Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

TERZA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Strage di Viareggio, la Cassazione: prescritti gli omicidi colposi. Il Dubbio l'8 gennaio 2021. Nuovo processo di Appello per disastro colposo nei confronti degli ex vertici delle ferrovie, tra cui Mauro Moretti, ex ad. Prescrizione per gli omicidi colposi e nuovo processo di Appello per disastro colposo nei confronti degli ex vertici delle ferrovie, tra cui Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana ed ex ad di Ferrovie dello Stato. È la decisione della Corte di Cassazione sul processo per la strage di Viareggio avvenuta 11 anni e mezzo fa, la notte del 29 giugno del 2009, e costata la vita a 32 persone. I giudici della Quarta sezione penale di Piazza Cavour hanno ribaltato la sentenza di Appello, facendo cadere l’aggravante sulle norme di sicurezza e dichiarando quindi prescritti gli omicidi colposi. Ci sarà però un nuovo processo per rivalutare alcuni profili di colpa nei confronti di Moretti e di Michele Mario Elia, ex ad Rfi. In Appello Moretti, ex amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana ed ex ad di Ferrovie dello Stato, era stato condannato a 7 anni di reclusione, con Michele Mario Elia, ex ad Rfi, e Vincenzo Soprano, ex ad Trenitalia, a 6 anni di reclusione. Il sostituto procuratore generale Pasquale Fimiani aveva chiesto un nuovo processo di Appello per l’ex ad Moretti e per altri tre ex dirigenti di Rfi, Francesco Favo, ex responsabile certificazione sicurezza, condannato in appello a 4 anni, e per Giovanni Costa e Giorgio Di Marco, per i quali sono state confermate le assoluzioni. Un verdetto che «colpisce in modo radicale la sentenza d’appello: di fronte alla catastrofe che la sentenza d’appello rappresentava mi pare che la Cassazione abbia rimesso molte cose a posto», ha dichiarato il professor Franco Coppi, difensore di Mauro Moretti, lasciando l’Aula magna della Cassazione dopo la lettura del verdetto. «Grande amarezza» per la decisione della Cassazione, ma «non è finita qui», ha dichiarato Tiziano Nicoletti, avvocato di familiari delle vittime, lasciando piazza Cavour, sottolineando che «non è tutto da rifare, ma in gran parte sì. Vedremo le motivazioni, per noi la cosa più grave è stato l’annullamento dell’aggravante sulla sicurezza sul lavoro».

Il procuratore Liguori: «Viareggio, il magistrato deve spiegare quale verità ha trovato». Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 17 gennaio 2021. Secondo il procuratore di Terni Alberto Liguori in una vicenda come quella di Viareggio sarà chiarito che alcuni reati si sono estinti ma esistono. «Serve trasparenza. Solo in questo modo si può pensare di restituire ai cittadini la necessaria serenità e l’indispensabile fiducia nella giustizia». Alberto Liguori, procuratore di Terni, interviene sulle polemiche degli ultimi giorni che hanno accompagnato la decisione assunta la scorsa settimana dalla Corte di Cassazione di dichiarare prescritti gli omicidi colposi per la strage di Viareggio, a seguito dell’esclusione dell’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza nel lavoro. Piazza Cavour ha, poi, rinviato alla Corte d’Appello di Firenze la riapertura dell’appello bis, anche per l’ex amministratore delegato di Fs e Rfi, Mauro Moretti. Il provvedimento, come si ricorderà, era stato accolto fra le urla di disperazione dei familiari delle 32 vittime. Durissime le critiche anche da parte di numerosi esponenti politici. “Profondamente amareggiato”, si era dichiarato il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. “È una vergogna”, aveva affermato Matteo Salvini. “In un Paese civile non può esistere che la morte orribile di 32 persone resti senza colpevoli”, era stato il commento del sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Roberto Traversi, del Movimento 5 Stelle.

Procuratore Liguori, da cittadino, oltreché da magistrato, come giudica queste reazioni?

«Premesso che conosco l’accaduto solo dalla lettura dei giornali, credo sia opportuno partire dal dettato costituzionale».

Prego.

«Noi tutti, mi riferisco a noi magistrati, abbiamo un obbligo verso il cittadino. E questo obbligo discende proprio dall’articolo 111 della Costituzione, che prevede la motivazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali. Ed è un fatto importantissimo che spesso viene sottovalutato e non tenuto in debita considerazione».

E perché questo avviene, secondo lei?

«Intanto lo strumento di democrazia e di controllo dell’Autorità giudiziaria, autonoma e indipendente, è affidato proprio alla motivazione dei suoi provvedimenti. Questo deve essere ben chiaro».

La mancanza di motivazione è un pericolo? Si potrebbe creare un vulnus?

«Mi spiego. La motivazione deve essere resa intelligibile all’esterno. Certo. Ma è difficile spiegare ai familiari delle vittime di Viareggio che non c’è alcun colpevole».

Lei mi sta domandando come rispondere alla loro sete di giustizia e se questa sete di giustizia è stata soddisfatta o meno?

«Esatto. La cittadinanza di Viareggio ha, al momento, solo un dato a propria disposizione: il fatto si è prescritto.

Questa informazione offre una lettura leggibile all’esterno di quanto accaduto?

«Sembra proprio di no. Ecco, appunto. Le faccio un esempio. Io quando sono arrivato alla Procura di Terni ho trovato molti fascicoli per omicidi colposi che si erano prescritti. Ho scritto alla stampa per spiegare cosa era accaduto. Non spettava a me verificare come mai fosse successo, ma era giusto informare la cittadinanza del perché i fascicoli si erano prescritti».

Qui, però, si entra nel campo della responsabilità professionale. Un terreno minato.

«Possiamo anche affrontare il tema del decorso del tempo. Quanto tempo ha “consumato” il pm e quanto il giudice. Ma qui ci sono in gioco anche gli indirizzi di politica giudiziaria da parte del legislatore».

Torniamo, allora, alla motivazione.

«Noi motiviamo i nostri provvedimenti. In America no. Se un cittadino americano vuole che il provvedimento del giudice sia motivato deve pagare».

Come si lega la motivazione con la prescrizione?

«La legge prevede, anche se il fatto è prescritto, se dagli atti emerge la piena responsabilità, che ciò vada indicato».

Quindi anche se l’istituto che presidia il diritto all’oblio impedisce di andare avanti.

«Ripeto, le parti offese hanno diritto a una verità processuale per soddisfare quello che viene comunemente definito “diritto soggettivo alla conoscenza”. Il tutto, però, non in “giuridichese” spinto ma in un linguaggio che sia facilmente comprensibile a tutti».

E torniamo alla motivazione come forma di controllo democratico.

«Certamente. Nel caso di Viareggio, ma in qualsiasi altro caso, i cittadini che sono parti offese hanno il pieno diritto di conoscere cosa sia successo».

Si potrebbe prevedere una forma disciplinare ad hoc per il magistrato? In caso di ritardo ingiustificato?

«Penso si possa aprire una riflessione in tale senso. Ad esempio per la fase delle indagini preliminari. Il diritto all’oblio va sempre motivato. Anche perché la prescrizione rimane comunque una grande sconfitta da parte dello Stato».

«La giustizia non può sposare del tutto le attese delle vittime». Parola di penalista. Valentina Stella su Il Dubbio il 17 gennaio 2021. Ennio Amodio, avvocato penalista, dopo le polemiche sulla sentenza di Viareggio: «Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo». Per Ennio Amodio, avvocato penalista, professore emerito di procedura penale all’Università di Milano e autore, tra l’altro, di A furor di popolo (Donzelli editore), la risposta alle aspettative delle vittime di giustizia è semplice: «Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo». Dietro questa frase c’è tutta la cultura illuminista e garantista di giudice con la bilancia in mano.

Professore, alla decisione della Cassazione di prescrivere alcuni reati, diversi parenti delle vittime della strage di Viareggio hanno urlato: “la nostra battaglia la continuiamo ugualmente, perché una battaglia di civiltà, di giustizia, quella vera”. In un altro caso la madre di una vittima, per una condanna lieve all’omicida di suo figlio, gridò al giudici “Vergognatevi”. Con quale sentimento dobbiamo affrontare queste rivendicazioni?

«Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo. Non si può pensare che per il solo fatto di essere vicini alla persona che ha subìto il reato si abbia la legittimazione a costruire un processo personale, di famiglia che si sostituisce, in ragione del dolore che si è provato, alla giustizia degli uomini in toga che applicano la legge. Nella storia giuridica si è avuto il passaggio da uno spirito vendicativo ad uno che è rappresentato dal giudice con la bilancia in mano, che interpreta anche il volere dei parenti delle vittime di avere una risposta. Ma se la giustizia in toga finisce per sposare interamente le attese delle vittime viene completamente travisato il significato e pure la funzione del processo che è incentrata nella nostra storia del mondo occidentale sull’equilibrio e sulla ragionevolezza anche delle pene».

Secondo lei la funzione del processo penale – di garanzia per l’imputato – è compatibile con il ruolo sempre più preponderante che la vittima del reato ha assunto nel nostro sistema processualpenalistico? C’è chi ritiene infatti che la presenza del danneggiato nel processo, come protagonista e parte, può alterare la rigorosa parità tra accusa e difesa che si deve realizzare innanzi a un giudice terzo e imparziale. È giusta questa analisi?

«Non solo è giusta, ma questa esigenza di equilibrio viene incarnata nel processo del Common Law con l’assenza in dibattimento di un rappresentante della persona offesa o di quella che chiede il risarcimento del danno. Ciò viene giustificato dai giuristi inglesi e americani con il fatto che se ci fosse anche la presenza di questo soggetto si altererebbe l’equilibrio perché nel processo l’imputato avrebbe due controparti: il pm che rappresenta la collettività e un rappresentante della persona offesa. Ha dunque un fondamento la tesi secondo cui oggi come oggi nel processo penale la presenza della parte civile costituisce un aspetto incompatibile con il rito che abbiamo adottato nel 1988, ossia quello accusatorio. Persino il Presidente della Commissione redigente, il professor Gian Domenico Pisapia, diceva sempre che il Parlamento ha voluto confermare la parte civile in questo nuovo processo ma la presenza della parte civile è incompatibile con il ruolo garantistico che deve avere il processo accusatorio».

A questo giornale Giorgio Spangher ha detto: “tutto il processo viene sempre governato dall’imputazione del pm”, intendendo che il peso assegnato alle conclusioni del pubblico ministero orienta pesantemente le aspettative di giustizia delle vittime dei reati. È d’accordo con questo pensiero?

«Sì, è così. Esiste una aspettativa che è popolare e che è riflessa in una massima che ho imparato da un giurista americano secondo cui la collettività, le persone che non fanno parte dell’apparato della giustizia pensano sempre che una accusa abbia un qualche fondamento, in quanto la popular mind, cioè la credenza popolare va nel senso che se è stata sollevata una accusa allora qualche cosa ci deve essere. Ed ecco che quindi nasce la spinta populista a ritenere che laddove il giudice nella sua ricerca, ovviamente mirata e regolata dal sistema delle prove, ritenga che l’imputato sia innocente tradisce quella spinta iniziale e quella posizione di partenza che è contrassegnata dall’accusa del pm. Ma questo è un modo di riscrivere e di concepire il processo che la nostra cultura occidentale ha superato con l’Il-luminismo, quando si è affermato il principio che le pene ci devono essere ma devono essere equilibrate, che c’è una presunzione di innocenza, che la prova sta al centro del processo penale e che le spinte emotive non possono superare la razionalità dell’accertamento. Il populismo finisce per derogare da questo impianto razionale e passare ad un sistema che è quello emotivo che pone a fondamento dell’edificio della procedura la risposta vendicativa».

Ritiene che i giudici siano immuni dalla condizione emotiva che la vittima può esercitare sulla correttezza dei processi decisionali?

«Nella maggioranza dei casi direi di sì. Tuttavia ci sono dei fatti che sono talmente gravi che evidentemente e naturalmente suscitano delle impressioni nel giudice. E quindi a volte i giudici, non dico che sono fuorviati, ma sono influenzati dall’impatto emotivo che un certo reato ha sulla società».

A suo parere il processo penale può ancora raggiungere i suoi scopi se la comunità in cui si celebra non ne condivide le regole ed i valori fondanti?

«Ma certo, è sempre stato così. Oggi viviamo in un’epoca in cui sotto la spinta del populismo la bandiera delle vittime sventola in alto, sostenuta anche dalla stampa, e si finisce per cercare una risposta contro il garantismo e contro gli ideali di una giustizia con la bilancia in mano. Credo che nel nostro sistema nonostante queste spinte la gran parte della nostra magistratura è ancora capace di consegnare alla collettività uno strumento come il processo penale in grado di compiere un accertamento equilibrato e di dare una sentenza giusta».

Nel suo libro “A furor di popolo” lei scrive: “è una giustizia senza bilancia, figlia di umori e paure, che si muove sotto la spinta della collera e di una insaziabile sete di vendetta”. Quali sono gli anticorpi a questo fenomeno?

«Una operazione di tipo culturale e politico: non bastano le norme di legge perché la spinta populista di certi partiti ha i suoi effetti. Ma c’è anche una parte che desidera che il Paese venga guidato per quanto attiene alla giustizia con la ragionevolezza e non con la vendetta. Del resto è stato sempre così storicamente: ad un processo come quello dell’ancient regime, dove le persone erano presunti colpevoli, è subentrato poi il pensiero dell’Illuminismo, a cui principi si ispirano i nostri codici. Ora ritorna una forte spinta emotiva ma se pensiamo ai principi della Costituzione e a quelli europei ci rendiamo conto che essi promuovono una giustizia che deve muoversi in modo equilibrato per colpire sì la criminalità ma senza gli eccessi dovuti alla paura, all’ansia della collettività con le sue richieste di pene gravissime e carcere per tutti».

I familiari della Moby Prince sulla strage di Viareggio: “Tolta giustizia”. Il Dubbio l'11 gennaio 2021. “E’ impensabile e inaccettabile che con un colpo di spugna della Cassazione si cancelli anni di lavoro della magistratura, ma questo è il risultato che troppe volte abbiamo subito…”. Loris Rispoli presidente dell’Associazione ‘140’ della tragedia del Moby Prince ha scritto su Fb ai familiari della strage ferroviaria di Viareggio. “Sono amare le parole pronunciate da Marco Piagentini, Daniela Rombi e gli altri familiari della strage di Viareggio, è esprimere il dolore di chi si vede scippato del diritto ad ottenere Giustizia, è impensabile e inaccettabile che con un colpo di spugna della Cassazione si cancelli anni di lavoro della magistratura, ma questo è il risultato che troppe volte abbiamo subito…”.

“I familiari, i cittadini di Viareggio sapevano che non sarebbe stato facile, avevano assimilato divorato le altrui esperienze precedenti e ne avevano fatto tesoro – aggiunge Rispoli – Ricordo la prima sentenza per noi vedere condannati i responsabili era una vittoria, per loro no, condanne più pesanti avrebbero forse messo fine al dolore, chiuso quelle ferite che in tutti noi continuano a sanguinare, ma era una sentenza equilibrata, forte da essere replicata in Appello, e allora acquisti fiducia, diventi esempio per gli altri da imitare, sei ricordato da tutti con ‘almeno Viareggio ha avuto Giustizia’ e tutti noi, tutte le associazioni ci siamo sentiti più forti, ci siamo persino sentiti di vivere in un Paese dove chi sbaglia paga. Ma non è stato così, la Cassazione ha cambiato le carte in tavola, ha cassato i reati per annullare le condanne, ci siamo sentiti tutti pervasi dal dolore-rabbia di chi si vede togliere un diritto. Marco, Daniela, Claudio, Riccardo e tutti gli altri sapete che noi siamo qui, vigili e pronti per scrivere un capitolo di una storia che non può finire così”.

Il dolore delle vittime è sacro, ma la base del processo è il diritto. Alberto Cisterna su Il Dubbio il 15 gennaio 2021. La rabbia dei familiari dopo la sentenza sulla Strage di Viareggio. Il processo penale non consuma vendette né pubbliche né private. Meglio. Non dovrebbe consumarne e, soprattutto, non dovrebbe essere percepito come il luogo in cui chi ha subito un torto vede necessariamente affermate le proprie ragioni con le manette ai polsi del colpevole. Per il ristoro delle vittime esistono i tribunali civili ove, in tutto il mondo, chi ha subito un danno qualunque trascina il responsabile per ottenere un equo risarcimento a prescindere da ogni condanna penale. Come non ricordare il caso di O. J. Simpson, assolto dall’accusa di aver ucciso la moglie e un amico di questa, eppure obbligato in sede civile a risarcire con otto milioni di dollari i parenti dell’uomo. Era il 5 febbraio 1997 quando una giuria civile riconobbe ai parenti di Ronald Goldman, trucidato assieme a Nicole Brown Simpson il 12 giugno 1994, l’enorme somma di denaro. «Giustizia è finalmente fatta» ebbe a dichiarare come riportano le agenzie del tempo – «con la voce spezzata dal pianto il padre di Ronald Goldman». Un contegno impensabile nel nostro paese in cui è lecito immaginare piuttosto il risentimento e la rabbia dei parenti per l’assoluzione di un presunto colpevole che avrebbero avuto le prime pagine dei giornali, delle news e dei talk show.

Sentenza di Viareggio, la decisione della Cassazione tra dolore e diritto. Tenere distanti e distinte le vittime dei delitti dal processo penale è una scelta di civiltà che il nostro ordinamento non ha mai voluto operare e che troppi casi di cronaca ci consegnano come probabilmente necessaria. La parte civile partecipa al processo penale aspirando, non solo al giusto risarcimento dei danni subiti, ma anche alla condanna dell’imputato, meglio se esemplare. E’ una posizione che, da sempre, è stata considerata ambigua e fonte di incertezze. Esponenti di primo piano della scienza giuridica processuale sono stati accaniti oppositori della presenza della parte civile nei giudizi penali. Carnelutti e Amodio, sopra tutti, a più riprese avevano messo in guardia dal pericolo che la presenza del danneggiato nel processo, come protagonista e parte, potesse alterare la rigorosa parità tra accusa e difesa che si deve realizzare innanzi a un giudice terzo e imparziale. Al punto da annotare che l’intervento della parte civile «provocherebbe uno sbilanciamento degli interessi in gioco a favore dell’accusa tale da potere compromettere la serenità del decidere, anche tenuto conto del fatto che il giudice potrebbe subire una pressione inconscia a rendere comunque giustizia alla vittima del reato costituita parte civile». Naturalmente è una sintesi estrema e poco circostanziata che corre il rischio di riversare sul giudice il sospetto di un silente condizionamento “ambientale” a rimedio del quale il codice di procedura penale prevede, in effetti, qualche mezzo di tutela, sebbene largamente insufficiente: si pensi alla cd. remissione per legittima suspicione che può determinare la scelta di un tribunale diverso da quello previsto per legge a decidere del caso. Se non fosse che, in una società multimediale e ipercomunicativa, non esiste alcun ambiente circoscritto e al riparo da influenze esterne; non esiste un mondo davvero distante da una scena del delitto moltiplicata all’infinito negli schermi delle televisioni. L’attenzione mediatica su un caso lo rende di per sé esposto al rischio di condizionamenti e pressioni con cui la macchina giudiziaria è chiamata a fare i conti.

Il circuito mediatico. Due le questioni salienti. E’ evidente che il peso assegnato alle conclusioni del pubblico ministero – lo ha ben ricordato il professor Spangher su queste pagine – orienta pesantemente le aspettative di giustizia delle vittime dei reati. Il doloroso e inenarrabile calvario dei parenti trova un punto di approdo, un appiglio, forse anche una parziale mitigazione nelle convinzioni dell’accusa pubblica che addita un colpevole e lo esibisce, troppe volte, con voluttuosa prepotenza mediatica. Uno modo d’agire rispetto al quale, poi, non può certo criticarsi l’atteggiamento di chi, nella sofferenza, si muova in sintonia con quelle convinzioni e partecipi al giudizio nella assoluta certezza di avere alla sbarra il colpevole. Il pregiudizio che il pubblico ministero esprime sulla colpevolezza del proprio imputato è certamente un fattore ineliminabile del processo penale che si muove proprio per la verifica di una tale ipotesi. Quel che agita polemiche e innesca devianze e distonie è l’accompagnare la doverosa iniziativa processuale con un circuito mediatico che, per un verso, gratifica la bravura degli inquirenti giunti alla scoperta del “colpevole” e, per altro, addita alle vittime come concluso il percorso di ricerca della verità. Proprio quando quel percorso deve ancora iniziare innanzi al giudice. Nessuno lo ammetterà mai, ma certo aprire le gabbie per colui che per mesi o per anni è stato indicato pubblicamente come il certo colpevole di un reato non deve essere semplice, né scontato. Soprattutto se si corre il rischio di manifestazioni e urla di protesta dentro e fuori delle aule. La questione è complessa, ma a occhio e croce si può escludere che qualche giudice inserisca nel proprio percorso curriculare una clamorosa assoluzione. In genere fanno titolo le condanne, non le assoluzioni, per la carriera delle toghe. Il secondo punto è che, in una società pur fortemente secolarizzata, materialista e anche semi- scolarizzata, ha acquistato spazio la convinzione – invero tutta ideologica – che il processo penale, come la democrazia, sia «un gioco sempre truccato, dominato da una volontà occulta che impone di ascoltare sempre la voce di alcuni e mai degli altri» e, con essa, è cresciuta la «sensazione rabbiosa di essere condannati per principio ad essere sempre dalla parte del torto» (come scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 13 gennaio). E soprattutto quando una verità acquisita come immutabile e incontrovertibile trova l’ostacolo di una sentenza che la nega e la contraddice. Non si tratta, si badi bene, solo dei processi che vedono tante vittime innocenti, ma anche di quelli che – pompati mediaticamente – si infrangono infine sugli scranni di corti imparziali e libere. La folla di coreuti che sorregge le verità provvisorie di tanti indagini o, addirittura, di tante semplici suggestioni investigative e le alimenta irresponsabilmente additandole come i fatti oggettivi che inesplicati poteri oscuri intenderebbero negare o sovvertire non è altro che una componente di quel più vasto mondo di complottisti, terrapiattisti, ufologi e negazionisti che affollano social network e mezzi di telecomunicazione parlando di verità nascoste, occultate e negate. Quando questa «sensazione rabbiosa» di impotenza investe il processo penale e si impadronisce di vittime innocenti la tentazione di dover dare una risposta a qualunque costo bussa alla porta del giudice e ignorarla non è solo un atteggiamento morale della singola toga, ma il risultato di oggettivi accorgimenti processuali che diano al dolore nelle aule di giustizia la giusta enfasi per decidere semmai dell’entità di una pena non una condanna.

·        Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 29 settembre 2021. Nuova sonora bocciatura per la Procura di Milano e per il suo dipartimento «reati economici e transnazionali». Ieri il Tribunale di Milano ha assolto perchè il «fatto non sussiste» tutti i vertici di Saipem, ad iniziare dall'ex ad Pietro Tali, accusati di aggiotaggio. Secondo i pm i manager di Saipem avrebbero pianificato una manipolazione del mercato, al momento della quotazione in borsa della società, attraverso la diffusione di comunicati stampa ed altre informazioni non corrette. Per i pm non sarebbe stato rappresentato in maniera esatto lo stato dei conti del gruppo ed in particolare sarebbero stati nascosti al mercato le previsioni interne che vedevano un calo dell'Ebit di circa miliardo di euro. I pm avevano contestato anche il falso in bilancio in quanto Saipem non avrebbe segnalato extra costi per penali che l'azienda doveva pagare. Assolta anche la stessa società che era imputata per violazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti in relazione ai reati di manipolazione del mercato e false comunicazioni sociali. La Procura aveva chiesto condanne fino a 4 anni di reclusione e sanzioni superiori ai 600mila euro. Le indagini, condotte dalla guardia di finanza di Milano, erano state coordinate dall'allora procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Giordano Baggio. La Consob all'epoca aveva avviato un procedimento sanzionatorio, contestando a Saipem di aver reso noto "con ritardo" la revisione al ribasso delle stime sugli utili, trasmettendo la relazione agli inquirenti. La Procura aveva inizialmente aperto un fascicolo sulla vicenda, senza ipotesi di reato né indagati. L'inchiesta, poi, si era concentrata sui reati di aggiotaggio e insider trading e falso in bilancio. Lo scorso dicembre la Cassazione aveva assolto in via definitiva i vertici di Saipem che erano finiti, in un’altra indagine, a processo con l'accusa di aver pagato una tangente di 197 milioni di dollari, versati tra il 2007 e il 2010, a persone che gravitavano nell'entourage dell'allora ministro algerino dell'Energia Chekib Khel per l'utilizzo di alcune concessioni. «Siamo pienamente soddisfatti della sentenza che dimostra che anche gli ulteriori accertamenti della Procura sulle vicende algerine hanno portato al riconoscimento della totale insussistenza dei fatti di reato» ha commentato l'avvocato Enrico Giarda, legale di Saipem, dopo la decisione della decima sezione penale di Milano di assolvere tutti gli imputati. Nelle scorse settimane erano stati assolti, da accuse simili, nello specifico di aver pagato tangenti ai membri del governo nigeriano per l'utilizzo di un giacimento petrolifero, i vertici dell'Eni. Il dipartimento reati economici e transnazionali, quelle delle «tangenti senza confine», è stato espressamente voluto dal procuratore Francesco Greco. La creazione di questo dipartimento aveva fatto storcere il naso a tanti pm della Procura del capoluogo lombardo. Per condurre queste maxi inchieste, poi finite in un nulla di fatto, Greco avrebbe distribuito i carichi di lavoro in maniera non omogenea. Greco andrà in pensione fra poco meno di un mese e mezzo. Chi verrà dopo di lui, in pole ci sono il procuratore generale di Firenze Marcello Viola e il procuratore di Bologna Gimmy Amato, avrà il compito di raccogliere i cocci e di realizzare un piano organizzativo che metta uno stop a queste inchieste, dispendiose, che si concludono in nulla di fatto

Caso Saipem, a Milano il maxiprocesso finisce nel nulla dopo 8 anni: Ennesimo flop della Procura dopo l'inchiesta Eni.  Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 30 settembre 2021. Nuova sonora bocciatura per la Procura di Milano e per il suo dipartimento «reati economici e transnazionali». Ieri il Tribunale di Milano ha assolto perchè il «fatto non sussiste» tutti i vertici di Saipem, ad iniziare dall'ex ad Pietro Tali, accusati di aggiotaggio. Secondo i pm i manager di Saipem avrebbero pianificato una manipolazione del mercato, al momento della quotazione in borsa della società, attraverso la diffusione di comunicati stampa ed altre informazioni non corrette. Per i pm non sarebbe stato rappresentato in maniera esatta lo stato dei conti del gruppo ed in particolare sarebbero stati nascosti al mercato le previsioni interne che vedevano un calo dell'Ebit di circa miliardo di euro. I pm avevano contestato anche il falso in bilancio in quanto Saipem non avrebbe segnalato extra costi per penali che l'azienda doveva pagare.  Assolta anche la stessa società che era imputata per violazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti in relazione ai reati di manipolazione del mercato e false comunicazioni sociali. La Procura aveva chiesto condanne fino a 4 anni di reclusione e sanzioni superiori ai 600mila euro. Le indagini, condotte dalla guardia di finanza di Milano, erano state coordinate dall'allora procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Giordano Baggio. La Consob all'epoca aveva avviato un procedimento sanzionatorio, contestando a Saipem di aver reso noto "con ritardo" la revisione al ribasso delle stime sugli utili, trasmettendo la relazione agli inquirenti. La Procura aveva inizialmente aperto un fascicolo sulla vicenda, senza ipotesi di reato né indagati. L'inchiesta, poi, si era concentrata sui reati di aggiotaggio e insider trading e falso in bilancio. Lo scorso dicembre la Cassazione aveva assolto in via definitiva i vertici di Saipem che erano finiti, in un’altra indagine, a processo con l'accusa di aver pagato una tangente di 197 milioni di dollari, versati tra il 2007 e il 2010, a persone che gravitavano nell'entourage dell'allora ministro algerino dell'Energia Chekib Khel per l'utilizzo di alcune concessioni. «Siamo pienamente soddisfatti della sentenza che dimostra che anche gli ulteriori accertamenti della Procura sulle vicende algerine hanno portato al riconoscimento della totale insussistenza dei fatti di reato» ha commentato l'avvocato Enrico Giarda, legale di Saipem, dopo la decisione della decima sezione penale di Milano di assolvere tutti gli imputati. Nelle scorse settimane erano stati assolti, da accuse simili, nello specifico di aver pagato tangenti ai membri del governo nigeriano per l'utilizzo di un giacimento petrolifero, i vertici dell'Eni. Il dipartimento reati economici e transnazionali, quelle delle «tangenti senza confine», è stato espressamente voluto dal procuratore Francesco Greco. La creazione di questo dipartimento aveva fatto storcere il naso a tanti pm della Procura del capoluogo lombardo. Per condurre queste maxi inchieste, poi finite in un nulla di fatto, Greco avrebbe distribuito i carichi di lavoro in maniera non omogenea. Greco andrà in pensione fra poco meno di un mese e mezzo. Chi verrà dopo di lui, in pole ci sono il procuratore generale di Firenze Marcello Viola e il procuratore di Bologna Gimmy Amato, avrà il compito di raccogliere i cocci e di realizzare un piano organizzativo che metta uno stop a queste inchieste, dispendiose, che si concludono in nulla.

·        Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Giacomo Amadori Alessandro Da Rold per “La Verità” il 19 giugno 2021. Il terzo testimone nigeriano portato dal procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale al processo Opl 245 non era la persona descritta dal grande accusatore Vincenzo Armanna. Isaac Eke, infatti - il fantomatico terzo Victor che avrebbe dovuto confermare il pagamento di tangenti intorno alla licenza di esplorazione per il giacimento petrolifero in Nigeria -, non aveva alcun incarico nell'intelligence di Abuja, né rapporti con il presidente Goodluck Jonathan. Si tratta di un signore che con il Nigeriagate non c'entra nulla. È quanto emerge tra i documenti depositati la scorsa settimana nel procedimento sul falso complotto, appena chiuso dal procuratore aggiunto Laura Pedio, con la contestazione di reati che vanno dall'associazione per delinquere all'intralcio alla giustizia, dalla truffa alla calunnia, dalla frode in commercio al reimpiego di denaro di provenienza illecita, dalla corruzione tra privati al favoreggiamento. Contestazioni a carico, tra gli altri, del faccendiere Piero Amara, dello stesso Armanna, dell'ex capo dei legali di Eni Massimo Mantovani, dell'ex numero 2 della compagnia petrolifera Antonio Vella, dell'ex manager Alessandro Des Dorides. Coinvolte anche per reati societari l'Eni trading & shipping in liquidazione, la Napag e la Oando. In questo filone di indagine l'amministratore delegato Claudio Descalzi e il capo del personale Claudio Granata sono considerate «persone offese». Tra gli atti spunta così un report molto dettagliato, commissionato da Eni alla propria security nigeriana, su Isaac Chnononyerem Eke, quello che fu chiamato da Armanna dopo che De Pasquale aveva già interrogato un altro Victor Nwafor, anche questo presunta fonte della mazzetta da 1 miliardo di dollari. Va infatti ricordato che la Procura aveva già interrogato un Victor che, secondo Armanna, avrebbe dovuto confermare il passaggio delle tangenti. Ma l'uomo, durante il processo, aveva negato di «aver mai conosciuto Armanna o altri manager dell'Eni». Così era spuntato un secondo testimone che, però, era stato rigettato da tribunale. A questo punto Armanna aveva proposto di portare Eke (sostenendo avesse il soprannome di Victor) che, citato da De Pasquale, era stato ammesso in aula. Fu portato a Milano con tanto di scorta e pernottamento in un albergo del centro, dove gli furono sequestrati quattro telefoni, poi spariti dall'indagine. Il giudice Marco Tremolada protestò perché la foto del documento esibito era coperta da una pecetta e De Pasquale aveva chiesto di farlo deporre protetto da un paravento. Alla fine anche Eke smentì Armanna e Eni decise di far preparare un dossier dalla propria security per dimostrare l'inattendibilità del grande accusatore. Nel report depositato viene evidenziato come Eke non avesse alcun rapporto con i servizi segreti nigeriani al contrario di quanto sostenuto dall'ex manager Eni. Anzi, l'unica vera vicinanza del terzo falso Victor era con la società Fenog, l'azienda nigeriana che aveva riconosciuto il pagamento di 6,6 milioni di dollari ad Armanna e 1 milione ad Amara. Ma nell'avviso di chiusura delle indagini c'è un altro colpo durissimo al castello accusatorio di De Pasquale e riguarda il cosiddetto «accordo della Rinascente», di cui hanno parlato ai pm Armanna, Amara e il suo sodale Giuseppe Calafiore. I tre avrebbero inventato la storia del patto del centro commerciale sul quale La Verità aveva già scritto anticipando le conclusioni alle quali ora è giunta anche la Procura meneghina.Alla Rinascente di Roma Amara e Armanna avrebbero incontrato il manager Eni Granata per negoziare la ritrattazione delle accuse da parte dello stesso Armanna contro i vertici dell'Eni e per De Pasquale l'esistenza di quell'accordo era ulteriore prova della colpevolezza di Descalzi. Infatti l'Ad, era questa l'ipotesi accusatoria, avrebbe cercato di «comprare il testimone» Armanna proprio per impedire che costui riferisse sulla corruzione dei pubblici ufficiali nigeriani da parte dell'Eni. Oggi ricostruzione ipotesi investigativa è stata minata alle fondamenta dalle risultanze del fascicolo parallelo sul presunto complotto. L'inesistenza del patto, in realtà, doveva essere sembrato palese ai pm di questo secondo filone d'indagine già da almeno due anni, quando, nell'interrogatorio del 2 dicembre 2019, la Pedio e il collega Paolo Storari chiedono ad Amara di spiegare un improvviso affollarsi di testimonianze convergenti: «Le facciamo notare» dicono quel giorno, «che c'è una coincidenza temporale tra il momento in cui ha deciso di rendere dichiarazioni e il momento in cui Armanna ha deciso di raccontare il cosiddetto "accordo della Rinascente" nel corso del dibattimento []. La memoria che ha inviato all'Ufficio di Procura è di poco precedente alle dichiarazioni dibattimentali di Armanna. C'è stato un accordo tra di voi? O quantomeno lei ha avuto notizia da Armanna della sua decisione di rendere dichiarazioni raccontando come si sono effettivamente svolti i fatti?». Due anni dopo, concluso il processo Eni Nigeria che si reggeva anche sulle balle di Amara, arriva ora l'avviso di conclusione delle indagini firmato dalla stessa Pedio che smonta quella coincidenza. L'avviso di conclusione delle indagini presenta, però, anche dei lati oscuri. In particolare relativamente ai rapporti dell'Eni con la Napag, società calabrese di import-export di succhi di frutta riconvertita nel trading di prodotti petroliferi. Per l'Eni e per l'ex pm di Roma Stefano Fava socio di fatto della Napag sarebbe stato Amara, ma gli inquirenti milanesi non si spingono ad affermarlo, limitandosi a contestare i reati commessi attraverso la Napag anche ad Amara senza specificarne il ruolo in commedia. Ad Amara, Francesco Mazzagatti e Giuseppe Cambareri, gli ultimi due soci effettivi di Napag, viene contestata una ipotesi di «riciclaggio-reimpiego di denaro di provenienza illecita per l'importo di quasi 26 milioni di euro» per avere costoro ricevuto il denaro dall'Eni quale profitto dei reati di intralcio alla giustizia e corruzione tra privati per poi utilizzarlo per l'acquisto di un impianto petrolchimico in Iran. Va detto che quei 26 milioni di euro erano già stati contestati ad Amara dall'ex pm Fava che nella sua richiesta cautelare dell'8 febbraio 2019, mai inoltrata dall'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dai suoi aggiunti al Gip, in cui aveva scritto con quasi tre anni di anticipo che l'avvocato siracusano aveva commesso il reato di autoriciclaggio investendo denari nel petrolchimico iraniano, ma non direttamente, bensì attraverso l'acquisto del capitale sociale di una società di Singapore. Una specificazione che nell'avviso di chiusura delle indagini di Milano non compare. Anzi gli inquirenti restano vaghi e parlano addirittura di un «greggio di incerta origine» a proposito del carico acquistato dalla Napag e che sostò oltre un mese davanti alle coste italiane a bordo della petroliera White moon in attesa di un sequestro che non è mai stato effettuato, nonostante le denunce dell'Eni. Sarà per questa indeterminatezza che la Procura meneghina non ha chiesto l'arresto di Amara né, soprattutto, il sequestro dei 26 milioni di euro, al contrario di quanto fatto, senza fortuna, da Fava. Ma i codici insegnano che il sequestro del corpo del reato è obbligatorio, a maggior ragione nel caso di riciclaggio-reimpiego, delitto contestato, come detto, ad Amara, Mazzagatti e Cambareri: di fronte a questa fattispecie di reato la legge lo impone anche nella forma «per equivalente», cioè attraverso il recupero di beni dello stesso valore. Il codice prescrive anche che per certi reati, come il riciclaggio-reimpiego, in presenza di un'«incongruenza» tra redditi dichiarati e patrimonio posseduto, il giudice debba procedere alla cosiddetta «confisca allargata», non solo cioè del provento del reato, ma di tutto i beni dell'indagato.Invece Amara, durante le feste, per quanto sia costretto in cella, si potrà consolare contando, per addormentarsi, anziché le pecorelle, i milioni di euro che non gli sono mai stati sequestrati.

Il video segreto. Report Rai PUNTATA DEL 13/12/2021 di Luca Chianca. Collaborazione di Alessia Marzi  

Report torna a raccontare le vicende legate al giacimento petrolifero nigeriano OPL 245.

L'OPL 245 è uno dei più ricchi blocchi petroliferi della Nigeria. Della storia Report si è occupata più volte, da quando i magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro della procura di Milano avevano aperto un fascicolo per corruzione internazionale nel 2014. L'ipotesi era che l'Eni avesse pagato oltre 1 miliardo di dollari di tangenti per comprare i diritti di esplorazione del blocco petrolifero OPL 245. A marzo 2021 però il tribunale di Milano dà torto ai magistrati e ragione all'Eni assolvendo tutti gli imputati. La procura di Brescia apre un fascicolo contro i due magistrati per aver nascosto all'Eni un video che la sentenza di assoluzione definisce dirompente perché sarebbe stato utile per la difesa. Ma l'Eni e gli avvocati dei dirigenti dell'Eni erano o no a conoscenza di questo video? 

Precisiamo che il Dott. Andrea Peruzy e il Dott. Paolo Quinto, presenti nel video con Piero Amara e Vincenzo Armanna sono del tutto estranei alle vicende giudiziarie citate Da Report, nonché a qualsivoglia altra indagine ad esse connesse.

IL VIDEO SEGRETO Di Luca Chianca Collaborazione Alessia Marzi Grafica Sebastiano Onano

MARCO TREMOLADA – PRESIDENTE COLLEGIO SENTENZA OPL245 Nel nome del popolo italiano il tribunale assolve: Scaroni Paolo, Descalzi Claudio, Casula Roberto, Armanna Vincenzo, Pagano Ciro Antonio, Bisignani Luigi, Falcioni Gianfranco, Etete Dan, Eni Spa, Royal Dutch Shell perché il fatto non sussiste.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Tutti assolti, i vertici di Eni e Shell. Per i giudici non è stata pagata alcuna tangente per acquisire l'Opl245, uno dei più ricchi blocchi petroliferi della Nigeria. E i magistrati De Pasquale e Spadaro che avevano condotto l’inchiesta, rischiano di finire sul banco degli imputati perché secondo i giudici non hanno depositato questo video che sarebbe stato molto utile per la difesa.

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI La valanga di merda che io faccio arrivate in questo momento…(ride)...

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO A parlare, è quello che sarebbe diventato il grande accusatore: è l’ex dirigente Eni, Vincenzo Armanna. Secondo i giudici, anticipando la volontà di andarli a denunciare in procura durante quest'incontro avrebbe cercato di ricattare i vertici dell'Eni. Con lui c'è Piero Amara, all'epoca avvocato dell'Eni, oggi noto alle cronache per aver parlato dell’esistenza della loggia segreta Ungheria.

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Armanna io lo incontro con Paolo Quinto e Andrea Peruzy, in realtà sono loro che creano questo appuntamento

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Mai indagati. Paolo Quinto, all'epoca assistente della senatrice Pd Anna Finocchiaro e Andrea Peruzy, l'allora segretario della fondazione ItalianiEuropei di Massimo D'Alema. Al centro dell'incontro la vendita di un asset petrolifero da parte di Eni, con l'obiettivo di farlo comprare a un noto imprenditore nigeriano Kola Karim, in codice Kappa Kappa.

STUDIO SIGFRIDO Allora questo è un filmato inedito, buonasera, che Report vi propone in esclusiva. E riguarda la registrazione avvenuta nello studio di Ezio Bigotti, che è un imprenditore che si occupa di facility management per gli appalti della Consip. Avviene questa registrazione in una stanza che doveva essere a prova di intercettazione e riguarderebbe la avviata trattativa per la cessione di un asset petrolifero dell’Eni a un imprenditore nigeriano molto ricco. L’anomalia qual è? Che a quel tavolo non sono seduti alti dirigenti dell’Eni. C’è l’assistente allora della senatrice Finocchiaro, Paolo Quinto, e Andrea Peruzy, all’epoca segretario della Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema. Poi c’è anche Piero Amara, un avvocato che ha lavorato a lungo per Eni e lui che sta lì, sembrerebbe parlare per conto di Eni, Eni smentisce, dice “Non ha alcun titolo”, ed è Amara che dice “Io ho registrato Armanna”, ex dirigente Eni anche lui presente all’incontro per screditarlo in previsione della sua testimonianza contro Descalzi e Scaroni, che sarebbe avvenuta da lì a poco tempo, nel momento in cui li avrebbe accusati di essere i percettori di una parte di una tangente per la cessione del giacimento petrolifero in Nigeria, procedimento che è finito in primo grado con l’assoluzione dei protagonisti. Eni dice: “Se ha registrato Amara non l’ha fatto certo per nostro conto”. Ora però questo video è finito al centro di un intrigo giudiziario. Ora De Pasquale e Spadaro, che avevano aperto il fascicolo con l’accusa di corruzione internazionale nei confronti di Scaroni e Descalzi, al momento di depositare gli atti non depositano il video, secondo loro perché sarebbe stato ininfluente nello svolgimento delle indagini. Non la pensano ugualmente invece il giudice di primo grado e l’Eni, secondo i quali poter prendere visione integrale di quel video avrebbe facilitato il diritto alla difesa. Ora proprio per non aver depositato quest’atto, anche per non aver depositato quest’atto, De Pasquale e Spadaro sono finiti indagati dalla procura di Brescia che è competente su quella di Milano. Ma è vero che i legali dell’Eni non avessero proprio contezza di questo video? Il nostro Luca Chianca.

ANDREA PERUZY Lui vede l’uomo di Kappa Kappa su tue istruzioni, lo vede per chiudere il contratto...

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Per chiudere il contratto

ANDREA PERUZY Poi vede Kappa Kappa.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il mediatore dell’imprenditore nigeriano Kappa Kappa di cui parla l’allora segretario della fondazione di D'Alema Andrea Peruzy, è Luca Fracassi. Riusciamo ad incontrarlo qualche settimana fa in piazza del Duomo a Milano.

LUCA FRACASSI Io cercavo di agevolare l'incontro tra le due parti fine dopo logicamente se l'incontro Kola Karim aveva successo e di quel asset lì fa profitto io lavoro su performance e avrei tratto magari la mia fee, te lo scrivo qua e te lo confermo.

LUCA CHIANCA Come gli altri?

LUCA FRACASSI Gli altri in quella fase lì erano dell'Eni. Per me Armanna, per me lui era Eni 100%. Ho dato per scontato che se uno mi dice parliamone ci sono i presupposti per parlarne.

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Meno persone possibili devono sapere le cose, la sicurezza di tutti noi è che non sappiamo un cazzo.

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Ok PAOLO QUINTO Profili sempre bassissimi come...

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI E solo con le persone di fiducia su...

PAOLO QUINTO Noi, noi punto...

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Prima dell'arrivo di Armanna, l’ex segretario della fondazione di D’Alema, l’ex assistente della Finocchiaro e l’ex avvocato Eni Amara, cercano di attivare un'apparecchiatura per garantire una maggiore sicurezza all'interno della stanza, lontano da orecchie indiscrete.

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Oh ragazzi tiriamo fuori i cellulari e basta ANDREA PERUZY Poi non vorrei romperglielo questo.

PAOLO QUINTO Per il resto Ezio qui fa controlli costanti che non ci siano... microspie...

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Al suo arrivo, anche Armanna nasconde il cellulare sotto il divano per paura di essere intercettato, un gesto inutile perché non sa che qualcuno sta registrando già tutto l'incontro, cosa che Armanna capirà solo alla fine.

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Cazzo c'è la telecamera, cazzo c’è la telecamera là.

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Come la telecamera là?...

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Sì, sì scommettiamo?

ANDREA PERUZY Quello è un allarme.

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI No, quella e una telecamera... vedi quel buchino?

ANDREA PERUZY Eh VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Quella è una telecamera!

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Emergerà solo dopo, che a registrarlo era Piero Amara, l’ex avvocato Eni. E il motivo, secondo Amara, era quello di cercare di screditare Armanna, screditare cioè colui che sarebbe diventato il grande accusatore di Scaroni e Descalzi nel procedimento che si era aperto per la presunta tangente del blocco petrolifero in Nigeria.

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Lo abbiamo registrato durante tutte le conversazioni perché ritenevamo di avere delle informazioni che potevano essere utili per la vicenda Opl 245.

LUCA CHIANCA Contro di lui?

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Contro Armanna certo.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Solo due giorni dopo quest'incontro, l'ex dirigente Eni Armanna andrà in procura a fare dichiarazioni sull'acquisto del blocco Opl245 da parte di Eni per cui verranno indagati Descalzi e Scaroni, ma in quell’incontro Armanna si lascia ad una anticipazione.

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Però con la valanga di merda che sta arrivando

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'avvocato Amara cerca di capire cosa accadrà

PIERO AMARA – EX AVVOCATO ENI Ma che sta arrivando scusa?

VINCENZO ARMANNA – EX MANAGER ENI Non escluderei che arrivi un avviso di garanzia, mi adopero perchè gli arrivi.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Le versioni di Amara e Armanna, sul perché sia avvenuta la registrazione di questo video, sono ancora tutte da dimostrare. I magistrati De Pasquale e Spadaro quando avevano aperto il fascicolo sulla presunta corruzione internazionale e indagato Scaroni e Descalzi, non l’avevano depositato. Paola Severino, avvocato di Claudio Descalzi, accusa i pm di non averli messi in condizione di difendersi.

DA RADIO RADICALE - 23/07/2019 UDIENZA PROCESSO OPL245 PAOLA SEVERINO – AVVOCATO CLAUDIO DESCALZI AMMINISTRATORE DELEGATO ENI Questo è un elemento importante signor presidente. Io poi non so poi tutto il resto non avendo avuto né la video registrazione e né la trascrizione della videoregistrazione, però vedo che questo vulnus si è verificato oggi, e che dunque attendere la fine del processo per riparare a questo vulnus non sia giusto

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ma sempre il 23 luglio 2019 c’è un altro avvocato di un alto dirigente Eni che prende la parola durante il processo.

DA RADIO RADICALE - 23/7/2019 UDIENZA PROCESSO OPL245 GIUSEPPE FORNARI – AVVOCATO ROBERTO CASULA DIRIGENTE ENI Io, Presidente, sono in possesso di un documento, è una relazione di Polizia Giudiziaria, è un documento di cui sono entrato in possesso nell’ambito di un procedimento penale in cui assisto un coimputato di Bigotti(...). La Procura ha ritenuto, il Dottor De Pasquale, il Dottor Spadaro, hanno ritenuto di non depositarlo nel loro fascicolo.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Scopriamo così che l'avvocato Fornari, che rappresenta un funzionario Eni, è in possesso della trascrizione integrale del video a partire già dal marzo 2018. Tuttavia neppure lui deposita la trascrizione quando a nome di tutti i colleghi che difendono l'Eni e i suoi dirigenti, inizia il processo.

ANTONIO TRICARICO – RECOMMON Esatto nel settembre del 2018 le difese Eni coordinate dall'avvocato Fornari presentano sostanzialmente una mole ingente di prove ma non la trascrizione.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Passano solo due giorni e il 20 settembre 2018 l'Eni consegna in un altro procedimento aperto presso la Procura di Milano un audit interno fatto da Kpmg in cui si parla e si analizza l'incontro avvenuto il 28 luglio 2014. Allora perché pur conoscendone il contenuto si decide di non depositare nulla nel processo Opl 245?

ANTONIO TRICARICO – RE - COMMON Nel video ci sono riferimenti a questioni che pongono un problema di reputazione per il funzionamento dell'azienda, in primis Andrea Peruzy definisce Amara come sensore dentro l’azienda.

ANDREA PERUZY Questo è importante perché tu sei il sensore dentro l'azienda, quindi fondamentale per capire...

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Amara infatti all’epoca risulta secondo l'audit di Kpmg, uno degli avvocati più pagati dall'azienda. In Sicilia segue i guai giudiziari dell’Eni per la Raffineria di Gela, nel video dice di avere il mandato per risolvere il problema, e la soluzione sarebbe quella di vendere ai sauditi per arrivare all’impunità nei processi ambientali

VINCENZO ARMANNA Cioè io sono pronta a metterti sul tavolo un Gruppo Industriale che si prenda il 50 per cento delle raffinerie dell’Eni

PIERO AMARA Io c'ho il mandato

PAOLO QUINTO Il mandato ce l’ha lui eh

PIERO AMARA Se tu hai qualcuno che sì prende Gela

VINCENZO ARMANNA Ce l‘ho, i Sauditi

PIERO AMARA Però, cioè mi carichi le passività ambientali

VINCENZO ARMANNA Sì va beh, arresta un saudita

ANTONIO TRICARICO – RE – COMMON Lo stesso Armanna sottolinea come ovviamente la presenza dei sauditi poi renderebbe molto più difficile fare andare avanti questi procedimenti e lo dice ad Amara, il quale Amara era coinvolto nella difesa nei vari procedimenti in corso a Gela, quindi anche questo, a prescindere se illecito o no, pone un rischio di reputazione per l'azienda.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ma c’è di più, ben 3 mesi prima dell’udienza del 23 luglio 2019, dove i legali Eni e dei suoi dirigenti dichiarano di non conoscere quasi nulla dei contenuti del video, c’era stato uno scambio di mail tra l’Eni e Report. Nell’aprile 2019, Report viene a conoscenza dell’esistenza della registrazione di Armanna, e chiede conto a ENI che risponde: “il contenuto di tale incontro (che si ricava dalla lettura della trascrizione o visione della videoregistrazione) è di natura completamente diversa da quella che Amara cerca ora di accreditare”. Dopo aver letto sul nostro sito la risposta dell’Eni l'avvocato di Armanna, Michele D'Agostino decide di depositarla nel processo come prova per dimostrare che gli avvocati dell'Eni sapessero dell'esistenza del video.

MICHELE D'AGOSTINO – AVVOCATO VINCENZO ARMANNA La deposito perché lo scrivono loro che ne sono a conoscenza quantomeno da aprile del 2019

LUCA CHIANCA Secondo lei era pacifica questa cosa

MICHELE D'AGOSTINO – AVVOCATO VINCENZO ARMANNA Ma si, anche perché torno a ripete nessuno si è opposto a questo deposito o sono state fatte delle questioni, delle eccezioni, mi sembrava scontato.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’avvocato Paola Severino, legale di Descalzi, ci tiene a dirlo, non dell’Eni, sollecitata da noi sottolinea anche il fatto di non aver avuto né il video né la trascrizione integrale prima dell’udienza del 23 luglio del 2019. Scrive anche di aver insistito, nella loro udienza, per il loro deposito al fine di poterne pienamente valutare la rilevanza probatoria. Ovviamente le crediamo. Tuttavia è un fatto che altri legali che stavano tutelando altri dirigenti dell’Eni avessero contezza dei contenuti di quel video. Lo dice lo stesso avvocato Giuseppe Fornari, che tutela un altro dirigente dell’Eni. Dice: io ho la trascrizione dal marzo del 2018. Non spiega perché invece non l’ha depositata quando inizia il processo, cioè a settembre del 2018, se quel documento è così importante per la difesa dell’Eni. E anche l’ufficio legale dell’Eni poi, il 20 settembre, sempre del 2018, consegnerà alla procura di Milano, in un altro procedimento, un audit di Kpmg, che aveva analizzato nei dettagli quell’incontro che era stato registrato nel video. Poi un ruolo lo abbiamo avuto anche noi di Report perché tre mesi prima dell’udienza, quella del luglio del 2019, cioè ad aprile, il nostro Luca Chianca viene in possesso della trascrizione di quel video e legittimamente chiede conto a Eni. Che risponde così: il contenuto di tale incontro (che si ricava dalla lettura della trascrizione o visione della videoregistrazione) è di natura completamente diversa da quella che Amara cerca ora di accreditare. Ecco è un giudizio talmente perentorio che legittima il pensiero che Eni avesse visto quel video o comunque che avesse letto la trascrizione completa. E invece no, dice che abbiamo capito male, interpretato male, anzi accusa il nostro Luca Chianca di aver inquinato le prove. Perché avrebbe chiesto poi le conferme ad Amara e Armanna, mostrando il documento, avrebbe consentito loro di coordinarsi nella versione da dare ai magistrati. Insomma, Luca complice dei due: niente di più falso. Luca ha semplicemente svolto magnificamente il suo lavoro di cronista, verificando le informazioni direttamente alle fonti, lo ha fatto anche con Eni. Funziona così nei paesi democratici. Per rimettere le cose apposto l’avvocato Amara, che ha patteggiato un’accusa di corruzione e di calunnia, e Armanna che è indagato per calunnia, oggi sono finiti anche sotto indagine per aver ordito un complotto, un falso complotto contro Descalzi, calunniandolo pur sapendolo era innocente. E lo avrebbero ordito insieme ad altri dirigenti apicali dell’Eni: Vella e anche l’ex responsabile dell’ufficio legale Mantovani. Comunque ecco, per rimettere le cose al loro posto, Amara e Armanna hanno lavorato per anni per Eni, non certo per Report.

Alfredo Faieta per editorialedomani.it il 10 dicembre 2021. La procura di Milano ha ufficialmente chiuso le indagini sul cosiddetto «complotto» organizzato per depistare le indagini dei pm milanesi legate alle presunte tangenti che Eni (e Shell) avrebbero pagato Nigeria e in Algeria. Sono 12 le persone fisiche ufficialmente indagate cui si aggiungono 5 persone giuridiche ai sensi della legge 231 del 2001. Tra queste anche la Eni Trading & Shipping, controllata della multinazionale petrolifera statale. I reati ipotizzati a vario titolo sono l'associazione per delinquere, l'induzione a rendere false dichiarazioni, la truffa, la frode in commercio, la ricettazione e altri. Nell'elenco degli indagati figurano volti ormai noti negli ultimi, travagliati, anni della società del Cane a sei zampe, a partire dall'ex dirigente Vincenzo Armanna per passare all'ex avvocato esterno Piero Amara – un uomo al centro di molte trame misteriose tra le quali la presunta Loggia Ungheria – e poi l'ex capo del legale Massimo Mantovani o l'ex numero due della società Antonio Vella quando era amministratore delegato Paolo Scaroni. Mancano due nomi importanti di questa vicenda, ovvero l'attuale a.d. Claudio Descalzi e il suo vice Claudio Granata, che erano stati indagati ma non sono presenti in questo atto di chiusura indagini. 

 Monica Serra per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. Dopo oltre quattro anni di inchiesta e il durissimo scontro che si è consumato in procura, anche i magistrati milanesi lo hanno confermato: l'ex legale esterno di Eni Piero Amara è un «calunniatore». Mentendo avrebbe condizionato indagini e processi non per conto, ma ai danni dell'amministratore delegato del Cane a sei zampe Claudio Descalzi. Tant' è che la posizione di Descalzi, che inizialmente figurava tra gli indagati, è stata stralciata dai pm e sembrerebbe destinata all'archiviazione. È tutto messo nero su bianco nell'avviso di conclusione delle indagini sul cosiddetto falso complotto Eni. Un'inchiesta lunga e intricata nel corso della quale Amara ha parlato della presunta «Loggia Ungheria», dando il via ai contrasti sfociati nelle indagini su quattro magistrati milanesi a Brescia (mentre per il procuratore in pensione Francesco Greco è stata chiesta l'archiviazione). Tra loro il pm Paolo Storari, inizialmente titolare delle indagini sul complotto con l'aggiunta Laura Pedio e convinto, già un anno e mezzo fa, della necessità di arrestare Amara e l'ex dirigente Eni Vincenzo Armanna per calunnia. La sua linea, che all'epoca non persuase i vertici della procura, è stata di fatto adottata dai nuovi titolari dell'inchiesta: i pm Stefano Civardi e Monia Di Marco, che ieri hanno firmato il provvedimento con Pedio. Sono diciassette in tutto gli indagati. Tra loro figurano, oltre ad Amara e Armanna, l'ex presidente di Eni Trading e Shipping (Ets) ed ex capo dell'ufficio legale, Massimo Mantovani e il dirigente del Cane sei zampe, Antonio Vella. Sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla calunnia, diffamazione, intralcio alla giustizia, induzione a non rendere dichiarazioni o a mentire all'autorità giudiziaria, false dichiarazioni al pm, favoreggiamento e corruzione tra privati. Il loro obiettivo, secondo le indagini condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, era quello di «inquinare lo svolgimento dei procedimenti in corso contro Eni a Milano»; screditare attraverso «esposti anonimi» anche davanti alle procure di Trani e Siracusa, i consiglieri indipendenti Luigi Zingales e Karina Litvack facendoli estromettere dal cda della società e dando il via alle indagini sul finto complotto; «strumentalizzare» gli organi di stampa. Vella e Mantovani, per l'accusa, «finanziavano» Amara e Armanna tramite le società del gruppo Napag (indagate e in cui Amara aveva forti interessi) e tramite la Fenog Nigeria Ltd. Nelle tasche del primo sarebbero finiti almeno due milioni di euro, più di sei milioni e mezzo al secondo. I due, in cambio, avrebbero detto il falso raccontando «che Granata, su incarico di Descalzi, avrebbe promesso ad Armanna la riassunzione in Eni e 1,5 milioni di euro all'anno affinché» l'ex manager «attenuasse le dichiarazioni accusatorie rese nei confronti dell'ad Descalzi». Dall'atto spunta anche un'altra presunta calunnia di Armanna nei confronti di Descalzi e altri basata su una denuncia che l'ex manager depositò a Roma nel 2020, inventando interventi «sulla mia persona» e presunte false minacce per «farmi desistere dal deporre».

Eni, falso complotto: Descalzi scagionato. Fu Amara a cercare di incastrarlo. Affari Italiani, Sabato, 11 dicembre 2021. Si sgretola il presunto complotto. "Amara riferì falsità pur sapendo dell'innocenza di Descalzi". La Procura di Milano ha chiuso le indagini sul presunto complotto finalizzato a "inquinare procedimenti in corso davanti all'autorità giudiziaria milanese nei confronti di Eni e di suoi dirigenti ed apicali", in particolare quello sulle presunte tangenti pagate per la licenza del giacimento Opl-245 in Nigeria. L'atto che chiude l'inchiesta è stato notificato a 17 persone fisiche e giuridiche. Tra queste non c'è l'ad di Eni Claudio Descalzi, che era indagato, la cui posizione dunque verrà stralciata in vista dell'archiviazione.  Come scrive Repubblica, si sarebbe trattato dunque di "un piano ordito dall’avvocato Piero Amara e dall’ex manager di Eni Vincenzo Armanna, il grande accusatore del “Cane a sei zampe” nel processo Eni-Nigeria (conclusosi con le assoluzioni di tutti gli imputati), contro l’ad di Eni Claudio Descalzi e il manager Claudio Granata, per sostenere che i vertici di Eni avrebbero promesso allo stesso Armanna varie utilità per ritrattare le sue accuse".  L'ad di Eni Claudio Descalzi e il capo del personale Claudio Granata, anche lui verso l'archiviazione perché non figura nell'avviso di chiusura, sarebbero stati vittime di calunnia da parte dell'avvocato Pietro Amara e dell'ex manager del gruppo, Vincenzo Armanna. I due avrebbero riferito falsità sul loro conto "pur sapendoli innocenti" nell'ambito di alcuni interrogatori tra il luglio e il dicembre del 2019. Nell'atto che precede, di solito, la richiesta di processo, sono presenti tra le persone fisiche, oltre ad Amara e Armanna, anche Massimo Mantovani nelle vesti di presidente del cda di Eni Trading & Shipping spa, controllata di Eni, e questa stessa società' che è indagata per la violazione della legge 231 del 2001 sulla responsabilità' per i reati commessi dai propri dipendenti. Indagini chiuse anche per Michele Bianco e Vincenzo La Rocca, dirigenti dell'ufficio legale dell'Eni che avrebbero "contribuito a inquinare lo svolgimento dei processi Eni" e a "screditare i consiglieri indipendenti di Eni Luigi Zingales e Karina Litvak". 

Eni, l’inchiesta sui processi depistatiI pm: «L’ad Descalzi fu calunniato». Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 10 dicembre 2021. Dall’estate 2014 al dicembre 2019 un depistaggio giudiziario ha inquinato i processi milanesi a Eni per corruzione internazionale, poi conclusisi con assoluzioni, ma a commissionarlo all’ex dirigente Eni Vincenzo Armanna e all’ex avvocato esterno dei processi ambientali Eni Piero Amara non è stata — tira ora le somme la Procura di Milano dopo 4 anni di travagliate indagini — l’indagata società Eni spa, e tantomeno è stato il suo pure indagato amministratore delegato Claudio Descalzi, il quale anzi è stato calunniato da Armanna e Amara al pari del capo del personale Eni Claudio Granata. Invece questo complotto è stato ordito per i pm da Amara e Armanna nell’interesse di una associazione a delinquere dentro il colosso energetico: quella formata dal tandem con l’indagato ex capo affari legali Eni 2005-2016 Massimo Mantovani (poi a.d. Gas&Power fino a essere licenziato nel 2018 da Eni), e dall’ex n.2 Eni Antonio Vella, dal 2014 a capo degli idrocarburi fin quando nel 2020 (dopo milionaria buonuscita) è passato consulente dei russi di Lukoil.

A far cambiare idea al procuratore aggiunto Laura Pedio — di recente affiancata dai pm Stefano Civardi e Monia Di Marco da quando è indagata dai pm di Brescia proprio nell’ipotesi che non abbia tempestivamente incriminato Armanna per calunnia di Descalzi in forza degli elementi segnalati a cavallo del 2020/2021 dal collega pm Paolo Storari a lei, al procuratore Francesco Greco e all’altro vice Fabio De Pasquale — è stato decisivo l’esito due mesi fa della consulenza informatica del perito dei pm, Maurizio Bedarida, sulla falsificazione di tre chat nel cellulare di Armanna: quelle che Armanna asseriva d’aver intrattenuto nel 2015 con Descalzi e Granata, a riprova che fossero stati loro a indurlo a ridimensionare le proprie accuse di tangenti in Nigeria, in cambio della promessa di rientro in Eni o di «ritorni» economici triangolati da due società (la Napag dell’imprenditore Francesco Mazzagatti e la nigeriana Fenog) vicine ad Amara-Armanna e beneficiarie di commesse della londinese Eni Trading&Shipping, presieduta da Mantovani e poi liquidata da Eni durante l’inchiesta. Una girandola di ritrattazioni che nel processo Eni-Nigeria non aveva impedito al pm De Pasquale di ancora molto valorizzare il peso di Amara coimputato-accusatore di Descalzi: sino a proporre al Tribunale l’equazione per la quale «il tentativo di inquinare il processo ad opera di Descalzi» fosse «indice di reità» del n.1 Eni, perciò candidato dalla requisitoria a 8 anni di condanna per tangenti, e intanto indagato appunto per intralcio alla giustizia.

La Procura arriva quindi a ricalcare ora la medesima lettura per la quale il pm Storari un anno fa proponeva l’arresto di Amara e Armanna ai colleghi, i quali invece all’epoca valutavano non risolutivi o inutilizzabili quelle stesse prove dalle quali Storari traeva già in via logica la calunniosità del tandem e del sodale Giuseppe Calafiore, a cominciare dalle false chat.

Ora i pm, oltre ad avviarsi a chiedere al gip di archiviare Eni-Descalzi-Granata e di processare invece per calunnia Amara-Armanna, contestano ai due ex big della multinazionale Vella e Mantovani, nonché a due legali interni Eni (Michele Bianco e Vincenzo Larocca), di essersi associati con Armanna e Amara («finanziati con 6,6 e 1,9 milioni») per inquinare i processi milanesi cercando di suscitarne «cloni» controllabili nelle Procure di Trani e Siracusa con romanzesche denunce di un «complotto anti-Descalzi»: false denunce indirizzate ai compiacenti pm poi arrestati Carlo Maria Capristo a Trani e Giancarlo Longo a Siracusa, e accreditate «strumentalizzando alcuni organi di stampa» (specie un quotidiano e una trasmissione tv) «al fine di dare risalto mediatico alle false accuse». Sempre questa sorta di macchina del fango intra-aziendale avrebbe operato per diffamare e estromettere i consiglieri indipendenti Eni Luigi Zingales e Karina Litvack, o far accusare da anonimi l’ex dirigente Pietro Varone di aver reso false dichiarazioni nel processo Eni-Algeria su Vella e l’ex a.d. Paolo Scaroni.

LA PROCURA DI MILANO CHIUDE LE INDAGINI SUL FALSO COMPLOTTO ENI-NIGERIA ARCHITETTATO DA AMARA ED ARMANNA. Il Corriere del Giorno l'11 Dicembre 2021. L’ inchiesta era iniziata nel 2017 con un fascicolo finito al centro dello scontro tra pm milanesi, che ha dato origine a un filone a Brescia. Non compaiono tra gli indagati Claudio Descalzi e Claudio Granata, rispettivamente ad e capo del personale Eni. Sono 12 le persone fisiche ufficialmente indagate insieme a 5 persone giuridiche (cioè società) in applicazione della legge 231 del 2001. Tra le società compare la Eni Trading & Shipping, una controllata della multinazionale petrolifera statale, e quelle del gruppo Napag . La Procura di Milano ha quindi chiuso ufficialmente le indagini sul cosiddetto «complotto» organizzato per cercare di depistare le indagini dei magistrati milanesi collegate alle presunte tangenti che l’Eni e la Shell avrebbero versato in Algeria e Nigeria. I reati ipotizzati a vario titolo sono l’associazione per delinquere, l’induzione a rendere false dichiarazioni, la truffa, la frode in commercio, la ricettazione e altri. 

Nell’elenco degli indagati compaiono nomi ormai noti negli ultimi anni della società petrolifera statale, a partire dall’ex dirigente Vincenzo Armanna per arrivare all’ex avvocato esterno Piero Amara faccendiere al centro di molte trame che sanno più di fantasie che di mistero misteriose tra le quali la fantomatica Loggia Ungheria, coinvolgendo capo ufficio legale del gruppo (poi licenziato) Massimo Mantovani ed Antonio Vella ex numero due della società quando Paolo Scaroni era l’ amministratore delegato, l’avvocato Michele Bianco e Vincenzo Larocca, “quali dirigenti dell’Ufficio legale dell’Eni”, e poi ancora, tra gli altri Giuseppe Calafiore, socio-collaboratore di Amara.

Come risulta dall’imputazione di associazione per delinquere, Amara, Armanna, Mantovani, Larocca, Bianco e Vella, si sarebbero associati per “commettere più delitti di calunnia, diffamazione, intralcio alla giustizia” e anche di “corruzione tra privati”. Tutto ciò per “inquinare lo svolgimento – scrivono i pm – dei procedimenti in corso avanti all’Autorità giudiziaria milanese nei confronti di Eni spa e di suoi dirigenti ed apicali per fatti di corruzione internazionale relativi ad attività economiche in Algeria e Nigeria”. Nello specifico, avrebbero anche puntato a screditare con le loro ‘manovre’ gli allora “consiglieri indipendenti di Eni Zingales Luigi e Litvack Karina”. E tutto ciò anche attraverso le ormai note denunce anonime su un complotto inesistente contro l’ad Claudio Descalzi presentate alle procure di Trani e Siracusa. 

Nel 2019 Amara, Armanna e Calafiore avrebbero detto il falso raccontando “che Granata, su incarico di Descalzi, avrebbe promesso ad Armanna la riassunzione in Eni” e somme per 1,5 milioni all’anno “attraverso la società nigeriana Fenog, affinché l’ex manager “attenuasse le dichiarazioni accusatorie rese nei confronti dell’ad”. Dall’atto spunta un’altra presunta calunnia di Armanna nei confronti di Descalzi e altri basata su una denuncia che l’ex manager depositò a Roma nel 2020, dove parlava di interventi “sulla mia persona” e presunte false minacce per “farmi desistere dal deporre”.

Nell’elenco dell’ avviso di chiusura dell’inchiesta, che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, firmato dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dai pm Stefano Civardi e Monia Di Marco che sono entrati nell’indagine solo pochi mesi fa, non compaiono due nomi illustri di questa inchiesta, cioè l’attuale amministratore delegato dell’ ENI Claudio Descalzi ed il capo del personale Claudio Granata, che inizialmente erano stati indagati ma in questo avviso di chiusura delle indagini non sono presenti. Descalzi e Granata, le cui posizioni sono state stralciate in vista di una richiesta di archiviazione, sono “persone offese” in un’imputazione di calunnia contestata all’avvocato Piero Amara e all’ex manager del gruppo Vincenzo Armanna, grande accusatore dei vertici dell’ ENI nel processo sul caso nigeriano conclusosi con 15 assoluzioni, come emerge dall’avviso di chiusura dell’inchiesta sul "falso complotto". 

Imputazione che segue la linea che aveva intrapreso il pm Paolo Storari, ex titolare del fascicolo che voleva arrestare Amara e Armanna e che abbandonò il fascicolo l’indagine a seguito dello scontro avuto con i vertici della Procura milanese, che ha originato le indagini della Procura di Brescia, competente sugli uffici giudiziari milanesi. L’aggiunto Laura Pedio è indagata a Brescia anche per le modalità con cui avrebbe gestito le loro posizioni. Storari, ha messo a verbale a Brescia che quei due non potevano essere toccati perché “erano utili” per il processo sul caso Nigeria. 

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 10 novembre 2021. Questo invito è personale, come la responsabilità penale. La Signoria Vostra, procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, è invitata alla mostra «Giorgio Strehler alla Scala» (dal 5 novembre 2021 al 5 gennaio 2022) presso l'omonimo museo nell'omonima Piazza, laddove l'omonimo procuratore potrà rammentare quando inquisì l'omonimo regista per truffa alla comunità europea, e chiese il massimo della pena. Era l'autunno del 1992 e fu uno scandalo internazionale: Strehler annunciò che si sarebbe «dimesso da italiano» prima di trasferirsi a Lugano, e disse che sarebbe rientrato solo da innocente. La Signoria Vostra, nella requisitoria, adottò toni durissimi e per filmare la sentenza mandarono le telecamere sin da Vienna, ove Giorgio Strehler aveva appena messo in scena Pirandello. Il Maestro del teatro italiano, in data 10 marzo 1995, fu assolto con formula piena «perché il fatto non sussiste» e dunque rientrò in Italia: ma morì meno di due anni dopo durante le prove del «Così fan tutte», sua prima regia al rinnovato Piccolo Teatro ch' egli non avrebbe mai inaugurato. La Signoria Vostra, già allora, non partecipò ai funerali ai quali accorsero in migliaia tra cittadini e autorità: Ella presenzi almeno alla citata mostra, se non è troppo impegnato a farsi inquisire e a fronteggiare la nemesi storica. Da martedì a domenica, dalle 10 alle 18, interi 9 euro. I magistrati pagano. Per una volta.  

Luca Fazzo per “il Giornale” il 10 novembre 2021. Alcune informazioni contenute nel telefono, non inerenti al procedimento in corso, qualora divulgate a terzi potrebbero essere fonte di gravi danni alla mia professione e all'azienda per cui lavoro che in molti paesi è concorrente dell'Eni»: firmato Vincenzo Armanna. Sono le 10,41 del 29 settembre scorso quando al giudice milanese Anna Magelli arriva la lunga mail dell'avvocato siciliano divenuto, insieme al collega Piero Amara, uno dei principali testimoni d'accusa del processo Eni-Nigeria: un testimone, si è scoperto nel frattempo, specializzato in falsi e calunnie, definito dalla Procura generale un «avvelenatore di pozzi». Il telefono di Armanna, sequestratogli dal pm Paolo Storari, è stato finalmente aperto dalla Guardia di finanza. Dentro c'era la falsa chat con l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, costruita da Armanna per cercare di incastrare i vertici dell'azienda di Stato. Ma c'era anche molto altro, anni di affari pubblici e privati dell'avvocato-faccendiere. Con la sua mail al giudice Magelli, Armanna il 29 settembre cerca di scongiurare il pericolo « che l'intero contenuto del suo telefono venga consegnato in copia ai legali di Eni, che ne hanno fatto richiesta formale. Armanna spiega al giudice che dentro ci sono le sue vicende private, «chat e mail relative a tensioni squisitamente personali della mia famiglia», «analisi mediche», «informazioni sulle mie abitudini». E all'ultimo punto aggiunge il dettaglio cruciale, la necessità di tutelare la sua attività professionale per una azienda «che in molti paesi è concorrente di Eni». È questo il passaggio che ha fatto suonare un campanello d'allarme negli uffici legali del cane a sei zampe. Perché, senza entrare nei dettagli, Armanna rivela di lavorare per un concorrente del gruppo. Un'azienda straniera, visto che in Italia il colosso pubblico non ha sostanzialmente rivali. Scoprire che uno dei principali accusatori dei suoi vertici lavora per la concorrenza ha rinfocolato i dubbi di Eni intorno a una domanda per ora senza risposta: chi ha ispirato il falso «pentimento» di Armanna e Amara, due professionisti legati per anni al gruppo e divenuti improvvisamente i testimoni chiave della Procura della Repubblica? Ora che anche i pm milanesi paiono avere preso le distanze dai due, tanto da avere chiesto nei giorni scorsi il loro rinvio a giudizio per calunnia, gli interrogativi sui mandanti dell'operazione diventano cruciali. Anche perché Armanna non è l'unico tra gli ex di Eni a essere passato alla concorrenza: c'è anche Antonio Vella, ex numero due di Eni, uscito malvolentieri dal gruppo alla fine del 2019, processato e poi assolto per le presunte tangenti in Algeria. Nel suo interrogatorio del mese scorso davanti al Procuratore di Milano, Amara indica in Vella uno dei suoi interlocutori privilegiati dentro Eni. E dov' è oggi Vella? Guida i servizi logistici di Lukoil, il colosso energetico russo. Ce n'è abbastanza, come si vede, per ipotizzare che «manine» straniere abbiano ispirato o almeno usato ai propri fini le accuse e i processi contro Eni. Sarebbe interessante capire se nel telefono di Armanna ci siano risposte a questi interrogativi. Ma il giudice Magelli, dopo avere ricevuto la mail di Armanna e il parere negativo anche della Procura della Repubblica, ha rifiutato di consegnare a Eni il contenuto integrale dell'apparecchio. E ci sono altri telefoni di cui non si conosce il contenuto: i quattro apparecchi sequestrati al poliziotto nigeriano chiamato «Victor» dopo il suo interrogatorio nell'aula del processo: e di cui non si sa che fine abbiano fatto. 

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" l'8 novembre 2021. Sono un clamoroso falso fabbricato a tavolino da Vincenzo Armanna - accerta ora la perizia informatica sul suo telefonino disposta a luglio dal procuratore aggiunto Laura Pedio nell'indagine sui variegati depistaggi Eni dei processi milanesi sul colosso energetico - i messaggi Whatsapp che l'indagato ex manager Eni (immancabilmente «raddoppiato» dalle conferme dell'ex avvocato esterno Eni nei processi ambientali Piero Amara) mostrava sul proprio telefonino e sosteneva di aver scambiato nel 2013 con il direttore generale e oggi amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, e con il capo del personale Claudio Granata, a riscontro del ruolo che gli attribuiva. E cioè a riprova del fatto che fossero stati proprio Descalzi e Granata a indurre Armanna, in cambio della promessa di riassunzione in Eni e della prospettiva di cospicui guadagni veicolati tramite la società nigeriana Fenog, a ritrattare o attenuare le proprie iniziali accuse di corruzione internazionale Eni in Nigeria nel 2011, a lungo valorizzate dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ai fini della richiesta di condanna a 8 anni di Descalzi, poi invece assolto lo scorso 17 marzo dal Tribunale assieme a tutti gli altri coimputati (tra cui lo stesso Armanna) «perché il fatto non sussiste». Questa storia delle chat con dirigenti Eni, evocate da Armanna sia nei tanti interrogatori resi negli ultimi due anni sia a trasmissioni tv e giornali, ha una accelerazione il 2 novembre 2020 quando un giornalista del Fatto Quotidiano , a seguito dell'intervista che il 30 ottobre Armanna ora si intuisce avesse scelto come strumento per introdurre di sponda nel circuito giudiziario le chat con Descalzi e Granata, consegna alla Procura gli screenshot delle chat, dategli da Armanna in precedenti colloqui e filmate dal giornalista per documentare che stessero davvero sul telefonino di Armanna. Tre giorni dopo il pm Paolo Storari (coassegnatario di Pedio) si fa consegnare da Armanna il telefonino, che negli anni non era mai stato sequestrato dalla Procura e di cui nel luglio 2021 il 100% dei contenuti e dei metadati è stato acquisito con un software di una società israeliana a Monaco di Baviera, e affidato poi per lo studio al consulente Maurizio Bedarida. Non aveva dunque torto il pm Storari quando all'inizio del 2021 aveva ipotizzato ai colleghi anche la falsità di queste chat tra sei possibili indizi di calunniosità di Armanna (a suo avviso da arrestare con Amara), elementi che invitava i colleghi a depositare per correttezza ai giudici del processo Eni-Nigeria: inascoltato dai pm De Pasquale e Spadaro, i quali con Pedio sono indagati a Brescia per l'ipotesi di rifiuto o omissione d'atto d'ufficio. Quella falsità Storari curiosamente deduceva, a prescindere da complesse perizie come l'attuale, già dalla banale verifica che i numeri di telefono, ascritti a Descalzi e Granata negli apparenti messaggi con Armanna, nemmeno fossero attivi nel 2013, risultando utenze «in pancia» a Vodafone che non potevano produrre traffico. Argomento al quale però il procuratore Francesco Greco e Pedio avevano obiettato a Storari che in teoria potessero essere stati indefiniti servizi segreti (affini all'universo Eni) a far così sembrare negli archivi di Vodafone. Con l'esito-choc della consulenza informatica viene dunque meno quello che doveva essere il principale riscontro documentale alle dichiarazioni del tandem Armanna-Amara su Descalzi e Granata, indagati da tempo per le ipotesi di associazione a delinquere finalizzata al depistaggio giudiziario. Ora Pedio, e i due colleghi (Stefano Civardi e Monia Di Marco) affiancatile da Greco, dovranno valutare se altri elementi sinora segreti consentano lo stesso di chiedere il rinvio a giudizio di Descalzi e Granata, o inducano a chiederne l'archiviazione.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 9 novembre 2021. Quindici procuratori dai quattro angoli del mondo, dalla Francia al Brasile, dagli Stati Uniti alla Germania, scrivono all'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) della loro preoccupazione per l'attacco di cui ritengono vittima la procura di Milano, e chiedono se non se ne deduca un infiacchimento della lotta alla corruzione in Italia. In particolare li allarma che a Brescia siano indagati due rilevanti pm milanesi, poiché nell'ultimo processo all'Eni, secondo il giudice, trascurarono di depositare degli atti straordinariamente favorevoli agli imputati. La combinazione vuole che nelle stesse ore esca un'altra notizia, sempre a proposito dello stesso processo Eni: alcune chat portate come prova da un testimone dell'accusa erano dei falsi di stampo cinese, provenivano da numeri nemmeno attivi. Un collega dei due pm in questione segnalò l'anomalia, ma i due pm di nuovo trascurarono. Sarà una bizza da garantisti ma, se penso allo stato della giustizia, a me fa un pochino più impressione mettermi nei panni degli imputati Eni, fra tanta trascuratezza, diciamo così, che mettermi in quelli dei pm, a cui comunque auguro di uscire prosciolti. Sull'infiacchimento della lotta alla corruzione non saprei, posso riportare qualche numero tratto dagli ultimi disponibili al ministero: nel 2016 di 117 processi di primo grado per concussione, il 32 per cento si è chiuso con sole condanne, il 22 per cento con condanne e assoluzioni, il 31 per cento con sole assoluzioni e il 15 per cento con processo sfumato per motivi diversi. È un vero peccato che la lotta sia vigorosa, ma si infiacchisca da sé quando arriva la sentenza.

(ANSA il 23 novembre 2021) - Il procuratore di Brescia, Francesco Prete, e il pm Donato Greco hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e del pm milanese Paolo Storari, indagati per rivelazione del segreto d'ufficio in merito alla vicenda dei verbali di Piero Amara sulla presunta Loggia Ungheria. Fissati per settimana prossima in sede di chiusura indagini gli interrogatori del procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e del pm ora alla procura europea Sergio Spadaro, indagati per rifiuto d'atti d'ufficio per la gestione di Vincenzo Armanna, 'accusatore' nel processo per il caso Nigeria. Sarà un gup di Brescia, dopo la richiesta di rinvio a giudizio depositata stamani, a dover decidere se mandare a processo Davigo e Storari. Il pm milanese consegnò i verbali dell'ex legale esterno di Eni, resi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, a Davigo nell'aprile 2020 per autotutelarsi, a suo dire, dall'inerzia dei vertici della Procura "nell'avvio" delle indagini su quelle dichiarazioni. Davigo, come si legge nell'imputazione, avrebbe ricevuto "una proposta di incontro" da parte di Storari, "rassicurandolo di essere autorizzato a ricevere copia" dei verbali e dicendogli che "il segreto investigativo su di essi non era a lui opponibile in quanto componente del Csm". Sarebbe così entrato "in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo". E lo avrebbe fatto al di fuori di una "procedura formale", mentre Storari avrebbe dovuto "investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell'indagine". L'allora componente del Csm avrebbe svelato, poi, il contenuto di quelle carte ad alcune persone, tra cui colleghi del Csm. Le avrebbe date anche al vicepresidente David Ermini che "ritenendo irricevibili quegli atti" immediatamente "distruggeva" la "documentazione". Negli altri filoni dell'inchiesta bresciana, scaturita dal caso 'verbali Amara' e dalle denunce di Storari sulla gestione dei procedimenti Eni, la Procura ha chiesto l'archiviazione per l'ormai ex procuratore di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d'ufficio per i ritardi sulle indagini su Amara. La prossima settimana, dopo la chiusura indagini e su loro richiesta, i pm interrogheranno De Pasquale e Spadaro, accusati di non aver depositato prove favorevoli, trovate da Storari, agli imputati del processo Eni-Shell/Nigeria. Ancora aperto, infine, il filone nel quale il procuratore aggiunto Laura Pedio è accusata di omissione di atti d'ufficio per le tardive iscrizioni su 'Ungheria' e per la gestione dell'ex manager dell'Eni Armanna. 

La richiesta firmata dai magistrati di Brescia. Loggia Ungheria, chiesto il processo per Davigo e Storari: “Rivelazione del segreto d’ufficio sui verbali di Amara”. Redazione su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Il terremoto nella Procura di Milano continua. Francesco Prete e Donato Greco, rispettivamente procuratore e pm a Brescia, hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e per il pm di Milano Paolo Storari: i due sono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda dei verbali secretati dell’avvocato Piero Amara, che aveva svelato l’esistenza della presunta Loggia Ungheria. Il fascicolo arriverà quindi davanti a un giudice di Brescia che fisserà l’udienza preliminare, col Gup che deciderà sull’eventuale processo per Storari e Davigo. Sono invece fissati per la prossima settimana, entro il primo dicembre, gli interrogatori del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, entrambi indagati per rifiuto in atti d’ufficio per il caso Eni-Nigeria. Entrambi i magistrati hanno chiesto di essere ascoltati dai pm di Brescia prima della conclusione delle indagini. Negli altri filoni dell’inchiesta bresciana, scaturita dal caso ‘verbali Amara’ e dalle denunce di Storari sulla gestione dei procedimenti Eni, la Procura ha chiesto l’archiviazione per l’ormai ex procuratore di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d’ufficio per i ritardi sulle indagini su Amara.

LE ACCUSE A STORARI E DAVIGO – Secondo la tesi della procura di Brescia il pm Paolo Storari consegnò i verbali resi tra dicembre e gennaio 2020 di Amara, ex legale esterno di Eni, a Davigo. Un passaggio che sarebbe avvenuto nell’aprile 2020 per “autotutelarsi” da quella che Storari riteneva l’inerzia dei vertici della Procura di Milano nell’avviare indagini sulle dichiarazioni di Amara. Davigo, all’epoca consigliere del Csm, avrebbe ricevuto “una proposta di incontro” da parte di Storari, “rassicurandolo di essere autorizzato a ricevere copia” dei verbali e dicendogli che “il segreto investigativo su di essi non era a lui opponibile in quanto componente del Csm”, si legge nell’imputazione riportata dall’Ansa. Secondo l’accusa quindi Davigo sarebbe entrato “in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo”, fuori da una “procedura formale”, mentre secondo i magistrati bresciani Storari avrebbe dovuto “investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine”. Sempre Davigo avrebbe svelato il contenuto delle carte passategli da Storari ad altri colleghi del Csm, tra cui anche il vicepresidente David Ermini che “ritenendo irricevibili quegli atti” immediatamente “distruggeva” la “documentazione”.

LA DIFESA DI STORARI – Richiesta di rinvio a giudizio che non preoccupata l’avvocato Paolo Della Sala, legale del pm di Milano Paolo Storari. “Siamo assolutamente sereni riguardo alla nostra posizione che porteremo davanti al giudice dell’udienza preliminare, confidando che la totale innocenza venga dimostrata nelle varie sedi giurisdizionali“, ha commentato all’Ansa.

«Processate Davigo!». La richiesta dei magistrati di Brescia. Per la procura di Brescia, i due avrebbero violato il segreto d’ufficio. Previsti la prossima settimana gli interrogatori dei pm De Pasquale e Spadaro, indagati per rifiuto d’atti d’ufficio. Simona Musco  su Il Dubbio il 24 novembre 2021. Il procuratore di Brescia, Francesco Prete, e il pm Donato Greco hanno chiesto il rinvio a giudizio dell’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e del pm milanese Paolo Storari, indagati per rivelazione del segreto d’ufficio per aver fatto circolare i verbali secretati di Piero Amara sulla presunta “Loggia Ungheria”.

I verbali di Amara visti da Storari e Davigo

La vicenda è l’ormai nota “consegna” dei verbali di Amara a Davigo: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegnò quei documenti al consigliere del Csm, convinto di un voluto lassismo da parte del procuratore Francesco Greco e dell’aggiunta Laura Pedio nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Per l’ex pm di Mani Pulite, tutto sarebbe avvenuto nel rispetto della legge: è stato lui, infatti, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura, richiamandosi ad alcune circolari del Csm stando alle quali «il segreto investigativo non è opponibile al Csm». Per la procura di Brescia, però, le due circolari non sono applicabili al caso specifico: esse non fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. Storari, dunque, avrebbe agito «in assenza di una ragione d’ufficio che autorizzasse il disvelamento del contenuto di atti coperti dal segreto investigativo e senza investire i competenti organi istituzionali deputati alla vigilanza sull’attività degli uffici giudiziari».

Il commento dell’avvocato Paolo Della Sala

«Ho saputo dai giornali della richiesta di rinvio a giudizio – ha dichiarato al Dubbio Paolo Della Sala, legale di Storari -. Noi riteniamo di avere degli argomenti molto solidi e li presenteremo davanti al giudice con grande fiducia, nel pieno rispetto delle scelte della procura. Quello che va chiarito è che ciò che viene contestato al dottor Storari è la violazione di un iter procedimentale che formalmente non è stato rispettato e che si ritiene andasse seguito, ma in nessun modo, da nessuna parte, è in gioco la correttezza del suo operato da magistrato».

Le presunte condotte illecite di Davigo

Davigo, dal canto suo, avrebbe violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» abusando «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Amara. E non si limitò a ricevere i verbali, ma ne «rivelava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra, con lo scopo «di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita», che in realtà è precedente alla vicenda Amara.

I consiglieri del Csm che avrebbero saputo dei verbali di Amara

L’ex pm ne avrebbe parlato anche ad un’altra consigliera, Ilaria Pepe, per «suggerirle “di prendere le distanze”» da Ardita, invitandola a leggerli. A vederli sarebbe stato anche il consigliere Giuseppe Cascini, al quale Davigo ha chiesto «un giudizio sull’attendibilità» di Amara, mentre ai consiglieri Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna avrebbe riferito di una «indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che “in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita”». Ma non solo: quei verbali furono consegnati anche al vicepresidente David Ermini, che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva» la «documentazione», pur riferendo il fatto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Morra informato da Davigo

Ad essere informati furono anche Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei «contrasti insorti tra lui» e Ardita, e le due segretarie di Davigo, Marcella Contrafatto – che secondo la procura di Roma avrebbe spedito anonimamente quei verbali al consigliere del Csm Nino Di Matteo e alla stampa – e Giulia Befera.

C’è anche il caso Eni-Nigeria

La procura di Brescia indaga però anche su altri componenti dell’ufficio di procura: dopo aver chiesto l’archiviazione dell’ormai ex procuratore Greco, accusato di omissione di atti d’ufficio per aver ritardato le iscrizioni dei primi nomi a seguito del racconto di Amara, continuano le indagini su Pedio, indagata per lo stesso reato e per la gestione dell’ex manager Eni Vincenzo Armanna, presunto calunniatore, secondo quanto segnalato da Storari a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, i due pm che hanno rappresentato l’accusa al processo Eni-Nigeria.

Segnalazione che trova un riscontro almeno nel caso delle chat che Armanna ha dichiarato di aver scambiato con l’ad di Eni, Claudio Descalzi, e il capo del personale, Claudio Granata, per dimostrare come gli stessi gli avrebbero chiesto di ritrattare o attenuare le accuse di corruzione nel caso Opl245 in cambio della riassunzione. Secondo la perizia informatica richiesta da Pedio, infatti, quelle chat sarebbero un falso clamoroso.

Dal canto loro, De Pasquale e Spadaro verranno interrogati la prossima settimana, a seguito dell’avviso di conclusione delle indagini per «rifiuto d’atti d’ufficio»: secondo la procura di Brescia, i due pm avrebbero tenuto le difese degli imputati del processo Eni-Nigeria all’oscuro delle prove potenzialmente favorevoli segnalate da Storari, depositando comunque le chat false e omettendo la circostanza del presunto pagamento di un testimone da parte di Armanna.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2021. «Se io ho commesso il delitto di rivelazione di segreto d'ufficio - si difende l'ex consigliere Csm Piercamillo Davigo nel suo interrogatorio -, allora loro (cioè i vertici del Csm e della Procura generale di Cassazione, ndr ) avrebbero dovuto denunciarmi», visto che «l'omessa denuncia di reato da parte di un pubblico ufficiale è reato», e dunque «dovrebbero essere incriminati per omissione d'atti d'ufficio», ma «a nessuno di loro venne in mente di doverlo fare perché nessuno di loro pensò che il mio fosse un reato». Ma la linea difensiva dell'ex pm di Mani Pulite non convince la Procura di Brescia, che chiede al gip di processarlo con il pm milanese Paolo Storari per «rivelazione di segreto». Cioè per aver, nella primavera 2020, fatto circolare tra quei «loro» (il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura David Ermini, il pg della Cassazione Giovanni Salvi, cinque consiglieri Csm e il presidente allora 5 Stelle della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra) i verbali segreti resi, tra fine dicembre 2019 e metà gennaio 2020, dall'ex avvocato esterno Eni Piero Amara su una associazione segreta denominata «loggia Ungheria» e condizionante alte burocrazie. La consegna di questi files word da Storari a Davigo, invece, per il procuratore bresciano Francesco Prete e il pm Donato Greco non può essere scriminata né dal fatto che fosse stato Davigo a rassicurare Storari sulla liceità della consegna e sulla non opponibilità del segreto investigativo a un consigliere Csm; né dal movente di Storari di lamentare i contrasti con il procuratore Francesco Greco e la coassegnataria vice Laura Pedio sui ritardi (a suo avviso) nell'avviare concrete indagini, per i quali Brescia ha chiesto l'archiviazione di Greco in attesa di valutazione del gip. Ermini ha deposto ai pm bresciani d'aver parlato con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di quanto rivelatogli da Davigo, dal quale ha confermato di aver anche ricevuto copia dei verbali di Amara, aggiungendo però di averli distrutti ritenendoli irricevibili. «Bravo... complimenti... - contrattacca Davigo nel proprio interrogatorio - Ermini evidentemente non è precisamente un cuor di leone: se io avessi commesso un reato, era la prova del reato, dovevi trasmetterla all'autorità giudiziaria, se no è favoreggiamento personale», e aggiunge la domanda retorica che altri invece gli ritorcono contro proprio per la sua condotta, e cioè «sono impazzito io o sono ancora queste le regole del gioco?». In dicembre chiederanno di essere interrogati a Brescia il procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, destinatari di un avviso di conclusione indagini per «rifiuto d'atti d'ufficio», nell'ipotesi abbiano tenuto il Tribunale del processo Eni-Nigeria all'oscuro di elementi potenzialmente favorevoli alle difese (benché segnalati da Storari ai due pm) sulla figura dell'ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, coimputato ma anche accusatore di Eni valorizzato da De Pasquale nel processo Eni-Nigeria e da Pedio (pure indagata per l'ipotesi di omissione d'atti d'ufficio) nell'inchiesta milanese tuttora in corso sui depistaggi giudiziari attribuiti a Eni.

