Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Verità dei Ris

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 2 febbraio 2021. Ci sono due frasi di Arthur Conan Doyle, lo scrittore e drammaturgo britannico creatore di Sherlock Holmes, che riecheggiano nella mia memoria quando penso a quanto siano cambiate le indagini investigative negli ultimi anni: «Nella matassa incolore della vita scorre il filo rosso del delitto, e il nostro compito sta nel dipanarlo, nell'isolarlo, nell'esporne ogni pollice». Ci fa comprendere quanto sia importante l'attenzione al particolare, al dettaglio. Se poi viene seguita da quest'altra frase, «… il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare», rimarca come spesso la soluzione dei casi sia sotto i nostri occhi, o meglio, nel luogo del crimine. Di questo parliamo con Luciano Garofano, biologo e generale in congedo dell'arma dei Carabinieri, colui che ha comandato il famoso Ris di Parma - il Reparto Investigazioni Scientifiche dell'Arma - facendolo diventare un riferimento nazionale per le indagini scientifiche.

Da quando lei iniziò molte cose nelle indagini sono cambiate e si sono evolute a livello scientifico?

«Credo che siamo in un periodo in cui la scienza ha consentito una vera e propria rivoluzione dal punto di vista delle possibilità di analisi. Sono nati test che ci permettono di vedere tracce invisibili ad occhio nudo. Se ci pensate, fino a poco tempo fa non avevamo né la possibilità di analizzare il Dna, né avevamo a disposizione microscopi analitici che permettono di vedere e esaminare l'invisibile. Questo lo dico perché una volta si analizzava solo ciò che l'occhio vedeva».

Uno dei primi casi che lei ha affrontato è stato quello della strage di Capaci. Vuole raccontare questa sua esperienza?

«È stato il mio primo grande caso, anche se ricordo con emozione pure la strage di Bologna. Insieme al dottor Aldo Spinella, all'epoca responsabile del Laboratorio di biologia della polizia di Stato, e grazie all'amicizia e alle relazioni che lo stesso Falcone aveva con l'Fbi, siamo riusciti a dare un contributo decisivo al caso. Le indagini sui famosi mozziconi di sigaretta avevano contribuito ad individuare i soggetti responsabili di quella efferata strage. In seguito uno di loro divenne collaboratore di giustizia, e credo che fu anche grazie ai miei modi di interloquire con lui che poi si pentì».

Pochi ricordano che l'autista di Falcone si salvò perché non guidava. Pensa che se fossero stati seduti dietro, il giudice e la moglie si sarebbero salvati?

«Non posso dirlo, e credo che questo faccia parte di casualità e destino. La logica direbbe che visto che Costanza, l'autista che si era seduto dietro lasciando Falcone e la Morvillo davanti, si salvò, lo stesso sarebbe potuto accadere anche al contrario. Però, mi creda, con un esplosivo così elevato, cento chili, è difficile, anzi impossibile, fare ipotesi. La mafia aveva organizzato per ammazzare tutti».

Quest'anno è scomparso Donato Bilancia, il killer delle prostitute. Come si riuscì a prendere?

«È stato il trionfo della collaborazione tra indagini tradizionali e nuova scienza fatta di Dna e balistica. La scienza analizzava, ma parallelamente sul terreno, localmente, si cercava di stringere attorno a qualcuno che avesse caratteristiche compatibili. Se da una parte noi avevamo un residuo di Dna, questo sarebbe rimasto privo di valore senza la modalità classica di investigazione. Se ci penso abbiamo arrestato, in quaranta giorni, un killer che aveva commesso in sei mesi diciassette omicidi. Di questo devo ringraziare l'intuito investigativo dell'allora colonnello Filippo Ricciarelli e dei suoi uomini. Devo dire che siamo stati premiati perché tutta la parte tecnica si è fondata, dal punto di vista logistico, su un unico laboratorio. I reperti, infatti, approdavano a Parma, e questo ha consentito di dire che era la stessa mano che si macchiava dei tanti delitti».

Che personalità aveva Donato Bilancia?

«Era un istrionico che uccideva perché si sentiva vessato dalle persone che frequentavano assieme a lui le bische clandestine. Uccideva per vendetta e frustrazione. Bilancia è stato per me il serial killer più atipico del mondo; era mosso da una vera e propria furia omicida e per lui uccidere divenne una sfida».

A cosa portarono le indagini tradizionali?

«Alle somiglianze tra le vittime. Queste frequentavano le bische clandestine. Inoltre alcune testimonianze come quella decisiva del trans che si finse morto».

Un delitto che fece diventare mediatica la cronaca nera fu quello di Cogne. Perché, secondo lei, molti ancora credono nella innocenza della Franzoni?

«Come in tanti casi accade, a chi non legge le risultanze processuali, di rimanere vittima di pregiudizi o suggestioni. Oggi, spesso, l'opinione pubblica segue l'emotività e non è obiettiva sui dati. Le faccio un esempio...».

Mi dica.

«Noi abbiamo seguito l'ipotesi di una terza persona quando abbiamo rilevato tracce diverse di sangue nel garage, ma poi si sono verificate essere di un animale. Quella di Cogne fu un'indagine incredibile, avevamo a Parma costruito una stanza apposta che ci facesse fare le prove di come si erano distribuite le macchie di sangue sul pigiama, sul piumone e sul muro».

E siete così arrivato alla mamma?

«Non noi, il giudice. L'esperto non dà il nome dell'assassino, ma ne fa emergere le caratteristiche utili affinché il giudice possa decidere».

Però molti altri casi nella storia del crimine sono rimasti irrisolti: perché?

«Spesso quello che non è recuperabile è l'attività sulla scena del crimine. Ciò che tu perdi e contamini alla fine non recuperi e tendenzialmente rende difficile ogni ricostruzione. Spesso c'è poca organizzazione e ritengo che sarebbe urgente e necessario una adeguata formazione».

Mi faccia un esempio.

«Spesso c'è arroganza tra chi arriva e decreta, ad esempio, un suicidio. L'esempio di Tiziana Cantone, a cui nessuno ha mai fatto una autopsia, è solo l'ultimo di una lunga lista».

Altri esempi?

«L'omicidio di Chiara Poggi. I primi interventi - i Ris vennero dopo - sono stati fatti in modo superficiale. Inoltre anche le testimonianze dovrebbero tutte essere video registrate. Un giudice, sempre, si trova a decidere senza vedere le prime sit (sommarie informazione testimoniali) che spesso potrebbero divenire decisive. In questo modo la testimonianza perde di valore».

Cos'altro manca per rendere più giusta l'investigazione?

«Avvalersi di tecniche psicologiche da attuare durante l'interrogatorio. Sarebbe importante arricchirsi di queste competenze».

Un altro delitto che mostra crepe investigative è quello di Erba.

«Noi, i Ris, non abbiamo trovato niente per quello che sono stati i nostri accertamenti (né nel camper né nell'appartamento) che potesse avere un nesso causale dell’omicidio. Altri hanno trovato una traccia che è servita per l'incriminazione di Rosa e Olindo».

Sul caso dell'omicidio di via Poma a Simonetta Cesaroni?

«Ho grande rispetto per una sentenza passata in giudicato e quindi Busco deve essere considerato innocente. Da parte mia, non sono d'accordo sulle analisi delle tracce su reggiseno e corpetto che, secondo me, dimostrano una responsabilità chiara».

E cosa dire di tanti "suicidi" imperfetti, da David Rossi a Mario Biondo?

«I suicidi sono molto insidiosi. Ci si appiattisce sull'ipotesi del suicidio perché apparentemente accontenta tutti: così è stato per molti casi e, mi creda, meriterebbero più attenzione e protocolli condivisi».

Tra tutti i casi che lei ha seguito, ce n'è uno che le è rimasto impresso? Perché?

«Anche se cerchi di distaccarti dagli aspetti emotivi, spesso non ci riesci. Così l'omicidio di Novi Ligure compiuto da Erika e Omar mi sconvolse; forse anche perché avevo io figli della stessa età dei protagonisti. Mai compreso e mai dato spiegazione a come una sorella sia riuscita a compiere un delitto così efferato nei confronti del fratellino dodicenne».

Insomma, c'è più scienza ma meno certezza di prendere l'assassino. Come mai? Ci manca il saggio "commissario Nardone"?

«Credo che abbiamo tutti gli strumenti per arrivare alle soluzioni dei casi senza pregiudizi e credendo al valore di ogni ruolo. Forse a volte manca l'umiltà».

·        Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Ecco come nascono. Cosa sono le regole di Nelson Mandela, adottate nel 2015 dall’Onu. Daniela De Robert su Il Riformista il  23 Marzo 2021. Sono dedicate proprio a lui, Nelson Mandela, le Regole delle Nazioni Unite che stabiliscono gli standard minimi delle condizioni di detenzione. Lo ha deciso l’Assemblea generale Onu nel dicembre del 2015 quando le ha adottate dopo anni di lavoro. Il primo testo, infatti, risale al 1955, quando ancora le ferite della Seconda guerra mondiale erano aperte e il ricordo delle violazioni dei diritti delle persone private della libertà, dei trattamenti crudeli, inumani e degradanti era vivo e doloroso. Le 95 regole adottate dal Primo Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e il trattamento degli autori di reati definivano le norme minime universalmente riconosciute per la gestione delle strutture detentive e per il trattamento delle persone detenute. Stabilivano cioè gli standard minimi, al di sotto dei quali nessun Paese doveva mai scendere. I principi fondamentali erano due: il rifiuto della discriminazione sulla base dell’origine etnica, del colore, del sesso, del linguaggio, della religione, della politica o di altre opinioni, della nazionalità o contesto sociale, della proprietà, della nascita o di altri status; e il rispetto del credo religioso e dei precetti morali della comunità a cui la persona detenuta appartiene. Le regole saranno approvate dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite con una prima risoluzione del 1957 e saranno poi rivedute con una successiva risoluzione nel 1977. Ma bisognerà aspettare il 2011 perché l’Assemblea generale istituisca un gruppo di esperti intergovernativi con il compito di rivedere e aggiornare il testo, e altri quattro anni perché si raggiunga un documento condiviso. Si arriva così al 2015 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta gli Standard minimi delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti, scegliendo di chiamarli Nelson Mandela Rules, per onorare la memoria del Presidente sudafricano che trascorse 27 anni della sua vita in un carcere. Cinque principi di base, a cominciare dal diritto di ognuno a essere trattato con il rispetto dovuto alla propria intrinseca dignità e valore come essere umano, per un totale di 122 regole suddivise in diverse aree tematiche. Come le precedenti, queste regole non vogliono descrivere un modello di istituzione penale, ma si limitano a definire ciò che è generalmente accettato come buoni principi e pratiche nel trattamento delle persone detenute e nella gestione delle carceri. Ma se la sorella maggiore del 1955, si limitava a definire la soglia minima di accettabilità al di sotto della quale un determinato aspetto rischiava di configurarsi come trattamento inumano o degradante, con una sorta di obiettivo al ribasso, le Nelson Mandela Rules puntano più in alto, invitando gli Stati a considerare gli Standard minimi come un punto di partenza, come uno stimolo verso un impegno costante a innalzare i livelli di tutela delle persone private della libertà. Essi indicano cioè obiettivi accessibili, seppur nella differenza dei contesti culturali e politici dei vari Paesi, e nello stesso tempo in grado di far evolvere una situazione verso un suo progressivo miglioramento, in una prospettiva, per così dire, generativa. Le Nelson Mandela Rules delle Nazioni Unite, insieme alle Regole penitenziarie europee approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2006 e aggiornate recentemente nel luglio 2020, e agli Standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa definiti sulla base delle visite che il Comitato effettua ogni anno, costituiscono un insieme di soft law, cioè di norme non giuridicamente vincolanti. Qualcuno per questo motivo considera quell’aggettivo soft sinonimo di debolezza se non di inefficacia. Ma così non è. Sempre più le soft law condizionano le scelte delle Amministrazioni e dei Paesi. Sempre più sono recepite come riferimenti forti, seppur non obbliganti. Sempre più la loro forza giuridica attenuata presenta una legittimità internazionale che difficilmente può essere negata. La loro efficacia si basa su una logica diversa: non sul dover fare, ma sulla condivisione e sul cambiamento della cultura, che è alla base delle scelte e delle azioni. Il recente richiamo alle Nelson Mandela Rules fatto dalla Ministra della giustizia, Marta Cartabia, al quattordicesimo congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine è un segnale importante in questa direzione. Queste regole, non vincolanti sotto il profilo giuridico, non possono e non devono essere ignorate, anzi devono fare da guida a cambiamenti normativi e culturali tesi al miglioramento delle condizioni di vita delle persone private della libertà e dell’effettività dei loro diritti, memori del contesto in cui tali regole sono nate: all’indomani, cioè, di un periodo in cui l’integrità psicofisica e la dignità delle persone non era considerata un bene inviolabile, in cui parlare di diritti delle persone detenute appariva un nonsenso, in cui la discriminazione aveva seminato morte e violenza. Il richiamo della Ministra è, dunque, un invito anche al nostro stesso Paese non solo a rispettare tutti gli standard minimi di detenzione, ma ad andare in quella direzione che le Nelson Mandela Rules indicano: il superamento, cioè, di una logica minimale. Una direzione perseguita anche dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, attraverso le Raccomandazioni contenute nei Rapporti sulle sue visite. Le Nelson Mandela Rules, dunque, segnano una svolta verso un cambiamento possibile, come possibile e reale è stato il superamento non violento del regime dell’Apartheid in Sudafrica. Nei prossimi giorni sul Riformista torneremo a parlare di Nelson Mandela, dell’iniziativa di riconciliazione e pacificazione che portò avanti in Sudafrica dopo la fine del regime dell’apartheid. Pubblicheremo anche alcune delle “Mandela Rules”, come quelle sull’isolamento: ignorate per chi in Italia è detenuto in regime di 41bis.

La polvere sotto il tappeto. Ergastolo ostativo il club dei forcaioli ignora la Consulta e irride il diritto. Otello Lupacchini su Il Riformista l'8 Dicembre 2021. La pazienza del cupo ottimista, il quale sa da sempre di vivere in tempi calamitosi, diversamente dal pessimista che se ne accorge, invece, ogni mattina, viene messa a dura prova da quanti, con supponenza intollerabile, non perdono occasione di ribadire che il «“pacchetto antimafia” post stragi (che ha funzionato e funziona) rischia di essere fortemente indebolito per alcune aperture dell’ergastolo ostativo ai mafiosi non pentiti, con evidenti ripercussioni sullo stesso pentimento, che – in quanto non più indispensabile per ottenere i benefici – risulta ridimensionato sia come rilevanza in sé sia come potenzialità favorevole al collaborante». Contestualizziamo. Correva l’anno 1992, all’indomani della strage di Capaci, quando nacque il regime cosiddetto dell’«ergastolo ostativo», per escludere dai benefici della liberazione anticipata, dei permessi premio, del lavoro all’esterno, della semilibertà, della liberazione condizionale dopo aver scontato 26 anni di pena, i condannati per reati di mafia, terrorismo ed eversione, che rifiutano di collaborare con la Giustizia: se per l’ergastolo comune resta possibile un progressivo miglioramento del trattamento penitenziario, che va di pari passo con la crescita dell’opera di rieducazione del reo, solo la volontà di collaborare, per contro, comproverebbe il distacco del condannato dai legami con l’associazione delinquentesca. La illegittimità costituzionale della normativa in questione è stata reiteratamente percepita come pure ne è stata denunciata l’eterodossia rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma il percorso per rimuovere il discutibile automatismo istituito tra la collaborazione processuale del condannato e la concessione dei benefici, lungo e variamente accidentato, è ancora lontano dall’essere concluso. In particolare. La questione di costituzionalità, portata all’attenzione della Corte Costituzionale nell’anno 2003, venne respinta, sostenendo i Giudici che gli ergastolani che rifiutavano di collaborare con la giustizia, esercitavano una propria «scelta» e non erano dunque esclusi definitivamente dai benefici. Nessun automatismo: bastava in fondo che il condannato decidesse di cambiare «idea» sulla volontà di collaborare con la giustizia. Analoga affermazione si ritrova, dopo dieci anni, nella sentenza n. 135 del 2013. Quando, tuttavia, con sentenza n. 149 del 2018 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 58 quater dell’Ordinamento penitenziario che escludeva dai benefici gli ergastolani condannati per sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione da cui fosse derivata la morte della vittima, si aprì, per quanto concerne l’ergastolo ostativo, una prima crepa nel consolidato orientamento della Corte di legittimità delle leggi al riguardo, essendo state riconosciute, altresì, tanto l’irragionevole disparità di trattamento con gli ergastolani condannati per altri reati, quanto l’illegittimità del meccanismo automatico di preclusione previsto dalla legge, senza alcuna valutazione del giudice sul percorso individuale del detenuto. È stata successivamente la Corte Europea dei diritti dell’uomo, nell’affaire Marcello Viola vs. Italia, nel 2019, a ritenere che la legislazione nazionale in tema di ergastolo ostativo viola l’art. 3 della Cedu, per un verso, affermando che la pena deve sempre mirare alla rieducazione del reo e che vietare a un condannato di reinserirsi nella società lede il principio di dignità umana e, per l’altro, censurando proprio la presunzione di pericolosità del condannato che non collabora con la Giustizia, spiegando che la mancata collaborazione ben può dipendere dal timore di ritorsioni sulla propria vita e sui propri cari e non sempre vale a dimostrare la persistenza dei legami criminali. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 253 del 2019, ha quindi dichiarato l’illegittimità dell’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario, nella parte in cui non consentiva ai condannati all’ergastolo ostativo di avvalersi dei permessi premio, pur in presenza di elementi per escludere l’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata o il pericolo del loro ripristino, così minando irreversibilmente la presunzione assoluta di pericolosità del reo che rifiuta di collaborare con la giustizia e aprendo, dunque, alla possibilità che il giudice compia una valutazione caso per caso. Investita, finalmente della questione se l’esclusione del beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per reati di mafia, che non abbiano collaborato con la Giustizia, sia contraria all’art. 27 della Costituzione e all’art. 3 della Cedu, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 97 del 2021, rispettosa sul piano del dialogo istituzionale ed equilibrata nel salvaguardare le esigenze di tutela della collettività, evitando di indebolire il sistema di contrasto della mafia, ha scelto di rinviare la decisione, per dare tempo al Parlamento di porre mano a una riforma, che sappia tener conto della particolare natura dei reati mafiosi, e della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia. È qui che s’inserisce il «testo base» per la riforma dell’ordinamento penitenziario in materia di ergastolo ostativo licenziato dalla commissione Giustizia alla Camera lo scorso 17 novembre, maldestro tentativo di neutralizzare le spinte riformatrici della Corte Costituzionale e della Corte di Strasburgo: i detenuti condannati all’ergastolo potranno accedere ai benefici penitenziari (come l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio o le misure alternative alla detenzione), anche senza collaborare con la giustizia, «purché oltre alla regolare condotta carceraria e alla partecipazione al percorso rieducativo, dimostrino l’integrale adempimento delle obbligazioni civili e delle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato o l’assoluta impossibilità di tale adempimento»; al contempo, tuttavia, servirà l’accertamento di «congrui e specifici elementi concreti, diversi e ulteriori rispetto alla mera dichiarazione di dissociazione dall’organizzazione criminale di eventuale appartenenza, che consentano di escludere con certezza l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva e con il contesto nel quale il reato è stato commesso», compreso il «pericolo di ripristino» dei contatti. Sic stantibus rebus, fingendo di non notare che, col «testo base» in discussione si prospetta, a tacer d’altro, l’innalzamento della soglia di certezza della prova, anche negativa, diabolica e inarrivabile per il recluso, in chiaro conflitto con il senso delle misure premiali ancorate a un giudizio prognostico impossibile da cristallizzare in verità assoluta, gli archimaestri del coté degli addetti alla repressione, con la proposizione da cui si son prese le mosse, enunciano un dogma che urta contro la logica e contro i fatti, dunque da dover essere imposto come motivo di fede e via della salvezza. Un dogma che tradisce un luogo dell’anima, a chiamare così situazioni radicate nel cervello e nelle midolla, sopravvissuto ai cambiamenti, dalle lingue all’ambiente geologico, avvenuti negli ultimi secoli sul continente europeo: il «metodo inquisitorio». Al fondo di esso, infatti, risuona l’eco del pensiero dell’abate di Vayrac, secondo cui l’imputato è libero di «confessare la propria colpa, chiedere perdono e sottomettersi a certe espiazioni religiose (…) digiuna, prega, si mortifica, anziché andare al supplizio recita dei salmi, confessa i peccati, sente la messa, lo scusano, lo assolvono, lo restituiscono alla famiglia e alla società. Se il delitto è enorme, se il colpevole si ostina, se bisogna versare del sangue, il prete si ritira e non riappare che per consolare la vittima sul patibolo» (J. De Maistre, Oeuvres complètes, Lyon Paris, 1931, 3, p. 325 s.). Insomma, è duro a morire l’assioma gnoseologico, colpevole o innocente, l’imputato sa quanto basta; bisogna che lo dica e non essendo più esperibili tecniche brutali ad eruendam veritatem, opportunamente stimolato con compensi allettanti, fino all’impunità, commisurati agli apporti, tanto più svela tanto meglio esce.

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

“Riformate l’ergastolo ostativo”, Strasburgo striglia l’Italia. Angela Stella su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Il tema dell’ergastolo torna al centro del dibattito politico: ieri, nell0 stesso giorno in cui il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adottare quanto prima una legge sul carcere a vita, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, ascoltata dalla Commissione Antimafia, si è appellata al Parlamento affinché «non perda l’occasione per riscrivere la norma» sul fine pena mai. Ha indicato anche una possibile strada come quella di «prevedere, sempre a titolo esemplificativo, specifiche prescrizioni che governino il periodo di libertà vigilata, anche regolandone diversamente la durata». Dunque due moniti importanti – uno dall’Europa, l’altro dalla Guardasigilli – arrivano alla politica chiamata a trovare la quadra entro maggio 2022, come richiesto dalla Corte Costituzionale in una recentissima decisione che, pur dichiarando l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo, ha dato un anno di tempo al Parlamento per originare una legge che bilanci il diritto alla speranza dei detenuti e le esigenze di sicurezza e lotta alla criminalità organizzata. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa questa settimana ha esaminato i passi compiuti dall’Italia dopo la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’uomo sul caso di Marcello Viola, pronunciata nel 2019. L’uomo, sempre proclamatosi innocente, fu condannato all’ergastolo ostativo in via definitiva per associazione di stampo mafioso, oltre che per altri delitti, quali l’omicidio. In carcere dagli anni ‘90, aveva chiesto ai magistrati di sorveglianza di poter accedere ai benefici – permessi premio e liberazione condizionale – , dopo 26 anni di reclusione. Richieste più volte respinte a causa della mancata collaborazione con le autorità. Da lì il ricorso alla Cedu che con una sentenza del 2019 condannò l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione (nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti) a causa dell’impossibilità per un detenuto, condannato per uno dei reati previsti dall’articolo 4 bis comma 1 della legge sull’amministrazione penitenziaria, di poter accedere ai benefici penitenziari in assenza di utile collaborazione con la giustizia. Nonostante siano passati tre anni, il Comitato dei Ministri da un lato «ha preso atto con preoccupazione che il ricorrente non può accedere alla liberazione condizionale» e dall’altro ha rilevato che è necessaria «l’adozione di misure legislative per garantire la possibilità per i tribunali nazionali» di valutare il percorso rieducativo del detenuto al fine di ottenere la liberazione condizionale, pur in assenza di collaborazione. Di conseguenza «preso atto con soddisfazione» della sentenza 97/2021 della Consulta, il Comitato dei Ministri «ha sottolineato l’urgenza di porre fine alla violazione subita dal ricorrente e di garantire la non reiterazione della violazione dell’articolo 3 della Convenzione, disposizione che non consente alcuna eccezione o deroga; ha pertanto invitato le autorità ad adottare senza ulteriori ritardi le misure legislative necessarie per rendere l’attuale quadro legislativo conforme ai requisiti della Convenzione». L’avvocato Antonella Mascia, legale di Viola, accoglie con «soddisfazione» questo monito europeo. Tuttavia ci racconta che, nonostante la sentenza Cedu e quella della Consulta sui permessi premio, «le nostre richieste per ottenere almeno un permesso premio per concedere qualche ora di libertà a Viola con i figli fuori dal carcere sono state respinte con diverse motivazioni, tra cui un parere negativo della DNA e il fatto di non aver richiesto la revisione del processo, visto che Viola si ritiene innocente. Eppure noi abbiamo portato all’attenzione dei giudici di sorveglianza diverse relazioni che dimostrano che l’interessato ha una condotta esemplare, lavora in carcere, aiuta gli altri detenuti, si è separato dalla moglie con la quale non ha più contatti dal 2013 perché ancora legata ad un contesto criminale». La conclusione per l’avvocato Mascia è che «il legislatore dovrebbe comprendere che occorre guardare al percorso rieducativo del detenuto e non considerarlo pregiudizialmente parte di un tutto, ossia di una categoria di uomini mafiosi irrecuperabili. Dopo tanti anni di detenzione gli uomini possono cambiare e non possono quindi rimanere incatenati per sempre alla loro condanna. E’ giunto ora il momento che il giudice esamini in concreto il percorso riabilitativo intrapreso dal detenuto, nel pieno rispetto della nostra Costituzione e della Convenzione». Angela Stella

Il monito del presidente emerito della Corte costituzionale. “Il 4 bis è incostituzionale, la Consulta doveva intervenire”, l’accusa di Onida. Angela Stella su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Nel collegio difensivo di Marcello Viola alla Cedu c’era anche l’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida che ci spiega: «Quando siamo intervenuti dinanzi ai giudici di Strasburgo abbiamo fatto riferimento all’impossibilità per il signor Viola di poter accedere alla liberazione condizionale, perché all’epoca era applicabile l’art. 4-bis che escludeva i benefici; e anche la liberazione condizionale, in mancanza della collaborazione con la giustizia, era preclusa. Oggi (ieri, ndr) il Consiglio di Europa non ha detto che occorre concedere tale beneficio al detenuto, ma semplicemente che l’Italia, adeguandosi anche alla recente ordinanza della Corte Costituzionale (n. 97 del 2021), deve dotarsi di una legge che escluda l’attuale automatismo tra assenza di collaborazione e divieto di concessione della liberazione condizionale». Tuttavia, nonostante la sentenza della Corte costituzionale n. 253/2019 ha escluso che la collaborazione con la giustizia sia condicio sine qua non per la concessione dei permessi premi ai condannati ostativi, Marcello Viola non ha ottenuto neanche un permesso premio: «Questo – spiega Onida – è un altro discorso. L’automatismo tra mancata collaborazione e divieto di concessione dei permessi premio è già caduto e non occorre attendere una legge per decidere su di essi. Se non gli è stato concesso, evidentemente ci sono valutazioni della magistratura di sorveglianza contrarie alla concessione: ma si tratta di vedere se le motivazioni sono plausibili (per esempio, il fatto che un parente o una sua ex moglie, in ipotesi, abbia tuttora rapporti con la mafia, non potrebbe essere motivo sufficiente di per sé per ritenere che anche per Viola questi rapporti sussistano tuttora)». Chiediamo al Presidente Onida come dovrebbe comportarsi la magistratura di sorveglianza in attesa che il Parlamento faccia una legge entro maggio 2022 sull’ergastolo ostativo: «Attualmente il Tribunale di Sorveglianza che viene investito di una richiesta di liberazione condizionale da parte di un detenuto “ostativo” non potrebbe appoggiarsi, per respingere la richiesta, sulla circostanza che la norma del 4-bis è ancora in vigore nel testo attuale. Anzi, dovrebbe sospendere la decisione e sollevare un nuovo dubbio di legittimità costituzionale (stante la sua evidente non manifesta infondatezza), in attesa dell’intervento del legislatore o della decisione futura della Corte costituzionale sulla questione ora rinviata al 10 maggio 2022». Anche se l’incostituzionalità è accertata, dovendo attendere una legge del Parlamento, i detenuti che in teoria potrebbero accedere alla liberazione condizionale rimangono sospesi in un limbo, in una situazione di privazione della libertà personale: «Senza dubbio rappresenta una anomalia il fatto che una norma sia stata ritenuta incostituzionale ma resti ancora in vigore. Per questo il giudice di sorveglianza non potrebbe respingere le richieste in nome dell’articolo 4-bis motivando con l’assenza di collaborazione». Però, nonostante la fermezza delle sue argomentazioni, facciamo presente al presidente Onida che la scarcerazione di Giovanni Brusca ha riaperto la discussione sull’ergastolo ostativo e molti parenti di vittime di mafia e diverse forze politiche chiedono la riforma della legge nella direzione di chiusura ai benefici. La cornice però l’ha data già la Consulta e non si può tornare indietro: «Certamente, lei ha ragione. Manca ancora una legge che, accogliendo l’impostazione della Corte Costituzionale, regoli l’ipotesi di liberazione condizionale per gli ergastolani ostativi in un modo conforme alla Costituzione. Il minimo, ripeto, è che i giudici non possono applicare semplicemente il 4-bis così com’è, per cui se non c’è collaborazione niente liberazione condizionale. Nel frattempo però questi ergastolani potrebbero chiedere e ottenere altri benefici come i permessi premio, già sganciati dalla condizione della collaborazione ad opera della sentenza n. 253 del 2019». In ultimo chiediamo al presidente Onida se la decisione della Consulta era la migliore possibile o si poteva evitare il rinvio al Parlamento: «Probabilmente, dinanzi a una palese incostituzionalità, la cosa migliore sarebbe stata quella di adottare una decisione dichiarativa di questa incostituzionalità. Eventualmente con quei tipi di sentenze – manipolative, additive, additive di principio – che tante volte la Corte ha pronunciato intervenendo direttamente sulla legge. In ogni modo la norma denunciata non può più essere applicata». Angela Stella

41 bis, no della Cassazione al ricorso di Graviano: dissociazione priva di effetto e sarà sempre così. La Suprema Corte con questa sentenza smentisce la fake news sul rischio di riconoscere benefici a chi si dissocia senza collaborare: infatti non è questo l’unico “parametro” di valutazione. Damiano Aliprandi Il Dubbio il 10 novembre 2021. La dissociazione dei cosiddetti “irriducibili” detenuti mafiosi al 41 bis viene interpretata da taluni detrattori della sentenza della Corte Europea e della Consulta sull’ergastolo ostativo, come una strategia efficace per ottenere un “tana libera tutti”. Si incute quindi il timore che con la fine della preclusione assoluta dei benefici per chi non collabora con la giustizia, la dissociazione diventa un fattore decisivo per ottenere la libertà. Niente di più falso. Tutto ciò viene smentito dalla sentenza numero 39868 della Cassazione, appena depositata, che ha respinto il ricorso di Filippo Graviano contro la decisione della proroga del 41 bis.

Martedì sarà votato il testo base sull’ergastolo ostativo

A proposito dell’ergastolo ostativo il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio e relatore del provvedimento, Mario Perantoni del Movimento 5Stelle, fa sapere che martedì prossimo sarà votato il testo base sulla riforma dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario. «Sono soddisfatto dichiara Perantoni – che vi sia stata ampia convergenza sulla proposta di testo base che, tra l’altro, prevede che i condannati all’ergastolo ostativo non possano accedere ai benefici penitenziari se non vi è certezza della inesistenza dei collegamenti con la criminalità organizzata o del pericolo di un loro ripristino, oltre alla condizione dell’integrale adempimento delle obbligazioni civili e delle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato». Perantoni spiega che «il boss mafioso non collaborante non potrà accedere ai benefici penitenziari secondo i criteri ordinari: questo resta un punto fermo in piena coerenza con gli orientamenti della Consulta».

Filippo Graviano aveva chiesto l’annullamento della proroga del 41 bis

Per quanto riguarda Filippo Graviano il suo difensore aveva chiesto l’annullamento del provvedimento emesso dal Tribunale di sorveglianza di Roma il 3 dicembre 2020, recante il rigetto del reclamo proposto avverso il decreto emesso dal ministro della Giustizia, concernente la proroga del 41 bis. Nel ricorso per Cassazione si deduce erronea l’applicazione del carcere duro, nonché vizio di motivazione. Come spiega la Corte Suprema il 41 bis stabilisce che i provvedimenti applicativi del regime di detenzione differenziato sono prorogabili nelle stesse forme per successivi periodi, ciascuno pari a due anni, quando «risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l’associazione criminale, terroristica o eversiva non è venuta meno».

Per la Cassazione il Tribunale di sorveglianza di Roma aveva proceduto correttamente

Ma veniamo al punto. Nel caso in esame, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha proceduto – sottolinea la Cassazione – «con corretta interpretazione ed esatta applicazione dei principi di diritto in materia», alla verifica della permanenza dei dati indicativi della capacità di collegamento di Filippo Graviano con la criminalità organizzata, valorizzando gli elementi sui quali ha fondato la valutazione della pericolosità del medesimo e della legittimità e fondatezza della proroga della misura in oggetto. In particolare, il Tribunale di sorveglianza ha evidenziato la correttezza del decreto ministeriale, alla luce: del ruolo di vertice rivestito dal Graviano nel gruppo mafioso di appartenenza; dell’irrilevanza della circostanza che prevalentemente si occupasse della gestione finanziaria dei crimini; dell’inidoneità del percorso di studi universitari compiuti dal detenuto a recidere il vincolo associativo; della circostanza – che la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha valutato come priva di qualsiasi effettività la dichiarazione di dissociazione resa dal Graviano il 6 maggio 2010; del fatto che lo stesso è indicato, nelle note degli inquirenti, come attualmente inserito nel clan di appartenenza; dell’attuale operatività di quest’ultimo; dell’assenza di elementi sintomatici dell’acquisizione di valori di legalità da parte del ricorrente.

La dissociazione non è l’unico parametro di valutazione

Quindi, nonostante la dissociazione resa nel 2010, tutti questi elementi elencati sono stati ritenuti idonei a dimostrare il pericolo di una ripresa di contatti, da parte del ricorrente, con il clan di appartenenza, e sono stati – sottolinea la Cassazione – «pertanto valorizzati, secondo un ragionamento logico e nel rispetto della disciplina di riferimento, al fine di giustificare le ulteriori restrizioni trattamentali». In conclusione, per la Cassazione, il ricorso di Filippo Graviano deve essere dichiarato inammissibile. Cosa significa tutto ciò? Che c’è il rischio di riconoscere benefici o sconti di pena a chi si dissocia senza collaborare con la giustizia, è una fake news. La dissociazione, che tra l’altro non è normata per i detenuti condannati per mafia, non è l’unico parametro di valutazione per concedere o meno i benefici. Figuriamoci per gli ex boss condannati per le stragi.

Così si omologa la misura di sicurezza alla pena detentiva. 41bis per gli internati, la Consulta dice sì: “Ma devono poter lavorare”. Angela Stella su Il Riformista il 22 Ottobre 2021. È legittima la disciplina che consente di applicare il regime del carcere duro (41 bis) agli internati in casa di lavoro? La Corte Costituzionale ha risposto ieri di sì con la sentenza n. 197 ma ponendo una condizione. Ribadendo che le speciali restrizioni previste dall’art 41 bis sono «applicabili anche agli internati, cioè alle persone considerate socialmente pericolose e, in quanto tali, soggette, dopo l’espiazione della pena in carcere, alla misura di sicurezza detentiva dell’assegnazione a una casa di lavoro», tuttavia ha precisato che, proprio in considerazione della specifica natura di quest’ultima misura, «e alla luce dei principi costituzionali di ragionevolezza e di finalità rieducativa, il trattamento differenziale previsto dall’articolo 41 bis deve adattarsi alla condizione dell’internato e consentirgli di svolgere effettivamente un’attività lavorativa». A sollevare il dubbio di legittimità costituzionale era stata nel 2020 la Cassazione, investita da un ricorso proposto da una persona assoggettata alla misura di sicurezza della casa di lavoro, già condannata per gravi delitti di criminalità organizzata, contro l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma che aveva confermato la legittimità del decreto ministeriale di proroga del 41bis nei suoi confronti, in considerazione della perdurante pericolosità criminale dell’interessato. Qual è il problema: per gli internati il trattamento previsto consiste in misure risocializzanti realizzate attraverso interventi finalizzati alla rieducazione da parte degli educatori che operano nelle case di lavoro, sperimentazione di reingresso sociale, interventi di sostegno esterno sul contesto familiare e socio-lavorativo. Tuttavia, quando la casa di lavoro è vissuta con la contemporanea sottoposizione al 41bis, si assiste, secondo la Cassazione, «ad una fortissima compressione delle regole ordinarie trattamentali, con sostanziale omologazione della misura di sicurezza alla pena detentiva, determinando un regime sostanzialmente identico tra internati e detenuti». Invece, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le censure sollevate dalla Cassazione «a condizione che all’articolo 41 bis, in quanto riferito agli internati, sia data una lettura costituzionalmente conforme», che consenta l’applicazione agli internati delle sole restrizioni proporzionate e congrue alla condizione del soggetto cui il regime differenziale di volta in volta si riferisce: «trattandosi di un internato assegnato ad una casa di lavoro, le restrizioni derivanti dalla sua soggezione all’articolo 41 bis devono adattarsi, nei limiti del possibile, alla necessità di organizzare un programma di lavoro, e, a sua volta, l’organizzazione del lavoro deve adattarsi alle restrizioni (quelle necessarie) della socialità e della possibilità di movimento nella struttura. Ad esempio, devono essere identificate attività professionali compatibili con gli effettivi spazi di socialità e mobilità a disposizione degli internati soggetti al regime differenziale, modulando opportunamente l’applicazione a costoro della limitazione della permanenza all’aperto disposta dalla lettera f) del comma 2-quater del citato articolo 41 bis». In definitiva, secondo l’interpretazione affermata dalla sentenza, gli internati in regime differenziale restano esclusi dall’accesso alla semilibertà e alle licenze sperimentali, non potendo uscire dalla struttura in cui sono collocati, ma, quanto alla socialità e ai movimenti intra moenia, deve essere loro garantita la possibilità di lavorare. Angela Stella

Ergastolo ostativo: da cosa nasce e perché non va abolito. Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale si riaccende il dibattito su una misura che nel campo della lotta alla mafia fu varata come risposta alle stragi. Stefania Pellegrini su L'Espresso il 19 aprile 2021. A pochi mesi dalla precedente pronuncia, nella quale si mettevano in discussione i principi fondanti l’ergastolo ostativo, la Corte Costituzionale si è nuovamente espressa ritenendo che il regime carcerario disciplinato dall’art. 41 bis ord. pen. sia in contrasto con il principio di rieducazione della pena (art. 27 Cost.), con quello di eguaglianza (art. 3 Cost.) e con il divieto di trattamenti inumani e degradanti (art. 3 Cedu). Nello specifico, viene messa in discussione la preclusione assoluta a chi non abbia collaborato con la giustizia, di accedere alla libertà condizionale, anche quando il ravvedimento è sicuro. Appare evidente come la Suprema Corte ritenga che il ravvedimento del mafioso possa essere desunto anche da elementi non necessariamente sfocianti in una collaborazione di giustizia e che il regime carcerario speciale riservato ai condannati per reati di mafia c.d. irriducibili debba sottostare ai principi che la carta costituzionale riserva alla carcerazione tradizionale, e quindi finalizzato alla rieducazione degli stessi. Con questo ulteriore intervento dell’Alta Corte, il timore è che si sia inesorabilmente innescato un processo di affievolimento di uno strumento di lotta alla criminalità organizzata che ha già ampiamente dimostrato la sua efficacia. Per comprendere la portata di questa svolta epocale è necessario attivare un dibattito che prenda in considerazione una serie di elementi dai quali non si può prescindere.

Specificità del reato di mafia. Considerare la mafia alla stregua di un sistema criminale comune è del tutto erroneo e pericoloso, poiché, in quanto cultura si impone come identità totalizzante. Si tratta di un “fondamentalismo”, un tipo di pensiero che è dentro la persona, ma non consente la soggettività: non è il soggetto che decide e pensa, ma è la realtà sovrapersonale in cui è inserito. L’associato di mafia non è un criminale comune, ma è un soggetto che, nel momento in cui commette un delitto fine dell’associazione, ne ha già condiviso pienamente, non solo la fase realizzativa, ma anche quella della gestione post delictum. Il mafioso aderisce consapevolmente ad una associazione che ha come elemento identitario e di forza quello di resistere all’intervento statale anche mediante il mantenimento del vincolo tra l’associazione e l’associato, perfino quando questo si trovi sottoposto ad una carcerazione perpetua. Il legame che unisce gli affiliati affonda le proprie radici in una cultura del comparaggio e della fedeltà, in cui il silenzio funziona come segno di riconoscimento. Un silenzio manifestazione di quella omertà che porta il mafioso al rifiuto incondizionato ed assoluto a collaborare con gli organi dello Stato. Una scelta assunta, non solo per timore di vendette, ma anche per proteggere la consorteria alla quale si appartiene e per disconoscere ogni legittimazione allo Stato. Di fatto, il cemento che lega tra loro gli associati, più che dal timore e dalla soggezione, è costituito dalla comune adesione ad una specifica subcultura che il regime carcerario tradizionale non è in grado di affievolire. Solo una forma detentiva differenziata ed idonea ad interrompere la comunicazione operativa tra il detenuto e l’associazione di appartenenza può recidere quel vincolo che lega indissolubilmente i consociati ad un sistema di valori.

Isolare non educare. Il regime del 41 bis nasce in specifiche circostanze storiche. Siamo all’indomani della strage di via d’Amelio. La notizia venne accolta con disperazione da parte di tutta la popolazione, ma festeggiata con un brindisi dai mafiosi incarcerati all’Ucciardone. Ulteriori indagini rivelarono che lo champagne venne condotto in carcere in concomitanza con la preparazione dell’attentato, avvalorando l’ipotesi che i capi mafia detenuti fossero a conoscenza del progetto criminale e che celebrarono la  strage stappando le bottiglie. Divenne urgente introdurre un provvedimento finalizzato ad assicurare la recisione dei legami esistenti tra le associazioni criminali e i soggetti detenuti, riducendo e filtrando i contatti tra i boss detenuti e gli affiliati all’esterno. Una misura non volta ad impedire la materiale commissione dei delitti, piuttosto orientata ad ostacolare che l’ideazione e la programmazione di crimini si realizzasse all’interno del carcere. Emerse chiara la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un singolare fenomeno criminale che necessitava di interventi specifici, in grado di recidere la fitta rete di comunicazioni non ostacolata dalle mura carcerarie. Proprio tale singolarità ha consentito al nostro legislatore di stabilire una diversa graduazione tra le molteplici funzioni della pena, riducendo lo “spazio educativo” a favore della finalità generalpreventiva che impegnerebbe lo Stato a tutelare i diritti fondamentali, prima che gli stessi siano offesi.

Il valore della collaborazione. Il regime carcerario speciale trova la sua ragione nelle lapidarie parole del suo ideatore. Giovanni Falcone asserì come la mafia non fosse «una semplice organizzazione criminale, ma un’ideologia che, per quanto distorta, ha elementi comuni con tutta il resto della società - una sorta di subcultura dalla quale - non è possibile staccarsene, spogliarsene come si smettesse un abito». La decisione di non collaborare conferma l’adesione ad un credo irrinunciabile. Il boss in carcere continua ad esercitare il potere carismatico criminale ed il rifiuto di collaborare con la giustizia lo rende un modello positivo per il suo ambiente. Per contro, la valutazione di collaborare ha insita la consapevolezza che fuoriuscire dal mondo mafioso vuol dire affidarsi totalmente alla capacità di protezione dello Stato: quello che prima rappresentava il nemico da fronteggiare, diventa l’amico con cui cooperare. In molti casi, è proprio l’esperienza del carcere che porta il detenuto verso la collaborazione. Le  lunghissime giornate di isolamento, hanno spesso portato a sviluppare un’introspezione sul senso delle proprie scelte di vita. Nell’universo culturale mafioso la collaborazione con la giustizia rappresenta l’unica vera dimostrazione che l’affiliato ha rescisso i suoi legami con l’organizzazione.  Non si tratta di una semplice volontà di “emenda del condannato”, ma assume un valore profondo nel senso che collaborare significa tranciare di netto un cordone ombelicale che fino a quel momento ha garantito un’identità forte e robusta, ancorché dogmatica e ripetitiva. Di fatto, solo con la collaborazione si attesta una nitida presa di distanza dal mondo criminale. In mancanza di questa, i boss continueranno ad essere capi rispettati, ai quali si deve obbedienza, rappresentando un modello “positivo” che per essere scardinato necessita di misure straordinarie e adatte ad intervenire su di una struttura fondamentalista e paranoica. I boss sono equiparabili a figure mitologiche, invincibili ed il regime dell’isolamento, può provocare il crollo della loro onnipotenza. Anche quando la scelta non è conseguenza di un ravvedimento profondo, ma determinata da un calcolo utilitaristico di vantaggi e benefici, la decisione di fornire informazioni rilevanti comporta l’indebolimento della struttura che viene fiaccata anche dalla presa di distanza pubblica ed inequivocabile di un consociato. Per contro, il ravvedimento del detenuto per mafia non può essere desunto dal suo comportamento. È notorio come il mafioso, vesta gli abiti del detenuto modello. Basare la sua “redenzione” sulla valutazione del percorso trattamentale potrebbe essere del tutto fuorviante. Il magistrato di sorveglianza incaricato dovrebbe vagliare l’animo dell’ergastolano, assumendo un incarico estremamente delicato e, sulla base di “elementi” non meglio definiti, valutare caso per caso se i boss detenuti siano ancora pericolosi, soprattutto quando non si siano mai distaccati dall’organizzazione, mantenendo quel “silenzio” che rappresenta un potentissimo collante per mantenere saldi i legami associativi. È facile pensare come questa attività possa facilmente esporre a ritorsioni, andando così a mettere a rischio la serenità della verifica. Si torna quindi ad affermare come solo attraverso la collaborazione l’affiliato possa dimostrare di avere effettuato un percorso, più o meno intimo ed interiore, di distacco dal sistema criminale e culturale dal quale proveniva. Solo questo può essere un chiaro segnale di un avvio di un percorso di rieducazione che potrà poi essere implementato e sostenuto con una serie di progetti atti a ricollocare il soggetto in una dimensione sociale ben diversa da quella di provenienza. L’art. 27 della Costituzione riconosce la finalità rieducativa della pena. Una rieducazione che deve tendere ad abbracciare e rispettare i valori fondamentali del vivere democratico. Esattamente quei valori che il sistema mafioso calpesta e disprezza. Ora, come si può ritenere che un mafioso che non vuole discostarsi da un sistema di disvalori, rifiutandosi di collaborare, possa compiere un percorso di rieducazione verso quegli stessi principi che il proprio sistema di appartenenza rifiuta e rinnega? Da ultimo, preme ricordare come il collaboratore, con le sue dichiarazioni, non si limiti a descrivere episodi o fatti, ma delinei una societas con le sue strutture fondanti, le sue gerarchie di valori. Attraverso le sue narrazioni, quindi, aumentiamo anche la conoscenza di un fenomeno, giungendo a comprendere le dinamiche criminali che sottendono alla commissione di tanti delitti. Conforta la decisione della Corte di rimandare l’accoglimento del ricorso ad un momento successivo, dando la possibilità al legislatore di intervenire in modo sistematico sulla normativa. I giudici  richiamano l’attenzione sulla peculiarità dei reati di mafia e sulla necessità di preservare il valore che in questi casi riveste la collaborazione con la giustizia. La riforma che si sollecita sarà estremamente complessa e delicata. Il rischio che si corre sarebbe quello di indebolire, sino al totale svilimento, uno degli strumenti più efficaci di lotta alla criminalità organizzata. Procedere verso lo sgretolamento del regime penitenziario differenziato equivarrebbe ad abdicare al nostro stardard di efficienza nella lotta alla criminalità organizzata, un unicum a livello internazionale. Riuscirà il Parlamento, oberato nel proporre interventi che permettano al Paese di emergere dalla crisi economica e sociale nella quale la pandemia lo ha gettato, a raccogliere questo testimone, senza tradire lo spirito che ha pervaso colui che fermamente ha voluto il regime del 41 bis? Sarà all’altezza di misurarsi con una simile prova nell’arco di un solo anno? La sorte, la beffa o una congiunzione astrale favorevole o contraria, ha indotto la Corte a stabilire un limite temporale a questo intervento legislativo. La trattazione è stata rimandata al maggio del 2022.  I rappresentanti istituzionali che presenzieranno alla commemorazione del 30ismo anniversario della strage di Capaci avranno la responsabilità di guardare quelle steli dell’autostrada, quel groviglio di lamiere appartenenti alla Quarto Savona 15, specchiarsi negli occhi dei parenti delle vittime e dichiarare di aver mantenuto fede al sacrificio di chi ha lottato anche perché il 41 bis diventasse legge.

L’autrice è ordinaria di Sociologia del diritto e Mafie e Antimafia all’Università di Bologna.

La lesione dello Stato di diritto. L’ingiusta censura del 41 bis: vietata la corrispondenza tra difensore e prigioniero. Guido Camera su Il Riformista il 29 Ottobre 2021. Il 1° dicembre la Corte costituzionale è chiamata a decidere se una parte dell’articolo 41 bis dell’Ordinamento penitenziario – cioè la norma che disciplina il regime di detenzione speciale del c.d. “carcere duro” – è compatibile con i principi costituzionali che tutelano il diritto di difesa e il diritto ad avere un giusto processo. ItaliaStatoDiDiritto, come già aveva fatto in relazione alle questioni di costituzionalità sollevate sulla disciplina emergenziale della sospensione della prescrizione, ha deciso di produrre a sostegno della fondatezza della questione una propria opinione scritta alla Consulta (integralmente scaricabile su italiastatodidiritto.it), che è stata ammessa nel giudizio costituzionale con decreto del Presidente della Corte dello scorso 21 ottobre. Come noto, il regime del “carcere duro” colpisce i detenuti il cui legame con le associazioni criminali di appartenenza sia ritenuto tale da non poter essere spezzato senza il ricorso a misure speciali che riducano drasticamente le occasioni di contatto con l’esterno. Tra le numerose limitazioni vi è anche la censura della corrispondenza tra il detenuto e il proprio difensore. Questa è la parte dell’articolo 41 bis della cui costituzionalità è chiamata a decidere la Consulta il 1° dicembre. La questione di legittimità è stata sollevata dalla 1 sezione penale della Corte di Cassazione lo scorso 19 marzo: l’ordinanza di rimessione ha efficacemente sviluppato il proprio ragionamento muovendo dai principi sanciti dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 143/2013, che ha riconosciuto «il diritto a conferire con il proprio difensore e a farlo in maniera riservata, connaturato alla difesa tecnica che rientra nella garanzia ex art. 24 Cost. ed appartiene al novero dei requisiti basilari dell’equo processo». In passato, la Corte costituzionale ha ricordato che detto diritto è inviolabile e deve potersi esplicare non solo in un procedimento già instaurato, ma altresì in relazione a qualsiasi possibile procedimento suscettibile di essere instaurato per la tutela delle posizioni garantite, e dunque anche in relazione alla necessità di preventiva conoscenza e valutazione – tecnicamente assistita – degli istituti e rimedi apprestati allo scopo dall’ordinamento (sent. n. 212/1997). Il passaggio è cruciale, visto che il carcere duro può essere applicato sia a detenuti in attesa di giudizio, sia a quelli che hanno riportato condanne definitive. ItaliaStatoDiDiritto, nella propria opinione scritta, ha chiesto che venga dichiarata illegittima la norma censurata perché la grave compressione dei diritti costituzionali che essa determina è fondata sulla presunzione che il difensore sia un soggetto potenzialmente pericoloso. Si tratta di una presunzione inaccettabile, visto che l’esercizio della professione forense è l’unica garanzia per l’effettiva tutela del diritto costituzionale di difesa; una professione regolata da precise norme deontologiche, nonché esposta a gravi e specifiche sanzioni penali, come il favoreggiamento. La censura della corrispondenza con il difensore, peraltro, non riguarda altre figure non dotate delle stringenti prescrizioni deontologiche e requisiti di professionalità della categoria forense: il riferimento, in particolare, va ai “membri del Parlamento”, per i quali il visto di censura non opera. Pur riconoscendo l’alto ruolo di controllo rispetto al trattamento dei diritti umani in ambito penitenziario che possono avere i parlamentari, va osservato che non si può aprioristicamente escludere che ci possa essere un uso distorto, nel singolo caso, della deroga al visto di censura. Inoltre, la corrispondenza tra il detenuto e il parlamentare non è preordinata all’esercizio della difesa tecnica, nel cui contesto, come visto, la confidenzialità delle informazioni scambiate tra avvocato e parte assistita in ordine alle strategie processuali è condizione essenziale perché si possa compiutamente dire garantito il diritto di difesa all’interno del giusto processo previsto dalla legge. In definitiva, la presunzione assoluta di pericolosità dell’esercizio della funzione difensiva forense che caratterizza il visto di censura previsto dall’articolo 41 bis è una manifestazione distonica rispetto allo statuto delle garanzie costituzionali, che non può essere in alcun modo giustificata, in una prospettiva di ragionevole bilanciamento tra il diritto di difesa e altri interessi contrapposti di pari rilevanza costituzionale, anche se legati alla protezione dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini nei confronti della criminalità organizzata. Manifestazione distonica che – tra le altre cose – mortifica la valenza solenne del giuramento forense, in forza del quale tutti i nuovi avvocati si impegnano “ad osservare con lealtà, onore, e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia ed a tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”. Guido Camera

La commemorazione del giudice. Ergastolo e pentiti: di Giovanni Falcone avete capito zero! Tiziana Maiolo su Il Riformista il 25 Maggio 2021. Il modo peggiore di ricordare Giovanni Falcone, nell’anniversario della strage di Capaci, è quello di non rispettarlo, proprio come avevano fatto, quando lui era in vita, coloro che lo descrivevano diverso da come era. Quelli che lo accusavamo di tenere le carte nel cassetto perché lui non si accontentava della parola del “pentito” (è solo l’apriscatole, diceva), o di essere traditore e carrierista perché era andato a Roma a dirigere la Direzione Affari Penali al Ministero. Così è offensivo, ancora oggi, a ventinove anni dalla strage con cui Cosa Nostra ha eliminato colui che per primo “aveva capito”, insultare la sua intelligenza come se Giovanni Falcone fosse stato solo un confessore di collaboratori di giustizia. Che cosa vuol dire –come fa oggi il consigliere del Csm Nino Di Matteo in un’intervista a Fq Millennium– buttare lì, nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, frasi come «oggi stanno cominciando a realizzarsi alcuni degli scopi che Cosa Nostra intendeva perseguire…»? E citare esplicitamente le recenti sentenze della Corte Costituzionale e della Cedu sull’ergastolo ostativo come tentativi di «smantellamento del sistema di norme concepite da Falcone» e «approvate solo dopo la strage di Capaci»? Le cose non stanno proprio così. Prima di tutto perché il famoso decreto Scotti-Martelli, che aveva determinato lo sciopero degli avvocati e che non piaceva alla sinistra, fu convertito in legge dal Parlamento non subito dopo la morta di Falcone, ma dopo la strage di via D’Amelio, cioè tre mesi dopo. Le date non sono irrilevanti, perché senza l’uccisione di Paolo Borsellino quelle norme non sarebbero mai state approvate. Ma soprattutto non è secondario il fatto che Giovanni Falcone, che pure aveva lavorato a quell’impianto normativo, non avrebbe mai introdotto principi incostituzionali come quello dell’inversione dell’onere della prova, lasciando nelle mani del detenuto il compito di dimostrare con la collaborazione il proprio distacco dall’organizzazione mafiosa. Il principio ispiratore era un altro. Falcone non aveva mai legato l’accesso ai benefici penitenziari previsti dalla legge penitenziaria del 1975 al “pentimento” del detenuto, ma semplicemente alla necessità che fossero acquisiti elementi per escludere collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Giovanni Falcone la pensava esattamente come i giudici della Corte Costituzionale che hanno pronunciato le due sentenze del 2019 e di un mese fa e come i pronunciamenti della Cedu. Per questo forse il modo migliore per ricordarlo non è quello del consigliere Di Matteo. Il quale racconta di aver indossato per la prima volta la toga proprio quando aveva appena vinto il concorso in magistratura e aveva preso parte al picchetto d’onore alla bara di Falcone. Bel ricordo, ma Di Matteo sa chi era quel magistrato? Ne ha capito davvero il pensiero e l’intelligenza? È pur vero che le toghe non sono tutte uguali, come finalmente ha capito anche l’opinione pubblica che non sta più dando loro la propria fiducia. Così, proprio mentre alcuni ricordano il giudice assassinato a Capaci facendo torto alla sua intelligenza, un lumicino si accende nelle stanze della Corte di Cassazione. È datata 21 maggio l’ordinanza numero 20338 con cui la prima sezione penale solleva la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41 bis nella parte in cui prevede la necessità di sottoporre al visto di censura della corrispondenza tra il detenuto e il proprio difensore. Sembra incredibile, ma è così: gli uomini-ombra non hanno diritto neanche alla riservatezza nella relazione epistolare tra imputato e avvocato. E questo nonostante proprio una sentenza della Corte Costituzionale del 2013 già avesse riconosciuto “il diritto a conferire con il proprio difensore e a farlo in maniera riservata”. I giudici della Cassazione pongono la questione di costituzionalità sotto tre profili, quello più scontato del diritto inviolabile alla libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15 della Costituzione), ma anche al diritto alla difesa e a quello al giusto processo previsto dell’articolo 111. Un’altra piccola bomba. Non crediamo che i sospetti del dottor Di Matteo si spingerebbero fino a ritenere che anche i giudici della cassazione stiano tentando di realizzare gli scopi di Cosa Nostra. Ma il fatto che il giudice delle leggi, così come la Corte europea dei diritti dell’uomo, mettano mano, pur se tardivamente e quasi trent’anni dopo, a togliere qualche mattoncino a un apparato disumano e incostituzionale dovrebbe essere nell’interesse di tutti. Non c’entrano i programmi di Cosa Nostra. Che peraltro, nella struttura e nelle modalità operative di un tempo, non esiste neanche più. Basterebbe solo per esempio leggere qualche libro di quelli scritti di recente da ex direttori di carceri come Luigi Pagano e Giacinto Siciliano. Quest’ultimo in particolare racconta quasi con commozione la sua esperienza nel carcere di Opera, dove ha potuto partecipare a cambiamenti radicali di detenuti al 41 bis per fatti di mafia non “pentiti” in senso giudiziario, ma molto pentiti e cambiati in senso letterale. Ex mafiosi e assassini che sarebbero pronti a una nuova vita, se non avessero condanne ostative. Nell’anniversario della strage di Capaci c’è stato anche un confronto su Rai storia tra il ministro Marta Cartabia e Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato dalla mafia. Hanno parlato anche dell’ergastolo ostativo e delle sentenze della Corte Costituzionale. Si sono confrontate non solo due opposte opinioni, ma, purtroppo, proprio due culture, non solo giuridiche. Colpisce che Maria Falcone citi da principio Tommaso Buscetta per confermare le sue parole e poi Cesare Beccaria per contraddirlo. Che cosa diceva di fondamentale il “pentito dei due mondi”? Sosteneva che il mafioso non esce dall’organizzazione se non con la morte o con il “pentimento”. E che cosa non funzionava nelle parole di Beccaria? Il fatto che il carcere sia un momento per arrivare alla riabilitazione, diceva lui. Ma non per un mafioso, dice Maria Falcone. Parole lapidarie. La ministra Cartabia si affanna, in modo un po’ didascalico, a spiegare la sentenza dell’Alta Corte del 2019 sui permessi premio. E poi quella più recente, di cui cita testualmente le parole usate: «La collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento». Così come non è escluso, dice ancora la Corte, che «la dissociazione dall’ambiente mafioso possa esprimersi in modo diverso dalla collaborazione con la giustizia». È la storia di ogni giorno, la storia che conosce chi sa ascoltare le voci provenienti dalle carceri. Ma pare difficile che riescano a incontrarsi questi due mondi. Quello che vede in Giovanni Falcone il “lottatore”, quello che ha portato a giudizio ed è riuscito a fare condannare il vertice di Cosa Nostra. E quello del magistrato lungimirante e riformatore che non aveva fiducia cieca nei “pentiti” e incoraggiava la separazione delle carriere tra pm e giudici. Infatti a Maria Falcone della sentenza della Corte Costituzionale interessa soprattutto la parte più politica e meno coraggiosa, il rinvio di un anno e il compito al Parlamento di riformare l’ergastolo ostativo. È con un sospiro di sollievo che la sorella del magistrato ucciso dalla mafia si dice speranzosa in un’attività per così dire contro-riformatrice delle Camere. E conclude: io sono fiduciosa che quando c’è un interesse collettivo, deve avere la prevalenza sull’interesse soggettivo. E sicura che Giovanni la pensasse proprio così?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Lasciate in pace Falcone: il suo ergastolo ostativo non vietava i benefici. Nella proposta di legge dei 5s sulla liberazione condizionale ai non collaboranti si vorrebbero accentrare le decisioni al tribunale di sorveglianza di Roma, snaturando il principio del giudice naturale. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 20 maggio 2021. Giovanni Falcone viene tirato puntualmente per la giacchetta. Lo si fa quando si parla di “terzo livello”, laddove il giudice in realtà ne stigmatizzò la teoria, parlando di una mafia che non si fa eterodirigere. Così come lo si fa quando si parla dell’ergastolo ostativo: Falcone aveva previsto la possibilità di concedere i benefici penitenziari anche al detenuto che decide di non collaborare con la giustizia. Falcone viene tirato nuovamente in ballo dai parlamentari del M5S, in particolare dal deputato e ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, dal capogruppo in commissione Eugenio Saitta e dal senatore dell’Antimafia Marco Pellegrini. Lo hanno citato per presentare la loro proposta di legge sulla concessione della liberazione condizionale ai non collaboranti, dopo che la Consulta ha dato un anno di tempo affinché il Parlamento intervenga per ridisegnare l’ergastolo ostativo, premettendo che la preclusione assoluta ai benefici è incostituzionale. L’ex guardasigilli Alfonso Bonafede ha così esordito: «Non possiamo permetterci che l’impianto normativo fortemente voluto da Giovanni Falcone per contrastare l’azione delle mafie venga gravemente indebolito». In realtà, le recenti sentenze della Consulta hanno esattamente riportato l’ergastolo ostativo proprio vicino all’intuizione di Falcone. Se si vuole onorare la sua memoria, bisogna evitare di manipolare il suo pensiero e le sue azioni. Basterebbe approfondire il decreto legge ideato da Falcone quando, appunto, è stato introdotto per la prima volta il 4 bis nell’ordinamento penitenziario. Nella prima formulazione, quella di Falcone, l’articolo 4 bis prevedeva una semplice differenziazione del regime probatorio per accedere ai benefici penitenziari. Esso, infatti, raggruppava i delitti in “due distinte fasce”: nella prima rientravano i delitti ritenuti di certa riferibilità al crimine organizzato; nella seconda, invece, quelli di elevata gravità, ma non direttamente riferibili a tale genere criminale. Nel primo caso si poteva accedere alle misure alternative soltanto se fossero stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata”. Viceversa, per i delitti di seconda fascia, l’accesso alle misure alternative e ai benefici penitenziari era condizionato al semplice rilievo oggettivo dell’assenza di attuali collegamenti con la criminalità organizzata.

I paletti per l’ergastolo ostativo ci sono e sono rigidissimi. Ora i grillini, in nome di Falcone, vorrebbero arginare la sentenza della Consulta introducendo dei paletti. In realtà ci sono già e sono rigidissimi. Basterebbe osservare che la concessione dei permessi premio per i non collaboranti, sono numeri da prefisso telefonico. Attualmente, per concedere benefici ai non collaboranti, non si valuta solo la semplice buona condotta penitenziaria, visto che si tratta di un prerequisito minimo per ogni detenuto per qualunque reato. Nei confronti dei detenuti ostativi si effettua una osservazione che deve riguardare invece la riflessione critica sui fatti di reato, il suo atteggiamento verso le vittime e verso lo stile di vita che a suo tempo aveva abbracciato. La stessa nozione di buona condotta deve comprendere un focus sui comportamenti specificamente tenuti: ad esempio l’abbandono nel tempo di atteggiamenti prevaricatori o di pressione su detenuti che abbiano magari un livello criminale più basso. O il mantenimento di uno stile di vita ancora rappresentativo di quegli approcci: ad esempio il rifiuto di lavori semplici e umili, come quelli spesso disponibili in carcere.

Vengono già fatte delle valutazioni serie e scrupolose. Diventa inoltre importante valutare le rimesse in denaro che arrivano dai famigliari e gli acquisti che si fanno al sopravvitto. Si può verificare cosa succede alle famiglie sui territori, cioè se vi siano ancora degli stili di vita incompatibili con i redditi dichiarati. Naturalmente a questo poi si aggiunge una valutazione particolarmente seria, che riguarda i profili di pericolosità sul territorio, attraverso le informazioni che arrivano sull’operatività dei gruppi criminali di riferimento.

L’accentrare le decisioni fa venire meno il principio del giudice naturale. Forse il Movimento 5Stelle dovrebbe aggiornarsi, magari sentire i magistrati di sorveglianza per informarsi e proporre con cognizione di causa una legge. Invece, nella loro proposta di legge, vogliono accentrare tutte le decisioni al tribunale di sorveglianza di Roma. Senza rendersi conto, non solo delegittimano i magistrati di sorveglianza, ma la previsione di un accentramento confligge con il principio costituzionale del giudice naturale. Per altro allontanerebbe il giudice dalla conoscenza della persona, che è invece fondamentale per apprezzarne le evoluzioni nel tempo.

Bruti Liberati: «Le mafie si sconfiggono con la forza del Diritto». Ergastolo ostativo, l'intervento dell’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati: il segnale di civiltà offerto dalla sentenza della Consulta è una sfida al crimine. Edmondo Bruti Liberati su Il Dubbio il 13 maggio 2021. La Corte Costituzionale lo scorso 15 aprile ha ritenuto che la attuale disciplina che fa della collaborazione con la giustizia l’unica strada a disposizione ai condannati all’ergastolo ostativo per accedere alla liberazione condizionale è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma ha deciso di rinviare il giudizio al 10 maggio 2022, così da garantire al legislatore il tempo necessario per affrontare la materia. La motivazione della ordinanza depositata l’11 maggio consente, a mio avviso, di superare allarmi e preoccupazioni da più parti avanzati. La Corte si è data carico del fatto che un intervento meramente “demolitorio” avrebbe potuto produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio della disciplina dell’ergastolo ostativo, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa. Ha riconosciuto il rilievo della collaborazione con la giustizia, ma ha giustamente rilevato che «non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali». La scelta della Corte è stata criticata da punti di vista opposti. Si è proposto l’allarme per il cedimento che si determinerebbe nel contrasto alla criminalità mafiosa; all’opposto si è rilevata la incongruenza di mantenere in vita per un anno una disciplina ritenuta incostituzionale, con il rischio che nel frattempo il legislatore non intervenga. Occorre ricordare che nella sentenza Cedu del 13.6.2019 nel caso Viola contro Italia si legge: “La natura della violazione riscontrata dal punto di vista dell’art.3 della Convenzione indica che lo Stato deve mettere a punto, preferibilmente su iniziativa legislativa, una riforma del regime della reclusione a vita che garantisca la possibilità di un riesame della pena”. Attenendosi a questa indicazione la nostra Corte ha inteso rimettere al legislatore la elaborazione delle condizioni che, eliminata la presunzione assoluta della non collaborazione, consentirebbero l’accesso alla liberazione condizionale: tra queste “potrebbe, ad esempio, annoverarsi la emersione delle specifiche ragioni della mancata collaborazione, ovvero l’introduzione di prescrizioni peculiari che governino il periodo di libertà vigilata del soggetto in questione”. Oltre un anno addietro con la sentenza n.253/2019 la Corte aveva dichiarato direttamente la incostituzionalità della preclusione assoluta limitatamente alla concessione dei permessi premio. Una grande responsabilità veniva assegnata alla magistratura di sorveglianza, non maggiore peraltro di quella che quotidianamente viene affrontata in tutti gli altri casi. È una responsabilità che la magistratura di sorveglianza affronta da quasi mezzo secolo, da quando il Parlamento ebbe il coraggio nel 1975, pur nel clima di allarme per la criminalità organizzata e per il terrorismo, di adottare la riforma penitenziaria. Nel 1975, nominato magistrato di sorveglianza a Milano, ho avuto modo, per la prima volta nella storia della Repubblica, di applicare questo istituto: il primo passo per la rottura della tradizionale immutabilità della pena inflitta, l’opposto della logica del “buttiamo la chiave della cella” e del “lasciamoli marcire in carcere”. La Corte con la sentenza n.253/2019 sottolineava che alla magistratura di sorveglianza deve essere assicurato “un efficace collegamento con tutte le autorità competenti in materia” . È una assunzione di responsabilità che si richiede anche alle forze di polizia che “devono acquisire stringenti informazioni in merito all’eventuale attualità di collegamenti con la criminalità organizzata” e non limitarsi, aggiungo io, a pigre formulette “ non si può peraltro escludere che…”. Ed inoltre sarà necessario rendere più incisivi i controlli richiesti dal regime di libertà vigilata. È un mutamento culturale e organizzativo che si richiede anche alle forze di polizia. Il percorso di reinserimento dei condannati nella società, i dati statistici lo dimostrano, è un efficace, anche se ovviamente non risolutivo, antidoto alla recidiva. Tutt’altro che “buonismo” , ma efficace politica per garantire maggiore sicurezza. Gli allarmi lanciati come reazione alla sentenza della Corte sui permessi sono stati smentiti dai fatti. I permessi concessi ad ergastolani ostativi si contano sulle dita di una mano e non hanno posto problemi. I detenuti in regime di ergastolo ostativo oltre 1200. Cosa ci dicono questi dati? Anzitutto che i magistrati di sorveglianza sono stati oculati e prudenti della concessione dei permessi. Inoltre si deve considerare che la concessione della liberazione condizionale (così come della altre misure alternative) è sempre la conclusione di un percorso che prevede l’esito positivo di una pluralità di permessi. Sembra dunque eccessiva la critica secondo la quale il rinvio precluderebbe la concessione della liberazione condizionale, che comunque presuppone la positiva esperienza dei permessi per un congruo periodo. Per altro verso il rinvio disposto dalla Corte consentirà di sperimentare questi percorsi ed offrirà al legislatore concreti elementi di fatto sui quali modellare la nuova disciplina. Queste sono considerazioni di mero fatto, ma ogni tanto fare i conti con i dati di fatto anche su grandi questioni di principio non è inutile. Penso che la decisione della Corte sia stata, sotto i diversi punti di vista, una saggia decisione. Non si tratta di “allentare la guardia” di fronte alle organizzazioni mafiose ma di ricordare che in carcere non ci sono “organizzazioni”, ma persone. L’offrire una prospettiva di “uscita” dal carcere e di “rientro nella società” andrà incontro inevitabilmente anche a fallimenti, a errori valutazione. Ma sull’altro piatto della bilancia è il segnale di civiltà che un ordinamento democratico lancia come sfida proprio alle organizzazioni mafiose e non è illusorio pensare che forse potrà contribuire alla messa in crisi, silenziosa, di consolidate appartenenze. 

“O collabori o rimarrai dietro le sbarre”. Ergastolo ostativo, quella scelta tragica al di fuori della Costituzione. Andrea Pugiotto su Il Riformista il 13 Maggio 2021. 1. È stato depositato il testo dell’ordinanza n. 97/2021 della Corte costituzionale, in tema di ergastolo ostativo alla liberazione condizionale, già sinteticamente anticipata per linee essenziali dal comunicato stampa di Palazzo della Consulta del 15 aprile scorso. Commentandolo, su questo giornale si è scritto che quella decisione rappresentava «un punto di non ritorno» per l’ergastolo ostativo (Il Riformista, 17 aprile 2021). L’ergastolo senza scampo, costituzionalmente, non aveva più scampo. È veramente così? 2. Da qui è bene partire, per non confondere forma e sostanza. È vero, infatti, che quella depositata è un’ordinanza, cioè una decisione interlocutoria che si limita a disporre il rinvio del giudizio in corso, fissando la data del 10 maggio 2022 per una nuova discussione delle questioni di legittimità costituzionale. Ma è altresì vero che, nel merito, l’incostituzionalità della disciplina oggi in vigore è già stata acclarata. Su ciò, la lettura dell’ordinanza toglie ogni dubbio residuo. L’attuale disciplina dell’ergastolo ostativo preclude l’accesso alla liberazione condizionale per il condannato che, pur potendo, non collabora utilmente con la giustizia. Ciò in forza di un automatismo legislativo (mancata collaborazione, dunque perdurante pericolosità sociale, quindi impossibilità di concessione di qualsiasi misura extramurale) che «mette in tensione» i princìpi costituzionali e della Cedu elaborati dalle rispettive Corti. Princìpi secondo i quali una pena perpetua è legittima a condizione che l’ergastolano possa riacquistare la libertà proprio attraverso il beneficio della liberazione condizionale, se e quando meritata. Diversamente, «la pena perpetua de iure si trasformerebbe, così, in una pena perpetua anche de facto»: dunque inumana e degradante (secondo la Corte di Strasburgo) e contraria al suo necessario finalismo rieducativo (secondo la Corte costituzionale). È questo l’approdo sia dell’evoluzione legislativa in materia, sia della giurisprudenza delle due Corti, entrambe efficacemente riepilogate nell’ordinanza. Ecco perché «è necessario che la presunzione in esame diventi relativa», cioè superabile sulla base dell’acquisizione di altri specifici elementi diversi dalla sola collaborazione. Così com’è – si legge nell’ordinanza – l’ergastolo ostativo «pone un problema strutturale» che va risolto «alla luce delle ragioni di incompatibilità con la Costituzione attualmente esibite dalla normativa censurata». 3. O collabori o rimarrai dietro le sbarre fino alla fine della tua pena: in breve, questo è lo scambio che la legge impone in caso di condanna per reati ostativi contenuti nella blacklist dell’art. 4-bis, 1° comma, ord. penit. È una condizione opprimente per la libertà di autodeterminazione, che fa tutt’uno con la dignità di ogni persona, anche se criminale certificato. La Corte cerca e trova le parole per dirlo. Laddove svela come quello scambio possa assumere «una portata drammatica» per il condannato all’ergastolo, obbligato «a scegliere tra la possibilità di riacquistare la libertà e il suo contrario, cioè un destino di reclusione senza fine». Un’alternativa che può farsi «scelta tragica» tra una collaborazione necessaria alla «propria (eventuale) libertà, che può tuttavia comportare rischi per la sicurezza dei propri cari, e la rinuncia ad essa, per preservarli da pericoli». Alternativa drammatica. Scelta tragica. Per tali parole la Corte (scommettiamo?) sarà populisticamente messa in croce, inchiodata dalle travagliate accuse di smemoratezza verso chi i propri cari li ha persi – drammaticamente, tragicamente – proprio per mano mafiosa. Sono invece espressioni costituzionalmente giustificate, e non solo perché l’esecuzione penale riguarda singole persone, non organizzazioni criminali. Infatti, secondo il diritto penale liberale incapsulato nella Costituzione italiana, la collaborazione con la giustizia può essere premiata, non coercita, e la si può pretendere soltanto se «naturalisticamente e giuridicamente possibile» (sent. n. 89/1999), non sotto ricatto. Passa anche da qui la capacità di uno Stato di diritto di combattere la criminalità organizzata, che invece usa indiscriminatamente contro le proprie vittime proprio la coercizione psico-fisica e la minaccia della morte in assenza di collaborazione. 4. Dunque, l’ergastolo ostativo è «incompatibile con la Costituzione», come recitava correttamente il comunicato stampa del 15 aprile: oggi sappiamo perché. Se così è, che cosa ha precluso alla Corte di pronunciare una formale sentenza di annullamento di una disciplina penitenziaria così severamente censurata? Ad impedirlo è stata la radicalità della «posta in gioco», misurabile su piani diversi ma sovrapposti. Il piano ordinamentale, essendo in questione «le condizioni alle quali la pena perpetua può dirsi compatibile con la Costituzione». Il piano esistenziale, essendo in discussione per il condannato «la sua stessa possibilità di sperare nella fine della pena». Il piano sanzionatorio, essendo sospettati di incostituzionalità «aspetti centrali e, per così dire, “apicali”» della normativa di contrasto al crimine organizzato, quanto alle fattispecie di reato (di contesto mafioso), all’entità della pena (l’ergastolo) e al beneficio avuto di mira (la liberazione condizionale). Il piano, infine, della coerenza normativa, considerato che un accoglimento immediato delle questioni proposte potrebbe comportare «effetti disarmonici sulla complessiva disciplina in esame», analiticamente illustrati nell’ordinanza. Ciò che era stato possibile quando in gioco era l’ostatività al permesso premio (sent. n. 253/2019) si rivela, per ora, impraticabile. In quel caso, la Corte non si era limitata ad accogliere la quaestio riguardante l’accesso al beneficio penitenziario che segna l’inizio del percorso di risocializzazione, ma ne aveva esteso gli effetti a chiunque avesse subìto una condanna (perpetua o temporanea) per qualsiasi reato ostativo. Rispetto a quel precedente, ora «la posta in gioco è ancora più radicale» e chiama in causa scelte di politica criminale che eccedono i poteri della Corte perché «non costituzionalmente vincolate nei contenuti». I giudici costituzionali decidono così di fermarsi: «esigenze di collaborazione istituzionale» impongono il rinvio della causa a data certa, «dando al Parlamento un congruo tempo per affrontare la materia». 5. Fa bene Giovanni Guzzetta (Il Riformista, 12 maggio 2021) a sottolineare l’occasione così offerta alle Camere di dimostrare, anche in quest’ambito, una centralità faticosamente ritrovata. E tuttavia, pare adulterata la narrazione dell’ord. n. 97 laddove accredita l’immagine di un legislatore che si sarebbe già attivato in direzione di «una disciplina di “assestamento”» del regime ostativo applicato all’ergastolo. La realtà è diversa. Come in un gioco delle parti, i lavori della richiamata Commissione parlamentare antimafia si sono deliberatamente fermati, senza produrre iniziative legislative, in attesa del pronunciamento della Corte. La sola proposta di legge citata (AC n. 1951) è stata presentata in Commissione Giustizia il 2 luglio 2019 e mai discussa. Quanto all’esecuzione della sentenza Viola c. Italia n°2, il problema strutturale rilevato dalla Corte di Strasburgo – checché ne dica il Governo presso il Consiglio d’Europa – non è stato ancora affrontato né tantomeno risolto con alcuna misura di carattere generale. 6. La liberazione condizionale è una misura intrinsecamente penale, e la materia penale è dalla Costituzione riservata alla legge parlamentare. Spetta, in primo luogo, al legislatore «ricercare il punto di equilibrio tra i diversi argomenti in campo»: il ritorno alla politica, dunque, si giustifica e rappresenta – illuministicamente – la soluzione preferibile e più coerente dal punto di vista ordinamentale. Ma c’è un limite non valicabile oltre il quale il rispetto della discrezionalità legislativa cede alla ragione fondamentale della giurisdizione costituzionale, e quel limite è già segnato sul calendario: 10 maggio 2022. Allora, sarà compito della Corte «verificare ex post la conformità a Costituzione delle decisioni effettivamente assunte». O non assunte. Andrea Pugiotto

Le motivazioni e gli interventi. Ergastolo ostativo, le motivazioni della Consulta lezione a chi ha diviso i detenuti in buoni e cattivi. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 12 Maggio 2021. Il deposito delle motivazioni dell’ordinanza della Corte costituzionale 97/2021 sul cosiddetto ergastolo ostativo fa giustizia di troppo affrettate interpretazioni del comunicato stampa con cui essa era stata annunciata qualche settimana fa. E pone il legislatore di fronte alla responsabilità di un intervento equilibrato, libero dai condizionamenti del fazionismo urlato che, in queste materie, impera. È un’occasione da non perdere per più di una ragione. Innanzitutto perché dopo mesi di marginalizzazione, dovuta anche alle vicende della pandemia, il Parlamento è chiamato a dimostrare di essere un organo vitale capace di assumersi le proprie responsabilità. L’abbandono dell’ubriacatura da Dpcm, il recupero dello strumento del decreto-legge (che il Parlamento deve convertire controllando così l’azione del governo), i compiti che a esso sono affidati nel quadro delle politiche di attuazione del Pnrr, restituiscono all’organo rappresentativo una centralità importante, seppur nella distinzione di ruoli tra maggioranza e opposizione. Si tratta di dimostrare che l’ubriacatura giacobina inneggiante alla democrazia della rete, da un lato, e la passiva subalternità a forzature operate con i poteri di ordinanza, dall’altro, non sono un ineluttabile destino per le nostre affaticate istituzioni. Inoltre il Parlamento è chiamato a dimostrare la propria capacità di interloquire autorevolmente con l’organo di suprema garanzia costituzionale che ha, per la terza volta negli ultimi anni, scelto un’apertura molto significativa alla leale collaborazione istituzionale con il potere politico. La decisione di sospendere il giudizio di legittimità sull’ergastolo ostativo consentendo al Parlamento di intervenire, calibrando una disciplina che rientra nella sua discrezionalità, è un’ulteriore mano tesa al legislatore, malgrado la pessima prestazione nel precedente del caso Cappato. Anche in quell’occasione la Corte aveva dato tempo alle Camere, ma alla fine dovette decidere comunque, avendo preso atto «di come nessuna normativa in materia sia sopravvenuta nelle more della nuova udienza». Il terzo motivo per il quale l’occasione è importante attiene al merito della questione. Siamo in un’epoca in cui sulla giustizia grava il cielo plumbeo di una crisi fatta di scandali, di sospetti e di drammatiche preoccupazioni per la tenuta di un sistema affetto ormai da mali endemici. Di fronte a questa situazione, la politica, peraltro pesantemente coinvolta in molte vicende della giustizia, è tentata di proseguire in quella guerra di religione che ormai dura da decenni. Il fazionismo, le contrapposizioni ideologiche, le tifoserie dei talebani impazzano, esasperando conflitti che richiederebbero invece il rasoio di Occam per la delicatezza e la drammaticità di questioni che, in ultima istanza, si scaricano sulla carne viva dei cittadini. E le prime reazioni alla decisione della Corte, prima che ne fossero conosciuti i dettagli, non lasciavano ben sperare. Al contrario le motivazioni del giudice delle leggi fanno ragione delle posizioni più oltranziste, siano esse perdoniste o colpevoliste. Anzi, si può, in una battuta, dire che la Corte ha deciso di offrire una chance al Parlamento proprio in considerazione della delicatezza della materia, della complessità delle decisioni possibili, che richiederanno anche valutazioni di merito politico in relazione alle varie possibili alternative. Una forma di deferenza verso la rappresentanza popolare che spetta al legislatore dimostrare di meritare. Il problema è complesso proprio perché non può ridursi al semplice annullamento delle norme sull’ergastolo ostativo. La questione è nota e si risolve nella domanda: chi non ha collaborato con la giustizia può meritare di essere liberato (in via condizionale e poi, eventualmente, definitiva)? E la risposta della Corte parte da un approccio laico, in cui si fa strame di un doppio tabù. Quello per cui chi collabora possa dirsi per definizione “ravveduto” e quello per cui chi non collabora sia, per definizione, “pericoloso”. Il giudice delle leggi dà una lezione di cultura giuridica, rinunciando a una visione paternalistica e moralistica della politica criminale, ma cogliendone gli aspetti realistici e la necessità di distinguere. Non ci sono automatismi discendenti dall’avvenuta o mancata collaborazione: “La condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali». Ciò non significa squalificare il ruolo di chi collabora, ma significa guardarlo senza retorica in funzione dell’utilità per lo Stato. Chi non collabora dal canto suo, non può essere inappellabilmente tacciato di conservare legami criminali, anche ciò non vuol dire che la mancata collaborazione non possa suscitare sospetti che vanno dissipati attraverso un rigoroso e specifico scrutinio. Non è dunque un “liberi tutti”, ma, al contrario, il riconoscimento della necessità che siano adottate procedure, prima e dopo l’eventuale liberazione condizionale, volte ad accertare in concreto, con modalità severe e tranquillizzanti per la comunità, che il percorso di ravvedimento, malgrado la mancata collaborazione, possa dirsi effettivamente provato. Per questo sarebbe più che opportuno l’intervento del Parlamento. Perché la calibratura di queste misure implica scelte discrezionali importanti nell’equilibrio tra principi costituzionali come l’interesse alla sicurezza dei cittadini e quello alla rieducazione dei condannati. Piuttosto che esultare o rammaricarsi per la decisione, la politica dovrebbe adesso dimostrarsi all’altezza della sua responsabilità. Giovanni Guzzetta

Non sono boss di mafia, continuano a mandarli al 41 bis, ma la Consulta lo ha vietato. Lo ha detto in Antimafia il segretario Uilpa De Fazio e la Consulta nel 1997 ha ribadito che i ricorsi al 41 bis devono essere «concretamente giustificati». Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 23 aprile 2021. Si ricorre troppo spesso al 41 bis, con il rischio di rinchiudere anche persone che dovrebbero stare in alta sicurezza. Il rischio? «Paradossalmente, inflazionando l’assegnazione ai predetti circuiti si finisca per immettervi soggetti estranei alla criminalità organizzata e che, da un lato, potrebbero essere da quest’ultima “arruolati”, dall’altro, sviliscano lo scopo di ridurre i contatti e le possibilità di comunicazione dei boss». A dirlo innanzi alla commissione nazionale Antimafia è Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. Ciò che ha osservato in commissione il segretario della Uilpa è di particolare rilievo. Il 41 bis, ricordiamo, nasce per rinchiudere i boss mafiosi, quelli che potenzialmente possono dare ordini all’esterno indirizzati al proprio gruppo di appartenenza. L’alta sicurezza, invece, è una sezione del carcere in cui sono riuniti tutti i condannati per reati di tipo associativo (mafia, traffico di droga, etc.), che sono sottoposti ad una sorveglianza più stretta rispetto ai detenuti comuni. «Sempre più spesso, del resto, – ha osservato De Fazio in commissione – si ha la sensazione che si ricorra all’applicazione dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario proprio perché l’Alta Sicurezza non offre sufficienti garanzie». Appare quindi che la magistratura abbia questo tipo di percezione e per questo ricorre sempre più spesso al 41 bis. Ma se così fosse, viene meno la ratio del carcere duro che non può essere dato con estrema facilità visto il suo carattere – almeno sulla carta – eccezionale. Eppure, l’alta sicurezza è un regime certamente non morbido. Il rapporto tematico redatto dal garante nazionale delle persone private della libertà, ci aiuta a capire di che cosa stiamo parlando. Si apprende che le sezioni del circuito di Alta sicurezza (As) sono state istituite con il «compito di gestire i detenuti e gli internati di spiccata pericolosità, prevedendo al proprio interno, tre differenti sotto-circuiti con medesime garanzie di sicurezza e opportunità trattamentali». Esse sono definite con un Atto amministrativo e non con una norma di carattere primario. La decisione di prevedere tre sotto-circuiti nasce, nel 2009, dall’esigenza, specificata nella citata circolare, di rispondere alla eterogeneità dovuta alle differenti connotazioni di natura criminale alla base della presenza delle persone nell’allora circuito “Elevato indice di vigilanza”, da quel momento sostituito dal circuito dell’Alta sicurezza.

La Consulta, già nel 1997, ha chiarito che i ricorsi al 41 bis devono essere «concretamente giustificati». Ciò che ha denunciato De Fazio, se fosse vero, è grave. Va contro alcune sentenze della Corte costituzionale. La Consulta, nella sua sentenza n. 376 del 1997, ha espressamente detto che i ricorsi al 41 bis devono essere «concretamente giustificati in relazione alle predette esigenze di ordine e sicurezza». Poiché – afferma la Corte – «da un lato, il regime differenziato si fonda non già astrattamente sul titolo di reato oggetto della condanna o dell’imputazione, ma sull’effettivo pericolo della permanenza di collegamenti, di cui i fatti di reato concretamente contestati costituiscono solo una logica premessa; dall’altro lato, le restrizioni apportate rispetto all’ordinario regime carcerario non possono essere liberamente determinate, ma possono essere – sempre nel limite del divieto di incidenza sulla qualità e quantità della pena e di trattamenti contrari al senso di umanità – solo quelle congrue rispetto alle predette specifiche finalità di ordine e di sicurezza. Non vi è dunque una categoria di detenuti, individuati a priori in base al titolo di reato, sottoposti a un regime differenziato: ma solo singoli detenuti, condannati o imputati per delitti di criminalità organizzata, che l’amministrazione ritenga, motivatamente e sotto il controllo dei Tribunali di sorveglianza, in grado di partecipare, attraverso i loro collegamenti interni ed esterni, alle organizzazioni criminali e alle loro attività, e che per questa ragione sottopone – sempre motivatamente e col controllo giurisdizionale – a quelle sole restrizioni che siano concretamente idonee a prevenire tale pericolo, attraverso la soppressione o la riduzione delle opportunità che in tal senso discenderebbero dall’applicazione del normale regime penitenziario».

