Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Le condanne.

Depistaggi nel caso Cucchi, il pm: «No strumentalizzazioni, non è un processo contro l’Arma». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2021. Nel procedimento Musarò analizza le attività dal momento dell’arresto di Stefano nel 2009, la detenzione prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini. «Gli atti più importanti ci sono stati procurati dal reparto operativo dei carabinieri». Nel primo giorno della requisitoria al processo contro i depistaggi del caso Cucchi, presente anche il procuratore capo Michele Prestipino, il pm Giovanni Musarò, premette che il processo in corso «non è contro l’Arma dei carabinieri». Precisa ancora Musarò: «Vogliamo evitare qualunque strumentalizzazione. Quello che si sta svolgendo non è un processo all’Arma dei carabinieri che del resto è costituita parte civile. C’è stata una leale collaborazione con l’Arma a partire dal 2018, gli atti più importanti ci sono stati procurati dal reparto operativo. Attenzione perciò non provate a strumentalizzare la vicenda per provocare una levata di scudi da parte dell’Arma». Il pm si concentra poi sulle attività di depistaggio che si sono svolte a partire dal 2009, quando cioè Stefano Cucchi fu arrestato e quindi detenuto prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini. A conferma di quanto premesso Musarò parla a lungo del contributo offerto all’accertamento della verità da parte di Pietro Schirone appuntato della Arma, «dalla schiena dritta». Schirone dice che Cucchi lamentava, fra i suoi molti dolori, anche quelli alla testa. «Quindi Schirone e Mollica (Stefano Mollica, ndr) -prosegue Musarò -dicono di aver capito che era successo qualcosa e che erano coinvolti i carabinieri. Tornando da piazzale Clodio dice Mollica ‘eravamo turbati perché insinuavano dubbi sulla catena che mi ha preceduto’. Queste le parole di Mollica».

Sentenza Cucchi, i giudici: «Violenza ingiustificata e sproporzionata». Le motivazioni della sentenza dello scorso 7 maggio con cui la Corte d'Assise d'Appello di Roma ha condannato a 13 anni i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per la morte di Stefano Cucchi. Il Dubbio il 18 ottobre 2021. Un’aggressione «ingiustificata e sproporzionata». È quanto scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma nelle motivazioni della sentenza dello scorso 7 maggio al processo per la morte di Stefano Cucchi, condannando fra gli altri a 13 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro accusati del pestaggio del 31enne romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini. «La vittima è colpita con reiterate azioni ingiustificate e sproporzionate – sottolineano i giudici -, rispetto al tentativo dell’arrestato di colpire il pubblico ufficiale con un gesto solo figurativo inserito in un contesto di insulti reciproci inizialmente intercorsi dal carabiniere Di Bernardo e l’arrestato, che, nel dato contesto esprime il semplice rifiuto di sottoporsi al fotosegnalamento». Per i giudici di Appello «può ritenersi accertata la sproporzione tra l’alterco insorto tra Di Bernardo e Cucchi rispetto alla portata dell’aggressione da quest’ultimo patita alla quale partecipò D’Alessandro». «Le violente modalità con cui è stato consumato il pestaggio ai danni dell’arrestato, gracile nella struttura fisica, esprimono una modalità dell’azione che ha trasnodato la semplice intenzione di reagire alla mera resistenza opposta dall’arrestato alla esecuzione del foto segnalamento», si legge nella sentenza. In secondo grado è stato condannato inoltre a quattro anni per falso il carabiniere Roberto Mandolini ed è stata confermata la condanna per lo stesso reato a due anni e mezzo per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce sul pestaggio avvenuto nella caserma Casilina la notte dell’arresto. In primo grado, il 14 novembre 2019 la prima Corte d’Assise di Roma aveva condannato a 12 anni di carcere i due carabinieri accusati del pestaggio, Di Bernardo e D’Alessandro riconoscendo che fu omicidio preterintenzionale, come sostenuto dal pm Giovanni Musarò. Era stato assolto invece «per non aver commesso il fatto» per questa accusa Francesco Tedesco. Per lui era rimasta la condanna a due anni e mezzo per falso. Per la stessa accusa era stato condannato a tre anni e otto mesi il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia.

A fine ottobre appuntamenti a Roma per ricordare il geometra. Omicidio Stefano Cucchi, pestaggio ingiustificato dei carabinieri: “Con lucidità colpivano una persona minuta determinandone la morte”. Andrea Lagatta su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Stefano Cucchi è stato aggredito con una violenza “ingiustificata e sproporzionata”. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello nelle motivazioni della sentenza con cui il 7 maggio scorso, nell’ambito del processo bis sulla morte del geometra romano arrestato il 15 ottobre del 2009 e morto sette giorni dopo, quando fu arrestato e picchiato a Roma nella caserma dei carabinieri, sono stati condannati a 13 anni i due militari responsabili del pestaggio: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

I giudici hanno condannato anche il carabiniere Roberto Mandolini per falso e a due anni e mezzo e sempre per falso, Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni aveva fatto luce sul quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell’arresto di Cucchi.

La sproporzione tra alterco e reazione

Secondo la Corte, “la vittima è stata colpita con reiterate azioni ingiustificate e sproporzionate rispetto al tentativo dell’arrestato di colpire il pubblico ufficiale con un gesto solo figurativo inserito in un contesto di insulti reciproci inizialmente intercorsi dal carabiniere Di Bernardo e l’arrestato, che, nel dato contesto esprime il semplice rifiuto di sottoporsi al fotosegnalamento”. Il gesto di reazione di Cucchi è stato, secondo i giudici, quindi “solo figurativo”. Per i giudici romani “può ritenersi accertata la sproporzione tra l’alterco insorto tra Di Bernardo e Cucchi rispetto alla portata dell’aggressione da quest’ultimo patita alla quale partecipò D’Alessandro“, si legge nel documento.

I futili motivi

In merito all’aggravante dei futili motivi “le violente modalità con cui è stato consumato il pestaggio ai danni dell’arrestato, gracile nella struttura fisica, esprimono una modalità nell’azione che ha “trasnodato” la semplice intenzione di reagire alla mera resistenza opposta alla esecuzione del fotosegnalamento”, si legge nella sentenza.

Il decesso del geometra romano, secondo i giudici, è stato causato dalla violenza del pestaggio.

Gli appuntamenti per Stefano

In occasione della morte di Stefano Cucchi, il prossimo 22 ottobre si svolgerà alle 18 la Commemorazione al Parco degli Acquedotti presso la targa Stefano Cucchi, in via Lemonia a Roma, con l’assemblea di inaugurazione del 7imo Memorial “Umanità in marcia”. Il giorno seguente, sabato 23 ottobre, si terrà la corsa della Staffetta dei Diritti, che parte alle 14 dalla targa in memoria di Stefano Cucchi. Il Comitato Promotore Memorial Stefano Cucchi e l’Associazione Stefano Cucchi spiegano che sarà “un percorso che farà tappa nei luoghi simbolo della storia di Stefano e della battaglia per i diritti umani, civili e sociali”. La staffetta terminerà alle ore 18 a piazza Montecitorio. Andrea Lagatta

(ANSA il 7 maggio 2021) E' attesa per oggi la sentenza nel processo a carico di quattro carabinieri coinvolti nella vicenda del pestaggio di Stefano Cucchi, morto a Roma nell'ottobre del 2009. Il pg ha sollecitato una condanna a 13 anni per i due carabinieri accusati del pestaggio (accusati di omicidio preterintenzionale), Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado). Chiesta l'assoluzione per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto. (ANSA).

(ANSA il 7 maggio 2021) Condannati a 13 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro accusati di avere picchiato Stefano Cucchi. Lo hanno deciso i giudici della Corte di Assiste D'Appello di Roma. (ANSA). Nel processo d'appello per il pestaggio subito da Stefano Cucchi il carabiniere Roberto Mandolini ha avuto un lieve sconto di pena passando da 4 anni e mezzo a 4 anni mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna a due anni e sei mesi. Per loro l'accusa è di falso. (ANSA).

Processo Cucchi, pene più dure: condannati a 13 anni per omicidio preterintenzionale due carabinieri. Ilaria: "Il mio pensiero va ai miei genitori". Andrea Ossino su La Repubblica il 7 maggio 2021. Si tratta di Di Bernardo e D'Alessandro accusati del pestaggio che ha poi portato alla morte il geometra. Per l'accusa di falso, quattro anni a Mandolini e due anni e sei mesi per Tedesco. Per quest'ultimo il pg aveva chiesto l'assoluzione. Hanno massacrato Stefano Cucchi. Lo hanno fatto nel 2009, dentro una caserma dei carabinieri, sulla Casilina. E adesso, dopo 12 anni da quei fatti, arriva la sentenza d'Appello del processo bis. I carabinieri accusati del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, sono stati condannati a scontare 13 anni di reclusione perché colpevoli di omicidio preterintenzionale. Mentre il collega Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, dovrà scontare 4 anni di carcere per falso. Confermata invece la condanna, esclusivamente per il reato di falso, del carabiniere Francesco Tedesco (2 anni e 6 mesi), divenuto un importante testimone per puntellare le accuse contro i colleghi. Nel novembre 2019, per la morte del trentunenne romano i giudici di primo grado avevano condannato a 12 anni di reclusione i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, mentre era stato assolto Francesco Tedesco dall'accusa di omicidio preterintenzionale, venendo condannato a due anni e sei mesi di reclusione solo per il reato di falso. Mandolini invece era stato condannato a scontare 3 anni e 8 mesi di carcere. Secondo le accuse Mandolini avrebbe falsificato il verbale d'arresto che fra le altre cose attestava un fotosegnalamento mai avvenuto. Il sostituto procuratore Giovanni Musaró ha sempre ritenuto che quel verbale falsificato fu il primo atto del depistaggio, necessario per coprire il successivo pestaggio di cui fu vittima Cucchi. "Stefano Cucchi fu portato in carcere perché il maresciallo Mandolini scrisse nel verbale di arresto che era un senza fissa dimora. Ma lui era residente dai genitori, senza quella dicitura forse sarebbe finito ai domiciliari e oggi non saremmo qui. Questo giochetto gli è costato la vita. Il verbale di arresto è il primo atto di depistaggio di questa vicenda, perché i nomi di Tedesco, Di Bernardo e D'Alessandro non sono nel documento", aveva detto il pm nella sua requisitoria. Secondo i magistrati Cucchi era già stato picchiato dai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro. "In questa storia abbiamo perso tutti - aveva detto Cavallone nella sua requisitoria - Nessuno ha fatto una bella figura. Stefano  Cucchi  quel giorno doveva andare in ospedale e non in carcere. Credo che nel nostro lavoro serva più attenzione alle persone piuttosto che alle carte che abbiamo davanti. Dietro le carte c'è la vita delle persone. Quanta violenza siamo disposti a nascondere ai nostri occhi da parte dello Stato senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l'uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi - aveva proseguito Cavallone - noi siamo addestrati a resistere alle provocazioni, alle situazioni di rischio". Il pg, ricordando tra gli altri il caso della morte di Federico Aldrovandi, ha aggiunto che "le vittime di queste violenze sono i marginalizzate. In questa storia abbiamo perso tutti, Stefano, la sua famiglia, lo Stato". "Il nostro pensiero va ai magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musaró. La giustizia funziona quando ci sono magistrati seri, onesti e capaci", dice l'avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. "Il mio pensiero va ai miei genitori per il caro prezzo che hanno pagato in questi anni", fa eco Ilaria Cucchi. Che aggiunge: "Questa sentenza riformata è un momento storico e per me di estrema emozione. Non avrei mai creduto di attivare fin qui". "Devo ringraziare tante persone, a partire dall'avvocato Fabio Anselmo e la Procura di Roma nelle persone dell'ex procuratore Giuseppe Pignatone, dell'attuale procuratore Michele Prestipino e del sostituto Giovanni Musarò. Senza di loro non saremmo qui. Il mio pensiero va a Stefano, a tutti questi anni, a quanto ci sono costati, e ai miei genitori che non sono qui proprio per il prezzo che hanno dovuto pagare per questi anni di sofferenza".

Morte di Stefano Cucchi, aumentate le condanne in Appello: 13 anni per due carabinieri.  Le Iene News il 07 maggio 2021. La Corte d’Appello ha condannato a 13 anni di carcere Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri processati per omicidio preterintenzionale per aver pestato Stefano Cucchi dopo il suo arresto. Noi de Le Iene abbiamo seguito più volte il caso: nel servizio che vedete qui avevamo intervistato l’ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro. “Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori”. Sono queste le prime parole di Ilaria Cucchi dopo la sentenza di secondo grado per la morte del fratello. La Corte d’Appello ha condannato a 13 anni di carcere Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri processati per omicidio preterintenzionale per aver pestato Stefano Cucchi dopo il suo arresto. La pena d’Appello è più alta di quella comminata in primo grado: ai due carabinieri era stata inflitta infatti una condanna a 12 anni di reclusione e il Pg, Roberto Cavallone, al termine della requisitoria d'Appello aveva chiesto 13 anni per entrambi. Il militare Roberto Mandolini ha invece avuto una lieve diminuzione di pena, passando da 4 anni e mezzo a 4 anni, mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna a due anni e sei mesi: quest’ultimo è diventato un testimone chiave per ricostruire quanto accaduto a Stefano Cucchi. Per entrambi l'accusa è di falso. "Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori che oggi non sono qui in aula. E' il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”, ha detto Ilaria Cucchi commentando la sentenza. L'avvocato Stefano Maccioni ha invece raccontato le emozioni di mamma Rita: “Ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L'ho sentita la telefono. E' un momento di grande commozione. Dopo 12 anni la lotta non è ancora finita. Siamo comunque pienamente soddisfatti della decisione di oggi della corte d'Appello". Noi de Le Iene abbiamo seguito più volte il caso della morte di Stefano Cucchi. Il ragazzo viene fermato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 perché aveva indosso delle dosi di droga. Stefano muore il 22 ottobre, in ospedale, mentre si trovava in custodia cautelare. Dopo che il primo processo si è chiuso con un nulla di fatto, si è aperta un nuovo procedimento arrivato adesso alla sentenza d’Appello. Nel servizio che vedete qui sopra intervistato l’ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro, che ci ha raccontato come l’ex marito avrebbe parlato del caso: “Eh, c'ero anch'io quella sera là, quante gliene abbiamo date a quel drogato di merda”. 

Il processo d'Appello. Stefano Cucchi, condannati a 13 anni i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per il pestaggio in caserma. Carmine Di Niro su Il Riformista il 7 Maggio 2021. Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri accusati dell’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, pestato dopo l’arresto, sono stati condannati a 13 anni di reclusione. È questa la decisione arrivata, dopo 5 ore di camera di consiglio, dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma. Il procuratore generale Roberto Cavallone aveva chiesto per i due militari 13 anni. Sempre nell’ambito dello stesso procedimento giudiziario è stato condannato a quattro anni il maresciallo Roberto Mandolini, accusato di falso poiché avrebbe coperto quanto accaduto, 2 anni e mezzo (per falso) a Francesco Tedesco, che già imputato, denunciò i suoi colleghi divenendo un teste chiave. Pene più severe quindi per Di Bernardo e D’Alessandro, condannati a 12 anni nel primo giudizio del novembre 2019. Al carabiniere Roberto Mandolini è stato riconosciuto invece un lieve sconto di pena, che passa da 4 anni e 6 mesi a 4 anni, mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna. La sentenza d’Appello arriva a 12 anni di distanza dai fatti che hanno portato alla morte di Stefano, al pestaggio subito la sera del 15 ottobre del 2009 quando il ragazzo venne arrestato per droga e portato nella caserma della compagnia Casilina. Dopo una degenza all’ospedale Pertini, Cucchi morì il 22 ottobre in conseguenza delle lesioni gravissime riportate proprio in quel pestaggio. “Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori che oggi non sono qui in aula. È il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”, ha detto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando la sentenza. La madre di Stefano, Rita Calora, “ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L’ho sentita poco fa al telefono. È un momento di grande commozione per lei e il marito”, ha aggiunto invece l’avvocato Stefano Maccioni, parte civile per conto dei genitori di Stefano. “Dopo 12 anni – ha aggiunto Maccioni – la lotta non è ancora finita. Siamo comunque pienamente soddisfatti della decisione di oggi della corte d’assise d’appello”. Amarezza e delusione arrivano invece dalla difesa dei due carabinieri condannati a 13 anni di reclusione. Per l’avvocato Maria Lampitella, difensore del militare Raffaele D’Alessandro, “oggi abbiamo la conferma che la giustizia non guarda più al dato processuale e la conferma è oggi con l’accoglimento di una impugnazione completamente inammissibile, che ha condannato ancor più gravemente gli imputati di questo processo. La nostra speranza è il giudice delle leggi, la Cassazione. Ci rivedremo lì”. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Antonella De Benedictis, che assiste il carabiniere Alessio Di Bernardo: “Sono molto amareggiata, c’è una perizia medica che accerta il fatto che Stefano Cucchi sia morto in conseguenza dell’ostruzione di un catetere, ritengo l’omicidio preterintenzionale non sia giusto. Ricorreremo in Cassazione”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da "Ansa" il 23 aprile 2021. "Nessuno nega che ci sia stato un pestaggio, ma non è stato così violento. Stefano Cucchi non è stato ucciso per i ceffoni o pugni, nessuno lo ha ucciso di botte. Le persone che lo hanno lasciato morire sono stati i medici attraverso negligenze ed omissioni, chi ha sbagliato ha pagato penalmente e civilmente con un risarcimento". E' quanto ha affermato l'avvocato Antonella De Benedictis, difensore del carabiniere Alessio Di Bernardo, nel corso del processo di secondo grado che lo vede imputato di omicidio preterintenzionale per il pestaggio del geometra romano morto nel 2009. Per Di Bernardo, il pg Roberto Cavallone ha chiesto una condanna a 13 anni di carcere così come per Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado) accusato di falso. Chiesta l'assoluzione, sempre per falso, per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto. "Dire che Di Bernardo lo ha massacrato di botte non è giusto - ha aggiunto il difensore -. Ci sono stati degli schiaffi e forse una spinta che ha fatto cadere Cucchi. Ha sbagliato chi lo fatto e deve pagare, ma non è stato un violento pestaggio. Di Bernardo è una brava persona, un padre di famiglia, un carabiniere pluridecorato: nessuno ha ucciso di botte Cucchi".

Caso Cucchi. Giudice: dire a Salvini sciacallo si può, è soltanto diritto di critica. LiguriaNotizie.it il 15/3/2021. “Parla sotto effetto del Mojito, è uno sciacallo“. Parole che Ilaria Cucchi disse all’indirizzo di Matteo Salvini, dopo che il leader della Lega commentò la condanna a 12 anni dei carabinieri coinvolti nel processo per la morte del fratello Stefano con la frase: “Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”. Matteo Salvini querelò Ilaria Cucchi e oggi è stata lei stessa ad annunciare in un post su Facebook che per un giudice del Tribunale di Milano quelle parole sono da annoverare nel “diritto di critica”. “Il 14 novembre 2019 – ha dichiarato Ilaria Cucchi su fb – la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni i carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale ai danni di Stefano Cucchi. Dieci anni dopo la sua morte. Matteo Salvini ha approfittato della grande attenzione mediatica di quei giorni sul mio processo per commentare così la sentenza "questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque". È stato questo uno sfregio evidente, ripetuto e riaffermato in varie occasioni, alla nostra lunghissima battaglia per la verità e la giustizia sulla morte di Stefano. Non ho potuto fare a meno di reagire. In varie interviste e anche su questa pagina l’ho accusato di approfittare cinicamente delle disgrazie altrui per strumentalizzazioni politiche di basso livello. L’ho definito così "uno sciacallo" e (non sono certo stata la prima) di "essere fuori dal mondo e di parlare evidentemente ancora sotto gli effetti del Mojito". Matteo Salvini mi ha querelata, dolendosi del fatto che io ne avrei "voluto sminuire le risorse cognitive come uno che non capisce, che vive su un altro pianeta, che consuma cocktail e che dovrebbe occuparsi dei suoi processi". Il Tribunale di Milano ha ritenuto che le mie espressioni, sicuramente molto forti, fossero tuttavia giustificate e pertinenti al contesto. Insomma, il Giudice ha ritenuto che io ho esercitato in maniera più che legittima il mio diritto di critica. Il senatore Matteo Salvini se ne faccia una ragione”.

"Salvini parla ancora sotto gli effetti del Mojito", il giudice assolve Ilaria Cucchi: diritto di critica. Per il giudice del tribunale di Milano, le parole di Ilaria Cucchi contro Matteo Salvini non sono offensive ma rientrano nel diritto di critica. Francesca Galici - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Nel 2019, Ilaria Cucchi di Matteo Salvini disse: "Parla sotto effetto del Mojito, è uno sciacallo", Era novembre e poco prima era stata emessa la sentenza di condanna a 12 anni di reclusione nei confronti dei carabinieri accusati, e ritenuti responsabili, della morte di Stefano Cucchi. "La droga fa male", disse Matteo Salvini. Una frase che scatenò la reazione di Ilaria Cucchi, che venne a sua volta querelata del leader della Lega. Oggi, con un lungo post su Facebook, la sorella di Stefano Cucchi ha annunciato la decisione del giudice di non dar seguito alla querela del leader della Lega, in quanto le parole di Ilaria Cucchi si inseriscono nell'ambito del diritto di critica. "Il 14 novembre 2019 la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni i Carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale ai danni di Stefano Cucchi. Dieci anni dopo la sua morte", esordisce Ilaria Cucchi nel suo post. La donna, poi, riporta le parole del leader della Lega: "Matteo Salvini ha approfittato della grande attenzione mediatica di quei giorni sul mio processo per commentare così la sentenza: 'Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque'. È stato questo uno sfregio evidente, ripetuto e riaffermato in varie occasioni, alla nostra lunghissima battaglia per la verità e la giustizia sulla morte di Stefano". Ilaria Cucchi, quindi, scrive che davanti a quelle parole non è riuscita a trattenersi e a non reagire, apostrofandolo in maniera molto forte nelle occasioni a sua disposizione. "L’ho definito così 'Uno sciacallo'- e non sono certo stata la prima - di 'essere fuori dal mondo e di parlare evidentemente ancora sotto gli effetti del Mojito'", scrive quindi Ilaria Cucchi, riferendo che per quelle parole Matteo Salvini ha deciso di sporgere querela, "dolendosi del fatto che io ne avrei 'voluto sminuire le risorse cognitive come uno che non capisce, che vive su un altro pianeta, che consuma cocktail e che dovrebbe occuparsi dei suoi processi'". A un anno e mezzo da questi fatti, però, la sorella di Stefano Cucchi riferisce che "il Tribunale di Milano ha ritenuto che le mie espressioni, sicuramente molto forti, fossero tuttavia giustificate e 'pertinenti' al contesto". La chiusura del post di Ilaria Cucchi vorrebbe essere uno smacco al leader della Lega: "Insomma il Giudice ha ritenuto che io ho esercitato in maniera più che legittima il mio diritto di critica. Il Senatore Matteo Salvini se ne faccia una ragione".

La sorella Ilaria: "Nessuna attenuante per tanta violenza gratuita". Omicidio Stefano Cucchi, in Appello chiesti 13 anni per i carabinieri: “Abbiamo perso tutti”. Redazione su Il Riformista il 15 Gennaio 2021. Tredici di reclusione per Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri che pestarono Stefano Cucchi dopo il suo arresto e per questo sono stati condannati a 12 anni in primo grado. La richiesta in Corte d’Assise d’Appello, a Roma, arriva dal procuratore generale Roberto Cavallone che parlando davanti ai giudici, sottolinea: “Se siete in grado di dire che senza quel pestaggio Cucchi non sarebbe morto, allora il reato di omicidio preterintenzionale non c’è. Ma io non credo che siate in grado di dirlo”. “Lo hanno massacrato di botte – aggiunge – quel tipo di reazione non trova alcuna giustificazione”. Chiesta anche la condanna a quattro anni e mezzo per il maresciallo Roberto Mandolini, accusato di falso poiché avrebbe coperto quanto accaduto, e l’assoluzione, perché il fatto non sussiste, di Francesco Tedesco, il carabiniere che denunciò i suoi colleghi e in primo grado venne condannato per falso. “In questa storia abbiamo perso tutti – evidenzia Cavallone – Stefano, la sua famiglia, lo Stato”. Poi aggiunge: “Dietro le carte dei procedimenti c’è la vita delle persone. Quanta violenza siamo disposti a nascondere ai nostri occhi da parte dello Stato senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l’uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi. Siamo addestrati a resistere alle provocazioni. E in questa vicenda nessuno ha fatto una bella figura”, perché Stefano “era stato preso in custodia dallo Stato”, e “dopo l’arresto doveva andare in ospedale, non in carcere”. “Oggi è stata un giornata molto emozionante, commovente”  sono le parole di Ilaria Cucchi, sorella della vittima. “Ripenso a Stefano, agli ultimi giorni della sua vita, alla sua sofferenza, alla maniera in cui è stato lasciato solo. Forse mai avrebbe potuto immaginare che un giorno, a distanza di più di 11 anni, sarebbero state dette delle parole per chiedere che venga fatta giustizia fino in fondo per la sua morte”. Ilaria Cucchi ha poi aggiunto: “Io credo che di fronte a fatti del genere non possono esistere attenuanti, non c’è nulla che possa giustificare tanta violenza gratuita”.

LA SENTENZA DI PRIMO GRADO – Il 14 novembre del 2019, dopo dieci anni di indagini e otto processi, per la prima volta una sentenza ha stabilito che Stefano Cucchi morì vittima di omicidio preterintenzionale. I giudici della prima Corte d’Assise di Roma hanno condannato quattro dei cinque carabinieri imputati nel procedimento sulla morte del giovane: 12 anni di carcere a Di Bernardo e D’Alessandro che lo pestarono la notte dell’arresto nella caserma della compagnia Casilina, tre anni e otto mesi al maresciallo Mandolini, e due anni e sei mesi per falso a Tedesco.

Da ansa.it il 15 gennaio 2021. Il pg di Roma Roberto Cavallone ha chiesto la conferma delle due condanne per l'omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, una condanna per falso e una assoluzione. Nell'ambito del processo di appello il pg ha sollecitato una condanna a 13 anni per i due carabinieri accusati del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado). Chiesta l'assoluzione per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto.  

·        Cucchi e gli altri.

Caso Cucchi, i giudici: «I detenuti non sono numeri ma esseri umani». Simona Musco su Il Dubbio il 3 febbraio 2021. Le motivazioni della sentenza dell’appello ter: un duro atto d’accusa verso il sistema carcerario, verso la giustizia inquirente e giudicante, verso il sistema sanitario. «Un monito severo ed un’occasione di riflessione per chiunque operi a contatto con i detenuti, a non considerarli un semplice numero del procedimento, ma esseri umani, fors’anche talvolta sgradevoli, eppur sempre doverosamente meritevoli, proprio in ragione del loro stato detentivo, di un’attenzione anche superiore a quella dedicata ad un uomo libero nella persona, la cui dignità non perdono mai, pena la regressione a tempi oscuri oramai trascorsi». Quello firmato dal presidente della prima Corte d’Assise Tommaso Picazio è un duro atto d’accusa. Verso il sistema carcerario, verso la giustizia inquirente e giudicante, verso il sistema sanitario. Pezzi di un unico corpo colpevoli di aver abbandonato Stefano Cucchi. Sono parole pesantissime quelle che motivano la sentenza che il 14 novembre del 2019 ha dichiarato prescritte le accuse nei confronti del primario del Reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini, Aldo Fierro, e di altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Un quinto medico, Stefania Corbi, è stato assolto “per non commesso il fatto”. Parole che certificano un fatto: la morte di Cucchi, come ha commentato il difensore della famiglia, Fabio Anselmo, è frutto di multifattorialità, riconoscendo le fratture come concause. E che se tutti avessero fatto il proprio dovere, il giovane geometra romano, arrestato per droga nell’ottobre 2009 e pestato con così tanta violenza da morire nel giro di una settimana, forse sarebbe stato ancora vivo. Cucchi non era solo un detenuto, recita la sentenza. «Era diventato un detenuto in una certa misura abbandonato a se stesso». Un detenuto la cui condizione psicologica non è stata tenuta in considerazione, una frustrazione ed una sofferenza ignorate «nella sua entità di essere umano durante l’udienza di convalida, sia dal giudicante che dal requirente i quali, evidentemente, non hanno ritenuto di dover tener conto, nel valutare le esigenze cautelari, delle condizioni generali psicofisiche del Cucchi». I sanitari che hanno avuto Cucchi in cura, al Pertini, avrebbero dovuto avere cognizione della particolare situazione psicologica di un detenuto, «aspetto necessariamente aggravato dallo stato di prostrazione psico- fisica che discendeva dal contingente quadro patologico in atto ( fratture, dolore, mancanza di autonomia fisica e via dicendo). Un festival di insipienze – scrive il giudice che deve aver prodotto una reazione, definiamola puerilmente sdegnata, da parte di un soggetto verosimilmente già portatore di proprie fragilità». Il giudice evidenzia un fatto che dovrebbe essere ovvio, ma che ovvio, a quanto pare, non è stato: il momento iniziale della custodia cautelare rappresenta sempre un passaggio di grave impegno psicologico, che richiede tutta una serie di garanzie e cautele da parte di chiunque vi entri in contatto. «Tutto questo meccanismo, nella vicenda che ci occupa, occorre dirlo con molta chiarezza, ha fallito il proprio scopo», sentenzia Picazio. Che poi ammonisce le istituzioni che hanno avuto in custodia Cucchi, lasciandolo di fatto morire: «Lo Stato ha certamente il diritto di fare un prigioniero – si legge -, ma non di disinteressarsene. Questo è il terreno, del tutto trascurato, in cui una vicenda, dal punto di vista giudiziario banale ( un arresto per violazione in tema di stupefacenti), volge in pochi giorni in tragedia». Troppo sbrigativo e troppo semplice, da parte dei medici, affermare che Cucchi rifiutava le cure ed i trattamenti e che, dunque, i sanitari siano esenti da responsabilità. Un’affermazione che riduce «ad un rango quasi mercantilistico» il trattamento sanitario, dimenticando che i protocolli prevedono un contenimento del paziente a rischio suicidio, valutazione che si ribalta, evidentemente, «se il paziente è un detenuto che instaura atti potenzialmente a rischio, anche di grave entità, per la propria salute. Un’evidente aporia». E non basta nemmeno sottolineare che Cucchi fu, semplicisticamente, sollecitato a nutrirsi: «Non ricevette mai, e da alcuno, un’informazione adeguata, dettagliata e completa in merito alle sue condizioni cliniche e ai rischi cui andava incontro». Per il giudice occorre ricordarlo: «Le sue condizioni di limitazione della libertà personale non lo privano dei diritti fondamentali propri della dignità umana». Ed è per questo che arriva ad una conclusione fondamentale: «I sanitari che operarono furono in colpa per imprudenza, imperizia e negligenza, non caratterizzabile in alcun modo e sotto alcun profilo come lieve». Impossibile stabilire il punto di non ritorno, ma «l’ipotesi che una diversa cura ( alimentazione adeguata, monitoraggio cardiaco), in particolare se messa in atto fin dai primi giorni di ricovero, avrebbe potuto evitare il decesso, impedendo il verificarsi dell’arresto cardiaco, o consentendo un intervento immediato al verificarsi dello stesso, è ipotesi plausibile e supportata dai dati scientifici disponibili». I medici del Pertini, inoltre, non valutarono in modo adeguato «l’ipoglicemia e la bradicardia» due «fattori d’allarme che avrebbero imposto cautela».

Abdel, un altro ragazzo “morto di Cpr”. Legato per 3 giorni in un letto. Il giovane tunisino aveva 26 anni ed è deceduto il 28 novembre scorso, a due mesi dal suo arrivo in Italia. Trasferito nel Centro di Ponte Galeria, poi ricoverato al Servizio psichiatrico del San Camillo. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 6 dicembre 2021.

«Ringrazio Dio e spero vada tutto bene», diceva Wissem Ben Abdel Latif rivolto alla telecamera del suo cellulare che riprendeva gli occupanti del gommone. Il compagno di viaggio che stava accanto a lui faceva il segno di vittoria. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, nella Sicilia sud-orientale. Con una tuta rossa addosso e il cappellino indossato con la visiera storta. Le immagini, recuperate dalla campagna LascieteCIEntrare che si occupa di diritti dei migranti trasferiti nei Centri per il rimpatrio, sono di ottobre scorso.

Sulla morte di Abdel la procura ha aperto un’inchiesta

Abdel è morto a 26 anni il 28 novembre scorso, a due mesi dal suo arrivo in Italia. Era stato trasferito nel Cpr di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni. Sulla sua morte la procura ha aperto un’inchiesta. Ed è la campagna LasciateCIEntrare a denunciare l’ennesima morte legata alla detezione amministrativa in Italia. Il giovane tunisino di 26 anni, Abdel Latif, ricordiamo, è morto a Roma in ospedale il 28 novembre, arrivato dal Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria.

La campagna si è da subito attivata per raccogliere ulteriori informazioni sull’esatta temporalità. Il ragazzo è stato portato nel reparto di psichiatria del San Camillo il 23 novembre ed è stato legato al letto per 3 giorni. Quindi sarebbe morto per “arresto cardiaco”. «Abdel – scrive la campagna per la chiusura dei Cpr – era giunto in Italia a settembre e dopo un periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. Invece che essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria».

LasciateCIEntrare si chiede come è possibile un altro ragazzo trattenuto presso un Cpr italiano sia morto?

Majdi Kerbai, deputato tunisino e attivista, in contatto con Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare, è stato avvisato dalla madre del ragazzo: «Ho solo le urla della madre al telefono», ha detto all’attivista. LasciateCIEntrare si domanda chi risponderà al grido disperato della donna e spiegherà cosa è realmente successo all’interno del Cpr. «Come è possibile che in meno di 3 mesi dall’arrivo sulle nostre coste un altro ragazzo trattenuto presso un centro italiano sia morto?».

La sua domanda di protezione internazionale non era stata accettata

Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento. «Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?», sottolinea la rete di attivisti.

«Abdel Latif era solo un numero dentro le carte degli accordi tra Italia e Tunisia e dentro i cassetti ammuffiti e maleodoranti dell’Unione Europea. Abdel Latif aveva solo 26 anni. Abdel Latif ha trovato solo detenzione in un Paese che ormai non lascia speranza a nessuno. Un Paese che continua a uccidere perché se non si muore di frontiera e di naufragi in mare, si muore di Cpr. Tutto questo non è solo inaccettabile, è l’orrore ormai normalizzato contro cui continuiamo a combattere. Chiediamo verità e giustizia e la chiusura di tutti i Cpr», conclude la campagna ricordando la lunga striscia di morti che la detenzione amministrativa e i governi che la continuano a sostenere hanno sulla coscienza.

Stefano Anastasìa e Alessandro Capriccioli chiedono che venga fatta piena luce sulla vicenda

A ricostruire la vicenda sono stati anche il Garante dei Detenuti del Lazio Stefano Anastasìa e il consigliere regionale di +Europa Alessandro Capriccioli. Sabato scorso si sono recati al Cpr di Ponte Galeria e hanno visionato la documentazione medica, ed è stato così possibile ricostruire gli ultimi giorni di vita del 26enne e il suo percorso tra strutture detentive e sanitarie. «Su questa vicenda, evidentemente, deve essere fatta piena luce, obiettivo per il quale per primo continuerò a impegnarmi», ha dichiarato Capriccioli in una nota.

Wissem Ben Abdel Latif. La denuncia viene rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma. “Legato a letto per tre giorni”, il dramma del 26enne morto al San Camillo dopo i pestaggi. Andrea Lagatta su Il Riformista il 6 Dicembre 2021. “Il suo sogno era andare a lavorare in Francia. Adesso voglio giustizia per mio figlio e già ci siamo affidati a un avvocato in Italia”. Vuole conoscere la verità Henda Benalì, la mamma di Wissem Ben Abdel Latif, sul decesso di suo figlio di 26 anni morto nel reparto psichiatrico del San Camillo, dopo essere stato legato al letto per giorni. Il giovane tunisino, dopo una breve permanenza al Cpr, era stato trasferito in ospedale per presunti disturbi psichiatrici, dove è morto il 28 novembre su un lettino di contenzione. A denunciare la vicenda è la campagna LasciateCIEntrare, su segnalazione del deputato tunisino Majdi Kerbai. La denuncia viene rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, su mobilitazione del garante laziale, Stefano Anastasia, e di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali/+Europa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia per fare luce sul decesso del giovane 26enne.

La vicenda

Sono disperati il padre e la madre di Abdel, che non riescono a trovare una spiegazione sull’assurda morte del 26enne, partito da Kebili, nel sud della Tunisia, e arrivato in Italia il 2 ottobre su un barcone con altri migranti.

Abdel approda al porto di Augusta in Sicilia e dopo 14 giorni di quarantena su una motonave, viene trasferito al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma. Anche qui il giovane non ha la possibilità di richiedere asilo.

La campagna LasciateCIEntrare racconta su Facebook come questo percorso sia ormai una prassi consolidata: “come ormai quasi di prassi in Italia per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale ed era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria”, affonda l’associazione.

A Roma inizia il calvario del 26enne. Il giovane si confida con il cugino, raccontando che dentro il Cpr la situazione è brutta: qui subisce aggressioni verbali e fisiche, tanto che il giovane vive in uno stato di ansia e paura.

Nella Capitale, come riporta Repubblica, il servizio di supporto psicologico dopo alcuni colloqui con Abdel chiede una visita con lo psichiatra. Un passo indietro rispetto a quanto avvenuto in Sicilia, dove Abdel è stato dichiarato alla vita di comunità.

Il ricovero

All’interno del centro, Abdel ha un malore e viene trasferito in ospedale, prima al Grassi di Ostia, e poi nel reparto psichiatrico del San Camillo di Roma, dove i medici hanno deciso di legare al letto il paziente per il suo comportamento aggressivo. Il giovane viene sottoposto a una terapia farmocologica, stabilita dalla Asl 3, che però non è andata a buon fine, secondo quanto ricostruito nelle carte sanitarie richieste e ottenute dal Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma.

“Dalla documentazione che abbiamo visionato risulta che il giovane tunisino era affetto da problemi psichiatrici e che il 23 novembre, a seguito di una richiesta da parte della Asl finalizzata all’approfondimento della valutazione psichiatrica, è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Grassi”, scrive su Facebook Alessandro Capriccioli, che sta cercando di fare luce sul caso.

“Da qui, dopo due giorni, il giovane è stato trasferito al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell’ospedale San Camillo, in cui risulta essere stato sottoposto a contenzione, tutti i giorni fino al 27, anche se non è specificato con quali tempistiche. Infine, il 28 novembre è deceduto per arresto cardiocircolatorio”.

Il garante Mauro Palma sottolinea che alcuni dettagli mancano dalle carte sanitarie di Abdel di cui è entrato in possesso. Come spiega a Repubblica, “va chiarito se al momento della morte fosse legato perché nelle carte sanitarie non è indicato. Gli esami del sangue erano regolari, non sembrava ci fossero problemi di salute”. E ha poi ricostruito: “C’è un’indicazione sulla necessità di legare il paziente braccia e gambe già il 25 novembre, poi sono stati annotati i controlli del 26 e del 27 novembre. Non è indicato invece se Abdel fosse stato legato anche nella sua ultima notte in vita”.

“Chiudere i lager di Stato”

L’organizzazione LasciateCIEntrare inquadra la vicenda del giovane tunisino come ennesima tragedia legata alla detezione amministrativa.

Nel post di denuncia, l’associazione scrive: “Abdel latif ha trovato solo detenzione in un paese che ormai non lascia speranza a nessuno. Un paese che continua ad uccidere perchè se non si muore di frontiera e di naufragi in mare si muore di CPR. Tutto questo non è solo inaccettabile. È l’orrore ormai normalizzato contro cui continuiamo a combattere”. E lancia un appello: “Chiudere tutti i Cpr. I Cpr sono lager di Stato!”.

Andrea Lagatta

I familiari vogliono conoscere la verità. Morto legato al San Camillo, l’ultima vergogna: autopsia eseguita all’insaputa dei familiari. Redazione su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. L’autopsia sul corpo di Abdel Latif, il 26enne tunisino morto il 28 novembre scorso nel reparto psichiatrico del San Camillo dopo essere stato legato al letto per giorni, è stata eseguita all’insaputa dei suoi familiari. Ad accertarlo è l’avvocato della famiglia, Francesco Romeo, che definisce la condotta “una grave superficialità”.

Il legale del 26enne ha raccontato a Repubblica di aver “appreso oggi che è già stata svolta l’autopsia sul corpo di Wissem Ben Abdel Latif. I familiari non sono stati avvisati e non hanno potuto nominare un proprio medico legale per partecipare all’autopsia: si tratta di una grave superficialità”.

L’avvocato è pronto quindi per nominare “un consulente che potrà svolgere solo l’esame esterno della salma, mentre alla Procura indicheremo anche i nominativi di altri ragazzi che con Wissem hanno condiviso il viaggio, la quarantena e la restrizione presso il Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. I familiari vogliono conoscere la verità sulla morte di Wissem”, dice il legale della famiglia.

Il legale della famiglia vuole quindi fare valere le testimonianze di tre ragazzi che hanno condiviso la camerata con il migrante tunisino nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, alle porte di Roma, secondo cui Abdel sarebbe stata vittima di aggressioni verbali e fisiche nel Cpr.

“Cercheremo di fare chiarezza, con ogni mezzo disponibile, sulle vicende che hanno condotto alla morte Wissem Ben Abdel Latif”, è l’auspicio dell’avvocato.

Abdel è approdato al porto di Augusta in Sicilia il 2 ottobre su un barcone con altri migranti e, dopo 14 giorni di quarantena su una motonave, è stato trasferito al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. Nel Cpr capitolino, secondo i testimoni, inizia il calvario del 26enne. Il giovane nel centro ha subito aggressioni verbali e fisiche, tanto da vivere in uno stato di ansia e paura.

Il giovane tunisino, dopo una breve permanenza al Cpr, era stato trasferito in ospedale per presunti disturbi psichiatrici, dove è morto il 28 novembre su un lettino di contenzione. A denunciare la vicenda è la campagna LasciateCIEntrare, su segnalazione del deputato tunisino Majdi Kerbai.

La denuncia è stata poi rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, su mobilitazione del garante laziale, Stefano Anastasia, e di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali/+Europa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia per fare luce sul decesso del giovane 26enne.

Le domande sul caso del giovane tunisino. Morto legato al letto, gli amici: “Ha subito percosse”. Alessandro Capriccioli su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Ci sono molti punti oscuri da chiarire nella storia di Wissem Abdel Latif, il ventiseienne tunisino morto al San Camillo di Roma dopo esservi stato trasferito dal Cpr di Ponte Galeria. Partiamo da quello che sappiamo, per averlo appreso dalla consultazione dei documenti sanitari e dai colloqui intercorsi durante due visite ispettive effettuate nel centro nei giorni scorsi. Wissem arriva in Italia a fine settembre, trascorre la quarantena sulla nave Atlas ad Augusta e il 13 ottobre viene inviato a Ponte Galeria con un certificato di idoneità alla vita in comunità ristretta: viene quindi disposto il trattenimento in attesa del rimpatrio.

Una decina di giorni dopo, il 25 ottobre, una relazione del servizio socio-psicologico del Cpr rileva che il ragazzo manifesta scarsa lucidità, disorientamento, stati d’ansia, senso di oppressione e tachicardia, e segnala la necessità di una visita psichiatrica: visita che ha luogo l’8 novembre presso il Dipartimento salute mentale (Dsm) di Roma Corviale, che ipotizza uno stato schizoaffettivo e ha come esito la prescrizione di una terapia farmacologica.

A quanto ci viene riferito la situazione, nei giorni successivi, non migliora: tant’è che il 19 novembre, con una nuova relazione, il servizio socio-psicologico del Cpr rileva il perdurare delle problematiche già segnalate e richiede una nuova visita psichiatrica.

La seconda visita, che avviene il 23 novembre sempre al Dsm di Corviale, si conclude con una richiesta di ricovero ospedaliero per approfondire la situazione: lo stesso giorno, quindi, dal Cpr Wissem viene portato in ambulanza al pronto soccorso del Grassi di Ostia, da cui dopo poche ore viene trasferito al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dello stesso ospedale con un referto in cui si parla di agitazione psicomotoria e di paziente schizofrenico.

Due giorni dopo, il 25 novembre, Wissem viene trasferito per competenza territoriale all’Spdc del San Camillo: qui, come risulta dal relativo registro, viene subito sottoposto a contenzione per stato di necessità. Da quanto scritto nella cartella la contenzione prosegue, senza che siano mai indicati gli orari di cessazione degli interventi, sia il 26 che il 27 novembre: finché, alle 4:20 del mattino del 28, si dà atto che il paziente è deceduto per arresto cardiocircolatorio.

Questi sono i dati che emergono dalla documentazione che ho potuto visionare.

Passiamo alle testimonianze raccolte nel Cpr. Da quanto mi è stato riferito dai compagni di stanza di Wissem e da alcuni ospiti della struttura che sono partiti sulla nave insieme a lui, con cui ho parlato durante la mia seconda visita al centro, il giovane era un ragazzo tranquillo, grande appassionato di calcio, la cui più rilevante difficoltà era quella di non riuscire a dormire la notte. Inoltre, il giorno prima di essere ricoverato, Wissem avrebbe raccontato loro di aver subito percosse da parte delle forze dell’ordine, e a riprova di quanto affermato avrebbe mostrato loro una protuberanza sul capo. Gli interrogativi che questa drammatica sequenza di eventi apre sono tanti, e sono tutti inquietanti. In ordine cronologico: i supposti problemi psichiatrici di Wissem sono antecedenti al suo ingresso nel Cpr o sono maturati durante la sua permanenza nel centro, posto che i racconti della famiglia e di chi ha intrapreso il viaggio insieme a lui riferiscono di un giovane senza particolari difficoltà? Perché si è resa necessaria la contenzione, quando nessuno nel Cpr mi ha riferito di un ragazzo con atteggiamenti aggressivi?

Quanto è durata la contenzione, visto che nel registro che la documenta, in cui dovrebbero essere indicati gli orari di inizio e fine di ciascun intervento, è indicato un solo orario di cui non è chiaro il significato? È plausibile, a partire da questa evidenza, concludere che la contenzione si sia protratta per tre giorni consecutivi senza soluzione di continuità?

Cosa sappiamo dei due giorni trascorsi nell’Spdc del Grassi dopo le dimissioni dal pronto soccorso, che a quanto ho potuto constatare non sono in alcun modo documentati? Qual è stata esattamente la ragione della morte di Wissem, dal momento che l’arresto cardiocircolatorio menzionato nel registro è più un sinonimo dell’avvenuto decesso che una sua causa?

Sono vere le voci che riferiscono, per bocca dei suoi compagni, di percosse subite dal ragazzo nel Cpr? E in caso affermativo, che ruolo hanno avuto quelle percosse nel determinare la situazione, fisica e psicologica, con cui il giovane è entrato in ospedale? Si tratta di quesiti a cui è urgentissimo dare una risposta, per ricostruire al di là di ogni ragionevole dubbio l’ultima settimana di vita di un ragazzo di ventisei anni arrivato in Italia per cercare un’esistenza migliore. Una settimana trascorsa, dal Cpr al reparto psichiatrico del San Camillo, interamente nelle mani dello Stato.

Alessandro Capriccioli. Consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali

Indagini sulla morte di Abdel, legato al letto perché aggressivo. Valentina Dardari l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Secondo alcuni testimoni il tunisino era stato prelevato da un agente ed era poi "tornato con la testa gonfia". Secondo alcuni testimoni, tre per l’esattezza, suoi compagni di camerata, pochi giorni prima di morire Wissem Ben Abdel Latif era “stato prelevato dal modulo da un agente” ed era poi “tornato con la testa gonfia”. Lo scrive Repubblica citando il racconto che i tre, protetti dall’anonimato, al gruppo indipendente LasciateCIEntrare. Sono tre le audizioni, tutte registrate, che ricostruiscono cosa è avvenuto in seguito a un pestaggio nei confronti di Abdel all’interno del Cpr di Ponte Galeria. Qui il tunisino di 26 anni era giunto il 13 ottobre dopo aver trascorso la quarantena in Sicilia perché arrivato a bordo di un gommone. Ancora non sarebbe chiara la data esatta del raid, svoltosi in un luogo in disparte del centro, lontano dagli altri compagni. I testimoni parlano del 18, del 21 e del 23 novembre, il giorno in cui Abdel è stato ricoverato al Grassi.

Il racconto dei testimoni

Il 26enne è morto il 28 novembre legato a un letto del Servizio psichiatrico dell'ospedale San Camillo perché ritenuto aggressivo. Prima della morte gli era stata prescritta una terapia con farmaci psichiatrici. I testimoni sono però sicuri che Abdel “è stato picchiato perché protestava e avevano scoperto che aveva girato dei video col cellulare. Rifiutava anche le medicine, trovava ingiusto tutto quello che gli stava accadendo”. La mamma del 26enne sembra però essere certa del motivo per cui il figlio è stato picchiato.

La donna, durante un sit-in in Tunisia, dove si susseguono le manifestazioni per chiedere verità, ha asserito in televisione: “Mio figlio è un martire e ha pagato con la sua vita perché ha cercato di condannare con i suoi video le condizioni molto dure nelle quali viveva in quel centro”. Un parente della donna ha poi aggiunto:“Abdel, secondo un testimone, avrebbe litigato con gli agenti. E nello stesso giorno è stato ricoverato in ospedale per isolarlo dal gruppo”. Questo racconto coinciderebbe con una delle date indicate da uno dei testimoni ascoltati da LasciateCIEntrare.

La procura: "Accertamenti autoptici"

Per il momento i testimoni in totale sono sei e verranno presto ascoltati dalla procura. La vigilanza, sia quella interna che quella esterna al centro, è assicurata da un apparato interforze sul quale supervisiona un ufficiale di polizia. Il personale accede ai locali solo nel momento in cui vi è il sospetto di disordini che possono mettere a repentaglio la sicurezza. Secondo i testimoni però “in quel momento non c'era tensione”. Dalla questura hanno fatto sapere che “è in corso un duplice accertamento di carattere amministrativo e di carattere penale”. La procura era stata avvertita solo il giorno seguente la morte di Abdel e ha disposto l'autopsia senza avvertire i familiari del ragazzo. Ha comunicato all'avvocato Francesco Romeo “un'integrazione degli accertamenti autoptici e un'estensione dei quesiti medico legali”. Il legale ha spiegato che si tratta di “una decisione che dà modo al medico legale nominato da me di partecipare all'ampliamento dell'autopsia. Nominerò uno psichiatra per la valutazione delle carte sanitarie”.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Morte Abdel, gli ultimi video girati nel centro di Ponte Galeria: "Non so cosa mi succederà. Sto rischiando per farvi vedere la verità".  Romina Marceca su La Repubblica il 12 Dicembre 2021. Ecco le immagini con la voce in sottofondo di Wissem Ben Abdel Latif, 26 anni, con le quali aveva denunciato le condizioni in cui vivono i migranti. Per questo sarebbe stato picchiato da almeno un agente, come raccontano almeno tre testimoni. Due video in cui Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l'immigrazione di Ponte Galeria e che invia ad un amico in Italia. Per quelle immagini il migrante tunisino morto a 26 anni sarebbe stato picchiato da almeno un agente. Forse perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

Romina Marceca per “la Repubblica - Edizione Roma” il 12 dicembre 2021. Due video in cui Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l'immigrazione di Ponte Galeria e che invia ad un amico in Italia. Per quelle immagini il migrante tunisino morto a 26 anni sarebbe stato picchiato da almeno un agente. Forse perché è stato beccato con quel cellulare in mano. Questo raccontano almeno tre testimoni e adesso Repubblica è in grado di mostrare quelle immagini con la voce di Abdel in sottofondo. Abdel non accetta quella prigionia, chiede aiuto come può. Non si dispera, è lucido quando parla. «Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci! ». Immagini e voci di chi sperava un futuro diverso e, invece, nel Paese che lo ha accolto ha trovato la morte, legato a un letto d'ospedale dove si trovava per «disagio schizo-affettivo » . E, dopo la morte, è arrivata anche la mala burocrazia: l'autopsia è stata eseguita senza che la famiglia sapesse ancora che aveva perso un figlio. «Credevano che finisse in rivolta e l'hanno massacrato», sostengono i suoi familiari a Kebili. È il 14 ottobre quando Abdel invia il primo video. L'amico conosciuto su Facebook raccoglie il racconto: «Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in un stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci». Wissem Ben Abdel Latif è a un mese e mezzo dalla sua morte, il 28 novembre scorso. E è consapevole che dal Cpr, molto probabilmente, non uscirà vivo. « Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla » , spiega nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Aveva sperato che dopo la quarantena sarebbe arrivata la libertà. Invece è stato portato a Roma. «Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell'uomo? Non capiamo? È tutto una bugia ». Abdel comprende i rischi che sta correndo ma all'amico tunisino in Italia, che intanto diffonde i suoi video per denunciare la storia di Wissem, spiega accorato: « Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri ». Sono immagini che, se non lo sono già, presto finiranno nelle mani della procura che sulla morte di Abdel ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Perché per quei video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all'ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. Ma l'amico in Italia aveva cercato di aiutare Abdel. Aveva trovato un'avvocata a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei. Abdel non lo aveva più ricontattato dopo il 15 ottobre e l'amico avrà creduto che tutto si stava risolvendo. Non è andata così. Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Almeno è questo che hanno ricostruito i suoi compagni di camerata. Dalla Tunisia, intanto, arriva il grido di dolore della famiglia che ieri si è riunita per un minuto di silenzio. La sorella Rania è in sciopero della fame da una settimana, il padre presto sarà in Italia. Gli studenti sono in agitazione e hanno aperto una pagina facebook: "Siamo tutti Wissem Abdelatif". 

«Rischio la vita per mostrarvi la verità»: la denuncia di Abdel, morto nel Cpr. Spuntano due video in cui il giovane tunisino morto a fine novembre denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Cpr di Ponte Galeria: «Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire». Il Dubbio il 12 dicembre 2021. «Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire». È questo l’ultimo grido di dolore lanciato da Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto lo scorso 28 novembre in circostanze sospette. A due mesi dal suo arrivo in Italia, era stato trasferito nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni.

In due video girati con il suo telefono e inviati a un amico in Italia, il giovane denuncia le condizioni in cui si trovano i migranti nel Cpr. Una denuncia che gli sarebbe costato il pestaggio da parte degli agenti, secondo il racconto di tre testimoni a Repubblica. «Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci!», racconta Abdel. Nel primo video, inviato a metà ottobre, il ragazzo lancia il primo messaggio d’allarme: «Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci».

Abdel era giunto in Italia a settembre e dopo un periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, in Sicilia. Ma invece di essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria, racconta la campagna LasciateCIEntrare. Una volta lì, il ragazzo lancia un secondo video appello: «Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla. Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo». «Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri», sono le ultime parole di Abdel.

Sulla sua morte ora la procura ha aperto un’inchiesta. Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento, sottolineano gli attivisti denunciando l’ennesima morte legata alla detenzione amministrativa in Italia. «Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?». 

"Credevano che finisse in rivolta e l'hanno massacrato". “Rischio di morire per farvi vedere la verità”, le ultime parole di Abdel nella sua video-denuncia. Gianni Emili su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l’immigrazione di Ponte Galeria girando due video che invia ad un amico in Italia. Sarebbero quelli ad essergli costati il pestaggio da almeno un agente. Forse – raccontano almeno tre testimoni a Repubblica – perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

“Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci!” denuncia Abdel.

Dopo la sua morte, è arrivata anche la mala burocrazia: l’autopsia è stata eseguita senza che la famiglia sapesse ancora che aveva perso un figlio. “Credevano che finisse in rivolta e l’hanno massacrato”, sostengono i suoi familiari a Kebili.

Il primo video lo invia il 14 ottobre quando all’amico conosciuto su Facebook che raccoglie il racconto: “Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci”.

“Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla”, spiega nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Poi è stato portato a Roma. “Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo? Non capiamo? È tutto una bugia”.

Abdel denuncia: “Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri”.

Per questi video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all’ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. L’amico in Italia era riuscito a trovare un avvocato a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei.  Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Almeno è questo che hanno ricostruito i suoi compagni. Dalla Tunisia arriva il dolore della famiglia che ieri si è riunita per un minuto di silenzio. La sorella Rania è in sciopero della fame da una settimana, il padre presto sarà in Italia. Gli studenti sono in agitazione e hanno aperto una pagina facebook: “Siamo tutti Wissem Abdelatif”. Gianni Emili

Romina Marceca per "la Repubblica - Edizione Roma" il 14 dicembre 2021. Una nuova inchiesta sulla fine di Wissem Ben Abdel Latif si affianca a quella penale per omicidio colposo. Si tratta di un'indagine interna avviata dalla Regione Lazio sui due ospedali dove Abdel ha trascorso i suoi ultimi cinque giorni di vita: il Grassi di Ostia e il Servizio di Psichiatria dell'Asl 3, ospitato al San Camillo. E da oggi inizieranno anche i nuovi accertamenti sul corpo del tunisino morto a 26 anni dopo due mesi dal suo arrivo in Italia e sulla documentazione sanitaria, come deciso dalla procura di Roma nei giorni scorsi. Abdel, il migrante tunisino trovato senza vita legato a un letto del San Camillo, era stato ricoverato il 23 novembre scorso al Grassi di Ostia. Era arrivato lì dopo un mese e dieci giorni trascorsi nel Cpr di Ponte Galeria con una diagnosi di «disturbo schizo-affettivo». Il supporto psicologico del Cpr aveva rilevato che quel migrante stava dando segni di insofferenza. Eppure Abdel, come dicono i suoi familiari, era un ragazzo «sano». Nel centro, secondo almeno quattro testimoni, Abdel era stato picchiato dagli agenti per i video-denuncia che aveva girato nelle stanze del Cpr e era riuscito a fare arrivare su Facebook. «Un giorno è stato prelevato dal modulo e poi è tornato con la testa gonfia», è quanto sostiene una delle testimonianze pubblicate da Repubblica. La prima domanda è: «I medici del Grassi hanno annotato, se c'erano, segni di un pestaggio sul corpo di Abdel?». Dopo due giorni, il 25 novembre, Abdel è stato trasferito al Servizio di psichiatria del San Camillo. L'inchiesta avviata dalla Regione Lazio punta a ricostruire cosa è accaduto al Grassi e al San Camillo. E, per quanto riguarda il Servizio psichiatrico, c'è da comprendere se le procedure di "contenimento" sono state eseguite secondo le norme. Di certo c'è stata una annotazione il 25 novembre e poi, nel diario dei controlli, ci sono gli orari dei giorni 26 e 27. Ma, come ha affermato anche il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, non c'è traccia di quelle braccia e gambe legate nelle ultime ore di vita di Abdel. Pugno duro della Regione: «Se dovessero emergere delle irregolarità sulle procedure eseguite, siamo pronti a rimuovere i medici». Nel 2009 un insegnante di Salerno, Francesco Mastrogiovanni, morì dopo essere stato costretto al letto di ospedale per sette giorni. Ma nel caso di Abdel entrano in gioco anche i racconti dei suoi compagni di Cpr. Uno di questi, scappato all'estero, ha dichiarato che «i Wissem è morto per farmaci neurologici sbagliati». Il caso di Wissem Abdel è ormai esploso a livello nazionale mentre in Tunisia continua lo sciopero della fame della famiglia che chiede «giustizia». È pronta un'interrogazione parlamentare da parte di Sinistra italiana. «Tutti coloro che sono in custodia dello Stato devono essere rispettati nella loro dignità e nei loro diritti. Sta qui il senso profondo di uno Stato democratico. Lo Stato italiano non può tollerare zone grigie o impunità di alcun genere. È per questo che la morte nei giorni scorsi in circostanze oscure del giovane tunisino nel Cpr di Roma deve essere chiarita fino in fondo» , afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. Intanto c'è attesa per i risultati dell'autopsia eseguita tra il 2 e il 3 dicembre scorsi quando ancora la famiglia di Wissem Abdel non sapeva di avere perso un figlio. I consulenti della procura hanno chiesto 60 giorni di tempo per rispondere alla domanda principale: «Perché è morto Abdel?». In Parlamento la morte del giovane al Cpr. Fratoianni "Lo Stato non può tollerare zone grigie".  

La denuncia di un amico del Cpr in cui era il 26enne. “Imbottito di farmaci sbagliati”: una testimonianza fa luce sul decesso di Abdel. Redazione su Il Riformista il 13 Dicembre 2021. Un nuovo video aggiunge un tassello alla complicata vicenda del decesso di Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto lo scorso 28 novembre nel reparto psichiatrico del San Camillo dopo essere stato legato al letto per giorni. Il nuovo filmato, pubblicato da Repubblica, è stato girato da un ragazzo che dice di essere stato “nel gruppo di Wissem”, “nel carcere di Ponte Galeria”.

L’uso della “medicina neurologica”

La testimonianza del giovane, che è ora in Francia dopo essere fuggito dal Cpr, non lascia spazio a interpretazioni: “Gli davano delle medicine neurologiche (…) gli ultimi sei giorni è stato portato in ospedale e ieri sera è morto. Da quello che ha detto l’avvocatessa gli avrebbero somministrato la medicina sbagliata. La medicina neurologica la usano per parecchi internati”, spiega il migrante connazionale di Abdel che ha ottenuto notizie di quanto accade nel Cpr  da “un’avvocatessa”. Quest’ultima, spiega il protagonista del filmato, ha raccontato “che gli internati sono picchiati e violentati, persino il Corano è stato buttato per terra e calpestato, gli immigrati vengono insultati”. E ancora: “il cibo che prima era del tutto immangiabile ora è peggio, è scaduto”.

Il ragazzo quindi racconta che Abdel è stato portato fuori dal centro per sei giorni, all’insaputa dei compagni e dalla famiglia. Proprio a quest’ultima, il giovane fuggito in Francia rivolge un pensiero: “Wissem, poverino non ha fratelli (…) ha solo una sorella e non posso immaginare lo stato di sua madre (…) che trovi la pace”. E poi lancia un appello: “Speriamo che qualcuno riesca a fare arrivare la sua voce”.i familiari

I video denuncia di Abdel

Lo stesso Abdel, prima del decesso, ha denunciato le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria attraverso due video che sono stati inviati a un amico in Italia. Questi, probabilmente, gli sono costati il pestaggio da almeno un agente. Forse – raccontano almeno tre testimoni a Repubblica – perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

Il primo video lo ha inviato il 14 ottobre raccontando all’amico conosciuto su Facebook di aver “viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci”. E’ l’appello del giovane 26enne, lanciato prima della sua morte.

“Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla”, ha spiegato Abdel nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Poi è stato portato a Roma. “Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo? Non capiamo? È tutto una bugia”.

Abdel ha poi denunciato: “Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri”.

Per questi video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all’ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. L’amico in Italia era riuscito a trovare un avvocato a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei. Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Poi il ricovero in ospedale e successivamente la morte.

Dalla rubrica delle lettere de “la Repubblica” l'11 dicembre 2021. Caro Merlo, il tunisino Wissem Ben Abdel, morto a 26 anni al San Camillo, secondo la famiglia e tre testimoni è stato picchiato dalla polizia nel Centro di accoglienza, il Pm è stato avvisato tardi e l'autopsia è stata fatta senza avvocati. La Tunisia protesta e nelle strade manifestano chiedendo giustizia. Lo abbiamo ucciso di botte! Pietà l'è morta. Ada Bolognesi - Roma

Risposta di Francesco Merlo

È morto legato a un letto, vedremo se di botte. L'Italia che aveva sognato si è rivelata una trappola di disumanità e i tunisini pretendono la trasparenza che noi pretendiamo dall'Egitto per Zaky e Regeni. Non ci si può indignare contro le violenze degli altri e balbettare quando di violenza siamo accusati noi.

Il giovane non venne mai informato della decisione del Tribunale. Abdel morto legato al San Camillo, giudice aveva respinto la richiesta di rimpatrio: “Doveva essere liberato”. Roberta Davi su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. Emergono nuovi dettagli sulla vicenda di Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto al San Camillo lo scorso 28 novembre in circostanze ancora da chiarire.

Un giudice aveva deciso che non doveva essere più rimpatriato e di conseguenza il 24 novembre avrebbe dovuto lasciare il Centro di rimpatrio di Ponte Galeria. La decisione venne notificata al Cpr, dove si trova un distaccamento dell’ufficio immigrazione, ma ad Abdel, che era già ricoverato all’ospedale Grassi di Ostia, non arrivò mai questa informazione, scrive Repubblica. 

Un altro tassello si aggiunge alla storia del giovane che coltivava il sogno di raggiungere la Francia per poter avere un futuro migliore. La documentazione è stata ora acquisita da Francesco Romeo,  avvocato della famiglia di Abdel. “Le indagini faranno chiarezza. La tragica morte del giovane Wissem poteva e doveva essere impedita” sono le sue parole riportate da Repubblica. Il legale ha anche richiesto alla Procura le immagini delle videocamere presenti nella stanza di Abdel sia all’ospedale Grassi che al San Camillo. 

Secondo la nuova perizia disposta dalla Procura, che indaga per omicidio colposo, Abdel sarebbe stato legato al letto anche il 23 e 24 novembre, durante il ricovero al Grassi, e non solo nell’ospedale sulla Gianicolense dove è deceduto. Intanto anche la Regione ha avviato un’indagine interna sulle due strutture in cui il migrante tunisino ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita.

La ricostruzione della storia

Abdel arriva in Italia i primi di ottobre; dopo un periodo su una nave quarantena ad Augusta, in Sicilia, il 14 ottobre entra al Cpr di Ponte Galeria. Dopo circa dieci giorni lo psicologo del centro chiede una visita psichiatrica per ‘comportamenti aggressivi’ che però, secondo la famiglia, Abdel non aveva mai avuto.

L’8 novembre lo psichiatra dell’Asl evidenzia un ‘disturbo schizoaffettivo’ e gli prescrive dei farmaci che poi, ad un certo punto, Abdel rifiuta di prendere. Con una seconda perizia psichiatrica, eseguita il 23 novembre, viene ordinato il ricovero ospedaliero: ma non è chiaro cosa sia successo quel giorno.

Il 26enne viene così portato in ambulanza prima al Grassi e poi, il 25, viene trasferito presso il reparto psichiatrico del San Camillo. Qui, secondo le cartelle cliniche, segue una terapia con due antipsicotici e un ansiolitico. Per almeno cinque giorni durante i due ricoveri, ricostruisce Repubblica, vengono applicate le ‘misure di contenzione’ e quindi Abdel viene legato con le mani e i piedi al letto. I controlli alle cinture si fermano al 27 mattina. Il 28 novembre alle 4:20 Abdel viene dichiarato morto dopo sette tentativi di rianimazione.  

Secondo alcune testimonianze il 26enne sarebbe stato picchiato tra il 18 e il 23 novembre, forse per aver girato dei video di denuncia delle condizioni in cui venivano tenuti i migranti nel Cpr di Ponte Galeria, poi pubblicati su Facebook da un connazionale a cui il giovane li aveva inviati.”Un agente lo ha portato via. È tornato con la testa gonfia” ha raccontato uno dei testimoni. 

La famiglia chiede giustizia

La Procura viene avvisata del decesso di Abdel solo il giorno dopo, il 29 novembre. Ma nessuno informa invece i familiari che vivono a Kebili, in Tunisia.

Tra il 2 e il 3 dicembre viene eseguita l’autopsia sul corpo del giovane, quando ancora né i genitori né la sorella sono a conoscenza della sua morte: “una grave superficialità” secondo l’avvocato Romeo. Da quel giorno la famiglia porta avanti la propria battaglia per conoscere la verità e avere giustizia. Roberta Davi

Patrick Zaki, Nicola Porro e il paradosso della giustizia in Italia: "Quello che non viene scritto". Il Tempo il 09 dicembre 2021. Dopo 22 mesi di detenzione, il tribunale egiziano di Mansura ha ordinato il rilascio, in attesa del processo, per Patrick Zaki, l'attivista per i diritti umani e studente incarcerato a febbraio 2020. La prossima udienza si terrà il 1 febbraio, ma mentre difesa e pubblici ministeri prepareranno le loro argomentazioni finalmente Zaki sarà libero, probabilmente da mercoledì o nei giorni seguenti. Zaki, studente dell'Università di Bologna oggi 30enne, è stato arrestato nel febbraio 2020 poco dopo essere atterrato al Cairo per un breve viaggio di ritorno dall'Italia. Da allora è stato detenuto e accusato di aver diffuso notizie false sull'Egitto a livello nazionale e all'estero. Le accuse derivano da articoli di opinione scritti da Zaki nel 2019 e che parlano della discriminazione contro i cristiani copti in Egitto.  Nicola Porro, nella sua rassegna stampa mattutina segnala gli articoli più importanti della giornata evidenziando che su tutti i quotidiani c'è solo la notizia di Zaki fuori dal carcere dopo mesi di apprensione e di interessamento da parte dell'Italia: "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina" commenta il giornalista che evidenzia un particolare di cui invece pochi parlano: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". Porro ritiene "giusta l'indignazione nei confronti di Zaki ma poi - evidenzia - in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". "La cosa straordinaria - spiega Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". 

Patrick Zaki, Nicola Porro: "Sapete come funziona la giustizia in Italia?", quello che i giornali non dicono. Libero Quotidiano il 9 dicembre 2021. "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina": Nicola Porro, nella sua consueta rassegna stampa della mattina, annota gli articoli e gli argomenti più importanti della giornata. Oggi in primo piano c'era, appunto, la scarcerazione dello studente egiziano, dopo 22 mesi di detenzione. Il giornalista, però, ha voluto far notare un dettaglio, che molti giornali non hanno riportato: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". E' un discorso di giustizia e garantismo quello fatto da Porro, che poi sull'argomento chiosa in questo modo: "Giusta l'indignazione nei confronti di Zaki, ma poi in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". Specificando: "Che nemmeno conosco". 

Il sistema giudiziario italiano come quello egiziano. Il caso Pittelli è come quello Zaky, l’Anm si infuria con il Riformista. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Il sindacato dei magistrati, quello così ben descritto nelle sue trame politiche nel libro Il Sistema di Palamara e Sallusti, se la prende con il Riformista. Perché abbiamo paragonato il sistema giudiziario italiano a quello egiziano e il caso di Giancarlo Pittelli a quello di Patrick Zaki. E anche perché abbiamo ironicamente qualificato come “malizia politica” e anche “stupore” le parole delle tre giudici del tribunale di Vibo che ha riportato in carcere l’avvocato calabrese, quando affermano che «Pittelli manifesta la volontà di instaurare contatti con la precipua finalità di incidere sul regolare svolgimento del processo». Se qualcuno si fosse aspettato una bella vigorosa lavata di capo da parte di un sindacato forte e con voce in capitolo, un ruggito alla Landini con le sue bandiere rosse, dobbiamo subito deluderlo. Anzi, possiamo persino buttarla in ironia, anche se chi indossa la toga, forse per deformazione professionale, in genere ne ha un po’ pochina. Pare quasi che nella sede centrale dell’ Anm, il sindacato dei magistrati, esistano delle schede prestampate a schema fisso, con scritto “autonomia e indipendenza” (quella da tutelare) e poi “finalità politiche”, quelle che gli altri attribuiscono alle toghe suscitando la loro indignazione. Come se non ci fosse più, nell’era post-Palamara, qualcuno in grado di elaborare un pensiero, non dico originale, ma almeno alfabetizzato. Mai una volta, per esempio, che il sindacato dei giudici e dei pm parli, oltre che di indipendenza e autonomia della magistratura anche dell’imparzialità, al pari degli altri due, valore costituzionale. Avrebbero potuto, i sindacalisti dell’Anm, descrivere le tre giudici del tribunale di Lamezia come “imparziali” soprattutto, visto anche che lo stesso avvocato Pittelli, nella lettera a Mara Carfagna che gli è costata la sua terza carcerazione, affermava che in Calabria esiste una giurisdizione “asservita” al volere del potente procuratore Nicola Gratteri. Noi stessi, che siamo maliziosi e non abbiamo reputazione di essere amici delle toghe, abbiamo avanzato dubbi sul fatto che la sciagurata contiguità tutta italiana tra giudice e accusatore sia sempre anche complicità. A maggior ragione dai vertici del sindacato impegnati nella difesa (un po’ anomala, perché mettono insieme il procuratore e i giudici) dei colleghi, ci si aspetterebbero parole del tipo: come vi permettete, voi del Riformista, di insinuare che le nostre giudici di Vibo non siano imparziali? Sarebbe stato un argomento –in questo caso sbagliato, perché noi non l’abbiamo messo in dubbio- ma in qualche modo sensato. Ma a chi pensate possa interessare invece la loro “autonomia e indipendenza”? Soprattutto affiancata a quella del procuratore Gratteri? E veniamo così all’indignazione più politica, quella che prende spunto dal paragone fatto dal Riformista tra il sistema giudiziario egiziano e quello italiano. Brucia, certo, è comprensibile. Ma brucia soprattutto a noi cittadini di uno Stato democratico, ogni volta che dobbiamo constatare quanto arretrata e contraddittoria e ingiusta sia la pratica quotidiana del nostro sistema processuale penale. La custodia cautelare, prima di tutto. Abbiamo scritto e riscritto gli articoli 273 e 274 del codice di procedura penale (mi permetto di dire “abbiamo” perché mi ci sono impegnata da presidente della commissione giustizia della Camera), ma il legislatore poco può fare di fronte al modo con cui la norma viene poi applicata. La verità è che nella testa di gran parte della magistratura, e in particolare dei pubblici ministeri, alberga ben poco il concetto del principio di non colpevolezza previsto dall’articolo 27 della Costituzione. E anche del fatto che per misura cautelare non debba necessariamente intendersi la detenzione in carcere. Prendiamo l’onorevole Pittelli, per esempio. È da Stato democratico o da regime totalitario il fatto che due anni fa, dopo il glorioso blitz del procuratore Gratteri, l’avvocato sia stato sbattuto (sì, sbattuto, non trovo altri termini che definiscano meglio) nel carcere speciale di Bad ‘e Carros, lontano dalla famiglia e dai difensori ma soprattutto dal suo giudice naturale e lì ristretto per quasi un anno? Stiamo parlando di un cittadino innocente secondo la Costituzione, e stiamo parlando di custodia cautelare. Siamo sicuri che il regime di detenzione di Patrick Zaki sia stato peggiore? Inoltre: nel frattempo i reati specifici per i quali l’avvocato Pittelli era stato arrestato, sia l’abuso d’ufficio che la rivelazione di atti d’ufficio e infine quello di essere una sorta di “capo” esterno dall’organizzazione mafiosa, erano caduti. È rimasta un’unica imputazione, il concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato che non c’è nel codice penale italiano, e probabilmente neanche in quello egiziano. Un reato molto più evanescente rispetto a quelli d’opinione contestati a Zaki, accusato, oltre che di propaganda sovversiva anche di aver diffuso notizie false. Dando per scontato che siano comunque contestazioni infondate, hanno pur sempre in sé una concretezza maggiore rispetto a quelle su cui si basano le accuse contro l’avvocato calabrese. E questa è solo la fase uno della storia giudiziaria di Giancarlo Pittelli. Con la fase due si entra nel paradossale, perché la procura di Reggio Calabria arresta a sua volta e dopo Catanzaro l’avvocato –che nel frattempo era infine, dopo un anno, approdato alla detenzione domiciliare- con un’altra accusa. E porta in carcere una persona già in custodia cautelare, che il tribunale del riesame poi rispedisce, come un bel pacco postale, ai domiciliari. Ma c’è un intoppo: il vecchio braccialetto elettronico dell’avvocato nel frattempo è stato assegnato a un altro detenuto e per lui non ce ne sono più. Così l’onorevole Pittelli subisce anche l’umiliazione di restare quattro giorni in carcere più del dovuto nell’attesa di un nuovo braccialetto. Se la fase due è paradossale, la tre è semplicemente ridicola. È il terzo arresto, per “trasgressione alle prescrizioni imposte”, articolo 276 del codice di procedura penale. Quello che viene usato in genere nei confronti di quei detenuti che si allontanano dal domicilio coatto, o che comunque comunicano in modo diretto con persone estranee a quelle conviventi. Giancarlo Pittelli non è scappato, non ha neanche fatto un salto al bar per riassaporare un caffè ben fatto, e non ha neanche comunicato in forma diretta con nessuno, non ha telefonato, per esempio. Ha scritto una lettera. Ma la lettera non è un’interlocuzione, una forma immediata e diretta di dialogo, di conversazione, di rapporto con un’altra persona. È un foglio che viene imbucato e cui il ricevente può, se vuole, rispondere in modo diciamo sfasato rispetto a chi lo ha scritto e spedito. In che modo quindi Giancarlo Pittelli avrebbe comunicato con la ministra Carfagna destinataria della lettera? In nessuno, anche se lei gli avesse risposto. Cosa che non ha fatto, preferendo consegnare la missiva alla polizia. Con ciò sottraendosi anche all’ipotesi un po’ ridicola e ingenua, avanzata dal tribunale, che l’intervento di una vecchia amica e collega di partito avrebbe potuto turbare lo svolgimento regolare del processo. Questa è la storia. Ma un’ultima precisazione va fatta e ribadita. Giancarlo Pittelli non è solo un cittadino trattato da uno Stato democratico alla stessa maniera degli Stati totalitari, è anche e soprattutto un avvocato. Un penalista che svolge la propria professione in una regione del sud d’Italia dove, se non vuoi occuparti solo di furti d’appartamento, incontri facilmente persone imputate di associazione mafiosa. Vien quindi da domandarsi –e ne ha parlato diffusamente il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza– se dietro la persecuzione subìta da Giancarlo Puttelli non ci sia anche un pregiudizio di procuratori e giudici che porta a far coincidere la reputazione dell’avvocato con quella del suo assistito. E quindi, in definitiva anche con il reato. Mafioso l’assistito e mafioso chi lo difende. In questo l’Italia non è seconda a nessun altro Stato, democratico o totalitario che sia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Eugenio Fasano. Estratto di un articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica” il 29 luglio 2021. Si era appena tolto le scarpette da calcetto con cui aveva giocato sui campi del circolo "Antico tiro al volo", quando ha perso i sensi. Un malore alla fine di una partitella tra colleghi si è trasformato in tragedia due giorni dopo, quando il maresciallo Eugenio Fasano è morto all'ospedale Umberto I di Roma. Una morte avvenuta due anni e mezzo fa, il 24 gennaio 2019, ma sulla quale ancora non c'è chiarezza. Un primo tassello verso la verità lo ha messo la denuncia dei familiari, convinti che «l'arresto cardio-circolatorio in infarto miocardio acuto» diagnosticato al maresciallo sia stato in realtà scatenato dalle gravi lesioni indicate nella sua cartella clinica: almeno 11 costole fratturate, un'arteria rotta, un polmone e lo sterno perforati, che farebbero pensare a «un'aggressione violenta», non solo a una manovra di soccorso maldestra. Il caso è approdato sul tavolo dei magistrati che seguono i reati militari e su quello della sostituta procuratrice Roberta Capponi, che ipotizza un reato preciso: omicidio colposo. L'inchiesta è in corso e mira a rispondere alle domande che la cognata della vittima, Teresa Afiero, ha sollevato nella denuncia scritta con l'avvocato Donato Santoro. Mentre i colleghi di Fasano sono addolorati per una ferita ancora aperta, e adesso ampliata dalla risonanza di quella che considerano una tragedia, la famiglia punta il dito sui tanti punti ancora oscuri di questa storia. Eugenio Fasano, 43 anni, era arrivato a Roma da Napoli nel 2006 e aveva fatto strada fino a diventare maresciallo. Alle 14 del 22 gennaio, entra in campo nel rinomato circolo dei Parioli. Da quel momento i familiari non hanno più sue notizie. E ad oggi non sono ancora riusciti a capire con chi Eugenio abbia giocato la sua ultima partita. Non ha saputo dirglielo neanche il collega carabiniere che dopo la morte di Eugenio ha restituito loro le sue cose. La cognata di Fasano sa solo che quel giorno, verso le 16,20, mentre è a casa di sua sorella, arriva la telefonata di un capitano dei carabinieri: Eugenio si è «sentito male durante la partita», sta per essere trasportato all'Umberto I e una macchina di servizio è pronta per accompagnare la donna in ospedale.

Eugenio Fasano, il Maresciallo dei carabinieri morto d'infarto dopo il calcetto? Non proprio, "11 costole rotte": terribili sospetti. Libero Quotidiano il 29 luglio 2021. Una morte drammatica quanto misteriosa quella del maresciallo Eugenio Fasano. Il carabiniere si era appena tolto le scarpette da calcetto con cui aveva giocato assieme ai colleghi quando ha perso i sensi. E una banale partita si è trasformata in tragedia: Fasano è morto due giorni dopo all'ospedale Umberto I di Roma, il  24 gennaio 2019. Eppure qualcosa non torna. I familiari hanno presentato denuncia, convinti che "l'arresto cardio-circolatorio in infarto miocardio acuto" diagnosticato al maresciallo sia stato in realtà scatenato dalle gravi lesioni indicate nella sua cartella clinica. Qui ci sono almeno 11 costole fratturate, un'arteria rotta, un polmone e lo sterno perforati, che farebbero pensare a "un'aggressione violenta" e non solo a una manovra di soccorso maldestra. Dettagli che portano la sostituta procuratrice Roberta Capponi a pensare a un reato ben preciso: omicidio colposo. Dalle 14 del 22 gennaio, giorno in cui il 43enne è entrato in campo, i familiari non hanno più avuto sue notizie. Ad oggi - ricorda Repubblica - non sono ancora riusciti a capire con chi Eugenio abbia giocato la sua ultima partita. Quel giorno sono arrivate sul posto due ambulanze. Alla stessa ora però un medico, un colonnello dell'Arma, era già nello spogliatoio del circolo sportivo con un defibrillatore. Da qui il dubbio dei parenti che ora si chiedono se quel dottore sia stato chiamato prima del 118, e perché: "Nell'accedere al Pronto soccorso - scrive la cognata Teresa Afiero nella denuncia- capisco subito che è successo qualcosa di molto grave, perché è pieno di carabinieri in divisa e non, di ogni ordine e grado". Eppure "nonostante la numerosa presenza di ufficiali e generali dell'Arma, che sono arrivati con l'ambulanza e molti di loro erano presenti anche sul campo da calcio e nello spogliatoio (), nessuno è stato in grado di dare le generalità di mio cognato". Il maresciallo viene addirittura registrato come "ignoto 2019014801". I medici "mi facevano notare che era arrivato in ospedale molto in ritardo rispetto a quando aveva perso i sensi: alle 16,46, cioè circa un'ora e 46 minuti dopo". Ora la sua famiglia fa un appello: "Chi sa, parli".

Il caso è stato riaperto dopo la denuncia dei familiari. Il giallo sulla morte di Eugenio Fasano, l’appello della famiglia ai carabinieri: “Aveva 11 costole rotte, parlate”. Redazione su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Si è sentito male dopo una partita di calcetto con gli amici, nello spogliatoio, in un pomeriggio che sembrava uguale a tanti altri. Eugenio Fasano, maresciallo dei Carabinieri di 43 anni, non ha più fatto ritorno a casa. È morto all’Ospedale Umberto I di Roma il 24 gennaio 2019, due giorni dopo il malore fatale. Ma la sua morte è ancora avvolta nel mistero. La Procura ora indaga per omicidio colposo, dalla richiesta dei familiari di riaprire il caso, inizialmente archiviato. Fasano, morto ufficialmente per infarto, aveva almeno 11 costole fratturate, un polmone e lo sterno perforati e un’arteria rotta, secondo la sua cartella clinica. Lesioni troppo gravi per essere semplicemente conseguenza di una manovra di soccorso mal eseguita, sostiene la famiglia. Un altro fascicolo sul decesso è stato aperto dai magistrati che si occupano di casi militari.

Tutti i punti da chiarire. A ricostruire la vicenda è Repubblica. Secondo quanto denunciato dalla cognata della vittima, Teresa Alfiero, il 22 gennaio 2019 alle 16:20, mentre era a casa della sorella, arriva la telefonata di un capitano dei Carabinieri: Eugenio aveva avuto un malore, stava per essere trasportato in ospedale. Ma successivamente emergono altri strani dettagli. Alle 15:35 due ambulanze partono dall’Umberto I per soccorrere il cognato ma a quell’ora un medico, un colonnello dell’Arma, si trovava già nello spogliatoio del circolo dei Parioli con un defibrillatore. I familiari quindi si chiedono perché questo medico fosse stato allertato prima del 118. Ma non solo: al loro arrivo al pronto Soccorso, i parenti si accorgono che sono molti i militari dell’Arma presenti, alcuni dei quali giunti proprio dal campo di calcetto. Eppure nessuno aveva comunicato le generalità di Eugenio, che era stato registrato come “ignoto 2019014801”. I medici “mi facevano notare che era arrivato in ospedale molto in ritardo rispetto a quando aveva perso i sensi: alle 16,46, cioè circa un’ora e 46 minuti dopo”, denuncia la signora Alfiero. Che ci sia stata negligenza nei soccorsi? “Chiedevamo chi fossero i giocatori, dove si era giocata la partita, chi era l’arbitro, se il centro era dotato di servizio medico e di defibrillatore, ma ogni tentativo è stato vano”. 

L’appello della famiglia. Eugenio Fasano era arrivato a Roma nel 2006 da Napoli, era sposato e padre di due bambine: era in servizio alla caserma Salaria, nel quartiere Trieste-Salario. I familiari non si arrendono e vogliono fare luce su tutti i diversi punti oscuri di questa dolorosa vicenda, ipotizzando che sia stato vittima di “un’aggressione violenta”. “Chi sa parli” è il loro appello.

Particolari inquietanti per la morte di Francesco Di Dio nel carcere di Opera: sarebbe stato soffocato? Francesco Di Dio, ufficialmente è morto di infarto, aveva 48 anni e gravi patologie. Era al 41 bis, arrestato a 18 anni, gli era stata negata la detenzione domiciliare. I suoi hanno presentato una denuncia alla procura di Milano. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 luglio 2021. Francesco Di Dio, ufficialmente è morto di infarto, il detenuto ergastolano, però, presentava ematomi in diverse parti del corpo. Ma quello che colpisce di più, è un segno circolare intorno al collo. Secondo la medicina legale il decesso è sopraggiunto per mancanza naturale di ossigenazione. Ma secondo il medico legale di parte la causa della mancata ossigenazione sarebbe stata causata da una pressione.

Era molto malato e aveva subito l’amputazione di un piede. Francesco Di Dio aveva molte patologie, tanto da aver subito anche l’amputazione di un piede, ma lo hanno fatto rimanere in carcere, a Opera di Milano, senza concedergli alcuna detenzione domiciliare per motivi di salute. Nulla. Alla fine è morto a 48 anni il 3 giugno del 2020. Era il periodo delle indignazioni sulle “scarcerazioni”, cavalcate da taluni giornali e trasmissioni televisive. Tutto ciò ha irrigidito la concessione di benefici per motivi umanitari, una violenza mass mediatica che ha portato anche alle morti di diversi detenuti incompatibili con il carcere.

Depositata denuncia alla procura di Milano. Ma la vicenda di Francesco Di Dio è ancora più inquietante, non essendo emersa alcuna responsabilità. Per questo, l’altro giorno, l’avvocato Daniel Monni, ha depositato presso la procura di Milano la denuncia di Maria Rosa Cecilia Di Dio, zia di Francesco. Aveva poco più di 18 anni quando era stato condannato all’ergastolo a vita. Quando si dice che i mafiosi possono morire pure in carcere, perché tanto sono dei mostri incurabili, bisogna ricordare che ci sono storie individuali che bisogna conoscere.

Arrestato a 18 anni era stato condannato all’ergastolo ostativo. Francesco Di Dio, originario di Gela, era ancora adolescente con problemi di tossicodipendenza quando divenne strumento della criminalità organizzata. Ha partecipato a un regolamento di conti tra appartenenti alla Stidda e a Cosa Nostra, che aveva causato diversi morti nel 1990. Tratto in arresto appena 18enne, è stato condannato all’ergastolo. Quello ostativo.

Era iscritto all’associazione “Nessuno Tocchi Caino”. La sua scelta era stata quella di non collaborare con la giustizia, ma intraprese un percorso che lo ha portato a redimersi, rendendosi conto che da ragazzino si era fatto traviare dai boss della Stidda, tanto da iscriversi all’associazione del Partito Radicale “Nessuno Tocchi Caino”. Ma per la dura legge emergenziale, poi diventata ordinaria in un Paese che ha la peculiarità di essere uno “Stato di eccezione”, Francesco non può aver scampo. O fa i nomi di qualcuno relativi a fatti di 30 anni fa, oppure può uscire dal carcere solo in una bara. Così purtroppo è accaduto. Era affetto da gravissime patologie. Sembrava un bollettino di guerra il suo corpo: arteriopatia agli arti inferiori in fase avanzata che provocò l’amputazione del piede sinistro nel 2012, epatopatia HBV correlata, iperpara-tiroidismo secondario, simpatectomia lombare sinistra, formazione cistica pluriconcamerata di 3 centimetri in sede sottotiroidea paratracheale, epatomegalia in steatosi epatica. Ma non sarebbero quelle le cause della sua morte, anche se la sofferenza era palpabile e meritava diversa allocazione.

Dalla denuncia emergerebbero particolari inquietanti. Dalla denuncia depositata presso la procura di Milano, si legge che dalle immagini catturate nel corso dell’autopsia si evidenziano elementi che sino ad ora erano stati del tutto trascurati. Il cadavere presentava diverse macchie ipostatiche: le più significative si palesavano nel collo, nella schiena, nelle natiche e nella parte posteriore degli arti inferiori. Evidenziava, inoltre, un anomalo e acceso eritema al volto, al collo ed alla parte anteriore del torace. Ai margini della bocca era presente un liquido rossastro e ai bordi del collo era presente un anello ipostatico.

La sua morte potrebbe essere stata causata da soffocamento. Cosa sta a significare secondo il parere del medico legale di parte? Un qualcosa di indicibile. Secondo la denuncia depositata nella Procura di Milano, il decesso di Francesco Di Dio, in estrema conclusione, scaturisce «in un meccanismo naturale di acuta insufficienza di circolo in soggetto cardiomegalico ed affetto da arteriopatia obliterante degli arti inferiori» ma, casomai, – si legge nella denuncia – «deve essere ascritta ad un’improvvisa ed innaturale insufficienza di apporto di ossigeno che ha comportato un tentativo di compensazione di circolo da parte del cuore con fortissima elevazione della pressione». In poche parole: la sua morte potrebbe essere stata causata per soffocamento. Per dipanare ogni dubbio, sarebbe bastato vedere le immagini della videosorveglianza. I famigliari di Francesco Di Dio, hanno chiesto l’acquisizione dei filmati di videosorveglianza delle sue ultime 48 ore di vita. Ma come ha reso pubblico la signora Maria Di Dio, sua zia, non vi sono stati ancora forniti. Ma oramai è troppo tardi, le ultime vicende sui pestaggi in carcere insegnano che vanno acquisite subito, altrimenti si perdono. Intanto la denuncia è stata depositata, ora sarà la Procura a vagliare.

La Cedu esaminerà il caso Uva: ammesso il ricorso della famiglia. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 3 febbraio 2021. Nel 2020 la Cassazione aveva confermato l’assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti, accusati della morte di Giuseppe Uva. La Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu), ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati e dalla famiglia di Giuseppe Uva, dopo che nel 2020 la Cassazione aveva confermato l’assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti. A darne notizia su La Stampa sono Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di “A Buon Diritto”. ll processo che ha fatto discutere è stato quello che vedeva imputati carabinieri e poliziotti intervenuti quella notte (il 14 giugno 2008). In appello gli imputati erano stati assolti, così come ha confermato la Cassazione . Ora – con l’ammissione del ricorso – gli atti verranno riesaminati appunto dalla Cedu.

Per la Cassazione «non vi fu alcuna violenza gratuita». Nel testo scritto dai giudici della V sezione penale della Suprema Corte si legge che «anche volendo ammettere che Giuseppe Uva disse forse di essere stato percosso (senza dire da chi, ma preannunciando intenti vendicativi) o che urlò “assassini mi avete picchiato”, fatto sta che di quelle violenze fisiche non vi fu alcun riscontro». I giudici di piazza Cavour sottolineano anche che «non vi fu alcuna violenza gratuita, se è vero che si rese necessario bloccare fisicamente Uva senza che poi risultassero visibili segni di sorta riconducibili ad afferramenti o immobilizzazioni». Continuano sottolineando che «è un dato pacifico e innegabile», il fatto che nessuno abbia assistito a condotte violente realizzate da uno qualsiasi degli imputati: a parte le indicazioni dell’amico «su quel che credette di interpretare dai rumori della stanza accanto, nulla è stato acquisito a riguardo. Anzi, sul corpo della vittima non fu dato neppure riscontrare segni di afferramento, strumentali a una immobilizzazione coattiva realizzata con l’uso di una forza particolare». Di violenze fisiche «non vi fu alcun obiettivo riscontro». Il contenimento fisico che secondo la ricostruzione accusatoria avrebbe concorso allo stato di agitazione psico-motoria e alla morte, fu «assolutamente limitato» e «strumentale» a farlo salire in auto e tenerlo fermo in caserma.

Il 14 giugno 2018 Giuseppe Uva morì in ospedale. Dopo la definitiva assoluzione, però, l’avvocato della famiglia, Fabio Ambrosetti, aveva dichiarato: «Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo». Detto, fatto. Ora, grazie all’associazione “A Buon Diritto”, sappiamo che il ricorso è ammissibile. Questi i fatti. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, operaio 43enne di Varese, probabilmente in stato d’ubriachezza, s’era messo a spostare delle transenne in Via Dandolo, nel centro cittadino. Uditi gli schiamazzi, i residenti avevano chiamato le forze dell’ordine. Sul posto erano accorse tre volanti, una dei carabinieri, due della polizia. Uva era stato fermato e tradotto in caserma, secondo i verbali vi era arrivato alle 3.50 insieme all’amico Alberto Biggiogero. Sempre secondo i verbali, alle 4.11 sul posto era arrivata la Guardia medica, allertata dai carabinieri, la quale aveva deciso di sottoporre Uva a un trattamento sanitario obbligatorio. Alle 5.45 l’uomo veniva trasferito in ospedale. Verso le dieci del mattino, Giuseppe Uva moriva.

Per la sorella Lucia il suo corpo era quasi irriconoscibile. Lucia Uva ha sempre sostenuto che il corpo del fratello Giuseppe restituito ai familiari era quasi irriconoscibile, presentava tumefazioni e ferite, aveva i testicoli tumefatti e l’ano presentava tracce di sangue. In seguito alla denuncia da loro sporta, fu istituito il primo processo, dove sei poliziotti e due carabinieri vennero imputati con l’accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Il processo si chiuse a metà del 2012, con l’assoluzione di un medico accusato di omicidio colposo, e la richiesta del magistrato che seguiva il caso di svolgere ulteriori indagini. Risultava infatti strano che Uva fosse stato portato in caserma, visto che per gli schiamazzi notturni è prevista solo una multa, e che non fosse stato redatto alcun verbale d’arresto. Non si spiegava perché fosse stato trattenuto così a lungo, e non era chiaro cosa fosse successo nel tempo intercorso tra il fermo e il ricovero in ospedale. Nel 2013, dopo cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, con inspiegabile ritardo la procura ascoltò Alberto Biggiogero, l’amico di Uva presente la notte del fermo. Questi dichiarò che quella notte uno degli agenti aveva detto ad Uva: «Proprio te cercavo, Uva», frase spiegabile col fatto che l’operaio si vantava in giro di aver avuto una relazione con la moglie dell’agente in questione. Dichiarò inoltre che i carabinieri avevano picchiato Uva prima di caricarlo in macchina, e probabilmente anche in caserma, poiché aveva sentito l’amico, chiuso in una stanza con gli agenti, gemere di dolore. Quindi aveva chiamato un’ambulanza, ma il 118, stando alle deposizioni, non era arrivato, poiché aveva richiamato i carabinieri e questi avevano riferito che non c’era alcun bisogno di aiuto. Inoltre, durante il ricovero aveva sentito dire a Uva «Mi hanno picchiato».

Per i giudici sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca. Nell’aprile del 2016 il secondo processo si chiuse con l’assoluzione degli indagati, sentenza confermata in appello due anni dopo. A parere dei giudici, le forze dell’ordine erano esenti da colpe, le ferite sul corpo dell’operaio erano dovute ad atti di autolesionismo causati da una “tempesta emotiva”, scatenata dallo stress e dallo stato di ebrezza in cui si trovava la vittima. Nel 2019 la sentenza della Cassazione ha posto termine ad un iter giudiziario tortuoso, dove tra le altre cose il magistrato incaricato di seguire il caso, è stato sottoposto ad un’azione disciplinare per non aver indagato a dovere sulla vicenda. Negli anni, poi, Biggiogero aveva in parte ritratto la sua testimonianza. Per i giudici, non c’è dubbio: Uva sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca, per lo stress causato dallo stato di fermo e dallo stato di ebrezza in cui si trovava. Ora però, si avvia un altro iter. Quello della Cedu. L’esito non sarà scontato, ma almeno si apre un altro spiraglio.

Albenga, morto in cella, un altro detenuto rivela ai pm: "Ho sentito Emanuel che urlava 'aiuto, basta'". Marco Preve su la Repubblica il 15 gennaio 2021. Il tragico decesso di Emanuel Scalabrin avvenuto a dicembre nella caserma dei carabinieri. In esclusiva il referto medico di una visita al pronto soccorso durata appena tre minuti. Possibili a breve i primi avvisi di garanzia. L'ipotesi dell'omissione di soccorso. Con la testimonianza di un altro detenuto, il caso della morte del 33 enne Emanuel Scalabrin, avvenuta in circostanze ancora misteriose in una cella della caserma dei carabinieri di Albenga, imbocca, almeno per ora, la strada più scabrosa. Perché se fino ad oggi le domande e i dubbi sul decesso di Scalabrin ruotavano attorno a una serie di situazioni  che qualcuno poteva anche spingersi a definire una sfortunata concatenazione di eventi,  dopo le due ore di interrogatorio di Paolo Pelusi, l’inchiesta avviata dalla procura di Savona si apre a nuovi scenari. E se il fascicolo d’indagine inizialmente procedeva nei confronti di ignoti, ora potrebbe presto far registrare l’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni dei militari che si sono avvicendati nei turni di guardia  nelle ore della detenzione e del decesso di Scalabrin.

"Scalabrin urlava “aiuto”. Pelusi, che ha 57 anni e una vita segnata dallo spaccio e dal consumo di droga, ha raccontato che nel pomeriggio del 4 dicembre, mentre era stato fatto uscire dalla cella e portato in una stanza sotto sorveglianza di due militari, aveva sentito le grida di Scalabrin. «Urlava “aiuto, aiuto, basta”, non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto». Pelusi ha aggiunto di essere stato picchiato dentro la caserma della compagnia da un carabiniere che lo avrebbe colpito anche con un bastone sui fianchi. Pelusi, che è assistito dall’avvocato Andrea Cechini non ha sporto denuncia ma ora spetterà ai pm savonesi Chiara Venturi ed Elisa Milocco stabilire se nei suoi confronti siano state commesse violenze o abusi da parte dei carabinieri. La vicenda è evidentemente tanto scottante quanto scivolosa. Pelusi è un testimone “facile” da smontare in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine: insomma, inaffidabile.

Ma proprio il suo curriculum di lunga convivenza nel milieu criminale lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine. Insomma, Pelusi, a meno che non venga ritenuto incapace di intendere e di volere, è certamente consapevole che una calunnia nei confronti dei carabinieri potrebbe diventare un marchio a vita. Inoltre, a quanto risulta, non avrebbe chiesto contropartite o benefici per le sue dichiarazioni rilasciate al termine dell’interrogatorio cui è stato sottoposto nel carcere di Imperia dalle due pm. Esiste naturalmente una terza opzione:  quella di un equivoco su quanto sentito.

Come è morto Emanuel?

Emanuel Scalabrin viene  arrestato alle 12.55 del 4 dicembre assieme ad altre persone fra le quali la sua compagna Giulia, madre del loro bambino, e appunto Pelusi. Scalabrin viene fermato nella sua abitazione perché trovato in possesso di cocaina e hashish. Nel verbale i carabinieri spiegano che ha opposto resistenza, si è ribellato e che il suo arresto è stato complicato. La sua compagna lo racconta da un’altra visuale: quello di un uomo a lungo bloccato sul letto, ammanettato e immobilizzato al punto di essersi defecato e urinato addosso. Poi l’ingresso nella caserma dalla quale uscirà cadavere il mattino seguente. Verso le 21 Scalabrin  accusa un malessere e i carabinieri fanno intervenire la guardia medica. La dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta. Consiglia "l'accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche". I carabinieri seguono le indicazioni della Guardia Medica e accompagnano Scalabrin al pronto soccorso di Pietra Ligure. La permanenza nell'ospedale è uno degli elementi oggetto di approfondimento dell'inchiesta del pm Chiara Venturi. Il referto segnala l'ingresso alle 22.57, l'apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto,  gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone - che la madre di Scalabrin aveva consegnato ai carabinieri - e viene sottoposto a "visita pronto soccorso". Tre minuti. Il referto dell'ospedale Santa Corona. Scalabrin viene sottoposto a visita nel pronto soccorso e gli viene somministrato il metadone, tutto in soli 3 minuti. Pelusi varca la soglia della cella alle 17.30 e pochi minuti dopo i carabinieri entrano per farsi consegnare involucri di droga che si sono accorti aveva nascosto in bocca. Attorno alle 18 a causa di una ferita sulla schiena legata ad un suo recente intervento chiede e ottiene di essere visitato. Una squadra del 118 lo medica una mezz’ora dopo. Nel turno notturno il carabiniere di servizio spiega nel verbale di aver notato come Pelusi fosse in stato di agitazione “dovuto probabilmente all’astinenza dell’assunzione di stupefacenti”. Alle 3 arrivava una dottoressa della guardia medica che somministrava a Pelusi un farmaco contro l’ipertensione. Durante queste fasi il militare riferisce di aver notato come Scalabrin dormisse nella sua cella russando “in maniera molto rumorosa”. L’ultima riscontro di Scalabrin in vita è, a stare al verbale, alle 4 quando viene svegliato con Pelusi per andare in bagno. Solo alle 10.30 del mattino il carabinieri entrato in servizio si accorge che Scalabrin è morto. Il militare entra nella cella per farlo andare al colloquio con il suo avvocato ma non ottiene risposta. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”.

L'impianto video della caserma non aveva hard disk. I famigliari di Emanuele vogliono capire se Emanuele possa essere morto per eventuali lesioni riportate durante l’arresto o se comunque non abbia ricevuto in cella l’assistenza adeguata. I loro sospetti sono basati su alcuni punti. Il primo è l’assenza dei video della notte. L’impianto di video sorveglianza funzionava ma non registrava, perché non era presente un hard disk, come scopre un perito incaricato dalla procura. Gli inquirenti vogliono capire se fosse una caratteristica dell’impianto e, in caso, se questa sia una una situazione regolare. La famiglia di Emanuele, che è assistita dagli avvocati Lucrezia Novaro e Giovanni Sanna dello studio di Gabriella Branca (e hanno come consulente il medico legale Marco Salvi) attende nei prossimi giorni i risultati dell’autopsia. La presenza di macchie ipostatiche su alcune parti del corpo non sono di per sé indicative di traumi bensì sono gli indicatori di una compressione del corpo. Servono però a definire il possibile orario ella morte, che è stato stimato nelle tre ore precedenti. I familiari si chiedono come sia stato possibile che una persona che già era stata sottoposta a visita e a un trattamento poche prima, non sia stata sorvegliata con maggiore attenzione e la sua morte sia stata scoperta solo per caso ben tre ore dopo. Sulla morte di Emanuele ha annunciato la presentazione di un'interrogazione parlamentare  il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni mentre la Comunità di San Benedetto è stata la prima a chiedere verità sul caso Scalabrin.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

Tgcom24 l'11 dicembre 2021. Michele Misseri, parla l'avvocato: "Riceve offerte di lavoro per quando uscirà dal carcere". A "Quarto Grado" Luca La Tanza rivela: "Le persone si fidano di lui". Da gennaio 2023 Michele Misseri sarà un uomo libero. A parlarne a "Quarto Grado" è il suo avvocato Luca La Tanza che aggiunge: "L'intenzione di Michele è quella di tornare alle sue campagne. Tra l'altro sta ricevendo anche numerose offerte di lavoro da parte di aziende agricole della sua zona. Si fidano di lui". Al momento in carcere per il delitto di Avetrana , Misseri, svolge corsi di falegnameria e pittura, dando una mano anche in quello che più sa fare meglio, il giardinaggio. Spesso scrive delle lettere a sua figlia e sua moglie, ma come dice l'avvocato all'inviato di Rete 4, non ottiene mai risposte. E sulla posizione del suo assistito, che ancora oggi si professa colpevole, La Tanza aggiunge: "Si sarebbe dovuto procedere con l'imputazione di omicidio nei confronti di tutte e tre le persone e non archiviare la sua posizione. Probabilmente avremmo potuto valutare il tutto in maniera diversa".

Franco Coppi: «L’omicidio di Sarah Scazzi è il mio tormento, ma il caso non è chiuso» (Carmine Gazzanni su Panorama mercoledì 8 dicembre 2021). Mentre una docuserie riaccende le polemiche sul processo più «mediatico» degli ultimi anni, parla il celebre penalista che ha difeso Sabrina Misseri e Cosima Serrano. «La loro condanna all’ergastolo è ingiusta» attacca. «Troppi elementi non sono stati valutati». Da giovane Franco Coppi voleva fare il pittore. Ma ha studiato legge, e ha cominciato a insegnare all’Università. Poi, un giorno e a sua insaputa, si è ritrovato battezzato come «uno dei più noti avvocati d’Italia». Quando gli si chiede come sia accaduto, perché una cosa del genere non succede per caso, sorride sornione, gli occhi scuri vibrano nel suo studio ai Parioli, eterno salotto buono di Roma. Con tono gentile, risponde: «Forse è perché non mi sono mai risparmiato». Dentro questa certezza - di uomo che si considera come «un artigiano della giustizia», e ha passato la ...

Delitto di Avetrana, il prof. Coppi: «E’ il mio tormento, condanne ingiuste». Il professore Franco Coppi, difensore di Sabrina e Cosima Misseri, torna a parlare del delitto di Avetrana: «Sono stati commessi tantissimi errori». Il Dubbio l'8 dicembre 2021. Il professore Franco Coppi, uno dei penalisti italiani più noti, avendo difeso, tra gli altri, l’ex presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti, in un’intervista a Panorama, parla di nuovo del delitto di Avetrana, dove fu uccisa la giovanissima Sarah Scazzi. «Quando si è in presenza di errori così clamorosi, di ricostruzioni contro ogni logica, allora le sentenze diventano un tormento. E io un tormento assoluto, che da dieci anni mi assilla, ce l’ho». Coppi spiega che «sarebbe sufficiente la confessione di Michele Misseri per comprenderlo. Poi, però, mi si direbbe che l’uomo ha cambiato troppe volte versione ed è divenuto inattendibile. Eppure è nel primo racconto, quello che ha portato a far rinvenire il corpo della giovane Sarah, che tutto è logico. Senza dimenticare un altro particolare. Quale? In aula, durante il mio interrogatorio, non solo Misseri ha confermato che sarebbe stato lui a uccidere Sarah, ha addirittura mimato come l’avrebbe ammazzata. In quell’occasione ha anche spiegato l’approccio sessuale che, stando alla sua versione, sarebbe alla base dell’omicidio. Eppure condannate all’omicidio ci sono Sabrina e Cosima, ritenute colpevoli da tre sentenze conformi. Il problema è che sono stati commessi una serie incredibile di errori e alcune vicende sono state male interpretate». «Riponevo grande fiducia nella Cassazione, anche perché proprio da questa Corte durante le indagini erano state emesse due sentenze che bocciavano i provvedimenti cautelare contro Sabrina per mancanza di prove. E invece una tra le persone coinvolte, prima della sentenza, mi disse che si era molto appassionata al caso e aveva seguito in televisione l’intera vicenda. Sentendo quelle parole, capii che avremmo perso anche in Cassazione. II documentario su Sky si concentra sul circo mediatico che si è creato ad Avetrana». Coppi, però, non molla il caso e spera di ottenere la revisione del processo. «Vorrei pensare che i giudici siano sempre impermeabili al racconto mediatico e alle chiacchiere da bar. Ma in questa vicenda l’enorme pressione della comunicazione, e la descrizione che in particolar modo è stata fatta di Sabrina, penso abbiano inciso fortemente. Sentenze che per me restano così incomprensibili sono debitrici verso tale circo. Anche perché dobbiamo dirlo: nessuno sa che diventerà giudice popolare quando le indagini sono in corso e quindi è plausibile che guardi la televisione e si faccia un’idea di ciò che è accaduto. La vicenda, nonostante la sentenza passata in giudicato, non è conclusa». «Un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si, ed è stato dichiarato ammissibile anche se è impossibile conoscere i tempi della giustizia europea. Tutto il ricorso ruota attorno alla figura del fioraio. Perché? Cuomo raccontò prima di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah e riportarla a casa loro, in via Deledda; poi spiegò di averlo solo sognato. Proprio per tale cambio di versione, fondamentale per la ricostruzione, finì sott’inchiesta» prosegue Coppi. «In questo modo non è mai stato interrogato in dibattimento. In altri termini: Sabrina Misseri e sua madre sono state condannate all’ergastolo per una testimonianza, il cui autore non è mai stato sentito da noi legali in dibattimento. Ciò che lamentiamo è la violazione dei diritti di un equo processo per le difese, tema che sappiamo «sensibile» a Strasburgo. Dopo 11 anni il fioraio Giovanni Buccolieri torna a parlare. Nel documentario ammette come già al primo interrogatorio avrebbe spiegato che quel racconto era frutto di un sogno (sebbene poi questo non risulti nel verbale, ndr). Vedremo cosa accadrà con il ricorso in Europa». Il processo contro Sabrina e Cosima Misseri per Coppi è stato un terremoto emotivo, al punto che stava pensando di ritirarsi dalla professione di avvocato. «Avevo già scritto la lettera di dimissioni. Poi un amico e collega fidato mi ha convinto a non demordere: solo facendo l’avvocato avrei potuto continuare a occuparmi del caso e presentare ricorso in Europa. È chiaro come la vicenda l’abbia segnata profondamente. Resta il mio tormento, continuo a non dormirci la notte».

"Ci sono padri che violentano". Le accuse a Michele Misseri. Angela Leucci l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sabrina Misseri continua a dichiararsi innocente per l'omicidio di Sarah Scazzi, il padre Michele ad autoaccusarsi: parla la sorella Valentina.

L’opinione pubblica torna a interrogarsi sull’omicidio di Sarah Scazzi: si concentra tutto su un interrogativo, Sabrina Misseri è colpevole o innocente?

L’argomento è tornato d’attualità per diverse ragioni. La prima è che sia Sabrina che la madre Cosima Serrano sono in attesa di novità dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, alla quale le loro difese hanno presentato un ricorso che è stato dichiarato ammissibile. La seconda è in una docu-serie, “Sarah - La ragazza di Avetrana" in cui, tra le altre cose, ci si interroga sul ruolo dei media nell’opinione pubblica e nel processo a Sabrina e Cosima. La terza è che Michele Misseri, che continua ad autoaccusarsi dell’omicidio, dopo aver incolpato però Sabrina, potrebbe uscire dal carcere tra poco più di un anno.

In molti credono all’innocenza di zio Michele, ma una persona che continua a ritenerlo colpevole è invece sua figlia, Valentina Misseri. “Mia sorella e mia madre sono state già condannate dall’opinione pubblica, mentre mio padre che è il colpevole viene comunque santificato - aveva già dichiarato in passato - Non riesco a capire tutta questa meraviglia, perché il padre accusa una figlia. Ci sono padri che violentano le figlie, padri che ammazzano le figlie”.

Valentina Misseri contro il padre

L’opinione di Valentina è stata ribadita in una recente intervista e c’è un dettaglio importante che punta il dito dritto contro Michele. Questo dettaglio viene proprio da Valentina, che dopo la prima confessione del padre, in cui disse di aver ucciso Sarah in preda a un raptus sessuale e poi di averne violato il cadavere sotto a un fico, raccontò un aneddoto della sua adolescenza. “Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia - ha spiegato la sorella di Sabrina - Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi più far vedere così da me’. Mi sentii sporca. Da quel momento inizia a fare il bagno con la porta chiusa”.

Valentina Misseri ha descritto il padre come un uomo depresso e trascurato, che talvolta era stato anche violento con la moglie. A questo quadro si oppone invece il ritratto fornito a “Quarto grado” dalla gente di Avetrana, che lo dipinge come “un poverino”. Nella cittadina pugliese pare che in molti siano disposti ad assumerlo come bracciante.

A rafforzare l’opinione di Valentina c’è una sua ulteriore dichiarazione: la figlia di Cosima e Michele afferma di aver consegnato alla giudice il suo telefono, in cui c’era l’sms della super teste Anna Pisanò che recitava: “Tua sorella è innocente”. Ma il messaggio non si ritrova nelle carte e non le è stato restituito il telefono. A questo si aggiunge un presunto movente sessuale da parte di Michele ventilato al processo, su cui poteva pesare la testimonianza della sorella minore di Cosima, Dora, che disse di essere stata molestata dal cognato quando aveva 15 anni.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

Il fine pena di Michele Misseri per occultamento di cadavere e autocalunnia è maggio 2023, ma potrebbe beneficiare di alcuni sconti e uscire quattro mesi prima. “Molto probabilmente - ha commentato a ‘Quarto grado’ il legale dell’uomo Luca La Tanza - si sarebbe dovuto procedere con l’imputazione di omicidio nei confronti di tutte e tre le persone e non forse archiviare la sua posizione. Probabilmente avremmo potuto valutare il tutto in maniera diversa. Però così non è stato. E comunque un’archiviazione non significa una sentenza definitiva, un procedimento archiviato significa che può essere riaperto in qualunque momento”.

Sarah Scazzi è stata uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana: il suo corpo fu trovato in un pozzo in campagna il successivo 6 ottobre. Inizialmente Michele Misseri confessò di essere stato lui l’autore del delitto, per poi accusare la figlia Sabrina. Gli inquirenti riconobbero a mamma Cosima il concorso e condannarono entrambe le donne all’ergastolo, pena che attualmente stanno scontando.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Michele Misseri, l'accusa pesante della figlia Valentina: "Ha ucciso lui Sarah, non è un pezzo di pane come dicono". Libero Quotidiano il 25 novembre 2021. "E' un clamoroso errore giudiziario, è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto": la figlia di Michele Misseri, Valentina, scagiona la mamma Cosima e la sorella Sabrina, condannate per l'omicidio della cugina Sarah Scazzi, avvenuto 11 anni fa ad Avetrana. E punta il dito contro il padre Michele che, invece, è stato condannato solo per la soppressione del cadavere. Riferendosi a Cosima e Sabrina, in un'intervista a Tpi ha detto: "Loro sono dentro da innocenti per vari motivi. Il primo è di tipo personale: sono certa che non avrebbero mai fatto del male a Sarah. Il secondo riguarda la testimonianza del fioraio Giovanni Buccolieri, centrale per l’accusa, che torna a ribadire di aver solo sognato la scena in cui mia madre e mia sorella costringevano Sarah a salire in macchina". Poi l'atto di accusa contro il padre: "Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così". Per poi fare riferimento a un episodio specifico: "Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica". E non è tutto. Valentina ha parlato anche di una "cosa intima": "Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca". L'accusa di Valentina Misseri è molto pesante: "Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina". Scendendo nel dettaglio, ha aggiunto: "Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto: ’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando'. Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca". La ragazza, poi, ha ammesso di aver pensato di scrivere a Mattarella per la grazia: "Non posso accettare che le cose restino così, per sempre".

“Sono certa che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato mio padre Michele Misseri. Ecco come sono andate le cose”: parla Valentina Misseri. La dichiarazione choc di Valentina Misseri, figlia di Michele, è stata pubblicata in un’intervista esclusiva su TPI. La ragazza che il giorno del delitto di Avetrana che ha coinvolto a vario titolo la sua famiglia si trovava a Roma, è sicura che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato il padre e non la sorella Sabrina e la madre, Cosima Serrano. Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano il 26 novembre 2021. “Secondo me ad uccidere Sarah Scazzi è stato mio padre Michele Misseri”. La dichiarazione choc di Valentina Misseri, figlia di Michele, è stata pubblicata in un’intervista esclusiva su TPI. La ragazza che il giorno del delitto di Avetrana che ha coinvolto a vario titolo la sua famiglia si trovava a Roma, è sicura che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato il padre e non la sorella Sabrina e la madre, Cosima Serrano. “Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina. Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto (’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando’). Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca”. Valentina Misseri si riferisce infatti ad un altro episodio del suo passato familiare che ha rivelato nell’intervista. “Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così. Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica. E poi c’è una cosa intima. Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca”. Valentina Misseri, infine, ha concluso: “La mia famiglia è stata distrutta. Sono tutti in carcere e anche io, se quel maledetto giorno non fossi stata a Roma, adesso sarei dietro le sbarre. Questo è un clamoroso errore giudiziario, ed è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto”.

Da tpi.it il 25 novembre 2021. «La mia famiglia è stata distrutta. Sono tutti in carcere e anche io, se quel maledetto giorno non fossi stata a Roma, adesso sarei dietro le sbarre. Questo è un clamoroso errore giudiziario, ed è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto. Un'ingiustizia senza precedenti. Mia madre e mia sorella sono state condannate con una tripla conforme all’ergastolo, e continuano a dirsi innocenti. Mio padre sta scontando gli ultimi anni di pena e non smette di definirsi colpevole. Un cortocircuito unico nella storia del diritto italiano, cui nessuno però da ascolto. Leggendo i documenti, confrontandomi con gli avvocati, ma anche ascoltando i punti di vista più critici, non riesco a farmene una ragione. Loro sono dentro da innocenti per vari motivi.

Il primo è di tipo personale: sono certa che non avrebbero mai fatto del male a Sarah.

Il secondo riguarda la testimonianza del fioraio Giovanni Buccolieri, centrale per l’accusa, che torna a ribadire di aver solo sognato la scena in cui mia madre e mia sorella costringevano Sarah a salire in macchina. 

Il terzo è tutto incentrato su mio padre. Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così. Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica. E poi c’è una cosa intima. Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca.

Da quel momento iniziai a fare il bagno con la porta chiusa. Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina. Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto (’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando”. Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca.

I media sono stati i veri burattinai della vicenda. Ho conosciuto giornalisti che fino al giorno prima erano innocentisti e, quando abbiamo vietato loro di entrare in casa perché volevamo riprenderci un po’ di privacy, hanno cambiato repentinamente opinione. Ad Avetrana c’era una corsa all’ultimo scoop, e questo ha pregiudicato la ricerca della verità. La cosa che mi ha fatto più male di quel periodo è stato il modo in cui i giornali ci hanno bullizzato. Ci hanno dipinto come delle streghe, prendendoci in giro per il nostro aspetto fisico, e in questo modo siamo diventate antipatiche a tutti.

Oggi io e mio padre facciamo dei colloqui settimanali per telefono, e quando riesco a prendermi una pausa dal lavoro torno in Puglia, così faccio visita anche a mia madre e mia sorella. Per fortuna sono in cella insieme, almeno si fanno compagnia. Non hanno perdonato mio padre e non l’ho perdonato neanche io. Sono sua figlia e gli rimarrò per sempre vicino, se verrà scarcerato prima mi prenderò cura di lui, ma non posso accettare quello che ha fatto.

Sogno che mia sorella e mia madre vengano rilasciate. Ho pensato di scrivere al Presidente Mattarella per la grazia. Non posso accettare che le cose restino così, per sempre. 

Penso a Sarah ogni giorno. Mi ricordo i suoi sorrisi, la sua voce, i suoi sogni. Diceva che avrebbe fatto la segretaria nel centro estetico di Sabrina, tanto le voleva bene. Per il matrimonio mi fece un disegno, io e mio marito che ci teniamo per mano. Lo tengo sul frigorifero, e tutte le volte che lo guardo penso che questa storia non possa finire così. Senza giustizia».

Così Valentina Misseri, in un'anteprima dell'intervista esclusiva pubblicata dal settimanale The Post Internazionale- Tpi, in edicola da venerdì 26 novembre, parla dell’omicidio della cugina Sarah Scazzi, avvenuto 11 anni fa a Avetrana, e per il quale sono stati condannati Sabrina Misseri, Cosima Serrano e Michele Misseri.

Quei delitti che “bucano lo schermo”: "Vi spiego cosa succede". Angela Leucci l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Serie tv, film, podcast e documentari true crime: cosa c'è dietro la tendenza italiana che ha riportato in tv casi ormai chiusi come Sarah Scazzi, Yara e Luca Varani. Da “Yara” a “La scuola cattolica”, passando per “Sarah - La ragazza di Avetrana” e “Alfredino - Una storia italiana”. Nell’ultimo anno, le produzioni italiane al cinema e sulle piattaforme streaming si sono orientate sulla trattazione di grandi casi di cronaca nera. Di recente Sky ha anche opzionato “La città dei vivi”, romanzo di Nicola Lagioia basato sull’omicidio di Luca Varani. Ma cosa c’è dietro a questo proliferare di prodotti “true crime”?

Ci sono degli antenati eccellenti alla trattazione delle vicende di Yara Gambirasio, del Massacro del Circeo, Sarah Scazzi e Alfredino Rampi. Nella storia del cinema italiano si può annoverare ad esempio “Gran Bollito”, ispirato alla vicenda della Saponificatrice di Correggio, “Girolimoni - Il mostro di Roma” con Nino Manfredi, diversi film dedicati al delitto di Pier Paolo Pasolini. In tempi relativamente recenti, nel 2011, ci fu anche la fiction “Il delitto di via Poma”. Ma si tratta di casi “spalmati” nel tempo, che non hanno a che fare con il fenomeno che si può riscontrare in questo 2021.

“C’è un vero e proprio boom verso questo tipo di prodotti mediali. Ma ci vuole tempo e un necessario lavoro di rielaborazione per proporli al pubblico”, spiega Massimo Scaglioni, professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione all’Università Cattolica di Milano e direttore del Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi.

A cosa è legata la tendenza a trattare sempre più casi di cronaca nera in tv e al cinema?

“La tendenza va inquadrata in un’ottica internazionale. Da alcuni anni è emerso un filone di genere chiamato ‘true crime’ che prevede racconti mediali che riguardano casi di cronaca vera di tipo factual e non fiction, che ricostruiscono casi reali che hanno al centro omicidi. La possiamo chiamare tendenza trans-mediale, nel senso che usa mezzi diversi: libri, film, serie, documentari, podcast. Negli Stati Uniti si è consolidata da un po’ di anni, soprattutto per quanto riguarda il documentario e la serialità, come per esempio ‘Making a Murderer’ e “American Crime Story’”.

E in Italia?

“Questo genere è arrivato anche in Italia: la cronaca nera è stata sempre trattata in televisione, ma recentemente c’è un vero e proprio boom verso questo tipo di prodotti, che sono analogamente trans-mediali. ‘Veleno’ era un podcast ed è diventato un documentario, c’è il podcast ‘La città dei vivi’ di Nicola Lagioia, dall’omonimo romanzo”.

Perché la percezione del prodotto secondo le persone, stando ai commenti social, scatena sentimenti contrastanti?

“Sicuramente sono temi che finiscono per polarizzare, non me ne stupisce, perché questi argomenti ci chiamano in causa e ci chiedono di prendere una posizione da colpevolisti o innocentisti, pro imputato o pro vittima. Sui social poi le persone tendono ad assumere una posizione radicale. Io farei una distinzione di due tipi rispetto al prodotto audiovisivo. Una distinzione importante è quella dei casi che vengono ricostruiti attraverso una narrazione storica, si tratta di casi chiusi. Poi ci sono quei casi che vengono trattati dalla televisione e sono ancora molto caldi, a volte bollenti, spesso con processi che sono ancora aperti”.

In cosa consiste questa diversificazione?

“Da un lato si tratta di ragionare su casi che sono diventati oggetto di letteratura, di un’elaborazione, di una scrittura più o meno complessa o raffinata - un esempio alto è proprio ‘La città dei vivi’ - dall’altro di casi che rappresentano ferite ancora aperte, al centro di talk o programmi di infotainment, che non hanno possibilità di rielaborazione (anche del lutto), e diventano quasi racconti a finale aperto che ci chiedono di prendere posizione. Verso questi ultimi sono molto più critico, soprattutto quando i casi narrati riguardano delle vicende ancora aperte, e gli stessi prodotti mediali finiscono per avere delle conseguenze, degli effetti e generare una pressione mediatica che può rivelarsi problematica”.

Quanto tempo è necessario aspettare prima di raccontare un caso di nera in tv?

“Io credo che sia necessario un lavoro di rielaborazione, che riguarda da un lato il tempo, in cui le verità processuali si siano acclarate, dall’altro lato la modalità di rielaborazione: un film o un documentario fanno un’elaborazione diversa da un programma televisivo che si svolge in diretta, che proprio per sua natura costruisce polarità che si contrappongono”.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

“La città dei vivi” è stato opzionato per una serie tv. Che cosa ne pensa?

“L’omicidio di Luca Varani mi colpisce particolarmente. Rispetto ad altri casi di cronaca nera è un caso in cui non ci sono più aree grigie attraverso il lavoro degli investigatori e i processi, attraverso la conclusione tragica, la morte della vittima ma anche il suicidio in carcere di Marco Prato. Il caso suscita molti interrogativi - e Lagioia è riuscito a sottolinearlo molto bene - e lo ha fatto con un lavoro di scrittura che consente a questo caso di diventare altro. Nel romanzo e nel podcast, ci si interroga sulla natura del male, sul rapporto simbiotico tra un omicidio così efferato e la realtà di decadenza in cui è avvenuto, peraltro in un momento molto difficile per la città di Roma, nel mezzo di Mafia Capitale. La rielaborazione è stata eccellente nel libro e nel podcast, vedremo come sarà questo nuovo prodotto audiovisivo”.

Da “M il mostro di Dusseldorf” a “Yara”. Cosa è cambiato nel racconto degli artisti?

“‘M il mostro di Dusseldorf’ è un capolavoro della storia del cinema ed è nella direzione di quella elaborazione artistica, intellettuale, che il cinema è stato in grado di farlo. Non sempre si arriva a risultati artistici di quel livello, è molto raro che questo accada. Se dovessi citare un lavoro di eccellenza, citerei quello di Lagioia. Il film su Yara è un buon prodotto, ha riscontrato un buon risultato anche sui cataloghi internazionali, ed è un lavoro più commerciale”.

Perché crede che la storia di “Yara” abbia avuto tanto successo anche internazionale?

“Perché tocca delle corde che sono universali: Netflix punta su storie che, pur essendo locali, parlano di tematiche come la pedofilia che sono universali, e riguardano tutti quanti”.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Su Sky arriva Avetrana, lì dove nacque il buco nero dell’inchiesta mediatica. Il regista e autore Christian Letruria: «Un momento di acme mai toccato prima dal racconto televisivo». Dal 23 novembre su Sky Documentaries. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 25 novembre 2021. C’è scritto in ogni manuale di giornalismo: il delitto di Avetrana è un caso di scuola quando si parla di giustizia-spettacolo e processo mediatico. Perché di Avetrana resta soprattutto un’immagine, il volto di mamma Concetta congelato in diretta tv mentre un lancio d’agenzia le restituisce il corpo di sua figlia dal fondo di un pozzo. «Ha capito Signora?», chiede la conduttrice. La notizia è confermata. Sarah Scazzi è morta, e a confessare è suo zio, Michele Misseri: cercate «allu Mosca», aveva detto agli agenti, dopo 42 giorni di ricerche estenuanti. Da quell’agosto del 2010, quando il volto di una ragazzina di 15 anni entrò in tutte le case d’Italia, ogni cosa è cambiata. Ma quell’istante, quel frame, segnerà il passo di uno show del dolore senza eguali. «Un momento di acme mai toccato dal racconto televisivo», per dirla con le parole di Christian Letruria, regista e autore insieme a Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni e Matteo Billi, della docu serie “Sarah. La ragazza di Avetrana”, prodotta da Groenlandia e disponibile dal 23 novembre su Sky Documentaries. Quattro puntate, tratte dall’omonimo libro, che riaprono “il set a cielo aperto” di Avetrana per ripescare, tra le vie di quel luogo di periferia consacrato ai riflettori, l’umanità persa e appiattita dietro uno schermo televisivo. Per Letruria è proprio la distanza nel tempo, il cambio di prospettiva, a fare la differenza. Le telecamere questa volta ci sono entrate «in punta di piedi» ad Avetrana, con discrezione. «Quando mi hanno proposto il documentario avevo paura di raccontare unicamente il caso giudiziario, proprio perché era stato già detto tutto, troppo», racconta al Dubbio. Poi l’intuizione, la domanda necessaria che guida l’intero progetto: quanto può influire un racconto che insegue il macabro e il morboso nella ricerca della verità? Quanto può influire una narrazione così “inquinata” anche nelle indagini giudiziarie? Parliamo di un paese, Avetrana, completamente scarnificato, relegato nell’immaginario collettivo al racconto del crimine, con un’intera comunità che si è «popolata di mostri», sbattutti in prima pagina come bifolchi. Ma «Avetrana è molto più bella, rispetto all’immagine televisiva che si riassume in quella via, chiusa tra le cancellate di casa Misseri, con lo sguardo completamente oscurato dalla moltitudine di curiosi e giornalisti». «Dopo dieci anni – spiega il regista – i personaggi, tutti i protagonisti di quella vicenda, hanno avuto il tempo di elaborare il delitto. Un elemento fondamentale per ri-raccontare questa storia che invece era stata troppo raccontata mentre accadeva». Con i tempi e i modi della cronaca nera. «Ciò che mi ha stupito di più è che i personaggi, resi dai media con un livello di lettura unidimensionale, offrissero invece diverse sfaccettatura, e volti completamente diversi». A partire proprio da mamma Concetta. «In questa serie ne diamo una lettura nuova, diversa – spiega Letruria – facendole raccontare il suo mondo spirituale, legato ai testimoni di Geova, inizialmente completamente eluso dal racconto televisivo. Era vista come una statua di sale, incapace di trasmettere qualunque tipo di emozione. E invece la religione era una sovrastruttura che le permetteva di costruire una barriera rispetto all’espressione della sofferenza. Il suo mondo non è stato capito, non interessava…». Ma in questa serie non c’è solo Concetta. Ci sono molti dei volti che in quei giorni hanno affollato gli studi televisivi. C’è il punto di vista di Franco Coppi, difensore di Sabrina –  condannata all’ergastolo insieme alla madre Cosima – che ancora si batte per ribaltare la verità processuale consegnata dalle sentenze. Coppi infatti è convinto della sua innocenza e ora spera nella Corte di Strasburgo (che ha giudicato il caso ammissibile) e in una revisione del processo. E c’è una testimonianza, quella del fioraio, Giovanni Buccolieri, che raccontò di aver visto Cosima e Sabrina, zia e cugina prediletta, inseguire Sarah in auto dopo una lite, afferrarla per i capelli e scaraventarla sul sedile, per riportarla in quella casa dove poi l’avrebbero uccisa con una cintura girata attorno al collo. Salvo poi affermare che si era trattato solo di un sogno. Una testimonianza inedita, a distanza di dieci anni, che potrebbe di nuovo cambiare le carte in tavola. 

La vicenda di Avetrana tra caso criminale e format mediatico. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera 23 novembre 2021. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky: più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. È il 26 agosto del 2010 quando Sarah esce di casa per non farci più ritorno. La denuncia della scomparsa da parte della famiglia finisce in tragedia dopo quarantadue giorni di ricerche. Intanto Avetrana si trasforma in un set a cielo aperto la cui svolta è la rivelazione in diretta televisiva a Concetta Serrano della sorte della figlia. Le quattro puntate non riescono a cancellare quello che è stato il primo reality show collettivo dell’orrore, cui molte trasmissioni hanno alacremente collaborato, il «The Sarah Scazzi Horror Picture Show» della tv italiana, una delle pagine più oscure della nostra tv. Certo, conduttori, opinionisti e audience senza scrupoli non aspettano altro: il delitto, il clima torbido, i parenti perversi, il fratello che ogni volta si aggiustava il capellino prima di apparire. Più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. Ma se è vero che i media sono un nuovo ecosistema, allora è anche vero che psicologia dei singoli e cultura della comunità giocano un ruolo fondamentale. Anche nell’habitat televisivo, come nella vita, esistono discriminazioni sociali, culturali, linguistiche. E sappiamo anche che tutto è iniziato con Vermicino. Serializzare il dramma, come hanno fatto molti programmi, significa non soltanto riproporre in continuazione un episodio di cronaca nera particolarmente doloroso, significa anche trasformare l’angoscia in un format. Non è un problema morale, è innanzitutto un problema linguistico. Forse non era così importante ricostruire nei dettagli il caso criminale, forse bisognava avere il coraggio di squadernare il caso mediatico. 

Sarah, ad Avetrana la morte in diretta. Andrea Fagioli giovedì 25 novembre 2021 su Avvenire. La parola fine sul caso Avetrana sembra non arrivare mai. Anche la docu-serie Sarah. La ragazza di Avetrana, in onda da martedì alle 21,15 su Sky Documentaries, pone interrogativi sulla sentenza che ha condannato all'ergastolo Sabrina Misseri e la madre Cosima per l'omicidio della cugina e nipote Sarah Scazzi. Tratta dall'omonimo libro di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, la docu-serie, scritta con Matteo Billi e Christian Letruria, ricostruisce, in quattro puntate di un'ora ciascuna, tutta la vicenda, non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche e soprattuto mediatico, visto l'interesse morboso che il caso suscitò arrivando al punto che persino la notizia del ritrovamento del cadavere della quindicenne fu data in diretta tv nel corso di un “Chi l'ha visto?” con ospite la madre Concetta Serrano. Quello di Sky è un lavoro che comunque evita ogni spettacolarizzazione, anche quando ricorre a momenti fiction. Essenzialmente dà voce a parenti, magistrati e giornalisti divisi tra colpevolisti e innocentisti. Ma sono proprio questi ultimi a instillare i dubbi. Per di più una delle didascalie finali ci dice della condanna del fioraio Giovanni Buccolieri «per false dichiarazioni ai pm dopo aver ritrattato la sua testimonianza e dichiarato che quello che aveva raccontato era solo un sogno». Come si ricorderà la dichiarazione di Buccolieri, che avrebbe visto Sarah fatta salire a forza sull'auto della zia, fu considerata importante anche se poi, per la verità, il processo si è basato su tanti altri indizi arrivando a una sentenza passata in giudicato e quindi definitiva dopo i tre gradi di giudizio. Nonostante questo, la docu-serie di Sky tende di fatto a favorire l'idea che la pressione mediatica e la conseguente pressione dell'opinione pubblica abbiano condizionato anche i giudici.

Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana che sconvolse l'Italia diventa una serie tv su Sky. Ilaria Ravarino su Il Messaggero Domenica 21 Novembre 2021.

IL RIMPIANTO

Omicidio Sarah Scazzi: «Sabrina Misseri è...

A rivederlo oggi, dieci anni dopo, non sembra nemmeno vero. E più si cerca di mettere ordine nella vicenda, più il terribile caso di cronaca, passato alla storia come Il delitto di Avetrana, pare prendere la forma di una soap opera infinita cui nessuno può (o vuole) dare un finale. Oggetto di un libro inchiesta del 2020, Sarah Scazzi. La ragazza di Avetrana di Flavia Piccinni e Carmina Gazzanni, i cui diritti sono stati acquistati da Matteo Rovere, il delitto di Avetrana arriverà in tv martedì prossimo su Sky Documentaries in quattro episodi, nell'omonima serie documentaria girata dal 44enne lombardo Christian Letruria.

L'INIZIO

«Il libro è stato solo un punto di partenza - spiega il regista - abbiamo ricostruito gli eventi partendo dall'idea che questa storia avesse qualcosa di universale, che fosse capace di uscire dai confini nazionali. Tutto quello che è accaduto è un esempio di come non si dovrebbe mai fare tv, e di come il racconto della cronaca nera debba essere ripensato». I fatti, rievocati attraverso ricostruzioni, documenti d'archivio e nuove interviste, risalgono all'agosto del 2010, con la sparizione della 15enne Sarah Scazzi e il successivo ritrovamento del suo corpo, calato in un pozzo tra i campi della provincia salentina. A far ritrovare il cadavere, dopo aver miracolosamente rinvenuto anche il cellulare della ragazza, fu l'allora insospettabile zio, Michele Misseri, contadino e «grande lavoratore», nonché reo confesso della vicenda. 

DOSTOEVSKIJ

«Misseri è un personaggio che sembra uscito da un libro di Dostoevskij. Un uomo che dice di essere l'assassino fin dal principio, ma che alla fine non viene creduto. A gennaio potrebbe uscire di prigione (il fine pena è nel 2024, ma la difesa richiederà al Tribunale di sorveglianza una detenzione domiciliare, ndr), ma tra i parenti di Sarah c'è chi pretende un'altra verità su quanto accaduto». Proprio come in una soap, o meglio «come in una serie da guardare tutta di seguito», i colpi di scena si sono susseguiti a ritmo continuo: Misseri che ritratta e accusa la figlia Sabrina, l'ingresso nella storia dell'amico di lei, Ivano, il ritrovamento dei diari di Sarah e infine le accuse alla madre di Sabrina, Cosima, che «non poteva non sapere», dice la gente di Avetrana in più occasioni. 

SCIARELLI

A far scoppiare il caso, in diretta su Rai3, era stata la giornalista Federica Sciarelli (invitata a partecipare alla docuserie, ha declinato) che durante un collegamento della trasmissione Chi l'ha visto? aveva comunicato in tempo reale alla madre di Sarah la confessione dello zio: «I processi mediatici si fanno in tutto il mondo, ma prima del caso Scazzi non era mai successo che una parente stretta della vittima fosse informata dalle tv, e non dalle autorità preposte, della morte della propria figlia. Sciarelli sbagliò», aggiunge Letruria. Da quel momento, in Italia, chiunque sembrò avere un'opinione sul caso: «Gli inviati si trasferirono per un anno ad Avetrana, nemmeno fosse l'Afghanistan. Come nel famoso caso del pozzo di Vermicino, la tv aveva toccato e superato un limite». 

UN GIOCO

Intorno ad Avetrana si concentrò un circo di giornalisti, curiosi, turisti in cerca di brividi, assecondando «un gioco al massacro in cui il caso di nera era diventato un prodotto da mettere continuamente in palinsesto». Il 21 febbraio 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano, punendo con otto anni di carcere Michele Misseri per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Tra le motivazioni, oltre alle modalità del delitto e alla strategia, anche l'intenzione di Sabrina di «strumentalizzare i media», deviando le investigazioni con piste fasulle.

«È una storia affascinante, che ragiona sulle dinamiche emotive delle tragedie e sull'impatto oscuro che hanno su di noi - spiega Rovere, produttore sia della docuserie di Sky che della prossima serie tv sul delitto, affidata al regista pugliese Pippo Mezzapesa - qui il filone è quello del cosiddetto true crime, un genere che in America va fortissimo, mentre la serie di finzione partirà da altre premesse. È un lavoro che va fatto con cura e rispetto. Credo sia tipico delle cinematografie mature riuscire a riflettere con distacco su casi che hanno avuto un impatto così potente sulle nostre vite».

«Sarah. La ragazza di Avetrana». Su Sky la docuserie sul caso Scazzi. La vicenda del 2010 sarà raccontata in un documentario in quattro puntate. La prima il 23 novembre alle 21.15. Il Corriere del Mezzogiorno il 19 novembre 2021. La scomparsa di Sarah Scazzi, avvenuta nell’agosto 2010. I quarantadue giorni di ricerca che mettono la piccola comunità di Avetrana al centro dell’opinione pubblica. L’attenzione mediatica ai massimi termini. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che, in quattro puntate, ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. Su Sky Documentaries dal 23 novembre alle 21.15, disponibile anche on demand e in streaming su NOW, la serie cerca di spiegare come Avetrana rappresenti il caso che più di ogni altro ha canalizzato l’attenzione mediatica, creando un vero e proprio circo per il quale non interessava più la ricerca della verità, quanto sviscerare tutti gli aspetti più morbosi. Il punto di non ritorno è rappresentato da quanto accadde in diretta tv quando Concetta Serrano, madre di Sarah, venne a sapere che la figlia non era in realtà scomparsa e che lo zio Michele Misseri aveva fatto ritrovare il suo corpo senza vita. Da allora l’attenzione su Avetrana divenne spasmodica, tanto che tutte le persone coinvolte diventarono personaggi televisivi. Anche i passanti, gli abitanti, i vicini di casa e tutta la comunità avetranese divennero protagonisti di uno show dell’orrore. Il documentario pone un interrogativo che tocca tutti i casi di cronaca diventati mediatici: quanto può influire un racconto che insegue il macabro e il morboso nella ricerca della verità? Quanto può influire una narrazione così «inquinata» anche nelle indagini giudiziarie? Eppure è possibile che, senza quel peso mediatico, ancora oggi Michele Misseri non avrebbe fatto ritrovare il corpo di Sarah. Scritto da Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni, Matteo Billi e Christian Letruria, per la regia di Christian Letruria, Sarah. La ragazza di Avetrana è una riflessione su un caso che ha ancora molti coni d’ombra e, nonostante tre sentenze abbiano messo un punto sulla vicenda giudiziaria dell’omicidio di Sarah Scazzi, qualcuno sta ancora lottando per affermare un’altra verità. Come Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra gli intervistati della serie anche il fioraio di Avetrana, testimone chiave del processo, che per la prima volta dopo dieci anni, torna a raccontare la sua versione dei fatti.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..." Angela Leucci il 23 Novembre 2021 su Il Giornale. "Il caso potrebbe non essere chiuso". Carmine Gazzanni racconta a ilGiornale.it "Sarah - La ragazza di Avetrana". Sono passati oltre 11 anni dall’omicidio di Sarah Scazzi scomparsa a soli 15 anni da Avetrana il primo pomeriggio del 26 agosto 2010. Il suo corpo fu ritrovato il successivo 6 ottobre in un pozzo artesiano nelle campagne intorno alla cittadina. Ad auto-accusarsi dell’omicidio fu lo zio Michele Misseri, che però ritrattò più volte, attribuendo poi l’omicidio alla figlia Sabrina Misseri. Fu proprio lei a essere condannata in terzo grado all’ergastolo insieme alla madre, Cosima Serrano, riconosciuta colpevole per concorso in omicidio. Il padre è invece in carcere per occultamento di cadavere.

Ora una docuserie in 4 puntate in onda da stasera su Sky Documentaries riapre non solo la vicenda giudiziaria, ma fa anche da sponda a una serie di interrogativi sul ruolo dei media e dei loro fruitori. "Nonostante ci siano tre sentenze siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte?", spiega a ilGiornale.it Carmine Gazzanni, autore con Flavia Piccinni di "Sarah - La ragazza di Avetrana", omomino libro da cui è tratta la miniserie a cui hanno lavorato anche Matteo Billi e Christian Letruria.

Su cosa è incentrata la docuserie?

"Sulla vicenda giudiziaria, sui risvolti mediatici e sulla dimensione umana dei personaggi che ruotano attorno al caso Scazzi. Questi tre aspetti sono legati in maniera indissolubile: è impossibile scinderli se si vuole comprendere fino in fondo cos’è accaduto ad Avetrana e cosa rappresenta nel panorama anche mediatico l'omicidio. Cerchiamo, però, anche di far luce sulle ombre di un processo indiziario che, nonostante una condanna passata in giudicato, lascia diversi punti interrogativi ancora senza risposta sulla morte di Sarah. In definitiva è una docuserie che prova ad affiancare la vicenda di cronaca nera nello specifico, ma che pone degli interrogativi anche su come dal caso Scazzi in poi viene raccontata la cronaca nera. Parliamo di un racconto che, in alcuni casi, si trasforma in circo mediatico, teso più a interessarsi del morboso rispetto a ciò che realmente è utile per il raggiungimento della verità".

Qual è stato il ruolo dei media?

"Questo caso rappresenta una sorta di punto di non ritorno, come abbiamo avuto modo di sottolineare già nel libro io e Flavia Piccinni. Un punto di non ritorno perché, se da una parte già c’erano stati racconti di cronaca nera della cosiddetta ‘tv del dolore’ - penso soprattutto ad Alfredino Rampi e a Vermicino - con il caso Scazzi si fa un passo ulteriore, perché per la prima volta il 6 ottobre 2010 alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, viene comunicato in diretta che la figlia non è scomparsa, bensì è morta. E che a uccidere la figlia sarebbe stato - secondo quello che si disse all’epoca - lo zio di Sarah, Michele Misseri. Quell’episodio è emblematico perché rappresenta un momento in cui tutto sembra diventare legittimo. Diventa legittimo concentrarsi sul morboso, diventa legittimo invadere un paese e intervistare chicchessia semplicemente per avere ‘qualcosa’ da dire nel corso delle innumerevoli dirette diventate un appuntamento fisso per la televisione italiana. Diventa legittimo spiare dal buco della serratura e raccontare fatti privati che magari nulla c’entrano con l’inchiesta per omicidio. È qualcosa a cui poi abbiamo assistito in tanti altri casi nel corso degli anni. E in questo Avetrana ha fatto scuola".

E questo può aver avuto riflessi anche sul processo?

"Il dubbio che noi ci poniamo è questo: nonostante ci sia una sentenza passata in giudicato e che va assolutamente rispettata, siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta, ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte? Questa è una domanda che dovremmo porci tutti. Per un motivo molto semplice: se ci sono racconti di cronaca nera in cui a un certo punto - com’è accaduto ad Avetrana - si spettacolarizza il dolore, scompare la vittima perché siamo interessati a comprendere i segreti di tutti gli altri protagonisti della vicenda, se ci sono casi in cui i presunti colpevoli diventano addirittura personaggi da cui travestirsi a Carnevale (come accaduto con Michele Misseri), probabilmente tutto questo nasce anche da un desiderio del telespettatore di avere quel tipo di racconto. Dunque di chi è la responsabilità? Di chi offre quel racconto o di chi lo richiede? Aggiungo un altro particolare: il fatto che la pressione mediatica a un certo punto sia diventata - caso unico - talmente incontrollata, ha reso protagonista del racconto tutta la comunità avetranese, in una sorta di giallo salentino a basso costo. E dunque, per obbedire ai canoni televisivi, occorreva avere la ragazza grassa e brutta invidiosa della cugina, la tresca amorosa, lo zio succube della moglie dipinta come una megera con i capelli bianchi e vestita sempre di nero, e così via. Di fatto le persone, che fisiologicamente sono sempre un insieme di colori e mai tutte bianche o tutte nere, sono stati tagliate con l’accetta, sono diventate personaggi da inquadrare in determinati canoni che obbedissero alle ‘logiche’ di racconto televisivo. E così il paese tutto è diventato protagonista".

Come?

"Faccio un esempio banale: in quell’anno 2010 assistiamo a due casi che sono diventati mediatici, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Eppure parliamo del delitto di Sarah come del delitto di Avetrana. Il caso di Yara segue dinamiche totalmente diverse, anche per una maggiore compostezza da parte dei protagonisti, a cominciare dai genitori di Yara. Ad Avetrana, invece, tutti vengono coinvolti o si lasciano coinvolgere. Alcuni credono in quel momento di poter riuscire a gestire il circo mediatico, senza sapere che il circo mediatico li avrebbe evidentemente poi stritolati e sputati una volta che non servivano più. In sintesi Avetrana è stata una lente di ingrandimento sul cinismo dei giornalisti e degli autori televisivi, ma ancora di più sul voyeurismo macabro di noi telespettatori". 

La Corte europea dei Diritti dell’Uomo si potrebbe pronunciare su Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Potrebbe cambiare la narrazione della vicenda?

"Il caso potrebbe non essere chiuso. Sicuramente c’è una sentenza passata in giudicato, secondo cui Sabrina e Cosima sono colpevoli dell’omicidio e condannate all’ergastolo. Ma c’è una particolarità di questa vicenda, che anche questa rappresenta un unicum, una situazione chiasmica, per cui chi è in carcere con l’ergastolo si professa innocente e chi a breve uscirà dal carcere, ovvero Michele Misseri, si professa colpevole. Il ricorso presentato dai legali di Sabrina e Cosima ruota tutto intorno alla famosa figura del fioraio e il ricorso è stato dichiarato ammissibile. Questo significa che sarà discusso e ci potrebbero essere novità. Un particolare importante della serie è che noi, dopo 10 anni che non parlava con nessuno - e questo è sicuramente uno degli aspetti più esclusivi del documentario - siamo riusciti a intervistare il fioraio di Avetrana che offrirà un racconto che potrebbe avere dei risvolti per la comprensione del caso, al di là di come la si pensi. L’intervista al fioraio, che ha un ruolo centrale in questa storia, offre un quadro inaspettato".

Sarah, il giallo infinito su Sabrina Misseri: innocente o colpevole?

Yara Gambirasio, Alfredino Rampi, Maddie McCann, Mauro Romano, Sarah Scazzi. Perché le persone sono così affascinate e preoccupate per i casi di nera che riguardano l’infanzia?

"Io credo che la cronaca nera catturi l’attenzione, al di là del racconto morboso, perché ci porta a confrontarci, specie nei casi di infanzia, con gli aspetti più negletti, più nascosti dell’animo umano. Sarah viene uccisa, al di là di come la si veda, in casa Misseri, e cioè in quella che lei considerava la sua casa, la sua famiglia. Si considerava sorella di Sabrina. Questo ci fa capire come spesso ci troviamo davanti a episodi per cui persone inaspettate che fino a un momento prima consideravamo nostri amati, confidenti, amici o parenti, sono degli orchi e si trasformano in assassini. La cronaca nera di fatto ci spinge a riflettere sul fatto che c’è una parte nascosta, oscura in alcuni casi, all’interno dell’essere umano".

Cosa resta del caso Scazzi?

"Resta soprattutto Avetrana, un paese - questa fu la prima cosa che mi colpì - che per via dell’assurdo circo mediatico è legato indissolubilmente a quel caso ancora oggi. Gli abitanti di Avetrana, consapevoli di quello che è significato il caso Scazzi, sono molto più cauti nel rilasciare interviste. I giornalisti e i media in generale vengono guardati con sospetto e molta diffidenza dopo quello che è avvenuto 10 anni fa. Io credo però che, quando si affrontano questi casi, bisogna passare dal particolare all’universale: comprendere quello che il caso Scazzi può insegnare. Innanzitutto dal punto di vista del racconto mediatico. Ad Avetrana è successo qualcosa che difficilmente poi si è ripetuto: una sorta di tifoseria da stadio, secondo le persone per cui si parteggiava. La scena che rimane emblematica è l’arresto di Cosima, con le persone che inveivano, le sputavano contro, le buttavano addosso qualsiasi cosa. Una delle più brutte pagine del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Quella scena è l’apice di ciò che voglia dire un racconto interessato al morboso che supera ogni deontologia, distrugge ogni codice deontologico nella ricerca spesso del facile share, della curiosità inutile. Il caso di Sarah Scazzi ha segnato profondamente l’immaginario collettivo anche - purtroppo - per questo motivo". 

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Chi ha ucciso Sarah Scazzi? La vera storia del delitto di Avetrana. Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione del 21 febbraio del 2017, a uccidere Sarah Scazzi il 26 agosto del 2010 furono la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano. La storia della 15enne di Avetrana diventerà una docuserie in onda su Sky il 23 novembre. A cura di Gabriella Mazzeo su Fanpage.it il 23/11/2021. Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione emesso il 21 febbraio del 2017, ad uccidere Sarah Scazzi nel 2010 sono state la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, condannate all'ergastolo per omicidio volontario. Lo zio Michele Misseri invece è stato condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove relative al delitto. La quindicenne fu uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana, in provincia di Taranto. La storia dell'omicidio ebbe grande impatto mediatico: a intervenire fin dal primo momento in quello che sembrava essere il caso di una scomparsa fu il programma televisivo "Chi l'ha Visto?". L'annuncio del ritrovamento del corpo della ragazzina, avvenuto il 6 ottobre del 2010, fu dato nel corso della puntata della trasmissione di Rai 3 con la cugina Sabrina Misseri in collegamento da Avetrana. Michele Misseri fu interrogato nel corso della nottata per 10 ore e indicò agli investigatori il luogo in cui era stato occultato il cadavere. La storia dell'omicidio diventerà una serie-documentario in onda su Sky dal 23 novembre e in streaming su Now TV nello stesso giorno.

La scomparsa di Sarah Scazzi il 26 agosto 2010 

Sarah Scazzi è scomparsa il 26 agosto 2010, nell'arco dei 12 minuti necessari per percorrere 600 metri dalla sua abitazione fino a quella degli zii Michele Misseri e Cosima Serrano. La quindicenne avrebbe dovuto andare al mare con la cugina Sabrina allora 22enne. Le due, nonostante la differenza d'età, erano molto legate: la ragazza portava con sé la cugina più piccola durante le uscite serali con la comitiva di amici coetanei. Dopo la scomparsa, i testimoni raccontarono di aver visto la ragazzina percorrere la breve strada tra le due abitazioni. In seguito Sabrina affermò davanti agli inquirenti e alla stampa di non averla mai vista arrivare all'appuntamento. Dopo aver provato a chiamarla più volte, diede l'allarme alle forze dell'ordine. "L'hanno certamente rapita" disse all'amica Mariangela Spagnoletti che avrebbe dovuto andare in spiaggia con loro quel pomeriggio. La mamma di Sarah, Concetta Serrano, denunciò la scomparsa la sera stessa. La prima pista seguita dagli inquirenti (e dalla stampa) fu quella del rapimento a scopo di riscatto. Le condizioni economiche della famiglia Scazzi però non avrebbero giustificato un'azione del genere. La quindicenne, infatti, viveva da sola con la madre mentre il padre e il fratello Claudio lavoravano a Milano come muratori. La seconda strada percorsa quindi fu subito quella dell'allontanamento volontario per raggiungere gli altri due componenti della famiglia. Iniziarono quindi le indagini per individuare un complice che potesse averla aiutata a partire.

Lo zio Michele Misseri ritrova il cellulare di Sarah

Il 29 settembre del 2010 lo zio Michele Misseri ritrovò il cellulare della nipote in un uliveto. Il dispositivo era senza batteria e scheda Sim. Il contadino raccontò di essersi recato in campagna per recuperare un cacciavite dimenticato e di aver trovato in quelle circostanze il cellulare. Disse di aver riconosciuto il dispositivo elettronico grazie a un ciondolo a forma di lattina legato allo schermo. Il 29 settembre del 2010 Sarah era ormai scomparsa dal 33 giorni e le ricerche sembravano essere un continuo buco nell'acqua nonostante le continue segnalazioni di avvistamenti in tutta Italia.

La confessione di Misseri e il corpo ritrovato in diretta TV

Lo zio affrontò cinque giorni di interrogatori prima di confessare il 6 ottobre del 2010. Agli inquirenti disse di aver ucciso Sarah con una corda all'interno del suo garage. Durante la confessione aggiunse di aver abusato della nipote dopo averle tolto la vita per poi gettare il corpo in un pozzo. La sera del 6 ottobre Federica Sciarelli annunciò in diretta TV l'ultimo sviluppo delle indagini durante il collegamento con la cugina Sabrina e la mamma della quindicenne Concetta Serrano. Misseri, portato in carcere, cambiò presto versione: il 15 ottobre chiamò in causa la figlia Sabrina, sostenendo di aver ucciso la quindicenne mentre lei la tratteneva. L'autopsia nel frattempo smentì l'abuso sessuale sul cadavere e in una nuova ulteriore versione dei fatti lo zio di Avetrana attribuì tutte le responsabilità alla figlia, rivelando di aver partecipato solo all'occultamento di cadavere.

Il fermo di Sabrina e la gelosia per Ivano Russo

La cugina Sabrina fu arrestata all'età di 22 anni il 15 ottobre del 2010 con l'accusa di omicidio volontario. Il movente fu fornito dal padre Michele durante l'ultimo interrogatorio: la figlia aveva litigato con Sarah per un ragazzo proprio il giorno prima del delitto. Le due si erano infatti innamorate di Ivano Russo, un amico dell'allora 22enne. Ignaro dei sentimenti di Sarah, Ivano aveva avuto una relazione con Sabrina e aveva poi interrotto il rapporto bruscamente. Gli inquirenti iniziarono quindi ad analizzare gli sms scambiati con la ragazza a caccia di ulteriori indizi. Il 26enne raccontò più volte alle forze dell'ordine dei suoi rapporti con la quindicenne Sarah, reputata "una bambina e una tenera amica". Agli inquirenti disse di non aver mai neppure intuito i sentimenti della quindicenne. Sostenne inoltre di non aver mai incontrato la ragazzina prima dell'omicidio. Secondo i giudici del "processo ai silenzi sul caso Avetrana" chiuso nel 2020, Ivano ha mentito per 10 anni sul suo ruolo nel delitto. L'allora 26enne avrebbe infatti incontrato Sabrina e la cugina circa 30 minuti prima dell'omicidio, contrariamente a quanto detto in aula. Secondo i magistrati, anche la madre e il fratello del giovane si resero complici della falsa ricostruzione fornita ai pm. Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione

L'arresto di Cosima Serrano 

Con gli sviluppi sulle indagini la figura di Cosima Serrano iniziò ad acquisire sempre più importanza. La donna non fu mai nominata da Misseri negli interrogatori e rimase per lungo tempo sempre sullo sfondo. I cittadini di Avetrana però iniziarono a confessare nuovi dettagli agli inquirenti: il fioraio del posto raccontò di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah in auto per poi costringerla a salire a bordo. Successivamente ritrattò quanto rivelato dicendo di aver "sognato tutto". L'uomo fu accusato di false dichiarazioni al pm. Le indagini culminarono nell'arresto di Cosima il 26 maggio del 2011 con l'accusa di concorso in omicidio e sequestro di persona. Cambiò anche la posizione di Michele, ritenuto responsabile solo della soppressione di cadavere. Secondo gli inquirenti, Cosima non aveva buoni rapporti con la sorella Concetta ormai da diversi anni. La donna aveva comunque continuato a vedere la nipote Sarah, legatissima alla sua famiglia e alla cugina 22enne. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe aiutato Sabrina ad uccidere la ragazzina spinta dall'astio nei confronti della sorella e dalla nuova rivalità tra la figlia 22enne e la vittima.

Com'è stata uccisa Sarah Scazzi: la ricostruzione della dinamica

Nella mattinata del 26 agosto 2010, Sarah avrebbe raggiunto casa della cugina per andare insieme a lei in spiaggia. Secondo quanto appurato in seguito dalle indagini sui depistaggi, Sabrina e la cugina 15enne avrebbero incontrato Ivano Russo in paese. L'allora 26enne avrebbe visto le due litigare animatamente e si sarebbe allontanato in fretta consapevole di essere lui l'oggetto della discussione. La 15enne avrebbe infatti rivelato ad alcuni amici più grandi che Sabrina era stata respinta da Ivano poco prima di un rapporto sessuale, scatenando così l'ira della cugina. La confessione, secondo quanto sostenuto dall'accusa, avrebbe potuto "compromettere" la reputazione di Sabrina nel piccolo centro. Il nuovo astio tra le due avrebbe portato la 22enne ad aggredire e uccidere Sarah all'interno della propria abitazione con l'ausilio di una cintura. Dopo l'omicidio, il corpo è stato portato in garage e fatto successivamente sparire dallo zio Michele con l'aiuto del fratello Carmine e del nipote Cosimo Cosma. Secondo i pm, il delitto è stato l'apice di una situazione di estrema tensione tra i nuclei familiari di Sabrina e Sarah.

Le condanne definitive a Michele Misseri, Sabrina Misseri e Cosima Serrano 

Il 21 febbraio del 2017 la Cassazione confermò l'ergastolo per Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano ritenendo giusta la sentenza già emessa il 27 luglio del 2015 dai giudici d'appello. Michele Misseri, zio della vittima, fu condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere. Insieme ai tre principali protagonisti della vicenda furono condannati nel 2013 anche Carmine Misseri, fratello dello zio Michele e il nipote Cosimo Cosma. I due, secondo i magistrati, aiutarono il nucleo familiare ad occultare il corpo della 15enne gettandolo in un pozzo e coprendolo con un masso per evitare che le forze dell'ordine potessero individuarlo. Per entrambi i giudici decretarono 6 anni di reclusione con relativa interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, morì nel 2014 dopo una lunga malattia. Condannato nell'ambito del troncone del processo sui depistaggi riguardanti il caso di Avetrana anche Ivano Russo, il 26enne oggetto della lite tra Sabrina e Sarah poco prima dell'omicidio. Il giovane avrebbe dovuto scontare in primo grado 5 anni di reclusione per l'accusa di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise. Per lui il reato è entrato in prescrizione nel giugno di quest'anno. Nella tortuosa e complessa inchiesta sul giallo di Avetrana sono finiti anche personaggi legati in maniera fortuita alla famiglia Misseri. Questo è il caso di Giuseppe Nigro, albergatore che per mesi ospitò nella sua struttura le troupe televisive e i giornalisti impegnati a seguire il caso. L'uomo avrebbe, secondo gli inquirenti, cercato di coprire la suocera Cosima Serrano fornendole un alibi per il giorno del delitto. Nigro è stato condannato a 2 anni di reclusione e gli è stata consentita la sospensione condizionale della pena. Condannato a un anno e quattro mesi (con sospensione della pena) Vito Russo Jr, ex legale di Sabrina Misseri, per favoreggiamento personale.

Le ultime notizie sul delitto

Le ultime novità riguardanti il processo per il delitto di Avetrana sono inerenti alle condanne sul secondo tronco delle indagini per depistaggio. Sono state infatti annullate le condanne di Ivano Russo e Michele Misseri che in questo frangente avrebbe dovuto scontare 4 anni di reclusione per aver mentito ai giudici autoincolpandosi del delitto. La condanna a 3 anni di reclusione è caduta in prescrizione anche per Alessio Pisello, amico di Sarah e Sabrina accusato di falsa testimonianza, Elena Baldari (mamma di Ivano), Anna Lucia Pilchierri (moglie di Carmine Misseri), Claudio Russo (fratello di Ivano). Nonostante le condanne definitive emesse sono ancora diversi i dettagli non chiari della vicenda di Avetrana: tutti i dubbi sul caso sono stati raccolti in un libro edito da Fandango.

Una luce bellissima. Il meme che condivido con Sarah Scazzi e lo stigma dell’essere grassa. Guia Soncini su L'Inkiesta il 19 Novembre 2021. In un’epoca in cui ogni brodo è allungato e tutto vorresti durasse meno, le quattro puntate del documentario di Sky sull’assassinio della giovane di Avetrana dovrebbero essere quaranta. Quel caso di cronaca era letteratura perché i personaggi erano perfetti, a rivederli non dici neanche per un attimo «come ho fatto a perderci tanto tempo». Come tutti i thriller, Sarah – La ragazza di Avetrana comincia spacciando un posto tremendo per un paradiso. La prima intervistata dice che quella è una terra bellissima per merito della luce, e lo spettatore non può non pensare che tutti i posti invivibili, da Los Angeles a Roma, si vantano della luce. Nessuno che viva a New York ti parla mai della luce (non di quella naturale, al massimo delle mille luci della città), ma – se tutto intorno è campi o autostrada o immondizia – allora la luce è tutto quel che hai. Era il 2010. Era un’altra vita. Il documentario sull’assassinio di Sarah Scazzi (sono quattro puntate, su Sky da martedì prossimo) non si sarebbe mai intitolato così. Esistevano i social, ma sui social passavamo pochissimo tempo, e quel pochissimo tempo non lo dedicavamo alle militanze fesse. Nessuno aveva ancora tirato fuori la prescrittività del mettere la vittima al centro della scena: sapevamo che quelli interessanti sono gli assassini, che le vittime perlopiù passano di lì per caso. Sapevamo come si chiamava Raskolnikov, mica la vecchia. Avetrana era letteratura, e non lo era solo perché ormai tutto è letteratura, tranne la letteratura. Non lo era solo per le mie amiche, gente che parla della Sciarelli come fosse Truman Capote e di Franca Leosini come fosse Emmanuel Carrère. Avetrana era letteratura perché i personaggi erano perfetti, a rivederli non dici neanche per un attimo «come ho fatto a perderci tanto tempo», anzi: le quattro puntate su Avetrana, in un’epoca in cui ogni brodo è allungato e tutto vorresti durasse meno, sono quattro puntate dopo le quali ne vorresti altre quaranta (credo di averlo già detto: è lo stesso effetto che mi ha fatto l’American Crime Story sulla vicenda Lewinsky; è un effetto che non mi fa quasi più niente, nell’eccesso d’offerta corrente). È perfetto il fratello di Sarah, che allora pareva fosse aspirante tronista (ma ha fatto causa – e vinto – a chi scrisse che era diventato cliente di Lele Mora, agente di Aspiranti Qualsiasicosa). È perfetta Valentina, l’unica Misseri non accusata di niente, che sbuffa e scalpita e difende la sorella e nega che Sabrina fosse gelosa, e dice che la madre di Sarah preferiva la figlia uscisse con la cugina che coi compagni di scuola, con cui magari «intraprendeva l’uso delle droghe». È perfetta la madre della vittima, coi capelli rosso menopausa e il parlare dei testimoni di Geova dai quali la figlia si era allontanata. È perfetta la madre cupa di Sabrina, che nonostante il marito reclamasse per sé il ruolo dell’assassino è stata condannata assieme alla figlia. È perfetto quello che tutt’Italia chiamava «zio Michele», scognomandolo come si fa coi veri divi, lui e le sue mille versioni contraddittorie, lui e il suo italiano pericolante, lui e il suo essere troppo verghiano per essere finto. A un certo punto nel documentario qualcuno descrive Cosima Misseri – madre di Sabrina, moglie di Michele – come una che nella vita aveva avuto poche soddisfazioni, e il dettaglio che scelgono di utilizzare è «non è mai andata a teatro», che è al tempo stesso esilarante e straziante. Se solo avesse abitato nei pressi d’un teatro di prosa cui abbonarsi, se solo la visione d’un qualche Ronconi avesse potuto redimerla. Non so se nel 2010 si parlasse, rispetto a certe immagini buffe, di «meme»; di sicuro non era una parola del nostro gergo quotidiano. Eppure Avetrana è il primo (forse l’unico) meme che mi abbia riguardata. C’era una foto di Sarah e Sabrina. Sarah era la ragazza morta, la biondina gracile, timida, più piccola delle cugine, forse amata da un oggetto del desiderio conteso (Ivano, uno guardando il quale l’Italia metropolitana diceva il rosario ringraziando di non vivere in realtà rurali in cui ti toccava litigarti un così inutile pezzo di carne). Sabrina era la cugina che forse l’ha uccisa (attualmente divide con la madre la cella in cui scontano l’ergastolo, e già solo l’idea di quelle due a vita nella stessa cella potrebbe fare per il romanzo italiano ciò che neanche Gadda è riuscito a fare finora). Sabrina era mora, era volitiva, soprattutto era grassa. Essere grassa è un carattere; lo è agli occhi del pubblico, che è l’unica cosa che conta (checché ne dicano quelle che cianciano d’essere dimagrite «per me stessa»). Sabrina era grassa quindi era invidiosa della cugina; Sabrina era grassa quindi Ivano non poteva volere lei invece della biondina esile; Sabrina era grassa quindi era un’assassina. Julie Burchill, una giornalista inglese che è stata grassa per molta parte della sua vita, racconta che, quando suo figlio si è suicidato, per il dolore è dimagrita moltissimo. Tutti le dicevano sollevati: ma come stai bene. Puoi dimagrire per un lutto, per una malattia terminale, per un esaurimento nervoso: comunque la platea la considererà una buona notizia. La platea siamo noi, nessuno si senta escluso: quando la mettono in carcere, Sabrina Misseri dimagrisce moltissimo. Questo nel documentario non c’è, ma c’è nelle moltissime mail in cui si parla di Avetrana custodite nella mia casella di posta: la me men che quarantenne considerava che un ergastolo non fosse poi malaccio, se in cambio ne ricavavi una 42. (Ho amiche che la pensano ancora così. Forse tutto sommato anch’io la penso ancora così, in caso di priorità estetica: se tieni moltissimo a essere apprezzata da chi ti guarda, essere magra è metà del lavoro). Insomma, il meme (mica ve ne sarete dimenticati dopo meno d’una decina di paragrafi di divagazioni). C’era questa foto con Sabrina e Sarah, e un amico le affiancò una foto fatta durante una tavolata, davanti a dei fritti (i veri colpevoli). C’ero io – Sabrina l’assassina – e una ragazza tedesca che frequentavamo in quegli anni. La biondina. Quella destinata a soccombere. Eravamo identiche alle ragazze della cronaca nera. Qualcuno si raccomandò di non farla vedere alla tedesca: essere la vittima non era ancora un complimento. La foto era stata scattata in un ristorante di Trastevere: uno di quei ristoranti romani in cui si mangia male, ma c’è una luce bellissima.

La vicenda di Avetrana tra caso criminale e format mediatico. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 23 novembre 2021. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky: più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. È il 26 agosto del 2010 quando Sarah esce di casa per non farci più ritorno. La denuncia della scomparsa da parte della famiglia finisce in tragedia dopo quarantadue giorni di ricerche. Intanto Avetrana si trasforma in un set a cielo aperto la cui svolta è la rivelazione in diretta televisiva a Concetta Serrano della sorte della figlia. Le quattro puntate non riescono a cancellare quello che è stato il primo reality show collettivo dell’orrore, cui molte trasmissioni hanno alacremente collaborato, il «The Sarah Scazzi Horror Picture Show» della tv italiana, una delle pagine più oscure della nostra tv. Certo, conduttori, opinionisti e audience senza scrupoli non aspettano altro: il delitto, il clima torbido, i parenti perversi, il fratello che ogni volta si aggiustava il capellino prima di apparire. Più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. Ma se è vero che i media sono un nuovo ecosistema, allora è anche vero che psicologia dei singoli e cultura della comunità giocano un ruolo fondamentale. Anche nell’habitat televisivo, come nella vita, esistono discriminazioni sociali, culturali, linguistiche. E sappiamo anche che tutto è iniziato con Vermicino. Serializzare il dramma, come hanno fatto molti programmi, significa non soltanto riproporre in continuazione un episodio di cronaca nera particolarmente doloroso, significa anche trasformare l’angoscia in un format. Non è un problema morale, è innanzitutto un problema linguistico. Forse non era così importante ricostruire nei dettagli il caso criminale, forse bisognava avere il coraggio di squadernare il caso mediatico. 

"Sarah. La ragazza di Avetrana". Sarah Scazzi, il giallo di Avetrana diventa una serie tv Sky: luci e ombre sull’omicidio che sconvolse l’Italia. Gianni Emili su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Una docu-serie destinata a far discutere. ‘Sarah. La ragazza di Avetrana’ ricostruisce in quattro puntate la scomparsa di Sarah Scazzi, avvenuta nell’agosto di undici anni fa nel tarantino, ripercorrendo tutta la vicenda concentrandosi in particolare sulla sua spettacolarizzazione.  Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione emesso il 21 febbraio del 2017, ad uccidere Sarah Scazzi nel 2010 sono state la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per omicidio volontario. Lo zio Michele Misseri invece è stato condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove relative al delitto. Sarah fu uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana, in provincia di Taranto, a soli quindici anni. La storia dell’omicidio ebbe grande impatto mediatico: a intervenire fin dal primo momento in quello che sembrava essere il caso di una scomparsa fu il programma televisivo ‘Chi l’ha Visto?’. L’annuncio del ritrovamento del corpo della ragazzina, avvenuto il 6 ottobre del 2010, fu dato nel corso della puntata della trasmissione di Rai 3 con la cugina Sabrina Misseri in collegamento da Avetrana. Michele Misseri fu interrogato nel corso della nottata per 10 ore e indicò agli investigatori il luogo in cui era stato occultato il cadavere. Ora la storia dell’omicidio diventerà una serie-documentario in onda su Sky dal 23 novembre e in streaming su Now TV. LA SCOMPARSA – Nell’arco dei 12 minuti necessari per percorrere 600 metri dalla sua abitazione fino a quella degli zii Michele Misseri e Cosima Serrano, Sarah sparisce. La quindicenne si stava dirigendo verso casa della cugina Sabrina allora 22enne, e insieme sarebbero dovute andare al mare. Nonostante la differenza d’età, erano molto legate. Sabrina portava con sé Sarah durante le uscite serali con la comitiva di suoi coetanei. Dopo la sua sparizione i testimoni raccontarono di aver visto la ragazzina percorrere la breve strada tra le due abitazioni. In seguito Sabrina affermò davanti agli inquirenti e alla stampa di non averla mai vista arrivare all’appuntamento. Dopo aver provato a chiamarla più volte, diede l’allarme alle forze dell’ordine. “L’hanno certamente rapita” disse all’amica Mariangela Spagnoletti che avrebbe dovuto andare in spiaggia con loro quel pomeriggio. Concetta Serrano, la mamma di Sarah, denunciò la scomparsa la sera stessa. La prima pista seguita dagli inquirenti (e dalla stampa) fu quella del rapimento a scopo di riscatto. Le condizioni economiche della famiglia Scazzi però non avrebbero giustificato un’azione del genere. La quindicenne, infatti, viveva da sola con la madre mentre il padre e il fratello Claudio lavoravano a Milano come muratori. La seconda strada percorsa quindi fu subito quella dell’allontanamento volontario per raggiungere gli altri due componenti della famiglia. Iniziarono quindi le indagini per individuare un complice che potesse averla aiutata a partire. ZIO MICHELE E IL CELLULARE – Il 29 settembre del 2010 lo zio Michele Misseri ritrovò il cellulare della nipote in un uliveto. Il dispositivo era senza batteria e scheda sim. Misseri raccontò di essersi recato in campagna per recuperare un cacciavite dimenticato e di aver trovato in quelle circostanze il cellulare. Disse di aver riconosciuto il dispositivo elettronico grazie a un ciondolo a forma di lattina legato allo schermo. Il 29 settembre del 2010 Sarah era ormai scomparsa dal 33 giorni e le ricerche sembravano essere un continuo buco nell’acqua nonostante le continue segnalazioni di avvistamenti in tutta Italia.

IL RITROVAMENTO IN DIRETTA E LA CONFESSIONE – Misseri affrontò cinque giorni di interrogatori prima di confessare il 6 ottobre del 2010. Agli inquirenti disse di aver ucciso Sarah con una corda all’interno del suo garage. Durante la confessione aggiunse di aver abusato della nipote dopo averle tolto la vita per poi gettare il corpo in un pozzo. La sera del 6 ottobre Federica Sciarelli annunciò in diretta tv l’ultimo sviluppo delle indagini durante il collegamento con la cugina Sabrina e la mamma della quindicenne Concetta Serrano. Una volta in carcere Misseri cambiò presto versione: il 15 ottobre chiamò in causa la figlia Sabrina, sostenendo di aver ucciso la quindicenne mentre lei la tratteneva. L’autopsia nel frattempo smentì l’abuso sessuale sul cadavere e in una nuova ulteriore versione dei fatti lo zio di Avetrana attribuì tutte le responsabilità alla figlia, rivelando di aver partecipato solo all’occultamento di cadavere.

LA GELOSIA DI SABRINA – La cugina fu arrestata il 15 ottobre del 2010 con l’accusa di omicidio volontario. Il movente fu fornito dal padre Michele durante l’ultimo interrogatorio: la figlia aveva litigato con Sarah per un ragazzo proprio il giorno prima del delitto. Le due si erano infatti innamorate di Ivano Russo, un amico dell’allora 22enne. Ignaro dei sentimenti di Sarah, Ivano aveva avuto una relazione con Sabrina e aveva poi interrotto il rapporto bruscamente. Gli inquirenti analizzarono gli sms scambiati con la ragazza a caccia di ulteriori indizi. Ivano Russo, allora 26enne, raccontò dei suoi rapporti con la quindicenne Sarah, reputata “una bambina e una tenera amica”. Agli inquirenti disse di non aver mai neppure intuito i sentimenti della quindicenne. Sostenne inoltre di non aver mai incontrato la ragazzina prima dell’omicidio.

Secondo i giudici del ‘processo ai silenzi sul caso Avetrana’ chiuso nel 2020, Ivano ha mentito per 10 anni sul suo ruolo nel delitto. L’allora 26enne avrebbe infatti incontrato Sabrina e la cugina circa 30 minuti prima dell’omicidio, contrariamente a quanto detto in aula. Secondo i magistrati, anche la madre e il fratello del giovane si resero complici della falsa ricostruzione fornita ai pm. Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione

IL RUOLO DI ZIA COSIMA – Con il prosieguo delle indagini la figura di Cosima Serrano iniziò ad assumere sempre più rilevanza nella storia. Il fioraio del posto raccontò di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah in auto per poi costringerla a salire a bordo. Successivamente ritrattò quanto rivelato dicendo di aver “sognato tutto”. L’uomo fu accusato di false dichiarazioni al pm. Le indagini si conclusero con l’arresto di Cosima il 26 maggio del 2011 accusata di concorso in omicidio e sequestro di persona. Cambiò anche la posizione di Michele, ritenuto responsabile solo di aver occultato il cadavere. Secondo gli inquirenti, Cosima non aveva buoni rapporti con la sorella Concetta ormai da diversi anni. La donna aveva comunque continuato a vedere la nipote Sarah, legatissima alla sua famiglia e alla cugina 22enne. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe aiutato Sabrina ad uccidere la ragazzina spinta dall’astio nei confronti della sorella e dalla nuova rivalità tra la figlia 22enne e la vittima.

LA DINAMICA DELL’OMICIDIO – Sarah avrebbe raggiunto casa della cugina per andare insieme a lei in spiaggia la mattina del 26 agosto 2010. Uscite da casa Sabrina e la cugina 15enne avrebbero incontrato Ivano Russo in paese. L’allora 26enne avrebbe visto le due litigare animatamente e si sarebbe allontanato in fretta consapevole di essere lui l’oggetto della discussione. La 15enne avrebbe infatti rivelato ad alcuni amici più grandi che Sabrina era stata respinta da Ivano poco prima di un rapporto sessuale, scatenando così l’ira della cugina. La confessione avrebbe potuto compromettere la reputazione di Sabrina nel piccolo centro , secondo quanto sostenuto dall’accusa. Quindi l’astio tra le due avrebbe portato la 22enne ad aggredire e uccidere Sarah all’interno della propria abitazione con l’ausilio di una cintura. Dopo l’omicidio, il corpo è stato portato in garage e fatto successivamente sparire dallo zio Michele con l’aiuto del fratello Carmine e del nipote Cosimo Cosma. Secondo i pm, il delitto è stato l’apice di una situazione di estrema tensione tra i nuclei familiari di Sabrina e Sarah.

LE CONDANNE – Il 21 febbraio del 2017 la Cassazione confermò l’ergastolo per Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano ritenendo giusta la sentenza già emessa il 27 luglio del 2015 dai giudici d’appello. Michele Misseri, zio della vittima, fu condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere. Insieme ai tre principali protagonisti della vicenda furono condannati nel 2013 anche Carmine Misseri, fratello dello zio Michele e il nipote Cosimo Cosma. I due, secondo i magistrati, aiutarono il nucleo familiare ad occultare il corpo della 15enne gettandolo in un pozzo e coprendolo con un masso per evitare che le forze dell’ordine potessero individuarlo. Per entrambi i giudici decretarono 6 anni di reclusione con relativa interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, morì nel 2014 dopo una lunga malattia. Condannato nell’ambito del troncone del processo sui depistaggi riguardanti il caso di Avetrana anche Ivano Russo, il 26enne oggetto della lite tra Sabrina e Sarah poco prima dell’omicidio. Il giovane avrebbe dovuto scontare in primo grado 5 anni di reclusione per l’accusa di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d’Assise. Per lui il reato è entrato in prescrizione nel giugno di quest’anno. Nel vortice dell’inchiesta sul giallo di Avetrana sono stati risucchiati anche personaggi legati in maniera fortuita alla famiglia Misseri. Questo è il caso di Giuseppe Nigro, albergatore che per mesi ospitò nella sua struttura le troupe televisive e i giornalisti impegnati a seguire il caso. L’uomo avrebbe, secondo gli inquirenti, cercato di coprire la suocera Cosima Serrano fornendole un alibi per il giorno del delitto. Nigro è stato condannato a 2 anni di reclusione e gli è stata consentita la sospensione condizionale della pena. Condannato a un anno e quattro mesi (con sospensione della pena) Vito Russo Jr, ex legale di Sabrina Misseri, per favoreggiamento personale.

LE ULTIME NOTIZIE – Le ultime novità riguardano il secondo troncone delle indagini per depistaggio. Sono state infatti annullate le condanne di Ivano Russo e Michele Misseri che in questo frangente avrebbe dovuto scontare 4 anni di reclusione per aver mentito ai giudici autoincolpandosi del delitto. La condanna a 3 anni di reclusione è caduta in prescrizione anche per Alessio Pisello, amico di Sarah e Sabrina accusato di falsa testimonianza, Elena Baldari (mamma di Ivano Russo), Anna Lucia Pilchierri (moglie di Carmine Misseri), Claudio Russo (fratello di Ivano). La nuova docu serie: Sarah. La ragazza di Avetrana, è una riflessione su un caso che ha ancora molti coni d’ombra e, nonostante tre sentenze abbiano messo un punto sulla vicenda giudiziaria dell’omicidio di Sarah Scazzi, qualcuno sta ancora lottando per affermare un’altra verità. Come Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra gli intervistati della serie anche il fioraio di Avetrana, testimone chiave del processo, che per la prima volta dopo dieci anni, torna a raccontare la sua versione dei fatti. Gianni Emili

Denise Pipitone: giornalisti denunciati per violenza privata da dieci mazaresi. Debora Faravelli il 21/06/2021 su Notizie.it. Alcuni giornalisti che si occupano del caso di Denise Pipitone sono stati denunciati da dieci mazaresi: l'accusa è di violenza privata. Dieci cittadini di Mazara del Vallo hanno denunciato i giornalisti di Ore14, aggrediti mentre stavano realizzando un servizio sul caso di Denise Pipitone, per violenza privata. Ad annunciarlo è stato il conduttore Milo Infante che sul suo profilo Instagram ha affermato che nella puntata di lunedì 21 Piera Maggio, la madre della bimba scomparsa nel 2004, approfondirà insieme a lui le figure di Gaspare Ghaleb e Francesca Adamo, rispettivamente il compagno di Jessica Pulizzi e la collega di Anna Corona che ha messo l’orario falso di uscita dal lavoro della stessa Anna. “Parleremo poi dei 10 mazaresi che hanno denunciato i giornalisti per violenza privata. Tra questi c’è anche l’aggressore del nostro inviato”, ha aggiunto. Il riferimento è all’aggressione subita da Fadi El Hnoud, sul posto per realizzare interviste sul caso. Un uomo lo ha minacciato (“Vi uccido”) per poi aggredirlo fisicamente. Quest’ultimo ha denunciato subito l’accaduto alla locale caserma dei Carabinieri che hanno identificato l’aggressore, ripreso in volto dalle telecamere. A rendere noto l’episodio era stata una nota di Unisgrai in cui, esprimendo solidarietà ai colleghi aggrediti, gli autori si erano detti pronti ad essere parte civile contro chi li ha minacciati. “A Mazara del Vallo le telecamere della Rai danno fastidio a chi non vuole che i cittadini siano informati”, aveva poi aggiunto un comunicato di Fnsi.

La tv del dolore ha superato ogni limite. Andrea Valesini su L'Eco di Bergamo Domenica 20 Giugno 2021. Appena 54 secondi, ma è un pugno nello stomaco. Il video che ritrae gli ultimi istanti del viaggio della funivia del Mottarone (fino allo schianto a terra) e di vita di 14 dei suoi 15 passeggeri è andato in scena in tv, con sovrapposta in un angolo la scritta «Esclusiva Tg3», firma dello scoop e ostentazione dell’orgoglio. Poi quel macabro documento è finito su altri media e sui social, visto da milioni di persone. A giustificare la messa in onda si è ricorsi al solito, ipocrita e pigro «diritto di cronaca». Ma quel diritto se non è accompagnato dal dovere di rispettare le persone e di non esporle al pubblico almeno in punto di morte, apre alla barbarie. Un limite invalicabile ormai invece superato. Nemmeno i parenti delle vittime del Mottarone avevano ancora visionato il video. È strano che uno scrittore sensibile come Ferdinando Camon difenda la diffusione delle terrificanti immagini perché «la verità non va nascosta». Proprio lui che vive di un uso sapiente delle parole dovrebbe sapere che gli ultimi istanti del viaggio della funivia sono stati raccontati dai giornali fin nei dettagli e che altri video simulano perfettamente l’accaduto, praticamente sovrapponibili senza sbavature all’originale. La verità poi non sono quelle immagini che ne costituiscono una parte, ma la risposta alla domanda: se dei freni di emergenza manomessi sappiamo molto, perché la fune si è spezzata? Peraltro in questa vicenda c’è anche un risvolto penale. La Procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, in un comunicato ha sottolineato come la pubblicazione del video sia vietata dalla legge, trattandosi di atti di indagine che, benché depositati per le parti e non più coperti da segreto, «sono relativi a procedimenti in fase di indagini preliminari». Ora però la Procuratrice dovrebbe andare fino in fondo: essendo la diffusione un reato penale, appurare da dove è uscito il materiale riservato. La vicenda è tanto più grave perché l’osceno e irrispettoso «scoop» è stato realizzato dal tg di un canale della tv pubblica, che non dovrebbe rispondere a logiche di audience greve. Andrea Valesini

Eriksen a terra e la tragedia del Mottarone: tv e social sbattono la morte in diretta. Oltre il limite. Hoara Borselli domenica 20 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Le immagini di Christian Eriksen disteso a terra che lotta tra la vita e la morte. E il video shock della tragedia della funivia del Mottarone sono solo alcuni tra gli ultimi casi di cronaca che accendono il faro sul tema della spettacolarizzazione dell’informazione. Quale è il confine etico e morale tra ciò che è idoneo o meno rendere pubblico? La tragedia della funivia del Mottarone ci ha ricordato ancora una volta come in molti preferiscano i dettagli più macabri rispetto ad un’informazione vera e attendibile. Accendendo i riflettori sull’istante in cui le persone perdono la vita in modo così sconvolgente si compie un doppio errore: di deontologia e anche di difesa del giornalismo. Sono diventate virali in pochi istanti le immagini che durano poco più di un minuto: la cabina che sale. Che sembra essere arrivata a destinazione. Ma che poi scivola velocemente verso giù e cade nel vuoto. E dentro, visibili, le 15 persone che sono precipitate giù: 14 delle quali hanno perso la vita. Un’immagine drammatica che tutti, mentalmente, avevamo ricostruito dopo il resoconto giornalistico della tragedia. E che adesso rimbalza su tutti i social andando ad alimentare quella morbosità macabra di cui sembra non si riesca più a fare a meno. Il video, pubblicato in esclusiva dal Tg3, e rilanciato da tutte le testate, ha generato una sorta di corsa alla condivisione per non rimanere indietro su nulla. Altrettanto sconvolgenti le scene del malore di Christian Eriksen, il giocatore danese trasmesso in diretta tv, con le immagini che si soffermano sul volto esanime dopo il malessere, a cercare quell’istante morboso di chi si trova a vivere un dramma sotto i riflettori. Un Truman show del dolore che con il diritto di cronaca segna una distonia netta. Emblematico l’abbraccio con cui i compagni di squadra di Christian hanno preservato la privacy per la tragicità del momento. Dando una lezione al mondo e alla stessa informazione che per diritto di cronaca non si ferma. Invece quel momento andava fermato. Raccontato per capire come stesse il calciatore, ma spegnendo immediatamente i riflettori per non alimentare quel voyeurismo insano, maniacale. I commenti indignati da parte degli utenti social dei canali delle testate che hanno fatto la scelta di mandare in onda sia le immagini della funivia che quelle del calciatore danese a terra, a distanza di poco tempo hanno suscitato un’indignazione comune legata dal filo invisibile della spettacolarizzazione del dolore. Rendere fruibile le immagini che documentano gli istanti di vita dei drammi non aggiunge niente all’informazione. Ma fa emergere l’assioma della “pornografia del dolore”. Esemplificative in questo senso sono le parole riportate da Mario Morcellini, direttore della Scuola di Comunicazione Unitelma Sapienza: «Mettere in diretta le grida della disperazione, a me sembra che non sia un esercizio di informazione». La questione sulla sulla deontologia giornalistica diventa centrale. Il giornalismo che riesce a raccontare senza eccedere nel morboso dell’occhio che non deve spegnere mai la luce, è un punto focale. Ci vuole responsabilità. Essere in diretta con il dolore ha poco a che fare con la rappresentazione dell’informazione a livello di cronaca giornalistica. È innegabile che stia cambiando il rapporto tra verità in diretta e dramma del momento comunicativo. I social ci seguono ovunque, amplificando ciò che parte dalla tv. E la drammaticità morbosa diventa protagonista. L’ultimo tassello della cronaca nera in diretta sta diventando la nostra informazione quotidiana.

Estinto il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale per Michele Misseri: prescritto il reato penale.  Manduria Oggi il 12/11/2021. La causa proseguirà in sede civile per quel che attiene il profilo risarcitorio. Il debito con la giustizia per “zio Michele” si estinguerà fra due anni Prescritto il reato di calunnia nei confronti del suo ex avvocato per Michele Misseri. Nei giorni scorsi, presso il Tribunale di Lecce, c’è stata l’udienza del processo che ha visto imputato Michele Misseri per il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale e della sua ex consulente di parte. In quella sede, il giudice ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Michele Misseri per l’intervenuta prescrizione del reato. Determinando così il trasferimento della causa, per quel che attiene il profilo risarcitorio, in sede civile. Zio Michele ha seguito l’udienza in video conferenza dal carcere di Lecce ove è detenuto e, nel frattempo, il suo nuovo legale, l’avv. Ennio Blasi, ha annunciato la sua prossima mossa: entro fine anno chiederà al magistrato di sorveglianza che il suo assistito possa scontare la restante parte della pena in regime di detenzione domiciliare. Misseri, difatti, è stato condannato ad 8 anni di reclusione ma, grazie ai benefici di legge – che prevedono uno sconto di pena di 45 giorni ogni semestre di detenzione – estinguerà il proprio debito con la giustizia già il 15 novembre 2024. L’uomo, però, ha fatto sapere di voler trascorrere gli anni che restano nella villetta di via Deledda, ad Avetrana, non potendo più fare a meno di tornare a lavorare nei campi.

Omicidio Sarah Scazzi, Michele Misseri prosciolto da reato di calunnia. E ora non porta più la fede. Il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi, 15 anni, è stata privata della sua esistenza per mano della cugina, Sabrina Misseri, e della madre di quest’ultima, Cosima Serrano. Entrambe condannate all’ergastolo con l’accusa di omicidio volontario, per la soppressione del cadavere è stato condannato Michele Misseri, zio di Sarah e padre di Sabrina. Nel frattempo, lo scorso 5 novembre è stata pronunciata nei confronti di quest’ultimo l’estinzione del reato di calunnia. E, intanto, il suo nuovo legale si prepara a chiedere al magistrato di sorveglianza la concessione al proprio assistito della possibilità di scontare la restante parte della pena nella casa degli orrori ad Avetrana. Anna Vagli su Fanpage.it il 9 novembre 2021.

Il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi, 15 anni appena, è stata uccisa ad Avetrana. Per la giustizia italiana a macchiarsi di quell’orribile crimine è stata la cugina Sabrina Misseri in concorso con la madre Cosima Serrano. Il 21 febbraio 2017  la Corte di Cassazione ha apposto per le due donne il sigillo giudiziario dell’ ergastolo. Michele Misseri, zio di Sarah, è stato invece condannato alla pena di 8 anni di reclusione per il reato di soppressione di cadavere della nipote. 

L’estinzione del reato di calunnia 

Si è tenuta lo scorso 5 novembre, presso il Tribunale di Lecce, l’udienza del processo che ha visto imputato Michele Misseri per il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale, l’Avv. Daniele Galoppa, e della sua ex consulente di parte. Rei, questi ultimi, secondo lo zio di Sarah Scazzi, di aver esercitato pressioni affinché lo stesso addebitasse l’omicidio della nipote alla figlia, Sabrina Misseri. L’udienza, iniziata alle 11.30 lo scorso venerdì, è terminata intorno alle 13. In quella sede, il giudice ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Michele Misseri per l’intervenuta prescrizione del reato. Determinando così il trasferimento della causa, per quel che attiene il profilo risarcitorio, in sede civile.

Zio Michele potrebbe presto tornare a casa

L’uomo ha seguito l’udienza in video conferenza dal carcere ove è detenuto e, nel frattempo, il suo nuovo legale, l’Avv. Ennio Blasi, ha annunciato la sua prossima mossa: entro fine anno chiederà al magistrato di sorveglianza che il suo assistito possa scontare la restante parte della pena in regime di detenzione domiciliare. Misseri, difatti, è stato condannato ad 8 anni di reclusione per il reato di soppressione di cadavere della nipote Sarah Scazzi. Sepolta, quest’ultima, in contrada Mosca ad Avetrana, in provincia di Taranto. Ma, grazie ai benefici di legge – che prevedono uno sconto di pena di 45 giorni ogni semestre di detenzione – estinguerà il proprio debito con la giustizia già il 15 novembre 2024. L’uomo, però, ha fatto sapere di voler trascorrere gli anni che restano nella villetta di via Deledda, ad Avetrana, non potendo più fare a meno di tornare a lavorare nei campi. Proprio in quella casa in cui Sarah ha perso la vita per mano della cugina Sabrina. Tuttavia, nonostante abbia manifestato la volontà di fare rientro nella sua abitazione, l’Avv. Blasi ha fatto sapere che Misseri si è ben ambientato nel carcere di Lecce: dipinge, la domenica fa la pizza e si fa chiamare zio Michele dagli altri detenuti. Secondo indiscrezioni, inoltre, pur continuando ad addebitarsi ogni responsabilità per la morte della nipote, non porterebbe più la fede al dito.

Anna Vagli. Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica

DA tgcom24.mediaset.it il 17 giugno 2021. La Corte d'Appello di Lecce ha cancellato 11 condanne nel processo bis per depistaggi legato all'inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo nell'agosto del 2010. Il non doversi procedere per intervenuta prescrizione è stato dichiarato nei confronti di 8 imputati, tra cui Michele Misseri, lo zio di Sarah, condannato nel processo principale in via definitiva a 8 anni per soppressione di cadavere. Michele Misseri era stato condannato in primo grado, nell'ambito del processo bis per depistaggi, a 4 anni di reclusione a rispondeva di autocalunnia perché si accusò dell'omicidio. E' scattata la prescrizione anche per Ivano Russo, il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all'ergastolo per l'omicidio con sua madre Cosima Serrano) e la cugina Sarah: in primo grado aveva rimediato 5 anni di reclusione per le ipotesi di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise. Prescrizione pure per Alessio Pisello, uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (3 anni in primo grado), per la mamma di Ivano, Elena Baldari (3 anni), per Maurizio Misseri, nipote di Michele (3 anni), per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri (3 anni), per Claudio Russo, fratello di Ivano (2 anni e sei mesi). Salvatora Serrano, detta Dora (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a 3 anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all'episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti Giuseppe Serrano (3 anni e 6 mesi in primo grado), Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l'uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (3 anni), e Giuseppe Augusto Olivieri (3 anni e 2 mesi).

Omicidio Scazzi, tutti i presunti depistaggi assolti: i nomi. Si chiude così il processo a carico della parte più oscura delle indagini sull'uccisione della quindicenne. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 18 giugno 2021. Colpo di spugna della Corte d’appello del Tribunale di Taranto che nel processo sui presunti depistaggi nell’inchiesta sull’omicidio di Sarah Scazzi, ha cancellando undici condanne imposte dalla sentenza di primo grado che aveva inflitto pene per un totale di 35 anni di reclusione. Il dispositivo firmato dal presidente Antonio Del Coco, ha quindi riformato la sentenza emessa il 21 gennaio 2020 dal giudice monocratico del Tribunale di Taranto, Loredana Galasso. Si chiude così il processo a carico della parte più oscura delle indagini sull'uccisione della quindicenne, quella delle mezze verità e dei non ricordo di tanti testimoni divenuti poi indagati e quindi imputati. Alla sbarra personaggi centrali ma anche persone che hanno occupato posti di secondo piano nella terribile storia sulla morte della ragazzina strangolata dalla cugina Sabrina Misseri e dalla zia Concetta Serrano, entrambe condannate all’ergastolo e poi gettata in un pozzo dallo zio, Michele Misseri. Nell’appello di ieri è stato disposto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di otto imputati tra cui lo «zio Michele» (difeso dall'avvocato Luca La Tanza) che in primo grado era stato accusato di autocalunnia e condannato a quattro anni di reclusione per l’autoaccusa dell’omicidio di Sarah. Nel processo principale, Misseri è stato condannato in via definitiva a otto anni di carcere per la soppressione del cadavere della nipote che sta scontando nel carcere di Lecce. È scattata la prescrizione anche per Ivano Russo (difeso da Carmine Di Zenzo), il giovane di Avetrana che secondo tre tribunali è stato conteso da Sabrina Misseri e la giovanissima Sarah. In primo grado, l’«Alain Delon di Avetrana» aveva rimediato la pena più alta, cinque anni di reclusione, per le ipotesi di false informazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza alla Corte d’Assise.  Prescrizione anche per Alessio Pisello (difensore Nicola Marseglia), uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (a lui tre anni in primo grado); prescrizione anche per la mamma di Ivano, Elena Baldari (difensore Di Zenzo) che aveva preso tre anni in prima istanza; per Maurizio Misseri (lo difende Lorenzo Bullo), nipote di Michele (tre anni), per Anna Lucia Pichierri (Bullo), moglie di Carmine Misseri (tre anni), per Claudio Russo (Di Zenzo), fratello di Ivano (due anni e sei mesi). Salvatora Serrano (difesa da Marseglia), detta Dora (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a tre anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all’episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti Giuseppe Serrano (lo difende Marseglia) che in primo grado doveva scontare tre anni e sei mesi, Anna Scredo (difensore Pasquale Lisco), cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l’uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (tre anni per lui) e Giuseppe Augusto Olivieri (tre anni e due mesi in primo grado), difeso dagli avvocati Armando Pasanisi e Mario D’Oria, titolare di un impresa di Avetrana accusato di aver dichiarato false deposizioni in fase di interrogatorio. Nazareno Dinoi

Omicidio Sarah Scazzi, riformata la sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Taranto. Redazione il 18/06/2021 su oltrefreepress.com. La sezione distaccata di Taranto della Corte d’Appello di Lecce ha riformato la sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Taranto del 21 gennaio 2020, sancendo il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di 8 imputati, tra cui Michele Misseri (lo zio di Sarah, condannato nel processo principale in via definitiva a 8 anni di carcere per soppressione di cadavere), che era stato condannato in primo grado a 4 anni di reclusione a rispondeva di autocalunnia perché si accusò dell’omicidio di Sarah. E’ scattata la prescrizione anche per Ivano Russo, il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all’ergastolo per l’omicidio con sua madre Cosima Serrano) e la cugina Sarah; Russo, in primo grado, aveva rimediato la pena più alta – 5 anni di reclusione – per le ipotesi di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d’Assise. Prescrizione pure per Alessio Pisello, uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (3 anni in primo grado), per la mamma di Ivano, Elena Baldari (3 anni), per Maurizio Misseri, nipote di Michele (3 anni), per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri (3 anni), per Claudio Russo, fratello di Ivano (2 anni e sei mesi). Salvatora Serrano (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a 3 anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all’episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti anche Giuseppe Serrano (3 anni e 6 mesi in primo grado), Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l’uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (3 anni), e Giuseppe Augusto Olivieri (3 anni e 2 mesi).  

Sarah Scazzi: delitto di Avetrana, perchè Ivano Russo era stato condannato e poi la condanna è stata annullata? Emanuela Rizzo il 18 giugno 2021 su controcopertina.com. Sono passati esattamente 11 anni dal delitto di Avetrana ovvero da quando la giovane Sarah Scazzi è stata uccisa. In quest’ultimo periodo sembrerebbe che sia stata annullata la condanna per Ivano Russo. Il giovane è stato infatti al centro di questa inchiesta, ma in realtà che cosa aveva fatto il ragazzo? Facciamo un pò di chiarezza.

Sarah Scazzi, chi l’ha uccisa? La giovane Sarah è stata la protagonista purtroppo di una delle storie di cronaca nera più discusse del nostro paese. L’annuncio del ritrovamento del suo corpo senza vita è avvenuto a distanza di tempo dalla sua morte. L’annuncio sarebbe stato fatto proprio in diretta televisiva Chi l’ha visto dove pare fosse ospite in collegamento la madre di Sarah. È stato sicuramente un duro colpo per lei ovvero Concetta Serrano Spagnolo. Il corpo della giovane venne ritrovato all’interno di un pozzo e da quel momento si è iniziato ad investigare per cercare di capire chi avesse ucciso la piccola Sarah e soprattutto per quale motivo. La corte suprema di Cassazione il 21 febbraio 2017 ha riconosciuto colpevoli per concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri. Ma perché Sarah Scazzi sarebbe stata uccisa? 

L’omicidio, perchè la giovane è stata uccisa? Perché quindi Sarah sarebbe stata uccisa dalla zia e dalla cugina? Il motivo per cui Sarah ha perso la vita sembra essere legato proprio ad Ivano Russo un giovane che pare fosse nel mirino della cugina. Si dice che l’omicidio sia stato fatto per motivi di gelosia, perché Ivano pare riservasse delle attenzioni proprio a Sarah Scazzi e non a Sabrina che tra l’altro pare fosse innamorata del giovane. Ma allora per quale motivo Ivano è stato condannato?

Ivano Russo, perchè il giovane è stato condannato? Ivano Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione perché pare avesse mentito in merito ai suoi spostamenti proprio nel giorno dell’omicidio della piccola Sarah Scazzi. A far si che Ivano si trovasse al centro dell’indagine sono state le dichiarazioni rilasciate dall’ex fidanzata dell’epoca. Secondo quest’ultima infatti Ivano avrebbe dichiarato il falso nel dire che il giorno in cui Sarah è stata uccisa, lui si trovasse a casa a dormire. Nonostante comunque Ivano venne accusato, poi la condanna venne annullata per prescrizione del reato. Ad oggi, quindi, per l’omicidio della giovane, rimangono in carcere la zia e la cugina. 

Delitto di Avetrana: annullate le condanne di Michele Misseri e Ivano Russo nel processo sui depistaggi. Teleradio News Cronache Agenzia Giornalistica  sabato, 19 Giugno 2021. Sia per Ivano Russo che per Michele Misseri la Corte ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. In primo grado Ivano Russo, considerato al centro della contesa tra Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, aveva ottenuto la pena più pesante di 5 anni di reclusone per aver mentito su quanto accadde il giorno del delitto. Secondo i giudici, la morte di Sarah Scazzi sarebbe da ricondurre proprio agli screzi in corso tra la 15enne e la cugina attorno alla figura di Ivano. Misseri invece era stato condannato a 4 anni per aver mentito ai giudici incolpandosi ingiustamente dell’omicidio di Sarah nel tentativo di scagionare moglie e figlia, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, rispettivamente zia e cugina di Sarah, condannate in via definitiva all’ergastolo nel processo principale. Prescrizione e condanna annullata anche per altri sei imputati nel processo bis: Alessio Pisello, amico di comitiva di Sarah e Sabrina, per la mamma di Ivano, Elena Baldari, per Maurizio Misseri, nipote di Michele, per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri e per Claudio Russo, fratello di Ivano. Assolta perché il fatto non sussiste Salvatora Serrano, sorella di Concetta e Cosima, così come sono andati assolti Giuseppe Serrano, Anna Scredo e Giuseppe Augusto Olivieri. 

Michele Misseri ieri e oggi: che fine ha fatto? Quanti anni ha? Maria Carmela Furfaro il 18/06/2021 su donnapop.it. Michele Misseri, lo zio di Avetrana autoaccusato dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi, ha ricevuto clamorosamente la cancellazione della condanna per prescrizione. Conosciamo meglio i dettagli. Michele Misseri era un tranquillo lavoratore che aveva guadagnato giusto quei soldi necessari ad acquistare un fazzoletto di terra in Puglia. Si presenta come un agricoltore, pio e timoroso, con l’aria un po’ da bradipo ma nello stesso tempo furbo. Nato a Manduria, in provincia di Taranto, il 22 Marzo del 1954, nel delitto di Avetrana ha raccontato, tra le lacrime, la sua presunta verità in merito alla morte della nipote Sarah Scazzi. Scomparsa il 26 agosto 2010, la ragazzina quindicenne, è stata ritrovata morta la notte tra il 6 e il 7 ottobre dello stesso anno. Durante le indagini il ruolo dello zio acquisito di Sarah è passato da innocuo osservatore a testimone del delitto. L’uomo si presentava davanti le telecamere con un cappello da pescatore, malvestito e dimesso, visibilmente scosso per la morte della nipote Sarah.

Chi è Michele Misseri per Sarah? Michele Misseri è lo zio acquisito della sfortunata Sarah Scazzi. Sposato con la zia Cosima Serrano, sorella della mamma Concetta di Sarah, si è sempre mostrato un uomo innocuo. Fin qui tutto a posto se non fosse stato per tutta una serie di confessioni e smentite. Dopo aver ritrovato in un campo il cellulare mezzo bruciacchiato di Sarah Scazzi, è iniziata una serie di confuse bugie miste a verità nascoste. Tra accuse alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina Misseri, a un certo punto Michele Misseri si è addirittura accusato di essere colpevole dell’omicidio. Nel corso dei mesi Michele Misseri ha abbandonato l’aspetto dimesso e trasandato, mostrandosi in pubblico più elegante, sia nell’abbigliamento, sia nei modi. Le indagini si sono concluse con la condanna, da parte del tribunale monocratico di Lecce il 21 gennaio del 2020, verso Michele Misseri. L’uomo è stato condannato per il reato di autocalunnia a 4 anni di reclusione, anche se nel processo precedente, quello principale per il sequestro e l’omicidio, aveva ricevuto la pena di 8 anni per aver soppresso il cadavere di Sarah.

Oggi. Il 17 giugno 2021 la sezione distaccata di Taranto della Corte di appello di Lecce ha emesso la prescrizione per il delitto. In altre parole la condanna a 4 anni di reclusione per Michele Misseri è stata cancellata.

Che fine ha fatto. Michele Misseri è in carcere e il 18 giugno 2021 aspetta la sua scarcerazione.

Quanti anni ha oggi? Michele Misseri ha 67 anni: è nato a Manduria, in provincia di Taranto, il 22 Marzo del 1954.

Condanna. Lo zio di Avetrana è stato condannato, tramite sentenza emanata dal tribunale monocratico di Lecce il 21 gennaio del 2020. Michele Misseri è stato condannato per il reato di autocalunnia a 4 anni di reclusione, anche se nel processo precedente, quello principale per il sequestro e l’omicidio, aveva ricevuto la pena di 8 anni per aver soppresso il cadavere di Sarah.

Prescrizione. Cosa è la prescrizione? La prescrizione è una causa di estinzione del reato. In altre parole un illecito penale non può più essere punito se trascorre un certo periodo di tempo dalla sua commissione.

Il 17 giugno 2021 la sezione distaccata di Taranto della Corte di appello di Lecce ha emesso la prescrizione per il delitto. In altre parole la condanna a 4 anni di reclusione per Michele Misseri è stata cancellata. La prescrizione è avvenuta perché sono scaduti i termini.

Cosima Serrano. La moglie di Michele Misseri, Cosima Serrano è stata condannata all’ergastolo per il delitto del delitto di Sarah Scazzi, la nipote. L’omicidio efferato ai danni della ragazza è avvenuto nell’agosto 2010 ad Avetrana. Cosima nelle prime fasi della ricerca del corpo di Sarah non sembrava per nulla collegata alla tragedia.

Nel corso delle indagini, da zia disperata per la morte della povera nipote, ha mostrato un volto di persona scaltra e risoluta ma soprattutto colpevole del nipoticidio. La donna sta scontando nel carcere di Taranto la pena dell’ergastolo: in cella è impegnata nella realizzazione di abbigliamento e corredi per la casa. Nel 2020 è stata assegnata al confezionamento di mascherine anti-Covid, a causa dell’emergenza sanitaria.

Sabrina Misseri. Sabrina Misseri è la figlia di Michele Misseri. Nelle prime fasi della ricerca del corpo di Sarah Scazzi è apparsa sempre disperata, quanto fedele amica della cugina, figlia della sorella della mamma. Molte volte si è fatta vedere in lacrime davanti alle televisioni, invocando ai presunti colpevoli di dire la verità. Dopo aver lanciato mielosi appelli di giustizia, la figlia di Michele Misseri è stata condannata, come la madre, all’ergastolo.

Come la madre, sta scontando in carcere la pena dell’ergastolo nel carcere di Taranto. Divide la stessa cella di Cosima Serrano e insieme sono impegnate come sarte per la realizzazione di manufatti e abbigliamento. Anche a lei dal 2020, a causa dell’emergenza sanitaria, è stato assegnato il compito di confezionare mascherine anti-Covid. 

MARIA CARMELA FURFARO. Curiosa per natura e appassionata di musica e cinema: scrivo per diletto e insegno per professione.

Sabrina Misseri e le speranze di lasciare il carcere. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 18 giugno 2021. L’esito del processo d’appello che cancella le condanne e quindi molte delle accuse nei confronti dei presunti depistatori della difficile inchiesta sulla morte di Sarah Scazzi, sarà oro colato per la difesa delle due assassine, Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Le due donne hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo la revisione della condanna all’ergastolo che stanno scontando nel carcere di Taranto. L’assoluzione di ieri di alcuni imputati di rilievo che erano stati condannati in primo grado con l’accusa di aver raccontato il falso per coprire responsabilità a carico delle due donne, potrebbe avere un peso significativo nelle memorie difensive che gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia saranno pronti a depositare all’organo giurisdizionale internazionale quando li convocherà per trattare il delicato caso. Quanto tempo si dovrà aspettare è ancora una scommessa. L’ammissibilità del ricorso (procedura per niente scontata), risale a settembre del 2018 e considerati i tempi medi di attesa per cause di questo genere, tutti che si aggirano intorno ai tre anni, la chiamata da Strasburgo potrebbe arrivare da un momento all’altro. Nel frattempo mamma e figlia attendono pazientemente quel giorno rendendosi utili nella sartoria del penitenziario tarantino. Le detenute modello, così vengono definite, cuciono abiti e biancheria per il consumo interno e, in questo periodo pandemico anche mascherine. Sabrina si presta anche a fare acconciature alle detenute avendo preso l'abilitazione professionale durante la detenzione. L'ergastolo non ostativo che devono scontare e il tempo già trascorso in carcere, consente di sperare in qualche uscita premio che nessuno delle due ha ancora chiesto. Potrebbero farlo, come prevede l’ordinamento, per quindici giorni di seguito, ripetuti sino a tre volte in un anno, ma, in accordo con i propri legali di fiducia, nessuna ha mai tentato di ottenerle il premio che spetta al loro status di «condannate che hanno tenuto regolare condotta e che non risultano socialmente pericolose» che hanno già scontato dieci anni di pena. Meglio aspettare il miracolo da Strasburgo e se sarà negativo anche quello, come lo sono stati i tre gradi di giudizio, allora non resterà che affidarsi al calendario. E contare i giorni che mancano al fine pena. Trascorsi 26 anni di prigionia, Sabrina e Cosima avranno diritto alla libertà condizionata che sarà sempre oggetto di un giudizio. Se si sottraggono poi gli sconti di pena previsti per la buona condotta, pari a 45 giorni ogni sei mesi di chiusura, i 26 anni necessari per lasciare il carcere diventano 21. Facendo così i conti, Sabrina che quando è stata arrestata aveva 22 anni, quando ne avrà 43 potrà tornare nella sua Avetrana o dove vorrà fissare il luogo della sua libertà condizionale. Sua madre Cosima che di anni attualmente ne ha 66 ed è stata arrestata dopo la figlia, dovrà attendere sei mesi in più dietro le sbarre che si aprirebbero nel 2032 quando di anni ne avrà 78. Ma non saranno ancora libere. Dopo aver ottenuto la libertà condizionale, recita la normativa, seguiranno cinque anni di libertà vigilata che prevedono obblighi e prescrizioni da rispettare. Se al termine di questo periodo di prova le due donne riusciranno a dimostrare che il loro ravvedimento è reale, allora la pena sarà scontata in modo definitivo e torneranno ad essere cittadine libere.

Delitto di Avetrana: cosa fanno nella vita Sabrina Misseri e Cosima Serrano 11 anni dopo la morte di Sarah Scazzi. Lorenzo Drigo su thesocialpost.it il 4 aprile 2021. Era il 26 agosto 2010 quando si iniziò a parlare del caso Sarah Scazzi, 15enne di Avetrana scomparsa nel nulla, in un caldo giorno d’estate in cui sarebbe invece dovuta andare al mare con la cugina Sabrina. Inizialmente si pensò ad un allontanamento volontario della 15enne: la copertura mediatica del caso fu eclatante. Piano piano si fece strada tra gli inquirenti l’ipotesi che potesse trattarsi di un caso di omicidio: successivi sviluppi, tra cui la confessione (poi ritrattata) dello zio Michele Misseri, il ritrovamento del cadavere e l’arresto di altri due membri della famiglia (Cosima Serrano e Sabrina Misseri), avrebbe portato il caso Scazzi ad essere conosciuto come uno dei più complessi della recente storia di cronaca giudiziaria italiana. Sono passati ormai più di 10 anni da quello che è diventato tristemente famoso come il delitto di Avetrana. I principali imputati sono tre, gli zii di Sarah Scazzi e sua cugina, di poco più grande di lei. Lo zio, Michele Misseri, si è sempre dichiarato l’unico colpevole ma non ha mai convinto fino in fondo gli inquirenti. A quanto si apprende in un’inchiesta esclusiva di Oggi, Sabrina Misseri e Cosima Serrano hanno passato la maggior parte del tempo in carcere lavorando. Inizialmente si sono occupate di cucire tovaglie, corredi e vestiti, ma la pandemia le ha costrette a cambiare produzione. Ad oggi si occupano della fabbricazione e del confezionamento di mascherine. I rapporti tra loro e Michele non sono positivi e pacifici, mentre madre e figlia condividono la cella. Michele Misseri, invece, stando alle parole del suo legale Ennio Blasi di Statte ad Oggi, soffre molto del mancato rapporto con la sua famiglia. Anche lui si tiene occupato: “Non si tira mai indietro, è sempre disponibile per qualsiasi genere di attività ed è benvoluto da tutti”.

L’omicidio di Sarah Scazzi e le indagini. Il 26 agosto 2010 la 15enne Sarah Scazzi scompare. Avrebbe dovuto incontrare sua cugina, Sabrina Misseri, per andare al mare assieme. Si pensa subito ad un allontanamento volontario: Avetrana è piccola, con pochi abitanti che si conoscono e le case delle cugine distano pochi minuti a piedi, per cui un rapimento sembra un’ipotesi impossibile. Un mese di indagini che non portano a nulla, l’attenzione mediatica è alle stelle, compare la prima prova. Un telefono bruciato, quello di Sarah, in un campo poco distante da casa, ritrovato da Michele Misseri. L’uomo viene trattenuto e interrogato, fino al 6 ottobre quando rilascia una confessione di omicidio e tentativo di stupro, per poi indicare dove si trova il corpo della giovane, buttato in fondo ad un pozzo. Seguono settimane e settimane di interrogatori, cambi di versione dei fatti da parte di Misseri: gli inquirenti cominciano a dubitare. In più, il corpo della vittima non presenta segni di violenza sessuale o tentata violenza. Il 21 ottobre si giunge all’arresto di Sabrina, in seguito all’analisi dei tabulati. L’idea è che Sarah sia stata strangolata a causa di un dissapore in amore tra le cugine. Misseri ritratta, dando tutta la colpa alla figlia e sostenendo di aver solo occultato il corpo della vittima. Si giunge poi all’arresto della moglie, Cosima Serrano, grazie alla testimonianza di un uomo che sostiene di aver assistito ad una colluttazione tra le tre donne poco prima della scomparsa. Poi, anche lui ritratta, Misseri sostiene nuovamente di essere l’unico colpevole. Il processo porterà, nel 2017, alla condanna all’ergastolo per Sabrina e Cosima e ad 8 anni per Michele, colpevole dell’occultamento del cadavere.

Caso Scazzi, l’avvocato di Sabrina e Cosima: “Ho la certezza della loro innocenza”. Silvia Nazzareni su thesocialpost.it il 5 agosto 2019. Ad anni dalla sentenza di Cassazione che ha definitivamente condannato all’ergastolo, l’avvocato di Sabrina Misseri e Cosima Serrano è pronto a ribadire l’innocenza delle sue clienti. Nonostante 3 gradi di giudizio abbiano infatti confermato la colpevolezza di madre e figlia, per l’avvocato Franco Coppi il vero colpevole sarebbe Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi e primo reo confesso (poi ritrattante) di questa vicenda giudiziaria.

Un tormento che non si quieta. Da anni, Franco Coppi è tormentato da quello che è successo a Sabrina e Cosima Misseri. Lo racconta a Il Foglio: “Ho la certezza assoluta della loro innocenza sarei pronto a giocarmi qualunque cosa. Non essere riuscito a dimostrarlo ha rovinato la mia vita di avvocato”. Ad aver sconvolto l’avvocato Coppi è soprattutto il caso di Sabrina: “Noi difensori non possiamo pretendere di vincere tutti i processi, non deteniamo il monopolio della verità e certe vicende si prestano a molteplici letture, d’accordo, ma nel caso di Sabrina Misseri no”. Secondo il legale c’erano prove evidenti del fatto che Michele Misseri avesse ucciso Sarah: “Le prove della sua innocenza e della colpevolezza del padre reo confesso erano talmente schiaccianti che non riesco a capacitarmi di questo fallimento, il ricorso per Cassazione mi ha procurato una delusione insanabile”. Per Coppi, con Sabrina Misseri la giustizia avrebbe fallito su tutta la linea: “Questa ragazza sta in carcere da dieci anni: per me è un tormento”.

Possibile revisione processuale. Una novità potrebbe però arrivare in un prossimo futuro. Qualche tempo fa a Pomeriggio 5 era stata data la notizia secondo la quale la Corte di Strasburgo (Corte Europea per i diritti umani) avrebbe giudicato ammissibile il ricorso fatto dagli avvocati delle due donne: “Attendiamo di conoscere l’esito, i tempi non sono brevi. Poi non ci resterà che sperare nella revisione del processo: ci potrebbe essere qualcosa da rivedere nei tre gradi di giudizio”. Se così fosse tutto potrebbe essere rimesso in gioco e si potrebbe addirittura arrivare alla scarcerazione delle due donne.

Michele Misseri scrive dal carcere: “L’unico colpevole sono io”. Giovanna Tedde su thesocialpost.it il 23 gennaio 2020. A margine della condanna a 4 anni di carcere nel processo bis sui depistaggi nel caso Sarah Scazzi (che si somma a quella a 8 anni in via definitiva per occultamento del cadavere della 15enne), Michele Misseri torna ad autoaccusarsi del delitto con una lettera indirizzata a Barbara d’Urso. Lo zio della vittima, ritenuto responsabile del reato di autocalunnia nel procedimento-satellite appena concluso (in cui sono state condannate altre 10 persone, tra cui Ivano Russo), continua ad attribuirsi l’esecuzione materiale dell’omicidio. All’ergastolo, condannate in via definitiva, la moglie Cosima Serrano e la figlia, Sabrina Misseri. Fresco di una nuova condanna, dopo quella definitiva a 8 anni per occultamento di cadavere, Michele Misseri torna a parlare dal carcere, ancora una volta per autoaccusarsi dell’omicidio della nipote 15enne, Sarah Scazzi, il cui corpo fu fatto ritrovare dallo stesso nell’agosto 2010. Una lettera, indirizzata a Barbara d’Urso, per ribadire quanto lo ha condotto alla sentenza con cui il Tribunale di Taranto, nella giornata del 21 gennaio scorso, gli ha inflitto una pena di 4 anni di reclusione per autocalunnia: “Sono io il colpevole“. “Penso sempre alla mia famiglia, non ho mai smesso di scrivere a Sabrina e Cosima, ma non ho mai ricevuto risposta“, ha sottolineato il detenuto – attualmente recluso a Lecce – per poi aggiungere che “loro mi vogliono punire perché sono in carcere da innocenti“. Secondo ‘zio Michele’, i 3 gradi di giudizio conclusi con l’ergastolo a carico di moglie e figlia sarebbero un clamoroso errore giudiziario: “Nessuno mi vuole credere. Loro (Cosima Serrano e Sabrina Misseri, ndr) sono innocenti. L’unico vero colpevole sono io“. Michele Misseri sostiene di star bene e di aver concluso un anno di scuola in costanza di detenzione, ma nella sua testa albergherebbe il chiodo fisso di aver mandato dietro le sbarre, a suo dire, due persone estranee al delitto. “Ho strangolato io la bambina“, aveva detto dopo un tira e molla di versioni contrastanti che ne hanno minato la credibilità. Parole schiacciate dall’esito giudiziario che ha consegnato i nomi delle due donne di casa Misseri alla cornice di responsabili del delitto di Avetrana.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Massimo Bossetti è innocente?

Anticipazione da “Oggi” il 17 Novembre 2021. «Da sette anni vivo nel buco. C’è la mia branda, il mio sgabello, il mio Gesù. Alle pareti è appeso il resto della vita, almeno quello che rimane». Questo è l’incipit del componimento con cui Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio il 26 novembre 2010, ha partecipato al concorso letterario “Scrittori dentro 2021” e che gli è valso il terzo posto e un premio di 100 euro. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani, che anticipa la notizia che sarà approfondita dalla trasmissione Iceberg di Telelombardia. «Da sette anni conosco ogni crepa, crepa dei muri, dei pavimenti, crepe del mio cuore», scrive ancora Bossetti, che non si è mai confessato colpevole e lotta per una revisione del processo. E conclude con una speranza: «Da sette anni - scrive - penso al giorno che sarò fuori, avrò bisogno di altri sette anni per aiutarmi a vivere». Tra i partecipanti al premio letterario ci sono altri detenuti celebri della recente cronaca italiana. Primo fra tutti Cesare Battisti, secondo classificato nella sezione racconto breve. L’ex brigatista si trova oggi detenuto a Ferrara dopo uno sciopero della fame nel carcere di Rossano Calabro. E ancora Carlo Lissi, condannato all’ergastolo per aver massacrato moglie e figli a Motta Visconti nel 2014 e Andrea Pizzocolo all’ergastolo per aver filmato nel 2013 l’omicidio e lo stupro del cadavere di una escort a Olgiate Olona, nel Varesotto.

Massimo Bossetti, il poeta: "Quel che rimane della mia vita", il testo con cui ha vinto un premio letterario. Libero Quotidiano il 18 novembre 2021. Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha vinto un premio letterario. Il muratore, accusato di aver ucciso la 13enne scomparsa nel 2010, è riuscito a raggiungere il terzo posto grazie a una poesia scritta in carcere, dal titolo "Da sette anni vivo nel buco". Il concorso in questione si chiama "Scrittori dentro 2021". La notizia è stata rivelata alla trasmissione Iceberg su Telelombardia da uno dei suoi difensori, Claudio Salvagni. Il testo, tra l'altro, era già stato anticipato dal settimanale Oggi. Bossetti "si sta cimentando nella scrittura e ha vinto un premio letterario - ha spiegato il suo legale -. Se non sbaglio è arrivato terzo". La rivista Oggi ha diffuso in anteprima il componimento del muratore di Mapello, che nella parte iniziale recita: "C'è la mia branda, il mio sgabello, il mio Gesù. Alle pareti è appeso il resto della vita, almeno quello che rimane". Alla fine, invece, immagina il momento in cui sarà nel mondo esterno: "Da sette anni penso al giorno che sarò fuori. Avrò bisogno di altri sette anni per aiutarmi a vivere". Con la vittoria del terzo posto, inoltre, Bossetti si sarebbe aggiudicato un premio in denaro del valore di 100 euro.

Magistrati denunciati per depistaggio, l'ultima mossa di Bossetti: "Estrema gravità", lo hanno incastrato? 

Qui di seguito il testo integrale della poesia:

"C'è la mia branda, 

il mio sgabello

il mio Gesù.

Alle pareti è appeso

il resto della vita,

almeno quello

che rimane.

Da sette anni

conosco ogni crepa,

crepe dei muri, dei pavimenti,

crepe del mio cuore.

Non so cosa, non so quanto

troverò di fuori

fuori da questo buco

di cemento.

Da sette anni parlo alle stelle

alla luna, parlo ai miei cari,

tentando così di evadere

il dolore e la sofferenza...

solo infiniti assordanti

silenzi.

Da sette anni

penso al giorno

che sarò fuori.

Avrò bisogno

di altri sette anni

per aiutarmi a vivere".

Il delitto di Brembate di Sopra diventa un film. La storia del caso di Yara Gambirasio, l’omicidio della 13enne diventa un film: Bossetti si dice innocente. Vito Califano su Il Riformista il 5 Novembre 2021. La storia di Yara Gambirasio è diventata un film. Yara, da oggi su Netflix, prossimamente su Mediaset, diretto dal regista Marco Tullio Giordana. Uno dei casi di cronaca nera più intricati e noti degli ultimi anni. Era il 2010. La scomparsa, le violenze e il ritrovamento di una ragazzina di appena 13 anni a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Le indagini lunghissime e il processo complicatissimo portarono alla condanna definitiva di Massimo Bossetti: ergastolo. L’uomo si è sempre proclamato innocente. Alla ragazza è stata dedicata la onlus “La passione di Yara”, un’organizzazione che sostiene e aiuta i ragazzi a inseguire e realizzare i propri sogni.

Il caso di Yara Gambirasio

Era il 26 novembre del 2010, venerdì. Yara era andata nel centro sportivo del suo paese, Brembate di Sopra, circa settemila abitanti. Era la seconda di quattro figli. “Ho tredici anni – si descriveva così per un gemellaggio con una scuola tedesca – e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film Step Up. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare”.

Praticava ginnastica ritmica, la sua passione. Al centro sportivo era andata a piedi: a circa 700 metri da casa. Entrò alle 17:30 e uscì alle 18:40. Ci volevano cinque minuti per tornare a casa ma Yara non tornò mai: era sparita nel nulla. La scomparsa ebbe un’eco nazionale fin dai primi giorni. Ne scrivevano i giornali e le televisioni mandavano i loro inviati sul posto.

Il corpo della ragazzina venne rinvenuto tre mesi dopo la scomparsa, il 26 febbraio 2011, in avanzato stato di decomposizione. Un aeromodellista lo ritrovò in un campo a Chignolo d’Isola. A circa 10 chilometri da Brembate di Sopra. Sul cadavere – sdraiato sulla schiena, le braccia incrociate sulla testa, le gambe divaricate – segni di multiple violenze: sprangate, un trauma cranico, una profonda ferita al collo, almeno se segni da arma da taglio. Nessun segno di violenza sessuale. La ragazza era stata abbandonata o si era accasciata in fuga al gelo, morta di stenti e ipotermia.

L’unico indizio erano le tracce di DNA sugli indumenti della vittima, sulle mutandine e sui leggins. Un passaggio a vuoto: il fermo del marocchino Mohamed Fikri per un’intercettazione fraintesa; scagionato. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri, in assenza di un database da confrontare, fece partire la più grande ed estesa indagine genetica mai fatta in Europa: uno screening di massa per rintracciare il DNA di quello che venne battezzato come “Ignoto 1”. Oltre 21mila prelievi e 14mila confronti.

L’aplotipo Y di Ignoto 1 risulto essere Damiano Guerinoni, figlio dell’ex colf dei Gambirasio, che però era in Perù. Si indagò nell’albero genealogico fino al 1815. E si arrivò a Giuseppe Guerinoni, autista di autobus di Gorno morto nel 1999, esumando la salma: venne considerato il padre dell’“Ignoto 1”. Un’indiscrezione portò allora a una donna che forse aveva avuto una relazione extraconiugale con Guerinoni dalla quale erano nati due gemelli: un maschio e una femmina. Il codice genetico del muratore Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, di Mapello, sposato e padre di tre figli, incensurato, venne considerato sovrapponibile. Ester Arzuffi, madre di Bossetti, ha sempre negato la paternità di Guerinoni, dicendo che Massimo Giuseppe era figlio del marito Giovanni Bossetti, e creduto all’innocenza del figlio.

L’annuncio dell’arresto fu dato addirittura dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Gli avvocati contestarono subito l’assenza di Dna mitocondriale di Bossetti nella traccia genetica rinvenuta ed esaminata. Altro elemento dell’accusa: il furgone bianco Iveco Daily di Bossetti era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza della palestra – quel filmato diffuso dai RIS, emerse in seguito, sarebbe stato “montato ad arte” in accordo con la procura di Bergamo per “esigenze comunicative”; ad ammetterlo il comandante del Ris di Parma in tribunale a Bergamo, e così diversi giornalisti che avevano scritto del video “patacca” sono stati assolti dall’accusa di diffamazione.

Il muratore è stato condannato all’ergastolo nei tre gradi di giudizio. La condanna definitiva tre anni fa. Il Dna gli era stato prelevato con la scusa di un alcoltest. È detenuto nel carcere di Bollate. Lavora assemblando componenti elettroniche e di recente ha ricevuto un premio letterario. L’avvocato Claudio Salvagni ha detto a Telelombardia che il suo assistito non vuole vedere il film: “Sta aspettando che venga fissata finalmente questa udienza a Bergamo. Dopo 5 mesi dalla sentenza della Cassazione di annullamento con rinvio a Bergamo non è stata ancora fissata l’udienza”. Bossetti a proclamarsi innocente come ha sempre fatto.

Le motivazioni della Corte di Cassazione in replica alle obiezioni della difesa a partire dalle analisi sul Dna: “Numerose e varie analisi biologiche effettuate da diversi laboratori hanno messo in evidenza la piena coincidenza identificativa tra il profilo genetico di Ignoto 1, rinvenuto sulla mutandine della vittima, e quelle dell’imputato” e quindi ha “valore di prova piena”. Movente: “Contesto di avances a sfondo sessuale”.

Respinte dalle Corte di Assise di Bergamo le richieste di rianalizzare i reperti delle indagini. I genitori della 13enne, Maura Panarese e Fulvio Gambirasio, si sono mostrati esplicitamente solo in due casi, due disperati appelli: nel 2010 affinché i rapitori rilasciassero la figlia; e nel 2013 affinché “chi sa parli”. Il muratore di Mapello ha scritto in una nota nel giugno del 2021 di essere “un uomo distrutto ma innocente e continuo a lottare con i miei avvocati, per me, per i miei figli e perché Yara non ha avuto giustizia”. Laura Letizia Bossetti, sorella gemella del condannato, ha ottenuto recentemente l’ok della Prefettura per cambiare cognome.

Il film e le polemiche

La fiction ricostruisce la tragica storia della 13enne. È diretta dal regista Marco Tullio Giordana. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri è interpretato da Isabella Ragonese, Yara Gambirasio da Chiara Bono. Roberto Zibetti e Massimo Bossetti. Alessio Boni è un colonnello dei carabinieri. La serie, prodotta da Taodue e RTI, è in streaming su Netflix dal 5 novembre 2021.

Il film è stato nella sale per tre giorni dal 18 al 20 ottobre. È stato scritto da Graziano Diana con Giacomo Martelli. La famiglia della vittima ha fatto sapere tramite il suo avvocato che non c’è stato alcun accordo con il regista. Solo una telefonata a cose fatte. Bossetti, condannato all’ergastolo, ha dichiarato a Oggi che “non siamo stati consultati dal regista, un errore viste le mancanze del film, ci sono gravi inesattezze”.

Il regista ha commentato così le critiche in un articolo comparso sul quotidiano La Repubblica: “Il film non è ancora uscito sulla piattaforma Netflix che già scattano le polemiche ‘a prescindere’: come si può fare spettacolo su un caso così tragico, come osate? Come se il cinema, la letteratura e l’arte in genere non avessero a trattare proprio questo elemento nero e disturbante, come se la soluzione fosse rimuovere, censurare, voltarsi dall’altra parte. O sbrigarsela senza neanche guardarlo. ‘Non l’ho visto e non mi piace’, diceva Flaiano per sbeffeggiare l’indignato critico dilettante, mai immaginando che sarebbe diventato il motto del web”. 

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

"Quel film non parla di Yara, gli errori che hanno condannato Bossetti". Rosa Scognamiglio il 5 Novembre 2021 su Il Giornale. A 11 anni dal delitto di Yara Gambirasio il film che ricostruisce il caso: "Non è fedele alla storia. I protagonisti non sono né Yara né Bossetti", dice a ilGiornale.it l'avvocato Claudio Salvagni. La sera del 26 novembre 2010 Yara Gambirasio, 13 anni, scompare in circostanze misteriose da Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Il cadavere della 13enne viene ritrovato in un campo aperto a Chignolo d'Isola la mattina del 26 febbraio 2011. Sul corpo ci sono segni evidenti di ferite d'arma da taglio e altre lesioni riconducibili a colpi di spranga. Il 16 giugno del 2014 viene arrestato per l'omicidio Massimo Bossetti: il suo Dna nucleare risulta sovrapponibile con quello di "Ignoto 1" rilevato sugli indumenti della vittima durante le indagini. Il 1°luglio del 2016 il muratore di Malpello, 44 anni, viene condannato all'ergastolo. La pena viene confermata dalla Corte di Cassazione il 12 luglio del 2018. Bossetti si è sempre professato innocente sostenendo di essere estraneo alla vicenda. I suoi legali, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, da anni si battono per avere accesso agli "scartini", ovvero, "reperti secondari" che a dir loro potrebbero provare l'eventuale innocenza dell'assistito. Per tre volte la richiesta di esaminare i referti è stata respinta dalla Corte d'Assise di Bergamo. "Abbiamo presentato ricorso in Cassazione per la quarta volta. Riteniamo giusto che anche la difesa abbia accesso a quelle tracce per poterle esaminare", spiega alla nostra redazione l'avvocato Claudio Salvagni. Poi il legale commenta il film "Yara" in uscita su Netflix dal 5 novembre 2021: "Non corrisponde alla storia vera".

Avvocato Salvagni, ha visto il film "Yara" del regista Marco Tullio Giordana? Se sì, cosa ne pensa?

"No, non l'ho visto perché ritengo non sia fedele alla narrazione reale della storia, nonostante il regista sostenga di aver consultato gli atti. Noi della difesa non siamo stati neppure interpellati, quanto meno sarebbe stato utile per avere una visione a 360 gradi di tutto l'iter processuale. Ritengo che sia una ricostruzione assolutamente parziale della vicenda in cui i protagonisti non sono né la povera Yara né Massimo Bossetti. Questo film è un amplificatore dell'opinione della parola del pubblico ministero, pensato per suscitare una reazione nel pubblico".

Veniamo alla vicenda processuale. Può dirci cosa sono gli "scartini" di cui si è parlato in questi anni?

"Sono gli slip, i leggings e tutti gli altri reperti che hanno trovato sulla vittima. Da quegli indumenti gli esperti hanno prelevato dei francobolli di tessuto da cui è stato estratto il dna di 'Ignoto 1' attribuito successivamente a Massimo Bossetti. Durante tutto il processo abbiamo chiesto di vedere questi reperti ma non ci è mai stato concesso".

Dove sono conservati quei reperti?

"Quegli estratti sono stati conservati nel laboratorio San Raffaele di Milano, in custodia del professor Casari che, in sede dibattimentale di primo grado, ha dichiarato fossero a disposizione per ulteriori indagini. Invece, nelle sentenze successive, è emerso che erano completamente esauriti. Dopo che la sentenza è passata ingiudicabile abbiamo chiesto e ottenuto di poter vedere quegli estratti. Subito dopo la Procura della Repubblica ha disposto la confisca dei campioni custoditi al San Raffaele di Milano. Quindi non è vero che 'erano finiti' ma c'erano. Il Procuratore della Repubblica li ha definiti 'scartini' dimenticando che proprio qui reperti sono stati ritenuti buoni e validi per desumere il Dna di Ignoto 1". 

Quindi non sono prove secondarie?

"Assolutamente no. La parola 'scartini' è stata utilizzata per sminuirne la portata. Ma se sono serviti per condannare Massimo Bossetti all'ergastolo vuol dire che non erano poi così irrilevanti".

Perché vi è stata negata la possibilità di accedere ai reperti?

"Abbiamo presentato la richiesta per poter esaminare i reperti il 26 novembre del 2019, quasi due anni fa. Siamo stati autorizzati il giorno dopo, il 27 novembre 2019. Poi, quando abbiamo chiesto di conoscere le modalità operative per effettuare gli esami a cui eravamo stati autorizzati, ci è stato detto che la nostra domanda era 'inammissibile'. In buona sostanza, eravamo stati autorizzati ma non potevamo sapere quando poter fare questi esami. Abbiamo fatto ricorso per Cassazione e i giudici della Suprema Corte ha accolto l'istanza. Quindi, il 19 maggio 2021, siamo tornati davanti al giudice della Corte d'Assise di Bergamo. La Corte ha dichiarato, ancora una volta, la nostra richiesta 'inammissibile' con argomentazioni – a parer mio - molto discutibili".

Perché ritenete siano importanti?

"Tutto il processo ruota attorno all'identificazione del Dna. Se quella identificazione è sbagliata, in carcere c'è un innocente. Quindi dobbiamo partire con un esame in contradditorio tra le parti e che possa accertare l'esatto svilupparsi del Dna di Ignoto 1. Noi chiediamo di fare quegli esami perché riteniamo che ci sia stato un errore. Basta cambiare un allele del Dna che cambia l'identità della persona a cui è stato attribuito".

Quindi il postulato "Bassetti=Ignoto Uno" è sbagliato? Se sì, perché?

"Sì ed è sbagliato per due motivi. In primis perché, dal punto di vista processuale, alla difesa devono essere consentiti gli esami per poter difendere il proprio assistito. In secundis perché quell'esame potrebbe esser viziato da un errore".

Yara, caso mai chiuso del tutto: il dna, l'ignoto1, i colpi di scena

Potrebbe esserci stato un errore?

"Soltanto leggendo i dati emersi, da un esame cartolare abbiamo evidenziato almeno 231 anomalie nell'esame del Dna. Se questo non è sufficiente per dover ripetere un esame, non saprei allora cos'altro bisogna fare".

Quali sono tra queste "231 anomalie" quelle più rilevanti?

"Per esempio bisogna essere certi che la macchina fosse perfettamente tarata per rilevare l'intera sequenza di alleli sul codice genetico. Se ciò non fosse, la macchina potrebbe aver restituito un Dna che non corrisponde a quello di Bossetti. Ma poi ce ne sono tanti altri, molto specifici, che potrebbero aver falsato il risultato. Ripeto, stiamo parlando di 231 anomalie".

Conferma che nel corso delle indagini sono stati rilevati altri Dna?

"Oltre al Dna di Ignoto 1, sul polsino della maniche del giubbotto della vittima è stato rintracciato un profilo decodificato di quello che era dell'insegnante di ginnastica della povera Yara. In quel caso la Procura ne ha giustificato la presenza ritenendo che fosse normale. Poi sono state trovate delle altre tracce genetiche in alcune formazioni pilifere riconducibili a uno o più Dna che potrebbero essere oggetto di indagini".

Sono state mai profilate queste "altre" tracce genetiche?

"No, non si è mai provveduto con degli accertamenti. Insomma, sappiamo che ci sono degli altri Dna ma non sappiamo a chi appartengono".

La "famosa" traccia 31G20 era priva del Dna mitocondriale però c'erano 24 marcatori corrispondenti al profilo di Bossetti. Come lo spiega?

"La traccia 31G0 per gli inquirenti era la migliore per qualità. Peccato però che mancasse del Dna mitocondriale, un elemento fondamentale per completare il profilo genetico di una persona. Nelle tracce attribuite a Massimo Bossetti non c'è mai il Dna mitocondriale. Dunque la prima cosa che viene da pensare è che ci sia stato un errore".

Può spiegarci meglio?

"Se la cellula è fatta da questi due componenti, il Dna nucleare e quello mitocondriale, e se il Dna mitocondriale non può mai essere scisso dal nucleo, perché nel caso di Bossetti manca? Se non c'è una spiegazione scientifica allora vuol dire che quel Dna non è corretto".

Quale sarà la prossima mossa, contate di presentare nuovo ricorso?

"Abbiamo già presentato ricorso in Cassazione per la quarta volta. Speriamo sia quella giusta e che finalmente ci sia concessa la possibilità di accedere a quei reperti per poterli esaminare".

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due

Bossetti, quel video del furgone era solo show mediatico. Parola di Gip. Per il Tribunale di Milano il video che incastrava Massimo Bossetti era lesivo del diritto alla presunzione di innocenza: archiviato il procedimento penale per diffamazione a carico di sedici giornalisti, tra cui Luca Telese, che definì il filmato come "tarocco". Valentina Stella su Il Dubbio il 5 novembre 2021. Non solo non costituisce reato di diffamazione dire che il video dei Carabinieri col furgone bianco di Massimo Bossetti, che continuava a girare intorno alla palestra di Yara Gambirasio il giorno della scomparsa della 13enne, «è un falso. Un filmino tarocco», una «patacca». Ma soprattutto quel video ha leso il diritto alla presunzione di innocenza dell’allora indagato muratore di Mapello, poi condannato all’ergastolo per quella tragica morte. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Milano Fabrizio Filice che ha archiviato, come chiesto dal pm, un procedimento penale per diffamazione a carico di ben sedici giornalisti, tra cui Luca Telese, Maurizio Belpietro, Palo Liguori, Giovanni Minoli, Nicola Porro, Alessandro Barbano, Peter Gomez, Alessandro Sallusti. La decisione potrebbe quasi essere considerata come una sentenza ante litteram del nuovo corso del rapporto tra forze dell’ordine, procure e media che si apre oggi, avendo il nostro Paese finalmente recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza.  

Caso Bossetti, i fatti

Per capire bene il senso della decisione ripercorriamo brevemente i fatti. Il primo novembre 2015 Luca Telese firma su Libero un articolo dal titolo «I video del furgone di Bossetti sono adattati per la stampa», riportando quanto avvenuto in aula tra il difensore di Bossetti, Claudio Salvagni, e il comandante dei Ris di Parma Giampietro Lago. Quest’ultimo ammise che il video dato in pasto alla stampa nel corso delle indagini era stato «concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti» e realizzato «per esigenze di comunicazione. È stato dato alla stampa».

Telese, avendo già in precedenza studiato bene il video, nel suo articolo scrisse «che quel documento è stato confezionato dai Ris e diffuso ai media, ma incredibilmente non compare nel fascicolo processuale. E subito dopo ho scoperto un secondo elemento che non so come definire altrimenti: questo filmato, immaginifico e decisivo, è un falso. Un filmino tarocco». In pratica emerse che quel video era in realtà un montaggio di un frame del furgone di Bossetti con molti altri di diversa provenienza, usato solo a scopo mediatico per creare, prima del processo, il mostro da prima pagina, privo di qualsiasi rilevanza probatoria, tanto è vero che non fu inserito nel fascicolo.

All’articolo di Telese ne seguirono altri, insieme a trasmissioni televisive. Persino Cesare Giuzzi, allora presidente del Gruppo Cronisti Lombardi, scrisse una dura lettera al Procuratore di Bergamo chiedendo conto del perché era stato «consegnato dagli inquirenti del materiale presentato in una certa maniera e poi, in pratica, disconosciuto da quegli stessi inquirenti in aula». Da lì la querela per diffamazione contro ben sedici giornalisti da parte del colonnello Lago.

Gli articoli, scrive il gip, «trattavano con piglio fortemente critico, proprio il tema dell’affidabilità di tali modalità e verifiche, a cominciare dall’articolo in oggetto che ha definito il video ‘taroccato’: espressione poi ripresa dai successivi con sinonimi ed espressioni egualmente allusive, come ‘patacca’ e simili, nonché con toni di espressa riprovazione delle tecniche di formazione dello stesso e dei conseguenti limiti di affidabilità del suo contenuto».

«È quindi chiaro – conclude l’ordinanza –  che la cronaca e la critica giornalistica, nel caso di specie, non solo si sono inserite su un fatto obiettivo, di indubbio interesse pubblicistico e certamente non frutto di loro invenzione o di artefatto, ma siano state anche mosse dal fondamentale principio della presunzione di innocenza dell’imputato che, in base alla direttiva UE n. 343 del 2016, oggetto di recente recepimento da parte dell’Italia, deve proteggere le persone indagate o imputate in procedimenti penali da sovraesposizioni mediatiche deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo».

Il “bazooka” di Pignatone

Molto probabilmente se la direttiva europea fosse stata recepita già allora non sarebbe mai successo questo oppure procura e carabinieri sarebbero stati sanzionati.  «Questa vicenda – ci dice Luca Telese –  finalmente dopo anni si chiude. Esiste un grande problema che il ‘caso Lago’ pone a chi fa questo mestiere: il ‘processo mediatico’, costruito cioè con prove mediatiche che non sono vagliate da nessuno, cerca di prefigurare l’esito del processo penale».

La vicenda di Bossetti ricorda lontanamente il mistero del bazooka piazzato davanti alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel lontano 2010 per minacciare l’allora procuratore Giuseppe Pignatone. I giornalisti presenti in conferenza stampa si chiesero se quello mostrato dagli inquirenti fosse o meno il bazooka realmente trovato. Dopo un po’ la Questura ammise: «Il bazooka mostrato martedì scorso ai giornalisti non era quello trovato dopo la telefonata di minacce al Procuratore della Repubblica, ma uno identico. Quello trovato davanti la sede della Procura antimafia era in quel momento sottoposto ai rilievi della polizia scientifica». Da oggi, forse, tutte queste fiction made in Procura non saranno più ammesse.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 3 novembre 2021. Il video del furgone bianco di Massimo Bossetti che continua a girare intorno alla palestra di Yara Gambirasio il giorno della scomparsa della 13enne, per il cui delitto verrà poi condannato all’ergastolo nel 2018: attorno a questo video, trasmesso alle tv prima del processo dai carabinieri, nel 2015 fu aspra la polemica quando emerse che ai Tg era stato taciuto che non fosse una ripresa del furgone dell’indagato, ma il montaggio di fotogrammi di diversa provenienza per verificare la compatibilità tra un furgone nei «frame» e il furgone di Bossetti. Ora il Tribunale di Milano esclude che i giornalisti (da Telese a Giuzzi, da Belpietro a Sallusti) pur usando aspri epiteti come video «patacca» o «taroccato» avessero diffamato l’allora capo dei Ris di Parma che ne aveva querelati decine: e non solo perché muovevano da un fatto oggettivo, ma anche per un argomento più sottile e attuale. Il gip Fabrizio Filice osserva infatti che «la diffusione mediatica» di quel video, «il cui scopo era dichiaratamente non probatorio» (tanto da non far parte degli atti veri del processo vero) «ma comunicativo» (sul piano parallelo del processo mediatico), di fatto lese «il fondamentale principio della presunzione di innocenza dell’imputato che, anche in base alla direttiva Ue n.343 del 2016, deve proteggere gli indagati da mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo». Vietare per il futuro che sulle inchieste i giornalisti possano parlare con i pm e persino coi capi degli uffici giudiziari, come si propone il decreto legislativo che sta per attuare proprio la direttiva Ue, avrà l’effetto opposto di spingere i cronisti a rapporti sempre più opachi con le fonti: ma la storia del video sta lì a ricordare che neppure può essere liquidato a cuor leggero il tema dei possibili riverberi processuali delle scelte mediatiche delle pubbliche autorità.

Anticipazione da “Oggi” il 27 ottobre 2021. OGGI, in edicola da domani, ha discusso con Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti, sul film «Yara», disponibile su Netflix dal 5 novembre dopo un breve passaggio nelle sale cinematografiche. «Non siamo stati consultati dal regista, un errore viste le mancanze del film». Che Salvagni elenca: dall’ormai famoso Dna alle celle agganciate dal cellullare del condannato («il cellulare di Bossetti ha agganciato la cella telefonica di Brembate, ma è accaduto un’ora prima che Yara sparisse»), dalle particolarità genetiche della madre Ester Arzuffi alle ricerche pedopornografiche sul computer di Bossetti («si tratta in realtà di frammenti di stringhe che nei siti hot si aprono passando con il mouse sopra a icone che mostrano una sorta di preview del video»), alla polvere di calce nei polmoni e nelle ferite di Yara e i tondini nelle sue scarpe (le sferette di metallo trovate sul furgone di Bossetti sono d’acciaio e quelle trovate su Yara erano in ferro»).

Da “Iceberg - TeleLombardia” il 22 ottobre 2021.

Cosa sta facendo Bossetti in questo periodo? E’ ancora in attesa dell’autorizzazione per l’analisi dei reperti?

Bossetti si sta cimentando nella scrittura, ha vinto un premio letterario. Ha partecipato a due concorsi a livello nazionale, ha scritto una poesia che è stata valutata da una commissione e se non sbaglio è arrivato terzo. Ho incontrato Bossetti in carcere proprio pochi giorni fa e abbiamo parlato delle attività processuali, sta aspettando che venga fissata finalmente questa udienza a Bergamo. Dopo 5 mesi dalla sentenza della Cassazione di annullamento con rinvio a Bergamo non è stata ancora fissata l'udienza. 

E già questo la dice tutto. Bossetti è impaziente. Questa settimana è uscito un film sul caso Yara, ne avete parlato con Bossetti?

Si ne abbiamo parlato e non mi ha espresso l’intenzione di volerlo vedere. Non vuole assistere a una celebrazione del pm Letizia Ruggeri. Anche io non sono intenzionato a vedere il film di Marco Tullio Giordana. Ci sono delle gravi inesattezze, è un film che mette in secondo piano la povera vittima. Esalta, forse secondo uno stile un po' vecchio, il lavoro del pubblico ministero. Ritengo non sia assolutamente rispondente alla realtà, enfatizza solo una parte. Noi non siamo mai stati interpellati, giustamente perché ognuno puo' produrre il film nel modo che ritiene più opportuno, ma se si vuole fare un documento che si avvicini alla storia che sia un documento storico, secondo me deve informarsi e sentire anche la difesa. 

Emilia Costantini per il “Corriere della Sera” il 16 ottobre 2021. Il 26 novembre 2010 è un venerdì, ma non un venerdì qualunque. Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni di Brembate, va al centro sportivo dove si allena da tempo per la ginnastica ritmica, la sua passione. Percorre il solito tragitto a piedi, circa 700 metri da dove abita e arriva a destinazione alle 17,30. Esce dalla palestra alle 18,40 e il suo rientro a casa è previsto intorno alle 18,45. Ma quei cinque minuti diventeranno ore, giorni, mesi, perché Yara non tornerà più. Il suo corpo verrà ritrovato senza vita in un campo tre mesi dopo, in avanzato stato di decomposizione, il 26 febbraio 2011: sdraiata sulla schiena, le braccia incrociate sulla testa e le gambe divaricate. È stata uccisa la sera della scomparsa, non ha subito violenza carnale, ma le sue povere membra riportano numerose ferite di un'aggressione violenta. Abbandonata al gelo, è morta di stenti e ipotermia. Sulle sue mutandine viene scoperta una traccia di materiale genetico che si riferisce a un Dna maschile. E parte la caccia all'assassino: il tristemente famoso ignoto 1. La sua storia è diventata un film, Yara , impersonata da Chiara Bono, prodotto da TaodueFilm con la regia di Marco Tullio Giordana, il 5 novembre su Netflix e, in seguito, su Canale 5. «Quando mi è stato proposto, la prima reazione è stata: no, non voglio toccare un tizzone ardente - esordisce il regista - poi mi ha convinto la sceneggiatura ben documentata. Ma il compito di un film è di incantare con tutti i personaggi, in questo caso anche con la figura dell'assassino e come regista mi pongo la domanda: è tutto vero o si tratta di un presunto errore giudiziario? Sembra assurdo ma, dopo un lungo processo, una sentenza definitiva e il colpevole Massimo setti (Roberto Zibetti) all'ergastolo, ci sono ancora tanti innocentisti sui social. Il cinema però è arte, uno strumento più forte dell'atto giudiziario in sé. Qui raccontiamo la tragedia di un'assenza». Figura centrale è il pubblico ministero Letizia Ruggeri, donna forte, determinata, coraggiosa, interpretata da Isabella Ragonese: «Abbiamo scelto un punto di vista oggettivo - spiega lo sceneggiatore Graziano Diana - per seguire il lungo percorso delle indagini, durato anni, così come è durata anni la scrittura della sceneggiatura, dove non ci arroghiamo il diritto di indicare il colpevole, raccontiamo i fatti». Il film è severamente poggiato sull'indagine del magistrato Ruggeri: anch' essa madre, nella realtà, di una ragazzina della stessa età di Yara, prende a cuore quell'atroce delitto. E nel ruolo dei genitori della vittima Mario Pirrello e Sandra Toffolatti. «Credo che sia un dovere per chi fa il nostro mestiere, far conoscere al grande pubblico, in particolare ai più giovani, personaggi e fatti importanti, di cui resti viva la memoria - conclude il produttore Pietro Valsecchi -. Per il drammatico omicidio della piccola Yara, abbiamo voluto ricostruire non solo i passi di un'indagine unica nel suo genere, ma entrare nell'animo di chi ha lottato per anni tra enormi difficoltà per arrivare all'individuazione e alla condanna del colpevole. Gli innocentisti? Certo, esistono come i no vax». 

Anticipazione da “Oggi” il 4 agosto 2021. «La Suprema Corte ci ha dato sempre ragione: noi siamo autorizzati a poter fare le nostre analisi sui reperti, ma troviamo sempre degli ostacoli che ce lo impediscono… se un provvedimento definitivo può essere disatteso, lo Stato di diritto va a farsi benedire».  Così l’avvocato Claudio Salvagni a OGGI, in edicola da domani, commentando le motivazioni della Corte di Cassazione favorevoli al suo assistito che chiede di riesaminare i reperti di Yara e i campioni di Dna. Dice il legale: «Il mio timore è che i reperti siano stati conservati malamente, tanto da rendere impossibili ulteriori analisi. Se non ci fosse niente da nascondere nessuno avrebbe timore di sottoporre a nuove analisi i reperti, perché i risultati confermerebbero quelli che hanno portato al giudizio di colpevolezza del mio cliente. Evidentemente non è così».

Le storie di Quarto Grado 11 giugno 2021, il caso di Saman Abbas, le ultime su Denise Pipitone. Lorenzo Mango l'11 Giugno 2021 su maridacaterini.it. Rete 4 trasmette alle 21.25 circa di questa sera, venerdì 11 giugno 2021, Le storie di quarto grado, condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero. 

La morte di Yara: rifiutate le richieste dei legali di Bossetti

Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, avrebbe denunciato i magistrati di Bergamo, che si sono occupati del suo caso, per depistaggio. Ai legali di Bossetti sono recentemente state rifiutate nuove analisi di elementi probatori che, all’epoca dei fatti, non sarebbero stati analizzati adeguatamente. 

Il direttore Vittorio Feltri da sempre sostiene che Massimo Bossetti potrebbe non essere colpevole. “Se la corte è sicura della propria tesi non ha nulla da temere, perchè rifiuta di accogliere le richieste del povero Bossetti?”.

“Il sistema giudiziario ha commesso errori in passato, come accaduto con Tortora. E la scarcerazione di Tortora avvenne in seguito a un riesame delle prove, ora negato a Bossetti” continua.

Bossetti ha anche scritto una lettera, nella quale afferma: “Non mi sento considerato. Sono stato ignorato e calpestato. Mi hanno negato la possibilità di difesa. Vorrei che qualcuno mi spiegasse come posso difendermi se non ne ho gli strumenti. Voglio solo il riesame dei dati scientifici. […] mi è stato tolto tutto. Ad oggi sono scaraventato da una parte all’altra. E’ come se fossi sull’orlo di un precipizio. Non intendo desistere dal mio intento: sono innocente, voglio il riesame di un semplice esame scientifico.”.

“Siete tutti fidanzati della Magistratura. Anche le prove scientifiche possono essere sbagliate. Ripetere un esame è doveroso” continua ad asserire Feltri. 

Lorenzo Mango. Appassionato di Cinema e Serie TV, di libri e di fumetti, di video e di videogiochi. Di avventure, si può dire riassumendo. Non ama molto dormire, ma a volte lo costringono. Del resto, gli servirebbero delle "vite extra" per seguire tutti i suoi hobby e interessi. Intanto, fa quel che può con quella che ha: scrive, disegna, registra video, ogni tanto mangia. A tal proposito, potrebbe sopravvivere mangiando solo pizza. Se serve, anche pizza estera, quando viaggia. Sì, anche quella con sopra l'ananas.

Dagospia il 21 giugno 2021. Da “Radio Cusano Campus”. Nel mese di giugno di 7 anni fa, Massimo Bossetti veniva arrestato per l'omicidio della 13enne Yara Gambirasio. Il muratore di Mapello condannato all'ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio continua a proclamarsi innocente e da tempo chiede nuovi esami sulle tracce biologiche rinvenute sui vestiti della povera Yara. Ma recentemente, la Corte d'Assise di Bergamo, nonostante un nuovo pronunciamento della Cassazione favorevole alla difesa di Bossetti, ha detto ancora una volta no all'accesso ai reperti. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV. Uno dei legali di Bossetti, l'avvocato Claudio Salvagni, intervistato da Fabio Camillacci ha affermato: “Noi non ci arrendiamo e per questo abbiamo già presentato un ulteriore ricorso in Cassazione, visto che nelle tre precedenti occasioni, la Suprema Corte ci ha sempre dato ragione. Ora quindi andremo in Cassazione per la quarta volta perché è un nostro diritto e un diritto di Massimo Bossetti, vedere quei reperti rimasti ed esaminarli. La decisione della Corte d'Assise di Bergamo ha dell'incredibile in quanto fa a stracci i principi fondamentali del diritto. Ci vorrà quindi ancora del tempo ma credo che la Cassazione ci riconoscerà il diritto di riesaminare i reperti. Mi chiedo come è possibile che la Corte di Bergamo nelle precedenti occasioni non abbia tenuto conto del pronunciamento della Cassazione a noi favorevole, decidendo solamente di chiuderci la porta in faccia. Tutto questo è assurdo. E' chiaro ed evidente che da parte dei giudici di Bergamo c'è l'intento di evitare di riaprire il caso, impedendoci di riesaminare quei reperti. Ripeto, non capisco perché: se non pensando male. Spero che questo stucchevole valzer, Cassazione-Corte di Bergamo prima o poi finisca e ci sia consentito di fare nuovi esami sui reperti rimasti. In carcere, condannato all'ergastolo, c'è un uomo che ha sempre detto: fatemi fare una perizia come si deve e capirete che lì dentro non c'è il mio Dna. Quindi quello della Corte di Bergamo è un autentico contorsionismo mentale un'acrobazia giuridica, per arrivare a dirci di no per la terza volta. Si tratta di un sofisma, di un bizantinismo, non so più come definirlo. E se passa tutto questo cade la certezza del diritto e dei provvedimenti giurisdizionali; va ad intaccare le basi del diritto e del nostro vivere civile. In sostanza si rischia di sconfinare in veri e propri abusi. Intanto, ora passeranno altri mesi e Massimo Bossetti rimane all'ergastolo; ma ripeto noi legali continueremo a batterci senza sosta utilizzando gli strumenti del diritto che ci vengono concessi. Come recita il nostro codice penale dobbiamo raggiungere una certezza esente da ogni ragionevole dubbio per arrivare a una sentenza di condanna così pesante. Qui invece c'è un uomo condannato all'ergastolo senza che sia mai stata verificata al 100% quella prova di condanna. Io mi domando se questo è accettabile in un Paese civile ed evoluto come il nostro. Strana, singolare e senza precedenti anche un'altra cosa: noi avvocati difensori di Bossetti accusati e indagati per calunnia”. L'avvocato Claudio Salvagni ha anche mostrato alle telecamere di Cusano Italia TV le oltre 100 pagine che formano il nuovo ricorso depositato in Cassazione. Poi Salvagni sulle condizioni di Bossetti ha rivelato: “Ho incontrato Massimo Bossetti in carcere pochi giorni fa, trovandolo molto ma molto provato. E comunque Massimo mi ha detto “sono disperato, non so più che cosa devo fare. Avvocati continuate a lottare, ho fiducia di voi e non smetterò mai di lottare perché sono innocente. Lo faccio per me, per i miei figli e perché so che Yara non ha avuto giustizia”. Sempre più un uomo distrutto; il carcere è duro, ancora più duro se lo vivi da innocente. Non a caso è controllato costantemente dagli operatori penitenziari per evitare che commetta qualche insano gesto”.

Dagospia il 10 giugno 2021. Da “Telelombardia”. “Mi sento non considerato, ignorato e calpestato. Vorrei tanto che qualcuno si interfacciasse e mi spiegasse come io mi possa difendere se non mi vengono date le giuste cause per poterlo fare, a maggior ragione chiudendomi sempre più tutte le possibili porte. In tutto questo tempo non ho mai preteso né voluto essere assolto, ma ho sempre a gran voce gridato a tutti che mi venisse data la ripetizione di quel benedetto esame scientifico. Affinché con certezza assoluta io possa garantire l’esatto contrario di quanto vergognosamente continuano a volermi ingiustamente attribuire. Questa giustizia non solo mi ha completamente rovinato la vita, ma mi ha pure strappato e portato via quasi tutto di caro mi tenevo al mio fianco, E’ come se mi trovassi in cima sull’orlo di un precipizio che non mi da nessuna certezza su quale strada io debba imboccare nel percorrere per evitare questa mia lunga agonia ma soprattutto per togliere le sofferenze dei miei cari. Nonostante tutto dovendo assorbire colpo su colpo, continuo con la speranza che mi venga concessa la ripetizione di un esame scientifico. Non è mia intenzione nel volermi arrendere, ne desistere un solo attimo, gridando con tutto il fiato che ancora mi rimane. Per la semplice ragione che in me sussiste la consapevolezza di essere innocente”. 

Anticipazione stampa da OGGI il 9 giugno 2021. Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha denunciato per depistaggio i magistrati di Bergamo, un’accusa sulla quale sta ora indagando la Procura di Venezia. Il depistaggio riguarderebbe presunte anomalie relative ai reperti e ai campioni di Dna che, se dimostrate, sarebbero di estrema gravità. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani. Dopo che per tre volte la Cassazione ha dato ragione a Bossetti scrivendo che i giudici di Bergamo devono mettere a disposizione dei suoi difensori i reperti col Dna che sono serviti a condannarlo, il 3 giugno scorso la Corte d’Assise di Bergamo ha opposto l’ennesimo “no” alla richiesta degli avvocati di accedere ai campioni. «Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione», annuncia il difensore Claudio Salvagni.

Bossetti denuncia i magistrati: "Depistaggio". Rosa Scognamiglio il 9 Giugno 2021 su Il Giornale. Massimo Bossetti avrebbe denunciato i magistrati del tribunale di Bergamo dopo che ai suoi legali è stata negata la possibilità di visionare i reperti. Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha denunciato i magistrati di Bergamo per depistaggio. Lo rivela il sito Dagospia rilanciando l'esclusiva del settimanale Oggi, in edicola giovedì 10 giugno. "Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione", ha annunciato l'avvocato Claudio Salvagni, uno dei due legali del muratore di Malpello. Stando a quanto trapelato nel primo pomeriggio di mercoledì 9 giugno, il depistaggio riguarderebbe presunte anomalie relative ai reperti e ai campioni di Dna che, se dimostrate, sarebbero di "estrema gravità". Dopo che per tre volte la Cassazione ha dato ragione a Bossetti, ritenendo che i suoi difensori debbano avere acceso ai cosiddetti "scartini", il 3 giugno scorso, la Corte d'Assise di Bergamo ha opposto l'ennesimo rifiuto alla richiesta degli avvocati di accedere ai campioni. "Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione", ha annunciato dalle pagine di Oggi il difensore Claudio Salvagni. Lo scorso 26 maggio, la Corte di Cassazione aveva accolto l'istanza della difesa di Massimo Bossetti che aveva chiesto di poter aver accesso ai reperti ritenuti di "secondaria importanza" nel processo di condanna all'ergastolo per il delitto della giovane ginnasta bergamasca. Trattasi di quelle prove che la Procura definisce "scartini" ma che, secondo i legali del 51enne, avrebbero potuto giocare un punto a favore del loro assistito. La decisione era stata rimandata alla corte d'assise di Bergamo che, in data 3 giugno, ha bocciato di netto la richiesta degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Se accolta, l'istanza avrebbe potuto ribaltare la sentenza definitiva del caso aprendo a una eventuale revisione del processo. La colpevolezza di Massimo Bossetti fu dimostrata dalla sovrapponibilità del Dna nucleare con quello di "Ignoto Uno", rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall'accusa l'unico riconducibile all'assassino, oltre che per la posizione, perché riscontrato nella zona colpita da arma da taglio sul corpo della giovane vittima. Per contro, gli avvocati del 51enne hanno sempre sostenuto che il Dna mitocondriale minoritario appartenga a un altro individuo, definito per convenzione "Ignoto 2". Per questo motivo, a più riprese, i legali Salvagni e Camporini hanno chiesto una revisione del processo puntando ai residui della traccia 31G 20 ritenuta la "prova regina" nel corso del processo.

Anticipazione da “Oggi” il 2 giugno 2021. Il settimanale OGGI, in edicola da domani, pubblica il documento inedito con cui la Prefettura di Bergamo ha consentito a Laura Letizia Bossetti, sorella gemella del muratore condannato all’ergastolo per il delitto di Yara Gambirasio, di cambiare cognome. «L’ho fatto solo per me stessa, per avere più tranquillità. Lo sapete voi che significa mandare una domanda di lavoro col cognome Bossetti?», ha confidato la donna a Marco Oliva, conduttore di «Iceberg» su Telelombardia. Tramite «Iceberg» e OGGI la donna ribadisce che il cambiamento nulla ha a che vedere con l’affetto verso il fratello. Massimo Bossetti per quella decisione, giudicata «un gesto pianificato e violento», ha però rotto ogni relazione. Spiega Laura Letizia: «Ho fatto tanti passi verso Massimo. Ho teso una mano, ho chiesto scusa più volte, ma lui continua a non volermi incontrare. Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il gran dolore, ma è la verità. Il dispiacere di avere un figlio in galera li ha straziati».

Massimo Bossetti, la drastica scelta della sorella Letizia: "Ogni volta che mando un curriculum", nuova identità. Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. La sorella gemella di Massimo Bossetti ha chiesto e ottenuto di cambiare il suo cognome. La signora Laura Letizia non vuole più essere accostata - dal punto di vista burocratico - al fratello, il muratore condannato all’ergastolo per il delitto di Yara Gambirasio. A pubblicare il documento inedito con cui la Prefettura di Bergamo ha consentito il cambio di cognome, è il settimanale Oggi, in edicola da domani. "L’ho fatto solo per me stessa, per avere più tranquillità. Lo sapete voi che significa mandare una domanda di lavoro col cognome Bossetti?", ha confidato la donna a Marco Oliva, conduttore della trasmissione Iceberg su Telelombardia. Sia attraverso Iceberg sia attraverso la rivista Oggi, Laura Letizia ha ribadito che il cambiamento non ha nulla a che vedere con l’affetto verso il fratello. Massimo Bossetti, però, per quella decisione, giudicata "un gesto pianificato e violento", ha deciso di rompere ogni relazione. "Ho fatto tanti passi verso Massimo. Ho teso una mano, ho chiesto scusa più volte, ma lui continua a non volermi incontrare", ha spiegato la donna. Il motivo per cui Bossetti non vuole più vedere la sorella ha a che fare con una frase che la donna gli disse qualche tempo fa in carcere. "Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il gran dolore, ma è la verità - ha affermato Laura Letizia -. Il dispiacere di avere un figlio in galera li ha straziati".

(ANSA il 3 giugno 2021) - I giudici della Corte d'assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di aver accesso ai reperti del processo conclusosi con la condanna all'ergastolo del muratore di Mapello per l'omicidio della tredicenne Yara Gambirasio. I difensori non potranno nemmeno effettuarne la ricognizione. La difesa aveva avanzato l'istanza in vista di una possibile revisione della sentenza. La Procura orobica si era opposta alla richiesta. I difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camopirini non potranno avere accesso ai corpi di reato e nemmeno ai Dvd con la raccolta fotografica eseguita dai carabinieri del Ris nell'ambito delle indagini, né alle "caratterizzazioni" dei profili genetici del Dna eseguiti dagli stessi Ris e dalla Polizia giudiziaria. Durante l'udienza dello scorso 19 maggio era stato confermato che la traccia 31 G20, trovata sui leggins della ragazza uccisa, con il Dna che fu attribuito a Bossetti, considerata la prova regina a suo carico, era sostanzialmente esaurita e la ripetizione dell'esperimento, come più volte chiesto dai legali, non più possibile.

Dagospia il 3 giugno 2021. Da “Tele Lombardia”. Al momento non ho letto ancora le motivazioni quindi mi riservo qualsiasi commento dopo la lettura. Ad ora sembra che sia stata rigettata ogni nostra richiesta per cui sebbene veniamo da un giudizio di rinvio dalla Cassazione, Bergamo per l'ennesima volta ha ritenuto di non accogliere nessuna nostra richiesta. Anzi la cosa che voglio stigmatizzare da subito, non avevo detto prima per rispetto della Corte, però c'era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco.

Vi hanno un qualche modo segnalato, denunciato ho capito correttamente?

La Procura di Bergamo ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi. Cioè noi avremmo accusato sapendo l'innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e per conto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità.

Un commento su questa decisione?

Questo è il nostro Paese che dire? C'è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro "Il sistema" ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi.

Farete ricorso?

Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo.

Non potete vedere, nè analizzare questi reperti, neanche sapere come sono conservati?

C'è un no assoluto su tutto. E voglio chiudere dicendo che a pensar male si fa peccato ma a questo punto direi che è proprio il minimo quello di pensare male.

Yara Gambirasio, negato l’esame dei reperti alla difesa di Bossetti. Il Dubbio il 3 giugno 2021. I giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei legali che avrebbe potuto portare a una possibile revisione della sentenza di condanna all’ergastolo. Si dissolvono le speranze della difesa di Massimo Bossetti di ribaltare il verdetto di colpevolezza all’ergastolo nel processo per la morte della tredicenne ginnasta Yara Gambirasio che risale al 26 novembre del 2010.  I giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori del muratore di Mapello di esaminare i campioni biologici e i reperti del delitto. Un’istanza che, se accolta, avrebbe potuto portare a una possibile revisione della sentenza. Il collegio, presieduto da Donatella Nava, ha bocciato con un’ordinanza di 19pagine le istanze difensive. Resta pendente un altro ricorso in Cassazione della difesa, poi mandato dalla Suprema Corte a Bergamo, sul quale potrebbe pronunciarsi lo stesso collegio che oggi ha detto no agli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. «Questo è il nostro Paese che dire? C’è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro “Il sistema” ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi», ha commentato a Telelombardia Claudio Salvagni, legale di Massimo Bossetti. «Al momento non ho letto ancora le motivazioni quindi mi riservo qualsiasi commento dopo la lettura – ha aggiunto l’avvocato -. Ad ora sembra che sia stata rigettata ogni nostra richiesta per cui sebbene veniamo da un giudizio di rinvio dalla Cassazione, Bergamo per l’ennesima volta ha ritenuto di non accogliere nessuna nostra richiesta. Anzi la cosa che voglio stigmatizzare da subito, non avevo detto prima per rispetto della Corte, però c’era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco». «La Procura di Bergamo, ha spiegato ancora Salvagni – ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi. Cioè noi avremmo accusato sapendo l’innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e perconto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità». Poi, replicando a chi gli chiedeva se faranno ricorso, l’avvocato ha detto: «Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo». Entrambi non possono né vedere né analizzare i reperti, neanche sapere come sono conservati. «C’è un no assoluto su tutto – ha rimarcato Salvagni -. E voglio chiudere dicendo che a pensar male si fa peccato ma a questo punto direi che è proprio il minimo quello di pensare male». 

Altro "schiaffo" alla difesa. Omicidio Yara Gambirasio, no dalla Corte d’Assise a Bossetti: negato accesso ai reperti. Fabio Calcagni su Il Riformista il 3 Giugno 2021. Una nuova mazzetta giudiziaria per Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, scomparsa da casa mentre rientrava dalla palestra nel novembre 2010 e ritrovata senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola. La Corte d’Assise di Bergamo, su richiesta della Procura, ha respinto l’istanza presentata da Massimo Bossetti, tramite i suoi legali Claudio Salvagni e Paolo Camporini, di analizzare i reperti e i campioni di materiale biologico raccolti nel corso delle indagini che hanno portato all’arresto di Bossetti. Respingendo l’istanza dei legali, la Corte d’Assise ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Venezia. Una decisione fortemente criticata dall’avvocato Salvagni in un intervento a TeleLombardia. “C’è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso – si è sfogato il legale di Bossetti -. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro ‘Il sistema’ ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi”. Quindi l’ulteriore affondo: “C’era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco”. Quanto a eventuali ricorsi contro la decisione della Corte, l’avvocato spiega: “Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Dal "Fatto quotidiano" il 25 maggio 2021. La Cassazione per la terza volta dà ragione alla difesa di Massimo Bossetti condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Lo scorso 21 maggio, in camera di consiglio si è affrontata l’istanza sullo stato di conservazione dei reperti relativi all’omicidio, dopo che alcuni articoli di stampa avevano gettato ombre sulla custodia degli stessi. Ieri la Suprema Corte ha rinviato nuovamente alla Corte di assise di Bergamo il giudizio sul tema sollevato dai legali Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Si tratta di una nuova pronuncia a favore di Bossetti, dopo le due precedenti istanze riguardo alla modalità di accesso ai reperti – tra cui il Dna e gli abiti della vittima –. Anche su questi aspetti la Cassazione aveva rinviato a Bergamo e lo scorso 19 maggio c'è stata un’udienza in cui i difensori hanno nuovamente sollecitato un calendario per poter toccare – per la prima volta – le prove su cui si è decisa la condanna all’ergastolo di Bossetti. Al termine dell’udienza, la Corte d’assise si era riservata e ancora oggi si attende la decisione.

Da blitzquotidiano.it il 31 maggio 2021. Massimo Bossetti ha una nuova carta da giocarsi nel processo per la morte di Yara Gambirasio. La Corte di Cassazione ha stabilito che il collegio difensivo di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e analisi dei reperti rimasti. Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della 13enne avvenuto nel 2010. Il 21 maggio scorso la Suprema Corte ha annullato il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV con l’avvocato Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti. Intervistato da Fabio Camillacci, l’avvocato Salvagni ha affermato: “Qua c’è qualcosa che va oltre il classico ‘innamoramento della tesi’. Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla strenua difesa di un’indagine qualitativamente scarsa e che non ha raggiunto una certezza granitica. Resto, infatti, sorpreso da questo valzer delle Procure dopo che la Corte di Cassazione da tempo ci ha autorizzato a effettuare nuovi esami. Una clamorosa serie di rimpalli tra Procure che ci ha portato per altre tre volte in Cassazione. E per tre volte la Corte Suprema ci ha dato ragione dicendo che abbiamo il diritto di esaminare quei reperti e da ultimo i giudici hanno anche stabilito che abbiamo il diritto di conoscere lo stato di conservazione di quei reperti perché sono dei reperti fondamentali per arrivare alla verità. Noi vogliamo esaminare quei 54 campioni di Dna trovati sui vestiti della povera Yara, perché crediamo che lì ci siano le risposte a tutti i dubbi ancora in piedi in questa lunga vicenda. Visto che Dna nucleare e Dna mitocondriale, esaminati dai periti dell’accusa, non combaciano con quelli di Bossetti”.

Dagospia il 31 maggio 2021. Da “Radio Cusano Campus”. Caso Yara Gambirasio, a breve potrebbero arrivare nuovi clamorosi sviluppi. La Corte di Cassazione ha stabilito che il collegio difensivo di Massimo Giuseppe Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della 13enne avvenuto nel 2010, ha diritto a una completa ricognizione e analisi dei reperti rimasti. Il 21 maggio scorso la Suprema Corte, ha annullato il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV con l'avvocato Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti. Intervistato da Fabio Camillacci, l'avvocato Salvagni ha affermato: “Qua c'è qualcosa che va oltre il classico 'innamoramento della tesi'. Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla strenua difesa di un'indagine qualitativamente scarsa e che non ha raggiunto una certezza granitica. Resto, infatti, sorpreso da questo valzer delle Procure dopo che la Corte di Cassazione da tempo ci ha autorizzato a effettuare nuovi esami. Una clamorosa serie di rimpalli tra Procure che ci ha portato per altre tre volte in Cassazione. E per tre volte la Corte Suprema ci ha dato ragione dicendo che abbiamo il diritto di esaminare quei reperti e da ultimo i giudici hanno anche stabilito che abbiamo il diritto di conoscere lo stato di conservazione di quei reperti perché sono dei reperti fondamentali per arrivare alla verità. Noi vogliamo esaminare quei 54 campioni di Dna trovati sui vestiti della povera Yara, perché crediamo che lì ci siano le risposte a tutti i dubbi ancora in piedi in questa lunga vicenda. Visto che Dna nucleare e Dna mitocondriale, esaminati dai periti dell'accusa, non combaciano con quelli di Bossetti”. Poi l'avvocato Salvagni ha rivelato di aver parlato con Bossetti pochi giorni fa: “Ho trovato un Bossetti molto in tensione per questi ultimi sviluppi, ma anche fiducioso, spera che questo esame possa essere effettuato. Rivelo inoltre che mi chiamò il giorno prima dell'ultima udienza in questo mese di maggio, per incoraggiare noi della difesa a non lasciare nulla di intentato. Perchè Massimo Bossetti ha sempre chiesto, fin dai vari processi, l'unica cosa che avrebbe potuto dimostrare veramente la sua colpevolezza o innocenza: la perizia sul Dna. Questo perché abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenere che quel Dna lì era sbagliato, che il Dna di “Ignoto 1” non è riferibile a Massimo Giuseppe Bossetti e l'unico modo per dimostrarlo, era effettuare quella perizia sempre chiesta e sempre negata. Dopo oltre 10 anni la tecnologia per le analisi del Dna è decisamente migliorata, quindi pensiamo sia giusto poter fare nuovi esami. Adesso comunque dobbiamo solo attendere e capire quando e dove verranno fatti nuovi esami sui reperti rimasti. Una volta avuto l'esito delle analisi -ha concluso l'avvocato Salvagni- provvederemo a chiedere la revisione del processo perché essendo assolutamente convinti dell'innocenza di Bossetti, siamo convinti che dalle nuove analisi sui reperti avremo gli elementi utili per arrivare alla revisione del processo. Purtroppo dovremo ancora attendere qualche mese prima che venga fissata la nuova udienza”.

Anticipazione da “Oggi” il 26 maggio 2021. I primi due punti a favore di Bossetti erano stati segnati dalla sentenza del 13 gennaio con cui la Corte di Cassazione aveva stabilito che la difesa di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e all’analisi dei reperti. Il 21 maggio la prima sezione della Cassazione ha annullato anche il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. Intanto, riferisce OGGI, in edicola da domani, il 19 maggio si è tenuta un’esplosiva udienza a porte chiuse a Bergamo durante la quale il Procuratore capo Antonio Chiappani e il Pm Letizia Ruggeri hanno hanno dichiarato che si oppongono sia alla ricognizione di tutti gli indumenti che Yara indossava quella tragica sera che alla revisione dei reperti riconsegnati dal genetista Giorgio Casari, bollando i 54 campioni di Dna come degli «scartini». Mentre la difesa ha fatto capire di avere carte da giocare, in grado di provocare un «terremoto», ma si sono sentiti dire dal Procuratore che rischiano una raffica di querele.

