Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

DECIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

LA GIUSTIZIA

DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

 

La strage di piazza Fontana, spiegata.  Andrea Muratore su Inside Over il 19 Dicembre 2021. Diciassette morti e nessun colpevole accertato. Un attentato brutale condotto contro la popolazione civile nella capitale economica del Paese. Piste di indagine fallaci, morti sospette, depistaggi. Piazza Fontana è stata una pagina buia nella storia d’Italia e, a oltre mezzo secolo di distanza, l’attentato che il 12 dicembre 1969 colpì la Banca nazionale dell’agricoltura situata a poca distanza dal Duomo di Milano è ricordato sia come il punto di inizio vero e proprio della strategia della tensione sia come un simbolo dei misteri d’Italia che si accompagnano alla fase più complessa della storia della Repubblica.

L’attentato che sconvolse l’Italia

Il 12 dicembre 1969 alle 16.30 la sede milanese della Banca nazionale dell’agricoltura, che offriva un servizio prolungato rispetto all’orario di chiusura degli altri istituti, situata nella piazza ove ha sede l’arcivescovado milanese era ancora piena di clienti giunti soprattutto dalla provincia; sette minuti dopo nella banca scoppiò un ordigno contenente sette chili di tritolo, che uccise 13 persone e ne ferì 91, quattro delle quali morirono in seguito, portando il totale delle vittime a diciassette.

Uno choc brutale, un boato trafisse in quel momento l’Italia. Altri attentati, contemporaneamente, andarono in scena a Roma, provocando diversi feriti ma nessuna vittima. L’attacco è al cuore della Repubblica, a un Paese che in quel momento era reduce dalle grandi passioni del decennio dei Sessanta, iniziato e proseguito nel segno del boom economico, della crescita delle industrie, dei consumi, dell’urbanizzazione e concluso con la complessa parabola del Sessantotto e le avvisaglie di una crescente conflittualità sociale, con i cortei e le manifestazioni operaie dell’Autunno Caldo. Il decennio che aveva visto un’altra morte tragica e misteriosa, quella di Enrico Mattei, i tranelli del Piano Solo e le prime avvisaglie di una lotta per il cuore del potere della Repubblica si chiuse con la strage che segnò uno spartiacque definitivo.

In primo luogo perché con la bomba del 12 dicembre 1969 emerse definitivamente la natura di Paese conteso e di faglia geopolitica tra Est e Ovest della penisola. In secondo luogo perché le indagini storiche e giudiziarie hanno accertato che con Piazza Fontana andò in scena la prima, strutturata saldatura tra componenti deviate degli apparati, degli organi dello Stato e della massoneria da un lato e elementi terroristici legati, in questo caso, all’estrema destra dall’altro. Tutto questo con la solita sequela di depistaggi e inquinamenti di prove che ha contraddistinto l’evoluzione delle indagini. In terzo luogo perché l’analisi “geopolitica” del contesto in cui è maturato l’attentato permette di capire come la strategia della tensione non sia stata solo una sequela di delitti e non sia stata solo un affare italiano ma abbia rappresentato la fase più acuta della Guerra fredda, investendo molti Paesi come l’Argentina, la Grecia, il Brasile, l’Indonesia, la Bolivia, il Cile. Analizziamo questi elementi con ordine.

L’Italia era sempre più importante, nel cuore della Guerra fredda, come Paese di confine tra Est e Ovest. Il Paese aveva retto alla svolta modernizzatrice guidata dalla Democrazia cristiana prima e dopo la consociazione al potere del Partito socialista, manteneva il Partito comunista più grande dell’Occidente, era costantemente attenzionata dagli Stati Uniti che nell’era dell’amministrazione Nixon avevano iniziato un pressing costante per fermare l’avanzata delle sinistre nella loro sfera di influenza. In Italia, figure come Aldo Moro, ai tempi ministro degli Esteri, desideravano coniugare l’appartenenza al campo atlantico con il mantenimento di gradienti di autonomia nello spazio mediterraneo.

L’Unione sovietica, parimenti, manteneva una profonda attenzione su Roma come possibile pivot diplomatico con l’Occidente in termini distensivi; dialogava a tutto campo con il Pci del segretario Luigi Longo, ex comandante partigiano ed eroe della Guerra di Spagna che aveva seguito il predecessore Palmiro Togliatti nell’iniziare a porre dei distinguo tra la “via italiana al socialismo” e l’ortodossia moscovita.

Erano anni di grandi cambiamenti anche per il Vaticano reduce dal Concilio Vaticano II e in cui Paolo VI si stava facendo garante del mantenimento della stabilità e del dialogo tra componenti sociali e politiche interne al Paese, mediato dalla classe politica che si era formata alla sua ombra nell’era della Resistenza.

Forze che auspicavano la stabilizzazione dell’Italia si confrontavano con apparati che, invece, puntavano a vedere rapidi cambiamenti: diversi storici e magistrati, da Aldo Giannuli a Guido Salvini, nei loro lavori hanno individuato l’avvio della strategia della tensione e del percorso che portò a Piazza Fontana nell’opera dei fautori di una svolta autoritaria interni a apparati dei servizi segreti, strutture Nato, frange reazionarie della politica italiana aventi il loro strumento operativo nei gruppi terroristici di stampo neofascista.

In quest’ottica l’opera di Giannuli, sostanziata nel saggio La strategia della tensione (Ponte alle Grazie), ha di fatto contribuito a sottolineare il ruolo giocato da Federico Umberto D’Amato, dominus dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, che nella sua veste di massimo dirigente del servizio segreto civile operò per coprire e depistare le indagini. Le ombre su D’Amato sono tante e tali da portare l’ ex generale dei servizi segreti Nicola Falde a ritenere che la super-spia del’Uar fu addirittura l’organizzatore materiale della strage.

D’Amato operò per promuovere una manovra di infiltrazione dei partiti di sinistra e le organizzazioni extraparlamentari, provocare con falsi manifesti inneggianti alla rivoluzione culturale cinese affissi in diverse città l’idea di un movimento rivoluzionario di stampo comunista e contribuendo a depistare le indagini verso i primi indiziati, gli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, giudiziariamente e storicamente scagionati da ogni accusa.

Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), centrali nella marcia d’avvicinamento a Piazza Fontana. Pinelli, in particolare, fu di fatto la diciottesima vittima della tragedia: fu trattenuto in questura a Milano e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato.

Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio, e questo generò una serie di accuse e vendette incrociate che avrebbero portato alla tragica uccisione del commissario Luigi Calabresi da parte dell’estrema sinistra tre anni dopo.

La pista nera, giudiziariamente accertata, ha messo nel mirino, in particolare modo, l’organizzazione eversiva di Ordine Nuovo. Tra prescrizioni, processi conclusisi con assoluzioni spesso per mancanza di prove e depistaggi, nessun colpevole è mai stato individuato a fini processuali, ma le sentenze hanno nel corso degli anni, assieme al lavoro degli storici, delineato il quadro politico in cui la strage maturò: istigare la possibilità che la minaccia comunista e anarchica portasse la Democrazia cristiana a una svolta autoritaria e repressiva sulla scia di quanto avvenuto due anni prima in Grecia.

La strategia non era particolarmente sofisticata o approfondita, ma si basava su uno schema sostanzialmente lineare:

L’obiettivo era creare uno stato di allarme sociale diffuso che creasse un compattamento della maggioranza silenziosa costituita dai ceti medi

La scelta di luoghi come le banche come sede degli attentati non era in tal senso casuale. Sulla base della richiesta di sicurezza, si mirava a convincere la Dc a giungere alla proclamazione dello “stato di emergenza” ed alla conseguente sospensione delle garanzie costituzionali.

Come hanno scritto Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin in Piazza Fontana – Verità e memoria (Feltrinelli): “Il colpo di Stato abortito del 12 dicembre 1969 è il primo tentativo di una vasta congiura ordita da politici e militari atlantisti che, pur andando dall’estrema destra più fascista ai socialisti saragattiani, sono tutti animati da comune e fanatico anticomunismo. L’origine di questa congiura si inscrive nella collaborazione avviata a metà degli anni Sessanta tra fascisti e servizi segreti (in particolare dopo il convegno dell’Istituto ‘Alberto Pollio’ all’hotel Parco dei Principi a Roma del maggio 1965)”.

Nel giugno 2005 una sentenza della Corte di Cassazione stabilì che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo e capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili a seguito di un’assoluzione ricevuta nel 1987 in un processo tenutosi a Bari. Carlo Digillo, terrorista di Ordine Nuovo soprannominato “zio Otto” (1937-2005) fu reo confesso ma con pena prescritta, per concorso nella strage di piazza Fontana ed è stato coinvolto anche nella strage di piazza della Loggia, segno della continuità dello stragismo nero nell’era della strategia della tensione.

Concentrata tra il 1969 (Piazza Fontana) e il 1974 (strage di Piazza Loggia a Brescia) la strategia della tensione come programma di destabilizzazione del Paese si inserì nel quadro di un contesto globale in cui, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, diversi Paesi strategici per la strategia degli Stati Uniti furono interessati da manovre volte a instaurare regimi autoritari e fortemente anti-comunisti.

Il colpo di Stato brasiliano del 1964 contro il regime “sovranista” di Joao Goulart e quello argentino del 1966 guidato da Juan Carlos Ongania riportarono i due Paesi a fianco del contrasto più duro e netto al comunismo; il golpe indonesiano del 1965, con cui il generale Suharto guidò un vero e proprio genocidio contro mezzo milione di comunisti o sospetti tali, puntellò il domino nell’Indo-Pacifico nel pieno della guerra in Vietnam; nel Cile, nel 1973, andò in scena il golpe di Augusto Pinochet. Tutti questi eventi si inseriscono alla perfezione in una vera e propria “strategia della tensione mondiale” che ebbe un agente acceleratore, sul fronte italiano, nel ruolo di copertura offerto dal regime castrense dei colonnelli greci all’eversione nera.

“La Grecia”, ha scritto Giannuli, “diverrà un modello anche per la destra ed i militari di altri Paesi: ad esempio nel marzo 1971 i militari presero il potere in Turchia. Ma è in Italia che il modello greco trovò i suoi più convinti imitatori nel gruppo di Ordine Nuovo, che aveva stretto fitti rapporti di collaborazione con Kostas Plevris”, giovane leader del gruppo neo nazista greco “Movimento 4 agosto”. D’altro canto, “gli ordinovisti ebbero altri autorevoli consulenti nell’Aginter Presse di Yves Guerin Serac che, da Lisbona, teneva le redini dell’internazionale nera di cui, peraltro, facevano parte anche i greci del “4 agosto”.

Secondo quanto scrive lo storico greco Dimitri Deliolanes nel suo corposo saggio Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia (Fandango libri), la giunta militare ha tentato di “esportare la rivoluzione” in Italia, in maniera costante, persistente e usando ingenti risorse, anche per far pagare alla classe di governo della Dc e a Moro in particolare la scelta di espellere Atene dal Consiglio d’Europa che divenne operativa proprio il giorno della strage di Piazza Fontana. E dal 1969 in avanti l’Italia fu al centro del mirino, per almeno cinque anni, nel quadro di una strategia volta alla crescente destabilizzazione del sistema politico che aveva creato democrazia, sviluppo e autonomia per il Paese. Ed è, vista a oltre mezzo secolo di distanza, indubbiamente ammirevole la capacità che l’Italia ebbe di resistere alla strategia della tensione sconfiggendo gli opposti estremismi e sviluppando gli anticorpi contro ogni forma di autoritarismo nel cuore della faglia più calda della Guerra fredda in Europa. 

Storia. La strage di Piazza Fontana: una verità processuale. Da Focus 11 dicembre 2020. 12/12, la bomba di Piazza Fontana: 10 anni di processi, depistaggi, condanne e assoluzioni visti dal giudice Guido Salvini, che ha condotto l'istruttoria 1989-97.

12 dicembre 1969, ore 16:37: una bomba confezionata con 7 kg di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano - una strage che costò 17 morti e 88 feriti. Pubblichiamo un articolo di Focus Storia (2006): 10 anni di processi, depistaggi, condanne e assoluzioni raccontati a Focus dal giudice Guido Salvini, che ha condotto l'istruttoria dal 1989 al 1997.

Il 12 dicembre 1969 iniziò per l'Italia una sorta di oscuro, lento, ma comunque micidiale "11 settembre": incominciava cioè la strategia della tensione. Come si tende a fare con i brutti ricordi, si parla poco di quei fatti, ma la strategia della tensione, fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali, appartiene alla nostra storia recente, e la conoscenza storica può aiutare a non essere più vittime di certe logiche politiche e di potere.

ROMA E MILANO: 5 BOMBE IN 53 MINUTI. Tutto ebbe inizio il 12 dicembre 1969 con le bombe all'Altare della Patria e nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, con alcuni feriti. E, in contemporanea, con la terribile bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti, che mutò radicalmente il pensiero di molti verso le istituzioni del Paese.

Su questa strage sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all'estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. «Ma non dell'area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l'insediamento di un governo autoritario in Italia», afferma il giudice milanese Guido Salvini - che ha condotto l'istruttoria 1989-97 su Piazza Fontana sulla base della quale si sono avute la condanna degli imputati in primo grado (30 giugno 2001) e la loro assoluzione in appello (12 marzo 2004) con conferma dell'assoluzione in Cassazione (3 maggio 2005).

Ecco la sua intervista a Focus Storia nel 2006.

Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria?

Tutte le sentenze su Piazza Fontana, anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l'allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l'insediamento di un governo autoritario.

Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il "pericolo comunista", ma la risposta popolare rese improponibili quei piani. Il presidente Rumor, fra l'altro, non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all'ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti) del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli.

Il Golpe Borghese

Il 7 dicembre 1970 inizia a Roma l'operazione Tora Tora, un tentativo di colpo di Stato. A dirigerlo, il principe Junio Valerio Borghese (1906-1974) dalle stanze della sede romana del Fronte Nazionale, movimento politico di estrema destra. I bersagli sono i ministeri della difesa e dell'interno, la sede Rai e le centrali telefoniche e telegrafiche, con l'obiettivo di scatenare il caos nel Paese colpendo il cuore dello Stato - il piano prevede infatti anche il rapimento del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e l'assassinio del capo della Polizia, Angelo Vicari. Ma il golpe fallisce e Borghese fugge in Spagna (da Focus Storia 170, disponibile in versione digitale).

Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell'attentato di piazza Fontana?

L'assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto, ma non privo di valore, l'insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c'è, anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005: si tratta di Carlo Digilio, l'esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l'esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.

Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia, di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano, che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra. Ma nelle tre sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all'ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenze definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione. 

Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda…

Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d'indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati. 

Può fare un esempio?

L'elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l'elettricista di Freda che fu coinvolto nell'acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e "provvidenziale" per gli imputati. Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timer poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.

Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenza dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, diretto all'epoca da Federico Umberto D'Amato. E c'è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che l'avvocato romano Matteo Fusco, agente del SID, il Servizio Informazioni della Difesa, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. La missione, non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell'avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e che cercò solo all'ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l'esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto. 

La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena?

Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell'accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer, di una precisa marca, che mise nelle valige insieme con l'esplosivo che probabilmente il gruppo veneziano disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate agli esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli "attentati minori". Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale di piazza della Scala non esplose, l'altra, alla banca dell'Agricoltura, provocò la strage. Gli obiettivi di Roma e Milano potevano tutti essere interpretati in chiave anti-capitalista e antimilitarista in modo da fare ricadere la colpa sugli anarchici e più in generale sulla sinistra.

Tre giorni dopo la strage un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il "mostro" nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una contro-inchiesta collettiva raccolta poi in un famoso libro, "La strage di Stato". Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive?

Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica, fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia Nazionale e dei servizi segreti per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all'opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perché la grande stampa, dopo un po', fece suoi molti temi di quel libro inchiesta. 

Quali conclusioni si devono trarre da questa storia?

La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti se non proprio da un progetto, da un clima comune (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, anche Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro). Nei cerchi più esterni c'erano forze che contavano di divenire i "beneficiari" politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l'anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il "beneficio" risultò impossibile poiché quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.

L'anniversario di quei tragici eventi del 12 dicembre 1969 non è solamente "amarezza" o sdegno per la strage e ciò che ne è seguito: è anche un insegnamento per le giovani generazioni, perché la memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame e sofferenze possano nel futuro ripetersi.

Guido Salvini: «La guerra tra pm ha fermato la verità su piazza Fontana». Intervista al magistrato che ha indagato sulla strage del 12 dicembre del ’69, scrive Rocco Vazzana il 20 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". «Senza la “guerra tra magistrati” che io ho solo subito gli esiti di quei processi sarebbero stati diversi e la verità completa». A quasi cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana, Guido Salvini, ex giudice istruttore nel processo di Milano, ripercorre gli anni in cui la democrazia rischiò di sbriciolarsi sotto le bombe.

In tutto questo tempo si sono svolti tre processi, sono stati individuati due colpevoli, gli ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura, ma nessuna condanna è stata mai pronunciata. Come è possibile?

«Aggiungo a Freda e Ventura Carlo Digilio che è stato dichiarato colpevole di concorso della strage per aver preparato l’ordigno ma già in Corte d’Assise ha avuto la prescrizione in quanto collaboratore. Ciò che ha danneggiato queste indagini, e in generale le indagini sulle stragi, è stata la frammentazione dei processi. Perché le collaborazioni e le testimonianze sono arrivate in tempi diversi, in un arco temporale lungo più di trent’anni. In questo modo nessun processo ha potuto utilizzare tutte le prove esistenti, ognuno ne ha utilizzato solo una parte. Se oggi, per fare un’ipotesi metagiudiziaria fosse possibile celebrare un processo mettendo insieme tutte le prove raccolte sino ad oggi probabilmente quelli che sono stati imputati sarebbero condannati».

Perché il processo fu spostato a Catanzaro?

«Con la giustificazione dell’ordine pubblico. Il Procuratore capo di Milano e poi la Cassazione stabilirono che a Milano vi era il rischio di scontri di piazza fra gruppi opposti. La sede scelta però era troppo distante. L’unico precedente paragonabile, da questo punto di vista, è stato il processo per il disastro del Vajont, che fu trasferito a L’Aquila, un luogo praticamente irraggiungibile per i valligiani. Sono decisioni che ledono il diritto di partecipare delle persone offese. E l’obiettivo credo che fosse quello che in un’aula così distante si annacquassero testimonianze imbarazzanti per lo Stato. A Catanzaro l’istruttoria fu anche resa difficile dalla distanza dello scenario delle indagini, tutti i testimoni erano in Veneto. Eppure il giudice istruttore di allora, Emilio Ledonne, fece un ottimo lavoro con il filone che portò al rinvio a giudizio di Delle Chiaie e Facchini, anche se poi assolti nel 1988. E fu Ledonne a individuare, già all’epoca, come esplosivista del gruppo “zio Otto”, anche se allora non fu identificato in Carlo Digilio, l’uomo che 15 anni dopo diventerà con me l collaboratore di giustizia per la strage. Anche se nessuno ha scontato delle pene, però, le indagini non sono state affatto inutili. Le sentenze dicono che la strage di Piazza Fontana è stata organizzata lì in Veneto, dalle cellule di Ordine Nuovo. Su quanto avvenuto si sa praticamente tutto e la paternità politica è indiscussa».

Perché lei definisce il 12 dicembre una strage “incompleta”: cinque attentati e una sola strage?

«Quel giorno è senza dubbio accaduto qualcosa di strano. Perché gli attentati di Milano e Roma erano stati preceduti da 17 episodi simili dall’inizio del 1969. Erano attentati dimostrativi che erano stati tollerati perché servivano a stabilizzare il quadro politico: c’era Rumor che spingeva per mantenere un monocolore con l’appoggio solo dei socialdemocratici, che si era separati dal Psi, i socialisti e le sinistre andavano isolate e l’asse del governo spostato a destra».

Fino a quel momento, la strategia “dimostrativa” è condivisa da vari gruppi dell’estrema destra, compreso il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese…

«Senza dubbio, il Fronte nazionale in quel 1969 si sta preparando a una sterzata istituzionale: stringe rapporti col mondo imprenditoriale, Piaggio per citarne uno, attiva propri civili e militari in tutto il Paese e rappresenta una forza non trascurabile della destra reazionaria italiana. Borghese si era rivolto anche all’ambasciatore americano a Roma Graham Martin prospettandogli il suo progetto, senza ricevere in cambio un pieno consenso ma una risposta evasiva. Gli Stati Uniti non comprendevano bene la reale forza del Fronte. L’Italia non era la Grecia, dove gli americani erano certi che nel 1967 il golpe sarebbe riuscito poiché la struttura democratica era molto più debole».

Ma il 12 dicembre finisce la fase “dimostrativa” perché a prendere in mano la situazione è un altro gruppo: Ordine Nuovo.

«Quello che accade il 12 dicembre non doveva essere molto diverso da ciò che era accaduto nei mesi precedenti. Si alza però il tiro, si scelgono due città importanti come Milano e Roma e si punta su obiettivi facilmente confondibili: le banche, dunque il capitalismo, e la patria, con gli attentati all’Altare della patria. Attentati quindi attribuibili tranquillamente all’estrema sinistra. È presumibile che questi cinque attentati contemporanei dovessero rimanere gravi ma nell’alveo degli attacchi dimostrativi, ma a un certo punto Ordine Nuovo deve aver pensato che fosse arrivato il momento dell’assalto finale alla democrazia. E ha trasformato la bomba della banca Milano in una strage. Prendendo di sorpresa anche le forze di destra più moderate che fino a quel momento avevano visto di buon occhio la strategia “stabilizzatrice” di azioni solo dimostrative».

Perché Ordine Nuovo decide di accelerare all’improvviso?

«È stata quasi certamente una scelta dei diretti esecutori. Il fatto che ci sia stato un momento in cui la strategia cambia repentinamente è testimoniato dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani, uno politico che sapeva e sa quello dice. Taviani ha testimoniato davanti a noi di aver appreso allora da alti funzionari dei Servizi che un avvocato e agente del SID, Matteo Fusco Di Ravello, stava partendo da Roma per Milano per fermare l’attentato perché si era capito che avrebbe provocato una strage. E questo finale non faceva parte del piano “morbido” di stabilizzazione. Ma quando Fusco arrivò all’aeroporto sentì alla radio: “Esplode una caldaia a Milano” e capì che ormai non poteva far nulla. E c’è un dettaglio molto umano, che rende credibile questo racconto: l’avvocato ha una reazione istintiva, si attacca al telefono per sentire la figlia che si trova in albergo a Milano in piazza della Scala, cioè davanti alla Banca Commerciale dove era stata piazzata la seconda bomba. La ragazza è una militante di estrema sinistra che partecipa attivamente alla vita politica. La figlia è stupita da tanta apprensione e ne chiede il motivo. La risposta è quasi un dramma di famiglia: “Perché è successo qualcosa di grosso e non sono riuscito a impedirlo”. La figlia di Fusco lo ah testimoniato davanti a noi».

Perché gli attentati contemporanei avvenuti a Roma, uno alla Bnl e due all’Altare della Patria, non provocano vittime?

«Chi ha piazzato la bomba alla BNL ha avuto probabilmente un’esitazione e ha abbandonato l’ordigno in un sottopassaggio dove ha causato solo feriti. Me se la bomba fosse stata deposta come a Milano nel salone la storia e le conseguenze di quel giorno sarebbero completamente diverse Per due giorni dopo infatti, il 14 dicembre era stata da tempo convocata una manifestazione nazionale della destra a Roma, organizzata dal MSI, ma a cui avevano aderito tutte le sigle di destra, compreso Ordine Nuovo. L’avevano battezzata “Appuntamento con la nazione”. Se gli attentati romani fossero andati a segno con vittime quella manifestazione sarebbe stato il pretesto per scatenare una specie guerra civile, assalti alle sedi dei PCI, reazioni della sinistra, morti strada e di conseguenza la dichiarazione dello stato di emergenza».

Lei ha detto che quel 12 dicembre accadde troppo e troppo poco allo stesso tempo. Cosa intendeva?

«Troppo per chi pensava ad attentati dimostrativi che servivano solo a mantenere alta la tensione, troppo poco perché sarebbe servita una seconda strage per mettere in ginocchio la democrazia. Per capire quei fatti bisogna anche inserire i fatti italiani in un contesto internazionale ben preciso. Nel febbraio del ‘ 69 Nixon arriva in visita a Roma. È l’occasione per chiedere al Presidente Saragat di impedire l’avvicinamento dei comunisti al governo. Saragat, il più filo atlantico dei socialdemocratici, concorda. E se guardiamo con attenzione alla stagione più calda della strategia della tensione, quella con le sue le stragi più gravi, notiamo che va dal 1969 al 1974, un periodo di tempo che coincide esattamente con la presidenza Nixon, con Kissinger al suo fianco. Sono anni in cui è ancora pensabile intervenire in quel modo nella politica dei Paesi europei. In Italia accadono Piazza Fontana, la strage alla Questura Piazza della Loggia, la strage di Gioia Tauro, i fatti di Reggio Calabria e una lunga serie altri attentati. Tutto ciò che accade dopo è più difficile da capire. Per intenderci, già Bologna è meno interpretabile».

Un ruolo chiave, da un punto di vista processuale, lo ha giocato il collaboratore Digilio…

«Il racconto di Digilio ruota attorno al casolare ai Paese, vicino a Treviso, in cui lui, Zorzi, Ventura, Pozzan avevano la loro santabarbara: armi, esplosivi e anche una stampatrice per il materiale di propaganda. Lì avevano preparato gli ordigni. È un casolare in campagna che per lungo tempo non si è riusciti a rintracciare».

Perché non è stato trovato?

«È stata la conseguenza di chi credeva di poter fare tutto da solo. Attorno a quel casolare ruotava la credibilità della testimonianza di Digilio. La Procura di Milano decise, senza neanche avvisarmi, di fotocopiare un po’ di atti del processo di Catanzaro e non si accorse che in mezzo a quel materiale c’era l’agenda di Ventura, in cui c’era traccia del casolare raccontato da Digilio. E quando il casolare venne finalmente trovato dalla Procura di Brescia, anni dopo, il processo di piazza Fontana era già finito. La Procura di Milano non si è accorta di nulla, si è fatta sfuggire la prova regina. Se avessero guardato quell’agenda ci sarebbero state sicuramente le condanne».

Una sbadataggine in buona fede?

«Per presunzione. Volevano fare tutto da soli, senza collaborare con me che ero il Giudice Istruttore e seguivo quelle indagini da anni. Anzi, hanno occupato il loro tempo ad attaccarmi, chiedendo al CSM di farmi trasferire da Milano con una serie di pretesti. Invece di privilegiare il gioco di squadra hanno creato un clima di guerra tra magistrati che ha favorito solo gli ordinovisti».

Quanto hanno contribuito i Servizi a confondere le acque nel corso dei vari processi?

«Se c’è un dato certo nella storia di piazza Fontana è la copertura del SID. Perché le condanne al gen. Gianadelio Maletti e al cap. Antonio Labruna, benché modeste, sono comunque definitive. Condannati per aver fatto fuggire all’estero Pozzan e Giannettini due personaggi decisivi».

La politica ha avuto un ruolo?

«I governi dell’epoca hanno a lungo negato che Giannettini fosse un agente del Sid. Lo hanno ammesso solo nel 1977, quindi molto tardi. E’ chiaro i vertici dello Stato sapevano chi fosse Giannettini e che era l’elemento di collegamento con la cellula di Padova. È questo uno degli elementi che la fanno definire quella una strage di Stato».

Un anno fa ci disse di aspettare ancora le scuse da parte di Francesco Saverio Borrelli per averle “fatto la guerra” con esposti al Csm per cacciarla via da Milano. Sono arrivate?

«No. Borrelli fa parte di quelle persone che pensano di non sbagliare mai. E ricordo che il trasferimento per un magistrato equivale alla morte civile: via dalla propria città, via dalle proprie indagini e anche via dalla propria famiglia. A me quegli anni hanno cambiato la vita. Forse lui non se ne ricorda nemmeno».

Ma perché quell’astio da parte della Procura?

«Per invidia, perché ero arrivato dove loro non erano riusciti. Un po’ lo stesso problema che si presentò con Felice Casson».

Che accadde con Casson?

«La mia indagine, pur considerando Gladio una grande scoperta per la ricostruzione della storia d’Italia dagli anni ‘50 in poi, aveva comunque rifiutato l’idea sposata da Casson secondo cui Gladio aveva commesso le stragi. Quando, con il mio lavoro, questa ipotesi, viene esclusa per concentrarsi sugli ordinovisti veneti che operavano nel suo “cortile di casa”, certo a Venezia questo non fu molto gradito. Perché a venir meno non era solo un filone d’indagine ma anche una ricostruzione che aveva dato grande credito politico. Tanto è vero che due ordinovisti in un’intercettazione telefonica dicono: “Quel giudice di Milano ha tolto a Casson il pane di bocca”».

Il giudice Salvini: Preparavano lo stato di emergenza. Senza giustizia, Piazza Fontana 1969-2019. I rapporti tra i nostri servizi segreti e Ordine Nuovo non furono occasionali ma organici, secondo un reciproco scambio di favori contro il nemico comune, che erano il Pci e le sinistre. Mario Di Vito il 10.12.2019 su Il Manifesto. Guido Salvini è l’uomo che più di tutti ha cercato nei tribunali la verità sulla strage di piazza Fontana. Negli anni ’70 faceva parte di un collettivo chiamato Movimento Socialista Libertario: una frangia ridottissima della sinistra extraparlamentare milanese del periodo («In sostanza eravamo in due: io e Michele Serra», dice oggi con un sorriso) di estrazione cattolica e radicale. Tempo dopo, a metà anni ‘90, da giudice istruttore del tribunale di Milano, Salvini avrebbe rimesso le mani sulla bomba di piazza Fontana, arrivando a processare i neofascisti Maggi e Zorzi, condannati all’ergastolo in primo grado e poi assolti in Appello e in Cassazione. La maledizione di piazza Fontana è l’ultima opera del magistrato, da poche settimane in libreria per Chiarelettere. Una storia amara di depistaggi e misteri, ma i segreti rivelati non sono più segreti e, a distanza di mezzo secolo dalla bomba, la verità è qualcosa in più della somma dei dubbi e dei sospetti accumulati.

Lei dice che la strage ormai non è più un mistero. Perché?

«Anche se la sentenza della Cassazione del 2005 ha assolto Maggi e Zorzi, ha confermato che responsabili della strage siano state le cellule venete di Ordine Nuovo, come avevano già visto negli anni ‘70 i magistrati Stiz e Calogero».

C’è stato però il ribaltamento totale del verdetto in Appello.

«È un problema di valutazione delle prove raccolte. Le sentenze vanno rispettate ma ritengo discutibile la logica della frammentazione degli indizi, ognuno dei quali viene valutato singolarmente e non concatenato a quelli successivi. Un modo di procedere che finisce per sottovalutare contesto storico e moventi, portando inevitabilmente all’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove».

Era già avvenuto con Freda e Ventura.

«Sì, anche in quel caso nel processo di appello. Comunque la sentenza del 2005 ha stabilito esplicitamente la responsabilità di Digilio, prescritto perché aveva collaborato, e la colpevolezza di Freda e Ventura, che non erano però più processabili in quanto definitivamente assolti nel precedente processo: il risultato sul piano giuridico è stato parziale ma su quello storico si è fatta invece definitiva chiarezza».

Cosa doveva succedere dopo quel 12 dicembre?

«Quel giorno ci furono tra Milano e Roma cinque attentati. Due giorni dopo avrebbe dovuto tenersi a Roma un grande raduno della destra, manifestazione che venne sospesa all’ultimo momento dal ministero dell’Interno. Ci sarebbero stati gravi incidenti che avrebbero reso inevitabile la dichiarazione dello stato di emergenza. Probabilmente fu anche il fatto che l’attentato alla Bnl di Roma fallì a non dare la forza sufficiente agli eversori per far precipitare la situazione».

Piazza Fontana e le altre stragi chiamano in causa la connivenza di parte dei nostri apparati di sicurezza.

«I rapporti tra i nostri servizi e Ordine Nuovo non furono occasionali ma organici, secondo un reciproco scambio di favori contro il nemico comune, costituito dal Pci e dalle sinistre con la tutela poi dell’inconfessabile segreto su quanto avvenuto. In molti casi uomini delle istituzioni ostacolarono il lavoro dei magistrati, fabbricando false piste, occultando reperti, agevolando l’espatrio di ricercati. Non si trattò di singole mele marce».

Il «lasciamoli fare» era la logica dei vertici della politica di allora?

«Sono esistiti livelli di collusione della politica sottili, una disponibilità a beneficiare di una strategia terroristica che avrebbe giovato al rafforzamento degli assetti di potere e allontanato il pericolo comunista. Qualche bomba dimostrativa come avvenuto nei mesi precedenti, non certo una strage come quella di piazza Fontana. È probabile che Ordine Nuovo andò oltre quelli che erano i taciti accordi».

A livello umano che impressione ha avuto degli esponenti di Ordine Nuovo?

«Erano autentici fanatici imbevuti di un’ideologia mitica, spesso esoterica e comunque del tutto antistorica. I loro piani, in un paese con una democrazia radicata come l’Italia, non potevano che fallire».

Nella sua indagine ha avuto degli ostacoli?

«Sì, e dall’interno del mio mondo purtroppo. Se il Csm non mi avesse reso le indagini e la vita impossibili con la minaccia del trasferimento d’ufficio e con i procedimenti disciplinari, finiti nel nulla ma durati sei anni, non sarebbero andate perse quelle energie che servivano per raggiungere l’intera verità. Chi ha voluto quegli attacchi contro di me porta addosso una grande responsabilità».

12 DICEMBRE 1969: QUANDO L’ITALIA PIOMBÒ NEL TERRORE. Maurizio Delli Santi su L’Opinione 13 dicembre 2021. È un pomeriggio piovoso di un venerdì, quel 12 dicembre 1969, quando nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana, alle 16.37, esplode un ordigno. Muoiono sul colpo 14 persone, 88 rimangono ferite. Altri due decessi si verificano dopo qualche settimana, e la diciassettesima vittima perirà un anno dopo, per le lesioni riportate. In contemporanea viene rinvenuto un ordigno, stavolta inesploso, nella vicina Banca commerciale italiana in Piazza della Scala. A Roma, alle 16.55 deflagra una bomba alla Banca del Lavoro in via Veneto, nel seminterrato, ferendo 14 persone. E un altro ordigno esplode all’Altare della Patria, ferendo quattro persone. Infine, la terza bomba esplode sui gradini del Museo del Risorgimento, causando il crollo del tetto dell’Ara Pacis.

Quel 12 dicembre è indicato come la data d’inizio degli “anni di piombo”, della “strategia della tensione”, e del triste periodo delle stragi: seguiranno quelle del 1974 di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, fino alla strage della stazione di Bologna, del 1980. Le prime indagini su Piazza Fontana sono rivolte alla pista dei movimenti anarchici, quelli del Circolo di Ponte della Ghisolfa di Milano e del Circolo 22 Marzo di Roma. Uno degli appartenenti al circolo milanese è Giuseppe Pinelli, un ferroviere milanese, già staffetta partigiana durante la Resistenza, che durante il fermo muore cadendo dal quarto piano della questura. Ne deriva un clima di tensioni che il 17 maggio 1972 porterà all’assassinio del commissario Calabresi, che aveva interrogato Pinelli. Una successiva sentenza del tribunale di Milano stabilirà che Pinelli è morto per un “malore attivo”, che gli aveva fatto perdere l’equilibrio nei pressi della finestra.

Indro Montanelli espresse subito dubbi sul coinvolgimento degli anarchici in una intervista a Tv7, come confermò vent’anni dopo: “Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico”. C’è poi il “caso Valpreda”, un altro anarchico rimasto recluso dal 1969 al 1972, che viene liberato perché le testimonianze che lo accusano si rivelano infondate e scadono i termini della custodia cautelare.

È la volta della “pista nera” e degli apparati deviati dei servizi, che secondo la Commissione Stragi spingevano per una deriva autoritaria. Ma l’esito della vicenda giudiziaria è tristissimo: dopo circa 40 anni, trasferimenti dei processi da Roma a Milano per incompetenza territoriale, e infine a Catanzaro per questioni di “ordine pubblico”, non ci sono condanne definitive. Il 30 giugno 2001 la Corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo tre esponenti veneti di Ordine nuovo e condanna a pene inferiori i complici neofascisti milanesi. Una sentenza in secondo grado li assolve, facendo emergere però in maniera netta la responsabilità di un’altra cellula di Ordine nuovo.

La Corte di Cassazione confermerà questa sentenza nel 2005, ma non ci possono essere condanne. Nel 1987 i due leader del gruppo neofascista sono stati già assolti in un altro processo: per il ne bis in idem non possono essere processati due volte per lo stesso reato. Qualcuno denunciò sui giornali che le spese di oltre 30 anni di processi stavano per essere addossate ai parenti delle vittime. Almeno questo scempio non c’è stato, perché alla fine se ne è fatto carico lo Stato. Il cui primo dovere nei confronti dei cittadini sarebbe quello di rendere giustizia. 

Piazza Fontana: depistaggi, misteri e nessun colpevole. Moreno D'Angelo il 13 Dicembre 13 2021 su nuovasocieta.it.

Moreno D'Angelo. Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

La strage di Piazza Fontana ha compiuto 52 anni. Un tragico evento rimasto nell‘immaginario collettivo (anche per chi all’epoca era un ragazzino). Dieci processi e nessun colpevole, fughe all’estero degli imputati, latitanze e immancabili depistaggi. Alla fine tutti assolti, tra ambiguità, servizi deviati e pazienza per i 17 morti e 88 feriti (persone che son sopravvissute ma che hanno subito amputazioni o danni e traumi irreversibili). Uno scenario che si è spesso ripetuto nel nostro Paese ma che rafforzò la coscienza e la reazione democratica popolare di un’intera generazione di giovani.  Uno scenario in cui fu lasciato campo libero alle  forze nere ultraconservatrici di scatenarsi, anche  con terrificanti attentati, per fermare l’onda di proteste crescenti contro  la guerra del  Viet Nam e per una società più giusta libera.  Lotte che incendiarono un intero continente dando ulteriore spazio a sogni rivoluzionari che portarono a nuove tendenze ma anche alla deriva terroristica.    

Quel 12 dicembre 1969 fu un momento topico della storia italiana che diede il via alla strategia della tensione e agli anni di piombo. Quel giorno si aprì un ulteriore vortice che portò milioni di giovani in piazza. Tra assemblee, occupazioni e collettivi.  Giovani che anche dopo anni di silenzi e ambiguità, urlavano: “Dodici dicembre la strage è di Stato, il proletariato non ha dimenticato”. 

Un moto di libertà per fermare concreti rischi di golpe. Questo In un panorama allucinante che vedeva regimi fascisti in Portogallo, in Spagna, in Sud America, per non parlare dell’esempio dei colonnelli in Grecia. 

Quel 12 dicembre non ci fu solo la bomba nella banca dell’Agricoltura (17 morti e 88 feriti).  Solo per un fortunato caso le altre bombe, piazzate in Piazza della Scala e in altri uffici giudiziari, non esplosero. A Roma invece si contarono 16 feriti. 

Ricordo come, qualche anno dopo quella strage, lessi con attenzione, insieme Cent’anni di solitudine di Marquez, un volumetto con la contro indagine anarchica su Piazza Fontana. Una denuncia articolata e argomentata che alimentò la protesta contro le macchinazioni che coprirono la ricerca della verità e dei veri colpevoli e mandanti. Protesta che fece da argine contro possibili svolte autoritarie.  Sono gli anni del Cile di Salvador Allende e della sua Unitad Popular, schiacciata dalla feroce repressione di Pinochet, che tanta solidarietà alimentò nel nostro paese. 

La vicenda della strage di Piazza Fontana fu emblematica. La ricerca del mostro da sbattere in prima pagina fu la cartina di tornasole di un regime vetusto, ancora pieno di nostalgici nei gangli chiave delle sue istituzioni.  Come noto fu individuato l’identikit del killer perfetto da mostrare alle masse: quel Pietro Valpreda anarchico, ballerino, gay e nemmeno simpatico. Uno decisamente fuori dall’ordine sociale costituito di tempi in cui l’adulterio era ancora considerato un reato. (”La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina”art. 559 CP).  

Oltre a Valpreda tra i fermati vi fu quel Giovanni Pinelli. Ferroviere che secondo gli anarchici “è stato suicidato” accedendo un vortice di infinte polemiche e drammatiche conseguenze e vendette che diedero il via agli anni di piombo.  

Quella strage fu davvero un viatico per una strategia della tensione mirata a fermare un movimento operaio e studentesco imponente che guardava a sinistra ma non alla Russia sovietica. 

Dopo la strage vi fu una sequela di attentati che caratterizzarono quegli anni di piombo in cui emerse il drammatico fenomeno del terrorismo. Una variabile che inizialmente trovò anche consensi in una classe operaria esasperata da quanto accadeva in fabbrica, nelle immense catene di montaggio, ma fu proprio quella classe a decretare la sua fine prendendo le distanze da una deriva criminale inaccettabile. 

Una strategia della tensione che apri la vergognosa stagione di quei misteri italiani. Tutti con una costante: non vi è mai un colpevole. Una fila interminabile di attentati che passa dalla bomba alla manifestazione sindacale di piazza della Loggia (maggio 1974) al treno Italicus del 4 agosto 1974 (12 morti), fino alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti). Per passare all’uccisione di Pasolini, (dove pare furono tre personaggi, legati a servizi deviati, a finire lo scrittore e non il debole Pelosi), fino ai surreali interventi di dell’aeronautica militare per coprire quanto successe all’Itavia in volo sopra Ustica nel 1980.  Senza andare a riprendere quel caffè al cianuro che mise fine alla vita del potente banchiere, mentre restano accese le polemiche su Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana sparita nel nulla dopo una lezione di musica a Sant’Apollinaire il 22 giugno 1983.

Sono i misteri italiani. Quei cold case su cui permane da decenni una spessa coltre di nebbia insieme a mirate operazioni di depistaggio. Un quadro inquietante su cui ogni tanto qualche politico illuminato promette di svelare omissis custoditi in dossier riservati ma senza che ne seguano significativi esisti.  Un po’ come negli Usa quando si promette di dare una sbirciatina agli archivi sugli Ufo.  Intanto sono passati 52 da piazza Fontana senza alcun barlume di giustizia e verità per le tante vittime innocenti.  In nome della ragion di Stato si sono coperte troppe azioni infamanti e non è sana una società che non è in grado o ha paura di fare i conti con il proprio passato. 

A quanto pare anche nel nuovo mondo liberal, dominato dagli algoritmi dietro cui si celano le decisioni dei soliti potenti, fra tanti innegabili progressi permane la paura di aprire squarci di verità assoluta. Mentre i polli di Renzo continuano a bisticciare stupidamente. 

Strage di piazza Fontana, la verità che manca ancora: 52 anni dopo "nessuno è stato". Massimo Pisa su milano.repubblica.it il 12 dicembre 2021. Il 12 dicembre del 1969 alle 16,37 una bomba esplose a Milano, nella sede della Banca nazionale dell'Agricoltura: e ancora oggi non c'è nessun colpevole ufficiale. I tre momenti della memoria, tre segmenti di dolore e testimonianza. Quello istituzionale, stretto attorno al sindaco Beppe Sala, alle testimonianze di Paolo Silva e Federica Dendena (eredi delle vittime Carlo e Pietro), all'Anpi e alla Cisl. Poco dopo il turno di una cinquantina tra collettivi e centri sociali, associazioni e sindacalismo di base, con la presenza di Silvia e Claudia Pinelli e il saluto di mamma Licia. Infine, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa e gli animatori dell'Osservatorio democratico, che ricorderanno il ferroviere e Saverio Saltarelli, la vittima dell'anno dopo.

Il 12 dicembre 1969, alle 16.37, la storia d'Italia precipita nel suo pozzo nero: è l'ora della strage di piazza Fontana, della bomba che uccide 17 persone e apre quella che poi verrà definita la strategia della tensione. Nelle foto d'archivio ripercorriamo a cinquant'anni da quel giorno quanto avvenne in quei giorni: dai primi sopralluoghi dopo la bomba, con l'atrio della Banca nazionale dell'agricoltura trasformata in uno scenario di guerra, ai funerali di Stato in Duomo, con migliaia di milanesi in una piazza fredda e coperta di nebbia, e le istituzioni in chiesa, fino ai funerali dell'anarchico Giuseppe, Pino, Pinelli, considerato la 18esima vittima di piazza Fontana.

Tutti a ricordare la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, i sedici morti immediati o quasi, la vittima postuma (Vittorio Mocchi, scomparso nell'83), gli ottantotto feriti, la caccia agli anarchici, i depistaggi di Stato, la tensione e le sue strategie. Tutti a stringersi alle verità parziali che cinquantadue anni hanno distillato, condensate nella grossolana approssimazione della pietra d'inciampo che attribuisce a Ordine Nuovo la matrice della strage. Ma nessuno, non ancora, conosce davvero l'autore. Chi è stato. 

Vale la pena, allora, ricordare oggi, il troppo che ancora non sappiamo. A cominciare dall'ultima fase, quella mortale, di un piano stragista che quel giorno prevedeva un'altra bomba (non esplosa) a Milano e tre ordigni non letali piazzati a Roma. La mano stragista che depose la borsa in vilpelle Mosbach & Gruber sotto il tavolone ottagonale al centro della banca, tra gli agricoltori e le loro trattative del venerdì, falciati da una cassetta Juwel, il timer che la fece saltare i sei chili di gelatina esplosiva al binitrotoluolo. Mezzo secolo ha depositato soltanto un elenco di sospettati, gli indiziati, i processati e i chiacchierati. Assolti, prosciolti, mai sfiorati. 

Il primo, il "mostro" sbattuto in prima pagina e sepolto per tre anni in cella prima delle assoluzioni, fu Pietro Valpreda: libertario, ballerino di fila, contestatore, naif, tutto meno che carnefice. Morì nel 2002, trentuno anni dopo il suo accusatore, il tassista Cornelio Rolandi del celebre (e manipolato) "l'è lü!". Ma da subito, in quell'indagine sghemba e inquinata, entrarono i sosia. Di uno, l'attore anarchico Tommaso Gino Liverani, parlò lo stesso Valpreda: non c'entrava nulla. 

Un altro, Nino "il fascista" Sottosanti, ha mantenuto fino alla scomparsa nel 2004 la sua ambiguità di mussoliniano ma frequentatore d'anarchici: lo sospettò l'Ufficio politico di Milano, insieme al suo commensale del 12 dicembre, Pino Pinelli, "ucciso tragicamente" o " morto innocente": le due verità, su lapide, sono ancora lì. Perfino il ferroviere morto in Questura, per un paio di giorni, fu raggiunto dall'ennesimo schizzo di fango: il testimone Fiorenzo Novali, imprenditore bergamasco, giurò di averlo visto davanti alla banca su un'Alfa Romeo rossa. L'auto, in effetti, la videro in molti. Novali, però, indicò un viso sbarbato, senza la barbetta di Pinelli. E fu scartato. 

Fascista prima, quasi rosso poi era anche Pio D'Auria: somigliava a Valpreda, era amico del coimputato Mario Merlino, era a Milano una settimana prima della strage. Gli indizi raccolti da Gerardo D'Ambrosio non andarono oltre. Era già il 1972, epoca di "piste nere" e muri di gomma. Una pista portò a Padova. Ma non all'ideologo Franco Freda, quanto al suo braccio destro Massimiliano Fachini: D'Ambrosio approfondì finché l'indagine non gli venne tolta. Lo scartarono i magistrati di Catanzaro Migliaccio e Lombardi, lo indicarono negli anni Ottanta diversi pentiti neofascisti: Sergio Latini, Sergio Calore, Angelo Izzo. Dissero di averlo sentito in cella da Freda, che negò. Fachini fu processato e assolto. E mai nemmeno indagato il suo sodale Giancarlo Patrese, indicato da un appunto dei carabinieri di Milano, datato 1973 come esecutore materiale. 

L'indagine di Guido Salvini, negli anni Novanta, puntò tutto sull'ordinovista Delfo Zorzi, accusato direttamente da Carlo Digilio, Martino Siciliano e, per un breve periodo, dal leader di On Carlo Maria Maggi (che poi ritrattò con veemenza), e indirettamente dal neofascista parmense Edgardo Bonazzi, che coinvolse pure il milanese Giancarlo Rognoni per l'attentato fallito alla Banca Commerciale.

Condannati in primo grado, assolti in seguito. E mai sfiorati da una vera indagine gli ultimi due nomi ipotizzati in ricostruzioni postume: Claudio Orsi, nazimaoista ferrarese amico di Freda (lo scrisse, e se lo rimangiò, il giornalista Paolo Cucchiarelli), e Claudio Bizzarri, il "paracadutista", veronese e ordinovista, indicato dallo stesso Salvini in un suo libro. Nessuno di loro è stato. E allora chi?

Piazza Fontana” di Paolo Morando. Recensione a: Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, Roma – Bari 2019, pp. 384, 20 euro (scheda libro). Scritto da Andrea Germani su pandorarivista.it. Il 12 dicembre 1969, alle ore sedici e trentasette, un ordigno esplose nell’androne della Banca Nazionale dell’Agricoltura sita in Piazza Fontana a Milano. La deflagrazione costò la vita a diciassette persone e ne ferì ottantotto. L’evento è stato identificato da studiosi e inquirenti come l’atto iniziale di una scia di stragi programmate che insanguinarono l’Italia per più di un decennio: la strategia della tensione, come fu denominata da Leslie Finer, un giornalista inglese che seguiva le vicende italiane dell’epoca. La strage è stata per lungo tempo oggetto di indagini approfondite e speculazioni da parte di giornalisti e storici, tuttavia ci vollero anni prima che emergesse la verità storica e giudiziaria e si potesse con certezza indicare perlomeno la matrice ideologica di provenienza dei mandanti e degli esecutori – ad oggi identificati con chiarezza – pur essendo stati assolti in sede giudiziaria.

Paolo Morando, giornalista e vicecaporedattore del Trentino, si è già occupato in due saggi delle vicende della Prima Repubblica: Dancing Days. 1978 – 1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (2009) e ’80. L’inizio della barbarie (2016), entrambi editi da Laterza. In Prima di Piazza Fontana Morando si è impegnato a raccontare gli eventi che precedettero la strage. La bomba che devastò i locali della banca è infatti l’ultima di una serie di esplosioni che segnarono il 1969, l’anno dell’autunno caldo e dell’inasprirsi delle contestazioni operaie e studentesche, agitazioni a cui seguì una durissima risposta da parte delle istituzioni nel tentativo di ripristinare l’ordine e assicurare stabilità al regime di produzione e di consumi che aveva portato in pochi anni l’Italia ai vertici dell’economia mondiale. In questo contesto di disordine e repressione si inserisce la bomba di Piazza Fontana con tutto il corredo di instabilità politica e senso di insicurezza che la nazione si porterà dietro per tutti gli anni Settanta. Mesi di lavoro pregresso di alcuni membri dell’esecutivo avevano contribuito a creare una serie di precedenti additabili ai veri protagonisti di questa storia, fra i più intransigenti nelle contestazioni all’ordine costituito: gli anarchici.

Milano, 25 aprile 1969, ore 19 e 03. Alla Fiera campionaria sta per chiudersi la quarantasettesima Esposizione Internazionale, la banda della Marina Militare è giunta da Taranto per intonare il proprio inno in occasione della cerimonia di chiusura della rassegna commerciale iniziata sei giorni prima. Improvvisamente un boato proveniente dalla saletta del padiglione della Fiat adibita alla proiezione di documentari sconvolge i partecipanti che, increduli, si convincono si tratti di un colpo sparato a salve dai marinai come parte delle celebrazioni conclusive. Si tratta invece di una bomba, nessuno rimane ucciso ma venti persone sono ferite non gravemente. Nemmeno due ore dopo un’altra esplosione devasta l’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, questa volta nessun ferito, i tre membri del personale rimasti in ufficio fino a sera erano abbastanza lontani da non essere colpiti. Anche in questo caso, una bomba. Le deflagrazioni di aprile inaugurano una stagione di esplosioni che proseguirà nei mesi estivi, con le bombe alle stazioni ferroviarie dell’8 e del 9 agosto e gli ordigni inesplosi rinvenuti a Milano Centrale e Venezia Santa Lucia, e si chiuderà il dodici dicembre con la strage di Piazza Fontana.

Due giorni dopo la deflagrazione alla Fiera campionaria l’anarchico Paolo Braschi viene condotto in questura da due agenti dell’ufficio politico per rispondere ad alcune domande, tornerà a casa solamente due anni dopo. Per lui, come per gli altri anarchici Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Angelo Della Savia, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti inizia un lungo calvario poliziesco e giudiziario che si chiuse solamente anni dopo fra assoluzioni e drastiche riduzioni di pena rispetto a quelle ben più severe richieste dai pubblici ministeri. Nell’inchiesta viene coinvolto anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli, nominato in più occasioni nelle inchieste dell’ufficio politico della questura milanese, ritenuto il finanziatore delle fazioni più radicali della sinistra extraparlamentare. Le istruttorie si fondano precipuamente su informazioni fornite da Rosemma Zublena professoressa di lingue psicologicamente instabile che confessò agli inquirenti di essersi invaghita di Paolo Braschi, e dalla «fonte Turco», informatore del Servizio di informazioni della Difesa, rivelatosi poi essere Gianni Casalini, esponente padovano del MSI che aveva rapporti mai chiariti con la destra eversiva veneta, informatore messo a tacere nei primi anni Settanta, proprio quando cominciava a confidare informazioni affidabili sugli attentati del 1969.

Le procedure d’indagine messe in atto tanto dalla questura di Milano, nelle figure di Luigi Calabresi e Antonino Allegra, quanto dalla procura del capoluogo lombardo, nella persona di Antonio Amati, furono fortemente criticate dagli avvocati degli anarchici in fase processuale; l’impressione che emerge leggendo le pagine del libro di Morando è che si fossero decisi i colpevoli ancor prima di avviare le inchieste, suggestione questa poi parzialmente confermata persino da alcuni esponenti del potere giudiziario. La stampa darà man forte nel dipingere gli anarchici come personaggi violenti e socialmente pericolosi, rafforzando un pregiudizio insito nella mentalità degli italiani sin dalla fine dell’Ottocento. Morando mostra come lo stesso impianto accusatorio congiunto verrà riproposto mesi dopo con Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda nell’attentato di Piazza Fontana. A tal proposito l’Autore ritiene che le bombe di aprile e agosto furono una prova generale (da qui il sottotitolo del libro) della strage che si sarebbe consumata di lì a poco; la colpa sarebbe dovuta ricadere sugli anarchici come parte di un più ampio piano di delegittimazione dei movimenti sociali, propedeutico a un colpo di stato militare, sul modello di quello greco del 1967, da effettuarsi in caso di serio pericolo per le istituzioni repubblicane. Già ai tempi delle prime bombe il disegno complessivo sembrava chiaro agli anarchici milanesi che in un comunicato datato lunedì 28 aprile 1969, tre giorni dopo la bomba alla Fiera campionaria, scrivevano che ci si trovava di fronte alla «vile manovra in atto da parte delle forze fasciste e reazionarie che come in altre città, Padova, Catania e Roma, compiono attentati terroristici con il chiaro intento di creare un clima di terrore tale da consentire e giustificare l’avvento di un governo di destra» (p.88).

Paolo Morando nel suo saggio si addentra in un campo poco battuto dalla letteratura storica sul periodo delle stragi; le bombe del 1969, spesso ridotte a mero fatto di cronaca dai cronisti di quegli anni, si rivelano così essenziali per comprendere la strategia messa in atto da alcuni uffici della Repubblica Italiana nel finire degli anni Sessanta. Non solo, un capitolo è dedicato agli attentati ai grandi magazzini della Rinascente il 30 agosto e il 15 dicembre 1968, azioni ad oggi quasi sconosciute dal grande pubblico e dai ricercatori del settore. Vista la scarsità di materiale sugli eventi, le informazioni sono state raccolte da Morando mediante un minuzioso lavoro di analisi della stampa dell’epoca e degli atti processuali contenuti nell’Archivio di Stato di Milano.

In sintesi, si può affermare che il lavoro di ricerca svolto da Morando sia servito a far luce su una questione archiviata da anni, seppur utile a chiarire alcuni aspetti della vicenda di Piazza Fontana, oltre che a introdurre nuovi elementi nel dibattito storiografico sulla strategia della tensione. Già in alcuni saggi sull’argomento, così come nel film del 2012 di Marco Tullio Giordana Romanzo di una strage, la questione delle esplosioni sui treni e alla Fiera campionaria veniva menzionata per mostrare la genesi della criminalizzazione programmatica degli anarchici milanesi messa in atto dagli uomini delle istituzioni. Il tema viene affrontato nella sua completezza in questo volume per la prima volta, in occasione del cinquantesimo anniversario della strage, forse nel tentativo di aggiungere ulteriori elementi alla faticosa ricerca della verità che da anni impegna inquirenti, storici e famigliari delle vittime.

Andrea Germani. Nato a Perugia nel 1989, concluso il liceo classico si è spostato a Bologna per studiare Filosofia, attualmente è Dottorando in Diritto e Scienze Umane all’Università dell’Insubria dove si occupa di Filosofia Politica. Collabora da anni con la rivista online Deckard e svolge occasionalmente attività didattiche all'Università.

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera" il 28 maggio 2009. Dividono le nuove ipotesi sull'attentato di Piazza Fontana che emergono dal libro «I segreti di Piazza Fontana», di Paolo Cucchiarelli. Da una parte possibilisti e convinti, dall'altra chi considera la doppia matrice anarchica/fascista non corroborata da alcun elemento. E così un episodio tragico e oscuro sul quale anni di lavoro della magistratura sono stati depistati e rallentati da apparati deviati dello Stato resta intrappolato nella cronaca. Guido Salvini, giudice istruttore dell'inchiesta sulle trame nere che nel '90 fece riaprire l'indagine sull'attentato del 12 dicembre 1969, da sempre so­stiene che molti «buchi neri» non sono stati colmati.

«La mia indagine - dichiara - dovette concludersi per scadenza termini nel '97, quando, anche per gli ostacoli che mi furono posti dall'interno del mio mondo, non tutto era stato approfondito e dissodato. Dopo mancò forse lo slancio necessario per continuare e non furono svolti accertamenti decisivi ancora possibili, come quelli sugli esplosivi usati».

Secondo il giudice, però, si può sperare di trovare la verità da persone ancora in vita: «Se le conclusioni di Cucchiarelli fossero anche solo in parte esatte, molti sanno e possono raccontare ormai senza rischiare nulla». La tesi della doppia bomba convince Giovanni Pellegrino. Per l'ex presidente della commissione stragi «è assolutamente plausibile: vista anche la massa di documenti e riscontri da cui è accompagnata la ricerca, siamo ben al di là della semplice verosimiglianza».

Conclusione alla quale lui stesso fu vicino («ma non trovai le prove»). «Tesi credibile» anche per Ugo Paolillo, giudice d'appello a L'Aquila, che lavorava a Milano e che il giorno della strage come magistrato di turno fu tra i primi a recarsi nella Banca dell'Agricoltura, così come per l'avvocato Federico Sinicato, legale di parte civile al processo.

«È una cosa che non sta né in cielo né in terra» taglia corto l'ex giudice istruttore sulla strage Gerardo D'Ambrosio, «non è mai stata trovata alcuna traccia né di micce né di esplosivo, se non di quello che ha provocato il buco per terra». Grazia Pradella, pm dell'ultimo processo, fa notare che «dagli atti è esclusa la pista anarchica, risultata precostituita». È la stessa la linea del pg del processo d'appello, Laura Bertolè Viale, dell'avvocato Guido Calvi che difese Valpreda («lui non c'entrava») e di Gaetano Pecorella, legale di Delfo Zorzi, imputato assolto, il quale ritiene «non plausibile» la doppia matrice.

Aldo Cazzullo per il "Corriere della Sera" il 28 maggio 2009.

«Sì, due borse. Lo scriva. Così la finiamo».

È la frase che Silvano Russomanno, l'alto dirigente del Sisde che la sera del 12 dicembre 1969 andò a Milano per gestire le indagini, dice a Paolo Cucchiarelli, il giornalista dell'Ansa che da dieci anni lavora all'inchiesta di oltre 700 pagine che oggi Ponte alle Grazie manda in libreria - titolo: «Il segreto di piazza Fontana», - e che il Corriere ha potuto leggere in bozza.

Due borse, due tipi diversi di esplosivo, e quindi due bombe. Una portata in piazza Fontana dall'anarchico Pietro Valpreda. E una - predisposta e collocata dai fascisti - che fa esplodere anche l'altra, con una duplice conseguenza: causare una strage, e addossarla politicamente all'estrema sinistra. «Sebbene la bomba di Valpreda non dovesse, nei suoi piani, fare vittime, la sua corresponsabilità finì per inchiodare al silenzio lui e tutta la sinistra, abbarbicandola a una difesa politica che con il tempo ha trasformato un segreto in un mistero».

Oltre ai colloqui con Russomanno, Cucchiarelli fonda la sua tesi sugli incontri con Ugo Paolillo, il magistrato che per primo indagò sulla strage. Sulla testimonianza di un neofascista rimasto anonimo. Sulle carte dell'ufficio affari riservati del Viminale, solo in parte utilizzate nelle inchieste e nei processi. E sulla controperizia del generale Fernando Termentini, esplosivista che fornisce riscontri alle ipotesi formulate nel libro. Fondamentale poi l'inchiesta di Salvini che il libro sviluppa descrivendo gli ostacoli frapposti al magistrato milanese.

Nel salone della Banca nazionale dell'Agricoltura fu ritrovato uno spezzone di miccia a lenta combustione. Subito dopo la strage, un rapporto della direzione di artiglieria sosteneva che anche a Roma, alla Bnl di via Veneto, era stata utilizzata una miccia. Eppure, nel suo primo rapporto datato 16 dicembre, il Sid cita il timer e solo il timer, dando il proprio sigillo all'idea di una strage per errore, sostenuta nel tempo da Taviani e da Cossiga.

«Il timer, caricato prima dell'esplosione, dava modo di costruire il mito della strage preterintenzionale; la miccia invece consentiva al massimo pochi minuti di ritardo tra l'accensione e lo scoppio, e decretava che chi aveva deposto la bomba sapeva, vedendo tutte le persone accanto a sé, che avrebbe sterminato tanti innocenti». I timer usati il 12 dicembre erano timer particolari, a deviazione: «L'ideale per costituire una vera e propria trappola».

Poiché erano gli unici con le manopole e i dischetti conta-minuti intercambiabili. Scrive il libro che Franco Freda si procurò timer in deviazione sia da 60 che da 120 minuti: «Se Freda avesse montato una manopola da 120 su un timer che avrebbe corso solo per 60 minuti, chi doveva deporre la bomba avrebbe immaginato che sarebbe esplosa a banca ormai deserta».

Tra i reperti individuati dal perito Teonesto Cerri, il primo a entrare nel salone devastato della Banca, c'erano frammenti del materiale di rivestimento e frammenti della struttura metallica: «Entrambi indicano che in quel salone sono esplose due borse». Una di similpelle nera, marca Mosbach&Gruber, e una di cuoio marrone. Ma quest'ultima borsa «scompare». Forse per un errore dei magistrati che aprirono la pista nera: «Tutto fu condizionato dalla scoperta che il 10 dicembre 1969 a Padova, la città di Freda, erano state vendute quattro borse Mosbach&Gruber, dello stesso modello ritrovato alla Commerciale», dove il 12 dicembre fu sco­perta una bomba inesplosa.

«Tutte in similpelle». I magistrati che puntavano a incastrare i fascisti Freda e Ventura cercarono in ogni modo di ravvisare nei reperti proprio quelle quattro borse. «Alessandrini e Fiasconaro avanzarono il dubbio che potessero esserci state due borse e due bombe; tuttavia, condizionati dall'acquisto di Padova, scartarono l'ipotesi».

Il perito Cerri identificò subito la presenza di nitroglicerina e di binitrotoluolo, tipico degli esplosivi al plastico. Più tardi, nel determinare con il collegio dei periti il tipo di esplosivo più probabile, si concentrò su due gelatine dinamiti. In sintesi: «In piazza Fontana abbiamo due borse con due bombe. Nella prima, accanto alla cassetta con candelotti e timer, è stato collocato un detonatore esterno. La seconda bomba fu attivata non con un timer ma con un accenditore a strappo, che ha dato il via a una miccia. Grazie al detonatore esterno aggiunto alla prima borsa, la seconda bomba per simpatia fa esplodere anti­cipatamente anche l'altra: creando una devastazione di potenza doppia».

Ma chi avrebbe messo le due bombe? «Le due bombe furono poste da gruppi diversi. La prima - che doveva esplodere a banca chiusa, come fatto dimostrativo - fu collocata da mano anarchica ma 'teleguidata' da Freda e Ventura; la seconda, che doveva trasformare la prima in un'arma letale, fu predisposta e sistemata da mani fasciste. Ma tutto fu calcolato perché la firma risultasse inequivocabilmente di sinistra".

La «mano anarchica» sarebbe proprio quella di Pietro Valpreda. «Il 12 dicembre furono due i taxi sospetti che arrivarono in piazza Fontana. Sul primo c'era Valpreda, anarchico con ambigue amicizie tra i fascisti romani»; e c'era Cornelio Rolandi, il tassista che lo riconobbe.

«Sull'altro taxi c'era un uomo di destra che a Valpreda rassomigliava molto. Tutto, attraverso i depistaggi, fu predisposto perché il taxi diventasse uno solo, come una sola doveva essere la bomba». Il libro ipotizza che l'uomo del secondo taxi possa essere Claudio Orsi, amico di Freda (una foto mostra la somiglianza con Valpreda).

Era stata la difesa dell'anarchico a parlare per prima di un «sosia». In genere, però, la versione di Valpreda appare costellata di bugie: il libro sostiene che l'anarchico ha mentito sul suo pomeriggio del 12 dicembre, sulla sua fantomatica influenza, sul viaggio a Roma, sul cappotto datogli dai parenti subito dopo la strage per cambiare immagine in vista di un possibile arresto. «Tutte le bugie profuse da lui e dai suoi parenti portano a ritenere che Valpreda abbia collocato la sua bomba a piazza Fontana».

Il libro riporta la foto inedita di uno dei manifesti trovati il 12 dicembre, «ricalcati» sui manifesti del Maggio francese: «Parte del piano studiato da servizi segreti per attribuire la strage alla sinistra», e in particolare a Giangiacomo Feltrinelli. Il magistrato Paolillo si ricorda bene del manifesto. Ricorda anche di averlo autenticato, e testimonia che fin da subito c'era chi aveva capito che la provenienza di quei manifesti era di destra, legata all'Oas e all'Aginter Press. Capo militare dell'Aginter era Yves Guérin-Sérac, tra i fondatore dell'Oas, citato nell'informativa del Sid del 16 dicembre come mente degli attentati, ma definito «anarchico».

L'incaricato alla diffusione di manifesti e volantini anarchici era a Milano Pino Pinelli, scrive il libro, ipotizzando che fossero proprio questi i manifesti trovati dal capo dell'ufficio politico Antonino Allegra addosso a Pinelli.

L'alibi di Pino Pinelli per il 12 dicembre - sostiene il libro - non regge. Pinelli tace sull'incontro con Nino Sottosanti, uno degli estremisti di destra infiltrati nei circoli anarchici; mentre «racconta un incontro con i due fratelli Ivan e Paolo Erda, che non esistono». Nella notte in cui cade nel cortile della questura, Pinelli è sotto torchio non per piazza Fontana, ma per altre bombe. Quelle del 25 aprile, di cui Antonino Allegra gli chiede conto, attorno alle 23 e 30, citando come fonte altri anarchici, informatori della polizia. E altre due bombe presto scomparse dalle inchieste, trovate quel 12 dicembre a Milano, presso una caserma e il grande magazzino Fimar di corso Vittorio Emanuele. Il libro ipotizza che Pinelli avesse «qualcosa di ben preciso da nascondere: il fatto che quel 12 dicembre si era mosso per bloccare le due bombe milanesi 'scomparse' che gli anarchici avevano preparato ».

Cucchiarelli riporta la testimonianza di Antonino Allegra al direttore dell'ufficio affari riservati Federico Umberto D'Amato - divenuta accessibile nel 1997 però «mai rivelata ai magistrati e mai presa in considerazione finora in un'inchiesta» -, secondo cui Pinelli era caduto di spalle. Testimonianza che il libro incrocia con una delle ricostruzioni esaminate dal magistrato D'Ambrosio, prima di approdare alla conclusione del malore attivo: «Un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo che ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto».

La posizione di spalle spiegherebbe il dettaglio delle suole delle scarpe - l'ultima immagine di Pinelli che tutti i testimoni ricordano -, l'assenza di slancio e la caduta radente al muro, dinamica confermata dal giornalista dell'Unità che assiste alla scena dal basso. E il gesto di difesa, ipotizza il libro, potrebbe essere stato compiuto nei confronti di Vito Panessa, il brigadiere che andava incalzando Pinelli sulle altre bombe; «colui che nelle testimonianze ai processi si inceppò, contraddisse, ingarbugliò in maniera più marchiana».

LA PISTA NERA.

Pino Nicotri su blitzquotidiano.it il 13 dicembre 2019. In occasione del 50esimo anniversario della strage milanese di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e delle bombe fatte esplodere in contemporanea anche a Roma sono stati pubblicati libri e inchieste giornalistiche riassuntive riguardanti sia la strage e le altre bombe di quel giorno sia il contorno che le aveva precedute nel corso dell’anno. Con l’occasione, ho deciso di ripubblicare il libro Il Silenzio di Stato che ho scritto nel ’72 e che condusse i magistrati a scoprire finalmente che la verità era a Padova. Per essere reperibile in tempo per il 12 dicembre il libro Silenzio di Stato l’ho pubblicato con Il Mio Libro, di Kataweb, con una nuova copertina che ricalca quella originale. Il libro è ordinabile online o nelle librerie Feltrinelli con il codice ISBN 9788892364189. La riedizione l’ho arricchita con una sostanziosa e DOCUMENTATA introduzione, che spiega meglio varie cose alla luce di quanto avvenuto dal ’72 ad oggi. Nei vari libri in uscita in occasione del 50esimo quell’episodio cruciale è citato solo dal magistrato Guido Salvini, nel suo libro recentissimo intitolato La maledizione di Piazza Fontana: l’unico che ha fatto rilevare un particolare tanto strano quanto grave, del quale parleremo tra poco. Vediamo cosa è successo a suo tempo. Intanto notiamo che le bombe erano contenute tutte in borse di similpelle della ditta tedesca Mosbach&Gruber, particolare accertato grazie al fatto che un ordigno, quello piazzato nella filiale della Banca Commerciale (Comit) in piazza della Scala a Milano, non era esploso ed era stato ritrovato pertanto intatto, alle 16:25, compresa la borsa che lo conteneva. Borsa che risulterà identica a quelle contenenti gli altri ordigni, tutte caratterizzate dalla chiusura laterale metallica di colore giallo recante impresso il disegno del profilo di un gallo: il logo della ditta tedesca Mosbach&Gruber. La borsa conteneva una cassetta metallica marca Juwel, che a sua volta conteneva l’esplosivo fortunatamente non esploso. Pochi minuti dopo tale rinvenimento in piazza della Scala un altro ordigno composto da circa sette chili di esplosivo saltava in aria, alle 16:37, nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, uccidendo 17 persone e ferendone 88. La più grave strage italiana dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dai reperti rinvenuti sul luogo della strage di Milano i periti hanno potuto stabilire che la bomba era contenuta in una cassetta metallica marca Juwel nascosta in una borsa di similpelle marca Mosbach&Gruber. Gli inquirenti e quindi i giornali e la Rai, all’epoca le radio e le tv private non esistevano ancora, sostennero immediatamente e in coro compatto che quel tipo di borse erano in vendita solo in Germania e che in Italia non se ne trovavano. Un modo per insinuare che gli anarchici subito accusati della strage non fossero un gruppo di balordi milanesi e romani, ma avessero invece ramificazioni e rapporti con altri Paesi, quanto meno con anarchici e terroristi tedeschi. Una versione pubblica durata ben 33 mesi, vale a dire poco meno di tre anni. La strage era avvenuta nel pomeriggio del venerdì 12 dicembre 1969. Ma solo dopo il 10 settembre del 1972, cioè dopo ben tre anni meno tre mesi, si scoprirà che la vulgata delle Mosbach&Gruber inesistenti in Italia era assolutamente e sfacciatamente falsa.  E che erano sicuramente in vendita in almeno due negozi della città di Padova. Uno dei negozi padovani aveva venduto a un unico acquirente proprio quattro borse di quel tipo due giorni prima della strage. E la commessa che le aveva vendute, signora Loretta Galeazzo, era corsa a dirlo in questura non appena aveva appreso dalla Rai e dai giornali i particolari del ritrovamento nella filiale della Banca Commerciale. A riconoscere Freda era stata anche la collega della Galeazzo in valigeria, che aveva chiacchierato con l’acquirente mentre un commesso andava a prendere dal deposito le altre tre borse. E quando a Padova hanno arrestato per istigazione dei militari all’eversione Giorgio Franco Freda, neonazista di Ordine Nuovo, la stessa commessa è corsa di nuovo in questura per dire che dalle immagini in televisione e sui giornali locali aveva riconosciuto in Freda la persona che aveva comprato le borse. Due testimonianze che avrebbero potuto far arrestare gli autori della strage nel giro di pochi giorni. E che invece sono sparite…Questa assurda negligenza del mondo dell’informazione giornalistica è stata la mia fortuna, perché mi ha permesso di diventare giornalista. Ero uno studente di Fisica, fuoricorso perché per studiare e campare facevo vari lavori saltuari, ero il presidente dell’Assemblea d’Ateneo e abitavo dal ’65 o dal ’66 in un appartamento di cinque stanze più bagno e cucina, preso in affitto all’ultimo piano di via Oberdan 2, in pieno centro storico di Padova, affianco al famoso caffè Pedrocchi. La stanza più grande la utilizzavo come ufficio, non aperto al pubblico, dell’Italturist, l’agenzia turistica del PCI specializzata in viaggi soprattutto di gruppo nei Paesi comunisti dell’est europeo. Due stanze le avevo affittate a due studenti di Treviso: Giorgio Caniglia, che studiava Ingegneria, e Carla, che studiava Lettere. Il venerdì nel primo pomeriggio se ne tornavano entrambi a casa dei rispettivi genitori a Treviso, cosa che fecero anche quel venerdì 12 dicembre della strage, per tornare a Padova la domenica sera, cosa che fecero anche la domenica successiva alla strage, cioè il 14 dicembre sera. Sabato pomeriggio sono arrivati a casa mia i carabinieri con tre mandati di perquisizione, uno per me, uno per Giorgio e uno per Carla, assenti perché andati a casa loro a Treviso come sempre per il fine settimana. Il giorno dopo, sabato 13 dicembre, in serata sono poi arrivati come al solito anche Giorgio e Carla. Appena entrato in casa Giorgio mi ha mostrato la sua borsa di similpelle nera, quella che usava ogni giorno anche per andare a lezione e che avevo visto in varie occasioni dentro e fuori casa. Con una mano me la mise davanti agli occhi dal lato della chiusura di metallo e con l’altra mi indicò il disegno che ne caratterizzava la borchia: era il disegno di un gallo preso di profilo. Era cioè proprio il logo delle Mosbach&Gruber. Poi Giorgio mi disse: “Non capisco perché radio, televisione e giornali dicono tutti in coro che queste borse in Italia non si trovano. Io l’ho comprata qui a Padova”. Ho detto a Giorgio: “Beh, domattina va in questura, mostra la borsa e racconta dove l’hai comprata. Così, se non ti arrestano accusandoti della strage, capiscono che in Italia si vendono. E che si vendono anche a Padova, dove c’è quel gruppo di fanatici nazifascisti capitanato da Giorgio Franco Freda e Massimiliano Facchini con base alla libreria Ezzelino di via Patriarcato”. Lunedì sera Giorgio mi ha raccontato che era uscito di casa poco dopo le 10 con la sua borsa per andare a farla vedere in questura, distante più o meno 200 metri, ma dopo pochi passi aveva incontrato un poliziotto della squadra politica della questura, quello che era solito tenere d’occhio l’area del caffè Pedrocchi e del Bo, compreso il portone di casa nostra, e di avere mostrato subito a lui la borsa e il logo della Mosbach&Gruber. Ricevendone come tutta risposta un ben strano: “Ah, ma ormai non ci interessa, sappiamo già chi è il colpevole, uno di Milano”. Se il poliziotto fosse stato meno menefreghista e più professionale i colpevoli della strage e delle altre bombe del 12 dicembre, oltre che degli altri mesi dello stesso anno, potevano essere individuati nel giro di 48 ore. Ripeto: a quell’epoca ero studente universitario e il giornalismo non sapevo neppure cosa fosse. Inoltre non avevo ancora fatto il servizio militare a quell’epoca obbligatorio, era detto “nàia”, motivo per cui temevo che se avessi reso pubblico a gran voce, magari con una apposita assemblea d’Ateneo, lo scandaloso falso delle borse tedesche introvabili in Italia e annesso menefreghismo del commissario della squadra politica, sarebbe potuto capitarmi per vendetta di un qualche apparato statale qualcosa di grave durante la nàia. Decisi così di restare zitto, aspettare di fare il servizio militare, che all’epoca durava 18 mesi, e di scrivere solo in seguito un libro per raccontare come a Padova Freda e i suoi erano stati protetti sistematicamente da organi dello Stato, fino all’iperbole del falso sulle borse introvabili in Italia e del rifiuto del funzionario della squadra politica di prendere in considerazione quanto gli aveva detto e mostrato il mio amico e inquilino Giorgio. Il libro volevo intitolarlo significativamente Il Silenzio di Stato. E poiché ero ben lontano dal pensare di poter fare il giornalista decisi di non firmarlo col mio nome, ma come Comitato di Documentazione Antifascista di Padova, che in realtà ero pur sempre io. Col mio nome mi sarei limitato a formare la poesia che avevo composto per dedicare il libro a quattro miei amici. E in effetti, finito il servizio militare, iniziato a metà del ’70 e concluso verso la fine del ’71, mi sono messo all’opera raccogliendo anche materiali d’archivio della stampa locale riguardanti i rapporti Freda/magistratura/polizia/carabinieri, uno strano suicidio probabile omicidio, altri attentati nel corso del ’69 e molto altro ancora. Ad agosto del’72, ormai ben documentato e pronto a scrivere, mi sono ritirato nella isolatissima casa di montagna dei miei suoceri vicino a Gallio, poco più di mille metri di altezza sull’altipiano di Asiago. Tramite la moglie di un giovane docente universitario, andata per qualche giorno da amici a Roma, la notizia che stavo preparando un libro sulle bombe del 12 dicembre ’69 è arrivata alle orecchie di Mario Scialoja, giornalista del settimanale L’Espresso, già molto famoso. Stavo lavorando nel silenzio più assoluto al terzo piano della casa, un pezzo di casera di montanari in un posto isolato, quando verso le 11 ho sentito arrivare dall’ingresso e cucina al pian terreno un baccano di porte aperte e richiuse con forza e sedie spostate senza tanti complimenti. Mi sono affacciato piuttosto allarmato alla tromba delle scale e ho visto un signore trafelato, con barba biondastra e un grande naso rosso come un pomodoro, che guardando in alto mi gridava: 

“Buongiorno! Sono il giornalista Mario Scialoja, del settimanale L’Espresso”. 

“Buongiorno! Io sono Napoleone Bonaparte. Mi dica” 

“Ma io sono davvero Mario Scialoja!”. 

“E io sono davvero Napoleone Bonaparte. Osa forse mettere in dubbio la mia parola, qui in casa mia? Guardi che la caccio via. Perché è entrato, facendo ‘sto fracasso? Cosa vuole?”. 

“Cerco Pino Nicotri, che mi hanno detto sta scrivendo un libro anche con la storia delle borse delle bombe del 12 dicembre ’69, borse che a quanto pare lui sostiene si vendessero anche a Padova”.

La mia lunga amicizia fraterna con Mario e il mio inopinato ingresso nel giornalismo sono iniziati così. 

Sempre correndo come un pazzo e bevendosi una dozzina di tornanti in discesa come fossero tutti rettilinei, Mario mi ha portato a Treviso, dove a casa sua Giorgio mi ha venduto per 5.000 lire la borsa. E così l’ho regalata a Mario perché la portasse al magistrato Gerardo D’Ambrosio, che in veste di giudice istruttore a Milano conduceva l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana senza risultati apprezzabili. Ringraziandolo calorosamente, ha ricevuto la borsa dalle mani di Mario già il mattino successivo, 2 settembre. 

Mario nel numero de L’Espresso datato 10 settembre ha pubblicato il grande scoop che raccontava della consegna della borsa al magistrato e di come ne avesse avuto notizia dal sottoscritto.

D’Ambrosio inviando a Padova a fare ricerche il maresciallo dei carabinieri Sandro Munari poteva finalmente scoprire dove erano state vendute le borse utilizzate per trasportare e nascondere le bombe del 12 dicembre ’69. Scoperta clamorosa, che non solo ha fatto crollare rumorosamente la pista anarchica di Valpreda&Co, ma che ha anche permesso di scoperchiare l’incredibile verminaio delle protezioni statali a favore di Freda&Co, arrivate a fare scomparire non solo le due testimonianze della commessa della valigeria Al Duomo. E io finalmente pubblicai, con Sapere Edizioni, il libro. Con il titolo che avevo in mente da tempo: Il Silenzio di Stato. Conservo ancora alcune copie del libro con la dedica di Valpreda, che venne a Padova per la presentazione del libro e che non ha mai smesso di ringraziarmi.

Per risparmiare sulle tasse il libro è stato edito come numero del periodico InCo, acronimo di Informazione e Controinformazione, periodico registrato presso il tribunale di Milano, avente come editore Sapere Edizioni e come direttore responsabile un sindacalista, non ricordo se della CISL o delle ACLI. Il fatto che fosse stato pubblicato come periodico mi ha infine convinto a farmi rilasciare dal direttore responsabile la dichiarazione firmata che tutti i singoli capitoli erano miei articoli e che mi erano stati pagati.

E’ stato così che quando mi sono iscritto come pubblicista all’albo dei giornalisti ho allegato anche quelli – vale a dire, tutti i capitoli de Il Silenzio di Stato – assieme ai vari articoli pubblicati su giornali veri negli ultimi 24 mesi prima della domanda di iscrizione. Ho voluto che fosse documentato in modo incontrovertibile, anche per tabulas e non solo per la firma della mia poesia di dedica ai miei amici, che quel libro era totalmente ed esclusivamente frutto del mio lavoro.

Senato della Repubblica Camera dei deputati XIII LEGISLATURA DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI IL SUICIDIO DI PINELLI

Senato della Repubblica Camera dei deputati: I depistaggi intorno alla vicenda di Piazza Fontana si possono considerare articolati in tre fasi. Una prima fase in cui si sono di fatto bloccate e circoscritte le indagini indirizzate verso gli «anarchici» e si sono confuse le acque, rendendo impossibile risalire alla verità su ciò che è realmente accaduto a Piazza Fontana: verità che, proprio per l'inquinamento del quadro investigativo determinato fin dalle prime battute, forse non conosceremo mai. Una seconda fase in cui si è costruita, spesso con dei passaggi assolutamente artificiosi, la «pista nera». Una terza fase, a partire dai primi Anni '80, che ha visto l'utilizzo dei pentiti a sostegno del teorema giudiziario. A questa terza fase, purtroppo, sembra non essere estraneo, a trentun anni di distanza, nemmeno il processo attualmente in corso a Milano.

Come è morto Giuseppe Pinelli? E' impensabile poter risolvere il rebus di Piazza Fontana fino a quando non si darà una risposta accettabile a questa domanda, che è il «grande buco nero» dell'inchiesta sulla strage, insieme alla latitanza di Giangiacomo Feltrinelli. Giuseppe Pinelli, anarchico del circolo milanese Ponte della Ghisolfa, amico o ex amico di Pietro Valpreda, dieci minuti prima della mezzanotte del 15 dicembre 1969 precipita dalla finestra della questura di Milano. Si era appena concluso il primo e unico interrogatorio condotto dal commissario Luigi Calabresi, che però al momento del fatto non è nemmeno presente nella stanza: è andato nella stanza del capo dell'Ufficio, Antonino Allegra, per portargli il verbale d'interrogatorio. Eppure, nonostante questa circostanza sia nota da subito, per anni Calabresi sarà accusato di essere il responsabile dell' «assassinio» di Pinelli. Giuseppe Pinelli era l'unico, tra circa centoventi estremisti di destra e sinistra, convocati in questura a partire dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, ad essere stato trattenuto in stato di fermo non per particolari volontà vessatorie della polizia o perchè vittima predestinata della macchinazione ordita dalla polizia ai danni degli anarchici, ma per un fatto molto più prosaico: il suo alibi per il pomeriggio della strage era risultato irrimediabilmente falso. Quando avviene l'interrogatorio nei suoi confronti non c'è alcuna accusa, non ancora almeno. L' ultimo interrogatorio di Pinelli basta leggere il relativo verbale è tutto incentrato sui suoi rapporti con Valpreda, sugli scatti di ira e di violenza che caratterizzano la personalità di Valpreda, sui motivi che nel movimento anarchico hanno provocato profonde diffidenze verso Pietro Valpreda negli ultimi mesi, da quando si è messo ad esaltare l' «azione diretta». Pinelli ha un rapporto preferenziale con l'Ufficio politico. Durante l'interrogatorio gli è stato consentito di modificare le sue dichiarazioni più volte, a tratti è apparso reticente, di certo è stato molto attento a non interpretare il ruolo del delatore ma anche a non fare ammissioni che possano essere compromettenti per lui. In quel momento è assolutamente plausibile ritenere, come ritiene l'Ufficio politico, che Pinelli per il suo ruolo ricoperto nel movimento anarchico è al centro di una fitta ragnatela di rapporti internazionali e gestisce i fondi «per le vittime politiche» ± possa sapere molto di più di quanto abbia dichiarato. Basterebbero questi dati di fatto e questa considerazione, facilmente riscontrabili, per comprendere come l'ultimo tra i protagonisti sulla scena ad avere qualche interesse ad eliminare Pinelli fosse proprio la polizia. Tutti i testimoni subito interrogati sulla sua morte, compresi i quattro brigadieri di polizia e il capitano dei carabinieri presenti nella stanza dove si trovava Pinelli, furono sostanzialmente concordi, a parte discrepanze superficiali giustificabili con la tensione e la concitazione del momento: Pinelli si è gettato dalla finestra.