Il dibattito sull'ergastolo ostativo. Gli italiani sono per la pena di morte, ecco perché. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 20 Aprile 2021. Abbiate il coraggio di dirlo, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele. Se volete condannarlo alla morte sociale senza tenere in nessun conto il suo cambiamento, allora siete per la pena di morte. È così. In Italia c’è una parte della classe politica e della magistratura favorevole alla pena capitale. Non lo dicono, ma lo pensano. Vogliono eliminare dalla società civile coloro che hanno commesso gravi delitti o che comunque per reati di mafia o terrorismo siano stati condannati. Li vogliono togliere di mezzo, nasconderli dietro l’ergastolo ostativo e non vederli più, cancellarli, annientarli. Esprimono una forma di ferocia vendicativa, anche se ben nascosta, nel momento in cui negano alla persona l’esistenza come individuo e fanno coincidere il reo con il reato. Per questi soggetti – esponenti politici o pubblici ministeri che siano – non esistono il mafioso o il terrorista, ma solo la mafia e il terrorismo. Chiudendo le porte del carcere con il “fine pena mai”, hanno così chiuso la vita stessa del condannato. Mi ha colpito l’intervista (Sole 24 ore, 18 aprile) alla dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della Dda di Milano da quando è andata in pensione Ilda Boccassini. Un magistrato che, ne sono certa, si considera di sicura fede democratica e contraria alla pena di morte. E anche, persino, a un eccessivo uso delle manette. Tanto da dire che «in un mondo ideale sarei pure d’accordo nel destinare il carcere solo a pochi criminali a elevatissimo tasso di pericolosità. Purtroppo però non viviamo in un mondo ideale». Anche perché, in un mondo “ideale”, o forse anche soltanto in una società liberale, dovrebbe essere soprattutto il concetto di prigione come unica forma di pena, a essere messa in discussione, prima ancora che il numero di persone da catturare. E tralasciamo una questioncina piccola piccola, che è quella del carcere preventivo, cioè quella custodia cautelare che riempie le carceri del 40% del totale dei detenuti e che è semplicemente una forma di pena anticipata, nei confronti di colpevoli e innocenti. Ma guardiamo alla qualità della detenzione. Non è ammissibile che magistrati ed esponenti politici ignorino due riforme essenziali dell’ordinamento penitenziario del passato, quella del 1975 e la Gozzini del 1986. Cui andrebbe aggiunta quella che ha cambiato radicalmente nel 1989 il codice di procedura penale. Stiamo parlando di cose del secolo scorso, certo. Ma se hai vinto un concorso per entrare in magistratura o se hai vinto le elezioni e sei entrato in Parlamento non puoi ignorarle. Proprio come siamo tutti obbligati, dal momento che abbiamo almeno il diploma della scuola dell’obbligo, a saper leggere scrivere e far di conto. Ma pare non essere così. È vero che nel corso degli anni nessun Parlamento ha avuto il coraggio di abolire l’ergastolo come era stata abolita (per due volte, dopo che il fascismo l’aveva ripristinata) la pena di morte, ma l’insieme delle riforme del secolo scorso l’aveva nei fatti reso inoffensivo, fissando allo scadere dei 26 anni di carcere il momento per poter chiedere l’accesso alla liberazione condizionale. E le mura dei penitenziari erano state rese valicabili anche dalle misure alternative. Questi importanti cambi di passo erano stati una vera rivoluzione copernicana, che metteva al centro il detenuto, prima del reato. Il “trattamento” è l’apriscatole per il percorso di cambiamento della persona. Il reato è lì, fermo e immutabile, fa parte della storia da cui non si può tornare indietro. Ma l’individuo cambia. Nel suo discorso programmatico alle Commissioni giustizia di Camera e Senato la ministra Marta Cartabia ha messo l’accento con particolare passione sulla necessità che nel processo penale entri la “giustizia riparativa”, punto di incontro tra chi ha rotto il patto con la comunità e chi ne è rimasto vittima. L’opposto del concetto di pena eterna, di carcere senza speranza. Un inno al cambiamento. Vorrei chiedere ai vari Salvini o Meloni (tralasciamo per un attimo la banda dei Cinquestelle) o Grasso, o ad altri di sinistra, piuttosto che alla dottoressa Dolci e a tutti i suoi colleghi “antimafia”, se riescono a volgere i propri occhi all’indietro per un attimo e a guardare se stessi come erano dieci o venti o trent’anni fa. Che cosa vedete, quale persona vedete rispetto a quel che siete oggi? Rispondete con sincerità e poi riflettete. Quando nel nostro ordinamento furono introdotti l’ergastolo ostativo e l’articolo 41-bis, erano appena stati ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il che determinò (cosa che non dovrebbe mai accadere) una reazione emotiva da parte del Parlamento e la conseguente approvazione di norme incostituzionali. Cosa che l’Alta Corte non ha mai fino a poco tempo fa voluto constatare. Ma i tanti piccoli passi cui ci sta conducendo oggi, insieme a una serie di sentenze della corte di cassazione, dovrebbero servire a far aprire gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere. Per esempio, quando vengono sbloccati il divieto di saluto tra detenuti, o l’impossibilità di tenere cibo o di leggere un giornale o di sottoporsi alla fisioterapia se si è gravemente malati, mi domando, quanti leader politici che straparlano di buttare la chiave, conoscevano l’esistenza di questi divieti vessatori? O c’è ancora qualcuno che pensa che il carcere speciale, o anche quello normale, siano hotel di lusso? La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato più volte l’Italia per i suo trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. Tra questi c’è il “fine pena mai” dell’ergastolo ostativo. Oso dire che la gran parte dei detenuti al carcere a vita è profondamente cambiato. Non è l’intuizione di un’ottimista sognatrice, è la realtà scritta nero su bianco da decine e decine di operatori e volontari che ogni giorno si dedicano al “trattamento” dei detenuti. E anche da tanti giudici di sorveglianza, categoria di magistrati spesso sottovalutata. Vede, dottoressa Dolci ( e con lei i tanti suoi colleghi “antimafia”), quando lei dice “in assenza di elementi di collaborazione, come è possibile arrivare a dire con esattezza che il detenuto ha rescisso i legami con l’associazione criminale di provenienza?” è a questo mondo carcerario che dovrebbe chiedere. A persone che trattano con altre persone. Con quei detenuti che non sono la fotografia di quel che ciascuno di loro era alla data in cui hanno commesso il delitto, ma che sono i protagonisti di un film che si è evoluto nel corso del tempo. Se lei, se voi, guardate solo quell’immagine fissa, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele, allora dite chiaramente che volete la condanna a morte. Siate sinceri e ditelo, almeno.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il carcere come strumento di pressione. Ergastolo ostativo, la sentenza della Consulta infrange il teorema o pentito o mafioso. Alberto Cisterna su Il Riformista il 20 Aprile 2021. La decisione della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo ha suscitato contrapposte prese di posizione, e prevale tra quanti si attendevano una decisione definitiva l’impressione che la Consulta abbia voluto guadagnare tempo e riservarsi l’ultima parola sul punto solo se costretta (chiare le parole di V. Zagrebelsky, “Se la Corte sceglie di non decidere”, su La Stampa del 16 aprile). Dar tempo al Legislatore, come insegna la vicenda Cappato, è in gran parte inutile in questo paese e l’ostinazione con cui la Corte applica un rigido self-restraint in casi come questo è il segno che anche questa partizione della Costituzione dovrebbe essere ampiamente rimaneggiata per conferire all’Alto consesso i poteri di intervento che la modernità e il consolidarsi di una legislazione multilivello (regionale, nazionale, europea, sovranazionale) esigerebbero ormai. Certo la presenza di un ministro della Giustizia di altissimo spessore induce, questa volta, a qualche speranza. Se non fosse che l’oculato e misurato comunicato stampa della Consulta evoca scenari tutt’altro che rassicuranti circa la possibilità di una reale riforma; soprattutto in presenza di una legislatura al suo secondo quadrante e con una maggioranza eterogenea e fortemente contrapposta sui temi della giustizia. Veniamo al pronunciamento della Corte, o meglio, all’anticipazione delle motivazioni a sostegno della dilazione temporale concessa al Parlamento (maggio 2022). Poche righe che, per un verso, hanno dato forza alle tesi abolizioniste e, per altro, hanno lasciato un barlume di speranza ai teorici dell’oltranzismo sanzionatorio. Una scelta, certo, non casuale che concede al legislatore poche opzioni sul versante dell’ergastolo ostativo, ma che gli lascia mano ampia sul crinale della collaborazione di giustizia. Il regime attuale è chiaro: se sei mafioso e non collabori non puoi accedere alla liberazione condizionale. Questo regime è, secondo il giudizio già anticipato dalla Corte, incostituzionale perché «…tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Punto e a capo. Sennonché la Consulta non si è limitata a questo rilievo sulla singola norma – con un contegno per così dire ortodosso e in linea con le sue funzioni – ma è andata oltre constatando che «… l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata». Ragione per cui si deve «consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi». Qui la questione si complica, e non di poco. Si prefigura una sorta horror vacui, ossia il timore che – rimuovendo il divieto per i condannati per mafia – si possa aprire una falla nell’intero sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Una valutazione di scenario certamente politica, anche se non irrituale nella giurisprudenza della Corte. Veniamo alla parole. Il tema della «peculiare natura» del delitto di mafia introduce argomenti e suggerisce riflessioni molto ampie che, in questa sede, possono essere solo menzionate. È chiaro che, negli ultimi tre decenni, si è costruito non solo un binario sanzionatorio, processuale e penitenziario alternativo a quello applicato ai reati ordinari, ma si sono anche poste le basi per una più profonda classificazione dei detenuti distinguendoli non sulla scorta della loro personalità, ma delle condotte di cui rispondono. Un approccio antropologico radicale ed esclusivo fondato su una sorta di teorema per cui il mafioso non si rieduca mai, almeno che non diventi un pentito. Secondo questo pensiero solo la collaborazione di giustizia può smentire la presunzione assoluta che avvinghia il condannato per mafia, poiché l’umanità del mafioso non è emendabile in alcun modo e ogni atteggiamento remissivo durante la sua detenzione è una mera finzione. Libri di basso conio, film, serie televisive, interviste, dichiarazioni di asseriti esperti hanno alimentato e sostenuto questa presunzione conseguendone la inevitabile implementazione normativa; proprio quel radicamento legislativo con cui le Corti nazionali ed europea sono ora chiamate a fare in conti tra mille dubbi e cautele. Per sviluppare un dibattito sul punto che coinvolge l’etica del legislatore, la sua capacità di costruire un sistema normativo scevro da suggestioni, campagne di stampa e connessi carrierismi, occorrerebbe trovare un punto di riflessione in comune. Punto di riflessione che, al momento, semplicemente non esiste. Talmente sedimentata è la convinzione che semel mafioso semper mafioso – ossia che la mafia sia innanzitutto una scelta esistenziale e interiore irretrattabile e non uno dei modi (neppure il più conveniente) per arricchirsi illecitamente – che in questa impostazione è impossibile ritenere che il carcere possa davvero emendare, correggere, purgare, risollevare. Solo se ti penti e collabori, solo allora lo Stato può fidarsi di te, perché compi una scelta incompatibile con il tuo status interiore, rinnegandolo. Uno stereotipo vetero-antropologico, ovviamente, ma ampiamente e agguerritamente sostenuto da un manipolo di agitatori più o meno interessati. Ecco la Corte, con le poche parole di quel comunicato, sembra voler infrangere definitivamente il muro di questo teorema e riportare al centro della discussione l’idea, democratica e costituzionale, che non si possono creare correlazioni tra pena e pentimento o generalizzazioni tra mafia e collaborazione di giustizia. Eppure il punto di crisi dell’assolutismo carcerario sarebbe abbastanza evidente: se la detenzione non corregge e non rieduca di per sé, ci si dovrebbe chiedere il pentimento così auspicato da quali pulsioni interiori deriva. Se il trattamento non aiuta l’emenda interiore, perché la delazione dovrebbe meritare una così decisa considerazione. In fondo sono, sono state quasi sempre, scelte di mero interesse. L’ergastolano collabora, quasi sempre, perché soffre la detenzione e la sua durezza. Ma questo cosa abbia a che vedere con la Costituzione e con la funzione rieducativa della pena, non è chiaro. Certo si può e si deve conservare l’importanza della collaborazione di giustizia in tema di mafia che, però, già l’ordinamento (dal 1991) favorisce e incoraggia. Impedire la concessione personalizzata e motivata dei benefici carcerari da parte del giudice di sorveglianza sino a quando non si collabori è un modo per ammettere che il carcere è uno strumento di pressione e di coercizione e non il luogo della rieducazione. Ecco chi sostiene le ragioni infrante dalla Corte costituzionale dovrebbe uscire dalla penombra dei giudizi morali e delle valutazioni antropologiche e dire la verità sul punto. Certo non guasterebbe prima aver letto qualcosa di serio e proveniente da ambienti scientifici non contaminati dal sospetto, a esempio Frederick Schauer, Di ogni erba un fascio. Generalizzazioni, profili, stereotipi nel mondo della giustizia, Cambrigde Mass., 2003, tra.it. 2008. Ma per troppi è chiedere troppo. Alberto Cisterna

Perché è anacronistico il “fine pena mai” nato durante l’emergenza mafiosa. Dopo la strage di Capaci è stato inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 17 aprile 2021. L’ ergastolo, pena perpetua, fu introdotto nell’ordinamento italiano con il Codice Zanardelli nel 1890 che, all’art. 12, prevedeva per i condannati a tale sanzione, la segregazione cellulare continua con obbligo di lavoro per i primi 7 anni, successivamente l’ammissione al lavoro insieme ad altri condannati, con obbligo del silenzio, pur sussistendo la misura della segregazione cellulare notturna. In seguito, con il Codice Rocco, venne riformata la disciplina dell’ ergastolo che fu spogliato del carattere intensamente afflittivo previsto dal precedente Codice mediante l’abolizione della segregazione cellulare continua. Prevedeva che i condannati scontassero la pena in uno stabilimento ad hoc, l’obbligo del lavoro, l’isolamento notturno e solo dopo l’espiazione di almeno 3 anni di pena l’accesso al lavoro all’aperto. Con la legge n. 1634/1962 venne introdotta una modifica mediante l’inclusione dei condannati all’ ergastolo tra i soggetti ammissibili alla liberazione condizionale, qualora avessero effettivamente scontato 28 anni di pena, in seguito ridotti a 26 anni con la legge n. 663/1986, nota come legge Gozzini. La stessa legge ha introdotto delle ipotesi in cui il detenuto potesse uscire temporaneamente dal carcere, tenuto conto dell’andamento del percorso rieducativo, per lo svolgimento di lavoro all’esterno e per permessi premio dopo aver espiato 10 anni di pena mentre, trascorsi 20 anni, poteva essere disposto l’accesso alla semilibertà. Sempre la Legge Gozzini ha ammesso che l’ergastolano che avesse dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione potesse fruire, come riconoscimento di detta partecipazione, di una detrazione di pena di 45 giorni per ogni semestre di pena scontata con conseguente riduzione dei termini per l’ammissione ai benefici penitenziari.Ma poi arriva l’emergenza mafiosa che oggi non esiste più. I corleonesi trucidarono carabinieri, magistrati, gente comune, figli piccoli dei mafiosi per vendetta. Grazie a Falcone, nel 1991 il legislatore ha introdotto l’art. 4 bis, norma che detta la disciplina di accesso ai benefici penitenziari, con la quale si sono individuate due categorie di detenuti: quelli di prima fascia, condannati per delitti particolarmente gravi quali quelli di associazione di tipo mafioso, terrorismo ed eversione; quelli di seconda fascia, invece, rientravano gli autori di delitti che facevano presumere una minore pericolosità sociale del condannato, per i quali era richiesta l’assenza di elementi che facessero ritenere ancora sussistente il collegamento con la criminalità organizzata. Per entrambi le fasce, non c’era alcuna preclusione assoluta ai benefici penitenziari. A seguito della strage di Capaci, hanno inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. Venne fato in nome dell’emergenza stragista. Lo Stato vinse, l’emergenza finì, ma la legge è rimasta. C’è voluto l’intervento della Consulta affinché si ritorni sui binari dettati dalla Costituzione.

Trattazione rinviata a maggio 2022. Ergastolo ostativo, per la Consulta è incostituzionale: “Intervenga il Parlamento”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Aprile 2021. L’ergastolo ostativo è incostituzionale. Dovranno farsene una ragione i forcaioli e i manettari. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, riunita oggi in Camera di Consiglio, esaminando le questioni di legittimità sollevate dalla Corte di Cassazione sul regime applicabile ai condannati alla pena dell’ergastolo per reati di mafia e di contesto mafioso che non abbiano collaborato con la giustizia e che chiedano l’accesso alla liberazione condizionale. La Corte ha tuttavia stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022. La Consulta ha rilevato che “la vigente disciplina del cosiddetto Ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro. Ha quindi osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo“. Gli articoli 3 e 27 della Costituzione recitano, rispettivamente, che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. L’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo detta che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Perché allora la Corte ha deciso per rinviare tutto a maggio 2022? L’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata, secondo la Consulta. Una sollecitazione dunque al legislatore a intervenire, tenendo conto “sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi”. L’ordinanza sarà depositata nelle prossime settimane. Bicchiere mezzo vuoto per l’esponente del Partito Radicale e Presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini. “Mi viene in mente la battuta sulla ragazza un po’ incinta. Se la norma è incostituzionale, allora la Corte Costituzionale avrebbe dovuto avere il coraggio di dirlo, non di aspettare un anno che il parlamento la rimuova e la renda costituzionale – ha detto ad AdnKronos – La Consulta si è comportata un po’ come ha fatto con la sentenza Cappato sull’eutanasia, però lì non c’era una legge, qui siamo in presenza di una norma esistente che produce i suoi effetti nefasti. Perché aspettare un anno? Se tu Consulta scopri la violazione di una norma della Costituzione, beh, c’è l’obbligo di rimuovere subito quella norma, non di aspettare un anno. E se poi il parlamento non legifera? La Consulta non ha avuto il coraggio di prendere una decisione”. Stato d’allerta invece sul fronte opposto: “perplessi” i parlamentari della del Movimento 5 Stelle della Commissione Antimafia; “per mafiosi e assassini l’ergastolo non si tocca, dicano quello che vogliono. E basta”, il tweet del senatore e segretario della Lega Matteo Salvini.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il Parlamento ha 12 mesi per legiferare. Ergastolo ostativo, le motivazioni della Consulta: collaborazione non può essere unica via per uscire dal carcere. Fabio Calcagni su Il Riformista l'11 Maggio 2021. Dodici mesi di tempo, col giudizio rinviato al 10 maggio 2022 per una nuova discussione, così da garantire al legislatore tempo necessario per affrontare la materia. Quest’ultima, spinosissima, riguarda l’ergastolo ostativo, tema su cui deve intervenire il Parlamento cui spetta modificare l’aspetto della disciplina. A scriverlo è Nicolò Zanon, il giudice che ha redatto le motivazioni dell’ordinanza numero 97 della Corte Costituzionale depositata oggi, e anticipata in una nota lo scorso 15 aprile. La ‘palla’ passa dunque al Parlamento perché un intervento meramente “demolitorio” della Consulta potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, “compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa”, si legge nelle motivazioni. Secondo la Corte appartiene infatti alla discrezionalità legislativa decidere quali ulteriori scelte possono accompagnare l’eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale. Fra queste scelte “potrebbe, ad esempio, annoverarsi la emersione delle specifiche ragioni della mancata collaborazione, ovvero l’introduzione di prescrizioni peculiari che governino il periodo di libertà vigilata del soggetto in questione”. L’intervento di modifica di questi essenziali aspetti deve essere, in prima battuta, oggetto di una più complessiva, ponderata e coordinata valutazione legislativa, la Corte ha concluso che “esigenze di collaborazione istituzionale” impongono di disporre il rinvio del giudizio in corso. 

LA CHIAVE DELLA COLLABORAZIONE – Attualmente per il condannato all’ergastolo ostativo l’unica strada per accedere al procedimento che potrebbe portarlo alla liberazione condizionale è quella della collaborazione con la giustizia, con l’accesso ad un periodo di libertà vigilata, a conclusione del quale, solo in caso di comportamento corretto, consegue l’estinzione della pena e la definitiva restituzione alla libertà. Ma secondo la Consulta “la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali”. Al beneficio della restituzione alla libertà possono accedere, dopo aver scontato almeno 26 anni di carcere, tutti gli altri condannati alla pena perpetua, compresi quelli per delitti connessi all’attività di associazioni mafiose, i quali abbiano collaborato utilmente con la giustizia. Ed è questo il punto chiave dell’ordinanza della Consulta, che spiega come “in base alla giurisprudenza costituzionale, è proprio l’effettiva possibilità di conseguire la libertà condizionale a rendere compatibile la pena perpetua con la Costituzione; se questa possibilità fosse preclusa in via assoluta, l’ergastolo sarebbe invece in contrasto con la finalità rieducativa della pena”, previsto dall’articolo 27 della Costituzione. L’attuale disciplina ostativa metterà però “in tensione” questo principio. Secondo la Consulta “da una parte eleva l’utile collaborazione con la giustizia a presupposto indefettibile per l’accesso alla liberazione condizionale, dall’altra sancisce, a carico dell’ergastolano non collaborante, una presunzione assoluta di perdurante pericolosità. Assoluta appunto perché non superabile da altro se non dalla collaborazione stessa, e che non consente in radice l’accesso a nessun beneficio”. L’incompatibilità con la Costituzione per i giudici della Corte “deriva dal carattere assoluto della presunzione, che fa della collaborazione con la giustizia l’unica strada a disposizione dell’ergastolano per accedere alla valutazione della magistratura di sorveglianza da cui dipende la sua restituzione alla libertà”. Altro punto chiave dell’ordinanza riguarda ancora una volta il fattore collaborazione dei detenuti: può essere dubbio, si legge nella motivazione, che questa “sia frutto di una scelta sempre libera”. Pur non essendo in discussione “il rilievo e l’utilità della collaborazione, intesa come libera e meditata decisione di dimostrare l’avvenuta rottura con l’ambiente criminale”, l’ordinanza sottolinea che l’attuale disciplina prefigura una sorta di “scambio” tra informazioni utili a fini investigativi e conseguente possibilità di accedere ai benefici penitenziari. Per l’ergastolano ostativo che aspira alla libertà condizionale, questo scambio può assumere “una portata drammatica allorché lo obbliga a scegliere tra la possibilità di riacquisire la libertà e il suo contrario, cioè un destino di reclusione senza fine”. “In casi limite – scrive la Corte – può trattarsi di una “scelta tragica”: tra la propria (eventuale) libertà, che può tuttavia comportare rischi per la sicurezza dei propri cari, e la rinuncia a essa, per preservarli da pericoli”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Ergastolo ostativo incostituzionale, ma decida il Parlamento. La Consulta non decide sulla liberazione condizionale, senza aver collaborato con la giustizia, per chi è detenuto all'ergastolo ostativo. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 15 aprile 2021. L’ergastolo ostativo è incostituzionale, ma ci dovrà pensare il Parlamento a varare una legge. La Corte costituzionale non decide sulle questioni di legittimità sollevate dalla Cassazione in merito all’ergastolo ostativo, in particolare a chi chiede l’accesso alla liberazione condizionale senza aver collaborato con la giustizia. A differenza della sentenza del 2019 che ha dichiarato incostituzionale la preclusione assoluta del permesso premio a chi non collabora, questa volta i giudici delle leggi hanno preferito attendere un intervento legislativo nel merito.

Per la Consulta la disciplina ostativa è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Cedu. Nel contempo, però, la Corte ha osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, sottolinea la Consulta, «l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata». Quindi, nonostante che le questioni sollevate trovino accoglimento, la Corte preferisce rinviare la trattazione a maggio 2022 per consentire al legislatore «gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi». Quello che appare, a differenza della decisione di un anno e mezzo fa, è la prevalenza della ragione politica sulla ragione giuridica. Dopo due settimane di attesa, alla fine la Consulta ha preferito dare un altro anno di tempo al Parlamento. Eppure, ricordiamo, c’è stata già una chiara condanna di quasi due anni fa da parte della Cedu proprio sulla preclusione assoluta della libertà condizionale per chi non collabora con la giustizia. Ma il Parlamento ha preferito non assumersi la responsabilità per adeguare la legge secondo l’indicazione dettata della Corte europea.

L’ergastolo ostativo impedisce di beneficiare della liberazione condizionale a meno che non si collabori. Ricordiamo di cosa si tratta. L’ergastolo ostativo, di cui all’art. 4 bis ordinamento penitenziario, impedisce al condannato in via definitiva per reati particolarmente gravi (tra i quali associazione mafiosa) di beneficiare della liberazione condizionale e degli altri istituti “premiali” penitenziari e delle misure alternative alla detenzione, a meno che lo stesso – oltre ad avere buona condotta, partecipare a programmi di reinserimento, dare prova di resipiscenza – non collabori per prevenire la commissione di ulteriori reati ovvero facilitare l’accertamento e la identificazione degli autori di quelli già commessi, salvo che tale collaborazione non sia impossibile o inesigibile. La Corte Europea dei diritti dell’uomo si è occupata della tematica dell’ergastolo ostativo in riferimento al caso Viola contro Italia. Marcello Viola è stato un boss di ‘ndrangheta condannato all’ergastolo ostativo fin dagli anni 2000 che aveva presentato al Tribunale di sorveglianza, almeno in due occasioni la concessione di permessi premio, entrambi rigettati per la mancanza del requisito della collaborazione. Nel marzo 2015 il ricorrente chiedeva la concessione della liberazione condizionale, che veniva rigettata sia dal Tribunale di Sorveglianza che dalla Corte di Cassazione perché, secondo il Tribunale, la condizione specifica della cessazione dei vincoli con l’organizzazione di appartenenza si doveva necessariamente esprimere attraverso una attività di collaborazione con la giustizia; in particolare, la sentenza della Suprema Corte evidenziava l’irrilevanza della dichiarazione di innocenza del ricorrente, che avrebbe potuto essere valutata solo in sede di revisione. Nei sei mesi dal rigetto della condizionale, Viola ha proposto ricorso alla Corte europea lamentando plurime violazioni: violazione dell’art. 3 della Convenzione, in quanto l’ergastolo ostativo sarebbe pena non comprimibile, con violazione del principio di proporzionalità e del principio di reinserimento sociale; violazione dell’art. 3 della Convenzione sotto il profilo procedurale in quanto la sola dichiarazione di inammissibilità dell’istanza ha impedito una vera valutazione del merito della stessa e per il mancato accesso a generiche “risultanze istruttorie” alle quali le pronunce interne avevano fatto riferimento; violazione dell’art. 5 par. 4 della Convenzione perché l’ordinamento interno non garantirebbe il ricorso finalizzato alla verifica delle condizioni procedurali e sostanziali di legittimità della misura restrittiva; violazione dell’art. 6 par. 2 in materia di presunzione di innocenza e del principio del nemo tenetur se detegere anche in fase esecutiva; violazione dell’art. 8 intesa come coercizione alla collaborazione di chi si proclama innocente, con esposizione a grave rischio del ricorrente e dei propri familiari.

Per la Cedu serve una riforma dell’ergastolo. La Corte Europea, esaminando la richiesta solo sotto l’aspetto dell’art 3, con sentenza del 13 giugno 2019 ha condannato l’Italia, specificando che l’ergastolo ostativo limita la prospettiva di un mutamento futuro dell’interessato e la possibilità di revisione della pena, in violazione dell’art. 3 Cedu: «La Corte considera che la pena perpetua alla quale è soggetto il ricorrente, in virtù dell’art. 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario, ossia il cd. “ergastolo ostativo”, limita eccessivamente la prospettiva di rilascio dell’interessato e la possibilità di riesame della pena. Pertanto, questa pena perpetua non può essere qualificata come comprimibile ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. La Corte rigetta in tal modo l’eccezione del governo, riguardante la qualificazione di vittima del ricorrente e conclude che in questo ambito le esigenze dell’articolo 3 della Convenzione non sono state rispettate». Ed ancora: «La natura della violazione accertata ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione impone allo Stato di attuare, di preferenza per iniziativa legislativa, una riforma del regime della reclusione dell’ergastolo, che garantisca la possibilità di riesame della pena; cosa che permetterebbe alle autorità di determinare se, nel corso dell’esecuzione della pena, vi è stata una evoluzione del detenuto e se è progredito nel percorso di cambiamento, al punto che nessun motivo legittimo di ordine penologico giustifichi più la detenzione. Inoltre, la riforma deve garantire la possibilità per il condannato di beneficiare del diritto di sapere cosa deve fare perché la sua liberazione sia possibile e quali siano le condizioni applicabili. La Corte, pur ammettendo che lo Stato possa pretendere la dimostrazione della “dissociazione” dall’ambiente mafioso, considera che questa rottura possa esprimersi con strumenti diversi dalla collaborazione con la giustizia e dall’automatismo legislativo attualmente in vigore».Nonostante la condanna della Corte Europea sulla preclusione della libertà condizionale e la successiva sentenza della Consulta sul solo permesso premio, il Parlamento ha preferito non adeguarsi al dettato di diritto internazionale. Ricordiamo che i giudici delle leggi avrebbero dovuto trattare la questione di illegittimità costituzionale sollevata dalla Cassazione per la libertà condizionale dell’ergastolano ostativo Francesco Pezzino. Ora se ne parla a maggio del 2022, in attesa che il Parlamento intervenga con una legge. Quindi, tra la condanna della Cedu e la trattazione della questione rinviata a maggio dell’anno prossimo, c’è il rischio che passino tre anni di limbo giuridico.

Valentina Errante per “il Messaggero” il 16 aprile 2021. L'ergastolo ostativo, che impedisce ai condannati per reati moto gravi di ottenere i benefici di legge in caso di mancata collaborazione con la giustizia, è incompatibile con la Costituzione. Il varco si potrebbe aprire per criminali del calibro di Giovanni Riina, figlio del capo dei capi di Cosa Nostra, e tra qualche anno per Nadia Desdemona Lioce, esponente delle nuove Br e condannata per gli omicidi di Massimo D' Antona e Marco Biagi, e Giovanni Strangio, ndranghetista organizzatore ed esecutore della strage di Duisburg. Ma la Consulta non esaminerà la questione prima di maggio del 2022: i mafiosi, che abbiano scontato almeno 26 anni, non potranno chiedere sin da oggi di ottenere la libertà condizionale, perché il Parlamento dovrà prima fare una legge. La Corte, attraverso una nota, anticipa l' ordinanza che sarà depositata nelle prossime settimane. Rileva che la preclusione assoluta ai benefici, anche quando il ravvedimento risulti sicuro, è incostituzionale, ma sottolinea che la bocciatura, senza un intervento normativo, rischierebbe di pregiudicare e condizionare il contrasto alla criminalità organizzata. Per questo la Consulta dà un anno al Parlamento per una nuova legge, ma sembra chiaro che, se il legislatore non provvederà nei tempi previsti, la norma sarà cancellata.

INCOSTITUZIONALITÀ. Secondo i giudici, vincolare alla sola collaborazione, come unica via, il recupero della libertà contrasta con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l' articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell' uomo. Ossia il principio di eguaglianza tra tutti i cittadini, il divieto di pene disumane e il postulato che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Era stata la Cassazione a sollevare la questione di legittimità sul regime applicabile ai condannati all' ergastolo per reati di mafia, di contesto mafioso e di terrorismo, che non abbiano collaborato con la giustizia e chiedano l' accesso alla liberazione condizionale.

UN ANNO. «Tuttavia, l' accoglimento immediato delle questioni - si legge in una nota dell' ufficio stampa che anticipa l' ordinanza - rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell' attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata». La Corte ha perciò stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, «per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi».

MAFIOSI E TERRORISTI. Di fatto la questione riguarda per la maggior parte detenuti per reati di mafia. La legge, entrata in vigore, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, è stata estesa ai reati di terrorismo nel 2002, all' indomani dell' omicidio del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle nuove Br. L' ergastolo ostativo non riguarda quindi i condannati per stragi o agguati degli anni di piombo. Attualmente su circa 1.700 detenuti, che scontano in carcere l' ergastolo, sono 1.271 le persone che, per non avere collaborato, si vedono negare i benefici. Tutti condannati per reati particolarmente gravi, come i sequestri di persona a scopo di estorsione. Tra loro ci sono Giovanni Riina, figlio del capo dei capi di Costa Nostra e Leoluca Bagarella, finito in carcere nel 1995. Ma anche Michele Zagaria, capo clan dei Casalesi e Giovanni Strangio, affiliato alla ndrangheta e arrestato nel 2009. Dei pochi terroristi fanno invece parte Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma scontano una pena ostativa, proprio per l' omicidio Biagi e per quello dell' agente Emanuele Petri, ucciso nel 2003 al momento dell' arresto della Lioce. Ma per loro, che difficilmente chiederebbero di accedere ai benefici, non sono maturi neanche i tempi.

LA POLEMICA. La questione, però, divide già la maggioranza di governo. «Per mafiosi e assassini l' ergastolo non si tocca», attacca il leader della Lega Matteo Salvini. In trincea anche i parlamentari M5S della commissioni Antimafia e Giustizia (nessun «passo indietro» sull' ergastolo ostativo, chiedono). Mentre il Pd apprezza la «scelta saggia» della Consulta di dar tempo al Parlamento di intervenire, già compiuta in due altre occasioni, sul suicidio assistito cioè sul caso del Dj Fabo, e sul carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, si augura che il legislatore intervenga «presto» ma «in modo da non pregiudicare l' efficacia di una normativa antimafia costata la vita a tanti uomini delle istituzioni». Per Antigone invece «l' incostituzionalità è accertata e non si potrà tornare indietro». La decisione critica della Consulta sull' ergastolo ostativo non giunge però inaspettata: anche in due pareri resi dall' ufficio legislativo del ministero della Giustizia, quando ancora a guidarlo era Alfonso Bonafede, si evidenziavano le «notevoli possibilità» che la questione di costituzionalità fosse accolta.

La decisione e le reazioni. Perché l’ergastolo ostativo è incostituzionale, la decisione della Consulta. Angela Stella su Il Riformista il 16 Aprile 2021. L’ergastolo ostativo è incompatibile con la Costituzione, ma serve una legge che il Parlamento emani entro un anno: così ieri la Corte Costituzionale chiamata a valutare l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario in riferimento agli articoli 3, 27 e 117 della Costituzione e all’articolo 3 della Convenzione edu. La Corte, come spiega una nota, «ha anzitutto rilevato che la vigente disciplina del cosiddetto ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro. Ha quindi osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Tuttavia – prosegue – «l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata». Per questo i giudici costituzionali hanno stabilito «di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi». A sollevare il dubbio di legittimità era stata la Cassazione sul caso di Salvatore Pezzino, il cui legale Giovanna Araniti dice: «sicuramente è positivo che abbiano dichiarato l’incostituzionalità in maniera chiara, spezzando l’equazione tra collaborazione e ravvedimento. Ora spetterà alla politica fornire le regole su come operare in futuro. Spiegherò tutto al mio assistito che, tra detenzione effettiva e riduzione di pena a titolo di liberazione anticipata, aveva fin qui espiato oltre 27 anni di carcere con un percorso rieducativo esemplare. Si tratta di una norma incostituzionale che incide sulla libertà personale delle persone: mi auguro quindi che la politica non aspetti fino a maggio 2022 per ripristinare lo Stato di Diritto. Attendiamo comunque le motivazioni». Per Riccardo De Vito, giudice di sorveglianza e Presidente di Magistratura democratica: «il dato più importante è il fatto che la Corte ha messo nero su bianco che la disciplina dell’ergastolo ostativo è in contrasto sia con la Costituzione che con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si tratta di una conquista importante perché segna sulla carta la fine dell’ergastolo ostativo. Ci sono altri due elementi significativi. Primo: si è stabilito che il ravvedimento di un mafioso può risultare sicuro anche quando non abbia utilmente collaborato con la giustizia. Secondo: rispetto a quanto auspicato da alcuni commentatori, l’Italia non può essere un’isola in Europa; oltre al rispetto della Costituzione siamo chiamati a rispettare anche la Convenzione europea, come richiesto dalla sentenza Viola. Ora la politica non ricostruisca il meccanismo in altre forme». Per Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno Tocchi Caino, « il fatto rilevante è che la Corte Costituzionale ha considerato l’ergastolo ostativo contrario alla Costituzione italiana e alla Convenzione edu. La parola è rimessa ora al Parlamento. La sfida è chiara: è stato stabilito un luogo e un tempo per trovare un compromesso impossibile tra una questione di diritto in linea di principio già risolta – l’ergastolo ostativo è incostituzionale! – e una questione di politica criminale – il contrasto alla criminalità organizzata – che i professionisti della lotta alla mafia vorrebbero risolvere ‘more solito’ con la terribilità di leggi speciali e misure di emergenza, pene senza fine e regimi penitenziari mortiferi». Secondo Gianpaolo Catanzariti, co-responsabile Osservatorio carcere Ucpi, «la decisione è diversa da quella Cappato sul fine vita: qua la norma esiste ed è incompatibile con la Costituzione e con la Cedu. Affermare che una decisione di incostituzionalità possa compromettere il contrasto alle mafie fa paura. È la certificazione che dinanzi ad un delitto particolare, quello mafioso, si possa sospendere la Costituzione e lo Stato di diritto e non va bene». L’associazione Antigone, intervenuta con un amicus curiae, promette: «lavoreremo incessantemente affinché il legislatore superi gli automatismi preclusivi alla reintegrazione in società. Il percorso individuale va sempre esaminato caso per caso dal magistrato». Per quanto concerne la politica: per Salvini «l’ergastolo non si tocca»; la sentenza «lascia perplessi» i parlamentari M5S della commissione Antimafia, mentre il Pd con Ceccanti, Bazoli e Mirabelli chiede che il Parlamento dia seguito alla decisione della Consulta. Per il come occorre attendere le motivazioni. Una maggioranza alquanto disunita. Angela Stella

Ergastolo ostativo, Meloni contro la Consulta che vuole abolirlo: «Oltraggio alle vittime della mafia». Redazione venerdì 16 Aprile 2021 su Il Secolo d'Italia. Una «sentenza scandalosa». Non usa mezzi termini Giorgia Meloni per commentare la decisione della Consulta che ha definito l’ergastolo ostativo «incompatibile con la Costituzione». Un giudizio innescato da una questione di legittimità sollevate dalla Cassazione sul regime applicabile ai condannati all’ergastolo per reati di mafia che non abbiano collaborato con la giustizia e che chiedano l’accesso alla liberazione condizionale. La disciplina in vigore (ancora per poco, alla luce dell’ordinanza, che sarà depositata nelle prossime settimane) esclude in maniera categorica che un boss mafioso che non abbia collaborato con la giustizia possa richiedere la liberazione condizionale. E questo anche quando il suo ravvedimento risulta sicuro. Sembrerebbe una norma di buon senso. Per la Consulta, invece, «è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». E questo perché fa della collaborazione «l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà». Com’è tipico delle cose italiane, dopo l’acceleratore arriva subito il colpetto di freno. «Tuttavia – si legge infatti nella nota dell’Ufficio stampa – l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata». Ma tu guarda… «La Corte – prosegue la nota – ha perciò stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022». Da qui l’esigenza di mettere d’accordo il diavolo con l’acqua santa. Toccherà dunque al Parlamento armonizzare il contrasto alla criminalità organizzata con la «necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi». Un coacervo di buone intenzioni che finirà solo per indebolire la lotta alla Piovra. Nel frattempo, il fronte politico è già in ebollizione. «Fratelli d’Italia – ha aggiunto la Meloni – lavorerà fin da subito in Parlamento per scongiurare che questa norma sia considerata incompatibile con il nostro ordinamento. Mi auguro che tutte le forze politiche siano al nostro fianco per impedire questo oltraggio senza precedenti alle vittime di mafia. E ai tanti servitori dello Stato caduti nella guerra alla criminalità organizzata».

Ergastolo ostativo, Meloni chiama a raccolta. Ma risponde il Pd: «Basta propaganda». Si apre lo scontro Pd-FdI. La senatrice dem Rossomando: «È più forte di loro, provare a cambiare le tutele costituzionali sembra un chiodo fisso della destra». Il Dubbio il 18 aprile 2021. «Fratelli d’Italia rivolge un appello a tutte le forze politiche: difendiamo insieme la legittimità dell’ergastolo ostativo, una norma sacrosanta e fondamentale per combattere la criminalità organizzata. Siamo già al lavoro per presentare una proposta di legge, senza escludere la possibilità di una modifica costituzionale, per mantenere intatto uno dei pilastri della normativa antimafia, da sempre combattuto e osteggiato dai boss. Il Parlamento deve parlare con una voce sola e condurre unito questa battaglia di legalità e civiltà». A lanciare l’appello è la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, dopo la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato «illegittimo» l’ergastolo ostativo e ha dato dato tempo un anno al Parlamento per legiferare. «Non possiamo cedere e consegnare alla mafia la vittoria su quella che da sempre considera la madre di tutte le battaglie che consentirebbe ai peggiori boss di usufruire di diversi benefici penitenziari o di uscire di prigione. Sarebbe la resa totale dello Stato», ha aggiunto Meloni. «Le forze politiche raccolgano l’appello di Giorgia Meloni affinché l’ergastolo ostativo non sia cancellato dal nostro Ordinamento», scrivono in una nota il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato e componente della Commissione Antimafia, Luca Ciriani, il capogruppo di FdI in Commissione Antimafia, Antonio Iannone e il segretario della Commissione Antimafia, Wanda Ferro, deputato di FdI. «La recente decisione della Consulta impone al Parlamento di intervenire ma questo va fatto rispettando quei tantissimi servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita nella lotta alla mafia. Infatti, l’ergastolo ostativo è un baluardo nell’azione di contrasto alla mafia, uno strumento decisivo nelle mani dei magistrati e adesso sarebbe assurdo e inaccettabile che questo fosse messo da parte. Senza considerare che rappresenterebbe un pessimo segnale, se non di resa ma senza dubbio di minore intensità, nell’azione di contrasto alla mafia. Una mafia, e i recenti arresti lo confermano, che continua ad essere una minaccia per la nostra Nazione. Per questo non si può rimanere a guardare, l’istituto dell’ergastolo ostativo va sostenuto e difeso nella sua legittimità», concludono i deputati di FdI. «È più forte di loro, provare a cambiare le tutele costituzionali sembra un chiodo fisso della destra. Su ergastolo ostativo assicuriamo a Giorgia Meloni che il Parlamento sarà in grado di difendere la legalità ma coerentemente con i principi costituzionali», replica su Twitter la senatrice Pd e vicepresidente del Senato, Anna Rossomando. «La proposta della Meloni è irricevibile. Per noi non devono essere contrapposti il rispetto dei principi costituzionali e la lotta alla mafia», aggiunge il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente dei senatori dem e capogruppo del Pd nella Commissione Antimafia. «La stessa Corte Costituzionale invita il Parlamento a pensare a una nuova norma, che escluda la possibilità per i mafiosi condannati di tornare ad avere rapporti con le organizzazioni criminali, senza violare i principi costituzionali sulle finalità delle pene. È possibile farlo e il Parlamento deve impegnarsi per questo», scrive Mirabelli. «Meloni – conclude il senatore – preferisce fare propaganda e addirittura prefigurare pericolose modifiche costituzionali, ma non è così che troveremo le soluzioni per continuare a combattere le mafie». «Quando la Corte Costituzionale accerta l’illegittimità del carcere ostativo e la ministra della Giustizia riconduce alla Costituzione i principi di giustizia e brevità della funzione giurisdizionale, i tempi sono maturi per fare un passo avanti verso una società orizzontale in cui lo Stato garantisce diritti, doveri e libertà di tutti», scrivono invece Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, segretario e tesoriera di Radicali Italiani. «A chi, spesso fregiandosi del tricolore, rivendica il fine pena mai e l’assoggettabilità a indagini e processi sempiterni, rispondiamo con i principi che da sempre fanno parte del nostro patrimonio costituzionale. È arrivato il momento di rompere gli indugi e rendere vivi quei principi. Lo Stato che uccide di carcere colpisce una persona diversa da quella che ha commesso un reato e quindi è anch’esso un omicida. Lo Stato che non si preoccupa di conformare l’amministrazione della giustizia al concetto di giustizia tratta i suoi cittadini da sudditi. Uno Stato così deve essere cambiato. Bisogna farlo oggi in un momento in cui gli equilibri sociali sono tanto instabili. È necessario edificare sui valori di una società più giusta in cui chi nessuno è perduto per sempre e la divisione tra buoni e cattivi è una semplificazione irresponsabile che prima o poi colpisce tutti. Siamo con Cartabia se avrà il coraggio di andare fino in fondo», concludono i Radicali.

Risorto l’asse giallo-verde. L’ergastolo ostativo riunisce Salvini e 5 Stelle. La sentenza della Consulta sull’ergastolo ostativo spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Lega e Movimento 5 Stelle tornano a marciare insieme contro la modifica della norma. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 18 aprile 2021. La Consulta spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Almeno su un tema, quello dell’ergastolo ostativo, su cui la Corte costituzionale ha concesso al Parlamento un anno di tempo per rimettere mano alle norme in vigore, considerate incostituzionali. E così, nel governo di tutti e di nessuno i partiti si posizionano liberamente sull’argomento in base alle proprie sensibilità: sull’ergastolo ostativo non c’è ragionamento di opportunità politica che tenga. L’alleanza tra Pd e M5S, ad esempio, può anche andare in malora, la differenza tra dem e grillini su argomenti legati alla giustizia è troppo profonda per essere colmata in pochi mesi: convinti della necessità di assecondare la Corte i primi, mossi dalla fede nella pena severa i secondi. Così, potere della Consulta, risbocciano all’improvviso vecchi amori che il rancore sembrava aver sepolto, come quello tra Lega e Movimento, i coniugi del primo governo Conte finiti a scagliarsi l’argenteria addosso dopo il “tradimento” del Papeete. L’ergastolo ostativo potrebbe ridistendere gli animi. O così sembra ad ascoltare il punto di vista intransigente dei vecchi alleati. Anche se con sfumature e toni diversi, salviniani e contiani si schierano sulla stessa parte della barricata: l’ergastolo ostativo non si tocca. «La nostra legislazione antimafia è la migliore al mondo, ed è stata scritta con il contributo di persone che hanno sacrificato la loro vita per servire il Paese», dice l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, prima di annunciare: «Subito dopo il deposito delle motivazioni della decisione della Corte costituzionale, il Movimento cinque stelle presenterà una proposta di legge per proteggere e salvaguardare quell’impianto normativo che ha consentito di fare passi avanti enormi nella lotta alle mafie». Bonafede è sicuro che in Parlamento il M5S riuscirà a trovare ampia convergenza sulla proposta pentastellata «in quanto la battaglia contro la criminalità organizzata di stampo mafioso è patrimonio comune a tutte le forze politiche». L’ampia convergenza auspicata dall’ex Guardasigilli, al momento si esaurisce però alle forze della destra. E neanche tutta, visto che Forza Italia esprime una posizione molto diversa dagli alleati. Salvini in compenso è perentorio: «Per mafiosi e assassini l’ergastolo non si toca, dicano quello che vogliono. E basta», twitta senza giri di parole il leader della Lega. La Corte costituzionale, in altre parole, può dire ciò che vuole, con chi non collabora bisogna buttare la chiave, è il messaggio neanche troppo velato dei sostenitori della galera fino alla morte. «Le indicazioni della Consulta vanno tenute nel doveroso conto ma con altrettanta chiarezza va riaffermato che la lotta senza quartiere a mafie e criminalità organizzate non può tradire incertezze o passi indietro», scrivono in una nota i parlamentari in commissione Antimafia del Carroccio. «Chi sceglie la via dell’illegalità e non sente alcuna necessità di pentimento, non può vedersi riconosciuti benefici», aggiungono, assicurando il contributo della Lega per rispondere alla Consulta, senza però mettere in discussione le proprie convinzioni: nessuno «spazio o ambiguità verso chi delinque impunemente». Parole che sembrano rubate di bocca ai colleghi del Movimento impegnati in commissione Giustizia alla Camera, che a loro volta scrivono: «L’unico modo che il mafioso ha per ravvedersi è collaborare con la giustizia». Dare invece «la possibilità di accedere a benefici penitenziari e liberazione condizionale, in assenza di collaborazione, significa indebolire principi e capisaldi nella lotta alle mafie voluti, tra gli altri, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». L’intransigenza pentastellata si scontra però con l’atteggiamento “laico” del Pd, convinto che non si possano ignorare le indicazioni della Corte costituzionale su un tema così delicato. «Il Parlamento non può rimanere ostaggio di chi pensa di dovere affrontare una questione così delicata con frasi superficiali del tipo “l’ergastolo non si tocca” o “la sentenza è una vergoga”», dice il deputato dem Carmelo Miceli, componente delle commissioni Giustizia e Antimafia. Bisogna invece trovare il «giusto bilanciamento tra la funzione emendativa della pena e l’aspettativa di giustizia delle vittime, tra la tutela del principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e la necessità di interrompere la pericolosità sociale che deriva dal carattere permanente del vincolo associativo mafioso», aggiunge Miceli. Tutto questo si può fare, concluce l’esponente Pd, «basta avere il coraggio e la determinazione di affrontare il dibattito senza cedere alla demagogia spicciola e al populismo sconsiderato».

Il dibattito. Caro Caselli, quel doppio binario ci porta dritti allo stato di eccezione. Andrea Pugiotto su Il Riformista il 19 Novembre 2020.

1. Giunge inatteso il dibattito sulle criticità del 41-bis avviato dal procuratore Henry J. Woodcock sulle pagine del Fatto Quotidiano (6 novembre). Così inatteso – per firma, tema e tribuna – da strappare un plauso ai direttori del Foglio (7 novembre) e di questo giornale (10 novembre). Come insegna il vangelo, «oportet ut scandala eveniant», specialmente quando squarciano il velo dell’apparenza rivelando la realtà delle cose. È questo il caso, grazie anche ai successivi interventi dell’ex procuratore antimafia Giancarlo Caselli (8 novembre) e del pm Luca Tescaroli (13 novembre), ospitati sul quotidiano di Marco Travaglio.

2. Woodcock sospetta che il 41-bis sia un regime punitivo inteso a fabbricare pentiti. Lo nega invece Tescaroli: la ratio dell’istituto è tutelare la collettività, interrompendo le comunicazioni con l’esterno di capimafia finalmente dietro le sbarre. Che cosa prevede il 41-bis? «La facoltà di sospendere, in tutto o in parte», e solo temporaneamente, talune regole del trattamento penitenziario, all’unico fine di «impedire i collegamenti» tra il dentro e il fuori. È davvero così? Verifichiamolo empiricamente. Accade di rado, ma accade che un tribunale di sorveglianza revochi a un detenuto il regime del 41-bis. La notizia non passa mai inosservata: la stampa amplifica lo sconcerto dell’opinione pubblica, alimentato da sponde parlamentari e sdegnate arene televisive. Eppure, se il magistrato ha così deciso è perché ha verificato, nel caso concreto, che non ricorrono più i presupposti per l’applicazione del regime speciale: cioè che il cordone ombelicale tra quel detenuto e il sodalizio criminale esterno è stato reciso. Il 41-bis ha, dunque, raggiunto il suo fine (dichiarato). Il magistrato si trova, così, nel tritacarne mediatico avendo semplicemente applicato la legge per ciò che essa espressamente prevede. È un paradosso che scaturisce, svelandola, da una premessa normativa fasulla. Simili grida, infatti, rivelano l’autentico fine del 41-bis: indurre alla collaborazione con la giustizia o punire chi non collabora, attraverso un regime aspramente afflittivo mascherato da misura di prevenzione.

3. Questa (mal)celata finalità emerge anche dalla difficoltà di ottenere la revoca del 41-bis in modo diverso dalla collaborazione. Il regime speciale ha durata pari a quattro anni, prorogabile per successivi periodi, ciascuno pari a due anni. A giustificarlo è la circostanza che «vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti» tra l’associazione criminale e il detenuto. Spetta a lui dimostrare il contrario, ma come? Per legge, il mero decorso del tempo – lustri, se non decenni, trascorsi isolati in “carcere duro” – non costituisce, di per sé, elemento sufficiente. Gli indizi su cui può fare leva il ministro di Giustizia nel disporre la proroga (dal profilo criminale del reo al suo ruolo apicale, dal tenore di vita dei familiari alla perdurante operatività dell’associazione a delinquere) sono vere e proprie presunzioni legali. Finisce così per gravare sul detenuto la pretesa dimostrazione dell’inesistenza di suoi legami con l’esterno. Una prova negativa, dunque. Ma la prova negativa di qualcosa che non esiste appartiene alla sfera della teologia, non del diritto processuale. Si spiega così la serialità stereotipata dei rinnovi del regime speciale, giustificati con un inespugnabile condizionale: «potrebbe ancora…». Si può dire anche così (cfr. Commissione Antimafia, 9 luglio 2002): «Le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi»; l’opposizione a tali proroghe «è quasi una probatio diabolica»; «l’inversione dell’onere della prova è una questione sempre molto borderline, se non oltre il borderline». Così si esprimeva l’allora sottosegretario alla Giustizia, e già membro del pool palermitano antimafia, Giuseppe Ayala, alla vigilia della legge n. 279 del 2002 che stabilizzerà nell’ordinamento il 41-bis, trasformandolo da misura emergenziale a strumento ordinario di politica criminale. Gli oltre 600 detenuti in 41-bis (e gli oltre 1.000 pentiti sottoposti a speciale regime di protezione) sono lì a dimostrarlo: su ciò, Woodcock ha ragione.

4. Dal dato normativo, invece, Caselli prescinde del tutto. Ad esso antepone convinzioni maturate «sul campo» della lotta alla mafia, espresse con parole di rara ferocia nella loro inappellabilità: pentimento «significa solo confessione» e «confessione significa delazione», poiché l’affiliazione mafiosa «può cessare solo col pentimento/confessione o con la morte». Testuale. Il presupposto di tale ragionamento è che per i membri della criminalità organizzata non è possibile alcuna prospettiva di recupero, perché è un dato storicamente e culturalmente certo che mafiosi non si diventa per scelta: mafiosi si nasce. Da qui la «regola» – conclamata anche da Tescaroli – per cui da Cosa nostra non si può uscire «se non con la morte o il tradimento». È un argomento ontologico che riveste assunti sociologici da verità fattuali incontrovertibili. Soprattutto, evita di fare i conti con la Costituzione secondo cui nessuno è mai perso per sempre: parlando di risocializzazione del «condannato», infatti, il 3° comma dell’art. 27 usa deliberatamente la forma singolare. Perché l’esecuzione penale riguarda singole persone, e non organizzazioni criminali. Perché – come si legge nella sent. n. 148/2019 della Corte costituzionale – «la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile, ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento». Da giuristi, Caselli e Tescaroli non possono ignorare il principio costituzionale «della non sacrificabilità della funzione rieducativa sull’altare di ogni altra, pur legittima, funzione della pena» (così, ancora la sent. n. 148/2019).

5. Conosco l’obiezione: davanti a mostruose biografie criminali, l’orizzonte di una risocializzazione è colpevolmente irenico. Anche in questi casi, però, resta fermo il divieto costituzionale di trattamenti contrari al senso di umanità: è un limite negativo che il regime differenziato del 41-bis travalica? Lo adombra Woodcock, cui Caselli contrappone l’alternativa di un progressivo ritorno al passato, quando in carcere comandavano i mafiosi, giustificando una modulazione della detenzione sulla caratura criminale del reo: «in breve, il 41-bis “punisce” la maggior pericolosità dei mafiosi irriducibili». Senonché, a dispetto della sua denominazione gergale, il “carcere duro” non è – né può diventare – una pena ulteriore, di specie diversa, più afflittiva delle altre, neutralizzatrice, riservata a determinati detenuti. Qui il dato normativo recupera tutta la sua cogenza: le misure penitenziarie legittimate dal 41-bis devono essere finalizzate all’unico scopo di interrompere la catena di comando tra chi è in galera e chi è fuori. Diversamente, la misura applicata è illegittima perché «puramente afflittiva» (sent. n. 351/1996 della Corte costituzionale). Che così debba essere lo ammette persino Tescaroli («il 41-bis non è una ulteriore pena afflittiva»), denunciando il problema della carenza di spazi detentivi «rispondenti a esigenze di umanità, idonei ad assicurare l’isolamento effettivo». Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra, sottaciuta, è l’applicazione di uno stillicidio di misure – dettagliate da severissime circolari ministeriali – che vanno a comporre un trattamento degradante per la dignità di detenuti i quali, ancorché irredimibili, restano esseri umani. È questa la preoccupazione che percorre, come un filo conduttore, le principali indagini sul regime del 41-bis: la relazione della Commissione del Senato per la tutela dei diritti umani nella scorsa legislatura, il report del Comitato europeo per la prevenzione della tortura all’indomani della visita in Italia nel marzo 2019, il rapporto del Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, reso noto nel febbraio 2019 dopo aver visitato tutte le sezioni per detenuti in 41-bis. Non si spiegano altrimenti le numerose questioni di costituzionalità promosse dalla magistratura di sorveglianza sul 41-bis, come pure le non poche pronunce contro l’Italia della Corte europea dei diritti umani, pronunciate in relazione a specifiche applicazioni del regime speciale.

6. L’art. 41-bis esprime, de jure e de facto, la tendenza normativa a configurare i detenuti per “tipi di autore”, individuati sulla base del titolo astratto del reato commesso, e per i quali opera di default un regime ad hoc (processuale, penitenziario, premiale, giurisdizionale). Nei loro confronti il momento dell’esecuzione penale, invece di guardare (come dovrebbe) a un futuro possibile, risponde a esigenze investigative e di difesa sociale. Costi quel che costi. Magistrati di grande esperienza e preparazione, la cui biografia fa tutt’uno con il rispetto sacrale della legalità, dovrebbero ben sapere che questo “doppio binario” rischia di condurre, progressivamente, sul binario morto dello stato d’eccezione e del diritto penale del nemico, cui non vanno riconosciuti né diritti né garanzie. Chi teme questa deriva, ritiene che il contrasto alla criminalità organizzata non debba essere impermeabile alle regole e ai limiti imposti dal costituzionalismo, italiano ed europeo. Perché non è vero che il fine giustifica i mezzi. È semmai vero il contrario: in una democrazia costituzionale, sono i mezzi a prefigurare i fini. Ecco perché certi mezzi sono fatti oggetto di divieto assoluto e incondizionato, anche in caso di «pericolo pubblico che minacci la vita della nazione» (art. 15 CEDU). Il divieto di trattamenti inumani e degradanti è esattamente uno di questi.

7. Il dibattito è destinato ad allargarsi: il 24 marzo 2021, infatti, è calendarizzata a Palazzo della Consulta la quaestio sul divieto di concessione della liberazione condizionale all’ergastolano non collaborante, condannato per un reato associativo incluso nella blacklist dell’art. 4-bis, 1° comma, dell’ordinamento penitenziario. Se ne è già parlato su queste pagine (Il Riformista, 9 luglio). L’augurio è che si sviluppi una discussione laica e razionale. Non una fatwa pronunciata da chi esibisce al petto lo stemma dell’antimafia contro chi non lo sarebbe abbastanza. Se tanto mi dà tanto, temo non andrà così. Accetto scommesse. Andrea Pugiotto

«Sull’ergastolo ostativo scelta inedita: il giudice delle leggi si è spinto oltre i limiti, più che sul fine vita». Intervista al presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick a proposito della decisione della Consulta sulla legittimità costituzionale dell'ergastolo ostativo. Errico Novi su Il Dubbio il 16 aprile 2021. «Guardi, mi trovo in una duplice difficoltà, di fronte alla scelta compiuta dalla Corte costituzionale. Da una parte la Corte dichiara l’incostituzionalità della norma che, per gli ergastolani ostativi, consente la liberazione condizionale solo se collaborano, ma lo dichiara senza perfezionare la decisione perché ritiene che il Parlamento debba predisporre una legge ordinaria in modo da non compromettere contrasto alla mafia e premialità per chi si pente. E già qui si tratta di una pronuncia senza precedenti, solo in parte assimilabile alla decisione sul fine vita. Dall’altra parte, è veramente problematico commentare non un’ordinanza ma un comunicato stampa. Che per forza di cose deve essere sintetico. E che dunque non può soddisfare tutti gli interrogativi né eliminare alcune perplessità». Giovanni Maria Flick è schietto nell’esprimere una valutazione non del tutto entusiastica della notizia venuta da Palazzo della Consulta. L’ergastolo ostativo senza possibilità di liberazione, neppure di fronte alla certezza del ravvedimento, è giudicato chiaramente illegittimo, eppure la Corte ritiene di non poter rendere, almeno per un anno, efficace tale pronuncia prima che il legislatore abbia preparato una pista d’atterraggio sicura.

È una sentenza inedita?

È solo in parte assimilabile alla scelta con cui nell’ottobre 2018 la Corte concesse un anno di tempo al Parlamento per disciplinare il fine vita. Scelta che, vista l’inerzia legislativa, fu seguita dalla declaratoria di parziale illegittimità arrivata esattamente un anno dopo. C’è l’analogia del termine imposto al legislatore ma, come chiarì definitivamente la sentenza del 2019, in quel caso la pur complessa opzione era legata alla necessità di dichiarare non punibile l’aiuto al suicidio in determinati casi senza negare, nello stesso tempo, la tutela di soggetti più deboli in generale. Allora si disse che la Corte si era spinta un po’ oltre i propri confini. Nella decisione appena sintetizzata dal comunicato, sembra si vada ancora un po’ più oltre. Soprattutto perché viene indicato un necessario intervento per legge ordinaria, un precauzionale argine normativo a possibili ricadute sulla lotta alla mafia e sulle collaborazioni. Sembra si vada al di là del perimetro che la Costituzione alla Consulta.

La valutazione della Corte sui necessari interventi per legge ordinaria complica le cose?

Può complicarle nella misura in cui non sappiamo cosa accade se il Parlamento, come avvenne per il fine vita, resta inerte. Dato che la Corte ritiene necessario preservare sia ogni forma di contrasto della criminalità sia l’efficacia dei meccanismi premiali per chi collabora, quale sarà la strada percorribile se il Parlamento non dovesse piantare quei paletti?

Se negare il diritto alla liberazione condizionale è illegittimo, vuol dire che la Corte, nel riconoscere tale illegittimità, accetta anche che quel diritto resti sospeso per un altro anno ancora: è così?

È una delle ragioni che mi inducono a dirmi perplesso. Una norma o è incostituzionale o non lo è. Oltretutto, dal comunicato la Corte sembra chiarissima nell’indicare quali principi sono violati: l’articolo 3 della Costituzione, dunque l’uguaglianza e la ragionevolezza, e l’articolo 27, secondo cui fine della pena deve essere rieducativo ed esiste perciò un diritto alla speranza per qualsiasi condannato. Subordinare la liberazione condizionale ad unico presupposto immodificabile, salvo eccezioni, vale a dire la collaborazione, è inoltre, secondo la Corte, in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione europea. Eppure, di fronte a una illegittimità cosi chiara e cosi chiaramente affermata, non si perfeziona la decisione. O almeno così sembra. Parliamo pur sempre di un comunicato stampa, non di un’ordinanza.

Qualora un ergastolano ostativo che non si è pentito, ma del quale il giudice abbia già apprezzato l’effettivo e sicuro ravvedimento, nell’attesa che il legislatore eventualmente introduca le precauzioni invocate dovesse morire, ci troveremmo di fronte a una persona che non ha potuto beneficiare di un diritto nonostante la stessa Corte ne avesse accertato l’intangibilità. Come la mettiamo?

È una situazione che non piace. Nelle poche parole che inevitabilmente la Corte poteva affidare a un comunicato, si ricorda come detto la necessità di non compromettere gli effetti premiali della collaborazione. Il che è giustissimo. Si inserisce esattamente nel discorso già proposto dalla Corte stessa secondo cui è necessario premiare chi collabora, ma non è possibile punire chi non collabora. Ripeto, oltre a tutte le conseguenze problematiche che possono derivare da un regime di sospensione, da una pronuncia che congela gli effetti di quanto afferma, c’è quell’interrogativo molto pratico: cosa avviene se il Parlamento non agisce, o se ribadisce la propria contrarietà all’abolizione o alla modifica dell’ergastolo? Ne sapremo di più, forse, quando leggeremo l’ordinanza. La sospensione è tanto più problematica se si pensa alla rilevanza del pregiudizio di cui si discute. Come è stato più volte detto in passato, l’ergastolo è da considerarsi una “pena di morte” civile. E in quanto tale, nella sua definizione, è una pena in contrasto con la Carta. Non lo è nella sua attuazione soltanto perché la liberazione condizionale fa in modo che quella morte civile, a determinate condizioni, possa essere scongiurata. L’ostatività è un’eccezione evidentemente non sopportabile. La Corte lo dice con estrema chiarezza. Sul merito, la valutazione della Consulta è coerente con i principi appena richiamati. Solo che la Corte fa un passo in più e almeno per un anno non se ne avranno conseguenze. Non c’è una contraddizione in tutto questo? La Corte è chiamata a giudicare sulla legittimità costituzionale delle leggi, non sul loro inserimento in modo adeguato nel sistema di contrasto alla criminalità.

Presidente, la Corte legittima lo stato d’eccezione di fronte ai reati di mafia?

No, per la chiarezza sopra ricordata con cui afferma che è incostituzionale subordinare alla collaborazione la liberazione condizionale dell’ergastolano ostativo. Non vedo un pericolo di sdoganamento dello stato d’eccezione. Casomai c’è un ulteriore piccolo passo oltre i confini della Consulta quando si parla di compatibilità con il quadro delle leggi ordinarie in materia. È del tutto inconsueto. La Corte non può entrare nel campo d’azione del legislatore.

Già la maggioranza è divisa, sulla giustizia. Adesso il quadro sarà ancora più complicato, anche per la guardasigilli Cartabia.

Non riesco a immaginare uno sconvolgimento politico considerato anche il tempo ormai breve che separa il Parlamento dalla fine della legislatura. Ma a me le valutazioni politiche non interessano e soprattutto non competono. Sta di fatto che con la decisione appena comunicata, la Corte costituzionale ha compiuto un passo inedito, perché nel passato ha più volte ripetuto i cosiddetti moniti al legislatore, ma non li ha collegati a una affermazione esplicita di incostituzionalità nei casi in cui ha ritenuto inammissibile la domanda che le si rivolgeva, ancorché fondata nel merito.

E' una pena di morte sociale. Ergastolo ostativo, la Consulta decide di non decidere e 1.750 detenuti finiscono in un buco nero. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 16 Aprile 2021. L’ergastolo ostativo, cioè l’unica forma vera di carcere a vita esistente nel nostro ordinamento, è sicuramente in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione, oltre che con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo afferma senza ombra di dubbio la Corte Costituzionale, riunita ieri per decidere su stimolo della cassazione. Un’incostituzionalità palese di cui sono convinti i giudici dell’Alta Corte e quelli della Corte suprema, cioè i vertici massimi della giustizia. Ne sono convinti però non emettono una sentenza, ma rimbalzano al Parlamento, dando un anno di tempo per decidere di sbloccare con una legge la situazione di 1.750 detenuti che stanno scontando nel frattempo la pena di morte sociale. Cacciati come sono in fondo a un buco nero da cui non possono uscire, benché abbiano spesso scontato la pena massima, se non si trasformano in “pentiti”. Non pentiti nel senso letterale, cioè prigionieri di quel moto dell’animo che induce a prendere le distanze da un comportamento del passato, ma delatori sui comportamenti altrui. Succede così che molti di questi detenuti non siano in grado di raccontare niente di nuovo al magistrato, magari perché sono innocenti (capita persino questo) o perché degli episodi di cui sono stati protagonisti gli inquirenti sanno già tutto, o semplicemente perché nel percorso di cambiamento che hanno vissuto in tanti anni di carcere non rientrano la delazione e magari la calunnia. Ma ai magistrati pare non interessare molto dei progressi fatti dal detenuto attraverso il famoso “trattamento” individuale in carcere, vogliono solo la collaborazione processuale. E questo benché la storia di qualche decennio, da Contorno a Scarantino, mostri quanto poco attendibili siano spesso i famosi “pentiti”. Ma il problema è che chi non collabora è sempre considerato mafioso, tutta la vita, anche quando il cambiamento lo ha dimostrato giorno dopo giorno. Il punto è che, come ha ben ricordato nei giorni scorsi Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, è proprio il concetto stesso di ergastolo, cioè di pena a vita, a essere contrario ai principi costituzionali. È vero che ci sono state due importanti riforme, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, quella del 1975 e la legge Gozzini del 1986, che avevano demolito il principio del “fine pena mai”, aprendo numerosi spiragli su permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, liberazione anticipata e libertà condizionale, prevista per tutti i detenuti che avessero scontato 26 anni di pena. L’introduzione del “trattamento penitenziario” con al centro la personalità e il progetto di cambiamento del detenuto condannato (riforma del 1975), e la conquista delle misure alternative al carcere (legge Gozzini), avevano portato l’Italia a un clima culturale di grande civiltà giuridica. Dopo essersi liberato per la seconda volta dopo il fascismo della pena di morte (che nell’ordinamento militare rimase però fino al 1994), il nostro Paese eliminava nei fatti anche la condanna alla morte sociale. Consentendo a chiunque avesse spezzato il patto con la comunità, di attuare in seguito un percorso diverso, con la speranza di poter ricostruire il patto sociale. Saranno poi l’aggressione feroce della mafia e in particolare l’assassinio di Giovanni Falcone (e subito dopo quello di Paolo Borsellino) a far perdere il lume della ragione e i principi dello stato di diritto a governi imbelli ormai agli sgoccioli della prima repubblica. L’ergastolo ostativo, insieme all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario, l’inversione dell’onere della prova sulla persistenza dei rapporti tra il detenuto e la criminalità organizzata, nascono di lì. Non dalla mente di Falcone, ma dopo la morte del magistrato. La legge numero 306 del 1992 ebbe un’accelerazione improvvisa dopo il 19 luglio, quando la mafia fece saltare in aria l’auto di Paolo Borsellino. Sono passati trent’anni, e almeno se ne discute. Ma ci saremmo aspettati più coraggio dalla Corte Costituzionale. Si tratta di sanare un’ingiustizia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Ergastolo ostativo, Consulta: incompatibile con la Costituzione. Cambiare è possibile? Le iene News il 16 aprile 2021. La Corte costituzionale ha deciso che l’ergastolo ostativo, ossia il regime carcerario durissimo destinato a terroristi e mafiosi che nega una serie di benefici carcerari, è incompatibile con la Costituzione. Il Parlamento ha un anno per modificare la legge. Il nostro Antonino Monteleone aveva incontrato Carmelo Musumeci, il primo condannato all’ergastolo ostativo. L'ergastolo ostativo è "incompatibile" con la Costituzione italiana. A stabilirlo è stata la Corte costituzionale, secondo cui la pena è in contrasto con i principi di uguaglianza e di funzione rieducativa della pena, dettati dagli articoli 3 e 27 della Costituzione, e con il divieto di pene degradanti sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani. L’ergastolo ostativo è quella forma particolare di ergastolo che nega una serie di benefici penitenziari, come ad esempio il lavoro all'esterno, i permessi premio, le misure alternative alla detenzione e la liberazione condizionale. È stato introdotto nel nostro ordinamento all’inizio degli anni ’90 per combattere lo stragismo mafioso. È riservato a pochissimi casi di reati particolarmente gravi. La Corte costituzionale in particolare ha bocciato la disciplina che "preclude in modo assoluto", per chi è condannato all'ergastolo per delitti di mafia e "non abbia utilmente collaborato con la giustizia la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro”. La Consulta non ha comunque immediatamente accolto la questione di legittimità, perché “rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata”. Insomma, la norma per adesso rimane in vigore ma il Parlamento ha un anno di tempo per intervenire e sanare l’incompatibilità rilevata dalla Corte. Del tema dell’ergastolo ostativo noi de Le Iene ci siamo occupati con Antonino Monteleone. La Iena nel 2019, all’indomani di un pronunciamento analogo della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha incontrato Carmelo Musumeci, criminale siciliano classe 1955, il primo a cui è stato applicato l’ergastolo ostativo: condannato per vari reati tra cui omicidio. La fine della sua pena è prevista il 31 dicembre 9999: tra 7.978 anni. Condannato all’ergastolo, mentre è in isolamento decide di studiare e diventa scrittore. Oggi ha una voce su Wikipedia, dove viene descritto come “scrittore e criminale”. Prima scrittore, poi criminale. “Sono entrato in carcere con la quinta elementare, ora ho tre lauree”, racconta con orgoglio. Da quando si è istruito, ha fatto parlare molto di se e in tanti gli hanno offerto sostegno. Dopo 27 anni ha ottenuto la libertà condizionale con una sentenza storica del tribunale di Perugia e vive in un convento dove fa volontariato. 

Il dibattito sul fine pena mai. Giancarlo Caselli sbaglia, l’ergastolo ostativo non è da Paese civile. Riccardo Polidoro su Il Riformista l'8 Aprile 2021. L’attesa per la decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità dell’ergastolo ostativo ha indotto i media a occuparsi del cosiddetto “fine pena mai”, vigente nel nostro Paese nonostante sia stata abolita la pena di morte e la stessa condanna a vita. L’istituto “estraneo”, per chi non lo conoscesse, consente di tenere ristretta in carcere una persona per sempre, senza alcuna speranza che un giorno possa uscire. Unica possibilità è collaborare con la Giustizia, augurandosi che si abbia qualcosa da riferire. Ove ciò non avvenga, non vi è più alcun futuro se non quello di “marcire”, fino alla morte, in uno stato detentivo privato di qualsiasi prospettiva di rieducazione. È la più macroscopica eccezione ai principi a cui dovrebbe essere informato il nostro sistema penitenziario, così come descritto nell’Ordinamento e nella stessa Costituzione. In questi giorni leggiamo, pertanto, i pareri di chi vorrebbe la sua eliminazione e di chi, invece, propende per la sua permanenza in nome di una difesa dello Stato dall’attacco mafioso. Dovrebbe essere una contesa in punto di diritto, ma spesso si vola basso e ci si chiede cosa sia più utile alla comunità, dimenticando che della collettività fanno parte anche le persone destinatarie dell’atroce misura: autori di altrettanto atroci delitti, ma puniti dall’Autorità giudiziaria, in nome di una legge “del taglione” che non fa onore a uno Stato civile. Tra i difensori dell’ergastolo ostativo vi è Giancarlo Caselli che, sulle pagine del Corriere della Sera, ha spiegato che «non c’è alcun motivo di smantellare quel che funziona» perché «la mafia è viva e vegeta». A chi legge non può sfuggire l’evidente contraddizione di quanto affermato. L’istituto, inserito nella nostra legislazione nel 1992, quindi circa 30 anni fa, «funziona», ma la mafia è ancora «viva e vegeta». Se l’ergastolo ostativo fosse un veleno – e in parte lo è – chiunque se ne sarebbe già liberato, non producendo alcun effetto concreto.  Il magistrato afferma poi che se è vero che la Corte europea dei diritti dell’uomo «ha già demolito l’ergastolo ostativo con una sentenza del 2019», non è detto che la Consulta «debba – sempre e comunque – prestare incondizionato ossequio alla giustizia Europea»: una sorprendente dichiarazione che ci fa pensare ai sostenitori dell’Italexit che vogliono liberare il nostro Paese dalla “gabbia” dell’Unione europea. In tal caso, l’obiettivo sarebbe lasciare “in gabbia” a vita i condannati per alcuni delitti. Insomma, usciamo dall’Europa, ovvero ci restiamo a intermittenza, solo un po’, quando ci conviene. Non vi è dubbio che la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta rappresentino il nemico da combattere, ma siamo certi che la strada seguita, non indicata dalla Costituzione ma da una legislazione emergenziale divenuta poi definitiva, sia quella giusta? Può uno Stato essere in continua emergenza? Oppure ha il dovere di praticare altre strade? È meglio sospendere il trattamento o intensificarlo verso coloro che si sono macchiati di gravi delitti? Giova davvero annientare la personalità del detenuto, quale deterrente per altri a non seguire la stessa strada? E non è questa una modalità del tutto contraria ai principi della nostra Costituzione e a quelli che ispirarono il legislatore del 1975 quando emanò l’Ordinamento penitenziario? Oggi sono più di 1.750 i detenuti condannati all’ergastolo in tutta Italia. In Campania sono 69. Le statistiche ci dicono che, in tutti questi anni, i numeri sono in costante aumento. Dato, quest’ultimo, che deve ancora di più far riflettere: la strada intrapresa è quella sbagliata. Sono altre le modalità per sconfiggere – davvero e definitivamente – la criminalità organizzata ai membri della quale quale vanno tolte le etichette, dal sapore “vintage”, di «mafiosi», «camorristi» e «‘ndranghetisti» in un mondo in cui tutto è globale, compresa la delinquenza. Contrariamente a quanto sostenuto da Giancarlo Caselli, non abbiamo l’esclusiva della malavita di alto livello, ben conosciuta anche in altri Paesi, che la combattono con altri mezzi. Occorre uno Stato sociale che possa intervenire sui territori, mentre la Giustizia dovrà fare la sua parte superando finalmente la legislazione dell’emergenza, dimenticando qualsiasi istinto vendicativo e garantendo sempre e dovunque la legalità, anche nella condanna per i delitti più atroci. I dibattiti – forse inopportuni alla vigilia di un’importante decisione della Corte Costituzionale – proseguiranno anche dopo l’esito tanto atteso. Non ci saranno vinti né vincitori, ma sempre e solo una strada da seguire: quella indicata, sin dal 1948, da coloro che abolirono la pena di morte e che certamente non volevano una pena fino alla morte.

Il 41bis nega la vita. L’ergastolo ostativo educa il detenuto a morire. Domenico Bilotti su Il Riformista l'8 Aprile 2021. Ho sempre avvertito una certa difficoltà a spiegare agli studenti il meccanismo dell’ostatività. È una difficoltà che avvertono direttamente loro, senza la mediazione di alcuna sovrastruttura mentale. Per afferrare la nozione di ergastolo ostativo devi dare per acquisiti quattro precedenti passaggi logici che tutto sono fuorché logici, quattro forzature che rendono l’ergastolo ostativo un vestito troppo stretto o troppo largo secondo dove lo tiri. Bisogna innanzitutto ammettere che in un sistema costituzionale come quello italiano, fondato sull’umanità della pena e sulla sua funzione rieducativa, possano esistere pene perpetue. E cosa sarebbe allora questa rieducazione? Formazione permanente e continuativa all’evento di morire? Se la mia educazione è nel rapporto con l’altro, solo in me stesso vita natural durante, a cosa mi sto educando? Alla misura di una bara. Seconda forzatura che accettiamo solo per convenzione, e non per ragione. Essere detenuti non significa, o non dovrebbe significare, finire in cella con la chiave seppellita in un fosso. Se da detenuto scompaio al tuo sguardo, non scompaio come persona: che sia colpevole o innocente. In ogni momento posso interrogare un giudice (ne ho diritto) e in ogni momento un giudice avrà da rispondermi (ne ha dovere). Potrei star male e non essere più in grado di sopportare la detenzione; potrei accedere a un sistema meno rigoroso perché sto rigando dritto e ho voglia di lavorare, anche in modo gratuito o semigratuito, per impegnarmi. Potrei dopo molto tempo pensare addirittura di meritare la scarcerazione, certo dovendo far verificare che non mi dedicherò al crimine e dovendo far ritorno in prigione se invece riprenderò a delinquere. Al detenuto ostativo non viene applicato questo elementare principio democratico: non può chiedere al giudice che dovrebbe valutare come sta eseguendo la pena di arrivare a nuove condizioni, di accedere a un diverso trattamento, di far esaminare se quel trattamento può (o deve!) cambiare. Terza stranezza: noi parliamo di “ergastolo ostativo”. Pensiamo a un “fine pena mai” per reati gravissimi, che non può essere alleggerito per ragioni né di spazio, né di tempo, né di condotta. E già ci suona illogico per tutte le considerazioni che abbiamo già fatto. Eppure ormai l’ostatività si applica per una serie di ipotesi di reato che non riguardano solo mafiosi e serial killer (in Italia gli uni e gli altri sono assai meno di quello che siamo soliti pensare). L’ostatività sta diventando una struttura della pena, un’illusione comoda: questo detenuto ostativo non potrà “chiedere” nulla. Lo mettiamo in cella: vada come vada; se uscirà, vedremo. In carcere non importa se continuerà a pianificare affari illeciti, soffrirà o vorrà davvero cambiare vita. Nessuno, chiusi i cancelli e lette le sentenze definitive, potrà mai più esaminare cosa gli stia accadendo. Tutti indistintamente tutti ingabbiati alla stessa maniera. Infine, ultima medaglia della contraddizione suprema. Noi spieghiamo alle ragazze e ai ragazzi che seguono i nostri corsi che gli ostativi non accedono ai “benefici”. Usiamo un termine equivoco. A volte qualcuno crede che i benefici siano la liberazione, l’impunità, la latitanza, i biglietti della lotteria o il pernottamento nei resort. Cose che abbiamo visto fare al più ad alcuni parlamentari della Repubblica, e nemmeno sempre. Il mondo è pieno di lavatrici che funzionano male e di rubinetti che perdono e saponi che stingono: non per questo possiamo rinunciare a lavare i vestiti… Comunque, questi famosi “benefici” non sono né scorciatoie né villaggi vacanze: sono ore di fatica mal retribuita, ritorni in carcere ad orario (guai a sbagliare!), periodi di intervallo tra pezzi di pena e pezzi di processo. L’ostativo non è qualcuno cui impediamo di giocare al lotto: è qualcuno cui impediamo di vivere e rivivere (anche quando è un ostativo che non ha ucciso nessuno). Gli studenti si sbalordiscono. Chiedono se abolire l’ergastolo ostativo o l’ergastolo in quanto tale farà tornare in vita boss di mafia sepolti da decenni -si deve insegnare di più e più approfonditamente la storia della mafia; chiedono se significa liberare qualcuno che non lo meriterebbe. E allora bisogna dire che abolire l’ergastolo, in special modo quello ostativo, non significa affatto liberare chicchessia. Significa semmai vivere in uno Stato sereno e maturo che concede la seconda opportunità non perché sia stupido, ma perché sa proteggere tutti i cittadini: quelli che dopo anni o decenni di detenzione non torneranno a guidare clan veri e presunti e potranno dimostrare di essere e fare altro; quelli che quel male hanno subito e mai più dovranno subire. Se torturi chi ha sbagliato per prima, non impedisci a nessuno di fare anche molto, molto, peggio dopo. Se tratti il peggiore, il peggiore per eccellenza, con civiltà… hai un’opportunità irripetibile. La civiltà che dici di avere, puoi metterla in campo. Gliela puoi insegnare.

Altro che Guantanamo, in Italia 759 persone seppellite al 41 bis: il report infernale. Claudio Paterniti Martello su il Riformista il 12 Marzo 2021. Nelle carceri italiane ci sono oggi 759 prigionieri in regime di 41 bis, cioè di carcere duro. Pensate che nel momento di massimo allarme antiterrorismo, mentre erano in corso le guerre di Iraq e di Afghanistan, e Bush aveva scelto la linea dura, repressiva – condannata da moltissimi governi e da tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani – nella famigerata Guantanamo, carcere duro per eccellenza, erano stati rinchiusi, secondo le stime più sfavorevoli, circa 500 detenuti sospettati di terrorismo internazionale. Il 41 bis è un regime carcerario, italiano, sicuramente in contrasto con la Costituzione e con le norme internazionali, previsto allo scopo di impedire ai capi della mafia (o ai sospetti) di comunicare con l’esterno. Per ottenere questo risultato, molto spesso, si impedisce ai detenuti al 41 bis di vestirsi come vogliono, e di cucinare i propri cibi, di leggere quel che gli interessa, di avere alcun contatto fisico coi propri familiari, di parlare con altri detenuti o con altre persone umane, escluse le guardie carcerarie. Domanda: possibile che i capimafia siano addirittura 759? Se lo è chiesto persino un esponente politico del Pd molto moderato come Franco Mirabelli. Chissà se gli daranno qualche risposta. Del resto è stata proprio la ministra Cartabia che l’altra sera, parlando a un convegno internazionale, ha invocato il rispetto delle norme scritte nelle cosiddette “Mandela Rules”, che proibiscono il 41 bis per una durata superiore ai 15 giorni (oggi il 41 bis dura un numero imprecisato di anni: anche più di 20). Questi dati sul 41 bis vengono dal rapporto annuale dell’associazione Antigone sulla situazione nelle carceri. Dal rapporto risulta anche che ci sono in prigione 851 persone sopra i 70 anni (la legge prevede che possano essere mandate a casa) 500 in più rispetto al 2005. Nel 2005 forse la criminalità era meno pericolosa? No, oggi è molto meno pericolosa. Gli omicidi sono scesi sotto la soglia dei 300 all’anno, (erano più di 2000 alla fi ne del secolo scorso), tutti in costante diminuzione tranne i femminicidi. Anche gli ergastolani sono in aumento, 1784 (500 più del 2005). Ci sono 9000 persone nelle celle di massima sicurezza. I suicidi sono in aumento (61: circa 10 volte sopra la media nazionale). Il XVII rapporto di Antigone arriva a un anno esatto dall’inizio della pandemia. Racconta un sistema penitenziario sovraffollato, che al 28 febbraio ospitava 53.697 detenuti a fronte di 50.931 posti disponibili (di cui 4.000 in realtà sono inagibili, e dunque chiusi). Il tasso di affollamento è del 115%. Gli istituti in cui è più alto sono Taranto (196,4%), Brescia (191,9%), Lodi (184,4%) e Lucca (182,3%). La popolazione detenuta è comunque in calo rispetto a 12 mesi fa, quando i detenuti erano 7.533 in più. Un calo dovuto più all’attivismo della magistratura di sorveglianza (che ha concesso più misure alternative) che agli interventi del legislatore. Ma non basta: siamo in piena pandemia, servono più spazi, e servono adesso. I dati dicono che in carcere è più facile contrarre il Covid. A febbraio i detenuti positivi erano in media 91 ogni 10.000. Fuori erano 68,3. Non è vero dunque che il carcere è un posto sicuro. I morti per Covid sono stati 18 tra i detenuti e 10 tra gli agenti. Per fortuna la campagna vaccinale è partita in diverse regioni (Friuli, Abruzzo, Sicilia, Calabria, Emilia Romagna, Marche), e nelle altre sta per iniziare. Al 10 marzo erano stati vaccinati 1005 detenuti. L’anno trascorso è stato durissimo, per la paura del contagio e per il vuoto in cui è trascorso. Lo testimonia il più tragico fra i dati, quello sui suicidi, che è il più alto degli ultimi 20 anni. Nel 2020 si sono tolte la vita 61 persone. Avevano un’età media di 39,6 anni. 8 avevano tra i 20 e i 25 anni. In carcere ci si ammazza 10 volte di più che all’esterno. E lo testimonia anche il numero di atti di autolesionismo: 24 ogni 100 persone detenute. Un dato che è più alto negli istituti più sovraffollati. Sono ben 19.040 detenuti i detenuti a cui restano da scontare meno di 3 anni, e che dunque avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative (tranne quelli a cui il reato preclude questa possibilità). Se solo la metà di loro uscisse il problema del sovraffollamento sarebbe risolto. La popolazione detenuta è composta per il 32,5% da stranieri. Nel 2009 erano 6.700 in più e rappresentavano il 37,5% del totale. Si assiste dunque a un calo. Gli stranieri sono il 3,5% dei detenuti per reati legati all’associazione di stampo mafioso e ben il 34,5% dei detenuti per violazione della legge sulle droghe. È chiaro che si tratta dell’anello debole della catena criminale. Debole e discriminato, in quanto subisce più degli italiani la custodia cautelare e beneficia meno delle opportunità di reinserimento. Solo il 18% delle persone in carico agli uffici per l’esecuzione penale esterna era composto da stranieri (che dunque accedono meno alle misure alternative). Il carcere è un luogo di poveri. Le regioni che forniscono più detenuti sono la Calabria (19,2 ogni 10.000 residenti), la Campania (15,7), la Sicilia (14) e la Puglia (11). Poveri e con basso tasso di istruzione: solo un detenuto su 10 ha un diploma. Uno degli aspetti più tragici di quest’anno penitenziario è stato dato dall’assenza della scuola. Che è la più importante delle attività, in quanto occupa un detenuto su 3 per 4-5 ore al giorno. Da febbraio a giugno 2020 è stato fornito solo il 4% delle ore previste. A gennaio 2021 invece, quando la scuola di fuori si era bene o male organizzata, in metà degli istituti non si faceva scuola in presenza. E tra questi solo in 1 su 4 si faceva didattica a distanza. Conseguenza anche del divario tecnologico che separa il carcere dalla società libera, per colmare il quale sarebbe bene usare i fondi del Recovery Fund. Fondi con i quali va rinnovato il sistema penitenziario, investendo di più sul personale, e non costruendo nuove carceri. Se la politica non ha il coraggio di adottare misure deflazionistiche serie è anche per la sovrarappresentazione nell’immaginario legato al carcere dei detenuti affiliati alla criminalità organizzata. Che in realtà sono solo un quinto della popolazione detenuta (9.000 in Alta Sicurezza e poco meno di 1.000 quelli al 41-bis). Da tempo diciamo che bisogna agire sul fronte della depenalizzazione. Un detenuto su 3 è in carcere per reati legati alle droghe. E il carcere costa: per la precisione il 35% del bilancio della Giustizia. Ogni detenuto costa in media 143 euro al giorno. Mentre una persona in misura alternativa ne costa 12, e ha tassi di recidiva di gran lunga più bassi. Il carcere non è un grande investimento. Sarebbe l’ora di guardare altrove.

Ha creato il “pentitificio” e il regime di tortura del 41-bis. Ergastolo ostativo, ecco perché Falcone non l’avrebbe mai voluto. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 25 Marzo 2021. Sarà prima di Pasqua o sarà dopo Pasqua, ma una cosa è certa. Che l’ergastolo ostativo, quello del “fine pena mai” debba essere dichiarato incostituzionale. E che i tempi sono ormai maturi perché si spazzi via l’intera legge voluta nel 1992 dal governo Andreotti dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, quella destinata a creare il “pentitificio” e anche il regime di tortura del 41-bis. Quella normativa che il giudice assassinato, contrariamente a quanto affermano oggi i magistrati “antimafia”, non avrebbe mai voluto. All’interno della legge che aveva creato l’ergastolo ostativo del “fine pena mai” e che nasceva da un decreto dei ministri Scotti (interno) e Martelli (giustizia), oltre alla modifica dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, c’era anche la nascita del 41-bis, quello che creava il carcere impermeabile e che isolava una serie di detenuti dal resto del mondo trasformandoli in uomini-ombra. La morte di Falcone non solo aveva creato un grande lutto nel Paese, ma aveva letteralmente fatto saltare i nervi a un governo ormai agli sgoccioli insieme alla Prima Repubblica, incapace di catturare i principali boss di Cosa Nostra, tutti ancora latitanti, ma anche di attenersi a quelle basi dello stato di diritto cui il magistrato assassinato si era sempre ispirato. A coloro, dal consigliere del Csm Nino Di Matteo fino al leader della Lega Matteo Salvini, che minacciano “giù le mani dal 4-bis di Falcone” occorre un breve ripasso. Il provvedimento del magistrato non ha mai legato l’accesso ai benefici previsti dalla riforma del 1975 al “pentimento” del detenuto, ma semplicemente alla necessità che fossero acquisiti elementi per escludere collegamenti attuali con la criminalità organizzata. Non c’erano quindi criteri oggettivi e neppure l’inversione dell’onere della prova. Era compito del giudice di sorveglianza accertare la mancanza di rapporti tra il mafioso in carcere e l’organizzazione esterna. Filosofia opposta quella del decreto Scotti-Martelli dell’8 giugno 1992, che attribuiva al detenuto il compito di dimostrare, solo e soltanto attraverso la collaborazione con i pubblici ministeri, di non essere più organico alle cosche. Va ricordato che quel decreto aveva suscitato non solo l’immediato sciopero degli avvocati, ma anche la ferma opposizione in Parlamento di tutta la sinistra, quando ancora era in gran parte garantista. Dalla parte del governo si schierò poi, in un certo senso, proprio la mafia, che il 19 luglio fece saltare in aria l’auto di Paolo Borsellino. Vinsero loro, e fecero crollare lo Stato di diritto e gli ultimi barlumi di civiltà giuridica. Così la legge fu votata. Sono passati quasi trent’anni. E si deve arrivare al 2019 perché la Corte Costituzionale presieduta da Giorgio Lattanzi e di cui era componente anche Marta Cartabia, cominci a mettere lo sguardo, anche fisicamente, dentro le carceri e scopra l’esistenza degli uomini-ombra del 41-bis, quelli che non possono neanche scambiare tra loro una mela o un libro. E a notare che anche persone in carcere da trent’anni, quindi oltre il limite previsto dal codice per aprire le porte anche agli ergastolani, non potevano godere neppure di brevi permessi-premio. Nasce così la sentenza numero 253 che, se pur su un tema limitato, scavalca le legge del 1992 e ritorna ai principi del provvedimento di Falcone, riaffidando ai giudici di sorveglianza il dovere di verificare caso per caso se il detenuto merita di andare in permesso. Quasi in contemporanea, il 13 giugno del 2019, una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia (processo Viola) per l’incompatibilità tra l’ergastolo ostativo e l’articolo 3 della Convenzione. La strada è aperta. Si arriva così alla sentenza della corte di cassazione su un caso specifico, quello del detenuto Salvatore Francesco Pezzino, che più volte aveva avanzato richieste di libertà condizionale denunciando la propria impossibilità a collaborare con i magistrati. La cassazione prende di mira finalmente l’incostituzionalità dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, proprio perché con i suoi automatismi impedisce al giudice la verifica sul comportamento e la possibilità di reinserimento. Concetti cui si è allineato due giorni fa l’Avvocato generale dello Stato, cioè il rappresentante del Governo, che non è più il governo Conte con il ministro Bonafede, ma quello di Draghi e Cartabia. Cui chiediamo di dare un’occhiata anche agli uomini ombra del 41-bis, quell’articolo dell’Ordinamento penitenziario che la Direzione nazionale antimafia, nella sua relazione annuale di un mese fa, ha chiesto venga “potenziato” e “mai attenuato”. Un buon motivo per riformarlo, o magari abolirlo. Ricordando che le emergenze del 2021 non sono proprio le stesse del 1992.

Caro Caselli, l’ergastolo ostativo era dettato dall’emergenza delle stragi mafiose del ’92. L'ergastolo ostativo venne adottato sull’onda delle emozioni e dell’allarme sociale suscitato dalla morte di Giovanni Falcone. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 24 marzo 2021. Alcuni magistrati antimafia sono ancora rimasti fermi ai primi anni 90. Eppure, lo stragismo della mafia corleonese è stato sconfitto quasi 30 anni fa con il sacrificio dei giudici trucidati dal tritolo e di tutti quei carabinieri e poliziotti uccisi perché davano la caccia ai boss corleonesi e messo mano ai loro affari miliardari. L’ergastolo ostativo, in particolare il 4 bis che preclude i benefici penitenziari a chi non collabora con la giustizia, ha avuto un senso quando lo Stato ha rischiato di piegarsi al ferocissimo attacco mafioso. Lo Stato, quindi, ha reagito forzando la nostra Costituzione. Sull’onda delle emozioni e dell’allarme sociale suscitato dalla morte di Giovanni Falcone, venne adottato il decreto legge dell’8 giugno 1992, numero 306, secondo il quale i condannati per i delitti mafiosi e terroristici potessero essere ammessi ai benefici premiali solo se avessero collaborato con la giustizia.

Giovanni Falcone aveva pensato un 4 bis diverso. Non è stato un decreto voluto da Falcone, il quale ha ideato un 4 bis diverso e che non precludeva i benefici ai non collaboranti: parliamo di un decreto inasprito a causa della sua uccisione. Un attentato senza precedenti nei confronti di un giudice. Alle 17:58, al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, il mafioso – poi collaboratore di giustizia – Giovanni Brusca ha azionato una carica di cinque quintali di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio. Non è un caso che, dopo l’indicibile strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, l’allora guardasigilli Claudio Martelli ha convinto il Parlamento ad approvare di fretta e furia il 41 bis. Come lui stesso testimonia, ha firmato – addirittura sul cofano della macchina – una serie di decreti per spedire diverse centinaia di detenuti al carcere duro.

Si prorogò in automatico il carcere duro per tutti. Ribadiamolo. C’era una emergenza, la sensazione che lo Stato rischiasse di mettersi in ginocchio era palpabile. Il risultato è che finirono al 41 bis diverse centinaia di detenuti che mafiosi non erano: in automatico si prorogava il carcere duro per tutti. Pe questo motivo, nel 1993, grazie ai magistrati di sorveglianza che sollevarono la questione, è dovuta intervenire la Corte Costituzionale ordinando allo Stato di valutare caso per caso. Ed è stato l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso a non prorogare il 41 bis per circa 300 detenuti. Tutti mafiosi? Ebbene no, perché – come già detto – sull’onda dello stragismo, non si è avuto tempo per essere equilibrati. Infatti, a differenza di cosa dice la tesi giudiziaria sulla presunta trattativa Stato-mafia, i fatti ci dicono che dei 336 detenuti non sottoposti al rinnovo del 41 bis, soltanto 18 appartenevano alla mafia. Non solo. A sette di loro, peraltro, nel giro di poco tempo, dopo un ulteriore valutazione, è stato nuovamente riapplicato. Ma erano boss di calibro i pochi mafiosi ai quali non è stato rinnovato il 41 bis? Assolutamente no. Dalle carte risulta che né dalla Procura di Palermo e né dalle forze dell’ordine, era stato evidenziato uno spessore criminale di particolare rilievo di taluno di loro. Nulla di oscuro, se non l’ulteriore dimostrazione che durante l’emergenza era facilissimo cadere in errore e non badare ai principi della costituzione italiana.

La mafia stragista è stata sconfitta. Per questo, a distanza di 30 anni, il 4 bis, varato sull’onda emergenziale, non ha più giustificazione alcuna. Può rimanere benissimo quel 4 bis voluto da Falcone, nome evocato a sproposito questi giorni. Cosa prevedeva il 4 bis originario? Nessuna preclusione assoluta ai benefici, ma se uno collabora con la giustizia non è costretto ad aspettare più di 26 anni. Si premia chi collabora, ma non si preclude la speranza in chi non lo fa. Lo Stato di Diritto non può compiere estorsioni, altrimenti il confine tra il metodo mafioso e quello “legale” diventa labile, quasi del tutto inesistente.