Giangavino Sulas per “Oggi” il 28 maggio 2021. La guerra di istanze e respingimenti tra difesa e accusa, sulle prove che hanno portato alla condanna definitiva di Massimo Bossetti, è arrivata a un clamoroso 3-0 per il muratore, che ha sempre negato di essere l'assassino della tredicenne Yara Gambirasio. I primi due punti a favore di Bossetti erano stati segnati dalla sentenza del 13 gennaio scorso con cui la Corte di Cassazione aveva stabilito che la difesa di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e all'analisi dei reperti, per giungere eventualmente a una richiesta di revisione del processo. Questo ha portato, il 19 maggio, a un'esplosiva udienza a porte chiuse a Bergamo durante la quale il Procuratore capo Antonio Chiappani e il Pm Letizia Ruggeri hanno rifiutato il confronto con la difesa e hanno dichiarato che si oppongono sia alla ricognizione (di tutti gli indumenti che Yara indossava quella tragica sera) che alla revisione dei reperti riconsegnati dal genetista Giorgio Casari. Quei reperti che Casari aveva custodito per cinque anni mentre l'Accusa li dichiarava sempre esauriti durante le indagini. Chiappani e la Ruggeri hanno bollato i 54 campioni di Dna come de-gli «scartini». Per il Procuratore e il Pubblico ministero il discorso poteva considerarsi chiuso. Non prevedevano neppure un'altra riunione. Solo la decisione del presidente della Corte d'Assise Donatella Nava. Ma ecco che, appena due giorni dopo, il 21 maggio è arrivato il terzo inaspettato "goal" della difesa di Bossetti: la prima sezione della Cassazione infatti ha annullato anche il provvedimento del giudice dell'esecuzione Giovanni Petalo, che a suo tempo aveva respinto l'istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall'Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. Un'istanza che gli avvocati di Bossetti avevano presentato proprio dopo aver letto su Oggi che c'era il rischio che i preziosi reperti si deteriorassero per mancanza di un frigo che li mantenesse alla temperatura richiesta per la loro conservazione. E ora? Dovrà esserci una nuova udienza, dopo quella del 19 maggio, durante la quale Claudio Salvagni e Paolo Camporini, difensori di Bossetti, hanno fatto capire che hanno importanti carte di riserva da giocare, in grado di provocare un «terremoto». Ma si sono sentiti dire dal Procuratore che rischiano una raffica di querele. La "guerra" è appena cominciata. La difesa vuole andare fino in fondo e capire perché finora è stata negata a Bossetti la possibilità di una controperizia. Il diniego è stato motivato con l'esaurimento del materiale genetico disponibile. Ma il 20 novembre 2015, Giorgio Casari, deponendo al processo sotto giuramento, incalzato dalla Pm Ruggeri aveva precisato, a proposito dei Dna repertati: «Li abbiamo ancora tutti non abbiamo finito nessuna aliquota...c'è ancora materiale per ulteriori indagini volendo. Ne abbiamo conferito una piccola aliquota al professor Andrea Piccinini per le sue indagini e al professor Carlo Previderè». Quindi, a quanto pare, il materiale genetico c'è sempre stato, distribuito in vari laboratori e soprattutto riutilizzabile. Tanto che Giorgio Casari il 20 novembre 2019, intervistato da Oggi, aveva confermato il possesso dei 54 campioni di Dna aggiungendo che, su richiesta della Procura, li stava riconsegnando. Infatti lunedì 2 dicembre i carabinieri del Nucleo investigativo di Bergamo, agli ordini del colonnello Paolo Storoni, avevano ritirato al San Raffaele i campioni tutti debitamente congelati e li avevano depositati all'Ufficio Corpi di reato del Tribunale. Forse il «terremoto» di cui parlano Salvagni e Camporini è proprio questo: il materiale genetico di Ignoto 1 si è deteriorato ed è inutilizzabile? Difficile immaginare cosa possa succedere di fronte a questa prospettiva.

"Traccia esaurita". Bossetti appeso a degli "scartini". Rosa Scognamiglio su Il Giornale il 20 Maggio 2021. I legali di Massimo Bossetti, il 51enne condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, chiedono di poter aver accesso ai reperti "secondari" del processo. La traccia 31 G20 che rappresenta la "prova regina" nel processo che portò alla condanna di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio "è forse l'unica traccia che è effettivamente esaurita, stando alle dichiarazioni dei consulenti di allora". A dirlo sono i legali del 51enne che, nonostante tutto, hanno chiesto di poter esaminare quelli che la procura definisce "scartini" in quanto ritenuti di secondaria importanza ai fini processuali.

Il delitto. I fatti risalgono a venerdì 26 novembre 2010. Pressappoco alle ore 17.30, la 13enne Yara Gambirasio si reca nel centro sportivo di Brembate di Sopra, dove si allena in ginnastica ritmica. Lì rimane, secondo varie testimonianze, almeno fino alle ore 18:40 circa, dopodiché svanisce nel nulla. La sua casa dista 700 metri dalla palestra, ma la giovane non vi arriverà mai. Alle 18:44 il suo telefono aggancia la cella di Ponte San Pietro via Adamello settore 9, alle 18:49 la cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate Di Sopra, e alle 18:55 aggancia la rete per l'ultima volta tramite la cella di Brembate di Sopra in via Ruggeri. Da quel momento, la tredicenne scompare misteriosamente. A tre mesi dalla sparizione, il 26 febbraio 2011, il corpo martoriato di Yara viene ritrovato casualmente tra le sterpaglie di un campo aperto a Chignolo d'Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate di Sopra in direzione sud-ovest. Sul cadavere vengono rilevati numerosi colpi di spranga, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio.

L'arresto e la condanna di Bossetti. Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore 44enne di Mapello fino a quel momento incensurato. A lui si arriva per la sovrapponibilità del Dna nucleare con quello di "Ignoto Uno", rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall'accusa l'unico riconducibile all'assassino, oltre che per la posizione, perché in zona colpita da arma da taglio. L'uomo nega ogni coinvolgimento nel misfatto ma la prova genetica lo inchioda definitivamente: è lui ad aver ucciso la giovane ginnasta. Il 26 febbraio 2015 vengono chiuse le indagini. Per la procura non vi sono dubbi di alcuna sorta: il colpevole è Bossetti, unico indagato nel caso. La difesa ne chiede invece la scarcerazione, valutando poi l'opportunità del rito abbreviato, sostenendo che il Dna mitocondriale minoritario apparterrebbe ad un altro individuo, definito dagli avvocati "Ignoto 2". Ma il 1º luglio 2016 la Corte d'Assise di Bergamo condanna il muratore di Malpello all'ergastolo con l'accusa di omicidio, sentenza che sarà confermata in Cassazione il 12 ottobre 2018 con anche l'aggravante della crudeltà.

La nuova richiesta del pool difensivo. Non hanno intenzione di darsi per vinti i legali di Bossetti che, già ad agosto dello scorso anno, avevano chiesto di poter aver accesso ai reperti ritenuti "di secondaria o nulla importanza" dalla procura ai fini processuali. Oggi, il 51enne chiede alla Corte d'assise di Bergamo che "sia prima di tutto ripristinata la legalità", come ha dichiarato uno dei suoi legali, Paolo Camporini, ai taccuini dell'Ansa. I giudici si sono riservati di decidere sulla richiesta della difesa nelle prossime settimane. Gli avvocati di Bossetti hanno parlato di "confronto acceso" in aula e hanno detto che la Procura ha definito "degli scartini" i reperti diversi dalla traccia 31G 20, con il Dna trovato sui leggins della ragazza ritenuta la 'prova regina' nel dibattimento.

Dagospia il 26 aprile 2021. Era la sera del 26 novembre 2010 quando si persero le tracce di Yara Gambirasio, una ragazzina di soli quattordici anni, dopo che era uscita dal centro sportivo di Brembate Sopra, in provincia di Bergamo, in cui praticava ginnastica. Esattamente tre mesi dopo il corpo privo di vita di Yara venne ritrovato nel campo di Chignolo d’Isola, un paese vicino. Per questo drammatico caso vennero svolte imponenti indagini investigative condotte dalla procura di Bergamo e dai Ris. Queste portarono all’arresto, il 16 giugno del 2014, di Massimo Bossetti, un muratore di Mapello, a cui corrispondeva uno dei 13 Dna trovati sul corpo della povera ragazzina. Era, quella del Dna, la prova schiacciante per definire il Bossetti colpevole dell’orribile delitto. Oggi Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo in modo definitivo da tre sentenze passate in giudicato, ma ancora questa vicenda rimane avvolta in un mistero: perché alla difesa del muratore di Mapello non è stato ancora consentito di periziare quella traccia di Dna trovata sul corpo di Yara e che l’ha inchiodato? Perché, durante i vari dibattimenti, si è detto che era impossibile reperire quei reperti, mentre si sono poi ritrovati all’ospedale San Raffaele? Ecco una lettera spedita proprio da Massimo Bossetti dal carcere, pochi giorni dopo l’ispezione ministeriale alla Procura di Bergamo e alla vigilia, il 19maggio, di un nuovo passaggio in tribunale, per stabilire il modo in cui verranno consegnati alla difesa i suddetti reperti di Dna.

Giovanni Terzi per "Libero quotidiano" il 26 aprile 2021. Improvvisamente venerdì 23 aprile mi arriva una lettera dal carcere di Bollate: è di Massimo Bossetti che in quel luogo sta scontandola pena dell’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. È una lettera importante perché mi giunge pochi giorni dopo un’ispezione ministeriale sul caso della morte di Yara Gambirasio su come sono stati mantenuti i reperti del DNA trovati sul corpo della povera ragazza. Per chi scrive e conosce la vicenda a fondo fa impressione parlare, a dieci anni dalla morte della ragazzina bergamasca, ancora di questo caso ed ancora di dna in possesso ora della Procura di Bergamo, ma che era stato dato per “esaurito” in alcune fasi del processo. Una semplice domanda era stata fatta dagli avvocati di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini: «Quando dal San Raffaele quel materiale genetico, unica vera prova per la condanna di Bossetti, è stato trasferito all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo, è stato salvaguardato?». Da tempo i difensori di Bossetti chiedono la ripetizione dell’esame del Dna. Della richiesta di accesso ai reperti si discuterà il prossimo 19 maggio, davanti ai giudici della Corte d’assise di Bergamo. Il presidente della Corte aveva dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati, mentre la Cassazione aveva evidenziato che il presidente non poteva decidere da solo ma era compito dell’intera Corte d’assise. Se da una parte è vero che sono state fatte molte udienze in primo grado, in appello e in Cassazione, che hanno condannato a VITA massimo Bossetti. Ma per dare certezza a questa condanna manca l’unica cosa che doveva essere fatta e non è mai stata fatta, benché sia stata richiesta, ed è una perizia sul Dna fatta dalla difesa del muratore di Mapello. Bossetti sempre si è professato innocente e continua a dire «non posso essere io il colpevole perché non ho mai conosciuto e visto quella ragazza» ma come può dimostrarlo se non gli viene data la possibilità di fare una perizia? È evidente che se fosse capitato a chiunque di noi, avremmo chiesto la stessa cosa. Al contrario, come dichiarato dall’avvocato Salvagni, «ci siamo dovuti tenere un risultato di una consulenza fatta in autonomia dal Ris dove noi della difesa solo guardando le carte abbiamo trovato 261 anomalie. Il dubbio a questo punto è forte. Se ci fanno fare questi esami credo che la revisione del processo sia dietro la porta. Se invece i reperti sono andati distrutti e non ce li faranno mai analizzare, la questione si complica». In questo momento decisivo mi arriva la lettera di Massimo Bossetti. «Caro Signor Terzi, finalmente si avvicina quanto da anni mi è sempre stato impedito di svolgere. Sono fiducioso in questa udienza che mi darà la certezza di una svolta decisiva a questo caso. Credo nella giustizia, anche se fino adesso non mi ha dato la possibilità di dimostrare la mia innocenza ed è un bene che ora me ne dia atto. Spero che questi reperti siano stati conservati correttamente come più volte ho chiesto perché solo, e ripeto solo, attraverso l’esame di questi potrà essere evidenziato il clamoroso errore giudiziario!!! Io sono INNOCENTE e non smetterò mai ne di gridarlo ne di lottare per dimostrarlo. E vi dico con tutta la mia forza che Yara non ha ancora avuto giustizia!!! I giorni passano a rilento tutti sempre uguali a se stessi: bui, vuoti e silenziosi, come pagine bianche sfogliando un libro piano piano. Ed ecco che quei giorni si trasformano in mesi, ed i mesi in anni. L’estenuante angoscia del tempo passato lontano da chi, mio malgrado, mi è rimasto lontano; lontano da ciò che amo, nel profondo della disperazione voglio ancora cavalcare la speranza. La luce che entra dalla finestra non basta per scalfire il buio, il vuoto, lo sconforto e quel senso di abbandono, che regna intorno a me. Ormai quasi tutto mi è stato sottratto; l’affetto dei miei cari, l’amore dei miei amatissimi figli che diventano grandi senza avere al loro fianco la propria figura paterna. Sempre più lontani ma vicini attraverso la forza del pensiero. Anche su di me rimane un profondo vuoto nel cuore, nell’anima dove solo il dolore e la sofferenza mi fanno ogni giorno compagnia avendomi strappato, per sempre dalla mia vita e portandomi via quanto più al mondo che amo. La presenza dei miei figli è vita per me. Questo è un motivo in più per cui non smetterò mai di lottare. Ed è per questo, anche, che voglio uscire a testa alta da questa assurda e tragica vicenda e non per qualche possibile cavillo giudiziario. Continuerò a gridare trascinandomi in silenzio tutte le delusioni, le ferite e le crepe che mi portò nel cuore e non mi fermerò MAI finché avrò fiato per farlo! Con affetto, la saluto cordialmente. Massimo Bossetti». L’avvocato Salvagni da sempre vicino sia dal punto di vista legale che umano a Massimo Bossetti così spiega il momento decisivo, dal punto di vista giudiziario, che si sta vivendo: «La cosa è molto semplice. Noi siamo stati autorizzati nel novembre 2019, quindi a processo finito e già in esecuzione, ad effettuare le analisi sui reperti. Analisi che non sono mai state autorizzate durante il processo. Abbiamo sempre chiesto una perizia ma, come detto, non è mai stata concessa. Poi quando abbiamo chiesto le modalità operative per l’effettuazione di questi esami ci hanno detto che la nostra domanda era inammissibile. Allora ci siamo rivolti alla Cassazione che ci ha dato ragione. Nel frattempo, visto che i mesi passavano, abbiamo chiesto di sapere come venivano conservati i reperti. Perché è l’unica possibilità di difesa che ha Massimo Bossetti. Non sapendo come venivano conservati, in quanto il presidente del tribunale ci aveva detto che lui non ci avrebbe risposto, allora abbiamo mandato una comunicazione al Ministero della Giustizia, chiedendo di accertarsi di questo fatto. Purtroppo più di così non so cosa dire. A me non è stato comunicato dell’eventuale ispezione o di qualcosa di simile. Però, prendo atto che se davvero c’è o c’è stata, spero che ci sia stato un accertamento sulla corretta conservazione dei reperti». Ad oggi nulla è stato comunicato sul fronte di potenziali anomalie riferite a come sono stati custoditi i reperti di Dna, ma certo è che per Massimo Bossetti l’udienza del 19 maggio diventa davvero decisiva. C’è bisogno di avere chiarezza in questa drammatica vicenda che ha tolto la vita alla piccola Yara, che il 21maggio avrebbe compiuto ventiquattro anni, ma per farla l’unico modo è dare la possibilità alla difesa di Bossetti di fare la controprova sui reperti di Dna che l’accusa dichiara siano del muratore di Mapello. Pensate se un giorno chi vi accusa di un orribile crimine non vi facesse vedere la prova del reato condannandovi all’ergastolo. Cosa pensereste? Come sempre ho detto Yara Gambirasio merita «il colpevole oltre ogni ragionevole dubbio» e non «un colpevole».

Anticipazione da “Oggi” il 21 aprile 2021. Dopo l’istanza al Csm dei difensori di Massimo Bossetti, gli ispettori del ministero della Giustizia hanno recapitato a Bergamo un fascicolo in cui la ministra Marta Cartabia chiede in particolare come sia stato conservato il Dna di Ignoto 1, che da tempo il muratore condannato all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio chiede sia riesaminato. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani. L’ispezione avrebbe irritato Letizia Ruggeri, la Pm che ha condotto le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio e ottenuto l’ergastolo per Massimo Bossetti. Quando dal San Raffaele quel materiale genetico, unica vera prova per la condanna di Bossetti, è stato trasferito all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo, è stato salvaguardato? A oggi, non si sa se negli uffici del Tribunale esista un congelatore. Marzio Capra, consulente scientifico di Bossetti, è esplicito: «Il contenitore refrigerato deve stare a -23 gradi, o tutto si decompone per via della “l’idrolisi acida”». Ma se il Dna di Ignoto 1 non fosse più esaminabile? Se l’avessero lasciato decomporre? «Mi rifiuto di pensarlo: rischierebbero la galera», dice il difensore di Bossetti, Claudio Salvagni.

Bossetti, cambia tutto? Spuntano 98 reperti: "Luce in fondo al tunnel". Angela Leucci il 17 Aprile 2021 su Il Giornale. Massimo Bossetti potrebbe ottenere la revisione del processo se la Corte d'assise autorizzerà l'analisi di 98 reperti che furono fondamentali per la sua condanna. La verità sulla morte di Yara Gambirasio si fonda su 98 reperti che ora potrebbero essere ispezionati dalla difesa di Massimo Bossetti. È attesa per il 19 maggio l’udienza nella Corte d’assise di Bergamo, per stabilire se quanto chiesto dai difensori del muratore sarà reso possibile. Questi 98 reperti si trovano al momento nell’ufficio “Corpi di reato” del tribunale, perché sono stati confiscati e quindi sono proprietà dello Stato. I legali di Bossetti sono intenzionati a chiedere la revisione del processo basandosi su nuovi elementi e i reperti potrebbero svolgere un ruolo fondamentale in questa fase. Già nel novembre 2019 era stata posta l’istanza per l’esame di essi, tra cui gli abiti della vittima, i leggings, le scarpe da ginnastica, le mutandine, strisce di campioni prelevati sulla’auto di Bossetti e ben 54 campioni di Dna. Va ricordato che proprio le tracce sui leggings hanno portato gli inquirenti a identificare Bossetti con Ignoto 1. “Ci sono ancora dei dubbi sulle analisi genetiche e non è ancora stato fatto nulla”, ha detto a Quarto Grado Marzio Capra, genetista e consulente di Massimo Bossetti, il quale preme per verificare la consistenza dei reperti a disposizione. La trasmissione di Rete 4 si è occupata ieri di questa complessa vicenda giudiziaria, che viene rimandata ormai da tempo, sollevando una domanda: dal Dna può arrivare qualche sorpresa sul colpevole dell’omicidio di Yara? Non si sa se la Corte autorizzerà solo una ricognizione dei reperti o delle analisi complete, ma il generale Luciano Garofano, biologo dei Ris di Parma presente in studio, non ha dubbi su come si dovrebbe agire per fugare per sempre ogni dubbio. “Spero che analizzino al massimo possibile - ha commentato l’esperto - perché questa è una storia che deve finire, deve finire il dubbio. È giusto che gli avvocati e la difesa esercitino i loro diritti. Ci sono troppe contraddizioni anche nei confronti di ciò che viene poi detto”. Garofano ha anche aggiunto che comunque quei 98 reperti sono già consumati dalle numerose analisi effettuate finora. Intanto alla notizia dell’udienza del 19 maggio, Bossetti ha scritto una lettera che è stata letta a Quarto Grado. Nella missiva, in cui l’uomo si firma familiarmente Massy, c’è scritto: “Finalmente oggi intravedo una labile fioca luce in fondo al tunnel. Sperando che non sia la solita luce di un faro di un treno in corsa che sopraggiunge investendomi l’ennesima speranza”. E ancora, più avanti: “Sono contento, perché finalmente ora spero che mi venga data quella sola e unica opportunità che da anni aspetto nel revisionare i reperti e procedere su di essi con le dovute indagini, affinché possa provare la mia estraneità e la mia sincerità”. Bossetti conclude la lettera specificando che è sua intenzione “rendere quella vera giustizia alla povera Yara, la figlia di tutti noi”.

Yara, spunta il giallo dei reperti: "Non c'è una toga che decida". Dopo l’intervento della Cassazione, il passo indietro della corte d’Assise per il rischio di pregiudizio. Valentina Dardari - Sab, 27/03/2021 - su Il Giornale. Non c’è ancora la parola fine sul caso della morte della 13enne Yara Gambirasio. E chissà quando ci sarà. Adesso Giovanni Petillo, presidente della Corte d’Assise, ha fatto richiesta al presidente del tribunale di Bergamo di non dover dare un giudizio riguardo le richieste dei legali di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio della piccola Yara. Visto che la Corte d’Assise di Bergamo aveva dichiarato inammissibili le istanze della difesa del muratore di Mapello, riguardanti l’esame di 98 reperti, e in particolare di 54 campioni di dna. La Cassazione aveva però annullato con rinvio il provvedimento preso dalla Corte d’Assise, accogliendo i due ricorsi presentati dai difensori di Bossetti.

Si cerca un giudice che decida. Da qui, come riportato da Il Giorno, la richiesta da parte della Corte d’Assise di nominare un altro giudice, per evitare una qualsiasi forma di pregiudizio. Il legale Claudio Salvagni e il collega Paolo Camporini hanno chiesto l’esame di 98 reperti. Tra questi vi sono provette contenenti 54 campioni di dna, biancheria intima, vestiti e scarpe indossati dalla ragazzina quel tragico 26 novembre 2010, giorno della sua morte. Lo scorso 12 gennaio la Cassazione aveva accolto i due ricorsi presentati dalla difesa di Bossetti e annullato con rinvio le ordinanze della Corte d’Assise di Bergamo che aveva giudicato inammissibili le richieste avanzate dai difensori di esaminare i reperti. Le decisioni riguardo i tempi e le modalità di accesso ai campioni erano state rinviate all’Assise di Bergamo.

Il caso ancora aperto sull'omicidio di Yara. I giudici della Cassazione avevano sottolineato che, in seguito alla confisca, "era emersa l’esistenza di provette contenenti 54 campioni di Dna estratti dagli slip (dove era stata trovata la traccia di Ignoto 1 attribuita a Bossetti - ndr) e dai leggings delle vittima, nonostante la sentenza della Cassazione che aveva confermato la condanna di Bossetti avesse dato atto del totale esaurimento le materiale genetico". Da quel momento sono stati presentati due solleciti da parte della difesa, dei quali l’ultimo era stato inviato anche al Consiglio superiore della Magistratura. Nel 2018 si era concluso il processo con la condanna definitiva all'ergastolo per Massimo Bossetti, ritenuto responsabile dell'omicidio della giovane Yara Gambirasio, allora 13enne, scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate di Sopra, paese della Bergamasca in cui viveva. Tre mesi dopo la sua scomparsa, il drammatico ritrovamento. Il corpo della ragazzina era stato rinvenuto privo di vita abbandonato in un campo della zona.

Dagospia il 4 febbraio 2021. Da “Radio Cusano Campus”. A 10 anni di distanza potrebbe clamorosamente riaprirsi il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio: la 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra in provincia di Bergamo, e ritrovata morta il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo di Chignolo d’Isola. La condanna definitiva all’ergastolo per Massimo Bossetti, pronunciata il 12 ottobre 2018 dalla Corte di Cassazione, sembrava essere l’episodio finale di quella terribile vicenda. Ma il 13 gennaio scorso la Corte Suprema ha annullato con rinvio le ordinanze con cui il presidente della Corte d’Assise di Bergamo aveva respinto, dichiarandola inammissibile, la richiesta degli avvocati di Bossetti di accedere ai reperti dell’indagine. Ora, quindi, si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa visioni, tra l’altro, i campioni di Dna e gli abiti di Yara. Questi sviluppi sono stati approfonditi a Cusano Italia TV nel corso della trasmissione “Crimini e Criminologia”. Tra gli altri è intervenuto uno dei legali di Massimo Bossetti, l’avvocato Claudio Salvagni, il quale, intervistato da Fabio Camillacci, ha riportato le parole dello stesso Bossetti dopo la recente sentenza della Cassazione: “Massimo Bossetti è molto contento, molto positivo, e ha detto "io continuo a credere nella giustizia, voglio uscire da quel portone del carcere, a testa alta e soprattutto voglio uscire non per un cavillo giuridico perché i miei avvocati hanno trovato magari i cavilli giusti, ma voglio uscire perché i nuovi esami attesteranno che quel DNA non è il mio, io non sono Ignoto-1, io non ho mai visto, mai toccato e tanto meno ucciso Yara Gambirasio". E noi –ha aggiunto l’avvocato Salvagni- siamo molto fiduciosi di arrivare a una revisione del processo perché crediamo fermamente nel nostro lavoro e nell’innocenza di Massimo Bossetti e crediamo inoltre che, nel momento in cui ci verrà definitivamente data la possibilità di fare questi esami, gli stessi esami ci daranno ragione. Pertanto è solo una questione di tempo e di procedure ma il risultato positivo io lo vedo più vicino che mai. Quello a Bossetti è stato il processo delle anomalie e delle zone d’ombra; e gli inquirenti quello che non sono riusciti a ricostruire lo hanno bypassato. Come sul movente: voglio ricordare che nei processi indiziari il movente è importantissimo perché è il collante che tiene insieme tutti gli indizi. E nel caso specifico sono le sentenze che lo dicono: manca un movente. E’ un caso oggettivo che Massimo Bossetti e la povera Yara non si sono mai visti, mai incontrati, non si conoscevano”.
Bossetti: “Voglio uscire dal carcere, non ho mai visto Yara”. Chiara Nava su Notizie.it il 03/02/2021. Massimo Bossetti, in carcere con l'accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, spera nei nuovi esami, affermando di nuovo di non essere colpevole. Massimo Giuseppe Bossetti continua a proclamarsi innocente dal carcere. Il muratore di Mapello è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, ragazzina di Brembate Sopra trovata morta in un campo tre mesi dopo la scomparsa, avvenuta a novembre 2010. “Non sono Ignoto 1, non ho mai visto Yara Gambirasio” ha dichiarato Massimo Bossetti dal carcere. A parlare di lui è il suo avvocato Claudio Salvagni, che è stato intervistato da Cusano Italia TV. “Massimo Bossetti è molto contento, molto positivo, e ha detto ‘io continuo a credere nella giustizia, voglio uscire da quel portone del carcere, a testa alta e soprattutto voglio uscire non per un cavillo giuridico perché i miei avvocati hanno trovato magari i cavilli giusti, ma voglio uscire perché i nuovi esami attesteranno che quel DNA non è il mio, io non sono Ignoto-1, io non ho mai visto, mai toccato e tanto meno ucciso Yara Gambirasio’” ha dichiarato l’avvocato, che ha aggiunto di essere molto fiducioso di poter finalmente arrivare ad una revisione del processo. “Crediamo fermamente nel nostro lavoro e nell’innocenza di Massimo Bossetti e crediamo inoltre che, nel momento in cui ci verrà definitivamente data la possibilità di fare questi esami, gli stessi esami ci daranno ragione” ha affermato l’avvocato. A gennaio la Cassazione ha accolto il ricorso della difesa di Bossetti. Sono state annullate con rinvio le ordinanze con cui la Corte d’Assise di Bergamo aveva dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati di accedere ai reperti, tra cui 54 campioni di Dna e gli abiti della vittima. Ora la parola torna ai magistrati di Bergamo che dovranno decidere sulla possibilità di accedere agli atti. L’esame dei reperti in questione è funzionale al progetto di presentare la richiesta di revisione della sentenza di ergastolo per il muratore. Secondo il legale Salvagni è questione di tempo e procedure “ma il risultato positivo io lo vedo più vicino che mai“. L’avvocato definisce quello di Bossetti come il “processo delle anomalie e delle zone d’ombra” dove gli inquirenti “hanno bypassato” quello che non sono riusciti a ricostruire. “Come sul movente: voglio ricordare che nei processi indiziari il movente è importantissimo perché è il collante che tiene insieme tutti gli indizi. E nel caso specifico sono le sentenze che lo dicono: manca un movente. È un caso oggettivo che Massimo Bossetti e la povera Yara non si sono mai visti, mai incontrati, non si conoscevano” ha aggiunto Salvagni.

Chiara Nava. Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

Anticipazione da “Oggi” il 27 gennaio 2021. «Non ho ucciso Yara, finalmente qualcuno mi ha ascoltato e potrò dimostrare che non sono un assassino». Questa la reazione di Massimo Bossetti alla sentenza della Cassazione che consente ai suoi difensori e consulenti l’accesso ai reperti dell’inchiesta sull’omicidio di Yara Gambirasio. Lo rivela il settimanale OGGI, da domani in edicola, in un articolo che analizza le motivazioni della sentenza, molto dura per inquirenti e giudici di Bergamo che avevano sempre impedito di accedere ai corpi di reato e al loro riesame, primo passo per una possibile revisione del processo. 

Da corriere.it il 13 gennaio 2021. La Cassazione accoglie le richieste della difesa di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, e riapre la partita sui reperti, a cui ora si aggiunge un altro passo da compiere. I giudici hanno annullato con rinvio le ordinanze con cui il presidente della Corte d’assise di Bergamo aveva respinto, dichiarandola inammissibile, la richiesta degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini di accedere ai reperti dell’indagine. Ora si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa possa visionare, tra l’altro, i campioni di Dna e gli abiti della bambina di 13 anni, di Brembate Sopra, uccisa il 26 novembre 2010. La vicenda è proceduta ad ostacoli. Il 27 novembre 2019, il giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo aveva accolto la richiesta degli avvocati di Bossetti di esaminare i reperti (i vestiti di Yara e altro agli atti dell’indagine), per poi specificare, il 2 dicembre, che si trattava del via libera a una ricognizione, alla presenza della polizia giudiziaria, e non ad un esame. Dunque, nulla poteva essere toccato o preso. Una nuova richiesta dei difensori, a maggio 2020 era stata dichiarata inammissibile dallo stesso giudice. Questo perché, su richiesta del pm Letizia Ruggeri, nel frattempo a gennaio i reperti erano stati confiscati, dunque non sono più agli atti del processo (sono dello Stato e restano conservati). Fino ad allora nè la Corte d’Assise di Bergamo nè la Corte d’Assise d’appello avevano disposto nulla. La difesa vuole accedere ai reperti alla ricerca di nuovi elementi per chiedere la revisione del processo. Il 12 ottobre 2018 Massimo Bossetti è stato condannato in via definitiva per il delitto della tredicenne, trovata in un campo di Chignolo d’Isola a tre mesi dalla scomparsa (e morte). Muratore di Mapello, sposato e con tre figli, è stato fermato il 16 giugno 2014 e da allora non è mai uscito dal carcere (è a Bollate).

Gianluigi Nuzzi per "La Stampa" il 14 gennaio 2021. L'ergastolano Massimo Bossetti potrà accedere ai vestiti che indossava Yara Gambirasio quando la sera del 26 novembre del 2010 lasciò dopo gli allenamenti la palestra di Brembate di Sopra, salì, senza conoscerlo e per motivi rimasti ignoti, sul furgone verde chiaro Daily Iveco del muratore assassino e venne poi ritrovata priva di vita nel febbraio successivo in un campo a Chignolo d' Isola. E' quanto ha deciso la Cassazione che ha annullato, rinviando alla corte d' Appello di Bergamo, le precedenti pronunce dei giudici di secondo grado che avevano negato a Bossetti di accedere ai 98 reperti tra i quali 54 campioni di Dna ritrovati sui leggings e gli slip dell' adolescente. In sei anni e mezzo dal giorno delle manette, per Bossetti è la prima volta che i giudici accolgono una sua istanza. I suoi difensori, Claudio Salvagni e Piero Camporini, sono convinti che in questi reperti si troveranno gli elementi per ottenere la revisione del processo e quindi scardinare la prova regina che inchioda alla responsabilità dell' omicidio della ragazzina: una traccia mista di Dna di carnefice e vittima sugli slip, resistita per mesi alle intemperie, priva della parte mitocondriale. Bossetti in carcere a Bollate (alle porte di Milano) torna a sperare e così la moglie Marita che dopo un periodo di tensione con il marito detenuto sembra essersi riavvicinata al congiunto. Ora spetterà ai giudici di Bergamo ritornare a pronunciarsi sull' accesso a una serie infinita di reperti. Appunto si parte dagli indumenti di Yara, e quindi pantaloni, scarpe da ginnastica, slip, reggiseno, felpa di colore nero, giubbotto scuro e maglietta blu, si arriva alle provette di Dna, fino alle paillettes prelevate sotto il sedile posteriore sinistro del furgone. Basterà tutto questo a trovare elementi decisivi per chiedere e ottenere la riapertura del processo? E' ancora prematuro dirlo, di certo i giudici non potranno ignorare la scelta della suprema corte di annullare la precedente decisione, dopo un lungo braccio di ferro. Infatti, il presidente della corte d' assise Giovanni Petillo già nel novembre del 2019 aveva concesso la riesamina dei reperti per poi fare una mezza marcia indietro solo quattro giorni dopo quando tracciò i confini in cui si sarebbe potuta muovere la difesa, ovvero «una mera ricognizione dei corpi di reato () operazione che dovrà essere eseguita sotto la vigilanza della polizia giudiziaria () rimanendo esclusa qualsiasi operazione di prelievo o analisi degli stessi». Ma qui interessa soprattutto quanto la difesa chiese il 30 aprile 2020 ovvero «un' istanza intesa a ottenere dalla corte d' assise, l' accesso ai corpi di reato e la ricognizione degli stessi, e, in generale, di tutti i reperti mancanti». Ed è qui che si aprirà la battaglia finale per la revisione del processo. Il codice infatti prevede il nuovo processo «se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto». In realtà la giurisprudenza della Suprema Corte da qualche tempo ha introdotto una interpretazione sicuramente più ampia del dettato, sottolineando che vanno considerate prove nuove rilevanti, al fine dell' ammissibilità dell' istanza di revisione, vanno intese non solo quelle scoperte successivamente alla sentenza di condanna, ma anche quelle non acquisite nel precedente giudizio ovvero acquisite, ma non soppesate neanche indirettamente, purché non si tratti di prove ritenute ininfluenti dal giudice. E' chiaro quindi che il dettato che scolpiva nelle "nuove prove" l' unica strada per sperare in un dibattimento bis, oggi è assai più ampio. Ecco spiegato perché l' istanza di revisione può essere accolta anche quando ha ad oggetto prove non nuove. E' quindi requisito fondamentale che si tratti di prove preesistenti già nel fascicolo ma non acquisite ovvero acquisite ma non valutate adeguatamente. Nel caso di Yara, Bossetti ritiene che ci si trovi proprio in quest' ultimo caso. Da qui la guerra sui reperti. Ma c' è anche un altro aspetto rilevante. Seppur di certo prematuro, non bisogna nemmeno dimenticare che l' istanza di revisione qualora ritenuta ammissibile può determinare la sospensione dell' esecuzione della pena. In altre parole se un domani venisse presentata la richiesta di un nuovo processo e questa venisse ritenuta esaminabile, gli avvocati potrebbero ottenere la scarcerazione del proprio assistito in attesa del dibattimento da celebrare. Tutti argomenti ed elementi che fino a ieri sembravano nella storia dell' omicidio della povera Yara fantascienza giudiziaria ma che oggi iniziano a coagularsi in uno scenario alternativo da spingere l' avvocato Salvagni a gridare all' orrore contro «uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana».

Massimo Bossetti, il processo Yara Gambirasio si riapre: il caso Dna, ribaltone in tribunale. Giovanni Terzi su Libero Quotidiano il 14 gennaio 2021. Per fortuna c'è la Cassazione che è capace di esprimersi con fedeltà rispetto alla Costituzione e con indipendenza ideologica rispetto ad ogni tipo di pressione mediatica. Ieri la Corte Suprema ha sancito che ogni difesa ha il diritto ad avere accesso ai reperti usati dall'accusa contro Bossetti anche se il caso è passato in giudicato. C'è stato un dibattito serrato dove anche io, semplice cronista ma dotato di una logica apprezzabile, ritenevo profondamente incostituzionale condannare all'ergastolo Massimo Bossetti, sulla base del DNA trovato sulla povera Yara, senza concedere alla sua difesa, guidata da Claudio Salvagni e Paolo Camporini, il diritto di verificarne, al grezzo, la reale compatibilità. «Vi chiedo solo di poter visionare e valutare i reperti e la presenza su di loro delle mie traccia di DNA; qualora fosse riferibile a me buttate via la chiave»: così continuava a dire il muratore di Mapello implorando i giudici di permette alla sua difesa di esaminare le tracce genetiche ritrovate sul corpo di Yara. Scudi alzati da parte di quasi tutti i commentatori televisivi, i criminologi, alcuni avvocati ed esperti di diritto. Per loro il dado era tratto, Bossetti era colpevole oltre ragionevole dubbio e nulla qui più essere discusso. La vicenda del DNA di Bossetti trovata sul corpo della povera Yara rappresentava un giallo nel giallo. In fase istruttoria il Tribunale dell'esame aveva dichiarato che l'innocenza o la colpevolezza di Bossetti poteva essere accettata soltanto dopo un giusto processo e contraddittorio nelle aule di tribunale. Così in primo grado era stato chiesto da parte dell'avvocato Salvagni di avere accesso al materiale organico che aveva determinato l'accusa nei confronti di Bossetti. Nulla. Il materiale era finito, non esisteva e si poteva utilizzare solo una volta. Ma come, in un procedimento così delicato gli organi inquirenti non si sono preoccupati di mantenere un po' di grezzo del DNA per permettere alla difesa di fare le proprie verifiche? La risposta fu perentoria e anche piccata: «Basta ciò che ha detto la Procura della Repubblica». Mi permettevo di dichiarare nei vari salotti televisivi quanto tutto questo fosse profondamente iniquo e sbagliato. Apriti cielo! Addirittura, primo caso nel mondo, si fece un docufilm su Yara (un istant-Docu) a processo ancora aperto. Ma andiamo avanti. Anche in appello e in Cassazione la difesa chiede l'accesso al DNA trovato sugli indumenti della povera ragazza. Finché, improvvisamente, si scopre che i reperti sono presenti al San Raffaele di Milano in buona quantità. Quindi? Qualcuno ha detto una bugia? Perché precedentemente si è dichiarato che non c'era più materiale e poi improvvisamente questo appare così copioso? Ma anche qui la storia non termina, perché dapprima nel novembre 2019 la corte d'Assise di Bergamo aveva accolto e autorizzato l'analisi dei reperti, ma subito dopo aveva negato la possibilità al pool difensivo di procedere. Un dietrofront che ha portato gli avvocati di Bossetti a ricorrere in Cassazione per poter avere visione delle tracce genetiche su cui si fondano le sentenze di condanna. Così la decisione di ieri è fondamentale in vista di una eventuale richiesta di revisione del processo, aprendo così nuovi scenari. Ora si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa possa accedere ai reperti - tra cui 54 campioni di Dna e gli abiti della vittima - su cui è stata decisa la condanna di Bossetti che detenuto nel carcere milanese di Bollate può tornare a sperare in una eventuale revisione del processo. Ora mi auguro da parte di chi, come me, ha l'onore e l'onere di informare, una grandissima attenzione nel trattare questo efferato caso. Una attenzione che spesso ha avuto una deriva gossip piuttosto che giuridica. Un esempio è ciò che una nota trasmissione televisiva serale ha fatto in questo ultimo periodo. In mancanza di notizia dava come tale quella di un possibile, e sempre smentita da Bossetti, cambio di avvocati quasi a voler dimostrare come la difesa non fosse all'altezza del caso trattato. Insomma si era passati da un drammatico fatto di cronaca e poi giuridico a un gossip dannoso e non veritiero. Oggi, ancora di più, Yara ha bisogno del colpevole e non di un colpevole. 

"Bossetti ha ammazzato Yara? Vi dico cosa riveleranno i test". Bossetti attraverso il suo legale: “Credo ancora nella giustizia. Ci ho sempre creduto e spero che ora si possa arrivare fino in fondo per dimostrare la mia innocenza”. Elena Ricci, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Crede ancora nella giustizia e ce lo rivela attraverso il suo legale, Massimo Bossetti, il muratore di Mapello, oggi cinquantenne, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate il 26 novembre del 2010 e ritrovata cadavere tre mesi dopo, nel febbraio 2011. Per l’omicidio della piccola Yara, dopo anni di indagine, si arriva all’esistenza del cosiddetto ‘ignoto 1’ il cui dna è stato ritrovato sugli slip e sui leggins della tredicenne. L’identità di questo ‘ignoto 1’, è stata attribuita a Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso Yara. A tre anni dalla pronuncia della Cassazione, forse si va verso la revisione del processo. Massimo Bossetti si è sempre dichiarato innocente: lo ha fatto durante i processi, per voce del suo avvocato Claudio Salvagni e con lettere dal carcere. C’era un unico modo per conoscere con certezza l’innocenza o la colpevolezza di Bossetti: confrontare il suo dna con quello presente sui reperti, tra cui slip e leggins della povera Yara. L’accertamento è stato richiesto dal suo legale Claudio Salvagni, sin dalla fine delle indagini preliminari nel 2015, durante le udienze di primo grado e anche in Appello. La richiesta è stata puntualmente rigettata e Bossetti condannato in via definitiva, dall’opinione pubblica ancor prima che dalla Cassazione. E il suo avvocato Claudio Salvagni in questa vicenda sottolinea un vizio di buon senso e una estrema necessità di saziare la fame di giustizialismo dell’opinione pubblica.

Avvocato Salvagni, come si è arrivati a questa svolta?

“Dopo anni di ‘no’, incredibilmente abbiamo davanti a noi la possibilità di dimostrare quello che sosteniamo da sempre, ossia l’innocenza di Bossetti. Ci attiviamo immediatamente e con una istanza, chiediamo le modalità con le quali esaminare i reperti. L’entusiasmo, però, dura poco. Infatti, solo qualche mese dopo, il 26 maggio 2020, la Corte di Assise di Bergamo rigetta l’istanza della difesa ritenendola 'inammissibile'. Ci siamo opposti all’ennesimo diniego con un ricorso in Cassazione e nel frattempo abbiamo nuovamente avanzato richiesta alla corte d’Assise che, a sua volta, l’ha nuovamente respinta”.

Prima autorizzati ad esaminare i reperti e dopo qualche mese, un altro diniego. Cosa succederà ora che il ricorso è stato accolto?

"La Corte d’Assise di Bergamo adesso, non potrà più ritenere inammissibile la richiesta ma dovrà illustrare alla difesa di Bossetti le modalità operative, in quanto l’autorizzazione concessa il 27 novembre 2019, non essendo mai stata impugnata, si è cristallizzata".

Perché questa ostinazione a non ammettere la perizia?

“Sottoporre Bossetti alla perizia sarebbe stato semplice e avrebbe risparmiato del tempo. Ci veniva risposto che non c’erano più campioni di dna, invece ce ne sono 54. Per noi – insiste Salvagni – il dna di ‘Ignoto 1’ non corrisponde al dna di Massimo Bossetti”.

Perché, secondo lei, non sono state ascoltate le ragioni di Bossetti?

“Bisognava consegnare un mostro all’opinione pubblica, ecco perché non abbiamo mai smesso di lottare. Anche io, come il mio assistito, credo nella giustizia, altrimenti non sarei uomo di legge. La giustizia però è fatta dagli uomini e gli uomini possono sbagliare, ecco perché bisogna lottare per cercare sempre e comunque la verità. La vita di Bossetti è stata segnata per sempre, così come quella di tanti italiani condannati e poi riconosciuti innocenti dopo diversi anni. Credo – conclude – che siamo davanti all’ennesimo madornale errore giudiziario”.

·         Il DNA.

L'assassino è... il dna. Report Rai PUNTATA DEL 11/12/2017 di Giorgio Mottola.

Questa è la frase che potremmo sentire nei film polizieschi del futuro. Nei tribunali italiani sono infatti sempre di più gli imputati che chiedono la prova del dna. Se fino ad oggi è sempre stata usata solo per incastrare i colpevoli, da un po' di tempo può essere usata anche per scagionarli. Secondo alcuni studi, l'aggressività di alcune persone potrebbe dipendere infatti dal loro dna. Il mondo scientifico è molto diviso sulla validità di queste teorie, ma di recente in due differenti processi per omicidio, gli imputati hanno ottenuto uno sconto di pena perché il test del dna dimostrava che avevano una predisposizione genetica a essere aggressivi. 

L’ASSASSINO È… IL DNA Di Giorgio Mottola

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Finora siamo stati abituati a considerare il test del Dna come la prova regina per incastrare i colpevoli. In Italia è accaduto con i più clamorosi casi di cronaca. Senza il Dna, l’assassino di Elisa Claps sarebbe forse rimasto senza un volto. Donato Bilancia, il pericoloso serial killer che alla fine degli anni Novanta uccise 17 persone, potrebbe essere ancora a piede libero. E per l’omicidio di Yara Gambirasio, se non fossero stati raccolti oltre 18 mila campioni di Dna, non si sarebbe mai arrivati al nome di Massimo Bossetti. Ma negli ultimi anni, nelle aule di tribunale, del Dna si è cominciato a fare un uso senza precedenti, di segno completamente opposto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO In tema di impunità siamo sempre all’avanguardia. Siamo stati i primi a utilizzare, con il codice penale, quello genetico per alleviare la pena. Buona sera, l’utilizzo del Dna nella giustizia è il tema dell’anteprima. I nostri avvocati sono stati i primi ad afferrare al volo l’exit strategy che è stata spianata dalla genetica comportamentale. La questione è talmente delicata e complessa che, oltre che nelle aule dei tribunali, bisognerebbe affrontarla, meriterebbe una riflessione filosofica ed etica. Tra gli scienziati che stanno studiando come il Dna, il patrimonio genetico, può condizionare il nostro comportamento, è in atto un aspro dibattito. Giorgio Mottola ha cercato di capire come e quanto questo cambio di paradigma può condizionarci, qual è la ricaduta. E, se fosse confermato il fatto che il Dna può condizionare così tanto il nostro comportamento, a quel punto la domanda che dovremmo porci è….

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Siamo responsabili di tutte le nostre azioni? È la domanda cui prova a rispondere la genetica comportamentale che studia in che modo il Dna può condizionare il comportamento umano.

GIORGIO MOTTOLA Si può prevedere il comportamento di una persona a partire dall’analisi del suo Dna?

GEORGE CHURCH - GENETISTA UNIVERSITÀ DI HARVARD In generale, la risposta è sì. Ad esempio dipende dal Dna se non riesci a controllare bene i movimenti del tuo corpo o se hai dei disturbi mentali. Oggi sappiamo che alcuni tipi di ritardi mentali sono causati interamente da alcune alterazioni genetiche. In determinate situazioni c’è quindi una relazione diretta tra Dna, il comportamento e anche l’intelligenza di una persona.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Anche i comportamenti particolarmente aggressivi potrebbero dipendere, in una certa misura e in alcuni casi, dal Dna. Si chiama “Mao A”: è volgarmente chiamato il gene dell’aggressività.

AMEDEO SANTOSUOSSO - MAGISTRATO E PROFESSORE DIRITTO E SCIENZA – UNIVERSITÀ DI PAVIA I portatori di quella caratteristica, se nella loro infanzia e giovinezza hanno avuto problemi ambientali, situazioni di stress eccetera, possono avere di fronte a un’aggressione una difficoltà a controllare la propria reazione.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dunque se una persona presenta un’alterazione del gene Mao A potrebbe essere geneticamente predisposto a comportamenti aggressivi. E non parliamo soltanto di scatti di rabbia, ma potenzialmente anche di omicidio. TG2 8.10.2009 Ha tentato di uccidere la madre, arrestata una donna in provincia di Como. Ci sono anche dei dubbi anche sulla morte della sorella 3 mesi fa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Era il 2009 quando Stefania Albertani, allora 26enne della provincia di Como, diventa protagonista di uno dei più efferati atti di cronaca nera degli ultimi anni.

GUGLIELMO GULOTTA – EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Ha tentato di uccidere madre e padre, bruciandoli mentre erano in automobile. Ha ucciso la sorella, prima l’aveva drogata. Brucia la sorella e dice a i vicini “attenzione se sentite bruciare non chiamate i pompieri, sono io che sto bruciando della legna secca”. Sì, peccato che poi lascia lì il corpo della sorella che quindi poi viene trovato.

GIORGIO MOTTOLA Quindi nel caso dell’Albertani c’erano anche degli squilibri psichici?

GUGLIELMO GULOTTA – EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Squilibri che non apparivano. Nel senso che se lei ci parlava, parlava con una persona coerente, astuta. Nessuno pensava che fosse affetta da malattia mentale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E infatti una prima perizia della Procura dichiara Stefania Albertani capace di intendere e di volere. Dopo di che viene sottoposta a vari esami clinici, tra cui una risonanza magnetica al cervello, ma la prova inedita esibita dalla difesa è il test del Dna.

GUGLIELMO GULOTTA - EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Che stabilì che questa ragazza aveva la parte frontale del cervello diciamo compromessa. C’è una situazione genetica che si è visto che in certe condizioni può predisporre all’aggressività. Può, non deve.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il test del Dna convinse il tribunale di Como a riconoscere la semi infermità mentale di Stefania Albertani e a ridurle di un terzo la pena. Stessa situazione si è verificata in un altro processo a Trieste; qui era imputato Abdelmalek Bayout, che aveva ucciso un uomo con decine di coltellate solo perché lo aveva preso in giro. Viene condannato in primo grado, ma poi all’appello ottiene uno sconto di pena dopo aver essersi sottoposto a un test del Dna.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Sia la sentenza di Trieste che quella di Como, sono importanti perché per la prima volta in Italia un test del Dna e una risonanza magnetica contribuiscono alla riduzione della pena. GIORGIO MOTTOLA I test del Dna quanto sono usati oggi nei tribunali italiani?

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE In Italia non c’è un censimento, però certamente, dopo le sentenze di Trieste e Como, la genetica ha bussato di più alle porte delle aule di giustizia. In America per esempio nel decennio 2005-2015 ci sono stati circa 1.600 casi di processi in cui si è cercata la strada di sollevare dalla responsabilità l’imputato e addossarla al cervello o ai geni.

GIORGIO MOTTOLA Visto il successo ottenuto in questo processo la prossima volta che avrà a che fare con un omicidio particolarmente efferato chiederà la prova del Dna?

GUGLIELMO GULOTTA - EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Ci provo, certo. Io l’avevo già provato un po’ con le Bestie di Satana, difendevo uno di quelli. Lì eravamo più sulla risonanza magnetica; non ce l’abbiamo fatta. Adesso sulla genetica possiamo fare qualcosa di più.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Questo rischia di aumentare i tempi di giustizia, aumentare i costi dei processi e facilitare strategie difensive che cercano una legittimazione sulla base di test genetici che però non trovano un riscontro negli studi di letteratura, ma che rischiano poi di rendere più rapida la strada verso l’impunità e verso la riduzione della pena.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In Italia ha fatto da apripista una sentenza della Corte di Cassazione del 2005 che ha riconosciuto anche i disturbi della personalità come una delle cause sufficienti per escludere la capacità di intendere e di volere di un imputato. Secondo i giudici di Como e di Trieste, il Dna contribuirebbe a dimostrare questi disturbi.

GIORGIO MOTTOLA Quindi ora che la genetica è entrata nei tribunali italiani, dovremo dire che l’assassino è il Dna?

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Questa semplificazione è quella che ha acceso il dibattito sul tema della responsabilità, già di per sé incandescente, su quanto siamo liberi di scegliere e sulle conseguenze di questi aspetti in tribunale. Ma se accettassimo l’ipotesi, dovremmo dire quindi che colpevoli si nasce e che è colpa dei geni e allora potremmo fare un’analisi genetica di tutti gli italiani e rinchiudere quelli che hanno quelle alterazioni per evitare tragedie future.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma per fortuna al momento siamo lontani anni luce da questa possibilità. Sul comportamento umano la scienza e la genetica non sono ancora in grado di dare nessuna risposta definitiva.

AMEDEO SANTOSUOSSO - MAGISTRATO E PROFESSORE DIRITTO E SCIENZA – UNIVERSITÀ DI PAVIA È controverso qual è il ruolo che una caratteristica come Mao A ha sul comportamento. Per essere più precisi, bisogna dire che Mao A, chi ha quella caratteristica genetica non è necessariamente aggressivo.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Io posso avere determinate alterazioni genetiche e vivere una vita da perfetta persona per bene. Posso non avere quelle alterazioni e diventare un serial killer. Un po’ come per i fattori di rischio cardiovascolari. Io posso essere obeso, iperteso, diabetico e fumatore e non avere mai un infarto e non avere nessuno di questi fattori di rischio e averlo a 25 anni.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Eppure sull’idea che il comportamento possa dipendere dal Dna, a Tel Aviv in Israele è nata una nuova azienda. Si chiama Faception e si dichiara in grado di rivoluzionare il mondo della videosorveglianza.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Noi abbiamo messo a punto un software che basandosi sull’analisi dei tratti somatici del viso è in grado di capire se quella persona è un potenziale criminale o no. E per farlo non ci serve una fotografia possiamo farlo anche attraverso un video e in tempo reale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il loro software, sostengono i manager di Faception, sarebbe in grado di individuare anche i potenziali terroristi.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Un anno dopo l’attacco a Parigi noi abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo applicato il nostro software agli attentatori e 9 su 11 di loro sono stati riconosciuti dal nostro sistema come potenziali terroristi; è bastato solo fare un’analisi dei tratti somatici.

GIORGIO MOTTOLA Mi scusi se nutro dei dubbi, ma tra l’altro quello che lei sostiene è molto simile a quello che diceva Cesare Lombroso, un criminologo italiano il quale sosteneva che un criminale si riconosce dai tratti somatici e la scienza l’ha smentito inequivocabilmente.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Infatti anche io penso che all’epoca Lombroso avesse torto. Solo che nel frattempo abbiamo fatto dei passi in avanti: abbiamo i computer e i big data. Noi analizziamo le caratteristiche biometriche del viso e le mettiamo in relazione con il possibile comportamento e lo facciamo basandoci sul Dna che non mente. Alcuni studi scientifici dimostrano che c’è una stretta relazione tra i tratti somatici di un individuo e il suo Dna. Il viso svela il Dna di una persona e quindi anche alcune caratteristiche della sua personalità.

STEFANO GUSTINCICH - DIRETTORE LIFE SCIENCE ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA Io non so se quello che dice quella company fra vent’anni sarà provata scientificamente. Sono uno scienziato quindi mi baso su dati scientifici. Vado a guardare la letteratura scientifica sull’argomento e non trovo nulla. Lascio a lei…

SHAI GILBOA - AD FACEPTION È vero, bisogna ammetterlo: oggi la scienza non è d’accordo su questo punto, ma sono sicuro che tra qualche anno arriverà all’unanimità. Al momento però, per quanto riguarda la nostra azienda, parlano i numeri. Finora abbiamo venduto il nostro software in tutto il mondo: dall’Asia agli Stati Uniti passando per l’Europa. E non solo ad aziende private, ma anche a governi e ad agenzie di sicurezza nazionali. È un business che in prospettiva vale svariati miliardi di dollari.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Siamo contenti per loro. Ma la relazione tra la propensione a delinquere e le sembianze del volto e il codice genetico è ancora tutta da dimostrare. E poi c’è il rischio che qualcuno cada nella tentazione di utilizzare quello strumento per la discriminazione razziale. Comunque, al di là di tutto questo, l'idea che il nostro comportamento possa essere già codificato dal Dna, insomma, spaventa. E, a quel punto, se gli scienziati dovessero confermare questo scenario, e addirittura allargarlo, fino a che punto potremmo essere perseguiti in base alla colpa o alla responsabilità? E poi c’è anche un timore. Pensate se un giorno venisse scoperto che corrotti e corruttori lo sono perché hanno un gene corrotto… A quel punto potrebbe venire a qualcuno la tentazione di lanciare una ciambella di salvataggio verso l’impunità. Oppure, magari, potrebbe essere la soluzione, perché basterebbe agire su quel gene per avere, all’improvviso, un mondo di onesti.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Colpevoli per sempre.

Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 23 novembre 2021. Il 20 novembre del 2007 Rudy Guede veniva arrestato in Germania per l'omicidio dell'inglese Meredith Kercher in una casa di studenti a Perugia. Sabato, a 14 anni esatti di distanza, (ma la richiesta è stata depositata ieri) ha maturato i termini per la sua liberazione anticipata rispetto ai 16 che gli sono stati inflitti come pena definitiva, unico colpevole di un delitto rimasto a lungo un giallo irrisolto e che continua a sollevare polemiche e reazioni ogni volta che se ne torna a parlare. L'istanza dell'avvocato Fabrizio Ballarini, che assiste l'ivoriano, è già sul tavolo del tribunale di Sorveglianza, che a ore potrebbe apporre il suo sigillo su una decisione che a norma di legge appare scontata. La sua è una storia di redenzione esemplare. Da dicembre 2020 Guede, 35 anni, non è più in carcere ma affidato ai servizi sociali. La mattina è assegnato alla Caritas di Viterbo e aiuta nelle sue funzioni il sacerdote di Santa Maria della Verità, a pranzo presta servizio alla mensa dei poveri, il pomeriggio cataloga libri al Centro studi criminologici, l'associazione che per due anni, dal 2016 (quando è intervenuta la Cassazione) al 2018 ha chiesto invano la revisione del processo e i cui rappresentanti sono anche i suoi tutor legali. Con i circa 400 euro di paga vive in affitto in una piccola abitazione nel centro storico della città della Tuscia, dove fino al 20 novembre aveva l'obbligo di rientrare entro le 22, ultima limitazione rimasta alla sua libertà, assieme al divieto di allontanarsi dalla provincia senza permesso. In questi 14 anni, per la sua buona condotta da detenuto ha maturato 1.100 giorni di sconto di pena, a cui se ne aggiungono ora altri 45. Nel penitenziario Mammagialla di Viterbo si è laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e sta prendendo la specializzazione in Lettere moderne occupandosi di narrazione cinematografica. A Viterbo è ripartita la sua vita. Organizza tornei di basket e scacchi col patrocinio del Comune e, come se volesse riallacciare i fili con la sua vita di allora, frequenta una comitiva di ventenni. Chi lo conosce lo descrive come spigliato e caciarone, che non nasconde il suo passato ma non ne parla mai volentieri dopo dieci anni passati sui giornali. Riacquistata la libertà vorrebbe trovare un lavoro «vero» che gli permetta tra l'altro di fronteggiare le spese legali e i risarcimenti alla famiglia Kercher. Guede si è sempre dichiarato innocente, senza mai cambiare la versione secondo cui la sera di quel 2 novembre era chiuso in bagno con le cuffiette dopo aver avuto un rapporto con Meredith (e verrà infatti incastrato dalle tracce di Dna). Sostiene di essere andato in Germania per paura di essere coinvolto nelle indagini che avevano portato all'arresto di Raffaele Sollecito e Amanda Knox (prosciolti nel 2015 dopo una iniziale condanna a 25 e 26 anni e quattro di detenzione cautelare). La notizia della sua possibile liberazione, anticipata dal sito Tusciaweb , arriverebbe in anticipo di circa un mese e mezzo rispetto alla scadenza naturale del 4 gennaio 2022.

Maria Berlinguer per "la Stampa" il 23 novembre 2021. «Credo di essere stata la sola ad averlo intervistato, non aveva mai parlato prima e non l'ha fatto dopo. Lui è stato condannato a 16 anni per l'omicidio di Meredith Kercher, il fine pena era già previsto per il 4 gennaio del 2022, l'avvocato ha chiesto un ulteriore sconto di 45 giorni. Se lo merita è un ragazzo che ha fatto un percorso di recupero straordinario in carcere». Franca Leosini nel 2016 ha incontrato nel carcere di Mammagialla a Viterbo Rudy Guede, condannato per l'omicidio della studentessa inglese. Un omicidio per il quale in primo grado erano stati condannati anche Amanda Knox e Raffaele Sollecito, poi assolti.

Perché Guede ha scelto lei?

«Si è fidato. All'epoca gli avevano offerto parecchi soldi per l'esclusiva, ma ha scelto di parlare con me senza ricevere compensi. La Rai non paga e non accetterei mai di pagare qualcuno per intervistarlo. 

È stato condannato per concorso in omicidio e violenza sessuale nel 2010 in primo grado a 30 anni, poi ridotti in Cassazione a 16 anni. Ha avuto un comportamento esemplare in questi anni, da settembre era già in semilibertà. Ha scontato 12 anni in carcere e due in semilibertà.

In carcere ha avuto un percorso riabilitativo di grande intensità. Si è laureato in sociologia. Ha lavorato per il reinserimento dei carcerati, è un volontario Caritas, è considerato una risorsa a Viterbo. Quale che sia la verità di questa terribile storia, si è ampiamente riscattato e merita di essere inserito nella società». 

Perché dice «quale che sia la verità»?

«Ha sempre negato di essere colpevole, è stato condannato in concorso non si capisce con chi, ha sempre affermato di essere estraneo e assolutamente innocente. Quando è avvenuto l'omicidio, lui era in bagno perché aveva problemi gastrici.

La tragedia, secondo il suo racconto, si sarebbe verificata mentre lui era in bagno. Mi ha raccontato di aver riconosciuto la voce di Amanda Knox e di averla anche vista dalla finestra con un ragazzo che lui non conosceva. Non ha mai detto che era Sollecito, ha sempre parlato di una presenza maschile. Non li ha accusati esplicitamente».

Perché allora è fuggito?

«Mi ha detto che è scappato perché era sicuro che non gli avrebbero creduto. Non è un caso se ho intitolato quella trasmissione "Nero trovato, colpevole trovato". Ricordo che mi ha detto chiaramente "se io fossi rimasto non mi avrebbero creduto"». 

L'hai più sentito?

«No, ma lo sentirò volentieri, spero che possa riprendersi la vita in tutti i sensi. Ha fatto un grande percorso, si adopera con generosità per gli altri. Se lo merita». 

Ha intenzione di invitarlo in una puntata del nuovo programma Che fine ha fatto "Baby Jane"? sulle storie di chi dopo il carcere è riuscito a reinserirsi nella società?

«Vediamo se è disponibile, certe volte le persone vogliono essere dimenticate. Mi piacerebbe che accettasse, del resto sono stata l'unica con la quale ha accettato di raccontare la sua versione dei fatti».

Lei non dà mai giudizi, ma che impressione le ha fatto?

«Rudy ha avuto un'infanzia molto difficile. È arrivato in Italia con il padre quando era molto piccolo, portato via alla madre. Ha dovuto imparare a cavarsela da solo troppo presto. È un ragazzo che ha un vissuto in modo molto difficile e nella tragedia di Meredith è anche l'unico che ha pagato». 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 29 novembre 2021. Christopher Robinson, il marito di Amanda Knox si è scagliato contro Rudy Guede, che ieri ha rilasciato un’intervista al Sun sostenendo non solo la sua innocenza, ma dicendo anche che «io e Amanda Knox conosciamo la verità». Robinson ha definito le parole di Guede, che si è professato innocente, le «bugie di Rudy Guede che senza dubbio ha ucciso Meredith Kercher». «Questo è crudele per Amanda e per la famiglia Kercher» ha twittato l’uomo. Amanda Knox non ha commentato, ma ha solo condiviso il tweet del marito. 

Dagotraduzione dal Sun il 29 novembre 2021. Rudy Guede, 34 anni, l’unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher, ha rilasciato un’intervista esclusiva ieri al Sun in cui non solo ha ribadito la sua innocenza, ma ha puntato il dito contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito. L’uomo, uscito in anticipo la scorsa settimana dopo 13 anni di carcere, ha dichiarato: «Avevo le mani sporche di sangue perché cercavo di salvarla, non di ucciderla». Meredith, 21 anni, di Coulsden, nel sud-est di Londra, è stata aggredita sessualmente e uccisa a Perugia nel 2007. «La prima cosa che voglio dire è alla famiglia Kercher, e quanto mi dispiace per la loro perdita». «Ho scritto una lettera in cui spiego loro quanto mi dispiace, maè troppo tardi per chiedere scusa per non aver fatto abbastanza per salvare Meredith». «La corte ha accettato che ho cercato di aiutarla mettendole degli asciugamani sulle ferite». E ha aggiunto: «Il tribunale mi ha condannato per complicità in omicidio semplicemente perché il mio Dna era lì, ma i documenti (legali) dicono che c’erano altri e che non ho inflitto le ferite mortali». Alla domanda se si riferisse alla Knox o a Sollecito, entrambi scagionati dopo quattro anni di carcere, Guede ha risposto: «Non voglio dire altro se non che andrebbero letti i documenti. Come ho detto, dicono che c’erano altri lì e che non ho inflitto le coltellate. Conosco la verità e lei (Amanda, ndr) conosce la verità».

L'intervista al The Sun. Omicidio Meredith, Rudy Guede: “Mani insanguinate perché cercavo di salvarla, Amanda sa la verità”. Mariangela Celiberti su Il Riformista il 29 Novembre 2021. “Avevo del sangue sulle mie mani perché provai a salvarla, non a ucciderla”. Rudy Guede, unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher avvenuto il primo novembre del 2007 a Perugia, continua a sostenere la sua innocenza. Questa volta lo fa da uomo libero, dopo aver scontato 13 anni di reclusione, in un’intervista rilasciata al The Sun. 

“Amanda sa la verità”

“La prima cosa che voglio dire è rivolta alla famiglia Kercher, su quanto sia dispiaciuto per la loro perdita– ha sottolineato Guede.- Ho scritto loro una lettera per spiegare quanto sia dispiaciuto, ma è troppo tardi per chiedere scusa di non aver fatto abbastanza per salvare Meredith. Il tribunale ha accettato il fatto che ho cercato di salvarla tamponando le ferite con degli asciugamani”. Ancora una volta, il 34enne- che nel frattempo, in carcere, si è laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale, per poi proseguire gli studi di narrazione cinematografica- ribadisce la sua verità. “Il tribunale mi ha condannato per complicità nell’omicidio perché c’era lì il mio Dna, ma i documenti (processuali) dicono che vi erano altre persone e che non sono stato io a infliggere le ferite fatali”. Alla domanda se si riferisse ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, all’epoca dei fatti fidanzati ed entrambi assolti in via definitiva dalla Cassazione, Guede ha risposto: “Voglio dire solo che lei dovrebbe leggere i documenti”.

Condannato a 16 anni di prigione per concorso in omicidio con altre persone rimaste sconosciute, Guede sostiene che la Knox sappia come siano andate davvero le cose quella drammatica notte.  “Come ho già detto, (i documenti) affermano che c’erano altri e che non ho inflitto le ferite. Io so la verità e anche lei la sa“, ha aggiunto, riferendosi proprio ad Amanda. Il fratello di Meredith, Lyle, ha brevemente commentato la sua scarcerazione, secondo quanto riportato sempre dal The Sun. “Sapevamo che questo giorno sarebbe venuto, ma il fatto che sia arrivato all’improvviso e senza che fossimo avvertiti ci ha colto alla sprovvista”.

La vicenda

Sono trascorsi ormai 14 anni da quando la studentessa inglese ventunenne Meredith Kercher, a Perugia per il progetto Erasmus, venne trovata brutalmente uccisa nella propria camera da letto, in una casa che condivideva con altri studenti. La notte dell’omicidio Rudy Guede scappò dalla villetta in cui si trovava Meredith alla volta della Germania, dove venne arrestato il 20 novembre del 2007: la polizia riuscì a identificarlo grazie all’impronta di una mano insanguinata e ad altre tracce di Dna. L’unico delle persone coinvolte in questa terribile vicenda a essere processato e condannato con rito abbreviato. Lo scorso 23 novembre Guede è tornato formalmente libero per fine pena, con 45 giorni di sconto rispetto alla data prevista del 4 gennaio 2022, così come richiesto dal suo avvocato Fabrizio Ballarini: domanda accolta dal tribunale di Viterbo. Anche se di fatto Guede, grazie all’affidamento ai servizi sociali, non doveva più tornare a dormire in carcere dopo il volontariato alla Caritas e il lavoro come bibliotecario presso il Centro studi criminologici di Viterbo da dicembre 2020. Raffaele Sollecito ha così commentato la notizia della sua liberazione: “Mi dispiace solo che non si sia mai pentito di quello che ha fatto, di aver ammazzato una povera ragazza. Mi dispiace che sono stato quattro anni in carcere e io e Amanda abbiamo rischiato di essere condannati a una pena per una cosa che non abbiamo fatto anche grazie alle sue bugie“. Mariangela Celiberti

Esplode Raffaele Sollecito: "Per colpa di Rudy Guede ho rischiato trent'anni di galera e ora è libero". Il Tempo il 26 novembre 2021. Raffaele Sollecito è esploso quando ha saputo della liberazione di Rudy Guede, uno dei tristi protagonisti della vicenda Meredith Kercher, la studentessa assassinata anni orsono a Perugia. “Per le sue bugie ho rischiato trent’anni di galera”, si è sfogato in una trasmissione radiofonica, “10 kaos”. “Sono assolutamente convinto della sua colpevolezza. Io ribadisco tutte le volte che non è una sentenza in concorso, in quanto lui dalla Corte di Cassazione ha fatto un processo a parte. Ci sarebbe da discutere molto su questo perché è molto strano che abbiamo fatto due processi separati. Purtroppo a lui è stato accettato un rito abbreviato da parte dei giudici, noi abbiamo fatto un rito ordinario, lui abbreviato. Lui ha avuto una sentenza definitiva come unico responsabile, il concorso era da verificare”. “Io sono convinto – ha continuato Sollecito - per dei semplici fatti logici, nel senso che nella stanza del crimine le tracce sono soltanto sue; nessuno ha pulito né nella stanza del crimine, né nella scena del crimine infatti c’è molta sporcizia. Gli unici che purtroppo hanno fatto casino sono stati gli inquirenti che hanno fatto molti errori. E poi che lui abbia detto molte bugie. Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito e io ho rischiato di farmi 30 anni di carcere anche per le sue bugie. Lo hanno dichiarato come un bugiardo patologico nelle varie sentenze. Lui di me ha detto di avere visto un’ombra e di avere visto Amanda in lontananza da una finestra. In qualche maniera ci ha tirato in ballo, ci ha coinvolti dopo che lui era scappato in Germania”, ha aggiunto. “Io non conosco Guede. Io e lui non ci conosciamo. I danni che sono stati fatti alla mia vita perlopiù sono stati fatti dagli inquirenti, lui avrebbe potuto fare chiarezza in questa vicenda e non lo ha fatto. Il fatto che mi abbia accusato lo dimostra. A parte accusarmi velatamente lui ha avuto indifferenza nei miei confronti, io non posso che rispondere con indifferenza. Non saprei cosa dirgli” ha quindi concluso.

"Guede? Io e Amanda abbiamo pagato per le sue bugie". Rosa Scognamiglio il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Raffaele Sollecito ha commentato a IlGiornale.it la scarcerazione di Rudy Guede: "Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito per ciò che ha fatto. Abbiamo pagato io e Amanda". Rudy Guede è tornato in libertà. Il 34enne di origini ivoriane, condannato a 16 anni per l'omicidio in concorso con ignoti della studentessa inglese Meredith Kercher, ha beneficiato dello sconto di pena per "buona condotta" previsto dall'ordinamento penitenziario italiano. E così, due giorni fa, ha lasciato definitivamente la casa circondariale di Viterbo dopo esser stato per lungo tempo affidato ai servizi sociali. La scarcerazione di Guede ha suscitato la reazione immediata di Amanda Knox - assolta in via definitiva per il delitto - che sui social si è abbandonata a un lungo sfogo affermando di "aver subito l'infamia" del coetaneo di origini ivoriane. Noi de ilGiornale.it ne abbiamo parlato con Raffaele Sollecito, assolto nel 2014 dalla Corte di Cassazione per la tristemente nota vicenda di Perugia. "Io e Amanda abbiamo passato 4 anni in carcere ingiustamente per via delle sue bugie", commenta alla nostra redazione.

Omicidio Meredith, Rudy Guede torna libero

Sollecito, cosa ne pensa della scarcerazione di Guede?

"Guede è stato giudicato colpevole con una sentenza passata in giudicato. È stato condannato a sedici anni e non so quanto tempo sia rimasto in cella. Rispetto la legge. Non ho remore ma provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito per ciò che ha fatto e che abbia provato a coinvolgere due persone innocenti".

Parla di sé e Amanda?

"Sì. Io e Amanda abbiamo passato 4 anni in carcere ingiustamente per via delle sue bugie"

Quali bugie?

"Guede non ha mai raccontato la verità, non ha mai confessato. Anzi, quando è stato ospitato nei programmi televisivi, ha cambiato più volte la sua versione, ha mentito. Non lo dico io, lo hanno dichiarato 'bugiardo patologico' nelle varie sentenze".

In che modo la condotta di Guede potrebbe aver condizionato l'esito iniziale del procedimento penale a suo carico?

"Preciso che i 'danni' sono stati fatti dagli inquirenti, sia nel mio caso che in quello di Amanda. Il punto è che lui avrebbe potuto chiarire i dubbi relativi alla vicenda assumendosi la responsabilità dell'accaduto".

E invece?

"Non lo ha fatto finendo per coinvolgere me e Amanda in una circostanza a cui eravamo totalmente estranei".

"Vittima di ingiustizia, ma trattato da mostro"

Amanda Knox ha dichiarato di "aver subito l'infamia" di Guede. Cosa ne pensa?

"Sono pienamente d'accordo con lei. Amanda e io, lo ribadisco ancora una volta, abbiamo rischiato 30 anni di carcere per non aver fatto assolutamente nulla".

Vi sentite spesso lei e Amanda?

"No, ci sentiamo raramente. Abbiamo percorso strade diverse e fatto scelte diverse, come è giusto che sia".

Avete mai parlato della vicenda che vi ha coinvolti?

"No, perché è una vicenda molto triste e dolorosa per tutti".

"Guede non agì da solo": dubbi sul delitto Kercher

Ripensando al passato, a quei "giorni bui", c'è qualcosa che non rifarebbe?

"Ci sono alcune cose che non rifarei ma col senno di poi e una maturità diversa, è facile ragionare. Per fortuna si tratta di cose irrilevanti, quindi va bene così".

Ritornando a Guede, crede che possa essersi pentito?

"Non lo so e neanche mi interessa. Per certo, io non dormirei tranquillo con un peso del genere sulla coscienza".

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera. 

Da today.it il 24 novembre 2021. È tornato libero ieri mattina per buona condotta Rudy Guede, il giovane ivoriano condannato a 16 anni di reclusione per concorso nell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia la notte tra il 1 e il 2 novembre 2007. Il fine pena, per lui, era previsto per il prossimo 4 gennaio ma il tribunale di Sorveglianza ha accolto subito la richiesta avanzata dai servizi sociali ai quali Guede era stato affidato. Guede, imputato per concorso in omicidio, è l'unico condannato per il delitto di Perugia del 2007. La studentessa uccisa a coltellate venne trovata sul pavimento della sua stanza coperta da un piumone e parzialmente denudata. Qualche giorno dopo vennero fermati dagli investigatori la coinquilina della ragazza, Amanda Knox, il fidanzato Raffaele Sollecito ed il titolare del Pub dove saltuariamente lavorava la Knox, Patrick Lumumba. Il successivo processo ebbe un iter particolarmente travagliato e, alla fine, tutti gli altri imputati ne uscirono assolti.

Sollecito: "Io sono assolutamente convinto della sua colpevolezza"

"Io sono assolutamente convinto della sua colpevolezza. Ribadisco tutte le volte che non è una sentenza in concorso, in quanto lui dalla Corte di Cassazione ha fatto un processo a parte. Ci sarebbe da discutere molto su questo perché è molto strano che abbiamo fatto due processi separati. Purtroppo a lui è stato accettato un rito abbreviato da parte dei giudici, noi abbiamo fatto un rito ordinario, lui abbreviato. Lui ha avuto una sentenza definitiva come unico responsabile, il concorso era da verificare". Questo il commento di Raffaele Sollecito sulla liberazione anticipata di Rudy Guede, unico condannato per Rudy Guede per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia nella notte tra il 1 e il 2 novembre 2007. Sollecito, coinvolto insieme all'americana Amanda Knox nel caso giudiziario sull'omicidio di Perugia (entrambi si sono sempre proclamati estranei) prima di essere definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione, ai microfoni di Radio 105, si è detto sicuro che sia stato Guede l'assassino di Meredith: "Io sono convinto per dei semplici fatti logici, nel senso che nella stanza del crimine le tracce sono soltanto sue. Nessuno ha pulito né nella stanza del crimine, né nella scena del crimine infatti c'è molta sporcizia. Gli unici che purtroppo hanno fatto casini sono gli inquirenti che hanno fatto molti errori. E poi il fatto che lui abbia detto molte bugie. Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito e io ho rischiato di farmi 30 anni di carcere anche per le sue bugie". Sollecito è rimasto in carcere quattro anni. Ha inoltre chiarito di non conoscere Guede ("Io e lui non ci conosciamo") e di non avere nessun messaggio da mandargli: "I danni che sono stati fatti alla mia vita per lo più sono stati fatti dagli inquirenti, lui avrebbe potuto fare chiarezza in questa vicenda e non lo ha fatto. Il fatto che mi abbia accusato lo dimostra. A parte accusarmi velatamente lui ha avuto indifferenza nei miei confronti, io non posso che rispondere con indifferenza. Non saprei cosa dirgli". È invece ancora in contatto con Amanda: "Ci sentiamo molto saltuariamente. L'ho sentita perché mi ha consigliato un giornalista o perché mi ha fatto sapere che è nata la bambina e le ho fatto gli auguri, ma molto saltuariamente". Quanto a Meredith, "ho sempre avuto difficoltà a parlare di lei perché non la conoscevo. Questa è una storia davvero brutta perché ero il fidanzato di Amanda in quel periodo, io Amanda l'ho frequentata per due settimane, Meredith l'avrò vista un paio di volte, di lei posso dire pochissimo". Ieri è arrivato un duro sfogo anche di Amanda Knox: "Guede - scrive Amanda - possiede un enorme potere di guarire le ferite degli altri danneggiati dalle sue azioni. Può dire la verità, assumersi la responsabilità e smetterla di incolparmi per lo stupro e l’omicidio di Meredith Kercher, che moltissime prove dimostrano ha commesso da solo”. Gesto che Knox ritiene doveroso sia per i familiari della vittima che per lei e Sollecito, in modo da “porre fine e torbide speculazioni sul caso e ripristinare la mia reputazione, danneggiata assieme a quella di Raffaele”. Amanda Knox è pronta a perdonare Guede: “Se solo mostrasse vero rimorso gli augurerei ogni bene. Le persone cambiano, Rudy è cambiato? Dicono che la verità rende liberi, oggi lui è libero ma deve ancora dire la verità".

Rudy Guede vuole essere dimenticato

"Ora Rudy Guede vuole solo essere dimenticato", ha dichiarato il professor Claudio Mariani, che insegna al Centro studi criminologici di Viterbo e ha seguito Guede in tutto il suo percorso detentivo. "Su ogni storia prima o poi dovrebbe calare il sipario. Rudy la mattina alle 8 prende servizio come volontario alla mensa della Caritas e il pomeriggio lavora nella biblioteca del nostro centro studi per mantenersi. Non c'è più altro da aggiungere a questa storia eccetto il fatto che la vita di una giovane ragazza inglese è stata stroncata e dalla sua famiglia abbiamo potuto imparare la grande dignità e il valore del silenzio. Anche per questo oggi Rudy vorrebbe continuare a adoperarsi per il prossimo, lavorare e soprattutto rimanere in silenzio". Ieri la giornalista tv Franca Leosini sottolineava il "comportamento esemplare" tenuto da Rudy in questi anni: 12 in carcere e gli ultimi 2 in semilibertà. "In carcere ha avuto un percorso riabilitativo di grande intensità. Si è laureato in sociologia. Ha lavorato per il reinserimento dei carcerati, è un volontario Caritas, è considerato una risorsa a Viterbo. Quale che sia la verità di questa terribile storia, si è ampiamente riscattato e merita di essere inserito nella società", ha concluso.

Flaminia Savelli per “Il Messaggero” il 24 novembre 2021. È tornato libero ieri mattina Rudy Guede, l'ivoriano oggi 35enne, l'unico condannato per l'omicidio di Meredith Kercher. Il magistrato di sorveglianza di Viterbo gli ha infatti concesso la liberazione anticipata rispetto alla data del 4 gennaio 2022. Per il delitto di Perugia era stato condannato a 16 anni di reclusione scontati nel carcere di Mammagialla a Viterbo. «Voglio essere dimenticato, non so ancora cosa sarà del mio futuro. Forse tornerò a vivere a Perugia» ha detto ieri mattina appena avuta la conferma sulla liberazione durante l'incontro con il suo avvocato Fabrizio Ballarini. E poi ancora all'assistente sociale, Claudio Mariani che lo ha seguito nel lungo percorso di reinserimento: «Non voglio altri riflettori ne altra attenzione su questa drammatica storia». Guede si è sempre professato innocente per il delitto della studentessa inglese arrivata in Italia con un progetto Erasmus e trovata brutalmente uccisa il 1° novembre del 2007 a Perugia. Un delitto ancora pieno di punti bui: nelle indagini furono coinvolti anche la coinquilina Amanda Knox e il fidanzato dell'epoca, Raffele Sollecito. Che ieri ha commentato: «Non si è mai pentito». Al professor Mariani, Rudy appena liberato ha poi spiegato: «Come la famiglia di Meredith che in questi lunghi anni è rimasta in silenzio, non voglio aggiungere altro dolore».

UNA NUOVA VITA Ma sullo sconto di pena si è accesa la polemica dell'avvocato Francesco Maresca, legale della famiglia di Meredith Kercher «Rudy Guede ha fatto la sua corsa, quello che l'ordinamento penitenziario gli permette ma c'è da dire che da un punto di vista morale, della giustizia concreta e effettiva, evidentemente la pena che ha scontato è molto bassa rispetto alla tragicità dell'evento». Intanto con il progetto di reinserimento dal 2019, Guede è stato impegnato come volontario al centro Caritas di piazza Dante. Ogni mattina ha servito ai tavoli della mensa: «Un ragazzo molto riservato - racconta Maria, volontaria anche lei - ho sempre saputo chi era e perché era in carcere ma non ne abbiamo mai parlato. Un ragazzo discreto e con tante attenzioni. Per tutti noi che abbiamo lavorato con lui, è difficile immaginare cosa abbia passato. Qui ormai tutti conoscono la sua storia e abbiamo cercato di aiutarlo, di non farlo sentire escluso». Lo stesso raccontano i colleghi nella sede di viale Armando Diaz: «È sempre il primo a farsi avanti per aiutare durante le ore di volontariato». Dopo l'impegno come volontario, ogni pomeriggio Guede lavora invece nel Centro studi criminologici di piazza San Francesco. Ma non ieri: «Nel suo primo giorno di libertà - spiega l'avvocato Ballarini - ha deciso di non andare al centro, anche per non attirare l'attenzione dei media». In tanti, anche nel palazzetto del centro, in questi mesi hanno conosciuto Rudy. E tutti lo descrivono come «ragazzo educato e per bene. Arriva in sella alla sua bicicletta - racconta Loredana Melini, una residente del palazzetto - ha sempre un sorriso per tutti». 

IL COLLOQUIO Con il legale che ha seguito la vicenda giudiziaria dal 2009, Guede ha avuto un lungo incontro ieri mattina nello studio di via Guglielmo Marconi. Un colloquio per confrontarsi anche sul futuro. Ora che è tornato un uomo libero, in attesa di discutere la tesi di laurea in Scienze storiche del territorio all'università di Roma Tre il prossimo giugno, è in cerca di un lavoro. Ma: «Non escludo la possibilità di tornare a Perugia» ha detto il ragazzo. Lì infatti ci sono ancora molti affetti cari che in questi lunghi anni lo hanno assistito. «Vuole essere dimenticato e qui, a Viterbo, non è facile. Anche se c'è una rete di protezione, persone che lo sostengono e lo hanno sempre aiutato. Ha avuto già dei contatti, l'ho aiutato io per primo. Gli hanno offerto lavori in bar e ristoranti di zona. Ma vuole prima terminare gli studi» spiega l'avvocato Ballarini. Che precisa: «Non era sorpreso della notizia del termine della sua pena, aspettavamo solo la conferma. Da adesso Rudy che in carcere è diventato un uomo può iniziare una nuova fase della sua vita». Il professor Mariani invece, «zio Claudio» come lo chiama oggi Rudy, le reazioni del giovane alla riacquistata libertà sono state diverse. «Sono spaventato e allo stesso tempo confuso», ha commentato con il medico che lo ha accompagnato negli ultimi anni nel percorso di studi. Dal diploma di scuola superiore all'università: «Non parliamo mai del passato - racconta Mariani - perché tutta questa esperienza lo deve accompagnare nella vita che lo aspetta e che ha cominciato a costruire già durante la lunga detenzione. Ma per poterlo fare, almeno per il momento, chiede di restare in silenzio».

Da "leggo.it" il 23 ottobre 2021. Amanda Knox è diventata mamma: la bambina si chiama Eureka Muse Knox-Robinson. Lo annuncia la stessa Knox al New York Times, al quale racconta di aver partorito nei mesi scorsi e di averlo tenuto nascosto per il timore dei paparazzi. L'intervista cade a dieci anni dalla sua assoluzione per l'omicidio di Meredith Kercher. Knox vive ora non lontano da Seattle e con il marito Christopher Robinson sta valutando progetti da portare avanti per arrotondare le entrate. Fra questi un documentario per esplorare il rapporto fra la ragazza e il pm Giuliano Mignini, che ora è andato in pensione e sta lavorando a un libro. Durante il suo viaggio in Italia nel 2019 Knox gli ha fatto recapitare una lettera in italiano, chiedendogli se voleva avviare un dialogo con lei. Mignini si è mostrato aperto all'idea. Amanda Knox però ammette: «Continuo a dire a Chris che vorrei andare in posto dove posso pagare il mutuo senza dover rivivere la peggiore esperienza della mia vita».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 20 novembre 2021. Amanda Knox ha raccontato di aver inviato numerosi messaggi alla famiglia dell’ex amica e coinquilina Meredith Kercher dopo essere stata ingiustamente accusata di averla uccisa. La Knox ha detto che si ritrova a pensare «Oh mio Dio, avrei potuto essere io». Ma, ora che ha avuto una figlia, ha detto anche di riuscire a mettersi nei panni della madre di Meredith. Il 1° novembre 2007 Meredith, studentessa dell’Università di Leeds a Perugia con il programma Erasmus, è stata assassinata. Knox e il suo fidanzato, Raffaele Sollecito, sono stati incarcerati e poi rilasciati nel 2011 dopo un appello contro la loro condanna. È stato invece condannato Rudy Guege, un uomo del posto, dopo che alcune tracce del suo Dna sono state trovate sul corpo della Kercher nella stanza in cui è morta. Alla domanda se avesse già parlato con la famiglia di Kercher, Amanda - ora tornata negli Stati Uniti d'America - ha risposto: «No, non ancora. So che è una situazione complicata. Non mi è chiaro a questo punto cosa provano per me». «E non voglio forzare una relazione se per loro è traumatica». «Così ho inviato loro messaggi tramite intermediari dicendo loro che vogliono avere una relazione. Voglio parlargli. E sto aspettando di vedere se è qualcosa che vogliono anche loro». «Voglio la stessa cosa che vogliono loro. Voglio sapere la verità. Voglio sapere cosa è successo a Meredith. Voglio che sia riconosciuta per quello che era, e voglio che la loro sofferenza sia riconosciuta per quello che è. E voglio che ottengano la conclusione che meritano. Lo voglio anche io». «Ecco perché provo sentimenti davvero complicati nei confronti del suo assassino, Rudy Guede, perché anch'io ho passato del tempo in prigione. Perché è fuori». Guede è stato condannato nel 2008 per la morte di Kercher, ma è stato rilasciato dal carcere alla fine dello scorso anno e sconterà gli ultimi anni della sua condanna a 16 anni facendo servizio alla comunità. Amanda, che è diventata nota alla stampa come "Foxy Knoxy" quando il caso giudiziario in Italia ha attirato l'attenzione internazionale, ha dichiarato: «So che era molto giovane quando ha preso questa colossale e orribile decisione di violentare e uccidere Meredith». «Non so come si sente a riguardo oggi. Spero che se ne penta. In realtà non ha dimostrato di riconoscere quello che ha fatto, e non ha ammesso di averlo fatto e non ha chiesto perdono, quindi non mi dà speranza che si senta davvero riabilitato». «Forse si sente una fottuta vittima anche lui perché era un ragazzo che è stato abbandonato da suo padre, portato in affido in Italia (esatto), edi è andato fuori controllo passando dal furto con scasso, fino a quando non ha fatto una gran cazzata». La Knox si è poi lamentata del fatto che il suo nome sia diventato sinonimo dell'uccisione di Meredith, e continua ad esserlo nonostante sia stata completamente scagionata.

Da iene.mediaset.it il 4 novembre 2021. Domani, venerdì 5 novembre, in prima serata su Italia1, nuovo appuntamento con “Le Iene” con Nina Palmieri, Veronica Ruggeri e Roberta Rei. Amanda Knox parla in esclusiva e per la prima volta ai microfoni della trasmissione e della tv italiana in generale, a distanza di 10 anni dal suo rientro negli Stati Uniti e dopo 14 anni dall’omicidio di Meredith Kercher. Per la vicenda di cronaca che tutti ricordano, insieme a Raffaele Sollecito, la Knox era stata prima condannata, poi assolta in appello, poi nuovamente condannata (a seguito della decisione della Cassazione di ripetere il processo), infine ritenuta definitivamente non colpevole dall’accusa di aver ucciso la coinquilina a Perugia. La sentenza chiuderà per sempre la vicenda giudiziaria, ma il dibattito, anche a distanza di molti anni, non si è esaurito. Ancora molte, infatti, le domande aperte e il pensiero che l’opinione pubblica, qui nel nostro Paese, almeno per quanto riguarda Amanda Knox, sia ancora fortemente colpevolista. Volato a Seattle dove la donna ora vive e lavora, Gaston Zama l’ha incontrata per conoscere la sua opinione, sia sulla vicenda di cronaca di cui era una dei protagonisti, sia per capire meglio quello che sembra avere alcuni punti in comune con la storia di Chico Forti, l’imprenditore italiano che nel 2000, negli Stati Uniti, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike. Trasmesso recentemente dell’emittente americana CBS, infatti, il reportage dedicato alla vicenda del nostro connazionale pone la domanda “Chico Forti is the italian Amanda Knox?”. Nel servizio anche le parole di Raffaele Sollecito, con cui la Knox, ai tempi del delitto di Meredith, aveva una relazione sentimentale, raggiunto in un secondo momento dall’inviato: 

Questi alcuni stralci delle interviste ai due: 

Zama: Questa è la prima volta che accetti di parlare con la tv italiana, non l’avevi mai fatto, come mai?

Knox: In 4 anni di carcere ho visto i media italiani dipingermi come la più brutta persona, non mi conoscevano, non mi parlavano. Hanno inventato la persona più brutale del mondo. 

Zama: Ma quando dici che i media hanno distorto la tua immagine a cosa ti riferisci?

Knox: L’immagine di me era di una bugiarda, razzista, ossessionata dal sesso, che voleva male alla gente. Tutto quello che di più brutto si può dire di una donna l’hanno riferito a me. 

Zama: Ti riferisci anche alla descrizione del rapporto che è stato fatto di te e Raffaele?

Knox: Io e Raffaele siamo stati dipinti nel modo in cui l’accusa ha voluto dipingerci, così da convincere le persone della nostra colpevolezza. È difficile andare nella vita quando sei collegata a una vicenda così tragica e orrenda come l’omicidio, quando non c’entri niente. Resta addosso, come è rimasto addosso a Raffaele. So che anche lui soffre. […] 

Sollecito: Dopo il male che mi è stato fatto, dopo gli errori che in questo caso sono stati fatti, l’ingiustizia rimane. L’assoluzione passa in secondo piano, non se ne parla più tanto e mi trattano come una persona che l’ha fatta franca. 

Zama: A chi ti riferisci?

Sollecito: Sia ai media che ai magistrati che sono stati parte dell’accusa. Purtroppo, la narrazione mediatica, soprattutto quella di cronaca, è strettamente legata al teorema accusatorio della procura. Alcune notizie che sono venute fuori da lì erano estremante private e non c’era motivo di tirarle fuori. 

Zama: Tipo?

Sollecito: A chi poteva interessare quanti uomini aveva avuto Amanda? 

Su Rudi Guede, unico condannato nella vicenda:

Zama: Cosa hai pensato quando hai visto che, due anni fa, stava uscendo dal carcere?

Knox: Non lo conosco, posso solo pensare su quello che so. So che ha ucciso Meredith e so che lui non ammette di averlo fatto e che punta il dito contro di me e Raffaele. Cambia sempre versione per allontanarsi, soprattutto dopo essere stato arrestato. Penso che lui non si sia reso veramente conto delle conseguenze delle sue azioni. Lui era un uomo armato contro una donna senza arma, non deve essere per forza più complicato di così.

Sugli interrogatori a cui sono stati sottoposti: 

Zama: Rispetto a quella notte qualcuno mette nero su bianco la vostra presenza nella casa in via della Pergola, e che non si arriverà mai a una verità definita, che non si può parlare di giustizia per Meredith: cosa rispondi a chi dice questo? 

Knox: Penso ci siano tutte le prove e tutti gli elementi per capire cosa sia successo quella notte e tutte portano a Rudy Guede. Non ci sono prove che ci collegano a quell’omicidio. È il motivo per cui tutt’ora c’è la sensazione che tutta questa storia non sia chiusa del tutto. […] 

Infine, su Chico Forti la Knox dice: 

Knox: Sono stata molto commossa dall’onda di solidarietà degli italiani nei suoi confronti che mi ha ricordato quella che gli americani hanno rivolto su di me. La giustizia americana ha fatto malissimo a lui. Nelle due vicende molte cose sono simili. Il suo interrogatorio non è stato registrato, poi hanno costruito un caso contro di lui che era privo di evidenze. Di quella sabbia trovata non c’è la foto. Hanno dimenticato di quelle tracce di sangue che venivano dal mare invece che dalla strada. Questo caso è imbarazzante, non ci sono prove contro di lui. La polizia ha deciso sin da subito il colpevole e nel momento in cui per loro l’evidenza era un ostacolo hanno inventato altre prove. Questo è un esempio non solo di incompetenza ma anche di corruzione. 

Zama: Cosa penseranno gli italiani nel sentirti parlare a supporto di Chico Forti?

Knox: C’è un pregiudizio su di me come qui, negli Stati Uniti, c’è per Chico. Mi vedo in lui, riconosco quella sofferenza e quella speranza di essere riconosciuto per quello che è.  L’Italia è importante per me. Io non porto rancore nei confronti dell’Italia e so che gli italiani che continuano a odiarmi, odiano un’idea di me che non esiste. E non è colpa loro. Sono stati messi davanti a una storia falsata, sono stati ingannati, quindi non è colpa loro. In ogni caso sono felice di poter offrire il mio punto di vista per aiutare un italiano. Tutti i sistemi giudiziari oscillano e fanno degli errori. Non si può dare per scontata la giustizia, non è qualcosa che ti viene semplicemente data, anche se te la meriti, ma qualcosa per cui devi lottare e Chico lo farà per il resto della sua vita. 

L'ultima della Knox: così ha nascosto la figlia (dal nome bizzarro). Francesca Galici il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Amanda Knox ha partorito la sua prima figlia in gran segreto per paura dei paparazzi: il nome della piccola fa già discutere. Nelle scorse ore, Amanda Knox ha rivelato in esclusiva al New York Times di aver partorito nei mesi scorsi la sua prima figlia, chiamata Eureka Muse Knox-Robinson. Solo a distanza di svariate settimane l'ex studentessa di Perugia ne ha dato annuncio. Il motivo? La Knox ha affermato di aver tenuto il segreto "per il timore dei paparazzi. Sono ancora molto in ansia per l’invasione della mia vita da parte dei paparazzi. Temevo si affollassero davanti alla porta di casa". Il Ny Times ha cercato la Knox per intervistarla a distanza di 10 anni dalla sentenza che l'ha assolta per il delitto di Perugia, del quale è rimasta vittima Meredith Kercher, studentessa inglese e coinquilina della Knox a Perugia. Non appena ne ha avuto la possibilità, Amanda Knox ha fatto ritorno a Seattle e ha lasciato l'Italia. Ora vive non distante dalla metropoli, in una cittadina tranquilla insieme a suo marito Christopher Robinson, con il quale è convolata a nozze nel 2018. "Continuo a dire a Chris che vorrei andare in un posto dove posso pagare il mutuo senza dover rivivere la peggiore esperienza della mia vita", ha detto Amanda Knox nel corso dell'intervista. Una richiesta utopica, vista l'eco mediatica che ha provocato la morte di Meredith Kercher, il cui delitto è ancora avvolto da importanti zone d'ombra. Amanda Knox si è sempre detta innocente, la sentenza della Cassazione ha confermato la sua posizione di estraneità ai fatti, ma l'opinione pubblica italiana non sembra aver accettato la decisione del tribunale. Oggi, Amanda Knox lavora come giornalista e attivista. La vicenda italiana ha profondamente segnato la sua vita e pochi mesi fa l'ex studentessa ha deciso di riprovare a monetizzare prendendo spunto dalla vicenda giudiziaria che l'ha vista coinvolta, realizzando un documentario che ne ripercorra le tappe fino all'assoluzione e al ritorno negli Stati Uniti. Anche per questo motivo nel 2019, quando è tornata in Italia per una vacanza, Amanda Knox ha preso contatti con il pm Giuliano Mignini attraverso una lettera, chiedendo di avviare una collaborazione per la pubblicazione di un libro. Sembra che Amanda Knox abbia sviluppato una forte passione per i documentari, tanto che anche la sua gravidanza, dal concepimento fino alla nascita, potrebbe diventare oggetto di un racconto che, al momento, è stato fatto solo attraverso dei podcast. L'ha annunciato qualche settimana fa, rivelando anche di aver perso un bambino nei mesi precedenti, facendo capire in maniera non troppo velata che la colpa sarebbe potuta essere proprio della vicenda giudiziaria italiana.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Omicidio sociale": la criminologa Marica Palmisano svela cosa è accaduto a Sollecito in Francia. Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 19 ottobre 2021

Francesco Fredella è nato nel 1984. Pugliese d'origine, ma romano d'adozione. Laureato in Lettere e filosofia a pieni voti, è giornalista professionista. Si occupa di gossip da sempre diventando un punto di riferimento nel jet-set televisivo. Collabora con Libero, Il Tempo, Nuovo (Cairo editore). E' uno degli speaker della famiglia RTL102.5, dove conduce un programma di gossip sul digital space. E' opinionista fisso di Raiuno e Pomeriggio5.

Criminologa e grafologa. Ore ed ore di perizie in Tribunale, migliaia di pagine e fascicoli impolverati da studiare. Una realtà che conosce bene Marica Palmisano, consulente di Raffaele Sollecito. Un caso, sicuramente, molto complesso dopo la morte Meredith Kercher, la studentessa americana trovata senza vita a Perugia a novembre del 2007. I primi indagati furono Amanda Knox e Raffaele Sollecito (oggi ingegnere), che si professano sin da subito innocenti. Sollecito è stato assolto dai fatti prima nel 2011 quando la Corte d'assise d'appello lo dichiara estraneo al delitto di via della Pergola. Poi una nuova assoluzione arriva da parte della Suprema Corte. “La stampa l’ha distrutto. Il pericolo maggiore l’abbiamo riscontrato in Francia. Avevamo trovato una collocazione per lui, ma una delle risorse umane quando ha saputo che si trattava di Raffaele Sollecito lo ha mandato via. Per me è stato un omicidio sociale”, tuona a Libero la criminologa. “Ad oggi, dopo la sua testardaggine, non ha mai mollato la presa è riuscita a collocarsi in un’altra azienda. Credo che sia la quattordicesima che cambia. La gente lo riconosce come un assassino, ma non è così. Nel suo tracciato psicologico della sua vita c’è una rilevanza molto forte”. Marica Palmisano, che è molto attiva anche nel campo dell’associazionismo, dirige con Edoardo Schina ASISFOR ALATA- SCUOLA ITALIANA DI SCIENZE FORENSE. “In carcere cerco di tenere occupati i detenuti. Ed è una delle tante attività. Mi sono occupato del caso di Sollecito per cercare di inserirlo nella società dopo il suo periodo di detenzione. E’ stato assolto, non è colpevole, ma per l’opinione pubblica resta colpevole. Purtroppo”, confessa a Libero. Anche durante la gravidanza Marica lavora ore ed ore. Senza fermarsi. “In questa fase della mia vita ho toccato con mano quello che accade alle donne colpite da depressione post parto, che colpisce tutti: i manager o le casalinghe”, continua. “Di storie ne ascoltiamo tante. Con la mia attività cerchiamo un ponte comunicando tutto affinché si capisca che nessuna donna è sola”. Marica, poi, dice di esserci passata per prima: “Io sono una tipa strong. Ho partorito da pochi giorni e mi sono rimessa a lavorare perché sono una libera professionista come tantissime altre donne”. Oggi, più che mai, la criminologa parla della condizione delle donne. “Viviamo in una società aperta, ma in realtà non si presenta così. Forse in maniera diversa”, continua.  “Durante la gravidanza tutto quello che circola attorno al periodo della mia professione è stato attaccato da chi ha trovato il modo per infiltrarsi nella mia professione”, tuona. Ma Marika, con la sua associazione, si occupa anche della grafologia. “Dai disegni dei bambini si capisce molto: il disagio, ad esempio, è comunicato attraverso i disegni dei bambini”, continua la criminologa. Combatte da sempre il bullismo e lo fa con tutti gli strumenti che ha in mano. “A 360° mi occupo della prevenzione contro ogni forma di discriminazione e violenza”, continua Marika. Che mette le cose in chiaro: “Il criminologo non va solo sulla scena del crimine, ma crea un vero e proprio identikit (non inteso solo come un disegno del volto di un presunto killer), ma l’inquadramento di uno spettro sociale in cui viviamo”.

"Una storia horror? Studiare in Italia", Amanda Knox di nuovo nella bufera. Francesca Galici il 24 Luglio 2021 su Il Giornale. I continui riferimenti di Amanda Knox al delitto di Perugia tramite social non piacciono agli utenti. Lei sbotta e si difende. Amanda Knox torna a far parlare di sé ironizzando sui social sul delitto di Perugia che l'ha vista protagonista della cronaca nera italiana per lunghi anni. L'ex studentessa americana è stata accusata di aver partecipato al delitto di Meredith Kercher, studentessa inglese barbaramente accoltellata nel suo appartamento nel capoluogo umbro nel 2007. Amanda Knox ha trascorso 4 anni in cella in Italia prima di essere assolta dalla corte di Cassazione nel 2015. L'ultima polemica social che l'ha travolta nasce da un piccolo gioco, come ce ne sono tanti su Twitter: "Racconta una storia horror in cinque parole". Il tweet, proveniente da un account in lingua inglese, è stato notato da Amanda Knox, che non si è tirata indietro e ha commentato: "Indimenticabile studio all'estero in Italia". In tanti hanno sobbalzato per questo tweet dell'americana, considerato fuori luogo e poco rispettoso per la morte di Meredith Kercher, che ancora non avuto giustizia. Moltissimi i commenti ricevuti da Amanda Knox, molti dei quali eccessivi e offensivi nei suoi confronti. Tuttavia sono stati molti di più quelli che, con toni educati e con razionalità, hanno fatto notare all'ex studentessa che questo atteggiamento sminuisce la tragedia di quanto accaduto a Perugia. Immediata la risposta dell'americana, che ha difeso il suo tweet e il suo modo di porsi in questa vicenda, tirando in ballo anche presunti atteggiamenti misogini. "Il danno alla mia reputazione, che ancora mi porto dietro a causa di una condanna ingiusta, è incalcolabile, ma eccone un assaggio. Ho fatto una battuta su quella volta in cui sono stata orribilmente rinchiusa in una prigione per quattro anni per un omicidio con cui non avevo niente a che fare e ricevo queste risposte. Queste persone pensano o che io sia un'assassina o che io non abbia il diritto di ridere del mio trauma", ha scritto la donna, allegando gli screenshot di alcuni commenti ricevuti. Amanda Knox, quindi, ha proseguito: "Perché? A causa di oltre un decennio di copertura mediatica diffamatoria e a causa della misoginia. Queste persone mancano di compassione e immaginazione. Si rifiutano, infatti, di immaginare cosa ho passato: la mia compagna di stanza uccisa da Rudy Guede, un uomo di cui probabilmente non conoscono neanche il nome, essere giudicata colpevole del suo crimine e diffamata su scala globale per il resto della mia vita, nonostante la mia assoluzione definitiva e nonostante la mia condanna sia un esempio da manuale di come la giustizia possa sbagliare".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Amanda Knox, "disgustosa, stai zitta": è polemica per le parole sull'Italia. Libero Quotidiano il 24 luglio 2021. Utenti del web contro Amanda Knox. La scrittrice americana è stata presa d'assalto dopo uno scivolone social, costatole carissimo, che rimanda alla sua detenzione in Italia dopo il delitto di Meredith a Perugia. Nell'ultimo post rispondendo a una domanda sulle storie dell'orrore personali da riassumere in cinque parole parla di "vacanza studio in Italia". Nel dettaglio la Knox se n'è uscita così: "Unforgettable study abroad in Italy", "l’indimenticabile vacanza in Italia". Immediata la replica di alcuni internauti italiani che l'hanno criticata a suon di "disgustosa", "stai zitta", "che simpatica" e "ogni tanto tiri fuori questo post". A quel punto la ragazza americana è stata costretta a intervenire: "Il danno reputazionale che porto ancora dalla mia condanna ingiusta è incalcolabile, ma eccone un assaggio. Faccio una battuta su quella volta in cui sono stata orribilmente rinchiusa in una cella di prigione per 4 anni per un omicidio con cui non avevo nulla a che fare, e ricevo queste risposte". E ancora: "Nonostante questa ingiustizia soffro ancora ogni singolo giorno della mia vita, tengo la testa alta. So che i miei fratelli e sorelle incarcerati ingiustamente mi sostengono. So che i sostenitori della giustizia penale capiscono". Amanda Knox ha passato 4 anni in carcere a Capanne per l’omicidio della coinquilina inglese Meredith Kercher, fino a quando è stata assolta definitivamente dalla Cassazione ed è tornata a vivere negli Stati Uniti. 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 9 luglio 2021. Amanda Knox ha rivelato di aver subito un aborto devastante e doloroso durante la pandemia. La Knox ha detto che la perdita di suo figlio le ha fatto chiedere se i suoi problemi di fertilità non fossero legati a qualcosa che le è successo in Italia. La 33enne, condannata e poi assolta per l'omicidio nel 2007 della sua ex coinquilina Meredith Kercher in Italia, ha parlato della perdita in una nuova puntata del suo podcast, durante la quale ha raccontato di aver dovuto affrontare uno straziante parto indotto dopo l'aborto spontaneo. Parlando del suo aborto spontaneo nel primo trimestre, Amanda ha raccontato il momento in cui hanno appreso che il loro bambino non aveva battito cardiaco - dopo che i medici avevano consigliato alla coppia di controllare dopo un'altra settimana. Tuttavia, quando sono tornati una settimana dopo, hanno ricevuto la devastante notizia che il loro bambino non ancora nato non era più cresciuto e che non c'era più battito cardiaco da trovare.  «Siamo tornati una settimana dopo... e non era cresciuto. Non ha avuto un battito cardiaco», ha ricordato, prima di ammettere di essere rimasta sbalordita dalla notizia, in parte perché non aveva sperimentato nessuno di quelli che credeva essere i segni rivelatori di un aborto spontaneo. «Questo mi ha confuso perché ho pensato: "Perché dovrebbe esserci un bambino morto che bazzica lì dentro?" Se non era vivo, perché non stava andando via» ha detto. «Il mio corpo non lo sapeva nemmeno, e mi è sembrato strano che qualcosa con cui il tuo corpo è così in sintonia... non lo sapeva? Non sapevo che potessi avere un aborto spontaneo mancato. A tutti gli effetti, ero incinta di qualcosa che non stava crescendo». I medici di Amanda hanno spiegato che il suo corpo probabilmente «avrebbe capito prima o poi». Tuttavia, l'induzione, che ha richiesto ad Amanda di prendere due pillole di prescrizione, l'ha lasciata in un'agonia orribile - che ha detto era diversa da qualsiasi cosa avesse mai sperimentato prima. «Sono andata in bagno a prendere le pillole e poi mi sono semplicemente sdraiata sul letto e ho aspettato che succedesse qualcosa», ha ricordato, spiegando che inizialmente non aveva preso gli antidolorifici che le avevano prescritto. «Non ho preso gli antidolorifici, pensavo che fosse l'ultima risorsa assoluta, probabilmente non ne avrei avuto bisogno», ha raccontato. «E ci è voluta circa mezz'ora prima che sentissi qualcosa. Ma dolore addominale come non ho mai provato prima. Stavo tremando. Alla fine non ce la facevo più, ho avuto bisogno delle pillole. Ne ho presi un po' e dopo mezz’ora sono stata meglio». «Per due giorni ho partorito sangue, batuffoli di sangue», ha detto. Ma il suo aborto spontaneo è stato, ha detto, incredibilmente sconvolgente, in particolare perché continuava a chiedersi se il suo bambino fosse da qualche parte nei "grumi" che vedeva nella toilette. «Ricordo che il ciuffo più grande aveva le dimensioni di una prugna», ha rivelato Amanda. Dopo aver attraversato il suo aborto spontaneo, Amanda ha iniziato a chiedersi se fosse da biasimare in qualche modo, ammettendo che si era persino domandata se «le fosse successo qualcosa mentre era in Italia» che avrebbe potuto causare problemi di fertilità. «Mi sono sentita incredibilmente delusa che fosse la storia della mia prima gravidanza in assoluto», ha detto. «Perché? Ho le uova marce e non l'ho mai saputo? Sono davvero troppo vecchia? Mi è successo qualcosa mentre ero in Italia?». Non ha specificato quali incidenti si siano verificati in Italia per causare un problema di fertilità, tuttavia nel suo libro del 2013, Waiting to be Heard, Amanda ha affermato di essere stata oggetto di molestie sessuali per mano di una guardia senior durante il suo periodo in carcere. Amanda ha anche detto che le è stata data una falsa diagnosi di HIV dal personale medico e che dopo il suo arresto nel 2007, quando aveva 20 anni, è stata costretta a spogliarsi nuda e ad allargare le gambe mentre un medico le misurava la vagina. «Il dottore ha ispezionato le labbra esterne della mia vagina e poi le ha separate con le dita per esaminare l'interno. Ha misurato e fotografato le mie parti intime», ha scritto il Daily News. Amanda ha trascorso quattro anni in una prigione italiana dopo essere stata condannata nel novembre 2007 per l'omicidio della sua ex coinquilina, la studentessa britannica Meredith Kercher, mentre vivevano insieme ad altre due donne in una casa condivisa nella piccola città di Perugia. Amanda, che è stata soprannominata "Foxy Knoxy" dalla stampa e il suo allora fidanzato Raffaele Sollecito sono stati entrambi condannati per l'omicidio di Kercher nel 2009. Ma Amanda è stata assolta dal crimine nel 2011 ed è tornata negli Stati Uniti, dopo aver trascorso quasi quattro anni in carcere. Si è rifiutata di tornare in Italia per un nuovo processo tre anni dopo - processo durante il quale è stata nuovamente condannata - prima che tale condanna fosse annullata dalla Corte Suprema italiana nel 2015.   

«Io dico no all’oblio: da innocente voglio essere testimone della mia storia». Intervista a Raffaele Sollecito: «Alcuni media continuano a massacrarmi e a ignorare la decisione della Cassazione del 2015. Sono vittima di una ingiustizia, in particolare degli errori commessi dallo Stato italiano, ma invece di poter essere libero di denunciare quanto mi è successo, sono ancora costretto a difendermi da chi non ha digerito la mia assoluzione». Valentina Stella su Il Dubbio il 7 giugno 2021. Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che ha anche criticato pesantemente le indagini. Inoltre tutte le acquisizioni probatorie successive al giudizio abbreviato conclusosi con la condanna di Rudy Guede hanno superato ed escluso il coinvolgimento di Amanda e Raffaele nell’omicidio di Meredith Kercher. Nel 2017, incredibilmente, a Sollecito è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché secondo i giudici sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori; successivamente ha deciso di fare causa allo Stato chiedendo oltre tre milioni di euro in virtù della legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Anche questa richiesta è stata respinta dal Tribunale di Genova. Ma lui non si ferma e va avanti con i ricorsi in tutte le sedi possibili. Tuttavia, dopo quasi quindici anni dai fatti e sei da una assoluzione piena, Sollecito deve ancora provare la sua innocenza perché, come dice lui in questa intervista, «continuano a processarmi e a condannarmi. Che diritti può avere un innocente se i magistrati e la stampa non rispettano una sentenza di assoluzione?». E aggiunge: «un colpevole che ha scontato la sua pena può giustamente pretendere il diritto all’oblio, io invece vorrei essere testimonianza affinché quello che è accaduto a me non accada ad altri».

Secondo lei come mai tanto interesse verso la vicenda che ormai si è conclusa processualmente nel 2015?

Da un lato questa storia suscita ancora interesse dal punto di vista giuridico e scientifico, se solo pensiamo a quanto si è dibattuto sul Dna e le tecniche di analisi. Dall’altro lato l’inchiesta e i successivi processi hanno avuto un impatto mediatico nazionale ed internazionale come pochi altri casi al mondo: è chiaro quindi che perduri una certa attenzione, e in generale non ci vedo nulla di strano. Il problema è come si continua a parlare di questa storia.

Perchè?

Io sono innocente, ho subìto un danno ancora mai risarcito e mi riferisco ai quattro anni che ho trascorso in carcere a causa di indagini condotte maldestramente. Nonostante io sia stato vittima del sistema giudiziario, nonostante io sia stato assolto, c’è ancora qualcuno che mi tratta da colpevole. Tutto questo rappresenta un forte peso che mi porto sulle spalle, è una croce che abbraccio quotidianamente. In altri Paesi democratici e civili la mia storia sarebbe raccontata per far sì che quello che mi è successo non accada più. In Italia invece continuano a processarmi.

Quindi lei non sarebbe favorevole ad avvalersi del diritto all’oblio?

Penso, per esempio, che una persona che è stata condannata e ha scontato la sua pena ha tutto il diritto di voler essere dimenticata e ricominciare a vivere nella società, lasciandosi alle spalle le vicende giudiziarie. Per me è diverso: io sono stato vittima degli errori commessi da alcuni magistrati, ho fatto quattro anni da innocente in carcere. Quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque, quindi io vorrei poter essere testimone della mia vicenda e sperare che non accada più a nessuno quello che è capitato a me e ad Amanda. Vorrei poter intraprendere la strada che sta percorrendo, ad esempio, Jessica Notaro, la ragazza aggredita con l’acido dal suo ex ragazzo. Lei è stata vittima di un brutale reato e ora gira l’Italia per raccontare la sua storia, per sensibilizzare quante più persone possibili. Anche io sono vittima di una ingiustizia, in particolare degli errori commessi dallo Stato italiano, ma invece di poter essere libero di denunciare quanto mi è successo, sono ancora costretto a difendermi da chi non ha digerito la mia assoluzione.

A cosa si riferisce?

Alcuni media continuano a massacrarmi e a rinnegare quanto deciso dalla Cassazione nel 2015. Ultimamente è andato in onda un documentario che ancora si chiede chi abbia ucciso Meredith. L’aspetto che mi lascia più sconcertato è che sono proprio coloro che mi hanno perseguitato ingiustamente- tra cui i pubblici ministeri che mi hanno accusato, Mignini e Comodi – insieme a giornalisti amici della Procura a continuare a mettere indubbio la mia assoluzione e a riproporre in televisione le tesi colpevoliste che sono state smontate dai successivi gradi di giudizio. Si arriva addirittura a ritenere che l’arma del delitto sia il coltello trovato a casa mia e che Amanda l’abbia pulito, ma è una falsità e ne abbiamo discusso nel corso di ben 5 processi. Come è possibile che stanno ancora lì a rifare il processo in televisione? Che futuro possiamo avere in questo Paese io e tutte le persone che hanno subìto la mia stessa sorte?

Il processo, stando alla sentenza della Corte di Cassazione, ha avuto «un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o "amnesie" investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Anche solo per questo bisognerebbe accettare in silenzio la decisione definitiva.

Assolutamente. E poi ripetono, come una filastrocca, per instillare il dubbio su me ed Amanda, che Guede non ha agito da solo e che pertanto rimane aperta l’ipotesi del concorso di persone nell’omicidio. Ma anche questo non è vero. Come ho raccontato qualche giorno fa in un video pubblicato sui miei social, nella sentenza definitiva della Cassazione che ha confermato la condanna in appello per Rudy Guede non si legge che è stato condannato in concorso. Inoltre in quella sentenza c’è scritto che ‘Per intanto occorre da subito sfuggire al tentativo, perseguito dall’impostazione tutta della difesa, ma fuori luogo nel contesto della decisione, di coinvolgere il collegio nell’avallo della tesi di una responsabilità di altri, che sono S.R. ed K.A’. A ciò va aggiunto che Guede è stato giudicato con rito abbreviato perché, secondo i suoi avvocati, il quadro probatorio non dimostrava nulla e non avevano niente da obiettare alle risultanze investigative degli inquirenti. Amanda ed io scegliemmo invece il rito ordinario, e le risultanze processuali emerse dai nostri gradi di giudizio hanno superato il quadro indiziario iniziale con cui è stato condannato Guede. Alcuni giornalisti non desiderano la verità ma vogliono soltanto arricchirsi alle spalle della vita di persone innocenti.

Come si sta muovendo a livello giudiziario in questo momento?

Mi trovo costretto a combattere contro lo Stato: mi è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione, quasi come se i 4 anni di carcere me li fossi andati a cercare io con la mia condotta. Per questo ci siamo rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Inoltre ora siamo in attesa dell’appello in merito alla mia richiesta di risarcimento danni in base alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Io non cerco vendetta, ma voglio giustizia e continuerò a portare avanti le mie battaglie civili. Io sono innocente, ma mi porto dietro tantissimi danni. Vorrei pensare ad altro, vorrei pensare alla mia vita e invece ogni volta c’è qualcuno che mi rifà il processo in piazza e mi condanna senza colpo ferire. In questo Paese democratico quanto contano i miei diritti, quelli di una persona innocente? Tutta questa situazione mi sconcerta, mi mette ansia e angoscia. Lo Stato con me ha sbagliato, ma continua a non riconoscere i propri errori. Se ognuno è libero di rifare i processi, se la mia condanna sarà quella di subire un processo a vita, ditelo chiaramente e prenderò i dovuti provvedimenti. Come posso affrontare il mio futuro in questo Paese?

Raffaele sollecito contro i “giornalai”: «Dopo 15 anni combatto contro notizie false». Lo sfogo del giovane assolto nel processo per l'omicidio di Meredith Kercher. Valentina Stella su Il Dubbio il 30 maggio 2021. A quattordici anni dall’omicidio di Meredith Kercher avvenuto nella notte tra il primo e due novembre 2007 nella villetta di via della Pergola a Perugia, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, assolti definitivamente dalla Cassazione nel 2015, sono ancora costretti a difendersi da pesanti illazioni che li vorrebbero complici dell’unico condannato per quel delitto, ossia Rudy Guede. Lo spiega bene proprio Raffaele Sollecitato in un video pubblicato sul suo canale Youtube dal titolo «Condanna in concorso è un’invenzione dei media» . Il suo sfogo dura poco più di 6 minuti: «Dopo quasi 15 anni dall’inizio del processo pensavo che in qualche maniera potessi occuparmi di altro invece di guardare all’atteggiamento di alcuni “giornalai”, che non si preoccupano minimamente di dare informazioni false. Il caso specifico è quello della notizia secondo cui Rudy Guede è stato condannato in concorso. Questa cosa è totalmente falsa. Ma l’obiettivo di questi giornalai è mettere ombre e nuvole sull’assoluzione mia e di Amanda Knox. Così non si rende giustizia a Meredith ma ci si riempie solo le tasche». Sollecito conferma quanto sostiene mettendo sotto il video uno stralcio della sentenza di Cassazione che ha condannato l’ivoriano in via definitiva a 16 anni di reclusione con rito abbreviato: «Il ricorso (della difesa di Guede, ndr) non ha fondamento e, pertanto, va rigettato. Per intanto occorre da subito sfuggire al tentativo, perseguito dall’impostazione tutta della difesa, ma fuori luogo nel contesto della decisione, di coinvolgere il collegio nell’avallo della tesi di una responsabilità di altri, che sono S.R. ed K.A., per l’omicidio aggravato dalla violenza sessuale, di Ke.Me.. La decisione a cui è chiamata questa Corte concerne, e solo, la responsabilità del G. in ordine al fatto contestato e dell’eventuale partecipazione di altri al delitto si dovrà tener conto solo nella misura in cui una tale circostanza valga ad incidere sul tema che costituisce l’impegno esclusivo in punto di riforma o conferma della declaratoria di responsabilità dell’imputato, quest’ultima del tutto condivisa dai giudici di primo e secondo grado». E il video si conclude: «Dopo quindici anni sono stanco di dover combattere contro dei giornalai che continuano a dire stupidaggini e falsità. Se un domani mi accorgo di nuovo che ci sono giornalai che scrivono, o fanno intendere, che Guede è stato condannato in concorso e che quindi bisogna scoprire chi è il colpevole, mi vedrò costretto a fare denuncia per diffamazione nei miei confronti. Perché così si lascia intendere che io e Amanda Knox siamo stati assolti per fortuna o per caso». Non è così infatti, e vale la pena ricordare cosa scrisse il 27 marzo 2015 la sentenza di Cassazione sulle indagini: «Un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante di clamorose defaillances o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Insomma, questi due ragazzi, seppur innocenti, sono condannati alla damnatio memoriae perché hanno purtroppo subito tutte le distorsioni del processo mediatico, in primis una stampa che, appiattita sulla tesi della Procura fin dall’inizio, si schierò immediatamente sul fronte colpevolista: «No all’orgia e l’hanno uccisa» (La Stampa), «Tre arresti per Meredith: Sono loro gli assassini» (La Repubblica), «Meredith uccisa con il coltello di Raffaele» (Il Giornale), solo per citarne alcuni. Non erano loro gli assassini ma hanno fatto comunque 4 anni di carcere da innocenti, mentre la stampa li mostrificava. Questa immagine accusatoria non scomparve neppure dopo l’assoluzione definitiva della Suprema Corte di Cassazione. Basti leggere l’articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, dopo la sentenza finale, che continuava a sostenere che la verità sostanziale non è quella processuale, è che i due ragazzi sono gli unici a poter essere logicamente considerati concorrenti del Guede nel delitto di omicidio di Meredith Kercher. Nessuno è obbligato a condividere le sentenze ma almeno si abbia l’onestà intellettuale di saper descrivere quello che le sentenze hanno deciso in punto di fatto e di diritto.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Morire di TSO.

Da leggo.it il 17 Dicembre 2021. La casa di cura per disabili era un vero e proprio incubo, con i pazienti torturati e maltrattati. Accade a Palermo dove i militari della Guardia di Finanza del comando provinciale hanno scoperto gravissimi episodi di maltrattamenti nella casa di cura 'Suor Rosina La Grua' di Castelbuono: i finanziari hanno eseguito un'ordinanza cautelare nei confronti di 35 persone accusate, a vario titolo, di tortura, maltrattamenti, sequestro di persona, corruzione, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione e frode nelle pubbliche forniture. Il gip ha anche disposto il sequestro della casa di cura e di disponibilità finanziarie per un valore di oltre 6,7 milioni di euro. Le indagini degli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo hanno riguardato una onlus che gestisce, in regime di convenzione pubblica «a ciclo continuo», servizi di riabilitazione per 23 pazienti con disabilità grave. Dieci indagati sono stati portati in carcere, per sette sono scattati gli arresti domiciliari, cinque sono stati sottoposti all'obbligo di dimora nel comune di residenza e tredici sono destinatari della misura interdittiva del divieto di esercitare attività professionali per un anno.

Le intercettazioni choc con le urla dei pazienti

È drammatico quel che emerge dalle intercettazioni effettuate nella casa di cura lager del palermitano dove i pazienti venivano picchiati e insultati. Nella sala «relax» venivano portati di peso, rinchiusi dentro e presi a calci e pugni. Poi venivano offesi: «Frocio», urlava un operatore e dopo l'ennesimo calcio chiudeva la porta. «Devi buttare il veleno dal cuore» diceva un altro inserviente della struttura. «È un manicomio, un lager nazista», commentavano, non sapendo di essere intercettate, alcune operatrici del centro mentre uno dei pazienti urlava: «Dottoressa mi faccia uscire. Avevamo detto cinque minuti, si mantengono i patti, i patti si mantengono». «Io ne ho certezza al 99% gli alzano le mani ai ragazzi, fin quando non ci sono le telecamere sta cosa… noi non ce la togliamo e vedi che è un reato penale - diceva una donna al telefono - I ragazzi erano vestiti come gli zingari, visto che non li lavavano, visto che il mangiare faceva schifo, visto che la struttura non era pulita». Un'altra operatrice intercettata, parlando con una delle indagate, le contestava: «20 mila euro, quello di parcelle tra lui e sua moglie, 60 mila euro lui e 70 mila euro l'anno sua moglie, senza che sua moglie a Castelbuono mettesse un piede, più tutti quello che tu hai sciupato che non vi spettavano, rimborsi chilometrici, rimborsi quando tua figlia se ne andava a Catanzaro all'università, i pannolini dei tuoi nipoti, i confetti, le autovetture». E un'altra: «Tu ce l'hai presente un manicomio? Uguale, identico, ci manca solo, gli ho detto che li legano ai letti e poi siamo a posto, siamo pronti per la D'Urso. Ci sono cose che sono oggettive. I bilanci non sono mai stati presentati, nella contabilità c'è manicomio, la struttura non è adeguata e non è a norma. Lì se campano o se muoiono, non interessa niente a nessuno».

Soldi pubblici usati per auto e regali

«Fino a quando si pagavano le vacanze e le facevano, bevevano cocktail, Spritz, bevevano Coca Cola, per 1000, 1500 euro, perché sono come porci». Così uno degli operatori della onlus finita sotto accusa per maltrattamenti ai pazienti disabili commentava gli sperperi di denaro che facevano i responsabili. La onlus era convenzionata con il Servizio Sanitario. «Noi siamo sotto scopa dell'Asp di Palermo, perché il padre del nostro amministrativo è una specie di funzionario dell'Asp di Palermo che ci tiene sotto - proseguiva - Quanto tu compri quarantamila euro di autovettura a nome del Centro e il Centro le paga, tu lo sai che non sono soldi soltanto tuoi? Quando tu in quattro anni i cambi quattro autovetture, racimoli centoventi, centotrentamila euro di autovetture tutte quante pagate dal Centro. A me mi rompe se ci revocano la convenzione perché quella è una gallina dalle uova d'oro». «Poi abbiamo preparato le ceste per l'Asp, si aggiravano attorno a 300 euro di ceste», raccontava.

Giusi Fasano per il "Corriere della Sera" il 20 giugno 2021. Come avete fatto a guardarvi allo specchio ogni mattina senza provare vergogna? Voi che avete trascinato, insultato, punito a calci, schiaffi, offese, digiuno, isolamento persone che avevano soltanto bisogno di sentirsi un po' amate: come avete fatto a dormire sonni tranquilli dopo giornate vissute da sadici aguzzini?

«Devi buttare veleno dal cuore» è una delle frasi intercettate dalla Guardia di Finanza. Ventitré disabili psichiatrici che «se campano o muoiono non interessa a nessuno», dice un'altra voce captata dai finanzieri.

«I ragazzi» - come li chiamavate - sedati dall'uso disinvolto di farmaci per stordirli e rendere meno faticosi i turni di tutti. E se per caso qualcuno di loro osava vivere, ragionare, chiedere qualcosa o - peggio - non ubbidire, scattava la regina delle punizioni: la stanza del «relax». 

Una camera vuota e buia, senza servizi igienici, dove trascinare il poveraccio di turno, cacciarlo dentro a calci e spintoni e abbandonarlo chiuso a chiave per ore. Roba da orchi o streghe cattive delle fiabe. Solo che qui siamo nella realtà. Siamo alla Suor Rosina La Grua Onlus, nel Palermitano. Nei video dell'inchiesta si vedono scene indegne, si sentono voci disperate e non a caso uno dei reati contestati è tortura. Uno sventurato urla e supplica: «Dottoressa mi faccia uscire». 

Non ottiene risposta e di nuovo implora: «Aveva detto cinque minuti e i patti si rispettano». Dunque la domanda è per la dottoressa dei patti non rispettati, ma anche per gli altri 34 indagati: come avete fatto a guardarvi allo specchio ogni mattina? E anche se siete fra quelli che non hanno mai alzato le mani sui «ragazzi», come avete potuto definire quel posto «manicomio» mentre ne parlavate fra voi e però non denunciare mai niente perché «a me mi rompe se ci revocano la convenzione, perché quella è una gallina dalle uova d'oro».

Gli amministratori e i soci della Onlus sono riusciti ad accreditarsi con la Regione Sicilia e a convenzionarsi con l'Asp di Palermo. Le uova d'oro sono (in cinque anni) 6 milioni e 200 mila euro a forza di documentazione falsa (così dicono le indagini). Questo autorizza una sola conclusione: controlli non fatti o fatti male. Ed è qui il punto. Dovremmo pretenderli per ogni luogo che ha a che fare con esseri viventi, quei controlli. Periodici, rigorosi, accurati, veri. Pretenderli. A cominciare da adesso.

Tobino, il "dottor follia" che fu contro la Basaglia. Luigi Mascheroni il 22 Dicembre 2021 su Il Giornale. Tornano i racconti di mare del medico-scrittore viareggino. Combatté la legge anti-manicomi. Pagandola molto cara...È vero. Mario Tobino (1910-91) non cominciò come scrittore della follia, alla quale - strega e amante - dedicò la sua vita letteraria e medica. La follia - «una malattia dell'intelletto, non del sentimento, che invece rimane integro», diceva - venne dopo, anche come materia narrativa. Il mare invece fu il primo personaggio della sua immaginazione. E il mare, i ricordi di ragazzo quando giocava coi figli dei marinai nel Piazzone di Viareggio, le vele, il porto e i vicoli, le storie di barche, di equipaggi e di vento, sono tutte cose che tenne per sempre nelle tasche del suo camice. Nato a Viareggio, città che pochi giorni fa, per i trent'anni dalla morte, era l'11 dicembre 1991, lo ha ricordato collocando nel punto di ingresso al molo una targa con incisa la sua poesia O Viareggio più bella dell'Oriente, un padre originario di Tellaro e un'infanzia ad ascoltare racconti che sanno di scialuppe e naufragi, Mario Tobino aveva il mare come destino. E mare fu. Aveva vent'anni, era reduce dall'unica avventura marinaresca della sua vita - sulla Pia, insieme con altri dieci uomini di equipaggio, fa un viaggio di un mese, dal mar Ligure a Napoli, Sicilia, Sardegna, Corsica fino alle paurose Bocche di Bonifacio, durante il quale sente tante storie che lo incantano - e al ritorno prova a scriverne una sua. S'intitolava La gelosia del marinaio. Un racconto, riletto oggi, perfetto. Sono gli anni Trenta, e quel racconto il giovane Tobino lo manda alla rivista Il Selvaggio, a Mino Maccari. Glielo pubblicò.

Insieme ad altre storie di mare La gelosia del marinaio esce in volume nel 1942 da Tumminelli e poi nella raccolta L'angelo del Liponard pubblicata nel '51 da Vallecchi, casa editrice che oggi, all'interno di un piano editoriale che prevede la riedizione delle opere dello scrittore viareggino, riporta finalmente in libreria. Rieccoli qui, i racconti. Uno più limpido dell'altro, cristallini: tutti maschi, tutti marinareschi, tutti misteriosi: Inizio della vita di un marinaio, Il vecchio marinaio, Un marinaio straordinario e ancora I due marinai, o il ferocissimo Quelli di Viareggio

Se la mente umana che Tobino da medico indagò tutta la vita è un labirinto impercorribile, le storie che raccontò da scrittore sono viaggi lungo rotte inesplorate, precise, esaltanti. Senza inventare nulla, creò nuovi mondi.

Stile letterario personalissimo, sensibilità umana unica e aderenza al dato scientifico, Mario Tobino è un classico del nostro secondo Novecento. Ma con quale fatica lo è diventato... Ci furono le poesie, poi i racconti di mare, quindi i giorni e le storie di guerra in Libia, dopo arrivò la stagione della Resistenza, i quarant'anni di lavoro e di scrittura nei manicomi prima di Bologna, Ancona e Gorizia e infine a Lucca, a Maggiano - che nei suoi libri diventa Magliano - e persino i due massimi premi letterari italiani: nel 1962 lo Strega con Il clandestino e nel '72 il Campiello coi racconti Per le antiche scale.

Eppure tutto ciò non bastò a salvarlo, o bastò molto poco, di fronte alla stampa, alla pubblica opinione, alla critica e alla nostra meglio intellighenzia quando Tobino, scrittore e medico fino ad allora riconosciuto e stimato, divenne uno dei più battaglieri avversari della Legge 180 del maggio 1978. Quella che impose la chiusura dei manicomi.

«Mio zio si oppose alla dottrina di Franco Basaglia, con il quale, sembra un paradosso, era amico, e ciò gli costò molto perché in quegli anni il problema del disagio mentale e dei manicomi fu estremamente politicizzato», ricorda oggi Isabella Tobino, figlia del fratello Piero e presidente della Fondazione «Mario Tobino» che dal 2006 promuove l'opera dello scrittore e ha sede dentro l'ex ospedale psichiatrico di Maggiano. «Lo zio fu strumentalizzato contro la sua volontà, fu accusato di essere un conservatore, addirittura un reazionario Ma come?!, diceva, sono stato un partigiano, ho partecipato al movimento di liberazione, non sono mai stato un uomo di partito, e mi attaccano politicamente perché dico no alla chiusura dei manicomi?. E così fu emarginato dalla Sinistra dell'epoca...». La libera mente di Magliano.

E sì che Mario Tobino da studente, pur innamorato della letteratura, scelse la facoltà di Medicina per obbedire al padre farmacista che lo voleva più libero - professionalmente, economicamente intellettualmente - rispetto a Legge o Lettere... E invece.

E così fu medico. Poi l'orientamento verso la psichiatria - «Mi ero accorto di avere una certa disposizione a sentire i moti dell'animo altrui. Stavo attento a ciò che gli altri pensavano, tentavo istintivamente di andare al di là del loro silenzio», raccontò in un'intervista bellissima, dei primi anni Ottanta, che abbiamo trovato in una cartelletta strapiena di ritagli nell'archivio del Giornale. Da lì, la scelta di esercitare la professione nei manicomi fu una naturale conseguenza. E quello di Maggiano - Lucca, reparto femminile, dal dopoguerra alla legge Basaglia e oltre - una scelta. Nasce lì la trilogia della pazzia. Le libere donne di Magliano (1952), Per le antiche scale (1972) e Gli ultimi giorni di Magliano (1982).

Ed ecco la crudeltà, la tenerezza, le furie, e le ire, le luci e le ombre del mistero della condizione umana. È ciò che spinge Tobino, corporatura massiccia e sensibilità finissima, non solo a lavorare, come qualsiasi altro medico, ma a vivere dentro l'ospedale. Per 40 anni. Qui, in mezzo ai suoi matti - «Non si può comprendere, seguire, svelare la follia, se non si vive col malato» predicava - in due stanzette sei metri per quattro (che ci sono ancora, rimaste tali e quali le lasciò lui, «e visitate da molta gente, anche studenti», dice orgogliosa Isabella Tobino) scrisse i romanzi, i versi, i «diarucci», e ci mise la sua di anima. Quando ancora non esistevano gli psicofarmaci, che per Tobino aprirono le porte alla Basaglia: Tobino vedeva nella follia una tremenda manifestazione della vita che i farmaci annullavano. E quando la pazzia si presentava con la sua autentica personalità: «Ogni malato era diverso dall'altro come la gente che va per strada: la follia si manifestava con limpidità: nella sua assolutezza, nella sua forza, e anche nel suo fascino». Un fascino forse perverso, e che Tobino innegabilmente subì. Da qui la sua difesa del manicomio: «Una famiglia non può reggere un vero malato di mente. Io continuo a chiedermi, pensando alle migliaia di esseri umani che ho conosciuto e curato: chi li difenderà?». E la sua avversione alla Legge 180: «Bisognerebbe sapere quale è stato il numero dei morti dovuti a quella Legge. Ne sono morti a migliaia. Come si fa a dire che la colpa della follia è della società? Come si fa a dire che la malattia mentale non esiste?». Erano cose che all'epoca non si poteva dire.

E oggi? «Oggi - ammette la nipote dello scrittore che ascoltava i folli - la damnatio memoriae sembra superata, almeno un po', e si torna a leggerlo per il grande narratore che è e anche a rivalutarlo per il medico che fu. Mario Tobino ha tanti nuovi lettori così come ci sono tanti psichiatri che mi confessano di aver intrapreso la loro strada professionale grazie alla lettura delle sue opere». Come i malati guariscono, a volte gli scrittori rinascono.

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021).

Il “tso politico” allo studente di Fano. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. Alessandro A. Negroni, presidente Associazione Radicale Diritti alla Follia, su Il Dubbio il 21 maggio 2021. L’Associazione Radicale Diritti alla Follia (di cui chi scrive è presidente) già il 6 maggio è intervenuta per chiedere alle autorità competenti l’immediato rilascio di uno studente di un istituto superiore di Fano sottoposto a tso per malattia mentale per aver rifiutato di indossare la mascherina al banco, ossia per aver voluto respirare senza impedimenti, e per aver manifestato a scuola il proprio dissenso dall’imposizione della mascherina. I contorni precisi del caso sono in corso di definizione, pare che formalmente il tso per malattia mentale sia scattato quando il giovane era già stato portato al pronto soccorso (su che base di diritto e di fatto non è dato sapere) per essere sottoposto a un tampone (e ancora non è dato sapere su che base), ma il discorso poco cambia. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. La normativa (artt. 33, 34 e 35 della legge n. 833 del 1978) stabilisce che sia possibile ricorrere al tso per malattia mentale in regime di ricovero ospedaliero solo se sussistano determinate condizioni, tra le quali la sussistenza di una “malattia mentale” e la presenza in atto di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici. Lo studente di Fano non è persona affetta da “malattia mentale”, salvo considerare una manifestazione di dissenso rispetto a un obbligo imposto dal governo (quello di indossare una mascherina) e delle opinioni dissenzienti un “sintomo” di malattia mentale e di disturbo delirante. Il “problema” è che la libertà di manifestazione del pensiero non è una “malattia mentale”, al contrario «la libertà di manifestazione del pensiero è tra le libertà fondamentali proclamate e protette dalla nostra Costituzione, una di quelle anzi che meglio caratterizzano il regime vigente nello Stato» (Corte cost., sentenza n. 9/1965). E il problema è altresì che la diagnosi psichiatrica, per essere accettabile e plausibile in uno Stato di diritto liberale e democratico, non può e non deve mai essere utilizzata per la repressione del dissenso di carattere politico o per contrastare opinioni non gradite al potere oppure in contrasto con le opinioni della massa; lo stesso Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), la “bibbia” della psichiatria, avverte significativamente l’esigenza di sottolineare come «comportamenti socialmente devianti (per es., politici, religiosi o sessuali) e conflitti che insorgono primariamente tra l’individuo e la società non sono disturbi mentali». Neppure si comprende ove fossero le “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”, salvo considerare che la costituzionalmente legittima manifestazione di dissenso attuata dallo studente di Fano (peraltro in modo pacifico) sia qualcosa da “curare” a mezzo trattamenti sanitari e similmente dicasi per un eventuale rifiuto di sottoporsi a tampone tutelato dal diritto al consenso informato fondato sugli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione (in tal senso già Corte cost., sentenza n. 438/2008). Si consideri peraltro come anche in presenza una manifestazione violenta di dissenso la risposta di uno Stato di diritto non possa consistere nel ricorso a trattamenti sanitari, bensì nel ricorso all’azione delle forze di polizia e alla repressione penale (con tutte le garanzie riconosciute ai cittadini in materia). Vi è poi da evidenziare il ruolo passivo del sindaco di Fano, Massimo Seri, che con quella che appare essere una notevole leggerezza ha firmato un’ordinanza di tso per malattia mentale nei confronti di un giovane studente che stava manifestando un dissenso di natura politica ed eventualmente esercitando il proprio diritto al consenso informato. Un ruolo del sindaco che non può e non deve essere “passivo” essendo chiamato a firmare un’ordinanza che incide direttamente su diritti costituzionalmente protetti (ivi compresa la libertà personale) dei cittadini e di cui è formalmente responsabile a fronte della “proposta” di tso per malattia mentale avanzata da un medico. Come Associazione Radicale Diritti alla Follia in collaborazione con lo Studio Legale Capano (di Michele Capano, nostro tesoriere e tra i principali animatori dell’Associazione) abbiamo elaborato e notificato al tribunale di Pesaro un ricorso avverso la convalida del tso emessa dal giudice tutelare competente, anche con gli opportuni riferimenti alla Cedu e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, sollevando al contempo diverse questioni di legittimità costituzionale della vigente normativa in materia di tso per malattia mentale. In conclusione, il caso di Fano mostra con tutta evidenza l’esigenza di una urgente riforma legislativa del tso per malattia mentale, riforma di cui il parlamento deve farsi carico. Al riguardo sia consentito ricordare come la nostra Associazione, in stretta collaborazione con altre associazioni, abbia elaborato una articolata proposta di riforma in grado di offrire maggiori garanzie ai destinatari del tso per malattia mentale e di rendere il ricorso ad esso, come invero già dovrebbe essere, una reale eccezione.

Il diario di Andrea Soldi, morto per il Tso: «Io, una stella sopra Torino». Giusi Fasano il 17/3/2021 su Il Corriere della Sera. C’ è un ragazzo piegato su un foglio a scrivere di sé e del mondo. Ma il suo mondo non è lo stesso che vedono gli altri. Andrea Soldi è malato e quel che scrive segue quel che sente. La prima crisi catatonica, i momenti più duri, quelli buoni, i ricordi del suo tempo felice, i racconti dal limite della ragione.

Le lettere. Andrea scrive cartoline dalla schizofrenia, dal 1991 al 2006. Un diario — incredibile per consapevolezza e chiarezza — con il quale racconta i momenti in cui diventa un altro. E poi scrive lettere: a suo padre Renato, a sua sorella Cristina, ai nipoti, alle persone care che ruotano attorno a lui. Ma tutti quei pensieri appuntati sulla carta restano in un cassetto della sua casa e della sua mente. Il diario mai letto da occhi diversi dai suoi, le lettere mai spedite. Poi arriva il 5 agosto del 2015, Andrea Soldi muore, a 45 anni, dopo un trattamento sanitario obbligatorio durante il quale — hanno stabilito le sentenze di condanna in primo e secondo grado — è stato sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare. Suo padre Renato non potrà mai dimenticare quel pomeriggio drammatico, anche perché era lì, nella piazza torinese dove Andrea è stato raggiunto dallo psichiatra e dai vigili urbani per il Tso: «Ero a 200 metri da lui e l’accordo con il medico era di non farmi vedere, così mi sono detto: è in buone mani, e sono andato a casa. Se sapesse quante volte mi sono rimproverato... se mi fossi avvicinato anziché fidarmi del dottore...». Renato, 85 anni, è stato sopraffatto dai sensi di colpa e già prima che succedesse il peggio torturava se stesso perché non sapeva se e quanto del suo bene arrivasse ad Andrea. Adesso lo sa. Sa che quel ragazzo tranquillo — che tutti nel quartiere chiamavano «gigante buono» e che passava ore seduto sulla sua panchina — provava per lui un amore sconfinato. Sa che Andrea ha sempre capito e saputo di essere amato.

La casa. Lo ha scoperto quando ha svuotato la sua casa per affittarla. Ha aperto un cassetto e ci ha trovato il mondo di suo figlio: tanti fogli scritti a mano — con pochissime correzioni — che erano un viaggio nella sua mente. Parole dure, commoventi, poetiche, allegre, preoccupate, mai folli. Pagine che alcuni psichiatri hanno letto e considerano «un documento straordinario» per entrare nei territori più remoti della schizofrenia. Tutto questo è diventato un libro che la casa editrice indipendente add pubblicherà il 14 aprile. Autore: Matteo Spicuglia. Titolo: «Noi due siamo uno», che poi è anche il titolo di una canzone degli Eurythmics che Andrea ha scritto su uno dei suoi fogli, accanto al suo nome e cognome annotato tutt’attorno. Non è casuale, quella canzone e per la verità niente è casuale in quello che Andrea scriveva. Ci sono date, ricordi precisi, sensazioni ripescate dai tempi felici dell’infanzia. Ma, soprattutto, ci sono descrizioni dell’altro, il cobra. Quando stava male lui diventava cobra, sua sorella Cristina era una mangusta, suo padre uno scimmione, sua madre a volte un serpente altre volte un leone. «In questo libro c’è mio fratello ma c’è anche la nostra famiglia, ci sono le persone che lo hanno aiutato» dice Cristina. Nei fogli di Andrea sua madre Enza (malata di Sla e morta da molti anni) c’è sempre ma è un’immagine in sottofondo, come fosse un paesaggio della sua vita. In un passaggio dice: «Da quando si è ammalata, provo una sensazione di impoverimento, l’impossibilità a guardare le situazioni dal verso giusto».

Una stella. A volte lui si credeva una stella, si vedeva «mandato su Torino, sceso dall’alto del cielo come un vento», altre volte scriveva di suo padre in terza persona: «Sta piangendo! Non sa di essere amato ma ama». Altre ancora era «foglia attaccata a un ramo che insegue il suo destino». Il suo destino è cadere «ma le amiche foglie muoiono insieme a lei» e cadendo tutte assieme diventano «un evento che non ha più fine...». In fondo è quello che è successo a lui. È caduto e cadendo è diventato «evento»: ha fatto rumore, si è fatto sentire dal mondo.

·        Parliamo di Bibbiano.

Lo spettro di Bibbiano. Irene Famà su La Stampa il 4 Dicembre 2021. Due bambini tolti alla famiglia e affidati a un’altra coppia. Un procedimento civile in cui la consulenza redatta da una psicoterapeuta privata ipotizza abusi da parte del padre naturale nei confronti del figlio. E un nome che ritorna: Nadia Bolognini, psicoterapeuta rinviata a giudizio nell’inchiesta di Bibbiano. Un caso fotocopia dell’Emilia Romagna per modalità e personaggi è stato scoperto a Torino dai carabinieri. Tre gli indagati. Le due donne affidatarie, raggiunte ieri da un provvedimento che vieta loro di avvicinarsi ai due ragazzi, e Bolognini. La storia risale al 2013.   La madre naturale dei due bambini ha problemi economici e chiede aiuto. Si apre un procedimento civile per l’adottabilità. Una consulenza del Tribunale dei minorenni sostiene che manchino i presupposti per l’allontanamento. La psicoterapeuta, a cui le due affidatarie si sono rivolte, sostiene il contrario. Di più: ipotizza una condotta sessualizzata dei bambini, riconducibile ad abusi del padre naturale.  Il Tribunale sospende gli incontri e invia la segnalazione alla procura ordinaria. Gli inquirenti colgono discrasie tra quanto segnalato dalla Bolognini e le testimonianze raccolte: maestre e vicini. Nel 2019, a Torino, scattano le indagini. Nel frattempo scoppia il caso Bibbiano e il nome di Bolognini e del suo ex marito Claudio Foti, fondatore della onlus per la tutela dei bambini Hansel e Gretel, finiscono sui giornali. Oggi, lui è già stato condannato in abbreviato a 4 anni di carcere per manipolazioni psicologiche sui bambini dati in affido. Lei in attesa del processo. Le storie si intrecciano. I carabinieri contattano la procura romagnola: quel caso, finito nel faldone, viene poi stralciato per competenza territoriale. I protagonisti della vicenda vengono intercettati. E così, in maniera incidentale, emergono anche presunti maltrattamenti verbali. In questo modo si arriva ai provvedimenti di ieri. Bolognini, difesa dall’avvocato Roberto Trinchero, è accusata di concorso in falso ideologico. Le due ex affidatarie, assistite dall’avvocato Stefania Consoli, di maltrattamenti. La procura torinese aveva contestato alla coppia anche il falso ideologico e la frode processuale. Il gip Elena Rocci non ha accolto per insussistenza di gravi indizi. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Cesare Parodi e dal pm Giulia Rizzo, punta a fare chiarezza sulle modalità degli affidi, le dinamiche economiche connesse e le circostanze di custodia e mantenimento dei minori. I carabinieri parlano di «preoccupanti analogie» con le vicende di Reggio Emilia e sono in corso «ulteriori accertamenti per verificare eventuali responsabilità degli assetti istituzionali coinvolti nelle dinamiche e procedure dell’affido». Stando agli archivi del Tribunale dei minori di Torino, Bolognini si sarebbe occupata di un singolo caso.

Torino, bambini in affido maltrattati. I pm: «Preoccupanti analogie con Bibbiano». Massimo Massenzio Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Secondo gli inquirenti due donne avrebbero maltrattato dal 2013 a oggi due bambini, fratello e sorella, che aveva ricevuto in affido dai servizi sociali del Comune di Torino. «Preoccupanti analogie con le vicende giudiziarie di Bibbiano». Questa è stata una delle molle che ha fatto scattare l’indagine dei carabinieri su una coppia di ex affidatarie di minori. Secondo gli inquirenti le due donne avrebbero maltrattato dal 2013 a oggi due bambini, fratello e sorella, che aveva ricevuto in affido dai servizi sociali del Comune di Torino. Alle due indagate è stato notificato il divieto di avvicinamento ai minori.

L’inchiesta

L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino, era partita da uno «stralcio» finalizzato a verificare modalità di affido, le dinamiche economiche connesse e le circostanze di custodia e mantenimento dei minori. Nel corso delle verifiche sono però emerse «preoccupanti analogie alle note vicende giudiziarie relative ad affidi di cui si è occupata la Procura della Repubblica di Reggio Emilia» e attualmente sono in corso ulteriori controlli finalizzati a verificare eventuali responsabilità degli assetti istituzionali coinvolti nelle dinamiche e procedure dell’affido. Sono in atto verifiche su dirigenti, funzionari ed assistenti dei servizi territoriali coinvolti. Nel corso delle operazioni sono stati anche perquisiti uffici della psicoterapeuta coinvolta nelle dinamiche di collocamento eterofamiliare dei minori oggetto di accertamento.

Bimbi tolti a una madre con false accuse: a Torino un caso fotocopia di Bibbiano. Sarah Martinenghi La Repubblica il 3 dicembre 2021. I due piccoli, di nazionalità nigeriana, dati in affido a una coppia omosessuale che avrebbe fatto pressioni per instillare dubbi sulle proprie origini. Sono indagate assieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini, moglie di Claudio Foti, condannato per il caso della città emiliana. Bambini tolti a una madre per essere affidati a una coppia di donne, dichiarati adottabili sulla base di presunti disegni che instillavano il dubbio di aver subito una violenza sessuale in famiglia. È una storia che gli inquirenti definiscono un caso fotocopia al caso Bibbiano. Non a caso coinvolge proprio la psicoterapeuta Nadia Bolognini, moglie di Claudio Foti, considerato il “guru” del centro Hansel e Gretel di Torino da poco condannato a 4 anni di carcere per le manipolazioni psicologiche sui bambini dati in affido. Anche a Torino due minori, di nazionalità nigeriana, sono stati dati in affido a una coppia di donne omosessuali, due mamme che però ora sono state raggiunte da un provvedimento cautelare del divieto di avvicinamento. Sarebbero state protagoniste di maltrattamenti fisici e psicologici nei loro confronti, dal 2013 al 2021, periodo in cui hanno avuto in custodia i bambini poi affidati a una comunità. In particolare, secondo l’accusa, le due mamme avrebbero fatto pressioni sui piccoli per instillare dubbi continui sulle loro origini. Tanto che i due piccoli rifiutavano ormai da tempo ogni riferimento alla propria cultura, nonostante la madre naturale non avesse mai fatto nulla per meritare un tale astio. Una situazione a cui si sta cercando di porre rimedio con un graduale riavvicinamento tra loro. Ma l’affidamento a una coppia omosessuale non è l’unica analogia con Bibbiano: subito dopo l’affidamento deciso dai servizi sociali la coppia si era rivolta privatamente alla psicoterapeuta Nadia Bolognini che aveva sostenuto la tesi che uno dei due bambini, molto fragile e con gravi problemi di natura psicologica, fosse stato abusato dal padre. Tutto sulla base di disegni e di colloqui di cui però mancano le registrazioni e su cui la procura nutre fortissimi dubbi. La pm Giulia Rizzo, che da quando era nata l’inchiesta su Bibbiano aveva iniziato a lavorare su questo caso molto simile, aveva chiesto un anno fa la misura cautelare che ora è stata eseguita dai carabinieri: lo studio della psicoterapeuta Nadia Bolognini è stato perquisito. La donna, imputata anche nel processo sul caso di Bibbiano, è indagata per falso ideologico. Sono indagate anche le due madri affidatarie, ma sono in corso accertamenti su dirigenti, funzionari e assistenti dei servizi sociali: coloro che potrebbero aver permesso tutto ciò.

Marco Bardesono per "Libero Quotidiano" il 4 dicembre 2021. Per otto anni, dal 2013 al 2021, due bambini che l'ufficio servizi sociali del Comune di Torino aveva affidato a una coppia regolare di donne omosessuali, una poliziotta e una educatrice, sarebbero stati continuamente maltrattati. È quanto emerge da un'inchiesta condotta dalla pm Giulia Rizzo e che rivela fatti inquietanti che ricordano quanto accaduto a Bibbiano dove, il 27 giugno di due anni fa, 16 fra amministratori, assistenti sociali e psicoterapeuti, furono raggiunti da misure cautelari eseguite dai carabinieri nell'ambito di un'inchiesta, denominata "Angeli e demoni". Allora come oggi, le vittime sono bambini strappati ai genitori e affidati solo sulla base di una semplice dichiarazione di adottabilità. Procedura, questa, «supportata da presunte accuse che lasciavano intendere che i minori fossero vittime di abusi sessuali all'interno della propria famiglia di origine». L'operazione di ieri coinvolge anche la psicoterapeuta Nada Bolognini, ex moglie di Claudio Foti, il fondatore del centro "Hansel e Gretel" di Torino, uno dei principali imputati nella vicenda di Bibbiano e condannato recentemente a quattro anni di reclusione per le manipolazioni psicologiche sui bambini che aveva in cura.

ANNI DA INCUBO Il caso torinese riguarda due minori di origine nigeriana, fratello e sorella; secondo la procura subalpina, i piccoli avrebbero subìto maltrattamenti di natura psicologica e fisica per otto anni, fino a quando non sono stati trasferiti in una comunità nella quale sono ancora ospiti. Le violenze, soprattutto quelle psicologiche, sarebbero state indirizzate «a spezzare quel delicato equilibrio tra loro e la madre naturale. In particolare - si legge negli atti dell'inchiesta-, le vittime nel tempo avrebbero maturato un rifiuto delle proprie origini: non solo affettive, ma anche culturali». Inoltre, nel corso delle indagini dei carabinieri, sarebbe emerso che successivamente all'affido, la coppia omosessuale si sarebbe rivolta alla psicoterapeuta Bolognini. Secondo l'accusa, la professionista avrebbe ipotizzato che i minori «fossero stati abusati dal padre. Una ricostruzione che sarebbe avvenuta sulla base di alcuni disegni e nel corso di numerosi colloqui, di cui però non sono state fornite le registrazioni». Ieri lo studio della psicoterapeuta è stato perquisito dai militari e Nada Bolognini è stata indagata, e con lei la coppia di donne omosessuali. Sono in corso verifiche su dirigenti, funzionari e assistenti dei servizi territoriali. E se a Bibbiano furono 16 gli addetti ai lavori finiti sotto accusa, si teme che la bufera possa abbattersi anche sul Comune di Torino. Tant'è che l'assessore alle Politiche sociali della Città, Jacopo Rosatelli, ha messo le mani avanti: «Invito - ha detto - a non evocare analogie con il cosiddetto "caso Bibbiano". Ciò creerebbe solo polveroni mediatici, ma non sarebbe utile a risolvere eventuali problemi».

SISTEMA DI CONTROLLI L'inchiesta torinese ha preso il via dalle pagine della relazione conclusiva della Commissione di indagine sugli allontanamenti e gli affidi promossa dall'assessore agli Affari legali della Regione Piemonte, Maurizio Marrone (Fratelli d'Italia). Numerose le audizioni acquisite dalla commissione, tra cui anche quella del responsabile delle Case dell'affido del Comune di Torino che aveva spiegato come fossero non più di «due o tre» i minori conviventi con una coppia omosessuale. «L'indagine si è rivelata utile a far emergere la verità - ha commentato ieri Marrone -. Il sistema di controlli è solo sulla carta, c'è un'opacità che consente influenze tra interessi privati e pubblici. Non esiste un sistema di verifica dei giudici onorari del Tribunale dei minori, c'era quindi terreno fertile per consentire abusi. Questa vicenda ha evidenziato che c'è un sistema che non funziona».

Bibbiano, vittima non sarà risarcita dallo psicoterapeuta. Rosa Scognamiglio il 14 Novembre 2021 su Il Giornale. La 13enne che il gup ha ritenuto vittima di lesioni non sarà risarcita dallo psicoterapeuta Caludio Foti, condannato a 4 anni per lesioni gravissime e abuso d'ufficio. La ragazza di 13 anni che, secondo il gup Dario De Luca, sarebbe stata vittima di lesioni da parte di Claudio Foti, lo psicoterapeuta al centro del presunto caso di affidi illeciti a Bibbiano, in Val d'Enza, non riceverà il risarcimento danni stabilito ai margini della sentenza di condanna per lesioni gravissime e abuso d'ufficio nei confronti del professionista. Le motivazioni della condanna di Foti e dell'assoluzione dell'assistente sociale Beatrice Benati saranno depositate entro 90 giorni.

Il dispositivo del gup

Lo psicoterapeuta torinese Claudio Foti è stato condannato al risarcimento dei danni, da liquidare in sede civile, in favore di alcuni soggetti costituitisi parte civile nell'udienza preliminare di "Angeli e Demoni", incentrata sul presunto "sistema Bibbiano". Tra questi figurano gli enti pubblici Unione Val d'Enza, Comune di Montecchio, Unione Comuni modenesi area Nord, Ausl di Reggio, Regione e ministero della Giustizia. Tuttavia, stando a quando riporta un articolo pubblicato sull'edizione cartacea de Il Resto del Carlino, nel dispositivo della sentenza emessa dal gup Dario De Luca emergerebbe un'anomalia. Tra i destinatari del ristoro non figura la minorenne che, secondo il gup, sarebbe stata vittima di lesioni (nelle carte si parla di disturbo depressivo) in conseguenza alla tecnica terapeutica adottata da Foti. La ragazza, al tempo 13enne, si è costituita parte civile nel processo con anche i genitori e la sorella.

La ricostruzione del caso

Secondo quanto ricostruito dalla pm Valentina Savi, a capo dell'inchiesta "Angeli e Demoni", lo psicoterapeuta avrebbe sottoposto la minore a "sedute serrate, attraverso modalità suggestive e suggerenti, con la voluta formazione di domande sul tema dell'abuso sessuale - riporta in citazione Il Resto del Carlino -che avrebbe ingenerato nella ragazzina il convincimento di essere stata abusata dal padre e dal suo socio e di conseguenza il netto rifiuto del genitore". Al professionista indagato il pubblico ministero contestava l'utilizzo della tecnica Emdr "in violazione dei protocolli" e riferendo falsamente alla ragazzina "che sarebbe stata necessaria per recuperare i ricordi". In conseguenza a tale pratica terapeutica, secondo il pm, la ragazzina avrebbe manifestato un disturbo psichico. Nel dispositivo della sentenza emessa dal gup lo scorso giovedì 11/11/2021 non figura il risarcimento che, invece, dovrà essere erogato in sede civile nei confronti di due fratellini, figli di una coppia di origine africana, e un'altra bambina, che non hanno partecipato a sedute di psicoterapia direttamente con Foti.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 13 novembre 2021.  L'elenco delle «persone offese» è lungo tre pagine. Il numero trentadue è un padre ancora vivo, nonostante tutto. Ha 35 anni. È riuscito a non impazzire. È riuscito a non perdere la calma. È riuscito a resistere fino a ottenere un primo risultato importantissimo: «Questa è una nostra foto di ieri pomeriggio, eccola, siamo tornati insieme. Io, mia moglie e mio figlio. Il giudice dei Tribunale dei minori ci ha dato ragione. Sembriamo una famiglia infelice? Sembriamo due genitori incapaci?». Ricorda la data esatta della separazione. «Il 22 ottobre del 2018 le assistenti sociali di Bibbiano hanno portato via sia mia moglie sia mio figlio, che all'epoca aveva 6 anni. Dicevano che in un suo disegno, una specie di scarabocchio colorato, c'era la prova della mia violenza. Dicevano che mia moglie portava gli occhiali scuri per nascondere le botte. Dicevano che eravamo una famiglia senza cura. Era tutto falso». Quando una persona con voce tranquilla dice frasi tanto perentorie è difficile prendere le misure. Solo che prima di incontrare questo padre, eravamo andati a leggere le parti che lo riguardano da vicino nell'inchiesta «Angeli e Demoni». In particolare, quel punto in cui gli investigatori parlano della relazione delle assistenti sociali con cui hanno deciso di allontanare il figlio. È datata 18 luglio 2018. La firma la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza Federica Anghinolfi, assieme alla collega Annalisa Scalabrini e alla psicologa Federica Alfieri. Sulla base di quella relazione chiedono al Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia di poter intervenire rapidamente. E infatti: «Era il 22 ottobre quando». Ma dopo. Dopo tutti gli accertamenti sul caso. Dopo le verifiche. A proposito di quanto avevano scritto le assistenti sociali, gli investigatori arrivano alle seguenti conclusioni: è falso che non ci fossero giochi in casa del bambino, falso che l'appartamento fosse spoglio, falso che il bambino fosse denutrito e esile al punto da dover ricorrere a accertamenti diagnostici. Falso che i genitori non l'avessero portato dal pediatra, visto che solo nel 2018 era già stato tre volte dal medico. Falso, anche, che quel padre fosse un padre violento e «dedito al consumo di alcolici», così come c'è scritto nella relazione: «Basando tale assunto sul mancato pagamento di alcune rette scolastiche del minore». Senza premurarsi di aggiungere, comunque, che quelle rette erano state saldate successivamente. Nella stessa relazione viene adombrato il sospetto. Anche se le prove della violenza non ci sono. Lasciano il dubbio. Con un'ambiguità che gli investigatori riassumono così: «Omettevano di indicare con chiarezza che dall'esito degli accertamenti ospedalieri le macchie sulle mutandine del minore erano feci, lanciando in tal modo residuare sospetti di abuso sessuale ai danni del bambino». E poi, una volta ottenuto l'allontanamento, fanno pressioni sulla moglie perché riveli violenze con il ricatto di farle perdere il figlio. Aggiungendo a tutto questo una piccola, finale, terrificante, menzogna: sostengono che il bambino abbia ringraziato per essere stato portato nella comunità protetta. Sostengono che il bambino si sia dichiarato felice dell'allontanamento da casa. E anche qui c'è il colpo di scena. Un'assistente sociale che si chiama Giorgia Ricci, estranea a ogni accusa ma presente in quel momento, testimonia il contrario dimostrando così che non tutti erano uguali nei servizi sociali della Val d'Enza: «Il bambino non ci ha mai ringraziati». Pensare che questo padre sia ancora in piedi non è un fatto di poco conto. «È stato tremendo. Tremendo. Non so come dirlo in un altro modo. Sono stati anni tesi, pieni di ansia. Siamo contenti che la giustizia stia facendo il suo corso. Ma tutti abbiamo subito un grosso trauma. Quell'allontanamento è stato bruttissimo. Mi facevano vedere mio figlio un'ora al mese. Dicevano che mia moglie si metteva gli occhiali da sole per nascondere i lividi. Se ce l'ho fatta è solo per la forza della nostra famiglia». Accanto al padre, c'è l'avvocato Gianluca Tirelli: «Siamo contenti che l'udienza preliminare abbia portato a 17 rinvii a giudizio. Nell'arco del processo andremo a discutere fatto su fatto, ci siamo costituiti parte civile perché il padre vuole una riabilitazione pubblica, non sopporta che sia stata infangata in questo modo la sua immagine di genitore». Tre pagine è lungo l'elenco delle persone offese. A ogni numero corrisponde un incubo. Come dover risalire tutta la storia al contrario per poter ritornare, finalmente, a essere.

Giovanni Ruggiero per open.online l'11 novembre 2021. Il giudice dovrà decidere anche su altri 21 richieste di rinvio a giudizio, tra cui l’ex responsabile dei servizi sociali. La prima decisione ha riguardato il sindaco Carletti, già indagato per l’appalto sulle cure terapeutiche sui minori. È stato condannato a quattro anni di carcere Claudio Foti, lo psicoterapeuta imputato con rito abbreviato tra gli altri nel processo Angeli e Demoni sugli affidi illeciti a Bibbiano e nella Val D’Enza, nel Reggiano. Foti è stato assolto dall’accusa di frode processuale, ma condannato invece per le accuse di abuso d’ufficio e lesioni personali. Titolare dello studio di cura torinese Hansel&Gretel, lo psicoterapeuta era finito al centro dell’inchiesta che riguardava affidi illeciti di bambini strappati alle loro famiglie, anche con false attestazioni di abusi sessuali e pressioni sui minori per spingerli ad accusare i loro genitori. Foti è stato anche condannato a risarcire le parti civili, tra cui l’Unione val d’Enza, la Ausl di Reggio Emilia, la Regione Emilia-Romagna, il ministero della Giustizia e l’associazione Gens Nova, oltre ai genitori di quattro bambini. Assolta Beatrice Benati, assistente sociale dell’Unione val d’Enza, per la quale la procura aveva chiesto un anno e mezzo di condanna con le accuse di violenza privata e tentata violenza privata. Secondo il gup per lei il fatto non sussiste. Nello stesso procedimento, l’unica pena già decisa era stata per Cinzia Magnarelli, assistente sociale anche lei dell’Unione val d’Enza, che aveva già confessato le proprie responsabilità sulle accuse di falso ideologico e frode processuale. Magnarelli ha patteggiato la pena di un anno e otto mesi, al momento sospesa. Il gup dovrà decidere anche a proposito delle 22 richieste di rinvio a giudizio per altrettanti indagati, tra i quali c’è l’ex responsabile dei servizi sociali Federica Anghinolfi, considerata l’imputata chiave dell’inchiesta della procura di Reggio Emilia. Rinviato a giudizio il sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, accusato di abuso d’ufficio ma prosciolto da quelle di falso. Il processo verificherà gli eventuali illeciti sull’appalto del servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei Comuni della val d’Enza.

Cosa c'è in gioco con l'inchiesta. Luciano Moia su Avvenire il 12 novembre 2021. Non solo un caso giudiziario, non solo tanta sofferenza per decine e decine di bambini e per le loro famiglie (i nove dell’inchiesta più un numero imprecisato che forse non sarà mai accertato), non solo una questione che ha investito il diritto minorile con tutto il complesso apparato che ne consegue. Il caso Bibbiano è stato anche questione politica, sociale e culturale. Se mettiamo tra parentesi l’ignobile sfruttamento durante la campagna elettorale del 2019, con episodi di squallida demagogia da parte di tutti i partiti, la questione ha offerto anche lo spunto per riflettere sulla condizione dei minori fuori famiglia – circa 12mila in comunità e 14mila in affido familiare – e sulle pesanti lacune del nostro sistema di tutela. Ma Bibbiano è stata anche l’occasione per verificare la fragilità ordinaria di troppe famiglie, in cui disagio economico, incuria, vuoti educativi, e talvolta maltrattamenti e abusi, sono la deriva di una povertà allargata che tocca relazioni e dinamiche interne ed esterne. Allontanare i bambini da queste famiglie – succede 23 volte ogni giorno, oltre 8mila volte in un anno – può essere la soluzione estrema e necessaria ma, talvolta, anche la meno complessa. Più agevole gestire un bambino in una struttura d’accoglienza, con tutti i costi relativi per le amministrazioni pubbliche, che non accompagnare una famiglia in un percorso di nuova consapevolezza, aiutare due genitori a sollevarsi dalle loro difficoltà economiche, relazionali, educative. E chi mai potrebbe farlo? Certo, i casi virtuosi ci sono – e sulle nostre pagine l’abbiamo spesso raccontato – ma la media dei servizi sociali non dispone né di risorse né di competenze per quest’opera di grandissimo impegno. Il caso Bibbiano ha offerto la possibilità anche di alzare il velo su questo settore claudicante. I pesanti tagli al welfare hanno costretto tanti Comuni - possono farlo quelli sotto ai 15mila abitanti, cioè la maggior parte - a consorziarsi affidando la gestione dei servizi sociali a cooperative, con vantaggi (economici) e svantaggi (controlli e competenze) che il caso Bibbiano ha evidenziato con tutta la sua drammaticità. Ma abbiamo anche capito che puntare il dito contro i servizi sociali non serve a nulla, se non si rimette in equilibrio la "catena di comando". Nel senso che i servizi sociali, le cui relazioni sono spesso l’unico strumento offerto ai magistrati per assumere decisioni importantissime (la revoca o la conferma di un allontanamento) dipendono dalle amministrazioni locali e non dall’apparato giudiziario, con tutte le difficoltà, i ritardi, i corto-circuiti, che sono emersi in questo periodo. Può essere che dopo l’allontanamento di un bambino, le procure minorili ne perdano le tracce? Incredibile ma è così, perché non sono i magistrati, ma i servizi sociali, a decidere in quale struttura ospitare quel minore. Anche se poi dovrebbero essere le procure stesse a verificare l’efficienza, la regolarità, i progetti, la professionalità delle strutture stesse. Succede? Molto di rado perché, come hanno evidenziato più volte gli stessi procuratori, l’organico di questi uffici giudiziari è al limite della sopravvivenza, con giudici e cancellieri che sono la metà della metà di quanto sarebbe indispensabile. Se aggiungiamo che gli uffici minorili non sono ancora informatizzati, si potrebbe concludere che le inefficienze mostrate in situazioni come quello di Bibbiano non sono poi così sorprendenti. Ora la riforma che, dopo il via libera del Senato, sta per essere licenziata dalla Camera, dovrebbe rimettere ordine in tutto questo. Ma, come già illustrato nei giorni scorsi, le perplessità e i timori sono tanti. Come sono preoccupanti le evidenze che stanno emergendo dalle audizioni nell’ambito della commissione d’inchiesta parlamentare sulle strutture d’accoglienza per minori presieduta da Laura Cavaldoli. Si tratterà di attendere la relazione finale e le eventuali decisioni politiche. Mentre in commissione Giustizia della Camera sono in discussione cinque proposte (M5S, Pd, FI, Fdl e Lega) di riforma dell’affido che dovrebbero confluire in un testo unico. Sbagliato pensare che senza il caso Bibbiano tutto questo fermento non si sarebbe messo in moto? Purtroppo è così.

Bibbiano, processo Angeli e Demoni: lo psicoterapeuta Claudio Foti condannato a 4 anni. Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera l'11 novembre 2021. Il titolare dello studio di cura torinese «Hansel&Gretel» è stato ritenuto colpevole dal tribunale di Reggio Emilia per affidi illeciti. La procura aveva chiesto 6 anni. La difesa: «Trattato come Enzo Tortora». Assolta l’assistente sociale Benati, 17 rinviati a giudizio. Condannato a quattro anni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare del studio di cura torinese per bambini «Hansel&Gretel» nel rito abbreviato per la vicenda degli affidi illeciti di Bibbiano e della Val d’Enza (per l’accusa, a Bibbiano esisteva una sorta di sistema che coinvolgeva amministratori, psicologi e assistenti sociali, che, per riuscire a togliere i bambini alle coppie e riaffidarli ad altre, avrebbe fatto leva su report distorti, false relazioni, nonché dichiarazioni manipolate dei bambini). Per Foti, 70 anni, la procura aveva chiesto sei anni di condanna per le accuse di abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni gravissime (il giudice ha quindi ritenuto fondate le accuse mosse nei suoi confronti, in particolare quella di lesioni ai danni di una ragazzina che ebbe in cura tra il 2016 e il 2017, sottoposta a sedute «con modalità suggestive»).

17 a giudizio. Cinque prosciolti da ogni accusa

Assolta invece, perché il fatto non sussiste, l’assistente sociale Beatrice Benati. L’ unica, con Foti, che aveva scelto il rito abbreviato . In 17 (su 22) sono stati invece rinviati a giudizio. Cinque i prosciolti da d ogni accusa.

La difesa

Durissima e amareggiata la reazione della difesa del professionista: «Nei suoi confronti lo stesso atteggiamento avuto con Enzo Tortora, si è trattato di una sentenza condizionata dal processo mediatico» . Poco fa, anche lo stesso Foti si è espresso: «Ho dedicato 40 anni all’ascolto dei bimbi e sono stato condannato. È stata criminalizzata la psicoterapia del trauma, ma ora ho fiducia che i giudici di appello possano rivedere questa sentenza».

Interdetto dai pubblici uffici per cinque anni

Foti è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. Il giudice Dario De Luca ha inoltre disposto la sospensione dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per 2 anni. Il fondatore del centro Hansel e Gretel dovrà inoltre risarcire i danni in favore delle parti civili Gens Nova Onlus, Unione Val d’Enza, Unione dei Comuni Modenesi Area Nord, Ausl di Reggio Emilia, Regione Emilia Romagna, Ministero della Giustizia, Comune di Montecchio Emilia.

Il sindaco di Bibbiano assolto dal falso. Resta abuso d’ufficio

Non solo Foti. Il Gup di Reggio Emilia ha anche rinviato a giudizio il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti per abuso d’ufficio; ma lo ha prosciolto dalle accuse di falso.«Prendiamo atto del fatto che il giudice dell’udienza preliminare ha ritenuto necessario disporre il rinvio a giudizio per una sola ipotesi di abuso d’ufficio, ma soprattutto evidenziamo che Carletti è stato prosciolto dalle ulteriori contestazioni —spiega uno dei due avvocati, Vittorio Manes, anche ordinario di Diritto penale a Bologna — ed in particolare dall’ipotizzato falso in atto pubblico, ritenuto dal gup evidentemente mai commesso, almeno da parte del indaco. In sostanza, è caduta la contestazione più grave», e la posizione del sindaco Carletti risulta ulteriormente alleggerita: ora il processo, per quel che lo riguarda, dovrà verificare non solo se sia stata commessa una qualche illegittimità amministrativa nell’affidamento dell’appalto concernete il servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei Comuni, quanto, soprattutto, a chi sia addebitabile l’eventuale illegittimità, cioè chi avesse concreta consapevolezza delle eventuali irregolarità, e chi invece abbia agito in buona fede. «Noi restiamo fermamente convinti che il sindaco Carletti — afferma l’altro avvocato del sindaco, Giovanni Tarquini — ha sempre agito in totale buona fede, come contiamo di dimostrare nel corso del dibattimento”

Ma chi è Claudio Foti

Per i sostenitori, Foti è un affermato psicoterapeuta, tanto da avere un menù di incarichi, ricoperti in tutta Italia: ha diretto il master alla Facoltà Pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offenders con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. E, pure, consulente tecnico dello stesso tribunale. Dalle parti di via Roma 8, a Moncalieri, ricordano un uomo normalissimo. E, ovviamente, perbene. Qui c’è il Centro studi, dove venivano ascoltati i ragazzini durante le procedure di affidamento, e dove ogni due-tre mesi arrivavano i tirocinanti, per la scuola di specializzazione di psicoterapia.

Per l’accusa: «Alterava lo stato psicologico»

Il gip di Reggio ne aveva tracciato invece un’immagine choccante: il professionista avrebbe in un caso usato una bambina «come una sorta di cavia nell’ambito della psicoterapia specialistica», convincendola di aver subito violenze sessuali, mai avvenute. E ancora: Foti avrebbe «alterato lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e con tali modalità convinceva la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi».

Le reazioni

La prima a parlare è la deputata emiliana della Lega Benedetta Fiorini: «Ma ora chi restituirà serenità a famiglie e bambini? — ha affermato —. Vicende strazianti, incivili e non degne di questo Paese devono essere stigmatizzate. Ci siamo battuti affinché il caso venisse alla luce. Ora attendiamo lo sviluppo della restante parte dell’inchiesta affinché emerga tutta la verità».

A Bibbiano il sistema c'era: arriva la prima condanna. Silenzio glaciale di Letta e Di Maio. Francesco Storace su Il Tempo il 12 novembre 2021. Di Bibbiano bisognava parlare e si tornerà a parlarne: perché è stato condannato a 4 anni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio di cura torinese Hansel&Gretel per la vicenda degli affidi illeciti. Il sindaco di Bibbiano Carletti (Pd) è stato rinviato a giudizio per abuso d'ufficio, ma prosciolto dalle accuse di falso. Il processo dovrà verificare se sia stata commessa qualche illegittimità nell'affidamento dell'appalto per il servizio terapeutico di cura dei minori. Siamo dunque nel pieno della vicenda processuale, che riguarderà – da giugno in poi – 17 imputati con ben 97 capi d’imputazione complessivi. Una storia davvero drammatica che registrò reazioni durissime anche a livello politico. E oggi sarebbe da chiedere a Luigi Di Maio se si è pentito di aver definito il PD come “il partito di Bibbiano”, salvo rimangiarsi tutto per un’alleanza di puro potere col Nazareno. Non è certo casuale il silenzio glaciale osservato ieri proprio da Pd e pentastellati, quasi a voler rimuovere un ostacolo pesantissimo al loro rapporto. Chissà quanti gradi di giudizio bisognerà attendere per sentirli parlare sui fatti. Suona davvero sinistro quanto accaduto e che ora sarà sottoposto alla verifica dei magistrati. I giudici dovranno dire una parola definitiva per quei minori allontanati ingiustamente dalle famiglie d'origine per un tornaconto economico, attraverso perizie falsificate, disegni manipolati, storie inventate o sedute di psicoterapia per fare il 'lavaggio' del cervello ai bimbi: questo l'impianto accusatorio imbastito dalla Procura reggiana nei vari passaggi dell'inchiesta (dalle prime misure cautelari, al fine indagini fino alle richieste di rinvio a giudizio). Gli indagati, dal canto loro, si sono difesi sostenendo, in sostanza, di aver agito per il bene dei bambini e negando che alla base degli affidi ci fosse un business. Su questo sistema orribile hanno speso parole importanti molti parlamentari che hanno seguito una vicenda davvero straziante sin dall’inizio, a partire da Maria Teresa Bellucci di Fdi e Laura Cavandoli della Lega. Per l’esponente del partito della Meloni “si conferma l'esistenza di un sistema malato e perverso che doveva essere sradicato. L'arrivo della prima condanna rappresenta un segnale forte che di certo non sanerà le ferite inferte a intere famiglie dal 'Sistema Bibbiano', ma che certamente darà un segnale sulla necessità di interventi normativi incisivi e puntuali per far sì che quello degli affidi non resti un cono d'ombra ignorato dallo Stato”. Per la Cavandoli, “in attesa della fine del processo, il risultato più importante è già stato raggiunto: tutti i bambini sottratti alle famiglie sono tornati a casa. Nessuno potrà mai ripagare loro e le loro famiglie per ciò che hanno subito, ma l'incubo è finito".

Grazia Longo per "la Stampa" il 12 novembre 2021. Sembra ieri quando, nell'estate populista del 2019, si dovette sospendere per qualche minuto la seduta in Senato perché Lucia Borgonzoni, della Lega, si tolse la giacca e mostrò una maglietta con la scritta «Parliamo di Bibbiano». Oggi la senatrice osserva che «la sentenza di condanna ha fatto giustizia, anche se nessuno può ripagare le famiglie del danno subito». E il leader del Carroccio Matteo Salvini rinforza, commentando sui social la notizia dei 4 anni inflitti allo psicoterapeuta Foti: «Mai più Bibbiano, giù le mani da famiglie e bambini». Alle elezioni regionali, in verità, l'agguerrita campagna della Lega contro «il partito di Bibbiano» - come veniva definito il Pd in cui milita il sindaco Andrea Carletti ora rinviato a giudizio - non ha pagato. Nella cittadina dell'inchiesta «Angeli e demoni» il partito di Salvini, che alle Europee aveva incassato il 29,6%, ha ottenuto il 29,4 per cento, mentre il Pd è invece passato dal 35,6 delle europee al 40,7. Ce ne fu anche un altro però, all'epoca, di linciaggio mediatico ai danni del Pd, quello del Movimento 5 Stelle che invece oggi, da solido alleato di Enrico Letta, tace di un silenzio grave. Erano le settimane in cui Luigi Di Maio, allora ministro del lavoro, giurava «mai con il partito di Bibbiano» che «toglie i bambini alle famiglie con l'elettroshock». Una posizione frontale, ridimensionata appena un anno dopo da Vito Crimi che, già in piena era Conte II, ammetteva «Forse abbiamo esagerato nel generalizzare fatti specifici attribuendoli a tutto il Pd». Oggi comunque la vicenda processuale va nella direzione delle accuse delle Lega. Che infatti affonda. Ecco il sottosegretario leghista all'Istruzione Rossano Sasso: «Le condanne confermano l'inquietante quadro emerso dalle denunce di tanti genitori disperati. Un disgustoso groviglio di interessi, malaffare, omertà e prevaricazioni avrebbe operato indisturbato per anni, disarticolando intere famiglie e spargendo sofferenza e dolore in lungo e in largo». Parole pesanti, riprese anche dai senatori toscani della Lega Manuel Vescovi e Rosellina Sbrana: «Nessun trionfalismo, nessuna condanna fino al terzo grado, ma la consapevolezza che una nuova luce sta squarciando anni di orribili violenze e di vergognosi silenzi. Ora è dovere della politica lavorare perché simili scempiaggini non si ripetano mai più». La condanna, sul fronte del centrodestra, è corale. «Quello che emerge è un vero e proprio sistema di malaffare perpetrato sulle spalle dei minori coinvolti e dei loro genitori», dice la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli. Un commento al vetriolo arriva infine dalla presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: «Arrivano le prime condanne dell'inchiesta Angeli e Demoni riguardante lo scandalo degli affidi illeciti a Bibbiano. Da sempre, Fratelli d'Italia è stata in prima linea per denunciare questo sistema marcio che ha distrutto tante famiglie. Ci auguriamo che venga fatta definitivamente giustizia affinché non si verifichino più queste atrocità nei confronti di bambini innocenti». 

"Abusi inesistenti": quei bimbi di Bibbiano strappati via dai "demoni". Francesca Bernasconi l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. Relazioni false, abusi inesistenti e pressioni psicologiche per strappare i bambini alle proprie famiglie. Così, secondo l'accusa, avrebbero agito i servizi sociali della Val D'Enza, al centro dell'inchiesta Angeli e Demoni. Oggi le prime due sentenze. Sono attese per oggi le prime due sentenze del processo legato all'inchiesta Angeli e Demoni, che vede al centro la presunta rete di falsi abusi su bambini allontanati dalle proprie famiglie e dati in affido ad amici e conoscenti di alcuni operatori che gravitavano intorno ai servizi sociali della Val D'Enza e del comune di Bibbiano. Oggi il giudice Dario De Luca dovrebbe esprimersi sia sulle posizioni di Claudio Foti, gestore della Onlus Hansel e Gretel finita al centro dello scandalo, e Beatrice Benati, assistente sociale, sia su altre 22 richieste di rinvio a giudizio presentate dal pubblico ministero. Secondo quanto scritto nell'ordinanza del tribunale, come venne riportato da ilGiornale.it, i responsabili dei servizi sociali avrebbero falsificato alcuni documenti e relazioni, per poter allontanare i bambini dalle proprie famiglie e affidarli ad amici e conoscenti. Un sistema, secondo le accuse, costruito sia per fini economici che per un "fattore ideologico", che avrebbe coinvolto assistenti sociali, psicoterapeuti, avvocati e politici in una serie di accordi e favoritismi. È emersa così una rete di presunte manipolazioni e falsificazioni, che avrebbe generato un giro d'affari da migliaia di euro, a scapito dei bimbi allontanati dalle proprie famiglie.

Le prime indagini

Tutto iniziò nell'estate del 2018, quando il pm Valentina Savi decise di far partire le indagini, insospettita dai numeri anomali di sospetti abusi sessuali registrati dai servizi sociali. In generale le segnalazioni erano statisticamente simili a quelle delle altre province italiane. Ma in Val d'Enza, i bambini e le bambine allontanati dalle proprie famiglie a causa di abusi sessuali o maltrattamenti erano nettamente più elevati. Inoltre per questi bambini era stata privilegiata l'idea dell'affido a un'altra famiglia, invece che la collocazione in una struttura. Infatti, stando a quanto riporta la Provincia Pavese, nel 2015, su 18 minori nessuno sarebbe stato dato in affido. Il dato sarebbe aumentato drasticamente l'anno dopo, con 33 minori accolti in struttura e 104 affidati ad altre famiglie, e ancora nel 2017, con 50 minori in struttura e 110 in affido.

Numeri che sarebbero quasi raddoppiati nel primo semestre del 2018. Un andamento anomalo, che fece insospettire il pm Savi, la quale iniziò a indagare sulla situazione, portando alla luce "una serie interminabile di falsi, prodi processuali e depistaggi", come riferì lei stessa, secondo quanto scritto dalla Provincia Pavese. Scoppiò così il "caso Bibbiano", che coinvolse i servizi sociali della Val D'Enza, il comune di Bibbiano e il centro Hansel e Gretel, accusati di aver falsificato le relazioni per il tribunale dei minori e aver influenzato le menti dei bambini, con lo scopo di allontanarli dalle proprie famiglie, per darli in affido ad amici e conoscenti.

Così "manipolavano" i bambini

Domande pressanti, giochi di ruolo, disegni modificati e persino l'uso della "macchinetta dei ricordi". Così gli psicologi a cui erano stati affidati i bambini avrebbero, stando alle accuse, manipolato la mente dei piccoli per spingerli ad addebitare genitori e parenti abusi sessuali e violenze. IlGiornale.it aveva esaminato le 277 pagine dell'inchiesta, in cui erano state riportate le intercettazioni fatte dai carabinieri di Reggio Emilia, che mostravano le presunte pressioni sui minori, indotti a confessare episodi mai avvenuti. Il tutto iniziava con una segnalazione ai servizi sociali, che prendevano in carico il caso e facevano inziare al bambino o alla bambina un percorso di terapia con gli psicologi. Proprio durante queste sedute i minori sarebbero stati portati a confessare violenze inesistenti, a seguito delle quali venivano allontanati dalle proprie famiglie e dati in affido.

Secondo l'accusa, il modus operandi sarebbe stato sempre lo stesso: continue domande poste in modo da suggerire ai piccoli la risposta, giochi di ruolo in cui i genitori erano rappresentati come i cattivi delle fiabe intenti a far del male ai propri figli e l'uso di un macchinario che trasmette piccole vibrazioni. In questo modo i piccoli sarebbero stati convinti a confessare prima agli psicologi e poi al giudice abusi e violenze inesistenti. Per rendere più credibili le relazioni e convincere il giudice del tribunale ad allontanare il minore e affidarlo a un'altra famiglia, assistenti sociali e psicologi avrebbero anche alterato i disegni dei bambini, aggiungendovi connotazioni sessuali. Quando scoppiò il caso divenne un simbolo il disegno fatto da una bambina, al quale sarebbero state aggiunte due braccia allungate, che toccano in modo sospetto l'altra figura rappresentata.

Lavaggio del cervello e torture Così manipolavano i bambini

Il sistema da migliaia di euro

Una volta dati in affido ad altre famiglie, alcune di queste formate da amici e conoscenti dei responsabili dei servizi sociali, ai bambini venivano prescritte sedute di psicoterapia pagate dal Comune, spesso svolte nel centro Hansel e Gretel, gestito da Claudio Foti. Il centro, scrisse la procura, secondo quanto riportato da ilGiornale.it, "nella piena consapevolezza della totale illiceità del sistema creato a loro vantaggio, in palese violazione della normativa in tema di affidamenti di servizi pubblici e nella piena consapevolezza che la loro attività professionale venisse retribuita da ente pubblico, esercitavano sistematicamente attività di psicoterapia con minori loro inviati dal servizio sociale Val d' Enza". Le singole sedute, del costo di circa 130 euro ognuna (contro i 60-70 euro della media), venivano pagate dagli affidatari: "Gli affidatari venivano incaricati dai Servizi Sociali di accompagnare i bambini alle sedute private e di pagare le relative fatture a proprio nome", si legge nelle carte dell'accusa.

Ma quei soldi sarebbero stati successivamente restituiti alle famiglie affidatarie, con una finta causale di pagamento. Così, secondo l'accusa, da una parte la Onlus si occupava del servizio di psicoterapia voluto dall'Ente, mentre alcuni dipendenti dell'Ente ottenevano incarichi per corsi di formazione tenuti dalla Onlus. Un meccanismo che avrebbe fruttato migliaia di euro ai partecipanti, causando un danno altrettanto grave alla Asl di Reggio Emilia. Inoltre sembra che la Onlus di Foti beneficiasse di spazi pubblici senza aver affrontato una regolare gara di appalto.

Le prime sentenze sul "caso Bibbiano"

Sono previste per oggi le prime sentenze del processo che prese il via dall'indagine Angeli e Demoni. Al centro finì Bibbiano, uno dei paesi che compongono l'Unione della Val D'Enza, dove il sindaco fu posto sotto inchiesta per abuso d'ufficio. Nel mirino degli inquirenti furono poi anche Carlo Foti, gestore della Onlus Hansel e Gretel, e Federica Anghinolfi, ai tempi responsabile del Servizio Minori. Il giudice Dario De Luca pronuncerà la sentenza sul caso dello psicoterapeuta Claudio Foti e su quello dell'assistente sociale Beatrice Benati.

L'uomo è accusato di frode processuale e lesioni ai danni di una ragazzina per i suoi metodi, "perché alterava lo stato psicologico della minore X, sottoponendola a sedute serrate, attraverso modalità suggestive e suggerenti, con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e ingenerando in tal modo in capo alla minore il convincimento di essere stata sessualmente abusata dal padre". La Benati invece è accusata di violenza privata e per lei è stata chiesta una condana a un anno e sei mesi. Sempre oggi il giudice dovrà pronunciarsi anche sulle altre 22 richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura. Intanto tutti i 10 minori sottratti ai genitori per presunti abusi al centro dell'inchiesta Angeli e Demoni sono tornati a casa dai genitori e dai parenti naturali.

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo

Pseudoscienza. La sentenza di Bibbiano e il processo alla psicoterapia del trauma. Cataldo Intrieri Il Quotidiano del Sud il 12 novembre 2021. La condanna di Foti non è solo una vicenda personale di un condannato ma investe una scuola terapeutica di cui Luigi Cancrini è uno dei massimi esponenti. A prescindere dal caso in questione è inaccettabile che si utilizzino pratiche come la EMDR per consentire ai Tribunali di decidere sull’affidamento dei bambini, sull’allontanamento dai loro genitori sino a pesanti condanne per abusi magari solo immaginati. Adesso che Claudio Foti, è stato condannato due anni dopo il suo arresto, il peggior servizio che si potrebbe rendere alla giustizia è proprio quello di etichettarlo come mostro, come un’anomalia, un fenomeno da baraccone della cronaca giudiziaria. Prima di tutto Foti ha ancora il diritto di essere considerato innocente fino a una condanna definitiva, semmai ci sarà. Anche perché dietro la sua storia professionale c’è molto di più degli epiteti dati finora. Quando il caso Bibbiano scoppiò nell’estate di due anni fa, Foti fu allontanato e quasi disconosciuto dalla sua comunità di riferimento, il CISMAI, in consorzio di sigle accomunate da una visione salvifica anti-abuso del ruolo dello psicologo infantile. Ma è arrivato al processo ottenendo l’appoggio di alleati importanti e persone insospettabili. Alcuni di questi facevano parte del suo mondo, come lo psichiatra universitario Luigi Cancrini che da consulente della sua difesa ha scritto un’appassionata perizia tecnica sul suo lavoro e sulla ideologia che lo muove. O addirittura i garantisti radicali, a cui appartiene il difensore Giuseppe Rossodivita e che un anno fa per bocca del segretario Maurizio Turco promossero una conferenza nella sede di Torre Argentina per dipingerlo come un novello Aldo Braibanti, scienziato vittima del pregiudizio oscurantista, unico caso di condannato per un reato poi cancellato dalla Corte Costituzionale: il plagio. Come Braibanti, (contro cui pesò anche il pregiudizio omofobo dell’epoca) a Foti sono state mosse due accuse che difficilmente vedremo replicare nelle aule di giustizia: frode processuale e lesioni dolose a mezzo di sedute di terapia psicanalitica. A cui si aggiunge una terza, abuso d’ufficio per i contratti lucrati coi servizi dei comuni cui forniva la sua opera. Il Giudice per l’udienza preliminare di Reggio Emilia ha dichiarato Foti colpevole del reato di lesioni in danno di una minore sottoposta alle sue cure e di abuso d’ufficio (quest’ultimo in concorso con il sindaco dem di Bibbiano che saggiamente ha preferito il rinvio a giudizio a una sentenza immediata del Gup) con condanna a quattro anni di reclusione e al risarcimento verso le parti civili.  Secondo l’accusa Foti avrebbe suggestionato una minore con la sua terapia di sollecitazione al ricordo, causando una falsa memoria di un abuso perpetrato dal padre ma in realtà mai verificatosi. Lo psicologo torinese ha operato e diffuso il suo metodo di induzione alla memoria nascosta all’interno di una particolare realtà, quella dei servizi sociali della Val d’Enza, che ha il primato italiano degli affidi di minori maltrattati. Gli psicologi dei servizi hanno denunciato con sospetta frequenza casi di abuso, creando una anomala messe di allontanamenti di bambini dalle loro famiglie, di molto superiore alla media nazionale. A seguito delle indagini condotte dalla procura di Reggio Emilia tutti gli affidi sono stati revocati e sono venuti alla luce metodi inaccettabili di alterazione della realtà con falsi referti oppure come nel caso di Foti di manipolazione mentale fino all’accusa di aver provocato alla minore sottoposta alle sue cure un disturbo di personalità. È la prima volta in Italia e uno dei rarissimi casi in cui si ipotizza un nesso causale tra il trattamento del terapeuta e l’insorgere di una malattia mentale, nel caso di specie un disturbo borderline di personalità e un «disturbo depressivo d’ansia» determinato anche dalla privazione della figura paterna in base alle false accuse cui era stata indotta la ragazza. Sono state decisive le consulenze tecniche prodotte dalla procura e redatte dalle psicologhe Melania Scali e Rita Rossi che hanno retto anche ai serrati contro esami condotti in aula dai difensori di Foti e dai suoi consulenti, tra cui Luigi Cancrini. Qui il tema si fa delicato perché la condanna di Foti non è solo una vicenda personale di un condannato ma investe una scuola terapeutica di cui Luigi Cancrini è uno dei massimi esponenti, che ha come tema cruciale il significato del trauma psichico come spia rivelatrice di inconfessati abusi subiti e rimossi dai minori. L’illustre psichiatra ha richiamato in modo suggestivo il processo a Galilelo Galilei, esagerando lievemente. Secondo la difesa di Foti Bibbiano è il processo alla psicoterapia del trauma,, dove il trauma è il sole della teoria tolemaica, centro dell’unica verità possibile, quella delle violenze rimosse, mentre coloro che denunciano il pericolo delle manipolazioni mentali e dei falsi ricordi sono la terra che vorrebbe sostituirsi al Sole come centro del sistema solare. L’enfasi di Foti richiama alla mente teorie vagamente millenariste e complottiste, oggi di gran moda, ma l’effetto (non voluto da chi scrive) è riduttivo di una complessità cui indubbiamente non rende giustizia la sintesi giornalistica. Il processo ha evidenziato un altro punto cruciale: il rischio gravissimo che nel processo penale trovino posto teorie e prassi pseudo-scientifiche che nulla hanno a che vedere con la buona scienza. Nel capo di accusa per cui Foti è stato condannato la procura di Reggio ha contestato allo psicoterapeuta l’uso di una pratica denominata EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Con questo nome si indica una tecnica ma anche un’associazione che la diffonde: come si può leggere dal sito la sigla sta per «Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari». Ovviamente delle solite memorie traumatiche rimosse (il sole della teoria del professor Cancrini). È una tecnica a dir poco controversa di cui gli spettatori italiani possono avere diretta percezione tramite un surreale reportage delle Iene di qualche giorno fa in cui una supposta vittima di un abuso evocato tramite l’EMDR, contesta in diretta allo zio presunto colpevole, raffigurato dalla telecamera nascosta mentre nega disperatamente (altro che Fanpage e i neonazisti, qui siamo al vedere l’effetto che fa). Chiariamo una cosa: può darsi che certe tecniche possano avere una loro efficacia terapeutica come mezzo di cura, ma è inaccettabile la pretesa ufficialmente negata dai vari teoreti, in pratica di largo consumo, di utilizzarle come macchine della verità nei processi. Nel caso Foti come in centinaia di altri procedimenti civili e penali, si utilizzano le terapie di sollecitazione del ricordo per consentire ai Tribunali di decidere sull’affidamento dei bambini, sull’allontanamento dai loro genitori sino a pesanti condanne per abusi magari solo immaginati. Sarebbe stato sicuramente utile un pubblico e storico dibattimento come fu quello a Galileo. Ma nonostante i proclami, Foti ha preferito sottrarsi e avventurarsi subito in un processo a porte chiuse. Quanto emerso dopo il clamore del suo arresto ha trovato una prima conferma e per ora ha avallato i numerosi dubbi sull’uso e sulla diffusione di prassi e teorie più vicine alla cultura dei No vax che al rigore scientifico. Pratiche che non dovrebbero mai più entrare in un’aula di giustizia.

"Figli scippati con un finto disegno". Nino Materi il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. Le storie di chi si è visto portar via i bimbi con false accuse: "C'è ancora tanto marcio". «Falsificarono il disegno di mia figlia per dimostrare che era vittima degli abusi del padre»; «Si inventarono violenze in famiglia per affidare la piccola a una coppia con precedenti penali»; «Prelevarono con la forza il bimbo da scuola e non ce lo fecero più vedere per mesi. Lo abbiamo riabbracciato solo quando fu chiaro che le accuse contro di noi erano calunnie». Storie angoscianti. Che segnano l'esistenza dei piccoli e distruggono quella dei grandi. Tutti concordano su un punto: «Lo facevano per soldi. Hanno rovinato le nostre esistenze per imporre le loro ideologie folli e, nel contempo, gonfiarsi il portafoglio». I genitori dei «bambini scippati» hanno il volto turbato, e le mascherine che indossano non bastano a celare l'amarezza. L'altroieri in molti si sono ritrovati davanti al tribunale. Attendevano la sentenza. Un parziale verdetto è arrivato, ma nessuno ha brindato alla condanna. La sensazione è infatti che il «sistema Bibbiano» sia ancora in gran parte da scoperchiare nelle responsabilità più gravi. Colpe che vanno al di là del ruolo, se pur importante, ricoperto dallo psicologo Claudio Foti, 70 anni, che da queste parti non gode di simpatie. La sua fisiognomica, al pari della gestualità sincopata, ricordano l'estetica dello «scienziato pazzo»: un identikit che sembra disegnato apposta per raffigurare il personaggio del perfetto capro espiatorio. Ma sono ben altri i fattori che hanno portato alla condanna di Foti a 4 anni (il pm ne aveva chiesti 6); un verdetto che gli avvocati dell'imputato-simbolo dell'inchiesta «Angeli e demoni» sono convinti di azzerare in appello: «Nel giudizio di secondo grado - spiegano - l'innocenza verrà fuori grazie alle prove che in questo processo non sono state esaminate con la dovuta attenzione». Un ottimismo che stride con lo stato d'animo dei parenti dei bimbi che un meccanismo strutturale dai profili illegittimi ha sistematicamente e con dolo sottratto all'affetto dei genitori. Madri e padri infangati da «perizie» che, in realtà, erano solo calunnie propalate per foraggiare il business degli affidamenti. Su cui non è stata ancora fatta chiarezza. Nino Materi

Bibbiano, il lieto fine del «caso pilota»: dai disegni falsificati al ritorno a casa della bimba. «È stata una festa». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. La vicenda della piccola di 9 anni tolta d’improvviso alla famiglia naturale. La madre affidataria: «Ho conosciuto i veri genitori, sono brave persone. In colpa verso di loro». C’è un insolito lieto fine in una delle storie terribili di Bibbiano. Un lieto fine dove la famiglia naturale, che grazie alle indagini della Procura di Reggio si vide riassegnare la bimba di 9 anni tolta dagli assistenti sociali incriminati, spesso la domenica siede a tavola con gli (ex) genitori affidatari. Stiamo parlando del «caso pilota», quello più rilevante nell’inchiesta, quello del disegno falsificato per dimostrare abusi in realtà mai commessi. Tutto cominciò con questa telefonata, l’11 aprile 2018. «Non venga più a prendere sua nipote a scuola, non ce n’è bisogno: la bambina è stata trasferita in un altro istituto e ora penseremo noi a tutto. Non vivrà più con lei». Clic. Conversazione finita. Da una parte una voce proveniente dai servizi sociali della Val d’Enza. Dall’altra la sbigottita nonna della piccola che aveva in affido: questo perché suo figlio era diventato papà assai giovane, a 17 anni. Mentre la sua compagna partorì a 14. Una coppia considerata dagli assistenti sociali inadatta a crescere una figlia.

«Settanta giorni terrificanti»

Sulle carte giudiziarie c’è scritto che i genitori-ragazzini della bimba si lasciarono dopo tre anni dalla nascita di lei. Per questo gli operatori la affidarono ai nonni paterni. Ieri (giovedì) alla lettura della sentenza che ha condannato a quattro anni lo psicoterapeuta Claudio Foti e che contestualmente ha disposto il rinvio a giudizio di 17 imputati (tra assistenti sociali, dipendenti comunali e amministratori) c’era anche il nonno, settant’anni, ex dirigente d’azienda oggi in pensione. Che questo «caso pilota» — così lo aveva definito il gip Ramponi — lo sviscera dall’inizio. «Dopo che d’improvviso ci portarono via nostra nipote, per 70 giorni non abbiamo saputo nulla. Settanta giorni terrificanti, non potrò mai dimenticarli» ricorda questo giovanile signore che decise di rivolgersi agli avvocati Patrizia Pizzetti e Nicola Termanini per sapere, almeno, dove fosse stata portata la nipote.

«Venni denunciato per diffamazione»

Ma perché la piccola fu tolta anche ai nonni naturali? Sono proprio i due legali a chiarirlo, parlando di una relazione firmata dai Servizi sociali che, in sintesi, screditava la coppia di anziani: lei troppo presente, lui con scatti d’ira. Inadeguati, pure loro, al ruolo genitoriale. Ed ecco che scatta quello che il nonno definisce «un vero e proprio rapimento». Dieci giorni dopo, disperato, senza notizie della nipote, l’uomo sale sul palco della scuola del suo paese, durante il saggio di fine anno, e s’impadronisce del microfono «per dire quello che pensavo sugli assistenti. Poi scoppiai a piangere. L’indomani ero stato denunciato per diffamazione dalla responsabile dei servizi sociali di Bibbiano — Federica Anghinolfi, la dominus del «sistema Bibbiano» tra i 17 a processo, ndr —, ma sono stato prosciolto e nel frattempo molto altro è successo».

Nella casa protetta, poi in affido

Cosa, lo raccontano le carte giudiziarie. Alla piccola — prima ospite in una casa protetta, poi in affido a una coppia — venne chiesto più volte dalle psicoterapeute di eventuali violenze. La bimba aveva sempre negato e nemmeno la visita ginecologica alla quale venne sottoposta dimostrò alcunché. La svolta nella storia è arrivata con il via dell’inchiesta. Coordinandosi con la Procura, il Tribunale dei minori di Bologna ricontrollò tutti gli atti del fascicolo, una decisione arrivata anche grazie a una consulenza tecnica d’ufficio sollecitata dai legali Pizzetti e Termanini. Fu ricontrollato pure il disegno, falsificato secondo una perizia voluta dall’accusa. Erano tratti ingenui a matita di una bimba che si ritrae accanto all’ex compagno della madre. Compaiono anche quelle braccia innaturalmente e ambiguamente protese verso la piccola. Una modifica fatta «personalmente» dalla psicologa della Asl di Montecchio Emilia che seguiva la bimba, scrisse il gip Luca Ramponi nell’ordinanza sulle misure cautelari. L’operatrice riferiva che la bambina le confidò che l’ex convivente della madre a cui era stata sottratta la toccava nelle parti intime. Un’aggiunta necessaria per avvalorare quanto affermato nella relazione. Ma al dunque: un falso. Un falso che serviva per screditare ulteriormente i nonni che nemmeno si sarebbero accorti di quegli abusi — ribadiamolo: inesistenti — avvenuti a casa loro. Finalmente dopo il decreto firmato dai giudici minorili la piccola tornò a casa dai nonni stavolta ritenuti idonei grazie anche a un nuovo colloquio con una psicologa come previsto nella Ctu.

Il caso pilota visto dalla mamma affidataria

E a questo punto succede una cosa bella. Se vogliamo ora il «caso pilota» possiamo vederlo dalla prospettiva della mamma affidataria, 47 anni, anche lei modenese. Che ebbe a raccontare di avere conosciuto i genitori naturali «per la prima volta la primavera 2019. Ho capito che non erano certo le persone inadeguate descritte dagli psicoterapeuti della Val d’Enza: la mamma è una donna molto dolce così come lo è il padre, pur nelle sue difficoltà. I nonni sono generosi e accoglienti. A un certo momento mio marito e io ci siamo vergognati dell’idea che ci eravamo fatti di questa famiglia e abbiamo deciso di chiedere scusa». Un passo indietro: dopo un colloquio con i servizi sociali, nel giugno 2018 alla donna, che da anni accoglie bimbi in affido, venne segnalata da Bibbiano «una piccola di 10 anni la cui situazione familiare, mi riferirono, era molto grave, tanto da essere stata messa in una struttura. Poi la portarono a casa mia nel suo ultimo giorno in quarta elementare».

«Una bambola da sofà»

Per la «mamma» affidataria gli psicoterapeuti della Val d’Enza erano «assai disponibili con noi, nel senso che non ci hanno mai trascurato. Una volta a settimana accompagnavo la bimba agli incontri con i genitori e con i nonni, a cui io non partecipavo». Poi però, durante altre sedute di psicoterapia, iniziò ad ascoltare «ritratti negativi della famiglia. Ci venne detto che la madre era inadeguata e anche il padre era problematico». Infine le brutte parole sui nonni – con lui «scorbutico e irascibile» – che trattavano la nipotina come «una bambola da sofà» e che «non si erano accorti del presunto abuso commesso dal nuovo compagno della madre».

La «famiglia allargata» a tavola assieme

Scenario dipinto in termini assai peggiorativi nell’avviso di fine indagine in cui si leggeva che gli operatori avevano cercato di convincere la bimba che la nonna fosse a conoscenza dei presunti abusi commessi sulla minore. Abusi peraltro, come detto, inesistenti e procedimento archiviato. Nel complesso, un’atmosfera pesantemente in contrasto con l’idea che dei genitori naturali stavano maturando i due affidatari «sempre più amareggiati: avevamo aiutato una bambina che poteva contare su una bella famiglia vittima però di un’ingiustizia». Ma il lieto fine? In questa vicenda c’è. Dopo la chiusura delle indagini spesso nonni, genitori naturali e coppia affidataria si ritrovano assieme la domenica, a tavola. E, scherzando ma non troppo, parlano di «famiglia allargata». Il nonno dice: «Mia nipote oramai considera la figlia della sua “seconda” mamma come una sorellina. Quando tempo fa mi disse che voleva vederle, sono stato felice: e ho pensato che l’incubo che abbiamo vissuto era davvero finito».

Alessandro Fulloni per il "Corriere della Sera" il 12 novembre 2021. Sono circa le 15 quando Claudio Foti, 70 anni, esce dall'aula. Il gup Dario De Luca lo ha appena condannato a quattro anni - con il rito abbreviato chiesto dai legali Andrea Girolamo Coffari e Giuseppe Rossodivita - per abuso d'ufficio e lesioni gravissime. È un uomo dall'aria mite che adesso, sospeso dalla professione, dice di vivere con i 490 euro della pensione mensile. Nell'affrontare i giornalisti che lo circondano rudemente, risponde con l'aria di chi sta rivolgendosi agli specialisti di un convegno sull'assistenza ai minori e, almeno all'apparenza, davvero pare «stupito per una condanna che mi amareggia». Poi sfodera quello che per lui e la sua difesa è un asso nella manica da far valere in appello. Ovvero le consulenze tecniche di parte firmate da Luigi Cancrini e Mauro Mariotti, rispettivamente celeberrimo psichiatra e stimatissimo neuropsichiatra, per i quali «tutto è stato fatto correttamente, anzi "molto bene", nella quindicina di sedute» in cui Foti si è trovato davanti la minore che, secondo l'accusa, avrebbe convinto di essere stata abusata dal padre. Le carte processuali che lo hanno portato alla condanna parlano di «serrate sedute di psicoterapia svolte con modalità suggestive e suggerenti». In questo modo nell'adolescente si sarebbe «radicato un netto rifiuto nell'incontrare il genitore» causando per questo, per via «della prolungata assenza paterna durante l'intero periodo adolescenziale», stress, depressione e altri disturbi. Non solo. Per convincerla degli abusi - sostiene l'accusa - lo psicoterapeuta torinese, «in violazione dei protocolli di riferimento, avrebbe sottoposto la minore alla terapia con la tecnica dell'Emdr», e cioè la discussa «macchina dei ricordi». Scuote la testa l'avvocato Rossodivita: «Non è assolutamente vero...». Foti invece vuole puntualizzare: «Una versione ridicola, quella di ricondurre i comportamenti delle vittime delle violenze all'uso di un macchinario: la verità è che aiutarle a rompere il muro del silenzio può comportare grandi ingiustizie, come in questo caso». Quanto all'idea di un «"sistema Foti" è un'aberrazione; c'è stata invece una criminalizzazione di un lavoro da ricondurre a una finalità di persecuzione ideologica nei miei confronti». L'atmosfera attorno allo psicoterapeuta non è delle più tranquille. L'altra sera Foti, già a Reggio Emilia per l'udienza, a cena al ristorante dell'albergo è stato avvicinato dal responsabile di sala che gli ha detto che «qui non diamo da mangiare al lupo di Bibbiano!». Il maître poi si sarebbe scusato. Ma il presidente della «Hansel e Gretel» stavolta non è stato affatto mite: e ha avviato querela. 

Bibbiano, c'è la prima sentenza. Foti condannato a quattro anni. Massimo Malpica il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Lo psicoterapeuta colpevole di abuso d'ufficio e lesioni gravissime. I legali: "Barbarie come per Galileo e Tortora". La prima condanna per l'affaire Bibbiano arriva per Claudio Foti, lo psicoterapeuta a capo dello studio Hansel&Gretel che aveva scelto il rito abbreviato per uscire dall'inchiesta Angeli e Demoni sulla vicenda degli affidi illeciti in Val D'Enza. Nonostante Foti fosse stato paragonato in una perizia del suo collegio difensivo a Galileo Galilei, il gup di Reggio Emilia Dario De Luca ha accolto in parte la richiesta della procura - 6 anni per abuso d'ufficio, lesioni gravissime e frode processuale - facendo cadere l'ultimo capo d'accusa e condannandolo a 4 anni e al risarcimento danni alle parti civili, sospendendolo dall'esercizio della professione per due anni e con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Una sentenza che non convince affatto i suoi legali, Giuseppe Rossodivita e Girolamo Andrea Cuffari, secondo i quali Foti è «assolutamente estraneo e innocente», tanto da accostare la sua vicenda a quella, drammatica, di Enzo Tortora. «Rifarei tutto ciò che ho fatto», ha spiegato dopo la sentenza lo psicoterapeuta, aggiungendo di sperare che, proprio come Tortora, «in appello possa essere rivista questa condanna che ritengo ingiusta», e ribadendo di essersi «comportato correttamente in scienza e coscienza». Per lui, lo «scontro» avvenuto nell'aula del tribunale di Reggio Emilia «non doveva avvenire in ambito giudiziario ma in accademia, fra posizioni teoriche diverse». Anche i suoi legali annunciano battaglia «fino all'ultimo secondo affinché la sua innocenza sia attestata anche dai tribunali», italiani ed eventualmente europei. È andata meglio alla sola altra imputata che aveva scelto la strada del rito abbreviato, l'assistente sociale Beatrice Benati: la procura aveva chiesto per lei una condanna a un anno e sei mesi per violenza privata e tentata violenza privata, ma il gup l'ha assolta perché il fatto non sussiste. Il giudice ha deciso anche sulle 22 richieste di rinvio a giudizio, prosciogliendo cinque degli indagati e mandando alla sbarra gli altri 17. Tra questi, la moglie di Foti Nadia Bolognini, l'ex dirigente dei servizi sociali di Bibbiano Federica Anghinolfi e il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che risponderà solo di abuso d'ufficio andrà valutata la regolarità dell'affidamento dell'appalto per il servizio terapeutico di cura dei minori - mentre il gup ha lasciato cadere l'accusa di falso. Soddisfatto il primo cittadino, che spiega di non vedere l'ora «di dimostrare la mia completa estraneità rispetto a quest'ultima contestazione rimasta dopo un drastico ridimensionamento delle accuse». Ma ieri a Reggio Emilia è stata anche la giornata delle vittime del presunto sistema Bibbiano. «Mio figlio ci è stato tolto a sei anni per un disegno mai fatto, sulla base del quale venivo accusato di violenza», racconta all'Adnkronos un padre presente all'udienza preliminare, spiegando che il bambino «oggi è tornato con noi ma porta i segni di un brutto trauma». E anche il nonno di una delle bambine coinvolte ascolta la sentenza, saluta soddisfatto le decisioni del gup e poi racconta come «mia nipote ci è stata portata via a nove anni per un disegno alterato» prima di poter «tornare a casa». Un altro papà ricorda la «sottrazione» dei suoi due bambini più piccoli, 3 anni e mezzo e 5 anni e mezzo, avvenuta il 18 giugno di tre anni fa, quando proprio la Anghinolfi dopo averlo convocato ai servizi sociali di Bibbiano «mi comunicò racconta - che da quel giorno non avrei potuto vedere i miei figli se non in forma protetta per un'ora ogni 20 giorni», accusandolo di omofobia e collocando i bimbi presso la moglie dell'uomo, che dopo la separazione si era fidanzata con una nuova compagna. «La sentenza di oggi conclude l'uomo - magari ci darà giustizia, ma i traumi che questi bambini si portano addosso sono tutti da valutare». Massimo Malpica 

Lo psicologo Foti da "angelo" a "demone". "Esperto in abusi infantili". "No, ciarlatano". Nino Materi il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Claudio Foti, il guru di Bibbiano, divide il mondo accademico. E non solo. Fedele al nome dell'inchiesta - «Angeli e demoni» - che ne ha maciullato l'immagine nel tritacarne mediatico. E infatti un po' «angelo» e un po' «demone», lo psicologo Claudio Foti lo è sempre stato. Prima dello scandalo di Bibbiano, l'«angelo» era prevalente sul «demone», con un'ampia fetta del consesso accademico pronto a tessere le lodi «umane e professionali» di questo strizzacervelli coi capelli alla Einstein; poi, a inchiesta esplosa, il «demone» ha preso il sopravvento, spazzando via la dignità di un «super esperto» cui (è bene ricordarlo) importanti procure hanno affidato nel corso degli anni perizie tecniche proprio sui medesimi temi per i quali ieri la giustizia lo ha invece condannato. Una nemesi dove il demone ha divorato l'angelo; e dove i colleghi che ai tempi d'oro lo portavano in paradiso, nell'ora della disgrazia lo hanno scaraventato all'inferno. Ma ieri uscendo dal tribunale, Foti è apparso tutt'altro che rassegnato all'abiura filosofica del cosiddetto «metodo Foti»: «Le registrazioni sono state analizzate con pregiudizio. Esse dimostrano l'esatto contrario di quanto sostenuto dall'accusa. In aula è andato in scena un dibattito improprio: plausibile in un convegno scientifico, non certo in una sede giudiziaria». Al suo fianco c'è l'avvocato Andrea Coffari, esperto di diritto di famiglia e presidente dal 2007 del Movimento per l'infanzia. È toccato a lui difendere l'onore di un amico, ancor prima che di un «cliente»: «Il tempo sarà galantuomo - ci aveva detto due anni fa -. Le accuse contro Foti si sgonfieranno». In parte ha avuto ragione: per Foti erano stati chiesti 6 anni, gliene sono stati inflitti 4. Uno «sconto» che non restituisce a Foti nulla di quanto di peggio si era detto (e scritto) sul suo conto, anche da parte di chi ha spacciato per «informazione» clamorose bufale. Nessuna offesa è stata risparmiata a Foti, impallinato su giornali e tv con una raffica di sanguinosi epiteti: «mostro», «ciarlatano», «fissato»... Una lista arricchita perfino dal simpatico epiteto di «marito violento» (a seguito di una banale lite con la moglie) e di «millantatore» (per il risibile sospetto di «essere privo di laurea»). E a centro del mirino, sempre lui: Claudio Foti, lo psichiatra specializzato in abusi in età infantile con all'attivo decine di saggi sull'argomento. Tutto liquidato dai suoi detrattori, tirando in ballo la famigerata «macchinetta dei ricordi» di cui Foti avrebbe fatto «uso costante e improprio». E poco importa che, questa «macchinetta», in realtà non sia mai esistita. Coffari aveva denunciato al Giornale: «Siamo dinanzi a un fenomeno sottostimato. Nelle separazioni con denunce di abusi si possono rintracciare tre costanti: un sex offender maschile che vuole imporre, attraverso la sopraffazione, il ruolo di uomo dominante; una madre che denuncia ma viene spesso emarginata e screditata anche dalla rete istituzionale che dovrebbe tutelarla; un bambino abusato che, senza un intervento pronto ed efficace da parte dei servizi sociali, è destinato a non liberarsi più dal trauma». E il fantomatico «metodo Foti» in cosa consiste? «Non esiste - spiega l'avvocato, con Foti tra i promotori del Movimento per l'infanzia -. Piuttosto va evidenziato come la violenza su bambini, donne e madri rappresenti ancora un tabù. Perciò è necessaria un'opera di denuncia. Perché, come diceva Martin Luther King, ciò che spaventa davvero non è la violenza dei cattivi, ma l'indifferenza dei buoni». Nino Materi

Bibbiano, Claudio Foti condannato (ma gli affidi non c’entrano…). Per i difensori dello psicoterapeuta, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, non c'è dubbio: Claudio Foti è paragonabile a Enzo Tortora e Galileo. Simona Musco su Il Dubbio il 12 novembre 2021. «È stata messa sul banco degli imputati la psicoterapia». La conclusione degli avvocati Giuseppe Rossodivita e Girolamo Coffari, difensori dello psicoterapeuta Claudio Foti, è tranchant: quello che riguarda il loro assistito, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio in abbreviato nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, «è un errore giudiziario». Anche perché Foti, che è forse il volto più noto del processo tristemente conosciuto come “Angeli e Demoni” – denominazione che tra qualche giorno non potrà più essere usata in nome del principio della presunzione d’innocenza – in realtà con gli affidi illeciti non c’entra proprio nulla. «Mi hanno descritto come un lupo, come un ladro di bambini. Ma io con i bambini non c’entro nulla e nessuno mai, in questa storia, si è travestito da lupo. Ma quell’immagine resta, perché la gogna ha bisogno di semplificazioni», ha sottolineato all’uscita del tribunale, dopo esser stato assediato dai giornalisti che, ancora, gli chiedevano come si sentisse ad aver fatto del male a dei bambini. Foti, assolto dall’accusa di frode processuale, è stato anche interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e sospeso dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per altri due.

Bibbiano, i rinvii a giudizio

Il primo capitolo della vicenda giudiziaria che ha diviso opinione pubblica e politica italiana si chiude dunque così. E parallelamente alla vicenda Foti, il gup Dario De Luca ha anche disposto 17 rinvii a giudizio, un’assoluzione (quella dell’assistente sociale Beatrice Benati per non aver commesso il fatto) e quattro proscioglimenti (Nadia Campani, Barbara Canei,  Sara Testa e Daniela Scrittore).

Tra le persone per le quali inizierà il processo c’è Federica Anghinolfi, ex dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza, alla quale la procura contestava 64 capi d’imputazione sui 108 totali, dalla frode processuale alla violenza privata, passando per falsa perizia ed abuso d’ufficio. Per lei il gup ha disposto l’assoluzione per due accuse di falso ideologico, così come per il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, rinviato invece a giudizio per abuso d’ufficio. Ed è proprio questa l’accusa cardine di tutto il processo; un processo, hanno denunciato al termine della lettura del dispositivo i legali di Foti, già celebrato sulla stampa.

Bibbiano, un processo mediatico

«La situazione ambientale di questo tribunale, evidentemente, è stata fortemente condizionata dal processo mediatico – ha spiegato Rossodivita -. Ovviamente faremo appello, continuiamo ad avere fiducia nella giustizia, ma soprattutto nel fatto che viviamo in uno Stato di diritto. Foti non era accusato dei fatti riportati dalla stampa, non ha mai avuto a che fare con minori. Ma molti giornalisti hanno avuto con lui lo stesso atteggiamento avuto con un’altra persona, poi assolta in appello: Enzo Tortora». Ed è proprio in appello, è sicuro Rossodivita, che tutto cambierà.

L’accusa di lesioni Foti ruota attorno alla psicoterapia effettuata su una ragazza di 17 anni – mai sottratta alla famiglia – su disposizione del tribunale dei minori, che aveva riscontrato delle problematiche da trattare con una terapia del trauma. La procura ha però ritenuto che tale cura abbia causato alla ragazza – dolosamente – un disturbo borderline, così come diagnosticato dalla psicologa nominata dal tribunale.

«Tutto questo è stato stabilito con un colloquio solo, senza somministrazione di test – ha evidenziato Rossodivita -, nonostante la stessa consulente del tribunale abbia ammesso che gli eventi sfavorevoli vissuti dalla ragazza in precedenza potevano aver inciso sullo sviluppo della sindrome borderline. Ciò non è stato comunque preso in considerazione, attribuendo tali conseguenze solo alle 15 sedute con Foti. Come se fosse, dunque, un’arma letale. Penso sia una contestazione ridicola. Riflettete sulla possibilità di far insorgere una sindrome del genere con 15 sedute».

Nonostante, secondo il giudice, Foti abbia dolosamente – e quindi volontariamente – causato tale disturbo, lo psicoterapeuta non è stato riconosciuto colpevole per l’accusa di frode processuale, ovvero l’induzione in errore del giudice che ha valutato il caso della ragazza. Mentre per quanto riguarda l’abuso d’ufficio, Foti risulterebbe un concorrente esterno: l’amministrazione avrebbe dovuto affidare il servizio alla sua onlus, la “Hansel&Gretel”, con una gara d’appalto, cosa che però non è avvenuta. E lo psicoterapeuta, in tutto questo, avrebbe fatto pressione per ottenere il servizio. «In realtà sono stati i servizi sociali a rivolgersi a lui –  ha spiegato Rossodivita – ritenendo il suo, in atti ufficiali, un centro di eccellenza a livello nazionale. È stata messa a soqquadro la sua vita e sono state ascoltate 2700 telefonate, ma non c’è nemmeno una parola di Foti per chiedere di essere coinvolto».

«Processata la scienza»

«Ho dedicato 40 anni della mia vita all’ascolto attento e rispettoso di bambini e ragazzi – ha spiegato Foti -. Abbiamo consegnato 15 videoregistrazioni che non sono state esaminate con la dovuta attenzione. Credo che chiunque si approcci senza pregiudizio all’analisi di quei video potrà verificare un atteggiamento esattamente opposto a quello necessario e sufficiente per potermi condannare per lesioni».

Secondo lo psicoterapeuta, l’errore di fondo è stato quello di processare la scienza, risolvendo per via giudiziaria una contrapposizione culturale: «C’è stato uno scontro, in quest’aula, che non doveva avvenire in ambito giudiziario, ma in accademia, fra posizioni culturali e teoriche diverse – ha aggiunto -. Io credo che sia stata criminalizzata la psicoterapia del trauma, cioè una posizione che non c’entra nulla con il “metodo Foti”, distorto e spettacolarizzato. La psicoterapia del trauma è portata avanti da una componente ampia di psicoterapeuti, di clinici, che hanno un approccio che si oppone ad un’altra branca. Una contrapposizione che però è stata fatta in un’aula giudiziaria, cosa a mio parere scorretta».

«Ho fiducia che in appello questa condanna possa essere rivista. Penso di essermi comportato sempre correttamente, in scienza e coscienza, e chiunque esamini questo materiale può vedere cosa significa l’atteggiamento empatico: non ci sono affatto domande anticipatorie, ma il tentativo di far emergere una verità. Spero voi possiate vedere con i vostri occhi. In tutte le domande formulate c’è stata una costante attenzione alle emozioni e tutte le comunicazioni più rilevanti sono state espresse dalla ragazza senza alcuna anticipazione da parte mia».

Assolta assistente sociale. A processo in 17: "Alleggerita posizione primo cittadino". Caso Bibbiano, condanna per lo psicoterapeuta Foti (“E’ come Tortora”): rinvio a giudizio per sindaco Carletti. Redazione su Il Riformista l'11 Novembre 2021. E’ stato condannato a quattro anni per abuso d’ufficio e lesioni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio di cura torinese ‘Hansel&Gretel, nell’ambito dell’inchiesta ribattezzata dalla procura di Reggio Emilia “Angeli e Demoni”. Questa le decisione dei giudici del tribunale emiliano nel processo con rito abbreviato per la vicenda degli affidi illeciti di Bibbiano e della Val d’Enza. L’accusa, le indagini sono state condotte dal sostituto procuratore Valentina Salvi, aveva chiesto sei anni di condanna per abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni gravissime (ipotesi di reato formulata per la presunta alterazione psichica di una paziente). I legali di Foti annunciano ricorso in Appello sottolineando come si tratti di una “sentenza totalmente inaspettata, non avremmo scelto il rito abbreviato se le carte delle indagini avessero lasciato presupporre una condanna. Il trattamento avuto nei suoi confronti – fanno sapere – ricorda quello riservato a Enzo Tortora, poi assolto in Corte d’Appello””. All’agenzia AdnKronos gli avvocati Girolamo Andrea Cuffari e Giuseppe Rossodivita ribadiscono che “la situazione ambientale di questo tribunale evidentemente è stata fortemente condizionata dal processo mediatico. Continuiamo ad avere fiducia nella giustizia e nel fatto che viviamo in uno stato di diritto”. Per la difesa, “Foti non era accusato dei fatti che sono stati raccontati, è stato condannato a 4 anni per abuso d’ufficio e per lesioni. La sottrazione dei bambini non è mai avvenuta, è caduta la frode processuale. Evidentemente il tema dell’abuso d’ufficio è un tema che regge l’impalcatura di tutta l’inchiesta”. Secondo lo psicoterapeuta sarebbero “15 le videoregistrazioni date agli inquirenti e non esaminate con attenzione”. Assoluzione, sempre nel processo in abbreviato, per Beatrice Benati, assistente sociale dell’Unione val d’Enza. Per quest’ultima la Procura aveva chiesto un anno e sei mesi di condanna con le accuse di violenza privata e tentata violenza privata. Finora l’unica pena relativa al procedimento è quella di Cinzia Magnarelli, assistente sociale sempre dell’Unione Val d’Enza, rea confessa e accusata di falso ideologico e frode processuale, la quale ha patteggiato a un anno e otto mesi (pena sospesa). Rinviato a giudizio, insieme ad altre 16 persone, il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, sbattuto ai domiciliari per diversi mesi prima della revoca della Cassazione, tra i 22 indagati dell’inchiesta Angeli e Demoni. Il primo cittadino, in quota Pd, dovrà difendersi dall’accusa di abuso d’ufficio (è stato prosciolto dall’accusa di falso). Questa la decisione del Gup di Reggio Emilia Dario De Luca. Il processo dovrà verificare se il sindaco ha commesso qualche illegittimità amministrativa nell’affidamento dell’appalto concernente il servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei comuni. Una posizione, quella di Carletti, che “è stata ulteriormente alleggerita” commenta l’avvocato Giovanni Tarquini. “Restiamo fermamente convinti che il sindaco Carletti ha sempre agito in totale buona fede, come contiamo di dimostrare in giudizio” aggiunge Tarquini. “Non vedo l’ora di dimostrare la mia completa estraneità rispetto a quest’ultima contestazione rimasta dopo un drastico ridimensionamento delle accuse”, così il sindaco Carletti commenta all’Agi, e attraverso il suo legale, il rinvio a giudizio.

«Il caso Bibbiano? Il processo non è rilevante…». Parola di Pablo Trincia. Per il giornalista che Claudio Foti, lo psicoterapeuta imputato nel processo “Angeli e demoni”, «venga assolto o condannato fa parte delle dinamiche del processo e sappiamo benissimo che i processi sono un mondo a parte». Il Dubbio il 10 novembre 2021. Non è rilevante il processo in sé o come si evolverà ma è «fondamentale» che il caso sia stato sollevato e che sia arrivato all’attenzione dell’opinione pubblica. Pablo Trincia, autore insieme ad Alessia Rafanelli, della lunga inchiesta podcast “Veleno” sul caso degli abusi nei confronti di alcuni bambini nella Bassa Modenese, non mostra particolare interesse rispetto alla prima sentenza che sarà emessa giovedì su Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio Hansel&Gretel, imputato a Reggio Emilia nel processo “Angeli e demoni” sui presunti affidi illeciti con le accuse di frode processuale, abuso d’ufficio e lesioni (per le «modalità suggestive» con cui avrebbe effettuato la psicoterapia su una ragazzina, «ingenerando in lei la convinzione di essere stata abusata dal padre e dal socio» e causandole «depressione»). «Comunque vada il processo – dice infatti Trincia all’AdnKronos – è fondamentale che si sia tirata fuori questa problematica, è fondamentale che in Italia sia venuto fuori questo problema. Che Foti venga assolto o condannato fa parte delle dinamiche del processo e sappiamo benissimo che i processi sono un mondo a parte». Per Trincia è anche rilevante il fatto che sia emerso un legame tra «la Bassa Modenese e Bibbiano, perché la Hansel&Gretel era molto presente nel caso della Bassa Modenese. Non c’era Foti ma c’era la sua ex moglie. E c’erano altri professionisti che si erano formati lì e che condividevano lo stesso approccio. Oltretutto, ricordiamo che questa è una materia nuova per la giustizia, non esiste un precedente di questo tipo. È fondamentale aver acceso una lampadina in una stanza che prima nessuno apriva». Indipendentemente dal processo, argomenta Trincia, «credo che sia stato sollevato un tema importantissimo, ovvero le competenze degli psicologi e di chi lavora a contatto con i bambini. E soprattutto l’ideologia, che non ci deve essere, quando si fa questo tipo di lavoro». Un tema delicato in grado di dimostrare «che bisogna stare attenti a quali tecniche si utilizzano per parlare con i bambini e per influenzarli. La cosa che mi auguro è che l’esito del processo, qualsiasi esso sia, non impatti sull’importanza di parlare di queste cose e di farci attenzione». Secondo Trincia, «il cuore di questo fenomeno è l’ideologia che c’è dietro: nel mondo degli psicologi e degli assistenti sociali, dei ginecologici e di chi si occupa di minori. Ci sono alcune persone, associazioni, o ideologi e formatori che sostengono l’uso di tecniche non scientifiche e molto pericolose perché partono da un pregiudizio iniziale. Se si pensa che un bambino su cinque è stato abusato, è inevitabile che tu te lo vada a cercare con domande suggestive». Il problema, conclude Trincia, sono i «danni irreversibili creati ai bambini, che sono le prime vittime, e ai nuclei familiari».

Nic.Zan. per "la Stampa" l'8 novembre 2021.

Dottor Claudio Foti, può raccontare cosa è successo l'ultima volta che si è seduto al tavolo di un ristorante?

«Ero con il mio avvocato a Reggio Emilia, la città del processo. Scendiamo nel ristorante dell'albergo per cena, ci sediamo e si avvicina il responsabile di sala: "Qui non diamo da mangiare al lupo di Bibbiano!". Aveva espressioni del viso che esprimevano ripulsa nei miei confronti. Ne nasce una discussione, io me ne sarei andato. Ma il mio avvocato ha chiamato i carabinieri che hanno verbalizzato l'accaduto».

Che effetto le ha fatto?

«Ci sono rimasto molto male. Ho imparato qualcosa su cosa sono gli eventi stressanti. Non te lo aspetti: quello era un luogo che vivevo come sicuro. La cameriera già aveva portato via l'olio e l'aceto. Poi il direttore dell'hotel si è scusato, ma sto meditando se sporgere querela». 

Perché si travestiva da lupo per spaventare i bambini durante le sedute di psicoterapia? «Ma questo è falso! Totalmente falso. Una falsità circolata nei primi mesi e poi rimasta a circolare. Io non facevo le terapie con i bambini, e non mi travestirei da lupo neppure a Carnevale. Al centro studi abbiamo usato le marionette: è un gioco simbolico, per cui abbiamo vinto anche un premio. Ma niente, ormai è andata: Foti il lupo. Il processo mediatico ha stravolto i termini del processo reale». 

Lei è accusato di concorso esterno in abuso d'ufficio, frode processuale e lesioni gravissime. Le lesioni sono quelle che avrebbe provocato con sedute di psicoterapia a senso unico, nell'ostinazione di andare a trovare un abuso sessuale. Cosa risponde?

«Quelle sedute sono registrate. Secondo me, sono fatte bene e si vede un miglioramento della paziente. Ma l'accusa mediatica circolata è quella della terapia suggestiva con bruta formulazione di domande suggerenti». 

Lei lavorava a Bibbiano tramite un affidamento diretto del sindaco, cioè senza appalto. Faceva pagare 135 euro a seduta un servizio pubblico, mentre la cifra è 70 euro. Perché?

«Perché partivo da Torino. Quella era la cifra con le spese incluse. Ma niente: Foti l'affarista».

I suoi avvocati dicono che lei è stato «mostrificato». Si sente un mostro?

«Mi sento un uomo distrutto, un professionista finito. Il 95% del mio lavoro è sparito. Mi hanno fatto diventare il capo di una cupola che gestiva affidamenti. Prima mi cercavano, ora sono spariti tutti: giustamente nessuno vuole un convegno con il lupo di Bibbiano. La mia credibilità professionale, se non verrò assolto, è irreversibilmente danneggiata dal processo mediatico».

Come sta passando i giorni che precedono la sentenza di primo grado?

«Sto scrivendo un libro su quello che mi è successo. Mi ha salvato la meditazione buddista, ma ho sempre grande paura di ammalarmi perché queste sono cose che uno finisce per somatizzare. Sono in difficoltà con una pensione da 490 euro al mese. Ho cercato di prendermi cura di me in questa situazione di isolamento estremo, aspettando tempi migliori». 

Secondo l'accusa, toglievate i bambini ai genitori con accanimento, inseguendo ossessioni di abusi sessuali inesistenti. Lo facevate con ogni arma a vostra disposizione, anche falsificando la realtà. Cosa risponde?

«È lo stesso teorema di Veleno, l'inchiesta sui casi della Bassa Modenese. Gli psicologici sono suggestionanti, i bambini sono inaffidabili. Lo stesso schema». 

Cosa si aspetta dalla sentenza?

«Tutti hanno bisogno di un giudice sereno. Noi abbiamo bisogno di un giudice coraggioso per fare prevalere gli aspetti di diritto sui fattori culturali e emotivi. Nel merito delle accuse qui non voglio entrare, non mi sembra corretto. Intanto sono contento di essere sopravvissuto».

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 2 settembre 2021.  «Lavora scemo, sennò ti picchio». E giù botte. Schiaffi, pugni. Colpi anche alla schiena di un ragazzino di 11 anni, colpevole solo di voler andare a scuola invece di passare le giornate a svuotare i cassonetti alla ricerca di ferro da rivendere negli sfasci. Così è andata avanti almeno dal 2017; poi nel luglio scorso il ragazzino ha deciso che non era più possibile andare avanti in questo modo: si è presentato dai carabinieri di San Basilio e ha chiesto aiuto. «Mia madre non mi manda più a scuola, vuole che lavori tutto il giorno. E se mi fermo per riposare mi riempie di botte», la denuncia del minore rom, che vive nel campo di Colli Aniene, alla periferia Est della Capitale. Un racconto ritenuto credibile, confermato dai lividi sul corpo riscontrati dai medici del pronto soccorso. Ecchimosi recenti e più datate che non hanno lasciato dubbi. La donna, di 37 anni, è stata così arrestata per maltrattamenti e lesioni aggravati su minorenne. Ma le indagini dei carabinieri non sono ancora concluse, perché ai pestaggi nel campo nomadi potrebbe aver partecipato anche il fratello maggiore dell'11enne, mentre alla madre potrebbero essere contestati altri reati, come appunto quello di aver impedito al ragazzino di frequentare la scuola dell'obbligo. Una storia drammatica, uno spaccato di quello che accade ancora nei campi nomadi della Capitale, sia in quelli «ufficiali»; sia in quelli «tollerati» (come quello di Colli Aniene, che si sviluppa anche attorno a un edificio abbandonato), che stanno subendo negli ultimi tempi chiusure e bonifiche. Il padre del ragazzino è in carcere a Velletri. Non sembra per il momento coinvolto nella vicenda; mentre un amico di famiglia, chiamato «zio Rocco», sarebbe sotto indagine per i suoi rapporti con il minorenne, che frequentava la sua abitazione a San Basilio. Un rifugio per il giovane, per sfuggire ai maltrattamenti della madre, ma che talvolta si sarebbe rivelato una trappola di abusi sessuali. Di cui la madre potrebbe aver pure beneficiato economicamente (ma su questo punto le indagini sono in corso). La donna, secondo il gip Paolo Andrea Taviano, che ne ha disposto l'arresto all'inizio di agosto (anche se la notizia è stata resa nota solo l'altro ieri da Leggo), avrebbe in ogni caso dimostrato «un'indole violenta e incline a delinquere, nonché un discutibile senso materno vista la sua opposizione alla prosecuzione del percorso scolastico» del figlio. Nella casa famiglia dove è stato accompagnato dopo la denuncia, l'11enne ha subito ritrovato l'umanità che gli era mancata negli ultimi anni. Sentito in audizione protetta, con la presenza di una psicologa, ha raccontato di essere stato picchiato in una circostanza anche perché aveva cercato di salvare dalle botte il fratellino di due anni, colpito dalla madre solo perché aveva rotto un piatto. La presidente della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'Adolescenza Licia Ronzulli chiede «di fare luce su ciò che accade in quel campo» e la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che la madre «paghi duramente».

Emilio Orlando per leggo.it l'1 settembre 2021. Ha citofonato ad una caserma dei carabinieri per denunciare sua madre e i suoi fratelli: «Mi picchiano con violenza, da 4 anni. Ora basta, prendeteli». Una storia di orrore e coraggio quella che ha come protagonista un bambino di 11 anni: niente scuola, lui doveva solo portare i soldi agli aguzzini, mamma in primis. Una vita da schiavo, sfruttato e maltrattato. Roba da stringere il cuore. Ma non ai familiari, a quella madre che ordinava anche agli altri figli di “punire” il piccolo al suo ritorno in un campo nomadi abusivo di Tor Sapienza. Per fortuna l’incubo è finito nella stazione dei carabinieri di San Basilio. La donna, una cittadina romena di 36 anni, per punizione non faceva dormire il bimbo e lo picchiava prendendolo a calci e pugni sulla pancia e in faccia. Quando i carabinieri hanno risposto alla citofonata in caserma, si sono trovati davanti un 11enne intimorito e pieno di lividi, che mostrava meno della sua età. Dopo averlo accolto e calmato, il piccolo rom ha raccontato la vita infernale a cui lo costringevano, parlando tra lacrime e singhiozzi come un fiume in piena: «Mia madre mi mena a calci e pugni in testa e dietro la schiena se mi rifiuto di andare a cercare il ferro e il rame in giro per i cassonetti - ha denunciato agli investigatori durante l’audizione protetta con una psicologa -. Dopo la quinta elementare volevo continuare a studiare ma non mi hanno voluto più mandare a scuola per farmi lavorare. Non posso nemmeno riposarmi perché mia madre mi picchia se dormo». Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, richiesta dal sostituto procuratore Claudia Alberti ed emessa dal gip Paolo Andrea Taviano, con la quale i carabinieri di San Basilio hanno portato la genitrice nel carcere di Rebibbia, vengono evidenziati tutti gli episodi di violenza e di maltrattamenti che il piccolo ha dovuto subire nel corso del tempo in uno dei campi rom abusivi tristemente già noti per gravi fatti criminali come spaccio di droga, roghi tossici e impiego e sfruttamento dei minori per prostituzione e accattonaggio.

Bambini e case famiglia, mamme coraggio ancora in piazza contro gli affidi "facili" dei minori. Susanna Novelli su Il Tempo l'1 settembre 2021. Chiedono un decreto legge che fermi la «catena assassina» degli affidi "illeciti" e un intervento della Corte dei conti affinché si valuti il danno erariale. Sono loro, le mamme coraggio, tornate a manifestare per due giorni davanti a Montecitorio. Sono più numerose rispetto ai primi di agosto, quando sotto il sole cocente Giada Giunti si è messa con un cartello e la foto di Jacopo davanti l’ingresso della Camera dei Deputati chiedendo alle istituzioni di poter riabbracciare suo figlio. Giorni di "picchetto", al quale via via si sono aggiunte altre storie, altre vite deturpate da una "giustizia" spesso troppo miope. C’è Laura con nonna Sofia, alle quali a fine luglio hanno sottratto il figlioletto (e il nipotino) di appena 7 anni, epilettico, e che ad oggi Laura non sa neanche se e in quale scuola portarlo. C’è Veronica, che viene da Napoli. A lei il suo ex ha «portato via» i tre figli di 13, 10 e 7 anni; Maria Assunta poi è venuta da Lecce, cammina con una stampella: «Lo devo al mio ex che mi picchiava in continuazione». La sua colpa, forse, è quella di aver denunciato i maltrattamenti subiti. Spedita in una struttura con il figlio Luca, che oggi ha 9 anni. Dopo circa 4 anni i giudici decidono di affidare il piccolo al padre. La motivazione? Ricostruire il rapporto paterno, mentre Maria Assunta viene definita «madre ostacolante». Nonostante il percorso psicologico indicato dalla Asl stessa, che conferma invece essere madre «amorevole», Luca resta con il padre, per lei incontri protetti in «spazi neutri» una volta a settimana. Ancora, Raffaellina che viene da Livorno. La storia qui è complessa, addirittura la Ctu nella perizia di affidamento dei due bambini a un’altra famiglia, scrive che i genitori sono morti. In piazza ci sono anche gli avvocati Michela Nacca, presidente di «Maison Antigone» e Carlo Priolo, presidente di «Verità Altre», autori di una lettera-comunicato inviata al presidente Draghi, alle ministre Cartabia (Giustizia) e Bonetti (Famiglia), al presidente della Camera dei Deputati, Fico e a tutte le commissioni parlamentari competenti. Due sono le parole da evidenziare: Pas, la sigla con cui si indica «l’alienazione parentale» e la «sindrome della madre amorevole». Praticamente nella maggior parte dei provvedimenti che hanno allontanato figli minori da uno dei due genitori riportano questi «alibi» psicologici della teoria di Gardner. In altre parole spesso uno dei due genitori separati, nella maggior parte delle volte la mamma, viene indicata come troppo simbiotica con il figlio, di fatto arrecando un danno al rapporto con il padre.  «Per lunghi anni questa teoria è stata insegnata in corsi formativi per giudici, avvocati, assistenti sociali, mediatori, psicologi giuridici e psichiatri forensi italiani - dice l’avvocato Nacca - nonostante non solo tale teoria psichiatrica non sia mai stata accettata dalla Comunità accademica internazionale, ma soprattutto a fronte di una sentenza di Cassazione del 2013 che ne sostiene l’assoluta infondatezza, ribadita poi dalla requisitoria del sostituto procuratore generale della Superma Corte, Francesca Ceroni, il 15 marzo di quest’anno che è arrivata a denunciare l’incostituzionalità della teoria "Pas", la sua utilizzazione nonché applicazione. Insomma - conclude l’avvocato - nei tribunali viene ignorato il dettame costituzionale. Per questo siamo tutti convinti che serva un intervento chiaro innanzitutto del governo, attraverso un decreto legge affinché blocchi immediatamente gli affidi di minori così argomentati e che poi, finalmente intervenga il legislatore per porre fine a questa barbarie». Alcune parlamentari, come la Bellucci, la Giannone e la Ascari hanno aderito alle proteste e alle richieste delle mamme che aspettano solo il passaggio che va dalle parole ai fatti.

Quasi 200 giudici hanno interessi nelle strutture a cui affidano i minori. Luca Rinaldi il 3 Agosto 2015 su L'inchiesta. Sono poco più di un migliaio e si trovano all’interno dei 29 tribunali minorili di tutta Italia così come nelle Corti d’Appello minorili. Sono i giudici onorari minorili, e di fatto hanno il pallino in mano quando si tratta di affidamenti in casa-famiglia oppure a centri per la protezione dei minori. Una figura prevista dall’ordinamento ma che continua a risultare anomala nonostante il peso determinante nelle decisioni nell’ambito dei procedimenti che riguardano i minori e gli affidamenti: nel settore infatti il giudizio di un giudice onorario minorile è pari a quello di un magistrato di carriera. Quando si decide nelle corti infatti giudicano due togati e due onorari, mentre in Corte d’Appello sono tre i togati e due gli onorari. A definire il ruolo del giudice onorario minorile ci pensa una del 1934 e una riforma del 1956, ripresa nelle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura: l’aspirante giudice oltre che ad avere la cittadinanza italiana e una condotta incensurabile, «deve, inoltre, essere “cittadino benemerito dell’assistenza sociale” e “cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia”». Il tema non fa rumore, ma tra queste circa mille persone che ricoprono incarichi lungo tutto lo stivale, c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe. Il centro di alcune distorsioni del sistema rimane proprio all’interno delle circolari del Csm che ogni tre anni mette a bando posti per giudici onorari: all’articolo 7 della circolare si definiscono le incompatibilità, e si scrive espressamente che “Non sussistono per i giudici onorari minorili le incompatibilità derivanti dallo svolgimento di attività private, libere o impiegatizie, sempre che non si ritenga, con motivato apprezzamento da effettuarsi caso per caso, che esse possano incidere sull’indipendenza del magistrato onorario, o ingenerare timori di imparzialità”. Al comma 6 dello stesso articolo addirittura si prevede una causa certa di incompatibilità: all’atto dell’incarico il giudice onorario minorile deve impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell’incarico, cariche rappresentative di strutture comunitarie, e in caso già rivesta tali cariche deve rinunziarvi prima di assumere le funzioni. Insomma, a meno che non ci siano pareri motivati che possano incidere su indipendenza e imparzialità del giudizio, solo un atto motivato, che spesso non arriva, può mettere ostacoli sulla nomina del giudice onorario. Sulle maglie larghe dell’articolo 7 è depositata anche una interrogazione parlamentare dallo scorso 17 febbraio del senatore Luigi Manconi al Ministero della giustizia, che al momento rimane senza risposta, mentre ai primi di maggio l’onorevole Francesca Businarolo del Movimento 5 Stelle, ha depositato una proposta di legge per l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta. Tuttavia tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. Questi sono i dati contenuti in un dossier che l’associazione Finalmente Liberi Onlus presenterà nei prossimi mesi al Consiglio Superiore della Magistratura per mettere mano al problema. In particolare segnalano dall’associazione, che i duecento nomi che fanno parte della lista e ogni giorno decidono su affidamenti a casa famiglia e centri per la protezione dei minori, dipendono dalle strutture stesse. Tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. A vario titolo c’è chi ha contribuito a fondarle, chi ne è azionista e chi fa parte dei Consigli di Amministrazione. Dunque il tema è centrato: a giudicare dove debbano andare i minori e soprattutto se debbano raggiungere strutture al di fuori della famiglia sono gli stessi che hanno interessi nelle strutture stesse. L’incompatibilità, che dovrebbe essere già valutata come condizione precedente al conflitto di interessi, in questo caso sembra evidente, ma difficilmente vengono effettuati gli approfondimenti “caso per caso” richiesti dalle circolari del Csm. «Stiamo cercando un appoggio istituzionale forte – spiega a Linkiesta l’avvocato Cristina Franceschini di Finalmente Liberi Onlus – per poter sottoporre al Consiglio Superiore della Magistratura la lista dei giudici onorari minorili incompatibili. Presentarlo come semplice associazione rischia di far finire il tutto dentro un cassetto, avendo invece una sponda dalle istituzioni o dalla politica potrebbe far finire il tema in agenda al Csm meglio e più velocemente». Nel dossier, al momento ancora in via di definizione ma prossimo alla chiusura, «troviamo anche giudici che lavorano ai servizi sociali in comune e che hanno interessi in casa famiglia», fanno sapere da Finalmente Liberi Onlsu, «ma anche chi intesta automobili di lusso alle stesse strutture». Così tra una Jaguar e una sentenza capita anche che un centro d’affido ricevesse rette da 400 euro al giorno, per un totale di 150 mila euro l’anno in tre anni per un solo minore. Un business non indifferente se si conta che i minori portati via alle famiglie, stimati dalle ultime indagini del Ministero per il Lavoro e per le Politiche Sociali, sono circa 30mila. Sicuramente non è un ambito in cui ragionare in termini meramente economici e non tutte le case famiglia ragionano in termini di profitto, tuttavia, anche alla luce della recente sentenza su quanto accaduto in oltre trent’anni al Forteto di Firenze, una riflessione in più va fatta. In particolare sulla trasparenza con cui si gestiscono gli istituti e su chi e come decide di dirottare i minori all’interno delle strutture. Un altro caso è quello dell’ex giudice onorario minorile Fabio Tofi, psicologo e direttore della casa famiglia “Il monello Mare” di Santa Marinella, a Roma. Violenze, abusi sessuali, aggressioni fisiche e verbali, percosse, minacce, somministrazioni di cibo scaduto, di sedativi e tranquillanti senza alcuna prescrizione medica: queste sono le accuse che la procura di Roma ha mosso allo stesso Tofi e altri quattro collaboratori che sono poi sfociate nell’arresto dello scorso 13 maggio. Tofi dal 1997 al 2009 (periodo in cui la struttura era già funzionante) è stato giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Roma e psicologo presso i Servizi Sociale del Comune di Marinella dal 1993 al 1996. Non sono però solo le nomine e la compatibilità degli incarichi a destare più di un interrogativo nel mondo degli affidamenti, ma sono anche le procedure che a detta di più di un esperto andrebbero riviste. «Sarebbe sufficiente constatare come le perizie psicologiche fatte ai genitori prima di togliere il minore e durante l’allontanamento non vengano replicate anche agli operatori delle strutture. I controlli – dice ancora Franceschini – nei confronti di questi dovrebbero essere stringenti e con cadenza regolare, e invece non lo sono». Franceschini (Finalmente Liberi Onlus): «All’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia». Così come l’ascolto del minore nel corso dei procedimenti spesso avviene in modo poco chiaro: i minori dopo i 12 anni devono essere ascoltati dal giudice, nella maggioranza dei casi però questo ascolto avviene in una stanza in cui oltre al minore e al giudice è presente anche un emissario della comunità. «Evidentemente in queste condizioni non è possibile lasciare libertà d’espressione al minore, e molte volte gli avvocati sono invitati a rimanere fuori dall’aula. Non di rado infatti arrivano sul nostro tavolo verbali confezionati». Per questo motivo in tanti denunciano al raggiungimento del diciottesimo anno di età una volta fuori dalle strutture, come accaduto nella vicenda del Forteto. Tuttavia, spiega Franceschini, all’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia. Dopo l’estate il dossier sui giudici onorari minorili arriverà comunque sul tavolo di più di un politico e del Garante per l’Infanzia, il cui mandato è al momento in scadenza. L’occasione per aprire uno squarcio su un tema taciuto e sconosciuto ai più inizia a vedersi, per non sentire più in un tribunale, «io sono il giudice, io dirigo la comunità, e decido io a chi va il minore».

Migliaia di bambini "nascosti" dallo Stato: manca un registro dei minori affidati. Susanna Novelli 11 agosto 2021 su Il Tempo. Sono talmente invisibili che non si sa neanche, esattamente quanti siano. Il numero oscilla dai 12mila ai 44mila. Sono i minori affidati alle case famiglia. Nella maggior parte dei casi unica «ciambella» di salvataggio per salvarsi da situazioni di estremo degrado morale, di violenze e abusi che altrimenti rischierebbero di rovinare la vita a centinaia di bambini innocenti. Un terreno difficile, dove tuttavia anche un solo caso di minore strappato ingiustamente all’affetto dei propri cari è un fallimento di un’intera comunità, di quel sistema di diritti che uno Stato civile e democratico dovrebbe garantire. Vale insomma il principio giuridico del «meglio un colpevole libero che un innocente in galera». Eppure di storie, o meglio di vite rovinate per mano dello Stato ce ne sono tante nel farraginoso sistema dell’affido in casa famiglia. Alcune fonti statistiche fotografano una realtà che vale dai 5 ai 12 miliardi di euro, con un «tariffario» che va dai 100 ai 400 euro a bambino, oltre l’indotto. Un argomento «scivoloso» che per comodità spesso si preferisce ignorare. I cartelli apparsi a Montecitorio la settimana scorsa tuttavia ne impongono la lettura. Giada, Laura, Chiara, nonna Sofia. Simbolo di centinaia di famiglie divise, spezzate, spesso senza che neanche gli involontari protagonisti ne capiscano davvero il motivo. Bambini portati via con la forza. Il loro grido, seppur silenzioso, arriva. Il 30 agosto le mamme coraggio scenderanno di nuovo in piazza. Di fronte a quella Camera dei Deputati che dovrebbe garantire a loro, ma soprattutto ai loro bimbi, il diritto inalienabile all’amore.

Scandalo Serinper: “La coop degli orrori legata a filo doppio col Pd”. FdI chiede chiarezza. Luisa Perri venerdì 9 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia.  “La questione dei minori in affido e collocati in case famiglia deve essere tra le priorità del Governo. Bibbiano, il Forteto così come i fatti della Serinper di Massa sono i casi balzati al (dis)onore della cronaca nazionale. Ma sono tanti i drammi che si compiono nell’ambito dei minori fuori famiglia”. Così Maria Teresa Bellucci, esponente di FdI, che ha portato il caso in Parlamento con un’interrogazione. “Le recenti nuove rivelazioni del quotidiano La Verità sulla Cooperativa massese Serinper riportano violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo ai danni di minori. Le intercettazioni parlano chiaro e faccio fatica a leggere le frasi spietate pronunciate dagli indagati”.

La coop Serinper: nel Comune toscano il Pd copriva gli scandali. Nell’articolo di oggi de La Verità, si riferisce di “un cordone dem attorno alla Serinper. La coop degli orrori che a Massa maltrattava i bambini e si arricchiva sulle loro teste. Il sindaco, un assessore, il capogruppo del Pd in consiglio comunale. Tutti di Montignoso, comune nel quale la coop ha aperto una delle sue strutture. Intercettato anche un consigliere regionale del Pd, la cui sorella lavora nella cooperativa. Ci sono favori, protezione e sostegno per la Serinper, in cambio di assunzioni, nella storiaccia di provincia, ricostruita dal pm Alessia Iacopini e dai carabinieri, che ricorda Bibbiano”. “Per questo – prosegue la Bellucci – ho interrogato il Ministro della Giustizia Cartabia, delle Famiglia Bonetti e delle Politiche Sociali Orlando per sapere se sono a conoscenza dei fatti, ma soprattutto cosa intendano fare per scardinare un sistema, quello dell’accoglienza di bimbi e ragazzi in difficoltà affidato a interessi privatistici che nulla hanno a che fare con l’interesse del minore e il sostegno della famiglia, che sta assumendo i contorni di un fenomeno diffuso in diverse parti d’Italia”. “Basta perdere tempo sulla pelle dei bambini – conclude l’esponente di FdI – qui non si tratta di agire per mettere d’accordo correnti della maggioranza, ma per tutelare il sacrosanto Diritto dei Minori a vivere una vita libera da soprusi e privazioni”.

Maurizio Tortorella per "la Verità" il 7 luglio 2021. «Questo non è cibo: neanche in tempo di guerra gli davano cibo così». «La mia paura è che venga fuori che i ragazzi dicano che non mangiano, che gli viene dato solo il brodo, perché stasera è arrivata non una vellutata, ma dell'acqua sporca [] e le porzioni davvero non erano sufficienti per i ragazzi». Sono soltanto due dei brani salienti delle sconcertanti intercettazioni che la Procura di Massa Carrara ha allegato agli atti dell'udienza preliminare in cui si sta decidendo sul rinvio a giudizio degli undici indagati dell'inchiesta Accoglienza. Coordinata dal pm Alessia Iacopini, l'indagine ha al centro gli affari della Serinper, una cooperativa di Villafranca in Lunigiana cui fanno capo 13 strutture di accoglienza della zona destinate a ospitare bimbi e ragazzi in difficoltà familiari o con problemi sanitari e psichiatrici. L' inchiesta era emersa ai primi del dicembre 2020: alcuni dirigenti della cooperativa Serinper erano stati posti agli arresti domiciliari con l'accusa di avere assunto parenti e amici di politici locali, ottenendone in cambio vantaggi economici. Il sistema corruttivo, che avrebbe coinvolto due sindaci e un giudice onorario del Tribunale dei minori di Firenze, aveva fatto balzare i ricavi della Serinper dai 215.000 euro del 2011 a più di 2,7 milioni nel 2017. La pm Iacopini aveva accusato alcuni degli indagati anche di maltrattamenti fisici e psicologici nei confronti dei minori ospitati dalle strutture della cooperativa. Ora dell'inchiesta Accoglienza cominciano a uscire le intercettazioni, che nella loro crudezza sembrano fare il paio con quelle emerse nell' indagine Angeli e demoni sui presunti affidi illeciti di Bibbiano. Le conversazioni registrate dai carabinieri di Massa descrivono un ambiente molto poco ospitale con i poveri minori in difficoltà. E questo malgrado la Serinper non si facesse pagare poco: le rette per un bimbo andavano dai 121 euro al giorno nella struttura d' accoglienza di Casa Sonrisa a Stiava, vicino a Massarosa, ai 130 euro al giorno nel centro Numeri primi di Aulla. Intercettato mentre parla di alcuni dei piccoli pazienti trattati per problemi psicologici in una delle sue strutture, Enrico Benassi, ex vicepresidente della Serinper e oggi tra gli indagati, esclama: «Sono i soliti psichiatrici di merda! Andrebbero sciolti nell' acido, ma poi non avremmo di che vivere: ci toccherebbe fare chissà cosa». Di un altro utente diceva: «A zampate... a calci in bocca... quel marocchino di merda qual è! Se c' avete bisogno chiamatemi che vengo a trascinarlo fuori dal cancello per gli orecchi». Alcune educatrici della cooperativa parlano tra loro di medicine somministrate quasi a caso: «Forse ho sbagliato a fare la terapia», dice una, «le ho dato delle goccine che non doveva avere [] così si sente male, guarda dovrò costituirmi (e i carabinieri annotano che la donna ride, ndr)». L' altra le risponde: «Gliene hai date di più? Meglio, meglio: dai, è uguale». Un' altra indagata ammette che «qualcuno si è sbagliato a fare la terapia» a due bambine: a una la medicina «gliel' hanno data due volte», all' altra «se ne sono dimenticati». E la sua interlocutrice, riferendosi alla doppia somministrazione, forse di un calmante o di un farmaco per l'epilessia, replica cinicamente: «Male non gli fa. E poi chi se ne frega!». Dalle intercettazioni emerge che un bambino ha preso la scabbia, e che per evitare il contagio, gli educatori della Serinper decidono di fare «una bella doccia di Scabianil (una pomata antiscabbia, ndr)» a tutti. Li si sente dichiarare anche, e senza reticenze, che il cibo distribuito è cattivo e poco: «Io se hanno fame li gonfio di frutta», sbotta un'addetta della cooperativa. Secondo gli inquirenti, per di più, quella frutta per la Serinper era gratis: veniva dalle «donazioni» di un fruttivendolo amico di un parroco la cui nipote era stata assunta dalla cooperativa, e si trattava anche di frutta ormai marcia, che al mercato non si poteva più vendere. «Fate attenzione ai controlli», si raccomanda il parroco, intercettato. E la dipendente lo tranquillizza: «La consumiamo di sabato e domenica, quando i controlli non vengono». Altre due dipendenti discutono tra loro di un nuovo ospite in arrivo a Casa Sonrisa, per il quale non c' è un letto (ripetiamolo: lì la retta era di 121 euro al giorno): «C' è sempre il divano, o il pavimento», sghignazza una delle due. E l'altra: «Qui, se ci fanno una segnalazione, l'ufficio d' igiene ci chiude: io il mio bambino a dormire lì non ce lo metterei!». Gli inquirenti annotano che molti materassi erano «macchiati di urine e sangue», e che i bambini a volte «dormivano in cassettoni estraibili» che uscivano dagli armadi, senza lenzuola o senza piumone, e nella sporcizia. Agli arresti domiciliari, sette mesi fa, assieme a Benassi erano finiti Paola Giusti, responsabile del Centro affidi dei servizi sociali del Comune di Massa; Filippo Bellesi, sindaco di Villafranca in Lunigiana con una lista civica. Erano stati indagati anche Gianni Lorenzetti e Marino Petracci, rispettivamente sindaco e consigliere comunale di Montignoso, entrambi del Pd, e Stefano Benedetti, presidente del consiglio comunale di Massa per Forza Italia. Particolarmente grave pare l'accusa che la Procura rivolge a Rosa Russo, all' epoca giudice onorario del Tribunale per i minori di Firenze: in cambio di qualche favore, avrebbe violato «in modo sistematico e continuativo» i suoi doveri d' ufficio: avrebbe riferito ai dirigenti della Serinper l'esistenza delle indagini e avrebbe omesso di segnalare al Tribunale per i minori «le gravi irregolarità di cui aveva avuto notizia diretta». In Italia i giudici onorari minorili sono più di 1.000: nel 2015 il settimanale Panorama aveva denunciato che almeno il 20% era in palese conflitto d' interessi con le strutture dell'accoglienza dove vengono collocati i bambini sottratti alle famiglie. Non era accaduto nulla.

Bibbiano, chiesto processo per 23 indagati/ Caso bimbi “rubati”, c'è anche sindaco Pd. Silvana Palazzo il  29.05.2021 su ilsussidiario.net. Bibbiano, chiesto rinvio a giudizio per 23 indagati: a rischio processo per il caso dei bambini 'rubati' anche il sindaco Pd Andrea Carletti, oltre agli assistenti sociali. Ha infiammato la politica, poi il caso di Bibbiano è finito lontano dai riflettori. Ma dopo sette mesi di udienze, ecco la svolta: è stato chiesto il rinvio a giudizio per 23 indagati per il presunto giro di affidi illeciti di minori, cioè la vicenda dei bambini tolti ai genitori naturali in virtù di relazioni artefatte in cui si riportavano abusi e maltrattamenti, e poi sottoposti a sedute di psicoterapia gestite dall’associazione Hansel e Gretel. Nella tarda serata di giovedì, infatti, la Procura di Reggio ha confermato le accuse presentate già alla conclusione delle indagini preliminari, ma il pm Valentina Salvi ha ridotto da 24 a 23 il numero degli imputati che vuole portare a processo. A sorpresa, infatti, ha chiesto al giudice Dario De Luca il pieno proscioglimento per Nadia Campani, funzionaria dell’Unione dei Comuni della Val d’Enza che comunque aveva avuto un ruolo marginale già nell’inchiesta che la vedeva accusata solo di abuso d’ufficio e falso ideologico. Invece lo psicologo Claudio Foti e l’assistente sociale Beatrice Benati, come riportato da La Verità, avevano chiesto nella penultima udienza che, in caso di rinvio a giudizio, venissero giudicati separatamente e con rito abbreviato. Se le richieste dell’accusa venissero tutte accolte, finirebbero a processo per lo scandalo di Bibbiano 23 persone, tra cui il sindaco Pd Andrea Carletti, l’ex responsabile dei servizi sociali della Val d’Enza Federica Anghinolfi e il suo braccio destro Francesco Monopoli, oltre alla psicologa Nadia Bolognini, moglie di Foti.

BIBBIANO, LE ACCUSE AL “GURU” CLAUDIO FOTI. La sorte di Claudio Foti e della moglie Nadia Bolognini potrebbe essere decisa già nella prossima udienza fissata il 3 giugno, mentre le altre sono state fissate all’11 e 17 giugno. Il giudice Dario De Luca dovrà decidere se mandare tutti a processo. Il 3 giugno però dovrebbe valutare in via preliminare la richiesta di Foti e dell’assistente sociale Beatrice Benati, per poi valutare le posizioni degli altri 21 imputati. Le due accuse principali che vengono mosse al fondatore del centro Hansel e Gretel, come riportato da La Verità, sono frode processuale e lesioni aggravate su una minore, perché secondo la Procura di Reggio avrebbe tratto in inganno i giudici che indagavano sui presunti abusi sessuali ai danni di una ragazzina, alterando il suo stato psicologico con sedute serrate di psicoterapia e inducendo in lei il falso convincimento «di essere stata abusata dal padre». Inoltre, è accusato di abuso d’ufficio perché il suo centro sarebbe stato scelto senza una corretta gara d’appalto. A sua volta il centro avrebbe ottenuto gratuitamente l’uso dei locali del centro La Cura e avrebbe percepito compensi «superiori a quelli di mercato» per le terapie somministrate.

Chiara Pellegrini per “Libero quotidiano” il 19 maggio 2021. «Una confessione che arriva inaspettata. Ha raccontato tutto: le violenze sessuali e le botte confermando di fatto la tesi della Procura. Tuttavia non riesco a capire, e non è risultato nemmeno dall' interrogatorio, quale sia stato il movente». È basito l' avvocato Stefano Plenzick di fronte alla confessione fiume del proprio assistito Gabriel Robert Marincat, 25enne romeno, reo confesso dell' omicidio della piccola Sharon, la bimba di soli 18 mesi morta nel gennaio scorso in un appartamento di Cabiate (Como). Ieri mattina Marincat, ex compagno della madre della bambina, Silvia Barni (24 anni) interrogato dal pm Antonia Pavan ha reso una confessione piena: «Sì, ho abusato di lei poi l' ho picchiata fino ad ucciderla». L' uomo ha ripercorso il giorno della tragedia, quel pomeriggio dell' 11 gennaio nella casa di Cabiate, dove il romeno viveva da tre mesi con la mamma di Sharon. Ha rinnegato la versione raccontata subito dopo l' accaduto agli inquirenti: «Stava giocando, si è tirata addosso accidentalmente la stufetta, non si era fatta niente poi ha ripreso a giocare e si è addormentata improvvisamente». Una storia che da subito ha cozzato con la ricostruzione svolta dai carabinieri della Tenenza di Mariano Comense e che era stata smentita nei giorni successivi anche dall' autopsia effettuata sul corpo della bimba. L' operaio romeno ha ricordato le violenze e le botte, «l' ho colpita più volte alla testa fino a farla morire», mentre Silvia era a lavorare al bar. Poi la telefonata a Silvia per dirle che era successo qualcosa, che forse Sharon «si era fatta male». «Mandami una foto», aveva chiesto Silvia. «Ho chiesto ancora spiegazioni», ha scritto la mamma in una lettera al Corriere della sera, «e mi è stato detto che non era niente, che ti eri solo fatta un po' male mentre giocavi». A quel punto, la 25enne prega sua madre di andare ad accertarsi delle condizioni della bambina. È l' inizio dell' incubo. Sharon è sporca di vomito, da una seconda foto si vedono anche i segni sul volto. La nonna chiama il 118, l' arrivo dell' elisoccorso e il volo verso l' ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo si riveleranno inutili. La confessione di Marincat ha sconvolto gli avvocati di Silvia: Elisabetta Fontana e Lara Citterio. Le due legali che assistono la donna hanno chiesto ventiquattro ore per commentare ciò che ieri è accaduto davanti davanti al pm Pavan. Il legale di Marincat ha annunciato invece che chiederà una perizia psichiatrica sull' assistito «Ho chiesto una relazione sanitaria che non è ancora arrivata», spiega Plenzick,«che facesse uso di metadone è pacifico, tossicondipendente anche. Oggi (ieri ndr.) ha sostenuto che non fosse sotto metadone. C' è qualcosa che non torna». «Perché l' ha uccisa? Io non riesco a capire», s' interroga il legale di Marincat, «ha detto che era arrabbiato. Non metto in dubbio la confessione ma manca il movente, anche se la Procura sosterrà che sta nella violenza sessuale, c' è anche da dire che era una bambina di un anno e mezzo, che pur volendo non avrebbe potuto parlare». Solo lo scorso 11 maggio la famiglia ha potuto finalmente celebrare i funerali di Sharon nella chiesa di Santa Maria Nascente, dove era stata battezzata. In una lettera la mamma ha ripercorso la breve vita di Sharon: «Ti ho vissuta poco, ma anche solo quel poco mi ha cambiata e non smetterò mai di ringraziarti, Sharon. Così come non smetterò mai di pensare a quel brutto giorno. Ancora oggi non riesco a crederci. Una persona che sembrava volerti bene, si è rivelato tutt' altro». Ora la Procura intende chiedere il giudizio immediato per Marincat. L' accusa per il romeno è di omicidio volontario con l' aggravante della violenza sessuale.

Veleno, nel 1997 un bambino venne tolto ai genitori accusati di pedofilia: l'abbraccio dopo 23 anni. Valeria Teodonio e Valerio Lo Muzio su La Repubblica il 9 febbraio 2021. Federico Scotta ha scontato 11 anni di carcere per pedofilia. Era stato indagato nell’inchiesta sui “Diavoli della Bassa modenese”, che aveva causato l’allontanamento di 16 bambini dalle loro famiglie. Alla fine degli anni ‘90 i tre figli di Scotta vennero portati via: Elena aveva 3 anni, Nic appena 6 mesi. La piccola Stella venne prelevata direttamente in sala parto. L’inchiesta “Veleno”, firmata da Pablo Trincia e pubblicata su Repubblica, ha portato alla luce una nuova verità: la bambina, oggi donna, che aveva accusato Scotta, ha ammesso di aver inventato tutto quello che aveva raccontato. E sempre grazie a “Veleno”, la primogenita degli Scotta, Elena, ha contattato suo fratello Nic, adottato da un’altra famiglia. Il ragazzo, dopo un primo rifiuto, ha deciso di conoscere la verità. E ha voluto incontrare sua sorella e poi i suoi genitori biologici. Ora sono inseparabili.

Veleno, parla il "bambino zero": "Erano tutte bugie, fui costretto a inventare gli abusi sessuali". Valeria Teodonio il 14/6/2021 su La Repubblica. Alla fine degli anni 90, nella Bassa Modenese, 16 bambini vennero portati via ai loro genitori, accusati di pedofilia e satanismo. L’inchiesta sui “Diavoli della Bassa” si concluse con pesanti condanne per alcuni degli imputati, che scontarono molti anni di carcere. Altri vennero poi assolti, ma comunque non rividero mai più i loro figli. Il podcast Veleno, pubblicato nel 2017 da Repubblica e firmata da Pablo Trincia, ha gettato nuova luce su questa storia. Storia che è diventata poi una serie tv prodotta da Amazon. Il bambino da cui partì tutto, il primo a parlare di abusi e violenze avvenute contro i bambini nei cimiteri, si chiamava Davide (nella serie Dario), e, all’epoca, aveva 7 anni. Davide non aveva mai parlato in un’intervista. Fino ad oggi. E le sue sono rivelazioni sconvolgenti. Davide, che proveniva da una famiglia con gravi problemi economici, era stato affidato dai servizi sociali di Mirandola a una famiglia della zona. Ma spesso il bambino tornava - come prevedeva la prassi - dalla sua famiglia naturale. “Un giorno vidi che la mia mamma naturale molto triste – racconta – e quando tornai nella casa della mia famiglia affidataria ero cupo anche io. La donna che poi divenne la mia madre adottiva si convinse che venivo maltrattato dai miei genitori naturali. E così iniziarono i colloqui con i servizi sociali. Mi tenevano anche 8 ore. La psicologa e gli assistenti sociali mi martellavano fino a quando non dicevo quello che volevano sentirsi dire. Io avevo anche paura che, se non li avessi accontentati, sarei stato abbandonato dalla mia nuova famiglia, e così inventai. Inventai tutto. Abusi e cimiteri, violenze e riti satanici. Ora ho trovato finalmente il coraggio di dire la verità”.  Valeria Teodonio

Marco Esposito per leggo.it il 15 giugno 2021. Probabilmente è ancora il podcast più famoso d’Italia, certamente il più discusso. Veleno, dopo essere diventato un libro, arriva sugli schermi di Amazon Prime Video sotto forma di Docu-serie in cinque puntate. La serie, prodotta da Fremantle, è ispirata al podcast e al libro di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, Veleno. Racconta la vicenda de I Diavoli della bassa modenese: una serie di segnalazioni di assistenti sociali circa presunti casi di pedofilia e satanismo che portano al definitivo allontanamento di 16 bambini dalle proprie famiglie. Un’indagine che però l’inchiesta giornalistica di Pablo Trincia, venti anni dopo, ha seriamente messo in dubbio. 

Trincia perché ha scelto il Podcast per raccontare questa storia?

«In realtà il mio punto di partenza è stato proprio lo strumento narrativo, il Podcast. In un secondo momento abbiamo trovato la storia».

Cosa l’ha colpita di questa vicenda?

«È una storia in cui saltano tutti gli schemi. Figli che accusano i genitori, gente ultra-cattolica accusata di essere satanista. Vengono messi in discussione anche quei legami familiari che siamo abituati a vivere come intoccabili come è il rapporto con i figli. Ma anche perché una storia come questa incarna una nostra paura: “e se succedesse anche a me?”» 

Ci hai mai pensato?

«Sì, eccome. Io non ho dormito per due anni. Non mi facevo vedere dai miei figli in doccia.  Dopo aver ascoltato una storia così la paura ti entra dentro».

I podcast esistono da tanti anni. Perché in Italia esplodono ora?

«Perché ora è cool. Ma non solo per questo. Un podcast puoi ascoltarlo quando vuoi. Io ieri mi sono fatto Venezia-Milano in macchina ascoltando Alessandro Barbero in cuffia. La radio la senti, il podcast lo ascolti. Come la tv e il cinema: la tv la vedi, il cinema lo guardi. È una nuova frontiera per chi non trova spazio nei giornali o in Tv». 

Anche particolarmente economico.

«Sì, ma attenzione. Se il contenuto non è buono il podcast non lo sentirà nessuno. Per chiedere e conquistare l'attenzione delle persone bisogna essere degli "umili servitori dell'orecchio". Il pubblico va conquistato minuto dopo minuto, senza deluderlo mai».

Finendo di parlare dei podcast, ci sono vari format.

«Sì, andiamo da quello "ibrido", un format misto racconto-interviste, fino al talk, passando per il monologo se sei bravo come Barbero». 

Bisogna essere in grado di saperlo reggere un monologo per tutto un podcast.

«Vero, ma se sei in grado tenere l'audience attaccata alla tua voce è fatta. Nessuno avrebbe mai pensato che il numero uno in Italia diventasse un professore di storia con l'accento piemontese, la voce squillante e la erre moscia. Ma Barbero è talmente bravo nell'arte del racconto che è diventato il numero uno quasi a sua insaputa, anche perché il suo non è proprio un podcast ma la raccolta delle sue conferenze registrate».

Torniamo a Veleno. La docu-serie è ispirata al suo podcast e al suo libro, ma per la prima volta perde il controllo della narrazione. Come è stato?

«L’ho perso è vero. Ma era necessario. Una storia deve poter essere raccontata anche da altri». 

Nella fiction è palpabile il risentimento delle famiglie affidatarie e di alcuni ragazzi coinvolti verso di lei e verso il suo podcast. Come l’ha vissuto?

«Era una cosa mi aspettavo. Ci siamo posti il dilemma morale sul raccontare questa storia che riapriva ferite vecchie di anni. Avevamo chiesto di parlare con questi ragazzi, loro hanno scelto di non farlo».

L’accusano di averli cancellati.

«Noi siamo andati anche sotto casa loro a cercarli. Non hanno voluto parlare con noi. Siamo stati allontanati con veemenza. Se mi dici di non tornare, poi puoi criticarmi per non averti dato voce». 

Nella serie la mamma di Dario le rimprovera la definizione di “bambino zero”. Dice che Dario è stato male.

«È una bugia. Dario è un mio amico, ci vediamo e sentiamo spesso. Quel video che si vede nella serie l’ho girato io con il mio telefonino».

Proprio Dario intervistato da Repubblica ha raccontato di essersi inventato tutto.

«Conferma i nostri sospetti, cioè che dietro le dichiarazioni di qu...

Le orge dei Diavoli e i bimbi "strappati": la vera storia di Veleno. Francesca Bernasconi il 17 Agosto 2021 su Il Giornale. Alla fine degli anni '90 in due paesi della Bassa Modenese vennero alla luce una serie di casi di presunti abusi sessuali: 16 bambini vennero allontanati dalle loro famiglie. Zii, nonni e genitori finirono sotto processo, una presunta setta di pedofili, che venne messa in dubbio dall'inchiesta "Veleno". Abusi sessuali, riti satanici, omicidi, pedofilia. Alla fine degli anni '90 in due paesini della Bassa Modenese iniziano a circolare queste parole e si diffondono tra la popolazione. In quel periodo infatti 16 bambini da zero a 12 anni vengono allontanati dalle proprie famiglie, accusate di far parte di una presunta setta satanica che avrebbe abusato di loro. Scoppiò così il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese", che portò a processi durati anni e terminati con condanne e assoluzioni.

Il "bambino zero". Tutto iniziò da una famiglia di Massa Finalese, composta da Romano Galliera, la moglie Adriana e tre figli. Si trattava di una famiglia che si trovava in una situazione difficile, anche dal punto di vista economico, e nel 1992 il tribunale fece intervenire i servizi sociali per i due figli minori. Il più piccolo, Davide, venne ospitato dalla famiglia di Oddina e Silvio. Per qualche tempo il bimbo restò con loro, fino a che venne trasferito al Cenacolo Francescano, a Reggio Emilia: era il giorno di Santo Stefano del 1993 quando Davide venne accompagnato nell'istituto, dove rimarrà per quasi due anni. Poi, all'età di 5 anni, venne affidato a un'altra famiglia della provincia di Mantova e nel 1995 iniziarono i rientri programmati dai genitori naturali. Nel frattempo ad aiutare i Galliera c'era, oltre alla famiglia di Oddina, anche don Giorgio Govoni, il parroco della zona, che gli mise a disposizione un'abitazione. Davide tornò a casa per l'ultima volta il 23 febbraio 1997: da quel giorno le visite alla famiglia biologica si interruppero bruscamente. Il motivo venne a galla poco meno di due mesi più tardi: il 17 maggio 1997 i carabinieri arrestano il padre e il fratello maggiorenne del bambino, sospettati di abusi sessuali. Nell'aprile dello stesso anno infatti, prima la maestra e poi la mamma affidataria avevano raccolto una confidenza di Davide, che raccontava di alcuni "scherzi" che il fratello avrebbe fatto alla sorella "sotto le coperte". Come ha raccontato il giornalista Pablo Trincia nel podcast Veleno, all'epoca la madre affidataria venne sentita dalle forze dell'ordine, alle quali dichiarò che Davide tornava incupito dai weekend a casa: "Fui io a un certo punto - si legge nel verbale della madre affidataria, riportato da Trincia - a chiedergli se quelle cose fatte a Barbara erano state afflitte anche a lui da Igor. Dario mi disse di sì". Igor, Barbara e Dario sono i nomi di fantasia usati dal giornalista, per non rivelare le generalità delle persone coinvolte nella vicenda. Davide (ora adulto e uscito allo scoperto con il suo vero nome) non accusò però solamente il fratello, ma anche la madre e il padre. Iniziò da queste prime rivelazioni il caso di quelli che i giornali del tempo ribattezzarono "I Diavoli della Bassa Modenese", un gruppo di persone accusato prima di abusi, poi di riti satanici e omicidi. Dopo le accuse alla famiglia Davide raccontò altri particolari: "Nei giorni scorsi ha ricominciato a peggiorare nel suo umore - si legge ancora nel verbale sulle dichiarazioni della mamma affidataria - e a mia domanda se ci fosse ancora qualcosa da raccontare, mi ha riferito episodi riguardanti una certa signora Rosa". E nel cerchio di abusi entrarono anche Rosa e Alfredo, due amici del padre: Davide disse che avevano abusato di lui e gli avevano scattato delle fotografie. Così, quella che sembrava una vicenda di violenza intrafamiliare, si trasformò ben presto in un presunto giro di pedofilia. Ma le rivelazioni di Davide non si erano esaurite.