Un magistrato non si processa mai...De Pasquale non va processato, lobby internazionale per difendere il Pm anti-Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Giù le mani da Fabio De Pasquale. Come si permette la Procura di Brescia di portarlo a giudizio come imputato, proprio lui che era riuscito a far condannare Craxi e Berlusconi e che ha messo in piedi la più grande inchiesta di corruzione internazionale contro Eni? Sorvolando sul fatto che quel processo il pm De Pasquale l’ha perso, scendono in campo a gamba tesa in suo favore 15 membri del gruppo “Corruption Hunters Network” -magistrati e investigatori- di cui lo stesso pm milanese fa parte. Suoi colleghi e amici, insomma. Agguerriti e informatissimi sull’Italia. Sembrano una corrente dell’Anm. C’è un americano, una francese, un tedesco, un brasiliano, una svizzera, in gran parte esponenti di Stati in cui la pubblica accusa dipende dal governo e che, in nome dell’esecutivo, lottano contro i fenomeni criminali. Cosa che non è consentita ai rappresentanti delle Procure italiane, la cui autonomia dal potere politico è difesa con le unghie e i denti dalle toghe di ogni ordine. E che oggi farebbero bene a insorgere contro questa intromissione nella loro indipendenza sacra e inviolabile. I quindici vestono i panni degli indignati. Ma fanno politica contro l’Italia. Contro l’autonomia e l’indipendenza della sua magistratura. Denunciano il nostro Paese, rivolgendosi all’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che nei prossimi mesi dovrebbe secondo loro dare una valutazione preoccupata sull’Italia. La tesi è la seguente: «La procura di Milano è ora sotto attacco per aver perseguito casi di corruzione internazionale», e si cita il solo caso Eni. Ma sotto attacco da parte di chi? I magistrati di Brescia che hanno aperto l’inchiesta su De Pasquale, si suppone. Ma si dovrebbe dire prima di tutto che sono altri investigatori, in totale autonomia, a indagare, non “la Procura di Milano”, ma singole persone, un aggiunto, Fabio De Pasquale appunto, e un sostituto, Sergio Spadaro. L’inchiesta aperta a Brescia sarebbe il frutto, sostengono i quindici, dell’iniziativa diretta della “corruzione”. Cioè il soggetto astratto indicherebbe gli uomini di potere, politico ed economico, che si starebbe vendicando del coraggioso magistrato che da anni è in prima linea nel combattere la corruzione. L’Ocse, secondo questi magistrati nominati in gran parte dai loro governi, dovrebbe accertare se il comportamento dell’Italia nei confronti della lotta alla corruzione è ancora limpido e deciso. «E stabilire cosa c’è dietro le accuse infondate che stanno per essere mosse a De Pasquale e Spadaro. Se, come temiamo, si tratta di un caso di contrattacco da parte della corruzione, dovrebbe chiarirlo nella sua valutazione». Dunque, ricapitolando: le ipotesi di omissione o rifiuto di atti di ufficio per cui i due pm sono indagati a Brescia, sono “infondate”, ma ci sarebbe un complotto ordito dagli ambienti della “corruzione” per mettere il bavaglio ai magistrati coraggiosi. E chi sarebbero coloro che vogliono far tacere De Pasquale e Spadaro? I dirigenti Eni usciti assolti dal processo su tangenti in Nigeria perché “il fatto non sussiste”? Il presidente Tremolada che insieme ai due colleghi ha emesso la sentenza? Il procuratore Prete di Brescia? È su di loro che dovrebbe indagare l’Ocse prima di dare una valutazione sull’Italia e la sua capacità di combattere la corruzione, nazionale e internazionale? La cosa strana è che, se i quindici colleghi di De Pasquale paiono ignorare le regole del sistema giudiziario italiano, sembrano invece informatissimi sul processo Eni. Le loro argomentazioni contro i fatti per cui i due pm milanesi sono indagati sembrano quasi dei motivi d’appello contro la sentenza con cui nel marzo scorso i dirigenti del colosso idrocarburi sono stati assolti nonostante le manchevolezze dei magistrati dell’accusa. Fabio De Pasquale nel proprio ricorso aveva sostenuto che la settima sezione del tribunale presieduta da Marco Tremolada aveva trattato il grave fatto di corruzione internazionale con cui Eni aveva cercato di ottenere le concessioni sul giacimento Opl-245, come “bagatelle”, con argomenti “veramente esili” e “illogici”. I suoi colleghi internazionali affondano il coltello su quelle che il tribunale aveva considerato gravi mancanze da parte di chi aveva sostenuto in aula l’accusa. Non aver messo a disposizione della difesa per esempio il video in cui l’ex manager Armanna preannuncia all’avvocato Amara e altre due persone le calunnie che si apprestava a riversare sui vertici Eni. Il video avrebbe dimostrato l’inattendibilità di un teste caro alla procura. Lo stesso De Pasquale, nel suo ricorso per l’appello, dedica ben otto pagine a quel video, per definire tra l’altro le parole di Armanna delle “spacconate”. I suoi quindici colleghi internazionali gli copiano l’argomento fondamentale, e sostengono che gli uomini di Eni avessero già in mano da anni quel video, così come un’informativa della Guardia di finanza che il tribunale di Milano aveva ritenuto altrettanto importante. L’ufficio stampa del colosso petrolifero ha sempre smentito. Ma c’è da domandarsi come mai questo processo sia stato seguito (magari indiretta streaming e con l’interprete simultaneo) con tanta attenzione negli Stati Uniti e nei Paesi europei rappresentati dai quindici giuristi, visto che questi sembrano al corrente di ogni particolare. Non sembrano però essere informati (o forse la loro fonte non lo ha ritenuto interessante) di quella polpetta avvelenata che era stata preparata per portare il presidente Tremolada a doversi astenere dal processo, quando era stato accusato dall’avvocato Amara di essere “avvicinabile” dagli avvocati difensori dell’ ad di Eni Claudio De Scalzi e del suo predecessore Paolo Scaroni. Strano che di questo episodio i quindici non siano stati informati, anche perché questo processo, oltre che per il clamore delle assoluzioni dopo settantaquattro udienze, verrà ricordato proprio per quella stilla di veleno. Che avrà anche un suo seguito perché il procuratore capo di Milano Francesco Greco e la sua fedele aggiunta Laura Pedio si erano affrettati a inviare gli atti a Brescia perché si verificasse se qualche giudice avesse commesso i reati di traffico di influenze e abuso d’ufficio. Se qualcuno ci aveva contato, gli è andata male. Archiviato. Ma i quindici non conoscono solo le carte, se pur, come abbiamo visto, in modo molto selettivo. Si preoccupano anche della prossima nomina di chi prenderà il posto di Francesco Greco a capo della procura più famosa, nel bene e (spesso) nel male, d’Italia. «Il suo capo da lungo tempo – scrivono – persona rispettata, l’unico sopravvissuto dei membri del famoso pool Mani Pulite, andrà in pensione tra pochi giorni. Ci sono notizie che il suo successore sarà un magistrato che nutre dubbi sul fatto che sia necessario attivamente perseguire le società italiane per corruzione internazionale». A questo punto, di fronte a accuse così gravi, c’è qualcuno, magistrato o politico, o organismi sempre pronti con le pratiche di autotutela, a strillare un po’ su questa indecente intromissione da parte di magistrati di nomina governativa di Stati stranieri? Qualcuno vuole difendere l’ignoto futuro procuratore di Milano dall’accusa di essere un colluso dei corrotti? Per la cronaca, negli stessi giorni in cui i quindici sputavano il loro veleno ergendosi a difensori d’ufficio (informatissimi, anche sulle indiscrezioni) di un pubblico ministero italiano contro altri pm italiani, arriva la notizia che tutti i messaggi whatsapp che l’ex manager Eni Pietro Armanna mostrava sul proprio telefonino contrabbandandoli per scambio di opinioni con l’ad (allora direttore generale) Claudio De Scalzi, erano un falso clamoroso, fabbricato a tavolino. Lo ha stabilito una perizia della procura disposta qualche mese fa dall’aggiunta Laura Pedio all’interno dell’indagine sui depistaggi, che in questo processo l’hanno spesso fatta da padrone. Ma Armanna, come Amara, è sempre stato considerato un teste attendibile dall’accusa. Ed evidentemente il pm De Pasquale crede ancora nei suoi testimoni, e non si arrende alla prima sentenza che lo ha visto sconfitto. Infatti, non solo ha firmato il ricorso in appello, ma ha anche chiesto di essere applicato a sostenere personalmente l’accusa nel secondo processo, forse perché non ha molta fiducia in quella procura generale che in un’altra causa aveva definito l’ex manager Armanna un “avvelenatore di pozzi”. Bene, anche di questo si preoccupano i suoi quindici colleghi internazionali. Temono che non gli sarà concesso di andare di nuovo in aula contro Eni, se andrà avanti l’inchiesta di Brescia. Ma come sono informati!

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Federica Olivo per huffingtonpost.it il 4 novembre 2021. Assoluzione definitiva per il primo filone di Eni-Nigeria e mezzo processo Ruby ter in bilico, perché le ragazze sentite come testimoni avrebbero dovuto essere indagate, già nel lontano 2012. E, quindi, ricevere garanzie che non hanno avuto. È una doppia sconfitta quella che arriva, nel giro di pochi giorni, sulle spalle della procura di Milano. E pesa tanto, perché arriva proprio nei due procedimenti che sono stati quasi un cavallo di battaglia per gli uffici requirenti del capoluogo lombardo. Nel primo caso parliamo del processo fatto con rito abbreviato nei confronti di Emeka Obi e Gianluca di Nardo, i mediatori che erano stati condannati in primo grado per corruzione internazionale a quattro anni, ma assolti con formula piena in appello, su richiesta della procura generale, che in secondo grado rappresenta l’accusa. Sul fascicolo viene messa una pietra tombale, perché la pg Francesca Nanni non ha fatto ricorso in Cassazione, respingendo la richiesta del governo nigeriano, e ha ribadito quello che in sostanza aveva già detto il giudice: il fatto non sussiste. Non ci sono elementi per ritenere sussistente la corruzione. È l’ennesima picconata al filone Eni Nigeria, che già aveva ricevuto una battuta d’arresto a marzo, con l’assoluzione in primo grado di Descalzi e Scaroni. Il verdetto di marzo non era stato preso benissimo dalla procura di Milano. Le cronache locali segnalavano uno scontro in chat tra i pm, con tanto di frasi come “Francesco, non ci prendere in giro”, rivolte al capo, Francesco Greco. Fosse stata un’assoluzione come le altre, in pochi giorni la polemica si sarebbe smorzata. Però poi sono arrivate le motivazioni della sentenza. E di lì a poco gli inquirenti sono diventati indagati. Secondo il giudice di primo grado, infatti, il Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno omesso delle prove su Vincenzo Armanna, che avrebbero potuto scagionare gli imputati. Il grande accusatore, infatti, secondo questi elementi che l’accusa non portò in dibattimento, avrebbe parlato solo per screditare Descalzi e Scaroni. De Pasquale ha ammesso durante il processo di essere a conoscenza di questo materiale - una registrazione - ma di non averlo portato in giudizio perché lo riteneva irrilevante. Un comportamento che ha fatto scattare per lui e per Spadaro un’inchiesta per rifiuto di atti d’ufficio, davanti alla procura di Brescia. Quest’ultima vicenda non si è ancora conclusa. La sentenza di primo grado, invece, è stata impugnata. Per capire se l’appello confermerà l’assoluzione ci vorrà ancora del tempo. Probabilmente meno tempo, invece, passerà prima che arrivi a conclusione un altro processo. Il Ruby ter, che però ieri è stato smontato a metà. Nel procedimento che vede indagato Silvio Berlusconi e 28 persone - tra queste le ragazze che partecipavano alle cene di Arcore e venivano chiamate Olgettine ai tempi in cui di questa vicenda erano piene le prime pagine dei giornali -  per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza non potranno essere utilizzate le dichiarazioni che alcune di queste ragazze avevano fatto nei primi due filoni di questa lunga vicenda: il Ruby uno e il Ruby bis. Il motivo è molto semplice, e lo ha spiegato il giudice nell’udienza di ieri: quelle ragazze non dovevano essere ascoltate come testimoni, ma avrebbero dovuto già essere indagate. Non ieri o pochi giorni fa, ma già dalla primavera del 2012. “Tutte le deposizioni dei Ruby 1 e 2 sono affette da un vizio patologico e non possono essere usate in questo processo”, ha dichiarato Federico Cecconi, avvocato di Berlusconi. La questione sembra tecnica, ma è di sostanza: se le ragazze fossero state indagate, infatti, avrebbero dovuto essere assistite da un avvocato. E avrebbero potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Quando l’accusa era sostenuta da Ilda Boccassini, insomma - è il senso dell’ordinanza del giudice di Milano - fu fatto un errore. Perché, si legge nelle carte, la Procura “aveva elementi indizianti le elargizioni di Berlusconi in favore delle ragazze” indicate come testimoni, mentre in realtà erano già “sottoposte ad indagini”. Gli elementi per sospettare che avessero accettato denaro o regali in cambio di una falsa testimonianza - e quindi per far diventare indagate anche le ragazze, che avevano accettato lo scambio - c’erano tutti, sostiene il giudice. E quindi la loro posizione avrebbe dovuto essere valutata già da allora diversamente. Che conseguenze avrà l’inutilizzabilità di quegli atti? Intanto sono prossime a crollare le accuse di falsa testimonianza - perché le ragazze non avrebbero dovuto essere testimoni - che comunque erano prossime alla prescrizione. Resta in piedi la corruzione in atti giudiziari. Indubbiamente, però, per i pm Tiziana Siciliano e Luca Gagli, senza una parte degli atti, il lavoro sarà molto più difficile. In pochi giorni, per due volte, il lavoro della procura di Milano viene messo seriamente in discussione da un’altra toga. A poche settimane dal pensionamento di Francesco Greco, che aprirà le danze di una successione che già si annuncia complicata, l’ennesima tegola, che certamente lascerà il segno. 

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera" il 4 novembre 2021. Bisogna attendere la sentenza per capire se e come avrà influito sul processo Ruby ter, ma di certo la decisione di ieri del Tribunale di Milano di considerare inutilizzabili le testimonianze rese da 18 delle giovani ospiti alle cene e ai dopocena di Silvio Berlusconi ad Arcore ai tempi del Bunga Bunga apre una crepa in un processo che da tre anni faticosamente si trascina avanti. I giudici della settima sezione penale, presidente Marco Tremolada, hanno accolto l'eccezione con cui nel lontano 14 gennaio 2019 il difensore dell'ex premier, l'avvocato Federico Cecconi, sostenne che le testimonianze a partire dalla primavera del 2012 nei processi Ruby uno (a Berlusconi, assolto) e Ruby due a Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti (condannati) di quelle che oggi sono tra i 22 imputati non potevano essere utilizzate in questo processo Ruby ter in quanto le stesse 18 donne, tra cui Karima «Ruby» El Mahroug, avrebbero dovuto essere tutte sentite come indagate, quindi assistite da un avvocato, e non come testimoni. Questo perché, quando furono inserite dalle difese nelle liste di coloro che avrebbero testimoniato davanti ai giudici di quei due processi, la Procura sapeva già che venivano regolarmente pagate da Silvio Berlusconi con un assegno di 2.500 euro al mense e con altre somme aggiuntive, anche molto consistenti. Ciò configurava il reato di corruzione in atti giudiziari a carico di Berlusconi, come corruttore, e delle testi, come corrotte, che poi è l'accusa principale del processo Ruby ter. La quale, secondo un'interpretazione diffusa, rimarrebbe comunque in piedi perché per ipotizzarla è sufficiente che il teste accetti l'accordo corruttivo a prescindere da che fine facciano poi le sue dichiarazioni nel processo. Si tratta, scrivono i giudici, di una «violazione delle garanzie di legge poste a presidio del divieto di auto incriminazione» che potrebbe portare all'assoluzione delle 18 imputate dall'accusa di falsa testimonianza, peraltro vicinissima alla prescrizione. Per la Procura, invece, non c'erano elementi sufficienti per ipotizzare un'accusa di una qualche consistenza. Un nodo giuridico che mai è emerso in anni di processi chiusi con pronunce definitive in Cassazione e nei quali le stesse testimonianze non hanno mai avuto un peso proprio perché ritenute inattendibili. «Questa ordinanza è importantissima», dichiara l'avvocato Cecconi che di recente ha incassato l'assoluzione di Berlusconi dalla stessa accusa di corruzione in un pezzo del processo finito a Siena. Si torna in aula il 17 novembre quando saranno interrogati i primi imputati. Berlusconi, spiega Cecconi, sta valutando se e quando presentarsi per fare dichiarazioni spontanee.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 4 novembre 2021. La corruzione da parte di Eni di esponenti del governo nigeriano, il caso che ha portato la Procura di Milano a processare i vertici del colosso energetico di Stato, non è mai avvenuta. A dirlo non sono gli avvocati difensori e neanche i giudici di primo o secondo grado, ma il massimo rappresentante dell'accusa nel capoluogo lombardo: il procuratore generale Francesca Nanni, che con un provvedimento depositato martedì ha comunicato ufficialmente la sua decisione di non presentare appello contro la assoluzione dei due uomini d'affari che per il pm Fabio De Pasquale erano stati il tramite della gigantesca tangente targata Eni. L'assoluzione dei due mediatori diventa così definitiva. E diventa un precedente quasi tombale per il processo a Claudio Descalzi e Paolo Scaroni, il numero 1 di Eni e il suo predecessore, già assolti in primo grado con formula piena e in attesa del giudizio d'appello. Nel suo provvedimento, infatti, la pg Nanni non si limita a respingere l'invito del governo nigeriano - rappresentato dall'avvocato Lucio Lucia - ad impugnare in Cassazione l'assoluzione dei mediatori, ma affronta direttamente il cuore del processo, ovvero l'esistenza o meno della gigantesca corruzione ipotizzata dai pm: i due imputati andavano assolti perchè «non ci sono gli elementi per ritenere sussistente il fatto», e sia l'andamento che le conclusioni delle trattative tra Eni e autorità nigeriane per la concessione del giacimento Opl245 offrono un «significativo riscontro» alle tesi delle difese. «Non sussiste alcuna prova - conclude la Nanni - di accordi illeciti»; «non si può dubitare che i manager Eni siano estranei alla condotta tipica del reato di corruzione». È una bocciatura esplicita delle tesi del pm De Pasquale, che ai processi sulle presunte tangenti Eni ha dedicato anni di lavoro, innescando un lungo e aspro braccio di ferro con i vertici dell'azienda e i loro agguerriti collegi difensivi. Affossando l'inchiesta di De Pasquale, il provvedimento della Procura generale segna una nuova puntata dello scontro che lacera la magistratura milanese, e che ha portato De Pasquale e il suo collega Sergio Spadaro sotto procedimento penale a Brescia con l'accusa di avere occultato prove favorevoli alla difesa. Proprio dalla gestione del processo Eni, d'altronde, scaturiscono le tensioni che hanno portato il pm Paolo Storari a consegnare a Piercamillo Davigo, allora membro del Csm, i verbali dello pseudopentito Pietro Amara sulla cosiddetta «loggia Ungheria». Per Storari, quei verbali facevano capire che l'avvocato Amara e il suo collega Vincenzo Armanna potevano essere dei pericolosi calunniatori, degli avvelenatori di pozzi inutilizzabili come testimoni d'accusa. Ma a De Pasquale invece Amara e Armanna servivano, perché proprio le loro dichiarazioni contro i vertici di Eni erano una delle travi portanti del processo per le tangenti nigeriane. Ora Armanna dovrebbe essere sotto inchiesta per calunnia, ma a condurre l'indagine dovrebbe essere la stessa procura che lo ha valorizzato per anni come teste d'accusa. Situazione, come si vede, piuttosto paradossale. Sullo sfondo, due scadenze ravvicinate: l'addio alla Procura da parte del suo capo, Francesco Greco, che va in pensione tra dieci giorni. E il processo d'appello a Scaroni e De Scalzi, per i quali la Procura generale è chiaramente orientata a chiedere la conferma dell'assoluzione.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 4 novembre 2021. Vincenzo Armanna, il grande accusatore delle tangenti nel processo Opl245 (dove sono stati tutti assolti perché il fatto non sussiste), lavora per un'azienda estera rivale del Cane a sei zampe. La notizia non arriva da un report dei servizi segreti o da un'intercettazione della Guardia di finanza in una delle numerose inchieste dove il manager siciliano è indagato. A rivelarlo è stato lo stesso Armanna. Il 30 settembre scorso, infatti, l'ex dirigente licenziato dall'Eni nel 2013, ha deciso di inviare una mail da posta certificata a 2 toghe della Procura di Milano, il gip Anna Magelli e soprattutto il pm Laura Pedio, quest' ultima titolare di ben 2 procedimenti dove Armanna è coinvolto (il falso complotto e la calunnia nei confronti del suo ex avvocato Luca Santamaria). Nella missiva Armanna si oppone alle richieste di Eni di acquisire copia dei contenuti dei telefoni che gli sono stati sequestrati. «Sono qui ad evidenziare, scusandomi per la forma irrituale, che sono venuto a conoscenza dell'istanza delle difese del dottor Descalzi e del dottor Granata solamente tramite lanci di agenzia di stampa e che nessuna notifica mi è stata fatta. Mi oppongo fermamente all'acquisizione dell'intero contenuto della copia forense da parte delle altre difese poiché al suo interno sono presenti informazioni, chat e mail con i miei avvocati relative ai diversi procedimenti che mi vedono coinvolto e in particolare e non solo al presente procedimento». Armanna si riferisce all'inchiesta, ancora aperta, sul falso complotto, quello che vede indagato anche l'avvocato Piero Amara (ora in carcere), suo sodale nel voler sfruttare il processo sul giacimento nigeriano come dimostrato in un video del 28 luglio 2014, pubblicato dalla Verità il 16 marzo scorso. Non va dimenticato che Armanna viene ancora considerato «attendibile» nel ricorso promosso dal pm Fabio De Pasquale contro l'assoluzione di primo grado contro tutti gli imputati nel processo Opl245. E questo nonostante sia considerata definitiva l'assoluzione dei due presunti intermediari Emeka Obi e Gianluca Di Naro. Dopo essere stati assolti in appello perché il fatto non sussiste, la Procura generale ha deciso di non fare più ricorso in Cassazione. Di fatto, la rivelazione fatta da Armanna nella mail, potrebbe aprire nuovi scenari sui motivi dietro all'inchiesta sulla licenza di esplorazione per la quale, secondo l'accusa, sarebbe transitata una tangente da più di un miliardo di euro. Armanna lo scrive esplicitamente a Mangelli e Pedio. «Alcune informazioni contenute nel telefono» si legge «non inerenti al procedimento in corso, qualora divulgate a terzi potrebbero essere fonte di gravi danni alla mia professione e alla azienda per cui lavoro che in molti Paesi è concorrente dell'Eni». Non solo, aggiunge Armanna: «Altre informazioni contenute qualora divulgate sarebbero gravemente lesive della mia privacy e della privacy delle persone coinvolte». Che cosa nasconde Armanna? Di certo, tra i vari protagonisti di cui si è parlato nel processo Eni-Shell, ce n'è uno che ha deciso di lavorare per un'azienda estera. È Antonio Vella, ex numero 3 dell'azienda di San Donato, dal febbraio del 2020 in forza ai russi di Lukoil: è responsabile del centro servizi, la direzione operativa per la logistica. Vella viene citato da Armanna e Amara nel video del luglio del 2014. Doveva essere lui ad aiutarli nell'acquisto dei blocchi onshore (a terra) di Eni in Nigeria. Non va inoltre dimenticato che Vella e Amara sono indagati entrambi per insider trading a Milano dal 2019: secondo le indagini delle fiamme gialle il primo avrebbe inviato informazioni riservate al secondo per fare investimenti. Ma oltre a questo va anche citata un'altra azienda, che lavora all'estero, la Napag, che ha avuto un ruolo centrale in tutta l'inchiesta per traffico di petrolio iraniano sotto embargo. Amara e Armanna avevano interessi economici in Iran. L'avvocato è titolare anche di uno studio a Dubai e lo stesso ex manager Eni aveva lavorato in quelle zone, stringendo accordi non concordati con l'azienda. Tutti particolari che, dopo le rivelazioni nella mail, potrebbero riscrivere la storia del processo Opl245.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 3 novembre 2021. Passa in giudicato la «non sussistenza» della corruzione internazionale imputata a Eni in Nigeria nel 2011 dalla Procura della Repubblica di Milano, dopo che ieri la Procura generale ha detto no alla Nigeria che, quale parte offesa, le chiedeva di ricorrere in Cassazione contro l'assoluzione dei supposti intermediari Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, decisa dalla Corte d'Appello il 24 giugno ribaltando la condanna di primo grado a 4 anni e 100 milioni di confisca. L'ufficio rappresentante l'accusa in secondo grado si smarca quindi di nuovo dalla Procura dell'aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, e rimarca di «condividere le conclusioni della sentenza, peraltro conformi alla richiesta del pg delegato» Celestina Gravina, e di «non condividere» invece «il giudizio sulla rilevanza delle prove» che ad avviso dei legali della Nigeria, Lucio Lucia e Valentina Alberta, erano state «trascurate». Anzi, motiva il proprio no il procuratore generale Francesca Nanni, non solo nell'assoluzione non c'è «alcuna erronea applicazione della legge», ma anzi «non si può dubitare che i manager Eni, così come gli intermediari, siano estranei alla condotta tipica del reato di corruzione». 

Giacomo Amadori Alessandro Da Rold per "la Verità" il 29 ottobre 2021. Siamo arrivati allo scontro finale, dove quel che resta della Procura di Milano tenta gli ultimi colpi di coda per rianimare il processo Opl 245 contro i vertici dell'Eni, conclusosi in primo grado con l'assoluzione di tutti gli imputati. Il procuratore Francesco Greco, a un mese dalla pensione, ha deciso di prendere personalmente il controllo della situazione, dopo aver scaricato le colpe sulla mancata messa a disposizione degli atti alle difese sull'aggiunto Fabio De Pasquale (che ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini). Greco ha convinto la Procura di Brescia anche della sua buona fede nella ritardata iscrizione degli indagati sulla vicenda della loggia Ungheria e ringalluzzito, il 13 ottobre, si è recato nel carcere di Terni a torchiare (si fa per dire) il pentito fasullo Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, che ogni sei mesi ha nuovi ricordi legati alle stagioni, ai pm e alla situazione contingente (testimone, imputato, o carcerato). Quindi l'appuntamento del 13 ottobre è diventato l'occasione per una sorta di rivincita per i partecipanti all'incontro: procuratori azzoppati e testi considerati ormai inattendibili (Amara è indagato per calunnia). Ma esaminiamo al rallentatore questa sfida tra vecchie glorie. All'inizio il procuratore, affiancato dal pm Stefano Civardi, spiega ad Amara che «compare quale persona sottoposta a indagini» per calunnia ai danni del difensore di Vincenzo Armanna, accusatore di lungo corso dell'ad di Eni Claudio Descalzi. Ma il fascicolo è nuovo e, viste le domande, sembra nato per riaprire vecchi cassetti. Infatti Greco chiede conferma ad Amara delle dichiarazioni rese sino a oggi. E l'avvocato risponde di sì, ma anche no, perché spiega di dover «precisare diverse circostanze e fornire un'esatta ricostruzione storica degli avvenimenti, dal momento che gli interrogatori che ho reso hanno avuto un'evoluzione e che le cose che ho dichiarato nel 2018 sono state ampliate e rese diverse nell'interrogatorio nel 2019». Una circonlocuzione per ammettere di aver raccontato balle. Fa notare che nel 2018 si è assunto tutta la responsabilità e che nel 2019 ha indicato «altre persone con le quali avevo operato per realizzare delle condotte». Le domande di Greco e Civardi vertono intorno al falso complotto ai danni di Descalzi che sarebbe stato messo in piedi da Amara; il primo quesito riguarda il presunto incarico ben remunerato che l'indagato avrebbe ricevuto per il «controllo» di Armanna e per «la costruzione di finti processi penali» a Trani e Siracusa. Lì picchia l'accusa. L'interrogatorio inizia alle 10.57, ma viene sospeso nemmeno un'ora dopo, alle 11.52. Alle 12.02 ricomincia e Amara parte a razzo sul suo presunto ruolo nella nomina di Descalzi nel marzo 2014. Racconta di incontri con Antonio Vella e Claudio Granata, in quel momento manager di punta della società petrolifera e, a dire dell'avvocato, interessati a cercare in lui uno sponsor per l'attuale ad. «Dal momento che si sapeva» sostiene Amara «che avevo buone entrature negli ambienti renziani attraverso Lotti, Bacci e il padre di Renzi, Tiziano, nonché con Verdini». Amara descrive anche un incontro a casa di Granata, coinvolto nelle nuove dichiarazioni, con una «donna che ci preparò un tè». Nessuno gli chiede di descrivere casa, né donna. Amara indica nell'interrogatorio di Vincenzo Larocca, ex dipendente Eni, «un riscontro» alle sue affermazioni. Ma anche in questo caso nessuno gli domanda come faccia a sapere «dell'interrogatorio di Larocca», inserito, ci risulta, in un fascicolo coperto da segreto. Ma la vera questione è che quando Amara si sarebbe adoperato per la nomina di Descalzi, il manager era in realtà già stato scelto dalla società cacciatrice di teste Korn Ferry (come previsto dalla direttiva sulle nomine pubbliche) che il 25 marzo 2014 lo posizionò al primo posto dei possibili contendenti per il ruolo di successore di Paolo Scaroni e solo l'1 aprile Descalzi incontrò Renzi a Londra. Amara di fronte a Greco ricorda il faccia a faccia, ma si vede che non è a conoscenza della selezione da parte della Korn Ferry. Un'altra parte dell'interrogatorio è dedicato al video del 28 luglio 2014 negli uffici dell'imprenditore Ezio Bigotti, messo a disposizione delle difese nel processo Eni-Nigeria fuori tempo massimo, tanto che De Pasquale e il pm Sergio Spadaro hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini preliminari dalla Procura di Brescia. L'argomento non ha nulla a che vedere con l'oggetto dell'interrogatorio, ma nessuno interrompe l'indagato. Amara dice: «D'accordo con Granata, decisi di controllare le mosse di Armanna e di videoregistrarlo, potendolo fare con l'aiuto di Bigotti. Infatti quest' ultimo aveva una stanza dotata di un'apparecchiatura che utilizzava per registrare rapporti riservati». Siamo nel 2014. Secondo Amara, il numero 2 dell'Eni, Granata, gli avrebbe chiesto di monitorare Armanna e, quindi, il piano dovrebbe essere di avere il filmato per mostrare come l'ex manager licenziato stesse tramando contro i suoi ex capi. Visto che nessuno lo interrompe, Amara racconta l'ennesima «favola di Pinocchio», come dice lui, e di «avere ricevuto in anteprima (sic!) il file relativo al video di Bigotti [] sul finire del 2017», cioè tre anni dopo la registrazione, «in quanto allegato a una relazione della Guardia di Finanza» ottenuta «in anteprima tramite una consegna di Francesco Sarcina che è un dipendente dell'Aisi», i servizi segreti interni. Sarcina è un nome che Amara ha già sfoderato in passato indicandolo come presunta fonte. Nessuno gli domanda come facesse Sarcina, un carabiniere, ad avere una «relazione della Guardia di Finanza»; nessuno gli contesta le dichiarazioni di Sarcina, che nel merito lo ha smentito. Amara aggiunge di aver fatto una riunione con il sodale Giuseppe Calafiore e con Armanna e di aver deciso di consegnare il video al capo della security di Eni Alfio Rapisarda, perché lui, l'indagato, si è sempre «sentito sino in fondo un "uomo Eni"». Nessuno gli chiede perché di tutto ciò nulla abbiano mai riferito lo stesso Amara, Calafiore e Armanna in tre anni di «collaborazione» e neppure nel dibattimento milanese Eni/Nigeria dove Armanna e Amara sono stati sentiti. L'interrogato espone poi un argomento «assolutorio» per l'imputazione che pende nei confronti di De Pasquale e Spadaro, i quali si sono sempre difesi dicendo che di quel video si era parlato in qualche Riesame del procedimento Opl 245, senza che però il file fosse mai stato depositato. Amara gli lancia una ciambella di salvataggio, affermando che, oltre che essere stato visionato in anteprima dall'Eni, «il video è stato allegato e diffuso nell'ordinanza di custodia cautelare del marzo 2018 e al Riesame era circolato ed era stato visto da parecchia gente». Nessuno gli chiede a quale ordinanza si riferisca, chi fosse quella «gente» e in che «riesame» fosse circolato.Nell'interrogatorio Amara regala chicche anche sulla cosiddetta «Operazione Odessa», nata per fermare Armanna e le sue dichiarazioni anti Descalzi, e cita anche un fedelissimo di Massimo D'Alema, Roberto De Santis, che avrebbe gestito la «ritrattazione» di un altro «problema dell'Eni» (Pietro Varone, ex manager di una partecipata) con l'aiuto del petroliere Gabriele Volpi. Infine Amara parla di un progetto anti pm che avrebbe ideato lui stesso: «Ebbi un incontro con Lotti per verificare la possibilità di far presentare dall'Eni un esposto al Csm contro De Pasquale». Un'idea che sarebbe stata, però, bocciata dagli avvocati dell'Eni. È chiaro che ci troviamo di fronte ad accuse indimostrabili, ma nelle partite tra vecchie glorie tutto può far spettacolo.

Luigi Ferrarella per corriere.it il 28 ottobre 2021. Galeotto fu il servizio clienti della Apple nel 2018. Perché solo per «colpa» di questo piccolo imprevisto commerciale emerge ora che l’ex manager Eni Vincenzo Armanna - quando nel 2016, nel procedimento per le contestate tangenti Eni in Nigeria, aveva dato come riscontro al pm milanese Fabio De Pasquale il numero di telefono dell’asserito agente segreto nigeriano Victor Nwafor in grado di confermare la narrata scena-madre della consegna in Nigeria nel 2011 al manager Eni Roberto Casula di due trolley onusti di banconote in contanti per 50 milioni di dollari poi imbarcato su un jet privato -, al magistrato aveva in realtà rifilato il numero di telefono di un dipendente di una società di un suo amico imprenditore nigeriano, Matthew Tonlagha. Lo stesso imprenditore, peraltro, al quale poi nel 2019 Armanna avrebbe raccomandato cosa rispondere alle domande su altri temi del procuratore aggiunto Laura Pedio in rogatoria internazionale. 

Uno, nessuno, centomila Victor

La gustosa scoperta è l’ultima (per adesso) puntata dell’avvincente telenovela del teste Victor Nawfor, sulla quale il processo Eni-Nigeria presieduto dal giudice Marco Tremolada aveva dovuto consumare molte udienze: prima per aspettare che questo supposto capo della sicurezza dell’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan si facesse interrogare a Milano o in videoconferenza, nell’interesse sia della difesa di Armanna sia della prospettazione della Procura; poi per assistere con sconcerto alla scena di un primo Victor che (benché garantito come tale dai pm sulla base delle assicurazioni dei colleghi nigeriani) aveva spiegato di non essere mai stato il capo della sicurezza presidenziale e di neanche aver mai visto in vita sua Armanna, il quale allora lo aveva additato al Tribunale come il Victor sbagliato;

poi, nel frattempo, per dibattere lungamente tra periti sulla possibilità tecnica o meno di quel tipo di jet di imbarcare nella stiva quel carico di banconote; e in ultimo per interrogare finalmente un secondo Victor, quello in teoria giusto, che in una lettera al Tribunale era sembrato pronto a rafforzare la versione di Armanna, ma che dal vivo invece davanti ai giudici aveva risposto di aver solo firmato quello che un amico di Armanna gli aveva fatto scrivere sotto dettatura. Con il risultato che, finita l’udienza, questo secondo teste Victor (al secolo Isaac Eke) era stato indagato e perquisito dai pm De Pasquale e Sergio Spadaro per falsa testimonianza nell’ipotesi che qualcuno ne avesse comprato in extremis il silenzio, fascicolo di cui a distanza di 1 anno e 9 mesi non si ha notizia di una definizione, né di rinvio a giudizio né di archiviazione. 

L’intercettazione casuale sullo scontrino

In compenso adesso - dagli atti che la Procura di Brescia ha raccolto nell’inchiesta sulle accuse incrociate tra pm milanesi nella gestione delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno Eni Piero Amara, tanto sulla associazione segreta «Ungheria» quanto sul depistaggio giudiziario che i vertici Eni Claudio Descalzi e Claudio Granata sono accusati di aver orchestrato per far ritrattare le iniziali dichiarazioni accusatorie di Armanna – viene a galla che il pm milanese Paolo Storari quantomeno dal 20 febbraio 2021 aveva segnalato a De Pasquale, a Pedio e al procuratore Francesco Greco l’urgenza di depositare al Tribunale del processo Eni-Nigeria, fra una serie di possibili prove della calunniosità di Armanna, proprio anche questa scoperta. E cioè che Armanna, mentre era intercettato il 18 maggio 2019, aveva commissionato un ordine d’acquisto del valore di 60.000 euro alla Apple, il cui servizio clienti, vista l’entità della somma, gli aveva chiesto se a pagare fosse lui: Armanna aveva allora risposto che a pagare sarebbe stata un’altra persona destinataria, di cui dunque il servizio clienti Apple aveva chiesto un riferimento telefonico. Ed era stato qui che Armanna aveva fornito un certo numero di telefono, corrispondente a un impiegato nigeriano (tale Victor Okoli) della società Fenog di un imprenditore nigeriano amico di Armanna, Matthew Tonlagha: incredibilmente lo stesso numero che il 4 maggio 2016 Armanna aveva invece spacciato al pm De Pasquale come telefono a riscontro dell’esistenza e della reperibilità del famoso Victor testimone oculare della consegna dei due trolley con i 50 milioni in contanti al top manager Eni Casula. Uno spaccato che a un romanziere cinico farebbe quasi rimpiangere che situazione si sarebbe potuta creare se per caso il Tribunale, invece di assolvere nel merito il 17 marzo 2021 tutti gli imputati di corruzione internazionale Eni in Nigeria, avesse condannato Eni, Descalzi e Casula valorizzando magari proprio la consegna dei 50 milioni in contanti che per Armanna poteva essere confermata dallo 007 Victor. 

Il plico anonimo lasciato sullo zerbino dell’Eni

Di certo va riconosciuto ai magistrati della Procura di Milano, comunque la si pensi sulle loro scelte di lavoro, la difficoltà e a tratti quasi l’angoscia di doversi districare tra «mine» (spesso oltretutto di matrice anonima) una più insidiosa dell’altra sotto le inchieste sull’Eni. Basti pensare a un’altra inedita storia che pure affiora adesso dagli atti raccolti dalla Procura di Brescia. Non si era infatti mai saputa la ragione di una visita in Procura nel 2020 del nuovo capo dell’ufficio legale del colosso energetico (Stefano Speroni) subentrato a Massimo Mantovani, cioè all’alto dirigente Eni indagato da anni con Amara e Armanna per il primo tentato «depistaggio» che nel 2015-2016, fingendo di voler accreditare un complotto anti-Descalzi, aveva sfruttato la sponda di pm compiacenti (e poi arrestati) a Potenza e a Siracusa per provare a interferire sul processo milanese Eni-Nigeria. Quel giorno Speroni consegna ai pm milanesi un plico anonimo che spiega di aver trovato sullo zerbino di casa, contenente alcune contabili bancarie. Sono carte che accreditano la riferibilità a Mantovani di una società di Dubai, Taha Limited, la quale su un conto bancario in un paradiso fiscale avrebbe 30 milioni. Sembra il perfetto materializzarsi di ciò che può fare ingolosire l’Eni post-Mantovani, teorizzatrice proprio dell’essere stata oggetto dell’infedeltà di una cordata interna Mantovani-Amara-Armanna; e anche di ciò che può molto interessare anche alla Procura, pure al lavoro sull’ipotesi che una serie di manager e avvocati interni al gruppo abbiano potuto allinearsi in una costellazione che dai maneggi giudiziari pro-Eni avrebbe ricavato corposi profitti personali. 

Una polpetta avvelenata (e una coincidenza)

Peccato – ecco il colpo di scena – che, quando il procuratore Greco e i suoi pm iniziano a verificare i documenti sfruttando anche i canali dell’Uif-Ufficio informazioni finanziarie, scoprono che quelle contabili bancarie sono false, «fabbricate» ad arte per fare sembrare che Mantovani abbia in quella società di Dubai quel bottino. Qui si apre un altro mondo di specchi e controspecchi, giacché tra i magistrati – che all’epoca avevano aperto un fascicolo a carico di ignoti per l’ipotesi di riciclaggio - si riflette se lo scopo della costruzione di quel falso puntasse a colpire Mantovani, cercando di incastrarlo o quantomeno di suggerire ai pm una pista investigativa per inchiodarlo, oppure volesse più sottilmente (e paradossalmente) aiutarlo, facendolo figurare vittima appunto di un killeraggio. Qualunque dovesse risultare la risposta allorché saranno finite le indagini, una curiosa coincidenza già adesso resta, e riguarda il nome della società, Taha. Perché il pm Storari segnala ai suoi capi che nelle intercettazioni di Armanna era capitato di ascoltarlo mentre, parlando con un amico di una somma da ricevere, gli diceva «dobbiamo incassare questi soldi... li incassiamo sul conto Taha». Chiosa Storari nell’interrogatorio ai pm bresciani: «Allora, io non arrivo a dire che è stato lui a mandare questi estratti conto tarocchi… Però questo elemento proprio nulla non è…».

Fabio Amendolara per "la Verità" il 25 ottobre 2021. Con rettifica del 22 ottobre 2021 l'Eni ha preannunciato azioni legali nei confronti del Fatto Quotidiano poiché si sarebbe «reso portavoce di calunnie e falsità» con la pubblicazione dell'articolo «Agende ritoccate. La frase non arrivò al pm del caso Eni», secondo cui il dirigente Eni Claudio Granata avrebbe incontrato il faccendiere Piero Amara e il sodale Vincenzo Armanna per «aggiustare» la testimonianza di quest' ultimo nel processo Opl 245, salvo poi modificare la propria agenda per non fare risultare l'incontro, ribattezzato da Amara come «il patto della Rinascente». È chiaro che per il quotidiano le sentenze di assoluzione della Corte di appello e del Tribunale di Milano non debbono essere risultate convincenti poiché continuano a perorare le tesi dell'accusa anche laddove si basano sulle dichiarazioni del controverso faccendiere Amara. L'Eni ha inteso precisare che le indagini hanno accertato come «falso storico» quel presunto patto e ciò risulta non solo dall'agenda di Granata, ma anche da altre prove raccolte dai pm. In ogni caso l'articolo del 22 ottobre addossa al pm Paolo Storari la responsabilità di avere sottaciuto elementi favorevoli all'accusa rappresentata da Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, e segue e precede altri articoli dello stesso tenore che tendono a individuare proprio in Storari colui che, anche prima dell'aprile 2020, avrebbe fatto circolare i verbali di Amara con l'intenzione di danneggiare l'indagine che invece il procuratore Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio volevano svolgere nella più assoluta segretezza tanto da non iscrivere alcun indagato. Così il 20 ottobre 2021 viene pubblicato l'articolo: «Date incontri e colloqui. Storari parla e accusa, ma non tutto torna» nel quale si ipotizza che Storari non abbia detto la verità ai pm di Brescia sulla data della consegna dei verbali a Piercamillo Davigo. Sullo stesso argomento il giorno successivo Il Fatto pubblica: «Amara: i verbali usciti due mesi prima che li ricevesse Davigo» dove si legge: «I documenti sono nove, circolavano già all'inizio del 2020 prima che Storari li consegnasse (in questo caso solo sei, ndr) a Davigo. E continuano a girare». Anche perché, ci viene da dire, le Procure di Milano, Roma e Perugia nulla hanno fatto per impedirlo tanto che non li hanno sequestrati neppure ai giornalisti che li avevano ricevuti da un anonimo corvo.Nello stesso articolo l'inviato Antonio Massari fa sapere di avere visionato i nove verbali «non in formato word, firmati dai pm dall'indagato, dal suo avvocato», mentre quelli consegnati da Storari a Davigo ad aprile 2020 sono in formato word e non firmati. L'autore dell'articolo aggiunge anche che non è stato né un pm, né un investigatore a farglieli vedere, ma che questi nove verbali sottoscritti «erano altrove» senz' altro aggiungere se non un «indizio» per il lettore: Armanna, durante un interrogatorio del febbraio 2020 davanti a Storari e alla Pedio, sventola un «foglietto» che Storari nell'interrogatorio a Brescia descrive come «una pagina dell'interrogatorio dell'11 gennaio 2020 di Piero Amara dove si parla di Ungheria» che, ancora una volta, non viene sequestrato e quindi si «lascia in circolazione». Armanna fa, però, il nome di Filippo Paradiso che viene perquisito senza esito. Il Fatto quotidiano mostra anche un paio di foto: ritraggono due pagine dei suddetti verbali. Sono «lavorati», cioè chiosati e sottolineati. In una delle immagini si vedono i simboli dello schermo di un pc. Probabilmente quello di uno dei pm. Chi ha fatto quelle istantanee e le ha fatte girare? È stato uno degli indagati durante uno degli interrogatori? Lo ha potuto fare perché uno dei magistrati ha chiuso un occhio, favorendo così la fuga di notizie? Da tale incastro Massari arguisce che già nel febbraio del 2020, momento in cui Armanna sventola il verbale, tutti i nove verbali, timbrati e sottoscritti, fossero già «in circolazione» e quindi Davigo non può che essere ritenuto innocente avendo divulgato ciò che di fatto era già pubblico da oltre due mesi e che le tre Procure interessate non hanno mai fatto sequestrare. A noi viene da dire: cui prodest? Amara e Armanna non avrebbero potuto rivelare quanto raccontato ai pm senza bisogno di fotografare lo schermo del pc? E quante pagine immortalate di nascosto sono state divulgate? Noi possiamo testimoniare che a fine aprile su alcune chat di giornalisti ha iniziato a girare una versione del verbale reso da Amara il 6 dicembre 2019 senza firme e al Fatto e alla Repubblica nei mesi precedenti erano arrivate copie simili. Insomma la vera fuga di notizie è avvenuta con verbali uguali a quelli consegnati ad aprile del 2020 da Storari a Davigo. Il resto sono elucubrazioni.

Da ilsussidiario.net il 16 settembre 2021. Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, Piercamillo Davigo avrebbe denunciato il procuratore di Milano Francesco Greco, in seguito all’intervista rilasciata da quest’ultimo al Corriere della sera nella quale ha sganciato una serie di “bombe” e pesanti accuse nei confronti dell’ex collega del pool di Mani pulite. “In realtà la notizia della denuncia l’ha data solo Il Fatto Quotidiano” ci ha detto in questa intervista Frank Cimini, giornalista già al Manifesto, Mattino, Agcom, Tmnews e attualmente autore del blog giustiziami.it, “ma Il Fatto Quotidiano e Davigo sono una cosa unica, per cui sarà senz’altro vero”. Siamo all’ultimo scontro, quello finale, alla resa dei conti all’interno di una Procura, quella di Milano, sconvolta ormai da mesi da lotte intestine e indagini penali e disciplinari. Una frana che si porta dietro anche Mani pulite, considerata per anni il volto buono della giustizia italiana: “Mani pulite avrebbe dovuto scomparire già nel 1993 – sottolinea Cimini – ma allora i magistrati avevano il consenso di milioni di italiani che si erano fatti abbindolare. Anche Berlusconi ci credeva, poi l’ha pagata in prima persona. Greco nella sua intervista ha detto un sacco di sciocchezze, è la fine di una bruttissima pagina della giustizia, ma in realtà con una politica incapace di prendere decisioni non ne veniamo fuori”.

A che livello siamo arrivati in questo scontro tra magistrati?

Siamo arrivati alla fine che queste persone dovevano già fare nel 1993. 

Perché non successe allora?

Non successe perché avevano il consenso di 50 milioni di persone, che non capivano nulla e che si sono fatte abbindolare. Avevano un consenso popolare assolutamente immotivato e ingiustificato, che però fu lo strumento con cui sono andati avanti, udienza dopo udienza, per trent’anni.

I magistrati di Mani pulite non erano sinceramente convinti di essere super partes, di fare un’opera di pulizia?

No, loro volevano il potere. E la politica, con le decisioni assunte negli anni del terrorismo, li aveva aiutati. Per cui i magistrati volevano riscuotere quel credito e volevano il potere. Ci fu la famosa intervista di Borrelli in cui disse al Corriere: “se dovessimo essere chiamati per una missione di complemento noi saremmo pronti”. 

Una roba stile dittatura sudamericana?

In nessun paese del mondo civile può succedere una cosa del genere. I magistrati sono dei vincitori di un concorso che devono indagare le prove e portare le persone davanti a un tribunale. 

Invece?

Questi pensavano a tutt’altro. 

Davanti a tutto quello che stiamo vedendo, si può dire oggi che Berlusconi è stato perseguitato?

Sono vere le due cose. Berlusconi ha avuto delle colpe precise, sto parlando di evasione fiscale. Però è vero che ce l’avevano con lui ed è anche vero che se l’80% dei processi erano fondati, l’altro 20%, ad esempio quello su Ruby, ha dimostrato che c’era accanimento nei suoi confronti. Berlusconi non aveva capito niente, all’inizio Mani pulite andava bene anche a lui, quando le sue televisioni con Brosio dietro al tram facevano da megafono al pool. In realtà tutto divenne chiaro dall’estate del ’93 quando arrestarono il manager Fininvest Aldo Brancher, un ex sacerdote braccio destro di Fedele Confalonieri. Berlusconi invece aveva detto che c’era bisogno di Mani pulite perché c’era bisogno di pulizia, ma la pulizia non si fa così, indagando dove si vuole e chi si vuole, con sponde politiche, lasciando fuori dalle indagini Pci e Pds, e i poteri forti come Mediobanca e Fiat.

Adesso si scannano tra loro, è così?

Quello che sta succedendo adesso è la giusta fine di questa storia. Litigano fra loro, l’uso delle carte giudiziarie contro gli avversari lo praticano anche loro e lo praticano tra loro. 

Greco con l’intervista al Corriere ha sparato diverse “bombe”, però fra due mesi va in pensione e sparisce dalla scena…

Greco considera quell’intervista il suo testamento morale e dice un sacco di cose che non stanno in piedi.

Ad esempio, sostiene di aver recuperato un sacco di soldi per l’erario, ma in realtà ha abdicato alla sua funzione sostituendosi all’Agenzie delle entrate nelle vicende dei colossi del web e questi hanno pagato un decimo di quello che avrebbero pagato se fossero andati a processo. 

E comunque il compito di un procuratore non è quello di recuperare soldi per il fisco, ma di portare le persone in tribunale per appurare se sono colpevoli o innocenti. 

Se ne va auto-incensandosi?

Straparla di questo pool dei reati transnazionali, che in realtà ha incassato in tribunale un sacco di sconfitte. La cosa brutta non è tanto questa, quanto il fatto che per cercare di rivoltare la frittata hanno mandato a Brescia delle fandonie di Amara che mettevano in cattiva luce il presidente del tribunale nella speranza che si astenesse dal processo, in modo che fosse svolto da un altro. E sperando così di vincerlo. Hanno fatto manovre da magliari.

Ci sarebbe da ridere se in mezzo non ci fossero i cittadini italiani e la giustizia.

Mi ricordo le parole di D’Ambrosio quando una volta gli dissi: ma Greco che cavolo combina? 

Cosa rispose?

Disse: sulle cose che fa Greco nessuno di noi ha il coraggio di dire qualcosa. Un’altra volta Greco, per la storia di toghe sporche, fu avvicinato a Roma dal magistrato Francesco Misiani che voleva sapere di chi era la microspia trovata nel bar Tombini di Roma (intercettazioni telefoniche tra l’allora capo della Procura di Roma, Michele Coiro, e il capo dei gip, Renato Squillante, ndr).

Greco non rispose, giustamente mantenendo il segreto, però tornato a Milano denunciò Misiani a Borrelli. Gli dissi: ma non ti vergogni a denunciare il magistrato di cui sei stato uditore giudiziario? Lui rispose: se non l’avessi fatto, la Boccassini mi avrebbe arrestato.

Però, proprio un bell’ambientino…

Sto parlando del 1996, erano già pronti ad arrestarsi fra loro.

Di tutto questo, a noi cittadini cosa resta?

Bella domanda. Intanto l’Italia ci ha messo trent’anni a capire che razza di gente erano davvero, e poi non è proprio così. L’intervista a Greco è stata liquidata in poche righe dall’Ansa, nessun politico ha fatto un commento. Purtroppo siamo in una fase storica in cui la politica non esiste, esiste solo Draghi. 

(Paolo Vites)

(ANSA l'8 ottobre 2021) - La procura di Brescia ha chiesto l'archiviazione per il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco, indagato per omissione di atti d'ufficio per il caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara su una presunta loggia Ungheria. Chiuse invece le indagini, come riportano alcuni quotidiani, per l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e per il pm milanese Paolo Storari e per l'aggiunto Fabio De Pasquale e il pm, ora alla procura europea, Sergio Spadaro.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 22 ottobre 2021. In Procura a Milano non hanno ancora finito di interrogare sia l'ex avvocato esterno Eni Piero Amara sia il suo sodale ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, tacciati d'essere calunniatori dal pm Paolo Storari e al centro anche del terremoto creato dal modo (contestato da Storari ma rivendicato dai suoi capi) con il quale la Procura di Milano scelse nel 2019-2020 di temporeggiare sulle dichiarazioni di Amara circa la presunta associazione segreta «Ungheria». Ma la notizia non è questa, perché è stato un diritto di Amara e Armanna chiedere di farsi di nuovo interrogare su un altro segmento d'imputazione, notificata in luglio dal procuratore aggiunto Laura Pedio su pungolo dell'avocazione chiesta dall'ex avvocato di Armanna, Luca Santa Maria: l'aver cioè calunniato Santa Maria nel 2017 per far ritrattare le accuse di Armanna ai vertici Eni e sperare di far innescare un processo disciplinare contro il pm Fabio De Pasquale. L'aspetto interessante degli interrogatori è invece chi è andato a farli: il procuratore Francesco Greco quello di Amara in carcere a Terni, la sua vice Pedio quello di Armanna. È infatti proprio per omissione d'atti d'ufficio sui verbali 2019-2020 di Amara che Greco è stato indagato in estate dalla Procura di Brescia, la quale di recente ha chiesto una archiviazione che attende di essere accolta o respinta dal gip. Il che non ha quindi fatto sentire a disagio il procuratore, il quale, come di rado accade, ha scelto di compiere direttamente un atto di indagine in una inchiesta di cui non è titolare, evidentemente per non sovraesporre la titolare Pedio: alla quale ha affiancato nel fascicolo due pm (Stefano Civardi, presente all'interrogatorio con Greco, e Monia Di Marco), e verso la quale Amara nel programma tv «Piazza Pulita» si era sperticato in elogi («La donna più intelligente mai incontrata») inversamente proporzionali al risentimento ostentato verso Storari. Armanna è stato invece interrogato proprio da Pedio, anch' ella dunque non sentitasi condizionata dal fatto di essere in questo momento indagata dalla Procura di Brescia per l'ipotesi di omissione d'atti d'ufficio appunto su Armanna: cioè per non averlo indagato per calunnia dei vertici Eni sulla base delle prove segnalate dal coassegnatario pm Storari a lei, a Greco e (tramite Greco) a De Pasquale.

L’accusa di Storari: «Non dovevo danneggiare il processo Eni». Le dichiarazioni del pm Storari ai colleghi di Brescia: «Operazione chirurgica di selezione delle cose che facevano comodo» a De Pasquale nel dibattimento. Simona Musco su Il Dubbio il 22 ottobre 2021. Una guerra senza esclusione di colpi. E accuse incrociate, che confermano quello che ormai per tutti è chiaro: la procura di Milano è un colabrodo. Al centro di tutto sempre la vicenda Eni e il ruolo di Piero Amara, ex avvocato esterno della società, che con le sue dichiarazioni ha tirato in ballo mezzo mondo delle istituzioni. Lo ha fatto parlando della presunta “Loggia Ungheria”, sulla quale il pm milanese Paolo Storari avrebbe voluto fare chiarezza, non riuscendoci, a suo dire, per il presunto ostracismo dei vertici della procura. E il motivo, secondo quanto racconta il magistrato davanti ai colleghi di Brescia, è uno solo: non far morire il processo Eni- Nigeria screditando il grande accusatore Vincenzo Armanna. Il processo si è concluso comunque con l’assoluzione di tutti gli imputati. Ma stando ai verbali di Brescia, l’indagine sulla presunta associazione segreta sarebbe dovuta rimanere ferma «almeno due anni». O almeno questa sarebbe stata la richiesta, secondo Storari, avanzata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, che nel processo a Eni rappresentava l’accusa assieme al collega Sergio Spadaro. Le posizioni di tutte le parti in causa sono ora cristallizzate nei verbali raccolti dalla procura di Brescia, che nei giorni scorsi ha chiuso le indagini su Storari e Piercamillo Davigo (che ha ricevuto dal primo i verbali di Amara come forma di «autotutela»), accusati di rivelazioni di atti d’ufficio, nonché su De Pasquale e Spadaro ( nel frattempo passato alla procura europea) per rifiuto d’atti d’ufficio. In ballo rimane anche l’aggiunta Laura Pedio, sulla quale sono ancora in corso le indagini per omissione d’atti d’ufficio per non aver proceduto con le iscrizioni dei primi indagati in relazione alla vicenda Ungheria. Accusa che era stata mossa anche nei confronti del procuratore Francesco Greco, l’unico la cui posizione è stata archiviata, ma le cui dichiarazioni sono non per questo secondarie. «Io per De Pasquale sono sempre stato un soggetto da tenere alla larga su questa vicenda perché più volte (…) diceva che io gli rovinavo il processo. Perché per lui Armanna (Vincenzo, grande accusatore di Eni, ndr) era un soggetto un po’ particolare ma che a lui credeva. Dicevo: “Guarda Fabio… secondo me è un calunniatore”», raccontava a maggio scorso Storari davanti al procuratore bresciano Francesco Prete. Secondo il pm, i suoi superiori non volevano dunque «disturbare» il processo Eni- Nigeria. E Pedio, che con lui condivideva il fascicolo sul “Falso complotto Eni”, nel quale erano confluite le dichiarazioni di Amara su Ungheria, prima della sentenza di assoluzione avrebbe riferito «l’insofferenza di De Pasquale», cristallizzata nella frase «la devi smettere di intralciare il mio processo» e nella richiesta «di non dire in giro» che Armanna era da considerare poco credibile, in quanto «crea un clima ostile» in aula. «Questa indagine deve rimanere ferma due anni», avrebbe fatto sapere De Pasquale a Storari tramite la collega, come emerso dall’interrogatorio dello scorso 15 settembre di Pedio davanti al procuratore Prete e al pm Donato Greco. Storari aveva puntato il dito contro lei e il procuratore Greco, rei, a suo dire, di «selezionare e trasmettere a De Pasquale quello che gli serve nel processo Eni- Nigeria e a non trasmettere quel che lo danneggia». Come, ad esempio, le accuse di Amara al presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada, ma non le presunte falsificazioni di chat e il presunto pagamento di un testimone. E per confermare la sua posizione, Storari avrebbe tirato fuori una mail di De Pasquale riguardo a dei verbali finiti nel fascicolo sul complotto: «Mi raccomando – avrebbe detto l’aggiunto – io le parti evidenziate in giallo le voglio… non fate troppe storie… me le dovete trasmettere». Insomma, «una operazione chirurgica di selezione delle cose che fanno comodo» a De Pasquale nel dibattimento e un’esclusione a priori di tutto ciò che, invece, lo avrebbe danneggiato. Pedio, però, ha evidenziato che «Storari cominciò a mandare degli elaborati… anche abbastanza complessi» di «100, 150 pagine l’uno (…) Molto di difficile lettura – ha riferito -. A me francamente non era chiaro cosa dovevano depositare i colleghi in dibattimento». Punto sul quale anche il procuratore Greco si è detto d’accordo. Pedio ha spiegato anche il suo atteggiamento in relazione all’inchiesta sulla presunta Loggia Ungheria. «Rispetto a una notizia di reato così fluida, quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane (…) andavamo dal Papa in giù? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico», ha affermato. Secondo Storari, invece, proprio quella genericità avrebbe richiesto un approfondimento, ma i vertici della procura «non intendevano fare nulla». I primi tre nomi quelli di Amara, Giuseppe Calafiore e Fabrizio Centofanti – vennero iscritti il 12 maggio 2020, cinque mesi dopo l’ultimo verbale dell’ex legale di Eni. Ma dai verbali di Brescia emerge anche un altro dettaglio: secondo quanto testimoniato da un investigatore, quando da alcune chat era emerso che Armanna avrebbe pagato dei testimoni, Pedio avrebbe chiesto di «espungere» il riferimento a quegli accertamenti dalla relazione. «In pratica – ha affermato l’investigatore – ci chiese di verificare il riscontro della dazione per vedere se fosse vero che Armanna aveva fatto pervenire 50mila dollari a Ayah ( un teste nigeriano, ndr). Aderimmo alla richiesta della dottoressa Pedio e depositammo la relazione definitiva espungendo la frase (…) togliemmo dalla definitiva anche i paragrafi relativi al pagamento, informando Storari che decise di emettere un ordine di indagine europeo per verificare questo pagamento». Insomma, quando dagli accertamenti sul telefono di Armanna «vengono fuori una serie di falsità, si cerca di creare uno schermo per evitare che queste falsità» vengano «messe a conoscenza delle difese e anche del Tribunale che stava celebrando il processo Eni- Nigeria». 

Alfredo Faita per editorialedomani.it il 22 ottobre 2021. «Amara ha bevuto questa notte. Ha ancora tempo di fare le sue considerazioni». Queste poche parole celano uno dei tanti misteri e delle tante inquietudini che avvolgono l’inchiesta bresciana sul procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, indagato per rifiuto d’atti ufficio insieme al collega Sergio Spadaro. I due pubblici ministeri che hanno retto l’accusa nel processo per corruzione internazionale Eni–Shell Nigeria (tutti assolti) e che ora si trovano indagati loro stessi dai colleghi bresciani proprio per la conduzione di quel processo. Piero Amara è l’ex legale esterno dell’Eni che ha svelato l’esistenza della presunta loggia Ungheria per la quale risulta adesso indagato dalla procura di Perugia insieme al politico di Forza Italia Denis Verdini e a Luigi Bisignani, tra gli altri. Quelle poche parole, contenute in una mail, risultavano inviate da “Fabio De Pasquale” a Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni poi allontanato che è stato imputato nel processo nigeriano dell’Eni nel quale ha anche accusato i vertici della sua ex società di aver pagato una maxi tangente per ottenere i diritti di sfruttamento del giacimento Opl 245. Chi inviava la mail voleva avvertire Armanna dell’arresto di Amara. E quindi il procuratore aggiunto di Milano si sarebbe messo al servizio di un suo imputato per avvertirlo dei guai dell’avvocato siciliano? Questo è quello che ha sospettato il pm milanese Paolo Storari, che dal 2019 indagava sul famoso «complotto» ai danni della procura (Armanna è anche in questa indagine) e dalle cui accuse a Brescia è nato il procedimento a carico di De Pasquale, oltre che quello sul procuratore capo Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio accusati di inerzia nelle indagini sulla loggia Ungheria. Per verificare quella mail Storari ha messo in piedi un’intelligence corposa – ben tre relazioni sul caso – ma non autorizzata, chiedendo alla Guardia di Finanza di verificare questa clamorosa ipotesi, finendo poi per scoprire che l’indirizzo email associato a quella mail era di un omonimo del magistrato iscritto all’Aire e con dimora a Dubai. Caso chiuso e un bel respiro di sollievo per tutti? Non proprio, perché questa circostanza è comunque finita in una famosa bozza compilata dalla Gdf contenente tutta una serie di rilievi su Vincenzo Armanna, in particolar modo sulla sua volontà di procurarsi prove e testimonianze utili alla sua linea processuale di attacco ai vertici Eni pagando 50 mila dollari a personaggi nigeriani. Bozza nella quale non si è dato conto del fatto che l’email non era riferibile a De Pasquale e che è stata inviata lo scorso 15 febbraio a De Pasquale e Spadaro, a pochi giorni dalla sentenza Eni Nigeria, chiedendo loro di avvertire il Tribunale delle manovre oscure che aveva messo in piedi Armanna in modo da riconsiderare la sua posizione. I due pm non fecero nulla di ciò, considerando quella bozza un’accozzaglia di elementi messa sul loro tavolo in modo «pretestuoso» e «inusitato», «una polpetta avvelenata» come ha detto lo stesso De Pasquale al procuratore di Brescia Francesco Prete durante un interrogatorio lo scorso 27 settembre. Per De Pasquale quella bozza era «assurda interferenza nel nostro processo» che si sarebbe concluso i lì a breve, che cozzava contro l’articolo 53 del codice di procedura penale che sancisce l’autonomia del pubblico ministero in udienza. Una norma importante quando i processi sono di grande rilevanza, come quello nigeriano che discende da accordi Ocse, e di grande buonsenso in verità: si pensi a cosa potrebbe succedere se ogni pm potesse intervenire nei procedimenti dei colleghi interferendo sulla loro linea processuale e sulle prove riversate nel fascicolo del tribunale. Sarebbe il caos ovviamente. Ma perché Storari si è spinto fino al punto di voler intervenire con quella mail il 15 febbraio «senza un’anticipazione verbale, senza una richiesta di confronto» in un procedimento di cui, peraltro, non conosceva nulla come ha sottolineato il magistrato milanese al collega bresciano che lo interrogava? La risposta di De Pasquale è molto dura sul punto: «Ha fatto la difesa dell’Eni, ha fatto una cosa utile alla difesa, punto e basta». Anche sui 50mila euro di Armanna, che avrebbero dovuto pagare i testimoni e le prove a supporto della sua tesi, De Pasquale ha risposto in modo preciso. «Abbiamo detto 100 volte durante la requisitoria che Armanna non era credibile», chiedendo per lui una pena di 6 anni e 8 mesi durante le conclusioni, e lo stesso Prete ha riportato le parole di Storari, dicendo che il pm accusatore «non ha per onestà mai detto che i 50mila dollari fossero per corrompere un testimone», ma che la promessa di pagamento era un «fatto» di cui il tribunale andava messo al corrente. Una marcia indietro rispetto alle prime accuse, come ha fatto notare a Prete anche lo stesso De Pasquale. Il quale ha anche ribadito la sua posizione su un altro elemento considerato forte nel processo nigeriano: il famoso video girato da Amara ad Armanna nel quale quest’ultimo minacciava di far scendere «una montagna di merda» sui vertici dell’Eni se non lo avessero accontentato. Le difese degli imputati avevano contestato ai due pm che quel video non era stato depositato dall’accusa a inizio procedimento, sottraendolo al giudizio del giudice. Ma sia Eni sia il collegio presieduto dal giudice Marco Tremolada erano al corrente della sua esistenza. L’elenco delle pesanti inquietudini intorno all’inchiesta nata dalle accuse di Storari tocca anche la pm Laura Pedio, attualmente indagata mentre la sua inchiesta sul complotto e depistaggio ai danni dei colleghi che investigavano su Eni e Saipem è ancora aperta. «Rispetto a una notizia di reato così fluida (le rivelazioni di Amara su Ungheria, ndr), quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane, noi prendevamo i tabulati di tutte le istituzioni italiane, andavamo dal Papa in giù? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico» ha detto ai magistrati bresciani. 

Frank Cimini per giustiziami.it il 22 ottobre 2021. A poco meno di un mese dalla pensione il procuratore Francesco Greco si occupa personalmente dell’interrogatorio dell’avvocato Piero Amara, ex legale dell’Eni nonostante la gestione relativa sui verbali delle precedenti deposizioni sia costata al magistrato l’indagine per omissione in atti d’ufficio. La procura di Brescia ha chiesto l’archiviaziobe e si è in attesa della decisione del gip. Ma il problema riguardo alle scelte di Greco non è prettamente penale. Anzi. Ragioni di opportunità avrebbero dovuto indurre il procuratore a fare a meno di procedere lui al nuovo interrogatorio chiesto da Amara. C’è un evidente conflitto di interessi dal momento che Greco è il suo aggiunto Laura Pedio sono finiti nei guai proprio perché non aver proceduto alle iscrizioni sul registro degli indagati delle persone accusate da Amara di far parte dell’ormai famosa loggia Ungheria. E come se non bastasse l’aggiunto Pedio ha interrogato Vincenzo Armanna il sodale di Amara. Sia Armanda sia Amara erano stati tirati in ballo dal pm Paolo Storari come “calunniatori” ma i vertici della procura facevano finta di niente perché entrambi erano testimoni di accusa al processo Eni/Nigeria poi finito con l’assoluzione di tutti gli imputati. Il quadro che emerge è quello di una procura allo sbando dove i pm si accusano tra loro a verbale davanti ai colleghi di Brescia e dove il capo dell’ufficio si comporta come se non fosse accaduto nulla. Il tutto in attesa che il Csm decida il nome del successore di Francesco Greco. Ma il cosiddetto organo di autogoverno dei magistrati si occuperà prima della procura di Roma dove dovrà scegliere il successore di Michele Prestipino attualmente in carica la nomina del quale è stata bocciata dal TAR e dal Consiglio di Stato. I tempi insomma per il caso Milano non si annunciano brevissimi. Nel frattempo la procura del capoluogo lombardo vedrà coincidere il trentesimo anniversario di Mani pulite con il periodo più buio della sua storia. Forse è l’ennesima occasione per avviare una riflessione seria per capire che quella del 1992 1993 non fu vera gloria. 

La faida tra magistrati per la procura di Milano. Già in moto i "cecchini". Luca Fazzo il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Greco in pensione a novembre: silurato Amato, tra i papabili alla sua successione. I l copione si ripete immutabile, da anni. Ogni volta che all'interno della magistratura iniziano le manovre per la assegnazione di una poltrona importante, una carica in grado di controllare processi e inchieste, arriva quello che Luca Palamara nel suo libro chiama «il Cecchino». Contro uno dei candidati, mani misteriose fanno inevitabilmente partire scoop e voci. Il risultato viene quasi sempre raggiunto: il candidato viene azzoppato, la strada viene aperta ad altri nomi. È quanto sta accadendo anche nella partita per una delle nomine più importanti della magistratura italiana: la nomina del Procuratore di Milano, il successore di Francesco Greco, l'attuale capo che andrà in pensione il prossimo 13 novembre. E a venire preso di mira è uno dei più autorevoli candidati alla carica: Giuseppe «Jimmy» Amato, attuale capo della Procura di Bologna. Un magistrato esperto ed equilibrato, uscito immacolato anche dalle chat di Palamara (nonostante appartenesse alla sua stessa corrente, Unicost). E ora alle prese con noie disciplinari quanto mai tempestive. I problemi nascono dalle carte inviate al Consiglio superiore della magistratura dalla Procura di Trento, guidata da Sandro Raimondi. Raimondi dirige una indagine delicata sul lato oscuro della Cantina di Mezzocorona, uno dei colossi del vino trentino, protagonista dell'acquisto di alcuni terreni in Sicilia riconducibili ad ambienti mafiosi: tra cui il famoso «Feudo Arancio», che avrebbe portato al superlatitante Matteo Messina Denaro. La Procura di Trento sequestra i terreni, il presidente della Mezzocorona Luca Rigotti fa ricorso al Riesame e vince. Rigotti è amico del presidente del tribunale, Guglielo Avolio, che si astiene dall'udienza. Ma l'autista di Rigotti viene intercettato mentre parla con un avvocato: salta fuori che Avolio «ci ha confezionato un collegio sicuro». La Procura di Trento trasmette le intercettazioni al Csm. E il presidente Avolio viene rimosso dall'incarico. Ma nelle intercettazioni partite per Roma c'è anche dell'altro. Sono conversazioni dove appare anche Jimmy Amato, che conosce bene l'ambiente trentino perché sotto la Paganella ha lavorato per anni. Amato pare che venga intercettato mentre parla con Rigotti: è una conversazione che la Procura di Trento considera neutra, irrilevante, e che trasmette a Roma solo per completezza. Ma qui qualcuno la nota, e decide di usarla contro Amato. E parte il tam tam. La corsa per la Procura milanese ufficialmente è ferma ai blocchi di partenza. Prima di metterla all'ordine del giorno, il Csm deve risolvere un'altra faccenda spinosa, la nomina del procuratore di Roma, dopo che la scelta dell'attuale capo Michele Prestipino è stata annullata dal Tar. Il fascicolo su Roma a quanto pare non verrà chiuso prima della fine di novembre, e solo a quel punto inizierà la discussione sul nuovo capo di Milano: scelta delicata, perché si tratta di portare la Procura ambrosiana fuori dalla palude di veleni in cui è affondata negli ultimi mesi. Infatti dietro le quinte le grandi manovre sono già iniziate intorno alle nove candidature arrivate al Csm. Tre appaiono in pole position: quelle di Amato, del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli. Ma Viola è destinato verosimilmente a Roma, e Romanelli rischia di essere penalizzato dall'avere compiuto a Milano quasi tutta la sua carriera: una volta sarebbe stato un vantaggio, con l'aria che tira è divenuto un handicap. Così la candidatura di Amato sembrava presentarsi come la scelta più naturale. Fino a quando è arrivato il Cecchino.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Sandro De Riccardis e Luca De Vito per “la Repubblica” il 21 ottobre 2021. Una procura devastata dalla gestione dei procedimenti Eni Nigeria, "falso complotto Eni" e loggia Ungheria. Con il pm Paolo Storari che accusa i colleghi - il capo della procura Francesco Greco e gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio - di non aver voluto prendere atto dell'inattendibilità del principale testimone (e imputato) del processo contro Eni, l'ex manager Vincenzo Armanna. E di non aver voluto indagare sui presunti iscritti alla loggia svelati dall'avvocato Piero Amara. «Mi sono fatto un'idea che almeno con riferimento al processo del falso complotto, i nostri Amara e Armanna sono due grandissimi calunniatori», scrive in una mail ai colleghi Storari. «Calunniatori delinquenti». E di De Pasquale, in un interrogatorio a Brescia, dice: «È la visione del tunnel che lo ha preso, cioè lui poteva avere la prova che Armanna non.. lui andava dritto.. io l'ho studiata questa visione del tunnel.. uno entra in una spirale che tu puoi fargli vedere quello che vuoi.. ma lui sara sempre negativo. De Pasquale ha la visione del tunnel». Il procuratore aggiunto De Pasquale (indagato per rifiuto di atti d'ufficio con Spadaro), a sua volta, davanti ai pm bresciani non risparmia critiche al collega. «Lui (Storari, ndr ) ha fatto la difesa dell'Eni... ha fatto una cosa che tornava utile alla difesa, punto e basta... in una maniera molto impropria (). Storari non è la misura del diritto, cioè lui non è il codice di procedura penale, non è che uno deve fare quello che dice Storari..». E sull'attendibilità di Armanna, il pm Spadaro nel suo interrogatorio rivendica come avessero già fatto la tara ad Armanna: «il suo ruolo per il processo è stato fortemente esaltato dai media, dalla vulgata che ne è venuta fuori.. ma nella realtà è stato limitato.. ridimensionato da quello che è successo nel dibattimento». «Indagine due anni nel cassetto» Davanti al procuratore di Brescia Francesco Prete e al pm Donato Greco, Storari (indagato per rivelazione di atti d'ufficio) ricorda l'interrogatorio del socio di Amara, Giuseppe Calafiore, che aveva confermato l'esistenza della loggia. «Amara e Calafiore.. e a tre mesi dalle dichiarazioni, noi non si iscrive nessuno e non si fa nessuna attività investigativa, nonostante almeno due si autoaccusano. Io dico: vogliamo iscriverli per la legge Anselmi? Oppure per calunnia. Ma qualcosa dobbiamo iniziare a fare ». In un altro passaggio Storari ricorda: «De Pasquale mi disse: "questo fascicolo dobbiamo tenerlo nel cassetto per due anni"». Ieri la procura di Perugia ha indagato i primi cinque soggetti nell'inchiesta sulla "Ungheria", tra cui Luigi Bisignani e Denis Verdini. Le chat con il procuratore Storari racconta dell'appunto che manda all'aggiunto Laura Pedio (indagata per omissione di atti d'ufficio). «Direi che a stretto giro protremmo iniziare a iscrivere e fare tabulati ». le scrive. Storari prepara una scheda di iscrizione funzionale ai tabulati di Amara. «Ho letto il tuo provvedimento e se non ho capito male hai disposto iscrizioni senza concordarla con il pm codelegato - gli scrive in chat Greco - . Francamente lo trovo sconcertante, non lo avevo mai visto prima». La guerra dei depositi Sullo sfondo della vicenda Amara, c'è il processo Eni Nigeria. Elementi sulla scarsa credibilità di Armanna, arrivano ai titolari dell'inchiesta, Spadaro e De Pasquale, da Storari che sul complotto con Pedio. Dice De Pasquale, rispondendo alle domande dei pm bresciani: «Eravamo al 19 (febbraio, ndr ), mi metti in mano una polpetta avvelenata, una trappola.. abbiamo detto: cosa significa questa cosa scritta così?».  Il riferimento è alla mail arrivata a ridosso della prevista sentenza (che vedrà assolti i vertici di Eni): «questa iniziativa era fortemente sospetta.. una trappola». I pm bresciani chiedono perché quegli elementi non siano stati messi a disposizione del tribunale e delle difese. «C'è una norma del codice che dice che il pubblico ministero si assume la responsabilità di quello che fa nel processo.. - dice De Pasquale - . Mi sarebbe sembrato un modo di ridicolizzare la pubblica accusa, e fare degli accertamenti su qualcosa che il tribunale aveva giudicato irrilevante. E perché questi accertamenti li stava già facendo Storari».

Storari e il caso Amara: "De Pasquale mi fermò". Luca Fazzo il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il Pm rivela le pressioni subite per il fascicolo sulla loggia Ungheria: "Resti 2 anni nel cassetto". Che nella Procura di Milano stessero volando gli stracci, conclusione ingloriosa di una stagione durata trent'anni, era chiaro. Ma nessuno poteva immaginare che lo scontro fratricida avesse raggiunto asprezze come quelle che emergono dai verbali di interrogatorio dei protagonisti dello scontro: il procuratore Francesco Greco, i suoi «vice» Fabio De Pasquale e Laura Pedio, il pm Paolo Storari. Tutti incriminati per un motivo o per l'altro dalla Procura di Brescia (ma per Greco è imminente l'archiviazione) e tutti interrogati nelle settimane scorse. Alla fine tutto verte sullo stesso tema, la gestione da parte di De Pasquale del processo all'Eni e i suoi tentativi di salvare la faccia dell'avvocato Pietro Amara, da lui utilizzato come superteste. E che invece con le sue rivelazioni a Storari sulla presunta loggia Ungheria appariva sempre più come un avvelenatore di pozzi, un calunniatore di mestiere al servizio di manovre e interessi oscuri. Non c'era solo, si scopre ora, da salvare il processo Eni. Storari rivela (e Greco in parte lo conferma) come il guaio fosse che Amara chiamava in causa come membro della loggia il generale Giuseppe Zafarana, comandante della Guardia di finanza. Storari racconta così un colloquio con Greco: «Gli dico: Francesco, ma tu a ste robe che dice Amara ci credi? Sì, Paolo, io ci credo, però lì dentro si parla di Zafarana, e io adesso Zafarana non lo voglio toccare... non voglio rompere le balle perché mi serve per sistemare il colonnello Giordano che deve andare al Nucleo di Polizia Valutaria di Roma». Si tratta di Vito Giordano, oggi generale, l'investigatore di fiducia della Procura di Milano. Greco invece la racconta così: «Il mio problema era: a chi facciamo fare le indagini? Avevo un problema di esposizione degli uomini. Perché non volevo esporre gli uomini del Nucleo GdF di Milano a un problema non marginale, se dire o no qualcosa a Zafarana, che se poi non lo dicono vengono sparpagliati tra Pantelleria e Lampedusa». Qualunque sia il vero motivo, il risultato è che l'indagine invocata da Storari non parte: né su Amara né su Zafarana e gli altri presunti «ungheresi». L'indagine non parte perchè non doveva partire. Storari dice di averlo appreso esplicitamente dal procuratore aggiunto De Pasquale: che non si fidava di lui, «ero da tenere alla larga, diceva che gli rovinavo il processo Eni». «A dicembre 2019 ho un interlocuzione con il dottor De Pasquale, Amara sta parlando di Ungheria da un paio di settimane e De Pasquale mi dice: questo fascicolo deve rimanere per due anni nel cassetto». «Mi ero sentito dire di infrattare il fascicolo», sintetizza Storari. Un ordine di una gravità inaudita, al quale Storari racconta di avere reagito chiedendo aiuto a Piercamillo Davigo. Ma, interrogato, anche lui a Brescia, De Pasquale nega tutto. E ribalta su Storari l'accusa di essersi schierato di fatto dalla parte dei vertici Eni sotto accusa (ma poi assolti) per corruzione internazionale: «Storari ha fatto la difesa dell'Eni. Una cosa che tornava utile alla difesa, in una maniera molto impropria». Come e quando si possa uscire da questa palude di accuse reciproche è impossibile prevederlo. Nel frattempo, per capire il clima che i verbali di Amara avevano creato in una Procura già allora disorientata e divisa, la deposizione più chiara è quella del procuratore aggiunto Laura Pedio. É l'unica, dei magistrati milanesi inquisiti, di cui la Procura di Brescia non abbia ancora deciso la sorte. Interrogata sulla sua gestione dei verbali sulla loggia, la Pedio dice: «Rispetto a una notizia di reato cosi' fluida, quindi noi mettevamo sotto intercettazione tutte le istituzioni italiane, noi prendevamo i tabulati di tutte le istituzioni italiane, andavamo dal Papa in giù? Tutti i tabulati? Questo era quello che si doveva fare? Secondo me no. E lo rivendico». Ci sta. Ma c'era un'altra strada: incriminare Amara e i suoi compari per calunnia. Ma così si sarebbe rovinato il processo Eni...

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

L'obiettivo? Tutelare Amara da possibili accuse di calunnia. Loggia Ungheria, la rivelazione di Storari: “De Pasquale decise di insabbiare l’indagine”. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Ottobre 2021. «Questo fascicolo dobbiamo tenerlo chiuso nel cassetto per due anni». A dirlo sarebbe stato il procuratore di Milano Fabio De Pasquale rivolgendosi al pm Paolo Storari che voleva fare indagini sulla loggia Ungheria. La circostanza, incredibile in Paese dove vige l’obbligatorietà dell’azione penale, è stata raccontata nelle scorse settimane dallo stesso Storari ai pm di Brescia che hanno indagato De Pasquale ed il suo vice Sergio Spadaro per omissione d’atti d’ufficio. Le parole di Storari, in attesa di riscontri, aprono scenari inquietanti sulla gestione dei fascicoli da parte della Procura di Milano. Piero Amara, interrogato alla fine di dicembre del 2019 da Storari e dalla vice del procuratore Francesco Greco, Laura Pedio, aveva rivelato, come più volte ricordato, l’esistenza di questo sodalizio paramassonico finalizzato alle nomine dei magistrati e a condizionare i processi. Amara aveva elencato oltre quaranta nomi fra alti magistrati, generali, professionisti, avvocati, che avrebbero fatto parte di questa loggia super segreta. Storari, tra i più stretti collaboratori di Ilda Boccassini all’antimafia, come riferito ai colleghi bresciani, conclusi gli interrogatori di Amara, aveva chiesto ai suoi capi di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e l’acquisizione dei tabulati telefonici a riscontro delle parole dell’avvocato siciliano. La risposta sarebbe stata un rifiuto. Il motivo? Lo spiega sempre Storari secondo il quale ci sarebbe stata all’epoca una precisa linea da parte dei vertici della Procura di Milano che prevedeva di “salvaguardare” Amara da possibili indagini per calunnia, perché quest’ultimo sarebbe tornato utile come teste. Allo stesso modo, sempre secondo Storari, tutte le prove raccolte sull’ex manager dell’Eni Vincenzo Armanna, tra cui chat falsificate e molto altro, nel fascicolo sul cosiddetto “falso complotto Eni” non vennero prese in considerazione da Greco, De Pasquale, Pedio e Spadaro, senza essere depositate nel processo. Anche in questo caso perchè Armanna, “grande accusatore”, non poteva essere “screditato”. Una parte della lunga testimonianza di Amara, però, era stata utilizzata da De Pasquale contro il presidente del collegio che stava giudicando in quel momento i vertici dell’Eni, innescando così un procedimento penale a Brescia proprio alla vigilia della sentenza del processo per corruzione internazionale da parte del colosso petrolifero. Amara, in particolare, aveva affermato che l’avvocato Paola Severino avrebbe avuto “accesso”, unitamente all’avvocato Nerio Diodà, al giudice Marco Tremolada, presidente del collegio. Accesso “tale da assicurare l’assoluzione” degli imputati Paolo Scaroni e Claudio De Scalzi, ad di Eni. La circostanza era stata riferita da Amara non per conoscenza diretta, ma per averla appresa dall’avvocato dell’Eni Michele Bianco e dall’ex collega di studio Alessandra Geraci. I due, però, interrogati al riguardo avevano smentito totalmente l’avvocato siciliano. Storari era poi finito sotto il tiro del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi secondo il quale il suo comportamento avrebbe gettato “discredito” su Greco e sulla vice Pedio, «non messi anticipatamente al corrente di un effettivo e formalizzato dissenso sulla conduzione dell’indagini», poi oggetto di una «una sotterranea campagna di discredito oggettivamente posta in essere da Storari, per giunta all’interno del Csm». Il pm milanese, dopo aver interrogato Amara e vista l’inerzia dei propri capi ad approfondire, aveva consegnato i verbali all’allora componente del Csm Piercamillo Davigo. Storari aveva sempre respinto l’accusa di non aver «formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell’indagine», affermando di avere più volte fatto solleciti “a voce” a Pedio, Greco e De Pasquale. Il Csm gli aveva creduto. In attesa che si chiarisca questa intricata vicenda, può De Pasquale rimanere comunque a capo del “dipartimento reati economici transazionali” della Procura di Milano? E Spadaro può continuare a svolgere il ruolo di procuratore europeo delegato per i crimini contro la Ue? Un provvedimento del Consiglio superiore della magistratura, dopo aver creduto alla ricostruzione di Storari, sarebbe quanto mai opportuno. E a proposito di Csm, è saltato ieri l’incontro sulla riforma dell’organo di autogoverno delle toghe fra la Guardasigilli Marta Cartabia e i capigruppo della maggioranza in Commissione giustizia alla Camera. Paolo Comi

Procura Milano, i veleni tra pm. De Pasquale accusa: “Una trappola da Storari”. Sandro De Riccardis,  Luca De Vito La Repubblica il 21 ottobre 2021. Negli atti dell’inchiesta la replica ai rilievi del collega secondo cui il procuratore aggiunto dava ascolto a un teste screditato ed era “finito in un tunnel”. Una procura devastata dalla gestione dei procedimenti Eni Nigeria, "falso complotto Eni" e loggia Ungheria. Con il pm Paolo Storari che accusa i colleghi - il capo della procura Francesco Greco e gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio - di non aver voluto prendere atto dell'inattendibilità del principale testimone (e imputato) del processo contro Eni, l'ex manager Vincenzo Armanna.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 20 ottobre 2021. Scrive il pm Paolo Storari il 4 febbraio ai suoi vertici Francesco Greco e Laura Pedio: «Vi allego una breve ulteriore memoria da dove emerge che Vincenzo Armanna» (coimputato-accusatore di Eni) «ha pagato 50 mila dollari a due testi del processo Eni-Nigeria. Vi avevo già scritto il 18 gennaio e il 23 gennaio sollecitando di comunicare a De Pasquale (altro vice di Greco e pm di Eni-Nigeria, ndr ), alle difese e al Tribunale questi fatti molto gravi, non possiamo consentire che la decisione del Tribunale, qualunque sia, si fondi su calunnie, testi pagati o documenti falsi. E tralascio eventuali profili non solo disciplinari. La stessa tempestività e solerzia avuta nel trasmettere i verbali di Amara e Armanna a De Pasquale, nonché nel trasmettere alla Procura di Brescia le dichiarazioni su Tremolada (giudice di Eni-Nigeria, ndr ), dovremmo averla anche quando le indagini portano elementi che smentiscono. Rimango in attesa». La mai arrivatagli risposta arriva, indiretta, ora che Greco ribatte al pm bresciano Francesco Prete: «Sono sicuro che, se andiamo a rastrellare il fondo del barile, troviamo tante cose da depositare in Tribunale, altrettante se rastrello per i corridoi della Procura... Il problema è che Storari aveva mandato 100 pagine illeggibili, non faceva capire cosa si doveva depositare...»: e peraltro per De Pasquale e Pedio non era processualmente spendibile il non ancora concluso esame del telefonino di Armanna, «da 3.000 le mail sono diventate 16.000». Prete riassume allora a Greco il punto: Storari chiedeva di avvisare il Tribunale che Armanna, nel produrre al Tribunale alcune sue chat con il mitologico 007 nigeriano Victor che avrebbe dovuto confermarne le accuse a Eni, le aveva però amputate della parte in cui discuteva col teste di 50.000 euro. Una notizia da dire, a prescindere che Armanna coi soldi volesse procurarsi un certo file (come interpretava De Pasquale nel motivare a Greco il no al deposito) o comprare il teste (come sospettava Storari). «Non voglio entrare su questa storia qua perché francamente non sono neanche in grado di farlo... - ripiega qui Greco su De Pasquale -. Dico solo che le mail di Storari non permettevano il deposito di alcunché. Punto. Poi... francamente ognuno si assume le proprie responsabilità, Spadaro e De Pasquale hanno detto la loro posizione, uno la potrà giudicare o meno. Trovo singolare che un pm (Storari, ndr ) si dedichi a fare una controindagine su un processo in corso e sulla discrezionalità di un altro pm in udienza. Il pm in udienza è autonomo, neanche il procuratore può imporre nulla. Perciò la risposta di De Pasquale non l'ho girata a Storari ma l'ho tenuta io e messa a protocollo riservato». Altro tema posto da Storari era che le chat mostrate nel 2019 da Armanna al Fatto Quotidiano per accreditare messaggi da Descalzi e Granata volti nel 2013 a comprarne la ritrattazione processuale, erano false già solo perché i loro apparenti numeri telefonici erano in quel 2013 utenze inattive in pancia a Vodafone. Ma ora Greco controdomanda ai pm di Brescia: «No, chi l'ha detto che le chat sono false?». Vodafone - rileva Prete - comunica che nel 2013 i numeri non esistevano. Greco: «Ma perché, tu ti fidi?». Perché no? «Che ne so io...». Obiezione che anche Storari ricorda fattagli da Greco e Pedio nel 2020: «Dicevano: "Ma sai, ci sono i servizi segreti... potrebbero aver utilizzato queste utenze nonostante fossero in pancia di Vodafone". Di fronte a risposte così, ma che gli vuoi dire? Perché a quel punto vale tutto...». Pedio, invece, insiste tutt' oggi. Premette «che certo non competeva a me, Laura Pedio, stabilire se quel materiale provvisorio doveva... se era utile per il processo Eni-Nigeria o no», e si dice scandalizzata dal ritrovarsi indagata per omissione: «Mi state dicendo allora che, se non fai una misura cautelare che il tuo collega vuole, commetti un reato? Io quella bozza di richiesta di Storari (arrestare Armanna e Amara per calunnia dei vertici Eni) non l'ho condivisa allora, e dico che ancora oggi non ci sono le condizioni. Io l'ho bocciata, e Storari si deve fare persuaso che quel che pensa lui non è sempre la verità scesa in terra... Forse nelle sue esperienze precedenti (l'Antimafia con Ilda Boccassini, ndr ) era stato abituato a dettare le regole».

Le mail del pm Storari a Greco: «Quelle chat scagionano l’Eni». Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2021. Il pm al procuratore: informiamo i giudici. La replica: erano 100 pagine illeggibili. Tra i reati contestati nell’inchiesta sulla Fondazione, corruzione e finanziamento illecito. Scrive il pm Paolo Storari il 4 febbraio ai suoi vertici Francesco Greco e Laura Pedio: «Vi allego una breve ulteriore memoria da dove emerge che Vincenzo Armanna» (coimputato-accusatore di Eni) «ha pagato 50 mila dollari a due testi del processo Eni-Nigeria. Vi avevo già scritto il 18 gennaio e il 23 gennaio sollecitando di comunicare a De Pasquale (altro vice di Greco e pm di Eni-Nigeria, ndr), alle difese e al Tribunale questi fatti molto gravi, non possiamo consentire che la decisione del Tribunale, qualunque sia, si fondi su calunnie, testi pagati o documenti falsi. E tralascio eventuali profili non solo disciplinari. La stessa tempestività e solerzia avuta nel trasmettere i verbali di Amara e Armanna a De Pasquale, nonché nel trasmettere alla Procura di Brescia le dichiarazioni su Tremolada (giudice di Eni-Nigeria, ndr), dovremmo averla anche quando le indagini portano elementi che smentiscono. Rimango in attesa».

La risposta

La mai arrivatagli risposta arriva, indiretta, ora che Greco ribatte al pm bresciano Francesco Prete: «Sono sicuro che, se andiamo a rastrellare il fondo del barile, troviamo tante cose da depositare in Tribunale, altrettante se rastrello per i corridoi della Procura... Il problema è che Storari aveva mandato 100 pagine illeggibili, non faceva capire cosa si doveva depositare...»: e peraltro per De Pasquale e Pedio non era processualmente spendibile il non ancora concluso esame del telefonino di Armanna, «da 3.000 le mail sono diventate 16.000». Prete riassume allora a Greco il punto: Storari chiedeva di avvisare il Tribunale che Armanna, nel produrre al Tribunale alcune sue chat con il mitologico 007 nigeriano Victor che avrebbe dovuto confermarne le accuse a Eni, le aveva però amputate della parte in cui discuteva col teste di 50.000 euro. Una notizia da dire, a prescindere che Armanna coi soldi volesse procurarsi un certo file (come interpretava De Pasquale nel motivare a Greco il no al deposito) o comprare il teste (come sospettava Storari). «Non voglio entrare su questa storia qua perché francamente non sono neanche in grado di farlo... — ripiega qui Greco su De Pasquale —. Dico solo che le mail di Storari non permettevano il deposito di alcunché. Punto. Poi... francamente ognuno si assume le proprie responsabilità, Spadaro e De Pasquale hanno detto la loro posizione, uno la potrà giudicare o meno. Trovo singolare che un pm (Storari, ndr) si dedichi a fare una controindagine su un processo in corso e sulla discrezionalità di un altro pm in udienza. Il pm in udienza è autonomo, neanche il procuratore può imporre nulla. Perciò la risposta di De Pasquale non l’ho girata a Storari ma l’ho tenuta io e messa a protocollo riservato». Altro tema posto da Storari era che le chat mostrate nel 2019 da Armanna al Fatto Quotidiano per accreditare messaggi da Descalzi e Granata volti nel 2013 a comprarne la ritrattazione processuale, erano false già solo perché i loro apparenti numeri telefonici erano in quel 2013 utenze inattive in pancia a Vodafone. Ma ora Greco controdomanda ai pm di Brescia: «No, chi l’ha detto che le chat sono false?». Vodafone — rileva Prete — comunica che nel 2013 i numeri non esistevano. Greco: «Ma perché, tu ti fidi?». Perché no? «Che ne so io...». Obiezione che anche Storari ricorda fattagli da Greco e Pedio nel 2020: «Dicevano: “Ma sai, ci sono i servizi segreti... potrebbero aver utilizzato queste utenze nonostante fossero in pancia di Vodafone”. Di fronte a risposte così, ma che gli vuoi dire? Perché a quel punto vale tutto...». Pedio, invece, insiste tutt’oggi. Premette «che certo non competeva a me, Laura Pedio, stabilire se quel materiale provvisorio doveva... se era utile per il processo Eni-Nigeria o no», e si dice scandalizzata dal ritrovarsi indagata per omissione: «Mi state dicendo allora che, se non fai una misura cautelare che il tuo collega vuole, commetti un reato? Io quella bozza di richiesta di Storari (arrestare Armanna e Amara per calunnia dei vertici Eni) non l’ho condivisa allora, e dico che ancora oggi non ci sono le condizioni. Io l’ho bocciata, e Storari si deve fare persuaso che quel che pensa lui non è sempre la verità scesa in terra... Forse nelle sue esperienze precedenti (l’Antimafia con Ilda Boccassini, ndr) era stato abituato a dettare le regole».