Eppure appare perfino incredibile come da un lato si sia alimentata su notizie totalmente false una campagna di stampa per accreditare la versione di un «Pinelli suicidato dalla polizia», una campagna culminata con l'omicidio Calabresi e che ha compromesso probabilmente per sempre le indagini sulla strage di Piazza Fontana. Mentre dall'altro siano stati sistematicamente omessi, nascosti o distrutti tutti quegli elementi che confermavano l'ipotesi del suicidio di Pinelli, provocato dalla consapevolezza di essere stato coinvolto in un crimine orrendo, avvalorando così la pista anarchica. Tra le azioni umane, il suicidio è una delle più insondabili. Ma certo non si può non rimarcare come in un caso tanto clamoroso siano state ignorate circostanze che appaiono determinanti. Come ad esempio il fatto che, pochi istanti prima del tragico volo dalla finestra, nella stanza dove si trovava Pinelli era stata portata una cassetta portavalori di metallo, identica a quella utilizzata per la strage di Piazza Fontana e per il fallito attentato alla Banca commerciale. La circostanza è stata rivelata dal capitano dei carabinieri Savino Lograno, presente all'interrogatorio di Pinelli. Al processo per diffamazione intentato dal commissario Calabresi contro Lotta continua testualmente dichiarò: «Ero presente per seguire le indagini sulla strage ... Dalle 23 in poi non mi mossi più da quella stanza... Verso le 23 e 25, 23 e 30 entrò un altro brigadiere, quello con gli occhiali. Tornava costui da un'operazione di polizia concernente una cassetta di sicurezza prelevata in un paesino vicino Milano, cassetta che doveva servire per confrontare le schegge e il materiale repertato sul luogo di piazza Fontana e si allontanò per redigere la sua relazione...». Sentito nella stessa sede, il brigadiere con gli occhiali Pietro Mucilli dell'Ufficio politico, seppure non prodigo di particolari, ha confermato: «Entrai due volte nell'ufficio del commissario Calabresi. Una prima volta (saranno state le 23 e 40, 23 e 45) entrai nella stanza per deporre una borsa come al solito sul piano di un mobile che chiamiamo libreria... Mi soffermai per quattro, cinque, sei minuti per rileggere quanto avevo scritto nell'espletamento di un'operazione di polizia effettuata all'esterno». Quell'operazione di polizia effettuata all'esterno era consistita appunto nell'individuazione esatta ± nella mattina di quello stesso 15 dicembre ± del tipo di cassette metalliche usate negli attentati e nel prelevamento di alcuni esemplari nella fabbrica produttrice «Cesare Parma» di Lainate. Pietro Mucilli è morto circa vent'anni fa. Nè lui nè l'ex capitano dei carabinieri Savino Lograno tra le migliaia di testimoni sentiti che annovera l'inchiesta sulla strage  sono mai stati interrogati nell'ambito delle indagini su Piazza Fontana. La stessa inchiesta sulla morte di Pinelli, sollecitata a furor di popolo dopo una prima archiviazione, per come si è articolata e per gli elementi inconsistenti su cui si è retta può essere considerata un depistaggio. Come è noto, nel 1975 il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ha archiviato il caso, prosciogliendo il commissario Calabresi, i quattro brigadieri di polizia e il capitano Lograno presenti all'interrogatorio, formalmente incriminati - si badi bene - per omicidio volontario dall'autunno del 1971. Il giudice D'Ambrosio ha accolto le conclusioni univoche cui sono giunti periti diversi in epoche diverse: tesi dell'omicidio per la morte di Pinelli assolutamente impossibile perchè sul corpo non è stato trovato un solo segno di violenza che fosse possibile far risalire a prima della caduta; tesi del suicidio possibile ma ritenuta dal giudice improbabile «perchè Pinelli amava la vita». D'Ambrosio per spiegare le circostanze in cui è morto l'anarchico, ha optato per una spiegazione che non era tra le ipotesi sottoposte ai periti, ovvero il «malore attivo»: Pinelli è caduto dalla finestra della questura per una contrazione involontaria dei muscoli provocata dallo stress accumulato e dalla stanchezza. Si può credere al «malore attivo» e si può accettare come verità storica la verità giudiziaria. Oppure si può ritenere che sia necessario capire. Certo è che se da una parte la sentenza d'Ambrosio ha avuto il merito e il coraggio di restituire piena dignità ai funzionari di polizia, seppure post mortem nel caso di Calabresi, dall'altra ha sepolto per sempre il «caso Pinelli», sgombrando così da un ostacolo insormontabile il pieno dispiegarsi della pista nera. La morte di Pinelli, o meglio la gestione politica della sua morte, resta la chiave di volta di Piazza Fontana. L'altro grande mistero si chiama Giangiacomo Feltrinelli.

LA FUGA PROTETTA DI GIANGIACOMO FELTRINELLI Il 15 dicembre 1969, il giorno in cui scompare Giuseppe Pinelli, puntello fondamentale delle indagini sulla pista anarchica, non è un giorno qualsiasi ma ± a settantadue ore dalla strage ± le indagini sono ad una svolta. In mattinata è stato fermato Pietro Valpreda in base a due elementi, a dispetto di quanto ha affermato in tutto questo tempo la «vulgata», del tutto fortuiti e casuali: la segnalazione giunta dall'Ufficio politico della questura di Roma secondo la quale da qualche giorno Valpreda ha lasciato la capitale e si troverebbe proprio a Milano, e la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi che dice di aver trasportato l'attentatore e che ritiene di identificarlo in Pietro Valpreda. Contro Rolandi, sindacalista della Cgil e con la tessera del partito comunista in tasca, si scatena un'opera di linciaggio bestiale (Rolandi morirà nel luglio 1971). A rendere credibile, perfettamente plausibile il suo racconto, è la testimonianza al di sopra di ogni sospetto del professor Liliano Paolucci: è stato lui che per primo e del tutto casualmente quella stessa mattina del 15 ha raccolto lo sfogo di Rolandi e lo ha invitato a rivolgersi alla polizia. Prova ne è il fatto che per anni le Br, nell'ambito della loro «controinchiesta» su Piazza Fontana, hanno custodito il nastro con la testimonianza registrata di Paolucci, poi ritrovato nel covo di Robbiano di Mediglia, di cui parleremo più avanti. Ma le indagini sugli «anarchici» devono aver fatto scattare sensori molto sensibili, se lo stesso giorno della scomparsa di un teste chiave come Pinelli si attiva un apparato in grado di esercitare una notevole influenza anche negli ambienti giudiziari. Il 15 dicembre il sostituto procuratore dott. Ugo Paolillo, senza motivare in alcun modo la propria decisione, respinge ± potremmo dire «d'ufficio» ± la richiesta, avanzata il giorno prima dalla questura milanese, di perquisire gli uffici dell'editore Feltrinelli. EÁ una richiesta tutt'altro che infondata: c'è la necessità di cercare eventuali volantini di rivendicazione, visto che in occasione di precedenti attentati anarchici compiuti a Milano volantini sono stati inviati all'Istituto Feltrinelli così come all'Istituto di studi sociali di Amsterdam, un centro di riferimento storico ± quest'ultimo ± per i gruppi anarchici di tutto il mondo. EÁ una «pista minore», ma che avrebbe potuto dare buoni frutti. Tanto più che recentemente, a distanza di decenni, secondo una pubblicistica più che attendibile si è saputo che l'Istituto di Amsterdam aveva sempre attirato l'interesse del Kgb. In pratica: inviare i volantini di rivendicazione a Feltrinelli e all'Istituto di Amsterdam era come fornire il calendario degli attentati anarchici disseminati in Italia. C'era anche un'altra ragione per interessarsi di Feltrinelli. Una ragione di carattere riservato ma che è stata resa nota e più volte ribadita da Massimo Pugliese, all'epoca responsabile del Centro di controspionaggio di Cagliari e che in quella veste si era interessato di Feltrinelli per i suoi progetti di abbinare Graziano Mesina e il banditismo sardo alla rivoluzione. Pugliese ha rivelato di aver appreso poco dopo la strage da una sua fonte, dimostratasi sempre attendibile e che per di più era uno dei più stretti collaboratori di Fetrinelli, che l'editore era coinvolto negli attentati del 12 dicembre. Come di consueto l'informazione fu girata al Ministero dell'Interno. Massimo Pugliese ovviamente si è assunto la responsabilità delle sue affermazioni ma, anche in questo caso, non è mai stato sentito dagli organi inquirenti. In ogni caso, in trent'anni non è mai stata fornita una spiegazione, umana prima ancora che giudiziaria e politica, al comportamento assunto da Feltrinelli immediatamente prima e soprattutto dopo la strage di Piazza Fontana. Giangiacomo Feltrinelli lascia Milano il 5 dicembre 1969, il giorno dopo essere stato interrogato dal giudice Amati nell'ambito del processo sui precedenti attentati anarchici (è accusato di falsa testimonianza) e dopo che proprio nel corso di quell'interrogatorio la sua posizione si è aggravata. Davanti al giudice l'editore non ha escluso di aver ricevuto volantini di rivendicazione delle bombe anarchiche ma ha affermato di «non poterlo sapere con precisione». Secondo le notizie di cui viene in possesso l'Ufficio Affari riservati, Feltrinelli si sarebbe imbarcato su un volo per l'Egitto: il che tra le tante versioni fornite renderebbe plausibile quella che lo vuole, quando scoppia la bomba nella Banca dell'agricoltura, ad Amman in un campo d'addestramento del leader palestinese George Habbash. Se l'assenza di Feltrinelli da Milano il giorno della strage sia una prova inconfutabile della sua innocenza oppure sia un alibi precostituito, è questione che non è mai stata affrontata. Subito dopo la strage Feltrinelli torna a Milano ed è un uomo sconvolto. Si rivolge agli ex comandanti partigiani, quelli che sono stati i capisaldi dell'apparato clandestino parallelo, come Cino Moscatelli (audizione dott. Allegra). Ma viene messo alla porta bruscamente. EÁ a questo punto che Feltrinelli si affida alla struttura occulta di Potere operaio per passare clandestinamente la frontiera con la Svizzera. E’ il primo gennaio 1970: da questo momento e fino alla notte fra il 14 e il 15 marzo 1972 (quando morirà a Segrate mentre sta innescando alcune cariche di esplosivo) Feltrinelli si muoverà sotto la copertura di almeno cinque identità false diverse e secondo le regole della clandestinità. Perchè uno degli uomini più ricchi del mondo dopo la strage di Milano si è dato alla latitanza, conclusa sotto il traliccio di Segrate? A questa domanda nessuna delle risposte date finora è credibile. Non è credibile la spiegazione della fuga per il timore di un imminente colpo di Stato: Feltrinelli aveva terminali molto attenti dentro Botteghe Oscure dove ± come vedremo presto ± non c'era alcun vero allarme per tale eventualità. Non è credibile che per quasi tre anni si sia dato alla latitanza perchè temeva che con Piazza Fontana si fosse messo in atto un complotto della polizia per colpire la sinistra, che lo si volesse «incastrare»: era un personaggio pressochè intoccabile e avrebbe potuto permettersi i migliori avvocati. Perché, da che cosa è fuggito Feltrinelli dopo il 12 dicembre 1969? Bisognerebbe chiedersi se la vera minaccia non sia apparsa a Feltrinelli l'ostracismo decretato dal partito dopo averlo messo al riparo dalle indagini su Piazza Fontana: nessuno come lui, sulla base di una consuetudine pluridecennale con le operazioni riservate e con l'apparato occulto del partito, sapeva che fuori da quell'ombrello protettivo era un bersaglio fin troppo facile. Una vittima predestinata. Qualche barlume in più può venire dal verbale della riunione tenuta dalla Direzione del Pci il 19 dicembre 1969, sette giorni dopo la strage di Piazza Fontana.

LA RIUNIONE DEL PCI DEL 19 DICEMBRE 1969 Il verbale della riunione tenuta dalla Direzione del Partito comunista italiano il 19 dicembre 1969 e presieduta da Enrico Berlinguer è stata acquisita dal professor Aldo S. Giannuli nell'ambito della perizia disposta dal giudice Guido Salvini. è un documento di eccezionale valore storico e politico. Ma sul piano giudiziario non ha avuto alcun effetto, non ha suscitato nessuna considerazione neppure nel ventilare lo scenario storicopolitico dell'epoca come è inevitabile in questo genere di procedimenti. Sono due le parti che colpiscono maggiormente in questo documento. Una è quella che potremo definire la «doppia verità» di cui, attraverso la propria rete informativa, è entrato in possesso il partito dopo la strage e che provvederà a tenere nascosta. Il condirettore dell'Unità Sergio Segre, chiamato alla riunione per riferire le informazioni «non ufficiali» da ritenersi più attendibili, l'esito di ciò che potremo chiamare la «controinchiesta» avviata dal partito sui fatti di Milano, riferisce il dialogo avuto con l'avvocato Guido Calvi, allora esponente del Psiup, e legale di Valpreda. Riferisce Segre: «Ieri sera ho parlato con un compagno del Psiup, Calvi. Calvi ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo "22 marzo". L'impressione è che possono averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Germania, Inghilterra. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c'è? L'esplosivo costava 800 mila lire e c'è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare». Chi è quel qualcuno che fornisce i quattrini? Pensare a Feltrinelli è fin troppo ovvio. «L'avvocato va a rassegnare il mandato dopo un colloquio con Valpreda». Interpellati recentemente, Sergio Segre e il senatore Guido Calvi hanno risposto: il primo che «se quelle cose sono scritte sul verbale è perchè Calvi me le ha dette»; il secondo: «non fui io ± all'epoca non ero nemmeno iscritto al Pci ± a riferire quelle informazioni ma probabilmente si tratta di notizie raccolte dalla Federazione del partito». Ma non è questo l'aspetto determinante. Ciò che colpisce è l'esistenza di una «doppia verità»: una «verità riservata» ai vertici del partito, nella quale i sospetti su chi ha compiuto la strage coincidono largamente con i primi risultati delle indagini della polizia, e una «verità pubblica» con la quale l'Unità indicherà sin dalle ore immediatamente successive alla strage nei neofascisti, nei golpisti, nelle trame nere, nelle connivenze dei servizi deviati, dei colonnelli greci e della Cia i responsabili. Nessuno dei partecipanti alla riunione della Direzione del Pci è mai stato sentito dall'autorità giudiziaria.

Ma di gran lunga più importante è quanto ebbe a dichiarare Enrico Berlinguer, insieme alla lucidissima analisi politica da lui tracciata nel corso della riunione. Berlinguer comunica ai presenti: «Ci possiamo muovere su basi sicure per quanto riguarda le ripercussioni politiche. La campagna di esasperazione della destra finora ha avuto un risultato abbastanza limitato». A sette giorni della strage, dunque, c'è la certezza che non è in atto alcun complotto per colpire, attraverso gli arresti degli anarchici, «il partito e tutta la sinistra». In questo senso, come ha ricordato nella sua audizione davanti alla Commissione stragi il sen. Luciano Barca, a Botteghe Oscure erano state fornite precise garanzie dal ministro dell'Interno Restivo. Per quanto la posizione di Berlinguer sia improntata alla massima cautela («può essere stato un gruppo molto ristretto di fanatici; può essere valida l'ipotesi che si sia trattato di un anello di un vero e proprio complotto reazionario...»), per quanto sia viva la preoccupazione per una situazione tutt'altro che chiara, tra le preoccupazioni che nutrono i vertici del partito non vi è traccia di un ipotetico colpo di Stato. Cadono così i due alibi ± «il complotto contro la sinistra e il Pci» e «il pericolo di un colpo di Stato» ± avanzati per trent'anni per giustificare comportamenti e condotte equivoci, se non addirittura compromettenti, come appunto la «latitanza» di Giangiacomo Feltrinelli. Più viva di quella per un colpo di Stato, è certamente la preoccupazione che, a Milano soprattutto, le indagini possano coinvolgere militanti del partito e qualche frangia dell'apparato occulto. «C'è una tendenza per ora alla generalizzazione delle indagini che, in certi luoghi, riguardano nostri compagni...» riferisce Sergio Segre. EÁ questa preoccupazione che induce i dirigenti del partito a ritenere che sia opportuno accentuare la distanza e la polemica con i gruppi della sinistra extraparlamentare. Per il resto le valutazioni espresse nella riunione, che meriterebbero una ben più approfondita analisi politologica e storiografica, mettono in luce come dall'eccidio della Banca dell'agricoltura non venga minimamente scalfita ma anzi sia accentuata l'aspettativa di vedere riconosciuto un ruolo maggiore al Pci, grazie alla spinta impressa dalla «stagione delle lotte», e l'attesa di un rapido ingresso del partito nel governo attraverso l'accordo con la «parte più avanzata» della Dc. EÁ un traguardo, quello dell'ingresso del Pci al governo, che viene addirittura previsto da Giorgio Amendola «nel quadro di una campagna elettorale». E’ nei giorni immediatamente successivi alla strage della Banca dell'agricoltura che si sperimenta l' «antifascismo» come collante capace di orientare nuovi assetti e di condizionare il quadro politico. Con una sintesi forse approssimativa e un po' rozza ma non lontana dal vero si può affermare che la strage di Piazza Fontana ha tenuto a battesimo il primo vagito del compromesso storico.

I DEPISTAGGI DELL'OBSERVER La relazione precedentemente ricordata afferma che l'espressione "strategia della tensione" «si affacciò in un articolo di Leslie Finner, sull'Observer del 7 dicembre 1969». Non è esatto. La precisazione non vuole essere una manifestazione di pedante puntigliosità. Ma è doverosa perchè altrimenti così facendo, cioè anticipando di una settimana il debutto effettivo del termine, forse non si percepisce in tutta la sua portata e gravità questo depistaggio riferibile ad «ambienti informativi» di un Paese amico come è la Gran Bretagna. L'espressione «strategia della tensione» non compare il 7 dicembre 1969 ma sul numero del settimanale inglese Observer in edicola il 14 dicembre 1969: due giorni dopo la strage avvenuta a Milano alle 16 e 35 del 12 dicembre. La collocazione temporale ha ± lo vedremo subito ± la sua importanza. Il 7 dicembre 1969 è la prima puntata di questa massiccia operazione di disinformazione. A firma del corrispondente Leslie Finner viene pubblicato un presunto rapporto dell'ambasciata greca in Italia al ministero degli Esteri ellenico in cui si afferma che tutti gli attentati avvenuti in Italia sono opera di neofascisti; si fa riferimento ad un complotto orchestrato tra gli ambienti militari e della destra italiana e la «giunta dei colonnelli» al potere in Grecia per determinare un colpo di Stato in Italia, al ruolo del misterioso «signor P.» tramite tra i golpisti italiani e i greci. Il documento è palesemente un falso. Non verrà mai preso sul serio ± almeno questo ± in alcuna aula di giustizia, al contrario di quanto avverrà nelle redazioni e nelle case editrici. Il vero scopo di quell'articolo è racchiuso in due righe del supposto rapporto dei servizi greci, nelle quali si attribuisce ai neofascisti l'esecuzione degli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera di Milano e all'Ufficio cambi della Stazione centrale), per i quali invece si trovavano in carcere alcuni membri della cellula milanese degli anarchici individualisti e le indagini avevano portato al coinvolgimento di Giangiacomo Feltrinelli. Che la pubblicazione dell'articolo sull'Observer coincida con la scomparsa di Feltrinelli da Milano e segua solo di pochi giorni il suo primo e unico interrogatorio a seguito del quale la sua posizione giudiziaria si è aggravata, non può che aggiungere ulteriori elementi di perplessità. La definizione «strategia della tensione» (in italiano nel testo) compare sull'Observer del 14 dicembre: responsabile della «strategia della tensione» è il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Saragat secondo l'Observer era la personalità che aveva riunito una coalizione politico-militare la quale, attraverso attentati e stragi per drammatizzare lo scontro sociale in atto nel Paese, avrebbe voluto determinare una svolta reazionaria. Che si indicasse nel massimo rappresentante della socialdemocrazia italiana, oltre che dello Stato italiano, il demiurgo di un progetto parafascista e di uno schieramento di estrema destra, avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto sulla reale provenienza e sui veri obiettivi di questa opera di disinformazione in due atti. Invece, per quanto possa sembrare pazzesco, la «strategia della tensione» ha continuato ad essere il principale schema con cui per trent'anni, con successivi aggiustamenti, abbiamo interpretato non solo Piazza Fontana ma l'intero fenomeno dello stragismo, e al quale fa sostanzialmente riferimento anche il processo in corso a Milano sulla strage alla Banca dell'Agricoltura. A questo punto è necessaria una piccola riflessione tecnica. La bomba di Piazza Fontana è esplosa alle 16 e 35 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Tra quando è accaduto il fatto e l'uscita del settimanale, l'Observer ha avuto poco più di 24 ore per raccogliere le notizie di un articolo dettagliatissimo così ricco di informazioni e di particolari in esclusiva, redigere il servizio, andare in stampa e arrivare in edicola. EÁ almeno lecito avanzare l'ipotesi che a Londra e all'Observer si sapesse con un certo anticipo di quanto sarebbe accaduto. E’ inutile dire che nessuno degli autori ± escluso Leslie Finner «interrogato» con una rogatoria estremamente superficiale molti anni dopo quando si trovava a Washington è mai stato sentito come testimone. Ci sono da aggiungere altri due particolari. L'Observer non è un giornale scandalistico nè tanto meno è un giornale qualunque. Negli ambienti politici e diplomatici è considerato una voce governativa semi-ufficiale, tradizionalmente vicino al premier laburista. Ma l'Observer è anche il giornale occidentale in cui l'infiltrazione del Kgb ha raggiunto, forse, i livelli più alti. Sotto la copertura di corrispondente da Beirut agiva Kim Philby, ex vicecapo del controspionaggio britannico, prima di fuggire nel '63 a Mosca. Questi sono i fatti. Ci si può chiedere se il primo, devastante e irreversibile depistaggio su Piazza Fontana sia stato opera di qualche agente del Kgb che operava sull'Observer (esattamente come è avvenuto con L'Espresso per il Piano Solo). Oppure se a «pasticciare» intorno alla strage di Piazza Fontana e alle vicende immediatamente precedenti, inquinando la «scena del delitto», abbiano trovato una loro sintonia la rete spionistica sovietica e quella inglese. Nel novero delle ipotesi e degli scenari possibili, è bene ricordare, come fa l'elaborato presentato dal senatore Athos De Luca, che proprio nel dicembre 1969 gli inglesi vengono espulsi dalla Libia, perdendo basi militari importantissime, e si avvia il processo di indipendenza di Malta, a tutto vantaggio dei rapporti intrattenuti sia dalla Libia che da Malta con il nostro Paese. Il ministro degli Esteri dell'epoca si chiamava Aldo Moro.

LA FONTE «ANNA BOLENA» Nella precedente relazione («Per una rilettura degli Anni Sessanta») abbiamo visto come il procedimento a carico degli anarchici per gli attentati del 1963 a Milano non abbia avuto alcuno sviluppo fino a sfociare nella dichiarazione di non luogo a procedere nel 1975 ± dodici anni dopo ± per prescrizione del reato. Nell'inchiesta su Piazza Fontana è avvenuto di più e di peggio: ogni notizia che potesse dare impulso alla pista anarchica è stata semplicemente ignorata. Nessuno sviluppo ebbero in particolare le informazioni fornite dall'anarchico Enrico Rovelli, già arrestato nel 1963, in contatto con il commissario Luigi Calabresi con il nome di copertura «Luigi» e sotto lo pseudonimo «Anna Bolena» con il maresciallo Ermanno Alduzzi e per le questioni di maggior importanza ± con il dottor Silvano Russomanno, entrambi dell'Ufficio Affari Riservati. In particolare sulla strage di Piazza Fontana, «Anna Bolena» riceve le confidenze di Augusta Farvo, militante anarchica di vecchia data, punto di riferimento di tutti gli anarchici milanesi (a lei presso la sua edicola in via degli Osii nel cuore della città si rivolse ad esempio Gianfranco Bertoli, appena arrivato a Milano, il giorno prima di compiere la strage alla questura). «Anna Bolena» comunica regolarmente le notizie ottenute da Augusta Farvo ai suoi referenti della questura e dell'Ufficio Affari Riservati. Nell'informativa dell'8 gennaio 1971, redatta da Ermanno Alduzzi, si legge: «... (Augusta Farvo) assicura di essere a conoscenza che il Nino (ndr, Nino Sottosanti detto Nino il fascista) dopo il pranzo in casa Pinelli, tentò in tutti i modi di convincere quest'ultimo ad accompagnarlo in centro, ma che Pinelli rifiutò... L'Augusta avrebbe saputo questo dalla moglie del Pinelli. Questo categorico rifiuto del Pinelli a portarsi in centro, è interpretato dalla stessa come una conferma che il Pinelli stesso era a conoscenza di quello che doveva accadere e che preferiva rimanere al bar per l'alibi...». Nino Sottosanti il 12 dicembre 1969 si era incontrato a pranzo con Pinelli dopo che nei giorni precedenti davanti al giudice Amati aveva reso una testimonianza favorevole o compiacente che avrebbe dovuto suffragare l'alibi di Tito Pulsinelli. L'aver taciuto l'incontro con Sottosanti e l'alibi fornito per il pomeriggio della strage sono i motivi per cui Pinelli fu trattenuto in questura, e sono la causa indiretta della sua morte. EÁ dunque difficile ritenere irrilevante l'eventualità, espressa dalla moglie di Pinelli, che l'anarchico precipitato dalla finestra della questura fosse a conoscenza degli attentati che sarebbero avvenuti nel pomeriggio del 12 dicembre, e che per questo si fosse predisposto l'alibi del bar poi effettivamente risultato falso o quanto meno estremamente dubbio. Alla fine del dicembre 1969 Enrico Rovelli-«Anna Bolena» su incarico dell'Ufficio politico di Milano si recò a Parigi e a Bruxelles per avere informazioni nell'ambiente anarchico internazionale. Questo è l'esito di quel viaggio, riassunto nella «Riservata» del 17 gennaio 1970, a firma del questore Marcello Guida, inviata alla Direzione generale di Polizia-Divisione Affari Riservati: «A Parigi il fiduciario ha conosciuto negli ambienti anarchici uno spagnolo di circa 35 anni, che si fa chiamare "Andrè Calvajo"». «Andrè Calvajo» è il capo militare della FIJL, la Federazione iberica della gioventù libertaria. Di lui si conosce anche l'indirizzo parigino: boulevard la Villette 54. Ad «Anna Bolena» il compagno Calvajo «ha confidato di aver conosciuto molto bene Pinelli e di avergli spedito, a sua richiesta, del materiale esplosivo da inviare in Grecia. Detto materiale fu portato in Italia, probabilmente dallo stesso Calvajo, verso la fine dello scorso settembre». Ad «Anna Bolena» è stato descritto anche il percorso dell'esplosivo che da Milano avrebbe dovuto essere inviato a Roma e quindi in Grecia per un' «azione internazionalista» contro la giunta dei colonnelli. Da ciò si possono trarre le conclusioni che si ritengono più opportune. Ma non si può ignorare la straordinaria coincidenza tra le informazioni fornite da «Anna Bolena» e i reperti della cosiddetta controinchiesta Br su Piazza Fontana rinvenuti nel '74 nel covo di Robbiano di Mediglia, misteriosamente scomparsi 18 anni dopo e di cui parleremo tra poco. Dalle annotazioni in margine ad alcune delle informative provenienti da «Anna Bolena» si può arguire che tali informative furono trasmesse all'autorità giudiziaria di Milano che all'epoca indagava su Piazza Fontana. A proposito della mancata escussione come teste di Augusta Farvo per un periodo lunghissimo di tempo è significativa la lapidaria spiegazione che alla Commissione Stragi ha dato il dottor Antonino Allegra: «Se l'avessimo interrogata non ci avrebbe detto niente...». All'età di 85 anni Augusta Farvo è stata sentita per la prima e unica volta da un ispettore capo della Digos, su decisione della dottoressa Grazia Pradella, il 3 marzo 1997. Ma per le condizioni di salute estremamente precarie la Farvo, colpita da un ictus e semiparalizzata, è risultata essere ormai un testimone inutilizzabile. L'ex fonte «Anna Bolena» Enrico Rovelli sentito, sempre per iniziativa della dottoressa Pradella, il 15 aprile 1997 e il 12 maggio 1997 non solo ha confermato il contenuto di quelle vecchie informative ma ha potuto aggiungere ulteriori particolari. Tuttavia, come accade spesso in questi casi, una inopportuna fuga di notizie approdata al Corriere della Sera del 7 marzo 1998 relativa, si badi bene, non alle dichiarazioni di Enrico Rovelli ma al suo ruolo di «spia» al servizio degli Affari Riservati lo ha bruciato come teste, provocandogli danni pesantissimi nella sua attività di manager di cantanti famosi come Vasco Rossi e Antonello Venditti. Nell'occasione la dottoressa Pradella ha manifestato tutto il suo disappunto per la «fuga di notizie», definita un attacco alle indagini che stava svolgendo. Forse sarebbe risultata utile l'audizione della dottoressa Pradella davanti alla Commissione stragi.

LA PISTA NERA Non corrisponde assolutamente a verità, come pure è opinione diffusa, che la pista nera per la strage di Piazza Fontana sia emersa quando ad opera della «controinformazione» democratica fu sbugiardata la «montatura» della polizia e si rivelarono in tutta la loro inconsistenza gli elementi a carico degli anarchici. E’ vero esattamente il contrario. Sommessamente ma doverosamente è appena il caso di ricordare che le indagini sulla pista anarchica per la strage di Piazza Fontana furono condotte dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio, magistrato integerrimo e senza pregiudizi ideologici, che ha pagato con la vita il suo rigore (assassinato per mano del neofascista Pierluigi Concutelli). La pista nera nasce pochi giorni dopo l'attentato alla Banca dell'agricoltura e per la precisione il 15 dicembre 1969, il giorno in cui muore Pinelli e il tassista Cornelio Rolandi si rivolge ai carabinieri per la sua prima testimonianza (il giorno dopo riconoscerà con assoluta certezza in Pietro Valpreda il presunto terrorista di Piazza Fontana). Poi cresce e si dilata parallelamente alla pista anarchica, ne diventa il suo doppio, vi si sovrappone fino a soppiantarla del tutto. Con una curiosa particolarità: la pista nera ha delle improvvise accelerazioni tutte le volte che l'inchiesta su Valpreda e gli anarchici arriva a delle svolte decisive (interrogatori degli imputati, richiesta di rinvio a giudizio, sentenza ordinanza di rinvio a giudizio, eccetera). Cinque istruttorie (divise tra Milano, Treviso, Roma e Catanzaro), otto processi, senza contare i pronunciamenti della Suprema Corte, sulla vicenda di Piazza Fontana hanno depositato un numero di documenti (nell'ordine di milioni di fogli) che nessuno eÁ in grado di indicare con precisione. Ed è questo forse il depistaggio più macroscopico. Ricostruire l'iter giudiziario della strage di Piazza Fontana è praticamente impossibile. Cercheremo ± nel limite del possibile ± di sintetizzare alcune delle fasi salienti. Il 15 dicembre 1969 il professor Guido Lorenzon, esponente della sinistra democristiana, si rivolge all'avvocato Stancanella (il primo incontro con il sostituto procuratore di Treviso Pietro Calogero ci sarà alla fine del mese) per riferirgli le confidenze ricevute da un suo amico, l'editore Giovanni Ventura, il quale gli ha confidato di essere coinvolto in alcuni attentati. Ma, oltre all'irrefrenabile desiderio di confidarsi con il suo amico Lorenzon, Giovanni Ventura risulterà avere un alibi di ferro per la bomba esplosa alla Banca dell'Agricoltura di Milano: il 12 dicembre era a Roma. Per avere un'idea della genesi della pista nera, è bene riportare le conclusioni a cui è giunta nel 1986 la Corte d'Assise d'Appello di Bari a proposito del prof. Guido Lorenzon «che scrivono i giudici nelle motivazioni in quelle tempestose giornate del gennaio 70 fece di tutto: accusò Ventura, ritrattò e mentre ritrattava raccolse ulteriori confidenze del suo interlocutore e tornò ad accusarlo». Pochi giorni dopo, il 19 gennaio 1970, il dott. Pietro Calogero trasmette a Roma, che indaga su Piazza Fontana (pubblico ministero Vittorio Occorsio, giudice istruttore Ernesto Cudillo), gli atti dell'inchiesta su Franco Freda e Giovanni Ventura. Nel carcere di Regina Coeli si sono da poco conclusi gli interrogatori decisamente poco favorevoli agli imputati ± di Pietro Valpreda, Mario Merlino, proveniente dall'estrema destra e presunto infiltrato, e degli altri anarchici del circolo «22 marzo». Da questo momento ci vorranno quasi tre anni di serrate indagini perchè nella strage di Piazza Fontana siano coinvolti i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. Il giudice istruttore Ernesto Cudillo il 20 marzo 1971 ordina il rinvio a giudizio con l'accusa di strage per Pietro Valpreda, Mario Merlino, e due degli altri giovani anarchici in carcere. Il 12 aprile 1971 su mandato del giudice di Treviso Giancarlo Stiz scatta il primo arresto di Freda e Ventura: l'accusa è di «ricostituzione del partito fascista». La svolta decisiva alla pista nera è impressa da Alberto Sartori, ex comandante partigiano del Pci fino alla metà degli Anni '60, esponente di spicco del Partito comunista d'Italia marxista-leninista, che l'editore «neofascista» Giovanni Ventura ha voluto a tutti i costi a capo della sua azienda tipografica Litopress. Il 26 aprile 1971 Sartori spontaneamente si presenta dal giudice Stiz e consegna al magistrato alcuni «documenti riservati», veline dei servizi, di cui, sostiene, è in possesso Giovanni Ventura. Il principale artefice del decollo della pista nera merita un ritratto a sè, che forniremo nel prossimo capitolo. In realtà quei documenti, su esplicita richiesta di Giovanni Ventura, sono stati forniti ad Alberto Sartori dal «conte rosso» Pietro Loredan, anche lui con una buona fama di ex partigiano. EÁ con tutta evidenza una manovra che alla disinformazione unisce la provocazione. Di fatto costituirà la premessa  attraverso il coinvolgimento dell'agente del Sid Guido Giannettini che di quei documenti eÁ l'estensore e il fornitore  per arrivare al coinvolgimento dei vertici dei nostri servizi segreti e dei vertici militari nel processo di Piazza Fontana. Il 22 dicembre 1971 la magistratura di Treviso ordina un nuovo arresto di Freda e Ventura per le armi ritrovate casualmente durante i lavori di ristrutturazione in un appartamento di Castelfranco Veneto di proprietà di Gianfranco Marchesin, consigliere comunale socialista, che dice di aver custodito l'arsenale per conto dei fratelli Ventura. Ma perchè la pista nera approdi definitivamente alla strage di Piazza Fontana c'è bisogno di un ulteriore salto mortale. Il 4 marzo 1972 è arrestato Pino Rauti, membro della direzione nazionale del Msi, per decisione dei magistrati di Treviso. Le accuse nei suoi confronti sono le seguenti: aver partecipato ad una riunione che il 18 aprile 1969 si sarebbe svolta a Padova con Freda, Ventura e Merlino ed essere il misterioso «signor P.» citato dall'Observer come l'«ufficiale di collegamento» tra i golpisti italiani e i colonnelli greci. E’ in base ai loro rapporti con Pino Rauti che, finalmente, anche Freda e Ventura potranno essere ufficialmente incriminati per la strage di Piazza Fontana. C'è anche qui una coincidenza temporale con la pista anarchica? Certamente: il 28 febbraio 1972: si è appena aperto a Roma il processo contro gli anarchici per la strage, il 24 la corte si è dichiarata incompetente e ha rinviato gli atti a Milano. Anche gli atti di Treviso passano a Milano. I magistrati ± i sostituti procuratori Emilio Alessandrini, Luigi Fiasconaro e il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ± scarcerano per assoluta insufficienza di indizi Pino Rauti, che sarà eletto deputato il 7 maggio, ma ritengono valide le accuse contro Freda e Ventura. Il 28 agosto 1972 il giudice D'Ambrosio firma i mandati di cattura contro i due per la strage di Piazza Fontana. Peccato che due giorni dopo il procuratore capo Enrico De Peppo, quale ultimo suo atto prima di andare in pensione, chieda che il processo su Piazza Fontana sia spostato ad un'altra sede per legittima suspicione: a Milano non ci sono le condizioni per garantire uno svolgimento sereno del giudizio. In ottobre la Cassazione opta per Catanzaro. Le coincidenze temporali non finiscono qui. La prima udienza presso la Corte d'Assise di Catanzaro del processo in cui sono imputati Pietro Valpreda e gli altri anarchici è fissata per il 18 marzo 1974. Il 18 marzo 1974, a conclusione dell'istruttoria milanese il giudice D'Ambrosio ha rinviato a giudizio per la strage di Piazza Fontana i «neri» Franco Freda e Giovanni Ventura. Su richiesta delle parti civili, il 18 aprile 1974 la Corte di Cassazione dispone l'unificazione dei due processi. Da questo momento sarà praticamente impossibile riafferrare il bandolo della matassa. Perchè quello che va in scena a Catanzaro e si conclude il 23 febbraio '79 è un giudizio monstre che si celebra a dieci anni dai fatti e nel quale non si processano i presunti responsabili dell'eccidio di Piazza Fontana e gli eventuali mandanti, se ci sono, ma si processano lo Stato italiano e la sua classe dirigente. Riassumiamo brevemente l'esito di questo primo iter giudiziario. Sentenza di primo grado: condannati all'ergastolo Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini; assolti per insufficienza di prove dall'accusa di strage Pietro Valpreda e Mario Merlino. Sentenza d'appello della Corte d'Assise d'Appello di Catanzaro: assolti per insufficienza di prove Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino. Cosiddetta sentenza d'appello bis pronunciata nel febbraio '86 dalla Corte d'Assise d'Appello di Bari: riconferma dell'assoluzione per insufficienza di prove per tutti e anche per Valpreda nonostante che per lui fosse stata chiesta l'assoluzione con formula piena dall'accusa, che preannuncia ricorso. Nell'87 la Cassazione respinge tutti i ricorsi mettendo la parola fine a questo primo troncone giudiziario. Ma non sono finite le indagini su Piazza Fontana. Anche il processo d'appello bis è stato disturbato dall'ennesima istruttoria parallela - la quarta - che ha preso il via a Catanzaro mentre è in corso il processo presso la Corte d'Assise d'Appello di Bari e che rilancia la pista nera. Questa volta fanno il loro ingresso i «pentiti», tra cui Angelo Izzo (il massacratore del Circeo), Sergio Calore, Sergio Latini: tutti hanno esordito con le loro confessioni al processo per la strage di Bologna. Sulla base delle loro dichiarazioni vengono incriminati Massimiliano Fachini, quale esecutore materiale della strage di Piazza Fontana, e Stefano Delle Chiaie, quale mandante, leader di Avanguardia Nazionale. Entrambi saranno assolti non con formula dubitativa ma con formula piena il 20 febbraio 1989 in primo grado, il 5 luglio 1991 in appello.

LA PISTA ROSSA.

Strage piazza Fontana, 51 anni fa moriva l’anarchico Pinelli: “Continuare a chiedere verità”. A cura di Giorgia Venturini il 16 dicembre 2020 su fanpage.it. La notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 l’anarchico Giuseppe Pinelli morì in circostanze misteriose cadendo da una finestra della Questura di Milano. Ci entrò poche ore dopo la strage di piazza Fontana come sospettato: solo dopo anni si sapranno i veri nomi dei responsabili della bomba. Per una delle figlie del ferroviere anarchico, Silvia, il padre “fu ucciso nel momento in cui entrò nei locali della questura”. Il Comune di Milano lo ha ricordato con una targa come “la 18esima vittima di piazza Fontana”. A distanza di 51 anni la segretaria del Pd di Milano Silvia Roggiani scrive: “Ricordarlo significa continuare a chiedere verità su una pagina drammatica della nostra storia moderna”.

Cinquantuno anni di silenzi e misteri. Di accuse ingiustificate e di verità nascoste. Perché a distanza di tempo dalla morte di Giuseppe Pinelli tanti restano i dubbi e poche le certezze: quello che si sa è che l'allora 41enne anarchico entrò nella Questura di Milano il 12 dicembre del 1969 per morire la notte tra il 15 e il 16 dicembre, in circostanze mai chiarite, precipitando da una finestra della questura. Pinelli finì in manette poche ore dopo la strage di piazza Fontana dove morirono 17 persone e rimasero ferite altre cento per un'esplosione all'interno della Banca dell'Agricoltura. Per gli agenti di polizia i sospetti caddero subito sugli anarchici, in particolare su Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda: il primo morì tre giorni dopo, il secondo venne invece scagionato dalle accuse. Sarà poi la storia a fare emergere ben altri nomi e ambienti quali i veri mandanti della bomba di piazza Fontana: nel 2005 la Cassazione ha confermato che dietro la bomba all'interno della banca c'era il gruppo eversivo di estrema destra Ordine Nuovo, guidato da Franco Freda e Giovanni Ventura. Entrambi, nonostante la sentenza all'ultimo grado di giudizio, non vennero processati in quanto già irrevocabilmente assolti dalla Corte d'assise d'appello di Bari. Chi fisicamente mise la bomba, invece, resta uno dei tanti misteri italiani.

Per la giustizia il caso di Pinelli venne archiviato con un secco "ucciso da un malore attivo": ma per Silvia, una delle due figlie, la versione dei fatti è un'altra: "Pino era un anarchico e una staffetta partigiana. Era un ferroviere che venne ucciso nei locali della questura di Milano – ha ribadito in un'intervista a Fanpage.it -. Fu ucciso nel momento in cui entrò quel 12 dicembre nei locali della questura e ne uscì, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre". Da allora la famiglia di Pinelli ha sempre chiesto verità su quanto accadde veramente quella notte.

Per il Comune di Milano Pinelli è la 18esima vittima di piazza Fontana, tanto che lo scorso anno, quando si sono celebrati i cinquant'anni dalla strage, è stata posizionata una targa in piazzale Segesta sotto la casa in cui il ferroviere ha abitato con la famiglia. Lo ricorda anche la segretaria al Pd Silvia Roggiani sulla sua pagina Facebook: "Un anno fa il sindaco di Milano Sala, a 50 anni dalla morte di Giuseppe Pinelli, ha fatto un gesto necessario. Assieme alla quercia rossa e alla targa in piazzale Segesta, sotto la casa del ferroviere anarchico, ha chiesto scusa a nome della città per i silenzi e le menzogne di cui l'uomo è stato vittima". E poi ha aggiunto: "Milano, quindi, vuole ricordare la storia di Pino Pinelli, la diciottesima vittima di Piazza Fontana, entrato vivo e uscito morto tre giorni dopo dalla Questura, e non accetta revisionismi o riscritture rispetto a quello che accadde". Infine, ha concluso: "A 51 anni dall'attentato neofascista alla Banca dell'Agricoltura, vogliamo ricordare la storia di un uomo accusato ingiustamente per quella strage. Ricordarlo significa continuare a chiedere verità su una pagina drammatica della nostra storia moderna". 

La morte dell'anarchico. Omicidio di Giuseppe Pinelli, così la polizia buttò l’anarchico fuori dalla finestra. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 15 Dicembre 2020. “Pinelli è stato assassinato”. E se oggi ce lo confermasse qualche “barba finta”? Quante volte il grido è risuonato nelle strade e nelle piazze degli anni settanta. Quante volte, per lunghi cinquanta anni, si è chiesta verità, una verità che almeno assomigli un poco alla realtà dei fatti, su quel che accadde in quell’ufficio della questura di Milano dalla cui finestra l’anarchico Pino Pinelli precipitò e morì verso la mezzanotte del 15 dicembre 1969. Ed ecco che spunta, mentre ci prepariamo alla cinquantunesima ricorrenza, dal nulla di una lunghissima latitanza africana, la voce di un uomo di novantanove anni, il generale Adelio Maletti, che fu uomo importante dei servizi segreti di quei tempi e che fu condannato per il depistaggio sulle indagini della strage di piazza Fontana.

E dice che in effetti qualcosa andò storto quella notte. E che la tesi ufficiale del suicidio di Pinelli “era una bufala”, come gli confidò un altro che la sapeva lunga, il generale Miceli. Se dobbiamo credere alle barbe finte, l’anarchico Pino Pinelli è proprio stato sbattuto giù dalla finestra. L’intervista a Miceli, pubblicata dal Fatto quotidiano, è stata realizzata da Andrea Sceresini e Alberto Nerazzini ed è stata registrata per un programma su piazza Fontana. È stata anche raccolta una battuta di uno dei poliziotti che quella notte erano nella stanza del commissario Calabresi, uno dei due sopravvissuti, il brigadiere Panessa: “Quella notte Pinelli se l’è cercata”. Una frase violenta e impietosa. Ma che non fa che confermare come quella notte sia accaduto qualcosa di diverso dal suicidio di un colpevole, ma anche qualcosa di diverso dall’”incidente di lavoro”. In quella stanza, lascia intendere Panessa, non c’era stato solo un imprevisto di poliziotti un po’ maneschi. No, qualcuno si era vendicato nei confronti del reprobo che si ostinava, dopo tre giorni di interrogatorio illegale, a non confessare.

Il generale Maletti non si limita ad avanzare un’ipotesi, anche se nell’intervista la presenta come tale. “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedersi sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”. Non è un’ipotesi, perché a Maletti, che sarà al Sid solo dal 1971, lo scenario viene confermato da diversi personaggi che invece allora c’erano, se non nella stanza, negli ambienti dei servizi segreti dove si costruì la famosa tesi ufficiale del suicidio di Pino Pinelli. E cioè dal maggiore di carabinieri Giorgio Burlando, responsabile del centro di controspionaggio di Milano, dal colonnello Antonio Viezzer, capo della segreteria del reparto D del Sid, e appunto dal generale Vito Miceli, capo del servizio segreto militare dal 1970 al 1974, quello che definì “una bufala” la storia del suicidio. A qualcuno è scappata la mano? O è sfuggito di mano proprio il corpo di Pinelli?

Per un’intera generazione, per quelli di noi che c’erano, per quelli che hanno gridato e ritmato “Pinelli- è stato- assassinato”, l’intervista di Maletti è solo una conferma. La conferma di quel che la giustizia penale non ha saputo o voluto accertare. È la dimostrazione del fatto che non sono state inutili le nottate passate con il giudice D’Ambrosio in quel cortile della questura a guardar buttare giù in vari modi quel manichino che non era Pinelli e che in nessun modo mai veniva giù come un corpo di chi si dà una spinta volontaria. Cadeva sempre come un corpo morto. Anche se poi, in modo poco coraggioso la sentenza finale parlò di “malore attivo”.

Oggi uno che si intende di intrighi e imbrogli e bugie di Stato ci dice che non ci fu nulla di “attivo” in quella precipitazione. Perché il volo di Pinelli non fu suicidio, ma neanche accostamento volontario alla finestra. No, l’anarchico ci fu spinto e poi sempre più spinto all’infuori del davanzale fino a cadere. Questo si chiama omicidio. E questi si chiamano sistemi da Gestapo. Il codice penale usa tante formule e sfumature, compresa quella del dolo eventuale, per definire situazioni come quella che dipinge il generale Maletti. E insieme a lui una serie di altri spioni di Stato molto anziani e molto, ne siamo sicuri, di buona memoria.

Non credo sia interesse di nessuno oggi processare i morti o mandare in galera i vegliardi. Ma la verità si, quella vogliamo saperla. Per Pino, per la moglie Licia e le figlie indomite Claudia e Silvia, per il movimento anarchico. E per tutti noi ragazzi e ragazze di allora che avevamo capito e siamo stati imbrogliati da una giustizia che ci ha messo il bavaglio perché non potessimo più dirla, quella verità. Oggi, 15 dicembre, il nostro amaro in bocca è un po’ meno amaro. Che cosa diceva quella ballata incisa su un 45 giri, “parole e musica del proletariato”? Una spinta e Pinelli cascò. E non faceva neanche tanto caldo, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Le figlie di Pinelli: “Montanelli disse menzogne su nostro padre, poi dovette chiedere scusa”. Francesco Loiacono il 16 giugno 2020 su Fanpage.it. Mentre infuriano a Milano le polemiche e il dibattito sulla figura di Indro Montanelli, dopo l’imbrattamento della statua a lui dedicata, un altro tassello per ricordare chi era il giornalista arriva dalle figlie di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto tragicamente precipitando da una finestra della questura di Milano pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana. “Scrisse che Pinelli era un informatore della polizia e che si sarebbe suicidato – scrive Claudia Pinelli -. Erano tutte menzogne, in tribunale dovette più volte chiedere scusa”. L’altra figlia, Silvia, a Fanpage.it parla della “lettera a Camilla” Cederna scritta nel 1972 da Montanelli: “È una cosa allucinante, anche come tipo di accuse”. Sulla statua: “Va trovata un’altra collocazione”. In questi giorni in cui infuria il dibattito attorno alla figura di Indro Montanelli, dopo l'imbrattamento della statua nei giardini di Milano a lui intitolati e la richiesta di rimozione del monumento, un altro tassello per ricordare chi fu il giornalista arriva dalle figlie di Giuseppe Pinelli, l'anarchico morto tragicamente in circostanze mai chiarite la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato portato con altri anarchici a seguito dell'attentato di piazza Fontana. Sono due, in particolare, i ricordi di Montanelli che le figlie di Pinelli hanno voluto condividere pubblicamente in questi giorni sui loro profili Facebook. Il primo riguarda le menzogne che il "grande giornalista", come lo definisce ironicamente Claudia Pinelli, scrisse riguardo al padre sul "Giornale". "Il 24 ottobre 1980 Montanelli scrisse di aver saputo, undici anni prima, cioè subito dopo la strage di Piazza Fontana, che Giuseppe Pinelli fosse un informatore della polizia e avesse confidato al commissario Calabresi che gli anarchici stavano preparando ‘qualcosa di grosso' – spiega Claudia Pinelli -. Quando avvenne la strage non resistendo all’idea che i suoi compagni lo qualificassero come delatore, si sarebbe suicidato gettandosi dalla finestra… Inutile dire che erano tutte menzogne". Quando poco dopo, durante il processo d'appello per la strage di Piazza Fontana che si tenne a Catanzaro, il giornalista venne chiamato a rispondere delle sue affermazioni in tribunale "Montanelli dovette più volte chiedere scusa, ammettere di essersi sbagliato, di aver capito male, di non essersi espresso bene, di essersi inventato di sana pianta particolari rilevanti", scrive Claudia Pinelli. La figlia maggiore del ferroviere ricorda anche che, costretto a rimangiarsi tutto davanti al giudice, iniziò a sfaldarsi il "mito" di Montanelli anche nel procuratore generale, che disse: "E io che fin da ragazzo l'ho sempre considerata una specie di mito, oggi questo mito è crollato". L'altra figlia di Pinelli, Silvia, ha aggiunto un altro tassello al ricordo di Montanelli, pubblicando la "Lettera a Camilla" che il giornalista scrisse alla collega Camilla Cederna (una delle prime a indagare sulla morte di Pinelli, autrice del famoso libro "Pinelli: una finestra sulla strage") sul "Corriere della sera" il 21 marzo del 1972, pochi giorni dopo la morte di Giangiacomo Feltrinelli. "La ricordavo vagamente – spiega a Fanpage.it Silvia Pinelli – ma l'ho recuperata grazie a un libro di Corrado Stajano, ‘La città degli untori'. È una cosa allucinante, anche come tipo di accuse che rivolge alla Cederna". Nella "lettera a Camilla" Montanelli prima sembra "rimproverare" alla collega di essersi interessata tardi alla "cronaca" fatta di bombe e attentati, dopo anni passati come "testimone furtiva o relatrice discreta di trame e tresche salottiere, arbitra di mode, maestra di sfumature, fustigatrice di vizi armata di cipria e piumino". Poi Montanelli usa un tono e un linguaggio sessisti: "Che dopo aver tanto frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici, o meglio abbia cercato di miscelarli, facendo anche del povero Pinelli un personaggio della cafè society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d'uomo anche se forse un po' troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, le loro maniere, devono sortire effetti afrodisiaci". Anche per via di ciò che hanno vissuto sulla propria pelle, il giudizio delle figlie di Pinelli sulla figura di Montanelli è "estremamente negativo". E rispetto al dibattito in corso sulla statua Silvia Pinelli aggiunge: "Va rimossa, può tranquillamente trovare un'altra collocazione. Magari se si farà il Museo della Resistenza può andare lì, per ricordare coloro che hanno combattuto per la Resistenza e quelli, come lui, che hanno sempre combattuto contro. Più che altro mi sorprende che non ci fu una discussione simile quando, nel 2006, venne collocata la statua". Per Silvia Pinelli Montanelli "era fascista d'origine, e lo è sempre stato". La figlia minore sposa in toto la definizione di Stajano su Montanelli: "Forcaiolo anarcoide, reazionario travestito da vecchio saggio".

Gianni Bonina per "Libero quotidiano" il 21 dicembre 2021. In capite venenum. Il j' accuse che Aurelio Grimaldi punta contro la sinistra italiana è tutto nel titolo, Fango (Castelvecchi, pp. 260, euro 18,50), dove l'esplicito riferimento alla "macchina del fango" sottende responsabilità, quanto al delitto Calabresi, fino ad oggi sottaciute quando non sono valse come meriti: quelli che il quotidiano Lotta continua di Adriano Sofri rivendicò inneggiando alla giustizia proletaria. Dopo il pamphlet Il delitto Mattarella, divenuto anche un film-verità, il regista di Mery per sempre che si dice «idealmente e incrollabilmente di sinistra» si scaglia contro la sua area politica di riferimento demistificandone lo spirito rivoluzionario trasmodato nel 1972 nell'omicidio del commissario di polizia di Milano, tre anni dopo il 15 dicembre 1969, giorno della morte dell'anarchico Pinelli che gli veniva imputata nel quadro delle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Nella farragine di libri testimoniali e biografici sul caso, questo di Grimaldi si distingue perché inteso non a scoprire nuove verità, ormai tutte storicizzate, quanto a stabilire come l'apparato cosiddetto progressista, che comprendeva ambiti politici, giornali e intellettuali, si fosse reso artefice nonché mandante del delitto, coalizzandosi entro una logica che coinvolgeva anche giudici, avvocati, dirigenti di polizia.

DAGLI ALL'ASSASSINO Testate di informazione e di opinione come L'Espresso e Il Manifesto guidarono di fatto una campagna di accanimento così tenace e violenta contro il "commissario assassino", additato ingiustamente quale allievo della Cia, gorilla di generali americani, agente dei Servizi segreti, da portare militanti di Lotta continua ad armarsi e uno di loro, Leonardo Marino, a costituirsi sedici anni dopo come autore materiale del delitto. Marino nel '92 scriverà un suo libro per dichiararsi convinto, come tutti, che Calabresi fosse stato davvero l'omicida di Pinelli, giusto il fatto che figure quali Norberto Bobbio, Pier Paolo Pasolini, Dario Fo e altri ottocento intellettuali, avevano firmato un manifesto di condanna nei suoi confronti. Fu quello il momento più basso toccato nella Seconda repubblica dalla cultura italiana più impegnata, che cullò la "strategia della tensione" e istruì la dottrina integralista e persecutoria della sinistra extraparlamentare sostenuta a gran forza dai partiti del cosiddetto "arco costituzionale", compatto nel professare una retorica dell'odio che Grimaldi paragona agli orrori della Colonna infame. La massima aberrazione, una vera vergogna nazionale, si ebbe forse al momento del processo contro il direttore prestanome di Lotta continua Pio Baldelli, querelato dal commissario per diffamazione, un processo che però vide imputato lo stesso Calabresi (pur scagionato già da due giudici) e arrivato al punto da ammettere la riesumazione della salma di Pinelli. Il presidente del tribunale Carlo Biotti finì per essere ricusato e poi cacciato dalla magistratura per aver imbastito un dibattimento nel quale erano annunciati due esiti: l'assoluzione di Baldelli e la condanna di Calabresi. Che però venne ucciso prima della sentenza.

MISSIONE COMPIUTA Parole grondanti forte esecrazione ha poi Grimaldi circa la primaria partecipazione che la giornalista soubrette Camilla Cederna (artefice del Manifesto degli ottocento intellettuali) offrì nel gettare "fango" su Calabresi. Tornata dal luogo del delitto, in un articolo intitolato «Hanno ammazzato Calabresi», la giornalista ufficiale della sinistra giustizialista e fondamentalista si dilungò con sussiego a parlare della scorta che le era stata assegnata e di quanto i due poliziotti fossero emozionati e felici, oltre che ammirati, di poterle stare vicini, mentre sul cadavere ancora caldo spese solo parole di presa d'atto nel segno di una missione compiuta. Cederna fu la più invelenita, come lo sarà con Leone, ma l'intera stampa di sinistra non ebbe remore nel mostrare le peggiori intenzioni.  «La ricostruzione romanzata di quella tragica notte del 15 dicembre 1969, pubblicata su Vie Nuove, il settimanale del Pci, è agghiacciante, vergognosa, ignobile» scrive Grimaldi, che confessa: «Avevo sempre pensato, dalla mia gioventù, che pregiudizi, intolleranza, menzogne e infamità (in una parola: il fango) fossero patrimonio della sola destra fascista. Ero un povero illuso ottenebrato da puerile ottimismo e ingenue idealità». Grimaldi, paladino della sinistra, compie allora atto di resipiscenza ideologica e di revisionismo storico nel momento in cui muove anche la più implacabile requisitoria contro un Gotha che ha preteso di fare la storia e pure di scriverla.

Da "Il Riformista" il 17 maggio 2009. Pubblichiamo un capitolo di "Il revisionista", di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 474 pagine, 21 euro) in libreria da mercoledì 20 maggio.

La sera di lunedì 15 dicembre 1969, dopo aver trasmesso il mio articolo a Torino, stavo a casa di un collega, Corrado Stajano. Dovevamo mettere a punto il progetto di un libro che poi sarebbe uscito da Guanda nel maggio 1970: Le bombe di Milano. Era passata da poco la mezzanotte quando un'ansia insolita mi spinse a telefonare all'ufficio della Stampa, in piazza Cavour.

Rispose Gino Mazzoldi, il capo della redazione. Era molto turbato e mi disse: «Un anarchico è caduto da una finestra della questura. L'ha visto Aldo Palumbo, il cronista dell'Unità. Pare l'abbiano portato all'ospedale Fatebenefratelli. Mi sono segnato il nome: Pino Pinelli. Vive con la famiglia in via Preneste». 

Corremmo a chiamare la zia di Stajano, che abitava nella casa vicina: Camilla Cederna, una delle star dell'Espresso. Lei se n'era già andata a dormire e la tirammo giù dal letto. Mise un cappotto sulla camicia da notte e corse con noi all'ospedale per capire che cosa fosse successo. Pinelli era già morto, ma stava ancora sulla barella. Una coperta di lana marrone lo nascondeva quasi per intero. Chiedemmo di poterlo vedere e un medico ci rispose che era vietato.

Allora ci precipitammo all'indirizzo di via Preneste. Case popolari d'anteguerra, un luogo povero, l'intonaco dei muri scrostato come per una lebbra. Suonammo il campanello e la porta si aprì di poco, appena uno spiraglio. Intravidi per la prima volta Licia Pinelli, la moglie di Pino. Era una donna giovane, dal bel viso, l'espressione dolce e forte. Indossava una vestaglietta e ci scrutò senza dir nulla.

Le domandammo di lasciarci entrare in casa, ma lei si rifiutò. Poi ci disse poche parole, senza un tremito né un pianto. Più di un mese dopo, quando la intervistai, mi avrebbe spiegato: «Io non piango in pubblico. I miei sentimenti sono soltanto miei».

Non potevo saperlo, ma quella visita mi portò dentro il cuore dei misteri di Milano. Il mistero si presentava con due volti. Uno era dell'anarchico Pinelli, morto cadendo dal quarto piano in un'aiuola della questura: qualche cespuglio stento e un po' di neve sporca, la sua tomba.

L'altro era del commissario di polizia Luigi Calabresi, il funzionario mandato a fermarlo la sera della strage di piazza Fontana. Anche Calabresi era destinato a morire, dopo una campagna di odio senza precedenti in Italia. Quella campagna ebbe una bandiera del disonore: il manifesto contro di lui, firmato da ottocento eccellenze della cultura, dell'università, del sindacato, della politica, del cinema e del giornalismo.

Avrei dovuto sottoscriverlo anch'io il manifesto contro il commissario Calabresi, definito torturatore e assassino dell'anarchico Pinelli. Ero incalzato da colleghi che mi chiedevano la firma. E tra costoro ce n'erano parecchi che non sapevano quasi nulla della strage del 12 dicembre e di quel che era accaduto dopo.

Questi zelanti cercatori di firme si erano sempre occupati d'altro, di politica internazionale, di cultura, di sport. Ma avevano letto e leggevano i giornali giusti: quelli di sinistra e soltanto quelli. E ritenevano di conoscere tutto dell'attentato e della fine di Pinelli. 

Le loro certezze erano tre. Prima certezza: la strage alla Banca dell'Agricoltura era stata compiuta dai fascisti per distruggere quel poco di democrazia che ancora resisteva in Italia. Seconda certezza: d'accordo con i neri, la polizia voleva addossare la colpa del massacro agli anarchici. Terza certezza: nell'ambito di questo complotto, Calabresi aveva ucciso Pinelli con un colpo di karate al collo e poi l'aveva scaraventato dalla finestra. Per far pensare a un suicidio e avvalorare la pista anarchica.

Quei colleghi mi mettevano sotto gli occhi il racconto del delitto pubblicato da Vie Nuove, il settimanale del Pci. Era una descrizione minuziosa di quanto era avvenuto nella stanza dell'Ufficio politico della questura la sera del 15 dicembre: Pinelli morente per il colpo di karate sotto la nuca, lo smarrimento rabbioso dei cinque poliziotti che lo circondano, la decisione di scaraventarlo dalla finestra... Un vero pezzo di bravura. Peccato che fosse falso, dall'inizio alla fine. Eppure terminava con queste parole: «A voler essere franchi, e senza dire niente di nuovo, ma solo a cucire assieme le mezze notizie, Giuseppe Pinelli è morto così». 

In realtà, Pinelli non aveva mai ricevuto nessun colpo di karate. A stabilirlo con certezza fu l'autopsia. Ma i giornali di sinistra seguitarono a scrivere che quel colpo mortale c'era stato. E di lì partì una campagna mostruosa di disinformazione, di bugie costruite sul nulla, di falsità spacciate per verità assolute. Una follia collettiva, destinata a sfociare in un assassinio.

Quali erano questi giornali bugiardi? Me li ricordo bene. E li rammenta con precisione anche Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi. Nel libro dedicato al marito, la signora disse con schiettezza: la campagna non fu il giornale di Lotta Continua a iniziarla, bensì il quotidiano del Psi Avanti!, il quotidiano del Pci l'Unità e il suo settimanale Vie Nuove. A queste testate devo aggiungere L'Espresso, il ferro di lancia della campagna di stampa contro Calabresi, soprattutto grazie alla penna di Camilla Cederna, esperta di costume e scrittrice brillante.

Quella campagna sfociò in una grande raccolta di firme contro Calabresi. Ne parlerò più avanti, ma voglio mettere nero su bianco quel che ho sempre pensato: il manifesto che la proponeva e i tantissimi vip di sinistra che lo firmarono mi sono rimasti nella memoria come l'episodio più degradante dei mesi che seguirono la strage di piazza Fontana.

Senza rendersene conto, e di certo senza volerlo, con le loro firme quei personaggi diedero un avallo al successivo assassinio di Calabresi. Sarebbe ingiusto dire che ne chiesero la condanna a morte. Ma di certo si trovarono a far da coro ai killer che l'avrebbero accoppato. 

Mi rifiutai sempre di firmare quel testo. Per due ragioni. La meno importante è che di solito non aderisco ad appelli, a petizioni pubbliche, a dichiarazioni collettive. Non mi va di ritrovarmi al fianco di persone che non conosco. E poi il mio nome voglio spenderlo in calce ai miei scritti, articoli o libri che siano. Da quando ho iniziato a lavorare nei giornali, ho firmato migliaia di testi. Buoni o cattivi non lo so, ma tutti farina del mio sacco.

Il secondo motivo, ben più pesante, era che mi ripugnava la descrizione di Calabresi: «il commissario torturatore» e «il responsabile della fine di Pinelli». Se ripenso al me stesso di quel tempo, rammento che non avevo certezze granitiche. Tuttavia ritenevo che nelle stanze della questura di Milano non si torturasse nessuno. E che non si usasse gettare dalle finestre i fermati.

Nessun poliziotto poteva essere così stupido da commettere due delitti nel proprio ufficio, correndo il rischio di essere scoperto un minuto dopo. Però non conoscevo quel che era accaduto la sera del 15 dicembre in via Fatebenefratelli. Questo mi obbligava a essere cauto. E a non sposare nessuna tesi. Meno che mai quella affermata dal manifesto che mi chiedevano di sottoscrivere.

Le insistenze per avere la mia firma furono molte. Anche perché ero l'inviato della Stampa a Milano e sin dal primo giorno avevo scritto di piazza Fontana e poi di quanto era avvenuto dopo. Avevo seguito tutta la vicenda legata all'arresto di Pietro Valpreda, avevo intervistato la signora Pinelli e prima di lei il tassista Cornelio Rolandi. Quest'ultimo seguitò a giurarmi di aver portato Valpreda verso piazza Fontana, attorno all'ora della strage e con una borsa in mano.

In quegli anni, tra la fine del 1969 e il 1972, tirava un'aria pessima a Milano. Un'aria che puzzava di faziosità spietata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo. E se non ti accodavi alla maggioranza dei giornalisti che aggrediva Calabresi, qualche prezzo eri costretto a pagarlo.

Le accuse erano sempre le stesse: ti schieri con i fascisti, cerchi i favori della polizia, fai del giornalismo prezzolato, non ti riconosciamo più... Ma ero giovane, avevo il sostegno della mia testata, di Ronchey, di Casalegno, di Giovannini, ed ero certo di fare il mio lavoro in modo corretto. Di tutto il resto non m'importava nulla. 

A rendere ostinato il mio rifiuto, esisteva poi una serie di fatti che adesso rammenterò.

La tempesta che avrebbe annientato Calabresi cominciò subito, a pochi giorni dalla morte di Pinelli. E iniziò con una grandinata di bugie. Dopo l'inesistente colpo di karate, si scrisse che il commissario era un agente della Cia ed era stato addestrato negli Stati Uniti. Ma il commissario non era mai andato in America. E neppure poteva essere l'uomo di fiducia di un generale americano sospettato di golpismo, un'altra accusa fantastica.

Quindi entrarono in scena i grossi calibri di Lotta Continua, il gruppo leader della campagna di linciaggio. Calabresi aveva querelato il loro giornale, che gli rispose con una violenza mai vista prima. Lotta Continua se ne sbatteva del processo. E spiegò che il proletariato avrebbe emesso il proprio verdetto e lo avrebbe eseguito in piazza: «Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell'assalto dei proletari contro lo Stato assassino».

Davanti a quella promessa di morte, Calabresi si scoprì inerme. Dopo la sua querela, ben quarantaquattro redazioni di riviste politiche e culturali, e tra loro alcune cattoliche, sottoscrissero un documento di solidarietà a Lotta Continua. E i pochi disposti a difendere il commissario si trovarono anch'essi sotto la tempesta. Per mia fortuna, La Stampa di Ronchey non si accodò mai a questa corrida nauseante. Anche se a Torino, dentro la redazione, erano in parecchi a pensarla come i lottacontinua.

C'è un libro che rievoca nei dettagli quel che accadde in quel tempo nei giornali italiani: "L'eskimo in redazione". L'ha scritto un collega coraggioso e ben documentato: Michele Brambilla, oggi vicedirettore del Giornale. Ha avuto tre edizioni: la prima nel 1991 per l'Ares di Milano, la seconda con Bompiani nel 1993 e la terza per Mondadori nel 1998. Ed è servito anche a me per precisare questi ricordi.

Brambilla rammenta un'altra tappa del linciaggio di Calabresi. Il 3 luglio 1970, il giudice istruttore Antonio Amati, su conforme richiesta del pubblico ministero Giovanni Caizzi, concluse l'inchiesta sulla morte di Pinelli affermando che non esistevano gli estremi per promuovere un'azione penale nei confronti di qualcuno. E questo scatenò contro i due magistrati milanesi la stampa di sinistra.

L'Espresso pubblicò una dichiarazione firmata dal padre della psicanalisi italiana, Cesare Musatti, e da altri cattedratici. Dicevano che la sentenza di Amati aveva ucciso la fiducia nella giustizia. E ribadivano che Pinelli era stato assassinato. Non c'erano prove per affermarlo, ma che cosa importava ai firmatari dell'appello?

A proposito di Lotta Continua e del fascino che esercitava anche su ambienti che avrebbero dovuto restare lontani dalle sue follie, Brambilla rievoca quel che accadde a Torino nell'ottobre 1971. La procura della Repubblica aveva denunciato per istigazione a delinquere dei militanti di Lotta Continua. Insorsero in loro difesa cinquanta vip, disposti persino a controfirmare l'impegno di quegli attivisti a iniziare una lotta armata.

Infatti le ultime righe della lettera aperta dicevano: «Quando essi si impegnano a "combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento", ci impegniamo con loro». I nomi dei firmatari stanno nel libro di Brambilla. Mi sono domandato se dovevo trascriverne qualcuno. Poi mi sono risposto di no. 

Molti di costoro stanno ancora in campo. E forse si saranno vergognati di aver avallato quella voglia di terrorismo che, a partire dall'anno successivo, cominciò ad angosciare l'Italia. Ma tra un istante qualche nome lo farò.

Infatti la parata firmaiola più spettacolare, di ben ottocento eccellenti, fu quella che dilagò sulle pagine dell'Espresso, per tre settimane, a partire dal 13 giugno 1971. Era il documento che avrei dovuto firmare anch'io, contro Calabresi «commissario torturatore» e «responsabile della fine di Pinelli». Nella parata sfilavano tanti vip della cultura di sinistra. Dai filosofi ai registi, dai pittori agli editori, dagli storici agli scienziati, dagli architetti agli scrittori, dai politici ai sindacalisti, sino a un buon numero di giornalisti.

Anche in questo caso i nomi li troverete nel libro di Brambilla. E oggi anche in calce all'ultimo lavoro di Adriano Sofri, "La notte che Pinelli", pubblicato da Sellerio nel gennaio 2009. Qualche firmaiolo stavolta lo cito: Norberto Bobbio, Federico Fellini, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Gae Aulenti, Paolo Portoghesi, Alberto Moravia, Toni Negri, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Paolo Spriano, Lucio Villari, Margherita Hack, Dario Fo, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Ugo Gregoretti, Paolo e Vittorio Taviani, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Carlo Rognoni, Morando Morandini, Nello Ajello, Enzo Golino, Giuseppe Turani.

Ho riletto quell'elenco sterminato reagendo in due modi. Il primo è lo stupore per le tante intelligenze che gettavano alle ortiche la loro sapienza. E si accodavano a una barbara caccia all'uomo.

Il secondo è la cattiveria divertita. Perché tra gli ottocento ho ritrovato non pochi dei maestroni autoritari che, in questi ultimi anni, mi hanno dato burbanzose piattonate in testa per i libri revisionisti. Penso a Scalfari e al suo aristocratico fastidio per i miei lavori. Penso a Bocca e alle ingiurie che mi ha riservato. Penso a Furio Colombo quando dirigeva l'Unità. Penso a Lucio Villari, ma di lui racconterò in seguito.

E mi sono detto: forse dovrebbero revisionare il loro passato. E pentirsi del sostegno offerto alle nefandezze di quegli anni. Tra gli ottocento c'è chi lo ha fatto e in pubblico. Ma sono stati pochi, davvero pochi.

Nel frattempo, Calabresi e la sua famiglia stavano percorrendo una via crucis orrenda. Manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane: Calabresi wanted, ricercato, con l'indicazione della somma che toccherà in premio a chi lo cattura. Promesse di morte urlate nei cortei: Calabresi sarai suicidato. Insulti: il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni. Vignette carogna: il poliziotto che insegna alla figlia come tagliare la testa alla bambola anarchica con una piccola ghigliottina.

Una bufera di lettere anonime, spedite all'indirizzo di casa. Telefonate orribili. Centinaia di articoli per indicarlo al disprezzo e alla sacrosanta vendetta. Il processo intentato contro Lotta Continua che diventa una mattanza per il querelante, in un clima da Colosseo: tigri nell'arena giudiziaria e il morituro che non può difendersi. Quando Calabresi fu promosso commissario capo, Milano venne tappezzata di nuovi manifesti che lo mostravano con le mani grondanti sangue. Lo slogan gridava: «Così lo Stato assassino premia i suoi sicari».

Odio allo stato puro. Quello di cui ci lamentiamo oggi è un dispetto da asilo infantile. Calabresi fu obbligato a fare la cavia di una tecnica distruttiva tipica dei poteri autoritari. Lotta Continua e i maestroni che la fiancheggiavano si riempivano la bocca di parole come democrazia, rispetto dell'uomo, giustizia. Ma si comportavano come i nazisti e i comunisti sovietici. Con prepotenza isterica, sparavano menzogne con la stessa violenza che le Brigate Rosse avrebbero poi imitato sparando pallottole.

Prima che dai proiettili del suo killer, Calabresi venne accoppato giorno dopo giorno da una parte della stampa, da migliaia di manifesti, da centinaia di comizi, da molti spettacoli teatrali. Era una tempesta di fango che non proveniva soltanto da Lotta Continua, ma da una cerchia molto più vasta.

Con sgomento, nelle parate firmaiole ritrovavo anche insegnanti che erano stati i miei. Intellettuali di cui mi fidavo. Scrittori che amavo. Direttori di giornali per i quali avrei poi lavorato.

In seguito, il terrorismo generato dalla sinistra rivoluzionaria non ha dovuto inventarsi nulla. Ha soltanto reso più rapido e più nefando questo metodo di linciaggio. I volantini diffusi dalle Brigate Rosse dopo ogni delitto mettevano in pratica il metodo usato contro Calabresi: cancellare la figura e la storia della vittima, per offrire al disprezzo pubblico un fantoccio sconcio.

Il commissario aveva una famiglia salda che non si lasciò travolgere. E una giovane moglie che sarà il suo scudo più forte. Ma continuava a pensare ai sottufficiali che erano con lui la notte della morte di Pinelli. E qualche settimana prima di essere ucciso mi dirà: «La loro vita, i sacrifici delle loro mogli può immaginarseli... Ringraziando Dio, ho trovato in me stesso, nei miei principi, nell'educazione che ho ricevuto, la forza di superare questa prova».

E ancora: «Da due anni sto sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere. Non posso più fare un passo. È bastato che mi vedessero uscire dall'obitorio dove era stato portato il corpo di Feltrinelli per sostenere che avevo già cominciato a trafficare attorno al cadavere dell'editore, con i candelotti di dinamite».

Stavamo parlando nell'ufficio di Antonino Allegra, il capo della sezione politica della questura milanese. Chiesi a Calabresi se avesse paura. Rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Però è terribile lo stesso. Potrei farmi trasferire, ma da Milano non voglio andarmene. No, non ho paura. Ogni mattina esco di casa tranquillo. Vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza protezioni. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia».

Quel giorno ebbi la sensazione di avere di fronte un uomo braccato da chi vuole annientarlo. Una preda che sente stringersi attorno a sé la trappola preparata per dargli la morte.

Allegra ascoltava Calabresi in silenzio. Poco prima avevamo discusso dei piccoli nuclei di terroristi rossi che, mese dopo mese, prendevano forza e diventavano più aggressivi. Allegra sospirò: «Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti».

Il 17 maggio 1972, all'età di trentaquattro anni, il commissario senza pistola venne assassinato. Lotta Continua aveva eseguito la sentenza emessa all'inizio del 1970. Saranno stati felici i tanti firmatari del verdetto? Non lo so e non m'interessa saperlo.

Quello che so è che non ho difeso Calabresi come avrei dovuto. E provo vergogna di me stesso.

Dal "Corriere.it" l'8 gennaio 2009. Un libro, in uscita a metà gennaio, destinato a riaprire discussioni e polemiche sugli anni Settanta in Italia e sulla lunga striscia di sangue che hanno lasciato. Un autore, Adriano Sofri, che ha vissuto da protagonista di quel periodo e che ora è tra i condannati per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. In «La notte che Pinelli», edito da Sellerio, offre ai lettori la sua ricostruzione sulla morte dell'anarchico coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana e anche le sue considerazioni sul proprio ruolo nell'omicidio di Calabresi. Continuando a proclamarsi innocente dal punto di vista materiale, Sofri ammette una responsabilità «morale»: «Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell'omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, "Calabresi sarai suicidato"». Nell\'anticipazione che viene pubblicata da l'Espresso questa settimana, c\'è una parte della versione di Sofri sul caso Pinelli, basata sulle carte giudiziarie. La ricostruzione parte dal pomeriggio del venerdì 12 dicembre 1969, dalla strage di Piazza Fontana. Subito dopo gli attentati si procede agli arresti degli anarchici: tra loro ci sono Pinelli e Pietro Valpreda, che rimarrà a lungo in carcere.

Secondo Sofri lo stesso Calabresi era convinto che la pista anarchica fosse quella giusta e in un passaggio del libro riporta l'episodio in cui a Pinelli e ad un altro anarchico interrogato Calabresi dice: «Non venirmi a raccontare (...) che sono stati i fascisti; la matrice è anarchica, fa parte della tradizione vostra».

Nel libro dell'ex leader di Lotta Continua emergono altri due elementi: il primo è che Pinelli diffidava di Valpreda, considerandolo pericoloso; il secondo è relativo alla presunta amicizia tra Pinelli e Calabresi. Un'amicizia che, secondo l'autore, non ci sarebbe stata. Quanto alle circostanze della morte di Pinelli, Sofri si sofferma sull'orario della tragedia che viene cambiato nel corso degli anni e delle inchieste.

All'inizio si parla di mezzanotte, ma, ricostruisce Sofri, la versione verrà cambiata fino ad arrivare alle 19,30 forse per dimostrare che Calabresi non era in quella stanza. Ma secondo Sofri è stato un esercizio inutile poiché il commissario realmente non era nella stanza della questura nel momento in cui Pinelli volò dalla finestra.

Dagospia il 9 gennaio 2009.  Un capitolo del libro di Sofri sull’anarchico “volato” dalla questura di Milano - “mi sento responsabile per aver detto o scritto “Calabresi sarai suicidato”” - finale: al momento del ‘volo’ Calabresi forse non era nella stanza. (Forse…)

Adriano Sofri: Così è morto Pinelli. Arriva in libreria ‘La notte che Pinelli', il nuovo libro di Adriano Sofri (editore Sellerio) nel quale l'ex leader di Lotta Continua condannato a 22 anni per l'omicidio del commissario Calabresi ricostruisce la fine dell'anarchico Pino Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano dopo la strage di piazza Fontana. Anticipiamo l'inizio del libro. Il 12 dicembre fu un giorno - una sera - così. Si sentì che la vita non sarebbe stata più la stessa, che c'era stato un prima, e che cominciava un dopo. Mi servo di questi modi di dire usati, ragazza, benché sappia che quello sbigottimento non si può davvero comunicare. Bisognava esserci, dicono sospirando certi vecchi, certe vecchie scuotendo la testa. E dicono: Tu non puoi capire. Era un altro mondo, del resto. Quarant'anni fa - quasi il doppio del tempo che separava il 12 dicembre da una guerra mondiale! Non serve a granché dirti che la televisione aveva due canali, ed era in bianco e nero: lo sarebbe stata ancora fino al 1977. Servirebbe di più raccontarti quanto, e soprattutto come si fumava, nel dicembre del 1969.

C'è una stanza al quarto piano della Questura di Milano, è di Luigi Calabresi, un giovane commissario dell'Ufficio Politico, ha solo 32 anni. C\'è un interrogato, un ferroviere di 41 anni, Giuseppe Pinelli. Sono presenti altri quattro sottufficiali di polizia, e un tenente dei carabinieri. Fumano tutti. Sono lì da ore, è quasi mezzanotte.

Al processo, il giudice chiederà a uno di loro, il verbalizzante, brigadiere Caracuta: «Avete fumato tutti durante l'interrogatorio?». 

Caracuta: «Sì, lei capisce eccellenza... fumavamo tutti come turchi».

Perciò, nonostante sia una notte di mezzo dicembre - il 15, proprio - la finestra è socchiusa, per cambiare l'aria. C'è anche un'ottava persona, il carabiniere Sarti, quasi sulla soglia.

Sarti: «Uscii dalla stanza per andare a prendere le sigarette che avevo lasciate dentro l'impermeabile... rientrai subito, accesi la sigaretta e poi...».

Poi vede una persona, uno dei fumatori, buttarsi nel vuoto.

Sarti: «Mi ero distratto un attimo, stavo appunto fumando la sigaretta, e ad un certo punto ho sentito come qualcosa sbattere, un colpo secco. Allora mi girai di scatto e vidi proprio una persona buttarsi nel vuoto...».

Era Pinelli, il ferroviere. Appena prima un altro dei presenti, il brigadiere di P.S. Mainardi, gli aveva dato da fumare. L'ultima sigaretta.

Mainardi: «Io sono rimasto là, accesi una sigaretta; nella circostanza Pinelli mi chiese "mi dia una sigaretta" e io gliel'ho accesa».

Pinelli fuma, dice qualcuno, e va alla finestra per scuotere la cenere.

Un cronista dell'Unità, Aldo Palumbo, sta uscendo dalla Sala stampa, si ferma un momento sui gradini che scendono in cortile ad accendersi una sigaretta, sente il rumore di qualcosa che sbatte, poi dei tonfi.

Di sotto, nel cortile della Questura, un agente semplice, la guardia Manchia, sostiene di vedere un uomo - un'ombra - che cade giù dal quarto piano, e più distintamente di lui - è mezzanotte, il cortile è buio - la brace di una sigaretta che lo accompagna per qualche metro, prima di spegnersi.

Secondo altri fermati, Pinelli aveva trascorso quei tre giorni facendo parole crociate, leggiucchiando quello che trovava - un libro giallo, un opuscolo su automobili - e soprattutto fumando. «Mi colpì il fatto che il pavimento davanti a lui fosse cosparso di cenere di sigarette».

Più tardi, quella notte, morto Pinelli, il questore Marcello Guida riceve i giornalisti. C'è anche Camilla Cederna.

«La signora Cederna? Sono contento di conoscerla, la leggo sempre, anzi le dirò che sono un suo ammiratore... Vuol fumare? Le dà fastidio il fumo? Vuol che apriamo la finestra? Per carità, allora fumiamo noi».

Si fumava come matti, tutti, guardie e rivoluzionari, anarchici e monarchici. Nessuno avrebbe immaginato senza ridere un pacchetto di sigarette con su la scritta «Il fumo uccide». Gli anni di piombo erano di là da venire. Questi erano anni di fumo.

La moglie del ferroviere si chiamava Licia. Avevano due bambine. Quel giorno avevano già preparato i regali per Natale. Le bambine portarono poi al cimitero il regalo per il loro padre e lo posarono sulla tomba: un pacchetto di sigarette.

Non so che cos'altro dirti, ragazza, per darti un\'idea del trauma di quei tre giorni. Prima la strage, orrenda, inaudita. Poi l'anarchico, «suicida» confesso, dal quarto piano della Questura. Poi - subito dopo, a soppiantare e insieme completare la notizia - la cattura della belva Valpreda. Una voragine si era spalancata, e già si richiudeva. 

Al momento della tragedia Calabresi forse non era nella stanza. Forse...Francesco La Licata per La Stampa il 9 gennaio 2009. È un giallo il libro che Adriano Sofri dedica alla tragica fine dell'anarchico Pino Pinelli. Un racconto che va avanti a cerchi concentrici e man mano che si espande - partendo dalla semplice descrizione, quasi asettica, della stanza dove matura la vicenda che spaccherà l'Italia - restituisce al lettore un clima: com\'erano la società, la politica nel 1969.

Il 15 dicembre di quell'anno, tre giorni dopo il criminale attentato di piazza Fontana, a Milano, Pinelli vola dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, al quarto piano della Questura. Era sotto interrogatorio, era sospettato - come l'altro anarchico Pietro Valpreda - di aver provocato quel massacro: sospetti che si sarebbero rivelati sbagliati.

E in questo racconto sotto forma di monologo in risposta alle domandE di una giovane che nulla sa di quella storia (La notte che Pinelli, Sellerio, 283 pagg. in libreria il 15 gennaio), ovviamente, c\'è anche il commissario Luigi Calabresi. Ma, fa sapere Sofri, il libro non vuole essere assolutamente una risposta, una verità alternativa a quella descritta nel «diario» scritto da Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là, Mondadori), giornalista e figlio del commissario assassinato tre anni dopo «la notte che Pinelli», nel pieno di una campagna d'odio che lo indicava come l'assassino dell'anarchico.

E che l'intento di Sofri non sia quello di rimettere in discussione la figura di Calabresi, fedele servitore e non killer di uno Stato «nemico», sembra dimostrato dall'asetticità con cui l'autore «rilegge» una montagna di carte polverose nel tentativo di offrire una fedele ricostruzione dei giorni che Pinelli trascorse in questura come sospettato di strage.

Giuseppe Pinelli

Una ricostruzione che porta Sofri a spostare più volte gli orari dei diversi interrogatori, fino ad arrivare alla conclusione che al momento della tragedia Calabresi forse non era in ufficio.

Eppure c'è qualcosa che, al di là delle ferme intenzioni di Sofri, sembra contrastare con il ricordo di Mario Calabresi. Si tratta della presunta amicizia tra il commissario e l\'anarchico. Sofri nega in maniera convinta che vi fosse amicizia tra i due. Una convinzione suffragata dal trattamento che Pinelli subìva dalla polizia milanese: fermato e costantemente intercettato, sospettato addirittura anche di due attentati precedenti, costretto a rimanere sveglio in camera di sicurezza.

Lo stesso Calabresi tenterà il bluff consigliandogli di confessare perché «Valpreda ha parlato». Una frase che rimarrà a lungo scolpita nell'immaginario collettivo del «Movimento», attraverso la Ballata dedicata alla morte di Pinelli.