Il cerchio si allarga. Non molto tempo dopo il bimbo fece i nomi (qui di fantasia) di altre due bambine che sarebbero state presunte vittime di abusi e come lui consegnate ad alcune persone in cambio di soldi: Elisa, di 3 anni, e Marta, 8 anni. La prima era figlia di Federico Scotta, operaio di Mirandola, e Lamhab Kaenphet, di origini thailandesi: si trattava di una famiglia già seguita dai servizi sociali. Il 7 luglio del 1997 le forze dell'ordine si presentarono a casa Scotta, perquisirono l'abitazione e chiesero ai genitori di seguirli alla questura di Mirandola insieme a Elisa e al figlio più piccolo. "Quando sono salito su per andare a notificare l’atto - ha raccontato Federico a Pablo Trincia - Elisa dormiva in braccio a me e Nicola invece dormiva in braccio a mia moglie. Li abbiamo dovuti lasciare su una poltrona puzzolente, putrida del commissariato di Mirandola. Nicola l’abbiamo dovuto legare nel passeggino e ci dicevano non vi preoccupate, quando scendete giù al massimo li vedete ancora". Da quel momento invece Federico e Kaenphet non rividero più i loro bimbi, che vennero allontanati dai servizi sociali. Quella mattina in questura c'era anche Francesca Ederoclite, una vicina di casa della famiglia Scotta e madre della bambina di 8 anni, Marta. La polizia era arrivata anche in casa sua e anche a lei era stata tolta la figlia: Davide infatti aveva fatto alla psicologa anche il suo nome. Entrambe le bimbe vennero portate da una ginecologa, che confermò gli abusi subiti. Il 28 settembre del 1997, prima dell'inizio del processo di primo grado a Modena, Francesca Ederoclite si suicidò, gettandosi dalla finestra al quinto piano del suo appartamento. Fu con la morte della madre che Marta iniziò a parlare, accusando la donna.

In carcere 11 anni per pedofilia: "Mi incastrarono da innocente". Nel gennaio 1998 iniziò il primo processo, che coinvolgeva 4 diversi nuclei familiari. Il primo era quello composto dai Galliera (marito, moglie e figlio maggiore), accusati di abusi verso Davide e di aver organizzato degli incontri in cui venivano fatti prostituire i bambini. Imputati poi erano anche Alfredo Bergamini, indicato come colui che fotografava e filmava i bambini, e la compagna Maria Rosa Busi, oltre a Francesco Scotta, accusato di aver coinvolto la figlia nei festini. La sentenza di primo grado, riportata dalla Gazzetta di Modena del tempo, condannò tutti gli imputati: Romano Galliera a 12 anni, la moglie Adriana a 7, il figlio a 4; Alfredo Bergamini a 13 anni e la compagna a 7 anni e 6 mesi; Francesco Scotta a 12 anni. Francesca Ederoclite morì prima del processo. La Corte d'Appello prima e la Cassazione poi confermarono le condanne per abusi in ambito domestico.

I riti nei cimiteri. Nell'estate del 1997 il "bambino zero" iniziò ad aggiungere ulteriori particolari alle rivelazioni fatte agli psicologi. Fu in quel periodo che iniziò ad ambientare alcuni dei suoi racconti nei cimiteri. Non solo. Il bimbo iniziò anche a fare riferimento a un "sindaco" di nome Giorgio vestito con una tunica, che sarebbe stato a capo della banda di pedofili. Ma il sindaco non si chiamava Giorgio: per questo nel mirino degli inquirenti finì un prete. Il 13 settembre del 1997 i giornali locali diedero la notizia del suo coinvolgimento: "Pedofilia, nella banda anche un sacerdote". Successivamente i bambini fecero il nome di don Giorgio Govoni, il parroco della zona che aveva aiutato anche i Gallera, e lo accusarono di far parte del presunto gruppo di pedofili della Bassa Modenese. Nel frattempo altre due bambine, entrambe di Massa Finalese, vennero allontanate dalle proprie famiglie. La prima fu Michela (nome di fantasia), che venne prelevata mentre era a scuola, la mattina del 16 marzo 1998. Era la figlia minore di Santo e Maria Giacco che, oltre a lei, avevano altri cinque bambini. A segnalare il suo caso ai servizi sociali era stata proprio la scuola, dopo alcuni riferimenti espliciti sul sesso fatti dalla bimba a una compagna di classe, che ne aveva parlato con la madre. Anche in questo caso la dottoressa, la stessa che aveva già visitato Marta ed Elisa, confermò la presenza di alcuni segni compatibili con abusi. Dopo qualche tempo, Michela iniziò ad accusare il padre, che venne arrestato e accusato di aver abusato della figlia e di averla condotta nei cimiteri insieme agli altri bambini. Accuse dalle quali venne assolto dopo anni di processi, come riportò la Gazzetta di Modena. Il 2 luglio del 1998 anche Milena (nome di fantasia) venne allontanata dalla casa dove viveva col padre Giuliano Morselli e la madre Monica Roda e confidò alla psicologa di essere stata vittima di abusi e riti satanici, con il coinvolgimento di altri membri della famiglia (genitori, zii e il nonno paterno). Anche questa volta la dottoressa confermò gli abusi. Come già avevano fatto Davide e Marta, anche Milena e Michela raccontarono di rituali satanici, messe nere nei cimiteri, sangue e uomini col volto coperto da maschere di animali e diavoli. Era il 29 ottobre del 1998 quando Davide fece un'altra rivelazione, che trasformò i cimiteri da luoghi di abusi a scenari di omicidi. Alla psicologa il bimbo raccontò di aver ucciso un bambino con un coltello, guidato dal padre nel corso di uno dei riti satanici. A confermare le parole del più piccolo dei Galliera arrivarono poco tempo dopo anche i ricordi di altre bambine, che raccontarono di omicidi di bambini e torture.

Il "Veleno" che ha distrutto i legami tra genitori e figli. Le rivelazioni di questo secondo filone di indagini portarono a un nuovo processo a Modena, chiamato "Pedofili-bis", che coinvolse 17 imputati, accusati di due diverse tipologie di reato: da un lato si trattava dei presunti abusi sessuali commessi in ambito domestico, dall'altro degli atti violenti nei cimiteri. Il 16 maggio 2000 nella sua requisitoria finale il pm indicò don Giorgio Govoni come figura di riferimento della presunta rete di pedofili che operava nei cimiteri e chiese per il sacerdote 14 anni di carcere. Due giorni dopo don Govoni, che si era sempre professato innocente, morì per un infarto. Nel giugno 2000, come riportò Repubblica, il tribunale dichiarò colpevoli 14 imputati, per un totale di 157 anni di carcere, e ritenne di "non doversi procedere" nei confronti di don Govoni, "per morte del reo", che nelle motivazioni della sentenza venne indicato come il capo della setta. Gli imputati vennero ritenuti colpevoli sia per gli abusi domestici, che per i riti nei cimiteri. In secondo grado però i giudici della Corte d'Appello di Bologna ribaltarono la situazione, sostenendo che le accuse riguardanti le violenze nei cimiteri e i riti satanici non reggessero. Diverso invece il discorso per gli abusi domestici, che vennero confermati in alcuni casi e per alcuni imputati. Nel 2002 la Cassazione ribadì sostanzialmente la sentenza, scagionando definitivamente don Giorgio e facendo cadere le accuse legate ai cimiteri.

Il caso che arrivò in Parlamento. Quando nel 1998, la figlia di Giuliano Morselli raccontò dei riti satanici nei cimiteri, chiamò in causa anche i suoi quattro cuginetti, figli di Lorena Morselli e Delfino Covezzi. Anche loro, secondo Milena, venivano portati nei cimiteri e subivano le violenze della setta di pedofili. Così, alle 5.45 del 12 novembre 1998, la polizia bussò alla porta dei coniugi Covezzi, a Finale Emilia. Non solo, perché quella notte altri due bambini di Massa Finalese vennero allontanati dalle loro famiglie e altre persone furono fermate, tra cui il padre, gli zii e il nonno di Milena, che lei aveva indicato come pedofili, accusa poi ribadita anche dai figli di Lorena e Delfino. Dopo l'allontanamento i quattro fratelli Covezzi vennero visitati dagli stessi dottori che avevano individuato gli abusi sugli altri bambini e l'esito risultò lo stesso. Il caso di Lorena e Delfino però è diverso da quello degli altri genitori implicati in questa storia. Loro infatti non vennero accusati di abusi, ma di non essersi accorti che i propri figli venivano portati nei cimiteri. Per questo, il loro caso arrivò fino in Parlamento. Fu l'onorevole Carlo Giovanardi a presentare, nel marzo del 1999, un'interpellanza rivolta all'allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, in cui venivano chieste spiegazioni circa l'allontanamento dei minori dai genitori, dal momento che "non risulta che il Covezzi e la Morselli siano a nessun titolo indagati". La risposta del ministro venne programmata per l'11 marzo, ma venne chiesta una proroga fino al 18 marzo. La sera prima però ai coniugi Covezzi venne consegnato un avviso di garanzia: la più grande dei quattro figli infatti aveva accusato i genitori biologici di abusi. Franco Corleone, sottosegretario di Stato per la Giustizia, durante la risposta all'interpellanza spiegò che l'11 marzo "era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, l'affidatario della più grande dei quattro fratelli, il quale aveva riferito che la bambina gli aveva confermato di aver subito abusi da parte delle persone già indagate, ma anche che sarebbe stata oggetto di violenze sessuali da parte del padre, con l'attiva complicità della madre. A quanto riferito dalla bambina, le violenze sarebbero avvenute anche in danno dei fratelli". Successivamente, il 17 marzo, era stato avviato il procedimento penale nei confronti dei coniugi Covezzi. "Crede che qualcuno mi possa togliere dalla testa che vi è stata un'improvvisa accelerazione di determinate dinamiche - aveva commentato Giovanardi al tempo - talché, non sapendo o non potendo spiegare all'opinione pubblica come sia possibile che in un Paese civile come l'Italia per cinque mesi quattro minori siano stati allontanati dai genitori senza che questi fossero indagati, è stata subito 'spiattellata' la soluzione: ma come non sono indagati?". Così anche Lorena e Delfino si ritrovarono implicati nel presunto giro di pedofilia, tesi che confluì nel terzo processo, il "Pedofili-ter". Nel 2002 i coniugi Covezzi vennero condannati a 12 anni di reclusione: i racconti dei bambini vennero considerati attendibili, così come le perizie dei medici che attestarono gli abusi. Successivamente però i consulenti della difesa e del gip contestarono le affermazioni dei dottori che avevano visitato i figli di Lorena e Delfino, sostenendo l'assenza di segni di abuso sessuale. La sentenza di appello, arrivata solo nel 2010, ribaltò il giudizio di primo grado e i coniugi Covezzi vennero assolti. Ma la trafila giudiziaria non finì qui: nel 2011 la Cassazione annullò la decisione dell'appello con rinvio a giudizio e nel 2013 il nuovo appello si concluse con un'assoluzione, confermata definitivamente nel 2014 dalla Cassazione. Ci fu anche un processo "Pedofili-quater", nel quale vennero accusati il padre e i fratelli di Lorena di abusi nei confronti della nipote, che sarebbe stata violentata fuori dalla scuola. Ma nel 2005 e poi nel 2012 tutti vennero assolti. Nonostante l'assoluzione dei genitori, ancora oggi la figlia più grande, Valeria, conferma di aver subito abusi. Lo ha recentemente ribadito in un'intervista a Visto del gennaio 2020, riportata su un sito dedicato a Richard Gardner: "Non ho mai avuto dubbi sugli abusi sessuali subiti, né sui riti satanici che ho visto consumare al cimitero - aveva dichiarato Valeria - essere allontanata dalla mia famiglia di origine è stata la mia salvezza". E ricorda: "Non eravamo al sicuro nella nostra famiglia d'origine: la violenza domestica e gli abusi sessuali avvenivano con frequenza quotidiana da parte di Delfino, degli zii materni e del nonno".

"Veleno". Il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese" sconvolse un'intera comunità. Ma, se da una parte c'erano i bambini che avevano denunciato gli abusi, gli assistenti sociali e le famiglie adottive, dall'altra c'erano i genitori biologici, che urlavano la loro innocenza. A dar loro voce fu il giornalista Pablo Trincia che nel 2017, insieme alla collega Alessia Rafanelli, riportò l'attenzione sul caso realizzando per Repubblica il podcast Veleno. Già negli anni dei processi, emersero intorno alla vicenda alcuni punti interrogativi: "Non c'è nessuna confessione - scriveva nel 2000 la Gazzetta di Modena in relazione al processo 'Pedofili-bis'- Mai trovato alcun reperto", come foto, filmati, oggetti usati per compiere i riti, né i cadaveri dei bambini uccisi negli omicidi descritti durante i colloqui. Venne poi messo in dubbio il lavoro svolto da psicologhe e servizi sociali, tanto che nella sentenza della Corte d'Appello del 2013 che assolse i coniugi Covezzi, riportata al tempo dalla Gazzetta di Modena, si legge: "Tutti i minorenni, presi in carico dai servizi sociali, vennero seguiti dalle medesime due psicologhe le quali, dati per certi la buona fede e l'impegno, erano oggettivamente inesperte, mai avendo in precedenza trattato casi di abuso sessuale in danno di minori. Incredibilmente, pur a fronte di un numero sempre maggiore di minori indicati come abusati, o presunti tali, la direzione dei servizi, per quanto consta a questa Corte, non ritenne di affiancare alle due psicologhe personale dotato di maggiore esperienza". Inoltre, continua la sentenza, "non si è tenuto conto delle possibili contaminazioni per così dire ambientali che questo singolarissimo fiorire di vicende, tutte coinvolgenti minori di una ristrettissima area geografica, può avere avuto sui racconti dei minori medesimi". Pablo Trincia recuperò i documenti legati al caso e riuscì a trovare anche una serie di video di alcuni colloqui tra i bambini e le psicologhe. Molti dei primi incontri non vennero registrati, ma di quelli successivi esiste qualche filmato. "Il grosso sospetto di molti - dichiara il giornalista nel podcast - è che questi eventi drammatici non solo non siano mai accaduti, ma che siano state proprio le psicologhe a introdurre per prime i racconti degli abusi e dei cimiteri". In uno dei video riportati anche nella nuova serie Amazon PrimeVideo "Veleno" si vedono una psicologa e una bambina la quale, dopo mesi di lontananza, è tornata nella città dove abitava prima di essere allontanata dalla famiglia. "Siamo passati anche per la piazza", dice la bimba. "E che effetto ti ha fatto vederla?", chiede la psicologa. "Un po' di emozione", continua la piccola, che alla domanda "sapresti dare un nome a questa emozione?" risponde: "Gioia". Ma nel video la psicologa insiste: "Forse c’è anche un’altra emozione insieme alla gioia? C’è un’altra emozione oppure no?". "No, solo un po' di gioia", è la prima risposta della piccola. Ma la donna continua: "Forse ci può essere anche un briciolo di sofferenza a tornare qui, può essere? Solo che per te è difficile dirlo. Forse sono anche accadute delle cose che ti fa soffrire ricordare". E a quel punto la bambina annuisce. Nel corso dell'inchiesta giornalista, Trincia e Rafanelli erano riusciti a rintracciare Davide, il "bambino zero", che aveva dichiarato: "Io sinceramente non sono più sicuro di quello che è successo o non è successo. Poi molti psicologi cercano anche di farti dire quello che vogliono loro". E recentemente Davide ha confermato di aver raccontato episodi mai accaduti: "Non c'era nulla di vero, mi sono inventato tutto", ha rivelato a Repubblica qualche settimana fa. Il ragazzo ha raccontato che una volta, dopo uno dei rientri presso la famiglia biologica, era tornato molto triste. A qual punto, "la donna che poi diventò la mia mamma adottiva mi chiese se fossi stato maltrattato. Ha insistito tanto che alla fine le dissi di sì". Poi, dopo diversi colloqui, "mi chiesero di dire dei nomi e io inventai dei nomi a caso, su un foglio - racconta Davide - Per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c'erano delle persone che facevano dei riti satanici". Prima di lui anche altre due bambine avevano smentito gli abusi. Ma se alcuni degli ex bambini hanno ritrattato le accuse mosse al tempo, sostenendo di essere stati indotti a fare racconti inverosimili e non corrispondenti alla realtà, molti altri confermano ancora oggi i terribili racconti fatti alla fine degli anni '90. E per far sentire la loro voce hanno fondato il comitato Voci Vere, che unisce ex bambini e componenti delle famiglie affidatarie, con lo scopo di ribattere nella bufera mediatica creatasi a seguito del podcast che ha riacceso i riflettori sulla vicenda. Il comitato, spiegano i membri, "si prefigge di promuovere nelle opportune sedi ogni utile iniziativa per tutelare gli interessi di coloro che furono giovani vittime di abusi sessuali e maltrattamenti subiti verso la fine degli anni ’90 nei territori della Bassa modenese". Per farlo, molti di loro hanno deciso di partecipare al documentario di Amazon PrimeVideo, durante il quale hanno raccontato nuovamente di abusi, riti satanici nei cimiteri e omicidi: "Io dico che ce n'è una di verità - afferma Valeria Covezzi in un passaggio del documentario - bisogna solo avere il coraggio di accettarla". 

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo ascoltando Vasco Rossi.

Radiazione per l’avvocato del “sistema Bibbiano”. Simona Musco su Il Dubbio il 23 Feb 2021. Secondo l’ex legale, la decisione sarebbe un tentativo di fermare la sua battaglia. Ma l’esposto risale a una denuncia del 2006 per tentata estorsione. Ancora ombre sul caso “Angeli e Demoni”. Questa volta a riportare i riflettori su quello che ormai è passato alla storia come il “caso Bibbiano” è la radiazione dell’avvocato modenese Francesco Miraglia, il grande accusatore del sistema affidi, al termine di una lunga diatriba che lo ha visto finire davanti a tribunali e consigli di disciplina e che si è conclusa con la massima sanzione, inflitta l’ 8 febbraio scorso dal Consiglio nazionale forense. L’esposto a suo carico risale al 2006, anno in cui viene denunciato da una sindacalista per tentata estorsione. Una tesi che viene confermata dal tribunale di Modena, che in primo grado, nel 2013, lo ha condannato a tre anni di carcere più il risarcimento del danno, con una provvisionale di 20mila euro, per aver tentato di «costringere» la donna «a versargli la somma di euro 200mila», attraverso «la minaccia di avvalersi di fotografie che la ritraevano nuda». Ma per Miraglia, esperto di diritto del lavoro e della famiglia, si tratta di un complotto (l’ennesimo) per impedirgli di scoperchiare altri casi simili a quelli dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, partita anche sulla base dei suoi esposti. L’avvocato inserisce questa vicenda negli scandali che hanno avvolto il palazzo di Giustizia di Reggio Emilia e culminati con la richiesta di trasferimento del procuratore Marco Mescolini, accusato per le chat con l’ex capo dell’Anm Luca Palamara, nonché per una gestione della procura giudicata insufficiente da alcuni dei suoi sostituti, tra i quali proprio il pm del caso Bibbiano, Valentina Salvi. Le contestazioni al procuratore Mescolini muovono da accuse di un suo modus operandi non imparziale quando si trattava di analizzare casi che coinvolgevano politici del Pd, a scapito così delle inchieste, tra le quali anche quella sugli affidi, che tuttavia ha visto il Pd demonizzato durante tutta la campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia Romagna. Il caso “Angeli e Demoni” è stato infatti frutto di strumentalizzazione soprattutto da parte della destra, che ha anche organizzato diversi dibattiti per schierarsi a difesa della famiglia e contro i servizi sociali. Tesi condivisa da Miraglia, che ha preso parte ad uno di questi, assieme all’ex magistrato minorile Francesco Morcavallo, ovvero quello organizzato alla Camera dei Deputati, all’indomani dell’inchiesta, da Fratelli d’Italia, alla presenza anche di esperti vicini al Ccdu, versione italiana in una delle emanazioni di Scientology. Secondo l’avvocato, la sua caduta sarebbe dunque stata ordita da «politicanti che dominano da decenni in Emilia, insieme a loro pedine nei consigli forensi e tra i magistrati», attribuendo la sua radiazione ad «un esposto anonimo, rivolto contro di me e contro il sostituto procuratore di Reggio Emilia che conduce l’accusa su Bibbiano». I suoi guai riguardano, però, fatti che con gli affidi non hanno nulla a che vedere. Ovvero la tentata estorsione della quale pure, in un lungo scritto, parla – per la quale il tribunale aveva stabilito la sua colpevolezza sulla scorta delle testimonianze, valorizzate anche in appello, dove, pur avendo dichiarato prescritto il reato, i giudici hanno confermato che «la condotta ascritta all’imputato sia stata da lui commessa», confermando l’obbligo di risarcire la vittima. Miraglia ha dunque presentato ricorso per Cassazione, ritenuto inammissibile dai giudici della Suprema Corte, che hanno sottolineato il fatto, «incensurabilmente ritenuto certo dai giudici del merito, che le fotografie» in questione furono viste da uno dei testimoni nelle mani dell’imputato, «il quale le usava esplicitamente e dichiaratamente come strumento di pressione sulla donna». Il consiglio disciplinare di Bologna, nel 2014, aveva sospeso in via cautelare Miraglia a seguito della condanna di primo grado, in quanto, seppur non definitiva, era stata ritenuta significativa «della lesione al decoro della professione forense», anche considerato che il reato era stato commesso nella gestione di un incarico professionale, per ragioni di tutela del suo assistito. Sospensione confermata nel 2016 dal Cnf e contro la quale Miraglia ha proposto, ancora una volta, ricorso per Cassazione. Ma anche in questo caso, per i giudici che hanno rigettato il ricorso «la motivazione della decisione non è mancante e non è apparente». L’ultimo capitolo della vicenda nelle scorse settimane, con la conferma, da parte del Cnf, di quanto già deciso dal Consiglio di disciplina di Bologna nei mesi scorsi

«Gogna mediatica sulle toghe dopo l’inchiesta sugli affidi». Il Dubbio il 31 gennaio 2021. Anno giudiziario, il presidente della Corte d’appello di Bologna: «Strumentalizzazioni e sospetto, così il sistema è stato messo in pericolo». Effetti nefasti sul sistema della giustizia minorile. Sono quelli provocati dall’inchiesta sugli affidi in Val d’Enza denominata “Angeli e Demoni”, meglio conosciuta come “il caso Bibbiano”, che «per effetto di una martellante campagna mediatica, ha esposto tutto il sistema della Giustizia minorile e familiare, come era prevedibile, al sospetto generalizzato e alle rivendicazioni di soggetti interessati». A dirlo, nella sua relazione, nel corso dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, il presidente vicario della Corte d’Appello di Bologna, Roberto Aponte. Aponte ha ricordato la segnalazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni Giuseppe Spadaro, che ha sottolineato come, durante le indagini, «il lavoro di tutti i magistrati dell’Ufficio sia stato fortemente e negativamente condizionato in termini di delegittimazione dai riflessi riverberati dalle deprecabili fughe di notizie nonché da una vera e propria strumentalizzazione, ad opera di gran parte dei media, dell’inchiesta» in questione; strumentalizzazione che ha provocato «lo scatenarsi del triste fenomeno del cosiddetto odio del web, nonché una vera e propria gogna mediatica» nei confronti dei magistrati del Tribunale Minori, «vittime di innumerevoli episodi di minacce che, comunque, non hanno minimamente scalfito il sereno svolgimento dell’attività giurisdizionale dei colleghi». «Quello che preme ribadire, in questa sede – ha evidenziato quindi Aponte – è la validità, pur nella consapevolezza di indubbie criticità da affrontare con spirito libero da pregiudizi, dell’impianto del sistema della nostra giustizia minorile. È assolutamente indispensabile – ha ribadito – combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori. Un grande giurista del secolo scorso descriveva la “famiglia” come “un’isola che il mare del diritto può solo lambire”. Ma quest’isola, purtroppo, non sempre è il luogo più sicuro e migliore per crescere, e il compito del Tribunale per i Minorenni è quello di salvaguardare i minori, se è assolutamente necessario, anche nei confronti del loro ambiente naturale». Ma l’ombra del dubbio e del sospetto ha investito in modo indistinto tutto il sistema di aiuto, assistenza, cura e protezione, ha aggiunto Daponte, «ha investito le stesse famiglie e le comunità che hanno accolto minori in difficoltà. L’esperienza maturata ci ha insegnato che, se è necessario rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo delle fragilità familiari; se è necessario, per la magistratura, dotarsi di un bagaglio sempre più approfondito di conoscenze non solo di natura strettamente giuridica, perché solo la capacità di valutazione acquisita mediante una formazione multidisciplinare può evitare il sospetto di un appiattimento della giurisdizione su valutazioni esterne dei servizi o degli ausiliari, è assolutamente indispensabile, come già si è osservato lo scorso anno, combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori», ha evidenziato. Già lo scorso anno, sempre in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il pg di Bologna Ignazio De Francisci aveva sottolineato  la gogna a cui era stato sottoposto il sistema, condannando il pressapochismo dei media e le strumentalizzazioni politiche.

Bibbiano, indagata una ex giudice. L’inchiesta sugli affidi illeciti. Il suo legale: «Vuole chiarire al più presto». Margherita Grassi su Il Corriere della Sera il 27/1/2021. Un altro tassello si aggiunge all’inchiesta sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza reggiana a pochi giorni dalla data in cui il giudice deciderà sulle 24 richieste di rinvio a giudizio.

False dichiarazioni. Emerge — ne ha dato notizia ieri il TgrRai — come Elena Buccoliero, ex giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Bologna e direttrice della «Fondazione vittime di reato» della Regione Emilia-Romagna, sia indagata per false dichiarazioni rese al pubblico ministero proprio nell’ambito dell’indagine esplosa nel giugno 2019 — il cosiddetto «caso Bibbiano» — e che ha scatenato mesi di polemiche politiche. Il fascicolo che vede indagata la giudice è stato aperto dalla procura di Ancona, come accade di prassi quando a trovarsi sotto indagine è un magistrato dell’Emilia-Romagna. «Noi conosciamo solo il titolo di reato per cui si sta svolgendo l’attività d’indagine — dice l’avvocato di Buccoliero, Massimo Cipolla — non conosciamo il dettaglio delle accuse. Nonostante questo, la mia assistita attende di essere sentita al più presto e vuole rispondere a qualunque domanda le si voglia fare, sicura del fatto che la sua condotta sia sempre stata corretta», prosegue il legale di Ferrara.

Gli affidi illeciti. L’inchiesta sui presunti affidi illeciti, dopo tante polemiche, è approdata in tribunale alla fine dello scorso ottobre, e giovedì prossimo, a distanza di tre mesi dall’inizio dell’udienza preliminare, il giudice Dario De Luca dovrebbe esprimersi sulle 24 richieste di rinvio a giudizio avanzate dal sostituto procuratore Valentina Salvi tra ex dirigenti del servizio minori, assistenti sociali, amministratori ed ex amministratori. Alcune delle difese hanno sostenuto che il fascicolo presentato dall’accusa manchi di documenti che costituirebbero prove a discarico per gli indagati e ne hanno chiesto l’integrazione. Nell’ultima udienza, poi, gli avvocati avevano dato battaglia sulle richieste di costituzione di parte civile: «Troppe — avevano obiettato — in relazione ai reali danni subiti e alla mancanza del nesso causale», citando come esempio il caso di un’associazione a tutela dei bambini costituitasi proprio dopo l’emersione dell’inchiesta e che figura tra le trenta aspiranti parti civili. Le difese, insomma, si attendono dal giudice per le indagini preliminari una scrematura di queste. Anche su questo punto dovrebbero arrivare risposte domani. Per ora, nessuno degli indagati si è presentato in aula.

Bibbiano, il disegno degli orrori ha una versione ad uso delle tv…Simona Musco su Il Dubbio il 13 dicembre 2021. L’immagine originale ritrae una bambina sul letto e un uomo adulto steso su di lei. Ma nella versione fornita ai media le due figure sono in piedi e del letto non c’è traccia. È una delle immagini simbolo dell’inchiesta “Angeli e Demoni”: un adulto e una bambina, in piedi, fianco a fianco, con le braccia dell’uomo che si allungano sulla piccola. Un disegno che però sarebbe diverso dall’originale, almeno secondo la procura di Reggio Emilia e la perizia della grafologa Roberta Tadiello che ha certificato l’aggiunta postuma di due mani poste in corrispondenza dell’area genitale della bambina. Quel disegno era finito su tutti i giornali, come esempio lampante delle gravi violazioni commesse da psicologi e assistenti sociali della Val d’Enza con lo scopo di allontanare i bambini da genitori innocenti e ingiustamente accusati di abusi sessuali ai loro danni, per alimentare, così, il business degli affidi. Ma ciò che è emerso ora, mentre il processo è ancora in fase di udienza preliminare, è che chi ha consegnato ai media l’immagine ha fornito una versione diversa dall’originale.

Il disegno pubblicato su tutti i giornali. E per scoprirlo basta visionare la perizia eseguita per conto della stessa procura: così come riporta il sito reggionline.com, infatti, il disegno consegnato a tv e giornali è stato prima orientato in senso verticale e poi “schiacciato”, con il risultato di alterarne le proporzioni. Le braccia e le mani, dunque, risultano ad occhio nudo più lunghe e grandi. Ma non si tratta solo di questo. Il disegno originale risulta in posizione orizzontale e presenta un altro particolare, eliminato dalla versione consegnata alla stampa: l’immagine completa, infatti, ritrae una bambina sdraiata su un letto e, sopra di lei, l’adulto. Un contesto, dunque, assolutamente ambiguo e diverso da quello presentato sui giornali. Sul disegno sono state effettuate due perizie. La prima, quella commissionata dall’accusa, arriva alla conclusione che il braccio destro e la linea esterna del braccio sinistro siano stati realizzati successivamente al resto del disegno, mentre il tracciato della mano destra non sarebbe riconducibile alla gestualità grafica della minore, «in quanto riferibile ad una differente grafomotricità». La controperizia chiesta dal difensore della psicologa, l’avvocato Franco Libori di Perugia, giunge però a una diversa conclusione: il disegno non è stato alterato e sarebbe coerente con la gestualità grafica della piccola. La vicenda è quella che la procura definisce “caso pilota”, nonché «il più eclatante». Siamo nel 2018 e Ginevra ( nome di fantasia, ndr) all’epoca ha 9 anni. Secondo i servizi sociali della Val d’Enza, quel disegno a loro trasmesso dalla psicologa dell’Asl di Montecchio Emilia – rappresenterebbe un indizio di una ipotesi di abusi sessuali da parte di un adulto. Parte così un’indagine a carico dell’uomo, indagato dalla procura di Reggio con l’accusa di abusi su minore. Un’inchiesta che il Gip archivia però l’anno successivo, sulla base di richiesta di archiviazione della Procura motivata – tra le altre cose – per il fatto che la psicologa avrebbe posto delle domande suggestive alla minore. Parte però un’indagine parallela, con l’ipotesi della manomissione del disegno da parte della psicologa, che avrebbe aggiunto le braccia e le mani proprio per rendere più credibile la tesi dell’abuso. Se le accuse sono fondate sarà il processo a stabilirlo. Quel che è evidente, però, è che tale disegno è servito ad alimentare il “film” parallelo all’inchiesta “Angeli e Demoni”, film che ha suscitato la rabbia dell’opinione pubblica, con gravi ripercussioni sull’intero sistema dei servizi sociali. Ed è servito anche ad avviare una feroce campagna elettorale per le regionali in Emilia Romagna, che ha trovato il suo centro nel Comune di Bibbiano, consacrato come luogo di perdizione e trasformato in palco dal quale chiedere voti strumentalizzando una delicatissima inchiesta giudiziaria e le vite dei bambini coinvolti. Nelle settimane successive all’esecuzione delle misure cautelari, infatti, la pubblica opinione è stata letteralmente bombardata da notizie sull’indagine, molte delle quali montate ad arte. Basti pensare ai video dei bambini strappati ai genitori, che nulla avevano a che vedere con l’indagine sui servizi sociali della Val d’Enza, o la falsa notizia dell’elettroshock praticato sui bambini per indurli a confessare abusi mai subiti. Notizia, questa, che finì sulle prime pagine di quasi tutti i giornali, pur non risultando vera: ciò che emerge, infatti, è l’utilizzo di quella che viene definita “macchinetta dei ricordi”, utilizzata dalla psicoterapeuta Nadia Bolognini per «ascoltare i racconti sulle cose brutte subite da bambina». Si tratta del dispositivo Neurotek, usato nell’ambito della psicoterapia Emdr, tecnica diffusissima in ambito psicologico, scientificamente comprovata da più di 44 studi randomizzati controllati condotti su pazienti traumatizzati. La tecnica «sfrutta i movimenti oculari alternati, o altre forme di stimolazione alternata destro/ sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/ inibitorio, permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali», usufruendo di stimoli visivi o sonori. Insomma, nulla a che vedere con l’elettroshock che tanto scandalo aveva suscitato. La vicenda del disegno, secondo alcuni dei difensori del processo, riporta alla mente quanto già accaduto con l’indagine per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne uccisa in provincia di Bergamo nel 2010. All’epoca, il comandante del Ris di Parma chiarì che il video in cui si vedeva il furgone descritto dagli inquirenti come quello di Massimo Bossetti ( poi condannato per l’omicidio) aggirarsi attorno alla palestra frequentata da Yara era stato montato dai carabinieri in accordo con la procura di Bergamo per soddisfare “esigenze comunicative”, «a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti». Insomma, una vera e propria operazione di «marketing giudiziario».

·        Nelle more di un divorzio.

Da avvenire.it il 6 novembre 2021. "Io mi ritrovo nella vostra esperienza, che invita a considerare la crisi come opportunità, in questo caso opportunità di fare un salto di qualità nella relazione", e "sono contento che durante questo Anno della Famiglia Amoris laetitia ci sia anche questo incontro, dedicato ai coniugi che vivono una crisi seria nella loro relazione". Così papa Francesco, durante l'udienza in Sala Nervi, si è rivolto a braccio all'Associazione Retrouvaille, servizio per le coppie in crisi che, nel proprio logo, si definisce "salvagente per i matrimoni in difficoltà" e che il Pontefice ha ringraziato per il loro impegno e incoraggiato a portarlo avanti. "Questo è importante - ha detto il Papa -: non dobbiamo spaventarci della crisi, la crisi ci aiuta a crescere. Quello che è importante è non cadere nel conflitto. Il conflitto chiude il cuore, invece la crisi ti fa ballare un po', ti fa vedere le cose brutte, ma dalla crisi si può uscire. A patto di uscire migliori, perché dalla crisi si può uscire migliori o peggiori, non uguali. E difficilmente dalla crisi si può uscire da soli, si esce insieme. Non avere paura della crisi, avere paura del conflitto". Ricordando che proprio nella sua esortazione Amoris laetitia c'è una parte dedicata alle crisi familiari, Francesco ha osservato che "le crisi delle persone producono ferite, piaghe nel cuore e nella carne". "Ferite - ha proseguito - è una parola-chiave per voi, fa parte del vocabolario quotidiano di Retrouvaille. Fa parte della vostra storia: infatti, voi siete coppie ferite che siete passate attraverso la crisi e siete guarite; e proprio per questo siete in grado di aiutare altre coppie ferite. Avete preso in mano la crisi e cercato la soluzione". "Questo è il vostro dono - ha riconosciuto -, l'esperienza che avete vissuto e mettete al servizio degli altri. Vi ringrazio tanto di questo. È un dono prezioso sia sul piano personale sia sul piano ecclesiale". "Oggi c'è tanto bisogno di persone, di coniugi che sappiano testimoniare che la crisi non è una maledizione, fa parte del cammino, e costituisce un'opportunità", ha aggiunto il Papa . "Ma per essere credibili bisogna averlo sperimentato. Non può essere un discorso teorico, una 'pia esortazione'; non sarebbe credibile. Invece voi portate una testimonianza di vita. Siete stati in crisi, siete stati feriti; grazie a Dio e con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle siete guariti; e avete deciso di condividere questa vostra esperienza, di metterla al servizio di altri". Soffermandosi poi su un'altra "parola-chiave" nella pastorale familiare, "accompagnare", Francesco ha detto che essa "riguarda naturalmente i pastori, fa parte del loro ministero; ma coinvolge in prima persona anche i coniugi, come protagonisti di una comunità che accompagna". "La vostra esperienza ne dà una testimonianza specifica - ha sottolineato -. Un'esperienza che è nata 'dal basso', come spesso succede quando lo Spirito Santo suscita nella Chiesa realtà nuove che rispondono a esigenze nuove". "Così è stato per Retrouvaille - ha spiegato Francesco -. Di fronte alla realtà di tante coppie in difficoltà o già divise, la risposta è prima di tutto accompagnare". "La crisi fa parte della storia della salvezza", ha rimarcato, e "accompagnare vuol dire 'perdere tempo' per stare vicino alle situazioni di crisi - ha concluso -. E spesso ci vuole molto tempo, ci vuole pazienza, rispetto, disponibilità… Tutto questo è accompagnare. E voi lo sapete bene".

Da “Ansa” il 5 novembre 2021. Una nuova convivenza non comporta di per sé la perdita automatica ed integrale del diritto all'assegno di divorzio in favore del coniuge economicamente più debole, tuttavia la scelta di avviare un nuovo percorso di vita non è irrilevante. La conseguenza è che l'ex coniuge non può più pretendere la componente assistenziale dell'assegno, ma ha diritto alla liquidazione della componente compensativa che verrà quantificata tenendo conto di diversi parametri, come la durata del matrimonio, il suo apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e la perdita di chance professionali. Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione.

Il muratore fiorentino era innocente. Accusato di abusi sulle figlie, assolto dopo 9 anni e sette processi: una via crucis costata 3 anni di reclusione. Redazione su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Una via crucis giudiziaria durata 9 anni e sette processi, di cui tre in Cassazione. E’ l’incubo vissuto da un 59enne residente nella provincia di Firenze e accusato di un reato tremendo: aver abusato delle figlie di 4 e 8 anni. Nei giorni scorsi l’uomo, un muratore che per anni ha dovuto convincere con la più infamante delle accuse, è stato assolto in via definitiva, con sentenza della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso avanzato dalla procura generale di Firenze, col 59enne riconosciuto innocente “perché il fatto non sussiste”. Il caso è ricostruito oggi dall’Ansa: il processo nei confronti del 59enne padre di due bambini è nato nel 2012 dopo la denuncia presentata dalla madre delle presunte vittime. Secondo l’accusa il 59enne avrebbe abusato delle figlie in casa, mascherando le violenze come ‘giochi innocenti’. Assistito dagli avvocati Gianluca Gambogi e Carlotta Corsani, il 59enne fiorentino era stato condannato con rito abbreviato a 7 anni e 6 mesi, pena che venne ridotta a 5 anni in appello. Quindi nel maggio 2015 l’annullamento da parte della Cassazione della sentenza di secondo grado, con una nuova condanna in appello e un secondo annullamento della Suprema Corte accogliendo il ricorso dei legali per illogicità della sentenza, non coerente con la valutazione delle prove. Il processo quindi torna nuovamente davanti ai giudici di secondo grado, che riaprono l’istruttoria per sentire le due bambine presunte vittime di abusi. Nel febbraio del 2020 arriva quindi la sentenza di assoluzione, confermata dalla Cassazione. Una vicenda “terribile”, spiegano gli avvocati Gianluca Gambogi e Carlotta Corsani, che ovviamente si dicono “molto contenti” per l’esito dell’iter giudiziario. Il 59enne ha scontato circa tre anni tra carcere e arresti domiciliari, oltre ad un periodo in strutture di accoglienza. Una battaglia giudiziaria definita “odissea da non credere”. “In quasi 10 anni – ricordano i due legali – sono stati celebrati 7 processi di cui 3 per Cassazione. Venerdì scorso la Suprema Corte di Cassazione, respingendo, dichiarandolo inammissibile, il ricorso della Procura Generale contro la sentenza di assoluzione della Corte d’Appello di Firenze del febbraio 2020, ha messo la parola fine su questa vicenda incredibile”. Quanto al 59enne finalmente assolto dopo 9 anni di via crucis giudiziaria, “è un uomo che può gridare al mondo la propria innocenza, e dopo la detenzione in carcere e il lungo periodo trascorso in una struttura di accoglienza potrà riprendere una vita normale”.

Separazione consensuale e giudiziaria: come funzionano? Marzia Coppola Libero Quotidiano il 07 maggio 2021.

Marzia Coppola. Avvocato matrimonialista, educata alla resilienza e alla libertà. Laureata in Italia e in Francia, ho continuato gli studi per diventare anche avvocato della Sacra Rota. Lavoro con l'Avv. Annamaria Bernardini de Pace e mi occupo di diritto di famiglia a 360 gradi (e più!). Convinta che anche dalla relazione peggiore si possa imparare qualcosa.

Affrontare la fine di un matrimonio può essere doloroso e può causare una profonda sensazione di smarrimento, di paura e di solitudine. Ecco perché avere un po’ di consapevolezza, sapere che cosa comporta tecnicamente la separazione, quali sono i primi passi da compiere e come può svilupparsi l’intero procedimento, può dare un po’ di forza e sicurezza. In linea di massima, la separazione (come anche il successivo divorzio) può essere consensuale oppure giudiziale. È consensuale quando sono i coniugi a decidere le condizioni della loro separazione e, cioè, quando marito e moglie - insieme - individuano le regole che da quel momento in poi guideranno la loro famiglia. Saranno gli avvocati, spiegando alle parti quali sono i loro diritti e i doveri, a far valere le rispettive posizioni e a proporre soluzioni fantasiose e su misura per quella specifica famiglia al fine di accontentare tutti. Raggiunto l’accordo, i coniugi dovranno firmalo e i legali depositarlo in tribunale. Dopodiché la pratica verrà affidata a un giudice e verrà prevista una data nella quale si terrà l’udienza (c.d. udienza presidenziale) in occasione della quale il Giudice legge nuovamente ai coniugi le condizioni del loro accordo e chiede alle parti se confermano tutto. In caso positivo, marito e moglie dovranno nuovamente firmare l’accordo davanti al Giudice e, da quel momento, quindi dall’udienza presidenziale, decorrono i 6 mesi per poter eventualmente chiedere il divorzio. Tutta un’altra storia, invece, l’ipotesi di separazione giudiziale. In questo caso, evidentemente, il dialogo volto a trovare un accordo non è stato proficuo e, quindi, l’avvocato dell’una e dell’altra parte scriveranno un atto nel quale esporranno il racconto della storia familiare e le richieste del proprio Assistito o della propria Assistita. In questo atto, inoltre, devono essere indicate tutte le prove che l’uno e l’altra portano a fondamento delle proprie domande. Anche in questo caso, la pratica verrà assegnata a un Giudice e verrà fissata l’udienza presidenziale. La funzione di questa udienza, quando la causa è giudiziale, è davvero molto importante perché il Giudice, dopo aver sentito le rispettive posizioni ed essersi fatto un’idea quanto più compiuta possibile della situazione familiare, stabilisce i provvedimenti provvisori e urgenti (provvedimento c.d. presidenziale). Ossia emette un provvedimento nel quale indica come dovranno comportarsi le parti nelle more della fine del procedimento (che potrà durare, per esempio, due anni). Chiaramente, nel frattempo, la famiglia non può rimanere nell’incertezza di chi (e se) deve mantenere chi, di quanto tempo i figli devono trascorrere con l’uno o con l’altro genitore, di chi possa continuare a vivere nella casa coniugale, di chi debba pagare le spese dell’abitazione e così via. I problemi non farebbero che aumentare e il rancore a lievitare. Ecco perché il Giudice prende un per individuare le regole temporanee. Naturalmente, qualora il provvedimento presidenziale dovesse essere ingiusto o illogico per uno dei coniugi (o anche per entrambi) potrà essere impugnato.  Infine, quando la separazione è giudiziale, i mesi per poter procedere con la richiesta di divorzio sono 12 (anziché, come detto sopra, 6) e decorrono sempre dal giorno dell’udienza presidenziale. 

Tutto questo è il punto di partenza per affrontare il giorno del “no”, quello nel quale l’amore finisce. Poi starà agli avvocati, alla loro esperienza e sensibilità rispondere alle molteplici domande che chiunque si trovasse a fronteggiare la difficile fase della rottura vorrebbe porre. 

Sintesi dell’articolo di Attilio Ievolella per “Il Tempo”, pubblicata da “La Verità” il 16 marzo 2021. Strappare di mano il telefono al partner sospettato di tradimento può costare una condanna per rapina. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha sanzionato un marito geloso reo di «essersi impossessato con violenza dello smartphone di proprietà della moglie» per cercare tracce della eventuale relazione clandestina di lei. La Corte ha ritenuto che anche tra coniugi non sono ammesse azioni che violino la privacy delle persone, nemmeno contando su un «consenso tacito derivante dalla convivenza».

Andrea Priante e Elvira Serra per il "Corriere della Sera" il 24 febbraio 2021. Un tempo era il classico rossetto sulla camicia. Poi si sono aggiunte le ricevute d'albergo trovate nella tasca di una giacca dismessa, il pacchetto infiocchettato dentro la ventiquattr'ore e mai ricevuto (il che avrebbe meritato un risarcimento danni solo per la delusione), le riunioni fino a mezzanotte, i messaggi sul telefonino, le chat su Facebook, le foto sullo smartphone. Ultimo in ordine di tempo, appena accreditato dalla Cassazione: i pagamenti per i siti di incontri online (nella fattispecie, Meetic e senzapudore.it). E se è vero che un indizio non è mai una prova, tanti gravi, precisi e concordanti indizi possono indurre un giudice a conclamare il tradimento e a dimostrare un nesso di causa ed effetto con la separazione, che diventa con addebito. Il fedifrago in questione è un uomo ultrasettantenne, ai tempi del misfatto poco più che sessantenne. In una giornata di luglio del 2013 fu trovato a casa a torso nudo e palesemente accaldato dalla moglie, rientrata prima da un'uscita per acquisti. La donna, però, si accorse subito che non era solo l'anticiclone delle Azzorre ad aver inciso sull'«ardore» (sic) del marito: al piano di sopra, proprio sul talamo nuziale, giaceva la vicina, completamente nuda: lei disse che aveva avuto bisogno di usare il loro bagno. A quella pagina nera ne seguirono altre: foto troppo affettuose sul cellulare dell'uomo assieme a un'altra donna, email compromettenti, e i famosi pagamenti a due siti per appuntamenti (la vicina in seguito sarà arrestata per tentato omicidio del marito, ma questa è un'altra storia). La moglie resistette fino al matrimonio della figlia, due mesi dopo, poi, secondo la versione del marito, abbandonò il tetto coniugale, mancando ai suoi doveri. La vicenda si risolse con una sentenza di primo grado del Tribunale di Verona che accertava la separazione con addebito all'uomo. La Corte di Appello di Venezia a sua volta rigettò l'istanza dell'ex marito. E la Cassazione, con ordinanza n.3879 (9 dicembre 2020 - 16 febbraio 2021) ha confermato il giudizio di secondo grado, compreso l'assegno di mantenimento di mille euro mensili, oltre alle spese. «È una sentenza che va a stigmatizzare il solo fatto che una persona si sia iscritta a un sito di incontri», ha brontolato il legale dell'uomo, Stefano Perusi. «Questa sentenza dimostra un cambio di passo rispetto al passato: Internet diventa il mezzo attraverso il quale mandare in rovina il proprio matrimonio», ha chiosato Vincenzo Riviello, difensore della donna. Per certo, osserva Laura Sgrò, avvocato rotale (e legale della famiglia di Emanuela Orlandi): «C'è un orientamento della Cassazione verso il tradimento virtuale, indipendentemente dalla prova fisica. Cioè conta anche l'intenzione di tradire in un modo più consono ai tempi attuali, soprattutto dopo il lockdown». Non è però automatico il collegamento fra un tradimento, e quindi il venir meno ai doveri coniugali previsti dall'articolo 143 del Codice civile, e l'addebito della separazione. «Una volta se uno dei coniugi riusciva a provarlo, era pressoché automatico. Adesso, invece, si dà molta più importanza alla situazione della coppia, per valutare se quel tradimento sia stato davvero la causa della crisi», spiega la matrimonialista Valeria De Vellis (che riuscì a far eliminare l'assegno di mantenimento di Silvio Berlusconi a Veronica Lario con efficacia retroattiva). «Nel caso specifico, sarebbe un errore dire che si è data rilevanza solo ai siti di incontri, perché sono stati sì risolutivi, ma assieme a tutta una serie di indizi. Dal punto di vista procedurale, la sentenza di Appello non aveva nessun vizio. Che è quanto rimarcato dagli ermellini». C'è un altro punto di vista da considerare. Ed è quello della sociologa dell'Università di Trento Francesca Sartori, attivista ai tempi della legge sul divorzio e del referendum abrogativo. «Mi stupisce che oggi l'infedeltà possa essere considerata fondamentale nel definire la fine di un matrimonio. Abbiamo sostenuto il divorzio per difendere un'idea di parità e libertà».

Matteo Mion per "Libero Quotidiano" il 21 febbraio 2021. È tristemente iniziata l'era delle corna digitali per penna dei nostri giudici. Non è più necessaria la consumazione dell'incombente fisico per configurare il tradimento: basta un clic, e non sulle zone erogene, ma sullo smartphone. Roba da far impallidire Casanova, Don Giovanni e ogni romantico vagito di amor cortese. In questi giorni prima la Cassazione (3879/21) e il tribunale di Reggio Calabria (6/21) poi hanno addebitato la separazione al coniuge che smanettava eccessivamente sul mouse. Le due decisioni hanno un punto comune fondamentale: l'assenza della prova di un rapporto extraconiugale e di un'altra relazione fisica. I magistrati calabresi hanno ritenuto sufficiente per la condanna l'indicazione dello stato di «single» e del «mi piacciono le donne» sul profilo Facebook da parte del marito, perché «seppure non costituisce prova dell'esistenza di un rapporto extraconiugale è sicuramente indice di un comportamento lesivo della dignità e del decoro del proprio partner». Non è dato sapere se il tribunale civile abbia trasmesso gli atti alla Procura per perseguire il gravissimo reato contro la pubblica decenza relativamente al «mi piacciono le donne» che di questi tempi sessualmente incerti è affermazione inequivocabilmente sessista che potrebbe sottendere intenti stalkeristici. Mentre l'80% dei crimini rimane impunito con punte per i furti che vengono sanzionati solo nel 3-5% dei casi, sotto le mutande, pardon sotto il computer non passa nulla e l'intransigenza degli ermellini è massima. La Supreme Corte, infatti, ha addebitato la separazione con relativa condanna al mantenimento per un migliaio di euro mensili a un pensionato, reo dell'illecittissima condotta di essersi iscritto a un sito d'incontri. La prova di cotanto scempio nuziale? Le ricevute di pagamento del sito. Anche in questo caso di corna manco l'ombra, ma solamente un clic o anche la mera volontà di distrarsi senza mettere a repentaglio il matrimonio. Prove di tradimento? Zero. E non nascondiamo la nostra tenera comprensione per questi ingenui signori condannati senza nemmeno una scappatella col morto, ma solo per il presunto pensiero fedifrago. Non oso immaginare l'esemplare scure giudiziaria se i giudici avessero raggiunto non dico la prova, perché pare eccessivo, ma la mera supposizione dell'aggravante della masturbazione del porco soggetto dopo aver messo un like su un seno Non elogio certo chi preferisce un sito alla moglie perché meriterebbe un trattamento sanitario obbligatorio più che una condanna pecuniaria. Ciò detto, anche le decisioni surreali dei nostri magistrati non sono esenti da squilibrio: com' è possibile ritenere violato l'obbligo di fedeltà per un clic su Facebook senza nemmeno la dimostrazione in giudizio con documenti o testimonianze di una scopata di straforo? Secondo questo talebano indirizzo giurisprudenziale sopra la mascherina porteremo tutti il burka. Mi sono sempre divertito da piccolo a vedere papà che cercava di nascosto in tv un seno clandestino, ma da 50 anni profonde e ferve amore per mamma. Suvvia Innamorati tutti, non confondiamo le valutazioni di opportunità sulla tenuta di una coppia con la prova giudiziale di un tradimento e le relative conseguenze economiche che possono mettere in ginocchio la vita delle persone, altrimenti tanto vale celebrare i processi al bar con una birra e senza la toga. Anche le corna sono cosa seria e quelle reali spesso sanciscono la fine di una storia. Non è un reato, ma biologia. Le scaramucce fedifraghe su Fb, Instagram etc giuridicamente non valgono nulla, ma significano solo che fuori dalla porta c'è qualcuno migliore per te.

Michela Allegri per "Il Messaggero" il 22 febbraio 2021. A distanza di tempo dal divorzio, l'ex coniuge, ancora giovane e in ottima salute, si rifiuta di cercare un lavoro? Per la Cassazione non ha più diritto all'assegno di mantenimento. Per ottenerlo, infatti, deve dimostrare, quantomeno, di essersi impegnato per cercare un impiego e di non avere avuto successo. I supremi giudici hanno messo questo principio nero su bianco in una sentenza pubblicata il 4 febbraio, con la quale hanno revocato il mantenimento a una quarantaseienne di Torino che aveva «un atteggiamento rinunciatario» nella ricerca di un'occupazione. La donna per anni ha incassato l'assegno divorzile, che negli ultimi tempi era stato ridotto a circa 200 euro. Ma l'ex marito, stanco di pagare, ha chiesto l'annullamento degli accordi, visto che l'ex consorte non aveva nemmeno cercato di rendersi indipendente economicamente. La Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di secondo grado, che avevano sottolineato che, in questo caso, il mantenimento non era giustificato. La donna aveva deciso di impugnare la sentenza sottolineando che non era stato tenuto conto del tenore di vita ai tempi del matrimonio. Sosteneva anche che il fatto di non avere lavorato per più di 20 anni l'avesse messa praticamente fuori mercato. Gli ermellini le hanno dato torto su tutta la linea. Per prima cosa hanno specificato che quando era sposata non viveva nel lusso. La Corte ha poi tenuto conto dell'età della donna - «di soli 46 anni e quindi non particolarmente avanzata» -, delle buone condizioni di salute e dell'assenza di impedimenti alla ricerca di un impiego. D'altronde, sottolineano i magistrati, la signora potrebbe tornare a «lavorare come addetta alle pulizie», come aveva fatto saltuariamente in passato. In questo modo i giudici hanno risposto alla lamentela della ricorrente: sosteneva di essere stata ritenuta solo «astrattamente idonea a svolgere attività lavorativa», senza esempi concreti e senza tenere conto delle difficoltà che avrebbe sicuramente incontrato se si fosse messa alla ricerca di qualsiasi occupazione. Ma c'è di più. I giudici hanno annullato l'assegno anche perché, come dimostrato dall'ex marito, la donna avrebbe da tempo una nuova relazione stabile, sfociata in una convivenza tenuta nascosta. Circostanza che, per la Cassazione, sarebbe stata pienamente dimostrata: i giudici sostengono che abbia da tempo instaurato una nuova convivenza, nonostante ne parli come di un rapporto «di natura solo amicale». Non è tutto: la donna è stata anche condannata a pagare le spese processuali, pari a 1.500 euro. Una sentenza che segue un'altra pronuncia rivoluzionaria dei magistrati di piazza Cavour. Lo scorso ottobre i supremi giudici hanno stabilito che il diritto all'assegno di divorzio può venire meno nel caso in cui il coniuge beneficiario abbia una relazione sentimentale con periodi più o meno lunghi di convivenza, tanto da rendere stabile la nuova unione. Con questa motivazione la Cassazione aveva accolto il ricorso di un ex marito che aveva chiesto l'annullamento dell'assegno dovuto alla ex consorte che, nonostante di fatto dormisse più giorni a settimana con il nuovo compagno, non aveva mai ufficializzato la convivenza.

Andrea Priante per corrieredelveneto.corriere.it il 20 luglio 2021. Il tribunale per i minorenni di Venezia ha autorizzato l’adozione di un bimbo di sei anni da parte dell’ex compagna della madre biologica. È la prima volta in Veneto (la seconda in Italia, esiste un unico precedente a Bologna) che questoavviene nell’ambito di una famiglia omosessualeche non è più tale, visto che le due donne sono separate da ormai da un paio d’anni. La vicenda coinvolge due padovane: una libera professionista e un’impiegata. Per molto tempo la loro era sembrata una relazione solida, e anche per questo in entrambe era maturato il desiderio di avere un figlio. Un sogno concretizzato nel 2014, quando si recarono in una clinica in Spagna, dove l’impiegata si sottopose a fecondazione assistita con il seme di un donatore anonimo. L’anno seguente diede alla luce il bambino, che anagraficamente risultava quindi solo suo figlio. Ma nella sentenza si ricostruisce come «il piccolo le considerava entrambe mamme».

La crisi e la separazione. In seguito la coppia è però entrata in crisi e nel 2019 le due donne hanno deciso di separarsi e da quel momento in poi, «con l’accordo di entrambe, il bambino aveva vissuto a settimane alterne presso l’una e l’altra». Nonostante la fine del rapporto con la compagna, lo scorso anno (assistita dagli avvocati Valentina Pizzol, che fa parte della Rete Lenford per i diritti Lgbti, e Umberto Saracco), la madre non biologica ha presentato al tribunale per i minorenni di Venezia la richiesta di «adozione in casi particolari». Nella sentenza è riportata la relazione dei servizi sociali, che conferma come «il minore percepiva entrambe le donne quali suoi punti di riferimento, attribuendo anche alla ricorrente una funzione effettivamente genitoriale, protettiva e propositiva». Ed entrambe le padovane «indipendentemente dalla rottura del proprio legame sentimentale, riconoscevano reciprocamente l’apporto stabilmente assicurato alla crescita del bambino».

La sentenza. Nella sentenza il giudice ricorda come la legge riconosca il diritto del minore «concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia stabile, a essere adottato». La piccola rivoluzione sta nel fatto che in questo caso, la «coppia» non è più tale: «Non si reputa di ostacolo - scrive il tribunale di Venezia - la circostanza che l’unione sentimentale tra la madre dell’adottando e l’adottante sia venuta meno, sia in ragione dell’accordo» tra le due ex, sia perché la rottura «non incide nel rapporto tra l’adottante e l’adottando che in questi anni è rimasto, di fatto, assimilabile al rapporto tra una madre e suo figlio».Insomma, anche se la storia d’amore tra due adulti può finire, il bambino ha comunque diritto ad avere due genitori.

Il commento. «È una decisione importante e non era affatto scontato che il tribunale accogliesse la domanda, non essendoci più la stabilità della coppia alla base» spiega l’avvocato Pizzol. «È stato comunque determinante il fatto che tra le due donne, nonostante la fine della relazione, ci fosse un forte rispetto reciproco. In mancanza del consenso della madre biologica all’adozione del minore da parte della ex, la domanda sarebbe stata rigettata. E questo deve far riflettere sulle lacune che presenta la normativa: non è socialmente né giuridicamente accettabile che la genitorialità dipenda, di fatto, dalla disponibilità della ex partner a riconoscerle il ruolo. In situazioni di conflitto, infatti, a farne le spese potrebbe essere proprio il bambino». 

Maria Novella De Luca per "la Repubblica" il 28 gennaio 2021. Luca ha perso uno dei suoi due papà quando aveva soltanto cinque anni. Giulio, dirigente d' azienda, è morto d' infarto a 40 anni, nel 2015, e Luca, nato con gestazione di supporto negli Stati Uniti nel 2010, è stato cresciuto a Milano da Corrado, l'altro suo papà. Corrado è il genitore biologico, mentre suo marito Giulio era "l' altro genitore", il "padre intenzionale" che la legge italiana ancora stenta a riconoscere. Luca, da ieri, è il primo bambino in Italia a cui l' Inps dovrà riconoscere la pensione di reversibilità del "padre intenzionale", ossia del padre non biologico e per lo stato italiano inesistente. Un fantasma. Alla vigilia dell' udienza di oggi della Corte Costituzionale, che dovrà esprimersi sull' ancora troppo incerto destino dei figli delle coppie omosessuali, con la sentenza numero 803 del 2020, la Corte d' Appello di Milano ha condannato l' Inps a garantire a Corrado e a Luca la pensione di reversibilità di Giulio. Morto, purtroppo, prima che in Italia arrivassero le unioni civili e le adozioni speciali per i figli delle coppie gay. Grazie alla battaglia portata avanti e vinta in appello dall' avvocato Alexander Schuster, l' Inps dovrà garantire a Luca la pensione di un padre che per la legge italiana non esiste. Tutti i nomi di questo storia sono naturalmente di fantasia, mentre la felicità di Corrado e di suo figlio Luca sono reali e palpabili. A differenza dei due casi che oggi la Corte Costituzionale dovrà analizzare, nei quali il "genitore intenzionale" è stato cancellato dai tribunali, questa è invece una storia di riconoscimenti e successi. Racconta Schuster: «Luca nasce negli Stati Uniti nel 2010 da una madre surrogata e dall' amore di Corrado e Giulio, che si sposano sempre negli States nel 2013. Vivono vicino a Milano. Giulio muore a causa di un infarto fulminante nel 2015, senza aver potuto ancora riconoscere in Italia il piccolo Luca. Con un lungo lavoro burocratico e giuridico, grazie anche all' intelligenza di una funzionaria di anagrafe, nel 2017 siamo riusciti a far trascrivere, post mortem, il certificato di matrimonio americano di Giulio e Corrado. E il certificato di nascita di Luca che negli States risultava con due papà». Quindi la battaglia per ottenere la reversibiità della pensione. Già ottenuta in altri casi dal coniuge sopravvissuto di coppie unite civilmente, ma mai da un figlio "non biologico". «È una sentenza storica in una situazione che mette il diritto spalle al muro di fronte ad un dramma. La Corte di appello di Milano fa giustizia e condanna l' Inps a riconoscere a questa famiglia gli stessi diritti che riconosce ad ogni altra famiglia. Le famiglie arcobaleno non vivono solo la gioia e le emozioni della genitorialità. Esse vivono anche dolorosi conflitti di coppia. Esse vivono i drammi di una morte inattesa e prematura». Ed è questo il riferimento ai casi che oggi saranno discussi dalla Consulta. La vicenda di Valentina, che dopo la rottura con la sua compagna, è stata esclusa dalla vita delle sue due figlie. Bambine concepite con fecondazione eterologa all' estero e che lei, madre non biologica, non aveva potuto riconoscere alla nascita. Dunque oggi Valentina non ha alcun diritto legale sulle sue figlie. Se l' Italia riconoscesse che il consenso dato da Valentina alla fecondazione eterologa della sua compagna all' estero valesse, così prevede la legge 40 per le coppie etero, come riconoscimento del figlio, Valentina potrebbe legalmente a riabbracciare le sue bambine. E anche nel secondo caso in discussione oggi davanti alla Corte, il tema è la "cancellazione" di un genitore. Un bambino nato in Canada con gestazione di supporto, lì riconosciuto come figlio di due papà, nella trascrizione italiana del certificato di nascita, ne ha "perso" uno, restando figlio solo del genitore biologico.

·        La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Venne uccisa dal marito carabiniere, nessun risarcimento per le figlie. Romina Marceca su La Repubblica il 18 febbraio 2021. Prescritta la richiesta di indennizzo nei confronti dello Stato presentata dalle figlie di Lisa Siciliano, assassinata nel 2012 dal marito che poi si tolse la vita. C'è una doppia prescrizione che affonda la sua lama negli animi della famiglia di una donna uccisa 9 anni fa dal marito, un carabiniere poi suicida. E fa male. "Malissimo. Perché Lisa aveva chiesto urlando giustizia quando era in vita e la sta chiedendo anche adesso. Ma quella giustizia ancora non arriva", dice Michele Meli, cognato e padre adottivo delle figlie di Lisa Siciliano. Il tribunale civile di Palermo, terza sezione, giudice monocratica Monica Montante, rigetta la domanda di risarcimento avanzata dalle figlie della vittima e dai parenti, nei confronti della presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri della Difesa e della Giustizia. La famiglia nel 2018 aveva presentato domanda risarcitoria perché si accertasse una eventuale omissione da parte dell'Arma dei carabinieri che, secondo quanto presentato in denuncia dai parenti, non avrebbe agito nei confronti dell'appuntato in modo adeguato per scongiurare quella tragedia. Per le parti avverse quelle richieste risarcitorie erano prescritte o infondate. La prescrizione, secondo quanto scrive la giudice arriva per un ritardo nella presentazione della denuncia e quindi per " il decorso del termine di cinque anni dalla data dell'omicidio". Lisa Siciliano aveva informato i superiori del marito Rinaldo D'Alba, aveva raccontato loro delle botte, del suo atteggiamento violento e denigratorio. Il 7 febbraio del 2012 Lisa, 37 anni, venne uccisa dal marito. Lui le sparò contro, nella loro camera da letto, con la pistola d'ordinanza. Mentre le figlie di 12 e 5 anni cercavano di sfondare la porta della stanza, l'appuntato rivolse la pistola alla tempia e si suicidò. Quella storia di violenza sembrava essere finita quel 7 febbraio, tra le mura di un alloggio di caserma. Ma per i parenti che hanno cresciuto le due bimbe rimaste senza genitori, quell'omicidio-suicidio si sarebbe potuto evitare. "Bastava togliere la pistola a lui, allontanarlo dalla moglie e dalle figlie e non assegnargli un alloggio nella stessa caserma ", dice l'avvocata Vanessa Fallica che da anni segue la famiglia insieme al fratello Gabriele. Un'altra prescrizione è arrivata anche in sede penale, l'anno prima. Il reato ipotizzato era quello di omissione e doveva essere accertato anche in sede civile. E anche lì, dopo 8 anni di indagini, è subentrato l'istituto che spazza via con un colpo di spugna eventuali responsabilità. Per la vicenda penale la sorella di Lisa Siciliano, Manuela, diventata madre adottiva delle bambine della vittima, ha presentato un esposto al Csm per le lungaggini dell'inchiesta. "Ma non abbiamo ricevuto mai nessuna risposta" , spiega l'avvocata Vanessa Fallica. "Lisa - dice il cognato - è stata uccisa ancora ma noi confidiamo nella verità. Arriverà". Gli avvocati adesso annunciano l'impugnazione della sentenza davanti alla Corte d'appello. "Una doppia delusione sia in ambito penalistico per una attività non eseguita in 8 anni - dice Vanessa Fallica - e una grandissima delusione in civile dove la parola prescrizione ha preso il sopravvento senza accertare se ci fosse stata o meno omissione" . Aggiunge Manuela Siciliano: "Emettere una sentenza con questa superficialità è offensivo nei confronti di due ragazze che soffrono la mancanza della madre. Non c'è stata la volontà di sapere la verità e non è stata presa in considerazione nessuna delle prove fornite". C'è un lungo messaggio vocale, di 23 minuti, che Lisa Siciliano aveva registrato un anno prima di essere uccisa. Si rivolge al giudice che doveva decidere sulla separazione dal marito che la tormentava con botte e insulti. Ecco in esclusiva una parte dell'audio in cui Lisa racconta le ferite inferte dall'uomo dal quale aveva deciso di allontanarsi e spiega anche di essersi rivolta al comandante della caserma di allora che spostò in un altro alloggio l'appuntato: "Mi arriva un pugno nell'occhio signor giudice, uno sul setto nasale, mi ha massacrata davanti alle bambine. La più grande non ha voluto più parlargli, la piccola ha cominciato a balbettare". Questo messaggio non è stato ammesso come prova dal tribunale. 

L'audio shock in cui Lisa chiedeva aiuto al giudice: "Mi ha massacrata davanti alle bambine". La Repubblica il 17 febbraio 2021. Lisa Siciliano l’anno prima di essere uccisa dal marito aveva registrato un audio di 23 minuti in cui si rivolgeva al giudice che avrebbe deciso sulla causa di separazione. A bassa voce, spaventata, Lisa chiedeva aiuto e spiegava: “Mi ha massacrata, mi ha dato un pugno nell’occhio e uno al setto nasale, davanti alle bambine”. Repubblica pubblica in esclusiva una parte di quel messaggio vocale, a 9 anni dal femminicidio. Questo audio non è stato ammesso come prova in tribunale. (di Romina Marceca, montaggio Giada Lo Porto)

Riccardo Lo Verso per corriere.it il 23 agosto 2021. Femminicidio nella notte ad Aci Trezza, frazione di Aci Castello, in provincia di Catania. La vittima è Vanessa Zappalà, 26 anni, uccisa a colpi di pistola mentre passeggiava con gli amici. A fare fuoco, così raccontano i testimoni, sarebbe stato l’ex fidanzato, che non si era rassegnato alla fine della loro relazione. L’uomo, Antonino Sciuto, 38 anni, è stato — poi — ritrovato (nel pomeriggio di lunedì) impiccato in un casolare in contrada Trigona, nelle campagne di Trecastagni. Da ieri sera era in fuga dopo avere ucciso l’ex compagna.

La denuncia per stalking. La ragazza, che lavorava in un panificio a Trecastagni, lo aveva denunciato per stalking. La Procura di Catania aveva chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini preliminari che fosse posto agli arresti domiciliari. Attualmente aveva il divieto di avvicinamento alla ragazza. 

Lei vuole chiarire, lui spara. Ed invece nella notte, così raccontano gli amici della vittima, l’ex compagno ha esploso diversi colpi di pistola, uno dei quali ha raggiunto Vanessa alla testa. L’uomo viveva e lavorava a San Giovanni La Punta, paese della cintura dell’Etna, dove vendeva automobili. E al volante di un’auto che ieri notte, intorno alle tre, era arrivato ad Aci Trezza. Vanessa gli sarebbe andata incontro per un chiarimento e lui avrebbe iniziato a sparare. 

Ferita anche un’amica. Un colpo di pistola ha anche ferito di striscio un’altra ragazza alla spalla. «Quante volte ti mandavo messaggi, “stai attenta Vane ho paura” — scrive un’amica su Facebook — e tu “tranquilla non mi fa niente è solo geloso. Facevi solo casa e lavoro, una ragazza tranquilla”». Un’altra amica, dopo l’ennesima lite con l’ex fidanzato, racconta in un post di averla messa in guardia: «Stai attenta che si apposta sotto casa nostra». 

Il femminicidio di Aci Trezza. Vanessa uccisa mentre passeggiava con gli amici, trovato impiccato l’ex fidanzato stalker. Redazione su Il Riformista il 23 Agosto 2021. E’ stato trovato senza vita Antonino Sciuto, il 38enne ritenuto il maggior indiziato dell’omicidio dell’ex fidanzata Vanessa Zappalà, 26 anni, avvenuto la scorsa notte ad Aci Trezza. Nel pomeriggio di lunedì 23 agosto i carabinieri del comando provinciale di Catania lo hanno trovato impiccato in una campagna di proprietà della famiglia a Trecastagni, paese alle pendici dell’Etna, dopo aver individuato la sua auto, una Fiat 500, posteggiata nelle vicinanze. Sciuto era già stato arrestato lo scorso giugno per maltrattamenti in famiglia e atti persecutori dopo la denuncia dell’ex fidanzata. Il giudice gli aveva imposto il divieto di avvicinamento alla ragazza. Vanessa è stata uccisa intorno alle 3 di notte sul lungomare di Aci Trezza. Stava passeggiando con alcuni amici in strada, poco distante dal porticciolo, quando è stata ammazzata a colpi d’arma da fuoco. A indirizzare i carabinieri sulle tracce dell’ex fidanzato sono stati gli amici presenti al momento dell’omicidio che hanno raccontato ai militari di aver visto il ragazzo avvicinarsi, litigare con Vanessa e poi puntare l’arma verso di lei esplodendo più colpi, tra cui quello fatale che ha raggiunto la 26enne alla testa. Nell’agguato costato la vita alla giovane 26enne anche un’altra ragazza che faceva parte della comitiva sarebbe rimasta ferita, raggiunta di striscio da un colpo alla schiena. Le sue amiche l’avevano messa in guardia: “Vanessa stai attenta, ho paura”, “Guarda che si apposta sotto casa”. Ma lei si sentiva tranquilla: “Non mi fa niente è solo geloso”. La giovane vittima, che lavorava in un panificio di Trecastagni, già in passato aveva denunciato l’ex fidanzato per stalking. Per quel reato la Procura di Catania aveva chiesto e ottenuto dal Gip che fosse posto agli arresti domiciliari e attualmente era sottoposto al divieto di avvicinamento. I carabinieri e la polizia erano impegnati sin dalla mattinata nella caccia all’uomo. Istituti numerosi posti di blocco a San Giovanni La Punta, dove l’uomo viveva e lavorava in una concessionaria d’auto, ma anche nei paesi circostanti. L’identità di Sciuto era stata resa nota dagli stessi militari che hanno diffuso due foto: una con barba corta e l’altra con barba lunga, per favorire la sua cattura attraverso segnalazioni al 112. Tutte le operazioni sono state coordinate e autorizzate dalla Procura di Catania.

Il padre di Vanessa Zappalà: «L'ex Antonino Sciuto duplicò le chiavi di casa per spiarci dal sottotetto e la pedinava con un Gps». Felice Cavallaro su Il Corriere della Sera il 23 agosto 2021. Aci Trezza, l’omicidio della 26enne di Trecastagni uccisa a colpi di pistola dall’ex fidanzato Antonino Sciuto. Il padre di Vanessa Zappalà: «Venne arrestato, il giorno dopo era già in giro... Lei era prigioniera in casa per paura di incrociarlo». Sul pendio della più bella terrazza dell’Etna, come chiamano Trecastagni, echeggia la disperazione di una madre che non si rassegna all’idea di avere perduto la figlia, uccisa da un ex fidanzato, un balordo in fuga con la pistola del delitto, prima di farla finita: «S’impicco? Ora ‘u Signuri c’avi a pinsari». Si danna Antonia Lanzafame che, avvertita nella notte, dalla villetta in pieno centro, ha svegliato il marito separato nella casa lì a due passi dove Vanessa Zappalà doveva rientrare dopo la passeggiata notturna tra i faraglioni di Aci Trezza. «Non torna più nostra figlia...». È la stessa disperazione di questo padre cinquantenne, i calli alle mani di chi impasta cemento, il cuore grande anche con il ragazzotto che non gli piaceva ma che per rendere felice sua figlia l’anno scorso accolse in casa, ospitandolo per una convivenza culminata in litigi continui. E da questi litigi bisogna partire per capire come si è arrivati alla doppia tragedia finale, nonostante le denunce di stalking, i pedinamenti e l’arresto di uno psicopatico convinto di essere uno 007 pronto a spiare le vite degli altri con acrobatici stratagemmi.

Seguiva e spiava sua figlia Vanessa?

«Quando dopo botte e parolacce mia figlia l’ha mollato, quando io gli ho tolto le chiavi di casa, ha cominciato ad appostarsi per ore sotto le finestre o davanti al panificio dove Vanessa lavorava».

Per questo lo avete denunciato?

«Dopo la frattura di dicembre, dopo un inverno passato da Vanessa prigioniera in casa per paura di incontrarlo, dopo mille minacce, abbiamo dovuto mettere nero su bianco. Perché abbiamo scoperto che con un duplicato delle chiavi la sera si intrufolava nel sottotetto di casa mia, una sorta di ripostiglio, e dalla canna del camino ascoltava le nostre chiacchiere».

Come s’è difeso?

«Balbettando: “Mi hanno detto che tua figlia ha un altro”. Lei non ha nessuno, ma tu non sei il suo fidanzato. “Tua figlia è menomata”. L’ho cacciato, ma aveva il piano B».

Ha continuato a controllarvi?

«Con una diavoleria elettronica. Con dei Gps, delle scatolette nere piazzate sotto la macchina di Vanessa e sotto la mia. Come hanno scoperto i carabinieri quando finalmente, chiamati da mia figlia, lo hanno arrestato».

Si è sentito protetto dai carabinieri?

«Il maresciallo, un sant’uomo, dà il suo cellulare a mia figlia: “Chiamami in ogni momento, notte e giorno, se c’è bisogno”. Un padre di famiglia. Prontissimi sempre tutti i carabinieri, ma forse dovevamo fare noi tutti di più, anche protestando per le leggi balorde di questo Paese, per la disattenzione finale...».

Che cosa non ha funzionato, secondo lei?

«Trovano un pazzo di catena che spia dal camino o con i Gps, un violento che picchiava la ragazza, sempre coperta da foulard e mascariata di fard, e che fanno? Dopo una notte in caserma, il 7 giugno, un martedì, e una di interrogatorio, arriva il giudice e lo manda a casa con gli “arresti domiciliari”. Inutili. Perché tre giorni dopo, il sabato, era il 13 giugno, ce lo ritroviamo tra i piedi, ma con un provvedimento altrettanto inutile: l’obbligo di non avvicinarsi a mia figlia per 200 metri. È questa l’Italia che vogliamo? Davvero pensano che da 200 metri non si possa fare male? Oppure che un pazzo come questo non possa armarsi e sparare da tre metri? Se lo consideravano malato dovevano rinchiuderlo in una comunità e curarlo. Non lasciarlo praticamente libero di fare tutto».

Da metà giugno le minacce si erano affievolite?

«Per due mesi non lo abbiamo più visto. Ma 15 giorni di pace c’erano stati anche mentre si appollaiava nel sottotetto. Si sarà placato, speravo. E forse nelle ultime settimane lo ha sperato anche Vanessa che, fino a prima di Ferragosto, continuava a vivere da reclusa, con il terrore di incrociarlo. Com’è poi accaduto in questa notte che resterà l’incubo anche per i figli dell’assassino».

Aveva figli?

«Un maschietto di 10 anni e una bimba di 5. Dal primo matrimonio. E mia figlia che l’anno scorso li faceva giocare, comprando loro regalini, quando non aveva capito di avere a che fare con un pazzo...». 

Uccide ex e si suicida. Il presidente dei Gip: il collega non ha colpe. Il giudice Nunzio Sarpietro: "Anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". La Repubblica il 24 agosto 2021. "Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c'erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due. E anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". Così il presidente dell'ufficio del Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, sulle polemiche sulla scarcerazione di Antonio Sciuto, il 38enne che ha ucciso con sette colpi di pistola alla testa la sua ex fidanzata, Vanessa Zappalà, di 26 anni. "E' difficile controllare tutti gli stalker - continua Sarpietro - noi emettiamo come ufficio 5-6 ordinanze restrittive a settimana ed è complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e, comunque, non si può fare fronte ai fatti imponderabili". Il capo dell'ufficio etneo del Giudice per le indagini preliminari ripropone una sua ipotesi di intervento: "un braccialetto elettronico 'out' per l'indagato che segnali la sua presenza e, contemporaneamente, un dispositivo per la vittima che emetta segnali acustici e luminosi quando lo stalker viola la distanza impostagli dal provvedimento di non avvicinamento". "Occorrerebbero dei centri di riabilitazione con l'obbligo di frequentazione per monitorare gli stalker e tentare, nei limiti del possibile, di recuperarli dai loro disturbi alcuni dei quali legati a problemi culturali e caratteriali. Bisogna provarci, anche perché non sono pochi", afferma invece il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, titolare dell'inchiesta sul femminicido di Vanessa Zappalà.

Da iene.mediaset.it il 6 febbraio 2021. Filippo Roma e Marco Occhipinti hanno pizzicato il giudice Nunzio Sarpietro, gup del caso Gregoretti che dovrà decidere se mandare a processo il leader della Lega Matteo Salvini, a mangiare in un ristorante subito dopo aver sentito l’allora premier Giuseppe Conte. Peccato che quel giorno Roma fosse in zona arancione e i ristoranti chiusi al pubblico sia a pranzo che a cena! Come si è giustificato? Scopritelo con noi stasera dalle 21.10 su Italia1. Le restrizioni e le norme di contenimento del coronavirus valgono per tutti? Una domanda dovuta, visto quello che hanno scoperto i nostri Filippo Roma e Marco Occhipinti!  È il 28 gennaio: il giudice Nunzio Sarpietro arriva a Roma per sentire l’allora premier Giuseppe Conte sul “caso Gregoretti”. Chiamato a decidere su uno dei casi giudiziari più discussi della politica italiana, nonostante il pm Andrea Bonomo abbia per due volte chiesto l'archiviazione del caso, il gup Sarpietro ha deciso invece di sentire il premier e tutti i ministri coinvolti. Il 28 gennaio, in piena crisi di governo, Sarpietro arriva nella Capitale per interrogare l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il giudice trascorre la mattinata a Palazzo Chigi e dopo aver sentito il premier improvvisa una conferenza stampa ripresa da tutti i tg. Poco dopo attraversa il centro della città fino ad arrivare in via Valenziani, in zona Porta Pia. Lì il giudice infrange il dpcm in vigore, pranzando in un ristorante che sarebbe dovuto essere inaccessibile al pubblico come quelli di quasi tutto il territorio nazionale! In quei giorni infatti 15 regioni italiane erano in zona rossa o arancione e i ristoranti erano quindi chiusi al pubblico oltre che a cena anche a pranzo. E il Lazio era tra quelle. Il giudice però entra per pranzare in uno dei ristoranti di pesce più rinomati di Roma: Chinappi. Il locale dovrebbe essere chiuso al pubblico, come prescrivono le norme di contenimento del coronavirus. Eppure i nostri Filippo Roma e Marco Occhipinti lo vedono entrare lì, e allora entrano per chiedergli spiegazioni mentre è attovagliato e con il bicchiere pieno di champagne: come si sarà giustificato Nunzio Sarpietro? Per scoprirlo non perdetevi il servizio in onda questa sera dalle 21.10 su Italia1.

Da "le Iene" il 6 febbraio 2021.

Giudice: “Guardi io sono qua con mia figlia…”

Iena: “Stare con la figlia le permette di non rispettare la legge?”

Giudice: “L’unico posto in cui potevo stare con lei in un momento tranquillo e non è minimamente, non c’è niente guardi…” 

Iena: “Non è grave che un uomo di legge sia il primo a non rispettare la legge?”

Giudice: “No non è un rispetto della legge e se c’è una contravvenzione la pago…”

Iena: “Lei in questo momento sta rispettando la legge oppure no?”

Giudice: “Io in questo momento sto violando un regolamento che è un elemento ulteriore. Di cose gravi ce ne sono ben altre. Ritengo che sia super sicuro e che sia una situazione in cui non ci sia assolutamente niente di particolarmente grave”

Iena: “Un comportamento del genere secondo lei è rispettoso verso verso quei ristoranti che rimangono chiusi e quei cittadini che rinunciano ad andare al ristorante?”

Giudice: “Ho sbagliato lo ammetto, confesso, ma questo non porta nessun tipo di problema su come uno fa il magistrato mi creda. Ho fatto la violazione, ok? Tutto qua. Hanno fatto questa cortesia perché c’è mia figlia, ma non credo che sia niente di drammatico, dai!"

Giudice: “Guardi c’è solo un goccino di vino e tre piatti freddi” (polpo)

Ristoratore: “Ha mangiato una spigola al sale, un po’ di polpo e un po’ di crudi, gamberi gobetti, palamide, poi i gamberi rossi e gli scampi. Tutti e tre così. Lo spaghettino alle telline l’ha mangiato solo la figlia. Poi uno champagne. Il conto finale? 200 euro”

Ristoratore: “Lo sai come mi hanno prenotato? Come promessa di matrimonio. La figlia si sta a sposa questo, che ne so io. Poi me faranno pure la multa sicuro sono 4 mila euro capito? Per 200 euro."

Lockdown e norme anti covid valgono per tutti? È il 28 gennaio: il giudice Nunzio Sarpietro arriva a Roma per sentire l’allora premier Giuseppe Conte sul “caso Gregoretti” e infrange il dpcm in vigore, pranzando in un ristorante che sarebbe dovuto essere inaccessibile al pubblico come quelli di quasi tutto il territorio nazionale. In quei giorni 15 regioni italiane erano in zona rossa e arancione e i ristoranti erano quindi chiusi al pubblico oltre che a cena anche a pranzo. Il servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti, in onda domani, martedì 16 febbraio, in prima serata su Italia 1. Chiamato a decidere su uno dei casi giudiziari più discussi della politica italiana, nonostante il pm Andrea Bonomo abbia per due volte chiesto l'archiviazione del caso, il Gup Sarpietro ha deciso invece di sentire tutti i ministri coinvolti. Ad ottobre presso il Tribunale di Catania è stata la volta dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini e che al momento è indagato per sequestro di persona. A dicembre invece ha ascoltato gli ex ministri Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. Venerdì prossimo sentirà i nuovi ministri del Governo Draghi Luigi di Maio e Luciana Lamorgese, mentre il 28 Gennaio, in piena crisi di Governo in corso, è arrivato nella Capitale per interrogare l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte. Il giudice trascorre la mattinata a Palazzo Chigi e dopo aver sentito il Premier improvvisa una conferenza stampa ripresa da tutti i tg. Poco dopo attraversa il centro della città, passa per le strade più note della capitale fino ad arrivare in via Valenziani, in zona Porta Pia, ed entra per pranzare in uno dei ristoranti di pesce più rinomati di Roma: Chinappi, che dovrebbe essere chiuso al pubblico, a pranzo e a cena, come da dpcm. Il giudice - alla vista dell’inviato della trasmissione - appare evidentemente in imbarazzo e tenta di giustificarsi spiegando che si trova in quel ristorante a pranzo perché era l’unico modo per passare del tempo in compagnia della figlia. Filippo Roma allora gli chiede se quello è un buon motivo per violare un decreto in vigore, se è rispettoso nei confronti dei tanti cittadini che non possono farlo e verso tutti gli esercizi che devono stare chiusi per osservare le regole. Il giudice dichiara, in un primo momento, di non trovare il proprio un comportamento grave, poi quando la Iena lo incalza ammette la violazione, “non di una legge, ma di un regolamento”, ma sostiene non si tratti di nulla di drammatico, di tenere comunque un comportamento sicuro e si dice che è disposto a pagare una sanzione. Però provando ancora a giustificarsi dichiara: “Guardi c’è solo un goccino di vino e tre piatti freddi” (polpo verace, ndr), sottolineando la frugalità del suo pranzo. Ma è possibile che uno dei ristoranti di pesce più rinomati della capitale apra apposta e rischi una multa per tre antipasti di polpo e un bicchiere di vino, si chiede Filippo Roma incredulo. Il ristoratore smentisce il giudice descrivendo il menù scelto dai tre commensali ben più ricco da quello dichiarato dal giudice: antipasti di polpo, dei piatti di pesce crudo con gamberi, scampi e palamide, degli spaghetti alle telline, cavallo di battaglia del ristorante, e una spigola al sale, il tutto innaffiato da una bottiglia di pregiato champagne. Per quale occasione tutte queste prelibatezze? Il ristoratore racconta si tratterebbe della promessa di matrimonio della figlia del giudice che siede lì al tavolo accompagnata dal fidanzato. A seguire lo scambio di battute tra l’inviato della trasmissione, il giudice Sarpietro e il ristoratore Stefano Chinappi:

Iena: Giudice! Se proprio lei con i ristoranti chiusi in tutta Italia, in piena pandemia, in pieno lockdown, sta al ristorante a mangiare…

Giudice: Guardi io sono qua con mia figlia. 

Iena: Ho capito, ma stare con la figlia le permette di non rispettare la legge?

Giudice:...l’unico posto in cui potevo stare con lei in un momento tranquillo. E non è minimamente, non c’è niente guardi…

Iena: Non c’è problema, per legge i ristoranti sono chiusi e il giudice sta al ristorante e dice non c’è problema.

Giudice: Eh va beh, lei vuole mettere il commento, lo metta come vuole, io devo vedere mia figlia e non avevo altro da fare.

Iena: Quanti altri italiani vorrebbero andare a pranzo o a cena con la figlia nelle zone arancioni e non possono?

Giudice: Guardi lei mi dice una cosa, io sono in zona rossa in Sicilia, non vado a pranzo fuori da una vita e sono un povero disgraziato che non riesce a vedere tantissimi amici che tra l’altro ho perso con la pandemia.

Iena: Quindi sa quant’è importante rispettare le normative anti covid. Perché lei non la rispetta?

Giudice: Infatti lo sto rispettando qua con…

Iena: E certo! Lo sta rispettando ma mangiando al ristorante a Roma, in zona arancione, dove in teoria i ristoranti per legge dovrebbero essere chiusi!

Giudice: Va bene mi sono meritato qualche premio particolare? No?

Iena: Non è grave che un uomo di legge sia il primo a non rispettare la legge?

Giudice: No non è un rispetto della legge e se c’è una contravvenzione, se mi fa una contravvenzione, la pago, era previsto anche così.

Iena: E non gliela posso fare perché non sono un vigile.

Giudice: Eh chiama un vigile e me la fa fare.

Iena: Sì al di là della contravvenzione però un comportamento del genere secondo lei è rispettoso verso quei cittadini che invece la legge la stanno rispettando? Verso quei ristoranti che rimangono chiusi e quei cittadini che quindi rinunciano ad andare al ristorante? 

Giudice: Guardi, non è che posso trovarle delle scuse o delle giustificazioni particolari, è una situazione in cui, ripeto, per vedere mia figlia e tutto qua, poi per il resto se ho sbagliato ho sbagliato lo ammetto, confesso, ma questo non porta nessun tipo di problema su come uno fa il magistrato, mi creda.

Iena: Lei in questo momento sta rispettando la legge oppure no? Me lo dica.

Giudice: Io in questo momento sto violando un regolamento che è un elemento ulteriore e successivo e questa violazione del regolamento è una cosa che può essere considerata non condivisibile ma di cose gravi ce ne sono ben altre. 

Iena: Sì ho capito però se il regolamento dice che per non prendersi il covid è meglio che i ristoranti siano chiusi questo suo comportamento è un comportamento sicuro oppure no?

Giudice: Il mio in questo momento ritengo che sia super sicuro e che sia una situazione in cui non ci sia assolutamente niente di particolarmente grave. Non è che le sto dicendo “sono qua ho rispettato”, ho fatto la violazione, ok? Tutto qua.

Iena: Tutto qua. Va beh, scusi ma il ristorante l’hanno aperto solo per lei?

Giudice: Beh adesso non lo so, probabilmente hanno fatto questa cortesia perché c’è mia figlia, hanno aperto e basta, ma non per me, una cortesia che hanno fatto, ma non credo che sia niente di drammatico, dai! 

Adesso Filippo Roma si rivolge al ristoratore:

Iena: Buongiorno, lei è il proprietario? È un ristoratore cortese, complimenti!

Ristoratore: Eh non… ho fatto sedere tre persone perché qua è insostenibile andare avanti.

Iena: Io la capisco, io la capisco! 

Ristoratore: Non si può andare avanti, per tre persone, guarda qua, c’è distanza e tutto, seguiamo le regole però… fino a un certo punto.

Iena: Le regole non le sta seguendo, se quella è la regola.

Ristoratore: No, le stiamo seguendo le regole, perché è un anno che stiamo…nessuno lo mette in dubbio, ma per tre persone come lei vede… 

Iena: Ho capito, non è neanche una persona qualunque, parliamo di un giudice.

Ristoratore: Che caspita ne so io!

Iena: E’ il giudice del caso Gregoretti. Magari lei ha chiuso un occhio perchè è un personaggio importante questo qua?

Ristoratore: No no no, ‘che sono tutti uguali.

Di nuovo l’inviato al giudice Sarpietro:

Iena: Almeno qui il pesce è buono?

Giudice: Quello che ho mangiato finora è buono.

Iena: Che ha preso?

Giudice: Del polipo fatto molto bene.

Iena: Più buono questo o quello siciliano?

Giudice: Beh no, quello siciliano è altrettanto buono, qui credo sia un ottimo pesce.

Iena: Primo?

Giudice: No no, niente primo, sono proprio tre piattini così, molti freddi e solo per stare mezz’oretta con mia figlia, basta.

Iena: La lasciamo a sua figlia.

Giudice: No no, niente, guardi, c’è un goccino di vino e tre piatti freddi, insomma. 

Ma il proprietario del ristorante si lascia andare ad uno sfogo che sembrerebbe far pensare ad altro.

Ristoratore: Allora? Mi avete massacrato? Che poi mi faranno pure la multa sicuro sono 4mila euro capito? Per 200 euro.

E, il menù consumato al tavolo, secondo il ristoratore sarebbe ben più ricco:

Ristoratore: Ha mangiato una spigola al sale, un po’ di polpo e un po’ di crudi.

Iena: Tipo crudi, quali? 

Ristoratore: Gamberi gobetti, palamide, poi ha mangiato i gamberi rossi e gli scampi.

Iena: Ammazza che super piatto! La figlia che ha mangiato invece?

Ristoratore: Tutti e tre hanno mangiato così e poi lo spaghettino alle telline l’ha mangiato solo la figlia.

Iena: Che vino ha preso il giudice?

Ristoratore: Uno champagne

Iena: E quanto è stato il conto finale?

Ristoratore: 200 euro.

Il padrone di casa spiega anche quale occasione speciale starebbero festeggiando i tre commensali:

Ristoratore: Lo sai come mi hanno prenotato? Come promessa di matrimonio! La figlia si sta sposando penso, che ne so io, tre persone, le ho messe dentro… hai capito? E il padre è uscito dal palazzo Chigi e ha detto “va beh vengo pure io” per conoscere la promessa di matrimonio, per fare queste cose. Stiamo in difficoltà capito? Poi voi l’avete seguito da palazzo Chigi.

Iena: Eh beh si.

Ristoratore: Va beh, ora ve ne andate? perché questo sta… se no se non ve ne andate… 

Filippo Roma cerca di capire se il giudice Sarpietro sia o meno pentito di questo pranzo clandestino.

Iena: Mentre tutti gli italiani a pranzo in zona arancione e rossa non possono andare nei ristoranti invece il giudice si fa i piattini e i brindisi con il vino.

Giudice: E va bene, sarò distrutto dall’opinione pubblica, cosa vuole che le dica, che è così, è andata così, basta.

Iena: Ci promette che d’ora in poi si atterrà ai regolamenti?

Giudice: Guardi io le prometto di continuare ad essere quel giudice serio che sono sempre stato, tutto qua.

Le auguriamo buon proseguimento e buon appetito!

Giudice: Anche a lei, buona giornata.

Iena: Arrivederci.

Giudice: Arrivederci.

E infine raccoglie lo sfogo del ristoratore:

Ristoratore: Io ho sbagliato però guardi noi abbiamo dallo spazzino al Presidente della Repubblica dove gli mandiamo il pesce. Per me sono tutti uguali, l’importante è che si va avanti, non si fanno più i soldi di prima. Sono tre persone e io per 200euro ho rischiato, rischio, perché adesso, 200 euro, sono soldi veri per pagare i miei dipendenti.

Iena: In bocca al lupo per tutto. Arrivederci.

Ristoratore: Arrivederci.

Monica Serra per “La Stampa” il 25 agosto 2021. «Il vero problema è il basso livello di specializzazione dei giudici sulla violenza di genere». Va dritto al punto il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, Fabio Roia, consulente della Commissione parlamentare sul femminicidio, da sempre in prima linea e che, per il suo impegno, nel 2018 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano.

Quella di Vanessa è l'ennesima «tragedia annunciata». Si poteva evitare?

«Non ho letto le carte ma sicuramente c'è stata un'erronea valutazione di rischio a cui era esposta la vittima. E' un'operazione difficile e diversa da quella che si compie per tutti gli altri reati». 

Quali sono le differenze?

 «L'uomo violento è un manipolatore, che minimizza e si trasforma, si presenta bene a polizia e magistrati e può trarre in inganno: per valutarlo non si possono adottare i classici parametri».

Per esempio?

«I precedenti penali: molti uomini violenti non ne hanno ma non significa che siano meno pericolosi». 

Che cosa intende per basso livello di specializzazione?

«Le competenze necessarie spaziano dalla criminologia alla psicologia. Il tasso di specializzazione è dell'80% nelle procure, solo del 20 tra i giudici». 

Quali sono i parametri per valutare i rischi?

«Sono raccolti nel protocollo Sara plus del Piano nazionale antiviolenza, come il crescendo dei comportamenti violenti, i casi in cui la vittima è incinta. Poi serve empatia e propensione a occuparsi della materia». 

Il Codice rosso è sufficiente?

«E' una buona legge che ha introdotto l'obbligo di tempestività delle procure e il principio di trattamento degli uomini violenti che, per ottenere l'estinzione della pena, devono seguire percorsi in centri specializzati che abbattono il rischio di recidiva». 

Funziona?

«A Milano sì, di recente il Tribunale ha firmato un protocollo con l'Ats che controlla questi centri. Nel resto d'Italia meno: in alcune zone mancano istituti specializzati» 

Cosa si può migliorare?

«Alcune norme su cui sta lavorando la Commissione parlamentare. Come l'arresto in flagranza che oggi non è consentito se l'uomo viola il divieto di avvicinamento. Proprio come è successo nel caso di Vanessa: se la polizia avesse avuto il tempo di intervenire, la procura avrebbe dovuto chiedere l'aggravamento della misura al gip, perdendo del tempo fondamentale».

Riccardo Lo Verso per il "Corriere della Sera" il 25 agosto 2021. «Se so che hai qualcuno ti piglio a colpi di pistola, prima a te e poi a lui», aveva urlato Antonino Sciuto a Vanessa. Era la vigilia dello scorso Natale. Una lunga scia di episodi ha preceduto il femminicidio di Aci Trezza. Per mesi Vanessa, assassinata con sette colpi di pistola alla testa domenica notte, è stata minacciata di morte, pedinata e picchiata. Nonostante la vittima avesse denunciato e fatto arrestare il suo ex, Sciuto era rimasto in libertà.  «Con le leggi giuste — dice il padre di Vanessa — si sarebbe potuto evitare l’omicidio di mia figlia, ma anche quelli che ci sono stati e quelli che verranno dopo. Quelli come Sciuto li devono chiudere e recuperare perché hanno dei problemi. Il suo suicidio? Si è tolto dai piedi e non può fare più danni». 

Il giudice. L’8 giugno scorso Vanessa chiamò i carabinieri. Era stata seguita da Sciuto fino alla casa di Trecastagni. Fu arrestato in flagranza di reato. La Procura di Catania aveva chiesto i domiciliari, ma il giudice per le indagini preliminari gli impose il solo divieto di avvicinamento alla vittima. La «prescrizione» che obbligava Sciuto a «mantenersi ad almeno 300 metri di distanza» da Vanessa è rimasta lettera morta. Non poteva proteggerla dalla furia del suo carnefice. E adesso è polemica sul provvedimento del giudice Filippo Castronovo. Ma in sua «difesa» interviene Nunzio Sarpietro, presidente della sezione gip del tribunale di Catania: «Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c’erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due». Poi una frase destinata ad alimentare le polemiche: «Anche se lui fosse stato ai domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto. È difficile controllare tutti gli stalker , noi emettiamo come ufficio 5-6 ordinanze restrittive a settimana ed è complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e, comunque, non si può fare fronte ai fatti imponderabili».

La procura. Di «decisione opinabile ma rispettabile, come lo era d’altra parte la nostra richiesta» parla il procuratore Carmelo Zuccaro, che allontana ogni sospetto di scontro fra gli uffici. Per entrambi i magistrati c’è una evidente falla nel sistema. Secondo il capo dei pm «occorrerebbero dei centri di riabilitazione con l’obbligo di frequentazione per monitorare gli stalker e tentare di recuperarli». Sarpietro propone l’utilizzo di «un braccialetto elettronico per l’indagato che segnali la sua presenza e un dispositivo per la vittima che emetta segnali acustici e luminosi quando lo stalker viola la distanza impostagli». Di umiliazioni Vanessa ne aveva subite tante, troppe. L’11 aprile si trovava in un bar a Pedara assieme a tre cugine. Era il giorno del suo compleanno, il ventiseiesimo, l’ultimo che festeggerà. Nel locale entrò Sciuto. «Mi sputa in faccia, urla femmina puttana, divertiti che poi mi diverto io — ricostruiva Vanessa nella denuncia —, con il telefonino mi ha rotto gli occhiali». Lei aveva provato a concedergli «un’altra possibilità perché diceva che sarebbe diventato un uomo migliore». Era una bugia. Riprese subito a picchiarla: «Mi ha provocato lividi con calci e pugni in diverse parti del corpo».

La vittima. Vanessa viveva nel terrore e chiedeva un provvedimento urgente per fermare il suo ex. Il pericolo di reiterazione del reato era stato considerato «concreto e reale» dal giudice che aveva convalidato l’arresto. Allo «stato» però, così scriveva nell’ordinanza di custodia cautelare, si poteva fare affidamento sullo «spontaneo rispetto delle prescrizioni dell’indagato non gravato da precedenti recenti e specifici». Domenica notte Sciuto ha superato la soglia limite di 300 metri e ha ucciso Vanessa.

“La donna non riesce a tenere una condotta univoca”. Omicidio Vanessa Zappalà, se persino il giudice pensa che un po’ di colpa sia della donna. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Agosto 2021. Sentir dire, oltre a tutto dalla bocca di un giudice, dopo l’omicidio di Vanessa Zappalà, la numero 41 di quest’anno, che “la donna non riesce a tenere una condotta univoca” nei confronti del maschio predatore, quello che poi la violenta oppure arriva a ucciderla, riporta lontana la memoria, a quel famoso “Processo per stupro” del 1979. A triste disperante dimostrazione che quarant’ anni non sono bastati. Non sono stati sufficienti alle donne per riuscire a difendere il proprio corpo e la propria dignità. Non sono bastati per gli uomini a far proprio il problema che li riguarda in prima persona, tutti quanti. Perché i predatori sono maschi, e non c’è guerra in cui il corpo violato delle donne non sia il trofeo esibito dai vincitori. E non c’è violenza di gruppo in cui non si senta dire –ancora, ancora!- che “lei ci stava”. E ci tocca anche avere nelle orecchie, e subito dopo nella mente e nel corpo la voce di un giudice che invita La Donna, cioè tutte le donne, tutte noi a “tenere una condotta univoca”. Vanessa Zappalà era una giovane donna di 26 anni. Quale sia stata la sua condotta di vita, lo possiamo immaginare. Normale. Non sappiamo se indossasse la minigonna, ossessione dei maschi degli anni settanta, sicuro indizio di leggerezza sessuale da parte di chi la indossava. Evocata come strumento del diavolo da tronfi avvocati maschi in ogni processo per molestie o violenza sessuale, come attenuante per lo stupratore. Poco sappiamo anche della relazione sentimentale tra Vanessa e il suo ex fidanzato-assassino, che le ha dato e si è dato la morte, la pena che non è neppure prevista dal codice. C’è solo un macabro ritornello che insegue la donna che non ama più: se non sei più mia, non potrai essere di nessun altro. E’ più che possesso, è oscuro retropensiero che ci porta d’un tratto un pezzo di Afghanistan, quello dei Talebani, sull’uscio di casa. “Io sono mia” gridavamo nelle strade e nelle piazze negli anni settanta, indicando con il gesto dei due pollici e indici uniti in alto, la nostra libertà sessuale. Non volevamo essere di nessun altro, neppure di chi ci amava. Vanessa aveva un po’ litigato e un po’ perdonato, come facciamo tutte noi donne, davanti al predatore che si mostrava pentito. Manipolatore, in realtà. Ma le denunce della ragazza erano “univoche”, parlavano per lei. E avrebbero meritato maggior ascolto. Diversa sensibilità, più che altro. Perché il problema qui e oggi non è più quello dell’aumento delle pene. Intanto perché mai, nella storia del mondo intero, qualcuno è andato a consultare il codice penale prima di commettere un reato, in particolare i delitti più gravi come lo stupro e il femminicidio. Mai l’inasprimento delle condanne ha dissuaso qualcuno dal commettere delitti. E poi anche perché di questo tipo di comportamenti devianti si occupano solo le donne. Lo vediamo ogni volta, fin dal 1996 quando la violenza sessuale divenne finalmente reato contro la persona e non più contro “la morale” (orrore!), fino al recente Codice Rosso di due anni fa, sono sempre le donne, per fortuna ormai numerose in Parlamento, le protagoniste di ogni riforma sui propri diritti. Sono loro a essere ferite, sono loro a cercare le soluzioni. Con tutte le contraddizioni del caso, perché anche ogni aumento di pena è una ferita. Se si stesse parlando della normale vita quotidiana dei tribunali, dovremmo dire che nel caso di Vanessa, la legge è stata applicata. Arresti domiciliari per lo stalker, poi attenuati dal gip con il divieto di avvicinamento alla vittima. Ma non siamo in una situazione di normalità, siamo nella prevedibilità, con alta percentuale, che quel predatore ossessionato dal “o mia o di nessun altro”, attuerà un femminicidio, cioè ucciderà l’oggetto della propria possessività. Da gennaio a questo agosto, ogni mese quattro e cinque e sei donne uccise fino a 41 con Vanessa, in una vera guerra dei sessi, dove non ci sono più sentimenti, ma l’annullamento di persone tramite l’appropriazione totale del loro corpo: me lo prendo come bambola rotta quando lo violento, lo distruggo quando non lo voglio più, perché dalla sua bocca è uscito un NO. Vede, giudice Sarpietro, lei che aveva espresso tanta ammirazione nei confronti dell’ex premier Conte, lei che si è fatto beccare con il piccolo privilegio di far aprire un ristorante chiuso in zona arancione, lei che ha detto la famosa frase sulla carenza di condotta univoca non di Vanessa, ma “della Donna”, cioè di tutte noi. Lei dimostra, come ogni giorno tanti uomini, come tanti magistrati, come tanti legislatori, che tutto sommato dei diritti delle donne non le importa niente. Per lei è solo burocrazia, il suo collega gip ha applicato la norma. Ci sono leggi speciali, procuratori speciali, carceri speciali, spazzacorrotti e ossessioni varie con cui è stato rimpinzato fino a esplodere il nostro codice penale. Siamo intercettati in Italia più che negli interi Stati Uniti. Le conferenze-stampa sul pericolo-mafia che c’è e anche su quello che non c’è, del procuratore Gratteri inondano giornali, tv e social. Alcuni ossessionati ancora indagano su una trattativa che non c’è mai stata, né trent’anni fa né negli anni successivi. E altri, ancora ossessionati dai processi bis e ter, vogliono sapere che cosa faceva Berlusconi la notte. Ma per i diritti delle donne non c’è mai tempo. Vengono presi alla leggera, come se non corresse il sangue più che per i delitti di mafia. Ancora ricordo quel deputato che gridò in aula “ma chi ve l’ha chiesto?”, mentre noi, per arrivare a una votazione importante che spazzava via il concetto di “morale” dalla violenza sui nostri corpi, avevamo detto che avremmo rinunciato all’intervento orale, e presentato quello scritto. Più che una battuta volgare, quella frase mostrava il disinteresse dell’uomo. E allora, visto che, pur lasciando l’ultima parola ai magistrati, forse il Parlamento potrà dire la sua sulle priorità di indagine, per quest’anno si scelga il femminicidio come precedenza assoluta. E i magistrati si impegnino a allontanare davvero i predatori dalle loro vittime. Fisicamente. Si usi il carcere, che non ci piace, o un altro luogo di isolamento, una comunità, o il domicilio con braccialetto elettronico, ma si tengano lontani i persecutori dalle loro prede. Almeno questo ci è dovuto, perché quella drammatica contabilità delle vittime di quest’anno si fermi a 41. Mentre ci diamo da fare per liberare le donne afghane dai loro burka, per favore liberiamoci anche dai nostri.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il giudice ha sbagliato: l’omicida di Vanessa poteva essere fermato col bracciale elettronico. Lo spiega al “Dubbio”, la senatrice Valeria Valente, presidente della commissione “Violenza di genere. «L’omicida di Vanessa doveva avere il braccialetto elettronico». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 27 agosto 2021. «Ho il dovere di smentire quanto leggo rispetto all’omicidio di Vanessa, quando si dice che non si poteva utilizzare il braccialetto elettronico. Nel 2019, con la modifica dell’articolo 282 ter comma 1 del codice di procedura penale, abbiamo esteso l’uso del braccialetto anche alla misura cautelare del divieto di avvicinamento, quindi anche nel caso in questione. Quanto affermato è gravissimo». Sono parole che pesano come pietre quelle che pronuncia la presidente della commissione parlamentare sulla violenza di genere, Valeria Valente, quando spiega che il presunto assassino della povera Vanessa Zappalà poteva essere “controllato” usando un semplice braccialetto elettronico. Era stato il capo dell’ufficio Gip di Catania in persona, il dottor Nunzio Sarpietro, a spiegare a Repubblica che «il braccialetto si può mettere solo agli arrestati domiciliari». Ma la verità, come spiega Valente al Dubbio, è un’altra.

Senatrice Valente, qual è stata la sua reazione di fronte all’omicidio di Vanessa Zappalà?

Innanzitutto ho il dovere di smentire quanto leggo rispetto all’omicidio di Vanessa, quando si dice che non si poteva utilizzare il braccialetto elettronico. ( «Oggi il braccialetto elettronico si può mettere solo agli arresti domiciliari», ha detto Nunzio Sarpietro, presidente dell’Ufficio gip di Catania, ndr). Nel 2019, con la modifica dell’articolo 282 ter comma 1 del codice di procedura penale abbiamo esteso l’uso del braccialetto anche alla misura cautelare del divieto di avvicinamento, quindi anche nel caso in questione. Quanto affermato è gravissimo.

Si riferisce all’intervista a Repubblica in cui in sostanza il gip ha spiegato che non c’era nulla da fare se non quello che ha fatto.

Non posso pensare che un giudice possa credere che non c’era nulla da fare. Se si parla di labilità psichica stiamo condannando le donne e non è accettabile. Dire che è stata concessa la misura più tenue perché si erano chiariti è aberrante perché tutti sanno quante volte situazione che sembrano chiarite poi degenerano di nuovo, spesso in peggio. Bisogna leggere le violenze in maniera corretta ed essere adeguatamente formati per applicare le norme che ci sono. La prima sfida da vincere è questa, la seconda è quella di migliorare il sistema.

Da cosa è stato causato secondo lei il cortocircuito?

Mi permetto di dire che in molti casi una grande criticità è la mancata specializzazione degli operatori. Proporrò alla commissione di acquisire gli atti del procedimento per capire bene la dinamica del fatto. Non sono ancora in grado di dire dove sia stato il cortocircuito ma è quello che voglio capire. Una donna che denuncia non può morire, è una sconfitta di tutti noi. Abbiamo fallito tutti: istituzione giudiziarie e politiche.

Con quali conseguenze?

Non applicare le norme esistenti è una gravissima ragione che potrebbe spingere tante altre donne a non denunciare, sapendo quali sono i rischi. Noi dobbiamo proteggere le donne che denunciano e se non siamo in grado di farlo allora è un fallimento. Nel caso di specie c’erano norme che non sono state utilizzate. Ma ripeto che per capire dove è stato fatto l’errore devo guardare le carte.

Torniamo sulla specializzazione dei gip, quanto è grave il problema e cosa servirebbe per risolverlo?

Sul tema della specializzazione degli operatori del sistema giustizia siamo ancora molto indietro. La questione diventa particolarmente critica per i gip. C’è in ogni caso una questione culturale che investe il tema giustizia. Ricordiamo sempre a noi stessi che le misure cautelari nel sistema della violenze noi le abbiamo mutuate dal codice antimafia e sono legate a una valutazione della pericolosità sociale del soggetto. Di fronte a ciò facciamo una scelta molto forte, limitando la libertà personale del soggetto prima dell’esito del processo e la motiviamo pensando che la tutela della vittima prevalga rispetto alla sua libertà.

Le norme esistenti sono sufficienti a proteggere le donne?

Il sistema normativo è robusto e serio. Ma si può sempre fare di più e meglio tant’è che io stessa ho presentato diversi progetti di legge, penso a quelli contro le molestie sessuali nei rapporti di lavoro, penso anche ad alcune proposte di modifica al codice rosso, nel quale abbiamo istituito il reato di violazione delle misure di protezione. Nella riforma del processo penale è stata aggiunta inoltre la possibilità di arresto in flagranza per chi viola le misure di protezione e abbiamo proposto il fermo nella quasi flagranza.

Cerchiamo di spiegare, in cosa consiste?

Molto spesso capita che il poliziotto non trovi l’autore della violenza ma un quadro già molto esplicito e in quel caso secondo noi si deve andare a prendere e fermare per 24/ 48 ore per capire come e se mettere sotto protezione la donna. Per fare questo ci vogliono operatori specializzati. Il tema centrale resta quello della formazione e della specializzazione e di formare una cultura priva di pregiudizi che porti a credere alle donne senza indugio.

Cosa risponde a chi dice che in casi come questo basterebbe arrestare lo stalker o il molestatore così da tagliare il problema alla radice?

Chiunque pensa di volere tutti in galera sbaglia, perché agire solo sul fronte repressivo non aiuta e non ha aiutato. Il tema che non riusciamo ad aggredire è il cambio di rotta culturale. Non dobbiamo più girarci dall’altra parte. Gli uomini che usano violenza non si sentono ancora giudicati anche se, ovviamente, dobbiamo continuare con la strada del recupero degli uomini maltrattanti.

Caso Vanessa, il gip lo ammette: «La legge sul braccialetto elettronico c’era: io frainteso». Nunzio Sarpietro, il capo dell’ufficio gip di Catania, che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato, chiarisce la sua posizione. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 28 agosto 2021. Nunzio Sarpietro è il capo dell’ufficio gip di Catania, quello che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato. Giudice Sarpietro, in riferimento al caso di Vanessa Zappalà lei ha detto che il braccialetto elettronico si può dare solo in caso di arresti domiciliari, ma non è così. Può chiarire?

Le dico subito che qui a Catania abbiamo provato a fare alcuni esperimenti e a dare il braccialetto, ma i braccialetti non ci sono: questo è il problema. La norma dice espressamente che si possono applicare «nella misura in cui la polizia giudiziaria ne abbia la disponibilità» e disponibilità non c’era. Il problema è stato questo: anche se il collega avesse adottato questo provvedimento di fatto non sarebbe mai stato applicato.

Eppure nell’intervista concessa a Repubblica dice un’altra cosa.

Repubblica ha spezzettato l’intervista e il problema, con le interviste, è sempre questo. Avevo detto che c’era una fase, prima della riforma, in cui si poteva dare solo agli arresti domiciliari. Poi la norma è stata cambiata ma a oggi è inapplicabile perché non c’è disponibilità di braccialetti elettronici. Il problema non è solo in Sicilia ma dappertutto.

Se il suo collega avesse avuto disponibilità avrebbe preso questo provvedimento?

Certamente sì. Lo stesso collega, le posso assicurare, provò a darli in due o tre occasioni precedenti ma non fu possibile perché non c’erano. L’intervista di Repubblica è rimasta monca perché ora si può dare ma di fatto non esiste. Già i braccialetti “da interno”, quelli da domiciliari, sono in numero molto limitato in tutta Italia. È un problema di disponibilità materiale, se li avessimo ne avremmo applicati cento o duecento. Sono questioni tecniche che non vengono attenzionate.

In quell’intervista lei ha anche detto che è stato fatto di tutto per salvare la vita a Vanessa. Se la sente di ribadirlo?

Dico che si poteva fare di più per salvare la vita a Vanessa. Ma se non abbiamo il materiale tecnico è impossibile. Faccio un appello al Ministero affinché possa finalmente fornire i braccialetti per consentire di monitorare con più attenzione il fenomeno. Il braccialetto che attualmente non abbiamo dovrebbe essere collegato con un secondo braccialetto che viene dato alla vittima. Un solo braccialetto, quello per il maltrattatore, funziona solo se c’è un altro terminale collegato alla vittima che la avvisa quando il maltrattatore è a una certa distanza. A quel punto la vittima può allontanarsi o chiamare i carabinieri. Ma mancano entrambi.

Insomma lei smentisce l’intervista. Perché non ha chiesto la rettifica?

Quando le interviste non vengono riportate per intero purtroppo la gente non capisce quello che si vuole dire. L’intervista era molto più lunga e articolata. Non ho chiesto la rettifica perché in questi casi o non viene riportata o viene riportata con un piccolo richiamo che non chiarisce la vicenda. Sono felice di poter rettificare con questa intervista al Dubbio e insisto nel dire che se avessimo avuto altri strumenti qualcosa per salvare la vita di Vanessa si poteva fare, chiaramente con il punto interrogativo dell’imprevedibilità. Se avesse avuto il braccialetto o fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe stato comunque difficile contenerlo, ma certo con il doppio braccialetto a vittima e maltrattatore questa vicenda poteva finire diversamente.

Così il resto d’Europa usa il braccialetto elettronico sugli stalker ma anche sulla vittima. Tecnicamente si parla di “tracciamento di prossimità”, ed è lo scenario in cui la potenziale vittima di aggressione venga dotata di un dispositivo in grado di rilevare la presenza dell’aggressore – dotato di braccialetto elettronico - nelle vicinanze e di generare immediatamente un allarme verso il Centro di Monitoraggio. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 28 agosto 2021. È vero che il braccialetto elettronico per misura anti stalker è stato introdotto nel 2019, ma serve a ben poco se la potenziale vittima non è dotata di un dispositivo per rilevare la presenza dell’aggressore. Il 9 agosto del 2019 è stata varata le legge che ha recato modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. In questa occasione è stata introdotto la possibilità di fare ricorso all’utilizzo del braccialetto elettronico anche nel caso di stalking. Inquadriamo la questione. Lo stalking è una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola ed ingenerandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. Il fenomeno è anche chiamato: “sindrome del molestatore assillante”. E’ reato di stalking se la vittima riceve continuamente telefonate e sms insistenti, e- mail ingiuriose o minacciose, se è inseguita o aggredita verbalmente e/ o fisicamente, se nota appostamenti fuori casa, se vengono diffusi a sua insaputa foto o il numero di telefono, se viene violato l’account della posta personale o di un social network, se vengono danneggiati la macchina o il motorino, se riceve regali o ordini non desiderati, se trova frasi “amorose” o ingiuriose a lei destinata su muri o manifesti davanti casa. A seconda il profilo patologico, lo stalking può arrivare anche ad uccidere. Ritorniamo alla legge del 2019 dove viene contemplato l’utilizzo del dispositivo elettronico anti stalking. Più precisamente, al comma 1 dell’articolo 282- ter del codice di procedura penale, per rendere ancor più efficace la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sono aggiunte le seguenti parole: «anche disponendo l’applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall’articolo 275- bis». Il riferimento è, appunto, al braccialetto elettronico. Con questa misura cautelare l’autorità giudiziaria vieta all’indagato o imputato di avvicinarsi alla vittima, impedendogli di visitare i posti che normalmente la persona offesa frequenta. Così, ad esempio, se la vittima di stalking frequenta la palestra, il giudice ordinerà allo stalker di mantenere le distanze anche da quel luogo. In caso di trasgressione del divieto, la misura può essere sostituita con una maggiormente afflittiva come, ad esempio, gli arresti domiciliari. Ma la potenziale vittima è protetta al 100 percento? No, perché teoricamente il potenziale aggressore può avvicinarsi a lei, pedinandola in altri luoghi dove il divieto non c’è e il braccialetto elettronico non servirebbe a nulla. In sostanza, rimane un semplice monitoraggio con tracciamento. È lo scenario in cui il provvedimento dell’Autorità Giudiziaria impone di monitorare il soggetto all’interno di uno o più luoghi predefiniti ( es. il proprio domicilio) secondo le modalità e negli orari stabiliti dalla stessa Autorità Giudiziaria e, contestualmente, di tracciarne gli spostamenti generando un allarme qualora il soggetto acceda a determinate ‘ zone di esclusione’. Ma se va altrove, riuscendo per vie indirette ad attirare la vittima in un luogo non escluso dal giudice, il braccialetto non servirà a nulla. Che fare dunque? In altri Paesi, come ad esempio la Spagna, funziona in maniera decisamente più efficace. Ed è, in fondo, lo scenario dipinto da Fastweb, l’azienda che ha stipulato il contratto con il ministero dell’Interno per il triennio 2018- 2021, riguardante la fornitura dei braccialetti elettronici. Principalmente usati per la misura deflattiva delle carceri. Come dovrebbe funzionare il dispositivo elettronico per prevenire seriamente lo stalking? Tecnicamente si parla di “tracciamento di prossimità”, ed è lo scenario in cui la potenziale vittima di aggressione venga dotata di un dispositivo in grado di rilevare la presenza dell’aggressore – dotato di braccialetto elettronico – nelle vicinanze e di generare immediatamente un allarme verso il Centro di Monitoraggio. I dispositivi permettono di tracciare costantemente la posizione del molestatore e notificano immediatamente al Centro di controllo la violazione di una delle zone di sicurezza attorno alla vittima. In questo modo esisterebbe, quindi, inoltre la possibilità di contattare la persona in regime interdittivo per verificarne le intenzioni e dissuaderla. La vittima dello stalker, d’altro canto, è dotata di un dispositivo portatile nel quale è presente un bottone di allarme che attiva anche la chiamata diretta con l’operatore. Tale dispositivo può essere chiamato dall’operatore stesso. Solo in questo modo si può per davvero mettere in sicurezza la potenziale vittima. In Spagna, dove tale scenario è già in uso dal 2009, a fronte di una crescita costante delle denunce per violenza domestica, la diminuzione degli omicidi legati alla violenza di genere nella Comunità Autonoma di Madrid è stato pari al 33,33% ( da sei a quattro) rispetto all’andamento nazionale che ha registrato un calo del 18,75%. Dal 2009 sono stati confermati i successi della prima sperimentazione: nessuna delle vittime sottoposta a controllo elettronico è stata nuovamente oggetto di violenza.

Norme esistenti ma non applicate, mancanza di braccialetti elettronici, incapacità dello Stato di proteggere un suo cittadino in pericolo: tutto ciò che non torna nel caso di Aci Trezza. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 28 agosto 2021. In estrema sintesi: all’ex fidanzato, stalker, il gip dispone il divieto di avvicinamento, ma senza braccialetto elettronico perché, dice il capo del suo ufficio, «si può dare solo in caso di arresti domiciliari». Soltanto dopo si scopre che invece il provvedimento del braccialetto elettronico si poteva adottare eccome, dato che è previsto dalla legge 69/2019 che ha modificato l’articolo 282 ter comma 2 del codice di procedura penale, come ha spiegato Valeria Valente, senatrice Pd e presidente della commissione parlamentare contro le violenze di genere su queste colonne. Il risultato è che Vanessa Zappalà è stata uccisa, il suo stalker, Antonino Sciuto, si è suicidato e due morti, forse, potevano essere evitate semplicemente applicando le norme in vigore. La storia che ha sconvolto la piccola frazione di Aci Trezza, celebre per i racconti di Giovanni Verga e dei suoi Malavoglia, questa volta non ha a che fare con famiglie sfortunate e lupini, ma con un’amministrazione della giustizia che spesso fa acqua da tutte le parti e con uno Stato che non riesce a proteggere un suo cittadino in pericolo. Andando con ordine, tutto nasce dalla denuncia di Vanessa, che trova il coraggio di andare in Questura e rendere pubbliche quelle molestie dell’ex fidanzato che ormai erano diventate quotidiane. L’uomo viene accusato di stalking, il gip dispone il divieto di avvicinamento ma è tutto inutile. Nella notte tra domenica e lunedì la raggiunge sul lungomare, dove la ragazza stava passeggiando con alcune amiche, la afferra per i capelli e le spara sette colpi di pistola calibro 7,65. Altri 28 proiettili verranno ritrovati nell’auto dell’uomo, che a neanche ventiquattr’ore dall’omicidio si impicca in un casolare di campagna. Una tragedia dopo la quale si scatenano le fazioni più diverse. Il padre della vittima è netto: «Con le leggi giuste – denuncia – si sarebbe potuto evitare l’omicidio di mia figlia, ma anche quelli che ci sono stati e quelli che verranno dopo, perché ancora ce ne saranno». Secondo le amiche della ragazza Antonino era un «padre padrone» che la voleva solo per lui, mentre Marisa Scavo, procuratrice aggiunta a Catania, spiega a La Sicilia che «non aumentare il minimo della pena a due anni per il reato di stalking è un limite enorme, perché ci impedisce di effettuare il fermo nei casi in cui non c’è flagranza». Ma dopo pochi giorni il focus si sposta su un altro tema, e cioè sulla possibilità che allo stalker potesse essere applicato un braccialetto elettronico per tenerlo sotto controllo ed evitare così che potesse avvicinarsi alla vittima. La miccia è accesa da Nunzio Sarpietro, capo dell’ufficio gip di Catania, che in un’intervista a Repubblica spiega che «quel provvedimento si può adottare solo in caso di arresti domiciliari». Falso, perché la legge 69/2019 recante “disposizioni in tema di violenza domestica e di genere” è chiara e «modifica la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa per consentire al giudice di garantire il rispetto della misura coercitiva attraverso procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico)». Inequivocabile. Ora il giudice Sarpietro dice che l’intervista è stata tagliata male e che il problema è che i braccialetti non ci sono, e quindi anche volendo non potrebbero essere utilizzati. Ma tra gli addetti ai lavori l’errore del gip viene definito «inconcepibile», come spiega una fonte giudizaria che preferisce restare anonima. «È un caso sorprendente perché di quella legge si parlò molto. Quando entrò in vigore la legge sullo stalking nel primo mese ci furono mille arresti – commenta – Sono norme di cui si discute molto e non posso credere che l’errore del gip di Catania si possa ripetere in altri uffici giudiziari». Eppure, di passi avanti in tema di legislazione a difesa delle vittime di maltrattamenti e violenze ne sono stati fatti, se è vero che proprio la stessa legge 69/2019 inserisce il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi «nell’elenco dei delitti che consentono nei confronti degli indiziati l’applicazione di misure di prevenzione, tra le quali è inserita la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona da proteggere». Cioè esattamente quanto deciso nei confronti di Antonino Sciuto, senza risultati. «Quando si arresta in flagranza e in poche ore si deve decidere cosa fare, ad esempio se decidere per gli arresti domiciliari e il carcere, e allo stesso tempo il reo inizia piangere, diventa un agnellino e dice che vuole bene alla ex ragazza, spesso si incappa nello stesso errore che ha fatto il gip di Catania nel momento in cui ha deciso di lasciarlo fuori piuttosto che metterlo dentro – commenta la nostra fonte – Mettere tutti in carcere non è di certo la soluzione, ma dall’altro lato si rischia di sottovalutare il rischio per la vittima». Di certo c’è anche un problema di mancanza di braccialetti elettronici, tema diventato centrale nel dibattito durante le rivolte in carcere in piena epidemia di coronavirus, e averne di più a disposizione permetterebbe sia di svuotare in parte i penitenziari, già sovraffollati, sia di controllare con maggiore attenzione gli accusati di maltrattamenti. E se è vero che «bisogna conoscere, per deliberare», potremmo dire che bisogna conoscere, per applicare le misure cautelari. Pena la perdita, forse evitabile, di vite umane.

«Le norme per contrastare lo stalking ci sono. Il resto è solo giustizialismo». Parla l'avvocato Valerio Spigarelli. «Abbiamo la legge sullo stalking e norme riformate successivamente, tutto sta a farle funzionare». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 27 agosto 2021.  Valerio Spigarelli, avvocato già presidente dell’Unione camere penali italiane, sulla richiesta di provvedimenti più severi nei casi di stalking e violenza per prevenire i femminicidi, spiega che «è una noiosa demagogia degli adoratori delle manette che non si fanno scrupolo a dire che tutto va male ma poi se si chiede loro di quantificare il dilagare del fenomeno sulla base di dati statistici dal punto di vista criminologico non rispondono perché non ce l’hanno». Sui casi di uomini che uccidono le donne, magari dopo una relazione finita male, commenta: «Ormai si parla di femminicidio per tutti gli omicidi di donne, ma il rischio è di leggere i numeri in una particolare maniera mentre si dovrebbero paragonare sempre con le tendenze del passato».

Avvocato Spigarelli, pensa che le leggi attualmente in vigore bastino a contrastare il fenomeno dei femminicidio, da ultimo quello di Vanessa?

Quando ci troviamo di fronte a questo fenomeno, ancor prima di vedere i numeri, si tira fuori subito il discorso riguardo a ipotetiche norme insufficienti, mettendo in discussione un apparato normativo che tutto sommato è piuttosto nuovo e funziona. I reati contro la persona in Italia sono decisamente in calo e siamo un pese tranquillo. È vero che un numero significavo di reati maturano in contesti familiari e di solito ci troviamo di fronte a un uomo che uccide una donna e da qui la dicitura di femminicidio, ma abbiamo la legge sullo stalking e norme riformate successivamente, tutto sta a farle funzionare.

Eppure di femminicidi si parla ormai quasi ogni giorno, c’è una commissione parlamentare sul tema e i casi di cronaca aumentano.

C’è una percentuale di casi che maturano in famiglie apparentemente normali, dove ad esempio non ci sono casi di stalking. In questi casi sono delitti difficili da prevenire, in contesti del genere ciò che non funziona non è l’armamentario penale, che è più che sufficiente, quanto il fatto che non ci sia un’adeguata verifica da parte dei servizi sociali. Dove c’è degrado sociale paradossalmente è più facile intervenire.

C’è troppa attenzione insomma sui femmicidi?

Ormai si parla di femminicidio per tutti gli omicidi di donne, ma il rischio è di leggere i numeri in una particolare maniera mentre si dovrebbero paragonare sempre con le tendenze del passato. Viviamo in una società dove ci sono larghe sacche di comportamenti arcaici ma è la società stessa che deve guarire, è difficile che possa guarire attraverso modifiche al codice penale.

Non nego che le donne rischino di subire violenze, eppure, a commento di uno degli episodi di questo genere, ho sentito invocare pene più severe e non si sa quali misure cautelari ma ovviamente non ci sono altre opzioni se non quella di introdurre l’ennesimo automatismo cautelare. Stalking? Tutti in galera. È una maniera aberrante di affrontare queste faccende ma purtroppo è quella più consona al legislatore almeno negli ultimi vent’anni.

Non è d’accordo quindi con Travaglio, che commentando il caso di Vanessa ha attaccato la riforma della custodia cautelare i referendum sulla giustizia.

Travaglio è un disco rotto anche un po’ noioso. Non hanno deciso i politici che la custodia cautelare sia l’estrema ratio, come dice lui. L’ha deciso la Costituzione. Prima di una condanna dovresti andare in carcere se ci sono pericoli gravissimi ma questo avviene in qualunque paese civile. Andare contro al gip che ha deciso soltanto per il divieto di avvicinamento è offensivo, perché immagino che stia vivendo un dramma. Gli elementi che aveva a disposizione evidentemente non erano tali da prevedere un pericolo gravissimo, tant’è che neanche la procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Pensa che il pensiero di Travaglio sia maggioritario nel paese?

È una noiosa demagogia degli adoratori delle manette che non si fanno scrupolo a dire che tutto va male ma poi se si chiede loro di quantificare il dilagare del fenomeno sulla base di dati statistici dal punto di vista criminologico non rispondono perché non ce l’hanno. Quando si fece la prima riforma dei reati di violenza sessuale negli ultimi vent’anni al governo c’erano Maroni e Berlusconi. Nello stesso giorno Maroni fece una relazione sull’ordine pubblico in Italia in cui disse che le violenze sessuali erano in calo, se ne prese il merito, ma il governo pubblicò un decreto legge fondato su una situazione di straordinaria necessità e urgenza dicendo che il fenomeno delle violenze sessuali stava dialogando. Una contraddizione assoluta.

Fu solo un episodio o è un atteggiamento diventato quasi normale, assecondando quindi il desiderio di giustizialismo certamente presente in una parte dell’opinione pubblica?

È ciò che si ripete da un sacco di tempo per un certo tipo di reati tra i quali metterei anche le violenze mafiose e altri, sui quali impera sempre questo modo di ragionare: ci sono tre quattro casi di cronaca e subito si grida all’allarme. I femminicidi sono aberranti, intendiamoci, ma prima di dire che le leggi sono imbelli e che non abbiamo norme per contrastarli dovremmo guardare ai numeri.

Non si può sempre dire che il sistema ha fallito, si dovrebbe valutare anche le volte in cui il sistema giudiziario e ciò che gli sta attorno hanno evitato una violenza. C’è demagogia informativa attorno a questo tipo di reati e ciò inquina un po’ il discorso rendendo gli attori della politica non particolarmente razionali nell’affrontare questi temi.

Da "leggo.it" il 26 agosto 2021. Vanessa Zappalà era terrorizzata dall'ex Antonio Sciuto. L'uomo la perseguitava da tempo fino a quando non l'ha raggiunta sul lungomare di Acitrezza dove l'ha uccisa con 7 colpi di pistola prima di togliersi la vita impiccandosi. Da quando si erano lasciati Sciuto non la voleva lasciare in pace e la 26enne catanese aveva più volte detto ad amici e familiari di esserne spaventata. Da mesi chiedeva aiuto, anche con due denunce per stalking, da mesi scappava dalle minacce e dagli inseguimenti del suo ex. Aveva persino deciso di prendere nota di quanto era costretta a subite e su un bloc-notes appuntava quello che succedeva: «Dopo la denuncia ai carabinieri continua a seguirmi. Sono in ansia, ho paura», è uno dei tanti pensieri raccolti dalla 26enne, come riporta il quotidiano La Repubblica. Sciuto era sottoposto a un divieto di avvicinamento ed era stato arrestato e messo agli arresti domiciliari. Da allora, spiega il padre della vittima, era sparito e avevano avuto l'illusione che si fosse finalmente allontanato e arreso: «Evidentemente nei due mesi successivi ha maturato la decisione di uccidere mia figlia e di uccidersi». «Quell’uomo aveva pianificato tutto, ne sono sicuro, continuava ad essere accecato dalla gelosia. Abbiamo scoperto che aveva piazzato un Gps sotto l’auto di Vanessa. E, poi, era riuscito a intrufolarsi nel giardino di casa nostra, per sentire cosa dicevamo, attraverso un tubo», ha continuato il padre che ora chiede, una volta per tutte, che venga fatta giustizia. 

Ida Artiaco per "fanpage.it" il 26 agosto 2021. Vanessa Zappalà aveva paura di Antonio Sciuto. Mesi prima che l'ex fidanzato la uccidesse a colpi di pistola sul lungomare di Aci Trezza, a pochi passi da Catania, prima di togliersi la vita impiccandosi, aveva sporto denuncia per stalking. Le minacce, gli insulti e gli inseguimenti a cui lui, accecato dalla gelosia, la sottoponeva erano diventati per lei motivo di ansia e paura. Per questo, la 26enne aveva trovato nel luogotenente Corrado Macrì, comandante della stazione dei carabinieri di Trecastagni, che aveva raccolto la sua denuncia, un vero e proprio angelo custode. "È come se avessi perso una sorella minore. La morte di Vanessa mi ha lasciato un vuoto enorme", ha detto il militare, 48 anni, come riporta Il Corriere della Sera. È stato lui, che rispondeva a tutte le sue chiamate, a darle dei consigli per non essere sconfitta dalla paura. "Non uscire da sola e non frequentare posti isolati", le ripeteva sempre il carabiniere, che aveva accolto i suoi sfoghi prima ancora della sua denuncia. E conosceva la vicenda nei minimi dettagli, anche quello che la 26enne aveva appuntato sui bloc-notes, dove riportava data e ora delle minacce e degli avvistamenti di Antonio. Era stato proprio Macrì ad arrestare Sciuto lo scorso giugno al termine di un breve inseguimento per le vie del paese, dopo che la ragazza lo aveva allertato dicendo di aver visto l'ex appostato sotto casa sua. Dopo tre giorni ai domiciliari, tuttavia, il giudice per le indagini preliminari gli impose il solo divieto di avvicinamento. L'uomo sembrava essersi placato, ma domenica notte ha raggiunto Vanessa, che stava passeggiando con alcuni amici sul lungomare di Acitrezza, l'ha afferrata per i capelli, nonostante lei gli avesse detto che avrebbe chiamato Macrì, e l'ha colpita con sette colpi di pistola. Agli uomini che lavorano con lui, il luogotenente ha raccontato il dolore che ancora prova per non avere potuto salvare "una sorella minore". Intanto, c'è attesa a Trecastagni per il funerale di Vanessa, che si svolgerà domani, venerdì 27 giugno alle 19 nel Santuario dei Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino. Il sindaco aveva già dichiarato il lutto cittadino. 

Vanessa Zappalà, il carabiniere che aveva raccolto le denunce: «Era diventata una sorella ma non ho potuto salvarla». Riccardo Lo Verso su Il Corriere della Sera il 26 agosto 2021. Catania, il carabiniere che aveva raccolto le denunce della ragazza uccisa da Antonino Sciuto: «La sua morte mi ha lasciato un vuoto enorme».

«È come se avessi perso una sorella minore. La morte di Vanessa mi ha lasciato un vuoto enorme». Chi vive e lavora al fianco del luogotenente Corrado Marcì gli ha sentito ripetere queste parole più volte dopo la terribile notte di Aci Trezza. Vanessa Zappalà domenica scorsa è stata assassinata con sette colpi di pistola dall’ex compagno Antonino Sciuto, che poi si è impiccato. Dalle pieghe dell’ennesimo femminicidio emerge la storia del rapporto fra Vanessa e il comandante della stazione di Trecastagni, il paese dove viveva la vittima. Un rapporto che ha consentito alla ragazza di resistere nella tempesta della paura, ma che non poteva bastare per salvarla.

Le telefonate. Vanessa chiamava e Marcì rispondeva al cellulare, a tutte le ore del giorno. La linea era sempre aperta e diretta, senza passaggi intermedi o centralinisti a fare da filtro, così come prevede il protocollo per il «codice rosso». A volte Vanessa al telefono con il carabiniere non riusciva a trattenere le lacrime. «Un sant’uomo, un padre di famiglia», così lo descrive Carmelo, il papà di Vanessa che oggi potrà pregare sulla bara della figlia. La Procura non ha ritenuto necessaria l’autopsia e ha ordinato la restituzione della salma. I funerali saranno celebrati domani, alle 19, nel Santuario dei Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino a Trescastagni. Il luogotenente Macrì ha raccolto la fragilità di una giovane donna costretta a difendersi da un uomo violento e al contempo la sua forza e la voglia di resistere. Per gli abitanti di un piccolo comune come Trecastagni il comandante della stazione dei carabinieri è un punto di riferimento. Per Vanessa era qualcosa di più, era un fratello maggiore. Il militare che ha 48 anni, dieci dei quali trascorsi a Tremestieri, le dava i consigli per tentare di proteggersi da uno psicopatico che giurava di amarla ed invece si è trasformato in carnefice.

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Dal 2012 ad oggi, 1048 donne uccise: la Spoon River della 27esimaora

«Non uscire da sola»

Ai suoi consigli Vanessa si era attenuta anche la notte in cui è stata uccisa. «Non uscire da sola e non frequentare posti isolati», le ripeteva sempre il carabiniere. Non è un caso che quando Sciuto l’ha presa per i capelli e le ha scaricato contro sette colpi di pistola, Vanessa stesse passeggiando con gli amici al porticciolo di Aci Trezza. Marcì ha raccolto la denuncia di Vanessa, lo sfogo che va oltre la carta bollata, ha verificato la sua attendibilità. Per primo si è reso conto dell’incubo in cui era piombata, guardando i video del telefonino con cui la donna aveva filmato l’ex durante gli appostamenti e il bloc notes in cui annotava orari e strade dove erano avvenuti. È stato il comandante Macrì ad arrestarlo lo scorso giugno, quando Vanessa lo aveva visto sgommare sotto casa in macchina.

«Ero terrorizzata, sono scesa in garage, ho parcheggiato l’auto e nel frattempo ho chiamato il comandante», raccontava Vanessa nella denuncia. Il luogotenente non perse tempo. Nei cinque minuti di tragitto che li speravano restarono in linea. Per Marcì era un modo per essere certo che non stesse accadendo nulla di grave e nel frattempo lei gli forniva le indicazioni sull’auto di Sciuto. Fu così che il carabiniere riuscì ad arrestarlo al termine di un breve inseguimento per le vie del paese. Dopo tre giorni ai domiciliari il giudice per le indagini preliminari gli impose il solo divieto di avvicinamento.

Le ultime parole. Per un periodo Marcì è stato un angelo custode per Vanessa che, dopo la denuncia, come raccontano le cugine Deborah ed Emanuela, «aveva preso coraggio ed era tornata a uscire». Il peggio sembrava passato. Sciuto si era defilato. Sembrava, appunto. Perché domenica notte ha messo in atto il suo folle piano. «Vattene via perché chiamo il maresciallo»: le ultime parole di Vanessa prima di morire. Questa volta il carabiniere non l’ha potuta proteggere. E oggi agli uomini che lavorano con lui racconta il dolore che prova per non avere potuto salvare «una sorella minore».

TALEBANI D’ITALIA Vanessa è la trentottesima vittima di femminicidio. La 26enne di Aci Trezza è stata ammazzata in strada con tre colpi di pistola. L’ex fidanzato della giovane uccisa è stato trovato impiccato. Sara Volandri su Il Dubbio il 24 agosto 2021. Contesti umani, sociali e politici completamente differenti ma uniti dal filo nero dell’odio per le donne. Dall’Afghanistan all’Italia, la fobia per la libertà e l’indipendenza femminile prende corpo nella violenza cieca e brutale contro “l’altra metà del cielo”, che molti maschi vorrebbero vedere sepolta in terra. E spesso ci riescono. A Kabul la nuova dittatura teocratica dei talebani è una mannaia che si sta abbattendo sui diritti, sui corpi e sul futuro di qualsiasi donna; frustate e bastonate se non indossano il velo, allontanate dalle scuole, dai posti di lavoro, e persino assassinate se hanno l’ardire di rifiutare la legge del padrone. I nuovi signori dell’Afghanistan dicono di essere cambiati, che ci sarà spazio per le donne, ma nessuno gli crede, in particolare non gli credono le afghane, letteralmente terrorizzate dalla stretta integralista che i talebani stanno preparando. Sono centinaia le segnalazioni di abusi nei confronti delle donne che in questi giorni provengono dal paese dell’Asia centrale finito in mano ai fanatici, In molte si sono rimesse il Burqa e sperano di passare inosservate, altre sono state violentate e frustate, altre ancora uccise a sangue freddo.

Il delitto di Aci Trezza. Come è accaduto, alle nostre latitudini, a Vanessa Zappalà, la 26enne assassinata con diversi colpi di arma da fuoco mentre passeggiava in compagnia di amici sul lungomare di Aci Trezza, in provincia di Catania. La polizia ha poi ritrovato ex fidanzato Antonino Sciuto (che aveva precedenti per stalking e atti persecutori) in un terreno agricolo dello zio. Si è tolto la vita impiccandosi: i suoi conoscenti affermano che non ha digerito l’ultima decisione di Vanessa, che lo aveva lasciato il mese scorso. In Afghanistan avrebbe avuto la legge dalla sua parte, in Italia fortunatamente c’è lo Stato di diritto anche se il fatto che una donna sia libera di scegliere il proprio partner o di restare single a suo piacimento è qualcosa che manda fuori di testa migliaia di uomini. Che spesso si trasformano in aguzzini violenti e puerili, incapaci di incassare il rifiuto, di fare i conti con i fallimenti sentimentali, convinti che la loro partner sia una proprietà privata, che il “tradimento” sia un’onta da mondare con il sangue, come accadeva nei tempi bui del delitto d’onore o quando l’adulterio era un reato penale. Nel solo mese di agosto in Italia sono state quattro le donne assassinate dai loro compagni, 38 dall’inizio del 2021. lo scorso anno le cifre erano ancora più inquietanti con 112 omicidi, uno ogni tre giorni.

Le altre vittime di femminicidio. Oltre a Vanessa Zappala, Marylin Pera (39 anni) è stata uccisa a Pavia con decine di coltellate mentre si trovava nel bagno di casa, Silvia Manenti (48 anni) di Monterotondo Marittimo ha invece perso la vita con un solo colpo di coltello alla gola da parte del marito, mentre Shegushe Paeshti, 54enne di origini albanesi, è stata strangolata dal consorte a Cazzago San Martino ( Brescia) che poi si è suicidato, La dinamica è quasi sempre la stessa; mariti, ex mariti, a volte persino padri, che pensano di vivere in un eterno medioevo e di avere diritto di vita e di morte sulle “loro donne”. Una piaga che attraversa tutte le culture e tutte le classi sociali che politica non sembra avere i mezzi per debellare. Le campagne contro la violenza sulle donne promesse in questi anni dai governi e dalle stesse Nazioni Uniti non riescono a sradicare questa cultura selvaggia e patriarcale e gli arsenali giuridici messi in campo, con politiche che puntano sull’inasprimento delle pene introducendo l’aggravante di femminicidio non hanno dato alcun risultato tangibile e non funzionano come deterrente. I talebani di Occidente non rivendicano nessuna legge coranica e nessuno Stato religioso che metta le donne in un angolo, non c’è alcuna ideologia da sbandierare e nessun codice “morale” per cui battersi, il dominio maschile sul “sesso debole”, l’idea di poter disporre a piacimento del corpo delle donne è semplicemente una condizione psicologica naturale, probabilmente un residuo di un’epoca che appartiene a un passato che non passa e che continua a insanguinare il presente.

Vanessa Zappalà è solo l'ultimo caso. Da Victoria a Vanessa, quali sono i 38 femminicidi del 2021: tutte le vittime della strage italiana. Redazione su Il Riformista il 23 Agosto 2021. Quello di Vanessa Zappalà, la 26enne uccisa per strada ad Aci Trezza, è solo il caso più recente di una lista già troppo lunga. Ma di femminicidi in Italia da inizio anno ve ne sono stati ben 38. Storie di ‘amori malati’, anche se di amore in queste vicende non c’è traccia: donne uccise per gelosia, per un rifiuto, da chi magari non accettava la fine di una relazione. Questi i casi che da gennaio ad oggi hanno spezzato 38 vite, raccolti da Lapresse.

16 gennaio – Victoria Osagie, 34 anni, è stata uccisa dal marito, all’interno della propria casa, aConcordia Sagittaria, in provincia di Venezia. 

24 gennaio – Roberta Siragusa aveva 17 anni. Il suo cadavere, parzialmente carbonizzato è stato ritrovato a Caccamo, in provincia di Palermo, all’interno di un burrone. La procura di Termini Imerese, al termine di un lungo interrogatorio, ha disposto il fermo del fidanzato 19enne.

29 gennaio – Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio, Teodora Casasanta, 39 anni, e il figlio Ludovico, 5 anni, sono stati uccisi dal 39enne, marito e padre delle due vittime. Entrambi sono stati uccisi con numerose coltellate.

1 febbraio – Sonia Di Maggio, aveva 29 anni, è stata uccisa a Minervino di Lecce. La vittima si trovava in strada, nella frazione di Specchia Gallone, insieme al fidanzato quando all’improvviso è stata aggredita dall’ex compagno della giovane.

7 febbraio – Ha perso la vita Luljeta Hestha, 47 anni, originaria dell’Albania, da 10 anni in Italia: 5 ferite di arma da taglio. È morta all’ospedale Humanitas di Rozzano, in provincia di Milano. Perla sua morte, la procura di Lodi ha fermato il convivente, un connazionale di 43 anni. Nella stessa giornata, a Palermo, è stata uccisa Piera Napoli, cantante di 32 anni, madre di 3 figli. Il marito, 37 anni, ha confessato l’omicidio: Piera gli aveva annunciato di non amarlo più. E sempre il 7 febbraio, a Faenza, Ylenia Fabbri, 46 anni, è stata sgozzata poco prima dell’alba. Qualche giorno più tardi, le forze dell’ordine hanno fermato l’ex marito.

17 febbraio – Lidia Peschechera, 49 anni, è stata uccisa all’interno della sua casa a Ticinello, Pavia. L’allarme è stato lanciato dall’ex marito. Il cadavere di Lidia è stato ritrovato nella vasca da bagno. Nelle ore seguenti, le forze dell’ordine hanno fermato un ragazzo di 28 anni, ex convivente della vittima.

19 febbraio – Clara Ceccarelli, 69 anni, si sentiva minacciata dall’ex al punto da pagarsi i funerali.È stata uccisa con trenta coltellate nel suo negozio, nel centro storico di Genova.

22 febbraio – In 24 ore, due le donne che perdono la vita. Sono Deborah Sartori, uccisa nella notte in località Maso Saracini a Cortesano, frazione di Trento. A ucciderla, l’ex marito Lorenzo Cattoni, 39 anni, che l’ha colpita più volte con un’ascia in una zona di campagna dove stava lavorando. L’altra vittima è Rossella Placati, 50 anni, il cui cadavere è stato ritrovato nella propria abitazione a Borgo San Giovanni a Bondeno, in provincia di Ferrara. Per la sua morte è stato fermato il compagno che, in un primo momento, si era recato dalle forze dell’ordine per denunciare il ritrovamento del corpo. La sua ricostruzione dei fatti, secondo il magistrato, è stata ‘contraddittoria e lacunosa’. Al termine dell’interrogatorio, l’uomo è stato fermato.

14 marzo – A Napoli, con 12 coltellate al torace viene uccisa Ornella Pinto, 40 anni da compiere a maggio. A colpirla, ripetutamente, il suo compagno, Giuseppe Iacomino, 43 anni, che, dopo averla aggredita, è fuggito in auto. Si è costituito alla stazione dei carabinieri di Montegabbione, Terni. Ai militari dell’Arma, l’uomo ha detto di aver ucciso Ornella.

18 aprile –  A Pova del Grappa, in provincia di Vicenza, Gezim Alla, 51 anni, viene colpita più volte con un martello dal marito. È stato egli stesso ad avvertire i soccorsi. Il delitto è avvenuto davanti agli occhi dei figli: un bambino di 9 anni e una ragazzina di 13 anni. Nello stesso giorno, ad Aosta, Elena Raluca Serban, 32 anni, viene trovata sgozzata nella sua casa. Tre giorni dopo, viene arrestato Gabriel Falloni, 36 anni, originario di Sorso in provincia di Sassari.

19 aprile – A Rocchetta Nervina, in provincia di Imperia, Tina Boero, 80 anni, viene uccisa dal marito, Fulvio Sartori, 81 anni. L’uomo uccide anche il loro cane, poi tenta invano il suicidio. 

21 aprile – A Marino, in provincia di Roma, muore Annamaria Ascolese, 5 giorni dopo essere stata colpita dai proiettili esplosi dall’arma di ordinanza del marito, ex vicebrigadiere dei carabinieri che, dopo averla ferita si suicida. 

1 maggio – A Novellara, in provincia di Reggio Emilia, muore Saman Abbas, ragazza di origini pakistane, in Italia con la famiglia dal 2016. Secondo le ipotesi degli inquirenti, la ragazza è stata uccisa con la complicità dei parenti per essersi opposta ai dettami delle loro tradizioni, tra cui le nozze combinate alle quali lei si era ribellata. Successivamente il corpo senza vita sarebbe stato occultato. Nella stessa giornata, a Portoferraio, Isola d’Elba, viene ritrovata senza vita Silvia Del Signore, 59 anni. A ucciderla sarebbe stato il marito, 45 anni, con una serie di violente percosse.

2 maggio –  Emma Elsie Michelle Pezemo, 31 anni, originaria del Camerun, è stata trovata morta il 2 maggio 2021 a Bologna: il suo corpo era stato fatto a pezzi e raccolto in alcuni sacchi prima di essere gettato in un cassonetto. Il compagno, Jacques Honoré Ngouenet, connazionale di 43 anni, era stato trovato impiccato nella sua abitazione.

5 maggio – A San Paolo Bel Sito, provincia di Napoli, viene trovata senza vita Ylenia Lombardo, 33 anni. Nelle ore successive, i carabinieri arrestano un 36enne, conoscente della vittima. Secondo le ricostruzioni, la donna avrebbe lamentato la presenza di un ‘corteggiatore’ insistente.

7 maggio – A Torino, perde la vita Angela Dargenio, 48 anni, uccisa con colpi di pistola, arma d’ordinanza dell’ex marito, Massimo Bianchi, 50anni, guardia giurata. I due erano separati da poco, ma l’uomo non accettava la fine della loro storia. 

12 maggio – A Rho, in provincia di Milano, viene trovata senza vita Tunde Blessing, 25 anni, originaria della Nigeria, incinta. Qualche giorno più tardi, viene fermato con l’accusa di omicidio l’ex compagno della vittima: è un ghanese di 35 anni. 

28 maggio – Ad Altopascio, in provincia di Lucca, Maria Carmina Fontana, 50 anni, conosciuta come Carmela, viene uccisa a coltellate dal marito 54enne, al culmine di una lite scoppiata per futili motivi. 

29 maggio – A Roma, Perera Priyadarshawie Donashantini Liyanage Badda, 40 anni, originaria dello Sri Lanka, è stata uccisa a coltellate dall’ex compagno.

2 giugno – A Spresiano, in provincia di Treviso, Bruna Mariotto, 50 anni, è stata uccisa dal suocero Lino Baseotto, 80 anni, con il fucile da caccia. L’uomo si è suicidato.

12 giugno – A Castelnuovo Magra, in provincia di La Spezia, Alessandra Piga, 25 anni, viene uccisa a coltellate dall’ex compagno, Yassin Erroum, 30 anni, nordafricano. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario. I due avevano un figlio di un anno e mezzo.

13 giugno – A Ventimiglia, in provincia di Imperia, Sharon Micheletti, 30 anni, è stata uccisa dall’ex compagno Antonio Vicari, 65 anni.

19 giugno – Ad Arese, in provincia di Milano, perde la vita Silvia Susana Villegas Guzman, 48 anni, di origini messicane. A ucciderla è stato il marito, un connazionale di 41 anni. 

27 giugno – A Valsamoggia, in provincia di Bologna, viene uccisa Chiara Gualzetti, 15 anni. Le forze dell’ordine fermano un 16enne che confessa l’omicidio.

3 luglio – A Livorno viene trovata senza vita Ginetta Giolli, 62 anni, con una profonda ferita alla testa. Il giorno dopo, il marito, un marocchino di 55 anni, ricercato dalla polizia, si consegna in questura. 

16 luglio – A Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, muore Vincenza Tortora, 63 anni, uccisa dal marito 70enne con un coltello, al culmine di una lite. 

29 luglio – A Roma, Lorenza Monica Vallejo Mejia, 44 anni, è stata uccisa dal compagno Orlando Gonzalez Arbelaez, 68 anni.

11 agosto – A Vigevano, in provincia di Pavia, Marylin Pera, 39 anni, è stata trovata senza vita, uccisa a coltellate. Il compagno, 59 anni, con il quale aveva iniziato una relazione da poco più di due settimane, si costituisce. 

12 agosto – A Monterotondo Marittimo, in provincia di Grosseto, muore Silvia Manetti, 46 anni, uccisa dal compagno, 48 anni che telefona al 112, confessando l’omicidio. Nello stesso giorno, viene ritrovata senza vita Shegushe Paeshti, 54 anni. La donna, di origini albanesi, è stata strangolata dal marito che poi si è suicidato. 

23 agosto – Ad Aci Trezza, frazione di Aci Castello in provincia di Catania, Vanessa Zappalà, 26 anni, è stata colpita a morte da diversi colpi di pistola mentre passeggiava nel paesino con alcuni amici.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 23 agosto 2021. Scarlett Bareham, 19 anni, di Bedhampton, nel Regno Unito, dovrà rispondere di violenza sessuale per aver schiaffeggiato il sedere di un uomo senza il suo consenso e davanti alla sua ragazza durante una serata fuori. L'adolescente era in discoteca con le amiche Hannah Phillips, 19 anni e Fiona Hoyle, 19 anni, nell'area Guildhall Walk di Portsmouth, che ospita numerosi locali notturni, alla fine dell'estate scorsa. Al magistrato di Portsmouth è stato raccontato che quando la fidanzata dell’uomo si è lamentata del gesto, è stata brutalmente attaccata da Bareham e dalle sue amiche, che l’hanno presa a calci e pugni. Bareham e le amiche non hanno motivato il loro gesto. Sono state rilasciate su cauzione e dovrebbero comparire all'udienza di appello e preparazione al processo il 20 settembre.

·          Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

DA Facebook: A volte buono. A volte stronzo 

"Non vedrai più tuo figlio,

Ti Denuncio,

Ti mando in Galera,

Ti mando a vivere per strada,

Non vali niente come padre,

Se non mi dai quello che mi devi tuo figlio lo vedi con il binocolo"

Anche questa è VIOLENZA. È quella che centinaia di padri separati devono vivere ogni giorno. Ma nessuno ne parla. Perché non è socialmente accettabile che una donna, una madre, una moglie, sia violenta. I "mostri" sono sempre i padri. Non è così. Spesso, i padri separati devono subire ogni tipo di abuso e violenza ( giudiziaria e non) semplicemente perché si è uomini. E nel 95% dei casi, ancora prima di entrare in aula, c'è già una CONDANNA.

Angela Pederiva per "Il Messaggero" l'1 dicembre 2021. Tra mamma e papà è in corso una rottura molto conflittuale. Anzi, di più: almeno una disputa «implicherebbe un confronto, quantunque ostile», mentre qui si tratta di vera e propria «incomunicabilità», cioè di «una chiusura così impenetrabile da precludere qualsiasi spostamento rispetto alla prospettiva autoreferenziale in cui le parti sono intrappolate», con la conseguenza che le figlie «a loro volta mimano il contegno dei genitori e anche tra loro pericolosamente lo replicano». Per questo due bambine devono essere risarcite dal padre, che più ancora della madre è ritenuto responsabile della situazione «di grave rischio evolutivo e di pregiudizio per lo sviluppo psicofisico delle minori», con 5.000 euro ciascuna: l'ha deciso il Tribunale di Venezia, nella sentenza (appellabile) di separazione. Ora le ragazzine hanno 11 e 9 anni, ma la storia va avanti da quando la più grande andava alle elementari e la più piccola frequentava la materna. O meglio, avrebbero dovuto, perché, proprio a causa dei contrasti fra i genitori, avevano finito pure per saltare le lezioni. Secondo la versione di lei, «la relazione coniugale si è presto rivelata opprimente a causa dell'indole possessiva del marito e del suo maniacale controllo delle relazioni, anche familiari», tanto che quando ha deciso di separarsi, la donna è stata «oggetto di vessazioni» per cui ha dovuto rivolgersi sia ai carabinieri che al Centro antiviolenza. Stando al racconto di lui, invece, «la causa della crisi coniugale» va ricercata nel «comportamento contrario al dovere di fedeltà» da parte della moglie. Comunque sia, per il consulente del Tribunale sono «entrambi inidonei a svolgere la funzione genitoriale». Si legge nella relazione dei Servizi sociali: «Entrambi i genitori, pur con modalità diverse, dimostrano di non essere in grado in questo momento di garantire un contesto sereno di vita alle figlie in cui gli adulti possano assicurare loro l'esercizio del diritto alla bigenitorialità. Dal canto loro le bambine dimostrano, con le loro reazioni aggressive, di vivere sentimenti profondamente contrastanti e dolorosi che sembrano compromettere le loro condizioni attuali di crescita». Insomma, «triste vicenda», come annotano i giudici della seconda sezione civile (presidente Silvia Barison, con Alessandro Cabianca e Carlo Azzolini). I due hanno chiesto la separazione, sostenendo che «la prosecuzione della convivenza tra loro è ormai divenuta intollerabile» e che «è cessato ogni rapporto affettivo e di coabitazione». Ma se questi sono affari di coppia, ad inquietare sono gli effetti sulle figlie: «I servizi sociali, il consultorio familiare e la Neuropsichiatria infantile, infatti, concordano nel rilevare la chiusura e l'autoreferenzialità di entrambe le parti e restituiscono la sconfortante immagine di una condizione di persistente immobilità delle relazioni familiari (se non addirittura, di scivolamento lungo il pericoloso crinale del disagio delle figlie)». Di qui la decisione di affidare le bambine ai Servizi sociali del Comune, benché con collocamento a casa della madre, mentre il padre può far loro visita «una volta alla settimana, alla presenza di operatore esperto» e «in esclusivo ambiente protetto», dunque «senza possibilità, allo stato, di libera frequentazione o comunicazione» fra l'uomo e le figlie, «vuoi in forma personale, vuoi via filo, a mezzo del web o per lettera». Caratterizzato secondo il consulente psichiatra da «narcisismo e onnipotenza», il papà dovrà non solo contribuire al mantenimento delle ragazzine con 300 euro per ognuna al mese, ma dovrà pure sborsare altri soldi. Da una parte c'è la sanzione di 3.000 euro, per aver «tentato di sabotare gli incontri con una serie di piccoli dispetti, per esempio recandosi agli incontri protetti presso i Servizi ora accompagnato dal proprio cane», «ora con materiale ludico con cui le figlie hanno imbrattato i locali e non mantenendo la promessa di ripulire fatta all'educatrice», «oppure trattenendovisi oltre l'orario richiesto dagli operatori». Dall'altra c'è il risarcimento di 10.000 euro complessivi per le sorelline, in quanto sono costrette a «dover scegliere alternativamente l'uno o l'altro genitore, senza possibilità di integrazione psichica» e si ritrovano a replicare «alcuni atteggiamenti tipici dei due genitori, mimando anche la loro reciproca conflittualità».

Valentina Lanzilli per corriere.it il 18 Novembre 2021. Si erano lasciati da due settimane e lui l’aveva minacciata di morte. Ancora un femminicidio, degenerato questa volta in una strage familiare. Lui, 38enne tunisino, Nabil Dahari, ha ucciso a coltellate la compagna, Elisa Mulas, di 44 anni, i loro due figli di 3 e 5 anni e la mamma di lei, Simonetta, di 64. Infine si è tolto la vita. Unica sopravvissuta l’altra figlia di lei, di 12 anni, avuta da un precedente matrimonio. L’allarme è scattato perché nessuno è andato a prendere la ragazzina a scuola. Dalla scuola media sono partite le telefonate di controllo e di lì a poco si è scoperta la drammatica realtà.

Situazione pericolosa

Una scena raccapricciante anche per gli inquirenti, che quando hanno aperto la porta dell’abitazione di via Manin si sono trovati davanti cinque cadaveri, massacrati dalle coltellate. Tra questi quelli di due bambini. Una tragedia avvenuta ieri nel tardo pomeriggio, nella casa della suocera, dove Elisa viveva da qualche settimana. Aveva deciso di spostarsi dalla madre dopo che la relazione con l’ex compagno era finita. Una situazione che è degenerata in poco tempo. È l’amica Patrizia che si è precipitata in via Manin, zona residenziale a pochi passi dal centro storico di Sassuolo, a raccontare la situazione: «Si erano lasciati da poco ma lei gli permetteva di vedere i figli con regolarità, anche se negli ultimi giorni lui aveva iniziato a minacciarla. Proprio due giorni fa infatti Elisa mi aveva fatto sentire un audio che aveva ricevuto via whatsup da Nabil dove lui la minacciava: “Se non mi fai vedere i bambini ricordati che ti ammazzo”. Per questo lei si era recata in commissariato, che dista poco più di un chilometro da qua, a denunciare l’accaduto. Purtroppo la sua furia omicida è arrivata ancora prima che Elisa potesse essere protetta in qualche modo. Non si era resa conto della pericolosità di quell’uomo» racconta sconvolta Patrizia, con il viso segnato dalle luci dei lampeggianti di Polizia e Carabinieri che illuminano a giorno la strada diventata teatro di un crimine orribile. 

Il trasferimento dalla madre

Un quartiere residenziale tranquillo, un bar a pochi passi e un parchetto poco distante. Anche Antonio, che abita nel palazzo affianco, in strada insieme ai suoi due bambini, racconta di aver visto Elisa con i suoi due figli. «Era sempre sorridente, una ragazza sportiva e vivace, spesso veniva qua dove ci sono alcune giostre. Siamo sconvolti, non possiamo credere che una cosa del genere sia successa proprio qua, è una zona tranquilla, dove non si sono mai verificati episodi di cronaca». In strada si sono riversati in tanti, ma pochi conoscevano la famiglia proprio perché Elisa, sarda di origine, si era trasferita da poco dalla madre. Una tragedia che avrà bisogno di tempo per essere chiarita in tutti i suoi contorni. Fino alla tarda serata la polizia scientifica era ancora dentro la casa di via Manin, alla ricerca di indizi e tracce per dare le risposte che i protagonisti non potranno più dare. Sul luogo del massacro anche i carabinieri e la polizia municipale di Sassuolo che hanno transennato l’intera strada per permettere alle indagini di svolgersi. In serata sono arrivati anche il procuratore capo, il comandante provinciale dei carabinieri e il questore di Modena.

Ben integrato

Nabil, l’omicida, secondo le prime ricostruzioni era ben integrato, viveva da tempo a Sassuolo e lavorava in un supermercato della zona. Elisa ultimamente era impiegata come donna delle pulizie in città. Una famiglia all’apparenza normale, come tante. Restano, insomma, poche certezze e molti dubbi che le indagini cercheranno di dissipare, almeno fin dove possibile, dall’esame della scena che i poliziotti della scientifica si sono trovati di fronte e dalle testimonianze che saranno raccolte. Intanto l’attenzione ora è tutta rivolta verso la piccola 12enne, rimasta senza madre e senza i suoi due fratellini.

Strage di Sassuolo, l’amica della vittima: «Nabil Dahari la minacciava di morte, era andata a denunciarlo». Valentina Lanzilli su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2021. Nabil Dahari ha ucciso Elisa Mulas, i due figli e la suocera. L’amica di lei: «Lo aveva lasciato da poco, ma gli permetteva di vedere regolarmente i bambini anche se lui aveva iniziato a minacciarla». Una relazione finita da poco tempo e poi degenerata in un crescendo di minacce da parte dell’ex compagno. È l’amica Patrizia che ieri sera, con una corsa a perdifiato e con il cuore devastato, si è precipitata in via Daniele Manin, zona residenziale a pochi passi dal centro storico di Sassuolo, a descrivere quello che Elisa Mulas stava subendo dopo che con Nabil Dahari, — il tunisino che l’ha uccisa, accoltellando a morte i due bimbi piccoli di due e cinque anni e la madre sessantaquattrenne di lei — «si erano lasciati». Una storia «finita da poco; ma Elisa aveva deciso di permettergli di vedere i figli con regolarità anche se negli ultimi giorni lui, incapace di accettare la fine della loro unione, aveva iniziato a minacciarla». Patrizia, intabarrata in un pesante cappotto, è in lacrime. «Proprio due giorni fa mi aveva fatto sentire un audio di Nabil...». Si ferma un istante, respira forte e scandisce le parole esatte: «“Se non mi fai vedere i bambini ricordati che ti ammazzo”». All’indomani Elisa «si era recata in commissariato a denunciare», a raccontare l’incubo nel quale era sprofondata all’improvviso dopo aver troncato quella relazione. «Purtroppo la sua furia omicida è arrivata prima che lei potesse essere protetta in qualche modo» prosegue sconvolta Patrizia, che parla a poca distanza dalle «gazzelle» e dalle «volanti» di carabinieri e polizia che, con i lampeggianti, stanno illuminando a giorno il buio della strada. Anche Antonio, che abita nel palazzo vicino, racconta di aver visto Elisa con i figli l’altro ieri nel parchetto. «Era sempre sorridente, e spesso veniva qua con i suoi due bambini. Siamo sconvolti, non possiamo credere che una cosa del genere sia successa proprio nel nostro quartiere». In via Manin sono accorsi in tanti. Anche se pochi conoscevano Elisa, perché si era trasferita di recente dalla madre dopo aver lasciato Dahari, che era rimasto nella loro vecchia abitazione. Per lei doveva essere una sistemazione temporanea, in attesa di capire cosa fare del suo futuro. «Ma ora dei suoi sogni non resta più niente» dice ancora Patrizia. Che poi viene avvicinata da alcuni investigatori della Mobile per proseguire con loro il resto del suo racconto. Fino alla tarda serata la polizia scientifica è rimasta dentro la casa di via Manin, alla ricerca di indizi e tracce. Sulla scena del delitto anche i carabinieri che con la polizia municipale di Sassuolo hanno transennato la strada. Secondo quello che filtra dai pochi conoscenti, Dahari — che aveva avviato la storia con Elisa sette o otto anni fa — era ben integrato, viveva da tempo a Sassuolo e lavorava in un supermercato della zona. Elisa aveva cambiato diversi impieghi, dedita al lavoro ma anche mamma a tempo pieno. Barista in passato e ora a servizio, faceva pulizie in casa dove la chiamavano. Patrizia guarda l’abitazione in cui abitava l’amica e volge il pensiero alla figlia di Elisa, la più grande, undici anni: «È sopravvissuta soltanto perché era a scuola. E adesso non ha più nessuno...»

Strage di Sassuolo, in casa era presente anche il bisnonno: urlava di non toccare i bambini. Chiara Nava il 19/11/2021 su Notizie.it. Durante la strage di Sassuolo era presente anche il bisnonno dei bambini uccisi. I vicini hanno testimoniato che urlava di non toccarli. Durante la strage di Sassuolo era presente anche il bisnonno dei bambini uccisi. I vicini hanno testimoniato che urlava di non toccarli. La comunità di Sassuolo è sconvolta per la strage avvenuta mercoledì 17 novembre in via Manin, dove il 38enne tunisino Nabil Dhari, dipendente di un supermercato, ha ucciso a coltellate tutta la famiglia e poi si è suicidato. L’uomo ha ucciso la moglie Elisa Mulas, 43enne di origine sarda, i due figli Ismaele e Sami, di 2 e 5 anni, e la suocera, Simonetta Fontana, di 64 anni, nella casa dove la moglie si era rifugiata per sfuggire alle violenze. La donna aveva interrotto la loro relazione da meno di un mese e si era trasferita dalla madre per cercare di ricominciare e di allontanarsi da un uomo violento. L’unica sopravvissuta alla strage è la prima figlia di 11 anni, nata da una precedente relazione della donna con un uomo di origini marocchine, che ha perso la patria potestà della piccola quando aveva due mese, a causa di violenze e maltrattamenti. La bambina era a scuola quando Nabil ha compiuto la sua strage ed è stata lei a far scattare l’allarme quando all’uscita della scuola nessuno era andato a prenderla. Gli insegnanti hanno contattato lo zio, fratello della vittima, che è corso prima a scuola e poi a casa, scoprendo quello che era accaduto. L’uomo ha trovato i cinque cadaveri, mentre l’unico ancora in vita era l’anziano padre di Simonetta Fontana, bisnonno dei bambini, di 97 anni, allettato a causa di una malattia. Forse l’uomo potrà essere ascoltato come testimone. I vicini hanno raccontato che l’uomo urlava “i bambini no” durante la strage. A Sassuolo sarà lutto cittadino nel giorno dei funerali, come annunciato dall’amministrazione comunale, che ha deciso di annullare tutte le iniziative fino al 21 novembre. “Una tragedia immane che ha colpito l’intera città e non solo. Non appena gli organi inquirenti daranno il nulla osta e verrà fissata la data delle esequie proclameremo una giornata di lutto cittadino in segno di rispetto per le vittime e per manifestare una vicinanza concreta da parte dell’intera città di Sassuolo” ha dichiarato Camilla Nizzoli, vicesindaco. La stessa città ha dato il via ad una raccolta fondi per sostenere l’unica sopravvissuta alla strage, che la Procura dei minorenni di Bologna ha collocato in una struttura protetta.

Alessia Marani per "il Messaggero" il 18 Novembre 2021. Aveva cercato scampo in quella solidarietà forte del coraggio che solo le donne riescono a esprimere. Sapeva che quell'amica più giovane aveva dovuto combattere con l'ira cieca di un altro uomo violento nella sua famiglia, così la scorsa estate Marjola ha bussato alla sua porta: «Che devo fare, aiutami». La donna era terrorizzata da quelle terribili minacce che il compagno, Mirko Tomkov, polacco 44 anni, continuava a rivolgerle quasi ogni giorno: «Ti ammazzo, ti brucio con la benzina». Ma forse non era nemmeno arrivata a immaginare che quelle parole sarebbero diventate il presagio di morte per il suo bambino, il piccolo Matias, 10 anni, un angioletto ignaro. «Lui era un bimbo ingenuo e pacioccone, giocava con il suo trenino buono buono e le macchinette, nemmeno gli interessavano tanto il pc e i videogiochi. Non poteva rendersi conto fino in fondo di quello che stava avvenendo e al papà continuava a volere bene. Proprio pochi giorni fa, e ne ero rimasta impressionata, aveva cambiato la sua immagine di WhatsApp sul telefonino pubblicando una foto insieme con lui. E magari, chissà, quando martedì gli ha aperto la porta di casa sarà stato pure contento di vederlo. Quell'uomo poteva fare una strage, doveva andare in galera».

Chi parla è Milena (il nome è di fantasia, preferisce non comparire) l'amica che ha provato a tirare fuori Marjola dall'inferno di violenza e maltrattamenti in cui era precipitata. Quand'è che Marjola ha capito di non farcela più a sopportare?

«Era estate, credo che si sia confidata con me perché avevo vissuto una situazione simile. Non mi ricordo la data esatta ma era una domenica di agosto. Si è presentata all'improvviso qui ed era decisa ad andare dai carabinieri ma non sapeva come. Non aveva la macchina, non guidava e mi ha chiesto di darle un passaggio. E così ho fatto, l'ho accompagnata».

Che cosa vi siete dette nel tragitto?

«Non c'era molto da dire, voleva solo uscire dall'incubo. In auto con noi c'era anche Matias e quando lei è entrata dai carabinieri io sono rimasta fuori a giocare con lui. Non ho assistito al colloquio, non so che cosa lei abbia riferito, ma è tutto agli atti. So solo che quando siamo ripartite si sentiva più sollevata». 

Poi che cosa è successo?

«Per un po' di tempo lei e Matias hanno abitato a casa della sorella di lei e del cognato, Marjola lì si sentiva più sicura e protetta. Lo zio adorava il nipotino, stava sempre con lui e anche martedì era andato a prenderlo a scuola. La zia è tornata stamattina dall'Albania. Saranno stravolti». 

Ma prima che Marjola le chiedesse aiuto, si era accorta di quanto soffrisse?

«Marjola era sempre con il sorriso e non lasciava intendere che avesse dei problemi con suo marito, probabilmente si teneva tutto dentro da molto tempo e, forse, pensava che un giorno lui sarebbe cambiato, finché non ha compreso che sarebbe stato impossibile».

L'aveva rivista ultimamente?

«A un certo punto, il paese è piccolo, si era diffusa la notizia che io avessi portato Marjola dai carabinieri. Sapevo che, comunque, era aiutata dalla sorella e dai militari, allora ho preferito starne fuori per non esasperare ulteriormente gli animi per paura di ritorsioni ulteriori sia su di lei, che su di me». 

Perché accanirsi su Matias, se lo è chiesto?

«Quell'uomo ieri (martedì, ndr) poteva, e forse voleva, fare una strage. Ha colpito Marjola nella cosa più cara che aveva, per annientarla. Poi chissà che altro aveva in mente di fare. Lo hanno visto fare avanti e indietro davanti la casa, avrebbe potuto ammazzare chiunque. Una persona così si poteva fermare solamente sbattendola in carcere». 

Ma aveva un divieto di avvicinamento...

«L'unica cosa che mi sento di dire è che quando una donna, o chiunque altro, chiede aiuto in questo modo deve avere la certezza che chi vuole farle del male sia allontanato da lei non solo a parole o per iscritto su un pezzo carta. È inutile che gli dai un divieto quando, poi, nei fatti, in qualsiasi momento, può girare l'angolo e colpirti». 

I tribunali, purtroppo, sono pieni di storie di minacce e maltrattamenti...

«So che le forze dell'ordine, come anche in questo caso, fanno tutto quello che possono e i giudici, dal canto loro, dicono di applicare le leggi. E allora, cambiamole queste leggi».

IL BIMBO ERA NEL CASSETTONE DEL LETTO Giorgio Renzetti,Maria Letizia Riganelli per "il Messaggero" il 18 Novembre 2021. Il coltello, gli indumenti impregnati di benzina e un piano diabolico. E' servito un nuovo sopralluogo nella casa dell'orrore, ieri pomeriggio, per raccogliere altre informazioni indispensabili a completare l'indagine (e per portar via la gabbia con il coniglio bianco del bambino). Ma gli inquirenti sono convinti di avere un quadro chiaro su cosa e come sia accaduto nell'abitazione in Stradone Luzi, a Cura di Vetralla, in cui ieri l'altro è stato ucciso dal padre il piccolo Matias Tomkow. Mentre la madre Marjola Rapaj di 32 anni è tornata in paese, dai parenti, dopo aver lasciato l'ospedale di Viterbo in cui era stata trasferita, sotto shock, dopo aver scoperto la tragedia.

L'ABITAZIONE La scena del delitto, la casa in cui il bambino di 10 anni viveva con la madre, dopo che al padre Mirko era stato vietato di avvicinarsi per i maltrattamenti nei confronti della donna, è sotto sequestro. Lì, martedì scorso tra le 13,30 e le 15,30 arriva il polacco di 44 anni, dopo esser stato dimesso da un Covid hotel di Roma. Era risultato positivo dal 9 ottobre e da Viterbo era stato trasferito nella Capitale per la quarantena. Chi a Cura lo ha incrociato l'altra mattina, anche davanti alla scuola del figlio, ha riferito di averlo visto confuso e disorientato. Forse a causa dell'alcol, forse a causa dell'insano gesto che aveva architettato. La campanella della scuola suona, Matias esce dal suo istituto, ma ad accompagnarlo a casa lo zio. Vuole andare nell'appartamento, vuole andare dalla mamma. Ma la madre ancora non c'è. Ad attenderlo trova il padre che non dovrebbe essere lì. Quel che succede in quella manciata di minuti è ormai un punto fermo. Mirko Tomkow aggredisce il figlio e con un coltello, trovato nel cassetto delle posate, gli recide la gola. Poi lo lascia esanime nel cassettone del letto. Verrà trovato con del nastro adesivo su bocca e naso. Completamente fuori di testa Tomkow tenta di gettare liquido infiammabile su un lenzuolo. Forse si intossica, forse è troppo ubriaco per proseguire nel suo piano e perde conoscenza. A scoprire la drammatica scena è la mamma Marjola una volta rientrata in casa. Trova l'ex compagno incosciente e il figlio di 10 anni già morto. A lanciare l'allarme sono i vicini di casa: le urla della donna allarmano tutti, alcuni accorrono e chiamano il 112. I carabinieri ci mettono un secondo a collegare la casa con quella dell'uomo straniero allontanato con una misura cautelare del pm Paola Conti dalla famiglia. E si precipitano in forze, allertando anche i vigili del fuoco da prassi. Ma arrivati sul posto, anche con il personale del 118, non possono che accertare la morte del piccolo, per poi affidare Mirko Tomkov, incosciente, all'eliambulanza che lo trasferisce all'ospedale di Viterbo.

INCOSCIENTE stato di arresto per l'omicidio del figlio. Non è in pericolo di vita, ma non è ancora stato possibile interrogarlo a causa del suo stato di semi incoscienza. Gli inquirenti sperano di ottenere una ricostruzione da parte dell'indagato prima della convalida del fermo, che verrà esaminata dal Gip del tribunale nei prossimi giorni. Intanto gli è stato fornito un avvocato di ufficio. Oggi sulla salma del piccolo Matias sarà effettuato l'esame autoptico: alcune risposte, e conferme, potrebbero arrivare anche dagli accertamenti del medico legale.

Omicidio Vetralla, lo zio di Matias irrompe in ospedale per uccidere il papà piantonato. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 21 Novembre 2021. Bloccato dai carabinieri al Belcolle di Viterbo dopo l’allarme lanciato dalla direzione sanitaria. Era armato di coltello. Era lui ad accompagnare il piccolo Matias a scuola e a trascorrere con lui il pomeriggio. Passava interi pomeriggi insieme al nipotino prediletto, lo accompagnava a scuola e trascorreva ore a giocare con Matias, 10 anni, assassinato dal padre con una coltellata alla gola nella casa di famiglia in stradone Luzi a Cura di Vetralla, nel viterbese. Domenica mattina lo zio del piccolo è entrato armato di coltello all’ospedale di Viterbo, dove Mirko Tomkow è tuttora ricoverato e piantonato dopo essere stato ritrovato privo di sensi nell’appartamento in cui aveva ucciso il figlio. L’uomo, quando ha fatto irruzione, era fuori di sé: «Ditemi dov’è Mirko, che così lo ammazzo subito», ha detto agli addetti alla vigilanza del Belcolle che hanno subito chiamato i carabinieri. Lo zio del bambino ucciso è stato circondato, immobilizzato e disarmato dai militari dell’Arma. E poi condotto negli uffici del comando provinciale di Viterbo per essere interrogato. Rischia ora di essere denunciato. Chiaro il suo intento: vendicare l’uccisione del ragazzino, visto che il padre omicida è ancora ricoverato per accertamenti nella struttura sanitaria. Mentre la moglie, Mariola Rapaj, è stata colta da un malore dopo aver scoperto il corpo del figlio in camera da letto e il marito, che aveva da qualche settimana il divieto di avvicinamento ai familiari emesso dal gip di Viterbo, riverso sul pavimento di un’altra stanza privo di sensi. Per questo motivo Tomkow, manovale appena dimesso da un ospedale romano dove era rimasto per due settimane in cura per Covid, era stato portato in ambulanza in codice rosso al Belcolle di Viterbo. L’uomo è accusato di omicidio volontario aggravato. La famiglia era seguita dai servizi sociali di Vetralla. Dalle testimonianze raccolte dai carabinieri era emerso che Tomkow aveva manifestato atteggiamenti violenti e provocatori, dovuti anche all’abuso di alcolici, nelle serate in piazza a Cura di Vetralla, davanti alla chiesa di Santa Maria del Soccorso, non lontano dalla scuola e dall’abitazione del piccolo Matias, e che il suo comportamento proseguiva anche fra le mura domestiche. I vicini avevano spesso udito liti fra lui e la moglie, che alla fine ha deciso di rivolgersi ai carabinieri per denunciarlo.

L'alcool e le botte: la vita da sbandato dell'uomo che ha massacrato il figlio. Valentina Dardari il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. L’uomo era rimasto senza lavoro e aveva il divieto di avvicinare la moglie e il bambino. Sembra che in paese nessuno conoscesse la famiglia. Matias, di soli 10 anni, è morto nel pomeriggio di ieri per mano del padre, Mirko Tomkow, 44enne polacco che lo ha ucciso con una coltellata alla gola. Come riportato da Il Messaggero, il bimbo frequentava la quinta elementare nella scuola primaria nella frazione di Cura, a Vetralla, nel Viterbese. In paese pochi conoscevano il dramma vissuto in quella famiglia, le liti tra il padre e la madre di Matias, le violenze e delle botte inferte dal 44enne ai suoi familiari.

Chi è Mirko

L’uomo, fino a poco tempo fa, lavorava come gommista presso una ditta locale. Lavoro che, anche a causa della pandemia, aveva perso. Alla fine di ottobre Mirko era anche stato ricoverato in ospedale a Viterbo, al Belcolle, in seguito a una intossicazione da alcol. Anche ieri avrebbe bevuto prima di compiere il terribile gesto costato la vita a suo figlio. Alcuni vicini di casa avrebbero raccontato: “Era un solitario, non lo conoscevamo. Lui non dava confidenza a nessuno. Non sapevano nulla di quanto accadeva in casa loro”. Il 44enne aveva anche un divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla moglie e dal bambino, disposto dal Tribunale di Viterbo. Ed era scattato il codice rosso per salvaguardare madre e figlio. Ma non è bastato. Infatti, nonostante la misura restrittiva dovuta ai maltrattamenti in famiglia, Mirko aveva continuato a cercare di avvicinare sia la donna che il bambino.

Anche ieri si è presentato davanti alla porta della loro casa e Matias, la mamma era fuori, lo ha fatto entrare. Tante le foto sulla pagina Facebook del 44enne che lo ritraggono accanto alla moglie e al figlio. In una immagine abbraccia forte il bimbo, lo stesso che ha poi ucciso tagliandogli la gola. Ieri Tomkow si trovava a Roma, ospite di un Covid hotel. Verso l’ora di pranzo ha lasciato la struttura e ha preso un autobus per raggiungere Vetralla. Una vicina ha ricordato: “L'ho visto nel primo pomeriggio qui davanti, faceva avanti e dietro. Si metteva le mani nei capelli e continuava a camminare”. Probabilmente stava pensando a cosa fare, a come avvicinare la moglie. Poco dopo ha deciso di presentarsi alla porta di e suonare il campanello. In casa c’era solo Matias, che poco prima era stato riaccompagnato a casa da un parente che era andato a prenderlo a scuola. Cosa sia successo dopo sarà compito degli investigatori capirlo.

La famiglia lasciata da sola

Un altro vicino ha raccontato: “Conoscevamo e vedevamo lei ma fino a oggi di lui non ne avevo sentito parlare. Il bambino andava a scuola a Cura, hanno detto che lui era un violento, delle liti che c'erano state in casa con la moglie. Ma sono cose sapute soltanto oggi”. Sembra che, nonostante il codice rosso, la procedura d'urgenza introdotta da una legge del 2019 per combattere i reati legati alla violenza di genere e a quella familiare, la famiglia non fosse seguita dai servizi sociali. Nessuno sapeva nulla di cosa accadeva tra quelle quattro mura domestiche. Nemmeno la famiglia di stranieri che viveva vicino a loro. A conoscere Mirko sembra fossero soprattutto i bar della zona, frequentati spesso dall’uomo per bere birra. Il padre omicida è stato trovato nella casa dove si è consumato il dramma in stato di incoscienza, ed è stato trasportato all’ospedale di Viterbo, dove è stato poi ricoverato. Il comandante provinciale dei carabinieri, Andrea Antonazzo, ha spiegato: “Quando lo abbiamo trovato era incosciente e si trovava all'interno della casa. A scoprire la tragedia è stata la mamma del piccolo quando è entrata”. L’uomo è ora piantonato dai militari.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

"Era sempre più taciturno e aggressivo": la moglie aveva già denunciato Mirko. Rosa Scognamiglio il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Il padre di Matias, Mirko Tomkow, è stato arrestato per omicidio. La moglie lo aveva denunciato per violenze: "Era diventato violento e aggressivo". Un tipo "taciturno e aggressivo". È così che all'indomani della tragedia i conoscenti di Mirko Tomkow, accusato dell'omicidio del figlioletto Matias, descrivono il 44enne. L'uomo era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti ed è per questo motivo che gli inquirenti ventilano l'ipotesi di una vendetta personale. Tomkow, arrestato nella serata di martedì 16 novembre, avrebbe provato a togliersi la vita subito dopo il delitto.

Le testimonianze

Se ci sia stata o meno l'aggravante della premeditazione nell'omicidio del piccolo Matias, il bimbo di Cura di Vetralla accoltellato ieri pomeriggio, saranno le indagini a stabilirlo. Certo è che Mirko Tomkow, il 44enne accusato del delitto, non sapeva che il figlio fosse già stato prelevato da un parente e riportato a casa dopo la scuola. Così, lo ha atteso fuori dal cancello dell'Istituto dove Matias frequentava la quinta elementare "facendo avanti e indietro", raccontano al Corriere della Sera alcuni testimoni, in attesa che uscisse. Forse aveva già intenzione di colpirlo oppure avrebbe voluto semplicemente parlargli dal momento che non lo vedeva da giorni. L'uomo aveva il divieto di avvicinarsi al bambino e alla moglie Mariola per via di una denuncia per maltrattamenti sporta proprio dalla coniuge. La scintilla che potrebbe aver acceso la furia omicida del 44enne riversata con efferatezza sul corpicino del piccolo Matias.

Chi è Mirko Tomkow

A Cura di Vetralla è calato il silenzio dopo la tragedia. Qualcuno descrive Mirko Tomkow come "un tipo solitario e taciturno" ma anche capace di scatti d'ira incontenibili "specie quando alzava il gomito". Lo raccontano quei testimoni che hanno assistito alle sue sortite davanti alla chiesa di Santa Maria del Soccorso, nella piazzetta dove Matias era solito passeggiare con lo zio al pomeriggio. Il 44enne lavorava come manovale nei cantieri edili del Viterbese ma, negli ultimi mesi, avrebbe fatto fatica a sbarcare il lunario. A fine ottobre aveva contratto il Covid, l'ennesimo colpo dopo la separazione dalla moglie Marjola. A margine, ci sarebbe stata poi dipendenza dall'alcol: un corroborante esplosivo.

L'ipotesi della vendetta

All'indomani dell'inspiegabile della tragedia, gli investigatori provano a mettere in fila in pochi elementi che hanno a disposizione nel tentativo di definire il movente delittuoso. Col trascorrere delle ore prende forma l'ipotesi di una vendetta personale ordita da Tomkow ai danni della moglie. Marjola, madre di Matias, aveva denunciato il coniuge per maltrattamenti domestici. A inizio novembre, il tribunale di Viterbo aveva notificato al 44enne il divieto di avvicinamento al bimbo e alla compagna. Una separazione forzata che Tomkow aveva dovuto accettare suo malgrado nonostante sui social continuasse a condividere scatti di famiglia. L'ultimo qualche settimana, prima che i livori tramutassero in sangue. Dopo aver ucciso il figlio, il presunto omicida avrebbe provato anche a togliersi la vita.

La madre del bimbo

"Lui era lì sul letto con sangue addosso... Sono senza parole, non avrei mai pensato nulla di simile". Sono le prime parole, secondo quanto apprende l'AGI, della mamma di Matias, Marjola. La donna, che si trova ricoverata in stato di choc all'ospedale Belcolle di Viterbo, ieri pomeriggio aveva allertato il 118 dopo aver ritrovato il corpo esanime del figlioletto in camera da letto. In un'altra stanza dello stesso appartamento di via Luzi, a Cura di Vetralla, c'era anche il marito privo di conoscenza.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Aveva il divieto di avvicinarsi: papà uccide il figlio a coltellate. Tiziana Paolocci il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Il piccolo è stato colpito al collo: aveva 10 anni. L'uomo era sottoposto a un ordine restrittivo del giudice per violenze. Esce dall'ospedale e corre a casa a uccidere il figlio di dieci anni. Orrore a Cura di Vetralla, in provincia di Viterbo, dove un padre ha sgozzato il suo bambino. Un bambino, dal quale avrebbe dovuto stare lontano per ordine del Tribunale. Mattias, questo il nome della giovanissima vittima, non ha nemmeno avuto il tempo di cambiarsi dopo essere rientrato da scuola. Il genitore come una furia l'ha sorpreso, entrando in casa, e gli si è scagliato contro finendolo con una coltellata. Quella che ha sconvolto il comune viterbese, è l'ennesima tragedia che nasce sulla scia di divieti disattesi e di maglie della sicurezza sfilacciate, che spesso lasciano le vittime di violenza in balia dei loro carnefici. L'omicidio è avvenuto nel primo pomeriggio in una palazzina di due piani via Luzi, dove una donna di origini albanesi risiedeva con il figlio Mattias. In paese li conoscevano tutti, perché vivono da anni in Italia e in molti sanno bene che il padre, polacco di 44 anni, non stava più con loro da tempo, perché il Tribunale di Viterbo gli aveva notificato un divieto di avvicinamento alla moglie e al figlio per una serie di condotte violente. L'uomo, che lavora come operaio edile, era ricoverato in un ospedale delle capitale per Covid e non è ancora stato accertato se sia stato dimesso pochi giorni fa dai medici o sia fuggito ieri di nascosto proprio per compiere il disegno di morte. Si sa invece che ieri un parente era andato a riprendere Mattias alle 13.30 a scuola e l'aveva accompagnato a casa. Il bambino era rimasto solo, ma sapeva che da lì a poco sarebbe tornata la mamma. Invece è stato il padre a varcare per primo la soglia dell'abitazione. Forse era già dentro quando Mattias è arrivato o forse si sia fatto aprire la porta di casa proprio dal figlio. Sono dettagli che accerteranno i militari del colonnello Andrea Antonazzo, comandante provinciale dei carabinieri di Viterbo, che si occupano delle indagini. Quando la donna è rientrata ed è andata nella sua camera da letto, è piombata nell'incubo. Inutile ogni tentativo di soccorso. Il piccolo era morto e giaceva a terra con una coltellata alla gola, inferta da padre probabilmente con un coltello da cucina. «L'uomo, invece, è stato trovato privo di conoscenza in un'altra stanza dell'abitazione alla quale però, da qualche settimana, aveva il divieto di avvicinarsi - spiega il colonnello Antonazzo -. Tutte le volte che non riusciamo a intervenire in tempo la cosa ci colpisce enormemente. Alle volte prevedere epiloghi di questo tipo è veramente difficile». La mamma di Mattias è stata portata in ospedale in stato di choc. Anche l'assassino è stato trasportato nell'ospedale Belcolle di Viterbo, dove è ancora in stato di incoscienza, ma è stato sottoposto a esami tossicologici per capire cosa abbia assunto e se abbia preso qualcosa prima o dopo l'omicidio del figlio. In queste ore i militari stanno ascoltando anche i vicini di casa della coppia per cercare di scoprire se qualcuno abbia visto o sentito qualcosa negli attimi precedenti il delitto. Il corpo del bimbo verrà messo a disposizione del medico legale, per stabilire con certezza la dinamica e l'orario preciso del delitto. Poi sarà riconsegnato alla mamma e ai suoi cari per l'ultimo saluto, al quale prenderanno parte anche i suoi compagni di scuola e le sue maestre. «Sono assolutamente sconvolto per un omicidio così bestiale - ha detto il primo cittadino di Viterbo Giovanni Arena -. Accanirsi contro un bambino di dieci anni lascia tutti sconcertati. Tutta la mia vicinanza al sindaco di Vetralla Sandrino Aquilani e alla comunità vetrallese che mai nella sua storia ha vissuto atrocità così violente». Per oggi è stato dichiarato il lutto cittadino. Tiziana Paolocci

Andrea Pasqualetto per "la Stampa" il 26 ottobre 2021. C'è la storia tribolata di Aldo, tre anni, partito nel 2019 con la mamma ucraina per Kiev e mai più tornato, lasciando a Napoli un padre disperato: «Quando sono andato da lei mi ha chiesto 1.000 euro al mese e la rinuncia a vederlo fino ai 12 anni»; c'è quella a lieto fine di Alì, anche lui di 3 anni, portato nel 2013 dal padre marocchino in qualche scuola coranica di Rabat e tornato nel 2019 a Messina dove ha riabbracciato la madre; c'è Alvin, rapito quando aveva 6 anni dalla mamma siriana diventata combattente Isis e riconsegnato cinque anni dopo al padre in Brianza; e c'è la vicenda che più fa sospirare gli uomini della divisione minori dell'Interpol: Chantal, uno scricciolo che non stava ancora in piedi quando mamma Klaudia l'ha portata in Ungheria per una breve vacanza. Sono passati quasi dieci anni e suo padre Andrea, ex compagno di Klaudia, non l'ha più rivista: «Da allora non c'è stato un solo giorno in cui non abbia pensato alla mia bambina. Da quando cioè chi dice di amarla ha deciso che non merita l'amore di suo padre». Sono solo alcuni dei drammi familiari italiani che vedono per protagonisti inconsapevoli i bambini contesi e portati all'estero da un genitore sottraendoli all'altro. Per la verità nella stragrande maggioranza dei casi ad andarsene con i figli sono le madri, per cui di fatto in Italia c'è un piccolo esercito di padri che lotta per rivedere i propri bambini. Secondo gli ultimi dati sfornati dal ministero della Giustizia, dipartimento per la giustizia minorile, dal 2000 al 2020 le vicende trattate sono state 2.210 e circa nove volte su dieci (1.930) hanno riguardato una madre andata via con uno o più figli. In tutto i bimbi sottratti sono stati 2.794, mediamente uno ogni tre giorni (157 nel solo 2020). I numeri, che si riferiscono alle istanze di ritorno presentate in genere da uno dei genitori, vanno peraltro intesi per difetto, perché alla statistica sfuggono i casi che non possano attraverso l'Autorità centrale italiana creata nel 1994 al ministero della Giustizia. Era l'anno in cui l'Italia aveva reso effettiva la convenzione dell'Aia del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori che li tutela dall'allontanamento dalla loro residenza abituale per essere trasferiti all'estero in violazione del diritto di affidamento. Stiamo parlando di mezzo mondo: 64 Paesi. In testa alla lista, con grande distacco sugli altri, la Romania: 334 casi. Molto presente l'Europa dell'Est, Polonia, Ucraina, Ungheria, Repubblica Ceca. Ma non manca l'Occidente: Germania (191) e Stati Uniti (151) su tutti. Israele, dove è esplosa la vicenda del piccolo Eitan, è stato interessato da otto sottrazioni. Come si sono risolti questi casi? Quanti figli cioè sono effettivamente tornati in Italia? L'analisi qui prende in considerazione solo 10 anni, dal 2010 al 2020. A fronte di 1.773 minori sottratti ne sono rientrati 435: 198 per ordine dell'autorità giudiziaria, 180 perché l'adulto ha deciso di riportare il minore volontariamente a casa e il resto seguito a un accordo fra i genitori. In ogni caso tutti i fascicoli aperti nel 2010 e nel 2011 sono stati in qualche modo archiviati. Dei 119 del 2012 ne è rimasto uno solo in piedi, quello della piccola Chantal. Sulla madre pende una condanna a 4 anni di reclusione per sottrazione di minore del Tribunale di Padova. Di lei si è occupato anche Matteo Salvini quando era ministro dell'Interno e aveva sollecitato sulla vicenda il premier ungherese Viktor Orbán. Il padre, Andrea Tonello, ci ha provato mille volte a cercarla, da solo, con l'avvocato italiano, con quello ungherese, con un investigatore privato, travestendosi da barbone, mettendo una taglia. Pur di rivederla, anche solo in video, ha rinunciato al rimpatrio offrendo il mantenimento in Ungheria fino ai 18 anni. Nulla. «L'avvocato di lei ci ha sempre fatto promesse ma non ha mai concluso nulla. Qui deve intervenire la politica in modo deciso», insorge Chiara Balbinot, che ha trattato varie storie di sottrazioni, compresa Chantal, e fa parte dell'associazione Angeli rubati. Nel frattempo Tonello, ad ogni compleanno, continua a scrivere su Facebook alla sua piccola nella speranza che un giorno legga e capisca: «Auguri Principessa, ovunque tu sia, qui c'è una famiglia piena d'amore che ti aspetta. Il tuo papà». 

Da open.online l'8 ottobre 2021. La polizia rumena ha ritrovato il bimbo di 5 anni rapito a Padova dal padre. Bogdan Hristache martedì scorso l’aveva strappato dalle braccia della madre tra via del Plebiscito e Vigodarziere e poi era fuggito insieme a tre complici a bordo di un furgone Mercedes Vito. Secondo le prime informazioni, l’uomo e il figlio sarebbero stati rintracciati dalla polizia romena a bordo di un treno al confine tra Romania e Ungheria. I carabinieri erano sulle tracce dei sequestratori: ieri a Limena (Padova) i militari dell’Arma avevano recuperato il furgone usato per il sequestro. Il rapimento era scattato martedì mattina poco dopo le 8. Martedì scorso la madre Alexandra era uscita con il bimbo per portarlo all’asilo a Mortise. Sotto casa, in via Salandra, dal furgone Mercedes Vito nero targato B79CAR erano tre uomini, uno era restato al volante: due avevano scaraventato a terra la mamma e le avevano rubato il telefonino, un terzo, il papà, aveva preso il piccolo e lo aveva portato a bordo del Vito. Poi i quattro erano fuggiti a tutta velocità. La giovane tre anni fa aveva ottenuto l’affido esclusivo del bambino dopo che l’uomo aveva dato segnali di squilibrio. Bogdan Hristache, l’uomo accusato del rapimento viene da una famiglia rumena un tempo nomade, ha sei figli, con quattro compagne diverse, l’ultimo nato neppure un mese fa. A Bucarest è proprietario di un’azienda che produce grosse lastre di porcellana. Nel settembre 2012 Bogdan era finito in carcere perché a 22 anni insieme al padre aveva dato fuoco a un’automobile e ferito un uomo a coltellate.

Il caso di Padova. Ritrovato su un treno il piccolo David, il bimbo di 5 anni rapito dal padre con un commando. Vito Califano su Il Riformista l’8 Ottobre 2021. David è stato ritrovato. Il bimbo di quattro anni prelevato con la forza dal padre martedì scorso a Padova è stato rintracciato dalla polizia romena a bordo di un treno. In Romania, per l’appunto. A farlo sapere fonti investigative italiane. Bogdan Hristache è stato fermato con il figlio a bordo di un treno al confine con l’Ungheria. A mettere sulla pista giusta le forze dell’ordine sarebbero stati dei video girati sul treno e postati dal papà sui social, in cui lo si vedeva mentre giocava e scherzava con il piccolo. Il bimbo sarebbe stato portato in una struttura protetta. Potrebbe essere trasferito già nelle prossime ore in Italia. Il piccolo era sparito martedì. Rapito dal padre, a quanto ricostruito, con altri tre complici in zona San Lazzaro. La madre non ha potuto fare nulla. Due degli uomini l’avrebbero immobilizzata e il terzo, che lei riteneva essere il suo ex compagno, le ha strappato dalle braccia il bambino. Al volante di un furgone con il quale il commando è fuggito a tutta velocità un quarto uomo. Il caso era stato riportato anche dalla trasmissione di Federica Sciarelli su Rai3 Chi l’ha visto?.Ieri i militari dell’arma a Limena, in provincia di Padova, avevano recuperato proprio il furgone usato per il sequestro. Un Mercedes Vito di colore nero. Era stato recuperato in via Martin Piva. Sarebbe stato usato fino alla sostituzione con un altro mezzo per ripartire e far perdere le tracce. “Ho paura perché il bambino ha paura di suo padre, non lo conosce, non lo vede da tre anni. Lui è un uomo molto pericoloso, un delinquente. Per favore aiutatemi a trovare il mio bambino, sono disperata”, l’appello della madre su social, stampa e tv. “Dove dormirà? Cosa mangerà? Starà bene?”, si chiedevano allora la madre e i familiari del piccolo dopo la traumatica azione di martedì scorso. Alexandra Moraru, 25 anni, ha cittadinanza moldava e romena. Quando è stata immobilizzata in strada stava portando il piccolo all’asilo. La donna ha subito denunciato ai carabinieri l’accaduto. Aveva ottenuto da un giudice di Bucarest l’affido esclusivo del figlio con divieto di avvicinamento del padre. La donna aveva descritto a Tg Padova il suo ex compagno come un uomo pericoloso e violento: “David non conosce suo padre, non l’ha riconosciuto. L’uomo che me l’ha portato via, per lui è uno sconosciuto. Non lo vedeva da due anni. Mi ha sempre detto che mi avrebbe bruciata con l’acido. L’ultima volta che lo ha visto lo ha rapito per otto mesi. Era uscito per fare una passeggiata e invece un’ora dopo mi ha mandato una foto ed era già alla frontiera fra Moldavia e Romania. Non gli dava da mangiare, vivevano in macchina, si spostavano sempre”. Versioni tutte da chiarire in sede processuale naturalmente. Il padre ha 31 anni e vive a Bucarest e sempre secondo la 25enne avrebbe altri cinque figli da altre tre donne. Sarebbe stato detenuto per aver accoltellato quattro persone in passato.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Carlotta Rocci per repubblica.it il 29 gennaio 2021. Ha ucciso il figlio di 5 anni e la moglie, poi ha tentato di ammazzarsi lanciandosi dal balcone. Quando sono arrivati i carabinieri lo hanno trovato a terra nel cortile del condominio. Ora l’omicida - che si chiama Alexandro Riccio e ha 39 anni, la stessa età della donna - è ricoverato al Cto di Torino, non è in pericolo di vita. E’ piantonato dai militari in un reparto dell'ospedale. E' successo a Carmagnola, nel Torinese, intorno alle tre, in un condominio di via Barbaroux. L’allarme nel cuore della notte è stato dato dai vicini svegliati dalle urla di una lite. Nella casa del delitto ci sono ancora i carabinieri del nucleo investigativo  del comando provinciale e della compagnia di Moncalieri. Sono alla ricerca dell'arma dell'ennesima strage in famiglia: probabilmente un oggetto contundente con il quale Riccio ha ucciso la moglie Teodora Casasanta e il figlioletto  Ludovico. Un duplice omicidio che sembra ricalcare quello accaduto ai primi di novembre in un centro a pochi chilometri di distanza da Carmagnola: a Carignano. In quell'occasione un uomo aveva ucciso la moglie che voleva separarsi e i due figli gemelli, poi si era sparato.

Giacomo Nicola per “il Messaggero” il 30 gennaio 2021. Fino a pochi mesi fa Alexandro Vito Riccio e Teodora Casasanta sembravano una coppia perfetta. Poi sono iniziati le liti. Lei voleva separarsi e lui non lo ha accettato. «Vi porto via con me». Sono state le sue ultime parole prima di uccidere la moglie, 39 anni, sua coetanea e il figlioletto Ludovico di appena 5. Dalla coppia perfetta all'orrore.

I LITIGI. Lui rappresentante, originario di Nichelino, lei operatrice socio-sanitaria, nata in provincia di Pescara, si erano sposati nel 2014 e lo scorso anno si erano trasferiti in via Barbaroux, a Carmagnola, nel Torinese. Da qualche tempo, secondo i vicini, erano iniziati i primi litigi, ma i carabinieri non sono mai stati avvisati. Sembra che Teodora avesse deciso di separarsi e Alexandro non riuscisse ad accettare questa situazione. Alcuni post comparsi sui profili social nei giorni scorsi avevano allarmato gli amici, ma nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo del genere. L'allarme è stato dato nel cuore della notte dai vicini svegliati dalle urla di una lite. Hanno chiamato i carabinieri. Una pattuglia è arrivata in pochi minuti, ma la strage era già stata compiuta. Riccio ha colpito più volte la moglie con un corpo contundente e ha ucciso il figlio tagliandogli la gola con un coltello. La follia omicida che si è impadronita di Alexandro si è sfogata su moglie e figlio in un modo che anche i carabinieri più esperti hanno fatto fatica a descrivere. Riccio si è scagliato prima contro il bambino e poi contro la moglie colpendoli decine di volte con tutto quello che ha trovato in casa: coltelli, soprammobili, elettrodomestici. Una violenza tale che il corpo del bambino, colpito mentre dormiva nel suo lettino, è stato scagliato fuori dalla sua cameretta. Ha poi cercato di uccidersi a sua volta lanciandosi dal balcone del terzo piano dell'alloggio in cui vivevano. Prima di buttarsi, l'uomo avrebbe tentato di tagliarsi le vene dei polsi e ingerito un liquido. Sono stati i carabinieri a salvarlo. Ora Alexandro Riccio è ricoverato al Cto di Torino, non è in pericolo di vita. È piantonato dai militari in un reparto dell'ospedale. Alexandro ha perso il controllo dopo una violenta lite. Ha lasciato un biglietto, con sopra scritto «vi porto via con me». Nel testo, secondo quanto si apprende, l'uomo si dice deluso per il rapporto di coppia, dichiarando tutto il suo amore per le due vittime. Il movente sembrerebbe legato alla imminente separazione, vista la crisi coniugale che andava avanti da qualche tempo. Dalle testimonianze di parenti e amici si capisce che la coppia stava attraversando una lunga crisi. Riccio qualche tempo fa si era allontanato dalla moglie, poi però aveva deciso di tornare sui propri passi. Teodora l'aveva riaccolto a casa, cercando di rimettere insieme i cocci del rapporto. Ci aveva provato, per amore soprattutto di suo figlio, ma il tentativo non aveva funzionato e aveva deciso di lasciare il marito.

GLI INQUIRENTI. Sarebbe stata questa, secondo gli inquirenti, la miccia che ha acceso la follia dell'uomo, che fino all'altra notte non era mai stato violento. I militari eseguiranno accertamenti sul pc e sul cellulare di Riccio, in quanto è stato segnalato che negli ultimi mesi aveva pubblicato diversi post su Facebook, spiegando «di aver fatto una sciocchezza», di «aver ferito mia moglie» e di «essere pentito» tanto da aver deciso «di andare in cura». Post che sono però misteriosamente spariti, cancellati da lui stesso non si sa quando, se nella notte di follia o prima. Ora i carabinieri vogliono capire se davvero Riccio era in cura e se ha cancellato quei post prima dell'altra notte, segno che potrebbe far pensare a una premeditazione. Potrà essere lui stesso, quando le sue condizioni di salute lo permetteranno, a chiarire questi aspetti.

Massimiliano Rambaldi per “La Stampa” il 31 gennaio 2021. Una borraccia di metallo. Un soprammobile di ceramica. Un quadro. Alexandro Riccio avrebbe adoperato almeno una trentina suppellettili per uccidere la moglie Teodora Casasanta e il loro unico figlio, Ludovico, di 5 anni. Ha preso tutto quello che gli capitava sotto mano e li ha colpiti, a ripetizione, come in preda a un raptus senza fine. Poi, a massacro avvenuto, ha bevuto candeggina e si è lanciato da una finestra del terzo piano della casa in cui la famiglia si era trasferita alla fine della scorsa estate. Senza riuscire ad uccidersi. Gli investigatori della scientifica, l'altra mattina, hanno sequestrato una cinquantina di oggetti che ora verranno analizzati, per ricostruire la dinamica di questo assurdo omicidio. Secondo i primi riscontri i due terzi di quel materiale sporco di sangue, trovato attorno ai corpi, sarebbe stato usato per colpire Teodora e Ludovico. Sorpresi, forse, entrambi nel sonno. Eccola l'ultima rivelazione sulla strage famigliare di Carmagnola, nel Torinese, consumata tra giovedì e venerdì. Elementi che raccontano una notte di follia. Una esplosione di violenza tale e tanta che fa rabbrividire gli stessi investigatori. Lei, psicologa in un centro a cavallo tra le province di Torino e Cuneo, l'hanno rinvenuta con il cranio sfondato: era riversa sul letto. Ludovico, invece, lontano dal suo lettino, in una posa innaturale, straziato da quel padre da cui - raccontano i vicini - non riusciva a stare lontano. Ma le domande alle quali l'inchiesta della magistratura e dei carabinieri deve ancora rispondere sono tante. Prima fra tutte perché Alexandro - che da tempo dava segni di aggressività - non era in cura in qualche centro specializzato. E ancora. Aveva già manifestato intenzioni omicide? E se sì, chi sapeva, e per quale ragione ha taciuto? Intanto, nella mattinata di ieri, sono stati sentiti i vicini di casa. Che hanno raccontato delle urla provenire da quell'appartamento nella notte del massacro. E si sospetta che tutto sia cominciato nella tarda serata: almeno tre-quattro ore prima dell'allarme lanciato dai vicini. Che, forse, all'inizio pensavano ad una lite, una delle tante in quell'appartamento. Intanto chi li ha conosciuti si affanna a dire che Alexandro Riccio «era tanto cambiato» nelle ultime settimane. Lo sottolinea il suo ex datore di lavoro: «Circa due anni fa lo avevo assunto come venditore. Era un tipo spigliato e brillante. Poi è arrivato il Covid». E cosa è successo? «Abbiamo dovuto sospendere la collaborazione. Quando l'ho ricontattato, lo scorso autunno era diverso: cupo, taciturno». Erano i giorni in cui l'omicida chiedeva scusa alla sua famiglia su Facebook, spiegando di voler andare da uno psicoterapeuta. Ma dal medico non c'è mai andato. E l'altra notte ha ucciso moglie e figlio, con una ferocia senza limiti.

Uccide moglie e figlia di 5 anni "Vi amo e vi porto via con me". Il delitto dopo una lite in casa, poi l'uomo ha tentato il suicidio gettandosi dal balcone. Il messaggio in un biglietto. Nadia Muratore, Sabato 30/01/2021 su Il Giornale. «Vi porto via con me», ha scritto Alexandro Riccio prima di uccidere sua moglie e il suo unico figlio, Ludovico di cinque anni. Ma il suo piano di morte ha fallito proprio nella sua parte finale e l'uomo - 39 anni, rappresentante di commercio torinese - dopo la strage in famiglia non è riuscito a suicidarsi, nonostante abbia provato prima ad avvelenarsi e poi a gettarsi giù dal balcone. Ricoverato all'ospedale Cto di Torino, ha una prognosi di sessanta giorni - si è fratturato lo sterno, una caviglia e ha riportato un trauma vertebrale e non sarebbe in pericolo di vita - e un'accusa di duplice omicidio che gli è valsa l'arresto da parte dei carabinieri. La tragedia si è consumata in piena notte, quando Alexandro ha aggredito la moglie, Teodora Casasanta - 39 anni psicologa - colpendola con violenza con più oggetti reperiti in casa, mentre lei già dormiva nella loro camera da letto. La donna, svegliata dall'aggressione ha disperatamente cercato di difendersi ma la furia del marito ha avuto il sopravvento. Poi l'uomo è andato nella stanza accanto dove dormiva il bimbo e lo ha prima colpito in testa con un corpo contundente ed infine lo ha sgozzato. Finita la mattanza Alexandro ha tentato di togliersi la vita ingerendo del liquido ma, non riuscendo nel suo intento, si è gettato dal balcone. Dopo il volo dal secondo piano ha ancora avuto la forza di rialzarsi e fare le scale per rientrare in casa. I carabinieri - chiamati dai vicini che hanno sentito il tonfo nel silenzio della notte - lo hanno trovato sul pianerottolo e, quando hanno aperto la porta di casa, hanno realmente capito cosa era accaduto. Secondo le indagini degli inquirenti, il movente è da ricercarsi nell'incapacità dell'uomo di accettare la fine del matrimonio. La coppia era sposata dal 2014 e aveva già avuto - e apparentemente superato - una crisi sentimentale, tanto che, alcuni anni fa, Alexandro era tornato a vivere da solo. E forse, anche se dopo alcuni mesi erano tornati insieme, non erano stati in grado di superare del tutto le difficoltà. Negli ultimi giorni lui aveva scritto alcuni post su Facebook, poi cancellati, in cui diceva di avere dei problemi che lo stavano logorando e attribuendosi anche delle colpe. Chi lo ha incontrato nei giorni prima della mattanza, lo ha però descritto tranquillo e gentile come sempre, soprattutto affettuoso nei confronti del figlio Ludovico, con il quale andava spesso a passeggio in città. Teodora Casasanta era originaria di Roccacasale, in provincia dell'Aquila e si era trasferita in Piemonte dopo essersi laureata in psicologia per lavorare nel Torinese, dove aveva conosciuto Alexander e se ne era innamorata. Attualmente prestava servizio al Cufrad di Sommariva del Bosco, in provincia di Cuneo, dove ci si occupava di alcolismo, tossicodipendenza e problemi psicologici. A Roccacasale, dove Teodora tornava spesso anche perché vivono ancora la madre ed il fratello, saranno celebrati i funerali dopo che il medico legale avrà portato a termine l'autopsia. In questi ultimi mesi, la provincia di Torino ha visto consumarsi diverse stragi familiari. Il duplice omicidio di Riccio sembra ricalcare quello altrettanto drammatico accaduto ai primi di novembre in un centro a pochi chilometri di distanza da Carmagnola, nel comune di Carignano: un uomo aveva ucciso la moglie e i due figli gemelli, poi si era sparato. A Rivara Canavese, invece, un operaio, prima di suicidarsi, ha sparato al figlio di 11 anni. Agghiacciante il biglietto che aveva lasciato: «Noi partiamo per un lungo viaggio e nessuno ci potrà più separare». Anche in questi casi, la depressione e l'incapacità di accettare la fine del matrimonio, è il movente che ha trasformato mariti e padri in crudeli assassini.

·        L’alienazione parentale.

Chiara Pellegrini per “Libero Quotidiano” il 21 maggio 2021. La Cassazione si è pronunciata contro la cosiddetta sindrome da alienazione parentale (Pas), acronimo dall'inglese di Parental Alienation Syndrome. Una dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie del medico statunitense Richard Gardner, si attiverebbe sui figli minori coinvolti tanto in contesti di separazione che di divorzio, spingendoli a rifiutare un genitore su incitamento dell'altro. L'ordinanza della Cassazione 13217 del 2021 fa riferimento ad un decreto della Corte di Appello di Venezia del dicembre 2019 che stabiliva l'affido esclusivo al papà di una bambina di sei anni togliendola alla madre sulla base di un primo provvedimento del Tribunale di Treviso che ricalcava le conclusioni della seconda Ctu (Consulente tecnico d'ufficio), accusando la donna di essere una "madre malevola". Nelle motivazioni dell'annullamento gli ermellini parlano di «controverso fondamento scientifico della sindrome Pas cui le Ctu hanno fatto riferimento senza alcuna riflessione sulle critiche emerse nella comunità scientifica circa l'effettiva sussumibilità della predetta sindrome nell'ambito delle patologie cliniche». Di più, la Cassazione paragona la Pas al tätertyp una teoria nazista fondata sull'idea che viene punito non tanto il fatto commesso, sebbene contrario a norme penali, quanto piuttosto il modo d'essere dell'agente. La Cassazione ha censurato questa decisione sia nel merito che nel metodo: per le modalità di affidamento - ha obiettato la Corte - il giudice deve sempre accertare la veridicità dei fatti contestati che compromettono l'idoneità genitoriale ma anche verificare il fondamento sul piano scientifico di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale. «Ho passato un anno e mezzo ad essere giudicata su ciò che non ero da due Ctu che mi hanno diffamata», commenta all'agenzia di stampa Dire la 40enne di origini ivoriane che ha presentato il ricorso. «Questa ordinanza ha ribaltato la situazione, spero sia da lezione per tutti quanti, finalmente c'è giustizia anche per gli stranieri. Spero che la legge sia dalla mia parte questa volta- sottolinea- io voglio che mia figlia torni a casa e che ci sia un affido condiviso, perché al padre non è mai stato negato di vederla». Per l'avvocato Antonio Voltaggio, legale della donna che ha presentato il ricorso l'ordinanza della Cassazione «è un colpo quasi mortale alla pas, che viene paragonata a una teoria nazista. La madre è stata stigmatizzata dalla Corte veneziana non in quanto "madre inadeguata", ma per il suo carattere e per un pregiudizio sulle donne che trova il suo fondamento nella sindrome della pas, che ritiene le madri alienanti e cattive genitrici». Che cosa accadrà d'ora in poi? Secondo l'avvocato matrimonialista Anna Maria Bernardini de Pace in realtà sono noti i danni della Pas usata in sede dibattimentale. «Le consulenze psicologiche devono essere precise, devono esserci della prove anche psicologiche», spiega il legale. «Questo», aggiunge, «non significa affermare che non ci sono madri e padri che manipolano i figli, è una realtà insindacabile ma come dice l'ordinanza bisogna provarla. La nuova strada è provare che la scienza psicologica non è una scienza esatta. In tanti giudizi non si ascoltano gli audio dei genitori ma anche quelli dei figli che parlano al telefono, in cui si capisce perfettamente quando un bambino è condizionato o meno». Stando alle osservazioni dell'avvocato Bernardini de Pace nei tribunali italiani c'è una carenza strutturale tra coloro che si occupano delle consulenze tecniche. «Non ci sono bravissimi consulenti», ammette, «Così come per gli avvocati si scelgono giovani che non hanno esperienza casistica solo perché costano meno. Una volta c'erano molti psichiatri ora prevalentemente psicologi. Quando ci sono situazioni particolari, ho intuizione che ci sia una patologia psichiatrica che influisce sulle dinamiche, chiedo un collegio tecnico in cui ci sia lo psichiatra, che lo psicologo». Secondo l'ultimo rapporto dell'Istat, in Italia tra il 1991 e il 2019 c'è stata una crescita netta dei divorzi: erano 375.569 ma, dopo 27 anni, sono lievitati fino a quota 85.349. Il totale delle separazioni con figli minori (dati Istat 2015) è invece di 41.871. Il 33,9% delle separazioni prevedono l'assegno di mantenimento solo per i figli, nel 94% dei casi è il padre a versare l'onere previsto.

La pg di Cassazione: «L’alienazione parentale è incostituzionale». La dura requisitoria di Francesca Ceroni: teoria priva di fondamento scientifico, ignorati completamente i bisogni del bambino. Simona Musco su Il Dubbio il 24 marzo 2021. L’alienazione parentale, come il plagio, è incostituzionale. È quanto emerge tra le righe della requisitoria della sostituta procuratrice generale della Cassazione Francesca Ceroni, che nel chiedere l’annullamento di una sentenza della Corte d’Appello di Roma, che imponeva il collocamento in una casa famiglia di un bambino vietando ogni contatto con la madre, ha fortemente criticato la teoria. Recentemente, anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha escluso la Pas dall’elenco delle patologie riconosciute, così come non trova posto all’interno del Dsm 5, il manuale diagnostico utilizzato da psichiatri e psicologi di tutto il mondo. Formalmente, dunque, non esiste. Ma, ha denunciato recentemente Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno del femminicidio, tale argomento viene spesso utilizzato in tribunale per ridurre la violenza tra le mura familiari a semplice conflitto tra genitori, con conseguenze dannose per donne e bambini. Opinione diametralmente opposta a quella del senatore leghista Simone Pillon, autore di un ddl “in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, basato proprio sulla teoria della “alienazione genitoriale”, formulata dallo psichiatra forense Richard Gardner, accusato di appoggio alla pedofilia. La requisitoria di Ceroni, ora, avvalora la tesi di Valente. Stigmatizzando fortemente il comportamento dei giudici d’appello di Roma, che non avrebbero minimamente tenuto in considerazione, nel caso in questione, le dichiarazioni fatte dal bambino ai carabinieri circa le violenze subito dal padre. Il bambino ha infatti dichiarato di «essere stato picchiato più volte», con schiaffi e pugni, specie quando dichiarava di voler raccontare alla madre quanto accadeva col padre. Il principio di bigenitorialità, afferma la magistrata, non ha dignità costituzionale. Al primo posto, in ogni caso, c’è e ci deve essere sempre il supremo interesse del minore. Qualsiasi diritto del genitore, dunque, cede il passo al diritto fondamentale del bambino all’integrità fisica e alla sicurezza. Argomento, questo, sul quale «i giudici di merito omettono qualsiasi accertamento e valutazione». Anzi, gli stessi non indicano alcun fatto o circostanza per argomentare la tesi secondo cui la madre rappresenterebbe un rischio per il bambino, parlando, genericamente, di «eccessivo invischiamento» e «rapporto fusionale», argomenti senza «base oggettiva o scientifica», ma frutto di una mera valutazione soggettiva. Si tratta, dunque, di un pregiudizio, sulla cui base si accusa la madre di «verosimili problematiche di personalità (…) gravemente inficianti la genitorialità», nonostante il bambino non soffra di alcun disturbo della personalità. I giudici di merito sono però convinti che la madre abbia «indotto al convincimento che l’interazione con un genitore (la madre) dovesse determinare l’esclusione dell’altro e del di lui ramo familiare». Ma nessuna verifica è stata fatta sull’effettivo tentativo di allontanare il minore dal padre, né sono state tenute in considerazioni le ragioni del suo rifiuto a stare con lui, ragioni che emergono chiaramente dalle annotazioni dei carabinieri. Per Ceroni, la decisione «viola il diritto del fanciullo a mantenere la continuità affettiva e di cura con la madre» e quello al mantenimento dell’habitat domestico. Decisione assunta in violazione alla Convenzione di Istanbul – recentemente tornata alla ribalta per il ritiro della Turchia dalla stessa -, secondo la quale l’affidamento condiviso va escluso nel caso in cui emergano casi di violenza, così come ogni contatto con l’autore stesso delle violenze. «La Corte – continua la requisitoria – non ha neppure riportato in modo sintetico i bisogni, le opinioni, le aspirazioni espressi dal minore», basandosi, probabilmente, sull’idea di una «totale adesione» del bambino al pensiero della madre. E qui, citando l’incostituzionalità del plagio, Ceroni ricorda che affinché una norma possa essere determinata la stessa deve regolare un fenomeno «effettivamente accertabile dall’interprete in base a criteri razionalmente ammissibili allo stato della scienza e dell’esperienza attuale». Cosa che, nel caso della Pas, non avviene. «Solo condizionamenti accertabili su un piano scientifico a partire da comportamenti concretamente posti in essere possono costituire la ragione per confinare nell’irrilevante giuridico la volontà chiaramente e consapevolmente espressa dal minore, che il diritto vivente vuole al centro di ogni decisione che lo riguardi», conclude la requisitoria.

·        La Pedofilia e la Pedopornografia.

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 14 novembre 2021. «Sono un cacciatore di pedopornografia in rete. Questo è il mio lavoro, sintetizzato in poche parole. Ma dietro c'è un mondo oscuro, nascosto e per entrarvi servono le chiavi di accesso giuste. Soprattutto, una buona dose di pazienza per conquistare la fiducia delle persone che vogliamo smascherare». È così che, due giorni fa, la polizia postale di Torino guidata da Fabiola Silvestri ha scardinato un vasto quanto orribile giro di pedopornografi che si scambiavano immagini e video di violenze sessuali su minori, molti addirittura neonati. Tre arresti, tra cui l'ex direttore della Caritas di Benevento don Nicola De Blasio, ventisei indagati e dieci mesi di immersione totale in un abisso definito «raccapricciante» da parte dei quattro agenti sotto copertura che hanno operato sul campo. È il più anziano in servizio, da ventidue anni impegnato su questo fronte, a raccontare come si combatte ogni giorno il male assoluto restando in equilibrio e portando a termine la missione. «Mi occupo di pedopornografia da quando sono entrato in polizia. Una ventina di anni fa il servizio centrale cercava personale specializzato per contrastare i reati legati al mondo del web, allora se ne parlava poco e se ne sapeva ancora meno. Io stavo studiando ingegneria elettronica, ho accettato subito la sfida». Accorgendosi presto che l'aspetto tecnico, in questo lavoro, è solo una delle componenti: bisogna essere intuitivi, un po' psicologi, capire che tipo di persona si nasconde dietro allo schermo e fare in modo che pensi di aver trovato un sodale. «È un lavoro molto duro, richiede esperienza, un bagaglio tecnologico ma anche conoscenza degli ambienti in cui ci si muove, analizzarlo e adottare la giusta modalità comportamentale». Niente fretta, dunque, perché anche un minimo passo falso potrebbe compromettere mesi di attività. E infatti l'inchiesta di Torino, peraltro solo all'inizio, è cominciata alla fine all'inizio del 2021, nell'ambito dei costanti monitoraggi effettuati sul web dalla polizia postale.  «Noi scandagliamo la rete, entrando in quegli spazi che sappiamo possano essere oggetto di interesse per i pedofili, dalle piattaforme al dark web. Il primo intervento è di selezione, questo mondo pullula di sfruttatori che promettono un certo tipo di immagini e poi girano del materiale pornografico qualunque, intascandosi i soldi. Noi entriamo laddove abbiamo notizia o il sospetto che circolino link pedopornografici. È così che abbiamo identificato il diciottenne di Bari che aveva creato un circuito dedicato, una zona protetta nella quale si entrava pagando 8 euro: siamo risaliti a lui tramite alcuni messaggi». Una volta messo a fuoco il bersaglio, si passa alla fase più ponderata e complessa, «perché si tratta di creare contatti, interagire, stabilire empatia con gli interlocutori». La difficoltà, riflette l'agente, «è proprio questa, instaurare legami, suscitare affinità, far sentire queste persone parte di qualcosa che anche tu condividi e far leva sui sensi di colpa che, inconsciamente o meno, li accompagnano come un'ombra. Di certo dentro casa non possono parlare della loro bramosia di materiale pedopornografico né, nella maggior parte dei casi, autoprodurlo». Ogni componente della task force segue un suo metodo. «Ciascuno ha la propria strategia. Io mi baso sull'empatia, uso terminologia classica del pedopornografo, parlo il loro stesso linguaggio, una mimetizzazione verbale sia nel modo in cui trattano i bambini sia come discutono del materiale».  Avviene tutti i giorni. Per mesi, per anni. «L'impatto emotivo è forte, noi abbiamo un gruppo che ci segue e ci monitora anche sotto l'aspetto psicologico. È un lavoro che non lascia insensibili, trovarsi di fronte a immagini di violenza su minori e in grande quantità mette a dura prova. Per quanto andrò ancora avanti? Nessun termine. Lo faccio da due decenni perché riesco a instaurare rapporti in rete che mi consentono di individuare queste persone. E laddove arriva la deterrenza, riusciamo ad arginare la domanda».  Un risultato che ripaga, soprattutto se oltre a catturare i carnefici si salvano le loro prede. «Noi come polizia postale siamo all'interno di una struttura che si occupa anche dell'identificazione delle vittime. Nel giro di qualche anno siamo riusciti a dare un nome al 40% dei minori, risalendo così anche a chi ha abusato di loro». Se le immagini circolano sul dark web, tutto si complica. «Del resto è nato proprio per garantire l'anonimato assoluto. Per contro, però, abbiamo uno strumento normativo molto potente: siamo l'unico corpo di polizia autorizzato dalla legge ad agire sotto copertura». È l'esperienza degli agenti a fare la differenza.  «Non esiste un profilo tipo di pedofilo, è abbastanza trasversale. Se una decina di anni fa si poteva circoscrivere a un uomo di trenta, quarant' anni, anche benestante, adesso ogni possibile classificazione sfugge. Non solo, l'età delle vittime si è abbassata tantissimo. E questo mi amareggia». 

·        Gli Stalker.

Paola Italiano per "la Stampa" l'1 dicembre 2021. «Se telefonando potessi dirti addio, te lo direi, se guardandoti negli occhi potessi dirti basta, te lo direi». E invece no: c'è chi non riesce a farlo, e non lo fa. Sono quelli che spariscono, che non chiamano perché non sanno dire, non parlano perché non sanno spiegare, evitano perché non sanno affrontare la fine di una storia. Un dissolvimento che prende il nome di «ghosting»: e che oggi si manifesta nelle molteplici forme che può avere un'assenza: non esserci vuol dire non farsi vedere, non chiamare, ma anche non rispondere alle email, rendersi invisibile sui social, nelle chat, bloccare qualcuno impedendogli l'accesso a ogni istante della vita che si decide di condividere online. Morgan ne parla il sabato sera su Rai 1: e se accendere un faro sul fenomeno è importante, si tratta però di materia da maneggiare con cura, perché si entra nel territorio della medicina, della depressione e dei disturbi della personalità. «Il ghoster sparisce da un momento all'altro, senza un motivo evidente, magari anche dopo anni di relazione», spiega Tiziana Corteccioni, psichiatra e psicoterapeuta. E bisogna subito mettere dei paletti. Il ghoster non dà nessuna spiegazione: non è una persona che dice «è finita, non ti amo più, ora smettila di cercarmi». Non dice proprio nulla. E da qui nasce la prostrazione della vittima: «Si prova una profonda rabbia, ci si sente impotenti perché non si riesce a dare una spiegazione: e allora scatta il meccanismo per cui la vittima si attribuisce la colpa di questa sparizione, comincia a pensare di aver detto o fatto qualcosa di sbagliato». La vittima si sente il carnefice, e questo provoca un'ansia che può diventare depressione, e allora serve un aiuto medico per venirne fuori. «Io finché non l'ho vissuto - ha detto Morgan sabato sera - non avrei mai immaginato che le ripercussioni potessero essere anche dei danni fisici. L'idea di non poter parlare a una persona a cui vuoi parlare ti fa mancare il fiato». 

È un terreno scivoloso e se ne rende conto poco dopo la trasmissione Roberta Bruzzone, la criminologa opinionista di Ballando con le Stelle che commenta così:

«La sofferenza per essere stati lasciati non legittima la persecuzione di chi ha deciso di non voler più avere a che fare con noi/voi. Ci sono ottimi Professionisti della salute mentale a cui rivolgersi per evitare di trasformarsi in stalker o anche peggio». 

Ma capita davvero che la vittima del ghosting, non facendosene una ragione, si trasformi in stalker?

«Nella mia esperienza no- risponde la psicoterapeuta -: se succede è perché anche la vittima ha a sua volta una fragilità».

E la cosa peggiore che può accadere a una vittima che cerca di reagire è lo «zombieing»: il fantasma riappare, torna, magari dopo anni. Quasi sempre viene riaccolto, quasi sempre sparisce di nuovo senza dire ba. Dare spiegazioni vuol dire assumersi una responsabilità. Significa trovarsi a dover gestire angoscia e rabbia. Morgan dice «Non dimenticare che hai detto ti amo a una persona, anche se non la ami più», lamentando il silenzio opposto da chi sparisce: e nessuno può dargli torto, se non fosse che a chi sparisce in questo modo non si può chiedere un comportamento razionale, perché spesso alla base ci sono disturbi della personalità. «È un comportamento tipico del narcisista - dice Corteccioni - il cui tratto distintivo è l'assenza di empatia e quindi non considerare minimamente cosa proverà l'altra persona». Insomma, il ghoster con il suo comportamento fa molti danni, ma è anche una persona che ha bisogno di un percorso terapeutico. Morgan parla anche di allarme ghosting tra i giovani: «È vero. È un fenomeno molto comune, anche perché molto di più trai ragazzi le relazioni sono digitali.

E il ghosting è uno degli effetti collaterali negativi: se da un lato diventa molto più facile incontrarsi, se stare dietro una tastiera toglie molte paure e insicurezze, dall'altro diventa anche molto più facile sparire. Il problema però è più ampio: quello che manca è un'educazione relazionale, l'insegnare come si può costruire una relazione sana che rispetti i bisogni propri, ma anche quelli dell'altro».

Luca Dondoni per "la Stampa" l'1 dicembre 2021. «Credo che su Rai1 e in prima serata non si fosse mai parlato di "ghosting" e mi fa piacere essere stato il primo. La verità è che bisogna maneggiare questo tema con delicatezza, evitando di farne uno strumento di polemica». Ma dove c'è Morgan c'è (spesso) polemica e le parole del musicista nella clip di presentazione di una esibizione nei panni di ballerino concorrente al programma della Carlucci sono state Ballando sulle Stelle era una semplice clip per presentare un'esibizione è diventato oggetto di dibattito. In studio alla trasmissione di Rai 1 c'era la criminologa Roberta Bruzzone, opinionista del programma. Non ha detto nulla in diretta, ma successivamente ha postato sui social: «La sofferenza per essere stati lasciati - ha scritto Bruzzone - non legittima la persecuzione di chi ha deciso di non voler avere più nulla a che fare con voi/noi. Ci sono ottimi professionisti per non diventare stalker o peggio». Il riferimento non è diretto, ma è implicito: Morgan è stato denunciato da una sua ex per stalking. La procura di Monza aveva chiesto per l'artista il rinvio a giudizio, ma le carte sono passate per competenza territoriale a Lecco. Il musicista si è sempre proclamato innocente. «La verità - è la controreplica di Morgan a Bruzzone - è che bisogna maneggiare questo tema con delicatezza, evitando di farne uno strumento di polemica. Se si contrappongono i pregiudizi ci rimette un attimo anziché aiutare le vittime di ghosting, acutizzare le drammatiche laceranti sofferenze di chi si trova devastato ad affrontare un'esperienza traumatica non prevista, spaventosa, che all'improvviso massacra una vita normale. Il ghosting può diventare una catastrofe dalla quale spesso, chi ci cade, non emergerà più». «Sabato a "Ballando con le stelle" - aggiunge ancora l'artista - ho proposto con delicatezza, poeticità, umiltà un momento di tv culturale che può essere socialmente utile. La dottoressa Bruzzone dovrebbe essere anche lei infastidita dal ghosting perché quando penso al modo in cui finiscono certi rapporti mi vengono in mente bruttissime sensazioni di violenza e di infelicità. Dico alla dottoressa Bruzzone che rimango disponibile per affrontare insieme a lei se fosse interessata il tema che possiamo chiamare la "violenza del silenzio" o ancora meglio il "silenzio punitivo del narcisista. Nessuno - conclude Morgan - giustifica chi opera dello stalking, ma ne indaga l'origine per evitarlo e prevenirlo. Nel caso del ghosting se si chiama "stalker" una persona che ha bisogno e vuole parlare con chi lo ha lasciato mentre invece non si indaga il fatto che possa essere ferito e disperato anche qui si fa un errore».

Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 12 novembre 2021. Petulanza, termine molto ampio che indica tanti comportamenti: "insistenza fastidiosa" dice il grande dizionario Battaglia, ma anche "pretesa eccessiva, richiesta insistente" e perfino "atto violento e sedizioso". Tutti abbiamo subito (e forse anche esercitato) comportamenti petulanti, ma adesso abbiamo un'arma in più per arginarli: una sentenza della Cassazione che ha condannato a due mesi di carcere un quarantanovenne residente nella provincia di Novara, il quale mandava raffiche di messaggi alla moglie, dalla quale si stava separando. Non volendo rassegnarsi alla rottura della relazione, cercava in ogni modo di contattare la donna, di coinvolgerla in scambi ossessivi che spesso sconfinavano nell'insulto. Ma già nel 2020 la Corte d'Appello di Torino aveva scartato l'ipotesi di stalking, perché l'uomo non provocava "un grave stato di timore e ansia" nella moglie (donna, evidentemente, di forte tempra), e il suo reato era piuttosto quello, più lieve, di "disturbo alle persone", che prevede l'arresto fino a sei mesi. Così, i giudici torinesi motivarono la condanna del marito per il «carattere molesto del continuo invio di messaggi, ammesso dallo stesso imputato, non rassegnatosi alla fine del matrimonio con la donna, e quindi sull'indubbia volontaria petulanza degli stessi». Ora la Cassazione ha confermato la lettura della Corte d'Appello, ricordando che, in stretti termini giuridici, la petulanza indica «un modo di agire pressante e indiscreto» oppure «un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nella altrui sfera di libertà». Decisivi per il processo sono stati gli screenshot prodotti in grande quantità dalla ex moglie del condannato, dove lei peraltro, quando lui la aggrediva, gli rispondeva per le rime ma, hanno stabilito i giudici, era una mera «reazione al comportamento del marito». Insomma, legittima difesa all'assalto verbale di lui. Il fatto, come si vede, non è di eccezionale gravità: in questo caso la lite tra i coniugi non è degenerata in atti efferati, come purtroppo accade, e nemmeno si è arrivati allo stalking. Ma la suprema corte, condannando un uomo per petulanza, fissa un precedente notevole dal momento che moltissimi, vittime di comportamenti simili, pensano che non ci sia altro da fare che far perdere le proprie tracce, cambiare numero di telefono o l'account di posta elettronica, sparire dai social o bloccare l'interlocutore "petulante". Invece no, se ci sono gli estremi - il "carattere molesto del continuo invio di messaggi" per dirla con i giudici -, si può sporgere denuncia. Il tipo del petulante, infatti, è uno strano personaggio: a prenderlo con le buone si rischia solo di incoraggiarlo. Perché normalmente è qualcuno che vuole comunque affermare il suo punto di vista, non è disposto ad alcuna mediazione e, soprattutto, non sa contenere le proprie passioni. Pertanto non sono le risposte ai suoi insulti o i tentativi diplomatici di avviare un dialogo civile che possono risolvere la situazione, continuerà ad accerchiarvi con ossessionanti richieste e recriminazioni. Un bombardamento che, specialmente se attuato da persone con cui si ha avuto una relazione intima, può essere molto logorante per la propria psiche. Bene dunque che intervenga la magistratura, con la sua autorevolezza e i suoi potenti mezzi di dissuasione, a fermare l'esercito di petulanti che non cessano mai di digitare chilometrici messaggi di accuse o ritorsioni ai loro ex, o a coloro con cui vorrebbero avere una relazione, ma non sono ricambiati, e non si rassegnano al rifiuto. Si dirà che con questa sentenza si aprirà la diga a un profluvio di denunce per "petulanza", un po' come è accaduto quando venne codificato il reato di stalking. Ma anche se così fosse confidiamo che i magistrati sapranno valutare caso per caso, distinguendo le normali tensioni nelle relazioni, gli scatti di nervi, le schermaglie di rito, da un comportamento che provoca realmente una molestia, volontaria e insistente, e che sia a senso unico, cioè sempre da una parte contro un'altra. Del resto la giurisprudenza deve tenere conto del fatto che con i telefonini, i social, le applicazioni che ci rendono sempre contattabili, e dunque potenziali bersagli, le relazioni possono davvero diventare fagocitanti e ossessive. Insomma è un po' anche la conseguenza del nuovo modo di comunicare, a distanza ma sempre raggiungibili dalla freccia avvelenata.

Andreina Baccaro per corriere.it il 16 giugno 2021. Telefonate anonime, citofonate nel cuore della notte, consegne di pizze non richieste, anche venti in una stessa sera e l’iscrizione a un’agenzia matrimoniale. Vessazioni andate avanti per un anno e mezzo e dietro le quali nessuno immaginava ci fossero due carabinieri. Che adesso rischiano un processo. La vittima di quegli scherzi, un avvocato bolognese che li aveva conosciuti e frequentati, per la prima volta racconta lo stato d’ansia vissuto in quel periodo. I due imputati, accusati di stalking, falso e abuso d’ufficio, si sono sempre difesi sostenendo di aver fatto solo una goliardata, ma per la vittima non fu così. L’avvocato, ignaro che dietro la cornetta del telefono ci fossero proprio i due conoscenti in divisa, si era rivolto a loro, che però secondo l’accusa lo convinsero ad omettere dalla denuncia alcuni episodi e mandarono un’informativa falsa al pm. Il pubblico ministero Stefano Dambruoso ha chiesto il rinvio a giudizio e lunedì 21 giugno il gip Sandro Pecorella emetterà il verdetto, su una vicenda che è già stata interpretata da diversi punti di vista in sede giudiziaria: la Cassazione ha respinto l’interdizione dal servizio per sei mesi, riqualificando i reati, mentre il Tar ha respinto il ricorso dei carabinieri contro la sospensione disciplinare. 

Avvocato, perché aveva deciso di denunciare?

«Perché la cosa andava avanti da troppo tempo, era intollerabile dover continuare a coesistere con questa situazione inaccettabile. Nel 2019 ho deciso di presentare la denuncia che avevo preparato ma tenuto ferma. Gli indagati mi avevano convinto a non depositarla, ma poi l’ho formalizzata perché non vedevo altro modo di far cessare tutto. Non è che mi aspettassi niente, pensavo fosse impossibile risalire agli autori». 

Quando poi ha scoperto chi c’era dietro cosa ha pensato?

«Non potevo di certo immaginarlo, ho fatto fatica a crederci per molto tempo. Aldilà dell’amicizia, io e mia moglie vivevamo già molto isolati all’epoca per via di problemi familiari, mi rifiuto di pensare che un carabiniere possa fare una cosa del genere. Non è stato facile accettarlo, un carabiniere aiuta, come fanno tanti. Mi rivolgevo anche a loro quando avvenivano questi episodi, li informavo». 

È possibile che i due indagati non si siano accorti che lei non stava vivendo tutto questo come uno scherzo?

«Lo escluderei, lo scherzo si fa per condividerlo con la vittima. Io per queste persone ero diventato un lavoro, hanno trovato pizzerie disposte a fare consegne ripetute nella stessa sera. Ma poi non capisco la ratio: vede, se un amico le fa uno scherzo poi lo condivide con lei, ride con lei di lei e di se stesso e poi si ricorda come un episodio piacevole. Mentre chi è ignoto e tale rimane non può fare questo, io escludevo che fosse una cosa benevola, mi ero convinto che fosse qualcosa di pernicioso perché lo scherzo è fatto da una persona che si conosce e si frequenta mentre lo sconosciuto non può apprezzare l’impatto, il disagio che provoca. Per un certo periodo ho cambiato gestore telefonico, poi dopo non rispondevo più al telefono. Senza considerare i contraccolpi nel quadro familiare: mia moglie mi diceva “ma che mostro ho sposato? Perché qualcuno ci ha preso di mira? Cosa hai combinato?”. Non riuscivo proprio a capire chi potesse essere». 

Cosa si aspetta adesso?

«Nulla, non ho certamente intenzioni vendicative. La legge è uguale per tutti, così come le garanzie difensive, la legge deve essere sinonimo di giustizia anche se processuale. Non mi aspettavo un epilogo così, a me bastava starmene in pace, non dovermi confrontare con queste cose».

Matteo Salvini, minacce di morte alla figlia: "Le faccio schizzare fuori il cervello". Ma la denuncia cade nel vuoto. Libero Quotidiano il 12 giugno 2021. Matteo Salvini non è nuovo a minacce e insulti pesanti sui social, dove è molto esposto ormai da anni. Il segretario della Lega riesce ormai a non dare più peso agli hater che infestano i suoi profili, da Twitter a Instagram passando per Facebook. C’è però un caso piuttosto particolare che gli ha fatto storcere il naso, al punto da renderlo pubblico ai suoi sostenitori. Si tratta di minacce, destinate sia a lui che alla figlia, da parte di un utente che su Instagram si fa chiamare Soldato ariano anti salvinista. “Guardate com’è bella la mia principessina - aveva scritto l’anonimo lo scorso ottobre - altro che la figlia infame di Salvini (che non può che essere infame quasi quanto lui), spero che un giorno sua figlia crepi”. Non contento, l’uomo aveva poi aggiunto frasi ancora più gravi in un successivo commento: “Salvini a tua figlia le faccio schizzare fuori il cervello, fatti i ca*** tuoi, l’ultimo avvertimento… ti sgozzo vivo se ti esprimi in campi in cui non sei esperto e non parlarmi di cultura che qualche secolo fa eravate come animali”. Salvini aveva denunciato questo utente anonimo, ma senza ottenere assolutamente nulla: “Il profilo di questo anonimo ‘signore’ è ancora attivo, dopo mesi dalla denuncia di queste minacce deliranti e vomitevoli, a una bimba di 8 anni, e la ‘giustizia’ italiana non ha ancora fatto e ottenuto nulla. Ma non ha ancora fatto e ottenuto nulla. Tanti di voi sono stati sospesi per un post o un aggettivo non gradito… Viva la democrazia e la libertà. Sempre”. 

La falla nel sistema giudiziario: gli stalker liberi di diventar incubo. Il criminologo clinico Paolo Giulini spiega quali sono le caratteristiche dello stalker e come reagire di fronte ai suoi comportamenti ossessivi. Sofia Dinolfo - Sabato 20/02/2021 - su Il Giornale. Sono tante le storie di stalker che perseguitano le proprie vittime, impedendo loro di avere una vita normale. Si tratta di individui, sia uomini che donne, legati a un’altra persona da un rapporto affettivo o professionale durato per un certo periodo di tempo e che ha avuto una fine. Proprio la fine di quel rapporto è qualcosa che non viene accettata dallo stalker, che cerca quindi di avvicinarsi alla vittima a qualsiasi costo pur di riallacciare il precedente legame. Quali sono i tratti che caratterizzano la figura dello stalker? Ne abbiamo parlato con Paolo Giulini, criminologo clinico e presidente della cooperativa Cipm.

Chi è lo stalker e quali sono le caratteristiche che lo contraddistinguono?

"Non esiste un singolo profilo psico-comportamentale dello stalker, perché si tratta di individui che esibiscono una gamma molto larga di comportamenti. Diciamo che perseguitare la vittima costituisce un po' il mezzo per soddisfare la propria pulsione aggressiva, quando non è erotica. La condotta di questi soggetti non si manifesta attraverso una violenza effrattiva con lesioni del corpo, ma sadica nel rendere succube chi la subisce. Diventare l’incubo di chi viene perseguitato è la modalità dello stalker. Si tratta di un'aggressività bianca, fredda, spesso congelata. Nei casi che abbiamo seguito si vedono persone che compiono uno stillicidio di atti che colonizzano la mente della vittima. Gli aspetti tipici emotivi dello stalker sono l’orgoglio, la speranza e la rabbia. L’orgoglio deriva dal fatto che lo stalker non vuole essere abbandonato. La speranza è legata all’illusione di mantenere un legame e la rabbia è il senso che emerge dall’abbandono e dalle sue conseguenze".

Quali sono i meccanismi che scaturiscono nella mente dello stalker? Perché tormentare la vittima?

"Lo stalker, in particolare quando le persecuzioni avvengono nelle relazioni affettive, è generalmente incapace di fronteggiare un rifiuto in modo efficace, e dunque l'idea di rinunciare a qualcuno con cui ha avuto una relazione. Poi perseguita la vittima per alleviare questa angoscia, per riempire il vuoto o per sfogare la propria collera. Torniamo quindi ai tre aspetti: orgoglio, speranza e rabbia. Si evita la sofferenza prodotta dalla separazione attraverso la molestia inflitta. Nella nostra esperienza vi sono anche situazioni meno frequenti di condotte persecutorie, agite alla ricerca di un contatto intimo con persone non conosciute. In questi casi, le insistenze e le molestie scaturiscono o da veri e propri stati deliranti o da fissazioni, spesso connesse a disturbi evolutivi e all’impossibilità di accettare un rifiuto".

Come scatta la scintilla?

"Ci sono tre fattori. Innanzitutto lo stalker addossa alla vera vittima la colpevolezza della chiusura del rapporto mentre, allo stesso tempo, lui crede di essere la vittima. Poi c’è un fattore predisponente presente in questo soggetto, e che è collegato a una patologia dell’attaccamento sviluppata durante la crescita. Spesso e volentieri si tratta di un soggetto che si è sentito insicuro, trascurato nella relazione affettiva in fase evolutiva. Poi c'è un fattore precipitante, ovvero la perdita significativa di quella persona che gli è stata accanto e che diventerà poi la vittima. Lo stalker, da quel momento, avverte la necessità di dare un senso a quell’abbandono con azioni che poi si ripetono sfociando in una sorta di violenza sadica, che porta a rendere l'altro succube. Si tratta nella maggior parte dei casi di soggetti che non riescono ad accettare l’abbandono del partner o di un’altra figura significativa e attuano una vera persecuzione nel tentativo maldestro di stabilire questo rapporto o vendicarsi".

Ma lo stalker si rende conto di essere tale o no?

"L’autore di atti persecutori, soprattutto quando queste condotte sono commesse nell’ambito delle relazioni affettive o di un contatto intimo desiderato con qualcuno di poco conosciuto, ha la consapevolezza di rendere succube la sua vittima, di diventare il suo incubo e ne prova piacere. In questo modo riesce ad appagare l’orgoglio, sfogare la rabbia e mantenere viva la speranza di poter recuperare il rapporto. Proprio quella speranza è l’aspetto pericoloso del comportamento persecutorio".

C'è una prevalenza di stalker maschili o femminili o si equivalgono?

"Ci sono delle ricerche americane del 2002 che ci dicono che gli stalker sono prevalentemente una figura maschile e che solo l’11% sono donne. I dati più recenti ci dicono che la percentuale delle donne è del 10%".

Perché sono più i maschi?

"La violenza in generale è un fenomeno al maschile. La violenza relazionale è spesso un aspetto tipico dell’uomo e della sua difficoltà di integrare i cambiamenti della nostra civiltà, dove il ruolo della donna è cambiato con una maggiore autonomia ed emancipazione. Credo che nella grande maggioranza dei casi questi uomini abbiano una barriera d’orgoglio smisurato, che pesa sulle loro relazioni affettive".

Che differenza c’è tra il profilo maschile e quello femminile di queste personalità? Ci sono modalità di azione differenti?

"Le azioni delle donne sono più sottili e legate a una dimensione comunicativa, attraverso il sistema delle chat nei social. L'uomo è più fisico, è più presente nei luoghi con gli inseguimenti e i pedinamenti".

Gli atti persecutori si hanno solo nei confronti del partner?

"Oltre alla figura del partner che ha interrotto il rapporto, lo stalker può indirizzare i suoi comportamenti ossessivi verso altre persone con le quali ha avuto dei legami non sentimentali, come ad esempio i colleghi di lavoro o un medico curante".

Sono persone che possono essere recuperate?

"Non si tratta di persone malate, che non hanno competenza di quello che stanno facendo, ma sicuramente sono persone vulnerabili. Questo vuol dire che sono responsabili e devono pagare la pena, non possono essere giustificati. Però le loro vulnerabilità devono essere intercettate e trattate. Una volta che il sistema penale punisce queste persone, deve anche offrire loro dei percorsi specifici per trattare gli aspetti dello psichismo che hanno favorito questi comportamenti. Diversamente, scontata la pena, chi viene condannato per atti persecutori avrà ancora la convinzione di essere vittima e tornerà ad attuare quei comportamenti sbagliati. Il metodo più efficace per aiutare queste persone a comprendere come doversi comportare è il trattamento di gruppo. Non parlo di terapia, perché non siamo di fronte a una malattia, parlo di un trattamento clinico criminologico, perché si fa su persone che con la loro condotta hanno provocato sofferenza ad altre persone".

La vittima come può affrontare uno stalker?

"La vittima deve avere dei comportamenti non ambivalenti ma è molto difficile. Spesso le vittime utilizzano come mezzo di difesa dei meccanismi che sono speculari a quelli dei loro stalker. In esse spesso sorge il senso di colpa, la vergogna di essere bersaglio di comportamenti di questo tipo e hanno difficoltà a parlarne. Invece devono raccontare tutto a persone di fiducia o anche alla polizia e interrompere qualsiasi forma di comunicazione con lo stalker".

·        Scomparsi.

Da leggo.it il 27 novembre 2021. Guerrina Piscaglia, la donna scomparsa nel 2014 a Ca' Raffaello, in provincia d'Arezzo, sarebbe ancora viva. Per l'omicidio è stato condannato a 25 anni di carcere dalla Corte di Cassazione il prete congolese Gratien Alabi, noto come Padre Graziano, ma ora il suo legale, Riziero Angeletti, svela dei dettagli che potrebbero fare nuova luce sul caso. L'avvocato, intervenuto a Pomeriggio Cinque ha spiegato che la donna si troverebbe in un piccolo paese francese, al sicuro, dentro un convento. Angeletti racconta di aver ricevuto una segnalazione da una sensitiva, per questo sarà necessario fare tutte le verifiche del caso, ma pare che la donna sia a conoscenza di dettagli molto importanti della vicenda. «Sto lavorando per avviare l'iter di un'ipotesi di revisione», ha aggiunto a Pomeriggio Cinque, «andrò in prima persona in Francia, nel luogo che mi è stato indicato con precisione da questa donna che mi ha contattato», ha poi concluso

"Saluti, al prossimo omicidio". La firma del "mostro" sui bimbi morti. Francesca Bernasconi il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. Tra il 1992 e il 1993, due bambini di 4 e 13 anni vennero uccisi nella zona di Foligno. Due bambini uccisi, un messaggio che annuncia morte e una firma che fa tremare i polsi: "il mostro". Tra il 1992 e il 1993 Foligno venne sconvolta dalle barbarie di Luigi Chiatti, il giovane che ammazzò Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13. Venne catturato dopo il secondo omicidio e condannato a 30 anni di carcere, perché riconosciuto seminfermo di mente. Ora è in custodia in una Rems, ma i giudici e gli psicologi lo considerano ancora "socialmente pericoloso".

La scomparsa di Simone

Quella domenica si festeggiava san Francesco, un santo particolarmente caro a Foligno e, in generale, a tutta l'Umbria. Era il 4 ottobre del 1992. Il piccolo Simone Allegretti, figlio del benzinaio, stava giocando con la bicicletta vicino a un albero di noce nella campagna accanto a casa sua, a Maceratola. Dalla casa si percepiva la sua presenza. Poi, a un tratto, il silenzio. Simone era sparito. Immediate le ricerche, con decine di poliziotti, vigili del fuoco e carabinieri che, aiutati da due elicotteri e dalle unità cinofile, setacciarono la zona. Di Simone però nessuna traccia. Come riportò l'Unità al tempo, vicino all'abitazione degli Allegretti vennero ritrovati abbandonati "la bicicletta del bambino, il sacchetto delle noci che aveva raccolto e le pantofole della nonna che Simone amava calzare". Per gli inquirenti tutte le piste potevano essere valide, dal rapimento alla disgrazia. La famiglia invece escluse subito la possibilità che Simone si fosse avventurato da solo verso il fiume, perché in grado di riconoscere i pericoli della campagna, e che fosse stato rapito a scopo di estorsione. L'ipotesi più probabile fin da subito fu quella di un rapimento da parte di sconosciuti, senza però l'intenzione di chiedere un riscatto. Ma chi poteva aver portato via Simone? La risposta arrivò un paio di giorni dopo, quando nella cabina telefonica di fronte alla stazione venne ritrovato un biglietto: "Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora anche se non mi fermerò qui", lessero gli inquirenti sul foglio bianco lasciato sotto al telefono. L'autore del messaggio, riportato da Misteri d'Italia, ammetteva di aver rapito e ucciso Simone Allegretti e indicò il luogo nel quale gli inquirenti avrebbero potuto trovare il corpo: "Si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. È nudo e non ha l'orologio con cinturino nero e quadrante bianco". Sotto l'autore aveva aggiunto anche un post-scriptum: "Non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti". Ma le parole più agghiaccianti spiccavano nero su bianco in fondo alla pagina: "Saluti, al prossimo omicidio". Gli inquirenti si recarono sul posto indicato nel biglietto, per verificare quanto scritto e lì, con il viso seminascosto dalle foglie, venne trovato il corpicino nudo di Simone. Poco lontano vennero individuati anche i suoi vestitini. L'autopsia, come riportò l'Unità, accertò che Simone venne ucciso con alcuni colpi alla gola, effettuati con "un punteruolo oppure un cacciavite".

Il "mostro" a Foligno

Il messaggio che aveva indicato il luogo in cui trovare il cadavere di Simone recava una firma agghiacciante: "Il mostro". Così, a Foligno, si diffuse la paura. Nel frattempo, gli inquirenti si misero sulle tracce dell'assassino. Un poliziotto propose di mettere una telecamera fissa sulla tomba del piccolo Simone: il mostro poteva essere rimasto legato alla sua vittima e tornare a fargli visita. Ma il team chiamato per risolvere la vicenda optò per l'istituzione di un numero verde, con l'intenzione di aprire un canale di comunicazione con l'omicida. E il 13 ottobre, alle 14.37, una telefonata insospettì le forze dell'ordine: "Sono Stefano - diceva qualcuno all'altro capo del filo - sono io quello che cercate". Il giorno dopo, lo stesso uomo richiamò e fornì un dettaglio che fece gelare il sangue agli uomini che indagavano sul caso: Stefano sostenne di aver provocato a Simone una bruciatura di sigaretta dietro l'orecchio sinistro e, guardando le foto del corpo del piccolo, si scoprì un'abrasione tondeggiante proprio in quel punto. Poi, il 17 ottobre, l'uomo richiamò e la polizia riuscì a rintracciare la telefonata: proveniva da un'agenzia immobiliare di Melzo, vicino a Milano. Lì ci lavorava un certo Stefano. La sera stessa gli inquirenti lo fermarono. L'uomo si autoaccusò dell'omicidio e confessò di essere il mostro. Ma le contraddizioni nei suoi racconti erano diverse e, in più, alcuni testimoni affermarono di aver trascorso con lui la giornata. A scagionarlo del tutto ci pensò il vero mostro che, giovedì 22 ottobre, lasciò un altro biglietto, ritrovato nella cabina telefonica del piccolo aeroporto di Foligno. "Aiuto non riesco a fermarmi - lessero gli inquirenti - L'omicidio di Simone è stato un omicidio perfetto [...] analizziamo i fatti: 1) io sono ancora libero; 2) avete in mano un ragazzo che non ha nulla a che fare con l'omicidio; 3) non avete la mia voce registrata perché non ho effettuato nessuna telefonata. Quindi chi dice che ho telefonato al numero verde sbaglia; 4) le telecamere non mi hanno inquadrato durante il funerale, perché non ci sono andato". E aggiunge: "Siete fuori strada". Stefano allora non è il mostro che Foligno cerca da settimane. A quel punto l'uomo che si era autoaccusato dell'omicidio crollò e ammise di essersi inventato tutto.

Un altro omicidio

Il messaggio lasciato dal mostro, oltre a scagionare Stefano, aggiungeva un'informazione inquietante. "Vi consiglio di sbrigarvi evitando altre figuracce - lessero le forze dell'ordine sul foglio - Non poltrite. Muovetevi [...] perché vi ho scritto di sbrigarvi? Perché ho deciso di colpire di nuovo la prossima settimana". Così il mostro annunciò il suo prossimo omicidio. La settimana dopo però non successe nulla. Ma l'8 aprile del 1993, la madre di Simone si accorse che la foto sulla tomba del figlio era scomparsa: l'uomo lo aveva ucciso era tornato, come ipotizzato dal poliziotto, ma non c'era nessuna telecamera a riprenderlo. Poi il 7 agosto del 1993 l'incubo tornò. Erano le 10 del mattino quando Lorenzo Paolucci, 13 anni, uscì dalla casa di Casale in sella alla bicicletta. Disse al nonno che avrebbe fatto un giro, ma sarebbe tornato per l'ora di pranzo. Ma, passate le 12, di Lorenzo non c'era ancora nessuna traccia e i familiari diedero l'allarme. In un attimo la mente corse al 4 ottobre precedente, quando Simone scomparve. Immediate le ricerche alle quali parteciparono squadre cinofile, agenti di polizia e abitanti della zona. Poi, nel bosco sopra il paese, la triste scoperta: il corpo di Lorenzo giaceva a terra, con "il viso coperto di sangue e un'orrenda ferita alla testa", secondo quanto scrisse l'Unità. Il mostro aveva prestato fede alle sue parole e aveva colpito di nuovo. Questa volta però qualche traccia la aveva lasciata: dal cadavere del piccolo infatti partiva una scia del terreno (forse dovuta al trascinamento del corpo) lungo la quale vi erano anche alcune tracce di sangue e un orologino. Seguendola, gli inquirenti vennero condotti fino alla casa delle vacanze di un medico di Foligno. In quei giorni nell'abitazione era presente il figlio 24enne, Luigi Chiatti. Luigi, nato come Antonio Rossi, era stato adottato dal medico e dalla moglie quando aveva 6 anni e gli era stato cambiato il nome. Fino a quel momento il bambino aveva vissuto in un orfanotrofio. Quando la polizia raggiunse la casa di Chiatti si accorse che il pavimento del salone era stato lavato da poco. "In serata, un fermo - scrisse l'Unità - un ragazzo di venti anni, forse figlio di un medico o di un farmacista. Di lui non si sa ancora niente. Salvo il fatto che lo stanno interrogando da ore". Ma Luigi Chiatti continuava a negare. Uun testimone riferì di aver visto aver visto un uomo buttare due sacchi in alcuni cassonetti: dentro, gli inquirenti trovarono abiti insanguinati e la foto della tomba di Simone. Il testimone riconobbe Chiatti come la persona che aveva buttato i sacchi. A quel punto Luigi crollò.

La confessione

Luigi Chiatti confessò di essere il mostro di Foligno e di aver ucciso sia Simone che Lorenzo. "Quando ho ucciso Simone vivevo ormai da un pezzo in solitudine e questo aveva fatto crescere dentro di me la necessità di una compagnia", riferì l'uomo nel corso degli interrogatori, riportati da Misteri d'Italia. Quella domenica, ricordò Chiatti, "mi sono ritrovato solo in casa. I miei genitori erano in gita. Mi è venuta voglia, di nuovo, di cercare bambini. Sono uscito con la Y10 e ho battuto la strada tra Bevagna, Budino e dintorni e mi ero quasi stancato quando mi sono trovato a percorrere la strada Foligno-Maceratola. A un certo punto, ho visto un bambino che se ne stava sotto un albero, al quale era appoggiata una bicicletta". Quel bambino era Simone. "Gli ho domandato, con calma e senza insistere, di avvicinarsi", continuò Chiatti, che disse poi di averlo portato a casa sua e di averlo fatto entrare in camera. "Ho chiuso la porta, ma non a chiave. Ma Simone mi ha chiesto di riportarlo a casa". Il mostro non raccolse la preghiera del piccolo e gli fece togliere i vestiti. Il bimbo iniziò a piangere e a chiamare la mamma: "Mi preoccupavo che i vicini sentissero e così ho avuto l'impulso di fermarlo e non so perché l'ho fatto mettendogli una mano sulla gola, comprimendola in modo da farlo respirare ancora, ma da impedirgli di piangere [...] Mi è parso che l'unica strada fosse ucciderlo e ritenevo seriamente che quella fosse la miglior soluzione anche per lui". Luigi Chiatti ammise anche di essere l'assassino di Lorenzo: "La mattina di sabato 7 agosto mi sono alzato presto, verso le 6, come per altro mio solito, sono rimasto in casa a riordinare e a guardare la tv fin verso le 10.30, ora in cui Lorenzo mi ha chiamato dalla finestra. L'ho fatto entrare e ci siamo messi a parlare: ricordo che mi ha detto che da grande voleva fare il manager. Avremo discusso 7-8 minuti, poi gli ho proposto di giocare a carte, come avevamo fatto altre volte nella sala giochi del paese". Poi, durante il gioco, l'omicidio: "In un lampo, ho preso la decisione di colpirlo - raccontò Chiatti -Mi sono voltato, ruotando verso la mia destra e afferrando sul mobile una specie di forchettone infilato in un fodero di legno. Mi sono rivoltato mentre lui mi dava ancora le spalle, gli ho messo la mano sinistra sulla bocca e, con la destra, l'ho colpito da dietro, sul collo". Nel corso degli interrogatori prima e del processo poi, l'uomo rivelò anche un agghiacciante progetto: "Già prima dell'omicidio di Simone - spiegò - avevo maturato l'idea di scappare di casa e di rapire due bambini molto piccoli, un anno o poco più. Li avrei tenuti con me per la durata di sette anni". Per questo Chiatti comprò diversi abiti da bambino e cercò di individuare un luogo isolato dove attuare il suo piano. Il mostro di Foligno era stato smascherato.

La condanna

Il 1 dicembre 1994 iniziò il processo a carico di Luigi Chiatti. Durante le udienze l'uomo ripetè in aula quello che aveva dichiarato nel corso degli interrogatori, descrivendo gli omicidi di Simone e Lorenzo. Il 28 dicembre 1994 la Corte d'Assise di Perugia dichiarò "Chiatti Luigi colpevole dei reati di omicidio, sequestro, occultamento di cadavere in danno di Simone Allegretti" e lo condannò "alla pena dell'ergastolo". Inoltre la Corte dichiarò l'uomo "colpevole dei delitti di omicidio e occultamento di cadavere in danno di Lorenzo Paolucci" e condannò Chiatti a un altro ergastolo. Nel 1996 iniziò il processo d'appello, durante il quale gli avvocati della difesa invocarono l'infermità mentale. Per questo venne effettuata una perizia psichiatrica, secondo cui Chiatti era affetto da pedofilia con sadismo sessuale, un disturbo della personalità che però non limita la capacità di intendere e di volere. Al "mostro" venne quindi riconosciuta la seminfermità mentale e nell'aprile del 1996 la Corte d'Assise d'Appello di Perugia riformò la sentenza di primo grado, riducendo la pena a 30 anni di reclusione più almeno tre anni di ricovero in una struttura psichiatrica. Non solo. Come specificò l'Unità, la Corte non accolse nemmeno "la richiesta del riconoscimento della premeditazione del secondo delitto, quello di Lorenzo Paolucci" e respinse "la richiesta delle aggravanti (delitto per motivi abbietti, sevizie e crudeltà)", concedendo invece le attenuanti. Il 4 marzo 1997 la Cassazione confermò la sentenza di appello. "Con ampia e circostanziata motivazione la Corte di Assise di Appello di Perugia ha rilevato che la personalità di Luigi Chiatti è caratterizzata da un disturbo rilevante del tipo narcisista iper-vigile, con pedofilia e con tratti sadici, schizzoidi, paranoidi, ossessivi", scrisse la Cassazione nelle motivazioni, secondo quanto riportato da Misteri d'Italia, ritenendo che il disturbo rientrasse in "una vera e propria infermità psichica idonea a pregiudicare in maniera rilevante, anche se non completamente, il comportamento dell’imputato".

Mostro di Foligno libero Uccise due bimbi e disse: "Se esco, uccido ancora"

Nel 2015, come riportò ilGiornale.it, il mostro di Foligno uscì dal carcere, beneficiando dell'indulto nel 2006, ma non tornò libero. Come stabilito dalla sentenza infatti, l'uomo venne trasferito in una Rems, Residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza, dove rimase tre anni. Scaduti i termini, nel 2018 Luigi Chiatti venne considerato ancora "socialmente pericoloso" dal tribunale di sorveglianza e la sua custodia nella Rems venne prorogata di due anni. Nei primi mesi del 2021, Chiatti venne sottoposto a un altro esame, ma anche il questo caso il tribunale ritenne l'uomo pericoloso. Lo aveva detto lui stesso: "Se dovessi uscire, ho paura di rifarlo", aveva detto il "mostro di Foligno".

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo ascoltando Vasco Rossi.

Val Gardena, sparisce per vent’anni poi torna e cerca di uccidere il fratello a coltellate. Ivo Rabanser, 42 anni, era scomparso più di 20 anni fa. Inutili gli appelli su «Chi l’ha visto». Poi il ritorno e l’aggressione al fratello che si salverà. Ora si cerca di ricostruire storia e movente. Luigi Ruggera su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2021. Nessuno, a Selva Val Gardena, aveva più visto Ivo Rabanser, 42 anni, da un sacco di tempo. «Da oltre vent’anni» ripetono i compaesani. Tutti ricordano infatti che Ivo sparì all’improvviso, fuggendo di casa senza dire nulla ai familiari, che lo cercarono a lungo anche attraverso la trasmissione televisiva «Chi l’ha visto?». Invano. Di lui si era praticamente persa ogni traccia fino a sabato sera verso le 23, quando all’improvviso e inaspettatamente Ivo si è presentato alla porta della casa di suo fratello minore Martin, in strada Piciulei. Martin abita lì assieme alla moglie Monika Lardschneider e al loro figlio di 9 anni. L’esatta dinamica dei fatti è ancora al vaglio degli inquirenti, ma sembra che non vi sia stata nemmeno una discussione: Ivo Rabanser, armato di coltello, appena entrato in casa del fratello Martin si sarebbe subito avventato su di lui, colpendolo varie volte e provocandogli gravi ferite. Ha colpito solo di striscio, invece, la cognata Monika, che è riuscita a scappare dai vicini di casa, portando con sé anche il figlio, per dare l’allarme alla centrale di emergenza 112. Sul posto,dopo pochi minuti, sono intervenuti i carabinieri della stazione di Ponte Gardena e del nucleo operativo della Compagnia di Ortisei, che sono riusciti a bloccare in tempo Ivo Rabanser, evitando così che portasse a compimento l’intento omicida. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio ed è stato trasportato nel carcere di via Dante a Bolzano, dove mercoledì 2 novembre comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Emilio Schönsberg per l’udienza di convalida dell’arresto. In questa prima udienza, sempre che non preferisca avvalersi della facoltà di non rispondere, Ivo Rabanser potrebbe spiegare il motivo della sua violenta aggressione, che resta al momento oscuro. Potrebbe trattarsi di una rabbia covata durante gli anni della sua assenza da Selva, per qualche motivo personale, una rabbia che lo ha portato addirittura a tentare di uccidere il fratello. C’è chi suggerisce un movente di tipo economico, legato magari all’eredità della casa di famiglia, ma ipotizzare il movente è comunque difficile, proprio perché non si sa nulla di come e dove vivesse finora Ivo Rabanser, del quale si erano perse le tracce. La cognata Monika Lardschneider non lo aveva mai nemmeno conosciuto di persona, proprio perché lui era andato via oltre vent’anni fa. «In paese siamo molto sorpresi e rattristati per quanto accaduto, nessuno se lo poteva immaginare. Di Ivo Rabanser non si sapeva nulla da molti anni» conferma anche il sindaco di Selva Val Gardena, Roland Demetz. Nel frattempo migliorano, per fortuna, le condizioni dei due feriti, trasportati all’ospedale San Marizio di Bolzano. Monika Lardschneider era stata medicata e subito dimessa, avendo riportato solo ferite superficiali, mentre suo marito Martin è ancora ricoverato: dopo un intervento chirurgico, è comunque considerato fuori pericolo.

Luigi Ruggera per corriere.it il 3 novembre 2021. Ivo Rabanser resta in carcere per pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Lo ha deciso martedì il giudice per le indagini preliminari di Bolzano Emilio Schönsberg, che ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere per l’uomo di 42 anni che era stato fermato dai carabinieri con l’accusa di tentato omicidio, a Selva di Val Gardena nella notte tra sabato e domenica scorsi.

Mistero sul movente

Rabanser si era introdotto, senza preavviso e senza esserne autorizzato, a casa del fratello Martin e della cognata Monika, in strada Piciulei a Selva, aggredendo entrambi: ad avere la peggio era stato Martin, colpito con diverse coltellate e operato d’urgenza all’ospedale San Maurizio di Bolzano per curare una ferita vicina ad un polmone. Ora Martin è ora fuori pericolo, ma resta comunque ricoverato in ospedale. Sua moglie Monika era stata invece dimessa subito dopo essere stata medicata, in quanto aveva riportato solo delle ferite leggere. Ivo Rabanser si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha quindi voluto dare una risposta ai tanti interrogativi sulla vicenda, ad iniziare dal movente, che resta per ora oscuro. 

Gli ultimi 20 anni

Il tentato omicidio appare ancora più indecifrabile se si considera che l’aggressore era fuggito di casa oltre vent’anni fa e che da allora non aveva praticamente più avuto alcun contatto con i suoi familiari, i quali avevano anche cercato di rintracciarlo tramite degli appelli al programma televisivo «Chi l’ha visto?». Martedì si è saputo che in tutti questi anni Rabanser aveva vissuto nel Nord Italia, prima a Milano, dove era riuscito a mantenersi lavorando per associazioni che offrono assistenza a persone in difficoltà, e poi a Verona, dove avrebbe lavorato come manutentore di campi da tennis, stando a quanto ha dichiarato lui stesso. Di recente Rabanser era però rimasto senza lavoro ed era quindi probabilmente alle prese con delle difficoltà economiche. Rabanser è difeso dall’avvocata di fiducia Mara Uggè, sostituita in udienza dal suo collega Marco Boscarol: «Credo che in questa vicenda andrà approfondito il tema del disagio personale del nostro assistito — spiega Boscarol — e quindi non escludiamo che in futuro si possa chiedere una perizia psichiatrica per accertarne le capacità di intendere e di volere». Gli avvocati di parte civile, che rappresentano cioè Martin e sua moglie Monika, sono Nicola Nettis ed Ernest Cuccarollo: «Martin è fuori pericolo» confermano i due legali.

L’altoatesino Ivo Rabanser ha vissuto per oltre vent’anni come un fantasma. Andrea Priante su Il Corriere della Sera il 4 novembre 2021. La famiglia lo cercava, gli amici si chiedevano dove fosse finito e del suo caso se n’era occupato Chi l’ha visto?. E intanto lui se ne stava «nascosto» in Veneto, mescolato ai clochard che abitano un parchetto alle porte di Verona. La sua vita, scandita da tante giravolte, sarebbe potuta andare avanti così per sempre. Invece sabato sera si è presentato nella casa di suo fratello minore Martin, a Selva Val Gardena, e l’ha aggredito a coltellate, ferendolo gravemente. La cognata Monika, colpita di striscio, è riuscita a fuggire con il figlio di 9 anni e a dare l’allarme.

Il carcere e l’accusa

Ora Ivo è in carcere, con l’accusa di tentato omicidio. E da Bolzano la sua storia ha risvegliato i ricordi di chi, quel fantasma, l’ha conosciuto. «Era un senza dimora piuttosto atipico: molto colto e con grandi capacità lavorative», racconta Marco Zampese, il direttore della cooperativa «Il Samaritano» della Caritas di Verona, che offre ospitalità ai clochard. «Mai stato violento, la notizia del suo arresto ci ha lasciati senza parole. Da noi è arrivato alla fine del 2019 ed è rimasto fino al 13 marzo di quest’anno quando, senza darci alcuna spiegazione, è sparito nel nulla».

Il racconto sulla sua famiglia

Agli operatori della struttura raccontava di aver lasciato la sua famiglia all’età di 18 anni (oggi ne ha 42) per i dissapori emersi dopo la morte del padre, scomparso pochi mesi prima. «Mi sono trasferito a Milano e lì, per un po’, ho lavorato come elettricista» diceva. Giovane e col desiderio di scomparire, s’era ritrovato a vivere per la strada e i quartieri della metropoli sono diventati la sua casa per oltre dieci anni. Per trovare un riparo e da mangiare, con gli altri senzatetto si affidava al buon cuore dei volontari e così era entrato in contatto con la Fondazione Arca, che sostiene i più bisognosi e che, notando le sue capacità professionali, finì per offrirgli un posto di lavoro. «Grazie a quel che guadagnavo - raccontava Rabanser - mi sono trasferito a Legnano, dove gli affitti costano meno, e lì ci sono rimasto un paio d’anni».

La svolta: il trasferimento a Verona

Nel 2014, la nuova svolta: Ivo molla tutto e si trasferisce a Verona. Di nuovo, tra i clochard. «All’inizio dormiva in centro, poi a Bosco Buri, un parco alle porte della città», racconta Zampese. A far luce su quel periodo è Roberto Vassanelli, che all’epoca faceva il volontario per l’associazione «Gli amici di Paolo Favale» che tutte le mattine distribuiva la colazione ai poveri sotto una tensostruttura. «L’ho conosciuto nel 2014 e veniva quasi tutte le mattine. Ivo è molto riservato ma una volta mi accennò ai dissapori con i fratelli che l’avevano spinto ad andarsene. Quando gli chiesi perché non cercasse ospitalità in qualche struttura, rispose che preferiva dormire per la strada, nel sacco a pelo e con lo zaino sempre a portata, dentro il quale c’era tutto il suo mondo».

I pomeriggi nella biblioteca universitaria

Anche lui ne parla come di un senzatetto molto diverso dagli altri: «Trascorreva i pomeriggi nella biblioteca universitaria, leggendo ogni genere di libri. Sa molte cose, è sempre educato e pronto a darsi da fare. All’epoca ci dava una mano a distribuire il cibo e so che, per guadagnare qualche soldo, ogni tanto lavorava nei campi. Così, quando nel 2019 saltò fuori un’opportunità professionale, pensai subito a lui». Vassanelli è anche vice presidente del Circolo Tennis Scaligero. «Alla struttura sportiva serviva un tuttofare, per tagliare l’erba e fare piccole manutenzioni. Ivo accettò e dopo un periodo di prova fu assunto a tempo indeterminato: era bravissimo. Lo mettemmo in contatto con Il Samaritano, e trovò finalmente anche una stanza per dormire. Ero molto orgoglioso di averlo sostenuto: stava dimostrando di meritarsi la fiducia di chiunque gli tendesse la mano».

Il Covid e l’isolamento

Fu l’ennesima giravolta nella vita del «fantasma»: mentre ancora la sua famiglia si chiedeva dove fosse finito, Rabanser aveva di nuovo un lavoro e un tetto sopra la testa. A marzo del 2020, però, la butta notizia: il Covid. È rimasto per tre mesi in isolamento, all’interno della sua stanza al Samaritano. E poi, finalmente, è tornato a sistemare l’erba dei campi da tennis. «Disse che voleva trovare un appartamento in affitto» ricorda Zampese.

Il lavoro come giardiniere

Progetti che ha mandato in fumo sette mesi fa. «Un pomeriggio ci siamo salutati come sempre - spiega Andrea Bonomini, il presidente del Circolo Scaligero - disse che il giorno dopo avrebbe completato di sistemare una copertura. Non l’ho più visto». Preoccupato che si fosse sentito male, il datore di lavoro aveva raggiunto l’alloggio di Ivo: «Ma la stanza era perfettamente pulita, in ordine». Nessun indumento né effetti personali, segno che aveva pianificato di sparire. Da allora, il nulla. Fino a sabato, quando - 24 anni dopo aver lasciato la famiglia - il fantasma ha raggiunto Bolzano in bici per affrontare il suo passato. Armato di coltello.

CRISTIANA MANGANI per il Messaggero il 3 novembre 2021. Due settimane di ricerche, di angoscia, tanto che in pochi speravano nel buon esito delle indagini. Ma dopo controlli effettuati quasi porta a porta dagli investigatori, Cleo Smith, la bimba di quattro anni sparita da un campeggio in Australia, è stata ritrovata viva. Chiusa in una stanza a chiave, ma sana e salva. La notizia è stata data dalla polizia dell'Australia dell'Ovest, che ha anche spiegato dove fosse la piccola. Erano in una casa a Carnarvon. Gli agenti hanno fatto irruzione e hanno arrestato l'uomo che teneva la bimba prigioniera. «È un mio privilegio annunciare che nelle prime ore di oggi (del mercoledì ora locale australiana) la polizia dell'Australia dell'Ovest ha tratto in salvo Cleo Smith - ha detto un vice commissario - Cleo è viva e sta bene».

LA RICOMPENSA Un epilogo straordinario, dopo così tanti giorni, quasi non ci si credeva più: il commissario Fuller è scoppiato a piangere: le speranze erano poche. Cleo era sparita dal campeggio nel quale si trovava con la famiglia, e la polizia australiana aveva offerto 750 milioni di dollari per qualsiasi informazione utile al suo ritrovamento. «Qualcuno nella nostra comunità sa cosa è successo», aveva detto il capo della polizia dell'Australia occidentale. C'era un forte timore che la bambina fosse stata rapita dal momento che la tenda nella quale dormiva con i genitori e la sorellina era stata trovata aperta e il suo sacco a pelo sparito. Il pensiero è andato veloce a Maddie McCain, la bimba di tre anni, scomparsa in Portogallo e mai più ritrovata. La polizia ha anche cercato nel dark web qualche possibile traccia su Cleo e su dove potesse essere finita. Il campeggio Blowholes si trova a circa 80 chilometri a nord di Carnarvon, e la sparizione risaliva al 16 ottobre. Non era nella tenda quando i suoi genitori si sono svegliati alle 6:30, né il suo sacco a pelo, e la cerniera della tenda era stata aperta a un'altezza che la bambina non avrebbe potuto raggiungere.