Lo Stato e la criminalità. Perché il 41 bis oggi non è più legittimo. Alberto Cisterna su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Era il 1986. Il 10 febbraio a Palermo iniziava lo storico maxiprocesso a “cosa nostra”. A fine anno venne inserito nell’ordinamento penitenziario l’articolo 41-bis. Poche righe destinate ad arginare le rivolte nelle carceri, pensate soprattutto per tenere a bada soprattutto i terroristi più irriducibili. La norma prevedeva che «in casi eccezionali di rivolta» o in «altre gravi situazioni di emergenza», il Ministro della giustizia potesse sospendere l’applicazione delle regole di trattamento dei detenuti. Con una limitazione fondamentale, tuttavia: la sospensione doveva avere «la durata strettamente necessaria» al fine di «ripristinare l’ordine e la sicurezza». Insomma, si trattava di gestire in via eccezionale situazioni carcerarie fuori controllo. Da allora sono trascorsi 35 anni. Un’eternità nel frullatore impazzito della modernità. Quella norma è ancora lì, anche se è rimasta praticamente inutilizzata. Eppure, la regola a qualcosa è servita. Messo in piedi lo “stato d’eccezione”, a quell’unico comma, se ne sono aggiunti nel tempo altri dieci che hanno regolato minutamente il cosiddetto regime speciale di detenzione per come lo conosciamo. Aperta una breccia nel trattamento eguale dei detenuti e scardinato l’orientamento della pena verso la rieducazione, i carcerati sono stati distinti non più secondo la loro personalità, ma per classi di reati. Da una parte i detenuti ordinari dall’altra quelli speciali perché sono quelli che rispondono di reati speciali. La discussione sul cosiddetto carcere duro è sempre stata al calor bianco. Gli scontri sulla severità delle restrizioni, sull’inumanità di taluni vincoli, sull’asprezza delle condizioni detentive hanno impegnato settori non marginali della pubblica opinione e hanno registrato l’intervento, a più riprese, della Corte di Strasburgo e della Corte costituzionale preoccupate di mitigare alcune evidenti esagerazioni. Non è questo però, o meglio non solo questo, il prisma attraverso cui occorre guardare a questo fenomeno che non può dirsi trascurabile perché mette in fibrillazione le istituzioni e la società civile in quella terra di confine in cui più precario è l’equilibrio tra la funzione rieducativa della pena (per i condannati), la presunzione di innocenza (per i tanti sottoposti a regime speciale, ma in attesa di giudizio) e il divieto di irrogare «trattamenti contrari al senso di umanità» (articolo 27 della Costituzione). Comunque mettiamo pure da parte le singole prescrizioni e le piccole vessazioni su cui in tanti si accapigliano a torto o a ragione. Mettiamo in conto che vada tutto bene e che tutto sia non solo legittimo, ma finanche giusto. Il punto è un altro. Per un attimo non occupiamoci delle minute proibizioni e sforziamoci di osservare lo scenario come fosse decantato dalle grida d’allarme dei supporter della carcerazione dura, sempre pronti a segnalare minacce incombenti che, si dice, qualunque attenuazione del carcere speciale non farebbe altro che accrescere. Per cogliere questa diversa prospettiva non è necessario avere pregiudiziali ideologiche, basta tornare all’ odierno articolo 41-bis per come si è innestato su quel piccolo virgulto del 1986: «quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica … il Ministro della giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti … in relazione ai quali vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale, terroristica o eversiva, l’applicazione delle regole di trattamento .. che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». In tanti guardano al dito e trascurano la luna, anche se riluce sotto il riflettore di parole chiare. Perché il carcere duro sia legittimo è indispensabile che «ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica». Occorre cioè che il paese o parti di esso versino in una condizione di insicurezza e di disordine generalizzati. C’è da chiedersi chi sia disposto a fare una simile affermazione quanto meno a partire dagli inizi di questo nuovo secolo e a portare solide argomentazioni a riprova di quanto sostiene. La domanda a cui occorrerebbe dare una risposta equilibrata e fondata su dati oggettivi è se davvero la situazione della criminalità in Italia sia tale da mettere in stato di pericolo l’ordine e la sicurezza collettiva e, per giunta, in modo grave. Sia chiaro non è una conclusione che può trarsi a cuor leggero prendendo in prestito le periodiche denunce di sacerdoti e vestali di una certa antimafia ampiamente screditata da manigoldi di vario genere e che non può neppure essere affidata alle valutazioni di soggetti più o meno interessati al mantenimento dello stato d’emergenza per ragioni a occhio e croce poco commendevoli. È indiscutibile che negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso associazioni, donne, uomini, case editrici e produttori televisivi hanno svolto, a prezzo carissimo, un ruolo essenziale nel denunciare connivenze, debolezze, assenze dello Stato nella lotta alle mafie. Ma questo, decenni dopo, non può essere il termometro con cui lo Stato definisce uno snodo così fondamentale della propria azione nella materia vitale della sicurezza e dell’ordine pubblico. Qualunque osservatore esterno, volgendo lo sguardo al nostro sistema penitenziario e penale, ne ricaverebbe l’impressione di un paese in stato d’assedio, in cui la vita dei cittadini è resa precaria da orde di criminali invincibili, e soprattutto nel Mezzogiorno. Per carità, può darsi che sia così, ma certo manca da sempre una pacata riflessione sulla giustificazione stessa dell’articolo 41-bis ossia se davvero la condizione della sicurezza e dell’ordine pubblico sia oggi gravemente compromessa dalle mafie oppure se si possa convenire sul fatto che centinaia di arresti e di confische hanno fiaccato e indebolito i clan un po’ dappertutto con capi storici che muoiono in cella. Declaring Victory si è solito dire quando una guerra volge irrimediabilmente in favore di uno dei belligeranti. Lo hanno fatto gli Alleati nel 1943 quando mancava ancora tanto per battere le forze dell’Asse. Alla vigilia dell’arrivo di oltre 200 miliardi di euro dai paesi del nord Europa il tema è cruciale. È chiaro che si debba fare il massimo sforzo per impedire che anche un solo centesimo finisca nelle mani delle cosche e dei sodalizi illegali. Quel che non dovrebbe essere consentito, però, è che il solito circuito mediatico-giudiziario scaldi i motori e attraversi in lungo e in largo la penisola e il continente denunciando infiltrazioni, malversazioni, accaparramenti di cui non si abbia prova concreta e per cui non si disponga di evidenze inoppugnabili. Lo si sta facendo persino con i vaccini, da stoccare a meno 80 gradi. Tanto, come diceva un vecchio cronista, finché le mafie non si danno un ufficio stampa non possono smentire. È indiscutibile che i boss siano alla continua ricerca di contatti con l’esterno. È indiscutibile che gli stessi boss intendano riallacciare contatti con i propri affiliati per continuare i propri affari. Quel che, tuttavia, non deve andare smarrito è che una Nazione ha il dovere di chiarire se questi comportamenti, comuni invero a tutte le carceri del mondo, possano giustificare lo stato d’eccezione ovvero se il Paese ha ormai la forza per reprimere ogni devianza, senza necessità di creare tante piccole Guantanamo.

Rinchiudere i mafiosi al 41 bis aiuterà pure la lotta ai clan ma rade al suolo lo Stato di diritto. Davide Varì su Il Dubbio il 23 Feb 2021.  È bastata una sola settimana e l’eterno ricorso a una sorta di “ragion di Stato” per convincere Giuseppe Pignatone ad archiviare la lezione di Leonardo Sciascia sui diritti. È bastata una sola settimana e l’eterno ricorso a una sorta di “ragion di Stato” per convincere Giuseppe Pignatone ad archiviare la lezione di Leonardo Sciascia sui diritti. In un bellissimo articolo di qualche giorno fa l’ex procuratore di Roma aveva infatti citato uno dei pensieri più limpidi e netti di Sciascia il quale, sulla lotta alla mafia, aveva le idee assai chiare: per nessun motivo la battaglia contro le organizzazioni criminali deve scalfire diritti e garanzie dell’imputato. Di ogni imputato.

«La repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli non sono gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e associazioni criminali come mafia, `ndrangheta e camorra», aveva scritto Pignatone citando Sciascia. E ancora: «La soluzione passerà attraverso il diritto o non ci sarà; opporre alla mafia un’altra mafia non porterebbe a niente, porterebbe a un fallimento completo». Come dire: c’è una linea, la linea tracciata dal nostro Stato di diritto, che non va superata neanche in nome della lotta alle mafie. Ma nell’editoriale uscito su La Repubblica di ieri, l’ex magistrato sembra tornare sui suoi passi. La “pietra d’inciampo” è il 41bis, l’istituto del “carcere duro” che il nostro Paese riserva a boss – talvolta solo presunti boss – e affini. Una misura contestatissima dagli altri stati europei e più volte bocciata e liquidata come tortura proprio così: tortura – dalla Corte europea dei diritti umani. Pignatone, come molti altri magistrati antimafia, insinua il dubbio, o meglio la convinzione, che il 41bis sia uno strumento indispensabile per la lotta alle mafie perché impedisce le comunicazioni tra il carcere e l’esterno: «un flusso vitale per i mafiosi che solo così possono mantenere il controllo sui loro affari e il loro ruolo nell’organizzazione». E a suffragio del suo ragionamento Pignatone porta l’esempio di un mafioso che, potendo beneficiare di nuovi spazi di libertà, si era riavvicinato all’organizzazione criminale. E in effetti non c’è alcun dubbio che isolare una persona per 23 ore al giorno in una cella di 10 metri quadrati, consentirgli l’ora d’aria solo quando gli altri detenuti sono rinchiusi e proibirgli la visita di figli, mogli e nipoti, di certo rende difficile qualsiasi attività criminale. Ma una democrazia moderna deve sempre chiedersi: è legittimo tutto questo? Chiudere le nostre Guantanamo rischia di indebolire la lotta alla mafia, ma indebolire il nostro Stato di diritto forse è ancora più rischioso.

L’avvocata di Provenzano replica a Pignatone: «Il 41 bis è una vergogna incostituzionale». Il Dubbio il 22 Feb 2021. Rosalba Di Gregorio commenta l’editoriale di Repubblica in cui l’ex procuratore difende il carcere duro per i mafiosi. «Il 41 bis, instaurando di fatto una discriminazione fra detenuti e derogando al regime ordinario, è di per sé incostituzionale. Nasce come “reazione” alle stragi del 1992 e, dopo un periodo di vergognosa applicazione, basti pensare alla tortura di Pianosa, ha finito con essere “mantenuta” per finalità che non sono chiarissime». A dirlo, in una intervista all’Adnkronos, è l’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale del capomafia Bernardo Provenzano fino alla morte del boss nel luglio 2016. Commentando l’editoriale di Giuseppe Pignatone, su Repubblica, in cui l’ex Procuratore di Roma ribadisce che il carcere duro per i boss non va cancellato. E che «tra le questioni più delicate che la nuova titolare del ministero della Giustizia dovrà ben presto affrontare c’è quella relativa al trattamento dei detenuti per reati di mafia», il legale spiega: «La vicenda dell’avvocatessa che, secondo l’accusa, faceva riunioni di soggetti, evidentemente liberi, o veicolava messaggi ai detenuti, non c’entra nulla con il 41 bis». «Lo stesso dottor Pignatone ammette la necessità di attenzionare posizioni di soggetti, detenuti da anni e anni, per cui andrebbero rivalutate le condizioni di applicabilità, con ciò ammettendo, correttamente, che l’automatismo nella applicazione di tale trattamento è la regola e che i decreti applicativi non sono, di fatto, motivati!». «Si va da soggetti, abbondantemente sostituiti sul territorio nei loro ruoli, cui si rinnova il 41 bis perché la associazione di cui 30 anni fa faceva parte, è ancora viva!». «È chiaro che se è viva è perché ha operato fregandosene dei pareri del detenuto. Se il 41 bis ha funzionato, infatti , dalle gabbie del 41 non è uscito alcun messaggio – prosegue l’avvocato Di Gregorio – Ma il tema diventa inquietante, laddove si mantiene il 41bis a soggetti privi di capacità intellettive. Ricordo Provenzano, leggo di Cutolo…». «Se incapaci addirittura di formulare pensieri, perché è stato lasciato loro il regime speciale, così dimostrandone palesemente la totale incostituzionalità? Bel tema per il nuovo Ministro». «Quelli vecchi, i ministri intendo, proprio sul punto dei “morti” lasciati in 41 bis non hanno certo brillato per preparazione», conclude Rosalba Di Gregorio.

Quante persone al 41 bis ci sono in Italia? Rossella Grasso su Il Riformista il 18 Febbraio 2021. Il 41 bis è una disposizione dell’ordinamento penitenziario italiano che prevede un particolare regime carcerario. È detto anche “carcere duro” ed è destinato agli autori dei reati ritenuti più gravi, per lo più legati alla criminalità organizzata. In Italia sono 759 i detenuti sottoposti a questo particolare regime carcerario. Sono 22 gli istituti penitenziari che prevedono il regime del carcere duro, dislocati su tutto il territorio nazionale. Secondo i dati del Ministero della Giustizia nella relazione annuale 2020, all’Aquila c’è la concentrazione maggiore con 152 detenuti di questo tipo. A Opera ne sono 100, a Sassari 91 e a Spoleto 81. Sono 304 quelli che hanno ricevuto la sentenza di ergastolo, di cui 204 con una sentenza definitiva. Il carcere duro fu pensato in funzione preventiva: l’isolamento avrebbe impedito ai detenuti di comunicare con l’esterno e continuare a svolgere o almeno a comandare le attività criminose all’esterno. Per questo motivo tra le persone al 41 bis ci sono soprattutto appartenenti alle organizzazioni mafiose. I più numerosi sono gli appartenenti alla Camorra che sono il 35% del totale. Seguono gli appartenenti a Cosa Nostra, che sono 203 e alla ‘Ndrangheta, che sono 210. Ci sono anche 3 detenuti al 41 bis per motivi di terrorismo, in particolare islamico. La condanna al 41 bis comporta particolari e rigide disposizioni. In primis l’isolamento dagli altri detenuti, anche nell’ora d’aria, la limitazione dei colloqui con i familiari, solo uno al mese della durata di un’ora, e dietro un vetro. Le autorità carcerarie controllano la posta in uscita ed entrata, la riduzione del numero e del tipo di oggetti che si possono detenere in cella, che è ovviamente singola. Riduce al minimo sia i contatti tra il detenuto e l’esterno (con i familiari e gli avvocati) sia con gli altri detenuti e anche con le guardie penitenziarie. Insomma si tratta di una condizione di totale isolamento. L’estrema durezza del 41 bis ha aperto molte volte un dibattito circa la sua legittimità: se è vero che la Costituzione stessa ammette un particolare regime detentivo per criminali altamente pericolosi è anche vero che in alcuni casi il 41 bis si traduce in una vera e propria privazione dei diritti umani. L’estrema durezza del 41 bis ha richiamato più volte l’attenzione della Corte dei Diritti Umani di Strasburgo che ha sanzionato l’Italia in diverse occasioni.

La regola feroce. Come funziona il 41 bis, il carcere duro che umilia il detenuto. Valerio Spigarelli su Il Riformista il 20 Febbraio 2021. Lo intitolammo Barriere di vetro il libro che la Camera Penale di Roma pubblicò nel 2002 sul 41 bis. Nella quarta di copertina scrivemmo «questo libro non è imparziale: la tesi che propugna è che tutto questo non dovrebbe avere cittadinanza in una società democratica». Il “tutto” che veniva raccontato nel libro erano le storie che avevamo raccolto nei mesi precedenti direttamente dai detenuti allora sottoposti al regime speciale: le condizioni di vita, la segregazione totale, le limitazioni alla socialità, la difficoltà nelle cure mediche, l’impedimento ad ogni sia pur minima manifestazione della personalità, l’impossibilità degli incontri con i familiari. Barriere di vetro erano, e sono, le massicce lastre di vetro antisfondamento che impediscono, negli incontri con i familiari, ogni sia pur minimo contatto fisico; una misura di sicurezza volta ad impedire la trasmissione di messaggi, è la giustificazione ufficiale, un simbolo dell’isolamento totale che si impone affinché non passi, a quegli uomini detenuti, neppure un briciolo di umanità. All’epoca dietro a quel vetro stavano anche i figli piccolissimi, poi la pelosa carità legislativa ha permesso, nel periodo successivo, che fino ai dodici anni possano toccare i genitori; compiuti i dodici anni fine della concessione, nessun contatto fisico. Quando leggemmo quei racconti ci trovammo di fronte alla natura vera, e cruda, del 41 bis, quella di un trattamento disumano, volto a piegare il detenuto al fine di farne un collaboratore; cosa che lo Stato italiano confessò impudicamente quando la questione finì di fronte alla Cedu. Quello che colpiva, nei racconti di gente che pure era ritenuta responsabile di fatti gravissimi, erano i particolari, le vessazioni inutili, i divieti assurdi ed arbitrari, che meglio di qualsiasi altra cosa dimostravano che la sicurezza, totem avvolgente che avrebbe dovuto esserne la giustificazione, in larga misura non era in discussione. C’era quello che ti diceva che nel carcere dove si trovava, al nord, in nome della sicurezza, erano vietati i cappelli di lana, oppure quello che ti raccontava l’assurda selezione dei cibi ammessi e di quelli vietati. «Perché non mi posso cucinare pasta e ceci?» ci chiedeva uno. Roba che non si è modificata, da allora, se anche negli ultimi tempi, uno dei temi affrontati – da quel vero e proprio Tribunale speciale che ha sede a Roma con competenza nazionale sul 41 bis – è stata il divieto di acquisto di un certo tipo di cibo perché dimostrerebbe, di fronte non si sa bene a chi visto che campano in reparti isolati, un supposto ruolo “dominante” all’interno del carcere. La logica del 41 bis è feroce, simbolica e allo stesso tempo infantile: se mangi bene rivendichi il tuo ruolo di boss, persino se leggi libri e giornali la cosa diventa sospetta. Del resto ogni forma disumana di detenzione è fondata su di una idea infantilmente rozza della pena. È inutile a fare distinzioni: il 41 bis serve a far star male il detenuto, ad umiliarlo, è una forma di vessazione legalizzata, chi dice il contrario sa bene di mentire. Tra cento anni starà sui libri di storia come un arnese di cui anche la magistratura si vergognerà; oppure come l’antesignano della galera del futuro per i cattivi, e i suoi apologeti celebrati come salvatori dell’umanità. Dipende da quanto sarà incattivita la società del futuro. Per ora registriamo che i grandi criminali, anche se ridotti a larva umana come Provenzano, anche se incapaci di riconoscere i propri familiari dietro a quella sbarra di vetro, come Cutolo, devono crepare al 41 bis. In caso contrario qualche jena manettara, che campa in televisione e in parlamento di populismo giudiziario, inizierebbe la solita danza macabra al cui rituale i sinceri democratici non si possono sottrarre perché hanno paura di quella pubblica opinione, ancor più feroce, che loro stessi hanno creato. La sicurezza c’entra poco, si può tutelare in altra maniera, il 41 bis è un totem simbolico, la bandiera del volto duro che lo Stato non può ammainare senza perdere la faccia. Il 41 bis è una contraddizione dello Stato di diritto ma una società democratica dovrebbe saper fare i conti con le sue contraddizioni. Tempo fa sono stato all’Asinara, carcere oramai chiuso che si mostra ai turisti come un sito archeologico. Arrivati in uno dei padiglioni la guida ci ha spiegato che lì vigeva la regola del silenzio: ai detenuti non era permesso parlare. Ognuno poteva immaginare cosa comportasse la violazione della regola. Poi ci ha illustrato le meraviglie di un altro padiglione, chiamato all’epoca la discoteca, che doveva il suo nome al fatto che era illuminato giorno e notte da enormi fari così da impedire ai detenuti di distinguere l’uno dall’altra. Lo raccontava col sorriso sulle labbra, senza alcun imbarazzo: eppure quelle erano torture, secondo la definizione delle convenzioni internazionali già nel ‘900. In nome della lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, persino al contrasto del fenomeno dei sequestri di persona, la società italiana, il mondo giuridico, la magistratura, permisero quelle pratiche per decenni. In pochi si opposero, i soliti radicali e qualche altra anima bella. La grande stampa no. Nessuno fece pubblicamente i conti con quella stagione neppure dopo, anche quando i casi di Triaca, o quelli che avevano riguardato la vicenda Dozier, avevano dimostrato che in Italia lo Stato torturava nel senso vero e proprio del termine. Nessuno, anche quando il rischio era passato, come invece succede nelle altre grandi democrazie. Oggi si fa lo stesso col 41 bis e la lettura dei grandi giornali di informazione, l’ascolto dei tg lo conferma. È morto il Boss, ci dicono, magari qualcuno ci racconta come era ridotto, niente di più. Nessuno che dica, per come è morto, che non c’era senso a tenerlo al 41 bis se non quello simbolico della deterrenza. Tra qualche anno i nostri figli andranno a visitare vecchi carceri e reparti 41 bis, vedranno le telecamere e i microfoni accesi ventiquattrore al giorno, i cortili angusti con le grate ad oscurare il cielo, oppure scenderanno qualche piano sottoterra senza aria né luce. E ci sarà una guida che col sorriso sulle labbra racconterà che lì è morto un grande boss ridotto talmente male da non riconoscere la propria figlia; quello che non dirà è che, assieme a lui, a quei tempi, in Italia era morta la pietà. Tra le lettere di quel libro semiclandestino che pubblicammo venti anni fa, ce ne era una che mi colpì. Narrava che in carcere girava la notizia che un magistrato di sorveglianza aveva permesso al cane di un detenuto per reati comuni di far visita al padrone per avere una carezza, perché il cane stava morendo di dolore per il distacco. «Vorrei che mio figlio fosse trattato come quel cane» si concluse quella lettera. Penso che lo stesso pensiero sia venuto anche alla figlia di Cutolo.

Al 41 bis è vietato anche compilare il proprio testamento biologico. Maria Brucale su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. La legge “in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, n. 219/2017, entra in vigore dal 31.01.2018. Nel rispetto dei princìpi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.” Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica. Ferma restando la possibilità per il paziente di modificare la propria volontà, l’accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. È un approdo importante che si nutre delle battaglie storiche di Marco Pannella e di quanti, come l’Associazione Luca Coscioni, fondata da Luca Coscioni nel 2002, hanno posto la libertà di scelta individuale, in particolare per quel che concerne il fine vita (ma ogni libertà di scelta, dall’inizio alla fine della vita, per tutti) al centro della propria azione politica. Un cammino ancora incompiuto, una materia certamente difficile che raccoglie in sé l’evoluzione del sentire collettivo rispetto al concetto della dignità della vita e della dignità della morte e, soprattutto, alla lenta affermazione del principio che le scelte sulla propria vita sono personalissime e che c’è, nella malattia, una soglia del dolore tanto insopportabile da mutare la stessa semantica della parola suicidio che diventa fine di una non vita. Accade allora che un detenuto in 41 bis immagini di contrarre il virus in tempo di pandemia e decida di depositare il proprio testamento biologico. I familiari, allora, su sua richiesta, gli mandano i moduli dell’Associazione Luca Coscioni. La corrispondenza è soggetta, come sempre, a censura ma dovrebbe essere legale un modello del tutto asettico da compilare con le proprie disposizioni, ai sensi della legge 219/2017. Già, perché è per tutti “il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona”. Anche per i detenuti, perfino per i ristretti nel luogo di silenzio trattamentale ed emozionale del 41 bis. E invece no! Perché un magistrato di sorveglianza di Roma decide di non consegnare la corrispondenza al ristretto. La motivazione è che, ritenuto ancora di alto spessore criminale (in 41 bis da 24 anni!) “attraverso eventuali interpolazioni del testo, lo stesso potrebbe veicolare messaggi illeciti.” […] “Occorre contemperare il principio dell’efficienza dell’attività amministrativa con le esigenze poste alla base della sicurezza interna ed esterna che si concretizza attraverso la puntuale verifica di contenuti criptici eventualmente inseriti mediante la possibilità di interpolare i documenti inviati”. Non c’è (ovviamente) nulla di criptico, indebito, fraintendibile nel modulo che non viene consegnato, ma nel compilarlo il recluso potrebbe veicolare messaggi criminali. È surreale, abominevole, tanto assurdamente in violazione di legge da sembrare una burla. E, invece, è proprio scritto, nero su bianco. È una censura all’ipotesi di intenzione, una aberrazione del sospetto sulla eventuale e futuribile possibilità che la persona detenuta, per comunicare un volere delittuoso all’esterno, si faccia mandare un modulo per le disposizioni anticipate di trattamento e nel compilarlo introduca indicazioni per i sodali che saranno sempre filtrate dall’ufficio censura del carcere che ogni scritto, in entrata o in uscita, capillarmente analizza. Oltre alla feroce violazione di un diritto garantito a tutti dalla legge che involge principi fondamentali di rango costituzionale – la libertà, la salute, la vita – si trova nell’assurdo provvedimento, la negazione per il ristretto di scrivere alcunché restando aperta la possibilità che trasmetta il proprio comando oltre le sbarre. Vietato pensare, sperare, desiderare. Perfino scegliere come morire.

Chi è al 41 bis non può acquistare il cibo come fanno i detenuti comuni. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 20 Feb 2021. La Cassazione ha accolto il ricorso dell’amministrazione penitenziaria che si era opposta alla decisione del Tribunale di sorveglianza de L’Aquila. Per la Cassazione, il detenuto al 41 bis non può acquistare il cibo che è invece consentito ai detenuti comuni. Il Magistrato di sorveglianza de L’Aquila ha accolto il reclamo presentato da Carlo Greco, sottoposto nella Casa circondariale de L’Aquila al regime del 41 bis, avente ad oggetto il mancato inserimento nel “modello 72” di una serie di prodotti alimentari che sono invece consentiti ai detenuti non sottoposti al regime differenziato e la previsione di determinate fasce orarie in cui ai detenuti sottoposti al predetto regime penitenziario era consentito cucinare. Per questo ha disposto che la Direzione di quell’Istituto consentisse al reclamante di acquistare al “modello 72” gli stessi cibi acquistabili presso le altre sezioni del carcere e di cucinare cibi senza la previsione di fasce orarie.Con successiva ordinanza il Tribunale di sorveglianza dell’Aquila ha rigettato il reclamo proposto dall’Amministrazione, rilevando, preliminarmente, come la Corte costituzionale, con sentenza n. 186 del 2018, avesse ritenuto che il divieto di cuocere cibi al 41 bis, costituisse una limitazione, non contemplata per i detenuti comuni, contraria al senso di umanità della pena e costituente una deroga ingiustificata all’ordinario regime carcerario in quanto estranea alle finalità proprie del regime differenziato e, dunque, dalla valenza meramente e ulteriormente afflittiva. Per tale ragione, doveva garantirsi che i detenuti in regime duro fossero assimilati, sotto l’aspetto relativo all’alimentazione, ai detenuti delle sezioni comuni e di Alta Sicurezza: per questo, secondo il tribunale di sorveglianza, in assenza di ragioni di sicurezza per un trattamento diverso, non c’è alcuna giustificazione una restrizione dell’orario in cui i detenuti potevano dedicarsi alla cottura dei cibi; così come la mancata omologazione dei generi alimentari presenti nel “modello 72” dei detenuti appartenenti ai vari circuiti configura una ingiustificata disparità di trattamento, con la sottoposizione dei soggetti al 41 bis un trattamento ulteriormente afflittivo privo di qualunque giustificazione, trattandosi di beni non di lusso.L’amministrazione penitenziaria a quel punto ha fatto ricorso in Cassazione che è stato accolto, con la sentenza numero 4031, con la premessa che l’acquisto di cibi pregiati diventa una possibile dimostrazione di potere, annullando l’ordinanza, ma con rinvio al tribunale per un nuovo giudizio. Perché? La Cassazione ritiene necessario sollecitare, da parte dei giudici di merito, un ulteriore sforzo motivazionale, volto a chiarire di quali beni si sia chiesta l’inclusione nel “modello 72”, in modo da poter verificare la ragionevolezza o meno della scelta in rapporto alle finalità proprie del regime differenziato.

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni. Maria Brucale su Il Riformista il 12 Febbraio 2021. Sono passati quasi trent’anni da quando la feroce uccisione dei Giudici Falcone e Borsellino portò una società stordita dalla violenza di quelle morti ad accettare una legislazione di emergenza che si annunciava già palesemente incostituzionale: l’introduzione del regime “41 bis”, una carcerazione sostanzialmente sottratta alla tensione rieducativa della pena per chi fosse accusato di essere al vertice di un sodalizio mafioso. Con una riforma del 2002 l’emergenza si è tradotta in immanenza in un solco sempre più profondo di insicurezza sociale e di giustizialismo e quella norma che impedisce alla carcerazione di proiettare il ristretto alla restituzione in società è entrata definitivamente nel nostro ordinamento. Dal 2009, poi, il 41 bis ha subito una ulteriore stretta con una modifica che individua nel tribunale di sorveglianza di Roma il solo giudice deputato a decidere sui reclami avverso la detenzione di rigore. Una violazione vistosa del criterio di prossimità connaturato all’esistenza stessa della figura del magistrato di sorveglianza, vicino al detenuto, che ne conosce il percorso e le progressioni ma, soprattutto, la creazione di un monolite giurisprudenziale attestato sulla pressoché fideistica approvazione dei decreti ministeriali. Così ci sono persone che dal 1992 si trovano diuturnamente in 41 bis. Alcune ci sono morte. Quasi trent’anni, appunto, di “carcere duro” che si fa sempre più espressione di una spinta esasperatamente punitiva. Numerosi i segnali della giurisprudenza di merito e di legittimità di una carcerazione che vuole i ristretti non più uomini. Con una recentissima pronuncia la Corte di Cassazione ha ritenuto legittima la sanzione di 15 giorni di isolamento inflitta a un detenuto in 41 bis per avere affermato, in una sua lettera, di essere stato deportato in un lager (il carcere in cui si trova) dove molti elementari diritti vengono negati. La Cassazione rileva «l’atteggiamento offensivo nei confronti degli operatori penitenziari o di altre persone che accedono nell’istituto per ragioni del loro ufficio o per visita. Non può essere revocato in dubbio – secondo i giudici di legittimità – senza che possa invocarsi il diritto alla manifestazione del pensiero, che la definizione del carcere di Rebibbia come lager, ove si sarebbe ristretti per “deportazione”, implica giocoforza una offesa alla professionalità di quanti in quella struttura operano, perché il loro lavoro e il loro impegno viene automaticamente oltraggiato con la riconduzione al ruolo di aguzzini e torturatori». Eppure la censura della corrispondenza dovrebbe essere ammessa soltanto per impedire la veicolazione di messaggi potenzialmente criminogeni. Non è lecito utilizzarla per menomare un recluso della possibilità di sfogare, in una comunicazione che resta privata (seppure letta dal censore) il proprio strazio, la propria sofferenza, anche con toni accesi, iperbolici, perfino rabbiosi. Ancora, dalla suprema Corte: il detenuto non può comunicare ad altro ristretto, con cui è in contatto epistolare, il suo trasferimento in altro istituto di pena. Viola le disposizioni di sicurezza del regime. Non può condividere con altri reclusi un modello di reclamo avverso provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Ciò lo porrebbe, secondo i giudici di legittimità, in un rapporto di supremazia e gli darebbe una indebita autorevolezza. Contro ogni logica, contro ogni umanità, lo si priva del conforto di una corrispondenza soggetta a censura e gli si impedisce di condividere la propria esperienza e di offrire aiuto a una persona che si trova nella sua stessa condizione. Dalla magistratura di sorveglianza, invece, arrivano provvedimenti di divieto di acquistare libri, pur di alto contenuto formativo, a firma della Presidente emerita della Corte Costituzionale, Marta Cartabia e del Prof. Adolfo Ceretti, perché, dice il pm: «il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti e aumenterebbe il carisma criminale» e, conferma il giudice: «il possesso del libro determinerebbe una posizione di privilegio rispetto agli altri detenuti». Conoscere, migliorarsi, dunque, determina supremazia. Ancora. Trattenuta dal magistrato di sorveglianza la lettera di un avvocato al proprio assistito perché contiene un’ordinanza relativa ad altro ristretto, il cui nome è omissato, utile alla sua difesa perché «attraverso eventuali interpolazioni del testo, potrebbe veicolare messaggi illeciti». Insomma si ipotizza che l’avvocato abbia manipolato il provvedimento per trasmettere al detenuto contenuti criminogeni. La suggestione esplicita, dunque, che il difensore sia correo o, quantomeno, favoreggiatore del clan e la palese violazione di legge perpetrata nel bloccare la corrispondenza, peraltro con il difensore, in virtù di una vaga, inconcludente e calunniosa ipotesi di sospetto. Divieto di pensare, di conoscere, di migliorarsi. Per l’amministrazione penitenziaria anche di desiderare. Vietata la fantasia sessuale. No alle riviste porno, un mero interesse del ristretto, secondo il DAP, non un diritto per poter dare vita, almeno nel sogno, nell’astrazione, nel totale isolamento di una condizione di totale privazione, all’istinto che appartiene a tutti, che è connaturato alla persona, che non può essere soppresso, pena la mutilazione della essenza di uomo. Ma sembra ormai tutto lecito per i dannati di quel mondo, il 41 bis, di sterile agonia, di silenzio della mente, delle coscienze.

·        Le Mie Prigioni.

La svolta delle carceri.  Chi sconta la pena all’esterno supera il numero dei reclusi. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'11 dicembre 2021. Tra i sette provvedimenti di clemenza firmati nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica — probabilmente gli ultimi del suo settennato — ci sono tre grazie parziali che hanno ridotto le pene di circa un anno ad altrettanti detenuti, i quali potranno così finire di scontare le rispettive condanne fuori dal carcere. Entrando nel sistema della «esecuzione penale esterna», i cui numeri hanno superato quelli della popolazione penitenziaria. A fronte di 54.593 reclusi (dati aggiornati al 30 novembre) di cui il 30 per cento in attesa di giudizio definitivo, ci sono (rilevazione del 31 ottobre) 67.792 persone che usufruiscono di misure alternative o sostitutive della pena detentiva, o della «messa alla prova» che sospende il processo. In sostanza, ci sono più imputati e condannati fuori che dentro le prigioni; un modo per allentare la morsa del sovraffollamento carcerario ma — soprattutto — per applicare la Costituzione che, ricorda spesso la ministra della Giustizia Marta Cartabia, «non parla di carcere ma di valenza rieducativa della pena». E aprire le porte dei penitenziari favorisce il recupero delle persone più che tenerle chiuse. Lo dimostrano non solo i numeri dell’esecuzione esterna, ma anche delle revoche per violazione delle prescrizioni o altri motivi: poche e in costante diminuzione.

I dati

All’interno della popolazione non detenuta, la quota maggiore (30.591 persone, poco meno della metà) è quella di chi sconta la pena con misure alternative: affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare e semilibertà. Si tratta per lo più di affidamenti in prova (18.612) che per due terzi (11.731) hanno evitato il carcere. Sono condannati a pene inferiori ai quattro anni (limite previsto dalla legge per accedere a questa misura); gli altri (6.881) hanno invece trascorso la prima parte in cella o ai domiciliari e, giunti sulla soglia residua dei quattro anni sono potuti uscire. La maggior parte delle sentenze scontate in questo modo riguarda reati contro il patrimonio (29 per cento) e contro l’incolumità pubblica (16,3 per cento); solo l’8,3 per cento è relativo a delitti contro la persona, e ancor meno (3,8 per cento) contro la famiglia, la pubblica morale e il buon costume. Il dieci per cento di questa categoria comprende le donne: una quota molto più alta della percentuale di detenute rispetto ai maschi, ferma al 4 per cento. Facendo una distinzione per nazionalità si scopre che il 16 per cento sono cittadini stranieri, che invece rappresentano più del 30 per cento della popolazione detenuta. Ciò significa che per i non italiani c’è una maggiore oggettiva difficoltà a evitare il carcere. La seconda grande fetta dell’esecuzione esterna è quella della «messa alla prova», composta da 23.888 persone. Si tratta di un percorso riparatorio e risarcitorio consentito a imputati di reati di scarsa entità che sospende il processo e, se va a buon fine, estingue il reato. In questo modo le persone possono ricominciare a vivere senza passare da una condanna, quindi senza ipoteche penali. Si tratta di provvedimenti che hanno visto una crescita esponenziale negli ultimi anni, passando dai 511 del 2014 ai 23.492 nel 2017 fino al picco di 34.931 nel 2020, e che per la metà riguardano persone con meno di quarant’anni. È dunque ai più giovani che si cerca di evitare di entrare nel circuito penale, e fra loro il reato più frequente nel quale sono incorsi riguarda violazioni del codice della strada. Quanto alle tipologie di lavoro svolte, per il 74 per cento sono impieghi «in attività socio-assistenziali e socio-sanitarie», e l’analisi dei dati fa ritenere agli esperti del ministero della Giustizia che «la messa alla prova può effettivamente svolgere una funzione di prevenzione della devianza».

Le convenzioni

Anche per questo la Guardasigilli Cartabia sta dando ulteriore impulso ad accordi e convenzioni con tutti gli enti disponibili per incrementare questa misura; da ultimo quello con il ministero della Cultura per cento posti distribuiti in tutta Italia tra musei, parchi archeologici e biblioteche. Tra chi invece è passato da processi e condanne, ci sono 8.685 persone ammesse a sanzioni sostitutive della pena accordate dal giudice al momento del verdetto (quasi tutte per violazioni del codice della strada, e una minima quota per droga). Quella più importante comprende i «lavori socialmente utili», prestazioni gratuite solitamente presso enti pubblici o associazioni di volontariato. Infine, nella popolazione dei condannati non detenuti vanno conteggiati anche i 4.516 in libertà vigilata, e i 112 che usufruiscono della semidetenzione o della libertà controllata.

Parla la giovane che ha partorito da sola a Rebibbia: «Mi dicevano: “chiudi le gambe”». Il racconto di Amra in un'intervista a Repubblica: «Parlo affinché non capiti a nessun'altra». Il Dubbio il 29 novembre 2021. «Mi dicevano di chiudere le gambe». Amra, 24 anni, quattro figli, una vita nel campo nomadi di Castel Romano, è la donna che lo scorso 31 agosto ha partorito una bambina nel penitenziario di Rebibbia a Roma, grazie all’aiuto della compagna di cella Marinella. La giovane ha raccontato quei momenti di paura in un’intervista a Repubblica. «Questa cosa la faccio solo perché nessuno deve vivere ciò che ho vissuto io, nessuna donna dovrebbe partorire in carcere», ha spiegato Amra, assistita dall’avvocato Valerio Vitale. «Sono stata arrestata il 22 giugno. Ero incinta di sei mesi e mi hanno portata in ospedale. I poliziotti erano gentili e in commissariato ci hanno dato da bere e mangiare. Il giorno dopo però mi hanno accompagnata in tribunale e dopo la decisione del giudice sono arrivati i poliziotti vestiti di blu e mi hanno portata in carcere, nel reparto cellulare, dove ci sono piccole celle». La donna è stata ricoverata in ospedale per alcune perdite e poi di nuovo trasferita a Rebibbia, questa volta in infermeria. «Avrei preferito 6 mesi negli altri reparti piuttosto che un giorno in infermeria. Ero da sola in cella, le altre urlavano, una ragazza sbatteva la testa contro il muro, un’altra si strappava i peli e li mangiava. Una donna diceva che avrebbe ucciso mia figlia non appena fosse nata. Io piangevo sempre. Poi il 9 luglio è finito l’isolamento covid e hanno portato la mia amica Marinella, era stata arrestata con me». La sera del 31 agosto, dopo giorni di contrazioni, Amra comincia a stare male. «Avevo mal di testa e di pancia, mi hanno dato una tachipirina. Era passata anche l’assistente, le avevo detto che stavo male ma è andata via. Non ho mai pianto così tanto, avevo paura per la mia bambina. Avevo troppo dolore. Marinella allora ha iniziato a suonare. L’assistente ha detto: “Chi è che suona a quest’ora? cosa volete? Ora arrivo”. Era tutto buio, l’assistente è arrivata fuori dalla cella ma non mi credeva, voleva andare via. Marinella ha urlato: “Non ci lasciare”. Mi dicevano di chiudere le gambe, ma Marinella mi ha detto di non farlo perché il bambino poteva soffocare. Poi ho messo la mano sotto e ho sentito la testa, avevo paura cadesse per terra e mi sono sdraiata. È nata da sola e non piangeva». È stata la compagna di cella a pulire il viso della bambina dalla placenta a mani nude, consentendo così alla piccola di piangere e respirare. Dopo il parto, la giovane è stata trasferita in ospedale e ora sconta la condanna a casa. «Non ho sogni – ha detto – desidero solo che i miei figli abbiano un futuro diverso dal mio». 

La replica della ragazza: "Falso, poteva mandare l'infermiere". Donna partorisce in carcere da sola, il medico prova a salvare la faccia: “Ero al telefono con il 118”. Andrea Lagatta su Il Riformista il 29 Novembre 2021. Ci sono ancora troppi dubbi e molte domande sulla vicenda di Amra, la giovane detenuta 20enne che lo scorso 31 agosto è stata costretta a partorire nella cella del carcere di Rebibbia. Innanzitutto: perché la ragazza ha fatto nascere da sola suo figlio in un’angusta cella dell’istituto peniteziario? E, soprattutto, dov’era il medico che avrebbe dovuto soccorrerla? Secondo quanto raccontato a Repubblica, il dottore era al telefono con il 118. Per questo motivo, per la Asl Roma 2, Amra ha partorito da sola, aiutata dalla sua compagna di cella. Ma la versione contrasta con quanto ha raccontato la ragazza alla commissione carceri della Camera Penale di Roma: “Secondo voi è credibile che un medico sia andato a chiamare l’ambulanza? Casomai mandava un’infermiera”, domanda Amra, italiana di origine bosniaca, residente nel campo rom di Castel Romano. La ragazza, quando è stata arrestata lo scorso 22 giugno, era incinta di sei mesi. Già in passato, durante le precedenti gravidanze, aveva avuto minacce di aborto.

Il parto

A distanza di settimane ancora non si è giunti a una risposta sul perché Amra abbia partorito da sola. “Alle ore 01.32 circa il medico di guardia giunge nella Sezione Infermeria e si dirige immediatamente verso la cella della detenuta, ove l’infermiera sta assistendo la stessa, constatando condizioni generali discrete e la detenuta vigile e lucida”, si legge in un documento inviato dall’azienda ospedaliera alla Regione Lazio dopo la richiesta di “chiarimenti sulla gestione delle donne detenute in stato di gravidanza”.

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre scorso inizia il calvario di Amra. Verso le ore 01.31 la ragazza ha un forte dolore e Marinella, la sua compagna di cella, chiama aiuto. Arriva un’infermiera: “Diceva di chiudere le gambe, ma Marinella mi ha detto di non farlo, il bambino poteva soffocare. Ho messo la mano sotto e ho sentito la testa, mi sono messa a letto ed è nata. Non piangeva. Aveva la placenta in faccia. L’ha levata lei con le mani e la bambina ha respirato. Poi è arrivato il dottore”, dice Amra.

Dall’altra parte, però, c’è una storia completamente diversa. L’Asl e il dottore sostengono che il medico avesse considerato il ricovero per la giovane partoriente. Per questo il dottore è andato “nella medicheria di sezione al fine di contattare il 118”. E dopo soli 3 minuti da quando ha visto per la prima volta Amra, “alle ore 01,35 circa, terminata la telefonata con gli operatori di 118”, è rientrato nella cella “costatando che il periodo espulsivo del parto si era concluso in presenza di due infermieri”.

Mentre si cerca di fare chiarezza sul caso, la Garante dei detenuti di Roma, Garbiella Stramaccioni, non ha dubbi: le donne incinte e i bambini non devono entrare in carcere. Per loro deve essere prevista una soluzione alternativa, come l’ingresso in una struttura comunale oppure l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari. “I bambini non devono entrare in carcere, così come le donne incinte – ha affermato Stramaccioni al Riformista – La detenzione preventiva nei penitenziari deve essere presa in considerazione come extrema ratio, solo per i casi di conclamata pericolosità sociale”. Amra, infatti, è stata arrestata la scorsa estate per un furto.

La vicenda

A denunciare la storia lo scorso settembre è stata la Garante dei detenuti di Roma, che, dopo essersi recata in carcere il 14 agosto, si è attivata affinché per la donna, così come per la sua compagna di cella, venisse valutata una detenzione alternativa.

Stramaccioni ha incontrato Amra nell’infermeria dell’istituto penitenziario, dove era ricoverata insieme ad altre due rom incinte e ai pazienti psichiatrici. Come ha raccontato al Riformista, Stramaccioni ha scritto al magistrato competente il 17 agosto scorso per chiedere una soluzione alternativa alla detenzione cautelare imposta alle due donne incinte, di 20 e 25 anni. Per esempio, aveva proposto la Garante, una soluzione per le due giovani donne sarebbe stata la Casa di Leda, una struttura protetta aperta dal marzo del 2017 per la tutela delle detenute con figli minori: può ospitare fino a sei persone e otto figli da zero a 10 anni. La sollecitazione non ha però ricevuto risposta. Forse, sottolinea il Garante, per il periodo di ferie osservato da molti.

E’ necessario fare chiarezza sul caso, così come è fondamentale svuotare il nido di Rebibbia: attualmente la struttura, su input della Garante dei Detenuti, è vuota. Andrea Lagatta

Chi è Michele Nardi, il magistrato accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso. Redazione su Il Riformista il 27 Novembre 2021. Michele Nardi, dopo aver lavorato come giudice a Trani, ha prestato servizio all’Ispettorato del Ministero della giustizia e quindi alla Procura di Roma come pm. Nel 2016 è stato indagato dalla Procura di Lecce con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso. Dal 14 gennaio 2019 al 24 giugno del 2020 è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La Cassazione, per tre volte, ha annullato il provvedimento di carcerazione preventiva. L’anno scorso è stato condannato in primo grado 16 anni e 9 mesi di reclusione. Attualmente è sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Questa settimana ha chiesto al Csm di poter tornare in servizio. Si è sempre proclamato innocente ed ha depositato a Palazzo dei Marescialli un dossier sul modo in cui sono state condotte le indagini ed il processo. Alla base delle accuse vi fu la testimonianza dell’imprenditore pugliese Flavio D’Introno. Quando Nardi venne arrestato era titolare di importanti fascicoli su esponenti politici di primo piano. Pubblichiamo  la lettera che Michele Nardi ha inviato al presidente Mattarella in occasione della scorsa Pasqua, direttamente dal carcere di Matera.

La lettera dal carcere. L’appello di un magistrato ex detenuto a Mattarella: “Mai più prigioni, sono inumane”. Michele Nardi su Il Riformista il 27 Novembre 2021.  Signor Presidente, sono e mi chiamo Michele Nardi, nato a Pavia nel 1966 magistrato da circa 30 anni, ma le scrivo come detenuto del carcere di Matera, in stato di custodia cautelare da 15 mesi. Ho sempre servito il mio Paese e la giustizia al meglio delle mie capacità. Ma è bastata l’accusa di concorso morale in corruzione in atti giudiziari, fondata sulle sole accuse di un soggetto condannato per usura e privo di qualsiasi credibilità, per essere trascinato dalla Procura di Lecce in questo inferno. Non avendo ammesso le mie colpe — che non ho — mi hanno lasciato in carcere, mentre coloro che hanno posto in essere gli atti giudiziari oggetto di scambio corruttivo e lo stesso corruttore, sono liberi o ai domiciliari da più di un anno per aver ammesso, non potendo fare altro, le proprie responsabilità. Un metodo antico di torturare gli imputati ed ottenere confessioni! Mentre sono relegato in carcere e processato, il presunto corruttore non è stato nemmeno rinviato a giudizio! Nonostante la Suprema Corte di Cassazione abbia annullato quattro mesi fa la mia misura custodiale per carenza di esigenze cautelari, la misura carceraria è stata riconfermata dal Tribunale della Libertà. Ma non Le scrivo, per tediarla con le mie vicende giudiziarie. Le posso solo dire che sono pronto a giurare sulla mia vita e dinanzi a Dio di essere innocente. Mi permetto di scriverle perché provo l’esigenza di esprimerle la mia delusione e quella dei tanti rinchiusi con me in questo girone infernale. Ieri sera abbiano seguito in silenzio e speranza il suo messaggio di auguri. La sua formazione cristiana, che condivido, avrebbe dovuto portarla a spendere una parola, in queste ore difficili, per la condizione dei detenuti. In queste settimane lei ha avuto bellissime parole di incoraggiamento per tutti ma non l’ho mai sentita parlare delle carceri, dei detenuti, degli ultimi della società, quali noi siamo. E il suo silenzio è ancora più assordante visto che il ministro della Giustizia, che lei ha riconfermato in ben due governi, alla prima rivolta carceraria, dopo aver dispensato mediaticamente minacce di ritorsioni e proclami di fermezza, è sparito dai radar della comunicazione. Il decreto legge che avrebbe dovuto alleggerire la presenza dei detenuti nelle carceri è stato, come prevedibile da una semplice lettura del testo, un autentico flop. Lo stesso Csm lo aveva sottolineato spiegandone la assoluta inadeguatezza. Di fatto quel decreto ha ristretto le maglie già strette della normativa preesistente. Altro che decreto “svuotacarceri”. Ma lei, signor Presidente, ha promulgato quel decreto legge. A quella disperata rivolta di schiavi non è stata data alcuna risposta. Nessuno ha nemmeno cercato di capire le ragioni di quelle rivolte. Lei sa come sono state sedate le rivolte nelle carceri? Lei sa che ancora adesso esistono, nella civilissima Italia, le celle di punizione? Sa cos’è una cella di punizione? L’ha mai visitata? Riesce a comprendere e ad immaginare come si possa vivere in uno stato costante di sovraffollamento, nella scarsa igiene, in spazi angusti anche per un animale, senza che sia mai stato distribuito alla popolazione carceraria alcun presidio sanitario minimo come mascherine, gel igienizzanti, guanti? E tutto questo mentre in televisione non fanno altro che bombardarci con messaggi come “distanza sociale”, igiene, utilizzo di mascherine! Tutte cose che a noi sono negate. Delle mascherine, preannunciate dal ministro della Giustizia in Parlamento all’indomani delle rivolte carcerarie, non ne abbiamo vista nemmeno una! E immagina quale possa essere l’angoscia che, in questo luogo infernale, si possa provare per la sorte dei propri familiari che ormai non vediamo da due mesi e che possiamo sentire, per telefono e per pochi minuti, uno o due volte alla settimana? Mia moglie, da cui sfortunatamente sono separato, è una degli eroi che fronteggia il covid-19, un medico gettato nel fuoco della prima linea. E sulle sue spalle ci sono due figli da incoraggiare e portare avanti, ancora storditi dalla carcerazione del padre, colpiti dall’isolamento sociale e dai disprezzo che una immonda campagna stampa nei miei confronti, come nei confronti ormai di chiunque venga raggiunto anche solo dal sospetto ha riversato su tutti i miei familiari. Sui social i miei figli vengono minacciati di morte, di essere bruciati vivi in casa per il solo fatto di essere miei figli. Non vedo e non sento mia madre dal momento della mia carcerazione. Forse non la rivedrò più viva. Le sue precarie condizioni di salute non le consentono di venirmi a trovare e telefonarle significherebbe spendere quei pochi minuti di telefono che ci vengono concessi settimanalmente e sottrarli ai miei figli, così provati dalla mia assenza e dalla mia rovina. Nessuno di voi, lei, signor Presidente e il ministro della Giustizia, potete comprendere cosa significhi vivere in un carcere, mescolarsi a quei corpi disumanizzati che la giustizia ha deciso di eliminare dal consesso sociale, a volte a ragione ma tante volte a torto, precipitati nella Geenna dove “è solo dolore e stridor di denti”, nel fosso più profondo dove anche la tua voce, le tue grida di sofferenza, non arrivano all’esterno. Nelle celle delle carceri ci si ammala, si soffre e si muore, ma nessuno parla di noi a parte il Santo Pontefice. Occorre una altissima caratura morale, come quella del Pontefice, per chinarsi verso il basso e guardare nella gola infernale dello scarto sociale per occuparsi degli ultimi di questa umanità dolente. Per questo mi sarei aspettato dal lei, signor Presidente, un intervento deciso per indirizzare il governo ad adottare serie misure di sfoltimento delle carceri, l’adozione automatica e su larga scala di misure alternative alla detenzione, come fatto persino in Paesi che consideriamo meno civili di noi, al fine di allentare il pericolo di contagio e ridare speranza a questa umanità reietta. Nessuno di voi conosce lo stato delle carceri italiane, vecchie, luride, prive di manutenzione. Nessuno di voi ha mangiato il disgustoso rancio del carcere. Nessuno di voi conosce l’umiliazione di essere spiato e controllato anche quando sei in bagno e il dover implorare per esercitare i propri piccoli diritti, come farsi visitare se stai male o poter inviare una istanza alla Autorità giudiziaria o ricevere la visita di un avvocato. Se non fosse per la pietas dei nostri compagni di sventura e del personale penitenziario di ogni ordine e grado, anche loro dannati con noi in questo girone dantesco, non saremmo in grado di terminare la giornata. E questa situazione già cosi intollerabile per un Paese che si ritiene civile, è aggravata dalla situazione dalla pandemia mondiale di covid-19. Come pensa che ci si possa sentire a vedere gli agenti di polizia dotati di mascherine e guanti quando a noi non viene fornito nulla? È l’ennesima sottolineatura che siamo solo spazzatura da nascondere sotto il tappeto. Ringrazio Dio, mi creda, per avermi fatto vivere questa tragica esperienza. Per trent’anni ho spedito centinaia di persone in prigione l’ho fatto con coscienza e cercando di essere giusto, ma non potevo immaginare l’inferno a cui li condannavo perché il carcere per conoscerlo, occorre viverlo, non andarci in visita passando dagli uffici della direzione, dove tutto è tranquillo e pulito, ma immergersi negli odori nauseabondi delle celle, nella disperazione dei compagni di prigionia, nella loro rabbiosa prepotenza, nella ristrettezza degli spazi che rende difficile qualsiasi movimento. Si impara, stando qui, che le carceri sono piene di persone che dovrebbero stare piuttosto in un ospedale psichiatrico o ricoverati in reparti ospedalieri o, semplicemente, dovrebbero essere liberi perché innocenti o perché, anche se colpevoli, il carcere assomiglia ad una vendetta consumata nei loro confronti e non ad uno strumento di rieducazione come prescritto dalla Costituzione. Disperati spinti al margine della società e delle possibilità esistenziali, finiti inevitabilmente nelle maglie della giustizia, mischiati a criminali veri e nuovamente vittime, anche qui in carcere. Ci sono malati di cancro allo stato terminale rispetto ai quali il giudice competente non ha avuto la compassione di adottare provvedimenti alternativi e poveracci che devono scontare dieci anni per una serie di piccoli furti di natura alimentare. Ho conosciuto ragazzi di vent’anni che hanno tentato dì impiccarsi ed altri guardarti spauriti, gettare i loro occhi nei tuoi occhi, ancora increduli dell’inverno esistenziale che avvolgeva la loro sorte, come per cercare, nel fondo della tua anima un briciolo di compassione, di comprensione, per sentirsi ancora vivi, riconosciuti, degni di un futuro, di sogni e di speranze. Il carcere invece, aumenta solo la rabbia e la collera, la sensazione della esclusione e del biasimo collettivo e spinge ancora di più a condotte antisociali. Nessuno uscirà di qui migliorato, rieducato, risocializzato. Il carcere è una istituzione arcaica, inutile, dannosa, costosa, dolorosa, brutale, utile solo per neutralizzare temporaneamente i violenti. Alla luce dell’attuale livello tecnologico come è possibile non prevedere gli arresti domiciliari con controllo da remoto, la forma ordinaria di custodia e detenzione? Nello sprofondo di questo inferno, dove sei fortunato se stai in una cella con un bagno in cui riesci a sederti, o farti una doccia con un minimo di privacy, vi sono uomini che marciscono sospesi nel tempo fermo e sospeso del carcere e che stanno soffrendo più di quanto dovrebbero o meriterebbero, per via della attuale situazione e, fra loro, tanti innocenti. Già, perché nelle carceri, spesso si dimentica questo, ci sono anche degli innocenti in attesa di giudizio, ma le stimmate della galera imprimono un marchio di colpa sulla fronte di chiunque varchi il cancello che ci separa dagli altri, da quelli che giudicano e si sentono buoni cittadini. Ma un imputato assolto, dopo anni di sofferenza, non è un colpevole che è riuscito furbamente o fortunosamente a scamparsela, come qualcuno, che siede dove non meriterebbe, ha pubblicamente affermato, ma una sconfitta per l’intero consesso sociale, per il sistema giudiziario, e non perché non sia riuscito a condannarlo, ma perché ha inflitto sofferenza ad un innocente.

Il diritto penale, il processo, anche negli attuali ordinamenti civili, mantiene una carica di violenza e brutalità difficile da giustificare sul piano morale. Questa lezione fondamentale di garantismo sembra del tutto dimenticata dalla classe politica, di governo e di opposizione, oltre che, purtroppo, anche da gran parte della magistratura, inevitabile figlia di questa società incattivita e impaurita da continui e ingiustificati allarmismi. Lei, signor Presidente, rischia di diventare, inconsapevolmente, il volto credibile e perbene della sanguinaria ondata giustizialista che ha travolto le radici garantiste della nostra cultura giuridica. Ma con la sua storia personale e familiare, la sua cultura e la formazione giuridica, la profonda conoscenza dei diritti fondamentali dell’uomo “riconosciuti” dalla Costituzione repubblicana, avrebbe dovuto indicare la strada, essere di ispirazione, richiamare tutti al rispetto degli alti principi di civiltà giuridica che l’Italia – il nostro Paese di cui essere orgogliosi e fieri testimoni – sin dai tempi di Cesare Beccaria ha insegnato al mondo intero. Ci saremmo aspettati una sua parola, un piccolo pensiero anche per noi. Forse avremmo evitato rivolte e manganellate, di sicuro saremmo stati risparmiati dall’amarezza e dalla delusione e, con noi, le nostre famiglie provate dal nostro dolore, dalla nostra mancanza. Forse non avremmo ricevuto niente di concreto ma almeno avremmo avuto l’illusione di avere ancore il rispetto e la considerazione del Presidente della Repubblica, delle Istituzioni, della società civile, rispetto e considerazione che sostanziano la dignità umana, quella che sembra non spettarci più per il solo fatto di essere qui, in questo mondo a parte, dove sembra che non basti privarci della libertà, ma occorre spogliarci della dignità umana, degli affetti della dimensione vitale che rende uomini, perché solo considerandoci più tali, ma scarti di cui liberarsi, si può moralmente indifferenti alle nostre disumane condizioni di detenzione e, persino, al pericolo concreto di farci ammalare e morire di Coronavirus. Il processo non è una pratica da smaltire, un risultato aziendale da inserire in una statistica di produttività, ma un pozzo nero di umanità nei quale occorre immergersi, sporcandosi, perché solo cosi si può diventare davvero giudici di uomini, titolari legittimi del destino altrui. Perché la giustizia vive in quella sottile e sfumata linea dell’orizzonte dove il mare delle vicende umane incontra il cielo delle regole e del diritto e il compito del giudice è leggere la corretta. Decisione su quell’impalpabile confine, dove quelle due realtà, quella umana, concreta e dolorosa e quella astratta e perfetta della norma, si incontrano come per confondersi una nell’altra. Per quanto mi riguarda posso dirle di aver trovato più umanità qui, compassione, vicinanza, fra detenuti e personale penitenziario, di quanto ne abbia mai sperimentato nella vita precedente. Come la vedova che getta nel tesoro del Tempio la sua ultima moneta, così i detenuti di Matera hanno rinunciato, in alcuni casi, anche ad acquistare il sopravvitto per il giorno di Pasqua per donare i pochi spiccioli del loro peculio carcerario alla Caritas, perché aiuti le famiglie in difficoltà economica! Gli ultimi della terra che insegnano a tutti la solidarietà concreta, e non solo a parole. Verso un Paese in ginocchio, gemente e disperato. Ecco perché, di fronte a questo spettacolo di umanità dolente, di cui faccio pienamente parte, ringrazio il Signore che, Crocifisso e reietto, mi ha mostrato, attraverso questa via crucis, che sono stato chiamato a vivere per caso come l’ignaro Cireneo, il Suo volto Santo attraverso quello dei miei Compagni di sventura. Noi, crocifissi accanto a Lui, crocifissi in Lui. Mi creda, signor presidente, di fronte a tutto questo dolore e mestizia che mi circondano passa in secondo ordine anche il mio destino processuale. La vita qui ha trovato la sua vocazione: essere la loro voce, la voce degli ultimi che nessuno ascolta, che nessuno vuole ascoltare. È il modo più alto per essere magistrato della Repubblica: reclamare, con tutta la voce che ho, i diritti inalienabili della parte più debole del mio Paese! La prego, per tanto, dal basso della mia condizione, dai fondo della mia umiliazione, di voler considerare l’opportunità di sollecitare il governo ad adottare misure legislative adeguate per rendere anche questo “mondo a parte” degno di un Paese civile, quale orgogliosamente deve essere e rimanere sempre la nostra amata Italia.

Buona Pasqua, signor Presidente, Michele Nardi

Riflettori puntati sul mondo penitenziario. Carceri a pezzi, tra detenuti che si danno fuoco e agenti indagati è emergenza. Viviana Lanza su Il Riformista il 18 Novembre 2021. Un dramma sfiorato in una cella della casa circondariale di Poggioreale e un’indagine della Procura che scatena un nuovo temporale giudiziario sulla polizia penitenziaria. Il tema carcere torna sotto i riflettori a Napoli. Si parte da Poggioreale, reparto Salerno. Il dramma è sfiorato questa volta, sventato in extremis da alcuni agenti della polizia penitenziaria. Un detenuto arrivato dalla Calabria ha rischiato di morire nell’incendio che aveva appiccato nella camera di pernottamento. Lo hanno salvato gli agenti attirati dal fumo e dall’odore acre che le fiamme avevano sprigionato. Questione di attimi e si sarebbe contato in carcere un nuovo morto, un atto di autolesionismo in più da aggiungere alla triste lista dei gesti estremi commessi in cella, nel mondo di chi vive dietro le sbarre. Un mondo, purtroppo, ancora troppo lontano da quello fuori che lo circonda. Al punto che anche gli agenti della polizia penitenziaria arrivano a invocare attenzione e aiuti. Il vice segretario regionale dell’Osapp Campania, Luigi Castaldo, ha commentato l’episodio sottolineando la “pericolosità del lavoro svolto dai poliziotti penitenziari” e la “complessità del carcere di Poggioreale che conta oltre 2200 detenuti a fronte di una capienza massima di 1600”. E giù con le criticità di sempre, dalle questioni strutturali (“Ci sono vari reparti inagibili, in attesa di ristrutturazione, e questo – sottolinea Castaldo – non fa altro che creare ulteriori disagi”) alle mai risolte carenze di personale (mancano più di 200 unità non solo tra gli addetti alla sicurezza e al controllo ma anche e soprattutto tra gli educatori, gli psicologi e altre professionalità essenziali per garantire un carcere più civile ed umano). E proprio il nodo “personale” è finito al centro di un’inchiesta della Procura su una presunta corruzione che conta 14 indagati per episodi avvenuti tra gennaio e giugno scorsi. Due agenti della polizia penitenziaria (uno dei quali già in stato di custodia cautelare in carcere da luglio scorso per accuse analoghe) sono sospettati di essere stati il perno del meccanismo con cui si promettevano e assicurano (dietro compenso, anche 8mila euro) aiuti per superare le prove psico-attitudinali per entrare a far parte di corpi delle forze armate, tra esercito, carabinieri e aeronautica militare, nonché nella polizia penitenziaria. I provvedimenti cautelari riguardano anche pubblici ufficiali, tra cui un assistente capo della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Santa Maria Capua Vetere, un vigile urbano del Comune di Caivano, un caporal maggiore dell’esercito in servizio presso la caserma Maddaloni, tutti sospettati di aver fatto da intermediari tra gli aspiranti militari e i colleghi ritenuti in grado di oleare i meccanismi delle prove ai concorsi. Tra gli indagati ci sono anche due agenti della penitenziaria che avevano un ruolo nelle sigle sindacali della categoria e tra le ipotesi su cui si dovrà lavorare c’è anche quella di un presunto scambio proposto a una collega: la possibilità di conseguire un’aspettativa sindacale non retribuita in cambio di 60/70 tessere sindacali o il loro equivalente in euro, cioè tra 5 e 6mila euro. Il quadro accusatorio per gli inquirenti è di «estrema gravità» ma ovviamente si è in una fase in cui si è in attesa di conferme a tutte le ricostruzioni accusatorie, l’inchiesta è ancora in corso. Ora la parola passa alla difesa. Intanto dalle carte spuntano anche nomi anche di persone non indagate ed episodi o stralci di conversazioni intercettate che spingono a sbattere il mostro in prima pagina. Bisogna attendere che l’inchiesta faccia il suo corso, che le ricostruzioni investigative superino il vaglio dei giudici nel contraddittorio con le tesi difensive. Resta una considerazione finale da fare: lavorare nel corpo delle forze armate richiede attitudini che non possono essere un dettaglio irrilevante o da considerare merce di scambio. La cronaca ce lo ha ricordato, i drammi che si consumano nel mondo del carcere lo dimostrano.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Sì alla giustizia riparativa, la catena dell’odio va spezzata. Catello Romano su Il Riformista il 12 Novembre 2021. «Mai, invero, si placano quaggiù gli odi con l’odiare: con il non odiare si placano, questa è Legge Eterna». Movendo dal verso posto qui in epigrafe – così squisitamente buddhista nella forma quanto universale nella sostanza – vorremmo parlare di ciò che assai colpevolmente si affaccia nel nostro Paese parecchio tardivamente, una realtà che va sotto la denominazione di «giustizia riparativa» e di cui si è sentita l’eco nella recente riforma del processo penale fortemente voluta da Marta Cartabia. Dalla sola definizione sorgono legittimi alcuni interrogativi, quali: «ma la giustizia, di per sé, non è già riparativa? Non è intrinseco alla nozione stessa di giustizia lo scopo – come si suol dire anche colloquialmente – di “raddrizzare il torto”, “restituire il maltolto”, “pareggiare i conti”, “fare giustizia”, per l’appunto!?». Perché, dunque, questo apparente pleonasmo? Domande nient’affatto peregrine, e una risposta a esse esiste e tenteremo di darla. Se c’è una cosa nella quale noi esseri umani eccelliamo – oltre che nel trovare giustificazioni per tutto – è certamente quella di dimenticare e di farlo in fretta; abbiamo una memoria sì corta (quando ci conviene) da poter affermare senza esagerazioni che se vi è qualcosa che la Storia insegni è che essa non insegna nulla. Il che, paradossalmente, è comunque qualcosa. Dopo millenni di esecuzioni capitali (che tutt’ora sussistono in numerosi paesi), di lavori forzati, delle più disparate e fantasiose sevizie fisiche e psicologiche, dell’istituzione di veri e propri «cimiteri per vivi» (F. Turati) – ove si lasciano letteralmente languire sino al termine della loro esistenza esseri che smettono di essere umani e che sopravvivranno di vane speranze, ineluttabilmente trasformantisi in disperazione – l’umanità ha imparato ben poco, a voler essere buoni, e certamente il crimine non è diminuito e men che meno scomparso, ovviamente, ammesso che fosse realmente questo l’obiettivo prefissatosi ogni volta con l’utilizzo di tali mezzi “deterrenti” (sic!). Anzi, sotto questo riguardo, si è certamente fallito nella maniera più assoluta. A ben guardare, pare che ormai intorno a noi non ci sia altro che violenza e malvagità delle più gratuite, beote e ripugnanti, come mai viste prima. Si ha l’impressione che il «male» l’abbia avuta vinta e che la barriera che conteneva le famose orde di Gog e Magog sia totalmente crollata e che queste vaghino liberamente su tutta la terra, la quale appare come pervasa e avvolta da un velo d’oscurità dei più asfissianti, quasi a voler soffocare quelle poche realtà ancora spiritualmente vive atte al riscatto e alla salvezza dell’anima umana che ancora vi aspiri. Che non si leggano, però, tali considerazioni come un’abdicazione pessimistica di fronte al mondo “malato” e da rifuggire, tutt’altro! Il nostro non è che un sano e sereno realismo dinanzi ai fatti, anche perché viviamo con la ferma certezza che «porta inferi non prevalebunt». Tornando alla memoria, questa ci fa così “difetto” che abbiamo sentito il bisogno e la necessità d’istituire le Giornate della Memoria per rammentarci di tutto, anche di quelle cose che dovrebbero essere le più scontate all’animo realmente umano. Così abbiamo quella per ricordare la barbarie della Shoah e contro l’antisemitismo; quella per Hiroshima e Nagasaki; quella per le vittime delle Foibe; per il genocidio degli Armeni… La lista è lunghissima e, ahinoi, non mancherà di accrescersi vista la poca capacità che abbiamo a imparar dai nostri delitti passati. Pertanto ci sentiamo di poter abbozzare una risposta almeno parziale alle domande con cui abbiamo aperto queste considerazioni e dire che era più che logico dover sentire prima o poi la ineludibile necessità di apporre la qualifica di «riparativa» a una forma e un percorso di giustizia che non pretende affatto di sostituirsi – per il momento, almeno – a ciò che ci è familiare sotto questo nome, ma sovrapporvisi semmai per soddisfare l’esigenza di restituire al concetto di giustizia il suo significato primevo e l’originario ruolo, ossia quello di bilanciare nei limiti delle possibilità umane uno squilibrio qualsiasi e dunque restaurarla nella sua propria funzione. Purtroppo, infatti, assai sovente questa funzione riparativa della giustizia è totalmente elusa e disattesa, tradendo de facto la sua stessa essenza, in quanto pressoché sempre – magari pensando di far del “bene” – la concezione che ci ritroviamo applicata in una sentenza è quella meramente punitivo-retributiva, senza avvedersi che proprio in tal modo d’operare si finisce per eccedere nel catalizzare tutta la “cura” sull’autore del delitto, trascurando bellamente la vittima di esso – una vera e propria inversione dei fini. È da questo punto di vista, dunque, che la cosiddetta «giustizia riparativa» (o «riconciliativa», «rigeneratrice», restorative justice in inglese) si pone come realmente rivoluzionaria – etimologicamente parlando, da re-volvere –, in quanto si prefigge di riportare al «principio» e al suo senso autentico il concetto di giustizia, senza per questo voler escludere il lato sanzionatorio che con la pena (d’una qualsiasi specie) vada a soddisfare, in un certo qual modo, il desiderio di vendetta di cui tutti, a diversi gradi, siamo normalmente portatori poiché, come ha magistralmente rilevato il Dott. Bouchard – rievocando la ben nota tragedia eschilea – l’istituzione dei tribunali fu voluta dalla Dea Atena «non perché la vendetta [fosse] ingiusta di per sé, perché se proporzionata contiene un’idea di giustizia, di civiltà. Ma […] perché [volle] impedire la ripetizione all’infinito del meccanismo vendicativo, che è una prospettiva profondamente diversa».

Catello Romano Detenuto nel carcere di Catanzaro

Meno di un caffè. Ogni detenuto costa 154 euro al giorno, per rieducarli "investiti" 35 cent…Viviana Lanza su Il Riformista il 13 Novembre 2021. «Un recente studio della Bocconi ha messo in evidenza che ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo sei per il mantenimento del detenuto, appena 35 centesimi per la sua rieducazione, prevista dalla Costituzione italiana. I soldi degli italiani che lo Stato spende non mirano all’attuazione di uno principio costituzionale. Non rieducare significa incrementare la recidiva che in Italia, come sottolinea lo stesso studio, è del 68%, dato che scende al 19% quando si applicano misure alternative come la semilibertà e le forme di inserimento lavorativo». Queste sono le dichiarazioni che il sindaco di Firenze Dario Nardella ha rilasciato al Riformista l’altro giorno, commentando la drammatica condizione del carcere di Sollicciano. Abbiamo provato a fare i conti per capire come si traduce questo nella realtà penitenziaria della nostra regione. A Poggioreale, per esempio, dove sono reclusi circa 2mila detenuti, considerando i parametri dello studio della Bocconi, si calcolano 700 euro spesi al giorno per la rieducazione di oltre 2mila detenuti a fronte di un totale di 308mila euro spesi ogni giorno per la popolazione carceraria, 12mila dei quali spesi per il mantenimento dei reclusi e il resto destinato a sostenere tutta la macchina amministrativa e strutturale del sistema carcere. Ma come si può pensare, a conti fatti, di risollevare la pena alla funzione rieducativa che le attribuisce la Costituzione destinando risorse così limitate alla rieducazione? E come viene impiegato il resto dei soldi che lo Stato destina al mondo penitenziario? Non certo per rimodernare le carceri, non certo per adeguare le strutture a standard più umani di reclusione. La rieducazione dovrebbe essere il nervo centrale della reclusione, il faro dei percorsi attivati in carcere per chi deve scontare una condanna. Scoprire che è l’ultima voce su cui investire lascia pensare. Da sempre si discute dell’importanza secondaria che viene riconosciuta al dibattito sul carcere e del ruolo marginale in cui è relegato il mondo penitenziario sul piano politico e sociale. Come se fosse un mondo a parte. Come Nardella ha fatto per Sollicciano, ci aspettiamo che anche il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, trovi il tempo per sollevare una voce sul dramma delle nostre carceri. Del resto Napoli ospita due grandi penitenziari, Secondigliano e Poggioreale, che è il più grande d’Italia e sorge nel cuore della città. Quanti progetti, quante dichiarazioni, quanti futuri sono stati immaginati negli anni. Nel 2018, con la mini-riforma, ci si illuse che qualcosa fosse sul punto di cambiare. Gli Stati gnerali dell’esecuzione penale promossi dal ministro Orlando diedero la sensazione di un cambiamento finalmente possibile per poi piombare nella triste staticità di sempre. Dal 2020 la pandemia ha imposto nuove rotte, nuovi criteri di gestione. «Il sistema penitenziario del futuro non potrà tornare a essere quello del passato come se la pandemia fosse una nuvola passeggera» è stato sottolineato nella recente conferenza dei garanti territoriali per dare un contributo ai lavori della Commissione ministeriale. Sì, perché al Ministero della Giustizia è al lavoro da un paio di mesi la Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario che ha il compito di studiare le soluzioni migliori per il carcere del futuro. Ci riuscirà? Come al solito ci si ritrova a parlare della necessità di interventi di sistema. «Tra le priorità di un nuovo sistema penitenziario vi è la necessità di tornare a un’idea di diritto penale minimo, liberale e garantista, e del carcere come extrema ratio – hanno sostenuto i garanti -. Questo significa non solo che andranno sostenuti i progetti di misure alternative, ma anche quei progetti di depenalizzazione di condotte con minima o nulla offensività, a partire da quelli in materia di droghe, come previsto dalla proposta di legge Magi e altri attualmente all’esame della Commissione giustizia della Camera».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La battaglia contro la pena capitale e l'ergastolo. Lo Stato Caino ha fallito, basta carcere e basta forca. Sergio D'Elia su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Per gentile concessione della casa editrice Vallecchi Firenze, pubblichiamo la postfazione al romanzo di Cinzia Tani “L’ultimo boia – Storia di un pubblico giustiziere pentito” firmata da Sergio D’Elia.

Nel suo capolavoro letterario Passaggio in Ombra, Mariateresa Di Lascia, una delle fondatrici di Nessuno tocchi Caino, scrive che «bisogna essere molto ciechi per aggiungere nuove sofferenze all’eredità di dolore di chi è passato prima di noi».

Nessuno tocchi Caino nasce a Bruxelles nel 1993 con l’obiettivo di condurre una campagna internazionale per il superamento della pena di morte, di quella concezione primordiale della giustizia secondo la quale «chi ha ucciso, deve essere ucciso». Già da subito, nella scelta del nome, ci rendiamo conto che il ragionamento possa andare oltre la pena di morte, abbracciando il superamento della pena fino alla morte e della morte per pena. Il passo della Genesi, normalmente tradotto con «nessuno uccida Caino», desta delle perplessità e allora chiediamo a Erri De Luca di tradurlo dall’ebraico. Ne viene fuori una scoperta straordinaria: «Il signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato». La nuova traduzione, che mette al centro il segno della intangibilità e della tutela della vita e della dignità della persona, colpire e non solo uccidere, è considerata da Monsignor Gianfranco Ravasi e, nel 1995, con l’enciclica Evangelium Vitae di Papa Wojtyla, compare nei testi biblici.

Nel segno della storia di Caino, che diviene costruttore di città, le battaglie di Nessuno tocchi Caino contribuiscono al raggiungimento di un passaggio epocale: la Moratoria universale delle esecuzioni capitali, approvata dalle Nazioni Unite, nel 2007. La suprema assemblea del mondo considera ormai la pena di morte un ferro vecchio della storia dell’umanità. Cosa fare ancora per abolire la pena di morte? È un ferro arrugginito e perciò – non solo in Italia, anche nel mondo – tutti stanno attenti a maneggiarlo: tantissimi Stati hanno cancellato del tutto la pena di morte, alcuni non la usano più da decenni, altri si vergognano a usarla e la praticano in segreto, altri ancora l’hanno mascherata con il fine pena mai, l’ergastolo senza via d’uscita.

Per Nessuno tocchi Caino la nuova frontiera da superare diventa allora quella della pena fino alla morte. La lotta politica nonviolenta è ispirata alla ferma convinzione che la pena non debba essere dannazione eterna, ma riscatto, rinascita. Nel 2015, quindi, inizia il viaggio della speranza dei condannati alla pena senza speranza, il viaggio di spes contra spem, la speranza come spes, non come spem, come soggetto e non come oggetto, come materia viva e non fatalistica attesa di un domani migliore.

La grande lezione di Paolo di Tarso, rivissuta da Marco Pannella in comunione con Papa Francesco, anima i Laboratori del cambiamento denominati Spes contra spem, nelle sezioni di alta sicurezza delle carceri di Opera, Parma, Voghera, Rebibbia e Secondigliano, e libera nei detenuti nuovi livelli di coscienza. Alcuni di loro, condannati al fine pena mai, diventano protagonisti del docufilm Spes contra spem – Liberi dentro di Ambrogio Crespi, nel quale mettono a nudo la loro umanità, la loro luce interiore trionfa sul buio di una cella senza via di fuga. Così accade che dai detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, il viaggio della speranza abbia raggiunto nel 2019 Strasburgo e i giudici supremi europei, che creano un nuovo diritto umano: il diritto alla speranza. La via della nonviolenza e del Diritto conduce poi a Roma, innanzi ai massimi magistrati della Corte Costituzionale, che aprono una breccia nel muro di cinta del fine pena mai e illuminano i volti degli uomini-ombra che, per la prima volta, non si alienano nello stigma del proprio reato.

Dopo la fine della pena di morte e del fine pena mai, non finisce il viaggio della speranza di Nessuno tocchi Caino. Continua e corre ora verso una nuova frontiera, quella invocata da Aldo Moro: la ricerca non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale.

Siamo convinti che la morte per pena possa esser superata solo facendo leva sulla forza della parola, del dialogo, dell’amore, vero principio attivo della nonviolenza.

Nella lotta nonviolenta non si tratta infatti di mostrare i muscoli, di abbattere fisicamente il nemico, ma di con-vincere, vincere con, trasferire al potere la convinzione che lo Stato di Diritto, lo stato della vita, non possa nel nome di Abele divenire esso stesso Caino.

Crediamo che il mondo debba superare quella idea meccanicistica, rettiliana, secondo la quale al male, si risponde con il male e si debba vivere sotto il peso schiacciante dei confini chiusi, delle separazioni, della cultura dell’anti, del carcere. Il carcere va superato, nel nome di un diritto della tutela e del miglioramento, di una vita eraclitea nella quale tutto scorre come un fiume e non ci si bagna mai nella stessa acqua, ove non si sia vittime di una maledizione erinnica ma immersi nell’armonia.

Occorre non essere diabolici, manichei, portati a separare, a porre in mezzo ostacoli. Occorre essere religiosi, capaci di unire, tenere insieme, pensare che, essendo uomini, tutto ciò che umano non è a noi estraneo. L’unica risposta creativa, che ci eleva tutti al livello della coscienza orientata ai valori umani universali, è parlare al male con il linguaggio del bene, all’odio con il linguaggio dell’amore, alla forza bruta della violenza con la forza gentile della nonviolenza.

Questo vuol dire Nessuno tocchi Caino.

Sergio D'Elia

L'emergenza dietro le sbarre. Boom di carcerazioni preventive, finisce l’effetto pandemia: dentro i presunti innocenti. Viviana Lanza su Il Riformista il 5 Novembre 2021. La pandemia da Covid ha avuto un impatto devastante sulla società, ma ha generato anche dei contraccolpi che i sarebbero potuti definire «positivi» se fossero stati davvero finalizzati non solo a contenere la diffusione del virus all’interno degli istituti di pena per fronteggiare l’emergenza sanitaria ma a limitare e contenere le carcerazioni «inutili», quelle preventive, le misure cautelari a carico di persone sospettate di un reato, presunte innocenti secondo la Costituzione e la legge, in attesa di giudizio secondo i formalismi della burocrazia giudiziaria. Se si leggono i dati diffusi dal ministero della Giustizia e relativi ai detenuti in attesa di giudizio aggiornati al 31 ottobre 2021, ci si rende conto che i numeri sono impietosi e che la Campania indossa la maglia nera. Sono 1.288 i reclusi in attesa di primo giudizio nelle strutture di pena su una popolazione totale di 6.668 persone. Al secondo e terzo gradino del podio, dietro la nostra regione, ci sono la Sicilia, con 1.182 e la Lombardia con 1.084. Vuol dire che ci sono 1.288 vite sospese, presunti innocenti, persone che restano in cella senza che un giudice abbia pronunciato una sentenza di condanna. Possibile che siano tutti pericolosissimi criminali? Il garante regionale dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha da tempo lanciato l’allarme sulle carcerazioni preventive che, se si considera che circa il 40% delle indagini si risolve in archiviazioni o assoluzioni, rischiano di rivelarsi una sorta di condanna preventiva, inaccettabile per uno Stato di diritto. La Campania è prima anche per numero di imputati che hanno chiesto un giudizio d’Appello, 588, e che intanto continuano a rimanere in cella. I condannati in primo grado, quindi non definitivi sono 1.220, mentre i definitivi sono 4.097. Non solo. In Campania c’è anche il maggior numero di detenuti in strutture alternative, come case lavoro, colonie agricole o altro. Complessivamente 54, a fronte dei 286 presenti sull’intero territorio nazionale. Numeri impietosi, dicevamo, che erano già emersi nel bilancio semestrale dello stato di salute delle carceri stilato dall’associazione Antigone. Secondo i dati, al 30 giugno, il 15,5% dei detenuti in Italia era recluso in attesa di primo giudizio, il 14,5% era condannato ma non ancora definitivo e il 69,4% stava scontando invece una condanna definitiva. Rispetto ai condannati non definitivi, il 48,4% risultava ancora in attesa del verdetto d’Appello, mentre il 39,2% aspettava la pronuncia della Corte di Cassazione. Poi ci sono i detenuti che vengono chiamati misti, ovvero quelli che hanno più procedimenti a carico, ma tutti aperti, cioè senza condanne definitive. In tutto Il 12,4%. Negli ultimi due anni le cose sono andate gradatamente peggio. I reclusi in via definitiva, al 31 dicembre 2019, costituivano il 68,3% del totale, mentre a giugno 2020 erano scesi al 66,9%. Sei mesi dopo il bilancio è tornato a salire fino al 67,8%, poi c’è stato il picco del 69,4% di giugno. Senza parlare del cosiddetto affollamento reale che, nei primi sei mesi dell’anno, si è attestato al 113,1%. Secondo Antigone il 36% dei reclusi deve scontare meno di tre anni, mentre uno su sei è in attesa del primo giudizio. Il sovraffollamento è il comune denominatore dei penitenziari italiani. Sono 54 le carceri che hanno un affollamento fra il 100% e il 120%, 52 tra il 120% e il 150% e infine 11 istituti hanno un affollamento superiore al 150%. Con dati aggiornati a fine giugno, risultavano essere 7.147 le persone detenute in Italia a cui era stata inflitta una pena inferiore ai 3 anni (per 1.238 inferiore all’anno, per 2.180 compresa tra 1 e 2 anni e per 3.729 tra i 2 e i 3 anni). Oltre 8.200 reclusi hanno una pena inflitta compresa tra i 3 e i 5 anni, 11.008 tra i 5 e i 10 anni, 6.546 tra i 10 e i 20 anni e a 2.470 superiore ai 20 anni. E gli ergastolani? Sono oltre 1.800. Per quanto riguarda invece il residuo pena, al 30 giugno a 2.238 detenuti restavano da scontare più di 20 anni; a 2.427 tra 10 e 20 anni, a 5.986 tra 10 e 5 anni, a 7.281 tra 5 e 3 anni mentre a 19.271 reclusi, il 36% del totale, meno di 3 anni. Questi ultimi, se si eccettuano i condannati per reati ostativi, avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative. «Se solo la metà vi accedesse il problema del sovraffollamento penitenziario sarebbe risolto», sottolinea Antigone. La chiave sembra essere sempre quella. Puntare sulle misure alternative per cercare di risolvere il problema delle carceri che scoppiano. Ma la coperta appare sempre corta e in cella ci resta anche chi, di fatto, non ha condanne.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La storia dal carcere di Parma. Sbattuto al carcere duro per fare compagnia al boss, l’appello di un detenuto in isolamento senza motivo. Rita Bernardini su Il Riformista il 5 Novembre 2021. Ricevo (con i relativi timbri della prevista censura) la lettera di un detenuto dell’area riservata del 41-bis di Parma. A.T. ha 56 anni e da tre anni si trova in questo regime di carcere duro all’ennesima potenza non perché sia un “capo dei capi”, ma perché l’Amministrazione penitenziaria ha l’esigenza di offrire una “compagnia” a un altro detenuto ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa. Senza questa “compagnia” per l’ora d’aria, la detenzione del “boss” sarebbe infatti totalmente illegittima. Precisato che nemmeno al “boss” possono essere negati i diritti umani fondamentali, mi chiedo: ma A.T. che c’entra? Tanto più che il 21 aprile scorso è stato assolto dal reato (416-bis) che lo ha portato al 41-bis e che sta aspettando da allora la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma circa la revoca del regime detentivo speciale. Gentile A.T., mi chiedi di venirti a trovare, ma io non posso perché il DAP non me lo consente. Quel che posso fare, e lo farò, è portare alla conoscenza di mute e sorde istituzioni quelli che sono i tuoi diritti incomprimibili.

Gentilissima Rita Bernardini, sono sottoposto al regime differenziato dell’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario dal 27 gennaio del 2018 presso il carcere di Parma. Dopo alcuni mesi, passati insieme ai detenuti del 41-bis, sono stato trasferito nella cosiddetta “area riservata”, contro la mia volontà e senza alcuna giustificazione. Non mi è stata fornita alcuna spiegazione della ragione per cui sono stato costretto con la forza a soffrire un regime detentivo ancora più duro di quello che mi è imposto nel generico decreto di applicazione del 41-bis. La legge prevede che io possa fare due ore d’aria in gruppi di socialità formati fino a un massimo di 4 persone. Questi signori si permettono di non rispettare la legge, visto che mi tengono in area riservata dove sono in isolamento senza che nessuna autorità lo abbia deciso: mi hanno portato in questo reparto per fare compagnia a un solo detenuto senza chiedermi prima se io volessi fargli compagnia. Un inganno che subisco da 3 anni e 7 mesi. Sono stato costretto a fare lo sciopero della fame per 20 giorni solo per chiedere il rispetto dei miei diritti. Ho perso 10 kg di peso e da allora non mi sono più ripreso. Mentre facevo lo sciopero, nessuno della direzione del carcere mi ha chiamato. Mentre rischiavo di morire un ispettore ha avuto il coraggio di dire che la direzione non si sarebbe fatta intimidire… Ma come? Io metto a rischio la mia vita e loro si sentono intimiditi? Sono loro che hanno intimidito me! Un mese fa ho parlato con un altro ispettore per dirgli che non voglio stare in questo reparto perché sono sempre da solo, che l’amministrazione doveva rispettare quello che è scritto nel decreto del 41 bis, che stavano esagerando e che dopo aver sopportato così a lungo avrei fatto un casino. L’ispettore mi ha risposto che avrei potuto essere spostato in un reparto peggiore e di avere pazienza perché stanno cercando di risolvere il problema. Una presa in giro, se penso che il direttore che mi aveva risposto nello stesso modo. Ho parlato anche con il Garante nazionale dei detenuti che è venuto a trovarmi e sa tutto di quello che sto patendo. Anche lui mi ha risposto “stiamo vedendo di trovare una soluzione” … Ma che soluzione si sta cercando di trovare? Devono solo applicare la legge che stanno violando! Ho scritto diverse volte all’ex Ministro Bonafede e anche alla Ministra Cartabia senza ricevere risposta. Non so quante lettere ho mandato al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, diverse con richiesta di colloquio: nessuna risposta. Stesso silenzio è stato riservato alle denunce che ho presentato in Procura per sequestro di persona, violenza, tortura e abuso di potere…Il 27 aprile del 2021 sono stato assolto dal 416 bis dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, proprio quel 416 bis per il quale mi hanno applicato il 41 bis, ma come lei sa i tempi della giustizia sono lunghi e sto aspettando la camera di consiglio al Tribunale di Sorveglianza di Roma per discutere la revoca. La mia posizione giuridica e i miei profili soggettivi non legittimano l’attuale allocazione detentiva e anche a volere ipotizzare che ciò sia stato determinato dall’opportunità di garantire una compagnia o una assistenza a un detenuto speciale, di fatto da oltre tre anni nessuno fa compagnia a me stesso. Solo in poche occasioni e per periodi di tempo brevi ho potuto condividere le ore d’aria e socialità con un solo ristretto in area riservata; da oltre tre anni e sette mesi sono costretto a soffrire illegittimamente la carcerazione in stato di totale isolamento. A ciò si aggiunga la mancanza di igiene della cella infestata da scarafaggi e altri insetti. A circa 1 metro dalla finestra c’è un grande contenitore così che la mia vista non può spaziare. Tale inumana condizione di detenzione ha determinato l’insorgere di una grave forma depressiva; da mesi non sono in grado di alimentarmi e presento un allarmante calo ponderale che ha come conseguenza un inarrestabile deperimento fisico e psichico incompatibile con l’umanità della pena e il divieto di trattamenti inumani e degradanti dettati dalla Costituzione e dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Rita Bernardini

Parla la presidente di Nessuno Tocchi Caino. “Nell’inferno della carceri lo Stato si comporta da criminale”, intervista a Rita Bernardini. Angela Stella su Il Riformista il 19 Agosto 2021. Rita Bernardini, Presidente di Nessuno Tocchi Caino e Consigliere generale del Partito Radicale, in questi giorni è impegnata, come ogni anno da anni, con le visite in alcuni istituti di pena del sud Italia (Siracusa, Vibo Valentia, Catanzaro) e anche nella raccolta firme per i referendum “Giustizia Giusta” e “Eutanasia Legale”.

Ci stiamo lamentando da settimane per il forte caldo ma abbiamo strumenti e vie di fuga per trovare refrigerio. Invece che succede in carcere?

In tre giornate ci siamo fatti quasi un giorno di galera perché, come sempre, le nostre visite non si limitano a un passaggio veloce ma puntano alla conoscenza vera e approfondita delle condizioni di detenzione che, a nostro avviso, sono inscindibili dalle condizioni di lavoro delle varie professionalità che in carcere prestano la propria opera. Ecco, se parliamo di caldo, le nostre 20 ore divise in tre giornate ci hanno letteralmente sfiancato. Io, in diversi momenti, ho pensato di collassare, figuratevi chi il caldo se lo sorbisce tutto di giorno e di notte in celle roventi. Forse tanti cittadini non lo sanno ma in molte carceri manca l’acqua per lavarsi e per bere e non ci sono ventilatori e condizionatori. A questo si aggiunge che in molte celle sono stipati più detenuti di quanto dovrebbero esserci e quindi la qualità di vita è davvero poco dignitosa.

Grazie a Lei, il Dap ha emanato il 30 giugno una circolare avente ad oggetto: “Avvento della stagione estiva. Tutela della salute e della vita delle persone detenute ed internate”. È stata applicata?

Cinque giorni fa ho scritto al Presidente del Dap Bernardo Petralia denunciando che le lodevoli note sul caldo e sulla ripresa dei colloqui in presenza sono totalmente disattese. Che senso ha emanare circolari che poi non sono rispettate? Ogni carcere è una repubblica a sé, le uniche circolari che sono applicate sono quelle repressive, quelle che rendono ancora più invivibile la vita detentiva. La nota prevedeva che l’ora d’aria fosse spostata in orari meno caldi: niente da fare, dappertutto l’orario è rimasto quello di sempre, dalle 13 alle 15, quando il sole è a picco. Lo sa perché? Perché non ci sono agenti a sufficienza! Alle 16 in tutte le carceri italiane non c’è più nessuno del personale, tranne qualche sporadico agente. Quel poco che si muove di giorno si ferma: tutti chiusi in cella aspettando che passino le 15 ore che li porteranno alle 7 del mattino.

Che altro diceva la circolare?

Prevedeva anche l’apertura delle aree verdi per i colloqui con i bambini. Ecco a Torino, che ho visitato il 2 agosto, l’area verde c’è ma non è stata mai aperta, lo stesso a Siracusa per mancanza di agenti; a Vibo è disponibile solo una volta al mese, mentre a Catanzaro è fruibile solo dai detenuti della media sicurezza, come se i figli di quelli in Alta Sicurezza fossero figli di un Dio minore. I punti doccia nei passeggi, che pure eravamo riusciti ad ottenere quando al Dap c’era Santi Consolo, non ci sono. La possibilità di avere frigoriferi e ventilatori in cella, seppure prevista, non è possibile perché l’energia elettrica non sopporterebbe il carico. L’unica cosa che circola un po’ sono i ventilatori cinesi, che però richiedono una spesa di pile non indifferente. A questo quadro deprimente c’è da aggiungere la forte carenza idrica. A Vibo e Catanzaro l’acqua è razionata. A Vibo, in particolare, dal rubinetto esce acqua marrone così che la direzione regala due litri di acqua minerale ad ogni detenuto che però con l’acqua immonda che esce dai rubinetti deve farsi la doccia e cucinare gli spaghetti.

Qual è dunque il bilancio delle visite?

Disastroso. Ho trovato direttori e comandanti eccellenti costretti a fare i conti con risorse, sia umane che materiali, risibili. Come ripete spesso Sergio D’Elia, è assurdo andare alla ricerca del carcere migliore; occorre, invece, concepire qualcosa di meglio del carcere. Le risorse del carcere finalizzate al trattamento dei detenuti per la loro rieducazione sono state nel corso degli anni via via spolpate. Alle Vallette di Torino fino a pochi anni fa c’era un direttore con 8 vicedirettori per gestire un carcere di oltre 1.300 detenuti. Oggi la direttrice è rimasta da sola. La stessa cosa è accaduta a Catanzaro-Siano: sono spariti i due vicedirettori e la direttrice è da sola. Per non parlare delle decine di istituti penitenziari che non hanno un direttore titolare. Gli agenti della Polizia Penitenziaria effettivamente assegnati nei 189 istituti penitenziari sono in tutto 32.225 a fronte di un organico previsto di 41.595 unità. La carenza di agenti determina una riduzione delle attività trattamentali che richiedono organizzazione e controlli. Vero è che in tutto il periodo della pandemia le attività di studio, lavoro, sport e cultura si sono pressoché azzerate, riducendo la vita in carcere alla poco rieducativa condizione di branda-tv-ora d’aria. Ma ora occorre riprendere!

La carenza di personale quali altri settori tocca?