Resta l'infamia della campagna contro Calabresi. L'unica «colpa» che Sofri ammette: «Di nessun atto terroristico degli Anni ‘70 mi sento responsabile. Dell'omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e scrivesse, "Calabresi sarai suicidato"».

Dagospia il 16 dicembre 2010. SOFRI SPIEGA PERCHE' FU LANCIATO Il CITATISSIMO e famigerato appello del 1971 contro Luigi Calabresi, SOTTOSCRITTO DA 800 FIRMATARI (DA ECO A MIELI, DA CARLO ROSSELLA A OLIVIERO TOSCANI) - "Era avvenuto questo. Che il processo Calabresi-Lotta Continua, aperto nel 1970, aveva un giudice presidente, Biotti, e un avvocato per la parte civile Calabresi, Lener, e giudice e avvocato erano amici personali da una vita"... 

Adriano Sofri per "Il Foglio" il 16 dicembre 2010. Il 15 dicembre di 41 anni fa è morto Pino Pinelli. Una scultura a lui dedicata sarà posta oggi nella Stazione Garibaldi di Milano. Bene. Ho provato a fare un conto: se non sbaglio, dell'intera vicissitudine che prende le mosse dalla strage di piazza Fontana, io sono l'unico condannato detenuto. Non è poco. Non è a questo titolo che ricordo anch'io Pinelli oggi, ma per molte altre ragioni, e specialmente per averne studiato a distanza di tanto tempo la passione e la morte e la giustizia derisa. Ciascuno è autorizzato a dire qualsiasi cosa su Pino Pinelli, ma chiunque ne parli senza aver letto il mio libro, "La notte che Pinelli", uscito l'anno scorso da Sellerio, non sa abbastanza di che cosa parli. Lo dico con tutta tranquillità, e voglio oggi offrirne un esempio fra i tanti. Si tratta del famoso e famigerato appello del 1971 contro Luigi Calabresi, citatissimo e misconosciutissimo. Poco fa, a proposito di un giornale sciagurato che ha incitato a una raccolta di firme contro Roberto Saviano - colpevole di lesa padanità - il direttore della Stampa, Mario Calabresi, dissentendo fermamente da quell'iniziativa, ha ribadito la propria risoluzione di non partecipare a raccolte collettive di firme, ricordando l'esperienza di quell'appello contro suo padre. Per parte sua, nel programma che conduce su La7, Antonello Piroso ha appena interpellato bruscamente Oliviero Toscani chiedendogli conto della firma in calce a quel manifesto. (Toscani ha risposto di non ricordarla, e di ritenere che la firma fosse stata apposta senza interpellarlo: ma questi sono fatti suoi). Da anni quel manifesto viene citato, se non - spesso - come un mandato morale all\'assassinio del commissario Calabresi, almeno come il documento esemplare di un delirio vanesio, feroce e gregario che si era impadronito del fior fiore dell'intelligenza italiana. Proprio perché si assegna a quel testo un significato così cruciale, moralmente e civilmente, ci si aspetterebbe, salvo che lo si intenda come il bruto manifestarsi di una follia clinica, che venisse conosciuto e ricordato il contesto di quell'iniziativa e il suo contenuto: ciò che non è avvenuto, se non, scrupolosamente, nel mio libro. Lo dico anche per me. Io non fui fra i firmatari. Ma ero partecipe di quegli eventi con tutto me stesso: eppure, quando rimisi insieme le carte su cui scrivere, mi accorsi di avere dimenticato quella circostanza e quel contenuto. E mi sono accorto poi che la stessa cosa era avvenuta ai famosi firmatari di allora, che si trattasse di dimenticanza o di rimozione, o di tutt'e due. Nel suo libro, "Spingendo la notte più in là", che è soprattutto un libro di memoria e non una ricostruzione giudiziaria o storica, Mario Calabresi scrive solo della querela del commissario contro Lotta Continua e del processo che "si ritorse contro di lui, perdendo di vista l'oggetto della querela", e conclude: "Alla fine il giudice venne ricusato e il processo venne sospeso e assegnato ad altri giudici". Quanto a Piroso, non ha detto una parola per spiegare che cosa fosse avvenuto, e non so se ne sia a conoscenza. In appendice al mio libro è ristampato il testo dell'appello e l'elenco degli 800 firmatari. Era avvenuto questo. Che il processo Calabresi-Lotta Continua, aperto nel 1970, aveva un giudice presidente, Biotti, e un avvocato per la parte civile Calabresi, Lener, e giudice e avvocato erano amici personali da una vita. Dopo otto mesi di dibattimento, la corte deliberò clamorosamente una esumazione - la seconda - della salma di Pinelli per una nuova perizia. Allora, il 21 aprile 1971, Lener ricusa il giudice Biotti. E lo motiva riferendo un loro colloquio di cinque mesi prima. Era stato Biotti, racconta, a chiedergli un incontro urgente con dei pretesti. Si vedono a casa dell'avvocato. Biotti - racconta Lener - gli dice di essere preoccupato perché la sua pratica di promozione giace in Cassazione, e lui riceve pressioni dal tribunale milanese in favore di Baldelli (l'imputato, per aver firmato come direttore responsabile di Lotta Continua) e soprattutto gli dice che lui e gli altri giudicanti sono "convinti che il colpo di Karate a Pinelli sia stato dato e abbia colpito il bulbo spinale". E gli anticipa che avrebbe ordinato la nuova perizia, e però, per compiacerlo, gli propone di suggerire lui i nomi dei tre periti da nominare. Lener sostiene di aver tenuto per sé l\'episodio per mesi, per vedere come si metteva il processo. Biotti nega, e allega qualche dettaglio tragicomico sulla propria terzietà (protesta contro l'insinuazione di aver parlato del processo addirittura allo stadio: "Allo stadio di san Siro il sottoscritto, da vecchio e inveterato tifoso, non parla che di calcio..."). La Corte d'appello toglie il processo a Biotti. L'episodio comunicava a un\'opinione pubblica esterrefatta che presidente e parte civile di un processo (così delicato e tormentato) erano amiconi, e che il suo andamento si barattava e si sputtanava in una tribuna di stadio o in un salotto di casa; che il giudice preannunciava in privato la propria convinzione della colpevolezza del commissario; che l\'avvocato si teneva in tasca questa carta per mesi per far saltare il processo, una volta che avesse preso una piega sfavorevole. Come quando la corte decise la riesumazione. Allora l'opinione pubblica italiana, ormai avvertita della montatura infame per incolpare del 12 dicembre gli anarchici, si sentì dire che il giudice naturale del processo e i suoi colleghi a latere erano convinti che Pinelli fosse stato colpito e quindi defenestrato; e che se Biotti non l\'avesse detto davvero a Lener, sarebbe stato l'avvocato di Calabresi ad arrivare a una simile invenzione pur di affossare il processo e impedire la riesumazione. Questo era il movente dell'appello famigerato. "Una ricusazione di coscienza rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni". Uomini come Amendola o Pajetta, Argan e Bassetti, Carniti e De Mauro, Fellini e Gorresio, Primo Levi e Monicelli, Muscetta e Nono, Paci e Pasolini, Piccardi e Sapegno, Terracini e Terzani, Trentin e Viano, e le altre centinaia di quell'impressionante elenco, non davano la propria firma alla leggera, per sbarazzarsi di una telefonata, e tanto meno la lasciavano comparire a propria insaputa. Che abbiano poi sentito un dolore o un vero pentimento per quella firma, è la più plausibile e sincera e rispettabile delle evenienze. Che questo si sia tradotto nella cancellazione delle circostanze che l'avevano motivata, forse è ancora più spiegabile: ma non è una buona cosa. Il tempo non è né un galantuomo né un gangster: tutt'al più un ospite irridente. Si può aspettare quarant'anni per rendere l\'onore a Pinelli e commuoversi alla sua sorte. E 41 per intimare agli intervistati di giustificarsi: e gli intervistati non si ricordano di che cosa, e il pubblico non lo sa.

Malcom Pagani e Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 27 marzo 2012. Quel giorno Marco Tullio Giordana aveva 19 anni ed era a bordo di un tram. Le luci natalizie, i vetri appannati, un freddo venerdì milanese, Piazza Fontana a 20 metri. L'orologio fermò la storia alle 16,37 del 12 dicembre. In una banca di Milano piena di agricoltori, mediatori e padroncini di risaie.

Esplosione: 16 morti, 84 feriti. Era il 1969. L'anno in cui Feltrinelli pubblicava volumi dal titolo profetico "La minaccia incombente di un colpo di Stato all'italiana" e nei campeggi ci si passava eccitati "L'agente segreto" di Conrad con il protagonista, Mr. Vladimir, impegnato a indottrinare Verloc, l'agente provocatore infiltrato negli anarchici: "Poiché le bombe sono la vostra lingua, v'insegno con quale filosofia si gettano".

Pinelli, Calabresi, i fascisti, gli americani, i servizi. Burattini e pupari. Complotti e "tintinnar di sciabole". Slogan, minacce e auspici: "Ankara/ Atene/ adesso Roma viene". Il clima generale. L'Italia povera come sempre. Il Romanzo di una strage già letto da Pasolini: "Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede... di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace".

Il regista che raccontò il tramonto di Pier Paolo, Peppino Impastato e le barricate di un '68 troppo breve da dimenticare ha voluto ricordare ancora. Senza indulgere alle convinzioni di allora: "Se avessi fatto un film da vecchio ragazzo sulle tracce della mia adolescenza, lo avrei sbagliato. Se invece tanti giovani vedranno il film e capiranno perché l'Italia è stata l'unico paese d'Occidente che ha combattuto la Guerra fredda non solo con le spie, ma con le armi e il sangue, la scommessa sarà vinta".

Com'è iniziata la scommessa?

Quando il produttore Riccardo Tozzi mi parlò per la prima volta del progetto, lo commiserai. Pensavo fosse impossibile racchiudere in due ore 33 anni di processi, ipotesi e depistaggi. Aveva ragione lui, ma c'è voluto tempo, studio, chiarezza. Ho deciso di fare il film quando ho letto una ricerca fra studenti: "Piazza Fontana? Le Br no?". I ragazzi di oggi non sanno nulla di quella mattanza, volevo un'opera rivolta a loro.

La complicazione maggiore?

Limitare l'arco degli avvenimenti fermandosi all'omicidio del commissario Luigi Calabresi. E fare di lui e di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che volò da una finestra della questura di Milano tre giorni dopo la bomba, non due figure stancamente antitetiche, ma speculari.

A parte la strepitosa bravura di Mastandrea e Favino, come ha fatto?

Ho provato a evitare santificazioni o processi a posteriori, rappresentando le loro solitudini al di fuori delle ideologie. Piazza Fontana è l'anno zero, il vero inizio della Seconda Repubblica. Tutto ciò che è piovuto dopo, terrorismo compreso, è una conseguenza. Senza la strage, non sarebbe nata l'idea malata che l'unico conflitto possibile con lo Stato fosse quello armato.

Un'opzione rischiosa.

Sì perché fa scattare automaticamente i mantra ripetuti per decenni da entrambe le fazioni senza verifiche o approfondimenti.

Il film è più per i giovani che non sanno nulla o per i troppi che credono di sapere tutto?

A tutti. A quelli che, una volta scoperte le manine dei servizi e i tentativi di inquinare il quadro, hanno smesso di credere nella democrazia. E a tutti gli altri che, chiusa nella memoria dell'epoca un'idea preconcetta sugli avvenimenti, preferirono buttare per sempre la chiave di un'ulteriore comprensione.

Chi era per lei Calabresi?

Un idealista al pari di Pinelli. Due figure tragiche, due solitudini tradite da una trama superiore alle loro forze. Con Calabresi ho provato ad andare fino in fondo e a lui ho cominciato a pensare fin dal giorno della sua morte, nel maggio 1972.

Venne ucciso sotto casa da un commando di Lotta Continua.

Sono sempre stato contro la violenza, ma quando morì provai un profondo senso di colpa. La campagna d'odio orchestrata da Lotta Continua (ma non solo) contro il poliziotto torturatore aveva suggestionato anche me. Anche per via delle bugie della Questura sulla morte di Pinelli

Il figlio Mario sostiene che dal film quella campagna sia sparita.

Secondo me non è vero, nel film la campagna d'odio c'è e lo spettatore se ne rende perfettamente conto. Ma capisco che per la famiglia Calabresi nessun risarcimento sia sufficiente. Nessuno può restituire né il padre né il marito.

Teme reazioni dalla lobby di Lotta Continua?

Se ci fossero, sarebbero un automatismo deludente. Ma, già prima ancora che esca il film, registro bordate inutili e deprimenti.

Tra le molte bugie che "Romanzo di una strage" aiuta a cancellare, c'è quella su Calabresi presente nella stanza dell'interrogatorio quando Pinelli precipita.

Delle due l'una: o Calabresi era colpevole e dunque andava tolto dalla scena del delitto; o era innocente e davvero non era lì. La verità è la seconda, come è emerso dalle univoche testimonianze e risultanze processuali: l'ha ammesso anche Adriano Sofri. E poi è impossibile che Calabresi fosse così cinico da defenestrare Pinelli nella propria stanza e poi continuare a lavorare ogni giorno in quella stanza come se nulla fosse accaduto.

In caso contrario non avrei potuto girare il film.

"Romanzo di una strage" teorizza che alla Banca dell'Agricoltura, il 12 dicembre 1969, esplosero non una, ma due bombe.

Una delle ragioni per cui è difficile fare un'indagine sul presente è che gli anni restituiscono frammenti e prove che in tempo reale non si colgono nella loro essenza.

O spariscono.

Esattamente. A metà anni 90 lo storico Aldo Giannuli ritrovò, in un archivio abbandonato dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale a Forte Boccea, una miccia e alcune informative del servizio militare che all'epoca erano state manipolate. Elementi che non comparvero al processo di Catanzaro e quindi, per la giustizia, non esistono.

Cosa significa la miccia?

Un tassello che, pur non incompatibile col timer subito rinvenuto, fa pensare a un doppio innesco e dunque a una doppia bomba. Teoria che fra l'altro spiega i due diversi odori di esplosivo nella banca subito dopo lo scoppio. E il cratere troppo profondo per essere provocato da un solo ordigno.

Teoria affascinante che rimanda all'incendio del Reichstag, a Portella della Ginestra e persino all'attentato dell'Addaura: dietro c'è sempre un doppio Stato.

La ricorrenza della doppia valigetta è una costante dei misteri italiani. Per sapere cosa sia avvenuto esattamente a Piazza Fontana bisognerebbe essere stati nella testa degli attentatori. Io mi sono limitato al verosimile, che spesso coincide con il vero.

Come andò secondo lei?

Io credo che i colpevoli siano i fascisti veneti di Ordine nuovo (Freda e Ventura, come ha confermato la Cassazione nell'ultimo processo di Milano) con la collaborazione dei servizi segreti, italiani e americani. La prima bomba la mise un sosia di Pietro Valpreda che bazzicava gli ambienti anarchici, per far pagare il conto a loro. La seconda fu opera di servizi italiani e "atlantici".

Ognuno pensava ai propri affari e i servizi, che infiltravano tutti, anarchici e neri, diedero via libera alla manovalanza di destra per usarla e poi magari arrestarla. Intanto lo scopo era quello di piegare la mano al governo Rumor perché proclamasse almeno momentaneamente lo Stato d'emergenza per frenare l'avanzata delle sinistre. L'Italia era l'unica democrazia del Mediterraneo, fra la Grecia dei colonnelli e la Spagna di Franco.

Il film ricalca la tesi del libro a tema di Paolo Cucchiarelli?

Neanche un po'. Ho letto il suo volume assieme a molti altri. È interessante, ma non va preso a scatola chiusa. Anche se, ora che lo attaccano tutti, mi vien voglia di difenderlo. Questo non significa che io sposi in toto le sue deduzioni.

Lui è convinto che la prima bomba potrebbe averla piazzata Valpreda a scopo dimostrativo, da far esplodere a banca chiusa; e che Pinelli sapesse di quelle bombe-petardo anarchiche che, da dimostrative, nelle mani sbagliate, divennero letali. Per dimostrarlo, dà voce a una fonte anonima dei servizi. Ma, se non puoi rivelare la fonte, io non ti credo.

Perché?

Sapete quante persone mi hanno raccontato cos'era successo la notte in cui morì Pasolini? Un'infinità. Quando chiedevo loro di ripetere il racconto davanti al magistrato, giravano le spalle. Per quanto suggestiva e verosimile sia una tesi, è inevitabile che s'infranga contro la mancata narrazione con nomi e riscontri.

Nel film c'è un tragico Moro, interpretato da Fabrizio Gifuni.

Mi piacerebbe raccontare la sua figura, magari a teatro. È un'altra solitudine straziante. Un'altra figura centrale della nostra storia, su cui non sappiamo fino in fondo quale partita si sia giocata.

Perché non un film su di lui?

Ci ha già provato e bene Bellocchio. Non me la sento di sfidarlo.

Neanche in una dimensione meno onirica?

Il sogno sulla liberazione di Moro rende la conclusione drammatica dei fatti ancor più atroce.

Nel film brilla anche un'altra figura complessa, il numero due dell'Ufficio Affari Riservati, Federico Umberto D'Amato.

Uno strano caso di vice più forte del suo capo. Il suo superiore, Catenacci, informava Freda e Ventura delle indagini sul neofascismo svolte a Padova dal commissario Juliano. E lui smistava veline, tenendo nel tempo libero rubriche gastronomiche sull'Espresso fondato da Scalfari.

Sofri rivela che D'Amato gli propose un delitto su commissione.

L'ho sentito dire, non ho mai visto il documento. Ma non mi stupirebbe. Sofri dovrebbe decidersi a raccontare tutto per intero, perché si possa voltare pagina e aprire un nuovo capitolo. Nel film D'Amato ha un dialogo illuminante sulla strage con il commissario Calabresi. Descrive il regno del caos, un sistema di gestione dell'esistente fondato sull'ambiguità. Più tardi, per manipolare gli italiani, non ci fu nemmeno più bisogno delle bombe e dei depistaggi: bastò usare la televisione.

Come da Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli.

Quasi la stessa cosa in un contesto immobile, indifferente. La normalità italiana è questa: dopo la strage i tram seguitarono a lisciare le rotaie, i giornali a uscire, i telefoni a funzionare...

Oggi nella politica italiana, fin dai palazzi più alti, c'è voglia di rimozione, dimenticare e archiviare il passato più nero con la scusa dell'emergenza e del "voltar pagina". Il film è in controtendenza.

Il divorzio di questa nostra politica mediocre e insopportabile dalla verità è ciò che la condannerà alla perdizione. Ma, se i nostri politici non sanno far altro che compromessi e scambi, gli intellettuali devono fare il mestiere opposto: non per fare gli incendiari, ma perché non c'è cosa più normale al mondo che cercare la verità. Come dice Donald Sutherland in JFK, "la gente ha un debole per la verità".

Lettera di Adriano Sofri a "il Fatto Quotidiano" il 6 aprile 2012.

Avendo io ridicolizzato la tesi di un libro su Piazza Fontana che raddoppia le bombe e ne assegna una agli anarchici e una ai fascisti, Marco Travaglio scrive che "solo Sofri può spiegare" perché Federico Umberto D'Amato, eminenza nera degli Affari Riservati, si fosse rivolto "proprio a lui (Sofri)". Si tratta di un episodio, raccontato da me cinque anni fa, che sarà ignoto alla stragrande maggioranza dei suoi lettori, ai quali vorrei indicare dove trovare il mio articolo. A qualunque cosa mirasse quella provocazione, evidentemente la mancò, a meno che gli bastasse poter aggiungere al suo curriculum un incontro con me. (Tutte le carte "segrete" riguardanti quegli anni dovrebbero essere rese pubbliche, comprese quelle di polizia, e non solo attraverso bidoni di spazzatura).

L'interpretazione che ne dà Travaglio, che quel signore venisse a parlarmi confidando nella mia qualità di capo di una banda di omicidi, è troppo lusinghiera perché io vi acceda. Non ho una sola parola da aggiungere a quel resoconto. In cambio mi lasci annotare che il Travaglio che mi ammonisce a "spiegare" è già un passo avanti rispetto al Travaglio che nel 1996 mi intimava di "implorare l'indulgenza plenaria da quello Stato borghese che... sognava di rovesciare.

Ma lo faccia alla chetichella, dietro le quinte, con un fil di voce, lasciando perdere le tv e i giornali... E quando uscirà di galera, lo faccia in punta di piedi, strisciando contro i muri magari nottetempo, senza farsi vedere né sentire... Meglio che scompaia dalla circolazione. Perché a qualcuno, sentendolo ancora parlare, potrebbe venire la tentazione di ripensarci e di andarlo a cercare". Gli diedi allora l'indirizzo dei miei itinerari diurni, al centro della strada. Non sono cambiati.

La questione è molto semplice. Io (ma non soltanto io: vedi le dichiarazioni da me citate di Erri De Luca) non credo al racconto che Sofri fa del suo incontro col capo dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno, il famigerato Federico Umberto D'Amato che, presentatogli da un conoscente comune, sarebbe andato a casa sua per proporgli "un mazzetto di omicidi" e garantirgli la successiva impunità.

Non ci credo perché D'Amato non era così sprovveduto da rendere visita a domicilio all'allora capo di un'organizzazione rivoluzionaria, senza neppure sincerarsi di non essere ripreso, registrato e dunque in seguito sputtanato da chi (in teoria) aveva tutto l'interesse a screditare un così altolocato rappresentante delle istituzioni che Lotta continua si proponeva di abbattere. Sofri ritiene di non dover aggiungere una sola parola? Pazienza. Chi nutriva dubbi sulla completezza del suo racconto continuerà a nutrirli.

Che poi il vertice di Lotta continua fosse coinvolto in almeno un omicidio non lo dico io: lo dicono due sentenze definitive della Cassazione che indicano in Sofri, Pietrostefani (tuttora latitante), Bompressi e Marino i responsabili dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi. Il che, almeno sulla carta, potrebbe spiegare come mai D'Amato si rivolse qualche anno dopo proprio a Sofri per commissionargli altri omicidi.

Quanto poi alle frasi che Sofri estrae da un mio articolo uscito sul Giorno nel 1996, le riscriverei tali e quali oggi se si riproducesse la circostanza che le originò: una vergognosa puntata di "Porta a Porta" in cui il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio, e il capo di Lotta continua, Adriano Sofri, all'epoca entrambi detenuti, discettavano amabilmente di amnistia (anzi, di autoamnistia) in una puntata dal titolo "Si può uscire dall'emergenza degli anni di piombo?".

Pensai, e continuo a pensare, che chi è stato condannato per delitti così orribili, ma soprattutto chi scriveva cose orrende come quelle che portarono al linciaggio di Calabresi e di altri "nemici del popolo", dovrebbe evitare di impartire lezioni di morale o di politica agli altri. Non foss'altro che per rispetto per le vittime. E che queste, per anni regolarmente escluse dai dibattiti sull'amnistia e sull'uscita dall'emergenza", avessero tutto il diritto di andare a cercare questi signori per dirgliene quattro.

Adriano Sofri per "il Foglio" l'11 aprile 2012. Ehi, un giornale su cui scrive Travaglio ha accettato di pubblicare Travaglio. E' una notizia. Quando toccò all'Unità, il direttore Furio Colombo si scusò e disse che non poteva. Ieri invece il Fatto di Antonio Padellaro l'ha fatto. Ha pubblicato le righe minatorie per conto terzi che Travaglio mi indirizzò tanti anni fa, ammonendomi a uscire solo di notte e rasente i muri.

Travaglio ha accompagnato il sacrificio con altre notizie delle sue, per esempio che io avessi partecipato da detenuto nel salotto di Vespa a una puntata di "Porta a Porta", il che sarebbe stato troppo anche per un detenuto ultraprivilegiato come fui io, a quel che si dice. Non ero affatto detenuto, naturalmente. Nella sua versione attuale, quelli che avrebbero dovuto, o dovrebbero, venire a cercarmi "sentendomi ancora parlare", sono "le vittime". E' un'innovazione. L'unica cosa che resta immutata è che non ci viene lui.

Paolo Cucchiarelli per "il Fatto Quotidiano" l'11 6 aprile 2012. Autore de "Il segreto di Piazza Fontana". Caro Sofri, che "gliene cale" a lei se a Piazza Fontana sono esplose una o due bombe? Cosa cambia, visto che la mia inchiesta "Il segreto di Piazza Fontana", da lei così sarcasticamente attaccata, inchioda fascisti di Ordine Nuovo, politici, servizi segreti italiani e stranieri alle loro responsabilità? Perché le due bombe, che potrebbero permettere di capire a fondo il "modulo" usato dai servizi per tappare la bocca a tutti, le sono così indigeste?

Non c'è nell'inchiesta un punto - se non le due bombe - che diverga da quel senso comune storico che non è bastato, però, nonostante 11 giudizi, a mettere ordine nelle tessere scomposte del mosaico della strage. E allora perché questo tentativo di stroncare - non di criticare - questa mia tesi?

Non ripropongo la pista anarchica, né gli opposti estremismi, né la commistione tra rossi e neri: parlo di una trappola studiata a tavolino, pianificata con l'infiltrazione, realizzata attraverso l'intervento di un fascista che "raddoppia" una specie di petardo attaccato a un orologio, che l'avrebbe fatto scoppiare certamente a banca chiusa. Si tratta di un modulo poi usato altre volte da Ordine Nuovo. Dov'è lo scandalo? Nell'agosto 1969, dopo le bombe del 25 aprile messe dai fascisti, vanno in galera gli anarchici; dopo le bombe sui treni messe dai fascisti, vanno in galera gli anarchici; dopo Piazza Fontana vanno in galera gli anarchici, ma la bomba che uccide l'han messa i fascisti. In tutti e tre i casi, il costante tentativo di coinvolgere la sinistra con tecniche che racconto in dettaglio.

Alcuni pensano che lei non sia un interlocutore perché parte in causa o perché condannato per l'uccisione di Calabresi. Io non lo penso, ma lei non è il depositario della verità su Piazza Fontana. Semmai il custode di un segreto politico amministrato per decenni.

I più non comprendono tanta veemenza e cosa le renda insopportabile questa lettura complessiva della strage, dei suoi retroscena operativi e politici, visto che dimostra proprio quello che a suo tempo Lotta continua cercava di raccontare con la sua contro-informazione. Perché tanto nervosismo dopo tanto silenzio? Il mio libro è uscito nel maggio 2009. All'epoca lei scrisse che "faceva caldo" (il "Maestro" era troppo assorto, troppo in alto per abbassarsi a rispondere).

Ora ha scritto oltre cento pagine che attaccano, divagano, insultano, con l'unico intento di gettare un anatema sulla mia tesi. Non se ne può discutere perché lei si stranisce e smadonna? Scusi, Sofri, ma lei chi è? Un tribunale? Un'entità morale superiore? Lei è parte interessata, perché la strage e la morte di Pinelli sono legate anche all'inchiesta che Calabresi intraprese sui retroscena del 12 dicembre - dopo un percorso che il film di Giordana sintetizza, anche se non racconta che quel dossier fu fatto sparire dalla scrivania del commissario dopo la sua uccisione -.

A fine maggio del 1972 Calabresi avrebbe dovuto dar conto ai magistrati di quello che aveva scoperto. In questa confusione di ruoli e opinioni (si sono visti storici, per di più in ginocchio, dar lezioni con la penna tremolante), "Romanzo di una strage" è un'opera "corsara", nel segno di Pasolini, perché rompe - nel rispetto di tutti i protagonisti di quella tragedia - un tabù che non doveva essere violato. Ecco perché lei ha atteso l'uscita del film per far colare odio sulla mia inchiesta .

Come fa, ad esempio, con cinismo sconfinato, attribuendomi la volontà di "‘infangare" Pinelli, leggendo quel capitolo con una superficialità che non è concessa a lei, che per anni si è "nascosto" dietro quella morte per giustificare le accuse orribili a Calabresi. Anche perché lei nel 2009 chiude il suo "La notte che Pinelli" gettando la spugna. Alla giovane che le chiede cosa sia successo in quella stanza lei dice: "Non lo so". Proprio lei?

Il libro tenta di spiegare perché spariscono i reperti decisivi per capire l'operazione - i finti manifesti anarchici, la miccia nel salone della Bna, l'esplosivo che raddoppia la bombetta depositata da una mano ignara - ma lei cassa tutto, ridicolizza, sostiene che le fonti sono anonime e per di più di destra. Un'altra menzogna. Ho fondato tutto sul solo lavoro d'inchiesta. In appendice, c'è una testimonianza di un fascista che ho cercato io, forte degli elementi raccolti. Nel testo riporto due, tre volte alcune sue affermazioni, tutelo la sua identità come ha chiesto quel signore e mi impone la mia professione.

Non è anonima la testimonianza di Silvano Russomanno, da cui sono andato non come dice lei, a chiedere informazioni, ma per raccogliere anche la sua versione dei fatti; né quella di Ugo Paolillo, il primo magistrato a indagare sulla strage e a cui venne tolta l'inchiesta perché stava capendo cosa era avvenuto. Del resto, lei stesso nel suo "L'Ombra di Moro" (pag. 20) sostiene tutto su una fonte anonima, in base alla quale Licio Gelli avrebbe partecipato a riunioni di esperti durante il sequestro Moro al ministero della Marina.

Contro la mia lettura dei fatti si è scatenata un'isterica campagna, ridicola e fuori del tempo, con vette di vera comicità. Come quando il direttore di Repubblica fa il "copia e incolla" dal dossier Sofri, gridando che non ci sono sufficienti verità giudiziarie sulla strage, per poi criticarmi perché il mio libro non avrebbe riscontri giudiziari! Legge Sofri, ma non la fonte delle critiche di Sofri e sostiene, insomma, che mi sarei inventato tutto.

Non sarebbe più utile ricordare che alla magistratura fu impedito di capire? Lo ammette la sentenza di Catanzaro del 1981 quando dice che i giudici non sono riusciti a indagare il ruolo del fascista Mario Merlino nel gruppo "22 marzo", quello definito da Gerardo D'Ambrosio, ne "Il Belpaese", "un circolo pseudo -anarchico perché, a contarli tutti, di esso facevano parte fascisti, infiltrati, informatori, addirittura un agente di pubblica sicurezza in incognito". Merlino era l'anello di congiunzione tra gli imputati del gruppo veneto e del gruppo pseudo-anarchico. Il danno investigativo e di conoscenza fu irreparabile. Ma tutto questo per lei non conta.

Il film "Romanzo di una strage", al di là delle differenze, anche consistenti, con il mio lavoro, coglie narrativamente il nucleo che tiene prigioniera questa vicenda ancora oggi e che spiega la virulenza della sua reazione: le doppie bombe e le bombe in più che dovevano scoppiare a Milano. Ecco perché lei ha atteso il film per replicare a un libro di tre anni prima. L'obiettivo è la de-legittimazione dell'ipotesi della doppia bomba. Perché la tutela del segreto di Piazza Fontana è il cuore della battaglia combattuta da Lc.

"Romanzo di una strage" è il film che rivela quel segreto, lo divulga, lo fa entrare nel circuito popolare. Questo è il nocciolo dell'isteria. E ora capisco bene perché a lei, Sofri, sia cara una frase di Kafka: "Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto vedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone".

Fabrizio Rondolino per thefrontpage.it il 6 agosto 2012. Mario Calabresi è un caso fortemente emblematico: la sua rapida e immeritata carriera racconta esemplarmente le psicosi e le ipocrisie italiane, e ci aiuta a capire il nostro disgraziato Paese. Il fatto che non se ne possa parlare, se non in termini encomiastici, e che chi ne parla venga subissato di insulti, è un'ulteriore prova della sua centralità (oltreché, naturalmente, dell'ipocrisia italiana). Torno dunque a scriverne, senza i rigidi limiti (e le semplificazioni) imposte da Twitter.

Ho cominciato a chiamare pubblicamente Mario Calabresi l'Orfanello dopo aver visto la prima puntata del suo programma su Rai3 dello scorso anno. Anziché parlare dell'Italia, Mario Calabresi parlava di sé: cioè della sua tragedia personale e familiare. La tecnica è ben nota agli americani: non si vendono fatti e opinioni, ma personaggi e storie (Obama non si è lanciato verso la Casa Bianca con un saggio politico, ma con un'autobiografia).

Nulla di male né di strano, dunque: nel teatro mediatico-politico Mario Calabresi ha scelto di impersonare l'Orfanello. Lo aveva fatto con un libro di successo, con innumerevoli presentazioni pubbliche e comparsate televisive, e persino con una stucchevole cerimonia quirinalizia.

Il punto è che Mario Calabresi è un orfano del tutto particolare. Quando suo padre, il commissario Luigi Calabresi, fu assassinato sotto casa dai sicari di Lotta continua, tutta l'Italia democratica e antifascista, tutta l'Italia dei salotti e delle redazioni brindò spensierata e allegra. Perché il commissario Calabresi era il responsabile - morale, politico, simbolico - di un altro omicidio: quello di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ingiustamente sospettato per la strage di piazza Fontana, illegalmente trattenuto da Calabresi in questura e infine misteriosamente volato giù da una finestra del quarto piano.

Calabresi aveva una vera e propria ossessione per anarchici e "cinesi", come allora venivano chiamati gli extraparlamentari; mentì più volte su Pinelli; era famoso per i metodi spicci, da "duro".

Camilla Cederna scrisse un manifesto contro di lui, pubblicato dall'Espresso e sottoscritto dalla crema del giornalismo e dell'intellettualità italiana (fra cui Natalia Ginzburg, la cui nipote Caterina è oggi la moglie di Mario). Quando Calabresi fu ammazzato, nessuno dei firmatari versò una lacrima o condannò l'omicidio. E vent'anni dopo, quando finalmente un magistrato formalizzò ciò che tutti sapevano da sempre, e cioè che era stata Lotta continua ad organizzare l'attentato, quella stessa opinione pubblica democratica e antifascista insorse sdegnata in difesa di Adriano Sofri.

Quel che è troppo, è troppo: persino nella sinistra italiana. E così, quello stesso mondo che brindò alla morte del padre pensò bene di lavarsi la coscienza risarcendo il figlio con una splendida carriera. Mario Calabresi ne approfittò volentieri, in nome di non si sa bene quale spirito di riconciliazione nazionale, scalando Repubblica e diventando infine (su proposta di Berlusconi, che voleva liberarsi di Giulio Anselmi) direttore della Stampa.

Questa è la storia, e non c'è molto da aggiungere. L'Italia fa notoriamente schifo, e la storia pubblica dell'Orfanello e dei suoi molti sponsor non fa eccezione.

Un'ultima osservazione sul ‘fatto personale'. È vero, Mario Calabresi mi ha cacciato dalla Stampa, e lo ha fatto nel peggiore dei modi: per un anno e mezzo non ha risposto né alle mail, né alle telefonate, né alle proposte di articoli; poi mi ha convocato per dirmi che scrivevo poco, e che La Stampa era in difficoltà. Questo fa di lui una persona con scarse qualità umane; quanto a me, ci sono ovviamente rimasto molto male. Ma il ‘caso Mario Calabresi' resta in tutta la sua imponenza, e accusarmi di interesse personale è un'altra forma di ipocrisia.

Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano" il 19 dicembre 2013. Mariano Rumor, Presidente del Consiglio. L'aria grave. La voce meccanica. Il bianco e nero del 12 dicembre 1969: "L'azione fermissima, immediatamente intrapresa per individuare e colpire i vili delinquenti, è la certezza che io in nome del governo dò al Paese". Quarantaquattro inverni dopo, in quel cratere di delusioni che sono le promesse, Piazza Fontana è ancora lì.

Ne "Gli anni spezzati", la trilogia sui Settanta che Rai Unomanderà in onda da metà gennaio in sei puntate, Emilio Solfrizzi la percorre riflettendo con un amico a passo lento. "Questo luogo non sarà mai più lo stesso". Parla di golpe, fascisti e finti anarchici. Si scopre a dar ragione agli editori rivoluzionari.

Interpreta un Luigi Calabresi lucido e molto solo che dal giorno della morte in Questura del "frenatore delle Ferrovie dello Stato in servizio a Porta Garibaldi" Giuseppe Pinelli: "Nel mio ufficio, con i miei uomini" sente il dovere di razionalizzare: "Non siamo stati in grado di spiegare che è successo", e conta il tempo che gli resta.

Lotta Continua gli augura la morte. All'università, sui volantini, ballano domande che sono già risposte: "Commissario che fai, spingi?". Nei cortei cupi, con i caschi in testa, il volto coperto e i bastoni in bella vista, gli urlano fascista e gli gridano assassino. La genesi La finzione restituisce il clima d'epoca. Il repertorio conferma l'impressione.

Graziano Diana, regista e sceneggiatore per Albatross e Rai fiction di 600 minuti che attraversano un decennio della storia d'Italia raccontata dalla parte delle vittime, non l'ha edulcorata. Ha chiesto l'aiuto di Luciano Garibaldi, Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato per la consulenza storica e poi nelle relative ristrettezze di bilancio (progetto elaborato fin dalla fine del 2005, 9 milioni di euro complessivi, ricostruzione impeccabile, affidata allo scenografo di Benigni, Bellocchio, Fellini e Risi, Giantito Burchiellaro, qualche interno serbo, qualche compromesso, una manciata di validi attori slavi), ha tracciato con pazienza le rette convergenti di tre destini.

Un poliziotto, Luigi Calabresi. Un giudice (il magistrato genovese Mario Sossi sequestrato dalle Brigate Rosse nel ‘74, l'ottimo Alessandro Preziosi). Un dirigente della Fiat (Giorgio Venuti, l'attore Alessio Boni) che nella Torino del '79 si trova a firmare sessantuno lettere di licenziamento a operai sospettati di avere contiguità con il terrorismo scoprendo poi di avere una figlia militante in una costola di Prima Linea (nel film Giulia Michelini).

L'unico profilo di pura invenzione narrativa (con molte aderenze nel reale, compresa l'arbi - trarietà di alcune di quelle "comunicazioni aziendali") che la filologia de "Gli anni spezzati" concede all'atmosfera. Che è quella della guerra. Nel mondo rovesciato in cui si può entrare da stragisti in un'aula di giustizia, essere condannati in contumacia e diventare miliardari, travestirsi per diluire coscienza e rimorso in accettabile equilibrio, Graziano Diana ha scelto di non farlo.

I suoi eroi hanno il fascino dimesso di chi si autoinfligge il castigo del princìpio. L'umanità dei martiri per caso che anche nella paura e nell'insonnia, marciano: "Chissà come sarai tu da grande", dice Calabresi al figlio Mario: "Forse papà non riuscirà a vederti".

Il senso del dovere di Francesco Coco, procuratore presso la Corte d'Appello di Genova, un Ennio Fantastichini, tragico e dolente. Per impugnare la sentenza della Corte d'Assise (e dire una parola decisiva sullo scambio tra Mario Sossi e gli otto detenuti della XXII ottobre proposto dai brigatisti che tengono prigioniero il giudice) ha pochi giorni e una mostruosa pressione sulle spalle. Da un lato il suo delfino, l'amico Sossi, sorvegliato da Mara Cagol, processato da Alberto Franceschini, infine liberato dopo 35 giorni di cattività trascorsi in una villetta dell'Alessandrino. Dall'altra lo Stato.

La linea della fermezza anni prima di Aldo Moro. In tribunale i colleghi gli chiedono clemenza e firmano petizioni. La moglie di Sossi, Grazia (Stefania Rocca) evade dall'embargo della Rai per chiedere la liberazione del marito e affidare il suo durissimo appello alla Televisione Svizzera. La notte prima di presentare il parere, Coco soffre e si tormenta. Lo scrive e strappa fogli, fuma e inizia di nuovo. Poi firma e va a dormire.

Gli telefona il Presidente della Repubblica. Gli chiede di non cedere. Coco spegne la luce, non cambia il testo di una virgola, infrange il suo universo di riferimento per sempre e dopo essersi espresso per il no ("Un arrogante voltafaccia" dirà Renato Curcio) va a morire ai piedi di una salita genovese intitolata a una santa, discutendo di diritto con un uomo della scorta, due anni dopo il sequestro Sossi.

La vendetta ha la memoria lunga e non offre consolazioni. Non riannoda i fili, ma li sfrangia. Sfuma le stinte ideologie di un tempo accorciando le distanze tra i nemici, minaccia il perdono globale, pretende l'amnistìa ma da sempre dimentica- unica costante di un abito nazionale a identità variabile gli anelli deboli su cui il film di Diana (patrocinato dai familiari delle vittime del terrorismo e dall'Associazione Nazionale Polizia di Stato) allarga meritoriamente lo sguardo.

Così tra il portavalori Alessandro Floris, immortalato ad occhi aperti in istantanee da amatori che per alcuni segnano l'alba della lotta armata, ucciso come un cane nel 1971 mentre si attacca a una Lambretta in fuga, "perché ostacolava l'operazione di autofinanziamento dei compagni" e il tramonto della Fiat, ne "Gli anni spezzati" ritrovi il doloroso tributo dato dalle retrovie a un decennio atroce.

L'odio. Le "risoluzioni strategiche". Gli slogan. "Guida e Calabresi/ sarete presto appesi". "Coco/Coco/è ancora troppo poco". I cori da stadio. Il branco. A Milano come a Genova. A Settimo Torinese come nel cuore della produzione automobilistica italiana, fotografata nei mesi che precedono il corteo dei quarantamila, il declino industriale e la riconversione definitiva che Nicola Tranfaglia definirà: "Una radicale trasformazione della città".

Cognomi anonimi confinati in una breve. Baristi trucidati per sbaglio. Medici coraggiosi che denunciano i sabotaggi e pagano con la vita. Guardie giurate. Studenti della scuola di amministrazione aziendale della Fiat rastrellati, riuniti nella palestre, come a Beslan e gambizzati da commandi paramilitari a sangue freddo. Corone di fiori avvizziti.

Ai margini della solitudine di chi dovette fare una scelta, al confine di un'opzione irreversibile, nel film di Diana prodotto da Alessandro Jacchia e Maurizio Momi, balla anche l'ostinazione di chi provò ad evadere altrove. In una complicata normalità che celebrava il futuro e lo sbarco sulla Luna, Italia-Germania 4-3 e Jon Voight sui manifesti di Midnight Cowboy, i beat, l'austerity, il disimpegno, l'amore libero e il referendum sul divorzio.

Per dare un quadro d'insieme che tenesse uniti spirito civile, deliri verbosi: "Vogliamo essere sabbia non olio nei meccanismi del sistema", buoni, cattivi, sommersi, salvati e stanze stanche in cui si discuteva "di terrorismo e di fotografia", Diana ha evitato derive ideologiche.

Lo attaccheranno (Garibaldi e Baldoni si sono occupati e forse sono ancora -se la definizione conserva un significato- di destra) ma anche se l'ambizione è enorme, non tutto funziona e certe sottotrame sentimentali del film hanno un impatto minore dell'affresco particolare, intimo e casalingo, alla destra politica (segnalata puntualmente e senza omissioni nei suoi tentativi di mimèsi e sovversione da Franco Freda in giù) il regista ha evitato di erigere impropri monumenti.

Nel disegnare l'Italia dei Settanta, Diana che fu sceneggiatore dell'Ambrosoli di Placido, ha messo passione. La stessa che nella brughiera dove non si vede a un passo, Luigi Calabresi scorge come unico, nitido orizzonte verso cui puntare: "Il nostro paese è uscito dalla dittatura solo da vent'anni e adesso si trova al confine di due mondi, spinto da una parte e dall'altra. Noi siamo nel mezzo, siamo il vaso di coccio, questo mestiere non puoi farlo se non hai passione".

Ne "Gli anni spezzati", si tenta di indulgere alla retorica un po' meno dello stretto necessario. La strada è un'altra. Togliere polvere all'oblìo. Addentrarsi nelle sfumature, comprendere la forza brutale del dissidio interiore. Le barriere familiari, di linguaggio, di generazione. Il livore gratuito. L'equilibrio impossibile. L'incomunicabilità che come in "Colpire al cuore" di Amelio trascina a fondo "le vittime delle circostanze" condannando colpevoli e innocenti.

Gli inganni della prospettiva: "Benvenuto nel mondo dei grandi" dice ancora Calabresi a una giovane recluta: "Il posto in cui i ladri sono spesso guardie mascherate". In questo vorticare di specchi in cui il riverbero del dolore spazza via ragioni e convinzioni e in cui finire nella rete di un gioco più grande di sè che non mette premi in palio, è la regola, Diana si è affidato a volti che al copione hanno aggiunto il talento. Ne "Gli anni spezzati" ci sono prove distantissime dalla routine.

Uno degli attori più sottovalutati d'Italia, Thomas Trabacchi (già Marco Nozza in "Romanzo di una strage" di Giordana), poliziotto di ferro e brusco comandante della celere. Non una smorfia in più. Alessio Boni, quadro dell'azienda fondata da Agnelli, vedovo e docente, sprofondato in un abisso esistenziale che ne cambia i tratti somatici restituendolo allo spettatore dimagrito, efebico, quasi irriconoscibile.

Allucinato e incredulo: "Mia figlia spara nella scuola in cui insegno io". Alessandro Preziosi che del Sossi originale conserva la ritrosìa modulando (e sorprendendo) con mano ferma rabbia, disgusto e sofferenza. Emilio Solfrizzi che ha tra tutti il ruolo più difficile si confronta suo malgrado con il commissario già messo in scena da Valerio Mastandrea.

Pur essendo un'altra cosa e non sempre servito, quando non penalizzato dalla scrittura delle scene corali, trova in quelle in cui si muove da solo (circondato da uno spazio vuoto, ostile, grigio e atono) una dignità sobria e la cifra giusta per commuovere di sottrazione, rendendo omaggio all'umanità nascosta di Luigi Calabresi, alle sue debolezze, ai suoi dubbi e non al santino.

Arrivare al risultato in dieci ore di film non era facile. E se l'ambiente risulta credibile e certi articoli di stampa, certi appelli vergati dagli intellettò e certe carezze da Linotype: "Vogliamo la morte dei nostri nemici" contrastano con la voce di Leonard Cohen che accompagna Suzanne sulle rive del fiume finendo per dare ragione più in là dei dibattimenti infiniti a quel che Giampiero Mughini disse a Jacopo Iacoboni: "Io contesto l'impudenza vergognosa degli ex di Lotta Continua che ancora oggi si mettono sul piedistallo dei presunti guru e continuano a volersi raccontare come se fossero stati una forma di innocuo francescanesimo scalzo", se accade, si deve anche alla recitazione.

Dei maschi al fronte senza divisa (molto bravo anche Enzo De Caro, terrorizzato primario ospedaliero costretto a dormire in astanteria) e delle donne che chiamate alla supplenza, salgono in cattedra dando lezioni di contegno e determinazione. Quando sono figlie disperate o smarrite (Giulia Michelini, intensa neoterrorista sulle orme del padre). Mogli furibonde (Stefania Rocca, diafana, bellissima nei panni di Grazia Sossi) o preoccupate (Luisa Ranieri, una Gemma Capra che intuisce l'importanza del trasferimento di Calabresi a Roma).

Nonne comprensive con gli sbagli dell'età acerba (Paola Pitagora), bambine solo troppo piccole per inseguire un sogno (Arianna Jacchia, all'esordio, convincente sorella di Giulia Michelini ne "L'ingegnere") o segretarie intimidite che davanti ai dubbi dei capi azienda: "Non si è mai visto un corteo di gente in cravatta", si danno coraggio, sciolgono i propri e il 14 ottobre dell'80, insieme ad Alessio Boni, fendendo Torino, decidono di scegliere finalmente da che parte stare. In cammino, senza più sacchi davanti alle finestre, paure o opportunismi miserabili.

In marcia, insieme a un fiume di persone che - dissero i testimoni con il grado di benevola approssimazione che si concede all'evento capace di rivoluzionare veramente (e per sempre) i rapporti di forza non solo nella Fiat - furono quarantamila. Da quel giorno, giurarono sollevati i sopravvissuti alla garrota aziendale e agli errori della politica e del sindacato (15.000 licenziati), non ci sarebbe più identificati con la fabbrica, ma "con il lavoro in fabbrica". Allora parve un soffio di consapevolezza. Trent'anni dopo è quasi archeologia industriale, catena che si spezza, motore collettivo che non gira e che non girerà mai più.

GIAMPIERO MUGHINI A DAGOSPIA il 16 gennaio 2014. Caro Dago, e siccome non ho uno straccio di giornale su cui poter scrivere neppure il mio codice fiscale sono qui a chiederti ospitalità. A proposito di questa recente fiction televisiva dedicata al tragico destino del commissario Luigi Calabresi. Non fosse stato per due successivi articoli apparsi sul "Fatto", prima un editoriale di Marco Travaglio e adesso un commento di Massimo Fini, le critiche più diffuse di questa fiction (assai modesta) sarebbero state quelle di chi lamentava che nelle due puntate mancavano immagini dell'"autunno caldo" o immagini che raccontassero quanto fossero numerose le bombe messe all'epoca dal "terrorismo nero". Roba che c'entrava sì ma non a tal punto con la vicenda di quel commissario di 33 anni di cui 800 intellettualoni italiani scrissero e sottoscrissero che era un assassino e un torturatore (dell'anarchico Giuseppe Pinelli) e pure non avevano in mano nulla che lo comprovasse, a parte il fatto che Pinelli s'era sfracellato cadendo dal quarto piano della questura milanese dov'era stato a lungo interrogato. La vicenda precipua di questa fiction era tutt'altra, era la solitudine profonda di questo commissario di polizia e fino alla mattina del 17 maggio 1972, quando un ragazzo alto gli si avvicinò alle spalle mentre Calabresi stava per aprire lo sportello della 500 con cui ogni mattina andava al lavoro. Senza scorta e disarmato.

L'"autunno caldo" certo che c'era e c'era stato, e pure le bombe dei fascisti (ma anche degli anarchici). Ma il cuore del racconto televisivo è un altro. Che quando Calabresi va in aula perché ha querelato "Lotta continua", il giornale portabandiera della campagna micidiale contro di lui, in quell'aula è solo come un cane, a parte l'avvocato che gli siede accanto. Solo come un cane, e muore solo come un cane. Mentre, lo ha raccontato una volta Nando Adornato, in un liceo "bene" di Torino scoppiano gli applausi alla notizia dell'attentato.

Ebbene, date le premesse del racconto televisivo è di certo singolare (come hanno scritto prima Travaglio e poi Fini) che nulla di nulla la fiction dedichi al chi, al come e al perché di quello che è stato il primo agguato mortale del terrorismo "rosso". La prima volta che dei "compagni" diventavano degli assassini.

Singolare sino a un certo punto. In Italia è pressoché invalicabile il muro fatto di omertà generazionale e di viltà intellettuale che copre l'assassinio Calabresi e dunque la vicenda giudiziaria fatta partire (nell'estate del 1988) dalle confessioni di Leonardo Marino, il militante di Lotta continua che guidava l'auto su cui risalì l'assassino di Calabresi.

Una vicenda giudiziaria infinita, suggellata da una condanna definitiva a 22 anni di Ovidio Bompressi (quello che spara), Giorgio Pietrostefani (il "duro" della Lotta continua milanese che avrebbe organizzato l'agguato), Adriano Sofri (il leader carismatico che avrebbe dato il suo suggello morale al tutto).

Una vicenda di cui meno si parla e meglio è, e difatti nella fiction se ne accenna furtivamente solo nei titoli di coda. Ne parlo per esperienza diretta. Una volta che Claudio Sabelli Fioretti mi stava interrogando e mi chiese chi fossero stati gli assassini di Calabresi, a me parve fin troppo ovvio rispondere che era stato un commando di Lotta continua e che era un bel drappello quello degli ex dirigenti di Lotta continua che sapevano com'era andata.

Successe il finimondo. Luca Sofri, il figlio di Adriano, scrisse che io e Sabelli eravamo dei killer. Uno dei pochi "ex" di Lotta continua che la pensavano come me, Claudio Rinaldi (il miglior direttore di giornali della mia generazione), venne intervistato dal "Corriere della Sera" e lo disse anche lui che non c'erano dubbi che a uccidere fosse stato un commando di Lc. Ebbene il redattore del gran quotidiano lombardo, appose all'intervista un titolo che era all'opposto del pensiero di Rinaldi.

Più tardi ho scritto un libro sull'argomento. Gelo assoluto, e a parte un bellissimo articolo del mio amico fraterno Aldo Cazzullo. Fra quelli che conoscevo ce n'erano che si dichiaravano esterrefatti che io avessi voluto scrivere un libro talmente malintenzionato. Ma chi me lo faceva fare, perché? Alcuni di quelli che si ergevano a difesa dell'innocenza di Lc, lo vedevi bene che non conoscevano una pagina che fosse una di quello sterminato materiale giudiziario.

E del resto uno scrittore e intellettuale che stimo, lo aveva scritto su una rivista da lui diretta. Che se ne vantava di non aver voluto leggere nemmeno una pagina di quelle circa 600 pagine a stampa dove sono trascritte le motivazioni della condanna di primo grado: dov'è enorme la mole di dati e di fatti che corroborano la confessione di Marino.

Perché mai avrebbe dovuto leggerle dato che il tutto si riduceva a un complotto di magistratura e polizia contro "i compagni di Lc"? Tutta robaccia, tutte invenzioni. A leggere quella sua vanteria gli mandai un sms più agro che dolce. Non mi ha mai risposto. Gelo. Silenzio. Omertà.

Massimo Fini per "Il Fatto Quotidiano" il 16 gennaio 2014. Nel serial documentaristico Gli anni spezzati (gli anni di piombo) Rai Uno si è anche occupata dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto il 17 maggio del 1972. Quella mattina mentre il commissario usciva di casa, in via Cherubini 6, e stava per salire sulla sua 500, fu avvicinato alle spalle da un uomo che sparò due colpi di pistola, uno alla nuca, l'altro alla schiena, poi risalì su una 125 blu guidata da un complice e sparì nel traffico.

É curioso che in questo documentario, nel complesso abbastanza sgangherato non si facciano mai i nomi degli assassini (se non nei titoli di coda): Adriano Sofri, il leader carismatico di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani, il suo braccio destro, condannati a 22 anni di carcere come mandanti, di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino esecutori materiali del delitto (il primo sparò, il secondo guidava la 125 blu).

Come se si volesse rimuovere dalla memoria dell'opinione pubblica non solo i responsabili di quel delitto ma anche l'ambiente in cui maturò. É strabiliante che si tenti questa obliterazione mentre, pur essendo quei fatti assai lontani, molti testimoni del tempo sono ancora vivi.

Io sono fra questi. Nel 1972 facevo il cronista all'Avanti! e abitavo in via Verga a non più di duecento metri da via Cherubini. Fui uno dei primi ad arrivare sul luogo del delitto. Il corpo di Calabresi era già stato portato via, ma sull'asfalto c'erano ancora pozze di sangue mentre qualcuno stava spazzando via, mischiandoli a della segatura e buttandoli in una di quelle palette che servono per sbarazzarsi della spazzatura, brandelli di cervello.

Lotta Continua e il suo settimanale, di cui erano o erano stati o sarebbero stati direttori-prestanome intellettuali di più o meno chiara fama, da Piergiorgio Bellocchio a Pio Baldelli, Pasolini, Adele Cambria, Pannella, Giampiero Mughini, aveva condotto una feroce campagna contro il commissario Calabresi accusandolo di essere il responsabile della morte dell'anarchico Pino Pinelli "caduto" nella notte fra il 15 e il 16 dicembre dal quarto piano della Questura di Milano dopo tre giorni di interrogatori in seguito alla strage di Piazza Fontana avvenuta pochi giorni prima (12 dicembre).

Conoscevo bene gli ambienti anarchici. Nel 1962 quando facevo la prima liceo al Berchet, un gruppo di giovanissimi anarchici aveva rapito a Milano il viceconsole spagnolo (a cui peraltro non verrà torto un capello) per cercare di impedire la condanna a morte di un antifranchista, Conill Valls.

Alcuni di quel gruppo venivano dal Berchet, ne erano usciti da pochissimo. Altri giovani anarchici, Tito Pulsinelli, Joe Fallisi, Della Savia li avevo conosciuti in seguito in uno dei bar di Brera, frequentato anche da Calabresi, poliziotto moderno, abile e accattivante, che girava in maglione, avevo incontrato anche Pino Pinelli, più anziano degli altri, sulla quarantina, che faceva il ferroviere.

Pinelli era il classico anarchico d'antan, lo era culturalmente e sentimentalmente, ma come uomo era mitissimo, uno che non avrebbe fatto del male a una mosca. Che si fosse gettato dal quarto piano gridando "É la fine dell'anarchia!" andandosi a spiaccicare nel cortile della Questura, che era la versione della polizia, pareva a tutti inverosimile.

Da qui la campagna contro Calabresi (che verrà poi assolto da ogni addebito perché al momento del volo di Pinelli non era nella stanza, c'erano altri poliziotti) condotta da Lc ma anche, sia pur con toni meno accesi, dall'Espresso e dall'Avanti!. Le indagini invece di puntare su Lotta Continua, il cui giornale nel titolo e nell'editoriale di Sofri aveva sostanzialmente plaudito all'omicidio (c'era stata anche una riunione del Direttivo di Lc in cui si era discusso se attribuirsene anche materialmente la paternità) si diressero a destra.

Perché in quegli anni postsessantottini in cui quasi tutti i giornali e i giornalisti se la davano da rivoluzionari era un delitto di lesa maestà indagare a sinistra, anche se la stella a cinque punte delle Br aveva già cominciato a brillare. Mi ricordo il tempo che si perse a seguire le piste di un giovane estremista di destra, Gianni Nardi, figlio di una facoltosa famiglia di San Benedetto del Tronto. Passarono così inutilmente gli anni e alla fine l'omicidio Calabresi fu archiviato fra i tanti casi irrisolti della recente, e torbida, storia italiana.

Sedici anni dopo, nel 1988, Leonardo Marino, un ex operaio della Fiat, ex militante di base di Lc, che vendeva frittelle in un baracchino ambulante di Bocca di Magra, mentre molti suoi compagni di origine borghese, Sofri compreso, si erano ben sistemati nei giornali, nell'editoria, nella politica e, più in generale, nell'intellighentia, si autodenunciò per l'omicidio Calabresi: lui e Ovidio Bompressi erano stati gli esecutori materiali, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani i mandanti.

Marino non era un pentito, diciamo così, classico, non era in prigione, non era indagato, nessuno lo cercava, viveva tranquillo a Bocca di Magra, non aveva nessun interesse a confessare un omicidio che gli sarebbe costato undici anni di galera (anche se poi, grazie proprio alla capacità degli altri imputati a portare il processo per le lunghe, la sua pena cadrà in prescrizione, ma al momento della sua confessione Marino questo non poteva saperlo).

Al processo, iniziato nel novembre del 1989, Sofri e gli altri si difesero malissimo. Negando anche l'evidenza. Negando che esistesse un secondo livello di Lc dedito agli "espropri proletari", cioè alle rapine. Una di quelle rapine fu compiuta con la mia macchina, una Simca coupè rossa che un mio amico, Ilio Frigerio, militante di Lc, mi aveva chiesto per uscirci, disse, con una ragazza, la sera.

Me l'avrebbe riportata la mattina dopo. E in effetti la mattina la macchina, intatta, era nel mio garage. Qualche tempo dopo Ilio mi confessò che aveva dato la mia macchina ad altri militanti di Lc che avevano bisogno di un'auto "pulita" per fare una rapina. In quanto a Pietrostefani dalle sue dichiarazioni sembrava che in Lc fosse stato solo di passaggio. Mentre tutti sapevano che se Sofri era l'ideologo Pietrostefani era il capo dell'organizzazione. "Chiedilo a Pietro", dicevano i militanti di Lc quando c'era un problema di questo genere da risolvere.

Durante i vari processi che si conclusero nel 1997 con una condanna definitiva della Cassazione, e anche dopo, venne fuori tutto il ripugnante classismo dell'entourage degli ex Lotta Continua (Roberto Briglia, Gad Lerner, Luigi Manconi, Marco Boato, Paolo Zaccagnini, Enrico Deaglio, Guido Viale): la testimonianza di Leonardo Marino non valeva niente, perché era un venditore di frittelle, un ex operaio, un plebeo, niente a che vedere con la raffinatissima intelligenza di Sofri. Una degna conclusione per chi era partito per buttare giù dal trespolo i padroni.

Sofri ha avuto otto processi, due sentenze interlocutorie della Cassazione, una assolutoria (la cosiddetta "sentenza suicida" perché il dispositivo era volutamente in stridente contraddizione con la motivazione), quattro condanne. Ha goduto anche di un processo di Revisione, a Venezia, cosa rarissima in Italia che probabilmente nemmeno Silvio Berlusconi riuscirà a ottenere. E anche il processo di Revisione ha confermato la sentenza definitiva della Cassazione del 1997.

Nessun imputato in Italia ha mai avuto le garanzie di Adriano Sofri. Nonostante tutto ciò la potente lobby di Lotta Continua, divenuta trasversale e incistata in buona parte dei media, ha continuato a proclamare a gran voce la sua innocenza e a pretenderne la scarcerazione per grazia autoctona del Capo dello Stato.

Nel frattempo Sofri è diventato editorialista principe del più venduto settimanale di destra, Panorama, e del più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica. Per meriti penali, suppongo, perché in tutta la sua vita Sofri ha scritto solo due pamphlet, mentre proprio la prigionia gli avrebbe dato la possibilità di scrivere, perché il carcere è un posto atroce ma ha infiniti tempi morti (Caryl Chessman, Il bandito della luce rossa, condannato a morte per dei presunti stupri, scrisse in galera quattro libri, fra cui due capolavori : Cella 2455 braccio della morte e La legge mi vuole morto).

Quando, a volte, un'università o qualche liceo mi invitano a tenere lezioni di soi-disant giornalismo e, alla fine, i ragazzi mi si affollano attorno e mi chiedono come si fa a diventare giornalista, rispondo: "Uccidete un commissario di polizia o, se non avete proprio questo stomaco, prendete tangenti come Cirino Pomicino".

Indubbiamente Adriano Sofri, da giovane, aveva un indiscutibile carisma. Anche un uomo di forte personalità come Claudio Martelli ne subiva il fascino se ha chiamato Adriano uno dei suoi figli in omaggio all'amico. Io questo fascino non l'ho mai capito. Era piccolo, mingherlino, il mento sfuggente del prete, l'aspetto molliccio per nulla virile.

Ma, si sa, le vie del carisma sono misteriose. Il giornale di Lotta Continua pubblicava le foto, i nomi, gli indirizzi, i percorsi, le abitudini di fascisti o presunti tali, alcuni dei quali aggrediti sotto casa, specialità della ditta, sono finiti in sedia a rotelle. Almeno questo dovrebbe far riflettere i difensori d'ufficio di Adriano Sofri.

Dagospia il 16 gennaio 2014. Polemiche sulla fiction su Calabresi, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa: ‘Operazione orribile che ci ha ferito’ – Caccia agli errori e alle inesattezze sul web (il manifesto contro Casapound nel 1969!) – Crainz: ‘Non accennare al golpe Borghese, cancellare la pesante presenza dei neofascisti: quelle sono colpe’…

Silvia Fumarola per ‘La Repubblica' il 14 gennaio 2014.

«Si difenderanno dicendo che una fiction è un'opera di fantasia, ma allora non dovevano chiamare il commissario col nome di Calabresi e non dovevano ambientarla a Milano ma in una città di fantasia. Hanno fatto un'operazione orribile che ci ha ferito». Mauro Decortes, portavoce del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, critica Gli anni spezzati-Il commissario la contestatissima serie di Graziano Diana trasmessa su RaiUno.

Operazione ambiziosa, raccontare gli anni 70, che ha scatenato polemiche feroci. Dopo il film su Calabresi con Emilio Solfrizzi, il 14 e il 15 andrà in onda quello dedicato al rapimento del giudice Sossi; chiude la trilogia, il 27 e il 28, la storia di un immaginario dirigente Fiat che combatte il terrorismo in fabbrica mentre la figlia abbraccia la lotta armata.

«Il bar degli anarchici a Milano non è mai esistito» spiega Decortes «Ma l'operazione è sottile: lo spettatore ha l'impressione di entrare in un bar di malviventi. Se alla fine si fa capire che non hanno messo la bomba, restano lo stesso delinquenti e drogati». Twitter demolisce la fiction «revisionismo storico in diretta», scena per scena, dai dialoghi ai costumi ai "buchi" nel racconto.

Un errore clamoroso viaggia in rete, notato da quelli che sono considerati gli anarchici del terzo millennio, il collettivo Militant. Durante una perquisizione nella stanza di un anarchico appare un manifesto contro Casapound. «Nel 1969! Con 40 anni d'anticipo! C'eravamo sbagliati», si legge sul sito antagonista «questo non è RAIvisionismo storico; questo è RAIvisionismo futurista».

Guido Crainz, docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Teramo boccia la serie: «Tralasciamo i dettagli, che pure hanno colpito il pubblico e hanno valore. Nel momento in cui scompare il clima dell'autunno caldo, quello che accade dopo resta incomprensibile» spiega il professore

«Questo per me è l'aspetto centrale. Non se ne fa cenno e risulta incomprensibile, nella seconda puntata, l'emergere della pista nera. All'inizio del racconto non si spiega mai che la stragrande parte degli atti violenti sono fascisti: penso alle bombe dell'aprile e dell'agosto ‘69. La responsabilità principale è far scomparire le offensive di quei mesi, ignorare la pista nera, che era battibile da subito».

Un'altra pecca, secondo lo storico, è che gli autori non sono riusciti a restituire l'immagine autentica dell'Italia di quegli anni. «Manca il clima sociale» dice lo storico. «Quella rappresentata è un'Italia finta, inesistente. Non faccio il processo alle intenzioni, vedo una falsificazione del periodo. Poi ho trovato che altri aspetti, invece, sono stati curati, senza omissioni: come il fermo protratto di Pinelli. Alcuni punti chiave ci sono, e sono spiegati allo spettatore. Per esempio mentre Pinelli scompare, Calabresi dice: "È la mia stanza, quelli sono i miei uomini"».

«Per capire quale fosse il clima di quegli anni» continua Crainz, «c'è un documentario straordinario di Giuseppe Fiori e Sergio Zavoli, Quelli che perdono, trasmesso da

Tv7 il 19 dicembre del 1969: partiva dalla folla ai funerali delle vittime di Piazza Fontana». E qui si apre il discorso sul ruolo del servizio pubblico «che ha una grande responsabilità quando si tratta di raccontare la storia di questo Paese. Che sia un prodotto di quart'ordine si vede, ma è insensato prendersela con gli attori» dice Crainz «fanno il loro lavoro, la colpa è nella scrittura.

Non accennare al golpe Borghese, trattare in quel modo la morte di Annarumma, quelle sono colpe. Cancellando la pesante presenza dei neofascisti - c'è solo una scritta su un muro - si deforma tutto, non si capisce come nasca la pista nera. E infatti leggo che ai giornali di destra la serie è piaciuta... La sinistra da salotto, il modo di rappresentare Pansa o la Cederna, certe fesserie non le considero. Il punto è questo: scompaiono i fascisti, le ragioni da cui nasce la strage di Piazza Fontana, e scusate se è poco. Dietro quella strage c'è tutto quello che sarebbe successo dopo».

Giampaolo Pansa per “Libero Quotidiano” il 24 giugno 2015. Sotto i chiari di luna del giugno 2015 siamo costretti a riparlare di Adriano Sofri, arruolato dal ministro della Giustizia come grande esperto di carceri. I giornali oggi in edicola saranno pieni di ritratti del vecchio capo di Lotta Continua. Ma temo che scriveranno assai di meno del vero protagonista di uno dei drammi italiani degli anni Settanta: il commissario Luigi Calabresi. Chi è morto giace, chi è vivo si dà pace. E conquista una poltroncina governativa. E allora io parlerò di quel funzionario dello Stato ucciso al culmine di una campagna d’odio scatenata contro di lui dalla truppa al comando di Sofri. Era una mattina di fine marzo del 1972, uno dei giorni del caso Feltrinelli, e noi cronisti stavamo mendicando notizie alla questura di Milano. Nella stanza di Antonino Allegra, che dirigeva la sezione politica, ci fu un incontro casuale con quel giovane commissario linciato su tutti i muri della città. Calabresi indossava il solito maglione girocollo e appariva travolto dall’amarezza. Mi disse: «Da due anni vivo sotto questa tempesta e lei non può immaginare che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere». Continuò quasi tra sé: «Non riesco più a muovere un passo. L’altro giorno è bastato che mi vedessero uscire dall’obitorio per sostenere che avevo cominciato a trafficare con il cadavere di Feltrinelli». Si prese la testa tra le mani e mormorò: «Ma che Paese è mai diventato questo?». Allegra, il capo di Calabresi, lo ascoltava in silenzio. Poco prima si era discusso dei nuovi nuclei di terroristi che, mese dopo mese, diventavano più aggressivi. «Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti!», sospirò Allegra. Guardai Calabresi e gli chiesi se avesse paura. Mi rispose: «Paura no, perché ho la coscienza tranquilla. Ma è terribile lo stesso. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene di qui». Poi, dopo un lungo silenzio ribadì: «No, non ho paura. Ringraziando Iddio, trovo in me stesso, nei miei princìpi, nell’educazione che ho ricevuto, la forza per superare questa prova». Il commissario tentò di sorridere. Ma in quella stanza si avvertiva un gelo quasi mortuario. Calabresi aveva gesti nervosi e si muoveva a scatti. Nella memoria ho il ricordo di un essere umano che si sentiva un animale braccato. Due mesi dopo, la mattina del 17 maggio 1972, rividi Calabresi steso sul selciato con tre proiettili in corpo. Allora non pensai: ecco una morte annunciata! Non lo pensai perché il romanzo di Gabriel Garcia Marquez sarebbe uscito con quel titolo soltanto dieci anni dopo.

Tuttavia mi dissi: gli italiani onesti dovrebbero piangere un uomo perbene che aveva cominciato a morire la sera della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Calabresi, 33 anni, sposato con Gemma Capra e padre di due bambini, si era trovato dentro uno dei buchi neri della storia italiana. La bomba alla Banca dell’Agricoltura era esplosa da qualche ora e la sensazione di molti era che si trattasse di un ordigno collocato da anarchici. La questura di via Fatebenefratelli cominciò a fermare gente di quell’area politica. Tra loro c’era Giuseppe Pinelli, un ferroviere allora sconosciuto a tutti, ma non ad Allegra e a Calabresi.

Tante volte l’avevano notato nei cortei e spesso convocato per accertamenti. Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre, il commissario lo vide davanti al circolo anarchico di via Scaldasole e gli disse: «Venga in questura, è una formalità». Pinelli seguì con il motorino la Fiat 850 della polizia. Fu un tragitto lento attraverso il traffico convulso di Milano, nebbia, smog, folla nelle strade. Andava adagio verso una fine orrenda. Tre sere dopo, Pinelli volò da una finestra dell’ufficio politico e si schiantò in un giardinetto stento della questura, coperto di neve sporca. Emerse un altro mistero. Molti pensavano che il ferroviere anarchico fosse stato scaraventato nel cortile da uno degli agenti del commissario.

Ma poteva anche aver deciso di morire. Oppure la caduta era stata accidentale, durante una pausa dell’interrogatorio. Ancora oggi, quarantacinque anni dopo, l’unica certezza è che assieme a Pinelli cominciò a morire anche Calabresi. La sentenza la scrissero, giorno dopo giorno, quasi tutti i gruppi della sinistra eversiva. Loro non avevano dubbi: a uccidere Pinelli era stato il commissario. Di prove non ne esistevano, ma in quel tempo di follia sovversiva era soltanto un dettaglio senza importanza. Cominciò un linciaggio feroce che sarebbe durato più di due anni. Il giornale di Lotta Continua fu il più spietato in quella campagna odiosa.

Articoli, commenti, vignette lanciavano un solo grido: Calabresi assassino! Ricordo un disegno che gelava il sangue. Con una ghigliottina giocattolo, il commissario insegnava alla figlia bambina come tagliare la testa a una bambola con la “A” degli anarchici sulla camiciola. L’odio nei confronti di Calabresi fu un delirio che travolse anche ottocento big della cultura, della scienza, della mondanità e del giornalismo italiani. Pronti a firmare un manifesto pubblicato dall’Espresso che indicava nel commissario il torturatore e l’assassino di Pinelli. Un vergogna assoluta di cui, in seguito, soltanto pochissimi si dichiararono pentiti. Ma in quel modo il cerchio di fuoco si chiudeva. Le eccellenze firmavano.

 E nei cortei si urlava: «Calabresi sarai suicidato!». Quando fu promosso commissario capo, i muri di Milano vennero tappezzati di manifesti che lo mostravano con le mani lorde di sangue. Un scritta spiegava: «Così lo Stato assassino premia i suoi sicari». Calabresi divenne il simbolo del poliziotto da annientare. Poi ci fu la trafila che molti di noi, cronisti con i capelli bianchi, ricordano. La querela per diffamazione del commissario a Lotta continua, la denuncia contro di lui della vedova Pinelli, la comunicazione giudiziaria per omicidio volontario, spedita a Calabresi da una magistratura fuori di senno.

Il commissario disse: «Ho fiducia nella giustizia», ma non ebbe mai la possibilità di difendersi in un processo. Nel frattempo, la Milano rossa era diventata una città di pazzi. Quando la signora Gemma andò all’obitorio per vedere il cadavere del marito, all’uscita fu costretta a passare tra due ali di giovani isterici e maneschi che la insultarono, cercando di coprirla di sputi. Non credevo di dover ripetere quello che avevo scritto nel 1972. Mi ha costretto a farlo il colossale errore di un giovane ministro della Giustizia che in un Paese normale si sarebbe già dimesso.

Ha mostrato più saggezza Adriano Sofri. Oggi ha 73 anni, scrive su giornali pesanti, viaggia in tante parti del mondo, pontifica. Da leader dei lottacontinua mostrava tutta intera la propria arroganza. Era gonfio di disprezzo per chi non la pensava come lui, sembrava pervaso da un odio politico assoluto. La sua rinuncia alla poltroncina è la prova che la vecchiaia un po’ di buon senso te lo regala.

Andrea Galli per il “Corriere della Sera” il 2 gennaio 2016. Antonino Allegra aspettava la morte. Per gli insistenti attacchi delle malattie (conseguenze d' una pesantissima bronchite nel 2003, che l' aveva costretto a rinunciare alle adorate sigarette), per la spossante stanchezza della vecchiaia (aveva 91 anni) e per svelare i propri segreti. In un libro di memorie. Rigorosamente postumo. Questo pomeriggio, nella parrocchia Regina Pacis di via Quarenghi, nel quartiere di Bonola, periferia Nordovest, non lontano dall' abitazione in un anonimo palazzo di sette piani, si terranno i funerali dell' ex poliziotto, questore a Trieste e Torino, direttore al ministero dell' Interno dell' Ufficio ispettivo, ma nell' opinione pubblica rimasto «legato» al dicembre 1969, quand' era capo dell' Ufficio politico della Questura di Milano. Piazza Fontana, Giuseppe Pinelli. Gli ultimi anni di vita, dopo essersi ritirato in pensione in anticipo per star vicino alla moglie bisognosa di cure, Allegra li ha trascorsi a scrivere. Pagine e pagine per raccontare quello che i giornalisti hanno invano continuato a chiedergli. Ovvero che cosa davvero successe, in quelle vicende come nel delitto di Luigi Calabresi, nel 1972. Allegra, spentosi mercoledì, non aveva mai risposto. Al telefono, al citofono, braccato per strada nelle passeggiate verso il bar, aveva sempre taciuto. Ora c' è il libro che il figlio Salvatore, imprenditore, pubblicherà. «Aveva chiesto di farlo soltanto alla sua scomparsa. Anche con me ha evitato certi discorsi. Diceva che non ero pronto...Ha pianificato tutto. Come il "secondo" matrimonio, da vedovo, con una donna albanese che s' era occupata di mia mamma malata e che successivamente ha seguito papà. Era scappata da Tirana perché perseguitata. L' ha sposata per garantirle un futuro sereno». Chi è stato Allegra? Quanto ha inciso, nel resto dei suoi giorni, l' anno tragico 1969? Su Pinelli ha «coperto» responsabilità? Ha difeso qualcuno? E per quale motivo non ha mai voluto pubblicamente «difendersi»? Il figlio Salvatore dice che ripeteva una frase: «Sono un funzionario dello Stato e ho il dovere di mantenere il segreto». Ma è chiaro che non può bastare. O forse sì. Nel luglio 2000, nella seduta numero 73 della Commissione parlamentare d' inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Allegra ascoltò gli interrogativi di senatori e deputati. Domanda: «Perché subito dopo piazza Fontana le indagini vennero indirizzate sugli anarchici?». 

Risposta di Allegra, una persona corpulenta con voce ferma, originario di Santa Teresa di Riva, novemila abitanti sul mare, in provincia di Messina: «Non è vero... Non dicemmo che si trattasse di certi o di altri... Si decise di accompagnare in Questura il maggior numero possibile di esponenti di gruppi di estrema destra e di estrema sinistra».

Domanda: «Il dottor Calabresi per anni seguì i fatti relativi all' estrema sinistra... Chi è in una certa area viene a conoscenza di notizie che non verbalizza perché rimangono confidenze... Può essere che sia arrivato a scoprire qualcosa di molto importante per cui doveva essere fermato?». Risposta di Allegra: «Se avesse scoperto qualcosa di molto importante lo avrei saputo». 

L' addio a Milano cadde nella seconda metà degli anni Settanta. E altri avvenimenti, con al centro il furore sanguinario delle Brigate rosse, incrociarono la storia di Allegra. 

Il quale, per ammissione del figlio che ha scelto un altro percorso («Ne faccio parte da ventisei anni»), nonostante la forte insistenza «declinò le offerte della Massoneria». Conosceva mezza Italia, Antonino Allegra. Compreso Silvio Berlusconi che, riferisce il figlio, «è stato il mio padrino alla cresima». Ma tornando alle memorie, a che punto sono? 

«Non posso anticipare... C' è un unico giornalista, che papà apprezzava: Pansa... E sappia che, ad esempio su Pinelli, tanto non è stato svelato». Com' è morto l' anarchico? «Nessuno vuol credere a un ruolo del Kgb...

Papà... conosceva forse troppo... Adesso verrà alla luce. No, aspetti, nessuna strategia di marketing, nessuna volontà di approfittarmi della situazione... Ho amato mio padre, mi ha dato e insegnato la vita. Il libro è un atto doveroso, anzi obbligatorio».

Alessandro Sallusti per ''Il Giornale'' il 21 maggio 2017. Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, ieri sul suo giornale ha scritto un lungo (e noioso come sempre) articolo zeppo di insulti contro Vittorio Feltri e chi, come noi, sostiene che lui e tanti altri intellettuali e giornalisti furono, nel 1971, i mandanti morali e politici dell' omicidio del commissario Calabresi di cui in questi giorni cade l' anniversario. Firmarono un appello, questi fenomeni, che sapeva di condanna a morte, che infatti poco dopo fu eseguita dai compagni di Lotta continua. Oggi, a distanza di quarantacinque anni, Scalfari scrive che noi siamo «ciarpame» e svela di avere recentemente chiesto personalmente scusa alla vedova Calabresi per quella sciagurata firma sull' appello del 1971. Questo mascalzone pensa insomma che l' omicidio Calabresi sia stato, e sia ancora oggi, un fatto privato tra lui e i familiari della vittima, come fanno i banditi comuni pentiti - spesso per convenienza processuale - dei loro «raptus». No Scalfari, quell' appello non fu un «raptus» ma la libera scelta di stare dalla parte sbagliata - come poi si è dimostrato - della storia e per di più in modo criminale. Che oggi diventa furbo, perché non vuole ammetterlo né pagare pegno. Per Scalfari il «ciarpame» siamo noi, che Calabresi lo avremmo difeso fisicamente se ne avessimo solo avuto la possibilità, non lui e i suoi amici killer. È incredibile come in questo Paese ci sia gente in galera per «concorso esterno in associazione mafiosa» e quelli che fecero «concorso esterno in associazione terroristica» l' abbiano sfangata e ancora oggi si permettano di pontificare e giudicare. Essere di sinistra è stato per troppo tempo un salvacondotto che ha fatto più danni che se lo avessimo concesso a Vallanzasca. Ma adesso basta, Scalfari. Gente così dovrebbe togliersi di mezzo, ha perso su tutti i fronti. Questo giornale, per il coraggio e la visione, è stato fin dall' inizio dalla parte che la storia ha dimostrato essere quella corretta, non la Repubblica e l' utopia socialista che tanti danni ha fatto e continua a fare. Purtroppo sotto la regia di un direttore che porta lo stesso cognome del commissario Calabresi.

Adriano Scianca per ''La Verità'' il 21 maggio 2017. Forse anche voi avete un vecchio zio che insiste, di tanto in tanto, per somministrarvi interminabili pistolotti conditi da ricordi sbiaditi e rimbrotti bacchettoni. Ci sta e ve li sorbite. I vostri zii, tuttavia, non sono autoproclamate «autorità morali» di questa nazione, non scrivono su uno dei principali giornali del Paese e soprattutto non inquinano le acque rispetto a uno degli episodi più tragici della storia italiana: l' omicidio del commissario Luigi Calabresi. A meno che non siate i nipoti di Eugenio Scalfari. A pochi giorni dal 45° anniversario di quell' assassinio, Barbapapà usa il quotidiano diretto dal figlio del commissario, Repubblica, per dichiarare che la sua firma nel famoso appello contro Calabresi fu un errore. Ma lo fa al termine di una serie di ricordi confusi, salti logici, omissioni colpevoli, narcisistiche divagazioni, inconcludenti parentesi, revisionismi interessati, scorrettissimi ammiccamenti, per cui alla fine la toppa è di gran lunga peggiore del buco. L' idea, dice, sarebbe quella di «ricordare il tema» e «aggiungere qualcosa che fino ad oggi era rimasto un fatto privato» al fine di «chiarire una vicenda che coinvolse in qualche modo l' Italia democratica (e anche quella antidemocratica)». Caspita. Detta così par di capire che il giornalista stia per tirare fuori dai suoi archivi qualche fatto cruciale di cui lui è stato testimone e che potrebbe far luce su un caso controverso. Diciamo subito che nell' articolo non c' è nulla di tutto questo, solo una ricostruzione da Wikipedia del contesto dell' epoca e un bislacco tentativo finale di sfilarsi dall' accusa di corresponsabilità morale, mossa da più parti nei confronti di tutti i 757 intellettuali, giornalisti e politici che sottoscrissero l' appello dell' Espresso sui «commissari torturatori», i «magistrati persecutori» e i «giudici indegni». Per infiocchettare il suo temino sugli anni Settanta, e soprattutto per scagionare gli anarchici dall' accusa di aver compiuto la strage di piazza Fontana, Scalfari ha pensato bene di buttare lì, per vedere l' effetto che fa, qualche dato storico a casaccio. Scrive il fondatore di Repubblica: «La parte violenta degli anarchici non aveva mai infierito contro la popolazione anonima, com' era accaduto alla Banca dell' Agricoltura. I suoi obiettivi semmai erano persone molto potenti. Così agivano certi anarchici non solo in Italia ma anche in Europa e in altri paesi: il regicidio. E così era stato ucciso Umberto I re d' Italia e qualche anno dopo a Sarajevo uno dei figli dell' imperatore d' Austria scatenando in quel caso addirittura la prima guerra mondiale 1914-'18». Ora, già spiegare i fatti degli anni Sessanta e Settanta ricorrendo a questioni antecedenti la Grande guerra è esercizio discutibile. Se poi l' esempio pesca dati a caso, la situazione non migliora. Il politologo Alessandro Campi ha avuto buon gioco, infatti, nel bacchettare Scalfari su due sviste storiche: «Francesco Ferdinando, ucciso a Sarajevo, non era il figlio dell' imperatore Francesco Giuseppe, ma il nipote; il suo assassino Gavrilo Princip non era un anarchico, come Gaetano Bresci attentatore di Umberto I, ma un nazionalista serbo», ha scritto lo studioso sul suo profilo Facebook, polemizzando con il giornalista. Errori veniali, ma quando si parla come il verbo dell' impegno civile incarnato ci si espone anche alle pernacchie. Ma c' è di peggio: in tutto l' articolo si cercheranno invano le parole «Lotta» e «Continua». Calabresi, semplicemente, a un certo punto viene ucciso. Da chi? Mistero. Eppure qui dei colpevoli, almeno per la giustizia italiana, ci sono, con tanto di sentenze definitive. Ma se non si ricorda che Calabresi fu ucciso da un commando di estrema sinistra, non si capisce bene tutto l' imbarazzato giro di parole di Scalfari sul punto che gli sta veramente a cuore: l' appello dell' Espresso. Anche qui, però, la reticenza la fa da padrona: il testo, scrive il giornalista, «fu stilato» e «fu discusso da un gruppo del quale anch' io facevo parte». Bizzarra perifrasi per non dire: «Anche io firmai». E infatti, leggendo il testo, non si capisce proprio che Scalfari firmò. Né si entra nel merito del testo, se non per dire pudicamente che vi si chiedeva «l' allontanamento del commissario Calabresi dalla sua sede di lavoro». Nessun accenno ai «commissari torturatori». Raccontata così, sembra una cosa innocua. Anzi, una cosa chic, dato che Scalfari si dà la pena di aggiungere che, tra i firmatari, c' erano anche Rossana Rossanda e Umberto Eco. Un appello che piace alla gente che piace, quindi. Poi, nel finale, Scalfari tira fuori il coniglio dal cilindro: le scuse fatte alla signora Gemma, la vedova Calabresi, nel 2007. «Parlammo brevemente dei fatti del passato, del manifesto e delle firme, le dissi che quella firma era stata un errore. Lei accettò le mie scuse e si commosse». Un modo brillante per cavarsi d' impaccio: tirare in ballo la vedova per zittire i critici. Che classe. Salvo che i chiarimenti fra le persone appartengono all' aspetto umano della vicenda, le colpe politiche restano tutte lì, in attesa di un' autocritica che probabilmente non vedremo mai. Ma, sfortunatamente, abbiamo fatto in tempo a vedere il finale di questo articolo, in cui si ha il coraggio di citare «il figlio Mario, che allora era corrispondente di Repubblica da New York e che ora, da oltre un anno, dirige questo giornale».

Ha dato anche il suo giornale al figlio di Calabresi, come vi permettete di scocciarlo ancora?

Davvero elegantissimo.