LA MAMMA In queste settimane, la polizia ha confermato che le ricerche si stavano svolgendo in tutto il paese, che le forze dell'ordine interstatali e nazionali stavano aiutando nelle indagini. Il sovrintendente capo Rod Wilde ha detto che la polizia di Nine Radio aveva interrogato più di 110 persone che erano al campeggio Blowholes quella notte e che erano rimasti irrintracciati solo pochissimi dei turisti. L'ultima a vedere Cleo era stata la mamma, Ellie Smith. Aveva dichiarato alla polizia che sua figlia si era svegliata verso l'1.30 chiedendo dell'acqua prima di tornare a letto. Ieri la notizia del ritrovamento ha scatenato l'entusiasmo generale: «Questo è il risultato che tutti abbiamo sperato e per cui abbiamo pregato», il vice commissario Blanch. E il presidente della contea di Carnarvon, Eddie Smith, ha raccontato alla radio 2GB di aver realizzato che stava succedendo qualcosa quando il suo telefono ha iniziato a squillare all'impazzata. «Continuava a suonare - ha ricordato - Ho capito che era successo qualcosa di straordinario: Cleo Smith era stata trovata. Allora, ho chiamato la polizia e mi hanno detto che era vero».

Francesca Pierantozzi per "il Messaggero" il 5 novembre 2021. Terry Darrell Kelly si è presentato davanti al giudice del tribunale di Carnarvon con i piedi scalzi, una t-shirt nera, il volto semicoperto da una massa di ricci, accompagnato da un avvocato d'ufficio del servizio legale dell'Australia Occidentale per gli aborigeni, ha annuito quando gli hanno notificato il capo d'imputazione - sequestro di minore di anni 16 - non ha chiesto di poter uscire su cauzione, non si è dichiarato colpevole, si è solo rivolto gridando ai due giornalisti della tv australiana Abc: «Che ci fate qui? Attenti che poi vi vengo a cercare!».

LA PRIMA UDIENZA Terry Kelly aspetterà in carcere il 6 dicembre, quando è fissata la prima udienza sul rapimento di Cleo Smith. La piccola di 4 anni è tornata a casa, dopo 18 giorni di buio, in cui una task force ha lavorato notte e giorno per riportarla a casa. «Sta bene» ha detto la madre Ellie Smith: era stata lei a scoprire all'alba del 16 ottobre che sua figlia era scomparsa dalla tenda dove dovevano passare un week end in campeggio, in riva all'oceano, a una sessantina di chilometri da casa. Per 18 giorni, Cleo è rimasta chiusa in una villetta malandata al 18 di Tonkin Crescent di Carnarvon, a sette minuti di macchina da casa sua, a due minuti dal quartier generale della polizia che la stava cercando dovunque. Kelly aveva oscurato tutte le finestre, piazzato i suoi due cani a guardia dell'ingresso. A Cleo, però, non avrebbe fatto nessuna violenza. Secondo le prime informazioni le ha comprato pigiamini nuovi e giocattoli, le ha dato da mangiare, l'ha tenuta pulita. Su un lettino a giocare l'hanno trovata gli agenti quando hanno sfondato la porta l'altra notte. «Incredibilmente vispa e sorridente», hanno detto. Oggi un esperto psicologo inviato da Perth comincerà a interrogarla, per cercare di capire cosa è accaduto in questi 18 giorni. Tutta da verificare anche la personalità e le motivazioni di Terry Kelly. La polizia dice poco: «L'inchiesta è in corso» continua a ripetere il sergente Cameron Blaine che ha guidato la squadra che ha liberato Cleo. In tribunale, un agente si è sbilanciato dicendo che «il rapimento forse non era pianificato»: Kelly si sarebbe trovato per caso al campeggio Quobba Blowhole il 16 ottobre. Spiegazione non convincente. Gli abitanti di Brockman, il sobborgo di Carnarvon (900 chilometri a nord di Perth, in Australia Occidentale) dove è nato e sempre vissuto Terry Kelly, da solo, dopo la morte della nonna che lo ha cresciuto, sanno che è un tipo «calmo ma strano», un «solitario». Ancora di più sembrano raccontare i diversi profili social riconducibili a lui. In uno, a nome di Bratz de Luca, si dice «mezzo italiano, di mamma italiana» e sfoga tutta la sua passione per le bambole, in particolare le bambole Bratz. Una vera ossessione: «Amo le mie bambole scrive adoro portarle in giro, pettinarle, fare selfie con loro». Una foto lo riprende con due bambole in braccio: «Non c'è niente di meglio che rilassarsi in casa con le mie bambole Bratz». Di sé, dice di essere un «cocco di mamma», di avere almeno cinque figli: solo che è stata la nonna a crescerlo, e non ha mai avuto figli. Una foto mostra una camera forse quella in cui ha tenuto Cloe per 18 giorni con scaffali fino al soffitto e anche davanti alle finestre, pieni di decine e decine di bambole Bratz. S' intravede anche un lettino, con lenzuola rosa. In un altro profilo social c'è tra gli amici anche la mamma di Cleo, Ellie Smith. Lui seguiva i genitori della bimba. Tra i suoi altri amici molti profili di ragazze e ragazzine e anche di famiglie con figli piccoli che amano viaggiare. Per questo forse sapeva che quel fine settimana di ottobre avrebbe trovato la famiglia della piccola Cloe a Quobba Blowhole. A tradirlo - oltre ai vicini che lo hanno visto acquistare pannolini e caramelle - la sua auto: una videocamera l'avrebbe ripresa alle tre del mattino del 17 ottobre poco lontano dal campeggio.

FRANCESCA PIERANTOZZI per il Messaggero il 10 novembre 2021. «Io l'ho detto subito, da solo non sarebbe mai stato in grado di accudire una bambina piccola. Non ha fatto tutto da solo, qualcuno lo ha aiutato»: la vicina di casa di Terry Kelly commentava ieri su tutte le tv australiane il colpo di scena nell'affare Cleo Smith. La piccola di 4 anni è stata trovata sana e salva la notte del 3 novembre, dopo essere stata rapita il 16 ottobre dalla tenda dove era in campeggio con la famiglia, sulla costa occidentale dell'Australia. Cleo sta bene, è tornata da mamma Ellie, dalla sorellina Isla, dal patrigno Jake. Ma il caso non è chiuso. Ieri la piccola, interrogata da esperti inviati a casa sua a Carnarvon da Perth, quasi mille chilometri più a sud, ha detto che in quei 18 lunghi giorni passati nella villetta di Terry Kelly, piena zeppa di bambole Bratz che lo strano e taciturno 36enne collezionava con una passione ossessiva, a prendersi cura di lei c'era stata «anche una donna». «Veniva a casa, mi vestiva, mi spazzolava i capelli» avrebbe detto Cleo agli psicologi. La polizia di Carnarvon non ha confermato, o meglio: ha rifiutato qualsiasi commento. Ma la squadra speciale di inquirenti che aveva lavorato per trovare Cleo, è tornata di nuovo da Perth. Ieri il sergente Cameron Blaine, ormai noto a tutti, con le larghe spalle, la voce rassicurante, il primo a entrare nella stanza dove è stata trovata la bambina, è tornato nella villetta in cui aveva fatto irruzione il 3 novembre. Sono ricominciate le ricerche di indizi, di tracce di Dna. Quando avevano arrestato Terry Kelly, con l'accusa di sequestro di minore, avevano detto: «Ha agito da solo, non ci risultano complici». Ma molti abitanti di Brockman, il quartiere popolare a nord di Carnarvon, dove vivono quasi esclusivamente aborigeni, non ci hanno mai creduto. Per alcuni, ci sarebbe addirittura una rete dietro il rapimento della piccola. Altri evocano un possibile ricatto nei confronti della madre Ellie, che avrebbe avuto problemi di droga. Sono solo alcune delle voci che hanno accompagnato queste settimane. La polizia ha sempre smentito tutto, e raccontato molto poco. Nessuno ha incassato la taglia da un milione di dollari australiani promessa a chi avrebbe aiutato a trovare Cleo. Eppure, dicono, è stato un uomo, con una telefonata, a mettere gli agenti sulla pista giusta, quella della casa a Tonkin Crescent di Terry Kelly. Da quando è stata evocata la possibilità di un o più probabilmente una complice, la polizia ha solo fatto sapere di aver avviato verifiche più approfondite sui cellulari di Kelly. Ce ne sarebbero almeno tre. Uno che conferma la sua presenza vicino al campeggio la sera del rapimento, altri due trovati in casa. Particolare attenzione ieri era riservata anche a una Mazda Suv parcheggiata davanti alla casa. La proprietaria è una donna. Il sergente Blaine ha confermato che le indagini puntano ora a chiarire se qualcun altro ha preso parte al rapimento, quale sia stato il suo ruolo. «Chiunque abbia visto, incrociato, parlato, di persona o al telefono, con Terry Kelly durante i giorni del rapimento deve dircelo» ha detto ieri in tv il poliziotto: «Siamo di nuovo qui per chiarire se c'era qualcun altro con Cleo». Kelly è arrivato qualche giorno fa in manette alla prigione di Casuarina, a sud di Perth. Nuovi particolari sono emersi sulla sua vita: abbandonato a due anni dalla madre tossicodipendente, è stato cresciuto da una donna, a sua volta reduce da una vita con problemi di droga, cui erano stati tolti i sei figli. «Quel bambino è stato per un dono del cielo» diceva qualche tempo fa la donna, aborigena come Kelly, intervistata in tv. Tutti consideravano Kelly un taciturno solitario, magari un po' strano, ma mai violento. Sono stati i social a rivelare le sue ossessioni: per le bambole, ma anche per i bambini, raccontava di avere una famiglia numerosa che in realtà non esiste. «Forse non c'è nessuna donna - dicevano ieri alcuni vicini di casa - forse era solo lui, travestito».

Ecco chi è il rapitore di Cleo: tutto ciò che sappiamo. Rosa Scognamiglio il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Si chiama Terry Kelly ed è ossessionato dalle bambole. Sui social pubblicava le foto della sua famiglia immaginaria. L'uomo che ha rapito Cleo Smith, la bimba australiana di 4 anni ritrovata 18 giorni dopo la denuncia di scomparsa, si chiama Terry Kelly. Tratto in arresto nella serata di giovedì, il 36enne dovrà rispondere di reati a vario titolo tra cui quello di rapimento. Secondo quanto si apprende dal Daily Mail, Kelly sarebbe ossessionato dalle bambole e sui social è solito pubblicare foto con la sua famiglia immaginaria. Cleo è stata ritrovata 18 giorni dopo la scomparsa in un appartamento di Carnavon, in Australia Occidentale. A segnalare la presenza di uomo "solitario" che si aggirava con fare sospetto in un market locale erano stati i residenti della piccola cittadina australiana. Lo sconosciuto è stato rintracciato in un'abitazione malconcia e sporca dove la bimba era segregata da due settimane. I dective hanno raccontato che, al momento del salvataggio, Cleo indossava un pigiamino pulito, era pettinata e aveva con sé delle bambole. La piccola è stata immediatamente affidata alla madre. A circa 24 ore dall'arresto, cominciano a trapelare le prime indiscrezioni sul rapitore di Cleo Smith, il 36enne australiano Terry Kelly. Si tratta di dettagli a dir poco inquietanti e macabri. Secondo quanto si apprende da fonti a vario titolo, l'uomo avrebbe una vera e propria passione per le Bratz - delle bambole di ultima generazione - che collezionerebbe in serie. Sui social sarebbe solito condividere foto della sua famiglia immaginaria ma i vicini di casa assicurano che "non ha figli". Vive a circa 7 minuti dall'abitazione dei coniugi Smith: un bugigattolo ricoperto da sterpaglie ed erbacce. "Ho dei figli della stessa età - ha raccontato un vicino al Daily Mail - L'ho visto entrare e uscire ma non ci ho mai interagito. Questo è un quartiere molto tranquillo e riservato". Kelly è stato arrestato mercoledì sera: dovrà rispondere di diversi reati, compreso quello di rapimento. 

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Francesca Pierantozzi per "il Messaggero" il 4 novembre 2021. «My name is Cleo»: la frase apriva ieri tutti i siti d'informazione australiani, l'annuncio di una resurrezione, di un miracolo, la battuta finale di un film in cui pochi credevano. «Mi chiamo Cleo», ha detto la piccola quando gli agenti della WA, la polizia dell'Australia Occidentale, hanno buttato giù la porta della casa di legno in Tonkin Crescent, strada «polverosa» - così dicono i residenti - di Brockman, quartiere popolare sulle alture a nord di Carnavron. Cleo Smith è stata probabilmente sempre lì, chiusa a chiave, in un lettino che il rapitore aveva riempito di giocattoli, a meno di sette minuti a piedi da casa sua, dove l'aspettavano da 18 giorni mamma Ellie, il patrigno Jake, la sorellina Isla Mae.

L'INCUBO L'Australia che ha seguito giorno dopo giorno le ricerche, i piccoli indizi, il rilevamento di una videocamera, l'analisi di un rifiuto trovato per strada pensava di rivivere l'incubo di Maddie Mc Cann, sparita la sera del 3 maggio 2007 mentre era in vacanza con la famiglia in Portogallo: anche Cleo era in vacanza con i suoi la notte del 16 ottobre quando era sparita dalla tenda del campeggio di Quobba Blowholes, meno di un'ora di macchina da Carnarvon, sulle rive rocciose e semideserte dell'oceano della barriera corallina. In questi lunghissimi 18 giorni i 140 agenti della squadra che lavorava per ritrovare Cleo non hanno scartato nessun indizio, nessuna pista. Hanno scavato nella vita della famiglia, escluso che fosse coinvolta mamma Ellie, nonostante le telefonate anonime che la accusavano, scagionato il patrigno e anche il padre naturale Daniel Staines. Ad aprire la chiusura lampo della tenda e a portarla via con il sacco a pelo è stato probabilmente lui, l'uomo di Tonkin Crescent, quasi vicino di casa anche se Ellie e Jacke non lo avevano mai incontrato. La polizia non ha fornito l'identità, l'inchiesta è in corso, ma ieri a Carnavron lo chiamavano tutti per nome: Terry Kelly. Un tipo solitario, ma tranquillo, rimasto solo quando la nonna, che lo ha cresciuto, è morta. Una casa «che avrebbe bisogno di lavori grossi» diceva ieri Priscilla Milly-Milly, che abita di fronte, in cui però «non faceva mai entrare nessuno». La polizia si è limitata a dire che lo sta interrogando e che lui «collabora», che ha cercato di farsi del male appena rinchiuso in cella, ha sbattuto la testa contro la porta e le sbarre della finestra, che ha subito una perizia psichiatrica e che sarebbe «mentalmente instabile», che era «già noto in commissariato», ma niente su di lui per reati sessuali.

IN OSPEDALE Cleo sembra stare bene. Le prime immagini la ritraggono sorridente, abbracciata a un agente, poi l'incontro con la mamma e il papà, quindi in ospedale per gli accertamenti: sulla foto sorride, mangia un ghiacciolo e fa ciao con l'altra mano. Mamma Ellie ha pubblicato un post su Instagram pieno di cuori e smile: «La famiglia di nuovo unita». Lui è stato arrestato una ventina di minuti prima che gli agenti facessero irruzione in casa, era al volante della sua auto. «Non sapevamo cosa avremmo trovato dietro quella porta», ha detto il colonnello Blanch, il primo a gettare uno sguardo in quel salone, a vedere Cleo. L'ha riconosciuta subito ma gli ha chiesto per due volte il nome, prima di avere da lei la certezza che era finita, che aveva avuto ragione a ripetere davanti alle telecamere: «Andremo fino in fondo, non abbandoniamo la speranza». La taglia da un milione di dollari non andrà a nessuno, perché «a far trovare Cleo non è stata una sola persona». I vicini di Kelly si sono detti tutti sorpresi. Incredula Rennee Turner, che aveva frequentato con lui poche settimane fa un corso di formazione: «Un tipo tranquillissimo, forse un po' strano, ma mai avrei pensato che potesse fare una cosa del genere. L'ho incontrato qualche giorno fa in un negozio e in effetti mi fissava senza dire niente, ma non ci ho fatto troppo caso». Altri testimoni lo hanno visto comprare pannolini lui che non aveva figli. Altri dei dolciumi, biscotti, caramelle. Altri avevano notato che aveva messo il cane di guardia davanti a casa mentre fino allora era stato sempre sul retro. Alcuni assicurano che ha tanti profili social, e che in un uno esibisce la sua passione per le bambole, decine collezionate in casa. Forse con quelle ha giocato Cleo in questi 18 giorni. 

Aveva 60 anni. Il giallo di Giovina “Gioia” Mariano, la donna scomparsa nel nulla 4 anni fa: “Voleva vendere la casa”. Vito Califano su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Giovina “Gioia” Mariano è stata vista l’ultima volta la mattina dell’8 marzo 2017. E poi più nulla: scomparsa, perse le tracce, sparita da ormai oltre quattro anni. È il caso ancora aperto e senza risposte della donna scomparsa a Moscufo, in provincia di Pescara. “Gioia si è allontanata veramente di sua volontà, o le è successo qualcosa di tragico?”, si chiede oggi la cugina Sonia che con altri parenti sta insistendo per scoprire la verità sul giallo. Giovina Mariano aveva 60 anni quando è scomparsa. Era stata una dipendente comunale del municipio di Pescara. La chiamavano “Gioia”. L’ultimo a vederla fu suo nipote: intorno alle 8:00 del mattino di quell’8 marzo del 2017. Da allora nessuna notizia più. Il telefono da allora non più raggiungibile. Sul caso l’associazione “Penelope Abruzzo – Associazione Famiglie e Amici Persone Scomparse”, che si occupa del caso con appelli e segnalazioni, rende noto come “agli atti ci sia solo una denuncia per allontanamento”. Del caso si sta parlando più fittamente in questi giorni perché alcuni parenti hanno deciso di andare fino in fondo e hanno lanciato un appello raccolto dalla trasmissione di Rai3, condotta da Federica Sciarelli, Chi l’ha visto?, esprimendo le proprie preoccupazioni. La cugina Sonia ha spiegato che Giovina viveva sola. Dopo aver lasciato il lavoro aveva cominciato a occuparsi dei genitori. Una volta morti entrambi ha ereditato immobili e depositi bancari. Prima di allontanarsi avrebbe detto al nipote di essere in partenza per un viaggio lungo. La presidente dell’associazione “Penelope” Alessia Natali ha lanciato recentemente un ulteriore appello a tutti i conoscenti, i compaesani, gli amici e gli ex colleghi di lavoro: “Chiunque possa dirci qualcosa, qualsiasi info su sue confidenze, le sue volontà, i suoi racconti. Finché non la troveremo, non mi fermerò! La donna era alta circa un metro e sessanta, di corporatura esile, capelli scuri e di media lunghezza, indossava occhiali da vista. “Gioia il mese successivo alla sua scomparsa – continua Natali sui social – ha compiuto 61 anni, oggi ne ha 65.  Li avrebbe compiuti e ne avrebbe … chissà … non lo sappiamo. L’unica certezza che abbiamo è che Gioia aveva intenzione di vendere la casa di sua proprietà per acquistarne o forse prendere in affitto un’abitazione più piccola e adatta alle sue necessità. Gioia progettava dunque di rimanere in Abruzzo. Ha forse cambiato repentinamente idea??! Fatto è che Gioia quella casa, pur volendo, non può più venderla perché è stata venduta all’asta”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Turchia, ubriaco e dato per disperso si unisce alle ricerche per la sua scomparsa. su Il Quotidiano del Sud il 30 ottobre 2021. Un uomo ubriaco dato per disperso si è unito alle ricerche per la sua scomparsa senza rendersi conto che la persona cercata era proprio lui. È accaduto a Inegöl, in Turchia. Secondo quanto riportano i media locali e internazionali, il 50enne, Beyhan Mutlu, lo ha capito solo quando uno dei soccorritori ha urlato il suo nome. Mutlu si trovava in un locale con gli amici quando all’improvviso è sparito dirigendosi verso i boschi. Vedendo che non tornava, le persone che erano con lui hanno allertato le autorità, le quali hanno organizzato una squadra di ricerca. A quest’ultima si sono uniti anche diversi volontari. Secondo quanto riporta il Daily Mail, Il 50enne si è imbattuto nel gruppo di ricerca mentre vagava nei boschi. Si è unito a soccorritori e volontari, cercando sé stesso inconsapevolmente per ore. Finché uno dei presenti ha urlato il suo nome e lui ha risposto: “Sono qui”. Dopo aver chiarito la situazione, la polizia lo ha riportato a casa. Non è chiaro perché nessuno si sia accorto prima che la persona scomparsa era proprio lì con loro. Non è la prima volta che si verifica un caso simile. Nel 2012, una turista asiatica data per dispersa in Islanda si è unita alle ricerche per la sua scomparsa dopo non essersi riconosciuta nella descrizione diffusa dalla polizia.

È successo in Turchia. Ubriaco nel bosco si unisce al gruppo di ricerca, ma lo scomparso era lui. Redazione su Il Riformista il 30 Settembre 2021. Un cinquantenne turco, che è scomparso martedì dopo essersi allontanato ubriaco nella foresta dal suo gruppo di amici, si è unito alla squadra di soccorso che lo stava cercando, per poi rendersi conto che la persona ricercata era proprio lui. Protagonista della vicenda, raccontata dal quotidiano locale Daily Sabah e da altri media turchi, è Beyhan Mutlu che vive nella provincia nordoccidentale di Bursa.  A lanciare l’allarme e a contattare le forze dell’ordine è stata la moglie, che non aveva da ore più notizie dell’uomo.

Il 28 settembre scorso per Mutlu doveva essere una tranquilla serata tra amici, trascorsa a bere un drink in loro compagnia. Ma la situazione è degenerata. Il 50enne infatti ha alzato troppo il gomito e, dopo aver salutato gli amici con cui ha trascorso la serata, ha deciso di fare una passeggiatina in notturna, da solo in mezzo alla natura.

La moglie a tarda notte, non avendo più notizie del marito, ha provato più volte a contattarlo. Ma ogni tentativo di raggiungerlo è stato vano. Immediato l’appello lanciato dalla moglie alle forze dell’ordine turche per cercare Mutlu, scomparso da ore. Le squadre della Polizia hanno iniziato a cercare l’uomo, perlustrando il bosco dove Mutlu era stato avvistato per l’ultima volta. Incontrata per puro caso la squadra dei soccorritori che stavano cercando un uomo di cui non si avevano notizie da un po’, Mutlu ha deciso di collaborare, vagando nel bosco turco alla ricerca di quell’uomo di cui Mutlu non sapeva nulla. Ma quando i volontari hanno iniziato a gridare il suo nome, Mutlu si è confuso e ha chiesto chi stessero cercando. Dopo aver capito che il ricercato fosse proprio lui, l’uomo ha detto: “Sono qui”. Una volta che la polizia ha appreso che l’uomo si è unito alla sua squadra di ricerca, gli hanno dato un passaggio a casa.

Chi l'ha visto, il capo di Giacomo Sartori: "Le sue ultime ore di vita", il racconto scatena il sospetto. ". Libero Quotidiano il 30 settembre 2021. Perché Giacomo Sartori è andato nella zona dove è stato trovato senza vita? Voleva trovare i dispositivi che gli avevano rubato? "Quella sera ha cercato più volte di localizzare il computer aziendale”, dice il datore di lavoro a Chi l'ha visto?, il programma condotto da Federica Sciarelli su Rai tre. "Aveva il suo telefono personale. Da questo ha fatto accesso ai sistemi e ha cercato di localizzare" il dispositivo rubato. "Questa è la nostra ipotesi. Ci sono una serie di accessi molto fitti". Insomma, anche il datore di lavoro di Giacomo non crede all'ipotesi del suicidio. Ipotesi che ovviamente respingono anche i genitori di Giacomo, il ragazzo veneto di 29 anni scomparso da Milano e trovato morto a Casorate Primo, in provincia di Pavia, sei giorni dopo. "Era sereno e contento", spiegava sempre a Chi l'ha visto? la mamma, insieme al padre del giovane. I famigliari erano stati intervistati prima che il ragazzo venisse trovato morto. L’ultima volta che lo hanno sentito è stato venerdì, giorno in cui Giacomo ha fatto perdere le sue tracce. Intanto l’autopsia eseguita sul corpo di Giacomo Sartori ha stabilito che la causa della morte è il soffocamento, dipeso da un cavo elettrico legato attorno al collo e al ramo di una quercia, nel frutteto di un agriturismo. Un nuovo elemento che però non basta a sbrogliare i tanti dubbi e misteri che riguardano questo caso.

Giacomo Sartori, ritrovati il portafogli e due mazzi di chiavi del 30enne scomparso da Milano. Chiara Nava il 23/09/2021 su Notizie.it. Nel giardino di Indro Montanelli a Milano sono stati trovati il portafogli e due mazzi di chiavi di Giacomo Sartori, 30enne scomparso. Nel giardino di Indro Montanelli a Milano sono stati trovati il portafogli e due mazzi di chiavi di Giacomo Sartori, 30enne scomparso dopo essere rimasto vittima del furto del suo zaino. Dopo il ritrovamento della macchina di Giovanni Sartori, sono stati trovati anche il portafogli e due mazzi di chiavi, nel giardino Indro Montanelli di Milano. Lo ha riferito l’associazione Penelope, sempre in collegamento con la famiglia del 30enne scomparso nel nulla dopo aver subito un furto in un’enoteca zona Porta Venezia a Milano. Per la seconda volta gli avevano rubato il computer aziendale, il portafoglio e altri effetti personali. La sua auto è stata trovata ieri, 22 settembre, in un’area verde usata come parcheggio in un agriturismo tra Casorate Primo e Motta Visconti. Al suo interno era presente un biglietto di non pagamento del casello autostradale. Nelle ultime ore molte persone hanno segnalato all’associazione Penelope un ragazzo molto simile a Giacomo nella stazione di Torino. Sono subito scattati gli accertamenti ma il fratello ha confermato che non si tratta di lui. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire quello che è accaduto. L’unica cosa certa è che l’ultima cella che ha agganciato il suo telefono è a Motta Visconti. Nessuno sa perché si trovava lì, visto che non era mai stato in quelle zone. Secondo le forze dell’ordine potrebbe aver deciso di seguire il segnale del computer tramite un’applicazione sul telefono. Giacomo al telefono con la famiglia era molto scosso per il furto subito, ma nessuno avrebbe mai immaginato che potesse scomparire. L’associazione Penelope ha confermato che Giacomo non si era mai allontanato da casa senza dare sue notizie. La famiglia ha smentito qualsiasi ipotesi di disagio o malessere. Il ragazzo non aveva mai manifestato atteggiamenti che possono far pensare ad un allontanamento volontario da casa. Su Facebook è nata una pagina con tutte le informazioni utili per trovare Giacomo Sartori. Sono state condivise foto e altri dettagli utili alle ricerche. 

DA leggo.it il 22 settembre 2021. Ore di forte apprensione per Giacomo Sartori, il trentenne di Mel nel bellunese del quale si sono perse le tracce venerdì sera a Milano. Il giovane, dopo essere uscito da un bar dov’era con gli amici, è scomparso nel nulla. Non ha più fatto rientro nel suo appartamento, non ha più contattato amici e famigliari ed ha spento il telefono. Da diversi anni vive a Milano e dal febbraio scorso aveva intrapreso un nuovo percorso professionale nell’azienda Software di Assago, dove svolgeva il lavoro di tecnico informatico. A raccontare le ultime ore di Giacomo prima della scomparsa è il fratello Tommaso. «Venerdì sera si è recato in un bar a Milano con alcuni amici. Aveva appoggiato lo zaino a terra; al suo interno teneva il portafoglio, i documenti e il computer aziendale. Qualcuno glielo ha rubato e ci era rimasto molto male». Giacomo ha poi lasciato il bar da solo, intorno alle 23.30, e da quel momento è scomparso nel nulla. Non ha più fatto rientro nel suo appartamento. L’ultimo accesso su WhatsApp risale alle 2.30, poi non ha più acceso il telefonino, anche se dovrebbe averlo con sè in quanto non era nello zaino sottratto. La famiglia è stata allertata domenica mattina. «I suoi amici di Milano ci hanno chiamati per chiederci se avevamo avuto contatti recenti con Giacomo in quanto loro, da venerdì, non lo vedevano e non riuscivano a mettersi in contatto con lui – racconta il fratello subito partito per seguire le ricerche da vicino.  I famigliari hanno provato a geo localizzare l’auto aziendale con cui, probabilmente, si è allontanato; si tratta di una Vw Polo grigio scura targata GF905VY. Il geo localizzatore risulta non inserito. La famiglia si è appoggiata all’associazione Penelope, Chiunque avesse informazioni o lo avesse visto può contattare il 112, il 3458512950 o l’associazione Penelope al 380/7814931.

Da ilmessaggero.it il 24 settembre 2021. Purtroppo le speranze sono finite: è stato trovato il corpo senza vita di Giacomo Sartori, il 29enne di Mel (Belluno) di cui si erano perse le tracce a Milano la sera del 18 settembre scorso. Giacomo Sartori sparito a Milano. I dettagli che non tornano: il bancomat mai bloccato e l'ultimo accesso Whatsapp. Il cadavere del ragazzo è stato trovato a Casorate Primo (Pavia), vicino al luogo dove si trovava anche la sua auto.

Cesare Giuzzi per corriere.it il 24 settembre 2021. Giacomo Sartori è stato trovato morto. Era impiccato a un albero. L’agghiacciante scoperta venerdì mattina nella zona di Casorate Primo, a pochissima distanza dal luogo in cui era parcheggiata l’auto, in un punto dove giovedì si era svolta la battuta di ricerca dei soccorritori. Tragica svolta nel giallo della scomparsa di Giacomo Sartori, il 29enne tecnico informatico - originario di Mel nel Bellunese - del quale non si avevano più notizie dalla notte di venerdì scorso, quando in un bar di Milano gli era stato rubato lo zaino con il portafoglio, i documenti e il pc di lavoro. Proprio l’area in cui è stato trovato il corpo, a duecento metri circa dalla Cascina Caiella, necessita secondo gli inquirenti maggiori approfondimenti, per capire se fosse stata o meno ispezionata durante le ricerche dei giorni scorsi. Sul posto i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano per verificare le condizioni del cadavere e la posizione del corpo. Si attende il medico legale per un primo esame del cadavere che darà maggiori indicazioni. Non si esclude il suicidio, ma sono aperte anche altre ipotesi. Il giovane venerdì sera si era allontanato da Milano con la sua auto aziendale, una Volkswagen Polo grigia, e aveva imboccato l’autostrada in direzione Pavia. Una telecamera comunale di Motta Visconti l’ha inquadrata vicino al cimitero alle le 7.15 di sabato 18 settembre. In quegli istanti il suo cellulare era acceso, ha agganciato la cella telefonica di Motta ma non ha effettuato chiamate. Dai tabulati, analizzati dai carabinieri di Milano, c’è però «traffico dati». Tradotto significa che stava utilizzando la rete Internet, scambiando messaggi via WhatsApp o forse era impegnato in una chiamata fuori rete usando il servizio di messaggistica. Quella è stata l’ultima traccia di Giacomo. Sabato mattina non si era presentato agli appuntamenti fissati e lunedì l’azienda di software di Assago (Milano) per cui lavora aveva contattato la famiglia, già in apprensione per la mancanza di notizie del giovane.

Cesare Giuzzi per il "Corriere della Sera" il 25 settembre 2021. Giacomo è morto. E questa per ora è l’unica, tragica, certezza delle indagini. Sette giorni dopo la sparizione da Milano dopo il furto del suo zaino, il corpo del 29enne Giacomo Sartori è stato trovato impiccato ad un albero a meno di cento metri dal luogo — Cascina Caiella a Casorate Primo — dove mercoledì era stata trovata la sua auto. E dove forse era arrivato seguendo il segnale del cellulare aziendale che aveva nello zaino insieme a due pc. È stata la vice coordinatrice della protezione civile di Bereguardo a scoprire il corpo poco dopo le undici di mattina: «Ho visto a terra il telefono e le chiavi dell’auto, appoggiati in ordine. Ho alzato gli occhi e ho scorto il corpo».

La scoperta del corpo. Il cadavere del 29enne tecnico informatico era appeso al ramo di una grande quercia a più di tre metri da terra. L’albero si trova nel frutteto dell’agriturismo. Un’area dove titolari e contadini hanno lavorato senza mai accorgersi di nulla. Il cadavere però era nascosto dalla fitta vegetazione. In quella zona le ricerche ufficiali erano iniziate solo ieri. A vista, nei giorni scorsi, nessuno aveva notato niente di strano. Tanto che a una trentina di metri dalla quercia gli operai stavano tagliando una siepe. E lo stesso avevano fatto giovedì. Le prime ricerche si erano concentrate verso il Naviglio Bereguardo.

I due tentativi. Per i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, coordinati dal pm Andrea Zanoncelli di Pavia, il suicidio è l’ipotesi più probabile. Ma manca ancora la soluzione a diversi enigmi per averne la certezza. Il pm ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ma solo per eseguire gli accertamenti tecnici come l’autopsia (oggi a Pavia) e gli esami genetici. Il corpo era appeso con una grossa prolunga elettrica, simile ad altre che i titolari dell’agriturismo conservavano sul retro, dove ci sono gli attrezzi agricoli e i trattori. Possibile che Sartori l’abbia presa da lì: un’area di facile accesso, a patto di addentrarsi nel cortile del bed and breakfast e ben illuminata per la presenza di un faro acceso tutta la notte. Prima però il giovane avrebbe fatto un tentativo usando una catena bianca e rossa, di quelle usate per delimitare i parcheggi. Dopo averla girata intorno al ramo l’avrebbe saggiata con il suo peso spezzandola. Così sarebbe sceso dal ramo per recuperare il cavo. Una dinamica inconsueta, ma è difficile trovare una logica nei gesti di un suicida. 

La ricerca del pc rubato. L’ipotesi è che si sia ucciso nella notte tra venerdì e sabato scorsi o al massimo in mattinata. Fino alle 7.15 il cellulare era acceso. Ma servirà l’analisi medico legale per capirlo. Ci sono delle incongruenze che prima di chiudere il caso dovranno essere chiarite. La prima riguarda il tragitto tra il locale di Porta Venezia a Milano e la cascina. Un posto dove Sartori non era mai stato. Per gli investigatori è sempre più probabile che ci sia arrivato seguendo il segnale del cellulare rubato insieme ai due pc. 

Le analisi sul telefono. I dubbi sul gesto volontario sono pochi, pensare a una messinscena in un’area tanto frequentata è difficile. Sul corpo non sembrano esserci lesioni, bisognerà capire se ci siano però le tracce su mani e braccia della doppia arrampicata lungo il fusto e i fitti rami. Le suole e la camicia bianca a maniche lunghe non avevano segni particolari. Ma allo stesso modo non c’erano neanche quelli di trascinamento del corpo. Il cellulare e le chiavi sono stati lasciati a terra appoggiati su un cartello di divieto di sosta che era attaccato in origine alla catena. Il segnale sembrava intonso, idem per il vetro del cellulare anche se sabato c’era stato un temporale. Sottigliezze, dettagli. Ma gli investigatori non tralasciano nulla. Giacomo non aveva motivi per uccidersi: «Era solo stressato dal lavoro, non aveva fatto ferie ad agosto». Nulla però che riguardasse mobbing o rischi per il posto. Fondamentale sarà l’analisi del suo telefono. I tabulati raccolti finora sono solo parziali. 

I risultati dell'autopsia: come è morto Giacomo. Alessandro Ferro il 25 Settembre 2021 su Il Giornale. L'autopsia lascia pochi dubbi: Sartori è morto per impiccamento con il grosso cavo elettrico legato intorno al ramo dell'albero dove è stato ritrovato.  Giacomo Sartori è morto per impiccamento: è stato questo il responso dell'autopsia sul cadavere del 29enne trovato morto lo scorso venerdì accanto ad un albero.

Qual è il risultato dell'esame. Il medico legale ha confermato la morte per asfissia a causa di un cavo elettrico che aveva legato intorno al collo grazie all'aiuto di un grosso ramo di quercia dove poi era stata ritrovata, poco distante, la sua auto, una Volkswagen Polo. Saranno necessari altri giorni, però, per avere i risultati degli esami genetici su una grossa prolunga che Sartori aveva utilizzato per togliersi la vita e sulla catena che non ha retto l'impatto con il primo tentativo (fallito) di suicidarsi. Per quanto riguarda l'orario della morte, sarà improbabile avere un esito a breve: il test tossitologico e gli esami di estomatologia forense (disciplina che utilizza le conoscenze del cavo orale) hanno tempi ancora lunghi. In ogni caso, non sono stati rinvenuti segni di collutazione che facciano pensare che fossero presenti altre persone.

Tutti i dubbi. Come ci siamo occupati sul Giornale.it, sono ancora molti i dubbi da chiarire: dopo l'incontro di Venerdì 17 settembre con gli amici in un'enoteca in via Vittorio Veneto, vicino Porta Venezia, viene rubato uno zainetto tra le 23.00 e le 23.30. Da quel momento, dopo aver chiesto in giro se qualcuno si fosse accorto di nulla, il trentenne va via salutando gli amici. Da ricordare come soltanto pochi mesi fa, Sartori aveva subito un altro furto: il lunotto della sua auto era stato sfondato e il ladro aveva rubato, anche in quel caso, uno zaino con apparecchi elettronici. Quanto accade dalle 23.30 in poi rimane ancora un mistero: Sartori, dopo un paio d'ore, si mette al volante e guida per 21 km fino alla campagna di Casorate Prima (Pavia), un paesino mai frequentato in passato e dove non ha contatti (il trentenne era originario di Belluno). Ed è tra quei campi che gli inquirenti hanno rintracciato, mercoledì 22, la Polo grigia, ritrovando il tagliando di mancato pagamento dell'austostrada A7 che Sartori ha percorso tra le 2.00 e le 2.20 del mattino pur sapendo di non poter pagare il pedaggio. Prima di arrivare in quella campagna, Sartori ha vagato in auto per le strade di Casorate, poi per quelle di Motta Visconti: le telecamere di sicurezza lo riprendono mentre gira in circolo, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Alle 2.30, il telefono personale di Sartori aggancia la cella telefonica di Motta Visconti (comune di Milano), ma soltanto per utilizzare la rete internet: infatti non parte alcuna chiamata. Alle 7.15 del mattino, il suo telefono è ancora acceso e aggancia nuovamente la stessa cella telefonica ma anche in quel caso non ci sono chiamate, solo traffico dati, come cinque ore prima. Poi il silenzio. Fino al ritrovamento dell'auto e del cadavere. Adesso c'è il risultato e l'esito, purtroppo, più scontato: morto per impiccamento.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più care. Avviso ai naviganti: l’arancino è sempre maschio, diffidate da chi sostiene il contrario.

Giacomo Sartori, derubata la troupe di Storie Italiane dove c'era l'auto. Sospetto-choc della Daniele: solo un caso? Libero Quotidiano il 27 settembre 2021. C'è una strana coincidenza. La troupe di Storie italiane è stata derubata nello stesso campo in cui è stata ritrovata l'auto di Giacomo Sartori, l'informatico trovato impiccato a un albero. Al giovane avevano rubato uno zaino contenente dei pc mentre beveva in una vineria a Milano. Subito dopo probabilmente si era messo sulle tracce della refurtiva, a 30 chilometri dalla città. A distanza di cento metri circa dal luogo in cui era parcheggiata la sua auto è stata scassinata la vettura della troupe di Storie Italiane. In due ore, mentre il giornalista era impegnato a fare interviste, è accaduto di tutto. L'inviato ha raccontato di aver posteggiato la macchina insieme al regista in un luogo più nascosto ma in pieno giorno, alle tre del pomeriggio. "Siamo venuti qui per raccontare la vicenda di Giacomo Sartori, tra i primissimi giornalisti. Abbiamo parcheggiato l'auto in un luogo un po' nascosto e abbiamo sentito delle persone per un paio d'ore. Al ritorno abbiamo trovato questa sorpresa. Il danno è ingente: intorno ai 30mila euro di strumentazione. Purtroppo qui è già successo, ma di giorno la cosa ci ha sorpreso". Che i due casi siano collegati? Qui i furti sono all'ordine del giorno. "C'è qualcuno che si muove spaccando l'auto di un giornalista sapendo di non essere scoperto. Si muove incontrollato e sa come fare", dice Eleonora Daniele. Si potrebbe trattare di un luogo in cui si sia stata messa in atto la classica strategia del "cavallo di ritorno" che comporta il furto di qualcosa di valore e l'estorsione per riaverlo in cambio di denaro. E l'auto di Giacomo è stata trovata lì mentre il suo corpo un po' più lontano. Si è davvero suicidato?

Giacomo Sartori, il giorno prima di sparire è stato vicino a un cimitero: una pista inquietante. Libero Quotidiano il 25 settembre 2021. La morte di Giacomo Sartori non fuga tutti i dubbi legati alla sua sparizione. "Quell'albero sembra un enorme cespuglio ed è facile salire in alto dai rami. La sua fitta trama impedisce la visuale: in questi giorni di potatura delle siepi nessuno, neppure i miei operai, aveva notato nulla", racconta il titolare della cascina-agriturismo Caiella, Gianfranco Andreoni. "Qui non era mai avvenuto nulla di simile, al massimo qualche furto di zucche e asparagi di notte". Sartori, tecnico informatico, la notte fra il 17 e il 18 settembre. Con degli amici era andato a bere qualcosa. Nell'enoteca qualcuno gli ha rubato lo zaino con portafogli e pc aziendale. Il furto lo aveva scosso. Tuttavia sembra abbia tentato di seguire la traccia lasciata dal Gps del proprio dispositivo. "La telecamera del cimitero di Motta Visconti dimostra che sabato mattina fosse in giro, forse alla ricerca del ladro. Di sicuro in quel momento non stava telefonando, però ha usato il traffico dati. Sabato scorso non si è presentato ad alcuni appuntamenti di lavoro. Lunedì ha fatto lo stesso nell'azienda di Assago dove lavorava ed è scattata la denuncia dei genitori. La macchina era già parcheggiata sabato a Casorate Primo", ricorda il Giorno. "Pensavo fosse guasta, solo mercoledì ho chiamato i vigili. Dopo poco mi hanno raggiunto i carabinieri. Quel giorno sono partite le ricerche e sono arrivati anche i cani molecolari che però hanno puntato sempre verso il Naviglio di Bereguardo", spiega il proprietario della cascina. La posizione del cadavere non lascerebbe grandi dubbi sull'ipotesi del suicidio ma gli investigatori del Nucleo investigativo del comando provinciale di Milano restano cauti. La Procura di Pavia ha disposto che sul cadavere sia effettuata l'autopsia. Non si escludono altre possibilità e si proseguono con accertamenti tecnici per chiarire le ultime ore di Sartori. «Aspetterei i risultati dell'autopsia prima di avallare qualunque ipotesi", ha spiegato la presidente dell'associazione Penelope Lombardia, Valentina Zaniolo, vicina alla famiglia. 

La drammatica svolta nelle indagini. Giacomo Sartori trovato morto, era scomparso da Milano sette giorni fa: il corpo senza vita in una cascina. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Settembre 2021. Giacomo Sartori è stato trovato morto. Il 30enne tecnico informatico originario di Mel, in provincia di Belluno, scomparso da Milano nella serata di venerdì scorso, 17 settembre, è stato ritrovato privo di vita questa mattina. L’ultima svolta nelle indagini sulla sua scomparsa era arrivata mercoledì col ritrovamento della sua auto, una Volkswagen Polo grigio scuro, nel territorio del comune di Casorate Primo, in provincia di Pavia. Proprio a Casorate Primo, non lontano dal luogo dove è stata rinvenuta la sua auto, questa mattina è stato trovato il corpo senza vita del giovane informatico. Auto che, a seguito dei controlli dei carabinieri, era risultata regolarmente chiusa e parcheggiata normalmente. La vettura era stata segnalata da un residente ai carabinieri di Pavia che hanno quindi avevano avvertito i colleghi del Nucleo investigativo di Milano che si occupano del caso. Il cadavere di Giacomo è stato individuato dai carabinieri del comando provinciale di Milano all’interno di una cascina: una zona che dopo il ritrovamento dell’auto si stava ‘battendo’ per cercare il giovane scomparso venerdì scorso. Come confermato da più fonti, il corpo del 30enne tecnico informatico è stato trovato impiccato, pare con un cavo elettrico. Resta un mistero il perché Giacomo si trovasse in quella zona, mai frequentata e dove non risultano amici o contatti. Nell’auto, secondo quanto emerso, è stata rinvenuta la ricevuta del mancato pagamento dell’autostrada A7 percorsa per raggiungere Casorate Primo: 31 chilometri percorsi in piena notte, tra le 2 e le 2.20, senza documenti e soldi e ben sapendo di non poter pagare il pedaggio. Sartori era stato visto per l’ultima volta venerdì 17 settembre intorno alle 23:30 in un locale di viale Vittorio Veneto a Milano. Si trovava insieme ad alcuni amici per passare la serata e mezz’ora prima della mezzanotte si era congedato. Nel corso della serata gli era stato rubato uno zaino di lavoro contenente due computer, uno personale e uno dell’azienda di software dove di Assago dove lavora, oltre ai soldi, i documenti e un cellulare aziendale.

Una delle ipotesi vagliate dagli inquirenti è che il 30enne stesse seguendo il tracciato del telefono rubato nello zaino grazie ad una app di geolocalizzazione. Parenti e amici avevano anche creato una pagina Facebook per ricevere aiuto e segnalazioni nelle ricerche, ‘Missing Giacomo Sartori’. 

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Suicidio o omicidio? Cosa non torna su Giacomo Sartori. Samuele Finetti il 24 Settembre 2021 su Il Giornale. Il corpo di Giacomo Sartori era impiccato a albero a pochi metri dalla sua auto. Troppe cose non tornano in questa storia: omicidio o suicidio? Il corpo di Giacomo Sartori è stato ritrovato. Impiccato a un albero, con un filo elettrico attorno al collo e una catena sul terreno. Il cadavere era a poche centinaia di metri dal luogo dove era stata ritrovata la sua Volkswagen Polo, dunque ci si domanda come mai ci siano voluti due giorni prima della terribile scoperta. Un dettaglio che è solo l'ultima di una serie di cose che non tornano in questa storia nera.

Venerdì 17 settembre, Sartori si vede con gli amici in un'enoteca in via Vittorio Veneto, vicino a Porta Venezia. Appena arrivato, appoggia alle gambe della sedia lo zaino, che contiene due pc - uno personale e uno di lavoro - oltre al cellulare aziendale e al portafogli con tutti i documenti. Nel corso della serata, tra le 23.00 e le 23.30, qualcuno ruba lo zainetto. Il trentenne si accorge dell'accaduto, chiede ai gestori del locale se hanno visto qualcosa; poi chiama la famiglia - che ha poi riferito di averlo sentito particolarmente scosso - e saluta gli amici. Pochi mesi fa, Sartori aveva subito un altro furto: il lunotto della sua auto era stato sfondato e il ladro aveva rubato, anche in quel caso, uno zaino con apparecchi elettronici. Ciò che succede da questo momento in avanti è un mistero. Perché Sartori, dopo un paio d'ore, si mette al volante e guida per ventuno chilometri fino alla campagna di Casorate Prima (Pavia), un paesino che non ha mai frequentato e dove non ha contatti (il trentenne è originario di Belluno). Proprio tra quei campi gli inquirenti hanno rintracciato, mercoledì 22, la Polo grigia: sul cruscotto è stato ritrovato il tagliando di mancato pagamento dell'austostrada A7, che il trentenne ha percorso tra le 2.00 e le 2.20 del mattino, pur consapevole di non poter pagare il pedaggio. Prima di arrivare in quello spiazzo verde, Sartori vaga in auto per le strade di Casorate, poi per quelle di Motta Visconti: le telecamere di sicurezza lo riprendono mentre gira in circolo, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Alle 2.30 il telefono personale di Sartori aggancia la cella telefonica di Motta Visconti, ma solo per utilizzare internet: probabilmente Giacomo invia dei messaggi su WhatsApp, ma non fa partire alcuna chiamata. Alle 7.15, il suo telefono è ancora acceso e aggancia di nuovo la stessa cella telefonica, ma neppure in quel momento vengono registrate chiamate vocali: c'è solo traffico dati, come cinque ore prima. Poi silenzio. Fino al ritrovamento dell'auto e, questa mattina, del cadavere. Ieri, due mazzi di chiavi e il portafogli vuoto di Sartori sono stati ritrovati nei giardini Montanelli di Milano, prova che il ladro ha svuotato lo zaino pochi minuti dopo averlo rubato. L'ipotesi degli inquirenti è che il trentenne sia arrivato nella campagna pavese seguendo il tracciato del telefono tramite una delle applicazioni che permettono di conoscere la posizione di un dispositivo in caso di smarrimento. Probabilmente, si crede, stava seguendo i ladri. Ed è per questo che, prima di salire in auto, non ha bloccato il proprio bancomat, un'operazione da nulla per una persona impiegata in un'azienda di software. Di fronte alla morte, però, non c'è alcuna certezza: si è suicidato per qualche motivo? Oppure è stato ucciso da chi gli aveva rubato lo zaino la sera prima? Solo l'autopsia potrà stabilire com'è morto Giacomo.

Samuele Finetti. Nato in Brianza nel 1995. Due grandi passioni: la Storia, specie quella dell’Italia contemporanea,che ho coltivato all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureato con una tesi sulla strage dipiazza Fontana. E poi il giornalismo, con una frase sempre in mente: «Voglio poter fare, soltanto,una cronaca di fatti e di parole veri». Ostinatamente prezzoliniano

Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” il 26 settembre 201. «Morte per impiccamento». L'autopsia sul corpo del 29enne Giacomo Sartori, trovato senza vita sette giorni dopo la scomparsa da Milano, conferma la prima ipotesi degli investigatori. Ma i dubbi non sono del tutto fugati. Non sulla causa del decesso e sul gesto volontario, quanto sulla dinamica di ciò che è accaduto quella notte e sul perché l'informatico originario di Mel nel Bellunese si trovasse nelle campagne tra Casorate Primo e Motta Visconti, nel Pavese, dove mai era stato prima né aveva contatti. I primi accertamenti hanno confermato che Sartori è arrivato nella zona dell'agriturismo Cascina Caiella, dove mercoledì era stata trovata la sua auto, seguendo il tracciato del cellulare aziendale che era nello zaino, insieme a due computer, che gli era stato rubato poco prima in una enoteca di Porta Venezia. Una trentina di chilometri che il ragazzo ha percorso con la sua Polo aziendale, senza soldi e senza documenti, nella speranza di riuscire a rintracciare i ladri. L'ultimo segnale tracciato dal ragazzo, attraverso le applicazioni che si attivano in caso di smarrimento, avrebbe collocato il telefonino in quella zona di campagna a ridosso del Parco del Ticino. Questo spiega, secondo gli inquirenti coordinati dal pm di Pavia Andrea Zanoncelli, il motivo della sua corsa alle due di notte lungo l'autostrada A7, da Milano a Binasco. Secondo i primi accertamenti dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, Sartori sarebbe morto nella prima mattina di sabato scorso, dopo una notte intera di ricerca del cellulare. Le telecamere dei due paesi a ridosso della Cascina Caiella lo riprendono più volte nel corso della notte. L'ultima intorno alle 7: è in auto, sempre solo alla guida. Il suo cellulare personale Iliad aggancia più volte le celle telefoniche della zona. Ma i tabulati - finora soltanto parziali - testimoniano solo traffico dati. Poi dalle 7.30 il telefono è spento. Sarebbe quello il momento in cui il 29enne per due volte entra nel cortile dell'agriturismo, fruga tra gli attrezzi sotto la tettoia e recupera prima una catena (che però si spezzerà in due durante un primo tentativo) e poi una grossa prolunga da cantiere che avvolge a 3.5 metri d'altezza al ramo di una grossa quercia nel vicino frutteto e decide di uccidersi. L'autopsia ha confermato la morte per impiccagione e che le uniche lesioni presenti sono compatibili con il cavo trovato intorno al collo. Sul corpo nessun segno evidente di colluttazione, solo un piccolo graffio vicino a un'ascella che si sarebbe procurato salendo sull'albero. Così come i segni trovati sulla tomaia delle scarpe. Il medico legale, sulla base dello stato del corpo, ha tuttavia indicato un range sull'orario della morte inferiore ai sette giorni trascorsi dalla scomparsa. Ma per gli investigatori si tratta solo di un esito preliminare e la certezza scientifica sugli orari arriverà dagli entomologi forensi. È accaduto pochi mesi fa nel caso di un omicidio avvenuto a Milano. Più importanti gli esiti delle impronte sul cellulare lasciato sotto l'albero e sul Dna trovato sotto le unghie. Il 29enne non aveva mai dato segnali di depressione. Il solo precedente - si era allontanato dalla famiglia per 2 ore per andare a fare un bagno nel Piave - risale a 4 anni fa. All'epoca si era lasciato con la fidanzata, una storia che lo aveva fortemente segnato. Tanto da non avere avuto in questi anni altre relazioni durature secondo gli amici. Sartori aveva già subito il furto di un pc aziendale tre mesi fa. Il titolare dell'azienda di software di Assago dove lavorava aveva inviato una mail a tutti i dipendenti raccomandando la massima attenzione sui materiali aziendali. Il contratto a termine del 29enne sarebbe scaduto il prossimo giugno. Ma i colleghi hanno spiegato ai carabinieri che la sua riconferma non era in discussione. Forse l'idea di aver subito un secondo furto lo agitava per le possibili conseguenze. Da qui si spiegherebbe l'insistenza e la caccia notturna alla refurtiva.

Luca Benedetti e Walter Rondoni per “Il Messaggero” il 20 settembre 2021. Lo cercavano, forse morto bruciato, al di là dell'Adriatico, in Albania. L'hanno trovato, vivo, dopo quasi nove mesi, in mezzo al Tirreno. Così il mistero di Davide Pecorelli, imprenditore di San Giustino Umbro, adesso ha un punto fermo. Ma l'ex arbitro dovrà spiegare molte cose. Anzi, tutto. La prima battuta l'ha fatta ai carabinieri forestali che pattugliano le acque davanti all'isola di Montecristo (c'è il divieto di navigazione) e l'hanno trovato su un gommone, alla deriva: «Scomparso? Ero in vacanza». Poche parole che danno il polso del personaggio, ma che aggiungono mistero al mistero. La scomparsa in Albania, l'auto presa in affitto trovata bruciata con resti umani dentro, il telefonino che squillava a vuoto e la certezza degli investigatori albanesi ancora lo scorso maggio: «Non è morto». Davide Pecorelli, 45 anni, cercava in Albania la strada per uscire dal tunnel della crisi nel quale erano finiti i suoi saloni di bellezza tra Umbria e Toscana. Misteriosa la scomparsa. Clamoroso, ma quasi a misura di un uomo dalla sconfinata esuberanza, il ritorno. A dargli credito, sarebbe stato un lungo periodo scelto in piena autonomia per staccare dal mondo. Senza avvertire l'ex moglie, da cui ha avuto tre figli, Ianita, la compagna albanese che lo ha reso padre di un maschietto e che ieri è andata a Piombino per riportarlo a casa, o papà Renato, 86 anni. «Sono stati mesi di grande dolore, non sono più uscito di casa, mi stavo lasciando andare, quando mi hanno avvertito che Davide stava bene, mi sono sentito rinascere e nonostante abbia perso più di dieci chili sono tornate le forze, così sono andato a comperare qualcosa che piace a Davide», confessa l’anziano. Scoprirà che suo figlio è stato salvato da un mezzo navale dei Forestali, Reparto Biodiversità, di Follonica. «Era in grave difficoltà per il libeccio che si andava rinforzando», rivela il tenente colonnello Cristiano Berretta. Senza documenti, senza cellulare, si è presentato: «Sono Davide Pecorelli». In caserma ha telefonato alla ex moglie, raccontato la sua verità e di «un paio di notti in un albergo all'isola del Giglio». Come gli sia stato possibile senza documenti e Green pass è un mistero. Non l'unico. Con quale mezzo è tornato dall'Albania? Era solo? Ha goduto di qualche aiuto? E mentre nel Paese delle Aquile derubricano la vicenda a farsa smascherata da un testimone, Pecorelli, domani incontrerà il procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone. In procura è aperto un fascicolo aperto per omicidio volontario e traffico di droga. Il 3 gennaio Davide Pecorelli sbarca all'aeroporto di Rinas, utilizzato già altre volte, da settembre 2020, per trasferte lunghe dai tre ai 15 giorni. Stavolta sarebbe restato un mese. Noleggia una Skoda Fabia. Il 4 gennaio il Gps dell'auto memorizza una lunga sosta a Scutari. Forse l'imprenditore di San Giustino vede è trattenuto da un incontro di particolare importanza. A sera scende all'Hotel Turizmi di Puka in una stanza da 10 euro a notte che libera in anticipo. Il 6 gennaio ultimi messaggi WhatsApp con un amico, che informa di un'agenda fitta di impegni, e con i familiari. L'8 gennaio sulla strada di montagna Gjegjan-Reps, ai confini col Kosovo, la polizia viene chiamata per un'auto a fuoco. Nell'abitacolo effetti personali riconducibili a Pecorelli e resti umani mai attribuiti. È l'inizio del giallo, non certo finito con una battuta.

Imprenditore sparito ritrovato a Montecristo. "Cercavo il tesoro". Manila Alfano il 22 Settembre 2021 su Il Giornale. Una mappa per ritrovare il tesoro, un piccone e una pala per scovarlo. Poi l'impresa che naufraga per colpa di un'avaria al gommone e tutto il piano che va a rotoli. Una mappa per ritrovare il tesoro, un piccone e una pala per scovarlo. Poi l'impresa che naufraga per colpa di un'avaria al gommone e tutto il piano che va a rotoli. Maledetta sorte deve aver pensato l'uomo quando al largo di Livorno ha dovuto chiedere aiuto. Eppure mancava così poco per arrivare all'isola di Montecristo, dove era certo certissimo di trovare il tesoro nascosto. Ma questa non è solo una storia bizzarra. Lo hanno capito subito gli inquirenti di Perugia quando hanno realizzato che quel naufrago che aveva noleggiato il gommone sotto falsa identità all'isola del Giglio, era in realtà Davide Pecorelli, lo stesso imprenditore di 45 anni di origine umbra «misteriosamente» scomparso in Albania all'inizio dello scorso gennaio. I magistrati lo hanno convocato come «persona informata sui fatti», un atto dovuto visto che la compagna aveva sporto denuncia per la sua scomparsa. E così venerdì il destino gli ha tirato un brutto scherzo e invece del tesoro, è stato ritrovato lui. I magistrati si metteranno in contatto anche con le autorità giudiziarie albanesi perchè era scomparso da Puke dove si era recato per un viaggio di lavoro. L'auto che aveva preso a noleggio era stata poi trovata bruciata insieme a qualche effetto personale e alcuni frammenti ossei che non vennero mai attribuiti all'uomo e da qui la concreta ipotesi che l'imprenditore abbia inscenato la sua morte. Poi, fatte sparire le sue tracce, il disegno per ritornare in Italia. Dopo mesi in una comunità vicino a Medjugorje si era unito a una comitiva di fedeli che viaggiava in autobus verso la Toscana. Sullo sfondo della vicenda ci sono le difficoltà finanziarie, e le preoccupazioni per una attività che non funzionava come doveva. Quello che è certo è che lui ci credeva nella buona riuscita dell'operazione da pirata tanto da affittare un garage per stipare diamanti e dobloni d'oro dell'inverosimile forziere. «Non avevo nulla da nascondere, ha detto. Ho commesso comunque dei reati, dei quali parlerà il procuratore. La prima parte della storia è tragica, ma non sarò io a raccontarla. Chi ha dato fuoco all'auto? Perché questo allontanamento? Le risposte ci sono, ma sono rimaste tra le mura della Procura. Quello che è certo è che non farò mai più l'imprenditore in Italia. Se ho fatto tutto questo per l'assicurazione? No, sono trenta anni che ho una polizza sulla vita, non avevo bisogno di arrivare a questo». Ma ormai non arriverà neppure più al tesoro. Manila Alfano

Massimo Sanvito per “Libero Quotidiano” il 22 settembre 2021. Un mistero. Un enigma degno di un thriller psicologico di Hitchcock. Cappellino in tinta militare, occhiali alla moda, mascherina nera, capelli biondi spettinati. Davide Pecorelli è vivo e si confessa senza avvocati davanti a Raffaele Cantone, capo della Procura di Perugia. «Ho raccontato tutto quello che è successo in tutti questi nove mesi, non avevo nulla da nascondere e comunque ho commesso dei reati». Una storia davvero da film, quella di questo imprenditore attivo tra la Toscana e Umbria nel campo dei prodotti per parrucchieri ed estetisti, 45 anni, ex arbitro di calcio della sezione di Arezzo, una moglie e quattro figli, sparito nel nulla lo scorso dicembre in Albania e riemerso venerdì a bordo di un gommone in avaria al largo dell'isola del Giglio, mentre cercava di raggiungere Montecristo. «Ho deciso di scomparire perché travolto dai problemi economici. Sono praticamente rovinato», racconta a Cantone lunedì pomeriggio. Ma questo è solo l'inizio. Dicembre 2020. Pecorelli sale su un volo diretto a Tirana per affari, non è la prima volta visto che proprio in Albania ha aperto un'attività: vende laser per centri estetici molto costosi. All'aeroporto noleggia un'auto, che però - ecco il primo colpo di scena - a inizio gennaio viene trovata carbonizzata nei pressi di Puke, al difficile confine col Kosovo. All'interno spuntano addirittura delle ossa umane (che risulteranno trafugate da un cimitero), il suo cellulare e un portafoglio intatti. Il collegamento è immediato: qualcuno lo ha ucciso, povero Davide. Magari il suo lavoro aveva dato fastidio a qualcuno della malavita albanese. E però del cadavere, o dei suoi resti, nemmeno l'ombra. Mistero. Passano i giorni, le settimane, passano i mesi. Tutti, in primis la sua famiglia, lo credono morto. E invece no. Nessuno lo sa, ma Davide - perlomeno così ha raccontato a Cantone - si è rifugiato in una comunità di preti vicino a Medjugorie, grazie all'aiuto di un sacerdote cattolico conosciuto in Albania. Motivo: schiacciato dai debiti - la procura di Arezzo indaga su un crac -, ha deciso di lasciar perdere le proprie tracce. In realtà, nel frattempo agli inquirenti era rimasto il sospetto che fosse vivo: ci sarebbero state anche delle intercettazioni telefoniche a farlo pensare. La svolta arriva due domeniche fa. Quando la sua carta di credito, cointestata con la compagna albanese, segnala due prelievi da 250 euro a Roma. Lei ritrova un barlume di speranza, gli investigatori della Squadra Mobile drizzano le antenne: allora Pecorelli è in Italia. E, come detto, si materializza d'improvviso venerdì, nel mare grosso dell'arcipelago toscano, naufrago su un gommone - peraltro preso a nolo - alla deriva. Con sé ha un piccone, una vanga, una mappa con indicati alcuni punti dell'isola di Montecristo (dove tra l'altro è vietato l'attracco), documenti falsi che gli costano un'indagine per sostituzione di persona. Ha dormito due notti in un albergo proprio sull'isola del Giglio, come un turista qualsiasi. Poi, questa assurda caccia al tesoro. È lui stesso a raccontarlo in procura, a Perugia. Nella sua stanza saltano fuori oggetti che possono centrare con una passione per la numismatica. Spunta anche un garage preso in affitto, probabilmente per custodirci i preziosi. Sembra un romanzo, ma è tutto agli atti. Secondo le indagini, l'ex imprenditore soffocato dai debiti sarebbe giunto a Roma a bordo di un pullman di pellegrini partito da Medjugorie, per poi raggiungere la Toscana in treno e infine prendere la via del mare. «I miei familiari non sapevano dove fossi, e il motivo della scomparsa non era certamente incassare il premio dell'assicurazione. Sono un imprenditore da trent'anni, l'ho sempre avuta. Il procuratore Cantone e il dottor Petrazzini (procuratore aggiunto, ndr) hanno preso atto dei reati che ho commesso anche in Albania», spiega lui dopo il faccia a faccia di tre ore a cui prende parte anche il capo della Squadra Mobile, Gianluca Boiano. Per la sua scomparsa era stato aperto un fascicolo per omicidio volontario e traffico di droga. Il contenuto della deposizione sarà ora inviato alla procura di Grosseto, ma i magistrati perugini si metteranno in contatto anche con le autorità giudiziarie albanesi per eventuali aspetti di loro competenza. Oltre ai documenti falsi, Pecorelli rischia di dover rispondere anche di simulazione di omicidio all'estero. «Ci sono particolari tragici in questa vicenda, soprattutto per quanto riguarda la prima parte. Ora voglio andare dai miei figli, l'unica cosa certa è che non rifarò l'imprenditore in Italia», racconta a denti stretti dopo l'interrogatorio. Un uomo che pare sfinito da una fuga lunga nove mesi, per scacciare i suoi stessi fantasmi, che ha logorato all'inverosimile la propria famiglia. Chissà quali altre sorprese riserverà, questa strana storia. Emergeranno altri dettagli, non certo il tesoro di Montecristo.

Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 19 settembre 2021. Alla fine, a 40 anni dalla scomparsa della prima moglie, probabilmente uccisa da lui, a 20 dalla morte di Susan Berman, sua amica e forse complice nel primo delitto, e dall'uccisione (ammessa ma giustificata con la legittima difesa) di un vagabondo, Morris Black, che era diventato suo amico, il miliardario Robert Durst è stato riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado della Berman da un tribunale di Los Angeles. Un rocambolesco processo concluso dall'appello disperato del difensore alla giuria: «Durst è odioso e bugiardo, ma non è un assassino». Fine di un caso che sembra uscito dalla penna di un romanziere noir, talmente avvincente da spingere la rete Hbo a produrre un documentario, The Jinx, la vita e le morti di Robert Durst, trasmesso in tutto il mondo sei anni fa. Kathie McKormack, giovane e avvenente moglie di Durst, sparisce il 31 gennaio del 1982 e non verrà mai più ritrovata (dichiarata morta solo nel 2017). Fin dall'inizio famiglia di lei accusa Durst: si erano sposati nel 1973, ma il matrimonio era da tempo in crisi. Però non ci sono prove. Durst affida a Susan Berman, una giornalista figlia di un boss della Mafia di Las Vegas, i suoi rapporti con la stampa. Col tempo lei diventa amica e confidente del miliardario. Per qualche anno va a vivere a New York, poi torna a Los Angeles, ma il rapporto continua. Fino alla vigilia di Natale del 2000 quando Susan viene trovata morta in una pozza di sangue nella sua villa di Beverly Hills. La polizia arriva allertata da un biglietto nel quale una mano anonima aveva scritto l'indirizzo della Berman e una sola parola: cadavere. Sospettato di averla eliminata perché sapeva la verità sulla morte di Kathie e stava per rivelarla alla polizia che l'aveva convocata proprio in quei giorni, Durst nega ogni responsabilità. Nega anche di essere stato a Los Angeles, poi sparisce dalla circolazione. Si rifugia a Galveston, in Texas, dove vive addirittura travestito da donna. Lì incontra Morris il cui cadavere verrà poi ritrovato fatto a pezzi nella baia della città. Durst continua a fare cose strane: viene arrestato in un supermercato mentre, con le tasche piene di dollari, cerca di rubare un panino e un cerotto. Incriminato, ammette di aver ucciso Black (forse anche lui ormai sapeva troppo), ma sostiene di essersi difeso da un'aggressione e di averlo fatto a pezzi perché preso dal panico. La giuria prende per buona la sua versione e lo assolve. Nel 2015 Durst si metterà nei guai da solo accettando di comparire in un documentario dedicato al caso. A un certo punto, non rendendosi conto che un microfono è acceso, dice, tra sé e sé: «Beh, che cosa dovevo fare? Certo che li ho uccisi tutti». Caso riaperto, processo iniziato e rinviato per 14 mesi causa Covid. I suoi difensori sostengono che le parole di Durst sono state montate nel documentario in modo da farlo apparire colpevole. In aula un altro colpo di scena: Durst è costretto ad ammettere che a Natale del 2000 era a Los Angeles, andò nella casa di Susan e la trovò morta sul pavimento: fu lui a scrivere il biglietto anonimo. Per l'accusa è la prova decisiva, per la difesa solo l'ennesima circostanza sfortunata di un personaggio odioso e bugiardo che si trova sempre nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Stavolta la giuria crede all'accusa anche se una prova diretta non c’è. Per Durst, 78 anni e malato di cancro, è l'ergastolo. Alla lettura della sentenza non era presente: in isolamento per Covid. Fine della storia? Non è detto: potrebbe ancora comparire Douglas, il fratello di Robert, che oggi gestisce in sua vece un patrimonio immobiliare (palazzi di New York) da 8 miliardi di dollari. In un'intercettazione di alcuni anni fa Durst dice che, a seconda di come fossero andati i processi, avrebbe anche potuto coinvolgere il fratello nel caso della scomparsa della prima moglie. Complice?

Flavio Pompetti per “Il Messaggero” il 19 settembre 2021. Trent'anni di caccia da parte della polizia, di indagini incompiute e di battaglie legali mai concluse. Alla fine, la giustizia statunitense è riuscita a pronunciare una sentenza di condanna per omicidio contro la primula rossa del nostro tempo, il ricco ereditiere Robert Durst. Una giuria popolare a Los Angeles dopo tre giorni di deliberazione lo ha ritenuto colpevole dell'omicidio di una sua amica di lungo corso: Susan Berman, consumato 20 anni fa nella casa di Beverly Hills di proprietà della donna, la quale stava per accusarlo di fronte alla polizia di un altro omicidio che la stessa Berman aveva fino ad allora aiutato ad occultare.

LE PERIZIE

Durst è un personaggio picaresco. Le perizie presentate nel corso del processo lo dipingono come un malato cronico di Asperger; un criminale dalla mente raffinata e dalla mano ferma quando si tratta di vivisezionare un cadavere; un trasformista capace di travestirsi da donna priva di parola, e giocare la parte in pubblico per quasi un anno prima di essere scoperto. Robert è nato in seno ad una famiglia di ricchi immobiliaristi austriaci-statunitensi, primo dei quattro figli del magnate Seymour Durst. A sette anni ha vissuto il trauma della madre morta cadendo da un balcone al settimo piano. Si è interessato solo brevemente degli affari di famiglia, ma ha partecipato alla spartizione dell'impero con i fratelli. Nell'82 il primo mistero di natura criminale, sua moglie scompare nel nulla: Kathleen McCormak, dalla quale Durst stava cercando di divorziare. Il corpo non è mai stato trovato, e la causa intentata due anni fa dalla famiglia della vittima è stata archiviata per prescrizione. Resta il sospetto che il marito l'abbia fatta sparire tagliandola a pezzi, così come ha con ogni probabilità imparato a fare addestrandosi su una dozzina di cani, tutti di nome Igor, che per qualche tempo l'hanno accompagnato nei suoi frequenti spostamenti.

LA CONFESSIONE

Robert ha invece confessato, per poi ritrattare più volte, la brutale esecuzione della Berman, figlia di un gangster di Las Vegas, freddata sul pianerottolo della sua casa, e poi segnalata alla polizia con una lettera anonima che recava l'indirizzo e la parola: «cadaver». A incastrarlo alla fine sono state le confessioni fatte davanti alla telecamera, ad un regista che filmava una serie televisiva sul suo caso, e al quale ha detto: «Che dovevo fare? Li ho uccisi tutti». Un anno dopo Durst è stato arrestato a Galveston in Texas, dove aveva vissuto dissimulando di essere una donna muta. Il suo litigioso vicino Morris Black era morto con un colpo di pistola sparato in faccia, e pezzi del suo corpo erano stati ritrovati che galleggiavano nelle acque della baia. Libero su cauzione nel processo che poi lo ha scagionato per legittima difesa, fu arrestato il mese dopo in flagrante per aver tentato di rubare un panino, dei cerotti e un giornale in una stazione di servizio in Pennsylvania. In tasca aveva 500 dollari, e nel cruscotto dell'auto ce n'erano altri 37.000 in contanti, oltre a due pistole e della marijuana. Dopo il pronunciamento della giuria toccherà al giudice decidere se dargli l'ergastolo, ma in ogni caso a 78 anni e con la salute malferma qualsiasi condanna equivarrà alla pena di morte.

Da lastampa.it l'8 settembre 2021. Lo hanno trovato in un cespuglio della boscaglia australiana, mentre beveva acqua da un torrente e mangiava delle bacche. Da solo, a tre anni. Poteva essere una tragedia, ma quella di Anthony Elfalak è una storia che ha avuto il suo lieto fine. O un miracolo, a seconda dei punti di vista. Il bambino, che soffre di autismo e non riesce a parlare, era sparito da casa venerdì scorso: la famiglia e le forze dell’ordine, temendo un rapimento, avevano iniziato a perlustrare le aree rurali del Nuovo Galles del Sud. Dopo tre giorni di ricerche, la svolta.

Aperta inchiesta sull'incidente. Muore con la figlia in un burrone, il dramma della moglie che li ha ritrovati: “Erano legatissimi, Elisa voleva ballare”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Agosto 2021. Un padre e una figlia “legatissimi”. Così Patrizia Scurria ricorda il marito Sandro Prada e la figlia 13enne Elisa, morti venerdì in un tragico incidente stradale in moto, mentre i due percorrevano la provinciale 83 per tornare a casa a Casalino di Pergine. A casa da Patrizia e l’altra figlia, Maddalena, non hanno più fatto ritorno: la Motron X Nord 125 guidata da Sandro è andata dritta ad un tornante all’altezza di Nogarè, precipitando in un dirupo infilandosi nell’unico varco sprovvisto di guardrail. Un dramma reso ancora più tremendo da come Patrizia e la figlia Maddalena hanno scoperto della tragedia. Il ritardo nel tornare a casa di padre e figlia aveva insospettito i familiari, così la sorella Maddalena ha controllato il geolocalizzatore applicato sul telefonino di Elisa: un punto fermo nei boschi. Da lì la chiamata ai soccorsi, la corsa disperata sul posto e la scoperta dei lampeggianti, delle forze dell’ordine e delle ambulanze alle prese col recupero dei due corpi ormai senza vita. I funerali di Sandro ed Elisa sono stati fissati per martedì alle 14.30 nella chiesa parrocchiale di Pergine. Al Corriere della Sera Patrizia Scurria racconta dei sogni e delle speranze della figlia Elisa, la ballerina di casa: “Questa passione l’animava fin da piccola. Ha iniziato a studiare danza, sia classica che moderna, in seconda elementare e, da allora, non ha mai smesso. A settembre sarebbe andata in terza media, ma aveva già lo sguardo proiettato sul liceo coreutico, a cui si sarebbe voluta iscrivere il prossimo anno scolastico”. Il sogno sarebbe stato quello di partecipare alla trasmissione di Maria De Filippi "Amici". Il marito Sandro invece era “sempre presente.  rare volte che non si dedicava a noi, amava andare a pescare. In questi giorni, però, il tempo non è stato molto clemente e, dunque, si stava dedicando ad alcuni lavori nella nostra casa”. Sulla tragedia che ha sconvolto la comunità e la famiglia indagano i carabinieri del nucleo radiomobile della compagnia di Borgo Valsugana. Sull’asfalto non vi sono segni di frenata: l’ipotesi è che Sandro Prada possa aver avuto un malore, ma non è escluso neanche un guasto all’impianto frenante della moto. 

Per ora il pm titolare dell’inchiesta, Davide Ognibene ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo plurimo a carico di ignoti. La moto è stata posta sotto sequestro ed è stato disposto l’incarico all’ingegner Igor Gonnella di ricostruire la dinamica dell’incidente e gli eventuali malfunzionamenti del motociclo.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

 Scompare più di un minore al giorno: «I numeri sono tornati a crescere». Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 24 luglio 2021. Ogni giorno in Italia scompare un minorenne. Anzi di più: 1,86, denuncia la statistica; una media che si avvicina a due sparizioni quotidiane. Parliamo di quelli che non vengono ritrovati, perché gli scomparsi tornati a casa grazie alle ricerche o per loro volontà sono molti di più. Ma ricompaiono, per l’appunto, e dunque preoccupano meno; a differenza di quelli che non si riesce a rintracciare nel giro di qualche giorno, settimana o mese, di cui difficilmente si riavrà notizia: 336 in sei mesi. E parliamo solo di ragazzini italiani; quelli stranieri che spariscono definitivamente sono un numero molto più alto: 2.649, dal 1° gennaio al 30 giugno 2021, quasi 15 al giorno. Si tratta però di cifre legata all’ immigrazione irregolare, per la quale il nostro Paese è terra di approdo e transito verso altre destinazioni.

Il rapporto. Questi dati sono contenuti nel rapporto sul primo semestre di quest’anno redatto dal Commissario straordinario del governo per le persone scomparse, da cui risulta che superata la fase dell’immobilismo forzato legata all’emergenza Covid, il fenomeno degli scomparsi è tornato a crescere. «Si continuano a registrare numeri rilevanti, che rendono ancora più necessarie le misure di prevenzione adottate e l’affinamento delle tecniche di ricerca», avverte il prefetto Silvana Riccio, commissario straordinario.

Fenomeno in aumento. Il totale delle scomparse denunciate in Italia, nei primi sei mesi del 2021 è di 7.947 persone; nello stesso periodo del 2020 (fortemente condizionato dal lockdown) erano 5.004, e nel 2019 7.026. Dunque una tendenza al rialzo, anche in confronto al periodo pre-Covid. Delle persone che hanno fatto perdere le proprie tracce quest’anno, più della metà (4.019) sono ancora da ritrovare, mentre nel 2020 erano solo 24 per cento, e nel 2.019 il 20 per cento. Un aumento legato alla prevalenza di scomparsi stranieri: il 56 per cento nel 2021, mentre nel 2020 erano il 44 per cento e nel 2019 il 45 per cento.

La causa principale. Tornando agli italiani, del totale di 3.467 scomparsi, 694 (il 20 per cento) sono ancora da ritrovare. Poco più del dieci per cento sono persone oltre i 65 anni d’età (276, di cui 78 ancora da ritrovare) e 1.503 hanno meno di 18 anni; di 336 s’è persa ogni traccia; è il numero da cui derivano i «quasi due» ragazzini scomparsi al giorno. Tra le motivazioni delle sparizioni dei minorenni, la stragrande maggioranza (quasi il 90 per cento) è classificata come allontanamento volontario. Le altre quote sono divise tra ragioni non conosciute, fughe da case-famiglia, possibili disturbi psicologici, sottrazione da coniuge o altro congiunto, e possibili vittime di reato: soltanto due, entrambi ancora da ritrovare.

Allontanamento volontario. Non ci sono evidenze per collegare queste scomparse a fenomeni come la tratta di essere umani, lo sfruttamento della prostituzione minorile o il commercio di organi, ma quei traffici esistono e nessuno è in grado di escludere connessioni. Se dai minorenni si passa alle altre fasce di popolazione la percentuale degli «allontanamenti volontari» resta quella più alta, ma crescono (soprattutto nella fascia degli ultra-sessantacinquenni), anche le motivazioni legate a possibili disturbi psicologici, che superano il 10 per cento del totale.

Disturbi e disagio. I dati raccolti dal Commissario di governo (che esiste dal 2007) arrivano dalle prefetture e dalla Direzione centrale della polizia criminale, e il prefetto Riccio ha cominciato a elaborarli in collaborazione con altri organismi: dal ministero della Famiglia alle università, passando per l’Istituto di statistica e la commissione parlamentare su Infanzia e adolescenza, per cercare di capire le cause e prevenire le sparizioni. Legate evidentemente, soprattutto per gli italiani, a situazioni di disagio e disturbo psicologico.

Il sito Internet oscurato. È presumibile che molti dei non ritrovati siano andati a rimpinguare quel popolo di invisibili che vive di vagabondaggio ed espedienti nelle grandi città. Il commissario aveva individuato all’interno del sito internet wikihow, che suggerisce soluzioni a qualsiasi problema, una sessione intitolata «come scappare di casa», segnalata alla polizia postale e oscurata dopo aver raggiunto il numero-record di 267.000 visualizzazioni. Ma ci sono anche suicidi e disgrazie rimaste senza prove, e qualche traccia s’è cominciata a cercare nel registro dei cadaveri non identificati. Ce ne sono oltre mille, e solo in qualche decina di casi, dal 2007, si è riusciti ad attribuirle persone ufficialmente scomparse.

Migranti verso altri lidi. Che la maggior parte delle sparizioni di stranieri sia legata ai flussi migratori diretti verso altri Paesi è dimostrato, oltre che dai numeri, dalle regioni in cui si sono concentrate le denunce. Dei 4.480 stranieri spariti dall’Italia nel primo semestre, i non ritrovati sono 3.325, oltre il 74 per cento; in gran parte «minori non accompagnati». Spariti nel maggior numero dei casi dalla Sicilia e dal Friuli Venezia Giulia, cioè dai centri di accoglienza dove approdano migranti provenienti dal Nord Africa (principalmente Tunisia) o dall’Asia centrale (principalmente Afghanistan).

Gli interventi. Il commissario Riccio — che per le ricerche ha avviato contatti e adottato protocolli con i Vigili del fuoco, Guardia di finanza, Esercito, Protezione civile e altre istituzioni — mette in luce «la peculiarità del fenomeno della scomparsa di cittadini stranieri, soprattutto minori di età», per il quale «è necessario un approfondimento sulle possibili iniziative da assumere, e a tale riguardo sono allo studio alcune iniziative da intraprendere».

Sara Pedri, la rivelazione del fidanzato: “Aveva paura, costretta in una stanzetta da sola per ore”. A raccontare l’ennesimo e inquietante particolare è stato il fidanzato della ginecologa forlivese scomparsa nel nulla il 4 marzo scorso a Trento. Sara Pedri da allora ha iniziato a cambiare atteggiamento nei confronti dell’ambiente di lavoro, “Aveva paura ed ha iniziato ad andare al lavoro controvoglia”. Antonio Palma il 24/7/2021 su Il Giornale. A raccontare l’ennesimo e inquietante particolare è stato il fidanzato della ginecologa forlivese scomparsa nel nulla il 4 marzo scorso a Trento. Sara Pedri da allora ha iniziato a cambiare atteggiamento nei confronti dell’ambiente di lavoro, “Aveva paura ed ha iniziato ad andare al lavoro controvoglia”. Costretta per un intero pomeriggio a rimanere chiusa in una stanzetta dell'ospedale da sola senza far nulla, è uno dei soprusi di cui sarebbe stata vittima sul lavoro Sara Pedri, la ginecologa forlivese scomparsa nel nulla il 4 marzo scorso mentre esercitava la professione dell’ospedale Santa Chiara di Trento dove sarebbe sta sottoposta a umiliazioni continue da parte dei suoi superiori. A raccontare l'ennesimo e inquietante particolare è stato il fidanzato della dottoressa, Guglielmo Piro, rivelando che proprio da quel momento Sara aveva iniziato ad avere paura del lavoro e si recava malvolentieri in ospedale. "Costretta per un intero pomeriggio a rimanere in una stanzetta da sola senza far nulla e solo alle 21, terrorizzata dalla neve, è riuscita ad andarsene e prendere l'auto per tornare a casa" ha raccontato l'uomo al quotidiano Il dolomiti. "Dopo questo episodio ha smesso di raccontarmi quello che le succedeva. Ha iniziato a cambiare atteggiamento nei confronti dell'ambiente di lavoro. Aveva paura ed ha iniziato ad andare al lavoro controvoglia" ha aggiunge Piro, confermando in sostanza i racconti della sorella e degli altri familiari ma anche dei colleghi più vicini a Sara Pedri che parlano di un ambiente all'interno del reparto di ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento come di una vera e propria polveriera. Comportamenti e punizioni ben oltre il consentito che hanno spinto l’azienda sanitaria trentina a rimuovere il primario la sua assistente per " una situazione di reparto critica”. "Io le dissi di dimettersi perché quello era un ambiente malsano. Ma da quel momento non mi ha più raccontato quello che le accadeva al lavoro, mi diceva solo che aveva avuto un'altra "giornata nera" o un'altra "giornata difficile"." ha spiegato Piro. Sara Pedri infine si era dimessa come aveva annunciato allasorella ma da quel giorno di le si son perse le tracce. "Ci siamo sentiti per l'ultima volta la sera del 3 marzo. Su WhatsApp le ho scritto "Ti amo" ma il messaggio non l'ha mai letto ed è rimasto così, fermo, con due spunte grigie e basta. Se c'è un colpevole pagherà ma non vado a puntare il dito contro nessuno. A me interessa solo di Sara e che torni da noi" ha concluso Piro.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 3 luglio 2021. Nessuna notizia ormai da quattro mesi, il cellulare ritrovato dentro alla sua macchina abbandonata, che ha squillato senza sosta, mentre nessuno rispondeva. Di Sara Pedri, la ginecologa di 31 anni originaria di Forlì, sparita dal 4 marzo scorso dopo essersi dimessa dall' ospedale Santa Chiara di Trento, non si sa più nulla. E adesso, mentre la Procura indaga sulla sua scomparsa, per fare chiarezza scende in campo anche il ministero della Salute, che ha ufficialmente inviato gli ispettori nel nosocomio, dopo le denunce di diverse colleghe di Sara che hanno descritto un clima da incubo, con vessazioni e umiliazioni continue, e con le dottoresse - la Pedri compresa - portate allo sfinimento. Arriveranno a Trento il 6 luglio. Gli inquirenti dovranno stabilire se, come si sospetta, ci sia un collegamento tra le dimissioni e la scomparsa avvenuta a distanza di qualche ora. Il timore dei familiari è che la giovane possa avere compiuto un gesto disperato. Intanto ieri il direttore generale dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari di Trento, Pier Paolo Benetollo, ha rimesso il proprio mandato nelle mani dell'assessora alla Salute Stefania Segnana e della Giunta provinciale. È infatti emerso che il direttore del reparto dove lavorava Sara sarebbe stato riconfermato nel suo incarico proprio da Benotello, all' insaputa del presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, che ha detto di essere stato informato tardivamente e a cose fatte. Le dimissioni di Benetollo saranno ora oggetto di valutazione da parte dell'esecutivo provinciale, che per il momento ha assicurato «la piena operatività del direttore generale anche alla luce dell'importanza del settore sanitario in una fase così delicata», ha precisato la Provincia con una nota. «Fin dall' inizio della vicenda della scomparsa della ginecologa Sara Pedri - ha detto Fugatti - la Provincia ha richiesto chiarezza e il dottor Benetollo ha informato l'assessorato di una situazione della quale assessorato e Giunta non erano a conoscenza. Questa informazione tardiva riguarda il fatto che il 7 giugno scorso, all' interno di una serie di delibere che l'Azienda sanitaria ha approvato, ce n' è una in cui vi sono una decina di rinnovi di incarichi di medici dell'Azienda sanitaria. Tra questi c' è anche il rinnovo del direttore dell'Unità di ginecologia e ostetricia dell'ospedale Santa Chiara di Trento». Secondo Fugatti, «questo è un segno della massima chiarezza che noi abbiamo subito chiesto all' Azienda sanitaria fin dall' inizio della vicenda». Otre all' inchiesta della Procura e all' ispezione del Ministero, sul caso dell'ospedale Santa Chiara è al lavoro anche la commissione d' inchiesta interna dell'Azienda sanitaria, nominata da Benetollo e che ha già sentito una parte del personale sanitario del reparto di ginecologia. Anche la Procura di Trento, nel frattempo, ha sentito decide di testimoni. Gli inquirenti stanno anche aspettando i risultati degli accertamenti fatti sul telefono della ginecologa, trovato nell' auto della donna, lasciata nei pressi del ponte sul torrente Noce, in Val di Non. «Ringrazio tutte le persone che ho incontrato e con cui ho parlato, che chiamo gli Angeli di Sara - ha detto la sorella della dottoressa, Emanuela Pedri - Persone che con amore, coraggio, tenacia e dedizione hanno fatto sì che si potesse raggiungere un altro importantissimo traguardo, ossia l'invio della commissione esterna da parte del ministero della Salute. Un sentito grazie al ministro Roberto Speranza e a tutto il suo team».

Margherita Montanari per il "Corriere della Sera" il 7 luglio 2021. Si cerca ormai da quattro mesi la ginecologa Sara Pedri, scomparsa il 4 marzo in Val di Non, appena dopo aver dato le dimissioni dal reparto di ginecologia di Trento, in cui lavorava da novembre. Il giallo della scomparsa, fin da subito denunciata dalla sorella Emanuela come conseguenza diretta di un «clima malsano e umiliante sul posto di lavoro», si è trasformato in un'indagine doppia - della Procura e dell'Azienda sanitaria - che getta ombre sulla gestione dell'intero reparto. Di pari passo, le ricerche della ginecologa proseguono nel lago di Santa Giustina, dove i cani della polizia hanno fiutato un cadavere. Sara Pedri, 31 anni, forlivese, specializzata in ginecologia a Catanzaro, arriva in Trentino il 15 novembre per cominciare la carriera medica a Cles, in Val di Non. Aveva già affittato un appartamento in zona, ma una riorganizzazione dovuta alla pandemia aveva destinato la dottoressa all' ospedale Santa Chiara di Trento. Quaranta minuti di auto all' andata e altrettanti al ritorno, e un ritmo di lavoro che l'aveva destabilizzata. In febbraio, quando la giovane era tornata in Romagna per qualche giorno, era apparsa scossa e dimagrita. «Calo ponderale per stress da lavoro», il referto del medico di famiglia. Poi, il 4 marzo, Sara scompare, l'ultima traccia è la sua macchina, parcheggiata nello spiazzo di un vecchio albergo adiacente al torrente Noce, tra i comuni di Cis e Cles. Il primo marzo era stata trasferita a Cles, ma il tre aveva dato le dimissioni, confidando alla sorella Emanuela di essersi «tolta un grande peso». Che cosa avrebbe potuto spingerla a decidere di far perdere le proprie tracce? Una prima crepa è stata aperta dalla denuncia della sorella: «Mi diceva che sul lavoro veniva verbalmente offesa. Era paralizzata dal terrore». Poco dopo, un muro di omertà comincia a sgretolarsi, travolgendo l'Azienda sanitaria trentina e il primario alla guida del reparto di ginecologia, Saverio Tateo, tornato in ospedale lunedì dopo un periodo di ferie concordato. Altri dipendenti del reparto hanno condiviso le angosce di Sara, parlando di «sistema punitivo», fatto di «abusi di potere, minacce continue» e umiliazioni; tra i colleghi, c'era chi addirittura sperava di fare un incidente grave per non dover più lavorare in ginecologia, come riferito dalla trasmissione televisiva «Chi l'ha visto?» . Un fulmine a ciel sereno su un reparto considerato d' eccellenza (anche se ben undici operatori l'avevano abbandonato nel 2019). Le testimonianze di mobbing hanno portato la Procura ad aprire un fascicolo, l'11 giugno, e l'Azienda sanitaria ad avviare la commissione d' indagine interna: 70 ostetriche hanno chiesto di essere ascoltate. Nelle ultime ore cinque ginecologhe, attraverso i loro legali, hanno parlato di «incompatibilità ambientale» rispetto al rientro di Tateo al Santa Chiara. Ospedale dove il ministro Speranza ha inviato gli ispettori per cercare riscontri alle denunce. Intanto proseguono le ricerche di Sara Pedri. Il ritrovamento della sua auto nei pressi del ponte di Mostizzolo ha fatto ipotizzare un gesto estremo. Il dubbio si è fatto più pressante quando si sono aggiunti i riscontri dei cani molecolari. Le unità cinofile hanno riconosciuto una traccia del passaggio di Sara proprio all' imbocco del ponte e hanno fiutato l'ultima scia in un punto in cui si apre un dirupo di 50 metri. Poco distante, il torrente Noce si immette nell' immenso lago artificiale di Santa Giustina. Le ricerche dei Vigili del fuoco hanno virato verso il bacino, setacciato negli ultimi mesi ogni tre-quattro giorni. A fine marzo sono arrivati due cani dell'unità cinofila della polizia di stato di Milano Malpensa. Hanno segnalato la presenza di un corpo in un punto preciso del bacino, ma il cadavere non è ancora stato recuperato e le acque melmose non facilitano certo le indagini in un luogo dannato (sei suicidi in sette mesi). Le indagini scuotono i vertici dell'Azienda sanitaria trentina. Nonostante le tante lamentele il 7 giugno il dirigente Pier Paolo Benetollo aveva rinnovato alla guida di ginecologia Saverio Tateo, ma senza avvisare la giunta provinciale. Quando la bomba è esplosa, giovedì, Benetollo si è dimesso.

Pierfrancesco Carcassi per "corriere.it" il 9 luglio 2021. «L’esperienza a Trento doveva essere formativa, purtroppo ha generato in me un profondo stato d’ansia, a causa del quale sono completamente bloccata e non posso proseguire. Sono partita con molto entusiasmo, non ho mai detto di no, nonostante i molteplici imprevisti e dei progetti incivili. È una situazione più grande di me». Sono parole di Sara Pedri: la ginecologa forlivese 31enne, scomparsa lo scorso 4 marzo dopo essersi dimessa dall’ospedale di Trento, le ha affidate a una serie di appunti emersi dalla sua casa di Cles e ora nelle mani dei carabinieri. Le indagini proseguono ma le ricerche finora non hanno dato frutti, oltre ad alcune tracce fiutate dai cani in prossimità di un ponte. Nel frattempo gli ispettori del ministero produrranno una relazione dopo l’ispezione all’unità di ostetricia e ginecologia dove lavorava la ragazza. Anche l’Ordine dei medici ha avviato un’indagine.

Le rivelazioni. A pubblicare gli appunti di Sara è il settimanale «Giallo», che riporta diversi stralci degli scritti della dottoressa da poco assunta come dirigente all’ospedale di Cles. Negli ultimi tempi diverse persone avevano notato che la 31enne non era serena: in primis la famiglia, che Sara aveva visitato l’ultima volta a febbraio. Ai loro occhi era apparsa turbata e nervosa. Uno stato d’animo che le note scritte di suo pugno sembrerebbero rispecchiare. «Le mie aspettative sono state deluse», continua uno dei brani pubblicati, che darebbe concretezza all’ipotesi della famiglia di vedere un legame tra quelle difficoltà personali con l’ambiente di lavoro. «Sono stata rimbalzata da una mansione all’altra senza un perché. So che comprometto tutto, ma ho bisogno di aiuto». In un altro passaggio si intravede l’angoscia di non sentirsi all’altezza del proprio incarico: «Le competenze che pensavo di aver ottenuto in autonomia non sono adeguate agli standard».

La lontananza da casa. Le riflessioni della ragazza sul proprio disagio, poi, si fanno sempre più cupe: «Con la fretta e la frenesia non si impara», continuano gli scritti, in riferimento al clima in ospedale. «Ho cercato di non disattendere mai agli ordini. Ho sempre detto di sì. Finora i risultati ottenuti sono solo terrore. Sono stata addirittura chiamata dal primario perché ho perso troppo peso». Una difficoltà resa più acuta dalla lontananza degli affetti, come la stessa Sara riconosce in un altro passo: «Non sono nelle condizioni psichiche di poter continuare, ho sempre fatto tutto da sola e anche questa volta ho in carico l’esperienza da sola, senza sostegno da parte dei cari che sono lontani».

Sara Pedri, la lettera della ginecologa prima di sparire: "Profondo stato d'ansia, vivo nel terrore. Situazione più grande di me". Libero Quotidiano il 10 luglio 2021. Sara Pedri è ancora scomparsa. Della ginecologa di 31 anni si è persa ogni traccia lo scorso 4 marzo. Di lei, ad oggi, ci sono solo alcune inquietanti lettere. Tutte dimostrano un turbamento interiore legato al reparto di Ginecologia, lo stesso dell'ospedale Santa Chiara di Trento in cui da tempo lavorava.  È il 3 marzo - il giorno prima della scomparsa - quando al fidanzato e alla sorella Sara annuncia di aver dato le dimissioni: "L'esperienza a Trento doveva essere formativa - scrive Sara nelle lettere diffuse dal settimanale Giallo - ma ha generato in me un profondo stato d'ansia, a causa del quale sono completamente bloccata e non posso proseguire". La giovane racconta di "aspettative deluse": "Non ho mai detto no, nonostante i molteplici imprevisti e i progetti incivili. È una situazione più grande di me". E ancora: "Con la fretta e la frenesia non si impara, i risultati ottenuti sono solo terrore (...). So che mi comprometto, ma ho bisogno di aiuto". L'1 marzo la 31enne venne trasferita là dove era destinata fin dall'inizio: all'ospedale di Cles. Ma erano già troppi i dubbi: "La vita da ospedaliero non sarà per tutti e ne prendo atto - prosegue - ma io sono stata sfortunata a causa delle contingenze". Una vita difficile quella di Sara, che nel giro di pochissimo tempo aveva perso 6 chili, al punto da essere chiamata a colloquio con Saverio Tateo, primario dell'unità che lei nella mail di dimissioni chiama "sovrano illuminato". Un messaggio che ora è agli atti degli ispettori mandati a Trento lo scorso 6 luglio dal ministro Roberto Speranza che indagano se in reparto il clima era davvero "malsano" come denunciato dai familiari di Sara e da altri sanitari. Intanto proseguono le ricerche. Il fiuto dei cani molecolari ha portato gli agenti all'inizio del ponte di Mostizzolo, poco distante dal luogo dove il 4 marzo scorso era stata trovata l'auto di Sara. Le unità cinofile avevano concentrato il loro lavoro anche nella zona di un dirupo, alto una cinquantina di metri, a cui si accede dalla pista ciclabile ma nessun corpo è stato trovato. 

Ginecologa sparita, allontanato il "sovrano illuminato". Valentina Dardari il 10 Luglio 2021 su Il Giornale. Le ultime mail di Sara Pedri e le accuse ai responsabili. Trasferiti il direttore di ostetricia e ginecologia e un altro dirigente medico. Il primario e un altro dirigente medico sono stati allontanati al termine dell’inchiesta condotta da una commissione interna all’Azienda sanitaria trentina in seguito alla scomparsa di Sara Pedri, la ginecologa di 31 anni di Forlì scomparsa lo scorso 4 marzo nei pressi di Cles. Come si legge in una nota dell'Apss, l’Azienda provinciale per i servizi sanitari di Trento, che “dalla documentazione emergono fatti oggettivi e una situazione di reparto critica che rendono necessario, a partire da lunedì 12 luglio, il trasferimento del direttore dell'ostetricia e ginecologia di Trento ad altra unità operativa e di un altro dirigente medico ad altra struttura ospedaliera dell'Apss. Questi provvedimenti sono stati decisi al fine di tutelare la serenità delle pazienti, di tutti gli operatori coinvolti e a salvaguardia del buon funzionamento del reparto".

Trasferiti il primario e un responsabile medico. Rimossi dal loro incarico sono il primario Saverio Tateo, e un altro responsabile del reparto, Liliana Mereu. Tutto è cominciato in seguito alle accuse di mobbing partite dai familiari di Sara, che hanno denunciato ai media come la ginecologa 31enne, in carico nel reparto dallo scorso autunno, subisse “turni massacranti, abusi di potere e minacce continue”. La sorella Emanuela aveva parlato di nonnismo nei confronti di Sara. Alcuni professionisti che avevano lavorato in quello stesso reparto negli ultimi anni hanno appoggiato le accuse mosse dalla famiglia del giovane medico.

"Non riesco a tenere il bisturi", medico scompare dopo le dimissioni. Della dottoressa scomparsa ancora nulla, è stata solo ritrovata la sua vettura poco lontana dal ponte di Mostizzolo sul torrente Noce, con all’interno dell’abitacolo il suo telefono cellulare. Per indagare su quanto avvenuto è stata nominata dall’Azienda sanitaria una commissione interna apposita. Sono state ben 110 le persone ascoltate dalla commissione, che al termine ha reso noto di aver deciso per il trasferimento del primario “al fine di tutelare la serenità delle pazienti, di tutti gli operatori coinvolti e a salvaguardia del buon funzionamento del reparto”. Si legge anche che “la direzione generale invierà gli atti della commissione di indagine all’Ufficio procedimenti disciplinari per l’attivazione del relativo iter. L’unità operativa del Santa Chiara è stata affidata al direttore della struttura complessa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Rovereto che guiderà il reparto a scavalco”.

Le dimissioni del direttore generale. Ma non è finita qui. Infatti, il direttore generale Pier Paolo Benetollo ha confermato la decisione di presentare le sue dimissioni tramite una lettera inviata nella mattinata di oggi, sabato 10 luglio, al personale dell’Azienda sanitaria. Il medico ha scritto che si tratta di “un lavoro complesso, che si può fare solo se si ha serenità d’animo, forse anche appartengo ad un’altra generazione, in cui i sistemi di relazione erano diversi. In piena serenità quindi ritengo sia meglio per l’Azienda sanitaria e per me tornare al mio lavoro consueto, magari dopo un periodo di ferie, di cui ora ho bisogno; per questo ho riconfermato nei giorni scorsi la mia volontà di dimettermi dall’incarico”. La scorsa settimana il direttore generale aveva rimesso il proprio mandato nelle mani della giunta provinciale perché aveva riconfermato Tateo, informando in modo tardivo il presidente della Provincia Maurizio Fugatti. Da quel momento la posizione di Benetollo era rimasta ferma sul tavolo della giunta per tutta la settimana fino a ieri, quando Fugatti aveva spiegato che il direttore generale sarebbe restato in carica con le sue funzioni. Il medico ha però deciso diversamente, presentando oggi le sue dimissioni oggi: “Per quanto riguarda il caso della dottoressa Sara Pedri e il clima nel reparto di Ostetricia Ginecologia di Trento, la mia scelta è stata fin da subito quella di approfondire i fatti, raccogliendo nelle dovute maniere dati e testimonianze, per decidere subito dopo sulla base di questi”.

Sara: "Un profondo stato d'ansia". La visita degli ispettori mandati dal ministro della Salute si è conclusa e adesso si aspettano, per la fine del mese, le audizioni dell’Ordine dei medici di Trento. Importante anche una mail che Sara aveva scritto al suo responsabile di reparto per informarlo di voler lasciare il suo incarico di dirigente medico dal Santa Chiara. La mail in questione inizia con “Sovrano illuminato”. Questo appellativo usato dalla 31enne potrebbe far capire agli inquirenti il clima che c’era sul posto di lavoro. Negli appunti della giovane, trovati nella sua abitazione di Cles, e pubblicati dal settimanale Giallo, si legge che “l’esperienza a Trento doveva essere formativa, purtroppo ha generato in me un profondo stato d’ansia, a causa del quale sono completamente bloccata e non posso proseguire. Sono partita con molto entusiasmo, non ho mai detto di no, nonostante i molteplici imprevisti e dei progetti incivili. È una situazione più grande di me”. Intanto le ricerche per ritrovare Sara proseguono sia da parte dei Vigili del fuoco che del Soccorso alpino che stanno scandagliando la zona del torrente Noce e del lago di Santa Giustina. Al momento però nessun corpo è stato ritrovato.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Valeria Arnaldi per "Il Messaggero" il 10 luglio 2021. La paura di non farcela, o meglio di non farcela più. E la disperazione di chi, ogni giorno, si mette in gioco, ma arriva a sera, sentendosi sempre sconfitto. Nonostante impegno e meriti. Nonostante la tenacia. Sono di ansia e terrore le parole - e i sentimenti - ricorrenti negli ultimi scritti di Sara Pedri, ginecologa di Forlì, 31 anni, che lavorava all'ospedale Santa Chiara di Trento, scomparsa lo scorso 4 marzo. E ora è proprio nei suoi testi, tra le lettere nell'appartamento a Cles, e il cellulare, che si indaga per capire cosa sia accaduto quel giorno e cosa la abbia portata nelle vicinanze del ponte sul torrente Noce, che porta al lago di Santa Giustina, zona nota per i suicidi, dove è stata ritrovata la sua auto. Abbiamo raggiunto la sorella, Emanuela Pedri.

Sara si diceva terrorizzata, cosa le raccontava?

«Nell'ultimo mese, mi diceva che sarebbe stato meglio se una mattina non si fosse svegliata. Già prima mi parlava di aggressioni verbali. Diceva che ciò che succedeva lì, rimaneva lì. Non ci si poteva lamentare. Erano urla se si usava uno strumento in modo un po' diverso, pure se lavoravi bene. Era discriminata anche perché si era formata a Catanzaro, al Sud. Non contestiamo la professionalità delle persone, ma la gestione delle risorse umane. Era un ambente punitivo. Una volta, in sala operatoria, davanti alla paziente, una ginecologa le diede uno schiaffo sulle mani, le disse di togliersi il camice e che era un'incapace. Si sentì umiliata. Era dicembre e da lì tutto è precipitato. Temeva di essere licenziata, pensava che nessuno la avrebbe più assunta, ma aveva anche il terrore di andare a lavorare. Aveva le palpitazioni. Aveva perso sette chili. Non dormiva più, mangiava poco, aveva l'orticaria. Tutti sintomi del burn out. In ospedale, però, chi avrebbe potuto vederli, non lo ha fatto».

Lei ha intuito qualcosa e l'ha fatta tornare a casa.

 «Sì, l'ho minacciata. Ho detto che se non fosse venuta, sarei andata a prenderla, o avrei chiamato in ospedale. Arrivata, aveva il viso scavato, lo sguardo spento, si mangiava le unghie fino alla pelle. Il medico di base le ha fatto un certificato per calo ponderale per stress lavorativo. Avrebbe voluto darle quindici giorni, ma lei ha accettato solo una settimana, aveva paura che non la avrebbero più fatta lavorare. Dopo la settimana, non era più nei turni, il primario le ha proposto Cles, che avrebbe aperto solo a maggio, Sara lo ha visto come un demansionamento».

Perché si era trasferita a Trento?

«Era brava. Aveva fatto un concorso a Ravenna, uno a Trento, era stata presa in entrambi. Scelse Trento perché il primario di Cles, sapendo che aveva lavorato in un centro di Pma (procreazione medicalmente assistita), le aveva detto che sarebbe andata a volte ad Arco e che lui voleva aprire un centro PMA a Cles. Il giorno prima che prendesse servizio, le è stato detto che avrebbe lavorato a Trento, a 40 chilometri. Questo impediva di stringere amicizie, era sola, aveva preso un gattino, ma poi è stata costretta a trovargli una famiglia. Faceva turni anche di dodici ore, non poteva occuparsene. Aveva un forte senso del dovere, era molto rispettosa della divisa, non si lamentava, dava il massimo e continuava ad alzare l'asticella. Credeva che fosse sua la colpa di ciò che accadeva».

E quando il 4 marzo non le ha risposto al telefono?

 «Ho capito subito. L'avevo vista, era un'altra persona. La sera prima, alle 20.30, mi aveva telefonato. Si era dimessa. Le ho chiesto di tornare a casa, ma lei ha risposto che voleva rimanere ancora un po' a Cles per occuparsi di utenze e simili». 

Dopo la scomparsa, cosa ha fatto?

 «Ho cercato risposte tra chi aveva lavorato in ospedale. Alcune storie erano simili alla sua. Bisogna indagare. Sara non è un caso unico. Mi auguro che i dirigenti aziendali facciano ciò che devono. Così, politica e magistratura. Qualcuno che prima aveva paura di farlo, ora racconta. Il primario è sempre lì. Noi non abbiamo ricevuto neanche una telefonata dall'ospedale. Mai». 

 Cosa pensa sia successo quel giorno?

«Mi sarei aggrappata a qualunque indizio, ma non c'è nulla che faccia pensare a una fuga. I cani hanno segnalato due punti, uno nel lago. Cercheremo Sara fino a quando non sarà trovata. E spero che ciò che le è accaduto possa dare la forza ad altri di parlare».

 Cosa vi aspettate?

«Una presa di posizione dell'azienda ospedaliera. Spero che la verità venga fuori e che si faccia qualcosa per chi lavora in quell'ospedale. Confido nella magistratura. Sono credente, ho fede nella giustizia divina, so che ci sarà, ma vorrei anche quella terrena. Ci sono tante risposte da dare». 

Sara Pedri, la ginecologa scomparsa e il "sistema punitivo": l'inferno nel reparto di Trento. Libero Quotidiano l'11 luglio 2021. Nuovi importanti sviluppi sul caso di Sara Pedri, la ginecologa di 31 anni scomparsa il 4 marzo a Trento. “Dalla documentazione emergono fatti oggettivi e una situazione di reparto critica”: così si legge nel comunicato diffuso nella mattinata di ieri dall’azienda sanitaria trentina, che ha chiuso l’indagine interna avviata per fare chiarezza sul “sistema punitivo” che esisteva nell’unità di ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento. Alla luce ella “situazione critica” emersa dall’inchiesta, l’Asl ha deciso il “trasferimento del direttore dell’unità di ostetricia e ginecologia ad altra unità e di un altro dirigente medico ad altra struttura ospedaliera dell’Azienda sanitaria”. Tale decisione è stata presa al fine di “tutelare la serenità dei pazienti, degli operatori coinvolti e a salvaguardia del buon funzionamento del reparto”. Nel frattempo rimane in piedi l’inchiesta della Procura di Trento e si continua a cercare il corpo della 31enne scomparsa lo scorso marzo. Arrivata all’ospedale Santa Chiara lo scorso novembre, la giovane aveva confidato alla sorella Emanuela e al fidanzato che sul posto di lavoro c’era un “clima di terrore”, tra minacce e umiliazioni. Per quanto riguarda l’Asl, l’ultima parola spetterà all’ufficio procedimenti disciplinari: “Dovrà valutare i provvedimenti da prendere e trovare sostituti per i dirigenti spostati”. 

Valeria Arnaldi e Claudia Guasco per “Il Messaggero” l'11 luglio 2021. Nelle ultime settimane gli ispettori hanno ascoltato 110 testimoni, hanno parlato con medici e ostetriche, messo in fila i racconti di ciò che accadeva in sala operatoria e durante le visite. «Dalla documentazione emergono fatti oggettivi e una situazione di reparto critica che rendono necessario, a partire da lunedì 12 luglio, il trasferimento del direttore dell'Ostetricia e Ginecologia di Trento ad altra unità operativa e di un dirigente medico a una diversa struttura ospedaliera dell'Azienda sanitaria», comunica la commissione d'inchiesta a lavoro terminato. Riconoscendo che il clima nel reparto dell'ospedale Santa Chiara di Trento diretto da Saverio Tateo, che avrebbe reso la vita impossibile alla ginecologa Sara Pedri svanita nel nulla dopo aver annunciato le dimissioni, non era sano né sereno.

LITI IN SALA PARTO Sulla scomparsa di Sara, 31 anni, arrivata dopo la formazione a Catanzaro con tante speranze e voglia di fare, la Procura ha aperto un fascicolo, senza indagati né titoli di reato, e in parallelo si è mossa la Ausl. Che ieri ha annunciato la rimozione di Tateo, con spostamento a diverso incarico insieme a un'altra responsabile del reparto di Ginecologia, la dottoressa Liliana Mereu. Per l'ospedale Santa Chiara è un terremoto. Originario di Bari, 59 anni, Tateo ha cominciato la sua carriera al San Matteo di Pavia, poi si è trasferito a Sondrio e nel 2010 è approdato a Trento. «Ho trovato una capacità di accettare cambiamenti, cosa non facile se l'ambiente è rigido», commentava qualche mese dopo la sua nomina. Ma a quanto pare la situazione è precipitata in fretta. Scrive una neo mamma nella pagina Opinioni dei pazienti dell'ospedale: «I medici della neonatologia sono molto critici con il sistema di parto delle ostetriche e bisogna stare attenti a non finire in mezzo alle loro discussioni». Una dottoressa ha raccontato che in sala operatoria «c'erano ferri chirurgici che volavano addosso alle persone, anche per un nonnulla, o venivano allontanate. Magari anche ginecologi bravi. Ti fanno sentire una nullità e ti fanno mettere in dubbio ciò che tu da decenni fai tutti i giorni, cercano di trovare lo sbaglio anche se l'errore non c'è pur di metterti in crisi». Non è l'unica a patirne: il 2 luglio cinque ostetriche hanno reso nota «l'incompatibilità ambientale» di Tateo, due giorni fa 70 colleghe della sala parto e del reparto di ostetricia hanno scritto al direttore dell'Azienda sanitaria trentina chiedendo di essere ascoltate sul clima lavorativo «di gravi tensioni, intimidazioni e vessazioni». Qui, negli ultimi cinque anni, le dimissioni sono state 62. Un ambiente avvelenato nel quale a soffrire più di tutti era Sara Pedri, assunta lo scorso autunno e sottoposta a «turni massacranti, abusi di potere e minacce continue», come riferisce la sua famiglia. Sara era pronta al lavoro duro, non alla crudeltà: «Non ho mai detto no, nonostante i molteplici imprevisti e i progetti incivili. È una situazione più grande di me. Con la fretta e la frenesia non si impara, i risultati ottenuti sono solo terrore. So che mi comprometto, ma ho bisogno di aiuto», scriveva in una lettera trovata nel suo appartamento a Cles. Il 3 marzo capisce di non poter più andare avanti, scrive una mail a Tateo, chiamandolo «sovrano illuminato», e comunica le sue dimissioni. Ma qualcosa dentro di lei si rompe definitivamente, il 4 marzo ciò che resta di Sara è la sua auto parcheggiata vicino a un ponte, sul lago di Santa Giustina di cui ora viene scandagliato il fondo.

«TUTELARE LE PAZIENTI» Intanto Tateo, dopo un periodo di ferie, viene rimosso. «Vorrei che tu fossi qui Sara. Allora sì, che ci sarebbe da esultare. Ti stringerei forte e ti direi: lo vedi? Insieme non ci ferma nessuno», è il post venato di amarezza di Roberta Venturella, tutor della ginecologa all'università. «Tutelare la serenità delle pazienti, di tutti gli operatori coinvolti e a salvaguardia del buon funzionamento del reparto», sono le motivazioni dello spostamento del primario. Provvedimento arrivato insieme all'uscita di Pier Paolo Benetollo, il direttore generale della sanità trentina che aveva riconfermato Tateo fino al 2025. Un brutto colpo per il Santa Chiara, già al centro di un'inchiesta per la morte di Sofia Zago, 4 anni, contagiata dalla malaria nel suo letto in pediatria.

Margherita Montanari per il "Corriere della Sera" il 15 luglio 2021. Il primario Saverio Tateo, finito nell'occhio del ciclone dopo la scomparsa di Sara Pedri, era stato trasferito da lunedì al ruolo di coordinatore territoriale del percorso nascita di Pergine Valsugana. Un trasferimento deciso a seguito dei risultati della commissione d'indagine dell'Azienda sanitaria, che ha riscontrato «fatti oggettivi» e una «situazione critica» in corsia. Un clima testimoniato anche dalla denuncia di 6 operatrici dello stesso reparto, che ora valutano anche di avviare una causa per mobbing. Ma a Pergine ci è rimasto per poco: Saverio Tateo ha infatti deciso di prendere un periodo di ferie. «In questa scelta, leggo un'opposizione alla decisione della commissione interna, che lo ha trasferito dopo 11 anni in reparto - commenta Emanuela Pedri, sorella di Sara -, è un temporeggiare nell'attesa che arrivino i risultati degli ispettori ministeriali e il verdetto dell'Ufficio procedimenti disciplinari». Con Tateo, Emanuela non si è mai sentita, neanche nell'immediatezza della scomparsa della sorella, il 4 marzo. Ha però ribadito i timori di Sara nei confronti del primario. E ciò ha portato al centro dell'attenzione la gestione del reparto di ginecologia del Santa Chiara. «Si è spostato un problema, senza risolverlo», ribadisce la sorella della ginecologa nel giorno in cui l'azienda sanitaria trentina tenta di riorganizzarsi. Il cambio di direttore generale si è reso necessario dopo che Pier Paolo Benetollo, con una lettera di dimissioni inviata sabato mattina, ha lasciato l'incarico. Era stato lui a firmare il rinnovo del primario Tateo, quando le nubi sul reparto si erano già addensate. La nuova squadra vede alla guida dell'Apss Antonio Ferro, come direttore facente funzioni. Ma entro la fine dell'anno sarà pronto il bando provinciale per trovare un nuovo dg. Nel team ristrutturato figura anche Andrea Anselmo (direttore amministrativo), che assieme a Benetollo aveva confermato Tateo. «In questi anni - dice Ferro - non erano mai state registrate segnalazioni oggettive. Elementi che invece sono emersi dalle audizioni della commissione». Solo alla luce delle centodieci testimonianze, molte delle quali hanno evidenziato problemi nel reparto, l'azienda ha trasferito Tateo e Mereu. Ma di segnali ce n'erano stati, «accompagnati da dimissioni a catena e da interessamenti della politica», ricorda Emanuela, che sottolinea il ritardo con cui si è mossa l'azienda. «Sara descriveva un ambiente di terrore e appena ho verificato ho sentito persone devastate da quel reparto». Ora Ferro si impegna ad andare a fondo: «Vigilerò non solo sulle segnalazioni fatte, ma anche su segnalazioni non ancora fatte in maniera oggettiva». Le ricerche del corpo di Sara intanto vanno avanti nel lago di Santa Giustina. «Il gps dell'auto - dice la sorella - ha segnalato che c'era stata solo una volta, in gennaio. Era con la tutor di Cles, che le aveva fatto visitare la zona». Il timore è che sia tornata lì per compiere un gesto estremo.

Dopo le prime indagini interne allontanati due dirigenti. Sara Pedri, altri medici denunciano: “In quel reparto vessazioni mortificanti”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 12 Luglio 2021. Continuano le indagini sulla scomparsa di Sara Pedri, la giovane ginecologa originaria di Forlì di cui non si hanno più notizie da 4 mesi. E continuano anche le indagini nel reparto a Trento da cui la giovane specialista si era dimessa, dicendo alla sua famiglia che si era “tolta un peso”. Sin da subito la famiglia Pedri ha denunciato il clima di terrore vissuto dalla ragazza sul lavoro che per loro sarebbe all’origine della sua scomparsa. Per capire se ci possa essere una connessione tra quella scomparsa e la situazione lavorativa l’azienda sanitaria trentina ha avviato una serie di indagini interne. Un lavoro alacre fatto di 110 audizioni, analisi dei turni, verifica di mail e documenti. Così l’Azienda sanitaria ha trovato riscontro di “fatti oggettivi e una situazione di reparto critica” nell’unità di ginecologia di Trento e ha trasferito il primario e una dirigente. Si sono fatti avanti altre colleghe, dottoresse che hanno denunciato un clima in reparto “insopportabile sotto il profilo umano e professionale”. Ai primi di aprile 5 dottoresse a cui si è aggiunta una sesta avevano denunciato tutto ciò ben prima che scoppiasse il caso di Sara. I legali delle dottoresse raccontano di un modus operandi fatto di “vessazioni mortificanti”, che aveva provocato la diaspora, negli ultimi 6 anni, di 62 dipendenti. “Da anni si vive un clima di sofferenza legato ai metodi autoritari dei due dirigenti. Atteggiamenti che sono andati inasprendosi”, ha detto al Corriere una delle ginecologhe che ha denunciato le vessazioni sul posto di lavoro. Ed è quello che ha già raccontato ai pm e alla commissione interna. Turni sfiancanti, scatti d’ira, umiliazioni che non avrebbero avuto valide ragioni. “Alcune persone sono state prese di mira, e ne è seguito anche un demansionamento”. Un drammatico inasprimento che Sara aveva scritto di aver vissuto anche in alcune lettere. “La condotta basata su atteggiamenti spesso vessatori ha creato in me come in tanti altri una profonda sofferenza. Capitavano anche insulti e minacce. A un’infermiera ho sentito dire: io ti rovino”, ha detto ancora una delle dottoresse che ha denunciato. E ancora: “Sara ha avuto un impatto complesso con una realtà difficile, diversa da come se l’era immaginata e che non è stata accogliente. Né protettiva come dovrebbe essere nei confronti di un neo-specialista”. Tutto ciò dovrà essere verificato anche in sede giudiziaria. Come è tutto ancora da capire quanto tutto ciò sia connesso con la scomparsa di Sara. “L’esito dell’inchiesta interna non mette la parola fine a questa storia, ma è qualcosa di fondamentale — dice al Corriere l’avvocato de Bertolini che difende le dottoresse che hanno denunciato vessazioni in reparto — stiamo valutando quale tipo di azioni giudiziali intraprendere”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Margherita Montanari per il "Corriere della Sera" il 12 luglio 2021. Centodieci audizioni, analisi dei turni, verifica di mail e documenti. L' Azienda sanitaria trentina ha trovato riscontro di «fatti oggettivi e una situazione di reparto critica» nell' unità di ginecologia di Trento e ha trasferito il primario Saverio Tateo e la dirigente Liliana Mereu. Uno spostamento liberatorio per le sei professioniste che lavorano nel reparto e che, attraverso i legali Andrea de Bertolini e Andrea Manca, si sono fatte avanti per denunciare i metodi utilizzati dai due specialisti in corsia. La decisione della commissione è arrivata dopo la sparizione della ginecologa Sara Pedri. Hanno verificato le molteplici denunce sul clima di terrore in reparto che, secondo la famiglia della ginecologa 31enne sono all'origine della sua scomparsa, il 4 marzo. Ma ben prima che il caso Pedri scoppiasse, ai primi di aprile, cinque dirigenti e ostetriche (poi sene aggiungerà una sesta) si erano rivolte agli avvocati de Bertolini e Manca. Denunciando una situazione «insopportabile sotto il profilo umano e professionale», spiegano i legali; un modus operandi fatto di «vessazioni mortificanti», che aveva provocato la diaspora, negli ultimi 6 anni, di 62 dipendenti.

«Da anni si vive un clima di sofferenza legato ai metodi autoritari di Tateo e Mereu. Atteggiamenti che sono andati inasprendosi», dice Marta (nome di fantasia) ginecologa come Sara. Lo ha già raccontato ai pm e alla commissione interna. Turni sfiancanti, scatti d' ira, umiliazioni che non avrebbero avuto valide ragioni. «Alcune persone sono state prese di mira, e ne è seguito anche un demansionamento». Dinamiche che anche Sara, negli appunti trovati nel suo appartamento scriveva di aver vissuto. «La condotta basata su atteggiamenti spesso vessatori ha creato in me come in tanti altri una profonda sofferenza. Capitavano anche insulti e minacce. A un'infermiera ho sentito dire: io ti rovino», prosegue Marta. Il venir meno della serenità sul posto di lavoro, stando al racconto delle dipendenti che hanno denunciato, risalirebbe a quando Tateo e Mereu hanno cominciato a lavorare assieme («Con il loro allineamento, il clima è peggiorato»). «Sara - riflette Marta - ha avuto un impatto complesso con una realtà difficile, diversa da come se l'era immaginata e che non è stata accogliente. Né protettiva come dovrebbe essere nei confronti di un neo-specialista». Tessere di un puzzle che ora verranno verificate anche in sede giudiziaria. Quattro dottoresse hanno già reso la loro versione a Procura e Ordine dei medici. «L' esito dell'inchiesta interna non mette la parola fine a questa storia, ma è qualcosa di fondamentale - dice l' avvocato de Bertolini -, stiamo valutando quale tipo di azioni giudiziali intraprendere». Per Marta e altri dipendenti «ora si volta pagina, ma ci portiamo dietro la sofferenza di questi anni».

Claudia Guasco per "Il Messaggero" il 14 luglio 2021. Altre sei ginecologhe del reparto di Ostetricia e ginecologia del Santa Chiara di Trento, tutte attualmente in servizio, sono pronte a sporgere denuncia: «Le condizioni di lavoro in corsia erano fonte di profonda sofferenza e prostrazione». Mesi di insulti e critiche tali da minare qualsiasi sicurezza professionale che avrebbero spinto Sara Pedri, ginecologa trentunenne di Forlì in forze all'ospedale di Trento, a dimettersi lo scorso 3 marzo e svanire nel nulla il giorno successivo. Da due giorni il primario Saverio Tateo e la sua vice Liliana Mereu sono stati trasferiti, l'azienda sanitaria trentina ha aperto un'inchiesta interna ascoltando 110 dipendenti e arrivando alla conclusione che «dalla documentazione emergono fatti oggettivi e una situazione di reparto critica che rendono necessari questi provvedimenti». Ma la scomparsa di Sara e la coraggiosa battaglia della sorella Emanuela per scoprire la verità hanno aperto una crepa, non si può più tornare indietro. Ieri gli atti della commissione sono stati consegnati alla Procura, che nel frattempo ha ascoltato decine di testimoni e non è escluso che arrivi alle proprie conclusioni ancor prima della denuncia delle ginecologhe: dalle carte emergerebbero comportamenti di mobbing perseguibili d'ufficio da parte dei pm. Se fino a domenica la priorità era ripristinare la serenità in reparto, dove le tensioni erano plateali, ora la preoccupazione è per chi ha subito le angherie e in questi ultimi mesi, «con fatica e coraggio, è riuscito a raccontare ciò che accadeva in corsia», spiega l'avvocato Andrea De Bertolini. «Stiamo valutando quale tutela adottare per le cinque ginecologhe - sottolinea - In base ai nostri approfondimenti riteniamo che questa vicenda possa avere più vittime di fatti di rilevanza penale». Una testimone ascoltata nel corso dell'indagine interna ha riferito: «La condotta basata su atteggiamenti spesso vessatori ha creato in me, come in tanti altri, una profonda sofferenza. Capitavano anche insulti e minacce. A un'infermiera ho sentito dire: Io ti rovino». Chi lavora in reparto parla di sfuriate davanti ai pazienti, di professionisti denigrati, insultati o messi da parte. Alcuni se ne sono andati a gambe levate, come l'ostetrica che ha resistito solo sei mesi sentendosi ripetere che era un'incapace. L'equilibrio di Sara Pedri invece si è spezzato e c'è stato anche un preciso momento di rottura, come hanno ricordato alcune colleghe davanti alla pm Licia Scagliarini: «In sala operatoria una collaboratrice del primario l'ha prima insultata e poi le ha dato uno schiaffo sulla mano, facendole cadere il bisturi. Questo davanti alla paziente sotto i ferri e in anestesia locale, che ha assistito alla scena». Il legale della famiglia, l'avvocato Nicodemo Gentile, dice: «Non vogliamo la testa di nessuno, siamo certi che la sanità della regione sia costituita da professionisti importanti, sia sana e seria, ma la quantità e qualità delle informazioni arrivate dalla famiglia ci dicono che, prima di Trento, Sara era in una condizione emotiva personale di grande equilibrio. Anzi, in un momento di progettualità, viveva una situazione sentimentale bella e pulita. Già a 31 anni era specializzata, aveva tanta voglia di vivere. A Trento qualcosa è successo». Ciò che è accaduto alla giovane, dunque, «non è legato a una condizione di fragilità personale ma indotto da un ambiente di lavoro tossico, così come ci è stato riferito spontaneamente da professionisti medici, una vera e propria polveriera. Abbiamo realizzato alcune memorie, con nomi e cognomi di persone che ci hanno raccontato molte cose». Venerdì la Procura di Trento ha ricevuto copia forense del telefono della giovane e il pubblico ministero Licia Scagliarini sta analizzando il contenuto. Il cellulare di Sara è stato trovato nella sua auto parcheggiata al confine tra il comune di Cis e quello di Cles, nelle vicinanze del ponte sopra il torrente Noce, che con la sua corrente porta al lago di Santa Giustina, ed è qui che si perdono le tracce della dottoressa. «Confidiamo nella magistratura, come abbiamo fatto fin dall'inizio», dice Emanuela Pedri. Nei confronti del primario Tateo sperava in un provvedimento più severo, spiega che un semplice spostamento non risolve il problema, «comunque non avrei mai pensato che si potesse raggiungere questo risultato in così poco tempo. Finalmente il personale del Santa Chiara può ricominciare a lavorare serenamente».

Sara Pedri, la bomba della madre della ginecologa scomparsa: "Non posso più tacere, la verità su mia figlia". Libero Quotidiano il 14 luglio 2021. Nessuna traccia di Sara Pedri, la ginecologa 31enne di Forlì scomparsa da Trento lo scorso 4 marzo, subito dopo aver dato le dimissioni dal reparto in cui lavorava da novembre. Questo giallo è stato subito collegato dalla sorella Emanuela al "clima malsano e umiliante sul posto di lavoro": "Mi diceva che a lavoro veniva verbalmente offesa. Era paralizzata dal terrore". Adesso a parlare è la madre della dottoressa, Mirella Sintoni, che ha scritto e inviato una lettera al settimanale Giallo, in edicola da domani 15 luglio. "Sono la mamma di Sara Pedri e scrivo perché non posso più tacere di fronte al tentativo di offrire un’immagine distorta e non veritiera di mia figlia. Sara non è fragile e la sua storia ne è una lampante dimostrazione": sono queste alcune delle frasi che la madre ha scritto rompendo il silenzio sulla vicenda. E ancora: "Pregate perché il suo sacrificio non sia vano e possa allontanare per sempre dalla mente umana e dalle coscienze la mancanza di rispetto. La verità su mia figlia deve essere affermata". La lettera è ovviamente un invito a fare più chiarezza sulla vicenda. Qualche giorno fa la sorella della ginecologa scomparsa si era espressa in merito all'allontanamento del primario Saverio Tateo dal reparto dove lavorava Sara: "Non penso che un trasferimento risolva il problema: se non si fa qualcosa per cambiare il suo atteggiamento, spostarlo serve a poco. Visto che nel suo reparto la punizione veniva praticata in maniera “esemplare”, mi aspettavo che sarebbe stata applicata anche nei suoi confronti. C’è qualcosa che continua a sfuggirmi in questa storia e nel modo in cui vengono gestite queste dinamiche".

Da "il Giornale" il 14 luglio 2021. Ha aspettato ventiquattro anni ma alla fine ha realizzato il suo sogno di padre: ritrovare il figlio perduto. É la storia a lieto fine di Gou Gangtang, un 51enne che dallo Shandong, Cina occidentale, ha percorso oltre 500mila chilometri, attraversato più di venti province e cambiato 20 motociclette per ritrovare il figlio Guo Xinzhen, rapito mentre davanti a casa quando aveva solo due anni. Impermeabile e indifferente a tutto, comprese le fratture rimediate in incidenti stradali e gli assalti di bande di rapinatori: Gou Gangtang alla fine porterà a casa il figlio. É stato il test del Dna a confermare l'identità del ragazzo, oggi 26enne, mentre i due sospettati del rapimento, sono stati arrestati. Il bambino era stato rapito dalla donna mentre giocava davanti a casa e portato alla stazione degli autobus dove il suo complice, e all'epoca suo fidanzato la stava aspettando. I due hanno raggiunto l'Henan, e lì lo hanno venduto. Per trovare il figlio, Guo Gangtang ha anche costruito degli striscioni con il volto del figlio e li ha appesi alla motocicletta: per ritrovare il suo ragazzo ha speso tutti i suoi risparmi riducendosi anche a chiedere l'elemosina. É però diventato anche paladino delle famiglie a cui sono stati rapiti i figli, il suo lavoro ha consentito a sette di loro di ritrovare la famiglia. «Sta bene», ha dichiarato Guo ai media, dopo aver riabbracciato il figlio. «Dio mi ha trattato bene». Ora c'è chi pensa di farne un film.

Fabio Poletti per La stampa il 17 luglio 2021. Un casermone di cemento bianco e azzurro. O forse solo una caserma, come quelle di tanti anni fa. Dall'ospedale Santa Chiara di Trento, divisione Ginecologia, chi poteva scappava. Sessantadue dimissioni dal reparto in 6 anni. Undici solo nel 2019. L'ultima, quella che ha fatto scoppiare il caso e travolto i vertici dell'ospedale e pure dell'azienda sanitaria, agli inizi di marzo. Quando se ne è andata la dottoressa Sara Pedri, 31 anni, forlivese, dimessasi per non aver retto le pressioni psicologiche e le angherie - si chiama mobbing, la parola non rende tutto quello che deve essere successo - del primario del reparto, il dottor Saverio Tateo, un luminare a detta di tutti, ma con il carattere del kapò a detta di molti. La dottoressa si dimette il 3 marzo, anche dall'ospedale di Cles dove era stata appena trasferita. Il giorno dopo all'alba, trovano la sua Volkswagen T-Roc nella piazzola accanto al ponte di Mostizzolo sul torrente Noce. Lo chiamano il ponte dei suicidi. Di due che si erano buttati qualche anno fa non è mai stato trovato il corpo. Di lei non c'è traccia. La cercano pure nel lago di Santa Giustina dove sfocia il torrente, fondali profondi e fangosi, un mare di alghe. Nero e Luna, i cani molecolari arrivati dalla Malpensa dove sono di servizio in aeroporto, hanno sentito le sue tracce 12 volte lungo la riva del lago. Ma di lei niente di niente. Rimangono i suoi ultimi appunti sul tavolo della cucina: «Vivo un profondo stato d'ansia, sono completamente bloccata. I risultati ottenuti sono solo terrore. Sono stata addirittura richiamata perché ho perso troppo peso». Trasferimenti tardivi Richiami, ingiurie, punizioni, turni di lavoro vessatori, per non parlare dei riposi saltati, erano la norma sotto il dottor Saverio Tateo, tardivamente trasferito a Pergine e ora in ferie, insieme alla sua più stretta collaboratrice Liliana Mereu, spedita all'ospedale di Rovereto. Giusto per smantellare la coppia in camice bianco. Vessazioni continue, dicono in ospedale. Tanto che non pochi medici si erano rivolti all'ordine professionale per essere tutelati, come racconta il presidente dei medici trentini Marco Ioppi: «Era chiaro che qualcosa non andava, ma gli iscritti che ci facevano le segnalazioni non volevano apparire per paura di ritorsioni. Abbiamo fatto presente la cosa alla struttura ospedaliera ma non abbiamo potuto aprire nostre istruttorie. Segnalavamo che rapporti troppo verticistici andavano attutiti. Il turnover era molto forte, i concorsi andavano deserti, sembrava che nessuno volesse andare al Santa Chiara, men che meno a ginecologia. Era un campanello d'allarme che è stato sottovalutato». Un campanello inascoltato, spiegano molti, perché le cose sarebbero dovute andare a posto da sole con il cambio nel 2019 dell'Amministrazione provinciale, da centrosinistra a leghista, che avrebbe comportato un ricambio ai vertici dell'azienda sanitaria. Poi però è scoppiata la pandemia, e non se n'è fatto più niente. Ma poi è scoppiato il caso della dottoressa Sara Pedri e si sta facendo di tutto. Le nuove nomine sono attese per settimana prossima. Tra non pochi imbarazzi di chi non sapeva e di chi sapeva e non ha fatto niente che era pure peggio. Ma il bubbone è scoppiato. C'è di mezzo la magistratura, un'inchiesta ministeriale sull'ospedale e pure una interna al Santa Chiara, ospedale d'eccellenza oramai nella tempesta. La sorella Emanuela L'intervento sui vertici ospedalieri e della Sanità trentina, come minimo tardivo, non può certo placare l'ansia di sapere la verità e di giustizia, della sorella della ginecologa scomparsa, Emanuela Pedri: «Noi familiari desideriamo che emerga tutta la verità. La nostra speranza è che le persone finalmente raccontino quello che è successo. Spostare semplicemente dei dirigenti non risolve alcun problema. Magari lo si ricrea solo altrove». Ma lei, così vicina alla sorella sparita nel nulla, è anche l'ultima a raccogliere le sue confidenze, le sue sofferenze: «Mi diceva che non ce la faceva più, che arrivava a casa così stanca che non riusciva nemmeno a mangiare. Quando il 3 marzo, l'ultima volta che ci siamo sentite, mi ha detto che si era dimessa, ero contenta per lei. speravo che tornasse presto a casa». «Un reparto polveriera» Il clima in ospedale era pesante. A fiatare ci voleva coraggio. L'avvocato della famiglia di Sara Pedri, Nicodemo Gentile, pensa che la situazione poteva essere migliorata da molto tempo: «In tanti si sono girati dall'altra parte mentre sarebbero potuti intervenire prima. Quel reparto era una polveriera». Sei ginecologhe, alcune non giovanissime, tutte di grande esperienza, si sono rivolte a un avvocato per denunciare i fatti. A smuoverle proprio la scomparsa della loro collega. Un esposto dovrebbe finire presto in procura. Una racconta: «Abbiamo tutte vissuto vessazioni mortificanti. Alcune di noi prese particolarmente di mira sono state demansionate». Un'altra ricorda momenti di terrore puro: «Quando un primario dice che ti rovina, davanti ai tuoi pazienti, sai che la carriera è a rischio». Dove non arrivavano le intimidazioni, c'era ben altro: «Ho visto una stretta collaboratrice del primario dare uno schiaffo sulla mano che impugnava un bisturi, a una dottoressa impegnata in un intervento chirurgico con una paziente in anestesia locale che ha sentito tutto». Racconta l'avvocato Andrea De Bartolini che le assiste: «Molte di loro ci hanno raccontato l'inferno che hanno vissuto per anni. Siamo di fronte a più vittime di fatti penalmente rilevanti». L'inchiesta della Procura Il procuratore capo di Trento Sandro Raimondi ha aperto un fascicolo, per ora senza reati e senza indagati. Vox populi vorrebbe un'indagine per istigazione al suicidio, reato difficilissimo da motivare senza uno scritto o testimonianze certe. Più facile sarebbe indagare per maltrattamenti, anche se bisogna trovare quel rapporto di causa effetto tra il clima in ospedale e la scomparsa della dottoressa. Spiega il magistrato: «Non sapere ancora che fine abbia fatto la dottoressa Pedri è un elemento che ci condiziona. Ma non siamo in una situazione di stallo. Abbiamo sentito oltre cento persone tra medici, sanitari e personale amministrativo. Abbiamo sentito anche le ginecologhe che stanno preparando l'esposto. Stiamo analizzando gli scritti e il telefonino della dottoressa scomparsa. Tra poco tireremo le nostre conclusioni». 

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 10 agosto 2021. Maltrattamenti. È questo il reato che i carabinieri del Nas, in una dettagliata informativa, indicano alla procura di Trento per il caso della ginecologa Sara Pedri. Nel mirino degli investigatori ci sono i due dirigenti medici, rimossi il 12 luglio, l'ex primario Saverio Tateo e la vice Liliana Mereu del reparto di Ostetricia dell'ospedale Santa Chiara di Trento. Sara Pedri è il nome più eccellente che compare agli atti dell'inchiesta come parte lesa, ma non è il solo. Della ginecologa 31enne non si sa più niente a partire dal 4 marzo del 2021. Giorno in cui è scomparsa. La sua fuga o forse il suo suicidio - come ritengono i familiari - sarebbero collegati ai soprusi subiti nel luogo di lavoro. Tuttavia Pedri, secondo gli investigatori, non sarebbe l'unico sanitario vittima di vessazioni della coppia Tateo-Mereu. Quattordici persone, tra medici e infermieri, compresa la giovane dottoressa, sarebbero state prese di mira, dal primo gennaio 2018, con demansionamenti e insulti. Di questo sono sicuri i militari dell'Arma che si stanno occupando della parte dell'inchiesta relativa al clima di lavoro che si respirava in corsia. Al procuratore capo Sandro Raimondi hanno inviato una informativa in cui chiedono che la coppia di dirigenti venga iscritta nel registro degli indagati per maltrattamenti. Adesso spetterà ai magistrati decidere.

LA VICENDA A metà luglio altre sei ginecologhe colleghe della 31enne, avevano spiegato di essere pronte a sporgere denuncia: «Le condizioni di lavoro in corsia - avevano detto - erano fonte di profonda sofferenza e prostrazione». Mesi di ripetute offese e critiche tali da minare qualsiasi sicurezza professionale potrebbero aver spinto Sara Pedri a dimettersi il 3 marzo e a svanire nel nulla il giorno successivo. Dopo lo scandalo suscitato dal caso Pedri il 12 luglio il primario Tateo e la sua vice Mereu sono stati trasferiti, e l'azienda sanitaria trentina ha aperto un'inchiesta interna ascoltando 110 dipendenti. Ma la scomparsa di Sara e la coraggiosa battaglia della sorella Emanuela per scoprire la verità hanno aperto una crepa, non si può più tornare indietro. Un mese fa gli atti della commissione sono stati consegnati alla Procura, che nel frattempo ha ascoltato decine di testimoni. La sorella ha raccontato a più riprese che «Sara era attaccatissima alla famiglia e alle sue cose: amava mangiare, amava la musica e i film. Era una persona colorata. In tutto». Emanuela ha spiegato come la 31enne fosse dedita a quel lavoro che aveva ottenuto con sacrificio e che voleva sopra ogni cosa. Col passare delle settimane però la voce di Sara, sempre piena di vita ed energia, si era fatta triste: «Non aveva tempo di andare in bagno o mangiare, non poteva fermarsi, era un ambiente di lavoro ostile ha sottolineato la sorella per interi turni non le veniva assegnata alcuna mansione. Veniva aggredita verbalmente e in un'occasione è stata schiaffeggiata da uno dei suoi superiori su una mano: poi è stata invitata a togliersi il camice e a sedersi in una stanza a parte». «Le dicevano: sei un'incapace, non sai fare niente, dove ti hanno formata non ti hanno insegnato a fare nulla», ha aggiunto Emanuela. Un lento annichilimento che ha portato Sara a tornare a casa a Forlì dalla sua famiglia lo scorso febbraio, dopo che il suo medico le aveva prescritto 15 giorni di malattia: di questi sette, la ginecologa 31enne, li ha trascorsi chiusa nella sua camera a letto. Poi il 3 marzo ha deciso di rassegnare le dimissioni così da poter essere finalmente libera come riferì anche alla sorella Emanuela nell'ultima telefonata intercorsa tra le due prima di sparire nel nulla il giorno dopo.

IL TELEFONO La Procura di Trento, nelle scorse settimane, ha ricevuto copia forense del telefono della giovane e il pubblico ministero Licia Scagliarini sta analizzando il contenuto. Il cellulare di Sara è stato trovato nella sua auto parcheggiata al confine tra il comune di Cis e quello di Cles, nelle vicinanze del ponte sopra il torrente Noce, che con la sua corrente porta al lago di Santa Giustina, ed è qui che si perdono le tracce della dottoressa. «Confidiamo nella magistratura, come abbiamo fatto fin dall'inizio», ha spiegato la sorella. Nei confronti del primario Tateo sperava in un provvedimento più severo, spiega che un semplice spostamento non risolve il problema, «comunque non avrei mai pensato che si potesse raggiungere questo risultato in così poco tempo. Finalmente il personale del Santa Chiara può ricominciare a lavorare serenamente».

Dafne Roat per il "Corriere della Sera" il 12 agosto 2021. «Vorrei dire grazie a chi ha avuto il coraggio di richiamare alla memoria una sofferenza lasciata alle spalle. Non e facile riaprire le ferite». Il pensiero di Emanuela Pedri va alle colleghe e ai colleghi della sorella Sara, gli stessi che sarebbero finiti nel mirino del primario Saverio Tateo e della sua vice Liliana Mereu, che avrebbero subito umiliazioni e demansionamenti. L’informativa dei carabinieri del Nas di Trento, consegnata nei giorni scorsi alla pm Licia Scagliarini, evidenzia presunti maltrattamenti all’interno del reparto e riaccende le speranze nei familiari della giovane ginecologa di Forli, 31 anni, scomparsa il 4 marzo nella zona del ponte Mostizzolo (un’area tristemente nota per i suicidi) dopo aver inviato una lettera di dimissioni all’azienda sanitaria. Sarebbero almeno 14 i professionisti (compresa Sara), tra medici, infermieri e ostetriche, presi di mira con demansionamenti e insulti a partire dal primo gennaio 2018. La relazione del Nas sembra confermare i dubbi dei familiari e traccia un quadro fatto di ombre e silenzi dove il dramma di Sara Pedri sembra sia solo la punta di un iceberg. I militari, stando a quanto trapela, ipotizzano il reato di maltrattamenti. Sara la Procura adesso a valutare sulla base degli atti del Nas. Ad oggi l’ex direttore dell’unita operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento e la sua vice non sono indagati. La Procura, che continua a mantenere il massimo riserbo, attende per fine mese la relazione finale degli ispettori ministeriali che potra essere utile per far luce sul clima lavorativo all’interno dell’unita operativa. Sul tavolo della pm ci sono gia gli atti della commissione interna all’azienda sanitaria che ha portato alla luce «criticità» e «fatti oggettivi» tali da spingere la direzione dell’azienda al trasferimento di Tateo e Mereu. Nel frattempo il 18 e il 20 agosto i due professionisti saranno ascoltati dalla commissione disciplinare dell’azienda sanitaria che ha aperto un procedimento, mentre l’Ordine dei medici ha avviato anch’esso una prima fase istruttoria. l due dirigenti, attraverso i loro avvocati Salvatore Scuto, Vincenzo Ferrante, Laura Tamilia e Franco Rossi Galante, continuano ribadire l’assoluta estraneita alle accuse. Ma le conclusioni dell’indagine del Nas, che a inizio agosto avevano effettuato un sopralluogo nel reparto, acquisendo documentazione relativa all’organizzazione e ai turni, sembrano confermare anche la testimonianza delle sei ginecologhe che avevano denunciato un clima di forti pressioni, «vessazioni mortificanti» e «umiliazioni». Ora la speranza di Emanuela e che emerga la verità su quello che accadeva nel reparto di ginecologia. «Vorrei capire perche mia sorella stava così male, e quello che farebbe chiunque», spiega Emanuela che in fondo al cuore custodisce la speranza che Sara sia ancora viva.

Dafne Roat per corriere.it il 19 agosto 2021. «Mi hanno fatta sedere nello studio buio illuminato solo dalla luce da tavolo». Colloqui con modalità «inquisitorie» e poi quella strana richiesta fatta alla capo sala di insonorizzare la porta di una stanza, «per non fare sentire le urla all’esterno», avrebbe raccontato una delle testimoni sentite dall’Azienda sanitaria di Trento.  «Il motivo era la privacy», ha replicato il primario, spiegando che alla fine i lavori non erano stati neppure fatti. Poi presunti demansionamenti e una ginecologa sarebbe stata estromessa dalla sala operatoria pare proprio su richiesta del primario. Sono alcune delle contestazioni mosse dalla Commissione dell’ufficio procedimenti disciplinari dell’Azienda sanitaria di Trento all’ex direttore dell’Unità di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento che è stato sentito martedì dalla commissione per cercare di far luce sul clima lavorativo all’interno del reparto dopo il caso di Sara Pedri, la ginecologa di 31 anni scomparsa lo scorso 4 marzo dopo aver manifestato a più riprese il suo disagio per il clima vessatorio riscontrato all’interno del reparto. La sua auto era stata ritrovata nelle vicinanze del ponte di Mostizzolo, in valle di Non, a pochi chilometri da Cles — in Trentino — dove viveva.

«Umiliazioni mortificanti». Ad accusare il primario e la sua vice, Liliana Mereu sono alcune professioniste che avrebbero subito presunte vessazioni. In particolare sei ginecologhe parlano di «umiliazioni mortificanti». Nel provvedimento in mano alla commissione ci sarebbero una serie di contestazioni che si rifanno in particolare al racconto di alcuni dei 110 testimoni sentiti dalla commissione interna dell’Azienda e dai carabinieri del Nas (che hanno ipotizzato il reato di maltrattamenti), ora in mano alla Procura. Nei 14 verbali esaminati ci sarebbero episodi risalenti però nel tempo, in particolare al 2018. La commissione ha cercato di capire anche le motivazioni che avrebbero spinto sette ginecologhe a lasciare il reparto, secondo alcune testimonianze sarebbero andate via perché finite nel mirino del primario (fatto però smentito da alcune di loro). Nei verbali si parla di mobbing, vessazioni e demansionamenti. Accuse alle quali ieri l’ex direttore dell’unità operativa di ginecologia del Santa Chiara ha replicato. Accanto al primario c’era il suo avvocato Vincenzo Ferrante, del foro di Milano. La commissione, attraverso le testimonianze raccolte, riavvolge il nastro fino ad arrivare al 2018 quando sarebbe iniziato tutto, poi nel 2019 ci sarebbe stata un’interrogazione provinciale che avrebbe evidenziato il clima difficile all’interno del reparto.

Tateo: «Nessuna ragione per essere spostato». Problemi organizzativi e turni massacranti avrebbero spinto alcune professioniste a chiedere un colloquio a Tateo. E il primario le avrebbe ricevute nel suo studio, ma solo con la luce del tavolo accesa, una collega che verbalizzava, spesso era presente anche la sua vice Liliana Mereu. Un metodo «intimidatorio» agli occhi di alcune professioniste che avrebbero raccontato di essersi sentite minacciate. Parole che vengono contestate con forza dal primario che racconta un’altra verità. L’ex direttore, saputo delle lamentele, avrebbe fatto un elenco e il 13 novembre 2018 avrebbe sentito le professioniste per cercare di risolvere i problemi organizzativi. Nell’atto di accusa si parla di presunti demansionamenti, ma nessuno avrebbe cambiato le proprie funzioni, chiarisce la difesa. «Dal nostro punto di vista non c’è stato alcun demansionamento — spiega l’avvocato Ferrante — e riteniamo che non ci siano ragioni per non confermare la professionalità e non far restare il primario Tateo nel suo reparto».  La difesa ricorda inoltre che dopo i fatti del 2018 e le prime lamentele, l’Azienda sanitaria aveva avviato una verifica interna che però «aveva confermato — ribadisce il legale — la correttezza dell’operato del primario». Per quanto riguarda il drammatico caso di Sara Pedri la commissione disciplinare non avrebbe mosso alcuna contestazione specifica al primario. La difesa ha mostrato anche alcune email che la stessa Sara aveva mandato a Tateo ringraziandolo per il suo supporto nei suoi primi mesi a Trento (ma alla sorella Emanuela e al fidanzato Guglielmo Piro aveva invece manifestato il suo disagio culminato anche in una settimana di stop decisa dal medico di base per un importante calo di peso). «Abbiamo risposto a tutte le domande. A sua discolpa — ha poi aggiunto l’avvocato Ferrante — il primario Saverio Tateo lavorava in un reparto di eccellenza e i modi forse troppo diretti erano dettati dal fatto che chiedeva ai suoi collaboratori di dare il massimo». Archiviazione, sanzione o licenziamento. Ora sarà la commissione a decidere il futuro del primario, potrebbe infatti archiviare o applicare una sanzione. Lo scenario peggiore sarebbe il licenziamento, ma non sarebbe comunque un passaggio immediato e si dovrebbe esprimere anche una commissione di garanzia. 

Margherita Montanari per il “Corriere della Sera” il 20 agosto 2021. A cavallo di Ferragosto due nuove scosse hanno colpito il reparto di ginecologia e ostetricia dell'Ospedale Santa Chiara di Trento, dopo il caso della ginecologa forlivese Sara Pedri, scomparsa il 4 marzo nei pressi del Ponte Mostizzolo, in Val di Non. Prima è arrivata l'informativa dei carabinieri del Nas, con l'ipotesi di reato di maltrattamenti in reparto, presentata in Procura assieme alla richiesta d'iscrizione nel registro degli indagati dell'ex primario Saverio Tateo e della sua vice Tatiana Mereu. Una settimana dopo Tateo si è presentato di fronte alla commissione dell'ufficio procedimenti disciplinari dell'Azienda sanitaria. Gli è stato chiesto di esprimersi sulle testimonianze dei colleghi, che parlano anche di colloqui intimidatori, svolti quasi al buio nel suo studio. In attesa del resoconto dell'ispezione effettuata nell'unità di Ginecologia del Santa Chiara su mandato del ministro Speranza, la lla pm Licia Scagliarini non ha ancora inserito Tateo e Mereu tra gli indagati. Ma i carabinieri hanno cercato riscontri nelle parole di quattordici tra medici e infermieri «regolarmente presi di mira», da gennaio 2018, dai due dirigenti. Mobbing, demansionamenti, insulti. L'ipotesi di reato indicata nell'informativa è di maltrattamenti. Rispecchia quanto riferito dai familiari di Sara Pedri e da altre sei dipendenti che hanno denunciato «vessazioni mortificanti». Anche l'azienda sanitaria, ascoltati ben 110 dipendenti, aveva riscontrato «fatti oggettivi e una situazione di reparto critica». Su tutti questi episodi - alcuni dei quali datati 2018 - martedì la Commissione dell'ufficio procedimenti disciplinari dell'Apss di Trento ha chiesto a Tateo di esprimersi. Agli atti dell'indagine interna figurano colloqui svolti dall'ex primario con modalità inquisitorie, «nello studio buio, illuminato soltanto dalla luce da tavolo», oppure la richiesta - che non fu esaudita - di insonorizzare la porta dello studio nel quale riceveva i colleghi. «Era un modo per non fare sentire le urla all'esterno», si legge nelle carte. «Il motivo era la privacy», si difende invece l'ex primario. Anche se la commissione non ha mosso alcuna contestazione sul caso Pedri, l'avvocato di Tateo, Vincenzo Ferrante, ha mostrato email che Sara aveva mandato al primario, ringraziandolo per il supporto nei primi mesi a Trento. La difesa ha risposto a tutte le domande, portando un'altra lettura dei fatti: ha negato il demansionamento dei dipendenti e la natura intimidatoria dei colloqui di Tateo, fatti per trovare soluzioni a problematiche legate ai turni. Alla commissione spetta ora ascoltare la sua vice, Tatiana Mereu, e quindi decidere sul futuro dei due professionisti.

Dafne Roat per "corriere.it" il 5 settembre 2021. Alcune contestazioni erano già note, come i famosi colloqui nello studio buio — «illuminato solo dalla luce da tavolo», aveva raccontato una ginecologa — o la richiesta di insonorizzare la porta, «ma per motivi di privacy», aveva precisato il primario. Poi ci sono affermazioni, lamentele e piccoli episodi, «di scarsissimo significato», spiega il professor Vincenzo Ferrante, avvocato dell’ex direttore dell’unità di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, Saverio Tateo, al centro del terremoto scoppiato dopo la scomparsa il 4 marzo scorso della giovane ginecologa di Forlì, Sara Pedri (i familiari temono che si sia tolta la vita). Sono 17 le contestazioni della commissione disciplinare dell’azienda sanitaria che chiede il licenziamento del primario per «fatti oggettivi gravissimi». La conferma o meno del provvedimento spetterà però al comitato dei garanti, rinnovato nei giorni scorsi, che avrà tempo 60 giorni per esprimere un parere e sarà vincolante.

Le contestazioni. Tateo chiederà di essere sentito per far nuovamente chiarezza sulle affermazioni fatte da alcuni testimoni sentiti in sede disciplinare. «Affermazioni smentite dagli atti, da evidenze documentali dell’azienda sanitaria che abbiamo prodotto», spiega l’avvocato Ferrante, ricordando le dichiarazioni di una ginecologa che aveva raccontato di essere stata bandita dalla sala operatoria. Ma i registri dei turni raccontano un’altra verità. «Ci sono i registri — chiarisce il legale — che vengono compilati con dovizia di particolari e attestano la presenza della dottoressa in sala, smentendo le sue affermazioni. Noi abbiamo prodotto tutti i documenti, ma l’azienda sanitaria non li ha tenuti in considerazione». Una delle contestazioni riguarda anche il caso di una ginecologa che sarebbe stata presa di mira dal primario perché la famiglia di una partoriente si era lamentata. «Tateo è probabilmente intervenuto a tutela della paziente, l’azienda si è fermata solo alle dichiarazioni raccolte», ribadisce Ferrante, che è pronto a dare battaglia nelle sedi giudiziarie. «In caso di conferma del licenziamento, ci sarà un’impugnativa giudiziaria. Sarà un tribunale a decidere. Appare chiaro che se la sede giudiziaria ci darà ragione qualcuno dovrà risarcire il danno», afferma. L’avvocato parla di «motivazioni inconsistenti e circostanze irrilevanti», ricordando anche gli episodi dei colloqui «inquisitori». «Mi piacerebbe che mi spiegassero cosa significa, la luce era spenta perché erano le 13, inoltre Tateo non era mai da solo, ma erano presenti altre colleghe. Il problema vero — continua il legale — è che gli orari dei medici in Italia sono più lunghi perché ci sono pochi medici e non è facile organizzare. I colloqui erano fatti singolarmente per capire le esigenze dei singoli sugli orari, erano colloqui mirati a garantire un servizio continuativo. Il dottor Tateo non ha mai dato neppure una sanzione disciplinare, mai un richiamo, è un professionista che ha portato il reparto all’eccellenza italiana non avendo alle spalle all’università, molti se ne sono andati per questo, mi sembra che la vittima alla fine sia lui».

La difesa. La difesa smentisce il presunto «clima di terrore» in reparto. Dagli atti però emerge anche una frase intimidatoria che Tateo avrebbe rivolto a una dottoressa: «Saresti da eliminare fisicamente». Parole ricordate durante l’audizione in sede ministeriale e poi trasmesse ai carabinieri del Nas e in Procura. La difesa smentisce: «Il primario dice di non aver mai pronunciato quelle parole». Sarà la Procura ora a chiarire e a verificare anche i messaggi trovati sul telefono di Sara Pedri. «Mi dicono che sono una terroncella da raddrizzare», avrebbe scritto a un amico. Lo racconta la sorella Emanuela: «La chiamavano così perché si era specializzata all’università della Calabria». Tornando al disciplinare la difesa darà battaglia anche sul comitato, nominato dopo la conclusione dei lavori della commissione disciplinare. Il presidente Maurizio Fugatti si sfila: «Noi siamo sempre stati terzi, se la commissione ha deciso così avrà fatto le sue valutazioni». Filippo Degasperi (Onda Civica) interviene sulla nomina «in ritardo» dei garanti: «Non si istituisce il tribunale quando c’è il problema, è l’ennesimo campanello d’allarme, ci sono falle nell’azienda sanitaria». Il consigliere Claudio Cia (Fdl) si dice sbigottito: «Tra i componenti della commissione ci sono personalità che per il ruolo che ricoprivano erano tenute a dare un seguito tangibile ai campanelli d’allarme che da tempo arrivavano».

Chiara Ammendola per "fanpage.it" il 4 settembre 2021. Licenziamento in tronco, è questa la richiesta avanza dalla Commissione disciplinare dell'Apss, l'Azienda provinciale per i servizi sanitari della provincia di Trento, per l'ex primario del reparto di ginecologia del Santa Chiara, Saverio Tateo. Dopo una lunga istruttoria la Commissione ha così depositato le conclusioni dell'inchiesta interna all'ospedale partita dopo la denuncia dei famigliari di Sara Pedri, la ginecologa originaria di Forlì scomparsa lo scorso 4 marzo dopo aver lavorato per diversi mesi nell'ospedale gestito da Tateo. 

In questa vicenda il perseguitato è Tateo. La giovane, secondo quanto emerso in questi mesi di indagine, sarebbe stato vittima di mobbing sul posto di lavoro costretta a lavorare in un clima in cui era costantemente vessata e presa di mira dai suoi superiori come avrebbe raccontato alla sorella, tanto da decidere di rassegnare le proprie dimissioni, proprio qualche giorno prima di sparire. Una vicenda che sembra aver aperto un vaso di pandora: in queste settimane infatti sono state sentite diverse testimonianze di chi avrebbe subito lo stesso trattamento riservato a Sara Pedri. La Commissione ha ascoltato anche Tateo che nel frattempo è stato trasferito a Pergine. Al momento non è stata presa ancora nessuna decisione, l'ultima parola dovrà pronunciarla il Comitato dei Garanti che potrà anche decidere di lasciare Tateo nel suo ruolo. Intanto il legale dell'ex primario, Vincenzo Ferrante, ha spiegato la posizione del suo assistito al quotidiano l'Adige: "Alle contestazioni mosse al dottor Tateo abbiamo risposto punto per punto depositando un'ampia documentazione che dimostra la piena legittimità delle decisioni prese nella gestione dell'Unità operativa – le parole dell'avvocato – mi verrebbe da dire che in questa vicenda il perseguitato è Tateo".

Annalia Dongilli per il "Corriere della Sera" il 17 settembre 2021. Un uomo meraviglioso per le pazienti, un medico capace di «vessare i colleghi e mortificarli davanti a tutti». È un ritratto alla dottor Jekyll e mister Hyde quello di Saverio Tateo, ex primario dell'ospedale Santa Chiara di Trento, che gli ispettori del ministero consegnano alla Provincia autonoma di Trento. Il documento è l'esito del lavoro dei funzionari inviati dal ministro Roberto Speranza, dopo la scomparsa della giovane ginecologa Sara Pedri e la denuncia della sua famiglia, che ha puntato il dito contro «il clima di terrore che si viveva in reparto». Gli ispettori, guidati da Maria Grazia Laganà, medico, già parlamentare del Partito democratico e vedova di Francesco Fortugno ucciso dalla 'ndrangheta nel 2005, sono arrivati a Trento all'inizio di luglio. In tre giorni hanno sentito numerosi operatori sanitari, hanno analizzato spazi e attività dell'unità operativa di ginecologia e ostetricia diretta da Tateo e visionato la documentazione del reparto, dai registri delle presenze alle cartelle cliniche. Un lavoro certosino dal quale sarebbe emerso un primo dato evidente ossia il totale «scollamento tra l'attività professionale e il carattere del primario». I fatti parlano chiaro: il reparto per il ministero è di «eccellenza, non risulta alcun evento avverso e la stessa qualità delle cure è elevata». Le pazienti poi parlerebbero di Tateo come di un «uomo meraviglioso». Ma le audizioni dei colleghi e del personale raccontano un'altra verità. I funzionari chiariscono come dal reparto salga una «vera e propria richiesta di aiuto e di intervento per l'atteggiamento vessatorio» che il professionista avrebbe avuto nei confronti di altri medici. Le carte riferiscono di «episodi di mobbing e di ostruzionismo sul lavoro». Il primario avrebbe «insultato i colleghi anche davanti ai pazienti e li avrebbe esclusi dalle sale operatorie, con un'evidente mortificazione per i professionisti». Ma non sarebbe finita qui. Il documento riferisce anche di orari extra richiesti da Tateo ai colleghi che venivano però poi lasciati a rigirarsi i pollici in reparto. E a nulla sarebbero servite le lettere e le sollecitazioni che gli stessi medici sentiti hanno riportato negli anni agli organi competenti: tutto sarebbe caduto nel vuoto. I sanitari interpellati hanno lamentato come la situazione andasse avanti da anni. A far deflagrare la bomba la scomparsa di Sara Pedri, la giovane ginecologa di Forlì approdata a Trento lo scorso anno e scomparsa nel nulla il 4 marzo. La sua auto, con il cellulare e il portafoglio abbandonati sul sedile, è stata trovata vicino al ponte di Mostizzolo, nelle vicinanze di Cles (valle di Non), luogo tristemente noto per l'elevato numero di suicidi. La sorella Emanuela ha denunciato il clima di terrore in cui avrebbe lavorato Sara, rompendo un silenzio che è stato poi riempito dalle accuse di altre ginecologhe e ostetriche contro il reparto, Tateo e la sua vice Liliana Mereu. Tanto da spingere l'Azienda sanitaria a rimuovere i due professionisti. I risultati della commissione sono per altro in linea con quelli riportati nella relazione consegnata dai Nas alla Procura di Trento e con quelli della commissione disciplinare costituita dall'Azienda sanitaria. Diciassette le contestazioni con le quali quest' ultima ha chiesto il licenziamento di Tateo che ora potrà venir avallato o meno solo dal comitato dei garanti. I funzionari del ministero, infatti, non possono entrare in quest' ambito, ma suggeriscono, stando al documento, la sospensione o il trasferimento del dirigente. I legali di Tateo, gli avvocati Salvatore Scuto e Vincenzo Ferrante, scelgono di non commentare e attendono di visionare i documenti. Nel frattempo Tateo è tornato a lavorare a Trento, questa volta in un ufficio dedicato alle Cure palliative.

Continuano le indagini per la scomparsa della giovane ginecologa. Sara Pedri, la relazione degli ispettori sul primario: “Reparto eccellente ma vessava i medici”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 17 Settembre 2021. La scomparsa di Sara Pedri, ginecologa 31enne di Forlì, ha acceso i riflettori sul reparto dell’Ospedale Santa Chiara di Trento dove la giovane dottoressa lavorava. E di giorno in giorno emergono nuovi dettagli su quello che la famiglia Pedri ha più volte definito “un clima di terrore sul lavoro”. L’auto della giovane è stata trovata vicino al ponte di Mostizzolo, nelle vicinanze di Cles (valle di Non), luogo tristemente noto per l’elevato numero di suicidi. Al suo interno c’erano il cellulare e il portafogli. Da quel momento la famiglia Pedri ha puntato il dito contro il reparto dando via alle indagini e alle confessioni di tanti altri dipendenti che lavoravano proprio in quel reparto. Occhi puntati dunque sull’ ormai ex primario, Saverio Tateo. Prima l’ispezione dei Nas, poi quella degli ispettori inviati dal ministro Roberto Speranza, restituiscono un racconto da una parte drammatico del clima che si respirava in reparto, dall’altra di eccellenza sanitaria. Secondo la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, gli ispettori in tre giorni a luglio avrebbero sentito numerosi operatori sanitari, analizzato gli spazi e le attività, visionato i registri delle presenze e le cartelle cliniche. Da questo lavoro attento sarebbe emerso un totale “scollamento tra l’attività professionale e il carattere del primario”. Per il ministero, infatti, il reparto è di “eccellenza, non risulta alcun evento avverso e la stessa qualità delle cure è elevata”. Le pazienti poi parlerebbero di Tateo come di un “uomo meraviglioso”. Ma le audizioni dei colleghi e del personale raccontano un’altra verità. I funzionari chiariscono come dal reparto salga una “vera e propria richiesta di aiuto e di intervento per l’atteggiamento vessatorio” che il professionista avrebbe avuto nei confronti di altri medici. Le carte riferiscono di “episodi di mobbing e di ostruzionismo sul lavoro”. Il primario avrebbe “insultato i colleghi anche davanti ai pazienti e li avrebbe esclusi dalle sale operatorie, con un’evidente mortificazione per i professionisti”. Il documento riportato dal Corriere racconta anche di orari extra richiesti ai medici che però poi rimanevano a fare nulla. Tutta questa situazione sarebbe stata denunciata più volte negli anni dai medici agli organi competenti che però avrebbero fatto cadere nel vuoto le richieste di aiuto. Poi la scomparsa di Sara Pedri il 4 marzo avrebbe rotto il silenzio e messo in moto la macchina delle verifiche. Accuse contro Tateo e la sua vice che hanno spinto l’azienda a rimuovere i due professionisti. Il quadro dipinto dagli ispettori del ministero combacia con la relazione dei Nas e con quelli della commissione disciplinare costituita dall’Azienda sanitaria. Diciassette le contestazioni con le quali quest’ultima ha chiesto il licenziamento di Tateo che ora potrà venir avallato o meno solo dal comitato dei garanti. Nel frattempo Tateo è tornato a lavorare a Trento, questa volta in un ufficio dedicato alle Cure palliative. Bisognerà attendere ancora per capire quali siano state le responsabilità del primario nella scomparsa di Sara Pedri.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Tommaso Di Giannantonio per "corriere.it" il 5 ottobre 2021. Dopo la ex vice primario, Liliana Mereu, anche l’ex direttore del reparto di ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, Saverio Tateo, potrebbe lasciare il Trentino. Nelle scorse settimane il dirigente medico, al centro del terremoto scoppiato dopo la scomparsa della dottoressa forlivese Sara Pedri, ha risposto al bando dell’Ulss 6 del Veneto per ricoprire il ruolo di direttore dell’unità operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Cittadella (Padova). Il 19 ottobre è atteso insieme ad altri quattro candidati per il colloquio con la commissione esaminatrice. Attualmente Tateo sta prestando servizio in un ufficio delle Cure palliative di Trento. 

Il trasferimento

Il primo trasferimento dal reparto risale a metà luglio dopo il primo rapporto della commissione d’inchiesta dell’Azienda sanitaria trentina, dal quale erano emersi «fatti oggettivi e una situazione di reparto critica». L’indagine interna era stata ripresa per la seconda volta a seguito dell’appello su «Chi l’ha visto?» della famiglia di Sara Pedri, la ginecologa di 31 anni scomparsa il 4 marzo scorso dopo essersi dimessa dal Santa Chiara. I familiari, che ormai temono che la giovane dottoressa si sia suicidata, hanno sempre denunciato un clima di presunte intimidazioni e vessazioni all’interno del reparto. «Fatti oggettivi gravissimi» che alla fine, dopo oltre cento audizioni di sanitari del reparto, avrebbe accertato anche la commissione disciplinare, che a inizio settembre ha chiesto il licenziamento per Tateo. Il parere vincolante del Comitato dei garanti – chiamato ad esprimersi sulla richiesta di licenziamento – potrebbe arrivare entro fine ottobre.

La difesa di Tateo

I legali di Tateo non hanno ancora tutti i verbali relativi alla testimonianza dei 110 professionisti e neppure la relazione degli ispettori ministeriali, ma «abbiamo avuto accesso ai registri operatori e l’analisi di questi dati conferma il fatto che nessuno è stato bandito, allontanato e non c’è stata alcuna vendetta», ha spiegato nei giorni scorsi l’avvocato Vincenzo Ferrante. Intanto il prossimo 19 ottobre l’ex primario è atteso a Padova per il colloquio con la commissione esaminatrice nominata dall’Ulss 6 del Veneto per il conferimento dell’incarico di direttore del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Cittadella. Il bando è stato indetto il 25 giugno ed è scaduto un paio di settimane fa, il 16 settembre. Alla chiamata – come viene reso noto da una delibera dell’Ulss 6 del 30 settembre - hanno risposto sei medici, ma solo cinque sono risultati in possesso dei requisiti generali e specifici previsti dal bando e, pertanto, sono stati ammessi alla procedura selettiva. Tra questi c’è, appunto, anche Saverio Tateo. Il quale, a fronte di una situazione poco serena al Santa Chiara, potrebbe aver deciso di lasciare il Trentino.

Gli altri candidati

In Veneto, tra l’altro, tornerebbe a lavorare alle dipendenze di un’azienda sanitaria diretta da Luciano Flor, che è stato dal 2010 al 2016 (cioè nei primi sei anni di Tateo al Santa Chiara) direttore generale dell’Azienda sanitaria trentina. Oltre all’ex primario, comunque, la commissione sarà chiamata a valutare i profili di altri quattro medici: Sara Fantinato, Giuseppe Sacco, Fabio Gianpaolo Tandurella, Giuliano Carlo Zanni.

L’ex vice primario

Ha già lasciato il Trentino, invece, la ex vice primario di Tateo, la dirigente medico Liliana Mereu, travolta anche lei dalla bufera scoppiata nel reparto di ginecologia del Santa Chiara. È andata a lavorare all’ospedale Canizzaro di Catania, un centro specializzato negli interventi oncologici ginecologici. Da quanto è trapelato sarebbe stato lo stesso ospedale siciliano a contattare la dottoressa Mereu, poi le due aziende sanitarie sembrano aver trovato un accordo per un trasferimento «in comando». Si tratta di una specie di distacco, di fatto Mereu resterà alle dipendenze dell’azienda sanitaria trentina, ma lavorerà a Catania. Una soluzione che evidentemente soddisfa entrambe le Aziende, ma per quanto riguarda il Trentino è una scelta che non può non essere collegata al procedimento disciplinare a carico della professionista, accusata di aver insultato e vessato alcune colleghe. La commissione disciplinare, a metà settembre, ha infatti chiuso il procedimento con una sanzione disciplinare conservativa che di fatto salva il posto di lavoro della ginecologa, che nel frattempo era stata trasferita al reparto di ginecologia di Rovereto.

Margherita Montanari per "corriere.it" il 21 ottobre 2021. «Non ti nascondo che ci sono stati momenti piuttosto bui. È un altro mondo. Tutto viene fatto diversamente da come ero abituata. Arrivo per la guardia di 12 ore, e non mi alzo dalla sedia se non per fare la visita. Non bevo, non mangio, non faccio pipì. Considera che pranzo due volte a settimana, quando non lavoro». Sono parole che nascondono un profondo malessere, quelle diffuse ieri dalla trasmissione di Rai 3 Chi l’ha visto? Parole ritrovate sul cellulare della ginecologa Sara Pedri, inviate all’amica Giovanna agli inizi dell’esperienza all’ospedale Santa Chiara di Trento. Da novembre, la dottoressa 31enne di Forlì è scivolata sempre più in basso, in un profondo malessere che l’ha portata a far perdere le tracce di sé il 4 marzo, dopo aver lasciato la macchina nei pressi del ponte di Mostizzolo, in Val di Non.

L’ex primario e la sua vice indagati

Ieri, su Rai 3, ha parato tutta la famiglia di Sara - la mamma Mirella, il padre Stefano, la sorella Emanuela e l’avvocato Nicodemo Gentile, dell’associazione Penelope, che si occupa di persone scomparse. Il programma tv ha cercato anche l’ex primario Saverio Tateo, finito al centro del terremoto e ora iscritto insieme alla vice Liliana Mereu nel registro degli indagati per reato di maltrattamenti dalla Procura di Trento. «È un momento particolare, la ringrazio molto ma non ho niente da dire», ha risposto alla giornalista. 

«Non ne posso più»

La vita che Sara aveva iniziato in Trentino non era quella che immaginata. «Aveva scelto il reparto di ginecologia di Cles, anche pensando di poter esser vicina alle montagne e andare a sciare», racconta la madre. E invece, dopo qualche mese, scriveva alle amiche «non ne posso più», come confidato in un audio all’amica Celeste. Il messaggio è stato inviato da Sara mentre si trovava in macchina, sulla strada di ritorno da Trento, dove lavorava. Aveva trovato casa a Cles, sede del reparto a cui era stata inizialmente assegnata, poi chiuso a causa del Covid. Un trasferimento che le costava ogni giorno quaranta minuti di macchina all’andata, quaranta al ritorno, dopo turni di 12 ore. Tra giorni lunghissimi in reparto e trasferimenti quotidiani di oltre un’ora, viveva alienata da qualsiasi sfera affettiva. Non andava meglio sul lato sentimentale.«Con Guglielmo è dura. Gli chiedo scusa tutti i giorni. Io voglio stare con lui, ma è dura. Non ci sentiamo tutto il giorno, se non la sera», confidava a Giovanna. A questo si aggiungevano gli insulti ricevuti, “lo schiaffo alla mano ricevuto il 20 gennaio” prima di essere allontanata dalla sala operatoria davanti ai colleghi, il clima tagliente in reparto, gli orari durissimi.

Vessazioni senza fine

Vessazioni inflitte dai vertici del reparto, denunciate anche da 15 tra infermieri e dottori dell’unità di ginecologia di Trento. Sarebbero stati questi elementi, continuano a sostenere i familiari della ginecologa, a provocare in Sara un malessere tanto profondo da portarla a scomparire. “Mi dà l’idea che episodi simili siano stati continui, dato che hanno portato all’annientamento dell’identità di mia sorella”, la conclusione di Emanuela Pedri. “Da lontano non riuscivamo a renderci conto dello stato in cui era - ammette la mamma Mirella durante la trasmissione - ce ne siamo accorti solo il 19 febbraio, quando siamo riusciti a convincerla a tornare a casa, prendendosi malattia. Non dormiva la notte, aveva un calo ponderale, si mangiava le unghie, si abbracciava lo stomaco, guardava sempre in basso, non lasciava mai la sua camera e non stava in compagnia”. Già prima di vedere gli effetti del logoramento di Sara, la mamma era accorsa in aiuto alla figlia. “A inizio febbraio mi chiedeva aiuto, e noi da casa le abbiamo dato qualche consiglio per scrivere al direttore sanitario Luzietti di Cles. Lei ha scritto una lettera, ma non l’ha mai spedita”.

L’ultima lettera

Una lettera, datata 7 febbraio, recuperata da Chi l’ha visto? Leggendola, si capisce chiaramente quello che Sara stava passando prima di scomparire, il 4 marzo. La ginecologa chiede di essere assegnata al reparto di ginecologia dell’ospedale di Cles, dove lei aveva vinto il concorso. Rivela, uno dietro l’altro, i motivi che si celano dietro un malessere ormai noto a tutti i familiari, gli amici e al fidanzato Guglielmo. Parla delle lunghe distanze da percorrere “anche con condizioni meteorologiche difficili e pericolose durante l’inverno”, del “carico di ore giornaliero dalle 6 alle 21, anche per più giorni a settimana”, delle difficoltà nel gestire tutto questo vivendo “sola, lontana dalla famiglia, e senza aiuto nella vita quotidiana”. Menziona le “umiliazioni e mortificazioni” in reparto e la scarsa attenzione dei vertici al percorso di inserimento lavorativo di una giovane appena specializzata, fattori che hanno generato in lei «una paura mai provata nell’affrontare le pazienti e il lavoro inerente l’ostetricia, da provocare nel mio animo un’insicurezza e una debilitazione che hanno causato un forte calo di peso». E poi la conclusione: «Ho tentato di andare avanti nella speranza di entrare a Cles - scrive - Dottore, mi aiuti, la prego, mi indichi come dovrei comportarmi. Lavorare a Cles era il mio sogno»

Giuseppe Scarpa per "Il Messaggero" il 20 ottobre 2021. È a una svolta l'inchiesta sulla ginecologa Sara Pedri, il medico scomparso nel nulla dal 4 marzo scorso. Forse suicida per la condizione di forte stress lavorativa a cui era sottoposta, come hanno sempre sostenuto i familiari. La procura di Trento ha iscritto nel registro degli indagati, per il reato di maltrattamenti, l'ex primario Saverio Tateo e la vice Liliana Mereu del reparto di Ostetricia dell'ospedale Santa Chiara di Trento. Nel mirino degli inquirenti entrano ufficialmente, come apprende il Messaggero, i due dirigenti medici.

LE DENUNCE Pedri è il nome più eccellente che compare agli atti dell'indagine come parte lesa, ma non è il solo. Della ginecologa 31enne non si sa più niente da quasi otto mesi. La sua fuga o il suo suicidio - come ritengono i parenti - sarebbero collegati ai soprusi subiti in corsia. Tuttavia la 31enne, secondo gli investigatori, non sarebbe l'unico sanitario vittima di vessazioni della coppia Tateo-Mereu. Quattordici persone, tra medici e infermieri, compresa la giovane dottoressa, sarebbero state prese di mira, dal primo gennaio 2018, con demansionamenti e insulti. Di questo sono sicuri i carabinieri del Nas che si stanno occupando della parte dell'inchiesta relativa al clima di lavoro che si respirava in ospedale. Al procuratore capo di Trento, Sandro Raimondi, i primi giorni di agosto il Nas aveva inviato un'informativa in cui si chiedeva che la coppia di dirigenti venisse iscritta nel registro degli indagati per maltrattamenti. Proprio nei giorni scorsi gli inquirenti, il pm Licia Scagliarini, hanno dato seguito alla richiesta formulata dai militari dell'Arma. Inoltre, a metà luglio, altre sei ginecologhe colleghe della 31enne, avevano spiegato di essere pronte a sporgere denuncia: «Le condizioni di lavoro - avevano detto - erano fonte di sofferenza». Mesi di ripetute offese e critiche tali da minare qualsiasi sicurezza professionale potrebbero aver spinto Pedri a dimettersi il 3 marzo e a svanire nel nulla il giorno successivo.

IL CASO Dopo lo scandalo suscitato dal caso Pedri il 12 luglio il primario Tateo e la sua vice Mereu sono stati trasferiti, e l'azienda sanitaria trentina ha aperto un'inchiesta interna ascoltando 110 dipendenti. Ma la scomparsa di Sara e la battaglia della sorella Emanuela per scoprire la verità hanno aperto una crepa e hanno abbattuto il muro di omertà che, fino a quel momento, reggeva. A fine giugno gli atti della commissione sono stati consegnati alla Procura che, nel frattempo, ha ascoltato decine di testimoni. La sorella ha raccontato a più riprese che «Sara era attaccatissima alla famiglia e alle sue cose: amava mangiare, amava la musica e i film. Era una persona colorata. In tutto».

LE TESTIMONIANZE Emanuela ha spiegato come la 31enne fosse dedita a quel lavoro che aveva ottenuto con sacrificio. Col passare delle settimane però la voce di Sara, sempre piena di vita ed energia, si era fatta triste: «Non aveva tempo di andare in bagno o mangiare, non poteva fermarsi, era un ambiente di lavoro ostile ha sottolineato la sorella per interi turni non le veniva assegnata alcuna mansione. Veniva aggredita verbalmente e in un'occasione è stata schiaffeggiata da uno dei suoi superiori su una mano: poi è stata invitata a togliersi il camice e a sedersi in una stanza a parte». «Le dicevano: sei un'incapace, non sai fare niente, dove ti hanno formata non ti hanno insegnato a fare nulla», ha aggiunto Emanuela. Un lento annichilimento che ha portato Sara a tornare a casa a Forlì dalla sua famiglia lo scorso febbraio, dopo che il suo medico le aveva prescritto 15 giorni di malattia: di questi sette, la ginecologa 31enne, li ha trascorsi chiusa nella sua camera, a letto. Poi il 3 marzo ha deciso di rassegnare le dimissioni così da poter essere finalmente libera come riferì anche alla sorella Emanuela nell'ultima telefonata intercorsa tra le due prima di sparire nel nulla il giorno dopo. La Procura di Trento, a metà luglio, aveva ricevuto copia forense del telefono della giovane e il pubblico ministero Scagliarini ne aveva analizzato il contenuto. Il cellulare di Sara era stato trovato nella sua auto parcheggiata al confine tra il comune di Cis e quello di Cles, nelle vicinanze del ponte sopra il torrente Noce, che con la sua corrente porta al lago di Santa Giustina, ed è qui che si erano perse le tracce della dottoressa. «Confidiamo nella magistratura, come abbiamo fatto fin dall'inizio», ha spiegato la sorella. Ieri l'iscrizione dei due dirigenti nel registro degli indagati.

Sara Pedri, otto mesi dalla scomparsa. La sorella: «È in fondo al lago, si è voluta liberare di un peso». La ginecologa è sparita il 4 marzo. Emanuela Pedri rivela: «Alle 6.18 cercò sul web il nome del ponte di Mostizzolo, alle 7.30 era già staccata. Rimpianti? Dovevo trattenerla a Forlì». Margherita Montanari su Il Corriere della Sera il 4 novembre 2021. Otto mesi, duecentoquarantacinque giorni. Tutto ha avuto inizio con un messaggio mai arrivato a destinazione, seguito da un secondo e un terzo, e da diverse chiamate. Mai ricevuti dal telefono di Sara Pedri, che a partire dalle 7 di mattina del 4 marzo risultava staccato. Sembrava essere scomparsa la ginecologa forlivese in servizio a Trento, fino a quando la sua auto non è stata identificata nei pressi del ponte di Mostizzolo. Un ponte da cui altre persone, in precedenza, avevano compiuto un gesto estremo. Un luogo che la 31enne, la mattina del 4 marzo, aveva cercato su internet alle 6.18. «A otto mesi di distanza, siamo convinti che sia arrivata in quel punto dopo una decisione fulminea, per togliersi il male che l’affliggeva», spiega la sorella Emanuela, che si batte per fare luce sui maltrattamenti operati all’interno del reparto di ginecologia e ostetricia di Trento (l’ex primario Saverio Tateo sarà licenziato dall’Azienda sanitaria ed è indagato dalla Procura di Trento insieme alla sua ex vice Liliana Mereu). Umiliazioni e demansionamenti che avrebbero generato in Sara, in soli tre mesi e mezzo, un malessere insanabile.

Emanuela Pedri, oggi sono 8 mesi dalla scomparsa di sua sorella. Che giorno è per la vostra famiglia?

«Il 4 di ogni mese è un giorno sofferto. Organizziamo una messa per ricordare Sara insieme alle persone che la conoscevano. È un momento di preghiera, che serve soprattutto a mia madre, per avere un luogo in cui pregarla, visto che non abbiamo ancora trovato il suo corpo. A noi serve che ricerca di Sara prosegua per chiudere un cerchio».

Nel lago di Santa Giustina, qualche giorno fa, sono tornati i ricercatori. Avete ricevuto notizie incoraggianti?

«Siamo in costante aggiornamento con i carabinieri di Cles, ma per ora non ci sono novità. Quando l’acqua si abbasserà di 20 metri, tra febbraio e aprile, dovrebbero affluire camminamenti su cui i cani molecolari potranno tornare ad annusare tracce. Le prime due volte, la presenza di Sara era stata avvertita in un punto del lago lontano dalle sponde. Di norma, se un corpo si muove sul fondo di un bacino, si avvicina ai bordi. In tal caso, ci sarebbero più probabilità di chiudere le ricerche. Per ora, le temperature non consentono grandi risvolti».

C’è qualcosa che non è stato fatto?

«I sub che hanno perlustrato il fondale del lago sono arrivati fino ai 30 metri di profondità, usando rover e scanner sofisticati. Non si vede nulla, il lago è torbido e gelido. Come familiari, per non lasciare nulla di intentato, chiederemmo di arrivare fino ai 50 metri di profondità. Ma vanno considerati anche i rischi che corrono i sub nel corso delle ricerche».

Voi familiari siete convinti che Sara sia nel lago di Santa Giustina e in nessun altro luogo?

«Sì. Nei primi tre mesi non avevamo le idee chiare, ci mancavano gli elementi di comprensione. Ora, a otto mesi di distanza, per noi è tutto molto chiaro. Gli indizi portano al Lago di Santa Giustina. Conoscendo mia sorella, non ci avrebbe mai lasciati in una situazione di questo genere guardandoci dall’esterno. Sara si era ammalata e ha pensato di liberarsi con un gesto estremo dal male che l’affliggeva. Non vedeva l’ora di togliersi quel malessere che la portava ad abbracciarsi lo stomaco e a scostare il colletto della camicia come se volesse uscire da una gabbia».

Sara aveva mai cercato il ponte di Mostizzolo sui suoi dispositivi?

«Sì. Alle 6.18 della mattina del 4 marzo l’ha cercato su internet. Alle 7.30, quando le ha mandato il buongiorno il fidanzato Guglielmo, il telefono di mia sorella risultava già staccato. Ha compiuto un gesto estremo senza pensarci, è stata una decisione fulminea».

Delle ore che hanno preceduto la sua scomparsa, c’è qualche dettaglio, qualche parola, che avrebbe potuto far presagire una simile decisione?

«Non avrei mai potuto immaginarlo. La sera prima l’avevo sentita liberarsi di un peso, annunciandomi le sue dimissioni».

Che ricordo ha di quel 4 marzo, Emanuela?

«È avvenuto tutto velocemente. La prima cosa che ho fatto, la mattina, è stata mandare un messaggio a Sara per chiederle se fosse andata a lavoro, nonostante le dimissioni, per chiudere le ultime cose. Ma non mi ha risposto. A mezzogiorno, mi ha chiamata il fidanzato di Sara, Guglielmo, dicendomi di averle scritto verso le 7.30 e di nuovo alle 12, ma che entrambi non erano stati consegnati perché il telefono risultava spento. A quel punto ho fatto due più due. Ho chiamato mezzo mondo: ospedale di Trento, colleghi di Catanzaro, amici di mia sorella. Poi ho fatto denuncia di scomparsa ai carabinieri di Forlì, perché avevo compreso il disagio vissuto Sara e a nessuno di noi cari era mai capitato di non sentirla così a lungo. Quando, attraverso il gps, siamo riusciti a geolocalizzare la macchina di Sara, vicino al ponte di Mostizzolo, le forze dell’ordine forlivesi hanno detto fin da subito che non c’erano buone speranze di trovarla e mi hanno parlato della storia di quel posto. Dopo sono stati tre mesi di dolore fisico, di domande, di nodi da sciogliere, di vergogna per non aver colto a fondo il suo malessere».

Le è rimasto qualche rimorso?

«Un rimorso ce l’ho. Avrei potuto fermarla fisicamente e impedirle di tornare in Trentino. Quando a fine febbraio è rientrata a casa per malattia, abbiamo visto tutti il suo malessere. Non l’ho trattenuta a Forlì per paura che smettesse di parlarmi per averla bloccata, o per paura che a casa si deprimesse ancor più. Così come l’ho forzata a tornare a casa per una pausa, avrei dovuto forzarla a rimanere».

Come furono quei giorni a Forlì?

«È stata una settimana di parole, fiumi di bellissime parole per tendere la mano a Sara. Col senno di poi, però, ho capito che le parole non servivano a niente in quel momento. Serviva l’azione, andare a Trento a riprendercela. È di questo che la mia famiglia e le persone vicine a Sara ancora si sentono in colpa. I colleghi, che le erano vicini ogni giorno, hanno visto il malessere ma non hanno agito».

Dopo la scomparsa di Sara, si è dedicata a tempo pieno a una battaglia per far luce sugli episodi di mobbing e di maltrattamenti — subiti anche da sua sorella — all’interno del reparto di ginecologia e ostetricia del Santa Chiara. Oggi, l’indagine della Procura di Trento vede tra gli indagati il primario e la sua vice.

«È stato un passo avanti fondamentale, arrivato dopo mesi in cui la mia vita è cambiata per seguire questa causa e cercare una verità per mia sorella e altre dipendenti. Mi ha guidata una forza spontanea».

La storia di Sara ha portato dipendenti ed ex dipendenti dell’ospedale a denunciare un clima invivibile in reparto. Dopo la notizia del licenziamento del primario Saverio Tateo qualcuna l’ha ricontattata?

«Sento tutte ogni giorno, e mi ringraziano. Ormai la battaglia di Sara è diventata universale. Alcune persone hanno trovato la forza di lasciarsi alle spalle la paura e l’omertà per esporsi e tutelarsi. Oggi è sotto il mirino il Santa Chiara, ma in tantissimi sanitari, del pubblico e del privato, mi stanno contattando per farmi presenti storie simili».

Da Tateo e dall’Azienda sanitaria di Trento, invece, la vostra famiglia non ha mai ricevuto messaggi.

«Mai. Nessuno ci ha mai chiamati per sapere cosa fosse successo e come stesse la mia famiglia».

Emanuela Pedri racconta gli ultimi momenti prima e dopo la scomparsa di sua sorella. Sara Pedri, a 8 mesi dalla scomparsa parla la sorella: “Il suo corpo è in fondo al lago, non dovevo lasciarla”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 4 Novembre 2021. Dallo scorso 4 marzo, ogni 4 del mese per la famiglia Pedri si rinnova un grandissimo dolore. Sono passati ormai otto lunghi mesi da quando SaraPedri, ginecologa 31enne originaria di Forlì, è scomparsa senza lasciare traccia. O meglio, l’ultima traccia è la sua auto lasciata nei pressi del ponte di Mostizzolo, luogo tristemente noto per i suicidi. “Nei primi tre mesi non avevamo le idee chiare, ci mancavano gli elementi di comprensione. Ora, a otto mesi di distanza, per noi è tutto molto chiaro. Gli indizi portano al Lago di Santa Giustina”, ha spiegato la sorella Emanuela, intervistata dal Corriere della Sera. “Conoscendo mia sorella – ha continuato – non ci avrebbe mai lasciati in una situazione di questo genere guardandoci dall’esterno. Sara si era ammalata e ha pensato di liberarsi con un gesto estremo dal male che l’affliggeva. Non vedeva l’ora di togliersi quel malessere che la portava ad abbracciarsi lo stomaco e a scostare il colletto della camicia come se volesse uscire da una gabbia”. Quella gabbia era il suo posto di lavoro, il reparto di ginecologia dell’Ospedale Santa Chiara di Trento: sono bastati 3 mesi e mezzo di lavoro lì per far ammalare Sara che la sera prima di scomparire aveva detto alla sorella Emanuela di essersi dimessa, di essersi “tolta un peso”, appunto. Così è iniziato il dramma di Sara. “Alle 6.18 della mattina del 4 marzo ha cercato il ponte di Mostizzolo su internet. Alle 7.30, quando le ha mandato il buongiorno il fidanzato Guglielmo, il telefono di mia sorella risultava già staccato. Ha compiuto un gesto estremo senza pensarci, è stata una decisione fulminea”, continua Emanuela. La sorella ricorda con estremo dramma e dolore tutto quanto accadde in quella mattinata. “È avvenuto tutto velocemente. La prima cosa che ho fatto, la mattina, è stata mandare un messaggio a Sara per chiederle se fosse andata a lavoro, nonostante le dimissioni, per chiudere le ultime cose. Ma non mi ha risposto. A mezzogiorno, mi ha chiamata il fidanzato di Sara, Guglielmo, dicendomi di averle scritto verso le 7.30 e di nuovo alle 12, ma che entrambi non erano stati consegnati perché il telefono risultava spento. A quel punto ho fatto due più due. Ho chiamato mezzo mondo: ospedale di Trento, colleghi di Catanzaro, amici di mia sorella. Poi ho fatto denuncia di scomparsa ai carabinieri di Forlì, perché avevo compreso il disagio vissuto Sara e a nessuno di noi cari era mai capitato di non sentirla così a lungo. Quando, attraverso il gps, siamo riusciti a geolocalizzare la macchina di Sara, vicino al ponte di Mostizzolo, le forze dell’ordine forlivesi hanno detto fin da subito che non c’erano buone speranze di trovarla e mi hanno parlato della storia di quel posto. Dopo sono stati tre mesi di dolore fisico, di domande, di nodi da sciogliere, di vergogna per non aver colto a fondo il suo malessere”. Ed è un grande senso di colpa che attanaglia la famiglia pedri e anche i colleghi e gli amici per non aver visto quel malessere, non essere intervenuti. “Avrei potuto fermarla fisicamente e impedirle di tornare in Trentino. Quando a fine febbraio è rientrata a casa per malattia, abbiamo visto tutti il suo malessere. Non l’ho trattenuta a Forlì per paura che smettesse di parlarmi per averla bloccata, o per paura che a casa si deprimesse ancor più. Così come l’ho forzata a tornare a casa per una pausa, avrei dovuto forzarla a rimanere”, ha detto ancora la sorella. Dal momento in cui Emanuela ha capito tutto, ha iniziato a battersi per fare luce sui maltrattamenti operati all’interno del reparto di ginecologia e ostetricia di Trento (l’ex primario Saverio Tateo sarà licenziato dall’Azienda sanitaria ed è indagato dalla Procura di Trento insieme alla sua ex vice Liliana Mereu). Umiliazioni e demansionamenti che avrebbero generato in Sara, in soli tre mesi e mezzo, un malessere insanabile. Ora alla famiglia Pedri resta un ultimo grande desiderio: quello di trovare il corpo di Sara, per avere un luogo fisico dove piangere la ragazza. E intanto continuano le ricerche nel lago di Santa Giustina. “Siamo in costante aggiornamento con i carabinieri di Cles, ma per ora non ci sono novità. Quando l’acqua si abbasserà di 20 metri, tra febbraio e aprile, dovrebbero affluire camminamenti su cui i cani molecolari potranno tornare ad annusare tracce. Le prime due volte, la presenza di Sara era stata avvertita in un punto del lago lontano dalle sponde. Di norma, se un corpo si muove sul fondo di un bacino, si avvicina ai bordi. In tal caso, ci sarebbero più probabilità di chiudere le ricerche. Per ora, le temperature non consentono grandi risvolti”, ha detto Emanuela Pedri.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Amava il suo lavoro ma il clima nel reparto lo aveva reso un inferno. Sara Pedri, nei suoi messaggi la cronaca di un dramma: “Non mi sento all’altezza e sono terrorizzata”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. “Non mi sento all’altezza di quello che mi viene richiesto e sono terrorizzata”. È questo uno dei messaggi che Sara Pedri, ginecologa 31enne originaria di Forlì, scriveva alla sua famiglia nemmeno un mese dopo il suo arrivo nell’ospedale di Trento. Poi il 4 marzo è scomparsa nel nulla. Dietro di se ha lasciato la sua auto trovata vicino al lago di Cles, tristemente noto per i suicidi.

E sono proprio quei messaggi in preda all’angoscia che hanno fatto da subito sospettare che Sara si fosse tolta la vita perché sul lavoro stava troppo male. Quei messaggi inviati alla famiglia sono più di ogni altra la testimonianza viva di un dramma che si è trasformato in tragedia. “Non ne posso più Manù”, aveva scritto alla sorella Emanuela tre giorni prima di sparire nel nulla. Dai messaggi di Sara che riporta Repubblica nel suo longform dedicato alla ginecologa c’è la cronaca di tutto il male che aveva Sara dentro e che l’ha sopraffatta in soli tre mesi.

“La grandissima super testimone di questa storia è la messaggistica di Sara, che ci parla di quello che è successo”, ha raccontato Nicodemo Gentile, avvocato della famiglia Pedri e presidente di penelope, associazione che si occupa di persone scomparse. “Sara non aveva motivo di togliersi la vita se non per il mobbing – ha continuato – C’è un prima e un dopo il suo arrivo a Trento. E questo ci dice con forza che qualcosa è successo in quella struttura. Anche prima del suo arrivo, in reparto esisteva un ambiente esplosivo, patogeno. Persone che avevano vissuto vessazioni e angherie”.

La storia di Sara ha poi aperto il vaso di Pandora di queste angherie dando il via alle denunce di altri sanitari che hanno raccontato il clima vessatorio in cui si lavorava in quel reparto. Intanto il primario Tateo è stato licenziato ma sin da subito si è detto innocente. Del corpo di Sara invece non c’è alcuna traccia. La famiglia di Sara sostiene che la dottoressa sia stata vittima di vessazioni e maltrattamenti che l’hanno portata al burnout. La sua storia l’ha raccontata attraverso i suoi messaggi.

“Non mi sento all’altezza di quello che mi viene richiesto e sono terrorizzata. Sono lasciata sola a prendere decisioni, non è semplice. Per il momento ce la metto tutta e vado avanti…”, ha scritto alla sorella Emanuela il 14 dicembre. Era arrivata all’ospedale di Trento il 26 novembre. E ancora: “Qua è dura. Pretenderebbero che stessi qua 12 ore tutti i giorni. Poi mi hanno consigliato di stare zitta e di non lamentarmi mai se voglio stare bene in questo posto, quindi ubbidisco e basta! Ieri però sono andata in crisi…non te lo nascondo”.

“Ho fatto incazzare la donna del capo in camera operatoria. Non sono riuscita ad aiutarla come volevo. Non avrò vita lunga qua”, “Avranno pensato che la ‘terroncella’ andasse subito raddrizzata”. Piegata dalla situazione Sara decide di chiedere qualche giorno di malattia. Il 21 febbraio scrive: “Non ho dormito neanche un minuto. È troppo grave per me non andare a lavorare domani. Non riesco a sopportare. Sono paralizzata a letto. Non sto in piedi”. “Ho paura, sono disarmata. E ho preso sempre le medicine, pensa te”.

Passano i giorni e il tenore dei messaggi è sempre più drammatico. “Non ho scelta perché non vedo futuro là. Ma dovrò superare le conseguenze disastrose che arriveranno”. “Ho paura di tutto ultimamente”. Quelle vessazioni erano arrivate a Sara non solo sotto forma di violenza verbale ma anche come autoconvincimento di non essere abbastanza. “Sono stata sopraffatta dal peso della responsabilità e dal terrore di nuocere agli altri. Il terrore mi acceca. Non so se a Catanzaro non ho imparato niente. Ma se anche fosse che qualcosa l’ho imparato, non ho il coraggio di metterlo in pratica qua catapultata in un mondo così diverso. So che ho deluso tutti. Non ho saputo cavarmela questa volta…ed è proprio quando si diventa grandi. Non pretendo di essere capita, chiunque altro nella mia situazione si rimboccherebbe le maniche. Ma io sono senza forze e senza speranza, un giorno dopo l’altro”. “Volevo concluderla io la faccenda. Non farmi licenziare. Tutto qui. Mi sento in trappola contro me stessa”. L’ultimo messaggio non lascia dubbi: “Non ne posso più Manù”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Marzia Zamattio per il "Corriere della Sera" il 9 novembre 2021. L'ex primario di Ginecologia del Santa Chiara di Trento Saverio Tateo è stato ufficialmente licenziato. Ieri l'Azienda sanitaria provinciale ha notificato il provvedimento dopo il parere del Comitato dei garanti, chiamato a valutare la risoluzione del rapporto professionale alla luce dei risultati della commissione d'inchiesta istituita dall'Azienda sanitaria stessa da cui erano emersi «elementi di criticità oggettiva» nella gestione dell'unità operativa. A fare da detonatore il caso Sara Pedri, la ginecologa di Forlì di 31 anni, scomparsa il 4 marzo scorso. «Non ci sono fondamenti che giustifichino il licenziamento, lo proveremo davanti al giudice del lavoro», afferma Vincenzo Ferrante, legale di Tateo. «L'Azienda può fare quello che vuole, ma dovrà riferire e giustificare il licenziamento: si devono provare le motivazioni punto per punto». La lettera del licenziamento del dottor Tateo da parte dell'Azienda sanitaria - che aggiunge dichiarazioni alla notizia - arriva dopo il provvedimento del Comitato dei garanti dell'11 ottobre che aveva siglato il licenziamento per giusta causa dell'ex direttore dell'unità operativa di Ostetricia e Ginecologia. Il Comitato aveva rimarcato le contestazioni a carico del medico controbattendo alle corpose memorie difensive depositate dall'avvocato Ferrante che «non paiono apportare elementi decisivi in senso contrario all'imponente mole documentale posta alla base delle documentazioni formulate dall'Ufficio procedimenti disciplinari». Con la scomparsa di Sara Pedri il ministero della Salute aveva inviato a Trento gli ispettori a scandagliare, attraverso una lunga serie di audizioni, il clima lavorativo all'interno del reparto dopo le molteplici dichiarazioni di presunte vessazioni ai danni di medici e sanitari. Sul caso è al lavoro anche la Procura, che ha aperto un fascicolo e indagato sia Tateo sia la sua vice Liliana Mereu - nel frattempo trasferita fuori regione - per presunti maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione ai danni di quattordici medici e operatori sanitari, tra cui la stessa Pedri, accogliendo la relazione dei Nas, che aveva ascoltato novanta professionisti di quella unità operativa. L'avvocato Ferrante respinge le accuse. «Il dottor Tateo non c'entra con la vicenda della dottoressa Pedri». E dice, riferendosi all'Azienda: «Mi sarei aspettato circostanze precise, le accuse vanno provate, non si licenzia senza riscontri e senza approfondire le affermazioni». Infine ricorda il periodo difficile della pandemia, in cui si lavorava in reparto: «Tutto il sistema sanitario era in situazione di stress e il dottor Tateo non può essere ritenuto responsabile di tutta la vicenda».

Chiara Bruschi per "il Messaggero" il 12 agosto 2021. Dopo mesi di speranza e angoscia, si è conclusa la ricerca della giovane britannica Esther Dingley. A trovare il corpo della 37enne dispersa da novembre scorso è stato il fidanzato Daniel Colegate, 38 anni, che per mesi ha passato al setaccio i Pirenei, camminando per oltre mille chilometri. Esther e Daniel si erano incontrati nel 2003 quando entrambi studiavano all'università di Oxford. PROSSIMI AL MATRIMONIO Dopo essersi trasferiti a Durham la loro vita sembrava quella di tante coppie di innamorati: dieci anni più tardi, nel 2013, come raccontato nel loro blog, contavano i giorni che li separavano dalla data del loro matrimonio e dalla luna di miele dei loro sogni. Quando Daniel ha rischiato di morire e questo ha cambiato per sempre le loro vite. L'aver sfiorato la fine li ha portati a mettere in discussione ogni cosa. Hanno rinunciato al loro lavoro e hanno acquistato un camper di seconda mano per ricominciare da capo, attraverso l'Europa. Il viaggio sarebbe dovuto durare un anno ma è diventato uno stile di vita, con l'obiettivo di assaporare ogni momento, cogliere l'attimo. In questi anni hanno attraversato montagne, solcato i mari e perfino i cieli, come quando hanno sorvolato il Nilo bordo di una mongolfiera. Durante una delle loro tappe in Spagna hanno adottato un cane che ha dato alla luce cinque cuccioli, divenuti poi compagni inseparabili delle avventure successive. Avventure che sono diventate libri e pagine di racconti sul loro blog. Più di tutto, però, si legge sul sito, Esther e Dan hanno avuto l'occasione di confrontarsi con le loro insicurezze e interrogarsi su come la vita dovrebbe essere davvero vissuta. La giovane, esperta camminatrice ed ex canottiera, aveva iniziato un percorso in solitaria sui Pirenei che sarebbe dovuto durare un mese e ha comunicato con il compagno per l'ultima volta alle 16 del 22 novembre, dalla cima di Pic De Sauvegarde. L'uomo si trovava a circa 160 chilometri di distanza in un agriturismo francese e avrebbe dovuto incontrarla alcuni giorni dopo, alla fine dell'escursione. Quando non si è presentata all'appuntamento il fidanzato ha lanciato l'allarme. La polizia francese e quella spagnola si sono messe alla ricerca della giovane con elicotteri e squadre speciali per giorni. Nonostante l'impegno dei due paesi, interrotto solamente quando la neve e il rigido inverno hanno reso impossibile proseguire, non è stata trovata alcuna traccia di Esther e proprio per questo il compagno ha iniziato a temere che la donna fosse stata rapita. Lo scorso aprile, quando ancora la neve rendeva impossibile alle autorità riprendere le ricerche, Dan ha deciso di ricominciare setacciare la zona. Ha camminato a oltranza fino al ritrovamento due settimane fa di un frammento di ossa che ha fatto temere il peggio. L'esame del DNA ha poi confermato che il reperto apparteneva alla ragazza e in prossimità di esso Dan ha ora trovato le attrezzature dell'amata e il suo corpo. L'ipotesi al momento più accreditata è quella dell'incidente, come confermato dall'associazione di beneficenza LBT Global che sta supportando la famiglia in questi momenti difficili. Tuttavia, le indagini sono in corso per chiarire la dinamica dell'accaduto e cercare di arrivare alla verità. Le autorità francesi, inoltre, si sono dette disponibili a utilizzare un elicottero per recuperare la salma, se sarà necessario.

LE INDAGINI «La polizia sta compiendo tutte le indagini necessarie per fare luce sulla tragedia ha affermato Lbt Global alla Bbc la famiglia è estremamente grata alla polizia per i suoi sforzi e l'impegno profuso nel cercare le cause della morte di Esther». Dan e la madre della ragazza, Ria Bryant, con un comunicato hanno cercato di esprimere il loro dolore: «Sapevamo che le possibilità di riabbracciare la nostra amata Esther, di sentire il calore delle sue mani nelle nostre, di vedere il suo bellissimo sorriso e vedere ancora le stanze illuminarsi al suo arrivo, erano molto limitate. Con questa conferma quella piccola speranza è svanita per sempre. Ed è devastante oltre ogni immaginazione».

Cina, ritrova il figlio rapito dopo 24 anni: come Denise Pipitone, ma... un caso sconvolgente. Giordano Tedoldi su Libero Quotidiano il 14 luglio 2021. In Cina, la piaga dei bambini rapiti e venduti per l'equivalente di poche centinaia di euro nel mercato clandestino delle adozioni, fa registrare numeri impressionanti: migliaia di bambini (nel 2015 se ne contarono ventimila) scomparsi ogni anno e venduti a famiglie adottive cinesi o straniere. Il ministero della Pubblica sicurezza ha annunciato di aver ritrovato, soltanto a partire dal gennaio scorso, 2.609 bambini scomparsi o rapiti. Uno degli scomparsi è stato rintracciato dopo 61 anni. È andata leggermente meglio a un padre diventato una celebrità in Cina, Guo Gangtang, cinquantunenne, che era alla ricerca di suo figlio da 24 anni, dopo il rapimento quando il bambino ne aveva solo due, avvenuto davanti alla sua casa nella provincia dello Shandong, da parte di due trafficanti che all'epoca avevano una relazione sentimentale. La donna, identificata solo col nome Tang, aveva visto il piccolo che giocava da solo, lo aveva preso e portato alla fermata della corriera dove l'aspettava il suo compagno, chiamato dai giornali Hu. I rapitori avrebbero poi portato il bambino nella vicina provincia di Henan, dove l'hanno venduto. Ed è in quella stessa provincia che finalmente il padre, ventiquattro anni dopo, l'ha ritrovato. Dal giorno della scomparsa, Guo non si è dato pace, ha investito tutte le sue energie e le sue sostanze nella ricerca del figlio, percorrendo oltre 500mila chilometri in motocicletta, battendo le vastità del paese asiatico in lungo e in largo alla ricerca di indizi. Ha attraversato oltre venti province, subendo numerosi incidenti che gli hanno procurato varie fratture (ha dovuto cambiare dieci motociclette), ed è stato derubato da ladri di strada. Ma non si è dato per vinto, e ha continuato ad attraversare la Cina portandosi attaccato alla moto uno striscione con stampata la faccia del figlio. Il tabloid cinese Global Times riporta che, per la sua impresa, Guo si è ridotto a vivere sotto i ponti e a chiedere l'elemosina, avendo dato fondo a tutti i suoi risparmi. Nel 2015 la sua vicenda ha ispirato anche un film di grande successo in Cina, "Lost and love", con il popolare attore hongkonghese Andy Lau, che alla notizia del ritrovamento del figlio ha voluto congratularsi con Guo in un video: «Vorrei dire al fratello Guo che ammiro la tua tenacia, e rendere omaggio alle forze di pubblica sicurezza». Il Global Times riferisce che i rapitori sono stati arrestati, e la prova del DNA ha confermato che il ragazzo ritrovato è proprio il figlio di Guo. La televisione di stato ha dato grande risalto alla notizia, mandando in onda il filmato dell'incontro, delle grida di gioia e dell'abbraccio tra i genitori e il figlio, a Liaocheng, nello stesso Shandong dove avvenne il rapimento. Un'operazione mediatica senza dubbio concordata per rassicurare l'opinione pubblica circa l'allarmante fenomeno dei rapimenti di bambini. «Bambino mio, sei tornato!» esclama la madre, mentre Guo ha dichiarato: «Ora che mio figlio è stato ritrovato, d'ora in avanti ci saranno solo giorni felici», poi ha assicurato che il figlio, di cui non è stato diffuso il nome, «sta bene» e che «Dio è stato giusto con me». Inevitabilmente l'onda emotiva dell'annuncio del lieto fine per un caso che aveva scosso tutta la Cina è stata enorme, e si è potuta misurare dalle reazioni sui social, in particolare su Sina Weibo, l'equivalente cinese di Twitter. Molti "netizens", come vengono chiamati i cittadini più presenti sui social, hanno chiesto a gran voce un sequel di "Lost and love", che riprenda il lieto fine della vicenda reale. E in tantissimi hanno voluto esprimere messaggi di felicitazioni a Guo, scrivendo: «ogni sofferenza ha la sua ricompensa», e augurandosi che «altre famiglie che hanno bambini scomparsi possano ricomporsi, e non ci siano più rapimenti». Secondo la legge cinese, chi rapisce un bambino è passibile di una condanna dai cinque ai dieci anni ma, in casi particolarmente gravi, può anche essere condannato a morte. Più lieve, invece, la pena per chi compra un bambino che è stato rapito: tre anni. Norme che hanno spinto molti cittadini a chiedere maggiore severità. Ma di là dagli aspetti mediatici e legali, resta al centro la vicenda umana di Guo Gangtang, che era solo un giovane padre di 27 anni quando gli fu rapito il figlio, e che ha sconvolto la sua esistenza per riabbracciarlo.   

Il mistero delle 100 persone sparite senza lasciare traccia dal 1974 alla fine del 2020. Laura Pigani il 16/5/2021 su Il Piccolo. I dati del ministero analizzati dall’Ufficio del commissario straordinario del Governo Cresce il numero degli stranieri ancora da rintracciare: sono 3.559, la maggior parte minori. Se ne sono andati lasciando dietro di sé un alone di mistero, nonostante ricerche approfondite che hanno posto al setaccio ogni traccia possibile, anche la più minuscola. I parenti hanno sperato fino all’ultimo che, a un certo punto, tornassero a casa. Che il saluto di quella mattina o quella sera non fosse l’ultimo. Ma il più delle volte queste aspettative, aggrappate alla speranza di riabbracciare i propri cari, svaniti spesso senza lasciare nemmeno un bigliettino di spiegazioni, sono state disattese. In regione sono un centinaio le persone di nazionalità italiana ancora da rintracciare, in riferimento alle denunce di scomparsa presentate dal 1974 a fine 2020.

Il 75% dei casi risolti. I dati sono stati forniti dal Servizio analisi criminale del Dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno e analizzati dall’Ufficio del commissario straordinario del Governo per le Persone scomparse. «I numeri in nostro possesso – sottolinea Silvana Riccio, che ricopre il ruolo di commissario per le persone scomparse –, estrapolati dalla XXIV relazione annuale, ci dicono che circa il 75% delle persone scomparse in Italia, dal 1° gennaio 1974 (anno di istituzione della banca dati interforze Sdi) al 31 dicembre 2020, sono state ritrovate. Le performance dei ritrovamenti – chiarisce il commissario – sono in costante miglioramento, grazie alla creazione di piani provinciali ad hoc, al costante miglioramento delle tecnologie a supporto della ricerca e ad una sensibilizzazione capillare della popolazione, grazie a strategiche campagne di comunicazione, alla tempestività di denuncia,».

Il caso Fvg: i minori stranieri. In regione le segnalazioni complessive sono state in realtà 9.291 (2.759 di italiani e di 6.532 stranieri) e le persone ritrovate, in vita o decedute, 5.632 (2.659 italiane e 2.973 straniere). All’appello, quindi, ne mancano 3.659: gli italiani scomparsi in regione sono riconducibili ad appena 100. A pesare è soprattutto l’altissimo numero di cittadini stranieri che arrivano in Fvg (e che sono in continua crescita), giunti seguendo la rotta balcanica e che poi fanno perdere le loro tracce: ben 3.559 (erano 2.326 nel 2019 e circa 1.400 nel 2018). Tra questi sono i minori di 18 anni non accompagnati a rappresentare la maggiore fetta della torta (3.342 ragazzi e 71 ragazze). Sono loro che, dopo essere stati identificati e accolti nelle comunità locali per un graduale inserimento, hanno abbandonato quell’alloggio sicuro per raggiungere il più delle volte un’altra città europea, meta finale del loro personale viaggio della speranza. «Nel Friuli Venezia Giulia, per le sue caratteristiche di terra di confine e quindi di “passaggio” verso il nord Europa – spiega Riccio –, la percentuale di denunce di minori, di cui la stragrande maggioranza è composta da stranieri di sesso maschile, è altissima, del 75% circa, mentre il dato nazionale si attesta a circa il 53%. Queste povere anime transitano sul territorio utilizzandolo come trampolino per raggiungere famiglie ed amici sparsi oltre confine».

Svaniti più uomini che donne. Tra i cento regionali spariti nel nulla, 69 sono di sesso maschile e 31 di sesso femminile. Tra gli uomini 10 sono over 65, 35 gli adulti e 24 i minori di 18 anni; mentre tra le donne 4 hanno più di 65 anni, 18 sono maggiorenni e 9 minorenni. Trend ricalcato anche analizzando i dati riferiti agli stranieri: 4 uomini over 65 (nessuna donna), 108 adulti e 34 adulte; 3.342 ragazzini e 71 ragazzine.

A Udine la maglia nera. In provincia di Udine si registra il maggior numero di scomparsi rispetto alle altre realtà del Fvg. Sono 1.918 le persone che non hanno fatto più rientro: 6 hanno più di 65 anni, 39 sono maggiorenni e 1.873 sono minori di 18 anni. La seconda provincia con la più alta percentuale di uomini e donne “evaporati” è Trieste, che raggiunge quota 1.332: 1.209 minorenni, 114 maggiorenni e 9 over 65. Segue Gorizia con 266 scomparsi: 251 minori di 18 anni, 13 adulti e 2 con più di 65 anni d’età. Pordenone, infine, chiude la classifica con 143 casi: 113 minorenni, 29 maggiorenni e un solo over 65.

I motivi della scomparsa. Nella maggioranza dei casi non si conoscono le ragioni alla base dell’allontanamento. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero, 44 dei 100 scomparsi di nazionalità italiana in regione se ne sono andati, infatti, senza fornire spiegazioni. Per altri 44 l’allontanamento è stato volontario, per 6 probabilmente è stato determinato da possibili disturbi psicologici, 4 sono stati sottratti dal proprio partner o da un altro congiunto e in due casi si tratta di un allontanamento da una casa famiglia. Sul fronte stranieri a far la parte del leone è l’allontanamento volontario (2.558 casi), seguito da 832 “fughe” da case famiglia e 77 da istituti o comunità. Per 83, invece, non si conoscono le ragioni.

Antonio Grizzuti per "la Verità" il 3 magio 2021. Immaginate se domani sparisse dalle mappe italiane la città di Crotone, oppure quella di Matera, oppure ancora Cosenza. Più di 60.000 persone svanite nel nulla, senza lasciare traccia. Non è l' incipit di un film distopico, ma un esempio per dare un' idea dell' ordine di grandezza del fenomeno delle persone scomparse. Sono 62.842 gli individui mai più ritrovati in Italia dal 1974 al 2020, per una media di 4 persone al giorno, una ogni 6 ore. È questo il primo numero, e anche uno dei più duri da mandare giù, nel quale ci si imbatte sfogliando l' ultima Relazione periodica a cura del Commissario straordinario del governo per le persone scomparse. Sono cifre considerevoli, a tratti quasi da non crederci. Da quando è stato istituito l'apposito registro, ormai 47 anni fa, sono state registrate ben 258.552 denunce di scomparsa, ma solo 195.710 persone sono state ritrovate. Tutti gli altri rimangono in quello che il commissario, prefetto Silvana Riccio, definisce «limbo», e che il presidente dell' Associazione nazionale delle famiglie e degli amici delle persone scomparse Penelope, Nicodemo Gentile, ha invece ribattezzato «terra del niente». Più di 6 casi su 10 (63,3%) riguardano individui di sesso maschile, mentre per ciò che concerne la nazionalità la divisione risulta pressoché equa tra italiani (51,2%) e stranieri (48,8%), con i dovuti distinguo legati all' età che vedremo più avanti. Oltre la metà delle denunce (136.884, pari al 52,9%) riguarda infatti soggetti minorenni, mentre una piccola fetta (14.219, cioè il 5,5%) va ricondotta agli over 65. Per ciò che concerne le cause di scomparsa, al primo posto troviamo l' allontanamento volontario (47,4%); molto più indietro l' allontanamento da istituto o comunità (9,1%) e i possibili disturbi psicologici (5,2%). Tuttavia, in più di un terzo dei casi non è stato possibile risalire alla motivazione che ha portato alla sparizione. L' identikit della persona da ritrovare è relativamente ben delineato: maschio (79,7% dei casi), minore (73,9%) e straniero (85,8%). Numeri che lo stesso commissario riconduce al fenomeno migratorio che ha visto il suo culmine a metà dello scorso decennio.

Fuga all' estero. Si tratta in gran parte di minorenni sbarcati nel nostro Paese e verosimilmente andati all' estero. Non per questo il fenomeno è meno grave, anche perché la mano della criminalità - dallo sfruttamento, alla prostituzione, fino al traffico di organi - si nasconde sempre dietro l' angolo. Senza dimenticare, però, che tra i minori da ritrovare ci sono anche 2.433 italiani, dei quali 357 solo nell' anno appena passato. Non si può escludere in qualche caso, ammette il prefetto Riccio, anche lo zampino della Rete. Nel 2020 si è registrato un calo delle denunce, scese a 13.527 unità contro le 15.205 del 2019. Sul totale, il 56,7% ha riguardato minori (7 su 10 erano stranieri) e l' 8,9% over 65. La diminuzione delle denunce ha coinciso con il periodo del lockdown, dal momento che il mese che ha fatto registrare la maggiore flessione è stato aprile 2020 (-72%), mentre ad agosto si è riscontrato un aumento del 26,8% rispetto allo stesso mese dell' anno precedente, dovuto in gran parte all' aumento di casi di scomparsa di stranieri. Rimangono ancora da ritrovare quasi la metà (6.054) delle persone sparite l' anno scorso. Nessun dato ufficiale riguardo all' anno in corso, ma a quanto riferisce la struttura commissariale sembra essere ripreso il trend precedente lo scoppio della pandemia. Sono ben 946, poi, i cadaveri non identificati iscritti nell' apposito Registro nazionale, all' ultimo aggiornamento disponibile risalente al 28 febbraio 2021. Sette su 10 appartengono a individui di sesso maschile. Guida questa triste classifica il Lazio, con 248 corpi da identificare, seguito dalla Lombardia (130) e dalla Campania (85).

Spot per sensibilizzare. Nel tentativo di sensibilizzare la cittadinanza, nel 2020 sono state realizzate diverse iniziative con l' obiettivo di informare sui corretti «virtuosi» da adottare in caso di scomparsa. Tre video tutorial sono stati diffusi su Youtube, e successivamente è stato mandato in onda sui canali Rai uno spot della durata di 30 secondi. «Quando qualcuno scompare non devi perdere tempo: chiama subito il numero di emergenza 112», questo il messaggio chiave della campagna. Più tempestiva e completa la denuncia, infatti, maggiori saranno le probabilità di ritrovamento. Le forze dell' ordine si occupano di raccogliere la denuncia e compilano la scheda Risc (che sta per «ricerca scomparsi») con tutte le informazioni sullo scomparso, inserendola nella banca dati nazionale, per risalire più facilmente allo scomparso sia in Italia sia all' interno dell' area Schengen. Inoltre, viene mobilitato anche l' Interpol, al quale viene chiesto di inserire la scheda della persona scomparsa (la cosiddetta «yellow notice») nel database internazionale. Fondamentale reperire da parte dei familiari quante più informazioni ed elementi utili possibili, contattando amici e conoscenti, e spargere la voce affiggendo volantini e coinvolgendo le emittenti radiotelevisive. Impossibile in questo senso non pensare a Chi l' ha visto, che ormai da più di un trentennio offre un valido sostegno per la raccolta delle segnalazioni delle persone scomparse. Ma un ruolo fondamentale lo possiamo svolgere tutti noi in qualità di cittadini. «Non essere indifferente, offri il tuo aiuto», recita lo spot realizzato dal commissario, perché «se una persona scomparsa viene ritrovata è anche grazie a te, se sei attento e responsabile».

In Europa scompare un bambino ogni due minuti. «Dietro ogni storia di fuga c’è sempre un forte disagio». Nel 2020 i malesseri causati dalla pandemia hanno portato ad un aumento delle sparizioni dei minori. La responsabile del servizio Sos 116.000 di Telefono Azzurro, Irene Valotti, non ha dubbi: «Si sono aggravate situazioni di difficoltà preesistenti». Michela Pagano su L'Espresso il 25 maggio 2021. Lorenzo ha 17 anni. «Sto pensando di scappare di casa. Odio la mia vita, la mia famiglia, la scuola e non ce la faccio più. Sento che potrei esplodere da un momento all'altro. Ai miei genitori non importa di me, nessuno vede che sto male». Marta ne ha 16. «Quando sono scappata non mi sono sentita in pericolo, ero più spaventata quando ero a casa. Nulla al mondo mi sembra più pericoloso di casa mia». Silvia ne ha solo 14. «Nella mia famiglia adottiva molte volte mi iniziano ad insultare gravemente, soprattutto mia madre, per il passato che ho avuto. Soffro di disturbi alimentari, attacchi di panico e penso spesso al suicidio. Voglio scappare di casa». Sono solo alcune delle tante richieste d’aiuto che ogni giorno giungono al 116.000, il Numero Unico Europeo per i minori scomparsi, gestito in Italia da Telefono Azzurro. Un servizio gratuito attivo dal 2009 e che fino al 31 dicembre 2020 ha gestito 1.377 casi. 87 solo nell’ultimo anno. Quello delle sparizioni di minori rappresenta da sempre, nel mondo, un problema drammatico. Secondo uno studio della Commissione Europea ogni anno scompaiono in Europa 250.000 bambini e adolescenti. Uno ogni due minuti. Lo ha reso noto proprio il Telefono Azzurro in occasione della Giornata internazionale dei bambini scomparsi, celebrata ogni anno il 25 maggio. Secondo il report fornito a L’Espresso, circa il 60 per cento dei casi si riferisce a adolescenti che si allontanano volontariamente da casa, a causa di situazioni di abuso, violenza o disagio; il 23 per cento sono vittime di sottrazione nazionale o internazionale da parte di un genitore, mentre il 10 per cento dei casi riguarda minori stranieri non accompagnati spesso vittime di tratta e sfruttamento. In Italia nel 2020 i casi di scomparsa denunciati sono stati 7.672, la maggior parte riferiti a minori di genere maschile e di età compresa tra i 14 e i 17 anni (5.511 di nazionalità straniera e 2.161 di nazionalità italiana). Nel 2019 erano stati 8.331.

«Si tratta di un fenomeno che è la massima espressione di un disagio provato da bambini e adolescenti» racconta Irene Valotti, responsabile del servizio 116.000. «Ma la speranza di ritrovare tutti loro non la perdiamo mai».

Nel 2020 c’è stata una diminuzione dell’11 per cento dei casi di sparizione rispetto al 2019. Quanto ha influito la pandemia?

«Nel 2020 e durante il periodo di quarantena nazionale, da marzo a  maggio 2020, il nostro servizio ha gestito pochissimi casi di fuga da casa (solo 2 o 3). Da maggio in poi, con l'allentamento delle restrizioni, i casi sono aumentati e abbiamo avuto un picco nei mesi di luglio e agosto. Complessivamente, l’anno scorso abbiamo gestito 136 casi di fuga, nel 2019 59, quindi abbiamo registrato un notevole incremento rispetto all’anno precedente. 

Il Missing Children Europe, il network internazionale che coordina le 31 organizzazioni attive negli Stati membri che gestiscono il servizio 116.000, già nei primi mesi della pandemia aveva lanciato l’allarme. Si temeva infatti che il lockdown avrebbe esacerbato tutte quelle situazioni di difficoltà e di disagio preesistenti e che questo non avrebbe impedito il verificarsi di casi di fuga, sottrazione internazionale e scomparsa di minori stranieri non accompagnati. E così è stato».

Qual è la motivazione principale per cui fuggono o si allontanano i minori in Italia?

«Tra le principali cause di fuga a livello internazionale ci sono problemi di salute mentale quali stress, ansia, depressione, ma anche bullismo, cyberbullismo, violenza domestica abusi sessuali, problemi in famiglia e problemi a scuola. Tutte queste problematiche, che rappresentano fattori di rischio per un bambino, purtroppo sono cresciute esponenzialmente durante la pandemia, causando un maggior numero di casi di sparizione da casa o da comunità. Dietro una storia di fuga però c’è sempre la storia di un ragazzo o di una ragazza che ha bisogno di un aiuto e che vive in famiglia o in comunità problemi di varia entità». 

Il numero 116.000 è un servizio che offre ai bambini la possibilità di chiedere aiuto. Come opera nello specifico?

«Il 116.000 è un Numero Unico europeo istituito dalla Commissione Europea e attivo in tutti gli Stati membri dell'Unione. È un numero gratuito, multilingue, raggiungibile tramite telefono ma anche sito web e mail e attivo tutti i giorni dell’anno 24 ore su 24. Il numero raccoglie le segnalazioni relative a scomparsa, avvistamento e ritrovamento di bambini e adolescenti, offre loro supporto legale e psicologico ma anche ai genitori o adulti di riferimento che ci contattano. Opera in sinergia con le forze dell’ordine e in particolar modo anche con le altre hotline 116.000 europee qualora il caso avesse risvolti internazionali, cioè nei casi di scomparsa a carattere transnazionale, se il minore è in uno stato diverso rispetto a quello in cui si è verificata la scomparsa».

Quali sono invece gli strumenti messi in campo per ritrovare questi ragazzi? 

«Una volta ricevuta la segnalazione ci mettiamo in contatto con le forze dell’ordine e riferiamo loro quanto abbiamo ricavato dalla consulenza e nel caso in cui il caso fosse transnazionale contattiamo le altre hotline 116.000 europee che a loro volta contattano le forze dell’ordine del loro Paese e insieme collaborano per la risoluzione del caso. Si attiva quindi una rete di organizzazioni che opera ciascuna nell’ambito delle proprie competenze, per localizzare il minore e tutelare i suoi diritti. Poi, essendo il fenomeno della scomparsa così ricco di tipologie, dato che si parla di fuga, allontanamento, rapimento, sottrazione nazionale e internazionale, gli strumenti messi in campo variano da caso a caso».

Che fine fanno i bambini mai ritrovati? Quali sono i maggiori rischi che corrono?

«Per i ragazzi di cui si perdono traccia purtroppo il timore maggiore è che siano caduti vittime di tratta o sfruttamento, sia lavorativo che sessuale, ma anche di matrimoni precoci o illegali e traffico di organi. La speranza in noi non scompare mai e proviamo sempre a fare di tutto per cercare di ritrovarli fin quando il caso non viene ufficialmente chiuso. In questo contesto però è molto importante l’attività di prevenzione e formazione, per fare in modo che i soggetti coinvolti siano debitamente pronti a intervenire. La tempestività è fondamentale e noi cerchiamo di lavorare affinché questi casi non risolti non si ripetano più o abbiano un’incidenza minima rispetto alla casistica generale».

Puglia, 4344 sono le persone scomparse e mai trovate: oltre 80% sono minori. Dati aggiornati al 31 dicembre 2020 . La provincia di bari è quella con il maggior numero di scomparsi, la BAT con il minor numero. La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Febbraio 2021. In Puglia al 31 dicembre 2020 le persone scomparse e non ritrovate erano 4.344, cento in più dell’anno precedente, delle quali 3.574 minorenni (l'82,2%). Degli scomparsi totali 503 sono cittadini italiani (127 minorenni) e 3.841 stranieri (3.447 minorenni). Sono alcuni dei dati contenuti nella XXIV Relazione annuale del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse. Dal report emerge che in 46 anni, dal 1974 al 2020, in Puglia è stata denunciata la scomparsa di 16.131 persone (9.643 italiani e 6.488 stranieri), più della metà minorenni (8.383), uno su quattro non più ritrovato. Sulla base dei dati forniti dalle forze di Polizia, ci sono inoltre 59 cadaveri mai identificati. Questi dati pongono la regione al sesto in Italia con il 6,24% del totale delle denunce fatte relative a persone scomparse. La relazione analizza anche il fenomeno per provincia. Nei 46 anni analizzati è Bari quella con i numeri più rilevanti (6.533 scomparsi, 2.801 dei quali minorenni, il 75% tra i 15 e i 17 anni), mentre quella con il dato più basso è la Bat con 2 persone scomparse nell’intero periodo. Il focus sul periodo 2007-2020 che riguarda le città metropolitane, rivela che a Bari è stata denunciata negli ultimi 13 anni la scomparsa di 4.172 persone (2.921 di nazionalità italiana e 1.251 stranieri), 746 delle quali non ritrovate (83 italiani e 663 stranieri).

Il personaggio protagonista a "Chi l'ha visto?" Chi è il comandante Marcos, il giallo di Achille Lauri: dalla Camorra di Cutolo alle ragazze scomparse. Vito Califano su Il Riformista il 14 Aprile 2021. È un mistero vero e proprio quello del comandante Marcos. Questo il soprannome – forse ispirato al subcomandante, al comando dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel Chiapas, in Messico – di Achille Lauri. Un giallo finito sotto i riflettori a Chi l’ha visto?. L’uomo è stato intervistato dall’inviato della trasmissione di Rai3 Giuseppe Pizzo. Ha raccontato di essere impegnato a recuperare e restituire ai genitori le ragazze che scompaiono nel nulla. Un personaggio dal passato oscuro, nel quale si celano la Camorra, il Professore Raffaele Cutolo, i servizi segreti. Ancora tanti i punti da chiarire. “Lui dice di essere uno che ha lavorato con i servizi segreti”, ha spiegato Federica Sciarelli. A quanto emerso avrebbe aiutato a ritrovare due ragazze del Lazio. Entrambe ospitate in una comunità e scomparse nel nulla. Reina, 16 anni, era sparita il 10 marzo. Nessun risultato dalle ricerche. A 13 giorni dalla sparizione è arrivato un messaggio tramite social alla madre, un video nel quale la figlia diceva di stare “benissimo” e di essere scappata “dopo i continui abusi”. E ancora: “Tu non mi cercare, sarò io a farmi viva quando il giudice avrà deciso che posso tornare a vivere con te”. La madre ha raccontato che Marcos farebbe “parte di una squadra internazionale”. Quale squadra internazionale? “Una ragazzina mi ha contatto sui social chiedendo aiuto – ha raccontato lui stesso al giornalista di Chi l’ha visto? – Le ho detto che per aiutarla dovevamo metterci in contatto e a quel punto lei mi ha addirittura telefonato. Inizialmente aveva vergogna ma l’ho convinta ad aprirsi. Ho aiutato centinaia di ragazzi e posso aiutare anche te. Posso dire che la ragazza in questione è in buone mani, me lo ha assicurato lei. Non so dov’è”. Come, perché, in qualità di cosa abbia aiutato centinaia di ragazze è ancora da chiarire. I dettagli sul suo passato aggiungono mistero al mistero. Achille Lauri ha 73 anni, originario di San Gennaro Vesuviano, sedicente collaboratore dei servizi segreti, un passato nell’organizzazione camorristica della Nuova Famiglia. Una ricostruzione dettagliata e ricca di elementi è stata scritta da Giancarlo Tommasone di Stylo24, giornale online napoletano specializzato in cronaca e in inchieste. Il comandante Marcos oggi risiede nell’avellinese. La Nuova Famiglia sorse in opposizione alla Nuova Camorra Organizzata del “professore” Raffaele Cutolo. Lauri venne condannato per omicidio. Si pentì e le sue dichiarazioni portarono a oltre 500 ordini di cattura. Era il marzo 1984. I fratelli Antonio e Ciro furono uccisi per vendetta. Al limite del grottesco le sue relazioni con la camorra cutoliana ricostruite ancora da Stylo. Contattato dallo stesso giornale Lauri ha affermato di essere in possesso di documenti che accertano la sua collaborazione con i servizi segreti del Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica). Collaborazione che lo avrebbe visto come infiltrato nella Nuova Famiglia, ha aggiunto, dal 1978. E come lui Vincenzo Casillo, storico braccio destro di Cutolo. I due non erano quindi degli affiliati, dei camorristi; questa la sua spiegazione, tutta da provare. Come è tutto da chiarire il suo profilo. Invece che avvertire le forze dell’ordine, ha raccontato Marcos, una volta trovate, riporta le ragazze dove sono scomparse. Ha anche ammesso di essere al lavoro su altri casi. Per conto di quale organizzazione, dove vengono tenute le ragazze, per quali ragioni è ancora un mistero.

Che cosa fa il ministero dell’Interno per ritrovare gli italiani scomparsi (15mila l’anno). Marco Fattorini il 18/3/2021 su L'Inkiesta. Ogni mese in Italia 1300 persone spariscono nel nulla. Minorenni in fuga dalle famiglie, anziani che non rientrano a casa, giovanissimi stranieri che fanno perdere le proprie tracce o restano vittime della criminalità. Molti vengono ritrovati, ma altri scompaiono per sempre. Dal 1974 a oggi, su 258.552 denunce presentate, 62.842 persone risultano ancora da rintracciare. Un esercito di fantasmi di cui spesso non si sa nulla, nonostante le ricerche della polizia. Alcuni finiscono in tv o sui giornali, nella maggior parte dei casi regna il silenzio. Solo nel 2020 sono scomparse 13.527 persone, più della metà sono minori. Oltre 6mila non sono ancora state ritrovate. «Parliamo di una realtà sconosciuta ma molto preoccupante». Silvana Riccio, prefetto, è il Commissario Straordinario del governo per le persone scomparse. Napoletana classe 1956, nel suo ufficio al Viminale, insieme a una piccola squadra di poliziotti e funzionari, coordina i dossier in tutta Italia. «Le statistiche – spiega a Linkiesta – non bastano a raccontare questo fenomeno, dietro i numeri ci sono famiglie distrutte e vite che restano sospese». Nel 2020 le sparizioni sono diminuite del 10%, si legge nella relazione annuale del Commissario. Merito della pandemia. Le misure restrittive e i controlli delle forze dell’ordine hanno limitato le fughe nei mesi del primo lockdown. Il dato più inquietante? Oltre il 50% di chi scompare è minorenne. Tra questi ci sono migliaia di giovanissimi stranieri non accompagnati che, affidati a case-famiglia o centri di accoglienza, lasciano il nostro Paese per provare a raggiungere i parenti in Europa. Altre volte, ed è questo l’incubo peggiore, sono vittime di violenza. Rapiti o sfruttati dalla criminalità, anche per prostituzione o traffico di organi. Nel 2020 sono state oltre 5.500 le scomparse denunciate di minori stranieri. «Noi continuiamo a cercarli esattamente come facciamo con tutti gli altri», precisa il Commissario. Ci sono anche molti bambini e adolescenti italiani che si allontanano per motivi diversi: disagio psicologico, traumi, tensioni in famiglia. Più di duemila nell’ultimo anno. Tra le situazioni allarmanti anche quelle in cui un genitore sottrae illecitamente il figlio all’altro coniuge e lo porta all’estero. «Ogni sparizione è un caso a sé, come le persone che bisogna cercare». Sulla scrivania del Commissario passa ogni tipo di storia. «Ci sono minori che scompaiono ripetutamente: un ragazzo ha fatto perdere le proprie tracce per 45 volte. In quei casi non siamo davanti a un disagio momentaneo, c’è un problema di natura psicologica o familiare su cui il prefetto del luogo interviene in modo specifico». Tutte le prefetture hanno un piano provinciale per la scomparsa. Le operazioni cambiano in base al territorio e al soggetto da rintracciare. Oltre alle forze dell’ordine, possono intervenire i Vigili del Fuoco e i volontari della Protezione Civile. In montagna si muove il Soccorso Alpino e Speleologico. Sul territorio sono attive associazioni come Telefono Azzurro o Penelope. Quest’ultima è stata fondata da Gildo Claps, fratello di Elisa, scomparsa a Potenza nel 1993 il cui corpo fu ritrovato 17 anni dopo nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. I volontari offrono supporto psicologico e assistenza legale a chi perde le tracce di un proprio caro. Il fattore tempo è fondamentale. Le ricerche devono cominciare subito: i primi giorni sono determinanti. Più passano i mesi e meno possibilità ci sono di ritrovare le persone in vita. Il 31 dicembre scorso nell’astigiano sono stati rinvenuti i resti di Federica Farinella, modella piemontese scomparsa 19 anni fa. Le spoglie erano in un bosco a un chilometro da casa sua. In altri casi si continua a sperare, nonostante tutto. Angela Celentano aveva 3 anni quando, nel 1996, scomparve durante una gita con la famiglia sul Monte Faito, in Campania. Oggi ne avrebbe 27 e di lei non si sa ancora nulla. Nessuna notizia nemmeno di Denise Pipitone, sparita nel 2004 a Mazara del Vallo all’età di quattro anni. Quello di Emanuela Orlandi è un mistero internazionale tutt’oggi irrisolto, dopo quasi quarant’anni. Si raccolgono testimonianze e indizi, non solo coi metodi tradizionali. Quello delle sparizioni è diventato un genere televisivo. Un programma come Chi l’ha visto? è in onda su Rai Tre dal 1989 con un pubblico trasversale e affezionato, quasi devoto. Al centralino della trasmissione, negli studi romani di via Teulada, arrivano telefonate da tutta Italia. Tra segnalazioni utili e informazioni da verificare, capita anche qualche mitomane. Una buona notizia. Negli ultimi anni il numero degli scomparsi e il numero dei ritrovamenti si stanno avvicinando. «Questo grazie alla collaborazione tra gli organi dello Stato, a cui aggiungiamo una formazione specializzata degli operatori e una serie di iniziative di sensibilizzazione», spiega Riccio. Non solo le istituzioni. Dal 2019 la Roma calcio ha lanciato la campagna Missing Kids: ogni volta che il club ufficializza un nuovo acquisto, lo annuncia sui propri canali social  accompagnando la foto del giocatore con quella di bambini da rintracciare. Le persone scomparse non esistono per il resto del mondo, ma diventano la ragione di vita per amici e parenti. Drammi uguali e diversi che si ripetono ogni anno. All’ufficio del Commissario arrivano chiamate e lettere di genitori disperati, che non si rassegnano al peggio. «Resta sempre la speranza di ritrovare il proprio caro, anche dopo anni. Ma poi quel sentimento si trasforma in angoscia e in uno stato d’ansia permanente».

Scomparse letali. Genitori disattenti e ricerche infruttuose.

Le ricerche fallimentari degli scomparsi: dispiegamento oneroso ed inutile di uomini e mezzi, con elicotteri e cani molecolari. 

Si potevano salvare! Yara, Ciccio e Tore, Gioele, Nicola...Errori madornali e ritrovamenti casuali.

La scomparsa di minori: analisi giuridica, investigativa e criminologica. Claudia Graziano il 25/05/2021 su iusinitinere.it. L’obiettivo di questo articolo è quello di analizzare, da un punto di vista giuridico, investigativo e criminologico, un fenomeno che in quest’ultimo periodo storico sta interessando maggiormente la nostra comunità, ossia la scomparsa di persone ed in particolare di minori. Si pensi, ad esempio, alla scomparsa della bambina Denise Pipitone, avvenuta il primo settembre del 2004 a Mazara del Vallo, in circostanze mai chiarite, che proprio in questi ultimi giorni ha visto la riapertura delle indagini. Ora i magistrati intendono verificare se ci siano stati depistaggi o errori al tempo dell’inchiesta. Decisive, al tal riguardo, le dichiarazioni del PM Maria Angioni, che nei giorni scorsi ha messo in dubbio il corretto svolgimento delle attività di investigazione su questa terribile tragedia. Senza, però, entrare nel merito della vicenda, l’articolo vuole essere utile a chiarire quale sia la disciplina che nell’ordinamento vigente si occupa della “scomparsa di persone” ed in particolare di minori. La legge fondamentale in materia è la n. 14 novembre 2012, n. 203, recante: “Disposizioni per la ricerca di persone scomparse” e costituisce una rilevante novità, in quanto, per la prima volta, è stata introdotta la fattispecie della scomparsa di persona. Tale legge, nata per favorire la ricerca delle persone scomparse ed entrata in vigore il 29 novembre 2012, affronta in maniera più incisiva un fenomeno tendente ad accrescersi per i più disparati motivi d’ordine sociale e criminale. La norma è composta da un solo articolo che codifica un modus operandi già attuato nella prassi dal 2007, anno in cui è stata istituita la figura del Commissario del Governo per le persone scomparse. La formulazione della legge n. 203/2012 delinea l’esistenza di un vero e proprio “procedimento amministrativo” di ricerca della persona scomparsa, in parallelo con quello dell’Autorità giudiziaria volto al perseguimento dei reati1. Si precisa che gli itinerari seguiti dall’Autorità amministrativa e dall’Autorità giudiziaria non confliggono in alcun modo, in quanto sono finalizzati al raggiungimento di obiettivi diversi. Il primo ha come obiettivo la ricerca della persona scomparsa in senso materiale, il secondo quello della verifica della sussistenza di una ipotesi di reato. Il P.M. va sempre informato dalla P.G. e dalla stessa Pubblica Amministrazione, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., anche per consentire l’espletamento pieno, nella massima latitudine, delle facoltà e dei poteri della P.G.. Quest’ultima ha il dovere di ricerca delle fonti di prova, anche indipendentemente dalle direttive del P.M.. E’ chiaro che i due procedimenti devono essere coordinati, nel senso che, qualora l’Autorità giudiziaria lo ritenga opportuno, per mantenere la riservatezza investigativa, può chiedere all’Autorità amministrativa l’interruzione delle ricerche che, altrimenti, procedono autonomamente. L’audizione amministrativa delle persone informate sui fatti viene ritenuta, invece, sempre possibile. Per la ricerca di una persona scomparsa (non solo al fine di ricercare le prove di un reato, ma proprio per la ricerca della persona), le attività da dover svolgere sono essenzialmente: la visita presso la sua casa e l’ispezione dei luoghi di vita, l’analisi dei tabulati telefonici, la localizzazione, il tracciamento ecc.., e l’audizione delle persone di famiglia e di quelle che per ultime hanno visto la persona scomparsa. Qualora vi fosse opposizione, ad esempio, dei familiari – proprietari di casa, in mancanza di legge esplicita o di provvedimento dell’autorità giudiziaria, la polizia amministrativa non potrebbe varcare la soglia di casa e non potrebbe esplorare i tabulati telefonici senza il necessario decreto dell’A.G.. La polizia giudiziaria potrebbe, comunque, verbalizzare quanto riferito dalle persone informate sui fatti, fondando tale facoltà, allo stato non senza difficoltà, sull’art. 1 del Testo Unico Leggi di P.S. (l’Autorità di P.S. veglia sul mantenimento dell’ordine pubblico, sulla sicurezza dei cittadini, e sulla loro incolumità)2. Con la legge n. 203/2012, inoltre, sono state introdotte varie misure a partire dalla possibilità, da parte di chiunque e non solo per i diretti familiari, di denunciare la scomparsa di una persona, per arrivare all’istituzione del “Sistema Ricerca Scomparsi-RI.SC.” presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Si tratta di una banca dati contenente tutte le informazioni più significative sulle persone scomparse, in grado di supportare le indagini anche per l’utilizzo della funzione di matching con i dati relativi ai corpi rinvenuti e rimasti senza identità3. Il Sistema Ri.Sc., gestito dalla Direzione Centrale per gli Affari Generali della Polizia di Stato, infatti, ha la finalità di acquisire, catalogare e gestire dalle postazioni territoriali interforze le informazioni più significative relative alle persone scomparse ed ai cadaveri ritrovati e non riconosciuti. Si rileva, inoltre, che la funzionalità più importante del sistema è quella di effettuare un incrocio dei dati biometrici e descrittivi contenuti nelle schede “persona scomparsa” e “cadavere non identificato”, per l’individuazione delle compatibilità e dell’eventuale corrispondenza tra soggetti scomparsi e cadaveri non identificati. Per quanto riguarda l’attività dell’Ufficio del Commissario straordinario, si riporta che la stessa è tesa ad assicurare che non sia dispersa alcuna informazione e, pertanto, anche su questo fronte, resta costante la collaborazione con le Procure della Repubblica, le quali possono disporre l’acquisizione dei campioni biologici e le estrazioni dei profili genetici DNA sia dai cadaveri non identificati che dai parenti in linea retta degli scomparsi o dagli oggetti in uso proprio di questi ultimi. Con il miglioramento delle tecniche analitiche, inoltre, oggi si rende possibile l’estrazione di profili biologici anche da reperti in passato ritenuti inutilizzabili, consentendo così la risoluzione di casi risalenti nel tempo, che non avrebbero potuto trovare risposte adeguate in assenza di preventiva profilazione. Nel 2020 è stato, peraltro, possibile risolvere, attraverso il confronto con l’esame del DNA, ventitré casi di scomparsa con l’identificazione di altrettanti corpi senza nome. Fra questi, il caso della giovane Federica Farinella, scomparsa nel settembre del 2001, i cui resti sono stati ritrovati solo nel mese di ottobre del 2020 da un cacciatore, in un canneto, a meno di un chilometro di distanza dalla casa di famiglia 4. Oltre alle figur sopra citate, la legge n. 203/2012 sancisce anche la centralità del Prefetto, che funge da raccordo di tutte le forze in campo a livello provinciale. In particolare, una volta acquisita la denuncia, l’Ufficio di polizia può immediatamente promuovere le ricerche, informare il Prefetto e coinvolgere tempestivamente il Commissario straordinario per le persone scomparse. Il Prefetto, nell’attività di ricerca della persona scomparsa, opera con la collaborazione degli Enti locali, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile, delle Associazioni di volontariato e degli altri Enti attivi sul territorio5. E’ stato, pertanto, suggerito ai Prefetti di favorire la reciprocità delle comunicazioni tra Autorità giudiziaria e Pubblica Amministrazione in tutti i casi e, cioè, a prescindere dalla notizia criminis e, comunque, anche quando dovessero sopraggiungere “fatti nuovi” che potrebbero consentire la riapertura di un procedimento penale già archiviato ovvero la riapertura del procedimento amministrativo di ricerca. Dopo avere interpellato l’Autorità Giudiziaria e i familiari dello scomparso, il Prefetto potrà decidere se coinvolgere o meno gli organi di informazione. Con la legge 203/2012 il rapporto tra il Commissario e i Prefetti in sede si è consolidato ulteriormente e si è rafforzato il ruolo strategico dei titolari delle strutture periferiche dell’Amministrazione dell’Interno, precisi punti di riferimento per i familiari degli scomparsi e terminali del coordinamento operativo per le attività sinergiche da porre in essere. Ebbene, in tale contesto e su tali basi, è stata affidata proprio ai Prefetti la predisposizione delle pianificazioni territoriali finalizzate a facilitare le operazioni di ricerca di persone scomparse. Queste ultime rappresentano un fenomeno estremamente vasto e pluriarticolato e rappresentano un problema “peculiare” con diverse connotazioni (sociologiche, giuridiche, psicologiche, mediche, bioetiche). Particolarmente importanti, ai fini delle strategie operative di ricerca, sono la tempestività della denuncia, atteso che prima si attivano le ricerche, maggiore sarà la probabilità di un ritrovamento nelle prime ore dall’evento e risalire, ove possibile, alla causa della “scomparsa”. Le principali cause delle scomparse sono: l’allontanamento volontario, i disturbi psicologici, l’essere vittime di reato, l’allontanamento da istituto o da comunità e, per i minori, la sottrazione da parte del coniuge o di altro congiunto. Occorre, altresì, considerare che, soprattutto in questi ultimi anni di pandemia mondiale, le condizioni di disagio che si sono estese alle diverse componenti della nostra società, causate da una persistente recessione economica che sta investendo l’Europa e, di conseguenza anche il nostro Paese, hanno fatto registrare un aumento dei disturbi e delle crisi depressive di persone le quali, all’improvviso, si allontanano dal proprio ambiente. Se un tempo le cause erano dovute quasi esclusivamente a malesseri derivanti da problematicità e patologie varie, oggi le motivazioni attengono anche alla difficoltà di gestire situazioni economiche estremamente difficili derivate dalla perdita del posto di lavoro e dal soffocamento dei debiti e per quanto riguarda i minori, per le conseguenze negative sul benessere psico-fisico dei giovani dovute alle restrizioni 6. Concentrando, però, l’attenzione principalmente sui minori, in base alle motivazioni dell’allontanamento, i giovani scomparsi si raggruppano in tre ambiti principali:

1) Minori che si allontanano volontariamente dall’abitazione o dalle comunità;

2) Minori figli di persone separate sottratti al genitore affidatario dall’altro genitore o da altro congiunto;

3) Minori vittime di reato.

La prima categoria è quella maggioritaria. Spesso, infatti, i minori da rintracciare sono stranieri che hanno abbandonato le strutture alle quali erano stati affidati, oppure minori, italiani e stranieri, che si sono allontanati volontariamente dall’ambito familiare. In generale, nel 2020 sono stati denunciati 7.672 casi di minori scomparsi, di cui 5.511 stranieri e 2.161 italiani e sono stati ritrovati 3.322 scomparsi (di cui 1.518 stranieri e 1.804 italiani), che rappresentano il 27,54% dei casi per quanto attiene gli stranieri e l’83,47% per quanto riguarda gli italiani7. Per quanto riguarda, invece, le indagini sullo sfruttamento della prostituzione, della pornografia e del turismo sessuale in danno dei minori, sono stati costituiti a livello governativo, uffici minori e sezioni specializzate. In particolare, la Sezione minori, che opera presso la Direzione Centrale Anticrimine del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, svolge un’azione di monitoraggio e di impulso delle attività preventive e investigative degli Uffici di polizia territoriali. Le ricerche dei minori vengono avviate, dopo la denuncia dei familiari o della comunità cui è affidato, con l’inserimento del nominativo nel “CED-Interforze”, in modo tale che la notizia della scomparsa possa essere nota, in tempo reale, a tutte le Forze di Polizia. Grazie a tale procedura, inoltre, le ricerche sono estese automaticamente a tutti i Paesi che aderiscono all’accordo di Schengen. Se si ritiene che il minore scomparso possa trovarsi in altri Paesi del mondo, viene chiamata in causa l’Interpol, che ha un ruolo di raccordo con le Forze di Polizia dei vari Paesi aderenti. E’ attivo anche un apposito sito per la ricerca dei bambini scomparsi, che consente di mettere on line i dati anagrafici, fotografie e ogni altra notizia utile per le ricerche. La Polizia di Stato, infatti, dal 2000 ha aderito al network dell’ICMEC – International Center for Missing and Exploited Children – organizzazione statunitense nata nel 1999, attivando il sito italiano per i bambini scomparsi it.globalmissingkids.org, denominato GMCN Italy, gestito dal Servizio centrale anticrimine. Attraverso questo sito sono state rese disponibili, a tutti gli utenti della Rete, informazioni su casi di scomparsa e notizie utili al rintraccio. E’ stata inoltre istituita, presso il Ministero degli Affari Esteri, una task force interministeriale sulla sottrazione internazionale dei minori. Considerato quanto esposto fino a quetso momento, è evidente che l’incremento del fenomeno ha imposto un continuo aggiornamento delle tecniche di ricerca ed, infatti, già nel 2011, è stata siglata una convenzione per la realizzazione, con il progetto “Italian child abduction alert system”, di un dispositivo di diffusione dell’allarme in caso di scomparsa di minore, che prevede il coinvolgimento dei vertici delle Forze di Polizia, del Formez, di reti radio-televisive, di gestori delle vie di comunicazione e dei trasporti, di siti Internet e gestori della telefonia, degli operatori dei servizi di ristorazione e retail autostradali, nonché del Telefono Azzurro. Ne è sorto un sistema, ispirato al modello americano di “Amber Alert (America’s Missing Broadcast Emergency Response)”, operativo dall’agosto del 2013, che prevede un’azione coordinata, finalizzata a favorire la massima diffusione, a livello nazionale, di elementi informativi utili alla ricerca. Il dispositivo viene attivato su iniziativa dell’Autorità Giudiziaria, quando vi siano timori per l’incolumità del minore, diffondendo un messaggio contenente informazioni sulla scomparsa attraverso i mass media e ogni altra organizzazione capace di propalarlo, al fine di consentire a chiunque sia in possesso di elementi utili di metterli a disposizione degli uffici competenti. Questo sistema si affianca ai numeri di emergenza 114 “SOS Emergenza Infanzia” e 116000, numero unico europeo per i bambini scomparsi. Il primo è un numero che raccoglie tutte le segnalazioni che attengono alla sfera dei minori, fornendo assistenza psicologica nonché consulenza psico-pedagogica per tutte le situazioni di emergenza di bambini. Detto servizio è gestito dall’Associazione “S.O.S. Telefono Azzurro onlus”. Il secondo è, invece, un servizio specifico per la segnalazione di casi relativi alla scomparsa di minori, previsto nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea, attribuito alla competenza del Ministero dell’Interno ed affidato alla gestione di Telefono Azzurro, in ragione della vasta esperienza di quest’organizzazione nel campo dell’ascolto delle problematiche dell’infanzia8. Gli operatori dell’associazione, ogni qualvolta ricevono segnalazioni di scomparsa di minori, compilano un apposito modulo contenente le notizie raccolte e lo inoltrano tempestivamente agli Uffici di polizia territorialmente competenti, attivando, così, l’apparato di sicurezza e l’intervento delle Forze di Polizia. Detto servizio, di recente, si è arricchito e potenziato, con l’acquisizione degli ultimi e innovativi strumenti di comunicazione. È possibile, infatti, scaricare gratuitamente attraverso l’app store del proprio dispositivo mobile, l’applicazione “APP 114 emergenza infanzia” messa a disposizione del telefono azzurro, attraverso il quale, con il consenso della persona, è possibile attivare la posizione da cui è partita la segnalazione. La consapevolezza dell’importanza cruciale rivestita dai primi momenti che seguono ogni scomparsa è uno degli elementi alla base dell’istituzione di questo numero, atteso che il fattore tempo può essere sicuramente determinante ai fini del rintraccio. Per tale ragione, risulta di particolare importanza la formazione del personale delle Forze di polizia chiamato ad intervenire nei casi di scomparsa, formazione che deve necessariamente tener conto anche delle particolarissime condizioni in cui vengono a trovarsi i familiari del bambino e delle loro esigenze di assistenza e sostegno psicologico. Per concludere, si può dire che per contrastare il fenomeno della scomparsa dei minori è necessario individuare e analizzare le motivazioni che inducono all’allontanamento dalla famiglia di appartenenza, sviluppare progetti congiunti rivolti a infanzia e adolescenza, promuovere iniziative di sensibilizzazione delle famiglie sul problema nonché realizzare azioni per creare una rete di sostegno al nucleo familiare che si trova a vivere questa esperienza. Per aiutare il cittadino ad adottare un comportamento efficace, qualora si trovasse a dover affrontare la scomparsa di una persona, il Governo ha reso disponibile sulla pagina web del Ministero dell’Interno 3 video tutorial9. Il messaggio comune contenuto in tutti e tre i filmati è quello di “denunciare subito” una scomparsa alle Forze di polizia, in quanto, come detto in precedenza, il fattore temporale è estremamente indispensabile ai fini di una maggiore probabilità di ritrovamento della persona.

Claudia Graziano. Avvocato penalista, esperta in scienze forensi. Claudia Graziano nasce a Catanzaro il 18/07/1989. Si laurea in Giurisprudenza presso l’università “La Sapienza” di Roma il 16/06/2015 con una tesi in criminologia dal titolo:” Evoluzione storico-criminologica dei metodi d’indagine investigativa nel sistema penale italiano”. Sia durante il percorso di studio che successivamente ha approfondito le sue passioni seguendo vari corsi di formazione in ambito criminologico ed in particolare: sulle tecniche di identificazione di un soggetto nel processo penale, sull’analisi della scena del crimine, sui serial killer e molti altri ancora. Dopo la laurea decide di svolgere il tirocinio per lo svolgimento della pratica forense presso uno studio legale, occupandosi sia di diritto civile che di diritto penale. Quasi al termine del tirocinio, Claudia ha voluto approfondire le materie di suo interesse. Ha, così, iniziato un Master di II livello Scienze forensi (criminologia, investigazione, intelligence, security) presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ha concluso tale percorso il 17/02/2018 con una tesi in intelligence dal titolo:” Cyber Humint: il quadro normativo e l’applicabilità nel sistema penale italiano” e con una votazione di 110/110. Nello stesso anno in data 6.12.2018 sostiene l’esame di abilitazione alla professione forense presso la Corte d’Appello di Catanzaro risultando idonea con una votazione di 270/300. Dal 1.07.2019 ha iniziato a collaborare presso uno studio legale sito in Roma occupandosi della redazione di atti giuridici, svolgendo sia attività amministrativa che di organizzazione dello studio. Dal 23.01.2020 è iscritta all’ordine degli avvocati di Roma. Attualmente svolge la professione di avvocato presso uno studio legale sito in Roma. Collabora per l’area di criminologia di Ius in Itinere.

Bambini scomparsi in Italia, da Denise Pipitone a Sergio Isidori: quali sono i casi più noti. Asia Angaroni il 23/06/2021 su Notizie.it. I minori scomparsi nel nostro Paese sono stati 7.672 solo nel 2020: resta preoccupante il numero di bambini dei quali si perdono le tracce in Italia. Dopo la notizia del bimbo di due anni del quale si sono perse le tracce a Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze, si riaccende il dibattito sui bambini scomparsi in Italia. Il numero purtroppo resta alto e allarmante. Nel 2020 sono scomparsi 21 minori al giorno, con una media di quasi uno ogni ora. Purtroppo poco meno della metà sono stati ritrovati, ma all’appello ne mancano sempre troppi. Silvana Riccio, commissario straordinario del governo per le persone scomparse, ha dichiarato: “Nel 2020 i minori scomparsi nel nostro Paese sono stati 7.672”. Ma quali sono i casi più noti di bambini scomparsi in Italia? Dai casi che hanno fatto il giro del mondo a quelli rimasti circoscritti alla cronaca locale. Sono i minori scomparsi in Italia e inseriti nel sito Globalmissingkids.org dell’International Centre for Missing & Exploited Children (Icmec). La parte del nostro Paese è curata dalla direzione centrale anticrimine della polizia di Stato. Un archivio con foto di bambini o adolescenti scomparsi da tempo. Alcuni di loro avrebbero più di 50 anni. Si contano ventidue nomi italiani su 6.341 schede che riguardano quattro continenti. Il sito dell’Icmec attesta casi di bambini e adolescenti scomparsi dal cortile di casa o dalle comunità (fenomeno molto legato agli stranieri, ma non solo). Si tratta di un elenco di misteri e gialli mai risolti.

Bambini scomparsi in Italia: il caso di Denise Pipitone. Tra i casi più noti c’è sicuramente la triste vicenda di Denise Pipitone, bambina scomparsa dalla Sicilia e che oggi avrebbe 21 anni. La vicenda di una ragazza russa ha riportato una grande attenzione mediatica sul caso e le indagini sono state riaperte. Al momento della sparizione della piccola Denise, le indagini e i sospetti si erano concentrati attorno all’ex moglie del padre della bambina e alla sorellastra Jessica. Negli anni, e soprattutto nelle ultime settimane, si sono susseguite segnalazioni di possibili avvistamenti della bambina: Denise si cerca viva, i genitori Piera Maggio e Piero Pulizzi sperano presto di riabbracciarla. Proseguono le indagini, le dure lotte della famiglia per far tornare Denise a casa, ma per il momento di lei non ci sono tracce.

Bambini scomparsi in Italia: gli altri casi più noti. Il 30 marzo 2021 due sorelle di 12 e 16 anni sono scomparse da una comunità di Termoli, in Molise. Pochi giorni dopo, il 2 maggio, un tredicenne siriano si è allontanato da una comunità di Brindisi e non è più tornato. Tra i casi storici c’è quello di Sergio Isidori, che oggi avrebbe 47 anni ma al momento della sua sparizione era un bambino di 6 anni. Sparì da Villa Potenza, nel Maceratese, il 23 aprile 1979. Era figlio di un elettrauto, la erre moscia è un suo segno particolare. Anche lui, come Denise, era uscito di casa per giocare poco distante insieme ad altri bambini. Dopo la morte del papà, nell’aprile 2019, è stata presentata la richiesta di morte presunta, già pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Gli avvocati Marzia Melletti e Luca Sartini hanno firmato il documento. Si tratta di “un atto dovuto per risolvere problemi burocratici, non certo per metterci un pietra sopra”. In molti ricorderanno anche la scomparsa di Mariano Farina e Salvatore Colletta, che avevano 12 e 15 anni. Il 31 marzo 1992 a Casteldaccia (Palermo) si allontanarono dalle loro case, dove non fecero mai più ritorno. Tuttavia, nel sito i casi di minori scomparsi in Italia sono solo 22. A tal proposito, la direzione centrale anticrimine della polizia ha spiegato: “Vengono pubblicati quelli ai quali gli uffici sul territorio ritengono sia opportuno dare un impatto mediatico. Quelli per cui si valuta necessario avere pubblicità. Ma non pubblichiamo mai se non c’è un’autorizzazione del genitore o di chi esercita l’autorità parentale e se non c’è richiesta dell’autorità giudiziaria”.

Bambini scomparsi in Italia: gli ultimi dati. “Nel 2020 i minori scomparsi nel nostro Paese sono stati 7.672, dei quali 5.511 stranieri, il 71,8%. Quelli ritrovati sono stati 3.332, il 43,3%: dati che, letti nella prospettiva corretta, appaiono preoccupanti ma meno choccanti di quanto sembra. Si scopre, infatti, che la percentuale di italiani ritrovati è decisamente superiore, intorno al 75%. E che i minori stranieri non accompagnati, che rappresentano larga parte degli scomparsi, sono scomparsi sì ma fino ad un certo punto”, ha dichiarato il commissario straordinario del governo per le persone scomparse. I minori stranieri dei quali si perdono le tracce, arrivati da soli attraverso i cosiddetti “viaggi della speranza”, hanno un’età compresa “tra i 14 e i 17 anni”. La Riccio ha spiegato: “Parliamo di adolescenti, per lo più maschi, con una certa autonomia. Di ragazzi identificati solo con il nome al momento dell’arrivo, che magari arrivano con già in tasca numeri telefonici e indirizzi di parenti e amici e per i quali l’Italia è solo la tappa di un cammino che ha per destinazione finale altri Paesi, perlopiù Paesi del nord Europa”. Poi ha precisato: “Molti sono allontanamenti volontari, vere e proprie fughe magari legate a problemi familiari, a forme di disagio giovanile, al rendimento scolastico. Ci sono i casi di sottrazione anche internazionale di minori tra genitori separati, legati ai matrimoni misti”. Non solo: “Ci sono casi di scomparsa legati in modo diretto o indiretto al mondo della rete, a situazioni di cyberbullismo, di adescamento online o di estorsione sessuale. Un mondo, questo, che la polizia postale monitora con attenzione sempre maggiore anche in considerazione del tempo sempre più lungo che ragazzi e bambini trascorrono davanti agli schermi di pc, tablet e smartphone, anche per gli obblighi della Dad e per l’isolamento imposto dalla pandemia”.

Denise Pipitone e gli altri. I bambini scomparsi nel nulla. Angela Celentano, Santina Renda, Bruno Romano e Madeleine McCann. Il dramma delle famiglie. Enrico Camanzi su ilgiorno.it il 24/6/2021. Denise Pipitone, per la quale si riaccendono le speranze dopo una segnalazione in arrivo dalla Russia, è sicuramente il caso più noto, almeno attualmente. Ma sono tantissimi i casi di bambini scomparsi nel nulla, gettando nella disperazione le loro famiglie. Nel 2019, secondo i dati forniti dal Telefono Azzurro, sono state 8.331 denunce di scomparsa di minori in Italia, dei quali 5.376 stranieri e 2.955 italiani. Vicende che hanno calamitato l'attenzione e il supporto a distanza di milioni di italiani, grazie a un'ampia trattazione dei media, in primis la storica trasmissione Rai “Chi l'ha visto?”. Ecco una “galleria” dei principali casi irrisolti fra segnalazioni rivelatesi errate, risvolti di cronaca nera e intrecci da giallo internazionale. 

Madeleine McCann

Santina Renda. Santina scompare a Palermo nel marzo del 1990. E' l'inizio della primavera di quello che passerà alla storia come l'anno delle Notti Magiche. Anche la città siciliana sarà fra le sedi di alcune partite del Mondiale di calcio organizzato in Italia, nello stadio La Favorita che paga anche un pesante tributo di sangue alla manifestazione, con la morte di cinque operai durante i lavori di riqualificazione dell'impianto. Il Paese freme, ma il pensiero della sarabanda pallonara non tocca la piccola Santina, 6 anni quando sparì. Il giorno della scomparsa la ragazzina, che abitava nel quartiere San Giovanni Apostolo, all'epoca ancora noto come Cep, sta giocando con alcuni amici fra le palazzine di cemento armato che costellano il rione. Con lei ci sono alcuni amici e la sorellina Francesca. A un certo punto Santina scompare nel nulla. Genitori, familiari e conoscenti la cercano per ore. Temono sia accaduto qualcosa di brutto. Una disgrazia. In pochi vengono sfiorati dall'idea di un rapimento. Scatta l'allarme. Si parla di un'auto di grossa cilindrata, a bordo della quale ci sarebbero stati un uomo e una donna. Del caso s'interessa “Chi l'ha visto?” all'epoca condotto da Donatella Raffai. Le piste si affastellano. Quella dei trafficanti di organi. Il rapimento da parte dei Rom, già all'epoca fra i capri espiatori più gettonati in queste situazioni, anche se non è mai stato accertato alcun rapimento di bambini da parte loro. Sono proprio alcuni componenti della comunità gitana palermitana, invece, fra i più attivi nelle ricerche della piccola. Finiscono nel mirino anche i genitori, accusati – senza prove – di aver venduto la bambina. A un certo punto arriva una confessione. Vincenzo Campanella, giovane con problemi psichiatrici, noto in quartiere, dice di aver portato Santina a fare un giro in motorino. Nel corso della passeggiata sarebbe caduta, avrebbe battuto la testa e sarebbe morta. Campanella, terrorizzato, avrebbe nascosto il corpo in una discarica. Le ricerche si rivelano un flop. Non gli credono. Due anni dopo, nel 1992, sparisce anche il cuginetto di Santina, Maurizio Nunzio, di 8 anni. Lo trovano poco dopo con la testa fracassata a colpi di bastone. Campanella, ancora, confessa. Stavolta viene condannato a 29 anni di carcere. Ma su Santina, nonostante qualcuno avesse avanzato la richiesta di valutare eventuali collegamenti fra i due casi, calò il silenzio. Che dura da 31 anni. 

Angela Celentano. Prima di Denise Pipitone c'è stata Angela Celentano. La scomparsa della piccola, 3 anni quando svanì nel nulla sul Monte Faito, ha monopolizzato per anni l'attenzione delle cronache riguardanti i bimbi “missing”. E' la mattina del 10 agosto 1996. Angela fa parte, insieme ai genitori, di una comitiva di 40 persone che partecipa all'annuale gita estiva sul Monte Faito della Comunità Evangelica di Vico Equense, in provincia di Napoli. All'ora di pranzo il papà di Angela si accorge che la figlia non è con gli altri ragazzini a giocare. Un amichetto più grande racconta di aver imboccato un sentiero con Angela per andare a posare il pallone nell'auto, posteggiata più a valle. Angela l'avrebbe seguito fino a metà della strada, quando il tratturo s'intreccia con un'altra via. Poi Renato non l'avrebbe più vista, nemmeno quando è tornato dagli altri bambini. Partono le ricerche. L'aria del Faito si riempie dei richiami di familiari e amici, sempre più disperati. Quando scatta l'allarme sul posto si reca una vera e propria task-force. Per giorni il monte viene battuto palmo a palmo. I genitori di Angela non si muovono. La bimba non si trova. Le sue ultime immagini, registrate in un video filmato con la cinepresa da alcuni partecipanti alla gita, vengono scandagliate all'esaurimento. Scene di bimbi che giocano. Nulla che possa aiutare nelle indagini. Dieci giorni dopo arriva a casa dei Celentano una telefonata in cui si sente il pianto dirotto di una bambina. Anche in questo caso nulla di fatto. C'è chi invita a cercare all'interno della Comunità Evangelica. Spunta la testimonianza di un altro bimbo del gruppo che era presente sul Faito. Afferma di aver incontrato l'amichetto che s'incamminò con Angela sul sentiero mentre risaliva, invitandolo a riportala ai genitori. L'altro ragazzino non l'avrebbe ascoltato e avrebbe proseguito fino al parcheggio. Le due posizioni vengono messe a confronto dai magistrati in audizione protetta. Nessuno dei due varia la sua versione. Negli anni si susseguono le segnalazioni. Anche le più assurde. Arriva addirittura una rivelazione che proverrebbe dall'Fbi. “Angela vive in Bulgaria e ora si chiama Anna”. Non c'è nulla di vero. Si parla di un sospetto. In una villa proprio sul Faito abitata da uno sconosciuto viene trovato un altarino dedicato alla bimba, con immagini e feticci. La pista sfuma. Qualche anno dopo “Chi l'ha visto” riceve una foto dal Messico. Una ragazza che assomiglierebbe all'identikit di Angela cresciuta. La giovane, rintracciata, smentisce. “Quella foto mi è stata rubata”, dice. Oggi Angela avrebbe 28 anni. I genitori non si sono mai arresi e continuano a sperare. 

Bruno Romano. Bruno Romano ha 12 anni e frequenta la quarta elementare. Vive con i genitori e gli otto fratelli in una roulotte fra i quartieri Africano e Montesacro, nella zona nord della Capitale. Il 26 dicembre del 1995 si allontana per andare a trovare la nonna che abita in un'altra roulotte, poco distante. S'incammina lungo viale Somalia. Da lì sembra precipitare in un buco nero. “E' andato da uno zio che vive al Villaggio Olimpico”, si dice. L'uomo quel giorno non ha mai visto Bruno. Il caso s'intreccia con quello di un altro ragazzo scomparso, Josè Garramon, figlio tredicenne di un diplomatico uruguaiano, sparito nel 1983 all'Eur e trovato morto a venti chilometri dalla sua abitazione. I due bambini si somigliano moltissimo. Perché questo collegamento? Per la morte di Josè viene condannato, con l'accusa di omicidio colposo, Marco Fassoni Accetti, fotografo sospettato di tendenze pedofile, da lui sempre negate. E' stato lui a investire Josè con l'auto. Due anni dopo la sparizione di Bruno, una fonte della procura romana avvalora la pista che Bruno sia stato avvicinato proprio da Accetti e dalla sua compagna, che “avrebbe costretto il bimbo a subire rapporti omosessuali”. I due casi procedono di pari passo. Le due famiglie si incontrano. Poi le accuse a carico di Accetti – che nel frattempo finisce anche nelle maglie del caso di Emanuela Orlandi, con un ruolo poco chiaro – vengono archiviate.

Madeleine McCann. Madeleine Beth McCann, detta Maddie, sparisce il 3 maggio 2007 mentre è in vacanza con i suoi genitori a Praia da Luz, località turistica della costa portoghese. La sera della scomparsa mamma e papà McCann, che hanno raggiunto l'Algarve con altri amici di Leicester, in Inghilterra, lasciano la piccola Maddie, 3 anni, un angioletto con capelli biondi e occhi azzurri, a dormire nell'appartamento del villaggio vacanze in cui si trovano, per andare a mangiare in un ristorante del complesso. Con lei ci sono Sean ed Emily, i fratellini gemelli di 2 anni. Dal locale si può controllare agevolmente l'ingresso del bungalow. A intervalli regolari, comunque, gli adulti si alzano per andare a verificare che i bimbi dormano tranquilli. Tutto fila liscio fino a quando Kate, la madre di Maddie, durante una di queste “visite” si accorge che il letto dove dormiva la bimba è vuoto. Sono le 10 di sera. Scatta l'allarme. Sul posto arriva la polizia portoghese. Che, secondo i McCann, avrebbe commesso numerosi errori nel corso dell'inchiesta. La prima segnalazione arriva qualche giorno dopo. Le telecamere di una stazione di servizio non lontana da Praia da Luz riprendono due donne e un uomo insieme a una bimba molto simile a Maddie. A quel distributore anche un turista avrebbe notato la piccola. Avrebbe cercato di riprenderla con il telefonino, ma l'uomo che era con lei gliel'avrebbe impedito. Nel maggio 2007 c'è un primo sospetto. Un cittadino inglese di 33 anni che vive con la madre in Portogallo, non lontano dal residence in cui alloggiavano i McCann. Viene interrogato per venti ore. Per la polizia portoghese non c'entra nulla con il caso e viene rilasciato. Intanto il caso assume le dimensioni di una crisi internazionale fra forze di polizia portoghesi e britanniche. I tabloid inglesi soffiano sul fuoco. Quasi in risposta dal Portogallo si accendono i sospetti sulla famiglia di Maddie. Vengono accusati di aver ucciso la figlia. I McCann – e la Gran Bretagna tutta – reagiscono con sdegno. Vengono scagionati. Sul caso cala il silenzio, segnalazioni-abbaglio a parte, fino al giugno dell'anno scorso. Stavolta la notizia arriva dalla Germania. Un tedesco di 43 anni, Christian Brückner, alle spalle una condanna per lo stupro di una turista di 72 anni e con un curriculum criminale segnato da episodi di spaccio e accuse di pedofilia, è indagato per il rapimento e l'assassinio di Madeleine McCann. L'uomo, fra il 1995 e il 2007, abitava in Algarve. E la sera della sparizione di Maddie della bimba sarebbe stato nel villaggio di Praia da Luz, intenzionato a compiere un furto. Lì, però, sarebbe entrato di soppiatto nell'appartamento dove Maddie stava dormendo con i gemellini e l'avrebbe rapita, uccidendola poco dopo. Gli investigatori stanno compiendo ulteriori accertamenti per dare sostanza all'ipotesi.  

Maddie, è svolta: "Siamo sicuri al 100%, l'ha uccisa lui". Federico Garau il 9 Ottobre 2021 su Il Giornale. Caso Maddie McCann, gli inquirenti sono sicuri ed il cerchio si stringe intorno a Christian Brueckner: "Possiamo accusarlo, abbiamo le prove". Il cerchio si stringe intorno al 44enne Christian Brueckner, il pedofilo e stupratore già detenuto per altri reati in un carcere di massima sicurezza di Oldenburg (Germania), sospettato di avere ucciso la piccola Maddie McCann, la bimba inglese scomparsa nell'ormai lontano 2007, quando si trovava in vacanza con la famiglia in Portogallo. Secondo il procuratore tedesco Hans Christian Wolters ci sarabbe la certezza "al 100%" della colpevolezza. Brueckner, indagato già da un anno per il caso McCann, è stato incastrato da alcune prove che nei prossimi mesi porteranno all'incriminazione vera e propria. "Ora possiamo accusarlo, abbiamo le prove", ha dichiarato soddisfatto il procuratore, come riportato dal Dailymail. Secondo quanto riportato sino ad ora, l'incriminazione dovrebbe arrivare entro la fine di dicembre. Si tratta del tempo necessario per rispondere a tutte le domande ed eliminare anche i dubbi residui. Gli inquirenti puntano ad avere una posizione forte, ecco perché questi ultimi mesi di indagine saranno preziosi. Christian Brueckner, che si trova già recluso in Germania per un altro reato di violenza sessuale commesso nei confronti di una donna di 72enne, dovrà dunque rispondere anche di quanto accaduto alla piccola Maddie. La bambina scomparve nel 2007 mentre si trovava in una località di villeggiatura nella regione di Algarve, in Portogallo. La piccola aveva solo tre anni e non fu mai più ritrovata, lasciando nella disperazione i genitori Kate Healy McCann e Gerry McCann, entrambi medici. Dopo tanti anni, forse, la verità. "Siamo fiduciosi di avere l'uomo che l'ha presa e uccisa”, ha dichiarato il procuratore Wolters al Mirror. Fra le prove in possesso degli inquirenti, l'analisi del telefono che colloca Brueckner all'Ocean Club nel periodo di tempo in cui Madeleine è scomparsa ed una presunta confessione dello stesso 44enne, rilasciata ad un amico. “Si tratta di prove circostanziali, non abbiamo prove scientifiche”, ha spiegato Wolters. “Se avessimo avuto un video dell'atto o una foto di Madeleine morta con Brueckner davanti alla telecamera, non avremmo dovuto fare un appello pubblico. Ma abbiamo solo prove circostanziali”, ha aggiunto. Quanto al destino della piccola, gli investigatori non sanno ancora che cosa le sia accaduto. “Non abbiamo corpo e Dna, ma abbiamo altre prove. Non posso dire su quali basi presumiamo che sia morta. Ma per noi non c'è altra possibilità. Non c'è speranza che sia viva”, ha dichiarato il procuratore. Adesso gli inquirenti chiedono pazienza. La fine del caso, finalmente, pare essere vicina.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di

Saman Abbas, Garofano: "Vi spiego perché non si trova il suo corpo". Da domani squadra dalla Svizzera per le ricerche. L'ex capo dei Ris: "Territorio ampio e vario, ricerche difficili". Daniele Petrone il 24 giugno 2021 su ilrestodelcarlino.it.

 Dottor Luciano Garofano – ex generale dei Ris di Parma (oggi in congedo), ora consulente tecnico di casi giudiziari – una provocazione: com’è possibile che coi mezzi tecnologici di oggi non si riesca a trovare il corpo di Saman dopo 50 giorni di ricerche?

"Intanto va fatta una considerazione generale: se l’omicidio è premeditato, la scelta del luogo dove nascondere il cadavere è stata studiata bene. Il territorio inoltre è così vario e ampio che può portare ad esiti negativi nelle ricerche. Non sarebbe il primo caso analogo...".

Quali casi specifici le ricordano queste difficoltà?

"La mente corre subito al caso di Roberta Ragusa, il cui corpo non è ancora stato rinvenuto. O il ‘delitto di Avetrana’. Se lo zio Michele Misseri non avesse rivelato dove fosse stata occultata Sarah Scazzi, ossìa in un pozzo lontano dall’abitazione, non l’avremmo mai trovata. Ecco, se non ci sono indicazioni precise o immagini delle telecamere diventa un’impresa ardua. Finora, tornando a Saman, ci sono solo i video di zio e cugini con le pale. E le indicazioni del fratello riguardo al luogo in cui i genitori avrebbero consegnato la ragazza al suo killer. Oltre questo non si può andare per adesso".

Uno dei cugini, Ikram Ijaz, l’unico arrestato della vicenda, avrebbe preparato la buca. Se vero, lui sa il luogo...

"Ovvio che la strategia difensiva degli avvocati, nella quale non entro, è quella di lasciare il dubbio...". 

Tornando alle ricerche, che tipo di strumenti possono essere utili?

"Si stanno utilizzando l’elettromagnetometro e il georadar. Il primo è il più facile da usare perché restituisce immagini più nitide da interpretare. Ma subisce troppe inferenze dai campi elettromagnetici e dalla presenza dei metalli. Ecco perché si procede a smontare le strutture e le serre in modo da risolvere uno dei limiti che possono influire nelle ricerche con questo strumento".

E poi ci sono i cani molecolari al lavoro.

