i cittadini". Fabrizio Boschi il 21 Giugno 2021 su Il Giornale. L'avvocato radicale: "Da parte di certi magistrati solo difesa corporativa delle correnti". Il referendum sulla giustizia innervosisce la magistratura, già travolta dallo scandalo dei recenti intrallazzi emersi al suo interno. Le toghe hanno paura e l'Associazione nazionale dei magistrati non perde occasione per attaccare Lega e Partito Radicale, promotori dei quesiti e dal 2 luglio impegnati nella raccolta firme. L'avvocato Giuseppe Rossodivita, segretario del comitato Radicale per la Giustizia «Piero Calamandrei» tratteggia un quadro della situazione partendo dalle scomposte dichiarazioni di Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, che ha annunciato una «ferma reazione» poiché «il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal governo».

Avvocato Rossodivita, come interpreta la reazione dell'Anm?

«La ferma reazione annunciata da Santalucia a me fa solo piacere».

Come mai?

«Perché così il popolo italiano può comprendere che l'Anm tutela solo interessi di parte, una tutela corporativa di privilegi non solo dei singoli magistrati ma soprattutto delle correnti dei magistrati e non tutela invece l'interesse della gente. Questo i cittadini lo devono avere ben chiaro».

Forse la ferma reazione avrebbe dovuto essere di altro tipo...».

«Esatto. Se ci fosse stata davvero una ferma reazione da parte della magistratura al suo interno probabilmente oggi non saremmo qui a parlare di referendum. Dopo quello che è accaduto la gente si sarebbe aspettata una ferma reazione sì, ma per fare la pulizia dentro la magistratura. L'Anm avrebbe dovuto attuare subito questa ferma reazione invece di scagliarsi oggi contro i referendum. Sono passati due anni senza che abbia mosso un dito».

In effetti il referendum è ancora uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione, no?

«Infatti, eppure, rispetto ad uno strumento previsto dalla Costituzione i giudici si permettono di dire che ci vuole una ferma reazione. È evidente che questa ferma reazione non tutela chi va a votare, non tutela il popolo trattato come uno stupido sciocco che non è in grado di capire certe dinamiche. I nostri padri costituenti, invece, scrissero che i cittadini avrebbero potuto esprimersi anche su temi legati alla giustizia ma questo a certi membri della magistratura non va giù».

E chi invece dice che i quesiti si sovrapporrebbero al percorso di riforma del ministro Cartabia?

«Dice una bugia. I quesiti riguardano la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei magistrati, la valutazione della professionalità dei magistrati anche da parte degli avvocati, l'abolizione della legge Severino, la limitazione al ricorso della custodia cautelare e l'abolizione della raccolta firme per presentare la candidatura dei magistrati per l'elezione al Csm. I nostri referendum affrontano nel 90% temi che non sono all'ordine del giorno delle riforme proposte dal ministro Cartabia e chi lo afferma lo fa solo per strumentalizzare il problema».

I Radicali ci hanno visto lungo.

«In tempi non sospetti auspicai una spallata referendaria perché si è in parte inverato il tema del diritto alla conoscenza cioè gli italiani hanno potuto conoscere il mondo della giustizia attraverso il libro di Palamara».

Che, infatti, è passato dalla vostra parte.

«Le racconto un aneddoto. Quando ci incontrammo un anno fa, mi venne incontro e mi disse: Alla fine avevate ragione tu e Pannella, io stavo dalla parte del regime. E io gli risposi: vuoi venire con noi a raccontarlo? Palamara presentò la sua collaborazione col Partito Radicale il giorno stesso della radiazione da parte del Csm e non è stata una scelta casuale».

«Non basta essere innocenti, se i magistrati sono asserviti alle correnti». L'affondo dell'avvocata Giulia Bongiorno, responsabile del dipartimento giustizia del Carroccio, durante la manifestazione leghista a Roma. Il Dubbio il 19 giugno 2021. «Non basta essere innocenti, e talvolta nemmeno avere prove della propria innocenza. Serve trovare un magistrato non asservito alla logica delle correnti». Comincia così l’affondo di Giulia Bongiorno, responsabile del dipartimento giustizia della Lega, intervenuta in piazza Bocca della Verità a Roma alla manifestazione indetta dal Carroccio. Parlando dei referendum promossi dal suo partito assieme ai Radicali, Bongiorno lancia un atto di accusa contro «il gioco delle correnti, degli scambi di favore tra magistrati», sottolineando che «se c’è un pm che può incidere sulla carriera del giudice, questo non va bene». «La separazione delle carriere è l’unica vera riforma che può cambiare qualcosa. C’è qualcuno che dice che stiamo facendo la guerra ai magistrati. No, non stiamo dichiarando la guerra ai magistrati indipendenti», chiosa l’avvocata leghista. L’appuntamento leghista nella capitale torna a distanza di quasi un anno dalla manifestazione in cui il centrodestra si radunò in Piazza del Popolo contro il governo Conte-Arcuri. L’evento – lanciato con lo slogan “Prima l’Italia! Bella, libera, giusta” - è incentrato sul «ritorno alla vita» dopo mesi di chiusure e divieti, ma è soprattutto l’occasione per lanciare i referendum sulla Giustizia proposti dal Carroccio in tandem con i Radicali, con gli interventi sul palco di Giulia Bongiorno e Maurizio Turco, segretario del partito radicale.