Paolo Biondani per l’Espresso il 2 novembre 2017. Pier Paolo Pasolini era spiato dall'ufficio D del Sid, il famigerato reparto dei servizi segreti militari che negli stessi anni stava inquinando e depistando le indagini sulla strage nera di Piazza Fontana. E poco prima di essere ucciso, il grande scrittore si scambiava lettere riservate con Giovanni Ventura, il terrorista di destra, legato proprio al Sid, che dopo l'arresto e mesi di carcere sembrava sul punto di pentirsi e aveva cominciato a confessare le bombe sui treni dell'estate 1969 e gli altri attentati preparatori della strategia della tensione. Un carteggio inedito, durato sette mesi, che ha portato l'intellettuale di sinistra a chiedere apertamente all'ex editore neonazista di uscire finalmente dall'omertà e raccontare tutta la verità sull'attentato che ha cambiato la storia d'Italia. Sono passati esattamente 42 anni dalla morte violenta di Pasolini, assassinato nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia. Per il brutale omicidio dello scrittore, regista e polemista scomodo, c'è un unico colpevole ufficiale: Pino Pelosi, 17enne all'epoca del delitto, condannato dal tribunale minorile a nove anni e sette mesi, scarcerato nel 1983, morto nel luglio scorso dopo una lunga malattia. I familiari, gli amici più stretti, gli avvocati di parte civile e molti studiosi sono sempre stati convinti, come gli stessi giudici di primo grado, che l'omicidio sia stato deciso da mandanti rimasti occulti ed eseguito da altri complici, probabilmente un gruppo di criminali legati alla destra eversiva, come lo stesso Pelosi aveva finito per confermare, tra molte reticenze (giustificate dalla paura di vendette anche sui parenti), in una celebre intervista televisiva alla Rai. Ora un nuovo libro-inchiesta, firmato da Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, e da Andrea Speranzoni, avvocato e saggista, chiede ai magistrati di Roma di riaprire le indagini sull'omicidio Pasolini. Per approfondire nuove piste investigative, portate alla luce grazie alla digitalizzazione dell'enorme archivio del processo di Catanzaro su Piazza Fontana: tonnellate di carte rimaste sepolte dagli anni Settanta negli scantinati giudiziari, trasportate a Milano e a Brescia negli anni Novanta per far ripartire le inchieste sulle stragi impunite, e poi scannerizzate da una cooperativa di detenuti di Cremona. Con il risultato di rendere accessibili e ricercabili decine di migliaia di documenti perduti, dimenticati e in qualche caso del tutto inediti. Il libro, “Pasolini. Un omicidio politico” (prefazione di Carlo Lucarelli, editore Castelvecchi) viene presentato dai due autori giovedì 2 novembre nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati, dove è atteso l'intervento dell'avvocato Guido Calvi, che come parte civile fu il primo a denunciare, insieme al collega Nino Marazzita, i possibili complici neri che terrorizzavano Pelosi. Paolo Bolognesi, che è anche deputato, è il primo firmatario della proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio Pasolini. Negli atti dello storico processo di Piazza Fontana, in particolare, gli autori del libro hanno trovato documenti che provano l'esistenza di un fascicolo del Sid, protocollato con il numero 2942, intestato personalmente a Pasolini. Un dossier, finora ignoto, che comprova un'inquietante attività di spionaggio della sua vita privata e professionale, che mirava a scoprire, in particolare, cosa avesse scoperto negli ottantamila metri di pellicola utilizzati per realizzare il documentario «12 dicembre»: un filmato che sosteneva la tesi della «strage di Stato» quando gli apparati di sicurezza accreditavano ancora la falsa “pista rossa” degli anarchici milanesi. L'esistenza e il numero di protocollo del dossier segreto su Pasolini è documentata, in particolare, da un'informativa del Sid, pubblicata integralmente nel libro, datata 16 marzo 1971 e indirizzata dagli agenti di Milano all'ufficio D di Roma: il reparto dei servizi destinato ad essere soprannominato “ufficio stragi”, dopo la scoperta che il suo capo, l'allora colonnello (poi generale) Gian Adelio Maletti, e il suo braccio destro, il capitano Antonio Labruna, invece di aiutare la giustizia facevano sparire le prove contro i terroristi neri. Al punto da fornire soldi e documenti falsi per far scappare all'estero e pagare la latitanza ai neofascisti ricercati dai magistrati di Milano. Maletti e Labruna, entrambi affiliati alla P2, sono stati condannati con sentenza definitiva per il reato di favoreggiamento. Freda e Ventura sono stati proclamati colpevoli in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati preparatori del 1969 e assolti in appello per la strage di piazza Fontana, per insufficienza di prove (e abbondanza di depistaggi). Il libro-inchiesta rivela che Pasolini era spiato anche dall'Ufficio Affari Riservati, il servizio parallelo che completava il lavoro sporco degli apparati deviati perseguitando gli innocenti anarchici milanesi. "Un'altra scoperta sorprendente è il ritrovamento, tra gli atti ora informatizzati del maxi-processo di Catanzaro, di un carteggio tra Pasolini e Ventura. Le prime notizie di queste lettere erano emerse grazie a un altro libro-inchiesta, firmato da Simona Zecchi (“Pasolini, massacro di un poeta”, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Ponte alle Grazie), che rivelava per la prima volta anche altri elementi di prova, come la foto di una seconda macchina sul luogo del delitto, diversa dall'auto dello scrittore (con cui Pelosi passò sul corpo della vittima prima di darsi alla fuga), le minacce subite dall'intellettuale antifascista poco prima dell'omicidio e il possibile collegamento con le sue indagini su piazza Fontana. Documentato anche dal carteggio finito agli atti dello storico processo sulla strage." Poco prima, il 14 novembre 1974, Pasolini aveva firmato il famoso articolo, sul Corriere della Sera di Piero Ottone, che si apriva con queste parole: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. (…) Io so. Ma non ho le prove (…)». Nel carteggio, controllato dalla direzione del carcere, Ventura allude a verità inconfessabili, ma resta evasivo e reticente. Poco prima del suo omicidio, in una delle ultime lettere ora pubblicate nel libro-inchiesta, Pasolini lo invita personalmente a confessare tutto: «Gentile Ventura», gli scrive, «vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì, no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. (…) Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche stupida né scarsa)». Il processo di primo grado per l'omicidio Pasolini si è chiuso con la condanna di Pino Pelosi «in concorso con ignoti»: i giudici del tribunale considerano assolutamente certa la presenza di altri assassini non identificati. In appello, su richiesta dell'allora procuratore generale, la sentenza cambia: Pelosi diventa l'unico colpevole. In questi anni gli avvocati di parte civile hanno cercato più volte di far riaprire il caso, ma senza risultati. Ora il libro-inchiesta pubblica molti nuovi elementi di prova, tra cui le testimonianze, finora inedite, di alcuni abitanti dell'Idroscalo, che già nel 2010 hanno verbalizzato che quella notte nel luogo dell'omicidio non c'erano soltanto Pasolini e Pelosi, ma diverse altre persone. La speranza è che il nuovo vertice della procura di Roma, che sta facendo dimenticare la nomea della capitale giudiziaria come «porto delle nebbie», possa fare ogni sforzo per cercare verità e giustizia su un delitto di portata storica come l'omicidio di Pier Paolo Pasolini. 

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 6 dicembre 2019. “Polizia. Deve venire subito a palazzo di giustizia. C' è da fare un confronto. Si tratta di Valpreda». Piazza Fontana per Guido Calvi cominciò così, quattro giorni dopo la strage. Mentre diventava l' avvocato di Pietro Valpreda (e poi protagonista di tanti processi chiave della storia italiana, da Pasolini a Moro), aveva 29 anni e tutt' altro per la testa. «Insegnavo filosofia del diritto. Se non avessi risposto a quella telefonata, tornato a casa dopo una lezione su Leibniz, non avrei mai fatto l'avvocato». 

Che scena si trovò di fronte nel palazzo di giustizia?

«Nella stanza, da una parte il giudice Occorsio, il teste Rolandi, il capo dell' ufficio politico della Questura di Milano, Allegra. Dall' altra cinque poliziotti sbarbati e ben vestiti accanto a Valpreda in pantaloncini e canottiera, coi capelloni, la barba incolta e la faccia stravolta da due notti insonni». 

Parlò con Valpreda?

«No, tutto era pronto per il confronto. Chiesi solo al testimone se qualcuno gli avesse già mostrato una foto di Valpreda. Rolandi negò tre volte, poi ammise: il questore mi ha mostrato la foto di Valpreda, dicendomi che era l' uomo che dovevo riconoscere». 

Che cosa accadde dopo?

«Prima di uscire andai da Valpreda e gli dissi: tranquillo, abbiamo vinto». 

Ma il tassista Rolandi aveva riconosciuto Valpreda come l'uomo che aveva portato in piazza Fontana.

«Dopo la frase sulla foto, il riconoscimento valeva zero. Avevo capito che il processo era tutto lì. Ma non che avremmo impiegato quasi vent'anni per una verità giudiziaria e storica». 

Che cosa accadde dopo?

«Nell' istruttoria l'avvocato non aveva nemmeno il diritto di assistere all' interrogatorio del suo assistito. Per fortuna un giornalista mi passava i verbali di nascosto».

Com'era Valpreda?

«Personaggio singolare. Ballerino, anarchico, esibizionista, ma mite e inoffensivo. Un marginale. Che uscito di prigione, rifuggendo la vanità, si sposerà, farà un figlio e aprirà una paninoteca». 

Com' era il vostro rapporto?

«Quando andavo a trovarlo in carcere, mi contestava perché ero socialista "e non avevo capito niente"». 

Mai avuto dubbi su di lui?

«Qualcuno lo insinuò. In realtà li avevo su me stesso. Era il mio primo processo. Solo contro tutti. Cercai un collega più esperto per farmi affiancare, ma in tutta Roma non ne trovai uno disponibile, a parte Lelio Basso».

Perché?

«Cautela, se non paura». 

Lei no?

«Avevo l' età in cui ci si può permettere di non averla. Nonostante i proiettili, le minacce, l'isolamento». 

In che senso?

«Insegnavo all'università di Camerino, ma in mensa non potevo sedermi al tavolo dei professori, perché ero l'avvocato degli anarchici». 

Si fece pagare da Valpreda?

«Non ho mai preso una lira per quel processo».

Come fece quando il processo fu spostato a Catanzaro?

«Il sabato sera prendevo una cuccetta di seconda classe, da sei posti. A Lamezia aspettavo i giornalisti, che avevano il vagone letto, per un passaggio in taxi. A Catanzaro dormivo su una brandina in un corridoio della federazione del Pci. Poi l' Anpi fece una colletta, almeno per albergo e ristorante». 

Di piazza Fontana sappiamo tutto?

«Sì». 

Fu strage di Stato?

«No, strage neofascista agevolata dallo Stato dirottando e depistando le indagini». 

In che modo?

«Prima distruggendo la prova regina, la seconda bomba inesplosa alla Banca commerciale. Poi puntando sulla pista anarchica, come scrisse il ministro dell' Interno Restivo in un appunto».

Perché scelsero Valpreda?

«Probabilmente il primo obiettivo era Pinelli, con una struttura politica superiore». 

Che idea le fecero i depistatori?

«Reazionari, rozzi, cialtroni. Guida, questore di Milano, era stato direttore del carcere di Ventotene sotto il fascismo. Motivo per cui Pertini, in visita di Stato a Milano, si rifiutò di stringergli la mano. Nel processo di Catanzaro, gli chiesi come avesse avuto la foto di Valpreda. Disse di non ricordarlo perché era un accanito fumatore e il fumo annebbia la memoria».

Quale fu il ruolo del Viminale?

«Centrale. Russomanno, vicedirettore dell'Ufficio Affari Riservati che guidò le indagini andando a Milano, in gioventù era nella Repubblica di Salò e poi si era arruolato in una formazione militare tedesca». 

Come gestì il peso politico del processo?

«Nella prima fase il consenso popolare contro gli anarchici era diffuso. Alzando subito il tiro, evocando i colonnelli greci o la Cia, saremmo andati contro un muro. Puntai sui dettagli. Fu una lenta costruzione». 

Come fu possibile?

«L'episodio decisivo fu il funerale delle vittime nel Duomo di Milano. Dietro le bare tutte le autorità. Di fronte centomila operai in tuta blu. Era un messaggio: attenti, difenderemo la democrazia».

Fu colto?

«Si aprirono contraddizioni nella magistratura, nei giornali, nella polizia. Lo Stato contro lo Stato: da una parte forze vecchie e intrise di fascismo; dall' altra energie nuove e democratiche». 

Quando capì che stavate vincendo?

«Quando cadde la P2 e fu svelato il doppio Stato, secondo la definizione di Bobbio. In quel momento la magistratura si legittima come baluardo costituzionale. Il che spiega ciò che è successo dopo».

Giampiero Mughini per Dagospia il 13 dicembre 2019. Caro Dago, e dunque fanno cinquant’anni esatti che ci giriamo attorno a quella stramaledetta bomba di Piazza Fontana e alle sue ripercussioni sulla successiva storia italiana. E comunque bellissime le parole del sindaco Giuseppe Sala, il quale a nome dello Stato e di Milano ha chiesto perdono agli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Meritoria la decisione dell’amministrazione comunale di Milano di piantare in un parco di San Siro una quercia rossa in memoria della ”diciottesima vittima” di Piazza Fontana, ossia il ferroviere milanese Pinelli caduto innocente dal quarto piano della questura di via Fatebenefratelli.

Bellissima - ai miei occhi - la foto di Licia Pinelli seduta a Palazzo Marino accanto a Gemma Calabresi, una delle donne più squisite e discrete che io abbia mai incontrato. Accanto a Gemma c’era suo figlio, Mario, l’ex direttore di “Repubblica” , il quale nel suo ultimo libro racconta di avere incontrato a Parigi Giorgio Pietrostefani, il militante di Lotta continua condannato come l’organizzatore dell’agguato mortale al commissario Luigi Calabresi. Ho molto apprezzato l’eleganza di Calabresi figlio, che non ha riferito una sola virgola di quello che si sono detti. E comunque Calabresi non è la “diciannovesima” vittima di piazza Fontana, è la prima vittima di un fenomeno successivo e che in un certo modo ne discende, il terrorismo omicida nato a sinistra.

Mi spiego meglio. Sono un cittadino della Repubblica che nel guardare la foto di quelle due donne -entrambe segnate dalla tragedia - che seggono accanto, non tifa per l’una o per l’altra, non ritiene più notevole il dolore dell’una o dell’altra. Di quella cui Giampaolo Pansa e altri giornalisti bussarono a casa a dirle che suo marito il ferroviere era andato giù dalla finestra, o di quella che era incinta del suo terzo figlio quando bussò alla porta suo padre e dalla sua espressione lei capì che il marito trentatreenne era stato appena assassinato sotto casa sua. 

Ai miei occhi non c’è nessun derby del dolore fra queste due pur differenti figure femminili. L’una e l’altra specchiano le tragedie recenti del nostro Novecento, e la tragedia di Piazza Fontana è di quelle che perdurano e fanno male nella nostra memoria. Nessun derby, all’una e all’altra i segni del mio più profondo rispetto.

Non credo che sia l’atteggiamento di tanti, specie fra quelli della mia generazione. Le stimmate di 50 anni fa molti di loro le conservano intatte. Una campagna contro “il torturatore” Calabresi, una campagna durata quasi due anni e mezzo, non s’è asciugata come si asciuga l’acqua dopo una pioggia notturna. Molti di loro continuano a crederci alla balla sesquipedale che il commissario Calabresi fosse in qualche modo responsabile della morte di Pinelli.

Non hanno un particolare, non hanno un elemento che giustifichi questa convinzione, solo che non demordono. E difatti nell’articolo di oggi sul “Fatto”, l’articolo che è arredato dalla foto di Licia Pinelli e di Gemma Calabresi di cui ho detto, vengono riferite le parole che la vedova Pinelli ha pronunciato ancora in questi giorni: “Non mi aspettavo che il sindaco Sala chiedesse perdono alla nostra famiglia. Io non mi aspetto niente da nessuno. Su come è morto mio marito la verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà”.

Parole che Licia Pinelli ha tutto il diritto di pronunciare, non fosse che annullano in parte il significato di quella foto e della toccante cerimonia a Palazzo Marino. Perché lasciano intendere, senza beninteso addurre il minimo elemento concreto, che è vera quell’altra narrazione, la narrazione che in questi 50 anni ha fatto da sottofondo della memoria di tanti: che nella stanzuccia della questura Pinelli fosse stato aggredito, colpito, scaraventato giù. E dunque che una qualche ragion d’essere i due colpi sparati alla testa e alla schiena di Calabresi ce l’avessero. O no? 

Piazza Fontana: cronaca dei 30 giorni prima della strage. Dagli scioperi continui alle battaglie nelle piazze tra opposti estremismi. I primi morti degli anni di piombo, la violenza degli extraparlamentari alla vigilia della bomba. Edoardo Frittoli il 10 dicembre 2019 su Panorama. Cinquant'anni fa, il 12 dicembre 1969, si consumava uno dei più gravi attentati della storia italiana: la bomba in Piazza Fontana nel cuore di Milano, che provocò 17 vittime e più di 80 feriti tra i clienti della Banca nazionale dell'agricoltura. L'ordigno esplose in uno dei momenti di massima tensione politica e sociale del Paese, investito dalla violenza di piazza innescata dalle schiere dei movimenti "extraparlamentari" di sinistra e destra e paralizzato dalla lunga stagione degli scioperi nelle fabbriche nota come l'"autunno caldo". Esaminiamo dalle cronache dell'epoca quell'escalation di violenze che fecero da premessa alla strage di Piazza Fontana.

Il mese di ottobre del 1969 era stato caratterizzato da un crescendo della conflittualità nel mondo operaio, alimentata anche dall'azione combinata degli studenti in lotta dall'anno precedente e dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare che si erano unite ai lavoratori nelle assemblee, nelle manifestazioni e negli scioperi per il rinnovo contrattuale delle varie categorie. In particolare i Marxisti-leninisti, i "filo-cinesi", il gruppo di "Potere operaio" avevano spinto per una radicalizzazione della lotta in fabbrica mirata alla preparazione di una auspicata "rivoluzione armata delle masse operaie" in netto contrasto con le sigle sindacali nazionali e soprattutto con il Pci, considerato dagli estremisti come alleato del "governo borghese". Le conseguenze della pressione politica sugli operai in lotta non si fece attendere: all' inizio del novembre 1969 la direzione della Fiat sospese 85 lavoratori in seguito a gravi episodi di violenza e sabotaggio negli stabilimenti di Mirafiori dove un dirigente, l'ingegner Luigi Stellacci, fu aggredito e percosso da un gruppo di scioperanti. A poche ore di distanza dal grave episodio, a Milano il corteo dei lavoratori del settore chimico degenerava in guerriglia urbana, con un funzionario di PS finito in ospedale e decine di feriti e fermati. Alla Pirelli, dove i Cub avevano inaugurato l'"autunno caldo" la produzione era paralizzata da settimane. L'episodio più grave, che può considerarsi assieme alla morte dell'agente Antonio Annarumma come prime tra le vittime degli scontri tra "opposti estremismi" si consumò a Pisa il 27 ottobre durante una manifestazione sfociata in violenza a cui avevano preso parte gruppi di Potere Operaio. Durante l'assalto alla sede del Msi della città toscana rimase ucciso lo studente Cesare Pardini, colpito in pieno petto da un lacrimogeno sparato dalla Polizia.

L'ultimo mese prima della strage di Piazza Fontana.

12 novembre. Anche Napoli fu investita dai disordini, quando si consumarono gravi scontri tra missini e manifestanti di sinistra in occasione di un comizio dei sindacati. Una bomba carta esplose ferendo uno studente e gli arresti furono una trentina. Durante le indagini furono trovate armi ed esplosivi nella sede locale del Msi. A Torino trecento operai Fiat aggredivano gli impiegati che non avevano aderito allo sciopero. Bloccati negli uffici, saranno liberati dall'intervento della Polizia che agì sotto un fitto lancio di bulloni e porfido.

14 novembre. La Fiat identifica e denuncia 50 lavoratori per i disordini dei giorni precedenti, mentre alla Lancia un gruppo di operai blocca la produzione divulgando propaganda contro il sindacato dei metalmeccanici. A Bologna viene ferito il Vice-questore dopo scontri con gli studenti tra i quali si erano infiltrati militanti di Potere Operaio. A Roma si consuma lo strappo tra il Pci e il gruppo de "Il Manifesto", che viene accusato dalla dirigenza comunista di "frazionismo" nel giorno della manifestazione per la pace in Vietnam, a cui prese parte anche Paul Getty Jr.

16 novembre. Viene proclamato lo sciopero generale per la casa, quello durante il quale sarà ucciso Antonio Annarumma. La discussione principale riguardava la "legge sui fitti", ossia il futuro "equo canone".

19 novembre. In via Larga a Milano, durante gli scontri in occasione dello sciopero generale, muore l'agente Antonio Annarumma, colpito da un tubolare di ferro scagliato dai manifestanti. E'la prima vittima degli anni di piombo. La guerriglia si estende anche molte città italiane come Torino, Genova, Alessandria, Catania. A Venezia viene occupata la sede delle Assicurazioni Generali. Duro attacco dei gruppi extraparlamentari contro i comizi dei sindacati nazionali, mentre a Bologna gli studenti in sciopero devastano l'aula magna dell'Università. L'Istat dichiara che nei primi sei mesi dell'anno sono state perse oltre 93 milioni di ore di lavoro a causa degli scioperi. Il Presidente del Consiglio Mariano Rumor arriva a Milano per omaggiare la salma di Annarumma, mentre i maoisti e gli studenti sono ancora asserragliati all'interno dell'Università Statale.

21 novembre. Nel giorno dei funerali di Annarumma gli studenti del Movimento Studentesco chiedono davanti a San Vittore il rilascio dei fermati per gli incidenti di via Larga. In San Babila i missini di Giovane Italia intonano canti del ventennio e scatenano tafferugli con gli studenti di sinistra. Al corteo funebre di Annarumma partecipano migliaia di cittadini. Giunti presso la chiesa di San Carlo, a due passi da San Babila, un militante inneggia a Mao Tse-Tung sventolando un fazzoletto rosso. Viene bloccato da un gruppo di missini che iniziano a percuoterlo. Viene separato dalla Polizia che lo porta all'interno di un cinema, poi cinto d'assedio dai giovani di destra. Si scatena la guerriglia che causerà 28 feriti. Durante la funzione funebre il ministro dell'Interno Restivo ribadisce fermamente il ruolo delle Forze dell'Ordine e la presenza necessaria della Polizia nelle manifestazioni, dichiarando che soltanto negli ultimi mesi erano state registrate più di 1.000 denunce per turbamento dell'ordine pubblico. Alle 15.30 un gruppo di missini si era dato appuntamento al Policlinico, dove era stata allestita la camera ardente dell'agente ucciso. Poco più tardi il drappello si mosse verso la vicina Università Statale riuscendo a penetrare nell'androne di ingresso dove fu asportato materiale di propaganda maoista. In Tribunale si svolge una accesa discussione tra gli avvocati riguardo lo svolgimento dei processi a carico degli anarchici arrestati nell'aprile precedente per le bombe alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale.

23 novembre. A Cosenza si tiene un comizio del deputato Msi Nino Tripodi, futuro direttore del Secolo D'Italia. Durante la manifestazione vengono a contatto giovani di estrema sinistra e giovani missini. Vengono sparati anche alcuni colpi di pistola. A Roma manifestano i baraccati dell'Esquilino, appena sgomberati da due edifici pericolanti che avevano occupato, impedendo lo svolgimento di uno spettacolo teatrale.

24 novembre. Mentre a Milano è un giorno di tregua apparente, iniziano gli interrogatori dei 19 fermati per l'omicidio di Annarumma. A Roma invece sono colpite dalle molotov due sedi del Pci e la caserma dei Carabinieri di piazza del Popolo. Lungo la linea ferroviaria Siracusa-Catania gli operai bloccano i binari in solidarietà ai colleghi che avevano occupato una cartiera. In Calabria, a Bovalino, una bomba al plastico devasta la sede del Msi.

26 novembre. I fondatori del gruppo de "Il Manifesto" (Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri, Valentino Parlato e altri) sono esplusi dal Pci, mentre alla Camera passa il primo voto sul divorzio (legge Fortuna-Baslini). Incomincia il processo a Francesco Tolin, direttore di "Potere Operaio". Era stato inquisito per una serie di articoli comparsi sul giornale della formazione di estrema sinistra che inneggiavano apertamente alla "violenza rivoluzionaria" nelle piazze e nelle fabbriche. Parallelamente all'interno dell'avvocatura si genera una spaccatura dove gli avvocati di "Magistratura Democratica" esprimono solidarietà a Tolin. Il processo è istruito a Roma davanti al Sostituto Procuratore Vittorio Occorsio, che ne aveva convalidato l'arresto.

27 novembre. A Milano scioperano i bancari e commercianti compresi quelli della grande distribuzione, nel giorno in cui nel quartiere popolare di Baggio viene colpita con bombe molotov la locale sede del Msi. Roma è paralizzata da 50mila operai in corteo nel giorno della stretta finale sul contratto dei metalmeccanici del settore pubblico. Il secondo numero del giornale "Lotta Continua" esce con un violento attacco contro i sindacati. Alla Fiat i dati divulgati dall'azienda parlano di 220mila auto prodotte in meno a causa delle continue agitazioni.

3 dicembre. All'indomani delle dichiarazioni sulle perdite della Fiat durante l'ennesimo sciopero si verificano gravi scontri con due operai feriti e decine di auto danneggiate nei parcheggi di dirigenti e impiegati. L'azienda annunciava sospensioni disciplinari per gli incidenti causati da elementi extra-sindacali. Sottoposto alle pressioni di una parte di Magistratura Democratica e dagli appelli di intellettuali e personaggi dello spettacolo durante il processo a Francesco Tolin di "Potere Operaio", Vittorio Occorsio si dimette. Il giudice romano sarà Sostituto Procuratore durante i primi interrogatori di Pietro Valpreda dopo la strage di Piazza Fontana.

4 dicembre. Proseguono feroci gli scioperi alla Fiat, durante i quali vengono danneggiate due tonnellate di ingranaggi. Le trattative per il contratto dei metalmeccanici del settore privato si arenano di fronte al Ministro del lavoro Donat Cattin. A Genova si fermano tutti gli operai del bacino, che bloccano in porto due navi da crociera della Costa. L'armatore minaccia la messa in disarmo delle imbarcazioni.

5 dicembre. Scioperano medici e infermieri, cortei di scioperanti impongono la chiusura dei grandi magazzini milanesi nei giorni degli acquisti pre-natalizi.

7 dicembre. E'il giorno della prima della Scala, dove era in programma l'"Ernani" di Giuseppe Verdi diretto da Claudio Abbado (fu il debutto di Placido Domingo). Come l'anno precedente, i contestatori attendevano gli ospiti sulla piazza omonima. Le personalità dell'imprenditoria, della politica e dello spettacolo si presentarono con minor sfarzo dopo l'esperienza dell'anno precedente. Ciò nonostante, intorno alle 20:30 circa 500 contestatori cinsero d'assedio gli spettatori in arrivo protetti dai Carabinieri. I manifestanti erano capeggiati da Potere Operaio, da esponenti anarchici e del Movimento Studentesco. Il commissario Luigi Calabresi intervenne personalmente per scongiurare danni all'albero di Natale di piazza della Scala, che l'anno precedente era stato distrutto dai contestatori. Durante la giornata alla Camera, l'ordine del giorno era stato il dibattito sull'ordine pubblico. Dopo una seduta accesissima, la stessa durata del monocolore Dc guidato da Rumor veniva messo in discussione con numerosi appelli al ritorno ad una nuova esperienza di centro-sinistra ( che avrebbe dovuto prevedere il dialogo con il Pci per isolare la violenza extraparlamentare).

8 dicembre. A Milano marciano i terremotati del Belice, all'addiaccio da quasi due anni, nel giorno della paralisi della scuola per lo sciopero dei docenti delle medie inferiori e superiori. L'autunno caldo giunge al giro di boa con la firma del contratto dei metalmeccanici del settore pubblico. Per quelli del settore privato invece la strada appare ancora lunga e tortuosa, con oltre un milione di lavoratori in estrema tensione per la lunga attesa. Rimanevano senza contratto anche altre categorie ad alto tasso di conflittualità, come gli autoferrotranvieri e i braccianti agricoli.

9 dicembre. il Ministro dell'Interno Franco Restivo, parlando durante il lungo dibattito sull'ordine pubblico, ribadiva fermamente il ruolo delle forze dell'ordine e del radicamento nel Paese delle istituzioni democratiche e la loro "resistenza agli urti" provocati dalla violenza politica nelle piazze. Mancano solo tre giorni alla strage di Piazza Fontana.

11 dicembre. Alla vigilia della strage di Milano, a Roma si consumano violenti scontri davanti alla sede del Provveditorato agli studi. Due agenti rimangono seriamente feriti durante la manifestazione degli insegnanti aderenti ai sindacati autonomi. Viene approvato dal Senato il testo dello Statuto dei Lavoratori, che entrerà in vigore nel 1970. A Bruxelles il Consiglio d'Europa condanna i Colonnelli greci, che in risposta all'azione dei governi europei si ritirano dal Consiglio. Ventiquattro ore dopo, l'Italia era sconvolta dalla bomba di Piazza Fontana.

1969/2019, Piazza Fontana, cronostoria di una strage. Il Dubbio il 12 dicembre 2019. Le date fondamentali per capire una vicenda che ha attraversato 50 anni della storia italiana.

12 dicembre 1969: alle 16.37 esplode una bomba al tritolo nel salone centrale della Banca dell’Agricoltura, a Milano. Muoiono 17 persone e 87 rimangono ferite.

15 dicembre 1969: muore in circostanze ancora non chiarite, precipitando dal quarto piano della questura, l’anarchico Giuseppe Pinelli, indagato come esecutore della strage.

16 dicembre 1969: vengono arrestati gli anarchici Pietro Valpreda e Mario Merlino ( neofascista infiltrato nel circolo anarchico). La provenienza delle borse per l’esplosivo, però, apre la «pista nera».

13 aprile 1971: vengono arrestati i militanti dell’estrema destra padovana di Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura.

23 febbraio 1972: si apre a Roma il primo processo per la strage contro Valpreda e Merlino, trasferito poi a Milano e infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.

17 maggio 1972: il commissario di polizia Luigi Calabresi viene ucciso a Milano da un commando di militanti di Lotta Continua.

20 marzo 1981: a Catanzaro si conclude il processo di appello con l’assoluzione dei neofascisti per insufficienza di prove ( confermata anche dalla Corte d’assise d’Appello di Bari nel 1985).

11 aprile 1995: inizia l’inchiesta di Milano di Guido Salvini.

30 giugno 2001: vengono condannati all’ergastolo per strage Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni.

12 marzo 2004: gli imputati vengono assolti in appello per insufficienza di prove.

10 giugno 2005: la Cassazione conferma le assoluzioni degli imputati ma nelle motivazioni scrive che la strage fu organizzata da Ordine Nuovo, capitanato da Freda e Ventura, non più processabili perchè già assolti.

Piazza Fontana, Mattarella accusa: «Stato colpevole per depistaggi». Il Dubbio il 13 dicembre 2019. 50 anni fa la strage di piazza Fontana. Il presidente della Repubblica: «Un cinico disegno, nutrito di collegamenti internazionali a reti eversive, mirante a destabilizzare la giovane democrazia italiana». «L’attentato di piazza Fontana è stato uno strappo lacerante recato alla pacifica vita di una comunità e di una Nazione, orgogliosa di essersi lasciate alle spalle le mostruosità della guerra, gli orrori del regime fascista, prolungatisi fino alla repubblica di Salò, le difficoltà della ricostruzione morale e materiale del Paese». Il capo dello Stato Sergio Mattarella celebra con queste parole il cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana. Una ricorrenza che il presidente ha voluto onorare accanto alla signora Pinelli e Calabresi. «Nel momento in cui facciamo memoria delle vittime di piazza Fontana e, con loro di Giuseppe Pinelli, del Commissario Luigi Calabresi, sappiamo di dover chiamare le espressioni politiche e sociali del Paese, gli uomini di cultura, l’intera società civile, a un impegno comune: scongiurare che si possano rinnovare in Italia le fratture terribili in cui si inserirono criminalmente quei fatti», ha infatti dichiarato Sergio Mattarella durante il suo intervento. «Il destino della nostra comunità non può essere preda dell’odio e della violenza – ha aggiunto . Per nessuna ragione la vita di una sola persona può essere messa in gioco per un perverso disegno di carattere eversivo» «L’attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato – ha poi accusato Mattarella – è stata doppiamente colpevole. Un cinico disegno, nutrito di collegamenti internazionali a reti eversive, mirante a destabilizzare la giovane democrazia italiana».

Strage di Piazza Fontana, viaggio nei sotterranei di un processo senza colpevoli. Dai depistaggi alle testimonianze dirette, un documentario rivisita la storia dolorosa della strage realizzata dai neofascisti veneti di Ordine Nuovo. Gianluca Di Feo il 10 dicembre 2019 su La Repubblica. Quella della strage di Piazza Fontana è una storia dolorosa, che ha condizionato mezzo secolo di vita italiana. L’esplosione nella Banca nazionale dell’Agricoltura ha cambiato tutto: la strategia della tensione ha partorito gli anni di piombo, chiudendo nel sangue i sogni di un decennio. Dalla crescita economica del boom e dai successi sindacali conquistati con gli scioperi dell’Autunno caldo, si è passati alla crisi e alla stagione degli omicidi, rossi e neri, ma egualmente crudeli. Con una parte dello Stato che ha soffiato sul fuoco, aizzando gli scontri di piazza e negando ogni giustizia. Il risultato è che oggi esiste una verità storica su quell’eccidio, realizzato dai neofascisti veneti di Ordine Nuovo e depistato da ampi settori dei servizi segreti, ma non esiste una responsabilità processuale: nessuno ha pagato per la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88. Adesso che l’anniversario porta di nuovo a parlare di Piazza Fontana, è importante che molti comprendano gli snodi di una vicenda tanto complessa e importante. Un valido aiuto arriva da un documentario che verrà trasmesso mercoledì 11 dicembre alle 21.50 da History Channel: una ricostruzione chiara dei cardini di questa trama, con le testimonianze dirette di molti protagonisti a partire dai superstiti e dai familiari delle vittime. Uno dei punti di forza del filmato è la suggestione dei sotterranei degli archivi di Perugia dove, dopo avere girato l’Italia, sono finiti milioni di documenti originali dei tanti processi che hanno segnato questo procedimento. E’ come se l’onda d’urto dell’ordigno dalla sala cilindrica - dove quel venerdì pomeriggio si ritrovavano gli imprenditori agricoli del milanese per chiudere i contratti con una stretta di mano - avesse assunto una potenza incredibile, stravolgendo tutti i livelli delle società italiana. E infliggendo un colpo irreparabile alla credibilità delle istituzioni. Ne parla Ugo Paolillo, il primo pubblico ministero dell’inchiesta e il primo a dubitare della pista anarchica immediatamente accreditata dagli apparati di sicurezza, tanto da venire sollevato dall’indagine. I ricordi dell’ingresso nei locali distrutti scorrono sulle immagini terribili di corpi straziati e si accompagnano alle memorie di figli che non hanno mai ottenuto giustizia. E tra tanti interventi di rilievo - come quello di Guido Calvi, legale di Pietro Valpreda; della storica Benedetta Tobagi; dell’avvocato Federico Sinicato che ha assistito le famiglie delle vittime; di Martino Siciliano, ordinovista che ha preso parte alle prove dell’attentato – sorprende la sobrietà delle parole di Roberto Gargamelli, all’epoca anarchico diciannovenne del circolo 22 marzo, arrestato e processato ingiustamente assieme a Valpreda. Nonostante nel suo caso persino l’unico testimone ne avesse negato il riconoscimento.

Piazza Fontana "vista" attraverso il ricordo dei parenti delle vittime. In prima serata Rai, Giovanna Mezzogiorno dà voce al dolore di chi non ha avuto giustizia. Laura Rio, Mercoledì 11/12/2019, su Il Giornale. Un'intera vita spesa alla ricerca della giustizia, mai arrivata. Almeno non nelle aule dei tribunali. È l'esistenza dei familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana, di cui proprio domani ricorre il cinquantenario. E nel giorno dell'anniversario Raiuno manda in onda la docu-fiction Io ricordo che, dopo tante inchieste, libri, programmi che hanno tentato di fare luce sulla strage, sui processi, sui servizi segreti, sui depistaggi, sulle parti deviate dello Stato, vuole invece puntare i riflettori su mogli, figli, fratelli, genitori di chi ha avuto la vita spezzata entrando in banca il 12 dicembre 1969 e non uscendone mai più. Io ricordo, presentato ieri mattina a Milano in un incontro commovente con alcuni dei parenti di quelle 17 vittime, ripercorre più di trent'anni di storia giudiziaria principalmente attraverso gli occhi di Francesca Dendena, figlia di Pietro, diventata presidente dell'Associazione dei familiari. A dare parola e volto a Francesca una intensa Giovanna Mezzogiorno (Nicole Fornaro nel ruolo di lei da ragazza) che ha preso molto a cuore la causa. Io ricordo - regia di Francesco Micciché, produzione Aurora Tv - non è una fiction e neppure un documentario, è un mix di entrambi: le parti sceneggiate sono intervallate da interviste a magistrati, avvocati, giornalisti e ai medesimi parenti. Cercando di tenersi lontano dalla retorica, riesce in due ore nel difficile compito di riassumere una complicata e intricatissima storia giudiziaria che è diventata storia del nostro Paese, la strage che ha segnato l'inizio della strategia della tensione. «Il nostro obiettivo fondamentale - spiega Eleonora Andreatta, responsabile di Rai Fiction - era raccontare ai giovani cosa è stata e cosa ha rappresentato quella strage. I ragazzi di oggi non sanno neppure cosa sia o ne hanno una idea assai vaga. La memoria è fondamento identitario del nostro Paese e questo è il ruolo che deve avere la televisione pubblica». Il racconto segue il filo della vita di Francesca, che quando il padre morì aveva 17 anni. Io ricordo è l'inizio di un telegramma che inviò al Presidente della Repubblica dopo i tanti Non ricordo detti dai politici italiani che sfilarono al processo di Catanzaro. Da quel 12 dicembre 1969, quando il padre seduto al tavolo sotto cui fu piazzata la bomba saltò in aria, ha passato tutta la vita a chiedere giustizia, con fiducia ed entusiasmo, fino alla delusione finale della sentenza definitiva della Corte di Cassazione del 2005 che nonostante attribuisse la strage al gruppo eversivo neofascista di Ordine Nuovo, dichiarò non punibili Freda e Ventura in quanto già assolti in via definitiva anni prima. «È stato un onore ma non è stato facile - racconta Giovanna Mezzogiorno - interpretare Francesca e ripercorre con i suoi occhi la storia della strage, piena di date, di fatti, di punti oscuri. Io ricordo piazza Fontana perché negli anni '90 ero al Liceo e partecipavo alle manifestazioni e ai cortei studenteschi. C'è stato e c'è qualcosa sopra di noi, sopra le nostre teste che non è venuto e non viene a gala. Mi auguro che questa fiction abbia successo perché la gente non deve dimenticare». Per l'attrice anche una condivisione del dolore. «Posso ben capire cosa voglia dire perdere un padre da ragazza, io il mio (Vittorio Mezzogiorno) l'ho perso in sei mesi, Francesca in pochi secondi, è un buco nero che rimane per sempre». La disperazione per la verità giudiziaria mai arrivata, non ha fermato i familiari che si sono trasformati da vittime in testimoni. Il fratello di Francesca (scomparsa nel 2010) Paolo, i figli, gli altri parenti girano ancora le scuole per parlare agli studenti, e sono stati e saranno presenti alle cerimonie di questi giorni. «Perché il cancro di questo Paese - conclude Paolo Silva, figlio di Carlo - non è solo l'indifferenza dei giovani, ma di molti italiani che si chiedono cosa vogliono questi qui dopo tutti questi anni...». La docu-fiction resterà su Raiplay ed è disponibile per le scuole e le associazioni.

Piazza Fontana 1969, il film “Romanzo di una strage” è un fake. Vladimiro Satta l'11 Dicembre 2019 su Il Riformista. Quando un film avente ad oggetto una vicenda storica nonché giudiziaria si annuncia mediante una pubblicità che ripete spesso: «la verità esiste» ed il regista dichiara che «il vero senso del film è spiegare ai ragazzi d’oggi cos’è stato quel tempo e quell’età», allora l’opera deve essere valutata secondo criteri storiografici, oltre che cinematografici. È il caso di Romanzo di una strage, diretto da Marco Tullio Giordana.  Intorno a Romanzo di una strage, al libro Il segreto di Piazza Fontana del giornalista Cucchiarelli da cui il film è stato «liberamente tratto» e ai temi ivi trattati si è aperto un ampio dibattito. Al film e al libro –tra i quali esistono differenze, ma secondarie rispetto alle analogie – i commentatori hanno mosso numerosi rilievi. La peculiare tesi di Cucchiarelli prima e di Giordana poi è che le bombe di Piazza Fontana fossero non una ma due; la prima di bassa potenza, simbolica o quasi, piazzata da qualcuno (Valpreda secondo il libro, manovalanza fascista secondo il film) il quale ignorava che altri avrebbero affiancato alla sua un secondo ordigno destinato invece a fare una strage. Il segreto cui allude il titolo del libro di Cucchiarelli e che viene rappresentato nel film di Giordana è un presunto patto tra Moro e l’allora Capo dello Stato Saragat stretto il 23 dicembre 1969, e da allora sempre rispettato da apparati pubblici e forze politiche sia di maggioranza, sia di opposizione, che avrebbe impegnato l’esponente Dc a occultare la verità in cambio della dismissione di qualsivoglia tentazione eversiva da parte del Quirinale. Come ha osservato Stajano, Giordana «ha imboccato la via del realismo nutrita di finzione», commettendo così un errore «in cui non sono caduti né Francesco Rosi né Gillo Pontecorvo». Rosi, a proposito di Romanzo di una strage, ha dichiarato che «quando si trattano avvenimenti che riguardano la nostra vita pubblica, l’unica cosa che bisogna tener presente è la verità giudiziaria, bisogna procedere senza mai perderla di vista». Viceversa, Giordana si è discostato spesso e volentieri dalle sentenze e ha eletto quale suo principale riferimento un libro che dagli esperti aveva ricevuto molte più stroncature che consensi. Il dissenso rispetto ai giudicati penali è un diritto, ma andava esplicitato ed evidenziato, altrimenti lo spettatore poco informato è indotto a credere erroneamente che la ricostruzione cinematografica sia in linea con le ricostruzioni giudiziarie. In mezzo alle tante scene sufficientemente corrispondenti a episodi documentati ce ne sono altre, formalmente indistinguibili dalle prime, inventate di sana pianta o che deformano la realtà storica introducendovi elementi spuri. Le falsità prodotte dall’intreccio tra storia e fiction talvolta sono di poco conto, talaltra no. Ad esempio, che Junio Valerio Borghese abbia telefonato irato a non si sa chi, lamentando che l’attentato non avesse provocato la proclamazione dello stato di emergenza, è un’invenzione cinematografica la quale suggerisce un’ipotesi sul movente e sugli autori della strage mentre Borghese, che fu alla testa del colpo di Stato abortito tra il 7 e l’8 dicembre 1970, è invece estraneo al massacro di Piazza Fontana. Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale, fu accusato di essere il mandante della strage ma fu assolto con formula piena, dunque non si spiega la sua ricorrente presenza nel film. Sono fantasie i colloqui tra Moro e un ufficiale dei Carabinieri il quale il 20 dicembre gli avrebbe promesso un rapporto contenente la verità sulla strage, che l’uomo politico avrebbe portato tre giorni dopo a Saragat – in un incontro altrettanto privo di riscontri – e sarebbe stato da loro insabbiato di comune accordo. Il deus ex machina che nel film informa Moro poteva avere smascherato Freda e Ventura entro il 20 (o 23) dicembre 1969? No. La pista Freda-Ventura fu originata dalla testimonianza di Lorenzon, verbalizzata il 15 gennaio 1970, e decollò soltanto dopo il fortuito ritrovamento di armi a Castelfranco Veneto di fine 1971, che diede i primi sostanziosi riscontri alle dichiarazioni del titubante teste. Moro, nel memoriale vergato durante il sequestro di cui fu vittima, disse anzi di non essere «depositario di segreti di rilievo» in materia di stragi: «quanto a responsabilità di personalità politiche per i fatti della strategia della tensione non ho seriamente alcun indizio. Posso credere più a casi di omissione per incapacità e non perspicace valutazione». Per di più, un incontro tra lui e Saragat il 23 dicembre avrebbe potuto decidere ben poco, sia perché Moro all’epoca era in minoranza nella Dc, sia perché già il 15 i partiti di centro-sinistra avevano risposto politicamente all’attentato rafforzando i legami di coalizione e impegnandosi a formare un nuovo governo. L’immagine dell’antifascista Saragat alleato con i fascisti stragisti è una tragicomica montatura. Sul piano metodologico, fonti anonime non vanno bene né nei tribunali, né nei libri di storia. Di conseguenza, è squalificato il contributo proveniente da un fascista ignoto (inesistente?) cui si richiama Cucchiarelli. Il principio vale anche per il volume Il segreto della Repubblica da cui ad ottobre 1978 partì l’idea – recepita da Giordana – che l’inchiesta su Piazza Fontana fu depistata dal patto tra Moro e Saragat di cui sopra. Infatti, Il segreto della Repubblica si basa su confidenze che sarebbero state fatte a Fulvio e Gianfranco Bellini da un fantomatico “conoscente inglese” di cui Fulvio, interrogato dal giudice Salvini, ha sostenuto di non avere mai saputo né nome né cognome. L’ipotesi della doppia bomba, la quale, per coerenza, richiede pure due attentatori, due taxi che li accompagnarono sul luogo, due cordate di mandanti, due scopi – in pratica, «doppio tutto» – fu criticata già nel 2009 da Giannuli e altri. Nel 2012 fu la volta di Boatti, che tuonò contro il «delirio di sdoppiamento» prolifico di «soggetti che si moltiplicano con geometrica espansione», e di Sofri che attaccò il «Raddoppio Universale» con una serie di contestazioni. Da ultimo, la Procura di Milano sancì «l’assoluta inverosimiglianza» della teoria della doppia bomba. Romanzo di una strage e Il segreto di Piazza Fontana sfiorano anche altre drammatiche vicende degli anni 70, prospettandole in modi assai discutibili. Qui non si può rettificare tutto quel che si dovrebbe, ma almeno un paio di cose sì. La prima riguarda Feltrinelli, che morì accidentalmente mentre manipolava esplosivo. Nel film, mediante la trovata di una telefonata, si insinua un’immotivata incertezza sull’episodio. La seconda concerne l’omicidio del commissario Calabresi, delitto per il quale furono condannati alcuni esponenti di Lotta Continua. Il film dà pochissimo spazio alla lunga campagna diffamatoria contro Calabresi svolta da Lotta Continua e molto invece a un’indagine su un traffico di armi e di esplosivi e ad un immaginario colloquio tra lui e il prefetto D’Amato, inducendo a sospettare un nesso causale con il delitto. Non ci si inganni (…) il colloquio Calabresi-D’Amato alla vigilia della morte del primo è doppiamente falso; perché non si verificò, e perché a D’Amato si attribuiscono frasi che in parte sono di Taviani, in altra parte riflettono le opinioni di Cucchiarelli e sono agli antipodi di quel che D’Amato abbia mai detto. L’Italia superò la prova del terrorismo (…) spacciarla per una Repubblica fondata sul fango è ingiusto, prima ancora che oltraggioso nei confronti della Repubblica stessa, degli uomini che furono in prima fila a difenderla e del popolo intero che, ribadendo fedeltà alle istituzioni e voltando le spalle agli eversori, creò il fondamentale presupposto affinché le minacce fossero sventate. Hanno invitato, inascoltati, «con urgenza il potere giudiziario» a «una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione». La questione è la solita: come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un’inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle? In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Lava Jato sono le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, escono dal carcere appena indicano il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi esce e di chi entra dalla cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione, sembra fondato. Nel bel mezzo della guerra in corso, anche dentro l’avvocatura brasiliana si è scatenata più di una battaglia. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata, spuntano come funghi avvocati che si stanno specializzando nella contrattazione con l’accusa, per conto dell’assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora. Benefici che, a volte, somigliano a un regalo. Prendiamo il caso di Joesley Batista, il proprietario della principale azienda mondiale per l’esportazione di carne, la Jbs. Incastrato da intercettazioni pesanti, Batista ha confessato e descritto il giro vorticoso di tangenti che gli ha consentito, tra l’altro, di evadere tutte le tasse sull’export. Il contratto di delazione premiata da lui firmato gli ha permesso di dirsi colpevole della corruzione dell’intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni – destra, sinistra, centro, più alcuni giudici – pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un’enormità di favori illeciti, e di scampare illeso dal processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell’impunità. Ha confessato crimini clamorosi ed è improcessabile. La notizia non è stata presentata come scandalosa e non ha fatto scandalo. Il biglietto da pagare per lo show.

Brano tratto da “La strage di piazza Fontana tra storia e fiction”  in “Nuova storia contemporanea” (numero 3/2012)

Strage piazza Fontana: 50 anni tra depistaggi, innocenti puniti e terroristi fascisti liberi.  Il 12 dicembre del 1969 una bomba neofascista uccideva 17 persone a Milano. I responsabili, protetti da settori dello Stato, l'hanno fatta franca. Paolo Biondani su L'Espresso il 10 dicembre 2019. Una chiesa ottagonale, molto bella, al margine del parco di una storica villa veneta, accanto all’antica via Postumia. Il muro di cinta della proprietà, in pietre chiare contornate da strisce di mattoni, prosegue lungo una stradina laterale, per circa 200 metri. Alla fine c’è un casolare bianco, con la facciata esterna senza finestre. Il terrorismo politico in Italia è nato qui. Le bombe nere che nel 1969 hanno per la prima volta insanguinato la nostra democrazia sono state fabbricate in questo piccolo rustico alla periferia del comune di Paese, fra Treviso e Castelfranco Veneto. Dove oggi i vicini sono increduli, ignari di questo pezzo di verità ormai accertata da definitive sentenze giudiziarie. Gli stessi proprietari hanno scoperto solo con le ultime inchieste di aver ospitato, nel casolare dietro la loro villa, il covo segreto dei terroristi neri. Dalla strage di piazza Fontana sono passati 50 anni. Mezzo secolo di giustizia negata, depistaggi dei servizi, innocenti perseguitati, processi scippati, colpevoli impuniti. Il 12 dicembre 1969 una bomba in una banca di Milano uccide 17 innocenti e fa precipitare l’Italia nel terrorismo. Prima di spegnersi il giudice Gerardo D’Ambrosio spiegò così, all’Espresso, quella “strategia delle tensione”: «Alla fine degli anni ’60 alcuni settori dello Stato, e mi riferisco al servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati e l’effetto politico veniva amplificato infiltrando e accusando falsamente i gruppi di estrema sinistra». Prima e subito dopo la strage di piazza Fontana, gli apparati di Stato rafforzano la strategia arrestando decine di anarchici, poi tutti assolti. Il loro ipotetico arsenale, localizzato (da un infiltrato neofascista) a Roma sulla via Tiburtina, si rivela solo una buca vuota. Agli anarchici milanesi non viene trovato neanche un petardo, neanche una fionda. Solo quando i giudici di Treviso e Milano incriminano i neofascisti veneti, arrivano le prime prove vere, con i riscontri più pesanti: gli arsenali di armi ed esplosivi. Già nel primo, storico processo di Catanzaro, il neonazista mai pentito Franco Giorgio Freda e il suo complice Giovanni Ventura, morto in libertà dopo la fuga in Argentina, vengono condannati in tutti i gradi di giudizio per ben 17 attentati del fatale 1969. Bombe all’università di Padova (15 aprile), alla fiera e alla stazione di Milano (25 aprile, 10 feriti). Bombe nei tribunali di Torino, Roma e Milano (12 maggio e 24 luglio). Bombe su dieci treni delle vacanze (notte tra l’8 e 9 agosto 1969, venti feriti). Per l’eccidio di piazza Fontana, entrambi vengono assolti in appello, per insufficienza di prove. E abbondanza di depistaggi, che costano una condanna definitiva per favoreggiamento a due ufficiali (piduisti) del Sid. Anche le tante indagini successive si chiudono senza alcuna condanna, però alla fine convincono tutti i giudici, compresa la Cassazione, che Freda e Ventura erano colpevoli anche della strage di Milano, ma non sono più punibili perché ormai assolti. Nell’ultimo processo, concluso nel 2006, l’imputato più importante, il capo di Ordine nuovo nel Triveneto, Carlo Maria Maggi, segue la stessa sorte: condanna all’ergastolo in primo grado, assoluzione in appello e Cassazione, motivata dall’insufficienza dei riscontri alle accuse del pentito Carlo Digilio. «L’incoerenza più grave», per i giudici innocentisti, era proprio «il mancato ritrovamento del casolare di Paese»: la fabbrica delle bombe di Freda e Ventura. La caccia al covo nero riparte con l’ultima indagine sulla strage di Brescia (28 maggio 1974, otto morti e 102 feriti) e sembra la trama di un giallo. L’unico indizio sono i ricordi del pentito. La chiesa sulla strada. Il muro in pietra. Il casolare senza finestre. Un rustico sullo sfondo, tra i campi. I primi inquirenti erano partiti dalla chiesa principale, nel centro di Paese, senza trovare nulla. A fare centro è un tenace ispettore capo della polizia, Michele Cacioppo: la chiesa descritta da Digilio è la cappella privata di villa Onesti-Bon. All’epoca la proprietà era gestita da Sergio Bon, morto nel 2004, che aveva affittato quel casolare retrostante proprio a Giovanni Ventura. Il terrorista, sulla sua agenda del 1969, aveva annotato “Digilio” e “Paese” accanto al nome di un avvocato di Treviso, Giuseppe Sbaiz. Sentito dal poliziotto, il legale chiude il cerchio: «Sergio Bon mi aveva incaricato di sfrattare Ventura, perché aveva visto che nascondeva armi nel casolare». Anche gli eredi di Bon confermano l’affitto all’editore trevigiano complice del padovano Freda. Oggi il luogo è irriconoscibile. Il casolare è stato ristrutturato, ampliato e diviso in tre abitazioni. Ed è circondato da villette e palazzine. Una vicina con i capelli bianchi conferma però che «qui, 50 anni fa, era tutta campagna: c’era solo quel casolare». E dietro il parco c’è ancora il vecchio rustico che vedeva Digilio, ora nascosto da un labirinto di case. Digilio, secondo le sentenze definitive, è un pentito a metà, che ha cercato di minimizzare le sue responsabilità nelle stragi. Felice Casson fu il primo magistrato a farlo condannare come terrorista e armiere di Ordine Nuovo, subordinato proprio a Maggi. Indagato a Milano, solo nel 1998 Digilio ammette di aver aiutato Freda e Ventura a fabbricare ordigni esplosivi. E confessa, in particolare, di aver preparato le bombe sui treni dell’agosto 1969 proprio nel casolare di Paese. Ventura replica di non averlo mai conosciuto: «Il nome di Carlo Digilio non mi dice assolutamente nulla». Invece lo ha anche pagato, perfino il giorno prima delle bombe sui treni, come dimostra una serie di assegni recuperati dall’ispettore Cacioppo, ne pubblichiamo uno in questa pagina. Il casolare di Paese diventa così un nuovo prezioso riscontro alle dichiarazioni di Digilio, che nel 2017 portano alla condanna definitiva di Maggi per la strage di Brescia. La sentenza riguarda anche piazza Fontana e conclude che, dal 1969 al 1974, le stragi hanno lo stesso marchio: Ordine nuovo. Ma se il terrorismo rosso era contro lo Stato, all’epoca gli stragisti neri erano dentro lo Stato. E sono stati protetti per anni da diversi apparati, scatenati sulla falsa pista anarchica di Valpreda e Pinelli, l’innocente precipitato da una finestra della questura. Mentre gli arsenali neri venivano nascosti. Il primo si scopre subito dopo la strage di piazza Fontana. Il 13 dicembre Ventura si tradisce con un amico che vorrebbe reclutare, Guido Lorenzon: gli confida che la bomba di Milano non ha provocato l’atteso golpe, per cui lui e Freda programmano altri attentati sanguinari. Spaventato, Lorenzon ne parla a un avvocato che lo porta dal giudice Giancarlo Stiz, il primo a indagare sui terroristi neri. Il 20 dicembre 1969 viene perquisita la casa di Ventura a Castelfranco Veneto, dove spuntano «un fucile, una bomba a mano e un pugnale della milizia, mai denunciati». Lui nega tutto: mai fatto attentati o violenze, il “fucile da caccia” era del padre, la “granata” sarebbe «un cimelio di guerra custodito come oggetto ornamentale». Nella stessa casa, alla periferia di Castelfranco, vive ancora la sorella, Mariangela Ventura. È identica a lui. E non sente alcun bisogno di nascondersi: il cognome è sul campanello. «Non sarà mica qui per l’anniversario di piazza Fontana?». Indovinato. «Mio fratello è morto. Piazza Fontana è stata una tragedia, durata trent’anni, anche per la mia famiglia». Si figuri per le vittime. «Ora basta. Arrivederci». Peccato. La sorella fu una testimone seria: fu lei a consegnare ai magistrati la famosa chiave del Sid, che apriva tutte le porte del carcere di Monza, per far evadere Ventura nel 1973, quando era crollato confessando a D’Ambrosio tutti gli attentati del 1969, tranne la strage. E l’arsenale di Paese? Dopo la prima perquisizione a casa, Ventura e Freda imboscano le armi e gli esplosivi. E avvertono subito i capi di Ordine Nuovo: non solo Maggi, ma anche Pino Rauti, il leader nazionale, arrestato per pochi giorni e poi prosciolto, quindi eletto parlamentare del Msi. Il casolare di Paese torna ai proprietari. E le indagini deviate dai servizi puntano sempre sulla pista anarchica. Che frana per caso, il 5 novembre 1971, quando si scopre un grosso arsenale nero in una soffitta di Castelfranco: cinque mitra, otto pistole, oltre mille cartucce, 27 caricatori, quattro silenziatori e una bandiera nera con il fascio littorio. Qui, in piazza Giorgione 48, in un palazzo d’epoca di fronte al castello, vive ancora un signore di 78 anni che ha assistito a quella svolta: «Un vicino stava ristrutturando la casa. Un muratore ha aperto un foro nella soffitta comune, per controllare la canna fumaria, e ha trovato i due borsoni con quell’arsenale». Il giorno stesso il custode delle armi confessa che appartengono a Giovanni Ventura, che le ha fatte portare lì, nel 1970, dal fratello Angelo e da un suo dipendente, Franco Comacchio. Che conferma: erano di Freda e Ventura, era un arsenale di una loro «organizzazione segreta», eversiva, che collocava anche «ordigni esplosivi sui treni». Comacchio e la sua convivente aggiungono che prima, «nella primavera 1970», l’arsenale fu portato a casa loro «in una cassa»: tra le armi, videro anche «candelotti di esplosivo». Impauriti, li nascosero alle pendici del Monte Grappa, «in una fenditura tra le rocce». Nel punto indicato, la sera del 7 novembre, i carabinieri trovano «35 cartucce di esplosivo: 20 di colore marrone, 15 blu scuro». Il perito di turno ne accerta «l’avanzata decomposizione e l’estrema pericolosità», ordinandone «la rapida distruzione, senza poter prelevare campioni». Impossibile, dunque, fare confronti con la bomba di piazza Fontana, che secondo l’intero collegio dei periti era composta proprio da due tipi di esplosivo: «dinamite-gelatina da mina», contenuta in «cartucce», e «binitro-toluolo», un’altra sostanza «di frequente uso militare». Non a caso, la chiamavano strage di Stato. Oggi, nel bar al centro della piazza, di fianco al palazzo che custodiva l’arsenale, sono seduti otto universitari, tutti di Castelfranco. Due ammettono, imbarazzati, di sapere «poco o niente» di piazza Fontana. Gli altri sei conoscono la matrice politica: «Terroristi neri, destra». Solo un ragazzo con la barba sa che fu arrestato «anche uno di Castelfranco, Ventura». Ma «neofascisti o brigatisti» gli sembrano «una storia superata»: «Il terrorismo, nero o rosso, appartiene al passato, il nostro è un mondo diverso». Speriamo.

“LA GUERRA TRA PROCURE CI HA IMPEDITO DI FARE GIUSTIZIA”. Dagospia il 12 dicembre 2019. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista rilasciata dal giudice Guido Salvini a Panorama Storia, lo speciale in edicola dedicato alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario. Quel giorno alle 16.37 una bomba, nascosta in una valigetta con sette chili di tritolo e un timer, esplose scavando una buca profonda nel pavimento della filiale della Banca nazionale dell’agricoltura, a pochi passi dal Duomo di Milano. I morti furono 17, 84 i feriti. Da quel giorno l’Italia entrò nella cupa stagione del Terrore. Il giudice Salvini, che riuscì a individuare il filo che legava tutti gli attentati del sanguinoso quinquennio 1969- 1974, torna sui depistaggi e sulle gelosie tra Procure che ostacolarono le indagini. Estratto dell’articolo di Maurizio Tortorella per “Panorama”, pubblicato da “la Verità”. Per un quarto di secolo ha condotto indagini sul terrorismo rosso e nero. Alla fine degli anni Ottanta, da giudice istruttore, è stato lui a riaprire l' inchiesta su Piazza Fontana. E nonostante l' assoluzione degli imputati indicati come autori materiali della strage, è sempre grazie a lui se la responsabilità dell' attentato del 12 dicembre 1969 è stata attribuita al gruppo neonazista Ordine nuovo. Guido Salvini, 65 anni, è il magistrato italiano che ha trovato il filo della «strategia della tensione», il sanguinoso quinquennio tra il 1969 e il 1974 che vede l' Italia colpita da cinque stragi, mentre un' altra mezza dozzina fallisce solo per caso. A lui Panorama ha chiesto di raccontare quale sia la sua visione di quegli orribili anni di sangue. Partendo proprio da quella strage su cui - nel cinquantenario - è in libreria il suo La maledizione di Piazza Fontana (Chiarelettere).

Dottor Salvini, in che atmosfera avviene la strage del 12 dicembre 1969?

«Al governo c' è un debole monocolore Dc, guidato da Mariano Rumor. Il clima sociale è incandescente. Il rinnovo dei contratti mobilita centinaia di migliaia di operai. Anche in Italia, con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese, inizia la dura protesta studentesca. E in Parlamento si avviano riforme importanti: lo Statuto dei lavoratori, le Regioni, la legge sul divorzio...».

E a livello internazionale?

«Richard Nixon è il presidente degli Stati Uniti e il suo segretario di Stato, Henry Kissinger, lancia la famosa "dottrina" in base alla quale i governi italiani e i partiti di centro devono respingere ogni intesa con i comunisti e con la sinistra socialista. Il 27 febbraio 1969, mentre Roma s' incendia per la protesta studentesca, Nixon incontra al Quirinale il presidente Giuseppe Saragat. Si è da poco consumata la scissione del Psi e attorno al Psdi, di cui Saragat è il leader, si radunano le correnti più contrarie al proseguimento del centrosinistra».

Che cosa si dicono, i due?

«Secondo un dossier negli archivi di Washington desecretato pochi anni fa, Saragat e Nixon concordano sul "pericolo comunista". Il nostro presidente afferma che agli occhi degli italiani il Pci si fa passare per un "partito rispettabile", ma in realtà è dedito agli interessi del Cremlino».

Questa è verità storica: il Pci ha continuato a incassare i dollari dei sovietici fino alla fine degli anni Ottanta. Ma come si arriva a Piazza Fontana?

«Sì, quella era la guerra fredda, l' epoca della contrapposizione tra due blocchi: ora ci sembra tanto lontana che si stenta a ricordarla. In un simile quadro, quella del 1969 è stata una lunga campagna stragista. La bomba del 12 dicembre è preceduta da una sequenza di 17 attentati: colpiscono tribunali, università, uffici pubblici e la Fiera di Milano».

E qual è l' obiettivo di questa campagna?

«Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine nuovo, ha spiegato in sede giudiziaria che tutto puntava a un' adunata indetta dai neofascisti del Msi per domenica 14 dicembre, a Roma, enfaticamente propagandata come "appuntamento con la nazione". Vinciguerra rivela soprattutto che la scelta della data era collegata a ciò che i "livelli più alti" sapevano sarebbe avvenuto due giorni prima».

Cioè la bomba alla Banca nazionale dell' agricoltura «Esattamente».E nei piani che cosa sarebbe dovuto accadere?

«Quarantott' ore dopo la strage, un tempo perfetto per far montare al massimo la tensione, Roma sarebbe stata piena di militanti di destra pronti allo scontro, che invocavano interventi contro la sovversione. Sarebbe bastata una scintilla per scatenare incidenti incontrollabili: assalti alle sedi dei partiti di sinistra, con l' inevitabile reazione da parte dei loro militanti, e quindi scontri con la polizia, magari con morti tra le forze dell' ordine».

Lo scopo?

«Rendere inevitabile la dichiarazione dello "stato di emergenza": era quello il vero obiettivo della strage».

E che cosa blocca il piano?

«Il 13 dicembre, quando Vinciguerra con gli ordinovisti arrivati da ogni parte d' Italia è già a Roma, il ministro dell' Interno, Franco Restivo, vieta la manifestazione e cade il tentativo di far precipitare la situazione. E la determinazione e la compostezza con cui la borghesia e gli operai milanesi presenziano ai funerali delle vittime fanno definitivamente fallire il piano». [...]

Come mai è stato tanto difficile indagare su queste stragi, e perché la verità giudiziaria in molti casi resta incompleta?

«Ci sono tanti motivi. Il primo è il muro che, almeno sino alla fine degli anni Ottanta, è stato opposto alle indagini dell' autorità giudiziaria dai servizi di sicurezza e da una parte dei vertici degli organi investigativi, polizia e carabinieri. Ostruzionismo e depistaggi sistematici». [...]

Ma c' è altro: ostracismi e guerre tra Procure. Lei ne sa qualcosa, no?

«Di certo, tra i magistrati che negli anni Novanta indagavano sui vari episodi di strage, ci sono state gelosie e invidie: in certi casi sono andate ben oltre la semplice mancanza di collaborazione».

Immagino lei si riferisca al pm veneziano Felice Casson. Come scoppiò il conflitto tra di voi?

«La Procura di Venezia non aveva gradito che le nuove indagini milanesi, nei primi anni Novanta, non confermassero il presunto coinvolgimento di Gladio nelle stragi: una tesi sostenuta con enfasi, anche se più in forma mediatica che giudiziaria. Il pm Casson non aveva apprezzato nemmeno che le nostre indagini avessero fatto breccia proprio sull' ambiente ordinovista di Venezia e Mestre, che la sua Procura aveva indagato negli anni precedenti, ma con risultati molto inferiori».

Il risultato è stato devastante: una delle prime guerre tra Procure.

«Nel 1995 accadde qualcosa che oggi può apparire incredibile, eppure è successo così come lo racconto. Casson coltivò i contenuti di un esposto contro gli investigatori milanesi, ispirato e pagato dal latitante Delfo Zorzi e presentato dal capo ordinovista Carlo Maria Maggi, tra gli indagati per la strage di Piazza Fontana».

Cosa capitò, a quel punto?

«Il risultato fu l' incriminazione mia e dei carabinieri che lavoravano con me sul fronte dell' eversione nera, da parte dello stesso Casson. Seguì una serie di segnalazioni disciplinari al Csm, tutte rivelatesi false e infondate. Ci fu addirittura il tentativo di farmi trasferire d' ufficio da Milano, un tentativo in cui si distinse la Procura di Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D' Ambrosio cui, dopo non aver fatto nulla sulla strage di Piazza Fontana, per anni, non dispiaceva appropriarsi dei miei atti e dei miei interrogatori».

Accuse forti. Quale risultato ebbero, queste iniziative?

«Il risultato fu la delegittimazione dell' istruttoria milanese agli occhi di testimoni e indagati, e il rallentamento della nostra indagine sulla strage. L' esito fu una ciambella di salvataggio per gli ordinovisti imputati a Milano. Maggi per Piazza Fontana è stato assolto». [...]

Per finire, ci sono altri episodi tragici di quegli anni di cui non si sa ancora tutto: per esempio l' omicidio del commissario Calabresi, che è collegato alla morte di Pinelli e quindi alla strage di Piazza Fontana.

«Per quell' omicidio c' è una sentenza definitiva nei confronti degli esponenti di Lotta continua che nel 1972 organizzò l' agguato, e su questo non ci sono dubbi. Ma ancora, a causa del silenzio dei suoi capi, non sappiamo molte cose. Non si conosce, se non in parte, come l' omicidio fu deciso e nemmeno tutta la fase esecutiva».

Il figlio di Luigi Calabresi, Mario, si è incontrato di recente con Giorgio Pietrostefani. Che cosa ne ha pensato?

«Pietrostefani, latitante da molti anni, era il capo militare di Lotta continua. Lui certamente sa tutto: sa com' è stata presa quella decisione. È gravemente malato e certo non mi auguro il carcere per lui. Ma credo abbia il dovere morale di raccontare, anche senza far nomi, che cosa è successo: come maturò quell' omicidio commesso in nome di tanti giovani che, ottenebrati da un clima di violenza, nelle strade inneggiavano alla morte di Calabresi. Non sappiamo che cosa il figlio del commissario ucciso e l' ex dirigente di Lotta continua si siano detti quel giorno. Aspettiamo».

Quella sera in piazza Fontana. Il 12 dicembre 1969 scoppia in piazza Fontana a Milano la bomba che uccide 17 persone e dà il via alla strategia della tensione: ecco il racconto che ne fece, a distanza di 40 anni, Giorgio Bocca. La Repubblica l'11 dicembre 2019. Nel 50esimo anniversario della strage di Piazza Fontana pubblichiamo un articolo scritto da Giorgio Bocca sulle pagine di Repubblica l'11 dicembre del 2009, per ricordare le vittime della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano 40 anni dopo la bomba che ha cambiato la storia d'Italia. Della sera del 12 dicembre 1969, la sera della bomba nella Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano, ricordo la nebbia fitta, la caligine da Malebolge. Allora abitavo in via Bagutta, a quattro passi dalla piazza. Ma il mio studio stava nell'interno e non avevo sentito il fragore dell'esplosione. Mi chiamò al telefono Italo Pietra, il direttore del Giorno: "Vai in piazza Fontana, è scoppiata una bomba in una banca. Vai a vedere poi vieni a scrivere al giornale". C'erano già i cordoni della polizia attorno alla banca, impossibile entrare, ma bastava guardare alla luce dei fari la ressa di autoambulanze, di autopompe per capire che c'era stata una strage, udire le urla dei soccorritori che uscivano con i morti e i feriti sulle barelle. A forza di giocare con il fuoco degli opposti estremismi eravamo entrati in una guerra vera, e già in quella sanguinosa confusione si poteva capire che nel gioco era entrato qualcuno di superiore alle nostre politiche inimicizie. Un potere feroce come una lama rovente squarciava il nostro grigio Stato democristiano, la nostra burocrazia furba e sorniona e li metteva di fronte al fatto compiuto aprendo la tetra stagione che sarà ricordata come "gli anni di piombo", gli anni del terrorismo. Anche senza entrare nella banca devastata dalla bomba, non ci voleva molto a capire che quella sera qualcosa era cambiato nella nostra vita, Pietra mi aspettava nel suo ufficio. "Secondo te - mi chiese - chi le ha messe queste bombe?". A bruciapelo risposi: "I servizi segreti impegnati nella guerra fredda, non la polizia dei poveracci che vanno a farsi pestare in piazza dagli scioperanti". "Tu dici?", fece Pietra che conosceva l' arte dell' understatement, e aggiunse: "Mi ha telefonato il prefetto, secondo lui sono stati gli anarchici". Era cominciata l'umiliante operazione di copertura dei veri mandanti dell'eccidio, la serie delle indagini manovrate, dei depistaggi, dall'arresto di Valpreda, denunciato da un tassista, alla morte di Pinelli, precipitato da una finestra della questura. Pietra era amico di Enrico Mattei, conosceva il gioco dei grandi poteri, i pesanti condizionamenti del potere imperiale, lui poteva intuire la parte che il nostro governo si era subito assunta per coprire i mandanti, le cortine fumogene, le omissioni, i silenzi che avrebbero reso vane le indagini e i processi. Io la lezione degli arcana imperii dovevo ancora capirla, e come molti fui colpito dalla strage come da una rivelazione: era finita la breve pace sociale della Prima Repubblica, finita l'unione patriottica degli anni della Resistenza. Eravamo una provincia dell'impero, subalterna alle grandi potenze. Veniva meno la fiducia ingenua ma reale nelle "autorità", l'ingenua certezza che un prefetto, un questore, un procuratore generale non potevano mentire ai cittadini, non potevano stare al gioco degli interessi esterni. La strage di piazza Fontana fu davvero una tragica rivelazione, un annuncio che lasciava sbigottiti i trecentomila milanesi accorsi ai funerali delle vittime, e il cardinale arcivescovo di Milano Colombo, che chiedeva in Duomo ai rappresentanti del governo di assumersi le loro responsabilità. E fu l'inizio degli anni di piombo. Per alcuni la decisione sbagliata ma irrinunciabile della guerra civile, del ricorso alle armi. Per altri l'impegno a mantenere comunque la democrazia, lo stato di diritto anche a costo di stare in prima fila esposto ai fanatismi e alle feroci semplificazioni. Risale a quei giorni la presa di coscienza della grande crisi contemporanea, dell'impossibilità di ridurre la storia a scienza esatta, a matematica. Ci rendemmo conto che la storia è una corrente inarrestabile di cose, di idee, di eventi, qualcosa che ti sovrasta e ti trascina. Cosa c'era nella tumultuosa corrente sociale dei primi anni Settanta? Di certo la coda della grande utopia comunista, l'ultimo picco delle occupazioni operaie delle fabbriche, l'ultima illusione sulla missione salvifica della classe operaia, classe generale capace di assumersi i doveri e i sacrifici necessari a una crescita sociale universale. Anche la fine dell'utopia socialista, delle richieste dell'impossibile: più salari e meno lavoro, più soldi e meno disciplina, più capitale e meno sfruttamento. E nessuno di noi testimoni saprebbe spiegare oggi perché quel terremoto sociale avvenne allora e non prima e non dopo, perché ogni giorno si tenevano assemblee studentesche e operaie. Di certo c' è solo che quella febbre c' era, e cresceva irresistibile, si formavano movimenti di opinione e di azione, come Autonomia Operaia, movimenti studenteschi, e i primi gruppi di lotta armata, senza nessuna reale possibilità di successo ma irresistibili. L'unica spiegazione non spiegazione, l'unica irragionevole ragione di quella confusa temperie, me l'ha data il brigatista rosso Enrico Fenzi, quando lo incontrai nel carcere di Alessandria: "Perché abbiamo scelto la lotta armata? Perché io, perché noi eravamo quella scelta. C'è qualcuno che sa spiegare quello che si è e perché lo si è? Eravamo lotta armata perché per noi non era una forma della politica, ma la politica". Qualcosa di simile mi ha poi detto un altro brigatista, Bonisoli: "Siamo entrati nel grande mutamento con una cultura vecchia, la vecchia cultura rivoluzionaria, e a chi ci rimproverava per l'uccisione di un riformista dicevamo: ma non ci avete sempre detto che i nemici della rivoluzione, i traditori della classe operaia, vanno eliminati". Ma c'era un'utopia anche nella repressione imperialista, che produceva le stragi come quella di piazza Fontana: c'era l'utopia che fosse possibile, con la forza e con la violenza, rovesciare il corso della storia, o anche, più modestamente, "spostare a destra il governo della repubblica italiana". Anche nell'estrema destra non ci si rendeva conto che a chiudere la stagione rivoluzionaria era stato il mutamento del modo di produrre, le trasferte automatizzate, la perdita del controllo operaio della produzione, l'avvento dei computer e di un mercato unico che consentiva di spostare la produzione nei luoghi dove l'opposizione operaia era debole o inesistente.

Pino Nicotri su blitzquotidiano.it il 13 dicembre 2019. In occasione del 50esimo anniversario della strage milanese di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e delle bombe fatte esplodere in contemporanea anche a Roma sono stati pubblicati libri e inchieste giornalistiche riassuntive riguardanti sia la strage e le altre bombe di quel giorno sia il contorno che le aveva precedute nel corso dell’anno. Con l’occasione, ho deciso di ripubblicare il libro Il Silenzio di Stato che ho scritto nel ’72 e che condusse i magistrati a scoprire finalmente che la verità era a Padova. Per essere reperibile in tempo per il 12 dicembre il libro Silenzio di Stato l’ho pubblicato con Il Mio Libro, di Kataweb, con una nuova copertina che ricalca quella originale. La riedizione l’ho arricchita con una sostanziosa e DOCUMENTATA introduzione, che spiega meglio varie cose alla luce di quanto avvenuto dal ’72 ad oggi. Nei vari libri in uscita in occasione del 50esimo quell’episodio cruciale è citato solo dal magistrato Guido Salvini, nel suo libro recentissimo intitolato La maledizione di Piazza Fontana: l’unico che ha fatto rilevare un particolare tanto strano quanto grave, del quale parleremo tra poco. Vediamo cosa è successo a suo tempo. Intanto notiamo che le bombe  erano contenute tutte in borse di similpelle della ditta tedesca Mosbach&Gruber, particolare accertato grazie al fatto che un ordigno, quello piazzato nella filiale della Banca Commerciale (Comit) in piazza della Scala a Milano, non era esploso ed era stato ritrovato pertanto intatto, alle 16:25, compresa la borsa che lo conteneva. Borsa che risulterà identica a quelle contenenti gli altri ordigni, tutte caratterizzate dalla chiusura laterale metallica di colore giallo recante impresso il disegno del profilo di un gallo: il logo della ditta tedesca Mosbach&Gruber. La borsa conteneva una cassetta metallica marca Juwel, che a sua volta conteneva l’esplosivo fortunatamente non esploso. Pochi minuti dopo tale rinvenimento in piazza della Scala un altro ordigno composto da circa sette chili di esplosivo saltava in aria, alle 16:37, nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, uccidendo 17 persone e ferendone 88. La più grave strage italiana dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dai reperti rinvenuti sul luogo della strage di Milano i periti hanno potuto stabilire che la bomba era contenuta in una cassetta metallica marca Juwel nascosta in una borsa di similpelle marca Mosbach&Gruber. Gli inquirenti e quindi i giornali e la Rai, all’epoca le radio e le tv private non esistevano ancora, sostennero immediatamente e in coro compatto che quel tipo di borse erano in vendita solo in Germania e che in Italia non se ne trovavano. Un modo per insinuare che gli anarchici subito accusati della strage non fossero un gruppo di balordi milanesi e romani, ma avessero invece ramificazioni e rapporti con altri Paesi, quanto meno con anarchici e terroristi tedeschi. Una versione pubblica durata ben 33 mesi, vale a dire poco meno di tre anni. La strage era avvenuta nel pomeriggio del venerdì 12 dicembre 1969. Ma solo dopo il 10 settembre del 1972, cioè dopo ben tre anni meno tre mesi, si scoprirà che la vulgata delle Mosbach&Gruber inesistenti in Italia era assolutamente e sfacciatamente falsa.  E che erano sicuramente in vendita in almeno due negozi della città di Padova. Uno dei negozi padovani aveva venduto a un unico acquirente proprio quattro borse di quel tipo due giorni prima della strage. E la commessa che le aveva vendute, signora Loretta Galeazzo, era corsa a dirlo in questura non appena aveva appreso dalla Rai e dai giornali i particolari del ritrovamento nella filiale della Banca Commerciale. A riconoscere Freda era stata anche la collega della Galeazzo in valigeria, che aveva chiacchierato con l’acquirente mentre un commesso andava a prendere dal deposito le altre tre borse. E quando a Padova hanno arrestato per istigazione dei militari all’eversione Giorgio Franco Freda, neonazista di Ordine Nuovo, la stessa commessa è corsa di nuovo in questura per dire che dalle immagini in televisione e sui giornali locali aveva riconosciuto in Freda la persona che aveva comprato le borse. Due testimonianze che avrebbero potuto far arrestare gli autori della strage nel giro di pochi giorni. E che invece sono sparite…Questa assurda negligenza del mondo dell’informazione giornalistica è stata la mia fortuna, perché mi ha permesso di diventare giornalista. Ero uno studente di Fisica, fuoricorso perché per studiare e campare facevo vari lavori saltuari, ero il presidente dell’Assemblea d’Ateneo e abitavo dal ’65 o dal ’66 in un appartamento di cinque stanze più bagno e cucina, preso in affitto all’ultimo piano di via Oberdan 2, in pieno centro storico di Padova, affianco al famoso caffè Pedrocchi. La stanza più grande la utilizzavo come ufficio, non aperto al pubblico, dell’Italturist, l’agenzia turistica del PCI specializzata in viaggi soprattutto di gruppo nei Paesi comunisti dell’est europeo. Due stanze le avevo affittate a due studenti di Treviso: Giorgio Caniglia, che studiava Ingegneria, e Carla, che studiava Lettere. Il venerdì nel primo pomeriggio se ne tornavano entrambi a casa dei rispettivi genitori a Treviso, cosa che fecero anche quel venerdì 12 dicembre della strage, per tornare a Padova la domenica sera, cosa che fecero anche la domenica successiva alla strage, cioè il 14 dicembre sera. Sabato pomeriggio sono arrivati a casa mia i carabinieri con tre mandati di perquisizione, uno per me, uno per Giorgio e uno per Carla, assenti perché andati a casa loro a Treviso come sempre per il fine settimana. Il giorno dopo, sabato 13 dicembre, in serata sono poi arrivati come al solito anche Giorgio e Carla. Appena entrato in casa Giorgio mi ha mostrato la sua borsa di similpelle nera, quella che usava ogni giorno anche per andare a lezione e che avevo visto in varie occasioni dentro e fuori casa. Con una mano me la mise davanti agli occhi dal lato della chiusura di metallo e con l’altra mi indicò il disegno che ne caratterizzava la borchia: era il disegno di un gallo preso di profilo. Era cioè proprio il logo delle Mosbach&Gruber. Poi Giorgio mi disse: “Non capisco perché radio, televisione e giornali dicono tutti in coro che queste borse in Italia non si trovano. Io l’ho comprata qui a Padova”. Ho detto a Giorgio: “Beh, domattina va in questura, mostra la borsa e racconta dove l’hai comprata. Così, se non ti arrestano accusandoti della strage, capiscono che in Italia si vendono. E che si vendono anche a Padova, dove c’è quel gruppo di fanatici nazifascisti capitanato da Giorgio Franco Freda e Massimiliano Facchini con base alla libreria Ezzelino di via Patriarcato”. Lunedì sera Giorgio mi ha raccontato che era uscito di casa poco dopo le 10 con la sua borsa per andare a farla vedere in questura, distante più o meno 200 metri, ma dopo pochi passi aveva incontrato un poliziotto della squadra politica della questura, quello che era solito tenere d’occhio l’area del caffè Pedrocchi e del Bo, compreso il portone di casa nostra, e di avere mostrato subito a lui la borsa e il logo della Mosbach&Gruber. Ricevendone come tutta risposta un ben strano: “Ah, ma ormai non ci interessa, sappiamo già chi è il colpevole, uno di Milano”. Se il poliziotto fosse stato meno menefreghista e più professionale i colpevoli della strage e delle altre bombe del 12 dicembre, oltre che degli altri mesi dello stesso anno, potevano essere individuati nel giro di 48 ore. Ripeto: a quell’epoca ero studente universitario e il giornalismo non sapevo neppure cosa fosse. Inoltre non avevo ancora fatto il servizio militare a quell’epoca obbligatorio, era detto “nàia”, motivo per cui temevo che se avessi reso pubblico a gran voce, magari con una apposita assemblea d’Ateneo, lo scandaloso falso delle borse tedesche introvabili in Italia e annesso menefreghismo del commissario della squadra politica, sarebbe potuto capitarmi per vendetta di un qualche apparato statale qualcosa di grave durante la nàia. Decisi così di restare zitto, aspettare di fare il servizio militare, che all’epoca durava 18 mesi, e di scrivere solo in seguito un libro per raccontare come a Padova Freda e i suoi erano stati protetti sistematicamente da organi dello Stato, fino all’iperbole del falso sulle borse introvabili in Italia e del rifiuto del funzionario della squadra politica di prendere in considerazione quanto gli aveva detto e mostrato il mio amico e inquilino Giorgio. Il libro volevo intitolarlo significativamente Il Silenzio di Stato. E poiché ero ben lontano dal pensare di poter fare il giornalista decisi di non firmarlo col mio nome, ma come Comitato di Documentazione Antifascista di Padova, che in realtà ero pur sempre io. Col mio nome mi sarei limitato a formare la poesia che avevo composto per dedicare il libro a quattro miei amici. E in effetti, finito il servizio militare, iniziato a metà del ’70 e concluso verso la fine del ’71, mi sono messo all’opera raccogliendo anche materiali d’archivio della stampa locale riguardanti i rapporti Freda/magistratura/polizia/carabinieri, uno strano suicidio probabile omicidio, altri attentati nel corso del ’69 e molto altro ancora. Ad agosto del’72, ormai ben documentato e pronto a scrivere, mi sono ritirato nella isolatissima casa di montagna dei miei suoceri vicino a Gallio, poco più di mille metri di altezza sull’altipiano di Asiago. Tramite la moglie di un giovane docente universitario, andata per qualche giorno da amici a Roma, la notizia che stavo preparando un libro sulle bombe del 12 dicembre ’69 è arrivata alle orecchie di Mario Scialoja, giornalista del settimanale L’Espresso, già molto famoso. Stavo lavorando nel silenzio più assoluto al terzo piano della casa, un pezzo di casera di montanari in un posto isolato, quando verso le 11 ho sentito arrivare dall’ingresso e cucina al pian terreno un baccano di porte aperte e richiuse con forza e sedie spostate senza tanti complimenti. Mi sono affacciato piuttosto allarmato alla tromba delle scale e ho visto un signore trafelato, con barba biondastra e un grande naso rosso come un pomodoro, che guardando in alto mi gridava:

“Buongiorno! Sono il giornalista Mario Scialoja, del settimanale L’Espresso”.