"I cani da cadavere sono un grande ausilio. Ci ho lavorato diverse volte e li ho visti all’opera, sono in grado di fare scoperte incredibili. Col passare delle settimane, i corpi in avanzato stato di deposizione emanano una serie di sostanze che, anche se sepolti sotto metri di terra, possono risultare sensibili anche all’uomo. Figuriamoci a un cane. Diciamo che il passare del tempo in realtà può giovare ai cani su quest’aspetto".

Lei pensa che il cadavere sia tra le serre oppure potrebbe essere stato fatto sparire in pasto ai maiali in qualche porcilaia vicina?

"Il maiale elimina tutto con grande rapidità. Ma può lasciare sempre delle tracce. È molto più un rischio di esposizione in realtà quest’operazione. Credo che se chi occulta conosce bene il luogo ha meno difficoltà. Inoltre per il punto in cui scompare Saman, credo anche io che sia sotto qualche serra".

Denise Pipitone, l’ex pm Maria Angioni denuncia i colleghi di Marsala al Csm. Debora Faravelli il 24/06/2021 su Notizie.it. L'ex pm Maria Angioni, che da tempo si occupa del caso di Denise Pipitone, ha sporto denuncia al Csm nei confronti di alcuni colleghi. Indagata per false dichiarazioni a Pubblico Ministero, l’ex pm Maria Angioini ha denunciato alcuni suoi colleghi al Consiglio superiore della magistratura: la donna, che per anni si è occupata del caso di Denise Pipitone, lo ha annunciato direttamente sui suoi canali social. “Poiché, come avevo previsto, la notizia del mio interrogatorio di garanzia è uscita immediatamente dopo l’attività svolta presso la Procura della Repubblica di Marsala, per tranquillizzare gli amici spiego”. Inizia così il post pubblicato dall’ex pm sulla sua pagina Facebook in ci ha chiarito che dei diversi episodi di depistaggio e fastidio alle indagini di cui ha parlato in tv tra la fine di aprile 2021 e gli inizi di maggio, e che ha confermato in Procura, la magistratura le ha contestato che di due di essi mancherebbe la prova documentale. Ha dunque svolto col suo avvocato, l’onorevole Stefano Pellegrino, una difesa tecnica. Nel frattempo, già il 13 maggio e poi il 19 giugno ha inviato due esposti al Csm denunciando i colleghi. Dopo aver parlato per giorni di depistaggi nelle indagini sul caso della bimba scomparsa a Mazara, la Procura aveva deciso di convocarla come testimone per accertare se davvero nell’inchiesta del 2004 ci furono delle falle. Ai colleghi la donna ha ribadito quanto detto in tv ma, non avendo trovato riscontri su alcune dichiarazioni, si è trovata indagata per false dichiarazioni a pubblico ministero.

Indagini sbagliate e ricerche superficiali nell’enigma irrisolto di Viviana e Gioele. Ora ci si affida alla consulenza dell’entomologo. La morte di madre e figlio nei boschi rischia di restare un mistero. Gianluigi Nuzzi il 21 Agosto 2020 su La Stampa. Adesso ci si affida all’entomologo perché faccia il miracolo. Solo un esperto di esapodi, gli insetti che abitano i corpi in decomposizione, potrà indicare quando è mancato Gioele, quando è spirata Viviana. Capire se sono deceduti nello stesso momento o chi per primo. E’ la chiave per risolvere l’enigma del bosco: la mamma ha tolto la vita al piccolo e si è poi suicidata o l’ha lasciato andare, prima di uccidersi? O si è ammazzata insieme al figlio incosciente, lanciandosi nel vuoto? O, ancora, entrambi, magari feriti, esausti sono stati aggrediti dalla macrofauna che vive nella macchia?

La ricostruzione e le tappe del giallo di Caronia. Tutto è legato al ciclo vitale degli insetti che già si trovano sui loro corpi. Il ciclo è come un orologio di precisione. Offre la scansione naturale evolutiva, da decifrare, per capire quando hanno iniziato a presentarsi. Sarà però difficilissimo che l’entomologo pur esperto arrivi a cristallizzare l’ora precisa del decesso dell’uno e dell’altra. Un miracolo, appunto. Sarà più facile che lo stadio degli esapodi gli dia la certezza del giorno del decesso, non dell’ora precisa. E così ci si ritroverà con l’enigma irrisolto. Certo, fossero stati trovati prima, i loro corpi avrebbero potuto raccontare di più, tutto sarebbe più facile per ricostruire gli accadimenti, dare risposte a chi piange e si colpevolizza. Ma gli errori, le scelte che hanno segnato questa storia hanno rallentato le ricerche, preso qualche bagliore, lasciando noi al buio di verità. Si rimane infatti impietriti che ancora oggi le ricerche di persone scomparse siano claudicanti, indegne di un Paese che vanta forze di polizia e vigili del fuoco d’avanguardia. Nella zona della scomparsa di Gioele sono intervenuti 70 esperti, cani molecolari, un elicottero, droni, e persino da poco l’esercito e i cacciatori di Sicilia, carabinieri specializzati nella caccia ai latitanti in zone impervie, capaci di stare dodici ore immobili mimetizzati in un rovo per vedere con lenti Swarovski se una tendina di un casolare si muove a un chilometro di distanza. Una macchina enorme senza ritrovare il corpo del bimbo che era a poche centinaia di metri dalla mamma. C’è voluto l’intuito di un solitario volontario armato del solo falcetto, un brigadiere in pensione, appassionato ricercatore di funghi, per risolvere l’enigma. Possibile? Da qui, iniziano inevitabili le polemiche: «Le ricerche sono fatte a cavolo – sbotta il generale Luciano Garofano, già comandante dei Ris dei carabinieri –. Bisogna impiegare la cosiddetta ricerca a pettine, tenendosi braccio a braccio, proprio per evitare zone vuote, buchi, aree non esaminate». Eppure chi ha lavorato giorno e notte per trovare il bambino osserva che si trattava di individuare una persona in vita, magari in movimento, e quindi ci si è più concentrati su un’area ampia, usando droni e mezzi aerei. «Non c’è differenza – rilancia Garofano – tra ricerca di un soggetto vivo o morto, il problema è che ancora oggi non esiste un sistema uniforme». Basta guardarsi alle spalle e pensare a Yara Gambirasio, la ragazza di 13 anni di Brembate scomparsa fuori dalla palestra che frequentava nella bergamasca. Ironia della sorte, il corpo venne trovato in un campo incolto tra l’erba alta a una decina di chilometri dalla sua abitazione, ma a soli 300 metri dal comando della polizia locale dell’Isola Bergamasca, ovvero da quello che era il centro di coordinamento delle ricerche della ragazza. Se da subito si fosse compreso il perimetro della tragedia che si stava consumando, forse dallo Stato sarebbero state dirottate sul posto ancora più forze, più uomini, più esperti, tesi a risolvere quello che stava diventando il giallo dell’estate, che stava creando «allarme sociale», destando enorme interesse e apprensione, come si legge nei documenti ufficiali, nell’opinione pubblica. Invece, nei primi giorni dopo l’incidente del 3 agosto, nella storia di Viviana si è assistito a un certo torpore, come se si trattasse di una “fuitina” di minorenni, con i ragazzini che scappano, attraversano l’Italia pur di vivere il loro amore acerbo, in una fuga sentimentale. Invece, Viviana era nel suo labirinto cieco, soffocata dai fantasmi, ossessionata dalle ansie, dai nemici senza identità, dai cattivi senza volto che la braccavano giorno e notte in uno stillicidio senza fine. Non era salita su un’altra auto, non era scappata dalla Sicilia e dal pericolo degli assistenti sociali e delle loro scelte. E’ che ti senti sola. E ti senti soffocare. E’ che ti guardi dietro e non dentro. E’ che, insomma, ti senti così fragile, incerta, che la profonda inadeguatezza colonizza il tuo agire, avvelenandoti senza cura. E’ che diventi iperprotettiva nei confronti di tuo figlio sul quale proietti e trasferisci ogni tuo limite. In fondo, lui come potrebbe fare senza di te? Tanto che nelle crisi post parto non si contano le madri che si suicidano portandosi dietro la propria creatura. E così nei primi anni di vita del figlio che esprime un disagio sovrastante. Un quadro psicologico che avrebbe dovuto allarmare e che avrebbe dovuto far scattare l’allarme rosso, una volta trovata l’Opel Corsa abbandonata, per un soggetto in profonda crisi esistenziale e con alle spalle ricoveri e disorientamenti. Invece, per giorni nell’afa investigativa si è parlato di lieve incidente nella galleria Pizzo Turda, di una donna un po’ triste, insomma ogni angolo era smussato rendendo nella percezione una pericolosa anormalità, meno grave e inquietante. E se è condivisibile e commovente che il papà, Daniele Mondello, si consumasse negli appelli per far tornare Viviana a casa, quindi tranquillizzandola, sminuendo l’accaduto per ricucire e andare oltre, la ricerca doveva assumere una capacità di penetrazione sul territorio assai maggiore. E non solo per il destino prioritario di questa famiglia ma per quello di noi tutti che siamo rimasti lì a Caronia, appesi, il cuore in gola. E attendiamo sempre dallo Stato una risposta superiore a quella che purtroppo riesce a organizzare. L’allarme sociale non è una classificazione sociologica o giudiziaria degli eventi, è un preciso sentore al quale si deve rispondere mostrando ogni competenza, cercando di compiere l’impossibile, per rassicurare la cittadinanza e garantire ordine ed equilibrio sociale. Invece, qui si rivive la scomoda sensazione, tante volte provata nel seguire queste vicende, che in Italia non è solo importante dove nasci – da quale famiglia, in quale contesto sociale – ma anche dove sparisci o dove ti ammazzano. Si pensava che l’autostrada A20 Messina Palermo nel tratto della scomparsa fosse a tenuta stagna con recinzioni e canaloni, per poi scoprire varchi percorribili. Si cercava verso i monti Nebrodi, seguendo i tardivi ricordi di qualche testimone, quando la direzione di marcia di Viviana era verso Palermo: quindi con la fuga verso i riflessi del mare alla propria destra, più accessibile, immediata per chi è preso dal panico e fugge da sé stesso. E allora si torna alla ricerca. Il corpo di Gioele e quello di Viviana erano lì a 400 metri di distanza l’uno dall’altro, sotto una grandine di domande irrisolte. Perché non sono stati trovati subito? E perché il piccolo non è stato individuato nell’immediatezza del rinvenimento della mamma? Gli esperti avevano diviso le zone in aree, giuste sbagliate, probabili e impossibili. Lo scacchiere era preciso, corretto? Quella dove sono stati trovati i resti del piccolo era stata battuta e con quale esito? Sì, perché poi le responsabilità sono più estese e riguardano anche ciascuno di noi. Di quanto vediamo e tacciamo. Qualche giorno fa i turisti del Nord avevano fatto tardivamente il loro dovere di testimoni oculari, affermando di aver visto mamma e figlio andare verso la boscaglia. Quindi verso i monti e non verso il mare, verso il traliccio dove poi è stato trovato il corpo di Viviana. La direzione contraria rende il percorso più irto, superando ostacoli e canali per poter salire di quota. Se questi signori avessero fatto il loro dovere prima, forse si scriverebbe oggi una storia diversa. Se si obbligasse penalmente un testimone oculare a fare il proprio dovere nel bene di tutti, si darebbe ossigeno a indagini di ogni natura che sbattono sempre con l’omertà, l’indifferenza, la sciatteria sociale. E questo purtroppo capita in Sicilia, ma capita anche in Lombardia, proprio come nel caso di Yara, dove per mesi gli inquirenti hanno vissuto la frustrazione del silenzio di chi sa e se ne frega.

VIVIANA E GIOELE: PERCHÉ LE POLEMICHE SULLE TECNICHE DI RICERCA DEI DISPERSI SONO GIUSTE?  Domenico Leccese il 21 Agosto 2020 su lecronachelucane.it. “I cani da ricerca non sono stati in grado di trovare il cadavere di Elena Ceste nonostante la donna si fosse nascosta a poche centinaia di metri da casa, non solo, fiutarono una traccia che portava altrove, verso la chiesa del paese”. La criminologa Ursula Franco all’indomani della scomparsa di Viviana e Gioele aveva dichiarato: “Potrebbero essersi nascosti in un posto molto vicino al luogo dell’incidente. Personalmente esplorerei ciò che appare inaccessibile, inarrivabile, impraticabile. I casi di Elisa Lam, Noah Donohoe, Larry Ely Murillo-Moncada, Gaia Pope ed Elena Ceste provano che gli psicotici si nascondono” La criminologa aveva poi ipotizzato che la perdita del contatto con la realtà avesse preceduto l’incidente e che la Parisi lo avesse male interpretato inserendolo in un contesto delirante. Il 3 agosto scorso, Viviana Parisi e suo figlio Gioele si sono allontanati da casa per raggiungere un vicino centro commerciale. La Parisi è stata coinvolta in un incidente in autostrada, a più di cento chilometri da casa, nei pressi di Caronia, Messina. Dopo il sinistro, la Parisi ha scavalcato il guard rail con il bambino in braccio ed è scomparsa nel bosco. Il corpo di Viviana Parisi è stato ritrovato il 9 agosto a poche centinaia di metri dal punto in cui era stata vista l’ultima volta con suo figlio Gioele di 4 anni. Il 19 agosto un carabiniere in pensione ha trovato i resti di Gioele a poche centinaia di metri dal luogo del rinvenimento del corpo della madre. Abbiamo posto alcune domande sulle tecniche di ricerca alla dottoressa Ursula Franco che è medico e criminologo e si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Dottoressa Franco, perché le polemiche sulle tecniche di ricerca dei dispersi sono giuste?

Come tutti immaginiamo non è facile trovare un disperso, però è necessario che chi fa le ricerche e fallisce si prenda la responsabilità del proprio fallimento senza addurre abborracciate giustificazioni che possono danneggiare altri soggetti. Credo anche che vadano rivisti i metodi di ricerca standard di persone scomparse in stato confusionale se è vero che “il metodo di ricerca standard di persone scomparse in stato confusionale è quello di battere aree di potenziale pericolo visibili, non esplorare luoghi inaccessibili, nascosti, sperduti, inarrivabili, grossi cespugli, rovi, boschi, fossi impraticabili al camminamento” così come riferito da un addetto alle ricerche di Elena Ceste. Lo dico perché gli psicotici si nascondono e vanno quindi cercati proprio nei “luoghi inaccessibili, nascosti, sperduti, inarrivabili, grossi cespugli, rovi, boschi, fossi impraticabili al camminamento”. Elena Ceste non fu trovata perché nessuno controllò il tunnel del Rio Mersa dove si era nascosta e non perché Michele avesse messo in atto dei depistaggi. La riprova è che i corpi di Viviana e Gioele sono stati trovati a poche centinaia di metri dal guard rail in una zona già battuta dai soccorritori. 

Dottoressa perché è necessario migliorare le tecniche di ricerca?

Investire nelle ricerche dei dispersi permette di salvare vite e, in caso di morte, se i corpi vengono ritrovati rapidamente, le autopsie danno risposte esaustive. In parole povere, investire nelle ricerche permette di ridurre i costi delle indagini e gli errori giudiziari. Se il corpo di Elena Ceste fosse stato trovato subito si sarebbe potuto concludere senza ombra di dubbio per una morte per assideramento e Michele Buoninconti non sarebbe in galera.

Come sono morti Gioele e Viviana? L’autopsia sui resti di Gioele toglierà tutti i dubbi?

Il corpo di Gioele non darà risposte certe mentre la sede e l’entità delle fratture di Viviana permetteranno di concludere per una morte intervenuta in seguito ai traumi riportati nell’incidente stradale o ad una precipitazione, se Viviana è salita sul traliccio, sulle mani e il torace troveranno graffi e spine dei rovi che vi sono cresciuti. Vi ricordo che è stato Daniele a definire l’incidente “un piccolo incidente”, lo ha fatto per rassicurare Viviana. 

Dottoressa Franco, ci faccia degli esempi di ricerche non andate a buon fine.

Negli ultimi anni le seguenti ricerche di soggetti scomparsi con l’ausilio dei gruppi cinofili si sono rivelate fallimentari:

– Nel tardo pomeriggio del 24 dicembre 2018 alcuni sciatori hanno avvistato nel bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), in località Barchi, il corpo senza vita di Mattia Mingarelli, 30 anni, a poca distanza dal rifugio dove era stato visto per l’ultima volta il 7 dicembre in compagnia del proprio cane e da dove per giorni si erano concentrate le infruttuose ricerche con i cani.

– Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del cadavere della donna, a Noventa Padovana, una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

– Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori.

All’indomani del ritrovamento, il questore di Aosta, Maurizio Celia ha dichiarato: “Saremo stati neanche a 50 metri di distanza, con noi avevamo i cani ma non hanno fiutato nulla” (16.2.2014, lastampa.it, Christian Pellissier), mentre Renato Guillet, marito di Christiane Seganfreddo ha affermato: “È paradossale. Proprio stamattina ho avuto un’altra segnalazione e un attimo dopo mi dicono che Christiane è stata trovata nelle vigne sopra casa nostra dove era passato anche il cane da ricerca. Ho un po’ di rabbia addosso” (15.2.2014, ilmessaggero.it).

– Il corpo nudo di Elisa Lam, una studentessa canadese di 21 anni è stato trovato, il 19 febbraio 2013, moderatamente decomposto in una cisterna dell’acqua posta sul tetto del Cecil Hotel di Los Angeles. I genitori della ragazza ne avevano denunciato la scomparsa all’inizio del mese ma le ricerche svolte dalla polizia con l’ausilio dei cani non avevano dato i frutti sperati e solo dopo che gli ospiti dell’albergo si erano lamentati del sapore dell’acqua che usciva dai rubinetti, alcuni operai addetti alle cisterne fecero la macabra scoperta.

– Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa, a soli 2 chilometri da casa ed a pochi metri dal luogo dove era stata avvistata l’ultima volta da un parente, ma soprattutto in una zona che era già stata battuta senza esito dai soccorritori e dai cani da traccia. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa. Il padre di Eleonora, Italo Gizzi, all’indomani del ritrovamento, ha dichiarato: “Sono certo che sia lei, me lo sento. La cosa che mi tormenta è che è poco distante da casa ma soprattutto sono luoghi che sono stati battuti da chi la cercava. Non riesco a trovare pace ma io non mi muovo da qui, aspetto finché non mi daranno delle risposte” (24.8.2014, tgcom24.mediaset.it).

– Nel caso di Yara Gambirasio, le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011. In seguito al ritrovamento dei resti di Yara non sono mancate le polemiche riguardo alle ricerche e le astruse giustificazioni dei soccorritori che hanno sostenuto di aver controllato l’area e di essere certi che il corpo della Gambirasio non fosse lì, nonostante l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che si è occupata del caso, abbia dichiarato alla stampa: “Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio è in via di elevata probabilità rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta a poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento. Si può prospettare, in termini di alta verosomiglianza, che la Gambirasio sia morta nel campo ove fu rinvenuta cadavere il 26 febbraio 2011″ (bergamo.corriere.it 4 marzo 2015).

– Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

– I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

– I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito "direzione autostrada" mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta. 

– I cani da ricerca non sono stati in grado di trovare il cadavere di Elena Ceste nonostante la donna si fosse nascosta a poche centinaia di metri da casa, non solo, fiutarono una traccia che portava altrove, verso la chiesa del paese.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. L'omicidio di Yara Gambirasio è un caso di cronaca nera che ha visto vittima Yara Gambirasio di 13 anni, scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata assassinata il 26 febbraio 2011. Il corpo di Yara viene ritrovato in modo del tutto casuale esattamente tre mesi dopo la scomparsa, il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo aperto a Chignolo d'Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate di Sopra in direzione sud-ovest. Vengono rilevati numerosi colpi di spranga sul corpo, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo. Nei mesi seguenti si ipotizza che la morte sia sopraggiunta in un momento successivo all'aggressione, a causa del freddo e dell'indebolimento dovuto alle lesioni. Sul corpo non appaiono segni di violenza carnale. Il 28 maggio, nel centro sportivo dove Yara si allenava, si svolgono i funerali, seguiti da migliaia di persone e celebrati dal vescovo di Bergamo Francesco Beschi. Durante la cerimonia funebre viene anche letto un messaggio del presidente della Repubblica. 

Gravina di Puglia, 11 anni fa il ritrovamento di Ciccio e Tore in una cisterna. Alessandro Signorini il 25/02/2019 su leggilo.org. Il 25 febbraio 2008 venivano ritrovati in una cisterna i corpi senza vita di Ciccio e Tore, i due fratellini di Gravina di Puglia scomparsi quasi due anni dopo. Il padre incarcerato per il loro omicidio fu scagionato dall’autopsia. Ma nessuno ha pagato per non averli cercati bene. Si potevano salvare? Francesco e Salvatore Pappalardi spariscono misteriosamente in un pomeriggio di inizio estate. il 5 giugno 2006. E’ solo venti giorni che il Tribunale dei minori di Bari li ha affidati al Padre Filippo Pappalardi. La compagna di Filippo è Maria Ricupero: due figlie di un precedente matrimonio e una piccola con Filippo.  Pappalardi è separato dalla moglie Rosa Carlucci, che vive con un’altra figlia minorenne della coppia a Santeramo in Colle in provincia di Bari. La sera della scomparsa Filippo e Maria cercano i due bambini inutilmente. In preda alla disperazione si rivolgono in tarda serata alla locale stazione dei Carabinieri che tuttavia sono di altro avviso. Filippo suona in caserma, qualcuno dalla finestra gli dirà: “Vai a letto Filippo! Ne riparliamo domani mattina.” Nei giorni a venire si faranno ricerche ovunque. E come per Yara Gambirasio nell’immediatezza non portarono a nulla. Il corpo della piccola sarà ritrovato a Chignolo tre mesi dopo, a 300 metri da dove c’era il coordinamento ricerche, da un aereomodellista. Per i due bambini il ritrovamento non sarà meno traumatico. Nel 2007 il primo colpo di scena: viene indagato il padre, da subito incolpato dalla madre Rosa di essere un violento. A nulla servì l’urlo di estraneità di Filippo che si dichiarava innocente. Il 27 Novembre 2007 viene arrestato con le accuse di duplice omicidio – aggravato da futili motivi e dai vincoli di parentela – ed occultamento di cadavere, come riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno. Il 25 Febbraio 2008 la tragica verità viene a galla per caso. I corpi di Ciccio e Tore sono trovati da un vigile del fuoco alle 19.00 in una cisterna sotterranea di un grande stabile abbandonato. Il luogo è conosciuto come la “Casa delle cento stanze” in via Giovanni Consolazione, nel centro storico di Gravina. La scoperta avviene per caso. Un altro bambino è caduto in quella maledetta cisterna. Il palazzo è noto per essere luogo di gioco per i bambini del paese. La sera della scomparsa fu controllato troppo velocemente e senza andare a fondo.  Stavolta invece qualcuno ha visto il bambino cadere ed ha chiamato soccorsi. Filippo Pappalardi apprende in galera la notizia del ritrovamento dei figli. Ma gli inquirenti non mollano e con la madre Rosa, che ogniqualvolta le si presenta l’occasione dice che nella cisterna li ha gettati il padre dieci giorni dopo il ritrovamento si oppongono alla scarcerazione del padre. L’11 marzo 2008, a distanza di due anni dalla scomparsa dei figli e dopo un anno di carcere quasi Filippo Pappalardi viene scarcerato ma non viene rimesso del tutto in libertà. Dopo l’istanza del legale difensore Angela Aliani e nonostante il parere negativo del procuratore Emilio Marzano e del pm Antonino Lupo, il gip Giulia Romanazzi dispone gli arresti domiciliari. Il giudice derubrica l’accusa di omicidio e ipotizza invece il reato di “abbandono di minore o persona incapace aggravato da morte successiva”, come stabilito dall’articolo 591 comma 3, del codice penale. Un reato che prevede la reclusione da 3 a 8 anni. Secondo questa nuova impostazione Pappalardi non aveva ucciso i due figli Francesco e Salvatore ma tuttavia non avrebbe detto tutta la verità. Per questo le accuse contro di lui restano, anche se in forma minore. Il 4 aprile vengono finalmente resi noti i contenuti dell’autopsia. Salvatore è caduto per primo nel pozzo. La cruda cronaca autoptica rivela che aveva cibo nello stomaco e feci solide nell’intestino. Segno della morte immediata. Si presuppone che Francesco si sia calato nel tentativo di aiutare il fratellino e sia caduto a sua volta. Ciccio ha provato a spostarlo, nonostante fosse ferito anche lui. Tuttavia non è possibile avere la certezza di questo. La morte per Francesco arriva dopo due giorni per fame e gelo. Non c’era cibo nello stomaco di Francesco: il piccolo eroe lo aveva digerito. Sul muro della cisterna invece i segni di unghie del bambino che aveva cercato in tutti i modi di uscire. Il 21 febbraio 2012 la procura di Bari riapre le indagini su denuncia della madre Rosa. La donna sosteneva che i figli non erano soli ma con degli amichetti che dopo scapparono. Indagini rimaste fino a questo momento senza esito. Alla fine resta il dubbio sul modo in cui Ciccio e Tore furono cercati, se furono cercati bene, se si potevano salvare? Ci furono negligenze nelle ricerche ma nessuno fu indagato. Le domande cadono nel vuoto. Alessandro Signorini

Federica Sciarelli "Le storie degli scomparsi: il dolore diventa anche mio". Federica Sciarelli, 62 anni, ha iniziato la carriera giornalistica su Rai3 a 20 anni. La giornalista da 17 anni è al timone di Chi l'ha visto su Rai3: "Lo sguardo delle mamme disperate che cercano i figli mi toglie il sonno". Silvia Sanna il 23 giugno 2021 su lanuovasardegna.it. Lo sguardo della mamma di Fabio Serventi, scomparso a Perdaxius nel marzo del 2020, che si rivolge all’assassino: «Dimmi dov’è, fammi trovare il corpo di mio figlio». Un altro sguardo, un’altra madre: è quella del piccolo Tommy Onofri, rapito a 17 mesi: «Nei suoi occhi c’era ancora speranza 24 ore prima che il cadavere del bimbo venisse tirato fuori da una discarica». E poi ancora, la sparizione di Irene Cristinzio, la professoressa svanita nel nulla a Orosei l’11 luglio del 2013, senza lasciare neppure una minuscola traccia, e Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina in Puglia, scomparsi e ritrovati quasi due anni dopo, nella cisterna di una masseria abbandonata dove giocavano: «Quella sera non dormii, ci sono immagini e volti che non si dimenticano, un dolore che ti resta dentro, storie e persone con cui ti immedesimi». C’è un programma con cui diventi una cosa sola «che dopo 17 anni fa parte di me. E pensare che dovevo starci solo un anno... invece poi». Invece Federica Sciarelli è ancora lì, anima e guida di “Chi l’ha visto?” dal 2004, da quella prima puntata «in onda a ottobre, un mese dopo la scomparsa di Denise Pipitone: c’era la mamma Piera Maggio in studio, ho iniziato con lei e la storia della bimba, odiata prima di nascere, resta un mistero che neanche le ultime “rivelazioni” hanno svelato». Come quelle dell’ex pm sassarese Maria Angioni, che ha riferito di sapere dove si trova Denise, che nel frattempo sarebbe diventata mamma: «Dopo 17 anni di ricerche non puoi basarti su una foto e su un like su Facebook. Crei inutili illusioni, dolore sul dolore». La proposta. È il 2004 e Federica Sciarelli è cronista parlamentare per il Tg3 da 15 anni. Ha vissuto la stagione intensa di Sandro Curzi, la squadra è forte e unita, lei è stimatissima e ha rifiutato tante offerte perché adora la politica. «Un giorno il direttore del Tg Antonio Di Bella mi dice distrattamente: “Ah Federica ti devo chiedere una cosa...” poi passano i giorni e non mi dice nulla. Allora un pomeriggio quando sono nella sua stanza gli chiedo di che si trattasse. E lui me lo dice, con l’aria di chi è convinto di ricevere un no secco: “Ruffini vorrebbe affidarti la conduzione di Chi l’ha visto?”. Io sorrido, gli dico di ringraziare il direttore di rete che ha pensato a me per una trasmissione in prima serata, e lascio la stanza. Pochi passi nel corridoio e torno indietro: «Sai che ti dico direttore? Accetto, ci sto un anno e poi si vede». Di Bella balza sulla sedia, prova a farle cambiare idea, le propone promozioni e nuovi incarichi nel Tg, allarga le braccia di fronte alla processione di colleghi che lo implorano: “non farla andare via”. «Io ormai ho deciso, voglio cambiare e penso: ci sto un anno e poi si vede... È successo che invece sto ancora qua, che ogni tanto penso di mollare ma non mollo e lo so perché: mi sono innamorata delle persone, perché qui tocchi con mano le loro esistenze, il loro dolore, e allora fai battaglia per loro, per aiutarle. A differenza di quanto accade con il Tg, vivi le storie da dentro. Questa trasmissione mi ha cambiata, come io ho cambiato lei». Rivoluzione Sciarelli. Non più solo scomparsi, ma anche grandi fatti di cronaca, misteri irrisolti, lotta alla criminalità organizzata. Chi l’ha visto? è in onda dal 1989 ma solo con Federica Sciarelli acquisisce una chiara impronta giornalistica. «Ho portato l’esperienza del Tg per puntare sul racconto, non sapevo granché di cronaca e allora telefonavo a tutti per capire: diventai subito una specie di incubo per procuratori, avvocati, questori. Proposi di metterci al fianco dello Stato contro le mafie e allora un giorno chiamai Pietro Grasso, all’epoca procuratore di Palermo, e gli chiesi di darmi l’identikit di Bernardo Provenzano. Venne Grasso in studio a mostrare al pubblico la faccia del boss di Cosa Nostra, fu un evento storico». E poi arrivarono gli approfondimenti su altri super latitanti come Matteo Messina Denaro, le inchieste su famosi fatti di cronaca italiana come il massacro del Circeo, il rapimento di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, il delitto di Simonetta Cesaroni, il caso del mostro di Firenze, l'uccisione di Ilaria Alpi, le vicende della banda della Magliana, la storia di Elisa Claps, risolta dopo 23 anni con il ritrovamento del cadavere, fino ai più recenti delitti di Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Melania Rea ed Elena Ceste, partiti come casi di scomparsa e rivelatisi in seguito femminicidi. «C’erano tanti scomparsi ma non c’era una legge, grazie anche a Chi l’ha visto? la politica ha legiferato e sono nate l’associazione Penelope e il commissario straordinario per le persone scomparse. Abbiamo vinto tante battaglie, per questo il pubblico ci premia e ci sostiene». Soprattutto nell’ultimo anno, con dati di share altissimi «e una partecipazione sempre più importante, con telefonate e segnalazioni spesso determinanti per risolvere i casi: chiamano in tanti, anche il sabato e la domenica perché sanno che qualcuno risponde sempre». E poi c’è la forza dell’archivio, consultato anche dalla polizia, con nomi, fotografie e caratteristiche di tutti gli scomparsi – dai tatuaggi, al tipo di occhiali, alle cicatrici – fondamentali per identificarli: «Ricordo la storia di una donna scomparsa da Genova e gli appelli strazianti della mamma. Un giorno ci chiamano dalla Francia per dirci che avevano il cadavere di una donna da mesi: scoprimmo che era la stessa persona grazie agli stivaletti che indossava, c’era scritto nel nostro archivio». I gialli dell’isola. «Stiamo seguendo la vicenda di Marina Castangia, scomparsa da Mogorella. Abbiamo scoperto che il compagno ha buttato il letto, ha detto che non gli piaceva. Ed è rimasto un giallo quello della professoressa Irene Cristinzio, sparita da Orosei: non è venuto fuori nulla, è uno di quesi casi in cui ti chiedi come sia possibile svanire senza lasciare un indizio, una minima traccia. Poi non posso scordare la mamma di Fabio Serventi, ucciso per pochi spiccioli: si è rivolta al killer, l’ha supplicato di dirle dove è il cadavere del figlio. Il suo è un dolore lancinante: anche io sono madre ed è impossibile non immedesimarsi. Da parte mia c’è un coinvolgimento emotivo molto forte soprattutto quando di mezzo ci sono anziani e bambini. Come Denise». La bambina e l’ex pm. «Mia figlia è stata odiata sin dalla nascita, anzi quando era ancora nella pancia: mi hanno colpito le parole di mamma Piera – dice Federica Sciarelli – una donna che ammiro molto e che non ha mai smesso di cercare la sua bambina e mi ha pregato di non parlare mai di Denise al passato. In questi 17 anni ci sono state tantissime segnalazioni, piste buone, altre invece si capiva subito che conducevano verso binari morti. Quella di Olesya l’abbiamo seguita perché la ragazza russa era andata in tv per dire che stava cercando la madre. Ma non ha senso basarsi sulle foto in rete». La Sciarelli si riferisce alle dichiarazioni dell’ex pm Maria Angioni, che alla procura di Marsala seguì tra il 2004 e il 2005 le prime fasi dell’inchiesta: «Non ci si può fissare su una immagine trovata sui social perché c’è il like di una persona legata in qualche modo alla famiglia Corona e dire “ecco Denise”. Perché non è lei ma solo una persona che le assomiglia moltissimo. Non sta a me giudicare l’ex pm Angioni, penso che Piera Maggio con le sue ultime dichiarazioni in trasmissione sia stata molto chiara: ha chiesto cautela e rispetto. Diciassette anni fa il procuratore Sciuto le disse: «Vi riportiamo la bambina in pochi giorni», invece Denise, nel frattempo diventata donna, è ancora là fuori, chissà dove».

Da corriere.it il 23 giugno 2021. È stato ritrovato vivo Nicola Tanturli, il bimbo di due anni scomparso dalla sua casa a Palazzuolo sul Senio la sera di lunedì 21 giugno. Lo ha reso noto la prefettura di Firenze. A ritrovare il bimbo è stato un giornalista di Rai 1, che ha chiamato i carabinieri. Nicola è in buone condizioni: si trovava in un burrone a 2,5 km da casa.

Da leggo.it il 23 giugno 2021. La notizia del ritrovamento è stata comunicata per prima dalla Prefettura di Firenze e dai carabinieri. Il sindaco di Palazzuolo, Gian Piero Moschetti, ha confermato che il piccolo Nicola sta bene. Il bambino è stato ritrovato, in buone condizioni di salute, in una scarpata distante 2,5 chilometri dalla sua casa: la scoperta sarebbe stata fatta da Giuseppe Di Tommaso, inviato de La vita in diretta, la trasmissione di RaiUno condotta da Alberto Matano. Il giornalista, che stava seguendo le ricerche, ha sentito infatti dei lamenti provenire dalla scarpata ed ha trovato il piccolo.

Nicola ha già abbracciato mamma e papà. Il piccolo Nicola Tanturli ha già visto i genitori ed è stato abbracciato da papà Leonardo e da mamma Pina. «Per fortuna sta bene». Adesso il medico presente con i soccorritori sta valutando dove portare il bimbo per gli accertamenti: verrà utilizzato l'elisoccorso per trasferirlo all'ospedale di Faenza o all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

Il sindaco: «Sta bene, ora in ospedale per accertamenti». «Il bimbo ha gli occhi aperti, adesso lo stiamo caricando sul Pegaso per portarlo in ospedale per controlli». Così il sindaco di Palazzuolo sul Senio, Gian Piero Philip Moschetti, che sta seguendo le operazioni di soccorso a Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi scomparso da casa e ritrovato questa mattina. «Lo ha trovato un giornalista che seguiva i nostri nelle ricerche - afferma ancora -. Mi aspettavo di trovarlo, è il colpo di fortuna che capita a chi si sforza, la zona era satura di soccorritori e avevamo attivato un sistema efficiente».

Il giallo del buco di nove ore. Nicola era stato messo a letto dalla mamma poco dopo le 19 di lunedì, poi la donna, insieme al marito e al figlio maggiore, di quattro anni, era andata a sistemare gli animali e l'orto dell'area agricola dietro la loro casa. La scoperta dell'assenza di Nicola dal lettino sarebbe avvenuta intorno a mezzanotte ed i genitori sarebbero usciti subito a cercarlo, nonostante il buio, ma la prima segnalazione della scomparsa sarebbe giunta solo dopo le 9 del mattino. Se l'allarme fosse stato lanciato prima, forse sarebbe stato più facile trovare Nicola in breve tempo.

Elisa Messina per corriere.it il 23 giugno 2021. «Ho sentito un lamento provenire da una scarpata, poi un altro... Allora ho iniziato a chiamarlo per nome “Nicola” e lui ha risposta con una voce flebile “mamma” a quel punto mi sono buttato nella scarpata, facendomi pure male a un piede, lui era lì dietro un ammasso di rovi e chiamava mamma». A ritrovare nel burrone il piccolo Nicola Tanturli, 21 mesi, scomparso da casa la sera di lunedì 21 giugno è stato Giuseppe Di Tommaso, giornalista della Rai, uno degli inviati della Vita in diretta. Ma sono le circostanze di questo ritrovamento che hanno dell’incredibile: Di Tommaso non avrebbe dovuto essere sì, a piedi, a bordi della scarpata a due chilometri circa dal casolare dei Tanturli. «Erano circa le nove del mattino, stavo andando con la troupe in auto verso casolare per fare il servizio, ma all’improvviso ho avuto un attacco di panico, mi mancava il respiro, ho chiesto di scendere: “andate avanti, io proseguo a piedi”. Camminando parlavo a voce alta, “inspira, respira”, per riprendere fiato e quando il bosco ai lati della strada si è aperto e sul lato c’era un declivio ripido mi sono fermato proprio per respirare meglio. Allora ho sentito un lamento, ma era flebile. Ho pensato fosse la mia suggestione. Poi è arrivato un altro lamento. No, non era la mia suggestione. Allora ho gridato “Nicola, Nicola”. E la voce della scarpata ha detto “mamma”. A quel punto Di Tommaso senza pensarci un attimo si è buttato giù nella scarpata: «continuavo a chiamare “Nicola!” e lui continuava a dire “mamma”, mi sono fatto male un piede e sono arrivato davanti a un ammasso di rovi: la voce veniva da lì, non lo vedevo ma lo sentivo. A quel punto sono risalito di corsa sulla strada e proprio in quel momento passava un’auto dei carabinieri, li ho fermati subito, gridavo: “È lì sotto, il bambino è lì sotto, l’ho sentito”. Il carabiniere ha detto che poteva essere un capriolo ma io ero sicuro: i caprioli non dicono “mamma!”

Giusi Fasano e Simone Innocenti per Corriere.it il 23 giugno 2021. Ogni fiaba ha le sue pagine nere. Nicola le sta attraversando da lunedì sera. Non ha nemmeno due anni, è solo, chissà dove, in mezzo a mille pericoli, fra boschi scuri e dirupi. E non sa come tornare a casa. La favola sua e della sua famiglia felice in mezzo a prati, capretti, api e montagne, si è interrotta bruscamente davanti a un letto vuoto. I suoi genitori sono andati a controllare che dormisse ma lui non c’era più. Sparito. E più passano le ore più sembra lontana la possibilità del lieto fine.

Il luogo. Nicola è Nicola Tanturli, 21 mesi, un fratellino di quattro anni e una mamma e un papà che hanno scelto la natura come compagna di vita. Siamo a Campanara, una minuscola frazione del Comune di Palazzuolo sul Senio, nella valle del Mugello, a nord di Firenze. Da ieri mattina in quel borgo alla fine della mulattiera sono arrivate decine e decine di persone. Vigili del fuoco, Soccorso alpino, unità cinofile, elicottero con termoscanner notturno, droni, carabinieri, associazioni di volontariato, gente del posto, protezione civile...Tutti a cercare Nicola, a urlare il suo nome fra i boschi fitti di abeti, nelle scarpate o nel verde che portano verso il laghetto per l’irrigazione agricola.

La denuncia. Da ieri mattina, appunto. Anche se suo padre Leonardo e sua madre Giuseppina si sono accorti della sua assenza lunedì sera verso mezzanotte. La loro prima telefonata di allarme è delle nove di ieri mattina, al 115 dei Vigili del fuoco. Più tardi hanno formalizzato la denuncia alla stazione dei carabinieri di Palazzuolo. Lei ha raccontato che nel pomeriggio il piccolo era caduto e si era fatto male. Niente di grave, soltanto un po’ di pianto, piccoli capricci, poi coccole finché — alle sette del pomeriggio — se l’è preso il sonno. Lo mettono a dormire nel lettone ed escono tutti e due per sbrigare i lavori di ogni fine giornata: lei si dedica prima all’orto e poi, quando ormai sta diventando buio, passa ad accudire gli animali nella stalla. Anche lui è occupato con le bestie al pascolo e in ogni caso sono tutti e due nei dintorni, a pochi metri dalla cascina. Quando anche l’ultimo capretto è al suo posto, tornano nel casolare e cenano, convinti che Nicola stia dormendo. È più o meno mezzanotte quando dichiarano finita la giornata e vanno a letto. Ma il piccolo non è più lì.

Le ricerche. Lo cercano nelle altre stanze, lo chiamano, controllano in ogni angolo. Niente. Possibile che sia sparito? Rifanno il giro. Niente. E allora comincia la ricerca disperata fra i prati del pascolo e il buio del bosco, con le pile fra le mani e il cuore in tumulto. Anche se è un bambino così piccolo, Nicola è abituato a muoversi con agilità attorno alla casa. Lo fa mille volte al giorno mentre mamma e papà lavorano e loro lo lasciano libero di gironzolare in libertà. I fasci di luce illuminano il verde dell’erba, il sottobosco, il sentiero sterrato. Niente. Le speranze che sia da qualche parte, vicinissimo, sono tante, eppure lui non c’è in nessuno dei posti in cui è logico pensare che sia.

Le tracce. Lo sgomento cresce con il passare del tempo. Alle nove del mattino Leonardo e Giuseppina finalmente decidono di chiedere aiuto e chiamano il 115 (alle 10 andranno poi dai carabinieri). La macchina dei soccorsi si mobilita in pochi minuti. Si battono palmo a palmo i terreni attorno alla casa. Non può essere andato lontano, si ripetono tutti. I sommozzatori dei vigili del fuoco lo cercano nel laghetto per l’irrigazione ma lì non si cerca un bambino, si cerca un corpo; e per fortuna non c’è. Tutto questo mentre i carabinieri della scientifica di Firenze eseguono dei rilievi nel casolare. Secondo alcune indiscrezioni non confermate ufficialmente sarebbero state rilevate piccole tracce di sangue (umano) vicino a una delle porte di casa. Non è ancora certo che sia proprio di Nicola. Al momento - ma sono solo ipotesi - si pensa che venga da una piccola ferita che magari il bimbo si è procurato armeggiando per aprire la porta, oppure potrebbe essere l’esito della caduta pomeridiana di cui la mamma ha raccontato ai carabinieri. Ci sarà tempo per capire i dettagli di questa storia, adesso ogni minuto è per lui, per urlare il suo nome nella speranza che possa sentire. E farsi sentire.

Giu.Sca. per "il Messaggero" il 23 giugno 2021. Sono luoghi dove il tempo trascorre lentamente. I giorni passano immersi nella natura. Nessun televisore, l'impiego dell'energia rinnovabile e cibo prevalentemente vegetariano. Questo lo stile di vita della famiglia Tanturli: marito, moglie e i due bimbi di 4 e 2 anni. Il più piccino Nicola è sparito. La famiglia ha scelto di vivere isolata. Abitano in una casa colonica riadattata che si trova in aperta campagna, circondata dai boschi, raggiungibile solo attraverso una strada sterrata. Intorno, in un'area di un centinaio di metri, ci sono altre case sparse. I genitori del piccolo, una coppia di trentenni, sono apicoltori, dispongono di cento alveari, e hanno diverse capre. Inoltre sono vicini di casa dell'Ecovillaggio Campanara, che dista due chilometri dalla loro abitazione. I Tanturli non fanno parte di quella comunità, dedita alla coltivazione dell'agricoltura biologica, dove vivono tre famiglie. Proprio gli appartenenti a questo gruppo sono stati i primi a partecipare alle ricerche del piccino. I Tanturli pur non appartenendo a nessuna comunità specifica, come se ne trovano diverse nella zona, hanno comunque aderito a uno stile di vita molto simile. In Toscana se ne contano più di dieci. Nell' Ecovillaggio Campanara, situato nell' appennino Tosco-Emiliano, tra rose profumatissime e frutti di bosco, si mangia biologico e ci si dedica alla raccolta dei prodotti dell'orto o alla realizzazione di manufatti artigianali. I bambini possono divertirsi su altalene fatte a mano. Si offre ospitalità in tende indiane attrezzate, i teepe. C' è poi il popolo degli Elfi, Montevettolini, vicino Pistoia. La comunità, situata nei pressi di Sambuca Pistoiese, è una delle più originali. Fondata negli anni Ottanta, ci vivono più di 150 persone. Le case non hanno elettricità, ci si scalda e si cucina con la legna e si consuma solo ciò che si produce: frutta, ortaggi, olive, cereali. I bambini frequentano una scuola autogestita. Sempre nel pistoiese si trova Ciricea, progetto di comunità no profit nato nel 2010. Un ex albergo è stato ristrutturato e riqualificato, nel parco adiacente ci sono gli orti. Attualmente ci vivono 13 persone, che si dedicano al lavoro online o fanno trattamenti. Altri sono in pensione e si dedicano all' agricoltura o alla realizzazione di prodotti artigianali. Impianti fotovoltaici, collettori solari e varie sorgenti garantiscono al villaggio dell'associazione Basilico l'autosufficienza energetica. È questo l'Ecovillaggio Corricelli, a Cantagallo in provincia di Prato. Nelle case del borgo, nelle due capanne di paglia e nella yurta vivono otto persone e un ragazzo profugo del Ghana. L' alimentazione è prevalentemente vegetariana e biologica, ma sporadicamente si consuma carne allevata in modo etico. È circondata da 11 ettari di terra in concessione, dove si coltivano patate e grano e dove è stato realizzato un grande orto sinergico. La comunità collabora con il vicino ecovillaggio di Torre di Mezzo. Upacchi, ad Anghiari in provincia di Arezzo, è nata nel 1990 come cooperativa agricola, è diventato un ecovilllaggio con 17 abitazioni e 70 ettari di terreno, dove vivono 12 famiglie. C' è chi fa l'artigiano, chi l'insegnante, chi è imprenditore agricolo. L' obiettivo è vivere in mezzo alla natura, condividendo con gli altri gli spazi e aiutandosi reciprocamente. Infine La Bagnaia, a Sovicille in provincia di Siena è una comune nata nel 1979, composta da una ventina di persone. Vi si produce olio, vino, carne bovina, foraggio, cereali, formaggi e miele. Il riscaldamento va a legna e ci sono pannelli solari per l'acqua calda. Per irrigare gli orti si usa l'acqua raccolta sui tetti. 

Antonella Mollica per il Corriere.it il 23 giugno 2021. Hanno scelto di andare a vivere lassù, in un casolare tra i boschi dell’Appennino, perché vogliono una vita alternativa, in mezzo alla natura incontaminata. Il motivo che ha portato Leonardo e Pina, i genitori del piccolo Nicola, nella valle di Campanara, frazione di Palazzuolo sul Senio, dove il mondo sembra essersi fermato, lo racconta lei su un sito web: «Mi sono avvicinata al mondo contadino nel 2009 dopo una laurea triennale in scienze sociali. Mi sembrava assurdo saper utilizzare un pc e non aver mai piantato un pomodoro, non saper più riconoscere una pianta velenosa da una che cura, calpestare buonissime erbe mangerecce, quale legna usare per dei manici o dei recinti». In pochi anni sono diventati apicoltori arrivando a 500 alveari. Hanno messo così radici in Mugello inseguendo il sogno di una vita autosufficiente da un punto di vista alimentare. C’è una precisa filosofia di vita dietro quel percorso che li ha portati ad approdare nell’Alto Mugello: «Non volevo sfruttare né essere sfruttata - spiega ancora Pina sul sito dell’associazione Campiaperti, comunità in lotta per la sovranità alimentare - gli animali selvatici come tutto il resto li avevo visti nei libri così ho conosciuto Leonardo e altri con cui vivere con la tendenza all’autosufficienza. Per avere un po’ di miele per noi, nel 2009, su spinta di un amico ci procurammo una famiglia di api visitata collettivamente; le api che abbiamo adesso provengono tutte da quella lì, il secondo anno ne avevamo 3, poi cinque». «Leonardo - è il racconto di Pina alla community - voleva fare il contadino già da piccolo. Ha avuto modo di frequentare la campagna andando dai suoi nonni paterni che erano operai agricoli (prima mezzadri) e fin da piccolissimo era appassionato di animali e alberi ma viveva in paese cosi dai 4 anni metteva da parte i semi e faceva crescere gli alberi che poi piantava e seguiva. Non solo frutti, cipressi, querce e anche un ippocastano. Dal 2001 ha partecipato, insieme a Brigitte Holsen, a una ricerca con fondi europei sui frutti dimenticati nelle zone di Mugello, Alto Mugello e Valdisieve». Non ci sono solo Leo e Pina in questo angolo di terra abbandonato da decenni ai confini tra la Toscana e l’Emilia Romagna. I primi ad arrivare nella valle, 37 anni fa, sono state otto persone appena rientrate da un lungo viaggio in India. Si insediarono nella canonica della chiesa seicentesca sconsacrata. Da quel momento sono arrivati in tanti a cercare un rifugio a Palazzuolo. Italiani ma anche stranieri, soprattutto tedeschi. Coltivano gli orti, allevano animali, producono prodotti bio e manufatti artigianali, usano energie rinnovabili. Campanara è diventata così negli anni una sorta di eco-villaggio dove si offre ospitalità in tende indiane attrezzate e dove i telefoni cellulari sono irraggiungibili, dettaglio questo che rende ancora più affascinante quel posto così lontano dal mondo. Qualcuno li ha definiti «squatters rurali». Hanno occupato case semidiroccate, hanno ottenuto concessioni demaniali o hanno acquistato beni della Curia. Sono nate così piccole comuni indipendenti che si appoggiano tra di loro. Qui non ci sono pericoli, raccontano da queste parti, i bambini sono abituati a spostarsi in autonomia. Da ieri mattina tutti gli abitanti della valle sono impegnati nelle ricerche di Nicola. Nei boschi e nelle strade sterrate. Ai soccorritori si sono unite schiere di volontari - in campo più di 200 persone - come ha spiegato il sindaco Gian Piero Moschetti: «Stiamo setacciando la zona senza sosta, l’intero paese è coinvolto nella ricerca del bambino, sono arrivati volontari anche dai paesi limitrofi». Ma fino a tarda sera di Nicola nessuna traccia.

Ritrovato vivo in una scarpata Nicola Tanturli, il bimbo di 2 anni scomparso dal Mugello. Il bambino è in osservazione all’ospedale Meyer di Firenze ma sta bene. E’ stato rintracciato a circa tre chilometri da casa: ha un ematoma al braccio ed è disidratato. Trovato da un giornalista della Rai. Il carabiniere che lo ha recuperato: «Ha chiesto subito della mamma». Fabio Poletti il 23 giugno 2021 su La Stampa. E’ stato ritrovato a chilometri di distanza dalla sua abitazione, dopo due notti e un giorno, il piccolo Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi sparito dalla sua casa di Palazzuolo sul Senio, nel Mugello, un casolare in mezzo ai boschi dell'Appennino tosco-romagnolo. A sentirlo un giornalista della Rai, Giuseppe Di Tommaso, inviato del programma La vita in Diretta, che stava realizzando un servizio con la troupe proprio sulla sua scomparsa quando ha sentito dei lamenti provenire da una scarpata. Capito che era il piccolo, è corso a dare l'allarme. Il bambino, lievemente ferito, è in buone condizioni di salute. Portato in elicottero all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze è stato sottoposto ad accertamenti. E in una nota il nosocomio ha già fatto sapere che «Nicola è già stato sottoposto a una prima visita che ha rilevato la presenza di escoriazioni superficiali, ma le sue condizioni generali non destano particolari preoccupazioni. Il piccolo verrà comunque trattenuto in osservazione in attesa di completare gli ultimi accertamenti». Uscirà forse anche già stasera, o domani. Le ricerche di Nicola sono proseguite senza sosta dopo l’allarme lanciato dai genitori. Coordinate dai vigili del fuoco e dai carabinieri, hanno impegnato più di 200 persone, compresi moltissimi volontari che per tutta la giornata e la notte, hanno “battuto" i boschi attorno al gruppo di case alla Campanara, borgata che fa parte del Comune di Palazzuolo sul Senio. 

La scomparsa del bambino. Il piccolo è scomparso lunedì sera da casa. La mamma Giuseppina Paladino lo aveva messo a letto e, poco dopo, era andata nella stalla. Il marito, Leonardo non era in casa, quando è tornano i due hanno cenato e, prima di andare a dormire, sono andati nella cameretta di Nicola, scoprendo che il bambino non era più nel suo letto. Immediate sono scattate le ricerche da parte dei genitori che hanno, poi, dato l'allarme ai vigili del fuoco solo la mattina successiva. Nove ore dopo. Un mistero il perché i soccorsi siano stati allertati soltanto al mattino, dopo che i genitori si erano accorti già intorno a mezzanotte che Nicola non si trovava nel suo lettino. Era già accaduto altre volte, però, che il piccolo si svegliasse nel cuore della notte e andasse in giro per diverse ore. Per i carabinieri impegnati negli accertamenti, il piccolo si sarebbe allontanato da solo, vagando poi per i boschi circostanti la casa dove vive. Gli investigatori, secondo quanto si apprende, escludono altre possibili ipotesi. Degli accertamenti i carabinieri riferiranno alla Procura, interessata già da ieri quando ha aperto un fascicolo sulla scomparsa, senza alcun indagato.

Il ritrovamento. Il ritrovamento è avvenuto alle 9.30. A sentire un leggero e flebile lamento è stato il giornalista Giuseppe Di Tommaso che ha immediatamente chiamato i carabinieri. Ma sarebbe stato casuale: «Ho avuto un malore e sono sceso dall’auto, è stato un caso» avrebbe dichiarato. E’ stato poi il luogotenente Danilo Ciccarelli, il comandante della Stazione di Scarperia e impegnato nelle ricerche a calarsi per 25 metri nella scarpata individuando il piccolo. «Appena mi ha visto ha chiesto della mamma» ha poi raccontato il militare. Lo stesso luogotenente lo ha riportato sulla strada sterrata riconsegnandolo ai genitori. «Ho provato una sensazione molto bella. Ho verificato subito se aveva qualche lesione: non aveva nulla, solo un piccolo bernoccolo e qualche graffio. Poi mi si è aggrappato al collo, e l'ho portato piano piano in strada, anche con l'aiuto del giornalista nell'ultimo tratto. E' stata una gioia bellissima, è stato bellissimo riportarlo fra le braccia della sua mamma» ha dichiarato il luogotenente nel corso della conferenza stampa convocata dal sindaco di Palazzuolo sul Senio. Il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia ha poi aggiunto: «Non ho avuto l'impressione che abbia trascorso lì la notte, secondo me c'è arrivato tramite il bosco, perché la strada da fare era più agevole. L'erba non era schiacciata, non aveva fatto un giaciglio. Secondo me si è mosso» ha affermato.

Il sindaco. Sempre nel corso della conferenza stampa il sindaco di Palazzuolo sul Senio (Firenze), Gian Piero Philip Moschetti ha ringraziato tutti: «Da due giorni non dormiamo, ma l'esito felice ci ripaga di qualsiasi sforzo. Un ringraziamento a tutti coloro che hanno preso parte alle ricerche: Carabinieri, Vigili del fuoco e Soccorso alpino, Prefettura di Firenze, Aeronautica e Guardia di Finanza, volontari di Protezione civile di Regione, Città metropolitana e locale mugellana e palazzuolese, i tanti volontari e persone che si sono mobilitate». «Dicono che possa aver camminato per 4-5 chilometri» ha ancora riferito. Poi, rispondendo a una domanda di un giornalista se del caso saranno interessati i servizi sociali il sindaco ha risposto: «E' una cosa che non spetta a noi direttamente, spetterà alla Società della salute ed eventualmente ai servizi sociali stessi, che ci hanno già contattato. Noi ieri abbiamo già parlato con i servizi sociali, anche su come potenziare il supporto alla famiglia». 

Paese in festa. Intanto, alla notizia del ritrovamento del piccolo, tutto il Paese è esploso in una grande festa e il parroco don Alessandro Marsili, che ha partecipato lui stesso alle ricerche, ha suonato le campane a distesa per cinque minuti. «Mi è sembrato in buone condizioni, contento, parlava, sicuramente era disidratato» ha riferito all’Ansa. Don Alessandro ha partecipato lui stesso alle ricerche ed ha visto poi Nicola questa mattina poco dopo il ritrovamento. «Parlava molto - ha raccontato -, le parole che ho colto sono state “Mamma, mamma”, e poi appena ha visto il papà gli si è buttato in braccio». «Siamo felici per il bambino e per la la sua famiglia - ha detto il prefetto di Firenze Alessandra Guidi - e siamo grati ai vigili del fuoco, alle forze dell'ordine, alla protezione civile e ai tanti volontari che si sono impegnati nelle ricerche».

Ritrovato il piccolo Nicola: ecco cosa è successo. Valentina Dardari il 23 Giugno 2021 su Il Giornale.  Il piccolo, di quasi 2 anni, è stato ritrovato vivo dai carabinieri. Era scomparso la sera di lunedì 21 giugno. È stato ritrovato Nicola Tanturli, il bimbo di quasi 2 anni che era scomparso la sera di lunedì 21 giugno dalla sua casa di Campanara, una frazione di Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze. Il bambino, ritrovato dai carabinieri, starebbe bene e sarebbe in buone condizioni fisiche. Secondo le prime informazioni sarebbe stato rinvenuto in un burrone a circa 2,5 chilometri da casa. A sentirne i lamenti, un giornalista della Rai. Nicola ha già riabbracciato i suoi genitori.

Il ritrovamento di Nicola. Nicola è stato ritrovato in fondo a una scarpata, a circa 2,5 km dalla sua casa, a dare la conferma la Prefettura di Firenze. Il piccolo è stato rinvenuto da un giornalista di "La vita in diretta" di Rai 1, che ha sentito dei lamenti e dei rumori provenire da un burrone, mentre stava risalendo la strada che porta a Quadalto. Il giornalista ha chiamato i soccorritori impegnati nelle ricerche, che si sono calati nel burrone per recuperare il bimbo. Precisamente, è stato il Luogotenente Ciccarelli, comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, impegnato nelle ricerche, che si è calato a 25 metri individuando il piccolo che ha chiesto subito della mamma. Lo stesso luogotenente lo ha riportato sulla strada sterrata riconsegnandolo tra le braccia della sua mamma. Come riferito dai soccorritori "Visivamente" Nicola sta bene ed è stato consegnato ai carabinieri. Il salvataggio è stato condotto dal maresciallo Porfida. Nicola verrà portato all’ospedale di Borgo San Lorenzo per effettuare degli accertamenti sulle sue condizioni di salute.

Le parole del carabiniere e del sindaco. "Oggi lo volevamo trovare. Ero in licenza in Puglia, sono tornato apposta solo per cercarlo. Mentre eravamo impegnati nelle ricerche, il giornalista che era con noi ha sentito un lamento. Il Comandante della stazione di Scarperia, Danilo Ciccarelli, è sceso a 25 metri di profondità lungo una scarpata complessa, è stato lì che ha visto gli occhioni del bimbo e lo ha salvato" queste le parole del Maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia carabinieri Borgo San Lorenzo, che ha salvato il piccolo Nicola. All'AdnKronos ha raccontato che "quando ha visto il comandate lo ha chiamato 'Mamma', lui era la felicità in persona. Siamo tutti emozionati, contenti, e il bimbo è in buone condizioni". A Mattino5 Gian Piero Moschetti, il sindaco di Palazzuolo sul Senio, di cui fa parte la frazione di Campanara dove vive il piccolo Nicola con la famiglia, ha commentato la bella notizia del ritrovamento di Nicola: "Il bambino ha gli occhi aperti, era impaurito. Però è vivo. È una cosa molto importante. È stato trovato in buone condizioni, compatibilmente con la situazione in cui era". Il primo cittadino ha poi continuato spiegando che "c'erano 300 persone che lo cercavano, una comunità intera. È stato veramente un grande successo". Il bambino è stato caricato sul Pegaso, l'elisoccorso, per andare in ospedale insieme alla mamma Pina.

Il racconto del giornalista che ha sentito i suoi lamenti. Giuseppe Di Tommaso è il giornalista che ha ritrovato alle 9.22 di questa mattina il piccolo Nicola Tanturli, precipitato in una scarpata. All'AdnKronos ha raccontato: "Stavo salendo su una strada sterrata ed ho sentito provenire da una scarpata un lamento. Ero da solo perché mi ero sentito male poco prima, ed avevo fermato la macchina per riprendermi. Così ho iniziato a dire Nicola, Nicola, prima a bassa voce, poi urlando, fino a che non ho sentito chiaro "Mamma!". Era Nicola". Di Tommaso ha poi raccontato di essere sceso giù nella scarpata che era molto ripida e di aver sentito il rumore di una macchina in lontananza. Si trattava dei Carabinieri, "li ho avvisati che avevo sentito un lamento ed ero sicuro si trattasse di Nicola. All'inizio erano scettici, hanno pensato che potesse essere un animale, un capriolo. Ma io ho insistito perché ero certo, e li ho pregati di scendere a vedere, così abbiamo trovato Nicola". Il giornalista ha proseguito: "Appena ci ha visto si è messo a piangere, l'ha preso prima in braccio un carabiniere. Aveva solo una magliettina ed era pieno di graffi ma stava bene. Un'emozione immensa perché davvero non lo immaginavo, quando si raccontano le storie di bambini dopo tante ore, in boscaglie così fitte, dopo il trascorrere di un'intera notte c'è sempre l'idea che non sarà una storia con un finale positivo. Un miracolo vero". Di Tommaso ha quindi aiutato i militari a riportare in salvo il bimbo, dato che la scarpata era ripidissima e prendevano in braccio il bimbo a tappe. "Se io non mi fossi sentito male, se non fossi sceso dalla macchina, non l'avremmo ritrovato. È la prima volta che mi succede. L'hanno portato con un'ambulanza per controllarlo ed è con i genitori. Stava bene, si muoveva, la prima impressione è che stia bene. È pazzesco, se penso alla sua voce non riesco a non commuovermi" ha concluso.

Cosa era successo. Intervistato dal Corriere, il papà Leonardo aveva raccontato cosa era successo, ovvero di aver messo a letto il figlio, nel tardo pomeriggio di lunedì, verso le 19, e che a mezzanotte, quando lui e la mamma Giuseppina erano andati a controllarlo, non c’era più. “Qui i bambini giocano in libertà, sono sempre fuori... Magari cercava noi che eravamo fuori e s’è perso” aveva ipotizzato l’uomo prima di scusarsi e andare via. Anche ieri nessuna traccia del piccolo, poi oggi la svolta. Sotto indagine l’ora della scomparsa di Nicola, avvenuta tra le 19, quando i genitori lo hanno messo a dormire, e mezzanotte, quando si sono accorti che non si trovava a letto. Cinque ore di buio, nelle quali il bambino potrebbe essere sparito in qualsiasi momento: appena messo a letto, durante la serata o poco prima dell’arrivo di mamma e papà. Una incognita a cui sarà difficile dare una risposta certa. Ma proprio l’orario della scomparsa era fondamentale per capire quanta strada possa aver percorso il bimbo, sempre che davvero sia andato in cerca di mamma e papà, come ipotizzato dal padre. Un’altra domanda a cui si sta cercando di dare una risposta è perché non siano stati coinvolti fin da subito i soccorsi, allertati solo alle 9 del mattino seguente. Un bambino da solo, al buio, in aperta campagna. E i genitori, che ricordiamo, si sono resi conto della sua scomparsa a mezzanotte, che hanno chiamato i soccorsi dopo ben nove ore. Se i vigili del fuoco si fossero mobilitati prima forse Nicola sarebbe stato ritrovato in poco tempo. O comunque ci sarebbe stata una maggiore possibilità di successo nelle ore subito successive alla scomparsa, senza arrivare a oggi. Tutte domande che avranno bisogno di una risposta, ma adesso l’importante è che Nicola sia stato ritrovato vivo e vegeto. La procura aveva aperto un fascicolo per scomparsa di minore ed era stata avanzata l'ipotesi di indagare i genitori per abbandono di minori per aver lasciato solo il bimbo. Anche se mamma e papà non erano lontani dalla sua camera, nella stalla o nell’orto.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Distanze, tracce e ritardi: i punti da chiarire sul bimbo. Francesca Galici il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. È vivo e sta bene il piccolo Nicola Tanturli, il bambino di 21 mesi scomparso nel Mugello: era in fondo a una scarpata a 3 Km dalla sua abitazione. Il piccolo Nicola Tanturli, di nemmeno due anni, è stato ritrovato vivo in fondo a una scarpata a circa 3 km dalla sua abitazione, in fondo a una scarpata. A individuarlo è stato il giornalista Giuseppe Di Tommaso, inviato sul posto per La vita in diretta. Immediata la segnalazione ai carabinieri che sono accorsi sul posto. Il piccolo ha già abbracciato i suoi genitori prima di essere trasportato in elicottero in ospedale per accertamenti, nonostante le sue condizioni di salute siano buone. Ha messo un flebile gemito quando ha percepito la vicinanza di qualcuno e questo è bastato affinché il giornalista segnalasse la sua presenza ai carabinieri. Il luogotenente Ciccarelli, comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, si è calato per 25 metri e l'ha quindi riportato al piano strada. Tutto è bene quel che finisce bene ma alcuni elementi di questa storia ancora devono essere chiariti. Il bambino è scomparso dalla sua abitazione, un casolare sugli Appenni della Toscana al confine con l'Emilia, la notte tra lunedì e martedì. Al Corriere della sera i genitori hanno dichiarato di averlo messo a letto alle 19 e poi, quando a mezzanotte sono andati a controllare in camera da letto, dove lo avevano lasciato addormentato sul lettone, Nicola non c'era più. Eppure, la prima telefonata ai soccorsi è stata effettuata alle 9 del mattino, quando chiamano i Vigili del fuoco al 115. Alle 10 di martedì mattina si recano presso la stazione dei carabinieri di Palazzuolo per effettuare la denuncia. Sono trascorse circa 9 ore prima che venissero allertate le forze dell'ordine e le squadre di soccorso. Prima di chiedere aiuto hanno cercato nelle altre stanze, sul parto del pascolo e nel bosco. Nicola è un bambino abituato a uscire da solo per scorrazzare attorno alla casa. Scattano le ricerche e 200 persone nel corso della giornata raggiungono quella località così distante dalla città, immersa nel verde, dove è complicato perfino arrivare. Si sono alzati in volo gli elicotteri, sono state montate le torri faro in vista della notte, durante la quale nessuno ha interrotto la ricerca. Il Corriere ha riportato un'indiscrezione non confermata in base alla quale durante le ispezioni sarebbero state trovate delle piccole tracce di sangue umano vicino a una delle porte dell'abitazione, che ancora non si sa se fossero di Nicola. Il bambino di 21 mesi durante la notte ha percorso circa 3 Km prima di scivolare nel dirupo dove poi è stato ritrovato a 24 ore dalla prima chiamata ai Vigili del fuoco, non pochi per un bambino di nemmeno 2 anni, anche se abituato a muoversi con agilità nei boschi.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Nicola, scatta l'inchiesta: cosa cercano i pm adesso. Rosa Scognamiglio il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Dai sandali calzati da Nicola al momento del ritrovamento al sangue sulla porta di casa: la Procura di Firenze apre un fascicolo di indagine sulla scomparsa. Scomparso, e poi ritrovato, in meno di 30 ore. Ci sono ancora molti punti oscuri nella vicenda di Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi che, nella notte tra lunedì 21e martedì 22 giugno, si è allontanato dalla sua abitazione nell'ecovillaggio di Campanara, a Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze. Per questo motivo, la Procura di Firenze, guidata dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, ha aperto un fascicolo di indagine.

Il fascicolo di indagine. Stando a quanto apprende l'Adnkronos, il fascicolo è senza indagati e, al momento, non sarebbe stato definito il reato per cui si procede. Al netto dell'eventualità di un "atto d'ufficio dovuto", però, sembra evidente che i pm intendano passare in rassegna ogni ipotesi congetturabile sulla misteriosa scomparsa. Le indagini sono condotte dal comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Firenze in accordo con la compagnia di Borgo San Lorenzo, competente per il territorio di Palazzuolo sul Senio. "Stiamo facendo i primi accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e riferiremo alla magistratura", ha confermato il maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia del Mugello. "La valutazione sul comportamento dei genitori al temine delle indagini sarò riferita in Procura". Le indagini, infatti, intendono accertare il comportamento tenuto da Leonardo Tanturli e dalla moglie Pina nella vicenda. Non è escluso che, al termine degli accertamenti, si possa configurare l'ipotesi il reato di abbandono di minore.

I sandali. Uno dei primi dettagli che, secondo gli investigatori, necessita di un chiarimento riguarda la circostanza del ritrovamento. Nello specifico, i sandali che il piccolo Nicola calzava quando è stato estratto dalla scarpata in cui, verosimilmente, sarebbe scivolato. Li abbiamo notati tutti nel video, rilanciato a più riprese dai telegiornali, in cui il bimbo era tra le braccia del luogotenente Ciccarelli. Possibile che li abbia messi da solo al risveglio? Oppure è stato messo a letto con le scarpine ai piedi?

La distanza percorsa. Nicola è stato ritrovato a circa 2,5 km dalla sua abitazione. Una distanza notevole per un bimbo di soli 21 mesi che, fino a prova contraria (qualora ve ne sia mai una), si è allontanato volontariamente da casa. Ma c'è di più. I cani molecolari, sguinzagliati per le ricerche nell'Alto Mugello, non hanno fiutato alcuna traccia del piccolo lungo la strada che dall'ecovillaggio di Campanara conduce dritta alla scarpata. Dunque, l'alternativa è che Nicola abbia fatto il percorso più lungo macinando, in totale, ben 4 chilometri. E per giunta, attraversando strade sterrate e viottoli disselciati in piena notte. Si tratta di una ipotesi plausibile?

L'allarme 9 ore dopo la scomparsa. Pina e Leonardo Tanturli, i genitori del bimbo, hanno dato l'allarme della scomparsa 9 ore dopo aver appurato che il bimbo non fosse in casa con loro. Entrambi hanno riferito ai carabinieri di averlo messo a letto verso le 19 di lunedì sera poi, a ridosso della mezzanotte, si sarebbero accorti della sua assenza. A quel punto lo avrebbero cercato nei paraggi dell'abitazione coadiuvati dagli altri residenti del villaggio. Ma soltanto dopo ore di ricerche infruttuose hanno denunciato la scomparsa del figlio alle autorità locali. Perché?

Le tracce di sangue. Infine, bisognerà spiegare la presenza del sangue: i carabinieri hanno trovato tracce ematiche in corrispondenza della porta di casa. Non soltanto sarà importante capire se appartiene a Nicola, ma anche stabilire come mai fosse in corrispondenza della porta di accesso. Come mai erano lì?

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Il dettaglio dopo il ritrovamento: perché Nicola aveva quelle scarpe? Francesca Galici il 23 Giugno 2021 su Il Giornale.  Si è conclusa bene la vicenda del piccolo Nicola, ritrovato dopo una notte di ricerche in un dirupo a 3 Km da casa. Ora la procura ha aperto un fascicolo. La speranza c'era ma man mano che passavano le ore e del piccolo Nicola Tanturli non si trovavano tracce cresceva lo sconforto. Invece questa storia è finita a lieto fine e il bambino, di appena 21 mesi, è stato ritrovato vivo e in buone condizioni di salute da un giornalista che si stava recando sul posto per seguire le ricerche. Era in fondo a una scarpata, distante circa 3 km dalla sua abitazione. La famiglia di Nicola diversi anni fa ha deciso di trasferirsi sull'Appennino tosco-emiliano e di vivere a stretto contatto con la natura, lontani dalla città. Le ore di apprensione sono state lunghe per la sua famiglia e per la piccola comunità di Campanara ma ora che la situazione si è conclusa nel modo migliore la procura di Firenze ha aperto un'inchiesta e ha avviato i primi accertamenti. Intanto Dagospia ha notato un dettaglio particolare nelle prime immagini successive al ritrovamento del bambino. "Il bambino ha percorso almeno 4 o 5 km da quando si è allontanato da casa al punto in cui poi è stato ritrovato. Nicola è sicuramente un bambino intraprendente. Il bambino evidentemente è uscito di casa e ha cominciato a camminare, forse si è fermato più volte e più volte si deve essere di nuovo incamminato", ha dichiarato il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli. È stato lui a calarsi nel dirupo dov'era scivolato il bambino per riportarlo al piano stradale. Il luogotenente ha fatto un appunto importante sul ritrovamento: "Ho l'impressione che il bimbo non abbia trascorso la notte nel burrone in cui lo abbiamo ritrovato, perchè l'erba non era schiacciata in quel punto, cioè probabilmente lì non aveva fatto il suo giaciglio per la notte". In mattinata sono state diffuse alcune immagini del piccolo Nicola Tanturli subito dopo essere stato tratto in salvo dai carabinieri. Il bambino, che ha solo 21 mesi, ai piedi indossava un paio di sandaletti nonostante i genitori abbiano dichiarato di averlo messo nel lettone per dormire la sera di lunedì alle 19. "Com'è possibile che il piccolo Nicola, di solo 2 anni, messo a letto dai genitori la sera prima, sia stato ritrovato il giorno dopo con i sandali ai piedi?", si chiede Dagospia. C'è poi il giallo dell'orario al quale i genitori hanno dato l'allarme, 9 ore dopo essersi resi conto che il piccolo non era più nel suo letto. Anche su questo i carabinieri vogliono vederci chiaro nell'ambito delle indagini per chiarire le circostanze della scomparsa. Per atto dovuto, la procura di Firenze ha aperto un'indagine. Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il fascicolo è senza indagati e non sarebbe stato al momento nemmeno definito il reato per cui si procede. "Stiamo facendo i primi accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e riferiremo alla magistratura", ha riferito il maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia del Mugello. Il maggiore, quindi, ha proseguito: "La valutazione sul comportamento dei genitori al temine delle indagini sarà riferita in Procura".

Parla la mamma di Nicola: "Non volevo essere sfruttata". Rosa Scognamiglio il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. La mamma del piccolo Nicola racconta perché ha scelto di vivere nell'ecovillaggio: "Non volevo sfruttare né essere sfruttata. Siamo venuti qui nel 2009". Hanno scelto di vivere tra i boschi dell'Appennino toscano, tra la natura incontaminata e la quiete di una piccola oasi immersa nel verde secolare. Una scelta decisamente in controtendenza quella di Pina e Leonardo i genitori del piccolo Nicola Tanturli, il bimbo scomparso - e poi ritrovato, per fortuna - da Campanara, una piccola frazione di Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze. "Non volevo sfruttare né essere sfruttata", racconta Pina, la mamma del bimbo, sul web.

La scelta di vita "alternativa". La ragione che ha spinto i genitori di Nicola a vivere lontano dal tran tran della vita moderna è figlia di una riflessione profonda sulla modernità. E' Pina a spiegarlo in una breve biografia reperibile in Rete: "Mi sono avvicinata al mondo contadino nel 2009 dopo una laurea triennale in scienze sociali. - racconta - Mi sembrava assurdo saper utilizzare un pc e non aver mai piantato un pomodoro, non saper più riconoscere una pianta velenosa da una che cura, calpestare buonissime erbe mangerecce, quale legna usare per dei manici o dei recinti".

La passione per l'apicoltura. Dopo aver abbracciato in toto la vita campestre nell'Alto Mugello, Pina e Leo si sono dedicati all'apicoltura. Così, in pochissimi anni, sono diventati esperti apicoltori arrivando a gestire ben 500 alveari. "Non volevo sfruttare né essere sfruttata — spiega ancora Pina sul sito della comunità in lotta per la sovranità alimentare — gli animali selvatici come tutto il resto li avevo visti nei libri così ho conosciuto Leonardo e altri con cui vivere con la tendenza all’autosufficienza. Per avere un po’ di miele per noi, nel 2009, su spinta di un amico ci procurammo una famiglia di api visitata collettivamente; le api che abbiamo adesso provengono tutte da quella lì, il secondo anno ne avevamo 3, poi cinque".

L'ecovillaggio. "Leonardo - è il racconto di Pina alla community -voleva fare il contadino già da piccolo. Ha avuto modo di frequentare la campagna andando dai suoi nonni paterni che erano operai agricoli(prima mezzadri) e fin da piccolissimo era appassionato di animali e alberi ma viveva in paese cosi dai 4 anni metteva da parte i semi e faceva crescere gli alberi che poi piantava e seguiva. Non solo frutti,cipressi querce e anche un ippocastano. Dal 2001 ha partecipato,insieme a Brigitte Holsen, a una ricerca con fondi europei sui frutti dimenticati nelle zone di Mugello, Alto Mugello e Valdisieve". Non ci sono solo Leo e Pina in questo angolo recondito di terra al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. I primi ad arrivare nella valle dell'Alto Mugello, come ben spiega il Corriere della Sera, sono state otto persone appena rientrate da un lungo viaggio in India. Poi, la comunità si ampliata. Oggi, si contano circa 200 abitanti. "Qui - raccontano i residenti dell'ecovillaggio - non ci sono né rischi né pericoli per i bambini".

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Mugello, l'inchiesta sulla sparizione di Nicola Tanturli: "Abbandono di minore, in corso verifiche sui genitori". Libero Quotidiano il 24 giugno 2021. Dai boschi del Mugello, per Nicola Tanturli ne è uscita una sorta di favola a lieto fine: ritrovato vivo dopo un giorno e mezzo in cui era sparito, quando in molti sembravano aver perso le speranze di ritrovare sostanzialmente illeso quel bimbo di 21 mesi. Un sospiro di sollievo. Per tutti ma soprattutto per i genitori, Leonardo Tanturli e la madre Pina, la coppia che ha scelto di vivere in un casolare isolato nel bosco, lontano dalla città e dalla modernità. Ma in questa vicenda, come è noto, ci sono diversi dettagli che necessitano ulteriore chiarezza. In primis ci si chiede perché mamma e papà abbiano atteso nove ore dalla scomparsa prima di allertare le autorità. Poi una macchiolina di sangue ritrovata in casa, che dovrebbe però essere frutto di una caduta del piccolo Nicola poche ore prima della scomparsa. E ancora le scarpine ai piedi con le quali è stato ritrovato: perché le indossava? Possibile se le sia messe da solo? Ed in questo contesto, la procura di Firenze ha aperto un'inchiesta per "abbandono di minore". Viene spiegato che si tratta di un atto dovuto, ma le verifiche sono d'obbligo. Anche perché i genitori hanno po dichiarato di aver messo Nicola a letto alle 19 di lunedì e di essersi accorti della sua scomparsa a mezzanotte, dunque cinque ore dopo. Che cosa è successo in quelle cinque ore? I due non si sono mai accertati del fatto che il figlio fosse a letto? E dunque, ancora, perché non hanno chiamato subito i soccorsi? "Abbiamo perso tempo perché credevamo che si trovasse vicino a casa", hanno spiegato. Spiegazione che nessuno mette in dubbio, ma che lascia degli interrogativi aperti. Ed è proprio su questi interrogativi che la procura di Firenze, ora, sta indagando. Le autorità hanno fatto sapere in merito all'ipotesi di reato di "abbandono di minore" che "stiamo facendo gli accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e la riferiremo alla magistratura. La valutazione sul comportamento dei genitori al termine delle indagini sarà riferita in Procura".

"Si allontanò pure il fratellino di Nicola": tutti i dubbi della procura. Valentina Dardari il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. La Procura indaga su più fronti, anche sulla fuga precedente del fratello maggiore di Nicola. Le indagini sul ritrovamento del piccolo Nicola Tanturli, il bambino di 21 mesi che era scomparso lunedì sera tra le 19 e mezzanotte, ritrovato fortunatamente in vita ieri mattina in una scarpata, si starebbero focalizzando su più punti. Primo fra tutti il fatto che, secondo quanto raccontato dagli stessi genitori del bambino, questi avrebbero aspettato ben nove ore prima di allertare i soccorsi. Si sarebbero infatti accorti della sua scomparsa a mezzanotte ma avrebbero aspettato le 9 del mattino per chiamare i vigili del fuoco. Un altro punto riguarda le calzature indossate da Nicola al momento del suo ritrovamento: un paio di sandali. Terzo punto, la precedente fuga del suo fratellino maggiore, ritrovato a circa un chilometro di distanza. Adesso gli investigatori sono determinati a ricostruire ogni particolare e a dare le risposte a tante domande.

Il buco di 9 ore: dalla scomparsa ai soccorsi. Il padre Leonardo aveva raccontato di aver messo a letto il figlio di essere andato a lavorare con la moglie. Una volta tornati a casa, verso mezzanotte, si sarebbero accorti che Nicola non era nel lettone. A quel punto avrebbero iniziato a cercarlo nei pressi della propria abitazione e, credendo di aver sentito la sua voce provenire da un pozzo, si sarebbero preoccupati tanto da allertare i soccorsi. Anche perché nella zona ci sono molti animali selvatici come cinghiali e lupi. Il comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Firenze in accordo con la compagnia di Borgo San Lorenzo, competente per il territorio di Palazzuolo sul Senio, si sta occupando di condurre le indagini. Il maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia del Mugello ha spiegato: "Stiamo facendo i primi accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e riferiremo alla magistratura", specificando che "la valutazione sul comportamento dei genitori al temine delle indagini sarà riferita in Procura". Sotto esame il comportamento tenuto dai genitori di Nicola, Leonardo e Pina. Vi è la possibilità che, una volta terminati gli accertamenti, per i due genitori si possa configurare l'ipotesi del reato di abbandono di minore.

Anche il fratello maggiore era scappato. Un altro punto da chiarire riguarda il fratello maggiore di Nicola, Giulio di 4 anni, anche lui allontanatosi da casa e recuperato da un vicino. L’episodio, risalente all’anno scorso, è emerso durante le indagini per il ritrovamento del bimbo scomparso lunedì sera. In quel caso, Giulio si era allontanato da casa ed era stato poi trovato e riaccompagnato da un vicino che lo aveva visto nella zona del costone, a circa un chilometro di distanza dalla sua abitazione. L’allontanamento durò circa un’ora. Non venne mai dato l’allarme da parte dei genitori e quindi, quanto avvenuto non fu mai oggetto di indagini. Adesso la Procura ha deciso di approfondire anche quella vicenda. Capire cosa abbia portato il fratello maggiore a scappare da casa potrebbe aiutare gli investigatori a capire come e perché si sia allontanato anche Nicola.

Nicola indossava i sandali. Al momento del ritrovamento il bambino indossava un paio di sandali. Questo è un dettaglio che gli investigatori vogliono chiarire. Perché Nicola era stato messo a letto con i sandali ai piedi? Difficile che un bimbo di 21 mesi riesca ad alzarsi dal letto, pensare di mettere le calzature e soprattutto riuscirci senza l’aiuto di qualcuno. Inoltre avrebbe percorso una distanza lunga per la sua età, circa 2,5 chilometri, o anche quattro, a seconda del tragitto che il piccolo ha fatto. Intanto buone notizie dall’ospedale dove è stato ricoverato Nicola per accertamenti. Dopo due notti passate da solo nei boschi dell'Alto Mugello, nell'appennino tosco-emiliano, il bimbo ha dormito vicino alla sua mamma Giuseppina. Nel bollettino medico di questa mattina si legge: "Il piccolo ha trascorso una notte tranquilla in uno dei letti dedicati all'osservazione breve all'interno del pronto soccorso dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze” precisando che ha dormito insieme alla mamma. Questa mattina, trascorse le 24 ore necessarie per l'osservazione, le sue condizioni sono apparse buone e verso le 10 è stato dimesso dalla struttura ospedaliera.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Anche il fratello di Nico si allontanò da casa Attivati i servizi sociali. Nino Materi il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. Da verificare «fonti di disagio familiari» e la reale «capacità educativa dei genitori». Non solo Nicola, 2 anni. Anche suo fratello più «grande», 4 anni, un giorno si allontanò dalla masseria della famiglia Tanturli. La testimonianza raccolta dai carabinieri è di un vicino di casa dei genitori del bambino ritrovato l'altroieri in una scarpata dopo 36 ore ricerche. Non un caso isolato, quindi. Dai verbali risulta infatti che, mesi fa, un episodio analogo ha riguardato il fratello maggiore di Nico. «Me lo ritrovai nel campo di mia proprietà a chilometri di distanza dalla sua abitazione. Lo riaccompagnai dai genitori raccomandando di prestare attenzione perché la zona è pericolosa», raccontò l'uomo. Ma il suo consiglio - alla luce della brutta avventura capitata a Nicola (addirittura più piccolo di 2 anni rispetto all'altro fratello «fuggitivo») - non è servito a nulla. Gli «apicultori» Leonardo e Giuseppina (padre e madre dei bimbi) sono quindi recidivi in fatto di mancata sorveglianza dei piccoli. Finora è andato tutto bene, anche se il povero Nico poteva rimetterci la pelle. Anche a causa del ritardo di ben 9 ore con cui i genitori hanno allertato i soccorsi. Se questo atteggiamento da parte di Leonardo e Giuseppina dovesse proseguire, i loro figli che rischi correrebbero? Una domanda che si è posta la Procura di Firenze disponendo una indagine preliminare in tema di «abbandono di minore»: ipotesi di reato che ha innescato un automatismo chiamando in causa i Servizi sociali della Asl Toscana tenuti a riferire alla Procura dei minori. Ma cosa dovranno verificare gli assistenti sociali? Loro compito sarà «accertare se i fratelli Tanturli «vivano in una situazione familiare che potrebbe risultare fonte di disagio e se i genitori siano adeguati a svolgere la patria potestà e la funzione educativa». Atti il cui esito sarà poi vagliato da un giudice per le «determinazioni del caso». Nessuno qui ovviamente auspica che Nico e suo fratello vengano sottratti ai loro legittimi genitori, anche perché l'esperienza ci insegna di come i servizi sociali possano in tema «sottrazione dei figli» compiere danni enormi. Tuttavia gli atteggiamenti, anche di queste ultime ore, assunti dagli «apicultori» Leonardo e Giuseppina lasciano perplessi: Leonardo descrive il figlio Nico come un bimbo «forte e capace di muoversi in autonomia», mentre Giuseppina ha rilasciato al Corriere della Sera una serie di dichiarazioni piuttosto «strane». «Non voglio sfruttare e non voglio essere sfruttata»; «Mi sembrava assurdo saper utilizzare un pc e non aver mai piantato un pomodoro, non saper più riconoscere una pianta velenosa da una che cura, calpestare buonissime erbe mangerecce, quale legna usare per dei manici o dei recinti». Per tutto questo lei e il suo compagno Leonardo - «inseguendo il sogno di una vita autosufficiente» - nel 2009 hanno messo radici in uno sperduto casolare dell'Alto Mugello, nella valle di Campanara, frazione di Palazzuolo sul Senio, lontano da tutti e da tutto. Qui sono nati i loro figli che, finora, non hanno conosciuto altra realtà che quella di una valle, al tempo stesso incantevole e spaventevole. I genitori di Nico, che per fortuna si è completamente ristabilito, sono padroni di vivere come vogliono: da «eremiti anticonsumistici», disprezzando «la filosofia del profitto» e rinunciando ai «simboli tecnologici del progresso». Ma visto che hanno messo al mondo due splendidi bambini dovrebbero avere, almeno nei loro riguardi, un approccio - diciamo così - un po' più «convenzionale»; dove con questo aggettivo, almeno nella comunità civile che i signori Leonardo e Giuseppina tanto detestano, si intende «rispetto per la legge» e «tutela del minore». Insomma, in quanto padre e madre di due bambini piccolissimi devono occuparsi di loro «accudendoli con responsabilità, diligenza e dedizione». È quanto prevede la legge nel disciplinare il rapporto tra genitori e figli, soprattutto se la prole è ancora nell'età dell'infanzia. Vale per tutti. Anche per gli «elfi» col pallino dell'«eco-villaggio».

Mugello, il precedente del fratellino di Nicola: quando anche lui si allontanò da casa. E pure in quel caso... altri dubbi sui genitori. Libero quotidiano il 24 giugno 2021. Ci sono tanti aspetti da chiarire sulla vicenda di Nicola Tanturli, il bambino di 21 mesi scomparso la sera di lunedì 21 giugno e ritrovato il 23 mattina da un giornalista de La Vita in diretta in una scarpata. Intanto, bisogna capire perché i genitori hanno chiamato i soccorsi dopo nove ore dalla sua scomparsa. In secondo luogo, perché il piccolo indossava i sandali quando è stato ritrovato. E infine, rivela La Repubblica si cerca di fare luce anche sulla precedente "fuga", a circa un chilometro da casa, del fratellino più grande. La Procura dei minori vuole capire se ci sono state eventuali violazioni dei doveri genitoriali.  Intanto, sul caso è già stato aperto un fascicolo in procura, ma almeno per il momento senza indagati, né ipotesi di reato. Le indagini sono coordinate dal pm Giulio Monferini, e condotte dai carabinieri della compagnia di Borgo San Lorenzo e del comando provinciale. L'ipotesi ritenuta fin dall'inizio più probabile è che il piccolo si sia allontanato da casa da solo. Ma la dinamica è tutta da ricostruire. Secondo una prima ipotesi dei carabinieri, Nicola è stato messo a letto dalla madre dopo cena, verso le 19,30. Poi la donna sarebbe andata in una stalla poco lontano dalla casa, per mungere le capre. Il padre invece era fuori, a Borgo San Lorenzo. Qualche ora dopo il bimbo si sarebbe svegliato e non trovando nessuno in casa, sarebbe uscito per cercare i genitori. E si sarebbe perso. "Allo stato non ci sono elementi per ipotizzare l'intervento di altre persone", fanno sapere gli inquirenti. Ma perché Leonardo Tanturli e la compagna Giuseppina hanno aspettato nove ore prima di chiamare i soccorsi e rivolgendosi in un primo momento soltanto ai vicini di casa? Si può ipotizzare il reato di abbandono di minore? Ci sarebbe anche un precedente: secondo quanto raccontato da alcuni abitanti della zona - che nei prossimi giorni potrebbero essere convocati dai carabinieri - anche il fratellino maggiore di Nicola, che oggi ha 4 anni, in passato si sarebbe allontanato da casa. Avrebbe percorso da solo circa un chilometro, fin quasi all'"ecovillaggio" di Campanara, e anche nel suo caso i genitori si sarebbero accorti tardi della sua assenza. Eppoi, i sandali. Nicola se li è messi da solo? Era in grado di farlo a 21 mesi? Non è da escludere. Nicola è "vispo, molto autonomo, abituato a girare intorno casa". Forse è capace di farlo. 

I due piccoli nella favola nera dei boschi. Le storie di Nicola e Noah, "figli dei cani" che la natura ha restituito. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Ci sono giorni e occasioni, date in cui ci si dovrebbe liberare dal conformismo, dall’ipocrisia, dal timore, persino dal pudore. Lasciarsi andare al gesto, alla parola, a qualunque cosa sia liberatoria e ci tiri fuori dalle trincee che ci scaviamo intorno, sopra e oltre il nemico che ci immaginiamo di avere, o davvero abbiamo. E oggi è il giorno in cui Nicola Tanturli, dopo essere sparito per due giorni, fra i boschi del Mugello, è stato ritrovato. E sono passati solo pochi giorni da un altro salvifico ritrovamento, di Noah, bambino portoghese. Quasi due anni il bimbo di Campanara di Palazzuolo sul Senio; poco più di due anni il bimbo di Proenca -a- Velha. Entrambi hanno passato due notti nei boschi. Entrambi hanno camminato per tre-quattro chilometri da casa. Il bosco se li è presi, il bosco li ha ridati alle famiglie: –i figli dei cani– li chiamavano un tempo, i bambini che si smarrivano, poi venivano trovati, tutti più o meno alla stessa distanza da casa. Bambini che poi, crescendo, parlavano tutti di un cane bianco che aveva fatto loro compagnia durante le notti all’aperto. Le scomparse avvenivano quasi sempre nelle zone rurali, e le culture contadine ci costruivano intorno storie che si trasformavano in leggende: per rassicurarsi, sentirsi figli, parte della natura, abbattere l’ombra che diventasse nemico. I cani si diceva che fossero randagi, esseri a loro volta dispersi e in più abbandonati, messi ai margini. L’ultimo, il marginale, il bandito, si trasformava nell’eroe che capovolgeva il destino, si prendeva cura del bimbo, cambiava il finale e la tragedia diventava fiaba. Un popolo bambino, ingenuo, che non aveva paura dei gesti, delle parole, non nascondeva la propria umanità, che era sempre tale, nel bene e nel male, né mostri né santi, uomini e basta. Oggi è il giorno di Nicola e di Noah, è pure il giorno dei cani randagi, il giorno di tutti i bimbi che si sono persi nel mondo e non lo hanno avuto un cane bianco a fargli compagnia nelle notti all’addiaccio.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Fabio Poletti per "la Stampa" il 25 giugno 2021. La favola del bambino che si era perso nel bosco finisce che è quasi mezzogiorno. Nicola, 21 mesi, torna a casa dall'ospedale Meyer di Firenze dove ha passato la notte per precauzione, a bordo di un'automedica della Misericordia. Lo si vede sul sedile posteriore, nascosto da una copertina azzurra. E poi ancora, in braccio ad una vicina, con i pantaloncini blu e una magliettina gialla, i sandaletti su cui sono stati scritti fiumi d'inchiostro. Mamma Giuseppina che ha passato la notte in ospedale, è subito dietro con Giulio, l'altro figlio poco più grande, quattro anni appena. Ad aspettare sul sentiero davanti a casa, assediato da giornalisti e telecamere, papà Leonardo con una maglietta rossa e un sorriso grande così: «Nicola sta bene, è contento, è molto bello essere tutti insieme. È un sollievo enorme». Leonardo Tanturli ringrazia commosso tutti quelli che hanno partecipato alle ricerche. Poi vuole abbracciare il giornalista de La vita in diretta che per primo, mercoledì mattina, ha sentito la voce di Nicola perso nel bosco, a tre chilometri da casa. Il giorno dopo è anche il momento della ricostruzione di tutta la vicenda, dell'inchiesta conoscitiva aperta dalla Procura di Firenze contro ignoti, per accertare eventuali responsabilità dei genitori. Nessun fascicolo invece, almeno per ora, al Tribunale dei Minori. Papà Leonardo, dopo tutto quello che ha passato, si è rassegnato anche a questo: «Penso sia la prassi, si fa così, è normale». Poi fioccano le domande dei giornalisti su alcuni punti apparentemente non chiari. A ricordargli la coincidenza della scomparsa del bambino con la notte del Solstizio d'estate che alcune comunità ecorurali festeggiano di notte nel bosco, scuote la testa a bollarle come fantasie prive di senso. C'è chi gli chiede ancora come sia possibile che Nicola sia stato ritrovato nel bosco con i sandali ai piedi, se era a letto dormire. L'ipotesi che il bambino se li possa essere infilati da solo non regge. Papà Leonardo, con grande pazienza si ripete per l'ennesima volta: «Mio figlio si era addormentato nel marsupio della mamma alle 18. Alle 19 e 30 lo abbiamo messo nel nostro letto matrimoniale, sopra la coperta, così com' era, con la maglietta i pantaloncini e i sandaletti, per un riposino. Lo abbiamo lasciato dormire ma a mezzanotte non lo abbiamo più trovato». Qualcuno ha obiettato che l'allarme sarebbe stato dato troppo tardi, solo al mattino presto. Il papà di Nicola lo ha già spiegato: «Abbiamo sbagliato ma eravamo convinti che sarebbe tornato a casa da solo. Che si potesse essere addormentato e che al mattino lo avremmo ritrovato. Era già successo che si allontanasse, ma mai così a lungo e così lontano». È questo uno degli elementi alla base dell'indagine conoscitiva aperta dai carabinieri e dalla Procura di Firenze, un atto formale al momento ancora contro ignoti. Spiega uno degli investigatori: «Va tutto contestualizzato con la realtà locale. Stiamo analizzando il percorso che potrebbe aver fatto il bambino, al momento non ci sono situazioni particolari. Per noi la cosa più importante è che sia andato tutto bene». Attorno alla cascina ci sono le caprette chiuse in un recinto. I cento alveari che sono il sostentamento della famiglia sono sparsi per tre comuni. L'acqua arriva dal pozzo. L'energia elettrica da un impianto a pannelli fotovoltaici. Nicola è cresciuto qui, libero come un uccello. I medici dell'ospedale Meyer di Firenze che lo hanno visitato, dicono che i chilometri che ha percorso da solo nel bosco sono compatibili con il suo sviluppo fisico. Qualche tempo fa si era allontanato anche il fratellino Giulio. Lo aveva trovato un'ora dopo a cento metri da casa un contadino in un campo. Tutti particolari finiti nell'indagine conoscitiva dei carabinieri. Non risulta invece un fascicolo del Tribunale dei Minori. Né sono stati attivati i servizi sociali, come spiega il responsabile del settore del Mugello Michele Mezzacappa: «Al momento non abbiamo ricevuto segnalazioni. Se cercheranno il nostro supporto ci attiveremo».

L'ultima teoria su Nicola: perché si è salvato grazie alla luna. Federico Garau il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Il bambino, come il fratello, era abituato a seguire i genitori nei pascoli. La luce della luna avrebbe avuto un ruolo decisivo. Restano ancora tanti interrogativi su quanto accaduto al piccolo Nicola Tanturli, il bambino di soli 21 mesi allontanatosi dalla propria casa e rimasto per ben due notti a vagare per i boschi dell’alto Mugello. Al momento la procura della Repubblica di Firenze ha aperto un fascicolo senza indagati e senza ipotesi di reato, ma gli inquirenti sono più che mai intenzionati a far luce sulla vicenda e capire in che modo un bimbo di così tenera età sia riuscito a percorrere tanta strada ed a resistere da solo nella vegetazione.

Abituato a seguire i genitori. Secondo quanto riferito da La Nazione, il piccolo Nicola, così come il fratello maggiore di 4 anni, è abituato a percorrere simili percorsi, dato che a volte i genitori, proprietari di una fattoria, hanno portato con loro i figli durante la conduzione dei pascoli. È probabile dunque che il bambino, per quanto piccolo, abbia seguito uno dei sentieri sterrati battuti dai pastori, illuminato dalla luna piena, trovando presumibilmente riparo in una costruzione abbandonata. Nicola è stato poi ritrovato in una scarpata molto ripida, sotto la strada sterrata che conduce a Quadalto. Il burrone è accessibile tramite un sentiero, ed è possibile che il piccolo non vi sia caduto ma che abbia invece tentato di raggiungere dal basso la carreggiata, vedendo passare le autovetture.

Gli interrogativi. Lascia sbalorditi la distanza percorsa dal bimbo, riuscito ad allontanarsi dalla casa di Campanara, località di Palazzuolo sul Senio (Firenze), di ben 3 chilometri. Decisamente troppo per un bambino di soli 21 mesi, per quanto abituato alla vita all'aria aperta. Oltre alla stanchezza fisica, Nicola ha poi dovuto affrontare il freddo della notte. Malgrado la stagione, a 1000 metri di altitudine le temperature diminuiscono decisamente al calar del sole. Al momento del ritrovamento il piccolo indossava ancora i sandali, che calzava quando era stato messo a letto dai genitori la sera del 21 giugno. Lasciato a dormire intorno alle 18, Nicola sarebbe poi stato in grado di aprire la porta ed uscire dal casolare. Una volta all'esterno, con la luce del sole ancora forte, avrebbe cominciato ad allontanarsi, finendo col perdersi. Tanti, dunque, gli interrogativi, anche se al momento sarebbe escluso il reato di abbandono di minore. A valutare il caso anche la procura dei minori, che sta seguendo le indagini.

Il commento del presidente Giani. Intanto c'è grande sollievo per il ritrovamento di Nicola. Trattenuto per un giorno all'ospedale pediatrico Meyer, il bambino ha fatto ritorno a casa. "C'è stato un momento in cui la sera del 22 giugno tutti pensavamo al peggio, poiché nelle ricerche nulla accadeva nonostante l'impegno eccezionale", ha dichiarato il governatore della Toscana Eugenio Giani. "Pensavamo al pericolo che gli animali selvatici, lupi, cinghiali, avessero fatto qualcosa a Nicola".

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di... 

Quello che non torna sul "caso" Nicola. Rosa Scognamiglio il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Dai sandali calzati da Nicola al momento del ritrovamento al sangue sulla porta di casa: la procura di Firenze apre un fascicolo di indagine sulla scomparsa. Ci sono ancora molti punti oscuri nella vicenda di Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi che, nella notte tra lunedì 21e martedì 22 giugno, si è allontanato dalla sua abitazione nell'ecovillaggio di Campanara, a Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze. Stando a quanto riferisce il Corriere della Sera, gli investigatori hanno accertato che, lo scorso anno, anche il fratello maggiore di Nicola - al tempo, di soli 3 anni - si era allontanato da casa per circa un'ora. Una circostanza decisamente anomala su cui vuole vederci chiaro anche la Procura di Firenze che ha aperto un "fascicolo esplorativo" sul caso.

Il fascicolo di indagine. Stando a quanto apprende da fonti a vario titolo, il fascicolo è senza indagati e, al momento, non sarebbe stato definito il reato per cui si procede. Al netto dell'eventualità di un "atto d'ufficio dovuto", però, sembra evidente che i pm intendendo passare in rassegna ogni ipotesi congetturabile sulla misteriosa scomparsa.

Le indagini sono condotte dal comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Firenze in accordo con la compagnia di Borgo San Lorenzo, competente per il territorio di Palazzuolo sul Senio. "Stiamo facendo i primi accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e riferiremo alla magistratura", ha confermato il maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia del Mugello. "La valutazione sul comportamento dei genitori al temine delle indagini sarò riferita in Procura". Le indagini, infatti, intendono accertare il comportamento tenuto da Leonardo Tanturli e dalla moglie Pina nella vicenda. Non è escluso che, al termine degli accertamenti, si possa configurare l'ipotesi il reato di abbandono di minore.

L'allarme 9 ore dopo la scomparsa. Pina e Leonardo Tanturli, i genitori del bimbo, hanno dato l'allarme della scomparsa 9 ore dopo aver appurato che il bimbo non fosse in casa con loro. Entrambi hanno riferito ai carabinieri di averlo messo a letto verso le 19 di lunedì sera poi, a ridosso della mezzanotte, si sarebbero accorti della sua assenza. A quel punto lo avrebbero cercato nei paraggi dell'abitazione coadiuvati dagli altri residenti del villaggio. Ma soltanto dopo ore di ricerche infruttuose hanno denunciato la scomparsa del figlio alle autorità locali. Perché?

La distanza percorsa. Nicola è stato ritrovato a circa 2,5 km dalla sua abitazione. Una distanza notevole per un bimbo di soli 21 mesi che, fino a prova contraria (qualora ve ne sia mai una), si è allontanato volontariamente da casa. Ma c'è di più. I cani molecolari, sguinzagliati per le ricerche nell'Alto Mugello, non hanno fiutato alcuna traccia del piccolo lungo la strada che dall'ecovillaggio di Campanara conduce dritta alla scarpata. Dunque, l'alternativa è che Nicola abbia fatto il percorso più lungo macinando, in totale, ben 4 chilometri. E per giunta, attraversando strade sterrate e viottoli disselciati in piena notte. Si tratta di una ipotesi plausibile? Il dettaglio dopo il ritrovamento: perché Nicola aveva quelle scarpe?

I sandali. Un altro dettaglio che, secondo gli investigatori, necessita di un chiarimento riguarda la circostanza del ritrovamento. Nello specifico, i sandali che il piccolo Nicola calzava quando è stato estratto dalla scarpata in cui, verosimilmente, sarebbe scivolato. Li abbiamo notati tutti nel video, rilanciato a più riprese dai telegiornali, in cui il bimbo era tra le braccia del luogotenente Ciccarelli. Possibile che li abbia messi da solo al risveglio? Oppure è stato messo a letto con le scarpine ai piedi?

Il sangue sulla porta. Infine, bisognerà spiegare la presenza del sangue sulla porta di casa. I carabinieri hanno trovato tracce ematiche in corrispondenza della porta di casa. Stando a quanto riferisce il Corriere della Sera, gli investigatori sospettano che il sangue sia di Nicola: potrebbe averlo perso dopo essersi fatto male nel pomeriggio oppure mentre stava uscendo di casa. "La porta era chiusa, non a chiave, ma era chiusa. Nicola ha voluto provare ad arrivare alla maniglia, ci è riuscito ed è uscito di casa. Così si è allontanato. Noi eravamo fuori, forse ci voleva venire a cercare", ha detto ieri il padre Leonardo Tanturli. Ma qualcosa, troppe cose non tornano.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

La Vita in Diretta, la crimonologa Bruzzone: "Come ha fatto il piccolo Nicola?", due dubbi pesantissimi. Libero Quotidiano il  23 giugno 2021. La puntata di oggi, mercoledì 23 giugno, de La Vita in Diretta è stata una grande festa per Alberto Matano e il suo inviato Giuseppe Di Tommaso, con quest’ultimo che per un caso fortuito ha trovato il piccolo Nicola Tanturli, il bimbo di soli 21 mesi che era scomparso da oltre 40 ore in un’area isolata nel comune di Palazzuolo sul Senio. Si temeva per peggio per il bambino, che ha praticamente trascorso due notti fuori casa: le ricerche non avevano dato alcun frutto, fino a quando il giornalista di Rai1 non lo ha trovato in una scarpata. Dopo il racconto reso dall’inviato a La Vita in Diretta, la criminologa Roberta Bruzzone ha voluto fare la “guastafeste” ma a ragion veduta. Secondo i carabinieri non c’è alcuna pista in piedi, si è trattato di un allontanamento spontaneo da parte del piccolo Nicola. La Bruzzone però ha evidenziato alcune cose che non quadrano: “Il bimbo indossava un paio di sandali, come ha fatto a infilarseli? Difficili da indossare per un piccolo di 21 mesi. Poi come avrebbe fatto a percorrere tre chilometri di notte senza aver paura”. Dubbi legittimi, sui quali verrà fatta chiarezza, come annunciato dall’inviata Antonella Delprino in diretta: “È aperto un fascicolo sul tavolo del procuratore a Firenze, ma non si esclude che finirà con un nulla di fatto. Molti bambini qui escono a vedere le lucciole. È una storia a lieto fine”, e forse questa è l’unica cosa che conta. 

Mugello, il carabiniere: "Nicola non ha dormito nella scarpata". E il dettaglio dei sandali: cosa proprio non torna. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Sulla dinamica della scomparsa di Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi sparito la sera del 21 giugno dalla sua casa nei boschi del Mugello, bisognerà fare chiarezza. Il piccolo infatti è stato ritrovato a due chilometri e mezzo dall'abitazione dei genitori in un burrone, a 50 metri di profondità. "Non ho avuto l'impressione che abbia trascorso lì la notte, secondo me c'è arrivato tramite il bosco, perché secondo me la strada da fare era più agevole", spiega il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, che si è calato per salvarlo e lo ha poi riconsegnato alla sua mamma Giuseppina. Il militare ha spiegato di non aver "avuto l'impressione che abbia trascorso" la notte in fondo alla scarpata dove è stato ritrovato, perché lì "l'erba non era schiacciata, non aveva fatto un giaciglio. Secondo me si è mosso".  Ciccarelli racconta come lo hanno ritrovato: "Siamo stati fermati da un giornalista che diceva di aver sentito un lamento. Siamo scesi dalla macchina, ho sentito anche io il lamento, ma secondo me poteva essere un capriolo o un daino. Abbiamo deciso di verificare, anche se il terreno era molto scosceso. Mi sono calato dalla scarpata, chiamavamo continuazione il bambino ma non rispondeva. Poi ho sentito dei lamenti più chiari, e mi aspettavo che uscisse fuori un animale: invece è sbucato Nicola con la testolina tra l'erba alta, mi ha detto 'mamma', mi sono avvicinato. Mi ha abbracciato subito". E' emozionato il comandante: "Ho provato una sensazione molto bella. Ho verificato subito se aveva qualche lesione: non aveva nulla, solo un piccolo bernoccolo e qualche graffio. Poi mi si è aggrappato al collo, e l'ho portato piano piano in strada, anche con l'aiuto del giornalista nell'ultimo tratto. E' stata una gioia bellissima, è stato bellissimo riportarlo fra le braccia della sua mamma". Una vicenda a lieto fine che ha però degli aspetti ancora oscuri che andranno chiariti. Nicola ha solo 21 mesi e seppur abituato a camminare tanto e in quei luoghi, è difficile credere che abbia fatto tutta quella strada da solo. Senza mangiare né bere. E poi quell'allarme tardivo, lanciato nove ore dopo la scomparsa... E ancora: Nicola indossava, oltre a una magliettina, le scarpine quando è stato ritrovato, ma non stava dormendo prima della scomparsa? Sapeva già mettersele da solo? Interrogativi a cui bisognerà trovare delle risposte. 

Mugello, scomparsa di Nicola Tanturli: la traccia di sangue umano sulla porta, l'ultimo punto inspiegabile. Libero quotidiano il 24 giugno 2021. I carabinieri che indagano sulla scomparsa di Nicola Tanturli devono chiarire ancora molti punti. A partire dall’allarme che è stato dato dai genitori nove ore dopo rispetto a quando il piccolo di 21 mesi è scomparso di casa e da un episodio dell’anno scorso, quando un vicino riaccompagnò il fratello di Nicola che si era allontanato da casa. L’allontanamento durò circa un’ora. La circostanza è emersa in queste ore e adesso la Procura vuole approfondire la vicenda. Anche perché sviluppare questo particolare potrebbe aiutare a capire come si sia allontanato di casa Nicola, lo rivela il Corriere della Sera. Il piccolo ha trascorso la notte all’interno del pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Meyer. Ha riposato insieme alla mamma. E questa mattina, giovedì 24 giugno, è stato dimesso. Il sostituto procuratore Giulio Monferini ha aperto un fascicolo esplorativo, senza ipotesi di reato. I primi riscontri dovranno essere cercati nei racconti dei genitori. Secondo loro Nicola avrebbe avuto un piccolo incidente e si sarebbe fatto male. Verso le 19 la madre lo avrebbe messo nel lettone della camera matrimoniale. Il padre sarebbe tornato un paio di ore dopo. La coppia, dopo aver cenato e aver messo l’altro figlio a dormire, sarebbe uscita per far pascolare i capretti. Alle 24, rientrando a casa, si sarebbe accorta della scomparsa di Nicola. Avrebbero così cercato il piccolo con l’aiuto di alcuni amici. E alle 9 della mattina successiva hanno poi dato l’allarme. I carabinieri hanno trovato tracce di sangue umano sulla porta e per terra. Non hanno invece trovato sangue nel letto dove il piccolo avrebbe dormito. "La porta era chiusa, non a chiave, ma era chiusa. Nicola ha voluto provare ad arrivare alla maniglia, ci è riuscito ed è uscito di casa. Così si è allontanato. Noi eravamo fuori, forse ci voleva venire a cercare", ha detto il padre Leonardo Tanturli. Stranezze anche sul percorso fatto da Nicola dopo essere scomparso. Secondo il luogotenente Danilo Ciccarelli, che lo ha trovato nella scarpata: "L’erba non era schiacciata, la mia impressione è che lì non abbia passato la notte". Altro punto sono le ferite: Nicola soltanto delle escoriazioni alle caviglie e un livido alla testa.

Il mea culpa del papà di Nicola: "Abbiamo chiesto aiuto tardi". Angela Leucci il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Il padre di Nicola Tanturli ha rilasciato un'intervista in cui racconta come il figlio sia completamente autonomo nei suoi spostamenti in campagna. Il sollievo dopo la tensione, dopo la paura che il peggio possa essere accaduto. Appare semplice immaginare come si senta Leonardo, il papà di Nicola Tanturli: tutta l’Italia ha esultato alla notizia del ritrovamento del suo bimbo, scomparso nella notte tra lunedì e martedì scorso. Ma papà Leonardo ha sempre avuto fiducia nel suo piccolo, anche se con il passare delle 30 ore dalla sua assenza non è improbabile che i timori siano cresciuti sempre di più. “Nicola è un bambino forte, è abituato a muoversi in campagna - ha raccontato Leonardo in un’intervista al Corriere della Sera - Quando ci ha rivisto mi è sembrato tranquillo, si è spaventato solo quando è salito in ambulanza. […] Vivendo in campagna è abituato a camminare in autonomia, ma finora solo per alcune decine di metri. Non si era mai spinto così tanto. Negli ultimi tempi è cresciuto di qualche centimetro, adesso riesce a raggiungere la maniglia. Deve avere aperto la porta, forse non ci ha trovato e ha iniziato a cercarci”. Leonardo ha colto l’occasione per fare ammenda in relazione ai soccorsi chiamati a 9 ore dalla scomparsa. “È stato un errore, riconosco che abbiamo sbagliato - ha detto il papà - Certo, eravamo molto preoccupati, ma conosco bene la zona. Io e la mia compagna pensavamo di riuscire a trovarlo presto. Dopo alcune ore, visto che lo chiamavamo e non rispondeva, abbiamo pensato che si fosse addormentato vicino a casa, così abbiamo pensato che all'alba si sarebbe svegliato e l'avremmo ritrovato. Purtroppo non è stato così, a quel punto abbiamo chiamato il 112”. Nicola, stando al racconto del padre, era andato a dormire alle 6 del pomeriggio dopo aver saltato la pennichella: a volte, quando accade questo, dorme fino al mattino, ma dopo aver sbrigato diversi compiti, i genitori si sono accorti della sua assenza solo a mezzanotte quando hanno terminato i lavori. Le prime ricerche sono avvenute nei pressi della loro abitazione, in particolare in prossimità di un pozzo: i Tanturli hanno creduto di sentire la voce del loro figlio, ma poi non più, arrivando a pensare che si fosse addormentato. È stato in quel momento che la coppia ha iniziato ad avere paura, per via della presenza di lupi e cinghiali nelle vicinanze. Da 12 anni la famiglia di Nicola vive in quella zona, immersa nella natura, producendo miele. “I nostri figli sono cresciuti qui - spiega Leonardo - Sono abituati a muoversi da soli. Nicola la mattina si sveglia presto, anche prima del fratello. Spesso da solo ci raggiunge mentre siamo nel recinto delle capre”. Quello di Nicola è il ritratto di un bambino completamente autonomo insomma, nonostante i suoi 21 mesi d'età, ma anche il ritratto di un bambino molto fortunato a essere tornato sano e salvo dai genitori.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Mugello, il papà di Nicola dopo il ritrovamento: "Sono contento, sta bene". Teso e imbarazzato, quella smorfia sul volto. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Leonardo Tanturli, il papà di Nicola, il bambino scomparso la sera di lunedì 21 giugno dalla sua casa nel Mugello, parla con i giornalisti subito dopo il ritrovamento di suo figlio: "Sono molto contento", dice ai microfoni di Tgcom visibilmente teso. "Voglio ringraziare tutti", dice quasi imbarazzato. L'inviato gli chiede della dinamica ma Leonardo abbozza: "Semplicemente ora sono contento, voglio ringraziare tutti", ripete. Poi aggiunge che Nicola "sta bene, ora è al Meyer per un controllo, ma sta bene". Un altro giornalista osa domandare: "Cosa temevate? Cosa avete vissuto in queste ore?", ma il padre di Nicola non risponde. "Come si sente?", gli chiedono allora: "Bene". "Bella fibra a 21 mesi stare 30 ore nel bosco", osserva l'inviato di Tgcom. Il padre sorride, fa una smorfia: "Sì, è stato forte. Grazie". Ci sono tanti aspetti da chiarire sulla dinamica della scomparsa di Nicola Tanturli. Il piccolo infatti è stato ritrovato a quasi tre chilometri dalla sua casa, in un burrone, a 50 metri di profondità. "Non ho avuto l'impressione che abbia trascorso lì la notte, secondo me c'è arrivato tramite il bosco, perché secondo me la strada da fare era più agevole", spiega il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, che si è calato per salvarlo e lo ha poi riconsegnato alla sua mamma Giuseppina. Il militare ha spiegato di non aver "avuto l'impressione che abbia trascorso" la notte in fondo alla scarpata dove è stato ritrovato, perché lì "l'erba non era schiacciata, non aveva fatto un giaciglio. Secondo me si è mosso". Una vicenda a lieto fine che ha però degli aspetti ancora oscuri che andranno chiariti. Oltre all'allarme lanciato in ritardo, nove ore dopo la scomparsa, ci si chiede come un bimbo di 21 mesi sia riuscito a fare tutta quella strada nei boschi da solo. Senza mangiare né bere.  

Fab. Pol. per "la Stampa" il 24 giugno 2021. Leonardo Tanturli, il papà di Nicola, capelli arruffati, barba folta, maglietta azzurra con un buchetto, con la coda dell’occhio non perde di vista Giulio, l’altro figlio di 4 anni che a piedi scalzi sgambetta nell’aia piena di giocattoli. Adesso che è finito tutto, che Nicola è in ospedale ma solo in osservazione, si rende conto di quello che ha passato: «Abbiamo sbagliato a non dare subito l’allarme, ma pensavamo che sarebbe tornato o che si fosse addormentato in un campo». Trenta ore e passa nei boschi non sono una passeggiata, tra mille insidie e animali selvatici: «Su queste colline ci sono lupi e cinghiali, per un attimo mi sono preoccupato ma poi ho pensato che non gli avrebbero mai fatto del male». Era già capitato che Nicola, 21 mesi, si allontanasse da casa. «Una mattina alle 6 ce lo siamo trovati davanti alla stalla dove mungiamo le capre. Ma sono cinquanta metri…». Sabato un contadino che arava un campo vicino, aveva visto Nicola correre libero nei prati. «Domenica pomeriggio verso le sei Nicola si è addormentato nel marsupio della mamma. Stavamo finendo di lavorare, lo abbiamo messo nel lettone ancora vestito per un pisolino. Alle sette e mezza stava ancora dormendo. A mezzanotte quando abbiamo finito di lavorare e pure di mangiare non c’era più. Da un paio di giorni era cresciuto abbastanza per arrivare fino alla maniglia. Ma non pensavamo potesse andare così lontano…». Le ricerche iniziano subito. Lui e la madre di Nicola girano per i boschi chiamandolo per nome, urlando e facendo rumore con le pentole. Al mattino decidono di dare l’allarme. Ventiquattro ore e tirano il fiato. «Abbiamo temuto il peggio, ore di grande disperazione. Nicola è un bambino abituato a camminare alcune decine di metri in autonomia. Mai così tanto. Per fortuna è un bambino forte, ha resistito al caldo di giorno e al freddo di notte. Ma ora voglio ringraziare tutti quelli che si sono adoperati». Vivere qui non è facile, manca l’energia elettrica, l’acqua arriva dal pozzo ma è tutto a centimetro zero. Leonardo Tanturli se la cava con un centinaio di alveari sparsi in tre comuni. Le capre, le oche e le galline sono per il sostentamento familiare. Una scelta di vita fatta oramai 12 anni fa, quando lasciando il Mugello più urbanizzato era finito qui insieme alla sua compagna Giuseppina. Non passano auto, non ci sono pericoli. A due chilometri ci sono le case di Campanara, dove da vent’anni vivono tre famiglie immerse nella natura. Tre anni fa era arrivata anche la concessione demaniale per questa casa che sembra una cascina. L’ideale per far vivere all’aria aperta due bambini piccoli come Giulio di 4 anni e Nicola di 21 mesi. A loro piace tanto. A Nicola forse un po’ troppo.

Giu.Sca per "il Messaggero" il 24 giugno 2021. Il viso è ancora tirato. I capelli arruffati, la barba incolta. Leonardo Tanturli, il padre di Nicola, ha passato due giorni a battere palmo a palmo quelle montagne che ama, dove ha scelto di vivere con la famiglia e dove il suo piccino si era perso. «Temevo fosse successo qualche cosa», spiega. L' uomo dice di essere «felice» ma sembra ancora non crederci. Non ha ancora smaltito la paura. Il linguaggio del corpo quasi lo tradisce, le braccia sono incrociate, quando parla si stringe nelle spalle. Ogni tanto scuote la testa. «Forse possiamo anche modificare qualcosa nella nostra vita». Riflette. E lo fa in una casa colonica abbarbicata sugli appennini tosco-romagnoli, circondata da boschi, vallate e dirupi. Da queste parti il vero sovrano è il lupo. In questo ambiente un piccolo di due anni è andato in giro per trentasei ore. Il paese, Palazzolo Sul Senio, nel cuore dell'alto Mugello, in Toscana, sta sotto. Parecchio sotto. Arrivarci non è facile, in auto richiede una certa destrezza, la strada sterrata è piena di buche e con una notevole pendenza. A piedi occorre infilarsi dentro un bosco e camminare per un lungo e stretto sentiero.

Come sta?

«È una grande gioia. Sono sollevato rispetto al terrore e alla disperazione che abbiamo provato martedì. Vorrei dire un grande grazie a chi ha collaborato alla ricerca. Una ricerca che ha permesso alla fine di trovare Nicola sano e salvo. I vicini, le forze dell'ordine, la protezione civile, tutto il paese che si è mobilitato per cercare mio figlio».

Come è potuto succedere?

«Nicola era abituato a muoversi in campagna a differenza di altri bimbi che sono cresciuti in città. Chiaramente lo faceva assieme a noi. Da solo aveva camminato al massimo per poche decine di metri, rispetto a dove viviamo. Non capisco perché poi si sia spinto così lontano. Forse per paura del buio si è allontanato sempre di più e alla fine si è perso. È stato un trauma non ritrovarlo dentro casa». 

Voi dove eravate quando si è allontanato?

«Noi eravamo nell' orto a venti metri dall' abitazione. Eravamo vicini. Nicola, anziché venire dove stavamo noi, ha aperto la porta, da poco tempo riusciva ad arrivare alla maniglia, ed è andato nella direzione opposta. Senza chiamare nessuno. Altrimenti l'avremmo sentito. Poi si è infilato nei boschi e ha camminato. Il posto in cui è stato trovato dista oltre tre chilometri da qui».

Poi cosa è accaduto?

«Ci siamo resi conto che lui non era in casa (intorno alla mezzanotte di lunedì). Lo abbiamo cercato. Speravamo non si fosse allontanato. Poi è montata la paura perché di lui non c'era traccia, ed è iniziata una prima ricerca. Una grossa mano l'hanno data i vicini. Poi il tutto si è esteso alle forze dell'ordine».

Cosa ha provato quando le hanno ridato suo figlio

«Una sola sensazione, gioia. Avevo temuto il peggio». 

Cambierete qualcosa nello stile di vita?

«Uno choc del genere ti induce a pensarci. Qui è comunque bello. Noi siamo apicultori e abbiamo degli orti». 

Come sta il bimbo?

«Adesso è all' ospedale Meyer di Firenze. Lo hanno trasportato in elicottero. Sta bene, immagino stiano facendo dei controlli più approfonditi. Aveva qualche graffio. La mia compagna è con lui, ha lasciato qui il cellulare. Dopo troveremo il modo di sentirci. Io l'ho trovato in forze in ambulanza, compatibilmente ad un periodo così lungo trascorso da solo, parliamo di 36 ore». 

Cosa le ha detto suo figlio quando l'ha visto?

«Mi ha detto mamma. E poi è saltato al collo della mamma».

Mugello, aperta un'inchiesta sulla scomparsa di Nicola: "Si è allontanato da solo, ma...". Cosa non torna sui genitori. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Sulla storia a lieto fine della scomparsa di Nicola Tanturli, il bambino sparito nel Mugello e poi ritrovato in una scarpata sano e salvo da un giornalista de La Vita in diretta, la procura di Firenze ha aperto un'indagine. Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il fascicolo è senza indagati e non sarebbe stato al momento nemmeno definito il reato per cui si procede. "Stiamo facendo i primi accertamenti sulla dinamica dell'accaduto e riferiremo alla magistratura", ha spiegato il maggiore Michele Arturo, comandante della compagnia del Mugello. Il maggiore, quindi, ha proseguito: "La valutazione sul comportamento dei genitori al temine delle indagini sarà riferita in Procura". A stretto giro di posta, comunque, i carabinieri hanno fatto sapere che "il bambino si è allontanato da solo e non ci sono altre piste". Da chiarire infatti ci sono diversi aspetti. Intanto come un bimbo di 21 mesi sia riuscito a camminare per chilometri da solo senza mangiare né bere. "Il bambino ha percorso almeno 4 o 5 chilometri da quando si è allontanato da casa al punto in cui poi è stato ritrovato. Nicola è sicuramente un bambino intraprendente. Evidentemente è uscito di casa e ha cominciato a camminare, forse si è fermato più volte e più volte si deve essere di nuovo incamminato", ha detto il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, che ha soccorso per primo il piccolo Nicola. "Ho l'impressione che il bimbo non abbia trascorso la notte nel burrone in cui lo abbiamo ritrovato, perché l'erba non era schiacciata in quel punto, cioè probabilmente lì non aveva fatto il suo giaciglio per la notte", ha aggiunto Ciccarelli. Inoltre il bambino indossava le scarpe anche se quando è scomparso, secondo quanto hanno riferito i genitori, Giuseppina e Leonardo Tanturli, stava dormendo nel lettone. Gli stessi genitori si sono accorti che il figlio non era in casa a mezzanotte ma hanno deciso di chiamare i soccorsi nove ore dopo, al mattino quindi, e solo alle 10 hanno fatto la denuncia ai carabinieri. Comportamenti che dovranno essere contestualizzati e valutati dalla Procura. Per i carabinieri impegnati negli accertamenti in seguito alla scomparsa di Nicola, l'ipotesi al momento più probabile è che il piccolo si sia allontanato da solo, vagando poi per i boschi circostanti la casa dove vive con i genitori. 

Nicola, di chi è la colpa? Cosa ha deciso il pm. Federico Garau il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. Non tutti gli atti sono ancora stati inoltrati alla procura della repubblica di Firenze. Nessuna responsabilità penale si può imputare ai genitori Nicola, questo quanto anticipato da La Nazione sulla base di fonti vicine agli inquirenti di Firenze. Ciò significa che non è questa la direzione verso cui si stanno incanalando le indagini per la scomparsa ed il successivo ritrovamento nei boschi di Palazzuolo sul Senio (Firenze), dopo due giorni di ricerche, del bimbo di soli 21 mesi. Nonostante il fatto che non tutti gli atti relativi alle verifiche effettuate dagli uomini dell'Arma siano stati ancora trasmessi alla procura della Repubblica, pare al momento evidente che non sia possibile far emergere comportamenti di rilevanza penale nei genitori del piccolo. Dopo una notte tranquilla al Meyer di Firenze, quest'ultimo è stato dimesso ed ha potuto far finalmente ritorno a casa.

Le ipotesi. Al momento, pertanto, resta in piedi la teoria secondo la quale Nicola si sarebbe allontanato volontariamente ed in modo casuale dalla propria abitazione: una ricostruzione affine con il tipo di vita libera ed all'aria aperta che conduce il nucleo familiare di appartenenza del bimbo. Un'ulteriore conferma in tal senso sarebbe la vicenda che ha visto come protagonista il fratello maggiore di Nicola (4 anni): anche lui, lo scorso anno, si allontanò dalla casa e venne recuperato da un vicino a circa 2 km dall'abitazione della famiglia. L'unica rilevante differenza è che l'allarme rientrò allora immediatamente, dato che il bimbo, allontanatosi in pieno giorno, fu ritrovato in breve e senza necessità di far scattare i soccorsi. L'abitudine a seguire i genitori per le vie dei pascoli potrebbe essere stata quindi uno stimolo a superare eventuali paure nell'allontanarsi da casa in entrambe le situazioni. Nel caso di Nicola, di sicuro, è stato determinante anche il calar delle tenebre, che ha contribuito ad incrementare inevitabilmente il senso di disorientamento. Stando agli elementi emersi dalla ricostruzione dettagliata della vicenda effettuata dai genitori del piccolo, ritenuta veritiera dagli inquirenti e presumibilmente, dove possibile, anche riscontrata, non sono emerse dunque responsabilità penalmente rilevabili. Nelle prossime ore gli atti verranno trasmessi alla procura della Repubblica di Firenze e quindi messi a disposizione del sostituto procuratore Giulio Monferini.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Mugello, indiscrezioni dalla procura: la decisione dei giudici sui genitori del piccolo Nicola, di chi è la colpa? Libero Quotidiano il 25 giugno 2021. Per l’allontanamento di Nicola Tanturli nessuna responsabilità penale può essere imputata ai genitori. È quanto riportato da La Nazione, che cita fonti vicine agli inquirenti di Firenze: quella del bimbo di soli 21 mesi che si è allontanato di notte ed è stato ritrovato dopo due giorni di ricerche sano e salvo è una storia che si dovrebbe chiudere con il lieto fine, sotto tutti i punti di vista. In attesa che i carabinieri trasmettano alla Procura tutti gli atti relativi alle verifiche effettuate in questi giorni, appare già chiaro che non è possibile evidenziare comportamenti di rilevanza penale da parte dei genitori. Il piccolo Nicola è stato dimesso dal Meyer di Firenze, dove era stato portato per tutti gli accertamenti del caso, ed è già tornato a casa. Quindi l’unica pista in piedi è quella secondo cui il bimbo si è allontanato da solo e in maniera casuale dalla propria abitazione, forse per provare a raggiungere i genitori che in quel momento erano fuori. La ricostruzione viene definita da La Nazione affine allo stile di vita che conduce la famiglia del piccolo Nicola e anche al precedente dello scorso anno, quando il fratello maggiore si allontanò da casa e venne recuperato da un vicino. Allora non ci fu bisogno di dare l’allarme perché era pieno giorno e le ricerche finirono in breve: forse è per questo che i genitori non hanno chiamato i soccorsi subito nel caso del piccolo Nicola, contando di ritrovarlo da soli o con al massimo l’aiuto dei vicini. Ma ciò che conta è che secondo gli inquirenti non sarebbero emerse responsabilità penalmente rilevabili. 

La mamma di Nicola rivela: "Perché aveva i sandali…" Gabriele Laganà il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. La mamma di Nicola Tanturli ha spiegato ai carabinieri cosa è successo la notte della scomparsa. Ci sono ancora delle domande che attendono una risposta nella vicenda del piccolo Nicola, il bambino di due anni scomparso e poi per fortuna ritrovato sano e salvo in una scarpata nella zona del Mugello. Dal buco di nove ore prima dell’allarme alle circa 30 ore che il piccino ha trascorso da solo senza acqua e cibo, fino alle scarpe che bimbo portava ai piedi. Proprio su quest’ultimo punto ha cercato di fare chiarezza la mamma di Nicola. Sentita durante le ricerche, la donna ha dichiarato ai carabinieri che il figlio si era addormentato nel marsupio e per questo motivo lo aveva portato nel letto matrimoniale, specificando che era vestito come poi è stato trovato: il piccolo aveva la magliettina rossa ed era senza mutande. Ai piedi indossava i sandali che, secondo il racconto della mamma, non gli sono stati tolti perché non lo si voleva svegliare. Intanto oggi, come spiega il Corriere fiorentino, i primi accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Borgo San Lorenzo finiranno sul tavolo del pm Giulio Monferini, che ha aperto un fascicolo esplorativo sulla sparizione di Nicola. Oltre ai sandali vi è la questione della distanza percorsa dal bimbo. Come è stato raccontato anche qui su ilgiornale.it il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, colui che si è calato nel dirupo per portare in salvo il piccolo, ha affermato che Nicola "ha percorso almeno 4 o 5 km da quando si è allontanato da casa al punto in cui poi è stato ritrovato. Nicola è sicuramente un bambino intraprendente. Il bambino evidentemente è uscito di casa e ha cominciato a camminare, forse si è fermato più volte e più volte si deve essere di nuovo incamminato". Il militare ha fatto un appunto importante sul ritrovamento: "Ho l'impressione che il bimbo non abbia trascorso la notte nel burrone in cui lo abbiamo ritrovato, perché l'erba non era schiacciata in quel punto, cioè probabilmente lì non aveva fatto il suo giaciglio per la notte". Non si sa se la Procura disporrà un esame riguardo alle tracce trovate in corrispondenza della porta di casa. Come sottolinea ancora il Corriere fiorentino, la Sis (la Sezione investigativa scientifica, ndr) dei carabinieri ritiene che le tracce rinvenute siano secche. Se ciò verrà confermato, allora è da escludere che quelle ferite si siano verificate il giorno della scomparsa. E, di conseguenza, quanto ha sostenuto il padre verrà considerato verosimile: in pratica il piccolo Nicola era in grado di aprire la porta da solo. Si sta cercando di fare chiarezza sulle oltre 30 ore in cui Nicola è rimasto da solo senza cibo ed acqua. Secondo i pediatri del Meyer è possibile che un bambino di 21 mesi possa non aver mangiato e bevuto per tutto quel tempo. Allora perché non era disidratato? Una risposta ci sarebbe. Il piccolo ha bevuto molta acqua durante il trasporto in ospedale. Infine potrebbe anche essere spiegato il perché i cani molecolari non sono riusciti a fiutare tracce del bimbo. All’incirca 12 ore dopo le ricerche sono stati impegnati animali per la ricerca dei cadaveri.

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale

"Perché Nicola era pulito?". Il sospetto dopo due notti nei boschi. Valentina Dardari il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. Nonostante le molte ore trascorse in mezzo alla boscaglia, quando è stato ritrovato il bimbo non era sporco e non aveva segni di caduta. Tanti i quesiti che mancano ancora di risposta riguardanti il caso della scomparsa e del ritrovamento di Nicola Tanturli, il bambino di 21 mesi sparito dalla propria abitazione la sera di lunedì 21 maggio. Fortunatamente il piccolo è stato ritrovato mercoledì mattina al Mugello, in fondo a una scarpata, dopo ben 31ore di apprensione. Passata l’angoscia restano però tante domande.

Nicola era in ottime condizioni fisiche. Nicola è stato ritrovato in buone condizioni a circa 2,5 chilometri di distanza dalla sua casa a Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze, dopo che i genitori ne avevano denunciato la scomparsa. Il bambino è stato ritrovato casualmente in una scarpata da Giuseppe Di Tommaso, un giornalista de La Vita in Diretta, in onda su Rai 1. Il giornalista ha raccontato di essere sceso dall'auto a causa di un malessere e di aver udito dei lamenti provenire da una scarpata. Giunti i soccorsi, il bimbo è stato tratto in salvo ed era in ottime condizioni di salute.

Quello che non torna sul "caso" Nicola. Come riportato dal Messaggero, la redazione di Federica Sciarelli della trasmissione Chi l'ha visto ha ripercorso quanto avvenuto e si è soffermata su alcuni interrogativi su cui sta indagando la Procura. Intanto sul motivo per cui il piccolo avesse i sandali ai piedi, tra l'altro ben allacciati e per nulla sporchi. La mamma ha detto di aver messo a letto il figlio con le calzature che aveva indosso per non svegliarlo. Un altro quesito riguarda la distanza che in teoria il bimbo avrebbe percorso da solo in piena notte, circa 4 chilometri e mezzo a piedi, se non di più.

Era seminudo ma pulitissimo. E che dire del fatto che, quando è stato tratto in salvo, Nicola era pulitissimo, nonostante fosse seminudo e avesse passato ore in mezzo al bosco, dove probabilmente aveva anche dormito per terra? Il giornalista ha infatti sottolineato che "il bambino era pulitissimo, anche se è stato due notti nel bosco ,ed era seminudo". Secondo il carabiniere che lo ha estratto dal burrone, il bambino non avrebbe passato la notte nel punto in cui è stato ritrovato, infatti l’erba non era schiacciata e i cani non avevano fiutato la sua presenza. Il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, che ha soccorso per primo Nicola, ha osservato che “l’erba non era schiacciata, la mia impressione è che lì non avesse passato la notte”. Dalla vita in giù, lo ripetiamo ancora una volta, Nicola era pulito, e lo erano anche le suole dei sandali che aveva ai piedi. I genitori hanno riferito che il figlio non indossa il pannolino, ma non c’erano comunque segni di caduta nel burrone, né sporcizia causata dai bisogni che il piccolo deve aver fatto durante le ore passate lontano da casa. Anche i capelli di Nicola erano puliti, seppure spettinati. Le condizioni in cui è stato ritrovato il piccolo fuggiasco, dopo ben 31 ore in cui avrebbe vagato da solo nel bosco, qualche dubbio lo creano.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Mugello, Nicola sbuca dal burrone insieme al carabiniere: le urla del bimbo, attenzione a questo video. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Si vede il carabiniere con in braccio il piccolo Nicola Tanturli. Stanno risalendo la scarpata dove il piccolo scomparso la sera di lunedì 23 giugno è stato miracolosamente ritrovato sano e salvo. Il comandante della stazione dei carabinieri di Scarperia, Danilo Ciccarelli, ha il fiatone. Tiene stretto il bambino spaventato seguito da Giuseppe Di Tommaso, l'inviato de La Vita in diretta che ha sentito per primo la voce di Nicola e ha subito chiamato i soccorsi. Lo tiene stretto stretto poi lo fa sedere sulla macchina dei carabinieri. Lui chiama "mamma", e Ciccarelli lo rassicura: "Adesso arrivano mamma e papà". Poi lo riprende in braccio, lo consegna ai suoi genitori. Sono le immagini commoventi ed emozionanti quelle riprese  Chi l'ha visto? e pubblicate sul profilo Twitter della trasmissione di Rai tre. Ed emozionatissimo è il giornalista Rai: "E' stata una grande emozione, sono ancora scosso", racconta Giuseppe Di Tommaso: "Ero in macchina con la troupe quando ho chiesto di scendere. Sono rimasto da solo e ho sentito una voce in fondo ad un burrone. Ho pensato fosse suggestione ma mi sono messo a urlare 'Nicola, Nicola'. La risposta è stata 'mamma, mamma'. Così sono risalito di corsa e ho fermato una macchina, che era quella dei carabinieri, che poi sono scesi a recuperare il bambino". Aggiunge: "Mi hanno abbracciato e ringraziato, poi sono andati con il bimbo in ospedale". Nicola, spiega l'inviato Rai, "era tra i rovi nel bosco ma aveva solo qualche graffio. All'inizio, quando ho incontrato i carabinieri, quasi non mi credevano. Ero tutto sporco e loro pensavano potesse essere qualche animale. Poi, per fortuna, abbiamo avuto la conferma che si trattava del bambino. E' stato il più importante riconoscimento ricevuto nella mia carriera, essere stato utile a salvare una vita, quella di un bambino di 21 mesi". Commosso anche il carabiniere che lo ha recuperato nella scarpata. "Mi sono calato dalla scarpata, chiamavamo continuazione il bambino ma non rispondeva. Poi ho sentito dei lamenti più chiari, e mi aspettavo che uscisse fuori un animale: invece è sbucato Nicola con la testolina tra l'erba alta, mi ha detto 'mamma', mi sono avvicinato. Mi ha abbracciato subito". Più tardi dirà ancora: "Ho provato una sensazione molto bella. Ho verificato subito se aveva qualche lesione: non aveva nulla, solo un piccolo bernoccolo e qualche graffio. Poi mi si è aggrappato al collo, e l'ho portato piano piano in strada, anche con l'aiuto del giornalista nell'ultimo tratto. E' stata una gioia bellissima, è stato bellissimo riportarlo fra le braccia della sua mamma".

Mugello, chi è Giuseppe Di Tommaso: così l'inviato de "La vita in diretta" ha ritrovato il piccolo Nicola, il racconto. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Nicola Tanturli, il bimbo di appena 21 mesi scomparso nel Mugello, sarebbe stato rinvenuto a circa tre chilometri dalla sua abitazione da un inviato de La Vita in diretta, Rai uno, Giuseppe Di Tommaso. E' stato lui a far ritrovare il piccolo Nicola: risalendo versa la casa del bambino, infatti, ha sentito rumori e lamenti provenire da un burrone. Ha quindi chiamato i soccorritori impegnati nelle ricerche. Il piccolo era in fondo a una scarpata, a ridosso della strada e profonda una cinquantina di metri ed è stato poi recuperato da un carabiniere che si è calato giù. Il piccolo Nicola ha già visto i suoi genitori. "Visivamente" sta bene, hanno riferito i soccorritori, ed è stato consegnato ai carabinieri. Nicola è stato portato all'ospedale di Borgo San Lorenzo per alcuni accertamenti. Il bambino era scomparso nella tarda serata di lunedì 21 giugno dalla casa dei genitori a Campanara di Palazzuolo sul Senio, una località isolata del Mugello dove la famiglia vive in un casolare gestendo un'azienda di apicoltura. La famiglia, compreso un altro figlio di 4 anni, vive in una casa colonica raggiungibile solo percorrendo una tortuosa strada sterrata, a 800 metri di altezza. Le ricerche del piccolo, avviate martedì mattina dopo la denuncia - avvenuta nove ore dopo la sparizione - erano proseguite per tutta la notte con la partecipazione di un aereo dotato di termoscanner. Non si erano mai interrotte neppure le ricerche con le squadre a terra alle quali hanno partecipato decine di volontari, compreso il sindaco Gian Piero Philip Moschetti che aveva presieduto martedì sera una riunione al campo base di Quadalto per pianificare le operazioni.  Poi finalmente, la bella notizia del suo ritrovamento da parte di Di Tommaso. 

Scomparsa Nicola Tanturli, è lucano il giornalista protagonista del ritrovamento. Antonio Corrado su Il Quotidiano del Sud il 23 giugno 2021. Ê stato il giornalista Giuseppe Di Tommaso, 43 anni lucano di Tursi, inviato de “La vita in diretta”, a ritrovare nelle scorse ore Nicola Tanturli, il bimbo che si era perso nei boschi del Mugello. «Nessuno mi credeva – ha detto a caldo – pensavano fosse un capriolo». Una bella soddisfazione umana e professionale per il bravo giornalista lucano. Di Nicola si erano perse le tracce da lunedì, quando era sfuggito al controllo dei genitori, smarrendosi nel bosco. Di Tommaso  ha udito lamenti e rumori mentre saliva verso l’abitazione. A portare in salvo il piccolo Nicola è stato invece il carabiniere Danilo Ciccarelli, comandante della Stazione di Scarperia, calandosi nel burrone. Il bimbo sta bene e ha riabbracciato i genitori, ora è al pediatrico Meyer di Firenze per accertamenti.

Chi è Giuseppe Di Tommaso. Lucano di Tursi (Matera), classe 1978, Giuseppe Di Tommaso sul suo profilo Instagrram si definisce un “artigiano della televisione”. Da quasi 18 anni lavora in Rai: è stato inviato del programma “Sabato e Domenica” condotto da Franco Di Mare, ha collaborato con “Lineablu”, ha fatto parte della redazione di “Unomattina Estate” occupandosi di sociale, dal 2005 è tra gli inviati di Rai1 al Festival di Sanremo, ai David di Donatello, agli Oscar della Tv.

E’ STATO IL GIORNALISTA GIUSEPPE DI TOMMASO, INVIATO DE “LA VITA IN DIRETTA” (RAI1) A RITROVARE IL PICCOLO NICOLA TANTURLI. Il Corriere del Giorno il 23 Giugno 2021. “Pensavano che potessero essere i rumori di un capriolo”, racconta il giornalista. “Anche perché da quella strada ci erano già passati tante volte, ma sempre in macchina. Mai a piedi”. Invece grazie a Dio era proprio il piccolo Nicola. “Siamo scesi con il luogotenente CS Ciccarelli, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Scarperia che si è calato a 25 metri individuando il piccolo che ha chiesto subito della mamma, Quando ho preso in braccio Nicola è stata un’emozione immensa, indescrivibile. Lui era tranquillo, aveva soltanto dei graffi sul corpo. Mi ha sorriso e mi ha ripetuto ancora una volta la parola “mamma”. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno il piccolo Nicola si era allontanato dalla sua casa a Palazzuolo sul Senio, ed i genitori non lo avevano più trovato nel suo lettino da quel momento non erano più riusciti a ritrovarlo ed avevano dato l’allarme. Scandagliati senza successo tutti i boschi nei dintorni con l’aiuto della Protezione Civile, i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, il Soccorso Alpino. Poi questa mattina la bella notizia, con il ritrovamento del bambino scomparso. Il giornalista Giuseppe Di Tommaso, inviato del programma “La Vita in Diretta”, era arrivato da poche ore in quest’area del Mugello per raccontare la storia del piccolo Nicola per i telespettatori de “La Vita in Diretta”, ed è stato proprio lui a ritrovarlo, come ha raccontato lui stesso: “Questa mattina, mentre ero in macchina con la troupe del programma, ho avuto un giramento di testa e ho chiesto ai colleghi di farmi scendere dall’auto” mentre si trovavano a circa un chilometro a mezzo dalla sua abitazione. “A un certo punto, quando ero nel bosco, – ha raccontato Di Tommaso – ho sentito un lamento provenire da una scarpata di 300, 400 metri. Mi sono avvicinato e ho cominciato a urlare il nome di Nicola. Ho sentito una voce che urlava "mamma". I bambini, si sa, ripetono sempre le parole dei grandi così anche io ho cominciato a ripetere "mamma". E lui lo ripeteva con me. Ho provato a scendere nella boscaglia per capire se era soltanto una mia suggestione, finché non ho visto Nicola a 70 metri da me. In quel momento stava per passare una macchina dei Carabinieri, così sono tornato di sopra per fermarli”. Sul momento nessuno credeva al suo racconto. “Pensavano che potessero essere i rumori di un capriolo”, racconta il giornalista. “Anche perché da quella strada ci erano già passati tante volte, ma sempre in macchina. Mai a piedi”. Invece grazie a Dio era proprio il piccolo Nicola. “Siamo scesi con il luogotenente CS Ciccarelli, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Scarperia che si è calato a 25 metri individuando il piccolo che ha chiesto subito della mamma, Quando ho preso in braccio Nicola è stata un’emozione immensa, indescrivibile. Lui era tranquillo, aveva soltanto dei graffi sul corpo. Mi ha sorriso e mi ha ripetuto ancora una volta la parola “mamma” (…) Il suo papà mi ha ringraziato, così come tutte le persone del posto. C’è stata una forte commozione da parte mia. Il mio stato d’animo è stato molto particolare in questo momento. Provo emozioni contrastanti”. E stato il luogotenente dei Carabinieri a riportare il bambino smarrito, sulla strada sterrata riconsegnandolo alla madre. Gli inviati dei programmi televisivi molto spesso “vengono bistrattati e accusati di spettacolizzare i casi” come conferma il collega Di Tommaso che aggiunge: “Questa volta siamo stati utili a una buona causa. Le persone del posto mi hanno detto che ieri odiavano i giornalisti, oggi invece ci ringraziano. A livello umano, questo, sarà il servizio più bello della mia vita. Questa storia mi aveva molto colpito. La vivevo con ansia, ecco perché mi ero sentito male poco prima di sentire la voce di Nicola. Avevo avuto proprio un attacco di panico, cosa mai successa nella mia vita prima di ora. Ora concludo questa stagione de La Vita in Diretta nel miglior dei modi”.

Per i carabinieri "si è allontanato da solo". Bambino ritrovato, i punti oscuri sulla scomparsa di Nicola: l’allarme dopo 9 ore, i sandali e il sangue sulla porta. Fabio Calcagni su Il Riformista il 23 Giugno 2021. Dopo la gioia e la felicità per il ritrovamento di Nicola Tanturli, il bambino di 21 mesi ritrovato questa mattina nella zona di Palazzuolo sul Senio (Firenze), da dove era scomparso nella notte tra lunedì e martedì, è arrivato il momento degli interrogativi. Non sono pochi i dubbi da chiarire riguardo la storia del piccolo Nicola, rintracciato in un dirupo profondo circa 50 metri da un giornalista de ‘La vita in diretta’, Giuseppe Di Tommaso, che risalendo verso la casa dei genitori del bambino lo ha sentito lamentarsi e chiedere della mamma. Per i carabinieri che sono stati impegnati nelle ricerche, assieme a vigili del fuoco e volontari, il bambino si sarebbe allontanato da solo, vagando poi per i boschi circostanti la casa dove vive con i genitori, escludendo per il momento altre ipotesi. Ma allo stato resta aperto il fascicolo d’inchiesta della Procura di Firenze, senza alcun indagato, per fare luce sulla scomparsa di Nicola. Leonardo Tanturli, padre del bambino, aveva ricostruito così le ultime ore prima che il suo piccolo sparisse nel nulla. “Ieri pomeriggio (lunedì, ndr) lo abbiamo messo a letto e ieri sera a mezzanotte quando siamo andati da lui non c’era più”, aveva spiegato in una intervista al Corriere della Sera. “Qui i bambini giocano in libertà, sono sempre fuori… Magari cercava noi che eravamo fuori e s’è perso”. Leonardo e Giuseppina, la mamma del piccolo Nicola, hanno raccontato di averlo messo a letto intorno alle 19 e di essersi accorti solo a mezzanotte che il bambino non c’era più. Un buco di 5 ore in cui i genitori non si erano accorti della scomparsa del piccolo. Ma non è l’unico ‘buco’ nella vicenda: c’è quello più grande, le nove ore trascorse dalla scoperta della scomparsa alla denuncia, con l’inizio delle ricerche affidate alle autorità. Perché si è aspettato così tanto prima di dare l’allarme? Altro punto da chiarire riguarda i sandali che il bambino aveva addosso quando è stato preso in braccio dal luogotenente Danilo Ciccarelli, il comandante della stazione di Scarperia che si è calato nella scarpata per recuperare Nicola. È possibile che il bambino sia stato in grado di calzare le scarpe da solo e uscire dalla sua abitazione? Oppure è stato messo a letto dai genitori alle 19 con i sandali? Quindi le tracce di sangue trovate dai carabinieri in corrispondenza della porta dell’abitazione dei coniugi Leonardo e Giuseppina: sarà importante capire se appartiene al bambino e capire il perché della loro presenza sulla porta di accesso alla casa. Infine la distanza percorsa da Nicola. Il bambino è stato rinvenuto a circa 2,5 chilometri di distanza da casa, riuscendo a sopravvivere da solo per circa 30 ore, senza mangiare e senza bere: secondo il luogotenente Danilo Ciccarelli “l’erba non era schiacciata, la mia impressione è che lì non avesse passato la notte”. Una circostanza che sarebbe confermata anche dal passaggio in quella zona dei cani molecolari, che non aveva fiutato nulla.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Giuseppe Scarpa per ilmessaggero.it il 24 giugno 2021. Torna il silenzio fra i boschi della Romagna Toscana, riecheggia solo il belato delle capre al Mugello dove resta un presidio dei carabinieri che continua a raccogliere elementi sulla scomparsa e sul ritrovamento di Nicola Tanturli, il bimbo di 21 mesi che per 31 ore ha tenuto tutti in apprensione innescando domande che, una volta registrato il lieto fine, punteggiano i due fascicoli giudiziari, senza nomi e senza ipotesi di reato, aperti dalla Procura e dalla Procura minorile di Firenze. Un atto dovuto, in questi casi. Ora il bimbo, trovato da Giuseppe Di Tommaso, giornalista de "La vita in diretta" di Rai 1, è di nuovo a casa, a Campanara di Palazzuolo sul Senio, dopo gli accertamenti effettuati per precauzione all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze. In pratica si è trattato di dargli tanto da bere, non finiva più di chiedere acqua il piccolo fuggitivo. A nemmeno due anni non si può però andare in giro per due notti nei boschi fittissimi con roveti, dirupi, calanchi, rocce scivolose, il cuore dell'appennino tosco-romagnolo che resiste alla siccità e non perde nemmeno una tonalità del verde punteggiato dal giallo delle ginestre: siamo a poca distanza dal paese di Palazzolo a 450 metri metri sul livello del mare e il caldo torrido di questo periodo ha aiutato Nicola a superare le notti, ma poi poteva accelerarne la disidratazione e la stanchezza. Nel sottobosco sono evidenti i sentieri dei caprioli, ma anche quelli dei cinghiali e sono frequenti gli avvistamenti del lupo, che non è cattivo, ma che non ha letto la favola di Mowgly. Un paradiso per gli escursionisti a piedi e in bici, anche se non proprio abituali in questo versante della montagna, e per la comunità di alcune famiglie che ha deciso di abitarvi. Una comunità che un anno fa non aveva fatto in tempo ad allarmarsi come in questi giorni: il fratello maggiore di Nicola, che ora ha 4 anni, era riuscito ad allontanarsi dalla casa di sassi di Pina e Leonardo Tanturli. Aveva percorso un chilometro, sempre su un sentiero nel bosco per fortuna in una zona non impervia come quella "scelta" domenica notte da Nicola. Era stato un abitante della zona a imbattersi in quel bimbo di tre anni, nessun adulto nei dintorni: l'ha preso in braccio e l'ha riportato ai genitori che non si erano ancora accorti della scomparsa del figlio. Ecco, allora adesso, prima di avventurarsi in giudizi, bisogna immaginarsi la vita dei Tanturli che, insieme ad altre tre famiglie, ha deciso di insediarsi in questi boschi trovando infine anche un buon equilibrio con la comunità locale che in questi giorni, con la pendemìa che ha finalmente allentato la presa, comincia a lievitare oltre i 1.100 abitanti come accadeva fino all'estate 2019. A Campanara si coltiva la terra per quello che questa terra può dare, e quindi discretamente poco visto che si è deciso di non utilizzare mezzi pesanti e additivi artificiali, poi si alleva qualche capra per il latte e la carne e infine, il core business, le arnie: tante, un centinaio, per miele, pappa reale e cera d'api. Il tenore di vita lo decidono queste voci del bilancio e potete provare a immaginarlo, non è detto che sia peggio di quello del posto fisso in città. A ogni modo i due Tanturli lavorano dall'alba al tramonto, con il sole a fare da orologio. Tra le famiglie di Campanara ci si dà sempre una mano, anche per badare i bambini che crescono in fretta guadagnandosi, tra ginocchia sbucciate e "murloni" (lividi, in romagnolo) sulla fronte, una notevole antonomia.  Anche troppa, in certi casi, perché poi un cancelletto, un recinto, un box, una cruna per i pulcini d'uomo, bisogna averli per fronteggiare il rischio di "fuga" che i piccoli evasori hanno sempre nell'indole. Sconfina, quello che è accaduto a Nicola, in una colpa di profilo penale per i genitori? Lo decideranno le procure: il rischio è quello di un'incolpazione per abbandono di minore. Inoltre verrà fatta, da parte degli esperti della procura minorile, una relazione sulla situazione dei bambini della famiglia Tanturli. Ripetiamo, sono atti dovuti in queste circostanze. Al momento si può intanto escludere la partecipazione di altre persone nella vicenda. La ricostruzione più attendibile e molto terrena potrebbe essere questa, come ripetono in tanti in paese assecondando il racconto dei genitori che godono di massima comprensione, anche per rispondere ad esempio alle domande sul fatto che il bimbo sia stato ritrovato con i sandali e con appena una maglietta addosso, relativamente pulito, solo piccole escoriazioni. La sera di domenica, verso le 19, Nicola "ha finito le pile" ed è crollato addormentato. La mamma, con ancora due ore di luce da sfruttare, l'ha messo a letto così com'era: maglietta, sandali forse con un pannolino, forse no che non è ecologico, forse con uno di quelli di stoffa che non inquinano e che Nicola potrebbe avere perso o levatosi di dosso mentre caracollava oltre la soglia. Al bambino sarebbe stato messo il pigiama più tardi, quando sarebbero stati terminati i lavori con il bestiame, l'orto e le api, lavori per i quali domenica è un sempre un giorno feriale, Da pochi giorni, ha detto il papà, Nicola era cresciuto al punto di poter arrivare alla maniglia della porta. Forse cerca di raggiungere la mamma che stava governando le capre (l'aveva fatto anche il giorno prima) a una cinquantina di metri dalla cascina, forse sente il fratello maggiore che gioca in cortile, poi perde l'orientamento e si avventura nel bosco - il bosco che fa da "recinzione" ai giardini delle case di montagna - prendendo un sentiero in discesa che poi non riesce più a seguire, si aggrappa ai rami, si punge le dita con le acacie, trova passaggi fra i rovi. Cammina fin che ce la fa, inciampa nelle pietre, si fa qualche graffio alle ginocchia e alle braccia, poi magari piange, chiama la mamma e infine ricrolla addormentato nella nicchia alla base di un albero. All'alba si sveglia e riprende a camminare, sempre in discesa, evitando grazie all'angelo custode dirupi e calanchi. E' un bimbo forte come tutti quelli che crescono in questi scenari, ma al levare del sole di martedì, dopo la seconda notte nel bosco, gli resta solo la voce per rispondere agli urli del giornalista Giuseppe Di Tommaso. I genitori si sono accorti della sua scomparsa solo a mezzanotte di domenica e qui magari sono troppe quelle nove ore durante le quali hanno sperato di ritrovare Nicola con le loro forze e con quelle dei vicini, "battendo" la zona a ridosso della casa, chiamando Nicola, facendo rumore con pentole e stoviglie. L'episodio dell'anno scorso, terminato senza danni, con ogni probabilità, invece di alzare la soglia della preoccupazione ha finito per diventare una fonte di speranza: Nicola sarebbe stato facilmente e in fretta ritrovato nei pressi di casa. Non è stato così e ora il papà, a caldo, stravolto dall'emozione, promette di cambiare vita.      

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 24 giugno 2021. «Mamma, mamma», il suo sos. La sua richiesta di aiuto. Così ha risposto al giornalista che per primo lo ha individuato in un dirupo. Poi Nicola Tanturli, neanche due anni, quando poco dopo la madre l'ha vista per davvero le si è lanciato addosso. Un abbraccio desiderato 36 ore. Tanto è passato dall' ultima volta che i due erano stati assieme. Ieri mattina le campane della chiesa di Santo Stefano, a Palazzuolo sul Senio, paesino toscano di 1.100 abitanti, nella parte montana dell'alto Mugello, hanno suonato a festa. Un' intera comunità ha tirato un sospiro di sollievo. 

LE RICERCHE «Il tempo in questi casi è il peggior nemico», ragiona un uomo della protezione civile. Qui si sono mobilitati tutti. Lo stato è sceso in campo con polizia, carabinieri, vigili del fuoco, droni, elicotteri e cani molecolari. I palazzuolesi hanno battuto le montagne. Lo ha trovato Giuseppe Di Tommaso, cronista Rai, quando le speranze erano ormai al lumicino. Quanto tempo ancora un piccino di 24 mesi poteva girovagare da solo per i boschi senza mangiare e bere? E se invece è stato portato via da qualcuno? Mille i dubbi e le domande dei soccorritori. Nel frattempo passavano ore preziose. I sentieri battuti maniacalmente. L' urlo Nicola, Nicola, che riempiva la valle. L'appennino tosco-romagnolo con la sua imponenza abbraccia l'intero paese. Il verde è il colore dominante. I pini svettano, così come le cime delle montagne che costellano il paesaggio da queste parti. Una bellezza a cui fa da contraltare un ambiente che può divenire ostile. La famiglia di Nicola, padre, madre e un altro fratellino di 4 anni, vive a Campanara, una frazione di Palazzuolo sul Senio, in una ex casa colonica. Arrivarci è un'impresa. In auto la strada sterrata, con una forte pendenza, la rende difficilmente percorribile anche per un fuoristrada. A piedi, passando dalla parte opposta, si attraversa il bosco. Un sentiero stretto, impervio. Pericoloso per un bimbo di 21 mesi. Quando lunedì, intorno a mezzanotte, Nicola è scomparso da casa, la famiglia e i vicini, con cui condividono la vita immersa nella natura, hanno temuto il peggio. Un passo fuori dalla porta di casa e sei già dentro il bosco. Una dinamica, comunque, ancora da chiarire e che la procura di Firenze vaglierà nei prossimi giorni. I carabinieri hanno infatti inviato una dettagliata informativa e non si esclude che possa essere aperto un fascicolo per abbandono di minore nei confronti dei genitori.

L' EPILOGO L' epilogo è stato dei migliori. Il lieto fine. Trentasei ore di ricerche. Un militare dell'Arma, dopo che il cronista Rai lo ha trovato ieri mattina, si è calato con una fune giù per una ventina di metri e lo ha riportato dalla madre. Stanco, spaventato e disidratato non smetteva di dire «mamma». «Non abbiamo dormito per due giorni - ha raccontato il sindaco di Palazzuolo Sul Senio Gian Piero Moschetti -, ma questo ci ripaga di qualsiasi sforzo. Penso che di più non potevamo sinceramente fare. La prefettura ci ha messo nelle condizioni di avere tutto il personale necessario, lo Stato si è immediatamente attivato, abbiamo calcolato di aver avuto circa mille uomini in due giorni». Il parroco don Alessandro Marsili ha suonato le campane a festa per cinque lunghi minuti. I bambini del centro estivo della parrocchia si sono radunati subito tutti sul piazzale di fronte la chiesa dove è atterrato l'elicottero che poi ha portato il piccolo all' ospedale Meyer di Firenze. I bambini hanno gridato «Nicola! Nicola!», questa volta per festeggiarlo.

Bambino scomparso e ritrovato nel Mugello: nessuna responsabilità penale per i genitori. Chiara Nava il  25/06/2021 su Notizie.it. I genitori di Nicola Tanturli non avrebbero nessuna responsabilità penale. Al momento l'inchiesta sulla scomparsa del bambino è senza indagati. I genitori di Nicola Tanturli non hanno nessuna responsabilità penale. Lo ha scoperto l’Ansa tramite fonti inquirenti. Il racconto fatto dai genitori del piccolo è stato giudicato veritiero e ha ottenuto riscontri. Non sarebbero state riscontrate responsabilità penali nei confronti dei genitori di Nicola Tanturli, bambino scomparso nel Mugello e ritrovato due giorni dopo nei boschi. Ad apprendere la notizia è l’Ansa, da fonti inquirenti. Secondo quanto è emerso, dagli atti delle verifiche fatte dai carabinieri, non emergono comportamenti penalmente rilevanti a carico della coppia di genitori. La ricostruzione di quanto accaduto, così come riportato dai genitori, è stata giudicata veritiera ed è stata riscontrata. Non ci saranno, dunque, responsabilità penali per la mamma e il papà del piccolo Nicola Tanturli, di soli 21 mesi.

Bambino scomparso nel Mugello: l’inchiesta della Procura. La Procura ha aperto un’inchiesta, senza indagati e senza ipotesi di reato. Un atto dovuto, dopo la scomparsa del piccolo Nicola Tanturli. Alcuni punti erano da chiarire. Tra questi il ritardo nell’allarme lanciato dai genitori del piccolo, che hanno avvertito i soccorsi nove ore dopo la sua scomparsa. La coppia ha spiegato di essere convinta di poter trovare da sola il bambino, nella convinzione che non potesse essersi allontanato così tanto. Anche la presenza dei sandalini ai piedi del piccolo deve essere chiarita, visto che a soli 21 mesi Nicola è uscito di casa in piena notte, alzandosi dal letto. Inoltre, sono state trovate delle tracce di sangue davanti alla porta del casolare della famiglia. Tutti punti che la Procura ha deciso di chiarire.

Bambino scomparso nel Mugello: la scomparsa del piccolo. Sono stati due giorni e due notti di grande apprensione e di grande paura. Il piccolo Nicola è uscito di casa in piena notte, probabilmente per andare a cercare i genitori. La mamma era nella stalla, mentre il papà si trovava fuori. Fino a mezzanotte non si sono resi conto che il piccolo era scomparso. Ha camminato per ben 3 km in mezzo ai boschi, ma fortunatamente dopo due giorni è stato trovato vivo da un giornalista de La Vita in diretta e riconsegnato ai suoi genitori. Un’avventura davvero incredibile per il bambino, ma anche un grande spavento per la sua famiglia.

Mugello, la madre di Nicola Tanturli: "Da questa storia ho imparato una cosa intima, che tengo per me". Libero Quotidiano il 26 giugno 2021. "Ho avuto paura per mio figlio ma dentro di me sapevo che lo avrebbero trovato: me lo sentivo. Avevo come la certezza che Nicola fosse vivo". A dirlo è Pina, la mamma di Nicola Tanturli, il bambino scomparso e ritrovato in una scarpata nella zona del Mugello e che per quasi due giorni ha tenuto in ansia non solo la famiglia ma l’Italia intera. Passato il pericolo la donna ha accettato di parlare della bruttissima esperienza vissuta con il Corriere Fiorentino. "Quello che mi ha colpito e che mi ha aiutato a passare questi giorni così difficili è stata la solidarietà delle persone: tutto questo mi ha dato forza", spiega Giuseppina, la prima persona che il piccolo Nicola ha cercato dopo essere stato salvato. Ora, prosegue, "ci piacerebbe fare una festa per poter ringraziare tutte le persone che ci hanno aiutato" e rispetto alla scelta di vivere in un luogo tanto isolato, dice: "Non criticate la nostra scelta di vita. Noi abbiamo scelto di vivere in un piccolo paesino di montagna e non so dire cosa sarebbe successo se fosse accaduta una cosa del genere in una grande città": Lì c’è stata una mobilitazione "che mi ha colpito: dovrebbe essere sempre così quando una vita umana è in pericolo". E aggiunge: "Da questa storia ho imparato qualcosa che però non mi va di dire. È una cosa intima e desidero tenermela per me". Nicola e la sua mamma dopo aver passato un giorno e una notte all'ospedale Meyer di Firenze per i controlli di routine, sono finalmente tornati a casa. "Stanotte (ieri, ndr) ha dormito nel nostro letto. Me lo sono abbracciato e me lo sono coccolato. Sono tornata una donna felice". Anche papà Leonardo è sollevato per il lieto finale della storia. "La buona notizia è aver riabbracciato nostro figlio: a noi interessava soltanto quello”. Il pm Giulio Monferini ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Al momento non sono state riscontrate responsabilità penali a carico dei genitori. 

La mamma di Nicola si sfoga: "Perché viviamo così...". Gabriele Laganà il 26 Giugno 2021 su Il Giornale. La mamma del piccolo Nicola annuncia che vorrebbe organizzare una festa per ringraziare tutte le persone che hanno aiutato la sua famiglia in quelle difficili ore. "Ho avuto paura per mio figlio ma dentro di me sapevo che lo avrebbero trovato: me lo sentivo. Avevo come la certezza che Nicola fosse vivo". A dirlo è Pina, la mamma del bambino scomparso e ritrovato in una scarpata nella zona del Mugello e che per quasi due giorni ha tenuto in ansia non solo la famiglia ma l’Italia intera. Passato il pericolo la donna ha accettato di parlare della bruttissima esperienza vissuta con il Corriere Fiorentino. A patto che le sue dichiarazioni non vengano spettacolarizzate. Sono state ore di angoscia. E non poteva essere altrimenti. Quel senso di smarrimento per non avere più notizie del proprio figlio di appena 21 mesi è un qualcosa che dilanierebbe l’anima di qualsiasi genitore. Ma la mamma ammette che in tanto buio c’è stato anche un filo di luce che ha dato forza e speranza: "Quello che mi ha colpito e che mi ha aiutato a passare questi giorni così difficili è stata la solidarietà delle persone: tutto questo mi ha dato forza", ha affermato Pina, la prima persona che il piccolo Nicola ha cercato dopo essere stato salvato. Dopo il tormento per la scomparsa di Nicola e la felicità per il suo ritrovamento è giunto il momento della gratitudine. "Ci piacerebbe fare una festa per poter ringraziare tutte le persone che ci hanno aiutato", ha annunciato la donna. Qualcuno si è chiesto come mai la famiglia abbia fatto la scelta di vivere in un luogo lontano dalla frenesia e dal caos delle città, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. "Non criticate la nostra scelta di vita. Noi abbiamo scelto di vivere in un piccolo paesino di montagna e non so dire cosa sarebbe successo se fosse accaduta una cosa del genere in una grande città", ha spiegato Pina che ha ricordato che nella zona c’è stata una mobilitazione "che mi ha colpito: dovrebbe essere sempre così quando una vita umana è in pericolo". "Da questa storia- ha continuato- ho imparato qualcosa che però non mi va di dire. È una cosa intima e desidero tenermela per me". Il pensiero di mamma Pina, però, è rivolto solo a Nicola: "Stanotte (ieri, ndr) ha dormito nel nostro letto. Me lo sono abbracciato e me lo sono coccolato. Sono tornata una donna felice". Subito dopo la donna chiede di terminare con l’intervista così da poter tornare dal piccino. Anche papà Leonardo è sollevato per il lieto finale della storia. "La buona notizia è aver riabbracciato nostro figlio: a noi interessava soltanto quello”. Il pm Giulio Monferini ha aperto un fascicolo esplorativo sulla sparizione di Nicola. Dagli elementi raccolti finora non sono state ravvisate responsabilità penali a carico dei genitori. I carabinieri della Compagnia di Borgo San Lorenzo stanno facendo accertamenti ma il racconto che è stato fatto dai genitori appare più che credibile. "La storia è andata come l’abbiamo raccontata", dice Leonardo prima di tornare a casa.

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale azzurra.

Il messaggio dei genitori di Nicola: il bigliettino in un bar. Rosa Scognamiglio il 27 Giugno 2021 su Il Giornale. I genitori di Nicola Tanturli, il bimbo scomparso e poi ritrovato nell'Alto Mugello, hanno inviato un messaggio di ringraziamento alla comunità di Palazzuolo sul Senio. Ci vorrà ancora qualche giorno prima che Pina Paladino e Leonardo Tanturli, i genitori del piccolo Nicola, ritrovino la serenità familiare dopo il gran trambusto di questi giorni. Per questo motivo, molto probabilmente, hanno deciso di rinviare la festa in programma nei prossimi giorni. La coppia, che non dispone né di internet né dei social, ha fatto recapitare un messaggio al bar del paese indirizzato all'intera comunità di Palazzuolo sul Senio. "Grazie a tutti", recita il testo del bigliettino lasciato dai coniugi Tanturli al gestore del bar Quadalto, il primo locale pubblico dopo chilometri di campagna incontaminata. "Il bar di Quadalto è stato contattato dai genitori. - spiegano i gestori del locale -Ci hanno chiesto di pubblicare il ringraziamento più sentito a tutte le istituzioni e a tutte le persone che si sono prodigate per ritrovare il loro piccolo. In particolare ringraziano il sindaco Phil, il comandante Porfida, il parroco don Alessandro, che alla notizia del ritrovamento di Nicola ha suonato le campane e tutto il paese si è commosso perché ha capito che il piccolo era salvo. Vogliono ringraziare i cittadini di Palazzuolo e dei comuni limitrofi per l'eccezionale partecipazione veramente commovente". Al momento, i genitori del piccolo Nicola non risultano indagati. A quanto risulta, non sarebbero state mosse contestazioni di carattere penale né nei confronti del padre né della madre del bimbo. Gli accertamenti ordinati dalla Procura di Firenze sono stati delegati ai carabinieri della compagnia di Borgo San Lorenzo, competente territorialmente per la zona del Mugello, e sono tuttora in corso. Il sostituto procuratore Giulio Monferrini ha chiesto una serie di informative agli investigatori e tutti gli atti ancora non sono stati trasmessi in Procura. In base agli accertamenti preliminari fin qui svolti, non sono state ravvisate responsabilità penali a carico della coppia. Per indagare i genitori di Nicola per il reato di abbandono di minore non sarebbero stati trovati per ora elementi sufficienti per suffragare l'accusa. Molti degli elementi che erano apparsi incongruenti, dubbi o addirittura misteriosi nella prima fase della ricerca di Nicola, con il passare dei giorni, dopo il suo ritrovamento, si vanno diradando. Ad esempio, la madre ha chiarito che il bimbo indossava i sandali e la maglietta perchè così era stata messo a letto la sera in cui è sparito.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Nicola Tanturli, Selvaggia Lucarelli: "Mio fratello morto per una distrazione". Il dramma privato: "Giù le mani dai genitori del Mugello". Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Selvaggia Lucarelli, in un articolo pubblicato su Tpi, riflette sulla storia di Nicola Tanturli, il bambino scomparso nel Mugello e poi ritrovato vivo tra i boschi dopo un giorno e mezzo e rivela un suo dramma privato. La giornalista scrive che suo padre le ha confessato che quella vicenda "l’ha molto colpito. Perché 'tutti voi, alla fine, siete dei miracolati', ha detto. Per 'tutti voi' intendeva me e due miei fratelli. Ce ne era anche un altro, di fratello, Simone, venuto al mondo qualche anno prima di me. Era nato da poco, dormiva nel suo lettino in ostetricia. Secondo la ricostruzione dei miei genitori, un’infermiera uscì forse a fumarsi una sigaretta, lui ebbe un rigurgito. Morì soffocato". Una "distrazione", insomma, una "irresponsabilità di un adulto", che è costata la vita a suo fratello. "Tutti gli adulti del mondo, investiti del difficile ruolo di prendersi cura di bambini piccoli, hanno vissuto quegli attimi di pre-morte che sono il momento in cui qualcosa – si scopre – è sfuggito alla loro attenzione. Il momento in cui ti volti un attimo e tuo figlio non è più accanto a te. Quello in cui vai a girare il sugo nella pentola e tuo figlio ha avuto il tempo per arrampicarsi da qualche parte. Quello in cui rispondi al telefono e tuo figlio sta infilando un soldatino nella presa", scrive la Lucarelli. "Di solito, sensazione di pre-morte a parte, non succede nulla. Qualcuno, purtroppo, è più sfortunato. Sì, perché la fortuna, quando si parla di figli e imprevedibilità, è un fattore fondamentale". Per questa ragione, sostiene la Lucarelli, "le polemiche sul piccolo Nicola e la presunta scelleratezza dei suoi genitori definiti “hippy”, “fricchettoni”, “irresponsabili”, “criminali” da pancine e commentatori vari tra social ed editoriali mi ha colpita molto proprio perché parte da un assunto presuntuoso e illusorio, ovvero quello di avere sempre l’assoluto controllo sui figli". Ma non è così. "Nel caso di Nicola e dei suoi genitori non riesco ad essere severa e definitiva", conclude la Lucarelli. "Certo, hanno aspettato un tempo infinito prima di chiamare i soccorsi, ma sul perché sia successo non ho dubbi: perché sono genitori. Imperfetti, non più hippy di tanti di noi che inventiamo soluzioni creative per incastrare le nostre vite con quelle dei figli, che i figli li rimbalziamo tra nonni, tate, asili e ci perdiamo pezzi che altri sanno riparare. O che rattoppiamo noi, alla buona, più spesso di quanto vogliamo ammettere".

Storie Italiane, l'inviato Rai a casa di Nicola Tanturli: "Quando sono entrato in casa... come si fa a vivere così?". Choc, cosa ha visto. Libero Quotidiano il 25 giugno 2021. Giuseppe Di Tommaso passerà alla storia come il giornalista che ha trovato Nicola Tanturli. È stato l'inviato de La Vita in Diretta a sentire la voce del piccolo scomparso nel Mugello e ritrovato dopo un giorno e mezzo. "Avevo bisogno di stare da solo e l'ho trovato. - ha spiegato a Storie Italiane di Eleonora Daniela su quel miracolo inaspettato -. Non riesco a darmi una risposta sul perché ho sentito l'esigenza di fermarmi proprio in quel punto". Di Tommaso infatti ha avvertito la sensazione di doversi staccare dalla troupe della Rai e così è sceso dalla macchina. È stato quello il momento in cui ha sentito i lamenti del piccolo di appena 24 mesi disperso nel bosco. "Vedere quella mamma che abbracciava il bambino che davano per spacciato quando sono arrivato è stata un'emozione incredibile - ha proseguito in collegamento con il programma di Rai 1 -. Vedere i bacini del bambino è stato qualcosa di straordinario. Io non sono genitore, ma mi sono sentito padre di quel bambino". Molti però i dubbi da chiarire. Tra questi il perché i genitori abbiano dato l'allarme solo nove ore dopo la scomparsa. "Io ho trovato dei genitori che dopo la disperazione hanno trovato la serenità e la consapevolezza di avere il loro bambino dentro casa. Sono stato con loro senza telecamere e ho visto soltanto amore", ha rassicurato il cronista che ha visto con i propri occhi la realtà in cui questa famiglia di apicultori vive. Un'esistenza lontana dalla modernità e dal consumismo, dedita invece alla natura e agli animali. "Siamo entrati in casa, abbiamo visto come vivono e tutti i dubbi spariscono. È un modo di vivere particolare, io non mi sarei mai aspettato una situazione così nel 2021. Stanno senza corrente elettrica, senza gas. Non esiste nessuna forma di tecnologia. Vivono con quello che coltivano e ci sono gli animali". A quel punto però è stata la conduttrice a intervenire: "I bambini vanno sempre tutelati, se è successa questa cosa devono fare più attenzione". E infatti anche il fratello di Nicola in precedenza aveva lasciato autonomamente la casa per poi essere recuperato da un vicino che ha definito la situazione "pericolosa". 

È la stampa, bellezza Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 24/6/2021. Un giornalista che diventa l’eroe di un caso di cronaca è obiettivamente una notizia. Non ce ne vogliano i magistrati, ma anche la nostra categoria eccelle nell’arte di stare sulle scatole. Nella considerazione popolare, il giornalista oscilla tra il ruolo di testimone inutile e quello di impiccione. Un pregiudizio che colpisce in particolare i colleghi della tv, a cui tocca spesso il malaugurato compito di piazzare il microfono sotto il naso di persone disperate. Perciò sia reso onore a Giuseppe Di Tommaso, l’inviato della «Vita in diretta» che ha ritrovato il piccolo Nicolain una scarpata del Mugello. Non solo per averlo salvato, ma per non avere gonfiato il salvataggio con i sapori della retorica. Se Di Tommaso avesse detto di aver rintracciato Nicola al termine di una notte di ricerche avventurose, nessuno lo avrebbe potuto smentire. Invece ha ammesso di avere udito la voce del bimbo mentre respirava in un bosco a pieni polmoni per smaltire un attacco di panico. Si è buttato nella scarpata storcendosi un piede, altro particolare che lo rende poco epico e molto empatico. Temendo di rimanere imprigionato nei rovi, ha rinunciato al monopolio della gloria ed è risalito in strada per chiedere aiuto ai carabinieri. I quali, condizionati forse dalla cattiva fama di cui gode la corporazione, sulle prime non gli hanno creduto: «Avrai sentito il lamento di un capriolo…» «I caprioli non gridano mamma!», ha replicato Di Tommaso, ed è stata una battuta da grande giornalista.

Il ritrovamento del piccolo Nicola e il narcisismo degli inviati star. Guia Soncini il 24/6/2021 su L'Inkiesta. Nessuno si aspetta Suzanne Maretto. Neppure io, che pure penso a lei almeno una volta a settimana. Persino io, quando ho letto che il bambino disperso in Toscana era stato ritrovato da un inviato della Vita in diretta, ho sbuffato. Uffa, Suzanne Maretto l’avrebbe tenuto lì agonizzante in diretta, e questo invece è corso a chiamare i carabinieri – così dicevano le prime cronache. Poi è arrivato il pomeriggio, e con esso Suzanne. In “Da morire”, prima romanzo di Joyce Maynard e poi film di Gus Van Sant, Suzanne farebbe qualunque cosa pur di diventare una della televisione. La sua ambizione non conosce etica, la sua determinazione non conosce argini.  Al Tg1 dell’ora di pranzo, ieri, l’inviato che aveva ritrovato Nicola Tanturli veniva definito «un giornalista della Rai»: erano gelosi d’uno scoop non fatto da loro? Nelle ore successive, iniziavano a uscire articoli che segnalavano i buchi di sceneggiatura. Il bambino era stato messo a letto alle 19, e i genitori si erano accorti della sparizione solo a mezzanotte, e avevano dato l’allarme solo la mattina dopo. Per peggiorare la propria reputazione presso i genitori apprensivi che sono maggioranza non esattamente silenziosa, dicevano cose come «pensavamo si fosse addormentato nei campi». Per una madre di città che non manda il figlio da solo alla scuola all’angolo, un bambino di meno di due anni che esce di casa di sera e forse s’addormenta nei campi è fantascienza. Perdipiù, il bambino nelle immagini del ritrovamento aveva le scarpe: chi gliele aveva infilate? Era forse l’unico men che duenne che si sapesse mettere le scarpe da solo? Era montessoriano? E le tracce di sangue sulla porta? E in fondo al burrone come ci era arrivato? Insomma, fitto era il mistero, ma per fortuna sono arrivate le cinque, è arrivata La vita in diretta, è arrivata la determinazione a riportare l’attenzione là dov’era giusto stesse: sull’eroico inviato.  Con la sua camicia – rossa, di lino, con colletto alla coreana – aperta sul petto, ecco «Giuseppe» (lo chiamavano tutti per nome, così come Tanturli era sempre e solo «ilpiccoloNicola», vedi mai ci dimenticassimo che non è un adulto, vedi mai venisse meno il ricatto partecipativo, la commozione, l’infanzia in pericolo, il Vermicino in sessantaquattresimo). «Ho iniziato a scendere, sono scivolato, mi sono rialzato […] ho parlato ad alta voce prima di sentire la sua voce, io in quel momento parlavo […] ho intravisto il bambino ed ero da solo, è stata un’emozione davvero forte». Sembrava quel favoloso apocrifo che, trent’anni fa, Michele Serra scrisse di Oriana Fallaci: «Fuori cadeva, lentissima, una pioggia lercia. Vomitai: una, due, tre, quattro volte». Vanno le immagini, che il sobrio conduttore Matano da studio chiosa con «Abbiamo tutti i brividi» (per il bambino? Non diciamo sciocchezze, per «il nostro inviato che lo prende in braccio»). E le immagini sono in effetti grande televisione. C’è un carabiniere che scende nel dirupo, «Giuseppe» dietro col microfono in mano, arrivano al bambino, e a quel punto succede una cosa che è Suzanne Maretto in purezza. Il carabiniere prende il bambino in braccio, lo dà a «Giuseppe», «Giuseppe» fa due metri, giusto il tempo d’essere lui quello che esce dai cespugli col bambino in braccio, e poi lo restituisce al carabiniere, che lo riporta su. Anche perché Giuseppe aveva già il fiatone dopo la discesa, mentre gli squillava il cellulare e scandiva nel microfono «Nicola tranquillo, adesso ci siamo noi, stacco tutto, aspetta che stacco tutto, c’ho l’affanno». Il che è poco compatibile con l’avere lui fin lì raccontato, nei sette milioni di interviste che ha dato dalla mattina, che dopo aver sentito la voce del bambino in fondo al dirupo si era dovuto allontanare per avvisare i carabinieri, dato che lì il cellulare non prende. Ma soprattutto è poco compatibile con l’ospite in studio che un’ora più tardi dirà «Giuseppe è un atleta, siamo vicini di palestra». (Altra aneddotica che lo studio televisivo ritiene di fornirci sull’eroe del giorno, questa volta nelle parole del conduttore Alberto Matano: «Gli inviati, sono loro questi treni ad alta velocità, io sono un po’ il capostazione con la paletta»; «Giuseppe raccontava le spiagge, io gli ho detto: Giuseppe, secondo me tu puoi raccontare anche altro»; «Grazie, Giuseppe, per la tua dedizione e il tuo amore»). 

Le versioni differiscono in mille dettagli.  I carabinieri non gli hanno creduto: «Sentivo un lamento, però fino all’ultimo credevo un capriolo», dirà uno di loro davanti alle telecamere, confermando quanto detto da Giuseppe nei suoi sette milioni di interviste, nelle quali precisava anche che il bambino aveva detto «mamma» e i caprioli mica dicono «mamma», e quindi lui era sicuro. Oppure sì: «Mi avevate creduto all’inizio?», chiede l’eroe a uno di loro che sta mettendo il bambino in macchina, e quello lo liquida «Sì», e lui nella diretta pomeridiana dirà «I carabinieri mi hanno subito creduto», e vai a sapere qual è la verità, d’altra parte ritiene d’informarci che lui sul «piccoloNicola» ha perso il sonno, «Non ci ho dormito stanotte», e mica pretenderemo lucidità. 

I dialoghi tra studio ed eroe sono meravigliosi. «Non posso immaginare l’emozione di prendere in braccio quel bambino», «Molte volte noi dobbiamo comunque mantenere un distacco». «Non si può descrivere la gioia di quest’abbraccio, Giuseppe raccontami», chiede l’impossibile il conduttore a commento della madre che arriva sul luogo del ritrovamento. «Sono quei momenti che ti lasciano senza parole», premette lui, parlando poi per interi minuti. Poi tornano le immagini montate, e c’è «Giuseppe» che va alla macchina dei carabinieri e dice a un bambino probabilmente in stato confusionale – ma se anche fosse lucido comunque minore di due anni – «Nicola, io ti chiamavo da cinque minuti, Nicola, Nicola, sei tu. Allora?». L’«allora?» ha il tono dei «che si dice?» a cena tra quarantenni, e mi torna in mente che il tg ha intervistato il padre chiedendo cosa abbia detto il bambino tornato a casa ai genitori. «Mamma, ha chiamato la mamma», aveva risposto quello, chissà se come me pensando: ma cosa minchia deve dire un neanche duenne, il proprio parere sulla scuola di Francoforte? Mentre un servizio sobriamente ci ricorda che «nel destino di Nicola c’era Giuseppe, come in quello di Giuseppe c’era Nicola», e chissà nel film chi sarà il primo nei titoli di testa, mi rendo conto che «Giuseppe» ha fatto tutti i collegamenti con la mascherina, come faranno a riconoscerlo e a chiedergli selfie al ristorante? L’inviato è in piena fase «me lo sentivo, era destino», e ci parla di «il mio fermarmi a cento metri da dov’era il piccolo Nicola, e chiedere alla troupe di sparire, perché avevo bisogno di immedesimarmi» (nelle versioni delle interviste mattutine si era allontanato dalla troupe per un malore, un malore strasberghiano), e io penso che se fosse il nuovo Suzanne Maretto questa sospetta sparizione con misterioso ritrovamento l’avrebbe organizzata lui per la gloria in diretta, ma purtroppo non sarà così, che peccato; non sarà neanche un evento promozionale di Sky che ha la serie su Vermicino e ce ne ha voluto dare una versione a lieto fine, macché, una vita di delusioni. In studio si compiacciono della «bella televisione» (qualunque cosa significhi) che fanno, e «Giuseppe» interviene per dire il proprio affetto per il conduttore, «Non a caso ho chiamato, come prima persona quando avevo una tacca di segnale, Alberto Matano, e subito dopo ho chiamato i carabinieri».  Matano lo interrompe bruscamente, ha appena detto d’essere Suzanne, d’aver pensato prima allo scoop e poi a segnalare il bambino disperso da recuperare, speriamo che nessuno se ne sia accorto, quante emozioni, pubblicità.

CONAPO SINDACATO AUTONOMO VIGILI DEL FUOCO. "nella nostra autonomia la Vostra sicurezza". Segreteria Generale Roma, 7 marzo 2011 Vico del Fiore, 21/23 - 54011 - Aulla (MS) Tel. 0187-421814 - Fax 06-98380115 Cell. 329-0692863 e-mail: nazionaleatconapo.it sito internet conapo.it

Prot. n. 70/2011

AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Dott. Giorgio NAPOLITANO

AL PRESIDENTE DEL SENATO Sen. Renato Giuseppe SCHIFANI

AL PRESIDENTE DELLA CAMERA On.le Gianfranco FINI

AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI On.le Silvio BERLUSCONI

AL MINISTRO DELL’ INTERNO ON.le Roberto MARONI

AL SOTTOSEGRETARIO DI STATO CON DELEGA AI VIGILI DEL FUOCO Sen. Francesco Nitto PALMA

AL CAPO DIPARTIMENTO DEI VIGILI DEL FUOCO DEL SOCCORSO PUBBLICO E DIFESA CIVILE/ Prefetto Francesco Paolo TRONCA

AL COMMISSARIO STRAORDINARIO DEL GOVERNO PER LE PERSONE SCOMPARSE Prefetto Michele PENTA

AL PREFETTO DI BERGAMO Dott. Camillo ANDREANA

AL VICE CAPO DIPARTIMENTO VICARIO CAPO DEL CORPO NAZIONALE VV.F. Dott. Ing. Alfio PINI

AL DIRETTORE CENTRALE PER L’EMERGENZA ED IL SOCCORSO TECNICO URGENTE PRESSO IL DIPARTIMENTO VIGILI DEL FUOCO Dott. Ing. Pippo MISTRETTA

AL DIRETTORE REGIONALE VIGILI DEL FUOCO PER LA LOMBARDIA Dott. Ing. Antonio MONACO

AL COMANDANTE PROVINCIALE VIGILI DEL FUOCO DI BERGAMO Dott. Ing. Giulio DE PALMA

Oggetto: RIFLESSIONI SULLE RICERCHE DELLA POVERA YARA GAMBIRASIO E COINVOLGIMENTO DEL VOLONTARIATO - RICHIESTA DI UNA DIRETTIVA CHE DETTI REGOLE UNIFORMI SUL TERRITORIO NAZIONALE.

Nelle ultime settimane, numerosi fatti di cronaca relativi alla scomparsa di persone di diversa età, avvenuti in diverse circostanze, hanno riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sulle problematiche relative a tali tragici eventi. La nostra attenzione, quella di soccorritori, è invece stata sempre massima. Apprendiamo dai mass-media delle polemiche che si sono levate in merito alle ricerche della povera Yara Gambirasio, che tutti noi piangiamo. Sappiamo bene che il momento è particolarmente difficile e doloroso per coloro i quali, in tali vicende hanno perduto una persona cara e che qualsiasi polemica sull’accaduto può aumentarne la Pag. 2/4 sofferenza, ma, visto anche il dilagare delle notizie sui mass-media, abbiamo preso la difficile decisione di non tacere. Non tacere su cose che anche noi, come del resto tutti gli italiani, abbiamo visto nei numerosissimi reportage televisivi e che però, differentemente da tutti gli italiani, abbiamo a volte vissuto come soccorritori e dunque conosciamo bene. Lo abbiamo fatto, nella certezza che quanto diremo verrà colto per ciò che vuole essere, non una polemica contro qualcuno, ma un contributo al miglioramento del sistema. Ci riferiamo alle problematiche che si sono evidenziate, con assoluta chiarezza, nelle procedure e nel coordinamento impiegati in occasione degli interventi per la ricerca delle persone scomparse. Invero i problemi, o meglio le carenze su citate, sono sempre esistiti. Basti pensare alle vicende di Gravina di Puglia, forse il primo caso della storia recente nel quale, in virtù della grande diffusione mediatica, si sono resi evidenti i guasti e le inefficienze dei sistemi di coordinamento utilizzati. L’ultimo caso, è certamente quello accaduto a Brembate nel quale, anche se è evidente che non sarebbe stato possibile fare nulla per salvare la giovanissima vita spezzata della povera Yara Gambirasio, non possiamo fare a meno, da professionisti del soccorso, di rilevare troppa semplicità nel coordinamento attuato, nella mancanza di professionalità e nella scarsa qualità delle tecniche di ricerca impiegate. Sappiamo che queste sono parole pesanti, ma sappiamo anche che è nostro dovere morale pronunciarle. Lo facciamo non con lo spirito di chi vuole accusare, all’inutile ricerca di capri espiatori, ma con quello di chi per mestiere soccorre e lo fa per intima vocazione e con professionalità, sentendo suoi questi guasti e suoi anche questi fallimenti, sebbene il ruolo ricoperto quale attore di questi scenari, non lo abbia quasi mai messo nella condizione di svolgere un ruolo determinante sul piano del coordinamento o del supporto tecnico. È un fatto che, dopo gli eventi di Avetrana e Brembate, qualcosa si sia mosso nelle coscienze di tutti. Sappiamo che gli Uffici Territoriali del Governo stanno provvedendo a compilare piani provinciali per la ricerca delle persone scomparse, ma sappiamo anche che ciò sta avvenendo con modalità diverse, da provincia a provincia. Questo, dovrebbe indurre ad una riflessione circa la necessità di dettare regole di uniformità che assicurino l’adozione di uno standard adeguato, su tutto il territorio nazionale, assicurando, nel contempo, l’adattabilità delle procedure alle varie realtà locali. Due esigenze queste, sempre presenti nell’attività di soccorso tecnico urgente dei Vigili del Fuoco e puntualmente soddisfatte. Persino l’interpretazione di alcune leggi, inerenti le responsabilità di coordinamento delle ricerche, risulta diversa da Prefettura a Prefettura, nonostante le numerose fonti di chiarimento disponibili. Uno degli errori più frequenti e tragici che è possibile trovare nelle procedure di ricerca delle persone scomparse, è la tendenza a considerarle sempre una tipologia di intervento di competenza delle forze di polizia. Come se le persone scomparissero esclusivamente per fatti legati ad atti criminali o allontanamenti volontari, e come se la ricerca sul territorio fosse meno importante dell’indagine di polizia. Invece le persone scompaiono anche perché perdono l’orientamento, a volte a causa di malattie mentali, perché incappano in incidenti imprevisti o per altre cause che nulla hanno a che vedere con le competenze specifiche e primarie delle forze di polizia e che rientrano invece negli interventi di soccorso tecnico urgente, dunque appieno nell’ambito di competenza del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco. Ciò, unito alla carenza di fondi e di attrezzature stante i tagli del bilancio statale, implica che le procedure impiegate non siano sempre quelle opportune e che si cerchi sul territorio con tecniche inadeguate ed approssimative perdendo del tempo prezioso, quello delle prime ore dopo la scomparsa. E ciò vale anche per i casi di scomparsa legati a fatti come quelli di Avetrana e Brembate, anche solo per assicurare le prove del reato ed il materiale di indagine. Un’altra usanza, oramai purtroppo consolidata, è l’impiego del volontariato e quello di protezione civile in primis, affidandogli ruoli ed incarichi per i quali sarebbe indispensabile il possesso di precise professionalità, ovviamente nemmeno lontanamente possedute dai volontari. D’altra parte, se si pensa che lo stesso Corpo dei Vigili del Fuoco “confeziona” soccorritori volontari, ai quali fa vestire la propria divisa, in 120 ore di corso, perpetrando poi l’ipocrisia di farli apparire agli occhi dei cittadini, a tutti gli effetti uguali ai professionisti, tutti gli altri esempi risultano eufemistici! In questo senso, lascia stupiti l’irresponsabilità della classe politica che è noto guardi al volontariato come ad un grande serbatoio elettorale, sacrificando al proprio interesse la sicurezza dei cittadini, tagliando fondi e risorse ai corpi dello stato credendo con superficialità che queste operazioni possono essere delegate al volontariato! Si supplisce con tante divise gialle alla mancanza di investimenti e assunzioni nel settore della sicurezza, sconoscendo, o peggio, tacendo, sulla assoluta mancanza di parametri di efficienza ed efficacia da rispettare per la buona riuscita delle operazioni. Dobbiamo apprezzare e ringraziare tutti coloro che per giorni e notti non si sono dati per vinti e hanno proseguito nelle ricerche della povera Yara. Che sia chiaro, il CONAPO non solo non ha nulla contro il volontariato, anzi ne apprezza ed ammira i valori morali fondanti, considerandoli un potenziale faro di vita, per chiunque. Il punto è che proprio di tali valori, l’attuale diffuso impiego del volontariato quale sostituzione del professionismo, nella finta illusione di risparmiare denaro e nella certezza di tornaconti elettorali, fa scempio assoluto, insieme alla qualità del soccorso per i cittadini! Il volontariato è una risorsa preziosa ed insostituibile ma deve essere utilizzata con saggezza, altrimenti da risorsa può diventare causa di problemi e spreco di risorse. Il CONAPO, ribadisce con forza che negli interventi per la ricerca di persone scomparse, fino a quando non si abbia certezza della natura della sparizione, è necessario operare contemporaneamente, sia secondo tecniche tipiche dell’indagine di polizia, sia con tecniche tipiche della ricerca dispersi sul territorio. E questo va fatto immediatamente, senza attendere verifiche o conferme di qualsiasi natura, pena perdere il tempo più prezioso, quello immediatamente successivo alla scomparsa. Le indagini di polizia, devono giustamente essere coordinate da funzionari di polizia, ma le ricerche sul territorio, per le quali si impiegano le tecniche di ricerca dispersi, devono essere coordinate dai Vigili del Fuoco, perché si tratta di soccorso tecnico urgente per salvataggio di vite umane. Il punto è che qualsiasi persona scompaia, senza che se ne conoscano con certezza i motivi, deve essere considerata in pericolo di vita e dunque soccorsa. Solo quando saranno acquisite certezze sulla natura della scomparsa, si potranno assegnare compiti esclusivi di coordinamento. Evitiamo in questa sede, di esplicitare imbarazzanti esempi di come sarebbero potute andare a svolgersi vicende come quella di Gravina di Puglia, se fossero state impiegate le moderne tecniche di ricerca persone disperse, o di come sarebbe stato possibile evidenziare che nel campo di Brembate le ricerche non avevano coperto l’intera area, semplicemente registrando le tracce GPS dei percorsi seguiti da tutti coloro che effettuavano le ricerche. E che dire poi di Avetrana, o della differenza che avrebbe fatto nello svolgimento delle indagini ritrovare prima il corpo della ragazza scomparsa a Brembate! Purtroppo, nei casi citati abbiamo invece dovuto assistere ad operazioni di ricerca e soccorso svolte senza una sufficiente pianificazione, con tecniche, per quanto ci è dato conoscere, approssimative, enorme spreco di risorse, forse con confusione, anche di ruoli. L’assunzione da parte dei sindaci di precise responsabilità operative, basata sul falso assunto che gli interventi di ricerca persone siano eventi di protezione civile (invero si tratta di soccorso tecnico urgente o soccorso pubblico, afferente alla più generale “Sicurezza Pubblica”), a fronte della mancanza assoluta di competenze tecniche, la sovrapposizione di diversi soggetti nello svolgimento dei compiti, hanno purtroppo creato un gran movimento senza alcun tangibile risultato, se non addirittura deviato eventuali indagini o ricerche, come accaduto con l’uso dei cani molecolari, forse sovrastimato. Fermo restando il compito di indagine agli organi preposti, Polizia e Carabinieri, crediamo sia il caso di demandare la gestione e direzione della ricerca in sito all’altro ed unico organo dello stato attrezzato e formato per prestare soccorso, ovvero il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che risponde all’autorità di pubblica sicurezza e all’autorità giudiziaria nei suoi compiti istituzionali. Senza nulla voler togliere alla volontà e all’impegno dei volontari, i quali devono comunque restare parte attiva del sistema di ricerca, riteniamo che le competenze del C.N.VV.F. possano essere determinanti, sia perché di disponibilità immediata (l’attivazione del Pag. 4/4 CNVVF è immediata, con risposta h24, senza soluzione di continuità), sia perché complete dal punto di vista professionale. Personale TAS (Topografia Applicata al Soccorso), formato nell’impiego delle risorse, G.I.S. (Geografic Information System), nell’ambito di tutte le attività del Corpo, personale USAR (Urban Search and Rescue), SAF (Speleo Alpino Fluviale), sommozzatori, nuclei TLC (telecomunicazioni) Unità cinofile , mezzi ed attrezzature fuoristrada, anfibi, elicotteri, Unità di Comando Locali, sono la risposta che il corpo, a livello nazionale, è in grado di mettere in campo e con tempi dell’ordine di pochi minuti. Un altro importante ruolo che il C.N.VV.F. potrebbe svolgere con competenza e professionalità, riguarda la formazione e l’addestramento dei volontari che vengono impiegati in queste ed altre evenienze, proporzionando l’impiego di questa risorsa all’effettiva preparazione conseguita e nei ragionevoli limiti si supporto intrinsechi nel volontariato. Chiediamo a chi legge, di non gettare anche questa lettera nel cestino, ma di attivarsi affinché si giunga a dare disposizioni di uniformità su tutto il territorio nazionale per le procedure di ricerca persone scomparse, assicurando, anche nei fatti, al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco il ruolo di coordinamento della ricerca e soccorso sul territorio che la legge gli conferisce. Distinti saluti. Roma, 7 marzo 2011 Il Segretario Generale CONAPO Sindacato Autonomo VVF C.S.E. Antonio Brizzi

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

Contributo unificato, norma riformulata. «Accesso alla giustizia sia garantito a tutti». Il Dubbio il 21 dicembre 2021. Il presidente della commissione giustizia al Senato, Andrea Ostellari, parla della norma sul contributo unificato: «Per prima la Lega aveva segnalato delle criticità». «La riformulazione dell’art. 192 sul contributo unificato, accolta dal Governo, è di assoluto buonsenso. Per prima la Lega aveva segnalato delle criticità, a cui erano seguite anche le rilevazioni negative degli altri gruppi in Commissione Giustizia al Senato. Lo abbiamo detto e abbiamo raggiunto il risultato: no a norme che rischiano di limitare l’accesso alla giustizia, che invece deve essere garantito a tutti e non condizionato da adempimenti fiscali». Così il senatore leghista, Andrea Ostellari, presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama.

«La norma della Legge di Bilancio che prevedeva lo stop all’iscrizione a ruolo in caso di mancato o anche parziale pagamento del contributo unificato è stata cancellata con un nostro emendamento a prima firma di Arnaldo Lomuti appena approvato in commissione. Siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo e siamo soddisfatti, una disposizione che mira al recupero di una tassa non può tradursi in denegata giustizia e questo rischio era più che concreto. Non bisogna pensare solo a chi volutamente intenda non pagare il contributo ma anche ai casi di calcolo errato dell’importo o anche solo a intoppi nelle procedure telematiche di pagamento».

«Fermo restando il dovere di tutti i cittadini di rispettare le leggi e versare quanto dovuto alle casse dello Stato, sarebbe stato un errore spostare sugli uffici giudiziari un onere che oggi è in capo all’Agenzia delle Entrate». Così in una nota i senatori M5S nella commissione Giustizia Grazia D’Angelo, Elvira Evangelista, Felicia Gaudiano, Arnaldo Lomuti, Alessandra Maiorino e Bruna Piarulli.

La normativa sul contributo unificato. Il processo civile diventa un lusso: “Paga o niente causa”. Viviana Lanza su Il Riformista il 17 Novembre 2021. La modifica della normativa sul contributo unificato sta sollevando un polverone. Il governo propone di subordinare il diritto ad adire le vie legali, e quindi la giustizia come diritto, al pagamento di poche centinaia di euro. Nel senso che, se dovesse passare la modifica, ogni procedimento potrà avere inizio solo dopo il pagamento dell’intera somma prevista a titolo di tassa per le spese giudiziarie. Come in una sorta di baratto. «No alla giustizia classista», tuonano gli avvocati da Napoli a Milano, e Roma. Gli ordini forensi prendono una netta posizione contro il governo lamentando «il gravissimo vulnus» che la modifica dell’articolo 16 inserita nella prossima legge di bilancio potrebbe arrecare alla giurisdizione e ai diritti del cittadino. Introdurre il principio secondo il quale un processo non può essere celebrato in caso di omesso pagamento del contributo unificato o di pagamento non completo viene visto come un tentativo di rendere la giustizia un lusso per ricchi. «Verrebbero favorite le parti che hanno una maggiore disponibilità economica, rendendo più difficile l’accesso alla giustizia per i meno abbienti», sostengono gli avvocati. «Una giustizia classista», sarebbe la conclusione. Viene da immaginarselo il cancelliere che fa il lavoro del dipendente dell’esattoria, il Tribunale che sembra la sede del Fisco, si rischierebbe di sentirsi rispondere frasi del tipo: «Mi dispiace non ha versato l’intera somma, la causa non si può trattare». Una giustizia in base al censo, dunque considerato che il contributo unificato può variare da 43 a 1.700 euro a seconda del valore della causa, ed è fissato a 518 euro per le cause dal valore indeterminato. Chi ha soldi da versare, tutti e subito, quindi, può sperare in un procedimento per sostenere un proprio diritto, chi non ha soldi sarà costretto a rinunciarvi, addio diritto. «Visto che viene riconosciuta la giusta prevalenza della necessità di garantire al cittadino l’accesso alla tutela giurisdizionale – spiega Antonio Tafuri, presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli – riteniamo che la norma in via di approvazione produca un risultato che appare in controtendenza rispetto all’esigenza di chi fa affidamento sulla giustizia». «È inconcepibile – aggiunge – che lo Stato sostenga che un processo non possa essere celebrato e un diritto possa non essere riconosciuto a causa del mancato pagamento di poche centinaia di euro». È sulla base di questa considerazione che gli ordini forensi di Napoli, Milano e Roma si sono uniti per chiedere al governo di ritirare la proposta contenuta nel Ddl bilancio e ai parlamentari e ai componenti delle Commissioni competenti di respingere la modifica dell’articolo 16. Secondo gli avvocati, del resto, non avrebbe ragion d’essere questa modifica se gli scopi che si intendono raggiungere sono quello di snellire la giustizia civile a favore di una maggiore diffusione del processo telematico e quello di contenere e contrastare l’evasione del pagamento del contributo unificato, cioè della tassa che in genere si versa apponendo una marca sull’atto di iscrizione a ruolo di una causa. «Una legge c’è già – precisa Tafuri, facendo riferimento alle possibilità esecutive già previste per la riscossione dei contributi unificati – ed è una legge che dà pieni poteri all’Agenzia delle Entrate. Introdurre la norma per cui in caso di mancato pagamento del contributo versato o di versamento non conforme al valore dichiarato della causa non si possa procedere all’iscrizione a ruolo della causa equivarrebbe, quindi, solo ad aumentare le difficoltà di accesso alla giustizia civile e celebrare i processi in base al censo».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Da contributo unificato a pedaggio? La giustizia amministrativa diventerà inaccessibile. Nell’ormai famigerato articolo 192 della Manovra neppure è chiarito se l’iscrizione a ruolo delle cause sarebbe subordinata al pagamento solo nel civile o anche in altri ambiti. Ma di certo, in ricorsi sugli appalti proposi davanti ai Tar, il costo del “ticket” è così alto (dai 6.000 in su) che renderne vincolante l’anticipazione abbatterebbe d’un colpo il diritto costituzionale alla tutela in giudizio. Daniela Anselmi e Federico Smerchinich su Il Dubbio il 18 novembre 2021. Il disegno di legge di bilancio 2022 ha previsto all’art. 192 la modifica dell’art. 16 d.P.R. n. 115/2016 in materia di pagamento di spese di giustizia, ponendo il corretto e puntuale pagamento del contributo unificato come presupposto necessario per ottenere l’iscrizione a ruolo. In altre parole, il funzionario non può procedere ad iscrivere la causa sul ruolo neanche con la soluzione “a debito” con pagamento del contributo unificato nei giorni immediatamente successivi al deposito dell’atto presso il Tribunale. Leggendo l’art. 192 salta subito all’occhio come questa norma non specifichi se la modifica sia rivolta a tutti i processi (civile, amministrativo, tributario) o solo ad uno di essi. Una precisazione in tal senso è reperibile solamente nella relazione illustrativa al testo, dove viene specificato il riferimento al “procedimento civile” o al fatto che la modifica della norma è dovuta al progressivo aumento dell’evasione del pagamento del contributo unificato a seguito dell’entrata a regime del “processo civile telematico”. Tuttavia, la relazione ha il solo scopo di presentare la normativa e di spiegarne il significato, ma non può essere considerata vincolante avendo il solo valore di un’interpretazione che, per quanto autentica, non corrisponde al dato normativo, che sembra riferire la modifica a tutti i processi. Difatti, se si scorre il d.P.R. n. 115/2002, si può notare che l’art. 2 prevede che le norme di detto testo sono applicabili al processo penale, civile, amministrativo, contabile e tributario, e che l’art. 16, oggetto della presente modifica, si trova nel titolo I rubricato “Contributo unificato nel processo civile, amministrativo e tributario”, come riconfermato dall’art. 9. Disposizioni non toccate dalla modifica che si commenta. Quindi, salvo quanto affermato nella relazione illustrativa, l’art. 16 come modificato dall’art. 192 del disegno di legge di Bilancio 2022 non contiene alcuna parola o previsione che consenta di escludere l’applicabilità di tale norma anche al processo amministrativo o tributario. In disparte l’evidente gap descritto tra la relazione illustrativa e la norma del disegno di legge, la modifica di cui all’art. 192 risulta comunque aberrante per gli effetti che comporta rispetto all’accesso alla giustizia del cittadino, che non può essere subordinato al pagamento di un tributo. Ciò anche in ragione del fatto che l’ordinamento già prevede dei meccanismi di recupero del contributo unificato, maggiorato del tasso di interesse, da parte degli organi a ciò deputati, come ampiamente spiegato nella stessa relazione illustrativa all’art. 192 del disegno di legge di Bilancio 2022 (v. 154-155), tra cui si aggiunge anche la Corte di Appello di Roma proprio ai sensi dell’art. 192 comma 1 lett. c). Se, dunque, la modifica dell’art. 16 d.P.R. n. 115/2002 dovesse essere approvata definitivamente nei termini sopra esposti, si assisterà alla situazione per cui il cittadino prima dovrà adempiere agli obblighi contributivi e solo successivamente potrà ottenere l’apertura delle porte del Tribunale per iscrivere a ruolo la sua causa. E ciò, indipendentemente dalle decadenze e prescrizioni dei suoi diritti ed azioni, e senza considerare che la generazione da parte dell’Agenzia delle Entrate della ricevuta di avvenuto pagamento del contributo unificato, nel caso in cui il pagamento avvenga con F24, non è immediata ma si devono attendere dei giorni (a volte anche settimane). Situazione che mal si concilia con la tutela del diritto costituzionale alla difesa (art. 24 Cost.) e che può essere accostata ad altre in cui la relativa normativa era già stata tacciata di illegittimità costituzionale. Così come il caso dell’art. 66 comma 2. d.P.R. 26 aprile 1986 n. 131 che subordinava il rilascio alla parte vittoriosa e a fini esecutivi della copia esecutiva di una sentenza solo dopo il pagamento dell’imposta di registro. Oppure il caso dell’art. 7 della legge 9 dicembre 1998 n. 431, che poneva quale condizione preliminare per l’esecuzione del provvedimento di rilascio dell’immobile locato, adibito ad uso abitativo, la dimostrazione, da parte del locatore, del pagamento dell’imposta di registro sul contratto di locazione, dell’Ici e dell’imposta sui redditi relativa ai canoni. In questi casi, la Corte ha rilevato l’assenza di qualsiasi connessione della richiesta di regolarità fiscale con il processo esecutivo e con gli interessi che lo stesso è diretto a realizzare, traducendosi in una preclusione all’esperimento della tutela giurisdizionale ai sensi dell’art. 24 della Costituzione. Principio che non può essere disatteso neanche alla luce della nuova modifica di cui all’art. 192 del disegno di legge di Bilancio 2022. D’altronde tra il corretto pagamento preventivo del contributo unificato e la richiesta di tutela giurisdizionale non può certamente esservi alcuna connessione preclusiva, in un sistema democratico che vede la giustizia come un bene di tutti. Anche perché la regolarizzazione del pagamento può avvenire in un momento successivo all’introduzione e alla decisione della causa (Tar Puglia, Bari, Sez. II, 10.10.2014, n. 1172; Tar Sicilia, Catania, Sez. IV, 16.05.2014, n. 1366; Tar Campania, Napoli, Sez. VIII, 20.12.2013, n. 5908). Difatti da una parte vi è il bisogno di giustizia (il cui accesso è un diritto), dall’altra (e ben diversa) parte vi è l’adempimento fiscale degli oneri per sostenere la prima, ma non certo per accedervi. D’altronde, l’eventuale mancato o tardivo pagamento del contributo unificato è sì un (lecito) motivo per sanzionare l’inadempiente in ambito fiscale, ma non per precludere allo stesso, in quanto cittadino, di registrare la propria causa nel ruolo di un Tribunale. Né tale diritto ad accedere alla giustizia può essere ostacolato da parte dei cancellieri o di altro funzionario addetto alla registrazione degli atti giudiziari (come richiederebbe l’art. 16 d.P.R. n. 115/2002 modificato). Si rileva al riguardo che la rideterminazione dell’ammontare del contributo unificato dovrebbe spettare ad un giudice, come anche rilevato dalla Corte di Giustizia (6 ottobre 2015, C-61/14), e non al cancelliere o altro funzionario addetto, e che in ogni caso il cancelliere o il funzionario potrebbe anche incorrere nell’errore di determinare un ammontare erroneo del contributo unificato corrisposto, arrogandosi secondo la nuova norma il potere, che non gli può spettare, di rifiutare l’iscrizione a ruolo. Sul punto la Cassazione Civile ha avuto recentemente modo di affermare che in caso di deposito telematico degli atti e di generazione della corrispondente ricevuta di avvenuto deposito, esso si ha per ritualmente avvenuto ed il cancelliere non può rifiutarlo a causa di una irregolarità fiscale, come previsto anche dall’art. 16 bis, comma 7 D.L. 170/2012 (Cass. Civ. Sez. III, 26 maggio 2020, n. 2664). Questa decisione è stata presa a riferimento dell’orientamento consolidato e maggioritario, riaffermato di recente da altra pronuncia secondo cui una volta generata la ricevuta dell’invio del deposito, “essendosi perfezionato il deposito, non residua pertanto alcuno spazio per un rifiuto di ricezione degli atti per irregolarità fiscale degli stessi, ai sensi del d.P.R. n. 115 del 2002, art. 285 da parte del cancelliere, il quale provvederà alla riscossione delle somme dovute con le modalità ordinarie, indicate nella predetta nota ministeriale” (Cass. Civ., Sez. I, 3 febbraio 2021, n. 2454). Decisioni che dimostrano l’assenza di ogni connessione tra regolarità fiscale e possibilità di depositare un atto presso il Tribunale e di iscriverlo a ruolo. Dunque nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta ricezione dal sistema, il deposito dell’atto deve ritenersi validamente avvenuto e la generazione del numero di ruolo sarà una conseguenza fisiologica. Ciò nonostante, proprio per evitare che il numero di ruolo venga fornito gratuitamente e che il pagamento del contributo unificato avvenga dopo la registrazione, il legislatore sta tentando di introdurre l’art. 192 a modifica dell’art. 16 d.P.R. n. 115/2012. Questa modifica, se interpretata restrittivamente, escluderebbe tout court la possibilità di depositare gli atti giudiziari, ponendosi in contrasto con l’art. 16 bis D.l. n. 179/2012, che collega la correttezza del deposito telematico alla semplice generazione della ricevuta. Se diversamente e con spirito salvifico verso la norma modificata, si interpretasse la stessa estensivamente, allora potrebbe significare che il deposito può avvenire comunque, interrompendo i relativi termini decadenziale e prescrizionali, ma che fino al pagamento del contributo unificato non può essere iscritto a ruolo ed inserito nelle cause da trattare rimanendo di fatto “sospeso” in attesa della regolarizzazione fiscale. Interpretazione forzata e comunque erronea, in quanto esistono soprattutto nel panorama del diritto amministrativo tutta una serie di situazioni in cui l’urgenza di ottenere una tutela non consente di attendere né il pagamento del contributo unificato, né la generazione della sua ricevuta da parte dell’Agenzia delle Entrate (in caso di F24). Ciò senza considerare gli stretti termini decadenziali che governano la materia (30-60 giorni, salvo eccezioni). Si pensi, infatti, ai casi delle tutele cautelari monocratiche o ante causam in cui spesso il decreto presidenziale cautelare viene adottato prima ancora che il contributo unificato sia stato pagato, bastando solamente il deposito del ricorso o dell’istanza cautelare. Ed ancora si potrebbe fare riferimento all’ipotesi dell’istanza di abbreviazioni termini di cui al 53 c.p.a. o a tutti i casi in cui il ricorrente matura la necessità di impugnare un atto a ridosso dei 30 o 60 giorni entro cui è necessario notificare il ricorso e depositare subito l’atto per ottenere la fissazione dell’udienza cautelare alla prima data utile. Ebbene in tutti questi casi potrebbe esservi effettivamente il rischio che, se la modifica dell’art. 192 del disegno della legge di bilancio del 2022 venisse estesa anche al processo amministrativo, tutta una serie di istituti perderebbe la propria funzione di celerità e tutela immediata per il cittadino. Conseguentemente l’affermazione di cui alla motivazione della relazione illustrativa secondo la quale si avrebbe un’accelerazione dei giudizi sarebbe erronea, avendosi un effetto esattamente contrario di rallentamento degli stessi. Un risultato devastante per la giustizia amministrativa e per il ruolo (dinamico) che la stessa svolge nella vita della società. Tutto ciò senza soffermarsi sulla mancanza di legittimità e correttezza nell’imporre, proprio nella giustizia amministrativa, un costo del contributo unificato che arriva addirittura fino 6.000 euro per ogni ricorso nel rito appalti in primo grado (quindi 6.000 euro per il ricorso principale ed altri 6.000 euro  per ogni ulteriore ricorso per motivi aggiunti), aumentando  ulteriormente in appello, e limitando implicitamente ma effettivamente la possibilità di proporre un ricorso e creando discriminazioni tra “chi può permetterselo e chi no”. A maggior ragione considerando tali costi elevatissimi, non è ragionevole imporre a un cittadino la situazione per cui il suo atto non verrà iscritto a ruolo, e la sua situazione non troverà tutela, sino a che non avrà raccolto le risorse necessarie per pagare il contributo unificato. Altrimenti ragionando, si genererebbe il risultato (inammissibile) di anteporre la necessità dello Stato di riscuotere il contributo unificato a quella di consentire al cittadino di registrare la propria causa nel ruolo. Evidentemente questa ipotesi non è percorribile e, dando il giusto valore alla primazia del diritto ad agire in giudizio rispetto a quello di far quadrare i bilanci dell’erario, il legislatore dovrà escogitare altri metodi per riscuotere il contributo unificato da parte di coloro che non adempiono al relativo pagamento, oltre a rafforzare i rimedi ex post per sanzionare gli “evasori”, invece di incidere ex ante sull’accesso alla giustizia. Ciò, senza considerare il sempre vivo e attuale tema del bisogno di una necessaria riduzione del contributo unificato in materia di contratti pubblici, in merito al quale il legislatore continua a sorvolare facendo finta di niente, a tutto danno dei cittadini e della giustizia amministrativa.

In difesa dei Tar, a 50 anni dalla nascita. La legge che ha istituito i Tribunali amministrativi regionali è la 1034 del 6 dicembre 1971: oggi compie mezzo secolo, dunque. Si moltiplicano le richieste di limitare potere e giurisdizione di questi presìdi, che garantiscono tutela dagli abusi del potere pubblico. Eppure all’inizio, nei comuni più piccoli, all’arrivo di un ricorso suonavano le campane…di Stefano Bigolaro, Consigliere Unione nazionale avvocati amministrativisti, su Il Dubbio il 6 dicembre 2021. Passano gli anni, arrivano gli anniversari, fioriscono i convegni. Ma i Tar se li meritano tutti, a cinquant’anni della legge che li ha istituiti. Hanno segnato un cambio epocale. Raccontano i più anziani che le prime volte, quando arrivava un ricorso al Tar in un piccolo Comune che non ne aveva mai visti, perfino il parroco suonava le campane.

Un compleanno importante. Ed è l’occasione per raccontare ai non “addetti ai lavori” che alcune cose sono diverse da come potrebbero sembrare.

1. I Tribunali amministrativi regionali non sono regionali

Sono stati una delle novità previste dalla Costituzione, come le Regioni. Sono stati poi attuati a molti anni di distanza, come le Regioni. Ma non c’entrano nulla. L’unico legame è il territorio: i Tar hanno sede in ogni Regione.

E, dal territorio, il discorso può ampliarsi. Perché in realtà i Tar non solo sono nati tardi, ma si poteva far meglio. Sono stati inseriti in un sistema che aveva già più di un secolo di storia, ma senza un ridisegno complessivo.

Quindi i Tar sono territoriali, e in ciò sta la loro importanza: nell’avvicinamento fisico della tutela a chi la deve chiedere. Ma il giudice d’appello – il Consiglio di Stato – non lo è. È rimasto dov’era (a Roma) e com’era (un organo con funzioni di “consulente” e non solo di giudice: un “hub” centrale di competenze fondamentali). Forse non si sarebbe mai partiti con i Tar se si fosse voluto rifare tutto, magari con un sistema di corti d’appello territoriali, eventualmente per macro-aree. Capisco: molto meglio essere partiti senza mettere troppo mano a un sistema secolare. Ma forse, passato mezzo secolo, ci si può pensare adesso.

E poi: i Tar non sono tutti davvero territoriali. Il Tar Lazio non è come gli altri, ha una serie di competenze proprie, eterogenea ma ampia. Giusto o sbagliato, non è facile dire. Bisogna vedere competenza per competenza: ma perché sottrarre ai Tar locali le questioni che non hanno una dimensione nazionale? Ed è anche un problema di proporzione: quasi un terzo dei ricorsi di tutta Italia arriva al Tar Lazio.

2. I Tribunali amministrativi regionali non sono amministrativi

Si chiamano così, ma non nel senso che facciano parte dell’amministrazione, né che la aiutino. Servono a dare tutela a chi viene leso ingiustamente dal potere pubblico. E dunque servono alla legalità del sistema. In fin dei conti, servono alla stessa amministrazione; ma non per darle ragione…Capita, nei convegni di questo periodo, di sentirsi come alieni di fronte a interventi di amministratori pubblici anche importanti (e probabilmente bravi nel loro mestiere). Il senso è che bisogna preventivamente sedersi tutti attorno a un tavolo, compresi procuratori della Corte dei conti e presidenti Tar, insomma “tutte le amministrazioni coinvolte”, per decidere insieme di fare, come fare, e soprattutto di lasciar fare le opere considerate di interesse pubblico.

Un mix imbarazzante di buone intenzioni e confusione sui ruoli: il giudice giudica dell’attività dell’amministrazione, non amministra insieme ad essa, a nessun livello.

3. Cosa giudicano i Tar

I Tar giudicano l’attività amministrativa. Il problema è come. Fino a che punto, cioè, può spingersi il giudice nel valutare un’attività amministrativa discrezionale? La risposta sta in un difetto dell’azione amministrativa che ha un nome un po’ datato: l’eccesso di potere. Ma è da sperare che sia un concetto in continua evoluzione.

Insomma, la questione è di andare oltre la superficie. Nessuna amministrazione, neanche il più piccolo Comune, dimentica ormai di farti partecipare o di mettere delle formule motivazionali. Bene così: ma questo non deve precludere la tutela. Devi poterti rivolgere a un giudice che – in concreto – sappia capire quando la partecipazione è inutile in partenza, o quando le parole sono vuote.

E poi c’è la questione degli interessi legittimi. I Tar decidono su quelli e non sui diritti soggettivi. Non si sa bene come distinguerli, intere biblioteche sono dedicate all’argomento. Sarebbe più semplice dire che il giudice amministrativo si occupa delle liti con le amministrazioni in certe materie (generalizzando i casi di “giurisdizione esclusiva”). Ma tant’è: nei limiti della sua giurisdizione, posso chiedere al Tar di annullare un atto amministrativo. Posso chiedergli anche il risarcimento del danno che ho subito? O devo chiederlo al giudice ordinario?

Il contrasto sul punto – apertosi vent’anni fa – era giunto a un equilibrio complicato. Se ho subito un danno per un provvedimento sfavorevole, devo chiedere il risarcimento al giudice amministrativo. Se invece ho subito un danno per un provvedimento favorevole rivelatosi illegittimo, il risarcimento posso chiederlo solo al giudice ordinario.

È però giusto di qualche giorno fa un trittico di sentenze dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (la 19, 20 e 21): in entrambi i casi si va avanti al giudice amministrativo. Una soluzione ragionevole e insieme una dichiarazione di guerra alla Cassazione.

E dunque: la frontiera dei Tar è quella risarcitoria. Ma sono, i Tar, preparati e attrezzati per quantificare il danno?

4. I Tar devono esserci

Non è neppure il caso di soffermarsi sulle ricorrenti accuse ai Tar di bloccare le opere e diminuire il Pil (e sull’aspirazione – neanche tanto nascosta – a sopprimerli). I Tar sono previsti in Costituzione. Certo, cambiandola si possono sopprimere. Ma non si può eliminare un sistema di tutela nei confronti degli abusi del potere pubblico.

Si può evitare che le sentenze dei Tar travolgano i contratti già firmati e le opere già iniziate. È quello che il legislatore sta cercando di fare. Però chissà se è un bene per il Pil: il ricorrente vittorioso, ma che non ottiene alcun risultato utile, deve pur essere risarcito.

Un’ultima cosa. I Tar non solo devono esserci; devono essere raggiungibili. Pensare di abbatterne l’operatività con una barriera come il contributo unificato non è degno di un paese civile.

5. I Tar e i loro giudici

Un giudice, tanti giudici: c’è una distinzione interna alla magistratura amministrativa. I giudici di primo grado non sono come quelli di secondo. Sono diversi i modi di accesso e i regimi. E le funzioni: i giudici di secondo grado appartengono a un organo che ha anche compiti consultivi, e quindi hanno la possibilità di fare anche dell’altro.

Tutto deriva da un retaggio storico. E dunque, per restare in quell’ambito sabaudo in cui ha avuto origine il Consiglio di Stato: fatto il giudice (come sistema di giustizia amministrativa), forse restano da fare i giudici (come magistratura amministrativa).

6. In conclusione

Mancherei di riconoscenza se non concludessi con gli auguri di buon compleanno. Davvero, con sincero affetto. È in realtà con i Tar che siamo nati anche noi, come avvocati che ci dedichiamo al diritto amministrativo, e che sentiamo il peso della situazione attuale, la responsabilità per le vertenze che seguiamo e per gli interessi pubblici con cui veniamo a contatto, ma un po’ anche l’orgoglio per ciò che facciamo.

·        La Giustizia non è di questo Mondo.

Val. Err. per "Il Messaggero" il 15 dicembre 2021. Cinque mesi per un rinvio. Sono questi i tempi medi nei processi penali di primo grado. È quanto emerge da uno studio condotto dalle Camere penali e dall'Eurispes, che, nel 2019, hanno monitorato oltre 13mila procedimenti in 32 Tribunali. Una situazione peggiorata rispetto all'indagine precedente, che risaliva al 2008. Ma la ricerca, per la prima volta, ha voluto indagare le cause dei rinvii, per stabilire a cosa sia dovuta la lentezza della giustizia. La conclusione è che in moltissimi casi, oltre a cause fisiologiche, ce ne sono alcune patologiche, come gli errori di notifica o il cambiamento dei giudici. I risultati dello studio, eseguito prima del rallentamento dovuto alla pandemia, sono stati presentati ieri dal presidente dell'Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza, dal presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara, e dal consigliere delle Camere penali di Roma Giuseppe Belcastro. Rispetto all'analisi eseguita nel 2008, la distanza tra un'udienza e l'altra si è allungata. Se nel 2008, in media i giorni, al monocratico erano 139, oggi sono 154 e si è passati da 117 a 129 giorni per quelli davanti al Tribunale collegiale. Al contrario, sempre più breve è la durata dei procedimenti: solo 14 minuti in aula monocratica (18 nel 2008), 39 minuti davanti al Tribunale collegiale (52 nel 2008).

LE CAUSE

Nella maggior parte dei casi l'udienza ha riguardato la sola ammissione delle prove (16,4%), la prosecuzione dell'istruttoria, anche se l'attività prevista è stata svolta e completata (16,1%), la discussione (10,7%), l'assenza dei testi citati dal pm (8,3%), l'omessa o irregolare notifica all'imputato (6,2%), la richiesta di messa alla prova (4,3%), l'assenza del giudice titolare (3,3%). Accanto a ragioni «fisiologiche», dunque, sull'elevatissimo numero di rinvii incidono anche ragioni «patologiche», come errori di notifica e l'assenza del Giudice titolare.

POCHE SENTENZE

Dai risultati emerge che dei processi monitorati in primo grado solo un quinto (20,7%) arriva a sentenza. L'incidenza delle sentenze è scesa dal 29,5% nel 2008 al 20,7% del 2019. Per quanto concerne i procedimenti terminati con sentenza, le assoluzioni sono poco meno del 30%, il 3,7% è rappresentato da assoluzioni per particolare tenuità del fatto, mentre le condanne sono il 40,4% delle sentenze, percentuale nettamente più bassa di quella rilevata nel 2008 (60,6%). 

Al contrario, risulta molto più elevata la quota relativa all'estinzione del reato: 24,5%, a fronte del 14,9% del 2008.

L’allarme delle toghe: «L’accesso indiscriminato in Cassazione è insostenibile». Secondo la sezione dell'Anm della Suprema Corte, il ricorso «indiscriminato» in terzo grado influisce «negativamente sull’affermazione della certezza del diritto». Il Dubbio il 6 dicembre 2021. L’accesso «indiscriminato» in Cassazione ha costi «insostenibili»: sia in termini economici, che di diritto. E’ questo, in sintesi, l’allarme lanciato dalla sezione dell’Anm della Suprema Corte, per la quale il ricorso in terzo grado, se non opportunamente regolato, può influire «negativamente sull’affermazione della certezza del diritto, valore cardine del nostro ordinamento e sul principio della ragionevole durata dei processi, che costituisce un diritto fondamentale della collettività e non solo del singolo».

«La garanzia di accesso in Cassazione», infatti, agirebbe sul volume del contenzioso – con una media di oltre 30mila sentenze all’anno – e sulla crescita dell’arretrato, senza che il giudice di legittimità, per come è impostato, riesca a garantire un effetto deflattivo del contenzioso di merito. Un problema che riguarda tanto la sezione tributaria, quanto «tutto il settore civile della suprema Corte», sottolinea l’Anm. Per questa ragione – secondo quanto riporta dal Sole 24 Ore – in un documento dello scorso 29 novembre, le toghe hanno proposto di «ripensare in termini generali a come rivedere il punto di equilibrio tra il diritto di accedere in Cassazione a prescindere dal valore della controversia e dalla materia trattata riconosciuto dall’articolo 111, comma 7, della Costituzione e la funzione nomofilattica e quale valore essenziale dell’ordinamento e garanzia fondamentale in quanto volta a realizzare il principio fondamentale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge mediante l’uniformità di trattamento e di interpretazione». Il dato di partenza ha a che fare con il numero di pendenze e i tempi di risposta della giustizia, che si dilatano con l’aumentare dell’arretrato. Per rendere il quadro basta considerare che la media dei procedimenti iscritti negli ultimi cinque anni alla Suprema corte supera i 33mila l’anno. E nel 2020, la sola sezione tributaria ha ricevuto 9.841 ricorsi, di cui ne ha definiti 9.070. Proprio per abbattere il contenzioso tributario, l’Anm individua una possibile soluzione nell’istituto del rinvio pregiudiziale alla Corte di Cassazione da parte del giudice di merito. Uno strumento già previsto dalla riforma del processo civile, e che nelle intenzioni dovrebbe avere un effetto deflattivo molto forte, in quanto consente ai giudici della Suprema Corte di esprimere un principio di diritto contestualmente al sorgere del contenzioso e non a distanza di anni.

Cassazione intasata dai ricorsi: e se il problema fossero i giudici? Più che le leggi bisognerebbe modificare i comportamenti: da tempo le toghe dedicano parte delle loro energie a risolvere conflitti di giurisprudenza che loro stessi hanno creato. Antonio De Notaristefani su Il Dubbio il 7 dicembre 2021.

È noto che da diversi anni la Cassazione sia in grave difficoltà a causa del numero troppo elevato di processi, a volte per questioni di poco rilievo. Cosa fare?

Si è fatto ricorso a “strumenti di respingimento” basati su un rigore formale che in diversi casi si è dimostrato eccessivo, finché non è arrivata la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Oggi, per fortuna, quell’autosufficienza dei ricorsi, che era stata introdotta cambiando le prassi senza che fossero cambiate le norme, viene interpretata in termini umani e con maggiore cautela.

Le Sezioni Unite della Corte, con le sentenze di san Martino del 2008 in tema di danno non patrimoniale, avevano indicato una strada: i pregiudizi bagatellari sfuggono all’area del diritto e rientrano in quella tolleranza che il dovere di solidarietà, previsto dall’articolo 2, impone a tutti. Ma il problema rimane: quando, una causa può essere definita bagatellare? E come si fa ad individuare uno sbarramento di valore? In base alla domanda? Tutti alzerebbero il loro, pur di garantirsi l’accesso alla Cassazione. Troppi avvocati abilitati alla difesa in Cassazione fanno troppi ricorsi? Può darsi, ma anche ammesso che non si ponga un delicato problema di diritto quesito per chi è già iscritto, mi sembra che vi sia, di fondo, una visione elitaria della giustizia che non appartiene alla nostra Costituzione.

Ritengo invece che il rinvio pregiudiziale previsto dalle nuove norme possa essere d’aiuto, sebbene, probabilmente, un po’ più di coraggio sarebbe stato utile, di modo da garantire una maggiore premialità per chi si adegua, come avviene con il meccanismo delle sentenze pilota della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Di certo, in ogni caso, questo non è sufficiente. Così come non basterà sopprimere quella sezione filtro che nel 2009, tra le proteste dell’avvocatura, era stata introdotta con il proclama secondo cui avrebbe contribuito a risolvere il problema del sovraccarico dei ruoli, mentre oggi – con la stessa motivazione – viene soppressa.

Più che le norme bisognerebbe cambiare i comportamenti: cosa molto più complicata. Leggo che ci si lamenta che il numero dei ricorsi sta snaturando la funzione stessa della Corte, perché se ci sono troppe cause diventa difficile esercitare quella nomofilachia che dovrebbe essere, nello stesso tempo, la missione della Corte, e il più potente degli strumenti di deflazione del contenzioso. È vero, ma mi domando se non si stiano confondendo le cause con gli effetti: si fa poca nomofilachia perché ci sono troppi processi, o ci sono troppi processi perché si fa poca nomofilachia? Da tempo i giudici della Corte dedicano una parte considerevole delle loro energie a risolvere conflitti di giurisprudenza che loro stessi hanno creato: come si può pretendere che un soccombente non tenti la sorte, se ha una ragionevole speranza di vedersi dare ragione da un collegio che la pensa diversamente da quello precedente?

Il pluralismo delle opinioni è una ricchezza perché rende fecondo il dibattito, ma nelle aule di giustizia, e soprattutto in Corte, deve trovare la sua sintesi in una decisione collegiale che si fonde in una volontà nuova e diversa, dando luogo ad una sentenza che viene pronunziata in nome del popolo italiano; e quando questo ha espresso qual è il comando della legge, tutti i giudici che compongono la Corte, compresi quelli che avevano un’opinione diversa, hanno il dovere di concorrere ad assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme, che è la funzione della Corte. Ed è una funzione – lascio parlare il Sig. Primo Presidente – “che si rafforza con la Costituzione repubblicana fondata sul principio di eguaglianza, in quanto interpretazioni della medesima regola difformi, o addirittura opposte, dando luogo a soluzioni diverse di casi identici o analoghi compromettono tale principio, oltre che le esigenze di certezza del diritto e la credibilità della giurisdizione”.

Ecco, forse il problema è la credibilità della giurisdizione. Per questo, la soluzione è complicata: non basta modificare le norme.

Antonio de Notaristefani, Presidente dell’Unione nazionale delle Camere civili (Uncc)

Ricorsi in Cassazione la Cedu: «Troppo peso ai formalismi». Per i giudici di Strasburgo in Italia viene penalizzata la sostanza. Bocciati altri due ricorsi. Simona Musco su Il Dubbio il 30 ottobre 2021. Violazione dell’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo per l’eccessivo formalismo dei criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione: è quanto riscontrato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza 55064 del 28 ottobre, nella quale viene evidenziato che i criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione attribuiscono un peso sproporzionato alla forma a scapito della sostanza. L’Italia dovrà dunque risarcire con 9.600 euro il ricorrente per danno morale, più qualsiasi imposta che potrebbe essere dovuta su tale somma. A ricorrere alla Cedu il dirigente di un’impresa commerciale di Catania cui era stato notificato un avviso di sfratto. L’uomo ha impugnato per Cassazione, a marzo 2010, la sentenza d’Appello che confermava il decreto ingiuntivo di sgombero, esponendo una sintesi dell’oggetto e dello svolgimento del procedimento. Nel suo ricorso, lungo circa 50 pagine, erano stati evidenziati i motivi di ricorso e le motivazioni della sentenza impugnata, parti del procedimento e degli atti citati sono stati parzialmente trascritti o riassunti con l’indicazione della numerazione degli atti processuali. La Cassazione ha però dichiarato il ricorso inammissibile. Da qui il ricorso alla Cedu, davanti al quale il dirigente ha lamentato un’applicazione eccessivamente formalistica delle norme sulla formazione dei ricorsi. In particolare, il ricorrente ha evidenziato che il principio d’autosufficienza, ovvero l’esigenza che il ricorso contenga in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la Cassazione della sentenza di merito senza la necessità rinviare a fonti esterne, non era sufficientemente prevedibile, chiaro e coerente all’epoca dei fatti. Il governo ha ammesso l’origine giurisprudenziale di questo principio, evidenziando come la Cassazione abbia dovuto chiarirne l’applicazione con sentenze delle Sezioni Unite. Un’esigenza di chiarimento che sta anche alla base di un protocollo datato 2015, la cui sottoscrizione da parte del Cnf «avrebbe cercato di arginare l’approccio eccessivamente formalista della Corte di Cassazione». Secondo i giudici di Strasburgo, «se il carico di lavoro della Corte di Cassazione descritto dal governo rischia di porre difficoltà all’ordinario funzionamento del trattamento dei ricorsi», resta il fatto che l’accesso alla giustizia non possa essere limitato «con un’interpretazione eccessivamente formalistica», al punto «da violare tale diritto nella sua stessa sostanza». Insomma, questa facoltà deve essere concreta e non solo teorica. E per garantire ciò, le norme che limitano il potere di impugnazione devono essere chiare e prevedibili agli occhi del ricorrente. Secondo la Cedu, invece, la Cassazione ha dimostrato un eccessivo formalismo non giustificabile rispetto alla specifica finalità del principio dell’autonomia e quindi della finalità perseguita, ossia la garanzia della certezza del diritto e della corretta amministrazione della giustizia. Per il Palazzaccio, infatti, il ricorrente non aveva indicato, per ciascun motivo, le ipotesi di ricorso. Ma secondo i giudici di Strasburgo, dalla lettura dello stesso emerge con chiarezza l’oggetto e l’andamento della controversia dinanzi ai giudici di merito, nonché la portata dei mezzi, sia nella loro base giuridica che nel loro contenuto, con l’ausilio di rinvii ai passaggi della sentenza della Corte d’appello e ai relativi atti citati nel secondo grado di giudizio. I criteri previsti dall’articolo 360 del codice di procedura civile, dunque, erano stati sufficientemente rispettati. La sentenza, però, non riguardava il solo caso del dirigente catanese.  Strasburgo aveva infatti  rilevato che la valutazione della legittimità dello scopo perseguito dall’applicazione del principio di autonomia del ricorso per Cassazione si prestava ad un trattamento unitario per tre diversi ricorsi, per un totale di otto ricorrenti. Lo scopo di tale principio, come evidenziato dal governo, era quello di facilitare la comprensione della causa e delle questioni sollevate in appello e per consentire alla Corte di Cassazione di pronunciarsi senza dover ricorrere ad altri documenti, in modo da preservare il suo ruolo e la sua funzione che consiste nel garantire «l’applicazione uniforme e la corretta interpretazione del diritto interno». Negli altri due ricorsi, però, i giudici non hanno ravvisato la violazione come nel caso del dirigente catanese: in un caso, infatti, «l’indicazione degli atti del giudizio nel merito era irregolare poiché, per ogni passaggio citato, mancava il rinvio agli atti originari richiesti dalla giurisprudenza interna», nell’altro l’avvocato dei ricorrenti «si è limitato a trascrivere gran parte dell’esposizione dei fatti della sentenza della Corte d’appello, le conclusioni dei ricorrenti in appello, parte dell’impugnazione», come motivazione e dispositivo della sentenza della corte d’appello.

L’ansia di giustizia che unisce letteratura e diritto. Tra letteratura e diritto esiste un nesso inscindibile, e questo nesso, questa “terra di mezzo” è proprio la parola. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 18 ottobre 2021. A nessuno verrebbe in mente di mettere sotto l’albero di Natale o di presentarsi alla cena della Vigilia da amici o parenti con un libro di testo giuridico come regalo: si porta in dono un bel libro fotografico sui canyon americani o un cofanetto con gli ultimi thriller italiani o un ricettario di una qualche presentatrice che ha avuto successo con i suoi intingoli semplici da preparare in non più di dieci minuti. Puoi averlo anche ben confezionato – con la carta dorata e un bel nastro variopinto – ma con un libro di sentenze di questa e quella Corte d’Appello o dove si raccoglie la giurisprudenza della Corte costituzionale in merito a una serie di argomenti pure sociali, in regalo, corri il rischio di suscitare delusione. Sempre che non te lo tirino dietro, e decidano di non invitarti più. Eppure. È proprio questo il primo pregiudizio da superare: tra letteratura e diritto esiste un nesso inscindibile, e questo nesso, questa “terra di mezzo” è proprio la parola. Evocativa, suggestiva, complessa nella letteratura; precisa, dettagliata, normativa nella giustizia: cos’altro è una sentenza, se non parola che si traduce in pena o assoluzione? Direi intanto che letteratura e diritto – la parola della narrativa, della poesia, e la parola della legge – hanno oggi una “questione comune” da affrontare, che è il prevalere della “parola mediatica”. È una questione che chi conosce il nostro giornale, i suoi intenti, le sue battaglie, avrà riscontrato spesso nelle sue pagine: troppe trasmissioni televisive, troppe “campagne” mediatiche vanno sovrapponendosi e sostituendosi ai luoghi propri dell’esercizio e dell’amministrazione della giustizia – come esercitando un “diritto altro”, spesso primitivo. E i loro linguaggi, la loro grammatica è obbligatoriamente semplificata, i loro “personaggi” (persone reali, in carne e ossa) incarnano troppo semplicisticamente il bene o il male – annichilendo proprio quella sfaccettatura di sentimenti, di intenzioni, di animo che sempre alberga nella cronaca, e a cui la letteratura attinge, per indicarci la complessità del mondo e delle relazioni tra gli uomini. Tempo fa, Roberto Esposito, che di mestiere fa il filosofo, chiedeva ( Diritto & castigo. Quando il romanzo detta legge. Viaggio nella colpa, da Kafka a Camus, “la Repubblica”, 27 dicembre 2012): «Cosa può mai congiungere il diritto alla letteratura? Un solco profondo sembra separare la fluidità senza confini della scrittura letteraria e la rigidità di un ordine giuridico volto a discriminare la condotta lecita da quella illecita». Eppure, proprio su questa intersezione, su questo “ponte sospeso” esiste ormai da decenni una vera e propria “accademia” (soprattutto negli Stati Uniti) che ha prodotto opere notevoli, oltre che corsi universitari di elevato spessore culturale e scientifico. Come ha scritto Gabrio Forti nella sua introduzione al primo volume di Giustizia e letteratura, la raccolta e l’elaborazione di un ciclo di seminari sotto la guida del Centro Studi “Federico Stella”: «È nell’area americana che assistiamo alla nascita del vero e proprio Law and Literature Movement. Con gli anni ’80 del secolo scorso si ha quindi la definitiva consacrazione della riflessione giusletteraria: un solenne riconoscimento interdisciplinare che, fissandone i contenuti, viene a trascendere l’ambito puramente teorico per incardinarsi in esperienze vive di insegnamento e di dibattito e, in alcuni casi, di pratica giuridica. È soprattutto nell’ambiente accademico americano, specie all’interno delle Law Schools, che si ha un fiorire di studi volti ad arricchire il diritto attraverso il confronto con discipline extra-giuridiche come la letteratura, cui si fa riferimento sia quale fonte di narrazioni aneddotiche utili a stemperare certi formalismi legalistici, sia quale strumento linguistico ed ermeneutico per far emergere nuovi significati dai testi normativi. Nella prospettiva del Law in Literature, lo studio di opere letterarie che trattano temi legali assolve a una fondamentale funzione educativa, divenendo un importante strumento di umanizzazione e di crescita etica ed emotiva del giurista il quale, guardando alla letteratura, si ritiene possa meglio percepire e indagare la componente umana del diritto, spesso offuscata da un asettico formalismo e imprigionata in narrative ufficiali incapaci di dare voce (propriamente di “rendere giustizia”) ai soggetti deboli, agli outsiders sociali». Con semplicità e precisione spiegava ancora Gary Minda (in Teorie postmoderne del diritto, 1995): «Una delle principali premesse dottrinali di questo movimento è che lo studio della letteratura è utile per analizzare la natura etica del diritto: che il pensiero e la pratica letterari hanno cose da dire sui temi umani nel diritto. Un’altra premessa è che diritto e letteratura sono intimamente collegati, poiché entrambi dipendono dal linguaggio e da un modo di leggere, scrivere e parlare che comporta pratiche interpretative simili». Dalle pagine del nostro giornale, Vincenzo Vitale (3 agosto 2019), scriveva: «In realtà, diritto e letteratura si incontrano ad un crocevia fondamentale, quello stesso della verità… l’oggetto della letteratura e del diritto è il medesimo: la vita stessa. E non è poco, se si pensa che proprio della vita oggi i giuristi sembrano essersi fatalmente dimenticati. Basti leggere e meditare in proposito alcune massime della Cassazione da dove emerge con dolorosa chiarezza come la vita autentica degli esseri umani sembri distante anni luce… Ecco allora il compito della letteratura farsi ancora più chiaro: cercare di evitare questa mortale autoreferenzialità del diritto, riconducendolo, alla fine del suo tortuoso percorso, lì da dove era partito: ancora e sempre la vita degli esseri umani». Quanta “ansia di giustizia” possiamo ritrovare in Shakespeare, Balzac, Zola, Dickens, Kafka, nell’Orestea di Eschilo, nell’Antigone di Sofocle, nelle figure di Faust e Robinson Crusoe, in Sciascia, in Dürrenmatt!

Perciò, regalate Il mercante di Venezia di Shakespeare o il Billy Budd di Melville, per Natale. Ma con questa avvertenza: dite loro che si tratta di un testo giuridico.

Parole di giustizia, l’alleanza dei saperi a tutela dei diritti fondamentali. L'appuntamento, promosso dall'associazione studi giuridici "Giuseppe Borrè", coinvolge magistrati, avvocato, docenti universitari e giornalisti. Livio Pepino, Presidente associazione studi giuridici “Giuseppe Borrè”, e Stefano Musolino, Segretario Magistratura democratica, su Il Dubbio il 18 ottobre 2021. L’Uguaglianza delle persone davanti alla legge e la tutela dei diritti sono il banco di prova delle democrazie contemporanee. Ciò sta scritto nelle Costituzioni del Novecento (a cominciare da quella del nostro Paese) ma spesso – troppo spesso – resta un obiettivo irrealizzato. Così la giustizia sembra talvolta ridursi, da orizzonte di una vita decorosa e serena per tutti, a insieme di procedure per risolvere controversie e conflitti. Con conseguenze assai gravi sulla politica, sulla giurisdizione e, soprattutto, sulle condizioni delle persone. Lo ha affermato di recente, parlando a un pubblico di giuristi in occasione del XX congresso della Associazione internazionale di diritto penale, papa Francesco: «Oggi, alcuni settori economici esercitano più potere che gli stessi Stati: una realtà che risulta ancora più evidente in tempi di globalizzazione del capitale speculativo. Il principio di massimizzazione del profitto, isolato da ogni altra considerazione, conduce a un modello di esclusione – automatico! – che infierisce con violenza su coloro che patiscono nel presente i suoi costi sociali ed economici, mentre si condannano le generazioni future a pagarne i costi ambientali. La prima cosa che dovrebbero chiedersi i giuristi oggi è che cosa poter fare con il proprio sapere per contrastare questo fenomeno, che mette a rischio le istituzioni democratiche e lo stesso sviluppo dell’umanità». In questo contesto ha fatto irruzione un fenomeno devastante per il sistema dei diritti: il cosiddetto populismo, caratterizzato, tra l’altro, da un diffuso «scontento verso le procedure della democrazia, considerate troppo lente, macchinose e distanti dalla volontà del popolo con l’enfatizzazione del ruolo di capi politici, diretti interpreti della volontà dei cittadini» (Nello Rossi). Ciò ha avuto pesanti ricadute anche nel settore giustizia, acuendo anomalie preesistenti come l’uso spregiudicato di leggi “manifesto” per lanciare messaggi culturali più che per regolamentare razionalmente fenomeni e situazioni, il ricorso all’aumento delle pene edittali a fronte di ogni (asserita) emergenza, la produzione di norme volutamente vaghe e indeterminate. Non solo ma – fatto ancor più grave – ha alimentato l’insofferenza nei confronti delle regole e delle garanzie e la diffidenza verso i magistrati (ritenuti non legittimati dalla volontà del popolo) e i giuristi in genere sino a far vacillare l’aurea massima del garantismo secondo cui «deve poter esserci un giudice indipendente che interviene a riparare i torti subiti, a tutelare il singolo anche se la maggior parte o persino la totalità degli altri si schierano contro di lui, ad assolvere in mancanza di prove quando l’opinione comune vorrebbe la condanna o a condannare in presenza di prove quando la medesima opinione vorrebbe l’assoluzione» (Luigi Ferrajoli). L’effetto è evidente: nella prospettiva del populismo «il pubblico ministero o il giudice diventano magistrati di scopo: devono punire, duramente, il guidatore sbadato, per ammonire tutti i guidatori, devono sanzionare il politico o il pubblico funzionario accusati di malversazione perché rientrano nel tipo d’autore che il populismo ha configurato, devono sempre e comunque assolvere il cittadino che ha ucciso il ladro. L’alleanza con il Giudiziario è una componente essenziale di questo populismo, perché attraverso il Giudiziario il nemico può essere individuato, segnalato alla pubblica opinione e punito» (Luciano Violante). Ciò – superfluo dirlo – ha condizionato e condiziona la giurisdizione, nonostante alcune significative resistenze in settori della magistratura. Che fare, in questo clima, per inverare un ruolo dei giuristi e della giurisdizione di effettiva tutela dei diritti fondamentali? Inutile auspicare un cambio d’indirizzo della politica, tanto necessario quanto, nei tempi brevi, irrealistico. E non basta il richiamo ai valori costituzionali e alla necessità di una loro applicazione rigorosa: richiamo sacrosanto, ovviamente, ma da solo destinato a soccombere di fronte ai continui attacchi, diretti e indiretti. Occorre un salto di qualità: l’apertura, nel mondo dei giuristi, di una fase nuova, all’altezza di quella che caratterizzò la stagione a cavallo degli anni Settanta e del “disgelo costituzionale”. Si colloca qui il progetto di “Parole di giustizia” promosso dall’Associazione studi giuridici Giuseppe Borrè, approdato quest’anno a Urbino e a Pesaro, grazie alla sensibilità e lungimiranza del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università degli studi Carlo Bo e alla collaborazione di Magistratura democratica e dell’Ordine degli avvocati di Pesaro: un appuntamento annuale teso a recuperare la consapevolezza del carattere etico e politico oltre (e prima) che tecnico della questione giustizia. Un appuntamento che coinvolge magistrati, avvocati, docenti universitari, giornalisti ed esperti di comunicazione in dibattiti, dialoghi, lezioni magistrali e interviste che intendono portare i temi della giustizia tra chi ne è destinatario, a cominciare dai cittadini e dalle cittadine, dagli studenti e dalle studentesse. Si parlerà, quest’anno, come dice il titolo (In-sicurezza. Giustizia, diritti, informazione) di vita delle persone, di sicurezza, di paure. «Vivere bene», in una integrazione rassicurante con chi ci sta accanto e al riparo da aggressioni alla propria incolumità, ai propri affetti e ai propri beni, è la sacrosanta aspirazione di tutti. I Costituenti americani del Settecento la chiamarono «diritto alla felicità ». Nella seconda metà del secolo scorso le grandi Costituzioni contemporanee hanno individuato nella giustizia sociale lo strumento per raggiungere quell’obiettivo. Ma oggi il diritto alla felicità sembra soppiantato dalla paura diffusa e dall’intolleranza e lo Stato sociale si trasforma sempre più in Stato penale. All’analisi di questo arcipelago e dei suoi effetti sui diritti, sulla politica, sulla legislazione, sul modo di amministrare la giustizia è dedicata questa edizione di “Parole di giustizia”.

Io penalista dico ai colleghi: la fede nel garantismo non ci consente di invocare il pugno duro con la stampa. Mi fa una brutta impressione quando vedo degli avvocati invocare l’inasprimento delle pene: io credo che non sia affare nostro, anzi che strida fortemente con la nostra funzione, con il nostro ruolo e le nostre idee, chiedere pene e galera. Cataldo Intrieri su Il Dubbio il 17 ottobre 2021. In un’epoca in cui la grande questione politica è la crisi della democrazia liberale di fronte al populismo, ci si aspetterebbe di trovare l’avvocatura compatta in difesa della prima, ma è lecito nutrire qualche dubbio. Di recente sono rimasto sorpreso per alcune prese di posizione ufficiali dell’Unione delle Camere penali che proverò a riassumere. La prima riguarda la famosa (o famigerata) inchiesta “sotto copertura” di Fanpage sulle frange neonaziste contigue alla Lega. Secondo l’Osservatorio sull’informazione dell’Ucpi, «siamo al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico… perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza». Assume l’Unione che il giornalista che, al pari di un agente provocatore, ha simulato la commissione di un reato sotto le mentite spoglie di un finanziatore del movimento neo- nazista milanese abbia commesso un atto illecito stimolando gli ignari interlocutori a commettere un reato. Come si ricorderà, il giornalista per molto tempo, fingendo di essere un imprenditore di simpatie di estrema destra si è infiltrato in una congrega di nostalgici e dichiarati fascisti alla ricerca di finanziamenti elettorali, anche in nero, per i loro candidati. Sotto tale falsa veste il giornalista ha organizzato una beffa: la consegna agli interessati di una valigetta che invece di mazzette conteneva libri sull’olocausto. Ciò, secondo l’Osservatorio dell’Ucpi, non è accettabile, il che, diciamo può condividersi, quello che stupisce invece sono le conclusioni secondo cui tali condotte vanno sanzionate anche sotto il profilo penale, e a tale scopo l’Unione invoca il capovolgimento della giurisprudenza della Corte di Giustizia europea che in casi simili ha ritenuto di dover salvaguardare come prevalente il diritto alla pubblica informazione. Invece secondo l’Osservatorio, «se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra Costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), il giornalismo d’inchiesta si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali». Ora possiamo discutere su tutto ma non certo del fatto che la presenza di movimenti neo-fascisti non sia di pubblico interesse, e quanto è successo a Roma di recente dovrebbe spiegare perché. Personalmente mi fa una brutta impressione quando vedo degli avvocati invocare l’inasprimento delle pene: io credo che non sia affare nostro, anzi che strida fortemente con la nostra funzione, con il nostro ruolo e le nostre idee, chiedere pene e galera. Non discuto il diritto di criticare un certo tipo di giornalismo e che ciò vada fatto anche con toni aspri, ma invocare il carcere, via…Aggiungo che tale atteggiamento non si possa poi tenere quando in ballo ci sia comunque un diritto costituzionale come la libertà di stampa, fermo restando il diritto di criticare e di denunciare fenomeni degenerativi: non occorre certo che io ricordi come di recente la Corte Europea dei Diritti Umani abbia condannato il ricorso alla pena detentiva contro i giornalisti. Qualche anno fa io criticai la decisione della Camera Penale di Roma di denunciare dei giornalisti perché avevano pubblicato delle intercettazioni e dei filmati di pedinamento, piuttosto che denunciare i responsabili degli uffici giudiziari che non avevano vigilato. Quando cominciò il processo ( Mafia Capitale) chiesi direttamente ai Ros chi avesse confezionato gli spezzoni che giravano su tutti i media e venne fuori che esisteva presso gli inquirenti un apposito “ufficio pubblicità”. Credo che questo sia il nostro compito: la denuncia delle storture processuali. Vi sono poi ulteriori iniziative che hanno aumentato la mia perplessità: ad esempio l’Unione ha recentemente legittimamente manifestato la propria solidarietà ad un autorevole membro della giunta deferito dall’Anm di Palermo ai propri organi disciplinari per lo sfogo contro i magistrati contenuto in una intercettazione di una sua conversazione. Si tratta di un colloquio, senza alcuna rilevanza, con persone che lui aveva conosciuto in ragione della propria attività professionale nell’ambito delle indagini difensive per un clamoroso caso mediatico relativo alla riapertura delle indagini, richiesta dall’avvocato, per la sparizione avvenuta venti anni fa di una minore. La protesta dell’associazione dei penalisti è ampiamente motivata a tutela della riservatezza di uno stimato professionista, ma mi sono stupito che non si sia detto nulla sul massacro mediatico che la stampa in questa occasione ha compiuto in danno dei poveri indagati, alcuni dei quali già prosciolti anni prima. Un’indegna campagna di stampa alimentata da fughe di notizie che la stessa magistratura inquirente denuncia con parole di fuoco come un ennesimo corto circuito di notizie riservate, propalate in modo irresponsabile. Giustamente l’Osservatorio in un’altra recente vicenda portata all’onore delle cronache da Massimo Giletti — uno dei campioni del giustizialismo casereccio — sui cui è imminente la decisione del giudice sulla richiesta di archiviazione, (come nell’altra vicenda peraltro), evento che il conduttore vorrebbe sventare, ha preso una durissima quanto opportuna posizione di condanna, sia pure senza invocare la galera per i giornalisti. So benissimo che queste righe non saranno gradite, ma posso assicurare che il loro scopo non è certo quello di irritare colleghi ed amici che stimo quanto di rilevare delle contraddizioni ricorrenti su principi di natura politica e costituzionale nell’avvocatura penalista. Non debbo dare io lezioni e patenti di garantismo, me ne guardo bene, ma ad esempio, per dirne un’altra, non ho capito le incertezze ed un certo cerchiobottismo sulla condanna di Mimmo Lucano: paradossalmente abbiamo applicato il garantismo ai giudici che lo hanno ferocemente condannato piuttosto che all’imputato, all’insegna pensosa del «dobbiamo aspettare le motivazioni» Qualche anno fa subito dopo l’arresto del sindaco di Riace, quando neanche si era pronunciato il riesame, Massimo Bordin, uno capace di prendere posizione allo stesso modo per Sofri come per Salvini, non ebbe bisogno di leggere alcuna motivazione, né si sognò di definire Lucano come un obiettore civile, non lo confuse con Danilo Dolci, Pannella o Don Milani, disse anzi che era un furbo pasticcione ma denunciò gli arresti come «una campagna di annientamento» contro un’esperienza sociale. Ed allo stesso modo Bordin ha criticato il giustizialismo feroce, da Mafia Capitale ai processi contro Salvini. Allo stesso modo. Vedete, anche se il terrazzino dei veri garantisti, come dice Sansonetti, è molto piccolo, si può trovar lo stesso il posto e lo spazio per esserlo comunque e dirlo.

·        Magistratura. L’anomalia italiana…

L’allarme durante la seduta del plenum del Csm . Magistrati in fuga dai tribunali: sempre più demotivati, o sfaticati? Viviana Lanza su Il Riformista il 17 Dicembre 2021. Meglio deliberare sui passaggi formali di un atto amministrativo che scavare nella vita delle persone, fra reati che creano allarme sociale e processi che si trascinano per anni, meglio gli snelli fascicoli della giustizia amministrativa che i corposi faldoni di quella penale o civile. Devono aver fatto simili considerazioni i magistrati che, sempre più numerosi, hanno scelto di passare dalla giustizia ordinaria a quella amministrativa. Una fuga che sta cominciando a svuotare seriamente i tribunali al punto che, nell’ultima seduta del plenum del Consiglio superiore della magistratura, è stato lanciato l’allarme. In verità, a Napoli ce n’eravamo già accorti mesi fa quando, analizzando le condizioni della Corte d’appello che ha un carico di circa 56 mila procedimenti pendenti, il presidente Giuseppe De Carolis di Prossedi aveva evidenziato la fuga dei magistrati dalla Corte d’appello e la difficoltà di coprire i posti vacanti perché non ci sono sufficienti magistrati che ne fanno domanda. Tanto da arrivare ad avere quindici collegi operativi su diciotto e sedici posti vacanti nella pianta organica dei magistrati del settore penale, pur considerando che proprio nel settore penale la Corte d’appello di Napoli, accogliendo i processi definiti in primo grado nei vari Tribunali del distretto, ha una mole enorme di procedimenti da trattare: basti pensare che una sola sezione della Corte d’appello di Napoli ha più processi pendenti di tutte le sezioni della Corte d’appello di Milano messe insieme. E adesso si scopre che il problema dell’esodo delle toghe si sta ingigantendo.

La questione, per essere sintetici, si può riassumere così: sempre più magistrati preferiscono i tribunali amministrativi, abbandonando o evitando di scegliere quelli ordinari dove si lavora troppo e sempre più frequentemente in condizioni difficili, oltre che in sottorganico e con il rischio di finire bersagli di offese e gogne pubbliche alla prima decisione impopolare. Meglio, dunque, la giustizia amministrativa, fatta di ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato, di contenziosi che hanno a che fare con cittadini che contestano un atto della pubblica amministrazione e con procedimenti dai tempi decisamente più snelli e rapidi. Questa fuga verso la giustizia amministrativa si sta diffondendo soprattutto tra i giovani magistrati. Lo testimoniano le tante dimissioni dall’ordine giudiziario che stanno arrivando al Csm, al punto da spingere alcuni consiglieri a sottoporre la questione dinanzi al plenum. Lo ha fatto il togato di Magistratura Indipendente Antonio D’Amato, relatore delle numerose delibere con cui il Csm ha dovuto prendere atto della cessata appartenenza all’ordine giudiziario di giudici che, dopo aver vinto il concorso, ci hanno ripensato. «Molti magistrati – ha sottolineato D’Amato – lasciano la magistratura ordinaria, scegliendo di entrare nei ruoli della magistratura amministrativa. È un tema serio che ci riguarda tutti da vicino, perché i carichi e le condizioni di lavoro della magistratura ordinaria non sono più sostenibili. Serve una riforma della giustizia a partire da queste necessità». Una preoccupazione espressa anche dal togato Giovanni Zaccaro di Area, secondo il quale il fenomeno deriva da un «disagio esistenziale», ma anche dalla «delegittimazione della categoria, frutto di una costante campagna di denigrazione, che induce i colleghi più giovani a migrare verso altre carriere». In passato si assisteva a una corsa verso la magistratura ordinaria con concorsi affollati di giovani aspiranti pm mentre la giustizia amministrativa era animata da magistrati meno numerosi e con un’età media intorno ai 40 anni, ultimamente invece il trend è cambiato e ha intrapreso un percorso inverso. Il fenomeno dunque, sta cambiando l’identità della magistratura, per cui se fino a poco tempo fa la questione era morale, innescata dal caso Palamara e dalle varie vicende a margine che avevano minato la fiducia dell’opinione pubblica nella categoria di giudici e pm, adesso la questione che investe la magistratura si presenta come la spia di una crisi d’identità.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

«Questo ministero non è un albergo per pm», l’altolà dei dirigenti. Il Dubbio il 22 dicembre 2021. Pesantissimo comunicato, dai toni quasi sprezzanti, diffuso dall’Associazione dirigenti Giustizia sull’ipotesi che i magistrati eletti a cariche politiche vengano “ripescati” nei ranghi di via Arenula a fine mandato.

«Creerebbero imbarazzo». Basterebbe questo inciso: il “ripescaggio” dei magistrati come dirigenti ministeriali, in particolare a via Arenula, dopo la “scappatella” in Parlamento, in Consiglio comunale o alla Regione, sarebbe «un rimedio peggiore del male». A parlare così, badate bene, non è un deputato col gusto della polemica, ma l’Associazione dirigenti Giustizia.

La quale associazione ha diffuso un comunicato subito dopo che, tre giorni fa, ha iniziato a farsi strada la “soluzione finale” per le porte girevoli fra toghe e politica: rilanciare l’idea del ddl Bonafede, e dello stesso Csm, vale a dire il divieto di rientro in magistratura per giudici e pm eletti o nominati a cariche politiche, con il loro inserimento in altri ranghi dell’amministrazione pubblica.

La versione che sembra poter entrare negli emendamenti di Marta Cartabia prevede un dirottamento verso la carriera ministeriale anche per quelle toghe che si candidano e fanno flop.

È la goccia che ha fatto traboccare il vaso, probabilmente, dal punto di vista dell’Associazione dirigenti giustizia: «Una prospettiva da scongiurare, per il bene della nostra amministrazione, oltre che per l’autorevolezza e la funzionalità della macchina amministrativa pubblica», è la stroncatura senza appello affidata dai dirigenti a un comunicato.

I magistrati, si legge nella nota, «non sono, in quanto tali, in grado di ricoprire ogni ruolo. Non sono “figli di un Dio maggiore” che li abilita a fare tutto». Botta terribile. E poi, sempre più impietosi: «La pletora di ex magistrati altererebbe la funzionalità dell’apparato ministeriale e creerebbe non poco imbarazzo a tutti».

Fino alla mazzata finale: «Se è rispettabile l’intento di evitare le porte girevoli tra politica e magistratura, non si può risolvere il problema spalancando le porte dei ministeri ai magistrati politici mancati». Il ripescaggio sarebbe «lesivo della dignità e della necessaria distinzione delle funzioni giurisdizionale, di indirizzo politico, di gestione amministrativa».

Ora, è chiaro che l’enfasi sdegnosa dei dirigenti si spiega anche con una difesa della categoria. Però c’è da chiedersi davvero se, solo due anni e mezzo fa, prima della bomba innescata all’hotel Champagne, qualcuno avrebbe mai liquidato con toni quasi sprezzanti un ordine temutissimo come quello giudiziario. Al punto da dire, in pratica, “questo ministero non è un albergo per pm”.

Lettera alla Cartabia: «Rendiamo trasparenti le archiviazioni disciplinari delle toghe». Un magistrato, tramite il Dubbio, scrive al ministro Cartabia, chiedendo massima trasparenza sulle archiviazioni disciplinari delle toghe. Ecco la lettera. Rosario Russo, già Sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte, su Il Dubbio il 22 dicembre 2021. È davvero encomiabile che, dopo l’esplosione del caso Palamara che ha documentato l’adozione del sistema spartitorio all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, la Riforma da lei autorevolmente proposta preveda la totale pubblicità delle procedure di nomina.

Ma il sistema attuale rivela altra grave breccia ai valori della trasparenza e al principio di uguaglianza in tema di azione disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari; cui occorre porre immediato rimedio. Invero, si discute se sia ‘ domestica’ la giustizia della Sezione Disciplinare del C. S. M. Ma certamente “domestica” e totalmente autoreferenziale è in concreto la proposizione dell’azione disciplinare, affidata com’è di fatto all’imperscrutabile decisione discrezionale di un magistrato ordinario, il Procuratore Generale presso la Suprema Corte. Infatti, sebbene obbligato per legge ad esperire l’azione disciplinare, egli:

a) ha il potere di archiviare direttamente, senza alcun effettivo “controllo”, essendo facoltativo quello affidato al Ministro della Giustizia (art. 107, 2° Cost.);

b) ha statuito, con proprio autonomo ‘ editto’ n. 44 del 2019, che non risulta approvato dal C. S. M., di potere rendere inaccessibili le proprie archiviazioni (oltre 1200 per anno) perfino al Consiglio stesso, oltre che al magistrato indagato e al denunciante (o al suo avvocato).

Pertanto, escluso qualunque cogente permesso d’inazione, a differenza del requirente penale, in materia disciplinare il P. G. resta «maître de son action» e nessuno può giudicare astrattamente se le sue scelte siano «pro amico vel contra inimicum».

Invece il P. G. ha esternato soltanto per stabilire, in via preventiva e generale, se e quando archiviare le numerose notizie disciplinari contenute nelle famose chat del dott. Palamara. Lo ha fatto con un proprio ‘ editto’ del 22 giugno 2020, con cui ha circoscritto e perimetrato autonomamente il proprio obbligo di agire disciplinarmente.

In particolare – in contrasto con il concorde orientamento delle Sezioni Unite e della S. D. del C. S. M. – il P. G. ha escluso la responsabilità disciplinare dei magistrati che direttamente si ‘ raccomandavano’ al dott. Palamara, ottenendo illeciti vantaggi carrieristici, che integrano il reato di abuso d’ufficio in danno del concorrente non raccomandato ( il dott. “Nessuno”).

Il P. G. ha così oggettivamente sottratto definitivamente le scandalose chat di Palamara alla valutazione della Sezione Disciplinare del C. S. M. e delle Sezioni Unite, cui soltanto spetta, per dettato costituzionale, l’ultima parola sull’interpretazione delle disposizioni disciplinari. In più la rilevata segretezza dell’archiviazione non consente, perfino allo stesso C. S. M., d’individuare quali e quanti provvedimenti d’inazione siano stati emessi sulle chat stesse, in esecuzione del ricordato editto del P. G.

Dunque, cagionando tali gravi conseguenze, per più versi la proclamata inaccessibilità dell’archiviazione disciplinare si rivela un insostenibile unicum. Essa non si riscontra nel procedimento penale ( art. 116 c. p. p.). Non si riscontra neppure in altri più trasparenti ordinamenti giuridici, ma anche in altri settori del nostro. Infatti, nei procedimenti disciplinari nei confronti degli Avvocati e dei Giudici amministrativi, al cittadino denunciante è sempre comunicato integralmente il provvedimento di archiviazione.

Perciò l’archiviazione, di fatto solitaria e segreta, del P. G. ( che invece ha esternato per escludere la responsabilità disciplinare) è una esclusiva mostruosità del nostro sistema, un absurdissimum «buco nero».

È urgente che il Legislatore imponga al P. G. di rendere ostensibili le archiviazioni, anche perché esse rappresentano una ‘ medaglia al valore giudiziario’, di cui il magistrato accusato può a ragione solo vantarsi. A propria volta il denunciante ( o il suo avvocato), proprio perché non ha diritto di pretendere la sanzione disciplinare del magistrato denunciato, deve potere almeno apprezzare se il Procuratore Generale adeguatamente si sia preso cura, nell’interesse generale, della doglianza segnalata, valutando oggettivamente l’operato del magistrato indagato. Al cittadino che denuncia un abuso del magistrato non si può rispondere: «archivio perché archivio!». Il diritto va preso sul serio ( R. Dworkin).

Specialmente al tempo della ‘ pandemia’ «la luce del sole è il miglior disinfettante» ( L. Brandeis, già membro della Corte Suprema americana), essendo stati abbandonati «… schemi obsoleti, ereditati dalla legislazione anteriore e ancora attivi dopo l’entrata in vigore della Costituzione, imperniati sull’idea, che rimandava ad antichi pregiudizi corporativi, secondo cui la miglior tutela del prestigio dell’ordine giudiziario era racchiusa nel carattere di riservatezza del procedimento disciplinare» ( Corte Costituzionale, sent. n. 497 del 2000)».

Senza una convinta e completa trasparenza dell’archiviazione disciplinare – esattamente l’altra faccia della sanzione disciplinare, pienamente accessibile a tutti – sarà impossibile raddrizzare il “legno storto della giustizia” (G. Zagrelbesky) e riconquistare la già compromessa fiducia dell’Utente finale della Giustizia. Se non ora quando?

Le toghe rifiutano i giudizi. "Vietato darci pagelle". Massimo Malpica il 20 Dicembre 2021 su Il Giornale. L'Anm boccia l'ipotesi della riforma per le valutazioni. La scusa: "Non sono imparziali". Arriva un «no» secco, firmato Anm, all'idea del Guardasigilli Marta Cartabia di introdurre le «pagelle» per i magistrati come misura per rendere più credibili le valutazioni periodiche di professionalità delle toghe. Valutazioni che al momento si traducono, di fatto, in avanzamenti di carriera automatici. Ma la possibile novità, appunto, non è stata accolta affatto con favore dal sindacato delle toghe, che nonostante gli scandali degli ultimi anni alza subito la voce di fronte all'ipotesi, e con un documento approvato ieri dal direttivo Anm sulle proposte di riforma della giustizia della Cartabia mette nero su bianco la propria «ferma contrarietà all'idea di introdurre, in sede di valutazioni periodiche di professionalità, il sistema delle cosiddette pagelle con previsione di un giudizio di graduazione nel merito (sufficiente, discreto, buono e ottimo) con riferimento alle attitudini organizzative». Un «no» non motivato dal timore dei magistrati di sottoporsi a un giudizio sul proprio operato bensì, secondo l'Anm, dal rischio di accentuare «la gerarchizzazione degli uffici giudiziari dilatando il potere dei dirigenti che verrebbe esercitato con criteri la cui discrezionalità non sarebbe agevolmente verificabile». Il problema, insomma, starebbe nella penna che quelle pagelle dovrebbe redigere. Ma il sindacato dei magistrati, nel documento di ieri, critica anche altre ipotesi di riforma, rimarcando in particolare «l'assenza di un espresso richiamo, nei propositi di riforma, della necessità di portare a compimento l'incarico direttivo e semi-direttivo nella sua interezza e fino alla scadenza del termine» e poi «l'attribuzione, ai fini del conferimento degli incarichi, di un ruolo assolutamente residuale al criterio dell'esperienza maturata nella giurisdizione». L'ultima bocciatura l'Anm la riserva al coinvolgimento nelle decisioni dei Consigli giudiziari dell'avvocatura, alla quale verrebbe riconosciuto il diritto di voto nelle delibere sulla valutazione di professionalità e in materia di conferimento degli incarichi direttivi e semi-direttivi. Una novità che, per l'Anm, potrebbe «alterare il principio di parità delle partì nel processo e incidere sulla serenità e imparzialità della giurisdizione». E siccome il momento è quello che è, e la popolarità della magistratura non è al suo massimo, ecco che l'Anm dirige le sue critiche verso le paventate riforme come se queste fossero «ispirate a criteri esclusivamente produttivistici», rischiando così di provocare «un abbassamento del livello di qualità del lavoro giudiziario, con lo svilimento e lo scadimento della funzione».

E il comitato direttivo dell'Anm ha anche approvato un referendum interno, accogliendo a maggioranza una proposta di Articolo 101 e Autonomia&Indipendenza, che chiederà alle toghe di pronunciarsi sul futuro sistema elettorale da adottare per il Csm con una votazione online già in calendario per il 27 e 28 gennaio prossimi. Due i quesiti: il primo per dire sì o no alla scelta per «sorteggio di un multiplo dei componenti da eleggere» dei candidati al Consiglio superiore della magistratura, il secondo sulla preferenza del sistema elettorale tra proporzionale e maggioritario. Un modo «democratico» per dire la propria su un altro tema al centro del dibattito, con l'Anm che aveva già criticato le anticipazioni relative alla riforma che ha in mente la Guardasigilli, bollando quei possibili interventi come in grado di rafforzare le correnti, invece di depotenziarle. Massimo Malpica

Il mostro togato. In Italia l’esercizio del potere è sottoposto alla sorveglianza della magistratura deviata. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta l'8 Novembre 2021. Tutti sanno che negli ultimi decenni il percorso di accreditamento di tanti leader politici è stato intralciato dalle trame di chi preparava dossier su di loro, sul loro staff e sui loro familiari. Ma, con l’eccezione delle lamentazioni personali di chi, come un certo senatore toscano, viene colpito, nessuno dice niente. Forse bisognerebbe smetterla di far finta che non sia così. Sappiamo tutti perfettamente che da qualche parte c’è un pubblico ministero – e forse più d’uno – con un dossier pronto al bisogno su Mario Draghi. Sappiamo tutti perfettamente che altrettanto è in cottura per ciascuno dei nomi che da qui alle prossime settimane e mesi potrebbero essere ritenuti in posizione per giungere a presiedere la Repubblica, o il prossimo governo. Sappiamo tutti perfettamente che l’accesso al potere e l’esercizio del potere in Italia sono sottoposti alla sorveglianza spionistica e ricattatoria della magistratura deviata, una associazione nemmeno tanto segreta che si è costituita in una centrale di contro-potere che intimidisce la vita istituzionale e ne orienta il corso giocando sporco, contaminando con la propria corruzione, con la propria malversazione, con la propria irresponsabilità, ogni angolo libero della vita pubblica. Tutti sappiamo perfettamente che il percorso di accreditamento di leader importanti degli ultimi decenni è stato intralciato dalle trame del mostro togato, e che, con sistema perfettamente mafioso, nessuno vi era risparmiato: i collaboratori, lo staff, i parenti, il coniuge. La magistratura equestre, burattinaia del manipolo milanese, che ingiungeva a chi avesse “scheletri negli armadi” di starsene buono, fu l’esempio nobilitato di un malcostume che di lì in poi sarebbe divenuto l’abito costituzionale del travestimento eversivo di stampo giudiziario, con il magistrato eponimo incaricato di “resistere, resistere, resistere” all’assalto di questo nemico temibilissimo, il sistema della democrazia rappresentativa. Ma che tutto questo sia perfettamente noto a tutti non basta ancora a far cambiare l’andazzo, e al più c’è spazio per le lamentazioni personali di un senatore toscano indispettito per certe manovre inquirenti giusto perché spulciano in casa sua, giusto come l’assedio delle toghe rosse costituiva un pericolo per il Paese nella misura in cui circondava un parco brianzolo. È esattamente come nelle società sottoposte allo strapotere della criminalità: dove tutti sanno tutto; dove nessuno dice niente. Ma in questo caso sono uomini dello Stato a imporre quel giogo.

C’è un giudice a Strasburgo per chi non si sente tutelato “a casa”. Oliverio Mazza, ordinario di diritto processuale penale all'Università Bicocca: "Eppure non mancano situazioni contraddittorie". Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Nel programma Help il riferimento alla Corte europea dei diritti dell’uomo è costante. Questo organo giurisdizionale, istituito nel 1957 con sede a Strasburgo, assicura il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) da parte di tutti gli Stati contraenti. L’articolo 32 della Cedu stabilisce che la Corte ha la competenza nel giudicare «tutte le questioni riguardanti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli». Può essere adita nel momento in cui vengono esauriti tutti i rimedi interni, previsti dal diritto nazionale, secondo i principi di sovranità dello Stato, di dominio riservato e di sussidiarietà. Dunque, uno Stato prima di essere chiamato a rispondere di un proprio illecito sul piano internazionale, deve avere la possibilità di porre fine alla violazione all’interno del proprio ordinamento giuridico. A ciascuno Stato contraente è garantita la rappresentatività nella Corte, composta da un numero di 47 membri. I componenti vengono scelti tra giuristi in possesso, secondo quanto indicato dall’articolo 21 della Cedu, di «requisiti richiesti per l’esercizio delle più alte funzioni giudiziarie o giureconsulti di riconosciuta competenza». I giudici della Corte vengono eletti dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ed il loro mandato dura sei anni con la possibilità di essere rinnovato. Riunita in seduta plenaria, la Corte elegge, a scrutinio segreto, il presidente, uno o due vicepresidenti e i presidenti delle sezioni, in carica per tre anni. L’elezione è prevista pure per il Cancelliere (Greffier) che rimane in carica cinque anni. Nella Corte operano i Comitati, composti da tre giudici. Sono loro che esaminano o respingono, se vi è unanimità, i ricorsi manifestamente irricevibili. Le Camere (Chambre), invece, sono composte da sette giudici e trattano i ricorsi in prima battuta. La Corte europea dei diritti dell’uomo viene adita con ricorso. Tale atto può essere “interstatale”, quando è proposto da ciascuno Stato contraente, oppure “individuale”. In questo caso si esalta al massimo il sistema di tutela dei diritti umani con la possibilità che il ricorso sia presentato da una persona fisica, da un’organizzazione non governativa o da un gruppo di individui. Il ricorso va proposto sempre nei confronti di un Stato contraente. Non è prevista la possibilità di ricorrere con atti diretti contro privati (persone fisiche od istituzioni). Il ricorso può essere introdotto dalle persone fisiche, dalle organizzazioni non governative o dai gruppi privati personalmente o per mezzo di un rappresentante. Gli Stati contraenti sono rappresentati invece da agenti, che possono farsi assistere da avvocati o consulenti. Instradare un procedimento davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo non è semplice, come ci conferma Oliviero Mazza, ordinario di Diritto processuale penale nell’Università degli Studi di Milano Bicocca. «L’attività processuale – dice il professor Mazza – è certamente complessa perché la Corte europea vive una situazione analoga a quella delle nostre magistrature superiori nazionali. La Corte si è riorganizzata nel corso del tempo. Si è divisa in Camere e ha attivato dei filtri di ingresso di ammissibilità dei ricorsi molto stringenti perché si basano su criteri formali. Ad esempio, l’esaurimento delle vie di ricorso interne e l’esatta compilazione del formulario. Sono tutte questioni di forma che incidono sulla ammissibilità del ricorso, che in Europa prende il nome di irricevibilità. In tutto ciò abbiamo un paradosso: la doglianza nel merito può essere molto rilevante se attiene a violazioni gravi dei diritti dell’uomo e nonostante ciò deve passare attraverso il formalismo esasperato del ricorso alla Corte europea. Qui il sistema va in contraddizione. È recentissima la sentenza sulla Cassazione civile “Succi e altri contro Italia” del 28 ottobre scorso. Il nostro Paese è stato condannato per i filtri di accesso alla Cassazione per l’eccessivo formalismo di alcuni passaggi procedurali, nel civile, con conseguente violazione del diritto di accesso ad un giudice, diritto fondamentale. Poi però è la stessa Corte europea che incorre sostanzialmente nella medesima violazione». Altro tema esaminato dal professor Mazza riguarda il filtro di irricevibilità che passa attraverso un giudice monocratico. In questo caso il legame con il modello dell’Ufficio per il processo è forte per non dire replicato a livello comunitario. «Il giudice monocratico – evidenzia Mazza – quasi sempre delega la valutazione al suo assistente di studio. Il ricorso alla Corte europea, che dovrebbe essere l’atto estremo per le violazioni più gravi, rischia di essere deciso da uno stagista. Anche questa situazione è a dir poco paradossale. La decisione di irricevibilità, fino a quando non entrerà in vigore un nuovo protocollo, già approvato ma non ancora in vigore, è sostanzialmente immotivata. Abbiamo una decisione di tre righe, che si esprime, per esempio, sul mancato esaurimento delle vie di ricorso interno, ma non ci dice qual è la via di ricorso interno che avremmo dovuto adire prima di arrivare alla Corte europea ».