Il dato degli educatori è letteralmente scandaloso: abbiamo 722 educatori effettivamente assegnati a fronte di una pianta organica già indegnamente carente che ne prevede solo 999. Ci sono decine di istituti dove 1 educatore ha in carico più di 100 detenuti, con i casi clamorosi di Busto Arsizio (382), Foggia (170), Bari e Regina Coeli (148), Sollicciano (162), Treviso (195), Poggioreale (171), Melfi (151), Castrovillari (159), Taranto (160), Santa Maria Capua Vetere (192), Sulmona (181), Siracusa (149), Velletri (228), Lucera (149), Rebibbia Nuovo Complesso (156). Situazioni analoghe di spaventose carenze di personale riguardano assistenti sociali, mediatori culturali, psicologi. Se a questa fotografia aggiungiamo le menomate dotazioni della magistratura di sorveglianza e la totale inefficienza dell’area sanitaria, chiunque comprenderebbe la débâcle del sistema, incapace di assicurare una pena legale. Dobbiamo ripetere, perché è plasticamente vero, quel che affermava Pannella: abbiamo una Stato che si comporta peggio dei peggiori criminali che incarcera. A volte ci prendono letteralmente per il culo come se avessimo tutti l’anello al naso. Vuole un esempio emblematico? Il Dap spedisce decine di detenuti a Catanzaro perché in quel carcere c’è il Sai, Servizio di assistenza intensificata. I posti nel Sai sono 24, ma i detenuti tradotti da mezza Italia a Catanzaro sono un’ottantina; detenuti che se ne stanno belli belli in sezione (per di più lontani centinaia di chilometri dalla famiglia) senza ricevere le cure per cui sono stati trasferiti. Clamoroso è il caso della piscina. Già perché quello di Siano è l’unico istituto d’Italia dotato di piscina per l’idrochinesiterapia. Così se a un detenuto di Pordenone gli viene prescritta l’idrochinesiterapia questo viene mandato a Catanzaro. Fantastico, solo che la piscina costruita anni fa non è mai entrata in funzione, neppure per un giorno. Noi l’abbiamo vista riempita a metà perché dopo vari lavori stanno verificando che non perda. Abbiamo tutti pensato che rospi e ranocchie farebbero festa a poter godere di quel fondale pieno di muschio.

I colloqui in carcere sono ripresi?

Sì, ma ci sono istituti che mettono il vetro divisorio anche se detenuti e familiari a colloquio sono tutti vaccinati o dotati di greenpass. Le videochiamate – che secondo la circolare avrebbero dovuto essere mantenute pur con la ripresa dei colloqui in presenza – sono rimaste solo come sostitutivo del colloquio visivo.

Dall’inizio dell’anno 34 suicidi in carcere. Qual è il suo pensiero su questo?

Nella situazione che ho descritto, disperazione, autolesionismo, suicidi sono all’ordine del giorno. Me lo disse tanti anni fa uno psichiatra del carcere di Padova: se io fossi sbattuto in una realtà come questa, la prima cosa alla quale penserei è il suicidio. Se il carcere non diviene l’extrema ratio come prevede la nostra Costituzione che parla di pene al plurale esaltandone la funzione rieducativa e socializzante, è impossibile uscire da questa pena di morte mascherata che sono i suicidi in carcere.

Che appello fare alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia?

Occorre che convinca – sfidandoli – governo e parlamento a emanare subito leggi che ristorino la popolazione detenuta diminuendo il sovraffollamento che non si può proprio tollerare in epoca di pandemia e dopo ciò che hanno patito i carcerati per un anno e mezzo. Si può immediatamente ripristinare la liberazione anticipata speciale di 75 giorni ogni semestre (anziché 45) come fu fatto all’epoca della sentenza Torreggiani. È la proposta che il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino ha potuto presentare grazie al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Proprio su questa proposta è in corso un’iniziativa nonviolenta delle detenute di Torino.

Che bilancio fare dei referendum promossi dal Partito Radicale e dalla Lega sul versante giustizia, e dall’Associazione Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia? Cosa ha percepito nelle persone che venivano a firmare?

Il bilancio è positivo e voglio pubblicamente ringraziare la Lega di Salvini che si è fatta coinvolgere dal Partito Radicale. Ho riscontrato la convinzione diffusa che solo attraverso l’opzione referendaria è possibile cominciare a riformare l’incancrenito sistema giudiziario italiano. E anche che una buona fetta della popolazione è stata ferita dal malfunzionamento della giustizia. Se sui referendum riguardanti la giustizia i cittadini di tutte le età chiedono più informazioni sui quesiti, sull’eutanasia vengono sparati al tavolo chiedendo di firmare: sono soprattutto giovanissimi colpiti dai casi che sono venuti alla luce grazie alle disobbedienze civili di Marco Cappato. Angela Stella

Il dramma sovraffollamento. L’allarme del garante: “In cella con pene brevi, detenuti in aumento”. Angela Stella su Il Riformista il 31 Ottobre 2021. «Aumenta, ormai con costanza, il numero dei detenuti. Oggi (ieri, ndr) sono 54.240, con un aumento di 310 presenze soltanto negli ultimi 28 giorni. Un ritmo che suscita preoccupazione»: è questo l’allarme lanciato ieri con una nota dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La capienza regolamentare è invece di 50 mila 857 posti. Ma non sappiamo al momento quante siano le celle inagibili, quindi lo scarto tra posti disponibili e popolazione detenuta potrebbe essere maggiore. Tale scenario rappresenta per il Garante «un segnale in controtendenza rispetto alla riduzione che si era avuta nel 2020, anche a seguito dell’emergenza sanitaria. Allora i detenuti erano scesi da oltre 61mila di marzo 2020 a 53.387 alla fine di maggio». L’aumento riguarda anche «le persone ristrette per pene inflitte (non residue) molto brevi, inferiori a 3 anni: oggi sono detenute in carcere per scontare una pena inferiore a un anno ben 1211 persone, altre 5967 per una pena da uno a tre anni. Un dato numerico che da solo risponde a coloro che affermano che in Italia nessuno è in carcere per pene così brevi», critica fortemente il Garante. Com’è noto, con il Decreto “Cura Italia” si erano adottate alcune prime misure deflattive come le licenze straordinarie per i semiliberi e la concessione dei domiciliari per pene residue inferiori a 18 mesi, pur con l’esclusione dei detenuti per reati ostativi ex art. 4-bis. Purtroppo la mancata e pronta disponibilità di braccialetti elettronici aveva depotenziato molto la misura. Poi ci fu la famosa circolare del Dap del 21 marzo 2020 che sollecitava alle strutture penitenziarie la segnalazione all’autorità giudiziaria di ultra 70enni o di portatori di gravi patologie per il differimento dell’esecuzione della pena. «L’effetto combinato di queste misure – si legge nel rapporto sullo Stato dei diritti elaborato da A buon Diritto – ha determinato una riduzione non irrilevante della popolazione detenuta, che a fine aprile 2020 raggiungeva la quota di 53.904, scesa poi a luglio a 53.619, con un tasso di affollamento del 106,1%». Tale situazione, conclude l’ufficio del Garante, «chiama a una riflessione attori diversi: da quelli territoriali alla magistratura sia di cognizione che di sorveglianza nonché chi ha responsabilità politica e amministrativa affinché vi siano volontà, rapidità nelle procedure e risorse che permettano di affrontare con modalità alternative – e certamente socialmente più utili – pene di così lieve entità». Infatti pochi giorni fa pure la Ministra Cartabia in un convegno a Padova era intervenuta mostrando preoccupazioni simili: «Ci sono ancora tanti troppi problemi come l’uso della custodia cautelare in carcere già oggetto di una riflessione molto attenta nell’ultimo Consiglio dei ministri d’Europa. Quante detenzioni in carcere ci sono per pene brevi in cui di fatto le persone vengono esposte a una criminalità per cui si rischia di ottenere effetti contrari a quello della rieducazione?». E allora concretamente che fare? Presso il Ministero della Giustizia è stata istituita la commissione per “l’innovazione del sistema penitenziario” che però è concentrata ad individuare possibili interventi per migliorare la qualità della vita della comunità penitenziaria. Poi ieri lo stesso Ministero ha reso noto di aver costituito cinque gruppi di lavoro per l’attuazione della legge delega di riforma della giustizia penale. Tra questi uno dedicato alla riforma del sistema sanzionatorio, che potrebbe almeno evitare nuovi ingressi in carcere, ma i tempi non sono brevi. Le circostanze attuali invece necessitano di risposte urgenti come ci dice Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: «Il carcere continua ad essere una discarica sociale. Un luogo immondo che con il passare del tempo peggiora. Abbandonato, nascosto agli occhi dei più. Illegale, anti-costituzionale. Bisogna fare subito qualcosa per ripristinare lo Stato di Diritto. Quello che noi proponiamo da tanto è la concessione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni ogni semestre (anziché 45) di sconto di pena per chi in carcere ha avuto un buon comportamento». È polemica anche sulla legge di bilancio: Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA, ha criticato il fatto «che nel disegno di legge di bilancio approvato dal Consiglio dei Ministri le carceri e il Corpo di polizia penitenziaria vengono totalmente ignorati. In particolare, niente è previsto per i detenuti affetti da patologie psichiatriche, nessuna risorsa viene stanziata per le infrastrutture e il lavoro carcerario, nulla di nulla viene appostato per l’ordinamento, gli organici e gli equipaggiamenti della Polizia penitenziaria. Tutto questo è inaccettabile». Angela Stella

La sessualità proibita. Nelle carceri l’amore è proibito, ma anche l’autoerotismo. Andrea Pugiotto su Il Riformista il 30 Ottobre 2021. 

1. Come spesso accade, ha ragione Luigi Manconi (la Repubblica, 20 ottobre) a richiamare l’attenzione sulla recente sentenza di Cassazione (Sez. I penale, 8 giugno 2021, n. 36865) che ha confermato il divieto d’ingresso di una rivista hard richiesta da un detenuto in 41-bis, il c.d. carcere duro. Entrando nel merito (extragiuridico) del nesso tra immagini pornografiche e onanismo, i giudici ammettono con riserva che l’autoerotismo sia «un aspetto della sessualità, nella sua accezione più lata». E scrivono poi che «la fruizione di materiale pornografico costituisce uno dei mezzi possibili per la sua migliore soddisfazione, ma non ne costituisce presupposto ineludibile».

L’abbonamento – a spese del detenuto – ad una rivista per adulti, dunque, è stato legittimamente proibito dalla direzione del carcere, anche a prevenire il pericolo di comunicazioni criptate con l’esterno, capaci di eludere la censura penitenziaria. Azzerando così la diversa decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, la Cassazione accoglie il ricorso del DAP secondo cui «la visione di immagini pornografiche non appariva essenziale all’integrità della sfera sessuale e all’equilibrio psicofisico della persona» ristretta.

2. Scrivono i giudici che «l’autoerotismo non è impedito – di per sé – dallo stato detentivo». Davvero? I detenuti raccontano altro (cfr. N. Valentino, L’ergastolo. Dall’inizio alla fine, Sensibili alle foglie, 2009, pp. 51-52). Ti dicono che «spesso avere un attimo di intimità in carcere è più difficile che fare una rapina», dovendo pianificare ogni dettaglio. L’orario, da calcolare in relazione ai turni della guardia che passa e dell’infermiere che porta la terapia. Lo spioncino del bagno, sempre aperto per i controlli. L’assenza di riservatezza, in una cella condivisa con più persone. L’inibente imbarazzo, perché ti senti osservato o immaginato da agenti e compagni. «La lotta titanica» tra il desiderio di concentrarsi e la paura di essere colto sul fatto. Ecco perché «è esperienza comune che gli atti migliori d’amore sono quando sei in punizione, in isolamento». Su tutto questo il diritto rincarava la dose: masturbarsi in cella, infatti, configura il reato di atto osceno in luogo pubblico, perché pubblico è lo spazio del carcere. Oggi depenalizzato, la violazione dell’art. 527 c.p., poteva essere sanzionata con la pena da 3 mesi a 3 anni (dato che l’onanismo è una condotta dolosa). Puoi comunque essere punito con la sottrazione di un semestre dal calcolo della liberazione anticipata, e sono così 45 giorni di galera in più. Si sa, le seghe servono alla fuga. Perché permettono di tagliare le sbarre alla finestra della cella. Oppure perché permettono – per un breve fazzoletto di tempo – di immaginare di essere altrove, con la persona desiderata. Servono per evadere. Ecco perché sono vietate in carcere.

3. A suo modo, la sentenza della Cassazione è una finestra chiusa su un tema rimosso: la sessualità in prigione. Altrove, il problema non è stato ignorato. Come ha ricordato Angela Stella su queste pagine (Il Riformista, 21 settembre), sono 31 i Paesi europei (ma è così anche in India, Messico, Israele, Canada) che prevedono la possibilità per i detenuti di usufruire, in carcere, di spazi in cui trattenersi con persone cui sono legate affettivamente, al riparo dal controllo visivo degli agenti penitenziari. Il riconoscimento di un vero e proprio diritto soggettivo all’affettività inframuraria è anche l’approdo raccomandato da atti del Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo e da sentenze della Corte di Strasburgo. Da noi, invece, non esiste alcuna norma legislativa o regolamentare che disciplini la materia: sul punto, infatti, tace la Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti (d.m. 5 dicembre 2012). Su questa anomia si è sedimentata un’indulgente narrazione: le relazioni affettivo-familiari sarebbero garantite attraverso molteplici previsioni normative (corrispondenza epistolare, periodiche telefonate ora anche in video-chiamata, permessi di necessità, detenzione – di regola – in un carcere prossimo alla residenza familiare). Quanto ai colloqui, elementari ragioni di sicurezza impongono il controllo a vista da parte degli agenti di custodia. Vale anche per le visite negli appositi spazi di socialità del carcere: l’intimità sarà maggiore, ma mai completa e compiuta. Inevitabilmente sacrificato, il diritto alla sessualità del detenuto troverebbe comunque satisfattiva compensazione nel beneficio extramurario dei permessi-premio.

4. Dunque, i corpi carcerati sono inesorabilmente esposti allo sguardo altrui. Uno sguardo che li accompagna sempre e ovunque, anche nelle azioni fisiologicamente più intime. Uno sguardo che non conosce pause, intermittenza, eclissi. L’incapacità del detenuto di sottrarsi a questo controllo molto ci racconta della proibizione sessuale inframuraria. Un corpo perennemente guardato, infatti, non appartiene più soltanto a chi lo abita. Fatto oggetto di continua e forzata esibizione, vive il paradosso di essere un corpo sempre “nudo” pur non potendo mai essere realmente nudo. E poiché «l’erotizzazione del corpo necessita la sua velatura» (M. Recalcati, I tabù del mondo, Einaudi, 2017, 94), la vita sessuale che occasionalmente e clandestinamente si consuma dietro le sbarre non può che ricalcare le forme della pornografia: «qui dentro l’amore è un atto osceno», testimonia – non a caso – il detenuto intervistato (G. Bolino-A. De Deo, Il sesso nelle carceri italiane, Feltrinelli, 1970, 25).

5. In realtà, l’anomia dell’ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975) sul diritto alla sessualità intramuraria è solo apparente. Nella concretezza della sua applicazione, cela un operante dispositivo proibizionista che non lo ignora semplicemente, né lo nega soltanto. Proibendolo, lo reprime. Si spiega così il parere negativo espresso dal Consiglio di Stato sulla norma del regolamento penitenziario del 2000 (sostitutivo di quello fascista del 1931) che introduceva la possibilità di visite fino a 24 ore consecutive in apposite unità abitative interne al carcere, sorvegliate all’esterno dagli agenti, legittimati a controllarne l’interno solo in casi di comprovata emergenza. La previsione venne stralciata perché considerata contra legem. Non a caso, dal 1975 ad oggi, mai l’amministrazione penitenziaria o la magistratura di sorveglianza ha autorizzato un detenuto di un qualsiasi istituto penitenziario ad avere relazioni sessuali con il proprio partner. Ciò in ragione di un orientamento giurisprudenziale che riduce la castrazione del suo diritto alla sessualità in un mero pregiudizio di fatto, derivante dallo stato di reclusione, come tale giuridicamente non apprezzabile. La stessa apparente eccezione alla regola – i permessi premio – conferma che solo in occasione di eventuali parentesi extrapenitenziarie può esercitarsi il diritto alla sessualità del detenuto, non anche dietro le sbarre, e solo dopo molti anni di detenzione e per un numero limitato di volte, come «una caramella da assaggiare per quarantacinque giorni all’anno (al massimo)» (N. Valentino, op. cit., 47). L’operatività di un dispositivo proibizionista intramurario ne esce confermata appieno e trova la propria sineddoche normativa nel formalismo legale dei matrimoni bianchi in carcere (art. 44, legge n. 354 del 1975), celebrati ma non consumati. Per la Cassazione – secondo un ragionamento che si avvita su sé stesso – essi non giustificano la concessione di un breve permesso premio, neppure di necessità, poiché tra gli eventi di particolare gravità che ne sono il presupposto normativo «non può rientrare il diritto ad avere rapporti sessuali, che per sua natura, non ha alcun carattere di eccezionalità» (Sez. I penale, 26 novembre 2008, n. 48165). Vale per tutte le persone, è vero, purché non detenute.

6. L’operatività di questo dispositivo proibizionista pone un serio problema di costituzionalità, come ha avvisato la Consulta. La sua sentenza n. 301/2012 riconosce che il diritto alla sessualità inframuraria è compatibile con lo stato di reclusione, annoverandolo così tra quei residui di libertà personale di cui il detenuto conserva titolarità. Considera il superamento della persistente anomia come doveroso, tracciandone le linee-guida. Certifica l’insufficienza dei permessi-premio a rimedio del problema perché larga parte della popolazione carceraria, de jure o de facto, non può beneficiarne. Eppure, colpito da sospetta ipoacusia, il legislatore ha finto di non sentire.

Ora qualcosa si è mosso. Giace in Senato una proposta di legge del Consiglio regionale toscano e analoga iniziativa intende assumere anche il Consiglio regionale del Lazio. In attesa di esserne normato l’uso, è stato realizzato nell’istituto Rebibbia femminile il Modulo per l’Affettività e la Maternità (M.O.M.A.): uno spazio abitativo di 28 mq per incontri tra detenute e familiari, replicabile altrove. Tocca al Parlamento fare la propria parte, aiutato da una Guardasigilli che sa bene come quello in gioco non sia un lusso, ma un bene primario. Parallelamente, bisognerà tornare a Palazzo della Consulta, perché al suo monito – inascoltato da nove anni – seguano finalmente decisioni coerenti. Andrea Pugiotto

Il film di Leonardo Di Costanzo. I detenuti non sono numeri ma persone, Ariaferma ce lo ricorda. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 27 Ottobre 2021. È stato definito un «film necessario» (Goffredo Fofi) ed è un giudizio da condividere. Ariaferma di Leonardo Di Costanzo descrive la vita di 12 detenuti e di alcuni agenti di polizia penitenziaria in una casa circondariale che sta per essere chiusa. Dall’istituto sono andati via tutti e loro sono costretti a restare, in attesa che la nuova destinazione dei reclusi sia pronta a riceverli. Il ritardo nel trasferimento rende il rapporto tra detenuti e agenti del tutto diverso. I primi non sono più numeri da tenere rinchiusi, ma persone con le quali – in un contesto dove è palese il disinteresse dello Stato – si è costretti a convivere. La situazione di emergenza li rende uguali, pur nei loro rispettivi ruoli. Tant’è che il detenuto Carmine Lagioia (interpretato da Silvio Orlando), rivolto all’ispettore Gaetano Gargiulo (alias Toni Servillo), gli dice «È tosto stare in galera, eh!», e alla risposta «Tu stai in galera, io no», replica «Ah si! Non me ero accorto». Un film sulla condizione umana, che indaga sul labile confine tra il bene e il male e sui rapporti interpersonali, dove non esistono buoni e cattivi e l’imprevisto innesca nuove e forse insospettabili emozioni. Dopo la proiezione, il pensiero va inevitabilmente alla realtà, alle nostre carceri. Ieri il Riformista ha ripreso l’ennesima denuncia sulle drammatiche condizioni della casa circondariale di Poggioreale lanciata, questa volta, da parte di un sindacato della polizia penitenziaria. Il numero di detenuti sta aumentando di giorno in giorno, con circa 100 nuovi ingressi a settimana. Le attuali, già ingestibili, presenze di quasi 2.200 ristretti sono dunque destinate a lievitare. «Una pentola a pressione pronta a scoppiare», ecco l’allarme del segretario del Sappe Donato Capece. Il pericolo è che la situazione invivibile esasperi gli animi spianando la strada a manifestazioni di insofferenza da parte dei detenuti e a reazioni non proprio ortodosse da parte del personale. Una situazione, dunque, disperata che vede come vittime detenuti e agenti e che, a volte, degenera in atti d’inqualificabile violenza da parte di questi ultimi. Sono ancora – incancellabili – dinanzi ai nostri occhi le drammatiche sequenze dei video della mattanza di Santa Maria Capua Vetere. E la possibilità che oggi, o in un vicinissimo futuro, ciò possa di nuovo avvenire, o che comunque sia già avvenuto in altri istituti, senza che all’esterno di quelle mura ve ne sia notizia, non è affatto remota. Il pensiero, allora, ritorna al film. In quel carcere fatiscente che sta per essere chiuso, i detenuti protestano prima con la battitura, percuotendo le sbarre con oggetti di metallo, poi con lo sciopero della fame. La contestazione è dovuta alla sospensione dei colloqui con i familiari, all’interruzione di qualsiasi attività rieducativa, alla qualità scadente del cibo, all’assenza di notizie sulla data del trasferimento in altro istituto. Stanno vivendo un’emergenza burocratica – l’assenza di un luogo dove andare – che è molto simile a quell’emergenza sanitaria vissuta, nella realtà, dai detenuti con l’arrivo del Covid. Sullo schermo tutto lascia pensare a una protesta destinata a crescere di scena in scena e si attende la reazione violenta degli agenti. Ma l’illuminato ispettore Gargiulo prende – inaspettatamente anche per lui – delle decisioni non condivise dai suoi uomini e risolve la situazione dialogando con i detenuti. Accoglie la loro richiesta di rinunciare al fetido cibo offerto dalla ditta esterna e di riaprire la cucina dell’istituto per consentire a un detenuto di cucinare per tutti. E così Lagioia si mette ai fornelli ed è genovese e ragù per tutti, detenuti e agenti. I dialoghi tra i due attori, tra pentole, cipolle, carote e altro sono minimi ma significativi, come allusivi sono i loro sguardi che lasciano comprendere la medesima estrazione sociale, ma con un percorso di vita del tutto diverso. Un film che lascia un segnale importante: il detenuto non è un numero, ma una persona. È ora che qualcuno “lassù” lo comprenda. Riccardo Polidoro

Il caso Ivrea, da incidente a opportunità. A cosa servono i garanti comunali, tra poche risorse e tanta incertezza. Stefano Anastasia su Il Riformista il 26 Ottobre 2021. Ha suscitato un comprensibile sconcerto il post con cui Paola Perinetto, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Ivrea, ha paragonato il Presidente del Consiglio Mario Draghi a Cesare Battisti, condannato in esecuzione penale per reati gravi contro la persona. Anzi, a onor del vero, il paragone serviva alla collega addirittura per additare nel Presidente del Consiglio – tra i due – il vero criminale. Parole evidentemente offensive nei confronti del Presidente del Consiglio, della persona e della carica, che trascendono la libertà di manifestazione del pensiero e che chi riveste un incarico istituzionale non può e non deve pronunciare. Il tutto nasce dalle convinte posizioni no-vax e no-green pass di Perinetto, che recentemente aveva sospeso i suoi ingressi in carcere in ragione del proprio rifiuto di produrre il green pass (ma, assicura il Garante regionale Bruno Mellano, con l’impegno a continuare a distanza i contatti con i detenuti del carcere eporediese). Il Garante nazionale, venuto a sapere della cosa (del post su facebook, non delle legittime quanto discutibili posizioni di Perinetto, che erano note e risolte come si è detto), ha sollecitato il Sindaco alla rimozione dalla carica della Garante che – evidentemente, con il suo comportamento – aveva contravvenuto alla prescrizione secondo cui «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore» (art. 54 Cost.). Il Sindaco, dal canto suo, ha messo all’ordine del giorno del primo Consiglio comunale utile la revoca dell’incarico a Paola Perinetto. Il caso potrebbe chiudersi qui, peraltro con una rara prova di concordia e di efficienza istituzionale che, grazie al regolamento comunale istitutivo del Garante, ne consente la revoca per «gravi inosservanze dei doveri discendenti dal proprio ufficio». Ma l’incidente, della cui gravità non si discute, è diventata l’occasione per nuove prese di posizione sui garanti comunali delle persone private della libertà e il loro incerto statuto normativo. Prese di posizione che già in passato hanno causato la esclusione della facoltà di colloquio dei garanti comunali con i detenuti sottoposti in regime di 41bis e che, di fatto, hanno contribuito a impedire la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra la Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, che rappresenta tutti i garanti nominati dalle Regioni, dalle Province, dalle Aree metropolitane e dai Comuni, e le articolazioni del Ministero della giustizia che si occupano di esecuzione penale detentiva, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e il Dipartimento dell’Esecuzione penale esterna e della giustizia minorile. Dietro queste prese di posizione ci sono, come spesso accade, buone e cattive intenzioni: le buone intenzioni di chi ritiene che i garanti comunali vadano rafforzati nel loro status, nella loro autonomia e nelle loro funzioni, e quelle cattive di chi non gradisce l’attività dei garanti delle persone private della libertà, a partire proprio dai garanti comunali, così prossimi, così presenti e, forse, in qualche caso, così fastidiosi a una gestione burocratica e chiusa degli istituti penitenziari, fatta e coperta al riparo delle mura di cinta. Alle cattive intenzioni si può rispondere non solo formalmente, richiamando l’articolo 27 della Costituzione e le sue prescrizioni, ma anche raccontando le innumerevoli occasioni – frequenti anche durante la pandemia e i suoi momenti più duri – in cui i garanti, e quelli comunali innanzitutto, sono stati essenziali al buon funzionamento degli istituti penitenziari, non solo nell’interesse dei detenuti e delle detenute, ma anche in quello del personale che si sacrifica oltre il dovuto per fare bene il proprio mestiere. Le buone intenzioni, invece, meritano di essere condivise e specificate, se non altro per distinguerle dalla pelosa solidarietà delle cattive. Nonostante una prestigiosa storia (sono stati garanti comunali personalità come Luigi Manconi e Gianfranco Spadaccia, lo sono attualmente l’ex-presidente del tribunale di sorveglianza di Bologna Franco Maisto e l’ex-sottosegretario alla giustizia Franco Corleone), effettivamente i garanti comunali vivono di un incerto statuto normativo e soprattutto di uno status inadeguato alle funzioni che esercitano. Requisiti e modalità di nomina, durata e strumenti per l’esercizio delle proprie funzioni sono non solo molto diversi tra loro, ma spesso anche inadeguati. Non è il caso di Ivrea, dove il Garante è nominato dal Consiglio comunale, a seguito di un bando pubblico, «fra persone di indiscusso prestigio e di comprovata esperienza che abbiano ricoperto incarichi istituzionali di responsabilità e di rilievo nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli istituiti di prevenzione e pena e negli uffici di esecuzione penale esterna, o che si siano comunque distinte in attività di impegno sociale» (art. 2 del regolamento, approvato con delibera n. 88/2012 dal Consiglio comunale). Il mandato è quinquennale e indipendente da quello del Consiglio che lo elegge. Non sempre è così, ma il caso di Ivrea dimostra che i requisiti di indipendenza e di professionalità richiesti dal Garante nazionale a margine della sua censura del comportamento di Paola Perinetto non solo possono essere disciplinati dalla normativa locale, ma in qualche caso effettivamente lo sono. Del resto la stessa revoca dimostra che il sistema ha i suoi anticorpi, anche nei casi più gravi. Se proprio si vuole trovare una mancanza nel regolamento comunale con cui è stata istituita la figura del garante a Ivrea, bisognerà piuttosto guardare alle risorse umane, finanziarie e strumentali con cui esercita le sue funzioni (una sede, un generico supporto e 300 euro l’anno di rimborso spese). Come Conferenza dei garanti territoriali, su iniziativa di un gruppo di garanti comunali coordinato dalla collega di Torino, Monica Gallo, abbiamo promosso un’indagine sugli atti istitutivi e le prassi dei garanti comunali e abbiamo avanzato all’ANCI delle proposte per qualificarne e rafforzarne lo status. Così, forse, un grave incidente può essere rovesciato in un’ottima occasione per rafforzare il sistema di garanzie delle persone private della libertà a partire da quel terminale sensibile costituito dalla rete dei garanti comunali. Stefano Anastasia

Ma quale sovraffollamento, per Davigo le prigioni sono un Club Med! Piercamillo Davigo nega che ci sia un problema carceri in Italia. "Hanno più metri quadrati che in Europa". Il Dubbio il 26 ottobre 2021. Ma chi lo dice che le carceri italiane sono sovraffollate? Facendo strame di decine di sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e delle centinaia di denunce di associazioni  e sindacati – comprese quelle della polizia penitenziaria – Piercamillo Davigo bacchetta la ministra della giustizia Cartabia colpevole di aver detto che bisogna far tornare le nostre carceri nell’alveo della legalità e dell’umanità. Ovvero, meno detenuti, meno custodia cautelare in carcere e meno leggi punitive: “Il potere di punire, tanto terribile quanto necessario, ha assunto dimensioni esorbitanti non solo in Italia: un panpenalismo fatto di abuso e invasività del diritto penale per cui creare aggravanti o innalzare le pene è la scorciatoia”, ha infatti ribadito Cartabia. Ma la parte più interessante e indicativa del Davigo-pensiero arriva quando l’ex magistrato del pool passa all’analisi dei metri quadrati a disposizione di ogni detenuto. A dir la verità, ed è questa la parte più sconcertante, sembra quasi che Dvigo non parli di persone, di cittadini detenuti, ma di capi di bestiame: “Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (consultabili da chiunque in Internet) al 30 settembre 2021 in Italia vi erano 53.930 detenuti in carcere a fronte di 50.857 posti dichiarati. Però lo stesso sito del Dap: ricorda che quei posti sono calcolati sulla base di una superficie per detenuti così calcolata: 9 metri quadrati per il primo occupante e 5 metri quadrati per ogni occupante ulteriore (cioè la superficie per l’abitabilità delle case di civile abitazione), mentre la media europea è di 4 metri quadrati a detenuto”. Insomma, il solito Davigo, forse, semplicemente, dovremmo smettere di rispondergli e lasciarlo a godersi la meritata pensione nel suo mondo immaginario…

Elena Ceravolo per "Il Messaggero" il 25 ottobre 2021. È evaso da casa, dove era ristretto agli arresti domiciliari, per andare alla tenenza dei carabinieri di Guidonia a chiedere aiuto: «Meglio in carcere che nello stesso appartamento con mia moglie», ha detto. Un piano calcolato da un trentenne albanese per cui la punizione più grande era diventata proprio l'ambiente familiare. In arresto era finito per questioni di droga. Ma già dopo pochi giorni la voglia di evadere aveva cominciato a farsi strada. Non riusciva ad evitare i continui litigi con la consorte. Tanto che in quella abitazione - ha detto aggiungendo tutti i dettagli possibili - si era creata una situazione esplosiva, per di più davanti ai due figli della coppia. Sapeva benissimo che quella passeggiata a norma di codice gli sarebbe costata la galera. Ma il tragitto da casa alla caserma lo ha fatto senza esitazioni, ormai era deciso. Il militare di servizio alla tenenza di largo Centroni che si è visto arrivare l'uomo con la strana richiesta, a metà pomeriggio di sabato, ha creduto, per un attimo, di essere vittima di uno scherzo. «Sono evaso, vi prego, accompagnatemi in carcere», ha detto appena entrato. Poi davanti ai militari della compagnia di Tivoli, diretti dal capitano Francesco Giacomo Ferrante, ha anche spiegato la sua versione della convivenza forzata a casa: la sua impossibile vita casalinga, a suo dire a causa del caratteraccio della moglie, e anche le possibili conseguenze che temeva. «È un inferno - si è sfogato con i carabinieri di Guidonia -. Ho paura di perdere la testa. Se non volete che succeda qualcosa di brutto arrestatemi». Il 30enne ha spiegato ai militari di non essere più in grado di reggere lo stress e, quindi, esasperato, chiedeva di scontare la sua pena dietro alle sbarre. I carabinieri hanno esaudito il suo desiderio, arrestandolo con l'accusa di evasione e informando il pubblico ministero di turno della procura di Tivoli, Giuseppe Mimmo, che ne ha disposto il trasferimento in carcere. L'uomo ora si trova in una cella dell'istituto penitenziario di Rebibbia. Intanto la sua situazione giudiziaria comunque si è complicata: dovrà essere giudicato anche per il reato di evasione. Spetterà ora al giudice valutare eventuali attenuanti visto l'accurato appello. Non è la prima volta che in tribunale finiscono casi come questo. Un altro, recente, è di gennaio scorso: a Crotone un uomo agli arresti domiciliari si è presentato in caserma con la stessa richiesta, esasperati dalla convivenza con la moglie. È stato condannato per l'evasione con due mesi e 20 giorni di carcere aggiuntivo, ma la Cassazione ha ribaltato la sentenza, annullandola. Motivo: «Non punibile per tenuità del fatto». A influire sulla decisione anche il fatto, a quanto pare, che l'uomo non avesse fatto deviazioni una volta uscito di casa: era andato direttamente in caserma ad autodenunciarsi. Stesso motivo per cui non era stato condannato un quarantanovenne romano, ai domiciliari, che due anni fa aveva avuto la stessa idea per sottrarsi al pressing della moglie, a suo dire troppo invadente e pretenziosa anche sui lavori domestici. «Faccio tutte le faccende di casa ma dà sempre la colpa a me su tutto, ed è un litigio continuo», ha detto chiedendo il carcere agli agenti del commissariato Colombo dove si era presentato evadendo dal doppio carcere casalingo. È stata però accolta alla fine la sua richiesta di non scontare comunque la pena precedente presso la propria abitazione, ma in una associazione onlus.

Hassan, il Regeni egiziano ucciso nelle nostre prigioni. Luca Fazzo il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. È morto suicida a 20 anni dopo giorni di vessazioni e botte in carcere. Ma i giudici ora vogliono archiviare. Si avvicina alle sbarre, protende le braccia verso le guardie. Si taglia, ripetutamente, tra l'indifferenza delle guardie. Pochi minuti dopo, un agente di custodia entra in cella e lo colpisce al volto, con violenza. Le telecamere immortalano tutto. Sono le ultime immagini di Hassan Sharaf, 20 anni, vivo. La telecamera del carcere di Viterbo segna le 14,02 del 23 luglio 2018: 40 minuti dopo, gli agenti di custodia tornano davanti alla cella del giovane egiziano. Le immagini li ritraggono mentre guardano in alto, verso l'inferriata della finestra: lì c'è appeso il ragazzo che agonizza. Nessuno interviene, nessuno si lancia per salvarlo. Ora quelle immagini sono al centro di un caso drammatico e spinoso, che inevitabilmente ne evoca un altro: quello di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano assassinato in Egitto da uomini dello Stato cinque anni fa. Qua le parti si invertono: a morire è un giovane egiziano, in un carcere italiano dove non doveva trovarsi. E lo Stato italiano, che giustamente pretende (invano, per ora) che il governo egiziano faccia la sua parte per assicurare alla giustizia gli assassini di Regeni, non fa nulla per allontanare le ombre che gravano sulla morte di Hassan. Il segno più chiaro dell'ostruzionismo è il provvedimento del giudice di Viterbo che rinvia alle calende greche l'udienza che dovrebbe riaprire l'inchiesta frettolosamente chiusa dalla Procura locale. Davanti all'opposizione di una associazione egiziana per i diritti umani, il provvedimento del magistrato ha spostato l'udienza dal 2019 al marzo 2024. Un rinvio di cinque anni. Possibile? Eppure di cose da capire, nella morte di Hassan Sharaf ce ne sarebbero tante. É la storia di un ragazzo arrivato in Italia con i barconi, e finito come tanti altri nel giro della piccola delinquenza. Una condanna per furto, un altra per dieci euro di hashish. Quando lo arrestano per eseguire la pena, Hassan dovrebbe andare - lo dice l'ordine della Procura - in un carcere per minorenni. Invece lo portano prima a Regina Coeli poi, «per opportunità penitenziaria», in uno dei carceri più malfamati d'Italia, il «Mammagialla» di Viterbo, già teatro di pestaggi e di morti, ed investito di recente, tanto per dare una idea, da una indagine su un giro di spaccio di droga all'interno per cui vengono incriminati sia detenuti che agenti della polizia penitenziaria. Hassan arriva al «Mammagialla» il 21 luglio 2017, accompagnato da una cartella clinica che attesta il suo stato di «deficit cognitivo» e di dipendenza, certificato da numerose visite dei medici del carcere romano. Ma a Viterbo viene sostanzialmente abbandonato a se stesso, vede il primo psichiatra dopo dieci mesi dal suo ingresso, a gennaio. In compenso finisce nel mirino degli agenti di custodia. Dopo una soffiata, gli perquisiscono la cella: viene, dice il verbale «afferrato per le braccia» e «reso innocuo». Il giorno dopo Saraf invece racconta ai medici di essere stato picchiato ripetutamente. Risposta del consiglio di disciplina, decisa il 9 aprile: quindici giorni di isolamento. E qui la cosa si fa quasi incredibile. Per cinque mesi la sanzione non viene eseguita. Nel frattempo al «Mammagialla» entra il Garante dei detenuti, raccoglie racconti di altri prigionieri che parlano di pestaggi sistematici. Il 23 luglio, non si sa perchè e nemmeno chi, qualcuno decide di eseguire la sanzione e portare il ragazzo in isolamento. Il medico di turno, Elena Ninashvili, attesta che il detenuto è in grado di affrontare l'isolamento. Dirà poi di non averlo nemmeno visitato, e che il certificato le è stato portato già compilato dalle guardie. «Era tranquillo e collaborativo», scrivono gli agenti. Invece i filmati mostrano un ragazzo agitato e disperato. Eppure la Procura di Viterbo chiede di archiviare tutto, liquidando come «abuso di mezzi di correzione» il ceffone al ragazzo. E neanche i magistrati che dovevano farlo togliere dall'inferno di Viterbo non rispondono di nulla.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Da ilmattino.it il 18 ottobre 2021. Un uomo di 54 anni è finito in carcere dodici anni dopo essere stato fermato mentre guidava ed era risultato positivo all'alcol test, a Carate Brianza (Monza). L'avvocato si era dimenticato di chiedere la sospensione della pena. Sabato sera i carabinieri gli hanno notificato il provvedimento di esecuzione mentre era in un bar di Giussano (Monza). Stupefatto, quando i militari lo hanno accompagnato in caserma, ha appreso di essere destinato ad espiare 6 mesi di reclusione, oltre a 3 mila euro di multa, dato che nessuno aveva mai avanzato alcuna richiesta di sospensione della pena, il suo avvocato se ne era evidentemente dimenticato. Così ha dovuto seguire i carabinieri in carcere, a Monza.

Si continua a morire dietro le sbarre. Detenuto morto a Poggioreale, le ultime parole al giudice: “Ho la flebite, non riesco a stare in piedi”. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. Quale valore ha la vita di un detenuto? E quale quella di un detenuto tossicodipendente? Viene da chiederselo a sentire la storia di Antonio Alfieri, 51 anni, tossicodipendente, detenuto nel carcere di Poggioreale e morto al pronto soccorso del Cardarelli dove era arrivato venerdì scorso in condizioni disperate. In attesa di capire le reali cause del decesso, resta l’amarezza per quanto racconta il suo difensore che proprio ieri si era recato in carcere per il colloquio con il suo assistito scoprendo che Alfieri era morto, e che era morto da giorni. Arrestato a marzo scorso a Pianura per il possesso di due pistole nascoste in uno stereo all’interno di uno scantinato, Antonio Alfieri era finito in cella per detenzione e ricettazione di armi. «Non si reggeva in piedi e aveva bisogno di cure specialistiche che il carcere non poteva garantirgli», racconta l’avvocato Mottola che aveva avanzato una prima istanza, rigettata dal giudice, e ci aveva riprovato all’ultima udienza del 28 settembre scorso, riuscendo anche a convincere il suo assistito a fare uno sforzo ed essere presente in udienza pur collegato in videoconferenza, immaginando che il magistrato, vedendolo con i propri occhi, si sarebbe reso conto delle condizioni fisiche in cui versava. Del resto anche il SerD del carcere aveva scritto che il ricovero del detenuto in comunità era urgente, ma ogni speranza era stata vanificata senza nemmeno volgere lo sguardo al detenuto. L’avvocato Mottola ricostruisce quell’ultima udienza con dolore, parlando direttamente al suo assistito in una lettera pubblicata sui social: «Il giudice mi interrompe – racconta l’avvocato tornando indietro nel tempo di qualche settimana – e mi dice: avvocato, ma ho già rigettato analoga richiesta tre mesi fa. Io ribatto, dico al giudice che la reitero perché se alza lo sguardo verso il monitor vede con i suoi occhi la sofferenza di un uomo, tossicodipendente, abbandonato dalla famiglia, vedovo da pochi mesi. Ma niente, Antonio, non eri degno dello sguardo di chi ti stava giudicando. Poi l’ultimo schiaffo, ti interroga per sapere se rinunci al prosieguo dell’udienza e tu lanci l’ultimo grido di aiuto: “Ho la flebite, non riesco a stare in piedi”. Lui taglia: “Sì, vabbè, allora rinuncia”». Nelle parole dell’avvocato Mottola c’è tutta l’impotenza di fronte alla freddezza della burocrazia giudiziaria. «Scusa, Antonio, ti avevo promesso che ti avrei portato in comunità ma tu, di fronte all’ennesimo freddo diniego, hai deciso che questo mondo non era più per te – aggiunge il legale – Ci siamo sentiti al telefono: “Antonio, stai tranquillo, ricorriamo al Riesame, vengo in settimana in carcere a trovarti”. “Speriamo, avvoca’, almeno voi non mi abbandonate”». Ieri, poi, il tragico epilogo: «Alle 13 io e Antonio dovevamo incontrarci ma Antonio ha deciso di non venire, ha preferito lasciare questo mondo in cui non c’è spazio per gli ultimi. Antonio, so che la mia parola per te conta poco ma credimi che ce l’ho messa tutta». L’amarezza del giovane penalista apre una riflessione sulla rigidità della burocrazia giudiziaria, sull’atteggiamento di alcuni giudici di fronte ai casi da trattare, sulla difficoltà (più volte denunciata da avvocati, garanti, associazioni) di garantire anche a chi è in carcere la dignità della vita e la tutela dei diritti fondamentali, quello della salute innanzitutto. E così un altro fascicolo viene archiviato e un altro nome si aggiunge all’elenco dei detenuti morti in carcere.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il caso. Giovanni Marandino trattato come Cutolo: muore a 84 anni in carcere, è giustizia o tortura? Viviana Lanza su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. «Cronaca di una morte annunciata», tuona il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. Giovanni Marandino, 84 anni, è morto all’ospedale Cardarelli. Chi si indigna? Si conteranno sulle dita di qualche mano quelli che di fronte a questa notizia eviteranno di fare spallucce visto che Marandino era un detenuto con il marchio di aver fatto parte della Nco, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. In meno di una settimana è il secondo detenuto che muore in carcere perché sulla valutazione dello stato di salute si lascia prevalere la rigida burocrazia giudiziaria. Qualche giorno fa era toccato a un detenuto 50enne, Antonio Alfieri, a cui era stato negato il trasferimento in una comunità per tossicodipendenti nonostante il parere favorevole del SerD del carcere e del pm. Ieri la morte di Marandino. «Era una persona anziana con precedenti penali – spiega il garante Ciambriello – ma questo giustifica il fatto che da febbraio di quest’anno sia stato fatto morire nell’assoluta solitudine?». La morte del detenuto ultraottantenne riaccende il dibattito sulla tutela della salute in carcere e sulla pena che non può diventare accanimento o tortura. «La tutela della salute, della vita e dell’età avanzata sono prioritarie rispetto alle misure cautelari? – continua Ciambriello – Credo che sia questa la domanda da porci, non solo per una questione di umanità, che negli ultimi tempi pare sia diventata merce rara, ma anche per misurare l’efficienza e l’efficacia di un sistema penale e detentivo che rimuove ogni problema trincerandosi dietro vincoli burocratici in un gioco a rimpiattino sulle diverse competenze di magistratura, sanità penitenziaria e periti». Il caso porta all’attenzione anche il tema dei detenuti anziani. «Da mesi, più volte interpellato dai familiari, ho seguito il caso di Giovanni in carcere e sono andato domenica scorsa a trovarlo in ospedale al Cardarelli – racconta il garante -. Davanti a me ho visto un vecchio in fin di vita, non in grado di intendere e volere. Tra l’altro in cella a Poggioreale era recentemente caduto, spezzandosi il femore e subendo un’operazione; non poteva nemmeno usufruire dell’ora d’aria e, considerate le sue patologie, gli era stato assegnato un piantone». Il caso di Marandino era apparso sin dal suo arresto un caso particolare: 84enne, sulla sedia a rotelle, con il catetere, affetto da demenza senile con un principio di Alzheimer e apnee notturne, oltre che cardiopatico e diabetico. In casa viveva allettato per cui, quando a febbraio il gip del Tribunale di Salerno ha disposto per lui la custodia cautelare in carcere, è stato necessario portarlo da Paestum a Poggioreale in ambulanza. Poche settimane dopo l’arresto, Giovanni Marandino (per tutti “Ninuccio”), coinvolto assieme ad alcuni familiari in un giro di usura, ha avuto un malore ed è stato portato in ospedale e poi di nuovo in cella. La stessa cella dalla quale è uscito giorni fa per essere trasportato in condizioni critiche da Poggioreale al Cardarelli. Davvero non c’era una diversa possibilità di gestire il suo caso? «Una persona anziana arriva in carcere in ambulanza e ne esce nella bara – denuncia Ciambriello – Questo è accanimento giudiziario».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Non è capace di intendere e di volere ma per il giudice doveva stare in carcere. Sbattuto in cella a 85 anni, Giovanni torna libero: la fine di un calvario inutile per il detenuto più anziano d’Italia. Rossella Grasso su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Giovanni C., 85enne, è il detenuto più anziano d’Italia. O meglio lo era fino a ieri quando nella tarda serata è stato scarcerato da Poggioreale dove era recluso da 4 mesi per maltrattamenti in famiglia. Affetto da decadimento cognitivo globale ad evoluzione cronica senza margini di miglioramento, il Detenuto necessitava e necessita a tutt’ oggi di un monitoraggio clinico e terapeutico costante, stante anche la sua veneranda età. Il garante dei detenuti Samuele Ciambriello per mesi aveva seguito l’assurda vicenda. È andato spesso a trovarlo in carcere e ha scritto alla direzione sanitaria del carcere data la complessità nonchè la gravità delle sue condizioni di salute psico- fisica. “Giovanni, 85 anni, credo sia il detenuto più anziano d’Italia, non è capace di intendere e di volere ma è dentro per maltrattamenti in famiglia – aveva raccontato Ciambriello su Facebook – Da quattro mesi non riceve visite né telefonate, niente. Non so che dire: si può continuare a utilizzare il carcere come luogo di sicurezza sociale anche in questo caso?”. “Lo dico – aggiunge – perché ho visto con i miei occhi l’amore, la bontà, l’attenzione degli agenti di polizia penitenziaria, che sono un front-office: devono fare da psicologi, psichiatri, da assistente, da medico, da familiari”. Insomma una situazione ormai fuori controllo, con Dap da una parte e politici e magistratura dall’altra che hanno dimostrato di non essere in grado e di non volere risolvere il problema carcere. Dalla maggiore assistenza richiesta all’interno a pene alternative per evitare di rinchiudere persone anziane o malati. Poi finalmente la lieta notizia che Giovanni può uscire dal carcere. ‘’Esprimo il mio apprezzamento per la professionalità e la responsabilità per l’avvocato d’ufficio Maria Elena Riccardi che ha profuso notevole impegno per la soluzione del caso. Apprezzo il provvedimento del GIP, non di meno dobbiamo stigmatizzare alcune posizioni della magistratura, troppo frequenti, per l’utilizzo della custodia cautelare. Molte volte in evidenti casi di assenza di esigenze cautelari, assolutamente incompatibili con talune situazioni patologiche come nel caso di Giovanni. Il nostro auspicio, come Garante, non può non essere quello di risparmiare lunghi periodi di carcerazione quando già sia la situazione sanitaria, l’età avanzata o altro, manifestano profili di incompatibilità con il carcere e la nostra Carta Costituzionale”. Ma come c’è finito in carcere Giovanni? Aveva un residuo di pena per il reato di maltrattamenti in famiglia. Per qualche motivo la detenzione in carcere è stata preferita a quella alternativa, come avrebbe potuto essere quella domiciliare, e si è generata l’aberrazione. Sì, perché se il carcere, tra i suoi principi, ha anche quello di una funzione rieducativa e di recupero, resta un mistero come un soggetto che non è in grado di intendere e di volere possa essere recuperato o rieducato. Soprattutto se ha 85 anni. Certo, sulla carta le cose dovrebbero essere diverse. Risale allo scorso aprile la decisione della Consulta che, di fatto, ha escluso la detenzione in cella per gli ultrasettantenni. Tutto ruota attorno all’articolo 27 della Costituzione che sancisce il principio di umanità della pena. Un principio su cui, secondo la Corte Costituzionale, la Sorveglianza dovrà esprimersi valutando caso per caso. Sul piatto della bilancia, tra le altre cose da valutare, c’è l’eventuale pericolosità sociale del soggetto.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

E' deceduto al Cardarelli, familiari e legale avvertiti dopo 72 ore. Istanze sempre rigettate da giudice. “Avvocà tenete un colloquio con un detenuto morto”: orrore a Poggioreale, Antonio Alfieri “non si reggeva in piedi”. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'11 Ottobre 2021. “Avvocà ma che tenete un colloquio con un detenuto morto“. E’ questa la risposta ricevuta da Luca Mottola, legale di Antonio Alfieri, 51enne tossicodipendente recluso nel carcere di Poggioreale e deceduto venerdì scorso, 8 ottobre, al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli dove è arrivato in condizioni disperate. La notizia della dipartita di Alfieri è stata però data oggi, lunedì 11 ottobre, ben tre giorni dopo il decesso. Sia i familiari che l’avvocato Mottola non ne sapevano nulla. “Venerdì scorso avevo prenotato il colloquio con il mio assistito per oggi alle 13” spiega il legale. “Quando sono arrivato in carcere mi è stata comunicata la notizia del decesso, da tempo chiedevamo il trasferimento in comunità per Alfieri che era gravemente malato”. Al momento la salma del 51enne è stata trasferita presso il Secondo Policlinico Federico II di Napoli dove nelle prossime ore verrà effettuata l’autopsia su disposizione dell’autorità giudiziaria che ha aperto un fascicolo su quanto accaduto. Non è chiaro se Alfieri sia morto per cause naturali o in seguito all’assunzione di medicinali. Il 28 ottobre scorso c’è stata l’ultima udienza del processo che vedeva imputato Alfieri per per porto, detenzione e ricettazione di armi da sparo clandestine con la richiesta del pm che era stata di due anni di reclusione. Lo scorso marzo è stato arrestato dalla polizia a Pianura, periferia occidentale di Napoli, perché trovato in possesso di due pistole, nascoste in uno stereo all’interno di uno scantinato in via Gentileschi. Etichettato come elemento di spicco del gruppo Calone-Esposito, in guerra da mesi contro i Carillo-Perfetto, Alfieri è stato sbattuto in cella nonostante le sue precarie condizioni fisiche. Vedovo da pochi mesi e abbandonato dagli stessi familiari, a seguirlo l’avvocato Mottola. “Non si reggeva in piedi, aveva bisogno di cure specializzate che il carcere non era in grado di fornirgli. Più volte abbiamo fatto istanza di scarcerazione, in accordo con il Ser.d del carcere, puntualmente rigettata dal giudice”, nonostante il parere favorevole anche del pubblico ministero Luciano D’Angelo. L’ultima udienza, quella dello scorso 28 settembre, dieci giorni prima del decesso, è stata raccapricciante. Racconta Mottola: “Gli avevo chiesto di venire in udienza, rassicurandolo. Vedrai – gli dissi – che il giudice questa volta vedendoti capirà che stai male e ti manderà in comunità”. Ma “il giudice Fabrizio Finamore mi interrompe dicendo di aver già rigettato la richiesta tre mesi fa. Io ribatto chiedendo di alzare lo sguardo verso il monitor (Alfieri era in videoconferenza, ndr)” perché “vedrà con i suoi occhi la sofferenza di un uomo, tossicodipendente, abbandonato dalla famiglia, vedovo da pochi mesi. Ma niente. Antonio non era degno dello sguardo di chi lo stava giudicando”. Poi “l’ultimo schiaffo: Antonio viene interrogato per sapere se rinuncia al prosieguo dell’udienza e lui lancia l’ultimo grido di aiuto. ‘Ho la flebite non riesco a stare in piedi’ ma il giudice taglia corto e accoglie favorevolmente la rinuncia”. Mottola ha sentito l’ultima volta Alfieri il 2 ottobre scorso assicurandogli di “stare tranquillo” perché “ricorriamo al Riesame”. Poi l’incontro in programma oggi, alle 13, e la tragica notizia ricevuta dal personale del carcere: “Avvocà ma che tenete un colloquio con un detenuto morto”. Il tutto comunicato quasi 72 ore dopo. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista. 

Aveva 76 anni. Invalido muore in carcere, la Garante: “Non doveva essere nell’istituto penitenziario”. Redazione su Il Riformista l'11 Ottobre 2021. Non doveva essere portato in carcere. Questo è un altro caso di inadempienza del magistrato“. Commenta così il Garante dei Detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni il caso del 76enne di Pomezia, affetto da gravi patologie e con un’invalidità del 100 per cento, morto all’Ospedale di Roma Sandro Pertini dopo qualche ora di detenzione nel carcere di Regina Coeli. A riportare la vicenda è Il Corriere della Città, che racconta come l’uomo, che soffriva di Alzheimer, demenza cronica, incontinenza urinaria, afasia e disfagia, sia entrato nell’istituto penitenziario nonostante i familiari avessero implorato medici e poliziotti di adottare una misura alternativa.

La detenzione

L’uomo, che prima di ammalarsi gravemente faceva il commercialista, è stato giudicato colpevole di falsa fatturazione. Nell’esercizio delle sue funzioni, infatti, aveva posto la sua firma su documenti per quello che si è rivelato un crack finanziario, avente come protagonista un noto costruttore della zona. Ma quanto è accaduto molti anni fa, si è rivelato decisivo e fatale per il 76enne. Il 30 agosto di quest’anno, l’uomo, raggiunto dagli agenti di polizia, riceve un mandato di arresto, per la pena residua di un anno e due mesi di carcere. Da quel momento parte un lungo calvario per la famiglia del 76enne, a cui era stato riconosciuto dall’apposita Commissione ASL un’invalidità del 100 per cento con il sostegno dell’accompagno, ai sensi della legge 104/92. Dopo aver ricevuto la notifica dell’arresto, la figlia dell’uomo ha spiegato la situazione sanitaria del padre agli agenti, mostrando anche una voluminosa documentazione rilasciata dall’ASL di zona per avvalorare la tesi che la detenzione carceraria non è assolutamente compatibile con lo stato di salute del genitore.

I controlli in ospedale

Gli agenti, che hanno spiegato alla figlia la necessità di presentare una dichiarazione medica con la quale attestare lo stato di salute dell’uomo, sono stati poi costretti a chiedere l’intervento di un’ambulanza per trasferire l’uomo in un ospedale, dove viene visitato alle 17:00 del 30 agosto. Nell’arco di diverse ore, l’uomo è stato rimbalzato da un nosocomio all’altro per fare i dovuti controlli. Il 76enne, durante i trasferimenti nei diversi ospedali, è sempre stato scortato dai poliziotti e non è mai stato perso di vista da sua figlia, preoccupata e intimorita per il padre, che dalla mattina non aveva né mangiato e bevuto, né seguito le cure necessarie. Solo a fine giornata, alle 23.00 del 30 agosto, la famiglia dell’uomo viene a sapere che il medico di turno ha riconosciuto al 76enne “esito favorevole” per il trasporto in cella: secondo il dottore, lo stato di salute dell’uomo è compatibile con il regime carcerario.

E si dimostrano quindi inutili le implorazioni e le preghiere della figlia dell’uomo affinché il medico riveda la sua decisione: il 76ennne viene preso dai poliziotti e trasferito al Commissariato di Ostia per formalizzare la pratica di arresto. La figlia raggiunge il Commissariato, dove riesce a vedere il padre per qualche minuto, prima di salutarlo per quella che sarà l’ultima volta. La donna si raccomanda con tutti di riferire al personale del carcere dei gravi problemi di salute del padre, in particolar modo di evidenziare la patologia della disfagia, per cui non può ingerire cibi solidi.

L’arresto e il decesso

Dopo la convalida dell’arresto, l’uomo viene portato nella notte tra il 30 e il 31 agosto in carcere a Regina Coeli. Nella giornata del 1° settembre, attraverso una comunicazione della casa di reclusione Rebibbia, la figlia viene a sapere che il padre ha lasciato il penitenziario ed è stato inviato con urgenza al Pronto Soccorso dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Nell’arco di poche ore, viene ufficializzato il decesso: il 76enne muore la sera del 1° settembre per un intasamento alimentare. L’uomo, infatti, nell’istituto penitenziario avrebbe mangiato cibi solidi, che gli sono risultati fatali. La Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti. Il Garante dei Detenuti di Roma Stramaccioni giovedì sarà al Regina Coeli per accertare la causa del decesso e per comprendere come mai il 76enne sia finito in carcere, nonostante la sua invalidità.

Ha 76 anni, da quasi 45 è in carcere. La storia di Domenico Papalia, l’ex generale della ‘ndrangheta in carcere mezzo secolo: “E’ malato, graziatelo”. Antonio Coniglio su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. Quando Domenico Papalia varcò per la prima volta i portoni impietosi delle patrie galere del nostro paese era il 1977. Le televisioni trasmettevano ancora il “carosello” in bianco e nero, Presidente della Repubblica era Giovanni Leone, sul soglio di San Pietro sedeva Paolo VI, e gli indiani metropolitani contestavano Luciano Lama alla Sapienza. Era un altro mondo: un salto indietro di due generazioni. Tutti i protagonisti di allora ci hanno lasciato, gli “indiani” si sono estinti, ma Papalia rimane ancora dentro quelle quattro mura, in una “riserva” senza spazio e senza tempo. Mezzo secolo di carcere che non è un avamposto della legge, un sagrato del diritto, ma assurge a quella che Leonardo Sciascia indicava come un’ispezione di terribilità: lo stato che, mentre pensa di combattere la mafia, si specchia, ne mutua i mezzi, finisce per rassomigliare a essa. Nella Ndrangheta esistono i “fiori”, le “doti”, a guisa dei gradi dell’esercito. Papalia era considerato un generale: un “mammasantissima”. Se era, non è. Perché, in questi quarantacinque anni di galera, ha studiato, ha esplorato sé stesso, ha raggiunto un livello diverso di elevazione della sua coscienza. Anche nel dolore più sordo, la perdita di un figlio, è divenuto portatore di vita, attraverso un gesto generoso, estremo: la donazione degli organi. A chiedere la grazia per lui sono stati uomini come lo storico sindacalistica della Cgil Francesco Catanzariti e il giudice Ferdinando Imposimato. Oggi, a reiterare questa richiesta al Presidente Mattarella sono i compagni di Nessuno tocchi Caino. Lo fa quel mondo radicale della nonviolenza a cui Papalia ha aderito senza nulla chiedere in cambio, se non amore e una nuova educazione sentimentale. Che Stato è quello che tiene un uomo prigioniero quarantacinque anni attendendo che il suo corpo inerte ritorni nella polvere? Che giustizia è quella che ammazza i prigionieri? Non ci è stato forse insegnato come in carcere entri l’uomo, non il reato? In questa vicenda, si assiste, attoniti e sgomenti, al parossismo di un ribaltamento costituzionale: in carcere entra il reato a cui restare attaccati per sempre. È un paradosso, la stessa logica funerea che Buscetta indicò a Giovanni Falcone: «Non dimentichi, signor giudice, che il suo conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai». Oggi Domenico Papalia è gravemente malato, “con un cancro alla prostata con in più metastasi ossee”, secondo il clinico che lo ha visitato. I suoi avvocati hanno chiesto il differimento della pena, sulla base dell’art. 147 del codice penale. Si tratta di una norma partorita nella temperie di un regime: finanche, negli anni del fascismo, di Alfredo Rocco, ci si poneva il problema di non tenere in carcere gli ammalati e i moribondi. Se i giudici di sorveglianza dovessero rigettare questa istanza, vorrebbe dire che lo stato liberale e democratico è più illiberale e liberticida di una stagione di negazione della libertà. Quale mafia si combatte tenendo in galera Papalia? Quale monopolio legittimo della forza si esercita? Quando è stato incarcerato quest’uomo di Platì – un paese della Calabria segnato dal marchio di Caino – il presidente degli Stati Uniti era Jimmy Carter e, in Cecoslovacchia, duecento intellettuali firmavano la Charta 77. C’era ancora il muro di Berlino, l’Urss e Breznev. Oggi, di tutta questa narrazione, è rimasto solo Domenico Papalia. Ristretto in quel luogo anacronistico, fuori dalla storia, che si chiama carcere, ove gli orologi sono rotti e si infligge soltanto sofferenza. Come dice Sergio D’Elia, il carcere è diventato un manicomio, un nosocomio, un lazzaretto: si perde la testa, la vista, l’udito, finanche i denti. Nulla a che vedere con la sicurezza sociale che imporrebbe una restrizione breve, limitata al tempo in cui si è pericolosi. Il carcere è proprio un luogo di pena, nel quale ci si ammala, si muore. Troppo semplice dire «Chi sta lì ha sbagliato: è giusto che paghi». È questa la prima regola della mafia, il suo statuto ontologico, non dello Stato. Noi Le chiediamo, Presidente Mattarella, la grazia per Domenico Papalia. Grazia è benevolenza, bellezza, diritto. La chiediamo a Lei perché è il garante di quel principio di umanità e di cambiamento sancito dalla nostra Costituzione. Perché, di quelli del ‘77, di quel mondo che non esiste più, è rimasto solo Papalia. Non ha munizioni, doti, gradi. È malato, disarmato, inerme. Solgenitsin diceva che «un petto inerme può resistere anche ai carri armati, se al suo interno batte un cuore puro». Sarebbe triste se il cuore di Papalia, convertito alla nonviolenza, allontanatosi dalla mafia, resistesse a tutto. Eccetto ai “carri armati” del nostro regime penitenziario.

Estratto dell'articolo di Fabio Tonacci per "la Repubblica" il 23 settembre 2021. Ci sono giorni in cui il carcere di Frosinone sembra un aeroporto di provincia: sei, sette voli di droni ronzanti che recapitano alle mani protese dalle finestre coltelli, microtelefonini, eroina. Domenica scorsa una semiautomatica calibro 7.65. Il detenuto Alessio Peluso detto "o' niro", 28 anni, ritenuto essere l'esattore del clan Lo Russo, ha afferrato la pistola attraverso una rete di protezione sgangherata. Prima l'ha puntata contro un poliziotto per farsi consegnare le chiavi di due celle che non è riuscito ad aprire. Poi, attraverso la feritoia, ha sparato all'interno contro tre uomini (un albanese e due campani, tra cui Gennaro Esposito, figura emergente dei trafficanti di droga sulla piazza di Roma e vicino a "Diabolik" Fabrizio Piscitelli) che lo avevano picchiato qualche giorno prima. Infine, come se tutto fosse normale, ha estratto dalla tasca un cellulare. «Avvocato, ho sparato a quei tre. Sono venute le guardie. Ora che faccio?».

La scia di episodi. È la prima volta che una rivoltella piove dal cielo dentro un penitenziario, e se non siamo qui a raccontare una strage è solo perché Peluso ha qualche problema con le serrature. Ma nessuno può sostenere che quanto accaduto nella casa circondariale di Frosinone (513 posti, 526 detenuti) non fosse prevedibile e, dunque, evitabile. Repubblica ha consultato documenti del ministero della Giustizia dai quali viene fuori che da almeno cinque anni negli uffici del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) si accumulano allarmi e segnalazioni di droni-corriere. Eppure - con l'esclusione di un progetto sperimentale di "contraerea" a Rovigo - dal 2016 niente di concreto è stato fatto per bloccare un fenomeno che, stando a quanto denunciano magistrati antimafia e gli stessi sindacati della Penitenziaria, è diventato un'emergenza. Che affligge, al pari del sovraffollamento e dell'organico ridotto (mancano 17.000 agenti), il sistema carcerario italiano.

Telefonini nei salami. Quest'anno nelle celle e nelle sezioni di isolamento sono stati trovati quasi 200 cellulari al mese, 6 al giorno. Nel 2020 i poliziotti ne avevano sequestrati 1.761, nel 2019 1.206, una trentina nel 2018. Numeri che disegnano la preoccupante parabola ascendente. Chi pilota i droni utilizza talvolta dei diversivi per evitare di essere intercettato, come si è visto a Taranto nell'ottobre di due anni fa: mentre venivano trasportati dei microtelefonini e dei wurstel infarciti di droga in una stanza al terzo piano del carcere, i complici facevano esplodere fuochi d'artificio all'esterno delle mura. A Poggioreale hanno fermato un drone con sei cellulari appesi. Ma è niente rispetto al clamore che ha suscitato, nel novembre del 2019, la scoperta che Giuseppe Gallo detto Peppe "o' pazzo", boss di camorra, usava serenamente tre smartphone nella sua cella di massima sicurezza in regime di 41 bis nel carcere di Parma. Non era mai accaduto prima. Se un capoclan può comunicare con il mondo dei liberi, è come se non fosse detenuto. L'indagine sulla modalità con cui sono stati introdotti i tre telefoni è quasi conclusa. La lunga teoria di episodi simili, però, fa pensare a canali diversi rispetto ai colloqui con i familiari o a qualche agente della Penitenziaria colluso. I droni, appunto.

A Frosinone sfiorata la tragedia: detenuto ingoia sim del cellulare. Pistola e spari in carcere, drone "buca" agenti e telecamere: altro flop del Dap. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Doveva vendicare un violento pestaggio subito nei giorni scorsi e si è fatto recapitare una pistola direttamente in cella, attraverso un drone che è arrivato come un uccellino sulla finestra esterna. Il tutto immortalato dalle telecamere presenti nel carcere di Frosinone senza però che gli agenti della polizia penitenziaria, che da tempo lamentano carenza di personale, intervenissero in tempo. Poi ha chiamato la guardia penitenziaria chiedendo di andare a fare la doccia. Una volta nel corridoio, ha puntato l’arma contro l’agente, sfilandogli le chiavi delle celle confinanti con la sua e, pur senza utilizzarle, si è avvicinato ad alcune stanze sparando da una calibro 765 con matricola abrasa diversi colpi d’arma da fuoco, in totale cinque, contro i detenuti presenti all’interno. Poteva essere una strage ma, per fortuna, il bilancio è di un ferito di striscio alla coscia secondo quanto riporta l’agenzia Agi (zero secondo il Dap). Protagonista un detenuto napoletano di 28 anni, Alessio Peluso, ritenuto dagli investigatori affiliato a uno dei clan di Miano, periferia nord di Napoli, che da anni si contendono l’eredità lasciata dalla storia organizzazione malavitosa dei ‘Capitoni’, i Lo Russo. Peluso, recluso in regime di isolamento nel reparto di alta sicurezza (quello riservato agli affiliati alle organizzazioni criminali) voleva vendicare il pestaggio subito nei giorni precedenti da due detenuti campani e da un altro di nazionalità albanese. Così ha chiesto e ottenuto l’arma, entrata indisturbata nel penitenziario laziale nonostante la presenza delle telecamere. Dopo gli spari, ha chiamato il suo avvocato che lo ha convinto ha consegnare la pistola al personale di Polizia Penitenziaria. L’episodio è avvenuto nel pomeriggio di domenica 19 settembre. Stesso in serata il 28enne, trovato in possesso anche di un cellulare (ma ha ingoiato la sim per evitare ulteriori controlli sui complici) è stato trasferito in un altro penitenziario e adesso dovrà difendersi dall’accusa di tentato omicidio nell’ambito delle indagini coordinate della procura di Frosinone e dagli investigatori della Squadra Mobile locale. Il giorno dopo nell’istituto di Frosinone, che da anni versa in condizioni critiche tra evasioni ed episodi continui di violenza, c’è stata la visita del provveditore delle carceri del Lazio Carmelo Cantone e del capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, inviato d’urgenza dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Lo stesso Cantone ha confermato l’ingresso in carcere della pistola attraverso un drone grazie alla presenza delle telecamere dalle quali “si è visto il momento in cui preleva l’arma attraverso la finestra”. Il drone era stato comunque già avvistato “fuori dai reparti e immediatamente erano state fatte le segnalazioni alla forza di polizia all’esterno, tant’è che è intervenuta subito una pattuglia”. Intervento tuttavia poco tempestivo perché, intanto, Peluso aveva già avuto accesso al corridoio sparando ben cinque volte.  Un ritardo di comunicazione tra i vari reparti che poteva costare caro. “Il problema dei droni è ben presente al Dap”, ha dichiarato Petralia al termine del suo sopralluogo. “Tutto quello che si può fare, come impiego di personale e di risorse, lo faremo fin da domani”, ha aggiunto. “Controlleremo – ha annunciato – quello che il mercato offre con un apposito gruppo che si è già interessato dei telefonini e adesso si interesserà anche di questo. Ci siamo già resi conti che è possibile adottare dei sistemi tecnologicamente avanzati come già abbiamo fatto, sperimentando uno di questi molto sofisticato in un carcere del Sud. Sappiamo perfettamente, la ministra” della Giustizia, Marta Cartabia, “è perfettamente a conoscenza. C’è un filo diretto continuo e su questo investiremo tutte le risorse possibili. E mi sento di poter dire ragionevolmente che come me anche la ministra e, devo ritenere anche il Governo, si impegnerà sulle risorse che possono servire per contrastare questo fenomeno”. “Le criticità del carcere di Frosinone sono quelle di molte realtà penitenziarie”. Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, intervistato da LaPresse, smorza i toni. Criticità che non devono diventare “un pretesto per mettere genericamente sotto processo l’istituto, l’amministrazione penitenziaria o la solita sorveglianza dinamica, sempre oggetto di polemiche più o meno pretestuose”, prosegue Anastasia. “La mancanza di organico è un dato di fatto. Ma – puntualizza il Garante – è una situazione comune a tutto il sistema penitenziario che non deve diventare un alibi per le cose che non funzionano. Aspettiamo l’esito delle indagini penali e amministrative in corso e vediamo quali saranno le indicazioni dell’Amministrazione penitenziaria per prevenire episodi di questa gravità”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Pierangelo Sapegno per “la Stampa” il 18 settembre 2021. Anche l'altra notte, l'ultima volta che l'hanno preso, a Bolzano, ha provato a scappare. Ma a 62 anni, mezzo sciancato, il fisico pieno di acciacchi, non è andato troppo lontano. Max Leitner, una carriera di rapine, ma soprattutto di fughe, diceva sempre: «Non mi prenderanno vivo, piuttosto la faccio finita. E di certo non tornerò in carcere». Invece c'è sempre tornato. L'ha fregato una donna, questa volta, una nigeriana, di cui s' era invaghito, mica tanto corrisposto però. L'hanno chiamato «il Re delle evasioni», Max, un soprannome un po' letterario, perché ha passato buona parte della sua vita sempre cercando di fuggire. Sin dall'inizio, nel 1990, quando lo fermarono in Austria dopo una rapina a un portavalori. Sparatoria e fuga, un suo classico. Poi carcere e prima evasione. Riparò in Italia e si consegnò a Bolzano, fermandosi in cella solo qualche settimana. Scappò calandosi dalla finestra con le lenzuola, il metodo che devono aver vagheggiato almeno una volta tutti i carcerati. Il primo ad adoperarlo fu un ladro magro e ribelle della Londra del 1700, Jack Sheppard, che cercò di dileguarsi così fra i topi e le fogne. Visse poco, Jack, 22 anni appena, giusto il tempo di entrare nella storia delle grandi evasioni. Max è ancora vivo, a inseguire la volta buona. Viene sempre preso, però. Dopo Bolzano, Padova, un'altra rapina, sparatoria e ancora fuga, poi carcere a Bergamo, solita evasione, l'arresto a Rabat, la prigione di Asti e di nuovo da capo. Convince il cappellano a portarlo a pregare sulla tomba del padre, ma arrivato al cimitero riesce a dileguarsi fra quelle lapidi e i cipressi. Lo ribeccano e si fa 10 anni in silenzio. Quando esce è libertà vera fino all'altra notte. Per quelli come lui, o come Graziano Mesina, l'altro re delle evasioni, è una specie di dannazione. Anche Graziano cercò di scappare la prima volta che lo arrestarono. Era accusato di tentato omicidio, perché aveva aggredito il vicino che gli aveva ucciso la cagna. «Mi ha rubato l'uva», si era scusato quello. Allora Mesina aveva squartato il cane per vedere se aveva davvero mangiato l'uva, e siccome non aveva trovato niente gli era saltato addosso per rendergli la pariglia. Quando lo beccarono, scappò liberandosi delle manette e saltò sul primo treno che passava alla stazione. Lo consegnarono alla polizia i ferrovieri. Da allora tentò di evadere 22 volte, e molte ci riuscì, come l'11 settembre 1966 quando scappò con Miguel Atienza scalando un muro del carcere alto 7 metri. Con quella latitanza cominciò la crudele stagione dei sequestri. Diventò la primula rossa, entrando e scappando dalle prigioni. La realtà è leggenda, con un po' di esagerazione magari. Prendete Henry Charrière, Papillon, che fuggì dall'isola del Diavolo con una barca costruita da lui con noci di cocco. Ha scritto un libro, ne hanno fatto un film, ma i suoi compagni di carcere dissero che raccontava un mucchio di palle. Perché la verità è sempre più strana di quello che sembra, può essere anche una storia senza la parola fine. L'11 gennaio 1962, Frank Morris e i fratelli John e Clarence Anglin scapparono da Alcatraz dopo aver lavorato un anno a scavare un tunnel, coprendo il buco con i giornali e lasciando dei manichini sotto le lenzuola. Salirono su una zattera improvvisata, sparendo nel nulla fra le acque gelide della baia di San Francisco. Non si seppe più niente di loro, e l'Fbi disse che erano morti. Chissà se è vero. Bill Hayes invece ce l'ha fatta. Arrestato per droga a Istanbul e condannato a 30 anni, si nascose in una costruzione di cemento, riuscendo poi a rubare un gommone con il quale raggiunse la Grecia nel mare in tempesta. Ma sono pochi quelli che la sfangano, la maggior parte sono tutti ripresi. Renato Vallanzasca scappò due volte, la seconda dall'oblò di un traghetto che lo portava all'Asinara, e fu beccato perché cercò una donna. Felice Maniero fuggì da Fossombrone, fu riacciuffato e tentò di corrompere due guardie con 80 milioni a testa senza riuscirci. Lo liberò la sua banda, fu arrestato di nuovo e allora decise di pentirsi. Pascal Payet l'hanno bloccato quando ormai era convinto che non l'avrebbero più trovato. Si era fatto prelevare da un elicottero sul tetto del carcere di Luyes, nel 2001. Due anni dopo aveva liberato tre suoi compagni con lo stesso sistema, guidando lui l'elicottero. Tutti ripresi. Nel 2007 scappò di nuovo, sempre dalla porta del cielo. Si fece una plastica facciale per non essere riconosciuto. Lo catturarono lo stesso a Barcellona. La verità è che la cosa più difficile è il dopo, è farla franca. La fuga è uno sberleffo, un atto sfrontato di fantasia. John Dillinger scappò dal carcere della contea di Crown Point minacciando le guardie con un pezzo di legno a forma di pistola e una saponetta e per allontanarsi rubò la macchina del direttore. Ma 4 mesi dopo fu ucciso con 5 colpi dagli agenti dell'Fbi all'uscita di un cinema di Chicago, mentre aspettava le sue amiche, Polly e Ana. Davano un film poliziesco con Clark Gable, Le due strade. Era stata proprio Ana a tradirlo. C'è sempre una strada sbagliata in una fuga.

Lettera al Presidente della Repubblica. La detenzione è una cicatrice, ma spesso è lo Stato a ferire le persone. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 14 Settembre 2021. La visita del capo dello Stato Sergio Mattarella e della ministra della Giustizia Marta Cartabia a Nisida conferma l’impegno del Governo per un carcere finalmente allineato ai principi costituzionali e alle norme dell’ordinamento penitenziario. Nessun ministro ha mostrato, sin dal suo insediamento, tanto interesse per l’esecuzione penale. È tempo ora che dalle parole si passi a effettivi provvedimenti operativi, come dare esecuzione a quella riforma dell’ordinamento penitenziario pronta ma bloccata per interessi politici che nulla hanno a che fare con il bene della nazione. Fatta questa premessa, le parole del presidente Mattarella ai ragazzi detenuti non possono essere lasciate senza una risposta e, pertanto, immaginiamo che almeno uno degli ospiti dell’“isola che non c’è” abbia avuto la forza di replicare. «La detenzione non dev’essere una macchia indelebile, ma una ferita che si rimargina. Non è impossibile reinserirsi con successo nella vita. Non sono cose che succedono solo nei film»: con queste parole Mattarella ha voluto invitare i giovani ad avere speranza e ha ribadito che la prospettiva del reinserimento «va garantita non a parole: non bastano le parole del Capo dello Stato, occorrono interventi, iniziative, scelte e fiducia sociale». Signor presidente, in tutti questi anni di buone intenzioni ne abbiamo ascoltate poche e quasi mai a queste sono poi seguiti fatti concreti. Lei paragona i nostri errori a ferite, ma quante ferite i detenuti sopportano ogni giorno? Non ci riferiamo a noi che viviamo comunque una situazione privilegiata, ma all’intero mondo penitenziario dove vengono inferte “coltellate” a cittadini indifesi e privati ingiustamente dei loro diritti. Sono “tagli” che difficilmente si rimarginano e che lasciano cicatrici profonde  e capaci di segnare il corpo e la mente per tutta la vita. Oggi la possibilità di reinserimento, per un detenuto, è inimmaginabile e davvero rappresenta la sceneggiatura di un bel film, mentre lo spettacolo che quotidianamente si replica dentro le mura, a volte, supera l’immaginazione di una pellicola dell’orrore.

Caro presidente, quanto accaduto recentemente nell’istituto di Rebibbia – dove una donna è stata lasciata sola a partorire, come se il “lieto evento” fosse imprevedibile – è qualcosa di raccapricciante e fa comprendere l’assoluto abbandono in cui vivono le carceri nel nostro Paese e come le persone detenute non siano altro che numeri, privi di fisicità, ai quali non va prestata alcuna attenzione. Far nascere un bambino in carcere, amato Presidente, rappresenta una ferita a morte per un Paese civile. Non vi possono essere scuse! È irrimediabilmente vergognoso! Come lo è consentire la presenza di bambini negli istituti di pena. Oggi ve ne sono 26 e 14 – dunque più della metà – sono “detenuti” in Campania. Eppure molti politici e anche ministri avevano assicurato “mai più bambini in carcere”. Sono passati anni, ma nulla è stato fatto. Lei – e la ringraziamo – pensa che possiamo vedere rimarginate le nostre ferite, ma ciò non sarà possibile realmente se non vi sarà un intervento chirurgico complesso e di ampio respiro sul corpo straziato di una nazione in cui gli ultimi sono invisibili dentro e fuori il carcere. Condividiamo le sue parole: occorrono interventi, iniziative, scelte e fiducia sociale. Ma quando si comincia? Riccardo Polidoro

Serenella Bettin per “il Giornale” il 17 ottobre 2021. Quando incontriamo Giampaolo Manca è in lacrime sulla porta di un albergo di Venezia. Sta parlando con la regista Rebecca Basso che gli sta dando indicazioni su come girare le scene del trailer del suo film. Giampaolo Manca è stato un esponente di spicco della Mala del Brenta. L'organizzazione criminale che dagli anni 70 ai 90 terrorizzò il Nordest. Rapine, sequestri, omicidi anche di persone innocenti, traffico di droga. Giampaolo Manca ha 67 anni.  Di cui quasi 37 li ha passati in carcere. Dodici in isolamento. Entrato nel carcere minorile per la prima volta nel 1970 perché sorpreso a rubare in una famiglia nobile di Venezia, da lì è tutto un andirivieni nelle carceri di massima sicurezza. L'ultima parte del periodo carcerario l'ha passato in una comunità di Rimini. Poi tornato in carcere per un po' di tempo ha iniziato a scrivere. A buttare fuori, nero su bianco quello che lo martoriava e continua a martoriarlo dentro. Ha scritto più di 4mila pagine. Come un fiume in piena che non arresta la corsa. Una terapia la sua insieme alla lettura che l'ha aiutato. «Dall'inferno e ritorno», il suo primo libro, da lui edito. Quando quel giorno le sbarre del carcere si sono aperte, al cancello c'erano la moglie Manuela e il figlio Armando. Manuela l'ha aspettato per 37 anni. Si sono conosciuti quando lei di anni ne aveva 16. Anche lei compare in questo docufilm. La casa produttrice è la Emera Film. Una squadra di ragazzi in gamba sotto la guida di Rebecca che non si perde in chiacchiere. A terra ci sono luci, cavi, macchine da presa, microfoni. Azione. Stop. Rifacciamo.  

Le riprese durano a lungo. C'è anche il nipotino di nove mesi, il figlio di Armando. Ma cosa l'ha cambiato? 

«Un giorno in carcere accadde una cosa molto dolorosa. Mia moglie mi chiama e mi dice: «Tuo padre è in coma. Ha un tumore. È stato operato. Chiamo il sacerdote e gli dico se mi poteva aiutare».  

Da lì parte il suo percorso. Giampaolo chiede aiuto al Padre anche per il fratello. Poi il 13 maggio dell'anno scorso, il giorno del compleanno del figlio, scopre di diventare nonno. 

«A 67 anni Dio ha deciso che diventassi nonno. Ero pronto. Anche questo è un altro dono. Io so che lui mi ha perdonato. Ma sono io che non mi perdono».  

Ma perché lo faceva? 

«All'inizio era un gioco. Mio padre era un violento. Io ho fatto la quinta elementare. Sono cresciuto ribelle. Andavo nelle chiese a rubare i quadri. Mi chiamavano il Doge. Poi da un gioco divenne un lavoro. Prendevo un sacco di soldi. Per il male che ho fatto anche se mi avessero dato 50 anni andava bene lo stesso». 

Giampaolo non ha voluto sconti. Collaborazioni. Tradito dal numero uno della Mala, faccia d'angelo, Felice Maniero. Ora Giampaolo con questo film per cui si cercano fondi e con i libri che ha scritto, in uscita il terzo «Il mio tour carcerario», ha deciso di aiutare i bambini in difficoltà.  Costruirà una struttura per ragazze madri e per bambini autistici. «Porto questo messaggio alle nuove generazioni. Vado nelle scuole. Nelle chiese. Nelle università. Per dire ai ragazzi, vi prego, le strade per essere migliori non sono di certo quelle che ho percorso io. Andate a scuola. Nella vita non si può ottenere tutto subito. Devi lavorare. Impegnarti. Ci sono sacrifici da fare». 

Quando è uscito di galera quel giorno ha chiesto un vassoio di croissant. «Il 4 marzo 2018 sono diventato un uomo libero. Alle otto di sera a casa. Non sapevo nemmeno fare le scale. Però potevo farmi la doccia senza chiedere il permesso».

"Costretti alla malavita ma adesso siamo rinati". La storia di Ramon D’Andrea: dalla prigione al red carpet, il racconto dell’addio al crimine. Francesca Sabella su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. Nasce a Piscinola, in una famiglia dove una donna sola cerca di sopravvivere con tre figli piccoli. Lì le istituzioni sono quasi del tutto assenti: Ramon inizia a commettere rapine, poi a spacciare, alla fine viene rinchiuso in un istituto minorile e, a 18 anni, nel carcere di Poggioreale. Passerà sette anni in cella, cambiando diversi penitenziari. Poi il riscatto, dal carcere di Secondigliano al red carpet di Venezia: è la storia di Ramon D’Andrea.

Ramon, partiamo dall’inizio: com’è finito in carcere?

«Sono nato in una delle periferie di Napoli. Mia madre non aveva i soldi per fare la spesa. Non aveva due euro in tasca per metterci un piatto di pasta a tavola. Andavo a mangiare dai miei parenti, per un anno siamo stati in una casa senza corrente elettrica. È iniziato tutto così: un ragazzino che non può mangiare, se non ha alternative, inizia a delinquere. Non è una giustificazione, ma la realtà dei fatti».

Le istituzioni non vi hanno mai aiutato?

«No, mia madre ha chiesto aiuto. A volte arrivavano degli assegni, ma di fatto siamo stati lasciati soli. Ed è in quei vuoti lasciati dalla politica che si inserisce il malaffare».

Oggi si discute di un patto educativo per salvare i ragazzi dalla criminalità. Che cosa si deve fare?

«Creare alternative e opportunità. Le istituzioni devono essere più presenti. Nel mio quartiere ci sono teatri, campetti di calcio e cinema completamente abbandonati. Nessuno se ne occupa. Se non indichiamo ai ragazzi un’altra strada, sono spacciati. Da quando sono uscito dal carcere cerco di insegnare loro che un’altra vita è possibile e che la strada della criminalità non conduce a nulla di buono. Li porto con me a fare a teatro, li propongo come comparse nei film che si girano a Napoli. Quando vedono prospettive diverse dallo spaccio e dalle rapine, sono entusiasti. Magari non li salveremo tutti, ma anche salvarne uno su cento è una vittoria. La politica, però, deve fare la sua parte ed essere presente, soprattutto aiutando economicamente le famiglie in difficoltà. E poi deve cambiare il sistema carcerario».

Che cosa va cambiato nelle carceri?

«Oggi le prigioni non sono luoghi di rieducazione, ma scuole di criminalità. Io sono stato letteralmente buttato in carcere a 18 anni e lì dentro, per sopravvivere, se non sei un criminale, lo diventi per forza. Ero detenuto nel padiglione Napoli, tra gli autori di omicidi, rapine e truffe. A 18 anni sei una spugna: impari da chi ti sta accanto. Senza dimenticare gli abusi degli agenti della polizia penitenziaria che portavano a casa la pasta, il sale, l’olio che i nostri familiari ci spedivano: un inferno».

Poi è arrivata la svolta…

«Sì, sono stato trasferito nel carcere di Campobasso e lì ho preso decine di diplomi. Ho finito la scuola media e conseguito il diploma all’istituto alberghiero. Ho partecipato a laboratori di teatro e sono diventato un “detenuto modello”. Poi ho finito di scontare la mia pena nel carcere di Secondigliano e nel 2016 sono uscito. Nel 2017 ho recitato nel film L’equilibrio di Vincenzo Marra e ho persino sfilato sul red carpet del Festival del cinema di Venezia. Io, che quelle immagini le guardavo da una cella, ero lì: sembra impossibile, eppure ce l’ho fatta».

Che cosa direbbe ai ragazzini che sono già impigliati nelle maglie della criminalità?

«Quello che avrei voluto sentirmi dire io da bambino: un’altra vita è possibile, la delinquenza non porta da nessuna parte. E alle istituzioni dico: siate presenti».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Condannati all'inferno: l'oscuro lavoro nelle galere. Lorenzo Vita il 16 Ottobre 2021 su Il Giornale. I rematori sono stati per secoli un elemento fondamentale delle flotte europee e turche. Ma chi erano questi "motori umani" delle galere? Prigioni di legno in cui il sudore si mescolava alla salsedine e all'acqua del mare, con le urla degli aguzzini a scandire le loro giornate. Ma sempre meglio di un carcere sulla terraferma, di una condanna a morte o di una terribile punizione corporale che veniva esclusa solo per una richiesta: finire a remare nelle galere. La storia, è noto, è scritta dai vincitori. Ed è altrettanto noto che si ricordano solo i nomi dei personaggi illustri, eroi, traditori, comandanti, santi, sovrani, filosofi e donne e uomini di potere. Nessuno ricorda nome e cognome di chi era solo una parte minuscola di un immenso ingranaggio a sua volta parte del meccanismo di uno Stato. Eppure anche questi uomini comuni hanno scritto pagine di Storia: come collettività, senza ricordare il nome del singolo ma tralasciando ai posteri il nome dell'intera categoria di cui facevano parte. Come avvenuto per i galeotti, i rematori delle galere, che sono diventati il termine con cui ancora oggi si definiscono le persone che finiscono in prigione. Ma chi erano questi protagonisti anonimi e essenziali della guerra in mare? Per lungo tempo i galeotti non sono stati affatto solo criminali. L'immagine che a noi viene più naturale - in larga parte derivata dai film e dai romanzi - è quello del prigioniero condannato ai remi, con una catena che lo teneva legato alla sua postazione e un uomo dell'equipaggio iroso e violento che con urla, frustate o al ritmo di un tamburo batteva la velocità dei remi. Eppure tanti (non tutti), fino all'età moderna, erano sorprendentemente uomini liberi, che sceglievano di imbarcarsi per anni nei bastimenti. Naturalmente non si può dire che fosse un lavoro ricercato: le galere erano uno dei luoghi più difficili del mondo, con un livello di igiene scarsissimo, alto tasso di mortalità e con le persone costrette a rimanere piegate per ore sul proprio legno e con turni massacranti di lavoro. Tuttavia, appunto, c'era chi andava lì per sua volontà, quelli che erano chiamati i "buonavoglia". Gente molto umile, spesso disperata, che nel tempo passò da volontaria a costretta in assenza di prospettive o sotto la minaccia del carcere per diversi motivi. Nel corso dei secoli però i buonavoglia, che erano presenti in molti Paesi europei, divennero sempre meno. Così, mentre i liberi rimasero come zoccolo duro di rematori ben addestrato e in grado di combattere contro ogni nemico, la maggior parte dei compagni di nave iniziò a essere composta da condannati ai lavori forzati e schiavi. In molti Paesi era sempre più difficile reclutare rematori liberi, in altri, invece, si iniziò a fare largo uso della condanna alla galera. Sia per l'aumento del numero di navi per contrastare i turchi, sia per l'aumento delle flotte nemiche in generale, sia per bilanciare un costo sempre più alto per mantenere le flotte. A Venezia si provvide addirittura a creare un apposito comandante, il Governatore de' condannati, che aveva autorità sulle cosiddette "galee sforzate". In Spagna, il quotidiano Abc racconta che nel Museo navale esiste un'enorme quantità di documenti che fotografano il reclutamento di questi detenuti, racchiusi nei "Libros de Galeras". Documenti che rivelano non solo l'identità dei condannati ai remi, ma anche perché arrivavano nelle galere: molti erano ladri, qualcuno anche un assassino, molti gli indebitati o semplicemente i vagabondi. Spesso si trattava di condannarti direttamente alle galere, ma di persone che per evitare torture o amputazioni sceglievano il male minore. E anche in Francia si iniziò a fare largo uso dei condannati al carcere per rinfoltire le file dei rematori. A questi cittadini delle nazioni che armavano le flotte, si deve poi aggiungere una buona minoranza di rematori composta da schiavi. Per le flotte cristiane, erano musulmani catturati durante le guerre con i barbareschi e gli ottomani. Nelle flotte turche e dei corsari erano invece in larga parte schiavi europei o anche di altre parti dell'impero o di altri regni limitrofi. Qualcuno poteva sognare la libertà una volta vinta una battaglia, come avveniva per i forzati. Ma tanti potevano solo sperare in un miracolo: quello di sopravvivere a una vita di fatiche, ferite e nel fetore che appestava queste prigioni galleggianti che dominavano il Mediterraneo.