“Buongiorno! Io sono Napoleone Bonaparte. Mi dica”.

“Ma io sono davvero Mario Scialoja!”.

“E io sono davvero Napoleone Bonaparte. Osa forse mettere in dubbio la mia parola, qui in casa mia? Guardi che la caccio via. Perché è entrato, facendo ‘sto fracasso? Cosa vuole?”.

“Cerco Pino Nicotri, che mi hanno detto sta scrivendo un libro anche con la storia delle borse delle bombe del 12 dicembre ’69, borse che a quanto pare lui sostiene si vendessero anche a Padova”.

La mia lunga amicizia fraterna con Mario e il mio inopinato ingresso nel giornalismo sono iniziati così. Sempre correndo come un pazzo e bevendosi una dozzina di tornanti in discesa come fossero tutti rettilinei, Mario mi ha portato a Treviso, dove a casa sua Giorgio mi ha venduto per 5.000 lire la borsa. E così l’ho regalata a Mario perché la portasse al magistrato Gerardo D’Ambrosio, che in veste di giudice istruttore a Milano conduceva l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana senza risultati apprezzabili. Ringraziandolo calorosamente, ha ricevuto la borsa dalle mani di Mario già il mattino successivo, 2 settembre. Mario nel numero de L’Espresso datato 10 settembre ha pubblicato il grande scoop che raccontava della consegna della borsa al magistrato e di come ne avesse avuto notizia dal sottoscritto. D’Ambrosio inviando a Padova a fare ricerche il maresciallo dei carabinieri Sandro Munari poteva finalmente scoprire dove erano state vendute le borse utilizzate per trasportare e nascondere le bombe del 12 dicembre ’69. Scoperta clamorosa, che non solo ha fatto crollare rumorosamente la pista anarchica di Valpreda&Co, ma che ha anche permesso di scoperchiare l’incredibile verminaio delle protezioni statali a favore di Freda&Co, arrivate a fare scomparire non solo le due testimonianze della commessa della valigeria Al Duomo. E io finalmente pubblicai, con Sapere Edizioni, il libro. Con il titolo che avevo in mente da tempo: Il Silenzio di Stato. Conservo ancora alcune copie del libro con la dedica di Valpreda, che venne a Padova per la presentazione del libro e che non ha mai smesso di ringraziarmi. Per risparmiare sulle tasse il libro è stato edito come numero del periodico InCo, acronimo di Informazione e Controinformazione, periodico registrato presso il tribunale di Milano, avente come editore Sapere Edizioni e come direttore responsabile un sindacalista, non ricordo se della CISL o delle ACLI. Il fatto che fosse stato pubblicato come periodico mi ha infine convinto a farmi rilasciare dal direttore responsabile la dichiarazione firmata che tutti i singoli capitoli erano miei articoli e che mi erano stati pagati. E’ stato così che quando mi sono iscritto come pubblicista all’albo dei giornalisti ho allegato anche quelli – vale a dire, tutti i capitoli de Il Silenzio di Stato – assieme ai vari articoli pubblicati su giornali veri negli ultimi 24 mesi prima della domanda di iscrizione. Ho voluto che fosse documentato in modo incontrovertibile, anche per tabulas e non solo per la firma della mia poesia di dedica ai miei amici, che quel libro era totalmente ed esclusivamente frutto del mio lavoro.

Giampiero Mughini per Dagospia il 13 dicembre 2019. Caro Dago, e dunque fanno cinquant’anni esatti che ci giriamo attorno a quella stramaledetta bomba di Piazza Fontana e alle sue ripercussioni sulla successiva storia italiana. E comunque bellissime le parole del sindaco Giuseppe Sala, il quale a nome dello Stato e di Milano ha chiesto perdono agli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Meritoria la decisione dell’amministrazione comunale di Milano di piantare in un parco di San Siro una quercia rossa in memoria della ”diciottesima vittima” di Piazza Fontana, ossia il ferroviere milanese Pinelli caduto innocente dal quarto piano della questura di via Fatebenefratelli. Bellissima - ai miei occhi - la foto di Licia Pinelli seduta a Palazzo Marino accanto a Gemma Calabresi, una delle donne più squisite e discrete che io abbia mai incontrato. Accanto a Gemma c’era suo figlio, Mario, l’ex direttore di “Repubblica” , il quale nel suo ultimo libro racconta di avere incontrato a Parigi Giorgio Pietrostefani, il militante di Lotta continua condannato come l’organizzatore dell’agguato mortale al commissario Luigi Calabresi. Ho molto apprezzato l’eleganza di Calabresi figlio, che non ha riferito una sola virgola di quello che si sono detti. E comunque Calabresi non è la “diciannovesima” vittima di piazza Fontana, è la prima vittima di un fenomeno successivo e che in un certo modo ne discende, il terrorismo omicida nato a sinistra. Mi spiego meglio. Sono un cittadino della Repubblica che nel guardare la foto di quelle due donne -entrambe segnate dalla tragedia - che seggono accanto, non tifa per l’una o per l’altra, non ritiene più notevole il dolore dell’una o dell’altra. Di quella cui Giampaolo Pansa e altri giornalisti bussarono a casa a dirle che suo marito il ferroviere era andato giù dalla finestra, o di quella che era incinta del suo terzo figlio quando bussò alla porta suo padre e dalla sua espressione lei capì che il marito trentatreenne era stato appena assassinato sotto casa sua. Ai miei occhi non c’è nessun derby del dolore fra queste due pur differenti figure femminili. L’una e l’altra specchiano le tragedie recenti del nostro Novecento, e la tragedia di Piazza Fontana è di quelle che perdurano e fanno male nella nostra memoria. Nessun derby, all’una e all’altra i segni del mio più profondo rispetto. Non credo che sia l’atteggiamento di tanti, specie fra quelli della mia generazione. Le stimmate di 50 anni fa molti di loro le conservano intatte. Una campagna contro “il torturatore” Calabresi, una campagna durata quasi due anni e mezzo, non s’è asciugata come si asciuga l’acqua dopo una pioggia notturna. Molti di loro continuano a crederci alla balla sesquipedale che il commissario Calabresi fosse in qualche modo responsabile della morte di Pinelli. Non hanno un particolare, non hanno un elemento che giustifichi questa convinzione, solo che non demordono. E difatti nell’articolo di oggi sul “Fatto”, l’articolo che è arredato dalla foto di Licia Pinelli e di Gemma Calabresi di cui ho detto, vengono riferite le parole che la vedova Pinelli ha pronunciato ancora in questi giorni: “Non mi aspettavo che il sindaco Sala chiedesse perdono alla nostra famiglia. Io non mi aspetto niente da nessuno. Su come è morto mio marito la verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà”. Parole che Licia Pinelli ha tutto il diritto di pronunciare, non fosse che annullano in parte il significato di quella foto e della toccante cerimonia a Palazzo Marino. Perché lasciano intendere, senza beninteso addurre il minimo elemento concreto, che è vera quell’altra narrazione, la narrazione che in questi 50 anni ha fatto da sottofondo della memoria di tanti: che nella stanzuccia della questura Pinelli fosse stato aggredito, colpito, scaraventato giù. E dunque che una qualche ragion d’essere i due colpi sparati alla testa e alla schiena di Calabresi ce l’avessero. O no?

Piazza Fontana, quando l'Isola del Giglio si ribellò  a Freda e Ventura. Pubblicato venerdì, 13 dicembre 2019 da Corriere.it. Ogni anno, ogni 12 dicembre. Gabriello Galli apre la busta dove tiene i ritagli di giornale dell'epoca e ne estrae un cartoncino rosa. Tanti anni fa era quello il colore delle comunicazioni giudiziarie. Gli arrivò il 27 gennaio 1977 all'Istituto dei Salesiani di Livorno, dove studiava. «Si invita la Signoria vostra a nominare un difensore di fiducia... in quanto pendente presso questo Ufficio — era la procura di Grosseto — il procedimento penale nel quale Ella è indiziato del reato blocco del porto, commesso il 28 e 29 Agosto 1976 in Isola del Giglio». Dopo la citazione dell'articolo, del comma, del decreto legge, c'era una postilla. «Commesso in concorso con +31», che significa con altri trentuno. Erano molti di più, la mattina del 28 agosto 1976 all'ingresso del porto. Il giorno prima, la corte d’Appello di Catanzaro aveva scarcerato per decorrenza dei termini di Giovanni Ventura e Franco Freda, imputati per la strage di Piazza Fontana, disponendo per loro il soggiorno obbligato nell’Isola del Giglio. Si mobilitarono, tutti, abitanti e turisti. Tesero un cavo di acciaio che rese impossibile l'attracco alle motonavi che collegano l'isola a Porto Santo Stefano per protestare contro l'arrivo dei due neofascisti. Non riuscirono a impedirlo, dopo due traghetti rispediti al mittente le forze dell'ordine riuscirono infine a far sbarcare i due imputati. Nell'impossibilità di prendere le generalità a tutti, il mare davanti al Giglio fu per due giorni una distesa di barche e barchini, i carabinieri fecero rapporto citando solo le persone che conoscevano. «Il più vecchio era un marittimo ottantenne, che al processo costrinse il giudice a gridare, perché era quasi completamente sordo. C'erano studenti come me, commercianti, pescatori, tutti gigliesi. Sapevamo di non avere speranze, ma almeno riuscimmo a far capire cosa pensavamo, noi e l'isola, di quei due».

Il «muro» di barche contro l'approdo di Freda e Ventura. I giornali dell'epoca diedero grande risalto alla notizia dell'isola che si ribella, che solo nel 2012 tornerà sulle prime pagine, per ben altra vicenda, il naufragio della Costa Concordia, avvenuto a pochi metri e una spiaggia di distanza dal porto dove andò in scena la protesta. Poi, come spesso accade e come forse è inevitabile, se ne dimenticarono. Era una nota a margine nella storia della strage di piazza Fontana. Ma per molto tempo Gabriello Galli e gli altri trentuno furono le uniche persone condannate per fatti in qualche modo collegati alla bomba che cambiò la storia d'Italia. L'8 marzo 1978, il processo «Stato italiano contro Giovanni Andolfi +30» si concluse con una condanna a trenta giorni di reclusione per tutti. Il reato era stato derubricato, passando da blocco del porto a interruzione di pubblico servizio. L'articolo del Corriere della Sera Sarebbe rientrato nell'amnistia concessa da Sandro Pertini poco dopo la sua elezione, avvenuta il 9 maggio 1978. Ma al processo d'appello, che si svolse a Firenze il 20 novembre di quell'anno, venne di nuovo applicato il reato di blocco navale. Ai venti gigliesi condannati, altri undici andarono assolti, toccò una pena di cinque mesi e dieci giorni, con la condizionale. Il ricorso in Cassazione venne respinto per vizio di forma. Galli, che di quei trentuno fu il più giovane con i suoi 18 anni, ricorda un senso di incredulità che dura ancora oggi, che è un tranquillo pensionato, ex bancario, ex consigliere comunale. «La strage, le bugie e i depistaggi, le complicità. E alla fine gli unici o quasi a pagare siamo stati noi, un gruppo di paesani che poi furono costretti a subire per mesi la vista di Freda e Ventura in giro per le strade del Giglio. Vivevano in un residence di lusso, sempre scortati da una ottantina di carabinieri. Non abbiamo mai capito perché decisero di mandarli proprio a noi». Le ragioni per cui nel processo d'appello ci furono dieci assoluzioni, per posizioni sostanzialmente simili, e nei confronti di gente che si dichiarava rea confessa, forse risiedono proprio nel momento dell'identificazione, a protesta in corso. I venti gigliesi condannati, secondo il rapporto dei carabinieri, avevano tutti «spiccate simpatie socialiste, comuniste ed anarchiche». Sugli altri, invece, nulla da segnalare.

Dagospia il 16 dicembre 2019. Mario Calabresi su Facebook: Ieri sera, appena tornato a Milano da Roma, sono andato a vedere l’albero che è stato piantato per ricordare Giuseppe Pinelli. È di fronte alla mia scuola media, a pochi metri da dove sono cresciuto. Le nostre vite continuano ad incrociarsi. Giuseppe Pinelli, detto Pino, ferroviere anarchico, marito di Licia e padre di Claudia e Silvia, morì esattamente cinquant’anni fa, cadendo dalla finestra dell’ufficio di mio padre nella Questura di Milano. Una morte tragica e insensata che cambiò la vita della sua famiglia e della mia. So con certezza che Giuseppe Pinelli morì da innocente, così come sappiamo che mio padre non ha responsabilità nella sua morte e che non era in quella stanza. Molti erano lì ma non lui. Mezzo secolo dopo credo che finalmente si possa essere liberi di ricordare questi due uomini senza più contrapporli. Mia madre e Licia Pinelli sono due donne serene, capaci di comprendersi, la vita le ha segnate ma le ha anche rese delle persone notevoli. Pochi reduci, tra loro chi porta la colpa dell’omicidio di mio padre, continuano a gettare fango e a spargere veleni, ma non vale la pena dare loro retta, meglio concentrarsi su ciò che serve a ricucire le ferite della nostra società. Quell’albero, una quercia rossa, farà radici e vivrà più a lungo di tutti noi, ricordando a chi si fermerà nella sua ombra una persona mite e perbene.

Gianni Barbacetto per il Fatto Quotidiano il 13 dicembre 2019. Un ineccepibile Giuseppe Sala è riuscito a spezzare, quest' anno, i rituali di routine degli anniversari di piazza Fontana. Cinquant' anni dopo, ha piantato una quercia rossa in un parco di San Siro, in ricordo della diciottesima vittima della strage, il ferroviere Giuseppe Pinelli, morto cadendo da una finestra della questura di Milano tre giorni dopo la strage, mentre era detenuto illegalmente e accusato ingiustamente per la strage. 

Sala ha chiesto "scusa e perdono a Pinelli, a nome della città, per quello che è stato".

Poi ieri, nella seduta straordinaria del consiglio comunale convocata in occasione del 12 dicembre, il sindaco ha ripetuto e raddoppiato: "Dobbiamo scusarci, per la persecuzione subita, con Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli", anarchici ingiustamente accusati della bomba nera scoppiata in piazza Fontana.

Accanto al sindaco di Milano, c' era il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto partecipare alla seduta straordinaria del consiglio comunale milanese. "Non si serve lo Stato se non si serve la Repubblica e, con essa, la democrazia", ha detto Mattarella. 

"L' attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata doppiamente colpevole. Un cinico disegno, nutrito di collegamenti internazionali a reti eversive, mirante a destabilizzare la giovane democrazia italiana, a vent' anni dall' entrata in vigore della sua Costituzione. L' identità della Repubblica è segnata dai morti e dai feriti della Banca nazionale dell' agricoltura. Un attacco forsennato contro la nostra convivenza civile prima ancora che contro l' ordinamento stesso della Repubblica".

La verità cercata per cinque decenni - e rimasta incompleta sul piano giudiziario - è ora scritta nella formella che il Comune ha voluto porre in piazza Fontana, insieme ad altre 17 che ricordano i nomi delle vittime della strage. Sulla prima formella è scritto: "12 dicembre 1969. 

Ordigno collocato dal gruppo terroristico di estrema destra Ordine nuovo". Quel che ancora manca è stato aggiunto da una signora in un foglio scritto a mano con il pennarello e appoggiato accanto alla formella: "e dallo Stato (Ufficio affari riservati)".

È toccato poi al presidente della associazione delle vittime della strage, Carlo Arnoldi, ricordare che qualcosa aveva cominciato a muoversi lo scorso anno, quando il presidente della Camera Roberto Fico aveva per quattro volte chiesto scusa a nome dello Stato ai famigliari delle vittime. "Oggi lo Stato è più vicino? Sì", ha risposto Arnoldi, "con la più alta carica dello Stato che per la prima volta dopo cinquant' anni viene a Milano, ci incontra privatamente, ci invoglia ad andare avanti, e dice che effettivamente in quegli anni qualcuno dello Stato voleva portare a deviazione i processi per non arrivare alla verità".

Ad ascoltare le parole di Mattarella c' era anche Licia Rognini, vedova di Pinelli, con le figlie Claudia e Silvia. Poco distante, Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi che aveva fermato Pinelli, con il figlio Mario. "Ho deciso partecipare anch' io, oggi", ha spiegato Licia Pinelli a Radio Popolare. "Quello di quest' anno è un passaggio importante, è una svolta. Ogni parola del presidente della Repubblica sarà un incentivo ad andare avanti per la democrazia.

Parlare di mio marito Pino in un certo modo è anche un tassello per la democrazia. Non mi aspettavo che il sindaco Sala chiedesse perdono alla nostra famiglia. È stato un bel gesto, che ci restituisce qualcosa. Io non mi aspetto niente da nessuno, quello che arriva arriva, come è avvenuto in questi cinquant' anni. Su come è morto mio marito la verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà". 

Mattarella, nella sala gialla di Palazzo Marino, ha incontrato e salutato Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Poi un corteo, con i gonfaloni di Milano e di altre città e gli striscioni dei famigliari delle vittime, si è mosso da piazza della Scala per raggiungere piazza Fontana, dove sono stati ricordati i morti, alle 16.37, l' ora dell' esplosione, con un minuto di silenzio e la deposizione delle corone di fiori.

Nel tardo pomeriggio c' è stato il corteo degli anarchici e dei gruppi antifascisti, da piazza Cavour fino a piazza Fontana, slogan centrale: "La strage è di Stato". In serata, un concerto dedicato alle vittime della strage e, al circolo Arci Bellezza, l' incontro-concerto "I pesci ci osservano". Il 15 dicembre ci sarà la catena umana musicale in ricordo di Pinelli dalla questura di Milano a piazza Fontana.

Gianni Barbacetto per il Fatto Quotidiano il 28 dicembre 2019. Nelle ultime settimane. Abbiamo visto porre in piazza Fontana la formella su cui è inciso che la bomba del 12 dicembre 1969 fu messa dai fascisti di Ordine nuovo. Abbiamo sentito il presidente Sergio Mattarella affermare che le indagini sulla strage sono state inquinate da depistaggi di Stato. Abbiamo ricordato Giuseppe Pinelli con la più allegra, musicale, anarchica e sconclusionata manifestazione mai vista a Milano. Abbiamo ascoltato il sindaco Giuseppe Sala chiedere scusa, a nome della città, a Pietro Valpreda e a Pino Pinelli, ingiustamente accusati. Ci sono voluti 50 anni, ma qualche passo avanti è stato fatto. Ora sappiamo - e in modo ufficiale - chi ha messo la bomba: i fascisti di Ordine nuovo e quel Franco Freda che gira libero per l'Italia, indicato come responsabile della strage da una sentenza della Cassazione che lo dice non più processabile perché già definitivamente assolto. Sappiamo chi ha depistato le indagini: gli apparati dello Stato che hanno indicato la pista anarchica (l'Ufficio affari riservati) e sottratto ai giudici testimoni e prove sulla pista nera (il Sid, Servizio informazioni difesa). Sappiamo che Pinelli non solo è innocente, ma è anche la diciottesima vittima della strage. Ora ci vorrebbe uno scatto. Non sappiamo ancora tutto. Non sappiamo i nomi dei neri entrati in azione quel 12 dicembre. Non abbiamo certezze sugli uomini dello Stato responsabili dei depistaggi e della morte di Pinelli. Qualcuno dovrebbe ora prendere la parola. Gli uomini ancora vivi di Ordine nuovo, per esempio. Il giudice Guido Salvini ha indicato nel suo libro su piazza Fontana i possibili componenti del commando che entrò in azione a Milano. E negli ultimi giorni si è avviato uno strano dibattito (a distanza) su piazza Fontana e sulla morte di Pinelli tra Adriano Sofri, Benedetta Tobagi, Giampiero Mughini, Guido Salvini. Sofri, sulle pagine del Foglio, il 14 dicembre 2019 ricorda la testimonianza dell'anarchico Pasquale Valitutti, fermato in questura dopo la strage di Milano, che continua a dire che non vide uscire Calabresi dalla stanza da cui Pinelli precipitò nella notte del 15 dicembre 1969, come invece stabilito dalla sentenza D' Ambrosio. Potrebbe non averlo visto: lo scrivono anche Gabriele Fuga ed Enrico Maltini (anarchico del circolo Ponte della Ghisolfa) nel libro Pinelli. La finestra è ancora aperta. Sofri (condannato definitivo, insieme a Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino per l' assassinio di Calabresi, ucciso il 17 maggio 1972) chiede anche la riapertura delle indagini, sulla base - dice - di un fatto nuovo: nella questura di Milano, dal 12 dicembre 1969 al lavoro sulla pista anarchica, il questore Marcello Guida, il capo della squadra politica Antonino Allegra, il suo vice Luigi Calabresi erano "guidati" dagli uomini degli Affari riservati del ministero dell' Interno arrivati da Roma. A prendere la direzione delle operazioni è la "Squadra 54" guidata da Silvano Russomanno e Ermanno Alduzzi. È una "novità" che conosciamo, in verità, da qualche anno: la ricostruiscono proprio Fuga e Maltini nel loro libro scritto nel 2016, sulla base dei documenti sequestrati a metà degli anni Novanta in un armadio blindato del Viminale dal giudice Carlo Mastelloni, che rivelano anche l'esistenza della "Squadra 54". Il manovratore degli Affari riservati era il prefetto-gourmet Federico Umberto D' Amato, che aveva uno stuolo di informatori ("Le trombe di Gerico"), tra cui il capo di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie e l'infiltrato tra gli anarchici Enrico Rovelli (nome in codice: Anna Bolena), poi fondatore di locali milanesi (il Rolling Stone, il City Square, l'Alcatraz) e agente di Vasco Rossi. Proprio di D' Amato scrive Sofri, in due vecchi articoli pubblicati sul Foglio il 27 e il 29 maggio 2007: rivela che un ignoto "conoscente comune" lo mise in contatto con l'anima nera degli Affari riservati, il quale gli propose di compiere "un mazzetto d' omicidi", garantendogli impunità. Lo ricorda Benedetta Tobagi nella sua replica sul Foglio del 17 dicembre 2019, richiamando anche una mezza conferma di D' Amato, contenuta in un documento rinvenuto dopo la sua morte avvenuta nel 1996: un abbozzo d' autobiografia dal titolo Memorie e contromemorie di un questore a riposo, in cui D' Amato racconta dei rapporti amichevoli con personaggi "come Adriano Sofri (con il quale ci siamo fatti paurose e notturne bottiglie di cognac)". Tobagi ricorda che fu messa "in dubbio la veridicità del ricordo, dicendo che Sofri è astemio", ma "nulla vieta di ipotizzare che mentre il gourmet D' Amato sorseggiava alcolici d' annata, Sofri bevesse, che so, chinotto". Al di là delle bevande, sarebbe bello che l'allora capo di Lotta continua raccontasse chi era il misterioso "conoscente comune" e come sia stato possibile che D' Amato - lo stesso che manovrava la "Squadra 54" - gli abbia chiesto quel "mazzetto d' omicidi". Conclude Benedetta Tobagi: "L' ennesimo scambio indiretto di messaggi allusivi, ambigui e omertosi intorno a vicende degli anni Settanta su cui permangono spesse coltri di nebbia". Aggiunge il giudice Salvini, nascosto in pagina, sul Foglio del 27 dicembre: "Credo che Pietrostefani abbia il dovere morale di raccontare cosa è accaduto. Non si ha il diritto di chiedere la verità sul 12 dicembre 1969 se si sceglie di tacere su ciò che è avvenuto il 17 maggio 1972, se non si racconta chi mandò quei due sciagurati di Bompressi e Marino in via Cherubini a uccidere il commissario. Sarebbe ora, ex poliziotti o ex capi di Lotta continua, di dire qualcosa e ciascuno ha il dovere di prendersi le proprie responsabilità. La verità è tale solo se intera, non se si sceglie solo la parte che è più gradita".

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 15 dicembre 2019. Ma a un condannato per l'omicidio di un commissario di polizia, che per meriti giornalisti ha ottenuto vari benefici, compreso quello di passare una parte della pena ai domiciliari, è consentito di diffamare a mezzo stampa lo stesso commissario di polizia che ha contribuito a far ammazzare? La domanda me la sono fatta ieri, dopo aver letto l' articolo di Adriano Sofri su Il Foglio. L'ex fondatore di Lotta continua è da anni un collaboratore del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara. Lo è dal tempo in cui il pentito Leonardo Marino confessò di aver fatto parte del commando che uccise Luigi Calabresi, indicando lui come mandante. La sinistra giornalistica, quella che per anni ha dettato legge nei giornali (come ha magnificamente spiegato Michele Brambilla in L'eskimo in redazione), mentre Sofri era dietro le sbarre pensò di risarcirlo elargendogli varie rubriche, oltre che sul Foglio, su Panorama e su Repubblica, e ciò ha consentito al leader di Lc di elevarsi al rango di maître à penser. Ovviamente tutti, anche un ex carcerato condannato per omicidio, hanno diritto di dire la loro. Ma che a distanza di cinquant'anni dai fatti, Sofri getti a mezzo stampa altre ombre su una tragedia come quella di piazza Fontana, di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, è francamente inaccettabile. Già in passato Sofri, che pure è stato ritenuto colpevole in vari gradi di giudizio, ha provato a riscrivere la storia. Dieci anni fa, ad esempio, compose per Sellerio un pamphlet dal titolo La notte che Pinelli, cercando di alimentare il sospetto di un brutale omicidio del povero Pinelli. Peccato che ci sia una sentenza, per di più pronunciata da un giudice come Gerardo D'Ambrosio, certo non sospettabile di partigianeria per i fascisti, i servizi segreti o la polizia, che dice il contrario. Pinelli non fu ucciso dagli agenti della Questura guidati da Luigi Calabresi: cadde dalla finestra per un malore. Lo so che all'ex fondatore di Lotta continua questa sentenza non piace e la vorrebbe confutare e riformare per dimostrare che no, l' anarchico fermato dai poliziotti dopo la strage di Piazza Fontana non morì cascando da solo dalla finestra, ma fu brutalmente picchiato dagli agenti del servizio politico i quali forse, dopo essersi accorti di averlo manganellato troppo, per liberarsi dall' accusa di omicidio lo presero e lo buttarono giù dal quarto piano. Ma la tesi alimentata dai giornalisti di sinistra, dai compagni, da Lotta continua fu ed è smentita dagli atti. Dall' autopsia, dalle perizie che furono eseguite, dalle indagini, dalle testimonianze e, infine, da una sentenza. So altrettanto bene che per Sofri, uno che si proponeva di abbattere lo Stato borghese, le sentenze sono carta straccia. Da anni infatti ripete che la sua, quella che lo ha condannato a 22 anni di carcere come mandante dell' assassinio Calabresi, è sbagliata, anche se è stata confermata in Cassazione, riaffermata dopo la revisione del processo e pure certificata dalla Corte europea dei diritti dell' uomo. Sì, per Sofri ci sono stati ben sette gradi di giudizio, ma lui si ritiene vittima, tanto che si è sempre rifiutato di chiedere la grazia, pretendendo che fosse lo Stato a risarcirlo di un' ingiusta detenzione, liberandolo. Ma in uno Stato di diritto le sentenze si rispettano, soprattutto quando sono definitive. Vi chiedete però perché l'ex leader di Lotta continua insista tanto nel gettare ombre sul caso Pinelli? La risposta è semplice. Perché se Pinelli è stato buttato giù, se in quella stanza c' era Luigi Calabresi, beh allora il commissario non era quel santo che dipingono e dunque chi lo ha assassinato è sì un assassino, ma con meno responsabilità di quelle che gli si possano addebitare. Se l'anarchico, invece di essere caduto per «un malore attivo», è finito giù dal quarto piano dopo essere stato ammazzato di botte e Calabresi era lì, perché l' anarchico Pasquale Valitutti dice che c'era, allora quella campagna criminale che Lotta continua fece contro il commissario non era così sbagliata. Dopo la morte di Pinelli il giornale di Sofri, come molti ricorderanno, scatenò una vera e propria caccia all' uomo contro il vice capo dell' ufficio politico della Questura, dipingendolo come un picchiatore e un agente della Cia. Contro di lui fu fatto anche un manifesto, pubblicato su l'Espresso e firmato da centinaia di sedicenti intellettuali, molti dei quali poi sono finiti a dirigere giornali o a occupare posti importanti nelle redazioni, e alcuni hanno ospitato gli articoli di Sofri. Il giorno in cui il commissario fu ucciso da un commando che lo attese fuori casa, Lotta continua titolò: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell' omicidio di Pinelli». Sulla prima pagina seguiva un commento in cui si ribadiva che il commissario era un assassino e si concludeva nel seguente modo: «L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista, così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che noi attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Basta per capire che a distanza di mezzo secolo Sofri prova ancora a lavarsi la coscienza gettando fango su Calabresi?

Estratto dell'articolo di Adriano Sofri per “il Foglio” il 15 dicembre 2019. Calabresi, Pinelli: ancora? Ancora, e ricominciando daccapo. Intanto comincerò da una cronaca. Roma, un' aula della Sapienza, mercoledì 4 dicembre. […] Era una "Giornata di studi sulla strage di piazza Fontana", titolo: "Noi sappiamo, e abbiamo le prove", organizzata dall' Archivio Flamigni e dall' Università. […] A questo punto una voce dal pubblico […] ha chiesto compitamente di fare una domanda. L'ha fatta. Vorrei sapere, ha detto, come fate a sostenere che Calabresi era uscito dalla stanza. […] Era Pasquale "Lello" Valitutti […] è l' anarchico ventenne che aspettò il suo turno seduto accanto a Pino Pinelli nel salone comune al quarto piano della questura milanese, quando già tutti gli altri fermati erano stati mandati a casa. Ed era seduto nel salone comune ad aspettare che Pinelli uscisse dalla stanza del commissario Calabresi, la notte che Pinelli ne uscì dalla finestra. Valitutti è quel genere di persona di cui gli oratori di un convegno non possono fare a meno di dirsi: "Eccolo, questo rompicoglioni!". Dunque, ha potuto parlare. Ha detto quello che dice da sempre, e qualcos' altro. Dice che dal suo posto "vedeva perfettamente la porta dell' ufficio del dottor Allegra, capo della sezione politica della questura, e la porta dell' ufficio del dottor Calabresi". Che "circa 15-20 minuti prima della mezzanotte il silenzio venne rotto da rumori nell' ufficio di Calabresi, come di trambusto, di una rissa, di mobili smossi ed esclamazioni soffocate. Poi un incredibile silenzio". Che nei minuti precedenti "nessuno era uscito dall' ufficio e tantomeno entrato in quello di Allegra". Che a mezzanotte udì "un tonfo, che non ho più dimenticato e che spesso mi rimbomba". Che "un attimo dopo ho sentito uno smuoversi di sedie e passi precipitosi". Che "due sbirri si sono precipitati da me e mi hanno messo con la faccia al muro". Che subito dopo è arrivato Calabresi e gli ha detto: "Stavamo parlando tranquillamente, non capisco perché si è buttato". Che la mattina dopo l' hanno rilasciato. Che ha ripetuto la sua testimonianza al processo Calabresi-Lotta Continua e che il difensore di Calabresi non l' ha neppure controinterrogato. Che durante il sopraluogo del tribunale nella questura ha mostrato al giudice Biotti i segni sulla parete che dimostravano come una macchina distributrice fosse stata spostata nel frattempo per far credere che ostruisse la sua vista la notte che Pinelli. Che il giudice D' Ambrosio non lo chiamò mai a testimoniare, benché fosse l' unico testimone civile presente quella sera. Che Calabresi e gli altri presenti nella stanza, "tutti assassini di Pinelli", avevano tutti mentito, e che la beatificazione di Calabresi è inconcepibile, eccetera. Benedetta Tobagi […] Ha anche detto - lasciandomi qui interdetto - che la presenza degli uomini degli Affari Riservati nella questura milanese, che è la più rilevante acquisizione ultima dell' indagine e della ricerca, può confermare che Calabresi fosse uscito dalla sua stanza, per andare non da Allegra ma da Russomanno e dagli uomini degli Affari Riservati. "Ma Calabresi ha detto che è uscito per andare da Allegra, e ha mentito", ha ovviamente replicato Valitutti. Tobagi: ma abbiamo detto che Calabresi ha mentito, su Pinelli tutti hanno mentito. Poiché le mie citazioni non sono testuali, invito caldamente a vedere e ascoltare la registrazione sul sito di Radio Radicale, dibattiti, 4 dicembre. […] […] di tutti gli sviluppi della ricerca attorno al 12 dicembre della strage degli innocenti e al 15 dicembre della defenestrazione di Pinelli, il più importante, e sbalorditivo, è la notizia (una vera "ultima notizia", di quarant' anni dopo) dell' arrivo da Roma alla questura milanese di un manipolo di funzionari dell' Ufficio Affari Riservati - "fra i 10 e i 15" - guidati dal vice di Federico Umberto D' Amato, Silvano Russomanno. Costoro presero da subito il comando pieno dell' indagine, direttamente sopra il capo dell' Ufficio politico, Antonino Allegra, e il giovane commissario dell' ufficio politico addetto all' estrema sinistra e agli anarchici, Luigi Calabresi. Questa dirompente notizia è diventata pubblica per la prima volta nel 2013, quando l' anarchico Enrico Maltini, fondatore della Croce Nera, che dal 15 dicembre del 1969 non aveva mai smesso di dedicarsi a Pinelli (è morto nel marzo del 2016) e Gabriele Fuga, avvocato penalista, pubblicarono un libretto intitolato "E a finestra c' è la morti" (Zero in condotta), ripubblicato poi, rivisto e arricchito di nuovi documenti, nel 2016, col titolo "Pinelli. La finestra è ancora aperta" (ed. Colibrì). Così esordivano gli autori: "Nel 1996 dagli archivi di via Appia si scopre che almeno altre 14 persone facenti capo al ministero dell' interno e mai sentite dai magistrati si aggiravano in quel quarto piano della questura di Milano la notte in cui Pinelli morì". […]dunque per 44 anni, si è discusso, denunciato, giudicato e condannato di una questura di Milano spigionata di quei "10 o 15" signori dagli Affari Riservati, Russomanno, Catenacci, Alduzzi e la sua "squadra 54" Farò un esempio risentito: nel 2009 scrissi un libro cui tenevo molto, "La notte che Pinelli" (Sellerio). Studiai con tutto lo scrupolo di cui ero capace le carte dei processi che avevano riguardato Pinelli, e specialmente quelle che avevano preteso di mettere la parola fine al "caso" della sua morte, firmate da Gerardo D' Ambrosio. Argomentai, al di là della inaccettabile tesi che passò sotto il nome di "malore attivo", errori documentabili del giudice, che aveva per esempio frainteso il racconto dell' ultimo giorno che costituiva l' alibi di Pinelli. Era il 1975, a D' Ambrosio premeva liberare la memoria di Pinelli dalle accuse mostruose che l' avevano colpito, e insieme liberare quella di Calabresi: lo fece consacrando la versione secondo cui Calabresi era uscito dalla stanza per andare dal suo capo, Allegra, e che in quella sua assenza Pinelli, col quale erano rimasti altri quattro poliziotti e un ufficiale carabiniere, era precipitato. Nel mio libro, tenni certo conto della testimonianza, così precisa (e mai smentita, quanto alle circostanze e alle parole dette a lui da Calabresi), di Valitutti. Scrissi che doveva "almeno" essere considerata quanto quella di ogni altro testimone. Tuttavia io stesso mi volli persuadere che nel tempo non breve dell' interrogatorio di Pinelli l' attenzione di Valitutti avesse potuto attenuarsi e impedirgli di notare il passaggio di Calabresi da un ufficio all' altro. Nell' ultima riga risposi alla domanda su che cosa fosse successo quella notte nella questura di Milano: non lo so. Mi costò quella risposta. Il giudice, poi parlamentare, D' Ambrosio, commentando il mio libro, si lasciò sfuggire un lapsus impressionante. A confermare che Calabresi uscì dalla stanza, disse, c' è anche la testimonianza oculare del giovane anarchico Valitutti. La sua memoria aveva benevolmente rovesciato la cosa. Mi colpì allora e mi colpisce di più oggi. […] Perché tacere, come un sol uomo, la presenza di quei capi degli Affari Riservati, non è un' innocua omissione: è una menzogna. […] Perché qualcuno, prima dell' anarchico Maltini e dell' avvocato libertario Fuga, era venuto a conoscenza di quel dettaglio, l' esproprio della questura milanese e dell' indagine ac cadaver, perinde da parte degli Affari Riservati. Precisamente, due magistrati (almeno, e i loro superiori): Grazia Pradella, giovane sostituto della Procura di Milano che condusse dal 1995 fino al 1998 una nuova inchiesta su piazza Fontana, col collega Massimo Meroni. La signora Pradella ottenne dai suoi interrogati informazioni clamorose. Lo stesso Russomanno, interrogato lungamente e rigorosamente, dichiarò di essere stato a Milano "quando morì Pinelli".[…] Dal 1996-97 al 2013, quando per la prima volta il pubblico, "gli Italiani", come si dice infaustamente oggi, ricevono la notizia sugli Affari Riservati nella Milano che impacchetta Valpreda e defenestra Pinelli, sono passati almeno sedici anni. Per sedici anni, "gli Italiani", quelli che hanno interesse alla cosa, hanno rimisurato metro per metro, passo per passo di poliziotti e anarchici, il quarto piano di via Fatebenefratelli senza urtare i 10 o 15 pezzi grossi. C' è una spiegazione? Erano forse tenuti, i magistrati che avevano raccolto quella notizia sconvolgente, al segreto? E D' Ambrosio, superiore di Pradella e corresponsabile dell' inchiesta e antico firmatario di una indagine e una sentenza su Pinelli che questa notizia inficia da capo a fondo, non ne è stato informato? E quando D' Ambrosio e Pradella vengono ascoltati a Roma dalla "Commissione sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi", presieduta da Giovanni Pellegrino, il 16 gennaio 1997, e non ne parlano nemmeno lì (salvo che io mi sbagli), a che cosa è dovuto il loro silenzio? […] Esiste dunque un segreto di Stato, e poi dei segreti di cui non si riesce a immaginare l' origine e il movente. […]

I retroscena. La storia di Pino Pinelli, 18esima vittima della Strage di Piazza Fontana. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Dicembre 2019. «E a un tratto Pinelli cascò» oppure «una spinta e Pinelli cascò»? Nelle due versioni della Ballata, diffusa nel 1970 su un 45 giri “parole e musica del proletariato”, c’è la storia di un uomo, della sua vita e della sua morte. Giuseppe Pinelli, detto Pino, anarchico, ferroviere e staffetta partigiana. Brava persona, bravo padre di famiglia, bravo militante. “Suicida” secondo il questore e i suoi uomini che in quella notte del 14 dicembre di cinquant’anni fa l’avevano in custodia eppure non ne seppero proteggere l’integrità fisica. “Suicidato”, secondo le certezze di coloro che ne conoscevano personalmente le passioni che non contemplavano quel mal-di-vivere che può portare al desiderio di morire. Poi ci sono tutti quei testimoni dell’epoca, i sopravvissuti di un giornalismo curioso che con puntiglio voleva guardare dentro i fatti al di là delle versioni ufficiali. Coloro che non si sono mai arresi a una verità giudiziaria che non è una verità, che ha tormentato a lungo lo stesso magistrato, il giudice Gerardo D’Ambrosio, autore ed estensore di una sentenza che crea disagio. Prima di tutto in chi l’ha scritta. Che cosa sia esattamente un “malore attivo” non lo sa nessuno. Quel che è certo è che un corpo, in una notte di dicembre milanese degli anni in cui ancora c’era la nebbia e tanto caldo non poteva esserci, è volato da una finestra del quarto piano, ha poi rimbalzato due volte sui cornicioni ed è precipitato a terra dopo una traiettoria diritta, come fosse stato un pacco. Invece era un uomo, si chiamava Pino Pinelli, era uno degli ottanta anarchici fermati la sera del 12 dicembre dopo la bomba di piazza Fontana. Quell’uomo, nella terza sera trascorsa in questura senza l’avallo di alcun magistrato, a un certo punto nella stanza del commissario Calabresi dove lo stavano interrogando, non c’era più. Era giù, nel cortile della questura di via Fatebenefratelli. Volato via dalla finestra aperta. Oggi possiamo dire, tutti dicono, che l’anarchico del Ponte della Ghisolfa è stato la diciottesima vittima della strage alla banca dell’agricoltura. Ci voleva il cinquantesimo anniversario per arrivare a questo riconoscimento. Ma nel 1969 valevano le parole del questore, a Milano: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Aggiungendo in seguito, in una conferenza stampa, che «il suo alibi era crollato». Nulla, neanche i morti di piazza Fontana, le sedici bare in una piazza Duomo grigia uggiosa e smarrita, nulla ha diviso la città, i suoi pensieri, le sue grida rabbiose, come i fatti di quella notte in questura e quel corpo giù nel cortile. Lo spettacolo di Dario Fo, “Morte accidentale di un anarchico”, visto e rivisto da migliaia di persone all’interno di un triste capannone, la grande tela del pittore Enrico Baj ( “I funerali dell’anarchico Pinelli”), e poi i tanti libri e il grande lavoro di quel gruppo di giornalisti che non si è mai arreso all’ipotesi del suicidio. E poi un’altra notte, ancora fredda, con il buio squarciato dalle luci di grandi fari, eravamo tutti lì, in quello stesso cortile, ad assistere alla prova del manichino: buttato e poi caduto, e ancora buttato e poi caduto. Il cuore stretto, magistrati, poliziotti, giornalisti. Una cosa fu certa, Pino Pinelli non poteva essersi suicidato, la caduta verticale lo escludeva. Il corpo che era precipitato nel cortile era un corpo morto (pur se non in senso letterale), esprimeva un certo abbandono, una certa passività. Ma non si poteva neppure dimostrare che qualcuno avesse afferrato quel corpo e lo avesse buttato giù. E per quale motivo, poi? Perché, in quella stanza, dove insieme ai poliziotti stranamente c’era anche un ufficiale dei carabinieri, era successo qualcosa di pesante, qualcuno si era sentito male e qualcun altro aveva perso la testa? Non si saprà mai, e tutti coloro che erano in quella stanza, pur con le loro testimonianze contraddittorie, furono assolti. Il commissario Calabresi, capo dell’ufficio politico della questura, non era in quell’ufficio, che pure era il suo, in quel momento. Ma nelle piazze si gridò a lungo “Calabresi assassino”, lo si scrisse sui giornali, lo si raccontò nelle vignette in cui il commissario era sempre vicino a una finestra aperta. Ci fu una denuncia per omicidio presentata da Licia Rognini, vedova Pinelli e ci fu una querela per diffamazione di Calabresi nei confronti del quotidiano Lotta continua. E poi, mentre il caso Pinelli era stato archiviato dal giudice D’Ambrosio con quell’ipotesi di “malore attivo” che in definitiva scontentava tutti, il commissario Calabresi fu assassinato con due colpi alla nuca in via Cherubini, di fronte alla casa dove abitava. È il 1972, non sono passati tre anni da quella notte del dicembre 1969 e qualcuno pensa che giustizia sia stata fatta. Nel modo peggiore possibile. Non sarà così, ovviamente. Di nuovo con le sentenze non ci sarà pace su questa vicenda. E la condanna di Sofri, Pietrostefani e Bompressi per l’omicidio Calabresi lascia l’amaro in bocca come tutte le sentenze frutto di processi indiziari. Sarebbe meglio non delegare più alle toghe il ricordo di Pinelli. Come ha già fatto con un grande gesto l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano che nel 2009, nel giorno della memoria, ha riunito al Quirinale le due donne simbolo della sofferenza, Licia Rognini, vedova Pinelli, e Gemma Capra, vedova Calabresi. E ad altre due donne, le figlie del ferroviere anarchico Claudia e Silvia, il merito, la capacità, l’intelligenza di aver preparato per questo 14 dicembre 2019 la “catena musicale” che unirà anche fisicamente (pur nell’assenza degli anarchici) piazza Fontana con i suoi morti e la questura con la sua diciottesima vittima, Pino Pinelli.

50 anni fa la strage di Piazza Fontana: è ancora mistero. Tiziana Maiolo il 12 Dicembre 2019 su Il Riformista. Sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a onorare con la sua partecipazione oggi pomeriggio il consiglio comunale di Milano e poi a guidare il breve corteo che da piazza della Scala porterà in piazza Fontana il ricordo della strage di cinquant’anni fa alla Banca dell’agricoltura. I diciassette morti (cui ci sembra giusto aggiungere come diciottesima vittima l’anarchico Pinelli) e gli ottantotto feriti non possono, non devono essere dimenticati, fanno parte della storia di Milano e della storia d’Italia. Questo va ben oltre le cinque istruttorie, i dieci processi che hanno popolato trentasei anni della nostra vita e nessuna sentenza che abbia in modo definitivo sancito chi ha messo le bombe, le cinque bombe che furono collocate, tre a Roma e due a Milano, il 12 dicembre del 1969. Il processo più lungo nella storia della Repubblica italiana. Ma è importante chiarire un altro punto. Chi ha a che fare con esplosivi, chi mette le bombe per motivi politici, fosse anche in luoghi disabitati e come puro gesto dimostrativo, compie comunque un atto tragico che non va giudicato solo nei tribunali ma anche nella società e nella storia. Per questo, e anche perché tutti gli imputati – prima gli anarchici e poi i fascisti – sono usciti indenni dai processi, non ha più molta importanza se mandanti ed esecutori volessero o meno uccidere, come pensano e hanno pensato tante persone degne e non sospettabili di complicità con gli attentatori. Il ragionamento è elementare, e fa ormai parte della storiografia: se le bombe erano cinque e sono state messe per uccidere, come mai solo una ha avuto effetti tragici? E se le banche chiudono gli sportelli alle 16, ma quel venerdì gli agricoltori si erano attardati per le loro transazioni commerciali, è possibile che chi ha fatto esplodere la bomba alle 16,37 non sapesse dello spostamento di orario? Sì, è possibile. Ma questo non cambia niente. I morti e i feriti ci sono stati. E questa è realtà. Milano ha subìto uno squarcio ben più profondo di quello che ha sfondato il pavimento della banca dell’agricoltura. E questo è un dato storico. Ma non significa che qualcuno possa arrogarsi, in modo arbitrario e soggettivo, il diritto a conoscere e a raccontare, magari a ignari ragazzini, “la verità”, con la V maiuscola, a modo proprio e anche alterando la storia. Lo ha spiegato bene su questo giornale due giorni fa il professor Vladimiro Satta a proposito di Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordano, che andrà in onda su Rai 2 questa sera, tratto liberamente dal libro di Paolo Cucchiarelli. Ancor prima del 1974, quando sul Corriere della sera apparve lo scritto di Pierpaolo Pasolini “Io so”, ma non ho le prove e neanche gli indizi, in molti si sono (ci siamo) esercitati sui “misteri” di piazza Fontana. Ancora oggi quella non è una piazza normale, con una banca, l’arcivescovado, la fontana, la sede dei vigili urbani, il capolinea del tram numero 24. Non solo per la targa e le formelle messe pochi giorni fa a ricordo di ogni vittima, citati per nome uno a uno, come è giusto. Ma per l’impossibilità a rassegnarsi. Rassegnarsi al fatto che la realtà probabilmente è stata più semplice, ben diversa da quella immaginata dall’ideologia del complotto politico-eversivo che ha nutrito tanti di noi giovani democratici del tempo. “La strage è di Stato”? Nessuno oggi può dirlo. E se non sono state sufficienti le bugie e le reticenze al processo di Catanzaro del presidente Andreotti e degli altri politici venuti a testimoniare, ha ancor meno senso oggi accusare l’ex presidente Saragat piuttosto che Mariano Rumor di aver tentato di organizzare un colpo di Stato. Sono argomenti che non hanno solidità neppure per chiacchiere da bar. Certo, qualche piccola certezza la storia ce l’ha consegnata, anche attraverso le migliaia di pagine dei dieci processi. Che il Veneto sia stato culla dell’eversione di destra di Ordine Nuovo e di quella singolare coppia di intellettuali che si chiamavano Freda e Ventura, l’uno che si trastullava con i timer e l’altro che confidava a un amico che “qualcosa di grosso” sarebbe potuto accadere, è stato scritto e riscritto. Ma non è stato sufficiente per esser giudicato prova di colpevolezza di autori di strage. E ci sono ancora persone convinte che qualche “pasticcetto” (come l’ipotesi della bomba dei buoni, il secondo ordigno del libro di Cucchiarelli) l’abbia combinato anche Valpreda, visto che i tanti magistrati che l’hanno giudicato sono ricorsi in gran parte ad assolverlo per insufficienza di prove. Invece, se c’è stata una testimonianza granitica fin dal primo momento a favore della sua estraneità è stata sempre quella della zia Rachele: io so che Piero è innocente, perché quel giorno era a casa mia a letto ammalato e non in piazza Fontana. Non è stata creduta, e anche questo è un fatto storico. Sono dunque stati inutili i tanti libri pubblicati in questi anni e i film e poi le commemorazioni e il ricordo dei tanti 12 dicembre fino a questo cinquantesimo? Assolutamente no. Tutti saremo in piazza, oggi. Per ricordare le vittime e per gridare che ci hanno ferito, ma che saremo sempre lì per impedire, nei limiti del possibile, che un’altra bomba ferisca ancora così la città di Milano e l’Italia intera. Solo per questo, senza esser depositari di nessuna “Verità”. Ma non è poco.

Piazza Fontana, le carte segrete del presidente del Consiglio Rumor: «No a un governo sulle bombe». Pubblicato mercoledì, 18 dicembre 2019 da Maurizio Caprara su Corriere.it. È stato descritto come «uno dei veri padroni della politica italiana tentati dalla suggestione autoritaria», per usare a titolo di esempio una definizione impiegata da Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin nel libro del 1999 La Strage. Piazza Fontana. Verità e memoria, Feltrinelli editore. Per descrivere il suo ruolo nel 1969, i due autori aggiunsero: «Neofascisti e circoli atlantici oltranzisti contano su di lui per una svolta tanto attesa». La tesi ricorre in varie pubblicazioni. Sta di fatto che da carte sepolte dal tempo e tornate alla luce 50 anni dopo i fatti può uscire un profilo anche un po’ diverso di Mariano Rumor, presidente del Consiglio italiano quando morte e dolore il 12 dicembre 1969 irruppero con un’esplosione nella Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano (Qui tutto lo speciale interattivo del Corriere, con foto, ricostruzioni e commenti). Un ritratto quanto meno integrabile del democristiano vicentino della corrente dorotea nota per una sua familiarità con il potere. «Personalmente dico no a un Governo sulle bombe. Se c’è qualcuno che pensa a cogliere occasione per involuzioni, questi non può essere nella Democrazia Cristiana, e ancor di meno la Democrazia cristiana», si legge nella minuta di un discorso che Rumor preparò per una riunione di dirigenti della Dc. Contenuti in una cartellina color senape con l’intestazione «SEGRETERIA PARTICOLARE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI» i fogli non sono datati, ma più elementi portano a ritenere che fossero stati battuti a macchina per la riunione della Direzione del partito di maggioranza relativa del 19 dicembre, una settimana dopo la strage. In un’altra versione dello stesso testo che Rumor conservava tra i suoi appunti, con più correzioni a mano e dunque probabilmente precedente a questa, la presa di posizione è formulata così: «Il problema, dunque, non è quello di formare un Governo quasi di salute pubblica. Personalmente dico ‘no’ ad un Governo sulle bombe». Un’annotazione a penna sembra suggerire approfondimenti delle due frasi: «Sviluppare un po’».

Uno dei passaggio dei documenti riservati, in cui Rumor promuoveva la ricostituzione del centro-sinistra per creare un ampio fronte politico in grado di contrastare gli attacchi del terrorismo. Queste pagine appartengono al Fondo Rumor conservato a Palazzo Giustiniani. Sono state ottenute da chi scrive dopo che il presidente della Commissione per la Biblioteca e l’Archivio storico del Senato, Gianni Marilotti, ne ha accennato in una sua lettera a Claudia Pinelli, figlia del ferroviere morto nella questura di Milano mentre era ingiustamente accusato della strage. Dal 2016, quando il fondo è stato «versato» a Palazzo Giustiniani, come si dice in gergo, nessuno studioso risulta averle consultate. Prima non erano catalogate. Non sono i soli documenti che aggiungono dettagli alla ricostruzione del periodo storico nel quale venne compiuta la strage. Da un’altra lettera che Rumor conservava emerge che il mese prima dell’attentato il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, in via riservata, faceva presente il «possibile verificarsi di una situazione da ritenere di assoluta emergenza» nelle forze armate. Al capo del governo e al ministro della Difesa Luigi Gui, in quel messaggio, il generale Luigi Forlenza segnalava un «grave malcontento» dei militari verso un «riassetto» in programma che li avrebbe messi in condizioni di «notevole inferiorità rispetto agli altri dipendenti dello Stato». Con un tono che è improbabile sia stato abituale da parte di alti ufficiali verso chi era al governo, il comandante avvisava: «Ove tale fatto si verificasse, ciò sarà valutato dall’opinione pubblica qualificata e dai componenti delle FFAA (Forze armate, ndr) come concreta dimostrazione di scarsa considerazione da parte della classe politica dirigente verso tutti i militari». Ancora di più: «Tale malcontento, di cui ritengo superfluo sottolineare a V. S. On. le l’estrema pericolosità, sarà rivolto verso il governo e verso le alte gerarchie militari a cui si farà addebito di non aver voluto o saputo rappresentare, in forma adeguata, le necessità dei propri dipendenti. Verrà, quindi, a mancare quel rapporto di fiducia verso i capi che è elemento indispensabile per la coesione e l’unità delle FFAA, che il Paese ritiene custodi insostituibili delle libere Istituzioni democratiche della nostra Patria». Come se a Rumor venisse ipotizzato uno scenario di ammutinamenti multipli, se non peggio. Altro che un rispetto uniforme della massima «usi a obbedir tacendo». Non va tenuto conto soltanto del cosiddetto autunno caldo, stagione di imponenti proteste sindacali, per avere un’idea del clima nel quale vengono messe nero su bianco queste righe. In un mondo diviso in due tra un’area di influenza sovietica e una americana, il 1969 in Italia è anche l’anno che precede il colpo di Stato tentato, e poi abortito sul nascere, nella notte tra 7 e 8 dicembre 1970. A prepararlo fu Junio Valerio Borghese, già comandante della X Mas e fascista che i servizi segreti di Regno Unito e Stati Uniti avevano salvato da una probabile fucilazione da parte di formazioni partigiane. Borghese puntava sui militari nella speranza di raddrizzare con mano forte uno spostamento dell’Italia verso sinistra. Di certo Rumor era uno degli uomini di governo e della Dc che più era in grado di percepire quanto poteva muoversi nelle Forze armate. Una parte della pubblicistica su piazza Fontana attribuisce al presidente del Consiglio di aver cambiato idea sull’appoggio a una svolta autoritaria, rinunciando ad avallarla, dopo la mobilitazione operaia scattata a Milano in occasione dei funerali delle vittime. Le carte delle quali riferiamo non affrontano questo aspetto, ma almeno nelle tracce del suo intervento Rumor non lascia trasparire titubanze in un orientamento a promuovere un ricompattamento della maggioranza Dc, socialisti, socialdemocratici e repubblicani allora sfibrata dalle divisioni tra Partito socialista italiano e Partito socialista unitario. Nei testi per la Dc Rumor citava l’«autunno caldo», «la morte del giovane Annarumma», ossia la guardia della Celere Antonio Annarumma morto a 22 anni durante scontri di piazza, e «di uno studente» oltre a «tentativi di portare fuori dal suo ambito proprio la dialettica sindacale». Il presidente del Consiglio proseguiva così: «I fatti più recenti possono darci oggi una visione esatta delle cause e sottolineare, com’è doveroso, il senso di responsabilità e lo sforzo fatto dai sindacati per non consentire il gioco pesante ed oscuro di elementi estranei e di gruppi eversivi. Oggi è chiara a tutti quella che ieri poteva apparire una preoccupazione eccessiva; e cioè che c’è la tentazione diffusa di gravare di violenza le tensioni sociali e politiche, che pur rientrano nella varia e positiva manifestazione della vita democratica, ad opera di gruppi che sotto l’una o l’altra etichetta puntano allo scardinamento dello Stato democratico». Poi un’aggiunta a penna: «E della fiducia dei cittadini». Segue una valutazione inquietante sullo stato d’animo dell’Italia del momento: «Il rischio di uno sbandamento psicologico, dunque, c’è». Nulla di tutto questo sconvolge il quadro storico o aggiunge elementi di prova a carico o a discarico dei colpevoli di una strage compiuta da fascisti non certo colpiti con tempestività dallo Stato. Uno Stato in quei giorni ancora proiettato nel perseguire gli anarchici innocenti Pietro Valpreda e Pinelli. Quest’ultimo morì il 15 dicembre. Sarebbe il caso tuttavia di non perdere d’occhio le sfumature e i dettagli che possono venire fuori da documenti del genere e da declassificazioni ancora non avvenute. Dianese e Bettin intanto nel loro ultimo libro La strage degli innocenti hanno sfumato quanto era stato attribuito a Rumor e hanno messo in risalto che erano neofascisti a ritenerlo responsabile di una «retromarcia» su una dichiarazione di stato d’emergenza. Per quanto riguarda i timori di spinte a destra favoriti dalla bomba alla Banca dell’Agricoltura, chi scrive può ricordare ciò che gli spiegò molti anni più tardi a Montecitorio Elio Quercioli, nel 1969 dirigente del Partito comunista milanese. Per contrastare tentazioni autoritarie, e favorire un clima adatto all’«unità delle forze democratiche», innanzitutto comunisti e democristiani, il Pci ricorse tra l’altro a un espediente. Predispose lungo il percorso di una troupe della Rai durante i funerali delle vittime di piazza Fontana una serie di persone pronte a dichiarare che la minaccia terroristica richiedeva impegno unitario dell’arco costituzionale, ossia delle forze antifasciste. Anche in questo consisteva la propaganda politica di allora. La sera del 15 dicembre Rumor aveva ricevuto in casa sua a Milano i segretari della coalizione di governo che si era frantumata: il democristiano Arnaldo Forlani, il socialista Giuseppe De Martino, il repubblicano Ugo La Malfa e il socialdemocratico Mauro Ferri. Il comunicato ufficiale sull’incontro riferiva che i quattro si erano «impegnati ad approfondire, sentiti gli organi dirigenti dei rispettivi partiti, la proposta del presidente del Consiglio per una ripresa organica della collaborazione di centro-sinistra». Collaborazione organica significava un’autentica, e nelle intenzioni duratura, coalizione di governo. Il governo monocolore Rumor II rimase in carica fino al 27 marzo 1970. Poi lo sostituì il Rumor III che aveva all’interno ministri dei quattro partiti. Di centro-sinistra. Perché la svolta autoritaria non ci fu. Il 17 maggio 1973 Gianfranco Bertoli, sedicente anarchico che frequentava neofascisti, uccise con una bomba a mano quattro persone e ne ferì 52 davanti alla questura di Milano in via Fatebenefratelli. Lì, fino a pochissimo prima, si trovava Rumor, non più presidente del Consiglio bensì ministro dell’Interno.

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 6 dicembre 2019. “Polizia. Deve venire subito a palazzo di giustizia. C' è da fare un confronto. Si tratta di Valpreda». Piazza Fontana per Guido Calvi cominciò così, quattro giorni dopo la strage. Mentre diventava l' avvocato di Pietro Valpreda (e poi protagonista di tanti processi chiave della storia italiana, da Pasolini a Moro), aveva 29 anni e tutt' altro per la testa. «Insegnavo filosofia del diritto. Se non avessi risposto a quella telefonata, tornato a casa dopo una lezione su Leibniz, non avrei mai fatto l'avvocato».

Che scena si trovò di fronte nel palazzo di giustizia?

«Nella stanza, da una parte il giudice Occorsio, il teste Rolandi, il capo dell' ufficio politico della Questura di Milano, Allegra. Dall' altra cinque poliziotti sbarbati e ben vestiti accanto a Valpreda in pantaloncini e canottiera, coi capelloni, la barba incolta e la faccia stravolta da due notti insonni».

Parlò con Valpreda?

«No, tutto era pronto per il confronto. Chiesi solo al testimone se qualcuno gli avesse già mostrato una foto di Valpreda. Rolandi negò tre volte, poi ammise: il questore mi ha mostrato la foto di Valpreda, dicendomi che era l' uomo che dovevo riconoscere».

Che cosa accadde dopo?

«Prima di uscire andai da Valpreda e gli dissi: tranquillo, abbiamo vinto».

Ma il tassista Rolandi aveva riconosciuto Valpreda come l'uomo che aveva portato in piazza Fontana.

«Dopo la frase sulla foto, il riconoscimento valeva zero. Avevo capito che il processo era tutto lì. Ma non che avremmo impiegato quasi vent'anni per una verità giudiziaria e storica».

Che cosa accadde dopo?

«Nell' istruttoria l'avvocato non aveva nemmeno il diritto di assistere all' interrogatorio del suo assistito. Per fortuna un giornalista mi passava i verbali di nascosto».

Com'era Valpreda?

«Personaggio singolare. Ballerino, anarchico, esibizionista, ma mite e inoffensivo. Un marginale. Che uscito di prigione, rifuggendo la vanità, si sposerà, farà un figlio e aprirà una paninoteca».

Com' era il vostro rapporto?

«Quando andavo a trovarlo in carcere, mi contestava perché ero socialista "e non avevo capito niente"».

Mai avuto dubbi su di lui?

«Qualcuno lo insinuò. In realtà li avevo su me stesso. Era il mio primo processo. Solo contro tutti. Cercai un collega più esperto per farmi affiancare, ma in tutta Roma non ne trovai uno disponibile, a parte Lelio Basso».

Perché?

«Cautela, se non paura».

Lei no?

«Avevo l' età in cui ci si può permettere di non averla. Nonostante i proiettili, le minacce, l'isolamento».

In che senso?

«Insegnavo all'università di Camerino, ma in mensa non potevo sedermi al tavolo dei professori, perché ero l'avvocato degli anarchici».

Si fece pagare da Valpreda?

«Non ho mai preso una lira per quel processo».

Come fece quando il processo fu spostato a Catanzaro?

«Il sabato sera prendevo una cuccetta di seconda classe, da sei posti. A Lamezia aspettavo i giornalisti, che avevano il vagone letto, per un passaggio in taxi. A Catanzaro dormivo su una brandina in un corridoio della federazione del Pci. Poi l' Anpi fece una colletta, almeno per albergo e ristorante».

Di piazza Fontana sappiamo tutto?

«Sì».

Fu strage di Stato?

«No, strage neofascista agevolata dallo Stato dirottando e depistando le indagini».

In che modo?

«Prima distruggendo la prova regina, la seconda bomba inesplosa alla Banca commerciale. Poi puntando sulla pista anarchica, come scrisse il ministro dell' Interno Restivo in un appunto».

Perché scelsero Valpreda?

«Probabilmente il primo obiettivo era Pinelli, con una struttura politica superiore».

Che idea le fecero i depistatori?

«Reazionari, rozzi, cialtroni. Guida, questore di Milano, era stato direttore del carcere di Ventotene sotto il fascismo. Motivo per cui Pertini, in visita di Stato a Milano, si rifiutò di stringergli la mano. Nel processo di Catanzaro, gli chiesi come avesse avuto la foto di Valpreda. Disse di non ricordarlo perché era un accanito fumatore e il fumo annebbia la memoria».

Quale fu il ruolo del Viminale?

«Centrale. Russomanno, vicedirettore dell'Ufficio Affari Riservati che guidò le indagini andando a Milano, in gioventù era nella Repubblica di Salò e poi si era arruolato in una formazione militare tedesca».

Come gestì il peso politico del processo?

«Nella prima fase il consenso popolare contro gli anarchici era diffuso. Alzando subito il tiro, evocando i colonnelli greci o la Cia, saremmo andati contro un muro. Puntai sui dettagli. Fu una lenta costruzione».

Come fu possibile?

«L'episodio decisivo fu il funerale delle vittime nel Duomo di Milano. Dietro le bare tutte le autorità. Di fronte centomila operai in tuta blu. Era un messaggio: attenti, difenderemo la democrazia».

Fu colto?

«Si aprirono contraddizioni nella magistratura, nei giornali, nella polizia. Lo Stato contro lo Stato: da una parte forze vecchie e intrise di fascismo; dall' altra energie nuove e democratiche».

Quando capì che stavate vincendo?

«Quando cadde la P2 e fu svelato il doppio Stato, secondo la definizione di Bobbio. In quel momento la magistratura si legittima come baluardo costituzionale. Il che spiega ciò che è successo dopo».

Letterine per Piazza Fontana. Pubblicato venerdì, 06 dicembre 2019 su Corriere.it da Antonio Castaldo. Angoscia e timori: trovati in un archivio i pensieri per le vittime spediti a Milano da bambini sardi nel 1969. C’era il sole quella mattina a Barega. I bambini usciti in fila da scuola entrarono a casa della bidella, la signora Gisa. L’unica nei dintorni con la tv. Era il 15 dicembre 1969, la Rai trasmetteva dalla gelida Milano i funerali di piazza Fontana. La nebbia sfumava i contorni del Duomo, una distesa di paltò scuri, signore avvolte nei foulard, e ragazzi appesi ai lampioni con lo sguardo alla sfilata di bare. Le immagini di quel dolore misurato nei toni ma oceanico nelle dimensioni colpirono l’Italia. A Barega, minuscolo borgo dell’Iglesiente, i bambini erano rapiti dallo schermo in bianco e nero. Tornati in classe, ancora scossi, scrissero un tema. Qualcuno a bordo pagina disegnò coroncine di fiori rossi. Cinquant’anni dopo, la studentessa Clara Belotti, impegnata a preparare la sua tesi in archivistica, ha trovato negli archivi del Comune di Milano un faldone con su scritto: «Piazza Fontana». E dentro cartoline, telegrammi, lettere scritte a mano o battute a macchina su carta velina. Erano i messaggi di solidarietà che il sindaco di Milano Aldo Aniasi ricevette dopo la strage del 12 dicembre. E tra questi c’erano anche i temi di Barega, che la maestra Lydia Siddi spedì a Milano, pensando, forse a ragione, di regalare un sorriso al sindaco che era stato partigiano e vedeva la sua città tornare in guerra. «La gente piangeva, una signora stava per svenire e la figlia l’ha mantenuta, se no sarebbe caduta», scriveva Antonella Cocco, classe IV, che oggi ha sessant’anni, e nella sua casa di Tortolì prepara i culurgiones. «Certo che ricordo quel giorno — racconta —. La maestra ci prese per mano e ci portò dalla signora Gisa. Le parole del vescovo ci commossero tutti». Antonella lavora al ministero della Sanità, sua sorella Paola, di un anno più grande, era con lei quel giorno. «Sono passati cinquant’anni — dice — ma molte cose sono rimaste uguali. Quasi tutti i compagni d’allora sono ancora in paese. Molti lavorano la terra che i nostri genitori ci hanno lasciato. Proprio come chi morì in quella strage». E nelle sue parole si avverte la vicinanza di ambienti e abitudini tra la bassa padana delle vittime e l’entroterra sardo degli alunni di allora. «Che vivono la stessa vita dei familiari colpiti dall’ultima disgrazia», scrisse la maestra nel biglietto accluso al pacchetto. Erano infatti allevatori, mediatori, agricoltori le vittime, riunite nella Banca dell’Agricoltura per il mercato. Il direttore della Cittadella degli archivi, Francesco Martelli, ha raccolto il materiale trovato nel fondo Aniasi dedicato alla strage, finito in una mostra curata da Marco Cuzzi ed Elia Rosati a Palazzo Marino e in un documentario realizzato dalla «3D produzioni» che sarà presentato nell’anniversario dei funerali: «Mi sono commosso per le lettere dei bambini — spiega Martelli — si ha la percezione di un’Italia diversa dalla nostra: il senso di un’empatia impressionante». Un sentimento che segna un passaggio d’epoca. «Paura, ecco cosa provai», ricorda Tore Colomba, contadino. La cerimonia lo colpì al punto che scrisse: «I feretri sono stati trasportati in ogni posto della Lombardia», come se in quella piazza fosse radunata l’intera regione. «Oggi a Milano tirava vento e pioveva, e il cielo era grigio», annotava invece Rosa Moi, ora impiegata comunale a Carbonia: «Sulle bare c’erano rose e garofani», particolare che ha poi disegnato. «Immagini che tornano spesso alla memoria», spiega ora. «Avevo 8 anni e non capivo cosa fosse successo. Ma fu la prima di una serie di stragi. La prima tragedia. Quelle venute dopo, non so perché, sono volate via. Piazza Fontana è rimasta».

Piazza Fontana, la strage nera. Il dovere della memoria. Pubblicato mercoledì, 04 dicembre 2019 su Corriere.it da Antonio Carioti. Le inchieste, i testimoni, l’ombra dei servizi:50 anni dopo. resta l’intreccio tra eversori e apparati dello Stato. L’Italia repubblicana conosceva da sempre la violenza politica, ma la bomba esplosa cinquant’anni fa a Milano, nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, segnò una svolta agghiacciante. Il 12 dicembre 1969 vennero assassinate e ferite, a tradimento e a caso, persone innocenti e ignare, alle prese con gli impegni del lavoro e della vita quotidiana. Si colpiva nel mucchio, senza alcun riguardo. Da quel momento nessun cittadino poteva più ritenersi al sicuro. Mezzo secolo dopo, il bilancio che se ne può trarre è duplice. Da una parte la democrazia italiana ha respinto con successo l’aggressione del terrorismo, cominciata allora. Dall’altra non vi è stata giustizia: l’eccidio resta senza colpevoli, anche se dalle inchieste giudiziarie e dalle ricerche storiche emerge con sufficiente chiarezza che la responsabilità va addebitata all’estrema destra neonazista. Molti interrogativi però rimangono aperti, specie in riferimento al ruolo equivoco svolto da alcuni apparati di sicurezza. E resta il dovere della memoria verso le vittime e i loro cari, verso coloro che furono ingiustamente accusati (come l’anarchico Giuseppe Pinelli, morto mentre era trattenuto illegalmente dalla polizia), verso la città e il Paese intero. Su questi due versanti si muove il libro La strage di piazza Fontana (in edicola da sabato 7 dicembre), aperto da una prefazione di Giangiacomo Schiavi, con il quale il Corriere della Sera ha voluto portare un proprio contributo al dibattito. Abbiamo cercato di ricostruire i fatti: un contesto storico segnato da forti tensioni; la meccanica dell’azione terroristica, con cinque attentati (due a Milano e tre a Roma) in poche ore; l’avvio delle indagini, la perdita di credibilità della pista anarchica e l’affiorare di quella nera, con la scoperta di rapporti inquietanti tra eversori e servizi segreti. Inoltre abbiamo ripercorso, con Luigi Ferrarella, il tortuoso iter giudiziario, il controverso trasferimento del processo da Milano a Catanzaro, le condanne in primo grado e le assoluzioni in appello, la riapertura dell’inchiesta negli anni Novanta, le nuove sentenze, gli ultimi filoni battuti dagli inquirenti. Abbiamo puntato i riflettori anche su alcuni aspetti particolari: Giovanni Bianconi narra la sorte di tre coraggiosi magistrati (Vittorio Occorsio, Emilio Alessandrini, Antonino Scopelliti) che si occuparono degli attentati avvenuti nel 1969 e poi vennero assassinati per altre ragioni; Gianfranco Bettin esplora l’ambiente in cui maturò la trama criminale, l’estremismo di destra del Nordest. Abbiamo dato la parola ai testimoni: il nostro collega Giacomo Ferrari, che era nella banca in cui esplose l’ordigno; un maestro del giornalismo come Corrado Stajano, che fu tra i primi ad accorrere sul posto. E poi ci siamo rivolti, con Giampiero Rossi, all’Associazione delle famiglie delle vittime di piazza Fontana (17 furono in tutto i morti), che si è battuta coraggiosamente per ottenere giustizia e da parecchi anni svolge un lavoro encomiabile per evitare che vada dispersa la memoria di quanto accadde. Sul punto più spinoso, cioè sulle ragioni dell’eccidio e su quanta responsabilità portino alcuni settori dello Stato, specie per la mancata individuazione dei responsabili, abbiamo chiamato a confrontarsi due studiosi di opinioni diverse, Aldo Giannuli e Vladimiro Satta, che hanno dato vita a una discussione a tratti polemica, ma pacata e civile nei toni. Piazza Fontana è un evento lontano, ma denso d’insegnamenti. Bene hanno fatto il Comune e il sindaco Giuseppe Sala, nel cinquantesimo anniversario, a preparare una nuova installazione nel luogo dell’eccidio e a programmare una serie d’iniziative commemorative, alla quali parteciperà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Milano ha superato quella terribile prova, ma non la dimentica. E il Corriere con lei.

Piazza Fontana, per sempre «incisi» su targhe i nomi delle diciassette vittime. Pubblicato sabato, 30 novembre 2019 da Corriere.it. Diciassette nomi. Diciassette formelle. E una targa che ricorda quello che è successo il 12 dicembre di cinquanta anni fa quando intorno alle 16 una bomba devastò il salone della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana uccidendo 17 persone e ferendone 88. Ma a differenza della lapide commemorativa posata dieci anni dopo la strage che si limita a indicare un generico «attacco eversivo», quella fortissimamente voluta dall’Associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana punta il dito contro gli autori dell’attentato terroristico, anche se paradossalmente mai condannati: esponenti di Ordine Nuovo, la formazione neofascista che ebbe un ruolo chiave nella cosiddetta «strategia della tensione». Quel giorno Milano perse l’innocenza ma non ha perso la memoria e il 9 dicembre, a poche ore di distanza dall’anniversario della strage, il Comune, per volontà del sindaco Beppe Sala, poserà intorno alla fontana da cui la piazza prende il nome le 17 formelle. Ognuna porterà il nome di una vittima. Giovanni Arnoldi, 42 anni, Giulio China 57, Pietro Dendena 45, Eugenio Corsini 65, Carlo Gaiani 37, Calogero Galatioto 37, Carlo Garavaglia 71, Paolo Gerli 45, Luigi Meloni 57, Vittorio Mocchi 33, Gerolamo Papetti 78, Mario Pasi 48, Carlo Perego 74, Oreste Sangalli 49, Angelo Scaglia 61, Carlo Silva 71, Attilio Valè 52. Ognuno con la propria storia, con la casualità che accompagna e si incrocia con il destino. C’è chi come Mocchi si reca in banca per chiudere la trattativa su due trattori Ford. Chi, come Arnoldi, quel giorno non aveva intenzione di andare a Milano. La nebbia e un malessere gli avevano fatto rimandare tutti gli appuntamenti. Il destino si è presentato con un trillo del telefono. Un agricoltore di Lodi lo chiama e insiste, c’è da chiudere un affare per una cascina nel Milanese. «Mio padre cerca in qualche modo di rimandare ma l’agricoltore insiste e lui a malavoglia accetta, saluta mia madre prende l’auto e si dirige a Milano. Per mia madre sarà l’ultima volta che vede vivo mio padre» scrive il figlio Carlo che nel ’69 aveva 15 anni e oggi è presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime. Tante storie strazianti raccontate sul sito della Casa della Memoria. Dove prologo e conclusione accomunano figli, mogli e genitori. «Quel giorno, dopo lunghe ricerche negli ospedali senza esito — scrive Paolo, figlio di Carlo Silva — dopo aver chiesto direttamente sul luogo della strage, vedendo quello che era accaduto, mi sono recato alla questura centrale dove ho incontrato mio fratello Giorgio anche lui coinvolto nelle medesime angoscianti ricerche. In tarda serata siamo stati accompagnati all’obitorio per l’eventuale riconoscimento; abbiamo purtroppo riconosciuto, in quel cadavere dilaniato e mutilato, nostro padre Carlo». Sono parole molto simili a quelle di altri parenti delle vittime. Lo stesso copione con la telefonata che avverte dello scoppio di una caldaia nella banca, che ci sono dei feriti, delle corse inutili negli ospedali cittadini. Si parlano da un anno il sindaco Sala e l’Associazione dei familiari. E ai primi di ottobre il sindaco ha riunito la sua giunta e ha approvato la delibera per la realizzazione e la posa delle formelle e della targa. Perché come dice il sindaco Sala nella lettera inviata al Corriere, «Milano ricorda e fa memoria di ogni singolo evento che ha sporcato con la violenza e la morte la sua anima democratica e pacifica».

Piazza Fontana: storia di "altre bombe". La piazza della strage del 12 dicembre 1969 fu bombardata nel 1943. Nel 1949 alla Banca nazionale dell'agricoltura fu trovato un ordigno. Nell'aprile 1969 le molotov ferirono due giovani. Edoardo Frittoli il 30 novembre 2019 su Panorama. Cinquant'anni fa piazza Fontana fu teatro della sanguinosa strage che aprì la lunga stagione della "strategia della tensione". La lunga storia della piazza alle spalle del Duomo racconta di tre momenti in cui altre bombe furono protagoniste nel medesimo luogo, tra il 1943 e il 1969.

Una nuova piazza per i Milanesi. La prima grande metamorfosi per piazza Fontana avvenne nel 1782 con uno degli ultimi atti del governatore austriaco di Milano, Carlo Firmian. Fino ad allora lo spazio alle spalle del Duomo era stato sede del mercato ortofrutticolo della città, il famoso "verziere". La riqualificazione dell'area caotica e popolare prevedeva anche il rifacimento della facciata del palazzo dell'Arcivescovado e la costruzione della prima fontana artistica di Milano, alimentata dalle acque del fiume Seveso tramite un complesso sistema di condotte e meccanismi alloggiati nell'albergo Biscione affacciato sulla piazza. Il disegno della fontana fu affidato al prestigio dell'architetto Piermarini, che si occupò anche di riorganizzare gli spazi attorno al nuovo monumento divenuto il fulcro della piazza rinnovata. Anche il perimetro della piazza, allora molto più raccolta di oggi, fu soggetto a sostanziali modifiche attraverso l'abbattimento dell'antico edificio della Scuola delle Quattro Marie, pio istituto per fanciulle oltre ad una chiesetta sull'angolo della oggi scomparsa via Alciato. Durante il secolo XIX piazza Fontana fu luogo di eventi pubblici e spettacoli, con ascensioni di aerostati, esposizione di bestie feroci ed esotiche, corse equestri. Alla metà del secolo si sviluppò la presenza di alberghi, tra cui il maestoso Albergo Commercio che occupava buona parte del lato settentrionale della piazza. L'ultimo intervento urbanistico di rilievo avvenne alla fine degli anni '20, quando al posto di vecchi edifici commerciali (dove aveva sede il consorzio agrario cittadino) fu costruito il grande palazzo della Banca nazionale dell'agricoltura, teatro della strage del 1969. Alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale la piazza era popolata dai tanti agricoltori che si riunivano attorno alla fontana nei pressi del consorzio dove trattavano i propri affari prima di ufficializzare gli accordi presso la banca di piazza Fontana, la cui vita e il cui volto cambierà per sempre una notte di metà agosto del 1943.

Le bombe dal cielo: ore 00:31 del 16 agosto 1943. La città bruciava già da due giorni, martoriata dai bombardamenti a tappeto ad opera di centinaia di quadrimotori del Bomber Command della RAF. L'area bombing, così definita dal comandante Sir Arthur Harris (detto "the butcher" - il macellaio), aveva sfigurato Milano. Erano state colpite innumerevoli abitazioni civili, oltre ad edifici monumentali, fabbriche, scuole, ospedali. I Vigili del fuoco stavano ancora lottando contro le fiamme degli spezzoni incendiari e la pressione dell'acqua crollata per i danni alla rete idrica quando la sirena suonò di nuovo mezz'ora dopo la mezzanotte. Questa volta i "Lancaster" inglesi erano 199 ed aggiunsero distruzione a distruzione. Quella notte una bomba dirompente sfondò il tetto e devastò i palchi del Teatro alla Scala, simbolo universale di Milano. Anche il Duomo fu danneggiato con il crollo di alcune guglie. Pochi istanti dopo sarà devastata anche piazza Fontana. Una pioggia di bombe dirompenti ed incendiarie rasero al suolo i vecchi edifici che si trovavano al centro della piazza, provocando la cancellazione dalle mappe della antica via Alciato che dalla piazza portava all'ingresso dell'attuale Comando della Polizia Locale di piazza Beccaria, anch'esso semidistrutto dall'incursione di quella notte. L'ultimo bombardiere abbandonò il cielo di Milano attorno alle 2 e 20 del mattino del 16 agosto, acceso di rosso dal bagliore degli incendi visibili a decine di chilometri di distanza. Quando finalmente albeggiò, la piazza Fontana appariva irriconoscibile, spianata dagli scoppi. Si era salvata la fontana del Piermarini, mentre un'ala del grande albergo Commercio era ridotta ad un cumulo di macerie, come altri edifici adiacenti. L'area della piazza non ritornerà mai più quella originale, nè saranno ricostruite le case che la rendevano pittoresca e raccolta. Fino alla fine della guerra la fontana sarà protetta dalle stesse macerie delle case dai cui balconi era stato possibile ammirarla, ammassate attorno al suo perimetro.

"C.L.N. 25934": la bomba dell'ex partigiano. (31 maggio 1949). Nella camera blindata della Banca nazionale dell'agricoltura due funzionari si apprestavano ad aprire una delle cassette di sicurezza del caveau sotto piazza Fontana. Da oltre un anno cercavano di contattare i due titolari che l'avevano riservata durante la guerra -nel dicembre del 1943- senza però ottenere alcuna risposta. Scaduti i termini di legge, gli addetti furono autorizzati all'ispezione per prolungata morosità. All'interno dello scomparto blindato fu ritrovata una scatola di sigarette in latta, alla quale era fissato un talloncino con la scritta "C.L.N. 25934". La sigla fece scattare le misure di sicurezza, perché a soli quattro anni dalla fine della guerra tutti sapevano cosa significassero quelle tre lettere, iniziali del Comitato di Liberazione Nazionale cioè il comando delle forze partigiane. I funzionari chiamarono immediatamente le forze dell'ordine, che mandarono in piazza Fontana una squadra di artificieri. I militari ebbero conferma che in quella scatola di latta era nascosto un ordigno ed anche molto potente. Si trattava di una bomba al T-4 (trinitrotoluene o TNT) ad alto potenziale, che fu aperta con cautela dagli artificieri e fatta brillare poco più tardi in aperta campagna. Gli intestatari della cassetta di sicurezza erano Camillo Gaggini e Ugo Massa, due individui con una lunga lista di precedenti penali per furto, truffa e rapina. Il primo aveva militato nella resistenza sin dal 1943 e dopo la guerra era entrato a far parte della cosiddetta "Polizia ausiliaria", il reparto di pubblica sicurezza nato dalle file dei partigiani dopo la fine della guerra. il 22 novembre 1945 il tenente Gaggini fu scoperto dalla Polizia giudiziaria in una bisca clandestina a poca distanza da piazza Fontana, in un appartamento di via Silvio Pellico. L'ufficiale della Polizia partigiana fu colto in flagranza di reato mentre estorceva una percentuale sui proventi illeciti del gioco. Il giorno dopo il ritrovamento della bomba alla Banca nazionale dell'agricoltura fu scoperto presso il campo d'aviazione della Breda (attuale aeroporto civile di Bresso) un vero e proprio arsenale con armi in piena efficienza. Nelle vecchie trincee nelle vicinanze dei rifugi antiaerei erano stati nascoste mitragliatrici pesanti Breda 37 e 30, fucili, 26 bombe a mano e addirittura granate anticarro tedesche modello "panzerfaust". Poco dopo il ritrovamento dell'arsenale clandestino, fu rintracciato anche Camillo Gaggini che all'epoca dei fatti era detenuto nel carcere di Forlì per numerosi reati pregressi.

Le bombe molotov all'albergo Commercio: 12 aprile 1969. I bombardamenti dell'agosto 1943 cambiarono per sempre il volto della piazza progettata dal Piermarini. Il vuoto creato dal crollo delle case che affacciavano sulla scomparsa via Alciato non fu mai più colmato e nel dopoguerra piazza Fontana appariva come un'ampia spianata estesa dall'Arcivescovado sino alla sede dell'ex Tribunale - oggi Comando del Polizia Locale - anch'esso sfigurato dalle bombe. Nel 1953 il Comune di Milano avanzò una proposta di ricostruzione dell'antica via cancellata dalla guerra, che dieci anni dopo i bombardamenti era rimasta un'area desolata e polverosa accerchiata dagli edifici con le ferite di guerra ancora in mostra. Il progetto affondò, lasciando spazio ad un parcheggio dove presero posto le automobili negli anni del boom economico. Si salvò il grande edificio dell'Albergo Commercio, che rimase in esercizio fino alla fine del 1965 e di cui fu proposto l'abbattimento in seguito all'abbandono dell'attività. Tre anni più tardi, il 29 novembre 1968, lo stabile fu occupato da studenti e anarchici e ribattezzato "nuova casa dello studente e del lavoratore". Il Comune di Milano, proprietario dell'edificio, tergiversò e lasciò gli occupanti nelle camere dell'ex albergo di piazza Fontana. Poco dopo l'occupazione iniziarono a frequentare il Commercio anche alcuni anarchici vicini alla corrente degli "Iconoclasti" di Pietro Valpreda quando all'esterno il clima politico si faceva rovente con continui scontri di piazza tra opposti estremismi e con le forze dell'ordine. L'11 aprile del 1969 a Milano si scatenò la guerriglia urbana in occasione dello sciopero indetto in seguito ai gravi scontri tra lavoratori e Polizia a Battipaglia (Salerno) di due giorni prima, che avevano causato la morte di due operai. Accanto al corteo silenzioso dei sindacati scesero in piazza i maoisti e gli anarchici, che giunti in piazza del Duomo assieme agli studenti iniziarono a provocare durante il comizio dei sindacati. Le violenze andranno avanti per tutto il giorno, con lanci di molotov, pietre e bastoni. Verso sera, dopo aver lasciato 88 feriti tra le forze del ordine, un gruppo di filo-cinesi diede l'assalto alla sede della Giovane Italia, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano in corso Monforte. Dalle finestre della sede i giovani di destra risposero con le molotov, fino all'intervento della Polizia. La ritorsione non si fece attendere e la notte stessa si concentrerà sulla "centrale anarchica" individuata nell'ex-albergo occupato di piazza Fontana. Erano circa le 23 quando due giovani estranei ai fatti della giornata e neppure frequentatori della "nuova casa dello studente" si fermarono di fronte all'androne di ingresso dell'ex albergo. Sergio Bergamini e Luciano Treu tornavano dopo una serata alla "Crota piemunteisa" di Piazza Beccaria dove avevano trascorso la serata e si erano soffermati per alcuni minuti a leggere i cartelli affissi dagli anarchici dopo gli scontri. All'improvviso furono assaliti da un gruppo di uomini vestiti con maglioni neri che in un istante lanciarono due bombe molotov verso i due ragazzi. La prima bottiglia incendiaria esplose ed investì in pieno Bergamini, che divenne una torcia umana. La seconda fu scagliata quando Treu stava cercando di spegnere i vestiti dell'amico e lo colpì di striscio ustionandolo ad un braccio, mentre il commando faceva perdere le proprie tracce fuggendo a bordo di un'auto parcheggiata in piazza. L'assalto all'albergo fu il preludio alla scomparsa dello storico edificio di piazza Fontana. Lo sgombero fu effettuato all'alba del 19 giugno 1969 dalla Polizia, che alle 5:45 fece irruzione. All'interno furono rinvenuti, oltre alle bottiglie molotov, anche esplosivi e armi. Tra gli anarchici fermati figurava Aniello D'Errico, detto "baby" per la sua giovane età (aveva solo 17 anni). Rilasciato pochi giorni dopo, sarà poi accusato di essere stato l'artificiere della strage di piazza Fontana, di poco successiva allo sgombero dell'ex albergo. Sarà fermato assieme ad un compagno del gruppo "iconoclasti" di Valpreda, Leonardo Claps, dopo una breve latitanza a Canosa di Puglia. La demolizione dello storico albergo di piazza Fontana fu deliberata appena dopo lo sgombero ed eseguita in fretta a partire dalla fine dell'agosto del 1969. Quando ormai non rimaneva che lo scheletro dell'edificio ottocentesco sopravvissuto alla guerra e alla ricostruzione, il 12 dicembre 1969 di fronte al suo rudere esplose la bomba nell'atrio della Banca nazionale dell'agricoltura. Nella piazza che ancora una volta cambiava faccia, quel maledetto giorno era cambiata anche la storia dell'Italia repubblicana.