Monica Serra per "la Stampa" l'8 ottobre 2021. Si chiudono le prime due partite dell'inchiesta di Brescia sullo scontro fratricida nella procura di Milano. E sulla graticola di una possibile richiesta di rinvio a giudizio finiscono da una parte il pm Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo per la "fuga" dei verbali dell'avvocato Piero Amara sulla presunta "loggia Ungheria", e dall'altra il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, per la gestione delle prove al processo Eni-Nigeria, che si è concluso poi con una clamorosa assoluzione di tutti gli imputati. Non pervenuta invece la decisione sugli altri magistrati indagati per omissione di atti d'ufficio, ovvero il procuratore milanese Francesco Greco e l'aggiunta Laura Pedio. Ma è chiaro che la procura bresciana dovrà sciogliere la riserva anche su di loro, sebbene ieri sera il procuratore Greco, oramai a un passo dalla pensione, ostentasse tranquillità: «Io sto aspettando solo una cosa: l'archiviazione». Nell'avviso di conclusione indagini notificato ieri, Brescia ipotizza per Davigo e Storari il reato all'articolo 326 del codice penale, ovvero rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio. La storia ormai è nota. A Storari viene contestato di «aver consegnato i verbali dell'avvocato Piero Amara» resi di fronte a lui e alla collega Laura Pedio tra il 6 dicembre del 2019 e l'11 gennaio del 2020, sotto forma di file contenuti in una chiavetta Usb, al collega Piercamillo Davigo «nei primi giorni del mese di aprile del 2020 nei pressi dell'abitazione di quest' ultimo». La contestazione a Davigo è più articolata perché non solo li avrebbe ricevuti illecitamente, autorizzando il collega a darglieli, ma li avrebbe anche «diffusi» a Roma. Non soltanto infatti li avrebbe consegnati a membri del Csm, come il vicepresidente David Ermini, e ne avrebbe parlato con il Pg di Cassazione Giovanni Salvi (titolare dell'azione disciplinare), ma li avrebbe mostrati o ne avrebbe riferito pure a Giuseppe Cascini, Giuseppe Gigliotti, Stefano Cavanna, Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, tutti del Csm. Nonché al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (5Stelle).

L'accusa di rifiuto di atti d'ufficio ipotizzata, in un altro provvedimento di chiusura inchiesta per gli altri due magistrati, ovvero Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, racconta invece l'altra faccia della medaglia di questa storia. Quando nel maggio scorso Storari viene interrogato a Brescia, con mail e documenti alla mano, spiega infatti di aver consegnato quei verbali di Amara a Davigo per «autotutelarsi» dalla presunta «inerzia della procura». «Inerzia» che, secondo il procuratore di Brescia Francesco Prete, si tradusse, per quanto riguarda De Pasquale e Spadaro, nel non aver portato a conoscenza delle difese Eni-Nigeria alcune prove che erano state raccolte da Storari nell'indagine con la collega Pedio sul presunto «complotto Eni». A partire dalle chat telefoniche che dimostrerebbero come il coimputato e teste dell'accusa Vincenzo Armanna, ex manager Eni, avesse promesso 50 mila dollari a un poliziotto nigeriano per indurlo a una falsa testimonianza. Evidentemente a nulla sono servite le spiegazioni fornite a Brescia da De Pasquale e Spadaro, che sostenevano come quegli accertamenti fossero «incompleti». Ora tutti e quattro i magistrati rischiano di finire a processo.  

Milano, trent’anni dopo Mani Pulite mezzo pool rischia di finire a processo: si salva solo Greco. Chiuse le indagini sulla consegna dei verbali a Davigo e sulle prove nascoste al processo Eni. L’ex consigliere del Csm e Storari indagati per rivelazione di atti d’ufficio. Per De Pasquale e Spadaro l’accusa di rifiuto d’atti d’ufficio. Continuano le indagini su Pedio. Simona Musco su Il Dubbio il 9 ottobre 2021. Mezzo pool di Mani pulite rischia il processo. A trent’anni dall’inchiesta che segnò la politica del Paese, questa volta a finire al centro della scena – da accusati e non da accusatori – sono proprio loro: i pm milanesi. Il tutto mentre si avvicina il giorno dell’addio alla procura meneghina di Francesco Greco, che invece è l’unico, al momento, a poter tirare un respiro di sollievo, grazie alla richiesta di archiviazione avanzata dal collega Francesco Prete, a capo della procura di Brescia, per l’accusa di omissione d’atti d’ufficio. La stessa procura ha notificato giovedì l’avviso di conclusione delle indagini a carico di Piercamillo Davigo e Paolo Storari, accusati di rivelazioni di atti d’ufficio, nonché a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro (nel frattempo passato alla procura europea) per rifiuto d’atti d’ufficio. Vicende distinte, ma legate tra di loro da un filo sottile che porta il nome di Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni che ha fatto esplodere la procura di Milano e sulla cui credibilità ci sono ancora non pochi dubbi. La vicenda è l’ormai nota “consegna” dei verbali di Amara a Davigo: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegnò documenti senza firma e senza timbro al consigliere del Csm, convinto di un voluto lassismo da parte dei vertici della procura nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Storari, dunque, non si affidò alle vie formali, le uniche, secondo il Csm, lecite. Ma per l’ex pm di Mani Pulite, tutto sarebbe avvenuto nel rispetto della legge: è stato lui, infatti, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura. «Storari preliminarmente mi chiese se poteva parlare con me – ha raccontato Davigo ai pm di Brescia -. Io gli dissi che c’erano specifiche circolari del Csm che prevedono che il segreto d’ufficio, segnatamente il segreto investigativo, non è opponibile al Csm e gli dissi che avrei potuto fare da tramite con il comitato di presidenza. In relazione a ciò, ho ricevuto da Storari copia di documenti in formato word, non firmati». Le due circolari, però, in nessun caso fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. E dello stesso avviso è il procuratore di Brescia, secondo cui la procedura descritta da quelle circolari del ’94 e ’95 non è applicabile al caso specifico. Storari, dunque, avrebbe dovuto «investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine» e agì, perciò, «al di fuori di ogni procedura formale, per lamentare presunti contrasti insorti con il procuratore della Repubblica ed il procuratore aggiunto co-assegnatario del procedimento – tenuti peraltro all’oscuro dell’iniziativa». Un atto compiuto con il fine di reagire a «un asserito ritardo nelle iscrizioni e nell’avvio delle indagini», ma fatto, secondo l’accusa, «in assenza di una ragione d’ufficio che autorizzasse il disvelamento del contenuto di atti coperti dal segreto investigativo e senza investire i competenti organi istituzionali deputati alla vigilanza sull’attività degli uffici giudiziari». Il pm avrebbe dunque violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusato della «sua qualità» consegnando a Davigo «copia in formato word dei verbali degli interrogatori» resi il 6, 14, 15, 16 dicembre 2019 e l’11 gennaio 2020 e copia delle «trascrizioni di tre file audio di conversazioni tra presenti prodotti nel corso delle indagini «dall’indagato Giuseppe Calafiore», collaboratore di Amara, e anche questi relativi alla presunta «associazione segreta» loggia Ungheria. Davigo, dal canto suo, avrebbe «rafforzato il proposito criminoso di Storari» entrando «in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo» violando «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusando «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Piero Amara. L’ex pm di Mani Pulite, infatti, non si limitò a ricevere i verbali ma ne «rivelava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra. E Prete sembra avere un’idea precisa del perché: quella consegna avrebbe avuto come solo scopo quello «di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita», che in realtà è precedente alla vicenda Amara. A Marra Davigo avrebbe chiesto «di custodirli e di consegnarli al comitato di Presidenza, qualora glieli avesse richiesti». Ma di quanto riferito da Amara ai pm milanesi Davigo avrebbe raccontato anche ad un’altra consigliera del Csm, Ilaria Pepe per «suggerirle “di prendere le distanze”» da Ardita, invitandola a leggerli. A vederli sarebbe stato anche il consigliere Giuseppe Cascini, al quale Davigo ha chiesto «un giudizio sull’attendibilità» di Amara, mentre ai consiglieri Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna avrebbe riferito di una «indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che “in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita”». Ma non solo: quei verbali furono consegnati anche al vicepresidente David Ermini, che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva» la «documentazione». Ad essere informato fu anche un componente esterno al Csm, Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei «contrasti insorti tra lui» e Ardita. E proprio Ardita, dunque, sembra giocare un ruolo centrale nella vicenda, pur essendo già stata smentita la sua appartenenza alla presunta “loggia Ungheria”. Dopo il pensionamento di Davigo, infatti, i verbali sono stati spediti alla stampa, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che nel corso di un plenum ha reso pubblica la vicenda, denunciando il tentativo di screditare Ardita. Secondo la procura di Roma, a spedire quei verbali sarebbe stata Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo licenziata dal Csm pur senza attendere l’esito della vicenda giudiziaria. E secondo la procura di Brescia, Davigo avrebbe riferito il contenuto di quegli atti segreti anche ad un’altra delle sue collaboratrici, Giulia Befera. Se Greco è uscito pulito da questa storia – secondo i pm bresciani non spettava a lui procedere con le iscrizioni, richieste nel 2019 ed effettuate infine a maggio dell’anno scorso -, la posizione di Pedio rimane ancora in ballo. L’aggiunta è infatti indagata non solo per omissione d’atti d’ufficio, ma anche per la gestione dell’ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna, grande accusatore nel processo Eni-Nigeria (conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati in primo grado) e presunto calunniatore, secondo quanto segnalato dallo stesso Storari a De Pasquale e Spadaro, che nonostante ciò lo avrebbero usato come teste chiave dell’accusa. E a chiudere il cerchio nella polveriera milanese ci sono proprio i due accusatori di Eni, indagati per rifiuto di atti d’ufficio. L’indagine si basa sulla gestione delle prove nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245, tangente mai provata in quanto mancano «prove certe ed affidabili dell’esistenza dell’accordo corruttivo contestato», si legge nella sentenza di assoluzione. E tra le questioni scandagliate dalla procura di Brescia c’è quella del video favorevole agli imputati tenuto nascosto dalla procura. Il filmato era stato girato in maniera clandestina da Amara e testimonierebbe la volontà di Armanna di ricattare i vertici Eni per gettare su di loro «valanghe di merda» e avviare una devastante campagna mediatica. De Pasquale, nel corso del processo, ha ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuto non rilevante». Ma per il tribunale si trattava di elementi fondamentali, al punto che per i giudici risulta «incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Vincenzo Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e della auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati». Ma non solo: Storari aveva trasmesso ai pm del caso Opl 245 delle chat trovate nel telefono di Armanna, dalle quali sarebbe emerso come quest’ultimo avesse versato 50mila dollari al teste Isaak Eke per fargli rilasciare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni coimputati. Tuttavia, nel processo sono state poi depositate dalla difesa di Armanna solo le presunte chat «false» che la stessa aveva già prodotto a De Pasquale e Spadaro. «Ne prendiamo atto. È la chiusura di un primo capitolo che poi troverà eventualmente, ammesso che ci sia la richiesta di rinvio a giudizio, in una sede processuale la sua verifica», ha affermato Paolo Della Sala, difensore del pm Storari.  «Con tutto il fango buttato addosso al dottor Storari, in realtà poi il suo fatto resta circoscritto a questo episodio, che era noto, e che non ha buchi di ricostruzione. È un problema giuridico, delicato, che noi confidiamo di risolvere positivamente», ha concluso. «Commenteremo dopo aver letto attentamente gli atti», ha invece spiegato il legale Francesco Borasi, avvocato di  Davigo.

Loggia Ungheria, Davigo e De Pasquale verso il processo. Brescia ha chiuso le indagini. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera l’8 Ottobre 2021. L’ex pm è indagato con il pm Storari per la diffusione dei verbali di Amara sulla «loggia Ungheria». Il procuratore aggiunto è sotto accusa con il pm Spadaro per rifiuto d’atti d’ufficio nell’ambito del caso Eni-Nigeria. L’ex consigliere Csm Piercamillo Davigo e il pm milanese Paolo Storari vanno verso il processo per aver fatto circolare i verbali segreti di Piero Amara sulla «loggia Ungheria»; mentre il procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro vanno verso il processo per aver tenuto gli imputati e il Tribunale del processo Eni-Nigeria all’oscuro di elementi potenzialmente favorevoli alle difese. È quanto si ricava dai quattro «avvisi di conclusione delle indagini e deposito degli atti» notificati ieri dalla Procura di Brescia a Davigo e Storari per l’ipotesi di «rivelazione di segreto», e a De Pasquale (uno dei vice del procuratore Francesco Greco) e Spadaro per l’ipotesi di «rifiuto d’atti d’ufficio». Notifiche che di solito preludono dopo 20 giorni alla richiesta di processo, salvo spiazzanti controdeduzioni difensive che qui però gli indagati hanno già proposto. Nessuna decisione invece allo stato sugli altri due indagati per omissione d’atti d’ufficio, Greco e il procuratore aggiunto Laura Pedio.

Loggia «Ungheria». La consegna nell’aprile 2020 da Storari a Davigo delle copie word dei verbali resi a fine 2019 dall’ex avvocato esterno Eni Piero Amara sull’asserita associazione segreta «Ungheria» non può essere, per il procuratore Francesco Prete e il pm Donato Greco, scriminata né dal fatto che fosse stato Davigo a rassicurare Storari sulla liceità della consegna e sulla non opponibilità del segreto investigativo a un consigliere Csm; né dal movente di Storari di lamentare i contrasti con il procuratore Greco e la coassegnataria Pedio sui ritardi (a suo avviso) nell’avviare concrete indagini. Tra le successive rivelazioni di segreto imputate a Davigo è interessante che Brescia indichi quelle non al procuratore generale e al presidente della Cassazione, Giovanni Salvi e Pietro Curzio, ma quella al vicepresidente del Csm David Ermini, che al pari di Salvi e Curzio compone il Comitato di Presidenza del Csm: Ermini ricevette da Davigo anche copia dei verbali, che — si scopre ora — si affrettò poi a distruggere ritenendoli irricevibili. Come rivelazioni di segreto sono poi contestate a Davigo quelle ai consiglieri Csm Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna; alle sue due segretarie al Csm Marcella Contraffatto e Giulia Befera; e al presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, il senatore (allora nel M5S) Nicola Morra, in un colloquio privato, fuori (per i pm) da qualunque regola, e solo per motivare i contrasti insorti con il consigliere Csm Sebastiano Ardita.

L’impatto sulla procura. Impatta invece sul lavoro della Procura di Milano l’accusa al braccio destro di Greco, il capo del pool affari internazionali De Pasquale: non aver depositato, nel processo sulle tangenti Eni in Nigeria sfociato poi in tutte assoluzioni, indizi trovati da Storari (e inoltratigli da Greco) sulla possibile calunniosità (ai danni di Eni, dell’a.d. Descalzi e del n.3 Granata) di Vincenzo Armanna, coimputato-accusatore di Eni, assai valorizzato da De Pasquale nel processo e da Pedio nell’indagine sui depistaggi Eni. Taciuti a difese e giudici, oltre al video dell’imprenditore Ezio Bigotti sulla matrice psicologica delle accuse di Armanna, per Brescia furono la falsità di alcune chat prodotte da Armanna; e il rapporto di soldi (50.000 dollari dati o promessi) tra Armanna e l’asserito superteste nigeriano da lui evocato a riscontro delle proprie accuse a Eni.

Verbali Amara al Csm, chiuse le indagini su Davigo e Storari. La procura di Brescia contesta a Davigo e Storari la rivelazione del segreto d'ufficio in merito ai verbali di Amara. Chiuse le indagini anche su De Pasquale. Il Dubbio l’8 ottobre 2021. La procura della Repubblica di Brescia ha chiuso le indagini sull’ex consigliere togato del Csm, Piercamillo Davigo, sui pm Paolo Storari e Sergio Spadaro e sul procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. gli ultimi tre in servizio presso la procura di Milano. Si tratta della doppia inchiesta sulla circolazione dei verbali dell’ex legale dell’Eni, Piero Amara, e del processo sulla presunta tangente “Eni-Nigeria”, in cui sono stati assolti tutti gli imputati. I pm bresciani contestano a Davigo e Storari la rivelazione del segreto d’ufficio, mentre a Spadaro e De Pasquale il rifiuto d’atti d’ufficio. Ora, come prevede la procedura, gli indagati avranno la possibilità di farsi interrogare o presentare una memoria difensiva. Il rischio, tuttavia, è che tutti e quattro vadano a processo, qualora il gup, una volta ricevuta la richiesta dell’accusa, decidesse per il rinvio a giudizio.  Nello specifico, la procura di Bresccia ritiene che le condotte di Davigo e Storari non possano giustificarsi in alcun modo rispetto alla vicenda della presunta loggia “Ungheria“, la cui indagine stentava a decollare, secondo Storari, per alcuni contrasti interni all’ufficio inquirente meneghino. Inoltre, la pubblica accusa, in riferimento alla rivelazione del segreto d’ufficio, indica quali destinatari di tale comportamento illecito non il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, e il presidente della Cassazione, Pietro Curzio, ma il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, che insieme agli altri due, compone il comitato di Presidenza di Palazzo dei Marescialli. Per la procura di Brescia, Davigo avrebbe rivelato i contenuti delle dichiarazioni di Amara ai consiglieri del Csm, Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna, ma anche al senatore, ex M5S, Nicola Morra, nonché alle due collaboratrici Marcella Contraffatto e Giulia Befera. Per quanto riguarda la storia del processo “Eni-Nigeria“, la procura di Brescia contesta a De Pasquale di non aver depositato gli indizi rinvenuti dal pm Storari le presunte dichiarazioni calunniose da parte dell’accusatore di Eni, Vincenzo Armanna.

Dagoreport il 27 settembre 2021. Tra una "loggia Ungheria" e l’altra, spunta un secondo video che solletica nuovi interrogativi sull’avvocato Piero Amara, che tanto sta facendo arrabbiare ampi settori delle istituzioni. Si tratta - udite, udite - di un nuovo video che porterebbe acqua al mulino di Eni nell’ambito delle indagini sul cosiddetto depistaggio, ma che finora è stato tenuto ben riservato. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e ricordare un primo video a favore di Eni, quello rintracciato per puro caso da un avvocato difensore del processo Eni-Nigeria, che il pm Fabio De Pasquale giudicò irrilevante ma che il Tribunale di Milano, nella sua sentenza di assoluzione con formula piena, considerò di una certa importanza. In quel documento, l’imputato Vincenzo Armanna, in presenza di Piero Amara, prometteva di fare arrivare avvisi di garanzia ai vertici di Eni con l’obiettivo di eliminare gli ostacoli, i manager stessi, che separavano lui e lo stesso avvocato Amara dal guadagnare bei soldoni dalla compravendita di impianti nigeriani della compagnia. In questo nuovo video, invece, è Amara che, riferendosi al manager di Eni, Umberto Vergine, si lascia andare confessando che “costituisce il nemico giurato dei miei e così pienamente togliamo di …”. Esprimendo gestualmente la volontà di eliminarlo (da Eni). E, guarda caso, proprio Vergine fu una delle prime vittime degli esposti e avvisi di garanzia nati nell’ambito della vicenda del cosiddetto depistaggio. Insomma, un’affermazione, quella di Amara, che certo non confligge con l’ipotesi di un’alleanza con Vincenzino Armanna e altri compagnoni volta a guadagnare alle spalle del povero cane a sei zampe e dei suoi manager che avrebbero potuto rovinare i piani. Ma chi sono “i miei” ai quali si riferisce Amara? Dalle segrete stanze delle indiscrezioni filtrano nomi di ex manager della compagnia poi silurati da Claudio Descalzi, a cominciare da Massimo Mantovani e Antonio Vella. Qualcuno ha sostenuto che il primo video l’abbia commissionato la stessa Eni ad Amara per ricattare Armanna e farlo tacere sull’Opl245, ma questo secondo video smentisce quella ipotesi: era il padrone di casa Enzo Bigotti a registrare tutti gli incontri che avvenivano nella propria sede, e non Piero Amara. E dunque, quanto sono attendibili le dichiarazioni dell'avvocato siciliano? Non si sa. Quello che è certo è che questo secondo video esiste ed è in mano alla Procura di Milano, dalla quale si attende da molto tempo la chiusura delle indagini sul cosiddetto depistaggio. Indagini che forse dovrebbero avere un altro nome. 

Quella catena di scelte errate del Csm che adesso travolge la procura di Milano. Luca Fazzo l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. Per oltre dieci anni il potere è rimasto in mano alla stessa cerchia di toghe. Ora si volterà pagina: in pole per la successione a Greco il pg di Firenze Viola. Una lunga serie di occasioni perdute, di scelte cruciali compiute un po' per quieto vivere e un po' per convenienza: sta in questa catena di decisioni sbagliate del Consiglio superiore della magistratura la vera radice del dramma che travolge in questi giorni la Procura della Repubblica di Milano, lacerata al suo interno, con un capo sotto inchiesta e un futuro tutto da disegnare. I dettagli, i passaggi tecnici della vicenda dei verbali di Piero Amara, pseudo-pentito del caso Eni, sono complicati, già quasi tutti noti, e alla fine quasi irrilevanti. Ciò che conta è che l'ufficio giudiziario forse più importante del paese è allo sbando. Ed è difficile non indicarne una causa nella continuità di potere garantita per più di dieci anni dal Csm alla stessa cerchia di magistrati, legati da vincoli personali più ancora che di corrente. Per anni il Csm ha impedito non solo l'arrivo a Milano come procuratore di un «papa straniero», di un capo proveniente da fuori, ma ha anche che al vertice dell'ufficio arrivassero magistrati che pure nel capoluogo lombardo avevano fatto tutta la loro carriera, ma che portavano come pecca la estraneità al gruppo dominante. Se si fosse data aria alle stanze, non si sarebbe mai consolidata la rete di contiguità dentro cui è potuta maturare l'incredibile vicenda dei verbali di Amara, imboscati dalla Procura per salvare il traballante processo Eni. Per due volte, il Csm ha avuto la possibilità di girare pagina a Milano. La prima volta quando si trovò a scegliere il successore del procuratore Manlio Minale tra due candidati di punta: Ferdinando Pomarici, procuratore aggiunto, una vita in prima linea contro terrorismo e mafia, ma fama di scontroso e soprattutto di destrorso. E dall'altra parte Edmondo Bruti Liberati, esperienza sul campo vicina allo zero, ma leader di Magistratura Democratica ed ex presidente dell'Associazione magistrati. Sulla carta non c'era partita, ma il Csm - Forza Italia compresa, e con la benedizione del Quirinale - nomina Bruti. È lì che comincia a prendere forma il «cerchio magico» di cui parlerà spesso Alfredo Robledo, unico procuratore aggiunto estraneo al mondo del capo. La scena si ripete quando Bruti se ne va, dopo lo scontro furibondo con Robledo, e ci sono già richieste perché nella procura milanese approdi un capo da fuori. Scendono in campo candidati autorevoli come Giovanni Melillo e Giuseppe Amato, ma entrambi si convincono a rinunciare. Alla fine a giocarsela sono due milanesi: Francesco Greco, l'uomo della continuità, e Alberto Nobili, veterano della procura milanese, uomo di trincea come lo era Pomarici. E come Pomarici anche Nobili viene sconfitto. Il Csm insedia Greco ma non solo: due anni dopo gli permette di scegliersi personalmente i suoi vice uno per uno. Compreso Fabio De Pasquale, il pm che con la sua gestione del processo Eni svolge un ruolo decisivo dei pasticci di oggi. Perché nessuno, centrodestra compreso, abbia voluto girare pagina a Milano è uno di quei misteri fatti di riti romani e di presunte astuzie impossibili da sciogliere. Adesso che i risultati sono sotto gli occhi di tutti, il paradosso è che il Csm questa responsabilità dovrà prendersela per forza. Perché quest'autunno, quando le inchieste sul caso Eni saranno presumibilmente tutte ancora aperte, andrà scelto il successore di Greco, che va in pensione. E per la prima volta sul tavolo non ci sarà nessuna candidatura che possa mantenere al comando lo stesso gruppo di potere. Ieri si ufficializzano le candidature alla successione a Greco: ci sono delle sorprese, prime tra tutte la scomparsa dall'elenco degli aspiranti dei procuratori di Napoli e Catanzaro, Giovanni Melillo e Nicola Gratteri, che sarebbero stati dei top player. Restano nove nomi in tutto, sei con zero speranze, tre in pista davvero: il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, il procuratore di Bologna Giuseppe Amato, e poi Maurizio Romanelli: che dei tre è l'unico in servizio a Milano, ma è un allievo di Pomarici e di Armando Spataro, lontano anni luce dal cerchio magico (e interrogato venerdì dal Csm pare si sia dichiarato all'oscuro di quanto emerso nel caso Amara). Qualunque sia la scelta, per Milano sarà l'addio a una generazione che ha regnato indisturbata. Ma non sarà merito del Csm.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Da “il Messaggero” il 7 settembre 2021. Si apre un nuovo fronte a margine dello scontro interno alla procura di Milano tra il procuratore Francesco Greco e il sostituto Paolo Storari, che ha per sfondo la vicenda Eni e il caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria. Anche nei confronti di Greco, che però andrà in pensione a novembre, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell'azione disciplinare, ha avviato accertamenti preliminari. Si tratta di un atto dovuto e che consegue automaticamente all'iscrizione del nome di Greco sul registro degli indagati per omissione in atti d'ufficio da parte della procura di Brescia, come sottolinea la stessa procura generale della Cassazione in una nota, spiegando che si tratta di indagini pre-disciplinari. La stessa cosa era accaduta per il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e per il sostituto Sergio Spadaro, ora in forza alla procura europea, finiti sotto inchiesta a Brescia per rifiuto di atti d'ufficio. All'origine delle inchieste penali, le dichiarazioni di Storari a sua volta indagato dalla procura di Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio per avere consegnato i verbali di Amara all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, anche lui finito sotto inchiesta per la stessa ipotesi di reato. Al momento solo per Storari, in questa vicenda, pende già un procedimento disciplinare, che va avanti, come evidenzia la stessa procura generale. Salvi ha invece ha rinunciato, per «valutazioni tecniche», a impugnare l'ordinanza della Sezione disciplinare del Csm che aveva rigettato la sua richiesta di trasferire in via cautelare Storari da Milano e dalle sue funzioni di pm

(ANSA l'8 settembre 2021) Rischia di dover lasciare Milano o le sue funzioni il procuratore aggiunto del capoluogo lombardo Fabio De Pasquale. La Prima Commissione del Csm ha aperto nei suoi confronti la procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità. L'iniziativa arriva dopo le audizioni dei magistrati milanesi disposte dalla Commissione all'indomani delle tensioni esplose sulla vicenda Eni, che riguardano da un lato i verbali dell'avvocato Piero Amara e dall'altro il presunto mancato deposito di prove favorevoli agli imputati, poi tutti assolti, nel processo sul caso nigeriano e le tensioni con i giudici del dibattimento.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 9 settembre 2021. Le audizioni al Csm dei giudici e pm milanesi, convocati a Roma in luglio sulle tensioni in Procura a Milano, producono il primo effetto: la I Commissione del Consiglio superiore della magistratura, competente sui casi di «incompatibilità ambientale», ha aperto una procedura di valutazione dell'eventuale trasferimento d'ufficio da Milano del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, uno dei vice di Francesco Greco e titolare delle inchieste per corruzione internazionale sull'Eni (due assoluzioni nei processi Algeria e Nigeria, e un patteggiamento di Eni a 11,8 milioni per induzione indebita a dare o promettere utilità in Congo). De Pasquale è già indagato dalla Procura di Brescia per «rifiuto d'atto d'ufficio» nell'ipotesi che non avesse messo a disposizione del Tribunale del processo Eni-Nigeria talune prove: quelle che, evidenziate ai capi dal pm Paolo Storari tra fine 2020 e inizio 2021 in un fascicolo con l'altra vice Laura Pedio, facevano traballare l'attendibilità dell'accusatore di Eni, il coimputato/dichiarante Vincenzo Armanna, molto valorizzato dalla Procura milanese sia nel processo Eni-Nigeria sia (con Amara) nell'indagine tuttora a carico anche del n°1 Eni Descalzi per ipotesi di depistaggio giudiziario. L'incompatibilità ambientale non va confusa né con un procedimento disciplinare né con l'indagine penale, scaturita a Brescia dalle carte del pm Storari a sua volta indagato per rivelazione (all'allora consigliere Csm Davigo) dei verbali segretati dell'ex avvocato esterno Eni Piero Amara sulla presunta «loggia Ungheria»: verbali su cui l'inerzia dei vertici milanesi è sinora costata anche a Greco la messa sotto inchiesta per «omissione d'atto d'ufficio». Mentre i procedimenti penale e disciplinare richiedono che un magistrato abbia commesso qualche illecito codificato, il Csm può invece ravvisare l'incompatibilità ambientale di magistrati anche senza che abbiano violato qualche norma, e cioè già solo «quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa, nella sede occupata non possono svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità». La Commissione svolgerà una istruttoria e poi formulerà una proposta di trasferimento o meno del pm, che il plenum del Csm potrà accogliere o ribaltare.

Incompatibilità per il procuratore del processo Eni. Caso Eni-Amara, bufera a Milano: Csm apre procedura di trasferimento per il pm De Pasquale. Carmine Di Niro su Il Riformista l'8 Settembre 2021. Ancora un terremoto a colpire la Procura di Milano. Il procuratore aggiunto del capoluogo lombardo Fabio De Pasquale rischia infatti di dover lasciare Milano o le sue funzioni. Nei confronti di De Pasquale, protagonista delle vicende Eni e Amara, la prima commissione del Csm ha aperto una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità. Una iniziativa arrivata dopo le audizioni dei magistrati milanesi disposte dalla Commissione: queste erano state necessarie dopo il caso Eni e i verbali dell’avvocato Piero Amara. Il processo, come noto, si era concluso a marzo con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, ex e attuale amministratore delegato di Eni. De Pasquale, attualmente indagato dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto di atti d’ufficio (assieme al pm Sergio Spadaro, ndr) è accusato di non aver depositato prove favorevoli agli imputati: un video registrato di nascosto dall’ex manager Eni Vincenzo Armanna, imputato nel processo e testimone sulle cui dichiarazioni si era basata buona parte dell’accusa della Procura di Milano, mentre parla con l’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni. Nel video Armanna rivelava l’intenzione di ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia” ad alcuni dirigenti della società. Secondo l’accusa della procura di Brescia Spadaro e De Pasquale, pur avendo la consapevolezza della falsità delle prove portate dall’ex manager di Eni Armanna, avrebbero omesso di mettere a disposizione delle difese e del Tribunale gli atti. Su Eni e Amara la Procura di Brescia ha aperto più filoni paralleli di inchiesta: in uno sono indagati il pm milanese Paolo Storari e l’ex consigliere del Csm Piecamillo Davigo. A seguito delle dichiarazioni di Storari è stato iscritto nel registro degli indagati anche il procuratore capo Francesco Greco, per omissione di atti di ufficio.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Monica Serra per "la Stampa" il 16 settembre 2021. Uno dopo l'altro, i vertici della procura di Milano coinvolti nelle indagini su Eni e la presunta «loggia Ungheria» sono finiti sotto inchiesta a Brescia. Dopo il procuratore Francesco Greco, ora anche l'aggiunta Laura Pedio è indagata per omissione di atti d'ufficio. Interrogata dal procuratore Francesco Prete, Pedio si è difesa dall'accusa di aver «ritardato» per quattro mesi l'inchiesta sull'esistenza della presunta associazione segreta, rivelata dall'ex avvocato Eni, Piero Amara. Ha messo in fila gli accertamenti che a suo dire sarebbero invece stati condotti e le difficoltà incontrate per conciliarli con quelli legati ad altre «corpose» indagini, come il fascicolo su Eni. Tanto da arrivare a chiedere a Greco e al pm Paolo Storari di affiancare un altro magistrato al pool. Scelta che non sarebbe stata fatta proprio per via della «contrarietà» di Storari. Con lui Pedio, infatti, ha condotto le indagini sul cosiddetto complotto Eni e, tra il 6 dicembre 2019 e l'11 gennaio 2020, ha raccolto le dichiarazioni di Amara sul fantomatico gruppo di potere in grado di influenzare nomine e politica. Proprio quei verbali che Storari, a suo dire per «autotutelarsi dall'inerzia della procura», ad aprile 2020 consegnò all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, finendo accusato di rivelazione del segreto d'ufficio. Interrogato a maggio a Brescia, Storari ha puntato il dito contro i suoi capi e, producendo mail e documenti, ha spiegato che cosa intendeva per «inerzia» della procura: le indagini rimandate, le sue richieste rimaste inattuate, compresa quella di arrestare Amara e l'ex manager di Eni Vincenzo Armanna per calunnia, con una misura mai vidimata dai capi e passata al vaglio del gip perché - secondo Storari - avrebbe «pregiudicato» un testimone importante nel processo Eni Nigeria, poi finito con l'assoluzione piena. Come già anticipato nella relazione agli atti dell'inchiesta, e depositata al Csm, in presenza dell'avvocato Luca Lauri, a Brescia Pedio ha ripercorso tutte le preoccupazioni legate alla fuga di notizie, alla scoperta che i verbali di Amara erano arrivati alle redazioni del Fatto Quotidiano e di Repubblica, come si scoprirà, per l'accusa attraverso la ex segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto. «Storari minimizzava la cosa. Mi disse che secondo lui non c'era stato alcun accesso abusivo al sistema informatico della procura e che per fermare la diffusione dei verbali dovevamo arrestare Amara e Armanna». In quella fase, a detta di Pedio, il collega «mai avrebbe manifestato un insanabile dissenso: il suo comportamento rappresenta un'infedeltà grave, un oltraggio e un danno» all'indagine e alla «nostra stessa sicurezza». Nel frattempo è stata trasmessa alla procura di Brescia anche la decisione con cui la sezione disciplinare del Csm ha respinto la richiesta del pg di Cassazione Giovanni Salvi di trasferire Storari e impedirgli di continuare a fare il pm.

Lo scandalo Eni-Nigeria. “De Pasquale va trasferito”, chissà se i Pm lo difenderanno come con Storari…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Chissà se anche in favore del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale si muoveranno le toghe milanesi, come fecero nei confronti del sostituto Paolo Storari, per evitargli un trasferimento per incompatibilità. Allora l’operazione-solidarietà aveva avuto successo, tanto che il Csm aveva respinto la richiesta avanzata nei confronti del dottor Storari dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. La notizia che la prima commissione del Csm aveva aperto una procedura di trasferimento per “incompatibilità ambientale” nei confronti del pm del processo Eni è planata sul palazzo di giustizia di Milano mercoledì sera. Non proprio un fulmine a ciel sereno. Forse prevedibile, ma non scontata. In altri tempi non sarebbe accaduto, perché erano quelli in cui un pubblico ministero contava più di un ministro ed era più facile vedere un membro del Parlamento o addirittura del governo in carcere piuttosto che un magistrato dell’accusa “attenzionato” dal Csm. L’iniziativa della prima commissione ha probabilmente le sue radici nella sfilata di pm e giudici milanesi che nel luglio scorso andarono a portare la propria testimonianza sul terremoto che ha investito la procura del capoluogo lombardo. Una serie di audizioni di toghe giovani e meno giovani che hanno mostrato in gran parte, per quel che se ne sa, di non avere troppi peli sulla lingua. C’è prima di tutto un problema generazionale, una vera insofferenza per esempio dei sostituti di recente conio verso il procuratore capo Francesco Greco, ormai con un piede nel pensionamento, cui mancano solo due mesi. C’era stata una prima rivolta quando il dirigente aveva imposto ai sostituti di chiedere l’autorizzazione all’aggiunto di riferimento prima di assumere iniziative. Ma poi c’è stata tutta la ragnatela del processo Eni, in seguito a cui – e questo è veramente inusuale e sorprendente – presso la procura di Brescia sono indagati ben quattro pm milanesi, tra cui il capo dell’ufficio, e un ex di peso come Piercamillo Davigo. Quest’ultimo, insieme a Paolo Storari deve rispondere di rivelazione del segreto d’ufficio. È la storia della chiavetta informatica contenente le rivelazioni dell’avvocato Piero Amara sulla Loggia Ungheria, quella che avrebbe complottato per promuovere magistrati, tra cui lo stesso Francesco Greco. Storari aveva ritenuto rilevante quella testimonianza, ma in senso negativo, tanto da voler chiedere l’arresto dell’avvocato per calunnia. Sorprendentemente però il capo dell’ufficio aveva a lungo tentennato, tanto che il giovane pm aveva fatto il passo falso di consegnare la deposizione al suo mentore Davigo, allora membro del Csm, senza percorrere le vie ufficiali. Ma rispetto al turbinio di quel che è successo dentro e fuori l’aula del processo Eni-Nigeria siamo appena ai peccati veniali. E il fascicolo aperto a Brescia nei confronti di Francesco Greco per omissione di atti d’ufficio pesa più di un semplice conflitto tra il capo dell’ufficio e un suo sostituto. Perché il sospetto è che per il vertice della procura di Milano fosse più rilevante preservare testimoni d’accusa che potessero inchiodare l’Eni nel processo per corruzione internazionale, piuttosto che l’osservanza delle regole e la verifica della genuinità delle testimonianze. E qui entra in scena anche il dottor Fabio De Pasquale, che insieme al collega Sergio Spadaro ha sostenuto il ruolo dell’accusa nei confronti della multinazionale del petrolio, e che con lui è indagato a Brescia per rifiuto d’atti d’ufficio. Nella sentenza di assoluzione della presidenza Eni viene contestato in toto il sistema accusatorio dell’aggiunto De Pasquale. I giudici rammentano una sua dichiarazione del 21 luglio 2020: “Non chiedeteci una probatio diabolica”, aveva detto. E poi: “…bisogna utilizzare anche gli indizi, bisogna utilizzare tutto ciò che si conosce, non bisogna cercare banalmente, come se fosse la serie televisiva, la pistola fumante”. Ma il punto è questo: i pm De Pasquale e Spadaro, oltre a non cercare la pistola fumante, hanno anche ignorato le testimonianze a favore degli imputati sottraendole al giudizio del tribunale? Inoltre: non è vero che avevano al contrario tentato di fare entrare nel processo una dichiarazione dell’avvocato Amara che avrebbe costretto il presidente Tremolada ad astenersi e far saltare il processo intero? Ai giudici il verdetto. Intanto staremo a vedere se e quanti colleghi di Milano chiederanno al Csm di non trasferire Fabio De Pasquale.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

IL CSM CONTRO LA PROCURA GENERALE DELLA CASSAZIONE SUL CASO AMARA. IL PM PAOLO STORARI RESTA A MILANO. Il Corriere del Giorno il 4 Agosto 2021. Secondo la commissione disciplinare non c’è stato un “comportamento gravemente scorretto” da parte di Storari nei confronti Greco e dell’aggiunto Laura Pedio e nessuna accusa nei loro confronti di “inerzia investigativa”. Il Csm ha rigettato la richiesta del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi di trasferimento cautelare d’urgenza e di cambio di funzioni per il magistrato Paolo Storari che invece resta come pubblico ministero a Milano, nell’ambito del caso dei verbali dell’avvocato Amara sulla presunta esistenza di una associazione segreta denominata “Loggia Ungheria”. Storari era stato audito nella giornata di ieri per due ore davanti al Csm dove era arrivato insieme al suo legale Paolo Della Sala. Il magistrato milanese si è difeso davanti ai giudici chiamati ad esprimersi sulla presunta incompatibilità ambientale e sul suo trasferimento. Poi, dopo la camera di consiglio è arrivata la decisione. Nessun “comportamento gravemente scorretto” da parte di Storari nei confronti del Procuratore Francesco Greco e dell’aggiunto Laura Pedio e nessuna accusa nei loro confronti di “inerzia investigativa”. Semmai nei colloqui con Piercamillo Davigo, il pm milanese ha espresso una “preoccupazione (…) sulle modalità di gestione del procedimento” relativo ai verbali Piero Amara “in presenza di una chiara divergenza di vedute”, scrive il Csm. “Siamo molto soddisfatti”, commenta a caldo l’avvocato della Seta difensore di Storari. “La funzione di garanzia delle istituzioni ha dimostrato la sua solidità e la sua tenuta e questo è molto confortante”. I sei giudici disciplinari del Csm hanno escluso che esistano esigenze cautelari in relazione ai tre illeciti disciplinari contestati a Storari, il quale sul versante penale è anche indagato a Brescia (insieme a Davigo) per rivelazione di segreto d’ufficio, anticipando e di fatto condizionando l’operato e le eventuali decisioni della Procura bresciana. 

Questi gli illeciti disciplinari contestati dalla Procura generale della Cassazione:

La PRIMA contestazione consisteva nella “informale e irrituale” consegna da Storari a Davigo di copie non firmate di verbali di un delicatissimo procedimento “su una supposta associazione segreta di cui avrebbero fatto parte anche due consiglieri Csm” consegna avvenuta “a insaputa del procuratore di Milano“, e fatta “a un singolo consigliere del Csm” avesse violato le modalità formali (consegna in plico riservato al Comitato di presidenza del Csm) ricavabili da due circolari Csm del 1994 il 1995, ribadite dalla risposta che nel settembre 2020 il Csm diede a un quesito posto nel 2016.

La SECONDA “grave scorrettezza” di Storari, era stata quella nei confronti del suo procuratore Francesco Greco, la cui relazione del 7 maggio (che non gli ha evitato di finire pure indagato a Brescia per omissione d’atto d’ufficio) lamentava che Storari non avesse “formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell’indagine” secondo quanto proposto nell’imputazione dal pg di Cassazione Salvi , rappresentato in udienza dal suo sostituto pg Marco Dall’Olio, e che solo successivamente avesse richiesto per iscritto che si svolgessero ulteriori attività di indagine e si procedesse all’iscrizione nel registro degli indagati.

Storari nell’udienza dinnanzi alla Disciplinare del Csm, ha provato a spiegare di aver voluto reagire a quattro mesi di solleciti a voce alla contitolare procuratore aggiunto Laura Pedio, al procuratore capo Francesco Greco e all’altro aggiunto Fabio De Pasquale; e di non aver quindi potuto “ritualmente prospettarli” proprio ai suoi capi. Il Csm non ha sposato con la sua decisione la tesi accusatoria di uno Storari che con il suo comportamento avrebbe gettato “discredito” su Greco e Pedio, secondo il procuratore generale Salvi “non messi anticipatamente al corrente di un effettivo e formalizzato dissenso sulla conduzione dell’indagini”, e quindi esposti a “una sotterranea campagna di discredito oggettivamente posta in essere da Storari, per giunta all’interno del Csm“.

La TERZA contestazione della Procura Generale della Cassazione partiva dal fatto che nell’ottobre 2020 Antonio Massari giornalista del Fatto Quotidiano, si fosse recato in Procura ad avvisare i magistrati di avere ricevuto in forma anonima apparenti verbali segreti di Amara (quelli che solo di recente la Procura di Roma accuserà la segretaria di Davigo al Csm di aver spedito): per questa imputazione Storari ha spiegato al Csm per quali ragioni non collegò i verbali anonimi con i verbali che aveva dato mesi prima a a Davigo (circostanza non palesata in quel momento ai capi). Il procuratore generale Salvi valorizzava l’accusa mossa a Storari dal procuratore aggiunto Laura Pedio nella relazione del 6 maggio scorso: cioè il fatto che la Pedio, dopo aver concordato con lui nel gennaio 2021 di esplorare la pista investigativa sulla fuoriuscita dei verbali su carta o su computer attraverso un incarico a un perito informatico, “abbia poi accertato che solo l’8 marzo” Storari aveva conferito l’incarico al perito riguardo alla natura delle copie spedite al giornalista, e invece ancora nessun incarico sui computer della Procura. 

Un comportamento, quello di Storari, che prima Greco e Pedio nelle loro relazioni, e successivamente il procuratore generale della Cassazione Salvi nell’imputazione, hanno qualificato di “rallentamento” e “ostruzionismo” delle indagini. Ma Storari deve avere opposto al Csm dei dati di fatto contrastanti a questa ricostruzione, evidentemente tali da aver convinto la Sezione Disciplinare, composta — dopo le astensioni del vicepresidente Csm David Ermini e degli altri consiglieri Csm ai quali Davigo mostrò o parlò dei verbali di Amara ricevuti da Storari , dal componente laico (eletto dal Parlamento) espresso dalla Lega, Emanuele Basile, presidente del collegio, dall’altro membro di nomina parlamentare, il relatore Filippo Donati (5Stelle), e dai togati (cioè eletti invece dai magistrati) Giuseppe D’Amato e Paola Braggion (entrambi di Magistratura Indipendente), Giovanni Zaccaro (Area), Carmelo Celentano (Unicost) . Sotto il profilo penale Storari resta indagato a Brescia per rivelazione di segreto nella consegna dei verbali di Amara a Davigo, mentre Greco a Brescia è indagato per l’ipotesi di omissione d’atto d’ufficio nelle ritardate iscrizioni delle notizie di reato scaturenti dai verbali di Amara.

Il Csm in relazione nei colloqui con Piercamillo Davigo, ha espresso una “preoccupazione (…) sulle modalità di gestione del procedimento” relativo ai verbali Piero Amara “in presenza di una chiara divergenza di vedute”. La sezione disciplinare ritiene che la consistenza degli indizi sottoposti con la richiesta “non conduca a un giudizio prognostico di sussistenza dell’illecito”. La situazione che si è determinata “non è sintomatica di una situazione che possa pregiudicare la buona amministrazione della giustizia” né “si riverbera sull’esercizio delle funzioni specifiche”.

Adesso, con Storari non cacciato da Milano in via cautelare come auspicava il suo procuratore Greco intervenuto con una lettera aperta ai pm milanesi alla vigilia dell’udienza disciplinare al Csm contro Storari, proseguirà per lui comunque il procedimento disciplinare ordinario, al termine del quale potrà essere o prosciolto o sanzionato secondo varie gradazioni (dall’ammonimento alla censura, dalla perdita di anzianità alla radiazione). Nel frattempo procede l’inchiesta parallela della Procura di Brescia, che indaga sul procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e sul pm Sergio Spadaro per l’ipotesi di rifiuto d’atto d’ufficio, nel presupposto che questi due pm, titolari del processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria succesivamente conclusosi il 17 marzo scorso con la assoluzione di tutti gli imputati, non abbiano messo a disposizione del Tribunale talune prove: proprio quelle che, scoperte da Storari proprio in un fascicolo parallelo con Pedio, e da lui segnalate ai colleghi e ai capi della Procura tra fine 2020 e inizio 2021, che mettevano in dubbio l’attendibilità dell’accusatore di Eni, il coimputato/dichiarante Vincenzo Armanna, su cui la Procura di Greco aveva investito (nel processo istruito da De Pasquale e Spadaro) e ancora stava investendo (nell’indagine di Pedio e Storari in corso da quattro anni sul depistaggio giudiziario Eni).

Sconfessati Greco e i suoi fedelissimi. Veleni e tradimenti, la procura di Milano ora è senza guida. Luca Fazzo il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Il capo (indagato) in pensione in autunno. Il futuro è un'incognita. Una vittoria dei pm che avevano firmato in difesa del loro collega. La presenza di Paolo Storari nella Procura di Milano «non è sintomatica di una situazione che possa pregiudicare la buona amministrazione della giustizia». È questa la frase chiave del provvedimento che ieri dal Csm arriva a Milano, dove passa (virtualmente) di mano in mano tra le decine di magistrati che avevano sottoscritto l'appello in difesa del pm sotto accusa per i verbali del caso Amara. È la frase decisiva perché fa proprio quanto era stato scritto nell'appello firmato dall'intera Procura della Repubblica (tranne i fedelissimi del capo Francesco Greco). Storari è uno di noi e siamo pronti a continuare a lavorare al suo fianco, diceva in sostanza il documento: entrando così in rotta di collisione con Greco, che infatti l'aveva preso malissimo; nonché con la procura generale della Cassazione che aveva chiesto al Csm la testa di Storari proprio in nome della «serenità» della Procura milanese. Ieri, per i firmatari, è il giorno della vittoria: nella decisione del Csm si scrive anche che Storari può continuare a fare il pm a Milano perché quanto accaduto intorno ai verbali di Amara è una vicenda irripetibile, «collegata ad una particolarissima situazione fattuale, che aveva creato sovrapposizioni e disfunzioni difficilmente reiterabili in altri casi». Incolpare Storari di avere violato il segreto consegnando i verbali a Davigo è arduo perché lo stesso Csm ha diramato una tale serie di circolari sul segreto che non ci si capisce più niente: «Le circolari hanno dato luogo a problematiche interpretative», e l'accusa mossa a Storari è figlia di una «interpretazione normativa di non piana soluzione» e di un precetto non «chiaramente individuabile». Il pm viene prosciolto anche dall'avere accusato ingiustamente i suoi capi di voler bloccare le indagini sulla «loggia Ungheria»: nel suo sfogo con Davigo, si limitò secondo il Csm a manifestare «la preoccupazione sulle modalità di gestione del procedimento, in presenza di una chiara divergenza di vedute con il Procuratore». Le dieci pagine che i colleghi milanesi di Storari si trovano in mano sono, insomma, quasi una assoluzione piena per il pm finito nei guai. La reazione è di sollievo, «siamo felicissimi per Paolo», dice uno dei firmatari. Ma è chiaro a tutti che insieme alla vittoria di Storari la decisione del Csm porta anche a una sconfessione piena di Greco e del suo cerchio magico, e mette da questo punto di vista la Procura milanese in una situazione drammatica, con un capo che a tre mesi dalla pensione si trova indagato penalmente a Brescia e smentito dall'organo di autogoverno. Così la domanda che si fanno le decine di pm qualunque, quelli che hanno firmato il documento più per amicizia verso Storari che per avversione a Greco, è: adesso cosa accadrà? La paura della maggioranza è di trovarsi di fronte a un interregno di lunga durata, in un ufficio sostanzialmente non governato. E questo non gioverebbe a nessuno. Ieri, nella grande Procura svuotata dall'agosto, accade - da questo punto di vista - un incontro significativo. Greco, che è tra i pochi presenti al lavoro, incontra il procuratore aggiunto Riccardo Targetti. Targetti è il più anziano tra i «vice» del capo, e questo lo destina a guidare l'ufficio nei lunghi mesi che il Csm impiegherà a scegliere il nuovo procuratore. Anche Targetti ha firmato l'appello in difesa di Storari: ma si dice che lo abbia fatto anche per non schierarsi contro la base dell'ufficio, e per candidarsi a riportare l'armonia, all'indomani del pensionamento di Greco, in un gruppo di lavoro devastato da contrapposizioni e veleni. Il lungo incontro di ieri tra Greco e Targetti non è ancora un passaggio di testimone, ma forse è il segnale che ci si prepara a voltare pagina. Comunque non sarà facile, perché questa storia ha lacerato anche i rapporti personali: e perché in Procura rimane comunque Fabio De Pasquale, il procuratore aggiunto che i verbali di Amara voleva usarli contro l'Eni, e che Greco ha voluto alla testa del contestatissimo pool sui reati economici internazionali. Un pool che era il fiore all'occhiello della Procura milanese, e che perfino l'Ocse si preparava a incontrare in questi giorni. Incontro saltato, ovviamente.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus. 

Ancora Csm-Procura di Milano: un teatrino che non aiuta l'Italia. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 5 agosto 2021. MENTRE va avanti con estrema lentezza la riforma Cartabia che per quanto ridotta rappresenta comunque il giro di boa dopo il peggio del peggio dalla riforma Bonafede, la giustizia italiana seguita a dare spettacolo e non dei migliori. Al centro del disastro, di nuovo, la procura di Milano dove il Csm è intervenuto per contraddire per rendere inefficaci le decisioni del procuratore capo Greco, stabilendo che il pm Sergio Spadaro non debba essere rimosso da Milano e che non ci sia alcun inquinamento ambientale che suggerisca un tale provvedimento. Come se non bastasse e già lo sappiamo, la procura di Brescia stagione indagando su quella di Milano, mentre il figlio del procuratore Borrelli ha preso le distanze da Greco che era stato ai tempi di mani pulite il delfino del padre. Cerchiamo di ricapitolare brevemente per capire di che cosa stiamo trattando. Il pubblico ministero Spadaro era titolare dell’inchiesta sulle rivelazioni fatte dall’avvocato Amara che contengono un racconto estremamente grave sulla situazione giudiziaria in generale. In quel racconto si parlerebbe anche di una non meglio specificata loggia Ungheria di cui non si capisce se dovrebbe o no far parte della massoneria o se si tratterebbe soltanto di una accolita di persone che coltivano interessi di carriera comuni e in cui ci sarebbero determinate carriere, assegnazioni di inchieste, epiloghi di indagini. Di questa confraternita secondo quanto avrebbe testimoniato l’avvocato Amara farebbero parte non soltanto dei magistrati ma anche avvocati, giornalisti, e qualche membro delle forze dell’ordine e forse dei servizi segreti ma non se ne sa molto di più. Il procuratore Spadaro decise di venire a capo di questa faccenda e controllare parola per parola le dichiarazioni di Amara. Ma si è visto sottrarre il fascicolo dal suo capo il procuratore capo Greco. A questo punto Spadaro, sentendosi abbandonato e vedendo a rischio la sua attività di fedele servitore dello Stato ha pensato di rivolgersi a Piercamillo Davigo membro del CSM a Roma per non far affossare l’inchiesta. E gli consegnò clandestinamente il dossier. Poi gli eventi sono precipitati nel senso che non è accaduto nulla ma con alcune curiose varianti. Davigo avrebbe parlato del dossier Amara facendone riferimento come la prego ma senza compiere alcun atto preciso. In compenso lo stesso dossier sarebbe stato fotocopiato e inviato anonimamente a due giornalisti di due importanti testate italiane i quali, fedeli al motto  “noi altri giornalisti pubblichiamo tutto non importa che cosa ci sia dentro perché il nostro dovere mestiere”, si sono tenuti il malloppo nelle loro case senza far trapelare una parola. È nata così un’inchiesta anche su ciò che ha fatto Davigo, se è stato lui o no a dare questo dossier. Brutta storia brutta faccenda.  Adesso il Csm che si sente fortemente sotto la lente di ingrandimento, è in stato d’accusa davanti all’opinione pubblica per le numerose rivelazioni che  negli ultimi anni non hanno certo contribuito a migliorare la sua immagine, ha deciso di intervenire con un gesto clamoroso: contraddire Greco, che è già sotto inchiesta dalla procura di Brescia, dare ragione di fatto a Spadaro e ammettere quindi che la questione del dossier Amara è grave, importante, che finora è stata trattata in una maniera che non può considerarsi accettabile quantomeno per l’opinione pubblica. Questa vicenda come abbiamo detto e l’esempio ultimo ma non unico di una situazione della giustizia in crisi e in alcune procure come quella di Milano si direbbe ad un crollo verticale della dell’immagine e degli uomini che ora gestiscono. Gli uomini sono quelli che si rifanno ancora all’antico pool originario di Borrelli, quello che per intendersi decapitò la prima Repubblica attraverso l’inchiesta Enimont, e  che si concluse con innumerevoli processi, pochissime insignificanti condanne, e una terribile quantità di vite umane perdute per suicidio o morti misteriose come quella di Raul Gardini che dopo aver recapitato una valigetta al Palazzo delle Botteghe Oscure, dove aveva sede il partito comunista italiano, tornato a casa ci sarebbe fatto una rigenerante doccia e poi sdraiato sull’accappatoio si sarebbe distrattamente sparato alla tempia. Per non dire di Emanuele Cagliari presidente dell’ENI che si sarebbe suicidato girando la testa in un sacchetto di plastica azione che è del tutto impossibile effettuare come suicidio perché qualsiasi persona voglia usarla al fine di morire non riesce a portarla a termine si strappa via il tasto il sacco dalla testa. Cagliari no. La storia è molto lunga e per nulla trasparente. Non sappiamo neanche dire se oggi siamo gli epigoni di quelle vicende ma certamente siamo nel solco di una brutta storia, che ci fa apparire all’Europa indegni di ricevere i fondi degli altri paesi europei che vantano una tradizione più civile nella gestione della giustizia dei cittadini. Adesso abbiamo questa piccola riforma Cartabia di cui come abbiamo detto possiamo esserci certi che quantomeno si tratta del punto di svolta. Non risolve tutto anzi risolve pochissimo. Ma quel poco è buono: viene stabilita la improcedibilità dei processi penali protratti oltre i limiti intendendosi che la prescrizione illimitata è una colpa del magistrato, che viene meno all’obbligo di concludere in tempo la sua inchiesta poiché non è ammissibile in nessuna civiltà moderna e democratica che un cittadino si veda inquisito e processato a vita senza via di scampo neanche quando viene dichiarato innocente in primo grado, e neanche il secondo. La riforma Cartabia ha interrotto quella linea perversa, ha salvato un po’ capra e cavoli introducendo i limiti dei processi che contengono elementi di mafia, terrorismo e delitti sessuali, cosa che non da tutte le garanzie ai cittadini dal momento che qualsiasi magistrato che avrebbe  interesse a protrarre un processo per molti anni, non deve far altro che includere uno di questi reati seppure in forma ipotetica tra le accuse rivolte salvo poi essere smentito dalla sentenza. L’abbiamo visto recentemente col processo alla mafia romana, trattato come un caso di mafia si sia  ridotto a un caso di banale criminalità urbana e dunque con l’abuso di tutte le norme, i  riferimenti giudiziari che fanno capo ai processi di mafia. Ma siamo già un pezzo avanti è questo l’importante. Abbiamo avuto la fortuna o il piacere di vedere il ministro Bonafede  parlare contro sé stesso contro la propria cosiddetta riforma e votare contro ciò che lui stesso aveva fatto. Bella soddisfazione. I Cinque Stelle sono divisi in micro-stelline sparse, anche se adesso Giuseppe Conte ha i titoli formali per guidare il movimento. La questione della giustizia è appena nata dal punto di vista della sua riforma perché bisogna ora attendere la questione dei referendum, se si faranno, quando e con quali risultati. Oppure se il Parlamento avrà la forza,  il coraggio di riprendere in mano tutta la materia e legiferare prima del referendum in maniera più organica e completa. Potrebbe accadere ma nel dubitiamo: tutto è assolutamente dubbio, salvo il fatto che la presenza di Draghi costituisce ancora una volta una garanzia e proprio queste ultime vicende giudiziarie lo dimostrano dal momento che l’enorme macchinario farraginoso ha cominciato a muoversi e sia pur cigolando la macchina ha ripreso seppur lentamente a funzionare.

Loggia Ungheria, procure in mezzo al guado. Frank Cimini su Il Riformista il 5 Agosto 2021. L’ormai famosa loggia Ungheria è esistita, esiste o si tratta di una bufala messa a verbale dall’avvocato Piero Amara? Non lo sappiano e c’è il rischio di non saperlo mai. Le procure di Milano, Perugia e Vattelapesca dovrebbero accertarlo. Il condizionale è d’obbligo perché a quanto pare nulla è stato fatto sia prima sia dopo l’emergere del caso. Diciamo che le procure potrebbero (eufemismo) essere imbarazzate. Nel caso dovessero indagare finirebbero inevitabilmente per lanciare il messaggio di sospettare di altre toghe. Dal momento che Piero Amara ha affermato che ne facevano parte anche magistrati e giudici insieme a politici imprenditori avvocati e uomini di affari. Anche per intrallazzare sulle nomine del Csm. Nel caso invece non dovessero indagare finirebbero per buttare a mare con un gioco di parole Amara che per molti versi ci si è buttato da solo. Ma, dettaglio importantissimo, l’avvocato siciliano viene ancora valorizzato al massino come testimone della corona dalla procura di Milano nel ricorso in appello contro la sentenza che ha assolto i vertici dell’Eni dall’accusa di concorso in corruzione in atti giudiziari nel tentativo in verità non facile di ribaltare il verdetto al processo di secondo grado. Delle due l’una. Non esiste una terza via, a meno che non dovesse trattarsi di non fare niente. A non fare niente intanto anche sul punto è il Csm che pare non toccato dalla vicenda. A cominciare dal suo presidente Sergio Mattarella che è anche il capo dello Stato e di questi tempi parla di tutto persino dell’istituto di previdenza dei giornalisti ma non della bufera che ha investito la categoria nel suo complesso. A tacere poi è la politica tutta. Storicamente quando la politica è in difficoltà, basta ricordare il mitico 1992, viene azzannata dalla magistratura che in questo modo aumenta il proprio potere. Quando la magistratura è in difficoltà la politica sembra avere paura. È riuscita a tacere in sostanza anche sul caso del senatore Caridi assolto dopo 5 anni compresi 18 mesi di carcere dove lo mandò il Parlamento accogliendo la richiesta di arresto dei giudici. Tornando a botta. Cosa farà per esempio sulla famosa loggia Ungheria la procura di Milano in pratica delegittimata dal Csm che ha deciso di non trasferire il pm Pm Paolo Storari il quale aveva rotto con il capo Francesco Greco proprio su quelle indagini mancate? Cosa può coordinare Greco a pochi mesi dalla pensione e indagato a Brescia giusto per lo scontro con Storari? E nel caso in cui Greco anticipasse la pensione chi lo dovesse sostituire come facente funzione in attesa della nomina del successore riprenderebbe subito in mano la patata bollente? E a Perugia sono tutti presi solo dal caso Palamara senza avere tempo per altro? Non resta che aspettare magari nella consapevolezza di non doversi aspettare niente se non che il tempo scorra. Frank Cimini 

"Tra Storari e De Pasquale io salvo il primo". Luca Fazzo l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. L'avvocato gran conoscitore del tribunale milanese: "60 pm su 65 la pensano come me". «Non sono amico del dottor Storari, l'ho avuto come pm in molti processi e posso dire che è un osso molto duro. Ma anche di estrema correttezza, è uno che mantiene la parola. E se sessanta pm su sessantacinque hanno preso le sue difese, questo significa che la pensano come me».

Davide Steccanella, avvocato da 35 anni a Milano, è una delle voci critiche - anche con i suo interventi sul blog Giustiziami.it - del rito ambrosiano della giustizia. Come tutti i suoi colleghi, legge da giorni quanto sta emergendo sullo scontro furibondo innescato nella procura di Milano dalla gestione del processo Eni e dai verbali del pentito Piero Amatra. E non ha esitazioni nell'indicare da che parte stiano le ragioni.

Chi vive in tribunale a Milano ha i mezzi per capire quanto sta accadendo?

«Non del tutto, ci sono sicuramente parti di non detto che non vengono divulgate urbi et orbi. Poi non abbiamo le carte, che sono ancora nei fascicoli disciplinari del Csm e della Procura di Brescia. Ma una idea me la sono fatta».

E qual è?

«Che da una parte ci siano stati da Storari comportamenti formalmente eccepibili. Che sono però assolutamente meno gravi dei comportamenti sostanziali che, se venissero provati, vengono addebitati all'altra parte (cioè al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, titolare del processo Eni, ndr). Per capire la gravità dell'accaduto bisogna ricordare che stiamo parlando della Procura di Milano, probabilmente la più importante del paese per gli interessi che è in grado di smuovere».

Però Storari l'ha fatta grossa, passando quei verbali a Davigo.

«Bisogna sempre distinguere tra forma e sostanza. Va bene, Storari ha fatto vedere degli atti segreti. Ma lo ha fatto, per quanto se ne capisce, in stato di necessità. Dall'altra parte cosa è accaduto? Premetto che bisogna essere garantisti con tutti, quindi anche con i magistrati. Ma se venisse confermato quanto emerso finora, siamo di fronte a qualcosa di ben più grave. La Procura ha fatto un uso parziale di verbali di cui aveva la disponibilità, usando solo la parte che le serviva per colpire il giudice del processo Eni. Vede, quel giudice io lo conosco bene, siamo amici, abbiano studiato insieme all'università. È una delle persone più oneste della storia umana. Pensare di accusare Marco Tremolada di essere a disposizione di chicchesia è aldilà di ogni verosimiglianza».

Però la Procura generale della Cassazione ha chiesto il trasferimento di Storari, e non di De Pasquale.

«Ho trovato un po' strano che il primo a essere oggetto di un provvedimento fosse Storari. Il Csm evidentemente è stato del mio stesso avviso».

De Pasquale è accusato anche di avere nascosto elementi utili alla difesa degli imputati. Non c'è un po' di ipocrisia in questa accusa? Davvero esistono invece pm che cercano le prove dell'innocenza dei loro indagati?

«Se esistono, io non ne ho mai incontrato uno. Ma devo dire che non mi scandalizzo. Sì, esiste una norma del codice che lo prevederebbe, ma credo che sia la meno applicata in assoluto dell'intero codice. Ricordo però che Giovanni Falcone, quando entrò in vigore questo codice di procedura, disse: adesso il pubblico ministero è l'avvocato della polizia. Ecco, io considero il pm il mio omologo dall'altra parte, e per questo non mi aspetto che mi dia una mano. Il problema è quando il giudice sta dalla sua parte, quando si fa coinvolgere anche lui dall'agonismo del pm».

Il giudice può anche essere bravo, ma un processo non è mai uno scontro ad armi pari.

«Per forza, per sei mesi il pm indaga senza dirti niente. Quando scendi in pista tu, per raggiungerlo devi essere Marcell Jacobs».

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Lo strano doppio ruolo di De Pasquale su Eni (col benestare di Greco). Luca Fazzo il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. È indagato per aver omesso un video chiave. Ma continua a rappresentare l'accusa. Chi sta difendendo il dottor Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, nel processo Eni e nel gigantesco intrigo che ne è seguito? Sta difendendo gli interessi della giustizia e della verità, o sta difendendo se stesso? Poiché tutto è possibile, magari sta difendendo entrambi. Ciò non toglie che non si possa capire bene la tempesta che ha investito la Procura milanese, lacerata al suo interno e con un capo sconfessato persino dal Consiglio superiore della magistratura, se non si scava bene nelle pieghe del processo da cui tutto nasce, l'accusa di corruzione ai vertici Eni per le tangenti in Nigeria; e non si focalizza l'attenzione sulle scelte compiute in questi giorni da De Pasquale, che delle accuse all'Eni è stato il protagonista assoluto. Il tribunale, come è noto, il 17 marzo ha assolto con formula piena i vertici Eni. Una assoluzione che De Pasquale temeva, e che ha fatto di tutto per impedire. Al punto di nascondere le prove a favore degli imputati, in particolare il video di un incontro in cui Vincenzo Armanna, l'ex manager Eni utilizzato da De Pasquale come «gola profonda», si rivelava come un ricattatore in piena regola, pronto già un anno prima a «fare arrivare una valanga di merda» sui vertici aziendali se non avessero accolto le sue pretese. Un video definito «dirompente» dai giudici che hanno assolto i vertici Eni. Per non avere portato quel video in aula, oggi De Pasquale è sotto inchiesta a Brescia per abuso d'ufficio. Eppure c'è la firma di De Pasquale sotto il ricorso presentato contro l'assoluzione dei dirigenti Eni. Il ricorso per ben otto pagine, dalla 72 all'80, si occupa del video di Armanna. Il video è cruciale per capire la vera storia degli affari Eni in Nigeria. Insieme ad Armanna vi compare Piero Amara, ex avvocato Eni, l'altro «pentito» usato da De Pasquale nel processo, insieme a due uomini di area Pd: Andrea Peruzy, ex braccio destro di Massimo D'Alema, e Paolo Quinto, assistente di Anna Finocchiaro. Nel video, Armanna annuncia agli altri la sua intenzione di ricattare i vertici Eni. Ma De Pasquale tiene il video per sé: decisione che i giudici definiscono «incomprensibile» visto che «reca straordinari elementi in favore degli imputati». Nel suo ricorso contro le assoluzioni, De Pasquale definisce «affaristico» e «da spaccone» il tono di Armanna, ma dice che il video «in nessun modo può diventare l'arma che distrugge un intero processo». Se ne occuperà a suo tempo la Corte d'appello. Il problema, per ora, è che De Pasquale si trova a giocare sia il ruolo di accusatore che quello di accusato. Al punto da non capire se le otto pagine che dedica al video nel ricorso siano più finalizzate a ottenere la condanna dei vertici Eni o la propria assoluzione nell'inchiesta bresciana. Questo doppio ruolo di De Pasquale sarebbe in teoria impedito dalla norma che prevede l'astensione del pubblico ministero davanti a «gravi ragioni di convenienza»: una facoltà che diventa un obbligo quando il pm ha un «interesse proprio» nella vicenda. Eppure non solo De Pasquale non si astiene, non solo firma (da solo) il ricorso ma si candida a sostenere personalmente l'accusa anche nel processo d'appello: per impedire che a occuparsene sia la Procura generale, che già in un altro processo ha smontato le accuse a Eni definendo Armanna un «avvelenatore di pozzi». Il problema è che De Pasquale può interpretare il doppio ruolo di accusatore e di accusato solo perché glielo consente il suo capo, Francesco Greco. Perché questo venga consentito da un magistrato della esperienza e della limpidezza di Greco è uno dei misteri di questa vicenda. Ma intanto tutto, dalla fuga dei verbali di Amara al video sparito del suo compare Armanna, riporta al gorgo del processo Eni: un processo caricato dalla Procura di Milano di tali e tanti significati da considerare l'assoluzione una sorta di tragedia. E così hanno perso la testa.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Terremoto nella magistratura. Salvi e Greco delegittimati, si dimetteranno? Tiziana Maiolo su Il Riformista il 5 Agosto 2021. «Se il procuratore generale della cassazione Giovanni Salvi dovesse essere sconfessato dalla prima commissione del Csm cui ha chiesto trasferimento e cambio di funzioni per il pm milanese Paolo Storari, si dovrebbe dimettere». Lo scrivevamo sul Riformista lo scorso 27 luglio, e non possiamo che ribadirlo. Non per un improvviso furore giacobino nei confronti dell’alto magistrato, ma semplicemente perché quando si perde uno scontro politico importante come quello in corso tra le toghe italiane, si dovrebbe almeno mostrare la stessa dignità che viene richiesta ogni giorno ai politici. “Per ragioni di opportunità”, si usa dire. Insieme alla sconfitta di Salvi, del suo asse con il procuratore di Milano Francesco Greco e con il loro nume tutelare Giuseppe Cascini (potremmo aggiungere senza timore di sbagliare) è andato in crisi un sistema, un metodo che dominava e soffocava da trent’anni la democrazia italiana. Il sistema Mani Pulite, che era la presunta lotta del Bene contro il Male, ma anche e soprattutto qualcosa di più, qualcosa di peggio e di terribile: la capacità di governare trucchi e trucchetti processuali con la garanzia dell’impunità. Un vero maccartismo politico per via giudiziaria. È stata in gioco in tutti questi anni semplicemente la Grande Questione del Potere. Non è vero, come vuole la interessata vulgata del partito dei pm, che loro hanno occupato, obtorto collo, spazi che una politica imbelle aveva lasciato liberi. È andata esattamente al contrario. È invece successo che, proprio come ha capito e realizzato molti anni dopo il populista Beppe Grillo dando l’assalto al Parlamento, all’inizio degli anni novanta un Movimento in toga, cogliendo il momento di difficoltà politica e soprattutto economica del Paese, abbia aggredito i partiti e le grandi imprese. L’acclamazione delle tricoteuses e del popolo festante che faceva il girotondo intorno al Palazzo di giustizia di Milano hanno fatto il resto. I suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari ancora grondano sangue a dimostrazione di quanto violenta e politica sia stata quella guerra, con relativa presa del Palazzo d’inverno da parte del Movimento in toga. Non è un caso che i nodi siano venuti al pettine nel corso di un nuovo accanimento proprio sull’Eni. L’aggressione ai partiti è oggi più difficile. Quelli della Prima Repubblica non ci sono più, con la sola eccezione di quel Pci-Pds-Ds-Pd che è stato fin dal primo momento l’angelo custode del Movimento in toga. Non disinteressato, ovviamente. Un po’ perché salvato, nonostante fossero provati, anche da testimonianze “interne”, sia il finanziamento illegale ricevuto dall’Unione sovietica, sia la partecipazione alla spartizione con gli altri partiti alle commesse illegali delle grandi aziende. Alcune delle quali furono spolpate e portate alla cessazione dell’attività. Non a caso nessuno si alzò a protestare in quell’aula del 1993 quando Bettino Craxi disse che i bilanci di tutti i partiti erano “falsi o falsificati”. Né Occhetto né D’Alema né altri loro compagni chiesero la parola. Tutti muti e ipocriti. L’assalto ai partiti sui finanziamenti illeciti e sulla corruzione è praticamente finito lì, con la distruzione del pentapartito e della Prima Repubblica. Non a caso le centinaia di agguati giudiziari tesi in seguito a Berlusconi, di cui uno solo andato in porto, erano diretti a colpire l’uomo politico tramite la sua attività di grande imprenditore. E quelli tentati su Salvini non hanno dato grandi risultati. Ma è sempre rimasto sul piatto il boccone grosso dell’Eni. Che paradossalmente si è poi rivelato essere la vera buccia di banana su cui è sciolto il Rito Ambrosiano. Che si è rivelato essere una vera Magistratopoli Lombarda. In che cosa consiste (è consistito) il Rito Ambrosiano? Nella grande disinvoltura nell’applicazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, prima di tutto. La difesa a parole da parte di procuratori e sindacalisti in toga dell’articolo 112 della Costituzione è la garanzia costante di poterlo violare con la garanzia dell’impunità. Lo aveva ben capito Matteo Renzi quando, da presidente del Consiglio, era andato a Milano a ringraziare il procuratore Bruti Liberati, uscito vincitore al Csm grazie al presidente Giorgio Napolitano dalla guerra con Alfredo Robledo, per aver salvato Expo dalle inchieste giudiziarie. Difendere il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale per poterlo violare sempre senza doverne rispondere a nessuno (cosa che sarebbe impossibile in regime di discrezionalità), è sempre stato un grande asso nella manica della Procura della repubblica di Milano. Insieme a quello della competenza territoriale, violata senza che altri avessero la possibilità di contestarlo, in nome della propria superiorità “morale”. L’altro punto di forza è stato la costruzione di un fortino molto omogeneo sul piano politico e molto compatto. Grazie ai santi in paradiso, cioè al Csm, e al sistema di alleanze e cene romane (quelle ben raccontate nel libro di Sallusti e Palamara), i procuratori capo di Magistratura Democratica si sono susseguiti a Milano senza soluzione di continuità: Borrelli, D’Ambrosio, Bruti Liberati, Greco. Una storia che andrà raccontata per bene, un giorno, magari con le testimonianze dei pochi corpi estranei come Tiziana Parenti o come Alfredo Robledo, che sono stati sputati via come nocciolini indigesti, con noncuranza. Con Paolo Storari il giochino non ha funzionato. Non si illuda, il giovane sostituto milanese. E non si adombri se gli diciamo che lui non è l’eroe del caso Eni né che, se ha sconfitto il proprio capo e addirittura un uomo potente come il procuratore generale Giovanni Salvi, ha qualche merito la sua deposizione davanti alla prima commissione del Csm. Perché quella stessa, in tempi e situazioni diverse, avrebbe sputato via come un nocciolino anche lui, lo avrebbe, senza fare neanche un plissé, trasferito a Caltanissetta e demansionato a fare il passacarte. Non è andata così perché sta cambiando tutto. E ancora pare non essersene accorto Francesco Greco, il procuratore di Milano che farebbe bene ad anticipare di qualche mese la data della propria pensione, prevista per novembre. E farà bene il Csm a spezzare la continuità del Rito Ambrosiano nella nomina del nuovo procuratore, sia questo un esponente di Unicost (corrente centrista) come Giuseppe Amato, piuttosto che Marcello Viola, l’esponente di Magistratura indipendente già penalizzato su Roma. Francesco Greco dovrebbe chiudere i battenti anche perché ha enormi responsabilità. La procura di Milano ha investito tutto sul processo Eni, ha fatto una scommessa pensando di poter usare i metodi del passato, quell’elasticità del Rito Ambrosiano per cui tutto è consentito pur di raggiungere il fine supremo, che in questo caso era la condanna dei vertici, presenti e passati, del colosso petrolifero. Il fortino non ha retto in questo caso, per molti motivi. Perché la testimonianza di Luca Palamara ha scoperchiato trucchi e trucchetti politici di certa magistratura che i cittadini non tollerano più. Perché i due pm del processo, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno esagerato: prove a favore degli imputati tenute nascoste e il tentativo di usare come un cavallo di troia una testimonianza che avrebbe costreetto il presidente del tribunale alle dimissioni. E sono anche incappati in un tribunale e in un presidente come Marco Tremolada che non solo ha assolto gli imputati, ma ha bacchettato con severità nelle motivazioni della sentenza il comportamento dei pubblici ministeri. E anche perché a Brescia, a capo della procura che oggi sta indagando ben cinque pm milanesi tra cui lo stesso Greco, c’è Francesco Prete, che arriva proprio da quegli stessi uffici, e che, pur non avendo mai fatto parte del “cerchio magico”, ben ne conosce le abitudini e i metodi di lavoro. Il che non è tranquillizzante per gli indagati. A questo possiamo aggiungere che fin dal 2019 i pubblici ministeri milanesi erano in rivolta nei confronti del capo e glielo hanno quasi gridato in faccia firmando in 60 su 64 a favore di Storari, quando il procuratore Salvi, dopo aver parlato con Greco, aveva chiesto l’allontanamento del sostituto da Milano, per non turbare la “serenità” dei colleghi. Avrebbe dovuto saperlo che in politica, anche quella giudiziaria, non porta fortuna parlare di “serenità”! La composizione della prima commissione del Csm, infine, quella che decide sui trasferimenti: disboscata da tutti coloro che per un motivo o per l’altro erano in conflitto di interessi, è diventata un luogo decisionale quasi “normale”. E normalmente, come avrebbe cantato Lucio Dalla in Disperato erotico stomp, ha incontrato.. non “una puttana ottimista e di sinistra”, cioè l’immagine del vecchio Csm, ma una decisione che apre alla speranza di un vero cambiamento di regime. Per tutti questi motivi, e magari molti altri, Paolo Storari resta al suo posto. E si prevede che ne vedremo delle belle, prossimamente.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

"È una guerra di potere, escono male tutti". Stefano Zurlo il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. L'avvocato: "Dopo Mani Pulite il conflitto si è trasferito dentro la corporazione". Un altro colpo alla credibilità della magistratura. «Questo verdetto disorienta ancora di più l'opinione pubblica - spiega Gaetano Pecorella, uno dei più noti avvocati italiani ed ex deputato di Fi -. Nessuno ne esce vincitore, la percezione è quella di una guerra di potere, meglio di una faida interna alla magistratura».

Il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto l'allontanamento di Storari da Milano. È stato sconfessato?

«Mi pare che il Csm l'abbia delegittimato. Salvi aveva chiesto in via cautelare, insomma d'urgenza, il trasferimento di Storari e l'addio alla carriera di pm. Per carità, il procedimento disciplinare va avanti, ma a parte i tecnicismi è evidente che Salvi ha perso su tutta la linea. E altrettanto forte mi pare lo schiaffo dato dal Csm al procuratore di Milano Francesco Greco che aveva denunciato la scorrettezza di Storari, ma evidentemente la difesa del pm è stata convincente e ora Greco è un capo debolissimo, abbandonato da sessanta colleghi che si sono schierati con Storari, per nemesi storica nella città di Mani pulite e di tante inchieste importantissime».

Chi ha torto e chi ha ragione in questa storia?

«Mi pare che nessuno faccia una bella figura. Greco e Salvi incassano una sconfitta clamorosa, ma anche Storari non brilla: ha consegnato sottobanco i verbali ancora segreti dell'avvocato Amara a Piercamillo Davigo, venendo meno alle regole della professione e al principio di lealtà verso i suoi superiori. È un quadro imbarazzante, da qualunque parte lo si guardi».

Il Csm?

«I suoi vertici e numerosi consiglieri erano a conoscenza da mesi di queste carte e della guerra che si combatteva dietro le quinte alla procura di Milano. Sapevano ma hanno gestito il caso in modo approssimativo e opaco. Si resta sconcertati davanti a questi comportamenti».

Insomma, per tornare alla domanda decisiva: hanno tutti torto?

«Le ragioni degli uni e degli altri hanno un'importanza relativa, perché quello che emerge è la guerra di potere e dunque ogni passaggio viene letto come la vittoria o la sconfitta di una fazione contro l'altra».

Intanto le procure indagano sulle procure.

«È un'altra nemesi storica. Con Mani pulite la magistratura ha messo in ginocchio la politica e il conflitto si è trasferito dentro la corporazione togata».

Risultato?

«Le guerre di potere seguono le stesse dinamiche anche se si veste la toga. Una corrente attacca l'altra, una sale, l'altra scende, tutte si azzannano. Il potere non basta mai e alla fine chi era sul piedistallo cade».

D'accordo ma la magistratura non dovrebbe essere impermeabile ai meccanismi della politica?

«Invece li ha mutuati. E questo è gravissimo perché mina la nostra fiducia nel sistema giudiziario. Un imputato penserà magari sbagliando che la sua sentenza sia il frutto di accordi, di amicizie o inimicizie, di scambi di favori».

I correttivi?

«Anzitutto dobbiamo portare la sezione disciplinare fuori dal Csm. Non possono essere i giudici a giudicare altri giudici. Se ne parla da molti anni ma finora non si è mai fatto nulla».

Poi?

«La prima e più importante riforma da mettere in cantiere è quella della separazione delle carriere, non mi interessa se con referendum o altro strumento».

Ma perché è la più urgente?

«Perché i conflitti che abbiamo visto in questi mesi partono sempre dai pm. E i pubblici ministeri, che oggi non sono separati dai giudici, trascinano in questo disastro i colleghi che dovrebbero essere terzi, imparziali, distanti. Invece, vengono risucchiati in questo pantano. Sono molto preoccupato perché stiamo perdendo l'immagine sacrale del giudice che in passato ci aveva sempre rassicurato». Stefano Zurlo

Fuga di verbali, il Csm smonta l'accusa di Salvi e assolve Storari: no al trasferimento. Anna Maria Greco il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Dovrà comunque affrontare il processo disciplinare ordinario. "Nessuna scorrettezza a Greco". Il magistrato: "Sollevato e contento". Paolo Storari, «molto contento e sollevato», esce vincitore dal primo mach al Csm: non sarà trasferito dalla Procura di Milano, né perderà la funzione di pm. Gli sconfitti, in questa fase, sono il Procuratore generale Giovanni Salvi e il capo della procura meneghina Francesco Greco, che ne volevano l'allontanamento per incompatibilità ambientale e funzionale, come misura cautelare. La sezione disciplinare del Csm, invece, respinge la richiesta del Pg, basata anche sulle accuse fatte dal procuratore, esclude un «comportamento gravemente scorretto» di Storari nei confronti di Greco e dell'aggiunto Laura Pedio e nega che li abbia accusati di «inerzia investigativa» per le dichiarazioni di Piero Amara, ex legale esterno di Eni, su una presunta loggia «Ungheria». Nulla giustifica un pesante provvedimento d'urgenza e vengono rigettate, almeno per ora, le accuse del Pg Salvi di aver leso l'immagine dell'ufficio e di aver esposto i suoi capi ad una «sotterranea campagna di discredito» al Csm. La vicenda, per i giudici disciplinari, «non è sintomatica di una situazione che possa pregiudicare la buona amministrazione della giustizia», né c'è necessità di uno spostamento dall'ufficio, perché il pm da gennaio lavora in un dipartimento diverso da quello coordinato dalla Pedio. Storari dovrà comunque affrontare il processo disciplinare ordinario, che si concluderà con una sanzione o con il proscioglimento ed è anche indagato a Brescia, con Piercamillo Davigo, per rivelazione di segreto d'ufficio. Ma la sua posizione è certo migliorata. «Siamo molto soddisfatti - commenta il legale, Paolo Della Seta- La funzione di garanzia delle istituzioni ha dimostrato la sua solidità e la sua tenuta e questo è molto confortante. È evidente la buonafede di Storari». Il collegio, presieduto dal laico Emanuele Basile (Lega) e composto dal relatore Filippo Donati (laico 5Stelle) e dai togati Giuseppe D'Amato e Paola Braggion (MI), Giovanni Zaccaro (Area), Carmelo Celentano (Unicost), smonta uno per uno i tre illeciti disciplinari contestati da Salvi. Primo: l'«informale e irrituale» consegna da Storari a Davigo di copie non firmate dei verbali di Amara, che riguardavano anche due consiglieri Csm. Il pm ha spiegato di aver sollecitato per 4 mesi l'apertura formale di un fascicolo, parlando più volte con Greco, la Pedio e Fabio De Pasquale, ma inutilmente. Per questo non avrebbe potuto trasmettere l'esposto ai vertici della Procura, secondo la procedura, prima di coinvolgere il Csm. Secondo: la «grave scorrettezza» di Storari verso Greco (indagato a Brescia per omissione d'atto d'ufficio), che nella relazione del 7 maggio lo accusa di non aver «formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell'indagine» e di aver chiesto solo dopo per iscritto ulteriori indagini e l'iscrizione nel registro degli indagati. Per il Csm, Storari non avrebbe espresso a Davigo «una chiara accusa di omessa iscrizione, o di inerzia investigativa, solo la preoccupazione sulle modalità di gestione del procedimento». Terzo: incaricato di indagare sull'invio anonimo dei verbali di Amara ad Antonio Massari del Fatto ad ottobre 2020 (sotto accusa è l'allora segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto), Storari non si sarebbe astenuto e avrebbe creato «rallentamento» e «ostruzionismo». Ma il pm ha spiegato per quali ragioni non collegò i verbali a quelli dati mesi prima a Davigo e per il Csm non ha compiuto alcuna «omissione consapevole di astensione» dalle indagini. Anna Maria Greco

La sezione disciplinare rigetta la richiesta del pg della Cassazione. Loggia Ungheria, bocciato il trasferimento del pm Storari da Milano: batosta del Csm a Salvi e Greco. Antonio Lamorte su il Riformista il 4 Agosto 2021. Paolo Storari resterà a Milano. Resterà nella procura simbolo degli ultimi trent’anni di storia italiana nonostante la richiesta del Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi. Dal pg era stata sollevata una presunta incompatibilità ambientale del pubblico ministero dopo l’esplosione del caso della Loggia Ungheria e richiesto trasferimento e cambio delle funzioni. “Sto bene, sono contento … Non dico altro”, ha commentato il pm all’Agi. Storari aveva passato all’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura Piercamillo Davigo i verbali in formato word nel quale l’avvocato Piero Amara rivelava l’esistenza di una presunta loggia detta “Ungheria”. Storari aveva agito per come la Procura di Milano stava affrontando il caso. A rigettare la richiesta di Salvi è la sezione disciplinare del Csm. Il Procuratore generale aveva chiesto di destinare il pm ad altre funzioni. E invece niente. Il Csm “ha rigettato in toto tutte le richieste del Pg Salvi – ha osservato l’avvocato del pubblico ministero Paol Della Sala – La funzione di garanzia delle istituzioni ha dimostrato la sua solidità e la sua tenuta e questo è molto confortante”. Il magistrato, con l’avvocato Della Sala, si era presentato ieri davanti al Csm ed era stato sentito per quasi due ore in merito alla vicenda dei verbali secretati ed emersi solo dopo essere arrivati ad alcuni quotidiani e dopo la denuncia del membro del Csm Nino Di Matteo. Davigo invece, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio, avrebbe parlato solo in via informale di questi verbali sulla “loggia Ungheria” allo stesso Salvi, al vicepresidente del Csm David Ermini, al presidente della Cassazione Pietro Curzio, ad altri cinque consiglieri del Consiglio e al senatore del Movimento 5 Stelle Nicola Morra. Salvi aveva formulato la sua richiesta sulla scorta delle relazioni del procuratore di Milano Francesco Greco e della vice Laura Pedio. I sei giudici del Csm hanno però escluso esigenze cautelari in relazione ai tre illeciti contestati a Storari, indagato a Brescia per rivelazione del segreto d’ufficio. Il primo illecito riguardava l’“informale e irrituale” consegna di Storari a Davigo delle copie word, e non firmate, dei verbali; il secondo che Storari non avesse “formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell’indagine” al procuratore Greco; il secondo sul “rallentamento” e “ostruzionismo” nelle indagini sui verbali degli interrogatori emersi e che un giornalista de Il Fatto Quotidiano aveva denunciato di aver ricevuto. Tutto rigettato. La sezione disciplinare – composta da dal componente laico (cioè eletto dal Parlamento) espresso dalla Lega, Emanuele Basile, presidente del collegio, dall’altro membro di nomina parlamentare, il relatore Filippo Donati (5Stelle), e dai togati (cioè eletti invece dai magistrati) Giuseppe D’Amato (Magistratura Indipendente), Giovanni Zaccaro (Area), Carmelo Celentano (Unicost) e Paola Braggion (Magistratura Indipendente) – ha scritto nel provvedimento come non ci sia stato nessun “comportamento gravemente scorretto” da parte del pm nei confronti di Greco e dell’aggiunto Laura Pedio e che al limite ha espresso una “preoccupazione […] sulle modalità di gestione del procedimento” relativo ai verbali “in presenza di una chiara divergenza di vedute”. E quindi il collegio “ritiene insussistente […] l’impossibilità” per il pm “che possa continuare a svolgere con la dovuta serenità e il necessario distacco le sue funzioni in un ambiente compromesso dai comportamenti tenuti nei confronti della dottoressa Laura Pedio e del Procuratore della Repubblica di Milano”. Per Storari continuerà comunque il procedimento disciplinare ordinario, con il quale potrà essere prosciolto o sanzionato con l’ammonimento, la censura, la perdita di anzianità o la radiazione. Contro il trasferimento si erano espressi nei giorni scorsi 60 dei 64 pm milanesi.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Francesco Greco indagato? Difeso dallo stesso legale dell'Anm e degli ex vertici di Mps: toh che caso...Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 05 agosto 2021. Per rendere ancora di più incandescente il clima alla Procura di Milano ci mancava solo il "conflitto d'interessi" fra toghe. A sollevare il caso è stato il manager romano Giuseppe Bivona, fondatore del fondo inglese Bluebell. Bivona questa settimana ha scritto al procuratore di Brescia, Francesco Prete, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo, e ai componenti del Consiglio superiore della magistratura. Oggetto della nota del manager sono i profili di "opportunità" nella scelta del procuratore di Milano Francesco Greco di essere difeso dallo stesso legale dagli ex vertici di Monte dei Paschi di Siena, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, a loro volta imputati eccellenti della Procura guidata da Greco. Bivona, in passato, aveva anche manifestato perplessità sulla conduzione delle indagini su Mps dirette dai pm milanesi Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici del dipartimento "reati economici". I tre magistrati erano i titolari, in particolare, del fascicolo sui crediti deteriorati di Mps nel quale erano stati iscritti per "falso in bilancio" Profumo, Viola e Paolo Salvadori, altro top manager di Rocca Salimbeni. Per i pm milanesi i tre non avrebbero commesso alcuna irregolarità. Di diverso avviso, invece, il giudice Guido Salvini che aveva respinto la richiesta d'archiviazione nei loro confronti, disponendo altri accertamenti. La perizia di Salvini aveva permesso di accertare che tra il 2012 e il 2015 la banca senese avrebbe ritardato la contabilizzazione di ben 11,4 miliardi di euro di rettifiche. Dalle segnalazioni di Bivona erano partite, poi, le indagini bresciane a carico di Baggio, Civardi e Clerici. Profumo e Viola, difesi da Mucciarelli, sono stati condannati a ottobre 2020 in primo grado a sei anni per i derivati Alexandria e Santorini. Mucciarelli assiste Greco a Brescia nel procedimento per "omissione d'atti d'ufficio" per aver ritardato gli accertamenti sulle dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara a proposito della Loggia segreta Ungheria. Il fascicolo era stato aperto dopo la denuncia del pm Paolo Storari. Mucciarelli, lo scorso anno, era stato anche incaricato dall'Associazione nazionale magistrati, durante la presidenza del pm milanese Luca Poniz, di costituirsi parte civile nel procedimento penale nei confronti di Luca Palamara. Tornado a Storari, invece, ieri si è svolta l'udienza in camera di Consiglio davanti alla Sezione disciplinare del Csm. La Procura generale della Cassazione ha chiesto per il magistrato il trasferimento di sede ed il cambio di funzioni: da pm a giudice. Per il procuratore generale Giovanni Salvi, Storari con il suo comportamento avrebbe creato «grave discredito» nei confronti di Greco e della sua vice Laura Pedio.  Storari, come si ricorderà, vista «l'inerzia» dei sui capi nel compiere accertamenti, aveva consegnato personalmente all'allora componente del Csm Piercamillo Davigo i verbali degli interrogatori di Amara, effettuati in Procura a Milano nelle ultime settimane del 2019 nell'ambito del procedimento sui depistaggi nel processo Eni-Nigeria. E per questo motivo era stato poi indagato per rivelazione del segreto d'ufficio. In difesa di Storari si erano espressi circa 250 magistrati, firmando un appello in suo favore. Fra i promotori della raccolta firme, il capo dell'antiterrorismo di Milano, il procuratore aggiunto Alberto Nobili. «Non abbiamo mai depositato la lista delle persone che hanno accordato la loro fiducia e la loro simpatia umana», ha però specificato il legale di Storari, l'avvocato Paolo della Sala, all'uscita dal Csm. «Ci tengo a rappresentare con chiarezza che la fiducia accordata dai magistrati al mio assistito non è mai stata in alcun modo strumentalizzata», ha poi aggiunto.  