Da Torreggiani a Contrada: per la Cedu peggio dell’Italia solo Russia e Turchia. Dal 1959 al 2020 il nostro Paese ha subìto 2.427 condanne da parte dei giudici di Strasburgo. Oltre mille hanno riguardato i ritardi delle sentenze "domestiche" e il diritto a un giusto processo. Valentina Stella su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Sono diverse le sentenze della Cedu che hanno riguardato il nostro Paese. Secondo le statistiche pubblicate sul sito ufficiale, dal 1959 (anno di istituzione) al 2020 l’Italia ha subìto 2427 giudizi, di cui 1857 hanno riscontrato almeno una violazione. Di questi 1202 hanno riguardato la lunghezza dei processi e 290 il diritto a un giusto processo. Peggio di noi sono Russia e Turchia. Vediamone alcune. Nel 2013 ci fu l’importantissima sentenza Torreggiani. Alcuni detenuti degli istituti penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza avevano adito la Cedu lamentando che le loro rispettive condizioni detentive costituissero trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. Essi avevano denunciato la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle (nelle quali avrebbero avuto a disposizione uno spazio personale di 3 metri quadrati), l’esistenza di gravi problemi di distribuzione di acqua calda e una insufficiente aerazione e illuminazione delle celle. La Corte accolse il ricorso, prendendo atto che l’eccessivo affollamento degli istituti di pena italiani rappresentava un problema strutturale dell’Italia e decise di applicare al caso di specie la procedura della sentenza pilota, ordinando all’Italia di rimediare al sovraffollamento nel giro di un anno. Nel 2015 arriva la famosa sentenza, in materia di legalità dei reati e delle pene, sul caso di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato, condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cedu ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell’art 7 della Convenzione in quanto al momento della condanna il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento. Nello stesso anno la Corte interviene nel caso del signor Cestaro che, invocando in particolare l’articolo 3, relativo alla proibizione della tortura, lamentava di essere stato vittima di violenze e sevizie al momento dell’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova. Non solo ebbe ragione ma la Cedu invitò il nostro Paese a dotarsi di una norma specifica sul reato di tortura. Nel dicembre 2016 la Grande Camera della Cedu sul caso Khlaifia v. Italia confermò la condanna del nostro Paese per il trattenimento illegittimo dei cittadini stranieri (violazione art. 5) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione. Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13) per contestare eventuali violazioni. Un’altra decisione di rilievo in materia carceraria è stata quella del caso Viola c. Italia con cui la Cedu nel 2019 negò la compatibilità dell’ergastolo ostativo con l’art. 3 della Convenzione, laddove non consente mai misure di affievolimento della restrizione carceraria e, in prospettiva, di liberazione anticipata, in mancanza della decisione del detenuto di collaborare con la giustizia. Nello stesso anno arrivò dinanzi ai giudici europei anche il caso Amanda Knox, in materia di diritto a un processo equo. Il nostro Paese fu condannato per violazione degli articoli 3 e 6 avendo negato alla ragazza l’assistenza linguistica inadeguata e la presenza di un difensore durante l’interrogatorio della polizia e per la mancanza di effettive indagini su asserite percosse durante l’interrogatorio. In materia di libertà di espressione, la Cedu si è espressa sempre nel 2019 sul caso di Alessandro Sallusti, allora direttore del quotidiano Libero, condannato a un anno e due mesi di reclusione, per diffamazione e per omesso controllo su un articolo che recava falsità in danno di un magistrato. La Corte gli diede ragione perché la pena detentiva per l’attività giornalistica viene considerata un rimedio estremo i cui presupposti nel caso di Sallusti non furono ravvisati. Sempre in tema di libertà di stampa, nel marzo 2020, nel ricorso promosso da Renzo Magosso e Umberto Brindani, nel 2004 rispettivamente giornalista e direttore responsabile del periodico Gente, la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 10 (libertà di espressione). Come ha reso noto il ministero della Giustizia, «il tema della causa riguardava la pubblicazione di un articolo, intitolato “Tobagi poteva essere salvato”, sulla vicenda dell’omicidio di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 da un commando terroristico di estrema sinistra. Il contenuto del pezzo giornalistico aveva provocato la reazione di due ufficiali dei Carabinieri che si erano sentiti diffamati». I due giornalisti furono condannati in via definitiva. Per la Cedu la sentenza adottata in sede nazionale si è tradotta «in una ingerenza sproporzionata del diritto alla libertà di espressione degli interessati, non necessaria in una società democratica». Il 27 maggio di quest’anno la Cedu ci ha condannati per aver violato i diritti di una presunta vittima di stupro per una sentenza che conteneva passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima. In particolare la Corte ha ravvisato la violazione del diritto alla vita privata nelle considerazioni irrispettose della dignità della ragazza, presenti nelle motivazioni della sentenza d’appello che ha assolto gli imputati. Ad agosto, inoltre, la Cedu ha depositato la sentenza relativa al ricorso, presentato da Radicali Italiani e Marco Pannella, contro l’Italia riguardante l’interruzione dal 2008 delle tribune politiche nel periodo non elettorale. È stata riconosciuta la violazione dell’art. 10 in quanto la Lista Pannella «era stata assente da tre programmi televisivi e si era trovata, se non esclusa, almeno altamente emarginata nella copertura mediatica del dibattito politico».

Recentissima è invece la decisione Succi c. Italia del 28 ottobre con cui la Cedu ha riscontrato la violazione dell’art. 6 della Convenzione per l’eccessivo formalismo dei criteri di redazione dei ricorsi in Cassazione. Attualmente pende dinanzi alla Cedu il ricorso di Silvio Berlusconi c. Italia che, successivamente alla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale, ha attivato un ricorso lamentando di aver subito la violazione dei diritti ad un equo processo, all’applicazione irretroattiva della legge penale e a non essere giudicato due volte per lo stesso fatto.

Il disastro della magistratura può essere affrontato solo togliendole potere. Perché Mattarella legittima l’Anm, anima di magistratopoli? Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Ottobre 2021. Il Presidente Mattarella ieri ha inviato un messaggio all’Anm, che teneva un convegno per discutere di referendum e per presentare la nuova veste della sua rivista ufficiale. In questo messaggio, Mattarella ha incitato i magistrati a favorire sia le riforme della Giustizia sia una sorta di rigenerazione etica della categoria. Tutte e due le cose – ha spiegato – servono a ricostruire la fiducia del popolo nella magistratura. Che oggi è ai minimi termini. Ho da fare due domande e una riflessione.

Prima domanda: ma perché i magistrati convocano dei convegni? Non dovrebbero occuparsi di indagini, e poi fare i processi e infine le sentenze? Seconda domanda: ma perché i magistrati si associano e poi editano addirittura dei giornali. Non rischiano in questo modo di indebolire la loro cristallina imparzialità, e indipendenza, e oggettività? Non sarebbe più giusto se i magistrati svolgessero i compiti che la Costituzione ha loro affidato e lasciassero a noi giornalisti il compito di fare i giornali, e ai politici quello di fare i convegni? Immagino che i magistrati non sarebbero contenti se il Riformista decidesse di organizzare un suo tribunaletto o una piccola Procura, no?

Lasciamo da parte lo scherzo e poniamo la questione più forte. Quella dell’invito alla rigenerazione etica. Non stiamo parlando di una squadra di calcio o di una associazione di geometri, stiamo parlando delle persone, con la toga, che hanno un immenso potere sulla vita di tutti noi, che possono spezzare questa vita, che possono levarci la libertà, il patrimonio, il lavoro, i diritti civili, che possono anche torturarci in una cella di isolamento. È chiara la questione? E in questi mesi, dal palamaragate in poi, abbiamo saputo con certezza che il livello della loro etica è molto basso, e ha influito non sappiamo su quante inchieste e quante sentenze, probabilmente distorcendole. È talmente vero, questo, che lo stesso Mattarella ha posto la questione morale. Cioè ha dato per accertato che c’è un problema di livello morale basso della magistratura. Possiamo affrontare un problema così drammatico, di ripristino dello Stato di diritto affidandoci alla speranza che i magistrati si decidano ad essere persone migliori, meno arroganti, meno attaccate al potere, meno faziose? È chiaro che non è così. L’idea di un’autoriforma di un gruppo di potere, potentissimo e senza limiti, che ha dimostrato di non sapere adoperare con saggezza e giustizia questo potere, è un’idea folle. È la politica che deve riformare la magistratura. Non c’è un’altra via. E deve riformarla riducendo considerevolmente il potere della magistratura e impedendo che questo potere resti incontrollato. Non c’è nessuna altra possibilità di fermare magistratopoli. P.S. A voi sembra normale che una corrente della magistratura aderisca a una manifestazione di piazza? E che poi magari alcuni degli esponenti di questa corrente siano chiamati a giudicare i nemici di quella manifestazione? Beh, succede oggi.

P.S. 2 A voi sembra normale che un magistrato abbia partecipato alla manifestazione violenta dei novax di Piazza del Popolo, e abbia chiesto un processo di Norimberga per i nostri governanti (probabilmente senza sapere cos’è il processo di Norimberga) e che dopo tutto questo possa tornare tranquillo al suo lavoro? Bah.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il baratro tra nord e sud nell’efficienza della giustizia civile. Sergio Rizzo per La Repubblica il 20 settembre 2021. Nonostante dieci anni di sforzi in Italia, siamo ancora lontanissimi dalle medie europee nei tempi di smaltimento delle controversie. Bella soddisfazione: in dieci anni di sforzi immani per ridurre i tempi biblici della giustizia civile siamo riusciti a recuperare ben 90 giorni. Dai 1.210 che secondo la Banca mondiale erano in media necessari per risolvere una controversia commerciale, ora ne bastano (si fa per dire) 1.120. Peccato che la media dell'Ue a 27 non superi 607 giorni. E in Spagna sia meno della metà: 510 giorni. Che scendono a 499 in Germania e a 447 in Francia. In Europa stanno peggio di noi soltanto in Grecia (1.711 giorni), mentre con la Slovenia (1.160) ce la battiamo ancora. Anche perché quel dato è fermo al 2019, prima della pandemia. Che com'è noto, ha quasi paralizzato anche i tribunali. Questo la dice lunga circa la dimensione del problema che dovrà affrontare, almeno fino a quando durerà il suo mandato, la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Duemila giudici civili per 3 milioni e 321 mila cause arretrate, il che significa oltre 1.600 a cranio, sono già una bella rogna, che diventa però gigantesca alla luce dell'obiettivo (encomiabile) che si pone il Piano nazionale di ripresa e resilienza: ridurre del 40% la durata dei procedimenti civili. Nel tentativo di ridimensionare il divario spaventoso di competitività con Germania, Francia e il resto dell'Unione nell'attrazione di investimenti esteri. Quel che è peggio, la questione non riguarda solo la mancanza di risorse, se è vero che la spesa dell'Italia per i propri tribunali è in linea con la media europea.

Tre anni e mezzo di lentezze. I dati ufficiali, che non riguardano esclusivamente le controversie commerciali ma l'insieme di tutte le dispute civili, dicono che le cause di primo grado si esauriscono in 419 giorni, cui però ne vanno sommati altri 891 per l'appello. Totale, 1.310 giorni. Tre anni e mezzo, in media. Se le promesse del Pnrr fossero rispettate, tenendo anche conto del calo lento ma "fisiologico" della durata, entro il 2026 si potrebbero risparmiare ancora 301 giorni: questo secondo il calcolo dell'ufficio studi della Confartigianato diretto da Enrico Quintavalle. Ipotizzando che la diminuzione "fisiologica" porti comunque in cinque anni la durata media a 1.087 giorni, si scenderebbe teoricamente a 786. Una bella botta, ma ancora troppo poco in confronto al resto d'Europa. Soprattutto se si considera un altro elemento preoccupante che emerge dall'analisi Confartigianato. Cioè le differenze, enormi, di durata dei procedimenti civili fra le diverse sedi giudiziarie. Forse mai come in questa circostanza è profondo il baratro fra il Nord, dove in alcuni casi ci si avvicina ai valori di efficienza europei, e il Sud: dove, all'opposto, la lontananza da quei valori è semplicemente siderale. E qui le riforme che sono state messe in cantiere possono incidere fino a un certo punto. Se a Messina un giudizio di primo grado va avanti in media per 990 giorni, a Potenza per 811 e a Catanzaro per 771, a Milano si può concludere in 282 giorni, a Brescia in 265, a Torino in 205 e a Trieste addirittura in 196. "A Messina - sottolinea la Confartigianato - i tempi dei procedimenti civili sono quasi due volte e mezzo la media nazionale e cinque volte il tempo del distretto più virtuoso, quello di Trieste". C'è solo un distretto giudiziario meridionale nel quale la durata di una causa in primo grado è inferiore alla media nazionale, quello di Palermo (399 giorni contro 419). Né la situazione è diversa nel caso dei giudizi d'appello. Cambiano esclusivamente i detentori degli opposti primati. Per quello negativo, il posto di Messina lo prende Potenza con la bellezza di 1.356 giorni, seguita da Reggio Calabria (1.301) e Roma (1.161). Nel secondo grado dei giudizi civili i tribunali della Capitale fanno peggio di quelli napoletani, dove l'arretrato è enorme, che esauriscono le cause d'appello in 1.152 giorni. C'è da dire che anche nei distretti di Bologna e Firenze si superano i mille giorni (rispettivamente 1.011 e 1.008), un dato decisamente superiore alla media nazionale degli appelli civili. Quanto al primato positivo, invece, secondo i dati elaborati dall'ufficio studi della Confartigianato Torino subentra a Trieste con appena 280 giorni di durata, contro i 463 di Trento, i 463 di Trieste e i 464 di Perugia.

Da una città all'altra. I dati delle Corti d'appello civili amplificano fino all'inverosimile le differenze di efficienza fra diverse parti d'Italia. Sommando primo e secondo grado, a Potenza si toccano (sempre in media) 2.167 giorni. Ovvero sei anni e quasi il quadruplo del tempo necessario invece a Torino (585 giorni). A Reggio Calabria servono 1.934 giorni, a Napoli 1.722. Mentre a Roma, la sede giudiziaria più grande e rilevante per certi aspetti considerando che è competente per le cause che riguardano enti e società pubbliche e spesso i rapporti con gli investitori esteri, ce ne vogliono ben 1.582. Più che a Salerno (1.563), Lecce (1.549) e perfino Messina (1.490), grazie alla singolare circostanza che nel capoluogo siciliano i giudizi civili in secondo grado si esauriscono in metà del tempo impiegato in primo grado: 500 giorni contro 990. Esattamente il contrario di quanto accade nella Capitale. Che a guardare la faccenda con attenzione rappresenta, per la ministra Cartabia, un altro bel problema nel problema più generale.

Francesco Di Donato: "Perché i giudici sono peggio dei dittatori". L'esperto di storia svela l'anomalia italiana: cosa succede nell'ombra nei Tribunali. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 14 settembre 2021. «Il partito dei giudici governa senza la responsabilità che è tipica invece del governo politico. Governa in modo occulto, per sentenze interpretative, additive, manipolative e ora perfino intermittenti, da quando un verdetto della Corte Costituzionale ha sancito l'innovativo principio "per questa volta vi perdoniamo ma la prossima vi stronchiamo". La creatività artistica c'era arrivata già da tempo: recitava uno splendido verso di Giorgio Gaber che "la legge c'è, la legge non c'è", a seconda delle convenienze politiche momentanee dei giudici che la interpretano e, interpretandola, di fatto la creano ola fanno tacere». La pronuncia della Consulta è quella che nel 2019, presidente l'attuale Guardasigilli, Marta Cartabia, stabilì che non è giusto che il governo conceda al Parlamento solo tre ore per esaminare tutta la legge Finanziaria, ma che per l'esecutivo giallorosso di Conte, si poteva fare un'eccezione. Il virgolettato invece è uno stralcio di drammatico realismo di 9871. Statualità Civiltà Libertà. Scritti di storia costituzionale (Napoli, Editoriale Scientifica), poderoso e ponderato lavoro di Francesco Di Donato, 57 anni, professore ordinario di Storia delle Istituzioni al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Federico II di Napoli. Ordinario dal 2005, ha ottenuto la cattedra nel celebre ateneo napoletano in modo piuttosto atipico nell'università attuale: ha vinto un concorso vero, dinanzi a una commissione internazionale presieduta da Jacques Krynen, professore a Tolosa, considerato tra i più illustri storici viventi del diritto e delle istituzioni al mondo. «È da 35 anni che studio il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico nella storia europea e sono giunto alla conclusione che in Italia, il problema fondamentale è lo strapotere dei giudici». Non c'entrano niente Tangentopoli, Berlusconi, Palamara e il processo a Salvini perché è innocente ma è un nemico, come spiegato dall'allora capo delle toghe. «Parte tutto da più di mille anni fa, è scritto nel dna dell'Italia, perché la debolezza del potere politico ha portato a un naturale sconfinamento di potere della magistratura». Il lungo viaggio di Di Donato nella storia svela la perversione del meccanismo: «Se lo Stato, inteso non come istituzione formale, ma come civiltà pubblica, è forte, il ricorso alla magistratura è debole e la categoria influisce meno nella vita di un Paese; se, invece, lo Stato è debole, si ha un diritto senza legge, perché i giudici comandano su tutto, arrivando a fare perfino "ingegneria sociale", decidendo l'assetto delle banche, delle imprese, finanche gli usi e costumi delle persone, cosa si può dire e cosa no».

Qual è il danno maggiore determinato da questa situazione, professore?

«L'assenza di giustizia. Più potere hanno i giudici, meno giustizia resta per i cittadini».

Sembra un paradosso...

«Lo è. Ed è questo un punto cruciale nella società della comunicazione. Le persone tendono intuitivamente a pensare che i diritti siano tutelati dal potere dei magistrati. Non è affatto così. L'osservazione storica ci mostra l'esatto contrario».

Ma se in Italia non c'è giustizia, perché tutti intentano cause?

«Proprio per questo motivo. Si cade come in una distorsione "ottica". Si è introiettata l'idea che la legge abbia una sorta di forza di applicazione propria e che i giudici siano il tramite per applicarla. Così la mente opera un clamoroso autoinganno, rimuovendo lo spettro dell'arbitrio. E così si fanno cause su cause fingendo di non sapere che esse saranno infinite e che perciò non dispenseranno mai giustizia (una giustizia, qualora arrivi tardivamente, non lo è più). Ma le cose non stanno come la distorsione generalizzata fa credere. Nei tribunali non c'è un solo avvocato che pensi che il diritto giudiziario sia l'applicazione della legge. C'è ormai una specie di scoraggiata rassegnazione divenuta cronica. E su questo la magistratura autocelebra i suoi trionfi e accumula sempre più potere. Ma il fenomeno non è recente».

Si è però aggravato ultimamente?

«Oggi siamo in una situazione peggiore a quella che precedette la Rivoluzione Francese, perché allora, nel cosiddetto Antico Regime, c'era in Francia una dialettica molto intensa tra potere politico e magistratura. In Italia non c'è mai stata per assenza di una delle due parti, la parte politica. Questa situazione facilita oggi l'annullamento del potere sovrano e sposta la sovranità effettiva nella funzione giurisdizionale, determinandone una mutazione genetica. Cosa c'entra la rivoluzione francese? «È da lì che è nata l'età dei diritti, per riprendere la formula fortunata di Norberto Bobbio». 

Libertà, fraternità, uguaglianza...

«Sì ma questi sono principi che subentrarono in corso d'opera. Nell'Ancien Régime i magistrati francesi avevano raggiunto un potere smisurato, malgrado la dottrina politica continuasse a propagandare la favola del potere assoluto. Un segno che mostra bene a qual punto fosse pervenuto il potere dei giudici è nelle statue autocelebrative che venivano erette nelle piazze delle città dove avevano sede le più importanti corti di giustizia (chiamate 'Parlamenti')».

Ma non c'era un re? E l'"Etat c'est moi"?

«Luigi XIV non pronunciò mai quella frase. Non vi è alcuna prova testuale. Il potere giudiziario arrivò a ostacolare tutte le riforme del governo e costruì step by step un potere pervasivo su ogni aspetto della società, arrivando perfino a regolamentare aspetti privatissimi come l'abbigliamento delle donne. Un po' come i talebani di oggi! A un certo punto il potere monarchico non ne poté più e cercò di reagire».

Fu quindi una rivoluzione contro i giudici?

«Esattamente. Il popolo era più stufo dei magi«Nei tribunali non c'è un solo avvocato che pensi che il diritto giudiziario sia l'applicazione della legge» strati che di Maria Antonietta. Non a caso dopo averli osannati per più di tre secoli, improvvisamente le folle abbatterono le statue dei giudici».

A distanza di 232 anni, si può dire allora che abbiamo perso lo spirito della rivoluzione francese...

«Già nel 1837 la Cassazione, un organo creato per arginare il potere creativo della magistratura e per rimediare ai suoi errori divenne un organo legislativo legittimato a creare il diritto attraverso le sentenze; un regresso barbarico che interruppe il processo di lotta per il diritto e di civilizzazione statuale. Infine la dottrina giuridica stabilì il principio assoluto che la legge non può essere mai solo e semplicemente applicata ma deve essere interpretata. Si è introdotta così la divaricazione tra norma e diritto, una formula che svuota il potere legislativo e che sancisce l'egemonia (politica) della tecnica giuridica. Oggi non si parte neanche più dalla legge per porsi il problema di applicarla, ma dal significato sotteso alla norma, in modo da interpretarla, reinterpretarla e così riscriverla, modificandola ad libitum secondo le opportunità del momento".

È l'eredità di Tangentopoli?

«Non direi perché il problema è molto più antico. Ma quella stagione ha segnato una svolta perché ha potenziato l'impatto mediatico e quindi ha diffuso l'idea che i magistrati salvino la società dalla corruzione. In un sistema sano la magistratura non deve salvare da niente. Non è, come dicevano i suoi protagonisti nell'Antico Regime, "una milizia". Nello Stato di diritto il giudice è sempre terzo senza eccezioni né stati di eccezione. Ad esempio come cittadino trovo gravissimo che tutti i protagonisti in toga di quella stagione abbiano poi ricoperto incarichi politici. E senza che questo abbia comportato una indignazione pubblica».

Quando parla di milizia in riferimento ai giudici allude al famoso slogan "Resistere, resistere, resistere", coniato dalla Procura di Milano?

«No non pensavo a quello, ma uso la sua domanda per affermare che i magistrati non si dovrebbero comportare come sacerdoti, lanciando crociate contro la corruzione o combattendo un fenomeno sociale o una persona. Il giudice deve limitarsi ad applicare la legge e a rispondere alla domanda di giustizia. Sic et simpliciter».

Risultato, in sintesi?

«In Italia non esiste un potere sovrano con princìpi-cardine ma una continua ricerca di accordi complessivi, di regola occulti, che alla fine impediscono il formarsi di un senso dell'interesse generale. Così il Paese non si muove di un millimetro dai tempi di Dante. Lo tocchiamo con mano in ogni circostanza, da ultimo con il Covid. In quale altro Paese si vedono ministri che vanno in tv a proporre provvedimenti? In un paese normale un ministro non propone, dispone. E si assume la responsabilità politica delle sue scelte, uscendo di scena quando esse portano a risultati negativi». 

Va bene professore, ma cosa c'entrano i giudici?

«Riflettiamo insieme: negli altri Paesi del mondo avanzato le facoltà universitarie dove si studia la legge si chiamano "facoltà di diritto" (e spesso di "diritto e scienze politiche"); qui da noi dire "sono iscritto a legge" è sminuente; si studia giurisprudenza, cioè l'interpretazione che i magistrati fanno degli enunciati legislativi, che non sono nemmeno considerati norme. Il che significa che all'università si inculca nelle teste dei futuri operatori del diritto che i giudici sono di gran lunga più importanti delle norme. Sono loro le norme».

Le leggi però le fa il Parlamento...

«Così si crede comunemente in base all'autoinganno di cui le dicevo prima: in realtà il 98% delle leggi le fa il governo e i testi sono scritti dagli uffici legislativi ministeriali, per lo più diretti da magistrati e consiglieri di Stato distaccati, che scrivono appositamente le norme in modo nebuloso. Lo fanno apposta con una tecnica precisa. Così, quando arriva il momento di applicarle, i giudici-interpreti hanno facilità a riscriverle di volta in volta, a danno dell'uniformità e della certezza del diritto. Nessuno oggi può dire, con ragionevole previsione, come finirà una causa. L'eccesso di burocrazia e di formalismo è una tecnica ben nota allo storico del diritto per accrescere a dismisura il potere dei giudici e indebolire il diritto».

Descrive i giudici come una sorta di dittatori-tiranni...

«In realtà sono anche peggio, perché i dittatori si assumono palesemente la responsabilità del potere che esercitano e si espongono al rischio di essere destituiti. I giudici sono invece irresponsabili, agiscono nell'ombra. Il giudice Gherardo Colombo dichiarò palesemente che "il giudice migliore è quello invisibile". Così riescono a far credere ai cittadini che lavorano per difendere i diritti delle persone e la pubblica opinione, già narcotizzata da secoli di inedia, cade nella trappola. Ma quali diritti difendi, con itempi di questa giustizia che tiene in ostaggio chi vi ricorre? Mi creda: se guardiamo agli esempi storici, l'affermazione del diritto e della giustizia è sempre passata attraverso la riduzione del potere dei giuristi».

Finirà come la Rivoluzione Francese?

«Nessuno può dirlo. All'inizio neppure la Rivoluzione Francese si pensava sarebbe finita così. Posso però dire che la Rivoluzione si compì per abbattere il potere politico occulto dei magistrati e impedire l'uso politico della giustizia. Occorse affermare il principio che la giustizia è uguale per tutti. E questa non è la situazione attuale in Italia».

Gli italiani però sono esasperati dalla giustizia...

«È quello che mi auguro, ma sono uno storico e lo storico si occupa con serietà del passato non del futuro. Certo, come cittadino sono esasperato e mi auguro che arriverà il momento in cui ci si renderà conto che non si può vivere in una Repubblica libera se i magistrati comandano in maniera assoluta e senza né divisione né bilanciamento dei poteri. Quando il Paese ne prenderà coscienza, si realizzerà l'auspicio di Massimo D'Azeglio: fatta l'Italia, avremo fatto gli italiani».

Se potesse fare lei una riforma?

«Guardi il potere giudiziario di per sé ha un volto demoniaco. È una potestas terribilis. Credo che i giudici debbano essere terzi anche rispetto al proprio potere. La giurisdizione ha già in sé una potenza smisurata, se la si aumenta oltre i limiti fissati dalla legge si realizza una situazione ben poco compatibile con la democrazia. Ma purtroppo si studia tanto il diritto giurisprudenziale e poco la logica e l'antropologia e la sociologia giuridica. Materie invece fondamentali nella formazione di un giurista non formalista e burocrate. E la stessa storia del diritto è fatta in Italia per lo più per rafforzare l'autocelebrazione dei giuristi. Mentre, come ben diceva Giovanni Sartori, la storia costituzionale (che non a caso è bandita dai corsi di giurisprudenza, insegna una visione critica, funzionale alla società non alla consorteria giuridica». 

Carlo Nordio, come funziona la giustizia in Italia: "Il pm? Poteri da giudice e da superpoliziotto. E non risponde a nessuno". Libero Quotidiano il 13 settembre 2021. La separazione delle carriere chiesta dal referendum di Radicali e Lega e sostenuto da Forza Italia, secondo Carlo Nordio può garantire meglio la terzietà del giudice. "Ma non solo - sottolinea in una intervista a Il Giornale - La separazione delle carriere è consustanziale al sistema processuale accusatorio, cosiddetto alla Perry Mason, che noi abbiamo adottato in modo imperfetto con l'attuale codice Vassalli. Nei Paesi dove questo sistema è vigente, dagli Usa al Regno Unito, dal Canada all'India ecc. non esiste la possibilità di transitare dall'una funzione all'altra come da noi. Dirò di più. Nel sistema americano il giudice può diventare pm perché questa carica è elettiva. E se questo District Attorney infila una serie di indagini costose e sbagliate viene mandato a casa, mentre da noi viene promosso, com'è accaduto nel caso Tortora e in tanti altri". E ancora, sottolinea Nordio: "L'Italia è l'unico paese al mondo dove il pm ha le garanzie del giudice e i poteri del superpoliziotto, senza rispondere a nessuno. Credo che più che da motivazioni politiche o ideologiche alcune inchieste costose e infondate contro politici siano state ispirate da protagonismo personali". In questo senso si dice d'accordo con Silvio Berlusconi secondo il quale dopo un'assoluzione non ci dovrebbe essere possibilità di appello: "Anche qui per coerenza con il sistema processuale anglosassone, dove dopo l'assoluzione non c'è l'appello del pm, salvo casi rari dove però devi rifare tutto il dibattimento daccapo. Da noi invece puoi condannare con le stesse carte sulla base delle quali il giudice precedente aveva dubitato al punto da assolvere. E questo contrasta, come ha ricordato Berlusconi, con il principio costituzionale della condanna 'al di là di ogni ragionevole dubbio'". Quanto alla prescrizione, Nordio sostiene che "la riforma Bonafede era una mostruosità giuridica che tra l'altro avrebbe prolungato i processi all'infinito, mentre l'Europa condizionava gli aiuti a una giustizia più rapida. La Cartabia ha fatto quindi una sorta di miracolo, o di gioco di prestigio. Non poteva umiliare i grillini al punto da intervenire sulla loro bandiera, cioè sulla prescrizione, che estingue il reato; e allora ha raggiunto lo stesso risultato intervenendo con l'improcedibilità che estingue il processo. Questo creerà enormi problemi applicativi, ed è logico che molti giuristi abbiano sollevato perplessità. Ma intanto l'Europa è rimasta soddisfatta, i soldi stanno già arrivando, e questo era ciò che contava e che conta", conclude Nordio. 

Silvio Berlusconi, rilancia la battaglia sul garantismo nella giustizia italiana: "Un crimine condannare un innocente". Libero Quotidiano il 12 settembre 2021. Silvio Berlusconi, sulle colonne del Giornale, analizza l'attuale momento della giustizia italiana travolta da continui scandali e rilancia il suo cavallo di battaglia sulle riforme da applicare. "Perseguire una persona non colpevole significa addirittura incoraggiare il crimine, distogliendo mezzi, risorse umane e denaro dalla caccia ai veri criminali. Non si può essere sottoposti a questa tortura per decenni. E spesso chi valuta è condizionato da pregiudizi politici: serve un giudice terzo che non sia legato all’accusa. Il garantismo è uno dei principi fondanti di Forza Italia insieme a liberalismo, cristianesimo ed europeismo", scrive il leader politico. Berlusconi torna indietro negli anni e punta il dito contro i suoi storici "nemici" politici: i comunisti. "Negli anni ’60-70 il Partito comunista compì un’opera sistematica di occupazione della magistratura con nomi di fiducia da inserire nei gangli vitali del sistema giudiziario. L’operazione Mani Pulite, e tante altre vicende successive, sono figlie di questa storia. Come ben comprese già 30 anni fa Giovanni Falcone, "confondendo la politica con la giustizia penale l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba"", scrive ancora Berlusconi. Il leader di Forza Italia entra poi più nel dettaglio parlando anche della riforma della giustizia voluta dalla ministra Cartabia: "Un imputato assolto da un tribunale non dovrebbe essere ulteriormente perseguito. Giusta l’inappellabilità dell’assoluzione. Se un magistrato lo ha ritenuto innocente evidentemente esiste almeno un dubbio sulla sua colpevolezza. Per questo abbiamo proposto l’inappellabilità dei giudizi di assoluzione. A tutto questo si aggiunge il fatto che nella pratica il processo è esso stesso una condanna, perché dura anni, perché getta sulla persona l’ombra del sospetto e dello stigma sociale, perché ne limita – anche se innocente – molti diritti e molte libertà ed è anche per questa ragione che i processi non possono durare all’infinito, una persona non può essere sottoposta a questa tortura per decenni. La prescrizione è una misura di civiltà", rivela Berlusconi.

Tiziana Parenti: «I miei ex colleghi di Mani pulite puntavano alla presa del potere». «Nel 1993 all’interno della magistratura, inclusa la Procura di Milano, ci si era convinti che l’ordine giudiziario dovesse assumersi una responsabilità anche politica. Poi l’avvento di Berlusconi sparigliò tutto, le toghe ripiegarono verso una sclerotizzazione burocratica. Ma nelle loro previsioni c’era ben altra prospettiva». Errico Novi su Il Dubbio il 14 settembre 2021.

«Erano convinti di doversi assumere la responsabilità del potere».

Di dover cambiare l’Italia attraverso le indagini?

«No, anche di assumersi direttamente la responsabilità del potere politico».

Tiziana Parenti, da tempo ormai avvocato del Foro di Genova e dunque lontana non solo dalla toga di pm ma anche dallo scranno parlamentare, è una figura atipica nella storia a di Mani pulite. Corpo estraneo rispetto al resto del Pool, presto convintasi a lasciare la Procura milanese e la magistratura e a schierarsi in politica con Forza Italia, ha già raccontato altre volte delle iperboli che, a suo giudizio, hanno pesato sul percorso degli ex colleghi. Stavolta lo fa a poche ore dal nuovo scontro fra Piercamillo Davigo e Francesco Greco.

Non finisce nel migliore dei modi, avvocato Parenti, l’epopea di Mani pulite e della mitica Procura di Milano anni Novanta.

Distinguiamo però le due cose. Francesco Greco non ha fatto parte del Pool all’epoca di Tangentopoli, Davigo sì. Ma è vero che le nuove tensioni mostrano quanto sia pericoloso per la magistratura eccedere nel protagonismo. Finisce male perché a un certo punto alcuni magistrati, inclusi i miei ex colleghi di Milano, hanno smesso di intendere la loro funzione in termini di esclusiva ricerca della giustizia rispetto al caso concreto.

In che senso?

Hanno ritenuto di doversi assumere una responsabilità più grande, di doversi fare carico di un progetto di cambiamento del Paese in cui appunto sarebbero stati protagonisti.

Be’, in effetti con Mani pulite sono diventati fatalmente protagonisti: hanno disarcionato la politica.

Sì ma, non saprei dire se per un inappropriato senso di responsabilità, in quella parte della magistratura, Procura di Milano inclusa, si era radicata la convinzione che alcuni esponenti del mondo togato potessero anche impegnarsi direttamente in politica, pur senza cercare collocazione in uno dei pochi partiti sopravvissuti. E certo il clima di Mani pulite, nel 93, ha esasperato questa convinzione.

Nel Pool di Milano non si escludeva un impegno politico diretto di qualche componente?

Io non partecipavo ad alcune delle riunioni più delicate, innanzitutto a quelle in cui si discuteva dei filoni investigativi dei quali non avevo diretta competenza, quelli sui partiti di governo. Io ero la sola a lavorare sul Pds. Ma posso dire, ad esempio, che c’era nei componenti storici del Pool la consapevolezza di un quadro politico successivo alle inchieste in cui la sinistra politica sarebbe rimasta sola o quasi.

Non eravate mica tutti di sinistra?

Assolutamente no, ma non era una questione ideologica. Certamente le idee politiche personali di ciascuno, nella Procura di Milano, erano assai diverse. Però, in un’ottica in cui la magistratura avrebbe avuto un proprio peso politico, il Pds, la sinistra, rappresentavano certamente l’interlocutore ritenuto, dalle toghe, più adeguato al realizzarsi dell’obiettivo.

Le sue sono affermazioni impegnative.

Ma come sa non è la prima volta che ne parlo. Il progetto di una magistratura più influente sul quadro democratico generale inizia, se è per questo, una trentina d’anni prima di Mani pulite. Con la lotta al terrorismo, le leggi speciali, alcune garanzie ottenute dall’ordine giudiziario, non esclusi i 45 giorni di ferie e l’incremento della retribuzione. Mani pulite è semplicemente il momento in cui la magistratura comprende che il principale ostacolo al compiersi di quel progetto generale, vale a dire i partiti della prima Repubblica, era stato eliminato, e che dunque il campo era più libero.

Siamo partiti da quel clima, ci troviamo con uno scontro molto duro fra Greco e Davigo: come si spiega?

Non si può fare a meno di recuperare la storia. Primo, Silvio Berlusconi era un altro interlocutore che la Procura di Milano riteneva prezioso, durante la fase originaria dell’inchiesta. Con le sue tv, ricorderete i report di Andrea Pamparana, diede grande risonanza al lavoro del Pool, e al pari del Pds era considerato, seppur per motivi diversi, una controparte appunto utile.

Cosa si diceva di Berlusconi a Palazzo di giustizia?

A me parve di capire che non vi fosse alcuna intenzione di coinvolgerlo nelle indagini.

E poi che è successo?

Che Berlusconi ha sparigliato il tavolo: inventa Forza Italia, vince le elezioni e occupa il centro della scena, il vertice della politica.

Cos’altro avrebbe dovuto fare?

Io mi candidai con Forza Italia. Gli dissi: “Presidente, temo che una sua nomina a presidente del Consiglio possa provocare ricadute sfavorevoli sul piano giudiziario”. Mi rispose: “Ho vinto le elezioni, perché non dovrei diventare capo del governo?”. Come dargli torto. Ma la mia fu una facile previsione.

Berlusconi quindi potrebbe essere, lei dice, la variabile che ha alterato la prospettiva immaginata dalla magistratura.

Lo fu. Berlusconi è l’antitesi di un processo storico. La sintesi successiva ha visto la magistratura trasformarsi da forza di potere, con prospettive anche propriamente politiche, a potere solo burocratico, che è stato comunque forte ma ha finito per sclerotizzare la giustizia. I riti del potere giudiziario, la difesa delle prerogative, sono la prima vera causa delle lentezze.

Lei operò ha lasciato anche la politica, nel 2001: perché?

Fu insopportabile la delusione per la Bicamerale. Ci avevo lavorato. Credevo nella possibilità di poter inserire, fra le riforme condivise, anche quella della giustizia. Berlusconi, bombardato dalle indagini, decise di lasciare il tavolo. Compresi le sue motivazioni, ma per me fu un colpo troppo pesante.

Ha letto però l’intervento di Berlusconi a proposito di giustizia uscito domenica sul “Giornale”? Le è piaciuto?

Molto, parla di princìpi per i quali avrei voluto battermi, dalla separazione delle carriere all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione e, soprattutto, ai limiti nell’adozione delle misure cautelari.

Ma se il Cav le chiedesse di tornare in politica per dedicarsi di nuovo alla giustizia?

Mi farebbe piacere impegnarmi di nuovo, credo nei princìpi costituzionali, nella loro affermazione. Mi impegnerei volentieri, se si tratta di battersi per la giustizia sono sempre pronta ad accettare la chiamata.

Senta, ma in fondo può essere anche comprensibile che il caos generato da Mani pulite inducesse in alcuni magistrati la convinzione di dover assumere su di sé il peso di un potere devastato?

Può darsi che la devastazione politica prodotta da quell’inchiesta abbia in effetti suscitato in una parte della magistratura la convinzione che, spianato il deserto, occuparsi del potere diventava doveroso, necessario. Non lo so, ripeto: a certe riunioni io non partecipavo, ero esclusa. Ma l’aria che si respirava nella magistratura italiana, nel 1993, era quella. D’altronde, un conto è cercare la verità su un fatto specifico, altro è assumere iniziative che rovesciano il Paese come un calzino.

Era esagerato?

Direi di sì, e probabilmente la durezza di quell’indagine fu incoraggiata anche da potenze straniere, che non avevano più bisogno della classe dirigente grazie alla quale, per l’intero dopoguerra, l’Italia era rimasta un’avanguardia contro l’avanzare del comunismo.

Lei è stata nel Pool di Mani pulite, seppur per un tempo limitato. È una testimone diretta.

Appunto. Pochi meglio di me possono parlare di quel periodo. Di cosa circolasse nella magistratura. C’era un’idea di potere da assumere, in modo anche diretto. Poi Berlusconi si è frapposto e quell’idea è svanita. Ma a quale prezzo, almeno per Berlusconi, lo abbiamo visto.

A cosa si riferisce?

Berlusconi è stato al centro di una vicenda giudiziaria che ha assunto anche tratti persecutori. Ripeto: prima del 1994 non c’era un magistrato che avesse detto “Silvio Berlusconi finirà sotto indagine”. Poi Forza Italia vinse le elezioni e nulla fu più come prima.

Ddl civile, Cartabia pronta a mediare sulle rigidità criticate dall’avvocatura. In fase di rielaborazione gli emendamenti sulle fasi introduttive del giudizio criticati dalle rappresentanze forensi. Rinviati a martedì i nodi sul diritto di famiglia e del lavoro. Simona Musco su Il Dubbio il 2 settembre 2021. È iniziato in Commissione Giustizia del Senato il voto sugli emendamenti alla riforma del processo civile, con la bocciatura di tutti quelli su cui il governo e le relatrici (Anna Rossomando del Pd, Fiammetta Modena di Fi e Julia Unterberger del Svp) hanno espresso parere negativo. Un tentativo di snellire l’iter della riforma, per far sì che la Commissione Bilancio possa esprimersi in maniera celere sugli emendamenti che hanno già incassato un parere positivo, evitando lavoro “inutile” su quelli da rielaborare. La scelta ha un fine preciso: chiudere velocemente la partita della giustizia civile, la più importante in ottica di Recovery Fund, dati i continui richiami dell’Unione europea a snellire i tempi e le conseguenze delle lungaggini dei procedimenti civili in termini di investimenti economici. L’intenzione è quella di far approvare il testo in Aula entro fine di settembre ed è proprio per questo che si è deciso di tenere fuori dalla porta della Commissione le questioni sospese, da risolvere durante i faccia a faccia con la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il voto è stato infatti preceduto anche ieri da una riunione tra la Guardasigilli e gli esponenti della maggioranza, utile a sciogliere alcuni dei nodi emersi già nella riunione di martedì. I temi sul piatto sono tanti, alcuni dei quali rinviati alla prossima settimana. Tra questi anche la discussione riguardante i due sub emendamenti relativi al diritto di famiglia, questione che agita le forze politiche. Nelle intenzioni della ministra c’è infatti quella di creare un rito unico indipendentemente se si tratti di famiglie o coppie di fatto. E tra i subemendamenti presentati c’è quello della senatrice dem Valeria Valente, finalizzato a rafforzare la tutela dei minori nei casi di violenza domestica, anche qualora non ci sia un accertamento definitivo in un processo. Da qui, dunque, l’obbligo per tutti i soggetti istituzionali che entrano in contatto con i minori di garantire che i diritti di affidamento e di visita siano assicurati tenendo conto delle violenze, anche assistite, rientranti nel campo di applicazione della Convenzione di Istanbul. Contraria la Lega e, in particolare, Simone Pillon, che invece punta a preservare la bigenitorialità. Insomma, la questione rischia di agitare le acque della maggioranza, motivo per cui si è deciso di rinviare il confronto di qualche giorno, lasciando spazio a contatti informali fino a martedì – giorno in cui è prevista una nuova riunione di maggioranza per trovare una mediazione. Per quanto riguarda la fase introduttiva del giudizio, tra i nodi più intricati della riforma, si è scelta invece una strada che consente agli avvocati di non incorrere in decadenze immediate, garantendo comunque al giudice la possibilità di avere un quadro completo già alla prima udienza. Il progetto iniziale del ministero puntava a definire nell’udienza di prima comparizione delle parti sia l’ambito sia la portata dei mezzi di prova, nonché la questione da risolvere, con un nuovo sistema di preclusioni che ha allarmato l’avvocatura. Le bozze, al momento riservate, sono già in mano al legislativo, ma l’idea di massima è quella di arrivare alla prima udienza con tutti gli elementi a disposizione, ma con termini di decadenza “diluiti” nel tempo, anche se sempre nella fase che precede il primo incontro con il giudice. Un tentativo di andare incontro alle richieste dell’avvocatura e ottenere, al tempo stesso, uno smaltimento dei tempi morti. La prima udienza, dunque, dovrà essere un passaggio «non solo rituale», ha commentato Rossomando al termine dei lavori della Commissione, ma un momento «utile a una definizione del calendario del processo», tutelando il principio del contraddittorio. Un ruolo centrale verrà affidato all’Ufficio del Processo, che porterà nei Tribunali non solo «un innesto quantitativo di personale giuridico – ha evidenziato ancora la vicepresidente del Senato -, ma anche competenze nuove che potranno accelerare i processi. Non è pensabile che il processo del Terzo Millennio sia un semplice passaggio dal supporto cartaceo a quello digitale, senza forti innovazioni» . Entro martedì, giorno in cui scade anche il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl penale, le relatrici presenteranno una riformulazione dei punti ancora in sospeso. Tra quelli da affrontare c’è il tema degli incentivi fiscali al ricorso all’arbitrato, sul quale incombe un problema di coperture. Tra le proposte anche quelle relative al patrocinio gratuito per la negoziazione assistita, con lo scopo di garantirne l’accesso a tutti. Rinviata, infine, anche la discussione sul tema del diritto del lavoro, dopo la reazione negativa dei sindacati di fronte alla possibilità di aprire anche ad altre figure professionali la possibilità di sottoscrivere le negoziazioni assistite in tale materia. Il fronte è diviso tra chi, come gli avvocati giuslavoristi, esprimono parere positivo a tale ipotesi, e chi, come i sindacati confederali, si è detto contrario all’estensione dell’istituto della negoziazione assistita anche alle controversie di lavoro. Su tale punto la maggioranza ha concordato con la ministra un approfondimento, ma la mediazione, stando a fonti della maggioranza, dovrebbe essere raggiunta con facilità.

Processo civile: i politici non sanno cos’è. Con le bandierine sulla prescrizione i partiti lucrano consenso. Con le sacrosante battaglie per evitare di rendere impraticabile il rito del civile, invece, non si acchiappano like. È innanzitutto per questo che le rappresentanze forensi faticano a trovare sponde efficaci in Parlamento nel loro tentativo di contrastare gli aspetti più controversi della riforma Cartabia. Ma c’è un altro motivo: anche tra i parlamentari, a capirci davvero di procedura civile sono pochissimi…Errico Novi su Il Dubbio il 3 settembre 2021. Riforma della giustizia: basta la parola? No: un conto è il penale, altro è il civile. Nel primo caso, fuoco, fiamme e mobilitazioni sono assicurate: parlare di manette e impunità porta consenso. Nel secondo, tabula rasa, se non  fosse per gli avvocati. Perché? Semplice: prima di tutto, le questioni relative al processo civile non si prestano a volgarizzazioni giornalistiche. Non si parla di colpevoli che la fanno franca grazie alla prescrizione o di boss scarcerati con leggerezza. Si tratta più semplicemente della vita delle persone: la casa, il lavoro, l’affido dei figli, i rapporti con le banche. La vita nel senso pieno del termine. E sul mondo reale, i partiti lucrano poco. Parlare dei diritti delle persone, quelli veri, anziché dell’avversario politico da far marcire in galera, non porta voti. È innanzitutto per questo che i partiti non si spendono per cambiare la riforma Cartabia del civile. Non ne avrebbero vantaggi in termini di consenso. Poi certo, c’è un altro dettaglio. Molti degli stessi parlamentari che nelle commissioni Giustizia si dovrebbero occupare del ddl civile non hanno la preparazione adeguata per farlo. Distinguere fra le sfumature del rito societario o del lavoro richiederebbe una competenza ampia che non tutti padroneggiano persino tra i politici che vantano un’iscrizione all’albo degli avvocati (anche se magari non esercitano dall’epoca dell’esame di abilitazione). Perciò non avete sentito parlare finora di indignazione per i colpi al diritto di difesa inflitti dalla riforma governativa. A denunciarli è solo l’avvocatura. Il Cnf, l’Ocf, l’Aiga, le associazioni forensi e innanzitutto, come sempre, l’Unione nazionale Camere civili. È meglio che lo sappiate, cari avvocati: se non sarete voi a battervi, non lo farà nessuno al posto vostro. Un po’ perché sul civile non si lucrano voti. Un po’ perché chi dovrebbe farlo, diversamente da voi, non saprebbe da che parte cominciare.

Caro Dubbio, non è vero: noi senatori lavoriamo per gli avvocati. La lettera della senatrice di Forza Italia Fiammetta Modena che replica al nostro articolo sul processo civile in cui abbiamo espresso qualche preoccupazione per il disinteresse e la non sempre ferrea competenza della classe politica in materia. su Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Gentilissimo Dott. Novi, il Suo invito agli avvocati a battersi, da soli, per il processo civile merita qualche spunto di riflessione. Ogni volta che leggo, con attenzione, contributi relativi alla cosiddetta riforma del processo civile, constato, con preoccupazione, la mancanza di conoscenza dei testi del Recovery. Non la ritengo ovviamente una responsabilità di chi offre al comune dibattito le proprie idee, ma la vera mancanza dei Partiti, troppo impegnati nell’individuare battaglie identitarie e poco impegnati nella divulgazione dei reali contenuti della politica del Governo Draghi. Parafrasandola, Gentilissimo, potrei dire che spiegare alla collettività migliaia di pagine e allegati della Commissione Europea non porta consenso: è però un grave errore non farlo. Iniziamo quindi, brevemente, dall’allegato alla decisione UE che detta una analitica tempistica per la riduzione dell’arretrato. È bene intendersi su due  punti: non è una “imposizione europea”, è un vulnus noto a tutti nel nostro Paese e che tutti dichiarano di voler risolvere per dare slancio alla nostra economia e alla Giustizia. Inoltre la “riforma del processo civile” è un tassello di un arazzo molto più composito, sul quale non mi soffermo per ovvi motivi di brevità. Gli obbiettivi del Recovery: – un abbattimento dell’arretrato civile del 65% in primo grado e del 55% in appello, entro la fine del 2024; -un abbattimento dell’arretrato civile del 90%, in tutti i gradi di giudizio, entro la metà del 2026; -una riduzione del 40% della durata dei procedimenti civili entro la metà del 2026; L’anno di riferimento è il 2019. La legislazione attuativa, sempre secondo le tabelle del Recovery, deve comprendere una serie di  provvedimenti, tra i quali la garanzia dell’effettiva fissazione di scadenze vincolanti per i procedimenti e un calendario per la raccolta delle prove e la presentazione elettronica di tutti gli atti e documenti pertinenti e quindi realizzare  un intervento selettivo sul processo civile volto a concentrare maggiormente le attività tipiche della fase preparatoria ed introduttiva e sopprimere le udienze potenzialmente superflue. In base a questo quadro, sintetico, il Governo ha scelto una strada, quella di rivalutare completamente la prima udienza ove le parti arrivano a carte scoperte, partecipando personalmente, e il giudice arriva avendo studiato il fascicolo. Sappiamo infatti che oggi la prima udienza è un mero rinvio per termini, che striscia nelle aule dei tribunali arrancando tra chiamate di terzo e riserve dopo la udienza per i mezzi istruttori. Il fascicolo scompare per riaffiorare con le eventuali prove testi e/o Ctu che vengono disposte. Funzionerà la preparazione del processo ante prima udienza o rischierà di infrangersi come precedenti esperienze tra notifiche nulle e ruoli imponenti? Governo e Senatori commissari, (per quanto “politici”, le istanze degli operatori del diritto le leggono e ci ragionano) hanno ben compreso le grida di allarme sul diritto di difesa costipato dalle decadenze, cercando diverse soluzioni nel quadro dato. In verità la domanda è sempre la stessa: le decadenze e gli oneri ricadono sugli avvocati e mai sui magistrati che, oberati per il ruolo, rinviano e non rispettano i termini. Sul quesito c’è un punto che merita una maggiore attenzione e soprattutto una mobilitazione delle coscienze di tutti coloro che lavorano nelle aule dei Tribunali. Mi riferisco alla piena applicazione dell’art 81bis delle disposizioni di attuazione del cpc, dedicato al calendario del processo. Prevede, in caso di mancato rispetto del medesimo, una violazione disciplinare anche in capo al magistrato che incide sulla valutazione di professionalità e sulla nomina e conferma agli uffici direttivi e semi direttivi. Il calendario del processo può diventare anche uno strumento non solo “punitivo” nei confronti di chi non lo segue, ma premiale, in coerenza con la previsione del PNRR di  “ introdurre di un sistema di monitoraggio a livello dei tribunali e aumento della produttività dei tribunali civili attraverso incentivi per garantire una durata ragionevole dei procedimenti e prestazioni uniformi in tutti”. Perché fino ad oggi la norma non ha trovato applicazione? Probabilmente sia per il carico dei ruoli che per la “prudenza” degli avvocati che evitano di irritare un giudice, cioè colui che alla fine ha in mano la decisione. Eppure, dove svolta, la calendarizzazione funziona e determina una responsabilità collegiale per il rispetto delle date, oltre che una migliore organizzazione dei lavori. Il calendario, con annesse conseguenze negative e/o positive in caso di mancato rispetto, è uno strumento che obbliga alla decisione un giudice che ha dinnanzi a sé tutte le carte delle parti e deve quindi studiarle e svolgere la funzione. Sul punto dovremmo aprire una lunga parentesi relativa all’ufficio del processo, che magari approfondiremo in altra sede. Gentilissimo Dott. Novi, mi permetta di concludere questa breve riflessione con un’altra norma che è stata oggetto di gravi critiche da parte della avvocatura e sulla quale il Ministro si era già espressa, accogliendo le richieste. L’emendamento del Governo prevedeva che la condanna dell’art 96 terzo comma cpc fosse inflitta solo nei casi di colpa grave o malafede da parte del soccombente. L’idea alla base era quella di circoscrivere l’ambito di applicazione del 96 cpc, ma, riponendo scarsa fiducia nelle condanne ex art 96, gli avvocati hanno inteso la previsione come punitiva, di fatto tesa a creare una sorta di freno alla attività difensiva in generale. Possiamo ritenere questa problematica superata, pur rimanendone altre legate, in genere, alla lite temeraria. Concludo quindi rispondendo al Suo appello agli avvocati. E’ importante un ausilio perché il percorso del Recovery deve essere divulgato e compreso: su questo erroneamente si pensa di non lucrare voti, in realtà la trasparenza porta sempre rispetto e condivisione. Per il resto non è detto che i politici in Commissione Giustizia non sappiano da parte cominciare. È il finale che ci  toglie il sonno. Non ci è concesso, avendo l’obbligo di approvare le norme, di andare avanti sulla base dei “no” e basta. Cerchiamo dei sì, magari sussurrati, sicuramente sotto condizione, certamente da confermare alla prova dei fatti, ma questo è nostro dovere. Cerchiamo di svolgerlo al meglio.

Fiammetta Modena, Senatrice di Forza Italia, relatore in commissione Giustizia del ddl di riforma del processo civile

Il Sì al referendum giustizia: terzo quesito. Magistrati, basta con “molto buono” o “eccellente”: fatevi valutare da avvocati e prof. Francesca Sabella su Il Riformista il 28 Agosto 2021. “Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a)”; art. 16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?”. Il quesito numero 3 del referendum sulla giustizia chiama i cittadini a votare Sì per cambiare l’attuale sistema di valutazione dei magistrati. Sistema assai curioso e che è così articolato: la professionalità di un magistrato oggi viene valutata solo da altri magistrati, ma se vincesse il Sì anche avvocati e professori potrebbero esprimere pareri sul loro operato. I magistrati, infatti, difficilmente diranno qualcosa di negativo su un collega, insomma canis canem non est dicevano i latini, ovvero cane non mangia cane. E così le valutazioni negative si contano sulle dita di una mano, quelle che abbondano invece recitano più o meno tutte la stessa cosa “lavoro eccellente” o “molto buono”, mai uno che abbia lavorato semplicemente “bene” o “male”. Eresia. Ora, la domanda sorge spontanea: godono tutti del dono dell’infallibilità oppure c’è qualcosa nel sistema delle valutazioni che non funziona? Risponde alla domanda Nicola Quatrano, avvocato con alle spalle una lunga carriera da magistrato, ruolo che lo ha visto protagonista di numerosi processi entrati a far parte della storia giudiziaria del nostro Paese.

In che modo avviene oggi la valutazione dei magistrati?

«La cultura del magistrato è autoreferenziale, e ciò anche perché nella valutazione di professionalità non si attribuisce alcuna importanza ai risultati del suo lavoro. Non troverete mai, ad esempio, nella valutazione di un PM alcuna menzione del numero di persone inquisite o arrestate che sono poi state assolte con formula piena. Molto spazio invece alle “complesse e delicate indagini”, che hanno portato all’arresto di un rilevante numero di soggetti accusati di “crimini gravissimi”. E poi? Che esito hanno avuto i processi? Nessuno se ne preoccupa. Si privilegiano quindi i numeri piuttosto che la qualità del “prodotto”, e non si fa alcuna differenza tra un magistrato scrupoloso e attento e un altro che magari sbaglia frequentemente o prende decisioni affrettate e irresponsabili. Ma questo è ancora niente, perché il problema di gran lunga maggiore è che la valutazione del magistrato è affidata esclusivamente ad altri magistrati. La “pratica” si compone infatti di un’autorelazione, un documento nel quale il candidato ha modo di esaltare i suoi molti meriti, senza fare menzione dei demeriti, dal “parere” del capo dell’Ufficio e da quello del Consiglio Giudiziario (i cui pochissimi componenti laici, quando ci sono, non possono interloquire), fino alla decisione del CSM, composto in stragrande maggioranza da magistrati».

Quali sono le conseguenze dell’attuale sistema di valutazione?

«Il primo problema è che il “punto di vista” che li ispira è esclusivamente quello dei magistrati, che sono sempre assai indulgenti con se stessi (mentre si dimostrano esigentissimi con tutti gli altri) e non prestano alcuna attenzione alla qualità del loro lavoro e ai risultati. Il secondo è che la comunità dei magistrati è assai piccola, e tutti si conoscono. Difficilmente si è disposti ad esprimere un parere negativo su qualcuno con cui si lavora quotidianamente, che magari è stato collega di concorso, o è un amico. Sono stato quasi 40 anni in magistratura e ricordo la battuta frequente secondo cui, in simili pareri, quando si vuole parlar male di qualcuno, si definisce il suo lavoro come “molto buono”, piuttosto che “eccellente”. Il terzo, e più grave, è che una valutazione affidata esclusivamente ai magistrati è il campo d’azione ideale per quelle combine correntizie oggi note come “sistema Palamara”, ma che ci sono sempre state e continueranno ad esserci, se la legge non cambierà».

Cosa propone il quesito?

«Il quesito vuole rendere piena la partecipazione dei componenti laici ai lavori dei Consigli giudiziari e del Comitato direttivo della Corte di cassazione, estendendola anche alla formulazione dei pareri sulle valutazioni di professionalità dei magistrati, oggi riservata solo ai togati. Attualmente, il disegno di legge delega del Ministro Bonafede prevede il diritto dei componenti laici solo ad “assistere”, senza possibilità di voto. E già questo diritto di “ascoltare senza interloquire”, riconosciuto allo sparuto gruppo di laici presenti nei Consigli Giudiziari, è stato una conquista difficilissima, che ha dovuto superare fortissime ostilità da parte dell’omertosa categoria dei magistrati, gelosissima dell’opacità che avvolge le proprie decisioni».

Cosa cambierebbe con la vittoria del Sì?

«Il referendum vuole appunto attribuire ai componenti laici dei Consigli Giudiziari e del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione gli stessi diritti dei togati, consentendo anche a loro di interloquire, esprimere pareri e votare sulla valutazione di professionalità dei magistrati. Niente di rivoluzionario, giacché sarebbe impossibile per lo sparutissimo gruppo di laici ribaltare la volontà della stragrande maggioranza di togati, ma può contribuire a limitare i giochetti di corrente, oggi favoriti dall’opacità che avvolge simili decisioni».

Qualcuno ha motivato il “No” sostenendo che dare voce in capitolo anche ai componenti laici minerebbe la serenità del candidato.

«Sì, è questa la principale l’obiezione al quesito. Il magistrato Nello Rossi si dice, infatti, preoccupato del fatto che la partecipazione al voto anche di avvocati (in realtà uno solo) che esercitano la professione nello stesso distretto potrebbe privare il candidato della “necessaria serenità”. Io direi che, se questa “serenità” significa la certezza di ottenere una valutazione positiva anche se non meritata, essa mi sembra tutt’altro che “necessaria”. In realtà penso che la magistratura soprattutto non sopporti di dover rendere conto del suo operato. Che dire, non c’è abituata. Considera la giurisdizione come “cosa sua” e non riesce a capacitarsi che si tratta di un “servizio” di cui dover rendere conto alla collettività».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

I nodi della riforma Cartabia. Riforma Cartabia, i silenzi su organico e standard di rendimento dei giudici. Eduardo Savarese su Il Riformista il 22 Agosto 2021. Agli accesi confronti sulla giustizia penale che hanno animato le ultime settimane, accompagnando il testo della riforma voluta dal Governo all’esame del Senato, non seguiranno dibattiti dall’afflato analogo per la giustizia civile. Mi auguro di essere smentito, ma temo che la cosa resterà molto più nelle retrovie degli addetti ai lavori, quando invece essa dovrebbe essere oggetto di un dibattito vasto e democratico dell’intera società civile. Per almeno due ragioni: perché le controversie non di natura penale riguardano da vicino le persone e la loro quotidianità ordinaria; perché sulla riduzione dei tempi del processo civile si gioca l’accesso a importanti risorse finanziarie. Nella relazione illustrativa redatta dalla Commissione presieduta dal professore Francesco Paolo Luiso e diretta alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, si pone l’attenzione su tre pilastri essenziali: l’incentivazione dei meccanismi di soluzione delle liti alternativi al processo statuale; la previsione di una disciplina organica dell’ufficio per il processo; la riduzione dei tempi della giustizia civile attraverso l’introduzione di modifiche processuali. Mi soffermerò su quest’ultimo aspetto, lasciando ad altri il compito di approfondire gli altri due. Una premessa ironica sarà utile: sono in magistratura dal 2004 e già dopo pochi anni di funzione ho imparato a riconoscere, nei colleghi, negli amici accademici e negli avvocati, uno sguardo perso tra terrore, angoscia e sarcasmo ogni volta che il legislatore introduceva l’ennesimo ritocco alle regole processuali con la motivazione di accelerare i tempi del processo civile. Sguardo puntualmente riprodottosi anche in occasione dei Governi succeditisi dal 2018 a oggi, forse uno sguardo vieppiù disperato a causa del piglio teutonico della ministra di Giustizia della quale, a termine del mandato, potrà forse dirsi «volle, volle, fortissimamente volle». Ebbene, cosa prevede la riforma del rito civile di primo grado? Essa, per un verso, intende disciplinare e ampliare le ipotesi di rito “semplificato” (per le cause di agevole soluzione) e, per altro verso, vuole rendere più efficace la prima udienza davanti al giudice. Trascrivo il passaggio della relazione illustrativa, laddove si dice che, in virtù delle nuove regole, «il giudice è quindi in grado, in prima udienza, di disporre di una gamma di soluzioni diversificate, al fine della più efficace trattazione della lite: avviare subito la causa in decisione, convertire la trattazione nel rito semplificato, concedere i termini per le memorie o dimezzarli (oltre che formulare una proposta conciliativa o mandare le parti in mediazione)». Poco più oltre, la medesima relazione puntualizza: «Avviare subito la causa in decisione permette una riduzione dei tempi di giudizio che può essere stimata mediamente fino a trecento giorni. La facoltà di ridurre i termini per le memorie dimezzando quelli attuali, a sua volta, comporta automaticamente un risparmio fino a quaranta giorni». Nel trascrivere questi passaggi, chiari e condivisibili, ho tralasciato un passaggio che è una miniera d’oro, una subordinata inserita dall’attento redattore del documento subito dopo l’avvio del periodo che inizia con «Il giudice…» e che ho sopra riportato. Il giudice potrà sì fare tutte quelle cose, dirigendo con efficacia il processo, ma tanto accadrà (udite, udite) «a condizione che abbia potuto studiare adeguatamente il fascicolo (ma ciò non dipende dalle regole processuali)». Qui vengono dette due verità risplendenti sul Sinai della giustizia civile: i tempi si abbreviano se il giudice civile detiene fermamente il polso del ruolo di udienza e, quindi, conosce le cause che tratterà; questa conoscenza non deriva dalle regole processuali, che potranno cambiare ogni giorno senza che quella conoscenza si produca o rafforzi. Di qui la domanda: se non dipende dalle regole processuali, da cosa dipende? Di qui un altro, forse malizioso, interrogativo: perché sbandierare la modifica delle regole processuali come viatico di velocizzazione dei processi? Ora, il giudice non ha «studiato adeguatamente il fascicolo» o perché non lavora oppure perché non riesce, a causa del numero dei fascicoli. Se i fascicoli chiamati in prima udienza sono tre è un conto, se sono 12 è un altro. Chiedetelo a un giudice civile di Nola, Santa Maria Capua Vetere, Napoli Nord. Il fulcro, allora, è la sostenibilità della domanda di giustizia rispetto all’aspettativa ragionevole di smaltimento del carico di lavoro del giudice civile italiano. Insomma, è il tema dello standard di rendimento del magistrato, unito a quello della revisione delle piante organiche dei Tribunali italiani. Due temi affondati nel silenzio più compatto: eppure sono cose semplici da spiegare ai cittadini, cose su cui sarebbe interessante un dibattito, magari accanto a quello sui quesiti referendari. Gli interrogati? ministra, Csm e Anm, tra i primi. Restiamo in attesa di chi vorrà scalfire questo fitto silenzio a beneficio dei cittadini, dell’avvocatura e della magistratura. Eduardo Savarese

«La giustizia non riparte assumendo i “garzoni” di bottega dei giudici». Antonio Tafuri, presidente del Coa di Napoli: «Non possiamo certo credere che la panacea dei mali sia l’assunzione a tempo determinato dei nuovi “schiavetti” del giudice». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 21 agosto 2021. Quando si parla dell’avvocatura napoletana, il pensiero è rivolto a quelli che una volta venivano definiti i “principi del Foro”, capaci professionalmente ed in grado di affabulare con la loro arte oratoria. I tempi, è sotto gli occhi di tutti, sono cambiati. L’avvocatura è afflitta da problemi di vario genere e le preoccupazioni montano giorno dopo giorno. I legali partenopei, comunque, continuano ad essere tra i più apprezzati in Italia. Il loro senso di appartenenza è forte, così come il legame con chi si incontra quotidianamente in Tribunale: i magistrati. Il vincolo intellettuale che storicamente anima il rapporto fra avvocati e magistrati a Napoli è custodito nella Biblioteca di Castel Capuano, inaugurata nel luglio del 1896. Qui è conservato un patrimonio librario di inestimabile valore, che racconta la storia dell’avvocatura partenopea e di una ex capitale. Ad accompagnarci nel nostro viaggio nel Foro partenopeo è l’avvocato Antonio Tafuri, presidente del Coa di Napoli. «Oggi – dice Tafuri – la posizione e la considerazione sociale dell’avvocato sono profondamente cambiate. In questo nuovo millennio le difficoltà risiedono, da un lato, in una diffusa diffidenza verso i professionisti e, dall’altro lato, nei tanti formalismi dei sistemi processuali, che aumentano il tasso di incertezza delle istanze. L’avvocatura deve convincersi che fare l’avvocato oggi è tutt’altro rispetto a vent’anni fa e che la nostra professione deve modernizzarsi per restare al passo coi tempi». Il 6 agosto scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il reclutamento, a tempo determinato di 8.171 addetti all’ufficio del processo. Il termine di scadenza per la presentazione delle domande è il 23 settembre prossimo. Al distretto della Corte d’appello di Napoli è stato riservato il maggior numero di posti in Italia (956). Una ghiotta occasione per gli avvocati desiderosi di cambiare vita lavorativa. Il tema degli avvocati che preferiscono partecipare ai concorsi pubblici è uno dei fili conduttori del nostro viaggio nei Fori del Belpaese. Pure a Napoli sono tanti gli avvocati che cercano di conseguire un posto fisso nella PA per mettersi alle spalle una quotidianità diventata sempre più complessa. «Conosco personalmente – commenta Tafuri – alcuni colleghi che hanno superato il concorso di cancelliere. Comprendo perfettamente la scelta e credo che questa sia una soluzione al più grosso problema della nostra professione e cioè all’incertezza del proprio futuro. Non si tratta tanto di arrivare alla fine del mese, quanto piuttosto di avere prospettive per sé e aspettative effettivamente da coltivare per i propri familiari. Sono molto sincero quando, insieme al dispiacere per non avere più fra le nostre fila colleghi validi e preparati, esprimo loro rallegramento per il raggiungimento di una stabilità che obbiettivamente la nostra professione non dà. A Napoli la situazione economica, sempre in bilico e tendente alla depressione, rende la vita degli avvocati particolarmente difficile. Sono tanti quelli che devono quotidianamente sbarcare il lunario e purtroppo molto spesso non sono sufficienti elementi come la preparazione e la serietà per cui, vista l’enorme concorrenza, non è sorprendente che tanti colleghi provino ad aprirsi strade e storie alternative» Sempre meno toghe, dunque, in una città che ha espresso ed esprime il meglio dell’avvocatura? Tafuri spera in un miglioramento della situazione. «Non sono pessimista sul nostro futuro – afferma -, a patto che si riesca a cogliere l’esigenza di cambiare, anche con il coraggio di abbracciare nuovi valori e nuovi principi etici. Per esempio al recente congresso nazionale si è parlato della soluzione del tema della monocommittenza, anche con il superamento della incompatibilità con la subordinazione. Oggi se ne parla ancora poco e ciò dimostra che le coscienze devono maturare ma il sol fatto che l’argomento sia stato posto vuole dire che la riflessione è partita e avrà sviluppi. Questo è solo un esempio, ma mi fa pensare e dire che gli avvocati, sotto vesti diverse e in forme nuove, esisteranno sempre e torneranno ad avere un ruolo centrale nella società e nell’economia». Al presidente del Coa non piace parlare di “fuga dalla professione”: «Il numero, che resta alto, di nuove iscrizioni, superiore alle cancellazioni, smentisce queste affermazioni e dimostra che l’attrattività dell’avvocatura è intatta». Sono cambiate le condizioni, questo è sotto gli occhi di tutti. «Sono più difficili – prosegue -, i costi sono altissimi, i rapporti con la committenza sono spesso critici. Nel nostro osservatorio napoletano siamo molto attenti ai bandi di gara che violano la legge sull’equo compenso. Questa comunque è solo la cruna dell’ago, perché ciò di cui la categoria ha bisogno è la reintroduzione dei minimi tariffari inderogabili, di reali forme di tutela verso la committenza forte e di una previdenza sostenibile. Ritengo che queste siano le priorità, che, se affrontate senza pregiudizi, possono restituire all’avvocatura il ruolo di punto di riferimento per la tutela della legalità». Non basta il Pnrr per essere felici. Il presidente del Coa Napoli ne è convinto fermamente. Con la schiettezza che lo contraddistingue ritiene che tanti proclami vengano fatti passare per soluzioni in grado di migliorare la vita di tutti noi. «Riponiamo – conclude Tafuri – forti speranze nelle iniezioni di danaro che provengono dal Pnrr e dal Recovery fund. Dobbiamo essere franchi nell’esprimere delusione dalla riforma del processo penale e dalle quasi certe modifiche del processo civile, targate governo Draghi». E ancora: «Non possiamo certo credere che la panacea dei mali sia l’assunzione a tempo determinato dei nuovi “schiavetti” del giudice o l’introduzione di preclusioni che solo il giudice potrà discrezionalmente allargare. Le nostre speranze, che per cultura e ruolo nella società siamo obbligati a coltivare, vanno riposte allora nella generale ripresa economica del Paese». Infine la usa ricetta: «Deve essere innescata la fiducia, motore essenziale e imprescindibile per attivare circoli virtuosi anche nel rapporto, oggi molto critico, tra lo Stato e le professioni e, in particolare, tra il cliente e l’avvocato».

Intervenga Mattarella o la magistratura muore. Un giorno di ordinaria (in)giustizia: dall’antisemitismo di Gratteri alla lottizzazione di Palamara. Piero Sansonetti su Il Riformista il 26 Marzo 2021. Dio mio, stavolta interverrà qualcuno? E quando dico qualcuno penso all’unica persona che ha ancora la credibilità e l’autorevolezza per intervenire. Mattarella. Vi faccio il riassunto della giornata di ieri sul fronte giustizia. Di prima mattina un articolo del Foglio ci informa che è uscito un libro firmato da un importante magistrato in attività (Angelo Giorgianni, che in passato è stato persino sottosegretario nel governo Prodi) oltre che da un medico ex Casapound, nel quale si sostengono tutte le tesi negazioniste possibili sul Covid e sui vaccini, e poi si mettono sul banco degli accusati Big Pharma, Bill Gates, Soros, Rockefeller e soprattutto gli ebrei. Sì: gli ebrei. Si legge nel libro: «Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche, hanno tutto in mano loro… la grande finanza». Ancora sbigottiti dalla notizia che esistono in giro per le Procure italiane magistrati così ferocemente antisemiti, e per di più così suggestionabili dalle ipotesi più strampalate e infondate (è con questo rigore scientifico che eseguono le indagini e chiedono i mandati di cattura?) cerchiamo di scoprire cosa ha chiesto il Csm a Palamara e cosa Palamara ha risposto. E veniamo a sapere che il Csm ha chiesto a Palamara di parlare della procura di Milano e della procura di Roma, e Palamara ha spiegato per filo e per segno come gli stati maggiori di quelle procure siano stati perfettamente lottizzati dalle correnti. Non con criteri meritocratici o di cultura giuridica, o di esperienza, ma con puri criteri di camarilla. Palamara ha parlato di Milano e Roma, cioè delle casematte del nostro sistema giustizia, ma perché solo di quelle due procure gli hanno chiesto. Probabilmente se gli avessero chiesto di parlare di qualunque altra procura avrebbe detto le stesse cose. Cioè, Palamara ci ha informato che quando finiamo nella mani di una Procura, noi magari pensiamo di finire nelle mani di un credibile e oggettivo sistema giudiziario, invece andiamo alla mercé di una macchina di partito, che però – a differenza della vera macchina di partito – non ha neppure nessuna investitura popolare. e le inchieste, e le sentenze, saranno largamente influenzate non dalla legge ma da questi orientamenti e rapporti di potere. Ecco, vi abbiamo fatto un riassunto breve breve della mattinata. Se dobbiamo mettere un titolo al riassunto non possiamo che tornare a ripetere: al vertice della magistratura c’è una loggia segreta molto più potente, più arrogante, più pericolosa, più sovversiva della famosa Loggia P2 di Licio Gelli. Nel libro di Palamara abbiamo scoperto che però esistono, anche ai vertici della magistratura, frange che sono fuori dal sistema. Per esempio? Per esempio, appunto, c’è Gratteri che è fuori dai giochi. ma Gratteri è il Procuratore che avalla le follie di un libro antisemita e terrapiattista. Siamo proprio messi bene. Alla fin fine dobbiamo arrenderci a Di Matteo. Capite? Sì, a Di Matteo (col quale siamo in polemica furiosa, e anche in causa, da anni): lui è l’unico che ieri ha bersagliato di domande Palamara, come giorni fa era stato l’unico a incazzarsi per il modo nel quale la procura e il Csm avevano rinviato per anni l’esame della chat di Palamara. E Di Matteo, grazie a Dio, non va nemmeno appresso alle vecchie teorie naziste…Capite che non siamo messi bene se a cercare una lucina piccola piccola nel buio di un sistema giudiziario ormai andato a male, dobbiamo rivolgerci all’uomo del fantasiosissimo processo Stato-Mafia, dove il principale imputato è l’uomo che ha catturato Riina e mezza cupola. Vabbé. Però torniamo un momento a Gratteri, che nel pomeriggio ha rilasciato a Repubblica un’intervista da fare rizzare i capelli in testa a chiunque. Cosa ha detto, per giustificarsi della colpa di aver avallato il libro dei suoi due amici antisemiti e no vax? Ha detto che in Procura, a Catanzaro, lui ha fatto vaccinare tutti. Cioè, capiamoci bene: ha rilasciato una intervista senza dire una parola di pentimento per le tesi negazioniste e antisemite, non ha emesso neppure un fiato di condanna per quel libro vergogna, e per di più ha detto che lui fa il no vax in libreria e poi vaccina tutti i giovani virgulti della Procura. E perché li vaccina? E chi gli ha dato i vaccini? E come ha potuto passare davanti a migliaia e migliaia di ottantenni e di settantenni, e forse persino a qualche novantenne che ancora aspettano il vaccino? E con che diritto? E in nome di quale principio e di quale legge? E con quale carica di sfida al discorso tenuto appena il giorno prima dal presidente Draghi, furioso per l’assalto della corporazioni che danneggiano i deboli e gli anziani? Adesso io faccio un ragionamento semplice semplice. Ci sono consiglieri comunali della Lega o di FdI costretti a dimettersi per avere messo un cuoricino, su Twitter, a un messaggio un pochino antisemita, o nostalgico del duce o cose così. Non posso nemmeno immaginare cosa succederebbe se qualcosa del genere la facesse un deputato nazionale. È possibile che un Procuratore della Repubblica non senta la responsabilità, di fronte a uno scandalo morale così grande, di lasciare l’incarico? Ma se non succede questo, dico, cosa parlate a fare di questione morale? C’è una questione morale più grande di quella aperta dall’ammiccamento a vecchie tesi naziste? Poi c’è un altro problema. Più tecnico. Qualche Gip, se onesto, può dar retta a un Pm che gli porta una richiesta di arresto sulla base di congetture che – a occhio – possono essere basate sullo stesso rigore con il quale questo Pm avalla tesi folli sul Covid e sugli ebrei? Il Csm non è in grado di intervenire? E il ministro? Presidente Mattarella, metta da parte ogni ragionamento sull’opportunità politica. L’Italia ha bisogno di qualche gesto che almeno in minima parte riabiliti una magistratura la cui credibilità, ormai, è allo stremo. Intervenga in qualche modo, Mattarella. Intervenga. Almeno dica a voce alta di non dar retta ai Pm. Dica che il mondo non è in mano ai congiurati di Sion.

L'incredibile avallo del Procuratore. La follia di Gratteri: approva negazionisti e antisemiti, può ancora fare il Pm? Tiziana Maiolo su Il Riformista il 26 Marzo 2021. È possibile indossare la toga di magistrato e contemporaneamente avallare tesi antisemitiche e razziste? Guidare l’operazione “Rinascita Scott” e privare della libertà centinaia di persone mentre si va a braccetto con chi grida contro gli ebrei “che comandano il mondo” e chi accusa governi, medici e scienziati di aver attuato, tramite l’imbroglio del Covid (“che non uccide”), una “strage di Stato”? «Gratteri lo ha letto, e ha deciso di firmarne la prefazione, per noi questo presenta un avallo eccezionale». L’avallo è a un libro che si chiama La strage di Stato, un vademecum non solo negazionista sul Covid e i vaccini, ma complottistico, paranoico e decisamente razzistico. Non è solo questione di opinioni discutibili, qui siamo su un crinale molto serio che sfiora il codice penale. Anche se la legge Mancino è criticabile da chi non crede nei reati d’opinione, la sua violazione da parte di un magistrato qualche problema lo crea. Per la credibilità delle sue inchieste e delle sue azioni, prima di tutto. Ecco alcuni dei concetti che il procuratore Gratteri avrebbe “avallato”, secondo quanto dicono gli stessi autori del testo. «Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche…». Il che, inserito in un contesto in cui prima si nega l’esistenza stessa del virus che «non ha ucciso nessuno», poi si strilla contro l’uso delle mascherine che andrebbero «buttate nel cesso» e si definisce il vaccino «acqua di fogna», per poi emettere la sentenza su una “strage di Stato”, significa anche chiamare per nome e cognome i colpevoli da condannare. Gli ebrei, prima di tutto, perché governano il mondo e possiedono le banche (già sentita). E sono componente fondamentale della «strategia globale del terrore», fanno parte di quel «governo mondiale da parte del Deep state guidato dalle alte vette del Vaticano, dalla famiglia Windsor, Rockefeller e Rotschild». Follia antisemitica, o semplicemente follia? Sembrerà strano (e ringraziamo il giornalista del Foglio Luciano Capone per avercelo segnalato), ma i nomi degli autori di questo libro, che si fa fatica anche a tenere in mano, non sono neppure rilevanti. Uno si chiama Pasquale Maria Bacco, è un medico il cui titolo fasullo di professore è già stato smascherato dai segugi di Striscia. È amministratore delegato della società Meleam, che si occupa di medicina legale, e sostiene di aver svolto 23 autopsie e di aver verificato che nessuna della persone ufficialmente dichiarate morte di Covid in realtà lo era. Erano anziani o malati di altro, dice. «Abbiamo smascherato tutto», scrive nel suo libro. Salvo poi ammettere, in un’intervista ad Affari italiani: «Da quando ho fatto le autopsie, ogni settimana ho un procedimento in corso. Per fortuna la società per cui lavoro mette a disposizione un avvocato». L’altro autore del libro è un magistrato della corte d’appello di Messina, Angelo Giorgianni, vecchia conoscenza della politica, eletto al Parlamento nel 1996 con Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, per un breve periodo sottosegretario all’Interno del primo governo Prodi, poi silurato per quel “verminaio Messina”, un’accusa infondata su rapporti sospetti tra imprenditori, professori e magistrati, poi finita in niente. La sua esperienza politica finirà poi con l’adesione all’Udeur di Clemente Mastella e infine il ritorno alla toga. I due autori del libro sono accomunati dall’adesione al gruppo “L’Eretico”, molto attivo su Facebook, che da più di un anno, mescolando tesi antiscientifiche e propaganda su arbitrii travestiti da libertà, svolgono attività da imbonitori. Sono pericolosi, inutile nascondere la realtà. Perché se qualcuno si dovesse convincere che il virus non ha mai ucciso nessuno e che i centomila morti in realtà non esistono, perché sarebbero morti comunque, o perché erano troppo vecchi o troppo malati per poter continuare a vivere, tutto diventerebbe inutile, la prevenzione come le cure. Tanto erano tutte sbagliate, dicono gli autori con l’avallo di Gratteri, e quei medici colpevoli hanno solo accelerato le morti. E i medici sono quindi assassini? Lei dottor Gratteri “avalla” questa accusa? Dobbiamo farli arrestare? E quegli imbroglioni che hanno messo in scena le finte bare di Bergamo? Arrestiamo anche loro per il concorso esterno così diffuso in Lombardia? Se questo è il quadro, vediamo quale è il ruolo del procuratore Gratteri. Nella sua prefazione, il magistrato mostra di apprezzare moltissimo questa “inchiesta”. Quasi quasi gli ricorda il metodo di quelle che svolge lui. Se è così, è preoccupante. Perché il libro «ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi –degni di approfondimento nelle sedi competenti- sulla gestione dell’emergenza pandemica». L’inchiesta sul Covid come “Rinascita Scott”. Con la stessa credibilità, lo stesso metodo investigativo. Manca solo il nome dell’avvocato Pittelli, al posto di quello di Rotschild. Questo ci sta dicendo tra le righe il magistrato inquirente. Che in fondo qualche reato lo sta già annusando. La cosa ci preoccupa, e ci induce a qualche riflessione. Ci sono tanti mestieri che si possono fare con la laurea in giurisprudenza che, come si diceva una volta, apre tutte le porte. O anche con la maturità scientifica. Magari in qualche ufficio in cui non si possano fare danni. Non è obbligatorio che il dottor Nicola Gratteri faccia il procuratore della Repubblica, cioè colui che dirige la polizia giudiziaria e ha il potere assoluto (salvo smentite successive, cosa che a lui succede piuttosto spesso), sulla libertà e sulla vita dei cittadini. Non è obbligatorio, ma lui lo fa, in quel di Catanzaro, Calabria, terra di povertà e anche di mafia. Nei suoi blitz le manette scattano a centinaia, colpevoli e innocenti insieme in un mosaico in cui tutto si incastra secondo una logica spesso non costruita sui fatti ma su connessioni che ricordano i finti sillogismi che studiavamo al liceo, del tipo “acqua salata fa bere e ribere, bere e ribere estingue la sete, quindi acqua salata estingue la sete”. Vorremmo sapere se è un po’ lo stesso mosaico che mette insieme le grandi famiglie ebraiche che governano il mondo insieme al Vaticano e ai poteri finanziari e che imbrogliano le persone “per trasformarle in Ogm”, mettendo in campo torme di medici e scienziati assassini che inoculano vaccini velenosi. E se il procuratore Gratteri “avalla”. E intanto, dalle colonne di Famiglia Cristiana con uno scritto di suo pugno che denota scarsa dimestichezza con la letteratura, lui di persona augura una sorta di Buona Pasqua in chiave anti-‘ndrangheta a «chi usa la parola garantismo per attaccare chi combatte le mafie». Anche i garantisti complottano insieme agli ebrei, a quanto pare.

I padri costituenti indicavano quella strada. Sì alla separazione delle carriere dei magistrati: anche Calamandrei era favorevole. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 6 Giugno 2021. Armando Spataro, sulla Stampa di ieri, spende appassionate parole per opporsi alla separazione delle carriere. Gli argomenti sono vari: pragmatici (nei fatti ormai i passaggi di funzioni sarebbero rarissimi), ordinamentali (il Pm è tenuto a ricercare la verità dei fatti anche a discarico dell’indagato, quindi sarebbe… una parte solo in parte) comparatistici (la separazione non è “in maggioranza” tra le democrazie avanzate); internazionalistici (il Consiglio d’Europa è contro la separazione). Malgrado la varietà di spunti, nessun degli argomenti pare decisivo per suffragare la tesi di fondo di Spataro. Secondo cui, l’Italia, in questo campo, sarebbe un vero e proprio modello, con buona pace degli oppositori, additati come “incongruenti”, affetti da “diffidenze plebee” (cit. da Francesco Saverio Borrelli), “incolti” nella conoscenza dell’esperienza comparata. Chi non ne condivide l’opinione è dunque chiamato in causa, nella sua stessa dignità di interlocutore. Vediamo gli argomenti. Tale non è, all’evidenza, quello che afferma l’irrilevanza della riforma, attesi i già stringenti limiti di legge al passaggio tra funzioni e la scarsità dei casi che, in concreto, si verificano. Ma la “limitata” rilevanza di una riforma non dice nulla sulla sua auspicabilità in termini di valore. Anzi non si comprende la veemenza dell’ostilità alla proposta se, nei fatti, le carriere sono già separate: much ado about nothing. Anche il secondo argomento non prova nulla. Ammesso e non concesso che i Pm si adoperino con la medesima alacrità a cercare prove a discarico dell’indagato, tale dovere è previsto anche in paesi in cui le carriere sono nettamente separate (es. Germania). Quindi, il dato non sposta nulla. L’evocazione dell’esperienza comparata, poi, è sfuggente. Perché, purtroppo, Spataro non ha “spazio per l’illustrazione degli altri sistemi”. Sarà per la prossima. Anche se rimaniamo curiosi di sapere quali siano le grandi democrazie che mantengono un sistema di fusione delle carriere così come previsto in Italia. Quanto al Consiglio d’Europa e alla sua raccomandazione del 2000, il discorso è più complesso. Basti dire che quel documento è stato adottato dal Comitato dei ministri di quell’organizzazione. Il fatto che, per difendere l’indipendenza dei Pm, si citi un documento adottato dai rappresentanti “dei governi degli Stati”, la dice lunga sul cortocircuito argomentativo. Nel merito poi il Consiglio d’Europa non esalta affatto un modello rispetto agli altri, ma anzi presuppone la presenza di scelte diverse nei singoli stati e si preoccupa, questo sì, di richiamare l’importanza delle garanzie del Pm persino quando esso sia gerarchicamente sottoposto all’esecutivo. Infine è vero che, a proposito delle carriere, si affermi (par 18): «Gli Stati devono prendere provvedimenti concreti al fine di consentire ad una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di Pubblico ministero e quelle di giudice, o viceversa». Ciò che però Spataro omette di ricordare è la premessa di quella disposizione: «Se l’ordinamento giuridico lo consente». Il passaggio delle funzioni è dunque una derivata rispetto alla scelta fondamentale dell’ordinamento di come concepire il rapporto tra giudici e Pm.Nessun argomento sembra pertanto decisivo. Mentre molto concreta e preoccupante ci pare la sottovalutazione della situazione esistente. E il fatto di considerare del tutto scontato e naturale che l’essere parte (d’accusa), da un lato, e giudice, dall’altro, sia perfettamente compatibile con la colleganza e la comunanza di interessi “professionali”. Io non so se pensarla in modo laicamente diverso sia offendere i giudici, avanzare “diffidenze plebee”, essere “incolti” o avere posizioni incongruenti. Quel che so è che chi la pensa in modo diverso da Spataro è in ottima compagnia, quanto a competenza e credibilità. Basta rileggere il dibattito sulla giustizia in Assemblea costituente (del resto abbiamo appena celebrato il 2 giugno). Si ritrovano cose interessanti, come l’affermazione di Giuseppe Bettiol (che avrei un po’ di timore a definire “incolto”) per cui «le funzioni del pubblico ministero non devono essere incapsulate accanto a quelle del giudice, ma devono essere tenute distinte. È proprio dei regimi totalitari il concetto di voler considerare il pubblico ministero come un organo della giustizia, mentre in tutti i regimi liberali esso è considerato come un organo del potere esecutivo». Oppure la proposta di Calamandrei (non proprio un plebeo sovvertitore dello stato di diritto). Preoccupato di trovare un equilibrio tra il rischio di soggezione dei Pm all’esecutivo e quello di una chiusura corporativa, rafforzata dall’arbitrio nelle gestione dell’azione penale. Fu lui a proporre la nomina di un “Procuratore generale commissario della giustizia”, organo di “collegamento” tra magistrati e governo. In parte magistrato, in quanto «scelto tra i Procuratori generali della Corte d’appello o di Cassazione» e in parte «rappresentante politico, in quanto sarebbe nominato dal Presidente della Repubblica su designazione della Camera, prenderebbe parte alle sedute del Consiglio dei Ministri con voto consultivo e risponderebbe di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura». «Essendo tale commissario il capo dell’organo di accusa, con potere disciplinare sui magistrati, ove si verificassero nell’interno del corpo giudiziario inconvenienti di carattere politico, a lui potrebbe si far carico di non aver saputo esercitare le sue funzioni». Del resto, come Spataro sa bene, se i costituenti non scelsero già allora la separazione della carriere, fu perché le norme processuali e di ordinamento giudiziario dell’epoca prevedevano una natura dell’organo inquirente «ibrida» (Uberti e Ruini), «anfibia» (Leone), «mista» (Targetti). Ma ormai sono passati più di vent’anni da quanto il processo penale in Italia è stato radicalmente modificato. E gli inquirenti non hanno più nulla di “ibrido” o “anfibio”. Semplicemente non sono più giudici. Giovanni Guzzetta

Gli elementi negativi più rilevanti dei vantaggi. No alla separazione delle carriere dei magistrati: così i Pm dipenderanno dall’esecutivo. Guido Neppi Modona su Il Riformista il 6 Giugno 2021. Nel vasto programma di riforme della giustizia penale attivato dalla ministra Marta Cartabia è arrivato il momento dell’ordinamento giudiziario, tema già approfondito dalla Commissione ministeriale di studio presieduta da Massimo Luciani. Gli argomenti trattati sono numerosi e assai complessi, come lo sono in genere tutti i problemi relativi all’ordinamento giudiziario. Intendo per ora occuparmi della posizione istituzionale del giudice e del pubblico ministero, per i quali è attualmente prevista una carriera unitaria, ma da decenni si discute sull’opportunità di introdurre la separazione delle due carriere. Questa prospettiva è sostenuta con particolare forza dall’Unione delle Camere penali, che vede nell’unitarietà della carriera di pubblico ministero e di giudice un pregiudizio per il principio costituzionale della parità delle parti – accusa e difesa – davanti a un giudice terzo e imparziale, e tale non sarebbe un giudice collega del pubblico ministero nell’ambito della medesima carriera. Ebbene, ritengo che gli aspetti negativi della separazione delle carriere siano di gran lunga più rilevanti dei supposti vantaggi che deriverebbero per il principio della terzietà e indipendenza del giudice. Valga per tutte la constatazione che nella maggior parte dei paesi ove vige la separazione delle carriere il pubblico ministero dipende dal potere esecutivo. In prospettiva storica l’esempio italiano è particolarmente illuminante: nel corso dello Stato liberale, e poi in forma ancora più marcata nel periodo fascista, il pubblico ministero era posto alle dipendenze del ministro della giustizia, che ne dirigeva l’operato mediante circolari che indicavano le categorie di reati contro cui procedere con particolare severità e rigore (in genere si trattava di reati di natura politica); istruzioni che indirettamente coinvolgevano anche i giudici che ne venivano comunque a conoscenza. La memoria storica degli effetti della dipendenza del Pm anche nei confronti dell’indipendenza dei giudici era ben presente ai costituenti, che con un’apposita norma hanno stabilito nella Costituzione che il Pm goda delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dall’ordinamento giudiziario. No alla separazione dunque, ma regole molto rigorose volte a disciplinare il passaggio dalle funzioni di Pm a quelle di giudice e viceversa. Queste regole in gran parte già esistono, e alcune sono ulteriormente rafforzate nella Relazione della Commissione Luciani. A seguito della riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il passaggio dall’una all’altra funzione non è consentito all’interno del medesimo distretto di corte di appello; inoltre nel corso della carriera il magistrato non può mutare le funzioni di giudice o di Pm più di quattro volte e deve svolgere la medesima funzione per almeno cinque anni. A sua volta la Relazione Luciani riduce la possibilità del mutamento di funzione da quattro a due volte, ritengo soprattutto per ragioni di economia processuale, posto che potrebbero crearsi situazioni di incompatibilità nei confronti di un giudice del dibattimento che aveva a suo tempo svolto funzioni di pubblico ministero nel medesimo procedimento. Il passaggio dall’una all’altra funzione è comunque fenomeno di scarso rilievo quantitativo: Armando Spataro in un articolo di ieri su La Stampa ha opportunamente precisato che nei tre anni dal 2016 al 2019 i passaggi da Pm a giudice sono stati 80 e quelli nella direzione opposta 41. Alla luce di episodi in cui pubblici ministeri spinti da un’impropria smania di protagonismo hanno anticipato contenuti e sviluppi di improbabili mega-inchieste, la disciplina del passaggio dall’una all’altra funzione andrebbe integrata da un periodo iniziale in cui il futuro pubblico possa acquisire una solida “cultura della giurisdizione”. Il giovane neo-magistrato che intende esercitare le funzioni di pubblico ministero dovrebbe inizialmente essere assegnato per un congruo periodo – due/tre anni – a una sezione collegiale del tribunale penale, svolgendo così funzioni di giudice e acquisendo consapevolezza dei limiti entro cui normalmente opera la funzione giurisdizionale, limitata a fatti concreti e specifici, sorretti da acquisizioni probatorie altrettanto concrete e specifiche. Tutto il contrario di colossali inchieste nei confronti di fenomeni criminali diffusi sul territorio o nei confronti di vaste categorie di potenziali futuri imputati, talvolta preannunciate da pubblici ministeri alla ricerca di pubblicità e consenso sociale e poi rivelatesi prive di sbocchi processuali. Processi di tale natura sono esistiti – basti pensare a Tangentopoli dei primi anni Novanta, al terrorismo e alla mafia – ma appartengono alla storia, e non è detto che possano riproporsi in termini analoghi. Dal momento che si parla di pubblici ministeri, la tragica e dolorosa vicenda della funivia del Mottarone merita un cenno anche sul terreno processuale. Qui abbiamo assistito dapprima alle improprie dichiarazioni della procuratrice della Repubblica di Verbania su tutti i possibili risvolti delle indagini in corso, che una volta erano coperte dal c.d. segreto istruttorio; poi – mentre pensavo di menzionare a titolo di lodevole confronto il silenzio della giudice per le indagini preliminari – quest’ultima non si è limitata a parlare con l’ordinanza che disponeva la scarcerazione dei tre indagati (trasformata per uno in arresti domiciliari), ma si è spesa in dichiarazioni e interviste critiche nei confronti della procuratrice della Repubblica che aveva disposto il fermo degli indiziati. Nell’occasione l’opinione pubblica è anche venuta a conoscenza che la giudice per le indagini preliminari non sarebbe più andata a prendere il caffè con la procuratrice della Repubblica. Guido Neppi Modona

«Le procure hanno un potere terrificante». Valentina Stella su Il Dubbio il 30 gennaio 2021.  Intervista al penalista Tullio Padovani, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa: «La politica giudiziaria non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro contro il Parlamento stesso…» Tullio Padovani, avvocato penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa è tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei. Per dare seguito alle nostre pubblicazioni di testi di Giovanni Falcone, lo abbiamo sentito per commentare quello sulla separazione delle carriere sul quale è perentorio: «non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse ‘ il’ problema politico di questo Paese», e subito dopo aggiunge che «se il potere dell’accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un’ombra nefasta in qualunque contesto».

Professore, su questo giornale abbiamo riproposto alcuni scritti di Giovanni Falcone a favore della separazione delle carriere: il compianto giudice palermitano viene citato sempre, spesso in modo strumentale, tranne che su questo tema. Lei che ne pensa?

«Ha perfettamente ragione dottoressa. Iniziamo col dire che Falcone non si è occupato del problema una volta per caso: è stato un tema ricorrente nella sua riflessione. In uno scritto antecedente a quello pubblicato sul vostro giornale, ho potuto constatare come Falcone si ponesse da tempo certi interrogativi e cito testualmente: «Ci si domanda come è possibile che in un regime liberaldemocratico (…) non vi sia ancora una politica giudiziaria e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti. Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività». Il punto nodale è proprio questo: quando si discute di separazione delle carriere non si può prescindere dal tema dell’obbligatorietà dell’azione penale. Quindi prima di tutto dobbiamo chiederci una cosa».

Quale, professore?

«Considerato che l’accusare e il giudicare sono due terreni completamente distinti, perché si vuole difendere l’unicità delle carriere? Guardiamo cosa dicono le fonti: il giudice risolve dei conflitti applicando la legge, ed è vincolato solo ad essa, in base all’articolo 101 della Costituzione (‘ I giudici sono soggetti soltanto alla legge’). E il pm? L’azione del pubblico ministero ha il suo riferimento nell’articolo 112 della Carta Costituzionale (‘ Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale’): secondo i pm, quindi, anche la loro attività sarebbe interamente giustificata dalla legge così come per i giudici. Ecco perché sostengono l’unicità delle carriere. Tutto ciò è semplicemente falso sia in fatto che in diritto».

Ci spieghi meglio, professore.

«In fatto: è impossibile perseguire tutti i reati. In Francia, quando nel 1977 si pose il problema di una riorganizzazione giudiziaria sul tavolo c’era anche il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale che non era mai stata introdotta; i francesi si resero conto subito che sarebbe stata una assurdità. Inoltre è pericoloso ammettere che un pm debba perseguire tutti i reati: a tal proposito vale la pena ricordare quanto scrisse il giudice della Corte Suprema Robert H. Jackson nel 1940. All’epoca Jackson ricopriva la carica di Attorney General degli Stati Uniti: «L’applicazione del diritto non è automatica. Non è cieca. Una della maggiori difficoltà della posizione del pubblico ministero è che egli deve scegliere i casi, perché nessun pubblico ministero potrà mai indagare tutti i casi di cui riceve notizia … Se il pubblico ministero è obbligato a scegliere i casi, ne consegue che può anche scegliersi l’imputato. Qui sta il potere più pericoloso del pubblico ministero: che egli scelga le persone da colpire, piuttosto che i reati da perseguire. Con i codici gremiti di reati, il pubblico ministero ha buone possibilità di individuare almeno una violazione di qualche legge a carico praticamente di chiunque. Non si tratta tanto di scoprire che un reato è stato commesso e di cercare poi colui che l’ha commesso, si tratta piuttosto di individuare una persona e poi di cercare nei codici, o di mettere gli investigatori al lavoro, per scoprire qualcosa a suo carico». Queste parole sembrano scritte pochi minuti fa perché è sempre stato così».

E invece in diritto?

«Se parliamo di esercizio dell’azione penale, l’inizio dell’azione penale è un fenomeno giuridico che è disciplinato dalla legge nell’articolo 405 del codice di rito e questo articolo è collocato all’interno del Titolo VIII che è dedicato alla chiusura delle indagini preliminari, alla fine delle quali il pm sceglie se dare inizio all’azione penale oppure chiedere l’archiviazione».

Cosa ne deduciamo?

«Che le indagini preliminari non sono coperte dal dovere che si pretende di ritrovare nell’articolo 112 della Costituzione. L’obbligatorietà dell’azione penale non si riferisce espressamente alle indagini preliminari. Pertanto quando il pubblico ministero, dinanzi alle perplessità che sorgono rispetto ai suoi atti di indagine, replica sostenendo che si tratta di atti dovuti, imposti dall’art. 112, afferma qualcosa di inesatto. In sostanza si tratta di un pretesto, tanto poi il conto di indagini lunghe e costose lo paga lo Stato e casomai il cittadino che dopo anni viene prosciolto».

Siamo dinanzi ad un potere smisurato?

«Il potere dell’accusa è un potere terribile e per di più è discrezionale e arbitrario. E, appellandosi all’obbligo costituzionale, nessuno è chiamato a rispondere delle proprie scelte. Addirittura l’articolo 1 della Costituzione (‘ L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’) alla luce di quello che ci siamo detti fino ad ora va riletto così: L’Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sull’esercizio dell’azione penale. La sovranità appartiene al pubblici ministeri, che la esercitano in modo discrezionale».

È una constatazione molto forte.

«Ma è così. Se il potere dell’accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un’ombra nefasta: il terrore pervade chiunque abbia a temere una iniziativa del pubblico ministero».

Ed è questo terrore che non permetterà mai che si discuta di separazione delle carriere in Parlamento, come chiede l’Unione delle Camere Penali Italiane?

«La politica giudiziaria in Italia non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro anche contro il Parlamento stesso».

L’obiezione che muovono tutti è che il pm andrebbe sotto il controllo dell’esecutivo.

«Questo tema lo aveva affrontato già Falcone, proprio nel testo da voi riproposto sulla separazione delle carriere: «Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere». Il problema non è dunque questo, perché comunque si trovano le garanzie necessarie al fine di assicurare l’indipendenza non dei singoli pm ma del potere d’accusa, di cui però bisogna rendere conto. Esso deve essere un potere trasparente: come la democrazia muore nel buio, così se il potere di accusa non è trasparentemente esercitato e responsabilizzato allora siamo alla fine della democrazia. La separazione delle carriere non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse "il" problema politico di questo Paese».

Cosa ne pensa delle dichiarazioni del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri?

«Sono rimasto sconvolto da quelle dichiarazioni. Ma le voglio raccontare un episodio: tantissimi anni fa mi trovavo in una Corte di Appello siciliana: avevo l’impressione che il Procuratore Generale si stesse comportando come il padrone di casa, avevo avvertito particolari toni e modi di rivolgersi alla Corte che mi erano sembrati fuori dalle righe. E contemporaneamente avevo notato un atteggiamento molto ossequiente e remissivo dei giudici. Mi rivolsi al collega del posto e lui mi rispose: «la tua impressione è giusta. Li vedi quei signori della Corte? Ciascuno di loro ha un pentito in Procura che dice cose generiche, potrebbe però arrivare un secondo pentito che dice cose specifiche»».

Il Pm è già un quarto potere. Rinaldo Romanelli, Responsabile dell’Osservatorio Ordinamento Giudiziario dell’Unione camere penali, su Il Riformista il 16 Gennaio 2021. Sulle pagine di questo giornale il Dott. Alberto Cisterna, commentando l’intervista del 12 gennaio del Presidente di Anm, Dott. Giuseppe Santalucia, in merito al tema della separazione delle carriere dei magistrati, e quella “in risposta” del giorno successivo del Presidente dell’Ucpi Gian Domenico Caiazza, ha fatto affermazioni condivisibili ed altre che meritano, invece, una riflessione critica. Partiamo dalle prime, selezionando unicamente quelle di maggior rilievo. L’attuale relazione tra Giudice e Pubblico Ministero «appare a molti del tutto insoddisfacente poiché fortemente marcata da una sorta di prepotere processuale – tendenzialmente onnivoro rispetto alle cadenze formali dell’indagine preliminare – e da una esibita prepotenza mediatica della funzione inquirente». Difficile esprimersi con parole più adeguate. Ancora, a proposito del punctum dolens: «Il nuovo codice – e anche i meccanismi della carriera e della responsabilità civile dei magistrati – hanno incentivato una sorta di innaturale compartecipazione e, in molti casi, di vera e propria cogestione delle indagini preliminari tra pubblico ministero e gip». Ed infine: «Dall’istituzione del cosiddetto Tribunale della libertà (1982) in poi è stato tutto un continuo dilatarsi della presenza giurisdizionale nelle istruttorie (sino al 1989) e nelle indagini (a oggi) curate dagli inquirenti, con risultati del tutto insoddisfacenti se si guarda all’esito di molti dibattimenti e alle messe di assoluzioni che intervengono dopo lunghe carcerazioni e straripanti intercettazioni». Oggettivamente innegabile. La soluzione della separazione delle carriere proposta dall’Ucpi non sarebbe però corretta, perché porterebbe all’ergersi formale di un “quarto potere” rappresentato dal Pubblico Ministero, ormai svincolato dal giudice, un’enclave chiuso insieme a migliaia di uomini della polizia giudiziaria posti alle sue dipendenze. Si creerebbe, secondo il Dott. Cisterna, una condizione unica in tutte le democrazie occidentali. Ipotizza, quindi, di sciogliere il connubio tra giudice e pm, sostanzialmente eliminando la presenza del giudice nella fase delle indagini, di modo che torni ad essere un soggetto indifferente rispetto all’esito delle stesse. Indagini brevi, limitazione delle misure cautelari e delle intercettazioni e restituzione al pm i poteri previsti da codice di rito previgente; «Certo, ovvio, limitandone oltremodo i poteri coercitivi». Qualche rilievo critico. Il primo e più scontato è che il pm rappresenta già, a tutti gli effetti, “un quarto potere” (come autorevolmente affermato dalle pagine di questo giornale dal Prof. Sabino Cassese), che esercita discrezionalmente l’azione penale, disponendo della polizia giudiziaria, in indagini prive di limiti, che consegnano alla gogna mediatica la “verità” della pubblica accusa, destinata a restare tale, in alcuni casi, perfino dopo le sentenze assolutorie che giungono dopo anni. Indagini rispetto alle quali anche i giudici, che pervengano ad esiti assolutori, risultano delegittimati di fronte all’opinione pubblica. È difficile immaginare una qualunque modifica costituzionale che possa ulteriormente aumentare il potere di cui dispone oggi il Pubblico Ministero. Quanto alla condizione unica rispetto alle altre democrazie occidentali, come rilevato anche dalla Commissione Europea per le Democrazie del Consiglio d’Europa: «In numerosi paesi la polizia giudiziaria è, in linea di principio subordinata alle direttive del pubblico ministero» (Rapporto sulle norme europee in materia di dipendenza del sistema giudiziario: parte II – Il pubblico ministero, Venezia – 17-18 dicembre 2010). Né il quadro muta considerando che negli altri stati, normalmente, il pm risponde al potere esecutivo, poiché come rilevato dalla già ricordata Commissione «in alcuni paesi, la subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo è più una questione di principio che una realtà, dal momento che l’esecutivo si dimostra in realtà particolarmente attento a non intervenire nei singoli procedimenti». Non può dirsi, quindi, come fa il Dott. Cisterna che gli altri «sistemi che tollerano una radicale separazione di carriere tra inquirenti e giudici lo fanno solo a patto di una totale indipendenza della polizia giudiziaria dai pubblici ministeri e di una completa e assoluta soggezione degli stessi pm alle prescrizioni di politica criminale provenienti dal governo». Si immagina qualcosa che (fortunatamente) non esiste e non potrebbe esistere nel quadro normativo europeo e CEDU. E si aggiunga che nessuno “tollera” la separazione tra giudici e pm, questa è semplicemente la regola in ogni sistema a democrazia evoluta, mentre l’unitarietà è propria dei sistemi illiberali e meno “inclini” al rispetto delle garanzie e dei diritti umani. Non a caso in Europa il sistema è unitario, oltre che in Italia (ed in Francia, ove vige però ancora il codice inquisitorio ed in ogni caso il Consiglio Superiore ha due sezioni diversamente composte per giudici e pm): in Turchia, Romania e Bulgaria. Non esattamente modelli di democrazia a cui tendere. Non pare, quindi, ragionevole preoccuparsi di una minaccia che già è realtà, o di creare un sistema che costituisce la regola in tutte le democrazie evolute (pur con assetti diversi da quello proposto dall’Ucpi, rispetto alla dipendenza, spesso solo formale, del pm dall’esecutivo). Deve aggiungersi però, a questo punto, a fronte di una critica mossa dal Presidente di Anm secondo cui la legge sulla separazione delle carriere stenta ad andare avanti «perché sconta una pericolosa incompletezza del disegno ricostruttivo», che per giudicare il disegno bisognerebbe guardarlo tutto e non solo un pezzo, per poi concludere che è monco. La proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare dell’Unione non si basa esclusivamente sulla separazione delle carriere e al contempo non compone, da sola, l’immagine della magistratura che vorremmo. Si propone, infatti, per migliorare la qualità della giurisdizione e contrastare, almeno in parte, l’autoreferenzialità corporativa della magistratura, che la legge possa prevedere la nomina di avvocati e professori a tutti livelli della magistratura giudicante. Si tratta del cosiddetto “reclutamento laterale”, finalizzato a portare in magistratura le esperienze professionali di altri operatori o studiosi del diritto. Nei paesi ove vi sono magistrature burocratiche come la nostra (alla quale si accede per concorso), attingere ad altre risorse è la norma. In Francia, ad esempio, questo fenomeno negli ultimi anni è molto cresciuto ed ora circa il 30% del corpo magistratuale è costituito da “professionisti in riconversione”: avvocati, funzionari pubblici, professori, ma non solo, anche rappresentanti di associazioni dei consumatori, amministratori di aziende, amministratori pubblici. La Scuola Superiore della Magistratura Francese, recluta circa cinquecento allievi all’anno, dei quali la metà appartiene alle categorie sopra indicate, realizzando così una magistratura aperta, multiculturale e, al contempo, specializzata. Con questi presupposti, un percorso di formazione comune, tra giudici, magistrati d’accusa e avvocati, che crei una comune cultura della legalità, è certamente auspicabile. Va chiarito poi che separazione delle carriere e delle funzioni sono concetti distinti e come tali andrebbero trattati. Una volta creati due diversi sistemi ordinamentali autonomi, uno dal quale dipendono i giudici e uno dal quale dipendono i pm (alimentati anche con il “reclutamento laterale”), nulla vieta che si possa transitare, magari per concorso, ma non necessariamente, da un sistema all’altro e dunque, da una funzione all’altra; anzi sarebbe auspicabile, in particolare, che il giudice arricchisse con la sua cultura e la sua esperienza la funzione di magistrato d’accusa. Anche in questo caso, nella maggior parte degli altri paesi si tratta di dinamiche assolutamente usuali. Si propone poi di riequilibrare la componente laica all’interno del Csm, pur mantenendo la maggioranza di togati, poiché l’esperienza ha dimostrato, anche alla luce dell’emersione della vicenda Palamara, che rapporti tra politica e magistratura esistono e, se non sono gestiti in piena trasparenza nelle sedi istituzionali, scorrono come fiumi carsici nelle sale degli alberghi. Si vorrebbe introdurre un correttivo all’obbligatorietà dell’azione penale, nel senso che la stessa, pur obbligatoria, debba essere esercitata nei casi e nei modi previsti dalla legge, posto che ad oggi questo rappresenta uno dei punti più dolenti del sistema, poiché la scelta resta consegnata all’arbitrio del pm (privo di qualunque controllo e responsabilità a riguardo). Ma la proposta di modifica costituzionale non esaurisce, appunto, il quadro. L’Unione immagina che si debbano limitare i contatti tra magistrati e politica. Come osservato dal Prof. Cassese dalle pagine del Riformista non si comprende perché i magistrati «occupano il Ministero della giustizia, che è parte in un diverso potere dello Stato, quello esecutivo». Vi sarebbe da aggiungere che occupano anche altri ministeri e non solo. Riteniamo poi, come ricordato dal Presidente Gian Domenico Caiazza, che sia indispensabile tornare ad un sistema effettivo ed affidabile di valutazione e di “promozione” (di questo parla l’art. 105 della Costituzione), poiché in nessun altro paese al mondo il 99,9% delle valutazioni di professionalità danno esito positivo, con l’effetto che tutti i magistrati, una volta superato il concorso, possono essere certi che arriveranno al massimo livello di carriera possibile, con l’effetto che essendo tutti ugualmente “eccezionali”, quando si tratta di assegnare incarichi direttivi e semidirettivi si apre la via all’arbitrio e all’influsso delle correnti di Anm. Infine, per venire ai rimedi prospettati dal Dott. Cisterna, far scomparire il giudice dalle indagini forse lo allontanerebbe un poco dall’abbraccio del pm, ma consegnerebbe definitivamente a quest’ultimo quella che è divenuta la fase centrale e più incisiva del procedimento, senza nessuna garanzia neppure rispetto ad un’eventuale riduzione dei tempi dell’indagine stessa, che in teoria è condivisibile, ma in pratica non sarebbe attuabile. Al contrario, il nostro disegno lo immagineremmo così: un giudice terzo e dunque libero da ogni condizionamento interno, autorevole, arricchito dal reclutamento laterale e da una formazione comune agli altri attori del processo, professionalmente effettivamente valutato e selezionato nella progressione di carriera, che rappresenta il limite all’enorme potere del pm, controllando realmente i tempi delle indagini (attraverso la retrodatazione dell’iscrizione della notizia di reato, con la sanzione dell’inutilizzabilità degli atti compiuti fuori termine) e le richieste limitative della libertà personale dell’indagato (prime tra tutte: misure cautelari e intercettazioni). Un pm autonomo, ma non chiuso e autoreferenziale, né per accesso, né per formazione e magari se questo non basta a garantire da un potere così temibile (quale già ora è), con un Csm dei magistrati di accusa che sia composto, per la parte togata, non solo da pm (come da noi proposto), ma anche da giudici. Certo possiamo sbagliare e ogni proposta è perfettibile, però ci piacerebbe che si cominciasse laicamente a parlare di quello che gli avvocati penalisti propongono, guardando tutto il quadro, magari per renderlo più bello, piuttosto che rappresentare la necessaria unitarietà delle carriere come le colonne d’Ercole, limite ultimo delle terre conosciute, oltre il quale si celano l’ignoto e inimmaginabili insidie.

L'intervento di Pignatone su "La Stampa". Mafia o no, compito del Pm non è scendere il guerra contro il male. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 19 Gennaio 2021. Il magistrato può “lottare” contro i fenomeni di devianza della società o deve limitarsi ad accertare la singola responsabilità del singolo individuo su ogni specifico fatto? Contro la mafia si lotta, contro la corruzione si applica la legge, è la risposta. Non è un quesito banale, quello che pone, sulla Stampa di ieri, un ex alto magistrato come Giuseppe Pignatone, che occupò il più alto scranno della procura di Roma. Pone un problema che molti, evidentemente, hanno posto a lui. Ma non dice quel che sta dietro la domanda, cioè quello che divide lo Stato liberale, con la supremazia del diritto e la libertà dell’individuo, dallo Stato etico, Giudice assoluto del bene e del male per l’individuo e per la collettività. Questo è il punto vero. Nessun magistrato, e men che meno uno illuminato come Pignatone, lo ammetterà mai, ma la differenza tra un pubblico ministero che indaga sul singolo individuo in relazione a uno specifico reato e quello che indossa la veste del condottiero (come sono i cosiddetti magistrati “antimafia”) in lotta per sgominare i fenomeni criminali, è proprio quella che separa e contrappone lo Stato liberale allo Stato etico. Naturalmente il dottor Pignatone non pone la questione sul piano filosofico, ma giuridico. E cerca di spiegare la differenza tra fenomeni come la mafia e la corruzione. Come se la prima fosse un’entità che si può solo abbattere con gli strumenti della forza (la lotta del Bene contro il Male) e la seconda con gli strumenti ordinari dello Stato di diritto. Perché contro la mafia il magistrato deve “lottare”, scrive poi l’ex procuratore. Lo sappiamo almeno fin dai tempi del maxiprocesso di Palermo, che non sarebbe stato possibile se non partendo dal portare a giudizio l’intero vertice di Cosa Nostra. Con responsabilità spesso “oggettive”, si potrebbe obiettare, ricordando come proprio quello sia stato un punto di dissenso anche all’interno degli stessi giudici, tra quelli del primo e quelli del secondo grado. Perché se è vero che la mafia ha le sue strutture organizzative, i suoi giuramenti, le sue regole di funzionamento, non è detto che queste debbano essere conosciute e approfondite prima di individuare rei e reati. La pretesa da parte del magistrato di farsi storiografo e sociologo è la base di tanti errori e tante sconfitte per esempio nelle indagini su reati imputati ad esponenti della ‘ndrangheta in Calabria. Quando il procuratore Gratteri getta la rete per la pesca a strascico, con l’uso smodato del reato associativo (spesso anche il concorso esterno) e la pretesa di arrivare fino a chissà quali sepolcri nascosti, crea solo un grande polverone in cui nessun giudice, se non sarà subalterno, sarà in grado di compiere il proprio dovere. E c’è un’altra questione. Il pubblico ministero non risponde a nessuno delle proprie azioni, non all’elettorato né al Parlamento o al governo. In nome di quale scelta di politica criminale dovrebbe quindi “lottare”? Da bravo funzionario dello Stato dovrebbe limitarsi a fare il proprio dovere, svolgendo indagini ogni volta che acquisisce una notizia di reato. Ma in Italia, al contrario di quanto accade negli altri Paesi dell’occidente, l’intera corporazione dei magistrati è contraria alla separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica e soprattutto vede come il diavolo la possibilità che il pubblico ministero debba render conto delle sue azioni agli elettori o al ministro di giustizia. È inutile girarci intorno, gratta gratta esce sempre la lotta del Bene contro il Male. Che è poi la stessa filosofia, banalizzata da coloro che volevano assaltare il Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, che ha prodotto una legge come la “Spazzacorrotti”, che ha equiparato i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di terrorismo e di mafia. Del resto, che differenza c’è tra il concetto di “spazzar via” e quello di “lottare contro”? Di questa normativa del 2019, così come della “Legge Severino” del 2012 e dell’utilizzazione del trojan, il procuratore Pignatone attribuisce ogni responsabilità al Parlamento che le ha votate (ma non dovrebbe essere sempre così?) piuttosto che alla magistratura che le applica. Ne prende le distanze, si intuisce dal suo scritto, proprio perché considera la corruzione un fenomeno qualitativamente e storicamente diverso rispetto alla mafia. Ma tutta l’impalcatura del suo ragionamento si incrina prima di tutto sul fatto che ormai siamo in presenza di una folta giurisprudenza in tema di mafia che sta acquisendo sempre più vigore di legge, come per esempio nel caso di quell’abominio che si chiama “concorso esterno in associazione mafiosa”. E poi perché, se il pubblico ministero debba essere autorizzato (da chi? non certo dalla Costituzione) a debordare dal suo ruolo principe di indagatore per diventare storico e storiografo (Gratteri pretende persino di fare lo psicologo) e sociologo per capire un intero settore di società criminale per poi poterla “combattere”, perché non potrebbe arrogarsi il diritto di farlo anche, come piace a una parte del Parlamento, nei confronti di altri ambienti come quelli in cui si sviluppa la corruzione? Si domandi, dottor Pignatone, perché il suo articolo sulla Stampa sia stato titolato (non da lei) “Perché le toghe combattono la corruzione”.

«Un giorno mi accusarono di volere il pm dipendente dall’esecutivo». Il Dubbio il 31 gennaio 2021. Estratto dal libro “La posta in gioco” di Giovanni Falcone, Bur Edizioni. «Venni accusato, accusato fra virgolette, di volere il pubblico ministero dipendente dall’esecutivo quando in un convegno dissi che occuparsi della obbligatorietà dell’azione penale è sì un fatto importante, ma non è essenziale. Perché? Perché l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale ha una sua valenza diversa, a seconda del processo penale in cui viene configurata l’azione penale in una maniera anziché in un’altra. Per uscire dal vago e per cercare di spiegarmi meglio, nel nostro codice attuale, ispirato a un principio dispositivo: processo di tipo, chiamiamolo, accusatorio, o quanto meno tendenzialmente tale -, l’azione penale viene esercitata soltanto quando viene formulata l’imputazione e si chiede il rinvio a giudizio dell’indagato, che a quel punto diventa imputato, o si esercitano i riti alternativi. Tutto questo può sembrare astruso, ma significa soltanto una cosa su cui pochi riflettono o fanno finta di non riflettere: significa che tutta l’attività delle indagini preliminari, tutta l’attività investigativa svolta dal pubblico ministero, è un’attività che non è regolata, che non sta sotto l’egida del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Quanto detto è stato utilizzato in un convegno, con il richiamo all’art. 97 della Costituzione, da un illustre autore, il quale ha affermato che l’attività delle indagini preliminari, essendo un’attività amministrativa, è disciplinata da quella norma che regola il buon andamento della pubblica amministrazione. Ciò significa introdurre di soppiatto la discrezionalità nella fase delle indagini preliminari. Ecco quindi che siamo di fronte a problemi di una enorme complessità, che non si possono liquidare accusando Tizio o Caio di volere un pubblico ministero dipendente dall’esecutivo, ma cercando di sforzarci tutti quanti per rendere un sistema nel suo concreto coerente. Sovente, nella mia ormai non più tenera età, ho assistito, da parte degli organi associativi, ad accuse ricorrenti nei confronti del potere politico, di sostanziale inattuazione dell’art. 109 della Costituzione, quello cioè secondo cui la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria. Abbiamo fatto – o hanno fatto – un codice di procedura penale in cui il rapporto di dipendenza della polizia giudiziaria rispetto alla magistratura è ormai pressoché integrale, ed ecco che cominciamo a renderci conto che forse, anche qui, le cose stanno in una linea mediana, per evitare da un lato che il funzionario di polizia si senta deresponsabilizzato, e dall’altro che il pubblico ministero, spesso non dotato di una sufficiente professionalità, possa creare problemi alla conduzione delle indagini, mediante direttive che non sono adatte a quel singolo caso. Ecco quindi che il problema dell’autonomia e dell’indipendenza viene calato nel concreto, perché, come sembra intuitivo, una autonomia e indipendenza formale della magistratura significa ben poco. Il pubblico ministero dipende sì dalia magistratura, ma rispondendo a esigenze e a istanze decisionali diverse da quelle della magistratura.(…). Ecco perché – e mi avvio rapidamente alla conclusione – a me sembra che fosse necessario il richiamo a quelle pagine del prof. Miglio, per rendersi conto che ormai non c’è più tempo, se mai ve n’è stato, per astratte affermazioni di principio. Occorre fare in modo che queste soluzioni, riguardanti il pubblico ministero, e soprattutto in genere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, rispondano alle reali esigenze della società, siano funzionali alle esigenze della collettività e, come tali, vengano riconosciute come un valore da custodire e rafforzare da parte di tutta la società, e non già un privilegio che, come tutti i privilegi, è sempre odioso». 

«Separate le carriere!», l’appello che Falcone lanciò appena 30 anni fa. Giovanni Falcone su Il Dubbio il 19 gennaio 2021. Un estratto dal libro “La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia” – Bur biblioteca univ. Rizzoli. «Timidamente, dunque, e tra molte esitazioni e preoccupazioni, comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’ habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura, costituzionalmente garantita sia per gli organi requirenti che per gli organi giudicanti. È unanimemente riconosciuto che i valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura non costituiscono un privilegio di casta, ma un necessario riconoscimento previsto al fine di garantire l’imparzialità del giudice e l’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge; si tratta quindi di valori che debbono essere intesi non in senso formale, ma in funzione dei fini in vista dei quali sono stati riconosciuti. Se così è, a me sembra che continuando a disciplinare unitariamente la carriera dei magistrati con funzioni giudicanti e quella dei magistrati requirenti, non si potranno cogliere normativamente le specificità delle funzioni requirenti e, quindi, non si potranno disciplinare adeguatamente quei passaggi centrali in cui in concreto si gioca l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero; dal momento che non si può disconoscere che un giudice penale, ormai passivo e terzo rispetto all’esercizio dell’azione penale e alla attività di acquisizione delle prove, ha esigenze di indipendenza e di autonomia, identiche nella sostanza ma ben diverse nel loro concreto atteggiarsi, rispetto a un pubblico ministero che ha la responsabilità e l’onere, non solo dell’esercizio dell’azione penale, ma anche della ricerca delle notizie di reato e degli elementi che gli consentiranno di esercitare utilmente il suo magistero. Se non si porrà mente con attenzione a questo delicato aspetto della questione, si correrà il rischio – e già si colgono alcuni segnali in questa direzione – di impantanarsi in dibattiti estenuanti e fuorvianti su problemi che, pur essendo indubbiamente importanti ( come ad esempio quello sulla obbligatorietà dell’azione penale), non colgono l’essenza della questione, che è quella di dare slancio e incisività all’azione penale del pubblico ministero, garantendo, però, l’indipendenza e l’autonomia di tale organo. I valori di autonomia e indipendenza rapportati al ruolo del pubblico ministero nell’impianto complessivo della Costituzione, non equivalgono a sostanziale irresponsabilità. E con ciò, ovviamente, non mi riferisco soltanto alle responsabilità penale, civile e disciplinare, connesse a violazioni di doveri di condotta espressamente sanzionati. Mi riferisco, piuttosto, alla responsabilità per la funzionalità degli uffici di procura e per la politica giudiziaria complessiva, che non può essere lasciata alla mercé delle scelte, prive di adeguati controlli, dei capi degli uffici – o peggio dei singoli magistrati – senza alcuna possibilità istituzionale di intervento. Tanto non giova alla resa del servizio- giustizia in termini di reale, coordinato e generalizzato contrasto delle manifestazioni di criminalità, e non giova nemmeno in termini di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; dato che, ad esempio, un evasore fiscale di Torino sarà perseguito, a differenza di quello di Palermo, perché il procuratore della Repubblica del luogo avrà privilegiato – nell’impossibilità di attivarsi per tutti i reati di competenza – la persecuzione di siffatte attività illecite, piuttosto che, ad esempio, della microcriminalità, senza dovere per questo rendere conto delle ragioni e dei criteri che hanno orientato la sua scelta. Ma ciò non giova neanche all’immagine della giustizia, che a fronte di interventi talora tempestivi soltanto per fatti di scarsa rilevanza sociale, e talora tardivi per episodi di elevata pericolosità, appare all’opinione pubblica come una variabile impazzita del sistema. Mi rendo perfettamente conto che l’argomento è fra i più delicati e che merita attenta riflessione. Mi piace in proposito ricordare, che in sede di Costituente, proprio uno dei maggiori sostenitori dell’indipendenza della magistratura, l’on. Calamandrei, sul rilievo che un sistema di assoluta separazione della magistratura dagli altri poteri dello Stato presentava inconvenienti di segno opposto, ma non meno gravi, rispetto a quelli di dipendenza dall’esecutivo, propose la istituzione di un «Procuratore Generale Commissario della Giustizia», scelto tra i procuratori generali di Corte d’appello o di cassazione, nominato dal presidente della Repubblica su designazione delle Camere, con diritto di prendere parte alle sedute del Consiglio dei ministri con voto consultivo e responsabilità di fronte al Parlamento per il buon funzionamento della giustizia».

Tra Gip e Pm è un matrimonio, dividiamo subito quei due. Alberto Cisterna su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Bisognerà pur prenderne atto prima o poi. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è nell’ordine delle cose che andranno a farsi e per molti anni ancora quasi certamente. La polarizzazione da lungo tempo dell’avvocatura penale su questo tema necessita probabilmente di una rapida e profonda rivisitazione, pena un’inconcludenza che, alla fine, frustra tutti e diviene fonte di sterili contrapposizioni. Le parole del presidente dell’Anm di pochi giorni or sono state chiare nell’enumerare quali siano gli argomenti e i principi più generali che sono di ostacolo, in questo ciclo storico e politico, alla costituzione di un corpo giudiziario inquirente separato dalla funzione giudicante. «Una volta che avremo separato il pubblico ministero, che ne faremo? Lo consegneremo al governo, al potere politico? Oppure lo renderemo autonomo, inverando proprio quello che il prof. Cassese prospetta come timore, ossia la strutturazione di un “quarto potere”?», ha detto il presidente Santalucia. Parole che possono piacere o meno e che hanno trovato una severa replica nelle dichiarazioni, sempre puntuali, dell’avvocato Caiazza, ma l’obiezione resta e con questa occorre confrontarsi. La “minaccia” dell’ergersi formale di un “quarto potere” – in una cornice costituzionale e istituzionale che vede la completa dipendenza funzionale della polizia giudiziaria in capo al pubblico ministero – è un argomento particolarmente testardo e difficile da superare e, soprattutto, delinea una prospettiva che non può non indurre alla massima cautela. Sia chiaro, l’isolamento del pubblico ministero in una cornice marginale che gli vedesse assegnata la funzione inquirente e/o requirente (di avvocato dell’accusa, per intendersi) non sarebbe di per sé un grave danno per l’assetto del processo penale; esiste in molte democrazie e nessuno se ne duole. Ma la costituzione di un’enclave con all’interno i pubblici ministeri e le migliaia e migliaia di uomini che compongono la polizia giudiziaria italiana oggi attratti nell’orbita operativa dei primi (si veda l’articolo 109 della Costituzione per giunta nell’interpretazione che ne ha dato la Consulta con la sentenza n. 229 del 2018), costituirebbe un unicum senza precedenti in tutte le democrazie occidentali. Un Ortro, il mostruoso cane bicefalo della mitologia, che sarebbe posto a guardia delle porte d’ingresso del processo penale con tutte le ricadute negative che, sul piano delle garanzie dei cittadini, si verrebbero a realizzare. Se altri sistemi tollerano una radicale separazione di carriere tra inquirenti e giudici lo fanno solo a patto di una totale indipendenza della polizia giudiziaria dai pubblici ministeri e di una completa e assoluta soggezione degli stessi pm alle prescrizioni di politica criminale provenienti dal governo. Una doppia condizione praticamente irrealizzabile nel presente quadro politico, istituzionale e costituzionale. Una meta semplicemente irraggiungibile e forse un incubo in Italia. Ma soluzioni meno nette non sarebbero sufficienti. Non ci sarebbe tutela processuale o garanzia difensiva alcuna che potrebbe rassicurare i consociati, se non il controllo governativo che legherebbe il mostro a due teste alla catena pesante della responsabilità politica e, quindi, del consenso sociale. Da questo punto di vista, come detto, le porte per una semplice separazione di carriere sono sbarrate e insistere su questa strada potrebbe apparire pericoloso oltre che improduttivo. In alternativa il presidente dell’Anm ha prospettato vari rimedi per una condizione attuale che, certo, appare a molti del tutto insoddisfacente poiché fortemente marcata da una sorta di prepotere processuale – tendenzialmente onnivoro rispetto alle cadenze formali dell’indagine preliminare – e da una esibita prepotenza mediatica della funzione inquirente. In questa direzione la considerazione più significativa del dottor Santalucia si puntualizza in un preciso auspicio: «Se i giudici adempiono con scrupolo la loro funzione di controllo, il pericolo di un “quarto potere”, di un potere dunque che si distacchi e si autonomizzi dal potere giudiziario, tradizionalmente inteso come “terzo potere”, non prende consistenza. Occorre, pertanto, avere a cuore l’efficienza di Tribunali e Corti, perché la soluzione non può essere ricercata nello spuntare le armi delle Procure, rimedio che sarebbe assai peggiore del male che si vuole evitare, ma nel rafforzare i legittimi controlli». È una prospettiva, se si vuole, costituzionalmente orientata che punta a irrobustire un sistema di bilanciamenti non solo sul versante della parità dell’accusa con la difesa, ma anche su quello dei poteri di controllo del giudice sull’attività inquirente. Ma quello dei controlli è esattamente il territorio nel quale si annidano molte delle gravi criticità che le Camere penali, e non solo, denunciano da anni. Non può in questa sede farsi neanche un cenno alle linee di continuità e alle discontinuità tra la funzione del pm e quella del giudice tra vecchio e nuovo codice di procedura penale, per cui valgano solo pochi cenni. Il nuovo codice – e anche i meccanismi della carriera e della stessa responsabilità civile dei magistrati – hanno incentivato una sorta di innaturale compartecipazione e, in molti casi, di vera e propria cogestione delle indagini preliminari tra pubblico ministero e gip. Troppe volte quella delle indagini è divenuta la fase processuale in cui più facilmente si consumano commistioni e confusioni. In dibattimento certe cose accadono di rado. La dilatazione dei poteri di controllo del giudice sulle attività del pm (si pensi all’archiviazione) o le verifiche suppletive dell’udienza preliminare o tutta una congerie di controlli e interventi sull’operato degli inquirenti in svariati campi ha realizzato un’improvvida corresponsabilizzazione del giudice verso i risultati dell’indagine. La giurisdizione cautelare o il controllo sulle intercettazioni (per isolare solo due dei settori più in fibrillazione) sono ambiti in cui il giudice assume una posizione centrale, di piena responsabilità, quindi, assolutamente esposta nei confronti degli indagati; circostanza questa che lo rende pienamente “interessato” al buon esito dell’indagine e, quindi, pienamente coeso alle intenzioni del pubblico ministero. Senza considerare la rilevanza “curriculare” delle misure cautelari per indagini importanti, spesso contese tra gli stessi giudici. Nell’interlocuzione, necessariamente segreta, tra il pm che richiede e il gip che concede si può realizzare, quasi inevitabilmente, una condivisione che compromette la terzietà e, quindi, i diritti dell’indagato e tanto può accadere proprio nei settori più delicati e sensibili della libertà personale e della privacy. Dall’istituzione del cosiddetto Tribunale della libertà (1982) in poi è stato un continuo dilatarsi della presenza giurisdizionale nelle istruttorie (sino al 1989) e nelle indagini (a oggi) curate dagli inquirenti, con risultati del tutto insoddisfacenti se si guarda all’esito di molti dibattimenti e alle messe di assoluzioni che intervengono dopo lunghe carcerazioni e straripanti intercettazioni. Una via d’uscita , probabilmente, dovrebbe essere ricercata nelle parole di un uomo che, laureatosi nel 1961 con una tesi titolata, guarda caso, «L’istruzione probatoria in diritto amministrativo», ebbe a rilevare che «disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza ed autonomia della magistratura» e aveva, quindi, evidenziato che le indagini preliminari non fossero altro che un’attività amministrativa preparatoria in vista del dibattimento, ossia della giurisdizione vera e propria. Se può essere perdonata una indicazione tanto vaga da apparire inutile, la soluzione potrebbe forse ricercarsi proprio nell’abbandono, totale o quasi, da parte della giurisdizione della fase delle indagini preliminari, restituendo al pm poteri e funzioni che gli erano appartenuti sino al 1989 nell’istruttoria sommaria. Certo, ovvio, limitandone oltremodo i poteri coercitivi rendendo, a esempio, obbligatoria salvo pochissime eccezioni, la detenzione domiciliare sorvegliata elettronicamente; prevedendo un rapido controllo collegiale sulle sue misure cautelari aventi una durata molto circoscritta (la Costituzione lo consente per il pm e dispone limiti solo per la polizia giudiziaria) e sui suoi decreti di intercettazione, il tutto in vista di un immediato dibattimento e in contraddittorio con la difesa, sul modello del Grand juri per intendersi. Insomma, un pm che non possa più farsi scudo dell’intervento del giudice per tutte le sue unilaterali iniziative in materia di libertà o di intercettazioni e che, ha ragione il presidente Caiazza, dovrebbe pur rispondere di qualche bocciatura di troppo statisticamente misurabile. Rendere, insomma, le indagini preliminari quel che avrebbe dovuto essere in un assetto ordinato del processo accusatorio, una fase amministrativa con una conclusione giurisdizionale, senza stare troppo a sottilizzare sulle carriere. La citazione, a momenti sfuggiva, è presa da Giovanni Falcone, Interventi e proposte (1982-1992), Milano, 1994, pagina 179.

La giustizia europea viaggia a carriere separate. L’anomalia italiana…Il Dubbio il 5 gennaio 2021. L’Italia è l’unico Paese, fra le democrazie consolidate, in cui le due funzioni sono affidate allo stesso corpo di magistrati indipendenti. Di regola, nei regimi democratici pm e giudice appartengono ad organizzazioni diverse. Solo in Francia si ha un ordinamento simile a quello italiano, ma Oltralpe il pm è comunque sottoposto alle direttive del ministro della Giustizia. Il sistema giudiziario italiano, per la prima volta dall’entrata in vigore della Costituzione, dovrà confrontarsi con un pm fortemente gerarchizzato e di nomina politica. Stiamo parlando della Procura europea ( EPPO), prevista con il Trattato di Lisbona del 2007, la cui attività dovrebbe andare a regime già nelle prossime settimane. La scorsa settimana avevamo raccontato del dibattito al Csm sulla votazione del parere sullo schema di ddl approvato al riguardo dal Consiglio dei ministri lo scorso ottobre. Un dibattito, con molte voci critiche, che si allargato in questi giorni agli operatori del diritto. L’Italia è l’unico Paese, fra le democrazie consolidate, in cui le due funzioni sono affidate allo stesso corpo di magistrati indipendenti. Di regola, nei regimi democratici pm e giudice appartengono ad organizzazioni diverse. Solo in Francia si ha un ordinamento simile a quello italiano, ma Oltralpe il pm è comunque sottoposto alle direttive del ministro della Giustizia. Il tema principale riguarda, essenzialmente, le modalità di nomina del procuratore europeo, da parte del Consiglio e del Parlamento europeo, e dei procuratori europei, da parte della Commissione europea. Come “garantire”, allora, l’autonomia e l’indipendenza di un pm di nomina politica? In primo luogo, secondo quanto stabilito dal Regolamento, il personale della Procura europea agisce nell’interesse dell’intera Unione e non sollecita né accetta istruzioni da altre istanze esterne. Ciò assicura che le istituzioni, gli organi o gli organismi dell’Unione e gli Stati membri rispettino l’indipendenza della Procura europea e non cerchino di influenzarla nell’esercizio delle sue funzioni. Poi, la Procura europea sarà strutturalmente indipendente, in quanto non sarà integrata in un’altra istituzione o in un altro servizio dell’Unione. Ed infine, la nomina del procuratore capo europeo avrà luogo a seguito di un invito generale a presentare candidature e sarà effettuata dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Una commissione composta da membri emeriti della Corte di giustizia dell’Unione europea, delle Corti supreme, delle Procure nazionali e/ o avvocati di chiara fama contribuirà a selezionare una rosa di candidati. Il mandato è limitato a sette anni e non è rinnovabile. In questo modo si è voluto evitare che l’operato del procuratore capo europeo sia dettato da considerazioni legate a un’eventuale rielezione. Il procuratore capo europeo può essere sollevato dall’incarico soltanto con decisione della Corte di giustizia, su richiesta del Parlamento europeo, del Consiglio o della Commissione. Infine, per quanto riguarda i procuratori europei delegati, il Regolamento garantisce che i procuratori nazionali nominati alla Procura europea siano completamente indipendenti dalle Procure nazionali. Le attribuzioni, come è stato ricordato, sono molto specifiche. Attualmente, solo le Autorità nazionali possono svolgere indagini penali e perseguire le frodi lesive degli interessi finanziari dell’Unione, ma le loro competenze si arrestano ai confini nazionali. I reati a danno del bilancio dell’UE sono complessi: il buon esito delle indagini presuppone una conoscenza profonda del quadro giuridico e amministrativo del caso. Ottenere una cooperazione efficace tra gli Stati membri non è mai facile: i sistemi penali sono diversi, non è chiara quale sia la legge applicabile, le procedure di assistenza giudiziaria sono lunghe, sorgono problemi linguistici, mancano le risorse e variano le priorità. La sfida, dunque, sarà quelle di far ‘ convivere’ le Procure italiane con la Procura europea. Quest’ultima agirà senza dover ricorrere agli strumenti tradizionali di diritto dell’UE per avviare una cooperazione tra le Autorità giudiziarie dei diversi Stati membri. La Procura europea riunirà, poi, esperienze e competenze in un organismo unico per tutti gli Stati membri partecipanti, intervenendo rapidamente a livello transfrontaliero senza le lungaggini delle procedure di cooperazione giudiziaria e consentendo di instaurare una politica comune in materia di azione penale. In pratica si punta a mettere fine all’attuale approccio frammentario nelle indagini per le frodi relative ai fondi dell’UE e nei complessi casi di frode all’IVA transfrontaliere che comportano un danno superiore ai 10 milioni di euro.

Riformare questa giustizia ingiusta che uccide vite ed economia…Marco Bentivogli, Coordinatore nazionale di Base Italia, su Il Dubbio il 5 gennaio 2021. “La condizione carceraria è un’emergenza e un paese che ha bisogno di patiboli e che non sa rieducare non ha speranza. Va ringraziato chi lavora, anche da volontario, nelle nostre carceri e Bonafede, Salvini e Meloni dovrebbero andare a parlare con Ristretti Orizzonti a Padova e sforzarsi di ascoltare e capire, magari evitando i citofoni”. In un paese in perenne ritardo su tutto – in ultimo i pasticci sull’assenza di un piano vaccini – sono però puntualissime e funzionali le polemiche forcaiole e giustizialiste. E in un paese che non funziona è “utile” aprire un dibattito pretestuoso sui vaccini ai carcerati: serve a catalizzare gli istinti beceri, a distrarre dalle incapacità e dalle incompetenze. Qualche giorno fa, in un memorabile pezzo su Il Foglio, il Prof. Giovanni Fiandaca metteva in fila tutte le questioni. La condizione carceraria italiana è una vergogna del nostro paese. L’utilizzo esclusivo della detenzione senza nessun’idea di custodia della persona e del suo reinserimento non cura mali sociali e criminalità ma li esalta. Le carceri italiane sono il frustino che il paese agita per esorcizzare le proprie responsabilità. Ma la demagogia punitiva non ha alcuna efficacia. Dati del 2018: il 68% dei detenuti in carcere torna a delinquere, mentre il tasso di recidiva di chi può giovare di misure alternative al carcere crolla al 19%. Gli sfottò contro i parlamentari che si sono recati in visita nelle carceri sono la schiuma di una cultura politica retrograda. E c’è ancora più da fare quando si sente un Ministro della Giustizia dire: «Gli innocenti non finiscono in galera». Dovrebbe sapere che l’imputato solo al termine del processo viene giudicato «assolto». E si può parlare di “ingiusta detenzione” e si parla di “errore giudiziario” dopo 3 gradi di giudizio che spesso arrivano in tempi biblici, aggravati dopo l’abolizione della prescrizione di cui l’attuale Governo è responsabile, come lo è dell’assenza di una vera riforma sulla giustizia civile. Dal 1992 ( anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze) al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi di ingiusta detenzione. In media 1.007 innocenti finiti in custodia cautelare ogni anno. Insomma, mille persone ogni anno varcano la soglia del carcere, per poi essere assolte. La condizione carceraria è un’emergenza e un paese che ha bisogno di patiboli e che non sa rieducare non ha speranza. Va ringraziato chi lavora, anche da volontario, nelle nostre carceri e Bonafede, Salvini e Meloni dovrebbero andare a parlare con Ristretti Orizzonti a Padova e sforzarsi di ascoltare e capire, magari evitando i citofoni. A Marzo 2020, proprio a inizio epidemia Papa Francesco aveva pregato di tutelare le persone vulnerabili anche perché costrette a vivere in luoghi sovraffollati. Aveva “osato” accostare gli anziani nelle Rsa con i carcerati, quasi un reato in un paese con la bava alla bocca e che vive di parallelismi utili solo a tenere basso il livello della politica. Come quando vengono accostati i terremotati nelle tende e gli immigrati col wifi; i carcerati vaccinati con i cittadini onesti senza lavoro. ( Questi giorni si scopre peraltro che i soldi per “i terremotati” ci sono da anni ma non si spendono per il combinato disposto di politici inadeguati e burocrati esperti in slalom di irresponsabilità e terrorizzati dall’ “abuso di potere” e dal “danno erariale”). Per chi, dopo 2000 anni, ha ancora bisogno dei distinguo nella custodia della vita è uno scempio, lo stesso per cui produce bile contro i carcerati e non muove un dito per anziani e disabili. Ma l’indignato forcaiolo si sente di promuovere giustizia con semplicità e tra qualche bestemmia lo sentiamo gridare: “se fosse per me”. Ma auguro a tutti voi di non dover mai andare a trovare una persona a cui volete bene reclusa in prigione. Ha ragione Fiandaca, questo è un gruppo dirigente che non ha nessuna conoscenza di diritto e dunque, aggiungo io, è pericoloso per il paese. “Gettare le chiavi”, “a pane e acqua”, sono gli slogan primitivi di uso comune di cittadini e politici la cui rettitudine non è poi così specchiata. E per questo i loro tabloid forcaioli li usano solo contro i “nemici”. La recente magistropoli di cui solo il Riformista e il Dubbio hanno parlato è inquietante. L’autoreferenzialità è la parabola degenerata della separazione dei poteri dello Stato. C’è troppo giornalismo che non fa domande, che distrugge le persone senza appello. Le rivelazioni delle indagini in corso danneggia gravemente la ricerca della verità. Il processo a Ottaviano del Turco è un esempio di scuola ( tra i tanti) in cui dopo non aver trovato prove, ci si è occupati di distruggerlo nella vita privata. L’uso dei trojan e delle intercettazioni, legittimato dal Governo, è diventato disponibile e alla mercè di poteri di ogni tipo. Non è un caso che la discussione sui “Servizi” di intelligence del paese siano un terreno di scontro in cui è sempre più chiaro che anche nel Governo è assente una cultura istituzionale che li consideri davvero al servizio della nostra Repubblica. E di nessun altro. Le riforme si fanno ascoltando ma mai subendo i veti delle corporazioni né tanto meno gli interessi di casta mascherati da interessi generali. La nostra giustizia ingiusta uccide la nostra economia e lo stato di diritto. Serve più coraggio. Ed è per tutti questi motivi che voglio augurare alla nuova avventura di questo giornale di non smettere mai di pungolare il “dubbio” dei vincitori, dei demagoghi, di chi ha dimenticato cosa ci lega gli uni agli altri e di chi è ben lontano da recuperare la compassione.

·        Il Diritto di Difesa vale meno…

Surreale processo a Crotone. Il magistrato fa le domande al posto del legale difensore. E poi spiega: «Lo faccio per velocizzare l’esame, ho altri processi da trattare». Valentina Stella su Il Dubbio il 22 dicembre 2021. L’articolo 506 del codice di procedura penale, comma 2, prescrive: «Il presidente, anche su richiesta di altro componente del collegio, può rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici, alle persone indicate nell’articolo 210 ed alle parti già esaminate, solo dopo l’esame e il controesame».

Oggi vi raccontiamo un altro caso che ci è stato segnalato dopo quelli di Roma e Lecce: Tribunale di Crotone, anno 2020, sezione penale, rito monocratico. Dal verbale di udienza si vedrà chiaramente come il giudice interrompe indebitamente il controesame dell’avvocato, al quale si sostituisce nel porre le domande al teste giustificandosi con il fatto che è una questione di «economia processuale». L’avvocato ribatterà, con garbo, che invece non può perché «è una questione di regole processuali», ma non servirà a nulla, in quanto la giudice andrà avanti con il suo modus operandi, insistendo nel dire che «io posso intervenire in qualsiasi momento» e che l’avvocato avrebbe potuto appellare l’ordinanza. Peccato però che le ordinanze si appellano dopo una sentenza casomai di condanna, ma intanto il controesame è rovinato.

Questa storia è un tipico esempio di quanto ci ha sottolineato l’avvocato Carponi Schittar nell’intervista di ieri: il difensore persegue «un disegno finalistico – “quello che si vuole ottenere” – cui va uniformata l’impostazione del controesame», mentre il giudice, che dovrebbe essere innanzitutto terzo, non può di certo sapere dove vuole arrivare l’avvocato, «quindi i suoi interventi per lo più sono impropri».

Ma veniamo ai fatti. L’avvocato Francesco Verri, legale di una farmacista accusata di aver detenuto nella sua farmacia alcuni contenitori di farmaci defustellati, sta eseguendo il controesame di un teste dell’accusa, un ispettore dei Nas. La procura ipotizza la truffa, ritenendo che la farmacia abbia privato i medicinali del bollino, lo abbia applicato sulla ricetta chiedendo e ottenendo il rimborso dalla Asl, tenendo pronti gli stessi medicinali per la vendita in modo da conseguire un secondo illecito guadagno. La sentenza ancora non è arrivata. Durante l’udienza analizzata, l’avvocato sta cercando di far emergere una divergenza di vedute fra due gruppi di ufficiali di polizia giudiziaria che hanno ispezionato la farmacia a distanza di poco, l’uno all’insaputa dell’altro, verbalizzando risultati diversi.

Leggiamo nella trascrizione di udienza: «Giudice: “la sto facendo io la domanda”. Avvocato: “Eh! Ma signor giudice lei potrà farla sempre dopo di me”. Giudice: “Ci spieghi...avvocato il Tribunale può…”. Avvocato: “Dopo che avrò concluso”. Giudice: “Intervenire in qualsiasi momento”. Avvocato: “Signor giudice, il codice dice un’altra cosa”. Giudice: “Il Tribunale può intervenire in qualsiasi momento e far proprie domande della difesa”. Avvocato: “Al termine dell’esame e del controesame della difesa”. Giudice: “È una questione di economia processuale”. Avvocato: “No, mi perdoni, è una questione di rispetto delle regole”». Ci chiediamo: ma il diritto di difesa può soccombere all’economia processuale? E poi arriva il momento in cui l’avvocato teme che il suo lavoro sia inutile perché il giudice ha probabilmente già deciso: «Giudice: “Sarà un motivo di impugnazione […] In sede di appello potrà far valere le sue ragioni”. Avvocato: “Perché lei si è già pronunciata?”. Giudice: “No. Allora impugni la mia ordinanza”».

Il controesame va avanti e la giudice continua a fare domande. L’avvocato Verri non ci sta: «”Posso completare il mio controesame? Dopo lei potrà fare tutte le domande che vuole. Però io devo completare il mio controesame perché io ho uno schema. Ci sono delle premesse che mi portano a delle conclusioni, non sto facendo cose casuali”. Giudice: “Il Tribunale dirige l’udienza e io posso intervenire in qualsiasi momento”». Ma non finisce qui: «Avvocato: “Lei si sta sostituendo a me nel controesame”. Giudice: “No, io non mi sto sostituendo”. Avvocato: “Sì, perché sta facendo delle domande”. Giudice: “Assolutamente”. Avvocato: “Che devo fare io”. Giudice: “Io sto ricercando fatti e verità”. Avvocato: “Ma dopo che ho terminato io signor giudice, non al posto mio”. Giudice: “Ma questa è una sua valutazione”. […] Avvocato: “Io intendo chiedere al testimone alcune circostanze in un ordine che è il mio ordine perché conduce a certi risultati, poi dopo lei potrà….”. Giudice: “Conduce ai medesimi risultati se sono quelli i fatti”. Avvocato: “Allora il difensore, scusi signor giudice, cosa ci viene a fare in aula, se intanto il giudice lo sostituisce? Non ho capito”. Giudice: “Di cosa stiamo parlando avvocando? Mi sfugge”. Avvocato: “Del fatto che lei…”. Giudice: “Del fatto che io stia facendo le domande che vuole fare lei al posto suo?”. Avvocato: “Sì, esattamente”. Giudice: “Per velocizzare l’esame”. Avvocato: “Che cosa vuol dire velocizzare l’esame? Io devo fare il mio controesame”».

La giudice non capendo evidentemente quale sia il problema, dopo qualche minuto ribadisce, come avvenuto anche nel caso del processo per la morte di Cerciello Rega, «velocizziamo, velocizziamo un poco perché ho altri processi da trattare avvocato». Non si tratta di questione di lana caprina, il corretto svolgimento della “cross examination” è una delle caratteristiche fondamentali del giusto processo. È evidente, infatti, che se il giudice del dibattimento ritiene, magari per ragioni di “economia processuale”, di poter intervenire quando e come vuole durante il controesame del difensore, allora il diritto di difesa dell’imputato ne esce irrimediabilmente compromesso. E il codice eluso.

«Il fine del processo è la verità, pericolosa ogni interferenza». Intervista all'avvocato Domenico Carponi Schittar: «L'interventismo del giudice può essere frutto o di un equivoco sul proprio ruolo o di ignoranza quanto ai presupposti che condizionano la struttura funzionale del controesame». Valentina Stella su Il Dubbio il 21 dicembre 2021. Nel 1989 l’avvocato Domenico Carponi Schittar scriveva “Esame e controesame nel processo accusatorio”. Un estratto è contenuto nell’appello – di cui abbiamo dato conto in questi giorni, suscitando anche la polemica dell’Anm di Roma – che Renato Borzone e Roberto Capra hanno scritto contro la condanna all’ergastolo inflitta a Lee Elder.

Avvocato Schittar, che idea si è fatto degli episodi che abbiamo raccontato?

L’interventismo del giudice può essere frutto o di un equivoco sul proprio ruolo o di ignoranza quanto ai presupposti che condizionano la struttura funzionale del controesame: primo tra tutti una preparazione coerente con un disegno finalistico – “quello che si vuole ottenere” – cui va uniformata l’impostazione del controesame; preparazione che il giudice terzo e ignorante dei fatti evidentemente non può aver fatto, quindi i suoi interventi per lo più sono impropri. Purtroppo non ci sono contromisure. Ero in Canada, negli anni 80 quando un giudice interruppe un avvocato che controesaminava dicendogli “non mi va questo modo di esaminare”. Si fermò l’avvocato e si fermò tutta l’avvocatura canadese finché la Suprema Corte uscì con la statuizione “solo l’avvocato è arbitro del proprio esame”. Da noi questo sarebbe inconcepibile.

Quanto può pesare sull’accertamento della verità processuale l’invadenza del giudice?

A molti giudici sfugge che il controesame è sempre produttivo positivamente per il processo. È utile se ha successo l’obiettivo di chi interroga di portare a galla una certa verità prima taciuta o mascherata. È utile se l’obiettivo fallisce in quanto viene avvalorata la verità già uscita dall’esame diretto.

Conseguentemente, se il fine del processo è giungere a “una” verità, qualsiasi interferenza del giudice è sempre potenzialmente dannosa in quanto può vanificare l’uno e l’altro risultato.

Quali sono i limiti che avvocato e giudice non dovrebbero superare durante un controesame?

Quanto al giudice basti pensare che in un rigoroso sistema accusatorio gli sarebbe interdetto perfino di porre domande a chiarimenti che non siano a favore dell’imputato. Quanto all’avvocato per lo più sono limiti di opportunità (solo ad esempio: può talora essere sconveniente creare un’atmosfera tesa); il solo limite sostanziale è la continenza ( aderenza delle domande ai fini perseguiti). Il problema è che il comprendere seil limite è stato rispettato è un posterius: lo si può stabilire solo ad esame concluso. Di qui l’inopportunità di interventi in corso d’opera.

Lei nel 1989 scriveva “Esame e controesame nel processo accusatorio”. Qual è lo stato dell’arte?

Rispondo adattando agli esami orali quanto il prof. Glauco Giostra scrisse con riferimento all’intero codice; ossia che ci troviamo in presenza di una struttura “farcita di antinomie, compromessi, pasticci, incongruenze, ambiguità” che ha prodotto “un sistema scompensato, in instabile e precario equilibrio (…) mai andato a regime. Lo ha impedito, tra altre cause, l’impreparazione (…) culturale ”.

Il presidente dell’Ucpi Caiazza ci ha detto: La terzietà è un aspetto cruciale nella formazione del giudice, ma è affidato esclusivamente alla cultura del singolo, e per questo finisce per essere più un’eccezione che la regola.

Ha sacrosanta ragione. Il concetto di terzietà può essere percepito (e attuato) pienamente soltanto da chi condivida ( e conseguentemente “viva”) che il giudice penale è in primis il garante nei confronti dell’imputato della giustizia del processo. Ecco, tornando alla prova, che chi si investa di tale ruolo difficilmente sbaglierebbe nell’intervenire inappropriatamente in un esame.

“In democrazia un processo senza difensori non è neppure concepibile”. Il viaggio nella giustizia di oggi proposto da due figure chiave della magistratura: Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte. "Processo senza difensori? Una farsa". Valentina Stella su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Gli ex magistrati Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte sono da poco in libreria con La giustizia conviene Il valore delle regole raccontato ai ragazzi di ogni età (Piemme Editore, pagine 221, euro 16,50). Il contesto è quello in cui “giustizia e legalità fanno sempre più fatica ad assolvere ai propri compiti, ovvero garantire i diritti dei cittadini e il rispetto delle regole della convivenza civile”. Molteplici, per gli autori, le cause di questo scenario: un processo “farraginoso e incomprensibile”, “una vischiosa rete di relazioni torbide culminate nei casi tristemente noti del magistrato Palamara e dell’avvocato Amara”, episodi di “diritti calpestati”. Per fronteggiare tutto questo, secondo Caselli e Lo Forte, non bastano lo sdegno e la denuncia, bisogna credere e difendere la giustizia e la legalità, che rappresentano un bene comune. Ma prima di tutelare entrambe, occorre conoscerle, nei loro pregi e nei loro difetti applicativi. «Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». Nella più famosa delle sue Prediche inutili Luigi Einaudi poneva una domanda che ancora oggi è fondamentale: «Come si può deliberare senza conoscere?». Ed è anche un po’ questo, a parere di chi scrive, il compito che il libro di Caselli e Lo Forte vuole assegnare a tutti noi, ragazzi e adulti. Non essere indifferenti ai temi della giustizia per acquisire quella consapevolezza atta a farci interpretare correttamente la realtà e a decidere pure da che parte stare, motivando razionalmente la nostra posizione. Ad esempio in tema di carcere, di immigrazione, di contrasto alle mafie. In un periodo storico in cui si tende a semplificare i fenomeni, è invece importante capirne la complessità. Scrivono, ad esempio, gli autori: “È innegabile che vi sia un diritto alla sicurezza. Il tema è decisivo, ma non può essere esclusivo, pena il rischio che i diritti diventino ostaggio della sicurezza fino a giustificare il ricorso a un uso spropositato e illusorio della legge penale, considerata “cinicamente come un mezzo a basso costo per tranquillizzare la paura prima ancora che neutralizzare rischi, pericoli ed eventi lesivi”. In questo contesto ecco l’equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti, le eterne ‘classi pericolose’ dalle quali occorre proteggere la “gente per bene”; ecco che vengono varate norme manifesto, misure che sembrano destinate a produrre soltanto effetti psicologici e di scarsa efficienza, e invece alterano progressivamente il sistema delle garanzie”. Come non essere d’accordo? Lo stesso vale per il capitolo sul carcere: “Si tratta piuttosto di concepire la pena detentiva davvero come extrema ratio. Come? Per esempio organizzando le misure alternative al carcere secondo modalità praticabili che rispondano realmente al bisogno concreto di sicurezza. Con la prospettiva che alla fine maturino tempi e condizioni perché il carcere possa non rappresentare più il luogo centrale del sistema sanzionatorio”. Ciò nonostante gli autori criticano però “la demolizione dell’ergastolo ostativo”, in corso grazie – diciamo noi – a sentenze sovranazionali e della Corte Costituzionale. Non condividiamo neanche l’approccio relativo alla dialettica tra giustizialisti e garantisti. Per Caselli e Lo Forte contro l’indipendenza del magistrato arrivano le accuse di politicizzazione o di “giustizialismo”, una parola “astutamente riciclata con la cinica finalità mediatica di fondare il dibattito su una sorta di verità rovesciata, dove esercitare la giustizia senza privilegi per nessuno sarebbe appunto giustizialismo”. In realtà, quando si criticano gli approcci “giustizialisti” della politica e della magistratura si fa riferimento, volendo fare una breve e sommaria elencazione certamente non esaustiva, a una concezione etica e non laica del processo, alla revisione in senso inquisitorio del codice di rito, ai doppi binari processuali, alla legislazione di emergenza, all’opposizione alla prescrizione, al ruolo, per molti versi improprio ed abnorme, assunto dal pubblico ministero a scapito del giudice. Un capitolo del libro è dedicato all’avvocatura che, come vi raccontiamo spesso da queste pagine, è presa di mira quando ci si trova a difendere i peggiori criminali. Ma proprio Caselli e Lo Forte, i quali nella loro lunga carriera hanno incontrato e combattuto i più pericolosi banditi, ricordano un principio fondamentale: “Un processo senza difensori in democrazia non è neppure concepibile; sarebbe una farsa”. Sembra quasi di rileggere il famoso avvocato siracusano Ettore Randazzo che in L’avvocato e la verità (Sellerio Editore) scriveva: “solo i nemici della democrazia e della libertà possono temere l’avvocatura”. La figura del difensore è inserita nel più ampio spazio dedicato alle figure e ai tempi che contraddistinguono il processo. Gli autori, infatti, nel ripercorrere, ovviamente in chiave divulgativa e non tecnica, la storia della prescrizione e della nuova improcedibilità non possono non fare a meno di evidenziare un male di cui soffriamo, ossia la denegata giustizia, frutto di un “arretrato di milioni di processi, civili e penali, accumulatosi per anni”. Una soluzione proposta dagli autori sarebbe quella di “abolire l’assurdo retaggio di un passato ormai remotissimo, il cosiddetto divieto di reformatio in pejus, grazie al quale se a ricorrere è soltanto l’imputato non rischia assolutamente nulla, perché è vietato peggiorare anche di un solo giorno o di un solo euro la condanna già inflitta. Comodo, no? Al punto che per l’imputato non ricorrere è masochismo”. E tuttavia, come ricordò il professor Giorgio Spangher in una intervista al nostro giornale, «nemmeno il fascismo riuscì a eliminare il divieto di reformatio in peius e l’appello, che sono alla base della nostra cultura giuridica». A proposito di fascismo, gli autori nel capitolo “Magistratura ieri e oggi” riportano alla memoria un interessante episodio: “Il passaggio dal fascismo alla democrazia è avvenuto all’insegna della continuità. A parte la rifondazione dell’Anm, i segnali normativi e politici di novità nel settore giustizia sono stati pochi, per di più segnati dalla mancanza di un significativo rinnovamento personale e di mentalità. Tra i magistrati compromessi col regime, che tuttavia riuscirono a fare prestigiose carriere, meritano una segnalazione speciale l’ex procuratore generale della Repubblica di Salò Luigi Oggioni e l’ex presidente del tribunale della razza Gaetano Azzariti, che raggiunsero addirittura la presidenza della Corte di Cassazione e quella della Corte Costituzionale”.

La proposta delle Camere Penali del Diritto europeo e internazionale. Rimborso spese legali per imputati prosciolti, l’avvocato Tirelli: “Tutelare vittime di errori giudiziari”. Redazione su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Giustizia negata agli imputati meno abbienti, le Camere Penali del Diritto europeo e internazionale scendono in campo per lanciare una proposta di legge in grado di colmare, finalmente, il vuoto normativo che da troppo tempo attanaglia il nostro Paese. Lo scorso anno un primo passo era stato compiuto con l’inserimento di un emendamento nella legge di bilancio 2020, che prevedeva lo stanziamento di 8 milioni di euro per il pagamento delle spese legali dei soggetti sottoposti a procedimento penale e poi assolti con formula piena. I successivi decreti attuativi non sono però mai arrivati. E intanto gli imputati assolti continuano a essere vittime di un sistema quantomai sbilanciato. Per cogliere l’urgenza di quest’intervento basti pensare che attualmente i requisiti per accedere al patrocinio a favore dello Stato sono particolarmente stringenti: il beneficiario deve infatti essere titolare di un reddito imponibile risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi al di sotto di 11.493,82 euro, intesi come cumulo dei redditi percepiti da tutti i familiari con lo stesso conviventi. In pratica, qualsiasi cittadino con uno stipendio di mille euro si trova costretto a indebitarsi in maniera spaventosa per affrontare gli eventuali tre gradi di giudizio di un processo penale. «La nostra proposta di legge contempla la possibilità per questi soggetti vittime del sistema giudiziario di ottenere il pagamento da parte dello Stato degli onorari dovuti al legale impiegato nella loro difesa», spiega l’avvocato Alexandro Maria Tirelli, presidente delle Camere Penali del Diritto europeo e internazionale. Il sistema attuale comporta infatti un’insostenibile discriminazione per le persone meno benestanti di fronte a un diritto come quello di difesa che, in quanto costituzionalmente garantito, dovrebbe essere assicurato universalmente: «È evidente – rilancia il presidente Tirelli – la necessità di colmare il vuoto di tutela per le vittime di errori giudiziari. Posto che già il processo penale rappresenta una sorta di pena sia dal punto di vista economico che morale, è fondamentale modificare questa impostazione inquisitoria». La proposta di legge formulata dalle Camere Penali del Diritto europeo e internazionale è stata intanto definita e la possibilità di ottenere il rimborso delle spese legali in favore degli imputati prosciolti potrebbe presto diventare realtà. Ad oggi l’unica forma di ristoro prevista dal nostro ordinamento per le vittime degli errori giudiziari è la riparazione per ingiusta detenzione, istituto la cui applicazione è stata tra l’altro recentemente ridimensionata. Nel 2020 lo Stato ha speso quasi 38 milioni di euro per questa tipologia di risarcimento e l’importo non può in ogni caso mai eccedere la cifra di 516.456,90 euro. «Inutile sottolineare come questo spreco di denaro pubblico pesi inutilmente sui contribuenti. L’istituto della riparazione per ingiusta detenzione non è però da solo sufficiente ad offrire tutela a tutte le vittime di errori giudiziari», avverte l’avvocato Tirelli. Da questo meccanismo vengono infatti automaticamente esclusi tutti gli imputati che hanno affrontato l’intero iter processuale a piede libero.

«Ricorsi ai Tar? Interessano solo ai legali». Vespa rovescia la giustizia amministrativa. Al convegno voluto sabato da avvocati e giudici, è arrivato l'attacco di Bruno Vespa, giornalista Rai. Per lui i ricorsi al Tar interessano solo ai legali. Stefano Bigolaro su Il Dubbio il 12 ottobre 2021. E’ una canzone struggente. La voce è quella di chi scopre, senza risentimento ma con un velo di amarezza, che proprio non ci si comprende. Francesco Guccini ci sapeva fare: “Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già”. Sette di sera, sabato 9 ottobre. Guardo in streaming il convegno sulla giustizia amministrativa che si tiene a Manduria. Convegno un po’ atipico, sia come organizzazione (un’associazione di magistrati amministrativi, una di avvocati amministrativisti), sia come “location” (una masseria). Ma è un convegno importante. A condurre, la figura – familiare a tutti – di Bruno Vespa. Non sono molte le occasioni di visibilità per la giustizia amministrativa, e va bene usarle. Si comincia, e davvero sbaglia un po’ tutto, Bruno Vespa. Ma è da rifletterci: sbaglia perché esprime con franchezza pensieri diffusi. E dunque, è difficile spiegare, ma bisogna tornare a farlo. I temi della caduta del numero dei ricorsi ai Tar e della sproporzione del contributo unificato in materia di appalti – una barriera alla giustizia amministrativa – vengono liquidati come una preoccupazione egoistica degli avvocati per il proprio lavoro. “Lo capisco avvocato, capisco che auspica una moltiplicazione dei ricorsi”. Nelle parole di Bruno Vespa c’è pure il senso che sia una posizione immorale: “Che in un Paese ad alto tasso di litigiosità come l’Italia, io capisco gli interessi di categoria, li rispetto, ma che venga auspicato un moltiplicarsi dei ricorsi, francamente…”. Colpisce che queste parole trovino subito sponda nel sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: “È proprio sbagliato dire che si va dal giudice amministrativo solo se ne vale la pena?”. E comunque, dice il sottosegretario, “ci sono problemi un po’ più essenziali rispetto al contributo. Non mi sembra che questo sia un punto nodale, mi sembra che i punti nodali siano altri”. Sono sempre altri. Proviamo dunque a spiegarci di nuovo. Che un appalto possa essere sindacato dal giudice amministrativo, non serve a dar da lavorare agli avvocati. Serve sia alla tutela delle situazioni individuali, sia alla legalità del sistema: se l’affidamento di un appalto è sindacabile da un giudice, quell’appalto offre più garanzie di uno insindacabile. Ogni volta che un ricorso non viene proposto perché è troppo alto il contributo unificato, non è un cliente in meno per l’avvocato. È un problema che riguarda la giustizia sostanziale, i valori costituzionali alla base della nostra società, la democrazia. La diminuzione dei ricorsi non va ricercata con mezzi “drogati” (come una tassa d’ingresso insostenibile), perché non è un dato positivo di per sé, ma solo se gli atti delle amministrazioni non sono più impugnati perché diventano sempre più legittimi. Ma davvero abbiamo l’impressione che tutto sia diventato più legittimo in questi ultimi anni? Il concetto sembra chiaro. Eppure il sottosegretario aggiunge: “Il contenzioso non nasce dalla qualità dei provvedimenti ma nasce dalla necessità di affermare in qualche modo un diritto che si pretende possa essere affermato”. Come a dire: il contenzioso non c’entra con la legalità dell’azione amministrativa, è una variabile per conto suo, sulla quale si può quindi intervenire direttamente per evitare che faccia inutili danni. Sullo sfondo, l’idea che i Tar blocchino le opere pubbliche per questioni di cavilli, e che insomma – per essere utili alla ripresa del Paese – non dovrebbero più farlo. Di qui il “sogno” esposto da Bruno Vespa: “Quello che io faccio un appalto, lo vinco, comincio l’opera, il secondo fa ricorso, con comodo, non si fa la sospensiva, che è una maledizione la sospensiva, e poi se il secondo vince verrà risarcito in maniera adeguata”. Un sogno che – come il sottosegretario Sisto subito ricorda – è almeno in parte già realizzato dalle normative più recenti. Non un bel sogno. Non per chi si rivolge al giudice amministrativo e non ha più la possibilità di conseguire un appalto che gli sarebbe spettato, conservando solo un’incerta prospettiva risarcitoria. E non per le pubbliche amministrazioni: se il contratto d’appalto, una volta firmato, resiste alle illegittimità degli atti di gara, vuol dire che la stazione appaltante si trova vincolata con qualcuno che ha presentato un’offerta peggiore e dovrà anche risarcire i danni a chi meritava di essere contraente. Infine, anche sulle peculiarità della magistratura amministrativa e sugli incarichi extragiudiziari e fuori ruolo, sarà il caso di spiegare meglio come stanno le cose. Per evitare il senso di sorpresa di Bruno Vespa ( ma certo non solo suo): “È un po’ forte che un consigliere di Stato da fuori ruolo non rappresenti la categoria. (…) Io divento ministro, chiamo un consigliere di Stato a farmi da capo di gabinetto e quello improvvisamente non rappresenta più la categoria? Dài…! Ma là ritorna, quando cade il governo là ritorna…”. Credo sia vero: è un momento in cui ripartire, e in cui tutto sembra poter cambiare. A cinquant’anni dalla nascita dei Tar, che hanno creato la giustizia amministrativa come oggi la conosciamo, è il momento di pensare a una sua riforma vera. Così resta da rispondere alla domanda finale di Vespa: “Possiamo dire che gli stati generali sono aperti qui a Manduria?” Certamente, dopo qualche spiegazione.

“Apra il codice, non siamo a Uomini e Donne”. Assolto l’avvocato accusato di oltraggio. Il Dubbio l'11 settembre 2021. Il penalista è stato assolto dall'accusa di oltraggio a un magistrato in udienza perché secondo il giudice la frase incriminata («Sembriamo a Uomini e donne, apriamo il codice e non insabbiamole notizie di reato») rientrava nella dialettica processuale. Assoluzione, dall’accusa di oltraggio a un magistrato in udienza, per non avere commesso il fatto. «Sembriamo a Uomini e donne, apriamo il codice e non insabbiamole notizie di reato». Per questo scontro dialettico in udienza uno dei più noti penalisti agrigentini – l’avvocato Salvatore Pennica – era stato denunciato da un magistrato onorario e finito a processo davanti al tribunale di Caltanissetta, competente per i procedimenti nei quali i colleghi agrigentini sono parti offese o imputati. La relazione di servizio, inoltrata dal vice procuratore onorario Alfonsa Fiore, dalla quale ne era scaturito il processo, faceva riferimento a un episodio, avvenuto il 6 febbraio del 2015 in occasione di un’udienza dal giudice di pace nella quale Pennica era impegnato come difensore.  Il penalista, rivolgendosi al pm, avrebbe detto una serie di frasi ritenute offensive «dell’onore e del prestigio di un magistrato in udienza». Oltre al riferimento al noto programma di Maria De Filippi («Sembriamo a Uomini e donne», avrebbe detto rivolgendosi al pm), l’avrebbe invitata ad «aprire il codice» e accusata di «insabbiare le notizie di reato». Frasi che, secondo lo stesso pm che ne aveva chiesto la condanna a 4 mesi, avevano integrato il reato. Il giudice Giuseppina Chianetta, recependo le tesi dei difensori di Pennica – gli avvocati Alfonso Neri e Giacomo Butera – lo ha invece assolto ritenendo che rientrassero nella dialettica processuale.

Giustizia, Nello Rossi sulla presunzione di innocenza: "Il principio è sacrosanto, ma vedo difficoltà per magistrati e giornalisti". Liana Milella su La Repubblica il 2 settembre 2021. Nello Rossi, direttore della rivista online Questione Giustizia. Al via in Parlamento l'esame del decreto legislativo del governo che dovrà ottenere il via libera entro la metà di settembre. Secondo il direttore della rivista online "Questione Giustizia" c'è ancora spazio per riflettere sulle motivazioni dei provvedimenti giudiziari e sul diritto di cronaca. Sta per esplodere la "grana" della presunzione di innocenza. Il decreto del governo aspetta il parere delle commissioni Giustizia di Camera e Senato entro la metà di settembre. Esultano i garantisti. Abbiamo sottoposto a Nello Rossi - direttore della rivista online Questione Giustizia che la prossima settimana dedicherà al tema un lungo articolo -  una serie di interrogativi e di dubbi sul decreto. 

«Davigo unico presidente Anm a evitare il dialogo con noi penalisti». Parla il past presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Beniamino Migliucci. «Per Davigo probabilmente la macchina giudiziaria funzionerebbe meglio non con meno avvocati, ma proprio senza avvocati». Valentina Stella su Il Dubbio il 2 settembre 2021. Per l’avvocato Beniamino Migliucci, past president dell’Unione Camere Penali italiane, la soluzione per abbattere il numero esorbitante di procedimenti proposta da Piercamillo Davigo sul Fatto quotidiano, ossia abbattere il numero degli avvocati, «è priva di senso: per lui probabilmente la macchina giudiziaria funzionerebbe meglio non con meno avvocati, ma proprio senza avvocati. Bisognerebbe invece intervenire sul panpenalismo. Ogni mattina, i cittadini italiani non sanno se quanto posto da loro in essere sia una condotta lecita o illecita».

Avvocato Migliucci complessivamente cosa pensa dell’intervento di Davigo?

La questione del malfunzionamento della giustizia legato al numero degli avvocati è un cavallo di battaglia del dottor Davigo. L’aveva detto anche quando era presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Non ama molto gli avvocati, tanto è vero che è stato l’unico presidente Anm che ha negato l’interlocuzione con l’Unione Camere penali e con l’avvocatura in generale.

Davvero?

Sì, certo. Nei miei quattro anni al vertice dell’Ucpi, Davigo è stato per un anno, invece, al vertice dell’Anm. Non ha mai voluto interagire con noi. Questo fa capire molte cose. Per lui probabilmente la macchina giudiziaria funzionerebbe meglio non con meno avvocati, ma proprio senza avvocati. Il pezzo rileva chiaramente un pregiudizio smaccato nei nostri confronti.

Leggendolo traspare il fatto che l’ex pm del Pool ritenga gli avvocati dei cercatori di pretesti dilatori.

Emerge chiaramente questo suo pensiero, lo si capisce già dal titolo "L’orda inutile degli avvocati", anche se, come lei sa, non lo ha fatto lui ma sintetizza perfettamente il suo pensiero. Ma basta poi guardare quante righe dedica al numero degli avvocati per capire che per lui questo è il vero problema della giustizia. Più esplicita la conclusione dell’articolo, quando scrive che la giustizia possa rappresentare per noi avvocati un ammortizzatore sociale e una sorta di reddito di cittadinanza. Questo è estremamente offensivo nei confronti della nostra categoria. Per lui l’eccessivo numero di avvocati aumenta il contenzioso, ma non è affatto così. Per il settore penale quanto sostiene è semplicemente privo di senso. Per questo, avrei da suggerire un nuovo titolo all’articolo, prendendo spunto dal fatto che lui propenda per un numero chiuso alla facoltà di Giurisprudenza o in alternativa il numero chiuso delle avvocati. Il titolo potrebbe essere: “Sì al numero chiuso delle affermazioni fuori luogo”.

Perché?

I rimedi per ridurre il carico della giustizia non sono quelli individuati dal dottor Davigo. Cominci col dire che la depenalizzazione non è una illusione. Non è vero, come lui sostiene, che tutto quello che si poteva depenalizzare è stato depenalizzato. L’Italia è uno dei Paesi al mondo con il più alto numero di condotte sanzionate penalmente. Ogni mattina, i cittadini italiani non sanno se quanto posto da loro in essere sia una condotta lecita o illecita. Inoltre ci sono eccessive sanzioni che sfociano nel penale, invece in altri Stati sono di tipo amministrativo. Quindi il primo rimedio per ridurre il carico dei procedimenti è quello di ridurre il penale. E guarire dalla grave malattia di cui soffre il nostro Paese: il cosiddetto panpenalismo. Tutto diventa penale. La verità è che i partiti non hanno il coraggio di depenalizzare o di ridurre l’area del penale per ragioni di carattere elettorale.

Davigo sostiene che occorre ridurre la perseguibilità d’ufficio e soprattutto potenziare i riti alternativi e il patteggiamento.

ll potenziamento dei riti alternativi è un problema vero che l’Ucpi ha sottolineato da tempo, ma non nel modo che lui sostiene, ossia inasprendo le pene per chi sceglie il rito ordinario. Ciò rileva una concezione autoritaria e giustizialista del processo. Per Davigo chi sceglie il dibattimento dovrebbe essere punito. Ma questo invece è un diritto dell’imputato. Se i riti alternativi fino ad oggi sono falliti in parte la colpa è anche della magistratura: lei pensi che per il patteggiamento e il rito abbreviato viene previsto uno sconto di pena di un terzo. Ma spesso i magistrati non concedono le attenuanti generiche perché sostengono che uno ha già beneficiato di un terzo in meno della pena. E quindi questo di certo non incoraggia a percorrere questa strada. Da quando è nato il codice di procedura penale il patteggiamento è cambiato: prima non era parificato a una sentenza di condanna, ora lo è a tutti gli effetti. E allora può esserci poca convenienza a scegliere questa strada. Ancora: ad oggi il patteggiamento è possibile soltanto per pene fino a cinque anni, bisognerebbe invece alzare la soglia.

Ma proprio l’Ucpi tempo fa rivendicò la convergenza su temi quali la depenalizzazione e il patteggiamento proprio con l’Anm.

Quando ero presidente dell’Ucpi con l’allora presidente Anm, Eugenio Albamonte, si era d’accordo su questo, così come sul rafforzamento della funzione di filtro dell’udienza preliminare. Anche adesso l’Unione ha portato queste istanze all’attenzione della ministra Cartabia. Se l’udienza preliminare ad oggi è fallita è anche perché ci sono delle sentenze che hanno limitato quello che il legislatore aveva previsto, ad esempio con l’articolo 425 comma ter che immaginava la possibilità di dichiarare il non luogo a procedere quando vi erano elementi dubbi. Ora nel 97% dei casi l’udienza preliminare porta al giudizio. Il gup è diventato un mero passacarte.

Cos’altro si sente di replicare a Davigo?

Vorrei evidenziare la contraddittorietà del dottor Davigo quando da un lato stigmatizza la durata eccessiva dei procedimenti, dall’altro critica l’improcedibilità. Cosa vorrebbe? Non basta che un processo per corruzione possa durare vent’anni? Vuole che un processo duri all’infinito? Davigo non sa che la maggior parte dei reati gravi sono già imprescrittibili?

Ma neanche una cosa giusta dice l’ex pm del Pool?

In effetti concordo col fatto che la nostra macchina giudiziaria è obsoleta ma poi arriva il dottor Gratteri che dice che tutti i processi vanno fatti in videoconferenza quando invece in moltissime Procure e in tantissimi Tribunali non funzionano nemmeno i pc.

«Troppi avvocati!». Davigo, ancora tu. Sul Fatto quotidiano l’ex pm di Mani pulite torna a spiegare le lentezze della giustizia con i numeri della classe forense. Se diminuissero i processi, dice, l’avvocatura ci rimetterebbe. Dimentica che proprio i penalisti proposero inutilmente (e per giunta insieme con l’Anm) riforme in grado di ridurre i giudizi. E allude ancora una volta a un’idea di giustizia che non tiene al centro la persona, e dunque chi è chiamato a difenderla. Errico Novi su Il Dubbio il 2 settembre 2021. Colpiscono molte cose, del nuovo intervento firmato da Piercamillo Davigo sul Fatto quotidiano. L’ennesimo in cui mette gli avvocati nel mirino. Altre volte li aveva additati quali responsabili di impugnazioni pretestuose, così pretestuose da rendere giusto il blocca-prescrizione di Bonafede. Già si era soffermato negli anni scorsi, Davigo, sui numeri della professione forense e sull’asserita urgenza di abbatterli. E di nuovo, con l’articolo di oggi, riconnette il numero dei difensori alla mole di cause civili e penali. Sostiene che se si riducesse il numero dei procedimenti si darebbe un bel colpo al reddito complessivo dell’avvocatura. E sembra così alludere non solo a perfidi legali che inducono i loro assistiti in controversie o impugnazioni non volute. No, l’ex leader Anm non si limita a questo: sembra sottintendere un’ancora più subdola opposizione dell’avvocatura alle riforme in grado di snellire la giustizia. Dice che tante cause producono tanto reddito per la classe forense. E sembra lasciar intendere che se non si interviene con modifiche efficaci, è perché la professione legale non vuole rimetterci. Eppure la verità è un’altra. Perché quella modernizzazione del processo è nelle proposte che l’avvocatura avanza da anni. E che casomai la politica ha spesso preferito ignorare. Si possono dire tante altre cose. Ma ce n’è una che viene prima di tutte. Ancora una volta Davigo parla di avvocati come un orpello. Non una parola sulla loro missione. Non un cenno, anche implicito, di rispetto per il loro rilievo civile, per la loro irrinunciabile funzione di garanti dei diritti. Non si pretende che l’ex pm di Mani pulite chieda di far corrispondere, al ruolo degli avvocati, un riconoscimento esplicito in Costituzione. Ma sulla loro già oggettiva natura di coprotagonisti essenziali della giurisdizione, l’ex presidente dell’Anm fa finta di nulla. Ancora una volta. Un altro paio di osservazioni. Intanto, sottovalutare il ruolo dell’avvocatura, come fa Davigo, finisce per alimentare la sfiducia nella giurisdizione, terribile deriva che il magistrato dovrebbe ben conoscere. Poi Davigo forse non si accorge che la sua visone meccanicista del processo e della difesa allude a una visone essenzialmente burocratica della giustizia. E da persona in realtà colta e acutissima, non può negare a se stesso che burocratizzare e svuotare di significato le funzioni pubbliche è la via più rapida per renderle inefficienti. Ma soprattutto, va ripetuto, il magistrato che ha da poco lasciato le funzioni e il Csm si mostra indiscutibilmente ingrato, persino quando richiama soluzioni condivisibili. Ricorda opportunamente che tra le modifiche utili a ridurre almeno nel penale il volume dei processi avrebbe priorità il patteggiamento, nel senso di renderlo più appetibile. Bene: è una delle proposte avanzate con maggiore insistenza dagli avvocati. Dal Cnf come dall’Unione Camere penali. Come fa, Davigo, a lasciar intendere che i processi debordano perché la classe forense si oppone alle riforme pur di non perdere reddito? Rafforzare i riti alternativi e in particolare il patteggiamento, per giunta, è una base di riforma che l’avvocatura ha condiviso proprio con quell’Anm di cui Davigo è stato presidente. Al tavolo aperto due anni fa dall’allora ministro Alfonso Bonafede, Foro e magistratura associata concordarono una proposta che poi il guardasigilli accolse solo in parte nel proprio ddl. Accusare gli avvocati di non voler ridurre i procedimenti per poter guadagnare di più è dunque una distorsione che contrasta con circostanze ben note all’ex pm di Mani pulite, anche se, all’epoca del tavolo Bonafede, l’Anm era presieduta da altri. Si può sorvolare sui dettagli. Ad esempio, sull’idea di Davigo secondo cui, per rendere più desiderabile «l’applicazione di pena» (il patteggiamento, appunto), andrebbe inasprita la sanzione che si rischierebbe di subire altrimenti nel processo ordinario. Va invece notato come altre ipotesi, per esempio la depenalizzazione, siano ritenute irrilevanti dall’ex togato nonostante fossero apparse assai utili ai suoi colleghi dell’Associazione magistrati, che pure, nella già citata proposta avanzata con gli avvocati, suggerirono di sfrondare il codice penale. Ma la cosa di cui davvero non è possibile tacere è di nuovo la logica in cui il magistrato si muove nel suo intervento. La logica meccanicista, quantitativa, in cui oltre al difensore scompare pure la persona. Ci sono molte controversie civili e tanti casi in cui i cittadini non intendono arrendersi all’accusa di un pm. E non si può pensare di ridurre la giurisdizione a un gigantesco congegno tritatutto capace di smaltire le cause ma anche le vite che vi sono sospese. È quanto il Cnf ha ricordato con la propria “Proposta per il Recovery”. Le parole di Davigo dimostrano che una simile visione umanistica della giustizia fa fatica a farsi strada. Eppure i processi non riguardano i numeri: riguardano gli esseri umani. Che non possono rinunciare ai loro diritti, non possono essere puniti per il solo fatto di reclamarli (come rischia di avvenire in virtù di norme ancora non chiarite nella riforma civile), né possono rassegnarsi a essere colpevoli o a una condanna spropositata se sanno che un appello li vedrebbe assolti o procurerebbe una pena più lieve. I processi sono fatti di persone. E finché sarà così, dietro la persona dovrà sempre esserci, a difenderla, un avvocato.

In carcere senza potersi difendere: la storia di un detenuto calabrese. Un detenuto calabrese finisce di nuovo in carcere, ma né lui né i suoi avvocati erano a conoscenza dell’udienza camerale davanti al tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria. Il Dubbio il 24 agosto 2021. La giustizia italiana ha tanti problemi, come si evince dalle recenti polemiche sulla riforma voluta dalla ministra Marta Cartabia. Dai tempi troppo lunghi dei processi agli abbagli investigativi delle procure. Ma poche volte, o quasi mai, succede che un detenuto vada in carcere, a seguito di un’udienza camerale davanti al tribunale di Sorveglianza, nel caso di specie quello di Reggio Calabria, senza potersi difendere. E’ successo, invece, lo scorso 24 novembre, quando un detenuto calabrese, Andrea Rudisi, 42enne originario della provincia di Cosenza, condannato in via definitiva per reati quali droga e rapina, è ritornato in cella, nonostante i gravi problemi di salute, che qualche mese prima gli avevano permesso di andare ai domiciliari. Quel giorno, però, non era presente nessuno dei suoi difensori, perché gli stessi non erano stati avvisati del rinvio dell’udienza che si sarebbe dovuta celebrare il 27 ottobre.

Il paradosso. Un grave errore procedurale, come ha sentenziato la prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, la quale nei giorni scorsi ha depositato le motivazioni della sentenza di annullamento con rinvio dell’ordinanza cautelare emessa dal tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria. Paradossali sono le giustificazioni adottate dal tribunale di Sorveglianza nella vicenda in esame. «I difensori e gli interessati avrebbero potuto “prendere visione della data di rinvio visionando il ruolo di udienza” che sarebbe stato “affisso nell’ingresso del tribunale”», invitando «i signori avvocati a notiziare dell’eventuale rinvio del procedimento i colleghi difensori appartenenti ad altri fori».

«Grave errore procedurale» contro il detenuto calabrese. La Cassazione ha chiarito ogni aspetto, evidenziando – a seguito del ricorso presentato dagli avvocati Antonio Quintieri e Matteo Cristiani del foro di Cosenza – che tale procedura è avulsa dal sistema penale. «Nel procedimento di sorveglianza – scrive la prima sezione penale della Cassazione – il rinvio a nuovo ruolo dell’udienza camerale, non contenendo l’indicazione della data della nuova udienza, comporta l’obbligo di notificare l’avviso di fissazione di quest’ultima all’interessato e al suo difensore, a pena di nullità di ordine generale, assoluta e insanabile, non solo se il differimento sia stato disposto per legittimo impedimento a comparire del condannato, ma anche se lo stesso sia stato ordinato per qualunque altra causa».

«Nessuna notifica al detenuto calabrese e agli avvocati». La Suprema Corte ha quindi annullato (con rinvio) l’ordinanza del tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria, «perché emessa in esito ad udienza camerale preceduta da rinvio a nuovo ruolo non seguito da rituale notifica dell’avviso di udienza al difensore di fiducia. Il richiamo contenuto nel provvedimento alla verificata “regolarità delle notificazioni e delle comunicazioni”, in realtà”, si esaurisce in una formula di stile non rappresentativa della realtà documentale in atti, che non lascia emergere un riferimento neppure dell’avvenuto, eventuale, assolvimento della singolare modalità di comunicazione – per la verità del tutto estranea al sistema processuale penale – individuata nella nota del presidente del tribunale reggino più sopra richiamata – in modo assolutamente aleatorio e, perciò, inaccettabile, alla diligenza e iniziativa individuale degli avvocati del distretto di Reggio Calabria». (a. a.)

Altro che parità delle armi. Indagini difensive, anche la Cassazione sta dalla parte dei Pm. Viviana Lanza su Il Riformista il 13 Agosto 2021. Resistenze culturali, vuoti normativi, costi eccessivi. Addentrarsi nella complessa materia delle indagini difensive conduce in una selva di difficoltà, incongruenze, ostacoli. Difendersi nell’ambito di un’indagine o di un processo penale è cosa tutt’altro che semplice. E il merito delle vicende c’entra poco, nel senso che le problematiche sono trasversali a ogni tipo di accusa, a ogni tipologia di inchiesta o di procedimento penale. E si moltiplicano se si considera che i processi sono eccessivamente lunghi, che nel circa 60% dei casi si tratta di processi nei quali ci si avvale di un difensore di ufficio, che la parità tra accusa e difesa è sì prevista dalla Costituzione ma di fatto non è garantita e da un anno c’è anche una sentenza della Cassazione a rimarcare quella che appare come una incongruenza: la consulenza del pm ha più valenza probatoria della consulenza della difesa. Perché? Le parti del processo non dovrebbero essere su un piano di parità? «A distanza di oltre vent’anni dall’inserimento della disciplina in materia di investigazioni difensive, esistono ancora irriducibili sacche di resistenza che si ostinano a non riconoscere il “nuovo” ruolo e le “nuove” facoltà attribuite alla difesa e strettamente correlate al rito accusatorio», osserva l’avvocato Marco Campora, presidente della Camera penale di Napoli. «Una gelosia dei saperi e dei poteri – aggiunge Campora – e una nostalgia per un passato affatto glorioso che incredibilmente continua ad avere, si auspica sempre meno, proseliti». La questione riguarda il rapporto e i limiti che esistono tra poteri dell’autorità giudiziaria inquirente e poteri della difesa. «La magistratura – afferma il presidente dei penalisti napoletani – troppo spesso continua ad avere una certa resistenza rispetto agli esiti delle investigazioni difensive. Basti pensare che la Corte di Cassazione, con sentenza del 29 maggio 2020 e con una motivazione illogica ed eccentrica, ha affermato che la consulenza del pm “anche se costituisce il prodotto di una indagine di parte” è “assistita da una sostanziale priorità” rispetto alla consulenza depositata dalla difesa». «Ciò – spiega l’avvocato Campora, evidenziando passaggi della sentenza della Suprema Corte – perché il consulente del pm è come tale ausiliario di un organo giurisdizionale che “sia pure nell’ambito della dialettica processuale non è portatore di interessi di parte”. E qui – osserva il penalista – si rinviene una gigantesca violazione del giusto processo e la lapalissiana dimostrazione che tuttora si stenti a riconoscere la parità tra accusa e difesa preferendo rimanere ancorati a logiche più aderenti a un modello di processo inquisitorio». Considerando che le inchieste e i processi si avvalgono sempre più frequentemente di strumenti investigativi tecnici, di intercettazioni e captazioni che possono essere analizzati ed evidentemente contestati dalla difesa solo attraverso consulenze altrettanto tecniche, è chiaro che attribuire una valenza probatoria diversa alle consulenze delle due parti processuali significa sbilanciare il processo a priori. È uno dei nodi da sciogliere se davvero si vuole parlare di giusto processo. Non l’unico nodo. «Un altro aspetto che preoccupa e non poco – osserva il presidente della Camera penale di Napoli – è che il processo penale, così come è strutturato, richiede sicuramente dei costi elevati per l’imputato. Le indagini difensive, sempre più necessarie atteso l’elevato tecnicismo di tantissime inchieste, comportano rilevanti aggravi di spesa e ciò comporta in alcuni casi un vero e proprio ostacolo per il cittadino a difendersi». «Nel nostro Paese – continua  Campora – il numero dei processi trattati con il difensore d’ufficio è elevatissimo. La crisi economica post-Covid prevedibilmente aumenterà il numero degli imputati assistiti dal difensore d’ufficio ed è evidente che per il difensore d’ufficio sarà difficile, se non impossibile, ricorrere, in ragione anche degli elevati costi, a strumenti per la raccolta di prove a favore. E a subirne le conseguenze sarà, come sempre, il cittadino».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Le Procure possono condizionare un diritto degli indagati. Indagini difensive, l’allarme degli avvocati: “Così i Pm le ostacolano”. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Agosto 2021. Sono trascorsi poco più di vent’anni dall’inserimento del titolo VI bis che disciplina la materia delle investigazioni difensive nel codice di procedura penale. Eppure quante resistenze, quanti paletti, quante interferenze dei pm nel riconoscimento del nuovo ruolo del difensore e nelle possibilità di esercitare le nuove facoltà attribuite alla difesa. L’Osservatorio investigazioni difensive dell’Unione Camere Penali Italiane (Ucpi), di cui sono responsabili gli avvocati Alfredo Marradino del foro di Napoli Nord e Roberto Aventi del foro di Busto Arsizio, sta lavorando a un questionario per elaborare una serie di dati e, attraverso questi, tracciare un preciso quadro della situazione attuale. Da una prima analisi delle risposte dei penalisti e delle loro adesioni alla compilazione del questionario emerge che il ricorso alle indagini difensive è ancora poco diffuso e che la norma ha ancora vuoti da colmare e possibili ingerenze da parte della magistratura. Per come è al momento strutturata la norma, infatti, è rimessa ai pm la discrezionalità su aspetti importanti nella sfera delle investigazioni difensive. Si pensi, per esempio, alla richiesta di atti e documenti a privati come banche o compagnie telefoniche: in questi casi, diversamente da quel che riguarda le richieste inoltrate alla Pubblica Amministrazione, la norma non prevede una procedura a cui i privati devono necessariamente attenersi e, di conseguenza, ognuno segue la propria procedura con la facoltà di rifiutare la richiesta di atti avanzata dal difensore.

Di fronte a un no, il difensore può rivolgersi al pm che però è l’altra parte processuale e, esprimendo una valutazione sulla richiesta del difensore prima di imporre ai privati di assecondarla, finisce per interferire in qualche modo sulla strategia di indagine difensiva. Ne condiziona, inoltre, anche i tempi incidendo su quella tempestività che in alcuni casi può rappresentare un fattore determinante al pari di altri. Il pm, in più, ha tra i suoi poteri anche quello di secretare le dichiarazioni che acquisisce da un testimone e può disporre che il testimone non ripeta quelle dichiarazioni al difensore che svolge investigazioni. In poche parole, il pm può farla da padrone. Stesso discorso per l’accesso al luogo dove si è verificato un reato: se la parte nega l’accesso, l’avvocato deve rivolgersi al pm il quale prima valuta la richiesta, poi decide se autorizzare o meno l’accesso. In seconda battuta ci si può rivolgere al giudice ma è chiaro che c’è una sfera di potere dei pm che ricade sulla materia delle indagini difensive. È questo uno degli aspetti del pacchetto di norme che secondo i penalisti sarebbero da aggiornare e riformare per colmare i vuoti, superare le difficoltà strutturali e rendere l’arma delle investigazioni difensive un’arma più valida e meno spuntata di come è adesso. Alla base ci dev’essere comunque una spinta culturale, una volontà da parte di una certa avvocatura di abbandonare il retaggio del vecchio modo di fare il difensore e di replicare alle accuse solo nel processo controbattendo al materiale probatorio raccolto dal pm. La materia delle investigazioni difensive, spiegano i penalisti, si rifà a una visione del processo diversa, una sorta di americanizzazione del processo, un’idea di processo che è andata sfumando perché parallelamente sono mancate altre riforme, perché nel nostro sistema giudiziario la separazione delle carriere tra giudici e pm è tema di cui si dibatte ma su cui non si decide e il pm continua a far parte della stessa categoria dei giudici, mentre in America il pubblico ministero è un avvocato e la parità di strumenti tra accusa e difesa è più realizzabile. La strada nel nostro sistema giudiziario, dunque, è ancora lunga. E i paletti da superare ancora tanti. A ciò si aggiunge il capitolo costi, questione che il Riformista ha affrontato raccogliendo le testimonianze di chi, per difendersi e dimostrare la propria innocenza, ha dovuto sostenere costi elevatissimi, arrivando a indebitarsi e vendere la casa. Un dramma che nessuno riuscirà mai a rimborsare.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Altro che la parità delle armi. La Procura di Napoli spende 12 milioni per le intercettazioni, chi è sotto inchiesta invece deve vendersi la casa. Viviana Lanza su Il Riformista il 16 Agosto 2021. I fattori culturali, quelli normativi, quelli economici. Sono diversi i motivi per cui la parità tra le parti processuali continua a essere un principio costituzionale citato nella teoria ma disapplicato nella pratica di molti processi. E nessuna riforma della giustizia sarà concretamente efficace se non si garantisce questa parità, se non si annulla lo sbilanciamento per cui il pm dispone di risorse quasi illimitate, non risponde in prima persona degli eventuali danni di un’indagine e può contare sul fatto che le consulenze degli esperti che sceglie hanno in genere più valenza probatoria di quelle dei consulenti della difesa. È evidente che uno sbilanciamento c’è, che accusa e difesa non sono su un piano di parità in ogni processo. Pensiamo, per esempio, ai costi. Un cittadino, che per difendersi deve avvalersi anche di consulenti e di indagini difensive di tipo tecnico, può arrivare a spendere centinaia di migliaia di euro, consumare tutti i propri risparmi, vendere le proprietà, indebitarsi, oppure deve rinunciare a difendersi come vorrebbe e come servirebbe per contrastare efficacemente una tesi accusatoria che si ritiene inesatta. Un pm, invece, dispone di un ampio ventaglio di risorse, del supporto della polizia giudiziaria, della possibilità di ascoltare testimoni ed eventualmente di secretarne le dichiarazioni, nonché di intercettare colloqui e incontri sebbene previa autorizzazione di un giudice. I costi delle indagini sono un capitolo di spesa rilevante e analizzarlo aiuta ad avere un quadro più completo della situazione e dello sbilanciamento di risorse che le diverse parti di un processo mettono in campo. Secondo i dati dell’ultimo bilancio sociale reso noto dalla Procura di Napoli, in un anno, per le intercettazioni nella fase delle indagini, si sono spesi oltre 12 milioni di euro. Il dato fa riferimento al bilancio sociale 2020, quello 2021 non è stato finora reso noto dalla Procura partenopea. Si tratta, tuttavia, di una cifra elevatissima se si considera che, nell’anno di riferimento, si sono contati poco più di diecimila procedimenti. Nei 12 milioni e 300mila euro spesi in intercettazioni (nel 2018 erano stati 10 milioni e 800mila euro) rientrano i costi per il traffico di telefonate da captare, il noleggio delle apparecchiature usate anche per le intercettazioni ambientali e informatiche, le acquisizioni di tabulati, la videosorveglianza e la localizzazione di ciascun indagato. A pesare di più sono state le spese per intercettazioni telefoniche, sebbene tra il 2018 e il 2019 si sia registrato anche un sensibile incremento delle spese per le intercettazioni informatiche, più complesse di quelle telefoniche e ambientali: da 978.837,88 euro si è passati a 2.670.929,95 euro. In crescita anche i costi per dotare la Procura di strumentazioni informatiche: nel 2018 il valore del materiale informatico è passato da 264.285.000 a 620.854.000 euro, per arrivare l’anno successivo a 889.398.000. Le dotazioni informatiche sono utilizzate anche per dare concretezza agli sforzi di innovazione tecnologica e digitalizzazione del lavoro in Procura, in particolare alla luce della pandemia e delle conseguenze, anche nel settore giustizia, dell’emergenza sanitaria e l’affermazione del principio del lavoro da remoto. Tuttavia, negli ultimi anni il lavoro dell’ufficio inquirente si è avvalso sempre più di strumentazioni informatiche ai fini investigativi. Il che significa indagini sempre più tecniche e basate su sofisticati strumenti di investigazioni che a loro volta richiedono indagini difensive altrettanto sofisticate. Ed è su questo piano che si verifica la disparità tra accusa e difesa. Ora, è chiaro che ci sono moltissime indagini che hanno ragion d’essere e che devono essere necessariamente svolte e portate a termine, ma è altrettanto vero che dai dati annuali si rileva che solo la metà delle indagini con indagati noti arriva alla fase processuale, mentre prevalgono le archiviazioni tra i fascicoli aperti a modello 44, cioè per notizie di reato contro persone ignote.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il costo dei processi. “Ho speso 100mila euro per dimostrare la mia innocenza”, l’incredibile vicenda di Ugo de Flaviis. Francesca Sabella, Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Agosto 2021. Immaginate di finire sotto inchiesta per un reato che non avete commesso. Immaginate di dovervi quindi difendere per dimostrare che l’accusa non è fondata. Immaginate, dunque, di dovervi rivolgere a un avvocato ma anche a un consulente tecnico, per esempio, o di dover fare copia di atti, di dover ascoltare testimoni, disporre indagini difensive. Tutto questo ha un costo che spesso è molto elevato e mai viene rimborsato. Perché se le indagini della Procura hanno un costo che ricade sulla cosa pubblica e non certo sul singolo pm, quelle della difesa sono a carico del singolo indagato/imputato e solo se può permettersele. Una disparità che annulla quella parità tra accusa e difesa che la Costituzione invece prevede. Se per chi patisce un’ingiusta detenzione la legge prevede almeno un rimborso, per chi finisce vittima di un processo per accuse che saranno smentite non è previsto alcun risarcimento, nessun rimborso dei costi sostenuti per le attività difensive. «Tra spese legali, consulenze e indagini difensive il mio processo, durato ben 14 anni, è costato almeno 100mila euro, una cifra enorme»: a raccontare la sua esperienza e i costi della giustizia che di giusto ha poco e niente è l’avvocato Ugo de Flaviis, processato ed assolto dall’accusa di disastro colposo a seguito di una violenta alluvione nel Nocerino che, nell’ottobre del 2007 quando lui era assessore all’ambiente, provocò la rottura degli argini nella zona di Merighi, vicenda per la quale la Procura aveva chiesto un anno di reclusione e che invece si è risolta con l’assoluzione piena. Una storia che sottolinea ancora una volta che questa giustizia è roba per ricchi, non tutti possono permettersi di fare indagini parallele a quelle condotte dalla Procura, che talvolta risultano superficiali e affidate a personale poco esperto. «Il mio processo avrebbe richiesto la presenza di tecnici specializzati e invece le indagini furono affidate a un sottoufficiale dei carabinieri che non aveva alcuna competenza in materia – racconta de Flaviis – Ho dovuto richiedere una consulenza a un professore ordinario di ingegneria idraulica, il costo? 10mila euro». Per non parlare delle spese processuali. «Dopo la prima fase istruttoria, a due anni dall’inizio delle indagini – prosegue de Flaviis – la fattura del mio legale era di 23mila euro. Il processo è durato 14 anni, facile immaginare quanto sia costato. Per sostenere un processo, oggi, la maggior parte delle persone si deve vendere la casa». Ed è proprio il caso di Giulio Facchi, noto esponente dei Verdi, impegnato in politica e consulente tra i massimi esperti in materia ambientale: agli inizi degli anni Duemila fu nominato sub-commissario per l’emergenza rifiuti in Campania e per 16 anni è stato al centro dell’attenzione della Procura di Napoli per accuse che si sono risolte sempre in un nulla di fatto. Ha subito nove processi, conclusisi con nove assoluzioni. Tutto questo ha avuto un costo enorme che nessuno gli rimborserà mai. «Per difendermi ho speso molto più di quello che avevo, ho dovuto vendere la mia casa e la nuda proprietà della casa dove ha abitato mia madre», ricorda Facchi. L’ultima assoluzione è datata gennaio 2019. «Ancora non ho finito di pagare», spiega calcolando di aver speso quasi settecentomila euro per difendersi dalle accuse della Procura. A ciò si deve aggiungere il costo della carriera stroncata, degli incarichi a cui ha dovuto rinunciare, delle opportunità di guadagno che non si sono concretizzate. «Nel mio caso il processo ha inciso tantissimo sulle mie attività lavorative e politiche – osserva Facchi – Mi ha congelato la vita e la carriera per 16 anni». Nulla verrà rimborsato. «Facile accanirsi senza pagare nulla, il paradosso nel mio caso – conclude – è che non avendo fatto nemmeno un giorno di carcere, perché le sette richieste di arresto avanzate dalla Procura sono state sempre respinte, non ho diritto a un rimborso. La norma prevede il rimborso per la sola ingiusta carcerazione: andrebbe modificata». Francesca Sabella, Viviana Lanza

“Le indagini della difesa costano troppo, così i Pm vincono sempre”, parla l’avvocato Larosa. Viviana Lanza su Il Riformista il 10 Agosto 2021. In un sistema in cui i processi penali durano anni, in cui le inchieste della Procura si basano sempre di più sul contenuto di colloqui intercettati e investigazioni tecniche rispetto ai quali ci si può difendere solo nominando a propria volta consulenti e svolgendo indagini costosissime, la giustizia è davvero uguale per tutti? È davvero alla portata di tutti? Ne parliamo con l’avvocato Bruno Larosa, penalista, docente universitario e autore del romanzo Fortunato, giallo giudiziario che affronta tra gli altri anche il tema spinoso e attuale dell’iniquità del sistema giudiziario penale italiano. Partiamo da una premessa: «Le indagini difensive trovano il loro fondamento giuridico e culturale nell’articolo 111, comma 2, della Costituzione che prescrive, per ogni processo, che esso si svolga nel contraddittorio delle parti, in condizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale». «Il dettato costituzionale, dunque, descrive un preciso profilo del processo penale, di una chiarezza assoluta – spiega Larosa – Come può realizzarsi questa idea di processo penale senza consentire alla difesa di difendersi provando di essere innocente o che una serie di elementi raccolti dall’accusa siano falsi o imprecisi?». È evidente che nel processo c’è uno sbilanciamento a favore dell’accusa. «Nel nostro Paese – osserva Larosa – c’è una situazione paradossale: ogni riforma, anche quelle costituzionali, trova una forte resistenza negli apparati conservatori che sono gli stessi che sono deputati ad applicarla. Per restare al processo penale, anche in tempi recenti abbiamo assistito al fallimento di quella fondamentale del 1988; è successo perché chi la doveva rendere operativa sul piano pratico l’ha osteggiata fino a farla deragliare creando un mostro inutile e dannoso. È facile prevedere che anche l’attuale riforma Cartabia avrà medesima sorte». Una resistenza la si nota anche rispetto alle indagini difensive, fondamentali sia per l’indagato sia per la parte offesa, eppure ancora poco diffuso, colpa di fattori culturali ed economici. «Chi deve applicare le norme è culturalmente un conservatore anche rispetto all’attuazione concreta di questo istituto – sottolinea Larosa – Si tende a interpretare le norme in maniera restrittiva lasciando il sospetto che dietro le indagini difensive ci possa essere il condizionamento della persona informata da parte del difensore o da parte dello stesso cliente». La questione, quindi, è in larga parte culturale. «Il problema è che c’è ancora chi crede che il giudice debba essere la terza gamba dell’accusa, nel senso che deve sopperire alle carenze istruttorie del pm. In trentacinque anni di professione sarò stato sfortunato, ma non ho mai visto che il giudice sopperisse d’ufficio alle carenze e alle eventuali mancanze della difesa». «Quindi – osserva Larosa – non si tratta solo di garantire un’effettiva parità delle armi tra accusa e difesa, ma assicurarsi che il giudice sia terzo e imparziale. L’indipendenza e l’imparzialità sono il tema fondamentale che non riguarda solo il legislatore e l’esecutivo, ma il principio va assicurato all’interno dei rapporti della magistratura». La separazione delle carriere tra pm e giudici è alla base di un cambiamento che resta solo teorico e mai pratico, di una parità reale tra i poteri dell’accusa e i poteri della difesa. «Il problema è di chi è chiamato ad applicare le riforme», sottolinea Larosa. «Sono naufragate decine di riforme nel nostro Paese perché chi era chiamato ad applicarle veniva dal passato e si era formato su vecchi principi che naturalmente tendeva a conservare». Oltre a quello culturale c’è poi il fattore tempo, che si tramuta anche in un fattore costo. «Andiamo verso un processo molto costoso per il cittadino. Bisognerebbe evitare che almeno le spese per gli atti giudiziari siano a carico dell’imputato fino a quando non ci sia una sentenza di condanna». Il processo penale costa molto in termini di soldi – basti pensare al costo di consulenze, perizie, trascrizioni – e in termini di tempo. «E fa perdere all’indagato/imputato la gestione della propria dimensione temporale, lasciandolo in una situazione di attesa che non si sa quanto possa durare».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Modificato l’articolo 123 del codice di procedura penale. Cosa è il diritto di difesa, una ferita finalmente sanata. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Nell’ampio e acceso dibattito sulla riforma del processo penale licenziata dalla Camera e che arriverà nei primi giorni di settembre in Senato, non si è fatto alcun riferimento all’integrazione apportata all’art. 123 del codice di procedura penale. Le ragioni di questo silenzio sono probabilmente dovute alla mancanza di contrasto politico su una modifica che sana una palese violazione del diritto di difesa. Viene, dunque, spontanea una domanda. Perché ci è voluto tanto tempo affinché si provvedesse, nonostante vi fossero state reiterate richieste da parte dell’Unione camere penali italiane? Se vi era accordo tra le parti, perché tanto tempo per una piccola modifica, tra l’altro a costo zero? A queste domande vi è un’unica risposta: il tema dell’esecuzione penale e, in particolare, del carcere, non interessa affatto il mondo politico, alla ricerca costante di un consenso immediato e di facile approdo. Eppure il passaggio dalla libertà alla detenzione in carcere è uno degli avvenimenti più tragici che può travolgere la vita di una persona. Che si sia consapevoli di aver commesso un reato ovvero si abbia la certezza di essere estranei a quanto viene contestato, il momento è comunque drammatico e si vive in assoluta solitudine. A maggior ragione se si è del tutto impreparati e non si ha una struttura familiare solida e una cerchia di amici che possa supportare il terribile evento. Condotti nell’istituto penitenziario si pensa immediatamente alla nomina di un difensore e si riempie l’apposito modulo, nella certezza che di lì a poco l’Avvocato ne sarà informato. Ma il vigente art. 123 c.p.p., che disciplina le dichiarazioni e le richieste di persone detenute ed internate, non prevede alcuna comunicazione al difensore di fiducia nominato. Proprio nessuna! Né la nomina, né eventuali impugnazioni o altro. La norma, infatti, indica come necessarie la sola iscrizione nell’apposito registro e l’immediata comunicazione all’autorità competente. La violazione del diritto di difesa è evidente! Sia perché il detenuto ritiene che l’avvocato sia stato avvisato della nomina e quindi si sente tutelato, sia perché il legale, ignaro di quanto accaduto perché nominato a sua insaputa, da un lato non è messo nelle condizioni di rinunciare eventualmente all’incarico, dall’altro non potrà esercitare la sua attività professionale, né recarsi in carcere per il colloquio con l’assistito. L’avvocato avrà ufficialmente notizia della nomina da parte dell’autorità giudiziaria che procede, al momento della notifica del primo atto con obbligo di comunicazione al difensore. La riforma dell’articolo, pertanto, s’imponeva e l’Unione camere penali italiane, in questi anni ne ha più volte denunciato la necessità. Nel giugno del 2018, la Giunta e l’Osservatorio Carcere Ucpi scriveva al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al Presidente della Commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari e a quello della Camera Giulia Sarti, facendo notare le evidenti lacune della norma, indicando la necessità d’inserire un comma 2 bis, che potesse prevedere l’obbligo di comunicazione anche al difensore nominato. Veniva inoltre specificato il testo: «Le dichiarazioni, ivi comprese la nomina di difensore, le impugnazioni e le richieste di cui ai commi 1 e 2 sono contestualmente comunicate anche al difensore nominato» e le modalità dell’informazione a costo zero, perché possibile con gli indirizzi di posta elettronica degli avvocati, il cui elenco era già in possesso dell’Amministrazione Penitenziaria. Il successivo dicembre, chi scrive, nella sua qualità di Responsabile dell’Osservatorio Carcere, veniva ricevuto dal Presidente della Commissione Giustizia del Senato e, nel corso dell’incontro, si convenne che la richiesta dell’Unione camere penali era non solo legittima, ma certamente “trasversale”, in quanto non avrebbe visto l’opposizione di alcun partito. Nel febbraio del 2019, la giunta Ucpi scriveva al Senatore Ostellari per far inserire la richiesta nei lavori della Commissione Giustizia. Solo il 29 luglio 2019, il deputato Lello Vitiello, che aveva recepito l’importanza dell’iniziativa dell’Unione, depositava alla Camera la proposta di legge (N.2034) di modifica dell’art. 123, che veniva assegnata alla II Commissione Giustizia. L’onorevole, nella premessa all’articolato proposto, che riprendeva testualmente quello indicato dall’Ucpi, auspicava, vista la delicatezza e l’importanza della questione, una tempestiva approvazione. La” tempestiva approvazione” non vi è stata, ma l’on.le Vitiello, nel corso della discussione tenuta in Commissione Giustizia sulla riforma del processo penale, ha presentato un emendamento per la modifica dell’art. 123 c.p.p., in cui ha trasferito il contenuto della proposta di legge. L’emendamento ha avuto pareri positivi ed oggi, finalmente, la richiesta formalizzata dall’Unione camere penali nel lontano giugno 2018, si avvia ad essere legge e consentirà ai detenuti di beneficiare immediatamente della difesa tecnica. Il comma 14 dell’art. 2 della riforma inserisce, infatti, il comma 2 bis dell’art. 123 c.p.p., con la medesima formula indicata, all’epoca, dall’Unione camere penali italiane. Riccardo Polidoro

Se la giustizia diventa una roba per ricchi. Viviana Lanza su Il Riformista il 6 Agosto 2021. Il Ministero della Giustizia, con protocollo del 29 luglio, ha comunicato l’«adeguamento degli importi del diritto di copia e di certificato». L’aumento entrerà in vigore dal prossimo 18 agosto e comporterà un nuovo incremento dei costi della giustizia. In particolare, a schizzare sarà l’importo del diritto di copia su supporto cartaceo che aumenterà del 50%. Ora è vero che l’aumento è varato dal Ministero secondo quanto prevede il Testo unico in materia di giustizia, in base al quale la misura degli importi del diritto di copia e del diritto di certificato «viene adeguata ogni tre anni» tenendo conto della variazione degli indici dei prezzi al consumo accertata dall’Istat riferita al triennio precedente, ma è altrettanto vero che di questo passo la giustizia sembra diventare sempre di più un lusso per pochi, un diritto solo per i ricchi. Sulla scorta dei nuovi aumenti il diritto di certificato costerà 3,92 euro, mentre i diritti di copia su carta costeranno il 50% in più, fino a 88,44 euro per provvedimenti di 100 pagine, a cui andranno sommati 35,37 euro ogni ulteriori 100 pagine o frazioni di 100 nel caso di copie richieste con urgenza (il che comporta costi triplicati), e 29,48 euro più 11,79 euro per ogni ulteriori 100 pagine o frazioni di 100 nel caso di copie non urgenti. «Questo provvedimento brilla per intempestività», commenta l’avvocato Antonio Tafuri, presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli sottolineando come un simile incremento appaia poco parametrato ai servizi del settore giustizia e alla situazione economica attuale dovuta anche alla pandemia. «È un provvedimento intempestivo per il momento in cui è stato approvato e in cui entrerà in vigore – aggiunge Tafuri – e che manca di coerenza con i servizi che vengono resi dalle cancellerie laddove in tutta Italia, e non soltanto a Napoli, le cancellerie funzionano solo su appuntamento, quindi con tempi rallentati e con ulteriori oneri a carico degli avvocati, e funzionano a scartamento ridotto, anche su quantità diverse dal passato perché molte attività di cancelleria sono demandate agli avvocati». Una giustizia per ricchi, quindi? «Sembra un provvedimento quasi finalizzato a essere un ulteriore ostacolo al ricorso delle persone comuni alla giustizia – commenta il presidente degli avvocati napoletani – Ormai è difficile sia l’accesso alla giustizia, per via dei costi di introduzione alle cause che sono altissimi, sia il mantenimento delle cause per via dei costi per gli adempimenti necessari, copie degli atti e così via». Se poi c’è bisogno di atti con urgenza bisogna considerare spese triplicate, e il problema è che si tratta di spese che hanno sempre meno il carattere dell’eccezionalità e sempre più quello dell’ordinarietà. «Il costo dell’urgenza è diventato quasi un costo normale, perché siamo quasi sempre costretti a chiedere l’urgenza, altrimenti i tempi sono tempi lunghi e mai compatibili con le nostre necessità professionali», spiega l’avvocato Tafuri. Basti pensare che per avere la copia esecutiva di una sentenza ci vogliono dalle due settimane ai venti giorni, mentre chiederla con urgenza, a costi triplicati, riduce l’attesa a uno o due giorni. «Da qualche mese – aggiunge Tafuri – c’è la possibilità di chiedere le copie esecutive delle sentenze telematicamente e senza costi, ma l’effetto positivo di questa misura finisce per essere annullato dai tempi di attesa che sono comunque lunghi». La giustizia, quindi, sembra andare sempre più nella direzione di un servizio di élite. «E con la riforma del processo civile in cantiere forse la forbice aumenterà ancora di più – conclude Tafuri – perché imporre, come pare che si farà, che l’atto introduttivo contenga tutto, dalle deduzioni a tutti i documenti e le richieste istruttorie, è una misura che favorisce gli enti più organizzati, le imprese più grandi e chi ha a disposizione un’organizzazione che può facilmente impostare le cose in un certo modo, non sicuramente il singolo cittadino che va dall’avvocato, racconta un fatto e non ha tutti i documenti immediatamente a disposizione».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Sorpresa: il diritto di difesa ha un limite. Lo stabilisce il magistrato…Nelle motivazioni della sentenza sul caso del brigadiere Cerciello Rega i giudici esprimo giudizi morali ed etici sulla condotta della difesa stabilendo limiti e regole...di Valentina Stella su Il Dubbio il 19 luglio 2021. Finiscono sul tavolo della Ministra Cartabia le pesantissime parole usate dalla prima Corte di Assise di Roma nelle motivazioni della sentenza con cui il 5 maggio ha condannato all’ergastolo Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega: «Ma perché dileggiare la condotta delle vittime – si legge nel dispositivo  –  e metterle sul banco degli imputati come reiteratamente è stato fatto in questo processo, esercitando il diritto di difesa al limite del consentito e della decenza? Perché tutte quelle insinuazioni volte a screditare l’operato dei carabinieri ipotizzando finanche dei reati? Si tratta di una ricostruzione insostenibile, fuori da ogni logica, smentita dalla descrizione che plurime fonti dichiarative hanno fornito della vittima e del suo operato». Ma a cosa si riferiscono di preciso i giudici nella sentenza (Presidente estensore: Marina Finiti, giudice a latere: Elvira Tamburelli)? Alla condotta assunta dai legali Fabio Alonzi, Renato Borzone, Roberto Capra e Francesco Petrelli durante il processo basato sostanzialmente sulle testimonianze dei due imputati e sulle dichiarazioni dell’unico testimone oculare dell’omicidio, il carabiniere Andrea Varriale, anch’egli aggredito. I legali hanno contestato più volte le sue dichiarazioni e lo hanno accusato di aver inquinato le indagini con le sue bugie, prima fra tutte quella accertata relativa al possesso dell’arma di ordinanza la notte dei tragici eventi. Questo suo comportamento, insieme a quello di altri suoi colleghi dell’Arma, ha portato ad ipotizzare omissioni e depistaggi per coprire condotte non professionali di singoli appartenenti all’Arma. Alle giudici però questo atteggiamento dei difensori non è piaciuto e nelle 346 pagine delle motivazioni hanno trovato lo spazio per esprimere un giudizio soggettivo sull’operato della difesa. Gli avvocati però non sono rimasti inermi e ieri hanno inviato un esposto alla Guardasigilli per l’adozione di eventuali iniziative nei confronti della Finiti e della Tamburelli e ai Consigli dell’Ordine forensi di appartenenza per rimettere ai propri organi di disciplina ogni valutazione circa il loro comportamento processuale. La vicenda ha suscitato anche la ferma reazione delle Camere Penali, a partire dalla Giunta di quella nazionale: « È un fatto certamente estraneo ai più elementari canoni di legalità processuale e di correttezza professionale del magistrato quello di formulare, addirittura all’interno delle motivazioni di una sentenza, apprezzamenti personali e professionali nei confronti dell’intero collegio difensivo. È sorprendente come non si comprenda che simili arbitrarie intemperanze lessicali ed argomentative siano inesorabilmente destinate ad alimentare il dubbio di un indebito coinvolgimento emotivo e di un condizionante pregiudizio del Giudice.[…] Se un’accusa di tale eclatante gravità avesse mai avuto un qualche reale e concreto fondamento in specifici episodi, essi non solo sarebbero di già noti, ma – ed è quel che più conta- avrebbero dovuto imporre a quei giudici immediati interventi di censura e di denuncia propri del potere-dovere di governo della udienza che compete a quella altissima funzione». Hanno aggiunto le Camere penali di Roma e del Piemonte Occidentale e della Val D’Aosta: «La sentenza afferma un nuovo ed inaudito principio di diritto: la difesa ha un doppio limite, etico e giuridico. Quando un giudice richiama l’Etica come principio informatore ed ispiratore della sua decisione non possiamo non percepire il rischio di una inquietante deriva moralista che si affianca e rafforza quella giustizialista. La Difesa non è più soltanto inutile, ma è anche indecente, scabrosa, provocatoria. Quello che forse la Corte di Assise di Roma non coglie è che questa deriva “moralista” potrebbe investire anche la Magistratura e la legittimazione delle sue decisioni». Si spinge oltre la Camera Penale di Napoli che critica anche l’ergastolo ai due imputati: «Feroce. È l’unico aggettivo che ci viene in mente leggendo la sentenza. È feroce nel dispositivo poiché – fermo restando l’oggettiva ed indiscutibile gravità della vicenda – condannare a pena perpetua due ragazzi poco più che adolescenti ed incensurati per il raptus di un momento significa non credere minimamente alla finalità rieducativa della pena e, di fatto, aderire ad una logica meramente vendicativa della sanzione penale. Ma questo ai giudici non deve essere sembrato sufficiente. Nella motivazione hanno deciso di infierire anche sugli avvocati. Senza infingimenti è ben chiaro cosa la Corte imputa ai difensori: di aver – udite, udite! -messo in dubbio la parola dell’accusa e della polizia giudiziaria (alcuni dei quali, peraltro, escussi quali testimoni, sono tuttora sottoposti ad indagini). Cioè, di aver assolto al proprio compito». E concludono che i giudici «non hanno, invero, alcuna legittimazione né tantomeno alcuna superiorità morale che gli consenta di ergersi a censori delle scelte difensive degli imputati e dei loro avvocati». Per la Camera Penale di Milano « quelle opinioni, di cui ora si ha conoscenza autentica, paiono viziare l’obiettività del giudizio di colpevolezza espresso e quindi, oltre a eventuali conseguenze processuali, si pone il significativo e inquietante problema di come mettere gli individui al riparo dalla mancanza di obiettività dei giudici; l’intemerata determinazione dei giudici di esternare le proprie opinioni personali sullo svolgersi del processo appare come l’evidente dimostrazione di un sentimento diffuso di pretesa impunità rispetto all’autorità disciplinare».  Non entrano nel merito della discussione invece gli avvocati di parte civile, Franco Coppi, Roberto Borgogno, Ester Molinaro, Massimo Ferrandino:  «Quali difensori di parte civile della famiglia Cerciello Rega e del Carabiniere Varriale riteniamo che sia stata assicurata alla difesa degli imputati ogni possibilità di difesa, come testimonia la durata stessa del dibattimento e non intendiamo interferire nelle polemiche che si sono sviluppate circa alcune valutazioni espresse dalla sentenza sulla condotta degli avvocati difensori. Nel processo di appello ci sarà sicuramente spazio per discutere dei temi che si sono oggi sollevati».

«Nella sentenza Cerciello Rega c’è un attacco al diritto di difesa». Intervista all’avvocato Renato Borzone, difensore di Finnegan Elder, dopo la bufera esplosa sul caso per le parole della prima Corte di Assise di Roma contenute nelle motivazioni. Valentina Stella su Il Dubbio il 20 luglio 2021. «Dileggiare la condotta delle vittime e metterle sul banco degli imputati», esercitare «il diritto di difesa al limite del consentito e della decenza»: sono parole gravissime quelle rivolte dalla prima Corte di Assise di Roma alla difesa di Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth nelle 346 pagine con cui i giudici hanno motivato la sentenza dello scorso 5 maggio che ha condannato all’ergastolo con due mesi di isolamento diurno i due giovani americani, accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Ne parliamo proprio con l’avvocato Renato Borzone, che difende Finnegan Elder insieme al collega Roberto Capra.

Avvocato come giudica questo passaggio della sentenza?

Sono tanti anni che faccio l’avvocato e non ho mai letto niente del genere. Quelle parole sono molto gravi. La gravità ovviamente prescinde dal merito delle conclusioni legittime assunte dal giudice e prescinde anche dallo specifico processo. Quello che invece non è consentito è aggredire la funzione della difesa. Quel che è peggio è che si afferma che non sarebbe doveroso per la difesa cercare di “screditare” testimoni dell’accusa: questo è esattamente il compito che ha la difesa laddove la credibilità dei testimoni sia dubbia. Se non lo avessimo fatto avremmo commesso il reato di infedele patrocinio. Di gravità inaudita è anche l’affermazione per cui le difese avrebbero “dileggiato” le persone offese. Al contrario: noi abbiamo anche prestato il consenso alla presenza in aula dei familiari prima che fossero sentiti come testimoni, consci del dolore che hanno sofferto. Il codice ci avrebbe permesso di opporci. Abbiamo anche specificato nelle dichiarazioni di apertura che nessuna delle nostre argomentazioni critiche avrebbe voluto colpire la personalità del carabiniere. Inoltre la madre di Finnegan Elder, anche per conto del figlio, ha espresso con una lettera vicinanza e dolore ai familiari. Quindi affermare che ci sia stato “dileggio” per la vittima è una affermazione gratuita. Quello che mi colpisce è che si tratta di affermazioni completamente avulse dal testo della motivazione, nel quale da questo punto di vista non c’è alcun riferimento fattuale o un qualche preciso addebito, se non l’accusa generica di voler screditare i carabinieri.

A tal proposito, se non erro, lei, replicando alle parti civili, in aula aveva detto “qui però noi non vogliamo attaccare l’Arma, noi parliamo di singole persone non delle istituzioni, pensiamo ad esempio che vi sia stato un ausilio al carabiniere Varriale”.

Non è in discussione il rispetto per l’Arma dei carabinieri, ma il fatto che il processo sia stato costellato da anomalie. Ricordo che il principale testimone del processo, Andrea Varriale, è stato indagato dalla procura militare per il reato di “violata consegna” in quanto si era presentato disarmato all’appuntamento, mentre i militari sono obbligati a portare al seguito l’arma d’ordinanza ogni qualvolta sono in servizio, anche se in borghese, come erano loro quella maledetta notte. Era dunque chiara la necessità di sondare la attendibilità della prova a tutti i livelli. È particolarmente preoccupante che vi siano ancora magistrati per i quali le parole degli appartenenti alle forze dell’ordine costituiscono una sorta di prova legale.

I giudici hanno rilevato “assenza di resipiscenza, l’incredibile mancanza di consapevolezza della gravità di quanto accaduto e di pentimento”. Inoltre “Elder si è limitato a dare lettura di una memoria scritta, compilata in precedenza, certamente con l’ausilio delle difese”.

Resto sempre turbato quando leggo frasi sul pentimento, che mi ricordano approcci a una giustizia propria di uno Stato etico e non di uno Stato di diritto. La lettera è stata scritta a mano dalla mamma e dal figlio mesi e mesi prima del processo, ed è stata tenuta per discrezione riservata, e continueremo a non divulgarne il contenuto perché non è stata scritta per essere utilizzata strumentalmente. È uscita fuori nel processo solo perché le parti civili continuavano a sostenere che da parte degli imputati non era stato fatto neanche un passo nei confronti della famiglia della vittima. Affermare, senza alcun elemento di fatto, che queste affermazioni di Elder – peraltro scritte in inglese e rese in lacrime (“non so se in questo momento mi potranno perdonare ma spero che un giorno possano farlo”), sono una sorta di "trucco" della difesa, è un ulteriore segnale di ingiustificabile biasimo verso la funzione della difesa.

È ragionevole pensare che di tutte le intercettazioni svolte, nelle motivazioni siano riportate solo quelle a favore dell’impianto accusatorio?

Direi che non ci sono intercettazioni a favore dell’impianto accusatorio. Ci sono alcune frasi estrapolate che sono state decontestualizzate e il contenuto di alcune parole stravolto. Inoltre erano numerose le intercettazioni in cui l’imputato aveva detto di essere stato gettato a terra e di non aver compreso di avere di fronte dei poliziotti, ma su questi passaggi è calato il silenzio. E poi è inspiegabile a mio modo di vedere che sia stata trascurata in sentenza anche la testimonianza della fidanzata di Finnegan Elder, Cristina: a pochi minuti dai terribili fatti il ragazzo, tramite Facetime, le aveva detto che erano stati aggrediti da due malviventi. Ci terrei a sottolineare che quanto detto da Finnegan Elder nelle intercettazioni in carcere e alla fidanzata era stato immediatamente riferito dall’imputato anche appena arrestato. Eppure nessuno degli inquirenti ha sentito il dovere di andare a verificare la prova direttamente dalla ragazza.

Si ha l’impressione che in alcuni passaggi della motivazione i giudici, più che spiegare i fatti, abbiano voluto criticare l’atteggiamento dei difensori degli imputati.

La sua impressione è corretta. La sentenza non risponde a nessuna obiezione difensiva e si consegna anima e corpo alla versione del teste Varriale, il quale peraltro dice di non aver visto nulla della colluttazione tra Elder e Cerciello. Ci sono passaggi della motivazione che sono emblematici di come è stato affrontato il processo: le forze dell’ordine sono ‘ buone’ e quindi dicono la verità. Personalmente non credo che sondare la credibilità di singoli testimoni, che peraltro non rappresentano nemmeno tutta l’Arma, significhi mancare di rispetto alle forze dell’ordine. Hanno detto bene i colleghi Petrelli e Alonzi in merito all’operato dei carabinieri: “i comportamenti censurati emergono con evidenza nella loro anomalia dagli atti del processo ed è stata la Procura della Repubblica, e non certo la difesa, a “mettere sul banco degli imputati” i testimoni dei fatti, rilevando la illiceità delle relative condotte”.

Io, avvocato a giudizio per aver contraddetto il pubblico ministero.  Nel mese di maggio 2018 sono stato dapprima aggredito verbalmente in udienza dal pm (più volte richiamato dal Presidente del Collegio) e poi denunciato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria per avere “osato” confutare, nel corso della discussione conclusiva davanti al Collegio del Tribunale di Palmi, la tesi accusatoria nell’ambito delle mie prerogative di difensore di un imputato. Il Dubbio il 29 giugno 2021. Sono un avvocato penalista del foro di Reggio Calabria, nonché Vs. abbonato e affezionato lettore. Desidero sottoporre alla vostra attenzione due vicende per le quali sono stato denunciato e sottoposto a processo nonché a procedimento disciplinare. Nel mese di maggio 2018 sono stato dapprima aggredito verbalmente in udienza dal pm (più volte richiamato dal Presidente del Collegio) e poi denunciato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria per avere “osato” confutare, nel corso della discussione conclusiva davanti al Collegio del Tribunale di Palmi, la tesi accusatoria nell’ambito delle mie prerogative di difensore di un imputato. Avrei gradito una maggiore attenzione e sostegno da parte degli Organi dell’Avvocatura locale così come avvenuto da parte di quella di Colleghi ed Ordini di altri fori, ma a distanza di oltre 3 anni, nonostante la richiesta di archiviazione formulata dal pm della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, competente per i procedimenti che riguardano i magistrati del distretto di Reggio Calabria, non è ancora stato emesso il decreto di archiviazione da parte del gip e sono ancora sottoposto a procedimento disciplinare che è stato sospeso in attesa dell’esito della richiesta di archiviazione. In assenza di una tutela, che si ritiene doverosa nei confronti di tutti gli avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei propri assistiti, quanto mi è accaduto si potrà verificare ogni qualvolta un pm decida di intraprendere un’iniziativa del genere per ragioni completamente estranee a quelle delle ordinarie logiche del processo penale che non hanno, peraltro, incontrato, almeno nel mio caso, la benché minima adesione del Collegio giudicante che ben sarebbe potuto e dovuto intervenire laddove avesse riscontrato la presunta lesione all’onore del magistrato che ha sollecitato la denuncia dandone ampio risalto sui quotidiani locali, attraverso la presenza “anomala” di un giornalista della Gazzetta del Sud all’udienza in cui si sono verificati i fatti. Sempre nell’esercizio della mia funzione di avvocato sono stato indagato dapprima per violazione dell’art. 392 C. p. poi addirittura riqualificato nell’art. 610 C. p. da un altro pm della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria poiché “nella qualità di difensore” ho incaricato un fabbro per cambiare una serratura danneggiata di una cabina elettrica nella completa disponibilità della società mia mandante. In questo secondo caso, nonostante l’assurda richiesta di condanna ad anni 3 di reclusione avanzata dal vpo d’udienza, senza nemmeno avermi fatto una domanda, sono stato assolto con formula piena dal Giudice del Tribunale di Reggio Calabria all’udienza dello scorso 19 maggio. Lascio a Voi ogni valutazione sulle vicende ritenendo che, almeno in Italia ed in ogni altra nazione a democrazia avanzata, ogni difensore debba essere libero di svolgere il proprio mandato, seppur nei limiti delle prerogative stabilite dalle legge e dalle norme che regolano il processo penale, senza il timore di essere in continuazione denunciato dal pm di turno e su questo aspetto si auspica un intervento legislativo che sottragga l’esercizio dell’azione penale alle Procure dei distretti in cui gli avvocati svolgono le attività demandando tali compiti ad altro distretto così come del resto avviene per i procedimenti che riguardano i magistrati.

Vogliate gradire i migliori saluti e le mie più sincere congratulazioni per l’eccellente attività giornalistica svolta in difesa dei diritti di tutti i cittadini.

Il pasticcio del gratuito patrocinio. Sos degli avvocati all’Ue: “Troppi tre anni per essere pagati dallo Stato”. Armando Rossi su Il Riformista il 2 Luglio 2021. «Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione», articolo 24 della nostra Costituzione. Il patrocinio a spese dello Stato, che dovrebbe costituire una garanzia per i cittadini meno abbienti, è invece diventato una croce per gli avvocati, in quanto il tempo di attesa medio per vedersi corrisposto il pagamento per l’attività professionale prestata per conto del Ministero della Giustizia è pari a circa tre anni. Emblematiche sono le casistiche segnalate dai colleghi del distretto partenopeo che hanno prestato gratuito patrocinio per cause incardinate innanzi al Tribunale di Napoli Nord, in ritardo con i pagamenti da diversi anni, dove il temporaneo, frequente, smarrimento dei fascicoli di certo non giova alla liquidazione dei compensi. E il Tribunale di Napoli non è da meno, con ritardi di oltre tre anni nei pagamenti. Discorso affine per il Tribunale di Torre Annunziata, dove un avvocato ha segnalato di attendere da oltre due anni il provvedimento di liquidazione da parte di un gip. L’ormai cronica mancanza di investimenti nella giustizia da parte del Ministero, la decimazione del personale giudiziario e la pandemia hanno poi contribuito ad acuire questa inefficienza. Ma la mortificazione della dignità professionale dell’avvocato passa anche per un (mal)trattamento economico dello stesso, che si vedrà corrispondere, quale frutto della sua opera, una somma parametrata ai valori tariffari ridotti della metà. Senza dimenticare la disparità di trattamento tra i cittadini abbienti e quelli che invece necessitano della difesa in giudizio e che si vedranno costretti a scegliere tra un novero di avvocati sempre più ristretto, composto soprattutto da giovani colleghi. Inoltre, le disparità di trattamento si vengono a creare anche tra gli stessi avvocati, dato che i patrocinanti a spese dello Stato verranno pagati all’esito di attività burocratiche farraginose per espletare le quali serviranno diversi anni. Perciò, in collaborazione con il collega Elio Errichiello, ho depositato un ricorso alla Commissione europea che è stato poi riunito ad altro avanzato da alcuni imprenditori italiani che non avevano ricevuto dalla Pubblica Amministrazione i pagamenti per alcune forniture ricevute. Il leitmotiv dei due ricorsi è lo stesso: il ritardo nei pagamenti da parte della Pa e il nostro ricorso riguardavano la mancata liquidazione di fatture emesse a seguito di prestazioni di patrocinio a spese dello Stato. Ciò ha portato all’apertura di una procedura di infrazione contro lo Stato italiano, il quale altro non poteva fare altro che impegnarsi a rispettare la direttiva comunitaria che impone alla Pa di pagare le fatture entro 30-60 giorni dalla loro emissione. La fase di monitoraggio della Commissione europea, partita a novembre 2020, dovrebbe vedere un più proficuo impegno statale che al momento non si è notato. La Commissione, infatti, ci ha chiesto di raccogliere segnalazioni in merito ai ritardi nel pagamento delle fatture dei colleghi soprattutto del distretto napoletano patrocinanti a spese dello Stato che, purtroppo, non hanno tardato a giungere copiosamente. L’auspicio è che lo Stato possa investire maggiori risorse nel sistema giustizia, soprattutto così da tutelare la dignità professionale degli avvocati e garantire ai meno abbienti una difesa degna e adeguata, al pari di ogni altro cittadino, nel rispetto della Costituzione. Armando Rossi

Molti penalisti esclusi dal bonus previsto dal governo. Difesa d’ufficio e gratuito patrocinio, la protesta dell’avvocato: “Pagati dopo anni ma garantiamo un diritto subito”. Rossella Grasso su Il Riformista il 29 Giugno 2021. “La difesa d’ufficio e gratuito patrocinio sono garantite dalla legge e quindi la funzione sociale di noi avvocati penalisti è un diritto e anche un dovere. Ma quando si viene liquidati?”. E questa la domanda che si fa e che pone soprattutto alle Istituzioni l’avvocato Nicola Fierro. Il penalista ha 38 anni, è del foro di S. Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, come tanti altri suoi colleghi in tutta Italia offre il suo servizio in tribunale per le difese dei meno abbienti e le difese d’ufficio. Ma denuncia che la liquidazione di questi servizi offerti per la comunità avviene dopo anni e dopo una complicata trafila burocratica. Eppure è un diritto garantito a tutti e comporta anche anni di lavoro. “Non è possibile che un avvocato termina il proprio lavoro per il proprio assistito che magari percepisce anche il reddito di cittadinanza nel 2019 e i soldi li vede nel 2021 o 2022 – continua l’avvocato – Noi veniamo liquidati a seconda delle fasi dai giudici. Dal decreto di liquidazione ai soldi sul conto passano almeno 2 anni a seconda anche del grado del processo. E questo è un problema che non riguarda solo le nuove generazioni di avvocati ma tutti”. L’avvocato spiega come nel capitolo di bilancio dei Tribunali ci siano milioni di euro per le spese di giustizia che riguardano avvocati e consulenti tecnici ma che giacciono per molti anni. E questo è un problema che si è fatto sentire anche durante la pandemia. “Ad esempio non abbiamo potuto accedere nemmeno al bonus a pioggia del Governo Conte – continua l’avvocato – proprio perché le fatture vengono emesse a distanza di anni dal “lavoro finito”. Così tanti avvocati, giovani e meno giovani, non possono giustificare il calo del fatturato, così come richiesto anche se poi c’era stato di fatto”. “Siamo arrivati al punto che, mentre il reddito di cittadinanza viene erogato mensilmente, l’avvocato che difende, in un processo, un percettore di tale reddito attende, invece, diversi anni per avere sul proprio conto il compenso per l’attività professionale svolta – spiega Fierro – Mi chiedo dove sia lo Stato di diritto: non c’è stata alcuna svolta, anche in questo periodo di pandemia, a differenza di altri Stati. Ad esempio, con i nuovi fondi, potrebbero essere pagati tutti i liberi professionisti creditori nel giro di qualche mese”. A questo si aggiunge un altro problema: “Gli importi delle liquidazioni rispecchiano, quasi sempre, i parametri minimi, decurtati al 30% (D.P.R. n. 115/02) e non esiste un protocollo standard nazionale; per la stessa fase processuale. Ad esempio, a Borgo X un magistrato potrebbe liquidare 100 euro e a Cala Y 300 euro”. Fierro spiega che un avvocato si può iscrivere alle liste dei difensori d’ufficio del foro di appartenenza e poi essere chiamato secondo dei turni. Oppure si può essere chiamati come avvocati immediatamente reperibili se non c’è il difensore di fiducia. “Questi avvocati devono esperire tutta l’attività lunga e farraginosa, attendere anche un anno solo per concludere la pratica – dice – Poi parte l’attesa di almeno due anni per avere la liquidazione del compenso”. “E se intanto dovessi morire? I miei eredi riceverebbero il mio compenso dovuto?”, dice provocatoriamente. “Siamo avvocati e lavoratori come altri e meritiamo maggior rispetto e considerazione dalle istituzioni, anche perché con il nostro lavoro vengono garantiti i diritti dei cittadini e il regolare svolgimento dell’attività giudiziaria”, conclude Fierro.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

L’attività di indagine del Pubblico Ministero a favore dell’indagato: analisi dei pro et contra per una modifica. Di Alessandro Continiello e Ludovica D’Alberti l'8 maggio 2018 su diritto.it. Risulta ancora attuale la formula scolpita nell’articolo 358 del nostro codice di procedura penale, laddove venga omessa la previsione di sanzioni processuali nel caso di inottemperanza, da parte del Pubblico Ministero, di svolgere “altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta ad indagini”? Questa è la vexata quaestio che ruoterà attorno alla presente analisi.

Art. 358 c.p.p., orientamenti giurisprudenziali e proposte di modifica. Per sgombrare il campo da prodromici equivoci si anticipa che, la Corte Costituzionale, si era già pronunciata nel 1997, dichiarando la questione manifestamente infondata. Nel 1996, nelle more del procedimento penale dinanzi ad un Pretore, la difesa sollevò un’eccezione di incostituzionalità, con essa deducendo il contrasto dell’art. 358 c.p.p. con norme costituzionali, in quanto “non si prevedevano sanzioni processuali per l’inosservanza, da parte del pubblico ministero, dell’obbligo di acquisire elementi anche a favore dell’indagato”. Il primo Giudice ritenne, però, non infondata l’eccezione sollevata dalla difesa, “rilevato che la stessa è pregiudiziale al fine di decidere il presente processo, perché dall’eventuale dichiarazione di incostituzionalità potrebbe discendere l’inutilizzabilità di atti di risolutiva rilevanza probatoria”, trasmettendo così gli atti alla Consulta. Nel 1997, però, con ordinanza numero 96 dell’undici aprile, la Corte si pronunciò negativamente affermando che “in realtà, nella logica dell’attuale processo penale, l’obbligo del pubblico ministero di svolgere indagini anche a favore della persona sottoposta ad indagini non mira né a realizzare il principio di eguaglianza tra accusa e difesa, né a dare attuazione al diritto di difesa, ma si innesta sulla natura di parte pubblica dell’organo dell’accusa e sui compiti che il pubblico ministero è chiamato ad assolvere nell’ambito delle determinazioni che, a norma del combinato disposto degli artt. 358 e 326 cod. proc. pen., deve assumere in ordine all’esercizio dell’azione penale”. Sostanzialmente i Giudici costituzionali hanno precisato che, il compimento di indagini anche a favore della persona indagata, servirebbe unicamente ad “evitare l’instaurazione di un processo superfluo”, stante il fatto che “il principio di obbligatorietà dell’azione penale non comporta l’obbligo di esercitare l’azione ogni qualvolta il pubblico ministero sia stato raggiunto da una notizia di reato, ma va razionalmente contemperato con il fine –appunto- di evitare l’instaurazione di un processo superfluo” (vedasi, anche, sent. nr. 88 del 1991). Non vi è dubbio alcuno che l’estensione del raggio investigativo ad elementi anche pro inquisito risponda, almeno sotto un primo profilo, all’esigenza di garantire il corretto esercizio dell’impulso/azione penale. Alla luce di queste prime valutazioni, la congiunzione “anche” (rectius: altresì), contenuta nella norma citata, risulterebbe quasi pleonastica. Ma è necessario procedere per ulteriori gradi, compiendo un passo indietro. L’articolo 358 del codice di procedura penale prevede che il titolare dell’azione penale svolga – e diriga – ogni attività d’indagine necessaria per le “determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale” (a. 405 c.p.p.), disponendo direttamente della Polizia Giudiziaria (a. 55 c.p.p.), nell’ambito delle rispettive funzioni (a. 326/327 c.p.p.) e “svolgendo altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Per la dottrina e (la poca) giurisprudenza sul punto risulta pacifico il fatto che tali accertamenti siano un “dovere/obbligo” da espletare, seppur la norma non lo espliciti con la dovuta chiarezza. Con due sentenze la Corte di Cassazione ha (nuovamente) confermato che quest’obbligo non risulta, in caso di non ottemperanza, “presidiato da alcuna sanzione processuale” (cfr. Cass. pen., nr. 10061/2013) ed “il mancato svolgimento non determina nullità” (cfr. Cass. pen., nr. 34615/2010). Nel settembre del 2008 venne presentata, su impulso di alcuni parlamentari, una proposta di legge (non approvata) con delle modifiche che si volevano apportare all’articolo 358 c.p.p.  finalizzate, in via preliminare, a “confermare, rafforzare e rendere concreti i diritti della difesa già contenuti nella normativa vigente”. Veniva richiesto, dunque, un “obbligo in capo al pubblico ministero di svolgere accertamenti anche a favore della persona indagata, a pena di inutilizzabilità di tutta l’attività svolta nel corso delle indagini preliminari e di darne successiva notizia alla persona sottoposta alle indagini e al suo difensore, tramite inserimento nel fascicolo, anteriormente alla presentazione della richiesta di archiviazione, ex art. 408 c.p.p. o della richiesta di notificazione della conclusione delle indagini”, ai sensi dell’art. 415 bis c.p.p. Si proponeva, in tal guisa, l’introduzione di un comma secondo all’articolo 358, con la seguente dicitura: “A pena di inutilizzabilità di tutti gli atti già compiuti a seguito dell’attività di cui al comma 1, nonché di quelli risultanti da ogni altra attività anche successiva, il pubblico ministero svolge idonei accertamenti sui fatti e sulle circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Questo comma avrebbe palesemente e processualmente  sancito, a detta dei proponenti, un obbligo/dovere vincolante per la pubblica accusa, con la conseguenza giuridica, in caso di omissione, della inutilizzabilità di tutti gli atti d’indagine svolti. Ma quali sarebbero gli ulteriori motivi ostativi all’introduzione di una “sanzione processuale”? In primis il fatto che, come sancito da una successiva sentenza della Suprema Corte, “l’inattività della pubblica accusa può esser sopperita dallo svolgimento delle attività di investigazione difensive previste dagli articoli 391 bis e segg. del codice di procedura penale” (vedasi sent. del 2010 cit.). È necessario un ulteriore passo indietro nell’analisi affrontata.

Com’è noto la legge nr. 397 del 2000 (a. 11) ha inserito nel nostro codice di procedura il titolo VI bis (“investigazioni difensive”), ovvero la cosiddetta “attività investigativa del difensore” (vedasi l’art. 327 bis intr. dall’art. 7 della L. n. 397/2000). Con la summenzionata pronuncia della Cassazione si sarebbe, quindi, sostenuto che, se è vero che da un lato il Pubblico Ministero deve svolgere accertamenti (anche) a favore della persona indagata, la mancanza di tali accertamenti deve (non può) sempre esser colmata dalla difesa con proprie indagini. Ma questa, ad avviso di chi scrive, non era la ratio sottesa alla norma introdotta, peraltro prevista dall’articolo 111 della Costituzione. Il principio cardine secondo cui “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità..” è chiaramente giusto e corretto, ma stride nella pratica se si va a ricordare che il Pubblico Ministero, per svolgere le indagini, ha come longa manus la Polizia Giudiziaria; mentre il difensore non gode di garanzie e poteri paritetici nello svolgimento delle sue indagini difensive. Ma vi è di più. Volendo sorvolare su argomentazioni di carattere meramente economico, non di poca importanza, deve anche considerarsi che le indagini difensive non solo hanno in re ipsa una portata limitata ma, in alcune occasioni, richiedono necessariamente l’intervento dello stesso Pubblico Ministero. Basti richiamare, ad esempio, la differente disciplina in tema di “assunzione di informazioni” da parte del difensore e dell’organo inquirente, rispettivamente previste dagli artt. 391 bis e 362 del cod. proc. pen. In tale contesto solo al difensore spetta l’onere di avvertire le persone, in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa, della facoltà di non rispondere o di non rendere dichiarazioni: disposizione questa, non solo non prevista dall’art. 362 c.p.p., ma che parrebbe ricalcare il differente diritto affidato unicamente all’imputato. A suffragio della diversità dei poteri investigativi affidati al difensore fa eco ulteriormente l’art. 391 bis co. 10 c.p.p.: infatti, nell’ipotesi in cui la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa abbia esercitato la facoltà di non rispondere o di non rendere dichiarazioni, l’unico strumento affidato al difensore è quello di richiedere al Pubblico Ministero di disporne l’audizione. Risulta di interesse quanto rilevato dal professor Spangher, in una sua recente intervista, su un caso giudiziario di grande eco pubblica: “..Secondo l’articolo 358 del codice di procedura penale, il pubblico ministero svolge l’attività d’indagine anche a favore dell’imputato. Insomma, il suo ruolo istituzionale è quello di vigilare sulla corretta osservanza della legge, a prescindere dal fatto che poi, nella pratica, ogni singolo PM raccolga prove in favore dell’imputato o meno. L’articolo 63 della legge sull’ordinamento giudiziario stabilisce che il PM veglia sulla regolare amministrazione della giustizia e la corretta applicazione della legge, per questo raccoglie tutte le prove, anche quelle favorevoli all’imputato, e le valuta per ciò che esse rappresentano nell’indagine…E’ indubitabile che, istituzionalmente, il PM non abbia il ruolo di accusatore, tanto è vero che il Procuratore Generale ha la facoltà di chiedere la revisione del processo nei confronti del condannato” (tratto da un articolo su “Il Dubbio” del 19/01/18 “Spangher: la PM del caso Cappato cercava la verità e non un colpevole”). Seguendo sempre la tesi contraria ad una riforma dell’articolo 358 c.p.p., si potrebbe altresì aggiungere che, in fondo, l’eventuale mancata ottemperanza all’obbligo previsto dalla norma in esame, sarebbe ulteriormente superata e colmata, non solo dalla possibilità di esperire indagini difensive, ma dalla stessa struttura del processo penale, secondo l’attuale sistema accusatorio (o, meglio, secondo un modello c.d. misto o sistema accusatorio all’europea). Infatti vi sarebbe sempre la possibilità per il Giudice, in alcuni casi residuali e stabiliti dalla legge, della cosiddetta “iniziativa probatoria”. A rendere quest’ultima effettiva vi è un controllo dell’organo giudicante sui presupposti di una eventuale c.d. inazione, ex art. 409 c.p.p. (cosi come, nelle singole fasi processuali, l’ulteriore possibilità del Giudice di introdurre prove ex officio nella udienza preliminare, ai sensi dell’art. 421 bis e 422 c.p.p.; nel dibattimento, ex art. 506 e 507 c.p.p. o in sede di appello, ai sensi dell’art. 603 c.p.p). Ma, ad avviso di chi scrive, anche questa ulteriore “garanzia” non risolverebbe la questione poiché, oltre a trattarsi di poteri probatori “residuali”, sarebbero applicabili in fasi successive alle indagini preliminari, cioè in sede “processuale”. Un ultimo argomento a favore della impossibilità di “sanzionare processualmente” il Pubblico Ministero, riguarderebbe la differenza tra l’ipotesi di “inerzia” o “ritardo” nello svolgimento tout court delle indagini – il cui parametro normativo si concentrerebbe sui termini di durata massima delle indagini – e le modalità “concrete” (rectius: finalità) di svolgimento delle indagini preliminari stesse, cosi come previsto dal combinato disposto degli articoli 326 e 358 cod. proc. pen. Nel primo caso, infatti, il fascicolo (rectius: le indagini preliminari) potrebbe esser avocato dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello; nel secondo caso, invece, le norme richiamate si riconducono ad un ambito del tutto discrezionale nello svolgimento delle attività investigative da parte del Pubblico Ministero, e non suscettibili – allo stato – di un apprezzamento e valutazione di altri giudici. Sul punto è opportuno ricordare come la legge 23 giugno 2017, n. 103 sia intervenuta sugli articoli 407 e 412 c.p.p. in tema di durata massima delle indagini preliminari e di avocazione da parte della Procura Generale presso la Corte d’Appello. L’esigenza “acceleratoria” sentita dal nostro Legislatore ha introdotto l’obbligo, in capo al Pubblico Ministero, di decidere in via generale entro tre mesi dalla scadenza del termine massimo di durata delle indagini, se esercitare l’azione penale o richiedere l’archiviazione: ed il mancato rispetto di tali termini non risulta più privo di “sanzioni processuali”, ma viene, invece, sanzionato dall’art. 412 co. 1 c.p.p., proprio con l’istituto della avocazione. E se si decidesse, ad esempio, di paragonare in un certo senso la “inerzia” con la “omissione” di investigazioni espletate a favore della persona sottoposta alle indagini?

Ruolo del Pubblico Ministero nel nostro sistema processuale. Ci si domanda, dunque, qual è il reale ruolo del Pubblico Ministero nel nostro attuale sistema processuale: mera accusa o con una posizione “super partes” (nello stadio delle indagini preliminari)? Una sentenza della Suprema Corte chiarisce che: “Nel vigente sistema processuale il pubblico ministero ha qualità di parte, sia pure pubblica, in quanto ha il compito di sostenere l’accusa e di adottare le scelte strategiche processuali che questo ruolo comporta. Ne deriva che la parzialità del P.M., anche quando si manifesta in comportamenti ispirati a conflittualità eccessiva, è destinata a rimanere estranea alle possibili turbative al corretto esercizio della giurisdizione. Ed invero, se durante le indagini preliminari, nel corso delle quali il P.M. è tenuto a ricercare tutti gli elementi di prova rilevanti per una giusta decisione, ivi compresi gli elementi favorevoli all’imputato, riemerge a tratti l’impostazione tendente ad attribuirgli veste di parte c.d. imparziale, una volta iniziata l’azione penale e, con essa, la fase processuale, il rappresentante della pubblica accusa riacquista in toto la sua esclusiva veste di parte in senso tecnico, spinta dall’unico interesse di veder comprovata l’impostazione accusatoria” (cfr. Cass. pen., sez. I, nr. 1125, 04/03/1998). A ben vedere, però, nelle fase delle indagini preliminari, il Pubblico Ministero non potrebbe esser considerato una “parte” pura poiché, prima dell’esercizio dell’azione penale, non risulterebbe ancora insorto alcun “conflitto” (rectius: processo) tra l’ordinamento e un determinato individuo; parimenti neppure l’indagato risulterebbe esso stesso una “parte” poiché, in tale fase, mancherebbe il presupposto essenziale per l’esistenza stessa delle “parti”: il processo penale, appunto. In questo stadio il Pubblico Ministero sarebbe soltanto titolare esclusivo – e legittimo, naturalmente – delle indagini; e, in quanto tale, spetterebbe ad esso canalizzare ogni elemento pro et contra indagato nella eventualità che si instauri un processo. Ma se – come già esposto – non venissero espletate, in modo esaustivo, tutte le indagini? Si potrebbe sempre controbattere che la funzione dell’avvocato consiste proprio in questo, ossia nel poter compensare o sopperire a “vuoti investigativi” o avanzare una antitesi più aderente ai fatti e contraria alla tesi accusatoria. Una tale interpretazione porterebbe però alla conseguenza, ad avviso di chi scrive, che gli accertamenti pro inquisito – che dovrebbe compiere il Pubblico Ministero – verrebbero a coincidere con quelli richiesti al Pubblico Ministero direttamente dalla persona sottoposta alle indagini o dal suo difensore: di fatto svuotando, in un certo senso, il contenuto della norma stessa e marginalizzando quell’ “obbligo” in termini di un mero adeguamento a quegli impulsi difensivi diretti al Pubblico Ministero. Peraltro, insistendo con una siffatta visione, verrebbe caricata la funzione difensiva di un ruolo non che le spetta del tutto (anche perché è onere del Pubblico Ministero provare l’accusa, non dell’accusato e del difensore dimostrare la sua estraneità, con un inevitabile inversione dell’onere della prova). Il ruolo della difesa, come infatti affermò in uno dei suo scritti Calamandrei, “è utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni”. E, secondo il dettato dell’articolo 1 del Codice Deontologico Forense, “l’avvocato tutela, in ogni sede, il diritto alla libertà, l’inviolabilità e l’effettività della difesa, assicurando, nel processo, la regolarità del giudizio e del contraddittorio”.

Indagini a favore della difesa, come renderle obbligatorie? Alla luce delle suindicate osservazioni si ritiene che, rebus sic stantibus, si dovrebbe provvedere – o quantomeno ripensare – ad una modifica della norma in questione, vincolando il Pubblico Ministero al compimento più cogente nello svolgimento di indagini anche a favore della persona indagata. In primis con l’indicazione palese, nello stesso articolo 358 c.p.p., del “dovere” e/o “obbligo” di svolgere tali accertamenti; in seconda istanza collegando ad un siffatto “dovere” e/o “obbligo” una conseguente “sanzione processuale”, nel caso di mancato rispetto. Senza pretesa di esaustività chi scrive ritiene vi siano diverse possibili sanzioni, la cui previsione potrebbe (rectius: dovrebbe) stimolare l’impulso dell’accusa nella ricerca “altresì” di elementi a discarico. A tal riguardo non può non considerarsi come la proposta del progetto di modifica di legge del 2008 sopra richiamata, mirasse a sanzionare tout court l’omessa raccolta, da parte del Pubblico Ministero, di elementi di prova a favore dell’indagato, con l’inutilizzabilità di tutti gli atti, precedentemente e successivamente, compiuti. A ben vedere una siffatta soluzione – che si porrebbe in linea con la sanzione processuale ricollegata all’attività di indagine svolta dal Pubblico Ministero oltre i termini stabiliti (o in assenza di un’apposita autorizzazione del giudice) – appare condivisibile astrattamente, pur con il rischio di risultare di difficile applicazione. Sarebbe, infatti, difficile eccepire l’inutilizzabilità in parola, quando dell’attività investigativa non risulti prova di alcuna omissione. Un’ulteriore – o alternativa – “sanzione” che, almeno astrattamente, risulterebbe coerente con il sistema (specie dopo la modifica recentemente introdotta), sarebbe quella dell’intervento avocativo da parte del Procuratore Generale (calibrandolo su un eventuale impulso della difesa). Tale istituto, per quanto non sovente utilizzato nella prassi, è stato rinforzato dalla recente novella proprio con l’intento di controllare eventuali “inazioni” da parte del Pubblico Ministero. A parere di chi scrive, non vi sarebbero motivi che osterebbero all’estensione della sanzione avocatoria in tali casi, non solo per sopperire a “stasi” delle/nelle indagini, ma altresì nelle ipotesi di “inattività” del Pubblico Ministero nello svolgimento di indagini pro inquisito.

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 10 giugno 2021. L' altra sera in tv, Piercamillo Davigo ha spiegato, con la perentorietà da tutti conosciuta, che in un processo non esiste alcuno svantaggio tra accusa e difesa, perché il pm è punito se non dice o occulta la verità, mentre l'avvocato dell'imputato può essere condannato proprio se davanti alla Corte racconta fatti veri che possono danneggiare il suo cliente. Tradotto, secondo l'ex esponente del pool di Mani pulite, il vantaggio ce l'hanno i legali, perché il pubblico ministero è al servizio della legge, mentre i difensori sono al servizio di interessi privati e dunque, in udienza, possono anche raccontare balle. La sentenza tv dell'ex capo di Autonomia e indipendenza, una delle correnti della magistratura, non ammette dubbi: «Sapendo che l' imputato è innocente, se un pm ne chiede la condanna commette il delitto di calunnia. E se sostiene questa sua richiesta con atti falsi, redatti da lui o da altri, commette il delitto di falso ideologico o di falso in atto pubblico». Chiaro, no? La pubblica accusa non può fabbricare prove, non può omettere qualche cosa, non può accusare un innocente sapendo che è innocente. Ad ascoltare Davigo, sembra tutto perfetto, tutto al di sopra delle parti, tutto a tutela dell'imputato. Un modello da prendere a esempio, così come avrebbe fatto il Consiglio d' Europa, raccomandando agli Stati membri di imparare dall' Italia, Paese che, pur disponendo della giustizia più lenta del mondo, pur avendo un arretrato processuale di anni, pur mandando in prescrizione una montagna di reati, sarebbe un sistema che funziona proprio per le garanzie nei confronti dell'imputato e per la competenza dei suoi magistrati. Peccato che appena finito di ascoltare le parole di Davigo, uno poi legga la sentenza con cui il tribunale di Milano ha mandato assolti i vertici dell'Eni accusati di aver pagato una tangente miliardaria ad alcuni uomini politici e faccendieri nigeriani. Tra le motivazioni del proscioglimento, c' è un passaggio da brivido: nel documento di 482 pagine, i giudici della VII sezione penale scrivono che la Procura avrebbe omesso di depositare fra gli atti del procedimento «un documento che, portando alla luce l'uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell'auspicata conseguente attivazione dell'autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati». In pratica, i giudici spiegano che senza il deposito di quel documento sarebbe stato sottratto «alla conoscenza delle difese e del tribunale un dato processuale di estrema rilevanza». Cioè il giudizio sarebbe stato viziato dall' occultamento di una prova a favore degli imputati. Alcuni lettori probabilmente ricorderanno di che cosa io stia parlando, perché La Verità è stato l'unico giornale che quel documento lo ha raccontato quando ancora nessuno o quasi ne conosceva l'esistenza. Si tratta di un video registrato dall' avvocato Pietro Amara, ossia di colui che l' altro ieri la Procura di Potenza ha fatto arrestare, in cui è possibile ascoltare una conversazione con Vincenzo Armanna, ex dirigente dell' Eni che insieme al succitato legale è stato uno dei testimoni chiave dei pm di Milano contro i vertici della società petrolifera. Nella registrazione, Armanna, che due giorni dopo si recherà in Procura accusando i manager del gruppo, manifesta l'intenzione di «ricattare» i vertici del cane a sei zampe, preannunciando l' intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare «una valanga di merda» e «un avviso di garanzia» all' amministratore delegato e ai suoi colleghi. In sostanza, si capisce che Armanna aveva «interesse a cambiare i capi dell' Eni per sostituirli con uomini di suo gradimento, così da poter essere agevolato in alcuni affari petroliferi che stavano a cuore a lui e a Pietro Amara». Vi state perdendo nel guazzabuglio di nomi? Niente paura, per un po' ho faticato anche io a raccapezzarmi. In poche parole, due tizi si dicono pronti a vuotare il sacco con i pm, per poter togliere di mezzo chi li intralcia, un intento che non pare certo quello di fare giustizia, ma semmai di fare affari. Scrivono i giudici: «L' intenzione era quella di gettare un alone di illiceità sulla gestione da parte di Eni». Peccato che questa prova chiave, che avrebbe dovuto chiarire tutto fin da subito, evitando un processo dispendioso e un impegno di risorse pubbliche, i pm non l' hanno prodotta, dimenticandosene inspiegabilmente, e dunque il testimone dell' accusa animato da così poco disinteressate intenzioni, ha potuto trascinare per anni un procedimento che probabilmente non sarebbe mai dovuto neppure iniziare. Dunque torniamo all' inizio, alla parola di Davigo pronunciate in tv senza contraddittorio, così sicure, ma così lontane dalla realtà se messe a confronto con ciò che accade in certe aule di giustizia. Una cosa tuttavia appare certa: il Guardasigilli, Marta Cartabia, ha un' occasione formidabile. Mai come in questa stagione, dopo lo scandalo Palamara, dopo le vicende che hanno inguaiato il Csm, dopo gli arresti di magistrati corrotti, si è sentito il bisogno di una riforma che faccia in modo che la legge sia davvero uguale per tutti. Anche per i magistrati.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 10 giugno 2021. Tanti anni fa Francesco Greco, oggi procuratore di Milano, disse che l'inchiesta Mani pulite non era servita tanto a sanzionare dei reati, quanto a «risolvere il problema per avere un'Italia migliore». E per avere un'Italia migliore, il capitalismo doveva capire che cosa era e che cosa voleva. Pochi mesi dopo, il pm Fabio De Pasquale sintetizzò meglio: «Il capitalismo è una cosa sporca». Non so se i due, venticinque anni più tardi, perseguano ancora l'obiettivo un po' esorbitante, perlomeno rispetto ai loro compiti, di un'Italia migliore e meno capitalista, ma so che da allora indagano e processano in particolare l'Eni con risultati parecchio altalenanti. L'Eni, cioè l'azienda strategicamente più importante del Paese. L' ultima sentenza, sull' ipotesi di corruzione internazionale per il petrolio in Nigeria, è andata male (anzi bene): tutti assolti, non ci furono tangenti. Ieri sono uscite le motivazioni di sentenza in cui i giudici ricordano un video scartato dalla procura, e fortuitamente scoperto da un avvocato in tutt' altro processo, che poi ha fatto un gran comodo alla difesa. Una scelta «incomprensibile», scrivono i giudici, e se fosse andata a buon fine non avremmo conosciuto «un dato processuale di estrema rilevanza». Il pm De Pasquale ha detto che a lui tanto rilevante non sembrava, e chiusa lì. C' è poco da aggiungere: l'indipendenza della magistratura risparmia dall' incomodo di essere valutati, se non dal Csm che sappiamo. Però intanto c' è un sindaco indagato perché un bambino all' asilo s' è schiacciato le dita in una porta. Diciamo così: il problema di avere un' Italia migliore non parrebbe risolto.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 10 giugno 2021. Nel processo Eni-Nigeria è stata «incomprensibile la scelta della Procura di non depositare agli atti» una prova di «estrema rilevanza» per le difese perché mostrava come Vincenzo Armanna, coimputato ex dirigente Eni di cui i pm strenuamente valorizzavano le accuse a Eni e all'a.d. Claudio Descalzi, due giorni prima di presentarsi spontaneamente in Procura il 30 luglio 2014 pianificasse di «ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l'intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare "una valanga di merda" e "un avviso di garanzia" ad alcuni dirigenti della compagnia». Contenuta nelle quasi 500 pagine di motivazione dell'assoluzione lo scorso 17 marzo di tutti i 15 imputati, la severa censura muove dall'udienza del 23 luglio 2019, allorché era stato il difensore di un coimputato Eni a far presente di aver trovato per caso, in altro procedimento in un'altra città, la videoregistrazione di un incontro con Armanna effettuata in maniera clandestina il 28 luglio 2014 da Amara in una società dell'imprenditore Ezio Bigotti. Al Tribunale il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale aveva «confermato di esserne in possesso già da tempo, ma di non averlo portato a conoscenza delle difese e del Tribunale perché ritenuto non rilevante»: «interpretazione banalizzante», la giudica ora il Tribunale, che rimarca come «una simile decisione, se portata a compimento, avrebbe avuto quale effetto la sottrazione alle difese e al Tribunale di un dato di estrema rilevanza». L'accusa dei pm a Eni e Shell, ai loro vertici e intermediari, era corruzione internazionale: ma i giudici Tremolada-Gallina-Carboni colgono «non condivisibili profili dell'imputazione» tra «contraddittorietà», «confusione nella sovrapposizione di accordi leciti e illeciti», «mancata distinzione tra corruttori e intermediari privati». Fattori che finiscono per indebolire anche «un indizio certamente grave della destinazione illecita del denaro» come il fatto che 500 milioni, metà prezzo pagato da Eni e Shell al governo nigeriano per acquistare nel 2011 la licenza petrolifera Opl 245 detenuta dietro prestanome dall'ex ministro del Petrolio Dan Etete, fossero stati cambiati in contanti dal fiduciario dei politici, Aliyu. In requisitoria De Pasquale sostenne che la controritrattazione della ritrattazione di Armanna dovesse essere valutata a carico di Descalzi come prova dell'aver tentato di far ritrattare Armanna tramite l'avvocato esterno Eni Piero Amara (arrestato martedì a Potenza) e il capo del personale Eni Claudio Granata. Ma il Tribunale, in scia al pm per cui era «non esagerato dire che gran parte del racconto di Armanna è non solo vero, ma pacificamente vero»), esamina una a una le dichiarazioni di Armanna per notare come invece o siano «pacificamente false» o «presentino un nucleo di verità storica» ma «accostate in modo allusivo per attribuire alone di sospetto a situazioni fisiologiche». Descalzi e Granata sono da tempo indagati per depistaggio, ma, «qualunque sia l'esito», per i giudici «in nulla potrebbe incidere sull'inattendibilità intrinseca di Armanna». Che «certo non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Amara», richiesta «con evidente irritualità» dai pm il 5 febbraio 2020 in extremis su «interferenze della difesa Eni e di taluni imputati nei confronti di magistrati milanesi con riferimento al processo». Tacendo al Tribunale di aver all'epoca già inviato alla Procura di Brescia (che, competente sulle toghe milanesi, poi lo archivierà a ignoti) un vago «de relato» di terza mano di Amara proprio sul presidente del collegio. Ardita è invece la proiezione del Tribunale quando si spinge a ritenere che in teoria, quand'anche su Armanna ci fosse stata interferenza, sarebbe interpretabile o come depistaggio o «come il comportamento di un amministratore che, pur di proteggere la propria compagine dalle calunnie rivoltele, accetta di scendere a patti con il ricattatore».

È questo il diritto di difesa. Ecco perché l’accusato è una vittima da proteggere. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Ma che cos’è il diritto alla difesa? È forse il diritto del singolo di contestare l’accusa che gli imputa la commissione di un delitto? No: il diritto di difesa è anche incidentalmente questo, ma sopra tutto è il diritto dell’individuo a non essere inerme mentre il potere pubblico esercita la propria violenza. La violenza del processo e la violenza del giudicare. Se non si capisce bene questo, se cioè non si comprende che non si tratta di difendere il cittadino da un’accusa eventualmente ingiusta, ma dall’ingiustizia inevitabilmente implicata in qualsiasi accusa, dall’ingiustizia connaturata nel fatto di accusare e giudicare, allora non si capisce nulla e quella dicitura, “diritto alla difesa”, resta la formula retorica platealmente contraddetta dal corteo di violazioni che ci accontentiamo di definire “mala giustizia” e invece costituisce il portato necessario di quell’incomprensione. L’accusato, per il solo fatto di essere tale, e sia egli innocente o colpevole, è una vittima: è vittima dell’ingiustizia rappresentata dal potere di accusare e giudicare, ed è in tale veste, in veste di vittima, che occorre proteggerlo. È perché l’accusato assume quella veste che si giustifica il diritto alla difesa: non perché, come superficialmente si dice, lo Stato potrebbe abusare del proprio potere muovendo accuse infondate, ma perché l’abuso sta in quel fatto stesso, il fatto di accusare e giudicare. E un vero avvocato dovrebbe sentirsi investito innanzitutto di questo diverso mandato: assistere il proprio cliente nella soggezione a quell’abuso. Che poi si tratti di un abuso necessario, perché inevitabilmente funzionale al vivere civile, non revoca l’intrinseca ingiustizia del sistema che conferisce a qualcuno il potere di assoggettare un individuo al giudizio di Stato. L’idea di intestare “al popolo” l’emissione di una sentenza è già abbastanza discutibile, perché rimanda perfino esteticamente alla giustizia di piazza, ma diventa ripugnante quando si traduce in motivo di orgoglio, di sfrontatezza, di pompa, anziché di cautela e timorata umiltà, nell’atteggiamento di chi accusa e giudica. Ed ecco, dunque: il diritto di difesa dovrebbe essere apprestato innanzitutto per ridurre a umiliazione la giustizia. Iuri Maria Prado

Tanto più grande è il reato, tanto più serve il garantismo. Strage del Mottarone, scatta il linciaggio e l’inchiesta si trasforma in show. Piero Sansonetti su Il Riformista il 28 Maggio 2021. Qualcuno di voi ha dato un’occhiata ai giornali di ieri? Erano tutti uguali. Titoli di scatola, a tutta pagina, più o meno identici, costruiti su tre parole: Avidi, Criminali, Colpevoli. Le tre persone – persone – che sono state arrestate dalla polizia giudiziaria su ordine di un Gip e su richiesta di un Pm, venivano indicate come colpevoli, spietate, sciacalle e, naturalmente, da punire senza tante discussioni e subito. Con una pena severissima. La severità della pena veniva anticipata addirittura non da voce di popolo ma da dichiarazioni ufficiali del Pubblico ministero. Il quale, con incredibile disinvoltura, anticipava l’inchiesta, il dibattimento, il processo, l’appello e l’eventuale Cassazione e stabiliva la gravità della pena. Oltre che rilasciare svariate dichiarazioni. In spregio aperto e sereno di tutte le disposizioni del ministro, del Procuratore generale della cassazione, e delle direttive europee sulla presunzione di innocenza recentemente recepite dal Parlamento italiano. Ci mette poco a sparire il principio che tutti hanno diritto a un processo e che gli indiziati e gli imputati non possono essere ritenuti colpevoli. Ci mette un minuto. Si apre subito la caccia. La corsa a chi riesce a innalzare più su possibile la gogna e la forca. Si scatena, in un’orgia, sostenuta da un’opinione pubblica compatta come non mai, la volontà del linciaggio. Il linciaggio è esattamente questo. È la giustizia che si esprime attraverso la violenza popolare e di massa, e la verità che si accerta con la gravità del reato. Vedete, il problema è tutto qua. Ci vuole poco a essere garantisti verso un ladro di mele. O anche, magari, verso un politico. O addirittura verso una persona accusata e chiaramente, già a prima vista, innocente (ci vuole poco per modo di dire: il caso del sindaco di Lodi è emblematico; era chiaramente innocente ma fu linciato lo stesso dai giornali reazionari, vicini alla Lega e a Grillo. In quel caso però il linciaggio è solo di una parte politica, quella avversa all’imputato). Quando invece il reato è molto grave il garantismo sparisce. Ti dicono: ma hai visto che infamia ha combinato? A che serve un processo? Ecco, il garantismo è esattamente questo. Quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l’imputato. Purtroppo, quasi sempre, questo non succede. Stavolta lo spettacolo è stato davvero impressionante. Si è avuta la sensazione che chiunque non mostri orrore e schifo per i tre arrestati sia complice della sciagura del Mottarone. Si invoca l’etica, la morale, la religione, magari. Nessuno parla di diritto. Hanno diritto o no, i tre imputati, a essere processati con umanità e in osservanza della legge e non degli anatemi? Credo che siano pochissime le persone disposte a riconoscere questo diritto. Né nel popolo né nelle classi dirigenti, né tra gli intellettuali. Tranne pochissime eccezioni. Persino il Corriere della Sera, con un editoriale del mio amico carissimo, Antonio Polito, per il quale nutro da una quarantina d’anni affetto e una stima altissima, si è misurato ieri sul tema dell’etica, immaginando che un delitto così grave non possa che essere trattato con il libro dell’etica in mano. Lo ha fatto ricorrendo anche a Max Weber e alle sue teorie sull’etica del capitalismo, che da sole sarebbero sufficienti – pare – a gettare quei tre imputati nella Geenna. In realtà il povero Weber parlava di etica del capitalismo sostenendo che essa si identifica nel profitto. Più o meno – diciamo così – fotografava quelle che forse sono state le motivazioni del reato che i tre indiziati potrebbero aver commesso. Ma tutto questo conta poco, probabilmente. L’importante è chiarire che stavolta ci troviamo di fronte a un problema morale e non giuridico. E la sentenza tocca ai moralisti. Ne hanno diritto. In nome di che cosa? In questi casi la risposta è semplice, ed è ispirata alla Sharia: all’onore delle vittime. A me che son vecchio, questo clima di unità nazionale attorno a un simbolico patibolo, ricorda un episodio simile avvenuto un po’ più di mezzo secolo fa. 1969. Strage di Piazza Fontana. Un paio di giorni dopo la tragedia, tutti i giornali – tutti – titolarono: preso il mostro. Avevano arrestato Pietro Valpreda, l’immondo ballerino anarchico. Poi sapemmo che era innocente. Ecco, siamo tornati lì.

P.S. È normale che una inchiesta sia diretta da un Pm che ha già deciso che la pena sarà severissima?

P.S 2. Perché sono stati arrestati se non esiste il rischio che ripetano il reato né che inquinino le prove ed è ridicolo pensare alla possibilità che fuggano? È una domanda molto scomposta la mia, però non ha una risposta.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Strage della funivia, l’Anm attacca i penalisti. Ma la gip è d’accordo con loro. L'Anm accusa la Camera penale di voler fare pressioni sulla procura. Ma le loro osservazioni sull'illegittimità del fermo sono identiche a quelle della gip, che ha scarcerato gli indagati. Simona Musco su Il Dubbio l'1 giugno 2021. Non si può giustificare un fermo con il clamore mediatico. E non si può ipotizzare il pericolo di fuga solo sulla base della gravità del reato contestato, per quanto odioso e per quanto tragiche siano state le sue conseguenze. Si racchiude tutta qui, in soldoni, la decisione del gip di Verbania, Donatella Banci Buonamici, che ha definito «irrilevanti» le ragioni alla base della richiesta di convalidare il fermo per le tre persone indagate per la strage della funivia di Stresa-Mottarone. Si tratta, come noto, di Gabriele Tadini, responsabile del funzionamento dell’impianto e reo confesso, per il quale il gip ha disposto i domiciliari, Enrico Perocchio, direttore di esercizio dell’impianto e Luigi Nerini, amministratore unico di Ferrovie del Mottarone, per i quali invece il gip ha disposto la scarcerazione. Tutti rimangono indagati per gravi reati: rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, omicidio colposo e lesioni colpose, mentre il solo Tadini risulta anche indagato per falsità ideologica, non avendo segnalato nell’apposito registro il malfunzionamento del sistema frenante della cabina numero 3, che il 23 maggio, è precipitata a folle velocità verso valle, sganciandosi dalla fune e schiantandosi a terra, fino ad impattare contro gli alberi, provocando la morte di 14 persone e lesioni gravi all’unico sopravvissuto, un bimbo di 6 anni.