Lorenzo Vita. Classe 1991, laurea in Giurisprudenza, master in geopolitica e corsi su terrorismo e guerra ibrida. Amo la storia, il mare, sogno viaggi incredibili e ho nostalgia del grande calcio e degli stadi pieni. Una passione mi ha cambiato la vita: raccontare quello che succede nel mondo. E l'ho trasformata in lavoro. Così, nel 2017, sono entrato nella redazione de ilGiornale.it. Vivo diviso tra Roma e Milano, nell'eterna lotta

L'agonia per un mix di farmaci. John Marion Grant, gli ultimi minuti di vita del condannato a morte: vomito, convulsioni e urla. Carmine Di Niro su Il Riformista il 30 Ottobre 2021. Una lenta agonia, 15 minuti trascorsi tra urla, disperazione, conati di vomito e convulsioni. È morto così John Marion Grant, condannato a morte con una sentenza del 2000 nello Stato dell’Oklahoma, negli Stati Uniti, e giustiziato lo scorso 28 ottobre. A raccontare gli ultimi momenti di vita di Grant sono stati diversi testimoni che hanno assistito all’esecuzione della pena di morte: familiari, giornalista e legali del condannato. Grant, 60 anni, è stato giustiziato con l’iniezione di un cocktail letale di farmaci, il Midazolam su tutti. Una condanna per l’omicidio avvenuto nel 1998 di un dipendente di una caffetteria del carcere in cui si trovava per aver commesso alcune rapine. Inutili i tentativi di ottenere la grazia, respinta due volte, così come gli appelli di Papa Francesco di non eseguire l’esecuzione. I suoi familiari e legali avevano inoltre denunciato come l’uomo non avesse ricevuto negli anni i prigione  l’assistenza psicologica e le cure mentali di cui avrebbe avuto bisogno. Il 60enne afroamericano è stato giustiziato poche ore dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di revocare la sospensione della pratica per Grant e per un altro detenuto, Julius Jones. Negli Usa si riaccende così il dibattito sulla pena di morte con mix di farmaci, una pratica che il presidente Joe Biden ha promesso di abolire: in Oklahoma era stata fermata nel 2015 dopo testimonianze sulle sofferenze disumane di alcuni detenuti sottoposti alla pena di morte col mix di farmaci. Quanto a Grant, le testimonianze dei presenti fanno impressione: le convulsioni avute dal 60enne dopo la prima somministrazione dei farmaci sono state così violente da far quasi cedere i lacci che lo tenevano legato al lettino. Poi l’uomo ha vomitato almeno venti volte prima di perdere i sensi: solo a quel punto il ‘boia’ ha somministrato gli altri due farmaci previsti dal protocollo, che hanno portato allo stop delle funzioni cardiache e respiratorie.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da repubblica.it il 29 ottobre 2021. Un detenuto nel braccio della morte è stato scosso da vomito e convulsioni durante la sua esecuzione nello stato americano dell'Oklahoma, dove è stato usato un cocktail letale sul quale c'era il sospetto che potesse causare un dolore atroce. John Grant, un afroamericano di 60 anni, è stato condannato a morte nel 2000 per l'omicidio di un dipendente della prigione. Dopo aver ricevuto il via libera dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, le autorità carcerarie dello stato del sud gli hanno iniettato le tre sostanze ed è stato dichiarato morto alle 16:21 (23:21 in Italia). Questo protocollo era già stato applicato nel 2014 e nel 2015, ma l'evidente sofferenza dei detenuti ha portato lo stato a dichiarare una moratoria sulle esecuzioni. John Grant "ha iniziato a tremare poco dopo la prima iniezione", ha detto il reporter dell'AP Sean Murphy, che ha assistito alla scena. Ha avuto circa 20 convulsioni e ha vomitato diverse volte prima di svenire. "Ho visto 14 esecuzioni, non ho mai visto niente del genere", ha detto. Il suo calvario ha immediatamente scatenato forti critiche. "L'Oklahoma aveva bloccato i suoi ultimi tre tentativi di esecuzione prima della sua pausa di sei anni, ma apparentemente non ha imparato nulla da quell'esperienza", ha commentato Robert Dunham, che gestisce il Death Penalty Information Center (DPIC). Qualche giorno fa, i servizi penitenziari dell'Oklahoma avevano tuttavia affermato in un comunicato stampa che il loro protocollo era "umano ed efficace" e che le esecuzioni potevano riprendere. L'avvocato di alcuni detenuti, Dale Baich, ha detto che ci sono ancora "serie domande" sul dolore causato dal cocktail letale e la sua conformità con la Costituzione degli Stati Uniti, che vieta "punizioni crudeli e insolite". "Un processo su questa particolare questione dovrebbe iniziare a febbraio e le esecuzioni non dovrebbero riprendere prima di allora", ha detto. Mercoledì una corte d'appello gli ha dato ragione e ha sospeso l'esecuzione. Ma le autorità dell'Oklahoma si sono immediatamente appellate alla Corte Suprema degli Stati Uniti per ribaltare la decisione. Senza spiegare le sue ragioni, l'Alta corte ha infine dato il via libera all'esecuzione in extremis. I tre giudici progressisti, tuttavia, hanno chiarito che non erano d'accordo con la maggioranza conservatrice. Il protocollo contestato combina un sedativo, il midazolam, e un anestetico, destinato a prevenire il dolore prima dell'iniezione di cloruro di potassio a dose letale. E' stato usato nel 2014 per giustiziare Clayton Lockett, ma il condannato è morto in apparente agonia per 43 minuti. Nel 2015, un altro condannato, Charles Warner, si lamentò che il suo "corpo stava bruciando" prima di morire, poichè i boia avevano usato il prodotto sbagliato. Lo stesso errore si è quasi ripetuto nel settembre 2015 e un'esecuzione è stata rinviata all'ultimo minuto. In seguito a questi fallimenti, un gran giurì ha avviato un'indagine e le autorità hanno accettato di sospendere l'applicazione della pena di morte. Nel 2020, è stato messo a punto un nuovo protocollo e sono state fissate diverse date di esecuzione nel 2021, a cominciare da quella di John Grant. L'Oklahoma prevede anche di giustiziare Julius Jones, un uomo afroamericano di 41 anni che è stato condannato a morte nel 2002 per l'omicidio di un uomo d'affari bianco, che ha sempre negato. Il suo caso è stato oggetto di una serie di documentari e di un podcast, ed è sostenuto da numerose associazioni e personalità come Kim Kardashian, che sono convinte della sua innocenza. Ha perso tutti i suoi appelli legali, ma il Board of Pardons dell'Oklahoma ha raccomandato che la sua sentenza sia commutata in ergastolo. Il governatore non ha ancora preso una decisione.

Dagotraduzione dal Sun il 29 ottobre 2021. Il numero di condanne a morte è diminuito drasticamente negli ultimi due decenni, ma le esecuzioni sono ancora legali in 27 Stati e, nella maggior parte di questi, ai condannati viene offerto un ultimo pasto. In Florida, l’ultima cena deve avere un prezzo massimo di 40 dollari e deve poter essere preparata localmente. Ma cosa hanno chiesto di mangiare i detenuti prima di morire? James Edward Smith, ex prete, condannato per aver ucciso il cassiere di una banca durante una rapina nel 1983, poco prima di andare a morire, nel 1990, chiese un pezzo di terra come pasto finale, il rhaeakunda dirt, spesso associata a rituali vudù. La richiesta fu rifiutata e il condannato si accontentò di una tazza di yogurt. Victor Feguer, vagabondo originario del Michigan, nel 1960 scelse dalle pagine gialle un medico perché gli insegnasse a produrre droghe, lo rapì e, al suo rifiuto, gli sparò un colpo in testa. Condannato a morte, chiese alle guardie una sola oliva con il nocciolo dentro come ultimo pasto, nella speranza che sulla sua tomba germogliasse un ulivo. Quando la sentenza fu eseguita, le guardie trovarono l’oliva nelle tasche del defunto. Thomas J. Grasso fu condannato per l’omicidio di due anziani. Come ultimo pasto chiese due dozzine di cozze al vapore, due di vongole, un doppio cheeseburger da Burger King, una mezza dozzina di costine alla brace, due frappè alla fragola, mezza torta di zucca con panna montata, fragole a cubetti e SpaghettiOs. Ricevette solo spaghetti troppo caldi e se ne lamentò. Timothy McVeigh, il terrorista americano responsabile dell’attentato di Oklahoma City del 1995, che costò la vita a 168 persone, tra cui 19 bambini, fu giustiziato all’età di 33 anni con un’iniezione letale. Prima di andare a morire gli furono servite due pinte di gelato alla menta con gocce di ciocciolato di Ben & Herry’s. Philip Ray Workman fu condannato a morte perché nel 1982, scappando dopo una rapina andata male, uccise un agente di polizia. Workman si rifiutò di ordinare un ultimo pasto per sé stesso, e chiese invece che fosse consegnata ad un senza tetto una grande pizza vegetariana. Al rifiuto del carcere, andò a morire digiuno. Ma il giorno della sua esecuzione, migliaia di persone inviarono ai rifugi per senza tetto pizze vegetariane per onorare la sua richiesta. Lawrence Russell Brewer era un suprematista bianco, che, insieme a due complici, rapì un uomo di colore, lo portò in una remota strada di campagna del Texas, e qui prima lo picchiò duramente, poi gli dipinse la faccia con lo spray, gli urinò e defecò addosso, e infine lo incatenò per le caviglie al pick-up e lo trascinò per tre miglia. Prima di morire chiese di poter mangiare due bistecche di pollo fritte ricoperte di salsa con cipolle affettate, un cheeseburger con tripla carne e bacon, una frittata al formaggio con carne macinata, pomodori, cipolle, peperoni e jalapeños, una grande ciotola di okra fritto con ketchup, una libbra di barbecue con mezza pagnotta di pane bianco, tre fajitas, una pizza per gli amanti della carne, tre root-birre, una pinta di gelato alla vaniglia Blue Bell e una fetta di fondente al burro di arachidi con arachidi tritate. Ricevuto il sontuoso pasto, Brewer non toccò nulla: non aveva fame. E il Texas, da allora, vietò le richieste. Christopher Eugene Brooks violentò e poi uccise con un manubrio una ragazza che aveva conosciuto in un campo estivo. Per il suo ultimo pasto chiese di mangiare tazze di burro d’arachidi e una Dr. Pepper. 

La direttiva ministeriale a Tokyo. Stop ai colori nel braccio della morte, in Giappone vietati pastelli e temperamatite. Sergio D'Elia su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Un quadretto raffigura l’incontro di tre pesci in una bolla di vetro, uno rosso, uno bianco e nero, uno marrone. I tratti sottili disegnati da punte di matita di colore diverso creano un’immagine un po’ infantile ma significativa di uno stato d’animo. Forme di vita sospese in uno spazio senza orizzonte, in un tempo senza futuro. È forse questo il suo disegno più autobiografico. Akihiro Okumoto ha 33 anni ed è nel braccio della morte del centro di detenzione di Fukuoka. Aveva 22 anni quando ha ucciso con un coltello e un martello la moglie di 24 e la suocera di 50 nella sua casa nella città di Miyazaki nel marzo 2010. Ha anche ucciso suo figlio di 5 mesi strangolandolo e annegandolo in una vasca da bagno, seppellendo poi il suo corpo in un cortile vicino. Un disegno dedicato alla pace mostra proprio un bimbo piccolo che prova a prendere due farfalle, una azzurra e una più scura: ha gli occhi grandi neri, le gote rosa e veste un pannolino a pois e calzini verdi. Coltello e martello, le armi del delitto, sono ormai sotto chiave in un cassetto dei reperti di reato del tribunale che lo ha condannato a morte. Per dieci anni Okumoto ha usato armi diverse, leggere, colorate: le sue mani nude e le sue amate, inseparabili matite a colori, per lui vitali per disegnare animali e piante della città natale, il ricordo delle feste della semina del riso, gli uccelli variopinti, i ciliegi rosa in fiore in un mare di verde, le colline e altri paesaggi. Un disegno illustra un ciuffolotto maschio dal piumaggio rosa, celeste e nero, posato su un ramo di fiori di ciliegio. Un’altra immagine mostra due girasoli in un cielo azzurro: c’è il giallo oro dei petali che sfuma nell’arancio scuro della parte centrale, c’è il verde del fusto e delle ampie foglie. Il girasole è il fiore del cambiamento, della vita che volge, tramonta alla fine del giorno e rinasce ogni volta alla luce del sole. Col tempo anche i sentimenti dei famigliari di Akihiro Okumoto verso la sua punizione sono cambiati dopo che la sua condanna a morte è diventata definitiva nel 2014. Nell’aprile del 2017, un membro della famiglia delle vittime ha avanzato una richiesta di clemenza e chiesto un nuovo processo perché ora vuole che Okumoto espii i suoi crimini vivendo piuttosto che morendo. Per anni, il condannato a morte per omicidio ha disegnato immagini usando un set di matite a 24 colori, ha venduto i suoi disegni tramite i suoi sostenitori e ha inviato i profitti ai membri della famiglia in lutto. Ma un giorno, nell’ottobre 2020, il Ministero della Giustizia, nell’ambito di una “una revisione generale delle regole relative alla sicurezza”, ha rivisto la direttiva che stabilisce quali oggetti possono usare i condannati a morte. Così, le matite colorate e i temperamatite personali sono stati vietati. I colori dominanti nei bracci della morte sono ritornati a essere quelli monotoni, grigi e plumbei dei corridoi, delle celle, delle sbarre. Akihiro Okumoto, per riavere le sue matite e, con esse, i colori della sua nuova vita, ha intentato una causa al governo nazionale. Ha chiesto al governo di revocare la riforma delle direttive carcerarie che vietano l’uso di matite colorate, perché la nuova direttiva viola la sua libertà di espressione garantita dalla Costituzione giapponese. La prima udienza del processo avviato da Okumoto si è tenuta presso il tribunale distrettuale di Tokyo il 7 ottobre scorso. Il governo ha chiesto alla corte di archiviare il caso in quanto le direttive sono “ordini di servizio all’interno di un’organizzazione amministrativa e pertanto non devono essere oggetto di un ricorso giurisdizionale”. Rispetto alle matite meccaniche e ad altri strumenti di scrittura consentiti nei centri di detenzione, il rischio che uno faccia del male a se stesso o ad altri con matite colorate non può dirsi eccezionalmente alto. Per Okumoto, quindi, vietare totalmente l’acquisto delle matite è una restrizione crudele e insensata. Per lui, condannato a stare nel braccio della morte fino al giorno dell’esecuzione, disegnare immagini usando matite colorate significa riflettere sulla gravità del delitto commesso ed “evadere” dal rigore del castigo inflitto. Per lui significa anche, per quanto umanamente possibile, riparare il danno arrecato alle famiglie che hanno perso i loro cari. Lasciate a Okumoto, detenuto nel braccio della morte, almeno la facoltà di immaginare una vita a colori. Lasciatelo disegnare girasoli nel cielo azzurro e seguire con loro i raggi del sole. Per lui sarebbe un modo di sentirsi vivo anche nel luogo dove la vita è stata condannata a morte. Sergio D'Elia

Come e quando è nata. Pena di morte, storia della legislazione in Italia. Pasquale Hamel su Il Riformista il 17 Settembre 2021. La legislazione italiana sulla pena di morte costituisce – nel periodo a cavallo fra l’ultimo quarto del XIX e la prima metà del XX secolo – un autentico e ininterrotto laboratorio politico che, a dispetto della profonda arretratezza del Paese, lo ha collocato all’avanguardia rispetto alle grandi democrazie europee. L’unificazione dello Stato, culminata con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, fin dall’inizio pose alla nuova entità istituzionale tutta una serie di problemi, in gran parte di difficile soluzione e, fra questi, l’avvertita necessità di darsi una legislazione unitaria per l’intero territorio. Non è, infatti, un caso che un illustre giurista – Vincenzo Miglietti guardasigilli del governo guidato da Benedetto Ricasoli del 1861 – avesse più volte affermato che «le libertà non allignano nel tronco del disordine: l’unità nazionale si cementa e si consolida con l’unità delle leggi». Ma l’unificazione della legislazione si presentava come operazione ardua e densa di rischi, anche perché comportava la difficile operazione di comporre anche quello che, all’apparenza, era incomponibile. Un caso eclatante, in questo senso, riguardava proprio il tema della pena capitale che, dopo la buriana napoleonica, era stata reintrodotta o confermata, con modulazioni diverse – in Piemonte, ad esempio, la legislazione del 1857 ne aveva fortemente limitato i casi in cui era considerata applicabile – in quasi tutti gli ex stati preunitari, con la felice eccezione del Granducato di Toscana, dove era stata abolita il 30 aprile del 1859 richiamando la riforma del 1786, voluta da un principe illuminato come lo fu il granduca Pietro Leopoldo. Il mantenimento o meno della pena di morte fu quindi al centro di un vasto dibattito animato, soprattutto, da giuristi come Pietro Ellero, Francesco Carrara, promotori del “Giornale per l’abolizione della pena di morte” e Pasquale Stanislao Mancini che ne chiedevano, senza tuttavia successo, l’abolizione. La decisione finale fu dunque di confermare nell’ordinamento del nuovo Stato la pena di morte ma, con una decisione salomonica, come scrive il giurista Giovanni Tessitore che all’argomento ha dedicato uno dei suoi studi più importanti, si fece della Toscana un’isola giuridica privilegiata al cui interno, a differenza che nel resto d’Italia, la pena capitale, continuò a non essere prevista. Ma proprio l’anomalia Toscana sarà il tallone d’Achille dei fautori della abolizione della pena capitale. Gli abolizionisti ne faranno infatti un esempio affermando che, dati alla mano, in Toscana l’assenza di tale strumento repressivo piuttosto che incentivare i reati li aveva addirittura ridotti. Negli anni che seguirono, le condanne alla pena capitale comminate dai tribunali del Regno ammontarono a 392 ma quest’altissimo numero venne ridimensionato dai provvedimenti di clemenza sovrana che interessarono 351 casi, per cui il totale delle esecuzioni si ridusse, alla fine, a sole 41. Naturalmente la scelta operata dopo il 1861 non riuscì a spegnere il vivace dibattito che continuò ad essere animato dagli abolizionisti e che vide, sempre in prima fila, il già citato Pasquale Stanislao Mancini e un altro giurista e protagonista del Risorgimento come Giuseppe Pisanelli. I tempi erano tuttavia maturi per un ripensamento e un primo passo avanti in direzione dell’abolizione coincise – dopo la morte del padre della patria, così era stato consacrato alla storia re Vittorio Emanuele II – con l’ascesa al trono del di lui figlio, Umberto I. Nel 1876, venne infatti emanato un provvedimento di clemenza che riguardò ben 55 condannati a morte e, seppur in maniera tacita ad esso seguì una sorta di moratoria nella applicazione della pena di morte. Da quel momento, infatti, non vennero eseguite più condanne alla pena capitale anche se di espungere definitivamente dall’ordinamento detta pena non se ne parlò e questo perché in Parlamento era presente una consistente e bellicosa opposizione. Pasquale Hamel

Il regime zittisce gli abolizionisti. Storia della pena capitale, con Rocco torna la forca. Pasquale Hamel su Il Riformista il 24 Settembre 2021. La tacita moratoria da un lato e le pressioni sempre più forti del movimento abolizionista che richiamava la lezione del Beccaria apparecchiavano un esito quasi naturale. E la svolta avvenne il primo gennaio 1890, quando il guardasigilli Giuseppe Zanardelli, promotore della nuova codificazione penale, riuscì a fare approvare, e con voto unanime della Camera dei deputati, l’abolizione di questo istituto arcaico per i reati comuni commessi da civili sul territorio metropolitano. La pena di morte restava, tuttavia, in vigore nei codici militari e coloniali e se ne sarebbe fatto largo uso nel corso del primo conflitto mondiale. Tornando al codice Zanardelli c’è da ricordare come esso fosse stato salutato come prodotto addirittura rivoluzionario e additato a esempio di illuminata civiltà giuridica. D’altra parte, era evidente che, con l’adozione del nuovo codice, la legislazione italiana in materia si collocasse all’avanguardia rispetto ad altri ordinamenti considerati più avanzati, Francia e Inghilterra compresi, che al contrario mantenevano la sanzione capitale nei loro codici. A favorire la scelta abolizionista contribuì un clima generale sostanzialmente favorevole, tanto è vero che, come sottolinea Tessitore, nonostante negli oltre trent’anni da quella decisione si fossero verificati delitti di una certa gravità e tali da scuotere l’opinione pubblica – come, ad esempio, il regicidio perpetrato dall’anarchico Gaetano Bresci – a nessuno passò per la mente l’idea che fosse necessario tornare indietro neppure a seguito dell’avvento dello stesso fascismo. Furono infatti i falliti attentati a Benito Mussolini – a cominciare da quelli di cui furono autori il giovane Anteo Zamboni e l’inglese Violet Gibson – che riportarono all’ordine del giorno dell’agenda politica il tema della reintroduzione nel nostro ordinamento della pena di morte. Infatti, dopo alcune perplessità – dalle quali lo stesso Duce non fu immune – il governo decise di reintrodurre, nel contesto della famigerata e liberticida legge n° 2008 del 1926, Provvedimenti per la difesa dello Stato, e limitatamente ai soli reati politici, la pena capitale. Bisogna per correttezza aggiungere che, oltre al favore dell’opinione pubblica, a sostegno della decisione concorse il raffronto con la legislazione di altri stati europei. La sanzione capitale paradossalmente era infatti presente in gran parte degli ordinamenti più avanzati d’Europa. Aperto quel solco fu, poi, facile la sua estensione anche ai reati comuni. La nuova codificazione penale d’impronta autoritaria – il codice Rocco del 1930 – ripristinò dopo 40 anni la pena di morte anche per i reati comuni. Contro la decisione non si levarono molte voci e alquanto isolata fu quella del professor Alfredo De Marsico. L’illustre giurista rilevò, infatti, come l’opinione pubblica si fosse assuefatta “alla violenza legalizzata e all’omicidio di Stato” e questo anche per le migliaia di condanne a morte che erano state comminate, diciamo noi con grande leggerezza, dai tribunali militari nel corso della prima guerra mondiale, fatti che avevano portato a una vera e propria “svalutazione del valore della vita”. Eppure, nonostante il clima favorevole, l’idea del ripristino della sanzione capitale non fu del tutto indolore al punto da indurre lo stesso ministro proponente, il guardasigilli Alfredo Rocco, a conclusione del suo intervento in Senato, quasi volesse cercare una giustificazione per una scelta che lui stesso forse considerava poco coerente con quel senso di civiltà che avrebbe dovuto informare l’apparato punitivo dello Stato, ad affermare che «se la pena capitale può avere come effetto di risparmiare molte vite di persone che sarebbero state vittime di quanti in sua assenza sarebbero stati indotti ad attentarvi, non dev’essere dubbia la scelta. E sarà opera buona l’applicazione della pena capitale, per quanto sia, anche questa cosa, ripugnante e dolorosa». In poche parole, la scelta operata veniva legittimata dall’interesse alla difesa della sicurezza dei singoli cittadini e la pena di morte veniva considerata un opportuno deterrente nei confronti di chi aveva intenzione di attentare a tale sicurezza. Per quanto riguarda gli effetti della reintroduzione della pena capitale per il decennio 1930-1940 si contarono ben 118 condanne ma ne furono eseguite meno della metà, per essere precisi ci furono solo 61 esecuzioni. La conseguenza di quella scelta si rifletté sul dibattito abolizionista che dal regime venne violentemente tacitato tanto che per parlare nuovamente di abolizione si sarebbe dovuto aspettare la caduta del fascismo. Pasquale Hamel

La pena capitale nel nostro Paese. Pena di morte, nel 2007 l’Italia scrive la parola fine. Pasquale Hamel su Il Riformista l'1 Ottobre 2021. Già immediatamente dopo la liquidazione del duce e l’ascesa del generale Pietro Badoglio al vertice del governo del Paese il dibattito sul mantenimento o meno della pena di morte tornò, prepotentemente, all’ordine del giorno. La decisione in merito, tuttavia, tardò a essere assunta per le notevoli resistenze che erano subito emerse all’interno della compagine governativa. Per superare l’impasse, visto che il governo non decideva, la magistratura adottò motu proprio una sorta di moratoria in attesa che venisse emanata la norma abrogativa. Le resistenze in sede di governo erano motivate dalle preoccupazioni per le conseguenze che la cancellazione della pena capitale potevano avere sulla già precaria condizione dell’ordine pubblico. C’era, tuttavia, da tenere conto dell’idea che l’Italia del dopoguerra dovesse necessariamente voltare pagina rispetto alle scelte del precedente regime e se dunque il fascismo aveva reintrodotto la pena di morte il ritorno della democrazia non poteva sfuggire all’imperativo categorico dell’abolizione. Nonostante fosse convinzione generale che la pena capitale dovesse essere cancellata, il governo Bonomi approvava però una normativa che contraddiceva quest’indirizzo. Si trattava della cosiddetta legge fondamentale n.159 del 27 luglio del 1944 che prevedeva la fucilazione per i gerarchi fascisti e per i collaborazionisti dei nazi-fascisti. Un fatto eccezionale dettato dalla congiuntura che il Paese stava vivendo. E tuttavia, poche settimane dopo, su proposta del democristiano Umberto Tupini – uno dei fautori del ritorno al codice Zanardelli – il 10 agosto 1944 veniva emanato il decreto luogotenenziale n.244 che prevedeva, per tutti i reati per i quali era prevista nel codice penale vigente, la sostituzione della pena capitale con l’ergastolo con l’eccezione dei codici militari e della sopracitata legge 159. Ed arriviamo alla Costituente. Seppure il riferimento alla nobile tradizione giuridico-filosofica abolizionista, che risaliva al Beccaria, fosse argomento prevalente del dibattito alla Costituente, la decisione di dare un taglio netto col passato non fu così semplice. Si temeva, infatti, che una decisione non adeguatamente ponderata accrescesse le difficoltà nell’azione di repressione del crimine. Animarono quella discussione grandi giuristi come Giovanni Leone, Giuseppe Bettiol, Girolamo Bellavista, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro e Amerigo Crispo, alcuni dei quali, pur affermando in linea di principio la tesi abolizionista, concentrarono la loro attenzione sulla possibilità, in casi eccezionali, di consentirne il ripristino. Ma l’avere accettato il principio che la pena non dovesse rispondere all’idea di vendetta quanto piuttosto tendere alla rieducazione tagliava ogni possibilità di concionare ulteriormente sull’argomento, almeno per quanto riguardava i delitti comuni, tanto da far apparire perfino pleonastico lo stesso quarto comma dell’art. 27 della Costituzione il quale, appunto, disponeva che nel nostro ordinamento “non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari e di guerra”. Con l’entrata in vigore della Costituzione la lunga storia del processo abolizionista non si fermò. Il 4° comma dello stesso articolo 27 continuava infatti a prevedere quell’eccezione che mal si conciliava con il disegno complessivo offerto dall’architettura costituzionale. In forza proprio di quell’inciso i codici militari continuarono legittimamente a prevedere la pena capitale. Si dovette così aspettare fino al 1994 perché con la legge 13 ottobre n. 589 si disponesse anche per i codici militari la commutazione della pena di morte con l’ergastolo. Ma detta norma di abolizione, in assenza della modifica costituzionale, prestava il fianco alla possibilità di reintroduzione della pena capitale. E non era un pericolo peregrino visto che un democratico come Ugo La Malfa, in occasione del rapimento Moro, aveva apertamente parlato di ripristino della pena di morte e che il Movimento sociale aveva addirittura promosso nel 1982 una petizione popolare – firmata perfino dal figlio di Giacomo Matteotti – per la sua reintroduzione nei casi di terrorismo. Per sanare l’aporia si dovette procedere a modificare il dettato del 4° comma dell’art.27 della Costituzione. Infatti la legge costituzionale n°1 del 2007 cancellò dall’art.27 l’inciso che ne consentiva l’applicazione relativamente alle leggi militari e di guerra. In questo lungo e accidentato cammino, conclusosi appunto nel 2007, restava tuttavia la soddisfazione nel sottolineare che, proprio la legislazione italiana con le sue scelte abolizioniste, ancora una volta si poneva all’avanguardia anche in considerazione del fatto che gli ordinamenti delle grandi democrazie europee, Inghilterra e Francia in testa, continuarono ancora per molti decenni, a contemplare nei loro ordinamenti la pena capitale. Il Regno Unito abolì infatti la pena di morte solo il 18 dicembre 1969, mentre in Francia si dovette attendere addirittura il 9 ottobre del 1981. Pasquale Hamel

Breve storia delle carceri. Le prigioni sono nate con la modernità, ma oggi sono molto antiche. David Romoli su Il Riformista il 5 Settembre 2021. Il carcere è un’invenzione recente, all’opposto di quel che suggerisce il senso comune. Appena due secoli fa la privazione della libertà non si era ancora davvero affermata come strumento punitivo eminente, e in molti Paesi unico, diffuso ovunque, a ogni latitudine e longitudine. Per la detenzione il discorso è diverso: quella in una certa misura c’è davvero sempre stata ma con funzioni diverse da quella punitiva. La prigione era un “luogo di transito” nel quale il condannato aspettava l’espiazione della pena corporale o pecuniaria, oppure dell’esilio e della “galera” propriamente detta, cioè l’imbarco forzato con funzioni di rematore. Essendo lo scopo della pena essenzialmente vendicativo ed essendo la stessa, a differenza che nell’antichità romana, decisa dal signore feudale, la spettacolarizzazione del supplizio, la messa in scena della punizione applicata con crudeltà teatrale sul corpo del condannato svolgevano una funzione essenziale. La prigione era tutt’al più necessaria, in coppia con la tortura, per estorcere una confessione considerata necessaria per la condanna. A metà del ‘500 l’avvio della Rivoluzione industriale innesca il lunghissimo processo di cambiamento che, nell’arco di tre secoli, porterà al dominio incontrastato dell’istituzione penitenziaria nell’amministrazione della giustizia. L’immenso esercito di vagabondi, mendicanti, briganti e senza tetto, le cui file si andavano ingrossando in seguito alla trasformazione dei processi produttivi, diventa oggetto di una vera persecuzione che dall’Inghilterra si allarga all’intera Europa occidentale. Perché, dunque, non rendere produttiva questa massa indocile che andava scoraggiata dalle abitudini vagabonde, rieducata ma anche adoperata? Nasce così nel 1557, nel palazzo di Bridewell, gentilmente concesso dal sovrano inglese, la prima Workhouse, nella quale vengono concentrati e messi al lavoro vagabondi, poveri e ragazzi abbandonati. La workhouse è il primo esperimento che apre la strada al moderno modello carcerario e trova la più compiuta applicazione nell’Olanda del XVIII secolo, non a caso la nazione nella quale il capitalismo era allora più moderno e sviluppato. L’evoluzione del sistema carcerario e quella del sistema capitalista industriale da un lato, della grande cultura illuminista borghese dall’altro, procedono con lo stesso passo. Si intrecciano, si potenziano vicendevolmente, rinviano di continuo l’una all’altra. Il modello delle workhouse è il convento, da cui riprende l’isolamento nelle celle e la parcellizzazione precisa e metodica dello spazio e del tempo. In Italia, infatti, la prima istituzione del genere nasce nel 1704 su ordine dello stesso pontefice Clemente XI, nella casa di correzione del San Michele di Roma. Ma il passo più gigantesco verso la nascita del carcere viene mosso all’altra parte dell’Atlantico, negli Usa, alla fine del XVIII secolo. La definizione del moderno sistema penitenziario si realizza qui attraverso il confronto e lo scontro tra modelli diversi. Il sistema della “vita in comune”, basato sulla convinzione che solo tenendo insieme tutti i detenuti, in modo da sorvegliarli tutti e castigarli appena necessario, si potesse davvero controllarli. Quello opposto, detto “di Philadelphia”, perché nato nel carcere di quella città, che implicava l’isolamento costante del detenuto, che doveva pregare e lavorare in solitudine dal momento che ogni contatto tra elementi pericolosi e devianti avrebbe portato a un potenziamento reciproco delle perniciose tendenze. Il problema era qui l’alto numero di impazzimenti dovuti al totale isolamento, che portò allo sviluppo di un sistema alternativo in un certo senso a metà tra i due estremi, sperimentato nel carcere di Auburn, nei pressi di New York City. Il metodo “auburniano” prevedeva l’isolamento notturno, nei pasti e nelle ore di riposo mentre il lavoro era svolto in comune ma con il divieto di comunicare. Il primo istituto di pena costruito in Europa su modello americano fu quello inglese di Pentonville, nel 1842, e si avvicinava maggiormente al sistema “philadelphiano”. Ogni contatto tra detenuti era proibito, i pasti venivano distribuiti singolarmente, i detenuti dovevano indossare una maschera quando lasciavano le celle. In generale, però, in Europa i sistemi americani vennero intrecciati e diversamente coniugati a seconda dei singoli Paesi e delle specifiche carceri. L’istituzione del carcere riflette la trasformazione di un’intera concezione della pena e della sua funzione, veicolata dalla rivoluzione borghese e dall’Illuminismo, che trova la sua compiuta espressione con il Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, del 1764. Non si tratta più di esercitare la vendetta del signore o del sovrano ma di mettere il corpo sociale al riparo dall’aggressione del reo, dunque di punirlo ma anche di correggerlo in modo che non rappresenti più una minaccia. L’oggetto della punizione non è più il corpo del condannato, che anzi secondo la nuova morale borghese dovrebbe essere preservato e difeso, ma la sua anima, che deve essere trasformata e rieducata dalla pena stessa. Il Panopticon di Jeremy Bentham, del 1791, assolve a questa funzione: un modello architettonico (che lo stesso Bentham sperimenterà tre anni dopo concretamente nella sua fabbrica facendoci lavorare proprio carcerati) nel quale un solo sorvegliante doveva essere in grado di controllare tutte le celle e tutti i detenuti, senza però essere visto da loro. Il compito di tenere sotto pressione, condizionare e rieducare non è più affidato al terrore dello scempio del corpo ma alla percezione di una sorveglianza permanente e non controllabile. Anche la visibilità della pena slitta. Non più esempio da ostentare per spaventare e avvertire, da mostrare per ammonire, ma sgradevole necessità da nascondere dietro mura spesse e quanto più invalicabili possibile. Con la prigione si afferma, nella teoria se non nella pratica, il principio della proporzionalità della pena al reato, che però già da subito si estende anche alla disponibilità del prigioniero a lasciarsi rieducare. Il comportamento in carcere diventa così misura che determina sia le condizioni della detenzione che la sua durata, in un percorso che viene coronato dalla legislazione premiale, dalla distribuzione oculata delle misure alternative. A partire dal 1872, i giuristi iniziano a porsi il problema del diritto penale applicato alle prigioni. Nel 1890 viene istituita una Commissione penitenziaria internazionale che sarà seguita nel 1929 da una seconda Commissione internazionale penale e penitenziaria. Si occupano, entrambe, di definire un compiuto e codificato “diritto penitenziario”. Il modello che si costruisce sostanzialmente nel XIX secolo non verrà più modificato negli elementi costitutivi. Il problema della riforma delle carceri, che secondo Foucault nasce con l’istituzione stessa delle carceri, non riguarda, o non ha riguardato sinora, la natura o la finalità dell’istituto penitenziario ma solo la sua adesione a quel modello teorico essendo la realtà delle galere molto diversa, ancora oggi e tanto più nei due secoli scorsi, dalla teoria. Ma l’ipotesi di non adoperare più la privazione della libertà come misura della pena quella ha appena cominciato, molto timidamente, ad affacciarsi. David Romoli

La lezione di Turati, nessuno sa nulla delle carceri: “I cimiteri dei vivi”. La casa editrice “Il Papavero” ha ripubblicato il saggio del leader socialista, Filippo Turati, che ispirò Pietro Calamandrei nel suo “Bisogna aver visto” del 1948. Il Dubbio il 4 ottobre 2021. La casa editrice Il Papavero ha ripubblicato “I cimiteri dei vivi” di Filippo Turati (Prefazione di Stefania Craxi, introduzione di Giuseppe Gargani). Pubblichiamo di seguito un estratto della postfazione a cura del magistrato Giuseppe Cricenti, Consigliere di Cassazione. Filippo Turati trascorse un relativamente lungo periodo in carcere. La sua indignazione per l’inefficienza e la violenza del sistema carcerario del suo tempo in gran parte deriva dalla esperienza fatta in quel luogo, ed infatti egli è il primo a denunciare che l’indifferenza verso quel sistema è basata sulla inesperienza dei fatti, “perché nessuno ne sa nulla, perché non vi è comunicazione alcuna tra il nostro mondo e quei cimiteri di vivi che sono le carceri”. Così che l’insensibilità dei più, anche del se del ceto intellettuale e degli stessi rappresentanti politici, deriva dalla ignoranza di quel mondo: “provatevi a vivere là dentro e poi sappiatemi dire se tutto non vi è da riformare”. Più tardi, nel 1948, sarà Calamandrei a ribadire questa ragione: “in Italia il pubblico non sa abbastanza – e anche qui molti deputati tra quelli che non hanno avuto l’onore di sperimentare la prigionia, non sanno – che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto”. Sia Turati, prima, che Calamandrei poi, propongono di conseguenza l’istituzione di una Commissione d’inchiesta, un modo per far luce su una realtà altrimenti ignota agli stessi rappresentanti politici. Essi ritengono che sapere di più su quel mondo può servire a cambiarlo in meglio: entrambi invitano i rispettivi ministri del tempo, a fare visita per averne migliore idea. Sembrano tempi lontani, ed in un certo senso lo sono, ma chi per l’appunto, abbia oggi una qualche idea del sistema carcerario italiano, sa che quasi nulla è cambiato da allora. Anche oggi il carcere è un ambiente del tutto ignoto agli italiani ed è questa condizione che alimenta l’atteggiamento, che sembra insuperabile, di populismo che si registra verso i problemi dei detenuti, e la istituzione carceraria nel suo complesso. Ma non è solo questo. L’analisi di Turati individua storture del sistema carcerario che, non solo permangono oggi, ma sembrano essere, perciò stesso, strutturali, e dunque costitutive del sistema in sé. Intanto, il fallimento della funzione rieducativa: “tutta la parte, invece, che rispecchia il dovere dello Stato di provvedere alla redenzione del colpevole, garantendo al tempo stesso la sicurezza pubblica contro le recidive, tutto questo è lasciato completamente da parte, è rimasto lettera morta”. Poi, la solitudine dei reclusi, le poche occasioni che essi hanno di comunicare non solo con l’esterno ma con gli stessi organi di gestione del carcere, le condizioni delle strutture e dei luoghi di reclusione, la spietata violenza delle guardie. Tutte queste cose, anche se non sommate, ma singolarmente prese, testimoniano il fallimento di una istituzione in sé e per sé, e non solo in un dato momento storico. V’è allora da chiedersi, prima di ogni altra riflessione, perché il carcere, che pure ha fallito in pressoché ogni suo scopo, ancora oggi è di fatto l’unica risposta al reato che la società moderna sappia esprimere: per quale motivo, pur non riuscendo a soddisfare le finalità che gli sono proprie, l’istituzione carceraria sopravvive, e ciò nonostante, vengano destinate ingenti risorse per farlo funzionare: ai tempi di Turati, 30 milioni, quasi la metà dell’intero bilancio. I dati attuali, ricavabili dal bilancio del Dap, e dalla Ragioneria Generale, indicano che lo Stato italiano spende complessivamente una media di 3 miliardi l’anno per il sistema carcerario, complessivamente. Il risultato di questa spesa è che, sempre secondo dati del Dap, il 68,7 % dei detenuti è recidivo: rimesso in libertà, delinque nuovamente. È dunque, una spesa se non inutile, di certo inefficiente. Viene da chiedersi, allora, perché questa istituzione non solo sopravvive, ma continua ad essere la risposta quasi esclusiva ai reati. Negli ultimi anni il legislatore ha aumentato le pene, ha in particolare aumentato il massimo edittale per molti reati, ma non per esigenze di politica criminale, ossia per rispondere con il carcere ad un maggiore allarme sociale, piuttosto per esigenze pratiche, che non si sa o non si vuole affrontare direttamente: si innalzano le pene edittali per evitare la prescrizione, anziché agire sui tempi del processo o fare direttamente una riforma della prescrizione stessa; si aumentano le pene edittali per consentire l’applicazione di misure cautelari o una loro maggiore durata; pene più elevate per consentire le intercettazioni. Una prassi scriteriata che oltre che fondare politiche del diritto penale sbagliate allontana sempre di più la possibilità di fare del carcere una risposta non esclusiva al reato, ed impedisce di ammettere un numero sempre maggiore di condannati a sistemi alternativi alla detenzione. Se si considera che dalla stessa riforma del 1975, che aveva l’intenzione di sviluppare risposte alternative al carcere, per rendere la detenzione se non eccezionale, perlomeno di minore frequenza; se si considera che da quella riforma sono passati quasi cinquanta anni senza che il sistema penitenziario abbia perso invece la sua assoluta centralità e soprattutto senza che i problemi costitutivi che abbiamo visto in precedenza siano venuti meno; se si pensa a tutto ciò, si intuisce come la gestione legislativa del sistema penitenziario abbia ceduto il posto all’intervento dei giudici, e segnatamente alla Corte europea per i diritti dell’uomo: è da Strasburgo che vengono ora le indicazioni di maggiore rilievo.

Storia infame dei regimi carcerari. Nemmeno i partigiani riformarono la prigione. David Romoli su Il Riformista il 3 Ottobre 2021. Lo stato delle carceri in Italia non è una vergogna recente. È antica quanto l’Italia unita. Una storia costellata, nell’arco di 160 anni, da tentativi di riforma per lo più timidi, da bruschi arretramenti ed eterne fasi di stagnazione. Una parabola segnata sempre dalla dimensione di “universo a parte”, nel quale leggi e diritti non valgono, che è sempre stata propria del carcere nella storia d’Italia. “La storia delle istituzioni penitenziarie nell’Italia moderna sembra correre lungo binari dotati di una logica esclusiva e autonoma, del tutto avulsa dagli avvenimenti politici e sociali del ‘mondo libero’ “, scriveva nel 1975 Guido Neppi Modona. L’universo carcerario italiano fu istituito, con cinque regi decreti successivi, in due anni, dal settembre 1860 al novembre 1862. Era una mappa variegata: c’erano i bagni penali, inizialmente dipendenti dal ministero della Marina e passati poi, nel 1865, a quello degli Interni; le carceri giudiziarie, dove erano rinchiusi i detenuti in attesa di giudizio o quelli condannati a pene lievi; le case di pena, per i condannati alla reclusione; le case di forza, per le donne; le case penali di custodia, per i giovani; le case di relegazione, per i crimini contro la sicurezza dello Stato. Regole e condizioni di detenzione diversificati ma con alcuni elementi comuni: l’isolamento notturno, il lavoro in comune durante il giorno ma con l’obbligo del silenzio. Sin dall’inizio furono istituite le commissioni di controllo, che avrebbero dovuto vigilare sullo stato delle patrie galere, e la Direzione generale delle carceri, dipendente dal ministero degli Interni, con il compito di dirigere e gestire l’intero settore. Il primo serio tentativo di riforma complessiva arrivò a cavallo tra gli anni ‘80 e i ‘90 del XIX secolo: un combinato tra il nuovo codice penale Zanardelli, la prima legge sull’edilizia carceraria, il nuovo ed enciclopedico Regolamento carcerario, forte di ben 891 articoli. Nell’occasione fu abolita la pena di morte, sostituita dall’ergastolo, e furono fissate le dimensioni delle celle: m 2,10 x 4 quelle normali, m. 1,40x 2,40 i cosiddetti “cubicoli”. Il regolamento prevedeva anche una dettagliata e per l’epoca decisamente moderna casistica dei vari e molto differenziati modelli di prigione che si sarebbero dovuti edificare. Il tutto rimase solo sula carta: lo stanziamento di 15 mln di lire sul quale poggiava per intero il progetto fu prima tagliato, poi abolito. Qualche cambiamento reale arrivò solo una decina d’anni più tardi, nei primi anni del XX secolo, con i decreti dell’età giolittiana che abolivano la catena al piede dei condannati ai lavori forzati e sopprimevano alcune delle sanzioni più feroci: i ferri, la camicia di forza, la detenzione nelle “celle oscure”, al buio totale. Poi, per una ventina d’anni, con la guerra di mezzo, si susseguirono solo infiniti dibattiti, denunce, ipotesi di riforma che non portarono però a nulla di fatto sino ai primi anni ‘20, quando una ventata riformista investì la Direzione generale. Si tradusse in enunciazioni di principio, per cui gli strumenti di coercizione dovevano essere privi “di ogni senso di rappresaglia o di punizione” e venir adoperati “come mezzo esclusivo di valore sanitario e non disciplinare”: il “maluso o abuso” di quegli strumenti implicava “responsabilità morali e penali”. Dal principio teorico derivavano una serie di allentamenti delle norme carcerarie, veicolati da circolari ministeriali che confluirono poi, nel febbraio 1922, in un testo di riforma che interveniva sulla disciplina interna, sui colloqui, sulla corrispondenza, sul lavoro interno. Può sembrare poca cosa ma è il primo vero tentativo di riforma penitenziaria, siglato anche dallo spostamento della gestione delle carceri dal ministero degli Interni a quello della Giustizia. Durò pochissimo. L’avvento del fascismo riportò subito indietro le lancette sino a sedimentarsi nel nuovo Regolamento, varato dal ministro Rocco nel 1931, un anno dopo la definizione del suo codice penale destinato a dettare legge sino al 1975. Rocco divise l’arcipelago penitenziario in tre grandi gruppi: gli istituti per la detenzione preventiva, quelli per le pene ordinarie e quelli per le pene straordinarie. I cardini del nuovo regolamento, che in buona misura riprendeva quelli in vigore salvo fantasie riformiste, erano la totale separazione del mondo carcerario da quello esterno, la frammentazione atomizzata della popolazione carceraria, la suddivisione del tempo in tre sole attività: preghiera, lavoro e istruzione. Veniva stabilito anche che il detenuto non potesse essere interpellato per nome ma solo per numero di matricola. La docilità della popolazione detenuta doveva essere mantenuta tramite bilanciamento di punizioni e benefici, questi ultimi consistenti essenzialmente nella “concessione” del lavoro in carcere o nel trasferimento in strutture più aperte e meno rigide. La casistica delle proibizioni e delle relative punizioni era più folta. Vietati il “contegno irrispettoso”, i reclami collettivi, ogni gioco, l’uso di parole blasfeme, il canto, il riposo in branda, la non partecipazione alle funzioni religiose più numerose altre proibizioni, a partire dal possesso di qualsiasi strumento atto a scrivere. Attività, come la lettura, considerata a massimo rischio. Era consentito solo scrivere due lettere al mese, ma non alla stessa persona. I sorveglianti assistevano ai colloqui con i parenti. I detenuti erano tenuti a indossare divise uguali, inclusa quella a righe per i condannati in via definitiva. Il regolamento Rocco è sostanzialmente rimasto in vigore fino alla riforma del 1975, frutto di un ciclo di conflitti e rivolte nelle carceri senza precedenti allora e mai più ripetuto in seguito. Il “vento del nord” partigiano non varcò infatti i muri delle patrie galere. Ci furono alcune rivolte, soprattutto a San Vittore, nell’immediato dopoguerra, la principale il 21 aprile 1946 quando un gruppo di detenuti prese 25 persone in ostaggio. Ma tra i capi della rivolta, oltre ai detenuti comuni, c’erano gli ex fascisti. Bastò e avanzò per provocare le proteste della Federazione milanese del Pci quando il questore provò a trattare con i rivoltosi. Finì con lo scontro armato e con una strage. Nel 1948 fu istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulle carceri, presieduta dal giurista Giovanni Persico. Lavorò due anni, dispensò suggerimenti e consigli nella relazione conclusiva. Qualcosa si mosse. I detenuti tornarono a essere chiamati per nome e cognome, come persone normali. Poterono anche togliersi la divisa e smettere di essere rasati quasi a zero, fu concesso il diritto di leggere e scrivere. Anche in questo caso si trattò uno spiraglio subito richiuso. Nel febbraio 1954, appena tre anni dopo la decisione di dar parzialmente seguito alle raccomandazioni della commissione Persico, il ministro della Giustizia De Pietro si rimangiò quasi tutto con una semplice circolare. Fino al 1960 di intervenire sulle galere non se parlò proprio. In quell’anno il guardasigilli Gonella propose una riforma, che restò al palo per 12 anni per poi finire ingloriosamente sepolta. A smuovere le cose, a partire dalla primavera 1969, furono solo le rivolte. David Romoli

Bruno Bossio: «Le carceri sono lo specchio dei pregiudizi sui meridionali». TAPPA ZERO: TORINO. Roberto incontra la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che lo accompagnerà anche nella tappa finale a Motta Santa Lucia. A proposito delle teorie lombrosiane sulla predisposizione a delinquere, Bruno Bossio spiega come abbiano dato origine ai pregiudizi sui meridionali, maggiormente presenti nelle nostre carceri e spesso detenuti ingiustamente. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il tour “Sui pedali della libertà”, appena iniziato, unisce infatti due luoghi significativi: il museo di Cesare Lombroso a Torino e il paese di provenienza in Calabria di Giuseppe Villella. Il cui teschio, per il fondatore dell’antropologia criminale, dimostrava la correlazione tra le fattezze fisiche e la predisposizione a delinquere. «Devo dire – spiega Bruno Bossio – che purtroppo le teorie lombrosiane segnano l’inizio di un pregiudizio che è rimasto, se è vero come ci dicono le percentuali che la maggioranza della popolazione italiana in carcere – spesso detenuta ingiustamente – è meridionale. Soprattutto quando ci sono esigenze cautelari e non condanne».

«Vi racconto quel pregiudizio sulle mie origini calabresi che mi ha distrutto la vita». Il Dubbio il 5 settembre 2021. Roberto incontra l'ex consigliere regionale della Valle d'Aosta, Marco Sorbara, assolto a fine luglio dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo 909 giorni in custodia cautelare. L’incubo giudiziario di Sorbara comincia il 23 gennaio 2019, quando i carabinieri bussano alla sua porta in piena notte per portarlo via assieme ad una decina di persone, tutte coinvolte nell’operazione “Geenna”. A fine luglio è stato assolto dalla Corte d’Appello di Torino perché il fatto non sussiste, dopo una precedente condanna a 10 anni con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E, soprattutto, dopo mesi di calvario, aggravati dal voltafaccia dei suoi colleghi, che subito dopo l’arresto lo hanno massacrato. Momenti terribili, tra carcere e domiciliari, compresi 45 giorni in isolamento, racconta oggi Sorbara: «Nella mia cella erano cinque passi per quattro, li contavo. E mi chiedevo tutti i giorni perché. Ma non ho mai trovato risposta».

Il dramma silenzioso tra le sbarre. Carcere, le tante Capua Vetere dimenticate da stampa e tv. Angela Azzaro su Il Riformista il 19 Agosto 2021. Spenti i riflettori sulle violenze del carcere di Santa Maria Capua Vetere è nuovamente calato il silenzio sulle carceri italiane. La violenza con cui lo Stato tratta i detenuti non fa altrettanta notizia, non suscita indignazione, non spinge i direttori dei giornali a fare prime pagine che gridano allo scandalo, né i politici a fare nuovi comunicati stampa. Silenzio. Cala il silenzio su una situazione che è invece drammatica e di violazione costante dei principi costituzionali come dimostra la denuncia dell’esponente radicale Rita Bernardini. La presidente di Nessuno Tocchi Caino, anche quest’anno sta visitando diversi istituti di pena. Il suo racconto è una discesa agli inferi, un colpo allo stomaco per chi ancora crede nello Stato di diritto. «Io stessa – dice nell’intervista di Angela Stella – in diversi momenti ho pensato di collassare, figuratevi chi il caldo lo sorbisce tutto di giorno e di notte in celle roventi. Forse tanti cittadini non lo sanno, ma in molte carceri manca l’acqua per lavarsi e per bere». Tutto questo in celle affollate, dove non c’è sufficiente personale. Anche quello che potrebbe consentire di poter godere dell’ora d’aria quando non c’è il sole a picco. Una circolare del Dap stabiliva che si potesse uscire quando la temperatura è meno alta. Invece, spiega Bernardini, la richiesta è rimasta lettera morta: «Le uniche circolari che sono applicate sono quelle repressive». Quale è dunque il bilancio delle visite? «Disastroso. Ho trovato direttori e comandanti eccellenti costretti a fare i conti con risorse, sia umane che materiali, risibili. Come ripete spesso Sergio D’Elia, è assurdo andare alla ricerca del carcere migliore. Occorre concepire qualcosa di meglio». Ma in Italia, anche a sinistra, per molti la soluzione è costruire nuove carceri.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica. 

Carcere di Santa Maria Capua Vetere: “Così iniziarono i pestaggi dei detenuti”. Viviana Lanza su Il Riformista il 17 Settembre 2021. «Prima del 6 aprile ci fu una lite tra due detenuti della sesta sezione del reparto Nilo e circa 50 agenti della polizia penitenziaria, muniti di scudi e manganelli, intervennero… Arrivarono e picchiarono indistintamente i detenuti. Se la presero anche con un detenuto che voleva proteggere uno più anziano». È una delle testimonianze finite al centro delle indagini sui pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, un racconto che, a margine dei fatti del 6 aprile 2020 che sono il nucleo centrale delle accuse, vale a descrivere i rapporti che si erano creati tra alcuni gruppi di agenti e alcuni detenuti. Se saranno trovati riscontri a questa testimonianza, vorrà dire che il ricorso alla forza e alla violenza era un metodo che nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non sarebbe stato limitato solo ai fatti del 6 aprile 2020. La testimonianza, infatti, fa riferimento a un episodio avvenuto circa dieci o quindici giorni prima di quel 6 aprile finito al cuore dell’inchiesta sulla «orribile mattanza» di un anno e mezzo fa. Bisogna tornare indietro con la memoria a marzo 2020. Nel reparto Nilo del carcere sammaritano scoppiò una lite tra due detenuti e un gruppo di agenti di polizia penitenziaria, secondo la testimonianza di un detenuto, avrebbe pensato di sedarla con scudi e manganello. Erano addirittura una cinquantina gli agenti contro uno sparuto gruppo di detenuti, picchiati in maniera indiscriminata con l’intento di riportare ordine nel reparto. Quello stesso reparto che di lì a pochi giorni sarebbe diventato teatro di pestaggi di proporzioni mai viste e finiti al centro di un’inchiesta penale, «orribile mattanza» per dirla con le parole usate dal gip nel provvedimento di custodia cautelare firmato a giugno scorso nei confronti di una cinquantina di indagati fra agenti e dirigenti della polizia e dell’amministrazione penitenziaria. Le testimonianze e gli indizi raccolti nel corso delle indagini, indagini che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha dichiarato concluse e che a breve passeranno al vaglio del giudice dell’udienza preliminare, fanno ipotizzare «un vero e proprio diffuso uso della violenza intesa da molti ufficiali come unico espediente efficace per ottenere completa obbedienza dei detenuti», si legge tra le accuse. Se le violenze avvenute anche prima del 6 aprile trovassero riscontro, si avvalorerebbe l’ipotesi secondo cui «l’uso della violenza viene considerato da ufficiali e agenti come il migliore se non unico espediente per ottenere dai detenuti il rispetto delle regole» e i pestaggi del 6 aprile «non sono frutto dell’estemporanea escandescenza di qualche agente o ufficiale di polizia penitenziaria ma sono stati accuratamente pianificati e svolti con modalità tale da impedire ai detenuti di conoscere i propri aggressori». I reclusi, come emerso anche da alcuni video finiti agli atti, erano picchiati soprattutto alle spalle e costretti a camminare con la testa bassa e con la faccia rivolta verso il muro. E proprio sull’identificazione degli aggressori si giocherà una buona parte del confronto tra le tesi di accusa e difesa. Sarà un processo dai grandi numeri: 85 capi di imputazione contestati, 120 nomi iscritti sul registro degli indagati, 177 detenuti individuati come vittime dei pestaggi. Tra le parti offese ci sono anche il Garante dei detenuti, l’associazione Antigone, che ha raccolto alcune delle testimonianze di detenuti picchiati e con la sua denuncia ha dato impulso alle indagini, e il Carcere Possibile, cioè la onlus della Camera penale di Napoli impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti: sono pronti a costituirsi parte civile al fianco delle vittime dei pestaggi. Ora, intanto, il carcere di Santa Maria Capua Vetere è sotto i riflettori insieme all’intero sistema penitenziario. Perché al di là delle singole presunte responsabilità degli indagati, sulle quali sarà il processo a fare chiarezza, i fatti del 6 aprile 2020 hanno segnato un punto di non ritorno, rendendo più che mai urgente l’attenzione sul mondo penitenziario e sulla necessità di riforme.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Un altro (triste) primato per la Campania. Appena nati e già in carcere: il dramma dei figli delle detenute. Viviana Lanza su Il Riformista il 14 Settembre 2021. Il più piccolo è nato domenica nell’ospedale di Nola, l’altro un mese fa in quello di Avellino. Entrambi sono condannati a trascorrere i primi mesi o anni della loro vita in una struttura detentiva che sebbene a custodia attenuata equivale comunque a una sorta di reclusione. Qual è la loro colpa? Nessuna. Sono figli di donne arrestate o condannate per reati di furto in un Paese dove ancora non si è riusciti a trovare una vera alternativa per le detenute madri con figli al seguito. A differenza del piccolo nato a Rebibbia qualche giorno fa in circostanze che hanno fatto gridare allo scandalo, i piccoli delle due mamme detenute nell’istituto di Lauro sono nati in una normale sala parto di un ospedale. Ma il prossimo futuro per loro sarà nell’Icam di Lauro, l’istituto a custodia attenuata che si trova nell’Avellinese e rappresenta l’unica struttura nella regione per detenute madri con figli piccoli al seguito. La donna che ha partorito un mese fa è reclusa per un furto da cento euro e il neonato vive con lei in una cella arredata come un piccolo monolocale. Il piccolo venuto alla luce domenica li raggiungerà a breve e presto nell’Icam arriverà un terzo neonato, addirittura, perché c’è un’altra detenuta incinta. Quella dei bambini in cella con le proprie mamme detenute è quindi una realtà che meriterebbe più attenzione. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 31 agosto scorso, il numero dei bambini che vivono assieme alle madri detenute è aumentato in Campania: sia arrivati a 12 donne e 14 bambini. È il numero più alto in Italia se si considera che nel Lazio si contano tre detenute e quattro bambini, in Lombardia tre detenute con complessivamente tre figli al seguito, mentre in Piemonte i dati più aggiornati parlano di due detenute e due bambini e in Veneto due detenute con tre figli al seguito. A livello nazionale, dunque, ci sono 26 bambini costretti a vivere i propri anni della loro vita in una cella perché non ci sono alternative per loro né per le loro madri detenute. Le donne con i figli al seguito in tutta Italia sono 22 e colpisce che circa la metà si trovi in Campania. Un’alta percentuale di queste donne, inoltre, è rappresentata da detenute straniere, rom o extracomunitarie, per le quali il carcere diventa paradossalmente una soluzione quasi migliore della vita fuori. L’Icam è infatti una struttura attrezzata per ospitare donne con figli piccoli. Parliamo di bambini da zero a sei anni e, in qualche caso, anche fino a otto anni. Le finestre non hanno le sbarre, le pareti non sono grigie e buie, ogni stanza ha il proprio bagno e un angolo cottura, gli agenti della penitenziaria non indossano la divisa. Tutto questo vale ad attenuare per quel che si può il senso di reclusione che questi bimbi sono costretti a vivere, ma di certo non può essere paragonato alla vita che dovrebbe essere garantita a tutti i bambini. «Siamo arrivati al paradosso che bisogna imprigionare le persone per aiutarle», tuona il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. «Siamo al paradosso che in carcere s’incontra lo Stato», dice parlando delle molte detenute rom o extracomunitarie che prima di essere arrestate vivevano con i propri bambini in condizioni di estremo disagio nelle periferie della città. «Dovremmo fare leggi, fare accoglienza, fare inclusione – sostiene Ciambriello – e mettere al centro i bambini perché con le leggi vigenti i bambini non sono al primo posto». In Campania, su 12 detenute madri presenti nell’Icam di Lauro fino al 31 agosto, nove sono straniere. E dei 14 bambini reclusi, undici sono stranieri. È chiaro che il problema va analizzato e affrontato sotto più aspetti, compreso quello sociale, dell’accoglienza e dell’inclusione. E se si confrontano i dati degli ultimi mesi, si nota che il numero dei bambini costretti a vivere in cella assieme alle proprie madri aumenta con il passare dei mesi anziché diminuire. Che cosa non funziona nel nostro sistema sociale e giudiziario? Bisognerà chiederselo prima o poi. Non serve indignarsi solo quando accade un evento eccezionale, come il caso della detenuta che ha partorito a Rebibbia.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La denuncia del Garante. Partorisce senza medico aiutata dalla compagna di cella incinta: “I giudici erano in ferie”. Serena Console su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Il primo gemito del suo nascituro l’ha sentito dentro la cella del carcere femminile di Rebibbia in cui era rinchiusa. Ad aiutarla nel difficile parto la sua compagna di cella, anche lei incinta. Quando un giorno Amra, 20enne italiana di origine bosniaca, residente nel campo rom di Castel Romano, racconterà a sua figlia come e quando è nata, probabilmente non riuscirà a trovare le parole per spiegarle come mai abbia partorito in un istituto penitenziario. Perché la giovane donna, che deve ancora passare in giudicato per reati di furto, ha ricevuto come misura la custodia cautelare in carcere. Un provvedimento non definitivo che è durato fin quando è nata la bambina di Amra. Però, a causa delle sue condizioni, per la giovane donna doveva essere individuata una sistemazione alternativa. La norma infatti prevede che tale misura cautelare sia disposta per le donne incinte solo per casi di conclamata pericolosità sociale.

La denuncia del Garante. A denunciare la storia è stata Gabriella Stramaccioni, Garante dei detenuti di Roma, che, dopo essersi recata in carcere il 14 agosto, si è attivata affinché per la donna, così come per la sua compagna di cella, venisse valutata una detenzione alternativa. Stramaccioni ha incontrato Amra nell’infermeria dell’istituto penitenziario, dove era ricoverata insieme ad altre due rom incinte e ai pazienti psichiatrici.  Come racconta al Riformista, Stramaccioni ha scritto al magistrato competente il 17 agosto scorso per chiedere una soluzione alternativa alla detenzione cautelare imposta alle due donne incinte, di 20 e 25 anni. Come la Casa di Leda, una struttura protetta aperta dal marzo del 2017 per la tutela delle detenute con figli minori: può ospitare fino a sei persone e otto figli da zero a 10 anni. La sollecitazione non ha però ricevuto risposta. Forse, sottolinea il Garante, per il periodo di ferie osservato da molti. La Garante non ha dubbi. Al di là delle sfortunate coincidenze determinate dal periodo festivo, le donne incinte e i bambini non devono entrare in carcere. Per loro deve essere prevista una soluzione alternativa, come l’ingresso in una struttura comunale oppure l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari. “I bambini non devono entrare in carcere, così come le donne incinte – afferma Stramaccioni al Riformista – La detenzione preventiva nei penitenziari deve essere presa in considerazione come extrema ratio, solo per i casi di conclamata pericolosità sociale”. Ma la Garante tiene a precisare che dietro l’applicazione della misura di custodia cautelare in carcere non ci sia una condotta pregiudizievole o discriminatoria.

L’evoluzione. La giovane Amra ha partorito la notte tra il 2 e il 3 settembre nella sua sua cella. Si è addormentata tranquillamente, senza avvertire alcun dolore che potesse segnalare il parto imminente. La situazione è precipitata nella notte: i dolori, le richieste di aiuto e l’intervento salvifico della sua compagna di stanza, che l’ha aiutata subito. Quando il medico è arrivato in cella, la bambina era già nata. Il giorno dopo per Amra e la sua compagna di cella è arrivato il provvedimento del pm, che ha disposto l’arresto domiciliare. Le due giovani donne sono tornate al campo rom dove abitano. Amra potrà crescere la sua bambina in un ambiente consono; la sua compagna di stanza, la 25enne, potrà invece proseguire con tranquillità la sua gestazione. E’ ora al settimo mese di gravidanza ed è entrata nell’istituto penitenziario di Roma il mese scorso mentre è in attesa di giudizio per furto.

I numeri. Il numero delle detenute incinte o con figli minori non supera le sessanta l’anno, ma l’attenzione resta comunque alta. Per questo, nella legge di Bilancio 2021 è previsto lo stanziamento fino al 2023 di 1.5 milioni di euro l’anno dedicati all’accoglienza delle madri o dei padri con i bambini al seguito nelle strutture già esistenti o da istituire. Serena Console

La denuncia della garante. Partorisce da sola in cella, perché stava in carcere? Angela Stella su Il Riformista l'11 Settembre 2021. Nascere a Rebibbia, in un istituto di pena, nel 2021. È quanto è successo ad una bambina, partorita da Amra, 23 anni, italiana di origine bosniaca. La storia ha un lieto fine ma è stata preceduta da tanta paura, secondo quanto raccontato dalla donna a Repubblica: avrebbe partorito solo con l’aiuto di un’altra detenuta rom, anche lei al quinto mese di gravidanza, in una cella dell’istituto romano di detenzione attenuata, senza assistenza ostetrica, né medica, né infermieristica, come spetterebbe a qualsiasi madre. Quando finalmente il medico è arrivato, allertato dagli agenti della penitenziaria, il parto si era concluso. La donna poi verrà trasportata all’ospedale Pertini dove vi è rimasta per cinque giorni. Diversa la versione del Dap: «Stando alle prime ricostruzioni, nella notte fra il 30 e il 31 agosto la detenuta si trovava nella propria stanza del reparto infermeria dell’istituto penitenziario, assistita dal medico e dall’infermiera in servizio. Al manifestarsi dei primi dolori e constatata l’urgenza di un ricovero, il medico si sarebbe allontanato per contattare l’ospedale e richiedere l’immediato intervento di una ambulanza. Proprio in quel frangente la detenuta avrebbe partorito». Il capo del Dap, Petralia, ha anche detto «che non posso che essere rammaricato per il fatto che una donna abbia dovuto partorire in carcere. Fortunatamente si tratta di una vicenda che si è conclusa senza alcuna criticità e ora sia la mamma che la neonata stanno bene». Quando è stata arrestata il 23 giugno per furto Amra era già in uno stato avanzato di gravidanza; tuttavia il giudice della IV sezione penale del tribunale di Roma ha disposto comunque per lei il carcere. Sempre secondo quanto ricostruito fino ad ora dal Dap «la donna in data 1 agosto aveva presentato una istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare. Il 7 agosto l’Autorità Giudiziaria si riservava di decidere in attesa di una relazione dell’Area sanitaria dell’istituto sulle condizioni di salute della detenuta; richiesta che veniva sollecitata nuovamente il 9 agosto. Il giorno successivo, 10 agosto, l’Area sanitaria inviava la relazione alla quale non ha fatto seguito alcun altro provvedimento dell’Autorità Giudiziaria. Il 18 agosto la detenuta veniva inviata per accertamenti urgenti in ospedale, dal quale rientrava in istituto lo stesso giorno». La vicenda è venuta fuori grazie a Gabriella Stramaccioni, garante dei detenuti di Roma che lo scorso 17 agosto, dopo aver fatto visita all’infermeria dell’istituto di pena, aveva scritto al gip affinché Amra fosse scarcerata e tradotta nella Casa di Leda, una struttura protetta per la tutela delle detenute con minori. Il posto c’era ma nessuno ha mai risposto alla richiesta della Garante che ci dice: «Il problema è a monte. Non andava indicata la custodia cautelare in carcere per la ragazza. Lei e la sua amica sono state fermate per un reato di bassa pericolosità sociale e in quel momento erano entrambe incinte. La legge prevede che donne incinte o mamme con bambini piccoli debbano entrare in carcere solo per fatti gravi. Ora Amra e la sua amica sono libere in attesa del processo». In base alle statistiche del Ministero della Giustizia, al 31 agosto 2021 sono 26 i figli al seguito delle madri detenuti, di cui venti stranieri e sei italiani, dislocati in sei istituti: Lauro Icam (provincia di Avellino), Rebibbia (Roma), Bollate e San Vittore (Milano), Le Vallette (Torino), Giudecca (Venezia). Un anno prima i bambini in carcere erano 57. Per i deputati dem Paolo Siani e Walter Verini, rispettivamente primo firmatario e relatore della legge sui minori nelle carceri «l’avvenuta scarcerazione delle due donne arrestate per furto, di cui una diventata mamma proprio in questi giorni e l’altra in procinto di partorire, è una buona notizia. All’interno di tali problematiche che rivestono drammatica urgenza, si colloca anche la questione dei minori in carcere. Una vergogna da cancellare. Per questo chiediamo che si compia ogni sforzo per approvare al più presto la proposta di legge tuttora all’esame della Commissione Giustizia della Camera. Tale approvazione sarebbe un segnale di grande civiltà per l’ Ordinamento Penitenziario e per il nostro Paese». Angela Stella

Il caso della detenuta rom a Rebibbia. Tutti hanno lasciato che un bambino nascesse in prigione. Rita Bernardini su Il Riformista l'11 Settembre 2021. Dieci giorni fa, dopo aver visitato nel corso del mese di agosto 5 istituti penitenziari, avevo scritto alla ministra Marta Cartabia denunciando lo stato di abbandono delle nostre carceri. Stato di abbandono sanitario e trattamentale che si traduce in concrete e sistematiche violazioni dei diritti umani inconcepibili in uno Stato di diritto che si definisce democratico. Quel che è successo ad Amra e al suo bambino è uno dei tanti degradanti esempi di ciò che avviene ogni minuto nei 189 penitenziari del nostro Paese. Penso al Giudice che ha disposto l’arresto di una donna prossima al parto, ai responsabili del carcere che l’hanno messa in una cella, al dirigente sanitario che l’ha presa in carico: tutti sapevano, ma nessuno di loro è intervenuto per evitare l’irreparabile, cioè che un bambino nascesse tra le sbarre senza alcuna assistenza sanitaria per lui e per la madre. L’unica figura istituzionale presente è stata quella della Garante Gabriella Stramaccioni, che però non è stata ascoltata e si è dovuta fermare di fronte ad istituzioni ignave che non si fanno scrupolo di calpestare leggi e regolamenti. Già, perché per legge non può essere disposta la custodia cautelare in carcere di una donna incinta (o madre di prole di età inferiore a tre anni), salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza (art. 275, comma 4, c.p.p). Francamente non mi pare il caso di Amra, accusata di furto, che avrebbe potuto usufruire dei domiciliari in una casa famiglia protetta come aveva proposto la Garante Stramaccioni. E, in carcere, per Amra e il suo piccolo che fine ha fatto la legge dell’Ordinamento Penitenziario che prevede che in ogni carcere femmminile devono essere in funzione servizi speciali per l’assistenza sanitaria alle gestanti e alle puerpere? Perché la ASL non ha fatto funzionare questi servizi speciali? E perché i Ministeri della Salute e della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria non hanno vigilato sulla fruizione dei servizi previsti? C’è però un motivo di vergogna in più in questa vicenda ed è il trattamento riservato ai Rom. Amra lo dice a Repubblica quasi rassegnata «non sono certo la prima e non sarò l’ultima donna rom vittima di questo sistema». Amra non lo sa ma al Governo qualcuno dovrebbe invece forse sapere che l’art. 75 dell’Ordinamento Penitenziario prevede i Consigli di Aiuto Sociale che hanno il compito di aiutare i detenuti a reinserirsi nel contesto sociale. Nelle detenzioni precedenti quante volte Amra è stata raggiunta da questi presidi? Ve lo dico io: MAI. Semplicemente perché non sono stati mai istituiti. Stato fuorilegge insisteva Marco Pannella. Concludo con un proverbio in dialetto romanesco che ripeteva spesso mia madre e che mi sembra si attagli bene al caso in questione: «Nun gode er poveraccio si nun né pe’ disgrazzia». Mi riferisco alle due detenute rom incinte che sono state finalmente scarcerate a seguito del parto di Amra in un giaciglio dietro le sbarre. Rita Bernardini

Il caso della detenuta rom a Rebibbia. Nessun alibi, i rom sono tra gli ultimi. Eraldo Affinati su Il Riformista il 12 Settembre 2021. I bambini più piccoli, costretti a stare in carcere insieme alle madri recluse, assomigliano ai cuccioli dei felini cresciuti in cattività: i loro occhi sono tristi e malinconici. Eppure c’è di peggio: partorire in cella di notte, anziché in una struttura protetta, secondo quanto prevede la norma, potendo contare soltanto sull’aiuto improvvisato della compagna prigioniera, peraltro anche lei incinta, come è successo pochi giorni fa a Roma, nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, a una giovane rom di origine bosniaca, già madre di altri figli, è un evento indegno di un Paese civile: questo lo sanno tutti. Non dovremmo raccontarlo noi. Per spiegarlo possiamo immaginare inciampi burocratici, disattenzioni protocollari, noncuranze e/o negligenze, relative a quella responsabilità settoriale che tanti guasti continua a provocare in ogni ambito della vita sociale ancorando l’operatore al semplice mansionario da svolgere, spesso senza tenere presenti i contesti nei quali si agisce. Potremmo definire il suddetto atteggiamento difensivo alla maniera di un alibi formale: io ho eseguito il mio compito, non spettava a me fare in altro modo. A finire stritolati nei gangli di tali isterie precettistiche, assai frequenti quando si lavora a compartimenti stagni, sono le ultime ruote del carro, i più svantaggiati e sprovveduti, chi non sa come contrapporsi al degrado e all’ingiustizia semplicemente perché ci è nato dentro, ha avuto lì la sua formazione, nell’incuria frutto dell’indifferenza, in mezzo agli inevitabili soprusi, le scandalose promiscuità, le mancate scolarizzazioni, le protervie insanabili, le violenze quotidiane, a cui davvero sembra non ci sia rimedio, come se la vita potesse essere solo così. In particolare i rom mandano a monte ogni nostra ipocrisia egualitaria. Chiunque sia soltanto entrato, almeno una volta, nel campo nomadi di Castel Romano, sulla Pontina, alle porte della capitale, dove la mamma che ha partorito in carcere è cresciuta, e abbia gettato uno sguardo verso quelle casette allineate dietro al recinto, fonte di innumerevoli polemiche, mentre dall’altro lato della strada nei week end fanno quasi sempre la fila le automobili dirette all’adiacente centro commerciale, credo abbia misurato tutto lo scarto fra due universi drammaticamente divisi: quello in cui abitiamo noi e quello della giovane reclusa. Da una parte ci sono i cartelloni pubblicitari delle creazioni esclusive, saldi e coriandoli, dall’altra le stelle di cartapesta schiacciate nel fango. È questa, io penso, la ragione antica, profonda, strutturale, al di là di tutte le risposte tecniche, giuridiche e amministrative, che sta alla base del parto arrischiato e fortunoso avvenuto nella notte del 3 settembre in uno dei più importanti istituti carcerari italiani. Adesso, apprendiamo, la bambina nata dietro alle sbarre sta bene e la madre è tornata a vivere in una casa a Ciampino. Ma finché non riusciremo a trovare il modo di mettere in rapporto i due mondi separati, non stancandoci di predisporre adeguati collegamenti linguistici e culturali, simili eventi non lieti purtroppo continueranno a ripetersi. Eraldo Affinati

Partorisce sola in cella. Bufera sui "pm in ferie". Nino Materi il 12 Settembre 2021 su Il Giornale. Il sindacato di polizia: "Cartabia si vergogni". E lei invia gli ispettori. L'accusa del Garante. Per fortuna i neonati non ricordano l'attimo in cui vedono per la prima volta la luce. Ma forse - un giorno, quando sarà grande - qualcuno dovrà spiegare alla piccola figlia di Amra (Amra è una mamma di 23 anni, italiana di origine bosniaca, che sta scontando la pena a Rebibbia) perché in un Paese, cosiddetto «civile», sua madre l'abbia partorita dietro le sbarre di una cella, da sola, senza l'assistenza di un medico e col solo aiuto di una compagna detenuta, pure lei incinta. A far emergere il caso, la denuncia del Garante dei detenuti che avanza un'ipotesi inquietante, dove però campeggia un «forse» di troppo: «È accaduto perché, forse, i giudici erano tutti in ferie». Accusa pesante. L'autorizzazione per cure adeguate non è arrivata in tempo per il motivo adombrato dal Garante? O la ragione è un'altra? Sta di fatto che una donna ha subìto un trattamento ignobile: umanamente vergognoso e penalmente perseguibile. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della polizia penitenziaria Spp, va giù duro: «Quando finalmente il medico è arrivato, allertato dagli agenti della penitenziaria, il parto si era già concluso. Un episodio che dovrebbe far vergognare la ministra della Giustizia, Maria Cartabia, prima di tutto come donna. Inviare gli ispettori ministeriali dopo quanto è successo è tardivo, inutile e non può servire a salvare la coscienza». Anche il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), pur dando una versione diversa dell'accaduto si dichiara «rammaricato per quanto accaduto». Intanto ad Amra, successivamente ricoverata all'ospedale «Pertini» di Roma, nessuno ha spiegato nulla dell'«intoppo burocratico» all'origine del fattaccio (che risale a una decina di giorni fa) né le ha chiesto scusa; l'unica notizia positiva è che ora, sia lei sia la piccola, stanno bene. Un'odissea evitabilissima considerato che, pochi giorni prima del parto, Amra era stata ricoverata al «Pertini» per una minaccia di aborto. Peccato che, dopo una visita di controllo, la detenuta sia stata costretta a tornare in carcere; di lì a poche ore la donna ha quindi partorito in cella in condizioni a dir poco precarie, per poi essere ricondotta nella clinica da cui era appena stata trasferita e dove è rimasta 5 giorni dopo aver dato alla luce la sua quarta bimba. A seguito dei primi accertamenti eseguiti dal Dap risulta che la donna, «in istituto dal 23 giugno scorso, in data 1 agosto aveva presentato una istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare». Segue un iter che dimostra l'estrema farraginosità del sistema: «Il 18 agosto la detenuta veniva inviata per accertamenti urgenti in ospedale, dal quale rientrava in istituto lo stesso giorno». Eccolo il punto-chiave: se la donna era stata ricoverata per «accertamenti urgenti» (leggi minaccia di aborto) che senso ha aver ordinato il suo «immediato rientro in cella»? Sul punto il Dap non risponde, preferendo optare per una linea pilatesca: «Si tiene a precisare che nessuna responsabilità può essere addossata all'istituto penitenziario che si è adoperato per velocizzare al massimo le comunicazioni con l'autorità giudiziaria e le autorità sanitarie competenti». Insomma, poco ci manca che Amra e la figlia debbano anche «ringraziare» per il trattamento ricevuto. Nino Materi

Giulia D'Aleo per la Repubblica l'11 settembre 2021. Nel carcere di Rebibbia, in una totale violazione dei diritti dei detenuti, una ragazza è stata costretta a partorire in cella lo scorso 3 settembre. Oltre che in condizioni sanitarie inadeguate, il parto è avvenuto senza l’assistenza di un’ostetrica o di personale medico. Amra ha 23 anni ed è un’italiana di origine bosniaca, ex residente nel campo rom di Castel Romano. Era stata arrestata per furto a luglio, quando si trovava in uno stato già avanzato della gravidanza. Poco dopo l’incarcerazione, la Garante dei detenuti di Roma, Gabriella Stramaccioni, aveva fatto richiesta al giudice di concederle il rilascio, proponendo di trasferirla, piuttosto, nella Casa di Leda, dedicata alla tutela delle detenute con figli minori. Dal giudice, però, non è mai arrivata alcuna risposta. Le doglie sono arrivate la notte del 3 settembre, e solo le urla della ragazza hanno richiamato l’attenzione degli agenti. All’arrivo del medico di turno e dei sanitari, il parto era già avvenuto in cella. Amra è stata poi rilasciata, in attesa del processo, ed è potuta tornare a casa. In seguito all’episodio altre due detenute incinte sono state liberate dal carcere. Per il Sottosegretario alla Giustizia con delega all'edilizia carceraria, Francesco Paolo Sisto, «l'istituto carcerario non c'entra nulla con quanto accaduto. La detenuta è stata posta in isolamento presso il reparto di infermeria del penitenziario e assistita dal personale sanitario e al parto era presente il medico, opportunamente organizzato per l'emergenza. Per un compiuto esame di quanto accaduto, – continua Sisto – il Ministero ha comunque trasmesso il dossier all'Ispettorato, così da consentire l'accertamento di eventuali responsabilità da parte di uffici diversi da quelli della struttura di reclusione». Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale, definisce invece «una vergogna» la terribile vicenda, di cui «Come istituzioni siamo tutti responsabili, perché non si può far nascere una persona in situazioni di detenzione. Ci troviamo di fronte a uno scaricamento complessivo di responsabilità: dal magistrato che dovrebbe considerare anche la situazione peculiare, al carcere nel momento in cui è in gioco una vita che viene alla luce. Il carcere avrebbe potuto dire che non era in grado di accogliere una persona tanto vicina al parto e chiedere alle istituzioni un'altra soluzione e dal magistrato, tanto più da una donna, ci si aspetterebbe maggiore sensibilità» ha concluso. «Quanto è accaduto – dice Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della polizia penitenziaria Spp – dovrebbe far vergognare la Ministra di Grazia e Giustizia Cartabia, prima di tutto come donna. Inviare gli ispettori ministeriali dopo quanto è successo è tardivo, inutile e non può servire a salvare la coscienza». Il sindacalista e la sua organizzazione avevano lanciato da tempo la campagna "nessun bambino in cella". «Che nel 2021 una donna si trovi a partorire da sola in cella è semplicemente inaccettabile» scrive su Facebook la senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd. «Non posso fare a meno di ricordare che nella legge di bilancio per il 2021 sono stati stanziati fondi (3,5 milioni di euro in tre anni) per la creazione di nuove case famiglia protette: quelle strutture, cioè, destinate ad accogliere detenute in gravidanza o con figli minori, quando non ci siano elementi di pericolosità e non sia possibile la detenzione domiciliare. Ho depositato una interrogazione alla Ministra Cartabia proprio sul ritardo nell'utilizzo di questi fondi. Mi auguro che questa dolorosa vicenda spinga ad accelerare la creazione di queste strutture protette, affinché mai più un bambino o una bambina debba varcare la soglia di un carcere, o addirittura - come in questo caso - in un carcere nascere, in condizioni del tutto contrarie alla tutela della dignità delle persone». Le strutture protette in Italia sono diverse e distribuite sul territorio. Sono attualmente 22 detenute-madri e 25 bambini a occupare le sezioni nido degli istituti penitenziari e degli istituti a custodia attenuata, specificamente attrezzati per l'accoglienza di madri con prole. Undici di loro sono detenute fra gli istituti di Torino (2 madri e 2 minori), Milano (2 madri e 2 minori) e Venezia (2 madri e 3 minori); due sono nella sezione nido della Casa circondariale femminile di Roma Rebibbia (dove si trovano anche due minori), mentre in ciascuna delle apposite sezioni nido di Torino, Milano Bollate e Firenze Sollicciano sono ospitate una madre con un minore al seguito. Il numero più alto di presenze si registra all'ICAM di Lauro, in Irpinia, che ospita 11 madri e 13 bimbi. «Purtroppo – continua Di Giacomo – dobbiamo solo registrare che il numero si è dimezzato ma la situazione di autentica barbarie non è stata superata. È anche questo il segnale del disinteresse istituzionale e della politica per i veri problemi del sistema penitenziario italiano mostrando solo interesse per fatti come quelli di Santa Maria Capua Vetere per i quali si continua a dare grande clamore mediatico».

Contro il carcere ha vinto lui. Il miracolo di Gaspare Trigona, il prigioniero che riesce a rieducare se stesso. Sabrina Renna su Il Riformista il 3 Settembre 2021. Questa è una storia a lieto fine. Un miracolo nel sistema carcerario italiano. Gaspare Trigona, trentasette anni, dodici dei quali trascorsi in carcere, non si è sottratto alle proprie responsabilità, a tal punto da diventare, crescendo, un manifesto vivente dell’eccezione che conferma la regola. La “regola” è che il carcere non funziona rispetto al fine suo proprio della rieducazione. L’eccezione è che il carcerato può “rieducare” sé stesso nonostante tutto, ed essere anche un esempio magistrale per altri. I giovani che sono, oggi, i suoi diretti interlocutori. Nei loro confronti, il monito è incessante: “divertitevi, ma senza sballo”. La sua non è retorica a basso costo, per liquidare con una risata i tempi passati, ma un bilancio onesto del suo vissuto. Nel decennio dell’alba del nuovo millennio, Gaspare era il punto di riferimento delle discoteche della Sicilia ionica. Dalle sue mani sono passati tutti i flussi di cocaina ed ecstasy che contaminavano, purtroppo, le serate da ballo e non solo. Una gioventù, la sua, bruciata da un percorso di devianza intrapreso per gioco e nella fretta di diventare grandi in un’età dove si aveva, ancora, il diritto di rimanere piccoli. Fino a che la via effimera della droga e un potere alimentato a ritmo di musica e pasticche impattano l’arresto, le sbarre, il carcere “fuori e dentro”. In galera, Gaspare non simula comportamenti e prove di buona condotta, non fa mai credere che i propri errori non siano stati commessi. Cambia modo di essere, divora libri, cerca qualcosa di meglio del diritto penale come destino della sua vita. Trova un sincero cambiamento, senza furbizia, autentico. Sorge in lui la speranza come preludio per un confronto appassionato con il mondo delle istituzioni. La storia di Gaspare consente di riflettere sugli strumenti di diritto e di fatto che lo Stato offre al detenuto per recuperarlo moralmente e socialmente. Con emozione, l’uomo usa il binocolo della memoria, ripercorre le esperienze vissute in carcere. Lo definisce un “luogo di perdizione” e di “umanità complessa”, dove paradossalmente “è più facile smarrirsi completamente che essere accompagnato in un’azione costante di rieducazione”. Tante sono le inaccettabili ingiustizie commesse da un sistema che costringe alle cose più impensabili: “le docce fredde, i colloqui senza contatto con i familiari, le perquisizioni con flessioni post-colloquio, le simulazioni di buona condotta fino ad arrivare a doversi reinventare giornalmente per sopravvivere in una dimensione di sovraffollamento e privazione dei diritti essenziali e inviolabili”. Oltre la dimensione ontologica Gaspare rivive “la distruzione psicologica dettata dalla poca attenzione che il mondo esterno riserva ai detenuti, le istanze spesso rigettate, la semplice mancanza di aggiornamento della relazione di sintesi”: l’esercizio di un monopolio della forza delle istituzioni che vede il detenuto sconfitto in partenza. In questa “esperienza di non ritorno”, Gaspare è riuscito però ad andare avanti, non perdendo la forza di tutelare i propri diritti e di costruire una nuova vita. Ciò che gli è stato negato nelle carceri di Catania, Palermo e Agrigento, lo ritrova nel carcere di Rossano, in Calabria, nel quale inizia gli studi in scienze politiche comprendendo che “se e quando lo Stato ti aiuta è più facile cambiare”. Al rancore subentrano la voglia di riscatto, il contatto con la famiglia, devastata dalla esperienza del proprio figlio, così diversa da una lunga tradizione di correttezza e rispetto delle regole. Vive una profonda crisi, scoraggiato dal sistema, dagli operatori sociali e dagli educatori: “pochi in verità accompagnano i detenuti a costruire una occasione ulteriore di vita”. La crudeltà del carcere gli appare un male necessario per comprendere gli errori e per tessere la bandiera del cambiamento. Decisivi gli incontri con il Partito radicale, con Nessuno tocchi Caino, che raccontano l’inutilità del sistema carcerario e delle molteplici forme di detenzione assunte con modi e tempi che distruggono il detenuto “allontanandolo da qualsiasi forma di democrazia”. Gaspare ci ha creduto e si è ricreduto: oggi è fuori, in affidamento ai servizi sociali. Lavora, prepara la tesi, ma rimane in carcere con la mente e il cuore che batte – pannellianamente – all’unisono con quello della comunità penitenziaria, dei detenuti e dei detenenti. Alla oppressione del sistema carcerario Gaspare oppone la sua lotta di liberazione, il successo di una giustizia che ripara che dal carcere di Rossano lo ha portato a diventare da fonte di disperazione testimone di speranza. Sabrina Renna

Matteo Boe, il bandito anarchico che fuggì dall’inferno Asinara. Storia dell’Asinara, l’isola-carcere passata alla storia come l’Alcatraz italiana che ebbe il suo Papillon: Matteo Boe fu l’unico uomo che riuscì ad evadere da quella fortezza che fino ad allora risultava invulnerabile. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 15 agosto 2021. «Col tempo mi hanno visto consumarmi poco a poco, ho perso i chili, ho perso i denti, somiglio a un topo ho rosicchiato tutti gli attimi di vita regalati e ho coltivato i miei dolcissimi progetti campati… In aria… nell’aria», dice un brano di Daniele Silvestri. La canzone è agghiacciante, drammatica, di forte impatto emotivo. L’elemento più sconcertante è che il protagonista, in prima persona, è un morto. Si tratta di un ergastolano che alla fine era riuscito ad evadere, ma “in orizzontale”. «Dopo trent’anni carcerato all’Asinara, che vuoi che siano poche ore in una bara». La struggente storia cantata da Silvestri è ambientata, appunto, nell’ex carcere dell’Asinara, un’isoletta del mar Mediterraneo, vicina alla punta della Sardegna. Oggi è un luogo incontaminato dove la natura trova il suo spazio, finalmente libera dalle 11 diramazioni penitenziarie. Pochi sanno l’origine del nome. Il pensiero va subito agli asini, che pur ci sono, ma in realtà tutto nasce dalla leggenda che Ercole afferrò l’estrema propaggine settentrionale della Sardegna e la staccò dalla penisola della Nurra. E la strinse così forte nel pugno da assottigliarne la parte centrale, lasciandole impresse tre profonde insenature dove le possenti dita l’avevano strangolata. Herculis Insula, la chiamarono perciò i romani, e successivamente Sinuaria, per la sinuosità delle sue coste. Da lì, a forza della graduale storpiatura del nome romano, si è arrivati appunto a chiamarla “Asinara”. L’isola fu prima adibita a luogo di quarantena per equipaggi di navi sospette di epidemie a bordo, con annesso lazzaretto, poi nel 1915 divenne campo di prigionia per decine di migliaia di soldati austroungarici, e poi colonia penale agricola. Tra il 1937 e il 1939 vennero trasferiti qui centinaia di prigionieri etiopi. Dal dopoguerra, l’Asinara diventò a tutti gli effetti un’isola- carcere, famigerato suo malgrado negli anni 70 come “speciale” per i fondatori delle Brigate Rosse. Poi, con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 per protestare contro le sistematiche torture, il carcere venne temporaneamente dismesso negli anni 80 per poi riaprire dopo le stragi mafiose ai detenuti in regime di 41 bis. Ma le torture si inasprirono, tanto da ricevere una condanna anche dagli organismi internazionali. Fu lì che venne portato Totò Riina dopo il suo arresto. Precisamente gli venne assegnata la cella di Cala d’Oliva, uno degli undici penitenziari dell’isola. Era soprannominata “la discoteca”, ma non perché si ballava. La cella, senza finestre, era perennemente illuminata dalle lampade che il capo dei capi non poteva spegnere. In poco tempo Totò Riina si rese conto di essere finito in un luogo in cui sarebbe stato davvero isolato e sorvegliato 24 ore su 24. Senza un attimo di intimità, neanche all’interno del bagno. E con la luce sempre accesa, anche di notte. Vi rimase per 4 anni. L’Asinara però riservava l’identico trattamento nei confronti di tutti gli altri detenuti. C’è la testimonianza dell’ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci che vi trascorse lunghi anni al 41 bis. «Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda”. “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità», narra Musumeci. L’isola che ospitò anche Falcone e Borsellino prima del maxi processo (dovettero pagare anche il conto su richiesta dell’allora capo del Dap Nicolò Amato) è passata alla storia come l’Alcatraz italiana. E come ogni storia che si rispetti, ha conosciuto anche lei il suo Papillon. Si chiama Matteo Boe e fu l’unico uomo che riuscì ad evadere da quella fortezza che fino ad allora risultava invulnerabile. Boe è un personaggio da romanzo. È stato un bandito sardo, specificatamente di Lula, un paesino arroccato sui monti del nuorese. Divenne quasi una leggenda, tanto che il suo nome venne associato a una vita non solo di rapimenti, ma anche di attivismo politico visto che combatteva per l’indipendentismo sardo. Infatti, Boe, non riconosce alcuna autorità politica ed etica dello Stato italiano. Durante la detenzione, d’altronde, aveva tradotto in lingua sarda “Dio e lo Stato” di Bakunin e fatto poi stampare da un anarchico sardo. Fu condannato a sedici anni di carcere nel 1983, in seguito al rapimento di una giovanissima toscana, Sara Niccoli. Secondo le indagini ne fu poi il carceriere, quel “Carlos” che – come raccontò la stessa Niccoli – ne rese meno dura la detenzione, denotando perfino una cultura non indifferente nell’offrirle letture di pregio, come “L’idiota” di Dostoevskij e i libri di Franz Kafka. Sara morirà all’età di 30 anni a causa di una malattia autoimmune. Boe fu arrestato e recluso all’Asinara. La permanenza doveva stargli ovviamente stretta, e così decise di evadere dalla fortezza con Salvatore Duras, in carcere per furto. Studiano un piano a tavolino che poi risulterà perfetto. Dopo aver tramortito un’agente mentre svolgevano un lavoro esterno, i due riescono a raggiungere la costa dove una donna – la moglie di Boe – li aspetta nascosta a bordo di un gommone. La donna, Laura Manfredi, emiliana, aveva conosciuto Boe alla facoltà di Agraria all’università di Bologna e lui era un suo compagno di corso. Un amore immenso, che la spinse ad aiutarlo ad evadere. Duras fu trovato poco tempo dopo. Boe, invece, riuscì a restare latitante per sei anni. Alla fase della latitanza risalgono tutta una serie di altri rapimenti, come quello dell’imprenditore romano Giulio De Angelis, o quello eclatante del piccolo Farouk Kassam, nel 1992, cui fu brutalmente mozzato un orecchio. Il bambino fu lasciato libero dopo 177 giorni di prigionia, nei quali mangiò poco e non si lavò, tanto che i vestiti non gli si staccavano di dosso, come sostengono le cronache dell’epoca. Nello stesso anno Boe fu arrestato in Corsica, dove si trovava per alcuni giorni di vacanza con la moglie e i due figli, e quindi estradato nel 1995, con una condanna – confermata nel ’ 96 – a 25 anni di detenzione. Nel 2003 la tragedia. Una scarica di pallettoni rivolta al balcone della sua casa di Lula uccise Luisa, la figlia quattordicenne, forse scambiata dagli esecutori per la moglie Laura, politicamente molto attiva in paese nella lotta all’istituzione di una normalità amministrativa. «In tutti questi anni disse Matteo Boe dal carcere in una delle rare interviste rilasciate- ho visto mia figlia soltanto attraverso un vetro. Le nostre mani ogni volta erano divise da una parete. Assurdo, me l’hanno uccisa senza darmi la possibilità di abbracciarla». Questa vicenda dolorosa ebbe strascichi giudiziari: Laura accusò l’allora maresciallo dei carabinieri di non aver indagato a sufficienza e andò sotto processo per calunnia, uscendone assolta. Ancora oggi l’uccisione della ragazzina è senza colpevoli. Boe ha finito di scontare la sua pena nel 2017 ed è un uomo libero. Ora ha 61 anni e sta studiando per diventare guida ambientale escursionistica. I detenuti che hanno cercato di fuggire dall’Asinara sono stati tanti. La vicinanza dell’isola alla punta della Sardegna dava l’impressione che fosse facile, una volta riusciti ad eludere le guardie costiere, scappare a nuoto. Invece in tanti sono annegati, recuperati giorni dopo la fuga. È stato trovato morto anche un detenuto che cercava di raggiungere la Sardegna con una barca a remi. Dopo giorni e giorni in balia delle correnti, era morto di inedia. Solo Boe, il bandito sardo, ci riuscì.