Piazza Fontana, il Buco che ci ha ingoiati. Sono nato a Milano mentre scoppiava  la bomba. Quando cominciò il buio che avvolge l’Italia. E tutti ne siamo figli. Giuseppe Genna il 12 dicembre 2018 su L'Espresso. È il 12 dicembre 1969, ore 16.37, Milano. Succede questo: un’esplosione a pochi metri dietro il Duomo, nella nebbia una vampata di luce. È cominciata la storia d’Italia, per l’ennesima volta, una vicenda che si trascina come un ferito nelle nebbie di un dopobomba perenne. È scoppiata la bomba di piazza Fontana. Un giovane vicecommissario si trova davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, dove l’ordigno ha devastato uomini donne bambini e cose. È Achille Serra, destinato a evolvere nel tempo in un prefetto leggendario. Entra a pochi secondi dall’esplosione, in un luogo che costituirà la scena primaria della nazione, che è sempre una scena del crimine: corpi sciolti, a brandelli, un bambino urla, cadaveri tra le macerie. Serra si precipita al telefono in una cabina, chiede l’invio di cento ambulanze. Non gli credono, lo prendono in giro, poi mandano davvero cento lettighe sul posto. Su una barella, che fa il suo ingresso nella banca, c’è accidentalmente il corredino di un neonato, che è nato proprio alle 16.37, insieme con la madre di tutte le stragi. Quel neonato sono io. Ho, dunque, due madri: la mia e quella di tutte le bombe. Io avvengo insieme a piazza Fontana, crescerò avendo per fratelli tutti i fantasmi, i morti, gli assassinati successivi, gli accusati, gli innocenti, i commentatori, i leggendari giornalisti, le spie, i neofascisti, gli anarchici - il teatro umano che da quasi cinquant’anni si muove intorno a una strage, rimasta senza colpevoli fino al 2005, quando i responsabili sono stati identificati da una sentenza di Cassazione, nell’impossibilità di processarli, perché assolti in precedenza.

Nasco insieme a piazza Fontana. Cresco con l’ossessione della strage. Il sospetto è per me un obbligo. Appena capace di consapevolezza, scruto ossessivamente le foto in bianco e nero, scattate poco dopo l’esplosione. Al centro della scena, sotto un tavolo pesante, sbalzato dalla conflagrazione, si è creato un buco nel pavimento. Il Buco diviene l’emblema nazionale. È il buco dei proiettili nel corpo inerte di Aldo Moro, rannicchiato nel baule della Renault 4, essa stessa un ulteriore buco, orizzontale, che sfigura la memoria di tutti i bambini come me. È il buco in cui sprofonda e resterà invisibile, piangente nel pozzo artesiano, il piccolo Alfredino Rampi a Vermicino, foro su cui si china il capo dello Stato e in cui finiamo tutti, a favore delle televisioni unite. È il buco in cui scompare infinitamente Emanuela Orlandi.

È un Paese con il Buco, l’Italia. Buchi ovunque, a partire da quelli che costellano le indagini. Il giovane Bruno Vespa compare, nel permanente bianco e nero, microfono in mano, a dare in diretta la notizia della colpevolezza indiscutibile dell’anarchico Pietro Valpreda. Quando Vespa inaugura l’oscenità televisiva, svezzando la nazione, io ho quattro giorni di vita, come la strage. Il giorno precedente è stato assassinato Giuseppe Pinelli, volato dalla finestra della questura per un evento catalogato come “malore attivo”, durante un interrogatorio, mentre il commissario Luigi Calabresi si trova fuori dalla stanza - il momento enorme in cui Calabresi incomincia a morire, il 17 maggio 1972, per mano di terroristi che non avevano compreso nulla o forse avevano compreso troppo.

Aldo Moro, nell’istante in cui io nasco e la bomba deflagra, si trova a Parigi e nelle lettere dal carcere brigatista, pressato dall’angoscia, sbaglia il ricordo e colloca l’esplosione al mattino del 12 dicembre. L’allora ministro degli Esteri, autentico artefice della Repubblica, è autore di una controinchiesta, che svela da subito responsabilità, connivenze, scenario in cui la strage si è prodotta. Un ulteriore memoriale Moro. Che annoterà dal carcere Br: «Personalmente ed intuitivamente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (tale è proprio la caratteristica della reazione di destra), allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere». Era tutta la verità. I fantasmi si scatenarono, dagli schermi dei televisori invasero le menti degli italiani, che si allenavano a diventare un popolo di spettatori. Quella fosforescenza in bianco e nero è una forma della Repubblica.

Si rivedono in bianco e nero i funerali delle 17 vittime (i feriti furono 88, tra cui un bambino a cui verrà amputata la gamba: un altro fantasma personale e generazionale), partecipati da “una folla composta” e oceanica, nel gelo decembrino milanese e nel clima glaciale che andrà a ossessionare non soltanto me, ma tutta l’Italia, per anni. In bianco e nero avviene l’apparizione sconcertante dell’imputato Franco Giorgio Freda, ordinovista, stalagmite nazimaoista, nel 1977, quando sto alle elementari e il processo per piazza Fontana è stato trasferito da Milano nella città di Catanzaro, che io e i miei coetanei scopriamo esistere come luogo in cui compare questo anti-Moro dai capelli precocemente imbiancati, il golf chiaro a collo alto accecante come la sua cofana, il volto scolpito e il lessico antisalgariano, tutto metafore taglienti e verbi squadrati (nel confronto con l’agente segreto Guido Giannettini, secondo Freda costui «afferma una menzogna con notevole impudenza» e deve «estrinsecarsi»). Freda sarà assolto per insufficienza di prove, ma resterà stampato nell’orrendo Parnaso italiano del terrore. Mi tornerà addosso quando io e la strage compiamo vent’anni, come reggente del Fronte Nazionale, una formazione extraparlamentare di estrema destra, che ha per simbolo una svastica a metà e aggredisce l’invasione dei migranti, chiamandoli “allogeni extraeuropei”. In quel caso, a difendere Freda sarà Carlo Taormina, avvocato pop nell’arco della seconda Repubblica, in cui, rivestendo la carica di sottosegretario agli Interni, attaccherà i procedimenti su piazza Fontana, che continuano a perseguire una verità inaccertabile.

L’Italia rovinava con i suoi misteri, ombrosi a chiunque e chiarissimi a tutti. Io e la strage invecchiavamo insieme. Non mi riusciva di dire, come Pasolini nella memorabile poesia “Patmos”, «oppongo al cordoglio un certo manierismo». La strage era un’esplosione inestinta, che non smetteva di esplodere, così come la ragazza Orlandi non smetteva di scomparire, Alfredino non smetteva di inabissarsi, Moro non smetteva di parlare la sua lingua precisa e articolata. Non smettevano di morire. Le bombe erano due o erano una? E gli americani? Adriano Sofri precisava davvero la realtà dei fatti nel suo “43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film”? Perché non cessava di rimbombare l’inchiesta di Camilla Cederna su Pinelli? Fino a questi giorni, alla catatonia dell’attuale vicepremier Luigi Di Maio davanti a Mario Calabresi che contesta l’incredibile causa che il Movimento gli ha intentato, denunciando Luigi Calabresi. Un ulteriore e sconcio buco: il Buco diventa lo spazio abissale in cui la memoria affonda, la verità e la menzogna non hanno interrotto il loro eterno lavorìo tutto italiano, mentre l’oblio è un nuovo valore collettivo. Io, noi, invece: ricordo, ricordiamo. I giudici Calogero e Stiz, D’Ambrosio che indaga i fascisti e poi diviene uno dei volti dell’affaire Tangentopoli, Ventura che in Argentina pubblica le poesie di Zanzotto, l’inchiesta di Franco Lattanzi detto Sbancor che viene trovato morto mentre sta scrivendo un testo cruciale sulla strage, l’agente neofascista internazionale Guérin Sérac, Pietrostefani e Bompressi, il questore Guida, quelli del Sid, i supposti pentiti Digilio, Delfo Zorzi, il giudice Salvini, le vedove, i parenti delle vittime, gli agenti in sonno di Gladio - la danse macabre di Piazza Fontana attraversa la storia italiana. Da quarantanove anni io sono lì, il 12 dicembre alle 16.37, in piazza Fontana. Da decenni ci vado fisicamente, misuro l’estinguersi progressivo della folla che interviene al pubblico ricordo, sono sempre meno, non si alzano più i pugni, nel giardinetto davanti al comando dei vigili c’è la lapide a Pinelli, “ucciso innocente”. La notte della Repubblica era questa: le tenebre della violenza e poi il buio della dimenticanza.

A mia madre, che mi aveva partorito in quel momento tragico, ridiedero il corredino, ritrovato come uno straccio tra i ruderi, accanto al buco al centro della Banca dell’Agricoltura. Il cognome rammendato a filo azzurrino aveva permesso di riportare in ospedale il reperto. Il ricordo, come tutti i ricordi, era santo e raccapricciante. Il cotone bianco era macchiato di sangue coagulato. Il loro sangue era ricaduto su di me: su noi tutti.

La verità, vi prego, su Pinelli. Un saggio di Paolo Brogi aggiunge un nuovo tassello per ricostruire le circostanze in cui morì l'anarchico precipitato da una finestra della Questura di Milano dopo la strage di piazza Fontana. Silvana Mazzocchi il 27 giugno 2019 su La Repubblica. Depistaggi e montature hanno segnato i tanti processi sulla strage di Piazza Fontana, avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969. A cinquant’anni dall’eccidio, zone d’ombra mai chiarite impediscono ancora la verità sulla morte di Giuseppe Pinelli, detto Pino, 41 anni, ferroviere e anarchico che a pochi giorni dalle bombe, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, precipitò dal quarto piano della Questura di Milano. Una morte allora archiviata come conseguenza di un “malore” e una verità giudiziaria che, fin da subito, non sembrò coincidere con la verità sostanziale. Mentre  silenzi, omissioni, menzogne e contraddizioni hanno a lungo impedito di ricostruire con esattezza il quadro in cui, nella Questura milanese, avvennero i fatti. Oggi, un libro, Pinelli l’innocente che cadde giù, firmato da Paolo Brogi, giornalista e scrittore, aggiunge un tassello utile a illuminare almeno la cornice in cui avvenne la morte di “Pino”. Si tratta di un verbale, finora inedito,  che racconta come alcuni uomini dell’Ufficio Affari Riservati , il servizio segreto del Viminale, trasferiti da Roma a Milano all’indomani del 12 dicembre, divennero subito di casa in Questura, diventando di fatto i veri “padroni delle indagini”, utili per collegare gli ambienti anarchici alla strage. Il verbale, che contiene la deposizione di un dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, (ne parla  Paolo Brogi nell’intervista che segue), è oggi pubblico grazie alla Direttiva Renzi che, nel 2014, chiese alle istituzioni di riversare nell’Archivio di Stato tutte le carte riguardanti le stragi. Il contenuto del verbale è importante, è una tessera significativa di un mosaico ben più vasto che intreccia segreti e depistaggi e che aiuta a delineare, attraverso  un documento ufficiale, lo scenario che cinquant’anni fa dette inizio alla stagione delle stragi  e alla lunga catena dei misteri italiani rimasti in gran parte insoluti. Il libro affronta anche la vicenda umana della famiglia Pinelli e contiene la testimonianza di Claudia e Silvia, le figlie di Giuseppe Pinelli, allora bambine. Oggi donne decise a non dimenticare.

Qual è stato il ruolo dei servizi segreti nella morte di Pino Pinelli?

 “La Questura di Milano in quel dicembre del 1969, quando morì l’anarchico Giuseppe Pinelli precipitato dal quarto piano mentre era in corso il suo interrogatorio, pullulava di agenti segreti. Il paradosso, a partire dalle inchieste condotte allora sulla morte di Pinelli, è che di questi uomini degli Affari Riservati – almeno una dozzina arrivati da Roma - non si trova traccia. Fantasmi, che riemergeranno a distanza di venticinque anni quando giudici di Venezia e Milano chiederanno loro conto di quelle giornate milanesi del ’69. Ma a ridosso degli avvenimenti nessuno se ne occupa. Eppure il potente organismo che sarebbe stato finalmente sciolto nel 1974 dopo la nuova strage di Brescia a Piazza della Loggia era lì per dirigere le indagini. Come? Con il teorema anarchico, che la Questura milanese adottò senza incertezze. A guidare il gruppo era Silvano Russomanno, numero due del servizio, un ex repubblichino che dopo l’8 settembre si era direttamente arruolato in un reggimento tedesco e che alla fine della guerra era stato poi portato nel campo di concentramento di Coltano. Al povero Pinelli, che a 15 anni era stato staffetta partigiana, veniva contestato un attentato compiuto il 25 aprile del 1969. Un attentato per il quale sono stati poi condannati i fascisti ordinovisti. Ecco qual era il ruolo dei servizi.”

Il libro contiene un verbale rimasto sepolto tra le carte dell’Archivio Centrale di Stato. Che cosa rivela di quanto accadde mezzo secolo fa?

““A Milano portai io la lista degli anarchici”. Si chiama Francesco D’Agostino e in una deposizione al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni l’ex alto dirigente degli Affari Riservati ha spiegato, nel 1997, cosa successe subito dopo la strage di Piazza Fontana. Il documento appartiene all’inchiesta su un altro attentato del 1973, ma il giudice s’informa anche su Milano nel ‘69. Grazie alla Direttiva Renzi che nel 2014 ha chiesto a tutte le istituzioni di riversare all’Archivio centrale dello Stato i documenti sulle stragi, anche il verbale di D’Agostino è oggi consultabile. Che quadro ci rivela? L’arrivo a Milano, a poche ore dalla strage di Piazza Fontana, di D’Agostino e di Silvano Russomanno. I due alloggiano all’hotel Aosta e sono di casa in Questura, dove spiega D’Agostino il capo dell’Ufficio Politico Antonino Allegra e il commissario Luigi Calabresi erano ancora incerti sulla pista da seguire. In sintesi da questo verbale come da quello di altri interpellati  viene fuori che gli Affari Riservati erano i “padroni” dell’inchiesta, soggiornavano in Questura dalla mattina alla sera, disponevano di fonti come quella su cui è stato costruito il teorema anarchico.”

Pino Pinelli nella testimonianza di Claudia e Silvia , le figlie allora bambine.

“Claudia e Silvia Pinelli avevano allora solo otto e nove anni. La loro è la storia di un’infanzia rubata, dove Pino è il padre che spesso le andava a prendere a scuola e magari al ritorno disegnava  su un muretto l’A cerchiata anarchica, un uomo vivace che come caposquadra ferroviere lavorava spesso di notte e rientrava al mattino, in una casa popolare a San Siro dove la porta era sempre aperta e arrivavano studenti e professori della Cattolica a far battere le loro tesi alla mamma Licia. Di Pino ricordano la piccola moto Benelli che accomodava da solo giù nel cortile sotto casa, la passione per la cucina e i suoi risotti, l’interesse per i libri come la famosa Antologia di Spoon River un cui pezzo è inciso oggi sulla sua tomba a Carrara. Un uomo poco più che quarantenne, impegnato tra incontri, manifestazioni, difesa dei compagni incarcerati. E piuttosto idealista, come hanno ricordato i docenti della Cattolica che frequentavano la sua casa o come lo descrive il primo obiettore di coscienza del servizio militare, il cattolico Giuseppe Gozzini. Uno a cui non piaceva la violenza, da giovane – ha ricordato sua madre Rosa - aveva lasciato la boxe perché non gli andava di picchiare qualcuno.”  

L'anniversario della morte dell'anarchico. Omicidio Pinelli, parla la figlia Claudia: “Lo Stato ha ucciso mio padre e non ci ha mai detto perché”. Angela Stella su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. Dal 9 dicembre è in libreria Pino, vita accidentale di un anarchico di Silvia Pinelli e Claudia Pinelli, Niccolò Volpati e Claudia Cipriani (Milieu Edizioni). È la storia di Giuseppe Pinelli raccontata dalle figlie, Claudia e Silvia, in un docu-romanzo grafico. Riprendendo il lavoro che aveva portato alla realizzazione dell’omonimo docufilm animato (regia di Claudia Cipriani e sceneggiatura di Niccolò Volpati), gli autori raccontano in maniera inedita, attraverso immagini e fotografie – tra le quali compaiono scatti originali di Uliano Lucas -, una storia intricata e opaca, che non è mai stata dimenticata: la stessa che Dario Fo scelse di narrare in Morte accidentale di un anarchico.

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre ’69, il corpo di “Pino” precipitò da una finestra della Questura di Milano. Aveva 41 anni, era stato fermato in seguito alle prime indagini sulla strage di Piazza Fontana che era avvenuta tre giorni prima: la polizia aveva deciso immediatamente di seguire la pista anarchica. Difficile dire se fu un abbaglio o un depistaggio. Comunque la pista anarchica si rivelò quasi immediatamente una falsa pista anche se poi fu tenuta viva per altri tre anni. Furono fermati diversi anarchici di Milano e di Roma. I più noti erano Pino Pinelli e Pietro Valpreda. Pinelli, dopo o durante un durissimo interrogatorio, volò dalla finestra dell’ufficio della questura di Milano e morì. La sua sua morte venne fatta passare per un suicidio, e quindi per una confessione. Ma prima un gruppo di giornalisti (tra i quali Camilla Cederna e Gianpaolo Pansa) e di militanti politici di sinistra, poi uno schieramento molto più ampio contestarono questa tesi e sostennero che Pinelli era stato gettato dalla finestra. Alla fine la magistratura trovò una mediazione. Nell’ ultima e definitiva sentenza su quella morte escluse il suicidio ma non prese in considerazione l’omicidio: parlò di «malore attivo». Nessuno ha mai capito bene cosa fosse un malore attivo. La sentenza fu firmata da Gherardo D’Ambrosio, diventato poi famosissimo quando da Procuratore aggiunto guidò, quasi 25 anni più tardi, il pool “mani pulite”.

La famiglia di Pino Pinelli non ha mai creduto al malore attivo e per questo non ha mai smesso di cercare la verità. Solo a quarant’anni dalla morte, nel Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dichiarò: «Rispetto e omaggio per la figura di un innocente Giuseppe Pinelli che fu vittima due volte. Prima di pesantissimi e infondati sospetti e poi di un’improvvisa e assurda fine». Pinelli diventava così «la diciottesima vittima della strage di Piazza Fontana». Ne parliamo con Claudia Pinelli.

Come mai questo libro ora e con questo stile della graphic novel?

Con questa opera vogliamo arrivare anche ad un pubblico più giovane ma in generale a tutte le persone che non conoscono la vicenda di nostro padre. Però attenzione: il fumetto non vuole semplificare la storia. È chiaro che non può esserci tutto quello che è avvenuto in questi 52 anni, però può suscitare una curiosità nel lettore che potrebbe essere spinto ad approfondire. Dopo oltre mezzo secolo questa può diventare una storia di tutti, che non significa condivisa da tutti, ma conosciuta da tutti per continuare a parlarne.

Nella prefazione scrivete: «La verità non ha bisogno di martiri, di santi e tantomeno di eroi. Né di commozione, della facile lacrima che lascia tutto immutato, ma dell’empatia che susciti una sana indignazione per quello che è stato, per quello che non si è voluto affrontare».

Vorremmo che le persone prendessero coscienza di quello che è accaduto al nostro Paese in quegli anni. La verità su Giuseppe Pinelli è una verità sul Paese, che deve interessare tutti. Magari qualcuno si chiederà cosa non siamo stati capaci di affrontare in tutti questi lunghi anni. Conoscere vuol dire anche assumersi la responsabilità del cambiamento, significa sviluppare una capacità critica che non dovrebbe farci voltare dall’altra parte, ma pretendere verità.

Nel libro mostrate un vecchio ritaglio di giornale in cui c’è una intervista a sua madre che dice «voglio solo scoprire la verità». E aggiungete: «nessuno della magistratura ha mai indagato il questore, il commissario, il capo della digos e i poliziotti che per tanto tempo hanno dichiarato il falso? Per loro non esiste il reato di calunnia e diffamazione? I presenti in questura quella notte hanno mentito. Tutti».

Tutte le denunce presentate dalla mia famiglia sono state archiviate. Allora come oggi devi essere molto forte per resistere, perché nel momento in cui una persona muore mentre è nelle mani dello Stato non saranno le istituzioni a cercare verità e giustizia. Lo Stato non indaga su se stesso, ma si autoassolve. Sei tu che come famiglia devi metterti in gioco, devi riuscire ad andare avanti nonostante quello che ti verrà riversato addosso, nonostante i tentativi di colpevolizzarti. Dovrai sopportare emotivamente, e anche economicamente, per periti e avvocati, un onere che non tutti sono in grado di reggere. All’inizio poche erano le persone a noi solidali, poi sono cresciute col tempo. Ci sono rimaste accanto e mia madre, Licia, è diventata sempre più forte, sempre più ‘roccia’ come dico spesso. Non è assolutamente facile, quando sei una persona come mia madre che credeva nella giustizia, e che questa fosse uguale per tutti, doversi scontrare con un muro di gomma. Ma non ti fermi, vai avanti e combatti per arrivare ad una verità storica, grazie anche all’impegno di tanti che si sono attivati con noi: giornalisti, avvocati, anche magistrati, i familiari delle vittime di Piazza Fontana che hanno perseverato nel chiedere la verità. Però gli storici si basano sulle sentenze: e allora cosa rimarrà della storia di Giuseppe Pinelli?

L’ultima e definitiva sentenza sulla morte di Pino parla di «malore attivo». Stressato dalla situazione, suo padre si sarebbe sentito male ma invece di accasciarsi a terra è precipitato dalla finestra.

Quando ho parlato per l’unica volta con il giudice Gerardo D’Ambrosio mi disse «ho fatto quello che ho potuto». Non si doveva arrivare a parlare della morte di Giuseppe Pinelli in un’aula di Tribunale, era una vicenda da dimenticare.

Facciamo un passo indietro: nel libro raccontate che ad un certo punto dei fotografi e dei giornalisti bussarono alla vostra porta e vi dissero che suo padre era caduto da una finestra. Sua madre prese il telefono e chiamò la questura. Rispose il commissario Calabresi. Licia gli chiese: «Perché non mi avete avvisato?» Si sentì rispondere: «Ma sa signora, abbiamo tanto da fare…». Un ritratto di una persona fredda.

Mia madre ha sempre narrato questo episodio e anche adesso che ha 93 anni lo ricorda benissimo. Inoltre è quanto Calabresi ha testimoniato in Tribunale. Non so che pensiero si possa avere sul commissario Calabresi. Quello che posso dire è che era un funzionario di polizia ed era all’interno di quel sistema. Se lei legge il libro Pinelli: una finestra sulla strage di Camilla Cederna, che è una delle giornaliste che arriva alla nostra porta e che assiste alla conferenza stampa della Questura quella famosa notte, vi troverà scritto che i primi dubbi le vengono proprio per il clima che c’era all’interno di quella Questura. Non interessava a nessuno che fosse morta una persona, interessava solo che la loro pista trovasse in qualche modo una conferma. Io non posso esprimere un giudizio sul commissario Calabresi perché non l’ho mai conosciuto. Quando mio padre è morto ero una bambina di 8 anni. Non mi sento di mettere aggettivi inutili su di lui, ma allo stesso tempo penso che dopo 52 anni possiamo non avere più paura della verità. Potremmo considerare che ci furono delle responsabilità in quello che avvenne quella notte in Questura.

Qual è la vostra verità su quella notte? In quella stanza c’era il commissario Calabresi secondo voi?

Io non ero in Questura quella notte e non so cosa sia avvenuto. Altri avrebbero dovuto dare delle risposte. Secondo il giudice D’Ambrosio, nel momento in cui mio padre è precipitato, il commissario Calabresi non era presente in quella stanza. Un testimone, tuttavia, ha affermato sempre il contrario, ossia che il commissario non è mai uscito da quella stanza. È ancora vivo, si chiama Pasquale Valitutti ma non è mai stato ascoltato dal giudice D’Ambrosio. Io quello che posso dirle è che mio padre è stato fermato, che ha seguito con il suo motorino la volante della polizia e che poi è stato ucciso nel momento in cui è entrato in quella Questura e si è visto privato di tutti i suoi diritti. Ha subìto un fermo illegale che è durato più dei limiti consentiti dalla legge: e nessuno è stato chiamato a rispondere neanche di questo. Tutti i funzionari presenti in quella stanza quella notte hanno mentito ma non gli è successo nulla.

Dopo tanti anni a chi può far paura la verità sulla morte di suo padre?

Sicuramente è una storia scomoda. Forse c’è qualcuno ancora da coprire. Dopo tutto questo tempo sarebbe giusto che qualcuno si liberasse la coscienza. Lo stesso ex Presidente Napolitano ha pronunciato delle parole importanti perché ha parlato di Giuseppe Pinelli, vittima due volte: «Prima di pesantissimi e infondati sospetti e poi di un’improvvisa e assurda fine».

Dopo queste dichiarazioni si aspettava una svolta?

Ci saremmo aspettati un proseguimento nella ricerca della verità e un riconoscimento di responsabilità da parte delle Istituzioni non solo sulla morte di mio padre, ma per tutto quello che è successo in tutta quella stagione della strategia della tensione. All’interno della Questura quella notte, dai documenti che sono stati ritrovati e resi accessibili, è emerso che c’erano appartenenti ai servizi segreti. Noi siamo ancora qui, senza nessuna voglia di vendetta, a chiedere la verità per noi e per il Paese.

Secondo Lei cercavano non il colpevole ma un colpevole?

Può darsi, oppure volevano coprire i veri responsabili. Mentre la polizia a Milano metteva nel mirino gli anarchici, da Treviso arrivava la prima segnalazione sui progetti di attentati del libraio neofascista Giovanni Ventura, grazie alla testimonianza dell’insegnante di francese Guido Lorenzon. Volutamente questo filone investigativo si è ignorato e sono continuate le accuse verso gli anarchici.

Vuole rivolgere un appello a qualcuno?

No, non è nel mio stile chiedere qualcosa a qualcuno. La giustizia dovrebbe essere un atto dovuto ma nel nostro Paese non lo è. Angela Stella

Chi era Giuseppe Pinelli. Ferroviere anarchico, aveva partecipato alla Resistenza. Morì in circostanze poco chiare durante un fermo di polizia, tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969. L'Espresso il 15 gennaio 2009. Giuseppe Pinelli era un ferroviere anarchico milanese, che da ragazzo aveva partecipato alla Resistenza. Negli Anni Sessanta, svolgeva attività politica con gli anarchici milanesi, in particolare con il Circolo Ponte della Ghisolfa, luogo di animazione storico dell'anarchismo in città. Dopo lo scoppio di una bomba in una sede della Banca nazionale dell'Agricoltura nel centro di Milano (Strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969), Pinelli venne fermato insieme ad altri anarchici milanesi. La Questura di Milano riteneva infatti che l'attentato potesse avere una matrice anarchica, e aveva accusato in particolare Pietro Valpreda (che poi verrà assolto). 

Il 15 dicembre, tre giorni dopo la strage, Pinelli si trovava negli uffici della questura milanese, al quarto piano di via Fatebenefratelli, dove si era recato da solo - con il proprio motorino - convocato dal giovane commissario Luigi Calabresi, che Pinelli già conosceva. Nell'ufficio di Luigi Calabresi, Pinelli fu interrogato per ore dallo stesso commissario e da altri ufficiali, tra cui Antonino Allegra, responsabile dell'ufficio politico della questura. Il questore di Milano era Marcello Guida, già direttore del confino politico cui venivano condannati gli antifascisti a Ventotene. Nella serata del 15 dicembre, attorno a mezzanotte, il corpo di Pinelli precipitò dalla finestra e si schiantò nel cortile della questura. 

Ma quale fu la reale dinamica di quella morte? Cadde? Fu buttato? si suicidò?

In una prima fase la polizia riferì che Pinelli si era suicidato, gettandosi dalla finestra. Più avanti cambiò versione, parlando di una caduta accidentale. Successivamente a una serie di inchieste e dopo la riesumazione del cadavere, la magistratura stabilì che Pinelli era caduto per un "malore attivo", cioè si era avvicinato alla finestra e a seguito di un malore aveva perso l'equilibrio ed era precipitato. Una violenta campagna di stampa dell'estrema sinistra, e in particolare di "Lotta Continua", indicò il commissario Luigi Calabresi come assassino di Pinelli.

Il 15 maggio 1972 Luigi Calabresi venne ucciso a Milano. Nel luglio del 1988 la Procura di Milano arrestò quattro ex membri di Lotta Continua: Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Leonardo Marino. L’accusa si basava sulle parole di Marino, che sosteneva di aver svolto la funzione di autista in quell'omicidio, mentre Bompressi sarebbe stato l'esecutore materiale, Sofri e Pietrostefani (che di Lotta Continua erano i dirigenti) i mandanti. Dopo diversi processi, nel 2000, la Cassazione ha reso definitiva l'ultima sentenza della Corte d'Assise di Appello che aveva condannato Bompressi, Pietrostefani e Sofri a 22 anni (per Marino 11 anni, con prescrizione). Attualmente Adriano Sofri si trova in detenzione domiciliare per motivi di salute. Bompressi è stato graziato da Napolitano. Pietrostefani vive in Francia ed è ufficialmente latitante.

Piazza Fontana, quando morì Pinelli, in questura c’erano i depistatori dei servizi segreti. Le manovre per incastrare l’anarchico e proteggere i terroristi neri. L’interrogatorio fatale con almeno nove agenti segreti. Il poliziotto «graffiato». E l’appuntato in ambulanza con il moribondo. Un libro-inchiesta riapre il mistero della «diciottesima vittima» della strage di piazza Fontana. Paolo Biondani il 13 giugno 2019 su L'Espresso. Nella notte in cui morì Pinelli, in questura a Milano non c'erano solo i normali poliziotti. C'era anche uno squadrone di agenti e alti dirigenti del servizio segreto civile dell'epoca, l'Ufficio affari riservati, inviati da Roma con una missione di depistaggio: incastrare gli anarchici milanesi per la strage di piazza Fontana e per l'intera catena di attentati esplosivi del 1969, che inaugurarono gli anni del terrorismo politico in Italia. Una pista rivelatasi falsa, totalmente demolita dalle indagini e dai processi che negli anni successivi hanno comprovato le responsabilità dei veri criminali di opposta matrice ideologica: l'estrema destra eversiva. In questi tempi di leader politici e ministri che sdoganano movimenti apertamente neofascisti, giovani che si lasciano irretire da ex terroristi neri condannati per banda armata, neonazisti che tornano alla violenza e inneggiano al razzismo, anarchici delinquenti che spediscono pacchi-bomba per ferire o uccidere, la storia dell'innocente ferroviere Giuseppe Pinelli, arrestato ingiustamente per un eccidio infame e morto misteriosamente dopo un interrogatorio costellato di accuse false, andrebbe spiegata nelle scuole, ai tanti ragazzi che poco o nulla sanno di piazza Fontana e delle troppe vittime dirette e indirette degli anni di piombo. A raccontare tutto quello che si sa, oggi, sulla «diciottesima vittima» della prima strage nera è un libro di Paolo Brogi (“Pinelli, l'innocente che cadde giù”, editore Castelvecchi), giornalista e saggista che ha lavorato per anni al Corriere della Sera: un lavoro di ricostruzione che non azzarda improbabili scoop storici, ma mette in ordine fatti documentati, testimonianze inedite, carte inoppugnabili, recuperate negli archivi di polizie e tribunali. Che offrono poche, solide certezze: non tutta, ma almeno un pezzo di verità e di giustizia. Per i lettori più giovani, conviene partire dall'inizio. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese che viene arrestato il 12 dicembre 1969, poche ore dopo la strage di Piazza Fontana (17 morti, 88 feriti), nella stessa retata che colpisce decine di innocenti, tutti poi scagionati. Un poliziotto onesto oggi racconta che «per fare numero, ci dissero di fermare anche i barboni». Pinelli viene trattenuto illegalmente per tre giorni in questura, senza avvocato, senza alcuna autorizzazione dei giudici. Tra il 15 e 16 dicembre, poco dopo la mezzanotte (ma anche l'ora è controversa), alla fine di un lunghissimo interrogatorio, precipita da una finestra della questura e muore. La notte stessa il questore Marcello Guida, in una conferenza stampa improvvisata, dichiara che Pinelli si sarebbe lanciato dalla finestra «con un balzo felino» perché era colpevole: «Era un anarchico individualista, il suo alibi era crollato, si è visto perduto: è stato un gesto disperato, una specie di auto-accusa». Queste parole, oggi, risultano totalmente false: Pinelli non era colpevole, non si è suicidato, non era neppure un anarchico individualista, ma un pacifista di famiglia partigiana, amico del primo obiettore di coscienza cattolico che rifiutò le armi e il servizio militare.

Quella notte in Italia nasce anche la prima squadra di giornalisti d'inchiesta capaci di mettere in dubbio e contraddire la versione ufficiale. Il libro cita maestri oggi scomparsi come Marco Nozza e trascrive per intero la storica cronaca di Camilla Cederna, grande penna dell'Espresso, che quella notte fu «tirata giù dal letto da Giampaolo Pansa e Corrado Stajano». Giornalisti straordinari, di testate diverse, che lavorano insieme e firmano un libro-inchiesta profetico, «Le bombe di Milano», il primo a parlare di stragi nere. Per anni gli apparati dello Stato continuano invece ad incolpare solo gli anarchici. Alcuni sono in carcere già da prima della strage, con l'accusa, anch'essa falsa, di aver organizzato gli attentati esplosivi del 25 aprile 1969 in stazione e alla fiera di Milano. Lo stesso Pinelli, nel fatale interrogatorio, si vede contestare di aver collocato le bombe precedenti, nascoste su otto treni nell'agosto 1969. Pietro Valpreda, arrestato come stragista la mattina del 15 dicembre, resta in carcere per più di tre anni, fino all'approvazione della legge sui termini massimi di carcerazione preventiva, che porta il suo nome. È l'unico imputato ad essere assolto già in primo grado.

La pista anarchica frana solo a partire dal 1971, quando a Castelfranco Veneto si scopre un arsenale di armi ed esplosivi del gruppo nazi-fascista guidato da Franco Freda e Giovanni Ventura. La svolta fa riemergere altre prove fino ad allora ignorate, come le intercettazioni eseguite da un ottimo poliziotto di Padova (nel frattempo rimosso) e la testimonianza di un insegnante veneto, Guido Lorenzon, a cui lo stesso Ventura aveva confessato la strage del 12 dicembre 1969, pochi giorni dopo, organizzata «per favorire un golpe». A quel punto le indagini passano a Milano, dove il giudice Gerardo D’Ambrosio, con i pm Luigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini (poi ucciso dai terroristi rossi di Prima Linea), raccolgono prove gravissime contro quella cellula veneta di Ordine nuovo. L’inchiesta milanese accerta, tra l'altro, che Freda ha acquistato una partita di «timer a deviazione» identici a quelli della strage (e delle altre 4 bombe del 12 dicembre '69). Nel 1973, dopo l’arresto (e prima della provvidenziale fuga in Argentina), Ventura arriva a confessa tutti gli altri attentati esplosivi del 1969, tranne piazza Fontana. Quindi è il gruppo Freda che ha collocato le bombe in stazione, in fiera e sui treni delle vacanze, per cui furono invece incarcerati ingiustamente gli anarchici milanesi.

Quando i magistrati milanesi scoprono i rapporti tra i terroristi neri e il servizio segreto militare (il famigerato Sid), la Cassazione sposta il processo a Catanzaro. Dove Freda e Ventura, dopo la condanna in primo grado, vengono assolti per insufficienza di prove (e abbondanza di depistaggi) per la strage, ma condannati con sentenza definitiva per gli altri 17 attentati del 1969. Compresi quelli attribuiti falsamente a Pinelli. Nei successivi processi di questi anni, da Milano a Brescia, le sentenze dichiarano dimostrata, grazie a nuove prove, la responsabilità storica anche per piazza Fontana degli stessi terroristi neri Freda e Ventura, non più processabili perchè ormai assolti.

Sulla morte di Pinelli, invece, non c'è ancora giustizia. Il libro di Brogi ricostruisce però importanti pezzi di verità. Partendo da un verbale dimenticato, ritrovato nell'archivio di Stato, si scopre che in questura a Milano, durante il fatale interrogatorio, c'erano almeno nove agenti segreti, guidati da Silvano Russomanno, un ex fascista repubblichino diventato il numero due dell'Ufficio affari riservati. Sono gli stessi agenti che con la «squadra 54» hanno creato la falsa pista anarchica. Ed è Russomanno in persona che ha raccolto i falsi elementi contestati a Pinelli, nel vergognoso tentativo di incastrarlo per le bombe sui treni. Il saggio rilegge criticamente tutte le indagini sulla morte dell'anarchico. La prima inchiesta che insabbiò il caso, sposando la tesi del suicidio del colpevole, senza neppure ordinare l'autopsia. La preziosa istruttoria in tribunale, in un processo per diffamazione. E l'indagine successiva del giudice D'Ambrosio, che a distanza di anni arrivò a dimostrare con certezza i primi pezzi di verità: Pinelli non era colpevole di nessun attentato; e non si è suicidato. Dopo la vedova Licia, che firmò un famoso libro con Piero Scaramucci (“Una storia quasi soltanto mia”), in questo saggio parlano per la prima volta le figlie di Pinelli, Claudia e Silvia. Che raccontano la tragedia familiare vissuta da bambine. L'emozione per l'invito al Quirinale per il “giorno della memoria”, nel 2009, quando l'allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, inserisce anche Pinelli tra le vittime del terrorismo, mentre la vedova stringe la mano ai familiari di Luigi Calabresi: il commissario di polizia che fu ucciso da un killer rosso per ordine dei capi di Lotta Continua, proprio perché sospettato (ingiustamente: non era neppure nella stanza) della morte dell'anarchico. Claudia Pinelli rivela anche una sofferta confidenza di D'Ambrosio. Sempre nel 2009, a una commemorazione per piazza Fontana, l'ex giudice le si avvicina per chiederle scusa a nome dello Stato: «Mi devo giustificare con lei. Ho fatto quello che ho potuto. Sono stato il primo magistrato a fare i rilevamenti, tre anni dopo, ma avevo tutti contro».

Il libro contesta il verdetto finale di D'Ambrosio, che in mancanza di qualsiasi elemento per parlare di omicidio, dopo aver escluso il suicidio, ipotizza una caduta involontaria di Pinelli, stremato da tre notti insonni con arresti illegali e interrogatori truccati. Una tesi poi ridicolizzata dall'ultrasinistra inventando l'espressione «malore attivo», mai usata dal giudice. Di certo, nelle diverse indagini sul caso Pinelli, i testimoni continuano a cambiare versione dei fatti. Gli unici agenti identificati come partecipanti all'interrogatorio di Pinelli sono un carabiniere e quattro poliziotti (all'epoca erano tutti militari). Nella prima indagine dichiarano in coro di aver visto Pinelli «che con un balzo improvviso si gettava dalla finestra», come sostenevano i loro capi. Nelle istruttorie successive, però, quattro su cinque ritrattano, finendo per ammettere di non aver assistito al volo dell'anarchico. Solo un poliziotto insiste di averlo visto lanciarsi dalla finestra. E giura persino di aver cercato di fermarlo, afferrandolo per una gamba, tanto da subirne «un graffio». Uno strano contatto fisico, di cui l'agente parla per la prima volta davanti a D'Ambrosio, il temuto giudice di piazza Fontana, sostenendo di essersi ricordato di quell'escoriazione solo poco prima dell'interrogatorio, anni dopo i fatti, discutendo con un altro collega a sua volta convocato come teste, che avrebbe quindi potuto parlarne per primo. I nuovi elementi sui depistaggi, emersi solo a partire dagli anni Novanta, portano Brogi a rivalutare soprattutto la testimonianza di Pasquale Valitutti, l'unico anarchico rimasto nello stanzone dei fermati durante tutto l'interrogatorio di Pinelli. Valitutti testimonia fin dall'inizio di aver «sentito chiaramente, circa un quarto d'ora prima della morte di Pinelli, un insieme di rumori che mi hanno fatto pensare: “Stanno picchiando Pino”». E aggiunge che, subito dopo il fattaccio, mentre in questura scoppiava il caos, un brigadiere di polizia «molto alterato» (lo stesso che poi parlerà del “graffio”) gli urlò senza motivo che «Pinelli era un delinquente» e «si era buttato perché coinvolto». Già allora l'anarchico testimonia che a quel poliziotto «si aggiunsero quattro o cinque persone in borghese, a me non note, che mi portarono nella stanza seguente». Col senno di poi, è un chiaro riferimento agli agenti segreti della squadra depistaggi, che dopo decenni di silenzio hanno poi confermato di essersi «installati» in questura subito dopo la strage. Con l'obiettivo dichiarato di «accusare gli anarchici», alimentando ad ogni costo la falsa pista preconfenziata «dai vertici dei servizi a Roma».

Un'altra catena di stranezze evidenziata nel libro è la reazione degli agenti della questura al preteso suicidio (oppure all'ipotetica caduta involontaria). Dagli atti risulta che solo un carabiniere si precipita nel cortile, dove Pinelli è ancora agonizzante. Tutti i poliziotti (come gli agenti segreti di cui per anni si ignora perfino la presenza) restano invece nei loro uffici in questura, senza curarsi delle condizioni della vittima. Eppure, dopo l'arrivo degli infermieri, un appuntato di fiducia dei capi s'infila nell'ambulanza con il ferito gravissimo. Ed entra addirittura nella sala operatoria dell'ospedale, dove resta fino alla morte di Pinelli. Il libro riconosce che a tuttoggi non è emerso alcun riscontro oggettivo all'ipotesi di un omicidio o di un pestaggio alla Cucchi, ma conclude che troppi fatti anomali, come l'assurdità di mandare un agente in sala operatoria a sorvegliare un moribondo, continuano a sollevare interrogativi inquietanti: «Perché tutto ciò? Cosa si temeva che dicesse Giuseppe Pinelli?»

Pinelli me l'hanno ucciso mille volte. La tragedia. Le "bugie dei processi". Le difficoltà della sua famiglia. Parla la vedova dell'anarchico Colloquio con Licia Pinelli. Chiara Valentini il 15 gennaio 2009 su L'Espresso. Non è facile avvicinare Licia Rognini. Da quella notte di quasi quarant'anni fa, quando suo marito, il ferroviere anarchico Pino Pinelli, era volato giù dal quarto piano della Questura di Milano, ha sempre scelto di parlare pochissimo. Ma il rumore che ancor prima di arrivare in libreria ha provocato il libro di Adriano Sofri anticipato da 'L'espresso' ('La notte che Pinelli', Sellerio) l'ha convinta. Di quelle vicende drammatiche che hanno cambiato per sempre la sua vita d'altra parte Licia Pinelli non ha mai smesso di occuparsi. Attiva e lucidissima a 81 anni compiuti (ma ne dimostra dieci di meno), nella sua casa dietro Porta Romana a Milano sta scannerizzando la montagna degli atti dei vari procedimenti giudiziari "perché la carta cominciava a disfarsi e invece la memoria deve restare". Ma va anche a scuola di yoga, si occupa dei quattro nipoti che ha avuto dalle figlie Claudia e Silvia, bambine di 8 e 9 anni al momento della tragedia. E con un'amica scrive inaspettatamente piccoli trattati di astrologia, quasi una parentesi nella severità della sua vita. 

Signora Licia, Sofri ha ricostruito puntigliosamente la vicenda di suo marito sulle carte giudiziarie spiegando, queste sono le sue parole, "è il debito che pago alla memoria di Pinelli". Pensa che ce ne fosse bisogno?

"Molto probabilmente è un lavoro utile. Tanti, da Camilla Cederna a Marcello Del Bosco ad altri l'avevano fatto negli anni '70. Io stessa ne avevo parlato in un libro scritto nell'82 con Piero Scaramucci che è da tempo introvabile. Ma rivedere tutto quel che è successo con gli occhi di oggi, mostrando le contraddizioni dei vari processi, può servire. La morte di mio marito, a 40 anni di distanza, è una ferita aperta, un'ingiustizia che deve essere riparata".

Crede che sia possibile?

"Ancora oggi mi è difficile parlarne. Quel che ho vissuto mi ha fatto diventare dura, diffidente. Non sopporto i bugiardi, gli ipocriti, le versioni di comodo. Ma nonostante tutto spero che qualche margine ci sia ancora. Sono troppe le bugie di quei processi, le contraddizioni fra Caizzi, il primo giudice che archivia il fatto come morte accidentale, il giudice Amati che parla di suicidio e D'Ambrosio che conclude per il “malore attivo”. Non posso credere che questa tragedia sia sepolta senza una verità".

Pensa che Sofri, che sta scontando una condanna come mandante dell'omicidio del commissario Calabresi, sia la persona più adatta?

"Non ho mai creduto alla colpevolezza di Sofri e dei suoi compagni, neanche come ispiratori di quel delitto. Sofri non l'ho mai conosciuto di persona, ma anni fa ho risposto a una sua lettera arrivata dal carcere appunto dicendogli questo. Non so neanche se poi gliel'avevano recapitata".

Alla fine del suo libro è Sofri stesso, che pure si è sempre dichiarato innocente, ad assumersi nuovamente una corresponsabilità morale di quell'omicidio per la campagna di Lotta continua contro il commissario.

"È mia convinzione che i responsabili vadano cercati altrove. So che è un'opinione poco condivisa, ma credo che Calabresi sia stato ammazzato perché non potesse più parlare, come tanti altri che avevano avuto a che fare con la strage di piazza Fontana". 

Qualcuno ha osservato che dopo quarant'anni potrebbe trovare una pacificazione con la famiglia Calabresi, incontrare quell'altra vedova.

"Potrebbe anche darsi".

Che cosa ha provato quando ha saputo della morte del commissario?

"Per me era stato come se mettessero una pietra sopra la ricerca della verità. Ma a caldo avevo avuto anche una reazione emotiva, smarrimento e paura per me e le mie figlie. Non ci potevo credere, non volevo affrontare un'altra tragedia, essere bersagliata di nuovo dalle telefonate, dalle lettere anonime. Pensi che proprio quel giorno, il 17 maggio 1972, a Milano si doveva presentare a Palazzo Reale un quadro di Enzo Baj con la caduta di mio marito dalla finestra della Questura. Ovviamente non se ne fece più niente". 

In quegli anni era riuscita a ritrovare un po' di normalità quotidiana?

"Non è stato facile. Per sfuggire all'assedio della stampa ho dovuto cambiare casa e mettere le bambine in una nuova scuola. Eravamo una famiglia di sole donne, noi tre più mia madre e una gatta, che cercavano di far barriera contro le ostilità esterne".

Che cosa l'aveva più colpita?

"C'era stato il tentativo di infangarmi per rendermi meno credibile. Il giudice Caizzi, invece di cercare la verità mi aveva chiesto se avevo degli amanti. Mia suocera poi era stata fermata per strada da uno sconosciuto che le aveva detto: 'Lo sa che sua nuora quella sera era con un altro uomo?'". 

Ma aveva anche molte persone che la sostenevano. Pinelli era diventato un simbolo.

"Sì, mi stavano vicino i vecchi amici e poi erano arrivate persone nuove, di un ambiente diverso, come gli avvocati, come Camilla Cederna. Dopo la sua morte è stata volutamente dimenticata, non le hanno perdonato di aver scritto con tanta maestria di Pinelli e di piazza Fontana". 

Dario Fo ha raccontato la storia di suo marito in un testo grottesco, "Morte accidentale di un anarchico", che ha contribuito a fargli assegnare il Nobel e che è ancor oggi uno dei lavori più rappresentati al mondo. Si è mai chiesta perché?

"Perché non è una vicenda solo italiana. L'ingiustizia e gli abusi del potere ci sono dappertutto".

Nel libro Sofri ricostruisce i tre giorni di suo marito in questura. Lei che cosa ricorda?

"Fino alle ultime ore non ero molto preoccupata. Pino aveva telefonato più volte per rassicurarmi, aveva una voce calma. Erano anche venuti i poliziotti a frugare in casa e si erano accaniti su una delle tesi di laurea che battevo a macchina per gli studenti della Cattolica. Credo parlasse di una rivolta contro lo Stato Pontificio nelle Marche, ma loro l'avevano presa per un documento sovversivo".

Da chi aveva saputo del volo dalla finestra?

"Da due giornalisti, arrivati all'una di notte. Mi ero precipitata a chiamare in Questura, chiedendo di Calabresi. Me l'avevano passato subito. Chiesi cos'era successo e perché non mi avevano avvertito. 'Sa signora, abbiamo molto da fare', era stata la risposta. La verità è che intanto il questore Guida stava preparando la famosa conferenza stampa dove disse che Pinelli si era ucciso perché schiacciato dalle prove. Il 28 dicembre l'avevo querelato per diffamazione. Ma anche se intanto avevano dovuto ammettere che Pinelli non era colpevole, Guida era stato assolto".

'Le ultime parole' è il titolo di uno dei capitoli del libro di Sofri. Pensa che suo marito abbia cercato di dire qualcosa prima di morire?

"Non ne ho nessuna prova. Quel che so è che non hanno lasciato entrare nella stanza mia suocera, che era corsa in ospedale mentre io portavo le bambine a casa di amici. Finché Pino non è morto, vicino al suo letto ci sono stati i poliziotti. Solo quando tutto è finito hanno aperto la porta".

Sofri conclude il suo lavoro rispondendo con tre semplici parole, "non lo so", alla domanda su come è morto Pinelli. E lei cosa risponde?

"L'ho detto anche ai giudici che me l'hanno chiesto, ne sono così convinta che è come se l'avessi visto con i miei occhi. L'hanno colpito, l'hanno creduto morto e l'hanno fatto volare dalla finestra. Solo qualcuno che era in quella stanza può raccontare la verità, non ho mai smesso di sperarlo".

La morte di Ivano Toniolo porta con sé i segreti di Piazza Fontana. Con lui se n’è andato l’ultimo grande testimone delle stragi impunite che hanno insanguinato il nostro Paese tra il 1969 e i primi anni Ottanta. L'ordinovista padovano da tempo viveva in Angola, dove è deceduto per febbre malarica senza essere mai stato interrogato nonostante gli appelli in tal senso dell'allora Presidente della Repubblica Napolitano. Andrea Sceresini l'11 dicembre 2016 su L'Espresso. Nessuno sa, con esattezza, che cosa abbia fatto negli ultimi quarant’anni. Neppure i magistrati, che pure, dopo le recenti rivelazioni sul suo conto, non lo hanno mai cercato. E ormai è troppo tardi: Ivano Toniolo è deceduto in Angola circa un anno fa – ironia della sorte - proprio a ridosso del 12 dicembre, l’anniversario della strage di piazza Fontana. La data esatta non è chiara, così come non lo sono molti particolari della vita di questo misterioso personaggio, il cui nome, probabilmente, risulterà ignoto ai più. Eppure, se avesse parlato, Toniolo avrebbe potuto forse fare chiarezza su una delle pagine più oscure e drammatiche della storia repubblicana: l’eccidio del 12 dicembre 1969 presso la Banca nazionale dell’agricoltura. Era il maggio del 2000, quando in un’aula di Assise di Milano, durante il primo grado dell’ultimo processo sulla strage, l’ex ordinovista padovano Gianni Casalini ammise clamorosamente che gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969 – considerati dalla magistratura come la “prova generale” della strage di piazza Fontana – erano stati opera sua e dei suoi camerati. Casalini stesso aveva partecipato al collocamento di due ordigni all’interno di altrettanti convogli in sosta presso la Stazione Centrale di Milano (uno dei quali era esploso, pur non causando vittime). Casalini aggiunse spontaneamente un altro particolare importante: colui che lo aveva arruolato per l’operazione, e che fisicamente aveva recuperato l’esplosivo e innescato le bombe, era proprio Ivano Toniolo, il “duro” della cellula nera guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura, che la Cassazione avrebbe indicato, nel 2005, come il “gruppo eversivo” responsabile dell’eccidio del 12 dicembre. Padovano, classe 1946, figlio di una dirigente locale dell’Msi, amico fraterno di Franco Freda, Ivano Toniolo era considerato un uomo d’azione. Già militante della Giovane Italia, durante gli anni dell’università si era spostato verso posizioni sempre più estreme, aderendo poi alla cellula padovana di Ordine Nuovo, che di lì a poco avrebbe abbracciato lo stragismo. La grande svolta – stando alle ricostruzioni della magistratura – sarebbe avvenuta durante una riunione riservata che si tenne a Padova il 18 aprile 1969, presenti Freda, Ventura, il bidello neofascista Marco Pozzan, Toniolo e due misteriosi personaggi arrivati da Roma, le cui identità non sono mai state accertate: in quell’occasione, gli ordinovisti patavini pianificarono i primi attentati dinamitardi che sarebbero culminati, otto mesi più tardi, nell’esplosione di piazza Fontana.

L’incontro – secondo quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche dell’epoca, i cui contenuti sono stati poi confermati da Gianni Casalini – si sarebbe svolta proprio a casa di Toniolo. “Dopo l’udienza del 2000 nessuno si è più occupato di Casalini - racconta il giudice Guido Salvini, autore dell’ultima istruttoria sulla strage -. Nel 2009 egli mi ha scritto una lettera, sono andato a trovarlo diverse volte a Padova e mi ha raccontato molte altre cose. Ivano Toniolo, a quanto riferito dal suo ex camerata, era un elemento operativo di primo piano, gestiva uno degli arsenali del gruppo e aveva partecipato alla strage, o quantomeno sapeva ciò che era successo. Sin da allora avevo scritto alla Procura di Milano, nella persona del dottor Spataro, invitandola ad attivarsi per sentire Toniolo, e lo stesso aveva fatto il difensore delle vittime l’avvocato Federico Sinicato. Non vi fu nessuna risposta. Eppure per trovarlo sarebbe bastato fare una telefonata al Consolato in Angola. Proprio nel 2009 il presidente Napolitano aveva esortato i magistrati a cercare ancora ogni “ogni elemento di verità”: un invito che purtroppo è rimasto del tutto inascoltato”. L’ipotesi del coinvolgimento di Toniolo nella strage è stata recentemente confermata dal generale Gian Adelio Maletti, ex numero due del Sid, il servizio segreto militare, condannato in via definitiva per i depistaggi alle indagini e tuttora latitante in Sudafrica. “Il commando stragista era composto da quattro persone - ha dichiarato in un’intervista del 2009 – Io conosco dei nomi, anche di gente mai indagata. Quello di Toniolo è uno di essi, e sto parlando di chi partecipò attivamente all'organizzazione dell'iniziativa”. Toniolo fu interrogato in un’unica occasione, nel 1972, dal giudice Giancarlo Stiz, che per primo - quando gli unici indagati per la strage erano ancora gli anarchici - intuì l’esistenza di una “pista nera”. Proprio all’indomani di quell’interrogatorio, Toniolo lasciò precipitosamente l’Italia. Prima si rifugiò nella Spagna franchista, poi in Angola, dove ha trascorso indisturbato il resto della sua vita. Quali sono le ragioni di una fuga così precipitosa? Quali segreti custodiva il “duro” del gruppo padovano di Ordine Nuovo?

Probabilmente non lo sapremo mai. Con Toniolo se n’è andato, forse, l’ultimo grande testimone delle stragi impunite che hanno insanguinato il nostro Paese tra il 1969 e i primi anni Ottanta (l’unico bombarolo nero reo confesso e condannato in via definitiva dalla magistratura è stato l’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, autore, nel 1972, dell’attentato di Peteano). Durante gli anni del suo “esilio” angolano, Toniolo era riuscito a edificare intorno a sé un vero e proprio sistema di protezione. Aveva sposato una donna del posto, nipote di un importante esponente dell’Mpla, il movimento fino-cubano che da quarant’anni governa il Paese, e, a quanto sembra, aveva persino cambiato cognome. “E’ un uomo molto schivo, soprattutto con i connazionali – ci aveva rivelato qualche anno fa uno dei pochi imprenditori italiani residenti in pianta stabile a Luanda -. Sappiamo che è fuggito dall’Italia per ragioni politiche, ma la nostra convinzione era che avesse militato in qualche formazione dell’estrema sinistra, non certo in Ordine Nuovo”. Non deve essere stato facile farla franca per una vita intera. Eppure Ivano Toniolo ce l’ha fatta: il decesso – a quanto apprendiamo – è avvenuta “per febbri malariche”. Non sappiamo se abbia lasciato qualcosa di scritto, né dove si trovi la sua tomba. Quello che è certo, è che nessuno potrà più interrogarlo.

Strage di Piazza Fontana, Valpreda era innocente: 18 anni di ingiustizie e tormenti. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'8 Dicembre 2019. 1969 Archivio Storico Pietro Valpreda (Milano, 29 agosto 1933 – Milano, 6 luglio 2002) è stato un anarchico, scrittore, poeta e ballerino italiano, noto per il suo coinvolgimento nel procedimento giudiziario per la strage di Piazza Fontana, dal quale uscì poi assolto. Come per un effetto ottico, quando ho visto le immagini dell’arresto di Massimo Bossetti, lui come un animaletto ferito, impaurito, e i suoi inseguitori che gridavano «prendilo prendilo!» mi è tornato alla mente un viso di tanti anni fa, quello di Pietro Valpreda. Storie e persone molto diverse. Se non altro perché uno, forse non colpevole, è stato condannato all’ergastolo, l’altro, sicuramente innocente, è stato assolto. Alla fine. Dopo diciotto anni di ingiustizie e tormenti. Un concetto non riesce a staccarsi dai mei pensieri: capro espiatorio. L’analogia qui comincia e qui finisce. L’Italia della fine anni sessanta, quella con la democrazia cristiana sempiterna e anche con il movimento degli studenti e l’autunno caldo, fanno da sfondo alla sorte di un ragazzo di ringhiera un po’ anarchico e un po’ baùscia, cioè fanfarone, che sognava di fare il ballerino e a causa di un morbo che gli rallentava i movimenti si era dovuto adattare a confezionare lampade in stile Liberty, mettendo insieme pezzetti di vetro colorati. Una vita niente di che, che non gli sarà più restituita, dopo quel accadde a Milano in una bella piazza dietro al Duomo, che si chiamava piazza Fontana ed era sempre bagnata da tanti zampilli. Era il 12 dicembre del 1969, ore 16,30 quando ancora molti impiegati sono negli uffici, tranne chi lavora in banca, perché gli istituti di credito chiudono prima. In genere, tranne quel giorno alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana, quando scoppiò la bomba e nella banca c’era tanta gente. La strage di piazza Fontana cambiò la storia di tutti noi, di noi giovani e del paese intero. E soprattutto quella del giovane anarchico Pietro Valpreda. Ci eravamo conosciuti proprio lì in quella piazza, così come ci si conosceva tutti, in quegli anni. Il 28 novembre del 1968 c’era stata una grande manifestazione di studenti, che al termine era sfociata proprio lì, dove c’era un vecchio albergo, l’hotel Commercio, da tempo disabitato e la cui proprietà da un paio di anni era stata rilevata dal Comune. Il Commercio quel giorno fu occupato, nonostante il dissenso del Movimento studentesco guidato da Mario Capanna che avrebbe preferito un’invasione simbolica di palazzo Reale. Lo stabile divenne da quel momento una sorta di casa dello studente per i tanti ragazzi che venivano a Milano a frequentare l’università e a lavorare. L’occupazione ebbe una forte componente anarchica, di cui anch’io facevo parte. Quando, con una sorta di piccolo golpe estivo, il 19 agosto 1969, il Commercio fu sgomberato e immediatamente raso al suolo, ebbi persino un piccolo momento di gloria. Ma la mia mamma pianse mentre era al mare con le amiche aprendo l’Espresso con le sue lenzuolate nel vedere un’enorme foto che mi ritraeva seduta per terra con i lunghi capelli e il viso un po’ corrucciato mentre stringevo tra le ginocchia un megafono. L’immagine era stata scelta come simbolo dello sgombero di quel “covo di anarchici”. Le ruspe avevano annientato quello che era stato definito “un pugnale nel cuore della città” e che aveva dato parecchio fastidio alla giunta di sinistra del sindaco Aniasi. Piero (nessuno di noi l’ha mai chiamato Pietro) era un anarchico vero e lo è stato fino all’ultimo giorno della sua vita. Non è mai stato serioso né intransigente come spesso erano all’epoca molti militanti politici. Lo si poteva incrociare all’hotel Commercio come al circolo della Ghisolfa o in giro per librerie. Era protetto da una famiglia a forte componente femminile molto solidale, il che non gli gioverà, quando tutti i suoi parenti saranno incriminati per falsa testimonianza perché avevano osato confermare il suo alibi quando fu arrestato e accusato di aver messo la bomba. La sua prima immagine dopo l’arresto è quella di un uomo stravolto e anche stupito, quando, davanti a una selva di flash, un fotografo lo aveva apostrofato in modo crudele: “Alza la capoccia, Mostro!”. Era stato battezzato. Ormai per tutti era il Mostro. Dopo l’occupazione del Commercio era andato a vivere a Roma. Ma la sua famiglia era sempre a Milano. E saranno proprio loro, facendogli sapere tramite un avvocato di una convocazione per una testimonianza davanti a un giudice istruttore per un volantino anticlericale, a farlo decidere ad arrivare nel capoluogo lombardo proprio per il 12 dicembre. La convocazione in realtà era per il 9, inoltre la sorella di Valpreda che l’aveva ricevuta e firmata, non aveva saputo specificare di che cosa si trattasse, tanto che lui, un po’ spaventato, si era rivolto a un legale in quanto temeva di esser stato incriminato per vilipendio al papa. La sua preoccupazione era tutta lì, un normale pensiero da anarchico anticlericale. Ma il clima era già pesante, poche ore dopo lo scoppio della bomba alla banca dell’agricoltura di Milano. I 17 morti e gli 88 feriti erano stati immediatamente messi in conto al mondo anarchico, anche se gli inquirenti in realtà non avevano in mente altri se non un mandante illustre, niente di meno che l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Una pista che furono costretti ad abbandonare poi in gran velocità. Ma il vestito cucito addosso a Piero Valpreda ha avuto per un certo periodo successo proprio perché lui era un anarchico che non veniva difeso neanche dalla sinistra. Tanto che neanche il quotidiano comunista L’Unità gli riconobbe la dignità del suo essere “compagno”, visto che nella foto in cui lui appariva con il pugno chiuso il braccio veniva regolarmente moncato dalla censura di partito. Non fa parte del nostro album di famiglia, dicevano quei tagli nelle foto. Mentre qualcuno metteva la bomba, Piero era a casa di zia Rachele, una prozia in realtà, quella che di più lo ha difeso con le unghie e con i denti. Anche perché era lei il suo alibi più solido. Il nipote, mentre in piazza Fontana scoppiava quell’inferno che nessuno di noi potrà mai più dimenticare, era proprio nella sua casa, a letto e mezzo influenzato. Non era lui l’uomo con la valigetta nera di cui parlò il tassista Rolandi e che sarebbe salito sulla sua auto in piazza Beccaria per percorrere cento metri e poi compiere l’attentato. Ammesso che quella persona sia mai davvero salita su quell’auto gialla. Ma i magistrati di Roma e Milano che si palleggiarono l’inchiesta, prima fecero una ridicola ricognizione di persona e infine costrinsero il tassista a una testimonianza a futura memoria prima della morte. Per poter incastrare Pietro Valpreda. C’è da domandarsi perché una persona così poco importante agli occhi delle istituzioni sia stata presa di mira in modo così pervicace. I casi sono solo due: o lui è stato solo un capro espiatorio preso per caso, oppure, visti i numerosi depistaggi e le frequenti smemoratezze che colpirono gli uomini delle istituzioni al processo di Catanzaro, altri, i veri responsabili, furono tenuti nascosti e protetti. Ma questo non possiamo saperlo perché per la magistratura quella strage non ha avuto colpevoli. La mia amicizia con Piero Valpreda è nata qualche anno dopo, quando ero cronista giudiziaria al Manifesto ed entrai a far parte di un gruppo di giornalisti che dal primo momento avevano creduto alla sua innocenza. Abbiamo svolto un lavoro certosino, giorno dopo giorno, sugli atti processuali, senza che nessun magistrato ci passasse le veline come si usa oggi. Abbiamo studiato e scarpinato, come si dice a Milano. Nel 1972 il Manifesto ha anche tentato la carta elettorale, candidandolo capolista a Roma e svolgendo una campagna elettorale appassionata (ho avuto di nuovo l’occasione di usare il megafono per gridare “Valpreda è innocente, la strage è di Stato!”), ma purtroppo abbiamo mancato il quorum. Piero è uscito da carcere grazie a una legge ad personam, con la quale si consideravano scaduti dopo un certo periodo i termini di custodia cautelare anche per i reati gravi come la strage. Ed è stato infine assolto al processo di Catanzaro e nei tre gradi di giudizio. In quegli anni era riuscito ad aprire un piccolo bar in corso Garibaldi, nella zona di Brera. Ed è stato lì, in quei giorni, che ho potuto conoscere meglio la persona, quello che era stato il suo pervicace ottimismo, ma anche le sue malinconie. Ero diventato un simbolo, diceva, mi hanno appiccicato addosso un’etichetta, ma dei miei sentimenti non importava niente a nessuno. Non aveva acrimonia. Raccontava la sua vita così, come se tutto fosse stato, in un modo assurdo, “normale”. I suoi sentimenti stavano in quel recinto di persona come le altre.Ma anche uno che sognava l’anarchia, la libertà, l’antiautoritarismo. Ero diventato ballerino, mi diceva, perché dopo la guerra ascoltavo la musica americana e mi ero messo a ballare il boogie-woogie. Il momento più emozionante, raccontava, era stata la nascita del figlio, che aveva voluto chiamare Tupac come un condottiero rivoluzionario peruviano. Piero Valpreda è morto a Milano nel 2002, nella sua modesta casa di corso Garibaldi. Negli ultimi tempi scriveva gialli in collaborazione con il giornalista Piero Colaprico. Un’attività imprevista e lontana da lui. Ma non dalla sua vita come gli era stata cucita addosso. Per caso o per complotto?

Paolo Virtuani per il “Corriere della Sera” il 16 novembre 2020. «Una cosa non l' ho mai raccontata: ho sempre stretto la mano a tutti coloro che me la porgevano, ma a tre persone mi sono rifiutato. Quando hanno avanzato la loro mano verso di me, la mia l' ho portata dietro la schiena. È stato il mio modo di dire "Non avete mai detto la verità, ma io la conosco e so il ruolo che avete avuto"». Nell' intenso incontro (a distanza per ragioni di Covid) con Aldo Cazzullo nell' ambito di BookCity Milano, Mario Calabresi ha svelato particolari inediti della sua vita e della genesi del suo ultimo libro, Quello che non ti dicono , incentrato sulla tragica vicenda di Carlo Saronio, rampollo dell' alta borghesia milanese e simpatizzante dei movimenti di sinistra più estremisti degli anni Settanta. Poi, da quelli che credeva compagni, rapito per finanziare la lotta armata e assassinato. L' appello di Calabresi ricorda il famoso «chi sa parli» di Otello Montanari, l' ex partigiano che nel 1990 invitò a raccontare i fatti più oscuri del dopoguerra, come ha sottolineato Cazzullo nel corso della video-intervista. La richiesta del figlio del commissario ucciso a Milano nel 1972 si rivolge alla «zona grigia», ai simpatizzanti - proprio com' era Carlo Saronio - che hanno consentito al terrorismo brigatista di proseguire fino agli anni Ottanta. «C' è chi dice che del terrorismo non si sanno ancora molte cose importanti. Penso invece che la verità storica sia presente, anche se mancano parti di quella giudiziaria», chiarisce Calabresi. «Ai processi è emerso un quadro preciso della parte stragista legata all' estrema destra e ad ambienti deviati dello Stato, e anche di quella legata alla sinistra extraparlamentare. È come avere di fronte un mosaico: da lontano si capisce il soggetto, quando ci si avvicina si nota che mancano delle tessere. Vorrei che queste tessere venissero ricomposte dai tanti che in quel periodo fiancheggiavano i terroristi». Secondo Calabresi a distanza di decenni permane un atteggiamento che non esita a definire omertoso. «Qualcuno a sinistra si è offeso perché pensa che l' omertà sia legata solo alla mafia. Io vorrei che i ragazzi di quella generazione, che ora sono dei nonni, uscissero dal loro silenzio. Penso che non abbiano mai voluto raccontare la verità per un motivo: hanno voluto difendere le loro carriere». L' accusa, per nulla velata, è di non essere stati in grado di assumersi le responsabilità di quanto avevano fatto in quegli anni di gioventù. «Alcuni hanno fatto carriera in aziende e nel mondo della comunicazione: come potevano spiegare che stavano dalla parte dei brigatisti a figli e nipoti? Si può anche non rivangare il passato, ma c' è un passaggio fondamentale - dice ancora Calabresi -: la violenza e il suo rapporto con la politica. La violenza ha causato distruzione e ha chiuso la possibilità di cambiamento sociale. Quella stagione ha liberato germi che vivono ancora oggi».

Resta una domanda: chi sono le tre persone alle quali si è rifiutato di stringere la mano?

«Per l' omicidio di mio padre sono stati condannati in quattro: il mandante morale, il capo del servizio d' ordine di Lotta continua - ancora latitante a Parigi -, chi ha sparato e chi ha guidato l' auto. Ma sappiamo anche chi ha acquistato le armi, chi le ha custodite, chi ha fatto i sopralluoghi, chi faceva il palo, chi ha seguito per giorni l' auto di mio padre. Questi non sono mai stati processati perché mancavano gli elementi. Ma non hanno nemmeno mai parlato. A tre di loro ho rifiutato la stretta di mano».

Giampiero Mughini per Dagospia il 16 novembre 2020. Caro Dago, davvero mica male quel che l’ex direttore di “Repubblica” Mario Calabresi ha raccontato ad Aldo Cazzullo via Skype in occasione della presentazione di un suo recente libro. E cioè che s’era trovato di fronte gente di rilievo in quello che è il suo mondo, l’editoria e la comunicazione, i quali gli porgevano la mano per salutarlo e lui che la sua mano se la teneva indietro perché lo sapeva benissimo che ciascuno di quei tre personaggi aveva avuto un suo ruolo (piccolo o grande che fosse) nell’assassinio di suo padre, il commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano alla mattina del 17 maggio 1972 da due colpi di pistola sparatigli alla nuca e alle spalle da un militante di Lotta continua, l’allora venticinquenne Ovidio Bompressi. Voi conoscete i fatti. Che dopo un lungo e tormentatissimo processo sono stati condannati per quel delitto Adriano Sofri (reputato mandate morale di quell’azione), Giorgio Pietrostefani (il leader milanese dell’ala “dura” di Lotta continua che quell’azione la volle e la organizzò), Bompressi per avere sparato e Leonardo Marino per avere condotto l’auto da cui discese Bompressi per andare a uccidere. Giustizia è stata fatta? Non so quanti siano quelli di voi che pensano di no, nel senso che reputano che Lotta continua non c’entrasse nulla con quel delitto, immagino siano rimasti pochi e che abbiano una voce che s’è fatta afona. Per quanto mi riguarda io non sono affatto sicuro che Sofri sia stato davvero “il mandante” e non invece uno che quell’azione l’ha come seguita e approvata a distanza. Per tutto il resto è fuori di dubbio che quell’azione è stata il battesimo di sangue del terrorismo “rosso”, il punto di partenza di una storia dove tutto era possibile a cominciare dal togliere la vita all’avversario “di classe”. Sulla prima pagina del quotidiano “Lotta continua” apparve un editoriale in cui stava scritto che la classe operaia era stata messa di buonumore dall’assassinio di un commissario di polizia trentatreenne padre di tre figli. Resta che l’omertà generazionale su quella vicenda resta immane ed è esattamente su questa piaga che ha messo il dito Calabresi, il quale oltretutto ha incontrato di recente a Parigi un Pietrostefani giunto all’epilogo della sua avventura umana e che a questo punto deve avergli raccontato per filo e per segno com’era andata poco meno di cinquant’anni fa. Appunto. Com’era andata un’impresa di cui certo non erano soltanto quattro i protagonisti impegnati o corresponsabili dell’azione. A Milano era funzionantissimo il servizio d’ordine di Lotta continua, i cui dirigenti conosciamo per nome cognome e soprannome. Di certo alcuni di loro avevano studiato l’agguato, avevano studiato i tempi di uscita da casa ogni mattina del commissario Calabresi, avevano rincuorato Bompressi ad agire, avevano poi aiutato Bompressi e Marino a prendere il largo. Ho tra le mie carte la lettera anonima di un ex militante di Lotta continua che mi aveva fatto il nome e cognome di uno che s’era preso sulla sua moto Bompressi per riportarlo a Massa in modo da fargli avere un alibi. Quanti saranno stati quelli che in un modo o in un altro furono complici della messa a morte di Calabresi? Venti, forse di più. E siccome quelli di Lotta continua erano intellettualmente i più vitali della nostra furente generazione, nulla di strano che molti di loro siano ascesi alle vette del giornalismo e dell’editoria. Ebbene, è stata l’omertà generazionale la loro dea non la verità, o semmai una verità alla maniera di quella di Dario Fo, che ci ha costruito delle pièces di successo sul raccontare quanto e come Leonardo Marino (il pentito da cui partì l’indagine e i successivi processi) si fosse inventato tutto ma proprio tutto. Panzane inaudite quelle di Fo che hanno avuto larghissima cittadinanza nella mia generazione, panzane per le quali provo solo il massimo di disprezzo intellettuale di cui sono capace. Tutto questo l’ho scritto, raccontato, rievocato in un libro del 2009 che aveva per sottotitolo “l’omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione”. Persone a me vicine si domandarono e mi domandarono perché mai avessi scritto un tale libro, com’è che avessi potuto mettere in dubbio l’innocenza assoluta di quelli di Lotta continua. In tutto e per tutto quel libro si guadagnò un magnifico (come sempre) pezzo di Aldo Cazzullo che l’allora direttore del “Corriere della Sera” richiamò in prima pagina. Null’altro. Non un club o un circolo che mi chiamasse a parlarne. Piuttosto alcune querele, poi tutte ritirate perché sapevano che in tribunale avrebbero avuto la peggio. Per il resto un silenzio di tomba, talmente d’acciaio era il muro dell’omertà generazionale, il muro della menzogna ideologica costruito a tutto spiano. Ha perfettamente ragione Calabresi junior. Ma possibile che a cinquant’anni di distanza non uno di quelli che c’erano e che seppero sorga a dire: “Sì, è esattamente così che è andata. Mandammo uno di noi a uccidere alle spalle un commissario di polizia contro cui non avevamo in mano nulla di nulla se non la furia ideologica della peggio gioventù”. Non uno. Come si fa a vivere per 50 anni nella menzogna la più bieca?

Con «Quello che non ti dicono», in uscita per Mondadori, torna alla luce la storia di Carlo Saronio, vittima degli anni di piombo. Morì il 15 aprile 1975 durante il suo rapimento. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 18/10/2020. Il ragazzo tradito e ucciso dagli amici che gli promettevano la rivoluzione. «Buonasera Dott. Calabresi, la leggo con piacere perché sono legato a lei dalla perdita di una persona cara a causa del terrorismo. Mi chiamo Piero Masolo, sono prete missionario in Algeria, sono nipote di Carlo Saronio, rapito e ucciso il 15 aprile 1975. Mi piacerebbe poterle inviare una mail per chiederle consiglio su come celebrare l’anniversario dello zio. La ringrazio di cuore». È la mattina del 3 ottobre 2019, quando Mario Calabresi riceve su Facebook questo messaggio dal deserto algerino. La ricerca ha inizio. Calabresi rintraccia rapidamente il nome e la storia: Carlo Saronio, erede di una delle famiglie più ricche di Milano, laureato in ingegneria, ricercatore all’Istituto Mario Negri, fu sequestrato nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1975 da un banda composta da criminali comuni e militanti dell’area di Potere Operaio, movimento per cui Saronio simpatizzava. La vittima morì nelle prime fasi del sequestro, per una dose sbagliata di narcotico. Aveva 26 anni. I rapitori finsero che fosse ancora vivo e riuscirono a ottenere una parte del riscatto. Il corpo sarà ritrovato solo tre anni e mezzo dopo.

La mail del missionario e l’incontro con Marta Saronio. Il 5 ottobre 2019 Calabresi riceve la mail del missionario: «In famiglia lo zio Carlo è sempre stato un tabù, non se ne poteva parlare... Con Marta Saronio, mia cugina e figlia naturale di Carlo, abbiamo finalmente pensato di ricordarlo». Calabresi si rimette a cercare; ma da nessuna parte, neppure nel formidabile archivio del Corriere, c’è traccia di una figlia di Carlo Saronio. Mercoledì 15 gennaio 2020, «a Lodi il mondo sembra ancora normale. Nessuno può sapere quello che sta per scoppiare, che tra quattro settimane il virus sceglierà proprio questa terra per sbarcare in Europa e cambiare le nostre vite» annota Calabresi. Che quella sera a Lodi presenta davanti a 900 persone il suo long-seller «La mattina dopo». Alla fine nella grande sala resta una lettrice, con il libro in mano. Dice soltanto: «Sono Marta». Mario non capisce. «Sono quella Marta». È la figlia di Carlo Saronio: nata otto mesi e mezzo dopo il rapimento e la morte di un padre che non ha mai conosciuto. Prima della tragedia, sua madre Silvia, allora fidanzata di Carlo, era rimasta incinta: e aveva deciso di tenere la bambina. Quando nacque si chiamava Marta Latini. Fu la nonna ad andare dall’avvocato Cesare Rimini per farla riconoscere. Quando aveva tre anni cambiò cognome e divenne Marta Saronio. Ora ha due figli e una vita felice. Ma le manca il padre; e le mancano la sua memoria, le notizie su di lui, e sui suoi assassini.

Il fascino delle idee rivoluzionarie e la vergogna di essere ricco. A questo punto Calabresi, che con «Spingendo la notte più in là» ha cambiato la nostra percezione degli anni Settanta, dando la parola alle vittime dopo che troppo a lungo avevamo letto e ascoltato soltanto i carnefici, avverte come un dovere morale ricostruire la vicenda di Saronio. Ritrova la sua foto di classe, che è diventata la copertina del libro («Quello che non ti dicono», in uscita martedì da Mondadori). Legge una lettera della sua insegnante, Alba Carbone Binda, che ricorda quando i compagni lo prendevano in giro dopo aver letto sul Corriere la classifica dei contribuenti milanesi (i Saronio venivano subito dopo i Rizzoli, i Crespi, i Pirelli, i Borletti, i Mondadori). Carlo a scuola era molto bravo, pieno di talento e di fiducia negli altri, ma tormentato da un senso di colpa. In un tema di quarta ginnasio, raccontò la domenica in cui era andato a fare una gita sulla Rolls-Royce di famiglia: quando era sceso dall’auto, tutti i bambini del luogo si erano affollati intorno a lui; e Carlo avrebbe voluto scomparire. Si vergognava di essere ricco. Anche per questo, lui che al liceo Parini si era avvicinato al movimento di don Giussani (Gioventù studentesca, poi divenuto Comunione e Liberazione) crescendo sentirà il fascino delle idee rivoluzionarie. Sceglierà di andare a insegnare alle scuole serali a Quarto Oggiaro. E per finanziare i compagni di Potere Operaio arriverà a simulare il furto della Porsche che gli avevano regalato i genitori, rimpiazzata con un’Alfasud.

Le riunioni clandestine e il Professorino. Il libro è il racconto dell’inchiesta condotta dall’autore, che passa il lockdown a lavorare sulle carte che la questura di Milano gli ha messo a disposizione, e su quelle custodite in un armadio di famiglia e ritrovate grazie al missionario. Si susseguono dettagli inattesi, coincidenze impressionanti, incastri a sorpresa. E si delinea la figura del colpevole. Del traditore. Carlo Fioroni, detto il Professorino, militante della sinistra extraparlamentare, vicino a Giangiacomo Feltrinelli. È stato lui a stipulare, a nome di una persona che non ne sa nulla, l’assicurazione del pulmino Volkswagen trovato sotto il traliccio su cui è morto l’editore rivoluzionario. La polizia lo cerca, Fioroni sparisce: è nascosto nella bella casa di Carlo Saronio, in corso Venezia. La madre di Carlo non ne sa nulla. Più tardi le viene presentato come Bruno, «un amico romano». E alla Mercurina, la cascina della famiglia Saronio nella campagna tra Lombardia e Piemonte, si tengono riunioni clandestine: per due volte si incontrano di fronte al camino Toni Negri e Renato Curcio. È l’alba dell’eversione, l’inizio degli anni di piombo. È possibile che già allora Fioroni abbia proposto di inscenare un falso rapimento, per spillare soldi alla famiglia; ma Carlo Saronio ha rifiutato. La macchina che porterà alla tragedia è già avviata. Certo, Fioroni avrebbe potuto e dovuto essere fermato. E viene quasi un brivido quando, leggendo il libro, si scopre che un investigatore lo stava cercando, prima di essere assassinato: il commissario Luigi Calabresi. Il padre di Mario.

Il ricordo della sua insegnante. Grazie a «Quello che non ti dicono», la figura di Carlo Saronio torna alla luce. Ora Marta ha conosciuto in qualche modo l’uomo che le ha dato la vita. Così lo ricordava la sua insegnante: «La luminosa promessa che era in lui fu soffocata da un ottuso tampone di cloroformio»; anzi, di toluolo, contenuto in uno smacchiatore o in un solvente comprato in colorificio, scelto perché più facile da trovare rispetto al cloroformio. «Carlo sbagliò a non sospettare la malizia di chi lo tradiva mentre gli chiedeva aiuto. Spero che non lo abbia saputo, che fino all’ultimo respiro lo abbia accompagnato la sua fiducia».

Luigi Calabresi condannato a morte dall’Italia dell’odio e della vendetta. Pubblicato sabato, 16 maggio 2020 su Corriere.it da Walter Veltroni. Quale Italia era quella in cui fu ucciso, quarantotto anni fa, il commissario Luigi Calabresi? Talvolta, inabissati nel gorgo delle miserie di questo tempo che ci appare straniero, si è portati a rimpiangere i «bei tempi andati». Si può avere, certo, nostalgia per la passione civile di milioni di persone, per il livello del dibattito politico e culturale, per la statura dei leader dei partiti, dei sindacati, delle imprese. Ma non si può rimpiangere il clima d’odio di quegli anni vitali e bastardi. Oggi segnaliamo, dovremmo farlo di più, l’imbarbarimento del linguaggio dei social, il dilagare di violenza verbale, di antisemitismo, sessismo, intolleranza nei confronti dell’altro da sé. Allora, non dimentichiamolo mai, si sparava. Si mettevano le bombe, si aspettava sotto casa un ragazzo di destra o di sinistra per prenderlo a coltellate o a sprangate, si sequestrava, si uccideva con la facilità con cui lo si fa in guerra. In quegli anni il sangue è stato versato a litri, in una guerra in cui, diversamente da quella di Liberazione, non esistevano un torto e una ragione, definiti dalla libertà, ma solo due giganteschi, stupidi, inutili e sanguinosi torti. Neppure si può avere nostalgia per il tempo di Sindona, di Gelli, della P2, di Gladio, dei servizi deviati, dei rapporti di scambio tra governo e mafia. O per l’inflazione a due cifre e il debito pubblico alle stelle. Era un Paese bloccato, senza alternanza politica, condizionato pesantemente dalla guerra fredda. I grandi meriti di quella classe dirigente, la Costituzione e la ricostruzione modernizzatrice del Paese, vennero dissipati dalla trasformazione del potere da mezzo a fine. Era questa l’Italia che aveva condannato a morte il commissario di polizia Luigi Calabresi. L’Italia dell’odio e della vendetta, dell’estremismo intollerante, l’Italia sgusciante e velenosa degli apparati dello Stato inquinati dalla continuità col fascismo e dalle logiche della guerra fredda. Giuseppe Pinelli Ancora oggi non sappiamo chi ha materialmente messo la bomba a Piazza Fontana, non certo Valpreda, non sappiamo come è morto Pino Pinelli «un innocente che fu vittima due volte, prima di pesantissimi, infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine» come disse Giorgio Napolitano nel 2009. E così per le troppe stragi e per le tante assurde uccisioni di quel tempo. Sappiamo, ha avuto il coraggio di dirlo Sergio Mattarella davanti alle vedove Calabresi e Pinelli nel cinquantesimo anniversario di Piazza Fontana, che: «Non si serve lo Stato se non si serve la Repubblica e, con essa, la democrazia. L’attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata, quindi, doppiamente colpevole». Calabresi fu vittima di una campagna di odio terribile. Fu definito su «Lotta Continua»: «Torturatore di alcuni compagni, assassino di Giuseppe Pinelli, complice degli autori della strage di Milano». Fino alla famosa frase, dopo l’assassinio, in cui diceva che non si poteva «deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Era il clima di quegli anni odiosi, in cui persone di valore, come si sono rivelati nel tempo molti dei dirigenti di Lotta Continua, potevano sottoscrivere le parole disumane del loro giornale. In cui democratici di sicura fede e di ogni orientamento potevano aderire a un appello in cui tornava la parola «torturatore». Firmarono Parri e Amendola, Fellini e Pierre Carniti, Terracini e Lombardi. Erano anni in cui tutto era in bianco e nero, in cui esistevano recinti che separavano le idee e le rendevano incomunicabili tra loro, in cui la diversità politica, ogni diversità, era una colpa da lavare col sangue. Bisogna tornare lì, per capire. Valgono le parole di Gemma Calabresi, quando al Quirinale si diede la mano con Licia Pinelli: «Ho sempre detto che mio marito e Pinelli sono vittime del terrorismo e della campagna di odio che in quegli anni lacerò l’Italia». Luigi Calabresi è stato ucciso al termine di una lunga campagna d’odio. Era un uomo che camminava con un bersaglio addosso. Eppure lo lasciarono solo, con la sua Fiat Cinquecento, ad aspettare che lo ammazzassero. Era un esito previsto, non prevedibile, in quegli anni orrendi. Esisteva allora un codice di stampo mafioso che prevedeva la punizione di chi si riteneva nemico, vendetta che veniva consumata nei confronti di avversari politici, poliziotti, magistrati, funzionari dello Stato, spesso persino propri compagni di gruppo terroristico. Fino all’orrore del sequestro e dell’uccisione di Roberto Peci, perpetrato per colpire il fratello Patrizio, o all’assassinio di tanti terroristi di destra, in carcere e fuori, accusati di aver « tradito» i loro camerati dell’eversione nera. C’era sempre un reprobo da punire e qualche improvvisato tribunale autocratico che, senza consentire difesa, comminava e faceva eseguire pene di morte. Come la mafia, proprio come la mafia. Pino Pinelli un giorno regalò al commissario Calabresi, che conosceva da tempo, l’Antologia di Spoon River. Ora anche loro due «dormono, dormono sulla collina». Come tutte le vite spezzate dal tempo dell’odio. Il più pericoloso dei sentimenti umani. Sarà bene non dimenticarlo, oggi.