La degenerazione mediatica. La vicenda è subito diventata un caso mediatico: «Gli inquirenti – denunciava domenica l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere penali -, in sole 48 ore, hanno affermato pubblicamente di aver individuato e fermato i primi (ma non gli unici) responsabili della tragedia. Non solo: diffondono le loro dichiarazioni che portano a proclami di responsabilità in quanto “la cabina era a rischio. E lo sapevano”». Ma non solo: nelle motivazioni del fermo disposto dalla procura veniva tirato in ballo, come motivazione, «l’eccezionale clamore a livello anche internazionale», giustificando, di fatto, la privazione della libertà di tre persone con la risonanza della stessa indagine sui media. Una tesi totalmente bocciata dalla gip e, prima, dai penalisti del Piemonte occidentale e della Valle d’Aosta, che attraverso il presidente Alberto De Sanctis avevano analizzato l’uso dello strumento del fermo. «Lo abbiamo fatto prescindendo completamente dai fatti – spiega De Sanctis al Dubbio -. Ci era sembrato singolare, in una vicenda come questa, pensare di applicare un istituto che consente di portare un uomo in carcere soltanto per il pericolo di fuga, dal momento che non c’erano prove a riguardo. Si tratta di un’ipotesi di reato molto grave, ma colposa, che riguarda persone che hanno risorse economiche, famiglie e lavoro qui: è difficile che siano pronti a fuggire a poche ore dalle indagini». La seconda riflessione riguarda, invece, la gogna: «C’è stata una ricostruzione accusatoria fatta in pochi giorni e comunicata con plurime conferenze stampa, nelle quali si spiegava la ricostruzione delle ipotesi di reato con la logica del profitto – aggiunge -. La vicenda merita forse un maggiore approfondimento prima di dare in pasto ai giornalisti ricostruzioni già cristallizzate. Ci teniamo molto ad affermare un principio che è nella direttiva dell’Ue sul principio di non colpevolezza, inteso non solo in senso endoprocessuale, ma anche per quanto riguarda la comunicazione giornalistica. Le informazioni, in una fase così delicata, vanno centellinate».

L’ira dell’Anm. Ma l’esternazione di De Sanctis non è andata bene alla giunta dell’Anm del Piemonte, che si è schierata in difesa della procuratrice Bossi poche ore dopo la decisione del gip, che pure dava ragione ai penalisti. «Piena solidarietà ai colleghi della procura di Verbania che, con costante impegno ed indiscutibile spirito di servizio, si dedicano da giorni ad un’indagine complessa quanto dolorosa», si legge nella nota, con la quale l’Anm «stigmatizza come inopportune e fuorvianti le pesanti critiche portate ad un’indagine in corso», tali da insinuare «inaccettabilmente il sospetto che siano state adottate scelte processuali al limite della legalità o addirittura per compiacere il sentire popolare». Affermazioni che, secondo i magistrati, rappresenterebbero un «inaccettabile strumento di pressione e condizionamento dell’attività giudiziaria, vieppiù in quanto provenienti da organo in nessun modo chiamato istituzionalmente ad esprimere giudizi sulle modalità di indagine ed anzi sistematicamente impegnato nella delegittimazione dei pubblici ministeri, che si vorrebbero sottrarre alle garanzie della giurisdizione». Accuse respinte al mittente dai penalisti, che hanno definito «fuori luogo» la polemica, in quanto «non c’è stato nessun attacco ai magistrati». «È singolare che l’Anm, associazione rappresentativa dei pubblici ministeri ma anche – è bene ricordarlo – dei giudici, esprima indignazione per una nostra legittima riflessione giuridica, per nulla “inopportuna e fuorviante”, sull’uso dell’istituto del fermo di indiziato di delitto, stando attenti a non entrare nel merito delle responsabilità, tutte da accertare nel processo – afferma De Sanctis -. È doppiamente singolare perché il giudice, che l’Anm dovrebbe rappresentare, scrive nel suo provvedimento che “il fermo è stato eseguito fuori dai casi previsti dalla legge”. Non lo scrive la Camera penale, lo scrive un magistrato. La gogna mediatica è stata riservata ad altri e su questo invitiamo tutti ad una pacata riflessione».

La reazione della procuratrice. La procuratrice Bossi, commentando la decisione del gip, ha invece evidenziato due cose: da un lato che la decisione proverebbe l’indipendenza del giudicante dall’inquirente e, dunque, la superfluità della separazione delle carriere. Ma ciò non senza tradire la propria delusione, affermando che «prendevamo insieme il caffè, per un po’ lo berrò da sola». Una dimostrazione, secondo l’Ucpi, che l’indipendenza professata poco prima si tramuta in «un atto di inimicizia»: «La regola che ci si aspetta debba essere di norma rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che per tutelare e proteggere, dichiara la dottoressa Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri». Un ulteriore spot, secondo i penalisti, per la «ormai imprescindibile necessità della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante».

«Quelle carriere inseparabili persino nella pausa caffè…» «Niente caffè insieme...»: con la sua reazione la procuratrice della tragedia del Mottarone dimostra «le sovrapposizioni tra pm e Gip», commenta Romanelli dell'Ucpi. Valentina Stella su Il Dubbio l'1 giugno 2021. Nello scontro in atto negli uffici giudiziari di Verbania tra la procuratrice Olimpia Bossi e la gip Donatella Buonamici, la quale ha sostenuto che il fermo dei 3 indagati «è stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge e non può essere convalidato», capita di leggere dichiarazioni sorprendenti proprio del pm che abbiamo imparato a conoscere, a seguito della strage della funivia Stresa Mottarone, in virtù della sua sovraesposizione mediatica: «Prendevamo insieme il caffè, per un po’ lo berrò da sola», ha detto la Bossi in una dichiarazione a La Stampa. «Se ci fosse effettivamente tra giudice e pm un rapporto di totale indipendenza», commenta con il Dubbio l’avvocato Rinaldo Romanelli, responsabile dell’osservatorio Ordinamento giudiziario dell’Unione Camere penali, «e se il pm si aspettasse dal giudice solo l’esercizio della sua funzione di limite al potere del pm e di garanzia che le norme siano applicate correttamente, non dovrebbe provare alcun tipo di dispiacere quando una richiesta non è accolta. Il dispiacere lo provi se ti aspetti di poter condividere una funzione con qualcuno». La reazione è stata forse istintiva? «È la reazione di chi è abituato, quando prende il caffè alla macchinetta, a parlare anche dei procedimenti che segue, a condividerli col giudice e aspettarsi che quel giudice la pensi come lei. La dottoressa Bossi è talmente convinta di quello che dice che lo ha fatto in buona fede, sennò se lo sarebbe tenuto per sé. Evidentemente non si rende conto fino in fondo di quello che ha detto: sarebbe come dire che io mi offendo se un giudice non accoglie una mia istanza difensiva e quindi poi non ci prendo più il caffè. Ammesso che ci prenda un caffè, io mi offendo soltanto se un giudice non legge le carte e vedo che c’è un provvedimento scritto palesemente male». In un’altra dichiarazione, al giornalista che le ha fatto notare come le divergenze tra Procura e Tribunale siano marcate, la procuratrice Bossi ha risposto: «Sono la giusta risposta a chi sostiene che ci siano collusioni tra i vari rami della magistratura e invoca la separazione delle carriere: ciascuno fa con coscienza il proprio mestiere e lavora con indipendenza». Ma secondo Romanelli «innanzitutto un episodio non fa statistica: la nostra esperienza in generale è di segno opposto, soprattutto nel momento delle indagini c’è una particolare vicinanza tra pm e gip. Poi quando si celebra il processo e ci si allontana dall’immediatezza degli eventi, questo avviene meno. Tanto è vero che ci sono circa 1.000 indennizzi per ingiusta detenzione l’anno, visto che le misure cautelari molto spesso si emettono con troppo facilità, anche a carico di indagati che poi magari vengono assolti». L’Ucpi si batte da sempre per avere più trasparenza nell’amministrazione della giustizia, a partire proprio dai dati concernenti il numero di misure cautelari richieste dal pm e concesse dal gip: «Sarebbe assolutamente importante conoscere questi numeri: al momento sappiamo solo che il 35% dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo, il che induce a pensare a un abuso della misura cautelare in carcere». La vicenda ci offre lo spunto per tornare a parlare di separazione delle carriere, tema non all’ordine del giorno nelle riforme della giustizia: eppure mai come adesso la modifica sembra “reclamata” dagli eventi: «È una riforma che i magistrati non vogliono e la politica si adegua, come ha sempre fatto. I magistrati devono difendere la corporazione e il potere vero che è in capo alle Procure. L’unico argine, previsto dalla Costituzione e dal codice di procedura penale, a questo strapotere è», ricorda Romanelli, «il controllo del giudice. Il quale, proprio per questo, dovrebbe essere non solo imparziale ma terzo, appartenente a un altro organismo rispetto a quello del pm». Ma la categoria dei giudici non dovrebbe ostacolare questa riforma, in fondo è solo il pm ad avere bisogno della conferma del proprio impianto accusatorio da parte della magistratura giudicante. «Non dimentichiamo però che i pm, pur essendo solo circa un quinto dei magistrati, hanno un peso preminente nelle varie correnti che compongono l’Anm: basti pensare che negli ultimi vent’anni tutti i presidenti dell’associazione, tranne l’ultimo, sono stati appunto pm. Come è noto, sono le correnti dell’Anm ad avere il controllo del Csm e di conseguenza il controllo sulle valutazioni professionali dei magistrati, e quindi anche sulle carriere dei giudici. In un contesto del genere, anche i giudici che pensano che le carriere debbano essere separate, si guardano bene dal dirlo pubblicamente».

La “vendetta” della pm: quel caffé negato alla Gip. Il Procuratore Capo di Verbania dice che per un po' smetterà di prendere il caffé con la giudice che non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia. Ecco, non poteva esserci uno spot più efficace a sostegno della ormai imprescindibile necessità della separazione delle carriere. Giandomenico Caiazza su Il Dubbio il 31 maggio 2021. Il Procuratore Capo di Verbania, dottoressa Bossi, non si è sottratta ad un commento sul provvedimento con cui la Gip dottoressa Banci Buonamici non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia “per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza”. Pur ribadendo i propri convincimenti, la pm a denti stretti ha perfino valorizzato il fatto come sintomatico della piena indipendenza del giudice, e dunque della superfluità della separazione delle carriere. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più accompagnarsi con la Collega Gip alla macchinetta del caffè, come fino a ieri l’altro era solita fare. Non lasciatevi sfuggire l’importanza di questo moto spontaneo ed incontrollabile di risentimento della pm La manifestazione di indipendenza del Gip, tanto magnificata un attimo prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che davvero significa agli occhi di quel magistrato: un atto di inimicizia, talmente forte da rendere inevitabile, almeno “per un po’”, la consuetudine amicale. Nulla di più lontano, dunque, da quanto dovremmo aspettarci da una condivisa pratica della indipendenza del giudice. Un giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente il punto di vista accusatorio, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che ci si aspetta debba essere di norma rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che per tutelare e proteggere, dichiara la dott.ssa Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri”. Dobbiamo essere grati alla dott.ssa Bossi per la sua sincerità. Non poteva esserci, esattamente al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della ormai imprescindibile necessità della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e ben giustamente aggiungo, un sentimento profondo di comunanza, di fervida e fattiva solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale del Collega, sono innanzitutto  -ben oltre Verbania, nella quotidianità della nostra esperienza giudiziaria- assolutamente eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono -in forza di tale eccezionalità- una portata avvertita come talmente devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento e di inimicizia. Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, i nostri avversari hanno sempre tacciato di qualunquismo il nostro stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen (s)fuggita al Procuratore della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella pur evidente allegoria. Anche noi prendiamo il caffè (più raramente) o frequentiamo privatamente (molto più raramente), PP.MM. o Giudici; ma lo facciamo, possiamo reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. Vorremmo che così prima o poi accadesse anche tra giudici e pm, una volta che finalmente possano appartenere ad ordini diversi e separati. Avremmo, statene certi, molti caffè in meno alla macchinetta, ma tanti processi giusti in più.

Ivan Fossati e Lodovico Poletto per "la Stampa" l'8 giugno 2021. Coprono con i teloni anti-pioggia quel che resta della cabina numero 3 precipitata sul Mottarone, i pompieri e gli uomini della Protezione civile. Un filo di ruggine, oppure un pezzo che si stacca, potrebbero essere l'ennesimo colpo a questa inchiesta che doveva dire - rapidamente - per quale ragione, e per colpa di chi, 14 persone erano morte nella prima domenica in cui sulle sponde del lago Maggiore si respirava aria di ritorno alla normalità. Già, un altro colpo e sarebbe tutto più complicato ancora, come se quel che è accaduto fin qui non bastasse. Tre arresti. Le scarcerazioni. Polemiche sull' operato della Procura, le parole forti adoperate del Gip nell' ordinanza che ha rimesso in libertà due dei tre arrestati. I commenti successivi. Troppo. Poi, però, mentre ieri si cercavo gli elicotteri, si pianificava l'intervento sulle pendici della montagna, ecco andare in scena l'ennesimo colpo di teatro. Esce dall' inchiesta il giudice che aveva cassato la chiamata in correità di due dei tre uomini, sostenuta dalla procura. Accade nel penultimo giorno utile per chiedere al Tribunale del Riesame di Torino di prendere in carico il ricorso contro le due scarcerazioni. Succede mentre è aperto il dibattito sull' incidente probatorio: se concederlo o meno - come chiesto dall' avvocato dell'unico indagato ancora ai domiciliari - dipende dal Gip. Ecco, mentre va in scena tutto questo il presidente del Tribunale di Verbania - Luigi Montefusco - firma un atto che mette da parte Donatella Banci Bonamici. E assegna il caso al «Gip titolare» Elena Ceriotti. Tutto legittimo, anzi di più. Ma è una fiammata che scatena gli esperti dietrologi. Ma poi Montefusco mette tutti a tacere, con le motivazioni del provvedimento. Eccole: «Avendo la dottoressa Donatella Banci Buonamici, presidente di sezione coordinatrice dell'area penale, esercitato la funzione di Gip supplente per la convalida del fermo di 3 indagati (Gigi Nerini, Gabriele Tadini ed Enrico Perocchio) il procedimento relativo alla predetta richiesta è stato dalla cancelleria assegnato al medesimo giudice. Ritenuto che tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti, disposti nelle tabelle di organizzazione dell'Ufficio Gip/Gup..» il fascicolo va ad un altro magistrato. Cioè Elena Ceriotti che - dicono - avrebbe dovuto occuparsene fin dall' inizio, ma proprio nei primissimi giorni di questa complicata inchiesta era impegnata in altre attività. Il linguaggio di Montefusco è giuridico, è vero. La sostanza però è chiara: esistono regole, e vanno rispettate anche quando c' è di mezzo una tragedia come quella del Mottarone. Misteri? Nessuno. Ma le voci girano in fretta da queste parti e anche quello che verrà poi definita una «semplice attività di organizzazione del lavoro», diventa un caso alla luce di quella richiesta di incidente probatorio presentata dall' avvocato di Gabriele Tadini. Per quale ragione quell' atto è così importante è facile da capire. Le prove acquisite nel corso delle operazioni sono valide soltanto per le persone attualmente indagate. Se - un giorno - ce ne saranno altri, non potranno essere adoperate. A meno di indagare subito chiunque abbia avuto in un modo oppure nell' altro a che fare con quella funivia. Ed è per questa ragione di prudenza che il capo della Procura, Olimpia Bossi, è contraria. Si pregiudicherebbe: «in modo irreversibile lo svolgimento delle attività di indagine» hanno scritto Bossi e la pm Carrera nelle deduzioni inviate all' ufficio dei Gip. Se poi, proprio non si può farne a meno, si chiede almeno di rimandare l'atto «di un paio di mesi, onde consentire che vengano espletate da parte di questo ufficio le attività di indagine». E mentre tutto questo va in scena gli avvocati dei tre indagati commentano - poco - quel che è accaduto. Da Milano il legale del patron della funivia, Pantano parla di «stranezza» riferendosi alla sostituzione del giudice per le indagini preliminari. Il suo collega Marcello Perillo che assiste il caposervizio reo confesso dice: «Non mi era mai successa una cosa del genere, in ogni caso attendo con serenità il riscontro del nuovo giudice alla mia richiesta». Oggi si capirà come va finire.

La decisione a sorpresa del presidente del Tribunale. Strage del Mottarone, tolto il fascicolo al gip garantista Banci Buonamici: la Procura chiede di annullare le scarcerazioni. Carmine Di Niro su Il Riformista il 7 Giugno 2021. Il giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici, il magistrato che il 29 maggio scorso aveva rigettato la richiesta di convalida del fermo della procura, scarcerando il titolare delle Ferrovie del Mottarone Luigi Nerini e il direttore d’esercizio, Enrico Perocchio (ai domiciliari era rimasto invece Gabriele Tadini, caposervizio della funivia), non sarà più la titolare del fascicolo di inchiesta sulla strage della funivia Stresa-Mottarone. Il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, ha infatti riassegnato il fascicolo alla gip titolare Elena Ceriotti, togliendolo alla supplente Banci Buonamici. La Ceriotti era assente ‘epoca dei fatti era assente, ma è rientrata nel suo ruolo il 31 maggio. Secondo il tribunale, l’assegnazione a Buonamici era “giustificata per la convalida del fermo”, ma “non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione”. Al suo posto, quindi, si sarebbe dovuto scegliere uno fra gli altri giudici, quattro per l’esattezza, più titolati di lei. Una sostituzione che arriva dopo le incredibili polemiche nate proprio per la scarcerazione disposta dal gip dei tre indagati rigettando la richiesta di convalida del fermo della procura. Una decisione che aveva provocato la reazione ‘piccata’ della procuratrice di Verbania Olimpia Bossi, con la gip costretta a difendersi e a spiegare davanti ai giornalisti che “non c’erano le esigenze cautelari e gravi indizi di colpevolezza per tenere in carcere gli indagati” e che per questo “dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici, l’Italia è un paese democratico”. Polemiche asprissime e una contrapposizione tra gip e procura che aveva spinto alla solita gogna mediatica ma anche a minacce nei confronti del gip, “colpevole” di aver liberato dei “criminali”. Lo stesso presidente del tribunale di Verbania Montefusco era intervenuto pubblicamente a suo favore. La scelta di togliere il fascicolo al gip ha provocato l’immediata reazione degli avvocati della difesa. “Non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso”, ha commentato l’avvocato Marcello Perillo, difensore di Gabriele Tadini, il capo servizio della Funivia del Mottarone e l’unico dei tre fermati ad essere agli arresti domiciliari. Le ripercussioni della scelta del presidente del tribunale di Verbania Montefusco sono praticamente immediate: la Procura di Verbania al più tardi entro domani mattina depositerà il ricorso al Tribunale del Riesame contro l’annullamento dell’ordinanza di rigetto del fermo del gestore della funivia del Mottarone Luigi Nerini e del direttore d’esercizio dell’impianto Enrico Perocchio, entro la scadenza dei termini. Cambia quindi anche la gestione dell’incidente probatorio chiesto dalla difesa di Tadini e Nerini per stabilire la causa dell’incidente. A giudicare non sarà più Donatella Banci Buonamici ma il gip titolare Elena Ceriotti: contro la richiesta  si è già espressa proprio la procura guidata da Olimpia Bossi, perché se eseguito subito “pregiudicherebbe in modo irreversibile lo svolgimento delle attività di indagine“. Dalla Procura specificano che “dal momento del tragico incidente sono trascorsi solo 11 giorni” e definiscono la richiesta “intempestiva e prematura”. Chiedono quindi l’inammissibilità della richiesta e il rigetto perché “infondata”. Fra le problematiche rilevate rispetto l’incidente probatorio, lo spostamento della cabina che è una “operazione di notevole complessità, tenuto conto del luogo in cui la cabina si trova e della sua mole”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Funivia, sostituita la gip che ha difeso lo Stato di diritto. Il legale: «Provvedimento anomalo». Il giudice Donatella Banci Buonamici che aveva scarcerato due dei tre indagati per la strage del Mottarone esce di scena. Al suo posto il gip «titolare per tabella» Elena Ceriotti. E ora il pm chiede l'annullamento dell'ordinanza. Simona Musco su Il Dubbio il 7 giugno 2021. Non si occuperà più della tragedia della funivia del Mottarone la gip di Verbania Donatella Banci Buonamici, che nei giorni scorsi ha scarcerato due dei tre indagati, mandando ai domiciliari il terzo. Una decisione presa dal presidente del tribunale Luigi Montefusco proprio nel giorno in cui la giudice avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio relativa alle modalità attraverso cui procedere alle verifiche e alle perizie tecniche sul relitto della cabina e sul cavo spezzato, depositata il 3 giugno da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari. Richiesta contro la quale la Procura si è opposta, con l’intenzione di disporre un «accertamento tecnico non ripetibile». La palla, ora, passa al giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo» ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la «grave situazione di sofferenza» del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. La scelta di Montefusco, secondo le difese, rappresenta una novità assoluta. A far discutere è soprattutto la tempistica: nonostante la gip Ceriotti sia tornata in ballo il 31 maggio, la richiesta di incidente probatorio, presentata tre giorni dopo, è comunque arrivata sulla scrivania di Banci Buonamici, così come la replica della procura. E il cambio di giudice è arrivato proprio nel giorno in cui la giudice si sarebbe dovuta pronunciare. Era stata la stessa Banci Buonamici ad assegnarsi il fascicolo, che sarebbe toccato, invece, alla collega Annalisa Palomba, «contestualmente impegnata in udienza dibattimentale». In casi del genere, scriveva però Banci Buonamici, «le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente». Sarebbe stata lei, dunque, secondo questa consuetudine, il giudice naturale del caso. Ma per il presidente del Tribunale, «tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione dell’Ufficio gip/gup». Stando al provvedimento, infatti, «in base alle tabelle il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via graduata tra i giudici Alesci, Palomba, Sacco e Michelucci, e non nella dottoressa Banci Buonamici». E sarebbe impossibile, secondo Montefusco, applicare «la disposizione di cosiddetta prorogatio della competenza del primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi, essendo questa dettata, ovviamente, per disciplinare la distribuzione degli affari ed evitare incompatibilità tra i gip titolari del ruolo, e non quando il singolo atto venga adottato da un gip supplente, che non deve, per un’equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino alla definizione del procedimento, affari per tabella non spettantegli, fatti salvi giustificati motivi». Rientrata Ceriotti, dunque, il fascicolo può tornare a lei. Il provvedimento arriva dopo le polemiche sulla decisione di Banci Buonamici di non convalidare il fermo della procura, che aveva motivato il pericolo di fuga con la «risonanza mediatica» dell’inchiesta. Così la richiesta avanzata dalla procuratrice Olimpia Bossi di tenere tutti in carcere è stata cassata malamente dalla gip: nessun elemento concreto, infatti, sarebbe stato portato a sostegno del pericolo di fuga, «presupposto indefettibile per procedere al fermo di indiziati di reato», mentre non è stato ritenuto valido, giuridicamente, il richiamo al clamore mediatico della vicenda («è di palese evidenza la totale irrilevanza», al punto da definirlo «suggestivo»). La decisione non era piaciuta alla procuratrice Bossi, che commentando l’esito dell’udienza di convalida si era lasciata andare ad un attimo di amarezza: «Prendevamo insieme il caffè – ha detto parlando della gip -, per un po’ lo berrò da sola». E da qui la replica della giudice all’assalto dei giornalisti: «È il sistema, dovreste ringraziare di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia. L’Italia è un Paese democratico». La decisione, ora, rischia di avvelenare ancora di più il clima attorno all’inchiesta. Che ieri ha registrato, da parte della procura, anche la richiesta di «annullamento dell’ordinanza di rigetto» nei confronti del gestore della funivia del Mottarone Luigi Nerini e del direttore d’esercizio dell’impianto Enrico Perocchio, scarcerati da Banci Buonamici il 30 maggio. E le difese hanno subito espresso sconcerto per la decisione di Montefusco. «È un provvedimento anomalo. Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l’arbitro nonostante tutti riconoscano abbia operato bene», ha commentato Pasquale Pantano, legale di Nerini. Stessa reazione da parte di Perillo, che al Dubbio spiega: «Non è mai successo nulla del genere. I cambi di giudice dipendono, in genere, da motivi di salute o eventuali trasferimenti. Sono molto stranito da questa cosa, ma aspetto con serenità il provvedimento del nuovo giudice». Per Alberto De Sanctis, presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, «mai viene riassegnato ad altro gip un fascicolo in fase di indagini, salvo in casi di impossibilità a svolgere le funzioni (per esempio: maternità o trasferimento ad altro ufficio). È doppiamente singolare che accada in un piccolo Tribunale in cui il vero problema dovrebbe essere quello di evitare l’incompatibilità tra gip e gup. Non “bruci” due gip perché avresti problemi a trovarne il terzo per celebrare l’udienza preliminare. È ancora più incredibile che questo avvenga d’urgenza così di fatto da impedire al gip originario di decidere su una richiesta di incidente probatorio formulata dalla difesa. Spero che qualcuno all’interno della magistratura e dell’Anm se ne accorga così da tutelare l’indipendenza e la terzietà del giudice».

Strage della funivia, il Consiglio giudiziario: sbagliato sottrarre il fascicolo alla gip. Contestato tutto l'iter di gestione del fascicolo: Banci Buonamici non avrebbe potuto autoassegnarsi il caso. La replica: «Accuse infamanti». Simona Musco su Il Dubbio il 29 giugno 2021. La scelta di togliere il fascicolo della strage della funivia del Mottarone alla gip Donatella Banci Buonamici non è stata corretta. Così come non sarebbe stata corretta l’autoassegnazione del fascicolo da parte della stessa giudice, nonostante tale procedimento fosse una prassi consolidata del Tribunale di Verbania. È questo quello che è emerso dalla riunione del Consiglio giudiziario di Torino, che in due diverse sedute ha affrontato la sostituzione della giudice che ha disposto la scarcerazione degli indagati, suscitando un mare di polemiche. Secondo quanto stabilito a seguito dell’audizione delle persone coinvolte, il Consiglio giudiziario ha inoltrato un parere al Csm, concludendo, di fatto, che tutta la gestione del fascicolo sia stata sopra le righe. Secondo quanto emerso, infatti, il presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco non avrebbe dovuto sottrarre il fascicolo a Banci Buonamici per passarlo alla giudice Elena Ceriotti. Ma anche l’autoassegnazione da parte del giudice Donatella Banci Buonamici del procedimento di convalida del fermo dei tre indagati per la morte delle 14 persone precipitate il 23 maggio scorso sulla funivia del Mottarone non sarebbe stata regolare. La scorsa settimana il Consiglio aveva ascoltato sia la giudice sia il presidente Montefusco. Secondo il consiglio giudiziario, nel riassegnare il fascicolo ad altro gip, Montefusco non avrebbe dovuto rivolgersi alla gip già in precedenza esonerata, ma alla collega in forza al tribunale al momento della convalida del fermo. «La cosa chiara è che il fascicolo non mi poteva essere tolto – ha commentato Banci Buonamici all’AdnKronos -. Che mi si dica che non potevo fare il gip è un’accusa falsa, infamante, lesiva della mia dignità. Certamente deve essere stato male sintetizzato il parere del Consiglio laddove si scrive che “non avrei potuto esercitare le funzioni di gip”», ha aggiunto, sottolineando che «la nostra è una sezione unica, promiscua, dove tutti fanno gip e dibattimento. Ma non solo, io il gip lo sto facendo dal 1 gennaio e l’ho fatto per 13 anni. Ho lavorato in una distrettuale a Milano dove sono stata sotto scorta perché ho fatto terrorismo, mafia, ‘ndrangheta». «Quel fascicolo – ha evidenziato – è arrivato alle 6 di sera, ho autorizzato l’apertura della cancelleria perché era chiusa, non c’era nessuno. Mi sono consultata con il presidente che non c’era, avevo i termini che scadevano sabato alle 18 e d’accordo con il presidente, come ho fatto in altri centinaia di casi, ed è documentato, mi sono, nelle mie facoltà presidenziali, assegnata il procedimento e ho provveduto nei termini su una convalida con due, tre persone che erano da 96 ore in stato di custodia cautelare. Questi sono i fatti – ha concluso -, rispetto il parere ma attendo fiduciosa la valutazione finale degli organi competenti in merito al mio operato del quale peraltro non viene messo in discussione il merito». La decisione di sostituire Banci Buonamici venne presa dal presidente del tribunale Luigi Montefusco proprio nel giorno in cui la giudice avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio relativa alle modalità attraverso cui procedere alle verifiche e alle perizie tecniche sul relitto della cabina e sul cavo spezzato, depositata il 3 giugno da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari. Richiesta contro la quale la Procura si è opposta, con l’intenzione di disporre un «accertamento tecnico non ripetibile», ma poi accolta dalla giudice Ceriotti. Sarebbe stata lei, secondo Montefusco, la giudice «titolare per tabella del ruolo» ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la «grave situazione di sofferenza» del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. Era stata la stessa Banci Buonamici ad assegnarsi il fascicolo, che sarebbe toccato, invece, alla collega Annalisa Palomba, «contestualmente impegnata in udienza dibattimentale». In casi del genere, scriveva infatti Banci Buonamici, «le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente». Sarebbe stata lei, dunque, secondo questa consuetudine, il giudice naturale del caso, così come avallato dallo stesso Montefusco, che sottoscrisse l’autoassegnazione. Ma il 7 giugno lo stesso ha evidenziato, con il provvedimento di sostituzione, che «tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione dell’Ufficio gip/gup». Stando al provvedimento, infatti, «in base alle tabelle il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via graduata tra i giudici Alesci, Palomba, Sacco e Michelucci, e non nella dottoressa Banci Buonamici». E sarebbe stato impossibile, secondo Montefusco, applicare «la disposizione di cosiddetta prorogatio della competenza del primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi, essendo questa dettata, ovviamente, per disciplinare la distribuzione degli affari ed evitare incompatibilità tra i gip titolari del ruolo, e non quando il singolo atto venga adottato da un gip supplente, che non deve, per un’equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino alla definizione del procedimento, affari per tabella non spettantegli, fatti salvi giustificati motivi». Rientrata Ceriotti, dunque, il fascicolo doveva tornare a lei. Al centro della polemica anche l’orario di assegnazione del fascicolo: lo stesso sarebbe stato preso in carico da Banci Buonamici alle ore 17.55 del 27 maggio, ora in cui Palomba, secondo quanto testimoniato da Montefusco, aveva già terminato l’udienza in cui era impegnata. Sul caso è aperto un fascicolo al Csm, mentre si attende l’arrivo degli ispettori inviati dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il caso è solo all’inizio.

Il caso Verbania. Strage della funivia del Mottarone, la rimozione della Gip “decisione non corretta”. Angela Stella su Il Riformista l'1 Luglio 2021. La decisione del presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco di sostituire il giudice Donatella Banci Buonamici con il giudice Elena Ceriotti, nell’inchiesta sull’incidente del Mottarone, non è stata corretta. Ma allo stesso tempo non è stata corretta neanche l’auto-assegnazione iniziale del fascicolo, in quanto Banci Buonamici non poteva esercitare funzioni da gip. Questo il primo verdetto dell’affaire Verbania: si tratta della decisione emersa dal Consiglio giudiziario presso il Distretto di Corte di Appello di Torino, che invierà ora il suo parere al Csm, dove dovrebbe essere già stata aperta una pratica sulla questione, per valutare se e quali provvedimenti disciplinari prendere, come richiesto dai consiglieri Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo e dal gruppo dei togati di Magistratura indipendente. L’organismo territoriale di autogoverno dei magistrati piemontesi, a cui hanno diritto di tribuna anche tre avvocati, si è riunito sulla vicenda per la seconda volta, dopo che una settimana fa erano stati ascoltati i protagonisti di questa vicenda, il presidente Montefusco e il gip Banci Buonamici. Secondo quanto emerso, entrambi non avrebbero dunque rispettato le regole di attribuzione dei fascicoli. Né Banci Buonamici, che si era auto-assegnata il fascicolo, né Montefusco, che ha sostituito il gip dopo che quest’ultima aveva disposto la scarcerazione dei tre indagati. A quel punto il fascicolo era stato riassegnato al gip Elena Ceriotti. Altro errore, secondo il Consiglio giudiziario, perché sarebbe dovuto essere assegnato ad Annalisa Palomba, che sin dall’inizio avrebbe dovuto occuparsi del fascicolo sul crollo della cabina della funivia per cui il 23 maggio sono morte quattordici persone. Durante il Consiglio giudiziario ha parlato anche il procuratore generale Francesco Enrico Saluzzo; ha chiarito, leggendo una comunicazione che ha trasmesso al CSM, che nella mail da lui inviata al presidente del Tribunale di Verbania tre giorni prima che il fascicolo venisse sottratto alla giudice non ha solo chiesto informazioni sull’esistenza e la portata di presunte minacce al gip di Verbania, ma ha anche espresso sconcerto per quanto appreso relativamente allo scontro tra Procura e la gip e ha condiviso l’auspicio che il contrasto potesse rientrare nell’alveo della fisiologia dei rapporti tra gip e pm. «Il fascicolo non mi poteva essere tolto, credo che questo sia pacifico», ha affermato all’Ansa Banci Buonamici, che ha rotto così il silenzio delle ultime settimane per rilasciare quella che ha definito una «dichiarazione in autotutela». Ha poi aggiunto: «È falso e infamante che mi si dica che non potevo fare il gip. Io potevo e dovevo farlo», ha detto, spiegando che quella di Verbania «è una sezione promiscua, non c’è distinzione tra gip e dibattimento, tant’é che al sabato facciamo turno unico». Il magistrato ha poi spiegato la dinamica dei fatti: «Avevo tre persone in custodia cautelare da quasi 48 ore, il fascicolo è arrivato alle 6 di sera, ho deciso di assegnare a me il fascicolo per fare un adempimento assolutamente urgente, il tempo a disposizione era pochissimo» aggiungendo che, quasi a difendere la sua professionalità, «a Milano ho fatto il gip 13 anni, occupandomi di tutto. Ero assolutamente molto qualificata per fare quel fermo. Tutto il resto, su cui ho deposto la scorsa settimana, si vedrà; quello che mi preme è affermare che io potevo e dovevo fare il gip: ero l’unica in ufficio». Ha concluso dicendosi «fiduciosa» che il Csm le renderà giustizia.

Angela Stella

«Ho giudicato 70 fascicoli: eppure mi è stato tolto solo quello della funivia…» ESCLUSIVO, LA GIP GARANTISTA DI VERBANIA PARLA AL “DUBBIO”. Simona Musco su Il Dubbio l'1 luglio 2021. «Da quattro mesi l’ufficio gip/ gup è in sofferenza. Non c’è niente di anomalo nel fatto che io mi sia autoassegnata quel fascicolo, prassi sempre condivisa e mai contestata. In questi mesi sono stati almeno 70 i fascicoli dei quali mi sono occupata con questa modalità, ma l’unico per il quale sono stata contestata è quello della tragedia della funivia». A dirlo, al Dubbio, è Donatella Banci Buonamici, la giudice che il 30 maggio scorso ha deciso di scarcerare due degli indagati per la tragedia e di mandare il terzo ai domiciliari, contestando fortemente le indagini condotte dalla procura di Verbania. Una scelta che fece gridare allo scandalo e alla quale, una settimana dopo, seguì la sostituzione della giudice da parte del presidente del Tribunale Luigi Montefusco, proprio nel giorno in cui la stessa avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio depositata il 3 giugno da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari. «Mi sono assegnata 70 fascicoli Perché ne contestano solo uno?» «Da quattro mesi l’ufficio gip/ gup è in sofferenza. Non c’è niente di anomalo nel fatto che io mi sia autoassegnata quel fascicolo, prassi sempre condivisa e mai contestata. In questi mesi sono stati almeno 70 i fascicoli dei quali mi sono occupata con questa modalità, ma l’unico per il quale sono stata contestata è quello della tragedia della funivia». A dirlo, al Dubbio, è Donatella Banci Buonamici, la giudice che il 30 maggio scorso ha deciso di scarcerare due degli indagati per la tragedia e di mandare il terzo ai domiciliari. Una scelta che fece gridare allo scandalo e alla quale, una settimana dopo, seguì la sostituzione della giudice da parte del presidente del Tribunale Luigi Montefusco, proprio nel giorno in cui la stessa avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio, depositata il 3 giugno, da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari.

LA SOSTITUZIONE DELLA GIP

Il fascicolo, dunque, è passato alla giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo» ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la «grave situazione di sofferenza» del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. Era stata la stessa Banci Buonamici ad assegnarsi il fascicolo, che sarebbe toccato, invece, alla collega Annalisa Palomba, «contestualmente impegnata in udienza dibattimentale». In casi del genere, scriveva infatti Banci Buonamici, «le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente». La scelta, all’epoca, era stata condivisa proprio con Montefusco. Ma la sostituzione ha fatto piombare pesanti sospetti sul tribunale di Verbania, anche a seguito delle indiscrezioni giornalistiche secondo le quali a spingere il presidente a sostituire la gip sarebbe stata una mail del procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, circostanza smentita categoricamente dallo stesso pg. La vicenda, nei giorni scorsi, è finita davanti al Consiglio giudiziario di Torino, che ha trasmesso parere negativo su quella sostituzione. Ma quanto trapelato dalle stanze chiuse dell’assise ha lasciato più di un dubbio. Se, infatti, in un primo momento, Saluzzo aveva sottolineato con forza di essersi interessato esclusivamente alle minacce ricevute da Banci Buonamici, in qualità di titolare delle iniziative in materia di sicurezza personale dei magistrati, nel corso della seduta ha affermato che nella mail inviata a Montefusco avrebbe anche espresso sconcerto per il contrasto tra pm e gip, auspicando un ritorno nell’alveo della fisiologia dei rapporti tra pm e giudice.

UFFICIO IN SOFFERENZA

Il clima a Verbania è teso, dicono gli addetti ai lavori. Ma per chi, come Banci Buonamici, è costretta a fare i conti con i numeri, la tensione è l’ultimo dei problemi. «Se mi trovo con le spalle al muro lo sfondo e trovo un passaggio», dice ironicamente, apparendo completamente distante dalla descrizione di donna «glaciale» attribuitale dalla stampa. In tribunale, spiega la giudice, «la situazione era critica, in quanto con l’esonero della collega ci trovavamo con una scopertura del 50% dei gip. Era evidente che ne dovevamo recuperare un altro. È vero che io ho individuato il secondo gip nella dottoressa Palomba – spiega -, alla quale vanno i miei ringraziamenti, come alle altre colleghe della sezione. Ma lei non è mai stata esonerata un solo giorno dal ruolo dibattimentale ed è evidente che, soprattutto le urgenze gip, devono essere conciliate con la gestione di un pesante ruolo dibattimentale». Negli ultimi quattro mesi, dunque, Banci Buonamici e Beatrice Alesci, altra giudice della sezione, hanno seguito quanti più fascicoli possibile per affiancare Palomba, «che stava lavorando per due persone». Quello della tragedia del Mottarone è arrivato sulla sua scrivania alle 18, ovvero quando Palomba, al termine delle udienze, aveva già lasciato il Tribunale. «Il lunedì successivo sarebbe stata in ferie – spiega Banci Buonamici – e come da prassi, approvata nelle riunioni di sezione e conosciuta dal presidente del Tribunale, quando la collega va in ferie il lunedì i turni del sabato e della domenica vengono assegnati ad altri. Anche in ragione di quello ho dovuto fare i conti con le persone a disposizione: Antonietta Sacco è un mot, e come tale non può svolgere il ruolo di gip, Alesci aveva udienza il giorno successivo, Rosa Maria Fornelli è il gup. Mi sono consultata in diretta con il presidente del Tribunale e ho deciso di assegnare a me il fascicolo». Anche perché Palomba ha un ruolo dibattimentale pesantissimo, fatto di circa 400 sentenze l’anno. «Dal primo di gennaio abbiamo dovuto far fronte a questa situazione, di cui mi sono assunta la responsabilità, assegnandomi la maggior parte del carico di lavoro per sgravare i colleghi, cosa che ho detto al Consiglio giudiziario. È stata la regola per quattro mesi. Avrebbero dovuto protestare il giorno stesso in cui mi sono assegnata quel fascicolo, invece andava bene a tutti – prosegue -. Ci siamo sempre reciprocamente aiutati, ma prima di ora nessuno ha avuto nulla da contestare. C’è un ruolo arretrato dal 2017, ho lavorato per quattro mesi 10 ore al giorno. E nemmeno la procura, a cui le tabelle sono note, ha mai avuto nulla da ridire». Ma non solo: dal provvedimento di non convalida alla contestazione sul suo operato sono passati sette giorni senza che nessuno, tra procura della Repubblica, procura generale, Tribunale e avvocati, protestasse. Chi ha sollevato, dunque, il problema? Quanto riferito da Banci Buonamici in Consiglio giudiziario è secretato e la stessa non vuole scendere nei dettagli. Ma nella mail del pg Saluzzo, letta dal pg in Consiglio giudiziario su richiesta di Banci Buonamici, «vengono espresse critiche sul mio operato», sottolinea. Saluzzo, nel corso di diverse uscite pubbliche, ha più volte evidenziato di non aver alcun potere di intervento sul presidente del Tribunale né alcun interesse a farlo. Ma ciò che sarebbe stato contestato alla gip è l’atteggiamento «duro», tenuto nel corso dell’udienza di convalida nei confronti del pm, comprese le critiche mosse all’impostazione delle indagini. «Nella mail erano contenute segnalazioni di comportamenti asseritamente scorretti che io avrei tenuto in udienza di convalida – sottolinea la giudice -. Comportamenti che io nego categoricamente. La discussione sarà stata anche accesa, ma sono dinamiche processuali davvero molto frequenti. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la dottoressa Olimpia Bossi (procuratrice di Verbania, ndr), per quattro anni abbiamo collaborato in tranquillità, non avevo alcun pregiudizio. Certamente ero molto critica nei confronti delle indagini, ma l’ho scritto nel mio provvedimento. Se questo non va bene ci sono gli strumenti processuali appositi per contestarlo, ma mi sembra che contro la non convalida non sia stato fatto alcun ricorso in Cassazione. Io 96 ore in carcere non le auguro a nessuno. Prima di fermare una persona ho imparato che ci si deve pensare bene».

IL CONSIGLIO GIUDIZIARIO

A far discutere è anche la scelta di Saluzzo di intervenire e votare nel corso della riunione del Consiglio giudiziario di Torino. E ciò in quanto parte in causa, date le polemiche sul contenuto della sua mail. Secondo l’articolo 15 del regolamento del Consiglio giudiziario di Torino, infatti, «i componenti che dichiarano di astenersi dalla trattazione di un argomento per ragioni di incompatibilità od opportunità non partecipano alla discussione ed alla votazione e devono allontanarsi dalla sala di riunione». Il Consiglio ha espresso parere negativo sulla sostituzione della giudice, ma nel corso della riunione lo stesso pg ha chiesto una rettifica al parere, ottenendo all’unanimità un’integrazione: la legittimità, in capo al presidente del Tribunale, di sostituire la giudice. E se errore c’è stato, secondo Saluzzo, lo stesso starebbe nella scelta della sostituta: la titolare naturale del fascicolo sarebbe stata, infatti, Palomba e non Ceriotti. Ora la palla passa al Csm, mentre a Verbania si attendono ancora i commissari inviati dalla ministra Marta Cartabia. Intanto il presidente della Camera penale, Gabriele Pipicelli, chiede a Saluzzo di rendere pubblica la mail: «Se la missiva è semplicemente quella di cui parla il pg, la metta a disposizione di tutti i giornalisti e chiudiamo la faccenda. Vogliamo solo fare chiarezza».

Funivia del Mottarone, silurata Donatella Banci Buonamici la Gip che aveva scarcerato. Angela Stella su Il Riformista l'8 Giugno 2021. Non sarà il gip di Verbania Donatella Banci Buonamici, che ha scarcerato i tre indagati per la tragedia della funivia del Mottarone, a dover decidere sull’incidente probatorio chiesto dalla difesa di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari, ma il giudice Elena Ceriotti, “titolare per tabella del ruolo”. Lo ha deciso ieri il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco. La gip Banci Buonamici, nella sua funzione di “supplente”, ha deciso giustamente sui fermi dei tre indagati per omicidio colposo plurimo – sono 14 le vittime di domenica 23 maggio -, ma non può decidere sull’incidente probatorio «rilevato – si legge nella nota del presidente del tribunale di Verbania – che il 31 maggio 2021 è cessato l’esonero dalle funzioni di gip di Elena Ceriotti, titolare per tabella del ruolo». Dunque sulla richiesta di incidente probatorio sulla fune e sul sistema frenante della cabina presentata il 3 giugno scorso dall’avvocato Marcello Perillo, difensore di Tadini, si dovrà esprimere il gip Ceriotti. Proprio Perillo ci dice: «Prendo atto di questa decisione ma registro che non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso». Lo stesso pensiero ci viene confermato dall’avvocato Alberto De Sanctis, presidente della Camera penale del Piemonte occidentale: «È singolare il provvedimento del Presidente del Tribunale. Mai viene riassegnato ad altro Gip un fascicolo in fase di indagini, salvo in casi di impossibilità a svolgere le funzioni (per esempio: maternità o trasferimento ad altro ufficio). È doppiamente singolare che accada in un piccolo Tribunale in cui il vero problema dovrebbe essere quello di evitare l’incompatibilità tra gip e gup. Non “bruci” due gip perché avresti problemi a trovarne il terzo per celebrare l’udienza preliminare. È ancora più incredibile che questo avvenga d’urgenza così di fatto da impedire al gip originario di decidere su una richiesta di incidente probatorio formulata dalla difesa». E conclude: «Queste inspiegabili decisioni rischiano di minare la credibilità della magistratura così come percepita dai cittadini. Proprio non ne avevamo bisogno in questo momento storico. Spero che qualcuno all’interno della magistratura e dell’Anm se ne accorga così da tutelare l’indipendenza e la terzietà del Giudice». Si tratta di «provvedimento anomalo» anche per l’avvocato Pasquale Pantano, legale di Luigi Nerini, il titolare della Ferrovia del Mottarone, che aggiunge: «Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l’arbitro nonostante tutti riconoscano abbia operato bene». Qualche dubbio sorge se pensiamo a quanto accaduto nei giorni precedenti: a seguito delle scarcerazioni decise dal gip Banci Buonamici, secondo la quale il fermo era «stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge» e per questo non poteva essere convalidato, la Procuratrice Olimpia Bossi si era lasciata andare a dichiarazioni sorprendenti come «Prendevamo insieme il caffè (riferita alla gip, ndr), per un po’ lo berrò da sola». Se la pm si era sentita quasi offesa dal tradimento della collega, quest’ultima invece con determinazione aveva replicato ai cronisti: «Il pm fa il suo lavoro bene e io faccio il mio lavoro credo altrettanto onestamente. È il sistema, dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici. Perché non siete felici? L’Italia è un Paese democratico». Per il Tribunale di Verbania invece tutto regolare, nessuno scandalo. Sotto la lente del presidente del tribunale è finita proprio la decisione della Banci Buonamici di autoassegnarsi il fascicolo sull’incidente della funivia del Mottarone che doveva essere assegnato al giudice Annalisa Palomba «impegnata in udienza dibattimentale», come emerge in un documento a firma Banci Buonamici. Se l’udienza di convalida non è in discussione, il presidente del tribunale ha ricordato che il gip supplente «non deve, per un’equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino alla definizione del procedimento, affari per tabella non spettantigli». Rientrato il giudice titolare ora è tutto nelle mani di Elena Ceriotti, e sarà lei a decidere sull’incidente probatorio e su eventuali altre questioni. Il provvedimento di esonero, su richiesta del presidente del tribunale di Verbania, viene trasmesso alle parti interessate e «per le valutazioni di competenza al consiglio giudiziario presso la corte d’appello di Torino», oltre che al presidente della corte d’appello e al procuratore generale sempre di Torino. Intanto la Procura della Repubblica di Verbania ha chiesto al Tribunale del Riesame di annullare il provvedimento con cui il gip Donatella Banci Buonamici lo scorso 29 maggio aveva rigettato la richiesta di misura cautelare per Luigi Nerini, il titolare della Ferrovia del Mottarone, e per Enrico Perocchio, l’ingegnere direttore di esercizio. Angela Stella

Funivia Stresa Mottarone, vincono forca e piazza. Quel terribile sospetto sulla cacciata della gip: il solito vizio italiano? Libero Quotidiano l'08 giugno 2021. “Chi vince, la legge o la piazza? A quanto pare, neanche la strage del Mottarone avrà un destino giudiziario lineare”. Lo scrive Il Giornale in relazione agli ultimi sviluppi che hanno destato grande clamore: la gip Donatella Banci Buonamici, che con un provvedimento garantista aveva giustamente scarcerato i tre indagati per mancanza di esigenze cautelari, è stata privata del fascicolo, che è stato assegnato a una collega, Elena Ceriotti, che la stessa Buonamici aveva sospeso per i gravi ritardi nello smaltimento dei carichi di lavoro. E guarda caso come le carte sono passate di mano la Procura è tornata all’assalto, richiedendo immediatamente l’annullamento dell’ordinanza di rigetto nei confronti di Nerini e Perocchio. Il loro, insieme a quello di Tadini, era un arresto eseguito fuori dai casi previsti dalla legge e quindi non poteva essere convalidato: lo aveva scritto la gip il 30 maggio. Poi però la Buonamici è stata “silurata” dal presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco. Una decisione inappuntabile dal punto di vista formale, dato che la Buonamici, che è presidente di sezione e coordinatrice dell’area penale, si era occupata del fermo dei tre indagati in quanto esercitava la funzione di ‘supplente’: non vale la norma secondo cui la competenza resta del primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi. “Cosa devono pensare i tre indagati riguardo alle garanzie di un’indagine nella quale viene sostituito all’improvviso l'arbitro? Cosa ne è della terzietà del giudice rispetto al pubblico ministero, che con l’esclusione della Buonamici incassa un clamoroso punto a favore, tanto da chiedere l’annullamento della sua ordinanza?”, sono gli interrogativi posti da Il Giornale. Secondo cui questa “guerra tra toghe” che si sta consumando a Verbania “mette in gioco la civiltà giuridica del paese”. 

Gip rimossa, scoppia la protesta dei penalisti: “Fatto senza precedenti”. Angela Stella su Il Riformista il 9 Giugno 2021. «Riparta da Verbania la battaglia politica per l’approvazione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, firmata da 75mila cittadini e pendente in Parlamento». Questo il senso della delibera della giunta dell’Unione delle Camere Penali approvata ieri a seguito della revoca del fascicolo al giudice Banci Buonamici, che aveva scarcerato (due a piede libero, uno ai domiciliari) i tre indagati per la tragedia della funivia del Mottarone. Ora è tutto in mano al giudice Elena Ceriotti, “titolare per tabella del ruolo”, come deciso dal presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco. La vicenda ha messo in agitazione i penalisti a livello locale e nazionale che, fatta chiarezza sull’accaduto, hanno deciso di mobilitarsi in massa. La Camera Penale di Verbania ha proclamato infatti per il 22 giugno lo stato di agitazione e un giorno di astensione dall’attività di udienza e giudiziaria. «Il solo sospetto che la riassegnazione del fascicolo possa essere conseguenza di insistenze provenienti da una parte del procedimento costituisce un inaccettabile vulnus alla serenità della giurisdizione, di cui deve essere espressione l’assoluta indipendenza del giudice», scrive il presidente della Camera Penale, Gabriele Pipicelli, che chiede un «immediato approfondimento di Csm e Ministero della Giustizia». E aggiunge importanti dettagli riguardo la riassegnazione: «ad oggi non risulta che tutti i procedimenti assegnati ai vari giudici in sostituzione della dottoressa Ceriotti siano alla stessa stati riassegnati». Inoltre, «al momento della “sospensione” dalle funzioni di Gip della dottoressa Ceriotti» per smaltire dell’arretrato «era stato condiviso con la Camera penale di Verbania il principio per cui l’assegnatario di fascicoli destinati alla Ceriotti li portasse a conclusione». E allora perché togliere quello sulla tragedia del Mottarone alla Banci Buonamici? Per ora quest’ultima non parla, aggiunge solo che «parlerò nelle sedi istituzionali». Ad aderire all’astensione dei penalisti di Verbania saranno tutte le Camere penali del Piemonte che in una nota fanno notare «che mai si è visto il Presidente di un Tribunale riassegnare il procedimento al GIP che avrebbe dovuto averlo in carico secondo un’originaria tabella disattesa per un legittimo impedimento dello stesso giudice; e che, come sempre accade, il GIP dell’udienza di convalida del fermo o dell’arresto continua ad esercitare le stesse funzioni fino alla conclusione delle indagini preliminari». La giudice Donatella Banci Buonamici si era autoassegnata l’udienza di convalida dei fermi nell’inchiesta sulla sciagura del Mottarone ma dopo aver «sentito il Presidente del Tribunale», come leggiamo nel provvedimento che abbiamo avuto modo di visionare. Dato tutto questo quadro, a sostenere l’iniziativa degli avvocati piemontesi c’è l’Ucpi che ha diramato un durissimo comunicato: «Il Re, dunque, è nudo, e se in questo Paese fosse ancora necessario avere conferma della improcrastinabile necessità di operare, da subito, per una riforma costituzionale che separi le carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, la clamorosa vicenda di Verbania ha assolto definitivamente questo compito». Mentre infatti, prosegue la giunta presieduta dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, «risulta da nessuno smentita la notizia, ripetutamente diffusa dai media pubblici e privati, di un diretto intervento del Procuratore Generale di Torino sul Presidente del Tribunale di Verbania per la rimozione da quella inchiesta di un Giudice coraggiosamente indipendente dall’Ufficio di Procura come la dott.ssa Banci Buonamici, siamo assolutamente persuasi che, in ogni caso, quella notizia sia purtroppo straordinariamente verosimile». In conclusione «un Paese nel quale può accadere ciò che accade a Verbania, e cioè che un Giudice che adotta decisioni sgradite all’Accusa venga bruscamente eliminato dallo scenario processuale, è un Paese che calpesta la Costituzione, con una protervia ed un sentimento di impunità che lascia sbalorditi. Invitiamo il Governo, la Ministra Cartabia e tutti i Parlamentari che abbiano a cuore i valori costituzionali del giusto processo, ad acquisire definitiva consapevolezza di questa allarmante emergenza, e dunque a rilanciare il percorso della proposta di legge di iniziativa popolare dell’UCPI, firmata da 75mila cittadini e attualmente ferma avanti la Commissione Affari Costituzionali della Camera. Quella è la strada maestra, senza -occorre dirlo con molta chiarezza- illusorie scorciatoie referendarie». Sul fronte politico, quello che in primis dovrebbe smuovere le acque per discutere in Parlamento della proposta di legge dell’Ucpi, tutto tace. Fa eccezione il deputato e capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia, Pierantonio Zanettin che ha presentato «un’interrogazione al ministro della Giustizia per chiedere di disporre un’ispezione ministeriale finalizzata a verificare la legittimità del provvedimento con il quale il Presidente del Tribunale di Verbania ha disposto questo inconsueto avvicendamento dei Gip». Sarcastico invece il commento dell’onorevole di Azione Enrico Costa: «Alla Gip di Verbania che ha osato rigettare le richieste del PM è stato tolto il fascicolo d’inchiesta. Bisogna rispettare il “ruolo”, è la spiegazione offerta. Il “ruolo” del Gip è infatti – statisticamente- quello di mero esecutore delle richieste dei PM». Angela Stella

Dopo la sostituzione del Gip del caso Mottarone. Funivia del Mottarone, i penalisti napoletani in campo: “Non trionfi il giustizialismo”. Francesca Sabella su Il Riformista il 10 Giugno 2021. «La Camera Penale di Napoli, nell’accogliere con convinzione l’invito rivolto dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) esprime incondizionato sostegno ai penalisti di Verbania e del Piemonte Occidentale che hanno proclamato l’astensione dalle udienze a seguito dell’inopinata decisione del presidente del Tribunale di Verbania di revocare l’assegnazione del fascicolo relativo alla tragedia della funivia Mottarone alla dottoressa Banci Buonamici». I penalisti napoletani si schierano dopo gli ultimi sviluppi della tragica vicenda della funivia piemontese: al gip che aveva chiesto la scarcerazione per due dei tre indagati è stato tolto il fascicolo, poi affidato a un altro che ha subito chiesto l’annullamento di quel provvedimento. Il giudice ha solo applicato la legge, ma evidentemente, in Italia, ciò non è abbastanza e la rabbia dell’opinione pubblica giustizialista conta più della Costituzione. «La vicenda di Verbania costituisce l’ennesima riprova della necessità di procedere alla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante – si legge nella nota ufficiale della Camera Penale di Napoli – È infatti evidente che la magistratura giudicante debole, impaurita e talvolta poco consapevole del fondamentale ruolo a essa demandato non è in grado di sottrarsi alle enormi pressioni provenienti dalle Procure (e dai mondi che le ruotano attorno, in primis l’informazione) e stia progressivamente smarrendo quei caratteri di terzietà e imparzialità che costituiscono l’essenza (e ancor prima la legittimazione) del giudicare». E questo rappresenta un pericolo gravissimo a Verbania come a Napoli: in gioco c’è la tenuta democratica del Paese.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

L'inchiesta su Mottarone. Funivia caduta, Di Matteo e Ardita pressano il Csm sulla gip rimossa: “Subito un’inchiesta”. Angela Stella su Il Riformista il 10 Giugno 2021. Arriva al Consiglio Superiore della Magistratura il caso della sostituzione in corso d’opera del giudice Donatella Banci Buonamici che si stava occupando dell’inchiesta sul Mottarone. I consiglieri togati Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo hanno chiesto infatti al Comitato di presidenza l’apertura di una pratica: «Apprendiamo dalla stampa che nel corso di un procedimento penale pendente presso il Tribunale di Verbania e nel cui ambito sono stati resi provvedimenti sulla libertà personale, il giudice costituito nella funzione di GIP sarebbe stato sostituito in corso di procedimento con provvedimento del presidente del Tribunale. Chiediamo che della questione venga investita con immediatezza la commissione competente e subito dopo l’assemblea plenaria affinchè si intervenga con massima tempestività per valutare la correttezza della decisione adottata e la sua eventuale incidenza sui principi in tema di precostituzione del giudice». Occorre agire subito per evitare che, tra sei mesi ad esempio, il Csm decida di intraprendere eventuali azioni disciplinari quando l’inchiesta è andata ormai avanti con un giudice che in teoria non se ne sarebbe dovuto occupare per una decisione errata del Presidente del Tribunale. Dunque, due pubblici ministeri stanno ricordando che nella cultura della giurisdizione liberale di un Paese democratico ciò che è intoccabile è il giudizio del giudice e un pm non può divenire l’elemento dominante dell’attività investigativa. Per questo la necessità di fare chiarezza, soprattutto in questo momento di grave crisi di credibilità della magistratura, sul provvedimento del Presidente del Tribunale di Verbania. Anche alla luce di quanto denunciato dai penalisti per i quali «al momento della “sospensione” dalle funzioni di Gip della dottoressa Ceriotti» per smaltire dell’arretrato «era stato condiviso con la Camera penale di Verbania il principio per cui l’assegnatario di fascicoli destinati alla Ceriotti li portasse a conclusione». Così la preoccupazione sollevata dall’avvocatura, in particolare dall’Unione delle Camere Penali, che pure aveva richiesto un intervento del Csm e del Ministero della Giustizia tramite il presidente dei penalisti di Verbania Gabriele Pipicelli, sembra essere condivisa anche da parte della magistratura che intende fare luce su una vicenda apparentemente regolare dal punto di vista procedurale ma alquanto singolare, considerato che, come denunciato dalle Camere penali, una tale gestione di un fascicolo non avrebbe precedenti. Anche i togati di Magistratura indipendente – Loredana Micciché, Paola Maria Braggion, Antonio d’Amato e Maria Tiziana Balduini – si sono associati alle richieste di Ardita e Di Matteo chiedendo «che la commissione competente venga investita con urgenza della questione relativa alla correttezza della decisione adottata dal presidente del tribunale di Verbania incidente sui fondamentali principi di precostituzione del giudice». Strage del Mottarone, tolto il fascicolo al gip garantista Banci Buonamici: la Procura chiede di annullare le scarcerazioni

Intanto arriva la secca smentita del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, alle ipotesi secondo cui avrebbe esercitato pressioni o interferenze per ottenere dal presidente del tribunale di Verbania la sostituzione del Gip assegnatario del fascicolo sul disastro della funivia del Mottarone: «Non ho alcun titolo per intervenire sugli uffici giudicanti, non ho la competenza e la attribuzione ordinamentale (che spetta al presidente della Corte d’Appello) e mantengo un ‘sacro’ rispetto nei confronti della magistratura giudicante e dei suoi appartenenti», pertanto «trovo gravemente offensivo (per non dire oltraggioso) ipotizzare che io o il procuratore della Repubblica (un magistrato tra i più corretti che io abbia conosciuto) abbiamo posto in essere ‘manovre’ occulte (poiché altro non potrebbero essere) per ottenere un risultato illecito. E per cosa? Perché un giudice ha seguito una ricostruzione ed una valutazione diversa rispetto a quella del pubblico ministero? Come se non accadesse ogni giorno nella normale dialettica delle parti nel processo. Sono previsti rimedi processuali appositi e ad essi già fatto ricorso il procuratore della Repubblica di Verbania». Ha proseguito sottolineando che «gli autori di queste affermazioni, false e ridicole, se ne assumeranno la responsabilità», aggiungendo, poi, altri due elementi. Il primo: «la decisione del presidente del Tribunale (che ho letto quando mi è stata recapitata perché il mio ufficio è in indirizzo) riguarda dinamiche interne a quell’ufficio giudicante e la sua aderenza alla organizzazione tabellare (cioè, predeterminata e rigida per dare attuazione ai principi costituzionali del "giudice naturale" e "precostituito") sarà valutata dal Consiglio giudiziario e dal Consiglio superiore della Magistratura». La seconda: di aver indirizzato una nota scritta al presidente del Tribunale «per avere informazioni in ordine all’esistenza, alla portata e allo ‘spessore’ delle asserite minacce o intimidazioni che sarebbero state rivolte alla dottoressa Banci Bonamici». «Essendo l’unico ed esclusivo titolare – conclude Saluzzo – delle iniziative in materia di sicurezza personale dei magistrati e delle sedi giudiziarie ho chiesto al presidente del Tribunale di Verbania di relazionare sul punto, al fine di mettermi in condizioni di fare, eventualmente, le mie richieste e le mie proposte al competente organismo della prefettura». Angela Stella

Valentina Errante per "Il Messaggero" il 10 giugno 2021. Si riunirà oggi il Comitato di presidenza del Csm e con ogni probabilità affiderà alla settima commissione l'esame sul caso Verbania. Ossia la decisione del presidente del Tribunale di assegnare a un altro gip, rispetto a quello che non aveva convalidato i fermi, la competenza sulla tragedia del Mottarone. La commissione aprirà una pratica e dovrà pronunciarsi su quello che in gergo si chiama provvedimento tabellare ossia il cambiamento del giudice competente. La decisione del presidente del Tribunale potrebbe anche essere annullata. L'ultima parola spetterà comunque al plenum. A sollevare la questione sono stati i consiglieri Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, ai quali si sono poi uniti tutti i togati del gruppo di Magistratura indipendente. I magistrati, dopo le polemiche sulla scelta del presidente del Tribunale, hanno chiesto con urgenza l'apertura di una pratica per verificare la correttezza della decisione di sostituire in corsa il giudice che si stava occupando dell'inchiesta. E così Palazzo dei Marescialli gioca d'anticipo e in senso opposto rispetto al presidente del Tribunale Luigi Montefusco, che aveva messo sotto accusa il presidente del gip, mandando al consiglio giudiziario l'ordinanza che le toglieva il caso. Investire «con immediatezza la commissione competente e subito - si legge - dopo l'assemblea plenaria affinché si intervenga con massima tempestività per valutare la correttezza della decisione adottata e la sua eventuale incidenza sui principi in tema di precostituzione del giudice». Alla richiesta, formulata al comitato di presidenza del Csm da Ardita e Di Matteo, si sono associati i consiglieri Loredana Micciché, Paola Maria Braggion, Antonio d'Amato e Maria Tiziana Balduini. Il caso è scoppiato lunedì scorso, quando Luigi Montefusco, presidente del Tribunale di Verbania, ha riassegnato il fascicolo sull'incidente della funivia, nel quale hanno perso la vita 14 persone, al gip Elena Ceriotti, titolare per tabella del ruolo, rientrata in servizio il 31 maggio dopo la cessazione dell'esonero dalle funzioni. Il procedimento era intanto stato assunto dal presidente dell'ufficio gip, Donatella Banci Buonamici, come supplente per la convalida del fermo, che aveva disposto la scarcerazione di Luigi Nerini, ed Enrico Perocchio, disponendo i domiciliari per Gabriele Tadini. L'ordinanza, della quale ora si occuperà il Csm, ha suscitato molte polemiche e il sospetto negli avvocati che sia stata indotta dalle pressioni del procuratore Olimpia Bossi, che intanto ha impugnato davanti al Riesame la mancata convalida del fermo. Montefusco ha trasmesso la sua ordinanza con i rilievi a Banci Buonamici anche Presidente della Corte d'Appello, al Procuratore Generale e al Consiglio giudiziario di Torino, che formula i pareri sull'attività delle toghe, alla Procura e all'Ordine degli avvocati di Verbania. «Il giudice assegnatario del procedimento - si legge - si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via gradata tra gli altri giudici dell'ufficio, escludendo il presidente Donatella Banci Buonamici». E ancora: «Tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati dell'ufficio gip-gup». Così se Montefusco aveva investito il consiglio giudiziario per «le valutazioni di competenza» nei confronti del capo dei gip, con l'ipotesi di trasmettere la questione al Csm, il Consiglio adesso potrebbe mettere sotto accusa proprio il presidente del Tribunale e annullare il provvedimento. Gli avvocati, intanto, stanno valutando se chiedere lo spostamento dell'inchiesta in un'altra sede per «legittima suspicione». Mentre la Camera penale di Verbania ha proclamato una giornata di astensione dalle udienze (il 22 giugno) alla quale si sono associati anche gli avvocati di Torino, Alessandria, Novara e Vercelli.

Tragedia del Mottarone, alla gip “titolare” torna solo il fascicolo funivia. Dopo la sostituzione della gip Donatella Banci Buonamici, rimpiazzata in corsa dal presidente del Tribunale di Verbania, i penalisti decidono di agire proclamando una giornata di astensione. Simona Musco su Il Dubbio il 9 giugno 2021. Il clima a Verbania è incandescente. E dopo la sostituzione della gip Donatella Banci Buonamici, rimpiazzata in corsa dal presidente del Tribunale Luigi Montefusco con la collega Elena Ceriotti nel caso della strage della funivia di Stresa-Mottarone, ora i penalisti decidono di agire, indicendo una giornata di astensione, prevista per il 22 giugno. Il dubbio, infatti, è che la gestione della vicenda rischi di minare la «serenità della giurisdizione», a causa di tutta una serie di elementi ancora poco chiari. Anche a causa del «presunto interessamento da parte della procura generale di Torino per verificare l’assegnazione del fascicolo», affermano i penalisti. La vicenda, dunque, da fatto giudiziario è diventato un vero e proprio caso. Condito dal circo mediatico che ha caratterizzato l’indagine sin dall’inizio e dalla querelle tra procura e gip in sede di udienza di convalida del fermo, quando la giudice ha cassato il provvedimento della procuratrice Olimpia Bossi bollando come «totalmente irrilevante» la ragione posta alla base del fermo: il «clamore internazionale» della vicenda. «Non ho niente da dire – ha commentato laconicamente Banci Buonamici -. Parlerò nelle sedi istituzionali». Montefusco, lunedì, ha inviato tutto il provvedimento, compreso il precedente decreto di esonero di Ceriotti, al Consiglio giudiziario presso la Corte d’appello di Torino e alla procura generale. Il presidente ha sottratto il fascicolo alla giudice proprio nel giorno in cui la stessa avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio depositata il 3 giugno da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari. Richiesta alla quale si era opposta la procuratrice Bossi ma che, secondo indiscrezioni, la stessa gip aveva accolto, salvo vedersi rifiutare l’accettazione del provvedimento dalla cancelleria. Per Montefusco a dover gestire il fascicolo sarebbe Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo» ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la «grave situazione di sofferenza» del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. Dopo quella data, la stessa era rimasta però fuori gioco, avendo chiesto un congedo ordinario conclusosi solo il 7 giugno, ovvero il giorno in cui Montefusco le ha attribuito il fascicolo. La richiesta di incidente probatorio, dunque, era finita in mano a Banci Buonamici, così come la replica della procura. L’errore, secondo il presidente del Tribunale, starebbe a monte: «In base alle tabelle il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via graduata tra i giudici Alesci, Palomba, Sacco e Michelucci, e non nella dottoressa Banci Buonamici». L’erede naturale sarebbe stata, dunque, Annalisa Palomba, «contestualmente impegnata in udienza dibattimentale». Ed in casi del genere, scriveva Banci Buonamici, «le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente», così come stabilito assieme allo stesso Montefusco. «Il primo di febbraio – ha spiegato la giudice ad Azzurra Tv – ho esonerato la dottoressa Ceriotti e ho disposto che tutti i procedimenti venissero assegnati alla dottoressa Palomba, indicando me come sostituta in caso di suo impedimento. Quando è arrivato il fascicolo per la convalida, la dottoressa era impegnata nelle funzioni del Tribunale e l’ho sostituita. Un provvedimento avallato dal presidente del tribunale, controfirmato, già fatto per centinaia di processi». Una scelta, dunque, che sembra «contraddire le stesse determinazioni prese dalla presidente di sezione in uno con il presidente del Tribunale al momento dell’assegnazione del fascicolo e non contribuisce, per toni e contenuto, a definire con adeguata trasparenza la vicenda», secondo i penalisti di Verbania, guidati da Gabriele Pipicelli. Ma non solo: al momento della sospensione dalle funzioni di gip di Ceriotti, «era stato condiviso con la Camera penale il principio per cui l’assegnatario di fascicoli destinati» alla stessa «li portasse a conclusione». Tant’è che in nessun altro caso è stato preso un provvedimento simile a quello destinato a Banci Buonamici: «Ad oggi – affermano i penalisti – non risulta che tutti i procedimenti assegnati ai vari giudici in sostituzione della dottoressa Ceriotti siano alla stessa stati riassegnati e nel provvedimento del presidente del Tribunale non vi è menzione alcuna in merito». Un unicum, dunque, che secondo gli avvocati merita un approfondimento anche da parte del Csm e del ministero della Giustizia, per scacciare qualsiasi dubbio su possibili «insistenze provenienti da una parte del procedimento», situazione che rischierebbe di portare ad un’incompatibilità ambientale. Alla giornata di astensione organizzata dai penalisti di Verbania hanno aderito anche i colleghi di Novara, Piemonte occidentale e Valle d’Aosta, Vercelli e Alessandria, evidenziando rischi «di tenuta del sistema processuale» e lamentando «seri problemi di indipendenza, imparzialità e terzietà del giudice nei confronti della procura della Repubblica, requisiti imprescindibili che devono essere garantiti dal sistema processuale nella loro effettività e persino nella loro formalità, così come viene percepita all’esterno, e non affidati all’attitudine personale del singolo magistrato». Sulla vicenda ha chiesto chiarezza anche il deputato e capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia, Pierantonio Zanettin, che ha annunciato un’interrogazione alla ministra «per chiedere di disporre un’ispezione ministeriale finalizzata a verificare la legittimità del provvedimento». Ma c’è di più: subito dopo aver deciso di rimettere in libertà due dei tre indagati e di mandare il terzo ai domiciliari, Banci Buonamici è stata vittima di minacce e insulti online, attacchi ora oggetto di attenzione da parte della Procura generale della Corte d’Appello di Torino. L’iniziativa sarebbe finalizzata a valutare l’opportunità di stabilire misure di vigilanza a tutela della giudice. Minacce alle quali era stato lo stesso Montefusco a replicare, in difesa della collega. «Piena e convinta solidarietà per l’esemplare e doveroso impegno profuso in un atto d’ufficio al solo scopo di accertare la verità», aveva dichiarato, condannando la «gogna mediatica» subita dal gip.

Il caso Verbania. Strage del Mottarone, cosi il Pg di Torino ha intimidito il presidente del tribunale per far rimuovere la gip garantista. Piero Sansonetti su Il Riformista il 26 Giugno 2021. Le inchieste giudiziarie, di norma, hanno tre protagonisti: l’accusa, la difesa e il Gip (che è il giudice delle indagini preliminari). Il Gip dovrebbe essere imparziale, terzo, e cioè dovrebbe evitare che una delle due parti in conflitto soverchi l’altra aggirando le norme e le leggi. Domanda: che succede se il capo degli accusatori impone al capo dei giudici di sostituire un Gip perché sta sì rispettando la legge ma senza accogliere i desideri dell’accusa? Succede che la giustizia scompare. Diventa inquisizione. È vero che nella realtà della giustizia vissuta, quasi sempre il Gip esegue gli ordini del Pm. Che è un suo collega e spesso un suo amico. Raramente è davvero terzo. Ed è per questo che si chiede la separazione delle carriere: per dividerli. Però una cosa è l’usanza, degenerata, una cosa diversa è la spavalderia di una pressione esercitata in modo diretto e prepotente proprio contro uno dei pochi Gip che si è mostrato seriamente terzo. A Verbania, nonostante le smentite del procuratore generale di Torino, è successo esattamente questo. Una Gip era entrata in contrasto con il Pm, il Pm ha protestato, il Procuratore generale (cioè il capo dei Pm di tutto il Piemonte) si è scagliato contro la Gip sgradita e ha quantomeno “suggerito” al presidente del Tribunale di sostituirla, Il presidente del Tribunale ha eseguito e la Gip, troppo rispettosa delle leggi, è stata rimossa. La vicenda la conoscete tutti, è quella dell’inchiesta sulla tragedia della funivia di Stresa, crollata nella valle con 15 persone a bordo, delle quali 14 sono morte. Cioè tutte tranne un bambinetto. È partita l’inchiesta, sotto una incredibile pressione popolare e di mass media: “prendete i responsabili, incarcerateli, puniteli in modo esemplare”, è stato il grido unanime. Tre persone sono state arrestate ma la Gip ha osservato che non c’erano i requisiti minimi che consentono l’arresto. Per almeno due di loro. Uno l’ha mandato libero, l’altro ai domiciliari. A questo punto si è scatenato l’inferno ed è intervenuto il Procuratore generale. Il quale nei giorni scorsi ha negato di avere chiesto la rimozione della Gip e ha sostenuto di essersi solo preoccupato della incolumità della giudice. Però il 22 giugno si è riunito il Consiglio Giudiziario del Piemonte (che è l’organo regionale di autogoverno dei magistrati, una specie di Csm territoriale), ha interrogato la Gip rimossa, Donatella Banci Buonamici, e ha esaminato le carte a disposizione. È saltata fuori la mail inviata dal procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, al presidente del Tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, ed è una mail che inguaia il Pg. Risulta che quello che lui ha dichiarato quando si è diffusa la voce di un suo intervento non era la verità. Nella mail ci sono accuse pesanti verso la dottoressa Banci Buonamici, e la mail risulta palesemente come un pressante consiglio di sostituirla. Cosa che poi è avvenuta. Il presidente del Tribunale di Verbania, Montefusco, in realtà in un primo tempo aveva lodato il comportamento rigorosissimo della Gip. Poi aveva cambiato atteggiamento. Aveva chiamato la Gip per chiederle di trovare un modo per non concedere l’incidente probatorio chiesto dalla difesa, e poi in varie occasioni aveva fatto notare alla Gip che la sua carriera sarebbe stata danneggiata se si fosse messa di traverso. Questo cambio di atteggiamento è dipeso dall’intervento del Pg di Torino? Noi sappiamo con certezza che la Gip ha invece accolto la richiesta di incidente probatorio -respingendo le pressioni – ma questa richiesta è stata rifiutata dal cancelliere con una motivazione sorprendente: “Lei, dottoressa, è stata rimossa”. La Gip non era stata avvertita del provvedimento, gliel’ha detto il cancelliere. Ora tutto il materiale è stato trasferito al Csm, che dovrà esaminarlo e stabilire come procedere. Sicuramente a Verbania è stato leso l’equilibrio tra procura e tribunale, che è un cardine della Costituzione e dello stato di diritto. Il Csm potrà chiudere un occhio, come fa spesso, e dire che in fondo in quella richiesta non c’era violenza, e gettare ancora polvere e polvere e polvere e macerie sotto il tappeto? Difficile, stavolta. Il dottor Saluzzo, cioè il Pg di Torino, è un personaggio piuttosto noto. Spesso apprezzato. Ma anche molto criticato. Difese in modo impegnatissimo, ad esempio, la decisione della procura di Torino di arrestare Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni condannata a un anno di prigione senza condizionale per avere partecipato a una manifestazione non violenta contro la Tav della val di Susa. Nicoletta passò mesi e mesi in carcere. E aveva creato polemiche anche con una presa di posizione di segno opposto, quando difese i migranti durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, lanciando il grido verso le istituzioni insensibili al fattore umano: “pietà l’è morta”. Difficile dire se Saluzzo è una toga di sinistra o di destra. Diciamo che è una toga convinta che la toga sia al di sopra di tutto, che un Pg possa permettersi di spedire una mail per intimidire un presidente del Tribunale, che la giustizia sia un affare dei Pm duri e puri e che bisogna tenere alla larga i garantisti, cioè quelli che mettono le regole e la legge al di sopra della necessità di fare prevalere l’accusa sulla difesa e il bene sul male. Non è in minoranza, Saluzzo, tra i suoi colleghi. Che in gran numero si oppongono al referendum sulla separazione delle carriere e sulla creazione di due distinti Csm. Si capisce.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il clamoroso caso Verbania. La giudice è brava e applica la legge con rigore? Niente paura, basta sostituirla. Piero Sansonetti su Il Riformista il 9 Giugno 2021. Provate a raccontare questa storia a un cittadino americano, o canadese, o svizzero, o giapponese. Ditegli che in Italia è successo questo: un procuratore entra in contrasto con un giudice che respinge alcune sue richieste e accoglie invece alcune richieste della difesa. Il Presidente del tribunale interviene e rimuove il giudice, sebbene risulti del tutto evidente che il giudice ha assunto fin qui decisioni ineccepibili dal punto di vista del Codice di procedura e della Costituzione, e che le richieste del Procuratore erano non accoglibili. Probabilmente il cittadino americano o canadese, o giapponese scoppierà a ridere. Non vi crederà. Forse vi conviene raccontare questa storia a un cittadino della Corea del Nord, o dell’Iran. Avete più speranze che vi dica: succedono anche da noi cose di questo genere. La vicenda della Giudice di Verbania, rimossa con una scusa burocratica, è agghiacciante. È il superamento di ogni “sfacciataggine” del ”Sistema”. Che non ha il pudore almeno di nascondere la sua arroganza. La mostra contento, ti ride in faccia. Ogni volta che denuncio la degenerazione della magistratura, e la sua prepotenza, e il disprezzo per lo Stato di diritto, mi sento dire (e solo dalle persone più ragionevoli): “Tu sbagli, fai di ogni erba un fascio. Il corpo grosso della magistratura è sano”. Già. Può darsi. Ma il corpo grosso della magistratura è imbrigliato in un sistema che non gli permette di esprimersi e di servire onestamente e con rigore la legge e il diritto. A me pare del tutto evidente che la dottoressa Banci Buonamici sia una ottima magistrata, che conosce le leggi, le sa applicare con saggezza e rigore, sa svolgere anche il suo ruolo che prevede la necessità di riequilibrio nel caso che il rappresentante dell’accusa sia troppo aggressivo. Ma la dottoressa Banci Buonamici è stata messa alla porta proprio per questa ragione: perché è una magistratura seria e onesta. Ci rendiamo conto? La maggior parte della magistratura è seria e onesta, io ci credo, ma voi vi dovete convincere che esiste una robusta e potentissima minoranza della magistratura che coltiva solo il proprio potere, se ne infischia della giustizia e delle sue regole, si fa beffe della ricerca della verità, ed è in grado di tenere sotto scacco la magistratura onesta. O si risolve questo problema, con un vero e proprio atto rivoluzionario che privi dell’immenso potere di cui gode la parte oscura della magistratura, oppure il Italia lo Stato di diritto assomiglierà sempre di più a quello venezuelano o a quello della Corea del Nord. Chi lo deve compiere questo atto rivoluzionario? C’è un solo soggetto autorizzato a farlo: il Parlamento. La politica. Vi ricordate ancora di quando la politica viveva di dignità e pensiero propri? Ieri la Procura generale della Cassazione ha chiesto al Csm di confermare la condanna di Luca Palamara. Cioè la sua cacciata dalla magistratura. Perché? Perché – dice l’accusa – ha tramato, ha condizionato o si è fatto condizionare dai politici, ha provato a ostacolare le carriere dei colleghi. Oddio: ma alla Procura generale della Cassazione l’hanno letto il libro di Palamara? Si son resi conto di quale palude fangosa sia il terreno nel quale le correnti della magistratura si davano e si danno battaglia e poi negoziano le carriere, i posti di potere, i rapporti di forza, e probabilmente anche le inchieste da fare o da insabbiare e le sentenze di condanna o di assoluzione? E si sono accorti che al processo del Csm contro Palamara non hanno potuto partecipare decine e decine di testimoni, per la semplice ragione che se quelle testimonianze fossero state ammesse poi sarebbe stato necessario cacciare dalla magistratura, eventualmente qualche centinaio di magistrati, in prevalenza Pm, che poi sono esattamente quelli che oggi rappresentano l’impalcatura del potere giudiziario? Nonostante il silenzio impressionante dei giornali (anche loro ispirati probabilmente dalle abitudini della Nord Corea più che del Venezuela, dove almeno una parvenza di stampa libera ancora esiste), una parte importante dell’opinione pubblica è stata informata di quel che sta succedendo, e di come ha funzionato negli ultimi decenni la magistratura. La fiducia popolare nelle Procure, che era altissima, ora è rasoterra. Chiunque può capire che dei provvedimenti vanno presi. Probabilmente il più urgente è la separazione netta tra Ordine dei Pm e Ordine dei giudici, cioè di un provvedimento che impedisca l’irruzione dei Pm nelle competenze della magistratura giudicante, come sembra essere successo a Verbania. E non solo a Verbania. Di solito questa irruzione avviene semplicemente attraverso la sottomissione del Gip, che copia e poi incolla i documenti firmati da Pm, senza osare obiezioni. Se la sottomissione non c’è scatta il metodo Verbania. Possibile che il Parlamento, e anche il Presidente della Repubblica, non si accorgano di questa situazione? E il governo? E la ministra? Oppure – come è probabile – se ne accorgono perfettamente ma non hanno la forza, o il coraggio, per intervenire.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Ecco perché il caso della funivia ha molto a che vedere con la difesa dell’appello penale. La “verità” rimane categoria divina, esclusa dalla fallibilità dell’essere umano. Il Dubbio l'8 giugno 2021. Cosa c’entra la difesa dell’appello con l’ennesimo caso che mette in luce l’anomalia dell’ordinamento giudiziario italiano (magistrati dell’accusa e del giudizio che partecipano carriere, sindacato, organo di promozione e disciplinari)? All’apparenza non c’entra nulla, a meno che non si voglia andare al fondo e comprendere. Chi non ne ha voglia si fermi qui. Come tutti intuiscono, i criteri in base ai quali un fascicolo è assegnato a un giudice (nota per gli stolti: giudice non pubblico ministero, che è cosa diversa) sono oggettivi e predeterminati. Se ciascuno potesse scegliere in base al proprio gradimento la donna o l’uomo che deciderà della sua libertà personale sarebbe alterata l’aspirazione di imparzialità che l’ordinamento giuridico deve assicurare. È il principio del giudice naturale precostituito per legge, previsto dalla Costituzione e attuato secondo criteri predefiniti in ogni ufficio giudiziario: le così dette tabelle o criteri tabellari. Quali che siano in ciascun ufficio, questi criteri consentono di distribuire gli affari senza tener conto dell’importanza del caso, della sua mediaticità, della rilevanza pubblica degli imputati ecc. Potremmo dire, semplificando, che è l’applicazione del principio “uno vale uno”, sebbene esistano metodi di compensazione “ponderale”, utilizzati in Cassazione ad esempio, con lo scopo di “pesare” il livello di difficoltà di ciascun affare (ciascuno comprende ad esempio che un processo come quello della funivia del Mottarone “vale”, per impegno, almeno dieci processi per colpa medica). Chiarito quindi che su basi oggettive e predeterminate un fascicolo arriva sulla scrivania di un giudice, e che quel giudice non può essere sostituito se non per evenienze eccezionali (maternità, trasferimento ecc.), cerchiamo di spiegare qual è il nesso con il giudizio di appello. Ci vuol poco a comprendere come l’esito di un processo oltre che dal diritto, dalla bravura o meno di chi accusa e di chi difende, dipenda dalla persona del giudice che decide. È l’adagio che molti conoscono: “un bravo avvocato conosce la legge, un ottimo avvocato conosce il giudice”. La regola nella pratica quotidiana orienta le strategie. Ad esempio: ci sono GIP con i quali si può chiedere il giudizio abbreviato, altri con i quali la scelta è “preclusa”. In somma: al di là delle “carte”, l’esito di un processo dipende dagli esseri umani che se ne occupano e dall’essere umano che lo decide. Per questa ragione, nei millenni, i sistemi processuali si sono evoluti per progressione di questioni risolte e questioni da risolvere nel merito (appello) e in diritto (cassazione). I Romani diffidavano finanche del “giudicato” (res iudicata pro veritate habetur) e infatti i sistemi giudiziari prevedono l’istituto della revisione nella consapevolezza che neppure il giudicato è certo (si pro veritate habetur non est veritas). Il broccardo consente di far luce su un altro fraintendimento: il processo non serve ad accertare la “verità”, ma a stabilire quale tra le due tesi a confronto (accusa e difesa) sia più credibile, salva la successiva verifica nel merito (appello) e in diritto (cassazione). La “verità” rimane categoria divina, esclusa dalla fallibilità dell’essere umano. Se così è, si comprendono allora molte cose. In primo luogo, si comprende come sia anomalo affidare la scelta della tesi più attendibile a un essere umano la cui carriera dipende dal medesimo ordine al quale appartiene l’essere umano che accusa. Si comprende poi come sia sommamente ingiusto precludere, limitare, ostacolare la verifica del primo accertamento e impedire l’accesso a una seconda verifica di merito da affidare a tre giudici anziché a uno, come si vorrebbe fare. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la stupidaggine propinata circa la durata del processo. Ha a che vedere con l’essenza del diritto penale: chi è accusato dallo Stato è un presunto innocente e compete a chi lo accusa dimostrare il contrario. Competenza che richiede regole di imparzialità effettiva ma anche apparente (justice must not only be done; it must also be seen to be done), controlli a verifica della fallibilità umana; struggimenti dell’animo e notti insonni. Nulla che sia paragonabile allo spettacolo indecoroso al quale siamo quotidianamente costretti ad assistere con i processi di piazza in tv e sui giornali, con le lotte di potere per il carrierismo, con le beghe segrete per “fottere” questo o quell’imputato. Questo, al fondo, è il patto sociale. Chiamatelo garantismo, se volete. Ma risparmiateci la grancassa della speculazione politica e delle finte riforme, utili solo a sottrarre aria ai cittadini processati da altri cittadini. Il bene che è in gioco, la libertà, appartiene anche alle vittime del reato. Appartiene a tutti noi. Marco Siragusa. Direttivo Camera penale di Trapani.

Quei “no” dei giudici ai pm: storia (breve) di chi ha deciso di dire stop al copia e incolla. I casi di appiattimento sulle tesi dei pm superano in maniera esponenziale quelli in cui i giudici decidono di valutare autonomamente gli indizi a carico degli indagati. Simona Musco su Il Dubbio l'1 giugno 2021. Trovare un precedente è difficile. Di giudici che abbiano detto no ai magistrati che richiedevano misure cautelari, negli anni, se ne sono visti pochi o, comunque, in numero decisamente inferiore a quelli che, invece, spesso si sono limitati a fare copia e incolla delle richieste loro sottoposte, lasciando il compito di valutare le esigenze cautelari ad altri. E forse è proprio per questo che la decisione della giudice Donatella Banci Buonamici appare tanto clamorosa, nonostante si fondi su una scrupolosa analisi degli elementi allo stato raccolti dalla pubblica accusa. Una decisione che, ovviamente, non certifica l’innocenza di nessuno, ma ribadisce un principio: il carcere è e deve essere l’extrema ratio. Nell’ordinanza del gip di Verbania si parte da un presupposto: «Il fermo è stato eseguito fuori dai casi previsti dalla legge». E ciò in quanto «difettava il pericolo di fuga», che oltre che essere concreto deve essere anche attuale. Ma sul punto, nonostante la richiesta di far rimanere in carcere i tre indagati, «sono gli stessi pm che hanno operato il fermo a non indicare alcun elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati». Per la procura tutto si racchiude «nell’eccezionale clamore», nonché nella «elevatissima sanzione detentiva» che conseguirebbe all’eventuale accertamento delle responsabilità. Ma per il giudice il tutto appare «suggestivo» e «assolutamente non conferente», al punto da definire «di palese evidenza la totale irrilevanza» di tale condizione. Anzi: la confessione del principale indagato, Gabriele Tadini, e la disponibilità immediata degli altri due, Enrico Perocchio e Luigi Nerini, a riferire su quanto di loro conoscenza dimostrano, semmai, il contrario: quel pericolo di fuga non c’è e non è mai esistito. Tutto ciò che c’è a carico di questi ultimi, secondo il gip, è niente più che «suggestive supposizioni». E al momento della richiesta, «il già scarno quadro indiziario è stato ancor più indebolito», anche perché nessun vantaggio – men che meno economico – sarebbe venuto ai due dalla complicità nel lasciare i ceppi inseriti nel sistema frenante. A voler cercare qualche precedente, bisogna tornare a luglio del 2019, quando il gip di Agrigento Antonella Vella ha respinto la richiesta di convalida dell’arresto e la richiesta di applicazione della misura cautelare del divieto di dimora a carico di Carola Rackete, capitano della Sea Watch, rimasta quattro giorni ai domiciliari dopo l’attracco rocambolesco al porto di Lampedusa per far scendere a terra i migranti portati in salvo nel Mediterraneo. Secondo il giudice, Rackete non aveva commesso alcun reato, rispettando invece l’obbligo di legge di soccorrere persone in pericolo, adempiendo ad un dovere di soccorso che «non si esaurisce nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro». Fortemente critica era anche stata la posizione del gip di Locri, Domenico Di Croce, che aveva respinto la richiesta di arresto nei confronti dell’ex sindaco di Riace, Domenico Lucano, accusato di associazione a delinquere, truffa, concussione e altro. Lucano finì ai domiciliari, poi revocati, ma dopo la scrematura del gip era rimasta ben poca cosa delle accuse contestate dalla procura. Nessun fondamento, affermava il gip in circa 130 pagine, alla base delle accuse di associazione a delinquere finalizzata, a vario titolo, alla truffa, alla concussione e alla malversazione, accuse che per gli uffici giudiziari guidati da Luigi D’Alessio, invece, sono rimaste in piedi. E laddove il reato c’era stato, secondo il giudice, era accaduto per fini umanitari. «Il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose delineate dagli inquirenti», scriveva il giudice. A Torino, dopo la manifestazione di protesta per le restrizioni anti-Covid, il gip ha deciso di non convalidare i fermi respingendo l’accusa, nei confronti di 24 persone, di devastazione e saccheggio, ritenendo che il reato da configurare fosse quello di furto aggravato. Per il giudice, infatti, i furti non sarebbero stati collegati agli scontri di piazza, contestando anche la tempistica del fermo: quattro mesi dopo i fatti. Diversi i casi di indagini per stupro per i quali i presunti colpevoli, dapprima fermati, sono stati rimessi in libertà per mancanza di indizi, anche in virtù della scivolosità del reato, che spesso viene contestato sulla base della testimonianza della sola vittima. Ma trovare esempi è cosa assai difficile. Mentre appare più semplice trovare prove delle ordinanze “copia-incolla”, autorizzate, almeno in parte, anche dalla Cassazione. Secondo gli ermellini, infatti, è da annullare il provvedimento nel caso in cui la motivazione sia assente oppure non contenga una valutazione autonoma delle richieste. Rimane, dunque, la necessità dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza da parte del giudice, che può essere accettata anche se avviene con il sistema del “copia e incolla”, laddove accoglie le richieste del pm solo per alcune imputazioni oppure solo per alcuni indagati. E ciò perché «il parziale diniego opposto dal giudice o la diversa graduazione delle misure, costituiscono di per sé indice di una valutazione critica e non meramente adesiva, della richiesta cautelare, nell’intero complesso delle sue articolazioni interne». Cosa che non è avvenuta, dunque, nel caso delle 10 persone accusate di avere realizzato falsi documenti per favorire migranti clandestini a Catania. «L’esame comparato della richiesta di misura del pm e dell’ordinanza» ha «consentito di apprezzare come il primo giudice, in punto di valutazione della gravità indiziaria, si sia limitato ad operare un “copia e incolla”» della richiesta della Procura, aderendo in maniera «acritica e apodittica» alla sua tesi. Per questo motivo il Tribunale del riesame di Catania aveva annullato l’ordinanza del gip. Così come era accaduto nell’operazione “San Bartolomeo”: il tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza emessa dal Gip del tribunale di Roma per “vizio di forma”, avendo «copiato» le motivazioni del sostituto procuratore invece di esprimere una propria valutazione. Un vizio che, stando alle statistiche, appartiene a tanti.

Il processo Rinascita Scott. Violenta aggressione di Gratteri alla giudice Macrì: “Sta zitta, ora parlo io”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Lei stia zitta, adesso finisco di parlare io. Violenta aggressione del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nei confronti della presidente del tribunale Tiziana Macrì ieri mattina nell’aula-bunker di Lamezia Terme dove è iniziato il processo “Rinascita Scott”. Il magistrato che ama chiamarsi “il Falcone di Calabria” è furibondo perché la giudice, da tutti descritta come severa e integerrima, ma anche molto autonoma, non è scattata sull’attenti alla sua richiesta di astenersi dal presiedere il tribunale di questo processo fin dal 9 novembre. Secondo il dottor Gratteri la presidente Macrì non avrebbe neppure dovuto attendere la decisione al riguardo della corte d’appello. Avrebbe dovuto dire “signorsì” a Sua Maestà, come purtroppo e troppo spesso fanno altri suoi colleghi, tanto che si leggono provvedimenti di giudici che sono la fotocopia della richiesta della procura. In ogni caso la presidente del tribunale ieri mattina ha dichiarato la propria astensione, dopo che la corte d’appello di Catanzaro aveva accolto (con entusiasmo, viste le argomentazioni identiche a quelle della Dda) la proposta di ricusazione. Ma sono passati due mesi e nel frattempo il procuratore fremeva, scalpitava, aveva fretta, e ha portato in aula tutto il suo nervosismo, senza alcun timore di apparire scorretto, tanto è abituato agli inchini di (quasi) tutti. Ma ieri ha veramente tracimato, non solo perché ha quasi portato alle lacrime una giudice con reputazione da dura, ma anche per qualche insinuazione che dovrebbe essere portata al vaglio del Csm. In sintesi, nel rimproverare la presidente Macrì di avergli fatto perdere del tempo non assecondandolo e non obbedendo alla sua (discutibilissima) richiesta di ricusazione, ha alluso al favore che “oggettivamente” questo ritardo avrebbe fatto alla ‘ndrangheta. Pare infatti – così avrebbe detto un pentito -, che ci sia stato un vertice, in questo periodo, in cui i capibastone avrebbero dato indicazione agli imputati di scegliere il rito ordinario (91 hanno già scelto l’abbreviato, quello che si svolge solo davanti al gup) per arrivare alla prescrizione dei reati. La giudice Macrì, per aver deciso di attenersi come sempre alle regole, avrebbe “oggettivamente” favorito la ‘ndrangheta? Un’accusa gravissima, di cui il procuratore Gratteri dovrebbe rendere conto all’organo di autogoverno dei magistrati, al Csm. Certo è che questa presidente non deve proprio essergli simpatica, probabilmente perché è molto autonoma. Anche rigorosa e riservata. Tanto che ieri ha vietato le riprese televisive del processo, fatto su cui hanno protestato i sindacati dei giornalisti. Questione spinosa, quando la necessità di salvaguardare la libertà di stampa e la pubblicità del processo può cozzare con la necessità di evitare che le aule di tribunale diventino baracconi delle vanità ed esibizione degli imputati come trofei, come animali da circo. Del resto il circo è già in piedi: 325 imputati, 600 avvocati, 224 parti offese (secondo la dda, perché in realtà si è costituita parte civile solo una trentina di loro) in una struttura di 3.300 metri quadri, lunga 103 metri. Tutta questa scenografia per un processo che tra l’altro non si celebra neppure in corte d’assise, visto che i tredici imputati di omicidio saranno giudicati a parte e altrove il prossimo 30 gennaio. Nulla a che vedere la giornata di ieri, dunque, con quella del 1986 in cui cominciò davanti a una giuria popolare il processo agli uomini di Cosa Nostra a Palermo. Deve essere anche per questo che il procuratore Gratteri, che anche ieri non si è sottratto, nonostante la sua proverbiale riluttanza, alle telecamere, sia pure all’esterno dell’aula, ha ribadito che ormai la mafia non spara più, ormai agisce più dentro le istituzioni che in montagna tra i pastori. Sarà anche vero, ma se si costruisce un’inchiesta che ha come collante solo la contestazione del reato di associazione mafiosa, bisogna anche essere in grado di dimostrare che il personaggio istituzionale che si vuole portare a processo sia soggettivamente consapevole, nella sua attività, di aver avuto a che fare con uomini d’onore. Fino a oggi al procuratore Gratteri e alla Dda in Calabria è andata malissimo. Tra derubricazioni, scarcerazioni e assoluzioni, ben poco è rimasto nel loro carniere, a parte la presenza nel processo di qualche avvocato come Francesco Stilo, che ieri i medici hanno consigliato di lasciare l’aula e andare a casa, viste le sue precarie condizioni di salute, che dieci mesi di carcere non hanno certo migliorato. Ma c’è un’altra questione procedurale che attende il procuratore Gratteri. Ci sono quattro imputati, di quelli della famosa “zona grigia” senza la quale tutto il teorema rischia di saltare, che si sono sottratti al processone e hanno chiesto il rito immediato. Cioè quello che consente, saltando la fase dell’udienza preliminare, di esser processati subito. “Immediato” vuol dire questo. E vuol significare anche la volontà di esser processati a parte, di non finire nel calderone di un maxiprocesso eterno nei tempi e ambiguo nella massa dei protagonisti. Al procuratore questa scelta non è piaciuta per niente. L’avvocato Giancarlo Pittelli, l’imprenditore Mario Lo Riggio, l’ex sindaco di Nicotera Salvatore Rizzo e l’avvocato Giulio Calabretta dovrebbero andare a giudizio in modi e tempi separati, anzi è già tardi, visto che la loro richiesta risale a qualche mese fa. La procura invece vuole la riunificazione con il maxi, e le ragioni sono chiarissime: può mai la zona grigia discostarsi da quella nera senza far crollare il teorema? Ma come la mettiamo con la necessità dell’immediatezza, che in un processo a parte e con solo quattro imputati sarebbe molto più veloce? Nell’udienza del 9 novembre scorso lo stesso tribunale presieduto dalla dottoressa Macrì ha deliberato per la fusione tra i due tronconi. La difesa con gli avvocati Stajano e Contestabile ha fatto ricorso su cui deciderà la corte di cassazione il prossimo 22 febbraio. Ma ci sarà anche un’altra decisione della suprema corte, perché i legali hanno impugnato anche la decisione della corte d’appello di Catanzaro sulla ricusazione del presidente Macrì. Insieme a lei ieri si sono astenute anche le due giudici laterali Brigida Cavasina e Gilda Romano, che avevano emesso qualche provvedimento nei confronti di indagati in qualcuno dei mille tentacoli del “Rinascita Scott”. Si attende ora la formazione del nuovo collegio per la prossima udienza del 19 gennaio. Poteva infine mancare, nel grande circo mediatico del processo la presenza, unica nel panorama politico, dell’onorevole Nicola Morra? Il presidente della Commissione bicamerale antimafia, dimentico del suo ruolo e senza pudore si è presentato con deferenza davanti al procuratore, poi ha dichiarato che con questo processo “si farà la Storia”. Con la S maiuscola. Ha già emesso la sentenza. A proposito della divisione dei poteri.

Il maxiprocesso. Processo Rinascita Scott, altri due giudici ricusati: manca un tribunale per Gratteri. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 13 Marzo 2021. Pare impossibile trovare un tribunale indipendente che possa giudicare il maxiprocesso di Nicola Gratteri. Prima era stata la stessa Dda a porre la questione dell’incompatibilità nei confronti della prima presidente designata Tiziana Macrì. E la ricusazione era stata fatta propria dalla corte d’appello di Catanzaro. Ora sono gli avvocati, un bel gruppetto di dieci, a ricusare altri due giudici del collegio per una questione sostanziale. Il giudizio della sentenza “Nemea” è un’anticipazione di convincimento su “Rinascita Scott”. L’avvocato Francesco Stilo, ancora ai domiciliari nonostante le gravi condizioni di salute, ha preso la parola personalmente, anche per lamentare le difficoltà a sottoporsi a visite specialistiche. Ma soprattutto per indignarsi per esser sempre sospettato di essere un “messaggero” di informazioni tra mafiosi. E di vederlo scritto da magistrati che dovrebbero non avere pre-giudizi. L’attuale presidente Brigida Cavasino e una delle giudici laterali Gilda Danila Romano, avevano emesso, insieme a Tiziana Macrì, la sentenza del processo “Nemea”, che era stato una sorta di antipasto del maxiprocesso in corso nella aula bunker di Lamezia. E che era stato uno dei più colossali flop dell’ipotesi dell’accusa, con 8 assoluzioni su 15 imputati e le condanne dei restanti dimezzate rispetto alle richieste della Dda. Le motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, sono molto esplicite nello sconfessare alcune deposizioni dei pentiti: chi è stato assolto (e scarcerato) non aveva proprio commesso i reati di cui era stato accusato. Cioè non c’entrava niente. Tutta questa vicenda, che pare intricata ma in realtà ha profili di politica giudiziaria molto netti, ha molto a che vedere con il sogno del procuratore Gratteri di diventare il Falcone di Calabria. E anche di purificare la sua regione (per poi ricostruirla “come un Lego”) tramite un grande processo, derivato da due blitz del 2019 e 2020, “Rinascita Scott” e “Imponimento”. I primi arresti avevano poi subìto scremature da parte di diversi organi giudicanti, inoltre gli imputati avevano scelto diverse opzioni processuali, anche se poi è capitato per esempio all’avvocato Giancarlo Pittelli, che aveva deciso per il processo immediato, di ritrovarsi “ritardato” e gettato nel pentolone del rito ordinario, iniziato nello scorso gennaio. Il processo “Nemea” era una costola di “Rinascita Scott”, le motivazioni della sentenza lo dicono esplicitamente, anche per la concomitanza di alcuni imputati nei due processi. Tiziana Macrì era la presidente del tribunale, Brigida Cavasino e Gilda Danila Romano le due giudici laterali. Il problema si era posto fin dalle prime battute del maxiprocesso. Qualche giornale calabrese ne aveva parlato, prendendo di mira in particolare la presidente Macrì, una giudice molto stimata e poco condizionabile. Il tribunale si era comunque insediato. Ma era successo qualcosa di strano. All’improvviso, durante le vacanze di natale, la Dda aveva ricusato la presidente (e solo lei), ma non per il processo “Nemea”, ma per una questione formale su cui differenti sezioni della corte di cassazione avevano dato pareri discordanti. E cioè per aver firmato, nel suo precedente ruolo di gip di Catanzaro, la proroga di un’intercettazione. La corte d’appello aveva confermato: fuori Macrì, ma dentro le altre due giudici. È stata la lettura delle motivazioni con cui le tre giudici avevano emesso la sentenza “Nemea” a far scatenare gli avvocati, che leggevano in quelle pagine non solo i nomi dei propri assistiti, ma anche la definizione di “unico disegno criminoso” nei fatti ricostruiti nei due processi. Un unicum, insomma. E pre-giudizi che impediscono alla prova di formarsi in aula, come vuole il codice di procedura. 

Pubblici ministeri, uno strapotere nella palude della giustizia italiana. Paolo Romano su Il Quotidiano del Sud il 5 aprile 2021. Lo strapotere dei Pubblici Ministeri, le paludi della giustizia italiana, i nodi giurisprudenziali mai risolti che negli anni si sono aggrovigliati sempre più. È una materia complessa quella affrontata da Giuseppe Gargani nel volume “In nome dei Pubblici Ministeri” – dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate (Lastarìa 2021, pagg. – euro 14.90). Un libro che ha avuto diverse edizioni ed ora torna in libreria in una nuova veste aggiornata, segno evidente della sua originaria carica profetica e della natura sempre attuale dei contenuti. Gargani affronta gli anni di Tangentopoli che hanno sconvolto l’Italia, mette in evidenza tutte le contraddizioni di un sistema legislativo e giudiziario non sempre adeguato. Politico di lungo corso, avvocato docente di materie giuridiche, già sottosegretario al ministero della Giustizia (dal 1979 al 1984) e poi Presidente della Commissione Giustizia, Gargani si pronuncia in virtù della sua pluridecennale esperienza all’interno delle istituzioni democratiche ed evidenzia anche le mancate opportunità, le chance perse proprio durante l’operazione Mani Pulite: “Se il Pool – scrive – non avesse fatto i processi al «sistema», ma avesse individuato e distinto le diverse fattispecie e quindi le diverse responsabilità personali e politiche, sarebbe stata una grande stagione di iniziativa giudiziaria in cui l’esercizio degli elementari diritti di difesa degli imputati avrebbe impedito che si eliminasse una intera classe politica, che «si rivoltasse il paese come un calzino» secondo l’intuizione lirica del PM Davigo, che si distruggessero tutti i partiti, tranne uno. Sarebbero stati colpiti i corrotti, non la corruzione, non la politica, non si sarebbe fatta una finta rivoluzione, ma una grande operazione di giustizia”. Nella sua prefazione, il giornalista Mattia Feltri ricorda l’apporto ricevuto proprio dall’esperto giurista: “Conosco Giuseppe Gargani ormai da qualche decennio, da quando giovane cronista del «Foglio» lo intervistavo sulle questioni di Mani Pulite, ed è stato anche attraverso quelle conversazioni che ho maturato un’idea del Diritto come della più alta delle discipline di cui l’uomo si possa dedicare”. Feltri apprezza il volume anche per il focus che realizza sulle distorsioni del sistema che una giustizia malata finisce per produrre: “L’Italia ha il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio (cioè innocenti) d’Europa. Ogni anno mille persone, quasi tre al giorno, vengono imprigionate e poi saranno assolte. E le prigioni sono luoghi sovrappopolati, sconci, oppressivi e inadatti allo scopo – il recupero del condannato – a cui le democrazie le hanno votate. Ma di questo pochi si scandalizzano e pochissimi si curano”. A curarsene, invece, è stato negli anni lo stesso Gargani, in numerose occasioni. Il libro – che riporta integralmente l’intervista fatta con il giornalista Carlo Panella sulle tematiche più scottanti – considera quello della giustizia come il problema fondamentale per la democrazia. Non solo parole, perché l’estensore del volume, negli anni in cui fu Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, formulò proposte di modifica delle norme di procedura penale per regolare meglio l’attività del PM soprattutto nell’applicazione della custodia cautelare. Una proposta che ebbe ampi consensi ma poi fu aspramente combattuta: “Si trattava – ricorda Gargani – di una interpretazione autentica di alcune norme che ebbero consenso della Commissione Giustizia anche da parte del PCI, ma si determinò una polemica ostile contro di me e contro chi aveva consentito l’approvazione di quelle norme”. Le polemiche furono tante e non se ne fece nulla. Questo libro scomodo, invece, fa ancora la sua parte nello smuovere lo stagno. Se Dino Risi fosse ancora vivo ne trarrebbe un film, rendendolo alla sua maniera. Il volume aiuta il popolo italiano a comprendere che “In nome dei Pubblici Ministeri” si sta in parte impaludando il processo italiano.

Il ruolo dell'accusa e l'effetto distorsivo. Il protagonismo dei Pm e la deriva della giustizia. Giorgio Spangher su Il Riformista il 2 Aprile 2021. Il compito dell’interprete dei fenomeni giuridici è anche quello di prescindere dai singoli episodi, pur significativi, per vedere se essi si ricolleghino in un ordine suscettibile di costituire un elemento di sistema così da collocarli come elementi di continuità o di discontinuità con quanto emerge dall’analisi degli elementi assimilabili. La recentissima vicenda del contrasto tra la procura di Milano e i giudici del processo Eni-Nigeria si presta a considerazioni di più ampio respiro ove si cerchi di collocarla, appunto, come significativo elemento dell’evoluzione dei rapporti tra pm e giudici, ma soprattutto degli sviluppi che sta evidenziando il ruolo del pm. Può subito anticiparsi come da queste riflessioni emergerà sicuramente la ragione del forte impatto che la posizione della procura assume nel contesto dell’ordinamento giudiziario e delle conseguenti ragioni per le quali le contrapposizioni delle correnti si incentrino soprattutto su queste nomine. Premessa e conclusione di questo fatto, sono da tempo i contrasti all’interno degli uffici di Procura. Solo per citare alcuni, fra i tanti, si può fare riferimento al caso Cordova, al contrasto Robledo – Bruti Liberati dentro la procura di Milano, al caso Cisterna, al conflitto tra caselliani e non nella procura di Palermo, la guerra dello stretto, il caso Lombardini. Sarebbe agevole continuare nell’elencazione. Il ruolo “forte” delle procure, si è evidenziato pure nei confronti delle altre istituzioni dello Stato. Anche in questo caso, solo per riandare ad alcuni episodi, si potrà ricordare il pronunciamento della procura di Milano ai tempi di Mani pulite, il rifiuto opposto agli ispettori del Ministero dell’accesso a un fascicolo. Per venire a episodi più recenti sarà sufficiente ricordare la presa di posizione di alcune procure in tema di intercettazioni, la sottoscrizione di un’intesa con l’Ucpi in materia di procedimento a distanza, nonché non ultimo i messaggi in tema di possibili modifiche al regime dell’art. 41 bis ord. penit. In altri termini, le procure tracciano i limiti delle iniziative legislative anche durante la fase di elaborazione delle riforme da parte delle Camere (vedi ancora la modifica dell’art. 270 c.p.p. in tema di utilizzazione delle intercettazioni in procedimenti diversi). L’atteggiamento delle procure è stato significativo anche in relazione alla disciplina dei suoi poteri di indagini nelle dinamiche processuali. Anche a prescindere dall’atteggiamento di rifiuto del modello processuale del 1988 (procuratore Maddalena), sicuramente l’opinione delle procure (Vigna, in testa) sulla non dispersione delle conoscenze del pm, complice il terrorismo e la criminalità organizzata, è stato alla luce delle sentenze costituzionali del 1992 e del 1994. Il dato si è inserito nel contesto d’una scelta, allora coerente, che ridimensionava i poteri di controllo del giudice per le indagini preliminari. Questa espansione del valore probatorio dell’attività del pm si è riverberata lungo tutto il processo, anche nella fase dibattimentale, solo parzialmente ridimensionata dalla riforma dell’art. 111 Cost. Sono evidenti i riferimenti qui solo enunciati: del giudice sulle richieste del pm, elefantiasi della fase investigativa e riflusso delle indagini nel dibattimento con valore probatorio. Si tratta di elementi troppo noti e scandagliati da non richiedere ulteriori indicazioni. Ciononostante non sono mancati, soprattutto a seguito dei dibattimenti decisioni assolutorie (il caso Andreotti, è emblematico) di fronte alle quali inizialmente gli organi dell’accusa, alla luce di quanto dispone l’art. 125 disp. att. c.p.p., si limitavano a dire che vi era stata la prescrizione (e quindi la colpevolezza) ovvero l’applicazione dell’art. 530, comma 2, c.p.p. e che comunque l’impianto dell’accusa non era stato smentito. Ovvero ancora che comunque l’imputato era stato “sfregiato”. Così, non sono mancate progressivamente anche iniziative tese a delegittimare gli uffici giudicanti attraverso segnalazioni al Consiglio Superiore e iniziative paradisciplinari tese a rimuovere i magistrati non allineati. Ultimamente sono aumentati i proscioglimenti e gli annullamenti delle misure cautelari. Sono, parallelamente aumentate le prese di posizioni di censura nei confronti di chi aveva pronunciato sentenze non in linea con le tesi della procura oppure aveva disposto scarcerazioni cautelari. Emblematico il caso del gip di Catania, nonché alcune affermazioni negli sviluppi di Mafia Capitale. Anche in questo caso ulteriori esempi non mancano, confluiti sugli organi di informazione. Non vanno poi sottaciute le prese di posizione nelle varie mailing-list e nelle chat. La vicenda milanese che si segnala per la “ruvidità” dei toni, per la reciproca devastante delegittimazione tra accusa e giudici, per la velenosa contrapposizione tra procura della repubblica e procura generale e che è destinata verosimilmente a perpetuarsi nei successivi sviluppi processuali, come emerge dagli ulteriori veleni che intorbidano la vicenda, era stata preceduta dalle esternazioni del procuratore della repubblica di Reggio Calabria, che ha profondamente diviso l’Associazione Nazionale Magistrati, incapace di prendere posizione in materia, nella quale si faceva leva sull’obbligatorietà dell’azione penale, sulla bontà delle posizioni dell’accusa e si adombravano incapacità – sotto vari profili – degli organi giudicanti. A Milano, si sono prospettate anche non poche questioni sul rapporto tra obbligatorietà dell’azione penale e costi delle indagini non sufficientemente fondate, a sottolineare che l’obbligatorietà non può diventare lo schermo per coprire ogni attività investigativa e deresponsabilizzare l’iniziativa investigativa. Il quadro così sommariamente delineato permette di sviluppare una considerazione di sintesi: il problema del pubblico ministero, del suo ruolo, dei suoi poteri (non escluso quello disciplinare della procura generale), non è più ormai soltanto un problema processuale: è un problema fondamentale di ordinamento giudiziario e di garanzie per la giurisdizione. Il punto è stato colto con chiarezza in un recente articolo di Mariarosaria Guglielmi (apparso su Questione giustizia) sullo stato della magistratura e della funzione giurisdizionale che richiede «una riflessione che oggi non può eludere la tenuta di questo modello non solo rispetto a progetti di riforma ma anche rispetto al diritto vivente. Mi riferisco in particolare ai rischi di un pericoloso scivolamento del ruolo del pm verso forme sempre più evidenti di personalizzazione, da protagonista mediatico incontrastato e agli effetti di serio squilibrio che una dimensione mediatica sempre più incentrata sui risultati delle indagini rischia di produrre rispetto al processo. E mi riferisco agli interrogativi che questo diverso modello ci pone rispetto alle ricadute sulla comune cultura della giurisdizione da noi sempre rivendicata a fondamento e a difesa dell’assetto forte e unitario di indipendenza di tutta la magistratura». Affermazioni da condividere, parola per parola.

Il caso. Avvocato aspetta di parlare, ma la sentenza è “già scritta”. Angela Stella su Il Riformista il 25 Maggio 2021. «Quello che è successo è una umiliazione per il ruolo che noi avvocati ricopriamo: a che serve esercitare il diritto di difesa se le sentenze vengono scritte prima che noi possiamo discutere in aula?»: è questo lo sfogo che l’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula ci offre nel raccontare quanto accaduto qualche giorno fa. È il 19 maggio, udienza dinanzi alla IV sezione penale della Corte di Appello di Napoli; l’avvocato assiste per la prima volta un imprenditore, già condannato per aver riprodotto cover di telefoni recanti marchi registrati contraffatti: «Se in primo grado il difensore d’ufficio aveva prestato il consenso ad acquisire tutti gli atti del pm, in appello avevamo tutti gli elementi tesi a dimostrare l’innocenza del mio assistito. Pertanto mi accingevo a discutere, presentando una memoria difensiva a sostegno della richiesta di rinnovazione di istruzione dibattimentale». Prima della trattazione dell’udienza, mentre la Corte si ritirava in camera di consiglio per la decisione di altro procedimento, l’avvocato chiedeva al cancelliere di accedere al fascicolo processuale: «Con sorpresa vi trovavo appoggiata sulla copertina la sentenza – alla quale mancavano le firme – che la Corte avrebbe dovuto emettere all’esito dell’udienza ancora da celebrare. Si trattava di un atto completo di sigillo dello Stato, intestazione “In nome del popolo italiano”, delle probabili conclusioni del p.g., della motivazione in ordine ai motivi di appello; del dispositivo di conferma dell’impugnata sentenza; dell’indicazione del termine di deposito per il notevole carico di lavoro gravante sull’ufficio». L’avvocato segnalava l’accaduto al momento della trattazione del processo al Presidente che «comprensibilmente incredulo, chiedeva dove si trovasse tale scritto, che non rinveniva nel fascicolo. Ho dovuto evidenziare che lo scritto, in quel momento, si trovava tra le mani del Consigliere Relatore, la quale asseriva trattarsi di un proprio appunto personale, riconoscendone la paternità». Ma un altro aspetto che ha sconcertato l’avvocato è che «a fronte della mia richiesta alla Corte di doversi astenere, il rappresentante della Procura Generale ha chiesto il rigetto della richiesta difensiva senza neppure aver visionato lo scritto, affermando, con ostentata sicurezza, che si trattava di mero appunto personale. Per converso, la Corte, pur non ritenendo opportuno di doversi astenere, ha accolto la mia richiesta di rinvio – posticipando la trattazione del processo in attesa che si decida sulla mia domanda di ricusazione – ed il Presidente, con singolare scrupolo, ha disposto l’allegazione al verbale di udienza della sentenza non firmata». Se da un lato l’avvocato Rocco di Torrepadula ha avuto il sostegno della Camera Penale di Napoli che non solo, allertata subito di quanto accaduto, ha presenziato in udienza grazie al tesoriere Errico Frojo ma ha anche proclamato un giorno di astensione, dall’altro lato la giunta distrettuale dell’Anm, con il presidente De Chiara, è stata invece molto critica: «Bisogna fare molta attenzione a parlare di verdetto anticipato, perché degli appunti sui fatti di causa riportati in un foglio recante l’intestazione dell’organo giudicante, ma non firmato e privo dei segni che conferiscano ad esso il crisma dell’ufficialità, non possono essere mai e poi mai scambiati per una sentenza, ma restano dei semplici appunti privi di qualsiasi valore giuridico». Inoltre l’avvocato è stato accusato di aver messo mano in un fascicolo personale del giudice. Replica così: «la posizione dell’Anm è ancora più imbarazzante dell’accaduto, in quanto De Chiara, non presente ai fatti, afferma circostanze smentite dalla verbalizzazione dell’udienza e agli atti depositati con la dichiarazione di ricusazione. Quelli che sono stati definiti semplici “appunti” in un fascicoletto personale era una sentenza di cinque pagine – carente delle firme – trovata appoggiata sul fascicolo processuale, e che il Presidente ha fatto correttamente allegare al verbale di udienza. Inoltre, il codice di procedura penale non prevede la figura del fascicoletto personale e comunque non si può utilizzare il sigillo dello Stato per appunti personali. Dunque, come si fa a dire che non si trattava di un verdetto anticipato? Era una sentenza che esauriva integralmente l’iter logico, valutativo e decisionale in merito al gravame proposto; mancavano solo le firme. Come si fa a non comprendere la gravità della situazione per cui un giudizio possa essere deciso – con tanto di motivazione – prima ancora che il difensore possa articolare le proprie argomentazioni ovvero addurre nuovi elementi probatori? Sarebbe bastato ammettere un errore, anzichè inventare narrazioni poco aderenti alla realtà». Angela Stella 

La protesta. Avvocati in trincea: “Sentenze preconfezionate, basta trattarci come passacarte”. Viviana Lanza su Il Riformista il 26 Maggio 2021. Il caso della bozza della sentenza trovata nel fascicolo di un processo d’appello, a Napoli, prima ancora delle conclusioni del sostituto procuratore generale e del difensore non sarebbe un caso isolato. «Accadde anche trent’anni fa a Castel Capuano. Si celebrava un’udienza di Riesame e nel fascicolo del relatore fu trovata la decisione», ricorda Claudio Botti, uno dei più affermati penalisti napoletani. «Ieri come oggi si giustificarono dicendo che era uno schema di lavoro, il che non è vero perché lo schema di lavoro o la scaletta di un giudice è cosa molto diversa dal dispositivo di una decisione». La reazione dell’avvocatura allora fu molto decisa: «In quella circostanza – continua Botti – gli avvocati uscirono dall’aula e per circa un mese non si celebrarono udienze di alcun genere». Oggi è diverso. «Naturalmente i tempi sono cambiati ed esistono i codici di regolamentazione, ma questi episodi sono di una gravità che richiederebbe una risposta molto molto dura», dice mostrando di non nutrire grandi aspettative per quanto riguarda l’incontro previsto oggi tra il presidente della Corte d’appello Giuseppe De Carolis di Prossedi, i rappresentanti locali dell’Anm e i vertici delle Camere penali a cominciare da quella napoletana capitanata da Marco Campora. «Temo che saranno adottate le medesime scuse dette ogni volta: che si trattava di uno schema di lavoro e non di una decisione già assunta – commenta Botti – Per fortuna si tratta di casi sporadici, ma sintomatici della mancanza di una cultura della giurisdizione e del processo che va recuperata assolutamente. Mi auguro che il clamore di questo episodio determini una riflessione per restituire credibilità al momento del processo e questo è un compito che spetta a tutti, non solo ai giudici». Accadrà? «Sono pessimista», risponde Botti. «Ormai ci si sente dei pupazzi ad andare in tribunale la mattina. Eppure c’è in ballo una grande responsabilità, come l’innocenza di una persona». E qui torniamo a un certo atteggiamento dei magistrati, non tutti per fortuna: «Alcuni giudici hanno un senso di autoreferenzialità per cui ritengono di poter fare a meno sia dei pubblici ministeri sia del difensore: si tratta di un’offesa grave non solo agli avvocati ma a tutte le parti del processo, e quindi al processo in sé e alla giurisdizione in sé». «Purtroppo – aggiunge Botti – il processo viene vissuto troppo spesso come un rituale inutile e chi deve giudicare si ritiene depositario della verità a prescindere dal contenuto delle parti. Questa è la triste realtà». E chi crede che sia una realtà solo napoletana sbaglia. «A me personalmente accadde in occasione di un’udienza di Riesame a Torino – ricorda l’avvocato Botti – Il collega, andando in cancelleria il giorno prima, trovò nel fascicolo la decisione già assunta». Anche l’avvocato Antonio Tafuri, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, ricorda alcuni precedenti di sentenze preconfezionate. «Ricordo un episodio che interessò un avvocato napoletano al Tribunale di Milano e che fece molto scalpore», precisa. «È vero che si tratta sempre di comportamenti individuali e di fatti specifici, ma la tendenza, in generale, è quella a svalutare l’ambito nel quale si svolge la difesa della persona imputata», osserva il presidente degli avvocati partenopei. «Ho letto di recente un commento molto interessante di Zagrebelsky – aggiunge – Metteva in evidenza che proprio l’esigenza di una difesa e di un difensore legittima l’esistenza di uno Stato democratico e di un potere giudiziario». «Ci sarebbe quindi da essere molto più attenti al rispetto delle esigenze della difesa», ribadisce Tafuri annunciando che il caso della Corte d’appello di Napoli sarà argomento di discussione anche nella seduta del Consiglio di oggi pomeriggio. In attesa delle decisioni degli organismi di categoria, sui social piovono i commenti dei penalisti. «Ormai – scrive l’avvocato Giovanni Bellerè – ci vogliono ridotti a semplici passacarte, non hanno alcuna intenzione di ascoltarci, dubito che si leggano i motivi di appello. Mi aspetto una settimana di astensione».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Lo scontro tra toghe e avvocati. Sentenza preconfezionata, il giudice relatore si astiene ma restano polemiche e sospetti. Viviana Lanza su Il Riformista il 28 Maggio 2021. C’è un’altra novità sul caso della bozza di sentenza segnalato, alcuni giorni fa, nel corso dell’udienza di un processo in Corte di appello a Napoli. Il giudice relatore, che aveva confermato la paternità dello scritto spiegando che si trattava di semplici appunti e non di una sentenza preconfenzionata, ha deciso di astenersi. Il che vuol dire che non farà parte della terna giudicante che sovrintenderà il processo finito al centro di un caso che da giorni desta grande clamore tra gli avvocati napoletani. Con questa decisione si spera di smorzare i toni e allontanare le polemiche. Da parte dei magistrati la scelta di astensione fatta dal giudice relatore è apprezzata perché, pur sostenendo che si trattava di appunti personali e non di una decisione assunta prima del tempo, è un’iniziativa che va nella direzione di non lasciare spazio a dubbi sulla imparzialità dei giudici. Intanto gli avvocati prendono ancora tempo per valutare se e quali iniziative adottare. Dopo la riunione di mercoledì, ieri i presidenti delle Camere penali del distretto di Napoli (Napoli, Benevento, Nola, Irpinia, Napoli nord, Santa Maria Capua Vetere, Torre Annunziata) si sono riuniti nuovamente per discutere del caso. C’è stata anche una riunione della giunta del Consiglio dell’Ordine degli avvocati napoletani. È chiaro che la questione è estremamente delicata. Ruota attorno a quanto accaduto il 19 maggio scorso, quando l’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula, che assisteva per la prima volta un imprenditore accusato di aver riprodotto cover di cellulari falsificando note griffe, chiese al cancelliere di prendere visione del fascicolo processuale. L’udienza non era ancora iniziata, e la Corte (la quarta sezione della Corte di Appello) era in camera di consiglio per deliberare su un processo celebrato poco prima. Sulla copertina del fascicolo l’avvocato Rocco di Torrepadula ha raccontato di aver notato un foglio senza firme ma con sigillo e intestazione tale da apparire come una sentenza già scritta nei confronti del suo assistito, di qui il caso sollevato prima davanti agli stessi giudici (per i quali si è trattato di un semplice appunto che non aveva valore di sentenza) e poi informando la Camera penale affinché ci fosse una reazione dell’avvocatura. Inevitabile il clamore sollevato da questa vicenda. Gli avvocati si sono indignati ritenendo che l’episodio sia grave e tale da portare all’astensione. I vertici delle Camere penali del distretto hanno incontrato mercoledì il presidente della Corte d’appello Giuseppe De Carolis di Prossedi e i rappresentanti dell’Anm di Napoli. E ieri c’è stata un’altra riunione fiume tra i rappresentanti dei penalisti del distretto per meditare su una eventuale iniziativa. Intanto il processo, che era stato rinviato in attesa di una decisione sulla domanda di ricusazione presentata dall’avvocato Rocco di Torrepadula, proseguirà dinanzi a una diversa composizione del collegio visto che il giudice relatore ha deciso ieri di astenersi. Basterà questa scelta per appianare le tensioni?

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La sentenza “già scritta” in Corte d’appello. Sentenza preconfezionata, l’Anm: “Scuse solo all’avvocato…” Viviana Lanza su Il Riformista l'1 Giugno 2021. A più di una settimana dal caso della bozza di sentenza segnalata dall’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula durante un’udienza in Corte di Appello a Napoli non si placano le polemiche. La frattura in seno all’avvocatura resta e dal presidente dell’Anm di Napoli arriva il chiarimento sulla missiva indirizzata ai presidenti delle Camere penali del distretto: «Ci tenevo a riconoscere la buona fede dell’avvocato Rocco di Torrepadula – spiega il presidente della giunta distrettuale del sindacato dei magistrati Marcello De Chiara – Per il resto il mio interesse è di non acuire questo scontro. Resta fermo, tuttavia, ciò che ho detto sia nella missiva che in altre occasioni: non si trattava di una sentenza perché non era firmata e non è dimostrato che l’intenzione della collega fosse di depositare quei fogli che erano una bozza come quelle che i magistrati predispongono in preparazione della camera di consiglio». Dunque, per i magistrati i fogli che erano nel fascicolo processuale restano appunti, non una sentenza scritta prima ancora di celebrare l’udienza. Tra gli avvocati l’episodio continua a essere argomento di accesa discussione. Una parte dei penalisti si schiera con le Camere penali di Napoli Nord, Torre Annunziata, Nola, Irpina, Benevento, Santa Maria Capua Vetere che hanno deliberato un giorno di astensione per il 16 giugno e un’assemblea pubblica per discutere della giurisdizione in appello. Scelta condivisa anche dall’Unione Camere Penali Italiane che ha fatto sapere di voler essere presente alla manifestazione del 16 giugno, ricordando come al giudizio di appello e alle criticità a esso collegate proprio l’Ucpi italiane stia dedicando grande attenzione: i penalisti stanno conducendo una battaglia affinché il secondo grado di giudizio non sia limitato o svilito «e questo – chiarisce l’Ucpi – soprattutto nella prospettiva della preannunciata riforma delle impugnazioni». Un tema generale, dunque, che si staglia sullo sfondo del caso che a Napoli spacca i penalisti. È chiaro che di mezzo ci sono valutazioni di politica forense, sul ruolo dell’avvocatura e sulla crisi che attraversa il sistema giustizia e i suoi protagonisti, magistratura e avvocatura incluse. «Non siamo passacarte, il nostro ruolo va rispettato», dicono i penalisti radicati invece sulle posizioni più dure nel confronto con la magistratura: molti di loro avrebbero preferito una presa di posizione severa, giorni o settimane di sciopero e che pertanto non si sentono rappresentati dalla Camera penale di Napoli nella sua scelta di non proclamare astensione accontentandosi delle parole con cui il presidente dell’Anm ha sì riconosciuto la buona fede dell’avvocato Rocco di Torrepadula, ma non ha arretrato sul fatto che i fogli fossero appunti e non una bozza di sentenza. Infine ci sono i penalisti d’accordo con la linea adottata dalla Camera penale napoletana che, più orientata a un’impostazione di dialogo con la magistratura anche in questa circostanza, ha optato per non proclamare astensione e per il momento dichiarare chiusa qui la faccenda.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Sentenza “precotta” a Napoli, tregua a metà penalisti- Anm. Il caso della bozza di sentenza trovata dall’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula in Corte d'Appello a Napoli non si è ancora chiuso. Valentina Stella su Il Dubbio l'1 giugno 2021. Il caso della bozza di sentenza trovata dall’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula sopra il fascicolo di un processo in Corte d’appello a Napoli (frontespizio, nominativo del cancelliere, conclusioni delle parti, motivazione, dispositivo, termini riservati per il deposito della motivazione e data in cui la decisione sarebbe stata resa) non è affatto chiuso: come rende noto la Camera penale di Napoli, a seguito delle numerose polemiche, la relatrice ha depositato al presidente della Corte d’appello richiesta di astensione. Inoltre, l’Anm locale è tornata sui propri passi e, osserva una nota dei penalisti, «rendendosi conto di aver lanciato immotivate e ingiuste accuse nei confronti del collega coinvolto», si è formalmente e incondizionatamente scusata per le parole proferite. Il presidente della sezione napoletana dell’associazione magistrati, Marcello De Chiara, in una nota indirizzata alla Camera penale riconosce infatti «la buona fede e la correttezza professionale dell’avvocato Gerardo Rocco di TorrePadula, che intendo qui riconoscere in modo chiaro e incondizionato». Secondo i penalisti del capoluogo campano, è da apprezzare «l’onesta presa d’atto», da parte di De Chiara, di un dato, cioè del fatto che «questo episodio ha fortemente compromesso, agli occhi dei cittadini, l’imparzialità della magistratura e che, dunque, risultano necessari dei comportamenti positivi da parte dei magistrati per riacquistare fiducia e autorevolezza. Riteniamo, dunque opportuno», si legge ancora nel comunicato della Camera penale di Napoli, «non ignorare il tentativo, sia pur tardivo, posto in essere dall’Anm per ricucire il grave strappo prodotto e, per questa ragione, soprassediamo al momento dall’astensione dalle udienze già preannunziata. Certo, restano delle differenze di vedute difficilmente colmabili e che potranno produrre altre gravi fibrillazioni in futuro. Anche nel secondo comunicato dell’Anm si continua, infatti, a sostenere che quell’atto rinvenuto all’interno del fascicolo non fosse una sentenza ma un mero appunto personale. Trattasi di un’argomentazione ben poco convincente ( e infatti non ha convinto nessuno) poiché», conclude la nota degli avvocati partenopei, «un appunto non può – per sua natura – già contenere la decisione». Invece altre sei Camere penali del distretto ( Napoli Nord, Nola, Torre Annunziata, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Irpina) si asterranno dalle udienze il 16 giugno prossimo, e per quella data hanno indetto un’assemblea pubblica per una riflessione sui temi che il caso della sentenza in Corte d’appello ha sollevato: la giurisdizione in appello, il ruolo dell’avvocato, le garanzie e i pregiudizi nei confronti del cittadino. A loro arriva la solidarietà delle Camere penali del Lazio che «invitano tutti gli iscritti a denunciare ogni violazione delle norme a presidio delle garanzie difensive in tutti i gradi del giudizio».

Dopo l’episodio della sentenza “preconfezionata”. Giudici distratti, avvocati inascoltati: in appello va così…Riccardo Polidoro su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Mentre a livello politico si discute di riforma del processo penale e in particolare di come modificare il sistema delle impugnazioni, le udienze e le camere di consiglio in appello e in cassazione, a Napoli viene denunciato l’ennesimo caso di sentenza “preconfezionata”. Non è, infatti, la prima volta. Era successo nella nostra città, molti anni fa, nelle aule di Castel Capuano, ma anche recentemente, nel 2020, alla Corte di appello di Venezia e ancora in altri distretti. Quando accade – o, meglio, quando il “fattaccio” viene alla ribalta perché scoperto dagli avvocati interessati al processo nel consultare il fascicolo – la magistratura s’indigna per le accuse mosse e definisce i fogli ritrovati «meri appunti del consigliere relatore», mentre l’avvocatura protesta per il palese svilimento del suo ruolo. Questa volta, però, si è verificato un fatto nuovo in quanto la reazione dell’avvocatura non è stata compatta. La Camera penale di Napoli ha ritenuto di sottrarsi a quanto deciso dalle altre Camere del distretto e di non aderire alla giornata di astensione prevista per il 16 giugno, finalizzata anche alla partecipazione all’assemblea pubblica sul ruolo del difensore. Tale scelta ha dato la possibilità ai media di titolare sull’argomento “avvocatura spaccata”. Il Consiglio delle Camere penali italiane, all’unanimità, ha espresso solidarietà alle Camere penali di Benevento, Irpina, Aversa, Nola e Santa Maria Capua Vetere condividendo l’iniziativa adottata e invitando ad assumere i provvedimenti che si riterranno opportuni a tutela del processo in grado di appello. L’incomprensibile e isolata scelta della Camera penale di Napoli, pur in presenza di un fatto di «una gravità inaudita» – come si legge testualmente nel loro documento – è motivata dalla circostanza che l’Anm sarebbe tornata sui propri passi porgendo le scuse all’avvocato che aveva rinvenuto l’appunto-sentenza, prima tacciato di aver messo le mani nella marmellata. Ma poiché non di marmellata si trattava, ma del fascicolo di udienza, accessibile al difensore, i tardivi attestati di stima al legale sono il minimo sindacale che una categoria, in quel momento ferita per la condotta di un suo componente, doveva fare in quanto, per pura difesa corporativa, aveva lanciato accuse non veritiere. La drammaticità e la pericolosità di quanto accaduto resta in tutta la sua evidenza, mettendo in luce ancora una volta come, in molti casi, il contributo delle parti, nei processi di appello e in cassazione, sia del tutto marginale se non ritenuto fastidioso. Una gravità che la magistratura, che si duole della reazione pubblica dell’avvocatura e non della condotta che l’ha provocata, sembra non voler comprendere: atteggiamento autoreferenziale che non aiuta il dialogo tra le parti che dovrebbero avere un solo interesse, cioè il buon funzionamento della giustizia. E se l’avvocatura protesta, questo è l’unico obiettivo. Guardiamolo insieme, il processo di appello, dove spesso solo il relatore ascolta le parti, mentre gli altri due componenti il collegio scrivono al computer o leggono atti. Certamente lavorano ad altri fascicoli, magari con appunti. Si dirà che è l’enorme carico del ruolo che costringe ad accavallare i momenti. Ciò consente di portare a sentenza un maggior numero di processi. Ma è la quantità o la qualità del prodotto che interessa? All’avvocatura importa la qualità, perciò i legali pretendono l’attenzione e l’interesse dell’intero collegio all’udienza e al successivo confronto in camera di consiglio per la decisione. Del resto è quello che prevede la legge. Ci sono altre modalità per migliorare i tempi di lavoro, per esempio non accettare incarichi esterni e non far parte delle commissioni tributarie. Ci auguriamo che la riforma incida anche sulle incompatibilità. La giustizia necessita di magistrati a tempo pieno, concentrati sul loro lavoro e pronti ad ascoltare le parti del processo dopo aver letto con attenzione gli atti. Certo, occorrerà anche la depenalizzazione di alcune fattispecie oggi del tutto irrilevanti sotto l’aspetto penale, strada da tempo indicata dall’Unione Camere Penali Italiane (Ucpi). Minor carico di lavoro e maggiore impegno della magistratura, sono le soluzioni per migliorare il processo di appello.  L’e(o)rrore potrà sempre esserci, l’appunto-sentenza potrà sempre essere scritto, ma errare è umano. La condivisione dell’errore è la strada che non dovrà più essere percorsa. Sull’episodio resta il silenzio assordante della Procura generale, parte in causa quanto la difesa. Un appunto-sentenza scritto prima di essere ascoltati non è cosa da poco. Dovrebbe destare indignazione, ma non vi è stata alcuna reazione. Del resto il criterio di assegnazione all’udienza prevede quasi sempre lo stesso collegio, creando tra il sostituto procuratore generale e la sezione di Corte d’appello una frequentazione continua: circostanza che lascia poco spazio a un’eventuale protesta che potrebbe non consentire più prendere insieme il caffè. Su quanto accaduto viene in mente la proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare promossa dall’Ucpi sulla separazione delle carriere dei magistrati, che ci auguriamo venga presto approvata. Ma questo è un altro discorso, o no? Riccardo Polidoro

E il giudice azzittì l’avvocata: “Lei parla troppo e dei suoi clienti non mi interessa”. Il Dubbio l'11 febbraio 2021. La professionista ha raccontato in un post sulla propria pagina facebook come le sia stato impedito di sostenere le ragioni degli assistiti per un “eccesso” di oralità, contestatole in udienza. Il Covid ha schiacciato il diritto di difesa, con ripercussioni sulle attività che ancora si svolgono nelle aule giudiziarie. L’avvocata Agnese Menna ha raccontato ieri un episodio che ha interessato lei e alcuni suoi assistiti nel corso di un’udienza di precisazione delle conclusioni davanti al giudice di pace di Velletri, i cui uffici, però, si trovano ad Albano Laziale, in provincia di Roma. La professionista ha raccontato in un post sulla propria pagina facebook come le sia stato impedito di sostenere le ragioni degli assistiti per un “eccesso” di oralità, contestatole in udienza, e una presenza prolungata in aula. Un vero e proprio paradosso, considerato che l’attività forense si fonda sulla parola e sulla formulazione prevalentemente orale delle argomentazioni delle tesi difensive. L’avvocata Menna ha denunciato il duro confronto avuto con il giudice di pace, che ha portato a una reazione di quest’ultimo tanto seccata quanto sgarbata. «Il giudice – racconta la professionista – mi ha detto: “Lei non può parlare”. A quel punto ho cercato di spiegare che i miei clienti stanno subendo un pignoramento. Il giudice ha replicato, dicendomi “a me non interessa niente di cosa stanno subendo i suoi clienti”». A quel punto la situazione ha preso una piega a dir poco inaspettata. Motivo dell’irritazione del giudice di pace  di Velletri sarebbe stata la violazione delle disposizioni anti covid da parte dell’avvocata Menna, con la contestazione di una presenza prolungata in aula. Situazione rilevata nel verbale di udienza con conseguente abbandono dell’aula da parte dello stesso giudice di pace. La reazione dell’avvocata non si è fatta attendere. Ha protestato per il trattamento ricevuto, le espressioni usate dal giudice e le modalità di gestione dell’udienza. «Ho chiamato i carabinieri e la dirigente dell’ufficio – rileva Menna – rifiutandomi a quel punto di lasciare l’aula qualora il giudice non avesse interlineato quanto verbalizzato perché non rispondente al vero. Ho ottenuto quanto richiesto, ma sono ancora scossa da questo comportamento che ritengo un abuso di potere». L’episodio ha suscitato indignazione e stupore, soprattutto tra gli avvocati che ogni giorno fanno i conti con rinvii, lungaggini di vario genere e sono reduci da un anno massacrante, il 2020, che ha influito sulla qualità del lavoro e sui fatturati. L’avvocato Stefano Bertollini, componente del Cnf e già presidente del Coa di Velletri, ritiene che quanto accaduto alla collega Menna sia la conseguenza di una serie di criticità che si trascinano da anni. «Da tempo – dice – denunciamo le condizioni in cui versano gli uffici del giudice di pace di Velletri, ai quali sono state accorpate le sedi di Anzio, Frascati e Albano Laziale. Il numero dei giudici di pace è insufficiente per far fronte alla domanda di giustizia in un territorio che conta circa 650mila abitanti. Le attenzioni, spiace rilevarlo, nei confronti di questo presidio sono state pari a zero». Secondo Bertollini, quando si lavora in carenza di organico, facendo i conti con un carico spropositato di fascicoli da gestire, i rapporti tra i protagonisti della giurisdizione si esasperano: «Va detto, comunque, che il comportamento del giudice di pace è esecrabile. La sua immagine nella vicenda che ha interessato la collega Menna non ne esce bene se si pensa che con l’intervento dei carabinieri e di un cancelliere il verbale d’udienza è stato rivisto e modificato. Fatto anche questo grave». L’auspicio, aggiunge il consigliere Cnf, è che episodi come quello che ha interessato il giudice di pace di Velletri non si verifichino più. «La pandemia – commenta – non sia un pretesto per comportamenti che nulla hanno a che vedere con le attività processuali e per comprimere i diritti e le libertà civili. Il giudice di pace intercetta tante esigenze ed è un imprescindibile presidio di giustizia. Si facciano tutti gli sforzi possibili per tenere l’attenzione massima sulla giustizia di prossimità».

«E il pg disse: il diritto di difesa vale meno…» Simona Musco su Il Dubbio il 16 gennaio 2021. L’avvocata milanese è stata interrotta dall’accusa e poi dal presidente della Corte d’Appello durante la sua arringa. Il pg: «Abbiamo già letto i motivi d’appello, bastano quelli. Il diritto alla salute prevale su quello di difesa…» Appello cartolare salvo richiesta delle parti, recita la norma. Ma solo in teoria, almeno nel caso di Roberta De Leo, penalista milanese che martedì scorso è stata interrotta dall’accusa – e poi dal presidente della Corte d’Appello – durante la sua arringa. Rimasta, dunque, sospesa, al punto che il processo si è concluso senza la discussione della difesa. Ciò nonostante pg e parte civile avessero, invece, discusso normalmente. E ciò in nome di un’emergenza sanitaria che, in casi come questo, sembra valere solo quando è il diritto di difesa quello in gioco, l’unico a cui – questa l’impressione della penalista – sembra si possa rinunciare. Questa storia si può vedere come una rappresentazione plastica delle storture della giustizia in tempo di Covid. Perché se è vero che la salute viene prima di tutto, è vero anche che è il legislatore l’unico titolato a stabilire quale diritto salvaguardare quando la quotidianità è stravolta da cose straordinarie come una pandemia. E capita che tale bilanciamento dei diritti sembri venir meno all’atto pratico e sulla base di scelte discrezionali, che finiscono per penalizzare solo una delle parti del processo: la difesa. La vicenda costituisce l’atto finale di un delicato processo per bancarotta fraudolenta, che in primo grado aveva richiesto circa tre anni per arrivare a conclusione. «Io e il collega avevamo scritto un appello corposo e abbiamo quindi chiesto, quando è stata introdotta la novità della cartolarità in appello, che venisse trattato in presenza – spiega De Leo al Dubbio -. Quel giorno c’erano effettivamente dei disagi, tra mascherine, microfoni non funzionanti e porte aperte per garantire il ricircolo dell’aria. Ed essendo la Corte d’Appello al primo piano, si sentivano molti rumori, senza contare il freddo». Insomma, una giornata complicata per tutti, accusa, difesa e giudici. La prima ad intervenire è stata la procura generale, che ha concluso velocemente la propria requisitoria passando la palla alla parte civile, che in 20 minuti ha concluso il proprio intervento. Infine toccava all’avvocata De Leo e al collega. «Ho iniziato esponendo tre questioni procedurali di legittimità, senza entrare nel merito del procedimento. Ho parlato per circa 15 minuti, fino a quando ho annunciato di voler affrontare le questioni relative ai capi d’imputazione, che erano ben sette», racconta ancora. A quel punto, però, è intervenuta la procura generale, che interrompendo l’arringa ha chiesto al presidente della Corte d’Appello di togliere la parola alla difesa. «Mi ha detto “scusi se interrompo”, tanto che ho pensato ci fosse qualche allarme in tribunale, perché, francamente, non mi era mai successo in 25 anni d’attività che qualcuno interrompesse l’arringa – spiega -. A quel punto mi sono fermata e la pg ha sottolineato che faceva freddo, che i microfoni non funzionavano, che sembravamo dei matti con quelle mascherine e che non si capiva niente. Ma non solo: ha anche detto che il mio “dotto appello” lo avevano già letto, motivo per cui potevo chiudere lì. Così ha invitato la Corte ad intervenire per fermarmi, sottolineando che il diritto alla salute è prevalente sul diritto di difesa». De Leo si è dunque rivolta alla presidente, credendo di poter continuare la propria arringa così come prevede la norma. Sperando di trovare conforto, anche. Ma così non è stato. «La presidente ha rincarato la dose, confermando che sì, c’è il covid», sottolinea ancora De Leo. Che non ha potuto fare a meno di notare che per le altre parti tale questione non è stata posta, così che l’unico diritto compresso è stato quello alla difesa. «Non solo – aggiunge -, questo giudizio di bilanciamento tra due diritti costituzionalmente sanciti deve essere operato dal legislatore ed in effetti l’ha fatto, laddove ha previsto che ci fosse la cartolarità come principio generale del giudizio d’appello. Un principio che già, di per sé, è un mostro, ma che lascia la possibilità, per i processi più complessi, com’era il mio, di richiedere il giudizio in presenza. In questo caso il legislatore ritiene che sia prevalente il diritto di difesa – continua -, non è qualcosa che può essere stabilito, di volta in volta, dal giudice. Questo meccanismo è un’aberrazione, ma è ciò che il legislatore ha previsto». Il processo si è concluso così, con una riduzione di pena di tre mesi per gli imputati e una difesa, di fatto, esposta soltanto nei motivi d’appello e per iscritto. Un brutto messaggio, per De Leo, per tutto il mondo della giustizia. L’avvocata ha dunque annunciato di voler presentare un esposto all’ordine degli avvocati. «Anche perché continuo a sentire storie veramente raccapriccianti anche dai miei colleghi – conclude – e sembra che sia stata sdoganata l’idea che si possa dare sfogo alle manifestazioni di autorità. Una situazione aggravata dal fatto che, con i processi a porte chiuse, la stampa non ha libero accesso alle aule, il che fa passare nel silenzio storie come questa».

«Io, avvocata, silenziata dal giudice nell’udienza da remoto» Errico Novi su Il Dubbio il 16 gennaio 2021. Il giudice spegne il microfono al difensore. La penalista: «Basta un clic e si è ammutoliti, si faccia chiarezza: così il videoprocesso diventerà la tomba della parità tra noi e i pm». Non si farà il nome del giudice. E neppure quello del Tribunale. Ma l’avvocato sì, diciamo chi è: Simona Giannetti. È la penalista del Dubbio, il difensore a cui i giornalisti di questa testata si affidano se querelati. La storia merita di essere raccontata e non sarà sminuita dagli omissis su qualche dettaglio. Perché non è un caso unico e irripetibile: è semplicemente emblematico. Dimostra quali siano i rischi di un uso sbarazzino e disinvolto del processo da remoto. Soprattutto in campo penale, lì dove la discussione, com’è giusto che sia, può anche diventare animata. Siamo al 30 dicembre. L’avvocata Giannetti riceve alle nove e dieci comunicazione che un proprio assistito sarà sottoposto a giudizio per direttissima di lì a un paio d’ore scarse. Il reato: furto di energia elettrica. L’udienza davanti al giudice di un Tribunale emiliano non può che celebrarsi da remoto: l’avvocata ha studio a Milano e non c’è il tempo materiale per consentirle di raggiungere il luogo del processo. Piattaforma Teams, come sempre. Giannetti contesta due motivi di illegittimità nell’arresto: l’assenza di flagranza, giacché l’intervento della polizia giudiziaria è avvenuto a distanza non tollerabile dal fatto, e soprattutto lo stato di salute della persona accusata, che rende la detenzione in carcere impraticabile. Si tratta di un uomo che già si trova ai domiciliari per motivi appunto di salute in quanto affetto da patologia grave. Nel serrato scambio in videoconferenza, tra voci che inevitabilmente si accavallano, il difensore segnala al pm di avergli inoltrato, appena saputo dell’arresto, la documentazione sanitaria. Il magistrato dell’accusa nega di aver ricevuto le carte. Inizia una discussione ancora più intensa. Il giudice interviene, ma di fatto per schierarsi con il collega pm. L’avvocata Giannetti non ci sta. Ribadisce che l’invio dei documenti è regolarmente avvenuto. E il giudice allora cosa fa? Disattiva il microfono virtuale del difensore. Così, con un clic. Ora, fermiamoci un attimo. E riflettiamo. La “stanza” di Teams, come si chiama la piattaforma usata dai magistrati per le udienze da remoto, dovrebbe equivalere a un’aula di tribunale, giusto? Ebbene, secondo voi, nella Repubblica italiana, a Costituzione vigente, sarebbe mai possibile che un giudice chieda al carabiniere di turno di imbavagliare l’avvocato perché è troppo combattivo nella schermaglia col pm? No, eh? E allora perché una cosa cosi grottesca può verificarsi con il videoprocesso? La domanda non è capziosa: è necessaria. «Io mi permetto di dire proprio questo», commenta Giannetti con il Dubbio dopo aver riferito l’illuminante episodio. «Mi rivolgo ai tanti colleghi che si dicono entusiasti o comunque persuasi dell’utilità del mezzo digitale, e chiedo loro se un episodio come quello capitato alla sottoscritta non dimostri il rischio che soprattutto noi penalisti finiamo per essere gradualmente e magicamente espulsi dal processo come un fastidioso malware, di cui si può fare a meno. Mi chiedo», aggiunge ancora Giannetti, «se una vicenda del genere non dimostri quanto sia necessaria una regolamentazione rigorosa dello svolgimento delle udienze a distanza. Il giudice è tecnicamente il gestore del collegamento, e gli dovrebbe essere rigorosamente vietato disattivare il microfono dell’avvocato come se fosse appunto un fastidioso intruso nella dialettica fra lui, cioè il giudice, e il suo collega inquirente». Capito? Giannetti reclama opportunamente un immediato intervento non solo perché, nell’episodio specifico di cui è stata protagonista, il giudice ha manifestato chiaro disappunto per il successivo “gesto di insubordinazione” da lei compiuto, quello cioè di riaccendere inopinatamente il microfono. Non solo Giannetti chiede di chiarire se la “stanza” virtuale possa e debba davvero equivalere all’aula fisica anche quanto a parità nel contraddittorio ( articolo 111 della Costituzione). Non solo vuole sapere se si debba rassegnare al fatto che, in quei secondi in cui la sua voce è stata ammutolita, il giudice si è rivolto al pm proprio per commentare la partecipazione a suo parere eccessivamente vigorosa del difensore. L’avvocata Simona Giannetti ritiene, prima di tutto, che «questa modalità digitale, proprio per i problemi che fisiologicamente comporta, soprattutto nelle discussioni più animate, con l’accavallarsi delle voci, con l’inevitabile ritardo nell’arrivo del suono, vada assolutamente messa a norma. A maggior ragione», aggiunge, «considerato che l’Anm ha appena chiesto al ministro Bonafede di prolungare le misure emergenziali anche nel processo penale fino alla fine del 2021». E sì, perché tra le questioni sollevate all’ultimo direttivo dal “sindacato” dei giudici, oltre a quella della precedenza nelle vaccinazioni ( di cui si dà conto in altro servizio del giornale, ndr) c’è anche l’asserita urgenza di reclamare al ministro, nell’incontro in programma domani, la proroga del regime emergenziale per i processi. Prima ancora di comprendere quanto sia pericoloso affidarsi con eccessiva fiducia allo strumento tecnologico, sarà forse il caso di persuadere il legislatore che, sempre nell’interesse comune della giurisdizione, se restasse un pur minimo ricorso, e anche solo per pochi altri mesi, alle udienze da remoto, servirà un codice ferreo per evitare di trasformarle, seppur involontariamente, nel trionfo dei paradossi.

·        Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

C’è un procuratore a Trento. Quando si sequestra uno smartphone è necessaria molta cautela. Guido Stampanoni Bassi su l'Inkiesta il 22 novembre 2021. Una recente e lodevole circolare evidenzia che quando un giudice dispone la copia dei dati contenuti in uno di quei dispositivi elettronici che costituiscono le scatole nere della nostra vita ci si dovrebbe limitare strettamente ai dati utili all’inchiesta, senza fare una pesca a strascico nella cloud che è altamente lesiva della privacy. È di grandissima attualità – si pensi alla vicenda Open e a quanto discusso, tra le altre sedi, anche alla Leopolda – il tema di quanto possano essere invasivi i sequestri dei dispositivi informatici (di indagati e non). Senza voler ovviamente entrare nel merito delle più recenti vicende di cronaca giudiziaria, merita di essere segnalata – questa volta per la apprezzabile attenzione dedicata al rispetto dei diritti degli indagati – una recente circolare della Procura generale di Trento indirizzata al procuratore generale presso la suprema Corte di Cassazione nonché a tutti i procuratori generali presso le varie Corti di appello. Nel documento, dopo aver evidenziato l’«eccezionale rilevanza e delicatezza della questione», si toccano diversi aspetti che ricoprono un ruolo centrale nell’applicazione e nell’esecuzione dei sequestri sui dispositivi informatici: dalla possibilità stessa di sottoporli a sequestro alla possibilità di eseguire le cosiddette copie forensi; dalle modalità di estrazione alla procedura di selezione dei dati da considerare rilevanti. Non occorre essere giuristi per comprendere la portata devastante che tale mezzo di ricerca della prova può avere, oltre che sul procedimento, sulla stessa vita dell’indagato (o, più in generale, di chi subisce il provvedimento di sequestro). A maggior ragione – e in ciò si coglie l’importanza della circolare – in considerazione del fatto che, al giorno d’oggi, i cellulari (o, più in generale, i dispositivi informatici) che quotidianamente utilizziamo non sono più solo dei semplici cellulari, ma delle vere e proprie “scatole nere” della nostra vita (citazione presa in prestito dal noto film “Perfetti sconosciuti”). Scatole nere che contengono una mole sconfinata di informazioni personali: il registro delle telefonate effettuate, la corrispondenza e-mail, la cronologia del browser, le foto presenti nel proprio cloud, i dati dell’home banking e così via. Ebbene, concentrandoci sull’ipotesi in cui a essere oggetto di sequestro sia il dispositivo informatico, non in quanto tale, bensì quale “contenitore” delle comunicazioni che la Procura vuole acquisire a fini di prova, è pacifico che tale acquisizione sia di per sé legittima, a condizione che il sequestro abbia carattere temporaneo e che si proceda alla immediata restituzione dei dispositivi dopo che siano state eseguite le cosiddette copie forensi.

Ciò premesso, la Procura di Trento si è soffermata su un primo, decisivo, aspetto rappresentato dalle modalità di analisi dei dati riprodotti su tali copie. Alla luce del principio di proporzionalità – si legge nel documento – il sequestro deve essere «rigorosamente mantenuto sui soli dati della copia forense rilevanti ai fini delle indagini, in quanto il sequestro probatorio è consentito solo per le cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento dei fatti, con conseguente obbligo di estrazione dei soli dati d’interesse e restituzione della copia integrale». Qualora, infatti, si procedesse (in violazione del principio appena richiamato) a un riversamento agli atti del procedimento della copia forense “nella sua interezza” – comprendente, cioè, anche chat o messaggi con contenuto irrilevante per il processo – si realizzerebbe «un’inammissibile e illecita diffusione di dati che attengono alla sfera personale, intima e inviolabile di ogni individuo che non è assolutamente consentita, perché comporta, inevitabilmente, la possibilità di divulgazione di fatti lesivi dell’onorabilità e della reputazione della persona e di dati penalmente irrilevanti che possono, però, risultare devastanti per la vita dei soggetti coinvolti (anche se estranei al procedimento)». Nel provvedimento non si manca di sottolineare come tutto ciò, qualora riguardi l’attività di operatori economici, potrebbe portare all’ulteriore conseguenza di «rendere conoscibili know how o strategie riservate d’impresa che possono anche alterare l’ordinario andamento del mercato con grave danno per l’economia nazionale o di un determinato territorio» nonché, in generale, «la conoscibilità e tracciabilità di orientamenti politici, tendenze sessuali, convincimenti religiosi, rapporti sentimentali, dati sanitari e altri dati sensibili non solo della persona sottoposta a indagini, ma anche di soggetti del tutto estranei e persino di minorenni». Non è un caso che, nel ribadire tale fondamentale principio (di civiltà, prima ancora che processuale), la Procura generale di Trento abbia citato proprio la recente sentenza della Corte di Cassazione nella vicenda Open, nella quale si è ribadito che il pubblico ministero può trattenere la copia integrale di ciò che è stato sequestrato solo per il tempo strettamente necessario al fine di selezionare, tra la molteplicità delle informazioni in essa contenute, quelle che davvero assolvono alla funzione probatoria sottesa al sequestro. Ancora – a conferma della necessità di tutelare la privacy di tutti i soggetti coinvolti dalla possibile diffusione di dati e informazioni irrilevanti – nel provvedimento si raccomanda di provvedere alla immediata restituzione anche delle ulteriori copie che eventualmente siano state effettuate dalla polizia. Non può essere consentito, infatti, che dati privi di rilevanza possano rimanere, a tempo indeterminato, nella disponibilità, in qualsiasi forma, della polizia giudiziaria, perché ciò comporterebbe di fatto la creazione di veri e propri «archivi di massa paralleli» distinti da quelli ufficiali istituiti presso il Ministero dell’Interno; archivi che – si evidenzia – conterrebbero «dati personalissimi anche di soggetti del tutto estranei a una qualsiasi indagine penale dai quali risultano anche contatti, tendenze sessuali, opinioni politiche, credo religioso, stato di salute, rapporti sentimentali e di amicizia, segreti industriali, segreti professionali o altri dati sensibili o che attengono, comunque, alla sfera più intima della persona, al suo patrimonio o all’attività d’impresa e la cui riservatezza è tutelata anche a livello costituzionale e sovranazionale». Altro interessante tema toccato dalla Procura generale di Trento attiene alle modalità operative attraverso cui si potrà andare ad analizzare il materiale sequestrato. Capita spesso, infatti, che la polizia venga incaricata, genericamente, di una non meglio precisata “analisi” dei dati – senza che venga prima definito il perimetro all’interno del quale effettuare la selezione – con conseguente attribuzione alla stessa di un vero «mandato esplorativo in bianco dell’intera massa dei dati». Anche tale prassi non può più essere tollerata, in quanto non considera che il sequestro può avere a oggetto soltanto le cose “necessarie” per l’accertamento dei fatti e che un sequestro che sia asimmetrico rispetto alla notizia di reato per cui si procede finirebbe per assumere una (non consentita) “funzione esplorativa”. Appare, dunque, indispensabile – si legge nella circolare – mantenere l’attività di selezione dei dati nel perimetro della legge, il che deve avvenire precisando espressamente che dovranno essere selezionati esclusivamente i dati rilevanti per l’accertamento del reato per il quale si procede. In altri termini, niente più “pesca a strascico”, ma ricerche mirate. In un’epoca – qual è quella in cui viviamo – in cui non è affatto raro assistere a provvedimenti di sequestro poi annullati dalla Corte di Cassazione, non si può che guardare alla circolare con estremo favore, soprattutto per aver ricordato (ed è apprezzabile che a farlo sia stato un procuratore) quanto devastanti possano essere, per la vita dei soggetti coinvolti, le illecite intrusioni nella sfera intima e personale.

Storia di un emendamento per frenare il Grande Fratello. Che fatica cercare di limitare i Trojan nel paese dei 5 Stelle…Matilde Siracusano su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Se abbiamo vinto o perso non ha importanza. Una cosa è certa però: abbiamo iniziato a remare verso la direzione giusta. Questo è il senso più profondo di ciò che è accaduto in Commissione Affari costituzionali a Montecitorio nei giorni scorsi. Quello che i 5 Stelle, rilanciati dal loro giornale di partito – il Fatto Quotidiano– chiamano “sventare un blitz sul Trojan” corrisponde in verità all’approvazione di un emendamento di Forza Italia – a mia prima firma – al decreto che il governo ha varato per adeguare la disciplina sull’acquisizione dei tabulati telefonici alla sentenza della Corte di Giustizia europea che ha fissato dei principi più stringenti relativamente all’invasività delle indagini attraverso i dati dei tabulati che da oggi dovranno essere acquisiti, non su richiesta del Pm, ma in seguito all’autorizzazione del Gip e solo nel caso in cui si perseguano reati gravi. Lo stesso principio va inevitabilmente applicato all’utilizzo del Trojan da parte della magistratura inquirente che ne ha abusato soprattutto dopo il via libera al GRANDE FRATELLO DI STATO voluto dall’ex ministro grillino Bonafede, che probabilmente non si è reso conto della bomba fuori controllo che ha immesso nel sistema, perché accecato dalla foga di diventare il ministro più amato dalle procure di mezza Italia. Eppure, persino dopo tutto quello che è emerso in merito alla pericolosità del captatore informatico senza controllo, quando ad esempio si è scoperto che raccoglieva i dati di tutte le inchieste d’Italia e li trasferiva in un server di Napoli gestito da un’azienda privata senza che nemmeno i pubblici ministeri ne fossero a conoscenza, assistiamo ancora in Parlamento a scene tragicomiche come quelle di qualche giorno fa. Il Movimento 5 Stelle ha creato un caso all’interno della maggioranza, chiedendo di stralciare l’emendamento che prevedeva semplicemente un rafforzamento delle motivazioni che avrebbero reso questo strumento necessario per lo svolgimento delle indagini, ed inoltre l’obbligatoria indicazione del tempo e dei luoghi nei quali si sarebbe potuta verificare l’attività di registrazione e quello, invece, dei luoghi da vietare per tutelare la sfera privata dei cittadini. Occorre infatti considerare che, allo stato attuale, il Trojan registra h24 anche in bagno ed in camera da letto, può utilizzare anche fotocamera e videocamera, captare dati sensibili ed a strascico anche le conversazioni degli interlocutori del soggetto che ha un apparecchio elettronico in cui è inoculato. C’è da chiedersi inoltre come sia possibile che, dopo tutto, possa ancora esserci un gruppo politico, che sulla giustizia e non solo ha fatto disastri inquantificabili, ad opporsi senza il minimo scrupolo a tutti gli altri partiti (persino il PD questa volta pareva condividesse la posizione di Forza Italia) che richiedevano modifiche ragionevoli ed utili a ripristinare un po’ di decenza per correggere lo stupro legalizzato della privacy anche di quei cittadini che nulla hanno a che fare con la delinquenza ed il malaffare. L’emendamento alla fine è stato riformulato dal governo, e per riportare l’ordine è stato necessario l’intervento del sottosegretario Sisto e della ministra Cartabia che hanno trovato la mediazione sul solo rafforzamento delle motivazioni nel decreto di autorizzazione all’utilizzo del virus informatico, garantendo al contempo che su questo dossier il governo ci lavorerà prossimamente. L’emendamento é stato poi votato ed approvato in Commissione, ed è sicuramente la prima volta, dopo anni di oscurantismo, che si approva una norma in senso garantista sul marasma delle intercettazioni. Forse, se Dio vuole, siamo alla fine di un’epoca ed alla vigilia di un’altra che dovrà necessariamente ripristinare la civiltà perduta in questo Paese. Questa operazione si che era stata sventata per troppo tempo, altro che blitz sul Trojan!

Matilde Siracusano Parlamentare di Forza Italia

Il nervo scoperto della giustizia. Far West intercettazioni, si sveglia anche il Csm contro gli ascolti selvaggi in mano ai privati. Paolo Comi su Il Riformista il 18 Agosto 2021. Le intercettazioni telefoniche continuano ad essere sempre un nervo scoperto. A un anno circa dall’entrata in vigore delle nuove disposizioni di legge, il Csm ha proceduto a una ricognizione delle linee guida e delle buone prassi in materia di ascolti realizzate presso i vari uffici giudiziari del Paese. La riforma degli ascolti era stata voluta nel 2017 dall’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando. Numerose erano state le modifiche alle norme del codice di procedura penale riguardanti le modalità di esecuzione delle intercettazioni e di conservazione degli ascolti. Fra gli aspetti più importanti vi era l’introduzione dell’archivio “riservato” delle intercettazioni, gestito e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del procuratore e relativo a tutte le intercettazioni disposte dall’ufficio. Il pm, concluse le operazioni di ascolto, con le nuove norme deve provvedere al deposito di tutti gli atti – salvo un differimento disposto per indagini particolarmente complesse – formando un elenco del flusso di comunicazioni, verbali, informatiche o telematiche rilevanti ai fini della prova. Terminato il deposito il pm avvisa quindi i difensori delle parti, che, così come il giudice delle indagini preliminari e la polizia giudiziaria, potranno esaminare gli atti e ascoltare le registrazioni con apposito strumento fornito dall’archivio. Nel caso che dal deposito possa “derivare un grave pregiudizio per le indagini, il giudice autorizza il pubblico ministero a ritardarlo, non oltre la chiusura delle indagini”. Una volta ricevuto l’avviso di deposito, i difensori potranno chiedere l’acquisizione degli atti rilevanti ai fini della prova, e la distruzione di quelli catalogati come irrilevanti e inutilizzabili “a tutela della riservatezza”. Le conversazioni tra legale e cliente, nel caso fossero intercettate, non dovranno neppure essere inserite nei brogliacci di ascolto. Con l’ordinanza emessa dal giudice, che comprende gli atti di prova ed esclude quelli inutilizzabili, cade poi il segreto. Il problema principale evidenziato dal Csm riguarda la «moltitudine di società private, ciascuna con le proprie regole nella gestione del servizio» che opera sul mercato. Non sempre – prosegue il Csm – eventuali anomalie tecniche sono oggetto di tempestiva acquisizione da parte del procuratore e di successiva tempestiva contestazione al fornitore del servizio, anche ai fini, ad esempio, della risoluzione del rapporto o di successivi affidamenti». Per cercare di arginare il Far West degli ascolti il Csm ritiene opportuno valutare l’ipotesi di ricorrere ai «modelli internazionali di valutazione della sicurezza informatica, in cui le esigenze della sicurezza dominano la scelta delle migliori prassi o soluzioni da applicare». L’applicazione di standard di qualità internazionali ed il ricorso a soggetti certificatori esterni potrebbe concorrere al raggiungimento di tre importanti obiettivi. Il primo è la garanzia per il cittadino che «l’intero processo delle attività di intercettazione sia presidiato da strutture tecniche – validate e costantemente monitorate – adeguate ad assicurare l’integrità, la continuità, la non manipolabilità, la non replicabilità, la confidenzialità delle comunicazioni». Il secondo è la garanzia per il procuratore di «disporre di elementi valutativi certi nella scelta della società cui affidare le attività tecniche», Ed il terzo, infine, è la garanzia per la polizia giudiziaria di avere un «qualificato e competente interlocutore, con il quale confrontarsi in maniera permanente, ogni volta che si debbano risolvere criticità tecnologiche od assumere decisioni in tale ambito». L’individuazione dei soggetti certificatori, da abilitare a tale funzione in materia di intercettazioni, dovrebbe essere rimessa alla discrezionalità dei singoli procuratori, attingendo da elenchi validati dal Ministero. Elenchi che ora non esistono e lasciano spazio, ad esempio, alle “anomalie” del Palamaragate con i server nascosti nella Procura di Napoli e con il funzionamento a singhiozzo del software spia trojan. Vedasi la cena di Luca Palamara la sera del 9 maggio del 2019 con l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e mai registrata. Paolo Comi

Il business della sorveglianza di Stato. Simone Pieranni su L'Espresso il 2 agosto 2021. Il giornalista ucciso Jamal Khashoggi sarebbe stato "controllato" dal governo saudita grazie al software Pegasus. I software-spia come Pegasus vengono usati da Paesi autoritari e non solo. Ma sono anche un grande affare. Per limitarne l’export occorre l’impegno dei governi. Casablanca, 2019. Un noto attivista marocchino incontra un giornalista. È un suo amico, devono aggiornarsi su diverse cose accadute dal loro ultimo incontro. Una di queste è la disinfestazione del telefono dell’attivista: aveva scoperto di essere stato “infettato” da un potente spyware creato da un’azienda israeliana ed era dovuto ricorrere a una “pulizia” metodica e professionale del suo smartphone. Solo che durante l’incontro non sapevano che a essere “controllato” era anche il telefono del giornalista. È bastata una ricerca on line perché il suo smartphone fosse infettato, mettendolo completamente nelle mani di chi, dall’altra parte, ha potuto osservare, ascoltare e prendere nota di tutto quanto presente nel telefono cellulare del giornalista. Lo spyware si chiama Pegasus e a produrlo è un’azienda israeliana, la Nso. Entrambi sono da tempo sotto la luce di Amnesty, Forbidden Story (che sulla vicenda marocchina produsse un denso report), Citizen Lab e tante altre organizzazioni che hanno denunciato da tempo la pericolosità di Pegasus e la completa mancanza di regole per limitare la sua esportazione da parte di Israele. Nelle ultime due settimane Pegasus è diventato noto a tutti i media, grazie a una inchiesta giornalistica che ha svelato come lo spyware sia utilizzato da molti paesi (per lo più autoritari, come Azerbaijan, Bahrain, Kazakhstan, Marocco, Ruanda, Arabia Saudita, ma non mancano democrazie, seppure non proprio limpide, come India, Ungheria e Messico) per prendere il completo controllo dello smartphone e dunque delle informazioni di giornalisti e attivisti. Secondo la documentazione rilasciata da diversi quotidiani sarebbero almeno 50mila le persone potenzialmente colpite dallo spyware. In alcuni casi, come accaduto al giornalista saudita Jamal Khashoggi, dal “controllo” si è passati all’omicidio. In altri, lo spyware è diventato un vero e proprio stimolo a una sperimentazione dai numeri altissimi, come ad esempio in Messico dove, secondo i dati rilasciati dal Guardian, una delle testate protagoniste delle ultime rivelazioni sul software israeliano, «lo straordinario numero di numeri messicani nei dati trapelati, inclusi telefoni appartenenti a sacerdoti, vittime di crimini sponsorizzati dallo stato e figli di personaggi di alto profilo, mina gravemente le affermazioni di Nso secondo cui il suo software sarebbe utilizzato solo dai suoi clienti per combattere gravi crimini e terrorismo». Nonostante gli scandali degli anni scorsi, ad esempio quello rivelato da Snowden sulla Nsa, l’attenzione rispetto ad attività di controllo e accaparramento dei dati è stata spesso incentrata sulle “piattaforme”, dimenticando che una parte massiccia della sorveglianza, oggi, avviene soprattutto attraverso attività “di sicurezza” degli Stati. L’affaire Pegasus, solo l’ultimo nel suo genere, è lì a dimostrare che non solo “così fan tutti” ma che l’utilizzo di questi strumenti si diffonde a macchia d’olio, finanziando economie e regimi e portando sempre più indietro le richieste che arrivano da ong e associazioni per una regolamentazione del fenomeno. I problemi più gravi messi in evidenza dalle recenti inchieste sono di due tipi: in primo luogo lo spyware è in grado di realizzare uno “zero click exploit”, cioè “entrare” nello smartphone senza che la vittima debba fare niente (né rispondere a una mail, né a un messaggio). Il software “buca” i sistemi operativi attraverso alcune falle: mano a mano che queste sono riparate (poiché si parla da tempo della potenza degli spyware) anche il software si aggiorna, rimanendo così pericoloso (è possibile usare dei tool per scoprire se si è stati infettati, ma servono minime conoscenze tecniche). In secondo luogo Pegasus è uno dei pesci più grossi di un oceano nel quale gli spyware costituiscono un mercato immenso: ne fa parte anche l’Italia con alcuni prodotti che nel corso degli anni sono stati al centro di attenzione mediatica e scandali. Le questioni sono tante e coinvolgono i produttori e le regole, mancanti, in grado di regolarizzare o vietare del tutto l’esportazione di questi software, un settore che Edward Snowden di recente ha definito «un’industria che non dovrebbe esistere». La potenza dello spyware conferma il “mito” del luogo dal quale proviene, ovvero la Nso, un’azienda israeliana nata dalla “Unità 8200”, divisione dell’intelligence di Tel Aviv che si è lanciata nel settore commerciale. Fu lo stesso allora premier israeliano Benjiamin Netanyahu a sottolineare le ragioni di questo sbocco: «è per fare tanti soldi», disse più volte a un convegno sulla tecnologia in Israele. E fu l’attuale premier Bennet, quando era ministro della Difesa, a dare l’ok alla vendita nel mondo dello spyware. A Tel Aviv, infatti, conoscono bene tanto Pegasus quanto la Nso. Già nel 2018 un’indagine condotta da Haaretz, basata su circa 100 fonti in 15 paesi, aveva mostrato che «l’industria israeliana non ha esitato a vendere capacità offensive a molti paesi privi di una forte tradizione democratica, anche quando non hanno modo di accertare se gli articoli venduti fossero usati per violare i diritti dei civili. Le testimonianze mostrano che l’attrezzatura israeliana è stata utilizzata per localizzare e detenere attivisti per i diritti umani, perseguitare membri della comunità Lgbt, mettere a tacere i cittadini che erano critici nei confronti del loro governo e persino per fabbricare casi di blasfemia contro l’Islam nei paesi musulmani che non mantengono rapporti formali con Israele». A proposito di Nso, Antonella Napolitano, Policy officer presso Privacy International, ci ha raccontato che «due mesi fa abbiamo pubblicato un rapporto congiunto con Amnesty International e il Centre for Research on Multinational Corporations, analizzando la struttura labirintica del Gruppo Nso che ha fornito all’azienda vantaggi legali e normativi in varie giurisdizioni per facilitare gli investimenti, il funzionamento e la crescita. La resistenza di Nso a rivelare dettagli essenziali sulle sue operazioni, comprese le vendite e l’impatto sui diritti umani, ha fornito al settore della sorveglianza un modello su come evitare la trasparenza. Nso Group e il resto di questa industria della sorveglianza colpiscono giornalisti e attivisti di tutto il mondo, facendoli arrestare o terrorizzandoli con il rischio che il governo stia osservando ogni loro mossa. I governi coinvolti non possono più sottrarsi alle responsabilità e devono attuare una moratoria sulla vendita e il trasferimento di apparecchiature di sorveglianza fino a quando non sarà messo in atto un adeguato quadro normativo improntato al rispetto dei diritti umani». Oggi Israele, insieme alla Cina, è probabilmente il paese con il know how più forte in fatto di sistemi di sorveglianza, sia per l’utilizzo interno sia per scopi commerciali. Il controllo sui palestinesi, più volte denunciato e le cui conseguenze drammatiche sono state raccontate nel film del 2013 “Omar” del regista Hany Abu-Assad, e alcuni spregiudicati utilizzi dei sistemi di tracciamento durante il Covid-19 portarono Haaretz a sollevare dubbi e alla segnalazione di come Israele stia «seguendo la Cina in materia di sorveglianza», attraverso il monitoraggio dei cellulari e il tentativo costante «di intromettersi ancora di più nelle nostre vite tramite i nostri telefoni. E una volta entrato, è difficile credere che possa mai uscirne di nuovo». Eitay Mack, un avvocato israeliano per i diritti umani che ha cercato per anni di far annullare la licenza di esportazione di Nso, ha raccontato al Financial Times che «dagli anni ’50, Israele ha usato le sue vendite di armi per guadagni diplomatici, l’unica cosa che cambia sono i nomi dei paesi». Sul tema, ovvero come gestire l’esportazione di questi prodotti, Antonella Napolitano specifica che «dopo ben dieci anni di negoziazioni, a maggio 2021 è stato approvato il regolamento europeo sulle tecnologie a uso duale, che introduce alcune tutele e responsabilità. Si tratta di un passo importante ma il risultato avrebbe potuto essere più ambizioso. Con alcune altre ong come Human Rights Watch, Amnesty International, Access Now, abbiamo analizzato il regolamento, che è davvero una base minima. Ci sono aspetti positivi, come l’obbligo per le autorità dell’Ue di fornire pubblicamente informazioni dettagliate su quale esportazione le licenze sono state approvate o negate e i rischi per i diritti umani, ma l’accordo non fornisce indicazioni esplicite e condizioni rigorose per le autorità e gli esportatori degli Stati membri». Come emerso nel corso degli ultimi anni, anche l’Italia ha un suo ruolo: nel 2019 un’inchiesta di Wired sulla base della ricostruzione del centro di giornalismo d’inchiesta Irpi svelò Exodus, un malware «che ha messo a repentaglio milioni di byte di dati secretati e sensibili, intercettando almeno 393 telefoni», sviluppato dalla E-Surv, una società di Catanzaro. E ancora prima, nel 2016, il report di Privacy International dal titolo The Global Surveillance Industry aveva individuato18 aziende italiane, tra cui alcune come Hacking Team e Area diventate nel tempo note ai media. Nel 2017, ad esempio, il Mise revocò la licenza di esportazione di Area verso l’Egitto anche a seguito della pressione di diverse ong italiane (Area è anche citata insieme alla Nso all’interno di un documentario di Al Jazeera dal titolo “Spy Merchants”). Il mercato è fiorente anche in Italia, così come in tutto il mondo, considerando che non tutto è “emerso”. Per questo è ancora più complicato soddisfare gli obblighi internazionali di protezione dei diritti umani: «C’è ancora molto da fare in termini di ampliamento delle definizioni di cybersorveglianza. Insomma, questa è una base minima», spiega Antonella Napolitano, «e molta responsabilità va agli stati membri in termini di implementazione. Purtroppo, molti di essi hanno privilegiato gli interessi dell’industria di sorveglianza anche in fase di negoziazione. L’Italia è stata storicamente poco trasparente su questo tema. Inchieste come questa rendono ancora più evidente l’urgenza di certe misure».

 Pegasus e le guerre cyberspaziali. Piccole Note il 22 luglio 2021 su Il Giornale. A movimentare un po’ questa estate rovente e tragicamente pluviale anche la spystory made in Israel, che ha come protagonista la Nso, società di cybersicurezza che ha venduto a mezzo mondo il suo avanzato sistema di spionaggio Pegasus, capace di infiltrarsi nei sistemi di comunicazione con una facilità nuova, senza cioè alcuna interazione da parte dell’utente. Basta conoscere solo il numero telefonico dell’interessato, come da dimostrazione pubblica dell’azienda alle autorità saudite, invitate, durante la performance, ad acquistare uno smartphone nel vicino supermercato e poi a comunicare loro solo il numero del dispositivo. Dimostrazione riuscita in pieno, con i sauditi in visibilio e pronti a firmare gli impegnativi contratti predisposti. Un aneddoto raccontato da Haaretz, che spiega come Netanyahu sia stato il principale sponsor dell’azienda. Nell’articolo, infatti, illustra la correlazione puntuale tra i viaggi dell’ex premier israeliano in giro per il mondo e l’acquisto da parte dei Paesi interessati alla visita di Pegasus. Una puntualità sorprendente, per la quale rimandiamo al giornale israeliano. Certo, così fan tutti, ché la Nso non è l’unica azienda a vendere prodotti del genere (è in buona compagnia con americani, russi e quanti altri), ma il fatto che il Pegasus sia stato venduto a regimi autoritari e sia servito a spiare giornalisti e figure delle opposizioni ha gettato un’ombra scura su tali operazioni.

Pecunia e geopolitica. Operazioni che, spiega ancora Haaretz, non erano solo a fini commerciali, ma avevano anche un valore “geopolitico”. Tanto che nell’articolo si tira in ballo anche la Difesa israeliana, chiamata a dare le necessarie autorizzazioni alla vendita di software sofisticati a Paesi terzi. Il giornale israeliano porta, infatti, alcuni esempi in cui interventi superiori hanno dettato la linea all’azienda in questione, e ad altre rivali (sempre israeliane). Esempi come questo: “Il fondatore e CEO di NSO, Shalev Hulio” ha raccontato ad Haaretz che “dopo che l’azienda aveva deciso di premere il famoso kill switch sul suo software, tagliando fuori quanti abusavano del suo sistema Pegasus, ha ricevuto la richiesta di riattivarlo per motivi diplomatici e legati alla difesa”. In particolare, il software sembra sia servito ad accompagnare l’accordo di Abraham con i Paesi del Golfo, ma anche a favorire un “surriscaldamento” dei rapporti tra Riad e Teheran, sviluppo funzionale agli interessi di Israele.

Insomma, pur se create e gestite da privati, la Nso e le sue consorelle agivano in coordinamento con gli apparati israeliani. Ipotesi avanzata anche dal Washington Post, che titola: “Funzionari della sicurezza degli Stati Uniti e della UE diffidano dei collegamenti della NSO con l’intelligence israeliana”. E così nel sottotitolo: “Funzionari e analisti affermano che l’azienda tecnologica di sorveglianza israeliana ha creato un prodotto di livello mondiale, ma alcuni sospettano una relazione con il governo israeliano”.

Guerre cyberspaziali. La Nso nega gli addebiti e si dice vittima di una campagna orchestrata, cosa ovvia la prima e più che plausibile la seconda, dal momento che si tratta di un segreto di pulcinella, e che accomuna tante aziende del settore, emerso a creare uno scandalo a orologeria. Detto questo, probabilmente è un bene che, almeno per una volta, il mondo possa interrogarsi su certe operazioni e su certe commistioni; e più in generale, sui tanti significati del termine cybersicurezza. Pur non potendo escludere scenari più ampi, che potrebbero vedere una lotta segreta tra intelligence di Paesi diversi – oggi che tra hackeraggi e spyware lo spazio digitale è diventato terreno di scontro sensibile -, è possibile che quanto sta avvenendo sia parte di uno scontro sottotraccia tra poteri israeliani, o almeno sia utilizzato anche a tale scopo dopo la sua emersione. Uno scontro tra il vecchio e ultradecennale potere che faceva e fa riferimento a Netanyahu e quello che lo ha rimpiazzato, con partite che si giocano a ogni livello, interessando anche l’intelligence, nelle sue articolazioni pubbliche e private. Ipotesi, solo ipotesi, ovvio, che, data la fluidità della materia, nel digitale non c’è certezza. E però, pur nell’incertezza, si può registrare certa imprudenza della Nso, le cui iniziative, pur di materia d’ombra, sono state realizzate alla luce del sole, Probabile che sapevano di poter contare su una copertura stellare, evidentemente svaporata con la dipartita di Netanyahu. Di interesse, a latere, notare che Amazon ha subito bandito la Nso (Wired). E dire che il colosso di Bezos ha un rapporto alquanto complicato con la cybersicurezza, come denota anche la cooptazione nel suo consiglio di amministrazione del generale in pensione Keith Alexander, già capo della Nsa. Un militare che ha conosciuto gli onori della cronaca grazie a wikileaks, che ha rivelato “una diffusa sorveglianza sulle comunicazioni statunitensi e internazionali presso la NSA, nel periodo in cui era guidata” da Alexander (Forbes). Di certo l’ex generale non è stato chiamato nell’azienda per giocare a Risiko.

Quanto a noi, semplici viandanti in questi tempi bui, Pegaso, il mitico cavallo alato, resta ancora un simbolo di libertà, nonostante l’abuso onomastico della cyberfollia. 

Francesco Bechis per formiche.net il 26 luglio 2021. Più ancora delle parole possono i numeri. L’Italia è al centro di una tempesta di attacchi cyber. Da quando è iniziata la pandemia non è più una guerra, è quotidianità. Un dato: dal 2019 al 2020, le aggressioni nel dominio cibernetico alle infrastrutture critiche nazionali sono aumentate del 246%. Quelle ai privati hanno seguito un trend simile. È il prezzo da pagare per un ampiamento senza precedenti della platea digitale dovuto alle restrizioni, allo smart working. Pc, tablet, smartphone sono comparsi dove non esistevano. Un trionfo dell’innovazione, che però ha già presentato il conto. Attacchi ransomware, spionaggio, furto di dati sono all’ordine del giorno per i naviganti nel mare del web. Lo sa bene chi quotidianamente è impegnato a difendere il Paese dalle aggressioni cyber e si è trovato costretto ad alzare l’asticella. Come Nunzia Ciardi, direttore del Servizio Postale e delle Comunicazioni, da una vita impegnata contro il lato oscuro di internet. La incontriamo nel suo ufficio per una lunga conversazione con Formiche.net sulle sfide della cybersecurity italiana, pronta a entrare in una nuova fase con l’Agenzia per la cyberiscurezza nazionale disegnata dal governo Draghi.

La pandemia ha fatto conoscere da vicino al grande pubblico le virtù e i pericoli della vita online. Come si spiega l’impennata di attacchi?

La pandemia è stata un cigno nero. Ha costretto per ragioni sanitarie gran parte della popolazione del globo in casa. La tecnologia è stato l’unico, prezioso strumento per fare online ciò che non potevamo più fare fisicamente. Ma ha anche esteso in modo rilevante la superficie d’attacco. Spesso lo smart working si è diffuso in condizioni di sicurezza precarie, non tutti erano pronti a questo salto.

C’entra solo la pandemia?

No, siamo di fronte a un’accelerazione storico-evolutiva. Cresce la necessità di digitalizzazione delle società moderne: un Paese che voglia essere all’avanguardia non può che insistere sulla digitalizzazione di tutti i servizi. Non a caso una buona parte dei finanziamenti europei per la ripresa insiste su questo fronte. Ovviamente la crescita del digitale comporta problemi di cybersicurezza. E l’impennata dei reati cibernetici è il lato oscuro dell’innovazione.

Le cronache quotidiane riferiscono ogni giorno di un attacco cyber, alcuni di portata globale. L’ultima scoperta, quella dello spyware israeliano Pegasus con cui decine di governi autoritari hanno spiato e controllato per anni dissidenti e giornalisti, si è trasformata in un caso politico internazionale. Ci spiega di cosa si tratta?

È un software che viene inoculato nel dispositivo delle vittime ed è in grado di monitorarne alcune azioni. Nello specifico Pegasus è uno spyware molto performante e sofisticato. È in grado di prendere il controllo assoluto del dispositivo preso di mira. Può azionarne il microfono, scattare foto, leggere chat criptate, cancellare o modificare il registro delle chiamate. 

Come si inocula uno spyware?

Ci sono modalità diverse. Alcuni richiedono un click da parte della vittima su un link che inietta il virus, altri entrano in azione con l’aggiornamento di un software. Altri ancora, i più sofisticati, si attivano da soli. 

Quanto sono diffusi spyware come Pegasus?

Pegasus è uno spyware efficace e molto costoso, il prezzo proibitivo ne limita la diffusione. Ma di questi strumenti esiste un vero e proprio mercato. Sono un’arma a doppio taglio: se non sono utilizzati per ragioni investigative possono rivelarsi deflagranti sotto il profilo della privacy.

C’è un modo per evitare che finiscano in mani sbagliate?

Ci sono le leggi. Pegasus è un software prodotto da un’azienda israeliana, Nso, che come tutte è soggetta ad alcune regole. Fra queste, il divieto di vendita a Paesi che utilizzano gli spyware per violare i diritti umani. Una clausola che, così riporta la stampa internazionale, potrebbe non essere stata rispettata. 

Come ci si può mettere al sicuro?

Nessuno è davvero invulnerabile, non esiste il punto zero della sicurezza. La sicurezza informatica, in particolare, è un orizzonte che si allontana e bisogna continuamente cercare di raggiungere. C’è ovviamente un livello accettabile di sicurezza da garantire per ridurre al minimo gli aspetti patologici del web.

L’Italia a che punto si trova?

C’è molto da lavoro da fare, soprattutto per le infrastrutture critiche pubbliche. Non a caso il ministro Colao ha parlato di un alto numero di server della PA a rischio sicurezza. 

Quali sono gli attacchi più frequenti?

Durante la pandemia c’è stato l’imbarazzo della scelta. Tra i più insidiosi ci sono gli attacchi insediati attraverso il ransomware, un malware che viene installato e cripta istantaneamente tutti i dati della vittima. Non solo sono aumentati quantitativamente, sono anche diventati più sofisticati. Inizialmente prendevano la forma di una pesca intensiva: le organizzazioni criminali diffondevano il malware sperando di ottenere il riscatto dei dati. 

E adesso?

Oggi c’è una più accurata targettizzazione delle vittime, soprattutto aziende. I criminali scelgono i soggetti in grado di pagare, quelli che hanno più da perdere, e sono quindi più disposti a rischiare. Si tratta di attacchi mirati. Il ransomware viene installato non solo per sequestrare i dati, ma anche per copiarli. 

Si può provare a fare un backup. O no?

Sì, ma così si risolve solo una parte del problema. Solitamente il pericolo è duplice: gli aggressori minacciano di rendere pubbliche le informazioni sensibili. Bilanci, corrispondenze, dati personali, segreti industriali raccolti durante le intrusioni nei sistemi operativi, a volte protratte per mesi. Alcune aziende non vogliono correre un rischio così grande per la propria immagine.

Quindi pagano il riscatto.

Capita, certo. Difficile fare una stima precisa dei riscatti pagati. C’è un sommerso che i nostri radar faticano a intravedere. Molti imprenditori, spaventati, decidono di non denunciare e pagano la somma richiesta, quasi sempre in criptovalute. Un danno nel danno. 

Perché?

Dietro queste operazioni non c’è un hacker adolescente seduto nella sua camera da letto, ma forme molto evolute di criminalità organizzata.

Ad esempio?

L’anno scorso abbiamo seguito il caso di un’azienda che ha pagato un riscatto di 18 milioni di euro, una cifra altissima. Per gestire e riciclare una simile somma di denaro serve un’organizzazione strutturata. Per lo più sono collettivi transnazionali. Quando hanno bisogno di professionalità esperte nel campo cyber, le acquistano dal dark web pagando in criptovalute. 

Ci sono altre forme di aggressioni?

Sì. L’estorsione diventa tripla quando entra in gioco la minaccia di un attacco DoS (Denial of Service, ndr) per saturare la banda e renderla inservibile. Un’altra tipologia che inizia lentamente ad emergere, anche in Italia, consiste nell’affossare il profilo azionario di una società quotata in Borsa facendo filtrare notizie sensibili sottratte e consentendo una speculazione sul crollo delle azioni. Parliamo di attacchi che colpiscono il tessuto produttivo nazionale.

Negli Stati Uniti due attacchi ransomware attribuiti ai Servizi segreti russi hanno bucato le difese cyber colpendo le aziende produttrici di software SolarWinds e Kaseya. Cosa insegnano all’Italia?

Che ormai queste aggressioni rappresentano una minaccia assimilabile al terrorismo, che va combattuta con ogni sforzo perché mette in pericolo il sistema Paese. Il caso Kaseya è particolarmente preoccupante. Insieme all’azienda è stata colpita l’intera catena di approvvigionamento, tanto da mandare in tilt una linea di supermercati in Svezia. Ce ne sono altri meno noti, ma altrettanto inquietanti. 

Quali?

Un anno fa la più grande società americana di fecondazione assistita è stata colpita da un attacco ransomware. Fortunatamente era stato effettuato il backup dei dati, le attività si sono fermate nel giro di una settimana. Ma i proprietari si sono accorti che gli attaccanti erano dentro al sistema da oltre un mese e avevano rubato tutti i dati sensibili relativi a 130.000 nascite: nomi, cognomi, numeri di telefono, numeri di previdenza sociali. Dati delicati, che vengono riciclati per altre forme di criminalità. Nulla viene sprecato. C’è un mercato enorme dei dati esfiltrati.

Ue e Stati Uniti hanno accusato il governo cinese per l’attacco cyber contro i sistemi di Microsoft. Ci sono anche attori statali dietro queste aggressioni e come li si può riconoscere?

Premesso che questa missione non rientra nella nostra competenza e spetta, in particolare, agli apparati di intelligence, sicuramente dietro alcuni attacchi ci sono attori statali o para-statali. L’attribuzione però è sempre una fase delicata e complessa. 

C’è chi propone di stilare una white list di tecnologia sicura per la Pubblica amministrazione italiana. Lei sarebbe d’accordo?

È certamente una soluzione. Bisogna avviare una riflessione sull’opportunità di tener conto di un solo criterio, quello del minor prezzo, quando si tratta di approvvigionare la Pa con tecnologie sensibili. Se si dovesse operare al cuore, si affiderebbe al medico più competente o al più economico? Affidarsi a un’azienda di cui non si conosca appieno la struttura societaria è un rischio.

La Polizia Postale si occupa da anni di contrasto al terrorismo online. L’Italia può dirsi al sicuro da questo fenomeno?

Le nostre indagini ancora oggi riguardano spesso individui radicalizzati che, una volta rintracciati, sono espulsi dal Paese. Il fenomeno della radicalizzazione online esiste eccome, spesso si tratta di persone che compiono un percorso solitario. Su questo fronte un ruolo cruciale è svolto dalla Polizia di Prevenzione. 

Chiudiamo con la riforma della governance cyber italiana con la regia del premier e del sottosegretario con delega all’Intelligence Franco Gabrielli. La nascita dell’Agenzia serve anche a rimettere ordine nelle competenze fra gli apparati della sicurezza. Era necessario?

Sicuramente. Come ha sottolineato il sottosegretario Gabrielli, in questi anni l’intelligence ha svolto un ottimo lavoro ma forse in un campo un po’ lontano dal suo dna. L’Agenzia, a quanto si apprende, dovrebbe rispondere a un criterio di reductio ad unum sul tema della resilienza dagli attacchi cyber. Le diverse declinazioni della cybersicurezza, il cybercrime e la cyberdefence, resteranno nel loro alveo naturale, rispettivamente quello delle forze di Polizia, e in particolare la Polizia Postale, e della Difesa italiana.

Ce n’è un altro: aiutare le grandi aziende ma soprattutto le tante start-up italiane nel mondo della cybersecurity a crescere e a unire le forze, anche grazie ai fondi europei per la ripresa.

 Una missione giusta e necessaria. Ci sono altri Paesi che supportano da tempo le loro start-up perché siano funzionali alla crescita della sicurezza nazionale. Come ho detto, la digitalizzazione è fondamentale, ma la cybersicurezza deve accompagnarla. Altrimenti rischiamo di uscirne perdenti.

Davide Frattini per il "Corriere della Sera" il 21 luglio 2021. Dagli anni del liceo ad Haifa - diploma in teatro - si era portato negli Stati Uniti la parlantina e la capacità di convincere «anziane signore a comprare le creme ai sali del Mar Morto», ha raccontato in una intervista. A Shalev Hulio non bastava fare il banditore nei centri commerciali americani, sperava in un'idea d'oro, di quelle che rendono milionari. In un bar di Haifa - dov' è nato e cresciuto - immagina con l'amico d'infanzia Omri Lavie di creare una società per vendere i prodotti che gli spettatori vedono passare nelle serie televisive, usano come esempio Sex and the City . Non funziona. Il secondo tentativo funziona anche troppo. Loro stessi ammettono di non aver capito da subito le potenzialità di quella trovata. Nel 2008 i telefonini sono ormai nelle mani di tutti, pochi sanno maneggiarli quando si impiantano. Shalev e Omri mettono a punto un sistema per inviare un collegamento ai cellulari che permetta ai loro tecnici tra le colline della Galilea di intervenire da remoto e aiutare gli utenti sperduti nei misteri tecnologici. Il discendente di quel progenitore informatico si chiama Pegasus, ha reso alla fine milionari i due soci e difficile la vita ad attivisti e giornalisti indipendenti in tutto il mondo. L'inchiesta che anche il Washington Post sta pubblicando in questi giorni - ci ha lavorato assieme ad altre 15 organizzazioni giornalistiche - rivela che il software in grado di prendere il controllo del telefonino bersagliato è stato usato in modo illegale dai governi di diversi Paesi. L'indagine parte da 50 mila numeri telefonici, una lista ottenuta e analizzata da Amnesty International e dalla francese Forbidden Stories. Il gruppo Nso fondato da Hulio e Lavie può esportare i prodotti solo dopo l'autorizzazione del ministero della Difesa che equipara questi software alle armi. Si tratterebbe di trattative commerciali private. Il Washington Post ha raccolto però le supposizioni di 007 europei e americani convinti che la società «fornisca almeno qualche dato al governo israeliano su chi utilizza i prodotti e su quali informazioni stanno raccogliendo». Ipotesi smentita dal ministero della Difesa. Non è la prima volta che i segugi digitali scoprono le tracce di Pegasus nei cellulari di oppositori spiati dai regimi. Il Citizen Lab, fondato all'università di Toronto da Ron Deibert, ha messo insieme il dossier legale che WhatsApp ha presentato in tribunale due anni fa: la società - proprietà di Facebook - accusa Nso di aver hackerato 1.400 utenti della popolare app di messaggistica. Hulio è ancora quello con la parlantina ed è lui a rispondere alle accuse (anche se per lo più la compagnia si limita a comunicati ufficiali). Alla rivista israeliana Calcalist ha spiegato che 50 mila è un numero spropositato: «Gli obiettivi dei nostri 45 clienti sono un centinaio all'anno. In tutta la storia di Nso non è possibile raggiungere quella cifra». Ripete che Pegasus viene venduto ai servizi segreti e alle forze di sicurezza per contrastare la criminalità o i gruppi terroristici. È proprio sulla lista degli acquirenti che si è concentrato il quotidiano Haaretz : Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Ungheria, India, Messico, Ruanda, Marocco. Sono i Paesi con cui Benjamin Netanyahu da primo ministro ha cercato di costruire e rafforzare i rapporti diplomatici. Il giornale arriva alla stessa conclusione di Ronen Bergman, esperto di intelligence, sul New York Times : «Israele ha segretamente incoraggiato e autorizzato le vendite di cyber-materiali nonostante le condanne internazionali per gli abusi perpetrati da questi governi».

Giordano Stabile per "la Stampa" il 22 luglio 2021. Dove arrivava Benjamin Netanyahu, arrivava Pegasus. Un filo rosso lega i Paesi che hanno utilizzato lo spyware ideato dall'israeliana Nso e i viaggi all'estero l'ex premier israeliano. Arabia Saudita, Ungheria, Azerbaigian, Ruanda, Messico. Tutti Stati che hanno allacciato o riallacciato, anche in segreto, le relazioni con Israele e sono diventati clienti privilegiati dei suoi prodotti militari e di intelligence. In dodici anni filati da primo ministro Netanyahu è riuscito ad allargare molto la sfera di influenza dello Stato ebraico, uno dei suoi maggiori successi. Ma adesso l'exploit tecnologico che ha accompagnato la sua azione diplomatica rischia di ritorcersi contro.  Le rivelazioni di Forbidden Stories sulle centinaia se non migliaia di politici, giornalisti, attivisti, oppositori spiati e a volte arrestati suscitano preoccupazioni. In Francia sono già state avviate indagini, dopo che i telefoni del presidente Emmanuel Macron sono stati infettati dal malware. L'Ungheria è di nuovo nel mirino delle ong per i diritti umani e Reporter senza frontiere ha esortato lo Stato ebraico a sospendere l'esportazione di «tecnologia volta alla sorveglianza». Un mercato lucroso, ma con riflessi pesanti sul rispetto dei diritti umani. Il governo israeliano ha respinto le accuse su un legame diretto con i servizi offerti dall'Nso. Di certo però i viaggi di Netanyahu aprivano molte porte. Nell'estate del 2016 l'ex premier parte per uno «storico viaggio» in Africa, con la tappa principale in Ruanda. Nel dicembre dello stesso anno visita il Kazakhstan e l'Azerbaigian. Nel luglio del 2017 è il primo leader israeliano ad arrivare in Ungheria. A settembre parte per il Messico, altra prima assoluta. Nel gennaio del 2018 è in India. In tutti questi Paesi l'uso di Pegasus per infiltrarsi nei cellulari dei cittadini comincia pochi mesi o al massimo un anno e mezzo dopo, nel caso di Budapest. Israele ha interesse a potenziare le capacità di intelligence dei nuovi alleati. Il Ruanda si offre per accogliere immigrati irregolari dall'Africa che lo Stato ebraico vuole espellere. L'Azerbaigian confina con l'Iran, è una base ideale per controllare il principale avversario in Medio Oriente. Viktor Orban si pone come la voce più vicina alle posizioni israeliane nella Ue, anche su Gerusalemme e Territori occupati. L'uso di Pegasus comincia nel febbraio del 2018, subito dopo l'incontro fra Netanyahu e il consigliere per la sicurezza Jozsef Czukor. Coincidenze che hanno insospettito, fra gli altri, anche il Financial Times. Il quotidiano londinese sottolinea come Pegasus sia diventato «una componente essenziale dell'espansione diplomatica» israeliana. Anche l'export di armi, fin dagli anni Cinquanta, lo è stata, ma la sorveglianza di massa pone maggiori problemi. Il ministero della Difesa, che approva ogni licenza per le esportazioni, ha ribadito che vengono prese «misure appropriate» per evitare abusi. Il co-fondatore di Nso, Shalev Hulio, è tornato a negare che il software sia stato usato per spiare «rappresentanti della società civile non legati a fatti di terrorismo o crimine». Ma la condanna in Marocco del giornalista Omar Radi, controllato da Pegasus, o i telefoni infettati della moglie e della fidanzata dell'editorialista del «Washington Post» Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul, gettano ombre preoccupanti. Pure questi Paesi rientrano nella «rete diplomatica» di Netanyahu, che nel dicembre del 2020 aveva annunciato il ristabilimento delle relazioni con Rabat, e nel novembre dello stesso anno aveva incontrato in segreto sul Mar Rosso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Anche perciò Reporter senza frontiere chiede, con il suo numero uno Christophe Deloire, una moratoria sulla vendita di questi prodotti, «fino a quando non sarà istituito un quadro normativo di protezione».

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2021. Dopo anni di resistenze, Emmanuel Macron si è lasciato convincere e ha cambiato numero e telefono, dopo che l'iPhone - uno dei quattro telefoni della sua dotazione - è apparso nell'elenco dell'intelligence del Marocco attraverso il software israeliano Pegasus. Le rivelazioni dell'organizzazione non profit Forbidden Stories e dei suoi media partner internazionali hanno riportato in primo piano il difficile rapporto dei leader mondiali con gli smartphone. In particolare il presidente francese era stato già avvertito che almeno una delle linee usate non era più sicura, e da tempo. Nel 2017, tra i due turni dell'elezione presidenziale, le email del suo partito En Marche erano state bersaglio di hacker russi e il suo iPhone era stato violato, nell'ambito del caso «MacronLeaks». Entrato all'Eliseo, Macron era stato pregato dai responsabili della sicurezza di abbandonare quel numero, invano. Fino a ieri Macron aveva due iPhone - uno dei quali viene adesso abbandonato -, e due apparecchi teoricamente quasi inviolabili.  Il primo è un Teorem, messo a punto dall'azienda francese Thales, che già equipaggiava il presidente Jacques Chirac a partire dal 2006. Si tratta di un telefono che serve solo per chiamate - niente messaggerie o Internet - e funziona solo con altri Teorem identici. In tutta la Francia i Teorem sono in mano a circa tremila persone, 30 delle quali sono i più stretti collaboratori di Macron all'Eliseo. L'altro telefono mobile è un Samsung modificato, sviluppato grazie alla collaborazione tra le società Orange Cyberdéfense e Ercom sulla base della tecnologia CryptoSmart, che permette di navigare su Internet in relativa sicurezza. La questione degli smartphone dei leader è stata posta in primo piano da Barack Obama, che per anni si è lamentato del Blackberry modificato - più sicuro e anche più limitato - che gli era concesso alla Casa Bianca. Il suo successore alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato criticato spesso per i tweet inviati di prima mattina usando un iPhone invece che il telefonino speciale messo a punto dalla National Security Agency. Il presidente attuale Joe Biden usa l'Apple Watch, e ha destato qualche attenzione la sua bici da camera Peloton con schermo, videocamera, microfono e connessione in Rete. Sono lontani i tempi del mitico Nokia 6210 usato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel per anni spiato dall'intelligence americana, prima del passaggio a un Blackberry Z10. Il premier britannico Boris Johnson si è invece lasciato sfuggire una volta un selfie scattato con uno Huawei P20, innescando un dibattito sui rischi per la sicurezza nazionale visto che l'azienda cinese è sospettata di essere usata come cavallo di Troia dalle autorità di Pechino per spiare l'Occidente. L'uso dello smartphone più decisivo negli ultimi anni è stato forse quello del presidente turco Erdogan, che durante il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016 chiamò la redazione della Cnn turca in video con l'applicazione FaceTime dell'iPhone. Quel momento chiave non gli ha impedito poi, due anni dopo, di minacciare il boicottaggio degli iPhone e degli altri prodotti Apple nell'ambito della guerra commerciale tra Turchia e Stati Uniti.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 22 luglio 2021. «Non sono sorpreso, e neanche preoccupato. Ho ringraziato i giornalisti del Washington Post che mi hanno avvisato, non so perché abbiano cercato di spiarmi. Mi piacerebbe sapere per conto di chi», dice Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea. Il suo telefonino potrebbe essere stato obiettivo dei servizi segreti del Marocco perché nel 2012 Prodi era stato inviato speciale dell'Onu nel Sahel. Ma l'incertezza sugli autori e le motivazioni è uno degli elementi fondamentali del caso Pegasus. Il software messo a punto dalla società israeliana Nso Group è da anni sospettato di essere usato non solo nell'ambito della lotta anti-terrorismo, ma anche per obiettivi illeciti come il controllo di oppositori politici, attivisti per i diritti umani, avvocati, giornalisti e leader politici. Le rivelazioni che si susseguono da lunedì sera, diffuse dal gruppo non profit Forbidden Stories e da sedici media internazionali, sembrano confermare questi dubbi e indicano un sistema di spionaggio ad ampio raggio, su oltre cinquantamila persone. Non tutti i numeri telefonici presenti negli elenchi in mano a Forbidden Stories sono stati effettivamente violati. Ma di sicuro sono stati identificati dai Paesi che usano il software Pegasus, e considerati come interessanti in vista di un'attività di spionaggio immediata o futura. I Paesi più attivi sono Messico e Marocco, che avrebbe provato (forse con successo) a impossessarsi dei dati dell'iPhone del presidente francese Emmanuel Macron e del suo governo. Ieri, tre giorni dopo le prime rivelazioni, lo Stato nordafricano è intervenuto nella questione. Il governo ha dato mandato alla corte di Appello di Rabat di aprire un'inchiesta contro Forbidden Stories, accusando i media di accuse «del tutto false e infondate» e di «arrecare danni alle autorità pubbliche nazionali e di ledere gli interessi superiori del regno del Marocco». Sembra cominciare una battaglia legale internazionale, perché il giorno prima avevano presentato denuncia alla procura di Parigi due giornalisti francesi, il fondatore del giornale online Mediapart e la reporter della stessa testata Lenaig Bredoux, a loro volta spiati dal Marocco perché in contatto con gruppi di oppositori al regime di Rabat. E anche i politici di tutti gli orientamenti politici stanno presentando denunce: ieri lo hanno fatto il deputato vicino a Macron, Cédric Villani, e anche Adrien Quatennens del partito della sinistra antagonista La France Insoumise: «Tramite me, è tutta l'attività del nostro movimento e del suo gruppo parlamentare a essere potenzialmente violata». Il primo ministro Jean Castex ha detto ieri che «stiamo seguendo la vicenda da molto vicino, tenuto conto della gravità potenziale», aggiungendo che «il presidente ha ordinato una serie di verifiche e inchieste». Il software Pegasus è oggetto di indagini e polemiche dal 2016, dopo l'allerta lanciato dal dissidente degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Mansoor, condannato a 10 anni di prigione. La novità di questa serie di rivelazioni è il carattere sistematico e su larga scala dell'attività di spionaggio.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 23 luglio 2021. Il software Pegasus potrebbe essere stato usato dai servizi degli Emirati Arabi Uniti per impedire la fuga della principessa Latifa Al-Maktoum, una delle figlie dell'emiro di Dubai, Mohammed Al-Maktoum. Ricchissima ma prigioniera di fatto nello Stato guidato dal padre, Latifa ha provato a lasciare la famiglia una prima volta quando aveva 16 anni, nel 2001. Arrestata alla frontiera con l'Oman, era stata riconsegnata all'emiro che - secondo una testimonianza video di Latifa - l'aveva tenuta per tre anni in una cella senza finestre, facendola picchiare e minacciandola di morte. Il secondo tentativo, nel 2018, era quasi riuscito. L'ormai 32enne Latifa sembrava vicina al sogno di lasciare gli Emirati. La principessa si era rivolta a un ex agente dei servizi francesi, Hervé Jaubert, uomo d'affari e skipper dello yacht a vela Nostromo. Il piano di fuga era complesso e apparentemente ben congegnato: Latifa si è nascosta nel bagagliaio di un'auto e ha attraversato così la frontiera con l'Oman. Poi è salita su una jeep per raggiungere la costa, dove un gommone l'ha portata al largo. Infine, una moto d'acqua l'ha condotta fino al Nostromo, che la stava aspettando fuori dalle acque territoriali, e che era pronto a fare rotta verso lo Sri Lanka, primo Paese di accoglienza in vista di un trasferimento negli Usa. Il primo atto della tentata evasione è stato l'abbandono del telefonino nelle toilette del ristorante La Serre, a Dubai, nella speranza di non farsi geolocalizzare. Oggi, i risultati dell'inchiesta di sedici media internazionali coordinati dall'organizzazione non profit Forbidden Stories sul software Pegasus sembrano indicare che nelle ore successive a quel gesto il numero della principessa Latifa venne inserito nella lista di Pegasus, e che vennero messi sotto controllo tutti i suoi contatti. Conversazioni, email, messaggi WhatsApp, Telegram, qualsiasi dato presente nei telefonini nel suo entourage e quindi della squadra che la stava aiutando a fuggire: il suo coach di paracadutismo Juan Mayer, l'amica Lynda Bouchikhi, la professoressa di matematica Sioned Taylor, l'istruttrice finlandese di ginnastica, Tiina Jauhiainen. Fu così che una notte, quando il Nostromo si stava avvicinando a Goa in India e tutti a bordo dormivano, le forze speciali indiane aiutate da quelle degli Emirati presero d'assalto lo yacht, usando fumogeni e puntando i mirini laser sui volti degli occupanti. La preghiera della principessa Latifa - «Uccidetemi qui ma non portatemi indietro» - non venne esaudita. Il 16 febbraio 2021 in un video girato di nascosto la principessa chiede aiuto: «Mi trovo in una villa trasformata in prigione, sono chiusa in bagno, sorvegliata da cinque agenti fuori e due dentro la casa. Non sarò mai libera». L'azienda israeliana NSO Group, in questi giorni impegnata a difendersi dalle rivelazioni di Forbidden Stories, avrebbe rotto il contratto per la fornitura di Pegasus agli Emirati nel febbraio 2021. Oltre alla principessa Latifa sarebbe stata spiata con Pegasus la principessa Haya, figlia del re Hussein di Giordania e sesta moglie dell'emiro Mohammed Al-Maktoum, che però è riuscita a fuggire in Gran Bretagna con i due figli e a denunciare in tribunale l'emiro di Dubai.

Spiati pure il Dalai Lama e le principesse in fuga. Parigi apre un'inchiesta. Gaia Cesare il 23 Luglio 2021 su Il Giornale. Nel mirino ex moglie e figlia dell'emiro di Dubai. Merkel: il software non finisca in mani sbagliate. Usato per intercettare capi di Stato come il presidente francese Emmanuel Macron, ex capi di governo come Romano Prodi, giornalisti, oppositori politici e ora si scopre anche figlie e mogli in fuga dal regime autoritario degli Emirati Arabi Uniti e perfino l'entourage del pacifico ma scomodo Dalai Lama. Il software-spia Pegasus, prodotto dall'azienda israeliana Nso Group, allarma le cancellerie internazionali, ancor più dopo le ultime rivelazioni delle 17 testate internazionali che si sono occupate dell'inchiesta e hanno sfoderato nelle scorse ore nuovi nomi eccellenti finiti nella lista delle circa 50 mila utenze depredate di foto, audio e informazioni personali. Ci sono anche la martoriata principessa Latifa, figlia del sovrano di Dubai, lo sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, e l'ex moglie del monarca, Haya Al-Hussein, tra le vittime dello spionaggio selvaggio denunciato dall'indagine svolta sotto il coordinamento dell'organizzazione francese «Forbidden Stories», con l'assistenza tecnica di Amnesty International, entrambe citate in giudizio dal Marocco accusato di aver preso di mira Macron e finoto sotto accusa insieme ad Arabia Saudita, Marocco, Ungheria, Messico, India e così via. Come centinaia di altre storie in questa vicenda, la notizia prova che introdursi nei telefoni cellulari sia stato il passatempo preferito - reso agevole da Pegagus - di Paesi e autorità che disprezzano i diritti umani. La storia di Latifa, d'altra parte, è una storia di orrore, violenza e repressione di un padre-padrone incapace non solo di elargire le più basilari libertà individuali ai suoi sudditi negli Emirati Arabi Uniti, ma avverso anche a concedere qualche ora d'aria e la minima autonomia alla propria figlia. Proprio Pegasus sembra essere andato incontro al monarca assoluto quando Latifa tentò una fuga disperata dal Paese arabo nel febbraio 2018. La giovane allora aveva 32 anni, si era nascosta nel bagagliaio di un'auto, aveva attraversato la frontiera con l'Oman ed era salita su un gommone, poi aveva raggiunto uno yacht che l'avrebbe dovuta portare in Sri Lanka, prima di arrivare nella meta ambita, gli Stati Uniti. Unico obiettivo: sfuggire alle grinfie del padre, re degli Emirati, che la teneva segregata. Nonostante Latifa avesse lasciato il suo telefono nel bagno di un ristorante di Dubai, ora si scopre che il suo numero finì sotto il controllo di Pegasus qualche ora dopo, rivelando le conversazioni avute con un'amica e altre persone fidate. Latifa fu portata via mentre lo yacht si avvicinava alle coste di Goa, India. Da allora la giovane non è più riuscita a liberarsi dal giogo del padre-sovrano. Ormai celebre un video girato di nascosto nel bagno di casa, e diffuso a gennaio dalla Bbc, in cui racconta: «Sono tenuta rinchiusa in una villa trasformata in prigione. Ci sono sbarre a tutte le finestre e non posso aprirle. Le guardie minacciano che potrei non rivedere il sole». Viva ma segregata. Grazie a Pegasus. Usato per mettere sotto controllo anche la sesta moglie dell'emiro di Dubai, figlia del re Hussein di Giordania, Haya Al-Hussein, ora fuggita in Gran Bretagna. Come se non bastasse, ora si scopre che anche la stretta cerchia di collaboratori del Dalai Lama è stata spiata. Sarebbe stato il governo indiano a puntare la squadra della guida spirituale del buddhismo tibetano ed ex capo del governo in esilio dopo la rottura con la Cina. Ecco perché ieri, mentre Macron convocava un Consiglio di Difesa eccezionale, alcuni media francesi riferivano del suo cambio di smartphone e numero di telefono, la Francia annunciava un'inchiesta e la cancelliera tedesca Angela Merkel si premurava a esortare: è «importante» che questo genere di software «non finisca nelle mani sbagliate», che «non sia venduto a quei Paesi dove la legge non può proteggere» dalle intercettazioni delle autorità.  Gaia Cesare

Giordano Stabile per "La Stampa" il 21 luglio 2021. Allora era Angela Merkel a essere spiata dalla Nsa, adesso è Emmanuel Macron a essere ascoltato dalla Nso, o meglio dai servizi segreti marocchini attraverso Pegasus, lo spyware della multinazionale israeliana, ormai diventato sinonimo di uno scandalo mondiale. È il nuovo episodio nella saga della sorveglianza globale, che non risparmia attivisti, diplomatici, giornalisti e persino capi di Stato. Ben quattordici fra presidenti, primi ministri e sovrani, secondo le rivelazioni del consorzio di giornalismo investigativo, Forbidden Stories, con sede a Parigi e un rapporto di collaborazione con 17 testate internazionali, da Le Monde, al Guardian, al Washington Post. Le prime anticipazioni sono state rilanciate dai social domenica sera, lunedì si è avuta contezza della portata dello spionaggio, condotto soprattutto da Stati mediorientali, ma anche dall'europea Ungheria. Ieri è arrivata la deflagrazione che ha scosso la capitale francese e l'Eliseo. «Se i fatti dovessero essere confermati, sarebbe ovviamente gravissimo. Sarà fatta piena luce», ha dichiarato con un secco comunicato la presidenza. Ma è chiaro che l'irritazione è enorme, soprattutto perché lo sgarbo arriva da uno stretto alleato. Le Monde ha confermato che il telefono, o i telefoni, di Macron sono stati infettati con Pegasus dai servizi di Rabat. Lo spyware permette di ascoltare le chiamate, leggere i messaggi, le mail, e persino di attivare la telecamera e osservare la vittima, anche mentre dorme e il dispositivo è spento. Un'arma potentissima che procura vantaggi incalcolabili, per esempio per sapere in anticipo una mossa diplomatica, o la decisione su un contratto miliardario. Secondo Forbidden Stories, la Nso ha fornito il programma a una dozzina di governi, che hanno messo sotto controllo «50 mila cellulari». Mano a mano che vengono analizzati i numeri recuperati in una complessa operazione, che ha visto anche il contributo tecnico di Amnesty International, lo scandalo assume proporzioni gigantesche. Lunedì era emerso che i servizi marocchini avevano infettato cellulari di giornalisti dello stesso Le Monde, di Mediapart, del Figaro. Ieri è emerso che Macron è stato posto sotto controllo nel 2019, alla partenza per un tour africano con tappe in Kenya ed Etiopia. Assieme a lui, nella stessa occasione, è finito nel mirino anche l'attuale presidente del Consiglio europeo, allora premier belga, Charles Michel. E sul caso sta indagando anche Bruxelles che, ha detto il responsabile alla Giustizia Ue, Didier Reynders, «sta raccogliendo informazioni per capire quale sia il possibile utilizzo dell'applicazione». Ma la sorveglianza globale interessa tutti i continenti. Il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è stato posto sotto sorveglianza dal Ruanda. L'ex premier libanese Saad Hariri, già nel 2018 dagli Emirati Arabi Uniti. Il primo ministro pachistano Imran Khan dall'India. L'ex presidente messicano Felipe Calderón, nel 2016, da un rivale interno non identificato. I servizi marocchini avrebbero invece spiato anche il diplomatico americano Robert Malley, adesso inviato speciale della Casa Bianca per l'Iran, e il direttore generale dell'Oms, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. E addirittura il proprio primo ministro Saadeddine Othmani e lo stesso re Mohammed VI. Nella lista ci sono anche il premier dell'Uganda Ruhakana Rugunda e il presidente dell'Iraq Barham Salih. L'Nso ha replicato che i governi che usano il suo spyware sono impossibilitati a operare contro cittadini americani, in quanto «tecnicamente impossibile». L'azienda ha negato di aver mai conservato «liste di obiettivi passati o presenti» e definito le rivelazioni di Forbidden Stories «piene di affermazioni sbagliate e teorie non corroborate dai fatti». Ma lo scandalo getta un'ombra su tutto il settore della tecnologia militare israeliana, una miriade di start-up che hanno legami con la leggendaria unità 8200 dell'esercito. Emergono i legami con i regimi che sfruttano i software spia per controllare e reprimere attivisti, giornalisti e oppositori. Come è il caso, ancora in Marocco, del giornalista Omar Radi, conosciuto soprattutto per le sue inchieste anti-corrotti, condannato ieri a sei anni di prigione dopo essere stato spiato con Pegasus. 

Stefano Montefiori per "la Stampa" il 19 luglio 2021. Alcuni Paesi usano il software Pegasus prodotto dalla società israeliana NSO Group nell'ambito della lotta contro il terrorismo. E questo lo si sapeva. Talvolta il ricorso a Pegasus avviene al di fuori di questo contesto, e anche questo era conosciuto. Le novità - secondo quanto sostengono Le Monde e altri 15 giornali legati alle ong Forbidden Stories e Amnesty International - sono essenzialmente due: 1) a usare in modo illegittimo il software Pegasus sono anche democrazie come Messico, India e l'Ungheria di Viktor Orbán; 2) queste violazioni non sono occasionali e sporadiche ma sistematiche e su larga scala. Potrebbe essere il caso di spionaggio digitale più grave dal 2013, quando Edward Snowden rivelò le pratiche illecite e globali dell'agenzia governativa americana Nsa. Stavolta le rivelazioni riguardano i governi di Messico, India, Marocco, Indonesia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Azerbaigian, Togo, Ruanda e Ungheria, che avrebbero messo sotto controllo 50 mila numeri telefonici tra i quali quelli di circa 180 giornalisti (appartenenti per esempio a Financial Times, CNN, New York Times, Economist, Associated Press e Reuters ), oltre alle comunicazioni di avvocati militanti per i diritti umani, diplomatici, medici, campioni dello sport, e uomini politici tra i quali ministri e 13 capi di Stato o di governo (dei quali tre europei). Tra i Paesi più attivi c'è il Messico, che ha usato il sistema Pegasus per controllare 15 mila numeri di telefoni tra i quali quello di Cecilio Pineda, giornalista assassinato nel 2017. L'India ha spiato una trentina di giornalisti che indagavano su gruppi industriali vicini al premier Narendra Modi e su un'ipotesi di corruzione che riguarda la vendita all'India degli aerei militari francesi Rafale. L'Arabia Saudita ha fatto ricorso a Pegasus per spiare i famigliari del giornalista Jamal Khashoggi fatto a pezzi nel consolato di Istanbul il 2 ottobre 2018, e Le Monde ipotizza che tra le ragioni all'origine dello spettacolare avvicinamento diplomatico tra Israele da una parte e Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti dall'altra ci sia anche la messa a disposizione da parte di Gerusalemme del software Pegasus. Lo spionaggio illecito ai danni di propri concittadini riguarda anche un Paese membro dell'Unione europea, l'Ungheria: grazie a Pegasus il governo di Orbán ha messo sotto controllo i numeri di dieci avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani, le comunicazioni di Zoltan Varga che è a capo di un gruppo di media ostili all'esecutivo e due giornalisti di Direkt36 , una testata investigativa online di Budapest. La Francia non ricorre a Pegasus ma molti cittadini francesi ne fanno le spese perché spiati dal Marocco: dal fondatore del giornale online Mediapart , Edwy Plenel, che in passato ha sostenuto il processo di democratizzazione nel Paese nordafricano, a colleghi delle reti France 2, France 24, RFI, e all'opinionista anti-islam e possibile candidato di estrema destra alle presidenziali francesi del 2022, Eric Zemmour. NSO Group parla di «false accuse», «teorie non provate», «informazioni prive di qualsiasi base fattuale», e assicura di continuare a indagare sulle «denunce credibili» di uso illecito del suo software, «come abbiamo già fatto in passato». Gli autori dell'inchiesta promettono nuove rivelazioni distribuite lungo tutta la settimana.

Lo spione Pegasus su giornalisti e dissidenti. Snowden: "La storia dell'anno". Giulia Belardelli per huffingtonpost.it il 20 luglio 2021. Più di mille persone – tra cui quasi 190 giornalisti, oltre 600 politici e funzionari governativi, almeno 65 dirigenti aziendali, 85 attivisti per i diritti umani e diversi capi di Stato e di governo - sono finite nel mirino di governi autoritari che sono ricorsi al software di spionaggio Pegasus dell’azienda israeliana NSO Group. A rivelare il maxi sistema di spionaggio è un’indagine condotta da 17 testate internazionali - tra cui il Washington Post e il Guardian - sulla base di dati ottenuti dall’organizzazione no profit di giornalismo Forbidden Stories con base a Parigi e dal gruppo per i diritti umani Amnesty International. Secondo il Security Tech Lab della ong, guidato dall’italiano Claudio Guarnieri, il malware era stato installato sul telefono di Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, quattro giorni dopo il suo assassinio. Lo spyware dell’azienda israeliana NSO Group - denuncia l’organizzazione - ”è usato per facilitare violazioni dei diritti umani a livello globale e su scala massiccia”. NSO Group è l’organizzazione di hacker su commissione più famigerata al mondo, e Pegasus è lo spyware di punta del gruppo. Il software di livello militare, nato per per consentire ai governi di penetrare le reti di terroristi e criminali, è un malware che infetta gli iPhone e gli smartphone Android per consentire a chi lo opera di accedere ai dispositivi ed estrarre messaggi, foto, email e anche per attivare segretamente il microfono e la telecamera del dispositivo. NSO Group nega che i dati siano trapelati dai suoi server e definisce il rapporto di Forbidden Stories “pieno di ipotesi errate e teorie non confermate”. Sono almeno dieci i Paesi implicati nell’affaire Pegasus come clienti di NSO: si tratta di Ungheria, Azerbaigian, Kazakhstan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, India, Messico, Marocco, Ruanda. Come tengono a evidenziare le testate internazionali, la sola presenza del numero di telefono nel database di Pegasus - composto da oltre 50.000 contatti - non significa necessariamente che quella persona sia stata spiata, tuttavia il dato è rivelatore del fatto che ci sono governi pronti a tenere sotto controllo la vita professionale e privata di persone che con la criminalità o il terrorismo internazionale non hanno nulla a che fare. La tecnologia – riporta il Guardian - sarebbe stata usata anche dal governo ungherese di Viktor Orbán nell’ambito della sua guerra ai media. Proprio lo staff di Orban, con il Washington Post, replica secco: “In Ungheria gli organi statali autorizzati all’uso di strumenti sotto copertura sono monitorati regolarmente dalle istituzioni governative e non governative. Avete fatto la stessa domanda ai governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Germania o della Francia?”. A Pegasus avrebbero fatto ricorso anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti per prendere di mira i cellulari di alcune persone vicine al giornalista ucciso Jamal Khashoggi. Secondo le verifiche di Amnesty, lo spyware è stato installato con successo sul telefono della fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, appena quattro giorni dopo l’omicidio avvenuto nel 2018 nel consolato saudita a Istanbul. La società NSO era stata precedentemente implicata in altre attività di spionaggio sul caso Khashoggi. Da un elenco di oltre 50.000 numeri di cellulare ottenuto da Forbidden Stories e Amnesty International, il Pegasus Project ha identificato più di 1.000 persone in 50 Paesi che sarebbero state selezionate da clienti di NSO per una potenziale sorveglianza. A essere finiti nell’occhio di Pegasus sono, tra gli altri, la direttrice del Financial Times Roula Khalaf e giornalisti di Associated Press, Reuters, CNN, Wall Street Journal, New York Times, Bloomberg News, Le Monde. L’analisi dell’elenco mette in evidenza che il cliente di NSO che ha selezionato la maggior quantità di numeri di telefono è il Messico con oltre 15.000. Il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti ne hanno selezionati più di 10.000. I numeri selezionati sono stati rintracciati in oltre 45 Paesi in quattro continenti. In Europa sono oltre 10.000 i contatti telefonici inseriti dai clienti di NSO. L’inchiesta riapre il dibattito sull’uso diffuso di strumenti di spionaggio che minacciano le democrazie, affermano i critici, osservando come la sorveglianza renda difficile per i giornalisti raccogliere informazioni, per gli attivisti continuare a svolgere la loro attività e per gli oppositori politici pianificare le loro strategie. Con Pegasus, mette in evidenza l’ex dell’intelligence americana Timothy Summers, si può spiare quasi l’intera popolazione mondiale: “Non c’è nulla di male nello sviluppare tecnologie che consentono di raccogliere dati. Ma l’umanità non è in una situazione di poter rendere accessibile a tutti tanto potere”. Per Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, “il numero di giornalisti identificati come obiettivi illustra chiaramente come Pegasus venga utilizzato come strumento per intimidire i media critici. Si tratta di controllare la narrativa pubblica, resistere al controllo e sopprimere qualsiasi voce di dissenso″. In un caso evidenziato dal Guardian, il giornalista messicano Cecilio Pineda Birto è stato assassinato nel 2017 poche settimane dopo che il suo numero di cellulare era apparso sulla lista trapelata. Tra gli spiati figura Umar Khalid, leader indiano della Democratic Students’ Union in carcere dallo scorso anno. Nel corso del processo, l’accusa ha presentato documenti che erano nel telefono personale dell’imputato senza spiegare in che modo vi fosse entrata in possesso. È stato spiato per ben tre anni il telefono di Khadija Ismayilova, una delle più importanti reporter dell’Azerbaigian per le sue inchieste atte a rivelare corruzioni e abusi del presidente Ilham Aliyev. Il governo di Baku è accusato di aver messo sotto controllo almeno 48 cronisti. L’inchiesta ha rilanciato le pressioni internazionali sul governo israeliano, che di fatto consente all’azienda di fare affari con regimi autoritari che utilizzano lo spyware per scopi che vanno ben oltre l’obiettivo dichiarato, che è quello di prendere di mira terroristi e criminali. Le rivelazioni seguono un recente rapporto del New York Times, secondo cui Israele ha permesso alla NSO di fare affari con l’Arabia Saudita e l’ha incoraggiata a continuare a farlo anche dopo l’omicidio del giornalista e dissidente Khashoggi. Per fornire i propri servizi in un dato Paese, l’azienda deve ricevere un permesso dal governo israeliano, ma una volta consegnati i software ai governi che ne fanno richiesta NSO ha un limitato controllo su scopi e modalità di utilizzo. Le nuove accuse hanno accresciuto le preoccupazioni tra gli attivisti per la privacy secondo cui nessun utente di smartphone, nemmeno quelli che utilizzano software come WhatsApp o Signal, è al sicuro dai governi e da chiunque altro disponga della giusta tecnologia di sorveglianza informatica. “Smetti di fare quello che stai facendo e leggi questo”, ha twittato Edward Snowden, l’informatore che ha fatto trapelare un gran numero di informazioni riservate dalla National Security Agency nel 2013. “Questa fuga di notizie sarà la storia dell’anno”.

Messico, così il software spia Pegasus è finito in mano ai Narcos. Daniele Mastrogiacomo per repubblica.it il 20 luglio 2021. Lo scandalo è esploso a metà giugno del 2017. Ma era almeno da sei anni che le agenzie di intelligence messicane si dedicavano a spiare decine di migliaia di cittadini. Soprattutto oppositori politici e attivisti sociali. Ma quando decine di giornalisti, avvocati, docenti universitari e persino parlamentari hanno scoperto che il loro cellulare era stato infettato con un software che li trasformava in potenziali bersagli, allora Pegasus è venuto allo scoperto. (…) Lo scandalo Pegasus diventa una bomba politica per l'allora presidente Enrique Peña Nieto. Tra le vittime del software ci sono dei parlamentari. Fioccano le interrogazioni, il presidente nega. Ma di fronte all'evidenza è costretto ad ammettere. Si tratta di un software acquistato dal governo messicano dal gruppo NSO, una società informatica israeliana all'avanguardia anche nei sistemi di spionaggio militare. La quale, a sua volta, conferma di averlo venduto alle tre agenzie di intelligence messicane per 80 milioni di dollari. Ma chiarisce anche che l'acquisto aveva una condizione che ogni governo doveva sottoscrivere: poteva essere usato solo nella lotta alla criminalità e il terrorismo. Violare questa clausola provocava la cancellazione del diritto alla licenza e il virus-spia veniva disattivato. In apparenza. Il presidente Nieto si impegnò a svolgere un'accurata indagine che, come sempre, non ha approdato a nulla. L'intelligence ha interrotto la sua attività di controllo. Ma ha attirato l'interesse dei Cartelli.  E' bastato pagare e Pegasus è finito nelle mani dei narcos che di soldi ne hanno montagne. Anche l'attuale presidente Andrés Manuel López Obrador ha dichiarato che il software era stato eliminato. Ma la serie impressionante di omicidi eccellenti fanno invece ritenere che sia in circolazione. Il Gruppo NSO spiega che è impossibile capire nelle mani di chi sia finito. "E' come un kalashnikov. Lo vendi a qualcuno che può venderlo ad altri e questi ad altri ancora. Non lo ritrovi più e continua a sparare", dicono a Tel Aviv. (…)

(ANSA il 20 luglio 2021) Un'inchiesta è stata aperta in Francia nel quadro del caso Pegasus sullo spionaggio dei giornalisti: è quanto riferisce la procura di Parigi. (ANSA).

Francesca Basso per il "Corriere della Sera" il 20 luglio 2021. Reazioni indignate ovunque. Il caso Pegasus, l'inchiesta giornalistica condotta da 16 giornali legati alle ong Forbidden Stories e Amnesty International, che ha preso il nome dal software israeliano della società NSO usato in modo illegale da diversi governi in tutto il mondo, tra cui l'Ungheria nella Ue, per spiare migliaia di giornalisti, attivisti per i diritti umani, politici, autorità religiose, ha scatenato reazioni di condanna. Per la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, «deve essere verificato, ma se è così è completamente inaccettabile. Sarebbe contro qualsiasi regola: la libertà della stampa è uno dei valori fondamentali dell'Ue. Sarebbe assolutamente inaccettabile se fosse così». La «democrazia illiberale» di Viktor Orbán è tra gli 11 Paesi coinvolti: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, India, Kazakistan, Marocco, Messico, Ruanda e Togo. Oltre ai giornalisti Szabolcs Panyi e András Szabó della testata Direkt36 , anch' essa parte del team investigativo, che sono stati effettivamente spiati, sono finiti nella lista János Bánáti, presidente dell'Ordine degli avvocati ungheresi insieme ad altri dieci avvocati e György Gémesi, sindaco dell'opposizione della cittadina di Gödöll, Zoltán Varga, proprietario del Central Media Group e l'economista Attila Chikán, ex ministro del primo governo di Viktor Orbán e ora voce critica nei confronti del leader magiaro. Il figlio e uno dei confidenti più stretti dell'ex oligarca Lajos Simicska. Il Washington Post , che ha partecipato all'inchiesta, riferisce che oltre 300 numeri di telefono ungheresi, collegati a giornalisti, avvocati, uomini d'affari e attivisti, sono apparsi nell'elenco che includeva i numeri selezionati per la sorveglianza dai clienti della NSO, ma non è chiaro quali siano stati effettivamente spiati. I deputati dell'opposizione ungherese hanno chiesto un'inchiesta parlamentare. Il governo nega ogni coinvolgimento. Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha detto che «il governo non è a conoscenza di questo tipo di raccolta dati», aggiungendo che «non è stata instaurata alcuna collaborazione con i servizi di intelligence israeliani». Se il coinvolgimento di Budapest fosse confermato sarebbe un altro episodio gravissimo di mancato rispetto dello Stato di diritto. Ma un portavoce della Commissione ha spiegato che il compito di controllare non è di Bruxelles: «Le autorità nazionali - ha detto - hanno il dovere di vigilare sui diritti alla privacy e sulla libertà dei media». Oggi la Commissione presenta il rapporto annuale sullo Stato di diritto nell'Ue e Ungheria e Polonia saranno tra gli osservati speciali. Sono emersi nuovi dettagli anche su Messico, Ruanda e India. Il Guardian ha riferito che nell'elenco degli spiati sono presenti 50 persone vicine al presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, tra cui la moglie e i figli, e Carine Kanimba, figlia di Paul Rusesabagina, l'attivista ruandese imprigionato che ha ispirato il film «Hotel Rwanda». Nella lista anche Rahul Gandhi, il principale rivale politico del primo ministro indiano Narendra Modi. I Paesi coinvolti si chiamano fuori. Il Marocco ha definito «false» le informazioni emerse dall'inchiesta. Anche l'India ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 20 luglio 2021. «Sono stata avvisata qualche settimana fa da Forbidden Stories che due giornalisti di Mediapart , io e il direttore Edwy Plenel, eravamo stati bersaglio dei servizi del Marocco attraverso Pegasus. Abbiamo accettato di dare i nostri telefonini al Security Lab di Amnesty International a Berlino perché facessero un'analisi tecnica. È venuto fuori che Plenel è stato messo sotto controllo per due mesi nel 2019, e io per quindici mesi, da fine febbraio 2019 a fine maggio 2020. Hanno spiato non solo le telefonate, ma tutto il contenuto del telefonino. Contatti, foto, email, messaggi WhatsApp, tutto». Lénaïg Bredoux, quarantenne gender editor del giornale online Mediapart , è tra le oltre 50 mila persone vittime del software Pegasus nel mondo. 

Perché lei è stata spiata?

«Questo è un aspetto interessante, non banale. Ci sono due livelli: lo spionaggio per motivi evidenti, di uno Stato ai danni di suoi oppositori. Per esempio quello dell'Arabia Saudita ai danni dei famigliari del giornalista Jamal Khashoggi. E poi il secondo livello, più vasto e forse più preoccupante per tutti, in cui i motivi sono più opachi. Nel mio caso, sono una cittadina francese spiata dal governo del Marocco, circostanza gravissima da un punto di vista diplomatico. I motivi possono essere diversi: forse perché nel 2015 ho scritto una serie di articoli su Abdellatif Hammouchi, l'uomo forte dell'intelligence marocchina. O forse perché nel febbraio 2019 ho seguito un processo per violenze sessuali, tema molto seguito dal regime di Rabat perché lo usa talvolta per incastrare gli oppositori». 

Sa chi ha ordinato l'intrusione?

«No, e questo è uno degli aspetti stressanti del ritrovarsi spiati. Non sai che cosa faranno delle informazioni, non sai che cosa hanno in mano esattamente, non sai chi ha ordinato di metterti sotto sorveglianza e non sai per quale ragione precisa. Su larga scala, diventa una forma di arbitrio e di intimidazione».

Pensa che questo aspetto possa mobilitare l'opinione pubblica? Del software Pegasus si sapeva. Il salto di qualità, stavolta, sembra essere l'enorme quantità di persone coinvolte.

«Non sono complottista ma credo che una vicenda come questa debba spingere tutti a porsi questioni sulla riservatezza dei dati. La quantità di informazioni rubate è enorme: uno Stato malintenzionato può utilizzare quando vuole, per motivi che non possiamo sospettare, le foto dei bambini o i dati del conto bancario». 

È possibile che siate i mezzi per arrivare ad altri?

«Certo. È possibile che siamo i cavalli di Troia per nuocere magari a colleghi giornalisti marocchini. Ma più in generale, come dice Laurent Richard, fondatore di Forbidden Stories, questo scandalo permette di vedere il volto ordinario di tanti spiati: persone finite dentro le liste magari perché un giorno hanno incontrato qualcuno. 

Accanto a oppositori, giornalisti, militanti per i diritti dell'uomo, ci sono persone comuni che magari non hanno scelto di correre i rischi legati al condurre un'inchiesta. Nessuno è al riparo».

Che cosa farà adesso?

«Con il direttore Plenel abbiamo presentato denuncia davanti al procuratore della Repubblica di Parigi». 

Segni di solidarietà dalle autorità francesi?

«Niente, per ora, che io sappia. Il Marocco, Paese alleato, che spia cittadini francesi in Francia. L'imbarazzo è enorme».

L'inchiesta internazionale. Pegasus Project, così giornalisti e capi di Stato sono stati spiati dai governi con un software anti-terrorismo. Carmine Di Niro su Il Riformista il 19 Luglio 2021. Un potente e controverso software sviluppato dall’azienda israeliana NSO, nato per spiare terroristi e criminali, utilizzato da diversi governi per spiare attivisti, giornalisti e persino capi di Stato. È quanto emerge da una inchiesta internazionale condotta da 17 quotidiani, tra cui il Washington Post, il Guardian, Le Monde, assieme ad organizzazioni come Amnesty International e Forbidden Stories, un’iniziativa giornalistica senza scopo di lucro con sede a Parigi. Pegasus Project, questo il nome dell’inchiesta giornalistica, mette nel mirino la NSO, l’azienda israeliana produttrice del software poi utilizzato per spiare giornalisti, attivisti per i diritti umani, dirigenti d’azienda e capi di Stato. Pegasus è un software progettato per intercettare le telefonate, geolocalizzare l’utente, raccogliere i suoi messaggi di testo e copiarne le password, usato da molti governi per monitorare le attività di persone sospettate di essere un pericolo per la sicurezza nazionale. Una volta che lo smartphone è infettato da Pegasus, il "manovratore" può prenderne il controllo e spiare ogni sua mossa. Peccato che, come denunciato da Amnesty International e Forbidden Stories, Pegasus sia stato utilizzato per sorvegliare oltre 50mila utenze telefoniche di giornalisti, attivisti e almeno 13 capi di Stato. Ad utilizzarlo, secondo i quotidiani che hanno diffuso l’inchiesta corale, sarebbero stati i governi di Messico, India, Marocco, Indonesia, Ruanda, Togo, mentre in Europa vi sarebbe l’Ungheria di Viktor Orban, che avrebbe utilizzato Pegasus per controllare gli oppositori del governo. Il nome spuntato fuori sui quotidiani è quello di Szabolcs Panyi, uno dei più noti reporter ungheresi, cronista del sito investigativo Direkt36, uno tra i pochi media indipendenti nel Paese. Gran parte delle Nazioni citate hanno negato di aver utilizzato Pegasus, o di aver utilizzato il software per scopi diversi dallo spionaggio anti-terrorismo. A finire pedinato da Pegasus ci sarebbe stato anche Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso da sicari dell’Arabia Saudita nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia, su mandato (secondo una inchiesta Cia) del principe ereditario Mohammad bin Salman. Altra giornalista nota spiata da Pegasus era Cecilio Pineda Birto, cronista messicano ucciso nel 2018 da due killer in un autolavaggio. Al momento sono pochi i nomi di persone spiate da Pegasus che sono stati resi noti: per il Guardian ci sono “centinaia tra uomini d’affari, autorità religiose, accademici, operatori di Organizzazioni non governativi, sindacalisti, funzionari governativi, ministri, presidenti e primi ministri”, mentre per quando riguarda i giornalisti vi sarebbero cronisti della maggiori testate e agenzie, come Financial Times, Economist, Al Jazeera, Mediapart, El Pais, Bloomberg, Associated Press, Reuters, Cnn. La NSO, la società israeliana produttrice del software, contattata dal consorzio di giornali ha spiegato che dopo aver venduto Pegasus a forze armate, polizie e agenzie di intelligence di 40 Paesi, non specificati ma “accuratamente selezionati”, non ne ha più il controllo operativo. Quanto alle 50mila utenze nel database, per NSO si tratta di dati “esagerati”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Il monito della Cedu sul caso Contrada. L’Europa avverte l’Italia: non si può intercettare così. Piero Sansonetti su Il Riformista il 28 Luglio 2021. La riforma del processo sbanda un po’ ma procede. Ieri ha dovuto superare gli scogli degli emendamenti di Forza Italia e della Lega, che puntavano – giustamente – a modificare e “ragionevolizzare” il reato di abuso di ufficio, cioè uno dei randelli usati da molti Pm per colpire a botta sicura qualunque amministratore (almeno, tra quelli che governano e non se ne stanno con le mani in mano). Gli emendamenti, formalmente erano giusti, ma nella concretezza dei tristi e crudi fatti della lotta politica avrebbero comportato uno stop alla riforma della prescrizione. Per fortuna non sono passati. Ora si tratta di vedere come accontentare un po’ i Cinque Stelle. Conte ha dichiarato che la legge va modificata un pochino, “altrimenti si creano problemi al movimento”. Non gli è venuto nemmeno in mente di dire “problemi al paese”, perché l’idea che la questione sia come riformare la giustizia (e non come tenere buono Travaglio) non passa nemmeno per la testa all’avvocato. Del resto si sapeva. Nel frattempo c’è una novità molto importante nel campo della giustizia. La Cedu (cioè l’Europa, più precisamente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) ha accolto un ricorso degli avvocati di Bruno Contrada (uno di quei poveretti che grazie alla giustizia giacobina degli anni scorsi si è fatto una decina buona di anni di galera senza reato, e ora viene ancora perseguitato con le intercettazioni e le perquisizioni) e ha spedito al governo italiano una serie di domande piuttosto severe su come vengono fatte le intercettazioni in Italia. E anche le perquisizioni. La Cedu pensa che non sia legittimo intercettare a volontà, fuori da ogni regola, senza lasciare alla difesa nessuna possibilità di opporsi. Spesso prendendo di mira persone che non sono neppure indagate. La Cedu pensa che questo non sia un sistema “estremo” di indagini, ha l’impressione che si tratti di spionaggio di massa. Un po’ come si faceva nella Germania comunista, negli anni settanta e ottanta. Del resto, anche senza il parere della Cedu, già si sapeva che il nostro sistema di intercettazioni (il numero delle intercettazioni è circa di 100 volte superiore al numero delle intercettazioni in Gran Bretagna, paese con un indice di criminalità e di violenza parecchio superiore al nostro) è assolutamente in contrasto con la Costituzione (articolo 15). Il governo italiano ora dovrà rispondere alla Cedu (ma non ha molti argomenti) e rischia di essere condannato e costretto a cambiare le leggi. Speriamo che faccia presto. Così si ristabilisce lo Stato di diritto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Intercettazioni Consip nascoste, Cartabia: “Perugia ha aperto procedimento penale su Roma dopo esposto di Romeo”. Redazione su Il Riformista il 27 Maggio 2021. Il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha risposto all’interrogazione presentata dal parlamentare di Forza Italia Matilde Siracusano sulle anomalie che riguardano il processo in corso ai danni di Alfredo Romeo sul caso Consip. L’interrogazione era nata da un esposto presentato dallo stesso imprenditore al Csm, in Cassazione e alle procure di Roma e Perugia (quest’ultima competente per indagare sui magistrati romani ndr). “Il rispetto assoluto dei diritti della difesa e delle garanzie processuali sin dalla fase delle indagini preliminari è ben scolpito nella Carta costituzionale, e pertanto da tutelare”. Risponde la Cartabia alla deputata azzurra. Poi prosegue: “Ciò premesso, nel caso di specie si assume l’occorsa e grave violazione di diritti di un imputato a mezzo di ritenute irregolari condotte riconducibili all’organo inquirente”. Nella risposta la ministra sottolinea che “Va evidenziato e rammentato che l’attivazione dei poteri ispettivi deve altresì evitare di interferire sul sereno svolgimento dell’attività giurisdizionale” e che inoltre “l’Amministrazione deve attendere l’esito dei procedimenti giurisdizionali già in essere”. Secondo Cartabia, infatti, “un intervento in itinere rischierebbe di interferire nell’attività processuale pacificamente in essere”. Il ministro della Giustizia conclude: “Allo stato, pertanto, risultando pendenti il processo presso il Tribunale di Roma, nonché il procedimento penale attivato dall’esposto presentato all’Autorità Giudiziaria di Perugia, non si ravvisano estremi per procedere ad attività ispettiva”.

Pasticcio del Senato: dà l’ok alle intercettazioni su Cesaro già bocciate dai giudici…Viviana Lanza su Il Riformista il 20 Maggio 2021. Il giudice le aveva ritenute inutilizzabili già ad ottobre scorso. E ieri l’aula del Senato, con 166 voti favorevoli, 41 contrari e 4 astenuti, ne ha comunque autorizzato l’utilizzo. Parliamo delle intercettazioni che riguardano il senatore di Forza Italia Luigi Cesaro nell’ambito di un’inchiesta su una presunta corruzione per agevolare, secondo l’impostazione accusatoria, la campagna elettorale di suo figlio Armando Cesaro come candidato al Consiglio regionale della Campania nel 2015. Ora, siccome quelle intercettazioni – otto conversazioni in tutto – non potranno entrare nel processo perché così ha deciso il giudice del Tribunale di Napoli Nord dinanzi al quale si sta svolgendo il procedimento, è ipotizzabile che la decisione del Senato sia destinata a non avere incidenza concreta, a rimanere un passaggio puramente formale. In pratica il Senato ha autorizzato l’utilizzo di una fonte di prova che non è utilizzabile. Sì, perché a ottobre scorso il giudice Nigro del Tribunale di Napoli Nord aveva escluso il valore di prova di quelle conversazioni telefoniche e ambientali captate dagli inquirenti nell’ambito delle indagini su un presunto voto di scambio nel periodo tra maggio e giugno 2015 quando in Campania si tennero le elezioni regionali. La decisione del giudice, in linea con la tesi difensiva dei Cesaro (avvocati Alfonso Furgiuele, Vincenzo Maiello, Michele Sanseverino), si allineava a quanto stabilito dalla Cassazione a Sezioni unite con la famosa sentenza Cavallo. Si allineava, cioè, alla tesi per cui le intercettazioni cosiddette “a strascico” non possono essere utilizzate nei processi, mettendo così un freno al flusso di intercettazioni da un procedimento all’altro senza una specifica autorizzazione e stabilendo che non si può chiedere l’arresto o la condanna di una persona sulla base del contenuto di conversazioni captate nell’ambito di un’indagine in cui quell’atto di indagine non sia stato specificamente autorizzato. Il 25 giugno prossimo il processo dinanzi al Tribunale di Napoli Nord si avvierà alla conclusione e dovrà inevitabilmente tener conto del fatto che le intercettazioni su cui l’accusa ha fondato gran parte delle sue convinzioni non saranno utilizzabili. Ieri, su quelle stesse intercettazioni, si è pronunciato il Senato. Una decisione che appare fuori tempo visto il corso che, nel frattempo, ha preso il via il processo nelle aule di tribunale. «La pronuncia del Senato rispetto a queste intercettazioni non ha più alcuna rilevanza», spiega il professor Alfonso Furgiuele, difensore di Cesaro. «Viceversa – aggiunge – per il processo che si sta celebrando dinanzi al gup Cerabona è stata chiesta l’autorizzazione del Senato all’utilizzazione delle intercettazioni del senatore Cesaro e rispetto a questa richiesta il Senato non si è ancora pronunciato». L’iter, in questo caso, è ancora in corso. Tuttavia, una prima pronuncia già c’è stata. «La giunta per le autorizzazioni a procedere – spiega il difensore – ha proposto all’aula di autorizzare l’utilizzazione di sei conversazioni delle 21 per le quali era stata avanzata richiesta da parte del gip in occasione della richiesta di misura cautelare avanzata dalla procura di Napoli». Dunque 15 conversazioni – su un totale di ventuno – sono state già ritenute non utilizzabili dalla giunta. Il riferimento è a un’ulteriore inchiesta della Procura di Napoli nella quale Luigi Cesaro è indagato assieme ai fratelli e la sua posizione è stralciata proprio in attesa della decisione sulla utilizzabilità delle intercettazioni. Ma cosa stabilisce la sentenza Cavallo a proposito dell’uso di questa fonte di prova? La sentenza sancisce che non possono essere usati come fonte di prova i contenuti di telefonate e colloqui intercettati nell’ambito di indagini per reati diversi e senza alcuna connessione forte con quelli per i quali le intercettazioni sono autorizzate. In questo modo la Suprema Corte ha riportato la norma sulle intercettazioni in un binario ben preciso e lontano dall’orientamento che si stava diffondendo in molte inchieste, mettendo dei paletti all’uso indiscriminato delle intercettazioni in più procedimenti e individuando precisi presupposti affinché, posto che c’è un’autorizzazione, tutto quello che ne deriva è utilizzabile.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il distretto di Corte d’appello partenopeo è il terzo in Italia per livello di spesa. Napoli, le intercettazioni costano 15 milioni all’anno: le ‘spese folli’ della giustizia. Viviana Lanza su Il Riformista il 14 Maggio 2021. Alla voce giustizia la spesa sostenuta in un anno supera, nel distretto di Napoli, i 78 milioni di euro. Il totale include un ventaglio di oneri molto ampio e certamente contempla anche i costi di lungaggini e burocrazia. Per molti si tratterebbe di costi che si potrebbero evitare o quantomeno contenere se ci fosse una macchina della giustizia più performante, un sistema più snello ed efficiente; se il settore fosse meno afflitto dalle disfunzioni e più agevolato da un miglior impiego di tempi e risorse. Ma, si sa, tra la teoria e la pratica a volte c’è una distanza abissale. Quando si parla di giustizia, la teoria è tutta concentrata sulla necessità di nuovi investimenti per colmare i vuoti di organico e di una riforma dell’intero sistema. Il tema è ampiamente dibattuto e raccoglie consensi in maniera unanime, ma sono anni ormai che alle parole non seguono i fatti, per cui ci si ritrova ogni anno a fare i conti con disfunzioni e difficoltà, tracciando bilanci sempre pesanti. Prima che la pandemia irrompesse devastando la vita di tutti, la giustizia aveva dei costi ben precisi. Quali? Secondo i dati raccolti dalla Direzione generale di statistica del Ministero della Giustizia, nel distretto di Napoli le spese di giustizia, in un anno, hanno raggiunto i 78 milioni di euro (78.273.272 per l’esattezza). La percentuale maggiore è costituita da indennità (il 39%), vale a dire trasferte, custodie, indennità spettanti a magistrati onorari ed esperti, indennità spettanti a giudici popolari. Un’altra quota consistente (il 35%) è data invece dalle spese per attività varie: viaggi, svolgimento dell’incarico, intercettazioni, spese straordinarie nel processo penale, spese postali e telegrafiche, demolizioni e riduzioni di opere. Insomma, sotto questo capitolo di spesa ci finiscono tutti i costi sostenuti per svolgere indagini e processi, per notificare atti, per fare sopralluoghi o intercettare dialoghi e incontri. Soprattutto per intercettare. È di 15 milioni e mezzo di euro il totale delle spese per intercettazioni sostenute in un anno dagli uffici giudiziari del distretto di Napoli. La voce intercettazioni è infatti quella più onerosa tra le varie spese sostenute dagli uffici giudiziari. Il dato è comune a tutti i più grandi distretti giudiziari d’Italia, segno che le indagini delle Procure sono sempre più orientate verso questo tipo di strumento investigativo: a Roma intercettare costa in un anno 13 milioni e mezzo di euro, a Milano 10 milioni, a Palermo si arriva a 22 milioni di euro. Più marginali, a Napoli come in altri distretti giudiziari italiani, sono invece i costi sostenuti per pagare gli onorari ai consulenti tecnici nominati da pm o tribunale, agli ausiliari del magistrato, ai difensori. Tuttavia, confrontando i dati napoletani con quelli degli altri uffici giudiziari e ricordando che Napoli è il distretto con il maggiore carico di indagini e processi, si nota come la gestione dei costi nella cittadella giudiziaria napoletana sia abbastanza contenuta. A Roma, tanto per citare un altro grande distretto giudiziario, si spendono in un anno circa 93 milioni e mezzo di euro in spese di giustizia, a Milano quasi 75 milioni, a Palermo 89 milioni di euro. Restando invece in Campania, a Salerno le spese di giustizia ammontano in un anno a poco meno di 15 milioni di euro. In tutta Italia si superano i 928 milioni di euro. Costa, dunque, la giustizia. E costa ogni anno sempre di più, nonostante i risultati non siano efficienti e nonostante da un anno all’altro le disfunzioni più che diminuire aumentano. Osservando infatti la serie storica delle spese pagate dall’Erario, e quindi dai cittadini, per il funzionamento della macchina giudiziaria nel Paese, si nota come negli anni le spese alla voce giustizia siano sempre state molto rilevanti: ammontavano a 718 milioni di euro nel 2014, a 734 milioni di euro nel 2015, aumentando di anno in anno fino ad arrivare a 907 milioni di euro spesi nel 2018 e a 928 milioni di euro nel 2019.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

La tecnologia di sorveglianza cinese è sbarcata in Italia? Andrea Muratore su Inside Over il 13 aprile 2021. Le procure italiane utilizzano per la videosorveglianza le telecamere prodotte da un’azienda cinese implicata nel controverso caso del controllo degli uiguri in Xinjiang? Questo sembrerebbe emergere da un’inchiesta di Wired della scorsa settimana. La testata specializzata in temi legati alla tecnologia ha infatti riportato che “mille telecamere della multinazionale cinese Hikvision sorvegliano le sale intercettazioni delle Procure italiane. Le ha acquistate il ministero della Giustizia nel 2017 per la messa in sicurezza di quei centri dove sono conservati dati estremamente sensibili, frutto delle intercettazioni, di cui deve garantire la segretezza”. La Hikvision, azienda presente con una filiale italiana avente sede a Cinisello Balsamo, si è aggiudicata la gara messa in campo da Consip dopo la stipula di una convenzione con Fastweb, che ha ritenuto Hikvision capace di rispettare i requisiti di sicurezza per garantire la continua sorveglianza di impianti delicati come i centri di intercettazione (Cit) che “che comprendono gli archivi del materiale raccolto con trojan e cimici, le sale server e gli spazi per l’ascolto”. Un caso analogo a quello di  Dahua Technology, costola italiana dell’omonima azienda di Hangzhou, bandita negli Usa nel marzo scorso, che si è aggiudicata la gara per installare 19 termoscanner a Palazzo Chigi. Hikvision e Dahua sono salite sul banco degli imputati perché ritenute complici e fruitrici dirette delle politiche con cui il governo di Xi Jinping è accusato in Occidente di voler sottomettere e controllare la popolazione musulmana degli uiguri, che comprendono anche la massiccia strutturazione di una campagna di sorveglianza su larga scala a Urumqi, Kashgar e negli altri grandi centri dello Xinjiang. Nel 2018 Ipvm, il portale leader su scala globale per le analisi sulla sorveglianza, ha sottolineato che le due aziende hanno vinto un contratto da un miliardo di dollari per progetti governativi nello Xinjiang. A cui, in particolare, Hikvision avrebbe contribuito in patria costruendo un algoritmo di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale in grado di individuare gli uiguri nella popolazione, monitorando con videocamere oltre mille moschee nella regione e vincendo appalti per servizi di fornitura alla polizia dal valore di 300 milioni di dollari. Tali tecnologie hanno ricevuto per le politiche di sorveglianza di massa un boost al loro sviluppo tale da rendere la Cina, indirettamente, all’avanguardia al momento della loro applicazione per il monitoraggio e il contenimento della pandemia di Covid-19. Ma a anni di distanza si scopre che aziende fortemente compromesse con possibili violazioni dei diritti umani hanno, nel nostro Paese, entrature commerciali di primissima caratura. Formiche segnala altri importanti contratti per cui Hikvision ha ottenuto la possibilità di fornire servizi ad autorità pubbliche italiane: sono sorvegliate con tecnologia Hikvision”la città di Avezzano (L’Aquila), la cattedrale di Santa Maria Nuova a Monreale (Palermo), la clinica privata Villa Margherita nel cuore di Roma e lo storico beach club sul litorale ostiense Marine Village. Su PadovaOggi.it si legge di telecamere Hikvision installate nella città veneta, perfino nel cimitero”. Tutto questo pone inevitabilmente una questione politica ora che il tema dello Xinjiang e degli uiguri infiamma i rapporti italo-cinesi. “Gli interventi politici a Pechino si fanno attraverso la tecnologia e questi software poi arrivano anche da noi”, ha dichiarato a La Verità l’onorevole leghista Paolo Formentini, tra i massimi critici delle attività di Pechino in Italia. Formentini, membro della Commissione Esteri, ha presentato una dura mozione di censura delle attività di Pechino in Xinjiang in cui invita il governo Draghi a “considerare con attenzione le testimonianze provenienti dalla diaspora uigura relativamente alle misure di carattere genocidario di cui sarebbero vittima le minoranze residenti nello Xinjiang”. Una presa di posizione netta a cui si contrappongono delle sfumature diverse nella visione di Pd e Movimento Cinque Stelle, intenzionati a proporre una mozione in cui il richiamo al “genocidio” è espunto. Una spinosa questone politica su cui il governo Draghi rischia di trovarsi spaccato al momento del voto, che si annoda con la necessità di trovare un modus vivendi ideale sui legami economici e tecnologici con la Cina. Aziende come Zte, nel nostro Paese, partecipano attivamente e con trasparenza alla definizione di standard securitari e tecnologici di assoluto valore; altre compagnie sono invece poste in veri e propri “coni d’ombra” che nascondono le ambigue manovre delle case madri cinesi. E questo porrà la necessità di risposte calibrabili sulla base della rilevanza che il governo darà al tema degli uiguri come punto di partenza di una possibile svolta improntata a un maggior contenimento politico di Pechino dopo le convergenze dell’era Conte. Quella svelta da Wired con la sua inchiesta è per questo una questione di cruciale importanza.

Giustizia: giornalisti, magistrati e avvocati intercettati nell'inchiesta su Mimmo Lucano. Il Quotidiano del Sud il 13 aprile 2021. La Procura di Locri ha intercettato 33 giornalisti, un viceprefetto, tre magistrati e pure la portavoce dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini. La Guardia di Finanza ha ascoltato finanche le conversazioni tra l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, coinvolto nell’inchiesta “Xenia”, e uno dei suoi avvocati difensori. La notizia è stata riportata dall’Ansa che ha citato il quotidiano “Domani”. Il “sistema Trapani” sarebbe stato adottato anche in Calabria dove nell’ottobre 2018 è stato arrestato Lucano, principale imputato nel processo in corso davanti al Tribunale di Locri sulla gestione dell’accoglienza nel piccolo comune dell’alto Jonio reggino. Dopo aver dedicato numerosi articoli alla vicenda dei giornalisti intercettati nell’indagine della Procura di Trapani sulle ong, il quotidiano diretto da Stefano Feltri pubblica un articolo di Enrico Fierro secondo cui «c’è una costante nelle inchieste che riguardano il sistema dell’immigrazione nel nostro Paese. Il metodo di conduzione dell’inchiesta – è scritto nel pezzo – appare lo stesso. A Riace sono state ascoltate, e scritte nei verbali, le conversazioni che giornalisti, avvocati e magistrati avevano con il maggiore indagato, Mimmo Lucano. Le testate coinvolte vanno da Famiglia Cristiana alla tv Svizzera, passando per Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Quotidiano del Sud, la Rai, Mediaset, La7, più una lunghissima teoria di giornali, tv e siti locali, dall’Ansa al Corriere della Calabria, alla Gazzetta del Sud». Tra i magistrati intercettati perché si sentivano con Lucano ci sono il presidente della Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria Roberto Lucisano, il giudice Olga Tarzia della Corte d’Appello di Reggio e il giudice Emilio Sirianni che lavora a Catanzaro. Il Consiglio direttivo del Gruppo Cronisti Calabria “Franco Cipriani” è intervenuto sula vicenda, reputando grave quanto emerso. Secondo il gruppo calabrese dell’Unci, presieduto da Michele Albanese, «si è adottato il “metodo Trapani” anche per l’indagine condotta dalla Guardia di Finanza sulla gestione, a Riace, dei progetti di accoglienza dei migranti. Non si spiega in altro modo il motivo per il quale nel fascicolo del processo a Mimmo Lucano ci siano i nomi di tutti i giornalisti con cui l’ex sindaco parlava al telefono o si incontrava. Giornalisti che si rivolgevano a Lucano per capire cosa stava succedendo a Riace e per intervistarlo». «Sia chiaro – sottolinea Albanese – che l’Unci Calabria ritiene che quelle intercettazioni, eseguite dalla Guardia di Finanza, siano legittime perché evidentemente un giudice, su richiesta del pm, le ha autorizzate. Quello che l’Unci Calabria, però, non concepisce è il motivo per cui, una volta intercettati i giornalisti e una volta accertato che stavano semplicemente facendo il loro lavoro, quelle conversazioni siano state trascritte e riassunte per poi essere riversate negli atti del processo». «La sensazione – conclude il direttivo dei cronisti calabresi – è che si sia voluta ricostruire la rete di giornalisti con i quali Lucano si sentiva. È il caso di ricordare che la tutela delle fonti e il metodo di lavoro dei giornalisti sono un valore da salvaguardare. Inoltre, perché registrare un giornalista che per telefono intervista un imputato e, in questo modo, conoscere il giorno prima della pubblicazione il contenuto dell’articolo?».

Giornalisti, magistrati e avvocati: intercettazioni folli anche nel caso Lucano. Il Pd interroga la ministra Cartabia e chiede l'invio degli ispettori alla Procura di Locri. Ma i giornalisti intercettati sono molti di più. Simona Musco su Il Dubbio il 14 aprile 2021. Trentatré giornalisti, un viceprefetto, tre magistrati e pure la portavoce dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini. Tutta gente che parlava al telefono con Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, e finita nelle intercettazioni eseguite dalla Guardia di Finanza di Locri a carico dell’uomo simbolo dell’accoglienza, nel corso dell’inchiesta che lo ha portato a processo assieme ad altre 26 persone. Ma non solo: Lucano è stato anche intercettato mentre era al telefono con i suoi difensori, all’epoca Antonio Mazzone (recentemente scomparso e sostituito dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia) e Andrea Daqua. A dare la notizia è stato il quotidiano Domani, lo stesso che ha fatto venire alla luce il cosiddetto “sistema Trapani”  e che ha pubblicato un elenco parziale della miriade di persone registrate mentre si trovavano al telefono con l’ex primo cittadino calabrese. La vicenda siciliana è nota: la giornalista d’inchiesta Nancy Porsia è stata spiata per mesi dai magistrati, rendendo così pubbliche le sue fonti. E in quel caso sono stati ben cinque gli avvocati intercettati, tutti alle prese con questioni legate al loro mandato difensivo, in violazione dell’articolo 103 del codice di procedura penale. La vicenda Lucano si differenzia per un fatto: in questo caso, i giornalisti – tra i quali quelli di Repubblica, Fatto Quotidiano, Dubbio, Famiglia Cristiana, La7, Ansa e diverse testate calabresi – sono stati ascoltati mentre discutevano con il principale indagato, ovvero senza che fossero le loro utenze ad essere sottoposte a captazione. Ma in ogni caso sono decine le conversazioni spiate dai finanzieri, che ascoltano in anteprima interviste e domande rivolte dai cronisti all’ex sindaco. L’inchiesta si sviluppa nello stesso periodo di quella siciliana, ovvero proprio nel periodo in cui le politiche dell’accoglienza, attraverso l’azione dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, hanno posto forti limiti all’azione delle ong e ai diritti dei richiedenti asilo. Quasi simultaneamente, due procure si sono attivate colpendo da un lato i soccorsi in mare, dall’altro una gestione dell’accoglienza basata sull’integrazione e non sulla ghettizzazione. Così come il decreto Minniti, che da un lato imponeva un codice di regolamentazione alle ong (firmato da tutte tranne Medici senza frontiere) che di fatto le impegnava a non entrare nelle acque territoriali libiche e di non ostacolare l’attività di Search and Rescue da parte della Guardia costiera libica, la cui condotta è finita nel mirino dell’Onu per i crimini contro i migranti, e dall’altro estendeva la rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari. Insomma, esattamente i modelli opposti a quelli di Msf e Lucano, fino a quel momento esaltati anche dalle istituzioni. Contemporaneamente, i giornalisti, quelli che Lucano definiva «la mia forza», sono finiti nella rete a strascico della procura. Nel caso di Francesco Sorgiovanni, giornalista del Quotidiano del Sud, le conversazioni erano finite anche nell’ordinanza di custodia cautelare. Le altre, ritenute ininfluenti dagli stessi investigatori, sono state comunque trascritte e sono contenute nei brogliacci, 772 files consegnati alle difese e poi passate di mano in mano, arrivando alla stampa. «Non solo nel mio interesse – ha dichiarato Lucano – ma nell’interesse del corretto esercizio delle attività processuali, spero che la giustizia faccia chiarezza anche su questo aspetto. Non è normale che i giornalisti e i loro numeri di telefono siano stati resi pubblici così come non è normale che vengano riportate le mie intercettazioni con magistrati che nulla hanno a che vedere con le indagini. Per il resto, attendo con fiducia l’esito del processo che mi riguarda». Ma ci sono anche tre magistrati nel grosso faldone del caso Riace. Uno, Emilio Sirianni, era già finito nel tritacarne mediatico, quando il Giornale lo attaccò per aver anteposto la solidarietà alla legge. All’epoca il Csm aprì un fascicolo disciplinare sulla toga, che venne però assolta. L’accusa era emblematica: aver dato consigli – da amico – al sindaco di Riace nel corso delle indagini. Non sugli atti – all’epoca non conosciuti dai due – ma su quanto noto a tutti. Ma nell’immenso pacchetto accoglienza locrese ci sono anche altri due magistrati: Roberto Lucisano, presidente della Corte d’assise d’Appello di Reggio Calabria, “colpevole” anche lui di esprimere affetto e solidarietà a Lucano, e Olga Tarzia, presidente di sezione della stessa Corte. Per i due erano stati aperti due fascicoli disciplinari e per entrambi è stata disposta l’archiviazione, proprio in quanto conversazioni amicali. Ma anche in quel caso tutto risulta trascritto, tutto è finito nero su bianco, così come le questioni personali di Lucano, le sue vicende familiari, le problematiche e gli sfoghi del tutto sconnessi dall’indagine. Ed è proprio per tale motivo che il Pd ha chiesto alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, l’invio degli ispettori ministeriali alla Procura di Locri, così come accaduto a Trapani. «Insieme ai colleghi Bonomo, Bruno Bossio, Cantone, Ciampi, Digiorgi, Fiano, Frailis, Morassut, Orfini, Pellicani, Pezzopane, Pini, Raciti e Siani, ho depositato un’interrogazione al ministro della Giustizia Marta Cartabia -, ha affermato il deputato dem Stefano Ceccanti, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali -. Appare opportuno che siano adottate iniziative affinché sia garantito lo scrupoloso rispetto dei principi generali relativi alla tutela del diritto di cronaca, della libertà personale e di informazione e del diritto alla difesa. Il ripetersi di fatti analoghi sembra anche far pensare a prassi diffuse in violazione di legge che appaiono gravi anche quando non avvengano solo nei confronti di cronisti». A chiedere accertamenti è anche la Federazione nazionale della stampa. «Le intercettazioni delle conversazioni di numerosi cronisti da parte della Procura di Locri, oltre che da quella di Trapani – si legge in una nota a firma del segretario generale Raffaele Lorusso – rendono ancora più inquietante una vicenda indegna di un Paese civile. È inaccettabile che siano state trascritte conversazioni che la stessa polizia giudiziaria riteneva di nessuna importanza». Ad intervenire è anche il direttivo dell’Unci Calabria: «La sensazione è che si sia voluta ricostruire la rete di giornalisti con il quali Lucano si sentiva». E che i giornalisti fossero un “problema” per le indagini emerge anche da un altro particolare: l’allora prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, poi nominato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale, colui che con le sue ispezioni avviò la macchina che distrusse il modello Riace, scrisse alla procura di Locri esprimendo preoccupazione per l’atteggiamento dei giornalisti: lo si evince da una lettera del 14 maggio 2016, quando ipotizzò «tentativi di mutare lo scenario, peraltro, a primo acchito ammantato da un idilliaco alone» del caso Riace. Tentativi che «potrebbero scontrarsi con plateali manifestazioni di protesta, suscettibili di probabile enfatizzazione da parte dei mezzi di comunicazione». Tant’è vero che le manifestazioni di solidarietà al sindaco non vennero autorizzate dalla Questura, mentre quelle anti-Lucano promossa da Forza Nuova a inizio 2017 fu autorizzata. Ma come le altre che si proponevano di smitizzare la sua figura, fu un flop.

Il sistema di spionaggio. Piercamillo Davigo e l’adorazione per il sistema di controllo della Germania Est. Redazione su Il Riformista l'8 Aprile 2021. Sapete chi è il modello, il vero amore politico di Piercamillo Davigo? Si chiama Erich Honecker. Chi era costui? Un uomo politico importantissimo che guidò la Germania orientale – comunista – dal 1971 fino alla caduta del famigerato Muro di Berlino. Quasi vent’anni durante i quali Honecker riuscì a perfezionare in modo strabiliante il sistema di spionaggio interno, che era stato organizzato dal suo predecessore, Ulbricht, e riuscì a mettere sotto controllo praticamente tutto il paese. Telefoni intercettati, microspie, uso della polizia, dei pedinamenti, degli interrogatori, controlli sui secchi della spazzatura. Honecker non disponeva dei Trojan ma riuscì a ottenere risultati formidabili. La società tedesca orientale era interamente controllata dal potere. Davigo pensa che quel sistema sia il migliore per combattere la corruzione e rendere efficiente lo Stato. E che la guida spetti alla magistratura. Lo ha detto, in modo molto chiaro, in un articolo che ha pubblicato ieri sul Fatto, nel quale invoca il principio della legge uguale per tutti (anche per giornalisti e avvocati), e dunque il diritto della magistratura a intercettare, inquisire ed eventualmente imprigionare (è la soluzione migliore) più persone possibile. Con una preferenza speciale per i politici. Da Casarini a Berlusconi.

Ong, intercettati i giornalisti: ora interviene la Cartabia. Il caso dei giornalisti intercettati nell'ambito dell'inchiesta di Trapani sulle Ong genera polemiche e dibattiti: in ballo il segreto professionale dei cronisti, specialmente nei contesti più delicati. Il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha disposto accertamenti. Mauro Indelicato - Sab, 03/04/2021 - su Il Giornale. Polemiche, reazioni e richieste di chiarimenti: il caso relativo alle intercettazioni ai giornalisti che si sono occupati di Ong operate dalla procura di Trapani ha continuato ad infiammare il dibattito anche nelle ultime ore. Tanto che adesso, come si è appreso da agenzie riportanti fonti del ministero, il guardasigilli Marta Cartabia ha disposto accertamenti. La notizia da cui tutto è partito è stata pubblicata ieri su Il Domani ed è riferita a quanto operato dal tribunale della città siciliana nel 2017. In quell'anno è scattata l'inchiesta sulle attività delle Ong. Due in particolare: Save The Children e Medici senza Frontiere, le quali svolgevano missioni a largo della Libia con le navi Vos Hestia e Vos Prudence. C'era poi un altro piccolo mezzo dell'Ong Jugend Rettet, ossia la nave Iuventia. Su quest'ultima si sono concentrati i fari degli inquirenti.

Intercettati i giornalisti che si occupano degli affari delle Ong. Si voleva accertare in che modo le Ong operavano nel Mediterraneo. Anche perché in quel momento la pressione migratoria era molto forte, il numero delle persone sbarcate a fine anno ha sforato quota centomila. A bordo della Iuventia è salita la giornalista Nancy Porsia. Il suo intento era quello di documentare le attività dell'equipaggio. Forse per questo gli inquirenti hanno deciso di intercettarla. Nancy Porsia è una delle giornaliste più impegnate nel seguire il dossier libico. Un'altra circostanza che potrebbe aver spinto gli investigatori ad ascoltare le sue conversazioni. Il problema, sottolineato su Il Domani, è che alcune chiamate erano rivolte al suo legale, Alessandra Ballarini.

Le polemiche. L'avvocato di Nancy Porsia segue anche altre vicende delicate, tra tutte il caso Regeni. Dunque potevano essere ascoltate alcune notizie delicate sugli spostamenti del legale. Così come sulle fonti della giornalista. Quest'ultima non è stata l'unica ad essere intercettata. Nell'elenco ci sono anche il nostro Fausto Biloslavo, così come Nello Scavo di Avvenire, Claudia Di Pasquale di Report, Francesca Mannocchi e i cronisti di Radio Radicale e IlFattoQuotidiano. In comune hanno il fatto di seguire tutti gli avvenimenti in Libia. L'ordine dei giornalisti ha espresso solidarietà a tutti gli intercettati: “Tutte le iniziative a tutela del segreto professionale saranno valutate nelle sedi competenti”, si legge in una nota del presidente Carlo Verna. Le polemiche sono incentrate soprattutto su questo punto: nessuno dei giornalisti era indagato, il fatto di essere intercettati potrebbe aver svelato dettagli sulle fonti. Circostanza grave per il lavoro del cronista, specie in contesti molto particolari. Tuttavia, come poi emerso dalle parole del procuratore di Trapani, Maurizio Agnello, ad essere realmente intercettata è stata solo Nancy Porsia. Secondo l'Ong Sea Watch però gli inquirenti avrebbero commesso delle violazioni: "Registrare le conversazioni tra i giornalisti e le loro fonti è una violazione della libertà di stampa - si legge in un tweet - Ma i pubblici ministeri non si tirano indietro neppure davanti a questo per attaccare i soccorsi in mare". Gli attivisti, quindi, sembrano pronti a cavalcare la vicenda e a strumentalizzarla perché venga insabbiato tutto. "Alcuni insorgono per le intercettazioni che avrebbero violato dei diritti. In altri casi quelli che si indignano sono stati zitti, eppure le intercettazioni in tante occasioni sono state utilizzate in maniera arbitraria della magistratura", fa notare il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, "Questa volta invece sono io a dire che bisogna tutelare il lavoro investigativo che mette in luce il ruolo ambiguo di molti settori della sinistra e di tante Ong che insieme hanno agito contro la sicurezza e contro gli interessi del nostro Paese. Quella delle Ong è una storia inquietante, una vicenda che merita processi esemplari e condanne immediate. Altro che aiuti umanitari. C'è una storia tutta da riscrivere". Su IlGiornale Valentina Raffa ha ascoltato un magistrato in merito: “Il segreto professionale del giornalista è sacrosanto, ma non è connesso alla persona quanto alla funzione, al ruolo che in quel momento il cronista sta svolgendo – ha dichiarato il magistrato – Voglio dire che ciò che interessa le indagini è se il giornalista incontrando qualcuno o sentendolo per telefono non si renda lui stesso in qualche modo un facilitatore, uno che in quel momento, consapevole o meno di ciò, stia favorendo qualcosa di illegale. Ai fini delle indagini interessa se il giornalista è al corrente di traffici. Allora non si può più tutelarne le fonti”. Sulla vicenda è intervenuto lo stesso Fausto Biloslavo: “Male non fare, paura non avere – ha dichiarato il giornalista intervistato dalla collega Raffa – Come categoria non siamo al di sopra della legge, ma le fonti vanno tutelate, bisogna rispettarne la riservatezza. Del resto, almeno per quanto mi riguarda, i miei reportage hanno raccontato anche la crisi dei migranti e della Libia. Sono stato il primo ad affermare ciò che solo adesso, dopo 4 anni, viene confermato dalle indagini, ovvero che i 3 trafficanti che si trovavano sul gommone fotografato sotto la nave Vos Hestia erano appartenenti al clan al-Dabbashi”.

Quella foto del 2017 che svela il legame tra i trafficanti e l'Ong. In effetti, occorre ricordare che per diverso tempo dell'inchiesta non si è saputo più nulla. Scattata nell'estate 2017, fino allo scorso mese di marzo non erano più trapelate altre notizie. Poi la vicenda è ritornata a galla con l'avviso di conclusione delle indagini emanato a 24 soggetti. Infine, nella giornata di venerdì, è scoppiata la polemica sulle intercettazioni. Appena 24 ore dopo dal ministero della Giustizia si è appreso dell'apertura di un accertamento. L'obiettivo è capire cosa realmente quattro anni fa sia successo. "Posso essere sincero? - ha poi ripetuto all'AdnKronos Fausto Biloslavo - Tutta questa vicenda mi sembra una tempesta in un bicchiere d'acqua. In realtà, a parte Nancy Porsia che è stata indubbiamente intercettata, il sottoscritto come gli altri non avevano la propria utenza telefonica intercettata".

Le parole del procuratore di Trapani. Intervistato dall'AdnKronos, il procuratore della città siciliana, Maurizio Agnello, ha provato a fare chiarezza: “Premetto subito che non intendo assolutamente disconoscere questa vicenda – ha esordito il magistrato – ma voglio sottolineare soltanto che io ho preso servizio alla Procura di Trapani nel febbraio 2019, quando era già in corso l'incidente probatorio del procedimento”. Secondo Agnello, oltre Nancy Porsia non ci sarebbero stati altri giornalisti intercettati: “Come mi ha riferito l'ex capo della Squadra Mobile di Trapani – ha aggiunto il procuratore – la giornalista Nancy Porsia è stata intercettata per alcuni mesi nella seconda metà del 2017, perché alcuni soggetti indagati facevano riferimento a lei che si trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni. Nessun altro giornalista è stato oggetto di intercettazioni”.