Francesco Greco indagato? Alessandro Sallusti: "Dall'intoccabile mondo oscuro sopra a Palamara sparano i cecchini". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano l'1 agosto 2021. Se fossimo come loro, cioè come certi procuratori e i giornalisti loro complici, oggi diremmo che Francesco Greco, capo della procura di Milano, una delle più importanti d'Italia, è un insabbiatore di inchieste e complice di una loggia segreta. Greco ha infatti ricevuto ieri un avviso di garanzia per omissioni di atti d'ufficio per aver ritardato e ostacolato una delicata inchiesta del suo sottoposto Paolo Storari su presunti rapporti poco chiari tra magistrati, politici e faccendieri, il famoso caso "Loggia Ungheria" che ha già visto finire nei guai un altro pezzo da novanta della magistratura, il moralista manettaro Piercamillo Davigo. Siccome noi non siamo come loro, cioè non riteniamo che la tesi contenuta in un avviso di garanzia sia una verità assoluta e già accertata, siamo cauti e quindi fino a prova contraria Greco è uomo pulito e magistrato integro. Ciò non toglie che evidentemente ai vertici della magistratura le cose non sono così limpide come ci si vuole fare credere. Io ovviamente non so se è mai esistita o esiste ancora una loggia chiamata Ungheria, ma ormai mi è chiaro che la magistratura oltre che in correnti politiche è divisa in logge più o meno segrete che magari non necessitano di riti di iniziazione ma che operano dietro le quinte per raggiungere scopi che nulla hanno a che fare con la giustizia.  Come? Inquinando, attraverso i giornalisti "affiliati", i pozzi dell'informazione certamente e molto probabilmente - basti pensare al recente caso della maxi inchiesta Eni finita nel nulla - anche i processi che hanno a che fare con la politica, gli affari e i loro protagonisti. Altro che caso Palamara. Sopra a Palamara c'è stato un mondo oscuro neppure scalfito dallo scandalo che ha coinvolto l'ex magistrato ancora in grado - Palamara nei suoi racconti li chiama "i cecchini" - di togliere di mezzo personaggi sgraditi, adepti bruciati e aprire la strada a nuovi amici vergini e affidabili per ricominciare tutto da capo. È inutile provare a riformare la magistratura per via ordinaria se non si prende atto che stiamo parlando di un sistema marcio alla radice che, giralo come ti pare, non potrà che dare frutti bacati. Ma qui dovrebbe intervenire la politica, per cui non facciamoci illusioni: la giustizia rimarrà a lungo nelle mani di logge e lobby.

“Sfiduciato” e indagato: il caso Amara travolge anche Greco. E Storari attende il suo destino. Il procuratore di Milano indagato per aver ritardato le indagini sulla "Loggia Ungheria". Il pm del falso complotto Eni attende l'esito del disciplinare. Simona Musco Il Dubbio 31 luglio 2021. Il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, è indagato a Brescia per aver ritardato l’apertura dell’indagine nata dalle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara sulla presunta “Loggia Ungheria”. È questo il clamoroso particolare di cui si arricchisce la vicenda che ormai da mesi tiene in ostaggio la procura meneghina, dopo l’iscrizione sul registro degli indagati, da parte della procura di Brescia, del pm Paolo Storari per rivelazione di segreto d’ufficio – per aver consegnato i verbali di Amara all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, anche lui indagato – e dei colleghi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, accusati, invece, di omissione di atti d’ufficio, per aver “nascosto” alcune prove utili alle difese nel processo Eni- Nigeria. L’iscrizione di Greco è un atto dovuto a seguito delle denunce formulate davanti ai pm bresciani da Storari, che ha lamentato l’inerzia dei vertici della procura nell’apertura del fascicolo. Una scelta, secondo il pm, dettata dalla necessità della procura di tutelare la credibilità di Amara e Vincenzo Armanna, grande accusatore di Eni, ritenuto dal Tribunale di Milano un inquinatore di pozzi. Greco ha già parlato con i colleghi bresciani, difendendo il suo operato. «Da Storari non ho mai ricevuto manifestazione di dissenso né in modo informale né formale», ha dichiarato il procuratore. Storari, a febbraio 2021 – secondo quanto emerso dalle audizioni davanti al Csm – avrebbe preparato una bozza di richiesta di misura cautelare per calunnia a carico di Amara, Armanna e Giuseppe Calafiore. Richiesta mai controfirmata da Greco e dall’aggiunta Laura Pedio e, pertanto, rimasta in un cassetto. Storari, dal canto suo, ha consegnato i verbali a Davigo con l’intento di «autotutelarsi», convinto di poter così smuovere le acque al Csm. Quei verbali, però, sono stati spediti a due quotidiani, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha denunciato pubblicamente la circostanza, ipotizzando un’operazione di dossieraggio ai danni del consigliere togato Sebastiano Ardita, indicato da Amara tra i membri della loggia. Circostanza smentita da Ardita e confutata anche dalle incongruenze delle dichiarazioni dell’ex avvocato. A spedire quei verbali, secondo la procura di Roma, sarebbe stata l’ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, ora indagata per calunnia ai danni di Greco. L’iscrizione sul registro degli indagati del procuratore Greco è stata comunicata dalla procura di Brescia al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia una ventina di giorni fa. Il reato contestato è omissione d’atti d’ufficio (articolo 328 cp 1/ o comma), per aver omesso la tempestiva iscrizione delle notizie di reato derivanti dalle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dall’avvocato Piero Amara a Pedio e Storari nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “falso complotto Eni”. A seguito di tali dichiarazioni, il pm Storari aveva chiesto a Greco e Pedio di avviare subito un’indagine sulla “Loggia Ungheria”, cosa che avvenne solo il 12 maggio 2020, ovvero circa un mese dopo la consegna dei verbali a Davigo. Ieri, intanto, il pm milanese è comparso davanti alla sezione disciplinare, presieduta dal laico della Lega Emanuele Basile e riunita per decidere sulla richiesta di trasferimento formulata dal procuratore generale. Salvi ne ha chiesto il trasferimento per aver «divulgato i verbali», assumendo un «comportamento gravemente scorretto nei confronti» del procuratore Greco e dell’aggiunto Pedio, da lui accusati di inerzia nelle indagini sulle rivelazioni di Amara, omettendo, «di comunicare» ai vertici «il proprio dissenso per la mancata iscrizione» nel registro degli indagati dell’avvocato e di formalizzare con una lettera alla procura generale il suo disappunto «circa le modalità di gestione delle indagini». Inoltre, secondo Salvi, Storari avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte all’indagine sulla fuga di notizie, aperta ad ottobre 2020 dopo l’esposto di un giornalista del Fatto Quotidiano, al quale erano stati spediti i verbali, gli stessi consegnati da Storari a Davigo. L’udienza continuerà martedì prossimo, mentre la decisione verrà presa nei giorni a seguire. Al termine dell’udienza Storari e il suo avvocato, Paolo Dalla Sala, non hanno rilasciato dichiarazioni. Intanto la procura di Milano è sempre più spaccata. Dalla parte di Storari si sono schierati praticamente tutti i sostituti dell’ufficio, che hanno sottoscritto, assieme a centinaia di magistrati del distretto e di tutta Italia, un appello a suo sostegno. Mossa che ha infastidito Greco, che giovedì ha invece scritto una mail ai colleghi, accusando Storari di aver mentito. «Mentre la magistratura italiana affronta una grave crisi di legittimazione, la nostra procura ha vissuto una grave vicenda di fuga di notizie», ha evidenziato Greco, aggiungendo, senza mai nominarlo, che «il collega ritenuto responsabile è ora indagato in sede penale e incolpato in sede disciplinare». E ancora: «Ma altro è difendersi, altro è lanciare gravi ed infondate accuse, dopo essere venuti meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio. Per quanto mi riguarda, le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate in tutte le sedi competenti così come tutte le violazioni dell’obbligo che hanno i pubblici ufficiali» di denunciare. 

(ANSA il 30 luglio 2021) Il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, è indagato a Brescia per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata dalle dichiarazioni messe a verbale da Piero Amara sulla presunta "Loggia Ungheria". La sua iscrizione è un atto dovuto a seguito delle denunce ai pm bresciani del pm Paolo Storari, pure lui indagato dalla magistratura bresciana per rivelazione di segreto d'ufficio. La notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati del procuratore Greco è emersa a seguito della comunicazione, avvenuta, una ventina di giorni fa, dell'avvio del procedimento da parte della procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia. Il reato contestato, come atto dovuto, è l'omissione d'atti d'ufficio (art. 328 cp 1/o comma) per aver omesso la tempestiva iscrizione delle notizie di reato derivanti dalle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dall'avvocato Piero Amara al procuratore aggiunto Laura Pedio e al pm Paolo Storari nell'ambito dell'indagine sul cosiddetto falso complotto Eni. A seguito di tali dichiarazioni, il pm Storari aveva chiesto a Greco e Pedio di avviare subito un'indagine sulla Loggia Ungheria. Cosa che avvenne solo il 12 maggio 2020. (ANSA). 

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 31 luglio 2021. Quello che in calendario sarebbe dovuto essere il «venerdì nero» di Paolo Storari, cioè del pm di cui ieri il Consiglio superiore della magistratura doveva decidere o meno il trasferimento disciplinare d'urgenza da Milano e la revoca delle funzioni di pm chiesti dal procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi per aver «gettato discredito» nella primavera 2020 sul suo capo Francesco Greco, diventa invece il «venerdì nero» del procuratore della Repubblica di Milano ed ex pm di Mani pulite. Messo sotto indagine dalla Procura di Brescia per omissione d'atti d'ufficio sulla scorta di quanto Storari ha riferito a Brescia nel difendersi dall'accusa di aver violato il segreto d'ufficio nell'aprile 2020 quando, per sbloccare l'impasse, ritenne di consegnare all'allora consigliere Csm Piercamillo Davigo i verbali segretati dell'ex avvocato esterno Eni Piero Amara sull'associazione segreta «Ungheria»: ipotesi di omissione per avere, da dicembre 2019 appunto, lasciato galleggiare 4 mesi le controverse dichiarazioni di Amara senza iscrivere le notizie di reato contenutevi. Ciò avvenne solo il 12 maggio 2020, cioè solo dopo che il pg Salvi, che come il vicepresidente Csm David Ermini e altri consiglieri Csm era stato informalmente allertato da Davigo, telefonò a Greco. Il procuratore, difeso dal professor Francesco Mucciarelli e dall'avvocato Francesco Arata, è stato già interrogato dal suo collega bresciano Francesco Prete. «Da Storari non ho mai ricevuto manifestazione di dissenso né in modo informale né formale», dice Greco, rimarcando che anzi Storari in una mail scriveva «con Laura (Pedio, procuratore aggiunto, ndr ) mi trovo bene a lavorare». Mentre ora Storari attesta che nessuna indagine fu fatta per mesi, Greco (come Pedio) sostiene che «il 16 gennaio 2020 venne genericamente illustrato ai colleghi di Perugia il contenuto delle dichiarazioni di Amara per le possibili connessioni con l'indagine su Palamara dove pure era indagato Amara», e «le attività investigative proseguirono per tutto febbraio». Poi «dall'8 marzo gli uffici giudiziari vennero sostanzialmente chiusi a causa del Covid e il lavoro subì inevitabili rallentamenti». Sino allora, «mentre alcuni dei file audio» evocati da Amara e dal suo socio Calafiore «vennero consegnati e se ne dispose la trascrizione, non venne mai consegnata la lista degli associati a "Ungheria", fondamentale per cominciare le indagini su solide fondamenta di riscontri documentali». Tuttavia Pedio scriveva a Storari il 17 aprile 2020 una mail da cui si ricaverebbe che in realtà a quella data le indagini non fossero ancora state avviate, e non lo fossero state per privilegiare le inchieste Eni nelle quali Amara era molto valorizzato: «Dovremmo parlarne con Francesco (Greco, ndr ). Ha perplessità sull'opportunità di cominciare un'indagine sulla quale ci sono dubbi di competenza. Qualche perplessità ce l'ho pure io, anche perché dobbiamo definire il procedimento Eni con priorità assoluta. Temo che l'avvio dell'altra indagine ci possa impegnare eccessivamente e portare a un risultato dubbio». Nelle ore in cui ieri emergeva la notizia di Greco indagato, a Roma Storari rendeva dichiarazioni spontanee al Csm (udienza a porte chiuse) sulla richiesta di suo trasferimento disciplinare, illustrata dal pg Marco Dall'Olio e poi aggiornata a martedì per l'arringa di Paolo Della Sala. La difesa ha rimarcato che intende affrontare il merito e perciò rinuncia a ripararsi dietro qualsiasi eccezione procedurale sia su un difetto di notifica, sia su un'incongruenza nel terzo illecito disciplinare contestato a Storari dal pg di Cassazione sulla base delle relazioni di Greco e Pedio: non essersi astenuto nell'ottobre 2020 dall'indagare sulla fuga di notizie dei verbali anonimi di Amara portati ai pm il 30 ottobre 2020 da un giornalista del Fatto , simili a quelli che Storari tacque ai colleghi di aver dato mesi prima a Davigo; e d'aver così anzi ostacolato e ritardato 4 mesi (sino a una perizia l'8 marzo 2021) quest' indagine per accesso abusivo a sistema informatico. Indagine che in realtà, come fascicolo autonomo per accesso abusivo, fu iscritta da Greco e Pedio solo a aprile 2021 (quando Storari non c'era più), e che dunque formalmente non esisteva a ottobre 2020.

Terremoto alla procura di Milano: indagato il pm Francesco Greco. Francesca Galici il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. A seguito delle denunce del pm Paolo Storari, Francesco Greco è stato inserito nel registro degli indagati per i ritardi nelle trascrizioni di Amara. Il procuratore di Milano Francesco Greco è stato iscritto nel registro degli indagati a Brescia circa un mese fa per aver ritardato l'apertura dell'inchiesta a fronte delle dichiarazioni rese dall'avvocato Pietro Amara nel dicembre 2019 su quella che è stata definita la "loggia Ungheria". La procura parla di atto dovuto nei confronti di Francesco Greco, che fa seguito alle denunce del pm Paolo Storari ai magistrati bresciani. Storari, nelle settimane scorse aveva riferito agli inquirenti bresciani di avere chiesto al capo della Procura di indagare sulla presunta associazione occulta. Lui stesso è indagato dalla procura di Brescia con l'accusa di aver rivelato segreti d'ufficio. Pietro Amara rese le sue dichiarazioni al procuratore aggiunto Laura Pedio e al pm Paolo Storari all'interno dell'indagine su quello che è stato poi definito il "falso complotto" Eni. Facendo seguito alle rivelazioni dell'avvocato Amara, Paolo Storari chiese a Francesco Greco e Laura Pedio di avviare nel più breve tempo possibile un'indagine sulla loggia Ungheria. Ma i due pm hanno dato seguito alle parole di Storari solo 5 mesi dopo, nel maggio del 2020. Un mese prima, il pm Paolo Storari avrebbe portato manualmente i verbali, trascritti su un foglio Word e mancanti di firma, all'ex pm Piercamillo Davigo. Non un comportamento ligio al protocollo quello di Storari, che si è successivamente difeso sostenendo di aver agito in questo modo come forma di auto-tutela a fronte del ritardo dei pm delle iscrizioni nel registro degli indagati di quanto dichiarato da Pietro Amara. Storari voleva agire tempestivamente per trovare riscontri sulle parole dell'avvocato. A sua volta, pare che Piercamillo Davigo, in tempi e modi diversi, abbia fatto cenno di quanto spiegatogli da Storari, almeno con il vicepresidente del Csm David Ermini e con altri due membri del Consiglio superiore della magistratura.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Procura di Milano, il pm Francesco Greco indagato: quel ritardo sospetto sulla "loggia Ungheria". Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Il procuratore capo di Milano Francesco Greco è indagato a Brescia per aver ritardato l'apertura dell'indagine nata dalle dichiarazioni messe a verbale dall'avvocato Piero Amara sulla presunta "Loggia Ungheria". Lo riporta l'Ansa. La sua iscrizione è un atto dovuto a seguito delle denunce ai procuratori bresciani del pm Paolo Storari, pure lui indagato dalla magistratura per rivelazione di segreto d'ufficio. La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del procuratore Greco è emersa a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, dell’avvio del procedimento da parte della procura bresciana al Csm, al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia. Il reato contestato, come atto dovuto, è l’omissione d’atti d’ufficio per aver omesso la tempestiva iscrizione delle notizie di reato derivanti dalle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dall’avvocato Piero Amara al procuratore aggiunto Laura Pedio e al pm Paolo Storari nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto falso complotto Eni. A seguito di tali dichiarazioni, il pm Storari aveva chiesto a Greco e Pedio di avviare subito un’indagine sulla Loggia Ungheria. Cosa che avvenne solo il 12 maggio 2020. Intanto alla Procura di Milano diversi magistrati sono insorti proprio contro Greco in difesa di Storari. All'origine della protesta la decisione del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi di chiedere al Csm la testa di Storari: via da Milano e mai più pubblico ministero. 

Loggia Ungheria, il procuratore Greco indagato a Brescia. Al procuratore di Milano è contestato il reato di omissione d'atti d'ufficio per aver ritardato l'apertura dell'indagine relativa ai verbali di Piero Amara. Simona Musco su Il Dubbio il 30 luglio 2021. Il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, è indagato a Brescia per aver ritardato l’apertura dell’indagine nata dalle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara sulla presunta “Loggia Ungheria”.

È questo il clamoroso particolare di cui si arricchisce la vicenda che ormai da mesi tiene in ostaggio la procura meneghina, dopo l’iscrizione sul registro degli indagati, da parte della procura di Brescia, del pm Paolo Storari per rivelazione di segreto d’ufficio – per aver consegnato i verbali di Amara all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, anche lui indagato – e dei colleghi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, accusati, invece, di omissione di atti d’ufficio, per aver “nascosto” alcune prove utili alle difese nel processo Eni-Nigeria. L’iscrizione di Greco è un atto dovuto a seguito delle denunce formulate davanti ai pm bresciani da Storari, che ha lamentato l’inerzia dei vertici della procura nell’apertura del fascicolo. Una scelta, secondo il pm, dettata dalla necessità della procura di tutelare la credibilità di Amara e Vincenzo Armanna, grande accusatore di Eni, ritenuto dal Tribunale di Milano un inquinatore di pozzi. Storari, a febbraio 2021 – secondo quanto emerso dalle audizioni davanti al Csm – avrebbe preparato una bozza di richiesta di misura cautelare per calunnia a carico di Amara, Armanna e Giuseppe Calafiore. Richiesta mai controfirmata da Greco e dall’aggiunta Laura Pedio e, pertanto, rimasta in un cassetto. Storari, dal canto suo, ha consegnato i verbali a Davigo con l’intento di «autotutelarsi», convinto di poter così smuovere le acque al Csm. Quei verbali, però, sono stati spediti a due quotidiani, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha denunciato pubblicamente la circostanza, ipotizzando un’operazione di dossieraggio ai danni del consigliere togato Sebastiano Ardita, indicato da Amara tra i membri della loggia. Circostanza smentita da Ardita e confutata anche dalle incongruenze delle dichiarazioni dell’ex avvocato. A spedire quei verbali, secondo la procura di Roma, sarebbe stata l’ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, ora indagata per calunnia ai danni di Greco. L’iscrizione sul registro degli indagati del procuratore Greco è stata comunicata dalla procura di Brescia al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia una ventina di giorni fa. Il reato contestato è omissione d’atti d’ufficio (articolo 328 cp 1/o comma), per aver omesso la tempestiva iscrizione delle notizie di reato derivanti dalle dichiarazioni rese nel dicembre del 2019 dall’avvocato Piero Amara a Pedio e Storari nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “falso complotto Eni”. A seguito di tali dichiarazioni, il pm Storari aveva chiesto a Greco e Pedio di avviare subito un’indagine sulla “Loggia Ungheria”, cosa che avvenne solo il 12 maggio 2020, ovvero circa un mese dopo la consegna dei verbali a Davigo. Ieri, intanto, il pm milanese è comparso davanti alla sezione disciplinare, presieduta dal laico della Lega Emanuele Basile e riunita per decidere sulla richiesta di trasferimento formulata dal procuratore generale. Salvi ne ha chiesto il trasferimento per aver «divulgato i verbali», assumendo un «comportamento gravemente scorretto nei confronti» del procuratore Greco e dell’aggiunto Pedio, da lui accusati di inerzia nelle indagini sulle rivelazioni di Amara, omettendo, «di comunicare» ai vertici «il proprio dissenso per la mancata iscrizione» nel registro degli indagati dell’avvocato e di formalizzare con una lettera alla procura generale il suo disappunto «circa le modalità di gestione delle indagini». Inoltre, secondo Salvi, Storari avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte all’indagine sulla fuga di notizie, aperta ad ottobre 2020 dopo l’esposto di un giornalista del Fatto Quotidiano, al quale erano stati spediti i verbali, gli stessi consegnati da Storari a Davigo. L’udienza continuerà martedì prossimo, mentre la decisione verrà presa nei giorni a seguire. Al termine dell’udienza Storari e il suo avvocato, Paolo Dalla Sala, non hanno rilasciato dichiarazioni. Intanto la procura di Milano è sempre più spaccata. Dalla parte di Storari si sono schierati praticamente tutti i sostituti dell’ufficio, che hanno sottoscritto, assieme a centinaia di magistrati del distretto e di tutta Italia, un appello a suo sostegno. Mossa che ha infastidito Greco, che giovedì ha invece scritto una mail ai colleghi, accusando Storari di aver mentito. «Mentre la magistratura italiana affronta una grave crisi di legittimazione, la nostra procura ha vissuto una grave vicenda di fuga di notizie», ha evidenziato Greco, aggiungendo, senza mai nominarlo, che «il collega ritenuto responsabile è ora indagato in sede penale e incolpato in sede disciplinare». E ancora: «Ma altro è difendersi, altro è lanciare gravi ed infondate accuse, dopo essere venuti meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio. Per quanto mi riguarda, le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate in tutte le sedi competenti così come tutte le violazioni dell’obbligo che hanno i pubblici ufficiali» di denunciare.

Atto dovuto dopo le parole di Storari. Loggia Ungheria, indagato Francesco Greco: capo della procura di Milano. “Indagini in ritardo”. Redazione su Il Riformista il 30 Luglio 2021. Dopo Davigo anche Greco. La fantomatica “Loggia Ungheria” coinvolge anche il procuratore Francesco Greco, prossimo alla pensione (novembre 2021). Il capo della Procura di Milano è indagato dalla Procura di Brescia, competente nelle indagini sui magistrati meneghini, nell’ambito della vicenda con al centro i verbali dell’avvocato Piero Amara sulla presunta associazione segreta denominata, ‘Loggia Ungheria’, in grado di condizionare nomine in magistratura e in incarichi pubblici. L’iscrizione di Greco nel registro degli indagati è relativa a quasi un mese fa e si tratterebbe di un atto dovuto dopo le dichiarazioni a verbale del pm milanese Paolo Storari. L’accusa è di omissione di atti d’ufficio: Greco avrebbe ritardato l’apertura di un fascicolo (poi avvenuta a maggio 2020) in seguito alle dichiarazioni rese a verbale da Amara, nel dicembre 2019, al procuratore aggiunto Laura Pedio e al sostituto procuratore Storari, titolari delle indagini su quello che è stato ribattezzato il “falso complotto Eni”. Verbali segreti che Amara ha poi consegnato all’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo (anche lui indagato a Brescia per rivelazione di segreti d’ufficio) prima di finire nelle mani della stampa, rendendo pubblica di fatto la guerra interna alla procura milanese. La notizia dell’avvio del procedimento, come atto dovuto nei confronti anche di Greco, è trapelata – chiarisce l’Ansa – a seguito della comunicazione, avvenuta una ventina di giorni fa, da parte della procura bresciana al Csm, al pg della Cassazione Giovanni Salvi e al ministero della Giustizia per gli eventuali profili disciplinari. Greco, proprio ieri, in una lettera ai suoi sostituti, senza mai citarlo ha attaccato Storari aggiungendo che “le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate in tutte le sedi competenti”. Intanto nel pomeriggio si è tenuta al Csm l’udienza a porte chiuse di Storari, alla quale partecipano lo stesso magistrato, assistito dal suo legale. La Sezione disciplinare del Csm deve decidere se trasferirlo in via cautelare da Milano e dalle sue funzioni come ha chiesto il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi per la vicenda dei verbali dell’avvocato Piero Amara. Storari ha poi lasciato Palazzo dei Marescialli senza rilasciare dichiarazioni. 

(ANSA il 27 luglio 2021) Non solo l'azione disciplinare a carico del pm milanese Paolo Storari. Da parte del Pg della Cassazione Giovanni Salvi sono in corso - a quanto si è appreso - accertamenti nei confronti del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del sostituto Sergio Spadaro, titolari del fascicolo Eni/Shell-Nigeria e indagati a Brescia per rifiuto di atti d'ufficio. L'iniziativa è legata all'inchiesta dei pm bresciani, partita dopo le dichiarazioni rese da Storari, che è a sua volta indagato per il caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 22 luglio 2021. Il procuratore di Milano, Francesco Greco, rifiuta di consegnare alla Procura di Brescia (che sta indagando sul suo vice Fabio De Pasquale sull'ipotesi che non abbia sottoposto ai giudici del processo Eni-Nigeria prove dell'inattendibilità dell'accusatore Vincenzo Armanna) gli atti sulla trasferta in Nigeria che la sua vice Laura Pedio fece nel settembre 2019. Questa rogatoria nigeriana del 2019 - argomenta Greco - sarebbe coperta da segreto perché sta nell'indagine milanese tuttora aperta sul cosiddetto «complotto Eni», e dunque solo la Nigeria potrebbe autorizzarne l'utilizzo prima. Non è così, ribatte a Greco il suo collega bresciano Francesco Prete. Che cerca l'interrogatorio del teste Mattew Tonlagha (suggerito nel 2019 da Armanna ai pm milanesi a riscontro delle proprie accuse a Eni) non per utilizzarli in altri processi (cosa appunto vietata dalle norme); ma per verificare se Armanna, come emerso proprio dalle sue chat con Tonlagha scoperte dal pm Paolo Storari e segnalate invano ai propri vertici tra fine 2020 e inizio 2021, nel 2019 avesse appunto indottrinato il giorno prima il teste Tonlagha. Ma Greco non cede, e anzi si affretta a scrivere al ministero della Giustizia una lettera in cui chiede alla struttura della Guardasigilli Cartabia di domandare alla Nigeria se intenda autorizzare la consegna della rogatoria ai pm di Brescia. I quali ribussano a Milano ma devono arrestarsi. Perché la lettera del Ministero alla Nigeria è già partita.

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 29 luglio 2021. La creazione del dipartimento Affari internazionali e reati economici transnazionali è un progetto fortemente voluto dal capo della Procura di Milano Francesco Greco, ha preso forma nel 2017 ed è stato affidato all'aggiunto Fabio De Pasquale, titolare del caso Eni-Nigeria. Ma sull'attività dell'ufficio si sono addensate rapidamente le nubi del malumore degli altri pm e si è insinuata l'idea che sia stato creato su misura proprio per l'inchiesta sulla presunta tangente da 1,1 miliardi pagata dalla multinazionale e finita con l'assoluzione di tutti gli imputati. Già a marzo 2020 ventisette pm hanno redatto un documento molto critico sulle «lacune» del Progetto organizzativo 2017-2019 della Procura, evidenziando come il terzo dipartimento «avrebbe meritato» una «illustrazione analitica delle attribuzioni (di che affari si tratta), del peso, dell'andamento dei flussi di lavoro e dei risultati», mentre «nulla è possibile carpire» dai numeri forniti sull'attività del pool.  Il Progetto organizzativo rimarca che, «in poco meno di due anni, il dipartimento ha investigato numerosi casi di corruzione internazionale, fiscalità e riciclaggio transnazionale. Alcuni di questi casi sono pervenuti a dibattimento e vi sono stati sequestri e pronunce giudiziali. Sono state complessivamente trattate 2.117 pratiche e ne sono state definite, allo stato, 1.514». Nel documento denuncia dei pm - dal quale già trapelano le tensioni in Procura poi esplose con i contrasti tra Greco e gli aggiunti Laura Pedio e Fabio De Pasquale, da un lato, e il pubblico ministero Paolo Storari dall'altro - i 27 magistrati firmatari evidenziavano le «due lacune fondamentali del Progetto organizzativo».  Ossia quelle sulla «indicazione e, poi, l'analisi particolareggiata dei flussi» dell'attività d'indagine, un «difetto» che «impedisce alla radice di apprezzare gli aspetti riguardanti la congruità (e la tipologia) delle forze umane e materiali destinate a fronteggiare i singoli fenomeni» di criminalità. «Non si rinviene un'analisi della realtà criminale nel territorio di competenza», si legge nel documento, che rileva inoltre come «non sono stati specificamente individuati gli obiettivi organizzativi, di produttività e di repressione criminale che l'ufficio intende perseguire, né gli obiettivi che l'ufficio è o non è riuscito a conseguire nel precedente periodo». Attenzione particolare viene dedicata proprio al terzo dipartimento per verificarne la «necessità», anche in relazione al rapporto con gli altri uffici della Procura «in grave sofferenza» dal punto di vista dei fascicoli da trattare e dell'organico dei magistrati. I numeri forniti, si legge nel documento, sono relativi solo al 2019 e non al triennio, dunque non farebbero chiarezza sull'attività del pool che ha a disposizione sei pubblici ministeri, di cui un aggiunto, e altri tre magistrati fuori quota. Dallo scritto emerge che il 3 marzo 2020 i ventisette magistrati della Procura milanese che hanno manifestato critiche sul progetto organizzativo lamentano una carenza di dati statistici dettagliati relativi allo stato delle pendenze e ai flussi di lavoro ritenuti essenziali per elaborare strategie di contrasto alla criminalità, per una razionale distribuzione delle risorse umane e la priorità nella trattazione dei procedimenti. Ma è soprattutto la sproporzione delle forze a creare nervosismo: viene ritenuta eccessiva l'assegnazione dei magistrati al dipartimento reati economici transnazionali rispetto a quelli che si occupano di reati gravi. La questione sarà affrontata dalla settima commissione del Csm, che dovrà gestire anche un'altra criticità. La Procura milanese, unico ufficio del distretto della Corte d'Appello, non ha inviato al consiglio giudiziario - l'organismo territoriale di autogoverno delle toghe - per il parere e la trasmissione al Csm, il nuovo piano organizzativo con cui si indicano gli obiettivi di «repressione» dei reati, la «produttività» che si vuole raggiungere e il bilancio dei risultati dell'attività di indagine degli anni precedenti. Inoltre non ha nemmeno depositato il decreto di conferma del piano organizzativo precedente. Lo ha segnalato nei giorni scorsi, con un verbale, lo stesso consiglio giudiziario al Csm.

DAGONEWS il 29 luglio 2021. Lo psicodramma in corso alla Procura di Milano, con la maggioranza dei pm schierati a difesa di Paolo Storari (per il quale il Pg della Cassazione, Salvi, ha chiesto il trasferimento) è soprattutto una rivolta contro il "Sistema Greco". Una gestione cauta della Procura, che ha sfilato il coltello tra i denti ai pm. Un "controllare, troncare e sopire" finalizzato a una giustizia senza strepiti o crociate moralizzatrici. Dopo lo scandalo dei verbali di Amara consegnati dal pm Paolo Storari all'ex consigliere del Csm Davigo, a causa del sospetto che la Procura volesse insabbiare le indagini, e il bailamme interno che ne è conseguito (annesso scazzo tra la vice di Greco, Laura Pedio, e lo stesso Storari), Francesco Greco avrebbe dovuto dimettersi, ammettendo implicitamente la fine di un'epoca nel palazzo di Giustizia di Milano. Se le dimissioni non sono mai state presentate è anche perché il vicepresidente del Csm, David Ermini, ha marcato stretto Greco (che a ottobre andrà in pensione) evitando che la Procura più importante d'Italia precipitasse nel caos.

Carlo Bonini per “la Repubblica” il 29 luglio 2021. Lo spettacolo del Termidoro della Procura di Milano ha in sé qualcosa di malinconico, drammatico, e insieme profetico. Dice molto di ciò che è stato e non potrà più essere. E di quanto appaia improvvisamente secolare quell'immagine del pool di Mani pulite che almeno tre generazioni di italiani conservano impressa nella retina e con cui hanno continuato ad associare un luogo a chi lo abita. Certifica le convulsioni, lo smarrimento, le pulsioni autofaghe di un ordine giudiziario che si scopre improvvisamente analfabeta di un tempo nuovo di cui ha perso il filo. E che il caso Palamara, i suoi esiti, hanno incattivito, gonfiato di sospetto e rancori. Armando le Procure l'una contro l'altra, in un reciproco controllo di legalità dove, venuto meno l'argine del vecchio consociativismo tra correnti, il fair play non ha più diritto di cittadinanza. Dove cane morde cane. In un redde rationem che non ammette prigionieri. A cominciare dal processo intentato allo straniante capro espiatorio battezzato in questa ennesima velenosissima estate. Francesco Greco, oggi settantenne Procuratore prossimo al congedo, che fu il più giovane, scanzonato, e irregolare dei pubblici ministeri che scrissero la storia di Mani pulite. Il romano cresciuto nel quartiere "Delle Vittorie", ma milanese di adozione e nel midollo, per il quale Francesco Saverio Borrelli stravedeva. Con più di qualche ragione. Perché, in qualche modo, se la foto simbolo di quella stagione della storia d'Italia e della magistratura italiana è sopravvissuta nel tempo, è proprio perché, nel 2016, assumendo l'incarico di Procuratore, Greco ha provato a non farne una reliquia. Figlio di Magistratura democratica, di una cultura della giustizia e del diritto penale mite, Greco, cinque anni fa, immagina una terza via che sottragga la Procura di Milano e con lei quella parte della magistratura che a quell'ufficio guarda come il suo laboratorio più avanzato, all'alternativa del diavolo tra un ritorno nei ranghi di un controllo di legalità a bassa intensità che, per dirla con Luciano Violante, la vede accucciata sotto il trono e il "Resistere, resistere, resistere" come manifesto di un "contro-potere" che si candida ad avanguardia di un capovolgimento o comunque di una modifica degli equilibri di sistema. Greco immagina e costruisce una Procura che vigila sui poteri, ne indaga le devianze, ma non li indirizza. Facendosi carico, se necessario, delle compatibilità. Che squarcia il velo dell'ipocrisia dell'effettiva obbligatorietà dell'azione penale (che nessun ufficio giudiziario è in grado di assicurare con i criteri dell'automaticità) dichiarandone al contrario l'agenda e le priorità. E che ne misura l'efficacia dal risultato che è in grado di portare a casa. Greco detesta i "processi al Sistema" e immagina una frontiera di aggressione all'illegalità che privilegia i reati della sfera finanziaria, fiscale, del lavoro, anche in ragione della loro capacità di muoversi in uno spazio "transnazionale". Un modello in cui il patteggiamento non è una sconfitta, ma un principio di economicità. Che, per dire, costringe nel tempo Apple, Google, Facebook Italia, Amazon a concordare un versamento di 824 milioni di imposte evase all'Erario. Per non dire del gruppo Kering, polo del lusso proprietario tra gli altri del marchio Gucci, alla più alta conciliazione fiscale della storia repubblicana: 1 miliardo e 250 milioni di euro. Francesco Greco, tuttavia, sottovaluta uno degli insegnamenti di Francesco Saverio Borrelli che, negli anni di Mani pulite, era comune ascoltare nei corridoi della Procura. Far sentire ogni singolo magistrato del suo ufficio al centro del mondo. Convincerlo che la regola egualitaria del "cantare portando la croce" non conosca eccezioni. Il governo certosino del capitale umano non è una sua dote. Ed è così che si guadagna silenziosamente nemici. Anche quelli di cui oggi, scorrendo le 56 firme in calce al documento di solidarietà a Paolo Storari, non riesce a immaginare le ragioni del "tradimento". È così che la sua squadra di procuratori aggiunti messi a capo di otto dipartimenti organizzati secondo un criterio di competenza "tematica", e a cui Greco affida assoluta autonomia nella trattazione dei fascicoli, nella gestione dei sostituti, nella scelta delle strategie processuali, comincia lentamente ad essere percepita dalla pancia della Procura come una corona di "ottimati" da cui guardarsi e a cui guardare con diffidenza (o addirittura sospetto, come accadrà con Paolo Storari, al punto da guadagnarsi il non certo lusinghiero appellativo di "cerchio magico"). È così che sottovaluta le insidie che la gestione del caso Amara è in grado di produrre non solo a Milano, ma a Roma, in un Csm balcanizzato dove persino il canto del cigno di un altro figlio di Mani pulite, Piercamillo Davigo, è una coltellata. È così che viene chiamato a rendere politicamente conto di una sconfitta processuale catastrofica - il processo Eni - e delle scelte istruttorie del suo aggiunto Fabio De Pasquale (oggi per questo indagato a Brescia e sottoposto all'azione disciplinare). È così che viene abbandonato dal consiglio giudiziario prima, dal Csm, poi. Già, perché in una némesi che lo vuole condannato perché ex Robespierre invecchiato da riformista, la ghigliottina alzata per Greco sulla scalinata del palazzo di Giustizia a pochi mesi dalla sua pensione vede le due anime della magistratura italiana (quella accucciata sotto il trono e quella rimasta orfana della foto del Pool e della sua letteralità) convergere. Con un risultato. L'arrivo a Milano, dopo trent' anni, di un Papa straniero. La cui scelta, da domani (giorno in cui scadrà il termine della presentazione delle domande per Procuratore Capo), sarà affare di un Conclave mai così carico di pessimi presagi.

La lenta agonia della Procura di Milano. L’agonia della procura di Milano: Davigo coinvolto nel caso Amara, De Pasquale e Spadaro indagati. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Giugno 2021. Con due uomini di punta, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, indagati a Brescia come il loro collega Paolo Storari e Piercamillo Davigo che è lì lì per raggiungere il trio, sta andando in pezzi il mito della Procura della repubblica di Milano. Il fortino degli invincibili e intoccabili, quelli che ti procuravano la scossa elettrica prima ancora che tu li avessi sfiorati (bastava lo sguardo o una parola di troppo), ha decisamente perso non solo lo splendore, ma proprio la verginità. Prima vediamo un sostituto procuratore scontento del proprio capo perché secondo lui sta trascurando una certa inchiesta (in cui si parla di una loggia segreta fatta anche di magistrati e finalizzata tra l’altro ad aggiustare i processi), che si rivolge a un amico invece che alle vie istituzionali, consegnandogli materiale coperto da segreto. Poi questo amico, che casualmente è un ex uomo del pool e in seguito membro del Csm, a sua volta sceglie una sorta di passaparola per vie informali, fino ad arrivare, con queste carte che misteriosamente passano di mano in mano, al presidente della commissione Antimafia, che c’entra come i cavoli a merenda e che comunque va subito a spifferarlo in Procura. E intanto, mentre le carte “segrete” volano motu proprio fino a due redazioni di quotidiani, si scopre che colui che veniva chiamato Dottor Sottile forse tanto sottile non era. E forse il mitico Pool di cui ha fatto parte a sua volta non era proprio geniale. E magari ha avuto anche qualche “aiutino”. Poi subentra la famosa maledizione dell’Eni, quella che nel 1993 portò al suicidio di Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Solo che questa volta i vertici del colosso petrolifero vengono assolti, pur se dopo tre anni di dibattimento e 74 udienze e dopo che i rappresentanti dell’accusa avevano tentato di far entrare nel processo una sorta di cavallo di troia che avrebbe potuto persino portare il presidente Tremolada all’astensione. E questo è già un brutto neo sulla reputazione della Procura di Milano, il primo fatto di cui dovrebbe forse occuparsi il Csm. Anche perché di questo verbale si sono preoccupati anche lo stesso procuratore Greco e la fedelissima aggiunta Laura Pedio, inviandolo a Brescia per competenza. Sicuramente a tutela del presidente Tarantola, pensiamo. A Brescia c’è stata una repentina archiviazione, ma il Csm è stato informato? Non si sa. Quello su cui è invece già stato allertato, insieme al procuratore generale della Cassazione, è un fatto di omissione. Perché aver ignorato la manipolazione di certe chat e aver tenuto fuori dal processo Eni un video che avrebbe giovato alla difesa, ha portato il procuratore aggiunto De Pasquale e il sostituto Spadaro sul banco degli indagati, se così si può dire. E anche sul banco degli sgridati, nella motivazione della sentenza, in cui il tribunale si dice sconcertato per i comportamenti dei rappresentanti dell’accusa. Sarebbe mai successo ai tempi splendidi di Borrelli e Di Pietro? Impensabile. A questo punto, mentre gli uomini di punta della Procura di Milano sembrano cadere come birilli, nella reputazione ma anche nelle carte processuali, il dottor Nicola Gratteri da Catanzaro può veramente cominciare a scaldare i muscoli e farsi la bocca sulla possibilità di succedere a Francesco Greco nell’autunno milanese. Poche sere fa, ospite di una dolcissima Lilli Gruber, sprizzava soddisfazione e infilava gli occhi diritti nella telecamera (un po’ come un tempo faceva Di Pietro), presentandosi come uno diverso dagli uomini del Sistema di Palamara. E quindi anche da quelli del fortino milanese. Non ho mai fatto parte di alcuna corrente, dice, e mai lo farò, per questo ho perso molte occasioni di andare a presiedere Procure prestigiose. Poi vi dico anche che ritengo che i membri del Csm debbano entrare per sorteggio e non per traffici o camarille politiche. Se la carica di Procuratore della repubblica di Milano dovesse essere assegnata tramite referendum popolare, Nicola Gratteri avrebbe già detto al suo collega “fatti più in là” e sarebbe già seduto al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano prima ancora che Greco abbia compiuto i 70 anni, età della pensione dei magistrati. Si spezzerebbe così non solo la tradizione almeno trentennale del fortino di Magistratura democratica, ma anche il permanere di quello stile ambrosiano, intriso di fair play istituzionale e garbo politico molto gradito al ceto dei partiti, quelli contigui fin dai tempi di Mani Pulite, naturalmente. Quel rito ambrosiano che indusse il premier Matteo Renzi a ringraziare il procuratore capo Bruti Liberati per aver consentito l’apertura per tempo dell’Expo. Uno sforzo che non ha però salvato il sindaco Sala dall’arrivare poi a una condanna per falso ideologico, infine tamponata dalla prescrizione. Ma il garbo ambrosiano c’era stato. Quello stile oggi è decisamente incrinato. Il procuratore Greco si era fino a poco tempo fa salvato da situazioni come quella di vera sparatoria all’o.k. Corral tra il suo predecessore Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo. Ed è uscito abbastanza indenne dal libro di Sallusti, anche se con qualche ombra polemica sui colleghi nominati come suoi aggiunti. Palamara è stato garbato nei suoi confronti, e gli ha consentito di continuare a governare la Procura più famosa d’Italia “con la diligenza del buon padre di famiglia”. Ma gli sono esplose tra le mani, in sequenza, prima la vicenda Storari-Pedio-Davigo e poi il processo Eni, la maledizione del tribunale di Milano fin dai giorni di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini. Ma erano altri tempi, quelli, e Francesco Greco c’era, con il procuratore Borrelli e gli altri del pool. Erano gli anni Novanta. Quelli in cui a cadere nella polvere erano i ministri di giustizia. Claudio Martelli con un’informazione di garanzia, Giovanni Conso e Alfredo Biondi per due decreti che avrebbero cambiato in meglio le regole della custodia cautelare e dei reati contro la pubblica amministrazione. Erano tempi in cui bastava una telefonata del procuratore: signor ministro le sto inviando un’informazione di garanzia, e lui si dimetteva. Oppure si concordava la linea con i direttori dei tre principali quotidiani d’informazione e dell’Unità (che garantiva la complicità del principale partito della sinistra) e il decreto era affossato. O anche si andava in tv con gli occhi arrossati e la barba lunga a dire che senza manette non si poteva lavorare e l’altro decreto cadeva e in successione anche il governo. Bei tempi, quelli. E il capolavoro dell’abbattimento del ministro Filippo Mancuso? Quello fu un vero combinato disposto Procura-Pds. Il guardasigilli “tecnico” del governo Dini, voluto personalmente dal presidente Scalfaro, fu in realtà il più politico e il più coraggioso. L’unico che non si fece mai intimidire dalla potenza degli uomini della Procura milanese, quello che la inondò di ispezioni. La prima dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, illuso e poi deluso dal sostituto procuratore Fabio De Pasquale e suicida dopo 134 giorni di carcere preventivo. Ma poi altre, per verificare se rispondesse a verità il fatto che gli indagati venissero tenuti in carcere fino a che non avessero confessato e fatto anche “i nomi”. I più gettonati erano quello di Craxi, e in seguito quello di Berlusconi. Un modo di procedere confermato dallo stesso procuratore Borrelli, che candidamente dichiarava: noi non li teniamo in carcere per costringerli alla confessione, ma li liberiamo solo se parlano. Il Sistema Lombardo che evidentemente non turbava i sonni dei componenti del Csm, ma anche che piaceva molto ai discendenti di Vishijnsky, il cui partito allora si chiamava Pds, Partito democratico della sinistra, fratello maggiore del Pd. Così fu inaugurata con la defenestrazione del ministro Mancuso la stagione della sfiducia individuale. Con il quarto ministro guardasigilli abbattuto dal potere della Procura di Milano, uno in fila all’altro. Giusto per rinfrescarci la memoria, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, qualcuno ricorda la fine miserrima delle Commissioni Bicamerali? Si potrebbe alzare il telefono e fare due chiamate a coloro che ne furono i presidenti, Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema. Il primo fu apparentemente travolto dall’arresto di suo fratello, ma la verità è che, proprio mentre la Commissione stava timidamente (così lo ricorda anche Marco Boato, che era presente) affrontando il tema della separazione delle carriere, irruppe in aula e fu distribuito a tutti un Fax dell’Associazione nazionale magistrati con decine di firme di toghe, comprese quelle degli uomini del pool, che intimava di non affrontare nella Commissione il tema giustizia. E l’argomento sparì. La seconda Commissione subì i colpi di un’intervista del pm Gherardo Colombo al Corriere della sera, in cui veniva ricostruita la storia d’Italia come pura storia criminale. Una frase andò diritta al cuore del Presidente Massimo D’Alema: state attenti, che di Tangentopoli abbiamo appena sfiorato la crosta. Fu sufficiente, anche se la guerra-lampo durò tredici giorni, e alla fine chi ci rimise non fu, ovviamente l’uomo del pool ma l’incolpevole ministro di Giustizia Giovanni Maria Flick. Bei tempi davvero. Oggi con tre indagati e un ex in crollo di reputazione pare un po’ difficile che la Procura di Milano abbia la forza, non diciamo di far cadere la ministra della Giustizia, ma neanche di bloccare leggi e decreti. Ma il problema è: questa classe politica, che teoricamente dovrebbe essere più forte di quella che mostrò la propria fragilità abrogando l’immunità parlamentare, ha la capacità di cogliere l’attimo? Pare proprio di no. Ma ci saranno i referendum, e forse quella forza la troveranno direttamente i cittadini.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il pizzino dell'ex procuratore. Bruti Liberati nei guai, chiese l’autoesilio di Storari. Paolo Comi su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Giocare d’anticipo ed evitare così i provvedimenti disciplinari del Consiglio superiore della magistratura. Il modus operandi è sempre lo stesso. Immutabile da anni. E se il magistrato non dovesse procedere in autonomia, c’è comunque qualcuno pronto a ricordargli di farlo in maniera “spintanea”. Stiamo parlando, ovviamente, del trasferimento “in prevenzione”. Una sorta di salvacondotto togato. In concreto, quando ad un magistrato viene aperta o sta per essere aperta una pratica di trasferimento per “incompatibilità ambientale”, per uscire in maniera indolore è sufficiente che presenti la domanda di trasferimento, appunto “in prevenzione”, e tutti i problemi vengono risolti in un lampo. Il trasferimento “in prevenzione” è tornato di attualità per la vicenda del pm milanese Paolo Storari che, con il suo comportamento, avrebbe creato, secondo il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, “discredito” nei confronti del procuratore Francesco Greco e della sua vice Laura Pedio. In particolare, consegnando i verbali degli interrogatori dell’avvocato Piero Amara sulla loggia segreta Ungheria all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Come raccontato ieri dal Corriere, il procuratore aggiunto di Milano e capo dell’antiterrorismo Alberto Nobili, sentito in audizione segretata dalla prima commissione del Csm questa settimana sull’accaduto, avrebbe riferito di essere stato contattato lo scorso 30 aprile da Edmondo Bruti Liberati. L’ex procuratore avrebbe detto a Nobili se non fosse il caso che Storari lasciasse Milano per altri lidi. Nobili, però, avrebbe rispedito l’invito al mittente, rifiutandosi di comunicarlo a Storari. Non sappiamo poi cosa sia successo in quanto Elisabetta Chinaglia, la presidente della Prima Commissione del Csm, quella che si occupa delle “incompatibilità”, avrebbe interrotto la deposizione di Nobili. Ma perché Bruti Liberati si era rivolto a Nobili? Probabilmente perché era a conoscenza dell’ottimo rapporto fra i due magistrati. Ed infatti Nobili si è fatto promotore nei giorni scorsi di una raccolta di firme proprio a sostegno di Storari. Nobili, nel 2016, era in pole per diventare procuratore di Milano. Il solito meccanismo delle correnti gli aveva però favorito Francesco Greco, nonostante in quel momento fosse il magistrato più gradito dai pm milanesi. Con il trasferimento “in prevenzione”, come recita la disposizione, il procedimento “non può essere iniziato o proseguito”. Il trasferimento è vantaggioso per tutti. Il magistrato finito nell’occhio del ciclone, come detto, evita conseguenze di qualsiasi tipo e sull’intero ufficio cala un silenzio provvidenziale. E già: se Storari si fosse tolto dall’impiccio il Csm avrebbe evitato di dover capire cosa fosse successo nella gestione delle testimonianze di Amara. Pare, infatti, che questi interrogatori siano finiti un fascicolo assegnato alla dottoressa Pedia che risulterebbe aperto da quasi cinque anni. Un periodo totalmente fuori da qualsiasi tempistica prevista dalle norme. Storari, invece, ha tenuto il punto e domani si presenterà davanti alla sezione disciplinare del Csm i cui componenti hanno quasi tutti deciso di astenersi. L’ex pm di Mani pulite, dopo aver avuto i verbali di Amara da Storari, aveva deciso a sua volta di farli vedere a diversi componenti della disciplinare del Csm, fra cui David Ermini, Giuseppe Cascini, Giuseppe Marra e Fulvio Gigliotti. A non astenersi, invece, Salvi, anch’egli, secondo il racconto che fece Davigo, a conoscenza di questi verbali. Quanto sta accadendo a Storari ricorda molto da vicino quello che capitò ad Alfredo Robledo. L’allora aggiunto di Milano si scontrò in maniera violentissima con il suo capo, quel Bruti Liberati che ha contattato Nobili, uscendone poi a pezzi, travolto da disciplinari assortiti. Il motivo? Sempre le modalità di gestione di procedimenti penali. Nulla di nuovo, insomma. Paolo Comi

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 30 luglio 2021. Fabio De Pasquale non molla. E, nonostante potrebbe non esserci nel prossimo dibattimento, nelle 123 pagine dell'appello presentato contro l'assoluzione di tutti gli imputati del processo Eni-Nigeria, decide di difendere ancora una volta l'ex manager Vincenzo Armanna e l'avvocato Piero Amara. Il primo è stato da poco indagato dalla collega Laura Pedio per calunnia nei confronti dell'avvocato Luca Santamaria. Al secondo, in carcere a Orvieto, è stata da poco respinta la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali perché le sue dichiarazioni sarebbero mero «opportunismo processuale». È una delle parti più rilevanti quella che la pubblica accusa - sulla presunta corruzione internazionale intorno al giacimento Opl 245 - dedica all'ex responsabile Eni per l'Africa subsahariana. Per De Pasquale, infatti, è «Eni a non essere in buona fede» mentre «Armanna non aveva fatto ricatti». Il pm sostiene anche che nel video del 28 luglio 2014 non ci siano intenti «calunniatori» da parte di Armanna, in totale contrasto rispetto a quanto detto dal tribunale presieduto da Marco Tremolada. Per la settima sezione del palazzo di giustizia milanese, invece, l'ex manager Eni «perseguiva lo scopo precipuo di gettare fango sui dirigenti Eni che potevano ostacolarne gli affari, di mettere in imbarazzo la compagnia e, in ultima analisi, di sollevare un caso mediatico giudiziario che lo avrebbe messo in una posizione di forza rispetto alla sua ex società». Non solo. De Pasquale ribadisce anche l'importanza della mancata ammissione della testimonianza di Amara, quella che non fu accolta dal tribunale, dopo che il capo della procura Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio avevano portato i verbali a Brescia. La Procura bresciana ha archiviato il procedimento che avrebbe riguardato presunte pressioni degli avvocati difensori di Eni su Tremolada. Ma per De Pasquale è sbagliato quello che sostengono i giudici, cioè «che le dichiarazioni che avrebbe potuto rendere Piero Amara non contenevano conoscenze dirette, ma si riferivano a notizie apprese da altri, come facilmente desumibile dai capitolati della prova». Per il pm di Messina Amara invece «aveva anche conoscenza diretta» dei fatti. Ma a difendere i due non è solo De Pasquale. Anche l'avvocato del governo nigeriano Lucio Lucia, nella sua impugnazione, sostiene che anche se Armanna si sia vendicato, come si evince dal video del luglio 2014, può averlo fatto «attraverso la denuncia di fatti veri. In altre parole» scrive Lucia «non è possibile l'equivalenza «"vendetta di Armanna uguale dichiarazioni non veritiere per la corruzione relativa all'Opl 245"». Va ricordato che l'ex manager Eni fu messo alla porta dal Cane a sei zampe per spese ingiustificate pari quasi a 300.000 euro. Come detto, è possibile che il prossimo dibattimento dell'appello su Opl 245 si svolgerà senza i protagonisti degli ultimi 8 anni di indagine. Il capo della Procura Greco andrà in pensione a novembre. Sergio Spadaro, pubblica accusa insieme con De Pasquale, è già in forza alla Procura europea. Lo stesso De Pasquale potrebbe essere spostato insieme con Paolo Storari, quest' ultimo sotto indagine al Csm proprio per aver sottolineato più volte l'inattendibilità di Armanna e Amara durante l'indagine sul falso complotto. L'appello insomma farà felice soprattutto gli avvocati, che hanno già incassato quasi 100 milioni. Dentro la Procura è iniziato invece il lento cupio dissolvi della corrente storica di Magistratura democratica, ora Area. La lettera appello a difesa di Storari firmata da 56 pm è una sfiducia nei confronti di una storica figura di Md come Greco, per di più dopo la decisione di un altro storico esponente della corrente di sinistra, ovvero il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Non a caso anche Edmondo Bruti Liberati, secondo Alberto Nobili, sarebbe intervenuto per spostare Storari. Insomma dopo più di 10 anni di dominio è iniziata la ribellione contro il sistema correntizio di sinistra. Quello che in questi anni ha voluto puntare tutto il lavoro della Procura sul processo Eni, rimediando una sonora sconfitta. E in Appello forse nessuno di loro ci sarà.

Caso Eni, De Pasquale (indagato) non molla. Ricorso contro le assoluzioni del processo. Cristina Bassi  e Luca Fazzo il 30 Luglio 2021  su Il Giornale. Oltre 120 pagine per contestare la sentenza: "Trattato come un caso bagatellare". Milano. L'aggiunto Fabio De Pasquale non intende mollare. Nel pieno della bufera che sta investendo la (ex) gloriosa Procura di Milano e dei guai che lo vedono, insieme al pm Sergio Spadaro, indagato a Brescia e - parrebbe - oggetto di istruttoria disciplinare del pg di Cassazione deposita il ricorso in Appello contro la sentenza Eni-Nigeria. Proprio il procedimento che gli ha portato le peggiori grane che una toga possa avere. De Pasquale chiede di ribaltare la decisione del Tribunale che il 17 marzo scorso ha assolto, «perché il fatto non sussiste», tutti i 15 imputati per la presunta maxi tangente Eni. Tra gli imputati, l'ad Claudio De Scalzi e il predecessore Paolo Scaroni. Anche la parte civile, il governo nigeriano rappresentato dall'avvocato Lucio Lucia, ha fatto ricorso. Il deposito dell'impugnazione arriva a ridosso della scadenza dei termini. Il procuratore aggiunto ha scritto 123 pagine per contestare, punto per punto, le motivazioni della Settima sezione penale, presieduta dal giudice Marco Tremolada. Per il Tribunale, non è stata raggiunta la prova della presunta corruzione del colosso petrolifero per ottenere le concessioni sul giacimento Opl245. Eppure De Pasquale avrebbe ben altro cui dedicarsi, per difendersi dalle accuse della Procura di Brescia, che lo indaga per rifiuto di atti d'ufficio proprio perché avrebbe tenuto per sé fondamentali prove a favore degli imputati nel processo poi perso. Non solo. Avrebbe usato in modo selettivo i verbali di Piero Amara, per altri versi dalla stessa Procura ritenuti non degni di approfondimento, per denunciare a Brescia il giudice Tremolada (poi archiviato) come «avvicinabile» dalle difese. Per la vicenda, che ha causato in Procura uno scisma senza precedenti, il pg di Cassazione potrebbe chiedere al Csm di cacciarlo da Milano, come ha già fatto per il pm Paolo Storari, la cui udienza è fissata per oggi. Se non bastasse, è emerso che nel marzo 2020 in un documento molto critico 27 pm milanesi sottolineavano che il dipartimento Affari internazionali e reati economici transnazionali, guidato da De Pasquale, «avrebbe meritato» una «illustrazione analitica delle attribuzioni, del peso, dell'andamento dei flussi di lavoro e dei risultati», mentre «nulla è possibile carpire» dai numeri forniti sull'attività del pool. In sostanza nel ricorso l'aggiunto sostiene che i giudici della Settima hanno trattato il caso «come se fosse una storia bagatellare». Per De Pasquale, il Tribunale porta argomenti «veramente esili» e «illogici», con «gravi svalutazioni» delle prove e in certi passaggi fornisce una «ricostruzione unidimensionale». Sul teste-imputato Vincenzo Armanna, che i giudici dichiarano «non attendibile», animato «da intenti ricattatori» e autore di dichiarazioni «generiche, contraddittorie e non riscontrate», l'aggiunto ribadisce che «gran parte del suo racconto è non solo vero, ma pacificamente vero». E che il Tribunale ricorre a un escamotage per screditarlo: in caso di «circostanze su cui Armanna è stato pienamente riscontrato» succede che «affermi che la circostanza è sì vera ma ha una sua spiegazione lecita, ovvero che non è rilevante, o che è parzialmente vera». Sul video, «dirompente» per i giudici, in cui Armanna afferma di voler infangare l'azienda e che i pm - è l'accusa della Corte - hanno tenuto nascosto: De Pasquale dichiara che la Corte stessa aveva deciso di non ammetterlo, perché rientrava in un'altra inchiesta in corso (sul «complotto» Eni); che i difensori già ne conoscevano il contenuto; che l'intento calunniatorio del teste non si deduce dal video, ma ha origine nella «percezione soggettiva del giudicante». La videoregistrazione, si conclude, non può diventare «l'arma micidiale che distrugge un intero processo». Fa sapere infine Eni che «conferma la propria totale estraneità rispetto ai fatti contestati e ripone la massima fiducia che la magistratura giudicante in Appello possa rapidamente confermare le conclusioni raggiunte nell'ambito del primo grado».

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus. 

Fabio De Pasquale, la rivolta dei colleghi contro il pm anti-Cav: "Lavora poco e ha troppo potere", qui crolla la procura. Paolo Ferrari Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. È scattata la rivolta al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano, dove ha sede la procura della Repubblica, contro il "dipartimento reati economici transazionali" diretto dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Dopo la raccolta di firme a sostegno del pm milanese Paolo Storari, "reo" di aver messo in discussione l'operato dei suoi capi, il procuratore Francesco Greco e la sua vice Laura Pedio, il nuovo terreno di scontro fra le toghe riguarda questo dipartimento molto particolare. L'ufficio, nato per volontà di Greco, al momento si è essenzialmente occupato di processare i vertici dell'Eni per l'accusa di aver corrotto esponenti del governo della Nigeria per la gestione di un pozzo di petrolio nel golfo di Guinea. Il dipartimento di De Pasquale, secondo quanto riferito da una trentina di sostituti, avrebbe un carico di lavoro nettamente inferiore a quello degli altri dipartimenti della Procura milanese. La suddivisione dei fascicoli è stata fatta direttamente dal procuratore. Il rapporto con gli altri dipartimenti sarebbe impietoso: 1 a 100, secondo l'aggiunto Tiziana Siciliano, capa di quello per la "tutela della salute, dell'ambiente e del lavoro", evidentemente travolta dai procedimenti. Oltre a non avere fascicoli, il dipartimento di De Pasquale ha anche un'altra particolarità: è diventato recentemente una fucina di "procuratori europei delegati", i pm della neo costituita Procura europea che ha lo scopo di perseguire i reati contro gli «interessi finanziari dell'Unione». Dei 14 pm italiani scelti per occuparsi delle frodi al bilancio comunitario e non, per fare un esempio, di quello italiano con le truffe sul reddito di cittadinanza, ben tre provengono proprio dal dipartimento di De Pasquale: Gaetano Ruta, Donata Costa, Sergio Spadaro. Quest' ultimo, peraltro, è attualmente indagato con De Pasquale a Brescia, Procura competente per i reati commessi dai magistrati milanesi, per non aver depositato alcune prove a favore degli imputati nel processo Eni-Nigeria. Una circostanza che sta creando imbarazzo a Lussemburgo dove ha sede la Procura europea. Spadaro, fresco di nomina da parte del Consiglio superiore della magistratura, che aveva messo in evidenza le sue capacità professionali, potrebbe essere allora defenestrato se, come recita il regolamento europeo «ha commesso una colpa grave». Certamente non una bella figura per l'Italia. Elemento scatenante di questa situazione infuocata è sempre Storari, anch' egli indagato a Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio per aver consegnato i verbali dell'ex avvocato esterno dell'Eni, Piero Amara, all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Storari ha sempre affermato di averlo fatto a causa dell'inerzia dei suoi capi nel fare accertamenti sulle rivelazioni di Amara, in particolare sugli appartenenti alla Loggia segreta Ungheria. Ma non solo: Storari, che assieme all'aggiunta Pedio aveva interrogato Amara, aveva evidenziato diverse anomalie nella deposizione e nella raccolta delle prove. Come quella di una registrazione, mai prodotta in dibattimento, in cui si pianificava il complotto contro i vertici dell'Eni. De Pasquale aveva poi ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all'attenzione del Tribunale perché ritenuta non rilevante». Domani, comunque, la sezione disciplinare del Csm si esprimerà nei confronti di Storari visto che il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ha chiesto per lui il trasferimento di sede e il cambio di funzioni. Quattro dei sei giudici della Sezione disciplinare hanno deciso di astenersi in quanto erano stati messi a conoscenza da Davigo del contenuto dei verbali delle dichiarazioni di Amara. Oggi pomeriggio, invece, è prevista sempre alla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli l'udienza nei confronti di Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato renziano di Italia viva. Con Luca Palamara aveva partecipato all'incontro all'hotel Champagne di Roma dove si discusse della nomina del nuovo procuratore della Capitale. L'ex presidente dell'Anm, invece, hanno fatto sapere i suoi avvocati, ha depositato ieri alla Procura di Firenze, alla luce di queste astensioni, un esposto contro Davigo e Gigliotti. Costoro nel procedimento contro di lui, finito con la radiazione dalla magistratura, non si erano astenuti pur essendo all'epoca già a conoscenza delle dichiarazioni di Amara.

Il Csm "boccia" Greco. Lui attacca il pm Storari: "Slealtà e menzogne". Cristina Bassi il 30 Luglio 2021  su Il Giornale. Dura lettera del procuratore ai sostituti: nel mirino la raccolta firme per il collega indagato. Milano. La serenità ormai è un miraggio al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano. Con tre pm, su due fronti opposti, nel mirino delle Procura di Brescia e a rischio provvedimento disciplinare del Csm, ora arriva la delibera approvata a larga maggioranza in cui il Consiglio superiore prende atto del progetto organizzativo del procuratore Francesco Greco per il triennio 2017-2019, ma con diversi «rilievi». Non c'è, si legge, «un'analisi dettagliata della realtà criminale nel territorio di competenza, non risulta un'indicazione e un'analisi attuale e dettagliata dei dati relativi alle pendenze e ai flussi di lavoro, non sono stati individuati gli obiettivi organizzativi, di produttività e di repressione criminale». Una carenza che «preclude al Csm una compiuta valutazione delle scelte effettuate». Il Csm dà ragione alle osservazioni già mosse da 27 pm e dall'ex pg facente funzioni Nunzia Gatto che aveva segnalato in particolare un'apparente «anomalia» tra il numero di magistrati addetti al dipartimento Affari internazionali, quello di Fabio De Pasquale, e assegnati ad altri dipartimenti che pure trattano «reati gravi e delicati». Intanto ieri lo stesso Greco ha inviato una dura mail ai propri sostituti in cui attacca (senza farne il nome) il pm Polo Storari, oggi davanti al Csm per la vicenda dei verbali di Piero Amata consegnati a Piercamillo Davigo. «Altro è difendersi - scrive il capo della Procura -, altro è lanciare gravi e infondate accuse, dopo essere venuti meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio, non astenendosi, tra l'altro, da un'indagine su un fatto in cui si è personalmente coinvolti». Ancora: «Le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate». Greco poi affronta la questione della lettera in sostegno a Storari: «Un documento sottoscritto da molti colleghi dell'Ufficio è stato reso pubblico e ha destato inevitabile clamore. Una cosa è la umana solidarietà nei confronti di un collega in difficoltà, altro è una presa di posizione che non poteva non essere presentata nei media come intervento teso a condizionare una procedura giudiziaria garantita, quale è il procedimento disciplinare». Continua il procuratore: «I valori tutelati in questa procedura sono la credibilità e la fiducia dei cittadini nel regolare andamento di un ufficio giudiziario (...). L'augurio di tutti non può essere altro che sia fatta chiarezza quanto più rapidamente dai giudici competenti sotto i diversi profili coinvolti». E rivendica, «senza timore di smentite che in tutti questi anni, da Procuratore aggiunto e poi da Procuratore, senza mai rinunciare al dovere di rappresentare la mia valutazione in un confronto aperto e leale, ho sempre avuto il massimo rispetto per l'autonomia dei colleghi. Altrettanto rispetto dobbiamo avere tutti per le procedure in corso, la cui definizione è l'unico mezzo per ricostruire appieno la fiducia dei cittadini in questa Procura. Una Procura, che è sempre stata un punto di riferimento in Italia e anche all'estero». Infine: «Avviandomi alla conclusione della mia carriera in magistratura, sono orgoglioso di aver fatto parte della grande storia della Procura di Milano». Cristina Bassi

Domani decide la commissione disciplinare del Csm. Caos in Procura a Milano, Greco attacca Storari: “Slealtà e menzogne, lettera può influenzare il Csm”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Procura di Milano in fiamme nella battaglia in corso tra il procuratore Francesco Greco e il pm Paolo Storari alla vigilia dell’udienza in commissione disciplinare del Csm che dovrò decidere sulla richiesta di trasferimento del magistrato in relazione alla consegna a Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm, dei verbali segreti di Piero Amara. Come noto Storari ha consegnato quei documenti a Davigo con la "giustificazione" dell’inazione da parte dei vertici della procura di fronte alle parole di Amara sull’esistenza della presunta loggia Ungheria, di cui farebbero parte politici, magistrati, vertici delle forze di polizia, avvocati e imprenditori. In una lettera spedita via mail ai pm della Procura di Milano, il procuratore Greco attacca Storari scrivendo che il pm è “venuto meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio, non astenendosi, tra l’altro, da una indagine su un fatto in cui si è personalmente coinvolti”. Ma Greco mette nel mirino anche gli autori della solidarietà al pm coinvolto nella vicenda dei verbali di Amara, raccolta firme che ha raccolto l’adesione di circa 230 magistrati milanesi, in gran parte del suo ufficio. Mail che ha lasciato “senza parole” gran parte dei sostituti sia per i toni sia per i modi sia per la tempistica. Greco scrive infatti che “una cosa è la umana solidarietà nei confronti di un collega in difficoltà, altro è una presa di posizione che non poteva non essere presentata nei media come intervento teso a condizionare una procedura giudiziaria garantita, quale è il procedimento disciplinare già a partire dalle indagini e dalla fase cautelare”. Nella lettera, Greco non cita mai espressamente Storari, ma nel riferirsi al pm il procuratore milanese ricorda che “il collega ritenuto responsabile (della fuga di notizie, ndr) è ora indagato in sede penale e incolpato in sede disciplinare in un procedimento giurisdizionale nel quale si applica il codice di procedura penale”. Greco quindi rivendica “senza timore di smentite” che nei suoi anni alla guida della procura “senza mai rinunciare al dovere di rappresentare la mia valutazione in un confronto aperto e leale, ho sempre avuto il massimo rispetto per l’autonomia dei colleghi”.

Quindi dalla penna di Greco altre ‘mazzate’ a Storari ma anche agli altri protagonisti della vicenda, da Davigo in poi: ”Per quanto mi riguarda, le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate in tutte le sedi competenti così come tutte le violazioni dell’obbligo che hanno i pubblici ufficiali” di denunciare”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia 

Una risposta all'arroganza dei procuratori. Lo schiaffo dei Pm ai mandarini Salvi e Greco. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 27 Luglio 2021. L’arroganza è sempre una cattiva consigliera, figurarsi nella gestione dei rapporti gerarchici tra magistrati. A maggior ragione se ad adottarla sono due figure apicali come il procuratore generale della Cassazione Salvi e il procuratore capo di Milano Greco. Esse si muovono in un contesto nel quale sono già avvenuti terremoti sia a livello di Anm e di Csm sia per ciò che riguarda Milano, che è nell’occhio del ciclone per una serie di questioni. Ma innanzitutto per una: siccome i pm De Pasquale e Spadaro hanno puntato tutte le loro energie per distruggere il gruppo dirigente dell’Eni, l’assoluzione, accompagnata da una durissima motivazione, già aveva rappresentato una sconfitta bruciante per la procura nel suo complesso con code processuali visto che De Pasquale e Sergio Spadaro sono sottoposti ad un procedimento presso la procura di Brescia. A monte di tutto ciò c’è il preteso caso Palamara, preteso perché esso coinvolge tutto il funzionamento interno della magistratura per ciò che riguarda l’assegnazione delle cariche. Palamara infatti era una ruota dell’ingranaggio e non si è inventato lui la permanente trattativa fra le correnti indipendentemente dai curricula e dai meriti. Se non che ad un certo punto Palamara, leader della corrente di centro, ha commesso l’errore di rovesciare le alleanze passando da una alleanza di centrosinistra ad una di centrodestra. Così è partito non un proiettile, ma un missile a più stadi, cioè il trojan. Attraverso le intercettazioni del trojan, è stato messo in piazza il sistema, appunto, non le malefatte di Palamara. A quel punto, per salvare la magistratura ed il suo prestigio, occorreva una sorta di Rivoluzione Culturale con l’azzeramento di tutto, con le dimissioni del Csm, del suo vicepresidente Ermini, con la messa in questione anche della nomina – peraltro derivata da una dimissione – del pg della Cassazione Salvi, perché tutto derivava non da Palamara, ma dal Sistema nel quale Palamara era uno dei dirigenti del traffico. Invece, con un misto di arroganza e cecità, si è pensato di mantenere in piedi l’impianto, operando un assassinio mirato (il medesimo Palamara appunto, addirittura espulso dalla magistratura) con qualche mezzo suicidio selezionato (dimissioni talora sollecitate dalle correnti di riferimento anche di soggetti poi risultati innocenti). Già l’operazione era asfittica di per sé, poi è avvenuta in un contesto nel quale la contestazione di questo sistema giustizia era crescente: bastava solo che qualcuno accendesse un cerino. Il libro di Palamara e Sallusti è stato questo cerino che ha dato fuoco alla prateria. Neppure questo segnale è bastato. Questo è il retroterra utile a spiegare ciò che è avvenuto in questi giorni: un caso di straordinaria arroganza, posto in essere dal Procuratore di Cassazione Salvi in stretta connessione con il Procuratore di Milano Greco. Per raggiungere l’obiettivo di radere al suolo il gruppo dirigente dell’Eni, due avvocati in rottura con quella azienda, cioè Amara e Armanna, risultavano per i pm molto utili. Il primo aveva addirittura fatto oblique affermazioni secondo le quali il dottore Tremolada che guidava il processo, un magistrato da tutti stimato, “era avvicinabile dalla difesa dell’Eni” (questa affermazione se raccolta poteva far saltare il processo), in secondo luogo i due pm Di Pasquale e Spadaro sono in giudizio a Brescia per non aver inserito negli atti del processo delle prove favorevoli alla difesa (come è noto il pm esercita la pubblica accusa non per i fatti propri ma a nome del popolo italiano e quindi deve raccogliere anche eventuali prove favorevoli agli accusati): è quello che ai tempi di Mani pulite fece il vice di Borrelli dottor Dambrosio, quando raccolse prove a favore di Greganti e quindi del PCI – PDS). In un contesto già di per sé così ambiguo ed inquietante, Amara ha riferito al pm Storari che egli faceva parte di una loggia segreta, la Hungaria, insieme a personalità di grande rilievo (e ha fatto i nomi di alcune di esse che manipolavano i processi e contribuivano a costruire carriere nella magistratura). Non è affatto detto che Amara abbia raccontato la verità, però quello che egli ha messo a verbale andava accertato seguendo il meccanismo classico: avvisi di garanzia, indagini, perquisizioni, intercettazioni, magari anche con il trojan. Se non che Storari ha verificato che il suo procuratore capo Greco non si muoveva e allora si è rivolto ad una personalità rilevante del Csm cioè Davigo per suonare un campanello d’allarme. Ieri Davigo ha fornito sul Corriere della Sera un imbarazzante resoconto di tutte le personalità da lui interpellate, fino a lambire la presidenza della Repubblica. Quello che è avvenuto dimostra due cose: la prima è che si sono inceppati alcuni meccanismi procedurali nel sistema. La seconda è che, come ha affermato Sabino Cassese, la magistratura non può esercitare i meccanismi disciplinari su se stessa, perché, anche per l’esistenza delle correnti, ciò può produrre incredibili disastri. Comunque, come se in questi mesi non fosse successo niente, come se il Sistema fosse solidissimo, il procuratore capo della Cassazione Salvi, anch’egli contestabile perché espresso proprio da quel Sistema, ha deciso di prendere la scimitarra e di tagliare la testa di Storari, del solo Storari, addirittura allontanato da Milano per ridare serenità a quella procura e privato per il futuro di poter esercitare ancora il ruolo di pubblico ministero. Parliamoci chiaro: l’obiettivo di questo attacco frontale del Procuratore Salvi nei confronti di Storari ha come retroterra filosofico un motto tipico degli anni Settanta: colpiscine uno per educarne cento. E si fonda sulla forza del principio di autorità, in questo caso sostenuto anche dal procuratore capo di Milano Greco. L’iniziativa dei due potentissimi procuratori avrebbe dovuto mettere in riga tutti. Ma Salvi e Greco non hanno fatto i conti con la situazione attuale: essi sono gli ultimi dei “mandarini” di un sistema in crisi dalle fondamenta. Così, invece di andare a baciare la pantofola dei due procuratori, c’è stata l’iniziativa di un documento eterodosso sostenuto da un Pm di grande prestigio come Alberto Nobili che ha ottenuto più di cento firme, fra cui 56 su 64 fra i componenti della Procura. Il documento è assai calibrato, ma colpisce al cuore, anzi ridicolizza, le esagitate esternazioni di Salvi nel punto cruciale: «La loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega nell’esercizio delle sue funzioni presso la procura della Repubblica di Milano». Se qualcuno voleva risolvere con una operazione disciplinare il problema Storari, che non è più tale ma è quello della Procura di Milano, si è sbagliato di grosso. Che poi la sezione disciplinare di questo Csm delegittimato sia a sua volta in grado di affrontare a colpi di scimitarra una questione di questo spessore ci sembra del tutto impossibile. Passando dalla magistratura alla politica, è come se qualcuno pensasse di risolvere i tanti problemi politici che ha il Pd con la stessa metodologia autoritaria usata a suo tempo dal gruppo dirigente del Pci nei confronti del manifesto. Se Salvi pensa di trattare Storari come a suo tempo Longo, Amendola, Natta trattarono Pintor fa un errore colossale. La crisi è di sistema. Comunque bisogna dare atto si magistrati inquirenti di Milano di aver dato la prova di avere la schiena dritta. Il documento apre però problemi enormi per ciò che riguarda, al di là dell’episodio in oggetto, proprio il funzionamento della magistratura. Fabrizio Cicchitto

Storari si difende sulle carte a Davigo. "No al trasferimento". Anna Maria Greco il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Incompatibilità ambientale e funzionale. Via da Milano e non più pubblico ministero. Incompatibilità ambientale e funzionale. Via da Milano e non più pubblico ministero. Per Paolo Storari è pesante la richiesta del procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, che ha avviato il procedimento disciplinare nei suoi confronti e chiesto al Csm il suo trasferimento dalla procura meneghina. E a Palazzo de' Marescialli il difensore, Paolo Della Sala, per un'ora e mezza cerca di smontare le accuse. «L'auspicio è che venga rigettata la richiesta», dice. Ma tutto avviene a porte chiuse, nella sezione disciplinare e sono «totalmente riservati», spiega l'avvocato, i tempi entro cui arriverà la decisione. Potrebbe essere in settimana o nella prossima, con il deposito della motivazione. Della Sala, uscendo con Storari dall'udienza durata due ore, sottolinea che il suo assistito non vuole strumentalizzare la raccolta di firme di solidarietà con lui di 250 pm e giudici, né farla apparire come una rivolta contro il procuratore Francesco Greco. «Non abbiamo mai depositato una lista delle persone che hanno accordato fiducia e la loro simpatia umana al dottor Storari, contrariamente a quanto qualcuno ha pubblicato. Non abbiamo enfatizzato questo argomento. La difesa propone ben altri argomenti». Storari è accusato da Salvi di aver commesso ad aprile il reato di rivelazione di segreto istruttorio, per aver consegnato all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo (indagato con lui) i verbali ancora coperti da segreto» degli interrogatori di Amara sulla presunta Loggia Ungheria. Anna Maria Greco

Caso verbali, Storari si difende ma senza “sfruttare” la solidarietà dei colleghi. Il pm non deposita la lettera di solidarietà di circa 250 colleghi. La decisione attesa in settimana, ma intanto la procura di Milano è una polveriera. Simona Musco su Il Dubbio il 4 agosto 2021. L’ora x per il pm di Milano Paolo Storari è arrivata. La commissione disciplinare del Csm si è riunita questo pomeriggio in camera di consiglio, per valutare le accuse formulate dal pg della Cassazione Giovanni Salvi, che ha chiesto per il magistrato milanese il trasferimento cautelare d’urgenza e il cambio di funzioni per aver consegnato i verbali secretati di Piero Amara, ex avvocato esterno dell’Eni, all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo.

La linea difensiva di Paolo Storari. Il pm milanese è rimasto al Csm per circa due ore, in compagnia del suo avvocato, Paolo Dalla Sala, che ha depositato una corposa memoria difensiva. Memoria che, a differenza da quanto ipotizzato nei giorni scorsi, non contiene la lettera di sostegno sottoscritta da circa 250 magistrati, a partire dai togati milanesi, che hanno manifestato solidarietà a Storari. Sono stati depositati, invece, i documenti consegnati alla procura di Brescia, che lo indaga per rivelazione di segreto d’ufficio assieme all’ex pm di Mani Pulite Davigo. «La nostra linea difensiva non si fonda su quella lista di adesioni – spiega al Dubbio Dalla Sala -. Non abbiamo depositato alcuna lista e non è stato in alcun modo enfatizzato questo argomento, anche per non strumentalizzare questa manifestazione di fiducia e solidarietà umana che di certo è importante, ma non è un argomento che attiene alla difesa. Abbiamo solo depositato un ritaglio, al fine di dimostrare l’esistenza del fenomeno, ma l’argomento non poteva essere enfatizzato più di tanto davanti al Csm. Sono altri gli argomenti, in fatto e in diritto, e molto articolati».

Salvi chiede il trasferimento d’ufficio. Salvi ha chiesto il trasferimento di Storari per aver «divulgato i verbali» di Amara a Davigo nell’aprile 2020, violando il segreto d’ufficio e assumendo un «comportamento gravemente scorretto nei confronti» del procuratore Francesco Greco e dell’aggiunto Laura Pedio, da lui accusati di aver ritardato le indagini sulle rivelazioni di Amara, omettendo, «di comunicare» ai vertici «il proprio dissenso per la mancata iscrizione» nel registro degli indagati dell’avvocato e di formalizzare con una lettera alla procura generale il suo disappunto «circa le modalità di gestione delle indagini». Inoltre, secondo Salvi, Storari avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte all’indagine sulla fuga di notizie, aperta ad ottobre 2020 dopo l’esposto di un giornalista del Fatto Quotidiano, al quale erano stati spediti i verbali, gli stessi consegnati da Storari a Davigo. Storari ha dichiarato a Brescia di aver consegnato a Davigo i verbali raccolti nell’inchiesta sul “Falso complotto Eni” insieme a Pedio nell’ottica dell’apertura di una pratica «a sua tutela», senza poter prevedere che la segretaria dell’ex membro del Csm, Marcella Contrafatto, potesse inviarle ai giornalisti, così come sostiene la procura di Roma che la indaga per calunnia ai danni di Greco.

Greco indagato a Brescia. L’ultimo capitolo di questa vicenda è rappresentato dal fascicolo aperto, sempre a Brescia, a carico di Greco, indagato per aver ritardato l’apertura dell’indagine sulla presunta “Loggia Ungheria”, della cui esistenza ha parlato Amara proprio in quei verbali. Un atto dovuto, a seguito delle denunce formulate davanti ai pm bresciani da Storari, secondo cui l’inerzia dei vertici della procura sarebbe stata dettata dalla necessità di tutelare la credibilità di Amara e Vincenzo Armanna, grande accusatore di Eni, ritenuto però dal Tribunale di Milano un inquinatore di pozzi. «Da Storari non ho mai ricevuto manifestazione di dissenso né in modo informale né formale», ha dichiarato Greco a Brescia. E anche secondo il sostituto pg Marco Dall’Olio, che ha sostenuto l’accusa davanti al Csm, Storari avrebbe dovuto formalizzare il proprio dissenso denunciando i ritardi al procuratore generale di Milano o, comunque, scegliendo le vie ufficiali. Anche perché quei verbali, alla fine, sono diventati pubblici, senza conoscere la veridicità del contenuto, smentito solo dalle incongruenze più eclatanti, come i riferimenti al togato del Csm Sebastiano Ardita, vittima, secondo il collega Nino Di Matteo, di un vero e proprio complotto.

La solidarietà dei colleghi a Storari. Intanto la procura di Milano è una polveriera. La lettera di solidarietà a Storari, infatti, dimostra una spaccatura interna ormai insanabile, conseguenza, forse, anche del silenzio in cui si sono chiusi i vertici dell’ufficio giudiziario nei giorni in cui si consumava lo scandalo dei verbali. Davanti alla prima commissione che segue il caso Storari, infatti, diversi magistrati hanno dichiarato di aver appreso quanto stava avvenendo soltanto dai giornali. E dopo la solidarietà pubblica al pm, Greco non ha nascosto il proprio fastidio, in una mail inviata ai colleghi nella quale, di fatto, accusa Storari di aver mentito. «Mentre la magistratura italiana affronta una grave crisi di legittimazione, la nostra procura ha vissuto una grave vicenda di fuga di notizie», ha evidenziato Greco, aggiungendo, senza mai nominarlo, che «il collega ritenuto responsabile è ora indagato in sede penale e incolpato in sede disciplinare». E ancora: «Ma altro è difendersi, altro è lanciare gravi ed infondate accuse, dopo essere venuti meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio. Per quanto mi riguarda, le tante menzogne, calunnie e diffamazioni sono e saranno attentamente denunciate in tutte le sedi competenti così come tutte le violazioni dell’obbligo che hanno i pubblici ufficiali» di denunciare.

Gli altri pm milanesi indagati. Storari e Greco non sono gli unici indagati: Brescia ha puntato i fari anche sull’aggiunto Fabio De Pasquale e sul sostituto Sergio Spadaro, accusati di omissione d’atti d’ufficio nel processo Eni-Nigeria. Un cerchio che si chiude attorno ad Amara e Armanna, pomo della discordia di tutta la vicenda. Gli stessi per i quali Storari, a febbraio 2021, aveva preparato una bozza di richiesta di misure cautelari con l’accusa di calunnia, richiesta avanzata anche a carico di Giuseppe Calafiore ma mai controfirmata dai vertici della procura. La decisione del collegio della Sezione disciplinare sarà ora resa nota contestualmente al deposito delle motivazioni, che potrebbe arrivare entro la fine della settimana.

Da Borrelli alla debacle di Greco, gli ultimi 40 anni della procura di Milano tra scandali e misteri. Frank Cimini su Il Riformista il 6 Agosto 2021.  Alla vigilia, ma in realtà ci vorranno mesi, di quello che potrebbe essere un avvenimento epocale come l’arrivo del cosiddetto “papa straniero” a capo della procura di Milano vale la pena di ricordare cosa è accaduto negli ultimi quarant’anni e passa.

Nel 1977, quando chi scrive queste povere righe iniziò a frequentare il palazzo di giustizia come collaboratore abusivo e non pagato (diciamo per militanza) del manifesto, il capo dei pm era Mauro Gresti passato alla storia per aver dato, e non avrebbe dovuto farlo, l’ok per il passaporto al banchiere Roberto Calvi. Di Gresti si racconta pure che la moglie fosse solita rimproverarlo quando portava fuori il cane “perché per ammazzare te mi ammazzano anche lui”.

Il successore di Gresti fu Francesco Saverio Borrelli il santo procuratore della farsa di Mani pulite targato Magistratura democratica dalla quale però a un certo punto prese le distanze. Un giudice di quei tempi era solito etichettare Borrelli come “quello che fa proclami al popolo”. Borrelli al termine del mandato scese al terzo piano a fare il procuratore generale cioè il superiore gerarchico e il controllore dello stesso ufficio inquirente che aveva diretto per anni. Ma si tratta di “dettagli” di cui il Csm, che di solito fa cose anche peggiori, non si è mai voluto interessare.

Del resto anche Manlio Minale fece lo stesso percorso scendendo di piano senza che la cosa suscitasse attenzione. Minale quando aveva già fatto la domanda per diventare pm era il giudice che in corte d’Assise condannò Sofri. Avrebbe mai potuto smentire l’ufficio in cui stava per entrare?

Ma prima di Minale il capo era stato Gerardo D’Ambrosio, lo zio Gerry, colui che da giudice istruttore aveva cercato di salvare l’onore e l’immagine della questura ricorrendo al “malore attivo” dell’anarchico Pinelli. D’Ambrosio in Mani pulite salvava il Pci Pds spiegando che Primo Greganti aveva usato i soldi non per il partito ma per comprare una casa. Ma da Montedison Greganti aveva incassato 621 milioni di lire, esattamente la stessa cifra data agli emissari di Psi e Dc. Misteri di Mani pulite.

Dopo D’Ambrosio arrivò Edmondo Bruti Liberati uno dei fondatori di Md il quale, contrariamente a quelli che erano stati i valori e lo spirito originario della corrente, fece fino in fondo “il padrone” del quarto piano cacciando Robledo che voleva indagare su Expo, ma per salvare la patria dell’evento non si poteva.

Francesco Greco, suo ex delfino, ha continuato l’opera di Bruti incagliandosi alla fine nel caso Eni Nigeria.

Siamo alla storia di questi giorni. Greco era stato sempre “coperto” dal Csm. Ricordiamo che poco tempo prima di essere nominato procuratore aveva chiesto una serie di archiviazioni in procedimenti di tipo fiscale. Il gip a ragione gettava le richieste e a quel punto interveniva la procura generale della Repubblica avocando a sé i fascicoli.

In alcuni di questi casi si arrivava alla condanna attraverso il patteggiamento. Insomma veniva completamente ribaltato quello che Greco aveva prospettato. In casi del genere il Csm è chiamato ad andare a verificare. Non accadeva nulla.

Greco insieme al pg della Cassazione Salvi evidentemente pensava di risolvere la questione Eni-Amara facendo trasferire Storari. Stavolta non ha centrato l’obiettivo. Frank Cimini

La lettera di 150 toghe in difesa di Storari. Valanga sulla procura di Milano, dopo 30 anni sotto accusa il metodo Mani Pulite. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Una valanga. È ormai una valanga quella che si sta abbattendo sulla Magistratopoli milanese, sul capo della procura Francesco Greco e il suo asse che pareva inattaccabile con il pg della Cassazione Giovanni Salvi e i vertici di Magistratura democratica, la corrente sindacale che sostenne trent’anni fa la roccaforte di Mani Pulite e i loro metodi che oggi sono sul banco degli imputati. Una piccola ricompensa per le tante vittime di quel sistema, e soprattutto per i 41 che proprio per quello si tolsero la vita. Una valanga che oggi porta le firme di 58 pm milanesi su 64, e poi gip e giudici di tribunale e corte d’appello, e l’intera procura di Busto Arsizio, fino a superare il numero di 150 toghe che, dietro le righe di una solidarietà al collega Paolo Storari che Salvi vuole cacciare da Milano e da qualunque procura, dicono “basta” alla Magistratopoli lombarda. Il pg della cassazione (e con lui il capo della procura di Milano) ritiene che i magistrati milanesi non siano sereni, se Storari rimane lì. Siamo molto sereni qui con lui, rispondono in coro i colleghi. Quasi dicendogli “stai sereno” tu. Non è importante stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, per capire le ragioni di quel che sta succedendo. È stato il libro di Palamara e Sallusti a far rotolare il primo sassolino che diventerà valanga o è il caso Storari-Davigo con la maledizione del processo Eni a disvelare che ormai da tempo al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano si dice che “il re è nudo”? Nessuno pensava che un giovane sostituto fosse così importante, e probabilmente non lo è. Ma in tanti tra quelli più anziani negli uffici hanno la memoria lunga. E qualcuno sicuramente ricorderà le aspettative di chi avrebbe potuto diventare nel 2016 il capo della procura quando invece la scelta del Csm –quello in cui spopolava il sistema Palamara- era caduta su Francesco Greco, esponente di Magistratura democratica come gli altri candidati (a Milano finora è sempre andata così) ma soprattutto ex componente di quel gruppo che si arrogò il diritto di definirsi di Mani Pulite. Non è un caso che il leader dei giovani di procura che hanno steso il documento che, difendendo Storari, colpisce al cuore l’asse Salvi-Greco, si chiami Alberto Nobili e che sia, a quanto pare, il primo firmatario dello scritto di solidarietà al giovane pm che osò ribellarsi, pur con procedure sgrammaticate, al proprio capo. Chi ha la memoria più che lunga, addirittura lunghissima, tanto da saper andare, senza errori, fino all’indietro di trent’anni, potrà constatare che il Metodo, il Sistema, di certi procuratori, quello criticato con fermezza dal tribunale che ha assolto i vertici Eni nonostante la procura avesse esercitato pressioni di ogni tipo per arrivare alla condanna, non sono mai cambiati. Sono stati inventati allora e vengono messi in pratica ancora. Quando il procuratore Borrelli diceva come non fosse vero che loro tenevano le persone in carcere per farle confessare, ma che li scarceravano solo dopo che avevano parlato. Quando colui che allora era un semplice sostituto, Francesco Greco, al collega romano che era anche stato suo mentore Francesco Misiani che gli contestava la costante violazione della competenza territoriale, rispondeva come non fosse importante quale procura facesse le inchieste, ma “chi” potesse permettersi di farle. Cioè loro, gli alfieri con le Mani Pulite. Quel che è successo al processo Eni, e nei filoni complementari, ne è la plateale dimostrazione. Non è un caso che, proprio nei giorni scorsi, il procuratore Greco si sia rifiutato di consegnare ai colleghi bresciani una rogatoria fatta nel 2019 in Nigeria dalla collega e fedelissima Laura Pedio, che indagava insieme al collega Storari, su un filone parallelo rispetto al processo principale e che veniva chiamato del “falso complotto”. Anche senza entrare troppo nel merito, appare palese il fatto che la mentalità di allora si rispecchi nell’oggi: non è importante di chi è la competenza, ma “chi” è il predestinato a svolgere certe indagini. E Milano non dà le carte al procuratore di Brescia Francesco Prete, che è costretto a rivolgersi al governo. Così la procura di Milano, già all’attenzione del ministero (che ha mandato gli ispettori), del Csm (che sta ascoltando tutti, e proprio ieri Fabio Tremolada, che ha presieduto il processo Eni) e dei pubblici ministeri di Brescia (che indagano sia su Storari e Davigo per la diffusione di atti segreti, che su De Pasquale e Spadaro perché avrebbero nascosto al processo Eni importanti atti a discarico degli imputati) è decisamente sul banco degli imputati. Lo è per il metodo, e per l’arroganza. Come definire diversamente quel che è accaduto al processo Eni? Basta dare un’occhiata alle motivazioni della sentenza che ha assolto i vertici dell’azienda petrolifera per restare allibiti. Che i protagonisti dell’accusa si spendano per ottenere la condanna degli imputati è logico. Pur se si dovrebbe sempre ricordare che il pm è obbligato anche a portare in causa eventuali elementi a discarico. Se i due pm, come pare, non l’hanno fatto, nascondendo al processo una serie di prove che avrebbero dimostrato l’inattendibilità di un loro teste-accusatore, saranno sicuramente rinviati a giudizio dalla magistratura bresciana, competente a giudicare i colleghi milanesi. Ma il fatto più inquietante è un altro, anche perché ha una coda che riguarda personalmente il procuratore capo Greco e l’aggiunto Pedio. A un certo punto del dibattimento Eni, i pubblici ministeri avevano tentato di far entrare nel processo un verbale dell’avvocato Piero Amara (quello che aveva parlato della famosa “Loggia Ungheria”) in cui si metteva in dubbio l’integrità del presidente del tribunale Fabio Tremolada, definito come uno “avvicinabile”. Un tipo di testimonianza, soprattutto se resa da un personaggio discutibile come Amara, che in genere dovrebbe prendere la strada del cestino e essere trattato come carta straccia. Invece no. I due pm De Pasquale e Spadaro ci hanno provato, pur non potendo ignorare che un atto di quel tipo avrebbe potuto portare il presidente all’astensione e il blocco dell’intero processo. Ma la cosa ancora più grave è il fatto che il procuratore Francesco Greco e la fidata Laura Pedio inviarono quel pezzo di carta straccia alla procura di Brescia. A tutela del presidente Tremolada? Certamente. Quando mai ci si fanno gli sgambetti tra colleghi? Soprattutto quando un processo molto “politico” e molto mediatico sta andando male per la procura? Ora si vedrà se il Csm, se questo Csm che non ha avuto la forza di dare veri segnali di cambiamento dopo il “caso Palamara”, tenterà o meno di chiudere tutta la faccenda usando il pm Paolo Storari come capro espiatorio, come del resto ha chiesto il pg Giovanni Salvi, cacciandolo da Milano. Sarebbe un passo indietro, inaccettabile per la valanga delle firme che chiede il contrario. Ma se il procuratore della Cassazione, che forse ha a sua volta il problema di qualche cena di troppo e di qualche dichiarazione assolutoria nei confronti dei colleghi che si fanno raccomandare per fare carriera (ma non si chiama “traffico di influenze” se lo fa un politico?) da farsi perdonare, venisse sconfessato, dovrebbe dimettersi. E forse sarebbe ora di una svolta che rompesse anche la tradizione milanese quando a novembre Francesco Greco andrà in pensione.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Storari prepara la sua difesa: al Csm depositerà tutto il carteggio con Greco. Il pm milanese rischia il trasferimento per aver consegnato i verbali di Amara a Davigo. Il Dubbio il 25 luglio 2021. Una memoria articolata in cui si difenderà spiegando le sue ragioni, con mail e altri documenti allegati, verrà depositata al Csm dal pm di Milano Paolo Storari nell’ambito del procedimento disciplinare. Il pubblico ministero il 30 luglio, nell’udienza in cui si discuterà sulla richiesta del pg della Cassazione del suo trasferimento d’urgenza dagli uffici milanesi e del cambio di funzioni, ricostruirà nel dettaglio, rispondendo alle “accuse”, quando già denunciato alla Procura di Brescia in merito ai verbali sulla loggia Ungheria dell’avvocato Piero Amara e alla gestione nel processo Eni-Nigeria dell’imputato Vincenzo Armanna. Le contestazioni del pg riguardano l’aver divulgato i verbali di Amara , «atti coperti da segreto e comunque riservati», consegnandoli all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo per autotutelarsi dall’inerzia dei vertici della Procura . Denuncia quest’ultima ritenuta un «comportamento gravemente scorretto nei confronti del procuratore della Repubblica Francesco Greco e dell’aggiunto Laura Pedio», da lui accusati nei colloqui con Davigo di non procedere con le iscrizioni omettendo «di comunicare a questi il proprio dissenso per la mancata iscrizione» di Amara, e in generale «per aver omesso qualsiasi formalizzazione di dissenso circa le modalità di gestione delle indagini». Inoltre per il pg, Storari doveva astenersi dal prendere parte all’indagine sulla divulgazione ad alcuni quotidiani di quei verbali. Indagine trasferita a Roma dopo che è stato accertato che era stata la segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, a recapitarli ai giornalisti. A queste accuse il pm Storari, che davanti al Csm non si farà difendere da alcun magistrato ma dal suo legale, Paolo Della Sala, replicherà punto per punto. In queste ore sta lavorando, assieme all’avvocato, a una memoria in cui capitolo per capitolo e con il supporto delle carte allegate, spiegherà i suoi motivi: produrrà, per esempio, le e-mail inviate a Greco e Pedio per chiedere di indagare e alle quali mai sarebbe stata data risposta e anche quella in cui a maggio, sempre dell’anno scorso, ha trasmesso ai suoi superiori una scheda per procedere alle iscrizioni, ricevendo in cambio una critica: il suo gesto sarebbe stato definito «gravissimo». Inoltre, Storari è intenzionato a raccontare la gestione da parte dell’aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro dell’ex manager di Eni Vincenzo Armanna nel processo con al centro la vicenda nigeriana nel quale in primo grado sono stati assolti tutti gli imputati e che ha creato una frattura, se non uno scontro, tra i due titolari dell’accusa e il Tribunale. Insomma Storari ribadirà quanto ha già raccontato al procuratore di Brescia Francesco Prete, che ha indagato lui e Davigo per rivelazione del segreto di ufficio ma anche De Pasquale e Spadaro per rifiuto di atti di ufficio. «Sono senza parole. Ti conosco come un ottimo pm e la stima che tu hai fra di noi penso debba darti l’energia per superare tutto questo». È uno di una serie di messaggi inviati oggi dai magistrati di Milano al pubblico Ministero Paolo Storari, nei cui confronti il pg della Cassazione ha chiesto al Csm il trasferimento d’urgenza per incompatibilità ambientale e il cambio di funzioni per il caso dei verbali di Amara. L’azione disciplinare è stata definita da un’altra toga «profondamente ingiusta e viziata» anche perché «sei tra i migliori pm» che lavorano al Palazzo di Giustizia milanese.