La pista anarchica. La prima graphic novel dedicata a Giuseppe Pinelli, vittima della strategia della tensione. Ilaria Chiavacci su linkiesta.it il 13 Dicembre 2021. Una graphic novel curata dalle sue figlie ricorda la storia del grande innocente accusato di essere il colpevole di Piazza Fontana, a cinquant’anni dalla sua morte misteriosa. Ce la racconta Silvia Pinelli. 1969: nella Milano degli anni di piombo si consuma una delle pagine più buie e tristi della cronaca nera cittadina, la morte di Giuseppe Pinelli, per tutti Pino, ingiustamente accusato di aver preso parte alla strage di Piazza Fontana e poi morto durante l’interrogatorio, precipitato da una delle finestre della questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre. Sulla vicenda si è scritto e detto tanto: il premio Nobel Dario Fo ci ha basato una delle sue commedie più famose, “Morte accidentale di un anarchico” e, nel 2009, durante il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definì Pinelli la «la diciottesima delle vittime della strage di Piazza Fontana: vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti e poi di un’improvvisa e assurda fine». 

Il 9 dicembre, a cinquantadue anni da quel 1969, è uscito un nuovo volume per l’editore Milieu, “Pino, vita accidentale di un anarchico”, curato stavolta dalle figlie di Pinelli, Silvia e Claudia, da anni attive nel tenere viva la memoria sul periodo buio della storia italiana che è stato quello della strategia della tensione, e soprattutto del ricordo e della ricostruzione dell’immagine del padre: grande appassionato dell’antologia di Spoon River e di Topolino, che si era avvicinato al movimento anarchico dopo le prime esperienze di militanza antifascista. Pinelli era un attivista, una parola che all’epoca non si usava, ma che in ogni caso non avrebbe avuto un’accezione positiva: aveva partecipato alla fondazione del circolo anarchico Sacco e Vanzetti del Ponte della Ghisolfa ed era stato tra i sostenitori di una delle realtà editoriali della controcultura milanese, la rivista Mondo Beat. 

La graphic novel “Pino, vita accidentale di un anarchico”, è stata curata dalle figlie insieme a Niccolò Volpato e Claudia Cipriani, già autori di un film dallo stesso titolo, le fotografie invece sono di Uliano Lucas. Questo libro vuole restituire un ritratto intimo e familiare di quello che fu, suo malgrado, il protagonista di uno degli avvenimenti cruciali di quegli anni, motore di una spirale di violenza che culminò poi con l’uccisione del commissario Luigi Calabresi, titolare insieme a Tonino Allegra dell’interrogatorio di Pinelli.

Un percorso doloroso per la famiglia, ma necessario, ci racconta Silvia Pinelli, che con la sorella ha la missione di ricordare la vicenda di Pino soprattutto per le nuove generazioni, continuando quella che era una vocazione del padre. «Lui faceva sempre da tramite tra le vecchie generazioni degli anarchici, quelli che avevano fatto la guerra di Spagna magari, e i giovani che si avvicinavano al circolo. Anche per questo aveva messo a disposizione la sua ciclostile per stampare il primo numero di Mondo Beat. Molte delle persone che si sono avvicinate a noi nel corso degli anni all’epoca erano giovanissimi e si ricordano di quando, avvicinandosi al movimento anarchico, avevano conosciuto Pino: la sua prima risposta di fronte alle loro idee rivoluzionarie era quella di metter loro in mano un libro da leggere».

Cosa ha portato lei e sua sorella a curare questa graphic novel?

Un giorno mia nipote è andata dalla mamma chiedendole di parlarle del Nonno Pino per un compito a scuola e lei le rispose di parlare dell’altro nonno. Mia nipote quindi è andata su internet ed è tornata piangendo e chiedendo di sapere cosa fosse successo veramente. Questo ci ha fatto capire l’importanza di raccontare la storia di mio padre per le generazioni future, della nostra famiglia, e per i giovani di oggi in generale. Ecco perché anche la scelta della graphic novel: un fumetto è un modo più accessibile per arrivare ai giovani.

Cosa volete trasmettere ai giovani con la storia di Pino?

Diciamo ci sono ancora delle criticità nell’anima società che si possono cambiare solo facendo prendere coscienza alle persone di certi meccanismi. Purtroppo mio padre è entrato nella storia uscendo da una finestra, e molte cose si sono venute a sapere dopo, è importante che i giovani si riapproprino della storia e della memoria di argomenti e avvenimenti che nei libri di scuola non vengono trattati o, se succede, si tratta di una disamina frettolosa e sommaria. Capire il contesto di quel periodo è importante per arrivare al cuore di certe rivendicazioni che, purtroppo, sono attuali ancora oggi.

A cosa si riferisce in particolare?

La fine degli anni Sessanta è stato un periodo di grandi speranze, in cui si sono innestati cambiamenti fondamentali della società, sui quali però in questi cinquant’anni non sono stati fatti molti passi avanti, anzi. Penso alla legge sull’aborto, che ancora oggi viene reso complicato alle donne, o alla tutela della salute dei lavoratori. Sono temi di cui si parlava cinquant’anni fa e sono temi di cui si parla ancora oggi, la stessa cosa succede relativamente al dibattito del disarmo della polizia. È dai fatti di Battipaglia del ‘69 che si chiede che venga messo un numero identificativo sulle divise dei poliziotti. Conoscere ciò che è stato è importante anche per affrontare le battaglie del presente e costruire quelle del futuro».  

Giampiero Rossi per il “Corriere della Sera” il 22 luglio 2020. La sera del 12 dicembre 1969 anche lui fu portato in questura, insieme a Giuseppe Pinelli e agli altri anarchici militanti dei circoli Ponte della Ghisolfa e Scaldasole. Paolo Finzi era il più giovane: studente di terza liceo classico, diciottenne da un mese e febbricitante. Anche per questo fu rilasciato dagli uffici in cui Pinelli morì tre giorni dopo. Paolo Finzi è morto lunedì pomeriggio, travolto da un treno poco lontano dalla stazione di Forlì. Il macchinista ha raccontato di aver visto un uomo lanciarsi verso i binari. Aveva 68 anni, quasi tutti vissuti nel segno dell' anarchia, soffriva di crisi depressive e agli amici aveva sempre detto: deciderò io come andarmene. «Maestro di anarchia e di etica, di dialogo e confronto. Uomo brillante, intelligente, sensibile e gentile - è il ricordo dei colleghi di A-Rivista anarchica, da lui fondata nel 1971 e mai abbandonata -. Ci ha insegnato il dubbio e la riflessione, l' ascolto e il rispetto profondo e sincero. Continueremo a navigare in direzione ostinata e contraria, portando avanti un progetto che era la sua casa e la sua vita, nel solco del suo impegno e dei suoi ideali di libertà e giustizia». E un ricordo arriva anche dal direttivo del Club Tenco («Figura rara di intellettuale appassionato, di inossidabile coerenza e di rara umanità»), perché Finzi era stato a lungo amico di Fabrizio De André e vicino a quel mondo di artisti. Al cantautore genovese ha dedicato moltissime iniziative di studio e racconto, così come alla stagione terribile delle stragi di Stato, inaugurata proprio quel 12 dicembre 1969. «Autorevole nel mondo anarchico ma mai supponente, sempre aperto al dialogo e convintamente non violento - lo ricorda Claudia Pinelli - proveniva da una famiglia ebrea e aveva sempre mantenuto vivo l' interesse verso la religione». In collaborazione con l' Anpi aveva condotto ricerche storiche sul ruolo degli anarchici nella Resistenza, ma al tempo stesso, in perfetta sintonia con l' amico De Andrè, si era impegnato per anni alla condizioni di rom e sinti, andando di persona nei campi della periferia milanese. Un impegno sfociato nella produzione di un documentario: «A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli zingari». Intanto ha continuato a reggere, tra mille difficoltà, le sorti della Rivista anarchica. Fino al momento in cui ha deciso altro per sé.

LA STORIA. Ivano e Liliana, morti insieme a Milano. Anarchici e amici di Pinelli. Ivano Guarnieri, 73 anni, e Liliana Puorro, 81, sono stati rinvenuti in casa a Quarto Oggiaro una settimana dopo la morte. Lui fu l’ultimo a vedere in vita Pinelli. Redazione online su corrieredelveneto.corriere.it il 19 agosto 2021. Lui è stato trovato dai carabinieri per terra vicino alla porta, probabilmente stroncato da un malore mentre stava uscendo di casa per andare a fare delle commissioni. Lei era invece a letto, dove da tempo la costringeva una malattia, probabilmente a causa della perdita di quella sua «metà» che se ne prendeva cura a tempo pieno. Sono rimasti lì così per almeno una settimana, fino a quando i vicini si sono insospettiti, sentendo provenire un cattivo odore dal loro appartamento di un complesso di case popolari in via Lopez a Quarto Oggiaro, quartiere della periferia di Milano. È stato un dramma della solitudine quello che ha portato al decesso Liliana Puorro, 80enne di origine veneziana, e il marito Ivano Guarnieri, 73enne rodigino di Adria. I due da tempo vivevano a Milano in quella casa di proprietà del Comune e gestita da MM, la società della metropolitana che da qualche anno si occupa anche del patrimonio immobiliare pubblico.

Anarchici e amici di Pinelli

Dietro di loro una storia che riconduce al cuore del Novecento, al Sessantotto, alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, animatore del Circolo della Ghisolfa, che morì tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipitando dalle finestre della Questura di Milano dove era stato condotto per depistare le indagini dopo la strage di piazza Fontana. Ivano «Ivan» Guarnieri fu l’ultimo a vedere Pinelli prima della sua tragica morte e insieme alla moglie erano due frequentatori del Circolo della Ghisolfa, anarchici storici e amati di Milano. Liliana «Fabrizia» era un’artista, scultrice e pittrice molto apprezzata. La morte di Pinelli s’iscrisse nella vita di Ivan che testimoniò in tribunale, di fronte al giudice Gerardo D’Ambrosio, nei dibattiti pubblici e sulla rivista «A». Ma Ivan e Fabrizia conobbero da vicino anche Pietro Valpreda, un altro degli anarchici accusati per la strage di piazza Fontana e poi assolto, e in occasione del decennale dalla morte gli dedicarono una lirica: «A Pietro Valpreda. A Te, sognatore fantastico ed inguaribile romantico, irrequieto eterno ragazzo militante dell’Idea di Libertà, di quell’Anarchia che ha nutrito il tuo esagerato ardore di rivalsa sociale, dai più vista scioccamente come arroganza iconoclasta (...). Sembra banale dire che sarai sempre nei nostri cuori, caro Pietro, ma Tu lo sai, lo sapevi già poco prima di lasciarci. Eravamo a casa tua, io e Fabrizia: ti muovevi con difficoltà per i dolori e le pesanti terapie che subivi, i tuoi occhi, da eterno ragazzo erano umidi, offuscati, ma la tua mano si è posata lenta ma decisa sul mio braccio e con un accenno di sorriso che malamente copriva una smorfia di dolore mi dicesti: “caro Ivan, mio compagno”; non trovai parole di risposta ma misi la mia mano sulla tua, come fratello che sa. Rimanemmo così per un po’, prima che la stanchezza ti costringesse a letto. Questo è stato non il tuo addio ma un arrivederci da anarchici (...)».

Il ritrovamento

I vicini di casa si sono prima rivolti alla custode per segnalare il forte odore, accentuato anche delle giornate di grande caldo di quest’ultima settimana. La donna a quel punto si è resa conto che effettivamente era da parecchio che non vedeva il 73enne, che era l’unico attivo della coppia e usciva per fare le spese e comprare le medicine per la moglie, e ha chiamato i soccorsi. Intorno alle 17 sono dunque arrivati in gran forze i carabinieri della stazione Milano Musocco, i soccorritori del Suem 118 e i Vigili del fuoco, che quando hanno aperto la porta hanno fatto la macabra scoperta. Ovviamente sarà l’autopsia dei prossimi giorni a stabilire nel dettaglio la causa della morte di entrambi, ma la ricostruzione fatta sul posto è quella di cui si è detto. L’alloggio era in ordine e chiuso dall’interno con le chiavi inserite nella serratura, per cui è esclusa l’ipotesi di una presenza di terze persone. Ma soprattutto il personale sanitario intervenuto in un primo momento e poi anche il medico legale non hanno riscontrato alcun segno di violenza sui cadaveri, derubricando i decessi a «cause naturali».

I problemi di salute di Liliana

Da quello che è emerso anche dalle testimonianze dei vicini, infatti, lei era molto malata e non si alzava dal letto, tanto meno usciva di casa. Lui, che aveva sette anni di meno, si occupava di tutto, nonostante avesse i suoi acciacchi e le sue patologie da monitorare con grande attenzione, e dunque di fatto garantiva la sopravvivenza della moglie. Nel momento in cui un malore improvviso l’ha stroncato, lei si è trovata completamente incapace di badare a se stessa, anche solo di telefonare a qualcuno per chiedere aiuto in quella situazione tragica. E sarebbe così morta di stenti.

51 anni fa l'attentato. Piazza Fontana, chi furono gli autori della strage? Non basta dire fascisti…David Romoli su Il Riformista il 12 Dicembre 2020. Chi si macchiò della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre di 51 anni fa? “Gli ordinovisti veneti” risponderebbe chiunque non volesse accontentarsi di uno sbrigativo “i fascisti”. Interrogato sul movente della mattanza, la medesima persona risponderebbe probabilmente: “Per portare al massimo livello la tensione, nella speranza di provocare un pronunciamento militare, come era avvenuto due anni prima in Grecia”. Le cose sono più complesse. Pino Rauti, uno dei leader assoluti di Ordine nuovo, la principale e più longeva organizzazione della destra extraparlamentare, era stato effettivamente nel 1966 autore con Guido Giannettini, con lo pseudonimo ”Flavio Messalla”, del libretto Le mani rosse sulle forze armate commissionato dal capo di Stato maggiore Giuseppe Aloja. Ma On è anche il gruppo che prese apertamente posizione contro il progetto golpista: «Il colpo di Stato militare è sempre un fatto controrivoluzionario, uno dei tanti mezzi attraverso i quali l’ordine costituito trova una momentanea e forzosa soluzione alle contraddizioni che paralizzano il sistema». Lo stesso On, fu, durante il golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, una vicenda meno boccaccesca di quanto sia stato poi fatto credere, il solo gruppo della destra radicale a tirarsi indietro. Non per passione democratica, certo, ma perché, come disse Clemente Graziani, l’altro leader storico del gruppo, a Rauti: «È certamente un progetto conservatore dietro il quale potrebbero esserci settori della Dc». On, come tutta la destra radicale italiana, è stato molte cose diverse, a volte opposte. Il volume di Sandro Forte Ordine nuovo parla. Scritti, documenti e testimonianze (Mursia, 2020, pp. 317, euro 22.00) permette di rendersene conto. Non è propriamente una storia del gruppo ma una panoramica cronologica della sua elaborazione politico-culturale, delineata con evidente simpatia, dunque certamente parziale. Supplisce però a una carenza che rende difficile mettere davvero a fuoco la storia di quel periodo. Considera cioè On per quel che voleva essere ed era: un’organizzazione politica, la cui parabola non si può cogliere se si concentra l’interesse, come fa lo studioso Aldo Giannuli nella sua storia di On, solo sui rapporti e sui contatti degli ordinovisti con le centrali della destabilizzazione neofasciste in Europa, basandosi esclusivamente sulle note e sulle informative dei servizi segreti. Come se l’elaborazione politico-culturale, per un’organizzazione politica, fosse un particolare insignificante. Abitudine del resto comune: nei decenni sono usciti centinaia di volumi sul delitto Moro senza che gli autori si siano quasi mai presi la briga di analizzare la Risoluzione strategica che del sequestro e della sua gestione era all’origine. Forte fa parlare i testi, gli articoli, a volte le testimonianze. L’impressione che ne deriva è che la parabola del più agguerrito gruppo neofascista sia stata non solo mutevole nel tempo ma anche più divisa e contraddittoria al proprio interno di quanto lo stesso autore non segnali. L’attività del Centro Studi Ordine Nuovo fuoriuscito dal Msi negli anni ‘50 non va oltre la pubblicistica e la saggistica, su posizioni molto diverse da quelle del Movimento Politico Ordine Nuovo, nato dopo il rientro di Rauti nel Msi, che verrà sciolto nel novembre 1973 dal ministro degli Interni Taviani, come quella che lui stesso definì “una scelta politica, non un atto dovuto”. La lotta contro il comunismo russo e la democrazia americana da un lato, la guerra dei bianchi contro i popoli colonizzati dall’altro erano i cavalli di battaglia della prima On, influenzata sin nelle virgole da Julius Evola. Il primo vessillo verrà abbandonato quando nei ‘60, in nome della comune crociata anticomunista, soprattutto Rauti mette da parte l’antiamericanismo e si lega anzi alla destra del Partito Repubblicano. La seconda bandiera verrà rovesciata nei primi ‘70, quando On passa dalla difesa strenua dei colonizzatori all’esaltazione della rivolta dei colonizzati. Ma ai vertici dello stesso gruppo, la “svolta atlantista” e golpista (su sua stessa ammissione) di Rauti non sembra condivisa, o lo è con palese diffidenza, dal “rivoluzionario” Graziani, che non seguirà Rauti nel Msi e darà vita al Movimento Politico On. Come si incrocia questo libro, che del 12 dicembre quasi non parla, con la visione storica della strage che cambiò la mentalità degli italiani? I colpevoli sono accertati, anche se mai puniti perché già assolti con sentenza definitiva. A differenza della strage di Bologna, quasi tutti, negli stessi ambienti della destra, sono convinti che verità storica e processuale in questo caso coincidano. Ma le definizioni con cui viene indicato di quel massacro, “strage fascista”, “strage di Stato”, sono insieme giustificate e fuorvianti. Confondo almeno quanto chiariscono, forse anche di più. La strage fu fascista, perché dagli ambienti del neofascismo veneto, che si può assimilare a Ordine nuovo solo con una enorme forzatura essendo un’area del tutto autonoma, venivano gli autori del crimine. Fu “di Stato”, perché lo Stato, almeno in alcune sue articolazioni, aveva senza dubbio creato le strutture finalizzate alla provocazione dalle quali provenne e discese Piazza Fontana e perché, dopo il 12 dicembre, lo Stato tutto scelse consapevolmente di indicare negli anarchici i colpevoli precostituiti. Ma parlare senza sfumature di strage fascista e di Stato finisce per identificare con lo stragismo un intero ambiente, in realtà molto diversificato e articolato come la ricerca di Forte dimostra, e finisce anche per attribuire allo Stato tutto e direttamente una responsabilità che è invece parziale e indiretta. È probabile che nessuno nello Stato e neppure ai vertici del neofascismo e di Ordine Nuovo volesse la strage, che fu invece frutto di una forzatura da parte di un gruppo nazista particolarmente feroce e determinato come quello di Freda. In parte, all’origine della confusione che impedisce di mettere nitidamente a fuoco cosa successe non solo il 12 dicembre ma in tutti i primi anni ‘70, c’è una conoscenza dell’estrema destra di allora che oggi è scarsa e fino a pochi anni fa inesistente e che si limita, come fa Giannuli nel suo libro su On, a considerare gli ordinovisti come manovalanza del terrore. Il libro di Forte si muove all’estremo opposto. Glissa sui particolari della assoluta internità di una parte di On al “partito del golpe”. In compenso restituisce la realtà di un’area che, per quanto minoritaria, sideralmente distante e nemica la si consideri, era a tutti gli effetti una realtà politica e culturale dell’Italia del secondo Novecento.

Quante vie partirono da piazza Fontana…Marcello Veneziani, La Verità 12 dicembre 2019. Ma cosa è stata, cosa ha rappresentato la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre ‘69 nella storia e nella vita italiana? Sta lì al centro di un’epoca come cerniera incandescente tra i briosi anni Sessanta e i furiosi anni Settanta, come l’Evento Oscuro per antonomasia, un enorme mistero insoluto che non riusciamo ancora a chiudere definitivamente. Facile liquidarla come una strage fascista, ma poi resta incomprensibile il mistero che la circonda, che la originò e che ha circondato i suoi veri e presunti protagonisti. Ne abbiamo scritto nello speciale di Panorama storia dedicato a Una strage italiana. Un mistero che si fa ancora più fitto se si considera quella strage come la prima di una lunga, insensata e feroce catena di stragi a Brescia, a Firenze, a Bologna. Se la strage di Milano, a tre settimane dall’assassinio del poliziotto Antonio Annarumma, poteva avere avuto come scopo suscitare una controrivoluzione preventiva contro il caos, l’eversione, l’anarchia, a cui si attribuì in un primo tempo l’eccidio, le stragi seguenti come quella di Brescia o dell’Italicus o della stazione di Bologna a cosa servirono se non a spaventare l’Italia e criminalizzare l’estrema destra? Non si faceva in tempo a dare la notizia e prima di ogni indizio i tg e i giornali già la bollavano come “strage di chiara marca fascista”. Che scopo potevano avere i terroristi di destra a suscitare questa ondata di odio, repressioni e carcere contro se stessi? Il terrorismo nero è una pagina oscura della nostra storia, non si comprendono i confini, le finalità, i collegamenti. A dover spiegare quelle stragi alla luce del cui prodest, sappiamo per certo che non giovarono all’estrema destra, e tantomeno alla destra politica e parlamentare che nel nome delle “trame nere” si trovò criminalizzata, ricacciata in un ghetto ed esclusa. Agli inizi degli anni Settanta il Msi aveva raccolto un grande successo politico, di piazza e di voti. E le stragi furono la principale arma usata contro il partito di Almirante e l’area di destra per isolarli e demonizzarli per un disegno eversivo di cui erano palesi vittime. Quelle stragi servirono a riaccendere in Italia la mobilitazione antifascista e a reinserire il partito comunista nel gioco politico attraverso la ripresa del Cln nell’arco costituzionale. E servirono a far nascere nel paese la paura degli estremismi e la necessità di governi consociativi. Meglio un’infame sicurezza che il fanatismo dei terroristi. In quelle stragi si trovarono invischiati, accusati e scagionati, personaggi di estrema destra, oscillanti tra nazifascismo, anarchia e servizi segreti. Ogni atto terroristico di matrice nera si convertiva in una retata negli stessi ambienti dell’estrema destra. Se c’era un disegno dietro le stragi quel disegno era semmai concepito contro di loro, o comunque passava sopra le loro teste; i neri che vi parteciparono furono piuttosto manovrati, usati e poi gettati dopo l’uso. Qui subentra il Mistero Profondo della storia italiana: che ruolo ebbero i servizi deviati, gli apparati statali in queste operazioni? Col tempo si parlò anche di matrici straniere, servizi americani, sovietici e medio-orientali; nelle ultime stragi emerse il ruolo della mafia che adottava strategie di diversione. Ma il nodo centrale resta lì e bisogna nuovamente pronunciare la domanda fatidica: furono allora stragi di Stato o comunque di settori dello Stato che rispondevano a grandi registi politici, anche collusi con la criminalità? Gira e rigira non riusciamo a trovare spiegazioni alternative. Più lineare è stato il terrorismo di matrice comunista, dalle Brigate rosse a Prima linea e agli altri gruppi terroristici di ultrasinistra. Si colpivano obbiettivi mirati, simboli e personaggi-chiave del sistema o giovani militanti di destra. Le Br cercarono pure di far saltare il compromesso storico tra Pci e potere democristiano-capitalistico-atlantico. A lungo negato nella sua matrice comunista, quel terrorismo ha goduto di complicità e omertà assai estese. Giorni fa è morto il magistrato genovese Mario Sossi che fu sequestrato dalle Brigate rosse nel ’74. Tra le sue indagini imperdonabili, Sossi si era occupato di un personaggio chiave, l’avvocato Lazagna, ex-partigiano ritenuto un ponte non solo simbolico tra la vecchia e la nuova Resistenza. A tale proposito nello stesso ’74 accadde un episodio ad un altro magistrato, Gian Carlo Caselli, che lo raccontò sulla rivista MicroMega: “In quel periodo, ai tempi delle Brigate rosse, non si poteva pensare diversamente che subito si era accusati di essere fascisti. I primi tempi delle inchieste sulle Br io ero trattato da fascista. Di fatto, sono stato espulso da Magistratura democratica – vogliamo dirle queste cose una buona volta? – perché facendo il mio dovere, ho osato portare a giudizio l’avvocato Lazagna (un partigiano doc che assisteva a tutti i convegni di Md”. Caselli aveva emesso su richiesta del pm Caccia, “un mandato di cattura contro Lazagna per collusione con le Br, in base a fatti riscontrati” e perciò, diceva il magistrato torinese “sono stato di fatto “condannato” ed espulso da Magistratura democratica”. Strana storia…Ma tornando a Piazza Fontana, fu un evento-chiave non solo perché fu l’inizio delle stragi oscure, ma anche perché da lì originò la vicenda Pinelli-Calabresi, la condanna a morte del Commissario da parte di Lotta continua, preceduta da quelle famose ottocento firme contro Calabresi che restano una vergogna della storia civile e intellettuale d’Italia. Insomma, troppo facile sbrigare Piazza Fontana con la pista fascista e la storia che ne segue come lo svolgimento di una trama nera: quella strage aprì una stagione infame, che fu rossa, nera e oscura, soprattutto oscura. MV, La Verità 12 dicembre 2019.

Piazza Fontana, il Senato rilancia la pista anarchica. Gianni Barbacetto il 13 dicembre 2021 su ilfattoquotidiano.it. Citare ancora gli anarchici come possibili esecutori della strage di piazza Fontana, 52 anni dopo. E dopo che le sentenze definitive hanno sancito che a mettere le bombe del 12 dicembre 1969 furono certamente i fascisti di Ordine nuovo. Eppure è successo: e addirittura nel sito del Senato. “Sostenere che ‘per Piazza Fontana, gli anarchici […]

Citare ancora gli anarchici come possibili esecutori della strage di piazza Fontana, 52 anni dopo. E dopo che le sentenze definitive hanno sancito che a mettere le bombe del 12 dicembre 1969 furono certamente i fascisti di Ordine nuovo. Eppure è successo: e addirittura nel sito del Senato.  “Sostenere che ‘per Piazza Fontana, gli anarchici vennero completamente assolti dall’accusa di strage’, significa (…) affermare un falso storico”.

Così dice la relazione firmata da due ex senatori del Movimento sociale italiano, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, linkata ieri sul profilo Twitter ufficiale del Senato in occasione del 52° anniversario della strage. “Storia di depistaggi: così si è nascosta la verità”, hanno scritto dal Senato nel tweet collegato proprio a quella relazione che sì depista e travisa, tornando sulla pista anarchica, mentre le indagini hanno evidenziato, come ricordato anche ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che quell’attentato, 17 morti, fu neofascista.

Il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, ha attaccato duramente la presidente del Senato Elisabetta Casellati: “Un oltraggio alle vittime, ai loro familiari, alla città di Milano”. La presidente Casellati si è ben nascosta dietro l’ufficio stampa di Palazzo Madama che in una nota nel tardo pomeriggio, dopo aver rimosso il tweet, si è assunto la colpa: “È per un mero errore di collegamento al link delle relazioni depositate in sede di Commissione stragi che un tweet dell’ufficio stampa del Senato, e non della presidente, dava accesso anche alle relazioni di minoranza presentate a titolo individuale da alcuni componenti dell’epoca. Nessun intento di avvalorare tali opinioni così come quelle di altri”. La nota finisce per essere una pezza peggiore del buco, perché concede dignità di “opinioni” a quelli che sono invece clamorosi errori e veri depistaggi.

Anche il giornalista Primo Di Nicola, senatore del Movimento cinque stelle, ha criticato l’accaduto: “Utilizzare i siti social del Senato per rilanciare le tesi neofasciste intorno alle responsabilità degli anarchici sulla strage del 12 dicembre del 1969 è semplicemente un’operazione vergognosa di mistificazione storica. Un colpo alla memoria delle vittime e alla sofferenza dei familiari. Le responsabilità dei movimenti clandestini neofascisti dell’epoca e le collusioni degli apparati deviati dello Stato sono ormai un fatto acquisito. Mi auguro che la presidente del Senato Casellati faccia sentire presto la sua voce per tutelare l’immagine e il prestigio del Senato”.

Ma la voce, appunto, non è pervenuta. Anzi, anche nelle celebrazioni della mattinata, Casellati aveva evitato di citare i reali responsabili della strage limitandosi a queste parole senza accennare ad alcuna matrice: “Lo sdegno dell’Italia intera per la strage di piazza Fontana non si è mai spento. Il 12 dicembre 1969 ci furono sgomento, dolore, indignazione. Fu l’inizio di una lunga stagione di sangue. Ma a 52 anni di distanza, il pensiero per le 17 vittime e il ricordo di quel barbaro crimine devono essere un monito affinché le trame eversive e le sofferenze che ne derivarono, individuali e collettive, non si ripetano più nel futuro”.

Nella cerimonia in piazza Fontana, ieri, è stato contestato il sindaco Giuseppe Sala, che a proposito dello sciopero indetto per il 16 dicembre ha detto: “Lo sciopero è probabilmente sbagliato, ma è un diritto”. Fischi e grida hanno interrotto il suo intervento. 

Alessandra Arachi per il "Corriere della Sera" il 13 dicembre 2021. Sono passati cinquantadue anni da quel pomeriggio a Milano. Era un venerdì, erano le 16.37: sette chili di tritolo squarciarono il salone centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Quella bomba uccise 17 persone, ne ferì 88. E cambiò il corso della storia italiana. «La prova a cui l'Italia venne sottoposta fu drammatica. Ma vinse la democrazia, e con essa prevalsero i valori di cui la Costituzione è espressione. Anche per questo è necessario fare memoria». Il ricordo del Capo dello Stato Sergio Mattarella è nitido: quella strage fu un attacco alla democrazia. «Tutto questo è stato chiaro ben presto alla città di Milano e alla comunità nazionale. La risposta unitaria, solidale, di popolo contro il terrorismo, e contro tutti i terrorismi che insanguinarono l'Italia dopo piazza Fontana, è risultata decisiva per isolare, sradicare e quindi sconfiggere l'eversione. La democrazia è un bene prezioso che va continuamente difeso e ravvivato». La risposta fu unitaria e solidale. E il presidente Mattarella ricorda che «la verità non è stata pienamente svelata». Ma aggiunge: «Tuttavia, nonostante manipolazioni e depistaggi, emerge nettamente dal lavoro di indagine e delle sentenze definitive la matrice eversiva neofascista e l'attacco deliberato alla vita democratica del Paese». Parole decise, quelle del Capo dello Stato. Che per qualche ora sono andate in rotta di collisione con il contenuto di un tweet sull'account ufficiale del Senato. Con un link alla relazione del 2000 di due parlamentari missini, quel tweet rilanciava la pista anarchica per la strage di piazza Fontana, «il ruolo ancora non chiarito di Pietro Valpreda». «Un mero errore tecnico di collegamento al link», preciserà poi l'ufficio stampa di Palazzo Madama rimuovendo il tweet. Era stato il segretario di Sinistra Unita Nicola Fratoianni a segnalare quell'«incredibile» post: «Spero che la senatrice Casellati rettifichi al più presto, spiegando perché sia potuto accadere un episodio simile». Dal Senato è arrivata la spiegazione dell'errore, mentre Elisabetta Casellati aveva già manifestato «lo sdegno mai spento dell'Italia intera per la strage». Per la presidente del Senato «il 12 dicembre 1969 fu l'inizio di una lunga stagione di sangue, e a 52 anni di distanza il pensiero per le 17 vittime e il ricordo di quel barbaro crimine devono essere un monito affinché le trame eversive e le sofferenze che ne derivarono, individuali e collettive, non si ripetano più nel futuro». Anche il presidente della Camera Roberto Fico è convinto che la strage di piazza Fontana «seminò morte e terrore, ma la strategia della tensione non riuscì nell'intento di sovvertire l'ordine democratico. Il nostro Paese, seppure a caro prezzo, seppe resistere e opporsi all'attacco eversivo». È stato proprio in piazza Fontana che ieri pomeriggio i cittadini milanesi si sono stretti attorno a quel ricordo doloroso, una manifestazione per commemorare i caduti della strage. Una manifestazione pacifica che ad un certo punto è stata interrotta da urla e un po' di fischi contro Beppe Sala. Tutto per una frase sullo sciopero generale del 16 dicembre indetto da Cgil e Uil che il sindaco non ha fatto in tempo a terminare. «Lo sciopero è probabilmente sbagliato, ma è un diritto...», ha iniziato Sala. Spiazzato dai cori e dalle urla, ha avuto anche una serie di battibecchi con i manifestanti che gli hanno fatto perdere la pazienza. «Non dite ca...», si è lasciato sfuggire il primo cittadino di Milano prima di poter poi concludere il suo discorso.

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. 73a SEDUTA MERCOLEDI 5 LUGLIO 2000 Presidenza del Presidente PELLEGRINO 

Indice degli interventi

PRESIDENTE

ALLEGRA

BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato

DOZZO (Lega Forza Nord Padania), deputato

FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2 - 3

MANCA (Forza Italia), senatore

MANTICA (AN), senatore 1 - 2 - 3

MIGNONE (Misto Dem.-L'Ulivo), senatore 

La seduta ha inizio alle ore 20.15.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito l'onorevole Fragalà, segretario f.f., a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

FRAGALÀ, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 4 luglio 2000.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato. 

INCHIESTA SU FENOMENI DI EVERSIONE E TERRORISMO: AUDIZIONE DEL DOTTOR ANTONINO ALLEGRA.

Viene introdotto il dottor Antonino Allegra.

PRESIDENTE. Do il benvenuto all'onorevole Dozzo che, come in precedenza annunciato, ha sostituito la deputata Giovanna Bianchi Clerici.

Ringrazio il dottor Antonino Allegra di aver accettato il nostro invito e gli do la parola chiedendogli di ricostruire brevemente le date del suo impegno a Milano presso l'ufficio politico della questura, per permettere così ai commissari di rivolgere successivamente alcune domande. In particolare chiedo al dottor Allegra di fare riferimento al periodo dal 1968 in poi.

ALLEGRA. Ho assunto la direzione nel febbraio 1968, pochi giorni prima dell'occupazione dell'università di Milano e dell'inizio formale della contestazione. Sono andato via da Milano nel gennaio del 1973 perché avevo avuto la promozione a vice questore e questa non era compatibile con l'incarico che avevo prima.

PRESIDENTE. Potrebbe descriverci qual era l'atmosfera di quel periodo, con riferimento alla contestazione studentesca, all'"autunno caldo", alla morte dell'agente Annarumma, agli scontri di via Solferino?

ALLEGRA. I fenomeni contestativi a Milano non sono apparsi improvvisamente, sono stati preceduti da certi atteggiamenti quali il rifiuto di un certo modello borghese. Soprattutto c'è stato prima un fenomeno che ritengo importante: persino nelle file del Partito comunista c'era un fenomeno di antirevisionismo; i giovani non erano soddisfatti dell'atteggiamento del loro partito e si erano posti in una posizione se non di conflittualità, senza dubbio di critica. Anche nella parte cattolica c'era qualcosa del genere. Tutte queste situazioni cominciavano a far pensare che, quando si fossero saldate queste diverse istanze contestative, potesse verificarsi una contestazione generale. Era allora questore di Milano il dottor Parlato, una persona molto sensibile, con il quale ho avuto un ottimo rapporto e con il quale discutevo dell'opportunità di organizzarci per poter fronteggiare una simile evenienza. I fenomeni contestativi di una certa importanza si verificarono molto prima di quanto avevamo preventivato. Il 17 febbraio 1968 vi fu a Milano una manifestazione che ritengo importante. Credo sia stata l'ultima grande manifestazione indetta dalla Consulta per la pace sul problema del Vietnam. In quella circostanza i gruppi cosiddetti filomaoisti, che in realtà erano gli antirevisionisti, formarono una sorta di contro corteo. Il corteo principale percorse tutte le vie del centro dirette a piazzale Loreto, passando davanti al consolato americano. Da parte degli organizzatori e di chi partecipava al corteo ufficiale non c'era volontà di creare incidenti, ma quelli che erano più indietro cominciarono a lanciare oggetti e pietre e alla fine vi furono scontri di una certa importanza. La cosa finì lì, ma erano i primi sintomi che la situazione cominciava a diventare se non più allarmante, più preoccupante. Il 22 febbraio vi fu l'occupazione dell'università statale che fu possibile anche perché, tre mesi prima, nel novembre 1967, vi era stato un inizio di contestazione alla "Cattolica", anche se non molto chiara, nel senso che si parlava dell'aumento delle tasse e sembrava una delle tante manifestazioni di protesta contro le autorità scolastiche. Invece c'era qualcosa di più. In effetti, vi fu una occupazione che si risolse in poco tempo perché il rettore, professor Franceschini, richiese il nostro intervento e noi la stessa notte sgombrammo l'università. Le autorità accademiche presero un provvedimento nei confronti di tre dei loro iscritti che ritenevano fossero gli organizzatori di questa manifestazione e che erano Mario Capanna, Spada e Luciano Pero che di autorità furono trasferiti all'università statale. Vi fu allora una confluenza di forze diverse di varie estrazioni, poi quando iniziò la contestazione confluirono anche persone che con l'università non avevano niente a che vedere e si creò un primo nucleo di contestazione violenta, anche perché, mentre in passato non si pensava di reagire quando la polizia decideva un divieto, da quel momento i ragazzi si premunirono di caschi, scudi e così via e cominciò una conflittualità molto più violenta di quanto fosse accaduto in precedenza. Rispetto a questa contestazione, che poi fu definita globale, ci si accorse che la richiesta sul piano accademico e scolastico prevedevano un altro assetto, non si potevano ottenere senza modificare certi aspetti della struttura statale e quindi la contestazione dall'ambiente scolastico e accademico finì per orientarsi in altra direzione, cominciò a diventare quello che si potrebbe definire un movimento piuttosto rivoluzionario. È chiaro che ci preoccupavamo non tanto dell'impatto in sé, perché la nostra era una democrazia e aveva i mezzi per risolvere certi problemi in via pacifica piuttosto che attraverso gli scontri. Però, avevamo chiaro che da questo formarsi di forze contestative eterogenee, potessero nascere anche filiazioni più o meno pericolose. Questa era la nostra preoccupazione, tanto che, dopo i primi mesi, dopo un continuo tumultuare di assemblee, si cercò anche da parte del movimento studentesco di trovare un terreno ideologico unico per tutti i contestatori, ma si verificarono situazioni centrifughe. C'era il gruppo anarchico individualista che andava per conto suo, c'era il gruppo dell'unione italiana marxisti-leninisti che andava per conto suo, poi con il tempo, si costituirono altre formazioni come Avanguardia operaia, Lotta continua, Potere operaio che già esisteva ma non sotto questa forma. Quindi, nonostante i nostri sforzi, la situazione si andava aggravando ogni giorno di più; anche perché – questo è piuttosto un giudizio personale – se chi ne aveva il potere avesse studiato bene il fenomeno e avesse cercato delle soluzioni, forse si sarebbe potuto non dico eliminare ma senza dubbio attenuare questa sfida, che poi, con il passare del tempo, portò anche a conseguenze tragiche.

PRESIDENTE. Devo chiederle soltanto due chiarimenti. In primo luogo, la radicalizzazione di opposto segno politico quando comincia a manifestarsi a Milano?

ALLEGRA. Comincia a manifestarsi già all’inizio. Nel momento in cui viene occupata l’università, vengono interrotte le lezioni, vengono interrotti gli esami, da parte di altri vi era la volontà di opporsi in qualche maniera: "Io voglio andare a studiare!". Lì cominciano i primi scontri; ma la situazione era impari: il Movimento studentesco comprendeva una grande massa di persone, gli altri invece non erano che una piccola parte e appartenevano ad alcune organizzazioni (non è che ce ne fossero molte poi), come il FUAN, l’organizzazione universitaria di estrema destra. L’organizzazione più attiva comunque era quella dei giovani, che erano più numerosi, la Giovane Italia.

PRESIDENTE. E da parte vostra, un’attività di monitoraggio dall’interno di questi nascenti gruppi rivoluzionari di sinistra iniziò immediatamente? La faceste? Ci pensaste?

ALLEGRA E’ chiaro, ci pensavamo. Seguivamo con attenzione per vedere cosa si andava formando.

PRESIDENTE. Non mandavate qualche poliziotto con i capelli lunghi a fare pure lui delle assemblee?

ALLEGRA. Con i capelli lunghi non ce n’erano.

PRESIDENTE. Con i capelli corti lo avrebbero riconosciuto subito. Non pensaste di farli crescere a qualcuno?

ALLEGRA. Alcuni nostri poliziotti erano già studenti, quindi non c’era bisogno che si camuffassero: avevano la possibilità di essere presenti in qualche assemblea e comunque di avere dei rapporti.

PRESIDENTE. Per dirla chiara, non pensaste di infiltrare questi gruppi immediatamente?

ALLEGRA. Di infiltrazione se ne parlò tanto, ma non abbiamo avuto questa…

PRESIDENTE. Mi sembra però – come dire – una grave mancanza, visto che quei movimenti erano permeabilissimi, almeno nella fase iniziale.

ALLEGRA. Infatti, come le dicevo, avevamo dei nostri poliziotti-studenti che erano in condizione di avere rapporti con il movimento studentesco. Poi, molte cose riuscivamo a saperle perché avevamo contatti continuati, tutti i giorni, anche con i maggiori contestatori. Dai dialoghi e dai colloqui che c’erano molte cose si capivano. E’ quando non si parla che non si …

PRESIDENTE. L’impressione che stessero cominciando forme di compartimentazione, quindi di clandestinità di questi gruppi, quando iniziaste a percepirla? Quand’è che dal movimento, dalla contestazione dichiarata nasce Prima linea?

ALLEGRA. Nasce dopo. La prima enucleazione, se così si può chiamare, ma che è nell’essenza stessa dei fatti, è quella di un gruppetto che si definiva "anarchici individualisti". Anche il Movimento studentesco a volte cercava di emarginarli perché non corrispondevano alla sua logica. Era un gruppo che bazzicava la zona di via Brera, via Madonnina, quella parte lì. Iniziarono a fare dei piccoli attentati; il primo addirittura nel marzo 1968, contro la Dow Chemical. Lasciarono un volantino che in parte rimase bruciacchiato, ma dai pezzi che rimasero fu in parte ricostruito. Un altro attentato si verificò pochi mesi dopo, nel maggio, contro la Citroen, in concomitanza con il famoso "Maggio francese". Poi via via se ne verificarono altri. Erano attentati dimostrativi, anche perché non erano molto potenti. Erano realizzati con ordigni rudimentali, a base di nitrato di potassio. Tuttavia nell’agosto di quell’anno, 1968, vi è stato un grosso allarme per il rinvenimento a "La Rinascente" di Milano di un ordigno esplosivo incendiario che fortunatamente non esplose. Abbiamo creduto allora che la mancata esplosione dipese dal fatto che la forza che la pila dava alla resistenza elettrica per fare incendiare il nitrato di potassio non era stata sufficiente.

PRESIDENTE. In che data avvenne?

ALLEGRA. Nell’agosto 1968, mi sembra il 31. Un altro ordigno, sempre a "La Rinascente" venne trovato nei giorni precedenti il Natale 1968. Il sistema più o meno è lo stesso però questa volta al posto della resistenza venne messo un fiammifero "contro vento". Si erano resi conto che il primo ordigno non era esploso perché la resistenza non aveva avuto forza sufficiente per far incendiare il nitrato di potassio e quindi usarono quest’altro sistema. L’attentato non riuscì perché un guardiano notturno vide l’ordigno e staccò i fili. Questo episodio ci fece molto preoccupare. Il primo di questi attentati fu rivendicato in forma diversa. Infatti, i piccoli attentati di cui dicevo prima (contro il Banco ambrosiano, la Banca d’Italia, la Chiesa di San Babila) venivano rivendicati con un volantino scritto a stampatello ciclostilato in parecchie copie e lasciato sul posto. Quelli de "La Rinascente", invece, furono rivendicati in maniera diversa. Perché non potevano lasciare un volantino sul posto in cui si presumeva che si sarebbe verificato un incendio; e allora fu mandata una lettera, a firma "Gruppo anarchico Ravachol" che giunse in questura. Naturalmente queste cose ci preoccuparono e fu questo il motivo – l’abbiamo detto mille volte, forse non ci credono, non lo so – per cui noi avevamo la percezione che la cosa avvenisse nella zona di Brera. Fra le altre cose, da quelle parti bazzicava anche il Feltrinelli, allora, che pubblicava il famoso "Tricontinental", che invitava la gente a fare la rivoluzione anche a livello individuale: chi va in un supermercato e non paga compie un atto rivoluzionario. Nella rivista "Tricontinental" in prima pagina si diceva: "Chi vuole fare la rivoluzione non a parole si guardi l’ultima pagina di copertina". Nell’ultima pagina di copertina era descritta la confezione rudimentale di un’arma o di un ordigno esplosivo. Anche sulla base non dico di confidenze precise, ma di notizie che si riuscivano ad acquisire nell’ambiente, avevamo il sospetto che lì, nella zona di Brera, ci fosse qualcosa su cui dovevamo porre attenzione.Occorre chiarire una volta per sempre certe cose. Noi contattammo alcuni esponenti dell’anarchia, che consideravamo ideologicamente più maturi e quindi meno propensi a fare delle azioni pericolose, se vogliamo anche irrazionali. Tra questi cito appunto il Pinelli, Amedeo Bertolo e qualche altro di cui non ricordo il nome. Amedeo Bertolo lo conoscevamo dai tempi del sequestro del vice consolo spagnolo Isu Elias; li consideravamo gente che dava un certo affidamento.

PRESIDENTE In che periodo siamo?

ALLEGRA. Verso la fine del ‘68 e agli inizi del ’69, in quell’inverno lì. Non ci illudevamo che queste persone ci dicessero se sapevano, ammesso che lo sapessero, chi faceva questi attentati. Abbiamo però fatto un ragionamento, e non è stata l’unica volta (il senatore Mantica che è qui presente sa che lo facevamo anche in altre direzioni), quello cioè di chiamare delle persone responsabili, avere dei colloqui, e dire: "signori, stiamo attenti, può succedere questo e quest’altro"; è chiaro che non ci aspettavamo che ci dicessero queste cose, ammesso che lo sapessero, naturalmente. Avrebbero però potuto convenire sulle nostre considerazioni. Noi dicevamo che fino a quel momento non era accaduto niente ma se un domani ci fosse "scappato il morto" la faccenda poteva iniziare a diventare grave. Quindi anche dal punto di vista dell’interesse del movimento non era una cosa che poteva essere utile. Era un ragionamento che noi forse facevamo anche in senso utilitaristico, se si vuole, però era anche un ragionamento logico. Quindi speravamo che questi soggetti avessero la possibilità di dire: "Signori, smettetela con queste cose qui perché non serve a nessuno". Questo ci avrebbe lasciati un po’ più tranquilli anche a noi. Invece i fatti continuarono, tant’è vero che Della Savia e un certo Braschi andarono nel bergamasco e rubarono un certo quantitativo di esplosivo da mina, che utilizzarono per diversi attentati, tra gli altri, quello del palazzo di giustizia di Livorno del Natale del ‘68 e quelli di Genova e di Roma (al palazzo di giustizia, al Senato e mi sembra al Ministero della pubblica istruzione). Si è trattato anche di attentati gravi, perché, pur essendo compiuti di notte e non avendo fatto vittime, erano di una potenzialità che cominciava ad essere preoccupante. Questo esplosivo Braschi e Della Savia se lo erano diviso. Sembra anche che una parte era stata sottratta da altri e utilizzata per altri attentati. Uno di questi riuscì, quello contro l’ufficio spagnolo del turismo; un altro contro la caserma Garibaldi non riuscì perché l’ordigno non esplose; un altro ancora non fu portato a termine perché un giovane, che aveva questo involucro in mano, fu sorpreso da una guardia giurata e scappò lasciando l’involucro che conteneva questi candelotti di esplosivo. Questo avveniva a marzo del ’69. Si sa poi che il 25 aprile avvengono quei due attentati alla fiera di Milano e all’ufficio cambi della stazione di Milano. In quella circostanza noi naturalmente accentuammo le indagini. Vorrei premettere che qualche tempo prima, anche sulla base di una informazione, dopo un attentato alla biblioteca ambrosiana facemmo una perquisizione a casa di un certo Francesco Bertoli, in via Lanzoni se non ricordo male, e trovammo dell’esplosivo. Questo tizio fu arrestato, fu poi processato e così via; ma credo che ciò non abbia nulla a che vedere con questi fatti successivi. In quei giorni noi perciò intensificammo le indagini le quali ci portarono al fermo di Paolo Braschi e poi di Faccioli.

PRESIDENTE. Dopo le bombe all’ufficio cambi e alla fiera.

ALLEGRA. Infatti.

PRESIDENTE. Ma il fatto che quelle bombe esplodessero il 25 aprile non vi diceva niente? Cioè, vi sembrava una data in cui degli anarchici avrebbero potuto fare un attentato? Non era più facile pensare che fossero quelli che ritenevano il 25 aprile una data infausta?

ALLEGRA. Le dirò una cosa. Il 25 aprile 1955 io ero a Milano e c’erano delle manifestazioni contro tale ricorrenza da parte della destra; ricordo persino che furono diffusi dei volantini nei quali si considerava il 25 aprile un lutto nazionale. Noi in quella circostanza individuammo alcuni ragazzi ed un signore che diffondevano questo volantino i quali furono processati. Era molto interessante sapere come la pensava la magistratura; noi li denunciammo per vilipendio alle forze di resistenza. Ma, dopo quella volta, il 25 aprile era sempre passato più o meno senza tanti problemi. Forse una volta – ma non ricordo se era il 25 aprile, forse sì - furono messi dei simulacri di bombe nei pressi di certi obiettivi, che non ricordo quali erano, e noi scoprimmo che erano delle latte che contenevano del gesso con dei fili che uscivano fuori con scritto "pericolo di morte"; praticamente era uno scherzo: il 25 aprile del ‘69 tutto si poteva pensare, anche che fossero stati elementi di destra. Però non è che la fiera di Milano, così come "La Rinascente", fossero obiettivi ben visti anche dagli estremisti di sinistra, in particolare anche dagli anarchici. Quindi, siccome avevamo queste prime indicazioni, poi le sviluppammo ed esse portarono alla scoperta che un certo numero di attentati erano stati fatti proprio da Della Savia, Braschi e Faccioli. Noi allora procedemmo nei confronti di costoro e di chi ritenevamo che stesse sopra di loro. Occorre anche chiarire una cosa. Nel rapporto che noi facemmo alla magistratura - che sicuramente la Commissione ha - noi denunciammo per reati commessi realmente Della Savia, Faccioli e Braschi.

PRESIDENTE. Che erano sempre gli anarchici.

ALLEGRA. Sì. Li denunciammo per quei fatti in ordine ai quali si era raggiunta la prova assoluta. Per altri reati li avevamo denunciati come sospetti. Cioè, non avevamo detto che erano loro ma che sospettavamo che fossero loro per dei motivi che specificammo nel rapporto, che posso solo accennare perché non ricordo con precisione: in particolare, perché avevano usato il nitrato di potassio, perché c’era un interruttore all’esterno della borsa e questo corrispondeva ad un ordigno il cui schizzo avevamo trovato in una tasca del Faccioli, perché il Faccioli e il Della Savia in quei giorni si sono trovati a Milano e alcuni giorni prima erano stati a Livorno, dove avevano utilizzato un saldatore elettrico del Braschi in sua assenza e perché pochi giorni prima era stato acquistato un chilo di nitrato di potassio in via Lanzoni. Erano tutti elementi che potevano far supporre che, così come avevano fatto in precedenza, avevano fatto anche questa volta. Premetto anche che l’attentato alla stazione di Milano all’ufficio cambi aveva molta analogia con quello de "La Rinascente" perché, da quanto arguimmo dall’ordigno esploso, questo doveva essere formato da esplosivo al nitrato di potassio e da una bottiglia incendiaria, che poteva essere di benzina, trielina o cose del genere. Aveva molta similitudine con quello de "La Rinascente". Quando riferimmo al magistrato dicemmo che di alcuni reati eravamo sicuri che fossero stati commessi da loro, mentre per alcuni altri sospettavamo che fossero stati loro. Questa vicenda è consacrata in un rapporto che sicuramente molti dei commissari avranno avuto modo di vedere e che credo sia a disposizione della Commissione.

PRESIDENTE. Ormai sono passati trentuno anni dal 1969. Vi è stata una serie di accertamenti giudiziari e ritengo che lei oggi sappia che gli attentati dinamitardi avvenuti nella primavera di quell’anno venissero dall’opposta radicalizzazione. Nel leggere la sentenza relativa alla strage di Bologna colpisce soprattutto il fatto che la ricostruzione di tale strage è su base indiziaria; però nel ricostruire la credibilità degli indizi i giudici bolognesi fecero un lunghissimo elenco di attentati attribuiti in sede giudiziaria sicuramente a gruppi di giovani dell’estrema destra. Lei oggi, a distanza di trentuno anni, sulla vicenda dell’ufficio cambi e della fiera di Milano non opera nessun ripensamento? E’ sempre convinto che siano stati gli anarchici?

ALLEGRA. Non ne sono affatto convinto, come del resto non ne ero convinto neanche allora, anche se non posso escluderlo. Il nostro rapporto è chiaro. Non abbiamo mai affermato che questi attentati sono stati eseguiti da tali persone e per quanto riguarda i fatti di Bologna cui lei accennava io ignoro quali elenchi siano stati fatti. Mi devo riferire alla realtà che conosco, avendo vissuto a Milano. Gli attentati che ci furono a Milano in quel periodo sono quelli. Vi furono anche degli attentati di destra ma avvennero molto prima, negli anni 1964-1965.

MANTICA. In primo luogo mi permetto di ricordare al presidente Pellegrino che a Milano esiste una tradizione anarchica.

PRESIDENTE. Mi sembra che continua ad esistere.

MANTICA. Questa tradizione nasce da una vicenda precisa: l’attentato al Diana del marzo del 1921 fatto per protestare contro la detenzione del Malatesta, che non voglio dire che appartenesse agli anarchici, ma non è stupefacente che ad aprile si registrassero degli attentati anarchici.

Nel ringraziare il dottor Allegra per essere intervenuto questa sera, mi permetto di rivolgergli alcune domande partendo in primo luogo da una premessa che certamente il presidente Pellegrino considererà un mio ricordo personale. Quando ha fatto la domanda sulle infiltrazioni o sui tentativi di infiltrazioni, devo dire che negli anni 1968-1969 la DIGOS di Milano aveva questa capacità di affiancare o di introdurre negli ambienti allora ufficiali, sia di destra che di sinistra, funzionari ai quali nessuno diceva mai niente, ma che alla fine della serata dopo aver parlato con venti o trenta persone della stessa area venivano a conoscenza di molte cose. Era una tecnica consolidata e visto che ho parlato di ricordi personali il mio addetto era l’agente Berolo che mi seguiva più o meno ovunque. Fino al 12 dicembre 1969, vale a dire l’attentato alla Banca dell’agricoltura meglio conosciuto come strage di piazza Fontana, alla DIGOS di Milano risultarono mai bombe o comunque attentati con esplosivi fatti dall’estrema destra milanese?

ALLEGRA. Senatore Mantica, l’attentato al Diana del 1921 fu fatto contro il questore Gasti che si salvò perché quella sera doveva andare ad una cerimonia – mi pare fosse uno spettacolo teatrale – cui all’ultimo momento non andò per ragioni di lavoro. C’è poi un altro attentato del 1928 contro il re durante l’inaugurazione della fiera in piazza Giulio Cesare. In ogni caso i nostri elementi non si "intrufolavano"; ci limitavamo a tenere dei contatti. Voglio chiarirlo ancora una volta perché tante volte si parla di infiltrati come di agenti provocatori. Così non è.

PRESIDENTE. Le mie parole non erano intese in questo senso.

ALLEGRA. Signor Presidente, parlavo in generale, perché mi è capitato di sentire anche queste affermazioni. In effetti una delle armi migliori di un ufficio che funziona è di avere continui rapporti personali, magari non di amicizia stretta ma comunque buoni rapporti di vicinato o comunque di conoscenza, perché da una parola si vengono a sapere tante cose. Certamente non tutto, ma quanto basta talvolta per avviare in una certa direzione determinate indagini. Ritengo pertanto che tale rapporto sia una cosa normale.

MANTICA. Lei mi conferma che fino al 12 dicembre 1969 l’ufficio DIGOS di Milano…

ALLEGRA. Allora, si chiamava ufficio politico.

PRESIDENTE. La interrompo per un attimo, senatore Mantica, perché vorrei precisare quanto avevo precedentemente detto. La sentenza della Corte di assise di Bologna del 16 maggio 1994 enumera diciassette su ventidue attentati terroristici, avvenuti tra l’aprile e il dicembre 1969, di cui afferma essere pacifica l’attribuibilità a Freda e Ventura.

MANTICA. Mi scusi, signor Presidente, ma noi stiamo parlando di Milano.

PRESIDENTE. Infatti, la mia intenzione era soltanto di fare una precisazione rispetto a quanto io avevo detto precedentemente.

MANTICA. Quando il prefetto Mazza nel 1970 scrisse quel famoso rapporto, voi contribuiste? In ogni caso lei ritiene che quel rapporto fosse veritiero e descrivesse la situazione milanese come la conoscevate, o a suo modo di vedere, era carente in qualche parte?

ALLEGRA. Il rapporto Mazza del 1970 è il rapporto Mazza. E’ chiaro che il prefetto Mazza si avvalse di informazioni che furono richieste a noi. Ricordo infatti che allora facemmo un rapporto indicando movimento dopo movimento, di estrema destra e di estrema sinistra, indicando il numero approssimativo di quelli che ne facevano parte, il numero di coloro che nell’ambito di ciascun gruppo consideravamo i più pericolosi. Su diecimila persone vi sono sempre cinquecento disposti a battersi mentre gli altri sono sempre pronti a scappare. Questo era il quadro che davamo. Bisogna inoltre ricordare la situazione esistente all’epoca a Milano. Una situazione veramente invivibile, per non parlare poi delle grandi manifestazioni, dei grandi blocchi stradali e degli scontri di piazza. Il prefetto Mazza ha preso da noi le informazioni sui gruppi di cui lui parla, come del resto anche alcuni orientamenti. Era una persona di grande cultura e perciò in grado si giudicare da sé.

MANTICA. Secondo lei, perché subito dopo la strage di piazza Fontana sia l’ufficio politico della questura di Milano, sia il sostituto procuratore Vittorio Occorsio di Roma (dove vi furono attentati che non ebbero l’effetto che purtroppo ebbero a Milano), indirizzarono le indagini sugli anarchici?

ALLEGRA. Questo non è vero. Quando avvenne il fatto così grave non eravamo in grado di fare una simile supposizione, non era nel nostro costume, nella nostra educazione e nella nostra preparazione professionale. Il fatto che in altri ambienti possano essere stati fatti certi ragionamenti è qualcosa di pericolosissimo, come del resto è pericolosa la teoria del cui prodest perché si rischia di indirizzare le indagini su piste sbagliate facendo anche perdere tempo prezioso. In questi casi ogni ritardo è pregiudizievole per le indagini.

MANTICA. Mi riferivo alle ore subito dopo la strage di piazza Fontana.

ALLEGRA. Non dicemmo con certezza che si trattasse di certi o di altri, anche se ognuno di noi aveva una propria ipotesi. La cosa certa era che fosse necessario cominciare le indagini sugli elementi a disposizione: chiunque poteva aver commesso il fatto, anche un folle. La nostra prima preoccupazione quella sera concerneva le conseguenze che un attentato del genere potesse provocare sull’ordine pubblico a Milano. Questo fu il motivo per cui alla fine si decise di accompagnare, anche coattivamente, in questura il maggior numero possibile di esponenti di gruppi di estrema destra e di estrema sinistra, oltre ad elementi che ritenevamo, per precedenti ragioni, maggiormente sospettabili. Non bisogna dimenticare un aspetto, secondo me, importante: nel momento in cui agiva il gruppo Della Savia, Faccioli, eccetera, che ritengo rispetto ad altri anarchici che frequentavano la stessa zona su una posizione elitaria nei confronti di Feltrinelli perché gli altri venivano poco considerati, tra questi vi era anche Valpreda, il quale costituì un gruppetto di due o tre persone con i quali stampava un giornaletto, il cui titolo era "Terra e libertà" oltre ad un manifesto intestato "L’iconoclasta" per il quale noi li denunciammo per offesa a Capo di uno Stato estero e, cioè, il Papa. L’opuscolo "Terra e libertà" conteneva frasi quali: "si sono verificati per ora questi attentati; la polizia naviga nel buio ma altri ne arriveranno; i borghesi devono avere paura; e finiva con le altre: sangue, bombe ed anarchia". Questo era il linguaggio utilizzato da questo signore. Non indagammo su di lui per il semplice motivo che eravamo a conoscenza del fatto che aveva lasciato Milano. Quindi nel caso si fosse resa necessaria una indagine su di lui ritenemmo lo avrebbe fatto qualcun altro. Se avessimo saputo in quei giorni che era a Milano avremmo anche indagato su di lui non fosse altro per questo precedente; questo però è normale. Che cosa abbiamo fatto noi? Abbiamo accompagnato in questura tante persone innanzitutto evitando in tal modo eventuali fatti che sarebbero potuti succedere in piazza l’indomani. Questo era lo scopo principale della nostra iniziativa. Nel frattempo, pur nella difficoltà dei tanti impegni di quei giorni tremendi, cominciammo a chiedere a queste persone che cosa avessero fatto ed esse, man mano, fornivano alibi: alla nostra domanda su cosa avessero fatto nel pomeriggio costoro davano risposte, a volte credibili, per cui non si rendeva necessario riscontrarne la veridicità; qualche volta, al contrario, si è proceduto ad un loro riscontro. L’unico riscontro che non risultò vero fu quello concernente Pinelli, il quale raccontò di essere uscito di casa per andare al bar dove aveva giocato a carte fino alle 17.00 circa quando se ne era andato. Recatici quindi sul luogo, il gestore del bar e suo figlio ci dissero che aveva preso il caffè con un’altra persona ed era andato via. Abbiamo dovuto procedere ad ulteriori indagini, non ritenendo sufficiente la prima dichiarazione del gestore e di suo figlio i quali il giorno dopo furono interrogati più volte per chiedere conferma ufficiale di quanto raccontato e capire, dunque, il motivo per cui lui non lo avesse detto. Avevamo proceduto alla perquisizione; non ricordo esattamente se avevamo già riscontrato che quel giorno aveva consegnato un assegno ad un certo Sottosanti; non mi ricordo se lo riscontrammo lo stesso giorno o il giorno dopo. Personalmente dirigevo l’ufficio; i colleghi mi riferivano delle indagini, gran parte delle quali svolgevano direttamente. L’interrogatorio avviene il giorno 14. La sera dello stesso giorno la questura di Roma chiede notizie di Valpreda e alla nostra risposta negativa chiede di cercarlo perché nuovamente scomparso da Roma e sospettato, sulla base di informazioni provenienti dal Circolo XXII marzo.

PRESIDENTE. Su cinque due erano poliziotti.

ALLEGRA. Uno solo di loro, un certo Ippolito se non sbaglio, era poliziotto.

PRESIDENTE. Diciamo che si trattava di un circolo infiltrato. Riemerge anche in altre vicende. Personalmente penso che debba esistere. L’infiltrazione è una delle cose da fare; non la considero affatto negativamente. Diverso è il passaggio dall’infiltrazione all’agente provocatorio; diversa ancora è la strumentalizzazione.

ALLEGRA. L’infiltrazione può essere effettivamente pericolosa.

PRESIDENTE. Oggi io darei una medaglia a coloro che si infiltrassero tra quelli che hanno ammazzato D’Antona.

ALLEGRA. Non è necessario procedere ad infiltrazioni; si può arrivare a delle conclusioni anche attraverso delle buone indagini.

MANTICA. La sera del giorno 14 dicembre 1969 fu chiamato da Roma perché non trovavano più Valpreda?

ALLEGRA. Lo cercavano in quanto erano giunte loro delle informazioni: parlavano, innanzitutto, di un deposito di esplosivi, se ricordo bene, fuori Roma; comunque sia Valpreda si era allontanato da Roma. Tra l’altro, eravamo ridotti al lumicino quando ricevemmo la telefonata alle 10 di sera; decidemmo comunque di riunire gli uomini disponibili per cercare a tutti i costi Valpreda. Si formò allora la squadra che cominciò a cercarlo la mattina dopo; non lo trovarono a casa; la nonna, presso la quale si recarono successivamente, disse che quella mattina si doveva recare al Palazzo di Giustizia. Quindi la squadra si recò là, dove lo trovarono. Venne condotto in questura ed avvertita la questura di Roma venne lì inviato, accompagnato da un funzionario.

PRESIDENTE. Nel frattempo con l’ufficio affari riservati del Viminale avevate rapporti e riferivate i vostri risultati?

ALLEGRA. Riferivamo al Ministero tutto quanto succedeva; per le cose di competenza degli affari riservati riferivamo all’ufficio competente.

PRESIDENTE. Quanto di tutto quello che ci ha raccontato faceva parte della competenza di questo ufficio?

ALLEGRA. Questo ufficio non svolgeva indagini. Era nostro compito farle. Noi riferivamo gli effetti, i risultati e per quanto riguarda altri campi non criminosi riferivamo sulle notizie importanti che potevano interessare il centro.

PRESIDENTE. Per esempio?

ALLEGRA. Si veniva a sapere che si costituiva una nuova organizzazione che poteva avere determinati obiettivi. Allora si scriveva affinché il centro fosse in condizione di controllare se analoghe informazioni fossero pervenute da altre parti dello Stato.

MANTICA. Siamo arrivati quindi a capire perché ad un certo punto Pinelli e Valpreda in una platea di "osservati speciali" diventarono…

ALLEGRA. Non si trattava di osservati speciali, o meglio, senatore Mantica, diventarono osservati speciali più tardi. Non è che noi ci aspettassimo che lui mettesse in opera l’operazione che gli avevamo richiesta, tuttavia speravamo che la manifestazione di buona volontà da parte degli elementi più responsabili potesse essere utile. Dopo un po’ di tempo, tuttavia, abbiamo cominciato ad avere qualche sospetto su Pinelli, sia per certe frequentazioni, sia per le sue dichiarazioni dal momento che prima aveva affermato che era impossibile che gli attentati fossero stati condotti da elementi anarchici e altresì che se ne fosse stato informato sarebbe stato comunque il primo a prenderli a calci nel sedere, per poi successivamente impegnarsi al massimo per aiutarli e fargli avere i mezzi necessari per l’assistenza legale. Tra l’altro ci risultava che egli avesse delle frequentazioni all’estero, aveva molti rapporti perché metteva il naso un po’ dappertutto. La mia impressione è che Pinelli fosse una persona che non intendesse in alcun modo essere enucleata o messa da parte, ma volesse essere un protagonista. In tal senso va collocata anche una letteraccia inviatagli dalla signora Vincileoni che era la moglie di Corradini, un personaggio coinvolto nella vicenda di via Madonnina. Allora non esisteva il termine sorvegliato speciale, questa espressione appartiene ad un’altra epoca, Pinelli e Valpreda erano persone che comunque noi tenevamo in considerazione.

MANTICA. A proposito dei rapporti internazionali del Pinelli vi risulta quindi che ricevesse nell’ottobre 1969 dell’esplosivo da Parigi?

ALLEGRA. Avemmo questa informazione, tuttavia purtroppo non potemmo riscontrarla, nel senso che la prova certa non l’abbiamo mai avuta. In ogni caso era notorio che fosse in qualche maniera stato contattato e coinvolto in una faccenda che riguardava la Grecia.

MANTICA. Infatti l’esplosivo che proveniva da Parigi avrebbe dovuto essere destinato alla Grecia?

ALLEGRA. Queste erano le voci che correvano allora, o meglio erano voci estremamente diffuse. In ogni caso ci risultava che avesse rapporti con una signora francese di cui non ricordo il nome e con un certo Jean Pierre De Nanter che era uno di quei personaggi che si erano messi in vista nel famoso maggio francese; mi sembra tra l’altro che si trattasse di un soprannome perché credo che in realtà si chiamasse Deteuil. Dico questo perché successivamente attraverso un identikit riuscimmo anche ad immaginare chi potesse essere, visto che si trattava di un personaggio che ci preoccupava dal momento che ci risultava che venendo in Italia avesse fatto dichiarazioni di un certo tipo, in base alle quali era necessario agire, fare attentati e altre azioni. Come ho già detto facemmo fare un identikit attraverso l’aiuto di una persona che lo aveva conosciuto personalmente e tramite il Ministero spedimmo questo identikit a Parigi; ci risposero che in base a quell’identikit poteva trattarsi di quel soggetto e ci mandarono anche una fotografia.

MANTICA. Mi sembra che lei non partecipò direttamente all’interrogatorio di Pinelli, ma che fosse effettuato dai suoi collaboratori. Le risulta che a Pinelli fosse stata mostrata una cassetta metallica identica a quelle impiegate nel fallito attentato alla Banca Commerciale e nella strage di piazza Fontana?

ALLEGRA. Non mi risulta. Ricordo semplicemente che una cassetta di questo tipo l’abbiamo invece trovata, una juwelparma quando effettuammo la perquisizione dell’abitazione di un certo Enzo Fontana che era uno di quelli che aveva organizzato i GAP di Feltrinelli, mi riferisco a quel soggetto che poi uccise il nostro brigadiere e che a sua volta fu ucciso durante un conflitto a fuoco. Costui aveva in casa una juwelparma con due revolver, due colt special, tanto è vero che il Procuratore della Repubblica manifestò il suo stupore per la somiglianza delle due cassette.

MANTICA. Nella deposizione del processo Calabresi-Lotta continua lei parlò di una repentina visita dell’onorevole Alberto Malagugini in questura pochi minuti dopo che Pinelli era precipitato dalla finestra. Dal verbale della deposizione risulta che lei abbia dichiarato: "E’ a causa di una visita dell’onorevole Malagugini e perché Calabresi era stato invitato a prendere contatto con la magistratura che si sospese quella piccola inchiesta".

ALLEGRA. Chi ha verbalizzato questa dichiarazione ha sbagliato. La magistratura sospese che cosa?

MANTICA. L’inchiesta interna che voi stavate svolgendo sulla morte di Pinelli. In ogni caso la domanda che volevo rivolgere è la seguente: ci può spiegare come mai l’onorevole Malagugini venne a farvi visita in questura in quel frangente e quali rapporti c’erano tra di lui e la questura di Milano? Torno a sottolineare che Pinelli quando arrivò Malagugini era morto da pochi minuti.

ALLEGRA. Le dirò che quella visita era un fatto quasi normale. Può sembrare strano, tuttavia bisogna considerare che l’onorevole Malagugini a quell’epoca seguiva molto da vicino i fenomeni della contestazione.

MANTICA. Per sua passione culturale?

ALLEGRA. No, non vorrei entrare in altri ambiti. L’onorevole Malagugini evidentemente quando succedeva qualcosa, non so se lo facesse a titolo personale o fosse il partito ad incaricarlo, veniva a prendere contatti con noi per avere notizie. Del resto non è stato neanche il solo ad avere contatti con noi, anche se va detto che Malagugini era quello "sempre in giro". In ogni caso anche il senatore Maris è venuto a contattarci per avere notizie.

MANTICA. Si trattava di Gianfranco Maris, appartenente al PCI?

ALLEGRA. Sì, era una persona molto corretta; più di una volta venne da noi per avere informazioni e per manifestare le sue preoccupazioni, i suoi pensieri, le sue idee. Del resto ribadisco che non era il solo. Penso che le risulti, senatore Mantica, che venivano rappresentanti di altre forze politiche. E questo non ci dispiaceva, perché ritengo che il dialogo sia sempre utile sia per chiarire, sia…

MANTICA. L’interrogatorio di Pinelli su che cosa verteva, sul suo alibi?

ALLEGRA. Credo che questo aspetto sia chiaro, ritengo comunque che sia opportuno chiarirlo anche da parte mia. Pinelli doveva essere sottoposto quella sera all’interrogatorio definitivo non più vertente soltanto sull’alibi, o meglio doveva essere interrogato da molti giorni, ma bisogna considerare che c’erano stati i funerali delle vittime ed inoltre il fermo di Valpreda e quindi una serie di iniziative per cui alla fine nessuno aveva avuto il tempo di interrogare il Pinelli. Allora, dal momento che Calabresi aveva trascorso il pomeriggio a casa ed era di turno quella sera dalle ore 20 alle 8 del giorno successivo, si decise che l’interrogatorio finale lo dovesse svolgere lui, giacché il mattino dopo avremmo dovuto trasferire il Pinelli in carcere. Infatti avevamo dichiarato il fermo il 14 mattina e nella mattinata del 16 al massimo dovevamo o rilasciarlo o associarlo al carcere. Il Pinelli doveva essere interrogato sull’alibi, sui documenti che avevamo sequestrato – mi riferisco alla vicenda Sottosanti -. Tuttavia, dal momento che la mattina dopo, cioè il 16 dicembre, dovevo partire per Roma con Cornelio Rolandi - che quel giorno si era presentato e aveva dichiarato di avere il sospetto di aver accompagnato in macchina quello che supponeva essere l’attentatore - volevo poter andare a casa per riposare un po’. Chiesi al dottor Calabresi che prima di procedere all’interrogatorio vero e proprio, svolgesse un piccolo interrogatorio sui rapporti di Pinelli con Valpreda per vedere che cosa sapesse. Io avrei poi portato il verbale con me a Roma per consegnarlo alla magistratura. Purtroppo, però, queste verbalizzazioni che avrebbero dovuto occupare mezz’ora o al massimo quarantacinque minuti di tempo andarono invece per le lunghe per il semplice motivo che il Pinelli prima faceva un’affermazione e poi si correggeva. Faccio presente che allora non utilizzavamo registratori perché si operava ancora a livello artigianale e quindi si rese necessario più volte procedere a verbalizzazioni diverse ed ecco perché le cose andarono per le lunghe ed anche perché io mi recai due volte nell’ufficio a sollecitare…

PRESIDENTE. Quindi era Calabresi ad interrogare Pinelli?

ALLEGRA. Sì.

PRESIDENTE. Le pongo questa domanda perché nella letteratura corrente questo fatto viene addirittura contestato.

ALLEGRA. No, signor Presidente, ci si riferisce al fatto che Calabresi non fosse presente nella stanza quando Pinelli precipitò.

PRESIDENTE. Però fino a quel momento era stato Calabresi ad interrogarlo?

ALLEGRA. Sì certamente.

MANTICA. Lei era andato per ben due volte a sollecitare il dottor Calabresi a chiudere questo interrogatorio?

ALLEGRA. Sì, ed a una di queste due volte si riferisce la famosa frase che pare avrei detto: "C’è altro ferroviere anarchico a Milano?" Domanda a cui mi fu risposto "No, ci sono solo io".

MANTICA. Comunque sull’episodio che riguarda l’onorevole Malagugini c’è anche una versione che viene fatta propria dal dottor D’Ambrosio su questa faccenda in base alla quale l’onorevole Malagugini pare intervenisse presso il questore allo scopo di porre termine a questa indagine o affinché quest’ultima non fosse considerata importante.

ALLEGRA. Le dico subito che, per quanto riguarda il questore, la troppa disponibilità molte volte è una forma di ingenuità: egli non aveva alcun obbligo in quel momento. Viene svegliato di notte, si alza, si veste, viene in questura e dopo cinque minuti riceve i giornalisti. Ha ricevuto non soltanto l’onorevole Malagugini ma anche i giornalisti. Lui doveva dire semplicemente di portare pazienza perché si doveva rendere conto della situazione. Dopo di che eventualmente avrebbe potuto parlare; poteva anche dire loro di aspettare fuori. Poteva quindi limitarsi a dire poche cose, invece ha parlato un po’ di più non rendendosi conto, secondo me, che qualunque cosa si dice quando si ha da fare con certi ambienti è sempre pericoloso: può essere fraintesa e anche fuorviata. Il questore ingenuamente disse quello che gli passava per la mente in quel momento, ma non mi sembra che abbia commesso un grande delitto, perché lui credeva veramente, in quel momento lì, che il Pinelli potesse essersi suicidato per non sopportare questa grossa responsabilità.

MANTICA. Nel covo di Robbiano di Mediglia delle Brigate rosse – è un reperto che abbiamo trovato – vi è una relazione redatta da un brigadiere, suo sottoposto, in base alla quale le Brigate rosse giungono da parte loro alla convinzione che Pinelli si fosse realmente suicidato. Lei è mai stato informato di tutto questo?

ALLEGRA. Questa notizia l’ho conosciuta tramite i giornali, è una faccenda che si è saputa dopo. Quando è stato scoperto il covo di Robbiano di Mediglia, io non ero più a Milano. Nelle indagini da noi svolte nel 1972 scoprimmo in aprile i covi di Feltrinelli e il 2 maggio i covi delle Brigate rosse, praticamente avevamo scoperto via Pelizza da Volpedo, via Boiardo (che era la prigione predisposta per De Carolis), e a Torino in via Ferrante Aporti; rimaneva, per ammissione dello stesso Pisetta, un solo covo nel Lodigiano. Ce lo descrisse come una cascina a forma di ferro di cavallo, con una strada di ghiaia bianca. Non era certo facile trovarla, per cui ci servimmo di un elicottero. Volammo sul Lodigiano, ma di cascine che si somigliavano, a ferro di cavallo e con la strada di ghiaia bianca non ne esisteva certo una sola, quindi non siamo riusciti ad individuare quella giusta. Poi quando quel covo è stato scoperto, abbiamo capito che era proprio quello che noi cercavamo e che non avevamo individuato.

MANTICA. Per l’ufficio politico della questura di Milano, a quei tempi, chi era Giangiacomo Feltrinelli?

ALLEGRA. Era una persona che da tanto tempo ci preoccupava. All’inizio non avevamo la percezione precisa che lui stesse organizzando quei famosi Gruppi di azione partigiani, ma cominciammo a preoccuparci molto di lui da quando venne espulso dalla Bolivia, nel 1967, con la Melega. Nella borghesia milanese, anche quella che non è di sinistra, molte volte le cose le sapevano però facevano finta di non saperle. Quando morì Feltrinelli che fosse morto, a Milano, in tanti lo sapevano la sera stessa; noi lo abbiamo saputo solo la sera del giorno dopo quando, trovato il cadavere, è stato riconosciuto per una foto che gli era stata trovata addosso. Ma la sera prima parecchia gente a Milano sapeva che Feltrinelli era saltato e, nonostante questo, hanno sempre detto che la polizia, i Servizi o non so chi l’avessero portato lì e poi fatto saltare.

FRAGALA’. Lo disse Camilla Cederna.

ALLEGRA. Non soltanto lei. C’è stato anche uno scienziato che ha spiegato che a distanza di 100 metri, con un fucile di precisione, si poteva colpire la capsula. Si tratta di uno scienziato che insegnava all’università.

MANTICA. Quindi Giangiacomo Feltrinelli era sotto osservazione dell’ufficio politico.

ALLEGRA. Devo aggiungere che era sotto osservazione perché sapevamo che aveva questi rapporti, anche all’estero. Qualcuno, non un nostro confidente, ci aveva detto che lui ambiva ad avere un esercito.

PRESIDENTE. Voleva portare Cuba in Sardegna.

ALLEGRA. Era andato anche in Sardegna da Mesina. Alcuni di coloro che abbiamo individuati, e che erano sardi, li aveva reclutati in Germania. Ci avevano chiesto notizie su un revolver che era servito per uccidere il console boliviano di Amburgo e quel revolver fu comprato in un’armeria che c’era in via della Croce Rossa a Milano, questo fu accertato. A questo punto quel personaggio ci impensieriva. Quando successe l’attentato e Rudy Dutsche uscì dall’ospedale fu accolto da Feltrinelli e tenuto sotto scorta, tutelato e protetto da un certo Umberto Rai. Lui aveva una foresteria, da quelle parti, di cui questo Umberto Rai aveva perfino le chiavi. Ci fu un primo tentativo di aggancio del movimento studentesco che non gli riuscì, ma comunque nei primi tempi riuscì ad interessare certi gruppi, quelli che poi quando marciavano facevano con le mani il segno "5 Vietnam 5". Noi chiedemmo che cosa significasse e ci venne chiarito che era un detto che proveniva dal Centro America, cioè che c’erano tanti Vietnam e l’Italia era uno di questi (insieme alla Grecia, alla Spagna, eccetera). Quando ci fu l’aggressione al "Corriere della Sera", dopo l’attentato di Rudy Dutsche, eravamo nel periodo di Pasqua nel 1968, molti dei contestatori erano andati in ferie; Capanna si era perfino tagliato la barba. Erano rimasti i soliti che bazzicavano la zona di Brera, un po’ racimolati così fino ad arrivare a cinquecento e fecero una manifestazione che era diretta, secondo me, al consolato germanico, in via Solferino. Quella sera però il consolato tedesco era protetto da una nostra compagnia, anche se in numero ridotto perché anche noi avevamo mandato il maggior numero di uomini in ferie, approfittando delle giornate festive. Passando per via Solferino arrivarono davanti al "Corriere della Sera", lo circondarono e lo riempirono di sassi e dal giornale fotografarono Feltrinelli lì davanti. La fotografia fu pubblicata anche sui giornali. Questo avvenne nell’aprile del 1968.

PRESIDENTE. Dopo piazza Fontana faceste degli accertamenti su Feltrinelli?

MANTICA. Il dottor Allegra chiese l’autorizzazione a perquisire gli uffici di Feltrinelli, ma gli venne negata dal procuratore Ugo Paolillo.

ALLEGRA. Non so che fine abbia fatto il dottor Paolillo.

MANTICA. E’ ancora vivo, credo che in questo momento sia nella magistratura a Perugia. Ma io vorrei sapere sulla base di quali notizie lei chiese l’autorizzazione a perquisire gli uffici di Feltrinelli dopo l’attentato di piazza Fontana.

ALLEGRA. Su Feltrinelli abbiamo svolto indagini per gli attentati del 25 aprile. La sera del 25 aprile tutto il gruppo mangiò a casa di Feltrinelli compreso Della Savia che si fece anche tagliare i capelli.

PRESIDENTE. Può dirci qualcosa su eventuali rapporti tra Feltrinelli e Fumagalli?

ALLEGRA. Di Fumagalli ci siamo occupati (e forse siamo stati gli unici) a seguito di informazioni che ci hanno messo in allarme. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a perquisire, Fumagalli fuggì, ma non risultava che avesse rapporti con Feltrinelli.

PRESIDENTE. Anche il generale Delfino in un suo libro di memorie ne parla.

MANTICA. Il 2 maggio 1972 arrivaste in via Boiardo, nel primo covo delle BR, però quel giorno fuggirono i maggiori responsabili, Curcio, Cagol, Franceschini e Moretti. Si ricorda come andò questa operazione?