La denuncia delle Camere penali. Niente acqua, doccia e prezzi triplicati per il cibo: ecco l’inferno delle carceri campane. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 20 Agosto 2021. In cella la temperatura sfiora i 35 gradi. E farsi una doccia non sempre è possibile: a Santa Maria Capua Vetere manca l’acqua potabile perché, a 25 anni di distanza dall’apertura, il carcere non è ancora collegato alla rete idrica. Non va tanto meglio a Bellizzi e ad Ariano Irpino, dove i detenuti devono accontentarsi di una doccia al giorno. E se qualcuno desidera acquistare un po’ di frutta e verdura, deve rassegnarsi all’idea di farlo a prezzi tre o quattro volte più alti di quelli praticati all’esterno del penitenziario. Ecco il dramma dell’estate dietro le sbarre, ecco lo strazio di migliaia di persone che in cella dicono addio non solo alla libertà ma anche alla dignità. Ad alzare il velo su questo scandalo sono i penalisti campani che hanno visitato le prigioni di Santa Maria Capua Vetere, Bellizzi e Ariano Irpino nell’ambito di Ferragosto in carcere, l’iniziativa di sensibilizzazione promossa dall’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane (Ucpi). La scelta di Santa Maria Capua Vetere non è stata casuale. La casa circondariale Francesco Uccella è nell’occhio del ciclone dalla fine di giugno, quando le forze dell’ordine hanno notificato un’ordinanza cautelare a 52 tra poliziotti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria ritenuti a vario titolo responsabili dei pestaggi sui detenuti del 6 aprile 2020. Nonostante il clamore della vicenda, però, sono altri i disagi riferiti dai detenuti agli avvocati delle Camere penali di Napoli Nord e di Santa Maria Capua Vetere. «Abbiamo scelto il penitenziario sammaritano – spiega Felice Belluomo, presidente dei penalisti di Napoli Nord – per ribadire che le condizioni di operatori e detenuti, in particolare le finalità rieducative e risocializzanti della pena, non vanno dimenticate. E alla fine della visita siamo rimasti colpiti dal senso di abbandono in cui versa la struttura: le celle sono dignitose, ma il personale è sottodimensionato e i detenuti devono fare i conti con troppi disagi». C’è chi deve attendere mesi per una visita medica e chi, nonostante le insistenze, non è stato ancora vaccinato contro il Covid. I prezzi dei beni di prima necessità sono altissimi: non solo gli alimenti, ma anche le bombolette di gas per i fornellini da campeggio costano molto di più rispetto all’esterno del carcere. «E questo è un dramma in una struttura dove manca l’acqua potabile – sottolinea Consiglia Fabbrocini, membro della Camera penale di Nola – Chi vuole bere o lavarsi è costretto ad acquistare l’acqua in bottiglia a prezzi esagerati. E questo è uno sfregio non solo alla Costituzione, ma anche alla dignità dei detenuti». Non va meglio ad Ariano Irpino, dove i reclusi possono farsi la doccia soltanto di mattina causa problemi alla rete idrica. I problemi sono anche altri: la carenza di personale, in questo periodo ridotto all’osso da ferie e malattie, e la mancanza di attività trattamentali, indispensabili per rendere la detenzione meno insopportabile alla vasta platea di giovani. Senza dimenticare i colloqui che avvengono ancora dietro il pannello divisorio in plexiglass, con buona pace di quei ristretti che vorrebbero abbracciare i propri figli all’aria aperta e per più tempo almeno durante l’estate. A Bellizzi, infine, la situazione sanitaria è allarmante: «Mancano medici specialisti – racconta Giovanna Perna, membro della Camera penale Irpina – e molti operatori e detenuti non sono ancora vaccinati». Insomma, come sottolinea il responsabile dell’Osservatorio Carcere dell’Ucpi Riccardo Polidoro, «le visite svelano le ingiuste sofferenze patite dai detenuti durante l’estate e confermano la necessità di una cultura della pena finalmente in linea con la Costituzione». La politica lo capirà? Sul punto Francesco Petrillo, presidente della Camera penale di Santa Maria Capua Vetere, è scettico: «Due anni fa, a visitare le prigioni eravamo in pochi. Ora la nostra delegazione è più folta, a dimostrazione della sensibilità dell’avvocatura. Ciò che non è cambiato è il disinteresse della politica che continua a ignorare il dramma delle carceri».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

La denuncia del garante. Prezzi maggiorati e niente sconti, per i detenuti il cibo diventa lusso. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Sapete quanto valgono colazione, pranzo e cena di chi vive dietro le sbarre? Complessivamente, non più di tre euro e 90 centesimi. Ecco la cifra che la ditta affidataria sborsa, in Campania, per i tre pasti quotidiani dei detenuti che, di conseguenza, sono costretti ad acquistare personalmente generi di prima necessità a cifre spesso maggiorate e senza beneficiare di alcuno sconto. A denunciarlo è Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti, che invoca una riforma delle modalità con cui vitto e sopravvitto vengono gestiti nei penitenziari della Campania. «L’appalto ministeriale per il servizio di mantenimento dei detenuti prevede che l’approvvigionamento alimentare sia assegnato in base al costo più basso – spiega Ciambriello – E l’aggiudicatario è tenuto ad assicurare anche il servizio per il sopravvitto. Qui bisogna evidenziare che il valore economico del sopravvitto raggiunge circa il 50% dei volumi complessivi, rappresentando una fetta cospicua di ogni singolo accordo». In altre parole, la gara per assicurare colazione, pranzo e cena ai detenuti è affidata in base al criterio del massimo ribasso. Tanto poi, per chi vive in cella, c’è il sopravvitto. Già, perché i detenuti possono acquistare beni di prima necessità al di fuori del vitto ordinario. Ma spesso sono costretti a farlo a prezzi più alti almeno di 20 centesimi rispetto al costo consueto e senza la possibilità di beneficiare degli sconti spesso previsti per i prodotti a breve scadenza. Senza dimenticare che la gamma di prodotti e marche a disposizione dei reclusi è assai limitata. Ciò si verifica per pasta, acqua, shampoo, dolciumi e bombolette di gas per i fornellini, come denunciato anche dagli avvocati delle Camere penali campane che a Ferragosto hanno visitato le carceri di Santa Maria Capua Vetere, Bellizzi e Ariano Irpino. Questa situazione si traduce immancabilmente in un supplemento di pena per i detenuti. Ciascuno di essi, infatti, dispone di 150 euro a settimana da spendere per il sopravvitto. Se il vitto è scarso e i prezzi per i generi di prima necessità acquistabili sono puntualmente maggiorati, quei 150 euro rischiano di non bastare. Con la conseguenza che sono le famiglie dei detenuti, spesso e volentieri indigenti, a dover sostenere ulteriori spese per garantire gli indispensabili generi di prima necessità ai congiunti che si trovano in cella. Risultato: se si fa una stima economica delle risorse investite dai familiari e dai reclusi nei soli istituti di Poggioreale e Secondigliano, sono addirittura 14 i milioni di euro spesi in un solo anno. «Una circolare, risalente al 1988 ma ancora in vigore, impone costanti, puntuali e penetranti controlli in ordine al servizio del sopravvitto per detenuti con particolare attenzione ai prezzi e di fornire al Comune l’elenco dei generi posti in vendita specificando per ognuno qualità, marca e prezzo – conclude Samuele Ciambriello – Questo, però, non avviene. Se vogliamo assicurare una giustizia equa sia dentro sia fuori dal carcere, i prezzi devono essere adeguati, in tutti gli istituti, a quelli di mercato: solo così si può mettere fine a quella che è un’autentica e inaccettabile speculazione».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

Gestire le mense di una prigione può fruttare molto. Quanto costa far mangiare i carcerati, quando i detenuti diventano un business. Mattia Moro su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Da due anni sto seguendo la questione degli appalti del cibo in carcere. Tutto parte da diverse segnalazioni giuntemi da ex detenuti mentre lavoravo a Mediaset nel 2019. Fino ad allora non sapevo niente del vitto (i tre pasti giornalieri completi di colazione, pranzo e cena che l’amministrazione è tenuta a fornire ai detenuti) e del sopravvitto (quello che i detenuti possono acquistare negli spacci interni), e non immaginavo cosa avrei scoperto! Le lamentele riguardavano i prezzi, la quantità e la qualità dei beni venduti in carcere. Il regolamento del DAP prevede che i prezzi di vendita non possano eccedere quelli comunemente praticati dagli esercizi della grande distribuzione nelle vicinanze dell’Istituto e che per offrire anche prodotti di basso costo (vista la condizione di totale povertà che vivono quasi tutti i detenuti) il prezzo si fissa in base a quello degli esercizi hard discount più vicini. Per verificare le segnalazioni, ho raccolto decine di liste della spesa ex modello 72 di vari istituti in cui risultavano diverse irregolarità sui prezzi e la qualità del sopravvitto. Un detenuto poi mi ha raccontato che in tanti anni di detenzione non gli era mai stato possibile acquistare, pagandola a prezzo pieno, carne che non fosse maleodorante. Solo chi è stato in carcere conosce i modi per lavarla con l’aceto per camuffare il sapore. Sul vitto ho filmato testimonianze che raccontano di cibo marcio o di menù dannosi per la salute. Un’ex detenuta mi ha raccontato che per una settimana le hanno dato da mangiare solo uova lesse (“Ma che so matti? Così mi veniva il diabete!”). In ogni carcere è prevista una “Commissione vitto”, composta da tre detenuti scelti a sorte mensilmente per controllare, sotto la supervisione di un incaricato dal direttore, il regolare andamento del servizio, dalla consegna delle derrate alimentari al controllo della qualità e quantità. Spesso capitano persone che non sanno leggere e scrivere o che non sanno parlare italiano o rispetto alle quali si possono nutrire dubbi sulla loro idoneità a denunciare eventuali anomalie del sistema. Per un detenuto è rischioso segnalare irregolarità su vitto e sopravvitto. Ci aveva provato Ismail Latief a denunciare agenti della penitenziaria per furti nelle cucine del carcere di Velletri: ha subito pestaggi e maltrattamenti sia a Velletri, nei giorni successivi alla denuncia, per convincerlo a ritirarla sia a San Vittore, dove era stato trasferito, perché non l’aveva ritirata. Esiste una sorta di consorzio chiamato Associazione nazionale appaltatori degli istituti di pena (Anafip) di cui fanno parte aziende attive nel settore da tempo immemorabile. Come la Arturo Berselli & C. SPA che opera dal 1930! Studiando il bilancio di una di queste, la SAEP SPA, società gestita dai fratelli Tarricone, mi sono accorto che l’azienda aveva vinto un appalto facendo un ribasso incredibile a 3,9 euro per colazione, pranzo e cena partendo dalla base d’asta di 5,7 euro per poi contestare che con il prezzo offerto non avrebbero potuto fornire il servizio come previsto dal regolamento, salvo però fare 6 milioni di utili su un fatturato di 24 milioni. Come è possibile? Mi ha aiutato a capire meglio la Corte dei Conti del Lazio che il 7 settembre 2021, su esposto della Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni, è intervenuta in riferimento alla Domenico Ventura SPA, gestita dai fratelli Ventura, proprietari anche del circolo canottieri di Napoli, che gestiscono le mense di Lazio, Campania, Abruzzo e Molise. La Corte ha notato che l’aggiudicatario ha offerto un ribasso di quasi il 58 per cento sulla diaria pro capite di 5,7 euro, impegnandosi a consegnare delle derrate alimentari per il vitto di tre pasti giornalieri a un prezzo di 2,39 euro. E ha concluso rilevando l’apparente insostenibilità economica del servizio di vitto ove svincolato dai ricavi del sopravvitto. La Corte ha fatto notare anche come si metta a gara il vitto, lasciando poi alla amministrazione decidere se gestire direttamente gli spacci del sopravvitto o esternalizzare il servizio. Siccome accade sempre che la ditta che vince la gara del vitto poi si aggiudica di fatto anche la gestione del sopravvitto, la Corte ha detto che i due tipi di servizi – vitto e sopravvitto – presentano caratteristiche diverse e ha invitato a diversificare le procedure di gara per garantire la partecipazione del maggior numero di ditte con evidente beneficio della qualità e della economicità del servizio. “Stranamente”, tutte le società che si occupano di forniture di derrate alimentari in carcere hanno un rapporto utile/fatturato altissimo se comparato a una qualunque azienda di mense. Almeno per queste società i detenuti hanno un valore enorme. Sono una fonte inesauribile di guadagno perché sono clienti sicuri, in costante crescita e non si possono neanche lamentare. Oltre il danno la beffa: a fine “soggiorno”, sono tenuti anche a pagare le “spese di mantenimento in carcere”. Mattia Moro

Il tempo divora, sfianca e uccide. Caldo, niente acqua fredda, aria bollente: viaggio nella follia del carcere. Sabrina Renna, Antonio Coniglio su Il Riformista il 20 Agosto 2021. «Un orologio che va male non segna mai l’ora esatta, un orologio fermo la segna due volte al giorno», chiosava Leonardo Sciascia da Racalmuto. Non sappiamo se avesse ragione. Certo è che in carcere gli orologi sono rotti, funzionano male, o non funzionano affatto. Lo abbiamo constatato d’emblée in occasione dell’ultima visita agostana nelle carceri di Siracusa, Vibo Valentia e Catanzaro insieme a Rita Bernardini, Sergio D’Elia e ai compagni di Nessuno tocchi Caino. È stata la prova del nove, un dato materiale che diventa qualcosa che è altro, altrove, un dramma consegnato all’evidenza. In fondo non ha granché senso chiedere che ore sono in in un carcere perché, dentro le mura carcerarie, il tempo proprio non esiste. D’altronde potrebbe mai essere diversamente? Che senso avrebbe contare i secondi, i minuti, le ore in un luogo nel quale al massimo puoi prendere una boccata di caldo feroce in un arido passeggio, soffrire il senso dell’inutilità, della depersonalizzazione, della pena che è morte civile? Come ne La persistenza della memoria di Salvador Dalì, in carcere gli orologi sono molli, quasi liquefatti, un po’ come la vita dei poveri diavoli che non hanno diritto alla ricerca del tempo perduto. Lo ha deciso l’ideologia rettiliana della retribuzione, del taglione, quella concezione diabolica che ha partorito strutture nelle quali si deve patire, stentare, soffrire. A guisa dei “fiori del male” di Baudelaire il tempo che passa, in un penitenziario, divora, sfianca, annichilisce. Un detenuto ha un sogno nel cassetto: un sorso d’acqua fredda. Proprio così: nei frigoriferi (ammesso che esistano) di alcune carceri non puoi mettere una bottiglia d’acqua. Un altro malcapitato vorrebbe un ventilatore nel giorno in cui in Sicilia si sfiorano i 48 gradi; un altro ancora sogna d’inverno una coperta dignitosa o uno spazio di socialità. Forse a questo punto è pure saggio non avere un orologio funzionante sulla parete di un carcere perché diventerebbe soltanto un peso smisurato, un ordigno pronto a esplodere, un nemico. È proprio vacuità, il gusto del nulla. Si discute finanche su quante merendine possa portare un condannato a colloquio con i propri bambini (anche questo si è avuto il coraggio di normare) mentre ammalarsi in galera è la peggiore sventura che possa capitare. Può accadere nelle carceri italiane, come a Vibo Valentia e a Catanzaro, di imbattersi pure in disabili fisici e psichici, in vecchietti di 85 anni che sono in predicato di traslocare altrove ma che noi teniamo lì, in cattività, per mettere sul tavolo tutto il peso della violenza di stato, della terribilità. La verità è presto detta: il nostro è uno stato che, nel nome di Abele, sguazza nella illegalità, nella violazione dei diritti umani fondamentali, diviene esso stesso carnefice. Non ha proprio senso sostituirli gli orologi rotti in carcere: promettiamo di non segnalarlo al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il tempo è tiranno, è nemico: meglio non averne contezza. Ci sono in quei luoghi mortiferi colpevoli che provano a tirarsi da terra sollevandosi per i capelli, a non farsi corrodere dal tarlo della rassegnazione. Faticano, studiano, inventano dolci buonissimi, hanno lo sguardo terso di chi non si bagna nella stessa acqua di un tempo. Restano però lì perché “l’orologio” è “rotto” e il tribunale di sorveglianza di Catanzaro non concepisce misure alternative e benefici penitenziari. Tutto è fuori dal tempo in questa storia di orologi rotti. Lo è il carcere stesso: una struttura anacronistica che non dovrebbe più esistere, un ferro vecchio della storia. Si grida spesso che il carcere andrebbe migliorato, reso più umano. Non si può proprio migliorare uno spazio che nasce strutturalmente per arrecare dolore, nel quale, negli anni, migliaia di detenuti si sono tolti la vita. Lo avevano capito Gustav Radbruch ed Aldo Moro: «Non abbiamo bisogno di un diritto penale migliore ma di qualcosa di meglio del diritto penale». Noi non chiederemo la sostituzione degli orologi rotti. Non c’è nulla da sostituire: il carcere va solo superato. Sabrina Renna, Antonio Coniglio

Il lungo '68 delle carceri: da Torino al violento blitz di Alessandria. Storia delle rivolte in carcere finite nel sangue: la battaglia dei detenuti contro il codice Rocco. David Romoli su Il Riformista il 20 Agosto 2021. Sarà solo una coincidenza se la grande rivolta delle carceri italiane inizia in perfetta sincronia con l’altrettanto imprevista insurrezione operaia, nella primavera del 1969, e nella stessa città, Torino? Forse no. La situazione non era poi troppo diversa. In entrambe le realtà imperava una disciplina ferrea, un comando che non contemplava diritti. Nelle carceri, come nelle fabbriche, la restaurazione operata nella prima metà del decennio precedente non era stata scalfita negli anni 60. Nei penitenziari il timido tentativo di scostarsi dal modello sistematizzato all’inizio degli anni 30 dalla riforma Rocco azzardato all’inizio degli anni 50 era stato sbrigativamente rintuzzato con un ritorno pieno alla concezione esclusivamente afflittiva della pena. Un progetto di riforma si trascinava stancamente dall’inizio dei 60, senza che riuscisse a decollare. Ci sono altre affinità tra la nascita del movimento dei detenuti e l’esplosione di insubordinazione operaia. Come nelle fabbriche, anche nei penitenziari c’erano state avvisaglie precise già nel 1968, innescate dalla rivolta studentesca. All’inizio di luglio c’era stata una protesta molto vigorosa e partecipata nel carcere milanese di San Vittore per chiedere il rispetto della sentenza della Corte costituzionale che bollava come “illegittima” l’inchiesta svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. Il 16 luglio gli studenti avevano deciso di portare la loro solidarietà circondando il carcere. Da quel momento in molte città italiane si erano creati legami tra movimento studentesco e detenuti, anche in seguito al passaggio per le prigioni, breve ma frequente, degli studenti che venivano arrestati. Fu poi essenziale, in entrambe quelle realtà, il ricambio generazionale. È noto che nelle fabbriche furono gli operai più giovani, di solito immigrati, quasi sempre dequalificati, a frantumare l’ordine. Anche nelle carceri la gerarchia interna alla popolazione detenuta permetteva all’istituzione di mantenere l’ordine interno instaurando un rapporto privilegiato con i detenuti che, per provenienza, adesione alla criminalità organizzata o caratura criminale, comandavano la massa dei detenuti. I giovani che arrivavano nelle carceri, però, non accettavano più quella gerarchia. Alle Nuove di Torino la protesta esplose l’11 aprile 1969, giorno dello sciopero generale per l’uccisione di due persone negli scontri con la polizia di Battipaglia. I detenuti chiedevano la riforma del sistema penitenziario e fu sin dall’inizio una protesta diversa da quelle che si erano sporadicamente verificate negli anni precedenti, sempre legate a condizioni specifiche della singola prigione. Nei primi due giorni la gestione rimase nelle mani dei “boss” detenuti, poi passò al Comitato di base. I detenuti scelsero di evitare violenze e devastazioni, chiedendo in cambio l’impegno a evitare punizioni e trasferimenti. Non lo ottennero e nell’ultimo giorno della rivolta i detenuti distrussero uno dopo l’altro tutti i simboli dell’ordine carcerario oppressivo: la cappella, gli uffici matricola e personale, l’infermeria, l’impianto fognario, che risaliva al 1857, i macchinari con i quali si lavorava con turni di 8 ore per un compenso di 350 lire al giorno. Dalle Nuove la rivolta si estese a San Vittore. Il 14 aprile i detenuti assunsero il controllo del carcere, presero alcune guardie penitenziarie in ostaggio e ingaggiarono una vera battaglia con la polizia che irruppe all’alba del 16 aprile. Subito dopo fu il turno di Poggioreale, a Napoli. Da quel momento, per alcuni anni, le rivolte delle carceri furono all’ordine del giorno. Ripercorrerne l’elenco significa sfogliare un bollettino di guerra. I rapporti con il movimento che dilagava al di là delle mura delle prigioni si fecero sempre più stretti. Alla fine del ’69 nacquero, sull’onda delle lotte operaie, i principali gruppi della sinistra extraparlamentare. In particolare Lotta continua dedicò grandissima attenzione al movimento nelle prigioni, con un settore apposito e molto attivo, “I dannati della terra”, a cui si aggiunse poi il Soccorso Rosso di Dario Fo e Franca Rame. Nel biennio 1971-72, quello in cui le rivolte furono più frequenti e violente, le carceri furono, con fabbriche, scuole e università, la prima linea dello scontro sociale nel Paese, anche per l’emergere tra i detenuti di alcune figure di leader molto politicizzati, a partire da Sante Notarnicola, ex operaio comunista Fiat, già membro della banda Cavallero. I detenuti si ribellano per episodi specifici, come punizioni o trasferimenti in prigioni troppo lontane dalle famiglie, per le condizioni di vita nelle carceri fatiscenti o sovraffollate, per chiedere la riforma complessiva. Adoperano forme di mobilitazione molto diverse, dal rifiuto di rientrare dopo l’ora d’aria alla protesta sui tetti, dallo sciopero della fame alla vera e propria rivolta. Dal 1971 al 1973 le proteste si moltiplicarono senza che lo Stato si decidesse a varare l’attesa riforma. La tragedia arrivò nel 1974. Il 23 febbraio i detenuti delle Murate, carcere di Firenze, salirono sul tetto, tirando tegole agli agenti che risposero sparando. Un ragazzo di appena vent’anni, in carcere per furto, venne ucciso. Il 9 maggio si arrivò al bagno di sangue di Alessandria. Tre detenuti presero in ostaggio 13 persone, guardie o personale carcerario, si asserragliarono nelle cucine, poi nei bagni. Chiedevano un’auto e la garanzia di non essere seguiti. Non era una situazione inedita, episodi del genere si erano già verificati e di solito si risolvevano con una trattativa, aspettando che i detenuti si arrendessero. Ma in quel 9 maggio si era alla vigilia del referendum sul divorzio: lo Stato decise di dare una dimostrazione di forza. Le trattative, giovedì 9 maggio, furono affidate a tre giornalisti di cui i rivoltosi si fidavano ma all’improvviso la polizia tentò un blitz. Nella sparatoria furono uccisi da proiettili vaganti due ostaggi. Il giorno seguente le trattative ripresero, affidate stavolta a un prete, don Maurilio Guasco, e a un consigliere regionale del Pci. Ma da Botteghe oscure arrivò l’ordine di non immischiarsi e a trattare rimase solo don Guasco. I detenuti e i rivoltosi erano ormai chiusi in una stanzetta, ridotti allo stremo. Il generale Dalla Chiesa ordinò lo stesso il blitz. Si concluse con una strage: altri 3 ostaggi e 2 dei sequestratori morti. Era la vicenda più sanguinosa e tragica nella storia delle carceri italiane e lo sarebbe rimasta fino al 2020, quando a Modena, all’inizio della pandemia, sono stati uccisi nel disinteresse generale 9 detenuti. Il parroco mediatore provò a denunciare il comportamento assurdo dei reparti guidati da Dalla Chiesa. Repubblica rifiutò di pubblicare le sue lettere. Il procuratore di Genova Coco, poi ucciso dalle Br, disse che la testimonianza era “inficiata da animosità verso le forze dell’ordine”. Ci fu comunque un supplemento di indagine. Guasco si presentò quindi dal procuratore di Alessandria che gli chiarì la situazione in modo definitivo: “Lei è coraggioso ma anche un inguaribile ingenuo”. L’impatto della strage fu enorme. Il movimento dei detenuti si radicalizzò e proprio di lì nacque uno dei primi gruppi armati: i Nap, Nuclei armati proletari. Nel 1975 la riforma vide infine la luce. Sostituiva le regole Rocco del 1931. Assegnava alla pena una funzione rieducativa e non afflittiva. Sanciva la fine, almeno sulla carta, dell’isolamento dell’universo penitenziario. Garantiva il diritto al lavoro all’interno e all’esterno del carcere. Prometteva di difendere “la dignità della persona” anche se detenuta. Non corrispondeva in pieno alle richieste del movimento dei detenuti ma era comunque un passo avanti enorme. Che rimase lettera morta: l’emergenza terrorismo congelò tutto per altri 10 anni. David Romoli

I casi di Pianosa e Asinara. Sequestrati e deportati, la vendetta dello Stato su 532 detenuti dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Luglio 2021. Tragico anniversario quello della notte tre il 20 e il 21 luglio del 1992, ventinove anni fa, quando trecento uomini furono prelevati da diverse carceri, sequestrati e deportati. E poi torturati giorno dopo giorno, notte dopo notte, mentre da 300 erano diventati 532, nei luoghi detenzione speciale delle isole di Pianosa e Asinara, trasformate da colonie agricole a bunker dove consumare la vendetta di Stato. La rabbia e la rappresaglia furono la risposta all’assassinio di Paolo Borsellino. Così quella notte lo Stato indossò il passamontagna della vendetta. Fa una certa impressione, in questo luglio in cui siamo costretti a convivere con le bastonate di Santa Maria Capua Vetere e di chissà quante altre carceri italiane, e poi con il ricordo tragico del G8 del 2001 a Genova, sapere che nella nostra agenda sono segnate con l’inchiostro indelebile non solo le date degli assassinii di Falcone e di Borsellino ma anche quel che ne è seguito. Fino alla notte del 20 luglio. Non erano tutti mafiosi, i 300 che furono deportati nel buio, trascinati per i capelli, con o senza vestiti, fino alle isole che saranno maledette fino al 1998, quando furono di nuovo e finalmente lasciate allo splendore della loro natura e della loro fauna. La gran parte di loro era fatta di ragazzi in attesa di giudizio, pochissimi per reati legati alla mafia. Erano semplicemente i reclusi delle carceri del sud, dall’Ucciardone a Poggioreale. Ma furono spacciati, nelle cronache cieche e sorde allora più di oggi, per i boss che avevano assassinato i due magistrati. Peccato che i capimafia fossero invece tutti latitanti, e solo nel 1993 sarà arrestato Totò Riina. Ma l’importante era il “segnale”. Ecco come si concretizzò la risposta dello Stato, nelle parole di uno di loro, uno che ho incontrato io stessa a Pianosa e che si chiama Matteo Greco. La sua testimonianza è anche riportata nella tesi di laurea di Carmelo Musumeci, uno dei pochissimi condannati all’ergastolo ostativo che sono riusciti a dare un indirizzo diverso alla propria vita. Un percorso nello “stile Cartabia”. Ecco quel che successe a Matteo Greco quella notte. «Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, a un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata e il cancello, entrano in cella, circondano la branda e mi dicono: “Alzati, devi partire”. “Per dove?” Un secondino con la mano destra mi prende per i capelli tirandomi fuori dal letto, un altro mi dà un pugno dall’alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci… finché non cado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini.. Vengo fatto scendere all’aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e dove sono i miei vestiti. Infatti l’unico vestiario che ho è il pigiama che indosso e un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo sull’isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza». Questo è solo l’antipasto. Le testimonianze sono tutte uguali. Ecco che cosa è Pianosa, in quei giorni. «Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci… mi sbattono dentro una jeep, batto la testa, mi danno un pugno gridando “abbassa la testa bastardo”. Poi vengo fatto entrare in una cella d’isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d’acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile». «Mi viene ordinato di spogliarmi… a un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un’eternità! Svengo. Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama “Ma come è ridotta questa persona?”. Il suo lavoro (perché è obbligata) è far finta di nulla, infatti nel certificato per la medicazione scrive “Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella”». La routine quotidiana, nel racconto di Matteo Greco e in quello degli altri parla di un litro di acqua al giorno (sulle isole in piena estate), di cibo razionatissimo «dove si trova, sia nella pasta sia nel secondo, un po’ di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi». La notte gli agenti si divertivano, picchiavano un po’ i detenuti, poi andavano a bere. Ancora il racconto: «Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone, Faccetta nera». Poi all’aria, «si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata… e così si arriva al passeggio, il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti». La cosa più grave è che, al contrario di quel che succede oggi, perché comunque i detenuti hanno la possibilità di comunicare con l’esterno, con gli avvocati e i familiari, in quei giorni quei 532 erano letteralmente sequestrati, gli avvocati scoraggiati, una legale disperata dovette rinunciare alle visite dopo che era stata tenuta per ore in attesa sotto il sole e le era stata rifiutata l’acqua, poi spogliata e sottoposta a visita anche interna e privata del suo assorbente igienico. Nessuno doveva sapere quel che succedeva là dentro. Finché un giorno… «… viene a visitare il centro di tortura l’onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso l’avvisa che fra poco si alza il mare…». «L’indomani l’onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa… a malavoglia viene accompagnata…nota nel viso e negli occhi la paura, sono terrorizzati… alla fine l’onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto… “Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”, alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio… il comandante dice che il detenuto è malato al cervello, che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede… e io le racconto tutto». Naturalmente in seguito le botte sono arrivate ancora, ma, a detta di tutti, sono molto diminuite. Rompere l’isolamento era la cosa più importante. Ma il fatto è che a nulla sono valse le interrogazioni e le denunce. L’unica voce “stonata” fu quella di un bravo giudice di sorveglianza di Livorno, Rinaldo Merani, che in una relazione denunciò i pestaggi e le torture subite dai prigionieri. Qualcuno aveva subito persino finte esecuzioni, con tanto di pistola puntata alla tempia. Erano nel frattempo cominciate ad arrivare anche le proteste di qualche familiare, compresa la famosa lettera in cui la moglie di Scarantino denunciava come il marito fosse stato costretto a fare il “pentito”. Falso, come si appurerà solo 15 anni dopo che avrà mandato in galera tanti innocenti. La difficoltà ad avere processi sulle sevizie sui pestaggi, sulle torture, non gioverà quando finalmente due detenuti otterranno alla Cedu sentenze di condanna nei confronti dell’Italia, che sarà sanzionata per non aver saputo porre fine alle violenze, ma non anche per averle messe in atto. Perché a sette-otto anni di distanza era diventato quasi impossibile riconoscere su fotocopie sbiadite dal tempo le facce degli aguzzini né esibire certificati medici inesistenti, visto che a Pianosa e Asinara i detenuti continuavano a procurarsi piccole escoriazioni scivolando sulle scale.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

50 detenuti dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita: l’ultimo a Pavia. L’uomo si è suicidato con un lenzuolo annodato, approfittando proprio del suo stato di solitudine in cella e di un momento di mancanza di sorveglianza. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 28 novembre 2021. I detenuti continuano a suicidarsi. L’ultimo caso è avvenuto nel carcere Torre del Gallo di Pavia. Parliamo di un 46enne che stava scontando una pena a 5 anni e 4 mesi di reclusione per violenze e maltrattamenti. Si trovava in isolamento nel reparto protetti, dopo essere rientrato nella casa circondariale in seguito a una visita in ospedale. L’uomo si è suicidato con un lenzuolo annodato, approfittando proprio del suo stato di solitudine in cella e di un momento di mancanza di sorveglianza.

È il secondo suicidio dall’inizio del mese a Pavia

Si è trattato del secondo suicidio nel giro di un mese nel carcere pavese: il 25 ottobre scorso si è tolto la vita un detenuto di 36 anni. Anche in quel caso, parliamo di un ragazzo che ha approfittato di un momento di solitudine e di attenuamento della sorveglianza. Il suicidio del detenuto, originario del Torinese, su cui è in corso una inchiesta della procura, è stato il primo episodio più grave tra i diversi gesti di autolesionismo che si stanno verificando tra le sbarre, da diversi mesi, nella casa circondariale di Pavia.

La denuncia della garante provinciale di Pavia Laura Cesaris

«La situazione è molto preoccupante – ha denunciato, in quell’occasione, la garante dei detenuti delle tre strutture provinciali Laura Cesaris, docente di Giurisprudenza all’Università di Pavia –. I gesti di autolesionismo sono frequenti e sono, a mio avviso, la spia di un disagio sempre più diffuso e di un degrado ambientale, oltre che strutturale, che il carcere di Pavia sta vivendo».

Per la garante tra i nodi critici di Torre del Gallo c’è il sovraffollamento. «Questa è una situazione che si trascina da tempo e che va a esasperare altre situazioni, come la presenza alta di detenuti con patologie psichiatriche – ha spiegato Cesaris –. A questo bisogna aggiungere l’assenza di progetti per i detenuti, che possano rappresentare un’alternativa al malessere per la condizione della detenzione, come ad esempio i corsi scolastici, che da quest’anno si sono notevolmente ridotti. Ho scritto anche al ministero e ora aspetto una risposta».

Cinquantesimo suicidio su 124 detenuti deceduti

Con questo tragico episodio, siamo giunti al 50esimo suicidio dall’inizio dell’anno, su un totale di 124 detenuti deceduti. Una ecatombe di suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose. Ritornando al carcere di Pavia – esempio che rappresenta le criticità generali delle nostre carceri -, gli episodi di autolesionismo e il sovraffollamento si intrecciano con un altro problema: la carenza di medici. «C’è una totale insufficienza di assistenza sanitaria – ha denunciato sempre la garante dei detenuti Laura Cesaris –. Ci sono pochissimi medici in servizio, costretti a coprire i turni. I bandi purtroppo vanno deserti, perché fare il medico in carcere non riscuote interesse. Bisognerebbe perciò rendere più allettante questi incarichi, sia sul piano economico che dei punteggi. Questa carenza esaspera le situazioni di fragilità. Per quanto riguarda la psichiatria è prevista una copertura di medici fino al 31 dicembre, poi potrebbero restare solo in due. Si rischia il collasso».

Con l’aumento del sovraffollamento i rischi aumentano

Tutte problematiche che ritornano con prepotenza al livello nazionale. Finito l’effetto pandemia che, grazie soprattutto al lavoro della magistratura di sorveglianza, il sovraffollamento era cominciato a scendere, ora si rischia di ritornare ai numeri allarmanti come recentemente denunciato dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Tutto questo, nonostante sia stato prorogato il decreto “Ristori” per quanto riguarda il tema di licenze premio, permessi premio e detenzione domiciliare. Evidentemente non bastano, ma servirebbe un decreto ad hoc. Una terapia d’urto che disinneschi il malessere che affligge sia gli operati penitenziari che detenuti e detenute.

Il dramma delle prigioni italiane. Suicida in carcere 4 ore dopo l’arrivo: un morto alla settimana dall’inizio del 2021. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 18 Agosto 2021. Da mezzanotte alle quattro. Dal buio al buio. Come fosse la luce di prima lo sapremo quando arriveranno altre notizie. Come sarebbe stata la luce prossima non lo sapremo mai. È un detenuto che se ne è andato. Suicidio. Il carcere è quello di Vicenza. Un comunicato scarno del Garante nazionale dei detenuti. Un uomo si è suicidato a quattro ore dalla sua entrata nell’istituto detentivo veneto. La fase iniziale di un’ordinanza di custodia cautelare. Gli attimi, le ore più dure per chi s’incontra con le manette. Un trauma che comunque segnerà la vita per chi lo subisce. A volte l’esistenza la spezzano proprio gli esordi carcerari. L’ultimo detenuto suicidatosi è il trentaquattresimo della trentatreesima settimana dell’anno. Un morto la settimana, con cadenza in aumento. Un essere umano che, forzatamente, affida la propria vita nelle mani dello Stato. Lo Stato, il Custode più prezioso della collettività. Un custode distratto, che almeno una volta alla settimana si dimentica del proprio ruolo. Che spesso, dentro la galera, il ruolo lo svolge male. Così, un affidato nelle mani dello Stato, ritorna alla famiglia giusto il tempo per salutarsi in chiesa e poi rilasciare una tempesta di lacrime al cimitero. Quasi nessuno lo sa, ma una famiglia, ogni settimana, per tutte le settimane dell’anno, scopre che lo Stato è un padre distratto, un cattivo padre. E ogni sette giorni un detenuto entra in carcere col buio, se ne va col buio, si perde nel buio. Chi si toglie la vita non scrive mai un trattato sul proprio dramma esistenziale. Al massimo lascia qualche riga, sulla quale si esercitano le interpretazioni. Il suicidio è sempre un enigma, dovunque avvenga. Quando si realizza fra mura che per quanto buie dovrebbero essere sicure, una parte del giallo si scioglie, perché il carcere italiano può pure essere morte, lo abbiamo visto tante volte. E lo sappiamo: il morto di Vicenza è il trentaquattresimo. La prossima settimana un altro si perderà nel buio.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Sintesi dell’articolo di Clemente Pistilli per “Il Venerdì” pubblicata da “la Verità” il 19 agosto 2021. Un detenuto ha potuto lavorare mentre stava scontando la pena detentiva, ma gli è stato impedito appena scarcerato. Succede a Vincenzo D'Aversa, 53 anni, autotrasportatore di Pontinia (Latina). In un momento di difficoltà economica in famiglia, l'uomo ha accettato di fare il corriere della droga tra l'Olanda e l'Italia, ma nel 2014 è stato arrestato perché trovato con 11 chili di cocaina sul camion. Durante la carcerazione, D'Aversa aveva ottenuto l'affidamento ai servizi sociali e il permesso di tornare alla guida dei camion, sempre sotto il controllo dei carabinieri e senza mai sgarrare. A pochi giorni dal fine pena, però, il prefetto di Latina gli ha ritirato la patente per indegnità morale a causa della condanna. D'Aversa ha fatto ricorso ma dopo due anni il ministero dell'Interno non gli ha ancora risposto. 

Ignorate le direttive del Dap. Ora d’aria nella canicola: così il carcere si trasforma in una tortura. Samuele Ciambriello su Il Riformista il 14 Agosto 2021. Nel corso degli anni, in questo periodo, associazioni, garanti dei detenuti, cappellani hanno sollecitato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel rispetto dell’ordinamento penitenziario, ad adottare misure operative, interventi volti a rendere meno afflittiva la detenzione: docce più frequenti, intensificazione dei colloqui e delle telefonate con i familiari, apertura dei blindati anche nelle ore notturne, disponibilità di borse termiche o di ghiaccio, acquisto di ventilatori a batteria di piccole dimensioni. Interventi che non devono essere limitati alla sola emergenza estiva ma, alla luce del sovraffollamento e della mancanza di spazi di socialità, vanno applicati in maniera stabile e organica. Uno di questi interventi, previsti dalla circolare di giugno del direttore generale del Dap Gianfranco De Gesu recita testualmente: «Si invitano i direttori ad adottare le necessarie misure affinchè la permanenza dei detenuti all’aria aperta sia anticipata o posticipata, se del caso, in orari mattinali e pomeridiani non coincidenti con le fasce orarie nelle quali è sconsigliata per la popolazione l’esposizione al sole diretto». Tradotto in sano realismo: a tutti i detenuti sono consentite due ore d’aria di mattina, dalle 9 alle 11, e altre due nel tardo pomeriggio, quindi non sotto il sole dalle 13 alle 15! Mi chiedo sommessamente: si applica questa disposizione a Poggioreale, Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e in tutti gli altri istituti penitenziari campani? Dalla finestra del mio ufficio al Centro direzionale vedo Poggioreale, per esempio, e non è così! E così in tante altre carceri. Lo so, il mio ritmo è incalzante, la mia è una voce ostinata, un urlo contro il silenzio. Lo so che tanti populisti e giustizialisti mi vorrebbero con loro, con i detenuti, sulla graticola. Una destra pistolera, fascistoide e antidemocratica non vuole rispettare la Costituzione né l’ordinamento penitenziario. Ma gli altri che tacciono e omettono, dimostrando tutta la loro pavidità, mi preoccupano allo stesso modo. Nel carcere, in questo luogo senza tempo, il dettato costituzionale assegna alla pena una funzione rieducativa, non afflittiva o vendicativa. Il carcere è un luogo in cui i sentimenti, le emozioni, le passioni di una persona sono messe a dura prova. Qui gli spazi ricavati tra edifici impersonali, le dotazioni igienico-sanitarie insufficienti nelle celle, i colloqui con familiari e figli non tutelano dignità e affettività dei reclusi. Perchè allora, nelle carceri, non si applicano almeno le circolari del Dap che chiedono di adottare alcune misure per migliorare le condizioni detentive nella stagione estiva? Samuele Ciambriello 

Il violento j’accuse di Calamandrei sulle prigioni italiane: «Luoghi di tortura». Calamandrei in uno dei suoi primi interventi parlamentari del 1948. Non è difficile notare quanto siano attuali le sue parole sulla condizione carceraria. di Damiano Aliprandi su Il Dubbio l'11 agosto 2021. «Bisogna aver visto!», è la parola d’ordine che dette Piero Calamandrei in uno dei suoi primi interventi parlamentari del 1948. Non è difficile notare quanto siano attuali le sue parole sulla condizione carceraria. Riprese quel suo intervento sulle carceri nell’introduzione al numero 3 del marzo del 1949 della rivista Il Ponte, che titolò “Bisogna aver visto”. Ecco uno stralcio: «Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori». Qui invece riportiamo il passaggio fondamentale del suo lungo intervento: «Onorevoli colleghi, al Senato è stato parlato lungamente delle carceri. È un argomento sul quale, credo che quello che dirò non potrà suscitare opposizione o interruzioni da nessuna parte. Si è parlato lungamente delle carceri e ne hanno parlato soprattutto coloro che più avevano il diritto di parlarne, cioè quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto e che hanno sperimentato quel che vuol dire esser recluso per dieci o venti anni. Signor Ministro, alle raccomandazioni fatte al Senato sulla necessità di una riforma fondamentale dei metodi carcerari e degli stabilimenti di pena, ella ha risposto dando generiche assicurazioni. Ora, io vorrei che non ci si contentasse di assicurazioni non impegnative, come tutti i Ministri – anche quando sono seri e coscienziosi come ella è – sono disposti a dare, nel rispondere alle osservazioni che si fanno sui loro bilanci. Io vorrei che da questa esperienza di dolore che colleghi di questa Camera e del Senato hanno sofferto, nascesse per l’avvenire un effetto di bene». «Questo mistero inesplicabile della vita umana che è il dolore, si può forse avvicinarsi a spiegarlo, soltanto quando si pensi che il dolore di un uomo possa servire a risparmiare il dolore ad altri uomini; e allora si sente che anche il dolore può avere la sua ragione. Ora, questa esperienza di dolore che i nostri colleghi hanno fatto non deve andare perduta. In Italia il pubblico non sa abbastanza – e anche qui molti deputati tra quelli che non hanno avuto l’onore di esperimentare la prigionia, non sanno – che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto». «Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d’appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe esser pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima esperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare. Vedere! questo è il punto essenziale». «Per questo, signor Ministro, ho presentato un ordine del giorno con cui si chiede al Governo di nominare una Commissione d’inchiesta parlamentare fatta di deputati e senatori, fra i quali siano inclusi in gran numero coloro che hanno sperimentato la vita dei reclusori; in modo che gli esperti possano servir di guida agli altri in queste ispezioni che dovrebbero compiersi non con visite solenni e preannunciate, come è accaduto di recente nel carcere di Poggioreale, ma con improvvise sorprese e con i più ampi poteri di interrogare agenti carcerari e reclusi, ad uno ad uno, a tu per tu, da uomo a uomo, senza controlli e senza sorveglianza. Solo così si potrà sapere come veramente si vive nelle carceri italiane. Voi sapete che quel sorprendente opuscolo che costituisce una delle glorie più grandi della civiltà italiana, quel miracoloso li In Gabbia Intervento alla Camera dei Deputati, 27 ottobre 1948. Bisogna aver visto bretto “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, che riuscì ad abolire in pochi anni in Europa la tortura e la pena di morte, è nato, direi quasi, per caso, proprio perché qualcuno aveva visto come si viveva e si soffriva nelle prigioni. Il Beccaria non era un giurista, era un economista: andava la sera in casa degli amici conti Verri, uno dei quali, Alessandro, ricopriva in quegli anni il pietoso ufficio di “protettore dei carcerati”». «La sera Alessandro raccontava agli amici quello che aveva visto nell’esercitar quella sua missione caritatevole: gli orrori di quelle carceri, le sofferenze di quei torturati; e il Beccaria ne rimase talmente turbato che non come un trattato scientifico, ma come un grido di angoscia sentì uscir dal suo cuore quelle poche pagine che bastarono in pochi anni a travolgere in tutta l’Europa i patiboli e gli strumenti di tortura. Ora, onorevoli colleghi, questo bisogna confessar chiaramente: che oggi in tutto il mondo civile, nella mite ed umana Europa, a occidente o a oriente e anche in Italia ( ma forse in Italia meno che in altri Paesi d’Europa) non solo esistono ancora prigioni crudeli come ai tempi di Beccaria, ma esiste ancora, forse peggiore che ai tempi di Beccaria, la tortura. Questi sono argomenti sui quali di solito si ama di non insistere; si preferisce scivolare e cambiar discorso. Eppure bisogna avere il coraggio di fermarcisi. Ai primi di settembre, al congresso dell’Unione parlamentare europea ad Interlaken, al quale intervennero numerosi colleghi che vedo presenti in quest’aula, ci accadde, nel discutere un disegno preliminare di costituzione federale europea, di imbatterci in un articolo, che nella sua semplicità era più terribile di qualsiasi invettiva: “È vietata la tortura”. Nel leggerlo, abbiamo provato un’impressione di terrore: in Europa nel 1948, c’è dunque ancora bisogno di inserire nel progetto di una costituzione federale, da cui potranno essere retti domani gli Stati uniti d’Europa, questa avvertenza?».

Due lauree e un Master in carcere, ma per i giudici è ancora pericoloso. Un detenuto vuole cambiare vita e in carcere si laurea due volte: prima in Giurisprudenza e poi in Economia (oltre al Master). Ma per i giudici di Sorveglianza di Bologna potrebbe «reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico». Il Dubbio il 9 agosto 2021. Prende due lauree in carcere con l’obiettivo di cambiare vita, ma per i giudici del tribunale di Sorveglianza di Bologna, il detenuto (con un passato nei “Casalesi”), condannato a 18 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona, non merita di lasciare la casa circondariale in cui è rinchiuso perché «la laurea conseguita in carcere e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene possano affinare le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico».

Ricorso a Strasburgo. La storia, a dir poco allucinante sotto il profilo giuridico, ma soprattutto da un punto di vista sociale e rieducativo, è stata riportata dal Corriere della Sera, in un corsivo a firma di Luigi Ferrarella che, a giusta ragione, critica il provvedimento dei giudici, spiegando che gli avvocati – il professor Giovanni Maria Flick e il legale Francesca Cancellare – faranno ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo.

No ai domiciliari nonostante i problemi di salute. La Dda di Venezia, secondo quanto riportato dal Corsera, aveva dato parere favorevole ad alcuni permessi, stante il distacco dell’imputato dall’organizzazione mafiosa di cui aveva fatto parte. Ma ciò non è bastato per mandarlo ai domiciliari, evidenziando nel ricorso anche i problemi di salute, che non lo rendono compatibile con il sistema carcerario. Insomma, in Italia se un detenuto si laurea per due volte con 110 e lode in Giurisprudenza e Economia e a ciò aggiunge un master per giuristi d’impresa, è considerato, da alcuni giudici, ancora un mafioso pericoloso.

Il caso di un ex affiliato al clan dei casalesi. No ai domiciliari perché in carcere ha preso due lauree: “Ha affinato gli strumenti per reiterare illeciti”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 9 Agosto 2021. Ha studiato in carcere, ha preso due lauree, ha investito il tempo della detenzione come tempo della riabilitazione. Sarebbe potuto diventare un simbolo, un monumento ai percorsi riabilitativi dietro le sbarre, alla risocializzazione che il carcere dovrebbe avere come causa e scopo. E invece: niente arresti domiciliari, e per motivi di salute, anche in virtù degli studi che avrebbero potuto affinare le sue capacità e possibilità criminali. La storia, tra l’incredibile e l’assurdo, l’ha raccontata Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera. Una specie di condanna a prescindere, una recidiva data per scontata se non per aggravata dal percorso intrapreso in cella dal detenuto. Il Tribunale di Sorveglianza seppellisce in una manciata di righe il concetto di riabilitazione in carcere. Il detenuto era legato al clan dei Casalesi, Camorra, egemone nel casertano e con interessi nazionali e internazionali. Condannato a 18 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona. La Procura distrettuale antimafia di Venezia ha riconosciuto il suo distacco dall’organizzazione e quindi l’uomo ha usufruito di permessi e investito il tempo in carcere alla formazione, allo studio, all’istruzione. Giurisprudenza: 110 e lode. Economia: anche lì 110 e lode. E quindi un master per giuristi di impresa. Quando lo stesso detenuto ha fatto richiesta, per motivi di salute, della detenzione domiciliare è arrivato il “niet” del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. E non solo perché la sua salute sarebbe compatibile con la permanenza dietro le sbarre ma anche in virtù di una psicologia che sarebbe incline a ostentare superiorità e quindi per “la laurea conseguita in carcere e la frequentazione di un master per giurista di imprese si ritiene possano affinare le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”. Ferrarella, nell’articolo sul quotidiano di via Solferino, riporta le parole del professor Giovanni Maria Flick e dell’avvocato Francesca Cancellare: “Ma così l’istruzione passa da primario strumento del trattamento penitenziario e volano di emancipazione per un futuro oltre la pena (come previsto dalla nostra Costituzione e dalle fonti sovranazionali) a sintomo di pericolosità sociale dei detenuti”. Tutto il contrario di quanto viene propagandato e promesso insomma. La Cassazione, come nel 68% dei casi, ha dichiarato il ricorso inammissibile. L’esperienza dei Poli penitenziari universitari, lo scorso maggio, dopo il primo triennio di vita della Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari, ha riportato i dati nei quali gli atenei aderenti con studenti attivi sono passati da 27 nel 2018-’19 a 32 nel 2020-’21 (con un incremento del 18,5%); gli istituti penitenziari che hanno aderito al progetto di rendere i detenuti studenti sono passati da 70 a 82 (+17,1%); il numero di studenti iscritti è passato da 796 a 1.034 (+29,9%). Buone notizie per quanto riguarda la componente femminile: le detenute studentesse erano appena 28 nel 2018-’19 e sono 64 attualmente (con un incremento del 128,6%). Quanto potrebbe incitare allo studio, alla formazione dietro le sbarre questa storia è invece un enigma. Intanto il 68% dei detenuti italiani che espia la propria pena in carcere incorre nella recidiva; il 19% di chi invece accedere a misure alternative della pena. Dei 154 euro che si spendono al giorno per un detenuto, alla rieducazione sono dedicati appena 35 centesimi. Alla faccia della riabilitazione.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L’Italia e i rischi della radicalizzazione religiosa in carcere. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 19 luglio 2021. Le organizzazioni appartenenti all’internazionale del terrorismo islamista non reclutano soltanto in rete e in spazi semi-aperti come le moschee, i centri culturali e le scuole coraniche, ma anche in teatri chiusi come le carceri. I catechisti del jihadismo possono essere degli agenti insospettabili, come i cappellani col turbante in regolare servizio presso l’istituto penitenziario, ma, molto più spesso, sono dei detenuti per terrorismo che fanno leva sul loro carisma per manipolare i più psicolabili e convertirli all’islam radicale. La questione della radicalizzazione religiosa nelle carceri è un fenomeno pressoché universale. Seppure maggiormente percepito in Europa occidentale, specialmente in Belgio e Francia, il problema avvolge in maniera simile ogni continente, dalle Americhe – in particolare gli Stati Uniti – all’Oceania. E l’Italia, pur essendo la grande mosca bianca del mondo avanzato in materia di terrorismo jihadista, non è esente dalla diffusione perniciosa dell’islam radicale all’interno del sistema carcerario.

I numeri del fenomeno. L’Italia non ha un problema in termini di integrazione paragonabile a quello degli altri attori multiculturali del Vecchio Continente, ma i numeri provenienti dalle carceri segnalano un fenomeno da non sottovalutare: la tendenza alla sovrarappresentazione statistica dei musulmani. Pur rappresentando soltanto il 5% della popolazione totale del Bel Paese, coloro hanno recitato la Shahada costituirebbero il 20% della collettività carceraria. Perché l’islam, secondo quanto appurato dall’Ispi, sarebbe la fede praticata da “più un detenuto su cinque”. Una tendenza preoccupante quella dell’embrionale radicalizzazione religiosa negli istituti penitenziari italiani, perché negli anni recenti ha dimostrato di poter fabbricare terroristi. È noto, ad esempio, che Anis Amri, l’attentatore di Berlino 2016 (12 morti e 56 feriti), fosse stato introdotto all’islam radicale durante una permanenza nelle carceri siciliane. E i servizi segreti, che da anni monitorano il panorama carcerario in chiave preventiva, nelle loro relazioni annuali confermano: le prigioni italiane sono oramai considerabili, a tutti gli effetti, dei luoghi di radicalizzazione. Una situazione, quella dei penitenziari nostrani, che può essere compresa pienamente soltanto dando uno sguardo ai numeri:

I detenuti per terrorismo islamista costituiscono un terzo di tutti i reclusi per reati afferenti al terrorismo (religioso e politico, internazionale e domestico), ovvero 66 su 94 (dati 2018).

I detenuti sorvegliati perché in odore di radicalizzazione religiosa sono 478, dei quali 233 appartenenti alla fascia di rischio più elevata, 103 alla fascia media e 142 alla fascia bassa (dati 2018).

Poco più della metà dei 478 di cui sopra è originario di Tunisia e Marocco, che, insieme, rappresentano la casa del 53,77% di tutti i radicalizzati.

79 i detenuti stranieri che, ritenuti nocivi per la sicurezza nazionale a causa della loro radicalizzazione, sono stati espulsi a pena espiata nel corso del 2018.

Le cifre sono relative all’anno 2018, ma la cronaca recente è ricca di casi utili a ricostruire il panorama della radicalizzazione religiosa nelle carceri italiane. Quest’anno, ad esempio, risaltano per significatività le operazioni che hanno condotto all’interruzione delle attività di proselitismo di un detenuto nel carcere di Cosenza e di un imam in servizio presso il carcere San Michele di Alessandria.

Come agiscono le autorità? La strategia nostrana è basata sul connubio tra prevenzione morbida e azione dura, ovvero tra impiego di imam forniti dall’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII) – sulla base di un’intesa risalente al 2015 – ed espulsioni dei detenuti condannati per terrorismo islamista e/o rei di radicalizzazione religiosa. L’avere una tradizione di lotta (efficace) al terrorismo – che la dirigenza ha saputo adattare al mutamento dei tempi – e l’esistenza di accordi tra le autorità pubbliche e quelle religiose, in breve, rappresentano gli ingredienti principali di quella ricetta che, da anni, sta difendendo la sicurezza nazionale dell’Italia. Le problematiche, però, non mancano: l’organico degli imam in servizio è cronicamente insufficiente – soltanto 13 autorizzati, per un totale di 231 istituti penitenziari –, i piani di reinserimento sociale scarseggiano – considerando che sette detenuti su dieci tornano a delinquere all’atto della scarcerazione, le autorità dovrebbero chiedersi cosa accade a radicalizzati e terroristi che non vengono né espulsi né recuperati – e, come nel caso delle altre nazioni disaminate nel corso della rubrica, non si dovrebbe commettere l’errore di focalizzare l’attenzione sulle carceri trascurando gli altri luoghi di radicalizzazione, in primis le periferie. Perché le carceri non sono il problema: sono una parte del problema. E il problema, in Italia come in Francia, sono i limiti anelastici delle capacità di accoglienza dei sistemi di integrazione, l’errore generalizzato di trasformare i quartieri multiculturali in ghetti monoetnici e il bistrattamento delle minoranze per scopi elettorali. La vera prevenzione, più che dietro le sbarre, va e andrà esperita proprio lì: in tutte quelle realtà territoriali che, per ragioni etno-demografiche, rischiano di trasformarsi in banlieue in salsa italiana.

Una infanzia difficile, i furti e poi il carcere: lì nasce l’amore per il teatro. La storia di Peppe, da delinquente a drammaturgo: “Sono cambiato e ora sono l’uomo più ricco del mondo”. Rossella Grasso su Il Riformista l'8 Luglio 2021. Lo chiamavano “Pepp ‘o Biondo” ed era il terrore delle banche, ne ha rapinate a centinaia. Ora Peppe De Vincentis, napoletano, è uno scrittore, attore e drammaturgo. È come se avesse vissuto due vite: la prima segnata da illegalità e violenza, nella seconda l’arte e il bello hanno trionfato. La sua è stata una vera e propria catarsi. La sua vita è la testimonianza vivente che cambiare si può, soprattutto se vengono date le occasioni per cambiare come è successo a Peppe che in carcere ha trovato la forza e il modo di cambiare vita.

La Storia di Peppe De Vincentis. “Io non sono mai stato un uomo di strada, un criminale – ha raccontato Peppe – Si ho rubato, rubato e rubato ancora. Adesso sono un drammaturgo. Oggi vivo nella più squallida povertà, ma sono talmente ricco che manco lo immaginavo di avere tutte queste cose. I soldi non sono mai serviti. Se lo avessi capito allora, sarei l’uomo più ricco del mondo oggi”. A spingere Peppe a “fare il monello” è stato il morso della fame. “Per mangiare dovevo rubare – continua il suo racconto – All’inizio prendevo gli avanzi da terra, nei cestini, quello che rimaneva sui tavoli nei ristoranti. Ma non bastava. Ero un bambino e ho cominciato a fare piccoli furti. Per vestirmi salivo suoi balconi per rubare gli abiti. Li indossavo che erano ancora bagnati ma almeno erano puliti”. Originario dei quartieri spagnoli, da bambino è stato trapiantato nelle baracche di Cavalleggeri a Fuorigrotta. Aveva 5 anni e in quelle baracche non c’era nulla, nemmeno l’acqua corrente, scuola, chiesa assistenza sociale, “Eravamo abbandonati a noi stessi”, dice. Sua mamma morì che aveva 30 anni. “Non mi sono potuto permettere l’adolescenza, ho iniziato a sognare che ero già anziano, sin da bambino ho avuto solo incubi che mi sono provocato anche da solo”, ricorda, ammettendo di essere stato l’unico artefice delle sue scelte sbagliate. Poi il trasferimento a Secondigliano che all’epoca era un quartiere nuovo e pieno di alberi. Peppe a scuola ci è andato poco e niente. Rimasto con il padre e la sua compagna, a 10 anni lavorava già come barista. “Ma i sodi non bastavano: la compagna di mio padre si prendeva quello che guadagnavo e lui spesso mi picchiava. Non ce l’ho fatta più e sono andato via di casa”. “Ho conosciuto persone sbagliate e ho cominciato a rubare auto, poi nei negozi e man mano anche banche e poste, dove c’erano veramente i soldi – continua il racconto – Non avevo mai avuto soldi e quando arrivano tutti insieme si affoga. Non li sapevo gestire, ne ho fatti tanti ma li buttavo via come se non fossero niente perché non li avevo guadagnati. Dico che sono stato un delinquente ma mai un criminale: non ho mai voluto fare del male a nessuno. Se potevo aiutare, a modo mio, aiutavo”.

L’esperienza in carcere. Peppe è finito in carcere che era ancora un ragazzo. Il suo inizio è stato traumatico. Avevo 19 anni, ero un ragazzino – racconta – un uomo venne accoltellato nella mia cella. Rimasi scioccato. Mi ci vollero diversi mesi per riprendermi. È una situazione a cui poi però ci si abitua. Sono uscito dopo tanto tempo. Pensavo che il carcere mi avesse messo paura e invece ne sono uscito più forgiato ancora”. Per Peppe il carcere è stata un’università del crimine, ci ha trascorso una trentina di anni. Lì ha conosciuto pezzi grossi della criminalità. “L’ultima detenzione che ho fatto, dico, ho detto e dirò sempre di essere innocente. L’unica cosa che dovevo pagare era la mia reticenza, non avrei mai fatto i nomi di chi è stato e ho scontato 12 anni da innocente”. E qui che avviene il suo cambiamento radicale. Peppe ‘o biondo cominciò a lavorare in carcere facendo anche i lavori più umili. “Non ho avuto la metamorfosi per paura – racconta Peppe – Ma una presa di coscienza. Sono anche finito al manicomio e lì ho iniziato a pensare e a capire. Poi le lacrime dei miei figli…era un prezzo troppo grande da pagare”.

“In carcere si può cambiare solo se lo vuoi”. “Il carcere non contribuisce a cambiare la gente – dice con amarezza ma convinzione – Non dà nessuna educazione, forgia solo alla violenza perché è solo restrizione. In qualsiasi carcere c’è anche un solo corrotto è il carcere più vigliacco che c’è. Picchiano i detenuti, io stesso le ho prese. Chi però vuole cambiare in se stesso, deve guardare il carcere non come te lo propongono, ma come io ho voluto guardarlo: il carcere per imparare a studiare, per fare teatro, per uscire dalla malavita. Ma deve essere il detenuto a farlo perché le strutture, le istituzioni, non danno niente per farlo”. Così Peppe in carcere ha cercato e accolto le possibilità come la formazione. Prima con il corso di arte presepiale, dove ha scoperto di avere un vero talento che non si aspettava e poi il teatro. “Andai al corso e me ne innamorai in 10 minuti – continua – Ho cominciato a scrivere copioni. La prima recita è stata a Benevento messi in scena dai docenti che mi insegnavano il teatro. Da allora non mi sono più fermato a scrivere”. Peppe è uscito dal carcere grazie al teatro. È andato a vivere nel teatro dei suoi insegnanti: “Io un delinquente che porta le chiavi del teatro…dove ci sono anche gli incassi…mi fu data fiducia…mi sentiii finalmente fiero di me”.

Le condizioni umane in carcere fa la differenza. A fare la differenza per Peppe probabilmente è stata anche quella umanità dei direttori e degli agenti penitenziari che ha incontrato nella sua ultima detenzione. Peppe ha raccontato la sua storia in un libro dal titolo “Il campo del male” ed è stata raccontata anche nel film documentario “La Conversione” di Giovanni Meola. “Ora amo scrivere e amo fare l’attore e amo anche fare un’altra cosa: davanti ai boss e ai malavitosi ai ragazzi dico "non vi mettete con questa gente, non sono buoni". Se posso scipparne qualcuno alla malavita, e un paio li ho scippati, sono felice. Ora stanno lavorando onestamente, li incontro per strada e ci abbracciamo. Uno di loro si chiama Armando, vive a Secondigliano e oggi fa il pizzaiolo. Prima vendeva la droga. Non la vende più”.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

La proposta della Commissione Lattanzi. Messa alla prova, cosa è la proposta che potrebbe svuotare le carceri. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Giugno 2021. Se proprio il carcere deve esistere, se proprio si pensa di ricostruire il patto spezzato con la comunità riducendo in cattività il protagonista di quella rottura, si dia almeno dignità alle condizioni di vita dei prigionieri. E ancora non ci siamo, nonostante la presenza al governo di una ministra come Marta Cartabia, dotata di una sensibilità particolare e anche della conoscenza diretta degli istituti penitenziari, visitati durante la sua permanenza alla Corte Costituzionale. Nel corso della relazione presentata al Parlamento da Mauro Palma, che delle carceri e di tutte le altre istituzioni totali è il garante, due giorni fa alla presenza della stessa guardasigilli, e sui giornali di ieri, è passata quasi inosservata l’unica vera notizia: le prigioni italiane sono ancora in grave crisi di sovraffollamento, poco o nulla sembra cambiato dopo l’intervallo che ha obbligato le istituzioni a sfoltirle un po’ per evitare una strage da Covid. I numeri ci dicono poco, in realtà, e poco ci consolano. Intanto perché se lo spazio sufficiente a dare dignità alla detenzione è di 47.000 posti e ce ne mettiamo 53.000, vuol dire che ce ne sono già 6.000 in eccesso. Ma poi, e soprattutto, perché, se da gennaio di quest’anno fino a oggi il ritmo di crescita è tornato a essere quello di prima dell’emergenza sanitaria, vuol dire che non è cambiata la mentalità, che non sono cambiate le abitudini di chi assume la decisione di privare una persona della sua libertà. La custodia cautelare, prima di tutto. Siamo fermi, nella sostanza, alla riforma del 1996 e alle tre condizioni che ne determinano la possibilità, il pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Ma soprattutto siamo fermi all’interpretazione largamente estensiva che ne danno i magistrati nell’applicarla. Ricordo bene la discussione che una Commissione giustizia di deputati molto preparati (e molto rimpianti) aveva svolto con puntualità. Mai si sarebbe immaginato che un pubblico ministero, venticinque anni dopo, avrebbe ritenuto di dover mandare in carcere per pericolo di fuga i tre dirigenti della funivia che porta al Mottarone, eventuali responsabili di un reato colposo. Quali erano gli indizi che provavano che i tre stesso scappando? Un programma di fuga carpito da un’intercettazione, una visita a un’agenzia di viaggi? Domande concrete senza risposta. E per fortuna che a Verbania c’era anche una giudice che usava la propria testa al posto del consueto copia-e-incolla. I detenuti in carcere in attesa di processo sono oltre il 30%, un dato che non si alleggerisce mai. E stiamo parlando presunti innocenti, la metà dei quali avrà poi una sentenza di assoluzione. Il referendum del Partito radicale e della Lega, che interviene sul punto della ripetizione di reati “della stessa specie”, qualora determinasse una modifica legislativa potrebbe avere un effetto parzialmente deflattivo. Ma se i pubblici ministeri e i giudici troppo spesso loro amici capissero che quel che è successo durante l’emergenza-covid, con le sospensioni della pena e arresti e detenzione domiciliare, non hanno determinato nessuna conseguenza negativa e potrebbero diventare realtà ordinaria, non solo diminuirebbe il sovraffollamento, ma tutti noi vivremmo in una società più civile e più vicina a quella di uno Stato di diritto. Secondo i dati diffusi da Mauro Palma, tra i condannati reclusi, circa la metà, cioè 26.000, deve scontare una pena inferiore a tre anni, e di questi circa 7000 sono stati condannati a meno di tre anni di carcere. È possibile che non esista la possibilità di una sanzione alternativa? La commissione Lattanzi, istituita dalla ministra Cartabia, propone l’estensione ai reati puniti con il carcere fino a dieci anni l’applicazione dell’istituto della “messa alla prova”. È una buona proposta, e speriamo che venga trasformata presto in emendamento e che non trovi ostacoli alla sua approvazione. Ma il “populismo giudiziario” di quelli che vogliono chiudere le celle e buttare le chiavi è sempre in agguato. Parliamo di politici, ma anche di giornalisti. Difficile dimenticare quel che successe un anno fa, quando l’allora capo del Dap Francesco Basentini fu strattonato a costretto alle dimissioni per aver inviato una circolare di tipo umanitario perché i direttori delle carceri segnalassero i detenuti anziani e malati a rischio contagio da Covid. I suoi successori (la circolare fu subito ritirata) Dino Petralia e Francesco Tartaglia, pm “antimafia”, paiono molto più muscolari di Basentini. E sono ancora lì. La neo-ministra non ha pensato di sostituirli con qualche vero riformatore. Ce ne sono, garantiamo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

“In carcere 26.385 detenuti con una pena inferiore ai tre anni”. Sono i dati della relazione annuale che Mauro Palma, presidente del collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà, illustrerà lunedì prossimo in Parlamento. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 17 giugno 2021. Lunedì prossimo, 21 giugno, ci sarà la relazione annuale al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà. Alle ore 11 il saluto del presidente della Camera Roberto Fico, dopodiché verrà presentata la relazione da Mauro Palma, presidente del Garante nazione, infine ci sarà il saluto di chiusura della ministra della Giustizia Marta Cartabia. La relazione si articola in varie sezioni.

La relazione del Garante Mauro Palma, prima parte: il “populismo penale”. La prima parte di divide in diversi capitoli. Nello specifico, il primo riguarda l’analisi del fenomeno del cosiddetto “populismo penale” che secondo il Garante ha trovato espressione nel contrasto alle detenzioni domiciliari concesse per consentire al sistema penitenziario di prevenire il contagio all’interno degli Istituti. Il secondo è quello relativo all’adozione delle navi quarantena per le persone migranti che arrivano irregolarmente in Italia. Il terzo è sulle Residenze sanitarie assistenziali per persone anziane che con il Covid sono divenute manifestamente dei luoghi chiusi. Il quarto capitolo riguarda l’introduzione, in base al decreto-legge 21 ottobre 2020 n. 130, del diritto di reclamo per i migranti trattenuti. Il quinto capitolo dal titolo “Ordine dentro, ordine fuori” è sul rapporto tra le forze di polizia interne agli Istituti penitenziari e quelle che agiscono all’esterno, questione emersa con forza nel dibattito successivo ai gravi disordini scoppiati in carcere nel marzo 2020. Infine si affronta il tema riguardante la designazione in norma primaria del Garante nazionale quale National preventive mechanism (Npm) in base al Protocollo Onu sulla prevenzione della tortura-Opcat e la modifica del nome del Garante nazionale con l’eliminazione del riferimento al termine “detenuti”.

I dati: la popolazione detenuta è in flessione. Veniamo ai dati che riguardano il tema penale. Il Garante nazionale ne anticipa alcuni. Se il 2020 era iniziato con 60.971 presenze negli Istituti penitenziari, il 2021 è iniziato con 53.329. La popolazione detenuta, quindi, ha avuto una flessione. La decrescita, secondo il Garante, ovviamente è dipesa dai minori ingressi dalla libertà e dal maggiore ricorso alla detenzione domiciliare (principalmente dovuta a maggiore attività della magistratura di sorveglianza, piuttosto che all’efficacia dei provvedimenti governativi adottati). Il Garante nazionale sottolinea la pur limitata ripresa della crescita dei numeri che determina l’attuale registrazione di 53.661 (al 7 giugno 2021) persone, anche se il numero di coloro che sono effettivamente presenti è 52.634, usufruendo gli altri della licenza prolungata nella semilibertà. La capienza è di 50.781 posti, di cui effettivamente disponibili 47.445.

La durata delle pene. Il Garante anticipa anche due questioni sulla durata delle pene che possono essere utili al dibattito attuale: 26.385 devono rimanere in carcere per meno di tre anni (di questi, 7.123 hanno avuto una pena inflitta inferiore ai tre anni). Gli ergastolani sono 1.779 di cui ostativi 1.259; la liberazione condizionale di cui molto si dibatte è stata data a un ergastolano (ovviamente non ostativo) nel 2019, a quattro nel 2020, a nessuno nel 2021.Degna di nota la quarta parte denominata “Orizzonti”. Lo sguardo è rivolto al futuro e alle linee di azioni che il Garante intende aprire o sviluppare nel dialogo con il Parlamento. Il primo tema riguarda l’intervento legislativo che dovrà seguire nel corso dell’anno la pronuncia della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo; il secondo tratta la nota questione del riconoscimento della cittadinanza delle cosiddette “seconde generazioni”; il terzo è relativo alla necessità di portare a compimento il Regolamento unico dei Centri per il rimpatrio; il quarto concerne l’esigenza di rivedere complessivamente il sistema delle misure di sicurezza e in particolare di superare le problematicità delle Residenze per le misure di sicurezza di tipo psichiatrico (Rems) senza snaturarne le caratteristiche che hanno segnato il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, ciò anche in considerazione dell’imminente pronuncia della Corte europea dei diritti umani. L’ultimo argomento attiene alla necessità di un intervento regolativo che renda effettiva applicazione ai principi della cosiddetta “Legge Zampa” sulla determinazione dell’età dei minori stranieri non accompagnati.

Il rapporto sul 2020 del Garante Nazionale Mauro Palma. L’Italia che butta la chiave: 1.779 ergastolani, il 70% ostativi, solo a 4 la libertà condizionale. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Giugno 2021. Ben oltre due su tre, quasi il 71%, la stragrande maggioranza insomma dei detenuti ergastolani in Italia sono ergastolani ostativi. Ovvero detenuti che non possono accedere ai benefici penitenziari perché non collaborano. La Corte Costituzionale lo scorso maggio si è espressa sulla specificità: entro il maggio 2022 toccherà al Parlamento intervenire e modificare la materia. C’è tempo. E comunque la liberazione condizionale sulla quale si litiga e si dibatte è stata data a quattro ergastolani in tutto nel 2020.  Il dato intanto emerge dalla relazione consegnata in Parlamento dal Garante Nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma. Il documento si sofferma naturalmente anche sui numeri, sui rimpatriati e sulle conseguenze sugli Istituti di Pena della pandemia da coronavirus – soprattutto a marzo 2020, dopo l’esplosione dell’emergenza, si erano verificati episodi di rivolta, soppressione, anche vittime. Quella dell’ergastolo ostativo è la legge che non concepisce la pena, e quindi la Giustizia, e quindi il tempo uguale per tutti. Agli ostativi sono negati i permessi premio, l’assegnazione del lavoro all’esterno, le misure alternative alla detenzione, l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare e via dicendo. È dedicato specialmente ai condannati per associazione mafiosa, sequestro con estorsione, associazione finalizzata al traffico di droga e altri reati gravi. Il dato del report: sono 1.779 gli ergastolani in Italia, 1.259 dei quali ostativi, il 70,77%. E questo nonostante gli articoli 3 e 27 della Costituzione che dettano rispettivamente come “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. L’ergastolo è previsto dall’articolo 22 del codice penale. Nonostante la pena sia perpetua, a vita, dopo i 26 anni il detenuto può richiedere la libertà condizionale per buona condotta. Salvo quell’eccezione. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per l’ergastolo ostativo. Per tornare alla libertà condizionale: è stata accordata a un ergastolano (ovviamente non ostativo) nel 2019, a quattro nel 2020, e a nessun detenuto nel 2021.

Sovraffollamento

Erano 53.329 le persone detenute nelle carceri italiane all’inizio del 2021. La popolazione è scesa rispetto all’inizio del 2020, quando erano 60.971. La flessione è dipesa “dai minori ingressi dalla libertà e dal maggiore ricorso alla detenzione domiciliare (principalmente dovuta a maggiore attività della magistratura di sorveglianza, piuttosto che all’efficacia dei provvedimenti governativi adottati – ha sottolineato il Garante – colpisce la pur limitata ripresa della crescita dei numeri che determina l’attuale registrazione di 53.661 (al 7 giugno 2021) persone”.

Il dato dei detenuti in cella scende se si tiene conto di quelli che usufruiscono della licenza prolungata nella semilibertà, e quindi è paria a 52.634. Niente di tutto ciò risolve il problema del sovraffollamento: il limite massimo degli Istituti è di 50.781 posti, “di cui effettivamente disponibili 47.445”. Il dato sfiora il 111%. Una fetta consistente dei detenuti, 26.385 per l’esattezza, devono rimanere in carcere per meno di tre anni e di questi, 7.123 hanno avuto una pena inflitta inferiore ai tre anni.

Coronavirus

È stato un anno ancora più difficile per le carceri italiane, per i detenuti e anche per i lavoratori degli Istituti, per via della pandemia da coronavirus. Dopo l’esplosione della prima ondata a fine febbraio 2020 le visite sono state bloccate. Sono esplose proteste, anche violente, diversi detenuti sono morti. “Complessivamente il sistema penitenziario ha retto all’impatto del contagio – argomenta comunque il Garante – rispetto al rischio potenziale di un ambiente chiuso. Va comunque tenuto presente che in un giorno della seconda ondata si è raggiunto il picco di 849 contagi rispetto a una popolazione di 53.608 il che significa che proporzionato agli oltre 59 milioni di italiani corrisponderebbe avere avuto in una giornata 938 mila contagiati. Vero è che il numero di sintomatici è stato bassissimo“. Procede intanto la campagna vaccinale. Tutti gli Istituti minorili sono stati vaccinati e “si mantiene un tasso di presenza negli Istituti per minori molto basso, pari a 319 con una capienza di 478, a fianco di 13.871 in varie misure alternative”. Rispetto all’istruzione “colpiscono i due dati simmetrici di 858 analfabeti e 1034 iscritti all’università”.

CPR

Il 50,88% delle persone trattenute nei Centri di permanenza per i rimpatri, sono state effettivamente rimpatriate l’anno scorso. “Un dato che pone seri interrogativi circa la legittimità di un trattenimento finalizzato a un obiettivo che si sa in circa nella metà dei casi non raggiungibile”. Complessivamente i rimpatri di migranti nel 2020 sono stati 3.351. Una cifra che deve tenere conto del periodo di lockdown e quindi di chiusura delle frontiere.

Il dato fornito oggi dal Garante non si discosta da quello degli anni precedenti. Il rapporto offre una cronologia degli anni scorsi: 50% nel 2011, 2012 e 2013; 55% nel 2014; 52% nel 2015; 44% nel 2016; 59% nel 2017; 43% nel 2018; 49% nel 2019; 50% nel 2020.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Dagotraduzione dal New York Post il 7 giugno 2021. Per anni hanno portato avanti un macabro hobby: sedurre via posta i serial killer arrestati e collezionare le loro lettere. Barbara e Richie Dickstein, di Yonkers, sposati, hanno avuto l’idea di scrivere la loro prima missiva nel 1992 a David Berkowitz, il serial killer che terrorizzò New York tra il 1976 e il 1977 sparando con una calibro 44 a passanti casuali, anche noto come “il Figlio di Sam”. Volevano scoprire che cosa passasse nella mente di un assassino. Per più di 20 anni hanno scritto ad almeno 100 degli assassini seriali e famosi più feroci del paese, tra cui John Wayne Gacy, Jeffrey Dahmer, Richard Ramirez, Charles Manson, Arthur Shawcross, Edmund Kemper, Karla Faye Tucker , Robert John Bardo e Gerard Schaefer. La loro tecnica era semplice: fingersi spasimanti, inviando foto accattivanti prese da Internet. «Studiando l'infanzia di questi serial killer, abbiamo capito che non hanno mai avuto amore. Penso che con noi abbiano pensato: “Ecco qualcuno disposto a mostrarmi amore”», ha detto Barbara a The Post. La coppia si è divisa i compiti. Richie, che era eterosessuale ed è morto nel 2018, ha convinto Gacy, Dahmer e altri assassini gay che era a sua volta omosessuale. Dahmer, serial killer e cannibale, ha risposto a Richie chiedendo di vedere «ogni centimetro muscoloso nudo di te». Quando il compagno di prigionia di Dahmer, Christopher Scarver, lo uccise nel 1994 schiacciandogli il cranio con una barra di metallo, i Dickstein iniziarono a scrivere a Scarver e lui mandò loro le foto della morte di Dahmer. Richie è riuscito anche a convincere Susan Smith, la mamma della Carolina del Sud condannata per l'omicidio dei suoi due figli piccoli nel 1994, che era innamorato di lei. «Susan Smith era ossessionata da mio marito e Bardo era davvero ossessionato da me», ha detto Barbara, ora in pensione da una carriera nel marketing. Robert John Bardo, che sparò a morte all'attrice Rebecca Schaeffer nel 1989 dopo averla perseguitata per tre anni, ha inviato a Barbara una media di 15 lettere a settimana, alcune lunghe 20 pagine, finché lei non si è stancata e lo ha scaricato. Il tesoro dei Dickstein contiene più di 30.000 lettere. Molti assassini parlano di come hanno fatto a pezzi le loro vittime, le hanno violentate e torturate, e si rallegrano del loro dolore. La raccolta, che include audiocassette con le telefonate ai prigionieri e loro opere d'arte, costituisce la base per un nuovo podcast sul crimine, "Killer's Vault", che  verrà lanciato il 28 giugno. Il podcast sarà ospitato dall'attrice di "Law and Order" Elisabeth Rohm. L'attore Eric Roberts darà voce agli assassini mentre legge le lettere. «Sono rimasto scioccato dal contenuto e dalla quantità di dettagli nelle lettere e dal legame che Barbara e Richie sono riusciti a sviluppare con questi ragazzi», ha detto il produttore Rob Cea, un ex detective della polizia di New York. «Questi assassini mentono a tutti», ha detto Cea. «Mentono agli psicologi, ai giornalisti, ai loro stessi avvocati. Quindi è straordinario vedere come abbassano la guardia in queste lettere. Alcuni di loro hanno raccontato crimini che non avevano mai ammesso prima». La coppia ha sviluppato forti legami platonici anche con alcuni degli assassini, ha detto Barbara. Richie e il figlio di Sam si sono avvicinati così tanto che quando Richie è morto l’assassino ha pianto. La stessa Barbara è rimasta sconvolta quando ha scoperto che una delle sue preferite, Karla Faye Tucker, era stata giustiziata con un'iniezione letale nel 1998. Tucker, un'ex groupie degli Eagles e degli Allman Brothers, uccise due persone con un piccone durante un furto con scasso nel 1983. A Barbara piaceva anche il cosiddetto "Angelo della morte" Richard Angelo, l'infermiera di Long Island condannata per aver ucciso otto dei suoi pazienti e avvelenato altri 26 nel 1989. «Avevamo un'affinità», ha detto Barbara. Ha aggiunto che Richie e Charles Manson si sono scritti per anni, ma le lettere di Manson avevano a malapena senso. «All'inizio mi è piaciuto», ha detto Barbara. «Ma dopo circa cinque anni è diventato più un lavoro».

I numeri-choc del dossier di Ristretti Orizzonti. Carceri campane, strage senza fine: in meno di 20 anni oltre 230 morti.  Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 3 Giugno 2021. C’è chi ha perso la vita a causa di una malattia e chi la vita se l’è tolta in un momento di disperazione incontrollabile. Ma c’è anche chi è stato ucciso, chi è stato stroncato da un’overdose di droga e chi, infine, è stato trovato esanime in circostanze da chiarire. Il “campionario” dei detenuti morti nelle prigioni campane dal primo gennaio 2002 al 30 maggio 2021 è drammaticamente vario. E ancora più allarmante sono i dati contenuti nel dossier Morire di carcere stilato dal centro studi del sito Ristretti Orizzonti: negli ultimi vent’anni, ben 234 persone hanno trovato la morte dietro le sbarre, a una media di quasi 12 ogni 365 giorni. È come se, con un improvviso colpo di spugna, fossero stati cancellati gli ultimi cinque Consigli regionali della Campania o gli ultimi sei Consigli comunali di Napoli con tutti i rispettivi componenti. E i numeri potrebbero essere ancora più consistenti se si pensa che, secondo gli autori del report, un detenuto morto su due sfugge alle cronache passando di fatto “inosservato”. La parte più allarmante del dossier riguarda i suicidi all’interno dei penitenziari. Dal 2002 a oggi sono stati almeno 111, con una media superiore a cinque l’anno. Il gesto estremo di Luca, il 25enne tossicodipendente che sabato scorso si è tolto la vita nel carcere napoletano di Poggioreale, alimenta un trend da tempo in preoccupante ascesa. Accusato di maltrattamenti e lesioni, il giovane era transitato per i reparti Firenze e Roma prima di approdare al Salerno. Pochi giorni prima di togliersi la vita era stato a messa e aveva persino parlato con un cappellano. Tutto inutile. Nessuno è riuscito a intercettare la sua disperazione e a evitare che il suo percorso di rieducazione e reinserimento sociale venisse tragicamente interrotto. Elementi, questi ultimi, che spesso sfuggono alla classe dirigente locale, come sottolineano Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, garanti dei detenuti rispettivamente per conto della Regione Campania e del Comune di Napoli: «Il dolore e la morte sono la grande scuola della vita. A quanto pare, però, i politici continuano a ignorarlo e a considerare il carcere come un mero luogo di custodia». Certo è che, nelle prigioni campane e italiane, ci si toglie la vita con una frequenza circa venti volte superiore a quanto avviene tra le persone libere. I drammi si verificano soprattutto negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori, quindi in strutture particolarmente sovraffollate e fatiscenti, con poche attività trattamentali e una scarsa presenza del volontariato. A complicare tutto ci ha pensato poi la pandemia che, oltre a mietere numerose vittime tra personale e ospiti dei 15 penitenziari campani, ha reso più complicati i colloqui e diradato i contatti tra detenuti e familiari con conseguenza psicologiche e affettive facilmente immaginabili. A destare allarme, però, non è solo il numero di suicidi, ma anche quello di morti a causa di malattie pregresse oppure contratte oppure ancora aggravatesi durante la permanenza in una cella. Dal primo gennaio 2002 al 30 maggio 2021 sono stati 76, il che dimostra quanto sia disastrata l’assistenza sanitaria in cella. Un’ulteriore conferma arriva dai dati relativi al personale medico e paramedico. All’inizio del 2020 nei 15 penitenziari della Campania si contavano 108 medici di reparto e 189 infermieri più sette tecnici della riabilitazione, 17 psicologi e 23 psichiatri per un totale di 344 “camici bianchi” chiamati a gestire una popolazione carceraria di circa 6mila e 500 unità. Inutile sottolineare la sproporzione tra i membri del personale sanitario, in quantità nettamente inferiore a quella prevista dalle piante organiche, e il numero dei detenuti, di gran lunga superiore a quello regolamentare e caratterizzato dalla presenza di numerosi casi clinici complessi. Il quadro descritto da Ristretti Orizzonti assume tinte ancora più fosche se si pensa che quasi 50 detenuti in Campania sono morti in circostanze da chiarire, per mano di altri o addirittura per abuso di droghe. Insomma, complessivamente si tratta di oltre 200 persone che in carcere, anziché un’occasione di riscatto e di reinserimento sociale, non hanno trovato altro che abbandono, disperazione e morte. E davanti a tutto ciò la politica – salvo rarissime eccezioni – si mostra del tutto indifferente. «Dall’inizio dell’anno siamo già a tre sucidi nelle carceri campane cui si aggiunge quello di un adolescente in una comunità del Casertano – conclude Ciambriello – Parliamo di uomini che in carcere dovevano ricevere una prestazione rieducativa, invece hanno trovato la morte. È ora che tutti si impegnino per spezzare questa catena di dolore che calpesta il senso di umanità prima ancora che la Costituzione e le leggi dello Stato».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

Bortolato: «I magistrati condannano al carcere senza sapere cosa vuol dire vivere in una cella». Il presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze invita a riprendere la lezione della scuola di magistratura francese che "spedisce" i futuri giudici in galera per una settimana. Valentina Stella su Il Dubbio l'8 giugno 2021. Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato che in Francia l’Ècole nationale de la magistrature prevede da anni degli stage penitenziari obbligatori per coloro che vogliono fare i magistrati al fine di misurare e superare lo scarto tra alcune idee preconcette e la realtà delle carceri. E in Italia è previsto tipo di alta formazione? Ne parliamo con il dottor Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, e autore – insieme ad Edoardo Vigna – del libro “Vendetta pubblica. Il carcere in Italia” (Editori Laterza 2020, pag. 160, euro 14)

Presidente, come giudica questa iniziativa dei francesi?

La giudico molto positivamente. Il magistrato deve calarsi nella realtà in cui opera ed avere ben presente, soprattutto nel momento dell’apprendistato, che anche la funzione afflittiva della pena ha una sua legittimità solamente in una cornice di legalità e ragionevolezza.

Secondo Lei sarebbe utile da proporre anche in Italia?

Non solo sarebbe utile, ma è stato già fatto. Quando Presidente della Scuola Superiore della Magistratura era il professor Valerio Onida, i giovani magistrati in tirocinio erano tenuti a frequentare degli stage penitenziari addirittura per 15 giorni. Poi, per alcune ingiustificate polemiche che sono sorte anche all’interno della magistratura, non se ne è fatto più nulla perdendo, a mio avviso, un’occasione unica di crescita professionale ed esperienza umana. Non dimentichiamo che anche la Corte costituzionale, i massimi Giudici dello Stato, hanno fatto il loro viaggio nelle carceri due anni fa, come è noto.

Una giovane procuratrice francese ha detto in un podcast: “Ogni volta che chiediamo la reclusione per un imputato dobbiamo avere chiaro in mente il luogo dove vanno a finire i condannati, mentre vedo che il racconto sociale che si fa della prigione è del tutto distorto, si ha quasi l’impressione che si tratti di un villaggio turistico dove le persone dormono, mangiano e fanno sport”. Lei ha scritto un interessante libro per rispondere ai luoghi comuni dei cittadini sul carcere. Ma, invece, pensando ai magistrati italiani, esiste da parte loro la reale percezione della situazione carceraria italiana quando emettono una decisione?

Non si può certo generalizzare ma l’impressione che ho tratto dopo più di 30 anni di carriera (dei quali più della metà quale giudice della cognizione) è che molti magistrati del penale, ben più di quelli che si possa immaginare, non hanno mai fatto ingresso in un carcere se non nella piccola saletta ove si svolgono gli interrogatori con i detenuti. I cancelli raramente sono stati oltrepassati, anche solo per curiosità. Il problema della percezione è reale e purtroppo non riguarda solo la generalità dei cittadini ma anche gli ‘addetti ai lavori’. Nel libro che ho scritto il tema centrale è proprio quello dei luoghi comuni sul carcere, del racconto sociale deformato e falsificato che descrive una prigione da un lato a ‘cinque stelle’ dove non manca nulla e dall’altro un luogo in cui ‘far marcire la gente’: ora, in carcere o si sta bene o si sta male. È più che opportuno che i magistrati in tirocinio si rendano conto delle reali condizioni delle carceri italiane, anche dei loro aspetti positivi laddove esistenti, perché quello è il luogo ove le pene che infliggeranno saranno espiate. Non ci vedo alcun demagogismo o idealismo ma solo un bisogno di conoscenza che è la base di ogni professione del giudicare.

Forse conoscendo il carcere si eviterebbe l’abuso della carcerazione preventiva. Secondo Lei esiste questo problema? 

Non ho conoscenze sufficienti per esprimere un’opinione su questo perché, come è noto, la Magistratura di sorveglianza si occupa dei condannati definitivi, ma certo i dati degli imputati in carcere sono tra i più alti d’Europa. L’ultimo dato al 31 maggio 2021 è di 16.723 detenuti non definitivi, pari al 31,16 % del totale. Ma quello che qui mi interessa sottolineare è che, a proposito di percezione falsata, i carcerati italiani hanno in media pene più lunghe rispetto ai vicini europei: le condanne fra i 10 e i 20 anni riguardano il 17 per cento dei detenuti con condanna definitiva, sei punti in più della media dei Paesi europei, mentre quelli che hanno una pena fra i cinque e i dieci anni sono il 27 per cento, contro il 18 del resto del continente. Ciò significa che in Italia si rimane in carcere di più. Il che, tradotto nella realtà, significa che le pene sono più de-socializzanti che altrove, tendono cioè a creare più facilmente individui che, scontata la pena, fanno una fatica maggiore per ritrovare un posto nella società. Ecco è questo che i giovani magistrati dovrebbero conoscere andando in carcere, parlando con gli operatori penitenziari e con gli stessi detenuti.

In questo ultimo anno la magistratura di sorveglianza, quella che in realtà ha più conoscenza dell’esecuzione penale, ha subìto dei tentativi di commissariamento dalla politica. L’impressione è che la magistratura di sorveglianza sia una magistratura di serie B, che nel prendere le decisioni ha bisogno ad esempio dei pareri delle procure in particolari circostanze. Non sarebbe il caso di rivendicare con maggiore forza la vostra indipendenza e la vostra autonomia di giudizio?

Gli atti di sfiducia nei confronti della Magistratura di sorveglianza sono molteplici e si sono intensificati negli ultimi anni. Anche qui la percezione che si tratti di una magistratura diversa, marginale, o addirittura poco in sintonia con il sentire comune che vuole il carcere e non le misure alternative al centro del sistema, anche da parte di larghi settori della politica progressista, è alterata da scarsa conoscenza. Ma non voglio lamentarmi, non c’è bisogno di rivendicazioni, posto che ogni magistrato è soggetto solo alla legge e soprattutto alla Costituzione, dove si dice ben altro in tema di funzione della pena. Il modello attuale basato sulla riabilitazione ha certamente dei limiti, ma è il fondamento culturale dell’ordinamento penitenziario che nasce, ispirato dal principio costituzionale dell’art. 27, solo nel 1975, ben dopo 27 anni di vita della Carta. Lo scopo è quello di offrire al condannato il massimo di opportunità per riabilitarsi attraverso gli strumenti del trattamento: il lavoro, l’istruzione, la cultura, i rapporti con la famiglia. E su questo l’opera della Magistratura di sorveglianza, cui si aggiunge quella di tutelare i diritti dei ristretti, è il fondamento giuridico di quell’approccio. Anche per questo io credo che il tirocinio in carcere per i giovani magistrati debba diventare un obbligo.