Caso verbali, i magistrati milanesi si schierano con Storari. Il Dubbio il 25 luglio 2021. Una settantina di magistrati hanno firmato un documento di solidarietà al pm milanese che rischia il trasferimento per aver consegnato i verbali di Amara a Davigo. All'iniziativa non ha aderito il capo della procura, Francesco Greco. Una settantina di magistrati di Milano, tra Pm e Gip, hanno firmato un documento di solidarietà al Pm del caso Amara, Paolo Storari, per il quale la procura generale della Cassazione ha chiesto nei giorni scorsi il trasferimento alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura. Sono una ventina di Gip e una cinquantina di pubblici ministeri, le toghe che hanno aderito all’iniziativa promossa da 5 procuratori aggiunti, tra cui Alberto Nobili. Non ha aderito invece il capo della procura, Francesco Greco. «Avendo appreso da fonti giornalistiche che è stato chiesto al CSM il trasferimento d’urgenza del collega Paolo Storari, anche per la serenità di tutti i magistrati del distretto, – si legge nel testo della petizione – i sottoscritti magistrati rappresentano che, esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega, nell’esercizio delle sue funzioni, presso la Procura della Repubblica di Milano». «Siamo turbati – si legge ancora – dalla situazione che sta emergendo fra notizie incontrollate e fonti aperte e sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggino sull’accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità». A chiedere di cacciare dalla procura milanese Storari sarebbe stato il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. E lo stesso Storari avrebbe preparato una memoria difensiva da depositare al Csm in cui spiega le sue ragioni, con mail e altri documenti allegati. Storari nell’aprile 2020, per tutelarsi dalle inattività che i vertici della Procura praticavano a suo avviso da 4 mesi sulle controverse dichiarazioni di Piero Amara su un’asserita associazione segreta denominata “Ungheria”, avrebbe consegnato in formato word i verbali segretati all’allora consigliere Csm Piercamillo Davigo. Tre «le gravi scorrettezze» che Salvi contesta a Storari sul piano disciplinare (separato dal penale nel quale Storari è indagato a Brescia per rivelazione di segreto). La prima è «l’informale e irrituale» consegna da Storari a Davigo di copie non firmate di verbali «su una supposta associazione segreta di cui avrebbero fatto parte anche due consiglieri Csm»; la seconda nasce dalla relazione del 7 maggio del procuratore milanese Francesco Greco, assunta da Salvi per accreditare che, sino alla consegna dei verbali a Davigo, Storari non avesse «formalizzato alcun dissenso sulle presunte lentezze o manchevolezze dell’indagine»; la terza contestazione è che, dopo che nell’ottobre 2020 il giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari avvisò i pm d’aver ricevuto anonimi verbali di Amara, Storari non si astenne dall’indagine sulla fuga di notizie. La vicenda ha anche portato all’iscrizione dello staesso Davigo nel registro degli indagati per rivelazione di segreto d’ufficio.

“Turbati da situazione, non da sua presenza”. Caso Amara, la procura di Milano più divisa: in 45 si svegliano pro Storari. Frank Cimini su Il Riformista il 25 Luglio 2021. “Scetet Catari’ ca l’aria è doce”(svegliati Caterina che l’aria è dolce, traduzione per chi non conosce il norvegese). E in effetti 45 pubblici ministeri più di due terzi del totale, si sono svegliati emettendo un comunicato per dire di non essere turbati dalla presenza tra loro di Paolo Storari, per il quale il Pg della Cassazione ha chiesto il trasferimento in relazione alla consegna a Piercamillo Davigo allora al Csm dei verbali di Piero Amara. I 45 magistrati chiedono “chiarezza” in relazione allo scontro che vede protagonisti da una parte il procuratore Francesco Greco con l’aggiunto Laura Pedio e dall’altra appunto Storari. “Siamo turbati dalla situazione che sta emergendo da notizie incontrollate e fonti aperte e sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggiano sull’accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità dei colleghi coinvolti” sono le parole della nota firmata dai pm. Evidentemente i firmatari in questi ultimi anni hanno vissuto altrove e ci voleva la sentenza con cui i vertici Eni sono stati assolti per riportarli alla realtà. Da tempo se potessero a Milano i pm si arresterebbero tra loro. Francesco Greco è il secondo capo della procura consecutivo che si salva dal procedimento disciplinare perché va in pensione. Succederà il 14 novembre. Greco segue le orme del suo predecessore Edmondo Bruti Liberati per il quale il Csm annunciò il “disciplinare” solo dopo che lo stesso aveva dichiarato di andare in pensione in anticipo. Era stata la procura di Brescia nell’assolvere Bruti dall’accusa di abuso d’ufficio a mettere nero su bianco che c’era materia da Csm dal momento che il capo della procura aveva agito in base a criteri politici nello scontro con l’aggiunto Alfredo Robledo in relazione al caso Expo. Ai tempi della “guerra” Bruti-Robledo solo molti mugugni e boatos con la procura che ostentò unità. Il caso Eni iniziò a scoppiare con un messaggio di Storari in una discussione interna: “Caro Francesco le cose non stanno così e lo sai benissimo, ne parleremo”. Si era all’indomani dell’assoluzione dell’Eni dopo che tra l’altro in modo azzardato la procura aveva mandato a Brescia un “veleno” di Amara sul presidente del collegio “avvicinabile” da due avvocati della difesa. Adesso a Brescia oltre a Storari per violazione del segreto d’ufficio istigato da Davigo sono indagati i pm del caso Eni De Pasquale e Spadaro per non aver depositato atti favorevoli alle difese. Greco ha rifiutato di consegnare ai pm di Brescia gli esiti di una rogatoria in Nigeria sull’Eni. È una guerra per bande all’interno della procura di Milano dove adesso a rischiare di più nell’immediato è Storari che ha temere sia il trasferimento sia di non fare più il pm. Questa almeno è la richiesta del pg della Cassazione Salvi che per arrivare a quel posto si era a un certo punto appoggiato a Palamara, quello che ora tutti fingono di non conoscere. Poi Salvi ha deciso che non possono essere sottoposti al “disciplinare” i magistrati che si autopromuovono. Insomma ha prosciolto se stesso. Storia di una categoria che si era proposta per salvare il paese vista dalla procura che fu il simbolo della grande farsa di Mani pulite. C’erano guerre interne anche allora. Di Pietro “rubo’” letteralmente un indagato a De Pasquale. Ma il capo Borrelli diede ragione a Tonino allora mediaticamente una forza della natura. E poi allora sui giornali non uscivano certi fatti se non in poche righe. Frank Cimini

(ANSA il 25 luglio 2021) Dopo i pm di Milano, anche gran parte dei magistrati dell'ufficio Gip, una ventina sui 32 in servizio, e i giudici del Tribunale di Milano come quelli della sesta sezione penale, hanno sottoscritto l'appello a favore del pm Paolo Storari, nei cui confronti il pg della cassazione ha chiesto il trasferimento per incompatibilità ambientale per il caso dei verbali di Amara. Anche loro hanno firmato l'appello promosso da Alberto Nobili, il responsabile dell'antiterrorismo milanese, e da 3 aggiunti, per rimarcare che "esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega" in Procura. (ANSA).

Monica Serra per “La Stampa” il 25 luglio 2021. Davanti al durissimo provvedimento richiesto dal pg di Cassazione Giovanni Salvi, il pm milanese Paolo Storari è pronto a difendersi. E, mentre prepara la memoria in vista dell'udienza fissata d'urgenza per venerdì prossimo dalla sezione disciplinare del Csm, a fargli forza, per tutta la giornata di ieri, sono state mail e messaggi di solidarietà ricevuti dai colleghi del palazzo di giustizia di Milano, e non solo. «Nello smarrimento assoluto del periodo che la Magistratura sta attraversando, ritengo che essere un tuo collega possa per me solo rappresentare, nel mio piccolo, un vero onore». E ancora: «Comunque vada, e spero bene, avrai sempre la certezza (e la avremo in tanti) che sei tra i migliori pm che il nostro ufficio abbia avuto (e, si spera, avrà)». Salvi chiede che Storari venga allontanato «per la serenità dell'ufficio», ma anche che smetta di fare il pm. «Nonostante - sottolinea il difensore Paolo Della Sala - la qualità e la quantità del suo lavoro sotto gli occhi di tutti». Storari è indagato a Brescia per rivelazione del segreto d'ufficio. Per «autotutelarsi» dalla presunta inerzia della procura di Milano ha consegnato all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo (anche lui indagato) i verbali dell'ex avvocato Eni Piero Amara sulla «loggia Ungheria». Le contestazioni mosse sul piano disciplinare da Salvi, prima della conclusione delle indagini bresciane, si fondano non solo sulla scelta di «divulgare i verbali» di Amara consegnandoli a Davigo. Ma anche sul «comportamento gravemente scorretto nei confronti» dei vertici della procura a cui non avrebbe «comunicato formalmente il proprio dissenso». E sul fatto che Storari avrebbe ritardato le indagini sulla fuga di notizie, una volta che quei verbali sono arrivati ai giornali. Accuse a cui il pm è pronto a rispondere punto per punto.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 26 luglio 2021. L'organico della Procura di Milano ha in questo momento il procuratore Francesco Greco, otto vice (i procuratori aggiunti a capo dei vari pool) e 64 sostituti procuratori: e ieri appunto 56 di questi 64 pm, cioè la quasi totalità dell'ufficio, «avendo appreso da fonti giornalistiche che» dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi «è stato chiesto al Consiglio superiore della magistratura il trasferimento d'urgenza del collega Paolo Storari» con esigenze cautelari che accanto alla rilevanza mediatica non scemata annoverano anche «la serenità di tutti i magistrati del distretto», tengono a far sapere che, «esclusa ogni valutazione di merito, la nostra serenità non è turbata dalla permanenza del collega nell'esercizio delle sue funzioni presso la Procura». «Turbati», invece, i pm milanesi si dicono «dalla situazione che sta emergendo fra notizie incontrollate e fonti aperte», sicché «sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggino sull'accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità». Non si tratta dunque né di una solidarietà a scatola chiusa a Storari, indagato a Brescia con l'allora consigliere Csm Piercamillo Davigo per avergli consegnato nell'aprile 2020 copie word dei verbali segretati resi sulla «loggia Ungheria» dal controverso ex avvocato esterno Eni Piero Amara, e ad avviso di Storari lasciati galleggiare dai vertici della Procura per evitare che la verifica di attendibilità o inattendibilità di Amara si riverberasse negativamente sull'attendibilità di Vincenzo Armanna, nel processo Eni-Nigeria sia coimputato sia accusatore di Eni assai valorizzato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dal pm Sergio Spadaro. Né si può leggere la lettera come uno schierarsi pro o contro questi due altri colleghi, pure indagati a Brescia nell'ipotesi che non abbiano sottoposto al Tribunale del processo Eni-Nigeria taluni elementi (trovati da Storari e da lui segnalati a Greco, alla sua vice Laura Pedio e a De Pasquale) che mettevano in dubbio l'affidabilità di Armanna. E neppure la lettera dei 56 è assimilabile a una «sfiducia» a Greco e al suo gruppo dirigente, pur se da molti anni l'ufficio non assumeva più in pubblico una posizione unitaria, e pur se essa non in linea con quella prospettata al pg Salvi dalle relazioni di Greco e Pedio. I firmatari non intendono interferire con gli organi istituzionali deputati a valutare i tre rilievi disciplinari per i quali il pg Salvi chiede che venerdì il Csm mandi via Storari da Milano, e gli vieti di fare il pm anche altrove: e cioè l'aver violato le circolari Csm 1994 e 1995 nel modo scelto per far arrivare al Csm le proprie doglianze sull'asserita stasi investigativa; l'aver esposto Greco e Pedio «a una campagna di discredito» senza aver prima «mai formalizzato il proprio dissenso»; e l'aver taciuto ai colleghi (quando il 30 ottobre 2020 un giornalista del Fatto portò in Procura altri verbali di Amara ricevuti anonimi) di aver lui dato in aprile a Davigo copia di quegli stessi verbali, non astenendosi dall'indagine e oltretutto (stando alle relazioni di Pedio e Greco) «ostruendola» e «rallentandola». Preme invece ai pm firmatari (veterani come Alberto Nobili e ultimi arrivati, toghe di ogni corrente o senza corrente, pm facenti parte anche dei pool guidati da De Pasquale e Pedio) assicurare di non avere con Storari problemi di «serenità» nel lavoro, e chiedere che abbia rapida fine la cappa di incertezze e tensioni che da mesi viene lasciata gravare sull'ufficio. La cui insolita mobilitazione ha nel pomeriggio di ieri (pur domenica, pur già tra le ferie) l'effetto di mobilitare anche l'Ufficio dei giudici delle indagini preliminari, dove in breve aderiscono 26 su 32 gip; le varie sezioni dibattimentali del Tribunale, dove circa metà dei giudici si fanno avanti; e perfino uffici del distretto lombardo, dove aderiscono altre decine di toghe, tra cui l'intera Procura di Busto Arsizio.

Il caso toghe sfascia la procura di Milano. Firmano 100 giudici in difesa di Storari. L'ira del capo Greco. Luca Fazzo il 26 Luglio 2021 su Il Giornale. Scontro senza precedenti tra i magistrati meneghini che isolano il procuratore, tradito anche dai vice Targetti, Siciliano e Dolci Corsa a sostenere il collega indagato e allontanato per aver passato i verbali a Davigo. E adesso c'è la prima vittima, nella disastrosa vicenda giudiziaria scaturita dal processo Eni e dai verbali del «pentito» Pietro Amara: ed è la vittima più gloriosa di tutte, la Procura della Repubblica di Milano. Che dallo scontro innescato dalla consegna dei verbali di Amara dal pm Paolo Storari a Piercamillo Davigo viene ieri travolta in pieno, con la ribellione di quasi cento magistrati che insorgono in difesa di Storari. A poche ore dalla decisione del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi di chiedere al Csm la testa di Storari - via da Milano, e mai più pubblico ministero - la raccolta di firme in difesa del collega sotto accusa, in corso da giorni nei corridoi del palazzaccio milanese, viene allo scoperto. È un documento che non entra nel merito dei verbali consegnati a Davigo, ma poco importa. La frase cruciale è una: i firmatari dicono che «la loro serenità non è turbata dalla presenza del collega». È esattamente il contrario di quello che il capo della Procura, Francesco Greco, e il pg della Cassazione sostengono: consegnando i verbali a Davigo, e continuando intanto a indagare su Amara e persino sulla fuga di notizie di cui egli stesso era l'origine, Storari avrebbe messo «a disagio» l'intero ufficio. Per questo, aveva scritto Salvi, Storari va cacciato da Milano: per la «serenità» dell'ufficio. La nostra serenità, rispondono i firmatari, non è affatto messa in discussione dalla presenza di Storari. Ed è una discesa in campo senza precedenti, una ribellione inimmaginabile ai tempi di Borrelli, un colpo devastante all'immagine di uno degli uffici giudiziari più importanti d'Italia. I segnali c'erano stati, la protesta covava nelle chat e nei corridoi. I segnali di solidarietà a Storari erano arrivati da più parti. Ma il procuratore Greco, e con lui Salvi, hanno deciso di andare avanti. Forse non pensavano che i leader del fronte pro Storari avrebbero scelto alla fine di uscire allo scoperto. Si sbagliavano. Firmano 55 pm, i due terzi del totale. E a scendere in campo non sono solo i «peones», i giovani pm della base. Nell'elenco compaiono nomi importanti. Il primo è quello di Alberto Nobili, veterano della Procura e delle inchieste sulla criminalità al nord, oggi a capo dell'antiterrorismo. Con lui, tre procuratori aggiunti, i «vice» di Greco: Ferdinando Targetti, Tiziana Siciliano e il capo dell'antimafia Alessandra Dolci. Si tratta di magistrati che hanno condiviso con Greco decenni di lavoro e rapporti di amicizia; la Siciliano e la Dolci sono state appoggiate da Greco nella domanda per i posti che oggi ricoprono. Eppure anche loro oggi si schierano contro di lui. Greco, si dice, la prende malissimo. Adesso il procuratore è un uomo solo, con accanto solo i suoi fedelissimi. A partire da Fabio De Pasquale, il grande accusatore del caso Eni, oggi sotto procedimento penale a Brescia proprio per la sua gestione del processo ai vertici del colosso. Non è tutto. A firmare il documento pro-Storari ci sono anche quasi cinquanta giudici: più di metà dei giudici preliminari, una intera sezione penale, toghe giovani e meno giovani. Il caso Storari diventa l'occasione per un atto d'accusa contro l'intera gestione della giustizia a Milano da parte della Procura. Decenni di timori reverenziali verso quella che fu la corazzata di Mani Pulite sembrano dissolti. Impossibile dire come se ne uscirà. Greco dopo l'estate andrà in pensione, lasciando una Procura spaccata (e a guidarla in attesa del nuovo capo sarà Targetti, uno dei firmatari del documento). Ma prima ancora si dovrà vedere come il Consiglio superiore della magistratura sceglierà di comportarsi in uno scontro che sembra sfuggito di mano a tutti quanti. A partire dalla giornata di oggi, quando il Consiglio interrogherà uno dei personaggi-chiave della vicenda milanese: Marco Tremolada, il giudice del processo Eni, oggetto durante il processo di una serie plateale di pressioni perché condannasse gli imputati (poi da lui assolti con formula piena), culminata nel tentativo di De Pasquale di fare entrare in aula i verbali di Amara che lo definivano «avvicinabile». Dall'interrogatorio di Tremolada si capirà quanto il Csm abbia intenzione di scavare a fondo sui metodi che regnavano a Milano. E un altro segnale arriverà nei giorni successivi: per venerdì è fissata l'udienza urgente che dovrebbe decidere sulla richiesta di Salvi di allontanare immediatamente Storari da Milano. Una urgenza che era stata motivata con la «serenità» della Procura milanese e che il documento di ieri dei cento milanesi smentisce platealmente. A questo punto un rinvio del processo a Storari a dopo l'estate vorrebbe dire prendere atto che a Milano le colpe non stanno tutte dalla stessa parte.

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Giustizia, il meccanismo perverso della magistratura italiana: "Colpire un pm per educarne cento".  Fabrizio Cicchitto su Libero Quotidiano il 26 luglio 2021. Oramai, specie nelle vicende riguardanti la magistratura, la realtà supera la fantasia. Se uno di quegli scrittori che si sono specializzati nei noir del tipo di "romanzo criminale" in cui si combinano insieme sparatorie, delitti, magistrati, investigatori, killer avesse messo insieme una storia nella quale un pubblico ministero riceve la deposizione di una strana figura di avvocato che gli parla di una loggia segreta nella quale ci sarebbe di tutto (magistrati, avvocati, imprenditori, politici) e che ha costruito fior di carriere di magistrati e manipolato anche processi e questo sostituto procuratore siccome ha trovato nel suo procuratore capo un muro di gomma che di fatto ha bloccato o messo a dormire ogni indagine, si rivolge a un "grande vecchio del Csm" per suonare l'allarme, per cui il procuratore generale della Cassazione Salvi mette sotto accusa proprio questo pm, ne ordina il trasferimento e lo cancella dalle sue funzioni e non persegue i pm che volevano utilizzare i verbali dell'avvocato non per far luce sulla loggia, bensì per infangare e delegittimare i giudici di un processo che non erano sufficientemente appiattiti sulla accusa, e quei pm adesso sono indagati per avere nascosto le prove favorevoli agli imputati, i critici letterari e anche molti lettori avrebbero detto che quel giallista ha esagerato in complottismo e in costruzioni fantastiche. Perche solo in una repubblica delle banane possono avvenire cose di questo tipo ma certamente non in Italia. Ebbene invece tutti i fatti citati hanno nomi e cognomi. Per dirne una Storari è il pm che deve essere la vittima designata di tutto, e poi su pista ci stanno fior di magistrati come Davigo, Greco, Salvi. E che fine ha fatto l'indagine sulla loggia Hungaria, sui due avvocati provocatori cioè Amara e Armanna, che puntavano al bersaglio grosso, cioè a distruggere il gruppo dirigente dell'Eni, e che per questo hanno goduto di un occhio di riguardo da parte di pm che dai tempi del suicidio dell'ingegner Calvi, hanno solo uno scopo, cioè distruggere l'Eni? Di quella indagine non si sa più nulla. Attenzione: era ed è possibile che quello che ha detto Amara sulla loggia Hungaria sia tutta una sua invenzione. Ma chi ha fatto le indagini su di essa e sui suoi eventuali componenti? Per farlo bisognava fare avvisi di garanzia che a loro volta avrebbero giustificato intercettazioni di vario tipo compreso l'uso del trojan. Invece niente indagini, niente intercettazioni, niente trojan e avendo messo tutto in piazza gli intercettati avvertiti in grande anticipo certamente sanno da tempo quello che devono dire o non dire per telefono. Di conseguenza tutta l'indagine sulla loggia Hungaria è stata bruciata. In compenso però nel mirino è il magistrato che vedendo che le indagini proprio non si muovevano ha sollevato il problema. Insomma, un gigantesco insabbiamento com quasi tutti i giornali e i parlamentari distratti dal caso Zan. Per ciò che riguarda poi il trattamento riservato a Storari, il messaggio è preciso ed è fondato su uno slogan che risale agli anni Settanta: «Colpiscine uno per educarne cento». Così in futuro i sostituiti procuratori, debitamente educati si guarderanno bene dal contestare il loro capo che insabbia: anzi, sulla base delle indicazioni esplicite e implicite formulate dal procuratore Salvi gli andranno a baciare la pantofola.

Milano nel caos, 150 toghe si schierano con Storari: «Il pg Salvi ci ripensi». Caso Eni-Nigeria e Loggia Ungheria, alla procura di Milano il clima è avvelenato. Simona Musco su Il Dubbio il 27 luglio 2021. Mentre centinaia di magistrati italiani si mobilitano per difendere Paolo Storari, il pm per il quale il procuratore generale Giovanni Salvi ha chiesto il trasferimento immediato da Milano in via cautelare senza che possa più esercitare le funzioni di pubblico ministero nemmeno nella nuova sede, al Csm sono iniziate le audizioni dei magistrati meneghini nell’ambito della indagine aperta per capire se si sono determinate situazioni di incompatibilità negli uffici giudiziari milanesi, a partire caso Eni. Un caso spinoso che vede da un lato Storari indagato a Brescia per rivelazione del segreto d’ufficio, per aver consegnato a Piercamillo Davigo – all’epoca consigliere al Csm e anche lui indagato – i verbali secretati di Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, denunciando l’immobilismo della procura sulla mancata iscrizione dei primi indagati in merito alle rivelazioni sull’esistenza di una presunta loggia denominata “Ungheria” e, dall’altro, l’aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, indagati per rifiuto d’atti d’ufficio, in merito alla gestione delle prove legate al processo Eni e connesse anche alle indagini di Storari sul falso complotto. Davanti ai sei componenti della Commissione presieduta dalla togata Elisabetta Chinaglia sono comparsi il presidente del Tribunale Roberto Bichi, il giudice Marco Tremolada, che ha presieduto il collegio Eni Nigeria e ha fortemente criticato l’operato di De Pasquale e Spadaro in sentenza, e alcuni pm, mentre oggi verranno sentiti altri magistrati. Tra i pm convocati tra ieri e oggi, in presenza o in modalità telematica, ci sono gli aggiunti Tiziana Siciliano, Eugenio Fusco, Maurizio Romanelli e Letizia Mannella, come anche i sostituti Alberto Nobili, Gaetano Ruta e Francesca Crupi. Il tutto mentre si attende la “sentenza” del Csm su Storari, prevista il 30 luglio, quando la Sezione disciplinare del Csm, in camera di consiglio, si esprimerà sulla richiesta di Salvi. Un clima avvelenato sul quale incombe anche l’appello di centinaia di toghe a favore di Storari. Sono quasi 150 i colleghi della procura e degli uffici giudicanti ad aver sottoscritto il documento di solidarietà. «Avendo appreso che è stato chiesto al Csm il trasferimento d’urgenza del collega Paolo Storari “per serenità di tutti i magistrati del distretto” – si legge in una nota circolata tra le toghe -, i sottoscritti magistrati, rappresentano che, esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega, nell’esercizio delle sue funzioni, presso la Procura della Repubblica di Milano». Il documento è stato firmato, al momento in cui scriviamo, da 59 magistrati su 64, tra cui il capo del pool antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, mentre tra i gip sono 24, su 32, coloro che hanno aderito. I pm milanesi si dicono però turbati «dalla situazione che sta emergendo fra notizie incontrollate e fonti aperte», motivo per cui «sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggino sull’accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità». Ma la vicenda è “uscita” dal tribunale di Milano, per arrivare prima agli altri uffici del distretto della Corte d’Appello e poi anche nelle altre sedi d’Italia. «Ci associamo all’auspicio di chiarezza, celerità e serenità nell’accertamento dei fatti, nel rispetto del diritto al pieno contraddittorio dei soggetti coinvolti nella vicenda specifica – si legge nella dichiarazione sottoscritta da alcuni consiglieri di Corte di appello, giudici e pm di ruolo a Napoli, Salerno e Bologna, Roma Taranto, Latina, Verona e Udine – e alla parità d’iniziativa e di trattamento in fattispecie identiche, nell’interesse alla tutela delle prerogative di tutti i colleghi interessati, e alla certezza e trasparenza delle procedure disciplinari dell’intera magistratura italiana». A mancare all’appello sono i vertici della procura, ovvero proprio coloro ai quali Storari ha contestato una certa inerzia e, dunque, il procuratore capo Francesco Greco, l’aggiunta Laura Pedio ( con la quale condivideva il fascicolo sul falso complotto), De Pasquale e Spadaro, che avrebbero ignorato le segnalazioni del collega in merito alla credibilità di Vincenzo Armanna, grande accusatore del processo Eni- Nigeria bollato dai giudici come inquinatore di pozzi. Ma che effetto avrà la raccolta firme sul Csm? Un dato, stando al documento, è certo: la presenza di Storari non sembra disturbare nessuno. Mentre nessun giudizio viene espresso nei confronti di Greco e dei suoi collaboratori più stretti, anche se le divisioni interne alla procura, negli ultimi mesi, erano ormai diventate palesi. Intanto a schierarsi sono anche le toghe di Articolo 101 del direttivo dell’Anm, che in una nota puntano il dito contro Salvi, parlando di iniziativa «intempestiva, spropositata, ingiusta e, in definitiva, incredibile», scrivono Andrea Reale, Ida Moretti e Giuliano Castiglia. «La generale solidarietà, pacata ma sentitissima, che in queste ore giunge al dottor Storari – hanno sottolineato – evidenzia con nettezza che il caso è tutt’altro che liquidabile con un provvedimento cautelare a senso unico». Al di là del giudizio di merito, «non possiamo che rilanciare l’invito al procuratore generale Salvi a fare un passo indietro, a tutela dell’Istituzione che rappresenta e della credibilità della magistratura tutta». 

Caso Eni, salgono a 150 le firme dei magistrati a sostegno del pm Paolo Storari. La Repubblica il 26 luglio 2021. L'iniziativa promossa dal capo dell'Antiterrorismo Alberto Nobili sottoscritta da gran parte delle toghe della procura, ma anche dai gip e da magistrati di altre sezioni. Il Csm intanto ascolta il presidente del tribunale milanese e il giudice che ha guidato il processo Eni-Nigeria. Stanno aumentando col passare delle ore, e sfiorano già la cifra di 150, le firme delle toghe milanesi al documento di solidarietà e stima nei confronti del pm Paolo Storari, nei cui confronti il pg della Cassazione Giovanni Salvi ha chiesto al Csm il trasferimento cautelare d'urgenza e il cambio di funzioni per il caso dei verbali di Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria. Oltre a 57 pm, sui 64 in totale dell'organico della procura, hanno già firmato pure 28 gip e molti giudici di diverse sezioni penali, tra cui la quinta, la sesta, la nona e la prima (firme destinate a crescere e a coinvolgere anche altre sezioni). Stanno aderendo, poi, anche i magistrati della Sezione autonoma misure di prevenzione, con la quale il pm Storari ha lavorato molto in questi ultimi anni portando in aula anche richieste di commissariamento di società importanti, poi accolte. Per ragioni di opportunità l'appello non è stato firmato da alcuni vertici degli uffici giudiziari, pur condividendo il sostegno a Storari. La vicepresidente dei gip milanesi Ezia Maccora, invece, a quanto si è saputo, ha inviato un messaggio ai colleghi nel quale, in sostanza, spiega che lei ritiene più corretto rispettare che il procedimento disciplinare arrivi a conclusione per salvaguardare l'imparzialità della giurisdizione. Adesioni sono arrivate, intanto, anche da altri uffici del distretto della Corte di Appello, come l'intera procura di Busto Arsizio (Varese). Va considerato che sono circa 300 i magistrati a Milano e va tenuto conto che nel civile, settore tra l'altro non coinvolto dalle vicende, è già scattata la sezione feriale. Nella lettera, promossa da Aberto Nobili a capo del dipartimento antiterrorismo e storico pm milanese e che dovrebbe essere inviata al Csm, i firmatari sottolineano che "esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega, nell'esercizio delle sue funzioni". Oggi, intanto, nell'ambito dell'indagine ad ampio raggio aperta dalla prima commissione del Csm vengono ascoltati il presidente del Tribunale Roberto Bichi e Marco Tremolada, il giudice che ha presieduto il collegio Eni Nigeria, e alcuni ex pm del dipartimento affari internazionali dell'aggiunto Fabio De Pasquale, indagato a Brescia per rifiuto di atti d'ufficio assieme al collega Sergio Spadaro, con lui titolare dell'inchiesta Eni-Nigeria. Mentre Storari è accusato di rivelazione di segreto d'ufficio con l'ex membro del Csm Piercamillo Davigo. Tra i temi caldi dello scontro tra pm milanesi, ma anche tra uffici requirenti e giudicanti, c'è il fatto che in pieno dibattimento sul caso nigeriano i vertici della Procura milanese, ossia il procuratore Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio, consegnarono alla magistratura di Brescia (che poi archiviò il fascicolo) una decina di righe di un verbale in cui Amara gettava ombre sul presidente del collegio Marco Tremolada. E i pm De Pasquale e Spadaro tentarono di far entrare Amara come teste nel processo, senza che il collegio sapesse nulla di quelle dichiarazioni.

(ANSA il 25 luglio 2021) Sono 45 i pm milanesi che hanno finora firmato una lettera in cui si afferma che "esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega" Paolo Storari, "nell'esercizio delle sue funzioni presso la Procura della Repubblica di Milano. Siamo turbati dalla situazione che sta emergendo da notizie incontrollate e fonti aperte e sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza". E' un passaggio del testo che sta circolando tra i pubblici ministeri dopo aver saputo della richiesta del pg della Cassazione di trasferimento per incompatibilità ambientale del pm Storari per il casi dei verbali di Amara. L'iniziativa della lettera a favore di Storari, al momento sottoscritta da quasi 2/3 dei pubblici ministeri in servizio alla procura di Milano, è stata promossa da Alberto Nobili, il responsabile dell'antiterrorismo milanese e uno dei magistrati che ha fatto la storia d'Italia, e da altri tre aggiunti. "Avendo appreso da fonti giornalistiche - questo è il testo integrale - che è stato chiesto al Csm il trasferimento d'urgenza del collega Paolo Storari, anche 'per la serenità di tutti i magistrati del distretto', i sottoscritti magistrati rappresentano che, esclusa ogni valutazione di merito, la loro serenità non è turbata dalla permanenza del collega, nell'esercizio delle sue funzioni, presso la Procura della Repubblica di Milano. Siamo turbati dalla situazione che sta emergendo da notizie incontrollate e fonti aperte e sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggiano sull'accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità dei colleghi coinvolti". Infatti il 'pacchetto' delle indagini su Eni, in cui si inserisce il caso Amara e lo scontro tra Storari e il Procuratore Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio, riguarda anche la gestione di Vincenzo Armanna e le sue dichiarazioni accusatorie nel processo Nigeria (in primo grado gli imputati sono stati tutti assolti) da parte dell'aggiunto Fabio De Pasquale e il pm, ora alla procura europea, Sergio Spadaro. Su queste vicende, sono stati avviate indagini ministeriale e del Csm (domani cominciano le audizioni) e anche la Procura di Brescia ha aperto una inchiesta e ha indagato da un lato Storari e l'ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura Piercamillo Davigo per rivelazione del segreto di ufficio, mentre dall'altro ha iscritto De Pasquale e Spadaro per rifiuto di atti d'ufficio.

Francesco Greco "si rifiuta". Procura di Milano, fuga di notizie: è scoppiata la guerra tra magistrati. Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. E'in atto un duro scontro tra la Procura di Brescia e quella di Milano. Il procuratore Francesco Greco, infatti, non vuole consegnare a Brescia (che sta indagando sul suo vice Fabio De Pasquale sull'ipotesi che non abbia sottoposto ai giudici del processo Eni-Nigeria prove dell'inattendibilità dell'accusatore Vincenzo Armanna) gli atti sulla trasferta in Nigeria che la sua vice Laura Pedio fece nel settembre 2019, come riporta il Corriere della Sera. Secondo Greco, questa rogatoria nigeriana del 2019 sarebbe coperta da segreto perché sta nell'indagine milanese tuttora aperta sul "complotto Eni" e dunque solo la Nigeria potrebbe autorizzarne l'utilizzo prima. Ma Franceso Prete, procuratore di Brescia, non è d'accordo. E cerca "l'interrogatorio del teste Mattew Tonlagha (suggerito nel 2019 da Armanna ai pm milanesi a riscontro delle proprie accuse a Eni) non per usarlo in altri processi ma per verificare se Armanna, ome emerso proprio dalle sue chat con Tonlagha scoperte dal pm Paolo Storari e segnalate invano ai propri vertici tra fine 2020 e inizio 2021, nel 2019 avesse appunto indottrinato il giorno prima il teste Tonlagha", scrive il Corriere. E non finisce qui. Greco scrive al ministero della Giustizia una lettera in cui chiede alla Guardasigilli Marta Cartabia di domandare alla Nigeria "se intenda autorizzare la consegna della rogatoria ai pm di Brescia". Che ora devono fermarsi perché la lettera del ministero diretta in Nigeria, è già stata spedita.

La Procura di Milano nei guai. Al Csm indagine sulle toghe. Luca Fazzo il 19 Luglio 2021 su Il Giornale. Dopo i casi Eni e Davigo l'ex tempio di Mani Pulite è finito nel mirino. Interrogato il procuratore Nanni. Un'intera Procura nel mirino del Consiglio superiore della magistratura: ed è la Procura di Milano, una delle più importanti d'Italia, la fucina di inchieste che hanno cambiato la storia del paese. E che si ritrova ora sotto accusa, dopo che i veleni del processo Eni sono tracimati, portando all'incriminazione del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e di rimando anche di Piercamillo Davigo, già icona del pool Mani Pulite. Ma ora nel mirino del Csm non ci sono soltanto singole toghe e episodi specifici, ma l'intera gestione in questi anni della Procura milanese. E le conseguenze potrebbero essere toste. Nelle stesse ore in cui da Brescia trapela la notizia dell'iscrizione di Davigo nel registro degli indagati per rivelazione di segreto d'ufficio, si scopre che a Roma la prima commissione del Csm ha deciso di capire fino in fondo cosa sia accaduto a Milano. Sono già stati interrogati il procuratore generale Francesca Nanni e il presidente dell'Ordine degli avvocati Vinicio Nardo: domande in parte generiche ma anche assai specifiche, in particolare sul tentativo di De Pasquale di incastrare, usando un verbale dello pseudo-pentito Pietro Amara, il presidente del processo Eni Marco Tremolada. Chi ha assistito alle audizioni racconta che era in particolare Antonino Di Matteo, l'ex pm palermitano ora membro del Csm, a voler scavare più a fondo nei veleni milanesi. E siamo solo agli inizi: la lista completa degli interrogatori non è nota, ma alcuni nomi trapelano. Ci sono lo stesso Tremolada, il suo superiore Roberto Bichi, quasi tutti i procuratori aggiunti - cioè i «vice» del capo Francesco Greco - ma anche semplici pubblici ministeri come Francesca Crupi, e uno dei veterani dell'ufficio, il capo dell'antiterrorismo Alberto Nobili. É un calendario di audizioni che andrà avanti fino alla fine del mese, e che si spiega solo con l'intenzione del Csm di scandagliare - sebbene con un certo ritardo - le dinamiche che hanno lacerato la Procura milanese, dove un numero consistente di magistrati appare convinto che intorno al procuratore Greco si sia saldato una sorta di «cerchio magico», un gruppo di fedelissimi in grado di monopolizzare e indirizzare le inchieste più importanti. È contro questo monopolio che Storari decide di ribellarsi, quando si convince che i vertici vogliano insabbiare i verbali di Amara sulla loggia Ungheria, e passa le carte a Davigo: ma anche, pochi mesi dopo, attaccando frontalmente Greco sulla chat interna della Procura. Da quel momento Storari diventa un reietto. Ma ora si scopre che tra la base dell'ufficio, in particolare da parte dei colleghi più giovani, è partita una raccolta di firme in sua difesa. E anche questo fotografa una Procura spaccata in due. Cosa può fare il Csm in questo disastro? La prima commissione ha come compito verificare l'esistenza di casi di incompatibilità ambientale: col potere, di fronte a situazioni non sanabili, di allontanare dalla Procura uno o più dei suoi magistrati. A rischiare non sarebbe tanto Greco, ormai prossimo alla pensione, ma - sui due versanti - soprattutto Storari e De Pasquale. Ma entrambi sono anche sotto procedimento penale per iniziativa della Procura di Brescia, e questo potrebbe rallentare i tempi del Csm. Comunque vada, l'inchiesta del Consiglio superiore - anche se per ora viene definita solo una «indagine conoscitiva» - si annuncia come una analisi senza precedenti del funzionamento di uno dei centri del potere giudiziario nazionale: soprattutto se, come è possibile, qualcuno degli interrogati si caverà dei sassi dalla scarpa, dando voce pubblica al brontolio che attraversa l'ex tempio di Mani Pulite. E ancora peggiore potrebbe farsi la situazione se partissero provvedimenti disciplinari veri e propri nei confronti dei protagonisti dello scontro. A fare scattare l'impeachment dovrebbero essere il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, o il ministro della Giustizia Marta Cartabia. E entrambi, a quanto è dato capire, si stanno muovendo. La Cartabia con l'invio dei suoi ispettori a Milano, Salvi con un lavoro riservato di cui finora non si è saputo nulla. Ma a breve novità in arrivo. 

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Milano, caos in procura: il Csm avvia le audizioni sulla guerra tra toghe. Il 27 luglio ci dovrebbe essere l'audizione al Csm del pm Alberto Nobil e dei procuratori aggiunti Tiziana Siciliano e Letizia Mannella. Simona Musco su Il Dubbio il 18 luglio 2021. Il caso Milano sbarca ufficialmente al Csm. Con l’audizione, prevista per il 27 luglio, del pm Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo milanese, convocato nell’ambito della preistruttoria aperta per verificare eventuali situazioni di incompatibilità ambientale o funzionale negli uffici giudiziari meneghini a partire dalle vicende del caso Eni. Oltre lui, sono state convocate anche i procuratori aggiunti Tiziana Siciliano e Letizia Mannella. Tutto ruota attorno alla frattura tra magistrati requirenti e giudicanti diventata di pubblico dominio con la sentenza di assoluzione, pronunciata lo scorso 17 marzo dal Tribunale di Milano per tutti gli imputati del caso Opl 245 e poi deflagrata con il deposito delle motivazioni della sentenza, con le quali il collegio giudicante ha cassato pesantemente il lavoro degli inquirenti. Ma la vicenda riguarda anche lo scontro tra il pm Paolo Storari, il procuratore Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio, scontro che ruota attorno ai verbali dell’ex avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, in merito all’esistenza di una fantomatica loggia denominata “Ungheria”. Verbali che Storari ha consegnato «in autotutela» all’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, vicenda, questa, per la quale è indagato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio. I verbali erano stati raccolti nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “falso complotto Eni”, fascicolo aperto da quattro anni e per il quale a fine giugno l’aggiunto Pedio, attualmente unica titolare dell’indagine, ha chiuso uno stralcio con avvisi a carico di Amara, dell’ex manager Vincenzo Armanna, dell’ex capo ufficio legale di Eni Massimo Mantovani (licenziato) e di altre tre persone accusate di calunnia nei confronti di Luca Santa Maria, avvocato ed ex legale di Armanna. Ma ad essere indagati a Brescia sono anche il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, che hanno svolto il ruolo dell’accusa nel processo sulla presunta tangente versata da Eni in Nigeria. I due sono indagati per rifiuto d’atto d’ufficio, in merito alla gestione delle prove nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245. Come emerso già dalla sentenza di assoluzione, i due avrebbero tenuto nascosto un video utile alle difese, ma secondo quanto riferito da Storari a Brescia nel corso dell’interrogatorio, avrebbero ignorato alcune segnalazioni provenienti proprio da Storari in relazione ad alcune chat taroccate da parte del grande accusatore di Eni, Armanna, che avrebbe anche pagato un testimone. Secondo Storari, l’intenzione dei vertici della procura era quella di non compromettere la posizione di Amara con una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati per calunnia in relazione alle sue dichiarazioni sulla presunta ‘ Loggia Ungheria’, per non minare la sua credibilità come possibile teste nel processo del caso Nigeria. De Pasquale e Spadaro, infatti, tentarono di inserire Amara tra le persone da sentire al processo, una scelta dettata sempre dalle sue dichiarazioni, secondo le quali i legali di uno degli imputati sarebbero stati in grado di avvicinare il presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada. Così, mentre Storari raccoglieva le dichiarazioni di Amara sulla presunta ‘ Loggia Ungheria’ e chiedeva ai vertici dell’ufficio di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e tabulati telefonici, Greco e Pedio portavano a Brescia il verbale di Amara sulle presunte ‘ interferenze’ delle difese Eni sul giudice. Da lì venne aperto un fascicolo, poi archiviato. E nemmeno Armanna, architrave dell’intera inchiesta Eni, poteva essere screditato. Ma a distruggere la solidità delle sue dichiarazioni ci ha pensato il tribunale: «Il suo atteggiamento opportunista rivela una personalità ambigua, capace di strumentalizzare il proprio ruolo processuale a fini di personale profitto e, in ultima analisi, denota un’inattendibilità intrinseca che certamente non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Piero Amara».

Giacomo Amadori e Alessandro Da Rold per “La Verità” il 10 luglio 2021. Potremmo chiamarlo il gioco delle tre carte. Ma il banchetto non è stato allestito da un mazziere ambulante. Ad apparecchiarlo sono stati toghe e investigatori. Essì perché, come dimostreremo in questo articolo, la Procura di Roma e quella di Torino, l'aliquota dei carabinieri della polizia giudiziaria del capoluogo piemontese e i finanzieri del Gico hanno prodotto tre diverse trascrizioni delle conversazioni contenute in un importantissimo video registrato il 18 dicembre 2014 nell'ufficio dell'imprenditore torinese Ezio Bigotti e che aveva come protagonista niente meno che il Fregoli dei pentiti, quel Piero Amara che da anni sta distribuendo confessioni a rate in giro per l'Italia. Ma partiamo proprio da uno di questi verbali. A pagina 6 dell'interrogatorio reso da Amara davanti al procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio il 18 novembre 2019 si legge la seguente singolare domanda fatta dal pubblico ministero al faccendiere siciliano: «Le registrazioni nell'ufficio di Bigotti - noi ne abbiamo solo una del 28 luglio - dove sono?». Sembra un excusatio non petita, di chi ha sentore che esista anche un altro video, quello del 18 dicembre 2014. Entrambi i video sono stati sequestrati dagli uomini dell'Arma di Torino negli uffici romani di Bigotti durante la perquisizione del 7 maggio 2015 per essere poi trasmessi dalla Procura del capoluogo piemontese a quella di Roma e questa avrebbe quindi trasmesso alla Procura di Milano «soltanto» quello, ormai famoso, del 28 luglio 2014 consegnato, come è noto, agli avvocati degli imputati del processo Eni/Nigeria il 23 luglio 2019 dopo che gli stessi difensori ne avevano casualmente scoperto l'esistenza in un altro procedimento. Un atteggiamento di scarsa trasparenza stigmatizzato dai giudici nella sentenza di assoluzione per i vertici dell'Eni nel cosiddetto processo Opl 245 con queste parole: «Risulta incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare il video con il rischio di eliminare dal processo un dato di estrema rilevanza». Anche perché nella videoregistrazione emergevano le intenzioni di vendetta di Vincenzo Armanna, da poco licenziato dall'Eni e in quel momento grande accusatore dei manager del Cane a sei zampe. Nulla dice, invece, la sentenza dell'altra videoregistrazione effettuata il 18 dicembre 2014 e relativa a un incontro tra Bigotti, Amara, l'imprenditore Andrea Bacci (all'epoca stretto collaboratore dell'allora premier Matteo Renzi) e un quarto soggetto. Anche in questo video si parla di Eni e in particolare di alcune operazioni che avrebbero dovuto essere realizzate in Congo e sui giacimenti onshore in Nigeria. Sennonché questo filmato è stato nascosto ai giudici milanesi, agli imputati e ai loro difensori, impedendo ogni possibile valutazione da parte dei soggetti interessati in un processo delicato come Opl 245. Ciò è potuto accadere perché gli inquirenti capitolini, dopo aver ricevuto dai colleghi torinesi entrambi i filmati, hanno inserito quello del 18 dicembre in un fascicolo «atti non costituenti notizia di reato» assegnato dall'allora procuratore Giuseppe Pignatone all'aggiunto Paolo Ielo il quale lo ha assegnato successivamente al pm Mario Palazzi che lo ha archiviato, con la controfirma del nuovo procuratore Michele Prestipino, a fine 2020 senza passare dal gip. A Milano questo video, al contrario di quello del 28 luglio, non è mai stato inviato. E questa differente scelta è probabilmente collegata non tanto al fine di danneggiare l'Eni (anche se l'effetto finale è stato probabilmente lo stesso) quanto alla volontà di non divulgare un video in cui si parlava di Roberto Pignatone, il fratello del procuratore che quel filmato aveva dirottato sul binario morto dei fascicoli modello 45. Negli uffici giudiziari romani non esiste la trascrizione completa del video, tanto che quella «ufficiale» di 31 pagine redatta il 17 dicembre 2017 dal Gico del colonnello Gerardo Mastrodomenico e del maggiore Fabio Di Bella è definita dal suo stesso estensore, il maresciallo Fabio Petronzi, «semi-integrale» e in effetti mancano all'appello i cinque minuti in cui i presenti parlano di Roberto Pignatone e degli incarichi ricevuti da quest' ultimo da parte degli indagati Amara e Bigotti, consulenze oggetto di un esposto al Csm dell'ex pm Stefano Fava. Nel documento manca anche uno spezzone in cui si parla di una gara da venti milioni di euro per offrire servizi all'Eni in Congo e di una operazione, sempre riferita a Eni Congo, che valeva 250 milioni di euro all'anno. Nei cassetti della Procura di Roma è rimasta ferma anche una versione di 24 pagine fatta dai Carabinieri di Torino che, sebbene appaia più completa, non riporta comunque il nome di «Pignatone» sostituito da un «incomprensibile». Per avere una trascrizione non censurata di ciò che si sono detti Bigotti, Amara, Cecchi e Bacci il 18 dicembre 2014 bisogna far riferimento a una terza trascrizione, questa volta «non ufficiale» depositata nel procedimento penale di Perugia a carico di Luca Palamara, Riccardo Fuzio e Fava e allegata a una relazione «accusatoria» predisposta dall'aggiunto Ielo il 29 luglio 2019. Ebbene in questa versione non firmata sono riportate le parole registrate il 18 dicembre 2014 dal minuto 13:58 al minuto 14:03 dove il fratello di Pignatone viene definito consulente «del gruppo» Bigotti e si dice che «lavora molto» con lo studio Amara. Tuttavia questa «trascrizione non ufficiale», come detto, seppur con il logo del Gico della Guardia di finanza di Roma, non reca il nome del pubblico ufficiale che l'ha redatta, né il luogo, né la data della sottoscrizione e non fa parte di alcun procedimento penale. Agli atti del fascicolo perugino vi è solo una nota del 26 maggio 2021 a firma del procuratore Prestipino dalla quale risulta che detta trascrizione «sarebbe stata richiesta dal dottor Ielo alla polizia giudiziaria delegata nella persona del colonnello Mastrodomenico, ufficiale delegato ad espletare le attività di indagine in corso nel 2019», ma che essa «non risulta depositata nell'ambito di altri procedimenti penali iscritti presso questo Ufficio». Restano da comprendere le ragioni giuridiche che hanno spinto la Procura di Roma a non trasmettere gli atti relativi alla conversazione del 18 dicembre 2014 alla Procura di Milano per il tempestivo deposito agli imputati del processo Eni-Nigeria e in quello Eni-Congo, dove la compagnia petrolifera ha patteggiato il 25 marzo 2021 una multa da 11 milioni di euro per induzione indebita in relazione ad alcune licenze rilasciate dalla Repubblica congolese al nostro ente petrolifero. Probabilmente queste nuove immagini avrebbero offerto la giusta chiave di lettura del video del 28 luglio 2014, evitando il processo Opl 245. Amara ha, infatti, sempre raccontato la favoletta di avere registrato l'ex manager Eni Vincenzo Armanna il 28 luglio 2014 «su mandato di Eni per "delegittimarlo"». Ma grazie al video del 18 dicembre la verità pare ben diversa. Infatti in questo caso Amara e Bigotti si sono videoripresi da soli anche in assenza di Armanna. Sembra la prova che le registrazioni avvenivano senza alcun mandato occulto, ma semplicemente rappresentavano il modus operandi di Amara e Bigotti. Ma questa loro abitudine si è trasformata in un autogol. Infatti nel video Amara parla con Bigotti di Umberto Vergine, all'epoca a capo della divisione Gas & power, e lo definisce «il nemico dei miei», cioè - stando alle denunce presentate da Eni in Procura - di Massimo Mantovani e Antonio Vella. Vergine infatti non sarebbe mai stato un nemico dell'amministratore delegato Claudio Descalzi, da cui era stato nominato nella divisione Gas & power dopo l'uscita da Saipem. Ma il gruppo Amara, Armanna, Mantovani e Vella avrebbe visto Vergine come un possibile intralcio ai propri affari con il petrolio iraniano e la Napag, società riconducibile ad Amara. Ed ecco che infatti l'avvocato siciliano si adopera per metterlo fuori gioco: «[] Costituisce il nemico giurato dei miei e così pienamente togliamo di» si legge nella trascrizione della Guardia di finanza. Come intendeva riuscirci? Pochi mesi dopo il video di dicembre del 2014 inizia il balletto degli esposti a Trani e Siracusa sul complotto per fare fuori Descalzi. Amara descrive Vergine come mente dei complotti per farlo fuori e piazzare al suo posto Mantovani. Cosa che in effetti sarebbe avvenuta da lì a poco. Insomma il filmato del 18 dicembre poteva essere d'aiuto alle difese dei vertici Eni, come lo è stato quello del 28 luglio. Chi ha deciso di nasconderlo o di trascriverlo in modo errato o incompleto? È stato fatto per sciatteria? Per proteggere Pignatone? Per non mettere in crisi l'accusa nel processo Eni? O per tutti questi motivi insieme? Speriamo che prima o poi qualcuno darà una risposta a queste semplici domande.

DAGONEWS il 3 luglio 2021. L’altra sera a “Casa Dante”, ristorante romano nei dintorni di piazza Vittorio, è andata in scena un’apericena per il compleanno di Lapo Pistelli, dominus delle relazioni istituzionali di Eni. Un genetliaco che si è trasformato in festeggiamento per Claudio Descalzi, assolto dopo sette anni di veleni e tribolazioni sul caso Eni-Nigeria. Presenti, con calicino d’ordinanza, oltre a Descalzi, mezzo Partito Democratico, da cui proviene Pistelli: attovagliati i ministri Guerini, Franceschini, Orlando, il sottosegretario Misiani, il candidato sindaco Gualtieri. A seguire, Massimo Bruno e Fabrizio Iaccarino di Enel, gli inossidabili Velardi, Melandri, Sereni, Chicco Testa, molti lobbisti di partecipate e non solo. Un ambiente molto Dem a parte la vispa Annalisa Chirico che salutava a destra e a manca e il gigantesco Guido Crosetto che parlava fitto fitto, forse del suo pericolante futuro all’Aiad, con Marco Minniti, recentemente nominato da Profumo a capo di una fondazione di Leonardo. PS – Assente “giustificata” il presidente dell’Eni Lucia Calvosa, all’epoca nominata in quota Conte-Travaglio. Acqua passata.

Alessandro Da Rold per “la Verità” il 3 luglio 2021. I fallimenti della Procura di Milano nel processo sul giacimento petrolifero Opl 245 iniziano a farsi sentire anche in Nigeria. Tanto che mercoledì scorso Adoke Bello, ex ministro della Giustizia e Procuratore generale nigeriano, ha inviato tramite i suoi avvocati Femi Oboro e Gromyko Amedu, una lettera in via Arenula 70 a Roma, destinata al ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Nella missiva è contenuta una denuncia a carico dei pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. L'ex ministro nigeriano, infatti, accusa i magistrati milanesi di aver falsificato e manipolato documenti contro di lui, anche se non sarebbe mai stato coinvolto direttamente nel processo dove Eni e Shell erano accusate di corruzione internazionale. Va ricordato che Adoke Bello non gode di particolare fama in patria. È imputato in Nigeria per una villa ad Abuja che gli avrebbe regalato l'uomo d' affari Aliyu Abubakar proprio con i presunti soldi riciclati di Opl 245. Eppure la sua denuncia potrebbe trovare gioco facile dopo che il procuratore aggiunto Paolo Storari ha scoperto le chat falsificate e portate a processo da Vincenzo Armanna, l'ex manager Eni che è stato negli anni uno dei più importanti accusatori dell'amministratore delegato Claudio Descalzi. A questo si aggiunge che si sono concluse le indagini di Laura Pedio sulla diffamazione dell'ex legale di Armanna, Luca Santa Maria. Anche in questo caso è emerso come l'ex dirigente del Cane a sei zampe si sia inventato intere email per depistare le indagini o evitare controlli sul suo conto corrente. Per di più De Pasquale e Spadaro si ritrovano indagati a Brescia proprio per rifiuto d' atti d' ufficio sul materiale probatorio del processo Eni Nigeria. Insomma anche l'ex Procuratore nigeriano potrebbe rifarsi contro i due pm, anche perché sostiene che l'inchiesta e il processo avrebbero rovinato la sua reputazione «a livello globale, fatto perdere un sacco di quattrini e persino devastato la sua vita familiare». In 12 punti i legali chiedono quindi al governo di Mario Draghi di indagare sul «comportamento scorretto» dei due Procuratori. Nella lista di contestazioni c' è di tutto. L'ex magistrato nigeriano arriva ad accusare De Pasquale di averlo persino minacciato durante un interrogatorio nel 2016 in Olanda. A quanto pare, infatti, Adoke Bello sarebbe stato prima sentito come persona informata dei fatti, poi all' improvviso e a sorpresa come indagato, proprio da De Pasquale. Ma a quel punto l'avvocato olandese gli avrebbe sconsigliato di rispondere. Da qui sarebbero scattate le presunte minacce del Procuratore milanese. Non solo. Nella lettera vengono ricordate le assoluzioni nel processo Opl 245 e viene spiegato che la Procura milanese avrebbe commesso appunto atti di «falsificazione di atti o prove a sostegno dell'accusa». Tra queste ci sarebbe anche una presunta telefonata tra Adoke Bello e la Rai, dove proprio l'ex procuratore confesserebbe l'esistenza di tangenti, destinate non solo a funzionari nigeriani ma anche alle compagnie petrolifere. Secondo gli avvocati quell' intervista sarebbe stata contraffatta e manipolata. Anzi al telefono non sarebbe stato nemmeno lui a rispondere, ma qualcun altro. Non basta. A questo si aggiunge anche il deposito delle email da parte della Procura nel dicembre del 2020. Nei messaggi di posta elettronica depositati Adoke Bello avvalorava sempre la tesi della corruzione. Ma anche in questo caso si tratterebbe di falsi, costruiti ad arte. Tra le righe ce n' è anche per Spadaro che durante un'udienza del 7 luglio avrebbe costruito nuove accuse contro di lui ma omettendo fatti che lo scagionerebbero. Per di più il fatto che Adoke Bello si sia comportato correttamente e in modo legale nell' operazione Opl 245 del 2011, sarebbe confermato da una sentenza dell'Alta corte federale di Abuja, del 7 aprile 2018. Nel testo si spiegherebbe che nell' affare del giacimento petrolifero l'ex ministro della Giustizi avrebbe solo eseguito le direttive del presidente e quindi non sarebbe stato responsabile di alcun reato.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 30 giugno 2021. «Potenziali elementi di criticità sulla chat depositata da Armanna nel processo. Si rappresenta che, a parere di questa polizia giudiziaria, elementi significativi evidenziano la volontà di Armanna di procurare testimoni, dietro dazioni di denaro, da far comparire nell'aula del processo». In una versione del rapporto della GdF la frase c'era; nell'altra invece no, su richiesta alla GdF del procuratore aggiunto milanese Laura Pedio. La Procura di Brescia, che dal 10 giugno indaga il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro per l'ipotesi di rifiuto d'atti d'ufficio, ha acquisito le due versioni dell'informativa in cui la Guardia di Finanza riepilogava i fatti che, secondo quanto esposto dal pm Paolo Storari ai colleghi del processo Eni-Nigeria poi conclusosi lo scorso 17 marzo, svelavano depistanti condotte dell'imputato-dichiarante Vincenzo Armanna, e dunque imponevano alla Procura di metterne a conoscenza il Tribunale e le parti per correttezza processuale. In generale non è infrequente che pm e polizia giudiziaria interloquiscano sulle modalità di redazione dei rapporti. Una modifica era dovuta: la prima bozza di inizio 2021, oltre a contenere già tutti gli indizi tratti da chat o mail di Armanna con altre persone, ne conteneva ulteriori ricavati però anche da chat con il proprio avvocato, dunque inutilizzabili, sicché Storari (pm titolare con Pedio) aveva indicato alla GdF di depurarle. Ma la seconda versione, depositata formalmente in aprile, su indicazione del procuratore aggiunto Pedio vede la GdF depennare anche la sintesi della negativa valutazione della GdF su Armanna.  

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 25 giugno 2021. Quello che doveva essere il più grande processo del secolo per corruzione internazionale, su una presunta tangente da 1 miliardo di dollari intorno a un giacimento petrolifero in Nigeria, viaggia ormai su un binario morto. Se già a marzo i giudici del tribunale di Milano aveva assolto nel troncone principale di Opl245 tutti gli imputati perché «il fatto non sussiste», è di ieri la notizia della doppia assoluzione in Corte d'appello dei due presunti mediatori Obi Emeka e Gianluca Di Nardo: ai due sono stati anche restituiti 112 milioni di euro confiscati in primo grado. Anche qui il motivo è «perché il fatto non sussiste», dettaglio importante, perché ulteriore conferma di come l'impianto accusatorio dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro non abbia convinto giudici né di primo né di secondo grado, anche se in procedimenti differenti. In sostanza, a meno di eccezionali stravolgimenti, la vicenda Opl245 si può dire definitivamente conclusa. Dopo quasi 10 anni di indagini, dopo che Eni (controllata dallo Stato al 30% cioè anche da noi italiani) ha speso più di 100 milioni di euro in spese legali (considerando anche il processo Algeria, pure quello finito con assoluzioni), dopo anni di udienze e interrogatori, a uscire sconfitta è soprattutto la Procura di Milano. Tanto che a palazzo di giustizia si aspetta il bilancio di fine anno, per capire quale sia stato il totale delle spese affrontate per questa inchiesta finita in un nulla di fatto. E c' è persino chi ricorda come l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, nel 2003, mandò proprio gli ispettori a verificare i conti della Procura milanese durante la stagione dei processi a Silvio Berlusconi. Obi e Di Nardo erano stati condannati nel settembre del 2018 con il rito abbreviato a 4 anni di carcere. Quella sentenza (di ormai 3 anni fa) fu per mesi sbandierata da sostenitori dell'accusa contro Eni e Shell, le compagnie petrolifere accusate di corruzione insieme con i loro vertici, tra cui l'amministratore delegato Claudio Descalzi. Ora invece proprio la sentenza di assoluzione di ieri della Corte d'appello potrebbe valere quasi come un dispositivo di Cassazione. Certo, dirlo rischia di essere un errore da matita rossa in un esame di procedura penale, anche perché non siamo in presenza di un giudicato definitivo. Ma dal momento che fu la Procura generale stessa a chiedere l'assoluzione dei due presunti mediatori, ora non c' è nessuno che ha interesse a ricorrere in Cassazione. E appare difficile che Celestina Gravina - la pg che aveva criticato l'operato di De Pasquale e Spadaro parlando di fatti di prova «fondati sul chiacchiericcio e la maldicenza» - decida di contraddire sé stessa. Di fondo quindi questa sentenza è l'ennesima conferma di quanto avevano già stabilito i giudici del tribunale di Milano, assolvendo Descalzi, Paolo Scaroni e gli altri. Resta la possibilità che De Pasquale e Spadaro possano fare appello contro la sentenza di primo grado. Ma nei corridoi del tribunale di giustizia meneghino è un'ipotesi che già da qualche mese viene messa in forte dubbio. Del resto i due magistrati risultano indagati a Brescia per rifiuto d' atti d' ufficio sul materiale probatorio del processo Eni-Nigeria. Nelle motivazioni i giudici avevano più volte evidenziato gli errori dei due procuratori, in particolare sulla scelta «incomprensibile» di non depositare il video del luglio del 2014 dove l'ex manager Eni Vincenzo Armanna e l'avvocato Piero Amara gettavano le basi per ricattare l'Eni e tentare di dare la spallata a Descalzi. A completare il quadro delle accuse contro De Pasquale e Spadaro ci ha pensato poi il collega Paolo Storari, che indagando sul falso complotto aveva scoperto che gran parte delle prove portate da Armanna in tribunale erano false. Tra queste c' erano le famose chat sul cellulare con Claudio Granata e lo stesso Descalzi. I due pm si sono difesi chiedendo una consulenza tecnica più approfondita sul cellulare di Armanna, peccato che bastasse chiamare un operatore telefonico per scoprire che quei numeri erano farlocchi. Insomma non ci voleva un così grande sforzo per capire che di Amara e Armanna era meglio non fidarsi. 

Gogna e veleni. Inchiesta flop del Fatto su Eni, e i Pm cascano sulle carte farlocche di Travaglio e co. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Con il senno di poi era inevitabile che la Procura di Milano, lo scorso novembre, non cogliesse l’inaspettato contributo info-investigativo da parte del Fatto Quotidiano nel processo Eni-Nigeria. Il dibattimento sulla maxi corruzione era alle battute finali. Fra gli addetti ai lavori era percezione diffusa che i giudici della Settima sezione penale si stessero formando un convincimento molto difforme rispetto alle valutazioni della Procura. All’udienza del 23 luglio 2019 un colpo di scena aveva gettato nel panico i pm. Il difensore di uno degli imputati aveva fatto presente che in altro procedimento fra gli atti depositati dalla Procura vi fosse un verbale della guardia di finanza in cui si dava atto dell’esistenza di una videoregistrazione effettuata in maniera clandestina dall’avvocato Piero Amara. Oggetto della registrazione l’incontro del 28 luglio 2014 tra lo stesso Amara, Vincenzo Armanna e alcuni faccendieri, negli uffici del manager Ezio Bigotti, uno dei protagonisti del “Sistema Siracusa”. Nella registrazione emergeva molto chiaramente l’intenzione di Armanna, un manager dell’Eni licenziato per falsi rimborsi spese, di vendicarsi nei confronti dei suoi ex capi. Armanna, due giorni più tardi, si presenterà in Procura a Milano per denunciare episodi corruttivi commessi da Eni e dai suoi vertici, diventando quindi il principale teste d’accusa. L’aggiunto Fabio De Pasquale, il titolare del fascicolo, spiazzato da questa registrazione di cui pur essendo a conoscenza si era guardato bene dal produrre, il 15 febbraio del 2020 cercherà di far entrare nel processo un verbale in cui Amara aveva raccontato che gli avvocati degli imputati e di Eni avevano accesso presso il presidente del collegio Marco Tremolada. Una “bomba” che rischiava di far saltare tutto il processo. Qualche giorno prima, a fine gennaio, il procuratore di Milano Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio, magistrato di sua estrema fiducia, avevano inviato alla Procura di Brescia, competente per i reati commessi dai giudici milanesi, tale verbale. Il fascicolo, per la cronaca, sarà archiviato essendo palesi le balle di Amara. Ma veniamo all’aiuto del Fatto ai pm. Antonio Massari in un articolo del primo novembre 2020 raccontò di aver visionato una chat prodotta da Armanna e firmata dall’attuale numero due di Eni, Claudio Granata. Argomento della discussione era il licenziamento di Armanna e la sua futura possibilità di rientrare in Eni o ottenere incarichi presso altre società del gruppo. Granata invitava Armanna a “non fare mosse avventate”, sostenendo che “Eni può certamente distruggere chiunque in Italia”. “Sanno tutto di te, chi sono i tuoi amici, dove vivi, con chi parli, dove potresti cercare lavoro, chi potrebbe aiutarti, dove lavora tua moglie e dove vanno a scuola i tuoi figli”, avrebbe scritto Granata. E ancora: “Non potrei fare nulla per fermarli”. Granata preannunciava anche che Eni “comincerà a breve un’opera di distruzione della tua reputazione”. Alla pubblicazione dell’articolo seguì la risposta di Eni che ricordava come Descalzi e Granata avessero presentato querela per diffamazione a carico di Armanna in merito a sue affermazioni simili a quelle riportate nella falsa conversazione. Eni ricordava anche che «le dichiarazioni e le accuse avanzate da Armanna nel corso del procedimento Op1245 si siano dimostrate false e smentite da fatti e testimonianze processuali, e come siano emerse prove inconfutabili sulla sua intenzione di manipolare a livello giudiziario vicende legate al giacimento per colpire il management di Eni e trarne vantaggi economici personali». Praticamente con sei mesi di anticipo quello che scriveranno i giudici nella sentenza di assoluzione di tutti gli imputati. La chat invece di finire nel cestino finisce però nel libro Magistropoli, scritto sempre da Massari. «Notiamo come per l’ennesima volta il vostro giornale non perda occasione per attaccare Eni e i suoi manager senza l’esistenza di alcuna notizia, costruendo ipotesi di reato e pubblicando presunti “scambi” privi di qualsiasi rilevanza rispetto alle circostanze oggetto dell’indagine, manipolati, ideologicamente e materialmente falsi e complessivamente e logicamente privi di ogni veridicità», la nuova replica di Eni. E ancora: «Claudio Descalzi e Claudio Granata non hanno mai avuto quelle conversazioni con Vincenzo Armanna, men che meno in una chat che chiunque potrebbe essere tecnicamente in grado di riprodurre artificialmente, dopo averne inventato i contenuti “ex post” a supporto delle proprie calunniose narrative tese ad alleggerire la posizione personale e a fornire presunti riscontri». «Teniamo a informare i vostri lettori che già il 31 ottobre 2020 ci eravamo offerti, sia con Massari che con il Direttore del Fq, di fornire tutte le spiegazioni tecniche a fondamento della nostra categorica smentita sui contenuti della falsa chat, ma che la nostra proposta è stata rifiutata senza spiegazione alcuna». «Prendiamo atto che l’autore, e di conseguenza il giornale, preferiscono dare credito a una fonte, Vincenzo Armanna, che nell’ambito del procedimento Op1245 ha dimostrato la propria totale inattendibilità e del quale i fatti hanno provato le menzogne dichiarate per interessi personali». La controreplica è affidata a Massari: «La Procura di Milano mi ha convocato, dopo aver pubblicato a novembre il primo articolo, per acquisire in un fascicolo d’inchiesta il contenuto delle chat pubblicate dal nostro giornale e nel libro Magistropoli. Sia nell’articolo, sia nel libro, con la massima chiarezza abbiamo precisato – e lo ribadiamo in questa sede – di non aver preso alcuna posizione sulle chat in questione: non sappiamo se siano autentiche o false e soltanto la Procura di Milano – che in seguito al nostro articolo ha disposto una perizia tecnica sul telefono di Armanna per verificare se si tratti di messaggi autentici oppure manipolati – potrà fornire una risposta e fare chiarezza». E arriviamo alla scorsa settimana. La sintesi dell’accaduto è affidata al Corriere della Sera. Per accorgersi che la chat era un tarocco «non c’è nemmeno stato bisogno di chissà quali ricerche informatiche sul telefono di Armanna, reali o meno che siano i profili di inutilizzabilità giuridica adesso evocati dai vertici della Procura (di Milano) per respingere l’accusa della Procura di Brescia d’aver taciuto prove a favore delle difese». Era stato sufficiente verificare se i numeri fossero davvero di Descalzi e Granata. Attività svolta dal pm milanese Paolo Storari, Il pm, infatti, si fece dare da Armanna il telefonino, mai sequestrato negli anni e «con una semplice interrogazione dall’anagrafe del gestore telefonico» appurò che Descalzi e Granata non avevano mai avuto tali utenze. Fine della storia. Anzi, no: Storari aveva avvisato tutti in Procura ma nessuno ritenne di informare il Tribunale di questa circostanza. Paolo Comi

Da mani pulite a toghe macchiate. Altri due magistrati nei guai a Milano. Inquisiti per non aver esibito carte che avrebbero scagionato gli imputati (assolti) nel processo Eni-Shell Nigeria. Michelangelo Bonessa su Il Quotidiano del Sud l'11 giugno 2021. Altri due magistrati milanesi nel mirino della giustizia. Dopo Paolo Storari, questa volta tocca a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. I due pm milanesi sono indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo Eni/Shell-Nigeria di cui ieri il Tribunale ha depositato le motivazioni dell’assoluzione di tutti gli imputati. Cioè, secondo i loro colleghi, avrebbero volutamente evitato di considerare delle prove che scagionavano gli accusati. Un’ipotesi pesante perché mette in cattiva luce tutta la mega inchiesta sulle presunte tangenti di Eni in Nigeria, un processo su cui la Procura di Milano aveva puntato molto, ma che appunto si è risolto con una sfilza di assoluzioni. E mentre il tribunale sanciva la sconfitta dei pm milanesi, ecco arrivare anche la notizia dei due magistrati indagati dai colleghi di Brescia. L’iscrizione risalirebbe a una decina di giorni fa dopo l’interrogatorio del pm Paolo Storari, pure lui indagato a Brescia per il caso dei verbali dell’avvocato Amara e i contrasti con i vertici del suo ufficio. Un gran brutto momento per la giustizia milanese, già scossa di recente dalle rilevazioni su una presunta congrega segreta di magistrati chiamata “Loggia Ungheria”. E dallo scandalo del fascicolo che sarebbe passato dalle mani del pm Storari a quelle di Piercamillo Davigo che nelle scorse settimane ha provato l’imbarazzante ruolo di chi distingue tra un fascicolo ufficiale e un file word. Lo stesso atteggiamento che di solito hanno avuto molti imputati negli anni d’oro della magistratura e veniva stigmatizzato dalla stampa. Un’inversione dei ruoli che è sistemica: se negli ultimi vent’anni è stata la magistratura a evidenziare e combattere ogni stortura degli altri poteri dello Stato, ora si trova nello scomodo ruolo di protagonista della crisi. E, come dice un avvocato di lungo corso del Tribunale di Milano, “non è un bene per la democrazia che la reputazione della magistratura sia così svilita”. Ma le ultime inchieste e rivelazioni hanno dipinto anche il mondo dei magistrati come un insieme di correnti e fazioni politiche che si combattono senza esclusione di colpi per la spartizione del potere. Un quadro finora riservato solo ai politici. E secondo alcuni il caos in cui versa la Procura di Milano è dato proprio da una serie di cambiamenti in corso: diversi componenti della squadra del procuratore capo Francesco Greco sono in partenza per la Procura europea. E già a livello di organico sarebbe un problema perché si tratta della squadra più esperta in reati finanziari. Inoltre nello stesso tempo lo stesso Greco sta andando in pensione. E questo apre una corsa per una delle poltrone di potere più ambite d’Italia. E c’è un altro dato essenziale in questa complessa matematica del potere: questa volta il procuratore capo di Milano non sarà di sinistra. Dopo gli ultimi due in particolare, Bruti Liberati e Greco, sarebbe un vero cambio di musica. Secondo i maligni la vicinanza dell’attuale Procura agli ambienti di sinistra come l’Amministrazione Sala ha favorito i buoni rapporti tra potere politico e potere giudiziario. Al punto che il capo dei vigili di Milano sarebbe stato preso dagli uffici investigativi del Tribunale proprio su sollecitazione dei vertici della magistratura milanese. Una ricostruzione contestata dal Comune che ha annunciato cause legali, ma anche questo genere di procedimento potrebbe prendere tutta un’altra strada con un diverso capo della Procura. Per ora sembra che i nomi di cui si parla sono quelli di Nicola Grattieri, procuratore di Catanzaro, Giovanni Melillo, già procuratore aggiunto di Napoli, e il più giovane Giuseppe Amato, attuale procuratore di Trento. Improbabile la successione interna con Alberto Nobili al posto di Greco perché il clan Boccassini è in discesa. Né sembra molto papabile il nome di Grattieri perché non sembra gradito agli stessi magistrati in servizio. L’unica opzione che pare valida sarebbe Melillo, ma sulle nomine lo stesso Csm messo duramente in crisi negli ultimi mesi va cauto. Per Milano sarebbe una notizia perché a quel punto sia la Prefettura che la Procura di Milano sarebbero guidati da un uomo del Sud. E visto l’apprezzato lavoro di Renato Saccone come Prefetto, potrebbe essere l’inizio di una sinergia interessante per la terra amministrata dai leghisti. In fondo Milano è composta in gran parte di persone che ci si sono trasferite. Persino il presidente dello storico Asilo Mariuccia è pugliese.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 16 giugno 2021. Il «patto della Rinascente» tra il capo del personale Eni, Claudio Granata, e l'imputato-accusatore di Eni, Vincenzo Armanna, finalizzato a «comprarne» nel 2016 la ritrattazione nel processo Eni-Nigeria con la consegna da Granata ad Armanna (fuori dalla Rinascente di piazza Fiume a Roma) dei punti da ritrattare, non ci sarebbe mai stato. Almeno non nella scena narrata da Armanna (e confermata da Piero Amara) prima in tv a Report nell' aprile 2019 e poi ai pm da luglio in poi. E la Procura di Milano, almeno da fine 2020, l'avrebbe saputo ma non comunicato al Tribunale. Tra gli atti all' esame della Procura di Brescia, infatti, ci sono queste sopravvenute indagini con le quali il pm Paolo Storari avrebbe messo in allarme i colleghi dopo aver escluso, in ciascuno dei giorni possibili tra fine aprile e metà maggio 2016, la presenza di Granata. Escluso come? Incrociando modalità di entrata e uscita dalla sede Eni di San Donato, i badge, le registrazioni delle chiamate a impronta digitale dell'ascensore «presidenziale» nella sede romana (dove restava traccia delle entrate ma non necessariamente delle uscite), le agende di lavoro, le riunioni davvero svoltesi, il controllo delle videoconferenze, la misurazione dei tempi di percorrenza, i tabellini della cooperativa di taxi di Granata, telepass, tabulati telefonici. Dunque senza l'esame di quella copia forense del cellulare di Armanna sulla cui utilizzabilità il procuratore aggiunto De Pasquale il 5 marzo 2021 (poco prima della sentenza) esprimeva forti dubbi in una nota al procuratore Greco e alla vice Pedio (non a Storari). È ben possibile che i capi e gli altri coltivassero un dubbio su ipotetiche finestre temporali a loro parere non del tutto sbarrate dalle verifiche di Storari: ma il punto critico resta la decisione di non offrirle alla valutazione del Tribunale, benché sul «patto della Rinascente» Armanna avesse deposto il 22 luglio 2019 in uno dei 3 giorni di esame dei pm. Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, ha intanto chiesto ai suoi ispettori di acquisire atti in una inchiesta amministrativa «al fine di una corretta ricostruzione dei fatti».

Val.Err. per "il Messaggero" il 16 giugno 2021. Le indagini non dovevano toccare Piero Amara, perché doveva essere convocato al processo Eni-Nigeria e gli accertamenti sui profili di calunnia per le sue dichiarazioni sulla loggia Ungheria dovevano rimanere fermi per non comprometterlo come teste. Emergono altre indiscrezioni su quanto avrebbe denunciato il pm di Milano Paolo Storari alla Procura di Brescia, che ha indagato lui per avere consegnato i verbali di Amara sulla loggia a Davigo e, in un altro procedimento collegato, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro.

LE INDAGINI Il procedimento su De Pasquale e Spadaro per rifiuto di atti d' ufficio, nasce proprio dalle dichiarazioni di Storari, accusato di rivelazione del segreto d' ufficio, chiamato a spiegare perché avesse consegnato, nell' aprile 2020, i verbali dell'avvocato siciliano Piero Amara a Davigo. E la ragione, ha sostenuto Storari davanti al procuratore di Brescia Francesco Prete, era proprio quel precedente accaduto nel processo Eni. Illustrando come i rapporti all' interno della procura di Milano fossero tesi. Storari voleva, a suo dire, tutelarsi dalla «inerzia» dei vertici: il procuratore Francesco Greco e l'aggiunto Laura Pedio. 

LA STRATEGIA Il pm avrebbe così evidenziato una strategia ben precisa messa in atto dai suoi superiori e colleghi, per tenere in piedi le accuse ai vertici Eni. Per questo non potevano essere fatte indagini su Amara, ex legale esterno di Eni, anche se aveva accusato esponenti delle istituzioni, magistrati e politici di far parte di una loggia. E men che meno lo si poteva indagare per calunnia, perché doveva essere convocato in aula nel dibattimento Eni-Nigeria da De Pasquale e Spadaro. Amara, secondo Storari, andava preservato, così come l' ex manager-imputato della compagnia petrolifera italiana Vincenzo Armanna, le cui dichiarazioni accusatorie, si riteneva, potessero contribuire alla vittoria nel processo a carico anche dell' ad Claudio Descalzi. Una partita difficile che ha fatto registrare, invece, una sconfitta per la Procura milanese e ha fatto emergere uno scontro interno agli uffici. Da una parte, in pieno dibattimento, c' è stata la consegna alla magistratura di Brescia di una decina di righe di un verbale in cui Amara gettava ombre sul presidente del collegio Marco Tremolada. Dall' altra, come ha spiegato Storari nel corso dei suoi interrogatori, c' è stato pure il mancato deposito alle parti processuali di atti di sue indagini da cui emergeva che Armanna puntava a gettare «fango» sui vertici di Eni per «ricattarli», come poi ha spiegato lo stesso Tremolada nelle sue motivazioni.

Eni, la chat tra Descalzi e Granata "con numeri di telefono inesistenti". L'inchiesta di Brescia travolge la procura di Milano: hanno nascosto tutto? Libero Quotidiano il 19 giugno 2021. Le chat nel 2013 con Claudio Descalzi, allora direttore generale Eni e oggi amministratore delegato, e il capo del personale Eni Claudio Granata, consegnate nel novembre 2020 da Vincenzo Armanna alla Procura di Milano per dimostrare che le accuse ai vertici Eni erano vere, risultano essere totalmente false. E per accorgersene, riporta il Corriere della Sera, è bastato controllare che quei numeri fossero davvero di Descalzi e Granata. Insomma, non c'è stato bisogno di chissà quali ricerche informatiche sul telefono di Armanna, reali o meno che siano i profili di inutilizzabilità giuridica adesso evocati dai vertici della Procura di Milano, per respingere l'accusa della Procura di Brescia d'aver taciuto prove a favore delle difese. A fine 2020 il pm milanese Paolo Storari si è accorto che quelle utenze nel 2013 non erano di Descalzi e Granata, addirittura nel caso di Descalzi quel numero non esisteva proprio. Ma quando Storari avvisò i suoi capi e i colleghi del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, nel quale il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale aveva valorizzato le "pacificamente vere" affermazioni dell'imputato-dichiarante Armanna, colleghi e capi non ritennero di presentare a Tribunale e imputati la circostanza, sopravvenuta su chat mai prodotte da Armanna nel processo ma pur sempre riguardanti interlocutori (Descalzi e Granata) molto accusati da Armanna nel processo. Il 5 novembre 2020 Storari si fa dare da Armanna il telefonino, che non era mai stato sequestrato. Dentro, in effetti, ci sono le chat del 2013 con Descalzi e Granata: ma sono vere? E, prima ancora, quei numeri almeno esistevano? La risposta è stata poi negativa. E dall'indagine bresciana sembra di capire che Storari ci sia arrivato semplicemente partendo dall'anagrafe di Vodafone.  Insomma, non serviva certo un colpo di genio. 

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 19 giugno 2021. «Ricordati che l'Eni può certamente distruggere chiunque in Italia, sanno tutto di te». Le asserite chat nel 2013 con l'allora direttore generale Eni (oggi amministratore delegato) Claudio Descalzi e il capo del personale Claudio Granata, consegnate per la prima volta nel novembre 2020 da Vincenzo Armanna alla Procura di Milano per dimostrare quanto fossero vere le proprie accuse ai vertici Eni, risultano false. E per accorgersene non c' è nemmeno stato bisogno di chissà quali ricerche informatiche sul telefono di Armanna, reali o meno che siano i profili di inutilizzabilità giuridica adesso evocati dai vertici della Procura per respingere l'accusa della Procura di Brescia d' aver taciuto prove a favore delle difese: è bastato solo verificare se almeno quei numeri fossero davvero di Descalzi e Granata in quel 2013. L' ha fatto a fine 2020 il pm milanese Paolo Storari, nell' inchiesta che insieme al procuratore aggiunto Laura Pedio aveva in corso sui variegati possibili depistaggi Eni: e si è accorto che quelle utenze nel 2013 non erano di Descalzi e Granata, e che anzi nel caso di Descalzi quel numero nemmeno esisteva. Ma quando avvisò i suoi capi e i colleghi del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, nel quale il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale aveva valorizzato le «pacificamente vere» affermazioni dell'imputato-dichiarante Armanna, colleghi e capi non ritennero di presentare a Tribunale e imputati la circostanza, sopravvenuta su chat mai prodotte da Armanna nel processo ma pur sempre riguardanti interlocutori (Descalzi e Granata) molto accusati da Armanna nel processo. È una storia che inizia il 2 novembre 2020 quando un giornalista del Fatto Quotidiano, ai pm che hanno letto l'intervista di Armanna il 30 ottobre, consegna le fotocopie delle chat dategli da Armanna e smentite dagli interessati e da Eni. Il 5 novembre 2020 Storari si fa dare da Armanna il telefonino, mai sequestrato negli anni. Dentro, in effetti, ci sono chat del 2013 con Descalzi e Granata: ma sono vere?  E, prima ancora, quei numeri almeno esistevano? La risposta è no. E dall' indagine bresciana par di capire che Storari vi sia arrivato senza nemmeno grandi colpi di genio investigativo, ma partendo dall' anagrafe Vodafone. Nel caso di Descalzi quel numero di telefono è suo ma dal 2017, fino al 2012 era stato di un ragazzo all' estero, poi tra il 2014 e il 2016 della moglie di un commerciante: ma in mezzo, nel 2012-2014, cioè nel 2013 delle asserite chat di Armanna? Era non attivo - mostra la compagnia telefonica -, intestato a nessun cliente, inabile a produrre alcun traffico voce o dati, e difatti non c' è alcuna fatturazione. Quanto a Granata, il numero è suo ma dal 2018, e prima fino a metà 2013 rientrava in un contratto per più utenze business di un'azienda edile senza nessi con Eni, numero fax associato al telefono del titolare. E dopo metà 2013? Era rimasto uno dei tanti numeri disattivati (e quindi incapaci di generare traffico) nella disponibilità della compagnia prima d' essere (a distanza di almeno un anno) commercialmente riassegnati a nuovi clienti.

Chiesti accertamenti dopo l'inchiesta sui due pm che nascosero le prove. Scandalo Eni-Nigeria, si muove anche il Ministero della Giustizia: inviati gli ispettori dopo l’indagine su Spadaro e De Pasquale. Redazione su Il Riformista il 15 Giugno 2021. Sul caso Eni-Nigeria si muove anche il ministero della Giustizia. Dagli uffici di via Arenula è stata avviata un’inchiesta amministrativa in merito al comportamento tenuto dal procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, attualmente indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio. Il Ministero guidato da Marta Cartabia ha chiesto all’ispettorato di svolgere accertamenti preliminari, al fine di una corretta ricostruzione dei fatti, attraverso l’acquisizione degli atti necessari. Il caso che ha portato ad indagare Spadaro e De Pasquale nasce dal processo sulla presunta tangente pagata dall’Eni, compagnia petrolifera italiana, alla Nigeria. Un processo che si era concluso a marzo con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, ex e attuale amministratore delegato di Eni. Nelle motivazioni depositate dai giudici milanesi si leggeva che “risulta incomprensibile la scelta del Pubblico Ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati”. Il riferimento era ad un video registrato di nascosto dall’ex manager Eni Vincenzo Armanna, imputato nel processo e testimone sulle cui dichiarazioni si era basata buona parte dell’accusa della Procura di Milano, mentre parla con l’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni e noto per le sue dichiarazioni sulla loggia Ungheria, recentemente arrestato per una inchiesta sull’ex Ilva di Taranto. Nel video Armanna rivelava l’intenzione di ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia” ad alcuni dirigenti della società. Secondo l’accusa della procura di Brescia Spadaro e De Pasquale, pur avendo la consapevolezza della falsità delle prove portate dall’ex manager di Eni Armanna, avrebbero omesso di mettere a disposizione delle difese e del Tribunale gli atti. Nella giornata di lunedì gli inquirenti bresciani avevano anche chiesto al Tribunale di Milano di aver copia delle motivazioni, depositate mercoledì scorso, della sentenza del processo Eni-Nigeria conclusosi con 15 assoluzioni.

Caso Eni, scontro interno alla Procura: i pm chiedono un confronto a Greco. Fascicolo disciplinare al Csm per il pm Paolo Storari sul caso verbali di Amara. Simona Musco su Il Dubbio il 15 giugno 2021. Lo scontro interno alla Procura di Milano si allarga. Con la richiesta, da parte di alcuni pm di una riunione per un confronto, dopo la notizia dell’indagine sull’aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro per rifiuto d’atti d’ufficio, in merito alle prove omesse nel processo Eni- Nigeria. La richiesta circola nelle chat interne alla procura, svelando tensioni già nate dopo la sentenza emessa il 17 marzo scorso e acuite a seguito della notizia dell’indagine aperta a Brescia, basata, innanzitutto, sulle dichiarazioni del pm Paolo Storari, anche lui indagato a Brescia per rivelazione di atti d’ufficio, in relazione alla consegna dei verbali dell’ex avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, all’ex togato del Csm Piercamillo Davigo. Ad indispettire le toghe meneghino la mancanza di chiarezza circa quanto sta accadendo in procura, al punto da lamentare di aver avuto informazioni soltanto dai quotidiani. Il procuratore Francesco Greco, a quanto è dato sapere, non avrebbe risposto alle richieste. Dal canto loro, i due pm finiti sotto inchiesta contestano le segnalazioni di Storari, che li aveva informati, via mail, dell’inattendibilità di Vincenzo Armanna, grande accusatore di Eni, inattendibilità sancita anche dalla sentenza del Tribunale di Milano. Per De Pasquale e Spadaro, infatti, le informazioni sarebbero state inutilizzabili in quanto spedite in via informale, sotto forma di documenti word privi di firme. L’indagine bresciana, intanto, va avanti: la procura guidata da Francesco Prete ha infatti chiesto al tribunale di Milano copia delle motivazioni della sentenza Eni- Nigeria, depositate mercoledì scorso, per acquisirla nell’inchiesta sulle due toghe milanesi. Contro Storari il Csm ha avviato intanto l’azione disciplinare, per fare chiarezza sul comportamento assunto nella gestione di quei verbali, poi finiti alla stampa tramite un “corvo” interno al Consiglio superiore della magistratura. Il postino, secondo la procura di Roma, sarebbe l’ex segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto, che sin dal primo momento ha respinto le accuse. Nel frattempo, però, oltre alle faide interne, c’è da risolvere anche un problema di organico: la carenza di pm è infatti ora «aggravata» dall’uscita dei sostituti procuratori nominati alla Procura europea, tra i quali c’è anche Spadaro. E per ridurre il problema, Greco, recentemente ha pubblicato un bando sulla mobilità interna con l’obiettivo di «tamponare» le criticità maggiori. Tra i dipartimenti più in difficoltà ci sarebbe quello che contrasta la “Criminalità organizzata comune”, che avrebbe bisogno di almeno altri tre magistrati.

Eni: pm Storari a procura Brescia, non dovevo toccare Amara. (ANSA il 15 giugno 2021) Non doveva "toccare" con le indagini Piero Amara perché doveva essere convocato al processo Eni-Nigeria e gli accertamenti sui profili di calunnia per le sue dichiarazioni sulla loggia Ungheria dovevano rimanere fermi per non comprometterlo come teste. E' in sintesi quanto avrebbe denunciato il pm di Milano Paolo Storari alla Procura di Brescia che lo ha indagato per rivelazione del segreto di ufficio per aver consegnato al Csm i verbali dell'avvocato per tutelarsi dall"inerzia" dei vertici del suo ufficio. Storari avrebbe detto che per gli stessi motivi sarebbe stato preservato anche Vincenzo Armanna, grande accusatore al processo.

 Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 15 giugno 2021. In gran segreto nel settembre 2018, senza che si sia sinora saputo, il procuratore aggiunto milanese Laura Pedio volò in Nigeria: e - in cerca di riscontri su quanto asserito dall' ex manager Eni Vincenzo Armanna (e confermato di sponda dall' ex avvocato esterno Eni Piero Amara) sul tentativo nel 2016 del numero tre Eni Claudio Granata di fargli ritrattare le accuse mosse nel 2014 a Eni e all'a.d. Claudio Descalzi nell' inchiesta Eni-Nigeria - interrogò l' imprenditore nigeriano Mattew Tonlagha: cioè il titolare della società Fenog (appaltatrice di Eni) di cui Armanna era consulente, e tramite i cui lavori sarebbe passato per Armanna il progetto Eni di comprarne il silenzio. Ma la Procura affrontò quella trasferta senza immaginare che, il giorno prima dell'interrogatorio di Tonlagha, Armanna via chat lo avesse già indottrinato sulle domande che gli sarebbero state fatte dagli inquirenti e, soprattutto, sul cuore della risposta che gli raccomandava di dare: «Tutti devono comprendere che Granata era il vero riferimento di Amara», «che ha cercato di fare pressione su me» tramite te, «che tu non hai accettato», e che per questo Eni ha praticato ritorsioni sulla Fenog. Ma ora dall'indagine della Procura di Brescia emerge che quando questa condotta di Armanna fu messa a fuoco tra fine 2020 e inizio 2021 dall' analisi della copia forense del telefono di Armanna operata dal pm Paolo Storari nella indagine preliminare (tuttora aperta) che aveva in co-delega con Pedio sul «complotto Eni», più volte Storari - ma sempre senza risposta - ne avrebbe sollecitato ai vertici della Procura il deposito nel processo Eni-Nigeria, visto che lì i pm De Pasquale e Spadaro avevano molto investito sull' attendibilità di Armanna anche a proposito dello specifico ruolo di Granata nel farlo ritrattare (ruolo sostenuto sempre pure dal «raddoppio» di Amara). Giorni fa il procuratore Greco ha detto d' aver inviato a Brescia una nota di 11 pagine con cui il vice De Pasquale il 5 marzo 2021 (poco prima della sentenza del 17) gli aveva esposto le «valutazioni critiche» per le quali, con i colleghi Pedio e Spadaro, riteneva quel materiale (trasmesso da Storari ma definito «informale») non producibile in giudizio: un po' per diversità di lettura nel merito, e molto per asseriti profili di inutilizzabilità, essendo ancora in corso un accertamento irripetibile sul cellulare di Armanna.

Il pm indagato per rivelazione del segreto d’ufficio nel caso della loggia Ungheria. Stoccata di Storari alla Procura di Milano: “Non dovevo toccare Amara per il processo Eni Nigeria”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Giugno 2021. Piero Amara non andava toccato da indagini perché doveva essere convocato al processo Eni-Nigeria. Non andava compromesso, insomma, come testimone, con le dichiarazioni sulla cosiddetta loggia Ungheria. È quanto ha raccontato il pm di Milano Paolo Storari alla Procura di Brescia. Storari aveva interrogato con la collega Laura Pedio Amara e quindi aveva preso quei verbali – nei quali si raccontava della loggia segreta che avrebbe unito membri della magistratura, della politica, dell’imprenditoria e via dicendo – e li aveva consegnati all’allora membro del Consiglio Superiore della Magistratura Piercamillo Davigo. Storari è indagato per rivelazione del segreto d’ufficio. Quei documenti erano infatti trapelati alla stampa, ai quotidiani La Repubblica e Il Fatto Quotidiano, e al membro del Csm Nino Di Matteo che, a differenza di Davigo che sulla vicenda aveva intrattenuto solo colloqui informali senza segnalare formalmente il caso alle autorità competenti, ha denunciato quei verbali allo stesso Consiglio difendendo il collega Sebastiano Ardita, coinvolto da quei verbali come membro della fantomatica loggia. Amara ha descritto in un’intervista alla trasmissione Piazza Pulita la loggia come “peggio di un’associazione, è un’associazione a delinquere per abuso d’ufficio, non in modo occasionale, ma come sistema”; e sul dottor Storari che “a mio avviso in questa vicenda pecca solo di una ingenuità cosmica rispetto a quello che è successo, per non qualificarlo altrimenti; sono io che mi sono posto il problema che domani c’è un’esigenza di riscontri”.

L’interrogatorio. Storari ha parlato alla Procura di Brescia – perché competente sulla Procura di Milano – dove Davigo avrebbe ricevuto i verbali dal pm, che aveva detto fin dal primo momento di aver trafficato quei verbali per l’“inerzia” con le quali la Procura stava trattando le dichiarazioni di Amara. Storari ha detto che per gli stessi motivi – gli accertamenti sui profili di calunnia – sarebbe stato preservato anche Vincenzo Armanna, ex manager Eni e grande accusatore al processo Eni-Nigeria.

Dicembre 2019. Raccolte le dichiarazioni di Amara sulla loggia, Storari ha detto di aver chiesto ai vertici dell’ufficio diretto da Francesco Greco di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e tabulati telefonici a riscontro delle parole dell’avvocato siciliano. Non ci sarebbe stata nessuna risposta: ecco quindi l’“inerzia”. Gennaio 2020. Greco e l’aggiunto Pedio portano a Brescia un passaggio di un verbale di Amara nel quale quest’ultimo gettava ombre sul Presidente del collegio del processo Eni-Nigeria, Marco Tremolada, e su presunte interferenze delle difese Eni sul giudice. Sul caso venne aperto un fascicolo che dai pm bresciani in seguito archiviato. L’aggiunto Fabio De Pasquale e dal pm Sergio Spadaro avrebbero quindi chiesto ai giudici di far entrare come testimone nel dibattimento Amara e pure su quelle presunte “interferenze” su Tremolada, mentre il collegio era all’oscuro di quelle dichiarazioni depositate a Brescia, come riporta e ricostruisce l’Ansa. De Pasquale e Spadaro sono attualmente indagati a Brescia per rifiuto di atti d’ufficio: ovvero un video registrato di nascosto in cui l’ex manager di Eni Vincenzo Armanna, imputato nel processo e testimone sulle cui dichiarazioni si era basato il processo Eni-Nigeria, diceva ad Amara, ex legale di Eni, di voler “ricattare i vertici della società petrolifera” annunciando l’intenzione di far arrivare ai pm “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia” ad alcuni dirigenti. 

Il processo Eni Nigeria. Il video sarebbe stato recuperato da un avvocato della difesa in un altro processo, in un’altra città. A marzo scorso il Tribunale di Milano ha quindi assolto in primo grado tutti gli imputati nel processo sulla presunta tangente pagata Eni alla Nigeria, per l’accusa la più grande – per l’acquisizione di Eni e Shell della licenza per esplorare un vasto tratto di mare al largo della Nigeria – mai pagata da un’azienda italiana. Il fatto non sussiste. A processo cinque tra ex ed attuali dirigenti tra cui Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, ex ed attuale amministratore delegato della società, e altri manager di Eni e Shell. 15 imputati in tutto. Anzi, nelle motivazioni dell’assoluzione, depositate dai giudici del Tribunale di Milano, si leggeva come “risulta incomprensibile la scelta del Pubblico Ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati”. Il ministero della Giustizia guidato dalla ministra Marta Cartabia sul caso ha avviato un’inchiesta e chiesto all’ispettorato di svolgere accertamenti. Per Storari, dunque, come da lui messo a verbale, si voleva salvaguardare Amara – che comunque non fu ammesso al dibattimento – da possibili indagini per calunnia perché utile come testimone. E allo stesso modo, per non screditare l’accusatore, le prove raccolte sul manager Armanna, tra cui chat falsificate e molto altro, nel fascicolo cosiddetto “falso complotto Eni”, che non vennero prese in considerazione né depositate nel processo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

De Pasquale, l'ultrà antiberlusconiano che fece condannare il Cavaliere. Stefano Zurlo l'11 Giugno 2021 su Il Giornale. Siamo all'effetto domino. Una procura ne perquisisce un'altra, un pm ne abbatte un altro. Siamo all'effetto domino. Una procura ne perquisisce un'altra, un pm ne abbatte un altro. Eravamo arrivati alle prodezze dell'avvocato Amara, ma adesso siamo già oltre: siamo a Vincenzo Armanna, un gentiluomo che aveva promesso di buttare «una valanga di m...» sull'Eni e su alcuni suoi dirigenti. Peccato che Amara, sì, sempre lui più ubiquo di Padre Pio, l'avesse filmato, registrandone clandestinamente la performance. Nelle cinquecento monumentali pagine appena pubblicate, il tribunale di Milano nell'assolvere l'amministratore delegato Claudio Descalzi se la prende con la procura e con il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale perché non hanno depositato nel processo quel video importantissimo. Ma ormai il gioco va di corsa e ogni giorno c'è una puntata inedita come in tutte le saghe che si rispettino: dunque la procura di Brescia è più avanti del tribunale e addirittura perquisisce il computer di De Pasquale, penetrando nel sancta sanctorum un tempo inviolabile del tribunale di rito ambrosiano. Brescia sospetta che De Pasquale abbia dimenticato di far atterrare nel dibattimento Eni-Nigeria altre chat che documentavano l'opera di intossicazione compiuta da Armanna. Probabilmente non ne sapremmo nulla se non fosse accaduto l'imponderabile: Paolo Storari, il pm che dopo aver litigato per mesi con il suo capo Francesco Greco aveva trafugato i verbali di Amara e li aveva consegnati a Davigo, viene interrogato sul pasticcio Amara e, già che c'è, spiffera i retroscena di Armanna. Brescia mette il turbo. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? È difficile raccapezzarsi col mondo sottosopra. La cronaca ormai la fanno i pm che si azzannano e si delegittimano a vicenda. E in 24 ore gli spunti sono innumerevoli: capita anche che la procura di Potenza - la stessa che in epoca preistorica ammanettò Vittorio Emanuele in un procedimento fragoroso poi puntualmente finito in niente - abbia messo la freccia e superato di slancio l'agguerrita concorrenza - Milano, Brescia, Roma, Perugia - mandando in galera il solito mister double-face Piero Amara, ingabbiato dal gip per i favori fatti all'ex procuratore di Taranto Carlo Capristo. C'è da farsi venire le vertigini. Non è finita: proprio a Potenza emerge che Luca Palamara, che con questa progressione inarrestabile rischia di diventare a sua volta un relitto del passato, si lamentava perché «schiacciato» dal sistema Amara. E a proposito di Amara una domandina banale banale bisogna farsela: come mai a Milano avevano tergiversato per mesi su quei verbali scivolosissimi, in bilico fra rivelazioni e veleni, fra millanterie e squarci di verità, e poi in extremis De Pasquale aveva depositato i verbali dell'avvocato nel traballante processo Eni-Nigeria per irrobustire un'accusa pallida pallida? Ma allora questo Amara è un calunniatore o un pentito? Ed è giusto accelerare, poi frenare e poi ancora accelerare? En passant, a Brescia De Pasquale aveva spedito anche una confidenza del legale che sporcava proprio l'immagine del presidente del collegio, chiamato quindi a valutare l'attendibilità dello stesso Amara. In questo girotondo, tutti naturalmente si difendono: Davigo dice di aver rispettato la legge mostrando quei verbali secretati ai vertici del Csm, Storari voleva difendere la sua indagine, De Pasquale ha spiegato che le carte non consegnate erano «irrilevanti». Si vedrà. Ora si può solo dire che gli equilibri nella magistratura sono saltati. E che il potere conquistato ai tempi di Mani pulite ha dato alla testa. Scatenando nella corporazione una feroce guerra per bande. De Pasquale c'era già ai tempi di Tangentopoli e non aveva un grande feeling con Di Pietro... Aveva illuso l'allora presidente dell'Eni Gabriele Cagliari, poi suicida a San Vittore, che la scarcerazione sarebbe stata imminente? La domanda ritorna ciclicamente ma va detto che ogni ipotesi accusatoria fu a suo tempo archiviata. De Pasquale ha condotto molte indagini con pignoleria, picchi di bravura e rigidità che hanno innervosito più di un legale. Sul petto porta, come molti colleghi di prima fascia, la medaglia luccicante dell'antiberlusconismo: fu lui a sostenere in primo grado l'accusa contro il Cavaliere nel dibattimento sui diritti tv, poi approdato alla condanna definitiva per frode firmata in Cassazione da Antonio Esposito. Oggi è lui a ritrovarsi indagato. «Il bello - dice uno che la sa lunga come Carlo Nordio, il pm veneziano oggi in pensione - deve ancora venire». Frase che sintetizza con sobria perfidia quel che sta succedendo, ma anticipa anche come una profezia quel che ancora potrebbe accadere. Attendiamoci altri scossoni. Stefano Zurlo

Fabio De Pasquale e la promessa a Gabriele Cagliari: "Lei me l'ha messo in c***, io devo liberarla". Non lo fece e il manager si suicidò. Filippo Facci su Libero Quotidiano l'11 giugno 2021. Noi facciamo spallucce. Le facciamo da quando lo vedemmo mangiare con le mani in un ristorante africano in zona Buenos Aires (Milano) e da quando aveva i capelli lunghi e perseguiva i «potenti» prima, durante e dopo Mani Pulite. Non abbiamo bisogno di ricordare Fabio De Pasquale nella versione «il capitalismo è una cosa sporca», come disse al Giornale del 10 ottobre 1996, o quando giudicò «criminogeno» il Lodo Alfano sulla giustizia, nel settembre 2008. Noi ricordiamo altre cose: il suo essere di sinistra, che mai nascose; l'inchiesta sui fondi neri Assolombarda (1992-93) quando l'intero Parlamento, sinistre e forcaioli compresi, respinsero le richieste di autorizzazione a procedere per Altissimo e Sterpa (liberali) e per Del Pennino e Pellicanò (repubblicani) chieste da un magistrato, lui, il cui intento fu giudicato «persecutorio» dall'intero arco costituzionale. Ma il nostro pezzo prediletto resta quando disse al detenuto e manager Eni Gabriele Cagliari: «Lei me l'ha messo in culo, io devo liberarla», e poi no, non lo liberò, e lui si suicidò: ma questo resta il pezzo forte, lo teniamo per dopo. Prima c'è da ricordare quando De Pasquale inquisì Giorgio Strehler e chiese la pena massima (1993) dopodiché il regista disse che non sarebbe più rientrato in Italia, se non da assolto: infatti lo fu («per non aver commesso il fatto») e le 52 cartelle di motivazioni sono del 1995, mentre la morte di Strehler a Lugano (che non è in Italia) è del 1997. Non fece mai parte del pool Mani Pulite, anzi, lui e gli altri pm non andavano d'accordo per niente. Si ricorda, nel tardo settembre 1993, un suo litigio furibondo con Antonio Di Pietro: era successo che un latitante, sbarcato a Linate, si era consegnato a Di Pietro nonostante fosse ricercato da De Pasquale. Volarono urla, al pm più famoso d'Italia furono ricordate certe sue frequentazioni. La futura moglie di Di Pietro, Susanna Mazzoleni, denunciò che un capitano che collaborava con De Pasquale le aveva rivolto insinuanti domande sulle frequentazioni del marito. Per uno degli episodi più raccapriccianti di quel periodo, poi, aveva preso le distanze anche il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli. Su mandato d'arresto del pm De Pasquale, la tarda sera del 28 maggio 1992, 14 agenti irruppero a casa dell'ex assessore regionale socialista Michele Colucci a mitragliette spianate; intanto, davanti alla caserma della Guardia di Finanza di via Fabio Filzi, in trepidante attesa, bivaccavano parenti, amici, giornalisti, fotografi, cameramen e una piccola folla di curiosi. La via era transennata e illuminata a giorno, circolavano panini e birre, le auto con a bordo gli arrestati rallentarono a cinquanta metri dal bivacco per dar modo alla stampa di prepararsi, poi ripartirono a sirene spiegate non transitando però dal passo carraio, come normale, bensì bloccandosi davanti all'ingresso pedonale così da far sfilare gli arrestati uno ad uno. E fu ressa, flash, spintoni, parenti e fotografi ad azzuffarsi: l'arrestato Colucci, malfermo sulle gambe, fu trascinato a braccia nella calca e appena entrato in caserma crollò a terra per un edema polmonare. Venne a prenderlo un'ambulanza e il poveretto venne fatto ripassare in barella tra le forche caudine della stampa: la folla si strinse attorno a un corpo privo di sensi, coperto da un lenzuolo, e un giornalista gli piazzò il microfono davanti alla mascherina dell'ossigeno. Un discreto schifo. In precedenza, De Pasquale aveva ottenuto per Colucci il provvedimento del confino, soluzione adottata di norma per i mafiosi: poi, arrestato, le sue condizioni si fecero drammatiche, ma l'atteggiamento di De Pasquale rimase inflessibile, tanto che fece di tutto per farlo finire comunque a San Vittore anziché in ospedale. La figlia di Colucci, giornalista della Rai, fece un pubblico appello che fu raccolto anche da politici e da giornalisti come Gad Lerner. Michele Colucci si fece nove mesi di carcerazione detentiva e poi fu prosciolto in Cassazione. Dopo quell'episodio legato all'indagine sui fondi Cee (che ebbe percentuali d'assoluzione mostruose) Borrelli vietò i preannunci degli arresti da parte delle forze dell'ordine. Poi vabbeh, c'è il caso Cagliari, e noi facciamo spallucce, dicevamo: perché per noi Fabio De Pasquale era e resta quello lì, e non ce ne frega niente se gli ispettori ministeriali scagionarono il magistrato. Fu «indagato» per l'indagine di allora, Eni-Sai, e potrebbe esserlo per quest' altro processo, Eni-Nigeria: ma è un magistrato, punto. Ai tempi, comunque, il 15 luglio 1993, l'indagato galeotto ed ex presidente Eni Gabriele Cagliari rese una confessione che incontrò le attese di De Pasquale (ossia menzionò Craxi) e il pm spiegò quindi ai legali che Cagliari presto avrebbe lasciato il carcere. De Pasquale cambiò idea il giorno dopo, ma non avverti neppure la difesa: si limitò a passare al gip un parere ancora una volta negativo e qualcuno avverti i giornalisti, tanto che il giorno dopo l'avvocato di Cagliari apprese dalla radio che il pm si era rimangiato la promessa, e che l'indomani sarebbe partito per le vacanze, in Sicilia. Cagliari poi si ammazzò soffocandosi con un sacchetto di plastica. Dai verbali di Vittorio D'Aiello, legale di Cagliari, davanti agli ispettori ministeriali: De Pasquale «disse al Cagliari che avrebbe dato parere favorevole alla sua libertà, affermando espressamente rivolto al Cagliari: "Lei me l'ha messo in culo, ma io devo liberarla"». Dalle conclusioni degli stessi ispettori, paragrafo IV: «È mancato quel massimo di prudenza, misura e serietà che deve sempre richiedersi quando si esercita il potere di incidere sulla libertà altrui». E noi facciamo spallucce, perché ricordiamo anche la disperata reazione di De Pasquale, spaparanzato a Capo Peloro: «Non ho rimorso per quello che ho fatto... No, non mi sento in colpa. Ho svolto il mio lavoro basandomi sulla legge... E poi non ho fatto quella promessa. È paradossale: io sono contrario alla carcerazione preventiva». Paradossale, De Pasquale fu ufficialmente mollato da cronisti e procura. Francesco Saverio Borrelli fu visto piangere. «Non si può promettere e non mantenere» ebbe il coraggio di dire Di Pietro, che di quella massima aveva fatto una regola di vita. La riabilitazione di Fabio De Pasquale cominciò quando fece condannare Craxi (1996) e divenne santificazione, soprattutto su Corriere e Repubblica, quando fece condannare Silvio Berlusconi (2010) dopo che, dal 2003, aveva imbastito tre processi contro di lui. Ora la ruota torna a girare, ma sino a un certo punto. Dicevamo è un magistrato.

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 2 luglio 2021. Negli anni d' oro del governo di Giuseppe Conte, Fabio De Pasquale era considerato al ministero di Giustizia il simbolo della lotta alla corruzione internazionale. Ora, con l'arrivo a Palazzo Chigi di Mario Draghi e Marta Cartabia, l'aria sembra molto cambiata. L' anno scorso, infatti, il pm di Milano - titolare insieme con Sergio Spadaro di diverse inchieste sull' Eni di Claudio Descalzi - era stato scelto dall'ex ministro Alfonso Bonafede come referente per l'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. Ogni anno questa istituzione internazionale deve stilare un rapporto sugli Stati e il modo in cui adottano misure di contrasto alla criminalità organizzata come alla cosiddetta mafia dei colletti bianchi. Per il grillino Bonafede l'immagine da mostrare al mondo doveva essere quella della pubblica accusa dell'inchiesta Eni-Nigeria e della presunta tangente da 1 miliardo di dollari. La stessa Procura di Milano pare volesse puntare molto su questo incontro. Sarebbe stata l'occasione per dimostrare l'operosità della macchina giudiziaria meneghina, simbolo sin dai tempi di Tangentopoli della lotta al malaffare. Per di più avrebbe dato lustro al capo Francesco Greco, ormai prossimo alla pensione. Così, come già anticipato dalla Verità nelle scorse settimane, da 19 al 23 luglio prossimi si sarebbero dovuti svolgere a Milano una serie di incontri tra il segretario generale dell'Ocse e la Procura milanese: l'appuntamento è saltato e rinviato a data da destinarsi su decisione dell'Ocse e del ministero. De Pasquale avrebbe dovuto fare gli onori di casa, insieme con lo stesso Greco. Agli incontri sarebbero stati presenti anche altri magistrati milanesi (tra cui lo stesso Spadaro ora distaccato alla Procura europea) esponenti delle forze dell'ordine, membri dell'Ong Trasparency Italia (invitati da De Pasquale) e persino i consulenti Marco Masciovecchio di Pwc, Oriana Roncarolo di Deloitte e Stefano Martinazzo di Axerta. Ma è tutto saltato. Come mai? A marzo di quest' anno il processo del secolo sul giacimento petrolifero Opl 245 è finito con una raffica di assoluzioni in primo grado. I giudici hanno stabilito che «il fatto non sussiste». Nemmeno 3 mesi dopo sono arrivate in appello anche le assoluzioni per i presunti intermediari della tangente, Emeka Obi e Gianluca Di Nardo. Nel mentre la Procura generale di Milano ha demolito tutto l'impianto della pubblica accusa, criticando duramente le modalità di indagine di De Pasquale e Spadaro. A questo si sono aggiunte anche le motivazioni della sentenza di primo grado del collegio presieduto da Marco Tremolada. È stato evidenziato l'utilizzo di testimoni poco credibili (l'ex manager Eni Vincenzo Armanna o l'avvocato Piero Amara) come diverse lacune nella produzione delle prove. Basta ricordare il caso del video scomparso del luglio del 2014 e riapparso per miracolo nel 2019, le chat false o ancora i pagamenti di testimoni da parte dello stesso Armanna. Anche per questo motivo è stato aperto un fascicolo alla Procura di Brescia, dopo gli interrogatori del procuratore aggiunto Paolo Storari: De Pasquale e Spadaro sono ora indagati per rifiuto d' atti d' ufficio sul materiale probatorio del processo Opl 245. Insomma l'inchiesta che doveva rappresentare la lotta alla corruzione dell'Italia nel mondo è diventato un boomerang, tanto che ora potrebbero partire cause di risarcimento milionarie contro la stessa Procura di Milano. In questi mesi al ministero era circolato un certo imbarazzo sulla visita dell'Ocse. Ma a togliere le castagne dal fuoco è intervenuta proprio l'organizzazione internazionale che nei giorni scorsi ha inviato una comunicazione al ministro Cartabia: la visita non si può più fare per via della pandemia. Così mercoledì mattina dal ministero è partita una lettera destinata a Greco e De Pasquale, dove si spiega «l'impossibilità di svolgere la visita in programma dal 19 al 23 luglio 2021 e la conseguente necessità di posticiparla». La ragione, scrivono dal ministero sottolineando «il loro rammarico», è collegata «alle restrizioni assunte dal segretario dell'Ocse che ha esteso il divieto di viaggi all' estero per il suo personale sino alla data del 31 agosto 2021». E pensare che erano già stati riservati i locali della Fiera di Milano, con misure di sicurezza e distanziamento adeguate. Dal dicastero di Marta Cartabia fanno comunque sapere che ci sarebbe ancora la possibilità di rinviare a ottobre, anche se si specifica che ci sarebbe uno slot più plausibile dal 10 al 14 gennaio 2022: difficile far combaciare le agende degli esperti degli Stati valutatori, Stati Uniti e Germania. Insomma l'incontro potrebbe finire come il processo Eni Nigeria. Anche perché a palazzo di giustizia c' è chi fa notare che si sarebbe potuto svolgere online e che era stato organizzato quando la pandemia divampava in Europa: ora ci sono gli stadi pieni per gli Europei di calcio. A De Pasquale non è rimasto che comunicare a tutti i partecipanti la decisione dell'Ocse. Sarà per la prossima volta, se mai ci sarà.

Alessandro Da Rold per “la Verità” l'11 giugno 2021. Secondo l'ex ministro pentastellato Alfonso Bonafade, era il magistrato simbolo dell'anticorruzione, tanto da essere scelto lo scorso anno come rappresentante dell'Italia di fronte all' Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo). Ma adesso Fabio De Pasquale, una carriera a inseguire la corruzione in Eni con scarsi risultati, si ritrova indagato dalla Procura di Brescia per rifiuto e omissioni d' atti ufficio insieme con il collega Sergio Spadaro, quest' ultimo invece appena nominato alla Procura europea antifrode. Lunedì sono stati perquisiti i computer dei due procuratori, un evento che non si era mai verificato nella Procura di Milano, dove sono transitati processi che hanno caratterizzato la storia politica italiana ma da ormai 10 anni dilaniata da guerre intestine, prima con Edmondo Bruti Liberati e ora con Francesco Greco. Oltre a nascondere un video dove l'avvocato Piero Amara e l'ex manager Eni Vincenzo Armanna spiegavano come sfruttare il processo Opl 245 per i loro tornaconti personali («Faccio arrivare la valanga di m»; «mi adopero per l'avviso di garanzia»), i due magistrati titolari dell'accusa sarebbero stati anche a conoscenza del pagamento di uno dei testimoni. E non di un teste qualsiasi, ma di Isaak Eke, quello che secondo Armanna aveva visto la consegna di una parte della presunta tangente da 1 miliardo di dollari consegnata al dirigente Eni Roberto Casula. De Pasquale e Spadaro dovranno ora spiegare come è stato gestito il processo sul giacimento petrolifero nigeriano, dove Eni, Shell e tutti gli imputati sono stati assolti dalle accuse di corruzione internazionale «perché il fatto non sussiste». Le accuse per i 2 sono molto pesanti. E sono già state depositate a Palazzo dei Marescialli, sede del Csm e in Cassazione. Per di più rischiano di pagare di tasca propria le cause di risarcimento danni che gli avvocati degli imputati di Opl 245 stanno già preparando: lo Stato potrebbe stanziare i risarcimenti ma poi la Corte dei conti potrebbe rifarsi proprio su De Pasquale e Spadaro. Secondo il pm Francesco Prete, titolare dell'indagine, i 2 magistrati sarebbero stati consapevoli della falsità delle prove portate da Armanna in aula, nel corso del dibattimento. E avrebbero omesso di mettere a disposizione delle difese e del Tribunale gli atti proprio su queste falsità. Non solo. Sarebbero stati persino a conoscenza del fatto che Armanna, il principale accusatore dell'amministratore delegato Claudio Descalzi, aveva pagato 50.000 dollari il teste Isaac Eke. A informali su quest' ultimo fatto era stato Paolo Storari (anche lui indagato a Brescia per i verbali della loggia Ungheria), il procuratore che indagava sul falso complotto Eni (su Amara e Armanna quindi) e che aveva accusato i vertici della Procura milanese di inerzia nelle sue indagini. A emergere è un quadro a tinte fosche. Storari, grazie alle sue indagini, aveva capito cosa stava succedendo intorno al processo Opl e aveva informato De Pasquale e Greco. Ma non era cambiato niente, forse per non far crollare l'intero impianto dell'accusa. La vicenda però getta più un dubbio sui come si sia realmente svolto in questi anni il processo di Milano su una delle aziende più importanti e strategiche del nostro Paese. Anche perché intorno a Isaak Eke, il testimone chiave che secondo Armanna aveva visto 50 milioni di dollari della tangente, si sprecarono diverse udienze. L'ex manager Eni, infatti, sosteneva infatti che un alto dirigente della polizia era pronto a collaborare e a confessare. Nel 2019 era stato indicato come Victor Nawfor. Poi nel 2020 era stato identificato come Isaak Eke, con tanto di lettera autografata dove si diceva che era pronto a testimoniare. Ma poi in aula aveva negato di aver visto tangenti e di conoscere Armanna. Il balletto sui «Victor» durò qualche mese. Alla fine De Pasquale e Spadaro indagarono Eke per falsa testimonianza. Ma a pesare è soprattutto il video del 28 luglio 2014. Nelle motivazioni della sentenza che assolve i vertici di Eni si scopre che nell' udienza del 23 luglio 2019 il collegio apprese, grazie a Giuseppe Fornari, avvocato di Casula, di una videoregistrazione di un incontro tra Amara, Armanna, Andrea Peruzj e Paolo Quinto, questi ultimi due vicini al mondo del Partito democratico: il primo era nella Fondazione Italianieuropei di Massimo D' Alema mentre il secondo era assistente della senatrice Anna Finocchiaro. In quell' incontro emerge chiaramente la strategia di vendetta di Armanna, che era stato appena licenziato da San Donato nel 2013 per spese gonfiate e non giustificate. I giudici della Corte scrivono appunto che «risulta incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare il video con il rischio di eliminare dal processo un dato di estrema rilevanza». Il video, effettuato negli uffici dell'azienda di Ezio Bigotti, sulla quale La Verità è stata l'unica a scrivere, sequestrato dai carabinieri di Torino, fu trasmesso alla Procura di Roma il 13 luglio 2015 e da questa alla Procura di Milano il 10 maggio 2017. Per 2 anni è rimasto chiuso nei cassetti della Procura. Quando il 23 luglio 2019 spuntava il video omesso dalla pubblica accusa, la Procura di Milano, per correre ai ripari, organizzava un documento, firmato dal capo Francesco Greco (del quale La Verità è venuta in possesso) per far figurare che la famosa videoregistrazione del 28 luglio 2014 (inserita nel fascicolo complotto 12333/17 Pedio -Storari che ora la Procura generale di Milano vuole avocare) era stata trasmessa da Pedio e da Storari a Greco proprio il 23 luglio 2019 e lo stesso giorno da Greco a De Pasquale e Spadaro i quali, sempre il 23 luglio 2019 lo mettevano a disposizione dei difensori. Peccato che proprio questi ultimi ne erano già venuti in possesso grazie a Fornari. Ma la toppa potrebbe essere peggio del buco. A pochi mesi dalla scadenza di Greco, la Procura di Milano affronta forse una delle sue fasi più difficili della sua storia recente. Ieri in una nota la Procura ha difeso la «professionalità» dei colleghi, spiegando che De Pasquale e Spadaro avevano espresso il 5 marzo le loro valutazioni critiche sul materiale ricevuto da Storari.

Eni, Amara la registrazione nascosta: tutta la procura di Milano sapeva (da 4 anni), uno scandalo esplosivo. Paolo Ferrari su Libero Quotidiano l'11 giugno 2021. Tutta la Procura di Milano sarebbe stata a conoscenza della videoregistrazione, effettuata in maniera clandestina dall'avvocato Pietro Amara il 28 luglio 2014, che ha contribuito a scagionare i vertici dell'Eni dall'accusa di corruzione internazionale. La circostanza emerge da una nota firmata direttamente dal procuratore di Milano Francesco Greco. Dalla videoregistrazione, avvenuta all'interno degli uffici romani del manager piemontese Ezio Bigotti, poi coinvolto nell'indagine Consip, si nota senza possibilità di dubbio come Vincenzo Armanna, ex dirigente dell'Eni, stesse pianificando una attività denigratoria contro i vertici del colosso petrolifero. Armanna, licenziato in tronco a causa di 300mila euro di rimborsi spese non giustificati l'anno prima, vedeva un ostacolo ai suoi progetti nel nuovo management. Nella registrazione si sente in maniera nitida Armanna parlare di un «avviso di garanzia» che doveva arrivare ai manager di Eni. Armanna aveva interesse a «cambiare i capi della Nigeria» per sostituirli con uomini di suo gradimento ed essere così agevolato negli affari. Lo strumento per attuare questo piano era quello di gettare discredito sulle persone giudicate di ostacolo e, appunto, «far arrivare loro un avviso di garanzia». Ed infatti Armanna si presenterà dopo due giorni, il 30 luglio 2014, in Procura per accusare di corruzione l'amministratore delegato Claudio Descalzi, diventando così il principale teste d'accusa nel processo Eni-Nigeria. ll 23 luglio 2019, in pieno dibattimento, il difensore di uno degli imputati faceva presente al collegio che in altro procedimento, fra gli atti depositati dalla Procura, vi fosse un verbale della Guardia di finanza in cui si dava atto dell'esistenza di questa videoregistrazione. Lo stesso giorno, sicuramente una coincidenza, il procuratore Francesco Greco decideva allora di trasmettere il "supporto informatico" all'aggiunto Fabio De Pasquale che stava rappresentando l'accusa. Ma dove si trovava questa videoregistrazione? Nel fascicolo 12333/17, assegnato all'altro aggiunto Laura Pedio, quello dove poi, alla fine del 2019, verranno inserite le dichiarazioni di Amara sulla Loggia super segreta Ungheria. Dichiarazioni, si ricorderà, consegnate dal pm Paolo Storari a Piercamillo Davigo a marzo del 2020 proprio a causa della "inerzia" dei suoi capi a svolgere accertamenti sulla loro veridicità. Domanda? Come è possibile che un fascicolo iscritto nel 2017 sia ancora pendente nella fase delle indagini preliminari? Ma quanto durano le indagini in questo Paese? Alla faccia dell'inerzia. Va bene che la prescrizione è stata abolita dall'allora ministro Alfonso Bonafede, e quindi si può indagare senza soluzione di continuità, però un limite sarebbe auspicabile. Che qualcosa non torni in questa vicenda lo dimostra la volontà del procuratore generale di Milano Francesca Nanni nei giorni scorsi di avocare il fascicolo in questione. Ma oltre all'avocazione qui ci sarebbero elementi per un disciplinare al Csm. Sarebbe auspicabile che la ministra della Giustizia Marta Cartabia inviasse una ispezione a Milano per capire cosa stia succedendo. Greco, prossimo alla pensione, non avrebbe conseguenze, ma per gli altri pm sarebbe diverso.

Caso Eni, alla procura europea andrà il pm accusato di aver omesso le prove. Si tratta del pm milanese Sergio Spadaro, indagato insieme al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale dalla procura di Brescia per rifiuto d'atti d'ufficio, nell’ambito del processo ai vertici Eni. Simona Musco su Il Dubbio il 12 giugno 2021. Tra i magistrati della neonata procura europea ce ne sarà uno indagato per aver omesso delle prove decisive in un processo. Si tratta del pm milanese Sergio Spadaro, indagato insieme al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale dalla procura di Brescia per rifiuto d’atti d’ufficio, nell’ambito del processo ai vertici Eni conclusosi a marzo scorso con l’assoluzione di tutti gli imputati. La grana interna alla procura di Milano rischia di diventare, dunque, un affare europeo. E ora le eventuali conseguenze disciplinari che verranno assunte dal Csm, che ha già ricevuto tutte le informazioni del caso sulla vicenda, dovranno anche essere comunicate al procuratore capo dell’Eppo. Spadaro è uno dei sei pm milanesi scelti dal Csm per ricoprire il ruolo di procuratori europei delegati e occuparsi di perseguire i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. Oltre a lui sono stati scelti Gaetano Ruta, Donata Costa, Giordano Baggio, Adriano Scudieri ed Elisa Moretti, che andranno a ricoprire tale ruolo assieme ad altri 14 colleghi italiani. E ben tre su sei – Spadaro, Ruta e Costa – provengono dall’ufficio diretto dall’aggiunto milanese Fabio De Pasquale, ovvero il dipartimento Affari internazionali – Reati economici transnazionali. In sede di votazione al plenum del Csm, Spadaro è colui che ha ottenuto il punteggio più alto, assieme a Baggio e Costa, per aver dimostrato di «possedere un profilo che coniuga una lunga, qualificata e continuativa esperienza nella conduzione di indagini per reati che rientrano nelle specifiche competenze della Procura Europea e un’altrettanta significativa competenza nella cooperazione giudiziaria in materia penale». Ai tre, dunque, è stato attribuito un punteggio complessivo di 9, per essersi «occupati con continuità ed esclusività di tali materie tanto da potersi definire degli “specialisti” del settore». In base al regolamento dell’Eppo, nei casi in cui i procedimenti disciplinari vengano promossi in ambito nazionale, «al fine di tutelare l’integrità e l’indipendenza» della procura europea, «è opportuno che il procuratore capo europeo sia informato della rimozione o di eventuali provvedimenti disciplinari». Il collegio dell’Eppo può procedere alla rimozione dall’incarico nei casi in cui il procuratore europeo delegato «non è in grado di esercitare le sue funzioni o ha commesso una colpa grave». Inoltre, «il collegio può rigettare la designazione qualora la persona designata non soddisfi i criteri» previsti dal regolamento interno. Non è possibile, invece, che sia lo Stato membro a rimuovere dall’incarico magistrato europeo o adottare provvedimenti disciplinari nei suoi confronti per motivi connessi alle responsabilità che gli derivano dal regolamento dell’Eppo. «Se il procuratore capo europeo non dà il suo consenso – continua il regolamento -, lo Stato membro interessato può chiedere al collegio di esaminare la questione». Come noto, Spadaro (insieme a De Pasquale) è indagato per non aver depositato alcune prove nel processo sul caso Eni-Nigeria. Tutto partirebbe dall’interrogatorio di Paolo Storari, anche lui pm della procura meneghina e indagato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio per aver consegnato i verbali dell’ex avvocato esterno dell’Eni, Paolo Amara, all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Storari ha infatti comunicato ai pm di Brescia di aver informato i due colleghi di alcune circostanze relative alla posizione di Vincenzo Armanna, grande accusatore di Eni, che – secondo quanto emerso dalla sentenza di assoluzione dei dirigenti della società petrolifera accusati di aver versato una maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245 – avrebbe in realtà agito con lo scopo di screditare e gettare fango sulla compagnia. Storari, che assieme all’aggiunta Laura Pedio stava interrogando Amara nell’inchiesta sul “Falso complotto Eni”, avrebbe inviato alcune mail ai vertici dell’ufficio evidenziando l’inattendibilità dell’ex manager Armanna, sostenendo che sentirlo ancora a verbale sarebbe stato dannoso per le sue indagini. Storari avrebbe illustrato il proprio punto di vista non solo a De Pasquale e Spadaro, ma anche al procuratore Francesco Greco e all’aggiunta Pedio. In quelle mail il pm segnalava di aver trovato nel telefono di Armanna delle chat dalle quali sarebbe emerso come quest’ultimo avesse versato 50mila dollari al teste Isaak Eke per fargli rilasciare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni coimputati. Tuttavia, nel processo sono state poi depositate dalla difesa di Armanna solo le presunte chat «false» che la stessa aveva già prodotto a De Pasquale e Spadaro. Tra i messaggi scovati da Storari anche la richiesta di Armanna ad Eke di restituire il denaro. Spadaro e De Pasquale, assieme all’aggiunta Pedio, non risposero mai a Storari, ma inviarono una nota di 11 pagine a Greco, sostenendo invece che quei 50mila dollari fossero un compenso promesso da Armanna all’amico poliziotto per recuperare in Nigeria un file che gli stava a cuore. I due pm, inoltre, criticarono la legittimità procedurale nell’acquisizione di quelle chat da parte di Storari. Si trattava, inoltre, di materiale «informale» e «oggetto di indagini ancora in corso». Tra le prove non finite a processo anche il video favorevole agli imputati girato da Amara, che dimostrerebbe il tentativo di Armanna di screditare i vertici della compagnia, video che la procura di Brescia ha chiesto di acquisire. A scoprire il video, del tutto casualmente, la difesa di uno degli imputati in un altro processo, chiedendone conto, in aula, ai due pm. E lì De Pasquale ha ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuta non rilevante». Comportamento censurato dai giudici, che hanno definito in sentenza «incomprensibile» quella scelta. Gli stessi giudici che nelle motivazioni delle assoluzioni hanno definito inattendibile Armanna, così come sostenuto da Storari, affermando che lo stesso avrebbe «utilizzato gli strumenti processuali per finalità personali, arrivando ad orchestrare un impressionante vortice di falsità».

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 10 giugno 2021. L' altra sera in tv, Piercamillo Davigo ha spiegato, con la perentorietà da tutti conosciuta, che in un processo non esiste alcuno svantaggio tra accusa e difesa, perché il pm è punito se non dice o occulta la verità, mentre l'avvocato dell'imputato può essere condannato proprio se davanti alla Corte racconta fatti veri che possono danneggiare il suo cliente. Tradotto, secondo l'ex esponente del pool di Mani pulite, il vantaggio ce l'hanno i legali, perché il pubblico ministero è al servizio della legge, mentre i difensori sono al servizio di interessi privati e dunque, in udienza, possono anche raccontare balle. La sentenza tv dell'ex capo di Autonomia e indipendenza, una delle correnti della magistratura, non ammette dubbi: «Sapendo che l' imputato è innocente, se un pm ne chiede la condanna commette il delitto di calunnia. E se sostiene questa sua richiesta con atti falsi, redatti da lui o da altri, commette il delitto di falso ideologico o di falso in atto pubblico». Chiaro, no? La pubblica accusa non può fabbricare prove, non può omettere qualche cosa, non può accusare un innocente sapendo che è innocente. Ad ascoltare Davigo, sembra tutto perfetto, tutto al di sopra delle parti, tutto a tutela dell'imputato. Un modello da prendere a esempio, così come avrebbe fatto il Consiglio d' Europa, raccomandando agli Stati membri di imparare dall' Italia, Paese che, pur disponendo della giustizia più lenta del mondo, pur avendo un arretrato processuale di anni, pur mandando in prescrizione una montagna di reati, sarebbe un sistema che funziona proprio per le garanzie nei confronti dell'imputato e per la competenza dei suoi magistrati. Peccato che appena finito di ascoltare le parole di Davigo, uno poi legga la sentenza con cui il tribunale di Milano ha mandato assolti i vertici dell'Eni accusati di aver pagato una tangente miliardaria ad alcuni uomini politici e faccendieri nigeriani. Tra le motivazioni del proscioglimento, c' è un passaggio da brivido: nel documento di 482 pagine, i giudici della VII sezione penale scrivono che la Procura avrebbe omesso di depositare fra gli atti del procedimento «un documento che, portando alla luce l'uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell'auspicata conseguente attivazione dell'autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati». In pratica, i giudici spiegano che senza il deposito di quel documento sarebbe stato sottratto «alla conoscenza delle difese e del tribunale un dato processuale di estrema rilevanza». Cioè il giudizio sarebbe stato viziato dall' occultamento di una prova a favore degli imputati. Alcuni lettori probabilmente ricorderanno di che cosa io stia parlando, perché La Verità è stato l'unico giornale che quel documento lo ha raccontato quando ancora nessuno o quasi ne conosceva l'esistenza. Si tratta di un video registrato dall' avvocato Pietro Amara, ossia di colui che l' altro ieri la Procura di Potenza ha fatto arrestare, in cui è possibile ascoltare una conversazione con Vincenzo Armanna, ex dirigente dell' Eni che insieme al succitato legale è stato uno dei testimoni chiave dei pm di Milano contro i vertici della società petrolifera. Nella registrazione, Armanna, che due giorni dopo si recherà in Procura accusando i manager del gruppo, manifesta l'intenzione di «ricattare» i vertici del cane a sei zampe, preannunciando l' intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare «una valanga di merda» e «un avviso di garanzia» all' amministratore delegato e ai suoi colleghi. In sostanza, si capisce che Armanna aveva «interesse a cambiare i capi dell' Eni per sostituirli con uomini di suo gradimento, così da poter essere agevolato in alcuni affari petroliferi che stavano a cuore a lui e a Pietro Amara». Vi state perdendo nel guazzabuglio di nomi? Niente paura, per un po' ho faticato anche io a raccapezzarmi. In poche parole, due tizi si dicono pronti a vuotare il sacco con i pm, per poter togliere di mezzo chi li intralcia, un intento che non pare certo quello di fare giustizia, ma semmai di fare affari. Scrivono i giudici: «L' intenzione era quella di gettare un alone di illiceità sulla gestione da parte di Eni». Peccato che questa prova chiave, che avrebbe dovuto chiarire tutto fin da subito, evitando un processo dispendioso e un impegno di risorse pubbliche, i pm non l' hanno prodotta, dimenticandosene inspiegabilmente, e dunque il testimone dell' accusa animato da così poco disinteressate intenzioni, ha potuto trascinare per anni un procedimento che probabilmente non sarebbe mai dovuto neppure iniziare. Dunque torniamo all' inizio, alla parola di Davigo pronunciate in tv senza contraddittorio, così sicure, ma così lontane dalla realtà se messe a confronto con ciò che accade in certe aule di giustizia. Una cosa tuttavia appare certa: il Guardasigilli, Marta Cartabia, ha un' occasione formidabile. Mai come in questa stagione, dopo lo scandalo Palamara, dopo le vicende che hanno inguaiato il Csm, dopo gli arresti di magistrati corrotti, si è sentito il bisogno di una riforma che faccia in modo che la legge sia davvero uguale per tutti. Anche per i magistrati.

La lenta agonia della Procura di Milano. L’agonia della procura di Milano: Davigo coinvolto nel caso Amara, De Pasquale e Spadaro indagati. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Giugno 2021. Con due uomini di punta, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, indagati a Brescia come il loro collega Paolo Storari e Piercamillo Davigo che è lì lì per raggiungere il trio, sta andando in pezzi il mito della Procura della repubblica di Milano. Il fortino degli invincibili e intoccabili, quelli che ti procuravano la scossa elettrica prima ancora che tu li avessi sfiorati (bastava lo sguardo o una parola di troppo), ha decisamente perso non solo lo splendore, ma proprio la verginità. Prima vediamo un sostituto procuratore scontento del proprio capo perché secondo lui sta trascurando una certa inchiesta (in cui si parla di una loggia segreta fatta anche di magistrati e finalizzata tra l’altro ad aggiustare i processi), che si rivolge a un amico invece che alle vie istituzionali, consegnandogli materiale coperto da segreto. Poi questo amico, che casualmente è un ex uomo del pool e in seguito membro del Csm, a sua volta sceglie una sorta di passaparola per vie informali, fino ad arrivare, con queste carte che misteriosamente passano di mano in mano, al presidente della commissione Antimafia, che c’entra come i cavoli a merenda e che comunque va subito a spifferarlo in Procura. E intanto, mentre le carte “segrete” volano motu proprio fino a due redazioni di quotidiani, si scopre che colui che veniva chiamato Dottor Sottile forse tanto sottile non era. E forse il mitico Pool di cui ha fatto parte a sua volta non era proprio geniale. E magari ha avuto anche qualche “aiutino”. Poi subentra la famosa maledizione dell’Eni, quella che nel 1993 portò al suicidio di Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Solo che questa volta i vertici del colosso petrolifero vengono assolti, pur se dopo tre anni di dibattimento e 74 udienze e dopo che i rappresentanti dell’accusa avevano tentato di far entrare nel processo una sorta di cavallo di troia che avrebbe potuto persino portare il presidente Tremolada all’astensione. E questo è già un brutto neo sulla reputazione della Procura di Milano, il primo fatto di cui dovrebbe forse occuparsi il Csm. Anche perché di questo verbale si sono preoccupati anche lo stesso procuratore Greco e la fedelissima aggiunta Laura Pedio, inviandolo a Brescia per competenza. Sicuramente a tutela del presidente Tarantola, pensiamo. A Brescia c’è stata una repentina archiviazione, ma il Csm è stato informato? Non si sa. Quello su cui è invece già stato allertato, insieme al procuratore generale della Cassazione, è un fatto di omissione. Perché aver ignorato la manipolazione di certe chat e aver tenuto fuori dal processo Eni un video che avrebbe giovato alla difesa, ha portato il procuratore aggiunto De Pasquale e il sostituto Spadaro sul banco degli indagati, se così si può dire. E anche sul banco degli sgridati, nella motivazione della sentenza, in cui il tribunale si dice sconcertato per i comportamenti dei rappresentanti dell’accusa. Sarebbe mai successo ai tempi splendidi di Borrelli e Di Pietro? Impensabile. A questo punto, mentre gli uomini di punta della Procura di Milano sembrano cadere come birilli, nella reputazione ma anche nelle carte processuali, il dottor Nicola Gratteri da Catanzaro può veramente cominciare a scaldare i muscoli e farsi la bocca sulla possibilità di succedere a Francesco Greco nell’autunno milanese. Poche sere fa, ospite di una dolcissima Lilli Gruber, sprizzava soddisfazione e infilava gli occhi diritti nella telecamera (un po’ come un tempo faceva Di Pietro), presentandosi come uno diverso dagli uomini del Sistema di Palamara. E quindi anche da quelli del fortino milanese. Non ho mai fatto parte di alcuna corrente, dice, e mai lo farò, per questo ho perso molte occasioni di andare a presiedere Procure prestigiose. Poi vi dico anche che ritengo che i membri del Csm debbano entrare per sorteggio e non per traffici o camarille politiche. Se la carica di Procuratore della repubblica di Milano dovesse essere assegnata tramite referendum popolare, Nicola Gratteri avrebbe già detto al suo collega “fatti più in là” e sarebbe già seduto al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano prima ancora che Greco abbia compiuto i 70 anni, età della pensione dei magistrati. Si spezzerebbe così non solo la tradizione almeno trentennale del fortino di Magistratura democratica, ma anche il permanere di quello stile ambrosiano, intriso di fair play istituzionale e garbo politico molto gradito al ceto dei partiti, quelli contigui fin dai tempi di Mani Pulite, naturalmente. Quel rito ambrosiano che indusse il premier Matteo Renzi a ringraziare il procuratore capo Bruti Liberati per aver consentito l’apertura per tempo dell’Expo. Uno sforzo che non ha però salvato il sindaco Sala dall’arrivare poi a una condanna per falso ideologico, infine tamponata dalla prescrizione. Ma il garbo ambrosiano c’era stato. Quello stile oggi è decisamente incrinato. Il procuratore Greco si era fino a poco tempo fa salvato da situazioni come quella di vera sparatoria all’o.k. Corral tra il suo predecessore Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo. Ed è uscito abbastanza indenne dal libro di Sallusti, anche se con qualche ombra polemica sui colleghi nominati come suoi aggiunti. Palamara è stato garbato nei suoi confronti, e gli ha consentito di continuare a governare la Procura più famosa d’Italia “con la diligenza del buon padre di famiglia”. Ma gli sono esplose tra le mani, in sequenza, prima la vicenda Storari-Pedio-Davigo e poi il processo Eni, la maledizione del tribunale di Milano fin dai giorni di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini. Ma erano altri tempi, quelli, e Francesco Greco c’era, con il procuratore Borrelli e gli altri del pool. Erano gli anni Novanta. Quelli in cui a cadere nella polvere erano i ministri di giustizia. Claudio Martelli con un’informazione di garanzia, Giovanni Conso e Alfredo Biondi per due decreti che avrebbero cambiato in meglio le regole della custodia cautelare e dei reati contro la pubblica amministrazione. Erano tempi in cui bastava una telefonata del procuratore: signor ministro le sto inviando un’informazione di garanzia, e lui si dimetteva. Oppure si concordava la linea con i direttori dei tre principali quotidiani d’informazione e dell’Unità (che garantiva la complicità del principale partito della sinistra) e il decreto era affossato. O anche si andava in tv con gli occhi arrossati e la barba lunga a dire che senza manette non si poteva lavorare e l’altro decreto cadeva e in successione anche il governo. Bei tempi, quelli. E il capolavoro dell’abbattimento del ministro Filippo Mancuso? Quello fu un vero combinato disposto Procura-Pds. Il guardasigilli “tecnico” del governo Dini, voluto personalmente dal presidente Scalfaro, fu in realtà il più politico e il più coraggioso. L’unico che non si fece mai intimidire dalla potenza degli uomini della Procura milanese, quello che la inondò di ispezioni. La prima dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, illuso e poi deluso dal sostituto procuratore Fabio De Pasquale e suicida dopo 134 giorni di carcere preventivo. Ma poi altre, per verificare se rispondesse a verità il fatto che gli indagati venissero tenuti in carcere fino a che non avessero confessato e fatto anche “i nomi”. I più gettonati erano quello di Craxi, e in seguito quello di Berlusconi. Un modo di procedere confermato dallo stesso procuratore Borrelli, che candidamente dichiarava: noi non li teniamo in carcere per costringerli alla confessione, ma li liberiamo solo se parlano. Il Sistema Lombardo che evidentemente non turbava i sonni dei componenti del Csm, ma anche che piaceva molto ai discendenti di Vishijnsky, il cui partito allora si chiamava Pds, Partito democratico della sinistra, fratello maggiore del Pd. Così fu inaugurata con la defenestrazione del ministro Mancuso la stagione della sfiducia individuale. Con il quarto ministro guardasigilli abbattuto dal potere della Procura di Milano, uno in fila all’altro. Giusto per rinfrescarci la memoria, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, qualcuno ricorda la fine miserrima delle Commissioni Bicamerali? Si potrebbe alzare il telefono e fare due chiamate a coloro che ne furono i presidenti, Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema. Il primo fu apparentemente travolto dall’arresto di suo fratello, ma la verità è che, proprio mentre la Commissione stava timidamente (così lo ricorda anche Marco Boato, che era presente) affrontando il tema della separazione delle carriere, irruppe in aula e fu distribuito a tutti un Fax dell’Associazione nazionale magistrati con decine di firme di toghe, comprese quelle degli uomini del pool, che intimava di non affrontare nella Commissione il tema giustizia. E l’argomento sparì. La seconda Commissione subì i colpi di un’intervista del pm Gherardo Colombo al Corriere della sera, in cui veniva ricostruita la storia d’Italia come pura storia criminale. Una frase andò diritta al cuore del Presidente Massimo D’Alema: state attenti, che di Tangentopoli abbiamo appena sfiorato la crosta. Fu sufficiente, anche se la guerra-lampo durò tredici giorni, e alla fine chi ci rimise non fu, ovviamente l’uomo del pool ma l’incolpevole ministro di Giustizia Giovanni Maria Flick. Bei tempi davvero. Oggi con tre indagati e un ex in crollo di reputazione pare un po’ difficile che la Procura di Milano abbia la forza, non diciamo di far cadere la ministra della Giustizia, ma neanche di bloccare leggi e decreti. Ma il problema è: questa classe politica, che teoricamente dovrebbe essere più forte di quella che mostrò la propria fragilità abrogando l’immunità parlamentare, ha la capacità di cogliere l’attimo? Pare proprio di no. Ma ci saranno i referendum, e forse quella forza la troveranno direttamente i cittadini.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 12 giugno 2021. Alfredo Robledo, storico procuratore di Milano, ha espresso alcune critiche in queste settimane nei confronti l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo (lo ha chiamato «Pieranguillo») come nei confronti dell'ex leader dell'Anm Luca Palamara («Il "palamaravirus" è stata un'infezione della magistratura»). Celebre per le sue indagini e la battaglia contro l'ex capo della Procura milanese Edmondo Bruti Liberati, oggi Robledo si ritrova a commentare con La Verità il secondo tempo delle inchieste che gravitano intorno a Piero Amara, l'avvocato siciliano che aveva parlato della loggia Ungheria e che ora si ritrova invischiato nel processo su giacimento nigeriano Opl 245, dove Eni e Shell sono state assolte dal reato di corruzione internazionale «perché il fatto non sussiste». Prima si parlava dei verbali che Paolo Storari aveva consegnato a Davigo, ora l'asticella si è alzata. Si parla di un processo dove l'accusa avrebbe nascosto delle prove agli imputati. «Era chiaro che il problema vero era il processo all'Eni. Perché se avessero esibito gli atti che riportavano le dichiarazioni di Amara nel processo sarebbero stati apportati atti alla difesa. Hanno commesso una scorrettezza enorme».

Non si ricordano casi simili.

«Non li ricordo neanche io. Anche perché devo ricordare che noi, come pubblici ministeri (ride, ndr) siamo un organo di giustizia e quindi abbiamo l'obbligo di cercare le prove anche favore degli imputati. Se ciò è accaduto come si evince dalla stampa questo è un fatto di inaudita gravità». 

Ma possibile che i vertici della Procura di Milano non se ne siano resi conto?

«È evidente che Francesco Greco sapeva benissimo cosa stava succedendo, è pacifico che lo sapesse. Più che altro mi domando se il giovane Spadaro l'abbia ben compreso. Non mi sarei mai aspettato un fatto del genere». 

Quanto è grave?

«Oltre ad essere una violazione dell'etica professionale può altresì configurare un'ipotesi di reato. E poiché la magistratura deve tutelare e garantire i diritti se non la fa viene meno al suo ruolo istituzionale. Se non la magistratura chi garantisce i diritti?» 

Sono già pronte le cause di risarcimento.

«Il comportamento dell'Eni appare conseguente. E secondo me non è per ottenere un risarcimento Ma in realtà costituisce una sorta di assicurazione. Chi vuoi che nei prossimi anni, con questi presupposti, si mette a fare un processo contro l'Eni?» 

 Davigo sulla Stampa di ieri sostiene che lei avrebbe parlato a vanvera chiamandolo «Pieranguillo».

«Il punto è che secondo me Davigo non dice la verità. Ha citato a giustificazione del suo comportamento due circolari, nessuna delle quali c'entra con il fatto di aver ricevuto i verbali da Storari». 

Sostiene anche che nel Csm i segreti durano lo spazio di un mattino.

«Ma il punto è un altro. Davigo non facendo nulla di quello che la legge dice di fare ha consentito che questa vicenda andasse avanti ancora per mesi». 

Ma come finirà? A tarallucci e vino come spesso accade nella magistratura?

«È troppo grave perché finisca a tarallucci e vino. Questa triste vicenda della Procura di Milano non è altro che il naturale epilogo di una Procura i cui vertici erano stati scelti dalle correnti mediante il solito accordo con Palamara». 

Sin dai tempi di Bruti Liberati quindi.

«È la conclusione naturale, con Bruti c'è stato il mio episodio». 

Lo ha ricordato Riccardo Iacona nel suo libro. «Ormai c'è una giustizia prima e dopo Robledo».

«A me è sembrato sempre un passo esagerato. Ma alla fine credo sia proprio così. Dopo l'arrivo di Greco a Milano la Procura ha continuato la sua discesa». 

A novembre Greco andrà in pensione. Chi potrebbe prendere il suo posto?

«Non mi appassionano queste considerazioni. Il problema è che nessuno che venga a fare il capo della Procura di Milano potrà risolvere in breve la situazione. Dal momento che anche molti aggiunti, come si apprende dalla stampa, sono stati nominati con le medesime logiche, con l'eccezione di Tiziano Siciliano». 

Serviva lo scandalo Amara per portare avanti una riforma della giustizia?

«Come dice il Vangelo "occorre che gli scandali avvengano"».

Le manca la giustizia?

«Non mi manca questa magistratura. Mi manca la mia magistratura, ma come cittadino». 

È in atto la nascita di un'associazione alternativa all'Anm. Le hanno chiesto di entrare?

«Vedo con favore la nascita di un organismo alternativo, ma non ho la sindrome di Davigo che continua a voler far parte delle associazioni di magistrati».

Giuseppe Salvaggiulo e Monica Serra per “La Stampa” il 12 giugno 2021. Non ci sono inchieste «truccate», solo indagini ancora in corso. È questa la difesa della procura di Milano davanti alle accuse pesanti che arrivano da Brescia. Dopo che, lunedì scorso, l'aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, che rappresentavano l'accusa nel processo Eni Nigeria, si sono visti perquisire i computer alla ricerca di tutti gli scambi di mail dagli investigatori bresciani. Sono accusati di rifiuto di atti d'ufficio, sulla base delle parole e dei documenti prodotti dal pm Paolo Storari, che nel 2020 indagava sul presunto complotto Eni. E che, con gli accertamenti, avrebbe trovato «prove schiaccianti» a favore degli imputati nel processo in corso, che però i due magistrati avrebbero omesso di portare a conoscenza di Tribunale e difese. Nel febbraio scorso - spiegano i vertici della procura - Storari inviò a De Pasquale un'informativa «in bozza» della Gdf sulle chat sequestrate all'ex manager di Eni Vincenzo Armanna, coimputato e testimone dei pm al processo. Proprio quelle che dimostrerebbero «l'inattendibilità» di Armanna che pagò 50 mila dollari a un poliziotto nigeriano, per convincerlo a testimoniare al processo contro Eni. Il 5 marzo, dodici giorni prima dell'assoluzione degli imputati, De Pasquale e Spadaro mandarono una nota di undici pagine con firma digitale al procuratore Francesco Greco, con i motivi, «in fatto e in diritto», per cui contestavano quell'informativa. Che peraltro - stando alla tesi della Procura - si basava su «dati parziali» estrapolati dal cellulare di Armanna, su cui la consulenza è invece ancora in corso. Per i due pm la stessa traduzione delle parole usate da Armanna in quelle chat non è così univoca: si parlerebbe del pagamento di un imprecisato «file» che al manager stava a cuore. «Troppo avventate e incomprensibili» sarebbero state, per la Procura, le conclusioni a cui era giunto Storari quando, a fine 2020, aveva inviato cento pagine di richiesta di misura cautelare per Amara e Armanna, che voleva arrestare per calunnia. E anche le tante altre sue mail, a De Pasquale, Pedio e Greco, sarebbero state «informali e non ben circoscritte». Le indagini sul finto complotto Eni sarebbero, insomma, ancora in corso, e gli esiti non chiari come si vorrebbe far credere. Sul fascicolo ora pende però anche la mannaia di una possibile avocazione da parte della Procura generale che potrebbe decidere entro la fine del mese. Forse anche per questo ieri la pg Francesca Nanni ha incontrato nel suo ufficio proprio Storari. Sullo sfondo il prossimo pensionamento di Greco, amareggiato per l'intera situazione che si è abbattuta sulla sua Procura. E che sempre più rischia di influenzare il nome del successore. Nonostante l'autorevolezza dell'aggiunto Maurizio Romanelli, magistrato esperto e molto stimato dai colleghi, per mettere fine alla guerra in atto, al Csm potrebbero decidere di puntare su un «papa straniero», come mai è accaduto nella storia della procura di Milano.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 12 giugno 2021. Il giudice Marco Tremolada, presidente del processo sulle tangenti Eni-Nigeria, è troppo appiattito sulle difese degli imputati Eni e perciò va fatto astenere dal processo che sta per concludersi: in quell'inizio 2020 chi lo avrebbe teorizzato durante una riunione in Procura a Milano? Il procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale. A Roma il procuratore Michele Prestipino e a Brescia il procuratore Francesco Prete hanno raccolto a verbale questo grave (se vero) racconto che il pm Paolo Storari, nei due interrogatori di maggio, ha collocato durante una riunione tra De Pasquale, il procuratore Francesco Greco, la sua vice Laura Pedio e i pm Storari e Sergio Spadaro tra fine gennaio/inizio febbraio 2020. Riunione a ridosso della scelta di Greco e Pedio - tra tutti i verbali segreti resi dall'avvocato Eni Piero Amara su decine di persone nel dicembre 2019/gennaio 2020, a lungo trattati dai capi della Procura con rivendicata circospezione verso la controversa affidabilità di Amara - di utilizzare e inviare invece già a gennaio 2020 alla Procura di Brescia (competente sulle toghe milanesi) proprio solo un omissis di Amara sul Tremolada, che poi Brescia archivierà «a ignoti» come voce di terza mano priva di valore oltre che di riscontri. E riunione poco precedente all'udienza del 5 febbraio 2020 in cui, finita l'istruttoria del processo Eni-Nigeria, i pm De Pasquale e Spadaro tentarono invano di far ammettere dal Tribunale, a riscontro dell'attendibilità dell'accusatore di Eni Vincenzo Armanna, la deposizione in extremis di Amara su «interferenze Eni su magistrati milanesi in relazione al processo», accreditate nell'omissis di Amara evocato ma non depositato dai pm, senza cenni al suo invio già a Brescia. A carico di Storari, che già da ottobre 2019 aveva avvertito i colleghi che fosse «dannoso continuare a interrogare Armanna», e che è già indagato per «rivelazione di segreto d'ufficio», il pg della Cassazione, Giovanni Salvi, ha intanto avviato «azione disciplinare» per aver consegnato ad aprile 2020 i verbali di Amara sulla «loggia Ungheria» all'allora consigliere Csm Piercamillo Davigo, che poi ne parlò nel Comitato di presidenza Csm (al vicepresidente Ermini e allo stesso pg Salvi) per sbloccare la paralisi di cui Storari tacciava i propri capi. Oltre a censurare questa modalità come del tutto inidonea a informare un organo istituzionale, sulla scorta di una relazione di Greco del 7 maggio Salvi contesta a Storari d'«aver accusato Greco e Pedio di inerzia nelle indagini pur sapendo invece le attività in corso e non avendo espresso dissenso prima di aprile 2020», e d'aver con la consegna a Davigo cercato di «condizionare l'attività della sua Procura». Oltre che di «non essersi astenuto» (visto che era «in conflitto di interessi») dall'indagine nata dopo che a ottobre 2020 Il Fatto portò ai pm gli stessi verbali spediti anonimi (come emerso un mese fa) dall'ex segretaria di Davigo; e d'aver affidato «solo l'8 marzo 2021» la perizia informatica decisa con Pedio a gennaio.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 10 giugno 2021. Tanti anni fa Francesco Greco, oggi procuratore di Milano, disse che l'inchiesta Mani pulite non era servita tanto a sanzionare dei reati, quanto a «risolvere il problema per avere un'Italia migliore». E per avere un'Italia migliore, il capitalismo doveva capire che cosa era e che cosa voleva. Pochi mesi dopo, il pm Fabio De Pasquale sintetizzò meglio: «Il capitalismo è una cosa sporca». Non so se i due, venticinque anni più tardi, perseguano ancora l'obiettivo un po' esorbitante, perlomeno rispetto ai loro compiti, di un'Italia migliore e meno capitalista, ma so che da allora indagano e processano in particolare l'Eni con risultati parecchio altalenanti. L'Eni, cioè l'azienda strategicamente più importante del Paese. L' ultima sentenza, sull' ipotesi di corruzione internazionale per il petrolio in Nigeria, è andata male (anzi bene): tutti assolti, non ci furono tangenti. Ieri sono uscite le motivazioni di sentenza in cui i giudici ricordano un video scartato dalla procura, e fortuitamente scoperto da un avvocato in tutt' altro processo, che poi ha fatto un gran comodo alla difesa. Una scelta «incomprensibile», scrivono i giudici, e se fosse andata a buon fine non avremmo conosciuto «un dato processuale di estrema rilevanza». Il pm De Pasquale ha detto che a lui tanto rilevante non sembrava, e chiusa lì. C' è poco da aggiungere: l'indipendenza della magistratura risparmia dall' incomodo di essere valutati, se non dal Csm che sappiamo. Però intanto c' è un sindaco indagato perché un bambino all' asilo s' è schiacciato le dita in una porta. Diciamo così: il problema di avere un' Italia migliore non parrebbe risolto.

Stefano Feltri demolito da Filippo Facci: "Pagato dal suo principale oppositore", la vergogna sul caso Eni-Descalzi. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 13 giugno 2021. Ha tanto l'aria di articolo per addetti ai lavori, questo: tanto per scoraggiarvi. In secondo luogo, c'è un demenziale giro di parole che rende tutto un po' ridicolo e fa passare la voglia: dovremmo scrivere, ossia, che i quotidiani che hanno combattuto la battaglia più forsennata contro l'Eni di Claudio Descalzi (recentemente assolto) sono Il Fatto e Domani, ma questo essenzialmente attraverso un giornalista unico che si chiama Feltri (Stefano, che no, non è parente, perdio se non lo è) e che è passato dalla vicedirezione del Fatto alla direzione di Domani (che è un quotidiano voluto da Carlo De Benedetti, per i tanti che non lo sapessero) e quindi, insomma: dovremmo commentare che Il Fatto abbia masochisticamente titolato «il fatto non sussiste» nel giorno dell'assoluzione di De Scalzi (17 marzo) e che su Domani, l'altro ieri, cioè dopo l'uscita delle motivazioni della sentenza, non è uscito proprio nulla, tanto che gli addetti ai lavori, di fronte a questo nulla pubblicato da Domani, si chiedevano l'altro ieri: «Forse domani?». In effetti qualcosa è uscito ieri. Nel caso, rileggete. Il Fatto, il giorno successivo all'assoluzione, perlomeno aveva la notizia in prima pagina: anche se Marco Travaglio ha preferito occuparsi dei colleghi che a suo dire parlavano troppe bene di Mario Draghi, anche se il titolone d'apertura era «Infiltrati di Salvini nel Cts dei migliori». Invece, quel giorno, il quotidiano Domani di Feltri (Stefano) in prima titolava «Le trombosi rare tra i vaccinati, ecco cosa sappiamo davvero»: e l'altro ieri, su Domani, non una riga sulle motivazioni della sentenza legata al processo che li aveva tanto infiammati: però ecco, a pagina 7 c'era un'apertura a tutta pagina sui maiali da allevamento. 

DIRITTO SPECIALE

Su Domani, in pratica, sono passati direttamente all'indomani (ieri) e hanno saltato il giorno delle motivazioni della sentenza, passando direttamente alle sue conseguenze. Non una parola circa la pretesa dell'accusa di «abbassare le pretese nella valutazione della prova indiziaria» (che già «prova indiziaria» suona da ossimoro) e la pretesa di proporre «una sorta di diritto penale speciale» per sopperire alla mancanza di sostanza, spingendosi a derogare dall'onore della prova a carico dell'accusa: come se gli imputati dovessero dimostrare la loro innocenza e non i pm la loro colpevolezza. Poi nell'articolo ci sono tutte le altre cosette per cui i pm dell'accusa risultano indagati per rifiuto e omissione di atti d'ufficio: si passa direttamente a parlare di questa indagine (come se non c'entrasse con la precedente) e l'inizio è questo: «L'accusa sarebbe». No, non sarebbe: è. Poi si parla di «questo presunto complotto», laddove secondo il cronista «c'è da dire che lo stesso collegio ha respinto la richiesta della procura di sentire come testimone proprio Amara, che avrebbe potuto raccontare molte cose, incluso il contenuto del video».

Il cronista, dunque, spiega ai giudici come fare il giudice e che un teste, magari, avrebbe potuto raccontare quello che gli stessi pm non hanno voluto approfondire, anzi, secondo le accuse hanno nascosto. Finalone dell'articolo: «Pacco, contro pacco e doppio paccotto avrebbe detto Edoardo De Crescenzo. Ma così a finire incartata sarà tutta la magistratura». Eh, signora mia. Tutta, proprio tutta la magistratura. Per via di De Pasquale. E pensare che doveva essere «la più grande mazzetta nella storia d'Italia», e che i soliti marcotravaglio (è un genere, ormai) auspicavano pene esemplari. Nell'aprile del 2020 il direttore del Fatto giunse ad elencare i «dieci motivi» (o erano cinque?) per cui Claudio Descalzi meritava il licenziamento, e ovviamente c'era, al primo posto, il suo ruolo da tangentaro che ora «non sussiste». Travaglio poi si dava il cambio col suo secondino Gianni Barbacetto (un'esistenza passata a invocare la galera altrui) ma adesso è anche ora di parlare di Feltri (Stefano) che da vicedirettore del Fatto, e poi su Domani, ha scritto le peggio cose su un potere Eni che avrebbe voluto, dapprima, che passasse nelle mani dei Giuseppe Conte e dei Cinque Stelle, dopo che già un membro del consiglio di amministrazione de Il Fatto Quotidiano, Lucia Calvosa, era diventata presidente dell'Eni: chissà in quale quota politica. Complicato? Ma no.

GIRAVOLTA GRILLINA

Il problema è che a un certo punto anche i grillini si sono sfilati dalla battaglia contro Claudio Descalzi: e così Travaglio e Feltri (Stefano) sono rimasti un po' soli con le loro cronache faziose. Feltri (Stefano) proprio solo non era: questo ragazzino modenese e bocconiano, riuscito a transitare dal Foglio al Riformista al Fatto (l'errore sta nei primi due) dall'estate 2019 ha continuato a scrivere per Marco Travaglio ma ha anche accettato di trasferirsi alla Chicago University (Stigler Center) per dirigere il blog ProMarket, questo su proposta di Luigi Zingales, ex consigliere di amministrazione di Eni (tu guarda) e grande accusatore di Descalzi (tu guarda) il quale Zingales, i vari accusatori, avrebbero voluto far sedere giusto al posto di Descalzi. Tu guarda. Detto in altri termini: ad attaccare De Scalzi era un giornalista a libro paga del principale oppositore di De Scalzi. Quando si dice il giornalismo indipendente. E allora, marciando verso l'obbiettivo, tutto si può fare: persino dar credito al grande accusatore dell'Eni Pietro Amara, sì, quello del verbale sulla loggia massonica «Ungheria» (verbali che al Fatto si sono rigirati tra le mani per mesi) e fottendosene altamente che questo avvocato Amara fosse condannato in giudicato per corruzione. A Feltri (Stefano) importavano altre cose: per esempio, oltreché all'ultraliberista Luigi Zingales, di piacere in particolare a Carlo De Benedetti che aveva già cercato di piazzarlo a Repubblica, e infine l'ha piazzato a dirigere Domani per rubare qualche lettore ancora Repubblica: proprio come ha fatto il Fatto, che ancora sussiste. Anche Domani sussiste ancora. Sino a quando? Forse domani.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 10 giugno 2021. Nel processo Eni-Nigeria è stata «incomprensibile la scelta della Procura di non depositare agli atti» una prova di «estrema rilevanza» per le difese perché mostrava come Vincenzo Armanna, coimputato ex dirigente Eni di cui i pm strenuamente valorizzavano le accuse a Eni e all'a.d. Claudio Descalzi, due giorni prima di presentarsi spontaneamente in Procura il 30 luglio 2014 pianificasse di «ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l'intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare "una valanga di merda" e "un avviso di garanzia" ad alcuni dirigenti della compagnia». Contenuta nelle quasi 500 pagine di motivazione dell'assoluzione lo scorso 17 marzo di tutti i 15 imputati, la severa censura muove dall'udienza del 23 luglio 2019, allorché era stato il difensore di un coimputato Eni a far presente di aver trovato per caso, in altro procedimento in un'altra città, la videoregistrazione di un incontro con Armanna effettuata in maniera clandestina il 28 luglio 2014 da Amara in una società dell'imprenditore Ezio Bigotti. Al Tribunale il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale aveva «confermato di esserne in possesso già da tempo, ma di non averlo portato a conoscenza delle difese e del Tribunale perché ritenuto non rilevante»: «interpretazione banalizzante», la giudica ora il Tribunale, che rimarca come «una simile decisione, se portata a compimento, avrebbe avuto quale effetto la sottrazione alle difese e al Tribunale di un dato di estrema rilevanza». L'accusa dei pm a Eni e Shell, ai loro vertici e intermediari, era corruzione internazionale: ma i giudici Tremolada-Gallina-Carboni colgono «non condivisibili profili dell'imputazione» tra «contraddittorietà», «confusione nella sovrapposizione di accordi leciti e illeciti», «mancata distinzione tra corruttori e intermediari privati». Fattori che finiscono per indebolire anche «un indizio certamente grave della destinazione illecita del denaro» come il fatto che 500 milioni, metà prezzo pagato da Eni e Shell al governo nigeriano per acquistare nel 2011 la licenza petrolifera Opl 245 detenuta dietro prestanome dall'ex ministro del Petrolio Dan Etete, fossero stati cambiati in contanti dal fiduciario dei politici, Aliyu. In requisitoria De Pasquale sostenne che la controritrattazione della ritrattazione di Armanna dovesse essere valutata a carico di Descalzi come prova dell'aver tentato di far ritrattare Armanna tramite l'avvocato esterno Eni Piero Amara (arrestato martedì a Potenza) e il capo del personale Eni Claudio Granata. Ma il Tribunale, in scia al pm per cui era «non esagerato dire che gran parte del racconto di Armanna è non solo vero, ma pacificamente vero»), esamina una a una le dichiarazioni di Armanna per notare come invece o siano «pacificamente false» o «presentino un nucleo di verità storica» ma «accostate in modo allusivo per attribuire alone di sospetto a situazioni fisiologiche». Descalzi e Granata sono da tempo indagati per depistaggio, ma, «qualunque sia l'esito», per i giudici «in nulla potrebbe incidere sull'inattendibilità intrinseca di Armanna». Che «certo non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Amara», richiesta «con evidente irritualità» dai pm il 5 febbraio 2020 in extremis su «interferenze della difesa Eni e di taluni imputati nei confronti di magistrati milanesi con riferimento al processo». Tacendo al Tribunale di aver all'epoca già inviato alla Procura di Brescia (che, competente sulle toghe milanesi, poi lo archivierà a ignoti) un vago «de relato» di terza mano di Amara proprio sul presidente del collegio. Ardita è invece la proiezione del Tribunale quando si spinge a ritenere che in teoria, quand'anche su Armanna ci fosse stata interferenza, sarebbe interpretabile o come depistaggio o «come il comportamento di un amministratore che, pur di proteggere la propria compagine dalle calunnie rivoltele, accetta di scendere a patti con il ricattatore».

Indagate le toghe che volevano incastrare l'Eni. Andrea Muratore il 10 Giugno 2021 su Il Giornale. De Pasquale e Spadaro sotto indagine a Brescia: cosa si cela dietro le omissioni nell'impianto accusatorio sul caso Eni? Il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro sono sotto indagine da parte della Procura di Brescia per questioni relative alla costruzione dell'impianto accusatorio nel processo Eni-Nigeria per il quale avevano chiesto pesanti condanne per l'ad del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, per il suo predecessore Paolo Scaroni, per diversi manager del gruppo italiano, dell'olandese Shell e del governo di Abuja relativamente a una presunta tangente che le due majors avrebbero pagato per una concessione petrolifera nel Paese. I giudici di Milano nelle scorse settimane hanno completamente prosciolto gli accusati perchè l'accusa non è stata in grado di fornire le prove della natura concreta dell'esistenza della tangente da 1,1 miliardi di dollari che sarebbe stata versata alla Nigeria. E, anzi, nella giornata di ieri la pubblicazione delle motivazioni della sentenza ha portato alla luce diverse problematiche nella costruzione dell'impianto accusatorio. Come riporta Repubblica, l'ipotesi su cui il tribunale bresciano di Via Gambara sta indagando per verificare le posizioni di De Pasquale e Spadaro è quella di rifiuto d'atti d'ufficio. Il quotidiano diretto da Maurizio Molinari precisa che da quanto ha potuto apprendere "l'iscrizione risalirebbe a una decina di giorni fa dopo l'interrogatorio del pm Paolo Storari, pure lui indagato a Brescia per il caso dei verbali dell'avvocato Amara e i contrasti con i vertici del suo ufficio". Amara nel 2014 avrebbe ripreso clandestinamente Vincenzo Armanna, ex manager di Eni licenziato dal Cane a sei zampe divenuto poi l'accusatore principe nel caso costruito da De Pasquale e Spadaro, producendo una registrazione in cui Armanna dichiara esplicitamente di essere disposto a ricattare i vertici della società petrolifera e di esser pronto a coinvolgere i pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia" ai top manager del gruppo. Tale prova demolirebbe, secondo le motivazioni della sentenza di assoluzione di Descalzi e Scaroni, la credibilità di Armanna come accusatore. E anzi i membri del collegio giudicante che ha assolto i manager Eni hanno ritenuto nelle motivazioni della sentenza "incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati". Su questo ora, dunque, indagherebbe per far luce sull'accaduto la procura di Brescia, a cui spetta la competenza territoriale per verificare eventuali problematiche disciplinari legate al principale tribunale lombardo. Un caso che riporta alla luce diverse, problematiche questioni giudiziarie legate all'attenzione, spesso definita morbosa, di diversi Pm milanesi per il mondo delle partecipate pubbliche. Il Riformista ha in particolar modo ricordato che De Pasquale avrebbe da tempo un'attenzione particolare per il Cane a sei zampe, avendo indagato su Eni dai tempi dell'arresto del presidente Gabriele Cagliari, morto suicida a San Vittore il 20 luglio 1993, nel pieno di Mani Pulite. De Pasquale ha subito nel caso Nigeria la sua seconda debacle dopo quella sul processo Eni-Saipem-Algeria, in cui non riuscì tra prima sentenza e appello a veder confermata una sua tesi riguardante una possibile tangente pagata da Algeri in un processo che vedeva coinvolto anche allora Paolo Scaroni, uscito pulito e completamente assolto da ogni accusa come accaduto ora. La chiamata in causa da parte del Tribunale di Brescia dopo la definizione delle motivazioni della sentenza implica che qualcuno vuole approfondire le motivazioni che hanno portato ad accuse tanto circostanziate e a indagare in profondità. Ora più che mai, questo è necessario per capire in che misura i Pm applichino, o piuttosto dimentichino, i principi guida del garantismo giudiziario nel costruire i loro "teoremi".

Ipotesi di rifiuto d'atti d'ufficio. Scandalo Eni-Nigeria e prove nascoste, indagati i pm De Pasquale e Spadaro. Redazione su Il Riformista il 10 Giugno 2021. La procura di Brescia, che per competenza si occupa delle inchieste sui magistrati di Milano, ha indagato il procuratore aggiunto della procura meneghina Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo Eni-Nigeria di cui ieri il Tribunale ha depositato le motivazioni dell’assoluzione di tutti gli imputati. L’iscrizione nel registro degli indagati – secondo quanto riferisce l’Ansa – risalirebbe a una decina di giorni fa dopo l’interrogatorio del pm Paolo Storari, anche lui indagato a Brescia per il caso dei verbali dell’avvocato Amara e i contrasti con i vertici del suo ufficio. La segnalazione del procedimento a carico dei due magistrati è arrivata al procuratore generale della Cassazione Salvi, al Csm e al Ministero della Giustizia. La Procura di Milano ha nascosto al Tribunale una prova fondamentale che scagionava lo stesso Descalzi. Si tratta di un filmato nel quale il principale teste di accusa dichiarava che intendeva accusare i vertici dell’Eni per ricattarli, e minacciava di trascinarli nel fango. Tra i comportamenti dei pm messi sotto osservazione, secondo quanto apprende l’Agi  c’è “anche la vicenda del video non depositato al processo Eni”, circostanza emersa ieri dalle motivazioni del verdetto assolutorio. Ma “non è questo l’episodio più importante” sulla cui base i due magistrati sono stati indagati. Lo scorso 17 marzo 2021, la settima sezione penale del Tribunale di Milano ha assolto, in primo grado, perché “il fatto non sussiste” tutti e tredici gli imputati nel processo Eni-Nigeria, accusati di corruzione internazionale relativamente ai diritti di esplorazione del giacimento “Opl245”. Assolti l’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, l’ex numero uno, Paolo Scaroni, l’ex responsabile operativo del gruppo di San Donato nell’Africa sub-sahariana Roberto Casula, l’ex manager della compagnia italiana nel Paese africano Vincenzo Armanna, l’ex manager di Nae, controllata Eni in Nigeria, Ciro Antonio Pagano, l’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete. E poi ancora Luigi Bisignani, il russo Ednan Agaev e Gianfranco Falcioni, quest’ultimo imprenditore ed ex vice-console in Nigeria, l’ex presidente di Shell Foundation Malcom Brinded e gli ex dirigenti della compagnia olandese Peter Robinson, Guy Jonathan Colgate e John Coplestone. Assolte anche le due società – Eni e Shell – , imputate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Maurizio Belpietro per “la Verità” l'11 giugno 2021. C'è una montagna di milioni dietro la vicenda che ha portato la Procura di Brescia a indagare per rifiuto di atti d' ufficio i due pm che hanno sostenuto la pubblica accusa nel processo Eni. Ma la montagna di milioni non è quella di una tangente che il gruppo petrolifero avrebbe pagato ad alcuni esponenti politici nigeriani per ottenere la concessione di estrarre il greggio. No, quella vagonata di soldi ipotizzata dalla Procura di Milano semplicemente non esiste e lo hanno stabilito i giudici del Tribunale del capoluogo lombardo, con una sentenza che ha assolto i vertici del cane a sei zampe perché il fatto non sussiste. La montagna di milioni di cui parlo è quella che i testimoni usati dalla Procura di Milano per processare i capi di Eni hanno accumulato negli anni e nascosto all' estero. Sì, se non si conosce questo tassello della storia non si può capire tutto il resto, comprese le parole con cui Vincenzo Armanna, cioè uno dei due testi chiave del procedimento, minaccia di far arrivare un avviso di garanzia ai vertici del gruppo petrolifero, per spazzare via i capi della Nigeria che intralciano i suoi affari. La storia è ovviamente quella del video «dimenticato» dai pm di Milano, una registrazione attraverso la quale emerge un disegno che punta a gettare discredito sui manager dell'azienda, giudicati un ostacolo ai progetti dello spregiudicato gruppo di affaristi. Tutto ha inizio nel 2014, quando Armanna, ex manager di Eni, davanti ai magistrati di Milano mette a verbale le accuse contro i suoi capi. È quella l'origine della madre di tutte le tangenti, una super mazzetta che secondo il dirigente reo confesso sarebbe stata pagata dal gruppo petrolifero in Nigeria. I pm di Milano aprono un fascicolo e indagano Claudio Descalzi, amministratore delegato del cane a sei zampe, e pure il suo predecessore Paolo Scaroni, oltre a un certo numero di alti dirigenti. Inizia un'inchiesta che porterà al processo conclusosi poche settimane fa con l'assoluzione di tutti gli imputati. Un processo imbarazzante, dove i testimoni si contraddicono, in qualche caso spariscono, altre volte raddoppiano le accuse per cercare un rilancio. La sentenza del Tribunale di Milano demolisce l'indagine e mette in luce l'inattendibilità degli accusatori. Ma soprattutto punta il dito su una curiosa dimenticanza, ovvero sul video che fin dall' inizio avrebbe consentito di valutare diversamente i testimoni chiave dei pm. Una registrazione di cui la procura disponeva, ma che stranamente non venne prodotta nel processo e che, solo per caso, è stata recuperata da uno dei legali degli imputati, il quale peraltro, dopo aver fatto la scoperta di quel supporto con la viva voce di Vincenzo Armanna, finisce indagato, accusato da Piero Amara, ossia dal sodale di Armanna. Cioè, i magistrati avevano una prova che scagionava i vertici dell'Eni facendoli apparire vittime di una manovra degli accusatori, ma non l'hanno ritenuta utile, preferendo dare credito ai testimoni. La Procura, tuttavia, non ha dimenticato solo il video, ma pure la montagna di milioni che - questa sì - gli accusatori hanno accumulato all' estero. Già, perché il gruppetto si dà da fare per destabilizzare i vertici di Eni dato che i capi sono d' intralcio ai suoi affari. E quali sono queste operazioni? La difesa ha prodotto nel processo fatture per decine di milioni transitate per conti correnti a Dubai e frutto di strane triangolazioni. Tra queste, un traffico di petrolio iraniano soggetto a embargo che il sodalizio cerca di piazzare proprio a Eni, riuscendo in parte a farsi pagare. Ma ci sono anche partite di polietilene e di nafta, sempre di provenienza sospetta. Un mucchio di soldi che, documenti alla mano consegnati ai pm, viene stimato fra i 70 e i 100 milioni, ma che sorprendentemente non si cerca di bloccare, né si tenta di capire come siano stati accumulati. Possibile che i magistrati abbiano escluso che si trattasse di fondi frutto di operazioni illecite? Possibile che non abbiano valutato come la volontà di rovesciare una «valanga di merda» sui vertici dell'Eni avesse uno scopo preciso, cioè quello di tutelare i propri interessi e i propri soldi? In tutti questi anni non risulta che siano state disposte indagini e nemmeno siano stati messi in atto tentativi di sequestro di questo patrimonio. Eppure, la Procura disponeva delle fatture, dei numeri di conto corrente su cui i soldi erano stati accreditati. Hanno ritenuto il tutto poco interessante? A dire il vero, la necessità di difendere il tesoro a me sembra l'unica spiegazione di tutto ciò che è successo. Di una tangente che non esisteva se non nella testa degli accusatori, di una determinazione a «cambiare i capi dell'Eni per sostituirli con uomini di loro gradimento», come rivela il video dimenticato. Adesso, su tutto ciò indagheranno i pm di Brescia, che ieri hanno «perquisito» i computer dei colleghi di Milano. Speriamo che serva a fare luce su tutta la vicenda, ma in particolare sulle manipolazioni con cui personaggi come Amara usano le Procure di mezza Italia.

Un nuovo capitolo Magistratopoli. Scandalo Eni Nigeria, il Pm nascose la prova che scagionava i vertici. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Giugno 2021. La Procura di Milano – che ha portato a processo e accusato di reati molto gravi i vertici dell’Eni, compreso l’amministratore Claudio Descalzi – ha nascosto al Tribunale una prova fondamentale che scagionava lo stesso Descalzi. Si tratta di un filmato nel quale il principale teste di accusa dichiarava che intendeva accusare i vertici dell’Eni per ricattarli, e minacciava di trascinarli nel fango. Il filmato risale esattamente a due giorni prima del momento nel quale l’accusatore si presentò in procura per accusare l’Eni e aprire il famoso scandalo Eni Nigeria. L’ufficio del Pubblico ministero possedeva questo filmato ma non lo ha esibito al processo, nascondendolo alla difesa e ai giudici. È stato uno degli avvocati della difesa che lo ha scoperto per caso, depositato agli atti di un altro processo in un’altra città, e ne ha chiesto l’acquisizione. Il Pm, in particolare il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, ha chiesto che non fosse acquisito perché – ha sostenuto – era di scarsa rilevanza. la Corte invece ha imposto l’esame del filmato e lo ha considerato decisivo per scagionare gli accusati. Tutto questo è scritto, anche con una certa indignazione, nelle motivazioni della sentenza di assoluzione (emessa il 17 marzo) che sono state rese pubbliche ieri. Il filmato fu realizzato (di nascosto) dal famoso avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, e contiene una dichiarazione di Vincenzo Armanna – che appunto è il teste d’accusa – il quale – è scritto nella sentenza – dichiarava di pianificare ”un ricatto ai vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai Pm milanesi per far arrivare una “valanga di merda” e un avviso di garanzia ad alcuni dei dirigenti apicali della compagnia”. Nella motivazione dell’assoluzione c’è anche scritto testualmente: “Risulta incomprensibile la scelta del Pubblico ministero di non depositare tra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’attività inquirente, reca straordinari elementi a favore degli imputati”. Una frustata in faccia alla Procura. Il Procuratore aggiunto del quale stiamo parlando è un personaggio molto noto in magistratura. Ha al suo attivo due procedimenti giudiziari importantissimi e contestatissimi. Quello che nel 1993 portò al suicidio dell’allora amministratore dell’Eni Gabriele Cagliari, e quello che a partire dal 2001 portò all’unica condanna subita da Silvio Berlusconi nel corso dei circa 70 processi che ha subito, quella per l’affare Diritti-Mediaset, stranota per la sentenza della Cassazione – quella che uno dei giudici sostenne fosse stata la decisione di un “plotone di esecuzione” – e che ancora è sotto la lente di ingrandimento del tribunale di Brescia e della Corte di giustizia europea. Stavolta De Pasquale è stato trattato con una certa ruvidezza dai giudici. I quali sembrano emettere, insieme alla sentenza di assoluzione per gli imputati, anche una sentenza di condanna ferma, e abbastanza sdegnata, per i Pm della Procura. È un nuovo capitolo di magistratopoli. Certo, ormai nessuno più si stupisce. Però a me pare che risulti sempre più chiaro come la degenerazione nella magistratura non riguardi solo i sistemi di spartizione del potere, ma tocchi direttamente il funzionamento della giustizia. In genere, quasi sempre, a danno degli imputati. Nel caso del quale stiamo parlando, probabilmente, se un avvocato non avesse scovato fortunosamente il filmato, ci sarebbe stata la condanna degli imputati. Con effetti devastanti per le loro vite, e forse anche per l’Eni. Succede spesso? Succede anche in altri processi che i Pm celino elementi di prova o indizi favorevoli agli imputati? Io penso di sì. Ed è molto difficile che questo vizio possa cessare se non c’è nessun modo per controllare il Pm. Voi credete che i Pm che hanno nascosto il filmato pagheranno per questo loro gravissimo errore professionale? Io sono pronto a scommettere che non pagheranno. Resteranno al loro posto, anche di altissima responsabilità, e potranno continuare a sbagliare e a influenzare negativamente i propri colleghi. È questo il prezzo che dobbiamo pagare alla sacra religione dell’indipendenza della magistratura intesa come diritto alla assenza di ogni controllo? Beh, allora non assomiglieremo mai agli altri paesi occidentali, dove esiste da molti decenni lo stato di diritto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Sentenza Eni: “I pm nascosero il video che scagionava gli imputati”. “I pm nascosero un video favorevole imputati”. Iniziano così, con una vera e propria bomba, le motivazioni della sentenza con cui i giudici hanno assolto tutti gli imputati per il caso della presunta e mai provata tangente Eni/Shell-Nigeria. Il Dubbio il 9 giugno 2021. “I pm nascosero un video favorevole imputati”. Iniziano così, con una vera e propria bomba, le motivazioni della sentenza con cui i giudici hanno assolto tutti gli imputati per il caso della presunta e mai provata tangente Eni/Shell-Nigeria. Una sentenza durissima che inchioda i pm milanesi e che di certo lascerà lunghi strascichi polemici. Quel video, secondo i giudici, avrebbe consentito di capire come alla base delle accuse contro i vertici Eni da parte di Amara – ancora lui – ci fosse un vero e proprio ricatto. E lo stesso Armanna, il grande accusatore dei vertici Eni, è ritenuto dai giudici del tribunale di Milano “inattendibile” visto che ha reso dichiarazioni ondivaghe. In particolare, nelle motivazioni della sentenza di primo grado che ha portato all’assoluzione di tutti gli imputati, si sottolinea il suo “atteggiamento opportunista” che rivela una “personalità ambigua, capace di strumentalizzare il proprio ruolo processuale a fini di personale profitto e denota un’inattendibilità intrinseca che certamente non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Piero Amara”. Nella ricostruzione la corte ricorda come nell’udienza del 23 luglio 2019 si apprende dell’esistenza di una videoregistrazione effettuata di nascosto dall’avvocato Piero Amara – alla ribalta per altre vicende di cronaca giudiziaria – relativa a un incontro del luglio 2014 in cui emergono le intenzioni di vendetta di Armanna, legale da poco licenziato da ENI. “Risulta incomprensibile – scrivono i giudici – la scelta del pubblico ministero di non depositare” il video con il rischio di eliminare dal processo un dato di “estrema rilevanza”.