ALLEGRA. L'operazione fu una delle migliori che facemmo. Quando qualcuno viene a farci delle confidenze è un bene, però il più delle volte ci arrivano notizie frammentarie e l'importante è approfondirle. Eravamo preoccupati di queste BR perché avevano fatto già dei sequestri: ricordo quello di Bartolomeo Di Mino, che era uno dei suoi senatore Mantica, avvenuto a Cesano Boscone. Quando fu portato all'ospedale, ci rivolgemmo al magistrato di turno che all'inizio non voleva venire. Gli dicemmo che si trattava di una aggressione e che il segretario di quel gruppo era stato ferito. Il magistrato venne in ospedale. Il Di Mino riferì quello che era successo e alla fine il magistrato commentò con la frase: "Ha detto nu cofano e fesserie". Per quanto riguarda via Boiardo, noi conoscevamo Curcio, avevamo fatto una perquisizione nel marzo 1971 in via Cesana e in via Castelfidardo, dove c'era Castellani e dove trovammo le micce per gli incendi a Lainate. Conoscevamo la Cagol, altre due o tre della Pirelli di minore importanza, avevamo il nome di sette-otto persone tra cui Salvoni, la Tuscher, Franco Troiano, Berio, avevamo fatto anche delle perquisizioni andate a vuoto perché stavano in un covo e poi dopo uno o due mesi sparivano, non capivamo se perché non pagavano o per far perdere le tracce. Una delle ultime loro sedi era in via Muratori. Lo venimmo a sapere perché la proprietaria ad un certo punto non fu più pagata e non aveva più traccia della persona che aveva firmato il contratto e venne a dircelo. Mandammo un funzionario, non c'era niente, ma in un angolo c'era della cenere, segno che erano state bruciate delle carte e proprio da un frammento di carta emerse la stella a cinque punte e capimmo che si trattava delle BR. Il contratto era stato firmato da un certo geometra Luigi Russo. Era arrivata notizia che ad un certo elemento che faceva parte del gruppo come esecutore era stato detto di tenersi pronto per un eventuale lavoro e si parlava del sequestro di un esponente della DC. Ci preoccupava molto la possibilità di un sequestro in quel momento. Intensificammo la nostra attività, avevamo tentato di pedinare Semeria attraverso un nostro sottufficiale molto giovane che ritenevamo poco sospettabile di essere riconosciuto come poliziotto. Questo pedinamento non era riuscito. I giorni passavano e incombeva la possibilità di un sequestro. Ci venne allora in mente di utilizzare un suggerimento che avevamo letto su uno dei libri sui Tupamaros sequestrato a Feltrinelli a via Subiaco nel quale si sottolineava l'importanza di utilizzare le donne in campo rivoluzionario perché protette dai pregiudizi borghesi. Facemmo telefonare da una agente della polizia femminile, che non svolgeva attività di polizia giudiziaria, a casa di questa persona. La madre rispose che Giorgio era uscito per lavoro, e quindi capimmo che era presente. Cominciammo di nuovo il pedinamento attraverso una agente della polizia femminile accompagnata da un sottufficiale il quale si accorse che la casa aveva una uscita posteriore dove mise un lucchetto per evitare che venisse utilizzata quella via. La ragazza riconobbe subito la persona, continuò il pedinamento in via Pelizza da Volpedo dove sapevamo esserci una base. Il giorno dopo il pedinamento portò a via Boiardo e qui la ragazza dimostrò che ci sono anche poliziotti di classe. La donna, curiosa, non si accontentò di individuare il covo, guardò l'orologio e lo vide uscire dopo tre minuti vestito diversamente, con una casacca e lo vide entrare in una drogheria. Entrò anche lei nella drogheria e poi tornò in ufficio per riferire. Quei tre minuti sono stati di importanza decisiva. Individuammo l'amministratore dello stabile, l'ingegner Cicala che risultò essere una persona affidabile. Prendemmo contatti con lui, ci disse di una ragazza che abitava al terzo piano che riceveva visite un po’ strane; controllammo se aveva dei precedenti, ma continuavo a chiedermi come si poteva in tre minuti arrivare al terzo piano, cambiarsi d'abito e tornare indietro. Conclusi che probabilmente il covo doveva essere ad un piano più basso. E allora telefono, dicendo: "Aspettatemi, vengo anch’io, dobbiamo parlare un po’". E parlo io con questo Cicala e gli dico: "Senta un po’, mi tolga la curiosità, se questo ha impiegato tre minuti… mi dica lei: a piano terra cosa c’è?". "Ci sono i negozi". Dico: "Va bene: me li elenchi uno per uno". E quello comincia: "Questo, questo, … qui c’è uno studio di geometra". "Come si chiama questo geometra?". "Il geometra Russo". "E chi dava la referenze?". "Il geometra Pirotta". E allora sono quelli lì, via Ludovico Antonio Muratori, non c’è dubbio. Questo è il punto. A quel punto l’ingegnere ci lascia e dice: "State attenti: c’è anche una cantina, vi si accede attraverso una botola, che è coperta ma c’è". Era sabato sera, domenica era 30 aprile e il 1° maggio veniva di lunedì (mi pare). Eravamo con l’acqua alla gola, nel senso che dovevamo agire; però pensavamo che agire nei giorni di festa è sempre poco idoneo: gli uffici sono chiusi, mancano le persone, se si devono sviluppare delle indagini ci si trova in difficoltà. Decidemmo allora di fare le operazioni il 2 maggio, martedì. E il martedì si fecero le operazioni: via Pelizza da Volpedo, via Boiardo (c’era anche un altro posto che non ricordo, a proposito del quale però non avevamo certezze). In via Boiardo troviamo la prigione, esplosivo, armi; sotto la botola c’era la prigione, tutta insonorizzata, con l’apparecchiatura per sentire. Inoltre troviamo un pezzetto di carta dove c’era scritto: "Caro Bramini, sono tanti giorni che la cerco. Lei non ha pagato l’affitto, ma almeno si faccia sentire" (una cosa di questo genere). Allora ci chiediamo: ma chi è questo Bramini? La carta era intestata ad un ragioniere. E mandammo subito un funzionario a rintracciare questo ragioniere che, per combinazione, si trovava in casa. Egli ci dice: "Sì, ho affittato un locale a questo Bramini. Non si è fatto più vedere, non mi ha ancora pagato eccetera". Andiamo a vedere questo locale e, quando l’apriamo, troviamo un arsenale. Non solo un arsenale di armi ed esplosivo…

PRESIDENTE. Dove lo avete trovato questo arsenale?

ALLEGRA. In via Delfico.

BIELLI. Potevano almeno pagare!

MANTICA. Beh, ci hanno raccontato che le BR erano ragazzi che non avevano nemmeno i soldi per mangiare la pizza. Lo stesso giorno di via Boiardo si trova via Delfico.

ALLEGRA. Lì troviamo persino i documenti personali di Feltrinelli.

MANTICA. Perché in via Boiardo voi fermaste Pisetta, che è uno dei primi pentiti, e tre giorni dopo lo rilasciate.

ALLEGRA. Non abbiamo rilasciato solo lui, abbiamo rilasciato anche Bianchi Anna Maria e il Perotti.

MANTICA. Però Pisetta è il primo pentito delle BR.

ALLEGRA. Diciamo che fa delle ammissioni; che sia pentito non lo so, lo sa lui. Pisetta viene arrestato nel covo di via Boiardo. Era addetto ai lavori manuali. Lì noi avevamo lasciato i nostri, come qualche giorno prima avevamo fatto per una casa di Fioroni, dove avevamo fermato parecchie persone: ci lasciavamo dentro degli agenti e quando qualcuno entrava: "Alt, polizia…". La stessa cosa volevamo fare in via Boiardo. Questo ci avrebbe consentito di fermare sia Curcio…

PRESIDENTE. Quindi Pisetta non era un infiltrato, lo diventa dopo.

ALLEGRA. No, ma quale infiltrato? Pisetta era un terrorista come tutti gli altri; solo era una persona non di grande cultura: ma non era un infiltrato. Non si tratta di usarlo o non usarlo, abbiate pazienza, è questione di usarlo nel momento opportuno. Dare dell’infiltrato a uno che ne faceva parte, che aveva fatto degli attentati… perché Pisetta non era la prima volta che li faceva. E’ chiaro che tentiamo di prendere anche gli altri. Purtroppo si verificò un fatto che – adesso non so – forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare degli uomini…

PRESIDENTE. Chi la fece la conferenza stampa?

ALLEGRA. Fu indetta dal questore Allitto. Noi fummo contrariati, però pensavamo che egli intendesse dare lustro alla questura o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare forse vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente. Però alla fine pensammo: abbiamo raccolto tanto materiale, se lo riferiamo alla magistratura essa farà quello che deve fare; noi siamo qui, si va avanti. Senonché la cosa si bloccò, questa è la realtà.

MANTICA. La magistratura bloccò?

ALLEGRA. Non è che fu molto attiva; tanto è vero che poi Dalla Chiesa denunciò quel magistrato.

BIELLI. Rispetto a questo episodio lei è anche intervenuto successivamente e ha scritto alcune cose. Fra l’altro dice che "vi furono incomprensioni (non sempre limpide) e, tra quelli che avrebbero dovuto provvedere, qualcuno si rese colpevole di lassismo, inazione, sottovalutazione e anche colpevoli omissioni". Più avanti sempre lei dice che "a ciò contribuirono persone consapevoli, e non poche; infine, convinte di poter trarre vantaggi". Rispetto alla versione che ha dato questa sera qui è molto più preciso. Sono cose che ha detto lei in passato. Può spiegare meglio? Perché mi sembra un fatto importante.

ALLEGRA. Ma questo si riferisce a ciò che avvenne dopo il 2 maggio.

BIELLI. Ci spieghi bene.

ALLEGRA. Il materiale che avevamo messo a disposizione della magistratura era tale che avrebbe dovuto allarmare la magistratura non solo di Milano, ma di tutto il paese. Poi la stampa cominciò a dire che non era possibile che noi avessimo scoperto questi covi, perché se era un movimento clandestino la polizia non poteva arrivarci; come se nella vita non esistano casi di errori, di bravure, o momenti di fortuna e di sfortuna: fa parte delle vicende della vita. C’è un’organizzazione clandestina: per quanto forte, per quanto capace, arriva il momento in cui o fa un errore o siamo noi che facciamo qualcosa di buono, oppure un colpo di fortuna. Questi signori, che pure sono degli intellettuali, non le hanno capite queste cose, che sono alla portata di qualsiasi persona di buon senso. E allora hanno cominciato a dire che forse la prigione l’avevamo fatta noi; perché quella volta, quando ci fu la conferenza stampa, un maresciallo, rivolgendosi ai giornalisti diceva: "Non toccate niente, per favore non toccate", come se avesse paura che se qualcuno avesse toccato la prigione sarebbe caduta… Perché, ammesso che l’avessimo fatta noi, non potevamo farla altrettanto bene di come l’avevano fatta loro! Sono cose che potrebbero far ridere, ma erano tragiche.

BIELLI. Rispetto a questo episodio c’è una questione che a me interessa. Lei dice che avete fatto un’opera di monitoraggio precisa della situazione, al punto che otteneste risultati significativi. Si ha quasi l’impressione che, se aveste potuto lavorare con mano libera, andare avanti, sareste arrivati molto oltre il livello cui siete pervenuti. Nelle nostre discussioni tornano sempre alcuni personaggi delle Brigate rosse, in particolare viene fuori sempre il nome di Moretti, che è diventato in questa Commissione un personaggio pieno di significato, e si scopre che quest’ultimo, sarà la casualità o altre situazioni, alla fine doveva essere comunque conosciuto e individuato ma non si riesce mai a farlo arrestate. Con il lavoro che lei stava facendo e con quello che avevate svolto, quando lei parla in qualche modo di inerzia – sembra quasi che parla di colpevoli –, secondo lei si poteva arrivare veramente…

ALLEGRA. Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in macchina in via Boiardo con la 500 di sua moglie.

BIELLI. Quindi lei dice che anche in quella occasione…

ALLEGRA. Sarebbe stato arrestato.

PRESIDENTE. Ma lo avevate già individuato come un elemento di vertice dell’organizzazione.

ALLEGRA. Sì, già si sapeva che faceva parte di questa organizzazione. Alcuni ancora non si conoscevano, però una gran parte di nomi era già conosciuta. Noi eravamo convinti che dopo aver dato tutto questo materiale alla magistratura non ci si sarebbe fermati lì, ma a "spron battuto" si sarebbe agito per cercare di arrivare fino in fondo, ma siamo stati ad un certo punto estromessi.

BIELLI. Dottor Allegra, la ringrazio per quanto ci ha detto, di cui credo che lei abbia grande conoscenza, ed anche per la chiarezza della sua esposizione. Parlando con altri auditi in ordine a Moretti ci è stato detto che quasi fino al 1978 il ruolo di questo personaggio non è conosciuto; lei oggi ci dice una cosa molto diversa rispetto al senso comune, che Moretti in qualche modo dal 1972 è considerato comunque una mente. In questi anni, sarà il caso o il destino - ma io non credo molto a quest’ultimo -, viene fuori che il Moretti ha potuto fare quanto ha fatto pur essendo stato sotto controllo da parte dei nostri servizi di sicurezza. È la questione su cui ci stiamo arrovellando.

ALLEGRA. Ammesso che non avessimo conosciuto prima il Moretti, se non altro, in quel giorno avevamo trovato la macchina. Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina; abbiamo cercato un ladro di macchine per aprirla e, una volta aperta, abbiamo visto che era intestata a Cochetti Amelia, abitante in via delle Ande n. 15 (proprio di fronte a casa mia) e nel covo abbiamo trovato la fotografia di uno dei suoi figli. Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune in via Paris Bordoni, con un certo Gaio Di Silvestro ed altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento. I capi si ritenevano fossero in quel momento Curcio e Franceschini.

PRESIDENTE. Quindi ha ragione Bielli, perché, se non sbaglio, un anno dopo, con l’infiltrazione di Girotto, che è sicuramente un infiltrato, perché ce lo ha detto…

ALLEGRA. È senz’altro un infiltrato.

PRESIDENTE. …si organizza un blitz in cui cadono Curcio e Franceschini. Noi abbiamo acquisito tutte le fotografie degli incontri di Girotto con Curcio e con Levati, che era il medico che lo metteva in contatto con le Brigate rosse; gli unici incontri che non sono fotografati sono quelli in cui ha partecipato Moretti.

ALLEGRA. Quello che posso dire su questo, perché si tratta di fatti di cui ho sentito parlare e che ho ricostruito ma di cui non mi sono occupato, è che "frate Mitra" penso sia stato – poi ognuno ha le sue idee e opinioni – in Sudamerica proprio per procurarsi la patente da terrorista che poi gli servì per infiltrarsi.

PRESIDENTE. Quindi, è un’infiltrazione che viene da lontano.

ALLEGRA. Secondo me sì. C’è un racconto in un libro scritto da un giornalista, certo Chierici, il quale dice che (Girotto) era andato a comprare del pane e che quanto era tornato avevano già arrestato quell’altro, che lo ha guardato in faccia con uno sguardo molto… forse Chierici non lo aveva nemmeno capito questo qui, non lo so. Comunque, era infiltrato.

PRESIDENTE. Il punto non è se Girotto fosse un infiltrato ma perché Moretti sfugge a voi, sfugge a Girotto…

BIELLI. Sfugge anche a Caselli, il quale dà ai carabinieri delle foto perché controllino e gli dicano che non c’era Moretti.

ALLEGRA. Secondo voi, Moretti avrebbe fatto la spia per cose di questo genere?

PRESIDENTE. Noi non pensiamo questo. E’ venuto in audizione tempo fa un ufficiale di grado elevato dei carabinieri che ha collaborato con Dalla Chiesa in tutte queste operazioni e che ci ha detto che la tecnica che veniva utilizzata era sempre quella di non tagliare tutta la pianta ma di tagliare i rami secchi e di lasciare qualche ramo verde, perché continuasse a svilupparsi, seguendolo nello sviluppo. Mi piace fare sempre le ipotesi più interne all’albero della probabilità, non quelle più estreme; un’ipotesi è che Mario Moretti era un ramo verde che si lasciava crescere ma che poi ogni tanto sfuggiva di mano, finché non uccide Moro. Sono stato criticato per come conduco gli interrogatori, perché spesso dico delle cose, il che significa che arrivo a delle conclusioni: io faccio delle domande per avere le risposte.

BIELLI. Aggiungo un'altra considerazione a quella del Presidente. Dalle documentazioni che abbiamo e da quanto è stato detto mi sembra che lo stesso Curcio nel ‘78 affermi che avevano avuto dei dubbi sul fatto che Moretti potesse essere un, non vorrei usare il termine infiltrato…

ALLEGRA. Non un infiltrato, ma uno che può darsi avesse saputo che poteva essere arrestato e che si era tirato fuori. Questo l’ho letto anch’io. Su questo non posso che esprimere un parere personale: non credo che Moretti fosse così come lo si vuol descrivere. Penso che lui fosse un eversore che probabilmente su molti punti non andava d’accordo con gli altri, perché non era un tipo tanto facile. D’altra parte, dal 1972 a dopo il sequestro di Sossi, che avviene nel ‘74, le Brigate rosse non sono state disturbate per niente da nessuno, diciamo la verità. Quando viene fuori il famoso memoriale di Pisetta.

MANTICA. Perché in quel caso non verbalizzaste?

ALLEGRA. Perché i colloqui con coloro che ci davano delle notizie non li verbalizzavamo; non bisogna verbalizzarli: si scrivono le loro dichiarazioni e si approfondiscono, ma non si verbalizzano le confidenze. Chi lo fece compì un errore. Quelle stesse notizie Pisetta le aveva date all’ufficio politico della questura di Milano; se andate a vedere – non so se ce lo avete – ci devono essere ancora dei fogli di carta scritti a mano dal povero dottor Calabresi ove egli aveva trascritto quanto gli diceva Pisetta. Cosa facciamo con queste dichiarazioni? Accertiamo frase per frase se corrispondono alla verità. Se troviamo riscontri procediamo, in caso contrario possiamo "sbattere" in galera una persona anche se non c’entra niente solo perché lo ha detto Pisetta? Questo è il concetto. Secondo me il confidente non va mai verbalizzato, perché altrimenti abbiamo il pentito.

PRESIDENTE. Pisetta non era un infiltrato, però subito dopo essere stato fermato nel covo di via Boiardo diventa un vostro confidente e vi dà una serie di informazioni.

ALLEGRA. Dopo di che scompare, anche se aveva promesso che avrebbe continuato a farci sapere. Non so se sia stato per paura od altro. Poi viene ripreso a Trento.

BIELLI. Presidente, vorrei fare un’ultima domanda e poi chiedo scusa ma mi dovrò assentare. È la prima volta che andrò via prima del termine della seduta e non lo considero un fatto positivo. Lei, a proposito di questi collaboratori, ha in qualche modo gestito o avuto dei rapporti con Francesco Marra di Quarto Oggiaro.

ALLEGRA. Marra non mi dice niente in questo momento.

PRESIDENTE. Il nome Rocco le dice niente?

ALLEGRA. E’ un nome o un cognome?

PRESIDENTE. No, è un soprannome. Le dice niente come fonte?

ALLEGRA. No, almeno per quanto mi risulta, anche se può avere avuto dei contatti con qualcuno dei nostri.

PRESIDENTE. Quindi, non è a conoscenza del fatto che fosse uno degli informatori del commissario Musocco.

ALLEGRA. Potrebbe anche darsi, ma certamente il commissario Musocco non veniva a dirlo a noi.

MANTICA. Credo che il dottor Allegra abbia sufficientemente illustrato una situazione nell’ambito della quale si svolgevano i rapporti a Milano e di come si comportava l’ufficio politico. Questo lo dico perché le ultime domande le vorrei fare in merito al commissario Luigi Calabresi, una vicenda che ha segnato la storia di Milano. Da quanto ho capito, almeno dalle poche cose che lei ha detto, Luigi Calabresi seguiva in modo particolare le indagini relative all’area della sinistra, su Feltrinelli, lavorando negli anni 1971-1972 allo smantellamento dei gruppi di azione partigiana e alla scoperta delle prime basi brigatiste a Milano. Le chiedo un giudizio personale. Questa sua conoscenza di tale comparto dell’estremismo milanese può essere stata una della ragioni per le quali fu ucciso?

ALLEGRA. E’ necessario chiarire questo punto. Il Calabresi lo hanno fatto diventare dirigente dell’ufficio politico, poi il braccio destro di Allegra, poi il vice dirigente, insomma gli sono state attribuite un po’ tutte le possibili qualifiche. Era uno dei dieci funzionari ai miei ordini presso l’ufficio politico, che in quel momento aveva una dimensione abbastanza grande. Sia per età che per anzianità non era ai primi posti. Era più giovane di Giancristofori, di Zagari e di Pagnozzi. Ognuno di questi funzionari aveva un suo settore. Il Pagnozzi si occupava di contestazioni, il Calabresi dell’estrema sinistra, il Valentini dell’estrema destra, un altro funzionario del settore sindacale e un altro ancora si occupava esclusivamente di questioni pratiche inerenti alla polizia giudiziaria. L’indagine veniva fatta in collaborazione con chi poteva fornire informazioni anche se sul piano materiale compiti specifici, come la stesura dei verbali, erano in capo ad un altro funzionario. Il Calabresi era quindi uno dei tanti e quindi non si può dire che abbia avuto una parte determinante nella scoperta del covo.

MANTICA. Il dottor Calabresi nell’ambito dei suoi collaboratori si interessava particolarmente dell’area della sinistra. In quegli anni, per una serie di eventi, dai Gap di Feltrinelli alla scoperta delle basi brigatiste, l’area della sinistra forniva molto materiale di lavoro e il Calabresi era una persona conosciuta.

ALLEGRA. I nostri funzionari, ognuno nel suo ambito, erano molto conosciuti anche perché il nostro ufficio non era segreto.

PRESIDENTE. Le ragioni dell’omicidio Calabresi…

ALLEGRA. Non hanno niente a che vedere con questi fatti, perché il Calabresi non ha avuto una parte determinante.

PRESIDENTE. Il Calabresi poteva avere acquisito nella sua attività indagativa informazioni o conoscenze sul mondo della sinistra estrema - di cui si doveva interessare - che possono essere state alla base del suo omicidio?

ALLEGRA. Il Calabresi dava il suo contributo all’ufficio. Il suo settore di indagine non era un suo compito esclusivo, anche se si trattava certamente di un settore che lui curava in modo particolare rispetto ad altri. La vicenda di via Subiaco nasce da una confidenza che un privato fa ad un brigadiere del commissariato di via Cinisio. Questa persona viene a sapere dai giornali che noi cercavamo un furgone di cui esisteva una foto. Una sera al bar questa persona incontra il suddetto brigadiere e gli rivela di aver probabilmente visto quel furgone vicino alla propria abitazione. Andarono in questura verso le 11 di sera e quando io tornai verso mezzanotte trovai un verbale. Mi adirai notevolmente perché questo tipo di verbale non si doveva fare. Si trattava di una semplice notizia - che tale doveva rimanere - che poi è risultata veritiera perché il posto indicato corrispondeva effettivamente a via Subiaco.

MANTICA. La mia domanda aveva una valenza più complessiva. Il dottor Calabresi per anni segue i fatti relativi all’estrema sinistra insieme ad altri suoi collaboratori. Da quanto lei mi sta dicendo - ed è logico - usavate giustamente molto le confidenze. Chi è in una certa area viene a conoscenza di notizie che non verbalizza perché rimangono appunto confidenze. Siccome il dottor Calabresi lavorava in quest’area e poteva aver avuto delle sensibilità o aver cominciato ad intuire qualcosa, può essere che questa sua attività in tale settore fosse una delle ragioni per cui fu poi ucciso? Può essere che il dottor Calabresi sia arrivato a scoprire qualcosa di molto importante per cui doveva essere fermato?

ALLEGRA. Se avesse scoperto qualcosa di importante lo avrei saputo, me lo avrebbe detto.

MANTICA. Le ricordo – ed è scritto in un libro – che il Calabresi pochi giorni prima di morire avrebbe confidato alla moglie di essere stato in Friuli o nel Veneto e di aver perlustrato un enorme deposito di armi e di esplosivi.

ALLEGRA. Questa notizia non corrisponde a verità. Non so se abbia sbagliato la moglie o chi ha scritto il libro, ma l’unica cosa che si può dire su di lui è che una volta fu mandato ad interrogare in carcere un tizio che sosteneva di avere delle rivelazioni da fare. Questa persona sosteneva di essere a conoscenza di attentati in Alto Adige e di altre vicende relative a carabinieri o a poliziotti. Siccome si trattava di vicende che territorialmente non erano nostre…

PRESIDENTE. Non ho ben capito il suo riferimento ai carabinieri e ai poliziotti.

ALLEGRA. Si trattava di vicende relative all’Alto Adige.

MANTICA. Lei in questo momento sostiene che le notizie di un certo significato che potevano essere a disposizione del Calabresi venivano riferite a lei. Lei sostanzialmente oggi dice che ciò che sapeva il Calabresi lo sapeva anche lei.

ALLEGRA. Ero certamente a conoscenza delle cose importanti anche se è possibile che quelle più piccole le tenesse per sé.

PRESIDENTE. Oggi ci conferma come la ragione dell’omicidio Calabresi più probabile sia nel valore simbolico che aveva assunto perché veniva considerato uno dei responsabili della morte di Pinelli.

ALLEGRA. In parte era così; sono, però, contrario a fare teoremi. Ecco perché intendo attenermi ad elementi reali. Se devo esprimere un giudizio posso farlo ma deve rimanere tale. Perché avviene il 17 maggio l’omicidio Calabresi? Cosa avviene nel periodo che intercorre dal mese di marzo al 17 maggio? Ritrovamento del covo di Feltrinelli, dei GAP; di tutte le armi nelle cascine e così via; seguono le Brigate rosse; il 2 maggio scopriamo il covo di via Boiardo; qualche giorno dopo andiamo a via Ferrante Aporti a Torino, dove scopriamo il covo di Levate e compagni; il 17 maggio segue l’omicidio Calabresi. Qualcuno dei nostri si è anche impaurito: abbiamo dovuto trasferire qualcuno; altri hanno ritenuto che fosse, comunque, loro dovere restare; indubbiamente, però, un freno alle indagini lo ha dato perché ci si doveva occupare di un’altra cosa in quel momento più pressante.

PRESIDENTE. Ha una sua logica il suo ragionamento; quello che non torna è che non viene rivendicato come tutti gli omicidi simbolici delle BR.

ALLEGRA. Ha spiegato Curcio nell’intervista rilasciata a Scialoja il motivo per cui non è stato rivendicato.

FRAGALA’. Vorrei sapere l’argomentazione che ha usato Curcio.

ALLEGRA. Curcio ha detto che in occasione dell’omicidio Calabresi alla domanda posta, determinati ambienti di sinistra hanno risposto adducendo come motivazione che si trattava di un atto di giustizia proletaria e non si capiva il motivo per rivendicare una cosa di questo genere.

PRESIDENTE. Ciò esclude che lo abbiano fatto le BR.

FRAGALA’. Le BR fecero la controinchiesta. Infatti, in tutto l’ambiente della sinistra tutti sanno che è stata Lotta continua. E’ vero?

ALLEGRA. Sì.

MANTICA. Aldilà della sua considerazione in base alla quale la morte di Calabresi sposta le attività dell’ufficio investigativo su questo omicidio è anche vero che, poco dopo la morte di Calabresi, in realtà l’ufficio politico della questura di Milano, che aveva ottenuto una serie di successi, viene sostanzialmente smantellato.

ALLEGRA. Non viene smantellato: un componente va via timoroso, avendolo comunque deciso tanto tempo prima. Più o meno tutti avevamo timori. In un momento successivo mi fu imposta la scorta che ho rifiutato ritenendo che un qualsiasi appostamento avrebbe fatto fuori me e la scorta. Ho preso certamente qualche precauzione. Prima di uscire di casa la mattina guardavo alla finestra per vedere se c’era qualcuno. Inoltre, un buon appuntato sostava nei pressi della mia casa per notare se c’era qualcosa di strano. Tutti avevamo timore che potesse succedere qualcosa; però, decidemmo che, avendo scelto questo mestiere, avremmo dovuto correre questi rischi e restare. Qualcuno è stato effettivamente sostituito perché andato via; d’altro canto, se aveva paura era inutile e dannoso tenerlo lì. Successivamente a questi fatti, nel mese di settembre sono accusato di reato per la faccenda del cordino. Noi non fummo più interessati alle indagini dopo il rapporto fatto al magistrato cui mandammo tutto il materiale che si preoccupò solamente di farmi una telefonata nella quale mi disse – ed immagino chi glielo ha detto, visto il comitato…–…

MANTICA. Un comitato che aveva sede presso il tribunale di Milano.

ALLEGRA. …che quella fotografia nella quale si vede il lupo, Cattaneo, che tiene fermo il Macchiarini, sequestrato dalle Brigate rosse, è un fotomontaggio. Gli risposi che non sapevo chi potesse avergli detto una tale sciocchezza; gli consigliai però di guardare gli atti dove avrebbe potuto trovare il negativo, di cui non sapeva niente. L’unica cosa che ha avuto il bisogno di dirmi il magistrato è stata questa. Non voglio fare processi a nessuno. Certamente di errori ne facciamo tutti. Alcune cose però producono alcuni risultati.

DOZZO. Chi è il magistrato cui ha inviato tutta la documentazione che ha riferito il collega Bielli?

ALLEGRA. De Vincenzo.

PRESIDENTE. E’ acquisito agli atti della Commissione. Fu oggetto di un’inchiesta e poi prosciolto.

MANCA. Sarò breve considerato che sta parlando da tanto tempo e con tanta dovizia di particolari. Sul carattere nazionale o meno delle Brigate rosse abbiamo idee abbastanza chiare. Ci può dire se agli inizi degli anni ‘70 le Brigate rosse avessero avuto contatti con gruppi terroristici internazionali, per esempio la banda Baader-Meinhof, la RAF e se le Brigate rosse avessero rapporti con i servizi stranieri dell’epoca?

ALLEGRA. A proposito di eventuali rapporti dei servizi segreti non posso darle una risposta certa, nel senso che al riguardo non ho elementi. Posso dire semplicemente che ci risulta che Franceschini si sia recato a Praga. Tuttavia, queste informazioni le abbiamo avute solo dopo; o meglio le ho sapute non perché me ne sia occupato direttamente -giacché avevo altre cose da fare- ma in quanto credo di averle lette da qualche parte. A proposito di Fontana posso dire che abbiamo trovato un documento, o meglio una specie di certificato sanitario, uno di quelli necessari per ottenere un visto; in base a tale documento risulta che Fontana si dovesse recare in Turchia, tanto è vero che c’è stato un momento in cui abbiamo ritenuto che potesse essere coinvolto in una sparatoria, mi pare in una Commissione internazionale, non ricordo l’episodio. Ci risulta, invece che Viel, quel personaggio che faceva parte del gruppo Ventidue ottobre e che arrestammo in via Subiaco si sia recato in Cecoslovacchia. Tuttavia che questi soggetti avessero rapporti con i servizi segreti non sono in grado di dirlo. Ritengo invece che ci sia stato qualche contatto con la Baader Meinhof, in particolare con Andreas Baader e Ulriche Meinhof di cui risulta traccia di un passaggio a Milano, o meglio a Sesto San Giovanni. Ripeto, tracce di questa banda in Italia risultano intorno alla fine del 1969, in ogni caso bisognerebbe controllare gli atti perché in questo momento non ricordo molto bene.

PRESIDENTE. Su questi aspetti forse sappiamo molto più noi, perché abbiamo a riguardo delle documentazioni e un lungo capitolo della relazione della Commissione di inchiesta sulla strage di via Fani.

MANCA. Signor Presidente, mi permetta di rivolgere queste domande al nostro ospite visto che è una persona così informata dei fatti, peraltro sul periodo iniziale e più interessante del fenomeno terroristico…

ALLEGRA. Non so se all’inizio si sia trattato di appoggi o di input, questo non lo posso dire con certezza, del resto, non posso neanche smentirlo. Ritengo tuttavia che ci siano stati dei contatti più che con la banda Baader-Meinhof con la successiva RAF, ma ritengo si sia trattato solo di scambi di informazioni. Invece c’è un episodio che credo non rientri negli interessi della Commissione e forse non so se sia il caso che ne faccia cenno. In ogni caso anni dopo, quando a Padova o a Verona - non ricordo – ci fu l’incontro del Capo del Governo tedesco che allora mi sembra fosse Schmid e l’allora Presidente del Consiglio italiano che mi pare fosse Andreotti o forse Rumor, si verificò una circostanza. Un nostro sottufficiale al valico di Brogeda fermò due macchine, due Alfa Romeo con targa austriaca, ognuna di queste macchine aveva una persona a bordo. Questo sottufficiale si insospettì e chiese che venisse effettuata la perquisizione, il finanziare presente era d’accordo, ma l’ufficiale di dogana ritenne che non fosse il caso. Tuttavia dal momento che questo nostro sottufficiale, che fu veramente in gamba, non era convinto di questa decisione, approfittando della normativa che prevede la possibilità di respingere i mezzi che non corrispondono alle regole vigenti in Italia, dal momento che una di queste macchine aveva la marmitta che non rientrava in tali regole non fece entrare queste due macchine. I due personaggi tentarono di fare ingresso in Italia attraverso altri valichi; però bisogna considerare che quando un soggetto viene respinto ad un valico ne viene data comunicazione agli altri valichi e quindi alla fine la polizia svizzera si insospettì di questi strani movimenti e fermò i due personaggi e al momento della perquisizione questi soggetti tirarono fuori la pistola. Questi due austriaci furono trovati in possesso dei soldi derivanti dal sequestro Palmers, un industriale del legname austriaco; costoro non viaggiavano da soli, guidavano le macchine perché evidentemente si dovevano recare ad un appuntamento. In ogni caso in una delle due auto furono trovate le impronte di un’appartenente della RAF di cui non ricordo il nome, allora molto nota alla polizia. Il che fece sospettare che questi soggetti si fossero dati appuntamento – naturalmente si tratta solo di un’ipotesi - per recarsi poi a Verona o a Padova per effettuare qualche attentato contro il Primo ministro tedesco o quello italiano.

MANCA. La Commissione ad un certo punto dei suoi lavori si è trovata dinanzi ad una serie di fatti che l’hanno portata a concludere o a ritenere che soprattutto al tempo del rapimento Moro, gli organi preposti a condurre le indagini su questi aspetti specifici non fossero molto preparati. Tra l’altro in tal senso sono state rilasciate dichiarazioni agghiaccianti da parte degli auditi ed è stata fatta anche una specie di graduatoria dell’impreparazione. E’ vero che stasera ci stiamo riferendo ad un periodo diverso, tuttavia è altrettanto vero che questo periodo dovrebbe essere caratterizzato da una maggiore impreparazione visto che si era agli inizi del fenomeno. Questa sera ho invece avuto l’impressione che soprattutto da parte delle forze di polizia non ci fosse quel dilettantismo e quella superficialità che sono emerse successivamente. Detto questo a suo avviso, nonostante gli insuccessi in cui sono incorse, come mai le Brigate rosse non sono state fermate fin dall’inizio, mi riferisco soprattutto all’area milanese dove mi sembra che ci fossero degli apparati a livello di polizia abbastanza attivi? Allargando il campo della mia domanda, vorrei anche sapere se a questa preparazione, vitalità, effervescenza degli apparati di polizia, a suo avviso corrispondesse analogo atteggiamento da parte della magistratura? Infatti, gli organi interessati alle vicende terroristiche sono le forze di polizia investigativa e la magistratura e noi abbiamo sentito dire da alcuni magistrati che si erano sentiti impreparati dal momento che si era ancora all’inizio della lotta contro il terrorismo. Qualcuno addirittura ha spostato l’accusa di impreparazione sulle forze di polizia; da parte nostra, invece, attraverso la verifica di atti e mediante successive audizioni abbiamo potuto verificare che alle forze di polizia per quanto gli competeva non erano attribuibili responsabilità di questo genere. Ebbene, qual è il suo giudizio riguardo a questi aspetti?

ALLEGRA. Debbo dire che il fatto che si sia accennato alla questione dell’impreparazione mi sorprende.

MANCA. A chi si riferisce?

ALLEGRA. Intendo riferirmi al fatto che si sia accennato a questa impreparazione.

MANCA. A quale di questi due soggetti si riferisce? Alla polizia o alla magistratura?

ALLEGRA. Parlo della magistratura. Si riferisce a quella di Milano?

MANCA. Il magistrato che ci ha parlato di tale questione non è della procura di Milano .

ALLEGRA. E’ indubbio che non sia stato fatto tutto quello che in realtà si sarebbe dovuto fare. In ogni caso, ad un certo punto è come se fossimo stati tagliati fuori dal momento che nessuno ci chiese più niente. Ciro De Vincenzo si è avvalso della collaborazione di un ufficiale dei carabinieri giovane, per carità validissimo, ma che ha dovuto imparare tutto. In ogni caso dovrei verificare gli atti che ha prodotto. Siamo arrivati nel 1974, al sequestro di Sossi e sono passati due anni, hanno potuto ricostituirsi. Poi, non vogliamo fare una causa alla magistratura come tale, ma bisogna dire che c’è stato anche questo: una disinformazione colpevole, stupida e talvolta non so se anche per mala fede o per ignoranza. Tutto ciò ha avuto la sua influenza su certi settori anche della stessa magistratura. Non so se lei ricorderà questa notizia, ma si diceva che noi avevamo preso Feltrinelli, l’avevamo trasportato fino a sotto il traliccio per farlo saltare in aria, cose di questo genere, quando tutti sapevano, la sera stessa, e la signora Schöntal era stata rintracciata, in un salotto milanese e l’avevano chiamata d’urgenza, quindi sapevano tutti cosa era accaduto. Non è possibile che certa stampa, anche di sinistra, non sapesse certe cose, dovevano saperle anche più di noi che facevamo fatica ad avere certe informazioni, dovevamo raccattarle. Pertanto anche la stasi che si è verificata, secondo me, è stata gravissima dal punto di vista degli effetti che ha prodotto. Ci si è arrivati quando questi sono diventati più aggressivi e più forti e non si era nelle condizioni per fronteggiarli.

MANCA. Secondo lei quali sono le ragioni per cui, in sostanza, si è verificata questa stasi?

ALLEGRA. Lo sto dicendo. Basta leggere tutto ciò che si scriveva in quei giorni nei nostri confronti e nei confronti delle Brigate rosse: "i messaggi che fanno sono farneticanti", ma quelli non farneticavano affatto. Quello che scrivevano lo pensavano veramente.

PRESIDENTE. Su questo sono pienamente d’accordo.

ALLEGRA. Questa è stata l’atmosfera che si è creata. Ad un certo punto si aveva quasi paura. Per fortuna io sono andato via nel gennaio del 1973, ma mi metto nei panni dei miei colleghi perché fare indagini in certi campi significava essere accusati di tutto. E allora, chi glielo faceva fare?

FRAGALA’. Dottor Allegra, la ringrazio per la sua disponibilità e mi aggancio all’ultima risposta da lei fornita alla domanda del senatore Manca. In pratica, lei sostiene che in quel periodo in Italia vi era una vera e propria contro-informazione che ostacolava le indagini. Faccio un esempio. Il quotidiano "Il Giorno" di Milano, di proprietà pubblica, il 23 febbraio del 1975 sentii il dovere di dare ai suoi lettori la chiave di lettura di un fenomeno che stava diventando sempre più inquietante, cioè le Brigate rosse; per farlo impegnò una delle sue firme più prestigiose, quella di Giorgio Bocca. L’articolo, a pagina 5, aveva un titolo che non lasciava spazio ad equivoci "L’eterna favola delle Brigate rosse". "A me queste Brigate rosse" – scriveva Giorgio Bocca - "fanno un curioso effetto di favola per bambini scemi o insonnoliti e quando i magistrati, gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti ricominciano a narrarla mi viene come un ondata di tenerezza perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla". Purtroppo, come lei sa e come hanno saputo tante vittime, quella delle Brigate rosse non era una favola come voleva sostenere Bocca. La mia prima domanda è la seguente: secondo lei, vi era una vera e propria contro-informazione, in quel periodo, che utilizzava firme "prestigiose" come quella di Giorgio Bocca per garantire l’impunità alle Brigate rosse e per impedire che si indagasse a sinistra?

ALLEGRA. Che ci sia stato un fenomeno di grandi proporzioni di disinformazione su questo non ci piove. Gli storici cercheranno le cause e vedranno i relativi motivi, se si tratta di iniziativa di singole persone che si danno l’aria di essere grandi uomini e poi sono di modesta entità. Un giornalista di cui non faccio il nome una volta mi intervistò e mi definì – eravamo all’inizio della contestazione – "un funzionario che viene dal profondo sud", detto con un senso di razzismo. Tra le altre cose mi veniva da ridere perché il profondo sud da dove io provengo ha cinquemila anni di storia, mentre la parte da dove proveniva questo signore era ancora all’età delle palafitte. Comunque non c’è dubbio su questo. Ricordo un giornalista importante, che ha diretto anche un giornale cattolico, che si avvicina a Cossiga, allora ministro dell’interno, parlandogli di "fascisti" dopo un fatto a firma delle Brigate rosse. Il Ministro replicò che non si trattava di fascisti, ma di Brigate rosse. Si doveva influenzare il Ministro a dare una certa risposta. Pertanto, non so se si sia trattato di un fatto di snobismo, o se sia stato fatto perché qualcuno aveva interesse che si facesse questo tipo d’informazione. Vorrei che anche i giovani poliziotti d’oggi lo sapessero e non si facessero illusioni: per certi ambienti noi siamo una razza inferiore perché siamo meridionali, si tratta di un fenomeno inconscio ma che esiste. Certo, questo ha giustificato l’inerzia o provocato in molti il disincanto: in fin dei conti chi ce lo fa fare?

PRESIDENTE. Il problema non è che noi stiamo facendo un’indagine ma riguarda il fatto che queste cose non sono avvenute soltanto nel 1975, sono avvenute anche successivamente, dopo che il Capo dello Stato, onorevole Scalfaro, pose il problema se oltre alle responsabilità accertate, nel caso Moro ci fossero altre intelligenze. Questa Commissione da allora, bene o male, nei suoi limiti, sta cercando di dare risposta a questo interrogativo: ci possono essere state altre intelligenze? Personalmente nell’estate del 1999 avevo distribuito un documento istruttorio per dire quello che potevamo fare in quest’ultimo anno; allora Giorgio Bocca ha scritto un articolo di fuoco nei confronti della Commissione affermando che era inutile cercare altre intelligenze, perché tutto il mondo sapeva che nella direzione strategica delle Brigate rosse c’erano degli intellettuali, che però non contavano niente perché alla fine le decisioni le prendevano i capi militari, Moretti, Azzolini e Bonisoli e che noi facevamo un inutile lavoro per cercare di sapere chi fossero questi intellettuali che facevano parte della direzione strategica delle Brigate rosse. Il problema però è che non si muove solo Giorgio Bocca ma contemporaneamente, in una settimana, i giornali italiani furono pieni di articoli di questo genere: si muove Ernesto Galli della Loggia, si muove Lino Jannuzzi, si muove Teodori, parte una grancassa. Noi avevamo e abbiamo tuttora il problema di sapere (per lo meno gli ambiti dove possono esserci state queste altre intelligenze pensiamo di averli capiti), ma si è fatto un fuoco di sbarramento per dire di lasciare stare, di chiudere, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Poi è venuta una persona come Piperno e ci ha detto che aveva capito quanto fossero infiltrate nella società italiana le Brigate rosse quando ha potuto riflettere sul proprietario della casa alto borghese in cui nell’agosto del 1978 incontrò l’uccisore di Moro, cioè Moretti. E’ venuto Maccari e ci ha detto che noi saremmo stupiti nel sapere quante persone che oggi possono avere un posto importante nell’informazione, nell’università e nel sindacato in quegli anni facevano a gara per avere a cena i capi guerriglieri. Era l’Italia di quel periodo. Scusi onorevole Fragalà, ma volevo attualizzare questa sua polemica poiché quanto avvenuto con l’articolo che lei ha citato è avvenuto tale e quale nell’estate del 1999 e, devo dire, da postazioni di fuoco contrapposte; si è sparato su questa Commissione perché ci ponevamo quel problema.

ALLEGRA. Voglio citare anche un giornalista, che conosceva l'ambiente e che in un certo senso all'inizio si mise su quella strada, ma che ad un certo punto ha avuto il coraggio di fare autocritica ricevendo l'attacco di tutti. Quando ancora ero a Milano, quando le BR si erano trasformate da collettivo politico metropolitano in Nuova sinistra, pubblicavano un giornale che così si chiamava dove non facevano mistero delle loro intenzioni e dove dicevano che era necessario armarsi. Eravamo preoccupati di questo giornale, lo dissi al capo della polizia Vicari, facendo scandalo perché mi ero permesso di dire che stavamo andando incontro alla guerriglia. Vi fu allora una manifestazione sindacale che partiva dai Bastioni fino a piazza Duomo. Ero di servizio in testa al corteo e con me c'era quel giornalista assieme ad altri. Mi chiese se avevo letto quel giornale. Risposi di sì e che ero convinto che prima o poi qualcosa sarebbe accaduto. Dopo lui per un po’ si orientò come gli altri e successivamente fece autocritica e io lo chiamai per ricordargli quell'incontro durante il corteo. Voglio dare atto a quel giornalista di aver avuto il coraggio di fare autocritica. Anzi ad un certo punto mi ha dato ragione perché scrisse proprio: "Allegra aveva ragione". Così non hanno fatto altri che continuano a dire certe cose dimostrando di non aver capito niente. Certe persone a volte si sopravvalutano, in realtà scrivono di certe cose senza aver capito nulla. Ci sono fenomeni che non si possono riconoscere in pochi giorni...

PRESIDENTE. Anche l'articolo di Bocca che è stato citato è del 1975. Poi Bocca è diventato uno dei più realistici rispetto alla ricostruzione dell'organizzazione delle BR. Lo ha fatto attraverso le interviste a Moretti e a Franceschini, è stato uno dei primi a ricostruire con chiarezza la storia delle BR in anni successivi al 1975, quando alcuni furono catturati e poteva cominciare a intervistarli.

FRAGALA'. Però il tema che stasera ha posto il dottor Allegra è un altro. Non ci troviamo di fronte a persone come a Bocca o altri che avevano gli occhi foderati di prosciutto e che poi hanno fatto autocritica. Il tema che ha posto il dottore Allegra è che quando saltò in aria Feltrinelli tutta la Milano bene lo sapeva e c'era una campagna dolosa di controinformazione per impedire le indagini a sinistra o per ostacolarle. È un fatto diverso. Quando Bocca, Pansa o Camilla Cederna scrivevano in quel modo….

ALLEGRA. Anche Ghirelli.

FRAGALA'. …sapevano bene quello che era successo a Calabresi, a Feltrinelli, ad altri, solo che scrivevano in quel modo perché la loro militanza politica li portava a fare questa opera di controinformazione per impedire o ostacolare le indagini a sinistra. Il dottore Allegra ha posto questo tema e mi pare molto rilevante. Quello che sostiene lei è cosa diversa, di cui prendiamo atto.

PRESIDENTE. Non è diversa, è l'inerzia di quel fenomeno, perchè il problema è capire chi l'ha fatta franca ancora oggi.

FRAGALA'. Vorrei chiedere alcune cose specifiche. Può confermare che dopo l'attentato di piazza Fontana le pervenne la notizia da una fonte del SID che indicava Feltrinelli come il personaggio che stava dietro gli attentati?

ALLEGRA. No, il SID non aveva rapporti diretti con noi.

FRAGALA'. Non il SID, una fonte del SID. Non ebbe alcuna indicazione che Feltrinelli era dietro gli attentati dopo piazza Fontana?

ALLEGRA. Era un sospetto anche nostro all'inizio, ma poi non è emerso niente, anzi risultò che si trovava all'estero perché era uscito dall'Italia poco prima.

FRAGALA'. Perché secondo lei Feltrinelli lasciò Milano il 5 dicembre 1969, dopo essere stato interrogato dal giudice su precedenti attentati?

ALLEGRA. Perché non lo so, forse aveva attività all'estero non solo di tipo editoriale.

FRAGALA'. Attività guerrigliere.

ALLEGRA. In Germania e in Francia. So che rientrò in Italia e si presentò a Moscatelli dicendo che era pronto, pensando che ci sarebbe stato un colpo di Stato e che sarebbe stato necessario combattere, ma quello non lo prese sul serio. Lo dico solo perché l'ho letto e l'ho sentito da qualche parte, ma non è una faccenda di cui sono in grado di dare una certa informazione.

FRAGALA'. Su Pinellli, il capitano dei carabinieri Lo Grano, nel processo Calabresi-Lotta continua ha dichiarato che poco prima che Pinelli precipitasse dalla finestra sul tavolo della stanza fu posta una cassetta jewelparma identica a quelle usate negli attentati. Lei ne è al corrente?

ALLEGRA. Non lo ricordo affatto, non vorrei smentirla, però mi giunge nuova.

FRAGALA'. Ci può parlare dei rapporti intrattenuti con la fonte "Anna Bolena", ovvero Enrico Rovelli?

ALLEGRA. Per quanto riguarda i rapporti confidenziali, Enrico Rovelli era da noi sospettato, insieme con Tito Pulsinelli, di aver fatto, o appoggiato o agevolato l'attentato contro l'ufficio spagnolo del turismo, quello contro la caserma Garibaldi e quello non riuscito contro la chiesa Delle Grazie di Milano. Questo ci venne detto da Ivo Della Savia il 1° maggio 1969. Della Savia, dalle indagini svolte a Milano, risultò essere l'autore, insieme al fratello, dell'attentato al palazzo di giustizia a Roma. Noi chiedemmo alla questura di Roma di procedere e di portarlo a Milano. Della Savia è uno che parla; ha parlato persino degli attentati avvenuti il 25 aprile 1963 contro il comune di Milano. Quando, il 25 dell’anno scorso (o di due anni addietro), ci fu un attentato di "Azione diretta" contro il Comune di Milano, andai in Questura per ricordare che anche il 25 aprile 1963 era stato commesso un attentato contro lo stesso Comune e, precisamente, da Ivo Della Savia. Mi risulta che, dato il lungo tempo trascorso, le ricerche dei precedenti non hanno avuto un esito favorevole. Io ricordo bene l’avvenimento perché ero in ospedale per un incidente stradale patito mentre facevo la scorta all’onorevole Fanfani. Per quanto riguarda il Pulsinelli, in base a una perizia calligrafica risultava che potesse essere l’autore dell’attentato all’ufficio spagnolo del turismo, perché vi era una rivendicazione scritta a penna con una "t" finale. E Ivo Della Savia in questo senso ci aveva indicato. Decidemmo allora di chiedere un’autorizzazione alla perquisizione di questo Rovelli, perché sapevamo che il Pulsinelli viveva con lui. Era il 1° maggio e purtroppo abbiamo dovuto aspettare le 6 per trovare un magistrato disponibile addetto a questa autorizzazione. Quindi andammo a casa di Rovelli, fuori Milano, e trovammo che se l’era squagliata con il Pulsinelli. Furono rintracciati dopo qualche mese a Riccione, dove mi pare che avessero messo una specie di edicola. Per Pulsinelli vi era un ordine di cattura, per il Rovelli avevamo chiesto il fermo, perché volevamo interrogarlo su quanto ci aveva detto Della Savia. Pertanto, la sera stessa partiamo per Riccione. Per portare Rovelli a Milano bisognava farlo interrogare dal procuratore della Repubblica del posto, che ci doveva autorizzare; altrimenti non potevamo portarlo a Milano. Quindi dovemmo rimandare al giorno dopo. Il Pulsinelli non disse niente; per lui vi era un ordine di cattura, venne ammanettato e i Carabinieri lo spedirono direttamente da Riccione a San Vittore; compiendo un atto doveroso, in un certo senso, ma forse avrebbero potuto aspettare noi, avremmo potuto portarlo noi. Niente di male, ma questo ha determinato un danno. Rovelli aveva una attività commerciale, aveva una famiglia e dei figli a cui era molto legato. Cominciò a dire: "Mah, io… se voi mi aiutate… non ho fatto niente di male. Vi posso aiutare, eccetera". "Va bene. Cosa puoi fare per noi?". "Se mi mettete a contatto con Pulsinelli… può darsi che egli sappia qualcosa che io non so: perché quando il giornale ha pubblicato la notizia che vi erano stati degli attentati sui treni, lui ha detto: ‘Ma allora quelli facevano sul serio’».

PRESIDENTE. Pulsinelli era l’altro anarchico.

ALLEGRA. Sì. "Allora facevano sul serio", aveva detto Pulsinelli, per cui Rovelli pensava che sapesse qualcosa. Lui bazzicava l’ex Hotel Commercio di Milano. Ho detto: "Va bene, adesso vediamo". Intanto, siccome Pulsinelli lo avevano portato a San Vittore, questo contatto non si poteva fare. Comunque Rovelli disse che avrebbe collaborato. Qualcosa ci disse: ci parlò di qualche personaggio che lui riteneva importante; ci fece anche l’identikit di Jean Pierre da Nanterre, che lui conosceva. Non è che fu…, però aveva dei rapporti internazionali. C’è un particolare, che risale al periodo in cui ero ancora a Milano: un giorno, al circolo Ponte La Ghisolfa, gli diedero l’incarico di fare un passaporto falso (credo che sia anche grafico o qualcosa del genere); gli diedero una fotografia. Lui ci avvertì e ci disse: "Mi hanno chiesto questo".

PRESIDENTE. Era la fotografia di Bertoli?

ALLEGRA. Sì. Ci chiedemmo chi fosse questo tizio del passaporto falso. Allora non vi erano gli strumenti di oggi: facemmo una riproduzione fotografica e la inviammo alle questure del Nord. Comunque facemmo delle indagini.

PRESIDENTE. Un appunto su questo è stato ritrovato nell’archivio-deposito di via Appia. E’ stato casualmente scoperto anni fa.

ALLEGRA. Ci fu risposto (credo dalla questura di Venezia): "Questo si chiama Bertoli, è un anarchico eccetera". Poi "Anna Bolena" ci disse: "No, non si sono fatti più vivi, mi è rimasta la fotografia". Ci disse che il Bertoli si sarebbe servito di un documento fornitogli da altra persona. Quindi la vicenda finì. Poi, uno o due anni dopo (adesso non ricordo)…

PRESIDENTE. Nel maggio 1973.

ALLEGRA. Io purtroppo mi trovavo sul posto: scoppiò questa bomba.

PRESIDENTE. Si doveva scoprire un busto dedicato al commissario Calabresi.

ALLEGRA. Sì, era l’anniversario della sua uccisione. Quando è scoppiata la bomba, pochi istanti prima, mi stavo incontrando con gli ufficiali dei carabinieri, il comandante dei vigili urbani e così via: ci stringevamo la mano per accomiatarci. Arrivò il collega Zagari, mi prese per un braccio e mi disse: "Andiamo su a salutare Palumbo". In quel momento scoppiò la bomba: praticamente portandomi via mi ha salvato la vita.

FRAGALA’. "Anna Bolena" quali informazioni vi diede su piazza Fontana?

ALLEGRA. Su piazza Fontana non diede informazioni. Su piazza Fontana espose anche i suoi dubbi, ma non fu in grado di dare informazioni. Solo – ma lo aveva detto prima – ha citato un personaggio che secondo lui poteva essere importante. Ma siccome non è stato coinvolto in niente, è inutile che faccia il suo nome. Anche se personalmente ritengo che poteva essere una persona importante.

PRESIDENTE. Chi era?

ALLEGRA. No, non si è potuto indagare a fondo su di lui perché… forse D’Ambrosio ha fatto quancosa, non so.

PRESIDENTE. Prima lei ha parlato di una diversa fonte informativa che vi aveva segnalato la possibilità che l’autore della strage di piazza Fontana potesse essere un ferroviere anarchico.

ALLEGRA. Non di piazza Fontana, dell’attentato sui treni.

PRESIDENTE. Quindi vi domandavate se Pinelli fosse l’unico ferroviere anarchico?

ALLEGRA. Glielo chiesi io stesso a lui, ma non è che ci tenessimo tanto. Però, si fa la domanda e si vede come risponde.

FRAGALA’. Nella informativa che viene da Enrico Rovelli, cioè "Anna Bolena", c’è scritto che: "Avviandosi alla conclusione delle sue confidenze, l’Augusta ha detto"…

ALLEGRA. Sì, me lo ricordo, sebbene in modo vago. L’Augusta era un’edicolante di fede anarchica.

FRAGALA’. Si chiamava Augusta Farvo.

ALLEGRA. Aveva un’edicola in via Passaggio degli Osii; aveva contatti un po’ con tutti e gli fece queste confidenze. Mi sembra che c’entrasse il Sottosanti…

FRAGALA. C’entrava "il Nino" e il Pinelli.

ALLEGRA. Il Sottosanti era quello che il pomeriggio del 12 dicembre andò a trovare Pinelli e riscosse l’assegno di 15.000 lire; Pinelli non ha mai voluto dire che era insieme con lui. Questo è il motivo per cui il fermo di quest’ultimo si protrasse: aveva dato un alibi che era stato smontato.

MANTICA. Nino Sottosanti era di destra?

ALLEGRA. Lui frequentava gli ambienti anarchici e diceva che suo padre era un martire fascista. Quindi lo chiamavano "Nino il fascista". A me sembrava una persona che "se ne fregava" della destra e della sinistra e pensava ai fatti suoi. Era stato anche nella Legione straniera…

MANTICA. Allora era di moda.

ALLEGRA. Ci andavano i delinquenti.

FRAGALA’. Dottor Allegra, le leggo la nota così lei può avere un ricordo preciso: "Avviandosi alla conclusione delle sue confidenze, l’Augusta Farvo ha detto che il Nino è giunto a Milano il 2 dicembre e che ripartì il 13, il giorno dopo l’attentato alla Banca dell’Agricoltura. Assicura di essere a conoscenza che il Nino, dopo il pranzo a casa di Pinelli, tentò in tutti i modi di convincere quest’ultimo ad accompagnarlo in centro ma che Pinelli rifiutò. L’Augusta avrebbe saputo questo dalla moglie di Pinelli. Questo categorico rifiuto del Pinelli a portarsi in centro è interpretato dalla stessa come una conferma che il Pinelli stesso era a conoscenza di quello che doveva accadere e che preferiva rimanere al bar per l’alibi. L’Augusta ha detto anche di aver saputo dalla madre di Pulsinelli che durante la notte dall’11 al 12 dicembre il Nino non ha toccato letto; ha passeggiato per la stanza tutta la notte, fumando molte sigarette. Il Nino dal giorno 2 alla partenza da Milano era stato ospite a casa del Pulsinelli". Lei ricorda questa informativa?

ALLEGRA. Adesso la ricordo.

MANTICA. Nino il fascista sembra il sosia di Valpreda.

ALLEGRA. Che poi sosia non è; hanno cercato di tirarlo in ballo come sosia a suo tempo questi signori dell’informazione di cui si parlava prima.

MIGNONE. Dottor Allegra, vorrei tornare un po’ al ‘74, quando il dottor D’Amato diviene dirigente dei servizi di polizia stradale, ferroviaria, postale e di frontiera e lei era a Ponte Chiasso. Proprio lì, al confine con la Svizzera, fu arrestato Valerio Morucci e Libero Maisano. Ci sa dire se quell’arresto fu fatto dalla polizia svizzera?

ALLEGRA. Sì, la stazione di Chiasso è in territorio Svizzero.

MIGNONE. Ma in quell’occasione furono anche sequestrate alcune agende?

ALLEGRA. Un fucile, o forse due, che era stato rubato…

MIGNONE. Quelle agende furono sviluppate? Cioè in esse c’erano i nomi un po’ di tutti.

ALLEGRA. La polizia svizzera non è che sia stata molto disponibile in quella circostanza, non so perché. Esisteva una convenzione, che mi sembra si chiamasse "convenzione sui controlli abbinati". Noi facevamo controlli per quelli che venivano in Italia o andavano dall’Italia. Anche se era compito nostro arrestarli, la convenzione del Gottardo prevede che quando questi soggetti hanno commesso un reato in territorio svizzero in tal caso interviene l’autorità svizzera. Cioè loro hanno detto che se questi avevano delle armi rubate in Svizzera avevano commesso un reato contro di loro e che quindi veniva meno la competenza della polizia di frontiera. Non ci hanno nemmeno detto niente. Poi abbiamo saputo confidenzialmente, perché ero diventato amico del capo della polizia cantonale, il dottor Lepri, che li espulsero attraverso l’Austria.

MIGNONE. Sarebbe molto importante sapere se erano indicati alcuni nomi che poi sono diventati un po’ le componenti fondamentali.

ALLEGRA. Io mi ricordo Libero Maesano e Valerio Morucci.

MIGNONE. Le risulta però se nelle loro agende c’erano nomi di personaggi importanti; le risulta se nell’agenda di Maesano c’era anche il nome di Germano Maccari?

ALLEGRA. Noi queste agende non le abbiamo viste, deve chiederle agli svizzeri. Furono loro ad arrestarli.

MIGNONE. E ci sa dire qualcosa sul traffico di armi tra la Svizzera e l’Italia attraverso Ponte Chiasso?

ALLEGRA. Quello è un romanzo, di realtà non c’è niente. C’era gente che andava in Svizzera e si comprava un fucile dell’esercito svizzero, che veniva modificato e diveniva un fucile da caccia grossa; una volta portato in Italia poteva ritornare…

PRESIDENTE. Un fucile da caccia in zona Alpi?

ALLEGRA. No, da caccia grossa. Una volta, dalle parti di Domodossola fu preso un personaggio con un fucile di questo genere, il quale diceva trattarsi di un fucile normale e che in Svizzera gli era stato venduto come fucile da caccia; quindi poteva essere temporaneamente importato. In quell’occasione un mio collega funzionario sostenne che secondo lui era un fucile da guerra. Però, che andassero in Svizzera o in Liechtenstein a comprare delle armi corte, pistole o cose del genere, senza grandi formalità è certamente una cosa che è avvenuta e di cui si hanno elementi di riscontro.

PRESIDENTE. Morucci ci ha raccontato di altri acquisti di armi che lui ha fatto in Svizzera.

ALLEGRA. Avevano degli appoggi formidabili, ad esempio, un certo professor Galli e tale Jairo Daghino; però che ci fosse un traffico d’armi in grande stile fra il Ticino e l’Italia non mi sembra.

MIGNONE. Lei, dottor Allegra, tra i primi brigatisti ha citato la Tuscher, cioè la nipote della Abbé Pierre, che più tardi è diventata un’esponente dell’Hyperion, la scuola di lingue di Parigi. Ci sa dire qualche cosa in più sui primi brigatisti che poi sono emigrati a Parigi?

ALLEGRA. Quando sorsero le Brigate rosse, lei sa che la prima riunione la fecero a Chiavari alla "Stella Maris", un albergo del luogo, poi, una volta organizzati, si chiamarono "collettivo politico metropolitano". Da quelle notizie che siamo riusciti a percepire di questo gruppo inizialmente faceva parte Franco Troiano, Corrado Simioni, Salvoni Innocente, la Tuscher Françoise, Schiavi Elvira ed un certo Ravizza Garibaldi. All’inizio erano così, però tra di loro sorse qualcosa. Fecero una rapina sotto Natale in un supermercato che fruttò anche parecchi soldi. Questo gruppo di primi fondatori a quanto pare – è una notizia da verificare – si appropriarono di questi soldi e se ne andarono in Liguria e furono in qualche maniera anche sospettati di aver sfruttato questa situazione. Quelli, invece, pare che non intendessero andare d’accordo con questi perché non erano in linea sul problema della clandestinità. A quell’epoca le Brigate rosse non erano infatti eccessivamente clandestine.

PRESIDENTE. Il gruppo si chiamava "superclan".

ALLEGRA. Questo gruppo, che poi perdemmo di vista perché molti si recarono all’estero e vennero fuori sotto l’Hyperion, però operò ancora in Italia, anche se non abbiamo mai potuto accertarlo. Sta di fatto che la Françoise Tuscher, la Schiavi Elvira e il Salvoni Innocente e quindi anche gli altri, furono protagonisti di questo episodio. La Schiavi Elvira sedusse una nostra guardia di pubblica sicurezza che faceva servizio fisso presso la sede del partito comunista. In poche parole lo convinse a seguirlo a casa sua. Questo ragazzo le credette seguendola all’idroscalo. Ad un certo punto la ragazza, dopo avergli chiesto di aspettarla, sostenendo che doveva controllare che i suoi parenti fossero partiti per le ferie e quindi che l’abitazione fosse libera, si allontanò assicurandogli che sarebbe presto tornata. Il ragazzo rimase lì, fu aggredito da quattro persone che lo spogliarono nudo, lo legarono con le sue stesse manette e gli sottrassero la pistola. All’epoca del fatto mi trovavo in ferie e appresi la notizia dai giornali. Telefonai a Milano e dissi che bisognava stare attenti perché si trattava di un delitto politico. Il dirigente della Squadra Mobile di allora mi disse che ero fissato e che vedevo in ogni cosa la politica. Risposi che la delinquenza comune non avrebbe mai legato un agente di polizia con le mani dietro la schiena. Al massimo gli avrebbe sottratto la pistola dopo averlo pestato. Sta di fatto che il comandante della celere di cui faceva parte questa guardia gli concesse tre mesi di tempo per girare liberamente a Milano insieme ad un collega e per cercare di rintracciare questa ragazza. Alla fine dopo tanti giri finirono per incontrarla insieme a questa Françoise Tuscher, la bloccarono e le sequestrarono la borsetta. Nella borsetta fu trovato un materiale interessantissimo: ipotesi di rapine, le rapine fatte, come si costruisce una base clandestina, la stufa sempre accesa, il documento che quando si esce deve essere sempre portato nella borsetta, se non si fa in tempo lo si deve mangiare e altre questioni del genere. Queste donne furono arrestate fino a quando il fatto non fu chiarito. Quando la Schiavi Elvira fu rilasciata andò via da Milano per poi credo finire a Firenze in una scuola.

MIGNONE. Perché non avete effettuato accertamenti su Hyperion?

ALLEGRA. A parte il fatto che sarebbe stato necessario andare a Parigi – non era un nostro compito –, il vero problema è che ne siamo venuti a conoscenza soltanto successivamente.

PRESIDENTE. Il giudice Calogero però andò a Parigi.

ALLEGRA. In che anno?

PRESIDENTE. Parliamo del 7 aprile 1979.

ALLEGRA. Quindi, lei si riferisce ad un fatto accaduto sette anni dopo.

PRESIDENTE. La soffiata ai giornali però partì dal Viminale. Lei quindi era sempre alle dipendenze di D’Amato quando lui passò alla polizia di frontiera.

ALLEGRA. In realtà, io dipendevo dal Ministero dell’interno anche se certamente come settore di servizio ero alle sue dipendenze.

PRESIDENTE. Agli atti della Commissione abbiamo una lettera di D’Amato al ministro Rognoni in cui lui afferma di aver sempre diretto l’ufficio affari riservati finché nel 1974, per una polemica nata con il servizio segreto militare, fu ritenuto opportuno il suo spostamento a dirigere la polizia di frontiera. Vorrei che fosse chiaro – scrisse al Ministro – che, su richiesta del Ministro dell’interno dell’epoca e del Capo della polizia (un fatto confermato da tutti i ministri e da tutti i capi della polizia succedutisi nel tempo), non ho mai smesso di svolgere compiti di polizia politica.

ALLEGRA. Il fatto che non abbia mai smesso non significa che abbia lavorato per noi. Probabilmente svolgeva un incarico per il Ministero.

PRESIDENTE. E poi aggiunge che se la sua attività si dovesse inquadrare in una luce fosca poteva forse di volta in volta sembrare agente di una parte o dell’altra, essere stato vicino ai terroristi palestinesi o all’eversione di destra? Poteva svolgere questa attività da solo? Doveva certamente avere delle persone fidate.

ALLEGRA. Signor Presidente, conosco bene i colleghi che lavoravano allora presso il servizio affari riservati. Mi riferisco a Milioni, Carlino, Russomanno, Pierantoni e Bonagura che credo sia ancora in servizio. Si trattava di persone di buona cultura e a mio giudizio correttissime. Sono a conoscenza del fatto che il Carlino ha scritto anche una lettera ad un giornale di Roma. Considerati i rapporti che avevo con loro e il fatto che metterei la mano sul fuoco sulla correttezza di questi funzionari, se avessero avuto sentore di qualcosa, qualche notizia mi sarebbe pure arrivata.

PRESIDENTE. Il vero problema è se determinate funzioni anziché essere imputate al luogo istituzionale deputato a ciò, non venissero svolti da luoghi diversi.

ALLEGRA. Le specialità non avevano niente a che fare con questa faccenda. Anche l’attività di frontiera poteva essere connessa con un’attività politica. Ricordo che una sera, durante il sequestro Moro, fermammo alla frontiera di Brogeda cinque persone, quattro donne tedesche e un italiano.

PRESIDENTE. Secondo lei è una millanteria quella che D’Amato scrive al Ministro dell’interno?

ALLEGRA. Non credo che sia una millanteria. Ritengo anzi che lui potesse essere spesso sentito per la sua esperienza e per i suggerimenti che era in grado di dare. Poi, non sono in grado di dire se ciò avvenisse e in quale maniera, ma non sono neanche in grado di escluderlo. Indubbiamente era considerato una persona di grande intelligenza.

PRESIDENTE. Lei ha detto che metterebbe la mano sul fuoco per tutti i funzionari che ha nominato. Sul fatto che il dottor Russomanno passa al giornalista Isman l’interrogatorio di Peci, che idea si è fatto?

ALLEGRA. Lui stesso mi ha raccontato la vicenda e quindi ho il dovere di credergli.

PRESIDENTE. Ovviamente il nostro dovere non è il credere, ma di indagare.

ALLEGRA. All’epoca dell’interrogatorio di Peci lui si trovava al SISDE. Siccome in quell’interrogatorio vi erano una o più pagine in cui spiegava le ragioni morali che lo avevano spinto a collaborare con lo Stato, lui ritenne che se quell’argomento di una o due pagine avesse avuto una diffusione, avrebbe potuto trattenere – dal momento che in quel momento a Roma c’erano più di trenta ragazzi pronti a passare al terrorismo…

PRESIDENTE. E’ una giustificazione da lui data anche nel corso del processo. Comunque le Brigate rosse furono avvertite della possibilità del pentitismo. Ricordo infatti che il fratello di Peci ci rimise anche la pelle.

ALLEGRA. Comunque, sta di fatto che – me lo ha raccontato personalmente – assente quando Isman ha avuto il verbale, aveva raccomandato ad un suo collaboratore di darne solo due pagine nel caso si fosse presentato un giornalista; venne dato invece tutto il verbale. Mi è stato detto anche che si è meravigliato di non aver ricevuto un aiuto da chi era al corrente di questa decisione.

MIGNONE. Ha il ricordo di un colloquio con Grassini, D’Amato ed altri funzionari all’Hotel Metropole di Roma nell’aprile del 1980? In tal caso, di che cosa si parlò e chi ebbe a convocare quell’incontro?

ALLEGRA. Ricordo vagamente l’incontro; secondo me, convocato dal Capo della polizia. Lo scopo era quello di avere il parere di chi si era occupato di questi problemi in merito alla situazione. Se non erro, era un periodo nel quale erano stati uccisi anche dei magistrati del Ministero di grazia e giustizia.

MIGNONE. Non sa dirci quindi se furono prese delle decisioni operative?

ALLEGRA. E’ stata più che altro una riunione informativa.

MIGNONE. Non si ricorda se si parlò di terrorismo, dei rapporti internazionali, visto che qualcuno parlava della pista cecoslovacca?

ALLEGRA. Si parlò senz’altro di terrorismo ma non di questa pista.

MIGNONE. Le ricordo che nel 1998 scrisse un articolo in cui parlava della pista cecoslovacca.

ALLEGRA. La ripresi da "Panorama", pubblicata giorni prima, come del resto citato.

FRAGALA’. Perché non avete interrogato Augusta Farbo che sapeva parecchie cose sulla strage di piazza Fontana?

ALLEGRA. Se l’avessimo interrogata non ci avrebbe detto niente. Era una donna molto particolare.

FRAGALA’. Era disposta a fare da confidente?

ALLEGRA. No; parlava solamente con uno della sua fede politica. Non faceva confidenze alla polizia ma ad un suo collega, ad un suo compagno di stesso orientamento politico.

FRAGALA’. Quando fu scoperto il cadavere dell’editore Giangiacomo Feltrinelli fu poi ufficialmente riconosciuto il 16 marzo 1972 dal confronto delle impronte digitali custodite al carcere di S. Vittore. Vuole dire alla Commissione per quali fatti Feltrinelli era stato detenuto a S. Vittore nel ‘48?

ALLEGRA. Quando faceva parte della Federazione giovanile comunista fu sorpreso una sera insieme con altri ad affiggere manifesti in luoghi non consentiti. In base all’articolo 24 del Testo unico della legge sulla Pubblica Sicurezza, era possibile l’arresto per contravvenzione.

FRAGALA’. Questo di cui lei parla fu il primo arresto. Venne poi arrestato una seconda volta nel ’48 perché aveva nascosto delle armi.

ALLEGRA. Ricordo solamente che quella sera Calabresi, attraverso una fotografia, aveva sospettato che potesse trattarsi di Feltrinelli. Andò con l’ufficiale dei carabinieri all’obitorio per una conferma e tornarono con questa convinzione. Quindi, si decise di cercare dei precedenti perché sembrava che Feltrinelli in passato ne avesse uno. Se non l’avessimo avuto noi il carcere avrebbe certamente posseduto le sue impronte digitali. La prima cosa che si fece la mattina successiva fu proprio questa. Riuscimmo però a fare il riconoscimento ufficiale alle ore 24.00 della sera; convocammo la signora Schöntal ed un cugino di Feltrinelli; un certo Carpe De Resmini il quale in primo luogo negò, sperando di fare controinformazione, che fosse lui. Allora Schöntal, molto decisa, disse senza alcun dubbio che si trattava proprio di lui. Si arrivò quindi al riconoscimento.

FRAGALA’. Ebbe modo di vedere il passaporto originale di Feltrinelli, rinvenuto il 2 maggio 1972 nel covo di via Delfico dove le Brigate rosse avevano immagazzinato armi e materiali proveniente dai GAP di Feltrinelli?

ALLEGRA. Sì.

FRAGALA’. Ci sa dire quali visti erano stampigliati su quel passaporto?

ALLEGRA. E’ agli atti. Tra l’altro, non aveva un solo passaporto ma cinque, con vari nomi (vedi Scotti e così via) caratterizzati da un particolare: tutti i documenti falsi che loro stessi fabbricavano, anche per gli adepti, riportavano l’esatta data di nascita della persona in possesso del documento. E’ importante poiché, in caso di controllo di polizia, non ci si sbagliava sulla data di nascita.

FRAGALA’. Conosce i motivi per cui dopo l’omicidio Calabresi il brigadiere dell’ufficio politico Vito Panessa rassegnò le dimissioni dalla polizia?

ALLEGRA. Panessa è stato un altro di quelli considerati addirittura l’alter ego di Calabresi per il male che si poteva dire di entrambi. Ad un certo punto "i colpevolisti" di Calabresi si chiedevano perché lo avessero fatto. I più danneggiati eravamo noi: Calabresi è un agente della CIA che ha fatto un corso in America, la scorta al generale Walker, che ha presentato questo generale non so a quale Capo di Stato; costui era cioè diventato un personaggio importante. Panessa era considerato quasi come lui tanto è vero che un giornalista ha scritto che quando mi sono recato a piazza Armerina non potevo più interrogarlo, in base alla nuova legge, entrata in vigore, che vietava l’interrogatorio formale da parte della polizia. Però fui seguito dal maresciallo Panessa con il compito di controllarmi.

FRAGALA’. Come ha spiegato il depistaggio attraverso il quale fu attribuito l’omicidio Calabresi al neofascista Nardi fermato alla fine del settembre ’72 al Valico di Ponte Chiasso? Chi organizzò questo depistaggio?

ALLEGRA. Non so dire chi l’abbia organizzato. Questa indagine era caduta sin dall’inizio. Fui io che telefonai a Riccardelli per invitarlo a venire a Como, e alla fine addivenimmo alla convinzione che non c’entrasse con questa vicenda. Tuttavia dal momento che era rimasto il dubbio si decise di continuare l’indagine. Poi di questo non si parlò più, successivamente andai via, e dopo qualche anno sentii dire la notizia in base alla quale Calabresi stava conducendo delle indagini sul traffico di armi e che aveva effettuato continui viaggi a Lugano. Mi risulta, invece, che a Lugano non sia mai stato e francamente non so come sia nata questa notizia. Non bisogna tuttavia dimenticare che c’era un Comitato che "bazzicava" gli ambienti del Palazzo di Giustizia e che veniva definito il "Comitato dei giornalisti democratici" all’interno del quale ci saranno state anche brave persone, ma ce ne erano delle altre che possibilmente hanno "ciurlato". Vorrei anche chiarire un’altra faccenda; c’è stato infatti un momento in cui il procuratore della Repubblica, mi riferisco al dottor Micale, propose due magistrati, il Riccardelli e un certo Sinagra, al Consiglio superiore della magistratura - si tratta comunque di notizie che ho appreso attraverso i giornali – mossa contro la quale mi risulta ci sia stata una grossa reazione contraria, tanto è vero che è stato detto che il Riccardelli era stato molto impegnato dalle indagini sulla morte del dottor Calabresi.

FRAGALA’. La relazione di servizio ritrovata a Robbiano di Mediglia, nel covo delle Brigate rosse, era stata redatta dal brigadiere Panessa?

ALLEGRA. Non credo. Non so come quella relazione sia andata a finire in quel luogo, infatti, non mi risulta che le relazioni interne normalmente vadano in giro. Al riguardo ho letto qualche notizia, ma suppongo che non si trattasse di una relazione, ma delle dichiarazioni rilasciate da questo brigadiere, ma ripeto, non credo che si trattasse di una vera e propria relazione.

FRAGALA’. Nel verbale di sequestro dei carabinieri si parla di "relazione di servizio".

ALLEGRA. Mi scusi, onorevole Fragalà, vorrei capire meglio. Con questa relazione mi si sarebbe dovuto riferire che cosa, che il Pinelli era coinvolto?

FRAGALA’. Sì, perché secondo le Brigate rosse Pinelli era coinvolto nella strage di piazza Fontana.

ALLEGRA. Mi sembra di aver capito che praticamente questi soggetti avrebbero redatto questa relazione in cui si sosteneva che le Brigate rosse avessero accertato questi fatti; tuttavia, questa relazione non era rivolta a me, ma all’ufficio dal momento che probabilmente avevo già lasciato il mio incarico. Ebbene, questo potrebbe essere possibile.

PRESIDENTE. La domanda, onorevole Fragalà quale è? Vuole sapere se c’era una relazione di servizio del brigadiere, o se si trattava di una relazione delle Brigate rosse?

FRAGALA’. Si trattava di una relazione di servizio del brigadiere Panessa…

ALLEGRA. …Il quale dice di aver saputo che le Brigate rosse sostenevano che Pinelli… Ebbene, questo è possibile.

PRESIDENTE. Dove si trovava questa relazione?

FRAGALA’. Nel covo delle Brigate rosse di Robbiano di Mediglia.

PRESIDENTE. Come facevano le Brigate rosse ad avere queste notizie?

ALLEGRA. Mi chiedo anch’io come fosse possibile e poi credo che Panessa non c’entrasse niente. Personalmente ho sentito parlare di Fainelli, visto che costui frequentava l’ambiente di via Brera; tra l’altro si trattava di un ottimo sottufficiale, probabilmente credo che si sia svolta una discussione su questi argomenti e che ne sia stato riferito il contenuto alle Brigate rosse con cui non credo che Fainelli fosse in contatto diretto.

FRAGALA’. Ha saputo i motivi per cui la Procura di Milano nel 1997 ha provveduto ad effettuare delle intercettazioni del suo telefono ed anche intercettazioni ambientali nei suoi confronti?

ALLEGRA. Non mi risulta, né conosco i motivi.

FRAGALA’. Lei è stato sentito nel processo attualmente in corso a Milano sulla strage di piazza Fontana?

ALLEGRA. No.

PRESIDENTE. Prima di concludere questa audizione volevo avere una considerazione conclusiva da parte del dottor Allegra. Se ho ben capito il senso complessivo della sua audizione, mi sembra che lei sia tuttora convinto che le piste che furono originariamente imboccate per quanto riguarda la strage di piazza Fontana, Valpreda ed in genere sull’ambiente anarchico, fossero comunque valide. A distanza di tempo ha rivisitato questa convinzione?

ALLEGRA. In assoluto tutto è relativo. In ogni caso non intendo sostenere di avere la totale certezza che le piste imboccate fossero quelle giuste, tuttavia posso dire che dalle inchieste svolte allora risultarono degli elementi che comunque rimangono validi e che fanno pensare.

PRESIDENTE. Che valutazione ha fatto di tutti gli elementi che emersero successivamente, dopo le indagini di Juliano e del giudice Stiz?

ALLEGRA. Abbiamo sempre ritenuto - ne è una dimostrazione l’indagine condotta a Roma nei confronti di Merlino- che non fosse opportuno chiudere la porta su certi ambienti di destra, anzi la porta è stata aperta. E’ possibile che questi personaggi avessero già l’intenzione di effettuare degli attentati ed è possibile anche che fossero stati guidati in un certo senso; infatti, perché creare una nuova organizzazione quando ci sono dei soggetti disposti ad effettuare determinati atti di terrorismo? Pertanto che ci potessero essere alle spalle di questi soggetti anche degli ispiratori non l’abbiamo mai messo in dubbio, né del resto possiamo affermarlo con certezza. Bisognerà vedere come si concluderà questo nuovo processo, mi auguro bene; tuttavia fino a questo momento materialmente non si sa ancora chi abbia fatto questi attentati; si sa da chi sono stati organizzati, ma non chi materialmente li abbia portati termine.

PRESIDENTE. Mi fa piacere che lei abbia detto queste cose perché abbiamo avuto modo di sentire il senatore a vita Taviani che è stato a lungo Ministro dell’interno e della difesa. Il senatore Taviani ha dichiarato che non è possibile capire niente della strage di piazza Fontana se non si parte dal presupposto che la bomba sarebbe dovuta scoppiare quando la banca era chiusa. In tal senso il senatore Taviani ha inoltre aggiunto che la strage di piazza Fontana fu organizzata da persone e che non avrebbe mai potuto pensare che delle persone serie potessero aver voluto uccidere deliberatamente sedici italiani, né che un ipotetico colonnello dei carabinieri avesse potuto organizzare questa strage. Ha quindi sostenuto che quella bomba non dovesse fare vittime come del resto non fecero vittime le bombe che contemporaneamente scoppiarono a Roma. Il punto è questo: questi anarchici erano soltanto tali? Ci spiega inoltre qualcosa in riferimento a Bertoli?

FRAGALA’. …o erano sedicenti anarchici ed in realtà fascisti come sostengono Bocca e Camilla Cederna?

PRESIDENTE. Ho semplicemente ripetuto quanto dichiarato dal senatore Taviani.

ALLEGRA. Quando ci siamo occupati del Bertoli ci è stato descritto dalle questure competenti come un anarchico, che poi fosse qualcos’altro non lo so dire.

FRAGALA’. Ha tentato il suicidio per affermare di essere anarchico.

ALLEGRA. Ribadisco che non so se abbia avuto altri contatti o abbia subito influenze diverse, posso dire solo quello che mi consta. In secondo luogo, bisogna considerare che vi era una seconda bomba che noi non facemmo esplodere per nostro piacere, ma in seguito a degli ordini che provenivano dal Ministero della difesa. Si erano verificati, infatti, dei precedenti gravissimi, a Verona erano morti due agenti di sicurezza per aver spostato una valigia che conteneva un ordigno. In tal senso le disposizioni vigenti prevedevano che quando si trovava un ordigno di cui era impossibile trovare il meccanismo dell’innesco fosse necessario farlo esplodere con una piccola carica. Successivamente fu rinvenuta a Sesto San Giovanni una bottiglia con una matita dentro…

PRESIDENTE. Secondo lei neanche questo fu un errore?

ALLEGRA. Signor Presidente, a quelli che sostengono il contrario vorrei domandare come in realtà si sarebbe potuto fare. Il maresciallo Bizzarri, che non era un artificiere, sostenne che fosse necessario mettere una miccia detonante: …ma se quella bomba è saltata con venti grammi di tritolo! Inoltre, se anche fosse stato possibile aprire quella bomba - tra l’altro rischiando la pelle di tanta gente -, che cosa si sarebbe ottenuto di più di quello che si è trovato successivamente?

PRESIDENTE. E il cordino?

ALLEGRA. Il cordino è un’altra faccenda. Poi, dove e perché si è perso, non lo so.

PRESIDENTE. Non è a lei che devo spiegare che cosa si è pensato, quale danno alle indagini si è ritenuto sia stato causato per il fatto che la bomba sia stata fatta esplodere.

ALLEGRA. Chi lo dice questo?

PRESIDENTE. Mi sentirei in imbarazzo, è una vicenda giudiziaria.

ALLEGRA. Dico questo: anche il magistrato che afferma che si poteva non farla esplodere ignora in primo luogo che le disposizioni vigenti in quel momento erano tassative; poi, le cognizioni e le concezioni degli esperti; infine, i fatti avvenuti precedentemente per cui non potevamo rischiare di far morire venti-trenta persone perché poi, una volta fatta esplodere, si trovano tutti i frammenti che sono necessari.

FRAGALA’. Aggiungo che voi allora, nel giro di ventiquattro ore, siete riusciti a ricostruire chi aveva venduto le cassette, chi era il fabbricante, e addirittura che una cassetta era stata venduta vicino alla casa di Pinelli. Quindi, avete ricostruito tutto, l’indagine non ebbe nessun ostacolo.

PRESIDENTE. Lei conosceva il commissario Juliano?

ALLEGRA. No.

PRESIDENTE. Peccato che è morto altrimenti un confronto con lei sarebbe stato interessante, avremmo percepito una dinamica interna all’amministrazione della polizia italiana.

ALLEGRA. Non so quanto sarebbe stato interessante…

FRAGALA’. Dottor Allegra, lei non lo sa, ma nel 1997, quando Russomanno la venne a trovare, le fu collocata una microspia con telecamera nel forno del suo appartamento.

PRESIDENTE. Questo da che cosa risulta?

FRAGALA’. Dagli atti pubblici depositati nel processo in corso a Milano, non sono atti della Commissione, sono del processo attualmente in corso. Tale microspia era stata messa per registrare tutto il vostro colloquio. Però, nel momento in cui avete parlato di Calabresi e della sua morte, la registrazione, incredibilmente, non è venuta bene, non si capisce niente.

PRESIDENTE. Per soddisfare la mia curiosità, che cosa dice la parte registrata?

FRAGALA’. Banalità.

PRESIDENTE. E’ stata utilizzata dall’accusa?

FRAGALA’. L’hanno dovuta depositare.

PRESIDENTE. Non dovevano fare niente, lei lo sa meglio di me. Se l’hanno depositata, evidentemente nella logica dell’accusa ha un qualche significato. Quindi, il pubblico ministero non le ha valutate banalità.

FRAGALA’. Obiettivamente sono banalità, poi il pubblico ministero può considerare quello che vuole.

PRESIDENTE. Sarà la Corte d’assise a stabilirlo.