Parla il magistrato del Tribunale di Napoli. “Se i magistrati vogliono capire cosa è la pena si facciano un giro in cella”, la proposta di Nicola Graziano. Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono a fondo il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l’autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? «Un tirocinio all’interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato», spiega Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli e autore di Matricola zero zero uno, un libro con cui ha provato a superare il muro del pregiudizio vivendo 72 ore da detenuto nell’ospedale psichiatrico di Aversa. L’esperienza da infiltrato l’ha fatta per esigenze di studio e letterarie, ma Graziano è convinto che un tirocinio formativo all’interno degli istituti di pena possa arricchire la formazione di un magistrato. «Credo sia un’esperienza formativa molto utile che può sicuramente dare un valore importante. Soprattutto quando si è all’inizio della carriera, si arriva un po’ troppo giovani a funzioni che sono molto importanti. Il magistrato entra nella vita delle persone – sottolinea Graziano – Per questo un tirocinio formativo penitenziario sarebbe da riprendere e incentivare». In Francia, per esempio, l’Ècole nationale de la magistrature prevede stage penitenziari obbligatori per gli aspiranti magistrati: una settimana vissuta all’interno di una prigione assieme agli agenti della penitenziaria osservando con i propri occhi la realtà dietro le sbarre. Vivere il carcere e non limitarsi a sentirne parlare dall’esterno è esperienza che cambia la vita. Quando, nell’ottobre 2014, Nicola Graziano ottenne dal Dap il permesso di vivere da infiltrato nella struttura detentiva di Aversa, sapeva di stare per vivere un’esperienza che avrebbe segnato la sua vita. Soltanto il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria sapevano chi fosse in realtà, per tutti gli altri Graziano era uno dei detenuti. «Vivere tre giorni nel carcere psichiatrico è stata un’esperienza che mi ha segnato per la vita», racconta. «Mi ha consentito di vedere la realtà anche da un’altra prospettiva e ha rafforzato in me la considerazione che un detenuto, e comunque tutte le parti del processo, non devono mai avere un nome, perché bisogna sempre essere imparziali, ma non devono neanche avere un numero. E mai bisogna dimenticare che dietro un processo ci sono anime, sofferenze, percorsi di vita». «Ricordo per esempio – aggiunge Graziano – il valore dell’attesa che aveva l’udienza con il magistrato della sorveglianza per la verifica, ogni sei mesi, della pericolosità. Quel tempo per chi è detenuto è un’eternità». «È chiaro tuttavia – sottolinea – che questo non deve condizionare l’esercizio della funzione, perché un giudice deve applicare la legge e ne è soggetto. Però – osserva Graziano – se si riuscisse a portare avanti un’idea di maggiore consapevolezza e maggiore conoscenza degli effetti e delle conseguenze di certe decisioni, sarebbe davvero molto interessante il percorso della formazione anche varcando la soglia del carcere». Attualmente quello penitenziario è un sistema con molte criticità e in cui la pena ha una funzione più afflittiva che rieducativa. E c’è chi vorrebbe ancora più carceri. «Non condivido la proposta di nuove carceri. Penso, piuttosto, che sia importante capire chi davvero in carcere ci deve stare perché davvero merita di stare in cella e chi invece ha la possibilità di scontare la pena con misure alternative». Il carcere, dunque, come extrema ratio. «Qualche anno fa – osserva Graziano – c’è stata una proposta di riforma importante, che poi è stata interrotta, e guardava alle misure alternative e alla possibilità di risocializzazione e reinserimento sociale del condannato. Sono queste le finalità che lo Stato non dovrebbe mai perdere di vista, perché sono un obiettivo fondamentale per la democrazia del nostro Paese».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Quegli “stage carcerari” dei giovani magistrati: l’esempio arriva da Parigi. Sette giorni “in prigione” per capire il senso della pena. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 30 maggio 2021. Quanti francesi credono che, sotto sotto, in prigione non si stia così male e che la vita di un detenuto in fondo sia migliore di quella di un disoccupato? Vent’anni fa erano appena il 18%, nel 2019 il 50%, oggi più della metà come rivela un sondaggio ipsos (il principale istituto statistico transalpino) su come il sistema carcerario viene percepito dall’opinione pubblica. Una deriva che, anche oltre la Alpi, è stata nutrita dai processi mediatici messi continuamente in scena sulle colonne dei giornali e sugli schermi televisivi. Che si tratti di un macabro fatto di cronaca o di un’accusa di corruzione nei confronti del politico di turno, la privazione della libertà è considerata una pena “dolce”. «La gente invoca spesso punizioni esemplari per i criminali, ma in pochi sanno quanto sia orribile la vita in galera», racconta Valentine, giovane procuratrice tra i protagonisti de Le Systeme, una serie di toccanti podcast consacrati al carcere trasmessi online dal sito slate.fr. Per evitare che i futuri magistrati vengano influenzati dalla vox populi o siano del tutto sconnessi dalla realtà, l’Ècole nationale de la magistrature prevede degli stage penitenziari obbligatori. Il corso dura quasi tre anni ma per una settimana gli allievi vivono all’interno di una prigione assieme alle guardie carcerarie, un’immersione che lascia il segno nei futuri magistrati e che sgombra la mente da pregiudizi e stereotipi sulla “comodità” delle carceri. «Vivere come un secondino per sette giorni e sette notti, dormire su una scomoda branda, consumare pasti immangiabili, osservare i detenuti ammassati nelle celle, passare il tempo negli spazi comuni è stata un’esperienza fondamentale, per poter capire il senso del mio mestiere. Ogni volta che chiediamo la reclusione per un imputato dobbiamo avere chiaro in mente il luogo dove vanno a finire i condannati, mentre vedo che il racconto sociale che si fa della prigione è del tutto distorto, si ha quasi l’impressione che si tratti di un villaggio turistico dove le persone dormono, mangiano e fanno sport», continua Valentine che, della sua esperienza, ricorda un aspetto che potrebbe erroneamente sembrare un dettaglio: «La cosa che mi ha colpito di più nella mio stage penitenziario è il rumore, onnipresente, continuo, alienante. In particolare il rumore metallico, quasi un clangore senza sosta di sbarre percosse, di porte che si aprono e chiudono, vivere anni in quel rumore sfibra lo spirito dei detenuti». Un’altra piccola, grande tortura è la luce che per 24 ore al giorno assedia i prigionieri. Come spiega Karim, un ex detenuto che ha deciso di collaborare alla serie di podcast del Systeme, «gli asciugamani sono un bene prezioso, l’unico oggetto autorizzato con cui tentiamo di tappare le finestre per non far penetrare la luce, avere qualche ora di buio è necessario per non diventare pazzi». Comprendere il significato e la portata delle proprie decisioni e uscire dalla torre d’avorio delle procure è un aspetto centrale del lavoro di magistrato e una condizione necessaria per avere, fuor di retorica, una giustizia né vendicativa, né accademica, ma “vicina alle persone”. E ogni allievo uscito dallo stage racconta quanto la sua visione dell’universo carcerario sia stata del tutto sconvolta. L’intreccio ferale tra isolamento e promiscuità, la violenza quotidiana, la solitudine e la rabbia, qualcosa che non puoi capire se non l’hai vissuta. E che, come spiega ancora Valentine, ti fa riflettere sul senso stesso della propria missione: «Qual è la giusta pena, quella che soddisfa la vittima, quella che soddisfa l’imputato o quella che fa brillare gli occhi ai tuoi superiori?».

I detenuti di Rebibbia denunciano presunti abusi dei magistrati di sorveglianza. Un centinaio di detenuti di Rebibbia ha sottoscritto una lettera inviata al presidente della Corte d’appello di Roma, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Csm e ai garanti per denunciare i continui rigetti alle richieste dei benefici. Damiano Aliprandi su Il Dubbio mercoledì 19 maggio 2021. Ci sarebbero stati continui rigetti alle richieste dei benefici, valutazione del differimento pena a distanza da diversi mesi dai primi contagi da Covid, nessuna concessione dei giorni di liberazione anticipata. Un centinaio di detenuti della casa di reclusione di Rebibbia ha sottoscritto una lettera inviata alla presidente della Corte d’appello di Roma, e per conoscenza alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Csm e i garanti. Una denuncia durissima nei confronti dei magistrati di sorveglianza. I detenuti di Rebibbia scrivono nero su bianco che quest’ultimi avrebbero disapplicato l’ordinamento penitenziario, interpretandolo «sempre nel senso più restrittivo – si legge nella missiva -, al limite dell’arbitrio come la mancata concessione dei benefici penitenziari, con le motivazioni più inverosimili e fantasiose possibili».

I detenuti hanno denunciato un clima di insofferenza. La denuncia, ricordiamo, è sottoscritta da un centinaio di detenuti di Rebibbia. La garante del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, ha ricevuto la segnalazione dell’esistenza di questa lettera dai detenuti stessi, i quali hanno descritto un clima di insofferenza e di ribellione a ciò che secondo loro sono dei «soprusi e umiliazioni» da parte della magistratura di sorveglianza. Nella lettera inviata alle autorità, i detenuti parlano di ultraottantenni o quelli con patologie multiple, in attesa della ex 147 cp (il differimento pena), che sarebbe stata «valutata dopo moltissimi mesi, nonostante la presenza del Covid». La lettera prosegue denunciando l’impossibilità di ottenere un permesso «se non quando il familiare è già deceduto» e ci sarebbero stati numerosi casi «in cui anche far visita alla tomba dopo giorni dal decesso è stato negato». Dal tenore della lettera, si denota molta insofferenza. I detenuti denunciano che si sentono frustati «da un trattamento arbitrario e parziale dei Magistrati che concedono i benefici o pochi giorni dal fine pensa, che inventano ragioni inesistenti alla prova per tabulas di fatti e/o precedenti inverosimili o scuse fantasiose come i permessi premio negati». Aggiungono che diventano «inutili le osservazioni delle relazioni di sintesi redatte dall’equipe incaricata dell’istituto di reclusione, le quali non vengono minimamente apprezzate né valutate».

Per i detenuti i fatti denunciati sarebbero facilmente dimostrabili. I detenuti, rivolgendosi al presidente della Corte d’appello, tengono a specificare che tutti questi fatti sarebbero dimostrabili attraverso «le numerosissime richieste presentate e bocciate che rimangono nelle nostre mani e sono a vostra disposizione, perché siano valutate con equità ed equilibrio, cosa che oggi non è in atti, che l’arbitrio e l’abuso di potere che il Magistrato perpetra costantemente». Non solo. I detenuti aggiungono che l’azione dei magistrati, «svilisce anche il ruolo dei garanti dei detenuti, che nulla possono per i continui casi di prepotenza e iniquità nelle decisioni dei magistrati di sorveglianza». Per tutti questi motivi, i detenuti sono in attesa di un riscontro o di una richiesta di documentazione probatoria che a detta loro, si ripete e rimane a disposizione di chi «voglia assumersi delle responsabilità di fronte ai continui abusi e soprusi dei magistrati di sorveglianza», che a detta dei detenuti, sarebbero «dediti oramai al solo rincorrere di pregiudizi e intolleranza nei confronti di legittime richieste dei detenuti». Ribadiamo che quanto riportato è il contenuto della lettera inviata alle autorità, tra i quali la ministra della Giustizia Cartabia, il Csm e il presidente della Corte d’appello. Saranno loro, con strumenti adeguati, a vagliare la fondatezza di tale denuncia.

Quei bimbi galeotti da tirare fuori dalle carceri. Susanna Turco su L'Espresso il 13 aprile 2021. I figli delle “detenute con prole” vivono dietro le sbarre e sono l’esempio tragicamente perfetto di quanto un Paese che non guarda al futuro non lo faccia in alcun posto. A scuola come in galera, nei grandi numeri come nei piccoli. Lo racconta Annalisa Cuzzocrea in “Che fine hanno fatto i bambini”. Emir ha due anni, quando vuole uscire e non può urla («asi asi», che sta per assistente), quando ha la febbre alta prega. A due anni. Stefan è spaventato dal rumore dei lavori sulle scale ma impossibilitato ad andare altrove, per non sentirli: dice solo «umore, umore», piange. Stanno in carcere, indirettamente condannati dalla condanna delle loro madri, spesso portano dentro traumi che è anche difficile immaginare, corrispondono a una definizione paradossale, che parrebbe impossibile: «Bambini galeotti», li chiamano. Una sorta di peccato originale in versione di Stato, come se un bimbo di uno, due o tre anni potesse mai essere capace di beccarsi una condanna, eppure. Adesso sono 33 in Italia, esiguo il numero quanto pesante il simbolo, quintessenza al cubo dell’invisibilità dei bambini cui Annalisa Cuzzocrea ha dedicato il suo libro “Che fine hanno fatto i bambini” (Piemme), esempio tragicamente perfetto di come la mancanza di volontà politica possa impedire la risoluzione persino di questo. Perché un Paese che non guarda al futuro non lo fa in nessun posto: nelle scuole come nelle carceri, nei grandi numeri come nei piccoli. Non guarda, quindi, tanto più a loro, gli invisibili degli invisibili, i figli delle “detenute con prole”, costretti a vivere dietro le sbarre perché nel loro «preminente interesse di minori» c’è quello di stare vicino alle madri, almeno fino ai 3 anni, per poi - se non ci sono famiglie cui tornare - essere trasferiti negli Icam, Istituti a custodia attenuata, dove comunque la sera si chiude tutto da fuori, come in un carcere. La pandemia ne ha ridotto drasticamente il totale, più che dimezzato il numero medio, grazie a un maggior ricorso alle misure alternative, lasciando però intatto il problema. Che sarebbe, a differenza del solito, persino risolvibile. L’ex senatore e presidente dell’Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, intervistato all’interno del libro, rivela infatti che «per risolvere interamente il problema basterebbero un milione e mezzo di euro con i quali costruire cinque case rifugio», oltre alle due che già ci sono, a Roma e a Milano. Non carceri, non Icam, situazioni comunque controllate, come prevede una legge del 2011. «Se il ministero della Giustizia volesse, in un anno il problema sarebbe risolto», spiega Manconi. Chissà se la Guardasigilli Marta Cartabia lo sa.

 (ANSA l'8 aprile 2021) - Le carceri italiane sono le più sovraffollate dell'Unione europea. È quanto indicano i dati contenuti nel rapporto del Consiglio d'Europa 'Space' che fotografa ogni anno la situazione dei sistemi penitenziari nei paesi membri dell'organizzazione paneuropea. Alla fine del gennaio 2020 in Italia c'erano 120 detenuti per ogni 100 posti, anche se il nostro Paese non è l'unico dell'Unione europea ad avere il problema delle carceri sovraffollate. Il record negativo spetta alla Turchia, con 127 carcerati per ogni 100 posti, e dove secondo i dati ci sono in media 11 detenuti per ogni cella, mentre in Italia questa media è del 1,9. A livello Ue nello stesso periodo in Belgio c'erano 117 detenuti per ogni 100 posti, in Francia e Cipro 116, in Ungheria e Romania 113, in Grecia e Slovenia 109. Secondo Marcelo Aebi, professore responsabile per il rapporto Space, se si osservano i trend della popolazione carceraria in Italia dal 2000, il Paese sembra avere due strade per risolvere la questione del sovraffollamento. La prima è "ridurre la durata delle pene", e la seconda è "di costruire più prigioni", anche perché, afferma Aebi, "le amnistie, come quella del 2006, non risolvono il problema".

Celle piene e niente spazio vitale: il vero fuorilegge è il carcere. Viviana Lanza su Il Riformista l'8 Aprile 2021. I dati ministeriali, aggiornati al primo aprile, parlano di 6.458 detenuti presenti nelle carceri della Campania a fronte di una capienza regolamentare di 6.085 posti. Ci sono quindi più di 300 detenuti più di quelli che le strutture penitenziarie possono ospitare, il che finisce per tradursi nella compressione di spazi e diritti. Perché sono inevitabili lo sbilanciamento e l’affaticamento del sistema. Eppure il 16 febbraio scorso le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione sono tornate a ribadire quale deve essere lo spazio minimo disponibile per ciascun detenuto, cioè lo spazio necessario affinché la pena non si trasformi in qualcosa di inumano e degradante. È una sentenza con cui si conferma che lo spazio minimo per ogni detenuto deve essere di tre metri quadrati al netto dello spazio occupato da mobili e strutture tendenzialmente fisse, inclusi i letti a castello e gli arredi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di vita. Una decisione in linea con quanto stabilì nel gennaio 2013 la cosiddetta sentenza Torreggiani, adottata dalla Corte europea per condannare l’Italia per la violazione della Convenzione europea dei diritti umani. Da allora sono trascorsi otto anni ma la realtà penitenziaria è ancora lontana dall’assicurare a ogni detenuto condizioni compatibili con il pieno rispetto della dignità umana. Fino a quando il carcere continuerà a non essere l’extrema ratio e i progetti per il rinnovo dell’edilizia penitenziaria continueranno a rimanere su carta, sarà difficile parlare di spazi adeguati per chi deve scontare una condanna in cella. Basti pensare alle carceri della Campania: nella maggior parte dei casi sorgono in edifici storici e vecchi, dove gli spazi non sono concepiti per la rieducazione, dove si arriva a stare in undici in una stanza (come a Pozzuoli) o anche in 13 (come a Poggioreale). «Un carcere sovraffollato si traduce in spazi ristretti e insalubri, nella mancanza di privacy, nella riduzione delle attività fuori cella, nel sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria – spiegano Marella Santangelo, responsabile del polo universitario penitenziario campano e componente della Commissione per l’architettura penitenziaria istituita a gennaio dal Ministero della Giustizia, e Clelia Iasevoli, docente di Diritto processuale penale all’università Federico II di Napoli- Questo porta spersonalizzazione, tensione crescente, violenza». A otto anni dalla sentenza Torreggiani può ritenersi una conquista il riconoscimento giuridico dello spazio vitale? «In un contesto di emergenzialismo si tende a giustificare una politica criminale proiettata al raggiungimento di risultati di tipo repressivo, oscurando l’opera del giudice delle leggi di disvelamento del volto costituzionale della pena», spiegano Santangelo e Iasevoli. «Nessuna pena può essere indifferente all’evoluzione psicologica e comportamentale del soggetto che la subisce e nessuna pena che preveda la privazione della libertà personale può essere indifferente ai luoghi in cui le persone vengono rinchiuse. Lo spazio in carcere ha un ruolo determinante per la protezione della dignità personale dei reclusi». Domani le due docenti inaugureranno un seminario interdipartimentale («Spazi, diritti e cambiamento culturale») con interventi di magistrati, dirigenti dell’amministrazione penitenziaria e la lectio magistralis del giudice della Corte Costituzionale Nicolò Zanon: un’iniziativa innovativa che ha l’obiettivo di affrontare le tematiche del mondo penitenziario da una prospettiva che consenta di coniugare spazi e diritti. «Significa – precisano Iasevoli e Santangelo – porre le premesse per il cambiamento culturale che parte dallo spazio vitale, perseguendo l’obiettivo del riconoscimento degli spazi necessari all’azione trasformativa del trattamento individualizzante. Da qui il ruolo fondamentale dell’architettura penitenziaria, che va oltre le misure e lo spazio minimo pro capite, che con il progetto può sperimentare la configurazione dello spazio della pena, per uscire dalla concezione del contenitore e immaginare spazi e articolazioni che tengano al centro l’uomo recluso, i suoi bisogni e la sua dignità».

Carcere e diritto alla salute. Giudice infiltrato nell’ex Opg di Aversa, “Vi racconto il dramma dei pazienti psichici in cella”. Nicola Graziano de Il Riformista il 23 Settembre 2021. Ancora sento rimbombare nella mia anima e nel mio stomaco il suono del carcere, che è un misto di silenzio e ossessione, e non mi abbandona l’odore delle celle e il colore verde chiaro che hanno accompagnato i miei giorni di reclusione volontaria e in incognito nell’ospedale psichiatrico-giudiziario di Aversa. Questa sensazione è riemersa durante la lettura dell’articolo di Viviana Lanza apparso ieri sulle pagine di questo stesso quotidiano e che presenta una radiografia in chiaroscuro dei reparti carcerari in cui sono reclusi i malati di mente che, evidentemente, non sono destinati alle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. È un elenco grave che denuncia la esiguità dei reparti e soprattutto degli esperti che possono affiancare i detenuti psicotici durante la permanenza in carcere. Ebbene sono passati alcuni anni dalla chiusura definitiva degli opg e molti detenuti sono tornati in carcere in quanto oramai a loro non è più applicabile l’articolo 148 del codice penale per il passaggio in opg e il tema della psichiatria e carcere ha avuto, anche per questo ma non solo, un nuovo vigore. Mi rimetto ai dati gravi già elencati dal garante dei detenuti della Campania e la mia riflessione chiede di andare oltre per indicare una soluzione possibile. L’esperienza mi detta alcuni punti fermi. Che non si immagini nemmeno minimamente di ripensare ai manicomi giudiziari come un rigurgito nostalgico che sacrificherebbe, ancora una volta e come in passato, sull’altare del pregiudizio e dello stigma, una scelta di civiltà giuridica che ha caratterizzato il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, nonostante possa essere ritenuto non ancora del tutto perfetto il sistema delle Rems. Detto ciò, non si può non denunciare il rischio che nelle carceri si possano creare dei mini-manicomi con riferimento alle articolazioni per la salute mentale. E allora il tema centrale è la malattia mentale, la dignità del malato psichiatrico che si trova recluso. Io credo che su questo bisogna investire perché ancora una volta è questo il tema su cui si misura la civiltà di uno Stato democratico, ma soprattutto la sensibilità di un popolo davanti alla diversità. Va ripensato allora il sistema carcerario e l’applicazione delle misure detentive nel caso di infermi di mente. Sul punto mi piace richiamare la definizione contenuta nella proposta di legge a firma del deputato Riccardo Magi che individua, in questo caso, uno stato di salute denominato “condizione delle persone con disabilità psicosociale” sottolineando come, nella nostra società, essa costituisca una condizione di svantaggio, così proponendosi un’attenuazione della gravità delle condotte criminose commesse da queste persone perché di minore disvalore sociale. Questo implica una valutazione chiara ed evidente relativa alla necessità di una revisione della risposta sanzionatoria. Bisogna prevedere misure alternative al carcere come stabilito per altre malattie e – questo è il tema sul quale oggi soffermarsi – se ciò non è possibile bisogna evitare che in concreto le articolazioni per la salute mentale possano perdere di vista il bisogno di cura del malato come obiettivo centrale. Purtroppo ciò non accadeva negli opg perché il carcere era sentito come punizione ingiusta e isolamento posto in essere dalla società civile, col risultato che così si creava una distanza irreparabile che si sentiva sulla pelle, nonostante qualsiasi sforzo di integrazione che pure si attuava. Troppo grave era sentirsi socialmente pericoloso. Nel ripensare alla mia permanenza, credo sia fondamentale immaginare che la cura di questi detenuti “speciali” debba essere garantita dalla presenza del dipartimento della salute mentale in ogni istituto penitenziario e che si debba mettere al centro di ogni considerazione l’uomo con la sua debolezza e i suoi pensieri. Chiudo raccontandovi un breve episodio. Mio involontario compagno di cella nell’ospedale psichiatrico-giudiziario di Aversa era un giovane che, in preda a un raptus, volendo uccidere un adulto, colpì involontariamente la propria figlia che giaceva dormendo nel carrozzino. La colpì al centro della fronte tra i due suoi occhi azzurri facendola sprofondare in un coma poi durato alcuni anni e terminato con la morte. Mi disse piangendo: «Sono stato condannato per omicidio volontario da un giudice che non si è mai chiesto come sia possibile che un padre uccida volontariamente una figlia di pochi mesi. È questa la giustizia? È questa la pena che devo scontare? In questo posto?» All’epoca non seppi rispondere, ma rivolgo questa domanda a chi dovrà necessariamente occuparsi del tema della psichiatria e del carcere affinché rifletta su certe parole che ancora oggi pesano come macigni sulla coscienza di una società che ambisce a definirsi civile. Nicola Graziano

Dovevano essere istituiti dal 1975: che fine hanno fatto i Cas? Interrogazione di Giachetti alla ministra Cartabia, firmata da deputati di tutti i gruppi, tranne i 5 Stelle, per chiedere della mancata costituzione dei Consigli di aiuto sociale. L’unico a Palermo da ottobre. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 15 ottobre 2021. Fin dal 1975, quando furono varate le norme sull’ordinamento penitenziario, non sono mai stati costituiti i Consigli di aiuto sociale (Cas) che hanno la finalità istituzionale di assistere i detenuti, in particolar modo quelli che finiscono di scontare la pena, aiutandoli a risolvere i problemi familiari. Per la prima volta, dopo aver ascoltato l’intervista su Radio Radicale di Rita Bernardini e dell’avvocato Giuseppe Rossodivita sull’argomento, il neopresidente del Tribunale palermitano Antonio Balsamo (il già presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta che acclarò il depistaggio di Via D’Amelio con la sentenza di primo grado del Borsellino Quater) ha costituito il primo Cas d’Italia a Palermo.

L’istituzione dei Cas è previsto dall’ordinamento penitenziario

Come detto, parliamo dell’unico ente in tutta Italia nonostante sia contemplato – fin dal 1975 – nell’articolo 75 delle norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà. Proprio per questo motivo, il deputato Roberto Giachetti di Italia Viva ha depositato una interrogazione parlamentare rivolta alla ministra della Giustizia, per chiedere contezza della mancata costituzione dei Cas.

L’interrogazione di Giachetti firmata da tutti tranne che dai 5Stelle

L’interrogazione è firmata da deputati di tutti i gruppi parlamentari tranne i 5 stelle (Giachetti, Italia Viva – Verini, Pd – Costa, Azione – Basini, Lega – D’Ettore, Coraggio Italia – Mollicone, Fratelli d’Italia – Magi, +Europa – Fratoianni, Liberi e Uguali – Colletti, L’Alternativa c’è – Palazzotto, Liberi e Uguali – Siracusano, Forza Italia) e dà notizia della costituzione del primo Cas a Palermo per volontà, ribadiamolo ancora una volta, del Presidente del tribunale Antonio Balsamo. Nell’interrogazione parlamentare si premette che diversi articoli della legge sull’ordinamento penitenziario, fanno tutti riferimento alla costituzione – presso il capoluogo di ciascun circondario – dei “Consigli di aiuto sociale” ai quali sono affidati una serie di importanti compiti relativi all’assistenza penitenziaria e post – penitenziaria. «Ad avviso dell’interrogante – si legge nell’interrogazione appena depositata – questi enti , dotati di personalità giuridica e sottoposti alla vigilanza del ministero della giustizia, sono fondamentali per corrispondere al dettato costituzionale di cui all’articolo 27 e relativo all’inserimento sociale delle persone detenute e per far fronte al soccorso e all’assistenza delle vittime del delitto».

Rita Bernardini e Giuseppe Rossodivita ne avevano parlato nel 2019 a Rario Radicale

Sempre nell’interrogazione, si evoca l’intervista rilasciata a Radio Radicale del 19 marzo 2019 dell’ex deputata Rita Bernardini e dal presidente della commissione giustizia del Partito Radicale, Giuseppe Rossodivita. I due esponenti radicali hanno lamentato la mancata costituzione e attivazione dei Cas, denunciando l’abrogazione, di fatto, di una parte fondamentale dell’ordinamento penitenziario vigente, «così importante – sottolinea il deputato Giachetti – anche per combattere il fenomeno della recidiva». Dell’argomento si è più volte discusso sul programma Radio Carcere, condotto da Riccardo Arena e con ospite fisso Rita Bernardini.Ecco perché, nell’interrogazione rivolta alla ministra Marta Cartabia, viene chiesto se corrisponde al vero che l’ente promosso su iniziativa del presidente del tribunale Balsamo. Ancora più approfonditamente, alla guardasigilli viene chiesto: «Quale sia la situazione a livello nazionale in merito alla costituzione dei Consigli di aiuto sociale; da quali organismi o enti siano state svolte negli ultimi 5 anni le funzioni attribuite dall’articolo 75 dell’ordinamento penitenziario ai consigli di aiuti sociale» e per finire «quali iniziative di competenza intenda adottare per promuovere urgentemente la costituzione o se intenda adottare iniziative normative per apportare modifiche alla disciplina vigente e attribuire le imprescindibili finalità di altri enti o organismi». Rita Bernardini del Partito Radicale tiene molto a questa interrogazione. Spiega a Il Dubbio i motivi: «Riguarda la mancata costituzione (dal 1975!) dei Consigli di Aiuto Sociale che hanno la finalità istituzionale di assistere i detenuti. In particolar modo i liberandi aiutandoli a risolvere i problemi familiari e, soprattutto, a trovare un lavoro una volta scarcerati. Insomma, parliamo di reinserimento sociale di cui nessuno si occupa veramente».

I detenuti con problemi psichiatrici sono dimenticati nelle case-prigioni. Cancellati i vecchi manicomi giudiziari, le nuove strutture sono ancora inadeguate. Pensate per i casi più gravi, non bastano a soddisfare le richieste. Mancano luoghi di cura alternativi e nelle carceri crescono le liste d’attesa. Marialaura Iazzetti su L'Espresso il 13 ottobre 2021. Gli occhi di Marco sembrano parlare. Con lo sguardo racconta della sua sofferenza, della sua incertezza. Vivere in una Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) vuol dire vivere senza prospettive. Avverti consapevolmente di portare con te uno stigma: hai infranto la legge e sei un paziente psichiatrico, te l’ha detto il perito quando ti ha visitato, un giudice l’ha confermato in tribunale. Anche chi ti conosce inizia a chiamarti «pazzo», spesso ha paura. In Italia esistono 31 Rems: strutture nate per accogliere persone che, dopo aver commesso un reato, sono considerate incapaci di intendere e di volere, e socialmente pericolose. Secondo l’ultima relazione del Garante nazionale dei detenuti, in Italia in queste realtà sono accolti 577 ospiti. Le Rems nascono nel 2014, dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Il mondo della politica era sconvolto dalle immagini che nel 2010 la Commissione d’inchiesta, presieduta dall’ex senatore Ignazio Marino, aveva acquisito sulla vita all’interno degli Opg. Le condizioni degli edifici erano disastrose. Guardando i video girati all’epoca dai parlamentari, rimane impressa l’immagine di un uomo che, urlando da dietro a una porta, chiedeva «dove fosse finita l’Italia» e per quale motivo «l’avessero chiuso là dentro». L’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano parlò di «estremo orrore», dopo aver visto quelle immagini. Il governo decise di sopprimere gli Opg e di creare strutture che avessero come fine principale quello della riabilitazione. Doveva essere risolta l’ambiguità degli ospedali psichiatrici: per metà luoghi di cura e per metà luoghi di detenzione. L’obiettivo delle Rems era seguire le indicazioni della legge Basaglia, che nel 1978 aveva sancito la chiusura dei manicomi civili introducendo la cultura della malattia mentale come malattia sociale. Per dimenticare gli orrori degli Opg, il governo presieduto da Matteo Renzi decise nel 2014 di creare strutture più piccole, con al massimo 20 posti, diffuse sul territorio e gestite esclusivamente dal personale sanitario. Per Franco Corleone, che nel 2016 era stato incaricato dal governo di vigilare sul definitivo superamento dei manicomi criminali e che ora si occupa di coordinare i Garanti territoriali dei detenuti, le Rems sono «un primo passo fondamentale». Corleone parla di «rivoluzione gentile». Persistono, però, delle criticità. La legge del 2014 sancì il principio dell’extrema ratio: ancora oggi il ricorso alle misure di sicurezza, e quindi alle Rems, deve avvenire esclusivamente per quei pazienti per cui si considera inadeguata ogni altra soluzione meno restrittiva, come la libertà vigilata in una comunità protetta o in un domicilio. Ma spesso ciò non accade. La maggior parte delle persone considerate incapaci di intendere e di volere vengono ricoverate nelle Rems. Non esistono molti progetti alternativi. «Il problema è che i giudici non hanno a disposizione una mappa dei luoghi di cura intermedi che possano sostituire la permanenza nelle Rems», spiega Gianfranco Rovellini, direttore della Rems veneta di Nogara, in provincia di Verona. Forse anche per questo motivo le strutture sono sempre al completo e le liste di attesa non spariscono. Non è facile capire quante persone attendano effettivamente che si liberi un posto nelle Rems per potervi accedere. Al 30 novembre 2020, il Sistema di monitoraggio per il superamento degli Opg segnalava 175 persone in lista d’attesa (di cui il 31 per cento in carcere); i numeri però potrebbero essere più elevati: il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà parla di 714 persone in attesa di ricovero. «Il problema è che il 38 per cento dei posti letto è occupato da pazienti che stanno scontando una misura provvisoria (aspettano ancora quindi una decisione definitiva da parte di un giudice, ndr)», chiarisce Corleone contestando i dati. La questione delle liste di attesa è arrivata anche all’attenzione della Corte costituzionale. A richiedere l’intervento della Consulta è stato il Tribunale di Tivoli, sottoponendo ai magistrati il caso di un uomo dichiarato incapace di intendere e volere al momento del reato: avrebbe dovuto essere ricoverato in una Rems, ma è finito in carcere perché non ha trovato posto. Il tribunale di Tivoli chiedeva alla Consulta di pronunciarsi sulla costituzionalità di due elementi essenziali nell’organizzazione delle Rems: la gestione sanitaria delle strutture, che lascia in disparte il ministero della Giustizia, e il limite di capienza. Il 24 giugno la Corte costituzionale ha deciso di rinviare di 90 giorni la decisione, chiedendo dati precisi sul funzionamento delle Rems. «Bisognerebbe interrogarsi sul perché esistono così tante persone in lista d’attesa. Siamo sicuri che il principio di extrema ratio venga applicato?». Stefano Pellizzardi, direttore della Rems di Castiglione dello Stivere (in provincia di Mantova), si pone queste domande di continuo. Dal suo ufficio si vede il giardino che circonda e collega le sei unità abitative della struttura. La Rems di Castiglione dello Stivere è la più grande di Italia: divisa in diversi edifici, può ospitare 160 persone (di cui 20 donne). Le prime cinque unità accolgono 20 pazienti ciascuna, come prescrive la legge. L’ultima, la più grande, 60. Da anni, la Regione ha attivato un progetto di riorganizzazione della struttura per far in modo che siano rispettate le indicazioni legislative sulla capienza. I lavori, però, non sono ancora iniziati. «Al tempo l’amministrazione regionale scelse di non costruire una nuova realtà, ma di riorganizzare quella dell’Opg», spiega Pellizzardi. Una decisione che secondo Corleone non rispetta quanto stabilito nel 2014 e rischia di riportare alla luce «logiche contenitive». Tuttavia, nonostante le difficoltà, in questi anni a Castiglione dello Stivere è stato garantito un buon turnover: su 160 pazienti sono stati dimessi in media 70 ospiti all’anno. «Per dimetterli dobbiamo trovare un percorso territoriale terapeutico e di riabilitazione a cui assegnarli», racconta Noemi Panni, coordinatrice e responsabile dell’Area sociale della Rems di Castiglione. Individuare progetti di reinserimento e cura non è semplice: spesso queste persone non hanno nessuno che possa accoglierli o aiutarli. Vorrebbero riprendere in mano la loro vita, iniziare a lavorare, ma si sentono tremendamente soli. Secondo quanto stabilito nel 2014, le Rems devono avere un carattere di transitorietà: essere una delle tappe del percorso riabilitativo. I pazienti non possono essere ospitati nelle strutture per un numero di anni superiori al massimo della pena prevista per il reato commesso. L’intento è garantirgli la possibilità di uscire quanto prima. Chi non è più considerato socialmente pericoloso deve essere dimesso e preso in carico dai Dipartimenti di salute mentale, strutture territoriali per la cura e l’assistenza che sono però poco sviluppate ed efficaci. Si fatica a trovare un percorso alternativo e proprio questa difficoltà sta rendendo più lunga la permanenza nelle Rems. Secondo quanto riportato dall’associazione Antigone, che si occupa di diritti nelle carceri, al 30 novembre 2020 la durata media del ricovero è di 236 giorni, nel 2017 era di 206. «Senza un progetto di cura, il giudice non può permettere le dimissione dell’ospite», aggiunge Panni. Al paziente viene prorogata la misura di sicurezza: rimane dov’è, sperando che prima o poi qualcosa possa cambiare. Queste dinamiche accadono in particolare con i casi più complessi. «Uno dei punti da tenere in considerazione è la trasformazione dei pazienti: prima erano persone di una certa età con fragilità croniche, ora abbiamo molti ragazzi con problemi di tossicodipendenza piuttosto impegnativi da gestire e diversi stranieri senza fissa dimora che sono qui per aver commesso reati, come la resistenza a pubblico ufficiale», evidenzia Pelizzardi. Secondo il direttore di Castiglione dello Stivere, dover trattare pazienti così differenti non aiuta. Nelle residenze ormai arrivano sempre più persone con profili delinquenziali marcati o soggetti che non hanno problemi psichiatrici evidenti e potrebbero essere destinati ad altre realtà. Pellizzardi indica un ragazzo che sta passeggiando nel giardino. «Lui viene dal Gambia, è arrivato in Italia dopo aver trascorso diversi mesi in Libia. È stato mandato a Castiglione per resistenza a pubblico ufficiale. Quando l’abbiamo accolto soffriva di stress post traumatico. Ora sta bene, ma è ancora qui con noi». Dimettere gli stranieri è una delle pratiche più complesse. La difficoltà di individuare percorsi alternativi si sovrappone alle complicazioni legislative. «Devi, in primis, ricostruire la loro storia e poi cercare di regolarizzare la loro posizione. Spesso queste persone non hanno più il permesso di soggiorno o stanno ancora attendendo una risposta per la richiesta di asilo», spiega la coordinatrice Panni. La normativa in materia di immigrazione è molto complessa e richiede una forte collaborazione con le questure. Una strada percorribile è concordare con gli ospiti dei rimpatri volontari e prendere contatti con le ambasciate dei Paesi d’origine. Altre volte ci si affida al mondo del volontariato. A Castiglione adesso ci sono 35 stranieri su 160 ospiti. Pellizzardi continua a chiedersi se non ci sia un luogo più adatto che dia la possibilità a queste persone di scontare la propria pena e, allo stesso tempo, di essere aiutate. Un primo passo potrebbe essere quello di sviluppare le articolazioni che all’interno delle carceri sono state costruite per occuparsi dei detenuti con fragilità mentali. Dovrebbero essere luoghi di cura in cui viene garantita un’attività di tipo terapeutico e riabilitativo. Ma anche in queste sezioni, come spesso accade nei reparti ordinari delle carceri italiane, prende il sopravvento la logica punitiva. «Questi reparti dovrebbero diventare strutture a carattere sanitario in cui la polizia penitenziaria viene fatta entrare su volontà dei sanitari stessi», ipotizza Rovellini. Qui potrebbero essere accolti i detenuti che attendono di entrare nelle Rems, quelli che presentano fragilità mentali meno complesse e chi ha profili delinquenziali più marcati. «In Italia abbiamo solo 34 articolazioni di salute mentale, che ospitano 200 pazienti, ma davvero pensiamo che i detenuti con fragilità psichiche siano così pochi?», denuncia Rovellini. Per migliorare il sistema delle Rems e far in modo che sia davvero un’extrema ratio, si potrebbe iniziare da qui. La decisione della Corte Costituzionale di arrivare a una sentenza dopo un ulteriore approfondimento dovrebbe aprire un dibattito sulla realtà di queste strutture e sugli aspetti da migliorare. Pellizzardi non sa cosa succederà. Rimane fondamentale continuare a reinventarsi. A breve a Castiglione dello Stivere aprirà anche un servizio di etnopsichiatria.

Viaggio in mondo invisibile, un libro sulla questione psichiatrica in cella. “Il carcere invisibile. Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell’arcipelago carcerario” di Luca Sterchele, ricercatore di Sociologia all’Università degli Studi di Padova. Il Dubbio il 21 novembre 2021. Francesco D’Errico, presidente dell’Associazione Extrema Ratio. Il carcere è un luogo chiuso, buio, serrato, inaccessibile e sconosciuto ai più, spinto ai margini delle città, situato lontano dal circuito della cosiddetta normalità, isolato e tenuto a debita distanza dalla comunità. Tra le sue mura si può misurare l’irriducibile distanza tra la previsione formale delle garanzie individuali tutelate dalla Costituzione e la materialità dei corpi quotidianamente incisi dalla reclusione, uno iato che emerge chiaramente ne “Il carcere invisibile. Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell’arcipelago carcerario” (Meltemi, 2021) di Luca Sterchele, ricercatore di Sociologia all’Università degli Studi di Padova. Con questa poderosa pubblicazione, servendosi di un metodo di ricerca spiccatamente etnografico, arricchito da una solida analisi teorica, Sterchele ha infatti affrontato il complesso tema della “questione psichiatrica” in carcere, provando anche ad evidenziare l’infondatezza di alcune radicate convinzioni che la riguardano. Il carcere è davvero diventato un “nuovo manicomio” a seguito della chiusura degli OPG? C’è un nesso causale tra la loro abolizione e la diffusione del malessere psichico tra la popolazione detenuta? Secondo l’autore tale retorica è fragile: “appare scivolosa e problematica” e “miope nelle sue articolazioni a prima vista lineari”, oltre ad essere in definitiva dannosa per diverse ragioni. Non consente, innanzitutto, di interrogarsi sul “ruolo del progressivo indebolimento dei servizi di salute mentale e di welfare nell’ostacolare la completa attuazione dei principi contenuti nelle riforme”, individuando, al contrario, nei movimenti abolizionisti il bersaglio da colpire. Vedendo nello svuotamento degli OPG la principale causa del disagio psichico nel penitenziario, inoltre, non si riesce “a dar conto degli effetti disabilizzanti dell’istituzione carceraria stessa, che resta un dispositivo che agisce in via prioritaria sul corpo recluso producendo continuamente sofferenza e incapacitazione”. D’altronde la correlazione non implica la causalità, soprattutto in un’area come quella che interessa la salute mentale e il carcere, così complessa e intricata, rappresentabile come un crocevia di discipline e intersezione di opposte esigenze e relazioni. In tal senso dalla ricerca emerge chiaro un aspetto: nonostante il trasferimento, nel 2008, delle competenze sanitarie della medicina generale e specialistica penitenziaria dal Ministero della Giustizia al SSN, si registra ancora uno sbilanciamento a favore della logica del controllo rispetto a quella sanitaria, in un contesto che “pur essendo spesso orientato in un’ottica di collaborazione, comporta il mantenimento di una certa attenzione da parte del gruppo dotato di minor potere – appunto l’area sanitaria che potrebbe vedersi ostacolato nell’espletamento della sua mission istituzionale”. Sullo sfondo si staglia nitida la carenza strutturale di risorse da cui ha origine, tra le altre cose, una “mancanza di attività lavorative – o anche solo ludiche che determina uno stato di noia costante”, il quale a sua volta favorisce l’emersione di stati ansiosi nella popolazione detenuta. È anche per questo che gli psicofarmaci dilagano: “il carrello dei farmaci ha poche cose sopra, quelle che si usano più di frequente: una scatola di guanti usa e getta, due o tre disinfettanti, un termometro auricolare e una boccetta di valium”.

Nelle conclusioni il sociologo non tentenna: il carcere andrebbe abolito. Pur riconoscendo le nobili intenzioni dell’approccio riformista, sia in chiave di umanizzazione che in termini sanitari, Sterchele ricorda che il penitenziario negli anni ha riprodotto e conservato i suoi mali, facendo prevalere su tutto la propria natura repressiva, patologica e marginalizzante. Nella ricerca di alternative future, per non incorrere in pie illusioni, è bene tenere a mente il vero obiettivo: mettere in discussione la carceralità come dispositivo e non disfarsi soltanto del carcere come istituzione.

Ma ai detenuti servono cure. Finalmente chiude il Sestante, il reparto degli orrori del carcere di Torino. Alessio Scandurra su Il Riformista il 26 Novembre 2021. Chiude finalmente il Sestante, il reparto di osservazione psichiatrica (il nome corretto è Articolazione per la salute mentale), del carcere Le Vallette di Torino. Chiude perché obsoleto, fatiscente, del tutto inadeguato per svolgere quelle attività di osservazione e cura a cui era destinato. Talmente inadeguato che la Procura di Torino, che fino a ieri mandava lì le persone, adesso ha aperto un’indagine per maltrattamenti a danno delle persone lì detenute. Il Sestante dunque chiude adesso, eppure questa situazione era nota da tempo. Antigone, a cui si deve l’ultima denuncia che ha riaperto il caso, pubblicata da Susanna Marietti subito dopo la nostra ultima visita, segnalava questa la situazione da anni. Denunciavamo le condizioni generali del reparto e quanto accaduto in casi individuali, come quello di M., un giovane che sarebbe stato detenuto per mesi al Sestante, un reparto dove si dovrebbe restare per un massimo di 30 giorni, e che sarebbe stato rinchiuso per giorni in una cella “liscia”, priva di tutto, in cui tra l’altro sarebbe stato lasciato senz’acqua e si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del W.C.. Anche il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà denunciava da tempo le condizioni del Sestante, ed in particolare della cella “liscia”, eppure solo adesso il reparto viene finalmente chiuso per essere ristrutturato e le persone che ci stavano vengono finalmente spostate altrove. Ma come è stato possibile tutto questo? Come è potuta una simile vergogna andare avanti per anni sotto gli occhi di tutti? Andiamo per ordine. Le articolazioni per la salute mentale, previste dal regolamento di esecuzione dell’Ordinamento penitenziario, sono i luoghi in cui si dovrebbe anzitutto accertare l’esistenza o meno di patologie psichiatriche. Un imputato o un detenuto potrebbero simulare la patologia per evitare la pena o accedere ad alternative alla detenzione, e a questo scopo erano stati istituiti questi reparti, che si chiamavano appunto di osservazione psichiatrica. Basta entrarci una volta per rendersi conto però che il problema in quei luoghi non è certo la simulazione. Si tratta infatti di spazi per lo più dedicati alla gestione della fase acuta della patologia psichiatrica, fase in cui il paziente è di più difficile gestione, a rischio di aggressività e autolesionismo. In questi luoghi le persone vengono contenute, compensate, e successivamente rimandate da dove vengono, perché la fase acuta è passata e non si avviano percorsi di cura, o indirizzate verso percorsi terapeutici che si svolgeranno altrove. In ogni caso dunque luoghi dove si dovrebbe sostare per un breve periodo, al massimo per 30 giorni, ma dove le persone spesso sono detenute assai più a lungo, in un contesto esclusivamente contenitivo, del tutto inadatto alla cura, ma dal quale senza cure non è facile uscire. E non sono pochi i reparti come il Sestante in Italia. Certo più piccoli, spesso in condizioni materiali migliori, ma tutti rischiano di svolgere la stessa funzione. Il luogo per contenere le forme più acute del disagio mentale. Non un luogo di cura, ma di alternativa alla cura. Perché, e questo è un punto fondamentale, in carcere la presenza del disagio psichico non ha paragoni rispetto al fuori. Secondo i nostri dati più recenti, relativi alle 85 visite che abbiamo fatto da settembre 2020 ad oggi, il 39,6% dei detenuti è in terapia psichiatrica. A fronte di questo dato esorbitante, sempre dalle nostre rilevazioni, risulta che in media, per ogni 100 detenuti, ci sono in tutto solo 8,1 ore ore di presenza settimanale degli psichiatri. Credo che questi numeri parlino da soli. Il disagio, e la domanda di cura, sono enormi, le risorse per la cura del tutto inadeguate e, in quella comunità “compressa” e difficile che è il carcere, questo si traduce subito in problemi di ordine e sicurezza. Problemi che reparti come il Sestante sono chiamati a risolvere. Perché, se il Sestante era l’alternativa alla cura, la cura è l’alternativa al Sestante. Alessio Scandurra

Carcere di Torino, la Procura indaga sulla sezione psichiatrica. Il Corriere della Sera il 22 novembre 2021. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo contro ignoti per maltrattamenti sui detenuti della sezione psichiatrica Sestante del carcere di Torino. L’inchiesta arriva dopo la lettera-denuncia dei giorni scorsi del presidente nazionale dell’associazione Antigone, Susanna Marietti, che aveva visitato la sezione definendola un «luogo vergognoso in cui si rinuncia a vite umane come se valessero niente».

Sestante, la sezione degli orrori del carcere di Torino che ricorda gli Opg. La relazione di Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, dopo una visita al reparto in cui sono tenuti i detenuti con problemi psichiatrici descrive una situazione di degrado incredibile. Damiano Aliprandi  su Il Dubbio il 23 novembre 2021. Chi viene tenuto al buio in cella, chi non riesce a scaricare le feci da quattro giorni a causa della turca guasta, in un’altra cella c’è un giovane ragazzo che fa fatica ad articolare i suoni perché imbottito di psicofarmaci. Un ragazzo di 25 anni chiede aiuto in lacrime, perché non sa per quale motivo fosse recluso. Poi si è appurato che era in attesa che si liberasse un posto nella residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).

La drammatica relazione su Sestante di Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone

Scene da terzo mondo, ma siamo in Italia. Precisamente la sezione del carcere di Torino che funge da articolazione psichiatrica. A descrivere questo inferno è Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, dopo che ha appena visitato la sezione della casa circondariale Lorusso e Cutugno in cui sono tenuti i detenuti con problemi psichiatrici. «Al Sestante – ha scritto Marietti- si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L’intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio».

“Da quattro giorni il bagno alla turca era guasto”

Oltre alla condizione della struttura, la situazione drammatica è quella del trattamento dei detenuti: «Qualcuno si è avvicinato alle sbarre al nostro passaggio – ha denunciato la coordinatrice di Antigone – Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. Un altro uomo era al buio. Si è sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po’ di luce. Il poliziotto che era con me, un po’ imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l’interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all’alba del giorno dopo».

Il Garante nazionale ha segnalato questa situazione da 5 anni

Un inferno, in realtà, già denunciato da tempo. Ma tutto è rimasto come prima. La prima segnalazione alle autorità competenti è giunta tramite la raccomandazione del Garante nazionale delle persone private della libertà formulata il 29 novembre 2016. Ma nulla da fare. Arriva l’ennesima segnalazione nel 2017, questa volta da parte di Emilia Rossi, componente del collegio del garante nazionale. Ha effettuato una visita al reparto psichiatrico del carcere torinese assieme a Bruno Mellano, Garante Regionale del Piemonte, e della Garante del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo. Durante la visita, la delegazione guidata da Emilia Rossi, ha riscontrato nel Reparto Osservazione che le camere si presentano in condizioni strutturali e igieniche molto scadenti, sporcizia diffusa, prive di doccia e servizi igienici a vista.

Il reparto Il Sestante viene Istituito dalla Asl To 2 Nord, attraverso il Dipartimento sanitario mentale “Giulio Maccacaro”, collocato nel padiglione A. E’ suddiviso in due articolazioni: la Sezione VII che ospita il reparto osservazione, a cui sono destinate persone sottoposte ad osservazione ex art. 112 o pazienti provenienti anche da altri istituti e persone in fase acuta o sub – acuta che richiedono assistenza temporanea non terapica, e la Sezione VIII in cui è stato costituito il reparto trattamentale, destinato ad accogliere persone sofferenti di patologia psichica accertata, anche provenienti dalla settima sezione, ed ove si realizzano percorsi di adattamento alla detenzione ordinaria.

Un detenuto era costretto a bere dallo scarico del wc

Ma nonostante la segnalazione da parte del Garante Nazionale fatta nel 2018, la situazione è rimasta invariata, se non peggiorata visto la descrizione infernale da parte dell’associazione Antigone che vi ha fatto visita di recente. Ma tale sezione è salita recentemente agli onori della cronaca grazie al rapporto di Antigone stesso. La vicenda viene narrata da un familiare che si rivolge all’avvocato Elia De Caro, il Difensore Civico di Antigone. Un caso riportato da Il Dubbio. Un ragazzo avrebbe tentato il suicidio, per questo sarebbe stato trasferito in una cella liscia, denudato, senza materasso né coperta e con l’acqua chiusa. Per quest’ultimo motivo, si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del wc. La sua situazione peggiora, si agita, e la prassi sarebbe stata quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedarlo. Parliamo di M., un detenuto di 24 anni che espiava la pena presso il famigerato Il Sestante della Casa Circondariale di Torino.

Nel 2019 un suicidio: con il cappio al collo per dodici interminabili minuti

Nel 2019, sempre nella medesima sezione, è avvenuto un suicidio. Si chiamava Roberto Del Gaudio e doveva essere controllato a vista. È rimasto fermo immobile, con il cappio intorno al collo e appeso sull’angolo di una finestra aperta dodici interminabili minuti, prima che nella cella entri un primo agente della polizia penitenziaria e si renda conto di che cosa è accaduto mentre chi doveva sorvegliare era distratto altrove. La procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre agenti che erano in servizio quella sera nella settima sezione del reparto psichiatrico Sestante. Sempre la stessa sezione degli orrori.

Il Garante già nel 2016 segnalò la condizione del Sestante. Fin dal novembre 2016 il Garante nazionale ha messo a conoscenza del ministero della Giustizia la situazione del Sestante chiedendo di intervenire. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 23 novembre 2021. La sezione psichiatrica degli orrori Il Sestante del carcere di Torino è stata, come ribadito nella stessa pagina de Il Dubbio, già messa a conoscenza del ministero della Giustizia fin dal novembre 2016 dal Garante nazionale delle persone private della libertà. A distanza di sei mesi, la componente del Collegio del Garante Emilia Rossi, ha effettuato una visita per vedere se le raccomandazioni hanno dato i loro frutti. Ma nulla da fare. A quel punto, con l’ennesima raccomandazione alle autorità del maggio 2017, il Garante Nazionale ha scritto senza mezzi termini: «La loro ristrutturazione e il ripristino di condizioni di manutenzione che assicurino almeno l’igiene e il decoro si rendono improcrastinabili». Pertanto, Il Garante ha raccomandato alle autorità di provvedere con urgenza ai lavori di ristrutturazione delle stanze di pernottamento prevedendo, oltre al resto, l’eliminazione dei servizi igienici a vista; predisporre, nell’immediato, interventi di risanamento di tutti gli ambienti che mettano fine alle costanti infiltrazioni d’acqua nel soffitto e sulle pareti e alla diffusione della muffa; provvedere alla costante manutenzione delle stanze di pernottamento e al quotidiano mantenimento della pulizia e dell’igiene al loro interno, anche a prescindere dalla collaborazione dell’ospite; provvedere immediatamente alla sostituzione dei materassi scaduti o in condizioni di cattiva manutenzione. Nella medesima raccomandazione di quattro anni fa, il Garante ha evidenziato con serio disappunto la constatazione che a distanza di oltre sei mesi dalla precedente segnalazione e malgrado l’attivazione del Dipartimento e della Direzione Generale detenuti e trattamento, la situazione sia rimasta invariata e sia stata riscontrata la mancanza di lenzuola in 4 delle 16 stanze occupate. Per tale ragione, il Garante nazionale ha ribadito la raccomandazione formulata con rapporto 29 novembre 2016 e, conseguentemente ha raccomandato che nel caso considerato e in tutti gli altri simili nel territorio nazionale, l’Amministrazione penitenziaria provveda a fornire gli Istituti di lenzuola, reperibili in commercio, di materiale idoneo a evitare un uso autolesivo e che nessuna persona detenuta venga tenuta, soprattutto per periodi prolungati, sistemata nella propria camera con il solo materasso e coperta. Siamo quasi nel 2022 e al Sestante nulla e cambiato, visto la descrizione dopo la recente visita effettuata da Susanna Marietti di Antigone.

Giuseppe Legato per "La Stampa" il 22 novembre 2021. Che cosa accade davvero al Sestante, sezione psichiatrica del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, padiglione A, da anni al centro di uno stuolo di denunce, ma sempre lì, funzionante e popolato di ospiti detenuti in condizioni disumane? A leggere le parole di Susanna Marietti, presidente nazionale dell'associazione Antigone, ci si trova in un «luogo vergognoso in cui si rinuncia a vite umane come se valessero niente». Marietti va giù duro in una lunga lettera in cui elenca il resoconto di una visita di pochi giorni fa: «Celle piccole, sporche, letti in metallo scrostato attaccati al pavimento coi chiodi. Ho visto un uomo - scrive - sdraiato con la faccia per terra, al buio, bagni turchi intasati dalle feci da quattro giorni, detenuti con gli occhi a mezz'asta, incapaci anche di parlare e raccontare il proprio disagio. Luoghi indecenti - chiosa - in cui vengono ammassati corpi». Il dato sembra ampiamente riscontrato da altri fatti. Due settimane prima della denuncia di Marietti, ci aveva pensato Monica Gallo, garante dei detenuti di Torino a scrivere al Provveditore dell'amministrazione penitenziaria del Nord Ovest e all'Asl di competenza. In estrema sintesi, era un grido disperato: «Avevo chiesto che il Sestante venisse chiuso una volta per tutte». La donna lo aveva visitato l'ultima volta 15 giorni fa. «Come posso definirlo? Un luogo inumano e degradante». Nemmeno questa volta si è chiuso nulla, si dice perché sarebbero pronti dei lavori di ristrutturazione rinviati «enne» volte dalla lenta e quasi mai reattiva macchina burocratica dello Stato. E cosi questo settore del penitenziario torinese diviso in due articolazioni - "Osservazione" e "Trattamento" - è rimasto lì. A ospitare scempi che più voci confermano. Tre legali dell'Osservatorio carceri dell'Unione Camere penali stamattina si presenteranno in procura per depositare un esposto. Di più: «Chiederemo che il Sestante venga sequestrato come luogo in cui si consumano reati a danno dei detenuti» precisa Davide Mosso che sta lavorando alla denuncia insieme ai colleghi Alberto De Sanctis e Antonio Genovese. «La questione fondamentale è che le persone che soffrono di patologie psichiatriche non devono stare in carcere ma in un luogo di cura. Come prevede il codice» dice Mosso. E proprio di un caso del genere riferisce Marietti nella sua lettera: «Nell'ultima cella prima dell'uscita c'era un ragazzino. Avrà avuto 25 anni. Gli ho chiesto come andasse. Le lacrime hanno cominciato a scendergli dagli occhi. Mi ha detto che non capiva perché fosse lì e che aveva tanta paura tutte le notti. Mi ha pregato di farlo trasferire. Gli ho spiegato che non avevo alcun potere in questo senso, ma mi sono fatta dare il numero di telefono della mamma, che lui sapeva a memoria. Gli operatori mi hanno spiegato che erano in attesa che si liberasse un posto in una Rems, le residenze a vocazione sanitaria per l'esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche». In definitiva: «Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi lì, non c'era titolo per la sua detenzione. Sono uscita e ho chiamato la madre. Nessuno le aveva detto dove lo avessero portato». Levata di scudi anche dalla politica. L'assessora torinese Gianna Pentenero, con delega ai Rapporti annuncia una visita in quel reparto. Parla di «situazione inaccettabile, peraltro già denunciata di recente per la quale chiedo alle autorità governative di intervenire con tempestività». E che questo reparto sia stato - anche in un recente passato - foriero di scandali e inchieste non è un mistero. A giugno in tribunale si aprirà il processo contro tre agenti della penitenziaria accusati di omicidio colposo per un suicidio avvenuto al Sestante. Un detenuto si tolse la vita strangolandosi con i pantaloni del pigiama. L'agonia durò 12 minuti e nessuno di coloro che avrebbe dovuto controllarlo a vista si alzò per svolgere il proprio dovere.

“Il Sestante”, la procura indaga e Bernardini accusa la Regione Piemonte. La vicenda de "Il Sestante" è stata sollevata dall'associazione Antigone e denunciata più volte dai Radicali. Le mancate risposte della Regione Piemonte. Ora indaga la procura di Torino. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 24 novembre 2021. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo contro ignoti per maltrattamenti sui detenuti della sezione psichiatrica “Il Sestante” del carcere di Torino. L’inchiesta arriva dopo la lettera- denuncia dei giorni scorsi della presidente nazionale dell’associazione Antigone, Susanna Marietti, che aveva visitato la sezione definendola un “luogo vergognoso in cui si rinuncia a vite umane come se valessero niente”. Nel frattempo, Rita Bernardini del Partito Radicale denuncia che hanno un nome e cognome i responsabili della sezione psichiatrica dell’orrore “Il Sestante” del carcere di Torino e sono da ritrovare nella regione Piemonte visto che è lì che ricade la responsabilità della sanità penitenziaria.

“Il Sestante”, la relazione di Antigone

Ricordiamo che il famigerato reparto del carcere di Torino è ritornato alla ribalta grazie all’accurato resoconto di Susanna Marietti di Antigone, reduce della recente visita. Scene che non vi si ritrovano nemmeno più nel cosiddetto “terzo mondo”. Una sezione dove – come ha sempre denunciato Antigone nella relazione di marzo scorso un ragazzo di 24 anni fu costretto a bere l’acqua del water. Dove nel 2019 si è uccisa una persona con il cappio al collo e appeso sull’angolo di una finestra aperta per dodici interminabili minuti prima che un agente entrasse. Eppure doveva essere sorvegliato a vista. Parliamo della stessa sezione che già nell’ottobre del 2017 fu segnalata dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Nonostante gli impegni presi dalle Amministrazioni in risposta alle Raccomandazioni formulate e nonostante le continue sollecitazioni, l’ultima visita di giugno aveva confermato le condizioni immutate in una considerevole parte del Reparto. L’unico sostanziale passo avanti è stato la chiusura e disattivazione della “cella liscia”, come richiesto dal Garante nazionale sin dal 2018.

L’attività di Rita Bernardini

Rita Bernardini del Partito Radicale, rende noto che con Sergio Rovasio e Mario Barbaro, dopo aver visitato Le Vallette, il 6 agosto scorso, hanno scritto al presidente della regione Alberto Cirio e all’assessore alla Sanità Luigi Icardi, che però non hanno risposto. «Occorre chiamarli in causa perché sono loro i maggiori responsabili. Oltre al fatto che le Asl devono verificare ogni sei mesi lo stato di salubrità dei luoghi detentivi: non hanno avuto niente da dire e da relazionare? “Il Sestante” del carcere torinese Le Vallette da quanto tempo non lo controllano?», denuncia pubblicamente Rita Bernardini.

Caso “Il Sestante”, l’ispezione del 6 agosto

Durante la visita del 6 agosto, erano presenti anche i Garanti dei detenuti della Regione Piemonte, Bruno Mellano e del comune di Torino, Monica Gallo. Nella lettera hanno denunciato che in ambito sanitario sono stati riscontrati gravi problemi acuitisi negli ultimi due tre anni, e precisamente: assenza quasi totale di medici specialisti con grave carenza strutturale delle attività specialistiche, tra tutte la cardiologia, con costante aumento di traduzione delle persone detenute negli ospedali cittadini; le sezioni “Il Sestante” e “Filtro” con particolari situazioni critiche sanitarie anche dal punto strutturale, compreso il reparto “Servizio Assistenza Intensivo”; vi sono persone detenute con gravi problemi psichiatrici in reparti non adeguati, in particolare vi sono due celle con persone in gravi difficoltà in aree di detenzione comune con altri detenuti nel reparto femminile ubicato al primo piano.

Le mancate risposte della Regione Piemonte

Non solo. Sempre nella lettera inviata alla Regione Piemonte, relativamente all’osservazione di donne detenute con disturbi comportamentali gravi, si osserva che nell’ultimo anno si è registrato un aumento di casi per via della consolidata procedura di invio in osservazione psichiatrica al cosiddetto “Sestantino” di donne provenienti anche da altri Istituti. «È grave – ha scritto Rita Bernardini nella lettera – che le camere di pernottamento adibite all’ospitalità delle donne con disturbi, sono situate al primo piano della seconda sezione dell’Istituto in convivenza con altre donne detenute che svolgono attività scolastiche, formative e/ o lavorative».

Sempre nella lettera, vengono denunciate le condizioni igieniche carenti «dovute a scarsa/ inesistente manutenzione, in particolare per mancanza di adeguata disinfestazione di tutte le aree con ambienti degradati e spazi inadeguati sotto il profilo igienico- sanitario e conseguente presenza costante di blatte, scarafaggi e topi». La lettera conclude con l’augurio che si intervenga con la massima urgenza per limitare il più possibile le gravi carenze indicate. Ma nessuna risposta dalla Regione.

Detenuti con problemi mentali: pochi reparti e senza psicologi non vengono curati. Viviana Lanza su Il Riformista il 22 Settembre 2021. Quello dei detenuti con problemi psichiatrici è un dramma nel dramma. La storia di Mariano Cannio, il 38enne in carcere con l’accusa di aver preso in braccio il piccolo Samuele Gargiulo per poi lasciarlo cadere nel vuoto dal balcone della casa dove lavorava come domestico, riaccende i fari su una questione delicata e ancora poco discussa. Da lunedì Cannio è in cella, sarà in isolamento per i primi dieci giorni come prevede la normativa anti-Covid per poi essere recluso assieme ad altri detenuti. Per lui inquirenti e difensore stanno valutando un incidente probatorio e una perizia psichiatrica per valutare le condizioni di salute mentale e il grado di capacità di intendere e di volere. Nel carcere di Poggioreale, però, non c’è un’articolazione specifica per detenuti con problemi di salute mentale. Eppure dalla relazione annuale del garante regionale dei detenuti emerge che ogni anno, nel carcere cittadino, transitano o restano reclusi centinaia di detenuti coinvolti in percorsi psicologici o seguiti, prima della carcerazione, da servizi di salute mentale. Come nel caso di Mariano Cannio, in cura, secondo la testimonianza che ha fornito agli inquirenti, presso il centro di Santa Maria Antesaecula e ora al centro di un caso giudiziario e mediatico per via di un reato terribile, la morte di un bambino. Caso giudiziario, perché ci sono indagini in corso e si cerca di risalire al movente dell’omicidio, e caso mediatico, perché il clamore creatosi attorno alla tragedia ha fatto sentire schiacciati non solo Cannio ma anche la famiglia della vittima e i residenti nella zona della tragedia che sono arrivati a chiedere «per pietà» di smetterla con foto e video. Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello parla di «populismo penale e politico» pur riconoscendo la assoluta gravità di un reato come l’omicidio. Il garante conosce bene i drammi e le criticità del mondo penitenziario, soprattutto quando si affronta il tema della salute mentale. «In tutte le carceri della Campania – afferma – ci sono decine e decine di detenuti di cui sappiamo poi che erano in cura presso dipartimenti di salute mentale. Ma non in tutte le carceri ci sono articolazioni dedicate alla salute mentale». Ed ecco che il cortocircuito, la criticità, il dramma è dietro l’angolo. Pensiamo a Poggioreale, il più grande carcere cittadino. Dalla relazione annuale del garante risulta che nel 2020 ha ospitato 170 detenuti coinvolti in percorsi psicologici e 168 detenuti che prima della detenzione erano in cura presso un centro di igiene mentale, ma conta appena 12 psicologi nell’organico del personale penitenziario. C’è una sproporzione nei numeri evidente. In Campania, inoltre, di istituti di pena con un’articolazione appositamente attrezzata per la gestione di detenuti con patologie psichiatriche ce n’è uno per ogni provincia: il carcere di Secondigliano, quello di Santa Maria Capua Vetere, quello di Benevento, e Sant’Angelo dei Lombardi e Salerno. Cinque in tutto, su un totale di quindici strutture penitenziarie presenti nella regione e una popolazione detenuta, al 31 agosto, di 6.432 persone. E pensare che secondo le statistiche più recenti i disturbi mentali e le sindromi ansiose in carcere sono aumentati. Nell’ultimo report redatto dal garante campano sullo stato delle carceri regionali si sottolinea che il 4% dei detenuti risulta affetto da disturbi psicotici, contro l’1% della popolazione generale, e che la depressione colpisce il 10% dei reclusi, mentre il 65% convive con un disturbo della personalità. Nel 2020, inoltre, la percentuale di psicofarmaci somministrati ai detenuti risulta aumentata e rappresenta il 43% dell’utilizzo complessivo di farmaci.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Giulia Sorrentino per “Libero quotidiano” il 5 aprile 2021. Il caso di Fabrizio Corona continua a tenere banco, sia per le novità legate alla presunta sospensione del suo sciopero della fame (su supplica delle persone a lui più vicine) sia per quanto riguarda il suo disturbo psichiatrico severo. Ma quanti sono i detenuti con questi disagi? Secondo i dati forniti da Irene Testa, tesoriere del Partito Radicale e conduttrice radiofonica della rubrica "Lo stato del diritto", i detenuti affetti da disturbi psichici si aggirano attorno al 41,3% di cui il 27% è in terapia psichiatrica ed il 14% è in trattamento per dipendenze, su un totale di 53.697 carcerati (febbraio 2021). Ma in quali condizioni versano? E quali sono i pericoli maggiori? Secondo i dati dell'associazione Antigone, sui 98 istituti visitati, solo in 59 penitenziari c'è la presenza medica della durata di 24 ore, e solo 57 istituti contemplano almeno 8 ore d'aria; 29 non garantiscono sempre adeguata areazione e accesso alla luce del giorno nelle celle, in 45 non è costantemente presente acqua calda nella stanza di pernottamento, 25 non garantiscono almeno 3 metri quadrati a detenuto. Condizioni precarie per chiunque, figuriamoci per chi ha dei disturbi così importanti. In questo senso, è lo stesso Istituto Superiore di Sanità a stabilire quanto sia importante la condizione ambientale nello sviluppo della malattia mentale: «Sulla salute mentale agiscono sia fattori genetici che esposizioni ambientali concomitanti i cui effetti possono modificarsi reciprocamente in modo complesso», scrive l'Iss. «L'ambiente può infatti influenzare attraverso modifiche chimiche il modo in cui il Dna viene letto e trascritto. Quando gli effetti genetici sono modulati da fattori esogeni, ad esempio stili di vita, esistono opportunità di prevenzione e di promozione della salute mentale». «Sotto questo punto di vista, c'è una scarsissima tutela della malattia mentale e non si tiene conto di in un ambiente ostile come il carcere nel progredire della malattia», spiega Irene Testa. Ne è convinto anche il Professor Paolo Capri, presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia Giuridica: «Siamo di fronte a pazienti con una sofferenza importantissima che vanno inevitabilmente curati. Nelle carceri italiane si contano 53.697 detenuti. Di questi, il 67,5% risulta essere affetto da una o più patologie. Mentre il 41,3% presenta disturbi che hanno a che fare con la sfera della psiche. Nel 2018 il numero dei suicidi registrati all'interno degli istituti penitenziari è stato di 11,4 ogni 10mila detenuti contro una media di 0,65 ogni 10mila abitanti tra la popolazione italiana non detenuta (dati Antogone). vo non può che peggiorare una situazione del genere. Non rimane neutrale il paziente, ma sta peggio». Il diritto alla salute e alla vita sono principi cardine della nostra Costituzione. Non esiste nella giustizia una centralità delle neuroscienze, della neurologia e della psichiatria. E manca spesso un riesame della detenzione alla luce del peggioramento della condizione psicofisica. I disturbi di personalità di varia natura e tipologia, il disturbo bipolare o le psicosi alterano molto spesso le scelte che l'individuo compie e il suo senso della realtà. «Apparentemente i soggetti in questione possono sembrare solo instabili o affetti da problematiche affettive», dice il professore Capri. «Ma non è un problema solo di affettività perché queste persone hanno proprio un problema di gravi scompensi che si avvicinano al quadro psicotico, ovvero una situazione in cui si possono presentare gravi dissociazioni. È per questo che l'aspetto psichiatrico e psicologico andrebbe seguito con estrema cautela ed attenzione. Non può mai essere tralasciato». La punizione secondo gli psichiatri dovrebbe essere modulata sulla base della malattia, non solo della legge che non può più camminare da sola. Ci dovrebbe essere un lavoro di equipe che prevenga i suicidi, la cui stima è di 11.4 ogni 10.000 detenuti (Antigone), o i casi di autolesionismo che solo nel 2018 hanno riguardato 10.368. È in virtù dell'amore per la scienza, della protezione dell'intera popolazione penitenziaria e del profondo senso di umanità che dovrebbe accompagnare le vicende giuridiche che Irene Testa sta promuovendo un appello del partito radicale (sottoscritto da personaggi di spicco come Vittorio Feltri, Maurizio Costanzo, Annamaria Bernardini De Pace, l'ex Guardasigilli Claudio Martelli e molti altri, oltre che da chi scrive) sul tema del disagio mentale in carcere, rivolto alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Ministro della Salute Roberto Speranza: «Il problema della salute mentale in carcere», recita l'incipit dell'appello «oggi rilanciato dalla vicenda che riguarda Fabrizio Corona, e che coinvolge da ben prima di lui migliaia di altri cittadini, esige una vostra urgente e concreta risposta».

Salute mentale in carcere e l’alternativa: l’urgenza della riforma penitenziaria. L’attuale regolamento prevede per la salute mentale la possibilità di assegnare detenuti affetti da patologie psichiatriche in sezioni special. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 16 marzo 2021. Il tema dell’assistenza psichiatrica nelle carceri è stato del tutto omesso dalla semi riforma dell’ordinamento penitenziario. Addirittura, nei primi decreti attuativi si è persino cancellato il riferimento allo psichiatra nell’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario, né sono state accolte le proposte avanzate dalla Commissione Pelissero sulle attività per la prevenzione dei suicidi e sulle funzioni delle Articolazioni per la tutela della Salute Mentale. Una linea che ha rimosso in modo del tutto ingiustificato il tema della salute mentale come segnalato da studiosi del diritto e purtroppo dai dati sui suicidi e il disagio di detenuti e polizia penitenziaria.

I malati mentali imputabili devono scontare la pena in carcere. Per i malati mentali risultati imputabili, la pena deve essere scontata in carcere e al contempo però devono essere assicurate cure adeguate. Il vigente ordinamento penitenziario, nello specifico il regolamento di esecuzione D.P.R 230/2000 agli artt.111 e 112, prevede la possibilità di assegnare detenuti affetti da patologie psichiatriche in sezioni speciali, oggi denominate “articolazioni per la salute mentale”, volte a garantire servizi di assistenza rafforzata per rendere il regime carcerario compatibile con i disturbi psichiatrici. In tali reparti si prevede che la permanenza nelle suddette sezioni non debba essere superiore a trenta giorni. Lo scopo formale è quello di garantire a questi soggetti un’attività di tipo terapeutico e riabilitativo in maniera continuativa e individualizzata. Tuttavia – come si legge nell’ultimo rapporto di Antigone -, «le criticità che si riscontrano all’interno di queste sezioni, in molti casi del tutto sprovviste di adeguati percorsi trattamentali e risocializzanti, finiscono per rendere nulle le intenzioni di cura che il legislatore si era posto come fine ultimo, diventando terreno fertile per il peggioramento delle patologie dei soggetti che ne vengono ristretti». Questo è un aspetto. Ma poi ne subentra un altro.

La Corte costituzionale ha equiparato la salute fisica a quella mentale. Grazie alla sentenza della Corte costituzionale del 2019, equiparando la salute fisica con quella mentale, anche i detenuti con patologie psichiatriche sopraggiunte durante la detenzione, posso fare finalmente istanza per richiedere misure alternative. Infatti, si legge nella sentenza della Consulta – «la Corte ritiene in contrasto con i principi costituzionali di cui agli artt. 2, 3, 27, terzo comma, 32 e 117, primo comma, Cost. l’assenza di ogni alternativa al carcere, che impedisce al giudice di disporre che la pena sia eseguita fuori dagli istituti di detenzione, anche qualora, a seguito di tutti i necessari accertamenti medici, sia stata riscontrata una malattia mentale che provochi una sofferenza talmente grave che, cumulata con l’ordinaria afflittività del carcere, dia luogo a un supplemento di pena contrario al senso di umanità». Ma per rendere operative le alternative alla detenzione occorrono soluzioni concrete. E le indicazioni provengono dalle proposte avanzate dal Tavolo 10 (presidente Francesco Maisto, ora garante di Milano) degli Stati Generali per l’Esecuzione della Pena e poi sostanzialmente riprese dalla Commissione Pelissero (art. 47 septies) le quali indicavano un percorso nel quale «l’interessato può chiedere in ogni momento di essere affida1to in prova ai sensi delle disposizioni di questo articolo per proseguire o intraprendere un programma terapeutico e di assistenza psichiatrica in libertà concordato con il dipartimento di salute mentale dell’azienda unità sanitaria locale o con una struttura privata accreditata». Risulta quindi essenziale la presa in cura congiunta, ciascuno per le proprie competenze. Ma tutto questo, e non solo, non deve essere a spesa zero. Come ha detto recentemente il Garante nazionale Mauro Palma, durante la presentazione del rapporto di Antigone, bisogna proporre le misure alternative indicando strutture e soldi. Altrimenti sono solo parole.

Rapporto Antigone: in quasi tutte le carceri niente spazi per i culti diversi da quello cattolico. Nel XVII rapporto dell’associazione Antigone uno dei capitoli è dedicato proprio agli istituti dove non vi sono luoghi per i riti dei culti non cattolici.  Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 marzo 2021. Negli 79,5% degli istituti monitorati da Antigone nel corso dell’ultimo anno non era presente alcuno spazio dedicato esclusivamente alla celebrazione di culti diversi da quello cattolico. In tutti gli istituti visitati (e anche in quelli non visitati) erano invece presenti degli spazi appositi per la celebrazione del culto cattolico. Ciò avviene nonostante l’ultimo censimento sulle appartenenze religiose delle persone detenute pubblicato dall’Amministrazione penitenziaria (risalente al 2016) mostri come “solo” il 54% della popolazione detenuta sia cattolica (almeno nel 2016). Parliamo di uno dei capitoli del XVII rapporto dell’associazione Antigone sulle carceri dal nome “Oltre il virus”. Si apprende che, laddove non vi sono luoghi per i riti dei culti non cattolici, nella maggior parte le preghiere si svolgono in cella. Alcuni istituti trovano soluzioni alternative: all’istituto “Panzera” di Reggio Calabria, ad esempio, i detenuti di fedi diverse da quella cattolica si riuniscono nelle aule scolastiche o in quelle dedicate ad altre attività trattamentali. A Cassino si ritrovano in un’aula dedicata ai colloqui, mentre a Frosinone nelle stanze in cui si svolgono i colloqui con i difensori e gli operatori. A Perugia i detenuti musulmani pregano a volte nello spazio antistante al cortile, mentre a Verona lo fanno nella cappella cattolica. A Ravenna ciò avviene nel corridoio adiacente alle aule scolastiche, mentre a Belluno nella sala polivalente. A Spoleto, ultimo esempio citato nel rapporto di Antigone, viene messa a disposizione la biblioteca, ma solo per le pratiche buddiste.

Nel 68% degli istituti presenti ministri di culto diversi. La situazione è migliore se si guarda alla presenza dei ministri di culto. Nel 68% degli istituti visitati da Antigone erano infatti presenti ministri di culto diversi da quello cattolico. I cappellani cattolici (i quali sono dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria) erano presenti in tutti gli istituti visitati (secondo gli ultimi dati pubblicati dal Dap sono 314, distribuiti tra i circa 190 istituti penitenziari). Se i cappellani dipendono direttamente dal Dap, gli altri ministri di culto entrano in istituto in virtù di convenzioni apposite (come il protocollo siglato dall’Amministrazione con l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane) o in quanto volontari, senza alcuna remunerazione e spesso su esplicita richiesta dei detenuti. Quella di Antigone è una fotografia che mostra come sia necessario da un lato prevedere maggiori spazi per i detenuti dei culti non cattolici, e dall’altro implementare la presenza di altri ministri di culto, di cui andrebbe rafforzato lo statuto.

Detenute in Italia, la reclusione pensata al maschile. Le donne sono circa il 4% della popolazione carceraria. In Italia solo 4 istituti sono per le recluse: Pozzuoli, Trani, Rebibbia, Venezia Giudecca. Damiano Aliprandi su Il Dubbio l'8 marzo 2021. Le detenute in Italia si trovano nella stragrande maggioranza in sezioni ricavate all’interno degli istituti maschili in una condizione di minoranza numerica che ne compromette l’equità nell’acceso alle opportunità trattamentali. In Italia esistono solo 4 istituti dedicati esclusivamente alle recluse: Pozzuoli, Trani, Rebibbia, Venezia Giudecca. La dispersione delle donne in 63 sezioni femminili ospitate all’interno di carceri maschili e in solo cinque istituti interamente femminili risolve il problema della vicinanza territoriale ai propri affetti prevista dall’Ordinamento penitenziario a scapito di una vita detentiva estremamente trascurata dalle istituzioni per quanto riguarda le donne in piccole sezioni. Quello che manca, è la riorganizzazione della mappa stessa degli Istituti penitenziari, prevedendone uno femminile per regione.

Le detenute sono tra il 4 e il 5% della popolazione carceraria. Non solo le donne in carcere sono poche, ma la maggioranza si trova dunque in comunità molto piccole, all’interno di strutture disegnate per gli uomini. La bassa incidenza statistica, parliamo di una percentuale che oscilla sempre tra il 4% e il 4,5% sulla popolazione detenuta totale, potrebbe far illudere di una maggiore attenzione istituzionale nel costruire percorsi di reinserimento sociale, ma nella pratica si trasforma in causa di discriminazione. La discriminazione non nasce da una consapevole volontà istituzionale, ma dalla mancanza di un pensiero che consideri la differenza di genere. Nella società sono solitamente le donne a portare il maggior peso di responsabilità affettiva. All’interno di penitenziari, la questione si amplifica. Quando una donna finisce in carcere, fuori ci sono sempre i figli, una madre, un padre, a volte anche un marito che contavano su di lei e che restano abbandonati e senza sostegni. E così la detenuta, oltre al peso della carcerazione, si sente colpevole di averli lasciati soli, si sente responsabile per non poter far nulla per loro e somatizza il suo malessere. Non di rado ne derivano conseguenze fisiche. Dai disturbi al ciclo mestruale, all’ansia, ma anche depressione, anoressia e bulimia.

Il retaggio delle definizioni lombrosiane. Se le donne portano tuttora questo peso, ciò è da ritrovarsi nella sottocultura del passato. Infatti, vi è stata nel tempo una persistente difficoltà culturale ad affrontare la problematica della donna-delinquente-detenuta, in quanto, storicamente, la donna deviante, che cioè contravveniva alle regole che la società (maschile) si era data, non è mai stata considerata, in ragione della sua inferiorità biologica e psichica, come portatrice cosciente di ribellione, ma o una “posseduta” (ad esempio strega) o una malata di mente (ad esempio isterica). Questo perché non si poteva ammettere, culturalmente, che la donna potesse coscientemente desiderare, con autonomia di scelta di uscire dal perimetro delle regole. Infatti già Cesare Lombroso scriveva nel suo testo del 1893 intitolato “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”: «Se la criminalità femminile è molto meno diffusa di quella maschile, dipende dal fatto che le donne sono più deboli e stupide degli uomini».

In carcere le donne sono soggetti vulnerabili. Inoltre, la donna delinquente, la donna colpevole, è sempre stata anche considerata macchiata dalle stigmate di aver abiurato, commettendo il reato, alla propria natura femminile tradizionalmente dedita alla maternità e alla cura; colpevole dunque, non soltanto di fronte alla legge scritta dagli uomini, ma anche verso quella di natura. Nella società libera non è corretto – riferendosi alle donne – parlare di soggetti vulnerabili. Però in carcere, in una situazione privata della libertà, tale definizione è appropriata. Lo spiega molto il rapporto del Garante nazionale delle persone private della libertà relativo all’anno 2019. Parlare di soggetti vulnerabili è giusto, perché «il carcere – si legge nel rapporto – è un’istituzione punitiva e di controllo pensata per i maschi, con regole definite attorno a tale pensiero e continua a essere tale, pur tra le molteplici voci che si alzano a dire che l’esecuzione penale è uguale per tutti e al contempo attenta a ogni specificità, a cominciare da quella di genere». Alcuni anni fa il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria aveva attivato all’interno della sua struttura organizzativa un apposito settore dedicato alla riflessione sul tema della detenzione femminile, alle proposte, al monitoraggio delle situazioni concrete. Di ciò non si è più avuta notizia in anni recenti e purtroppo il Garante nazionale si è trovato di fronte ad alcune situazioni limite in cui, per esempio, quattro donne erano ristrette in un Istituto di ben più di centocinquanta uomini. Qualche passo in avanti c’è stato, ma ancora molta strada deve essere fatta.

«Diceva Cardinal Martini, ogni uomo è un’infinita possibilità: anche i criminali». Il Dubbio il 17 Febbraio 2021. Pubblichiamo un estratto del libro “Un’altra storia inizia qui” che la nuova ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha scritto insieme ad Adolfo Ceretti. E così il percorso imprevedibile dei pensieri coraggiosi e lungimiranti di Carlo Maria Martini – descritti dall’amico Adolfo Ceretti in questo volume in modo raffinatissimo – ha raggiunto anche me. Quel pensiero profondo e innovativo sulla giustizia, sul male, sulla colpa, sulla pena, sul carcere, sulla riconciliazione mi ha raggiunta ora, anche se, inevitabilmente, mi ha lambita sin dagli anni della sua presenza a Milano: quelli sono anche gli anni dei miei studi giuridici e dei miei primi passi nella carriera accademica nel capoluogo lombardo, ma in quella fase i miei interessi erano rivolti altrove, professionalmente concentrati su altri rami del diritto. Non è sufficiente essere esposti a riflessioni pro fonde per esserne perturbati; occorre che il terreno sia preparato perché una parola, un’idea, un pensiero, pur sublimi, si radi chino e si accendano in chi ascolta. E per comprendere una riflessione sulla realtà dei delitti e delle pene “bisogna aver visto”, come osservava Piero Calamandrei in un celebre intervento sulla situazione del carcere pubblicato sulla rivista Il Ponte nel 1949 (CALAMANDREI, 1949). Anche per Carlo Maria Martini è iniziato così, dall’aver visto. Anzi: dall’aver visitato. Noto studioso e biblista, uomo di pensiero e di riflessione, Martini inizia la sua attività pastorale come arcivescovo di Milano scegliendo come luogo di elezione proprio il carcere di San Vittore, per il risuonare in lui Vangelo secondo Matteo che tante volte ha ripetuto nei suoi scritti e nei suoi interventi: «Ero in carcere e mi avete visitato». «Venendo a Milano, ho voluto iniziare la visita pastorale alla città e alla Diocesi cominciando proprio dal carcere di San Vittore, quale segno emblematico delle contraddizioni e delle sofferenze della società. Mi urgevano e mi urgono dentro le parole di Gesù: “Ero in carcere e mi avete visitato» (cfr. Matteo 25, 43). L’azione del visitare nel pensiero di Carlo Maria Martini ha una valenza umana e religiosa profondissima: lungi dalla formalità dell’atto di cortesia che talvolta il linguaggio comune evoca, descrive un rapporto coin volgente, come quello biblico di Dio che visita il suo popolo. «Il termine “visitare” va compreso naturalmente nel suo profondo e ricco significato biblico: Dio “visita” il suo popolo perché lo vuole incontrare, vuole stare con lui e condividerne la vita, vuole provvedere ai suoi bisogni e soccorrerlo nell’angoscia, vuole liberarlo dalla prigionia». Similmente: «Visitare i carcerati vuol dire prendersi cura di loro, recarsi nella casa dei prigio nieri, intrattenersi con loro per amicizia, offrire ad essi un possibile servizio, liberarli». È singolare notare che il verbo utilizzato dalla versione greca di Mt 25,36 e Mt 25,43, in corrispondenza del verbo latino visitare, è episkeptomai, verbo che, nella sua gamma semantica, include il “vedere con attenzione”. Da questa parola deriva il termine con cui ancora oggi si indica il munus episcopale del vescovo racchiude in sé, come suggerisce il verbo greco, le azioni di andare a vedere, visitare, ma anche aiutare i più deboli provvedendo ai loro bisogni. È di grande suggestione pensare che l’arcivescovo di Milano abbia iniziato la visita pastorale della città immedesimandosi fino in fondo con quel compito che sin dal nome che lo designa evoca, quasi letteralmente, l’atto di visitare piegandosi su chi soffre di più. È l’esperienza del carcere, ripetutamente e regolarmente visitato, la sorgente del suo pensiero così carico di idee nuove tanto nella sua dimensione teologica e biblica quanto in quella civile e sociale. È dal vedere che sorge l’idea. Idea viene dal greco idéin, che pure significa vedere. Quando ci si lascia coinvolgere dall’esperienza di ciò “che abbiamo udito, veduto, contemplato e toccato”, scrive Jean Vanier, sorgono le grandi domande. Sono soprattutto le “esperienze paradossali” di un “mondo sottosopra” a destare le domande e “le idee vengono quando ci si mette in ricerca, si fanno le domande” (VANIER, 2015, pp. 9- 24). Di qui la potenza creativa e innovativa del conoscere visitando. S i parva licet, anche noi giudici costituzionali, di recente, abbiamo visto, grazie a una encomiabile e inedita iniziativa della Corte costituzionale che ha preso avvio con una visita al carcere di Rebibbia il 4 ottobre 2018. Il viaggio della Corte costituzionale nelle carceri italiane (CORTE COSTITUZIONALE, 2018) ci ha portati in numerosi istituti di detenzione, dove abbiamo incontrato le persone ristrette, la Polizia penitenziaria, i direttori, gli educatori, i volontari. Abbiamo osservato i luoghi, abbiamo condiviso tempo ed esperienze, abbiamo dialogato e molto ascoltato. A chi scrive, il 15 ottobre 2018, è capita to di oltrepassare per la prima volta quella tante volte fu varcata dal cardinale Martini negli anni del suo episcopato. E così, avendo visto, è ora possibile rileggere con una consapevolezza accresciuta le parole e i pensieri di Carlo Maria Martini che, precorrendo i tempi con lungimiranza profetica, anticipava riflessioni che oggi incominciano a trovare accoglienza – benché ancora timida e incerta – nel dibattito pubblico sul carcere, sul senso della pena, sulle esigenze di sicurezza della società. Ciò che si scopre visitando il carcere è la consapevolezza che dietro le mura che recludono vive un mondo paradossale, un mondo sottosopra, per riprendere le espressioni di Jean Vanier; dove, per fermare la violenza, si deve compiere un atto di forza; dove, per tutelare i diritti, si debbono limitare i diritti; dove, per assicurare la libertà, si deve restringere la libertà; dove, per proteggere i deboli e gli indifesi, si devono rendere deboli e indifesi gli aggressori e i violenti. Il carcere è una realtà drammatica che costringe a fare verità [/ CAP3- 1] è lo specchio rovesciato di una società, lo spazio dove emergono tutte le contraddizioni e le sofferenze di una società malata. In seguito al primo incontro della Corte a San Vittore, è nato un rapporto con tante persone che abitano e animano quell’istituzione. Un gruppo di detenuti ha dato vita a un’iniziativa che è stata chiamata Costituzione viva: in questo ambito, dete nuti provenienti da ogni dove si trovano a riflettere con regolarità sui valori fondativi della nostra convivenza civile, guidati da alcuni docenti. (…). Il dramma del carcere non tollera formalità e finzioni, non sopporta discorsi di circostanza o richiami superficiali a buoni sentimenti. Visitare un carcere è una esperienza esigente: chiede una partecipazione integrale, di tutta la persona, con la sua professionalità e la sua umanità. Il carcere è un luogo dove accade che a ogni visita le domande che si destano sono assai più numerose e complesse delle risposte che si possono offrire. Significativo è che nel docufilm che racconta il viaggio in Italia della Corte costituzionale uno dei giudici, a un certo punto della sua visita, afferma: «Sento la drammaticità delle vostre domande e l’inevitabile inadeguatezza delle mie risposte». È dal senso di inadeguatezza rispetto ai problemi visti e dal lasciarsi inquietare dall’impatto con un frammento di realtà sconosciuta, contraddittoria e spiazzante che nascono nuovi interrogativi e di lì, for se, nuove idee: «Dopo gli incontri con i detenuti o in occasione degli scambi epistolari con loro, emerge ogni volta la domanda: è umano ciò che stanno vivendo? È efficace per un’adeguata tutela della giustizia? Serve davvero alla riabilitazione e al recupero dei detenuti? Cosa ci guadagna e cosa ci perde la società da un sistema del genere?» (MARTINI, 2003, pp. 10 e 80). La genesi dei “pensieri alti” di Martini – per attingere ancora una volta ad alcune felici espressioni di Adolfo Ceretti – si radica suo pensiero. Perciò, tra i moltissimi insegnamenti innovativi del cardinale, che hanno gene rato molti cambiamenti in Italia e altrove e che molto ancora potrebbero generare di fronte alla bruciante “domanda di giustizia” (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003) del nostro tempo, vorrei anzitutto insistere sul metodo che traspare dagli scritti che abbiamo la fortuna di poter leggere e meditare. I contributi di Carlo Maria Martini in materia di giustizia penale, oggi meritevolmente raccolti nel volume Non è giustizia (MARTINI, 2003), sono ricchi e numerosi e si contraddistinguono per la complessità della sua riflessione: mai esclusivamente giuridica, anche se mai priva di precisi riferimenti all’ordinamento vigente; mai meramente pragmatica, anche se contraddistinta da una conoscenza di prima mano di tante situazioni personali e istituzionali; mai esclusivamente teologica, anche se profondamente intrisa e pervasa dalla “Parola”, come Martini ama va ripetere. In ogni caso, dal punto di vista metodologico, il suo apporto al problema della giustizia non si esaurisce mai in una dimensione puramente intellettuale o speculativa. Del resto, il problema non può esse re affrontato in chiave teorico- speculativa: Martini lo afferma chiaramente nel suo dialogo con Gustavo Zagrebelsky, nell’edizione conclusiva della Cattedra dei non credenti del 29 maggio 2002, pubblicata in un prezioso volumetto dal titolo La domanda di giustizia. Invero è proprio Gustavo Zagrebelsky ad aprire le sue riflessioni con la constatazione che “giustizia” è un concetto inafferrabile, ineffabile, inattingibile sul piano concettuale (MARTINI ZAGREBELSKY, 2003, p. 4), anche se continuano a sovrabbondare gli studi che si testimonianza del bruciante bisogno e della “fame e sete di giustizia” che attraversano tutte le vite umane, personali e collettive (MARTINI ZAGREBELSKY, 2003, p. 12). Ogni tentativo di accostarsi al tema sul piano meramente speculativo è infecondo e destinato a fallire, perché la giustizia non è tanto un’idea che si colloca fuori di noi, ma “un’esigenza che postula un’esperienza personale: l’esperienza, per l’appunto, della giustizia o, meglio, dell’aspirazione alla giustizia che nasce dall’esperienza dell’ingiustizia e dal dolore che ne deriva” (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003, p. 16). Questa osservazione metodologica è la prima a essere ripresa e rilanciata dal cardinal Martini nella sua replica in quella medesima occasione (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003, p. 52), osservando che il senso della giustizia nasce paradossalmente da un’ingiustizia subita da noi o da chi ci è caro e che consideriamo parte di noi. Ed è lì, nell’ingiustizia subita, che mette le sue radici la regola aurea, di matrice biblica (Mt 7,12), del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, (…) Il primo punto fermo del pensiero di Martini porta innanzitutto in primo piano una visione realistica della persona umana, una visione capace di guardare senza infingimenti al male che nasce dentro il cuore dell’uomo (MARTINI, 2003, p. 128), senza mai perdere la fiducia e la speranza nella possibilità di un cambiamento. Martini non smette di ribadire che l’uomo, ogni uomo, è peccatore e che “l’istinto del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” (Gen 8,21); ma con altrettanta insistenza non smette neppure di ripetere che ogni persona è anche sempre recuperabile. Per questo, egli afferma, “Dio giudica il colpevole ma non lo fissa nella colpa identificandolo in essa” (MARTINI, 2003, p. 45). Dalla sapienza biblica, oltre che dalla sua conoscenza diretta e personale di tanti detenuti, egli trae la convinzione che “l’uomo vale, che l’uomo è educabile, che l’uomo può essere salvato”. E anche quando fosse colpevole, l’uomo «non è bestia da domare, bersaglio da colpire, delinquente da condannare, nemico da sconfiggere, mostro da abbattere, parassita da uccidere» ( MARTINI, 2003, p. 64). È sempre da stimare, da comprendere, da valorizzare, da responsabilizzare, perché l’uomo è sempre in divenire e non esiste nulla di irreversibile quando si parla di persona umana. È l’ammonimento rivolto, in forma poetica, da padre David Maria Turoldo nella poesia Salmodia contro la pena di morte, citata Non è giustizia (MARTINI, 2003, p. XVIII), come anche dal direttore della Casa di reclusione di Milano- Opera, Silvio Di Gregorio, nella sua Introduzione al catalogo della mostra fotografica di Margherita Lazzati Fotografie in carcere. Manifestazioni della libertà religiosa (LAZZATI, 2019, p. 5): Nessuno uccida la speranza neppure del più feroce assassino perché ogni uomo è una infinita possibilità. Da questo sguardo colmo di fiducia sulle potenzialità di recupero, sempre presenti, anche se spesso latenti, in ogni perso na quand’anche si fosse macchiata dei più ripugnanti delitti, consegue una concezione della pena radicata nella convinzione che chi sbaglia può sempre correggersi; sicché la pena deve guardare sempre al futuro, è chiamata a svolgere una funzione pedagogica ed educativa ed è volta a sostenere – con il tempo e con l’aiuto di presenze costruttive – un reale cambiamento della persona (ad esempio, MARTINI, 2003, pp. 32- 33 e 50- 51).