Luigi Ferrarella per corriere.it il 9 giugno 2021. La Procura di Milano ha celato al Tribunale di Milano una videoregistrazione su Vincenzo Armanna (effettuata in maniera clandestina il 28 luglio 2014 dall’avvocato esterno Eni Piero Amara in una società dell’imprenditore Ezio Bigotti) di cui la Procura era da tempo in possesso e che costituiva una prova rilevante a discarico degli imputati poi del processo sulle tangenti Eni-Nigeria: rilevante perché mostrava come, due giorni prima della presentazione spontanea di Armanna in Procura il 30 luglio 2014, l’ex manager Eni, che nel dibattimento è stato coimputato ma anche accusatore strenuamente valorizzato dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dal pm Sergio Spadaro di Eni e dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, all’epoca pianificasse di «ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare «una valanga di merda» e «un avviso di garanzia» ad alcuni dirigenti apicali della compagnia. È la severa censura che i giudici del processo Eni-Nigeria muovono ai pm nelle 500 pagine di motivazione (depositata oggi) dell’assoluzione lo scorso 17 marzo di Eni e Descalzi (oltre che di tutti gli altri imputati anche di Shell) dall’accusa di corruzione internazionale per il miliardo e 92 milioni di dollari pagati al governo nigeriano per l’acquisizione nel 2011 della licenza petrolifera Opl245, detenuta dietro la prestanome società Malabu dall’ex ministro del Petrolio Dan Etete. Al punto che al presidente Marco Tremolada, e ai giudici a latere Mauro Gallina e Alberto Carboni — che come raramente accade firmano la motivazione tutti e tre quali estensori della sentenza — «risulta incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati. Una simile decisione processuale, se portata a compimento, avrebbe avuto quale effetto — scandisce il Tribunale — la sottrazione alla conoscenza delle difese e del Tribunale di un dato processuale di estrema rilevanza». Nell’udienza del 23 luglio 2019 era stato uno dei difensori del coimputato Eni Roberto Casula a far presente che per caso, cioè assistendo un altro cliente in un’altra città in un altro procedimento, agli atti aveva trovato depositato in quel procedimento, da un’altra autorità giudiziaria, una videoregistrazione che ad apparente insaputa di Armanna era stata fatta il 28 luglio 2014 di un suo incontro nei locali della società STI spa dell’imprenditore Ezio Bigotti con l’allora avvocato esterno Eni per le questioni ambientali Piero Amara (poi più volte indagato e condannato, l’altro ieri riarrestato dai magistrati di Potenza, e al centro a Milano di aspre diversità di vedute tra il pm Storari e i pm De Pasquale-Pedio su quanto incisivamente saggiare o meno le sue dichiarazioni sull’associazione segreta «Ungheria»), oltre che con Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei, a dire di Armanna vicina a Massimo D’Alema, e con Paolo Quinto, qualificato da Armanna come «capo della segreteria di Anna Finocchiaro». In quella videoregistrazione, descrive il Tribunale, si vedeva che Armanna «aveva interesse a “cambiare i capi della Nigeria” (in Eni) per sostituirli con uomini di suo gradimento ed essere così agevolato negli affari petroliferi che aveva in tandem con Amara; e che lo strumento per attuare questo piano era proprio l’“adoperarsi” per gettare discredito sulle persone giudicate di ostacolo e “far arrivare loro un avviso di garanzia”». Quando in quell’udienza del 23 luglio 2019 il Tribunale sollecitò la Procura a prendere posizione sulla questione posta dalla difesa di Casula, De Pasquale, prima di depositare infine il video, «confermò di essere in possesso del documento già da tempo, ma aggiunse di non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuto non rilevante». Disse: «Il motivo per cui non abbiamo depositato questo atto non è stata la volontà di voler arrecare qualsiasi vulnus, perché ci sono molti altri atti che potrebbero essere in qualche misura rilevante, ma per quella perimetrazione a cui Lei faceva riferimento all’inizio, noi ci siamo attenuti solo a quegli atti che direttamente potevano toccare l’evoluzione delle dichiarazioni di Armanna». Inoltre il procuratore aggiunto minimizzò l’omesso deposito del video, che a suo avviso mostrava soltanto il lato «spaccone» di Armanna, visto che poi i due manager Eni evocati per nome da Armanna in quel video (Donatella Ranco e Ciro Pagano) o non erano mai stati indagati (Ranco) o lo erano stati solo molto tempo dopo (Pagano), senza che Armanna avesse in realtà reso dichiarazioni particolarmente accusatorie a loro carico. Ma per il Tribunale, a parte le «numerose disparità di trattamento rilevate in ordine alla selezione dei soggetti indagati», per comprendere l’importanza della registrazione occorre saper leggere il linguaggio ricattatorio di chi preannuncia il proposito di rendere dichiarazioni accusatorie che certamente avrebbero colpito i vertici dell’Eni quantomeno in modo indiretto. All’epoca della trattativa Opl245, infatti, Donatella Ranco era la responsabile dei negoziati internazionali e riportava direttamente al direttore generale Claudio Descalzi, il cui coinvolgimento nella vicenda sarebbe quindi stato un’inevitabile conseguenza delle dichiarazioni di Armanna. L’intenzione manifestata – indica il Tribunale – «era quella di gettare un alone di illiceità sulla gestione da parte di Eni dell’acquisizione della concessione di prospezione petrolifera, in modo da ottenere, attraverso l’intervento di Amara, l’allontanamento dalla Nigeria di coloro che avevano partecipato al negozio, in particolare di Pagano, sostituendolo con qualcuno di più accomodante verso la conclusione dell’affare in corso.  Tale aspetto, soprattutto con riguardo agli affari perseguiti da Vincenzo Armanna e dai suoi sodali in Nigeria nel periodo in esame, non è stato oggetto di alcun approfondimento istruttorio» da parte della Procura. La cui «interpretazione banalizzante» dell’omesso deposito del video è per i giudici «non condivisibile», visto che a loro avviso il contenuto del video invece «si è rivelato di estrema importanza per apprezzare le intenzioni che animavano Armanna al momento della sua presentazione in Procura il 30 luglio 2014».

(ANSA il 10 giugno 2021) La procura di Brescia, che una decina di giorni fa ha indagato il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro per rifiuto di atti d'ufficio ( art.328 cp) in relazione al processo sul caso Eni Shell-Nigeria, ha acquisito in Tribunale un video tra l'ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna e l'avvocato Piero Amara che la pubblica accusa non ha depositato tra gli atti del dibattimento che si è concluso con l'assoluzione di tutti gli imputati. La settima sezione penale nelle motivazioni della sentenza ha 'denunciato' il mancato deposito agli atti del procedimento del documento che porta "alla luce l'uso strumentale" che Armanna voleva fare delle proprie dichiarazioni ritenute "false " e che costituisce una prova a favore degli imputati.

Luigi Ferrarella per corriere.it il 10 giugno 2021. La Procura di Milano non deposita e non ha mai messo a Tribunali e difese a conoscenza di nuovi elementi, pur da mesi in proprio possesso perché emersi in indagini del pm Paolo Storari, che documenterebbero come Vincenzo Armanna — coimputato ma pure teste d’accusa dell’Eni e dell’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi nel processo sulle contestate tangenti Eni in Nigeria — a riscontro dei propri verbali abbia depositato ai magistrati chat telefoniche in realtà modificate; come stia cercando di accreditare, anche qui con chat artefatte, circostanze false su Descalzi e sul numero tre Eni, il capo del personale Claudio Granata; e soprattutto come avesse quantomeno promesso, se non anche versato, 50.000 dollari a un poliziotto nigeriano per indurlo a dirsi il fantasmagorico 007 «Victor» da lui tante volte evocato invano e quindi a testimoniare a proprio favore, confermando le accuse a Eni, nel processo milanese (poi conclusosi il 17 marzo con l’assoluzione di tutti gli imputati dall’accusa di corruzione internazionale di Eni in Nigeria nel 2011). È quanto risulta dal decreto con il quale i computer degli uffici del procuratore aggiunto della Repubblica di Milano, Fabio De Pasquale, braccio destro del procuratore Francesco Greco, e del pm Sergio Spadaro, contitolare con De Pasquale del processo sulle tangenti Eni-Nigeria, sono stati oggetto di una perquisizione informatica ordinata dalla Procura di Brescia per acquisire tutte le comunicazioni email dei due magistrati. È questo decreto — eseguito in gran segreto lunedì e poi comunicato l’altro ieri al Consiglio superiore della magistratura, al procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, e al Ministero della Giustizia— a svelare che il capo del pool Affari Internazionali (De Pasquale) e il suo più giovane collega appena divenuto uno dei 20 delegati italiani della neonata Procura europea antifrode (Spadaro) sono indagati per l’ipotesi di reato di «rifiuto d’atti d’ufficio». La ragione non è l’omesso deposito al Tribunale del processo Eni-Nigeria della videoregistrazione (effettuata clandestinamente dall’avvocato esterno Eni Piero Amara) di un incontro con Armanna due giorni prima che il 30 luglio 2014 Armanna si presentasse spontaneamente in Procura con le prime accuse ad Eni: omesso deposito censurato proprio l’altro ieri nelle motivazioni della sentenza di assoluzione dai giudici Tremolada-Gallina-Carboni, per i quali «risulta incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare» il video, e quindi di sottrarre alla conoscenza del Tribunale e delle difese un dato di «estrema rilevanza»perché «rivelava che Armanna, licenziato da Eni un anno prima, aveva cercato di ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia” ad alcuni dirigenti apicali della compagnia». La ragione della perquisizione informatica e dell’iscrizione nel registro degli indagati dei due pm è invece la nuova e ancora più attuale vicenda, che al procuratore di Brescia, Francesco Prete, sarebbe stata prospettata da Storari nell’interrogatorio al quale questo pm milanese era stato sottoposto settimane fa nel procedimento che lo vede indagato (rivelazione di segreto d’ufficio) per avere consegnato nell’aprile 2020 all’allora consigliere Csm Piercamillo Davigo i verbali segretati che l’avvocato Amara aveva reso tra dicembre 2019 e gennaio 2020 su una asserita associazione segreta denominata «Ungheria», ma che per il pm Storari erano stati lasciati troppo galleggiare senza adeguate e incisive verifiche dall’attendismo dei capi della procura milanese. Ora si comprende che in realtà — tra Storari da una parte, e dall’altra Greco, De Pasquale, Spadaro e l’altro procuratore aggiunto Laura Pedio — si era determinato anche un altro aspro confronto sulla urgente inderogabilità o meno, sostenuta dall’uno e negata o rimandata dagli altri, di mettere a conoscenza i giudici, e le difese degli imputati del processo Eni-Nigeria, di quelle apparentemente gravi circostanze (falsificazione di atti prodotti in giudizio da Armanna, e una sua possibile corruzione in atti giudiziari di un testimone) emerse nell’indagine preliminare in corso già da anni sul cosiddetto depistaggio Eni. La stessa nella quale Armanna e Amara accusano invece Eni, Descalzi e Granata di aver cercato di fare ritrattare nel 2016 le iniziali dichiarazioni accusatorie nel 2014 di Armanna.

Eni: assolti Descalzi e Scaroni per caso Nigeria. (ANSA il 17 marzo 2021) Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, è stato assolto dal Tribunale di Milano nel processo per corruzione internazionale con al centro l'acquisizione dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl245 in Nigeria. I giudici hanno assolto anche il suo predecessore nonché attuale presidente del Milan, Paolo Scaroni.

Eni: assolti anche tutti gli altri imputati su caso Nigeria. (ANSA il 17 marzo 2021) Sono stati tutti assolti i 15 imputati, società comprese, finiti sotto processo a Milano per la presunta corruzione internazionale legata all'acquisizione da parte di Eni e Shell dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria. Lo ha deciso il Tribunale che ha scagionato, oltre all'ad del gruppo di San Donato Claudio Descalzi e il suo predecessore nonché attuale presidente del Milan Paolo Scaroni, gli allora manager operativi nel Paese africano, i presunti intermediari, Shell con i suoi quattro ex dirigenti e l'ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete. Assolte anche le due compagnie petrolifere.

Eni, crolla il teorema dei pm: Scaroni e Descalzi sono assolti. Asfaltato il traballante castello d'accusa con cui la procura aveva portato sul banco degli imputati l'Eni e i suoi due massimi dirigenti. Luca Fazzo - Mer, 17/03/2021 - su Il Giornale. Tutti assolti. Bastano poche ore di camera di consiglio ai giudici del Tribunale di Milano (settima sezione, presidente Marco Tremolada) per asfaltare il traballante castello d'accusa con cui la Procura della Repubblica aveva portato sul banco degli imputati l'Eni e i suoi due massimi dirigenti, l'ex amministratore delegato Paolo Scaroni e il suo successore Claudio Descalzi. L'accusa di corruzione internazionale legata all'appalto per lo sfruttamento dell'Opl 245, gigantesco giacimento di grezzo al largo delle coste della Nigeria, viene liquidata con poche righe di dispositivo della sentenza che assolve l'azienda, Scaroni e Descalzi, e insieme a loro la Shell, il colosso petrolifero alleato di Eni nella cordata per l'appalto nigeriano. Per la seconda volta consecutiva le indagini della Procura milanese contro Eni si risolvono in un nulla di fatto. Era giù successo con il processo gemello per le presunte tangenti in Algeria: tutti assolti, Scaroni e l'ente, sentenza confermata in appello e in Cassazione, "il fatto non sussiste". Ora arriva il bis, con le assoluzioni in blocco per il caso Nigeria. Per il pm Fabio De Pasquale, che a questa indagine ha dedicato quasi per intero gli ultimi anni di lavoro, una sconfitta plateale di fronte alla quale, mentre il tribunale legge la sentenza, nasconde a stento il suo disappunto. Per Scaroni e Descalzi il rappresentante dell'accusa aveva chiesto otto anni di carcere a testa. Assolto anche Luigi Bisignani, ex giornalista e procacciatore di affari, accusato di avere fatto da intermediario tra Eni e i faccendieri africani. Per arrivare all'assoluzione è servito un processo durato quasi tre anni, reso impervio dalle difficoltà di traduzione con i testimoni nigeriani che l'accusa portava in aula a sostegno della sua tesi: ovvero che il miliardo e trecento milioni di dollari versati da Eni e Shell al governo nigeriano per ottenere la licenza di sfruttamento fossero in realtà una gigantesca tangente destinata a una serie di politici del posto, con in testa il presidente della Repubblica Jonathan Goodluck. A sostegno della tesi, una serie di analisi bancarie e di testimonianze, tra cui quella di una "gola profonda" interna ad Eni: Vincenzo Armanna, già capo delle attività di estrazione Eni a sud del Sahara, secondo cui sia Scaroni che Descalzi (che all'epoca dei fatti guidava la direzione Esplorazione e produzione) erano consapevoli che l'enorme somma versata sul conto governativo aveva ben altre destinazioni. Ma a mancare sono stati i riscontri, gli elementi di fatto a sostegno della versione del pentito: come pure per lo scenario più grave adombrato dalla Procura nel corso del processo, secondo cui una parte non piccola della tangente uscita dalle casse di Eni e Shell sarebbe alla fine rientrata nelle disponibilità del management italiano. Il tribunale ha preso novanta giorni per depositare le motivazioni: dopodichè la Procura valuterà se ricorrere in appello. Ma che De Pasquale si arrenda appare assai improbabile (prescrizione permettendo, essendo i fatti vecchi ormai di una decina d'anni).

Eni, Descalzi e Scaroni assolti: niente corruzione in Nigeria. Un calvario lungo 10 anni. Libero Quotidiano il 17 marzo 2021. L'ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni sono stati assolti dal tribunale di Milano nel processo in cui i due manager erano accusati di corruzione internazionale per un presunto pagamento di tangenti nel 2011 in Nigeria. Assolto anche Luigi Bisgnani, considerato mediatore. Il caso era quello della licenza del campo petrolifero Opl-245, ambita da Eni e da Shell. A 10 anni dal presunto illecito, dunque, finalmente la giustizia italiana ha emesso il suo verdetto. I due colossi del settore energetico escono completamente assolti, così come gli altri imputati,  gli allora manager operativi nel Paese africano, i presunti intermediari, i quattro ex dirigenti Shell e l'ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete, con formula piena perché "il fatto non sussiste". Resta certo il peso di una inchiesta che anche a livello mediatico ha rischiato di distruggere l'immagine di Eni, uno degli orgogli italiani nel mondo e tra i pochi player in grado di competere con le multinazionali straniere, e la reputazione degli stessi manager. "Il processo dopo tante udienze, dopo aver esaminato migliaia di documenti, finalmente restituisce a Descalzi intatta la sua reputazione di manager e all’Eni il suo ruolo di grande azienda italiana di cui siamo tutti orgogliosi", ha spiegato l'ex ministro della Giustizia Paola Severino, oggi avvocato difensore dell'ad della compagnia energetica. "Siamo molto contenti e sicuramente sarà lieto anche lui - è il commento di Enrico De Castiglione, legale di Scaroni -. La centralità del dibattimento in questo caso si è riconfermata, la tesi della pubblica accusa è stata verificata in un dibattimento che è durato 3 anni ed evidentemente è stata ritenuta non fondata, cosa che noi abbiamo sempre ritenuto per la verità. Non è una critica alla pubblica accusa che ha fatto il suo mestiere, porta avanti delle tesi che però poi devono essere vagliate e valutate in sede dibattimentale nel contraddittorio delle parti e in questo contraddittorio quella tesa non è risultata fondata". "Speriamo - ha concluso De Castiglione - di aver finito questo calvario perché il mio assistito, Scaroni, è 12 anni che è sotto processo ed è stato assolto in tutti i gradi di giudizio per l'Algeria e in questo grado di giudizio ha confermato un’altra assoluzione. È sempre stato assolto e sempre con formula piena".

Assolti Descalzi, Scaroni e tutti gli altri imputati del caso tangenti Nigeria. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 17/3/2021. Tutti assolti «perché il fatto non sussiste» i 13 amministratori o intermediari di Eni e Shell, e nessuna confisca alle società di 1 miliardo e 92 milioni di dollari, nella sentenza di primo grado del processo milanese sull’acquisto nel 2011 - per quel prezzo pagato ufficialmente al governo della Nigeria, ma ritenuto dai pm la più grande tangente mai pagata a politici e burocrati stranieri - della licenza petrolifera marittima «Opl 245» detenuta dall’ex ministro del Petrolio, Dan Etete, il quale anni prima se la era autoattribuita dietro lo schermo della società Malabu. La VII sezione penale del Tribunale di Milano ha infatti assolto l’allora direttore generale e attuale amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, e il suo predecessore sino al 2014 Paolo Scaroni, oggi presidente del Milan e vicepresidente di banca Rothschild in Italia, che il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro avevano candidato a 8 anni di carcere, quasi al pari (7 anni e 4 mesi) dell’allora omologo di Shell pure prosciolto, Malcom Brinded.

Il ministro, il lobbista, l’ambasciatore, le ex spie. Il collegio, presieduto da Marco Tremolada con i giudici Mauro Gallina e Alberto Carboni, ha assolto anche l’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete, che rischiava 10 anni; poi (ad onta di richieste pure tra i 6 e i 7 anni) il lobbista più influente su Scaroni, Luigi Bisignani, che stavolta esce indenne da un grosso processo dopo invece i 2 anni e mezzo incassati negli anni ‘90 per l’affare Enimont durante Mani Pulite, e i 19 mesi patteggiati nel 2011 a Napoli per associazione e delinquere, favoreggiamento e rivelazione di segreto nel processo sulla «P4»; e l’ex ambasciatore russo in Colombia (mediatore di Shell) Ednan Agaev, per il quale a inizio del processo nel 2018 si era scomodato, con una lettera ufficiale alla Farnesina chiedendo irritualmente che fosse scagionato già in partenza, il ministro degli Esteri di Putin, Sergej Lavrov. Anche Roberto Casula e Ciro Pagano, ex alti manager di Eni in Africa, sono stati assolti assieme al top manager di Shell, Peter Robinson; ad altri due consulenti del gruppo olandese che in passato erano stati capicentro del servizio segreto inglese M16 ad Abuja (in Nigeria) e a Hong Kong, Guy Colgate e John Coplestone; e al fornitore di logistica per Eni e viceconsole onorario ad Abuja, Gianfranco Falcioni, titolare della piccola società stranamente coinvolta nel primo tentativo di bonifico del prezzo pagato al governo nigeriano.

La figura double-face di Armanna. L’assoluzione arride pure all’allora capo in Eni del progetto «Opl 245», Vincenzo Armanna, che per metà era coimputato di essersi ritagliato 1,2 milioni di dollari sotto il pretesto di una eredità paterna e di un commercio d’oro, e per metà era autore di controverse dichiarazioni accusatorie nei confronti di Descalzi, assai valorizzate dalla Procura a dispetto di non poche smentite. Una insistenza a tratti sorprendente nella pubblica accusa, impermeabile di udienza in udienza al sempre più evidente rischio che finisse per depotenziare o addirittura minare il resto del tentativo invece di lavoro documentale dei pm sui flussi finanziari e sulle oggettive incongruenze dell’iter della trattativa contrattuale in Nigeria.

Un tesoro dentro l’assoluzione. Ma la più preziosa è, per le persone giuridiche Eni e Shell, l’assoluzione dall’illecito amministrativo previsto dalla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi dai vertici nell’interesse aziendale, perché essa vale una fortuna: consente infatti alle due multinazionali di schivare la colossale confisca di 1 miliardo e 92 milioni caldeggiata dall’ufficio inquirente del procuratore Francesco Greco, e l’altrettanto ingente risarcimento dei danni chiesto dallo Nigeria costituitasi parte civile. Ed ora Eni, che con Shell rimarca di aver investito complessivamente 2 miliardi e mezzo anche in infrastrutture inutilizzate, lamenta il fatto che, tra cause in Nigeria e processi in Italia, la licenza esplorativa Opl 245 sia paradossalmente prossima a scadere già fra due mesi, senza che sia ancora mai stato estratto un barile di petrolio.

La battaglia attorno al giacimento. La Procura addebitava alle società petrolifere Eni e Shell le intese corruttive con l’ex ministro nigeriano del Petrolio (ai tempi del dittatore Sani Abacha), titolare in modo illegittimo (dietro la prestanome società Malabu) della licenza di esplorazione Opl 245. In una prima fase la Shell e l’Eni si avvalsero di intermediari per i rapporti con Etete. Shell usò l’avvocato d’affari russo Ednan Agaev, ex ambasciatore in Colombia, in rapporti con l’ex capo del servizio segreto britannico MI6 in Nigeria, John Copleston, divenuto manager Shell (come il collega Guy Colegate già 007 a Honk Kong) sotto l’egida del capo del settore commerciale di Shell, Peter Robinson. Il loro interlocutore era il generale Aliyu Gusau, capo dei servizi segreti nigeriani. Eni invece si servì di un intermediario nigeriano (Emeka Obi in tandem con il socio d’affari Gianluca Di Nardo) che il lobbista Luigi Bisignani aveva accreditato presso l’allora n.1 Eni Paolo Scaroni, che a sua volta lo aveva raccomandato a Descalzi. Su pressione di Shell a un certo punto Obi (che attendeva di ricevere una grossa commissione da Eni) fu tagliato fuori dal seguito dell’affare, e per i pm anche Eni trovò comunque troppo elevato il rischio reputazionale di comprare la licenza da Etete, che in Francia per altre vicende aveva già avuto una condanna per riciclaggio. Così sarebbe stato ideato il secondo schema, che replicava il primo ma in apparenza senza più intermediari e senza l’ingombrante presenza di Etete: insomma, per dirla con una metafora di Agaev e del settimanale inglese Economist, lo stesso schema ma con il «preservativo», nel senso che in teoria Eni e Shell passavano a comprare la licenza (a chiunque appartenesse dietro la società Malabu) direttamente dal governo nigeriano. Ma quegli accordi, era la tesi della Procura ora non validata dal Tribunale, comprendevano già il fatto che in apparenza il prezzo di 1 miliardo e 92 milioni venisse pagato ufficialmente nel 2011 su un conto del governo nigeriano, ma in realtà con la pattuita consapevolezza che andasse poi a remunerare gli sponsor politici di Etete, quali il presidente Goodluck Jonathan (in passato insegnante privato dei figli di Etete), il ministro della Giustizia Adoke Bello (già suo avvocato, e ora riparato proprio nella Olanda di Shell), o il successivo ministro del Petrolio Diezani Alison-Madueke (ex assistente di Etete e già top manager di Shell). Tutti burocrati che, al netto della quota maggioritaria trattenuta direttamente da Etete sul miliardo e 92 milioni, per la Procura erano poi stati corrotti con la provvista di almeno 500 milioni di dollari fisicamente prelevati in contanti e gestiti poi dal faccendiere nigeriano Abubakar Aliyu presso uffici di cambio di Abuja. Obi però non si rassegnò ad essere escluso dall’affare da cui si attendeva laute commissioni e nel luglio 2011 fece causa a Etete a Londra, ottenendo dalla giustizia civile inglese il diritto a ricevere da Etete 119 milioni di dollari (dei quali 21 milioni di franchi svizzeri girati a Di Nardo), ma disvelando nella causa alcuni passaggi della vicenda che, anche su impulso poi delle organizzazioni non governative Re:Common, The Corner House e Global Witness, innescarono l’inchiesta milanese nel 2014 con il sequestro dei soldi di Obi e Di Nardo, condannati nel 2018 in rito abbreviato di primo grado a 4 anni e alla confisca dei soldi.

Il contrasto con l’altra condanna. L’assoluzione di oggi nel filone principale, che per questi 13 imputati esclude la corruzione internazionale nell’affare «Opl 245», non si concilia con la condanna che - nel settembre 2018 ma con rito abbreviato in uno stralcio giudicato prima - proprio per la medesima corruzione internazionale fu invece inflitta dalla giudice dell’udienza preliminare Giusi Barbara al coimputato intermediario Emeka Obi e al suo socio Gianluca Di Nardo (partner d’affari di Bisignani): 4 anni di carcere e confisca dei 100 milioni (sequestrati loro nel 2014 in Svizzera) che Obi e Di Nardo erano riusciti a farsi riconoscere a Londra da una Corte inglese, davanti alla quale avevano fatto causa a Etete per farsi da lui pagare la commissione alla quale ritenevano di avere diritto per la propria intermediazione. Neanche a farlo apposta, il processo d’appello (i cui atti non coincidono con quello del filone principale odierno, perché in più ha le dichiarazioni rese in abbreviato da Obi e le intercettazioni napoletane di Scaroni-Bisignani non acquisibili dal processo principale) inizierà la settimana prossima.

L’inchiesta sul «complotto». Adesso alla Procura di Milano resta da concludere, con una richiesta di giudizio o di archiviazione, l’indagine-contenitore che da tre anni sta conducendo per l’ipotesi di «induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria», e cioè sul cosiddetto «complotto». Ossia sui depistaggi di varia natura che - secondo i pm, e secondo quanto ha affermato Armanna in tribunale nel luglio 2020 - avrebbero influenzato nel 2016-2017 l’ondivago comportamento processuale di Armanna tra affermazioni, ritrattazioni, e controritrattazione delle ritrattazioni attribuite a una strategia di inquinamento di matrice Eni: strategia ispirata, in un primo schema d’ipotesi esplorato dai pm, dall’allora responsabile degli affari legali Massimo Mantovani, e in un secondo schema d’accusa dal numero tre Eni, Claudio Granata, nell’interesse di Descalzi. In attesa di definizione sono anche i fascicoli per le ipotesi di «corruzione tra privati» riguardanti tra gli altri l’ex numero due Eni, Antonio Vella, Armanna e Amara.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 17 marzo 2021. Siccome «dopo» saranno capaci tutti - di incensare le condanne ottenute dai pm o di saltare sul carro dei vincitori assolti - serietà vorrebbe che sui processi per corruzione internazionale si facessero invece i conti con una verità, e con un fraintendimento, «prima» dell'odierna sentenza del processo milanese Eni/Shell-Nigeria, riguardante quella che l'accusa asserisce essere la più grande tangente di sempre, 1 miliardo e 92 milioni pagati come prezzo al governo nigeriano nel 2011 per la licenza petrolifera Opl 245. Il fraintendimento è di chi manifesta insofferenza già solo per la celebrazione di processi tacciati di frenare l'export italiano in Paesi dove senza ungere i politici non ci si aggiudicherebbe le commesse, e quindi di penalizzare gli interessi nazionali a beneficio di concorrenti esteri più spregiudicati ma meno tarpati dalle rispettive magistrature. È un'insofferenza malriposta, perché è la Convenzione Ocse del dicembre 1997 - a tutela della concorrenza internazionale, e a contrasto dei cleptocrati affamatori di nazioni saccheggiate nelle proprie materie prime - che impone agli Stati aderenti di perseguire le tangenti a politici stranieri: se poi l'applicazione di questi trattati appare più «interventista» in Italia, ciò dipende dal fatto che la magistratura non è sottoposta all'esecutivo e agisce in regime di obbligatorietà dell'azione penale, mentre in altri Paesi (ad azione penale discrezionale e controllo più o meno diretto dell'esecutivo) sono le contingenti opportunità politiche a stoppare o aizzare i magistrati. E persino questi Paesi, quando ritengono, non lesinano mano pesante anche verso i propri campioni nazionali: l'anno scorso il colosso aerospaziale francese Airbus ha accettato di pagare 2,1 miliardi di euro alla Francia, 984 milioni alla Gran Bretagna e 526 milioni agli Stati Uniti che indagavano congiuntamente su 13 anni di commesse militari a Malesia, Russia, Cina e Ghana. Tuttavia il rosario di processi in Italia conclusi da ricorrenti assoluzioni di tutti i vertici imputati (come nei casi Saipem-Algeria e Agusta/Finmeccanica-India) contiene invece un nucleo di verità, pur al netto dell'amnesia su parziali risultati di segno contrario, quali il patteggiamento (7,5 milioni nel 2014) di AgustaWestland prima del processo ai poi assolti amministratori Finmeccanica, o il pagamento nel 2010 di 365 milioni da Eni agli Stati Uniti propiziato a cascata della prima indagine milanese in Nigeria, o l'intenzione adesso proprio di Eni di patteggiare (anche se non per corruzione ma per induzione indebita) un'altra indagine a Milano sul Congo. La pioggia di assoluzioni segnala che struttura della norma e stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l'asticella delle prove richieste. Non basta l'enormità magari delle commissioni pagate dalle aziende italiane al mediatore di turno, non potendo valere l'assunto (sensato storicamente ma non giudiziariamente) che pagare il mediatore intimo di un ministro equivalga di per sé a pagare il ministro; a volte neppure il passaggio di denaro dal mediatore al ministro è stato ritenuto prova sufficiente della destinazione al ministro proprio di «quelle» somme stanziate dall'azienda al mediatore; e indispensabile - in multinazionali i cui grandi capitani d'azienda si rimpiccioliscono di colpo fin quasi a semplici passanti tutte le volte che i controlli interni appaiono degni di una bocciofila - resta dare la prova dell'accordo corruttivo stretto dall'azienda con il mediatore nell'interesse del pubblico ufficiale straniero, nonché individuare lo specifico atto d'ufficio compravenduto. Tutte tessere di un puzzle che, già non semplici da ricostruire in Italia, spesso diventano ardue da recuperare con rogatorie in Paesi tutt' altro che collaborativi. È forse in questa frustrazione che va rintracciata la molla psicologica dei magistrati milanesi a ipervalutare taluni controversi testimoni (come nel processo odierno il coimputato ex manager Eni Vincenzo Armanna o l'ex avvocato esterno Eni Piero Amara), in apparenza in grado di colmare i tasselli mancanti a provare (non più solo per via logica o di indirette mail) un ruolo diretto dei vertici aziendali nella destinazione corruttiva dei soldi finiti ai potentati locali. Quando fuori piove, piove anche se lo dice Armanna, hanno argomentato in requisitoria i pm, convinti che sbagli chi, osservando questi tre anni di udienze, ha invece ricavato l'impressione di testimoni specializzati nel dire, su 10 cose, una riscontrata vera ma non importante, una riscontrata falsa ma non decisiva, e otto in teoria cruciali ma dette apposta in un modo che ne renda inverificabile la verità o falsità. Una scommessa ad alto azzardo, quindi. Che la Procura di Milano ha giocato confidando le valga da asso pigliatutto. Ma che può viceversa trasformarsi in un boomerang, finendo per indebolire anche lo sforzo investigativo profuso sulle anomalie dell'iter contrattuale e sui rivoli dei 500 milioni di dollari prelevati in contanti negli uffici di cambio nigeriani.

Luca Fazzo per "il Giornale" il 23 marzo 2021. La grande inchiesta della Procura di Milano sull' Eni era basata sulle false accuse di un calunniatore: a dirlo non sono gli avvocati difensori ma la Procura generale del capoluogo lombardo, chiamata a sostenere l' accusa nel processo d' appello a due presunti mediatori delle presunte tangenti pagate dall' Eni in Nigeria. I due erano stati processati a parte e condannati in primo grado a quattro anni di carcere. Ieri il procuratore generale Celestina Gravina chiede l' assoluzione per entrambi e la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica perché indaghi su Vincenzo Armanna. Ovvero l' ex manager Eni, responsabile delle attività nell' Africa subsahariana, le cui dichiarazioni sono di fatto l' asse portante dell' intera indagine Eni-Nigeria. La settimana scorsa erano stati assolti, al termine di un lungo processo di primo grado, l' Eni e la Shell (sua alleata nel contratto nigeriano) insieme all' ex amministratore delegato dell' azienda italiana Paolo Scaroni e al suo successore Claudio Descalzi. Il pm Fabio De Pasquale aveva chiesto per entrambi otto anni di carcere, portando tra i suoi argomenti proprio la condanna già inflitta ai due mediatori: se sono colpevoli i due mediatori, come possono essere innocenti i diretti interessati? Ma ieri arriva l' ennesimo colpo di scena. Davanti alla seconda sezione si apre il processo d' appello ai mediatori, il nigeriano Emeka Obi e l' uomo d' affari italiano Gianfranco Di Nardo. E nella sua requisitoria è il pg Gravina a chiedere che la condanna venga azzerata, i due vanno assolti «perché il fatto non sussiste». La testimonianza che secondo la Procura li incastrava è non solo priva di riscontri ma smentita da tutte le altre circostanze. Armanna, dice la rappresentante dell' accusa, ha mentito deliberatamente: l' ex manager sarebbe un «avvelenatore di pozzi». Ora a indagare su Armanna dovrà essere la stessa Procura della Repubblica che per anni lo ha considerato attendibile, dando luogo a una indagine - come ha sottolineato la Gravina - lunga e dispendiosa. Sui motivi che avrebbero portato Armanna a accusare falsamente l' Eni dovrà ora scavare l' inchiesta. Di certo c' è che l' unico italiano ad avere ricevuto con certezza una parte dei soldi versati al governo nigeriano dai due colossi occidentali per chiudere l' affare è stato proprio Armanna, sul cui conto alla Popolare di Bergamo sono stati individuati e sequestrati 900mila euro fattigli avere dall' ex ministro della Giustizia nigeriano Bajo Ojo. Prima ancora che la dottoressa Gravina prendesse la parola per la richiesta di assoluzione, la Corte - presieduta dal giudice Rosa Polizzi - aveva già preso una decisione indicativa della volontà di vedere fino in fondo nel garbuglio Eni: quella di acquisire agli atti la sentenza ormai definitiva che ha assolto Eni e i suoi manager nel processo (assai simile) per le presunte tangenti versate in Algeria, un precedente significativo sulla difficoltà per il pm De Pasquale di portare in aula prove convincenti. Mentre subito dopo i giudici hanno rifiutato invece di acquisire agli atti la memoria d' accusa che proprio De Pasquale aveva presentata nel processo principale per le tangenti in Nigeria. La stessa memoria che De Pasquale ha mandato nei giorni scorsi via whatsapp a tutti i pm milanesi, nel pieno delle polemiche scoppiate all' interno della Procura sulla gestione del caso Eni. Se anche questo filone finisse con un nulla di fatto, la Procura milanese dovrebbe prendere atto di avere dato la caccia per anni a un reato indimostrato e forse indimostrabile. «L' azione penale è obbligatoria», ha ricordato nei giorni scorsi il procuratore Francesco Greco ai suoi sostituti, rivendicando per intero le indagini compiute da De Pasquale sul fronte Eni e la sua gestione dei processi. Anche le assoluzioni, come le condanne, fanno parte della normalità dei processi. Ma se su un fronte così delicato una Procura incassa solo sconfitte, qualche domanda è inevitabile.

Monica Serra per "la Stampa" il 25 marzo 2021. Dopo il caso Eni è scontro aperto all' interno del palazzo di giustizia di Milano. L' ultimo colpo lo ha sferrato il procuratore Francesco Greco che in una nota si è schierato pubblicamente «al fianco» del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, rappresentanti dell' accusa al processo. «I quali, nonostante le intimidazioni subite, hanno svolto il loro lavoro con serenità, professionalità e trasparenza». Il riferimento è al processo sulla presunta maxi tangente da oltre un miliardo di euro che per i pm sarebbe stata pagata da Eni e Shell finito in primo grado con l' assoluzione «perché il fatto non sussiste» di tutti gli imputati. Una sentenza cui ha fatto seguito una moltitudine di polemiche che hanno dato spunto anche a un velenoso botta e risposta in una chat di whatsapp interna della procura. Dove sono «volati gli stracci», finiti poi qualche giorno fa sulle pagine de Il Giornale. Qualcuno ha chiesto un' assemblea nella procura che però è stata rifiutata, ma la discussione non si è fermata ai pm. Perché nelle scorse ore è intervenuto il presidente del Tribunale, Roberto Bichi, che ha inviato una lettera «di solidarietà» al collegio giudicante del processo Eni Nigeria, al presidente Marco Tremolada e ai colleghi Mauro Gallina e Alberto Carboni, con un ringraziamento «istituzionale» per la conduzione del processo Eni. -Nigeria, nonostante «polemiche di carattere mediatico». La presa di posizione è contro chi ha sollevato dubbi sull' imparzialità del collegio, paventando una vicinanza tra i giudici del caso e le difese degli imputati. Dubbi emersi nel corso di un' altra inchiesta, quella sulle presunte attività di depistaggio per condizionare le indagini sul caso Eni-Nigeria, aperta dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal pm Paolo Storari, e segnalati alla procura di Brescia, competente a indagare sui magistrati milanesi. Che, però, ha già archiviato il fascicolo aperto, contro ignoti, per traffico di influenze illecite e abuso d' ufficio. «Stante la gravità delle insinuazioni fatte circolare e riprese e diffuse dai media - scrive Bichi - immagino il riflesso emozionale che ciò può avervi indotto». Passano poche ore dalla lettera di Bichi e arriva la nota del procuratore Greco. Che innanzitutto fa presente che per i fatti su cui si concentra l' inchiesta sul presunto depistaggio delle indagini su Eni, «gli imputati» coinvolti nelle indagini correlate condotte dalle procure di Roma e Messina «tra i quali un magistrato (l' ex pm di Siracusa, Giancarlo Longo, ndr.) , hanno ammesso gli addebiti e sono già stati condannati». E aggiunge che «nell' azione di inquinamento, chi l' ha ideata e portata avanti ha anche cercato di delegittimare il pubblico ministero di Milano». In più, a chi anche sui giornali ha parlato del processo Eni come un «grande spreco di denaro», Greco ha ribadito che «in materia di corruzione internazionale l' obbligatorietà dell' esercizio dell' azione penale è rafforzata dagli impegni assunti dallo Stato italiano con la convenzione Ocse di Parigi del 1997». Nel pieno del caso Palamara, con il delicato ruolo del Csm e la prossima nomina del sostituto del procuratore Greco, che andrà in pensione a novembre, la spaccatura nel Palazzo di Giustizia di Milano, con la fronda interna di alcuni pm, è molto più di una schermaglia tra magistratura inquirente e giudicante. Ma la questione rischia di diventare un caso politico per governo e Quirinale.

CBas. per "il Giornale" il 25 marzo 2021. «Il procuratore della Repubblica, nel ribadire che in materia di corruzione internazionale l' obbligatorietà dell' esercizio dell' azione penale è rafforzata dagli impegni assunti dallo Stato italiano con la Convenzione Ocse di Parigi del 1997, è al fianco dei colleghi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, i quali, nonostante le intimidazioni subite, hanno svolto il loro lavoro con serenità, professionalità e trasparenza». Firmato: il procuratore della Repubblica Francesco Greco. Una pagina su carta intestata per dichiarare esplicitamente, all' esterno e all' interno del Palazzo di giustizia milanese, il proprio appoggio incondizionato a chi ha sostenuto l' accusa nel processo Eni-Nigeria. Quello approdato pochi giorni fa all' assoluzione in primo grado di tutti gli imputati.

Continua Greco: «In relazione ai recenti articoli di stampa sul processo denominato Eni-Nigeria, si precisa che: nel corso delle indagini sono stati imbastiti da un avvocato dell' Eni, presso la Procura di Trani e presso la Procura di Siracusa, due procedimenti, finalizzati a inquinare l' inchiesta condotta dalla Procura di Milano e a danneggiare l' immagine di alcuni consiglieri indipendenti dell' Eni». Cioè Luigi Zingales e Karina Litvack. «Per taluni fatti specifici - continua la nota - gli imputati, tra i quali un magistrato, hanno ammesso gli addebiti e sono già stati condannati».

Secondo punto: «Nell' azione di inquinamento, chi l' ha ideata e portata avanti ha anche cercato di delegittimare il pubblico ministero di Milano». Non si fermano quindi gli strascichi delle assoluzioni per la presunta maxi tangente per lo sfruttamento del blocco petrolifero Opl 245. La presa di posizione del capo della Procura milanese, a sostegno del proprio aggiunto e del proprio sostituto, non sembra tanto una risposta agli attacchi dei giornali (che non sarebbero una novità) dopo la sconfitta. Quanto uno scudo dopo le critiche, anche aspre, che si sono sollevate proprio al quarto piano del Palazzo attraverso la chat interna. Con alcuni colleghi che hanno attaccato frontalmente il «sistema» messo in piedi contro Eni e poi crollato. E non è l' ultimo colpo alla Procura, per importanza, quello sferrato lunedì dalla Procura generale che ha chiesto l' assoluzione in Appello dei presunti intermediari della corruzione. Definendo l' intera inchiesta «un enorme spreco di risorse».

Processo Eni, il tribunale contro i pm: «Gravi le accuse ai giudici». La lettera del presidente Bichi ai colleghi: «Insinuazioni gravi e subdole». Simona Musco su Il Dubbio il 25 marzo 2021. «Innanzi tutto vi confermo un ringraziamento istituzionale e mio personale per l’impegno che avete profuso per portare a termine il processo cosiddetto Eni-Nigeria: impegno che avete attuato con efficienza, riserbo, rispetto del difficile ruolo che impone al giudice di evitare ogni coinvolgimento in polemiche di carattere mediatico o in iniziative che vogliano ledere il carattere di terzietà del giudice, che deve essere affermato nella sostanza e anche nelle forme comportamentali esterne». A scrivere è il presidente del tribunale di Milano, Roberto Bichi, che ha deciso di manifestare la propria solidarietà al collegio giudicante del processo a Eni e Shell – presidente Marco Tremolada, affiancato dai colleghi Mauro Gallina e Alberto Carboni -, conclusosi pochi giorni fa con l’assoluzione degli imputati «perché il fatto non sussiste». La lettera rappresenta una dura presa di posizione contro chi, nei giorni scorsi, ha sollevato dubbi sull’imparzialità del collegio, paventando una vicinanza, al momento non provata, tra i giudici del caso e le difese degli imputati. Il presidente Bichi non ci va leggero e tenta di mettere un punto alle polemiche interne al mondo della magistratura milanese, che nei giorni scorsi hanno intasato le chat whatsapp. «Stante la gravità delle insinuazioni fatte circolare e riprese e diffuse dai media, immagino il riflesso emozionale che ciò può avervi indotto – scrive Bichi -. Aver mantenuto la freddezza e la razionalità necessarie per gestire questo processo e la serenità per affrontare la camera di consiglio sono quindi vostri meriti “rafforzati”». Bichi sottolinea la forte pressione mediatica che avvolge il Tribunale di Milano, per il quale il processo Eni è stato, probabilmente, uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni. «Chi fa il giudice presso il Tribunale di Milano è frequentemente impegnato in processi di grande importanza, di forte rilevanza anche mediatica e a ciò si correla una condizione che rende il magistrato, o meglio, la sua decisione suscettibile di critiche (e ciò è fisiologico), ma purtroppo spesso di attacchi scomposti e a volte offensivi – afferma Bichi -. È una prassi che verifichiamo sempre più di frequente e che – al di fuori di eventuali iniziative a tutela previste dal nostro Ordinamento – ritengo che sia bene non determini il coinvolgimento diretto del magistrato o del Tribunale in reazioni che lo trascinino in polemiche; d’altra parte è nostro obbligo rispettare i principi di correttezza, riserbo ed equilibrio, che devono informare la nostra attività, specificatamente puntualizzati nel dovere di riservatezza con riguardo agli affari in corso di trattazione, come sancito normativamente dal D.Lgs n. 109/2006». Il presidente parla di «subdole insinuazioni», provenienti proprio dall’interno del mondo della magistratura e che costituirebbero per la magistratura stessa «una espressione di degrado gravissima». Il caso, stando alla lettera, non si chiuderà qui. Perché, scrive Bichi, «vi sarà modo di esaminare l’insieme delle circostanze una volta acquisito ogni elemento utile, per una valutazione compiuta della vicenda». I sospetti nascono dalle dichiarazioni di Piero Amara, l’avvocato ideatore del “Sistema Siracusa”, accusato di aver costruito un vero e proprio sistema per condizionare le inchieste, a fronte di mazzette e prebende. A Milano Amara aveva dichiarato di aver saputo da Michele Bianco, a capo dell’ufficio legale di Eni, e dalla collega Alessandra Geraci, che Paola Severino e Nerio Diodà, tra i principali difensori del processo, “avevano accesso” al presidente Tremolada. A fine gennaio 2020 il procuratore Francesco Greco, mentre il processo era in corso, ha trasmesso le dichiarazioni di Amara alla procura di Brescia, competente per i reati commessi dai magistrati milanesi. Lì viene aperto un fascicolo a carico di ignoti, con le accuse di traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio. Il pm Fabio De Pasquale tenta di far entrare tali dichiarazioni nel processo, ma senza riuscirci. Nel frattempo il fascicolo a Brescia si sgonfia – Bianco e Geraci negheranno i fatti attribuiti da Amara, che non verrà mai sentito né indagato per calunnia – e l’indagine viene archiviata. Ma quei fatti verranno ancora utilizzati per gettare ombre sull’operato del collegio. Il procuratore di Milano Francesco Greco ha replicato duramente attraverso una nota, con la quale ha ribadito la vicinanza all’aggiunto Fabio De Pasquale e al pm Sergio Spadaro, titolari dell’accusa nel processo Eni-Nigeria, che «nonostante le intimidazioni subite hanno svolto il loro lavoro con serenità, professionalità e trasparenza». La nota diffusa dal procuratore fa riferimento «ai recenti articoli di stampa sul processo» che mettevano in discussione l’opportunità di istruire lunghe e complesse indagini a carico dei grandi gruppi italiani che operano all’estero e ribadisce «che in materie di corruzione internazionale l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale è rafforzata dagli impegni assunti dallo Stato Italiano con la Convenzione OCSE di Parigi del 1997».

Caso Eni, veleni tra toghe a Milano: tra pm e giudici ora volano gli stracci. Il procuratore Francesco Greco replica alla lettera del presidente del Tribunale di Milano e difende i due magistrati che hanno condotto l'inchiesta sulla presunta tangente con «serenità, professionalità e trasparenza». Simona Musco su Il Dubbio il 26 marzo 2021. Una vera e propria spaccatura. È quella che si è consumata nel Palazzo di Giustizia di Milano, dopo la recente assoluzione dei vertici Eni nel processo sulla presunta tangente da un miliardo e 92 milioni ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero, secondo l’accusa la più grande tangente mai pagata da una compagnia italiana. Per i giudici del collegio giudicante – presidente Marco Tremolada, a latere Mauro Gallina e Alberto Carboni – il fatto non sussiste. Dunque una bocciatura in piena regola del lavoro della Procura, che giovedì, tramite una nota del procuratore Francesco Greco, si è chiusa a riccio a difesa dei due magistrati che hanno condotto l’inchiesta, l’aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, ai quali Greco ha manifestato vicinanza per aver svolto, «nonostante intimidazioni subite» il loro lavoro con «serenità, professionalità e trasparenza». Un chiarimento che segue la lettera inviata dal presidente del Tribunale, Roberto Bichi, ai giudici del collegio, vittime di «gravi insinuazioni», avanzate proprio dalla procura. Il riferimento è alle dichiarazioni di Piero Amara, l’avvocato ideatore del cosiddetto “Sistema Siracusa”, accusato di aver costruito un vero e proprio sistema per condizionare le inchieste, a fronte di mazzette e prebende. A Milano Amara aveva dichiarato di aver saputo da Michele Bianco, a capo dell’ufficio legale di Eni, e dalla collega Alessandra Geraci, che Paola Severino e Nerio Diodà, tra i principali difensori del processo, “avevano accesso” al presidente Tremolada. A fine gennaio 2020 il procuratore Francesco Greco, mentre il processo era in corso, ha trasmesso le dichiarazioni di Amara alla procura di Brescia, competente per i reati commessi dai magistrati milanesi. Lì è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti, con le accuse di traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio. E il pm Fabio De Pasquale ha tentato di far entrare tali dichiarazioni nel processo, senza riuscirci. Nel frattempo il fascicolo a Brescia si sgonfiò – Bianco e Geraci negarono i fatti attribuiti da Amara, che non fu mai sentito né indagato per calunnia – e l’indagine venne archiviata, proprio per l’evanescenza delle accuse. Ma quei fatti, accusa Bichi, sono stati utilizzati per gettare ombre sui giudici. Il presidente parla di «subdole insinuazioni», provenienti proprio dall’interno del mondo della magistratura e che costituirebbero per la magistratura stessa «una espressione di degrado gravissima». Il caso, stando alla lettera, non si chiuderà qui. Perché, scrive Bichi, «vi sarà modo di esaminare l’insieme delle circostanze una volta acquisito ogni elemento utile, per una valutazione compiuta della vicenda». Bichi ha infatti chiesto l’accesso agli atti dell’inchiesta archiviata a Brescia, dichiarazioni che hanno gettato un’ombra sul collegio, in particolare su Tremolada, facendo riferimento a «interferenze delle difese Eni».La sentenza ha rappresentato, dunque, l’occasione per rispolverare vecchie polemiche interne al Palazzo. E anche la scelta della procura generale, rappresentata da Celestina Gravina, di chiedere l’assoluzione per i due mediatori del caso Eni-Nigeria – l’avvocato nigeriano Emeka Obi e l’uomo d’affari Gianluca Di Nardo, condannati in primo grado a 4 anni di reclusione in uno stralcio del procedimento principale -, conferma la spaccatura. I due sono accusati di corruzione internazionale, ma per Gravina l’intera inchiesta avrebbe rappresentato «un enorme spreco di risorse», definendo un «avvelenatore di pozzi» Vincenzo Armanna, l’ex dirigente Eni che nel corso del processo ha accusato la compagnia e l’ad Claudio Descalzi (tra gli assolti nel processo ordinario), al punto di chiedere la trasmissione degli atti per l’ipotesi di reato di calunnia. Un «travisamento dei fatti», dovuto ad una «errata lettura degli atti». E l’ultimo capitolo della vicenda Eni è arrivato ieri, con l’ok del gip Sofia Fioretta al patteggiamento per l’inchiesta Congo, con un risarcimento di 11 milioni di euro. Una decisione alla quale si è arrivati passando per la riqualificazione del reato, da parte del pm Paolo Storari, da corruzione internazionale ad induzione indebita internazionale. Non «un’ammissione di colpevolezza», si legge in una nota di Eni, ma un modo per evitare un nuovo, costoso e lungo processo.La sentenza sul caso Nigeria, spiega al Dubbio Frank Cimini, storico cronista di giudiziaria dal Palazzo di Giustizia di Milano, ha fatto dunque da detonatore. Nel suo comunicato, Greco ha ribadito che «in materia di corruzione internazionale l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale è rafforzata dagli impegni assunti dallo Stato Italiano con la Convenzione Ocse di Parigi nel 1997». E sull’obbligo, ovviamente, non si discute. Ma in aula la stessa accusa, ricorda Cimini, ha ammesso l’assenza della «pistola fumante» e, dunque, la fragilità dell’intero impianto. Greco ha puntato il dito contro i «recenti articoli di stampa», ricordando i tentativi di inquinamento dell’inchiesta, che rappresenterebbero un tentativo di «delegittimare il pubblico ministero di Milano». La spaccatura, a pochi mesi dal pensionamento del procuratore, apre ora diversi scenari. La questione – nel mentre i magistrati invocano un’assemblea, attualmente congelata – potrebbe arrivare anche davanti al Csm. Le reciproche accuse, infatti, potrebbero spingere qualcuno a chiedere l’apertura di una pratica a tutela di una (o entrambi) le parti, ma si potrebbe arrivare anche ad uno scenario più pesante, ovvero la richiesta di trasferimento, qualora gli strascichi portassero a determinare una eventuale incompatibilità ambientale.

La Procura chiedeva 8 anni di reclusione. Presunte tangenti Eni, crolla il teorema dei giudici: tutti assolti, “il fatto non sussiste”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 17 Marzo 2021. Tutti assolti. I quindici imputati nel processo di primo grado per la presunta maxi tangente pagate da ENI alla Nigeria, per la Procura di Milano la più grande mai pagata da una azienda italiana, non sono colpevoli: il fatto “non sussiste”. Gli imputati, tra cui le società ENI e Shell, l’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, erano accusati di corruzione internazionale nell’ambito dell’acquisizione da parte di ENI e Shell della licenza per esplorare un vasto tratto di mare al largo della Nigeria. L’accusa rappresentata dal procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e dal sostituto Sergio Spadaro aveva chiesto nei confronti dei due top manager dell’azienda italiana il massimo della pena, 8 anni di reclusione, mentre al ministro del Petrolio nigeriano fino al 1998, Dan Etete, 10 anni. Per il collegio presieduto dal giudice Marco Tremolada (coi giudici Mauro Gallina e Alberto Carboni) invece “il fatto non sussiste”. Al centro del processo la vicenda relativa ad una presunta maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari versata da ENI e Shell per ottenere nel 2011 la licenza sui diritti di esplorazione del giacimento nigeriano. Al centro del processo la vicenda relativa ad una presunta maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari versata da ENI e Shell per ottenere nel 2011 la licenza sui diritti di esplorazione del giacimento nigeriano Opl-245, in un tratto di mare nel Golfo della Guinea a circa 150 chilometri dalla terraferma. Per i magistrati milanesi il prezzo pagato per il giacimento, circa 1,3 miliardi di dollari, era troppo basso e nascondeva una possibile corruzione dei politici locali. La Procura aveva quindi ricostruito un presunto scambio di denaro con una serie di passaggi bancari – transitando dalla società nigeriana Malabu Oil & Gas – con i soldi finiti nelle tasche del titolare Dan Etete, già ministro del Petrolio, e da lì ad altri politici e funzionari nigeriani e italiani. Nell’elenco degli imputati assolti figurano anche l’ex responsabile operativo del gruppo di San Donato nell’Africa sub-sahariana Roberto Casula, l’ex manager della compagnia italiana nel Paese africano e ‘grande accusatore’ Vincenzo Armanna, l’ex manager di Nae, controllata Eni in Nigeria, Ciro Antonio Pagano, il ‘faccendiere’ Luigi Bisignani, il russo Ednan Agaev, l’ex viceconsole in Nigeria Gianfranco Falcioni, l’ex presidente di Shell Foundation Malcom Brinded e gli ex dirigenti della compagnia olandese Peter Robinson, Guy Jonathan Colgate e John Coplestone. “Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda”: è stato il commento dell’avvocato Paola Severino, difensore dell’AD della compagnia petrolifera italiana. Per Scaroni si tratta della seconda assoluzione ‘di peso’ per vicende riguardanti ENI. L’ex AD della compagnia petrolifera era stato accusato di corruzione internazionale anche nel processo per il caso Saipem-Algeria. Per il legale di Scaroni. Enrico De Castiglione, “il Tribunale ha ritenuto quello che noi avvocati abbiamo ribadito per tutto il processo, e cioè che non ci fossero dei motivi solidi per contestare il reato di corruzione internazionale” all’ex AD e agli altri imputati. Con la seconda assoluzione quindi l’avvocato spera che “sia finita questa barbarie, Scaroni è sotto processo da 12 anni per varie vicende ed è sempre stato assolto in tutti i gradi di giudizio e sempre con formula piena. Sicuramente di questa ulteriore sentenza sarà molto contento”.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 18 marzo 2021. L' amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il suo predecessore, Paolo Scaroni, sono stati assolti dal tribunale di Milano dall' accusa di corruzione internazionale, e con loro tutti gli altri imputati. Il fatto non sussiste, dice la sentenza, ovvero non sussiste la tangente da un miliardo abbondante di euro versata, secondo la procura, alle autorità nigeriane per i diritti di esplorazione di un blocco petrolifero. Da una trentina d'anni i magistrati milanesi indagano su Eni e, dopo le condanne per la celebre maxitangente Enimont, non è che abbiano raccolto successi straordinari. Scaroni, per esempio, è sotto inchiesta da oltre un decennio perché, prima della questione Nigeria, dovette rispondere di una faccenda simile in Algeria, anche quella chiusa con niente di fatto. Non so se abbiate idea del danno di questi processi sulla seconda più grande azienda italiana, con i vertici che girano per il mondo con la fama dei tangentari pizza mandolino. Sul Corriere della Sera un giornalista imprescindibile, Luigi Ferrarella, ci invita a non dolercene troppo: altrove le grandi aziende non finiscono sotto inchiesta, forse perché ovunque le procure (non i giudici) sono sotto il controllo del potere politico, mentre solo da noi, virtuosi, godono di totale indipendenza. Ecco, magari dovremmo chiederci se davvero tutto il mondo sbaglia a sottomettere l' attività di indagine alla politica, fosse pure con lo scopo di proteggere le imprese strategiche per lo Stato dal rischio di una condanna, mentre da noi gli inquirenti fanno quello che vogliono, e non le proteggiamo nemmeno dalla mania del sospetto.

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 18 marzo 2021. Tutti assolti «perché il fatto non sussiste». Si è concluso così, dopo poco più di tre anni, il processo di primo grado per corruzione internazionale che ha visto imputate le società Eni e Shell e altre tredici persone per una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari che sarebbe stata versata dalle due compagnie petrolifere ad alcuni politici della Nigeria per ottenere la concessione del blocco Opl245 al largo delle coste del Paese africano. «La più grande tangente pagata da una compagnia italiana», sosteneva la Procura di Milano. Ora si scopre che quella super mazzetta non è mai esistita. I giudici della settima sezione penale del Tribunale di Milano, presieduta da Marco Tremolada, hanno smontato l' impianto accusatorio con una sentenza arrivata dopo quasi sei ore di camera di consiglio. Dunque, per aggiudicarsi i diritti di esplorazione del giacimento africano, non c' è stato alcun pagamento illecito.

«REPUTAZIONE RESTITUITA». Assolti l' amministratore delegato dell' Eni, Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, l' ex ministro del petrolio della Nigeria, Dan Etete, oltre a quattro ex manager di Shell, ex dirigenti di Eni e alcuni intermediari. Fra questi Roberto Casula, ex capo divisione esplorazioni di Eni, Vincenzo Armanna, ex vicepresidente di Eni Nigeria, Ciro Antonio Pagano, all' epoca dei fatti managing director di Nae, Emeka Obi, avvocato che avrebbe fatto da intermediario nell' operazione, e Luigi Bisignani, anch' egli considerato mediatore. L' accusa aveva chiesto 8 anni di carcere per Scaroni e Descalzi e 10 anni per Etete. «Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda», afferma l' avvocato Paola Severino, difensore dell' ad della compagnia petrolifera. «Dopo decine di udienze, migliaia di documenti esaminati, finalmente una sentenza restituisce a Descalzi intatta la sua reputazione di manager e all' Eni il suo ruolo di grande azienda italiana, di cui siamo tutti orgogliosi». L' accusa contro Shell ed Eni si basava sulle dichiarazioni dell' imputato Vincenzo Armanna, dirigente Eni licenziato nel 2013: Armanna ha raccontato della presunta retrocessione di 50 milioni di dollari ad alti dirigenti Eni sulla base di quanto gli avrebbe riferito l' ufficiale dei servizi di sicurezza nigeriani, Victor Nwafor. Il quale però, ascoltato dal Tribunale, ha detto di non aver mai visto Armanna. Che identifica quindi altri due Victor come la sua vera fonte: per il secondo i giudici non accolgono la richiesta di convocazione in aula, si presenta il terzo Victor che di nuovo smentisce Armanna. Così l' accusa arriva alla fine del dibattimento senza testimonianze decisive né riscontri: i sequestri, le perquisizioni e le rogatorie non hanno dimostrato la versione di Armanna.

SPECCHIO OLANDESE. «È un risultato di grande civiltà giuridica», riflette Nerio Diodà, legale del gruppo petrolifero. «Per me, che rappresento Eni, i suoi circa tremila dipendenti e un centinaio di società in giro per il mondo è un onore poter dire che è estranea a qualsiasi illecito penale e amministrativo. Ci sono voluti anni, impegni, confronti anche duri, ma l' esito è da considerare una garanzia di giustizia equilibrata per tutti i cittadini». Aggiunge Enrico de Castiglione, difensore di Scaroni: «Speriamo di aver finito questo calvario, perché il mio assistito è sotto processo da dodici anni ed è stato assolto in tutti i gradi di giudizio con formula piena», così come Eni, «per il caso di presunta corruzione internazionale Saipem-Algeria». Nel processo Eni Nigeria le difese hanno sostenuto che il contratto è stato firmato con il governo africano e che i soldi sono stati versati su un conto bancario di Londra intestato all' esecutivo della Nigeria: «La Procura ha dato un' immagine distorta dell' assegnazione del blocco petrolifero», ha spiegato nella sua arringa l' avvocato Paola Severino. «Le circostanze suggestive» di cui dispongono i pm «non hanno neanche il rango di indizio», ha rilevato. «Visto che i pm definiscono le mail di Shell lo specchio olandese, ricordo allora che nella pittura fiamminga lo specchio olandese era appunto lo specchio deformante».

Alessandro Da Rold per “la Verità” l'11 aprile 2021. Dopo l'assoluzione di Eni e dell' amministratore delegato Claudio Descalzi nel processo sul giacimento nigeriano Opl 245, c'è attesa per l' appello di martedì 13 dove si deciderà per una nuova assoluzione o la conferma di condanna a carico di Gianluca Di Nardo e Emeka Obi, i due presunti intermediari della tangente da 1,1 miliardi di dollari. I due avevano scelto il rito abbreviato e sono stati condannati in primo grado nel settembre del 2018. Quella sentenza aveva rafforzato le tesi dell'accusa che aveva indagato il cane a sei zampe e Shell per corruzione internazionale, insieme con Descalzi e l' ex presidente Paolo Scaroni. Ora la situazione si è ribaltata. Se il 17 marzo, nel filone principale, gli imputati sono stati assolti perché «il fatto non sussiste», allo stesso tempo la Procura generale che doveva aprire il secondo grado su Di Nardo e Obi ha completamente smontato le tesi dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Lo si può leggere nella requisitoria di 25 pagine, dove non viene solo evidenziato «l'enorme dispiego e spreco di risorse» da parte della Procura diretta da Francesco Greco, ma vengono contestati anche i tipi di reati contestati dall' accusa, come la posizione della Nigeria o la stessa testimonianza dell' imputato/accusatore Vincenzo Armanna. Quest'ultimo «non è un fantasioso ballista, ma un avvelenatore di pozzi bugiardo». L'ex responsabile Eni nell'Africa subsahariana, quello che avrebbe visto le mazzette, «mescola verità e bugie» ed «è totalmente inaffidabile». Il Procuratore generale Celestina Gravina, ha nella sua requisitoria spiegato più volte che «non esiste il fatto contestato, non esiste in natura. Non esiste e ne abbiamo la prova». Per Gravina la condanna in primo grado era «gravata da un travisamento gravissimo dei fatti» in particolare sulla posizione di Obi, imputato centrale in tutta la vicenda. Per la Procura generale di Milano, insomma, «la lettura degli atti è stata distorta totalmente». E il reato «non esiste perché per altro verso la sentenza si basa su una serie di assunti indimostrati soprattutto per ciò che attiene alla vicende» legate «alla storia della titolarità di questa licenza petrolifera in capo alla società nigeriana Malabu». Secondo Gravina, infatti, quando detto dai pubblici ministeri dovrebbe essere totalmente ribaltato. Per quale motivo? Per il Procuratore generale «sono stati assunti superficialmente dei fatti privi di prova fondati sul chiacchericcio, sulla maldicenza, su elementi che mai sono stati valorizzati in alcun processo penale». Nella sentenza, in sostanza, non sono stati lette con dovizia di particolari le vicende nigeriane ancora oscure, sono stati fatti errori da matita «blu» di diritto amministrativo, tanto da intravedere uno sproloquio «inseguendo una impostazione di tipo ideologico». Gravina se la prende anche con le denunce delle Ong, perché il pubblico ministero avrebbe sposato «l' idealità o l' ideologia avanzata da queste strutture che hanno le loro logiche, imponendola in una «fattispecie processuale, un' accusa che deve rispondere ad altri criteri di solidificazione del racconto e della prova del racconto». L'obiettivo sarebbe stato «quello di assemblare pezzi di episodi di storie diverse in modo che ne» uscisse «una suggestione negativa insuperabile, una stigmatizzazione moralistica». Per la pg, in pratica, se di reato si deve parlare sarebbe quello di appropriazione indebita o semmai di false fatturazioni. Ma le stilettate contro i pubblici ministeri non si fermano qui. Gravina contesta soprattutto le diverse dichiarazioni rilasciate da Armanna a processo. Nel quarto interrogatorio del 27 aprile 2016, proprio l'ex manager Eni si sarebbe inventato l' incontro tra Descalzi, il presidente della Repubblica della Nigeria Goodluck Jonathan e Abubakar, dove si sarebbe parlato di Obi. Descalzi che ha spiegato che «lui non c' era in Nigeria nei mesi di maggio e giugno quando ci sarebbero stati questi incontri». Per la Procura generale, «l' argomento» non è stato «approfondito in alcun modo dal pubblico ministero» dal momento che poteva essere «verificato in fatto».

La guerra dei Pm. Tutti assolti, la tangente Eni alla Nigeria non esisteva, i giornali che la davano per certa chiederanno scusa? Piero Sansonetti su Il Riformista il 18 Marzo 2021. L’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi e l’ex ad Paolo Scaroni, sono stati assolti perché il fatto non sussiste dalle accuse sostenute dal solito Pm, de Pasquale, relative a ipotetiche tangenti pagate in Nigeria per assicurare appalti all’Eni. Non è la prima volta che Scaroni viene assolto. La guerra che ha subìto da parte di pezzi di magistratura è una guerra di lunga durata. Stavolta il Pm aveva chiesto otto anni di prigione. Otto. Circa una volta e mezzo della pena che si chiede, di solito, per uno stupro. Certo, ormai è così: una eventuale bustarella è considerata come cosa ben più abominevole della violenza sessuale contro una donna. Ogni periodo storico ha la sua moralità. Poi, per fortuna, oltre ai Pm ci sono anche i giudici. I quali, talvolta, chiedono le prove, e quando ai Pm – ad alcuni Pm – chiedi le prove, spesso loro cadono dalle nuvole, e un po’ si indignano. È successo così anche all’accusa contro Descalzi e Scaroni. Il quale Scaroni ancora recentemente era stato assolto dall’imputazione di essere un tangentaro. Il fatto che sia stato assolto non vuol dire che non abbia pagato un prezzo abbastanza salato ai processi che gli hanno fatto. Scaroni è stato un grande manager, è un personaggio che ha difeso e reso grande l’Eni, ha difeso l’economia del nostro paese, credo che proprio per questo sia stato sbattuto tante volte al banco degli imputati. Del resto non è una grande novità. Noi poi ci chiediamo perché l’Italia che all’inizio degli anni Novanta era la quarta potenza economica al mondo ora scivola verso il decimo posto ed è previsto che – salvo inversioni di tendenza – presto finirà al ventesimo. La guerra della magistratura all’iniziativa economica c’entra parecchio con questa deriva.

P.S. Chissà se i giornali che in questi anni hanno dato per certa la colpevolezza, di Descalzi e Scaroni, chiederanno scusa.

Alessandro Sallusti per "il Giornale" il 18 marzo 2021. Per una decina di anni la più grande e prestigiosa azienda pubblica italiana, l' Eni, è stata tenuta sotto scacco dalla Procura della Repubblica di Milano con una inchiesta su una fantomatica tangente di oltre un miliardo di euro al governo nigeriano, che ha coinvolto anche gli ultimi due amministratori delegati, Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, per i quali il sostituto procuratore Fabio De Pasquale aveva chiesto otto e dieci anni di carcere. Ieri la sentenza: tutti assolti «perché il fatto non sussiste». Ai due manager è andata meglio di un loro predecessore, il presidente dell' Eni Gabriele Cagliari che, finito nell' estate del '93 in piena Tangentopoli nelle mani dello stesso De Pasquale, si tolse la vita in carcere al rifiuto del magistrato di firmare la sua scarcerazione. Oggi giustizia è fatta ma, al di là del calvario degli imputati, il danno al sistema Paese, di immagine e di sostanza, è stato enorme e ovviamente resterà impunito. Eppure era evidente fin dall' inizio che questa inchiesta si basava su un fantasioso teorema, per di più inquinato da rivelazioni e ritrattazioni di loschi faccendieri e noti millantatori, di fronte alle quali un magistrato avrebbe dovuto ammettere l' errore e fermare le macchine. Invece niente, De Pasquale è andato avanti ingaggiando una sfida personale, ben sostenuta dal circo mediatico giudiziario raccontato da Luca Palamara nel suo libro intervista. Al punto che ancora ieri, vigilia di sentenza, addirittura il Corriere della Sera ha pubblicato una articolessa della sua firma giudiziaria, Luigi Ferrarella, per mettere le mani avanti dopo anni passati a fare da cassa di risonanza alle strampalate tesi dell' accusa. Se ci sarà una assoluzione è il senso dell' intervento sarà perché «la struttura della norma e lo stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l' asticella delle prove richieste». Come dire, essere assolti non significa non essere colpevoli, riedizione del «un innocente è un colpevole che l' ha fatta franca», pronunciato da Piercamillo Davigo ai microfoni di Bruno Vespa. Che il Corriere della Sera si erga a giudice ed emetta una condanna, nella sua ambiguità perpetua, nei confronti della prima azienda italiana e dei suoi manager per salvare dal fallimento un magistrato amico «che ha profuso un enorme sforzo» non è una bella notizia, non soltanto per noi garantisti ma per tutta l' informazione.

Di Pietro e il processo Eni. "Indagine senza senso. Intervenga il Parlamento". L'ex pm: «Cercare i colpevoli prima dei reati è un modello sbagliato che usano in tanti». Luca Fazzo - Ven, 19/03/2021 - su Il Giornale. Un'inchiesta fatta al contrario, puntando ai presunti colpevoli prima ancora di avere scoperto il reato, e andando poi alla caccia di qualcosa da attribuire loro. Questa è stata l'indagine della Procura di Milano sulle tangenti che l'Eni avrebbe versato in Nigeria, azzerata dalla sentenza che mercoledì, dopo un processo durato tre anni, ha assolto tutti gli imputati: a partire dall'ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni e dal suo successore Claudio Descalzi. A dirlo, puntando il dito contro i sistemi investigativi della Procura di cui anche lui ha fatto parte per dieci anni, è Antonio Di Pietro, il pm simbolo di Mani Pulite. «Fin da quando ho avuto modo di apprendere dell'esistenza di questa indagine e della metodologia utilizzata, ho avuto delle riserve», dice l'ex parlamentare, parlando dell'inchiesta del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale sui vertici dell'azienda energetica di Stato. Una sola concessione Di Pietro fa all'accusatore dell'Eni: «Ho rispetto personale per l'ex collega pm Fabio De Pasquale e sono intimamente certo della sua totale buona fede e del fatto fosse convinto della bontà dell'indagine che ha condotto». Ci mancherebbe altro, verrebbe da dire. Ma per il resto i giudizi di Di Pietro - affidati ad una lunga intervista all'Adnkronos - sono duri come sassi. «In questi anni - spiega Di Pietro - ho molto riflettuto su questa inchiesta, anche perché riguarda persone che in qualche modo ho indagato anch'io a suo tempo»: il riferimento è a Scaroni, che «Tonino» arrestò per i reati commessi in Techint. «Si tratta di un'inchiesta indubbiamente interessante se la si osserva tentando di capire cosa avviene alle spalle. Il fatto in sé è un fatto che coinvolge Stati prima ancora che persone, e riguarda un ambito di primissima grandezza economico-finanziaria». Ma «dal primo momento, proprio perché conosco il modello di indagine posto in essere da una parte dei pm della procura della Repubblica, l'inchiesta mi ha lasciato molto perplesso». É un attacco frontale, senza mezzi termini. Ero perplesso, dice lo scopritore di Tangentopoli, «e i fatti mi hanno dato ragione, perché si tratta di un modello di indagine alla ricerca di un reato, non è un modello di indagine alla scoperta del colpevole di un reato certo, avvenuto. Tanto è vero che l'assoluzione è stata perché il fatto non sussiste». A rendere grave l'accusa di Di Pietro ai colleghi è che in nessun articolo il codice prevede che una inchiesta possa nascere e venire condotta in questo modo. «Le attività di indagine dei pm hanno due livelli: primo, l'esistenza del reato, secondo, chi l'ha commesso. Ma se io mi metto a indagare prima su chi l'ha commesso senza accertare se il reato è stato commesso, ho creato di fatto una colpevolezza prim'ancora che ci sia». E purtroppo secondo Di Pietro il caso Eni non è un caso isolato: «Quel modello di indagine, che non riguarda certamente solo il procuratore De Pasquale, già da quando c'ero io in procura rappresentava una spaccatura che permane ancora all'interno non solo della procura di Milano ma del sistema complessivo dell'attività investigativa italiana. Spaccatura che può essere risolta solo dal legislatore per evitare inchieste dagli effetti disastrosi e che dovrà dirimere una questione: quando deve intervenire il pm? Per accertare se è stato commesso un reato o per accertare, premesso che il reato è stato commesso, chi è il colpevole?»

Derby tra sinistra e destra giudiziaria. Dietro la sentenza su Eni c’è la guerra tra le correnti in magistratura. Paolo Comi su Il Riformista il 19 Marzo 2021. Ieri in Procura a Milano il silenzio era assoluto. Nessuno fra i pm aveva voglia di commentare l’assoluzione di tutti gli indagati eccellenti del processo “Eni-Nigeria”. Quella frase pronunciata il giorno prima dai giudici, “il fatto non sussiste”, ha lasciato il segno. Le indagini, costate milioni di euro – tutti soldi dei contribuenti italiani – fra rogatorie, acquisizione di atti, perizie e consulenze varie, oltre a tre anni di dibattimento e settantaquattro udienze, non erano riuscite infatti a dimostrare che Eni e Shell avessero pagato una tangente di oltre un miliardo di euro ad esponenti del governo nigeriano per l’utilizzo del giacimento petrolifero Opl 245, uno dei più ricchi al mondo. Il fascicolo, il più importante dai tempi di Mani pulite, era stato assegnato al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, responsabile del dipartimento “reati economici transazionali”, stretto collaboratore del numero uno della Procura milanese, Francesco Greco. Fin dalle prime udienze, però, fra tutti gli addetti ai lavori l’impressione era che il collegio si stesse formando un convincimento difforme rispetto alle valutazioni dei pm che avevano tenuto il punto fino all’ultimo giorno. La Procura milanese è notoriamente progressista. Un “santuario inviolabile” come disse l’ex zar delle nomine Luca Palamara rispondendo a chi gli domandava come mai tutti i procuratori degli ultimi quarant’anni, e la quasi totalità degli aggiunti, fossero sempre stati esponenti di Magistratura democratica, la sinistra giudiziaria. Il collegio giudicante di “Eni-Nigeria”, presidente Marco Tremolada, a latere Mauro Gallina e Paola Maria Braggion, era composto, invece, da magistrati di area non progressista. Anzi. Gallina è una toga di punta di Magistratura indipendente, il gruppo di “destra”, nel distretto di Milano, e ha ricoperto anche l’incarico di segretario della locale giunta Anm. Braggion, poi sostituita da Alberto Carboni, è ora consigliera del Csm sempre di Magistratura indipendente. La bomba, amplificata dai giornali di riferimento della Procura di Milano, ad iniziare dal Corriere della Sera, sul collegio viene sganciata a dicembre del 2019. La Procura milanese aveva interrogato l’avvocato siciliano Piero Amara, l’ideatore del “Sistema Siracusa”, il sodalizio di magistrati e professionisti finalizzato a pilotare le sentenze al Consiglio di Stato e ad aggiustare i processi nei vari tribunali italiani. Amara è una sorta di Scarantino del terzo millennio: viene chiamato da molte Procure italiane come testimone contro i magistrati. Ad iniziare da Perugia dove è uno dei principali testimoni contro Palamara. Come Scarantino, però, Amara non sempre è affidabile. A Milano Amara aveva puntato direttamente il presidente del collegio Tremolada con una accusa micidiale che poteva far saltare tutto il processo. Davanti ai pm milanesi racconta, in particolare, di aver saputo dal capo dell’ufficio legale di Eni, l’avvocato Michele Bianco e dall’avvocata Alessandra Geraci, che i due principali difensori del processo, Paola Severino (che assiste Claudio Descalzi), e il legale di Eni Nerio Diodà “avevano accesso” al presidente Tremolada. A fine gennaio 2020 il procuratore Greco con l’altro aggiunto Laura Pedio, in pieno dibattimento Eni-Nigeria, trasmette alla Procura di Brescia, competente per i reati commessi dalle toghe milanesi, il verbale di Amara con la testimonianza esplosiva nei confronti di Tremolada. A Brescia viene subito aperto un fascicolo, a carico di ignoti, per traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio. De Pasquale, omissando parte del verbale di Amara, tenterà di produrlo all’udienza del 15 febbraio senza riuscirci. Bianco e Geraci nel frattempo sono ascoltati a Brescia e negano di aver mai detto nulla di ciò ad Amara. L’avvocato siciliano non viene indagato per calunnia, come ci si sarebbe aspettato, in quanto la sua deposizione, ritenuta fondamentale dalla Procura di Milano, sarebbe stata alquanto generica. Il gip di Brescia, su richiesta dei pm, archivierà allora il 24 dicembre dello scorso anno. Ma che la credibilità di Amara sia quasi sempre pari a zero lo aveva evidenziato nel gennaio 2019 l’allora pm romano Stefano Rocco Fava. L’autore del celebre esposto contro Giuseppe Pignatone. Il magistrato, che lo stava indagando da tempo per bancarotta e altri reati, aveva chiesto per lui la custodia cautelare, evidenziando come fosse stato reticente in più occasioni nei suoi rapporti proprio con Eni. Arrestato la prima volta a febbraio del 2018, Amara aveva ricevuto a maggio successivo da Eni 25 milioni. Una circostanza sospetta per Fava. Di diverso avviso i suoi colleghi, ad iniziare dal procuratore aggiunto Paolo Ielo che aveva deciso di non procedere con la cattura, ritenendo fosse un atto che “indeboliva” le indagini. Fava sarà poi estromesso dalle indagini nei confronti di Amara.

Dagoreport il 19 marzo 2021. La sentenza Eni, che dopo otto anni di indagini e tre di dibattimento, ha assolto i vertici di Eni e altri 13 imputati, riapre l'irrisola questione della (mala)giustizia italiana. Se la più grande azienda di Stato viene portata alla sbarra e, dopo anni di sputtanamento internazionale, il risultato ottenuto dai pm è “il fatto non sussiste” un problema di "qualità giudiziaria" esiste, eccome. Il cortocircuito del “Sistema”, il groviglio disarmonico tra magistrati, politica e potere, era già stato portato a galla dal caso Palamara e dalle rivelazioni bomba che l’ex presidente dell’Anm ha infilato nel suo libro-intervista con Sallusti, tra i più venduti in Italia (a proposito: per le sue affermazioni esplosive Palamara ha ricevuto finora solo la querela di Paolo Ielo, gli altri si guardano bene dall’aprire bocca…). In un paese con un'opinione pubblica pimpante e non rincoglionita dalle risse tra i virologi, sarebbe scoppiato un putiferio. O almeno, certificato il marcio del "Sistema", un dibattito pubblico sulla giustizia sarebbe stato preteso ad horas. E invece? Le toghe fanno orecchie da mercante, anzi si oppongono a ogni seria riforma del Csm che ponga un argine alle prerogative delle correnti. La politica sul tema è asintomatica: è parte del problema ma finge di non vedere. I giornali, divisi in tifoserie, si auto-relegano al ruolo di trombettieri della corrente più amica. I cittadini, spremuti e logorati dalla pandemia, hanno altro a cui pensare. In questo marasma, arriverà al voto probabilmente dopo Pasqua il parere del Csm sulla riforma della giustizia Bonafede, che alla Camera è in attesa degli emendamenti proposti da Marta Cartabia. La neo-ministra, nonostante abbia approcciato la questione in punta di piedi, è già stata rintuzzata dal Consiglio superiore della magistratura che ha respinto ogni ipotesi di essere ridimensionato nelle sue “prerogative costituzionali”. A Roma, dopo l’annullamento del Tar della nomina di Michele Prestipino, la procura di piazza Clodio è acefala. Sul fu “porto delle nebbie” si è già aperto un nuovo conflitto, visto che il Csm ha impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato. Non va meglio a Milano dove il procuratore Francesco Greco andrà in scadenza a novembre, quando compirà 70 anni. Greco s’avvicina all’uscita con la bruciante sconfitta, in tandem con il pm Fabio De Pasquale, nel processo Eni. Una mazzata più grave di quanto si possa immaginare. Lo ha spiegato chiaramente ieri Carlo Bonini su “Repubblica”: “L'assoluzione perché "il fatto non sussiste" censura il lavoro della pubblica accusa su un punto qualificante. Non essere riuscita a produrre elementi di prova solidi in grado di sostenere una richiesta di condanna”. Un ceffone al lavoro di Fabio De Pasquale e Francesco Greco. Ecco: si può chiedere una condanna di 8 anni di galera solo in base agli indizi? A rivelarlo il 22 luglio 2020 fu lo stesso pm Fabio De Pasquale che, dopo ben 6 anni di indagine, rivolto al tribunale, riscrive il diritto penale: “Non chiedeteci una prova diabolica, non siamo in un film dove c’è la pistola fumante: vi chiediamo di valutare le prove come le intendono le convenzioni internazionali, quindi anche gli indizi nel loro complesso, quindi anche i pezzi della pistola fumante quando li si trova in giro...”. “È una censura - prosegue Bonini - che segnala come, durante il dibattimento, non solo non sia stata prodotta la pistola fumante, ma sia soprattutto venuta meno l'attendibilità del suo "impumone", l'imputato-testimone su cui, alla fine, buona parte dell' impalcatura accusatoria poggiava. Quel Vincenzo Armanna, ex manager Eni, capace di ritrattare più volte, a suo dire intimidito dalla stessa Eni e tuttavia demolito dalle difese nel corso del processo”. Il flop dei magistrati di Milano - che in queste ore stanno valutando il ricorso - non è legato solo al merito e ai metodi dell’indagine ma - come evidenzia ancora Bonini - a “quell'insopportabile e tossico contesto che ha trasformato una vicenda scivolosa, comunque opaca, in un ennesimo ‘Giudizio di Dio’. Su entrambi i lati della barricata”. E questo, ovviamente, è un problema enorme per il Sistema Paese che - su ogni inchiesta “sensibile” - si divide in ultrà, fazioni, conventicole armate che finiscono per ignorare i diritti della difesa, i limiti dell’accusa e il contesto sociale e politico. Di questi numerosi e articolati problemi della giustizia dovrebbe occuparsi anche chi, del Csm, è il capo: il presidente della Repubblica. A proposito, il vice del CSM Ermini che fa? Il capo del CSM Mattarella se ne occupa? Il suo mandato è in scadenza: a gennaio 2022 lascia il Quirinale. Gli conviene sporcare il candore del suo semestre bianco, che più bianco non si può, con il fango del “Sistema”? Ovvio che no. Sergione, stai sereno. Se ne occuperà qualcun altro. Forse.

Luca Fazzo per “Il Giornale” il 20 marzo 2021. Non era mai accaduto che un processo spaccasse così frontalmente la Procura di Milano. E non era mai accaduto che un capo della Procura si sentisse rivolgere, nel pieno del brusco scambio di opinioni, l' invito che viene mandato giovedì mattina a Francesco Greco da uno dei suoi pm: «Francesco, non ci prendere in giro». Al centro di tutto c' è il processo più importante condotto in questi anni dalla Procura milanese, e culminato mercoledì scorso nella sua sconfitta più cocente, l' indagine sulle tangenti che l' Eni avrebbe pagato in Nigeria per ottenere lo sfruttamento del giacimento Opl245. L' Eni e i suo top manager Paolo Scaroni e Claudio Descalzi sono stati assolti con formula piena dopo un processo durato tre anni, e dopo la richiesta di otto anni di carcere avanzata per Scaroni e Descalzi dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Una botta epocale, che ha portato alla luce divisioni che forse un esito diverso avrebbe tacitato. Così ieri il gruppo WhatsApp interno alla Procura milanese diventa l' arena per uno scontro senza precedenti e senza timori reverenziali. A monte ci sono le risorse e l' ostinazione con cui De Pasquale ha formulato una indagine di formidabile visibilità mediatica ma in cui fin dall' inizio le prove concrete sono apparse inafferrabili. A peggiorare il clima, le divisioni interne alla Procura sulla scelta di attaccare il presidente del tribunale che stava processando l' Eni, accusato di essere troppo innocentista. A dare il via alla polemica è un sostituto procuratore che posta sul gruppo la copia dell' articolo di Mattia Feltri, apparso all' indomani della sentenza sulla prima pagina della Stampa, intitolato semplicemente «La mania», che spiega che in tutto il mondo le imprese strategiche vengono protette dalle inchieste, «mentre da noi gli inquirenti fanno quello che vogliono, e non le proteggiamo nemmeno dalla mania del sospetto». È un articolo di tale asprezza che nella Procura di una volta, o riferito a un altro processo, avrebbe suscitato l' esecrazione generale. Invece viene divulgato, e iniziano i commenti. Alcuni critici, alcuni no. Al punto che deve scendere in campo Francesco Greco con un lungo post, rivendicando per intero l' inchiesta di De Pasquale, ricordando che l' azione penale è obbligatoria e che perseguire la corruzione internazionale è una indicazione che viene anche dall' Ocse, l' Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. Ma il dibattito non si ferma. Lo stesso De Pasquale interviene a propria difesa pubblicando su WhatsApp la memoria d' accusa depositata al processo Eni, invitando i colleghi a documentarsi. Ma ormai il sasso è lanciato. «A volte non si può stare zitti a costo di perdere la propria dignità. Ma di cosa state parlando? Vi siete mai chiesti cosa pensano i cittadini africani di questa situazione? Francesco per piacere non prenderci in giro, io so quello che è successo e un giorno andrà detto fino in fondo». Una pm scende in campo in difesa di Greco e si vede definita «dama di compagnia come tanti». E poi: «Il problema non è il terzomondismo ma quello che è successo in questo processo. Di questo un giorno dovremo discutere, non di Ocse o convenzioni internazionali».

Quelle trame sul processo Eni. E spunta una chat del Pm. Il pg di Messina consegna a Cantone gli sms con De Pasquale I veleni del "Sistema" toccano Roma, Milano e la Sicilia. Luca Fazzo - Dom, 21/03/2021 - su Il Giornale. Alla fine un pm sbotta sul gruppo di whatsapp: «Se c'è un segreto d'ufficio c'è il dovere di stare zitti. Se si vuole parlare si deve parlare in modo che tutti capiscano. Altrimenti diventa il metodo dell'insinuazione, dello schizzo di fango». Eh sì. Perché sullo scambio di chat - di una asprezza senza precedenti - scatenato tra i pm milanesi dalla sconfitta della Procura nel processo Eni e rivelato ieri dal Giornale incombe una quantità di cose non dette, appena accennate, alluse, in una situazione dove i veleni del caso Palamara si incrociano con la gestione dell'inchiesta Eni. E dove bisogna sperare che davvero alla fine accada quello che promette uno dei sostituti procuratori: «Io so quello che è successo e un giorno andrà detto fino in fondo». L'unica certezza è per ora è che si incrociano due manovre. Una è quella che, secondo la Procura milanese, sarebbe stata orchestrata in ambienti vicini all'Eni per delegittimare Fabio De Pasquale, il pm titolare dell'inchiesta sull'ente petrolifero di Stato. L'altra è quella, di segno esattamente opposto, che aveva nel mirino Marco Tremolada, il giudice del processo Eni, sospettato dalla Procura di un eccesso di garantismo: e in effetti alla fine ha assolto tutti. Il problema è che queste due manovre hanno per comune denominatore la stessa fonte: Pietro Amara, avvocato siciliano dai mille oscuri rapporti. Amara è una gola profonda a tempo pieno, utilizzato da almeno tre procure (Roma, Perugia, Palermo) in un incrocio di inchieste di cui non si capisce bene l'origine e ancor meno il fine. Amara è la fonte che rivela alla Procura milanese che, secondo una confidenza di terza mano, il presidente del processo Eni Marco Tremolada sarebbe stato avvicinabile dai legali dell'azienda. È Amara a raccontare, sempre a Milano, di un complotto ordito dall'ufficio legale Eni contro il pm Fabio De Pasquale. Ma è sempre Amara ad accusare il procuratore generale di Messina, Barbaro, di avere tramato con Luca Palamara per fare carriera e di avergli rivelato dettagli sull'inchiesta che aveva nel mirino il lobbista Fabrizio Centofanti, grande amico dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Cosa c'entra Barbaro nelle cose milanesi? C'entra. Dieci giorni fa, l'11 marzo, il pg di Messina viene interrogato a Roma da Raffaele Cantone, capo della Procura di Perugia, titolare dell'inchiesta contro Palamara. Barbaro spiega di avere «allentato» i contatti con Palamara fin dal marzo 2017, perché durante una trasferta a Roma «Paolo Ielo (procuratore aggiunto, ndr) nel corso di un colloquio all'interno della macchina nel tragitto dalla procura di Roma a questo ufficio mi disse di prestare attenzione a Luca Palamara in quanto amico di Fabrizio Centofanti». Barbaro consegna a Cantone i messaggi con Ielo, rimasti sul suo telefono. Ma, senza apparente motivo, consegna anche i messaggi scambiati il 7 febbraio 2018 con Fabio De Pasquale. Il giorno prima le Procure di Messina e di Roma hanno arrestato Amara insieme al pm corrotto Giancarlo Longo, un altro avvocato, Giuseppe Calafiore, ha evitato le manette perché è all'estero; Centofanti è indagato. De Pasquale appare assai soddisfatto; «Ciao Vincenzo, mi pare che l'operazione sia andata bene. Quantomeno grande armonia, cosa non sempre scontata di questi tempi. Messina può andare più in profondità degli altri uffici.. spiramu (anche De Pasquale è messinese come Barbaro, ndr)». Barbaro risponde che ormai lui è in Procura generale e non ha diretto il blitz, ma De Pasquale replica: «Lo so che non sei sul campo ma hai dato il calcio d'inizio. È importante rimanere collegati ora. Vediamo che dice Longo». Cosa intende De Pasquale quando dice che Messina andrà più a fondo «di altri»? E per quale indagine invita Barbaro a restare collegati? (Di certo c'è che in quel momento, nonostante sia stato messo sull'avviso da Ielo, Barbaro continua a tenere stretti rapporti con Palamara. Parlano di nomine e di carriere. Intanto sotto Natale Barbaro chatta: «Ciao mi mandi il telefono della Balducci? Le ho promesso i torroncini». E Palamara: «Due mandali anche a me!)

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 19 marzo 2021. La Procura di Milano ha provato fino all'ultimo a far condannare l'Eni e i suoi massimi dirigenti. E fino all'ultimo ci hanno provato anche alcune grandi penne, dando fiato alle trombe dei pm. Come dimenticare infatti la pagina uscita una settimana fa sul Corriere della Sera a firma di Milena Gabanelli? E come non considerare l'articolo, anche quello di una pagina e pure quello pubblicato all' inizio di marzo, sul Fatto Quotidiano a firma di Gianni Barbacetto, una vita da cronista in tribunale, e titolato: «Nigeriagate, tutte le fake news sui giornali per assolvere l' Eni»? Ad assolvere la più grande azienda italiana dall' accusa di aver pagato la più grande tangente della storia a uomini politici nigeriani, alla fine non sono stati i giornali, con le loro fake news, come titolava il quotidiano diretto da Marco Travaglio, ma i giudici, i quali hanno ritenuto inverosimili e prive di prove le accuse sostenute dalla procura. A dire il vero, di motivi per dubitare dell' inchiesta condotta da Fabio De Pasquale ce ne erano anche prima che arrivasse la sentenza che ha mandato assolti tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». Bastava infatti aver seguito qualche udienza del processo per rendersi conto che la storia raccontata dai pm non stava in piedi, a cominciare dalla confessione della gola profonda da cui era partito tutto. Vincenzo Armanna, ex dirigente dell' Eni, era un accusato, ma soprattutto un accusatore. Era lui il teste chiave che aveva raccontato dell' aereo carico di una montagna di dollari. Che il velivolo non potesse neppure decollare con a bordo un simile peso era per i magistrati un dettaglio secondario. Come secondarie erano le zoppicanti dichiarazioni rese in aula, quando a conferma delle sue tesi Armanna aveva fatto chiamare davanti ai giudici una serie di improbabili testimoni, che non solo avevano smentito le accuse, ma addirittura avevano smentito di essere testimoni. Sì, quello all' Eni è stato un processo farsa, altro che fake news. Un processo che probabilmente non avrebbe mai dovuto neppure iniziare, perché prima che i presunti reati finissero davanti al tribunale di Milano erano già stati vagliati dalla giustizia americana e inglese, dato che sia Eni che Shell, altra società petrolifera coinvolta nel caso, sono quotate a New York e a Londra. No, nessuno aveva trovato traccia di tangenti, ma i magistrati di Milano erano convinti del contrario, ovvero che fosse stata pagata una super stecca per aggiudicarsi una concessione petrolifera in Nigeria. Per questo, oltre a chiedere la condanna di tutti i manager, presenti e passati, volevano sequestrare 1 miliardo e 92 milioni all' azienda del cane a sei zampe. Alla fine, direte, tutto è bene quel che finisce bene e non dobbiamo dolerci per avere ai vertici dell' Eni una banda di corruttori. Dunque, la giustizia - sebbene questo sia solo il primo grado - alla fine ha trionfato. Sì, vero. Ma quest' indagine non è stata gratis. Solo le parcelle legali alla società sono costate 60 milioni e non immaginiamo quanto siano costate le indagini, tra intercettazioni, viaggi, perizie, rogatorie e interrogatori. Anche in questo caso pensiamo milioni. Sono i costi della giustizia? Sì, certo. Se non fosse che da decenni la Procura indaga su Eni e da almeno dieci anni sbatte la testa contro il muro, respinta da sentenze spesso passate in giudicato. Anni fa, i pm arrivarono ad avanzare la richiesta di commissariare l' azienda in Kazakistan, vietandole di occuparsi del più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni. Motivo? Venti milioni di dollari di tangenti pagate al genero del presidente kazako. Ma il giudice respinse la misura interdittiva presentata da Fabio De Pasquale, lo stesso magistrato uscito sconfitto l' altro ieri dall' inchiesta Nigeriagate. Dopo l' indagine sui rapporti con Astana, piovvero altre accuse, però questa volta riguardanti l' Algeria. Eni e Saipem avrebbero pagato una stecca e per questo la Procura sollecitò un sequestro di quasi 200 milioni. Dopo anni di indagini e di processi, il gruppo è stato assolto, con sentenza passata in giudicato. Poi, è arrivato il capitolo riguardante il Congo, anche in questo caso l' ipotesi iniziale prevedeva la corruzione, ma ieri i pm hanno chiesto al giudice di derubricare tutto in induzione indebita internazionale. In pratica, invece di un nuovo processo, i magistrati sono pronti a un accordo: in cambio del pagamento di una multa da 800.000 euro, più 11 milioni di risarcimento, il procedimento verrebbe chiuso. Eni si eviterebbe un ulteriore giudizio (e un'ulteriore spesa in parcelle legali) e i magistrati forse un' ulteriore sconfitta, ma così potrebbero recuperare un po' di soldi, compensando un poco quelli andati in fumo con il Nigeriagate. Non so come la pensiate voi: magari in Eni esulteranno, noi no. Perché dopo vent' anni di inchieste e assoluzioni, forse è giunta l' ora che qualcuno ci spieghi che cosa è successo. E magari, se ci sono stati errori, qualcuno eventualmente paghi.