Giustizia, l'affondo di Gaia Tortora contro Sergio Mattarella: "Cossiga sguainava la spada", dal Colle un silenzio sospetto. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 14 giugno 2021. Il dolce sorriso di Gaia Tortora è increspato da un furore biblico. Le cronache registrano l'ennesimo scandalo sulla magistratura (stavolta i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro indagati per rifiuto d'atti d'ufficio per Eni Shell/Nigeria), la riforma della giustizia rischia di diventare materia plotiniana, logge segrete spuntano come funghi, complotti, arresti. Per chi come lei fa l'anchorwoman e il vicedirettore del TgLa7 e soprattutto porta le stigmate domestiche della malagiustizia è davvero troppo.

Cara Gaia. Non ti ho mai sentito così inferocita. Sei colpita dalla pioggia di arresti (Ilva, Taranto), scontri fra bande e avvisi di garanzia?

«La magistratura sta offrendo uno spettacolo intollerabile, terribile. Ancor più terribile è che non ci sia nessuno che alzi la voce. Qua siamo oltre la riforma del processo. L'altro giorno, addirittura, Palamara in tv lanciava messaggi a chissà chi facendo vedere il WhatsApp su Capristo, procuratore arrestato: "Le pressioni riguardavano solo le correnti nella magistratura. Non mi occupai delle nomine di Taranto ma quando Capristo si presentò per la mia corrente a Bari", come dire: non indagate a Taranto, guardate a Bari. Ma che roba è?».

Il segno dei tempi. La crisi del Csm, la procura di Brescia che indaga su Milano, quella di Taranto su Potenza, logge Ungheria come piovesse, pentiti come Amara che sparlano da Formigli e una settimana dopo vengono arrestati. Che succede?

«Niente, come al solito. Niente. Guarda, il caso De Pasquale su Eni è emblematico di una situazione di assuefazione alla malagiustizia. Tutti a parole condannano, poi nessuno fa niente e i magistrati rimangono alloro posto. E quelli che come me credono ancora nella giustizia si ritrovano invece a filosofeggiare sul "sorteggio" dei membri del Csm, sul "voto singolo trasferibile". Ma dài. E la gente comune resta a guardare tra errori giudiziari, giustizia lenta, corruzione».

Stai descrivendo l'apocalisse...

«Sì. Mi chiedo come sia possibile che la gente non scenda in piazza a fare la rivoluzione, qua ci vorrebbe il lanciafiamme. Mi sarei aspettata che Mattarella, presidente anche del Csm, avesse preso posizione, dicendo: "Vi garantisco personalmente che quello che è successo non succederà più", come ha fatto Draghi con l'Europa. Cossiga lo faceva, sguainava la spada. Invece qui vanno avanti a piccoli accorgimenti, pannicelli caldi, ignorando gli enormi problemi».

Via, ci sono comunque molti magistrati onesti che fanno il loro dovere. Non siamo forse noi giornalisti a sobillare il peggio in tv e sui giornali, ad insistere nell'ombra, ad invitare, per dire, Davigo con il suo ipergiustizialismo per fare audience?

«Un po' sì. Davigo fa Davigo e noi lo invitiamo per vedere l'effetto che fa. Ma è vero che la maggioranza dei giudici è onesta. Dopo aver visto Palamara in trasmissione una magistrata giovane si è lamentata ché davamo spazio alla parte oscura senza parlare dei pm silenziosi, che tutti i giorni rischiano facendo il loro lavoro. Le ho risposto: dottoressa, ha ragione, ma svegliatevi, reagite, datevi una mossa. Ma molti non lo fanno per pigrizia, o perché hanno paura del sistema».

Il sistema, per citare Palamara. Ne ha parlato Berlusconi l'altro giorno. Ha detto: «La mia vera malattia sono i giudici». Concordi?

«Berlusconi dal suo punto di vista ha ragione, con una vita scandita da ap