 “Le ali della libertà”, quando la giustizia spezza gli innocenti. Andrea Ferretti suIl Dubbio il 7 febbraio 2021. “Le ali della libertà” con Morgan Freeman e Tim Robbins per la rivista Empire èal quarto posto nella lista dei 500 migliori film della storia del cinema. Andrew Dufresne è colpevole. Senza dubbio. Oltre ogni ragionevole dubbio. Andrew Dufresne era geloso. Anzi, era pazzo di gelosia. Ha fumato dentro l’auto parcheggiata davanti a quella casa. Le cicche sono cadute fuori dal finestrio col suo Dna stampato sopra. Era notte. Li ha visti entrare, sua moglie e l’amante, baciarsi e lui è rimasto lì a bere e ad aspettare. Poi Andrew Dufresne è entrato, ha camminato per il corridoio e li ha sorpresi a letto insieme. Li ha colpiti. Ha scatenato la sua furia omicida su entrambi e poi è fuggito, coperto di sangue. Andrew Dufresne ha un movente e non ha un alibi. Andrew Dufresne è colpevole. La sentenza che inchioda un innocente è nata dalle pagine di Stephen King che, nel 1982, scrisse la novella “Rita Hayworth e la redezione di Shawshank” da cui Frank Darabont, nel 1992, ha tratto il film che in Italia è conosciuto con il titolo ( terribile) Le ali della libertà con Morgan Freeman e Tim Robbins. Qualche anno addietro la rivista Empire ha segnalato al quarto posto nella lista dei 500 migliori film della storia del cinema, questa pellicola che è un inno al garantismo. La storia racconta di Andy Dufresne, un brillante vice- direttore di una banca di Portland, condannato a due ergastoli per l’uccisione di sua moglie e dell’amante, un avvenente maestro di golf. Il duplice omicidio si consuma nella casa dell’amante della donna in una notte fredda. Per la giuria Dufresne è assolutamente colpevole e a nulla vale il suo urlo: «Sono innocente, io l’amavo». Le prove dimostrano che lui era lì quella notte, il movente è lampante. Le indagini si concentrano solo di lui, il killer perfetto, escludendo ogni altra pista, a priori. La vita di Dufresne cambia radicalmente e, dal doppiopetto, un uomo conosciuto come una persona mite e professionale, passa alla divisa grigiastra del duro carcere di Shawshank, nel Maine, con la matricola 37937. Tra le mura alte di quella galera, Dufresne conoscerà da protagonista una vita d’inferno tra le violenze dei detenuti e quelle delle guardie. Anche il direttore del carcere, Samuel Norton ( Bob Gunton) è corrotto fino al midollo e chiude un occhio davanti ai pestaggi, anzi li incoraggia in alcuni casi, e costringe Dufresne ad assecondare i suoi traffici finanziari illeciti. E quando Norton scopre che esiste un testimone pronto a inchiodare il vero colpevole degli omicidi di cui era stato accusato Dufresne, dà mandato al suo fidato secondino di ucciderlo nel modo più truce possibile. Andy ha un amico, “Red” ( Morgan Freeman), con cui allaccia un rapporto stretto fatto di confidenze e affetto, con cui condivide il progetto che accarezza ogni notte: fuggire e riprendersi la sua libertà. Il film è un manifesto, una condanna contro lo spietato mondo della giustizia che spesso è cieca e spezza vite di innocenti senza appello, del carcere che non riabilita ma spegne le vite che dovrebbe resuscitare. Red ha commesso un crimine terribile quando era solo un ragazzo. È dentro da decenni, si è pentito, non passa giorno che il rimorso per quello che ha fatto non gli pesi sulla coscienza. Ma ogni volta che si trova davanti alla commissione deputata alla libertà vigilata, viene respinto e costretto ancora a scontare una pena che appare più una vendetta che un atto di giustizia. La storia portante è poi costellata di microcosmi, racconti collaterali toccanti e intimi. C’è il vecchio bibliotecario Brooks, anche lui un detenuto per un grave crimine. Lui a Shawshank c’è cresciuto e invecchiato. Il carcere è la sua casa. È entrato che le auto erano quasi appena nate e ne esce terrorizzato da quei bolidi veloci che sfrecciano su strade che non riconosce più. Quando viene rimesso in libertà si sente fuoriposto. Il guscio della galera era la sua vera casa. Dopo poche settimane si impicca a una trave e vi incide sopra un messaggio: “Brooks was here”, “Brooks è stato qui”, come a lasciare un traccia del suo passaggio in un mondo che l’ha abbandonato. Intanto trascorrono gli anni, tanti anni. Andy nella sua cella, dietro poster di donne bellissime, che cambiano col tempo ( la prima era stata Rita Hayworth in Gilda), con un martelletto per minerali frantuma il muro che nasconde un passaggio verso l’esterno. «La paura può tenerti prigioniero, la speranza può renderti libero». Quel buco è l’unica speranza che lo tiene in vita, lenisce la follia che cerca di farsi strada nella sua mente. Lascia un messaggio al suo amico Red e, una notte, fugge. Nessuno lo ritroverà mai. «Innocente? Tutti siamo innocenti qui» lo canzonano gli altri detenuti quando Andy urla la sua innocenza. Ma lui lo era davvero. L’amore di Freeman e i mille dollari di King La storia di Andy e Red è rimasta nel cuore dei due attori che hanno interpretato i protagonisti: Tim Robbins e Morgan Freeman. Freeman ha sempre dichiarato come la parte del galeotto redento, sia stata la più bella nella sua lunga carriera di attore. Ma questo film ha avuto un impatto forte su tutto il cast, a partire dal regista, Frank Darabont che, nel 1999, portò sullo schermo un altro dramma carcerario dalle venature horror, sempre tratto da Stephen King, diventato un piccolo cult: “Il miglio verde”. King, che da sempre è molto critico con le trasposizioni delle sue opere ( e quando le incensa spesso sono dei flop) rimase così colpito da Le ali della libertà ( in originale “The Shawshank’s redemption”) che rinunciò ai mille dollari che aveva contrattato con Darabont per l’acquisizione dei diritti della sua novella ( parte della raccolta “Stagioni diverse”). Quell’assegno fu incorniciato e poi spedito dallo scrittore del Maine al regista con un biglietto: “Nel caso dovessi mai aver bisogno di soldi per la cauzione. Con amore, Steve”.

Il libro di Bortolato e Vigna. “Vendetta pubblica”, tutti i luoghi comuni e i falsi miti sul carcere. Angela Stella su Il Riformista il 4 Febbraio 2021. Qualche anno fa, un detenuto ospitato a Regina Coeli, che stavo intervistando perché vincitore del Premio Goliarda, mi disse: «Il carcere è una cantina sociale: nelle cantine delle nostre case riponiamo gli oggetti che non ci servono più, qui abbandoniamo le persone di cui vogliamo dimenticarci. Quello che succede al di là del muro non interessa a nessuno». Aveva perfettamente ragione: il carcere vive nell’indifferenza o ignoranza collettiva e, fatta qualche eccezione, anche la politica non riesce ad occuparsene come Costituzione vorrebbe. Il tema rimane circoscritto in una nicchia culturale di addetti ai lavori o tra realtà che si spendono per il rispetto dei diritti umani dei detenuti. In questo contesto, dunque, appare di estrema importanza l’opera divulgativa di Marcello Bortolato, magistrato dal 1990 e attualmente Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, ed Edoardo Vigna, giornalista del Corriera della Sera, che co-firmano il libro Vendetta pubblica. Il carcere in Italia (Editori Laterza 2020, pag. 160, euro 14). Gli autori compiono un viaggio tra i luoghi comuni che connotano la narrazione del carcere e della pena, contaminata dal virus del populismo penale. Ad ognuno di essi è dedicato un capitolo: «Alla fine in carcere non ci va nessuno», «Dentro si vive meglio che fuori», «Bella vita: vitto e alloggio gratis e tutto il giorno davanti alla tv», «Ci vorrebbero i lavori forzati», «Condannato per omicidio, gode di permessi premio». L’obiettivo del libro diviene pertanto quello di sfatare tutti questi falsi miti attraverso ricostruzioni storiche, dati scientifici, citazioni letterarie e filosofiche. «Negli anni Settanta – scrivono Bortolato e Vigna – Michel Foucault parlava del carcere come di un “fallimento continuo”. Utilizzava l’espressione “scacco della giustizia penale”: il carcere dovrebbe fare in modo che alla fine non ci sia più carcere. Invece ogni volta smentisce se stesso, perché per sua natura genera a sua volta reati, se non è rieducativo». Infatti, secondo gli autori, sebbene nella storia la pena abbia avuto diverse funzioni – retributiva, special preventiva, di prevenzione generale e di mera funzione custodiale – , la Costituzione italiana prevede che essa debba prima di tutto rieducare: chi è in prigione è parte della nostra comunità e la maggior parte dei reclusi, prima o poi, comunque esce. Come vogliamo che ritornino in società? Incattiviti per aver vissuto in condizioni indegne o speranzosi in un futuro migliore? Dipende da noi e dalle nostre scelte di politica giudiziaria e penitenziaria. Ci aiutano nelle nostre decisioni i dati statistici: in Italia la recidiva degli ex detenuti è record – sette su dieci tornano a delinquere – ma la percentuale precipita all’uno per cento per l’esigua minoranza di chi in carcere ha potuto lavorare o studiare. Quindi, ammoniscono gli autori, «rinunciare a occuparsi del dopo è una politica da struzzi», sbandierare sui social «Lasciamoli marcire in carcere!» come banale slogan acchiappa like non solo rappresenta la negazione del nostro Stato di diritto in cui tutti noi viviamo, ma è controproducente per l’amministrazione sociale. Ad un linguaggio politico violento che alimenta un odio collettivo verso chi commette un reato va contrapposta una analisi lucida che parte dalla domanda «a cosa serve la pena?». Il punto fondamentale – dicono gli autori – «è che non bisogna sempre pensare al carcere come unica risposta anche per i reati meno gravi». Pensiamo ai reati finanziari: «può far piacere al risparmiatore vedere il direttore della banca o un grande finanziere che ha commesso qualche crimine ai suoi danni finire in carcere per questo. Ma l’esperienza ci dice che in tali casi sarebbero assai più efficaci sanzioni pecuniarie o interdittive». Di fronte a chi invece sostiene la funzione deterrente della pena, Bortolato e Vigna richiamano il caso degli Stati Uniti dove «nonostante il tasso di carcerazione più alto al mondo e pene elevatissime le persone continuano a delinquere, pure negli Stati in cui è ancora prevista la pena di morte». Dunque certezza della pena non deve significare solo certezza del carcere e Bortolato e Vigna lo dimostrano nei vari capitoli, di cui non vi anticipiamo altro, se non la conclusione: «la vittima, sia essa collettiva o individuale, non può trovare soddisfazione nel fatto di vedere il suo carnefice semplicemente chiuso in una cella […] una pena che sia solo vendetta pubblica e null’altro ha fallito il suo scopo».

Storica guida di San Vittore e artefice dell'esperienza di Bollate. Storia di Luigi Pagano, il direttore che inventò il carcere normale. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Dicembre 2020. Colui che ha creato la prigione “normale”. Se non conoscessi da trent’anni Luigi Pagano, mitico direttore storico di San Vittore, l’inventore del carcere aperto di Bollate, colui che gestì con sapienza gli anni del terrorismo e quelli di “Mani Pulite”, mi basterebbe leggere la prefazione del magistrato Alfonso Sabella al suo libro (Il Direttore, Zolfo, 18 euro) per capire che la sua è una storia fuori dal comune. Tanto da aver, lui, quasi “convertito” un accanito “piemme antimafia”. Avevo cominciato a stressarlo fin da quando ero cronista giudiziaria al Manifesto e il carcere di San Vittore, dove ero anche stata “ospitata” per due giorni da detenuta, esercitava su di me uno strano fascino. Per la sua forma a stella, per la sua collocazione nel pieno centro di Milano. Un luogo che chiunque poteva vedere, quasi un pugno nello stomaco che ti obbligava a entrare in contatto con il mondo degli invisibili, degli ultimi. “Un pugnale nel cuore della città”, lo aveva definito un volantino anarchico agli inizi degli anni settanta, quando appetiti di varia sensibilità politica già cominciavano a ipotizzare il suo trasferimento in periferia per poi sfruttarne il preziosissimo territorio. Io ero una cronista di quelle che “scarpinano”, come si dice a Milano, e volevo sempre entrare, parlare con i detenuti, conoscere le loro storie. Sentivo una certa sintonia con questo direttore pieno di fantasia e di tentativi di cambiamento, ma anche inflessibile sulle regole. Io lo stressavo e lui mi respingeva. Finché un bel giorno, quando fui eletta in Parlamento, il primo telegramma non fu il suo: «Adesso può entrare quando vuole». Ci davamo ancora del lei, ma eravamo già amici. Camminavamo nello stesso solco. E in carcere sarei tornata spesso, per tutta la mia vita di deputato. È una storia di amicizia, anche quella di cui parla il dottor Sabella nella prefazione. In poche pagine, costruisce una sorta di dialogo-scontro con il suo amico Gigi Pagano, quasi che il libro fosse la storia di due vite parallele che forse, ma solo in parte, si incrociano alla fine. Sicuramente si sono avvicinate nel rapporto personale, ma solo un pochino nel pensiero che sta dietro al pensiero stesso dell’esistenza del carcere, della sua sostanziale inutilità nel non detto di Pagano, nell’incubo delle stragi mafiose come condizionamento perenne di chi, insieme a tanti, pensò solo di “gettare le chiavi” nel credo assoluto di Sabella. Uno, che ancora oggi ama definirsi “piemme antimafia”, senza farsi sfiorare dal dubbio che il magistrato debba occuparsi di fatti e persone e non di fenomeni. L’altro che inventa un carcere, quello di Bollate, che parte dal principio che la cella debba essere il luogo dove si va a dormire, ma non quello dove si vive. Carcere aperto, con luoghi dove si studia, dove si lavora, dove si fa sport, dove si vivono relazioni sociali. Termini come “trattamento” e “lavoro penitenziario”, insieme alla sollecitazione di favorire i rapporti del detenuto con i familiari e l’esterno erano accolti ancora con un po’ di diffidenza da coloro che inaugurarono, alla fine degli anni novanta, il carcere di Bollate ma anche l’interminabile stagione dei “piemme antimafia” alla direzione delle carceri italiane. Così, mentre a Milano il gruppo delle teste pensanti (Pagano ricorda il provveditore regionale Felice Bocchino e il commissario Antonino Giacco) lancerà, sulla scia del nuovo ordinamento penitenziario, il “Progetto Bollate”, a Roma arrivavano al Dap i pubblici ministeri Caselli e Sabella. Magistrati con ancora negli occhi e nelle orecchie le auto esplose di Falcone e Borsellino e la soddisfazione di applicare tanti 41-bis e poi gettare le chiavi. Erano anni in cui, un po’ come in una certa cultura di oggi, la prigione era vista solo come luogo in cui preservare la sicurezza, lontani mille miglia dalla stessa cultura dell’articolo 27 della Costituzione. Quelli come Gigi Pagano erano considerati tipi un po’ strani, come minimo ingenui sognatori che non capivano che certi delinquenti, assassini e autori di stragi, non sarebbero cambiati mai. La storia di Bollate (quella che di recente un “ignorante” come Nicola Gratteri ha definito “solo uno spot”), ma anche di San Vittore, di Opera, di Rebibbia, hanno dimostrato il contrario. E bastano i dati sulle recidive a dimostrarlo: chi in carcere ha potuto studiare, lavorare, mantenere i rapporti con l’esterno, quando torna a casa non delinque più. In otto casi su dieci, dicono le statistiche. Chi viene tenuto in cattività invece non cambia, e torna a delinquere in otto casi su dieci. La percentuale è perfettamente speculare e invertita. «Il rispetto della dignità del detenuto finisce dunque per produrre sicurezza», scrive Pagano nel suo libro. E ricorda che Bollate fu inaugurato due volte. La prima nel 2001 dal ministro del governo di sinistra Piero Fassino, che arrivò accompagnato dal capo del Dap Giancarlo Caselli, e subito dopo le elezioni che si tennero quell’anno e che vennero vinte dal centro-destra, dal neoministro Roberto Castelli e il nuovo capo del Dap Giovanni Tinebra. La filosofia del “carcere normale” di Bollate è stata poi riversata, per quel che era possibile alla diversa struttura, su San Vittore, dove esiste tuttora l’esperienza della “Nave” per i tossicodipendenti, e nella creazione dell’Icam, l’Istituto a custodia limitata per le madri detenute con i bambini che spostava il nido dal carcere a un luogo esterno e separato. A oggi, purtroppo, di legge in legge, di ministro in ministro, ci sono ancora bambini in carcere. Cosa di cui Pagano, ormai in pensione, si rammarica. E benché tutti i guardasigilli promettano, non pare ci siano in Parlamento e al Governo serie intenzioni di risolvere il problema che per primo proprio a Milano aveva sollevato il direttore Pagano. Ci sono anche ricordi brutti, in questo libro. C’è la storia di Gabriele Cagliari, suicida la mattina del 20 luglio 1993, una giornata in cui l’intero carcere, dopo lunghi minuti di silenzio, si fece sentire con pianti e battiture dei cancelli. E poi, alla fine del giorno, un altro detenuto, Zoran Nicolic di trent’anni, fu trovato impiccato. Ma non era stato meno brutto quel 1992, “l’anno che cambiò l’Italia”, per quelle due bombe mafiose che squassano ancora oggi la nostra memoria e per quel che ne seguì. A San Vittore le conseguenze del famoso decreto Scotti-Martelli, che bloccava qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati per i reati più gravi salvo che a vecchi e nuovi “pentiti” ebbe un effetto devastante. «Il giorno dopo a San Vittore –scrive Pagano- ci svegliammo circondati da agenti di polizia e carabinieri che avevano presidiato ogni varco del carcere. Tutti coloro che uscivano, agenti compresi, venivano identificati e i detenuti, quelli che si recavano come ogni mattina sul posto di lavoro, furono arrestati e portati in caserma». A tutti veniva chiesto se intendessero collaborare. La richiesta veniva fatta a persone in carcere da decenni! Ricordo personalmente due detenute di una certa età, che lavoravano nella sartoria sia all’interno che all’esterno di San Vittore e che vent’anni prima erano state vivandiere al fianco dei mariti nei sequestri di persona. Che cosa avrebbero potuto raccontare che non si sapesse già? Purtroppo le conseguenze nefaste di quel decreto, che fu convertito in legge dal Parlamento non senza molti patemi d’animo e con cui tra l’altro fu introdotto l’ergastolo ostativo, furono un grande favore alla criminalità organizzata. Servirono a fiaccare ogni proposta riformatrice, a spegnere le speranza di coloro che, come Pagano, lavoravano per quel “carcere normale” così innovativo e utile per la società. Ma, come scrive il dottor Sabella nella prefazione del libro, «Gigi non ha un fisico imponente ed è molto garbato nei modi, ma sa essere un vero gigante con una determinazione di ferro».

Infatti, pochi anni dopo, la storia ha svoltato, è diventata Storia con la esse maiuscola. Vista, come dice ancora Sabella, «attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell’umanità che le aveva popolate. È a quelli come lui, oltre che ai giovani naturalmente, che va dedicato questo libro. A tutti gli uomini e le donne del mondo della giustizia, perché, attraverso la comprensione del “carcere normale”, capiscano che dietro alla condanna, prima della prigione, c’è il processo. E anche questo, con l’ispirazione di storie come quella di Pagano, dovrebbe diventare “normale”. Sarebbe ora.

La sopraffazione della comunità. Il debito verso le persone che priviamo della libertà. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 27 Gennaio 2021. Tra i tanti slogan del luogo comune giustizialista c’è quest’altro: che i detenuti devono saldare il proprio debito con la società. Nell’idea, dunque, che il rapporto tra la comunità dei rinchiusi e quella che li rinchiude sia di tipo risarcitorio, appunto con la società in posizione di credito. Ci si può indurre in questa barbara prospettiva solo trascurando il valore del bene che la società sottrae al detenuto, e cioè la libertà. Una comunità civile che avesse senso liberale della vita e di se stessa si sentirebbe responsabile di una sopraffazione mostruosa nell’arrestare la libertà altrui: anche – direi soprattutto – nel caso in cui quell’espediente fosse davvero indispensabile piuttosto che gratuitamente afflittivo, qual è praticamente sempre. E nel ricorrervi, allora, quella comunità meno arretrata percepirebbe se stessa in posizione di debito, non di credito, nei confronti delle persone deprivate perlopiù senza necessità di quel bene supremo. Questa diversa impostazione preparerebbe la società a un inevitabile progresso civile e normativo: e cioè la riconduzione a decenza delle condizioni di vita dei detenuti, sempre che possa considerarsi decente una vita non libera. Quella società diversa parlerebbe così: «Noi non siamo ancora capaci di pensare a un sistema diverso, e dunque ti imprigioniamo. Sentiamo tuttavia di renderci in tal modo responsabili di una incommensurabile ingiustizia, e la privazione cui ti sottoponiamo sarà risarcita con l’assicurazione che a sofferenza non si aggiungerà sofferenza. Per il tempo che sarà, vivrai dunque non libero: ma abiterai luoghi almeno gradevoli e sarai alimentato bene, sarai assistito nella malattia e se vorrai potrai studiare, lavorare, giocare e fare sport, e avere spazio e tempo per condividere la tua vita limitata con le persone a te care. Tutto questo è poco, è nulla a petto di quel che ti togliamo: e proprio per questo è il minimo che ti dobbiamo». È chiaro che non sapremo mai fare un discorso simile. Perché siamo deboli. Perché non troviamo forza nel godimento della nostra libertà, ma nel potere di impedirla agli altri. E la libertà, questa cosa di cui spesso non sappiamo che fare, questa cosa di cui facciamo per noi un uso frequentemente così trascurato e infruttuoso, la sequestriamo ad altri perché ci è intollerabile l’idea che essa possa essere usata meglio di quel che sappiamo fare per noi stessi. La rinuncia alla libertà che imponiamo ai detenuti è il risarcimento per la nostra incapacità di fruirne degnamente.

Il carcere è ancora una vendetta “garantita” dallo Stato. Domenico Alessandro De Rossi su Il Dubbio il 9 febbraio 2021. Le tendenze straniere più avanzate per il recupero dei detenuti sono oggi più orientate verso una concezione proattiva dell’esperienza carceraria. È un ossimoro in Italia parlare di diritti, di esecuzione penale, dell’istituzione penitenziaria anche come struttura fisica rispettosa del dettato costituzionale. Inutile dire che il fin troppo citato art. 27 per i tre poteri dello Stato e la pancia della opinione pubblica, quella a cui preferibilmente risponde la politica, rappresenti spesso solo un esercizio retorico. Infatti dopo tanti anni che aspettiamo una riforma sistemica del “servizio” giustizia che riguardi la concezione del carcere, del trattamento e delle sue caratteristiche edilizie, il principio tuttora vigente è il carcere come pena. Di fatto come pubblica vendetta “garantita” dallo Stato. Parente stretta di questa “delega” conferita alla giustizia, citando un qualcuno finalmente fuori dalla magistratura, è la tesi che l’innocente è solo un “colpevole che l’ha fatta franca”. Serve quindi ripensare il carcere e a maggior ragione la sua configurazione edilizia, specie di un singolo edificio o di singoli ambienti o del colore delle pareti se manca l’idea del “perché” della detenzione? Con queste pessimistiche premesse, per effetto della ragione che osserva la realtà e talune distopie architettoniche, sarebbe ingenuo parlare di diritti dei ristretti. Ma l’ottimismo della volontà è assistito dalle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. La Cedu sostiene a non arrendersi al nichilismo che vede, nella “disfunzionalità” dello Stato nei ristretti diritti, l’appalesarsi di un sottile disegno servo di logiche invisibili, ambigue e non sempre facilmente comprovabili. Nelle carceri c’è grave sofferenza e spesso si riscontrano violenze nei confronti di detenuti. Ancora notizie di arresti domiciliari di agenti della polizia penitenziaria che avrebbero duramente picchiato un detenuto. Nel Paese di Beccaria, constatiamo inefficienza, indifferenza, superficialità da parte della politica che nonostante abbia il potere di cambiare, per migliorare lo status quo, nulla compie. Permangono discutibili soluzioni assunte dal Dap che, a seguito della condanna “pilota” del 2013 della Cedu, con fantasia tutta italiana ha adottato la “vigilanza dinamica”. Una finzione tutta burocratica che al mattino apre le porte delle celle per spostare tutti i detenuti in corridoio. Quanto poi avvenga in quella corsia o all’interno delle “camere” non è direttamente osservabile in regime di vigilanza dinamica perché i poliziotti sono posizionati al di là della cancellata. Questa scelta è stata fatta, oltre che per la carenza di personale, principalmente allo scopo di dimostrare alla Cedu che lo spazio a disposizione del detenuto va calcolato tenendo conto anche delle superfici degli anditi e dei corridoi. Forse anche dalle scale? Sulla carta e in teoria questa soluzione lascia i detenuti liberi di circolare in ambienti più vasti, per occupazioni ricreative volte alla formazione. Ma nella maggioranza delle carceri lo spazio fuori dalla cella è solo un corridoio da percorrere più volte al giorno nelle due direzioni. Il camminare su e giù per ore e per anni in quello spazio è a tutti gli effetti una condizione alienante. Giustamente la Cedu considerava lo spazio minimo vitale non solo in base ai metri quadrati ma entrava nel merito anche delle genera-li condizioni di vivibilità per i detenuti. Le tendenze straniere più avanzate per il recupero dei detenuti sono oggi più orientate verso una concezione proattiva dell’esperienza carceraria, lunga o breve che sia. Sono concepite non solo come momento correzionale restrittivo e securitario, da subire esclusivamente come strumento di limitazione spazio-tempora-le, qualificandosi invece come “occasione” di ristrutturazione del comportamento deviato. Una legislazione più aggiornata, dovrebbe prevedere congrue misure deflattive per l’affollamento negli istituti utilizzando criteri di depenalizzazione dei reati minori, immaginando forme alternative di remunerazione sociale. Carceri o penitenziari, istituti correzionali specializzati, case lavoro, centri di recupero comportamentale, aziende agricole soprattutto per i giovani, sono vari i modi per definire quelle strutture di servizio da destinare alla gestione (quasi) totale della vita delle persone condannate, a tutto vantaggio della società libera per evitare recidiva e radicalizzazione. Basato sulla gestione intelligente di progressive gratificazioni capaci di “negoziare” caso per caso la ricompensa in base alla logica premiale, fondando il metodo su metodologie sistemi che con riscontri effettivi concernenti la verifica puntuale della condotta del detenuto. Il criterio dovrebbe sempre essere orientato verso la preparazione al futuro stato di libertà, al reinserimento del detenuto, prevenendo, nell’interesse del corpo sociale, il grave fenomeno della recidiva. Rimandiamo tutto questo alla prossima Italia.

Rems, Tso e carcere: quando la libertà personale è limitata. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 19 gennaio 2021. Presentato ieri a Napoli il dossier curato da Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Non solo carcere, ma anche un monitoraggio sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) e le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). D’altronde non a caso parliamo del garante delle persone private della libertà. Quindi non solo i detenuti, ma tutte quelle persone che di fatto subiscono una limitazione della libertà. In questo caso parliamo dell’attività svolta da Samuele Ciambriello, garante della regione Campania. Ieri mattina si è tenuto a Napoli, nella sala Multimediale del Consiglio Regionale, isola F 13, la presentazione di questo importante lavoro presieduto dal Garante Samuele Ciambriello, dalla vicepresidente del Consiglio Regionale, Valeria Ciarambino e dalla presidente della Commissione Regionale Cultura e Politiche Sociali, Bruna Fiola. La pubblicazione si inserisce in un percorso di studio e approfondimento sui temi più attuali della realtà carceraria e dei luoghi in cui vi è la privazione della libertà personale, in cui l’Ufficio del Garante è impegnato e che ha visto, finora, la produzione di opuscoli e quaderni su Covid e carcere, il tema dei suicidi, dell’affettività e della tutela dei minori. All’evento ha partecipato anche Fedele Maurano, Direttore Dipartimento Salute Mentale, Asl Na1centro, Raffaele Liardo, Direttore Rems Calvi Risorta, Giuseppe Ortano, Associazione psichiatria democratica e Emanuela Ianniciello, Cooperativa Articolo 1. Come spiega il Garante Ciambriello nella sua introduzione al dossier, in questo suo complesso lavoro di mappatura, per la prima volta affrontato sull’intero territorio regionale, ha chiesto di accompagnarlo all’Associazione “Psichiatria Democratica”, per quel che concerne il mandato istituzionale di monitoraggio della situazione sanitaria, ed alla Cooperativa “Articolo 1”, per effettuare visite e approfondimenti per le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Tale pubblicazione, che anticipa i dati raccolti nel 2020 che andranno a costituire la relazione annuale prossima, rileva importanti notizie riguardanti le due aree sopracitate al tempo dell’emergenza Covid-19.

Area sanitaria esterna. Il garante Ciambriello sottolinea che con il termine Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) si intendono una serie di interventi sanitari che possono essere applicati in caso di motivata necessità ed urgenza e qualora sussista il rifiuto al trattamento da parte del soggetto che deve ricevere assistenza. «Nello specifico, al 20/12/2020, – osserva nella sua introduzione al dossier il garante campano – l’offerta di posti letto nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura della Regione Campania ha subìto, causa pandemia, una contrazione di circa il 15%, passando da 140 a 120 posti. Dal 19/10/2020 l’ospedale San Giovanni Bosco (Na) è stato riconvertito in presidio Covid ed i locali del Spdc destinati ad altro impiego; presso l’Ospedale del Mare (Na) i due reparti sono stati fusi in un unico Servizio dotato al momento di 16 posti letto; presso l’Asl di Salerno, invece, nessun cambiamento è stato rilevato con l’arrivo del Covid e nessuna riduzione dell’offerta». Sulla spinta delle Linee Guida Nazionali, i 7 Dipartimenti di Salute Mentale presenti sul territorio campano hanno proposto o convalidato Protocolli di Intesa con i rispettivi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) riguardanti Percorsi Assistenziali degli utenti Sars-CoV-2 con problematiche emotive cognitive e comportamentali. Alla luce del rapporto posti letto/popolazione residente, che viene considerata ottimale sulla base di un posto ogni 10.000 abitanti, secondo Ciambriello «è possibile affermare che l’attuale offerta del Servizio Sanitario Nazionale è assolutamente inadeguata alle necessità della popolazione, e che l’attuale situazione sanitaria non ha fatto che amplificare una carenza preesistente».

Le Rems e i detenuti in lista d’attesa. Per quanto riguarda invece la situazione delle residenze per le misure di sicurezza campane, le due Rems definitive (San Nicola Baronia e Calvi Risorta), con altre due in regime temporaneo (Mondragone e Vairano Patenora), attualmente ospitano 44 persone. Nota estremamente positiva è che nel periodo che va da marzo 2020 ad oggi, nelle 4 strutture campane nessuno degli ospiti è stato contagiato. Gli unici contagi si sono registrati ad Avellino dove uno screening di massa, effettuato alla fine del mese di settembre u.s., ha permesso l’isolamento delle 6 unità del personale risultate positive e tutte attualmente negativizzate. Dei 44 posti letto totali attualmente occupati nelle 4 Rems, nel periodo in questione, nel dossier redatto dall’ufficio del garante regionale emerge che ci sono stati trasferimenti sia in entrata (per cui è stata seguita la procedura prevista dal sistema centrale del previo tampone), che in uscita attraverso una sostituzione della misura custodiale. La preoccupazione di Ciambriello è rivolta ai detenuti in attesa di collocamento nelle Rems che sono 19: di questi ultimi, 18 provengono da Istituti Penitenziari della regione Campania (10 ristretti nelle Articolazioni Mentali e 3 nei reparti comuni, 5 attendono il fine pena) e 1 proveniente dalla regione Lazio, dalla Casa Circondariale di Regina Coeli. Mentre sono 10 le persone in attesa di un posto in Rems che provengono dalle proprie residenze poiché sottoposti al regime degli arresti domiciliari. Sul tema generale della salute mentale, in carcere e nell’area penale esterna, Samuele Ciambriello organizzerà quest’anno un momento seminariale con più attori: Sanità pubblica, Operatori penitenziari, Terzo Settore, Volontariato, esponenti politici, con l’intento di promuovere le buone prassi e ridurre le criticità emerse dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

La denuncia. Senza assistenza la salute mentale nelle carceri è solo un miraggio. Viviana Lanza su Il Riformista il 20 Gennaio 2021. Salute mentale e assistenza dentro e fuori le carceri è il tema del report presentato dal garante regionale delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello, e per la prima volta a livello regionale fornisce una mappatura della situazione sanitaria in questo delicato e complesso settore. Il lavoro, con il contributo delle associazioni Psichiatria Democratica e Articolo 1, punta l’attenzione su Tso e Rems, cioè sul trattamento sanitario obbligatorio e sulle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Secondo dati aggiornati al 20 dicembre scorso, l’offerta di posti letto nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura della Campania ha subìto una contrazione di circa il 15%, passando da 140 a 120 posti. E la pandemia ha inciso, perché l’ospedale San Giovanni Bosco è stato riconvertito in presidio Covid, i locali adibiti all’assistenza dei malati psichiatrici sono stati destinati ad altro impiego e i due reparti dell’ospedale del Mare sono stati fusi in un unico reparto con 16 posti letto. Per quanto riguarda invece le Rems, nelle quattro strutture presenti in Campania (San Nicola Baronia e Calvi Risorta definitive, Mondragone e Vairano Patenora temporanee) sono ospitate 44 persone. E ci sono 19 detenuti che attendono un collocamento nelle Rems, di questi 18 provengono da istituti penitenziari della Campania (dieci ristretti nelle articolazioni mentali, tre nei reparti comuni e cinque in attesa del fine pena) e uno proveniente dal carcere romano di Regina Coeli. A questi bisogna aggiungere dieci detenuti agli arresti domiciliari. «Mi occupo non solo di carceri ma di tutte quelle realtà che vengono private delle libertà, quindi anche persone sottoposte a Tso e questo affinché anche all’interno delle strutture sanitarie siano garantiti i diritti e sia tutelata la dignità dei cittadini. La mancanza di personale all’interno di queste strutture incide su molti problemi rischiando così di cronicizzarli», è la preoccupazione del garante Ciambriello. «L’attenzione sulla salute mentale non va mischiata con le persone detenute, può essere pericolosissimo – è la riflessione sollevata da Fedele Maurano, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl Napoli 1 nel corso del suo intervento alla presentazione del report in Consiglio regionale – In carcere non si può assicurare nessun progetto e programma di salute mentale qualunque persona ci metti dentro, perché senza libertà non c’è cura». «Le Rems dovrebbero essere l’ultimissima sponda – aggiunge – invece i magistrati ricorrono spesso a questa misura sacrificando la salute del singolo alla sicurezza della comunità». «Il diritto alla salute è un diritto dell’uomo, carcerato o libero che sia – afferma Valeria Ciarambino, vicepresidente del Consiglio regionale – Mi impegnerò per far sì che si intervenga su questi temi così delicati e che si possa superare questo stigma sociale, perché la cultura del nostro territorio sembra andare nel senso opposto». Investire su più risorse e sui sostegni alle famiglie è la proposta della presidente della commissione regionale Cultura e Politiche Sociali, Bruna Fiola: «Il sistema sanitario deve essere rafforzato, nonostante siano stati chiusi gli Opg il diritto alla salute non è ancora del tuo rispettato. Dobbiamo lavorare sulle condizioni dei detenuti anche in campo normativo e dare sostegno alle famiglie perché se lavoriamo sulle famiglie possiamo salvare più vite». Intanto è in discussione alla Camera una proposta di legge sulla possibilità di sostenere, con lo strumento normativo dello Stato, i Piani terapeutici riabilitativi individuali (Ptri). «L’auspicio – conclude il presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero – è iniziare questa nuova legislatura con una legge a tutela dei diritti e delle libertà, apertura di un nuovo sviluppo politico con l’obiettivo di eliminare, o quanto meno ridurre, i confini in cui vi è una reale sospensione della Costituzione».

Indignano più le bestie che gli uomini in gabbia. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 5 Gennaio 2021. Si dice spesso che se la gente visitasse un allevamento di animali – porci, vacche, tacchini, uno qualsiasi – diminuirebbe il consumo di carne perché lo spettacolo di quella costrizione fa disgustosa anche la sola idea di ingurgitarne le vittime. E magari i visitatori di quelle anticamere di carnaio non si trasformerebbero tutti in animalisti militanti, ma appunto a molti di loro repugnerebbe di lì in poi di nutrirsi ancora di quegli esseri tenuti in vita il tanto che basta a diventare l’alimento altrui. Non sono sicuro che un’analoga rivolta sentimentale si registrerebbe se anziché di bestiame si trattasse di esseri umani detenuti, e se dunque la visita fosse organizzata in un carcere piuttosto che in un macello. Non sarebbe meno istruttiva, a cominciare dal fatto che le condizioni di igiene e sicurezza normalmente assicurate nelle prigioni per umani sono mediamente più blande rispetto a quelle che una legislazione assai più protettiva impone a chi tratta animali. E si potrà dire che i detenuti non sono destinati al macello, ma l’obiezione non calza e anzi dimostra l’appropriatezza del paragone: essi non hanno l’utilità delle bestie, servono tutt’al più a placare la fame tutta diversa di una società che crede di trovare nutrimento risarcitorio in quella segregazione, ma non c’è rischio che diventino cibo velenoso o indigesto e dunque sono per loro superflui i protocolli di garanzia che assistono la salute della scrofa o del bue. Ora io non ricordo esattamente quanti fossero i cinghiali finiti nel Naviglio milanese qualche settimana fa, o quelli abbattuti più recentemente in un giardinetto romano. Erano tuttavia meno di tredici, che è il numero dei detenuti morti in un solo giorno del marzo scorso senza che la cosa abbia smosso un centesimo dell’attenzione – che, per carità, va benissimo – invece dedicata alla triste fine di quei mammiferi. Una cerva imprigionata nel ghiaccio d’un lago o una femmina di leone salvata dal filo di ferro che sta soffocandola raccolgono la simpatia telematica di milioni di like, ma se non c’è niente di simile per il detenuto torquato del laccio che lo impicca non è perché un residuo di rispetto impedisce di fotografarlo: è perché non gliene frega niente a nessuno. Non so se avesse ragione Marguerite Yourcenar quando scriveva che ci sarebbero stati meno bambini martiri e meno vagoni piombati se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni pieni di animali condotti al macello. La realtà è che la produzione di detenuti costituisce un’industria a cui siamo tanto più abituati quanto più ci abituiamo a vergognarci di quella della produzione animale. E mentre reclamare l’abolizione degli allevamenti non è ancora maggioritario ma è già socialmente accettabile, vagheggiare la fine del carcere è semplicemente bestemmia. Forse vale l’opposto, allora: assisteremmo a meno crudeltà negli allevamenti se non assistessimo senza perplessità a quella nelle galere. E mangeremmo forse meno animali se non fossimo abituati a sfamare i nostri desideri di giustizia con la detenzione altrui.

Il Covid dietro le sbarre: dal panico alla rabbia delle rivolte. Sandra Berardi, attivista di Yairaiha Onlus, nel suo libro “Carcere e Covid” ha ripercorso puntualmente le condizioni di vita preesistenti nelle carceri, fino ad analizzare il ruolo dei media sulle rivolte di marzo 2020. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 4 novembre 2021. Tutto comincia dalle prime notizie di strani contagi, con tanto di morti, che avvenivano nella megalopoli cinese di Whuan. Ci sembrava una situazione lontana dai nostri occhi, un qualcosa che riguardava altrove. Esattamente come le carceri, quelle notizie apparivano come qualcosa che riguardassero altri. Ma poi quel qualcosa ha avuto dapprima un nome, il Covid 19, e infine ha riguardato anche noi. E come ogni cigno nero, la pandemia ha messo a nudo tutte le nostre fragilità e, nello stesso tempo, ha fatto emergere e poi “scoppiare” tutte quelle contraddizioni che riguardano le cosiddette istituzioni totali, tra le quali le nostre patrie galere.

“Carcere e Covid” il libro di Sandra Berardi

Ebbene, Sandra Berardi, attivista di Yairaiha Onlus che si occupa quotidianamente delle condizioni di vita dei detenuti, nel suo libro “Carcere e Covid”, da poco anche in versione cartacea edito da “stradebianchelibri”, ha ripercorso puntualmente le condizioni di vita preesistenti all’interno delle carceri, fino ad analizzare il ruolo dei mass media in merito alle rivolte del marzo del 2020.Interessante, per capire il vero motivo delle rivolte, è il capitolo relativo alla paura del virus dietro le sbarre. Sandra Berardi ricorda che le informazioni riguardo al Covid-19 sono entrate nei 189 istituti penitenziari italiani attraverso gli unici media disponibili e presenti in tutte le celle: radio e televisione e, in minima parte, quotidiani. «Immagino – scrive Berardi nel libro – l’ingresso delle prime, frammentarie, notizie tra gennaio e febbraio essere state seguite con disattenzione dalla popolazione detenuta. E immagino l’attenzione aumentare via via che le notizie divenivano più insistenti. E, assieme all’attenzione, immagino la paura trasformarsi in panico. Paura per i propri cari, innanzitutto. Paura per sé stessi e per i compagni di cella. Paura perché drammaticamente consapevoli della precarietà della sanità penitenziaria».

Le lettere dei detenuti ricevuti dall’associazione Yairaiha Onlus

Per aiutare alla comprensione del dramma psicologico dei reclusi, questo fondamentale capitolo del libro viene alternato dalle lettere dei detenuti che riceveva l’associazione Yairaiha Onlus. La maggior parte delle lettere sono denunce riguardante l’assistenza sanitaria e i tanti detenuti malati, con patologie che – una volta contratto il Covid – diventeranno mortali». Sandra Berardi spiega esattamente il panico in cui vivevano i detenuti. Il ruolo dell’informazione che creava allarme, le inevitabili restrizioni per ridurre i contagi. Chiusure totali. E per chi viveva dentro, inevitabilmente la paura si era amplificata a dismisura. Lo spiega bene. A differenza delle autorità elvetiche che hanno puntato al dialogo con i detenuti, evitando così il prevedibile acuirsi della tensione nella condizione eccezionale che si stava determinando, quelle italiane hanno imposto, di punto in bianco, le restrizioni.

La sospensione dei colloqui ha fatto precipitare la situazione

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le sospensioni dei colloqui. «L’unica relazione umana e affettiva concessa a chi è in carcere, con l’aggravante – sottolinea Berardi nel libro – di averlo comunicato quando i familiari erano già fuori i cancelli in attesa di entrare, con tutte le implicazioni anche emotive che tale attesa comporta già in condizioni normali. «Una notizia che ha aggiunto al panico provocato dalle notizie sul Covid senso di impotenza di fronte a eventi incontrollabili. E dal panico, dal senso di impotenza è sfociata la rabbia», chiosa l’attivista di Yairaiha Onlus.Per chi è a digiuno di carcere, è difficile comprendere quanto sia fondamentale questo passaggio del libro. In mancanza di conoscenza, è stato facile sfociare nella dietrologia, il complotto.

I media hanno rappresentato una situazione distorta

I soliti giornali, al servizio di taluni magistrati che dei teoremi giudiziari ne hanno fatto fonte di carriera, hanno parlato di rivolte organizzate dalla mafia per ricattare lo Stato. Il complottismo funzionale allo Stato di polizia. Nascondere i veri problemi, per ridurre i diritti. Forse, anche per questo gli stessi agenti d polizia penitenziaria si sono sentiti legittimati a reagire – a sangue freddo- con manganellate e pestaggi. Rivolte dove sono scappati i morti, dove giorni dopo si sono verificate le “mattanze” come a Santa Maria Capua Vetere. Tutto questo – tranne alcuni giornali come Il Dubbio, e ringraziamo Sandra Berardi per averlo sottolineato nel libro – è stato sottaciuto, mentre le trasmissioni come, ad esempio, “Non è l’Arena” di Giletti hanno creato le indignazioni sulle cosiddette “scarcerazioni”. Un capitolo, quest’ultimo, affrontato dal libro “Carcere e Covid”. Sandra Berardi ha ripercorso la dinamica di quella trasmissione, scandendo ogni particolare, facendo capire al lettore che si trattava di una vera e propria commedia, ma molto amara. Il messaggio fuorviante che è passato è stato questo: 300 boss di elevato spessore criminale appartenenti al circuito del 41 bis sono stati scarcerati! Il Dap non è in grado di gestire le carceri, i mafiosi sono tornati a casa, siamo tutti in pericolo! Una bufala, che però ha costretto l’ex ministro Bonafede a reagire con decreti emergenziali e restrittivi. Diversi detenuti malati sono rientrati in carcere. Alcuni di loro, hanno poi contratto il covid e sono morti. Il libro di Sandra Berardi va letto tutto, utile per la conoscenza. Un libro che racconta i fatti, evocando anche le parole di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso brutalmente dalla mafia, dove parla di giustizia e non di vendetta. La verità è sempre rivoluzionaria, e in questo libro se ne comprende il motivo.

Il Covid dietro le sbarre. Giustizia all’italiana: agenti penitenziari vaccinati, detenuti no. Francesca Sabella su Il Riformista il 3 Febbraio 2021. «In considerazione dell’elevato stato di promiscuità che caratterizza la vita negli istituti penitenziari, cronicamente sovraffollati, e del conseguente pericolo di diffusione del contagio da Coronavirus, scrivo per sottolineare la necessità eminente di inserire la popolazione carceraria tra le categorie che dovranno ricevere per prime il vaccino». È la richiesta contenuta della lettera firmata dal presidente della onlus Carcere Possibile, Annamaria Ziccardi, e indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza, al governatore della Campania Vincenzo De Luca, al commissario straordinario per la gestione dell’emergenza epidemiologica Domenico Arcuri, al guardasigilli Alfonso Bonafede e al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia. Il virus è entrato da mesi dietro le sbarre e la sua avanzata non pare arrestarsi. Nonostante ciò i detenuti non sono contemplati nel piano di vaccinazione. Dall’inizio della pandemia a oggi, in Campania sono stati registrati più di 600 casi di Covid tra i reclusi, solo 6.022 i tamponi eseguiti tra Secondigliano e Poggioreale dove le persone in cella ammontano rispettivamente a 1.147 e 2.019. I detenuti morti di Covid sono stati quattro. Tra gli agenti di polizia penitenziaria, invece, ci sono stati più di 800 contagiati e una vittima, mentre tra gli operatori sanitari (medici, infermieri, operatori socio-sanitari), si è registrato un solo morto a fronte di decine di casi di infezione. Sono questi i dati raccolti dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Attualmente in Campania ci sono attualmente i positivi sono 23: uno a Poggioreale, due a Santa Maria Capua Vetere e 19 a Secondigliano; a loro se ne aggiunge uno ricoverato al Cotugno. Inoltre ci sono circa 70 contagiati tra agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario. Negli istituti di pena italiani, invece, sono circa 600 i detenuti positivi al virus e 652 i contagiati tra il personale dell’amministrazione penitenziaria. È notizia di questi giorni anche il focolaio scoppiato nel carcere romano di Rebibbia: sono 104 i detenuti positivi di cui cinque ricoverati in ospedale. I numeri crescono e i reclusi non sembrano avere alcuna priorità, al contrario degli agenti della penitenziaria. «Incredibilmente – scrive Ziccardi – è stata predisposta la vaccinazione solo per il personale delle carceri. Il non aver attribuito alla vaccinazione dei detenuti alcuna priorità appare estremamente grave poiché è stato affermato che la vaccinazione è ispirata a principi di equità, reciprocità, legittimità, protezione e promozione della salute». Nulla da fare, quindi, per i reclusi, almeno per il momento: «In ragione di quanto esposto – conclude la Ziccardi – si invita alla modifica e implementazione del piano strategico dei vaccini. Implementazione improcrastinabile per i detenuti over 60. Ricordando che la popolazione carceraria è sotto la custodia dello Stato che ha l’obbligo di salvaguardarne l’integrità fisica con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di responsabilità politica e giuridica».

Il caso. Non solo Verdini, ci sono altri 850 detenuti ultra settantenni a rischio: scarcerateli! Piero Sansonetti su Il Riformista il  2 Febbraio 2021. Qualche giorno fa il tribunale di Sorveglianza ha deciso di scarcerare Denis Verdini per ragioni sanitarie. Il motivo di questa decisione è semplice e, direi, indiscutibile. Nel carcere di Rebibbia i malati di Covid sono ormai più di 100, quasi un detenuto su dieci ha preso il virus. Verdini è stato imprigionato recentemente, per reati finanziari, ed è uno dei detenuti anziani. In maggio compirà i 70 anni. Ha diversi problemi di salute che riguardano il funzionamento del suo cuore e dei suoi polmoni. Questo lo rende particolarmente vulnerabile: se dovesse beccarsi il virus rischierebbe una malattia molto grave o anche la morte. I giudici di sorveglianza hanno esaminato i referti medici e il certificato dell’anagrafe e, applicando la legge, gli hanno concesso la scarcerazione provvisoria, cioè l’invio agli arresti domiciliari. Per ora il provvedimento avrà una durata di soli due mesi, il tempo che finisca l’emergenza sanitaria. Poi a fine marzo Verdini dovrebbe tornare in carcere, se non ci saranno novità. Per quanto tempo? Ai primi di maggio compirà i 70 anni e la legge prevede che, in linea di massima, le persone che hanno compiuto i 70 anni scontino la pena ai domiciliari, o ai servizi sociali. Però questa norma non prevede l’automatismo: è affidata al giudizio dei magistrati. La liberazione di Verdini ha suscitato, naturalmente, delle polemiche. Voi sapete bene che la gran parte degli opinion leader, in Italia, e dei giornalisti (e naturalmente dei politici) sono travolti da una irrefrenabile amore per le manette e le punizioni. La principale religione laica, oggi come oggi, è quella che venera il Dio forca. Dunque la notizia della scarcerazione dell’uomo che per molti anni è stato l’ombra di Berlusconi ha gettato nello sconforto e provocato una montante rabbia in gran parte dei nostri commentatori. Invece è soprattutto una buona notizia. Perché è la notizia di una legge rispettata. Perché scrivo “soprattutto”? Perché ora ci aspetteremmo la liberazione di molti altri prigionieri che si trovano in condizioni molto simili a quelle di Denis Verdini. Quanti? Intanto, secondo gli ultimi dati ufficiali, alla fine del 2020 c’erano in prigione 850 persone che hanno più di 70 anni. Un numero molto alto. Probabilmente pochissime, tra loro, costituiscono un pericolo per la società. E quindi è possibile scarcerarle tutte o quasi tutte. O lo fanno i tribunali di Sorveglianza, che però, probabilmente, a questo punto son oberati dal lavoro, o lo fa il governo con un decreto. Poi si potrebbe anche prendere in considerazione la liberazione delle persone leggermente più giovani, per esempio i detenuti con più di 60 anni. Sono 3780. In questo modo, probabilmente, si potrebbe ottenere una prima, seppur modesta, riduzione del sovraffollamento nelle carceri, che in questi mesi è molto forte, mentre il Covid picchia duro. C’è solo Travaglio, credo, che non si è accorto di quanto sia drammatica la situazione Covid nelle prigioni. Oltretutto si potrebbero prendere ancora un paio di provvedimenti, sempre a norma di legge o attraverso un decreto, che produrrebbero un ulteriore ridimensionamento del sovraffollamento: scarcerare tutti i detenuti che sono stati condannati a una pena inferiore a un anno (si suppone per crimini non atroci) che sono circa 1000 e poi anche quelli con pene inferiori ai due anni, che sono più di duemila. Realizzando queste poche e ragionevolissime misure avremmo una riduzione della popolazione carceraria di 7.700 unità, circa, cioè di oltre il 15 per cento. Poi, certo, se vivessimo in un paese tollerante e liberale, potremmo addirittura giungere fino all’indulto e all’amnistia. Ma questo richiederebbe la presenza in Parlamento di una classe politica. Circostanza, al momento, quasi impossibile.

A Poggioreale su 2mila detenuti solo uno può andare a lavorare fuori. Un anno da garante, i numeri di Pietro Ioia: “In carcere anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 4 Febbraio 2021. Sei visite ispettive, oltre 500 detenuti incontrati e un migliaio di telefonate ricevute dai familiari degli stessi per denunciare violenze, criticità sanitarie, casi di covid, condizioni igieniche precarie, problemi economici e le lungaggini burocratiche. Sono solo alcuni dati del report di 64 pagine presentato dal garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia al termine del suo primo anno di mandato. “Sono il garante del popolo” ha spiegato Ioia, 62 anni, nel corso della conferenza stampa al Gridas (Gruppo RIsveglio DAl Sonno) di Scampia. Un anno intenso, segnato dall’emergenza coronavirus che ha accentuato ulteriormente le criticità presenti nelle carceri italiane e, in questo caso, napoletane. Un anno segnato anche dalla quasi totale assenza dell’amministrazione comunale partenopea. Dopo la nomina di Ioia infatti il sindaco de Magistris “è sparito, doveva venire con noi in visita ai detenuti ma non si è fatto più sentire”. Ioia, che non percepisce uno stipendio per l’attività che svolge (perché non previsto dal comune partenopeo), non ha un ufficio (“il mio ufficio è il bar”) ma, nonostante i pochi mezzi a disposizione, è riuscito a diventare in pochi mesi un vero e proprio punto di riferimento per i familiari dei detenuti ristretti nel carcere di Poggioreale, in quello di Secondigliano e nell’istituto minorile di Nisida. Nel suo lavoro quotidiano è stato affiancato da due donne, Sara Romito e Sara Meraviglia, che in questo lungo e intenso anno hanno avviato contatti con associazioni presenti sul territorio per garantire i servizi minimi ai detenuti e ai loro familiari. “Nelle prossime settimane attiveremo uno sportello legare gratuito presso il centro Gelsomina Verde di Scampia in modo tale da aiutare i parenti che non hanno la possibilità di sostenere la spesa economica di un avvocato” ha spiegato Romito. Ioia nel corso dell’ultimo anno ha incontrato anche quattro detenuti che hanno provato a togliersi la vita. “Con il covid, le attività ricreative dimezzate, i tempi burocratici relativi alle decisioni su pene alternative, procedimenti penali, visite specialistiche, la vita all’interno è diventata un incubo” spiega il garante comunale. “Ci sono tanti detenuti con patologie pregresse, ci sono anziani anche più malati di Verdini ma sono poveri. E’ sempre una tragedia, ogni volta che li incontro mi dicono sempre le stesse cose. Ce ne sono tantissimi che potrebbero uscire prima, perché hanno pochi mesi da scontare, e invece non accade nulla” aggiunge Ioia. “Purtroppo lo Stato è assente soprattutto nelle carceri della Campania. E’ stato un anno difficile, ci sono stati morti per covid, ci sono state violenze accuratamente preparate e disposte dopo le rivolte, così come è capitato a me 30 anni fa” spiega Ioia. Un altro dato eclatante è relativo all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, quello che permette ai detenuti che ne fanno richiesta e ne hanno i requisiti di svolgere un’attività lavorativa all’esterno delle mura carcerarie. “Il caso di Poggioreale è emblematico – spiega Sara Meravaglia dei Radicali Italiani – perché a fronte di una popolazione detentiva di quasi 2mila unità c’è un solo detenuto a cui è stato consentito di svolgere attività esterna”. “Il problema – aggiunge – è legato alle scarse risorse destinate ai penitenziari e alle istituzioni che non svolgono il ruolo di mediatori tra la comunità cittadina e il carcere stesso”. Presente alla conferenza stampa anche Antonio Piccirillo, 25 anni, figlio del boss Rosario Piccirillo (attualmente detenuto), che entrerà nello staff di Pietro Ioia per lavorare alla costruzione di un’alternativa per chi si trova in carcere. Antonio Piccirillo (di cui parleremo in modo approfondito in un articolo che verrà pubblicato a breve) è salito agli onori delle cronache nel maggio del 2019 quando partecipò a una fiaccolata in piazza Nazionale dopo l’agguato subito dalla piccola Noemi, la bimba di 3 anni ferita per errore mentre si trovava fuori a un bar in compagnia della nonna e della madre.

Carcere di Modena: inchiesta archiviata, ma restano i dubbi per gli 8 morti. L’avvocata Simona Filippi: «Antigone andrà avanti affinché venga fatta chiarezza sulla morte di queste persone». L’avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di Chouchane Hafedh: «Troppe le zone d’ombra». Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 18 giugno 2021. Otto i detenuti morti per la rivolta dell’8 marzo 2020 del carcere Sant’Anna di Modena. Otto morti definitivamente archiviati dal Gip che ha accolto la richiesta dalla procura modenese, dichiarando addirittura inammissibile gli atti d’opposizione dell’Associazione Antigone e del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà.Parliamo di Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah. Alcuni ritrovati morti dentro al carcere per overdose di psicofarmaci e metadone, altri deceduti mentre venivano trasferiti in altre carceri a ore di distanza, altri ancora una volta giunti a destinazione.

Per il Gip la vicenda ha trovato «compiuta ricostruzione nella relazione degli agenti». Ma secondo il Gip, la vicenda oggetto del procedimento «ha trovato compiuta ricostruzione, nella sua genesi e nel conseguente sviluppo in termini spaziali e temporali, nelle relazioni redatte dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese». Eppure, a leggere il provvedimento di archiviazione di due pagine e mezzo, non sono stati chiariti una serie di elementi e criticità sollevate nell’atto di opposizione depositato. Basti pensare a Chouchane Hafedh. Una storia amara la sua, visto che al ragazzo tunisino, con l’eventuale ottenimento dei benefici, gli sarebbero mancate due settimane per uscire finalmente dal carcere, un istituto del tutto fallimentare per ragazzi che commettono reati dovuti dalla tossicodipendenza.

Nel carcere di Modena il sovraffollamento era del 147%. La situazione del carcere di Modena era di sovraffollamento particolarmente grave, con una percentuale pari al 147%. Era prevedibile uno sviluppo così violento, quello della rivolta, in presenza di parametri fortemente lontani da quelli ordinari? Proprio la posizione di garanzia richiesta a tutto il personale presente in Istituto impone che negli istituti penitenziari i medicinali (quali il metadone) siano messi al sicuro e contenuti all’interno di casseforti o armadi blindati.

Si ha il dovere di non lasciare incustodito l’armadietto dei medicinali. Si ha quindi il dovere di non lasciare incustodito questo tipo di sostanza poiché l’uso scorretto può portare ad una overdose. È stato fatto tutto ciò? L’amministrazione penitenziaria, come suo dovere, ha vigilato affinché il detenuto non compia determinati atti che, soprattutto se tossicodipendente, sono prevedibili in situazioni di rivolta?

Il metadone si trovava all’interno di un armadio blindato, trovato aperto e non scassinato, di cui manca la prova che fosse stato chiuso a chiave quella mattina e la cui chiave si trovava, comunque, all’interno di una presunta cassetta di sicurezza.

Discrepanze temporali nei racconti degli infermieri. Vi sono poi delle discrepanze temporali tra i racconti delle infermiere presenti durante la rivolta di Modena, che davano contezza della chiusura dell’armadio contenente il metadone fino alle 16 circa, e l’intervento del 118, che già dalle 14 e 30 operava su soggetti in preda ad overdose. Non solo. Sono emerse anche delle incongruenze tra le dichiarazioni dei detenuti e quelle degli agenti di polizia penitenziaria. Ma tutto ciò, nel provvedimento di archiviazione, non è stato chiarito approfonditamente. «Non è accettabile che una vicenda così grave che ha visto la morte di otto detenuti si chiuda con un provvedimento così motivato».

L’associazione Antigone andrà avanti per fare chiarezza. L’associazione Antigone, per voce dell’avvocata Simona Filippi, commenta così l’archiviazione firmata dal gip di Modena per il caso dei detenuti morti nella rivolta di marzo 2020. «Stiamo valutando quale sia l’azione più opportuna da prendere ma sicuramente l’associazione andrà avanti affinché – aggiunge l’avvocata Filippi – venga fatta chiarezza sulle ragioni della morte di tutte queste persone». A esprimere sorpresa e amarezza è anche l’avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di una delle vittime, il tunisino Chouchane Hafedh: «Sono troppe le zone d’ombra che non sono state chiarite in questa triste vicenda e questo non possiamo accettarlo. Pertanto siamo pronti a ricorrere nelle opportune sedi, confidando che prima o poi i familiari di queste giovani vittime avranno le risposte che meritano».

Tortura, pestaggi, omissioni: la verità sui nove morti del carcere di Modena arriverà dai filmati. La procura riapre il caso sulle violenze dopo la tragica rivolta del marzo 2020 al Sant’Anna. L’Espresso è in grado di confermare l’esistenza di documenti che fanno riferimento alle immagini del circuito interno. Pierfrancesco Albanese su L’Espresso il 29 settembre 2021. La cortina fumogena piombata sulle rivolte del carcere di Modena si sta diradando. E dietro alla cappa, i presunti pestaggi, le brutalità e le omissioni su visite e trasferimenti assumono fattezze più nitide. Tanto da farsi esposto e da indurre la procura ad aprire un nuovo fascicolo con l’ipotesi di tortura e lesioni aggravate. È lo scossone che riapre il caso del Santa’Anna, dopo le rivolte che hanno condotto alla morte nove detenuti. Overdose da medicinali per tutti, secondo l’ordinanza con cui il Gip, Andrea Salvatore Romito, ha disposto l’archiviazione del fascicolo riguardante otto dei nove morti. Il caso di Salvatore Piscitelli, morto nel carcere di Ascoli dopo il trasferimento da Modena, resta invece aperto. Fondamentali, in tal caso, le denunce di cinque reclusi, testimoni di violenti pestaggi che dicono commessi dagli agenti. Ora a questi racconti se ne aggiungono altri, che riaccendono i dubbi sulla frettolosa archiviazione. Un recluso riferisce di cordoni di agenti intenti a picchiare indiscriminatamente chi si consegnava durante la rivolta. Tanto da ammazzare un compagno, poi trascinato «come un animale». «Quando sono uscito vedevo davanti a me una fila a destra e una a sinistra di agenti della penitenziaria. Sono uscito tenendo le mani in alto e dicendo che non avevo fatto nulla. Nonostante ciò, alcuni agenti mi bloccavano, mi ammanettavano e mi misero a testa in giù. Venivo poi portato in sorveglianza dove venivo sdraiato per terra e picchiato violentemente con calci e pugni, anche con l’uso del manganello. Provavo a dire che non avevo fatto nulla, ma proprio per averlo detto mi buttavano nuovamente a terra e mi picchiavano ancora». Poi è il turno di un recluso tunisino, ammanettato e picchiato. Dopo le botte non risponde più. «Ho capito che era morto. Tornati gli agenti richiamavo la loro attenzione urlando e questi vedevano il ragazzo a terra e cominciavano a prenderlo a botte per svegliarlo. Lo prendevano come un animale e lo trascinavano fuori».

Al momento sono in corso le verifiche per l’eventuale riconoscimento. Intanto il referto medico sul testimone dice distacco osseo, fratture e lussazioni nelle aree del braccio, dell’avambraccio e della mano sinistra, e un’operazione al polso. Che, riferisce il legale, Luca Sebastiani «rischia di non poter recuperare nella sua piena funzionalità per il resto della vita». A fronte del nuovo esposto, la procura ha aperto un’indagine contro ignoti ipotizzando il reato di tortura. «È chiaro che, ancor più dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere, ci aspettiamo massima attenzione su questa vicenda», commenta il legale. Ma, a differenza del carcere campano, a Modena non sono emerse immagini del circuito di video-sorveglianza, che, a più riprese, si è detto non in funzione durante la rivolta. L’Espresso è però in grado di dimostrare l’esistenza di documentazione in cui si fa esplicito riferimento alla presenza di filmati delle videocamere interne. In un’informativa del 21 luglio 2020, il Comandante di reparto dirigente aggiunto della polizia penitenziaria, M.P, rimette alla procura di Modena una nota preliminare riassuntiva dei risultati investigativi sino ad allora espletati sui reati commessi dai detenuti, in aggiunta ad allegati su supporto dvd. Affermando inoltre che «sarà possibile perfezionare l’informativa una volta completata la delegata analisi dei filmati del circuito di video-sorveglianza interno». A questo si aggiunge il rimando presente nella richiesta di archiviazione, dove, nel ricostruire la morte di Athur Iuzu, si afferma che dei soccorsi prestati vi è traccia in un’annotazione «in cui vengono descritti gli esiti della visione dei diversi filmati relativi alla rivolta acquisiti nell’immediatezza dei fatti». Interpellata da L’Espresso sul punto, la procura di Modena, guidata dal neo-insediato Luca Masini, non ha fornito risposta. Non ha dissipato così i dubbi sull’esistenza di frame che possano sgombrare il campo dagli interrogativi. Come per la morte dello stesso Arthur Iuzu e di Hadidi Ghazi, per i quali, secondo il perito del Garante dei detenuti, Cristina Cattaneo, la causa di morte non è nota. Dalla procura si ipotizza il decesso per assunzione incongrua di farmaci. Ma i dubbi, dice Cattaneo, non possono essere fugati in assenza di autopsia completa, nei due casi non compiuta. Per entrambi c’è il nodo della presenza di traumi evidenti: l’avulsione di due denti per Hadidi, con sangue nelle cavità orali e nasali, che porta Cattaneo a dare per assodato un recente trauma contusivo al volto che non consente di escludere una commozione cerebrale o una emorragia mortale; per Iuzu escoriazioni e lacerazioni sul volto che «lasciano dubbi su una successione tale di colpi da produrre lesioni cerebrali che possono evolvere verso il peggio». Se auto-prodotte o etero-prodotte non è dato sapere. Ma potrebbe esserlo con i filmati, potenzialmente in grado di chiarire quanto accaduto nelle pieghe della giornata di Modena, anche sul capitolo trasferimenti. Dei 546 detenuti, ben 417 saranno trasferiti. E quattro moriranno durante o dopo il viaggio, senza riscontri documentali sulle visite mediche e i nulla osta sanitari imposti dalla legge per gli spostamenti. Il sospetto è che non fossero in condizioni di sostenerli e che le visite non siano state espletate, come sostenuto più volte dai reclusi. Da ultimo dall’ex detenuto C.R., autore di una testimonianza messa a verbale dal legale del Garante dei detenuti, Gianpaolo Ronsisvalle, che smentisce anche la tesi dell’idoneità fisica dei reclusi a sostenere il viaggio in virtù della “breve durata”, sottoscritta dalla procura. Prima della partenza, riferisce, i detenuti sarebbero stati lasciati ammanettati a terra dalle 14 a mezzanotte, senza mangiare né bere, per poi essere tradotti sui pullman. Durante il tragitto Rouan Abdellha accusa ripetuti mancamenti. «Ho chiesto più volte l’intervento dell’ispettore capo scorta perché il ragazzo per me non stava bene. Mi veniva risposto che al nostro arrivo ad Alessandria avrebbero preso provvedimenti». Ad Alessandria arriveranno in tarda notte. Rouan Abdellha morto. L’odissea del testimone, invece, terminerà solo intorno alle 11 del mattino seguente, quindi diverse ore dopo la partenza, quando gli si consentirà un panino ad Aosta dopo oltre 20 ore a digiuno. Non va meglio ai cinque firmatari dell’esposto su Piscitelli. Consegnatisi agli agenti, raccontano di essere stati ammanettati, privati delle scarpe e degli indumenti, particolare che si ritrova anche nelle ricostruzioni sui trasferimenti dei detenuti a Parma, giunti senza vestiti per ammissione della procura, caricati sui furgoni e picchiati. Piscitelli arriverà ad Ascoli in condizioni critiche, lamenterà dolori durante la notte. Alle richieste di aiuto lanciate dal cellante, Mattia Palloni, tra i firmatari dell’esposto, un agente risponde «lasciatelo morire». E Piscitelli morirà, qualche decina di minuti dopo. Elisa Palloni, sorella di Mattia, rivela a L’Espresso le pressioni che il fratello avrebbe poi subito per ritirare l’esposto. «A Mattia la procura di Ascoli ha chiesto di ritirare l’esposto. Gli hanno offerto un lavoro in istituto, ma lui ha rifiutato». Altri particolari su quegli istanti emergono ancora dal reclamo che un detenuto, C.C., ha inviato alla ministra della giustizia Marta Cartabia. «A Modena», scrive, «molti detenuti furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate usando anche i tondini in ferro pieno che si usano per effettuare la battitura nelle celle». Ad Ascoli, invece, «la mattina seguente salì una squadretta in reparto composta da circa 10 agenti, alcuni con casco, scudo e manganello, e cella dopo cella ci picchiarono tutti. Fu una vera e propria spedizione punitiva». Anche su questo indagheranno le commissioni ispettive istituite dal Dap, su impulso della ministra Cartabia. Ma su Modena sorgono già i primi problemi: del pool fa parte anche Marco Bonfiglioli, dirigente del provveditorato che ha coordinato le operazioni di trasferimento dei detenuti durante la rivolta. E che dunque sarebbe chiamato a indagare su se stesso. Intanto tra i reclusi c’è chi ancora denuncia trattamenti di sfavore. Lo racconta Annamaria Cipriani, madre di Claudio, tra i firmatari dell’esposto di Ascoli. Da mesi si batte per vedersi restituita la verità sulle rivolte. Chiede di visionare i filmati di Ascoli, dove nessuno ha smentito l’esistenza di circuiti regolarmente in funzione. E riferisce quanto accaduto al figlio dopo l’esposto. «Claudio è stato messo in cella con finestre rotte, acqua sporca e senza coperte. Con la reclusione ha dovuto anche abbandonare l’università. Ha risposto a tre interpelli pur di continuare a studiare, sempre rifiutati. Non gli garantiscono alcun diritto, ma lui ringrazia Dio anzitutto di essere ancora vivo. Sono ragazzi che hanno sbagliato, ma stanno già pagando. Meritano di essere trattati da persone umane».

Il coraggio di “Report” di affrontare il carcere senza inutili dietrologie. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 18 gennaio 2021. Nel programma di Rai3 Report, condotto da Sigfrido Ranucci, Bernardo Iovene ha firmato un’inchiesta sull’universo penitenziario. George Orwell scrisse che «la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire». Ieri sera, il programma Report condotto da Sigfrido Ranucci l’ha messo in pratica grazie all’inchiesta firmata da Bernardo Iovene, giornalista storico della trasmissione di Rai3. L’argomento è scomodo, impopolare, divisivo e per questo la redazione di Report è stata coraggiosa: ha trattato il tema delle carceri italiane al tempo del Covid 19. Non da un punto di vista dietrologico, ma attraverso, fatti, dati e testimonianze raccolte girando tra le carceri italiane. Ed è Iovene ad introdurre il sevizio con la sua voce fuori campo, focalizzando subito il problema, ovvero sottolineando il fatto che «la polizia penitenziaria nell’ultimo anno è stata messa a dura prova. Durante le rivolte nel periodo del primo lockdown, le proteste hanno riguardato 21 carceri, ci sono stati 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti, ci sono state anche 13 persone detenute morte, e danni ingenti alle strutture carcerarie per quasi 10 milioni di euro, e ci sarebbero stati purtroppo anche abusi: atti di violenza gratuita sui detenuti». Tutti gli altri programmi televisivi, come per esempio Non è l’Arena di Massimo Giletti, sono rimasti indifferenti al dramma che la popolazione detenuta stava (e sta tuttora) vivendo con le sue, ancora poco chiare, 13 morti e presunte torture. Il tutto si stava concentrando con l’inasprimento della repressione, l’irrigidimento da parte della magistratura di sorveglianza nel concedere i benefici e il ritiro della famosa circolare del Dap. Ed è su quest’ultimo punto che il conduttore di Report, Ranucci, spiega quello che altri programmi televisivi non hanno avuto il coraggio di dire. Dopo aver ricordato che la circolare invitava i direttori dei penitenziari ad applicare una norma già esistente: «segnalate ai magistrati di sorveglianza quei detenuti già malati o affetti da patologie gravi, che avrebbero potuto rischiare la vita se contagiati in carcere. E valutate di mandarli agli arresti domiciliari», ha evocato anche l’indignazione scaturita sulla detenzione domiciliare delle 376 persone di cui 3 boss mafiosi. Ma poi ha aggiunto: «La circolare è stata sospesa il 17 giugno. Questa circolare sembrava minare l’istituto del 41 bis, in realtà lo avrebbe protetto. Lo Stato il pugno di ferro lo deve esercitare con i duri. Già il 41 bis è ai limiti della violazione dei diritti umani, si regge solo in nome della tutela della sicurezza della collettività. Ma se uno è morente, anche se boss, cosa tuteli? Finisci con alimentare la voce di chi vorrebbe abolirlo». Finalmente una inchiesta televisiva dove si pone seriamente la questione del 41 bis che è al limite della nostra Costituzione. Se finora ha retto lo si deve a quei pochi magistrati di sorveglianza e alle sentenze della Cassazione che hanno ripristinato i diritti più elementari, togliendo quelle misure afflittive in più che lo stesso Falcone non aveva assolutamente contemplato. Ma il carcere duro, ricordiamolo, è a rischio se dovessero arrivare condanne più dure da parte della Corte Europea. Il paradosso è proprio questo: chi vuole misure afflittive in più, contribuisce al rischio della sua abolizione.

Il boss morto per Covid nel carcere di Opera. Il giornalista di Report Iovene ha anche approfondito la vicenda del boss al 41 bis del carcere di Opera morto per Covid 19. Ha ricordato che il nostro ordinamento prevede che, ove siano necessarie cure o accertamenti che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti penitenziari, i condannati andrebbero curati fuori dal carcere. Ed è quello che ha chiesto l’avvocato Paolo Di Fresco per il suo assistito al 41 bis. Ma niente da fare. Istanze per la detenzione ospedaliera puntualmente rigettate, nonostante che il boss avesse contratto polmoniti interstiziali, fosse stato operato di tumore, con un intervento di aneurisma all’aorta e un’ischemia cardiaca. «Un quadro desolante – ha denunciato l’avvocato Di Fresco a Report – , quindi c’erano tutti i presupposti affinché fosse mandato a casa proprio per preservarlo dal rischio di contagio. Mi è stato risposto che il virus nel carcere di Opera non può entrare e che anzi l’isolamento avrebbe consentito di tutelarlo maggiormente. Dopo una settimana dalla decisione del tribunale di sorveglianza di Milano mi è stato comunicato che aveva contratto il virus». Viene quindi trasferito in ospedale in gravi condizioni. Subito dopo l’intervista – che risale al 2 dicembre -, l’avvocato contatta telefonicamente Iovene per annunciargli che il suo assistito è morto.

Le rivolte e i presunti pestaggi. Ma tanti sono i temi scomodi che Report ha affrontato. Il focus principale è sui presunti pestaggi avvenuti in diverse carceri, a partire da quello di Santa Maria Capua Vetere. L’intervista è al garante regionale Samuele Ciambriello e a quello locale Pietro Ioia. Ma Bernardo Iovene pone domande anche Antonio Fullone, il provveditore della Campania che ha inviato la squadra di agenti penitenziari per fare la perquisizione al carcere dove sarebbe poi avvenuto il brutale pestaggio. «Quello che colpisce è il pestaggio a freddo che viene denunciato», gli dice Iovene. «Se dovesse essere così è grave», risponde Fullone. Tanti sono i presunti pestaggi e torture che Report rende pubblici per la prima volta in tv. Ma soprattutto affronta l’inquietante vicenda dei morti di Modena. Intervista per la prima volta un ex detenuto che avrebbe assistito ai fatti. Morti per overdose è la versione ufficiale, ma tante cose non tornano. A partire dal fatto che alcuni di loro, nonostante stessero male per aver ingerito grosse quantità di metadone e psicofarmaci, sarebbero stati picchiati. Non c’è alcuna prova che dietro le rivolte ci sia una regia occulta. Questo lo dice, con onestà intellettuale, anche Sigfrido Ranucci.

Il dramma del sovraffollamento. Quello che però ha potuto constatare Report sono le pessime condizioni in cui versano le carceri italiane. «Gli animi li esasperano – ha detto il conduttore di Report introducendo il servizio su Poggioreale -, e non sono certo quelle le condizioni ideali per favorire la rieducazione o la redenzione di chi ha sbagliato nella vita. Se è vero che l’80% di chi va in carcere poi ci ritorna, è inevitabile che al tempo del virus la situazione esplodesse». Ed è proprio il sovraffollamento il primo problema che attanaglia le nostre carceri. Sommando anche l’emergenza Covid 19, la miscela è esplosiva.

Le interviste al Garante e a Rita Bernardini. Per questo Report ha intervistato sia il il garante nazionale Mauro Palma, che ha il polso di tutta la situazione, sia Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino. L’intervista risale a quando l’esponente radicale era in sciopero della fame per chiedere misure deflattive più efficaci. Ma ad oggi nulla è cambiato come denuncia a Report anche Roberto Giachetti di Italia Viva, uno dei pochi parlamentari che si è battuto, purtroppo invano, per far introdurre almeno la liberazione anticipata speciale. Ieri la Rai ha trasmesso un servizio di inchiesta di alto livello giornalistico. Ha dato la possibilità, a un pubblico decisamente più vasto, di far conoscere un mondo nascosto e quasi impenetrabile. Non conoscendolo aumentano i luoghi comuni e c’è chi li cavalca assecondando i peggiori istinti. Ringraziamo Bernardo Iovene per aver parlato anche de Il Dubbio e in particolare di questa pagina che dedichiamo quotidianamente al carcere. Per la prima volta, in tv, abbiamo visto molti volti “amici”. Quelli che ogni giorno si battono per i diritti umani all’interno di quelle quattro mura. Tra i volti amici, anche quelli dei sindacati della polizia penitenziaria, perché anche loro hanno il diritto di essere ascoltati. Una bella inchiesta che, speriamo, abbia scosso anche le coscienze più retrive. Ci auguriamo che non finisca qui, perché c’è ancora tanto da dire.

Il carcere al tempo del virus. Report Rai PUNTATA DEL 18/01/2021di Bernardo Iovene, collaborazione di Federico Marconi e Greta Orsi. Cosa è successo dentro al carcere di Modena durante la rivolta di marzo? Secondo le testimonianze di detenuti e familiari che ricostruiscono quei momenti tragici, ci sarebbero stati pestaggi a freddo dopo la rivolta, e anche durante i trasferimenti, all'arrivo nei vari istituti, e nei giorni seguenti. Dai racconti intrecciati si disegna uno scenario inquietante, che deve riguardare tutti compreso le massime istituzioni, per capire se è vero; quali sono stati gli ordini, chi li ha dati e se il Ministero ne era al corrente. Nel carcere di Modena sono morti 5 detenuti, le autopsie dicono da intossicazione di farmaci e metadone. Altri 4 detenuti sono morti dopo essere stati trasferiti in altre carceri, sono stati visitati? Si potevano salvare? Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza la procura ha individuato abusi che sarebbero stati commessi da 44 agenti penitenziari, altre centinaia di agenti non è stato possibile identificarli. Report è venuta a conoscenza che a operare a volto coperto è stato un nuovo reparto creato dopo le rivolte: sono i Gir, Gruppo di intervento rapido. Intanto il decreto Ristori ha posto molti paletti alla possibilità di detenzione temporanea ai domiciliari per chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi e pochi detenuti ne hanno usufruito. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Natale è stato in visita a Regina Coeli, ma per il Garante nazionale dei detenuti e anche per alcuni magistrati di sorveglianza il decreto è timido e non affronta il problema principale del sovraffollamento.

“IL CARCERE AL TEMPO DEL VIRUS” Di Bernardo Iovene Collaborazione Greta Orsi - Federico Marconi BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La polizia penitenziaria nell’ultimo anno è stata messa a dura prova. Durante le rivolte nel periodo del primo lockdown, le proteste hanno riguardato 21 carceri. I dati ufficiali dicono che ci sono stati 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti, ci sono state anche 13 persone detenute morte e danni ingenti alle strutture carcerarie per quasi 10 milioni di euro. E ci sarebbero stati purtroppo anche abusi: atti di violenza gratuita sui detenuti.

ALFONSINA PASSARIELLO - MOGLIE DI DETENUTO Sono stati trattati come animali. Chiudevano tutti, chiudevano i blindi e partivano cella per cella.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Il Dubbio è l’unico giornale che ha una rubrica quotidiana dal titolo lettere dal carcere. Negli ultimi tempi abbiamo letto di abusi ad Opera, Modena, Foggia, Santa Maria Capua Vetere, Viterbo.

DAMIANO ALIPRANDI - IL DUBBIO Ovviamente noi dobbiamo usare il condizionale assolutamente. E sono tutte denunce che appare quasi come una ritorsione da parte degli agenti penitenziari nei confronti dei rivoltosi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Violenze sarebbero successe a freddo nel periodo dopo le rivolte nel carcere di Opera.

ALFONSINA PASSARIELLO - MOGLIE DI DETENUTO Li hanno ammazzati di botte. Mio marito è stato vari mesi che non si è potuto muovere. E nessuno mai gli ha fatto fare la visita dal dottore.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Un'altra familiare denuncia pestaggi continui nel carcere di Pavia.

MOGLIE DI DETENUTO DEL CARCERE DI PAVIA Così bello e buono li prendono, li mettono in una cella tanto per, gli buttano le secchiate d’acqua, manganellate…

BERNARDO IOVENE Non avete mai pensato di denunciare?

MOGLIE DI DETENUTO DEL CARCERE DI PAVIA Eh, sì e no. Perché comunque c’è sempre la paura, le ritorsioni sono tante.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO A Modena, dove hanno perso la vita 9 detenuti, 5 nello stesso carcere e 4 dopo essere stati trasferiti, abbiamo sentito la testimonianza di un detenuto che afferma di non aver partecipato alla rivolta. Insieme ai detenuti della sua sezione era rimasto in cella, ha trattato direttamente con l’ispettore l’uscita pacifica nel campetto dell’aria perché stavano soffocando dal fumo.

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Era lui che ci ha detto: uscite voi che non c’entrate con la rivolta, a respirare. Però uscite solo in campo e ci hanno picchiato da morire. Abbiamo preso così tanti di quei manganelli che anche i poliziotti diventavano con il sangue.

BERNARDO IOVENE Cioè il sangue schizzava sui vestiti e sui caschi dei poliziotti?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Sì, tutto.

BERNARDO IOVENE Quanti eravate?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Eravamo 30-40.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO All’esterno c’erano i familiari qualcosa hanno visto e sentito anche loro.

MOGLIE DI UN DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Si vedeva soltanto ragazzi che uscivano con le magliette, con i pantaloncini, con le mutande, pieni, pieni di sangue. È uscito un poliziotto con un casco blu. Non mi scorderò mai quanto l’ho guardato quello lì: era pienissimo di sangue.

BERNARDO IOVENE Il poliziotto era pieno di sangue?

MOGLIE DI UN DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Sì sì, aveva sangue dappertutto. Perché lui ha detto che picchiando i nostri ragazzi non si è divertito da tempo come si è divertito questa notte.

PARENTE DI UN DETENUTO NEL CARCERE DI MODENA Sei ore di urla abbiamo sentito, dalle 2 alle 8 di sera.

PARENTE DI UN DETENUTO NEL CARCERE DI MODENA Noi ci chiedevamo come mai queste ambulanze non prendono questi detenuti e non li portano in ospedale? Niente. All’improvviso a tarda sera abbiamo iniziato a vedere la prima macchina funebre.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Cinque detenuti sono morti dentro al carcere di Modena, altri 4 invece sono morti il giorno dopo nei vari carceri dove sono stati trasferiti. Tutti per overdose da metadone saccheggiato nell’infermeria del carcere.

EX DETENUTO NEL CARCERE DI MODENA Mi sono morte due persone davanti e io non ci ho potuto fare niente, perché la mia sezione è andata a fuoco. Abbiamo rischiato di morire anche noi.

BERNARDO IOVENE Ma queste persone morte avevano assunto il metadone, sono morte per quello?

EX DETENUTO NEL CARCERE DI MODENA 3 Vai a capire se è stato veramente per il metadone o sono state delle botte. Io ho visto gente per terra con la testa schiacciata e con gli anfibi sulla testa e loro che continuavano a picchiare.

BERNARDO IOVENE Tu li conoscevi quelli che sono morti?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Tutti. BERNARDO IOVENE Erano tutti tossicodipendenti?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA No. Erano la metà, tutti no; il resto sono morti per il fumo o perché hanno preso manganelli.

BERNARDO IOVENE Hai visto con i tuoi occhi che sono stati picchiati quelli che sono morti?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Io ero lì. Io li ho presi in braccio, li ho portati giù perché stavano in gravi condizioni. Li ho portati per aiutare a portarli in ambulanza a quelli, a portarli in ospedale. Ma appena li ho portati giù io, li ho visti con i miei occhi come li picchiavano. Non volevano sapere che lui c’entravano o non c’entrava con la rivolta.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il virus ha evidenziato delle criticità alle quali non abbiamo saputo porre rimedio. Sono 5 anni che nelle nostre carceri si registrano segnali di disagio: suicidi, aggressioni, non abbiamo saputo coglierli, siamo rimasti immobili. Ora con la diffusione del virus ci siamo nuovamente accorti del problema del sovraffollamento nelle nostre carceri. Abbiamo il 10% in più di detenuti, di quello che le condizioni delle nostre celle potrebbero consentire. La paura del contagio ha scatenato delle rivolte. Alla fine si sono contati 13 morti e centinaia di feriti tra detenuti e forze dell’ordine, 9,7 milioni di danni. C’è chi ha pensato a una regia occulta della criminalità organizzata, non c’è prova di tutto questo, tuttavia c’è chi ha soffiato sul fuoco. Le rivolte sono partite dal carcere Salerno, si sono diffuse in tutta Italia. La magistratura ora sta indagando su come sono state sedate. La procura di Santa Maria Capua Vetere, a Modena addirittura indagano per omicidio colposo per la morte di un detenuto. Ma anche sulla morte degli altri detenuti sono stati aperti fascicoli per verificare se è stato fatto tutto il possibile per salvarli. Il nostro Bernardo Iovene messo insieme i tasselli di un mosaico, di un brutto corto circuito, che è stato causato da disagi, da frustrazioni, da rabbia, da disattenzione. Insomma, alla fine ognuno ha le sue ragioni e anche i suoi torti. E la vittima alla fine è stata la dignità umana che è stata calpestata, così come i diritti dell’uomo. Sia che indossi un pigiama a strisce che la divisa di un agente.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Uno dei detenuti morti si chiamava Hafed e aveva 35 anni. Doveva uscire entro due settimane. Anche lui è stato consegnato agli agenti da altri detenuti perché stava male. BERNARDO IOVENE Era tossicodipendente?

LUCA SEBASTIANI - AVVOCATO Aveva problemi di dipendenza, ma ormai erano più di due anni che non li aveva. Era fortemente asmatico. Sarebbe importante capire da chi lo ha portato per capire in che condizioni era e come è stato soccorso.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Finita la rivolta, la maggior parte è stata trasferita subito in altre carceri, ma tanti sono rimasti a Modena ancora per qualche giorno.

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Venivano la mattina a contare e ci picchiavano. Tre volte al giorno, anche noi che non c’entravamo con la rivolta.

BERNARDO IOVENE Come ti picchiavano? Con i manganelli?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Sì.

BERNARDO IOVENE Di gomma?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA No, no, no, no. Non esistevano i manganelli di gomma. Solo quelli di metallo. Quelli che facevano la battitura.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Una volta trasferiti tutti dicono che sarebbero stati indistintamente bollati come i rivoltosi di Modena.

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Ci hanno trasferito tutti con i fogli rossi, che anche tu hai partecipato alla rivota. Dove siamo andati prima di entrare in carcere tutti ci hanno picchiato. Ogni giorno, per tre mesi non ci hanno lasciato né fare la doccia, né cambiare i vestiti, niente.

BERNARDO IOVENE Per tre mesi?

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA Per tre mesi lunghi.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Questi fatti sono confermati in un esposto che hanno fatto 5 detenuti che ci mostra l’avvocato di due di loro. Erano a Modena, non erano tra i rivoltosi ma affermano di essere stati ammanettati, privati delle scarpe, picchiati selvaggiamente anche durante il trasferimento al carcere di Ascoli Piceno, all’arrivo e anche nei giorni seguenti.

BERNARDO IOVENE Vuol dire che sono andati apposta in cella e li hanno picchiati a freddo?

MARIO MARCUZ - AVVOCATO È esattamente quello che hanno descritto nel loro esposto.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO In tutto questo periodo non avrebbero avuto possibilità di chiamare parenti e avvocati, lo conferma proprio un avvocato che assiste uno dei detenuti che hanno firmato l’esposto.

ETTORE GRENCI - AVVOCATO Scalzo è stato portato in cella. E lì è rimasto per venti giorni senza poter effettuare una doccia e con gli stessi vestiti per venti giorni. Mi ha anche riferito della tragica morte di un suo compagno di detenzione trasferito a Modena avvenuta all’interno della cella, la mattina successiva, se non sbaglio, al trasferimento.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Si tratta di Salvatore Piscitelli, un detenuto che faceva attività teatrale in carcere e pare fosse in overdose da metadone.

BERNARDO IOVENE Questo Piscitelli che stava malissimo e che era evidente, è stato anche brutalmente picchiato? Così c’è scritto qua dentro.

MARIO MARCUZ - AVVOCATO Esatto. Stava già male durante il trasporto. E più volte nel corso di tutta la notte e il mattino successivo hanno chiesto aiuto, non è arrivato, finché purtroppo il povero Piscitelli risultava freddo. E quindi era già deceduto.

ANNAMARIA CIPRIANI – MADRE DI CLAUDIO CIPRIANI - DETENUTO L’hanno messo in un lenzuolo e se lo sono portati via. Loro hanno dichiarato che il ragazzo, questo Piscitelli è morto in ospedale. Non è assolutamente vero.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La signora Cipriani, che è la mamma di uno dei detenuti che hanno fatto l’esposto, vuole ribadire quello che gli ha comunicato suo figlio: Piscitelli è morto in cella e non in ospedale come pare sia stato comunicato ufficialmente.

ANNAMARIA CIPRIANI – MADRE DI CLAUDIO CIPRIANI - DETENUTO Il ragazzo, Piscitelli, è morto in cella e non in ospedale. Che loro hanno subìto percosse… mio figlio ha avuto problemi ai piedi perché li hanno lasciati per 15 giorni scalzi nelle celle. Scalzi, senza scarpe.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Sulle persone decedute le perizie come parte offesa del Garante Nazionale hanno accertato che hanno avuto un’intossicazione da farmaci, ma sulle modalità di trasferimento lo stesso Garante chiede chiarezza.

MAURO PALMA – GARANTE NAZIONALE DEI DETENUTI Queste persone così intossicate sono state visitate da un medico prima di essere trasferite? Potevano essere trasferite?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Altri detenuti, una cinquantina, sono stati trasferiti da Modena al carcere di San Gimignano. I famigliari denunciano che non sono state fornite le medicine, anche quelle salvavita, di cui alcuni di loro avevano bisogno per le patologie pesanti.

DETENUTO DEL CARCERE DI MODENA 6 Siamo arrivati in Toscana e ci hanno lasciato due mesi senza, senza coperte, senza vestire, senza… I miei farmaci per le patologie li ho visti dopo due mesi. E ora sto con una bombola di ossigeno dentro casa.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO A Foggia, dopo la rivolta i detenuti, sono stati trasferiti in varie carceri, dove hanno subito - si descrive in un esposto dell’associazione Yairaiha - pestaggi all’arrivo e nei giorni seguenti.

VINCENZO SCALIA - CRIMINOLOGO ASSOCIAZIONE YAIRAIHA E la cosa grave è che i pestaggi non sono continuati solo nel carcere di Foggia, ma sono continuati anche nelle carceri dove questi detenuti sono stati trasferiti.

BERNARDO IOVENE In ogni carcere e non parliamo di uno solo: cioè io qua vedo Catanzaro, Vibo Valentia, Viterbo… ovunque sono stati trasferiti hanno avuto la stessa accoglienza?

VINCENZO SCALIA - CRIMINOLOGO ASSOCIAZIONE YAIRAIHA Eh sì. Non si tratta di un caso, sembra che sia tutto pianificato e organizzato anche con delle tecniche specifiche che purtroppo non possono essere accertati perché mancano i filmati.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO Tutta la polizia penitenziaria dipende dal Dap, il dipartimento del Ministero della Giustizia. Se indicazione dall'alto c'è stata, è partita da qui.

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE DEL PERSONALE DAP Che ci possa essere stata qualsiasi indicazione di tra virgolette “repressione” rispetto a quello che è accaduto. Questo lo nego in maniera categorica.

BERNARDO IOVENE Allora finita la rivolta non è possibile da parte della polizia penitenziaria utilizzare qualsiasi tipo di violenza?

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE PERSONALE DEL DAP Assolutamente no, una volta che l’ordine è ristabilito assolutamente no.

BERNARDO IOVENE Assolutamente no.

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE PERSONALE DEL DAP Questo credo che è abbastanza scontato.

BERNARDO IOVENE E invece non lo è scontato, questo è il problema. Nel senso che tutte le denunce che noi abbiamo preso parlano tutte di dopo la rivolta: sono stati picchiati a freddo, sono stati denudati, durante i trasferimenti, quando sono arrivati nei nuovi carceri. Non avete fatto nessuna indagine interna per capire se queste cose sono successe o no?

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE PERSONALE DEL DAP Noi abbiamo, laddove noi abbiamo ipotizzato delle indagini abbiamo chiesto il nullaosta alle autorità giudiziarie e non ci è stato dato.

BERNARDO IOVENE Insomma se queste cose sono successe sono gravissime.

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE PERSONALE DEL DAP Ma certo che sono gravissime, su questo non ci sono dubbi.

BERNARDO IOVENE Qua c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non torna. Nel senso che aspettate direttamente la magistratura, ma all’interno vostro non c’è stato una discussione su questi comportamenti, se ci sono stati.

MASSIMO PARISI – DIRETTORE GENERALE PERSONALE DEL DAP Possiamo dire assolutamente che il Dap, nel momento in cui abbiamo dei provvedimenti, degli atti, dei fatti acclarati, adotta gli interventi conseguenzali.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO La Procura di Santa Maria Capua Vetere invece, attraverso i filmati delle telecamere di sorveglianza ha indagato 44 agenti di polizia penitenziaria, un fatto senza precedenti. I detenuti avevano protestato il 5 aprile, il giorno dopo - il 6 aprile - 300 agenti sono arrivati nelle celle per una perquisizione, ma avrebbero di fatto eseguito una spedizione punitiva con pestaggi a freddo dei detenuti.

DETENUTO NEL CARCERE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE Pum, manganelli nelle cosce e dietro i reni. Ci hanno spogliato a nudo.

BERNARDO IOVENE Nudi?

DETENUTO NEL CARCERE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE Nudi, come animali dentro una stanza. BERNARDO IOVENE Avevano il volto coperto?

DETENUTO NEL CARCERE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE Sì, le maschere e poi hanno le visiere.

BERNARDO IOVENE Quanto è durata questa cosa?

DETENUTO NEL CARCERE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE Un paio d’ore. Un animale!! Trattato… neanche un cane così.