Nigeria, processo Eni Shell: dove sono finiti 1,3 miliardi di dollari. DATAROOM Milena Gabanelli 15 marzo 2021. A giorni il tribunale di Milano deciderà su uno dei più grandi processi per corruzione internazionale: l’acquisto da parte di Eni e Shell della licenza ad esplorare il ricco blocco petrolifero OPL 245 al largo delle coste nigeriane. Somma versata allo stato nigeriano: 1,3 miliardi di dollari. Il fatto accertato è che ai nigeriani sono finiti gli spiccioli e nulla più arriverà: l’accordo prevede niente compartecipazione sui futuri profitti.

Il ministro si assegna un giacimento. L’OPL 245 è uno dei blocchi petroliferi più importanti d’Africa, sicuramente della Nigeria. Nel 1998 l’allora Ministro del Petrolio Dan Etete lo aveva assegnato a se stesso o, meglio, alla Malabu, che faceva capo allo stesso Etete, il quale nel 2001 si sceglie come partner tecnico la Shell. Nel 2002 il governo Obasanjo ritira la licenza alla Malabu e la assegna sempre a Shell, ma tramite gara. La compagnia anglo olandese firma il contratto, deposita il «bonus di firma» di 210 milioni di dollari e inizia ad esplorare sostenendo un costo di 350 milioni in 3 anni. Il petrolio lo trova: i fondali sono ricchissimi. E qui iniziano i contenzioni nelle corti nigeriane: Etete chiede la restituzione del blocco alla Malabu e nel 2006 l’allora ministro della giustizia Bayo Ojo lo accontenta. A sua volta Shell porta la Nigeria a un arbitrato internazionale chiedendo danni miliardari. Passa qualche anno e l’arbitrato non andrà da nessuna parte perché nel frattempo si apre un altro scenario.

Come inizia la trattativa con Eni. Shell, attraverso una unità di intelligence, riapre il tavolo con Etete e a inizio 2010 entra in scena Eni tramite un giovane uomo d’affari nigeriano, Emeka Obi, che conosce Gianluca di Nardo, socio di Bisignani, il noto faccendiere legato a Paolo Scaroni. Ed è proprio all’allora amministratore delegato di Eni Scaroni che Bisignani propone l’affare. «Bisignani era la persona che ci aveva messo in contatto con Obi e ci aveva consentito di cominciare le trattative per OPL 245» racconterà ai magistrati l’attuale amministratore di Eni Descalzi durante l’interrogatorio. Dunque Obi è il mediatore fra Eni ed Etete. A trattare in Nigeria il l’allora numero due di Eni Descalzi e i suoi dirigenti sul posto Roberto Casula e Vincenzo Armanna, project leader dell’intera operazione. È la prima persona di Eni a incontrare Dan Etete nella sua villa di Lagos.

L’accordo con il governo. La trattativa va avanti quasi un anno, ma quando è il momento di chiudere Eni si chiede se può permettersi di comprare da uno che si è intestato un pezzo di Stato. In più a carico di Etete c’è una condanna per riciclaggio in Francia, dove ha comprato immobili con i proventi di tangenti incassate durante la sua attività di ministro. E questo Eni lo sa, lo dice la due diligence chiesta dalla società petrolifera italiana alla The Risk Advisory Group prima dell’acquisto dell’OPL 245. La storia è legata allo scandalo di Bonny Island, sempre in Nigeria, in cui fu coinvolta e condannata la nostra Saipem, all’epoca una società dell’Eni. Il rischio di reputazione quindi per Eni è troppo alto. La decisione è presa: trattare direttamente con il governo nigeriano. Alla guida del Paese c’è Goodluck Jonathan, buon amico di Etete nonché professore privato dei suoi figli quando era ministro del Petrolio. Siamo a novembre 2010, gli intermediari scompaiono dalla negoziazione, un paio di mesi dopo anche Etete e ad aprile 2011 si sigla l’accordo con il governo: prezzo pattuito 1,3 miliardi. Shell versa 319 milioni (vengono attualizzati i costi già sostenuti) ed Eni ci mette il resto.

Si apre l’inchiesta. Chiusa l’ operazione Obi si presenta alla corte inglese: rivendica da Etete il pagamento di circa 200 milioni di dollari per il lavoro di mediazione svolto. Porta le carte al giudice che dispone il sequestro, gli dà ragione e nel 2013 gliene riconosce 110. Della questione vengono a conoscenza due organizzazioni non governative, l’inglese Global Witness e l’italiana Re:Common che denunciano la vicenda presso la procura a Milano. Il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale apre l’inchiesta e segue i soldi. Dal conto di Obi 20 milioni in franchi svizzeri arrivano a Gianluca di Nardo (socio di Bisignani). Sia Obi sia Di Nardo chiedono il rito abbreviato e a settembre 2018 vengono condannati a quattro anni dalla Gip Giusy Barbara e i soldi confiscati. Ritornando al 2011, presso la JPMorgan di Londra ci sono 1.092.040.000 di dollari versati da Eni e intestati al governo nigeriano. Il primo tentativo da parte del ministro delle finanze della Nigeria è trasferire i soldi alla BSI di Lugano su un conto riconducibile a Gianfranco Falcioni, all’epoca vice console onorario a Port Harcourt. Il mandato è quello di trasferirli a sua volta all’ex ministro del Petrolio, trattenendo qualche decina di milioni. La risposta della BSI è lapidaria: «Dan Etete è stato condannato da un tribunale europeo per riciclaggio. Bsi non può intrattenere rapporti con persone condannate per tali tipologie di reati». E rimanda i soldi a Londra. Seguiranno altri tentativi, su una banca di Beirut, andati a vuoto.

Il prezzo della corruzione. Alla fine, e siamo ad agosto 2011, il procuratore Generale nigeriano Adoke Bello conferma la legittimità della transazione e i fondi vengono inviati presso due conti di «Malabu Oil and Gas» in Nigeria. In entrambi il firmatario autorizzato era Dan Etete che a sua volta li smista su diverse società inesistenti. Dalla ricostruzione dei flussi finanziari ben 500 milioni (ovvero la metà del bilancio annuale della sanità della Nigeria) sono stati ritirati e movimentati in contanti. Inoltre: acquistato un aereo, preziosi, auto di lusso, safari. Coinvolti anche funzionari pubblici: pagato il mutuo per un terreno al centro di Abuja di Adoke Bello, il procuratore che ha seguito la chiusura dell’accordo. Mentre 10 milioni di dollari sono andati a Bajo Ojo, l’ex ministro della giustizia che aveva restituito la licenza dell’OPL 245 ad Etete, che poi gira 1,2 milioni al dirigente Eni Armanna sulla Popolare di Bergamo (sequestrati dalla Procura).

Lo schema della spartizione. Alla fine quindi tutto è andato come era previsto. Nei documenti sequestrati ai dirigenti Shell c’è lo schema di pagamento, proposto da Eni a settembre 2010, in un’equazione: X + SB + Y = Z. Dove X è il valore che Eni è pronta a pagare (800 milioni), SB è il bonus di firma che Shell aveva depositato da anni a favore del Governo nigeriano (207 milioni); Y è l’importo di Shell (165 milioni), Z invece è il totale da pagare a Etete che sarà accettabile da tutti i players (cioè il governo): 1,172 miliardi. La cifra sarà poi ritoccata al rialzo. Questa secondo l’accusa è la prova della corruzione. Per la difesa nulla di più di una suggestione: il contratto è stato firmato con il governo nigeriano, i soldi sono stati versati sul conto di Londra intestato al governo. I giudici stabiliranno se i dirigenti di Eni e Shell erano consapevoli che il beneficiario finale sarebbe sempre stato Etete e che, in realtà, al governo nigeriano sarebbero arrivati poco più di 200 milioni.

I nigeriani emigrano in Italia. Quello che è certo è che, nonostante i rigorosi codici etici di queste compagnie, nell’accordo si legge che hanno ottenuto la licenza escludendo lo Stato dai futuri profitti, senza dover pagare royalties e tasse. La Nigeria è fra i Paesi africani uno dei maggiori produttori di petrolio e gas naturale. Dai dati di Banca Mondiale: Il pil procapite è fermo al 1981, poco più di 2000 dollari l’anno, mentre il 43% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Fra i 15 e i 49 anni il 35% delle donne e il 22% degli uomini non è scolarizzato. Il flusso più numeroso di migranti africani verso l’Italia arriva dalla Nigeria: 80.000 negli ultimi 5 anni, 22.000 sono minori. (ha collaborato Luca Chianca)

L’Eni chiede 25 milioni per zittire la Gabanelli. Stefano Corradino, direttore articolo21.org, su Il Fatto Quotidiano il 3 aprile 2013. Ci sono tanti modi per chiudere la bocca alle voci non omologate. Il fascismo vietava direttamente la pubblicazione dei contenuti scomodi e incarcerava i giornalisti non allineati. Qualche anno più tardi la strategia censoria consisteva nel mettere l’informazione sotto il rigido controllo dei governi. Si chiamava P2, loggia massonica che poi fu sciolta ma con alcuni dei suoi illustri accoliti, tuttora in parlamento, ad esercitarne la pervicace continuità. Oggi il bavaglio si avvale di strumenti più sottili ma non meno temibili. Uno di questi è rappresentato dalle cosiddette “querele temerarie“: in pratica se un’inchiesta giornalistica dà fastidio al potente di turno, politico, economico o religioso che sia, scatta la querela. Con richiesta milionaria di risarcimento. E così, il più delle volte, l’autore smette di proseguire il suo lavoro di documentazione intimorito dal procedimento legale. Il 16 dicembre 2012 la giornalista Milena Gabanelli lancia un servizio dal titolo “Ritardi con Eni” per fare chiarezza sull’attività del gruppo produttore di energia. Ieri l’azienda, sesto gruppo petrolifero mondiale per giro di affari, con un atto di querela di ben 145 pagine accusa Report di averne leso l’immagine, e fa richiesta di risarcimento: 25 milioni di euro. Chi si sente diffamato ha tutto il diritto di tutelarsi ma è piuttosto evidente che una cifra di queste proporzioni si configura come un palese tentativo di intimidazione. Una minaccia non pronunciata ma che di fatto suona così: “la prossima volta ci penserai bene prima di occuparti di noi”. La Gabanelli ha vinto praticamente tutte (tante) le cause a cui è stata sottoposta. Sicuramente anche in questo caso non arretrerà di un passo e non chiederà nemmeno all’Eni di ritirare la querela per dimostrare, come ha fatto in ogni circostanza, la veridicità delle sue inchieste. Normalmente questo tipo di cause non vanno a compimento (anche perché occorrono svariati anni per completare l’iter dei dibattimenti). E così il querelato viene assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Ciononostante il querelato ha comunque incassato la vittoria che si proponeva fin dall’inizio: bloccare l’inchiesta giornalistica nei suoi confronti. Per questo il meccanismo perverso dell’intimidazione preventiva va assolutamente demolito. Come afferma l’avvocato Domenico D’Amati, membro del comitato giuridico di Articolo21 e molto competente sulla materia, “con le querele temerarie si verifica che lo strumento giudiziario è utilizzato con scopi intimidatori. Tra l’altro la Suprema Corte di Cassazione ha iniziato a recepire le indicazioni della Corte europea dei diritti dell’Uomo, laddove questa afferma che il diritto all’integrità della reputazione, e il diritto alla riservatezza cedono di fronte alla libertà di informazione”. Su questa materia il parlamento ha avviato un lavoro bipartisan nella passata legislatura. Un iter che ovviamente giace ora impolverato nei cassetti. Sul sito Change.org lanciamo una petizione per chiedere che il nuovo parlamento voglia immediatamente mettere mano ad una revisione della materia che preveda una sostanziosa penalità nei confronti di chi utilizza strumentalmente questo tipo di richieste, condannando il querelante, in caso di sconfitta in sede giudiziaria, al pagamento del medesimo importo: se cioè chiedi 25 milioni di euro alla Gabanelli di risarcimento e poi perdi la causa la risarcisci della stessa cifra. E vince il diritto di informare ed essere informati. Dura lex sed lex.

Aggiornamento delle 19,50. Ricevo e pubblico una replica dell’Eni al mio post: Stefano Corradino: Gentile Direttore, con riferimento all’articolo pubblicato oggi sul sito del Fatto Quotidiano dal titolo “L’Eni chiede 25 milioni per zittire la Gabanelli” a firma di Stefano Corradino ci preme sottoporle alcune osservazioni. Eni ha chiesto un risarcimento di 25 milioni alla Rai (e non alla signora Gabanelli) a fronte di un servizio come quello trasmesso a dicembre da Report, interamente costruito su una serie di affermazioni e illazioni tese a dare un’immagine apparentemente verosimile e solo negativa della società, alla quale è stato tra l’altro precluso un normale contraddittorio. Eni, facciamo presente, è un’azienda composta da oltre 80 mila persone che ogni giorno lavorano credendo seriamente in quello che fanno. Questa nostra decisione, evento straordinario e insolito per la nostra azienda, è stato un atto doveroso innanzitutto nei loro confronti, oltre che naturalmente a difesa del top management e del nome della società. Noi avevamo proposto alla Signora Gabanelli di realizzare un’intervista in diretta. Questo sì che sarebbe stato un contraddittorio (“giornalista che fa domande e l’interlocutore che risponde”, come ci spiega la stessa Gabanelli oggi sul Corriere). La cosa ci è stata negata poiché il format della trasmissione non prevede la diretta. Non siamo noi a dovervi spiegare che poi le interviste vengono montate e spesso tagliate, aggiungiamo noi, e su questo tema purtroppo con Report abbiamo pessime esperienze pregresse. Questo comunque non ci ha impedito di rispondere a ogni richiesta di informazioni che la trasmissione ci ha inviato prima della messa in onda, risposte che abbiamo dato in modo puntuale e trasparente e che potete trovare pubblicate sul sito di Affari Italiani. Una cosa è il sacrosanto diritto di critica, altra è lo stravolgimento delle informazioni. Riteniamo che libertà di informazione significhi anche offrire una vera opportunità di replica. Non si tratta di un tentativo di intimidazione (il dottor Corradino cita addirittura il fascismo, santo cielo!) ma un’ azione attraverso la quale esercitiamo il diritto/dovere di difendere il lavoro di migliaia di persone. Confido, per completezza di informazione, nella pubblicazione di questa nostra posizione. Cordialmente GdG Gianni Di Giovanni Eni – Executive Vice President External Communication Agi –  Chairman 

Alessandro Da Rold per "La Verità" il 26 febbraio 2021. C'è un documento del 14 giugno 2018 che potrebbe mettere in serio imbarazzo il governo della Nigeria, costituitosi parte civile nel processo Opl 245, dove Eni e Shell sono accusate di corruzione internazionale. È una lettera firmata dall'ex ministro del petrolio Emmanuel Ibe Kachiwu dove si possono leggere le richieste da parte di Abuja di esercitare il diritto di «back-in right» (il diritto di rientrare con una quota dopo i rischi di esplorazione), in linea con gli accordi del 2011 stipulati proprio con le due compagnie petrolifere sotto accusa. La missiva, indirizzata a Massimo Insulla (direttore di Nigerian Agip exploration), rivela quindi che il governo nigeriano, a ben sette anni di distanza dal contratto e per di più a processo già in corso, non ravvedeva alcun problema o illecito nella condotta di Eni e Shell. I toni del ministro del Petrolio sono molto cordiali, si legge appunto che Abuja intende rispettare l'articolo 11 dell'accordo del 2011 e che soprattutto è interessata alla decisione delle compagnie petrolifere di iniziare a estrarre petrolio. In pratica i nigeriani convengono con Eni e Shell, come si dice nel gergo petrolifero, di passare dalla «oil prospecting license» alla «oil mining lease»: dopo aver trovato il petrolio bisogna iniziare a estrarlo. La lettera smentisce anche la costituzione di parte civile decisa dal governo il 5 marzo del 2018, in apertura del processo Opl 245 di fronte alla settima sezione del Tribunale di Milano. Perché chiedere i danni su una licenza di estrazione che sarebbe stata comprata grazie alla corruzione e poi invece, tre mesi dopo, riconoscere la validità del prodotto di quella stessa licenza? Per di più nella richiesta di parte civile presentata dall'avvocato Lucio Lucia si smentisce il ministro nigeriano dell'epoca, perché si sostiene che le clausole di «back-in rights» siano stata ottenute «illegittimamente» e siano persino un ostacolo per il rientro del governo. Di più, si sostiene che Eni e Shell abbiano cercato in ogni modo di escludere la Nigeria da diritti contenuti nel contratto: un'affermazione smentita dalla lettera del 2018 di Emmanuel Ibe Kachiwu. Non è l'unico dei tanti misteri che ha caratterizzato in questi anni la linea difensiva del Paese africano. Del resto nel 2017 la Nigeria non intendeva costituirsi parte civile. Poi nel 2018 cambiò idea, decidendo di affidarsi allo studio legale Johnson & Johnson, dove il titolare è lo sconosciuto Babatunde Olabode Johnson, un presunto avvocato che si fa coprire le spese legali da una società anonima, l'americana Poplar falls llc, fondata nel 2016 nel Delaware dal fondo Drumcliffe partners. Come già raccontato dalla Verità lo scorso anno, in questa ragnatela di sconosciute società si nascondono particolari molto particolari. Stando ai contratti, infatti, Poplar falls incasserà il 35% in caso di successo nella causa. Si potrebbe trattare di una cifra spropositata, perché gli avvocati che seguono la Nigeria nel processo di Milano hanno chiesto danni per 1,1 miliardi di euro. La cifra, quindi, dovrebbe toccare i 382 milioni di euro per la Poplar, a cui si aggiungerebbero anche 55 solo per Drumcliffe. Sempre stando agli accordi con Johnson & Johnson, i soldi che potrebbero arrivare in caso di condanna di Eni e Shell non andranno subito al governo di Abuja, quindi non torneranno ai cittadini nigeriani, ma rimarranno su un conto vincolato controllato da un avvocato nominato sempre da Poplar. Queste strane vicende sono da mesi all'attenzione dell'opinione pubblica nigeriana. In Italia in tanti hanno iniziato a porsi delle domande su dove voglia davvero andare a parare il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari. Del resto, il comportamento incomprensibile del 2018 negli anni successivi è proseguito. Mentre il processo continuava a celebrarsi nelle aule del Tribunale di giustizia di Milano, sempre la Nigeria - a metà 2020 - ha deciso di affidarsi a un altro studio legale di Londra, Franklin Wyatt. Quest' ultimo sarebbe stato incaricato di trovare un nuovo accordo con Eni e Shell, con l'obiettivo di evitare la data di scadenza della concessione, ovvero il maggio del 2021. Ma qualcosa è andato storto. Non a caso Eni ha deciso di avviare un arbitrato internazionale presso la Banca mondiale per dirimere la controversia sul giacimento. Il prossimo 17 marzo si aprirà la camera di consiglio sul processo. E i giudici di Milano decideranno l'innocenza o la consapevolezza delle due compagnie petrolifere come dei loro amministratori, tra cui l'attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Dopo un investimento di 2 miliardi di dollari, infatti, Eni e Shell perderanno a maggio i diritti di estrazione senza aver mai estratto una goccia di petrolio. Il governo di Abuja spera di incassare 1,1 miliardi di euro. Ma non si sa dove andranno a finire i soldi. Mentre l'indotto delle estrazioni petrolifere, 200.000 posti di lavoro e 41 miliardi di dollari in 25 anni, è andato perso. Del resto, dopo dieci anni così, quale compagnia vorrà occuparsi di Opl 245?

·        Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Il caso Consip e i conflitti di interesse. Processo Romeo, Woodcock è incompatibile: lo ha detto Melillo. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Novembre 2021. Leggete questa breve dichiarazione rilasciata da un altissimo magistrato, qualche settimana fa, nel corso di un convegno: «Bisogna procurarsi la fiducia della collettività, perfino dell’imputato. Bisogna abbandonare gli atteggiamenti incompatibili con questa professione e prendere atto che la magistratura è chiamata a svolgere un ruolo di responsabilità rispetto al funzionamento complessivo del sistema». L’ autore di questa dichiarazione assai saggia – e sicuramente in linea con le prime decisioni del nuovo governo e con gli orientamenti del nuovo ministro è Giovanni Melillo, Procuratore di Napoli, magistrato molto esperto e stimato, ora candidato alla superprocura antimafia. Tenete a mente queste parole, perché tra qualche riga ci torniamo. Ora cambiamo scena. Vi parlo di un processo che conosco abbastanza bene perché l’imputato principale è un mio amico, ed è anche l’editore di questo giornale. Alfredo Romeo. Al processo che è in corso a Napoli, giorni fa depone una testimone che si chiama Elvira Capecelatro. Deve dire alla Corte se è sua o no la firma in calce a una attestazione che servì a Romeo per ottenere una attestazione di qualità per le sue aziende. Il Pm sostiene che quella firma non è della signora Capecelatro, cioè è una firma falsa, e la incalza, la mette alle corde e ottiene la sua dichiarazione: non è mia. Dichiarazione decisiva per vincere il processo. Eppure c’è già una formale sentenza di un tribunale civile che ha accertato che quella firma invece è vera, verissima, autentica, sulla base di una perizia calligrafica. Il Pm non sapeva di questa sentenza? Non sapeva neanche che ci fosse un processo civile in corso? Possibile che abbia svolto il suo compito senza informarsi su fatti di assoluta rilevanza come questi? Per risolvere la questione è stato necessario il controinterrogatorio della testimone da parte della difesa, nel corso del quale è stata mostrata (e depositata agli atti) la sentenza del tribunale che scagiona la Romeo gestioni e smentisce le dichiarazioni che il Pm ha spinto la testimone a rilasciare. Stesso processo, udienza successiva. Il testimone stavolta è un certo Vadorini. Secondo l’accusa fu assunto dalla Romeo Gestioni per fare un favore a un amico del Vadorini, un certo Giovanni Annunziata, funzionario del Comune che avrebbe potuto aiutare Romeo a ottenere le strisce pedonali davanti all’ingresso del suo albergo sul Lungomare (era suo pieno diritto avere le strisce pedonali). Vadorini – sostiene Romeo – fu assunto perché era un ex dipendente che aveva diritto all’assunzione a norma di legge. Non si poteva non assumerlo. Il Pm sostiene invece che c’è stata corruzione. Vadorini avrebbe ottenuto l’assunzione al prezzo delle strisce pedonali. Le strisce, in realtà, sebbene diritto acquisito, non sono mai state realizzate. Il Pm vuole interrogare Vadorini come testimone per avere conferma della corruzione realizzata da Romeo. Ma se le cose stanno come dice il Pm anche il Vadorini è imputabile e quindi non può essere ascoltato come testimone. Né avrebbe dovuto essere interrogato come testimone, e senza avvocato, negli interrogatori a cui era stato sottoposto precedentemente. La difesa lo fa notare al giudice che stabilisce che la difesa ha ragione. Vadorini ha il diritto di non rispondere secondo le regole del codice di procedura penale. E se ne avvale. Perché il Pm non glielo ha detto prima? Non conosce il codice di Procedura che vieta a un Pm di interrogare come testimone una persona imputabile per le dichiarazioni che rilascia? Possibile? Il Pm in questione – magari qualcuno di voi lo ha già indovinato – si chiama Henry John Woodcock. È uno dei sostituti procuratori proprio di Napoli, dove Melillo è procuratore. Mi chiedo: il dottor Melillo sa che il suo sostituto in processo si comporta in questo modo? Immagino di no. Lo informiamo noi. Perché a me sembra che questi atteggiamenti del Pm siano esattamente quelli che il dottor Melillo ha dichiarato incompatibili con la professione. Ha detto proprio così: incompatibili. Che fiducia nella giustizia può avere un imputato che vede il Pm assumere atteggiamenti aggressivi, intimidatori e persecutori, e che invece di mettere a suo agio un testimone, per cercare la verità, tenta di metterlo con le spalle al muro costringendolo a dire quello che lui vuole che dica, per dare forza all’accusa? Magari voi potete anche pensare che io abbia qualcosa di personale contro Woodcock. Non vi sbagliate. Mi ha querelato – cioè ha querelato il Riformista – per un articolo che ho scritto tempo fa. Vuole che io sia condannato a qualche mese o qualche anno di prigione per avere criticato alcuni suoi comportamenti, e vuole, evidentemente, che lo risarcisca, o che lo risarcisca il mio giornale. In questo articolo raccontavo una serie di irregolarità che ho riscontrato nelle indagini (da lui coordinate) che hanno avviato il processo Consip. In particolare ho contestato la correttezza di una perquisizione effettuata dal capitano Scafarto, su mandato di Woodcock, nell’ufficio e nell’abitazione dell’architetto Gasparri (all’epoca funzionario Consip), che è l’unico accusatore di Romeo nel processo Consip al quale mi riferisco. La perquisizione avvenne dopo una telefonata alla moglie di Gasparri, nella quale Scafarto (che si trovava in compagnia dello stesso Gasparri) avvertiva la signora che sarebbe stato lì dopo una mezz’ora per perquisire la casa, e dunque di “fare quel che doveva fare”. È evidente che una perquisizione annunciata non ha nessun valore ed è del tutto irregolare. Per di più, nell’articolo raccontavo di una telefonata tra Gasparri e l’avvocato Diddi, nella quale Gasparri diceva della perquisizione e l’avvocato Diddi rispondeva: tranquillo, so tutto, sto qui nell’ufficio del Pm, tu non fare cazzate e spicciati a nominarmi tuo difensore. Beh, capite bene, che se le cose sono andate come dico io, è da escludere che la testimonianza di Gasparri, e cioè la chiamata di correità a Romeo, abbia neppure la parvenza della spontaneità. E se manca la spontaneità, a norma di legge, la chiamata di correo vale zero. Il problema è che il processo è in corso a Roma , e che il Pm non è più Woodcock, ma il processo si basa solo sulle indagini realizzate da Woodcock. Se si accerta che le indagini non reggono e che erano irregolari, è tutto il processo ad andare all’aria. Naturalmente è da dimostrare che le cose che io ho scritto siano vere. Per questa ragione io ho chiesto di essere interrogato a Roma, sono stato interrogato, ho ribadito le cose che avevo scritto e ho prodotto tutte le intercettazioni – regolarmente depositate – dalle quali risulta che ogni parola che ho scritto è vera. Ora mi rivolgo di nuovo – cambiando ancora discorso – al procuratore Melillo. In queste condizioni è legittimo che il processo di Napoli continui con Woodcock Pm? Non esiste un conflitto di interessi, quantomeno per il fatto che lui ha querelato il Riformista, cioè il giornale di Romeo, che vuole un risarcimento dal Riformista e che l’imputato del suo processo è Romeo? Non credo che esistano altri paesi in Occidente dove una commedia così potrebbe andare avanti. Mi auguro che non possa succedere anche in Italia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

In difesa del partito dei Pm. Marco Travaglio, la guardia del corpo di Sir John Woodcock. Piero Sansonetti su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Il Fatto Quotidiano, si sa, è nato più o meno dichiaratamente come giornale del partito dei Pm. (Non della magistratura: Il Fatto odia, per esempio, i giudici che assolvono…). Quindi è logico e giusto che difenda i Pm, quando – assai raramente – vengono criticati da qualche giornale. Talvolta, forse, lo fa con zelo un po’ eccessivo, ma si sa come vanno le cose del mondo. Così Marco Travaglio è saltato su come una molla quando ha visto che il Riformista criticava il Pm Woodcock e faceva notare che non si è mai visto un Pm che querela un giornale il cui editore è suo imputato. Dice Travaglio: No, no, è il contrario, è l’imputato che ha fondato il giornale per criticare Woodcock. Sarà. Se uno però ogni tanto legge il Riformista si accorge che non è proprio Woodcock l’unico Pm che noi critichiamo. Diciamo che effettivamente siamo nati per coprire un vuoto: la critica al potere della magistratura. Magari anche Travaglio avrà sentito dire che i giornali, di regola, dovrebbero servire per fare i cani da guardia contro il potere. In Italia, purtroppo, tutti i poteri sono criticabili, ma quello dei Pm no. Ora ci siamo noi, e ci siamo sobbarcati questo compito. Dopodiché Marco dice che noi abbiamo diffamato Woodcock e che lui ci ha querelato per questo. No, Marco, non abbiamo diffamato nessuno: ci siamo limitati a pubblicare documenti ufficiali, depositati, dai quali risultano alcune irregolarità abbastanza gravi nelle indagini che Woodcock coordinò a Napoli. Documenti indiscutibili. La querela in questo caso non è un atto di difesa per la diffamazione, ma come tu sai benissimo che spesso succede (deve esserti capitato anche a te qualche volta) un atto di intimidazione verso il giornalista. Sono abituatissimo alle intimidazioni, non ti preoccupare.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Funziona tutto alla rovescia. Consip, crollano tutte le accuse ma a processo ci va Romeo che è la parte lesa…Piero Sansonetti su Il Riformista il 29 Settembre 2021. Il caso Consip torna d’attualità con tutte le sue insensatezze. Ieri al processo contro Alfredo Romeo (lo stralcio che riguarda la presunta corruzione di tal Marco Gasparri, ex dipendente Consip) è stato ascoltato come testimone proprio Gasparri, che si è confermato molto contraddittorio nelle sue dichiarazioni. Due cose sono risultate piuttosto chiare, probabilmente anche alla giudice: la prima è che Gasparri non era in grado di fare nessun favore a Romeo, e dunque non esiste un movente della ipotetica corruzione. La seconda è che ci sono molti, molti dubbi sulla spontaneità della sua confessione e della sua chiamata di correo (oltre a mancare qualunque riscontro sui pagamenti che Gasparri dichiara di aver ricevuto da Romeo, e Romeo nega di avere mai effettuato). Di conseguenza scricchiola l’unico elemento sul quale si basa l’accusa, e cioè proprio l’atto di accusa di Gasparri. Naturalmente la parola “scricchiola” è un eufemismo imposto dalle buone maniere. Si potrebbe anche scrivere: crolla. Su tutto questo torneremo nei prossimi giorni. Oggi vogliamo occuparci invece dei fatti del giorno prima. E cioè delle decisioni del Gup che ha condannato a un anno di prigione Denis Verdini, Ezio Bigotti (imprenditore) e Ignazio Abbrignani (ex parlamentare verdiniano) e ha poi anche rinviato a giudizio tra gli altri Tiziano Renzi e Alfredo Romeo, per traffico di influenze, prosciogliendoli però dalle accuse maggiori, e soprattutto dalla madre di tutte le accuse che è la turbativa d’asta per la gara principale, quella famosa da 2 miliardi e 700 milioni. Verdini e gli altri sono stati anche loro prosciolti per questa accusa (e quindi lo scandalo Consip si è clamorosamente sgonfiato) ma sono stati condannati per un’altra turbativa d’asta (anche se, a occhio e croce, sono stati condannati senza uno straccio di prova a carico). La cosa curiosa è che per la gara principale, quella, appunto, che complessivamente aveva appalti per quasi tre miliardi, la giudice ha stabilito che non c’è stata nessuna turbativa d’asta ma invece c’è stato traffico di influenze da parte di Tiziano Renzi e Carlo Russo a favore di Romeo. Traffico, evidentemente, che però non ha turbato in nessun modo l’asta. Diciamo un traffico molto poco intenso. Ieri diversi giornali hanno parlato di questo traffico, sostenendo che di conseguenza il caso Consip è ancora tutto in piedi per via di questo traffico intorno ai 2,7 miliardi. Scrive ad esempio Marco Lillo sul Fatto: “Ricordiamo in sintesi la parte dell’accusa che riguarda Renzi: “Carlo Russo (amico di Tiziano, ndr) il quale agiva in accordo con Tiziano Renzi sfruttando relazioni esistenti con Luigi Marroni, amministratore delegato di Consip Spa (…) relazioni ottenute anche per il tramite del concorrente nel reato Tiziano Renzi, come prezzo della propria mediazione illecita costituita nell’istigare Marroni al compimento di atti contrari al proprio ufficio consistenti nell’intervenire sulla commissione aggiudicatrice della gara FM4 (…) per facilitare la Romeo Gestioni Spa partecipante a detta gara (…) si faceva dare da Romeo Alfredo, il quale agiva in concorso con Italo Bocchino, utilità (…) nonché si faceva promettere denaro in nero per sé e per Tiziano Renzi”.

Certo, non si tratta di una condanna ma solo di un rinvio a giudizio. Certo, per altre ipotesi di reato ‘laterali’ (la turbativa sulla medesima gara Consip e il traffico più un’altra turbativa di gara su Grandi Stazioni) ci sono stati i proscioglimenti del Gup. Però la notizia di ieri è che l’ipotesi più rilevante dell’accusa iniziale (quella sui fatti che emergevano già dall’indagine di Napoli condotta nel 2016 dal pm Henry John Woodcock con la collega Celeste Carrano) resta in piedi. Lillo, giustamente, si limita a riportare la tesi dell’accusa. Il problema – che segnaliamo anche a lui, cronista sempre attentissimo (non è una presa in giro: Lillo ha tanti difetti e con lui in genere io litigo fino quasi a venire alle mani, però è indubbio che è un cronista informato e scrupoloso) – è che ci sono delle carte che contraddicono in modo definitivo la tesi dell’accusa. In particolare il testo dell’interrogatorio tenuto nientedimenoché da Giuseppe Pignatone in persona e dal Pm Palazzi a Luigi Marroni, amministratore di Consip non indagato e dunque ritenuto attendibilissimo. L’interrogatorio si riferisce proprio alle raccomandazioni di Carlo Russo. Leggete qui:

PALAZZI: fece mai riferimento a Romeo e alle società di Romeo?

MARRONI: No.

PALAZZI (insiste, ndr): Un riferimento, non so di che genere…

MARRONI: Non mi ricordo questa cosa.

PALAZZI: cioè nessuna conversazione con Russo viene associata in qualche modo a un ricordo di una discussione con Romeo?

MARRONI: A meno che non fosse in quella famosa società che lei…

PIGNATONE: La società di Romeo si chiama Romeo Gestioni.

PALAZZI: Romeo Gestioni?

MARRONI: No, non mi disse delle aziende di Romeo che devono fare e devono…

PALAZZI: Comunque lì non associa a nessun…

MARRONI: Non fu associata.

PIGNATONE: Immagino che lei sa che esista un Gruppo Romeo…

MARRONI: lo sapevo.

Non so se è chiaro. I Pm chiedono a Marroni se ha ricevuto raccomandazioni per la Romeo. Marroni aveva dichiarato di aver ricevuto raccomandazioni per altre società concorrenti con Romeo e in questo interrogatorio, messo a verbale, nega di averne ricevute per Romeo. Qualche mese più tardi, nuovamente interrogato, rincara la dose. Spiega di avercela con Romeo, perché gli ha fatto causa per la mancata assegnazione degli appalti che aveva vinto, ma tuttavia di dover ammettere che lui non ha ricevuto nessuna raccomandazione per Romeo e non lo ha in nessun modo favorito. Come andarono le cose è piuttosto chiaro. La Gara Fm4, cioè questa famosa supergara da 2 miliardi e sette, si svolse con alcune aziende che avevano brigato per far fuori la Romeo Gestioni, che era conosciuta come di gran lunga la più qualificata a vincere. Queste altre aziende furono favorite, e la parte lesa fu la Romeo gestioni. Che ora, in modo paradossale e abbastanza comico (ma non comico per Romeo…) è finita sotto processo ed è stata esclusa da tutte le gare.

L’accusa su cosa si basa? Boh. Secondo Il Fatto Quotidiano si baserebbe su un biglietto stracciato, ritrovato in un cassonetto della spazzatura (vicino alla sede della Romeo gestioni, a Roma), che fu attribuito alla scrittura di Romeo (il quale nega che quella fosse la sua scrittura). In questo biglietto c’erano scritte delle sigle: 30 a T, 5 a R… L’accusa sostiene che volessero dire che si davano 30 mila euro a Tiziano Renzi, 5000 a Carlo Russo eccetera. Certo, un bel po’ di fantasia. Soprattutto per una circostanza forse importante. Questo biglietto fu scritto nel novembre del 2016, circa sei mesi dopo la conclusione delle gare e le assegnazioni. Cioè, l’ipotesi è che Romeo avrebbe prima subito una turbativa d’asta a suo sfavore, e poi, una volta mazziato, non contento avrebbe deciso di pagare quelli che l’avevano mazziato.

Noi speriamo che le cose non siano andate così, per una ragione semplice: siccome – come sapete – Romeo è l’editore di questo giornale, se le cose fossero davvero andate in questo modo dovremmo fortemente dubitare della salute mentale del nostro editore…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Molte assoluzioni e tre rinvii a giudizio. Caso Consip, fioccano assoluzioni e proscioglimenti; lo “scandalo” si ridimensiona. Redazione su Il Riformista il 28 Settembre 2021. Il caso Consip si sgonfia. Ieri c’è stata la sentenza per una parte degli imputati (che avevano scelto l’abbreviato) e l’udienza preliminare per gli altri. Le decisioni del Gup sono abbastanza variegate ma nella sostanza riducono moltissimo la montagna delle accuse. Vediamo nel dettaglio. Gli imputati nell’abbreviato sono stati assolti da diverse accuse ma condannati a un anno di carcere per turbativa d’asta: Denis Verdini, l’ex parlamentare Abrignani e l’imprenditore Ezio Bigotti. Sono loro che avrebbero turbato l’asta per la principale delle gare Consip. Poi ci sono i rinvii a giudizio. Rinviati tra gli altri Tiziano Renzi (che era il bersaglio grosso) e Alfredo Romeo. Il quale Romeo – che è l’editore di questo giornale – è stato assolto per i due principali reati dei quali era accusato (due turbative d’asta) ma invece rinviato a giudizio per un traffico di influenze, una terza turbativa d’asta e una corruzione. Tra poche righe vedremo il merito delle imputazioni (e anche alcune contraddizioni). Anche Tiziano Renzi è stato rinviato a giudizio per traffico di influenze, insieme a Romeo. In cosa consista il traffico di influenze tra Tiziano Renzi e Romeo non è chiarissimo. Voi sapete che questo del traffico di influenze è un reato inventato nel 2012 dalla ministra Severino, che in questi anni ha prodotto moltissimi processi, persino qualche arresto, ma nessuna condanna. Zero. È un reato molto vago, che sostanzialmente consiste nell’individuazione (sempre molto incerta) di una raccomandazione. In questo caso il raccomandato sarebbe stato Romeo, la raccomandazione sarebbe stata all’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, il quale però non è indagato e – interrogato da Pignatone – ammise di avere ricevuto delle raccomandazioni ma giurò di non averne ricevute per Romeo. E assicurò a Pignatone, che insisteva, di avere escluso Romeo dalle gare. Poi per Romeo c’è l’accusa di corruzione di un pubblico ufficiale, un certo Pandimiglio, ma probabilmente l’accusa è un errore tecnico perché Pandimiglio non è un pubblico ufficiale. Infine c’è la turbativa d’asta, e l’asta in questione sarebbe proprio quella per la quale sono stati condannati Verdini, Abrignani e l’imprenditore Bigotti. Romeo però – che aveva presentato un esposto proprio per denunciare la probabile turbativa da parte degli altri concorrenti – fu sconfitto in quell’asta da Bigotti. L’accusa sostiene che ad asta conclusa Bigotti avrebbe proposto a Romeo di fare un accordo in modo che Romeo non presentasse ricorso. Dalle intercettazioni però risulta che Romeo rifiutò l’accordo. Ora si va al processo, e non è da escludere che, data l’inconsistenza delle accuse, almeno per Romeo, il processo sarà velocissimo. Si inizia a metà novembre.

Consip, processo per Tiziano Renzi. L'Espresso il 27 settembre 2021. Il padre del leader di Italia Viva rinviato a giudizio per traffico d’influenze. Denis Verdini condannato a un anno per turbativa d’asta ma assolto dall’accusa di concussione. Tiziano Renzi, padre dell'ex premier e ora leader di Italia Viva Matteo, andrà a processo con l'accusa di traffico di influenze illecite nell'ambito di uno dei filoni dell'inchiesta Consip. Il gup di Roma Annalisa Marzano insieme a Tiziano Renzi ha rinviato a giudizio per lo stesso reato l'ex parlamentare Italo Bocchino e gli imprenditori Carlo Russo e Alfredo Romeo. Per loro l'udienza è stata fissata per il 16 novembre. Renzi senior è stato prosciolto invece dall'accusa di turbativa d'asta e da un altro episodio di traffico di influenze. In rito abbreviato invece, il giudice ha condannato a un anno l'ex senatore Denis Verdini, l'imprenditore Ezio Bigotti e l'ex parlamentare Ignazio Abrignani per il reato di turbativa d'asta. Verdini, come Abrignani e Bigotti, è stato assolto dall'accusa di concussione. Per loro il pm di Roma, Mario Palazzi, aveva chiesto l'assoluzione. La vicenda, che risale al biennio 2014 al 2016, ruota quasi esclusivamente su presunti illeciti intorno all'appalto FM4 indetto da Consip. A Verdini vengono contestati i reati di turbativa d'asta e concussione, mentre per Bocchino i pm contestano il traffico di influenze illecite, la turbativa d'asta e reati tributari. La tranche di indagine è legata alla decisione del gip Gaspare Sturzo che aveva parzialmente respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura chiedendo per gli indagati un supplemento di accertamenti e sollecitato, contestualmente, l'iscrizione nel registro degli indagati di Verdini e di altre due posizioni. Le accuse a Renzi senior riguardano il ruolo svolto nell'appoggiare l’attività dell'imprenditore Carlo Russo. Secondo i capi di imputazione Russo, agendo in accordo con Tiziano Renzi e “sfruttando relazioni esistenti con l'allora amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni” avrebbe istigato quest'ultimo “al compimento di atti contrari al proprio ufficio” e “consistenti nell'intervenire sulla commissione aggiudicatrice della gara FM4”. In particolare l’attività illecita sarebbe stata compiuta sul presidente della commissione aggiudicatrice Licci, “anche per il tramite di Domenico Casalino”, per “facilitare la Romeo Gestioni, partecipante alla FM4, mediante l'innalzamento del punteggio tecnico nella fase di valutazione tecnica dei progetti”. Il gup ha assolto l'ex ad di Consip, Domenico Casalino, e il suo omologo in Grandi Stazioni, Silvio Gizzi. Inoltre Russo, in base al capo di accusa, “si faceva dare da Alfredo Romeo, che agiva in accordo con Italo Bocchino, utilità consistite nella stipula di un contratto di lavoro” a favore della cognata, “e numerose ospitalità negli hotel di proprietà del gruppo Romeo, nonché si faceva promettere denaro in nero per sé e per Tiziano Renzi” e “promettere la stipula di un contratto di consulenza”. Il processo davanti ai giudici dell'ottava sezione penale del tribunale di Roma è stato fissato per il prossimo 16 novembre.

Consip, babbo Renzi a giudizio. Verdini condannato a un anno. Luca Fazzo il 28 Settembre 2021 su Il Giornale. Resta solo l'accusa di traffico di influenze. La procura punta al maxi-processo e unifica tutti i filoni d'inchiesta. A sette anni dai fatti, con la prescrizione in agguato: ma il prossimo 16 novembre Tiziano Renzi dovrà entrare in un'aula del tribunale di Roma, e sedersi in pubblica udienza sul banco degli imputati. Dopo un percorso giudiziario - ma anche politico e giornalistico - quanto mai controverso, l'indagine sugli affari della Consip, la centrale degli appalti pubblici, arriva comunque al risultato di portare a giudizio il padre dell'ex presidente del Consiglio. Traffico d'influenze, per avere cercato di spianare la strada degli appalti all'imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Una accusa di cui il difensore di Renzi senior, Federico Bagattini, si dichiara sicuro di dimostrare l'inconsistenza, dopo avere rimarcato che dei quattro capi d'accusa ne sono già caduti tre, i due relativi agli appalti di Grande Stazioni e quello relativo alla turbativa d'asta Consip. «Faremo l'en plein», dice l'avvocato. Che gli elementi d'accusa non siano solidissimi d'altronde sembra saperlo la stessa procura di Roma (il pm Mario Palazzi e l'aggiunto Paolo Ielo) che per le stesse accuse aveva già proposto l'archiviazione integrale, scontrandosi con il diniego del giudice preliminare. Di questa divergenza tra magistrati arriva la riprova anche nell'udienza di ieri, e ne fa le spese Denis Verdini, anche lui accusato di avere tramato sul fronte Consip a favore della cordata rivale a Romeo: aveva chiesto il rito abbreviato, il pm Palazzi chiede la sua assoluzione da tutte le accuse, il giudice Annalisa Marzano gli rifila un anno per turbativa d'asta. Babbo Renzi invece va a processo: anzi, a quanto pare, al maxiprocesso. Perché la Procura di Roma, sbrigata anche l'udienza di ieri, si accinge a riunire in un unico filone la diaspora di giudizi scaturita dal calderone Consip: convinta che solo in un’unica sede si possa davvero capire cosa è accaduto in questo groviglio di politici forse affaristi e di carabinieri sicuramente chiacchieroni, tra soffiate e scoop vari. Basti pensare che Tiziano Renzi finisce a processo sull'ipotesi che ci fosse lui alle spalle di Carlo Russo, l'imprenditore fiorentino che si dava da fare a favore di Romeo: ma nemmeno la Procura si sente di escludere che Russo millantasse quando vantava aderenze con il babbo dell'attuale leader di Italia Viva. Il problema è che con l'accusa di avere truccato l'informativa sui rapporti tra Russo e Renzi per incastrare il secondo è ora sotto processo l'ex maggiore dei carabinieri Giampaolo Scafarto. Il processo a Scafarto è uno di quelli che la Procura di Roma punta a unificare con quello a Renzi senior; il secondo è il dibattimento, anch'esso già in corso ma alle battute iniziali, dove è imputato Russo (e questo appare inevitabile, visto che i due sono accusati di essere complici). A rendere tutto più complicato c'è il fatto che nel filone dove è imputato Scafarto ci sono anche l'ex braccio destro di Renzi, Luca Lotti, e il generale dell'Arma Emanuele Saltalamacchia, che avrebbero spifferato ai vertici Consip l'esistenza dell'inchiesta. E in quel processo è citato come testimone, insieme ad una altra cinquantina di sconosciuti e di eccellenti, anche Matteo Renzi: che se tutto diventa un unico processo, dovrà testimoniare nel processo contro il padre. Un processo all'apogeo del renzismo, questo si annuncia il maxiprocesso Consip. Dove l'unico punto fermo è finora la condanna di un altro generale dei carabinieri, Tullio Del Sette: dieci mesi per avere consigliato al capo di Consip di non parlare troppo al telefono. 

Luca Fazzo. Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Matteo Renzi attacca le toghe al Senato? Prima l'indagine su presta, poi il padre al giudizio: solo un caso? Libero Quotidiano il 27 settembre 2021. Dalla "giustizia a orologeria" si passa direttamente alla "vendetta delle toghe". Non usa mezzi termini, il Giornale, per delineare la situazione di Matteo Renzi. Pochi giorni fa il leader di Italia Viva aveva denunciato apertamente le correnti nella magistratura italiana, intervenendo in Senato sulla Riforma Cartabia. "Appena parla - scrive il quotidiano diretto da Augusto Minzolini - rispunta l'indagine di Bankitalia sui fondi di Lucio Presta". E oggi peraltro suo padre, Tiziano Renzi, è stato rinviato a giudizio per traffico d'influenze nell'ambito della maxi-inchiesta Consip. Due indizi che, secondo i più maliziosi, farebbero una prova. "Sarà sospetta l'operazione, ma pure la tempistica non scherza", scriveva Massimo Malpica sul Giornale. ricapitolando la vicenda dell'inchiesta su Renzi e il manager televisivo Presta, indagato per finanziamento illecito e false fatturazioni in relazione al compenso percepito per il documentario dell'ex sindaco Firenze secondo me. Quei bonifici, secondo gli inquirenti, sarebbero in realtà un finanziamento occulto e illecito all'attività politica di Renzi. A far saltare la mosca al naso al Giornale è il fatto che si sia tornati a parlare di quella vicenda, che risale all'estate, quattro giorni dopo il duro discorso a Palazzo Madama del leader di IV. In aula, Renzi aveva sottolineato di aver preso "due avvisi di garanzia" subito dopo aver detto che "c'era una procura che stava oltrepassando i limiti dell'azione giudiziaria". E la rappresaglia dei magistrati e del mondo che gravita intorno alle Procure, anche mediatico, non si sarebbe fatta attendere, è la tesi del Giornale. "Il problema non è la separazione delle carriere - aveva tuonato in Senato Renzi -, bensì lo strapotere vergognoso delle correnti della magistratura. Devi fare carriera se sei bravo non se sei iscritto ad una corrente. Per anni noi abbiamo acconsentito non a singoli magistrati, ma alla subalternità della politica di far decidere a un pm chi poteva fare politica e chi no perché si è consentito che l’avviso di garanzia fosse una condanna". E il rinvio a giudizio di Tiziano Renzi, da anni "vittima designata" per molti giornali vicinissimi alla magistratura come il Fatto quotidiano, sembra essere un'altra pagina da aggiungere al dossier.

Verdini condannato a un anno in abbreviato. Si sgonfia il caso Consip, rinvii a giudizio per traffico di influenze ma cadono altre accuse. Redazione su Il Riformista il 27 Settembre 2021. Continua a sgonfiarsi l’inchiesta Consip. Oggi è arrivato il rinvio a giudizio per Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo, che dovrà rispondere di traffico di influenze nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta. La decisione è stata presa dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Annalisa Marzano, che ha però deciso il proscioglimento di Renzi senior da altri tre capi d’accusa. Con lui andranno a processo per la stessa fattispecie penale, che partirà il prossimo 16 novembre davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Roma, l’imprenditore Alfredo Romeo (editore de Il Riformista), l’ex parlamentare Italo Bocchino, Carlo Russo e Stefano Massimo Pandimiglio. Nell’ambito dello stesso procedimento, Tiziano Renzi è stato prosciolto dall’accusa di turbativa d’asta e da un’altra accusa di traffico di influenze. Anche per questo, il legale Federico Bagattini, difensore del papà del leader di Italia Viva, accoglie con “grande soddisfazione le 3 assoluzioni su 4 capi di imputazione” e aggiunge: “Dopo Genova e Cuneo ora anche Roma. Per l’ein plain aspettiamo con fiducia il dibattimento“. Nell’udienza di oggi, lunedì 27 settembre, il gup ha poi condannato, nel processo con rito abbreviato, l’ex senatore Denis Verdini, l’imprenditore Ezio Bigotti e l’ex parlamentare Ignazio Abrignani a un anno di reclusione (con pena sospesa) per turbativa d’asta. Per i tre, nel giugno scorso, la Procura aveva sollecitato l’assoluzione per tutte le accuse. Lo stesso Verdini, così come gli altri due, è stato assolto dall’accusa di concussione. Assolto anche Bocchino da un reato fiscale contestato dal pm. Tiziano Renzi sarà processato in merito alla contestazione relativa alla gara Fm4 da 2,7 miliardi. Dovrà dunque rispondere dell’accordo che, secondo gli inquirenti, avrebbe stabilito con l’imprenditore Carlo Russo che, “sfruttando relazioni esistenti con Luigi Marroni, ex Ad di Consip Spa, relazioni ottenute anche per il tramite (..) di Tiziano Renzi”, sarebbe intervenuto per “facilitare la Romeo Gestioni” che intendeva aggiudicarsi un lotto della gara da 2,7 miliardi di euro bandita dalla Consip. Russo, secondo le accuse, avrebbe tra l’altro ottenuto numerose ospitalità negli hotel di proprietà del gruppo Romeo, nonché si faceva promettere denaro in nero per sé e per Tiziano Renzi nonché promettere la stipula di un contratto di consulenza”. Un reato continuato fino all’autunno del 2016 e quindi a rischio prescrizione. In una prima fase la procura romana aveva sollecitato l’archiviazione per Tiziano Renzi e le altre posizioni. Archiviazione alla quale, nel febbraio del 2020, si oppose il gip Gaspare Sturzo che ha disposto nuove indagini su Renzi senior e l’iscrizione nel registro degli indagati di Verdini, Abrignani e Bigotti per la vicenda legata a presunti illeciti nell’appalto Fm4. Secondo il gip, la procura capitolina, davanti a due gruppi che si contendevano gli appalti Consip (uno guidato da Bigotti e l’altro da Romeo) avrebbe acquisito “materiale probatorio sufficiente” solo sull’imprenditore partenopeo. Archiviate invece le contestazioni di traffico di influenze relative ad una gara per alcuni servizi di pulizia a cui – secondo l’accusa – partecipava anche la Romeo Gestioni. Coinvolti dai pm capitolini lo stesso Tiziano Renzi, l’imprenditore Romeo e Bocchino. Non ha retto la tesi della procura secondo la quale i tre indagati avrebbero provato a convincere l’ex ad di Grandi Stazioni, Silvio Gizzi, a favorire la Romeo Gestioni in cambio di “utilità consistenti in somme di denaro periodiche”.

Clamorosi sviluppi del caso Consip. Romeo fu arrestato da Pignatone dopo aver presentato esposto contro Bigotti, socio del fratello del procuratore…Piero Sansonetti su Il Riformista il 24 Luglio 2021. Vi dico subito che il protagonista – e la vittima – della storia che sto per raccontarvi è l’editore di questo giornale. Cioè Alfredo Romeo. Vi aggiungo che Alfredo, oltre ad essere il mio editore, è anche un mio amico. Poi vi dico che ieri, dopo aver letto i due articoli di Paolo Comi che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, a proposito del secondo dei video sequestrati nel corso delle indagini sul famoso avvocato Amara – video che oltre che su Amara forniva notizie su un certo Ezio Bigotti, imprenditore, e sull’avvocato Roberto Pignatone -, sono andato a parlare proprio con Romeo perché mi chiarisse alcune cose. Gli ho chiesto: ma è vero quello che mi hai raccontato tempo fa, e cioè che tu cinque anni fa presentasti all’Anac e all’Antitrust e a Consip due esposti contro Bigotti? Lui ha fatto la faccia stupita e ha ammesso. E allora gli ho chiesto: ma è vero anche che dopo quei due esposti sei stato arrestato? Lui mi detto di nuovo di sì, ancora più stupito, e giurando che lui era del tutto innocente, che non c’era nessuna prova contro di lui, e che nelle gare Consip lui fu sempre vittima di manovre mai chiarite di altri gruppi. Eh già, gli ho risposto. Questo lo ho capito. Ma tu hai capito quanto sei stato ingenuo a presentare quei ricorsi? Alfredo è caduto dalle nuvole, e allora gli ho spiegato quello che ora spiego anche a voi. Dunque succede questo. C’è una gara Consip, chiamata “Luce”, nel 2016, alla quale partecipa la Romeo con ottime probabilità di vittoria in due lotti. In effetti li vince tutti e due (e due, per regolamento, era il limite dei lotti che si potevano vincere in questa gara) ma la Consip, prima di proclamare i vincitori, esclude la Romeo dalla gara perché – dice – uno dei partecipanti al consorzio non è in regola col Durc (pratica burocratica per accertare che le ditte abbiano pagato tutti i contributi). In realtà poi si scopre che non era vero: era in regola. Secondo la Consip questo “consorziato” era in debito di 600 euro. I due lotti perduti dalla Romeo assegnavano lavori per circa mezzo miliardo di euro. A questo punto la Consip proclama vittoriosa una società che si chiama Conversion&Lighting. La Romeo protesta, per due ragioni. La prima ragione è che questa Conversion&Lighting non aveva nemmeno partecipato alla gara. Si può – come insegna de Coubertin – partecipare senza vincere, ma si può anche vincere senza partecipare? Poi c’è una seconda ragione che impediva quella vittoria. Il fatto che – si scopre – la Conversion&Lighting è una società che risulta al 51 per cento di proprietà della Exitone e che la Exitone è una società a socio unico Sti e la Sti è una società di Enzo Bigotti. E si scopre che la Sti di Bigotti, direttamente o con società controllate, si è aggiudicata cinque degli otto lotti in gara. Mentre la legge prevedeva che non potesse aggiudicarsi più di due lotti. Dunque cosa è successo? Che Consip ha escluso con un pretesto la Romeo, che avrebbe vinto due lotti, e non si è accorta che la Sti di Bigotti aveva ottenuto molti più lotti di quelli che le spettavano. A questo punto la Romeo presenta un esposto all’Anac, a Consip e all’Antitrust. Anche per chiedere che si vigili sulle future gare in Consip, soprattutto sulle gare denominate Fm4 (e cioè quelle che poi saranno al centro dello scandalo Consip) che valgono alcuni miliardi. L’esposto viene passato alla Procura, per conoscenza? Questo noi non lo sappiamo. Sarebbe stato logico, visto che nell’esposto si segnalavano dei reati. Sappiamo comunque che Romeo non riceve nessuna risposta né dall’Anac né dall’antitrust, che le gare Fm 4 si svolgono normalmente, e che probabilmente, almeno in parte, sono truccate, sappiamo che a Romeo vengono tolti tutti gli appalti, e che per di più viene arrestato. Non ci credete? Capisco che voi non ci crediate. Ma le cose sono andate esattamente così. Romeo denuncia una turbativa d’asta, i presunti turbatori vengono lasciati indisturbati e continuano a vincere gare, e Romeo – direi per ripicca – viene arrestato. Cioè si mette in cella forse l’unico concorrente che è fuori dai giochi. Romeo non ha mai capito perché è stato arrestato. Ha sempre pensato di aver pagato per qualche ragione il sostegno che nel 2013 aveva dato a Matteo Renzi. Ora però viene a sapere – cadendo dalle nuvole – che Bigotti, cioè l’imprenditore contro il quale aveva firmato l’esposto, era in rapporti economici importanti con il fratello del Procuratore di Roma, che la procura di Roma dopo il suo esposto lo fa arrestare, e che la stessa Procura prima accantona e poi archivia il filmato dal quale risultano i rapporti tra Bigotti e il fratello del Procuratore. I Pm che archiviano sono gli stessi che oggi sostengono le accuse contro Romeo, che è ancora sotto processo.

P.S. Qualche mese fa le gare Consip che erano finite al centro dello scandalo, sono state tutte ripetute. Su otto lotti in palio (stavolta senza il limite dei due lotti) Romeo ne ha vinti otto. Come a dire: quando le aste si svolgono pulite… Beh insomma, mi fermo qui, le conseguenze traetele voi.

P.S. 2. Ho raccontato ad Alfredo una storia tragicissima che da vecchio cronista ricordo, e che avvenne, credo all’inizio degli anni ottanta. Un imprenditore del caffè, un certo Palombini, fui rapito. Credo dalla banda, allora famigerata, capeggiata da Laudovino de Santis. Lo portarono in una capanna in un bosco. Lui una sera riuscì a liberarsi. Fuggì, corse nel bosco per diversi minuti e poi trovò una casa abitata. Bussò. Gli aprì Laudovino…Che c’entra con la storia di Romeo? Non so, lui però quando gliel’ho raccontata ha fatto una smorfia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Clamorosi sviluppi del caso Consip. Romeo fu arrestato da Pignatone dopo aver presentato esposto contro Bigotti, socio del fratello del procuratore…Piero Sansonetti su Il Riformista il 24 Luglio 2021. Vi dico subito che il protagonista – e la vittima – della storia che sto per raccontarvi è l’editore di questo giornale. Cioè Alfredo Romeo. Vi aggiungo che Alfredo, oltre ad essere il mio editore, è anche un mio amico. Poi vi dico che ieri, dopo aver letto i due articoli di Paolo Comi che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, a proposito del secondo dei video sequestrati nel corso delle indagini sul famoso avvocato Amara – video che oltre che su Amara forniva notizie su un certo Ezio Bigotti, imprenditore, e sull’avvocato Roberto Pignatone -, sono andato a parlare proprio con Romeo perché mi chiarisse alcune cose. Gli ho chiesto: ma è vero quello che mi hai raccontato tempo fa, e cioè che tu cinque anni fa presentasti all’Anac e all’Antitrust e a Consip due esposti contro Bigotti? Lui ha fatto la faccia stupita e ha ammesso. E allora gli ho chiesto: ma è vero anche che dopo quei due esposti sei stato arrestato? Lui mi detto di nuovo di sì, ancora più stupito, e giurando che lui era del tutto innocente, che non c’era nessuna prova contro di lui, e che nelle gare Consip lui fu sempre vittima di manovre mai chiarite di altri gruppi. Eh già, gli ho risposto. Questo lo ho capito. Ma tu hai capito quanto sei stato ingenuo a presentare quei ricorsi? Alfredo è caduto dalle nuvole, e allora gli ho spiegato quello che ora spiego anche a voi. Dunque succede questo. C’è una gara Consip, chiamata “Luce”, nel 2016, alla quale partecipa la Romeo con ottime probabilità di vittoria in due lotti. In effetti li vince tutti e due (e due, per regolamento, era il limite dei lotti che si potevano vincere in questa gara) ma la Consip, prima di proclamare i vincitori, esclude la Romeo dalla gara perché – dice – uno dei partecipanti al consorzio non è in regola col Durc (pratica burocratica per accertare che le ditte abbiano pagato tutti i contributi). In realtà poi si scopre che non era vero: era in regola. Secondo la Consip questo “consorziato” era in debito di 600 euro. I due lotti perduti dalla Romeo assegnavano lavori per circa mezzo miliardo di euro. A questo punto la Consip proclama vittoriosa una società che si chiama Conversion&Lighting. La Romeo protesta, per due ragioni. La prima ragione è che questa Conversion&Lighting non aveva nemmeno partecipato alla gara. Si può – come insegna de Coubertin – partecipare senza vincere, ma si può anche vincere senza partecipare? Poi c’è una seconda ragione che impediva quella vittoria. Il fatto che – si scopre – la Conversion&Lighting è una società che risulta al 51 per cento di proprietà della Exitone e che la Exitone è una società a socio unico Sti e la Sti è una società di Enzo Bigotti. E si scopre che la Sti di Bigotti, direttamente o con società controllate, si è aggiudicata cinque degli otto lotti in gara. Mentre la legge prevedeva che non potesse aggiudicarsi più di due lotti. Dunque cosa è successo? Che Consip ha escluso con un pretesto la Romeo, che avrebbe vinto due lotti, e non si è accorta che la Sti di Bigotti aveva ottenuto molti più lotti di quelli che le spettavano. A questo punto la Romeo presenta un esposto all’Anac, a Consip e all’Antitrust. Anche per chiedere che si vigili sulle future gare in Consip, soprattutto sulle gare denominate Fm4 (e cioè quelle che poi saranno al centro dello scandalo Consip) che valgono alcuni miliardi. L’esposto viene passato alla Procura, per conoscenza? Questo noi non lo sappiamo. Sarebbe stato logico, visto che nell’esposto si segnalavano dei reati. Sappiamo comunque che Romeo non riceve nessuna risposta né dall’Anac né dall’antitrust, che le gare Fm 4 si svolgono normalmente, e che probabilmente, almeno in parte, sono truccate, sappiamo che a Romeo vengono tolti tutti gli appalti, e che per di più viene arrestato. Non ci credete? Capisco che voi non ci crediate. Ma le cose sono andate esattamente così. Romeo denuncia una turbativa d’asta, i presunti turbatori vengono lasciati indisturbati e continuano a vincere gare, e Romeo – direi per ripicca – viene arrestato. Cioè si mette in cella forse l’unico concorrente che è fuori dai giochi. Romeo non ha mai capito perché è stato arrestato. Ha sempre pensato di aver pagato per qualche ragione il sostegno che nel 2013 aveva dato a Matteo Renzi. Ora però viene a sapere – cadendo dalle nuvole – che Bigotti, cioè l’imprenditore contro il quale aveva firmato l’esposto, era in rapporti economici importanti con il fratello del Procuratore di Roma, che la procura di Roma dopo il suo esposto lo fa arrestare, e che la stessa Procura prima accantona e poi archivia il filmato dal quale risultano i rapporti tra Bigotti e il fratello del Procuratore. I Pm che archiviano sono gli stessi che oggi sostengono le accuse contro Romeo, che è ancora sotto processo.

P.S. Qualche mese fa le gare Consip che erano finite al centro dello scandalo, sono state tutte ripetute. Su otto lotti in palio (stavolta senza il limite dei due lotti) Romeo ne ha vinti otto. Come a dire: quando le aste si svolgono pulite… Beh insomma, mi fermo qui, le conseguenze traetele voi.

P.S. 2. Ho raccontato ad Alfredo una storia tragicissima che da vecchio cronista ricordo, e che avvenne, credo all’inizio degli anni ottanta. Un imprenditore del caffè, un certo Palombini, fui rapito. Credo dalla banda, allora famigerata, capeggiata da Laudovino de Santis. Lo portarono in una capanna in un bosco. Lui una sera riuscì a liberarsi. Fuggì, corse nel bosco per diversi minuti e poi trovò una casa abitata. Bussò. Gli aprì Laudovino…Che c’entra con la storia di Romeo? Non so, lui però quando gliel’ho raccontata ha fatto una smorfia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Lo strano intreccio tra indagini, amicizie, fratelli, appalti e arresti inspiegabili...Le mani di Pignatone e della Procura di Roma sugli appalti Consip: così fu fatto fuori Romeo? Piero Sansonetti su Il Riformista il 29 Luglio 2021. In questi giorni il nostro Paolo Comi sta raccontando la storia – interamente documentata – dei rapporti intrattenuti da un gruppo di imprenditori e consulenti con un avvocato che si chiama Roberto Pignatone ed è il fratello dell’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. L’interesse giornalistico per questa vicenda sta nel fatto che alcuni di questi imprenditori erano anche indagati, per vari motivi, dalla Procura di Roma, e che il Procuratore, all’epoca, era proprio Giuseppe Pignatone. Il quale effettivamente segnalò a un certo punto al Procuratore generale, cioè a Giovanni Salvi, la sua condizione di probabile incompatibilità: però la segnalò dopo aver svolto un bel numero di atti relativi a quella indagine. Salvi oltretutto respinse la segnalazione e decise che non c’era nessuna incompatibilità. Forse però, nel prendere questa decisione, violò un pochino le regole del buon senso: può un Procuratore occuparsi delle indagini a carico degli amici di suo fratello. Ora succede che, siccome questo giornale è edito da Alfredo Romeo, noi giornalisti del Riformista abbiamo una conoscenza particolarmente approfondita delle storie che riguardano uno di quegli imprenditori indagati dalla procura di Roma. Un certo Ezio Bigotti. Il quale si è trovato più volte ad essere il concorrente di Alfredo Romeo in alcune gare di Consip, per ottenere pubblici appalti. Bigotti, di solito, pur perdendo le gare otteneva gli appalti (con società delle quali era socio direttamente o con altre società di cui erano socie altre società, della quali erano socie altre società ancora eccetera eccetera, delle quali infine Bigotti era socio di maggioranza…). E come otteneva gli appalti? Grazie all’esclusione di Romeo (attraverso il contenzioso amministrativo al Tar ed al Consiglio di Stato, esclusione che Romeo considerava illegittima e che produceva un notevole aumento dei costi per lo Stato). Così, nel 2016, successe che Romeo fece un esposto per protestare contro le decisioni di Consip di escluderlo pretestuosamente da alcune gare e di assegnare gli appalti a una società riconducibile a Bigotti (che tra l’altro non aveva partecipato alla gara…). Nell’esposto si chiedeva anche che si facesse attenzione alle successive gare Consip (quelle che poi finirono al centro dello scandalo Consip) e si garantisse la loro regolarità. Romeo sosteneva che c’era il rischio che un cartello irregolare turbasse la correttezza delle aste. Non ebbe successo quell’esposto. Anzi, fu rovinoso. Nessuno diede retta a Romeo e la Procura di Roma addirittura lo fece arrestare: lui ancora non ha capito il perché. Dopodiché – è cosa di questi giorni – si scopre che esiste un filmato, tenuto in un cassetto per cinque anni dalla Procura di Roma e poi archiviato, dal quale risulta che Bigotti e Roberto Pignatone avevano rapporti di consulenza e quindi anche economici. E la cosa inquieta un pochino chi vuole guardare con distacco tutta la vicenda. Proviamo a riassumere in due battute: Romeo vince delle gare. La Consip lo esclude con un pretesto. Romeo protesta. La Procura di Roma lo arresta e avoca a sé l’inchiesta Consip che era all’epoca nelle mani della procura napoletana. Le gare Consip non vengono annullate – caso unico nella storia, di fronte allo scandalo di cui parlano tutti i giornali- ma vengono vinte tutte dalle aziende concorrenti di Romeo comprese quelle di questo Enzo Bigotti. Poi si scopre che Bigotti è amico del fratello del Procuratore. Infine, se vai a spulciare, trovi un passaggio dell’interrogatorio del giugno 17 (mentre Romeo era in carcere) dei magistrati romani all’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, che fa venire i brividi alla pelle. Lo trascrivo:

MARRONI (Amministratore di Consip): Comunque, dottore, non so se lo studio Severino che ci assiste gliel’ha detto, glielo dirà anche formalmente, che noi abbiamo preso con Romeo la decisione di escluderlo dalla gara Fm4 anche oltre la decisione del Tribunale di Roma dell’interdittiva (…).

PALAZZI (sostituto procuratore e Pm al processo Romeo): Sì, Sì.

MARRONI: Possiamo anche dare il verbale del consiglio di amministrazione. E questo è successo prima che uscisse la notizia del Tribunale di Roma… (…).

PIGNATONE: avete dato i chiarimenti richiesti.

MARRONI: sono stati dati i chiarimenti. Sono state apprezzate molto tutte le nuove procedure che ho messo in atto. Quindi conclude dicendo che a loro gli va bene e controlleranno che noi applichiamo le procedure. Così come abbiamo preso la decisione di escludere…

IELO (Procuratore aggiunto di Roma): Sono cose già formalizzate queste?

MARRONI: La decisione io l’ho proposta al consiglio di amministrazione che l’ha votata. Ora io sto dando gli atti, mando le lettere e quindi…

PIGNATONE: Però la decisione già c’è.

MARRONI: La decisione è già presa, su mia proposta perché sono parte del Consiglio, ma l’ho fatta io la proposta. Ho anche suggerito e caldeggiato un atteggiamento severo al consiglio di amministrazione.

Tutto chiaro? Marroni, nell’interrogatorio su Consip, si vanta di avere escluso Romeo da tutte le gare, di sua iniziativa, e di essersi impegnato, e di avere chiesto estrema severità. Occhei? E che c’entra questo con la necessità di scoprire se ci sono state irregolarità nelle gare? Niente: sembra che l’unica cosa che interessa è l’esclusione di Romeo. E perché a Pignatone interessa tanto sapere se Romeo è stato escluso? Chissà. Non dovrebbe cercare piuttosto eventuali reati? Chissà. E come mai tra i tanti inquisiti per il presunto scandalo Consip non c’è Marroni, cioè l’unico che si è salvato è Marroni che pure era l’amministratore delegato di Consip e aveva ampie possibilità di influenzare gli esiti delle gare? Chissà.

Poi un’ultima domanda: chi ha guadagnato dall’esclusione di Romeo (il quale poi, sia detto in una parentesi, quando cinque anni dopo le gare si sono ripetute stavolta in piena regolarità, in modo pulito, le ha vinte tutte…Sì: tutte)? Sicuramente tra chi ci ha guadagnato c’è anche e forse soprattutto questo Ezio Bigotti. (Oltre alla Team Service, che è la società per la quale si è scoperto che lavorava Marco Gasparri, cioè l’unico testimone che accusa Romeo).

Ultimissima domanda: c’è una relazione tra le prime domande e l’ultima risposta? Boh.

Domanda supplementare, che magari non c’entra niente o magari invece qualcosa c’entra: si hanno notizie di quella famosa Loggia Ungheria, che forse un tempo – o forse anche ora – dominava la Giustizia e in parte anche l’economia, e sulla quale indagava il dottor Storari, prontamente bloccato dalla procura di Milano e ora candidato alla rimozione?

Vedrete che non lo sapremo mai.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Nuovo colpo di scena. L’accusa di Amara: “I Pm fecero sparire il video del fratello di Pignatone”. Paolo Comi su Il Riformista il 21 Luglio 2021. Esiste un altro video, anche questo mai depositato al processo Eni-Nigeria, in cui l’avvocato Piero Amara, sempre nell’ufficio romano dell’imprenditore torinese Enzo Bigotti, discute di strategie per condizionare le attività del colosso petrolifero di San Donato e dei suoi vertici. La “prima” videoregistrazione, di cui si ebbe notizia in maniera assolutamente casuale all’udienza del 23 luglio 2019 grazie al difensore di un imputato che l’aveva rinvenuta in un altro procedimento, riguardava l’incontro del 28 luglio 2014 tra lo stesso Amara, l’ex manager dell’Eni Vincenzo Armanna ed alcuni faccendieri. Negli uffici di Bigotti, uno dei protagonisti del “Sistema Siracusa”, Armanna, fresco di licenziamento per falsi rimborsi spese, manifestava l’intenzione di vendicarsi nei confronti dei suoi ex capi. Ed infatti due giorni più tardi si presenterà in Procura a Milano per denunciare episodi corruttivi asseritamente commessi da Eni e dai suoi vertici, diventando il principale teste d’accusa nel processo imbastito dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Nella sentenza milanese, presidente Marco Tremolada, depositata il mese scorso e che ha assolto i vertici dell’Eni portati alla sbarra da De Pasquale per il reato di corruzione internazionale, la circostanza del video “nascosto” era stata duramente stigmatizzata. «Risulta incomprensibile – scrivono i giudici – la scelta del pubblico ministero di non depositare il video con il rischio di eliminare dal processo un dato di estrema rilevanza». La “nuova” videoregistrazione, invece, fatta il 18 dicembre 2014, sempre negli uffici di Bigotti, riguarda un incontro tra il manager, gli imprenditori Andrea Bacci e Giancarlo Cecchi, e il solito Amara. Nella conversazione si parla di Eni, del cittadino nigeriano chiamato KK, molte volte menzionato anche nell’incontro del 28 luglio, dell’amministratore delegato dell’azienda petrolifera Paolo Scaroni, poi imputato nel processo milanese, della gestione dei servizi in Eni-Congo e di una gara che vale venti milioni di euro e di una operazione, sempre riferita a Eni-Congo, che vale 250milioni di euro all’anno. Sennonché di questa videoregistrazione si sono perse le tracce. Per capire il motivo è necessario fare un passo indietro. Entrambe le registrazioni vennero acquisite durante una perquisizione effettuata dai carabinieri che nel 2015 stavano svolgendo accertamenti su Bigotti a proposito di un appalto per la linea ferroviaria Torino-Ceres. Titolare del fascicolo era il procuratore aggiunto del capoluogo piemontese Andrea Becconi. Le registrazioni per competenza territoriale vennero poi trasmesse da Torino a Roma. La Procura di Roma, visionati i nastri, decise di inviare a sua volta a Milano per competenza solo quella del 28 luglio 2014, mentre quella del 18 dicembre 2014 la inserirà in un fascicolo “atti non costituenti notizia di reato” assegnato dall’allora procuratore Giuseppe Pignatone all’aggiunto Paolo Ielo. Quest’ultimo, poi, lo assegnerà al pm Mario Palazzi il quale, a fine 2020, lo archivierà “de plano”, senza passare dal gip, con la controfirma del neo procuratore della Capitale Michele Prestipino. Nella lunga conversazione, trascritta dai carabinieri e che il Riformista ha potuto leggere, Amara e soci parlano anche del fratello di Pignatone, il tributarista Roberto e degli incarichi che costoro gli hanno conferito nel corso degli anni. Una circostanza, quella degli incarichi, che verrà riportata nel celebre esposto che l’ex pm romano Stefano Rocco Fava depositerà nel 2019 al Csm e di cui si sono perse le tracce. Il video del 18 dicembre 2014, “oscurato” ai giudici milanesi, agli imputati ed ai loro difensori nella sua interezza, ha certamente impedito ogni possibile valutazione da parte dei soggetti interessati in un processo così importante come quello Eni-Nigeria. C’è solo da sperare a questo punto che la Prima commissione del Csm, svegliandosi dal torpore ora che sta facendo le audizioni proprio su questa vicenda, e la Procura di Brescia che ha indagato De Pasquale, si interessino alle ragioni che hanno indotto la Procura di Roma a non trasmettere a Milano il video del 18 dicembre 2014 e ad archiviarlo in un fascicolo che non è passato al vaglio di alcun giudice. Paolo Comi

Nuovi retroscena. Amara parlava del fratello di Pignatone, ma il procuratore non mollò il fascicolo…Paolo Comi su Il Riformista il 22 Luglio 2021. L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone assegnò il fascicolo ricevuto da Torino, contenente una videoregistrazione in cui, come emerse successivamente, veniva citato il fratello Roberto, tributarista di Palermo, all’aggiunto Paolo Ielo, senza astenersi e con l’indicazione “conferire”. Emergono nuovi particolari nella vicenda raccontata ieri dal Riformista relativa alla videoregistrazione effettuata il 18 dicembre 2014 nell’ufficio romano dell’imprenditore nel settore del facility management Ezio Bigotti. Tutto inizia a maggio del 2015 quando i carabinieri del capoluogo piemontese, svolgendo indagini sull’appalto da 130 milioni di euro per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Ceres, decidono di perquisire l’ufficio di Bigotti. Fra i vari documenti i militari trovano anche due filmati. Uno del 28 luglio 2014 in cui compare, oltre a Bigotti, l’ex manager dell’Eni Vincenzo Armanna, l’avvocato Piero Amara ed alcuni faccendieri. E l’altro, appunto, del 18 dicembre successivo. Il primo filmato, dove Armanna, fresco di licenziamento per falsi rimborsi spese, manifestava l’intenzione di vendicarsi nei confronti dei suoi ex capi, venne trasmesso alla Procura di Milano che stava svolgendo indagini nei confronti del colosso petrolifero. Questo filmato, però, una volta arrivato nel capoluogo lombardo non verrà mai depositato dalla Procura nel processo Eni-Nigeria. Il secondo video, con una prima trascrizione, arrivò invece a Piazzale Clodio in quanto si faceva riferimento ad appalti Consip e Roma in quel periodo stava indagando sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il 22 aprile 2017 Pignatone lo assegnò in un procedimento modello 45 (gli atti non costituenti notizie di reato) al numero 4637 di quell’anno, passandolo poi Ielo e scrivendo a penna “conferire”. Nella trascrizione dei carabinieri di Torino si poteva leggere questa frase di Amara: «Il professor – poi incomprensibile – è consulente del presidente Ezio Bigotti di tutte le società Exit One, lavora molto con il mio studio, lui è professore di diritto tributario a Palermo è persona splendida meravigliosa». Pignatone, pur essendo nominato il fratello, farà richiesta di astensione al procuratore Generale della Corte di Appello di Roma solo il mese successivo. Tornando al fascicolo, dopo due anni, per la precisione il 3 aprile del 2019, Ielo deciderà di riassegnarlo al pm Mario Palazzi. Passato un anno e mezzo e, da quanto risulta, senza aver fatto altri accertamenti, Palazzi a sua volta, il primo dicembre 2020, con il visto del procuratore Michele Prestipino, lo archivierà definitivamente. Trattandosi di un fascicolo iscritto a “modello 45” senza passare dal gip. Nell’esposto poi presentato dall’ex pm romano Stefano Fava su questa vicenda, verrà indicato che Pignatone non aveva mai riferito che Bigotti fosse cliente di Amara e che il fratello Roberto aveva rapporti con quest’ultimo. Per la comunicazione dei rapporti, ai fini dell’astensione, fra i due bisognerà attendere diversi mesi. Amara ieri, per la cronaca, si è costituto ad Orvieto essendo stata rigettata la domanda di affidamento che aveva presentato nelle scorse settimane. Riarrestato il mese scorso dalla Procura di Potenza con l’accusa di abuso d’ufficio, favoreggiamento e corruzione nell’ambito di una indagine in cui era coinvolto anche l’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, Amara aveva iniziato una collaborazione con i pm. Essendosi guadagnato la fiducia dei magistrati – soprattutto del procuratore lucano Francesco Curcio – l’avvocato siciliano era stato scarcerato, ottenendo l’obbligo di dimora a Roma. Forte di questo provvedimento, Amara aveva presentato al Tribunale di Sorveglianza di Roma una istanza di affidamento in prova ai servizi sociali dal momento che per le medesime accuse di Potenza aveva patteggiato nel 2019 in un procedimento aperto dalla Procura della Capitale. Paolo Comi

Conflitti d'interesse in procura. Sul fratello di Pignatone e Amara le date non tornano…Paolo Comi su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Aumentano di ora in ora le firme dei magistrati milanesi a sostegno del pm Paolo Storari, finito nei scorsi giorni sotto la scure del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell’azione disciplinare. Storari, secondo Salvi, avrebbe gettato “discredito” sul procuratore di Milano Francesco Greco e sulla sua più stretta e fidata collaboratrice, l’aggiunto Laura Pedio, consegnando i verbali dell’avvocato Piero Amara sulla loggia Ungheria a Piercamillo Davigo. Per questo motivo Salvi ha chiesto alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura di trasferire Storari, cambiandogli anche le funzioni: da pm a giudice. Una richiesta durissima in quanto Storari ha sempre dichiarato di aver fatto solo il proprio dovere. Il pg della Cassazione, noto ai più per aver indetto lo scorso anno, prima volta nella storia, una conferenza stampa per annunciare azioni disciplinari per la vicenda dell’hotel Champagne e per essere l’autore della circolare che esclude la punibilità per i magistrati che si “autosponsorizzano” per un incarico, è colui che in passato aveva la “vigilanza”, quando era procuratore generale della Corte di Appello di Roma, su Giuseppe Pignatone, collocato da Luca Palamara al centro del “sistema”. La vigilanza di Salvi su Pignatone riguardava, in particolare, i rapporti professionali intrattenuti dal fratello di quest’ultimo, il tributarista Roberto, con l’avvocato Amara e l’imprenditore Ezio Bigotti che il Riformista ha raccontato la scorsa settimana. Per Salvi, come si legge nel suo provvedimento del 9 aprile 2019 che ha certificato la bontà dell’operato dell’ex procuratore di Roma, «va solo conclusivamente rilevato che il dr Giuseppe Pignatone rappresentò correttamente a questo ufficio tutti i profili di potenziale incompatibilità di sua iniziativa e non appena ne venne a conoscenza informandone peraltro i magistrati del suo ufficio». La realtà, però, è “leggermente” diversa. Il Riformista, infatti, ha avuto modo di visionare l’intera pratica. Per capire come andarono effettivamente le cose, è necessario però partire dalla fine.

Il 19 marzo 2019, 20 giorni prima della nota di Salvi, l’ex procuratore di Roma scrive all’allora pm Stefano Rocco Fava: «Ribadisco quanto affermato durante la riunione del 5 c.m. con i colleghi Prestipino (Michele), Sabelli (Rodolfo), Ielo (Paolo), Palazzi (Mario) e Tucci (Fabrizio) e cioè di essere sicuro di aver informato la S.V. a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini l’Amara Pietro e il Bigotti Ezio, dell’esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello avv. Roberto Pignatone».

Sempre nella stessa nota Pignatone scrive: «Di tutto era stato informato tempestivamente il procuratore generale (Salvi)».

Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, Pignatone aveva scritto a Salvi che del primo procedimento penale che ha visto indagato il faccendiere Fabrizio Centofanti per corruzione – il procedimento numero 7175/16 c/ RICUCCI ed altri – aveva avuto notizia prima dell’estate del 2016.

Scrive infatti: «In epoca di poco successiva (all’arresto del fratello di Centofanti avvenuto il 4 maggio 2016) sono emersi a carico del Centofanti Fabrizio indizi di reità in ordine al reato di cui agli artt. 319 ter e 321 cp nell’ambito di un procedimento iscritto originariamente a carico del noto imprenditore Ricucci Stefano e del dr Nicola Russo consigliere di Stato».

Sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, Pignatone scrive: «Subito dopo l’estate 2016 la figura del Centofanti è emersa in altro procedimento penale n. 44630/ 16 mod. 21 di cui sono titolari oltre che il dr G. Cascini anche i dottori Ielo, Tescaroli (Luca) e Fava».

Passano due anni e il 4 marzo 2019 Pignatone scrive a Fava: «Voglio invece ricordare che allorquando nel corso dell’anno 2016 questo ufficio ha iniziato, iscrivendoli nel registro degli indagati, indagini preliminari nei confronti di Amara Piero e Bigotti Ezio nell’ambito di più procedimenti penali ho subito informato la S.V. e tutti gli altri colleghi di volta in volta interessati (dr. G. Cascini, dr. Ielo, dr. Tescaroli, dr. Sabelli e dr. Palazzi), nonché gli ufficiali di p.g. delegati per le indagini, che sapevo – in modo del tutto vago – che essi avevano rapporti professionali con mio fratello avvocato Roberto Pignatone, professore associato di diritto tributario a Palermo e che esercita attività di avvocato e consulente in tale settore (e che non ha mai difeso in nessun procedimento penale a Roma)».

Nella stessa nota si legge: «Ho a suo tempo dettagliatamente informato il procuratore generale che con suo provvedimento del 3 luglio 2017 ha ritenuto che non ci fosse alcun elemento che rendesse opportuna, o tanto meno necessaria, la mia astensione». Paolo Comi

La seconda puntata della nostra inchiesta. Pignatone indagava su Amara e co. mentre lavoravano con suo fratello…Paolo Comi su Il Riformista il 28 Luglio 2021. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, dopo aver appreso, nella seconda metà del 2016 dei rapporti fra l’avvocato Piero Amara e l’imprenditore Ezio Bigotti, entrambi indagati dal suo ufficio, con il fratello Roberto, tributarista a Palermo, il 17 maggio dell’anno successivo decise di inoltrare una richiesta di astensione. La richiesta venne depositata, però, soltanto dopo che Pignatone aveva adottato atti nei confronti di Amara, in particolare assegnando ad alcuni pm, fra cui Stefano Rocco Fava, un’informativa di reato che riguardava l’avvocato siciliano insieme a Bigotti, il 14 novembre 2016. Pignatone, quindi, fece passare molti mesi prima di fare richiesta di astensione, per poi affermare che questi rapporti erano “già cessati”. L’ex procuratore di Roma, come riportato ieri, affermò di aver immediatamente informato di questa situazione la guardia di finanza, senza però procedere altrettanto tempestivamente ad informare il procuratore generale dell’epoca Giovanni Salvi. Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017 Pignatone scrive: «Nel settembre 2016 l’avv. Amara gli aveva chiesto (al fratello, ndr) una disponibilità a intensificare i rapporti professionali ed in particolare a garantire una presenza quindicinale presso il suo studio a Roma. Dopo alcuni contatti preliminari con possibili clienti, mio fratello nel novembre 2016 ha comunicato all’avv. Amara la sua intenzione per ragioni varie di non proseguire il suo impegno professionale a Roma e non ha più visto l’avv. Amara, con cui si erano creati rapporti cordiali, dal 28 novembre 2016». A tal proposito, nella missiva del 4 marzo 2019 indirizzata a Fava, Pignatone scrive: «Mio fratello mi ha detto di avere, per sue ragioni, interrotto i rapporti professionali con l’Amara nel novembre 2016». Risulterebbe dimostrato, quindi, che Pignatone abbia adottato atti del proprio ufficio pur in presenza di rapporti del fratello con un suo indagato e che tale circostanza non venne rilevata da Salvi. In un’altra richiesta di astensione, datata 26 marzo 2019 e diretta a Salvi, Pignatone scrive: «A questo proposito allegava un documento da cui risultava un progetto di parcella emesso da mio fratello nei confronti della NICO spa, che ritengo dato il contesto riconducibile al Bigotti, registrato il 18 luglio 2016». In realtà la NICO non era riconducibile a Bigotti bensì ad altro indagato del medesimo procedimento, Pietro Balistrieri altro cliente di Amara. La società di Bigotti era infatti la STI, società che aveva conferito incarichi al fratello di Pignatone e ciò risultava chiaramente dai documenti. Pignatone, in altre parole, non avrebbe mai comunicato al procuratore generale che un altro indagato, Balistrieri, cliente di Amara, aveva conferito incarichi al fratello. Pignatone, poi, non avrebbe comunicato il rapporto di amicizia che lo legava ad un altro indagato di quel procedimento, il magistrato Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari. Come risulta dalla missiva inviata a Pignatone il 5 marzo del 2019 da Fava, anche per Virgilio erano state fatte delle “comunicazioni” verbali dal procuratore di Roma nel 2016 circa una amicizia risalente a circa trenta anni tra egli e Virgilio. Ma di tale rapporto nulla risulta segnalato al procuratore generale. Sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, Pignatone scrive: «Quanto al Bigotti gli è stato presentato da un penalista catanese il prof Angelo Mangione e ha svolto per le sue società attività professionale in campo tributario dal 1/ 10/ 2014 al 30/ 6/ 2016». Non dice, però, che il professor Mangione era socio di studio di Amara (come risulta anche dalla carta intestata) e che Bigotti era cliente di Amara. Pignatone, infine, nella richiesta di astensione del 26 marzo 2019 scrive: «Anzi a questo proposito aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara Pietro è avvenuta in data 16 /1 /17 e per Bigotti Ezio in data 19 /1/ 2017 mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 /11/ 2016 e il 30/ 1/ 2017». In realtà Amara venne iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva infatti essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato prima iscritto quale indagato? In conclusione Pignatone non ha mai comunicato al procuratore generale di avere adottato atti del proprio ufficio nei confronti di Amara pur in presenza dei rapporti che costui intratteneva con il fratello. Paolo Comi

Le rivelazioni di Racanelli. La minaccia di Pignatone sulla richiesta di arresto di Amara: “Chi darà retta a Fava si farà male…” Paolo Comi su Il Riformista il 18 Giugno 2021. «Chi darà retta a questo esposto di Fava, chi seguirà questo esposto, si farà male, molto male». L’autore della “fatwa” è Giuseppe Pignatone, l’ex procuratore di Roma. La frase è stata riportata dal procuratore aggiunto della Capitale Antonello Racanelli, ex segretario generale di Magistratura indipendente, durante la sua audizione il mese scorso davanti alla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. In Commissione era stata aperta nei suoi confronti una pratica per “incompatibilità ambientale” a seguito della pubblicazione dei colloqui che aveva avuto con l’ex zar delle nomine Luca Palamara. Durante l’audizione Racanelli ha toccato, oltre all’esposto del pm Stefano Rocco Fava, molti altri argomenti che forniscono un quadro esaustivo del clima che si respirava nella Procura di Roma fra i pm alla vigilia della nomina del successore di Pignatone. «Tenga presente che non rientravo nel cerchio magico del procuratore Pignatone e con il procuratore Pignatone non c’era circolazione di notizie», esordisce, però, Racanelli. Fava, come abbiamo raccontato in queste settimane, aveva presentato alla fine di marzo del 2019 al Csm un esposto circa mancate astensioni di Pignatone e del procuratore aggiunto Paolo Ielo in alcuni procedimenti penali. In particolare quello aperto nei confronti del celebre avvocato Piero Amara. A Fava era stato poi tolto il fascicolo. «Il procuratore mi dette l’impressione di essere una persona fortemente seccata per questo esposto, ma fortemente convinta di avere ragione», afferma Racanelli. «Ero andato a casa per pranzo, perché io abito vicino al palazzo di giustizia. Appena tornai la mia segretaria disse: “guardi, l’ha cercata il procuratore”». Racanelli, allora, corse da Pignatone. «Mi tiene ben trenta, quaranta minuti, in cui mi spiega per filo e per segno tutte le vicende dell’esposto di Fava», prosegue Racanelli. «Io sono stato mezz’ora – continua – mi ha spiegato tutto. Lì ho avuto l’impressione ancora una volta che lui era scocciato di questo esposto, però era convinto di essersi comportato correttamente». «Io non sono in grado di dire se avesse ragione lui o avesse ragione Fava», puntualizza il procuratore aggiunto. Racanelli sottolinea più volte di non aver letto all’epoca l’esposto e di aver saputo del suo contenuto in ambito ufficio: «Escludo Fava, non ricordo se l’ho saputo da Palamara». «A memoria d’uomo un caso unico di revoca di un fascicolo. Non mi risultano altri casi. Quindi un caso che faceva abbastanza scalpore e quindi se ne parlava», prosegue ancora. «Un magistrato che fa un esposto all’organo di autogoverno non si può ritenere a priori denigratorio nei confronti dei soggetti che vengono accusati nell’esposto», puntualizza Racanelli, stigmatizzando la decisione del Csm di bollarlo come “denigratorio”. Ed a proposito della fondatezza del suo contenuto, «non c’è stato ancora un accertamento su questo esposto a distanza di due anni». I consiglieri chiedono quindi a Racanelli notizie sulla nomina del successore di Pignatone. «I giornalisti erano i più informati e lo avevano da fonte consiliare certa», dice Racanelli. Il canale privilegiato in quel periodo, sembra, fosse il consigliere di Area, la corrente progressista della magistratura, Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto a Roma come Racanelli. Cascini, pare, avesse messo in moto un meccanismo informativo di tipo circolare: «Se Cascini diceva qualcosa a&n