Migranti, sospetti sulle missioni delle Ong: "Concordate coi trafficanti". Nancy Porsia, sempre secondo il procuratore, non sarebbe stata né indiziata e né indagata: “Lei è stata intercettata in occasione di una sua escussione a sommarie informazioni – ha aggiunto il magistrato – In quell'occasione, mi dice ancora la Squadra mobile, lei diede peraltro una grossa mano all'inchiesta”. “In ogni caso – ha tenuto a precisare Maurizio Agnello – voglio sottolineare subito che nella informativa riepilogativa dell'intera indagine depositata nello scorso mese di giugno non c'è alcuna traccia delle trascrizioni delle intercettazioni della giornalista Nancy Porsia e non c'è alcun riferimento ad altri giornalisti”.

Nancy Porsia: "Io intercettata da libera cittadina". Secondo quanto appreso dall'AdnKronos, alcune trascrizioni sarebbero comunque finite nei documenti. Si tratta delle carte dove gli inquirenti della Polizia Giudiziaria, tra Sco, Squadra Mobile di Trapani e Guardia Costiera, hanno inserito le intercettazioni. Diverse anche leconversazioni private ascoltate e trascritte. C'è il colloquio tra il giornalista di Avvenire, Nello Scavo, e don Moussie Zerai, uno dei primi indagati la cui posizione è stata però stralciata in sede di conclusione delle indagini. Così come anche le chiamate che coinvolgono sempre don Moussie Zerai. Tra le carte anche alcuni colloqui telefonici riguardanti altri giornalisti intercettati: "Il retrogusto amaro di tutta questa faccenda è avere la conferma che chi doveva proteggermi invece mi intercettava - ha dichiarato all'AdnKronos Nancy Porsia - Questo è certo. La mia vita era in pericolo e loro lo sapevano". "Perché trascriverle quelle conversazioni? - si è poi chiesta la giornalista - Di fatto non è stato trascritto tutto quello che è stato detto da me in sei mesi, perché non sarebbero bastate 30 mila pagine solo per le mie intercettazioni. Solo alcune parti sono state trascritte". Nancy Porsia ha poi puntato il dito contro il ministero dell'Interno, all'epoca retto da Marco Minniti: "Sono stata intercettata per sei mesi in una inchiesta sulle ong, quando io sulle ong ho fatto poco o niente. Diciamolo chiaramente, mi hanno intercettata con una scusa. La richiesta per intercettarmi non è partita dalla Procura di Trapani ma dalla Polizia giudiziaria. E la Procura lo ha consentito. Volevano sapere cosa avessi in mano, con la scusa di quelle indagini. Io sono stata intercettata dal Ministero dell'Interno non da indiziata o indagata, ma da libera cittadina".

Valentina Raffa per il Giornale il 3 aprile 2021. Giornalisti non indagati ma intercettati. E le fonti, da tutelare, se ne vanno alla malora. Nel calderone dell'inchiesta di Trapani sulla Jugend Rettet, Save the Children e Medici senza frontiere di giornalisti intercettati ce ne sono finiti parecchi. Sono quelli che nel 2016 avevano contatti con la Libia o si erano recati lì come inviati per redigere reportage in un periodo storico in cui i viaggi della speranza nemmeno si contavano con oltre 180mila migranti che sono poi arrivati sulle nostre coste e tanti sono finiti in fondo al mare. Nel fascicolo si annoverano centinaia di pagine di intercettazioni, trascritte e depositate, con nomi di fonti, di contatti, di dati e di rapporti personali. Il fine ultimo della procura, di fare chiarezza sullo scenario libico, giustifica anche il mezzo usato, quello delle intercettazioni, malgrado intacchi la sfera del segreto professionale del giornalista, tutelato dal codice di procedura penale. Parliamo di quel rapporto inviolabile di fiducia che si instaura tra il giornalista e la fonte confidenziale, che spesso viene riportata nell'articolo, altre volte no, quando ciò è richiesto dal carattere fiduciario della fonte stessa. Ciò, in un contesto delicato come quello libico di quegli anni, è innegabile. Tra gli intercettati, come anticipa il Domani, c'è il nostro Fausto Biloslavo, che figura con altri colleghi come Nancy Porsia, esperta di Libia, che è stata intercettata persino nelle sue telefonate con il proprio legale, e poi cronisti del Fatto Quotidiano, di Avvenire, Radio Radicale, Report e Francesca Mannocchi che ha realizzato inchieste in Libia. Anche Biloslavo in quegli anni era in Libia per toccare con mano cosa stesse accadendo anche attraverso i racconti delle fonti. «Male non fare, paura non avere dice Biloslavo - Come categoria non siamo al di sopra della legge, ma le fonti vanno tutelate, bisogna rispettarne la riservatezza. Del resto, almeno per quanto mi riguarda, i miei reportage hanno raccontato anche la crisi dei migranti e della Libia. Sono stato il primo ad affermare ciò che solo adesso, dopo 4 anni, viene confermato dalle indagini, ovvero che i 3 trafficanti che si trovavano sul gommone fotografato sotto la nave Vos Hestia erano appartenenti al clan al-Dabbashi. Era il 2017 e io mi trovavo in Libia a indagare sui trafficanti, sui migranti, sugli interventi delle Ong. Mi sono anche recato a Sabrata, nota per le partenze dei viaggi della speranza, e sono entrato nei centri di detenzione dei migranti». Come stanno realmente le cose? «La situazione è molto delicata risponde un magistrato - Il segreto professionale del giornalista è sacrosanto, ma non è connesso alla persona quanto alla funzione, al ruolo che in quel momento il cronista sta svolgendo. Voglio dire che ciò che interessa le indagini è se il giornalista incontrando qualcuno o sentendolo per telefono non si renda lui stesso in qualche modo un facilitatore, uno che in quel momento, consapevole o meno di ciò, stia favorendo qualcosa di illegale. Ai fini delle indagini interessa se il giornalista è al corrente di traffici. Allora non si può più tutelarne le fonti».

Intercettazioni, anche quattro avvocati tra le persone “spiate” dalla procura di Trapani. Polemiche dopo le intercettazioni a carico dei giornalisti nell'ambito dell'inchiesta sulle Ong che operano nel Mediterraneo. Ora la ministra Cartabia vuole vederci chiaro. Simona Musco su Il Dubbio il 5 aprile 2021. Non solo i giornalisti, ma anche quattro avvocati, ascoltati dalle spie della procura di Trapani nello svolgimento della propria attività professionale. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta sulle ong, finita nella bufera a seguito dello scoop del quotidiano Domani sulle conversazioni di diversi giornalisti spiati dagli inquirenti mentre discutevano con le proprie fonti sui flussi migratori sulla rotta Libia-Italia. Intercettazioni effettuate e trascritte nonostante giornalisti ed avvocati coinvolti non risultassero iscritti nel registro degli indagati. Le conversazioni sono state registrate nell’ambito di un’indagine avviata dalla procura siciliana nel 2016, con lo scopo di fare luce sull’attività delle ong attive in mare per soccorrere i naufraghi che cercavano di raggiungere le coste europee. Un’inchiesta, hanno evidenziato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista e Stefano Galieni, responsabile immigrazione Prc-S.E, «partita su Servizio Centrale Operativo», alle dipendenze del ministero dell’Interno, allora guidato da Marco Minniti. Si tratta di circa 30mila pagine – 100 cd contenenti intercettazioni telefoni, 300 di ambientali – depositate con l’avviso di conclusione delle indagini che portarono al sequestro della nave Iuventa, della Ong tedesca Jugend Rettet, accusata di concordare i soccorsi con i trafficanti. I cronisti, come la giornalista di inchiesta Nancy Porsia, ascoltata anche al telefono con la propria avvocata, Alessandra Ballerini, sarebbero stati ascoltati per mesi e agli atti dell’inchiesta risulta anche la trascrizione di brani di colloqui relativi alle indagini su Giulio Regeni, la cui famiglia è rappresentata sempre dall’avvocata Ballerini. Ma tra le persone intercettate dalla polizia giudiziaria ci sono anche quattro avvocati – oltre Ballerini si tratta di Michele Calantropo, Fulvio Vassallo Paleologo e Serena Romano -, ascoltati dagli uomini in divisa mentre discutevano con i propri clienti di strategie difensive. E ciò nonostante quanto previsto dall’articolo 103 del codice di procedura penale, che al comma 5 vieta l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori. Secondo la norma, tali conversazioni sono inutilizzabili e il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente. Ciononostante, però, in quelle 30mila pagine compare anche l’attività degli avvocati, spiata senza che alcuno dei professionisti risultasse indagato. Sul punto il procuratore reggente di Trapani Maurizio Agnello ha garantito che le telefonate non verranno utilizzate. «Sia io che le colleghe (le sostitute Brunella Sardoni e Giulia Mucaria, ndr) – siamo arrivati a Trapani due anni dopo che quelle intercettazioni erano state effettuate. Posso solo dire che non fanno parte dell’informativa sulla base della quale chiederemo il processo e che dunque non possono essere oggetto di alcun approfondimento giudiziario. Non conosco quelle intercettazioni che naturalmente abbiamo dovuto depositare ma che non useremo». Il bubbone è però ormai scoppiato. E la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ora vuole vederci chiaro. È per questo motivo, dunque, che ha deciso di avviare accertamenti sulla procura di Trapani, scelta che potrebbe portare, in futuro, anche all’invio degli ispettori. Attualmente, però, si tratta di una verifica preliminare, successiva alle richieste avanzate dai parlamentari Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Erasmo Palazzotto di Leu, che avevano annunciato la presentazione di interrogazioni sulla vicenda. E lo stesso aveva fatto il Pd, che ha chiesto chiarimenti attraverso un’interrogazione a firma di Stefano Ceccanti e altri 23 deputati dem, con la quale hanno chiesto un’ispezione alla procura di Trapani per verificare «lo scrupoloso rispetto di importanti principi costituzionali». Bazzecole, per Fratelli d’Italia, secondo cui l’inchiesta avvalorerebbe la tesi delle destre su accordi criminali tra volontari e trafficanti, tutti d’accordo per far arrivare in Italia migliaia di migranti. «Gli inquirenti siano lasciati liberi di svolgere il loro dovere senza alcun genere di intromissione e pressione eversiva», ha commentato il Questore della Camera e membro della commissione Affari Esteri Edmondo Cirielli, di Fratelli d’Italia. Che punta il dito contro Cartabia e il suo «attivismo»: «Invece di tutelare il lavoro investigativo dei magistrati e di condannare il modus operandi delle Ong, ha disposto accertamenti proprio sulle investigazioni della Procura di Trapani nel silenzio assordante del Csm», ha affermato. È invece «gravissimo quanto accaduto sulle intercettazioni dei giornalisti che si occupavano delle Ong», secondo il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, di Più Europa. «L’inchiesta interna disposta dal ministro Cartabia è doverosa per una ragione molto precisa: abbiamo un sistema di garanzie e di diritti che non può essere messo in discussione. La libertà di stampa e l’uso delle fonti non possono essere messi in discussione». Mentre Riccardo Magi, deputato di +Europa Radicali, ha chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli accordi Italia-Libia. Secondo la ong umanitaria Mediterranea Saving Humans, «uno degli obiettivi delle diverse iniziative giudiziarie partite contro le attività umanitarie sembra essere quello di colpire chiunque sia impegnato, a vario titolo, nella ricerca della verità e nella pratica della solidarietà sulle violazioni dei diritti fondamentali in Libia e nel mar Mediterraneo». Un fatto non nuovo, dal momento che «anche negli atti dell’accusa, promossa dalla Procura della Repubblica di Ragusa, contro l’intervento di soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio nel caso Maersk Etienne, vengono trascritte e utilizzate indebitamente intercettazioni telefoniche su utenze degli indagati di conversazioni telefoniche, professionali e confidenziali, con giornalisti e avvocati di fiducia», ha fatto sapere l’ong.

«Così i testi dell’accusa “spiavano” le mie telefonate». Giornalisti intercettati, Michele Calantropo, penalista di Palermo, registrato al telefono con Nancy Porsia, consulente della difesa. «Lo Sco era testimone d'accusa al processo di cui parlavamo, ma lo stesso ufficio poteva ascoltare quale fosse la mia strategia difensiva». Simona Musco su Il Dubbio l'8 aprile 2021. «Lo stesso ufficio i cui uomini erano testi dell’accusa in un processo che seguivo come avvocato ha registrato la mia telefonata in cui discutevo della strategia difensiva di quel processo con una consulente. Com’è possibile questa cosa?». Nell’indagine di Trapani sulla nave Juventa, finita nella bufera per le intercettazioni a carico di giornalisti e avvocati scovate dal quotidiano Domani, il nome di Michele Calantropo, penalista di Palermo, compare al progressivo 1877. Al telefono con lui, il 15 novembre del 2017, c’è Nancy Porsia, giornalista freelance, il cui telefono è stato messo sotto controllo dal Servizio centrale operativo con lo scopo di scoprire i legami tra ong e trafficanti di uomini sulla rotta Libia-Italia. Per Calantropo, impegnato nella difesa di Medhanie Tesfamariam Behre, il giovane eritreo rimasto in carcere per tre anni per uno scambio di persona, quella con la giornalista è una telefonata di lavoro. L’intento è quello di chiedere a Porsia di testimoniare al processo che vede imputato il giovane, con lo scopo di ricostruire le reali dinamiche migratorie della Libia, diverse, secondo il difensore, da quelle ricostruite dalla polizia giudiziaria attraverso le sole intercettazioni telefoniche. Ad ascoltare la telefonata, all’insaputa dei due interlocutori, ci sono però anche gli uomini dello Sco. Gli stessi che al processo a carico di Behre verranno interpellati dall’accusa come testimoni della sua colpevolezza. Un vero e proprio corto circuito, secondo Calantropo, tra i quattro avvocati finiti nella rete della procura nello svolgimento della propria professione. Conversazioni irrilevanti per l’indagine sulla Juventa, la nave della Ong tedesca Jugend Rettet, accusata di concordare i soccorsi con i trafficanti, ma comunque ascoltate, trascritte e depositate con l’avviso di conclusione delle indagini a carico delle 21 persone coinvolte nell’inchiesta. «Com’è possibile che questi atti risultino depositati? – si chiede Calantropo – Al di là del fatto che le intercettazioni andavano interrotte, quello che non comprendo è perché questa informativa sia stata depositata. Non ha alcuna rilevanza nel procedimento specifico e, per altro, sono intercettazioni che si muovono in un ambito assolutamente fuori legge». Il procuratore Maurizio Agnello ha già assicurato la distruzione delle conversazioni, ma per Calantropo non basta. «Non solo non sono rilevanti, sono lesive di ogni garanzia costituzionale e violano la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il codice di procedura penale – sottolinea -. La mia domanda è: sotto un profilo giuridico, chi ha controllato quali fossero le carte da depositare in questo fascicolo?». Dalle carte si evince un fatto: la polizia giudiziaria era consapevole che al telefono ci fosse un avvocato. Lo si evince dalle annotazioni che precedono la trascrizione del dialogo, riproposto quasi per esteso. «C’è una grande mistificazione su come funziona il traffico dei migranti», appunta la pg trascrivendo le parole di Calantropo, che dunque chiede a Porsia di poter raccontare quello che ha visto con i suoi occhi in Libia. L’avvocato spiega al telefono la propria strategia: a fronte del deposito, da parte della Procura, di un’attività integrativa d’indagine, prospetta una possibile richiesta istruttoria ulteriore rispetto a quanto già fatto. «Il Servizio centrale operativo, in quel periodo, era impegnato in quel processo davanti alla Corte d’Assise di Palermo – spiega -. Lo stesso ufficio, insomma, che nello stesso momento stava registrando una conversazione perfettamente inerente a quel procedimento». A fianco a quell’intercettazione c’è una nota: «Importante». E ciò nonostante quella conversazione nulla aggiunga all’indagine sulla Juventa, chiusa qualche settimana fa. «Ma perché sarebbe stata importante? – si chiede Calantropo – Sicuramente non lo è in questa indagine. E allora per cosa lo sarebbe?». Il processo a carico di Behre, alla fine, si risolve con una vittoria a metà: nella sentenza viene certificato «un granitico quadro probatorio in ordine all’identità dell’imputato», acclarando «l’errore circa l’identificazione del predetto, il quale è persona fisica diversa dal trafficante ricercato (Mered Medhanie Yehdego, ndr)». Insomma, non era lui uno dei capi di una grande organizzazione di trafficanti di esseri umani che avrebbe portato da una costa all’altra almeno 13mila persone. Behre è stato comunque condannato a cinque anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver avuto contatti con un trafficante di esseri umani, ma è stato rilasciato in quanto aveva trascorso in carcere tre anni, periodo massimo di detenzione previsto per quel reato. «Quella telefonata era quindi tutt’altro che irrilevante ai fini della mia strategia difensiva», aggiunge Calantropo, che ricorda un precedente, nello stesso processo: «La procura di Palermo ha intercettato due miei interpreti-consulenti che parlavano di fatti processuali e ed ha perfino depositato queste intercettazioni», spiega il legale. Che ora invoca un intervento a tutela dell’avvocatura. «Discutiamo di principi che vengono cristallizzati nell’articolo 6 e nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che l’Italia ha sottoscritto – conclude -. Discutiamo dell’articolo 24 della Costituzione, dell’articolo 103 del codice di procedura penale. Non è un problema del singolo avvocato, stiamo mettendo in discussione i principi cardine di uno Stato democratico. Il sistema è democraticamente bilanciato? Il diritto di difesa esiste ancora oppure no? Oppure si possono ascoltare tutte le conversazioni inerenti ai processi a cui è interessati e fare ciò che si vuole?».

Non solo intercettazioni, con il virus anche "perquisizioni digitali" mai autorizzate. Il deputato di Azione Enrico Costa ora chiede norme chiare. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 5 aprile 2021. Sono moltissime le potenzialità del “trojan”, il software spia nato per trasformare il telefono cellulare in un microfono sempre acceso. L’uso del “captatore” informatico, inizialmente previsto solo per i reati associativi e di terrorismo, è stato esteso dall’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede anche a quelli contro la Pubblica amministrazione. Le indagini della Procura di Perugia nei confronti dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, indagato appunto per corruzione, rappresentano ad esempio uno dei primi casi in Italia di utilizzo di tale strumento investigativo. Un strumento molto “invasivo” su cui è necessario mettere quanto prima dei paletti. Le potenzialità del trojan, come detto, sono tantissime e non tutte al momento regolamentate in maniera chiara dalle norme. Una di queste potenzialità riguarda la possibilità da parte del trojan, una volta installato nel cellulare, di acquisire tutti i documenti contenuti al suo interno. Quindi dai contatti presenti nella rubrica del telefono, alle foto o ai video conservati nella memoria: i cosiddetti “dati statici”.La loro “apprensione”, oggi, avviene di fatto all’insaputa dell’indagato. Il gip, su richiesta del pm, autorizza l’utilizzo del trojan solo per l’ascolto delle conversazioni e non per il sequestro di dati sopra menzionati. «Serve regolamentare lo strumento con una legge che chiarisca bene questi passaggi», sottolinea l’avvocato romano Stefano Aterno, fra gli auditi in commissione Giustizia alla Camera sul tema degli “ascolti”, e in particolare sul decreto ministeriale che stabilisce le tariffe delle prestazioni richieste dalle Procure alle società private incaricate di trattare il materiale captato. Il punto è che attualmente lo Stato italiano paga tali compagnie anche per attività, come l’acquisizione di foto e rubrica contatti, di fatto illegittime, perché assimilabili a perquisizioni che nessun gip ha mai autorizzato, come spiega Aterno.In pratica il trojan supera il concetto della normale intercettazione divenendo uno strumento altamente invasivo. La norme, come detto, disciplinano solo le intercettazioni “ambientali itineranti”. Per l’acquisizione di tutto il resto, servirebbe invece un provvedimento ad hoc del magistrato senza il quale non è possibile acquisire i documenti contenuti nel telefono cellulare. Questo, però, teoricamente. La Cassazione, fino ad oggi, in tali casi ha parlato di “prova atipica” che, non essendo disciplinata dalla legge, è comunque possibile.Un altro argomento molto delicato riguarda le intercettazioni telematiche tramite flusso di dati. È il caso delle conversazioni effettuate mediante gli applicativi WhatsApp, Telegram o Signal. Sono conversazioni “cifrate” che non vengono ascoltate come le normali intercettazioni telefoniche. In soccorso arriva sempre il trojan che, oltre a prendere tutta la messaggistica salvata nella memoria del cellulare, riesce ad intercettare anche la conversazione. Più precisamente ascolta la chiamata effettuata dal soggetto nel cui cellulare è stato installato il captatore. La conversazione viene registrata per intero se si utilizza il vivavoce, e quindiaccedendo al microfono del telefono.Ecco quindi l’invito rivolto alla commissione Giustizia da parte dell’avvocato Aterno, e che il deputato di Azione Enrico Costa ha già dichiarato essere pronto a far proprio con emendamenti ad hoc al testo in discussione circa le modifiche al decreto 161 del 2019 la riforma che ha introdotto “modifiche urgenti alla disciplina delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni”. Nella nuova previsione normativa la questione della captazione da remoto o “perquisizione occulta” di documenti o altri dati che non rientrano nel concetto di “comunicazioni” o “comportamenti comunicativi” dovrà essere ben esplicitata. Essendo possibile con il captatore acquisire da remoto documenti e file, andranno previste le opportune garanzie difensive. Ad esempio, la notifica all’indagato dell’atto di perquisizione classico. Questa attività di perquisizione o ispezione informatica oggi, invece, non è oggetto del ricordato decreto 161 proprio per mancata previsione da parte del legislatore. Servirà, allora, prevedere in futuro tali mezzi di ricerca della prova (con le opportune garanzie difensive come la notifica ritardata del provvedimento) al fine di evitare che la giurisprudenza ricorra ancora al concetto di “prova atipica” per legittimare attività con il captatore molto più simili alle ispezioni e alle perquisizioni piuttosto che alle intercettazioni.Per questo tipo di attività di captazione informatica e per il suo tentativo di regolamentarlo da tempo esiste una proposta che cercò di prevedere un nuovo mezzo di ricerca della prova, attraverso l’introduzione di un articolo 254-ter nel codice di procedura penale in materia di osservazione e acquisizione da remoto. Va infine rilevato che gli strumenti in uso alla criminalità impongono nuove e maggiori tecniche di captazione e di elusione degli apparati di cifratura (ormai con i telefoni Encrochat, cellulari cifrati olandesi BQ Acquaris, per citare solo alcuni, il solo captatore non serve più a nulla essendo necessari nuovi e diversi strumenti di hacking), pertanto è più corretto e, in previsione futura, più efficace parlare di “attività di captazione informatica” al fine di prevedere ed estendere a livello normativo le opportune garanzie menzionate proprio dal Dl 161 anche tutte le altre attività di captazione che la tecnologia rende e renderà possibile nel futuro e che non sono basate solo sul captatore, ma sullo sfruttamento, in generale e in sintesi, delle vulnerabilità di sistema.Ultimo accenno, infine, alle società private che forniscono all’autorità giudiziaria i software spia. Nel loro caso è importante verificare le modalità di gestione del dato acquisito, con un controllo puntuale sui server utilizzati. Oltre che sulle tariffe attualmente previste per servizi non coperti dalla legge.

Jacopo Iacoboni per "la Stampa" il 6 aprile 2021. Il caso dei giornalisti intercettati, senza essere indagati, dalla Procura di Trapani è destinato a non chiudersi facilmente, e potrebbe creare altri problemi. Secondo due fonti convergenti a conoscenza della vicenda, sono stati "profilati" anche i giornalisti stranieri (che non erano intercettati) in contatto con i reporter italiani, «tra cui alcuni spagnoli», il che aprirà un altro capitolo assai imbarazzante per l'Italia anche sul piano geopolitico. Emergono via via sempre più elementi che fanno discutere, oltre a quelli che hanno già spinto la ministra di Giustizia Marta Cartabia a ordinare accertamenti su cos' è avvenuto a Trapani, e a Roma. Alcuni ce li racconta Nancy Porsia, la cronista free lance che è stata l' unica a essere intercettata direttamente. Porsia in passato si è occupata molto di Libia e Tunisia. Il suo lavoro, già fin dal 2016, e quello del giornalista di Avvenire Nello Scavo hanno contribuito a svelare molte zone d'ombra delle vicende italo-libiche, per esempio l'ascesa dell'allora sconosciuto «comandante Bija», e la sua singolare, ripetuta comparsa in Italia. O a svelare elementi sui nuovi network criminali attivi in quei teatri, per esempio il clan Dabbashi. Porsia ci è riuscita grazie a un'ampia rete di contatti libici e di lavoro sul campo. Le sue inchieste hanno finito per far gola a chi doveva investigare, mettendo a rischio la sua sicurezza e quella delle sue fonti? Lei risponde: «Anche volendo ammettere che le mie conversazioni fossero così "importanti per l'indagine", come è scritto, perché poi non vengono menzionate nell' informativa, e finiscono invece solo nelle trecento pagine di allegati? Hanno usato l'inchiesta della procura, ma cercavano altro». Peraltro, ci riferisce, anche negli allegati queste sue conversazioni sono riportate selettivamente: «Hanno scelto solo qualche telefonate, altre no, e io non so quindi in base a quali criteri, cioè fino a che punto è stata violata la sicurezza delle mie fonti, chi ci è finito dentro dei miei interlocutori». In teoria, ricorda, «secondo il comma 2 dell'articolo 266 si può essere intercettati anche senza essere indagati, ma per un massimo di quindici giorni». Gli ascolti delle sue chiamate sono stati invece prorogati per mesi, da luglio a dicembre 2016. Perché? Per cercare cosa, e con quali diritti? Hanno avuto un ruolo lo Sco, il servizio centrale operativo della polizia, o l'allora ministero dell' Interno, guidato da Marco Minniti? «Nei fatti - ha osservato il giornalista Antonio Massari, un altro dei cronisti intercettati - la procura di Trapani arruola Porsia, a sua insaputa e senza il suo consenso, come un agente sotto copertura». Sergio Scandura, inviato di Radio radicale, anche lui intercettato, è amaro: «Ti accorgi che forse qui è stato sposato il modello del ministero degli Affari interni di Mosca e non quello di un Paese dell' Unione europea». Nello Scavo riflette: «Un così massiccio ascolto delle conversazioni dei giornalisti con le proprie fonti provoca un danno collaterale: molte delle fonti riservate adesso temono di venire individuate. Già in queste ore abbiamo percepiamo il timore di alcune di queste fonti. Il diritto di essere informati ancora una volta viene messo a rischio». Anche nel caso di Scavo sono finite allegate due sue telefonate a don Mosè Zerai, indagato per favoreggiamento dell' immigrazione clandestina, nelle quali peraltro si parla della strage di Misurata del 2011, non dei fatti dell' inchiesta. Oltretutto, la Procura ha chiesto ora l' archiviazione di don Zerai, perché allegare le intercettazioni di un giornalista?

Andrea Palladino per “Domani” il 6 aprile 2021. Nelle carte dell’inchiesta di Trapani appaiono nomi di fonti, contatti, rapporti personali, dati che il codice di procedura penale tutela come segreto professionale. Il caso più eclatante riguarda Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia, intercettata a lungo, anche durante le telefonate con il proprio legale Alessandra Ballerini. Intercettati anche i cronisti di Avvenire, Radio Radicale, Il Fatto Quotidiano e la reporter Francesca Mannocchi, autrice di inchieste sulla Libia. Fausto Biloslavo, del Giornale, e Claudia Di Pasquale, di Report. Sono centinaia le pagine di intercettazioni, trascritte e depositate nell’inchiesta sulle Ong della procura di Trapani, che riguardano i giornalisti. Nomi di fonti, contatti, rapporti personali, dati che il codice di procedura penale tutela come segreto professionale. Nelle carte dell’indagine contro la Jugend Rettet, Save The Children e Medici senza frontiere non c’è solo la caccia alle Ong. A finire nel mirino della polizia giudiziaria - lo SCO, la squadra mobile di Trapani e il comando generale della Guardia costiera - è anche l’informazione che dal 2016 racconta lo scenario delle morti per affollamento nel Mediterraneo centrale. Il caso più eclatante riguarda Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia. È stata intercettata a lungo, anche durante le telefonate con il proprio legale Alessandra Ballerini nelle quali riferiva la preoccupazione per le minacce ricevute dalle milizie libiche guidate da al-Bija. Alla sua attività di reporter è stato riservato un lungo dossier. Nel documento di 22 pagine - datato 27 luglio 2017, firmato SCO, squadra mobile e comando generale della Guardia costiera - ci sono fotografie, contatti sui social, rapporti personali e nomi di fonti in un’area considerata tra le più pericolose dell’africa del nord. Nell’informativa i funzionari di polizia riportano i contatti di Porsia con altri giornalisti internazionali, i suoi movimenti e anche alcuni dati personali. L’intercettazione è stata richiesta ed autorizzata con la funzione di “positioning”, ovvero con il tracciamento degli spostamenti dell’utente. In altre parole la giornalista è stata di fatto seguita telematicamente per lungo tempo. Sono state poi trascritte anche le telefonate di Porsia con altri giornalisti italiani, dove si parla della situazione libica e di come muoversi in quel contesto. Tutti dati assolutamente irrilevanti per le indagini in corso. Nancy Porsia non risulta mai indagata. Nella telefonata con il legale - che la legge vieta di trascrivere e divulgare, a tutela dei diritti della difesa - viene dichiarato apertamente il rapporto fiduciario. Nella sintesi della telefonata vengono anche riportati spostamenti al Cairo dell’avvocato Ballerini, attiva anche sul caso di Giulio Regeni. Molti altri giornalisti sono stati intercettati indirettamente. Alcuni indagati sono esponenti di spicco delle Ong. Era, dunque, assolutamente normale il rapporto - spesso fiduciario - con i giornalisti che seguivano i flussi migratori provenienti dalla Libia. In molti casi nel corso delle telefonate viene fatto riferimento a fonti di informazioni spesso sensibili. L’inviato di Avvenire Nello Scavo, ad esempio, viene intercettato mentre parla con una sua fonte sulle modalità per ricevere un video che dimostra le violenze subite dai migranti in Libia. Nelle carte sono riportati anche i contenuti delle conversazioni della giornalista Francesca Mannocchi con esponenti delle Ong, dove si fa riferimento ai viaggi in Libia. Era il 2017, l’anno più difficile e complesso nel paese del nord Africa e i pochi reporter che si recavano a Tripoli spesso correvano alti rischi. E’ stato intercettato anche il cronista di Radio Radicale Sergio Scandurra, mentre chiedeva informazioni ad alcuni esponenti di organizzazioni umanitarie, impegnate in quei mesi nei salvataggi dei migranti. Negli atti sono poi finite diverse telefonate del giornalista del Fatto quotidiano Antonio Massari che raccontò nell’agosto del 2018 i rapporti tra gli operatori della Imi e Matteo Salvini. Anche in questo caso il cronista stava parlando con alcune fonti. Intercettati, infine, anche Fausto Biloslavo, del Giornale, e Claudia Di Pasquale, di Report. La giornalista della Rai è stata ascoltata mentre parlava con Nancy Porsia. L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, responsabile del Viminale all’epoca delle indagini e delle intercettazioni, interpellato da Domani, non ha voluto commentare.

La Cedu: intercettare i giornalisti mina la libertà di stampa. I giudici di Strasburgo contro il metodo adottato dai pm di Trapani: «La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa». Simona Musco su Il Dubbio il 9 aprile 2021. «La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa. Senza tale protezione, le fonti potrebbero essere dissuase dall’aiutare la stampa a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Di conseguenza, il ruolo vitale di controllo pubblico della stampa può essere minato e la capacità della stampa di fornire informazioni accurate e affidabili può essere influenzata negativamente». Dovrebbero bastare le parole della Corte europea dei diritti dell’uomo a mettere un punto alla vicenda che ha coinvolto la giornalista Nancy Porsia, la freelance intercettata dalla Procura di Trapani nel corso di un’indagine sui soccorsi delle Ong nel Mediterraneo. Parole scritte nella sentenza Sedletska contro Ucraina depositata il primo aprile, con la quale i giudici di Strasburgo hanno sottolineato l’importanza della protezione delle fonti giornalistiche per la libertà di stampa in una società democratica, affermando che «le limitazioni alla riservatezza delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento». Un’interferenza da dell’autorità giudiziaria che potrebbe portare alla divulgazione di una fonte non può essere considerata “necessaria”, ai sensi dell’articolo 10 della Convenzione, «a meno che non sia giustificato da un requisito imperativo di interesse pubblico». E per stabilire l’esistenza di un “requisito imperativo” potrebbe non essere sufficiente dimostrare semplicemente che senza l’accesso a quelle fonti sarà impossibile esercitare l’azione legale: «Le considerazioni che la Corte deve tenere in considerazione per il suo controllo ai sensi dell’articolo 10 pongono l’equilibrio degli interessi concorrenti a favore dell’interesse della società democratica a garantire una stampa libera». Una sonora smentita alla tesi dell’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, dunque, che partendo dal presupposto che «la legge è uguale per tutti», ha sostenuto che è giusto intercettare una persona non indagata per arrivare a un indagato, perfino se di mezzo c’è la libertà di stampa. Per la Cedu, però, il diritto dei giornalisti di non divulgare le proprie fonti «non può essere considerato un mero privilegio da concedere o sottrarre a seconda della liceità o illegalità delle loro fonti, ma è parte integrante del diritto all’informazione, da trattare con la massima cautela». Il caso in questione riguarda una giornalista di “Radio Free Europe” con sede a Kiev, responsabile, dal 2014, di un programma sulla corruzione. L’Autorità nazionale anticorruzione dell’Ucraina, nel corso di un procedimento a carico di un procuratore, aveva intercettato le telefonate con la sua compagna. In un articolo online era stata diffusa la notizia di una riunione organizzata dal capo dell’Autorità con alcuni giornalisti, durante la quale erano state diffuse informazioni riservate sulle indagini, anche attraverso l’ascolto di alcune registrazioni tra il procuratore e la sua compagna, che includevano questioni relative alla vita privata della coppia. Da qui la denuncia della donna, sulla cui base era stata avviata un’indagine, condotta attraverso l’accesso, per 16 mesi, ai tabulati telefonici della giornalista ricorrente, che si è rivolta alla Corte europea chiedendo tutela per la propria attività professionale. Nella propria decisione, la Corte richiama precedenti pronunce in materia di perquisizioni a carico dei giornalisti a casa o sui luoghi di lavoro, nonché sul sequestro di materiale giornalistico, riconoscendo come tali misure rappresentino una drastica «interferenza» mirata a rivelare l’identità delle fonti, consentendo l’accesso a un’ampia gamma di materiale utilizzato dai giornalisti nello svolgimento delle proprie funzioni professionali. Per i giudici, dunque, non solo gli inquirenti non possono chiedere ai giornalisti di rivelare il nome delle proprie fonti, ma non possono neanche cercare di ricavarlo indirettamente, attraverso sequestri o intercettazioni. E anche se la ricerca degli inquirenti non produce alcun risultato, il solo tentativo di intromissione rappresenta, per la Cedu, una violazione della libertà di stampa. E lo è, dunque, anche autorizzare quelle intercettazioni, azione definita gravemente lesiva e «grossolanamente sproporzionata».

I giornalisti e le intercettazioni: quell’amore tradito. Per i nostri standard, l'intercettazione è il top del famoso “giornalismo d’inchiesta”, un eden. Giandomenico Caiazza su Il Dubbio il 10 aprile 2021. Che Paese formidabile, il nostro! Ogni giorno ne scopri una. L’ultima è l’indignazione dei giornalisti intercettati dalla Procura della Repubblica di Trapani. Intendiamoci, noi penalisti siamo naturalmente animati da uno spirito di autentica solidarietà per chiunque finisca nella rete del Grande Orecchio. Chiunque. Perché sappiamo, per quotidiana esperienza professionale, quale furia devastatrice possa scatenarsi ogni qual volta la privatezza delle conversazioni venga violata, e diventi pubblica gogna. E conosciamo bene, per di più, la insidiosa inaffidabilità dello strumento. Diversamente da quanto ritenuto dai suoi tifosi – una foltissima schiera di tifosi: ma ci ritorniamo tra poco – l’intercettazione è tutt’altro che un elemento di prova dotato di oggettività. Fate un giochino: registrate per qualche giorno le vostre telefonate, e poi fatele trascrivere (da un maresciallo amico, magari). Faticherete a riconoscervi nelle parole che avete usato, perfino sapendo di essere registrati (figuriamoci ignorandolo!). La trascrizione appiattisce, rende indistinto il flusso espressivo. Quel “sì” era assertivo, o liquidatorio? Quel “no” era un rifiuto, o una espressione di stupore? Quel “certo, come no!” era un rendersi incondizionatamente disponibili, o l’equivalente di un categorico diniego? E quando vi è scappato detto “quel grande stronzo di Carlo”, era l’affettuosa celia verso l’amico di sempre, o un retropensiero finalmente espresso al riparo della vostra illusoria privatezza? Divertitevi. Senonché, tra i più fegatosi tifosi del Grande Orecchio sono da sempre iscritti, in primissima fila e con assoluto distacco su ogni altro, proprio i giornalisti nostrani. Dagli in pasto un po’ di intercettazioni, e li hai resi felici. Dai un po’ di RIT ad un giornalista, che ci pensa lui. Vuoi mettere, per il cronista, l’ebrezza di avere a disposizione, squadernato ed inerme, un flusso ininterrotto di conversazioni tra persone, meglio se politici o comunque personaggi pubblici, convinte di poter parlare in libertà, tanto non ci ascolta nessuno? Per i nostri standard, è il top del famoso “giornalismo d’inchiesta”, un eden. È un mio cattivo ricordo, o non è forse vero che sono state costruite fortune editoriali e politiche sulle intercettazioni telefoniche (come trascritte dal maresciallo, ben s’intende: sappiamo tutti quanto sia irresistibile, in questo Paese, il fascino suggestivo ed inconfutabile del Pubblico Ufficiale)? Senza pietà, senza salvezza per nessuno, e senza nessuna remora riguardo a segreti professionali di ogni genere. C’è qualcuno che si è mai chiesto se sia legittimo intercettare il medico curante di un latitante? Ma figurati se gliene fotte niente a nessuno! Quando una Politica imbelle e tremebonda ha provato a porre un freno a questo scempio senza eguali nel mondo civile, la categoria (dei giornalisti) è insorta indignata, e con essa il solito caravanserraglio di complemento: no alla “Legge Bavaglio”!, hanno strepitato. O è un mio ricordo allucinato? L’opinione pubblica – urlavano- ha diritto di sapere la Verità, ogni possibile Verità. E siamo noi giornalisti gli inappellabili giudici di ciò che sia giusto sapere, e cosa no. Poi un giorno accade che un Pubblico Ministero, ai fini della propria indagine, decida di intercettare un po’ di giornalisti, anche non indagati, come la amata legge sul Grande Orecchio certissimamente gli consente, e si scatena l’inferno. Leggiamo in questi giorni che, in tal modo, è stato appiccato il fuoco alla nostra carta costituzionale. Ma pensa! Io credevo succedesse quando si intercettano avvocato e cliente, per esempio, (una norma del codice, qui sì, espressamente lo vieta, ma la giurisprudenza la interpreta a modo suo) e invece dobbiamo occuparci della segretezza delle “fonti” del giornalista, strappandoci le vesti. Come se la “fonte” del giornalista fosse una specifica categoria di cittadini che, non appena fanno due chiacchiere con un giornalista (a proposito: deve essere iscritto all’Ordine?), pare debbano acquisire una sorta di immunità per contagio. Immunità per il giornalista, immunità per le sue fonti: vade retro, Grande Orecchio. Che ora è all’improvviso diventato l’orecchio pizzuto di Satanasso in persona. Immaginano, questi nostri amici, norme e regole invece inesistenti, come ha loro spiegato molto bene un idolo della categoria, il dottor Pier Camillo Davigo, per di più dalle colonne del Fatto Quotidiano (Dio esiste, altroché!). Nessuna norma prevede l’immunità del giornalista dal potere investigativo del Grande Orecchio. Ora, intendiamoci: tenderei ad escluderlo, ma se mai questa volesse essere l’occasione per una riflessione palingenetica sui limiti delle intercettazioni di conversazioni tra persone, sulla assoluta eccezionalità della violazione della privatezza, su un nuovo bilanciamento tra la potestà investigativa dello Stato ed i diritti variamente declinati della persona, giornalisti compresi, beh io mi siedo in prima fila. Hai visto mai che da questa grottesca caciara, salti fuori qualcosa di buono? Si chiama eterogenesi dei fini, e a volte funziona.

Cari giornalisti, basta ipocrisie: ci indigniamo solo quando gli intercettati siamo noi. Il caso Trapani è gravissimo. Ma non si può invocare la libertà di stampa sia per denunciare abusi di cui siamo vittima sia per ritenerci liberi di pubblicare (illegalmente) i brogliacci in cui compaiono altri. Errico Novi su Il Dubbio il 5 aprile 2021. Brutta storia. Dolorosa pagina nella storia italiana dell’equilibrio fra poteri e attori della democrazia. L’indagine della Procura di Trapani sulle presunte irregolarità delle Ong è viziata da quella che sembra una pesante violazione della libertà di informare, cioè dell’articolo 21. Si deve chiamare in causa la Costituzione: di rado noi cronisti eravamo divenuti oggetto di intercettazioni. Almeno in un caso, si tratta della collega freelance Nancy Porsia, che scrive anche per il Fatto quotidiano, il bersaglio è stato scelto dagli investigatori in modo deliberato. Esistono una richiesta della Procura di Trapani e l’autorizzazione di un gip del Tribunale siciliano, datate 2017. Giusta la reazione dell’Ordine dei giornalisti, che per voce del suo presidente Carlo Verna ha parlato di «sfregio al segreto professionale» e si è appellato al presidente Sergio Mattarella (anche in quanto massimo vertice del Csm). Opportuna l’iniziativa della guardasigilli Marta Cartabia, che ha avviato accertamenti, vale a dire acquisizione di informazioni sull’attività giudiziaria trapanese. Tutto giusto. Se non fosse per un interrogativo: perché non si leva una così corale indignazione (arrivata pure in Parlamento) quando le indebite intrusioni dei pm colpiscono, per esempio, gli avvocati?Non è una provocazione. Anzi: la vicenda di Trapani può innescare sviluppi positivi. La stampa italiana (ed europea, si è inalberato persino il Guardian) potrebbe scoprirsi un filo più prudente, di fronte a future occasioni di sbattere in prima pagina parole captate da presunti mostri nell’ambito di indagini mai sottoposte a giudizio. Può darsi finisca così, c’è da augurarselo. Ma la levata di scudi di noi giornalisti lascia un retrogusto sgradevole. Il fastidio per l’ipocrisia dell’indignazione a singhiozzo. Viene violato il segreto professionale di noi giornalisti e ci arrabbiamo: giusto. Ma perché siamo silenti se viene violato il segreto del difensore, troppo spesso intercettato in colloqui con il proprio assistito?I colleghi del Fatto quotidiano, attraverso il loro comitato di redazione, si sono soffermati sul caso di Porsia: seppure «mai sospettata di alcun reato», si è arrivati a intercettare Nancy «anche mentre parlava con il suo avvocato, Alessandra Ballerini». Rilievo giustissimo. Il Cdr del Fatto rimanda implicitamente alle norme che disciplinano le intercettazioni. Nelle quali non esiste una specifica tutela per i giornalisti. È prevista invece per gli avvocati. In particolare all’articolo 103 quinto comma del codice di procedura penale: «Non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori». Nella recente riforma delle intercettazioni, è stata parzialmente estesa: i colloqui fra avvocato e assistito sono fra quelli che non possono essere trascritti. Ora, se noi giornalisti ci consideriamo giustamente sentinelle della democrazia, non possiamo svegliarci solo quando il siluro è puntato nei nostri confronti. I sacri principi della riservatezza e del segreto professionale vanno difesi sempre. E non è proprio accettabile lo spettacolo tristissimo a cui noi operatori dell’informazione abbiamo dato vita per anni, di fronte ai tentativi di riformare le intercettazioni, bollati come “bavaglio”, o alle proteste di politici messi alla gogna dai brogliacci dei pm fotocopiati nei nostri articoli. In quei casi abbiamo invocato a nostro baluardo la libertà di stampa. Appunto la stessa libertà di stampa che chiamiamo ora in causa per lo «sfregio» di cui parla giustamente Verna a proposito dell’inchiesta trapanese. Ambiguità e ipocrisia non sono accettabili. La Costituzione non può essere tirata in ballo sia per protestare quando altri vìolano la nostra autonomia sia per giustificare le violazioni da noi stessi compiute in danno di altri. È ridicolo, ci squalifica e al limite delegittima persino la nostra attuale sacrosanta indignazione. Da ultimo, è fastidioso, sì, che pochi giornali si siano inalberati di recente per l’intercettazione di diversi penalisti (basti citare i casi di Nicola Canestrini, del Foro di Rovereto, o di Giorgio Manca a Roma). Ma devono dare altrettanto fastidio le centinaia di casi in cui, per anni, sono state pubblicate illegittimamente intercettazioni in cui comparivano esponenti politici. Sarebbe ipocrita, da parte di questo giornale, difendere solo gli avvocati e non anche i parlamentari. Allo stato d’eccezione populista non si deve concedere un millimetro. Anche perché l’indifferenza, e persino il sospetto, che spingono a considerare normale spiare un difensore, vengono probabilmente proprio dal pregiudizio anticasta coltivato nei confronti dei politici. Giacché l’avvocato difende chiunque (anche il politico) viene assimilato ai reati dei propri assistiti, e merita perciò a propria volta di subire l’intrusione abusiva. E no: la deriva dev’essere stroncata. Ci riferiamo sia all’abuso delle intercettazioni che all’ipocrisia alimentata dal populismo.Mai come stavolta noi giornalisti dobbiamo sentirci con le spalle al muro: o diciamo una parola definitiva contro l’abuso delle intercettazioni, ivi comprese le tante che noi stessi abbiamo illegalmente pubblicato, o non siamo legittimati a protestare per il fatto che, stavolta, le vittime dell’abuso siamo proprio noi.

Decine di avvocati spiati con i loro assistiti: «Così si viola il diritto di difesa». Dal caso di Pier Giorgio Manca all'inchiesta sulle Ong della Procura di Trapani: così le intercettazioni violano il patto tra legale e assistito. E la ministra Cartabia invia gli ispettori in Sicilia. Simona Musco su Il Dubbio il 7 aprile 2021. Contro le intercettazioni selvagge la ministra della Giustizia Marta Cartabia “sguinzaglia” gli ispettori. A via Arenula è stato infatti formalmente aperto un fascicolo sull’inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong, nell’ambito della quale diversi giornalisti e avvocati sono stati intercettati. All’ispettorato generale è stata dunque data disposizione di «svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando all’esito valutazioni e proposte». Un vero e proprio faro acceso, dopo la denuncia dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della Stampa italiana, mentre tutto tace sulle intercettazioni che coinvolgono i penalisti. «Intercettiamone uno, intimidiamo tutti gli altri», aveva sintetizzato, poco più di un mese fa, la Camera penale di Roma. All’epoca il caso riguardava Pier Giorgio Manca, avvocato 75enne del foro capitolino, indagato dalla Procura di Roma con l’accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. Il suo nome è finito in un’inchiesta relativa ad un traffico di droga proveniente dalla Colombia, gestito da un’organizzazione di tredici persone, ai cui vertici ci sarebbero tre militari e il penalista romano, accusato di aver consentito la circolazione d’informazioni tra i componenti dell’organizzazione criminale e di aver fornito assistenza morale e materiale ai detenuti del clan. Ciò sulla base di due anni di intercettazioni video e audio all’interno del suo studio legale e sul suo cellulare. Ma il suo non è un caso isolato. Poco prima era capitato a Roberta Boccadamo, anche lei del foro di Roma, che leggendo l’ordinanza del Gip di Genova con le motivazioni della misura cautelare nei confronti dei vertici di Atlantia, tra cui Giovanni Castellucci, e della controllata nell’ambito di un’indagine avviata sulla base della documentazione acquisita nell’inchiesta legata al crollo del Ponte Morandi, si è imbattuta nell’intercettazione di una conversazione tra lei e Antonino Galatà, ex Ad di Spea, incaricata da Aspi della sorveglianza e manutenzione della rete autostradale in concessione, suo assistito. Conversazione non solo registrata, dunque, ma anche trascritta e utilizzata dal gip. Una intromissione giustificata con una circostanza non veritiera: Boccadamo venne indicata come compagna del suo assistito. Nicola Canestrini, del foro di Rovereto, ha portato il suo caso davanti alla Cedu, denunciando una lesione del diritto di difesa. Canestrini, infatti, ha ritrovato nei brogliacci allegati alle informative contenute nei fascicoli di un’indagine alcune intercettazioni intrattenute con il proprio cliente, in quel momento detenuto a 200 chilometri dal suo ufficio. Prima di loro era toccato a Francesco Mazza, avvocato del foro di Roma, che nel 2019 si è ritrovato citato in un’informativa di cui era entrato in possesso dopo la notifica della chiusura delle indagini preliminari a carico di tre suoi assistiti, indagati nell’ambito della vasta operazione anti usura condotta dai carabinieri di Roma Eur e denominata “Under Pressure”. Per ben due volte la polizia giudiziaria ha appuntato dettagli di conversazioni tra lui e uno dei tre clienti, il cui telefono era sotto controllo da un po’. Ad Asti, sempre nel 2019, l’intera classe forense si era mobilitata quando Roberto Caranzano, avvocato astigiano, si ritrovò allegato al fascicolo di un processo per spaccio di droga il “foglio notizie” con le spese del procedimento penale, 27 pagine composte prevalentemente dal report delle intercettazioni con dentro i nomi di decine di colleghi di Asti, Torino e Cuneo, consulenti e giudici onorari. Un grosso malinteso, si affrettò a spiegare la procura di Asti, che parlò di «errore del sistema informatico». Gli ultimi casi riguardano quattro avvocati, finiti nelle quasi 30mila pagine di un’indagine avviata dalla procura di Trapani nel 2016, con lo scopo di fare luce sull’attività delle ong attive in mare per soccorrere i naufraghi che cercavano di raggiungere le coste europee. Si tratta di Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, intercettata al telefono con la giornalista d’inchiesta Nancy Porsia, Michele Calantropo, Fulvio Vassallo e Serena Romano. E quale fosse il loro ruolo era noto anche alla polizia giudiziaria, che nell’appuntare i loro nomi li ha definiti avvocati per i diritti umani. Una violazione dell’articolo 103 del codice di procedura penale, che al quinto comma stabilisce che «non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari né quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite». Il colloquio tra difensore e assistito, dunque, è inviolabile, principio sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui tale diritto rientra tra le «esigenze elementari del processo equo in una società democratica». Ma questa regola, troppo spesso, viene bypassata.

Intercettazioni, per spiare 130mila persone spesi 200 milioni: ecco il prezzo pagato dallo Stato. Pieremilio Sammarco Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. «Il processo Eni-Nigeria è stato un enorme spreco di risorse», queste le dure parole del Procuratore Generale di Milano che ha chiesto l'assoluzione di tutti gli imputati. Tra gli sprechi evocati, naturalmente, così come in tanti altri processi, non mancano i soldi spesi per le intercettazioni. Da tempo si discute sull'uso di questo strumento investigativo, divenuto sempre più sofisticato ed invasivo e da più parti si levano voci per una riforma legislativa che ne limiti l'impiego. Ma in attesa che la sentenza della Corte di Giustizia Ue (causa 746/18) possa fare da traino per una riforma organica della materia, è di interesse conoscere quali risorse vengono oggi impiegate dalle Procure italiane per l'ascolto.

CITTÀ COME FERRARA...Il primo dato che si ricava dalle fonti ministeriali è che le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno come bersaglio ogni anno circa 130mila individui, per una spesa complessiva di oltre 180 milioni di euro per il 2019 (di cui 139 milioni per il solo noleggio di apparati) e di oltre 190 milioni di euro per il 2020. Delle circa 130mila persone oggetto di attenzione da parte delle Procure italiane (più o meno la popolazione di una città come Salerno o Ferrara), l'85% delle intercettazioni sono di tipo telefonico, il 12% di tipo ambientale ed il 3% di tipo telematico. Ma ciò che colpisce è l'aspetto economico, dato che non vi è un tariffario unico per questi servizi offerti dalle società specializzate; esse infatti applicano prezzi diversi a seconda della Procura richiedente, riscontrando prezzi più alti per quella di Roma e Milano rispetto ad altri uffici requirenti. Proprio per queste ragioni, al fine di eliminare le disparità territoriali, è attualmente in esame presso il ministero della Giustizia uno schema di decreto per la determinazione di tariffe standard per tutti gli uffici delle Procure nazionali. I servizi da quotare sono complessi ed articolati e vanno dal reperimento degli apparecchiature e dei software di sorveglianza, alle attività di registrazione, trascrizione e conservazione dei dati in appositi archivi, fino alla vigilanza degli impianti installati. Quanto al dettaglio del prezzario indicato nello schema di decreto, le intercettazioni di tipo telefonico costano da un minimo di 0,90 euro a un massimo di 2,12 euro al giorno, quelle audio ambientali circa 30 euro al giorno, quelle acquisite mediante trojan da un minimo di 30 euro fino a 120 euro al giorno. Oggi, però, le tariffe applicate dalle società specializzate sono sensibilmente più alte rispetto a quelle proposte dal ministero e le società che espletano questi servizi per conto degli uffici delle Procure hanno già alzato gli scudi, criticando il proposto taglio dei prezzi. Ad esempio, oggi, una giornata di trojan costa 150 euro.

QUALCUNO CONTROLLI. Visto che tali attività di sorveglianza vengono espletate per periodi lunghi, esse sono estremamente costose per l'erario e dunque per la collettività, a cui si aggiungono i costi del personale della polizia giudiziaria (GdF e Carabinieri) impegnato anche a trascrivere nelle informative i dialoghi ascoltati. Proprio per questo, l'avvio di indagini eclatanti basate principalmente sulle intercettazioni disposte dal pm che poi non conducono a nulla di fatto o addirittura si concludono con delle assoluzioni dopo un lungo processo, sono un grande dispendio di denaro pubblico, nei confronti del quale occorrerebbe aprire una riflessione sull'opportunità di attivare la Corte dei Conti per il contrasto a questo spreco di risorse. 

«Noi difensori tipi “sospetti” per i pm, perciò ci intercettano…». Secondo Renato Borzone, ex presidente della Camera penale di Roma, l'abitudine (illegale) di intercettare i dialoghi tra avvocato e assistito nasce da un pregiudizio nei confronti degli avvocati. Simona Musco su Il Dubbio il 27 marzo 2021. «C’è un problema culturale: è come se la cultura della giurisdizione appartenesse solo ai pubblici ministeri e non agli avvocati». A tirare le somme è Renato Borzone, presidente della Camera penale di Roma dal 2002 al 2006, tra i partecipanti al convegno organizzato dalla Commissione “Merito, legittimità, spazio giuridico europeo” della Camera penale di Roma. L’argomento all’ordine del giorno è spinoso: l’abitudine, ormai diffusissima, di intercettare le conversazioni tra avvocato e assistito. E la conclusione è drammatica: sebbene sia vietato, lo si fa, in un nome di un pregiudizio che vuole l’avvocato corresponsabile del reato commesso dal proprio assistito. I casi sono ormai diversi, tre quelli attualmente all’analisi della Camera penale capitolina, come ha evidenziato in apertura il presidente Vincenzo Comi. Lo spunto di discussione viene da una sentenza della Cedu di dicembre 2020 (ne abbiamo parlato qui), che ha ribadito un principio che le norme interne già riconoscono, almeno da un punto di vista formale: le conversazioni tra avvocato e cliente sono inviolabili e tale inviolabilità è garanzia del diritto di difesa. La decisione, come ha evidenziato Comi, sottolinea l’obbligo di ogni Stato membro di dotarsi di una legislazione chiara a tutela del diritto di riservatezza di tali comunicazioni. In Italia la strada è tracciata dall’articolo 103 del codice di procedura penale, che stabilisce il divieto di violare il rapporto tra avvocato e cliente e la conseguente inutilizzabilità delle conversazioni segrete, esclusi i casi previsti dalla legge. «Purtroppo, a fronte di una normativa inequivocabile – ha commentato Comi – ci troviamo periodicamente di fronte a casi di captazione di conversazioni tra avvocato e assistito». L’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, aveva provato a tracciare una linea, fornendo alla polizia giudiziaria alcune regole di comportamento, come l’interruzione della captazione nei casi in cui al telefono ci fosse un indagato e il suo avvocato. Una buona via di mezzo, per i partecipanti, un «contentino», per Borzone. Ma il vero rimedio richiesto dai penalisti è l’attivazione di un vero e proprio sistema che blocchi la registrazione delle comunicazioni tra difensore e assistito, una sorta di “blacklist” che censuri in automatico, una volta formalizzata la nomina del difensore, i numeri forniti dall’avvocato. Insomma, una «radicale riservatezza» che, assicurano i penalisti, non mira ad un privilegio, ma alla tutela del «diritto di difesa». Il primo problema, ha evidenziato Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Anm, e attuale Segretario generale di Area Democratica per la Giustizia, è «di prassi». «Innanzitutto è un problema di deontologia, di serietà e di correttezza dell’operato del pubblico ministero e della polizia giudiziaria e questo è un problema innanzitutto culturale, rispetto al quale poco vale un eventuale rafforzamento del quadro normativo di riferimento, con maggiori tutele per interrompere eventuali cattivi costumi. E tuttavia, però, i cattivi costumi vanno ovviamente opportunamente sanzionati, su tutti i piani», ha sottolineato. Il secondo profilo è quello relativo ai valori costituzionali e la forme più «rigorose» di tutela, cioè la distruzione immediata del materiale intercettato, «previsione non normativa, ma giurisprudenziale e ha richiesto una pronuncia della Corte Costituzionale, nella nota vicenda delle intercettazioni relative a Giorgio Napolitano», ha spiegato. Il terzo problema è stabilire un percorso differente e alternativo in relazione alla sottoponibilità a pieno diritto del difensore a attività di indagine e ciò per spazzare il campo da sospetti di ricerca di «spazi di immunità». Una normazione che preveda il blocco immediato delle intercettazioni relative al colloquio avvocato-assistito, in ogni caso, «potrebbe essere un valido presidio», ha spiegato Albamonte. La sentenza Cedu, ha sottolineato Costantino De Robbio, componente del Comitato Direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, ribadisce principi «indiscutibili». «In Italia l’articolo 103 è una norma chiara, completa e che apparentemente non si presta ad abusi – ha affermato De Robbio -. Non è ammessa nessuna richiesta di intercettazione delle conversazioni tra difensore e assistito e io, da giudice, non la accoglierei». Ma nei casi in cui ciò avviene in maniera involontaria, «la norma prevede che non si debbano neanche scrivere». Il pericolo, però, esiste, a causa della difficoltà, da parte della polizia giudiziaria, di ascoltare le intercettazioni in tempo reale. E la “black list”, se può funzionare per le telefonate, non vale per le intercettazioni ambientali. Il vero problema, ha evidenziato Giuliano Dominici, responsabile dell’Osservatorio Cassazione dell’Unione delle Camere Penali Italiane, è l’indebita conoscenza che l’intercettazione consente al pubblico ministero circa le scelte processuali e le strategie difensive. Poco risolve, ha affermato, la distruzione, ex post, di quelle conversazioni se la strategia, intanto, è stata svelata. Ma la sentenza Cedu fornisce uno spunto, l’introduzione di una figura terza – l’incaricato al filtraggio – che potrebbe prevenire questo male. «Il fatto è che in Italia tale figura non esiste», ha però evidenziato. L’utilizzabilità processuale è, dunque, l’ultimo dei problemi, ha sottolineato Borzone. Che ha definito «inquietante» l’interpretazione fornita dalla Cassazione. «Ciò che emerge è che non vi è un divieto assoluto di conoscenza ex ante delle conversazioni tra l’avvocato e il proprio assistito, ma secondo alcune sentenze la prescrizione del 103 implicherebbe, in contrasto anche con la lettera della norma, una verifica postuma del rispetto dei relativi limiti, la cui violazione comporta una inutilizzabilità delle risultanze». Insomma, una autorizzazione all’ascolto che troverebbe la sua giustificazione, secondo Borzone, in una asserita diversità culturale: «Il concetto è che tu, avvocato, sei un tipo sospetto». Insomma, una concezione paternalistica e autoritaria del diritto. «Ci sono due diverse visioni della giurisdizione e del diritto – ha concluso -. Al di là delle norme, dovremmo riflettere su queste due concezioni di politica giudiziaria».

Luca Fazzo per "il Giornale" il 18 marzo 2021. C'è voluta l'ostinazione di un cittadino estone, il signor H.K., accusato di avere fatto shopping con la carta di credito altrui, per fare piombare in Italia una sentenza che riapre molti scenari: fin da subito nel «caso Palamara», ma poi nella miriade di processi famosi od oscuri in cui hanno un ruolo cruciale le intercettazioni e le incursioni informatiche della giustizia nei telefoni degli indagati. Nel caso Palamara, a saltare potrebbero essere per prime le sanzioni disciplinari: la radiazione dalla magistratura già decisa contro Luca Palamara, e i procedimenti ancora aperti contro il folto plotone di suoi colleghi che compaiono nelle chat insieme all' ex presidente dell' Associazione nazionale magistrati. Perché la Corte di giustizia europea, accogliendo il ricorso di H.K., stabilisce due criteri fondamentali: che violare la privacy delle comunicazioni è lecito solo se si indaga su reati particolarmente gravi; e che a disporre le intrusioni non può essere il pubblico ministero, ma serve un giudice. Ciò che nel caso Palamara, come in migliaia di altri casi, non è accaduto. La sentenza della corte lussemburghese, depositata pochi giorni fa, stabilisce che l' accesso da parte della giustizia a sia lecito accedere su telefoni e computer a dati in grado di «permettere di trarre precise conclusioni sulla vita privata, per finalità di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento di reati» sia lecito solo se si tratta di indagini «aventi per scopo la lotta contro le forme gravi di criminalità o la prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica». Viene colpita dunque la possibilità di utilizzare intercettazioni pescate in altri procedimenti o per altri reati più gravi colpendo a strascico e a casaccio. Ma se questa possibilità in Italia è già almeno in parte limitata, la svolta vera portata dalla sentenza del 2 marzo riguarda la domanda: chi può impadronirsi del contenuto delle comunicazioni? La risposta della Corte è netta: la violazione della privacy non può essere disposta da un pubblico ministero ma da «un «giudice o un' entità in grado di garantire un giusto equilibrio tra le necessità dell' indagine contro la criminalità e i diritti fondamentali al rispetto della vita privata». È esattamente il contrario di quanto è accaduto nelle indagini su Palamara e sul marcio nel Consiglio superiore della magistratura. Mentre le intercettazioni in presa diretta e l' uso del trojan sono state autorizzate - come prevede il codice italiano - da un giudice preliminare, il piatto più ghiotto dell' inchiesta, ovvero le chat scambiate da Palamara con i colleghi, è stato imbastito dalla Guardia di finanza prelevando i dati contenuti nello smartphone sequestrato a Palamara stesso. Il prelievo, la cosiddetta forensic, è stato realizzato su ordine della Procura di Perugia, senza nessun controllo esterno. E il fatto che il pm sia convinto di avere ragione «non può essere sufficiente per conferirgli lo status di terzo rispetto agli interessi in gioco», dice la sentenza depositata sul sito della Corte. Rischia di saltare, dunque, l' utilizzabilità delle chat nel processo penale in corso contro Palamara e i suoi coimputati. Nello stesso processo rischiano di dover essere esclusi anche i contenuti del trojan, compresa la riunione all' Hotel Champagne in cui si decise la nomina del nuovo procuratore di Roma, a meno che anche queste manovre non vengano fatte ricadere nelle «forme gravi di criminalità» o le «gravi minacce alla sicurezza pubblica» di cui parla la sentenza della Corte europea. Ma i primi a saltare saranno i procedimenti disciplinari aperti dalla procura generale della Cassazione contro i ventisette magistrati più pesantemente chiamati in causa dalle chat con Palamara. Chat inutilizzabili, per entrambi i motivi indicati dalla sentenza. E nel ricorso in Cassazione contro il provvedimento con cui il Consiglio superiore della magistratura lo ha ridotto allo stato laicale, la svolta prodotta dal ricorso di H.K. diverrà il nuovo argomento di Luca Palamara per vedersi restituire la toga.

 La legge non è uguale per tutti. Le intercettazioni valgono per tutti ma non per i magistrati: “Violano la privacy”. Paolo Comi su Il Riformista il 16 Marzo 2021. L’Associazione nazionale magistrati, a quasi due anni dallo scoppio del Palamaragate, non ha ancora iniziato l’attività di verifica delle “condotte di rilievo disciplinare endo-associativo” delle toghe che chattavano con l’ex zar delle nomine per chiedere posti e favori. L’incredibile notizia è stata comunicata questo fine settimana dai vertici dell’Anm durante la riunione del Comitato direttivo centrale. Il gip di Perugia ha autorizzato solamente lo scorso 25 febbraio il presidente del Collegio dei probiviri ad acquisire in copia le chat intercorse tra Palamara e i magistrati iscritti all’Anm. Le chat, pubblicate già da molti quotidiani e agli atti del fascicolo per corruzione a carico dell’ex presidente dell’Anm aperto nel capoluogo umbro, sono state trasmesse solo alla Procura generale della Cassazione e al Consiglio superiore della magistratura. Palamara, per superare l’impasse, si era offerto nei mesi scorsi di consegnarle personalmente ai probiviri dell’Anm. La proposta era stata però bocciata. Ma se per acquisire le chat sono stati necessari tutti questi mesi, per la loro valutazione i tempi si preannunciano ancora più lunghi. Sono stati, infatti, sempre i vertici dell’Anm a mettere le mani avanti ricordando che sarà necessario attenersi al Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali che impone di ispirare il trattamento delle informazioni ai principi di “proporzionalità” e di “necessità”, limitando la disamina ai soli elementi indispensabili per l’accertamento degli illeciti deontologici. Un giusto rispetto delle regole da parte delle toghe che farà certamente piacere a tutti i cittadini italiani che dopo essere stati intercettati leggono sui giornali ogni genere di particolare relativo alla propria vita privata. Nel caso di Palamara, espulso dall’Anm al termine di una istruttoria lampo, va ricordato comunque che nessuno chiese il “consenso” informato. Se, dunque, l’Anm procede a corrente alternata nel sanzionare i propri iscritti, anche una delibera avente ad oggetto “concrete azioni di sostegno a favore dei magistrati impegnati nei processi di mafia” diventa terreno di scontro fra le correnti. La delibera, proposta da Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, dai davighiani, e da Articolo 101, il gruppo antisistema, chiedeva “più incentivi economici e di punteggio per i magistrati delle sedi disagiate”, l’indizione immediata di “concorsi per coprire le gravi scoperture d’organico” del personale amministrativo e dei magistrati nelle terre di mafia, nuove misure per “potenziare le infrastrutture materiali e digitali e per migliorare le condizioni di vita dei colleghi” che si trovano nelle sedi più esposte e lontani dagli affetti più cari”. La sinistra giudiziaria insieme ad Unicost, l’ex gruppo di Palamara, ha fatto muro e la mozione non è passata. Il motivo? Fra le righe vi sarebbe stato visto un endorsement al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. La sinistra togata era propensa a stigmatizzare alcune esternazioni del procuratore calabrese, in particolare un’intervista rilasciata a gennaio al Corriere. Le dichiarazioni “sopra le righe” di Gratteri erano state corrette dal diretto interessato.

Corte europea di Giustizia, la sentenza sui tribunali italiani: "Intercettazioni solo in casi gravi. Processi da rifare". Libero Quotidiano l'08 marzo 2021. La sentenza della Corte europea di Giustizia è clamorosa e potrebbe avere ripercussioni su migliaia di processi in Italia. La custodia dei verbali di intercettazione telefonica e di dati ora è infatti vietata in tutti i casi di reato lieve, quando la gravità sia esclusa. La Corte Europea, riunita in quella che va sotto il nome di Grande Sezione, il 2 marzo ha pronunciato la sua sentenza assolutoria: è vietato alla magistratura inquirente ricorrere per reati di lieve entità a intercettazioni rimaste a lungo nella disponibilità degli inquirenti, riporta il Riformista. Non solo. Tutte le intercettazioni che, non costituendo immediatamente riprova di minacce gravi alla sicurezza pubblica, sono rimaste per anni nella disponibilità dei magistrati, costituendo una indebita violazione del diritto alla privacy, dovranno essere distrutte. La Corte Costituzionale quindi dovrà adeguarsi alla sentenza della Corte di Giustizia europea, essendo essa fonte del diritto primaria. Una sentenza che è una vera e propria "bomba" sul sistema della idoneità e della conservazione dei tabulati presso gli inquirenti stessi. Si legge: “La circostanza che il pubblico ministero sia tenuto ad agire solo in base alla legge e al suo convincimento non può essere sufficiente per conferirgli lo status di terzo rispetto agli interessi in gioco”. E ancora: “Il principio impone al giudice penale nazionale di escludere informazioni ed elementi di prova che siano stati ottenuti mediante una conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati relativi all’ubicazione incompatibile con il diritto dell’Unione (…) qualora tali persone non siano in grado di svolgere efficacemente le proprie osservazioni in merito alle informazioni e agli elementi di prova suddetti, riconducibili a una materia estranea alla conoscenza dei giudici e idonei a influire in maniera preponderante sulla valutazione dei fatti”. Una valanga, che avrà effetti su migliaia di processi.

Intervista a Giorgio Spangher: «Per autorizzare l'acquisizione dei tabulati serve un'autorizzazione». La Corte Ue dice basta ai pm "spioni". Simona Musco su Il Dubbio il 9 marzo 2021. La semplice richiesta del pm non basta: per acquisire i tabulati è necessaria l’autorizzazione di un giudice terzo. Potrebbe rivoluzionare il modo di fare indagini in Italia la decisione della Corte di Giustizia europea, che lo scorso 2 marzo si è pronunciata negativamente sulle norme dell’Estonia, stabilendo la necessità di un «controllo indipendente» che preceda qualsiasi accesso ai dati personali, salvo situazioni di urgenza debitamente giustificate, «nel qual caso il controllo deve avvenire entro termini brevi». La decisione, spiega al Dubbio Giorgio Spangher, professore emerito di diritto processuale penale alla “Sapienza”, richiede ora un adeguamento della legislazione italiana. Perché anche se la sentenza riguarda l’Estonia, i principi della Corte si applicano a tutti i Paesi della Ue. E le prove acquisite con tale metodo, dunque, rischiano di essere illegittime.

Professore, la sentenza apre una discussione interessante dal punto di vista delle garanzie processuali. Ce la spiega?

«La Corte di Giustizia, interpretando alcuni articoli del Trattato di Nizza e, soprattutto, alcune direttive europee in tema di tutela della privacy e dei dati personali, si è chiesta entro quali limiti siano acquisibili e da chi i dati esterni del traffico telefonico. Quei dati permettono di sapere quante volte ho parlato al telefono e con chi, dove mi trovassi, dove mi sono spostato eccetera. Dati esterni che dunque descrivono, in qualche modo, la mia persona e i miei comportamenti e che possono essere utilizzati in funzione di prova penale. Nel caso estone, la sentenza della Corte di Giustizia fissa alcuni principi. A partire dal fatto che non può essere il pubblico ministero a disporre l’acquisizione di tali dati».

Per quale motivo?

«Per quanto il pm sia un organo imparziale e possa svolgere anche attività a favore dell’imputato, ciò non gli attribuisce quel ruolo di garanzia e di terzietà che invece è necessario in materia di tutela dei dati personali. Accedere ai tabulati significa conoscere tutto di una persona e il pm non è ritenuto, stando a questa sentenza, organo di garanzia. Ciò in quanto, secondo la Corte, l’autorità incaricata di tale controllo non deve essere coinvolta nella conduzione dell’indagine penale, come invece lo è il pubblico ministero. Deve essere quindi un organo indipendente e nel caso del processo penale non può che essere un giudice».

Un altro aspetto è: si può fare questa attività di acquisizione dei dati per tutti i reati?

«Qui entra in campo la logica del bilanciamento. Noi abbiamo diritti individuali, come il diritto alla privacy, che prevale sull’esigenza di accertamento di reati a condizione che ci sia una proporzione. Ovvero: io ho i miei diritti, ma anche lo Stato che vuole accertare dei reati ha i suoi diritti. Quindi, quando si tratta di gravi reati, come criminalità organizzata, terrorismo, eccetera, le esigenze collettive prevalgono sui diritti individuali. Ma se si tratta di reati minori, allora prevale il mio diritto alla privacy e lo Stato deve trovare altri strumenti per accertare eventuali responsabilità. C’è, quindi, un principio di proporzione nell’uso dello strumento ed è necessario capire per quali reati, quali fini, sulla base di quale presupposti e per quali soggetti tali dati vengano acquisiti. Inoltre, un’altra cosa che emerge è che il principio enunciato dalla Corte va rispettato a prescindere dalla quantità di dati acquisita o dal periodo preso in considerazione».

Come funziona attualmente nel nostro Paese?

«Nel 1998 le Sezioni Unite avevano stabilito che, effettivamente, per acquisire i tabulati c’era bisogno dell’autorizzazione di un giudice. Nel 2000, invece, le cose sono cambiate: da allora il pm può farlo senza passare da un giudice e può farlo per tutti i reati. Naturalmente ci sono sentenze che fissano qualche limite e qualche criterio, però quello che resta è che non c’è una soglia di legge, non c’è una richiesta al giudice, non c’è nulla di ciò che la sentenza richiede con riferimento all’Estonia».

E ora cosa cambia per noi?

«Questa sentenza stabilisce che acquisire i tabulati senza un’autorizzazione terza significa produrre materiale inutilizzabile. È una questione che riguarda l’oggetto della prova, perché quel materiale entra nel processo. Che ne facciamo di questa sentenza? Probabilmente non sarà di immediata applicazione per l’Italia, perché a differenza della giurisprudenza Cedu le sentenze della Corte di Giustizia hanno una portata diversa. Riguardano il caso concreto. Ci sono due alternative: l’Italia, per un verso, dovrebbe cambiare la legge, adeguandosi agli orientamenti della Corte di Giustizia. Quella è un’interpretazione del diritto europeo e non dobbiamo dimenticare che abbiamo una sovranità limitata, abbiamo ceduto una porzione della nostra sovranità all’Europa. Ci sono delle norme che tutelano la privacy e la riservatezza che sono contenute dentro al Trattato di Nizza. Quindi a questo punto quella giurisprudenza, quelle linee che sono state individuate, valgono anche per noi. Se non dovesse intervenire il legislatore, o comunque prima che intervenga, l’alternativa è che qualcuno sollevi una questione di legittimità costituzionale in violazione dell’articolo 117, che ricorda i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. E si potrebbe chiedere l’applicazione di quella norma, quanto meno per le attività future».

Quale crede che sia la soluzione migliore?

«A mio parere sarebbe opportuno un intervento del Parlamento, in quanto al momento ci troviamo in una condizione di violazione del Trattato di Nizza. Però per risolvere il problema è necessario capire quale sia la soglia di gravità che consente di acquisire i tabulati. Parlare di criminalità organizzata o terrorismo significa parlare di categorie».

E come si potrebbe fare?

«Probabilmente applicando le norme delle intercettazioni anche ai tabulati. Ovvero: i reati che per i quali sono consentite le intercettazioni saranno quelli per i quali sarà possibile richiedere i tabulati».

Si porrà un problema sulla legittimità delle attività fatte prima della sentenza della Corte.

«L’attività svolta prima della sentenza secondo quella modalità non è contra legem, perché era previsto dalle norme. Ma da domani bisognerà proporre una modifica sul punto. Se un’eventuale questione di legittimità venisse accolta, probabilmente potrebbe travolgere quanto fatto prima. Ma c’è bisogno o di una legge o di una sentenza della Corte costituzionale che ne dichiari l’illegalità. E poi c’è anche un’altra questione da porre: come si applica questa norma al procedimento di prevenzione? E all’attività di intelligence? Sono tutte domande alle quali dobbiamo trovare una risposta».

MESSINA, OPERAZIONE GIOCO D'AZZARDO: L'INCHIESTA SI TRASFORMA IN FLOP. IL GIP ARCHIVIA PER GLI ULTIMI 22 INDAGATI. ERA GIA' STATA ARCHIVIATA LA POSIZIONE DEGLI ALTRI 41 INDAGATI. Tito Cavaleri. Da stampalibera.it il 23 febbraio 2010. Il giudice delle indagini preliminari Kate Tassone del Tribunale di Reggio Calabria ha disposto l'archiviazione per gli ultimi indagati nell'ambito del procedimento "Gioco d'azzardo". Un'archiviazione globale per insussistenza degli addebiti, in accoglimento dunque della richiesta del pubblico ministero cui il gip ha restituito gli atti. La dottoressa Tassone ha rilevato che il pm ha motivato la richiesta di archiviazione «sulla lettura di un compendio indiziario integrato da molteplici apporti probatori successivi al momento di emissione dell'ordinanza di custodia cautelare che ha interessato alcuni degli indagati, apporti rappresentati da consulenze tecniche disposte dall'ufficio di Procura, produzione documentale effettuata dagli indagati, verbali di audizione degli indagati e di collaboratori di giustizia». Inchiesta scaturita dalle indagini del sostituto procuratore Francesco Neri nell'ambito della quale erano stati coinvolti politici, imprenditori e magistrati messinesi accusati a vario titolo di far parte di un presunto comitato d'affari operante nella città dello Stretto. L'indagine era sfociata nel 2005 negli arresti di molti personaggi eccellenti, tra cui gli imprenditori Salvatore Siracusano e Rosario Spadaro, l'ex sottosegretario Santino Pagano. In precedenza era stata archiviata anche la posizione di altri 41 indagati. "Gioco d'azzardo" riguardava un'associazione mafiosa, un presunto traffico di armi e riciclaggio di denaro sporco. I 21 indagati per i quali è stata chiesta l'archiviazione sono Letterio Arena, Giuseppe Azzarello, Tommaso Baluci, Roberto Caligiore, Antonello Giostra, Antonio Giuffrida, Antonino Giuliano, Domenico Guglielmo, Alfio Lombardo, Francesco Munafò, Nicolò Ripa, Santino Pagano (che aveva già registrato un'archiviazione parziale), Giancarlo Panzera, Domenico Paternò, Antonino Rizzotto, Roberto Salmoiraghi, Salvatore Siracusano (pure lui aveva già registrato un'archiviazione parziale), Rosario Spadaro, Alfredo Siracusano, Orazio Sturniolo e Carmelo Ventura. Si conclude così l'ultima tranche processuale ancora in piedi della maxi inchiesta che, nel maggio del 2005, trovò il suo clamoroso atto visibile con una serie di arresti eccellenti a Messina da parte della Dia e oltre settanta persone indagate, con la contestazione di accuse molto pesanti, tra cui l'associazione di stampo mafioso e il riciclaggio di denaro e capitali. La Procura reggina, nel settembre dello scorso anno, con atto firmato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai sostituti della Distrettuale antimafia Mario Andrigo e Roberto Di Palma, depositò la richiesta di archiviazione cumulativa nei confronti degli indagati che nel dicembre del 2008 ricevettero l'avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis c.p.p. da parte del sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Scuderi e degli stessi colleghi della Dda reggina Andrigo e Di Palma. Elenco che annoverava imprenditori, professionisti, funzionari di polizia, mediatori immobiliari, avvocati, e anche alcuni soggetti appartenenti alla criminalità organizzata peloritana; c'era anche il collaboratore di giustizia "Alfa", alias il brolese Antonino Giuliano. In sede di notifica dell'atto di chiusura-indagini emerse che sia l'imprenditore Salvatore Siracusano sia l'ex sottosegretario Santino Pagano avevano registrato un'archiviazione parziale, che riguardava i reati di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento. A questo troncone dell'inchiesta si aggiunge un altro, ancora più corposo, che nel novembre del 2007 registrò da parte del gip di Reggio Calabria Adriana Costabile l'archiviazione per altri 41 indagati iniziali della maxi-inchiesta, sempre su richiesta della Procura reggina. Da questo procedimento si è poi formato negli anni un altro filone giudiziario legato alla cosiddetta "audiocassetta della discordia", vale a dire quella famigerata conversazione a tre, avvenuta in un bar del centro di Messina tra il giudice Savoca, l'avvocato Arena e l'imprenditore Siracusano, le cui trascrizioni innescarono una serie di perizie e controperizie, fino al trasferimento degli atti davanti al Gip di Lecco, dopo l'apertura di un'inchiesta sulle presunte manipolazioni di quel nastro. E sempre il gip di Lecco, la dottoressa Elisabetta Morosini, nel gennaio del 2009 aveva chiuso una parte del "procedimento", che riguardava il sostituto procuratore generale reggino Francesco Neri e l'avvocato messinese Ugo Colonna, indagati di calunnia e abuso d'ufficio. Accogliendo integralmente l'istanza del procuratore capo di Lecco Anna Maria Delitala, il Gip aveva infatti disposto l'archiviazione del procedimento a loro carico. La "Gioco d'azzardo" fece registrare pure l'invio degli ispettori dell'allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che trascorsero due giorni a Reggio Calabria guidati dal dott. Leonardo Acucci per sentire alcuni magistrati in relazione al procedimento. Tito Cavaleri.

MESSINA, L'IMPRENDITORE SIRACUSANO CONDANNATO PER AVER CONDIZIONATO UN TESTIMONE: Il maresciallo Biagio Gatto avrebbe dovuto "alleggerire" la posizione del giudice Giovanni Lembo sotto processo a Catania. L'ex sottosegretario Santino Pagano assolto per la stessa accusa. Da stampalibera.it il 14 maggio 2010. Mentre a Catania il processo d'appello a carico dei magistrati Giovanni Lembo e Marcello Mondello, dell'ufficiale di polizia Antonio Princi, e del falso collaboratore di giustizia Luigi Sparacio, (condannati in primo grado rispettivamente a 5,7, 2 e 5 anni di reclusione) si è aperto, a Messina, nella tarda serata di lunedì 10 maggio, se n'è chiuso uno in primo grado collegato a quello in corso nella città etnea. Sul banco degli accusati c'erano seduti l'imprenditore Salvatore Siracusano, e Santino Pagano, ex sottosegretario di Stato, socio dell'imprenditore. Entrambi erano accusati di tentativo di subornazione, ovvero di avere tentato di indurre Biagio Gatto, marasciallo dei carabinieri, a rendere dichiarazioni mendaci nel processo a Catania o a non testimoniare, avvalendosi della facoltà che aveva in quanto imputato in un processo connesso. ll modo? Offerte di denaro, viaggi e soggiorni a Campione d'ltalia e di ingressi gratuiti al casinò della stessa cittadina e l'assunzione, soprattutto, alla società Sitat Srl (di proprietà di Pagano e Siracusano), del figlio Domenico: tutti fatti processualmente provati. L'imprenditore Salvatore Siracusano è stato riconosciuto colpevole e condannato dal collegio del Tribunale presieduto da Alfredo Sicuro ad un anno e 8 mesi di reclusione. Assolto è stato, invece, Santino Pagano. ll Tribunale ha escluso per Siracusano l'aggravante di voler favorire la mafia ritenendo che, in realtà, il suo attivismo fosse finalizzato ad alleggerire solo la posizione del giudice Lembo. Biagio Gatto, era stato collaboratore stretto di Giovanni Lembo. E, quindi, molto sapeva della gestione dei collaboratori di giustizia da parte del magistrato, che al termine del processo tenuto nella città etnea è stata ritenuta illegale e tesa a proteggere alcuni esponenti mafiosi, Michelangelo Alfano in primis. Secondo L'accusa Biagio Gatto fu avvicinato da Siracusano tra il 2003 e il 2004 nel momento in cui gli inquirenti lo avevano sentito come persona informata sui fatti. Nel corso degli interrogatori Gatto aveva dichiarato che il magistrato della Procura nazionale antimafia, nel lontano 1994, durante le verbalizzazioni delle deposizioni dei collaboratori di giustizia faceva pressioni in tutti i casi in cui le dichiarazioni toccavano certi personaggi, i cui nomi non voleva fossero pronunciati nè messi a verbale. Il maresciallo Gatto aveva anche dichiarato ai magistrati catanesi di aver ricevuto dal procuratore Lembo un verbale di dichiarazioni del boss Luigi Sparacio perchè si prodigasse per allineare a queste tutte le altre dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, di cui Gatto aveva la gestione. "I collaboratori erano tenuti nello stesso ambiente. l verbali aggiustati li ho firmati anch'io. Ma era il sistema. Il magistrato lo imponeva e noi dovevamo farlo", ha confermato nel corso del processo a carico di Pagano e Siracusano, Gatto. Che a Catania, nel 2005, dopo essersi avvantaggiato dei doni di Siracusano, a testimoniare ci andò confermando le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari. ll tentativo di subornare Gatto fu denunciato nel 2003 dal legale Ugo Colonna, autore qualche anno prima della denuncia nei confronti di Giovanni Lembo che portò alla nascita del processo a Catania. Una denuncia che nacque anche dall'esperienza personale del legale messinese. Colonna, infatti, come è emerso nel processo, da difensore di alcuni collaboratori di giustizia, fu testimone di verbali aggiustati da Lembo, che egli stesso in alcuni casi fu "costretto", come raccontò anni dopo, a firmare. Nella stessa vicenda che ha portato alla condanna di Siracusano e all'assoluzione di Pagano rimase impelagato anche il legale Salvatore Stroscio, sotto processo con le stesse accuse. Dopo aver creato un rapporto amichevole con Biagio Gatto, Siracusano gli disse che Colonna, oltre a Lembo avesse denunciato anche lui. E così l'ufficiale dei carabinieri si rivolse a Stroscio. ll legale e Siracusano lo convinsero che l'unico modo di difendersi era presentare una denuncia che smentisse quelle di Colonna, di cui si erano procurati copia. Biagio Gatto, dopo aver esaminato il testo della denuncia confezionata da Stroscio, si rifiutò di firmarla. Il pm Rosa Raffa, ora capo della Procura di Patti, aveva chiesto il rinvio a giudizio e la condanna per concorso nel tentativo di subornazione e tentativo di calunnia. Antonino Genovese, il giudice dell'udienza preliminare, al termine del giudizio abbreviato lo ha assolto da entrambi i capi di imputazione, "Non è provato che Stroscio abbia aderito alla complessa attività allettatrice di Siracusano e Pagano. La calunnia a carico di Colonna non ha raggiunto neanche la forma del tentativo", ha motivato. Fonte Michele Schinella - Centonove del 14-05-10.

LE TRASCRIZIONI DELLE INTERCETTAZIONI NELL'INCHIESTA "GIOCO D'AZZARDO" – ERANO ACCUSATI DI FALSO E CALUNNIA: IL GUP DEL TRIBUNALE DI LECCO HA EMESSO SENTENZA DI PROSCIOGLIMENTO PER TUTTI GLI INVESTIGATORI DELLA DIA DI MESSINA. Da stampalibera.it il 14 luglio 2011. Il gup del Tribunale di Lecco Gianmarco De Vincenzi a conclusione di una lunga e complessa udienza preliminare che si è aperta nel novembre dello scorso anno, ha prosciolto ieri pomeriggio con il rito ordinario da tutte le accuse, ai sensi del terzo comma dell'art. 425 c.p.p. ("elementi non idonei a sostenere l'accusa"), i cinque investigatori all'epoca dei fatti in servizio alla Sezione operativa della Dia di Messina che erano finiti sotto processo con le accuse di falso e calunnia per la trascrizione di un'audiocassetta durante le indagini della maxi-inchiesta "Gioco d'azzardo". Si tratta del vice questore Aldo Fusco, dei carabinieri Michele Puzzo, luogotenente, Girolamo Broccio, maresciallo aiutante, Santo Davì, appuntato scelto, e dell'assistente capo della polizia Francesco Miroddi. Sono stati assistiti nel corso del complesso procedimento dagli avvocati Tommaso Calderone, Fabio Repici, Antonella Puglisi e Lorenzo Gatto. Nel corso dell'ultimo intervento in aula la pubblica accusa, rappresentata ieri dal pm Luca Fuzio – ma della vicenda s'è interessato in prima persona anche il procuratore capo di Lecco Tommaso Buonanno –, mutando l'indirizzo iniziale, vale a dire la richiesta di rinvio a giudizio, ha chiesto il proscioglimento da tutte le accuse per i cinque investigatori. Parti offese nel procedimento erano il magistrato Giuseppe Savoca, l'avvocato Letterio Arena e l'imprenditore Salvatore Siracusano, vale a dire le tre persone che nel corso delle indagini della "Gioco d'azzardo" vennero intercettate dagli investigatori della Dia il 23 luglio del 2001 nel corso di una conversazione a tre in un bar del centro di Messina. Da sempre hanno sostenuto che la conversazione non sarebbe stata trascritta fedelmente da parte degli investigatori dopo l'ascolto della bobina audio dell'intercettazione. Le parti offese sono state assistite nel corso della vicenda processuale dagli avvocati Alberto Gullino e Giuseppe Amendolia. Nel corso dell'ultima fase dell'udienza preliminare il gup di Lecco De Vincenzi ha deciso di affidare una nuova perizia a tre esperti, i consulenti Stefano Delfino, Stefano Baldo e Antonio Pititto, i quali a conclusione del loro lavoro sono stati anche sentiti a lungo in aula, affermando in sostanza sotto un duplice profilo fattuale che per un verso la trascrizione della conversazione era sostanzialmente un fatto soggettivo e per altro verso non si poteva affermare che la trascrizione fosse falsa, in relazione alla conversazione intercettata. La maxi-inchiesta denominata "Gioco d'azzardo" gestita nel 2005 dal sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Neri, si incentrò su una presunta organizzazione criminale mafiosa, dedita al traffico d'armi e al riciclaggio di denaro sporco nei paesi dell'Est europeo. L'inchiesta ha registrato l'archiviazione per tutti gli indagati iniziali, l'ultimo atto conclusivo è stato adottato nel marzo del 2010 dal gip di Reggio Calabria Kate Tassone. E si è trattato di un'archiviazione globale per insussistenza degli addebiti, in accoglimento della richiesta della Procura cui il gip ha contestualmente restituito gli atti. A questo troncone dell'inchiesta bisogna aggiungerne un altro, ancora più corposo, che nel novembre del 2007 registrò da parte del gip di Reggio Calabria Adriana Costabile l'archiviazione per altri 41 indagati iniziali della maxi-inchiesta, sempre su richiesta della Procura reggina. Da questo maxi-procedimento si è poi originato in questi anni un altro filone giudiziario legato all'audiocassetta, vale a dire la conversazione a tre avvenuta in un bar del centro a Messina tra il magistrato Savoca, l'avvocato Arena e l'imprenditore Siracusano, le cui trascrizioni hanno innescato una serie di perizie e controperizie, alcune effettuate anche a Londra, fino al trasferimento degli atti davanti al Gup di Lecco, dopo l'apertura di un'inchiesta sulle presunte manipolazioni di quel nastro. Procedimento che si è concluso ieri pomeriggio in primo grado intorno alle 15,00. Si tratta dell'ultimo troncone processuale che era rimasto ancora in piedi, in passato sempre la Sezione Gip di Lecco aveva archiviato altri procedimenti analoghi. Dall'intercettazione confluita nella maxi ordinanza di custodia cautelare della "Gioco d'azzardo" era emerso che i tre avevano tra l'altro fatto riferimento all'omicidio del prof. Matteo Bottari, l'endoscopista assassinato a colpi di lupara a Messina nel gennaio del 1998. I tre invece hanno sempre contestato questa ricostruzione e hanno sempre negato di aver fatto riferimento a questo fatto di sangue. Nuccio Anselmo - GdS.

IL GUP DEL TRIBUNALE DI LECCO, GIAMMARCO DE VINCENZI, HA EMESSO OGGI SENTENZA DI PROSCIOGLIMENTO PER TUTTI GLI INVESTIGATORI DELLA DIA DI MESSINA, IMPUTATI DI FALSO E CALUNNIA PER LE TRASCRIZIONI DELLE INTERCETTAZIONI DELL'INDAGINE "GIOCO D'AZZARDO". QUESTA MATTINA IL PM LUCA FUZIO, CAMBIANDO ORIENTAMENTO RISPETTO ALLE PRECEDENTI CONCLUSIONI, AVEVA FATTO RICHIESTA DI PROSCIOGLIMENTO. GLI AVVOCATI ALBERTO GULLINO E GIUSEPPE AMENDOLIA AVEVANO AL CONTRARIO RIBADITO LA LORO RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO. SANTINO PAGANO, SALVATORE SIRACUSANO, LETTERIO ARENA, GIUSEPPE SAVOCA, PARTI CIVILI, ERANO PRESENTI IN AULA. GLI IMPUTATI ALDO FUSCO, MICHELE PUZZO, SANTO DAVI', GIROLAMO BROCCIO E FRANCESCO MIRODDI SONO STATI DIFESI DAGLI AVVOCATI FABIO REPICI, ANTONELLA PUGLISI E TOMMASO CALDERONE, I QUALI HANNO CHIESTO AL GIUDICE IL PROSCIOGLIMENTO DEGLI IMPUTATI DA TUTTE LE ACCUSE. DECISIONE POI ACCOLTA DAL GUP.

IN BREVE

Si chiude così anche l'ultimo strascico giudiziario della mega inchiesta che nel maggio 2005 sfociò in una retata eccellente, denominata Gioco D'Azzardo. In manette imprenditori, un giudice, indagati legali e professionisti molto noti in città. Principali protagonisti gli imprenditori Saro Spadaro e Salvatore Siracusano, l'ex sottosegretario Santino Pagano, il giudice Giuseppe Savoca. Tutti arrestati, scarcerati, infine le loro posizioni sono state archiviate. A loro volta gli indagati contestarono agli investigatori la trascrizione di una bobina registrata nel 2001, quella definita "nastro Bottari" perché secondo alcune trascrizioni conteneva elementi di novità sul delitto di Matteo Bottari, il medico ucciso nel '98, e le trascrizioni delle intercettazioni effettuate nello studio del commercialista Giancarlo Panzera. Da investigatori quindi gli agenti della Dia finirono sotto indagine e la competenza fu riconosciuta a Lecco perché in quella provincia ha sede la società che ha effettuato il primo "filtraggio" del nastro contestato. Pagano e Savoca con un esposto avevano denunciato un presunto "complotto" a loro danno, e insieme agli investigatori furono indagati anche l'avvocato Ugo Colonna e il magistrato Francesco Neri, sostituto pg a Reggio Calabria e titolare dell'inchiesta principale. Per loro le indagini si sono chiuse con l'archiviazione ancora prima di arrivare al vaglio del Gup. Archiviazione anche per il magistrato Anna Maria Arena, all'epoca dei fatti Gip a Reggio Calabria, colei che firmò i provvedimenti cautelari del maggio 2005, e il suo consulente tecnico di fiducia. Oggi a Lecco è stata archiviata anche l'ultima pagina di questa intricata vicenda giudiziaria.

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale" il 12 aprile 2010. Si fa presto a parlare di intercettazioni invasive, eccessive, costose. La vicenda giudiziaria che vi stiamo per raccontare, costruita su spezzoni di conversazioni intercettate che non sarebbero state in realtà mai intercettate, dà l'idea di come il problema da affrontare a livello parlamentare sia in realtà molto più complesso. Partiamo dalla fine. E cioè dall'archiviazione del gip reggino Kate Tassone che su richiesta dei pm (con il procuratore capo Pignatone in testa) ha prosciolto tutti gli indagati dell'operazione «Gioco d'azzardo» che nel 2005 portò in galera 16 dei 43 personaggi finiti sott'inchiesta, fra cui l'ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, il giudice Giuseppe Savoca, gli imprenditori Salvatore Siracusano e Rosario Spadaro, il questore vicario Alfio Lombardo e molti altri. L'ipotesi iniziale dei magistrati era che vi fosse una sorta di comitato d'affari politico-mafioso, favorito da imprenditori vicini a Cosa nostra, con addentellati negli uffici giudiziari e di polizia. Un'associazione criminale che trafficava in armi e riciclava denaro sporco. A sostegno di questa tesi gli inquirenti portavano le dichiarazioni di alcuni pentiti e i contenuti di svariate intercettazioni. Pagano e soci finivano dritti in carcere, vi rimanevano sei mesi, salvo poi essere rimessi fuori dalla Cassazione e dal tribunale della libertà. Gli arrestati si sono sempre professati innocenti e hanno gridato subito al complotto giurando che quelle intercettazioni erano state contraffatte. Proprio così: «Sono false». «Le hanno manipolate». Possibile? Più che possibile, sostenevano gli ex indagati, visto che nel 2002 in un procedimento analogo a Milano l'ascolto di ben 58mila telefonate sugli stessi fatti aveva portato a un'archiviazione per l'imprenditore Siracusano sospettato di essere il riciclatore della mafia. Per un'ipotesi di violazione del segreto d'ufficio Milano spedì comunque il fascicolo in Calabria dove la Dia, riascoltando in particolare una di quelle 58mila intercettazioni (al Bar Grillo di Messina) riscontrava riferimenti inediti a partite di droga, armi, soldi sporchi, perfino ad allusioni sull'omicidio del professor Matteo Bottari. La Dia ha sempre negato d'aver giocato con le trascrizioni. Gli indagati hanno sempre sostenuto il contrario, e a dimostrazione di ciò a un certo punto hanno esibito i risultati di una doppia perizia tecnica sul nastro incriminato (che il consulente di un altro imputato si era premurato di duplicare anche se era stato giudicato inutilizzabile dagli inquirenti perché incomprensibile). Dalla pulitura della bobina emergeva così che i riferimenti ad armi e droga, a certi mafiosi, a determinate persone incensurate, in realtà non comparivano mai. Alle stesse conclusioni dei periti di parte arrivava il consulente nominato dalla procura di Catanzaro, dove nel frattempo il fascicolo era stato girato per competenza, che dopo aver ascoltato e riascoltato il nastro confermava che al contrario di quanto riportato dalla Dia effettivamente (al giro di nastro 01,07,942) non c'era alcun riferimento a un «bazooka», a partite di «cocaina e hashish», a «mezzo chilo di droga», a un mitragliatore «kalashnikov», a «cani antidroga». E nemmeno a uno dei 110 personaggi che secondo la Dia erano citati nell'intercettazione. Un giallo. Un mistero. Per la Dia, se qualcosa non torna, non è per dolo. Per la difesa degli indagati il dolo c'è ed è reiterato. La battaglia è tuttora aperta, tra frasi «inventate», frasi «tradotte male» o «interpretate». Al giro di nastro 00.06.36.17, ad esempio, i periti di Pagano e Siracusano giurano trattarsi di uno scambio di battute fra un cliente e un barista («un aperitivo analcolico», «analcolico?», «un crodino?»). Per la Dia, al contrario, trattasi di discorsi sul narcotraffico dove si discute di qualcuno che ha parlato incautamente al telefono e che viene definito un cretino («e iddi parrai chi telefoni», «fu cretinu»). Stessa frase, due versioni contrapposte: un crodino o fu cretinu? Sulle intercettazioni al Bar Grillo i periti Pititto e Baldo, nominati successivamente dal gip di Reggio Calabria a cui era tornata indietro la pratica, hanno dato torto alla Dia. E alle stesse conclusioni è giunto il direttore tecnico Delfino della polizia scientifica di Roma a cui la procura di Lecco ha delegato accertamenti essendo pendente, nel suo ufficio, un'ulteriore indagine sulle presunte manipolazioni delle intercettazioni nell'inchiesta Pagano-Siracusano. Ma c'è di più. A pagina 51 della richiesta di archiviazione dei pm reggini si fa poi cenno ad altre dodici intercettazioni disposte, stavolta, dalla procura di Reggio Calabria: quelle nello studio del commercialista Giancarlo Panzera, considerato un complice di Siracusano e Pagano nel tentativo di depistare gli inquirenti sulla provenienza di un bel po' di soldi sospetti, ritenuti inizialmente di provenienza illecita eppoi giudicati diversamente dai pm reggini perché considerati «introiti in nero ottenuti con le compravendite immobiliari». Sul punto i magistrati osservano come gà il tribunale della libertà «si era espresso freddamente» sulla portata delle nuove intercettazioni. E se il collegio non ha ritenuto di poter attribuire al materiale il significato accreditato dalla Dia, ciò è dovuto sia «alla mancanza di adeguata correlazione tra le conversazioni ritenute maggiormente significative e il materiale processuale», sia «per alcune significative divergenze segnalate dalle difese al Riesame tra le trascrizioni offerte dalla polizia giudiziaria e quelle realizzate dai consulenti della difesa. È chiaro, quindi, che a questo punto diviene necessario attribuire valore decisivo alla trascrizioni effettuate dai periti del gip, Pititto e Baldo, con particolare riferimento ai passaggi-chiave delle conversazioni ritenute maggiormente compromettenti». Quanto alle «nuove» intercettazioni, ancora i pubblici ministeri reggini rimarcano «come il raffronto tra la trascrizione effettuata dalla polizia giudiziaria (la Dia, ndr) e quella effettuata dai periti del Gip rende plasticamente la situazione di assoluta insostenibilità della chiave interpretativa accreditata nell'informativa Dia» con riferimento a un paio di conversazioni nelle quali «la divergenza fra il testo dell'informativa e quello dei periti si presenta nella massima divaricazione». Come se non bastasse, anche nel dispositivo d'archiviazione del 4 dicembre 2008 per il giudice Giuseppe Savoca, a proposito dell'intercettazione ambientale nel bar Grillo, si faceva presente che dalle successive operazioni di filtraggio e trascrizione della Dia criticate dalla difesa degli imputati, queste venivano «censurate dal Riesame» e «in seguito dichiarate nulle dal Gip». Che poi le ha trasmesse alla procura di Lecco, essendo stato commesso nella sua provincia, a Merate, il reato iniziale. Qui sono indagati i funzionari della Dia autori dei presunti taroccamenti denunciati dagli ex indagati. Se un capitolo si chiude con un'archiviazione, un altro resta da scrivere. E soprattutto da chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio.

ARRESTATO PER INTERCETTAZIONE INVENTATA DALLA DIA: LUI 5 MESI IN CARCERE E LORO ASSOLTI PER "MIRAGGIO ACUSTICO". Da voxnews.info l'8 marzo 2021. Su Quarta Repubblica di Nicola Porro. Errori giudiziari: il racconto di Matilde Siracusano. “La vita di mio padre distrutta da false intercettazioni”. “L’indizio era una intercettazione ambientale, che era una trascrizione completamente falsa. Dopo 5 mesi fu scarcerato e il tutto è finito con un proscioglimento da tutte le accuse per archiviazione”.

"Così certi magistrati hanno distrutto la vita di mio padre..." La storia di Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia, che ha visto arrestare ingiustamente il padre per una falsa trascrizione di un'intercettazione ambientale. Claudio Rinaldi - Mer, 10/03/2021 - su Il Giornale. Un’intercettazione trascritta male, a causa di un “miraggio acustico” di cui sarebbero stati vittima gli inquirenti, basta per rovinare la vita di una persona e di una famiglia intera. È l’incredibile storia che Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia e componente della commissione Giustizia, ha raccontato a Quarta Repubblica, il talk show di Nicola Porro. L’onorevole nel 2005 ha 19 anni, vive una vita tranquilla. Fino a quando, in una notte di maggio, gli uomini della Dia (la direzione investigativa antimafia) irrompono dentro casa per arrestare il padre. “Io e mia madre - racconta la deputata - pensavamo che si trattasse di un errore, che si sarebbe tutto risolto il giorno dopo”. E invece Salvatore Siracusano resta nel carcere Gazzi di Messina cinque mesi. L’accusa è delle più infamanti: concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e riciclaggio. L’inchiesta, chiamata “gioco d’azzardo”, coinvolge in totale 64 persone. Tra gli indagati ci sono avvocati, imprenditori e magistrati. Il faldone delle intercettazioni è enorme: 53 mila pagine. Ma c’è una registrazione ambientale in particolare che, secondo la procura di Messina, incastra il padre di Siracusano. È una conversazione di 32 minuti registrata all’interno di un bar nel quale si sarebbe parlato di traffico di armi e di droga, ma anche di mandanti di omicidi. Peccato che si tratti di un clamoroso falso, come spiega l’onorevole: “Non c’era assolutamente nulla, la trascrizione dell’intercettazione era totalmente inventata. L’audio in realtà era incomprensibile, non si distingueva alcunché di quello che mio padre diceva ai suoi due interlocutori, un magistrato e un avvocato”. E così Salvatore Siracusano resta dietro la sbarre, finché non interviene il tribunale del riesame che ordina la sua scarcerazione. Ma la definitiva assoluzione arriva solo dopo diversi anni: le posizioni di tutti i 64 indagati vengono archiviate dalla procura. “Il processo non si celebra nemmeno. Nessuno viene rinviato a giudizio, tutti innocenti”. Ma l’amarezza resta e anche numerose domande. Com’è potuto succedere che un’accusa così infamante sia stata portata avanti sulla base di un’intercettazione completamente inventata? Per ristabilire la verità, questa volta sotto accusa vengono messi i cinque inquirenti. Ma anche per loro alla fine arriva il proscioglimento. “Oltre al danno la beffa perché una perizia ordinata dal giudice per l’udienza preliminare discolpa gli inquirenti con una motivazione che non si è mai sentita prima”, dice Siracusano. E infatti nella perizia, datata 5 maggio 2008, emerge l’assurda causa che avrebbe indotto chi indagava all’errore: “Essendo così degradato il segnale acustico (…) molto spesso o quasi sempre. Quando si fanno questo tipo di trascrizioni, c’è il pericolo che quello che viene trascritto, è semplicemente un "miraggio acustico", cioè io sento perché mi convinco di sentire così”. In pratica gli inquirenti si sono convinti di aver sentito delle parole che non sono mai state pronunciate e per i magistrati questa cosa può evidentemente capitare, non merita di essere condannata così come ha confermato la Cassazione. “È una vergogna. L’inchiesta che ha portato all’arresto di mio padre è nata per colpire altri giudici, è stata una guerra tra bande. Peccato che - commenta con amarezza Siracusano - di mezzo ci siano andate persone innocenti”. Ora non resta che il ricordo di quelle settimane drammatiche: “Non dimenticherò mai il rumore della chiave dell’ufficiale di polizia penitenziaria che chiudeva il cancello di quella stanza dove andavo a trovare mio padre che nel frattempo diventava sempre più magro, sempre più devastato. E non dimenticherò mai la gogna mediatica. L'unico che scrisse a favore fu Gian Marco Chiocci. Fu uno stillicidio...".

Una trascrizione falsa? No, "miraggio acustico". Assolti gli inquirenti che nel 2001 coinvolsero con delle intercettazioni un politico e un giudice in un’inchiesta di mafia. Gian Marco Chiocci - Mar, 27/12/2011 - su Il Giornale. «Miraggi» e «miracoli acustici» archiviano la vergogna delle intercettazioni taroccate. È la storia del discusso proscioglimento davanti al gup di Lecco di alcuni ispettori della Dia di Messina indagati per aver trascritto in modo fantasioso, nel luglio del 2001, alcune intercettazioni in un bar della città siciliana dal contenuto in realtà assolutamente «non udibile». Presunte chiacchierate attribuite a tre persone (arrestate insieme ad altre tredici, tutte scagionate prima del processo) dove si sarebbe fatto cenno a fatti gravissimi: traffico d’armi, rapporti con cosche mafiose, smercio di grosse quantità di stupefacenti, corruzioni di giudici, addirittura un omicidio. Bene (si fa per dire). Nel nastro originale alla base dell’inchiesta che manderà in galera l’ex sottosegretario Santino Pagano, il giudice Giuseppe Savoca, imprenditori dello Stretto e quant’altro, s’è poi scoperto che nulla di quanto era stato trascritto dalla Dia figurava nella bobina. Niente si sentiva. Le consulenze tecniche, di parte e quelle super partes, l’hanno accertato. Ed hanno anche evidenziato come risultassero espressioni attribuite a soggetti maschili quando le voci erano nitidamente femminili, come non c’era alcun riferimento a cognomi e luoghi nonostante nel rapporto della Dia emergessero nomi propri ripetuti ben 161 volte con le indicazioni di 96 posti. E ancora. Come frasi prive di qualsiasi rilievo penale, perfettamente riscontrabili azionando «play» sul registratore, erano state letteralmente sostituite con altre di significato gravemente indiziario a carico degli imputati. Nel motivare la sua decisione assolutoria il gup ha premesso che forse le intercettazioni non dovevano essere trascritte causa la pessima qualità dell’audio, ma che data l’alta soggettività delle interpretazioni, proprio a causa della cattiva qualità del sonoro, non si poteva escludere in astratto che quelle frasi fossero state effettivamente presenti nella registrazione. Traduzione: anche se tutte quelle parole non si sentono, e se nessuno dei tanti periti che hanno ascoltato i nastri le hanno sentite, non vuol dire che esse non esistano visto che i poliziotti le hanno sentite e trascritte. Dunque la non udibilità del contenuto del nastro, secondo il gup, determina l’impossibilità di stabilire con certezza l’esistenza «del falso». Con un durissimo ricorso per Cassazione, i difensori delle parti civili contestano questo modo di ragionare. Tanto per cominciare rimarcano come il gup avrebbe potuto facilmente accertare il contenuto del nastro facendo ascoltare in aula i brani contestati «e invece inspiegabilmente rifiutava di procedere all’acquisizione di tale prova ritenendola superflua e non necessaria, salvo poi, in stridente contrasto con tale situazione, ritenerla (implicitamente) decisiva avendo posto a base della sua pronuncia liberatoria proprio il mancato accertamento dell’effettivo contenuto della registrazione». Di fronte a tante e ripetute anomalie il perito nominato dalla procura di Lecco, il direttore tecnico della polizia scientifica Delfino, ha ammesso di non essere in grado di dare una spiegazione su buona parte dell’operato dei colleghi. Su altra parte del materiale trascritto, l’esperto si rifà all’ipotesi di un «miraggio acustico o uditivo», in qualche modo avallata dal gup. Un particolare fenomeno che colpisce chi, avendo conoscenza della indagini, e dei nomi e dei posti oggetto di accertamenti di polizia, possa credere di sentire nelle intercettazioni nomi e fatti che nelle intercettazioni poi non si ritrovano. Capita di rado, ma capita. A un trascrittore, non a più poliziotti in cuffia. Al massimo per una frase, non a decine. Scrive l’avvocato Alberto Gullino alla Suprema Corte: così rischiamo di «trovarci di fronte a un miraggio uditivo collettivo e reiterato che colpisce più persone in momenti differenti», che trae in inganno i tre della Dia che avrebbero creduto di sentire tutti esattamente le stesse cose in occasioni diverse, distanti nel tempo, in intercettazioni inascoltabili a sentire gli esperti. Lo stesso super consulente Delfino alla fine l’ha dovuto confessare: «Questa è la prima volta che mi capita che su 30 minuti ci siano tutte queste discrepanze». Tornando al sonoro, chiosa il legale della parti civili, il gup sembra essersi convinto di trovarsi al cospetto più che di un miraggio, di un «miracolo acustico». Quando la giustizia passa per Lourdes.

Morto in Polonia Salvatore Siracusano, imprenditore ed ex Assessore. Mondonuovo il 20 dicembre 2019. Morto in Polonia Salvatore Siracusano, noto imprenditore ed ex Assessore al Comune di Messina. La notizia si è sparsa in città rapidamente con un passa parola velocissimo partito da ambienti vetero democristiani, ma ben presto approdati nell’ambito di Forza Italia, considerato che la figlia, Matilde, è parlamentare in carica di quel partito. Si è saputo che i funerali si svolgeranno a giovedì 12 a Breslavia, in Polonia, dove il costruttore messinese viveva e lavorava ormai da moltissimi anni. Nella prossima settimana i parenti ed i numerosi amici organizzeranno una cerimonia a Messina per celebrare la sua memoria nella città che gli ha dato i natali 76 anni fa e che lo ha visto protagonista della politica e dove è stato anche un rilevante operatore economico del settore edilizio. A Matilde ed ai familiari tutti le condoglianze del direttore e della redazione di Mondo Nuovo News.

Da messinaindiretta.it. Siracusano Matilde Siracusano è nata a Messina il 26 aprile del 1985. È una parlamentare della Repubblica Italiana. Ha conseguito la laurea in scienze politiche all’Università di Messina. Dopo il diploma si è trasferita a Roma, dove ha proseguito gli studi presso la LUISS School of Government conseguendo un master in affari politici italiani (MAPI). Candidata nella lista di Forza Italia nel 2018. È stata eletta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Sicilia 1. Attualmente fa parte del gruppo parlamentare di Forza Italia-Berlusconi Presidente. Dall’8 febbraio 2019 fa parte della II Commissione Giustizia. Matilde è figlia dell’imprenditore messinese, recentemente scomparso, Salvatore Siracusano. Suo padre fu assessore ai lavori pubblici della provincia di Messina e proprietario di un’emittente televisiva siciliana negli anni ‘80. Nel 2012 inizia a lavorare alla Camera dei deputati presso i gruppi parlamentare dell’UDC e di Scelta Civica per l’Italia. In seguito ha lavorato con i deputati del Gruppo Misto della Camera dei deputati, Giovanni Monchiero, Edoardo Nesi e Andrea Vecchio. Dal 2013 si occupa di coordinare e organizzare gli eventi dei gruppi giovanili di Scelta Civica per l’Italia, all’interno dell’ufficio rapporti con il territorio. POLITICA Messina: Siracusano (FI), maggioranza vuole rinvio pdl per stop baraccopoli, una sciagura per Messina 3 Novembre 2020 - 17:10 messinaindiretta “Questo pomeriggio – dopo l’audizione dell’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) di Messina – si è riunito…

Matilde Siracusano, da aspirante giornalista a candidata di FI a Messina e Bagheria. Intervista di Ferdinando Cavaleri lecodelsud.it il 30 gennaio 2018. Matilde Siracusano, giovane sorpresa messinese di queste Politiche 2018, è l’espressione della nuova generazione di laureate che con determinazione e tenacia perseguono un obiettivo, non sanno bene cosa faranno da grandi ma si spendono con energia e fantasia pur di conseguire un risultato importante, quale che sia purché gratificante personalmente e socialmente. Candidata per Forza Italia nell’uninominale collegio di Messina e nel plurinominale di Bagheria-Monreale, laurea in scienze politiche e master alla Luiss in affari politici italiani ha assaporato il clima di Montecitorio perché, come pratica post università ha trovato collocazione nell’ufficio legislativo della Camera lavorandoci per sette anni. A proposito della parentela con l’onorevole Antonio Martino, la Siracusano precisa che il nonno del padre, Mariano Costarelli ed il ministro Gaetano Martino – papà di Antonio – erano figli di due sorelle: le Roberto, poi… sorridendo aggiunge: “Il grado di parentela, studiatelo voi”. Per una ragazza desiderosa di imporsi e ampliare il proprio orizzonte, il passo da Messina a Roma è stato breve e costellato di opportunità che l’hanno aiutata a farsi notare, compresa l’esperienza da finalista in Miss Italia con la fascia di Rocchetta-Sicilia.

Adesso il salto in politica con Forza Italia da “berlusconiana di ferro”.

“Ho sempre apprezzato Berlusconi per le sue straordinarie capacità. E’ stato il primo a parlare di abbassamento delle tasse per far ripartire il Paese. La sua rivoluzione fiscale con l’aliquota unica al 23% è l’unica in grado di dare respiro alle imprese, ai liberi professionisti, alle partite Iva, il solo modo per non far scappare gli imprenditori e aiutare i giovani che altrimenti non possono neppur cominciare un’attività”

La candidatura è arrivata all’improvviso?

“L’ho desiderata sin da universitaria. Ho cercato spazi e mi sono preparata a questa evenienza. Oggi per l’esperienza maturata mi sento pronta ad affrontarla. Ho conosciuto il Cavaliere in un congresso di giovani in cui lui ha molto insistito sulla necessità di un ricambio generazionale. Poi mi ha chiesto di inviargli un curriculum. Ed è partito il tutto, con la condivisione anche da parte del coordinatore siciliano Micciché”.

Casualità e perseveranza insieme?

“Tenga conto che non sono tantissime le donne interessate a occuparsi di politica, mentre la legge elettorale impone una quota “rosa” del 40%”. Io ci pensavo da tempo, desiderosa di impegnarmi per il mio territorio, fare da ponte tra la Sicilia e Roma. Ma non era l’unica ambizione, mi sarebbe piaciuto anche fare la giornalista”.

A proposito di Ponte e dell’iniziativa di Renzi di ripescarlo, qual è la sua idea?

“Sono favorevole al collegamento stabile nello Stretto, credo sia una straordinaria svolta. Quanto a Renzi, mi ha deluso perché mi aspettavo di più. Ma ha sbagliato tante cose”.

Ma chi è la forzista Matilde Siracusano? Bernardette Grasso il 27 Gennaio 2018 su pippogaliponews.it. Stamattina, all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario Bernardette Grasso ha allargato le braccia: ” Matilde Siracusano? L’ha scelta Berlusconi in persona. Può piacere o meno, ma così va il mondo…”. La figlia di secondo letto del chiacchieratissimo faccendiere ed ex assessore ai Lavori Pubblici ” Salvaturazzo” aveva conquistato le cronache già nel maggio 2005. A Miss Italia. Era almeno da podio, come scrisse il Corsera, poi venne fatta fuori per l’accostamento con i problemi giudiziari del padre, peraltro prosciolto poco tempo dopo con tutti i convolti nell’operazione Gioco d’azzardo. Certo, disse di non sapere dove fosse ilo papà e di avere pochi rapporti con lui ma Mirigliani capì e ordinò la sua eliminazione. Matilde era grande amica di Francesca Chillemi, la barcellonese che conquistò la fascia di più bella d’Italia, e non è mai stato approfondito il vero motivo di una eliminazione che provocò anche una crisi nella ragazza. Oggi superata. Come è facile intuire. Sposata da qualche anno con un ufficiale dell’Aeronautica, matrimonio da favola in un Relais capitolino che si disse fierissimo di averla ospitata, è stata collaboratrice parlamentare. Di Andrea Romano, il livornese che è ritornato nel Pd e che è stato condirettore (gratis) dell‘Unità con Staino. E poi di Rabino, un girovago dell’area Monti. Oggi Matilde è berlusconiana doc. Ma è normale. qualcuno ricorderà l’amicone di famiglia e socio in affari, Santino Pagano. Al governo stava a sinistra e alla Provincia a destra. Il trio Siracusano- Pagano- D’Alia senior nel ’94 invitò gli elettori della destra di non andare a votare. E consegnarono Messina a Franco Provvidenti.

Matilde Siracusano, da Miss Italia 2005 a collaboratrice parlamentare. Gianfranco Pensavalli su Messina Ora l'11 settembre 2016. L’ultima edizione di Miss Italia non ha portato tanta fortuna alla messinese di Itala Marina Clara Muscherà, molto amica fin dai tempi del liceo di Giulia Arena, miss Italia 2013. E la sua uscita prematura ha riportato alla mente quel che accadde nel 2005. Con Matilde Siracusano, figlia dell’assessore ai Lavori Pubblici di Messina, Salvatore. Era almeno da podio, come scrisse il Corsera, poi venne fatta fuori per l’accostamento con i problemi giudiziari del padre, peraltro prosciolto poco tempo dopo con tutti i convolti nell’operazione Gioco d’azzardo. Altri tempi. Matilde era grande amica di Francesca Chillemi, la barcellonese che conquistò la fascia di più bella d’Italia, e non è mai stato approfondito il vero motivo di una eliminazione che provocò anche una crisi nella ragazza. Oggi superata.

Sposata da un anno con un ufficiale dell’Aeronautica, matrimonio da favola in un Relais capitolino che è fierissimo di averla ospitata, da un paio di anni è collaboratrice parlamentare. Di Andrea Romano, il livornese che è ritornano nel Pd e che è condirettore (gratis) dell‘Unità con Staino. Ah, nell’anno di Matilde fu clamorosa seconda Anna Munafò da Milazzo, tempo fa “tronista”. (@G.Pensavalli)

Salvatore Siracusano querela cronista:attacca me per colpire Matilde candidata. Tempo Stretto lunedì 12 Febbraio 2018.  L'imprenditore messinese ha querelato per calunnia e diffamazione il giornalista Pensavalli per un post su facebook: "E' in atto una campagna di delegittimazione". La replica del cronista. La campagna elettorale per le Politiche in riva allo Stretto avrà strascichi giudiziari. Dalla Polonia infatti, dove vive da alcuni anni l’imprenditore messinese Salvatore Siracusano, papà di Matilde, candidata di Forza Italia nel collegio uninominale di Messina, è scattata la querela per calunnia e diffamazione a mezzo stampa nei confronti del giornalista Gianfranco Pensavalli per un post su facebook. Il post risale al 1 febbraio e partendo dalle polemiche scaturite dalla candidatura di Matilde Siracusano (mal digerita all’interno del partito e del centro-destra), ripercorre fatti e inchieste risalenti a 12 anni fa e che hanno coinvolto il padre. Secondo l’imprenditore da parte di Pensavalli ci sarebbe il chiaro intento di colpire la candidata riportando alla luce quei fatti senza raccontare come poi è andata a finire e facendola apparire come figlia di un impresentabile. “Si vuol usare strumentalmente il mio passato per motivi politici, contro mia figlia– spiega Siracusano- Nei mei confronti non solo non c’è stata alcun rinvio a giudizio, ma richieste di archiviazione”. In particolare a far saltare sulla sedia Siracusano sono stati i riferimenti nel post ad alcune intercettazioni ambientali dell’epoca e all’omicidio Bottari, nel quale Siracusano non ha nulla a che vedere spiega nella querela presentata a Roma attraverso i suoi legali. L’inchiesta all’epoca vide coinvolti anche magistrati ed un sottosegretario. “La complessa indagine a mio carico era fondata su semplici illazioni e supposizioni e su dati oggettivi di scarsa consistenza probatoria ma che erano stati recepiti acriticamente ancorché fossero in qualche caso falsi, sempre comunque interpretate allo scopo di addossare responsabilità penali gravissime a carico degli allora indagati, con valutazioni che poi tutte si sono dimostrate inconcludenti ed errate. L'Autorità giudiziaria che se ne occupò all'epoca, ossia la Procura Generale di Reggio Calabria, aveva avocato un procedimento penale del quale era stata richiesta l'archiviazione per insussistenza di ipotesi di reità di qualsivoglia tipo a carico di soggetti noti della Città di Messina. Lo sviluppo successivo delle indagini avocate, comportò in effetti la richiesta e l'effettivo mio arresto, che successivamente la Corte di Cassazione annullò, rimettendo gli atti al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, che li rivalutò analiticamente e dispose la scarcerazione non solo mia ma di tutti gli altri arrestati. L'Ufficio di Procura Ordinaria della Repubblica di Reggio Calabria, al quale il monumentale fascicolo fu poi trasmesso, dopo minuziose e puntuali indagini, esperimento di consulenze tecniche ed esame di persone informate, rassegnò due distinte richieste di archiviazione per tutto l'ampio compendio dei reati in addebito (dall'associazione a delinquere di stampo mafioso, alla corruzione, al favoreggiamento), chiedendo ed ottenendo l'archiviazione del procedimento, adottato poi da due diversi Gip della stessa Sede, dott. Leonardo e dott.ssa Tassone, ad iniziativa di un nutrito pool di magistrati requirenti, coordinato dal Procuratore capo dott. Pignatone, senza che successivamente sia sopravvenuto alcun elemento che potesse determinarne la riapertura, neanche a distanza di quasi dieci anni. Nella prima fase delle indagini furono pubblicate notizie a dir poco grottesche, quali collegamenti e finanziamenti con Al Qaeda ( ! ), corruzione in atti giudiziari ( ed invero era coinvolto un magistrato della sede di Messina, anch'egli completamente scagionato e prosciolto ) anche sulla base di dati orali captati nel corso di un colloquio ambientale, forse dolosamente artefatto e comunque travisato che poi, meglio esplorati, risultarono innocui, lecitissimi ed irrilevanti; addirittura fu illazionata, senza che ne sussistesse affatto alcun accredito, una qualche forma di conoscenza dei dialoganti, ed io ero tra quelli, su un commesso gravissimo delitto, l'omicidio di un professionista messinese, il dott. Matteo Bottari, rimasto da allora impunito. I dati esposti sul profilo Facebook si limitano a riportare con sintesi discutibile e neanche con esattezza quelle che erano i risultati delle prime embrionali indagini, la cui portata colpevolizzante sulla mia persona, allora solo indagato, poi si dissolsero nella loro totalità. Tanto è vero che per alcuna delle ipotesi delittuose poste a mio carico o in addebito ai presunti complici, giammai fu dichiarato proscioglimento nel rito per prescrizione o altro, ma sempre e comunque di puro merito, ed addirittura in via anticipata con richiesta di archiviazione, conformemente accolta, e senza perciò neanche richiesta di rinvio a giudizio con il promovimento dell'azione penale. Per i fatti descritti, non sono stato mai imputato, non sono stato perciò neanche giudicato ed assolto, e non credo che vi sia nell'ordinamento penale forma di disimpegno più ampiamente liberatoria di quella che mi è stata riservata. Il pezzo scritto e divulgato sembra funzionale a ledere ingiustamente l'onorabilità di mia figlia, Matilde Siracusano, che è attualmente impegnata quale candidata al Parlamento italiano nelle prossime consultazioni elettorali del 4 marzo 2018 e devo temere che sia in atto una campagna di delegittimazione a mezzo di diffamazione nell'intento appunto di contrastarne l'elezione mediante la diffusione di calunnie sulla mia persona”.

Replica Gianfranco Pensavalli: "E' una dichiarazione di guerra? E guerra sia. E' stato Claudio, il fratello di Matilde ad iniziare per primo dicendo che la sorella subiva attacchi per il suo passato ma aveva le spalle larghe. Tutto quello che scrive Siracusano l'ho scritto con Roberto Gugliotta nel libro Messina capitale d'Italia. I fatti sono reperibili sul web. E' vero o no che Matilde Siracusano in corsa per Miss Italia venne eliminata su ordine di Mirigliani perchè si temeva un danno d'immagine vista la situazione del padre? Sul caso Bottari ero presente nello studio di un avvocato reggino quando venne sbobinata la cassetta e la sua voce c'era. Il resto è storia che riguarda la magistratura di Reggio e di Lecco dove fu indagata la Dia di Messina per alterazione….di intercettazione. Ritengo inopportuna la candidatura di Matilde Siracusano ma è un discorso complesso, servirebbe un'enciclopedia di numerosi tomi ad iniziare dal complesso Le Terrazze"

NOTA DELL’AVVOCATO GIUSEPPE RENATO MILASI– Il libro al quale fa riferimento Pensavalli nella sua replica, “ Messina Capitale d’Italia” edito nella primavera dell’anno 2005, non poteva contenere gli sviluppi successivi delle indagini giudiziarie appena avviate, e che si sono esitate nelle forme liberatorie degli incolpati già documentate soltanto negli anni 2008 e 2010. Obbligo deontologico imponeva l’adeguata rettifica del post e non certamente la mera, colposa o dolosa, reiterazione. Che la dott.ssa Matilde Siracusano sia stata esclusa dalle finali di Miss Italia su ordine del patron della manifestazione Mirigliani, preoccupato per la perdita d’immagine del concorso per le note evenienze giudiziarie in cui era allora coinvolto il padre, che sia vero o falso può provarlo solo chi lo afferma, se ha prove, o confermarlo chi avrebbe operato tale indegna discriminazione ed in che modo, soprattutto, avrebbe potuto condizionare i componenti della giuria che hanno eliminato la concorrente. Appare però interessante quanto il Pensavalli afferma in ordine alla sua presenza nello studio di un non identificato avvocato reggino allorchè fu sbobinata la audiocassetta che conteneva i dialoghi scambiati presso il Caffè Antico di Messina, tra il sig. Siracusano, un avvocato ed un magistrato, tutti di Messina. Dovrà il sig. Pensavalli riferire al Pubblico Ministero di Roma, ove è incardinato il procedimento a seguito della querela del sig. Siracusano, quale veste avesse per partecipare a questa sessione di studio e di privata consultazione di un dato istruttorio ancora secretato o comunque in attesa di essere disaminato nella sua effettività a mezzo di consulenza tecnica d’ufficio. Quanto all’anticipata divulgazione in più tomi della questione che riguarda il complesso residenziale Le Terrazze, è bene che il sig. Pensavalli dia luogo alla stura delle sue conoscenze sull’argomento, in modo che, a sua volta, il sig. Siracusano possa rammentargli il contenuto del confronto giudiziario che hanno avuto sull’argomento allorchè il Giudice Cisterna, in Reggio Calabria, li convocò entrambi negli Uffici di Procura, ed all’esito del quale ritrattò quanto aveva affermato su presunte collusioni dell’allora imprenditore messinese con magistrati.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 5 marzo 2021. «Adesso sono alla polizia postale a fare denuncia, ci sentiamo dopo». Alle 17,30 la voce di Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d' Italia, tradisce il nervosismo. Quella che era iniziata come una anomalia un po' inquietante ma forse innocua, una stranezza su cui poche ore prima Crosetto aveva anche scherzato, si è trasformata in una aggressione in piena regola: aggressione telematica, di fronte alla quale il gigantesco ex sottosegretario si è scoperto più vulnerabile che da un agguato fisico. Prima ad andarci di mezzo è stato il suo telefonino, poi il suo profilo Twitter, le mail, i dati personali: l' extension virtuale della personalità di tutti noi. Crosetto si è sentito accerchiato e attaccato: e quando si siede davanti ai funzionari della Postale a presentare la sua denuncia, nella premessa mette nero su bianco le sue convinzioni. L' attacco, dice, arriva dopo che ho preso di mira i signori delle intercettazioni, il sistema malato che infetta le comunicazioni di chiunque violando la legge e la Costituzione. Tutto nasce in tutt' altro clima a metà mattinata, quando Crosetto cinguetta il suo primo messaggio: «Oggi l' altro mio telefono, il mio personale, è comandato da remoto: scrive da solo, non mi lascia accedere alle funzioni, cancella e manda mail, ha appena mandato un tweet senza che io lo volessi, Diciamo che questa storia dei trojan è scappata di mano». Tra il serio e il faceto, insomma, il braccio destro di Giorgia Meloni ipotizza che se lo smartphone di casa fa i capricci la colpa sia di una intercettazione maldestra. Lo scenario cambia bruscamente alle tre di pomeriggio, quando il messaggio lanciato da Crosetto in mattinata sparisce improvvisamente da Twitter. Anzi, a sparire è l' intero profilo dell' ex deputato azzurro, risucchiato misteriosamente nel nulla. Da un momento all' altro, Crosetto si ritrova privo di una identità digitale. E insieme alla identità spariscono i pensieri, le accuse, le domande lanciate negli ultimi anni nel web. La reazione è ben diversa. L' uomo si allarma, e decide di non restare con le mani in mano. Va alla polizia e denuncia tutto, sia le recenti stranezze dello smartphone che le irruzioni pomeridiane sui suoi account: «Due fatti che viene istintivo collegare tra di loro, anche se è difficile ipotizzare quale sia il legame», spiega Crosetto ieri sera. Ad allarmare l' esponente di Fdi è soprattutto l' aggressione al profilo Twitter: «I malfunzionamenti del telefono li avevo presi quasi con spirito, questa seconda violazione invece ha un valore molto superiore. Il risultato è la cancellazione di tutte le mie opinioni espresse in questi anni sul sistema delle intercettazioni, sull' utilizzo illegittimo degli strumenti di controllo da parte di apparati dello Stato e della magistratura. Io do molto più importanza a questa parte dell' aggressione perché la considero un tassello della battaglia che sto combattendo, una battaglia che dura da anni in cui denuncio l' utilizzo in modo non ortodosso delle intercettazioni da parte di organi dello Stato». Uno scenario che fa paura? «Fa paura a me, in Italia invece ormai appare tutto normale, normale che conversazioni penalmente irrilevanti vengano intercettate e finiscano il giorno dopo sui giornali. Il paese si è abituato a tutto questo, tollera il sistema come se non violasse in permanenza le leggi e la Costituzione». Una vendetta o un messaggio da parte di chi sa dove mettere le mani, insomma. A meno che non ci sia di mezzo il lavoro di Crosetto in Orizzonte sistemi navali, azienda bellica hitech controllata da Leonardo: «Non credo proprio - dice lui - tengo tutto separato per motivi di sicurezza».

«Adesso basta: il Csm fermi gli abusi dei pm». Simona Musco su Il Dubbio il 28 Feb 2021. Avvocati intercettati, parla Vincenzo Comi, presidente dei penalisti romani: «L’esercizio del diritto alla difesa viene mortificato. Chi di dovere lo difenda: ne va della Costituzione». «Intercettiamone uno, intimidiamo tutti gli altri». La Camera penale di Roma non ci va leggera. Perché quello che riguarda Pier Giorgio Manca, avvocato 75enne del foro capitolino, indagato dalla Procura di Roma con l’accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, non è un caso isolato. Il tema è delicato: l’abitudine delle procure di intercettare gli avvocati nelle conversazioni con i propri assistiti. Una violazione dell’articolo 103 del codice di procedura penale, che dispone che i colloqui tra difensore e indagato non solo non siano utilizzabili, ma non possano nemmeno essere intercettati. Il quinto comma dell’articolo, infatti, stabilisce che «non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari né quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite». Il colloquio tra difensore e assistito, dunque, è inviolabile, in quanto mezzo essenziale ai fini dell’attività difensiva, che non può subire alcun tipo di controllo esterno. Se tale libertà non venisse garantita, il rapporto difensivo risulterebbe compromesso, così come il contraddittorio. Un principio sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui il diritto alla riservatezza dei colloqui tra avvocato e assistito rientra tra le «esigenze elementari del processo equo in una società democratica». Ma troppo spesso tale regola viene bypassata. E nonostante gli esposti al Csm e alla procura generale della Corte di Cassazione, di cui la stessa Camera penale capitolina si è fatta promotrice, nessuna sembra fornire risposte. Il caso Manca riguarda un’inchiesta relativa ad un traffico di droga proveniente dalla Colombia, gestito da un’organizzazione di tredici persone, ai cui vertici ci sarebbero tre militari e il penalista romano, accusato di aver consentito la circolazione d’informazioni tra i componenti dell’organizzazione criminale e di aver fornito assistenza morale e materiale ai detenuti del clan. Ciò sulla base di due anni di intercettazioni video e audio all’interno del suo studio legale e sul suo cellulare. Un modus operandi che ha spinto la Camera penale «a esprimere sdegno e preoccupazione», in quanto mina alla base «il ruolo fondamentale che la Costituzione assegna al difensore nel quadro degli equilibri processuali insiti nel concetto di giusto processo e di Stato di diritto». La questione è delicata. Per i giustizialisti, la “pretesa” garantita dalla legge – di sfuggire ai sistemi di intercettazione significherebbe aspirare all’impunità. Ma la realtà è che le strategie difensive, a tutela del contraddittorio, principio sacrosanto del giusto processo, non dovrebbero essere violate. «Lo studio di un avvocato è luogo dove ogni giorno decine di clienti elaborano strategie difensive e scambiano con il proprio difensore notizie coperte da segreto professionale che la legge protegge da ogni tipo di intromissione o di interferenza indebita», afferma la Camera penale. Che proprio recentemente, a seguito delle intercettazioni a carico dell’avvocata Roberta Boccadamo, difensore di Giovanni Castellucci, coinvolto nell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi a Genova, ha presentato un esposto al Csm e alla procura generale della Corte di Cassazione per denunciare la violazione della norma che tutela la segretezza del conversazioni tra difensore e indagato. «Riteniamo che sia giunto il momento di una forte presa di posizione dell’avvocatura, che non può vedere violato un luogo che deve invece rimanere inviolabile a garanzia di tutti e a fronte del necessario e corretto bilanciamento degli interessi in gioco», continua la Camera penale, ribadendo la centralità del ruolo del difensore nel processo «e l’esigenza che esso venga garantito in tutte le sue espressioni, contro ogni forma di indebita compressione». Una posizione per la quale chiama in causa anche la magistratura, riservando ulteriori iniziative a tutela delle garanzie difensive. «Non vogliamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria – spiega al Dubbio Vincenzo Comi, presidente della Camera penale -, ma prendere posizione su una pratica che va assolutamente stigmatizzata. L’esercizio del diritto di difesa, seppure con i limiti previsti dalla normativa vigente, deve essere pienamente consentito nell’interesse degli avvocati, ma principalmente nell’interesse dei cittadini che sono coinvolti in un processo». Secondo Comi, eventi del genere rischiano di intimidire l’azione degli avvocati, soprattutto dei più giovani. «La nostra presa di posizione non è a favore di un singolo caso sottolinea -, ma a difesa della funzione. Se queste sono le premesse, sono evidenti le difficoltà ad esercitare il nostro ruolo con la schiena dritta. La nostra è una professione difficile, il diritto alla difesa deve essere sempre garantito». Gli esposti della Camera penale, al momento, non hanno ricevuto risposta. Ma i penalisti romani continuano a sollecitare una verifica, con una vera e propria presa di posizione politica per rivendicare il diritto alla difesa.

«Le procure intercettano gli avvocati». L’allarme dei penalisti di Roma. Il Dubbio il 26 Feb 2021. «Per oltre due anni intercettazioni video e audio nello studio legale e sul dispositivo mobile di uno stimato collega del nostro Foro! Questi fatti di cronaca, appresi di recente e riguardanti un’inchiesta che ha coinvolto uno stimato collega del nostro Foro, inducono il Direttivo della Camera di Roma a esprimere sdegno e preoccupazione per un modus operandi che dimostra ancora una volta come le Procure abbiano in spregio la norma dell’art. 103 c.p.p.». «Per oltre due anni intercettazioni video e  audio nello studio legale e sul dispositivo mobile di uno stimato collega del nostro Foro! Questi fatti di cronaca, appresi di recente e riguardanti un’inchiesta che ha coinvolto uno stimato collega del nostro Foro, inducono il Direttivo della Camera di Roma a esprimere sdegno e preoccupazione per un modus operandi che dimostra ancora una volta come le Procure abbiano in spregio la norma dell’art. 103 c.p.p. che, come è noto, prevede il libero svolgimento del mandato difensivo, ponendo al riparo da indebite intrusioni il Magistero dell’Avvocato». È quanto si legge in una nota del Direttivo della Camera Penale di Roma. «La stessa idea di uno studio legale sottoposto a controllo continuativo e costante da parte di una Procura della Repubblica mina alla base il ruolo fondamentale che la Costituzione assegna al difensore nel quadro degli equilibri processuali insiti nel concetto di Giusto Processo e di Stato di diritto – affermano i penalisti romani – Lo studio di un Avvocato è luogo dove ogni giorno decine di clienti elaborano strategie difensive e scambiano con il proprio difensore notizie coperte da segreto professionale che la legge protegge da ogni tipo di intromissione o di interferenza indebita». «Da poco abbiamo assistito ad altri fatti intrusivi nello svolgimento del mandato difensivo e li abbiamo denunciati anche agli organi di disciplina (Csm e Pg della Suprema Corte, se mai interverranno); il che dà conferma di quanto venga poco rispettata la norma del codice di rito. Riteniamo – prosegue la nota – che sia giunto il momento di una forte presa di posizione dell’Avvocatura, che non può vedere violato un luogo che deve invece rimanere inviolabile a garanzia di tutti e a fronte del necessario e corretto bilanciamento degli interessi in gioco, ricordando ai Signori inquirenti che la norma di cui all’articolo 103 c.p.p. è una diretta applicazione del principio del Giusto Processo». «Il Direttivo della Camera penale ribadisce la centralità del ruolo del difensore all’interno del processo e l’esigenza che esso venga garantito in tutte le sue espressioni, contro ogni forma di indebita compressione; considera premessa necessaria di qualsivoglia confronto la condivisione da parte della Magistratura del principio di inviolabilità del diritto di difesa in modo da escludere alla radice il rischio di ripetersi di situazioni del genere; si riserva di intraprendere tutte le ulteriori iniziative necessarie per garantire i diritti dei difensori e dei loro assistiti» conclude la nota dei penalisti romani.

«Io, avvocato, intercettato mentre parlavo col mio assistito». Simona Musco su Il Dubbio l'8 gennaio 2021. Captazioni selvagge, arriva il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un ricorso alla Cedu contro le intercettazioni selvagge delle conversazioni tra avvocato e assistito. È quanto ha deciso di fare l’avvocato Nicola Canestrini, del foro di Rovereto, che ha manifestato una lesione del diritto di difesa. Canestrini, come diversi altri colleghi, ha ritrovato nei brogliacci allegati alle informative contenute nei fascicoli di indagine alcune intercettazioni intrattenute con il proprio cliente. «Si trattava di una persona detenuta che si trovava a 200 chilometri dal mio ufficio spiega al Dubbio -, potevamo solo telefonarci per metterci d’accordo sulle strategie difensive. Era il momento di decidere se ricorrere o meno al Riesame. Leggendo i brogliacci ho trovato trascritte nel fascicolo le nostre telefonate». Canestrini è chiaro: «Quanto prescritto dall’articolo 103 del codice di procedura penale è solo apparente e illusorio, in quanto il diritto di riservatezza non viene tutelato. La Cassazione, infatti, sostiene che tale articolo non preveda un divieto assoluto di intercettazione ex ante, ma implichi una verifica postuma del rispetto dei limiti». Insomma, secondo la Suprema Corte, dal momento che l’avvocato non gode di alcuna immunità, è possibile intercettarlo per verificare se sussistano o meno indizi di reità e solo sulla base di tale valutazione è possibile stabilire se le conversazioni siano utilizzabili. Ciò nonostante la norma stabilisca il divieto di intercettazione. «Quello che non va bene è lo stratagemma delle intercettazioni a strascico – contesta Canestrini -. È ovvio che se c’è un indizio di reità io debba essere intercettato, il problema è che così si aggira completamente la finalità della norma. Il meccanismo della verifica postuma consente di far conoscere al pm la strategia difensiva». Per Canestrini non è la prima volta: sono almeno tre le occasioni in cui si è ritrovato a dover leggere i brogliacci delle conversazioni con i propri assistiti. Motivo per cui ha fatto ricorso alla Cedu, evidenziando, «che la tutela della riservatezza delle comunicazioni fra difensore e cliente si pone come elemento fondamentale del diritto di difesa, tutelato all’articolo 24 della Costituzione italiana, come, peraltro, anche riconosciuto dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che la tutela del segreto professionale è garanzia ‘ del libero dispiegamento dell’attività difensiva e del segreto professionale”». Nel ricorso alla Cedu, Canestrini contesta il meccanismo della verifica postuma del rispetto dei limiti legali, «la cui violazione comporta l’inutilizzabilità delle risultanze dell’ascolto e la distruzione della relativa documentazione: ciò perché è del tutto evidente che la suddetta verifica postuma consente di ascoltare la conversazione fra cliente ed avvocato, consentendo – proprio perché postuma – alla polizia giudiziaria ed al pubblico ministero di apprendere ad esempio notizie sulla strategia difensiva». Proprio in relazione alle intercettazioni, la Corte europea ha stabilito che le stesse «devono necessariamente essere previste da norme nazionali che indichino in modo chiaro lo scopo e il livello di discrezione delle autorità nazionali nello svolgimento delle intercettazioni per poter essere considerate lecite, quindi, non solo l’ingerenza nella corrispondenza deve essere prevista dalla legge ma quest’ultima dev’essere particolarmente precisa nella descrizione della facoltà di violazione dei diritti della difesa, la quale non può degenerare in abusi di potere o applicazioni arbitrarie». Per tale motivo, in assenza di una norma chiara e precisa che disciplini la possibilità di intercettare telefonicamente clienti e assistiti, e ancor di più nel caso in cui l’ordinamento nazionale preveda il divieto di intercettazione, come avviene nell’ordinamento italiano, per Canestrini è necessario ravvisare «una chiara violazione» della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel caso denunciato dal legale, «la violazione del segreto professionale ha inciso sul diritto alla riservatezza della corrispondenza fra avvocato e suo assistito in un periodo particolarmente delicato come quello in cui l’indagato è appena stato assoggettato ad una misura cautelare, ha appena saputo della indagine in corso ed ha quindi l’impellente necessità di confrontarsi con il proprio difensore per discutere della strategia difensiva. La violazione risulta ancora più grave conclude – in considerazione della distanza che intercorreva fra cliente e avvocato, i quali vivono a più di 142 km di distanza e sono quindi obbligati a comunicare, per la maggior parte, in via telefonica».

Lo dice anche la Cedu: il rapporto tra avvocato e cliente è sacro. Simona Musco su Il Dubbio il 9 gennaio 2021. Per i giudici di Strasburgo, le leggi interne devono fornire una protezione certa del diritto alla segretezza della corrispondenza da possibili arbitrarie interferenze. «È chiaramente interesse generale che chiunque desideri consultare un avvocato sia libero di farlo a condizioni che favoriscano una discussione piena e disinibita e che è per questo motivo che il rapporto avvocato- cliente è, in linea di principio, privilegiato». Quello evidenziato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza pronunciata il 17 dicembre scorso è un principio fondamentale: le conversazioni tra avvocato e cliente sono inviolabili e tale inviolabilità è garanzia del diritto di difesa. Ed è proprio per tale motivo che i Paesi hanno il dovere di avere norme chiare a tutela di tali diritti. L’occasione per ribadire il principio è arrivata dal caso di un cittadino norvegese, che aveva citato il governo per una violazione dell’articolo 8 della Convenzione, quello che tutela la corrispondenza. E la Corte, nel proprio giudizio – pronunciato con il voto favorevole di sei giudici contro uno – ha valutato come insufficienti le norme norvegesi per proteggere il segreto professionale il rapporto privilegiato da difensore e cliente. Le motivazioni di tale decisione arrivano proprio mentre in Italia si riaccende il dibattito sulla segretezza delle conversazioni tra avvocati e assistiti, alla luce di diversi fatti di cronaca che evidenziano quella che per molti professionisti appare come una grave lesione del diritto di difesa. Al punto che l’avvocato Nicola Canestrini, del foro di Rovereto, ha deciso di rivolgersi in prima persona alla Cedu, contestando il meccanismo della verifica postuma del rispetto dei limiti legali, in quanto consente comunque «alla polizia giudiziaria ed al pubblico ministero di apprendere notizie sulla strategia difensiva». La vicenda valutata dai giudici di Strasburgo riguarda il sequestro, da parte della polizia, dello smartphone di un cittadino norvegese, con lo scopo di far luce su possibili contrasti tra l’uomo e i due sospettati. In quel telefono, però, erano contenuti anche messaggi e mail che l’uomo aveva scambiato con due avvocati, suoi difensori in un procedimento penale che lo vedeva imputato e conclusosi con la sua assoluzione nel 2019. La controversia davanti al tribunale di Oslo si era conclusa con la rassicurazione che l’autorità giudiziaria avrebbe verificato i dati, eliminando quelli protetti da privilegio professionale prima di estrarre copia informatica di quanto fosse sullo smartphone. Una “promessa” rimasta, però, disattesa. Da qui il ricorso, lamentando la violazione dell’articolo 8 della Convenzione, secondo cui «ognuno ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, della propria casa e della propria corrispondenza». Lo stesso governo ha ammesso che la perquisizione e il sequestro dello smartphone abbiano rappresentato «un’interferenza» con tale diritto. E per la Corte tale ingerenza è «pacifica» : «Nel contesto delle perquisizioni e dei sequestri – si legge nella decisione -, il diritto interno deve fornire una certa protezione all’individuo contro interferenze arbitrarie con i diritti dell’articolo 8. Pertanto, il diritto interno deve essere sufficientemente chiaro nei suoi termini per fornire ai cittadini un’indicazione adeguata delle circostanze e delle condizioni in base alle quali le autorità pubbliche sono autorizzate a ricorrere a tali misure. Inoltre, perquisizione e sequestro rappresentano una seria interferenza con la vita privata, la casa e la corrispondenza e devono pertanto essere basati su una “legge” particolarmente precisa. È essenziale disporre di regole chiare e dettagliate sull’argomento». La Corte ha anche evidenziato che il segreto professionale è alla base del rapporto di fiducia esistente tra un avvocato e il suo cliente e che la tutela del segreto professionale è, in particolare, «il corollario del diritto del cliente di un avvocato di non autoincriminarsi, il che presuppone che le autorità cerchino di dimostrare il loro caso senza ricorrere a prove ottenute attraverso metodi di coercizione o oppressione in barba alla volontà della ‘ persona accusata’». Principi ribaditi anche dall’unico giudice che ha espresso parere contrario, in quanto, a suo dire, «un’assoluzione rende obsoleta qualsiasi violazione dei diritti della difesa, inclusa la violazione del privilegio avvocato- cliente». Nonostante questa convinzione, la riservatezza delle comunicazioni tra avvocato e cliente, evidenzia il giudice, rappresenta «un’importante salvaguardia del diritto di difendersi. Il privilegio avvocato- cliente tutela l’integrità stessa della rappresentanza legale. Questo privilegio ha una ‘ logica dello stato di diritto’ e il diritto alla riservatezza tra avvocato e cliente è implicito nei diritti a un processo equo e alla rappresentanza legale». Insomma, tale segretezza è necessaria per garantire l’effettività del diritto alla rappresentanza legale, in quanto incoraggia una comunicazione aperta e onesta tra clienti e avvocati. «Chiunque desideri consultare un avvocato dovrebbe essere libero di farlo in condizioni che favoriscano una discussione piena e disinibita. Per questo motivo, il rapporto avvocato- cliente è, in linea di principio, privilegiato – continua il parere -. In effetti, se un avvocato non fosse in grado di conferire con il suo cliente senza tale sorveglianza e ricevere istruzioni riservate da lui, la sua assistenza perderebbe gran parte della sua utilità». La segretezza, infatti, evita il rischio che il filtraggio delle informazioni «possa essere effettuato con l’intento di consentire alla polizia di reperire prove da utilizzare nel processo contro di lui».

·        A proposito della Prescrizione.

Antonio Giangrande: Prescrizione. Manlio Cerroni e la malafede dei giornalisti. Un indagato/imputato prescritto non è un colpevole salvato, ma un soggetto, forse innocente, NON GIUDICABILE, quindi, NON GIUDICATO!!! Incubo carcere preventivo: quattro milioni di innocenti. In 50 anni troppe vittime hanno subìto l'abuso della detenzione. C'è del marcio nei palazzi di giustizia. Si ostinano a chiamarli "errori giudiziari", ma sono la prova che il sistema è al collasso, fin nelle fondamenta, scrive Giorgio Mulè su “Panorama”. Quello che mi fa ribollire il sangue è che si ostinano a chiamarli "errori giudiziari", a presentarli come casi isolati da inserire nel naturale corso della dialettica processuale. E invece sono la prova provata di un sistema giudiziario marcio fin nelle fondamenta. Aprite i giornali e ogni giorno troverete uno di questi "errori". Facciamo insieme due passi nelle cronache recentissime e ripercorriamole a ritroso. Eppure i figli di…Travaglio divulgano certi messaggi fuorvianti atti ad influenzare gli ignoranti cittadini, che poi votano ignoranti rappresentanti politici e parlamentari. A tal proposito viene in aiuto l’esempio lampante di come un tema scottante ed attuale venga trattato dai media arlecchini, servi di più padroni. Assolti? C’è sempre un però. E go te absolvo, sussurra il prete dietro la grata del confessionale. Ma se lo dice il giudice allora no, non vale. In Italia ogni assoluzione è un’opinione, per definizione opinabile o fallace; e d’altronde ogni processo è già una pena, talvolta più lunga d’un ergastolo.

TG1: ROMA PROCESSO MALAGROTTA, ASSOLTO CERRONI. Andato in onda il 06/11/2018. "Il processo sulla discarica di Malagrotta e la gestione dei rifiuti a Roma. Assolto l'ex patron dello stabilimento, Manlio Cerroni, dall'accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti". Flavia Lorenzoni.

Nel servizio si fa cenno al fatto che il processo è durato 4 anni. E meno male che l’abbia detto. Ma lì si è fermato. Però, di seguito, il TG1 ha mandato in onda il servizio sulla strage di Viareggio e sugli affetti che la prescrizione avrebbe avuto su di esso.

Nel servizio al TG5 di questo tempo processuale di Cerroni nemmeno se ne fa cenno.

A cercare su tutta la restante stampa e sugli altri tg non si trova altro che cenni all’assoluzione, tacendo i tempi per il suo ottenimento, ma insistendo ad infangare ed inficiare la reputazione dell’ultra novantenne Cerroni.

Solo il detuperato e vituperato giornale di Pero Sansonetti mi apre gli occhi: "Cerroni assolto dopo 14 anni di processi. L’imprenditore era accusato di associazione a delinquere", scrive Simona Musco il 7 Novembre 2018 su "Il Dubbio". "Non c’è mai stata un’associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti a Roma e nel Lazio. Sono serviti quasi 10 anni di indagini e quattro di processo, nonostante il giudizio immediato, per arrivare alla conclusione raggiunta lunedì, dopo otto ore di camera di consiglio, dalla prima sezione penale del tribunale di Roma: l’imprenditore Manlio Cerroni non ha commesso il fatto, dunque va assolto".

14 anni sotto la scure della giustizia. Ma in tema di campagna contro la prescrizione meglio tacciare quest'aspetto della notizia, sia mai si ledano i favori dei potenti di turno.

Una censura o un’omertà assordante, nonostante: "In 30 anni ho finanziato tutta la politica. Tutta no, i Radicali non me l'hanno mai chiesto". Manlio Cerroni, intervistato da Myrta Merlino su La 7 il 6 settembre 2017.

Lo scandalo non sta nel fatto che scatta la prescrizione, dopo anni dal presunto reato e anni dall’inizio del procedimento penale. Lo scandalo sta nel fatto che non sono bastati anni alla magistratura per concludere l’iter processuale.

La prescrizione è garanzia di giustizia, i pm la trasformano in un mostro giuridico. Lo studio dell'associazione "Fino a prova contraria". Annalisa Chirico, giornalista e fondatrice del movimento "Fino a prova contraria", ha pubblicato sul Foglio un interessante studio dei dati relativi alla prescrizione dei procedimenti penali in Italia. Studio che merita di essere approfondito e commentato, visto che cristallizza in maniera inconfutabile alcune verità che non faranno certamente piacere ai giustizialisti in servizio permanente effettivo. Partendo dalle rilevazioni statistiche del Ministero della Giustizia, raccolte in un documento dello scorso maggio, la giornalista ha potuto constatare che circa il 60% delle prescrizioni avvengono nella fase delle indagini preliminari. Quindi nella fase in cui il pubblico ministero è dominus assoluto del procedimento e dove la difesa, usando una metafora calcistica, "non tocca palla". Il dato smentisce una volta per tutte la vulgata che vedrebbe l'indagato ed il suo difensore porre in essere condotte dilatorie per sottrarsi al giudizio. Quella che viene comunemente chiamata "fuga dal processo". Di contro, certifica l'assoluta discrezionalità dell'ufficio del pubblico ministero nella gestione del procedimento.

Nonostante la verità si appalesa, certi politici, continuano a cavalcare barbare battaglie di inciviltà giuridica e sociale.

Prescrizione: Salvini, voglio tempi brevi processo e in galera colpevoli, scrive Adnkronos l'8 Novembre 2018 su "Il Dubbio". “La mediazione è stata positiva, accordo trovato in mezz’ora. Voglio tempi brevi per i processi. In galera i colpevoli, libertà per innocenti. La norma sulla prescrizione sarà nel ddl ma entra in vigore da gennaio del 2020 quando sarà approvata la riforma del processo penale. La legge delega, che scadrà a dicembre del 2019, sarà all’esame del Senato la prossima settimana”. Lo dice il vicepremier Matteo Salvini, dopo l’intesa trovata a Palazzo Chigi sulla prescrizione.

Prescrizione: Di Maio, soddisfatto da accordo, stop furbetti, scrive Adnkronos il 9 Novembre 2018 su "Il Dubbio". “Prescrizione? Mi sono svegliato dopo bene dopo l’accordo, mi soddisfa totalmente, perché l’obiettivo di riformare la prescrizione è sempre stata un obiettivo del M5S per fermare i furbetti. Allo stesso modo sapere che il 2019 sarà l’anno del processo penale è importante”. Lo ha detto il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, incontrando la stampa estera a Roma. “Per me è molto importante confrontarmi con voi – ha aggiunto – i media mondiali con cui vorrei confrontarmi su temi importanti”.

Non si vuole curare il male, ma vogliono eliminare il rimedio di tutela.

Come si sa, i Giustizialisti Giacobini dormono, la notte, adagiati fra le teste mozzate dei nemici uccisi. Di essi hanno bevuto il sangue. Delle loro carni si sono saziati. Non c’è nulla di più detestabile di un Giustizialista Giacobino. In lui infatti convergono, tautologicamente, due orribili vizi: l’essere giustizialista, e l’essere giacobino.

Il Giustizialista Giacobino è colui che non evoca la giustizia come risoluzione di alcuni problemi giudiziari, ma vorrebbe perversamente che essa li risolvesse tutti.

Il Giustizialista Giacobino è colui che una la differenziazione della giustizia. Ciò ha un che di antiquato, di classista, distinguere ricchi da poveri, privilegiati e non, potenti e miserabili. Questa ignobile creatura sa infatti molto bene, ma finge di non sapere, che se la giustizia è sempre giusta non sempre lo sono i giudici. Essi si dividono in Giudici Giustizialisti Giacobini e Giudici Non Giustizialisti e Non Giacobini. I primi condannano per scopi politici, per rancori personali, per invidia sociale. I secondi sono animati da giustizia, saggezza e santità. Per riconoscere una sentenza come Giustizialista basta individuare chi è stato colpito da essa.

Il Giustizialista Giacobino è colui che invoca una giustizia rapida, inflessibile, con inasprimento delle pene e accelerazione dell’iter processuale, incarcerazione preventiva prolungata e cancellazione delle attenuanti e dell’habeas corpus per i reati commessi dai nemici giurati della comunità civica e dunque della giustizia giusta. Sì, però, va detto che la giustizia è sempre giusta, ma i giudici possono essere giusti ed ingiusti.

La Prescrizione. E' l'istituto più odiato dai giustizialisti, sto parlando della prescrizione del reato. Vorrebbero tempi di prescrizione lunghissimi, praticamente infiniti. Non conta quando hai commesso un reato, dicono, conta se lo hai commesso, e se lo hai commesso devi essere punito, punto e basta. E non va loro giù che la prescrizione intervenga dopo che il processo ha avuto inizio. Citano addirittura gli Stati Uniti d'America, dove i termini di prescrizione si interrompono appena è stata emessa la sentenza di rinvio a giudizio. Si, è proprio così, negli Usa la prescrizione si interrompe dal momento in cui il sospettato è rinviato a giudizio, ma, quali sono i termini di prescrizione negli Stati uniti d'America? Un delitto che comporta la pena dell'ergastolo è sempre perseguibile. Ogni altro delitto grave (rapine, furti, stupri, sequestri di persona) è perseguibile entro CINQUE ANNI. I delitti meno gravi sono perseguibili entro DUE ANNI, quelli minimi entro UN ANNO. Esclusi i delitti gravissimi, sempre perseguibili, negli Usa ogni crimine deve essere perseguito entro termini temporali abbastanza ristretti. Nel momento in cui inizia il processo però i termini di prescrizione si interrompono, e si evitano in questo modo eventuali manovre dilatorie. Questo non fa sì che l'imputato debba passare lunghi periodi nella “zona di nessuno” in cui necessariamente vive chi è sottoposto a procedimento penale. Negli Usa infatti i processi sono piuttosto rapidi. Le udienze sono quotidiane, i giurati vivono praticamente da reclusi, impossibilitati addirittura a leggere i giornali o a guardare la TV, questo perché chi è chiamato a giudicare della vita di un essere umano deve formarsi la propria convinzione in base a ciò che emerge dal dibattimento, non dai talk show televisivi o dai predicozzi di giornalisti alla Travaglio. La differenza con quanto avviene in Italia è lampante. Un giudice popolare italiano ascolta oggi un teste, fra due mesi un altro, fra sei mesi la requisitoria del PM e fra otto l'arringa del difensore. Se tutto va bene fra un anno entrerà in camera di consiglio (fanno eccezione i processi a carico di Berlusconi che sono di solito rapidissimi). E' difficile pensare che in questo modo il giudice popolare italiano possa maturare una convinzione ponderata sulla base di quanto emerge dal dibattimento. Si aggiunga che negli Usa il pubblico accusatore non è, come in Italia, un collega del giudice, che la difesa contribuisce alla selezione della corte giudicante, che i giurati devono decidere alla unanimità e ci si renderà conto che in quel paese il processo penale, anche se esclude i tre gradi di giudizio automatici, è molto più garantista che nel nostro.

Non è un caso, in conclusione, che uno dei padri della scienza penalistica italiana, come Francesco Carrara (Lucca, 18 settembre 1805 - Lucca, 15 gennaio 1888), abbia avuto modo di insegnare l’importanza giuridica dell’istituto della prescrizione: «Interessa la punizione dei colpevoli, ma interessa altresì la protezione degli innocenti. Un lungo tratto di tempo decorso dopo il fatto criminoso che vuolsi obiettare ad alcuno rende a questo punto infelice, quasi impossibile, la giustificazione della propria innocenza […]. Qual sarebbe l’uomo che chiamato oggi a dar conto di ciò che fece in un dato giorno dieci anni addietro sia in grado di dire e dimostrare dove egli fosse, e come sia falsa la imputazione che contro di lui si dirige? La perfidia di un nemico può avere maliziosamente tardato a lanciare lo strale della calunnia per farne più sicuro lo effetto».

Tuttavia la veemenza con cui, negli ultimi anni, opinione pubblica e rappresentanti politici e della magistratura ritengono una ferita alla civiltà giuridica un istituto che, dai tempi del diritto romano, ne è stato invece baluardo, ha origini mediocri.

Ma se è mediocre la veemenza, è antica la genesi dell’istituto della Prescrizione.

E' indubbio che l'istituto della prescrizione - nato come istituto di natura processuale (la longi temporis praescriptio del diritto romano) che estingue l'azione (civile o penale) e come tale disciplinato nel diritto penale risponde in primo luogo all'esigenza di garantire la certezza dei rapporti giuridici, esigenza cui è evidentemente interessato soprattutto l'imputato. Nell'Atene classica esisteva un termine di prescrizione di 5 anni per tutti reati, ad eccezione dell'omicidio e dei reati contro le norme costituzionali, che non avevano termine di prescrizione. Demostene scrisse che questo termine fu introdotto per controllare l'attività dei sicofanti.

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria (Milano 15 marzo 1738 - Milano 28 novembre 1794). CAPITOLO XXX PROCESSI E PRESCRIZIONE. Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo cosí breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de’ principali freni de’ delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione. Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sì alla difesa del reo che alle prove de’ delitti, e il giudice diverrebbe legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare un delitto.

A cura del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, videomaker, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS.

Archiviati e offesi. La crociata contro la presunzione d’innocenza e l’anima nera del populismo giudiziario. Francesco Cundari su l'Inkiesta il 5 novembre 2021. I video montati ad arte dagli inquirenti a scopo comunicativo e i surreali titoli del Fatto sugli «ex indagati», breve antologia degli orrori che rendono necessario recepire la direttiva europea, rispettare la Costituzione e superare lo stato incivile della giustizia italiana. In Italia, da tempo, si discute accanitamente di un decreto legislativo che recepisce le disposizioni di una direttiva europea sulla presunzione d’innocenza, principio peraltro previsto dalla nostra Costituzione. Il testo voluto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvato dal governo in agosto, impone agli inquirenti di parlare dei procedimenti in corso nelle sedi deputate e senza violare il suddetto principio, vale a dire senza presentare un semplice indagato come colpevole. In pratica, il decreto cerca di limitare la possibilità di pm e forze dell’ordine di fare quello che fino a cinque minuti fa hanno sempre fatto, ma proprio sempre-sempre-sempre, da che sono bambino. E cioè, per l’appunto, presentare il semplice indagato come colpevole. Allestire solenni conferenze stampa in cui diffondersi per ore sulla sua spietata volontà criminale e sulla bassezza delle sue motivazioni. Scandire in ogni modo davanti a microfoni e telecamere che razza di disgraziato, cinico, implacabile, rivoltante, schifoso essere sia questo Mario Rossi. Quello stesso Mario Rossi per il quale, secondo la nostra Costituzione, vige la presunzione d’innocenza. L’iniziativa, come ogni tentativo di mettere un freno agli abusi di pubblici ministeri e giornalisti da qualche decennio a questa parte, è stata prontamente etichettata come «bavaglio». Immancabile, in proposito, l’intervento del Consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha parlato – non scherzo – di «svolta illiberale» e di «bavaglio alla possibilità che all’informazione contribuisca anche l’autorità pubblica». In proposito, Maurizio Crippa sul Foglio di ieri ha ricordato l’incredibile vicenda del video che mostrava il camion di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, girare attorno alla palestra della ragazza. Video mandato in onda da tutti i tg, di cui si è scoperto che era stato montato ad arte dai carabinieri. Luigi Ferrarella, che ha ricostruito la vicenda sul Corriere della sera, ha notato tra l’altro che di recente il tribunale di Milano ha assolto alcuni giornalisti dall’accusa di aver diffamato il capo del Ris parlando di «patacca» e video «taroccato». In particolare, il gip ha osservato che la «diffusione mediatica» di quel video, «il cui scopo era dichiaratamente non probatorio» (non faceva parte degli atti) «ma comunicativo», di fatto lese «il fondamentale principio della presunzione d’innocenza dell’imputato che, anche in base alla direttiva Ue n. 343 del 2016, deve proteggere gli indagati da mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo». Esattamente la direttiva che il decreto vorrebbe attuare. Decreto contro il quale è scattata, puntualmente, la campagna del Fatto quotidiano.

Va detto che quella contro la presunzione di innocenza, più che una battaglia, è la ragione sociale del Fatto. Una crociata combattuta con una passione paragonabile solo a quella con cui da un po’ in qua – cioè da quando a Palazzo Chigi non c’è più Giuseppe Conte – continua a sparare sfilze di titoli allarmisti sui vaccini (l’apertura di ieri, per dire, era un incredibile «63 morti e fuga dalla terza dose», a metà tra fantascienza e poliziottesco anni Settanta).

Ma tutto questo è ancora niente in confronto al modo in cui mercoledì il Fatto ha dato la notizia della nuova giunta capitolina di Roberto Gualtieri. Titolo: «Un indagato e 3 ex inquisiti: Gualtieri sceglie il passato». Nel caso vi fosse sfuggito il neologismo, ve lo ripeto: «Ex inquisiti». Occhiello: «Inchiesta a Roma per abuso d’ufficio sul nuovo city manager. Nella giunta gli archiviati del Mondo di Mezzo». Ripetiamo anche questa, tutti in coro: «Gli archiviati».

Ricapitolando, da un lato, a quanto scrive lo stesso articolo del Fatto, abbiamo un indagato, un manager proveniente dal Poligrafico dello Stato, che deve ancora essere sentito dai pm («qualora venisse accertata la buona fede dei manager del Poligrafico, la Procura potrebbe archiviare»), dall’altro «tre persone sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo, tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016». Avete letto bene.

Altro che presunzione, qui siamo semmai alla rimozione d’innocenza. Nemmeno il fatto che sia la stessa Procura a stabilire che non ci sono ragioni per procedere basta a risparmiare ai nuovi assessori la messa all’indice, bollati con la surreale definizione di «ex inquisiti». Il fatto di essere stati semplicemente indagati, anni prima, come macchia perpetua e incancellabile, indipendentemente dalle conclusioni degli stessi inquirenti. Dalla presunzione d’innocenza alla colpevolezza a prescindere. Semel «sfiorato», semper «sfiorato». 

Neolingua. La malizia giustizialista di chiamare «ex inquisiti» gli archiviati. Guido Stampanoni Bassi su l'Inkiesta il 5 novembre 2021. Nella logica ribaltata del processo mediatico non basta la gogna nei confronti di imputati e indagati. Ora il bersaglio è diventato persino chi viene solo sfiorato dalle indagini. Sarebbe come definire «ex vivo» un morto o un «ex sano» un malato. In un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano si valorizzano le peculiari qualità di alcuni della nuova giunta comunale di Roma scelta dal neo sindaco Roberto Gualtieri. Si inizia in prima pagina con «Giunta Gualtieri: un indagato e tre ex del caso Buzzi» e si prosegue a pagina 6, dove, al grido di «Romanzo Campidoglio» – a proposito di nomi a effetto – si parla di «prima grana giudiziaria per la squadra del neosindaco della Capitale» e si ricorda come, oltre a un indagato (vade retro Satana!), nella squadra del neosindaco vi sarebbero, udite udite, addirittura ben tre «ex inquisiti». Colpevoli anch’essi (come l’indagato, s’intende) di avere avuto «grane con la giustizia», sono stati «sfiorati dall’inchiesta sul Mondo di mezzo», sebbene – si precisa – siano poi stati «tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016». Colpisce il lessico (preciso e per nulla casuale).  «Grana giudiziaria»: quale? «Sfiorati dall’inchiesta»: e quindi? E poi la ciliegina sulla torta, il colpo di genio che vale da solo l’acquisto del quotidiano: «ex inquisiti» (in grande e in bella mostra). È vero che la fantasia non ha limiti, ma come può venire in mente di definire «ex inquisito» chi, dopo essere stato indagato, sia stato oggetto di un provvedimento di archiviazione? Certo, è tecnicamente definibile come un «ex inquisito», così come è tecnicamente definibile «ex imputato» chi sia stato assolto con sentenza definitiva; così come era un «ex vivo» un morto o un «ex sano» un malato. La prospettiva da cui si guarda alla vicenda tradisce una logica ribaltata degna del celebre libro di Joseph Heller: se sei stato indagato, significa che sotto sotto non sei proprio così innocente e, a quel punto, neanche una archiviazione potrà evitarti il marchio di ex inquisito. Ancora una volta, contano solo le indagini – altrimenti che senso avrebbe riportare negli articoli di stampa il contenuto di intercettazioni telefoniche di procedimenti che, nel frattempo, hanno visto intervenire anche la Cassazione? – e le assoluzioni (ma, a questo punto, anche le archiviazioni) sono buone al massimo per i casellari.  Viene il dubbio che si sia iniziata a prendere sul serio la direttiva sulla presunzione di innocenza – di cui tanto si discute in questi giorni – nella parte in cui vieta di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la sua colpevolezza non sia stata accertata in via definitiva. Forse stiamo iniziando a prenderla finalmente sul serio, appunto. Stiamo iniziando a prendercela anche con gli archiviati. Scusate, con gli ex inquisiti.

La prescrizione scompare dall’orizzonte del processo penale italiano. Prescrizione fuori dalle aule, toghe all’angolo. Alberto Cisterna su il Riformista il 4 Agosto 2021. Ora che la partita sulla riforma Cartabia è giunta al fischio finale si possono azzardare alcune considerazioni. Non piace a molte toghe, non piace agli studiosi di diritto, ha deluso tutti gli antagonisti più accesi. E questo è un bene. Non c’è riforma del processo penale che non abbia scontentato a destra e a manca, salvo i casi di micro aggiustamenti che non hanno cambiato praticamente alcunché di rilevante. Appena le acque si saranno placate sarà il tempo dei bilanci più minuti per comprendere esattamente cosa attende i cittadini negli anni a venire. Per il momento un primo risultato deve essere annotato a lettere maiuscole: dopo qualche decennio di guerre e lotte al calor bianco la prescrizione scompare dall’orizzonte del processo penale italiano. È un risultato epocale se solo di pensa come si sia giocato in modo spregiudicato sui termini della prescrizione per dettare la sorte dei processi e, soprattutto, di alcuni di essi con imputati di rango.

Invero la prescrizione era di fatto scomparsa dal quadrante del processo penale già con la riforma Bonafede che, congelando per sempre lo scorrere della prescrizione alla pronuncia della sentenza di primo grado, aveva chiaramente detto che il processo da quel momento in poi era del tutto insensibile alla clessidra del tempo. Un risultato francamente inaccettabile perché lasciava il cittadino in balia delle aule di giustizia di secondo grado e della Cassazione praticamente per sempre. Una condizione di imputato potenzialmente perpetua e senza scampo. Quelli che ora si sono stracciati le vesti davanti alla prima proposta della ministra Cartabia dicendo che molte Corti d’appello non avrebbero retto l’urto della nuova improcedibilità avrebbero dovuto pur dire che a pagare il prezzo di questi ritardi non erano certo i magistrati, ma i cittadini che, da imputati e parti offese, dovevano attendere praticamente sine die una decisione finale. Certo l’essere passati dal dolce naufragar nel mare del tempo infinito della Bonafede alla cadenze serrate previste dal governo Draghi deve essere stato uno shock per chi già immaginava di poter tenere ancora sotto scacco per anni gli imputati senza mai una sentenza definitiva; prospettiva che deve avere ingolosito soprattutto quei pubblici ministeri che raccolgono messe di assoluzioni e che per definizione non amano i processi rapidi.

Ma torniamo alla vecchia e vituperata prescrizione. Insigni giuristi hanno ricordato in queste settimane che essa misura il tempo entro il quale il legislatore ritiene equo e ragionevole si accertino e si puniscano i reati. Una scelta squisitamente politica che, correttamente, avrebbe dovuto restare fuori dalle mura del processo penale. Se la prescrizione è questione pubblica ed eminentemente politica che riguarda il peso che lo Stato assegna alla consumazione dei reati e alla resilienza dei suoi effetti, l’approccio più corretto sarebbe stato quello di dire che, giunti all’inizio del processo, di prescrizione non si debba più parlare. Lo Stato ha impiegato risorse per accertare i fatti e, iniziato il processo, è giusto che questo vada a compimento perché si stabilisca chi è colpevole o innocente. Per la prescrizione il processo avrebbe dovuto essere in sé un giardino proibito, un muro da non valicare. Dischiuse le aule di giustizia alla prescrizione sostanziale, subentra il tempo della durata ragionevole del processo voluta dalla Costituzione. Niente che abbia a che vedere direttamente con la prescrizione e con il suo fondamento politico. Ecco con la riforma della ministra Cartabia il dado è tratto. Il tema dei prossimi anni sarà quello dell’improcedibilità e con esso quello della determinazione dei tempi del processo. Il che vuol dire il problema della celerità delle attività processuali, dei controlli sull’efficienza dei giudici, sulla loro produttività, la misurazione fine delle scelte organizzative: tutta roba finora gestita dalle toghe a fini interni di carriera e senza alcuna reale incidenza da parte del ministero e della politica. Ora, invece, un ruolo centrale spetta, in questo delicatissimo snodo della giustizia, a un apposito Comitato tecnico ministeriale voluto dalla Cartabia, messo a lì a far di conto dei tempi del processo ufficio per ufficio. Una svolta epocale che mette la magistratura, una parte di essa, fuori dal dibattito politico e istituzionale che riguarda la potestà punitiva dello Stato, le sue opzioni di politica criminale, il tempo della prescrizione, assegnando alle toghe la funzione loro propria di custodi del processo e non di gendarmi della legalità penale. Un giorno, forse, si potrà tornare a discutere in Parlamento finanche di amnistia e indulto senza che qualcuno gridi alla minaccia alla sicurezza nazionale. Con la prescrizione fuori dalle aule si priva una certa magistratura dello strumento che le consentiva di sconfinare nei territori della politica e di ergersi a custode della legalità sostanziale. In futuro ai magistrati dovrebbe toccare in sorte di parlare solo di processi e di render conto della loro ragionevole gestione innanzi al paese. Una svolta all’insegna della Costituzione e della separazione dei poteri; ci voleva un ministro con i fregi della Consulta per chiarirlo. Alberto Cisterna

Il calvario dell’imprenditore Mazzei: 10 anni sotto processo da innocente. Monica Musso su Il Dubbio il 25 giugno 2021. L'uomo è stato assolto martedì sera dalla Corte d'appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena. Dieci anni prima di essere riconosciuto innocente. È quanto accaduto a Luigi Mazzei, imprenditore calabrese assolto martedì sera dalla Corte d’appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena e la non menzione per bancarotta fraudolenta patrimoniale, mentre era stato assolto per altri due capi di accusa per bancarotta fraudolenta. Mazzei era stato arrestato il 30 giugno 2011 per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, false fatturazioni, truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, evasione fiscale, esportazione di capitali all’estero. Nell’inchiesta, coordinata dalla Procura di Lamezia Terme e condotta dalla Guardia di finanza, erano coinvolte a vario titolo altre 9 persone. Mazzei era stato arrestato mentre si trovava in barca, il 30 giugno 2011. Tre le aziende sequestrate: la Cofain di Falerna, fallita nel settembre del 2010 per quasi 100 mila euro, la Inveco con sede a Roma e filiale a San Ferdinando, a Gioia Tauro, e la Temesa Hotel & Resort proprietaria del Temesa Village, sul litorale lametino. L’ipotesi era che i finanziamenti pubblici ottenuti nel 2006 attraverso la legge 488/ 92 sugli incentivi all’industria dal ministero dell’Economia e il Por Calabria dalla Regione – 7 milioni ottenuti sui 18,6 milioni richiesti – fossero stati concessi grazie a fatturazioni falsificate con sistemi definiti «sofisticati» dal procuratore lametino Salvatore Vitello e dal sostituto Luigi Maffia, che avevano ottenuto i domiciliari per Mazzei, considerato a capo di tutta l’operazione. Il 13 settembre 2017, a conclusione del processo di primo grado, Mazzei fu condannato dal Tribunale di Lamezia in qualità di amministratore della Cofain, azienda che si occupava della produzione di serramenti, pannelli fotovoltaici ed edilizia, per la sola bancarotta fraudolenta, per aver distratto dalla società, quando era già in dissesto, fondi per 69.029 euro destinandoli alla Forest, una delle sue partecipate. Per il tribunale non era stata provata la restituzione del denaro da parte della Forest alla Cofain come sostenuto dal consulente dell’imputato e da Mazzei. Il 23 gennaio 2018 gli avvocati Francesco Gambardella e Paolo Carnuccio, difensori dell’imprenditore, hanno presentato appello sostenendo, dimostrando che da parte di Mazzei non c’era stata volontà di dissipare fondi della Cofain e che il finanziamento alla Forest non era un espediente. «Sono stato protagonista di una vicenda dolorosa, che, se da un punto di vista giudiziario si è conclusa in una bolla di sapone, ha avuto, per quanto mi riguarda personalmente, sia da un punto di vista umano che economico costi elevatissimi», ha commentato Mazzei. «Ero un fruitore di finanziamenti agevolati, probabilmente uno dei pochi che ne era riuscito a fare corretto utilizzo. È proprio su questo, a mio avviso, che ci fu nei miei confronti del fumus. Così il mio nome e la mia credibilità vennero offuscati e le mie aziende, che avevano creato posti di lavoro e indotto, generando un importante gettito fiscale nei confronti dello Stato che in questo modo si era ripreso i fondi che aveva loro elargito, andarono in sofferenza fino al fallimento e alla chiusura – ha sottolineato -. Oggi è stata riconosciuta l’assoluta legalità della mia condotta. Ma il corso della mia vita ha subito pesanti condizionamenti. La mia è una storia, come quelli di tanti altri, di ingiusta giustizia che ho deciso di raccontare in tutti i risvolti in un libro di prossima pubblicazione». A Mazzei è arrivata la solidarietà del leader della Lega Matteo Salvini: «Nove anni e otto mesi di calvario, per poi uscire pulito perchè il fatto non sussiste – ha commentato -. È la clamorosa vicenda dell’imprenditore Luigi Mazzei, arrestato nel 2011: l’ennesimo esempio di malagiustizia. Anche per questo vogliamo cambiare la giustizia, anche con i referendum».

"Essere imputati a vita è peggio di una condanna". Stefano Zurlo il 12 Maggio 2021 su Il Giornale. Il magistrato: "Se un pm chiede l'assoluzione e il giudice assolve, allora game over". È il tempo delle riforme. Valerio de Gioia, magistrato al tribunale di Roma e autore di un compendio di procedura penale appena pubblicato da «La Tribuna», è ottimista: «C'è un clima diverso nel Paese. Forse, certe norme che prima venivano lette con la lente d'ingrandimento del sospetto, perché favorevoli a questo o quel personaggio, oggi vengono apprezzate per quel che sono: un passo in avanti».

È il caso della legge Pecorella, riproposta dopo 15 anni da Marta Cartabia?

«La Pecorella nasceva da un'intuizione di fondo: non ci può essere una condanna oltre ogni ragionevole dubbio se l'imputato in primo grado è stato assolto. Per questo vietava l'appello da parte del pm».

La legge fu attaccata da giudici, giornali e politici. Infine fu affossata dalla Consulta.

«L'ho detto: la cultura del sospetto ha bloccato l'impulso riformatore. Naturalmente, la Pecorella verrà rivista per tenere conto delle obiezioni della Consulta sulla parità fra accusa e difesa. Io credo che si possano valutare le diverse situazioni. Se un pm chiede l'assoluzione e il giudice assolve, allora game over».

Oggi non è così?

«No, oggi capita che la procura generale faccia appello. Come, a mio parere, non ha senso andare in appello quando la formula assolutoria è ampia. Di nuovo, game over».

Ok, ma ci saranno limiti e filtri anche per gli avvocati.

«Occorre trovare un punto di mediazione. Oggi si leggono ricorsi di tre righe senza alcuna motivazione. Questo sistema non può andare avanti, a maggior ragione con una macchina ingolfata».

Spesso l'appello capovolge o cambia in modo importante i verdetti di primo grado.

«È un punto che disorienta l'opinione pubblica, frastornata dall'altalena delle sentenze, ma che si spiega per via dell'impostazione di fondo del codice Rocco, scritto nel Fascismo. Il giudice era la voce dell'esecutivo, la forbice edittale era amplissima come il potere discrezionale della toga che per un furto poteva dare pochi mesi o molti anni. Questi meccanismi sono rimasti e tocca al legislatore correggerli».

La prescrizione?

«È sacrosanto riformarla. Oggi si può rimanere imputati a vita e questo è peggio di una condanna. Il condannato dopo tre anni può ottenere la riabilitazione, l'imputato non può fare nulla e questo è inaccettabile».

Il buon senso non può andare in prescrizione. In fondo tutto il dibattito sulla giustizia e sulla riforma della prescrizione di questi giorni è contenuto in un libro molto interessante che val la pena rileggere: La tua giustizia non è la mia. Nicola Porro - Dom, 28/02/2021 - su Il Giornale. In fondo tutto il dibattito sulla giustizia e sulla riforma della prescrizione di questi giorni è contenuto in un libro molto interessante che val la pena rileggere: La tua giustizia non è la mia (Longanesi). È il dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. L'alfiere dei giustizialisti, Piercamillo Davigo, e Gherardo Colombo, uno dei magistrati più liberal in circolazione. È inutile dirvi che per un garantista, per chi crede che un cittadino sia innocente fino a prova contraria e non finché non dimostra la propria innocenza, la posizione di Colombo è musica. Ma anche qualcosa di più: la dimostrazione di come i nostri magistrati abbiano davvero approcci diversi nell'amministrazione della giustizia. Il libro si compone di diversi capitoli. I punti di vista dei due sono diametralmente diversi, dallo scopo della pena all'ergastolo, dalla custodia cautelare all'amnistia, dalle intercettazioni al rispetto della privacy. Ma oggi il capitolo che val più la pena leggere è quello sulla prescrizione. Uno dei temi caldi di questo governo. Sul piatto la riforma dell'ex ministro Alfonso Bonafede, che di fatto la blocca dopo il primo grado. Davigo ne può essere, anche se tecnicamente ciò non è esatto, il buon padre ispiratore. Basta leggere che cosa scrive. «Bisognerebbe fare come negli altri paesi civili, dove, con l'esercizio dell'azione penale, non decorre più la prescrizione. Succede anche nell'ordinamento italiano, ma solo nel processo civile». Davigo va avanti e racconta dell'incredulità dei suoi colleghi esteri nel capire cosa avvenga in Italia e la presunta assurdità del nostro sistema di prescrizione. Colombo risponde a tono e cambia punto di osservazione. Parte proprio dalla giustizia civile, quella dove la prescrizione, una volta che è cominciato il processo, non decorre più. «La verità - concorda Colombo - è che nel settore civile una volta esercitata l'azione, la causa non si prescrive più, ma in un sistema così organizzato c'è il rischio concreto che le persone muoiano prima di veder riconosciuto un loro diritto. Ma anche nel penale sarebbe lo stesso». Colombo ricorda la sua esperienza in Cassazione, dove ci si affrettava a chiudere le cause proprio per evitare la mannaia della prescrizione, che se non ci fosse stata avrebbe allungato la vita del procedimento. E aggiunge: se in penale si applicasse lo stesso sistema del civile, temo che anche lì i processi non finirebbero mai. Quindi bisogna fare i conti con il fatto che è ingiusto che la condanna sia eseguita decenni dopo che è stato commesso il reato. Il vero problema non è la prescrizione, ma la durata dei processi. Si confrontano non soltanto due approcci diversi alla giustizia, ma al sano pragmatismo di Colombo si contrappone il fervore ideologico di Davigo. Ai politici che in queste ore devono decidere che cosa fare della riforma della giustizia, converrebbe ridare uno sguardo a questa contrapposizione e cercare di capire non come la macchina della giustizia dovrebbe funzionare, ma come realtà funziona.

Cancelliamo Bonafede, la prescrizione non è un diritto delle Procure. Massimo Donini su Il Riformista il 18 Febbraio 2021. La prescrizione del reato, con la riforma entrata in vigore nel gennaio del 2020, è diventata un diritto delle Procure della Repubblica e non più dell’imputato. Il blocco senza termine della prescrizione dopo la sentenza di primo grado produce, così come potenzialmente operativa nel sistema processuale vigente, una fortissima tensione col principio della ragionevole durata del processo (art. 111, co. 2, Cost. e 6, par. 2, Cedu), ma già ora in diritto genera un conflitto con la natura sostanziale della prescrizione del reato (art. 25 cpv., Cost.). È presto spiegato perché. La maggior parte dei reati da sempre si prescrive durante le indagini preliminari. Ciò significa che il fenomeno non riguarda i reati più gravi e comunque esprime una scelta delle Procure, che se volessero potrebbero evitare questo esito come del resto fanno per gli illeciti ritenuti in concreto più significativi, per la presenza di persone offese o altre ragioni. Li fanno prescrivere perché non c’è la discrezionalità dell’azione penale, e dunque la prescrizione la sostituisce: di fatto esercitano discrezionalmente l’azione, lasciando prescrivere i reati che più lo “meritano”, mentre quelli più rilevanti sono curati e rinviati a giudizio. Una volta arrivati a giudizio, dati i tempi lunghi del processo penale in Italia, alcuni di questi reati sono già più a rischio prescrizione di altri, e andrebbero vagliati con maggiore sollecitudine. Tra questi ci sono alcuni reati economici (i colletti bianchi menzionati da tutta la propaganda pentastellata come esempio di disuguaglianza penale), mentre un tempo ciò valeva anche per vari reati contro la pubblica amministrazione, oggi invece messi al riparo dalla prescrizione per effetto di pene assai elevate: n.b. un aumento strumentale a esigenze processuali o di propaganda politica, non di pena maggiore perché meritata dalla persona. Sarebbe dunque logico differenziare scelte processuali e regimi di prescrizione in rapporto alla complessità di accertamento di alcuni delitti. Peraltro i reati economici richiedono competenze tecniche che i magistrati giudicanti non sempre hanno e ciò forse spiega perché i verdetti di condanna in primo grado vengano spesso sovvertiti nei gradi successivi. In ogni caso il tasso di rigetto delle richieste delle Procure è troppo alto in Italia. Questo vale in generale. Un rinvio a giudizio ha un valore “probatorio” modesto, in vari casi nullo. In Giappone il 99% delle richieste del p.m. si conclude con una condanna. Non sarà un modello, ma da noi esiste un antimodello opposto. Con la riforma Bonafede si è di fatto esaltato il “diritto” del pubblico ministero di continuare a gestire così i processi, senza “intralci” temporali, e senza (per quanto ancora?) una vera responsabilizzazione della figura del Gup, che guarda sommariamente le carte e non decide se vi sia davvero una seria prognosi positiva di responsabilità dell’imputato. Da vari anni, peraltro, il regime della prescrizione è stato aggravato per numerosi reati; per i recidivi vigono termini più lunghi dal tempo della legge ex-Cirielli del 2005; il regime della sospensione della prescrizione si è sempre più dilatato dopo la riforma Orlando del 2017. Insomma, invece di risolvere in modo mirato alcuni problemi residui relativi a certe tipologie di reato, e soprattutto invece di affrontare prima i tre problemi più gravi del nostro processo: una discrezionalità di fatto, ma mascherata, dell’azione penale; una inconsistente selezione dei reati da portare a giudizio; una lunghezza intollerabile del processo rispetto a ogni parametro europeo e internazionale, il legislatore ha detto alle Procure: le prescrizioni già orientate dalle indagini resteranno nella vostra discrezionalità, mentre gli altri reati non si prescriveranno più dopo la sentenza di primo grado, dovessero i processi durare all’infinito. Una riforma costruita sull’interesse dell’accusa, che tuttavia non coincide con l’interesse dello Stato. Infatti, nel nostro sistema costituzionale la prescrizione è un diritto dell’imputato, non del pubblico ministero. Non è solo il diritto a una durata ragionevole del processo, ad “accelerarne” la celebrazione per gli stessi reati imprescrittibili, al fine di essere liberati tempestivamente dalla macchina da guerra dell’accusa. È anche il riconoscimento che il potere punitivo, non essendo divino, ma esteso a migliaia di incriminazioni di diversissimo valore sociale, o ha una discrezionalità, o ha un termine. La natura “sostanziale”, e non processuale, della prescrizione nel nostro ordinamento, significa questo: lo Stato, anche se si obbliga all’esercizio dell’azione, considera la risposta penale e i suoi fini di valore relativo rispetto a quello della persona. In altri sistemi questo scopo è assicurato in parte dall’esercizio discrezionale dell’azione. In sistemi dove l’azione penale resta obbligatoria l’autolimitazione del potere statale segue regole più rigide, di tipo “sostanziale”. Si riconosce alla persona un diritto verso lo Stato: un diritto al limite temporale di un potere che tuttavia appartiene allo Stato, non alle Procure, perché è afflittivo in sé, e non può lasciare la persona per gran parte della sua esistenza in balìa di una minaccia indeterminata di esclusione sociale. Questa limitazione temporale supera il desiderio dell’opinione pubblica di chiedere censure e pene per i tipi d’autore che la ribalta politica, di volta in volta, di governo in governo, ritenesse più meritevoli di attenzione. Solo per i reati più gravi è stabilito che quel potere rimanga illimitato sul piano sostanziale (reati imprescrittibili), ma con vincoli temporali sul piano del processo (sua ragionevole durata). L’inosservanza di queste premesse di sistema rende irrazionale la riforma del 2020, che sospende senza limiti, sia sostanziali, sia processuali, la prescrizione dopo la sentenza di primo grado: sul piano processuale, perché sulla carta sembra quanto meno accettare come possibili processi eterni, e soprattutto su quello sostanziale, perché considera la prescrizione come un diritto dell’accusa, come se il processo riguardasse solo reati puniti con l’ergastolo.

«Processo eterno anche per gli assolti: un assurdo che va cancellato subito». Intervista a Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza. Valentina Stella su Il Dubbio il 18 Febbraio 2021. «Dire che la riforma del processo penale debba attendere il tempo necessario per far maturare una cultura delle garanzie mi lascia perplesso, a maggior ragione ora che alla guida dell’Anm ora abbiamo un giudice e non un pm, che mi sembra favorevole a fare delle riforme». Parte da qui Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza. Sul tema della prescrizione aggiunge: «Il problema va affrontato subito, anche con una soluzione non ottimale ma va fatto: in Italia purtroppo siamo abituati a rinviare le discussioni all’infinito». E la sua proposta è quella di «togliere il blocco della prescrizione all’imputato prosciolto: è irragionevole che non si sospenda prima che io venga assolto e poi lo si faccia il giorno dopo la mia assoluzione».

Professor Spangher, nel discorso di Draghi c’è attenzione per la giustizia civile, non per quella penale. Cosa ne pensa?

«Ho ritrovato lo stesso pensiero anche in un articolo pubblicato su Avvenire dal magistrato Paolo Borgna. Alcune riflessioni critiche sono inevitabili: è noto da tempo che l’Europa ci chiede una riforma del processo civile perché la crisi della stessa comporta la perdita di un certo numero di punti di Pil. C’era anche l’ipotesi di approvare la riforma civile con decreto legge: questo è giustissimo ed è anche chiaro che il presidente Draghi in poco tempo non può affrontare tutte le criticità che riguardano il nostro Paese. Tuttavia, l’Italia e il governo devono occuparsi di alcune questioni: due giorni fa è stata annullata la nomina del procuratore di Roma, c’è una attività della Procura generale in tema di procedimento disciplinare, l’Anm ha inviato i suoi probiviri a Perugia, l’anno prossimo si vota per il rinnovo del Csm. È evidente che il rapporto tra i cittadini e la giustizia è in crisi e la ricucitura non può essere tema da rinviare. C’è un altro aspetto che non è secondario».

Mi dica.

«Affermare che la riforma del processo penale debba attendere il tempo necessario per far maturare una cultura delle garanzie mi lascia perplesso, a maggior ragione che alla guida dell’Anm ora abbiamo un giudice e non un pm, che mi sembra favorevole a fare delle riforme. È vero che alla giustizia civile si legano i punti di Pil ma la giustizia penale decide della libertà delle persone, e credo che il nuovo ministro della Giustizia avrà la giusta sensibilità verso la questione penitenziaria e l’esecuzione della pena. Se vogliamo anche farne qui un discorso economico, i dati che riguardano i risarcimenti per ingiusta detenzione mostrano numeri alti. Forse si vuole rinviare tutto, perché al fondo c’è l’altro argomento che incombe sulla giustizia penale, ed è la prescrizione».

Secondo lei quale strada dovrebbe intraprendere la ministra Cartabia sul tema della prescrizione per non scatenare attriti nella maggioranza?

«Il tema della prescrizione, e su questo sono d’accordo con Borgna, va visto all’interno di un quadro generale complessivo. C’è la soluzione di Verini per cui “è divisivo, rinviamo”: ma la prescrizione è tornata subito in discussione appena entrata in vigore la riforma Bonafede. Poi abbiamo avuto un lodo Conte di cui non si è fatto nulla, poi gli emendamenti Costa e Annibali. Dunque è un tema su cui diverse riflessioni sono già maturate. Il problema va affrontato, ma occorre grande capacità di mediazione. Andrebbe rivisto complessivamente ma significherebbe allungare di molto i tempi».

Altre proposte in campo sono: attendere qualche mese giacché, sostengono alcuni, gli effetti della riforma Bonafede si vedranno tra qualche anno, oppure lavorare per la cosiddetta “prescrizione per fasi”.

«Il problema va affrontato subito, anche con una soluzione non ottimale ma va fatto: in Italia purtroppo siamo abituati a rinviare le discussioni all’infinito. Temo che rinviare significherà non risolvere mai la questione e quindi vorrebbe dire ripetere reiteratamente le contrapposizioni tra avvocatura, magistratura, parti della politica».

Cosa si potrebbe fare allora?

«Per me bisogna sicuramente togliere il blocco della prescrizione all’imputato prosciolto: è irragionevole che non si sospenda prima che io venga assolto e poi lo si faccia il giorno dopo la mia assoluzione. Mi rendo anche conto che qualcuno ritenga incostituzionale la differenza tra prosciolto e condannato. Ma non riesco davvero a capire perché una sentenza favorevole blocchi in termini indefiniti il processo. Se poi la persona verrà condannata in appello, con quella sentenza si potrà bloccare il tempo della prescrizione verso il giudizio di Cassazione. Non dimentichiamo che la lontananza dal fatto ha il suo valore: se invece partiamo dall’idea che la prescrizione è semplicemente, come qualcuno sostiene, una scusa, un mezzo con cui ci si vuole assicurare l’impunità, allora entriamo in un terreno minato in cui diviene difficile ragionare. Il tema della prescrizione ha tante sfaccettature».

Quali?

«Per lei è giusto per esempio che un processo nei confronti di un imputato inizi anche dopo venti anni? C’è quindi anche il problema della prescrizione dell’azione. Vorrei precisare poi un’altra cosa».

Prego.

«La prescrizione non è un giudizio di assoluzione perché, pur escludendo la pena detentiva, si conserva comunque l’onere di risarcire il danno o la possibilità di confiscare. Sotteso alla prescrizione c’è comunque l’accertamento della responsabilità, altrimenti sarei stato prosciolto».

Ma secondo lei, sempre in tema di riforme, ci sono le condizioni per portare a casa alcune depenalizzazioni?

«Certo, era già previsto nella riforma Bonafede. Non tutto può essere pena e carcere, e noi abbiamo tanti altri strumenti per perseguire attività illecite, come reati fiscali e ambientali: archiviazioni condizionate, eliminazione delle conseguenze dannose del reato, indennizzo delle società per i danni causati».

Prescrizione, tutto quello che vi dicono è falso: ecco perché. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 14 Febbraio 2021. Si avvicina il voto in Parlamento su alcuni emendamenti al Mille Proroghe che, ove approvati, sospenderebbero o addirittura abrogherebbero la sciagurata riforma Bonafede della prescrizione. Visto che tira una brutta aria per i tifosi di quell’obbrobrio sgrammaticato, ora la parola d’ordine è quella di “evitare i temi divisivi”. Come si dice a Roma, la buttano in caciara. Perciò credo sia opportuno mettere a disposizione di chiunque possa e voglia farne uso, una breve guida pratica, con alcune essenziali informazioni utili almeno a mettere a nudo le bufale travaglio-davigo-caselliane che già tornano in circolazione senza freni. Mi limito alle questioni più evidenti, e di immediata comprensione anche per i non addetti ai lavori, lasciando volutamente da parte ogni polemica ideologica o culturale tra garantismo e giustizialismo. Vediamo chi è che racconta balle in questa storia, e perché.

1. La riforma Bonafede è giustificata da un alto tasso di prescrizione dei reati, una anomalia tutta italiana che legittima l’impunità e mortifica le aspettative di giustizia delle vittime del reato. Vero o falso? Penosamente falso. In Italia, ormai da molti anni, vigono termini di prescrizione dei reati molto alti, e non di rado indecentemente alti. Qualche esempio: la corruzione si prescrive in 18 anni; l’associazione mafiosa da un minimo di 40 anni e 6 mesi a 68 anni; l’omicidio stradale da 20 anni e 8 mesi a 33 anni; la violenza sessuale non aggravata in 28 anni; il riciclaggio semplice in 18 anni; l’omicidio volontario non aggravato in 33 anni; la bancarotta fraudolenta non aggravata in 15 anni e 6 mesi; furti in abitazione o pluriaggravati e scippi aggravati in 15 anni e 6 mesi; rapine ed estorsioni da 15 anni e 6 mesi a 28 anni; e potremmo continuare. Sostenere perciò che termini del genere non siano sufficienti, e che Giustizia vuole che – per rimanere ad uno degli esempi- un processo per omicidio stradale possa e debba essere definito anche oltre i 33 anni dal fatto, segnala o mala fede, o patologie di tipo psicotico ossessivo di gravità medio-alta.

2. La Riforma Bonafede accorcerà i tempi del processo, perché la interruzione del termine dopo la sentenza di primo grado rende inutili appelli e ricorsi in Cassazione finalizzati solo a far maturare la prescrizione. Vero o falso? Questa è una menzogna più esattamente ascrivibile alla macroarea delle idiozie. Come anche un sasso saprebbe comprendere, un appello si propone dopo la sentenza di primo grado, e contro di essa. Le costanti statistiche del Ministero di Giustizia ci confermano da decenni che in quel momento, cioè al deposito della sentenza di primo grado, sono già maturate tra il 70/75% delle prescrizioni (oltre il 60% addirittura prima dell’udienza preliminare). Inoltre, i ricorsi per Cassazione puramente defatigatori, perciò dichiarati inammissibili, fanno retrocedere il calcolo della prescrizione alla data della sentenza di appello. Dunque lo stesso sasso di cui sopra è anche in grado di comprendere che ben oltre l’85 per cento del “problema prescrizione” ha a che fare con le impugnazioni come il cavolo con la merenda. Perciò non solo è falso che la riforma Bonafede sia destinata a ridurre i tempi del processo, ma è invece drammaticamente vero il contrario. Come ogni magistrato italiano sa bene, tranne Davigo, le Corti di Appello celebrano con grande fatica un numero elevatissimo di processi ogni giorno sotto minaccia della data di prescrizione del reato, stampigliata in grande evidenza in alto a destra su ciascun fascicolo. Eliminata quella data, perché mai si dovrebbe continuare con quei ritmi forsennati?

3. Gli avvocati ben pagati fanno durare a lungo i processi. Vero o falso? Spudoratamente falso. Per lo meno da vent’anni non c’è più modo, per avvocati ed imputati, di far valere un impedimento o di richiedere un rinvio che sia uno senza che il decorso della prescrizione si interrompa. Dovrebbe esserci un limite alla indecenza di queste bufale.

4. La prescrizione esiste solo in Italia. Vero o falso? I reati si prescrivono, in proporzione alla gravità, anche in Francia, in Spagna, in Germania, ovunque. Nei paesi anglosassoni si prescrive non il reato ma l’azione, cioè il processo, in tempi imparagonabilmente più brevi dei nostri. Paragonare le mele con le pere è il metodo tipico di chi argomenta per pura polemica, fingendo soprattutto di ignorare che l’unica vera esclusiva italiana è quella della durata irragionevole delle indagini e dell’inizio sistemicamente tardivo dei processi. Una anomalia incivile che rende l’imputato prigioniero di una inefficienza a lui per di più non imputabile. Una vergogna. Facciamola finita, che è giunta l’ora.

Il diritto sotto ricatto. Prescrizione, la sciagurata riforma Bonafede e l’esempio di Tronchetti Provera. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 24 Gennaio 2021. A quanto pare, mercoledì prossimo il Parlamento sarà chiamato a fare un bilancio della politica sulla Giustizia adottata nel 2020 dal Governo Conte e, per esso, dal Ministro di Giustizia Alfonso Bonafede. Io nutro dubbi, non fosse altro perché da un anno a questa parte la Politica è sospesa, in questo paese, o meglio essa si risolve integralmente nella guerra al Covid. Si tratta certamente di una priorità assoluta ed imprescindibile, ma da qui a pretendere che non si debba ragionare d’altro, e che chiunque ponga problemi di scelte politiche sia additato a sabotatore della salute pubblica, ce ne corre. Ora, mi permetto sommessamente di ricordare ai nostri rappresentanti in Parlamento che il 2020 è stato l’anno nel quale è entrata in vigore la riforma della prescrizione dei reati, che ha sostanzialmente abrogato l’istituto. Doveva già accadere nel 2019 ma l’allora Governo “Conte 1” ne differì di un anno l’entrata in vigore perché la Lega recalcitrava all’idea di varare la nuova figura dell’imputato a vita. L’accordo fu questo: prima interveniamo sul tema della irragionevole durata dei processi penali italiani, cioè sulla vera patologia, e poi eliminiamo il rimedio (cioè la prescrizione). Ma nell’anno di differimento nulla accade, ed anzi cade il Governo. I nuovi partners di maggioranza, Pd in testa, nell’approssimarsi della fatidica scadenza (gennaio 2020), pubblicamente e ripetutamente dicono: questa riforma non è la nostra e non la condividiamo, comunque blocchiamo ma solo perché da subito inizi il percorso parlamentare di riforma dei tempi del processo penale, altrimenti l’imputato a vita è una incivile assurdità. Mercoledì in Parlamento basterà ricordare queste parole, e questi impegni politici pubblici, a fronte, ancora una volta, del nulla sul fronte della riforma del processo penale (e meno male, considerato che la legge delega per come concepita non risolverebbe nulla sulla durata dei processi, ma stravolgerebbe profondamente garanzie processuali e diritto di difesa dei cittadini). Suggerisco che venga presa ad esempio la vicenda processuale del dott. Tronchetti Provera, che lo ha visto imputato per una ipotesi di ricettazione risalente all’anno domini 2004. L’esempio è calzante perché il noto manager, con scelta coraggiosa e quasi temeraria, rinunziò alla prescrizione nel frattempo maturata, convinto che la sua innocenza sarebbe stata senz’altro riconosciuta dai giudici. Dunque, una situazione che simula perfettamente e senza equivoci cosa possa accadere nella nostra realtà giudiziaria a prescrizione eliminata (cioè la situazione voluta dalla sciagurata riforma Bonafede). Condannato in primo grado nel 2013 (dunque 11 anni dopo il fatto); assolto nel 2015; la Cassazione annulla l’assoluzione nel 2016 su ricorso della Procura; la Corte di Appello bis lo assolve di nuovo nel 2017; nel 2018 (sempre su ricorso della Procura, che non molla) la Cassazione bis annulla l’assoluzione bis; nel 2019 l’Appello tris lo assolve ancora; la Procura ricorre ancora (sissignori!) e la Cassazione ter lo assolve definitivamente nel novembre 2020. Eccola, la civiltà giuridica nell’orizzonte di questo Governo, di questo Presidente del Consiglio, di questo Ministro di Giustizia. Eccolo, il paradisiaco eden civile dell’imputato a vita, perfettamente simulato “in vitro”, al di là delle chiacchiere e delle lodi manettare lisergiche degli strafatti quotidiani. Se ne potrà discutere, in Parlamento? Se ne potrà chiedere conto al Governo, senza essere additati al pubblico ludibrio come gli irresponsabili sabotatori della democrazia? Stiamo molto attenti, questo ricatto della emergenza pandemica sta diventando un autentico pericolo democratico. La pretesa che ogni dibattito, ogni obiezione politica, ogni censura di merito ti iscriva direttamente nella categoria dei sabotatori della salute pubblica e delle istituzioni democratiche non può durare in eterno. Io non mi occupo di crisi di Governo, ma pongo una domanda molto semplice, per rimanere sul tema prescrizione: perché, in nome della responsabilità politica e della necessità di salvaguardare le sorti del Governo in questa fase così delicata, non si chiede semmai alla maggioranza di rispettare i propri reiterati impegni pubblici, sospendendo la riforma Bonafede della prescrizione, invece che agli oppositori della riforma di tacere ed arrendersi, in nome del Covid?

·        La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

Giustizia, da Napoli a Catania: ecco le capitali dei processi lumaca. Conchita Sannino su La Repubblica l'11 luglio 2021. L'ex primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio: "Bisogna implementare subito il numero di cancellerie e magistrati, e far decollare l’Ufficio del processo». Del torpore dei nostri procedimenti soffre, complessivamente, tutto il sistema. Come sa bene la Cedu che ha martellato l’Italia con 1202 condanne per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, Paese maglia nera in Europa. Ma la riforma Cartabia spinge ora definitivamente allo scoperto i casi limite e le “capitali” della giustizia lumaca, in particolare del settore penale. Che sono “solo” 7 distretti su 29, un quarto del sistema, certo non tutto: ma si tratta di cittadelle giudiziarie, in buona parte concentrati al sud, a parte Roma e Venezia, dove la lentezza è frutto anche di piante organiche inadeguate, di antiche carenze di cancellieri, di maxi processi (per corruzione e criminalità organizzata) o di giudizi complessi con imputati detenuti. Uffici lasciati deragliare da tempo. Basta dare uno sguardo ai dati: Napoli offre il picco, con un processo di appello che dura più di 5 anni e mezzo. È la situazione limite e non a caso è prevista il 20 luglio, nella Torre al centro direzionale, la visita della Guardasigilli. Che affronterà il tema cui tiene molto: l’Ufficio del processo. Seguono Reggio Calabria, con 4 anni e mezzo di durata. E poi Catania, Roma e Lecce, che si attestano sui 3 anni e mezzo, e infine Sassari e Venezia, dove un appello si definisce in quasi tre anni. Giustizia a distinte risorse e velocità. Così si scoprono «sproporzioni, contraddizioni, schizofrenie di scelte passate su cui occorrerebbe intervenire con misure dedicate», sottolineano dai Palazzi di Giustizia più scoperti. Ma i punti di vista sono inevitabilmente molto diversi.

Vista da Milano, dove un giudizio di secondo grado nel penale dura in media 335 giorni, e quindi nettamente al di sotto dei due anni oggi decretati dalla nuova norma, la riforma Cartabia è una strada che porta più o meno speditamente lontano dal tunnel.

«La giustizia italiana in tutte le sue articolazioni dovrebbe cogliere quest’occasione unica, può contare su risorse davvero inimmaginabili fino a poco tempo fa: si possono segnare traguardi che non immaginavamo neppure. Ma naturalmente bisogna implementare subito il numero di cancellerie e magistrati, e far decollare l’Ufficio del processo», spiega a Repubblica Giovanni Canzio, fino al 2017 primo presidente della Corte di Cassazione e già presidente della Corte d’Appello di Milano dove mise a segno una riorganizzazione che diede risultati.

Oggi Canzio è notoriamente grande estimatore della “missione” in capo alla titolare della Giustizia. «Un lavoro difficile, quello della ministra — aggiunge — al quale magistratura ed avvocatura dovrebbero portare il loro lucido contributo». Aprire letteralmente gli armadi, dice. «Ora o mai più. E quello che feci anche a L’Aquila. Dissi vengo con voi, apriamoli insieme questi armadi, Ma è evidente che conta moltissimo negli uffici la scelta di figure che abbiano spiccati profili organizzativi e manageriali».

Poi c’è la questione di carenze stratificate. A Catania, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, la presidente pro tempore Domenica Motta, citando le gravi carenze di magistrati e personale amministrativo, ha parlato di «ordinaria emergenza».

E tutte le contraddizioni del sistema Napoli sembrano incarnarsi a Napoli: dove i giorni della durata media del processo di appello toccano quota 2.031 (più di cinque anni e mezzo) e dove sono 57mila i processi pendenti che rischiano di essere cancellati per effetto del decreto legislativo approvato dal governo. La realtà presenta il pesante conto. Al punto che il presidente di Corte di Appello, Giuseppe De Carolis di Prossedi, disegna con chiarezza una sorta di roulette russa. «Per farla breve, rispetto alle cifre drammatiche note a tutti da qualche decennio dell’imbuto napoletano, io ora devo scegliere». Cosa? «Tra questi estremi: faccio i processi nuovi, abbasso il disposition time come mi chiede la nuova norma ed evito l’improcedibilità? Oppure mi occupo di quelli vecchi, smaltisco l’arretrato e scongiuro le prescrizioni, facendo però aumentare il tempo di disposizione dei giudizi? E soprattutto: chi deciderà cosa fare? Noi, il singolo giudice? Diventerà una scelta puramente causale?». Aggiunge: «Abbiamo solo 16 collegi sui 18 che sono previsti, i posti non si coprono perché i giudici preferiscono non venire all’Appello penale perché a differenza di prima questo ruolo non ti dà un titolo in più. Né il Csm con cui avevo affrontato la questione ha pensato a incentivare questo passaggio». Arriveranno però risorse: finalmente i 20 cancellieri che Napoli attendeva da qualche decennio.

Il presidente De Carolis allarga le braccia. «Abbiamo l’assoluta consapevolezza che tema della lentezza dei processi andasse affrontato.

Un processo su un binario morto. Green money compie 10 anni senza sentenza: l’inchiesta spazzò via l’amministrazione di Parma del sindaco Vignali. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'1 Luglio 2021. A Parma c’è un processo depositato su un binario morto. Si chiamava “Green money”, e fu celebrato come “Parmacrack” da una vignetta. Fu utile più che a far giustizia a far cadere la giunta di centro destra e ad aprire la strada non al governo della sinistra secondo le aspettative, ma al primo sindaco grillino di una città di provincia nella storia italiana. “Green money” è oggi sul binario morto perché non c’è una sentenza definitiva a dieci anni da quel giorno, quel 24 giugno 2011 in cui gli uomini della guardia di finanza diedero il via alla retata al Comune di Parma. Arresti e intercettazioni, con accuse per gravi reati: corruzione, concussione, peculato, abuso d’ufficio, falso, truffa. Mezzo codice insomma. E dopo un primo grado in cui alcuni patteggiarono per sfinimento senza ammettere alcun reato e gli altri aspettano, nessuna data di appello appare all’orizzonte. Mentre cerca l’impossibile mediazione tra garantisti e forcaioli sul problema della prescrizione, la ministra Cartabia potrebbe dare un’occhiata a quel che succede, a quel che è successo nel corso del tempo in certe procure e in certi tribunali d’Italia. Quei fatti che, con indebite forzature, hanno anche cambiato per via giudiziaria la storia politica del Paese. Come per l’appunto è accaduto a Parma, la più brillante tra le città emiliane. Quella che osò un giorno, dopo il breve tentativo del sindaco Guazzaloca (il Guazza) a Bologna, illuminare un puntino bianco nelle cartine dell’Emilia rossa. È anche la storia della stupidità di una certa sinistra che prima fa la ola sugli spalti della procura mentre mitraglia gli avversari politici fino a doversi fare più in là quando i frutti li raccoglie qualcun altro. Il Movimento cinque stelle. E Federico Pizzarotti, un tecnico informatico stupito per primo di trovarsi a indossare la fascia tricolore dopo aver impostato la campagna elettorale nella lotta contro l’inceneritore e la “cementificazione” della città. I parmigiani probabilmente ricordano ancora il comizio più strillato della storia con un Beppe Grillo particolarmente infiammato in piazza della Pilotta. Chissà se erano veramente tutti ambientalisti quelli che votarono Pizzarotti, visto che poi non si ricordano manifestazioni di protesta quando lui si affrettò ad accendere l’inceneritore di Baganzola e a inaugurare il Ponte Nord, opera di cemento e non di erba e fiorellini, fortunatamente. No, non erano ambientalisti (forse qualcuno anche sì) quelli che riversarono il proprio consenso a un movimento tutto di pancia e di moralismo in quel maggio del 2012 dopo quasi un anno di commissariamento della città. Erano semplicemente i cittadini che credevano nel ruolo purificatore e salvifico della magistratura. Un popolo in gran parte di sinistra, abituato alla buona amministrazione emiliana, che aveva creduto in buona fede all’inchiesta giudiziaria partita con quel blitz del 24 giugno 2011. Il sindaco Pietro Vignali, un democristiano moderato che governava la città con Forza Italia e l’Udc, fu travolto. Arresti, perquisizioni e intercettazioni furono accompagnati da una massiccia copertura mediatica, con l’immediata conferenza stampa del procuratore capo Gaetano Laguardia, la pm Paola Dal Monte, il colonnello Guido Geremia. Se questo nome vi ricorda qualcosa, sappiate che è lo stesso che, diventato generale, conduce i blitz e le maxi-retate in Calabria con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Del resto lo stile di oggi ha molto di simile a quel che accadde dieci anni fa a Parma. Fu un tornado. Invano il senatore Filippo Berselli dal suo scranno della commissione giustizia inondò due ministri (Alfano e Severino) con nove interrogazioni sui metodi più che discutibili con cui veniva condotta l’inchiesta, e invano protestarono gli avvocati parmigiani nel corso di uno sciopero nazionale che chiedeva a gran voce la separazione delle carriere. Ma anche gli argomenti locali non mancavano: ritardata iscrizione nel registro degli indagati (vecchio trucco per prolungare i tempi, che fu usato anche a Milano nei confronti di Berlusconi), intercettazioni fuori legge tra indagato e difensore, interviste a gogo in cui il procuratore Laguardia si era addirittura esibito a imitare le voci delle persone arrestate. Ma anche questioni che avrebbero dovuto scandalizzare gli “indignados” che avevano riempito le strade e le piazze fino a cacciare gli “usurpatori” del buongoverno di sinistra delle tradizioni emiliane. La pm Dal Monte per esempio non avrebbe dovuto astenersi dall’indagine, dal momento che suo marito aveva presentato domanda per occupare proprio il posto pubblico di un dirigente che lei aveva fatto arrestare? Infine sarà costretta ad astenersi, dopo un’inchiesta alla procura competente di Ancona, ma cinque anni dopo. E che dire dello stesso procuratore capo Laguardia, quando nel 2017 da pensionato si candiderà alle elezioni amministrative in una lista di appoggio al Pd, cioè al partito che più di altri aveva sostenuto la sua inchiesta? Il sindaco Vignali ne uscì distrutto. Fu trattato con particolare accanimento. Arrestato quasi due anni dopo le sue dimissioni da primo cittadino, un gesto inutile e quasi di sadismo, annullato per due volte dal tribunale del riesame. Sequestrati tutti i beni, compresi quelli dei familiari, e anche la sua stessa casa proprio quando aveva trovato un compratore che gli consentisse di pagare le spese legali e processuali. Ma la cosa più grave, per un amministratore pubblico, fu l’infamante accusa di aver accumulato un “tesoretto” di quasi due milioni di euro, accumulato su ben 17 conti correnti personali. Poi l’obbligatoria retromarcia. Era stato un errore, i soldi e i conti non erano suoi ma del Comune. Buona fede? Quanto meno incapacità e confusione tra i bilanci del Comune e il conto personale, su cui non c’erano tesoretti né milioni. Perché infine l’ex sindaco decise di accettare un patteggiamento di due anni pur continuando a dichiararsi estraneo alle accuse? Perché non ce la faceva più. Perché gli avevano messo i denti nel collo e non li toglievano. E questo nonostante i molti inciampi dell’inchiesta. Come il trasferimento di due sottufficiali dell’Arma sospettati di scarsa solidarietà alle indagini e sei mesi dopo prosciolti dalla commissione disciplinare del ministero di giustizia. O come la famosa “seconda inchiesta” presentata in conferenza stampa dal procuratore Laguardia che elencava con nomi e cognomi undici presunti responsabili del nulla, visto che tutti gli indagati sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Ed è significativo il fatto che, a dieci anni da quel blitz che cambiò il corso della storia, visto che Pizzarotti, pur non essendo più del Movimento cinque stelle, è stato anche rieletto (alla faccia di chi non voleva l’inceneritore), nessuno pare abbia interesse, a parte gli imputati, a conoscere almeno una verità giudiziaria sul “Parmacrack”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Caro Dubbio, ti scrivo di una causa che si tramanda di padre in figlio…Pubblichiamo la lettera che un nostro lettore, avvocato del Foro di Genova, ha indirizzato al Dubbio per raccontare un caso molto "singolare" di denegata giustizia.  Il Dubbio il 25 giugno 2021. Iniziamo da oggi, e con la testimonianza che leggete di seguito, a pubblicare le lettere e le storie segnalateci dai lettori, innanzitutto dagli avvocati, sui disservizi della giustizia e i disagi causati alla professione.

Caro Direttore, si sente parlare nelle aule del Parlamento e nei salotti buoni televisivi di giustizia rapida, di giustizia veloce e si ascoltano proclami di riforme atte a velocizzare i procedimenti stanganti nelle cancellerie dei nostri tribunali e uffici dei giudici di pace. Ne sento parlare da quando presi in mano per la prima volta un codice di procedura civile e panale nel 1992. Ne sento parlare da quando nel 2001 mi sono abilitato alla professione di avvocato. Siamo arrivati al 2021 e le sirene sono sempre le stesse. Eppure parrebbe essere cambiata almeno una generazione di politici. Ma la ancillare (per loro) questione giustizia non è stata risolta. Non si vuole risolvere. O non vi è convenienza a risolverla. Oltretutto quando si tratta di mala giustizia fa colpo parlare del penale, ma la giustizia civile incide su un più ampio settore della popolazione e del tessuto economico. Ma fa meno scalpore. Anni fa si parlava nel processo civile (io ho a che fare con questo e di questo posso parlare) di oralità e di orientare la procedura sul modello del processo del lavoro, caratterizzato dalla necessità di una procedura veloce, con atti difensivi immediati in cui occorre prendere fin da subito una posizione. È vero che mal si adatta alla tutela di altri diritti, più tecnici, ove è necessaria una maggior ponderazione ed analisi non solo fattuale ma di diritto. Poi vi è stato il guizzo della particolare procedura nelle controversie di diritto societario, che comportava un meccanismo complesso di scambi di memorie scritte. Poco pratico. Molto macchinoso. Più di recente ci si è inventati il procedimento sommario di cognizione. Personalmente, lo trovo interessante, se non fosse che i tempi vengono interamente gestiti dagli uffici giudiziari e non garantiscono la immaginata celerità, anche perché spesso il rito viene trasformato in ordinario. Adesso la nuova idea di riforma prevede un ampliamento delle adr (alternative dispute resolution). Mediazione, negoziazione, arbitrato. Tre strumenti che (per così dire) poco affascinano il mondo dell’avvocatura. Preciso che io invece li trovo interessanti perché se utilizzati in modo intelligente possono essere fonte di guadagno per gli avvocati e una risoluzione per chi vuole ottenere un risultato veloce e utile. Ma non è certo così per chi voglia ottenere giustizia. Senza considerare che se resi obbligatori comportano un costo ulteriore, una ulteriore perdita di tempo. Questa lunga premessa per raccontare un grave caso di disservizio della giustizia e denegata giustizia. Correva l’anno 2013 allorché in un tribunale calabrese venivano iniziate una serie di controversie per una occupazione di un terreno, in cui si discute di usucapione, di restituzione, di rilascio. Nel frattempo uno dei clienti (ormai centenario) muore così come l’avvocato che lo assisteva, che mi lascia in eredità la causa. Siamo arrivati al 2021, dopo avere tenuto per ciascuna circa 4 udienze per così dire “operative”, due anche per testi, inframezzate da una serie infinita di rinvii, l’ultimo la settimana scorsa dove le due cause erano state fissate per la famigerata precisazione delle conclusioni. Ma sorpresa! Un nuovo rinvio: al maggio 2022. Motivo? Sempre lo stesso: cambio di giudice (il sesto se non ho perso il conto). Forse non ne vedrò la fine. Ma soprattutto la mia assistita (superstite che già programma di istruire il figlio per la prosecuzione del giudizio) non può rientrare nel possesso del suo terreno, mentre chi lo occupa ne ha il godimento indisturbato.

Ma veniamo al Nord, ai giudici di pace. Nella mia città il Covid ha dato il colpo di grazia. Sotto numero. Privi di una direzione. Cause iscritte a ottobre devono ancora essere confermate per l’udienza. Ricorsi per multe depositati e non notificate, con conseguenze immaginabili. Cause tenute a riserva nel 2019 e sentenza emesse nel 2021. Queste in passato erano eccezioni, ma dal momento che non sono episodi ascrivibili a singoli giudici, ma malfunzionamento sistematico di un ufficio, la cosa assume proporzioni di gravità indiscutibili. Ovvio che una situazione del genere non si può risolvere con una mediazione (ci abbiamo ovviamente provato, obbligatoriamente) o una negoziazione assistita (occorre trovare un accordo, non una rinuncia al diritto). Occorre incidere sull’organizzazione degli uffici giudiziari. Ora mi chiedo se il problema della giustizia sia imputabile alle procedure o non piuttosto alla assenza (o scarsità, i due concetti sono semanticamente diversi) dei giudici e alla loro de-responsabilizzazione. Non so più dare una risposta. Firmato un avvocato del Foro di Genova

Processi infiniti, lo stato risarcisce con una mancetta: che giustizia è? Paolo Itri su Il Riformista il 31 Maggio 2021. Da alcuni giorni è stata consegnata alla guardasigilli Marta Cartabia la relazione finale della Commissione ministeriale incaricata di elaborare l’ennesima proposta di riforma della giustizia. Le conclusioni del lavoro della Commissione sono ora al vaglio della ministra che farà le sue valutazioni in vista della presentazione degli emendamenti governativi al disegno di legge di riforma del processo penale attualmente all’esame del Parlamento. Tra i numerosi e delicati argomenti toccati dal progetto di riforma (prescrizione, durata delle indagini preliminari, allargamento dell’area dei reati punibili a querela, determinazione del Parlamento sui criteri di esercizio dell’azione penale e altro ancora), spicca il paragrafo dedicato ai “rimedi compensatori e risarcitori conseguenti al mancato rispetto dei termini di ragionevole durata del processo penale” (tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e uno per la Cassazione). La proposta formulata dalla Commissione prevede che, in caso di irragionevole durata del processo, il condannato possa chiedere al giudice una congrua riduzione della pena a titolo di compensazione per il pregiudizio subito, mentre, se la diminuzione di pena è addirittura superiore all’ammontare della pena inflitta, il giudice dichiara ineseguibile la pena in ragione dell’accertata violazione del diritto dell’imputato alla ragionevole durata del processo. Detto in soldoni, di fronte alla certificata incapacità dello Stato italiano di assicurare una giustizia in tempi brevi e ragionevoli, come avviene invece in tutto il resto del mondo occidentale, si prevede una sorta di “risarcimento in natura” per cui la durata della pena viene ridotta in modo inversamente proporzionale alla durata del giudizio, ovvero addirittura si rinuncia del tutto all’esecuzione della pena. Per essere ancora più chiari, a fronte dei dati statistici che attestano come il giudizio di primo grado faccia registrare in Italia una durata media tre volte superiore a quella europea, mentre quello di appello è superiore addirittura di otto volte, invece di porsi seriamente il problema di come ridurre i tempi del processo rispettivamente a un terzo (per il primo grado) e a un ottavo (per l’appello) di quelli attuali, non si trova di meglio che mescolare le mele con le pere, aggiungendo alla beffa il danno. Come se l’assurdità di un processo interminabile possa venir meno o risultare mitigata per il semplice fatto che al condannato (magari per un reato molto grave come l’omicidio o la violenza sessuale) venga riconosciuta una congrua riduzione della pena. D’altra parte, occorre osservare che la previsione di rimedi di natura risarcitoria per ovviare alle manchevolezze dello Stato nel perseguire in tempi ragionevoli e secondo umanità gli autori dei reati si inserisce sul solco di una progressiva e sempre più allarmante visione mercantilistica della giustizia penale. È la stessa “filosofia” alla base della norma dell’Ordinamento penitenziario che, per il caso di sovraffollamento carcerario, già oggi prevede una riduzione della pena detentiva pari a un giorno ogni dieci, ovvero una somma di denaro pari a otto euro per ciascuna giornata nella quale il detenuto ha subito il pregiudizio. Invece di cercare dei rimedi concreti per ridurre i tempi dei processi e rendere più vivibili le carceri, si risolve il problema diminuendo la durata della pena, senza che il detenuto abbia fatto alcunché per meritarselo, al di fuori di ogni logica di carattere premiale e rieducativa. Prima ti faccio stare sulla graticola con un processo infinito, poi ti rinchiudo in gabbia come un animale in una cella piccola e stretta, magari con altri tre o quattro detenuti, e infine, in cambio del trattamento da terzo mondo che ti ho riservato, ti faccio uscire un po’ prima di galera, magari con tante scuse, oppure ti elargisco una mancetta. Quasi peggiore il rimedio (all’italiana) che il danno. Paolo Itri

La durata dei processi non dipende dal numero di avvocati. Davvero in Italia ci sono troppi avvocati e troppi rispetto a quale entità? Daniele Livreri su Il Dubbio il 30 maggio 2021. A ciascuno di noi è capitato di ascoltare la doglianza secondo cui in Italia ci sono troppi avvocati e ciò è causa della lungaggine dei processi, anche perché, chiosano i più colti tra i sostenitori di questa tesi, “dum pendet rendet”. Mi sono invece recentemente imbattuto in un Procuratore della Repubblica che, durante un colloquio sui massimi sistemi, mi ha manifestato il suo convincimento, secondo cui gli avvocati hanno un interesse economico opposto a quello sopra riportato: essi verosimilmente guadagneranno più o meno nella stessa misura se il processo si risolve celermente piuttosto che se si protragga nel tempo. Credo che l’osservazione colga nel segno. Ma in ogni caso il dialogo con l’acuto Procuratore mi ha fatto sorgere un interrogativo: davvero in Italia ci sono troppi avvocati e troppi rispetto a quale entità? Effettivamente nella nota ministeriale al rapporto del CEPEJ 2020, rapporto volto a confrontare il funzionamento dei sistemi giudiziari nei vari Paesi Membri del Consiglio d’Europa, si rileva che in «Italia il rapporto avvocati per 100.000 abitanti resta elevato (388), paragonabile a quello della Grecia (400)». Evidente che tale presentazione del dato non può che confermare la tesi di un numero eccessivo di avvocati, avvalorato da quello che appare un confronto suggestivo: il similare numero di avvocati in Grecia. Invero, altro paese di grande tradizione giuridica. Tuttavia non mi andava di accontentarmi di una “visione” del rapporto e ho consultato lo stesso, sebbene non abbia ritrovato il testo tradotto in italiano. Mi ha colpito non poco scoprire che «the lowest ratio in 2018 was 16 lawyers per 100.000 inhabitants in Azerbaijan and the highest 488 in Luxembourg». Tuttavia, nonostante un primo shock, i sostenitori della correlazione tra numero degli avvocati e durata del processo potrebbero facilmente riprendersi, perché guardando i dati della durata dei processi civili, nel settore penale i dati mi sembrano poco completi, si potrebbe sostenere che gli indici inerenti la durata stimata dei processi, il “Disposition Time in civil and commercial litigious cases at first instance” in Azerbaijan è di appena 51 giorni, ben lontano all’evidenza dai 527 italiani e molto più simile ai 50 russi o ai 30 kazaki. Ma a dimostrare che il ragionamento non torna è il dato lussemburghese: più avvocati di noi, ma con un D.T. di 94 giorni, meno di un quinto rispetto ai nostri tempi. I processi durano di meno che in Italia sia dove ci sono percentuali di avvocati maggiori delle nostre che nei paesi dove ce ne sono minori. Insomma, come ben sa chi frequenta le aule dei Palazzi di Giustizia, i lunghi tempi del processo italiano non dipendono dagli operatori di giustizia. Pubblicato su “Foro e giurisprudenza”

 Il rapporto del Consiglio d'Europa. Giustizia lenta e costosa, ecco i dati che incastrano l’Italia. Giampaolo Galli su Il Riformista l'11 Maggio 2021. I problemi della giustizia italiana sono quelli che hanno fatto le prima pagine dei media negli ultimi mesi, ma sono soprattutto quelli che da sempre angosciano cittadini e imprese e cioè la lentezza dei processi e la imprevedibilità degli esiti. Sconcerta che molti magistrati neghino o facciano finta di ignorare che vi sia un problema. Eppure è da anni che la Banca Mondiale e il Consiglio d’Europa mostrano dati davvero impressionanti per l’Italia e ci dicono che tribunali inefficienti sono fra i fattori principali che rendono difficile fare impresa in Italia, frenano l’erogazione del credito e comprimono la crescita dell’economia. Dunque, a scanso di non casuali amnesie, ricordiamoli questi dati. Il rapporto 2020 della Banca Mondiale colloca l’Italia al 122esimo posto su 190 paesi per la categoria “Tempo e costi delle controversie”. Il problema sono i tempi che, se sono infiniti, fanno lievitare anche i costi per gli avvocati: per far valere un credito in giudizio da noi occorrono oltre tre anni, il doppio della media dei paesi avanzati. La critica che si muove a questo indicatore è che riguarda solo il tribunale civile di Roma. E allora vengono in aiuto i dati del Rapporto redatto dal Consiglio d’Europa, con l’approvazione delle autorità nazionali. (Cepej). Questo rapporto dice due cose molto chiare. La prima riguarda la durata media dei processi: 2.656 giorni per i tre gradi di giudizio, ossia sette anni e tre mesi. In Francia e Spagna i processi durano la metà (poco più di tre anni), in Germania circa un terzo (2 anni e 4 mesi). In Europa siamo all’ultimo posto dopo la Grecia. I valori medi – si badi, medi – delle Corti d’Appello e quelli della Cassazione sono al di fuori del parametro “Pinto”, cioè oltrepassano quella che la legge indica come la ragionevole durata del processo, al di là della quale le parti hanno diritto a chiedere un risarcimento allo Stato. La seconda informazione riguarda la spesa per la giustizia. Per l’intero sistema (incluse le carceri, il Ministero, l’Avvocatura dello Stato ecc.), l’Italia spende lo 0,5 per cento del Pil, come la Germania e la Spagna e più della Francia (0,4%). Anche in termini di spesa pro capite (152 euro) siamo in linea con gli altri paesi, ben sopra la Francia (140) e la Spagna (129). Dunque non è vero che il problema è l’insufficienza delle risorse. Anche i dati Eurostat, relativi alla sola spesa per il funzionamento dei tribunali, indicano che l’Italia è in linea con l’Europa: negli ultimi dati disponibili, la spesa è allo 0,33 del Pil (5,8 miliardi), come la Spagna, un po’ meno della Germania (0,39%), ma più di Olanda, Francia e Svezia e Finlandia (tutte fra 0,26% e 0,28), più dell’Irlanda (0,21) e molto più della Danimarca che addirittura spende meno della metà dell’Italia (0,15%). Anche la spesa per il personale è allineata all’Europa: circa due terzi del budget dei tribunali riguarda la spesa per il personale. Ma qui si vedono alcune differenze, perché gli stipendi dei magistrati sono notevolmente più alti e il personale è più scarso. Il rapporto Cepej ci dice infatti che lo stipendio dei magistrati, che in Italia dipende solo dall’anzianità di servizio, è piuttosto alto a inizio carriera e molto alto, al terzo posto in Europa, per un magistrato al top della carriera. Invece, per numero di giudici e PM, l’Italia si colloca al 24esimo posto (sui 28 paesi anche extra Ue considerati nel rapporto Cepej), con sole 15 unità ogni 100mila abitanti: meno della metà rispetto alla media Europea (28). Vi sono però paesi che hanno meno magistrati di noi e una giustizia molto migliore: Francia (con 14 magistrati), Regno Unito (con solo 7), Irlanda (con 6). Anche lo staff amministrativo è scarso: siamo al 23esimo posto con sole 52 unità ogni 100mila abitanti, contro una mediana Europea pari a 69. Ma anche qui stiamo ben sopra Francia (34), Regno Unito (29) e Irlanda (23). Si obietta anche che i problemi dell’Italia non dipendono dalla pessima organizzazione della giustizia, ma dalla complessità delle leggi e dalla litigiosità degli italiani. Questo in parte è vero, ma è smentito nella sostanza dalle grandi differenze che ci sono fra regioni del paese. In primo grado la durata media di un procedimento civile è di 518 giorni al Sud, 370 al Centro e 305 al Nord. Nelle Corti d’Appello, le prime quattro posizioni della classifica sono occupate dalla Corti d’Appello di Trento (254 giorni), Torino (261), Trieste (321) e Milano (326). Tra le ultime cinque posizioni troviamo la Corte d’Appello di Roma (948) e le Corti del Sud; Taranto (1005), Palermo (861), Napoli (772), Caltanissetta (732). Questi dati ci sembrano sufficienti per dire che il nostro sistema, specie al Sud, ha urgente bisogno, come qualunque grande organizzazione, di confrontassi con alcune questioni chiave che per i magistrati sono quanto mai indigeste: valutazione, merito, produttività, tempi, divisione del lavoro, outsourcing, organizzazione. In sostanza, nel pieno rispetto dell’indipendenza ed anzi a sua tutela, il sistema ha bisogno di massicce dosi di managerialità. Giampaolo Galli

Francesco Grignetti per "la Stampa" il 17 maggio 2021. C' è un numeretto che racconta impietoso il disastro della giustizia italiana: per avere una sentenza civile di primo grado, in media occorrono 884 giorni, pari a due anni e mezzo. Se poi si guarda al secondo grado, c' è da farsi cadere le braccia. Una sentenza di appello arriva, in media, dopo 1. 196 giorni. In tutto, si superano i 2.000 giorni, ovvero cinque anni e mezzo. E c' è ancora la Cassazione. Questo racconta l' ultima fotografia del processo civile, aggiornata al 2020, appena licenziata dalla direzione statistica del ministero della Giustizia. E la cosa più grave è che gli indici peggiorano. Il Covid ha rallentato la macchina della giustizia con i suoi obblighi di udienze a distanza. Perciò si capisce meglio l' angoscia della ministra Marta Cartabia, che all' ultimo incontro con i capigruppo della maggioranza ha lanciato una sorta di ultimo appello ai partiti: «Sulla durata dei processi - ha detto la ministra - il governo si gioca tutto il Recovery. Non solo i 2,7 miliardi del Pnrr destinati alla giustizia, ma i 191 miliardi destinati a tutta la rinascita economica e sociale italiana».

Il passo del gambero. Le cose, statisticamente parlando, vanno davvero male. E l' Unione europea ci ha concesso i ricchi fondi del Recovery, vincolandoli a tre obiettivi cruciali, strategici. Uno è la velocizzazione del processo civile. Obiettivo della riforma del processo civile quindi, come richiesto dalla Commissione Europea, è un taglio del 40% dei tempi dei procedimenti civili entro i prossimi cinque anni. La cruda realtà del rapporto della direzione statistica dice però che stiamo andando nel senso opposto. La giustizia civile infatti è una zavorra per l' economia italiana e sembra che abbiamo pure adottato il passo del gambero. Nell' ultimo anno vi è stato un aumento del 3,8% nella durata effettiva di un procedimento in corte d' appello. Stazionari invece i tempi per i procedimenti in primo grado.

Effetto pandemia. C' è un altro elemento che angoscia non poco la ministra: causa Covid, nel corso del 2020 i procedimenti sono stati molto meno del solito. Un effetto abbastanza prevedibile a seguito dei periodi di lockdown e del congelamento dell' economia. Così - si legge nel rapporto - «sia le iscrizioni, sia le definizioni hanno avuto un brusco calo nell' ultimo anno (rispettivamente del 33% e del 32%), anche in connessione con le misure emergenziali adottate».

Per citare qualche numero, sono state 286. 403 le nuove cause civili contro le 427. 830 dell' anno precedente (in linea con i numeri dei cinque anni precedenti). Questo però significa che l' anno prossimo arriveranno tutte assieme, vecchie e nuove. E per di più ci sarà da gestire l' onda lunga della pandemia in termini di fallimenti e licenziamenti. Lo disse nel suo discorso d' insediamento, a marzo scorso: «È in arrivo un diluvio di contenziosi».

Sei anni per un fallimento. Su tutta l' area che interessa l' economia, in particolare, la situazione è quasi catastrofica. Se si prende in esame il registro SIECIC, quello che comprende le tre macro-materie delle esecuzioni mobiliari, esecuzioni immobiliari e procedure concorsuali come le istanze di fallimento, la durata effettiva in primo grado nel 2020 è aumentata del 21, 3% rispetto al 2019. Ci vogliono 1.928 giorni per un' esecuzione immobiliare (erano 1.364 nel 2014). E occorrono addirittura 2.766 giorni per definire un fallimento (contro i 2.748 dell' anno precedente). Sono quasi sei anni. «Il trend di crescita della durata - riconosce il ministero - è costante dal 2014. Su di esso ha influito in maniera preponderante l' andamento delle esecuzioni, mobiliari e immobiliari. Nell' ultimo anno tutte le macro-materie presentano una durata effettiva in crescita. L' aumento è da collegare alle misure emergenziali adottate». L' aumento di durata nel 2020 ha risentito, oltre che della crescita dell' indice di durata effettiva in tutte le materie, anche della più forte contrazione dei procedimenti definiti in materia di esecuzioni mobiliari (-35,7%), esecuzioni immobiliari (-25,2%) e fallimenti (24,4%), «che hanno durate molto elevate: 1928 giorni e 2766 giorni rispettivamente». Ricapitolando: il Covid ha frenato moltissimo la richiesta di giustizia, con un calo di circa un terzo dei procedimenti nuovi. È parimenti calata la capacità della magistratura di definire i procedimenti. Così il numero delle pendenze è sostanzialmente inalterato: in corte d' appello, 229.150 pendenze nel 2020 contro 241.673 nel 2019; in tribunale, 1.499.292 nel 2020 contro 1.502.290 nel 2019. Ci si attende però un fenomeno di rimbalzo. A breve arriveranno nei tribunali civili tutte le cause che non sono state presentate nell' anno del Covid. E in più ci sarà l' enorme prevedibile contenzioso dovuto al collasso di tante attività economiche. Si capisce più che bene, in definitiva, il senso dell' appello ansioso della ministra, qualche giorno fa. A partiti che non cessano di litigare, Cartabia ha intimato: «Chi si sottrae al cambiamento, si dovrà assumere la responsabilità di mancare un' occasione così decisiva per tutti». E in effetti si profilano riforme che scuoteranno abitudini consolidate, a cominciare da un ricorso massiccio alla conciliazione e al giudice di pace. Riforme che piacciono poco agli avvocati. Ma la giustizia civile, alla vigilia di una stagione di riforme, rischia addirittura di essere sommersa. E però gli accordi con l' Unione europea sono stringenti: o si dimostra il recupero di rapidità entro cinque anni, addirittura del 40%, oppure la Commissione ci chiederà indietro tutti i 191 miliardi del Recovery.

Rispettare la persona: solo così il processo è davvero giusto. I principi dell'articolo 111 si realizzano se la ragionevole durata del processo non si ottiene con il sacrificio del diritto alla difesa. Paola Balducci su Il Dubbio il 16 maggio 2021. “Processo giusto e breve” è il motto portato avanti dalla ministra Cartabia e che ispira la proposta di riforma del processo penale, da tanto attesa. La necessità di attuare il principio consacrato nell’articolo 111 della Costituzione, quello del “giusto processo”, è oggi sempre più incalzante: esso costituisce un diritto fondamentale della persona, di derivazione internazionale, che trova applicazione in qualsiasi processo, a prescindere dalla natura dello stesso. Il punto di frizione tra “giusto processo” e processo penale, in particolare, è da sempre rappresentato dalla “ragionevole durata”: la regolamentazione sul piano formale delle tempistiche entro cui si articola ogni fase, procedimentale e processuale, non sembra da sola sufficiente a garantire l’attuazione di quel principio. Certamente la ricerca e l’accertamento di una verità processuale non può essere compressa entro limiti temporali troppo stringenti ma nemmeno può ergersi a giustificazione di un’eccessiva dilazione dei tempi, così ripercuotendosi in negativo su una serie di diritti della persona nei cui confronti si celebra il processo, stante l’idoneità dello stesso a travolgerli e comprimerli. Uno dei punti critici, su cui si discute da molto, è quello relativo alla conciliazione tra “giusto processo” e durata dello stesso mediante lo snellimento di alcune fasi entro cui si snoda l’accertamento della verità, sempre nel rispetto del diritto di difesa, del pari garantito dalla Costituzione. La giustizia e la brevità sono due facce della stessa medaglia. In primo luogo, perché un processo per essere giusto deve essere breve, e questa è una garanzia tanto per l’imputato quanto per lo Stato e soprattutto per le vittime che aspettano la sua definizione. In secondo luogo, perché un processo deve essere “breve” ma allo stesso tempo “giusto”, il che significa che un’accelerazione delle tempistiche processuali non potrà mai comportare una menomazione del diritto di difesa dell’imputato. Diritto che è consacrato dalla Costituzione come “inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”, a ricordarci che un processo “giusto” non deve essere identificato solo in quello che si conclude con una sentenza di condanna. In quest’ottica garantistica, significativa e utile è, innanzitutto, una diversa concezione dell’udienza preliminare: da anni si è messo in discussione il suo ruolo di udienza “filtro”, tacciata troppo spesso di inutilità nell’economia processuale. Concepita dal legislatore come una fase processuale preordinata alla verifica dell’inidoneità degli elementi raccolti dal Pm nell’espletamento delle indagini preliminari, e quindi a una prognosi circa l’inutilità del dibattimento, soffre i limitati poteri attribuiti al Gup che, di fatto, non è in grado di filtrare le sole imputazioni meritevoli di un rinvio al giudizio. In questo senso, pertanto, è certamente opportuno attribuire poteri più pregnanti al Gup, così da essere in grado di valutare efficacemente la sostenibilità dell’accusa in giudizio e, quindi, di garantire una “deflazione” dei procedimenti inutili, perché non condurrebbero a una condanna dell’imputato, già nella fase preliminare. Più in generale, è necessario insistere sull’intera fase procedimentale delle indagini preliminari, che allo stato degli atti possono arrivare a durare fino a due anni. Anche in questo caso, massima rilevanza andrebbe attribuita alla previsione di tempi certi, nel segno di rendere più difficilmente eludibili i termini fissati per il compimento di determinate attività e per l’esercizio di determinate facoltà. Nell’ottica di un processo “giusto e breve” è fondamentale rivalutare quei procedimenti‘ speciali a definizione anticipata. Da una parte si potrebbe far leva sul criterio della entità del fatto commesso, così ampliando il catalogo dei reati per i quali l’accesso ai riti alternativi possa dirsi privilegiato, dall’altra sulle conseguenze derivanti da una simile scelta, prevedendo riduzioni di pena più significative ed estendendo gli altri benefici a tutti i procedimenti speciali. Trai i riti alternativi previsti dal legislatore, una maggiore attenzione dovrebbe essere riposta nella sospensione del procedimento con messa alla prova, del pari ampliandone le condizioni di accesso. Gli effetti di questo procedimento speciale, infatti, sono molteplici: la deflazione del carico pendente, che può avvenire già nel corso delle indagini preliminari quando l’apposita richiesta è presentata nel corso di questa fase procedimentale; il coinvolgimento attivo dell’imputato che è tenuto a prestare condotte volte a riparare le conseguenze dannose derivanti dal reato nonché a svolgere attività di rilievo sociale e di pubblica utilità; l’estinzione del reato allorquando la prova, cui è sottoposto l’imputato, abbia avuto esito positivo. La previsione di tre gradi di un giudizio se da un lato garantisce la piena attuazione del diritto di difesa, dall’altra contribuisce ad allungare i tempi della giustizia. Perciò è condivisibile l’idea di apporre un limite alla facoltà di impugnare un provvedimento al ricorrere di determinate condizioni: ad esempio, l’appello del Pm avverso una sentenza di assoluzione di primo grado potrebbe essere ristretto ai soli casi eccezionali, dato che il dibattimento è la sede naturale per il contraddittorio sulla prova. Una riforma della giustizia penale, per dirsi completa, dovrebbe, però, riguardare anche la fase dell’esecuzione della pena inflitta con sentenza di condanna divenuta irrevocabile. La necessità di incidere in maniera definitiva sul problema, ancora attuale, del sovraffollamento carcerario deve spingere a trovare soluzioni alternative, del pari idonee ad assicurare la funzione rieducativa della pena, imposta costituzionalmente. Certezza della pena non significa per ciò solo certezza del carcere, e di questa linea di pensiero sembra farsi portatrice la stessa Corte costituzionale, la quale ha affrontato la questione della non compatibilità del cosiddetto ergastolo ostativo con il sistema costituzionale. Le soluzioni per un processo “giusto e breve” sono molteplici e non è detto che gli interventi debbano riguardare soltanto la procedura. L’opera di snellimento potrebbe ben riguardare anche i profili sostanziali del diritto penale: la depenalizzazione è un potente strumento, efficace non solo per le conseguenze deflattive che genera sul carico di processi pendenti ma anche per il mantenimento di un diritto penale che sia coerente e rispettoso dei principi generali posti al suo fondamento. Evitare il panpenalismo, in cui si rifugiano le paure di una società moderna; espungere dall’ordinamento quelle fattispecie di reato che in concreto non offendono beni giuridici protetti dall’ordinamento; insistere nella prevenzione dei reati anche, e soprattutto, incentivando la diffusione della cultura della legalità. Questa riforma del processo penale dovrebbe esser figlia di una visione d’insieme: è solo attraverso la sinergia dei vari istituti, sia di diritto penale sostanziale, sia processuale che saremmo in grado di dar vita ad un processo “giusto e breve”, nella piena attuazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione e di quelli internazionali.

Così i processi lumaca calpestano i diritti e la giustizia. Viviana Lanza su Il Riformista il 13 Maggio 2021. Più di 31mila fascicoli d’inchiesta si sono risolti in un decreto di archiviazione, più di 7mila proscioglimenti sono stati decisi in fase di udienza preliminare perché si erano superare i tempi massimi, oltre un migliaio sono state le sentenze di prescrizione dinanzi al giudice di pace mentre superano i 21mila casi i reati dichiarati estinti per prescrizione al termine di processi di primo o secondo grado. Che giustizia è quella che non riesce a dare risposte entro dieci o vent’anni? Che giustizia è quella che tiene una persona ostaggio di indagini e processi che non si è in grado di celebrare nei tempi ragionevoli stabiliti dalla nostra Costituzione? Nel bilancio annuale della giustizia napoletana quello sulle prescrizioni è uno dei capitoli che genera maggiore sconforto. E se lo si affianca a quello sulle disfunzioni e sulle carenze di organico all’interno degli uffici giudiziari e a quello sugli errori giudiziari e sulle ingiuste detenzioni rispetto alle quali Napoli detiene da anni un triste primato a livello nazionale, è chiaro che si è davanti a una grave patologia del sistema giustizia. Per curare la patologia occorre una diagnosi e per fare una diagnosi è necessario conoscere una serie di dati. Quelli raccolti dalla Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del Ministero della Giustizia rendono la misura di come la prescrizione incide sui processi nel distretto di Napoli. Nel 2020, anno di pandemia, di lockdown e di misure drastiche che hanno determinato una riduzione dell’attività giudiziaria, si sono registrati in Corte di Appello 21.393 casi di reati estinti per prescrizione, cioè perché si era superato il tempo massimo per tenere una persona sotto processo. Dinanzi al Tribunale ordinario i casi sono stati invece, nell’ultimo anno, 22.751. Quanto ai procedimenti davanti al Giudice di pace sono stati 1.257, nel 2020, quelli definiti con una sentenza di prescrizione. Numeri alti anche se si guarda alle sorti delle indagini avviate dalla Procura nel distretto di Napoli, quindi nell’area che comprende gli uffici inquirenti di Napoli, Nola, Torre Annunziata, Napoli Nord e Santa Maria Capua Vetere. Nel 2020 si sono contati 31.616 decreti di archiviazione per prescrizione disposti dal gip: vuol dire che ci sono state, nell’arco di un anno, più di 31mila inchieste finite in un nulla di fatto perché si sono superati i tempi massimi per indagare su una persona, per tenere qualcuno sotto controllo o sotto intercettazione, per coltivare il sospetto di un reato. E sono state 7.787 le sentenze di non luogo a procedere per prescrizione del reato stabilite in sede di udienza preliminare, il che vuol dire che ci sono stati più di 7mila procedimenti naufragati nelle lungaggini processuali senza essere nemmeno approdati al vaglio dibattimentale. Ma davvero è giustizia questa? Viene da domandarselo guardando al processo da ogni prospettiva: sia dalla prospettiva di chi del reato è vittima, sia da quella di chi è ingiustamente alla gogna e vuole l’assoluzione piena. Il nulla di fatto causato dalle lungaggini giudiziarie vanifica, inoltre, il lavoro di magistrati, investigatori e avvocati, determinando uno spreco di risorse umane ed economiche. perché ogni fascicolo di indagine, ogni atto, ogni procedimento ha un costo che si riversa sulla collettività. E il problema non è soltanto legato alla criticità del momento, non è solo la conseguenza dell’ultimo anno e mezzo di pandemia. Osservando i dati storici raccolti dal Ministero della Giustizia si nota come, nel distretto di Napoli, i numeri sulle prescrizioni siano alti da anni. Nel 2019, infatti, furono 43.745 le indagini archiviate per prescrizione, 30.270 i reati prescritti al termine del primo grado e 29.725 quelli dichiarati estinti per eccessiva durata del processo in secondo grado. Un trend che dura da oltre dieci anni, se si considera che nel 2010 si contarono ben 98.038 indagini archiviate per prescrizione, 18.926 reati prescritti in primo grado e 14.009 reati prescritti davanti alla Corte d’Appello.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Massimo Cavoli per "il Messaggero" il 19 maggio 2021. La prima causa era partita 33 anni fa, nel 1988. E soltanto adesso si è arrivati alla sentenza definitiva sul contenzioso tra un costruttore e sua cugina per la divisione della proprietà di un palazzo a destinazione abitativa. L'immobile si trova al confine tra i comuni di Rieti e di Cittaducale, importante centro d'arte della valle del Velino.

L'ACCORDO SALTATO Tutto comincia con un accordo che prevede la realizzazione del palazzo sulla proprietà di famiglia. L'appalto viene affidato all'imprenditore, ma presto sorgono le prime divergenze sulle modalità di esecuzione dei lavori e partono le cause tra parenti. Nei trentatré anni trascorsi sono state pronunciate quattro sentenze da organi giudiziari diversi: la prima dal tribunale civile di Rieti, poi due dalla Corte di Appello, nel 2010 e nel 2014, quindi una della Cassazione, fino ad approdare nuovamente in Corte di Appello, dove è proseguito il giudizio sospeso in precedenza. In questa sede, è stato dato corso all'ultima decisione della Suprema Corte procedendo all'estrazione delle quote da assegnare alle parti in lite, in base a una consulenza tecnico di ufficio disposta dai giudici.

LE SENTENZE La prima sentenza del Tribunale civile di Rieti, depositata nel 1988, era risultata sfavorevole al costruttore. L'uomo aveva citato in giudizio la cugina per inadempimento contrattuale. La richiesta era stata accolta dal giudice, ma il Tribunale aveva anche accertato l'entità dei pagamenti effettuati dalla signora, impegnata a sua volta a chiedere la risoluzione del contratto di appalto per colpa del parente. La sentenza dichiarava comunque inammissibile l'istanza di divisibilità del bene comune, avanzata dal costruttore. E sarà questa circostanza a dilatare ogni oltre previsione i tempi di giudizio.

SENTENZA RIBALTATA A ribaltare la sentenza, dopo il ricorso presentato dallo studio legale Belloni, per conto dell'imprenditore, era stata la Corte di Appello, il 25 giugno 2003. Il giudice aveva riformato il giudizio di primo grado. La decisione dava il via libera alla ripartizione del terreno di quasi 13 ettari che comprendeva l'enorme fabbricato di quattro piani destinato a ospitare molti appartamenti e non ancora ultimato nelle tamponature esterne. Uno scheletro in cemento armato, come appare ancora oggi percorrendo la via Salaria per L'Aquila. L'emblema della giustizia.

LA SOSPENSIONE Ma, da quella decisione, è stato necessario attendere altri sedici anni prima che la Cassazione, nel 2019, dopo la sospensione del giudicato di secondo grado per alcuni ricorsi su questioni di diritto, finiti all'esame degli ermellini, si esprimesse con una sentenza, diventata poi definitiva. Un pronunciamento che rendeva il bene divisibile, secondo il progetto predisposto nel 2013. Trascorrono così altri due anni e, la scorsa settimana, finalmente la causa interrotta è ripresa davanti alla seconda sezione civile della Corte di Appello. Il giudice ha finalmente proceduto a dividere la proprietà immobiliare, assegnando le quote ai contendenti che, all'epoca della nascita del contenzioso, erano poco più che trentenni e, oggi, sono ultrasessantenni. La macchina giudiziaria ha impiegato trentatré anni per definire una singola questione sorta nell'ambito di una causa più articolata (destinata a proseguire), con i due cugini, che, dopo avere litigato sulla sorte definitiva del bene, avevano intrapreso una causa da giovani. La conclusione è arrivata solo adesso, quando hanno quasi raggiunto l'età pensionabile.

L. D. P. per “la Verità” il 15 maggio 2021. Ben 34 anni per avere giustizia del figlio ucciso da un'auto pirata. E alla fine è arrivato un risarcimento ridicolo, quasi offensivo, di poche migliaia euro. È questo un dramma che l'Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm) ha seguito e reso pubblico sul suo sito Internet per denunciare «la lunghezza infinita dei processi nel nostro Paese». Ecco che cosa è accaduto, secondo la ricostruzione dell'Aivm. È il 4 maggio 1984 e il piccolo Angelo gioca sul marciapiede vicino a casa, che si trova lungo la strada provinciale Taurianova-Rosarno (Reggio Calabria), un tratto piuttosto trafficato. All'improvviso sbuca un'autovettura che, viaggiando a una velocità superiore ai limiti consentiti, travolge il piccolo scaraventandolo a 10 metri di distanza e uccidendolo. Viene avviato un processo penale, ma l'automobilista è assolto perché «il fatto non costituisce reato»: all'epoca non c'era l'omicidio stradale. Nell'ottobre 1985 s' inizia un procedimento civile per ottenere il risarcimento dei danni. Passano 11 anni per la prima sentenza, che arriva nel 1996 e stabilisce un indennizzo di 80 milioni di lire. Ma la sentenza, contro la quale il conducente dell'auto aveva presentato ricorso, viene dichiarata nulla dalla Corte d'appello nel 1997, e così gli atti vengono rimessi a un giudizio di primo grado. Comincia una maratona infinita di udienze: la prima nel 2002, poi nel 2007, 2008 e nel 2015. Nel 2015 e nel 2016 si hanno ulteriori rinvii, fino ad arrivare al 2018. Intanto il padre del piccolo Angelo non riesce a sopportare lo strazio dell'iter giudiziario e nel 2008 muore sopraffatto dal dolore. Nel 2010 la famiglia del bambino si rivolge alla Corte d'appello di Catanzaro per denunciare l'eccessiva durata del processo. Il tribunale riconosce «l'immotivato ritardo» e dispone per la madre un indennizzo di 13.000 euro e a ciascuno dei fratelli del piccolo 1.500 euro. Le somme, irrisorie, vengono liquidate con incredibile ritardo: 8 anni dopo, nel 2018. Dalla mattina della tragedia sono passati 34 anni.

L’appello alla ministra della Giustizia. Il dramma di Giuseppe Marziale, sbattuto in carcere dopo 21 anni di processo. Viviana Lanza su Il Riformista il 4 Giugno 2021. Spesso si sente dire che non è giustizia quella che arriva a troppi anni dai fatti. I tempi lunghi delle indagini, quelli biblici dei processi e le lungaggini con cui le sentenze definitive vengono eseguite sono tra i problemi irrisolti del sistema giudiziario del nostro Paese e lo dimostrano le statistiche sui casi di ingiusta detenzione, errori giudiziari e risarcimenti per irragionevole durata del processo. Casi che crescono di anno in anno. Che giustizia è quella che dà una risposta dopo tanti anni? Nel caso di Giuseppe Marziale si parla di una sentenza arrivata ventidue anni dopo. L’uomo, infatti, è in carcere da sette mesi e sta scontando una condanna a undici anni che gli è stata inflitta per un reato commesso nel 1999. Dopo il clamore seguito al suo arresto, nel novembre scorso, nulla è accaduto. Da allora è rinchiuso nel carcere di Secondigliano. E ora il suo difensore, l’avvocato Sergio Pisani, ha deciso di rivolgersi al ministero della Giustizia, inviando un’istanza al ministro Marta Cartabia: «La vicenda di Marziale è sicuramente emblematica – scrive il legale – e spero che la riforma della Commissione ministeriale possa incidere favorevolmente sulla vita di questo cittadino e dei suoi familiari, tutti ingiustamente afflitti da una condanna che, per il ritardo con cui è arrivata, ormai si presta a un ruolo meramente punitivo e di facciata, inconciliabile con la reale funzione della pena e indegno di un paese democratico». Il riferimento è alla proposta di riforma del sistema penale attualmente in discussione e in base alla quale si potrebbero prevedere rimedi compensatori, come uno sconto di pena, nei casi di mancato rispetto dei termini di ragionevole durata del processo. Di qui l’appello al ministro, affinché «si possa porre rimedio quanto prima a questa assurda detenzione – scrive l’avvocato Pisani – dal momento che gli attuali strumenti giuridici non prevedono un immediato rimedio a tale ingiusta e anomala vicenda detentiva». La storia di Marziale potrebbe sovrapporsi alla storia di tanti imputati sospesi, persone finite al centro di processi che si sono trascinati per anni e anni e che si sono conclusi con tempi lunghissimi, di certo non più coerenti con la vita di queste persone. Quarantotto anni, napoletano, nato nei vicoli di Sant’Anna di Palazzo, Marziale era poco più che ventenne quando, sul finire degli anni Novanta, ai Quartieri Spagnoli alcuni suoi parenti provarono a costituire un’organizzazione malavitosa dedita alla vendita di stupefacenti. Marziale fu coinvolto in un’attività del gruppo e questo gli costò l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico. Le contestazioni erano circoscritte a una manciata di mesi, da settembre 1999 a luglio 2000. Anche le indagini degli inquirenti accertarono il limitato periodo di contatto tra Marziale e alcuni personaggi criminali tanto che, quando quattro anni più tardi l’inchiesta si concluse e scattarono le misure cautelari, l’uomo era già lontano da quel mondo e aveva un lavoro stabile in un cantiere navale, sicché i giudici del Riesame lo rimisero immediatamente in libertà ritenendo che per lui non vi fossero motivi per sostenere una misura cautelare. Per oltre vent’anni, quindi, Marziale ha vissuto da imputato libero. Si è sposato, ha cresciuto tre figli che oggi studiano e lavorano onestamente. Anche lui ha impostato la sua vita su basi diverse da quelle di quei personaggi incrociati in gioventù: in questi venti anni non ha mai commesso reati e ha sempre lavorato come operaio con un contratto a tempo indeterminato. Fino a novembre scorso, quando la sentenza per i reati del 1999, divenuta nel frattempo definitiva, lo ha spedito in una cella del carcere di Secondigliano, rinchiuso in una cella del reparto di massima sicurezza, e senza più il suo lavoro. Eppure, sottolinea l’avvocato Pisani, «la rieducazione di Marziale era avvenuta ancora prima della sentenza di primo grado. Non si può scontare una pena dopo tanti anni dalla commissione dei fatti reato».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews). 

Assolta dopo 20 anni di Odissea giudiziaria: «I processi lumaca? Colpa dello Stato». La storia di Maria Paola Susca Bonerba, all’epoca dei fatti sindaca di Casamassima (Bari), finita a processo e poi assolta, rinunciando anche alla prescrizione. Simona Musco su Il Dubbio il 20 aprile 2021. Vent’anni per un processo. Una vita intera, solo per stabilire l’innocenza di una persona, che ha ricorso a tutte le armi a propria disposizione per rendere il procedimento il più breve possibile. Ma nonostante questo costretta a confrontarsi con una macchina lentissima, quella della Giustizia, che ha causato la prescrizione di parte delle accuse. La storia è quella di Maria Paola Susca Bonerba, all’epoca dei fatti sindaca di Casamassima, Comune in provincia di Bari. Finita a processo e poi assolta, rinunciando anche alla prescrizione, ma solo dopo aver attraversato un calvario lungo quattro lustri tra le aule di tribunale. E ora, il legale della donna, Domenico Conticchio, ha chiesto un risarcimento di oltre 20mila euro per l’irragionevole durata del processo, la cui colpa, si legge nel ricorso, non può che ricadere sul ministero della Giustizia La vicenda riguarda una delibera, retrodatata, secondo il pm, dalla giunta per ottenere il finanziamento ad un progetto. Il fatto risale al dicembre 1999: secondo il pm Emanuele De Maria, si sarebbe trattato di un vero e proprio illecito penale. L’accusa, per le 12 persone coinvolte, è a vario titolo di falso ideologico, concussione e minaccia a pubblico ufficiale. Secondo la Procura, l’elaborato del progetto per il finanziamento della ristrutturazione della scuola elementare G. Marconi sarebbe arrivato in Giunta oltre i termini per accedere ai fondi della Cassa depositi e prestiti. E perciò l’allora sindaco Susca Bonerba avrebbe convocato d’urgenza la giunta ed emesso una delibera con una data falsa. Nulla di vero, certificano oggi quelle sentenze. Una verità urlata sin da subito dalla sindaca, che per velocizzare il tutto decide di chiedere il rito immediato. Il ragionamento è semplice: sono innocente, voglio levarmi questo pensiero il prima possibile. Ma le cose non vanno esattamente così. Susca Bonerba viene a sapere dell’indagine a marzo del 2000, quando il Comune viene perquisito. Pochi mesi dopo, la notizia dell’inchiesta finisce su tutti i giornali. Per chiudere le indagini il pm ci mette più di un anno, «oltre i termini di rito», sottolinea l’avvocato nel suo ricorso per equa riparazione. La sindaca ha sul groppone sette capi d’accusa. Ma il tempo scorre senza che nulla accada. Passano tre anni per una richiesta di rinvio a giudizio, che arriva a luglio 2004. Susca Bonerba, a dicembre, decide così di optare per il giudizio immediato, «per accertare i fatti nel più breve tempo possibile». Un’illusione, a quanto pare. Il processo inizia pochi giorni dopo, alla sbarra insieme a lei ci sono altre quattro persone. La prima udienza è quella del 10 marzo 2005. Il primo testimone, invece, viene ascoltato ad ottobre. E da lì, per il primo grado, si succedono 39 udienze, la metà delle quali rinviate tra cambi di collegio ( succede ben nove volte), assenza di testimoni o giudici, mancanza di atti, omessa o errata citazione dei testi da parte del pm ( otto casi). La difesa, per non perdere tempo, decide di prestare il consenso all’utilizzabilità degli atti già compiuti ad ogni rinnovamento del collegio. Ma per chiudere l’istruttoria occorre comunque arrivare al 2015, anno in cui verrà pronunciata la sentenza di primo grado. Susca Bonerba viene assolta per quattro capi d’imputazione, mentre per tre il giudice dichiara il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Ma all’ex sindaca non sta bene. Vuole un’assoluzione nel merito. Così decide di proporre appello, rinunciando alla prescrizione. Il secondo grado inizia a novembre del 2018, la sentenza, anche questa volta di assoluzione, arriva a febbraio 2020. Ovvero 20 anni e 43 udienze dopo quella prima perquisizione, quando la vita di Susca Bonerba viene sconvolta dall’inchiesta. L’avvocato Conticchio, nel suo ricorso per equa riparazione, contesta la violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dell’articolo 111 della Costituzione. Secondo la normativa, infatti, «ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale». L’avvocato fissa la data di inizio di tale calvario nel 2000, ovvero ad indagini preliminare in corso – senza le quali il processo è durato, comunque, 15 anni, ben oltre i tre considerati come fisiologici. «Il termine delle indagini preliminari – si legge nel ricorso – non può essere ignorato dall’organizzazione giudiziaria: esso, invero, segna il limite stesso di una ragionevole durata, con l’ovvia ricaduta sul diritto dell’indagato medesimo all’equa riparazione». Conticchio chiama in causa anche la Corte costituzionale, che con una sentenza del 2015 ha stabilito che «la violazione del diritto a una celere definizione del processo penale genera la pretesa di un indennizzo idoneo a ristorare il patimento cagionato dalla eccessiva pendenza dell’accusa, quando essa sia stata espressa per mezzo di un atto dell’autorità giudiziaria e abbia in tal modo acquisito una consistenza tale da ripercuotersi significativamente sulla vita dell’indagato». Condizione che nel caso di Susca Bonerba si verifica fin dal momento in cui la stessa viene a conoscenza dell’indagine a proprio carico, poi diventata di dominio pubblico. La durata del processo, sentenza Conticchio, è eccessiva, dunque irragionevole. E ciò non a causa della difesa, che non ha usufruito di «alcuna tecnica dilatoria, ma ha fatto ricorso a tutti gli strumenti offerti dal codice di rito, al fine di abbreviare i tempi ed addivenire così all’accertamento della verità senza colpevoli ritardi», bensì a causa delle carenze organizzative e di funzionamento degli uffici giudiziari, di cui è responsabile il governo. Così come lo è della prescrizione di parte dei reati contestati. Da qui la richiesta di risarcimento: 21mila 750 euro, il minimo per una vita trascorsa a processo.

Stefano Dascoli per “Il Messaggero” il 9 aprile 2021. Ci sono voluti più di otto anni per stabilire che lo spostamento del G8, il vertice dei Grandi capi di Stato e governo, dalla Maddalena all'Aquila, deciso dopo il terremoto che nel 2009 ha colpito l'Abruzzo, non ha causato danni alle finanze dello Stato. E che, per questa ragione, non ci sono responsabilità dell'allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso e del suo fidato collaboratore Angelo Borrelli (capo del Dipartimento fino a qualche settimana fa, prima dell'avvento di Fabrizio Curcio), fautori dell'operazione. Lo ha stabilito la sezione giurisdizionale del Lazio della Corte dei Conti lo scorso 31 marzo, proprio a ridosso del dodicesimo anniversario del terremoto del 2009 che si è celebrato il 6 aprile. «Anche questa vicenda giudiziaria - commenta Guido Bertolaso -, come le altre che mi hanno riguardato e che si sono concluse nello stesso identico modo, non doveva neppure iniziare. Non solo non vi è stato alcun danno all'Erario, ma è emerso in tutta evidenza come avessi voluto tutelare il bene comune e sia stato legittimo e conforme agli interessi dello Stato al punto tale che la Corte ha voluto riconoscermi un indennizzo economico per gli otto anni di gogna mediatica». La Corte, presieduta da Antonio Ciaramella, ha infatti liquidato 7 mila euro a testa per le spese di difesa. «Fa sorridere, ma di certo è simbolico» dice ancora Bertolaso. Un procedimento monstre, questo, incastonato nella più ampia indagine contabile sui Grandi eventi gestiti dalla Protezione civile che ha marciato in parallelo con quella penale da cui Bertolaso è stato assolto perché il fatto non sussiste a fronte delle condanne, in primo grado, a 6 anni e 6 mesi di carcere per l'ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci e per l'imprenditore Diego Anemone. Una giustizia lumaca, anche quella contabile, che si è determinata a 8 anni di distanza dalla citazione della Procura regionale della Corte dei Conti, per fatti risalenti a 12 anni fa e peraltro a fronte di un lodo arbitrale sottoscritto nel 2014 che aveva chiuso il contenzioso, ma che era stato (anche quello) puntualmente impugnato. In mezzo una ridda di veleni, accuse e battaglie giudiziarie e mediatiche, in una coda che è sembrata infinita. La vicenda ruota attorno alla concessione alla società Mita Resort Srl del complesso di aree demaniali sull'isola della Maddalena, in Sardegna, compreso lo specchio d'acqua ad esse prospiciente, dove nel 2009 si sarebbe dovuto tenere il vertice del G8, classificato come Grande evento. All'origine del caso un affidamento trentennale per gestire ricettività alberghiera, porto turistico, ex Arsenale ed ex ospedale militare. La Mita, unica società ad aver risposto al bando di gara, avrebbe dovuto sborsare 41 milioni come una tantum e pagare un canone di 60 mila euro annui. Il 6 aprile 2009 lo scenario cambia. Alle 3.32 un terremoto devasta L'Aquila e i borghi limitrofi. Il 23 di quel mese il Consiglio dei ministri, presieduto dall'allora premier Berlusconi, decide di spostare il G8 nelle aree colpite dal sisma. Per farne una vetrina dei maxi interventi dell'emergenza, certo, ma anche per tentare di coagulare la solidarietà del mondo intero sulla ricostruzione. E la Maddalena? Con Mita si rinegoziano i rapporti: 40 anni di concessione a fronte di 31 milioni di una tantum e non più 41. È qui che la Corte dei Conti si insinua, ipotizzando due danni erariali: il primo derivante dal ribasso, il secondo in capo al solo Bertolaso dalla mancata redditività degli investimenti effettuati nell'aggiudicazione del complesso dell'ex Arsenale, quantificandola in più di 16 milioni di euro. Accuse cadute: con la transazione la Mita ha avuto 21 milioni per le spese sostenute e la Regione Sardegna è tornata in possesso del compendio.

Guido Bertolaso, lo zampino dei magistrati: lo vogliono far fuori, ecco chi (e come). Alberto Luppichini su Libero Quotidiano il 23 aprile 2021. Guido Bertolaso, romano classe '50, una vita passata fra un'emergenza più grande dell'altra, tirato sempre per la giacca quando la situazione si faceva incandescente e incontrollabile, sarà ricordato come una semplice comparsa volenterosa nella nostra schizofrenica Patria senza antenati. Eccezionale taumaturgo, capace di sovvertire i destini di un Paese come l'Italia che campa (e mangia) di emergenze continue, Bertolaso ha usato queste emergenze per dare una struttura gerarchica, compiti precisi e funzioni strategiche alla Protezione Civile, entità fantasma e sconosciuta ai più fino al 2000, e poi dal nostro guidata con successo imprevedibile fra il 2001 e il 2010. Per Bertolaso, il metodo di rilancio del Paese è sempre stato chiaro: la competenza prima di tutto, le persone giuste al posto giusto, gioco di squadra forsennato per raggiungere l'obiettivo. Guido Bertolaso, coordinatore della campagna di immunizzazione in Lombardia, cui ha partecipato in prima persona in quanto medico Come non riavvolgere la pellicola alle immagini di Napoli colma di spazzatura per le strade? Bertolaso si presentò alla questura lanciando con autorevolezza e calma serafica un messaggio semplice ma rassicurante: «Tranquilli, lo Stato è con voi. Sono qui per risolvere i problemi, non per fare polemiche». Così, acquisita la fiducia dei napoletani, riuscì ad ottenere risultati insperati, allontanando con forza le mani della malavita dai povericristi napoletani ormai alla canna del gas e in preda alla più cupa disperazione. Bertolaso ebbe una intuizione formidabile. Costruì, fra mille polemiche dei verdi ottusi di casa nostra, l'inceneritore di Acerra, uno dei più grandi ed efficienti d'Europa, in grado di smaltire ogni anno più di 600 mila tonnellate di rifiuti. La scelta fu chiara: «Voglio garantire la sicurezza dei cittadini che vivono in quell'area già abbastanza martoriata». Poi, come sempre succede dalle nostre parti, finita l'emergenza, spenti i riflettori dei media, è iniziata l'emergenza criminale delle mafie e quella della corruzione, ad opera di una cricca di secondo piano che magicamente ha moltiplicato posti, incarichi, poltrone. Da un'emergenza all'altra, il 6 aprile 2009 è la volta del terremoto in Abruzzo, con epicentro a L'Aquila. Il disastro è di proporzioni colossali, con 309 vittime e danni per oltre 10 miliardi di euro, il centro storico della città distrutto e 70.000 sfollati. Bertolaso, con la solita autorevolezza del condottiero navigato, batte cassa con il Governo: servono soldi, tanti, per la ricostruzione. Così, grazie alla sua credibilità, vengono subito stanziati 14 miliardi di euro e copiosi contributi per l'alloggio di cui usufruiscono subito 30.000 persone. Anche qui, l'attenzione di Bertolaso è tutta per la Comunità abruzzese, devastata dal dolore: «Abbiamo sostenuto un'attività di ricostruzione immediata leggera, che poteva garantire comunque una permanenza fuori dall'abitazione di appartenenza confortevole mentre si procedeva all'attività di ricostruzione». Così, a soli 5 mesi dal sisma, da settembre 2009 i ragazzi sono tornati ad abbracciare i propri compagni e a studiare con entusiasmo, iniziando una lunga fase di rielaborazione del lutto. Il 2009, per Bertolaso, è un inferno. C'è da pensare alla riunione dei grandi della terra, il famoso G8. Il capo della Protezione Civile, per dare un segnale forte di vicinanza umana e solidarietà incondizionata, sposta l'evento proprio a L'Aquila. Tutto fila liscio, e l'apprezzamento è unanime. Ennesima missione compiuta, ed ennesima inchiesta della magistratura. Solito copione: quando in Italia si fanno funzionare le cose, spunta la magistratura, che infatti ha cercato di colpire Bertolaso in tutti i modi. La Procura de L'Aquila lo indaga per omicidio colposo, sulla base di una intercettazione in cui Bertolaso, 6 giorni prima del terremoto, in procinto di convocare la Commissione Grandi Rischi, osava dire: «Bisogna zittire qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni in modo che è più un'operazione mediatica». Assolto nel 2018, 9 anni dopo la tragedia sismica. Non è finita. Sospettato, anzi, già condannato dai media, di danno alle casse dello Stato per aver spostato il G8 a L'Aquila, è stato assolto l'8 aprile 2021, dopo 8 anni di processo e a 12 anni dai fatti. Di recente, il palpito d'italianità e l'amore per la sua gente lo hanno di nuovo travolto: oggi è consulente della Lombardia per la macchina dei vaccini. Fra le missioni disperate, forse la più disperata di tutte. Ma il soldato Bertolaso, come sempre, è pronto: camicia, tuta tricolore ed elmetto.

L'odissea giudiziaria dell'ex sindaco Vignali. Indagini infinite, il ministero deve risarcirlo. Il fascicolo a suo carico rimasto aperto 10 anni. Ma il limite è di 18 mesi. Fabrizio Boschi - Lun, 29/03/2021 - su Il Giornale. Ecco il classico caso di malagiustizia che prima rovina le persone e poi, fuori tempo massimo, le riabilita. È la storia di ordinaria ingiustizia dell'ex sindaco di Parma Pietro Vignali (Forza Italia), 52 anni, il cui calvario giudiziario è iniziato nel 2010 (era sindaco da tre anni) con il suo coinvolgimento nelle inchieste sulla corruzione in Comune, che ne determinò le dimissioni, per concludersi a marzo 2020 con l'archiviazione delle accuse mosse al primo cittadino. Oggi, dopo la riabilitazione, la Corte di appello di Bologna stabilisce per lui, per l'ex assessore della sua giunta Giovanni Paolo Bernini e per l'ex segretario generale del Comune anche un risarcimento da parte del ministero della Giustizia per l'eccessiva durata dell'indagine a loro carico, quella che venne definita dirigentopoli: l'assunzione, secondo l'accusa, di 18 dirigenti comunali con metodo clientelare. Nel 2011 la giunta venne rovesciata da un ribaltone giustizialista-mediatico basato sul nulla perché la magistratura locale intraprese un'azione persecutoria basata su indizi farraginosi e su accuse inesistenti. Il fascicolo per abuso di ufficio è rimasto aperto, come racconta la Gazzetta di Parma, per quasi dieci anni, fino al marzo 2020, quando la Procura chiese l'archiviazione, decretata poco dopo. Per l'ex sindaco Vignali è stato deciso un risarcimento di 2.460 euro, per Bernini e Pinzuti di 4.000 euro. «Una buona notizia. Al di là della cifra, ma questa è colpa della debolezza della politica», commenta l'ex assessore Bernini, dopo l'accoglimento del ricorso presentato dall'avvocato Benedetta Berselli. La Corte di appello sottolinea che l'indagine a suo carico è durata nove anni e tre mesi ed è stato superato di sette anni e nove mesi il termine di 18 mesi. È stato così violato il diritto alla durata ragionevole del procedimento. Nel 2013 Vignali venne messo agli arresti domiciliari assieme ad altre tre persone per peculato e corruzione durante l'operazione denominata Public Money, per la quale sono state indagate 17 persone. Nel 2015 patteggia due anni di reclusione con pena sospesa. La peggiore delle accuse fu quella di avere mandato in perdita la città e di avere un suo tesoretto. Nel luglio scorso Vignali raccontò al Tempo come media e giudici lo avessero rovinato: «Quando parte la gogna mediatica nulla si riesce a fare. Nessuno ti ascolta, le tue motivazioni sono come silenziate dalle urla delle accuse. Così fu per me. L'ipotesi di fallimento del Comune è stata solo una maldicenza». Che spalancò le porte del Comune ai grillini guidati dallo sconosciuto Federico Pizzarotti, eletto sull'onda delle proteste di piazza e del «vaffa» di Beppe Grillo.

Il caso. Vincenzo Petrella risarcito, all’ex presidente della Casertana è stata negata la giustizia. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 19 Marzo 2021. Dovrà accontentarsi dei circa 7mila euro riconosciutigli dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: poca roba rispetto ai cinque milioni di risarcimento che puntava a incassare dal Corriere di Caserta, il giornale dal quale si era sentito diffamato nel 2001. Però Vincenzo Petrella una soddisfazione se l’è presa: far condannare lo Stato italiano per l’inerzia della Procura di Salerno che, in cinque anni e sei mesi, non ha condotto alcuna attività investigativa impedendo all’avvocato ed ex presidente della squadra di calcio della Casertana di costituirsi parte civile nel processo contro i giornalisti. Fatti che confermano quanto la giustizia lumaca sia dannosa non solo per l’economia, ma anche per i diritti di tutti i cittadini e per quel poco di credibilità che resta alla classe dei magistrati. E allora riannodiamo i fili della vicenda. È il 28 luglio del 2001 quando Petrella querela il Corriere di Caserta ritenendosi diffamato da una serie di articoli in cui viene tacciato di frode e corruzione con riferimento a un’operazione immobiliare per la quale non risulterà mai nemmeno indagato. L’allora patron della Casertana sporge querela per diffamazione, a occuparsene è la Procura di Salerno. Petrella è certo di ottenere il rinvio a giudizio dei giornalisti, presupposto indispensabile per costituirsi parte civile nel successivo processo penale e chiedere così un maxi-risarcimento da cinque milioni di euro. Sennonché passano giorni, mesi e anni e da Salerno non trapela alcunché. Petrella non viene sentito dai pm né ha notizia di qualche svolta nelle indagini. Sulla vicenda, alla fine, si abbatte la prescrizione e la vicenda giudiziaria si conclude con un nulla di fatto. Sono passati cinque anni e sei mesi: un lasso di tempo in cui la Procura non ha svolto alcuna attività investigativa e che di fatto impedisce all’ormai ex presidente della Casertana di chiedere il risarcimento. A quel punto – siamo nel giugno del 2007 – Petrella, assistito dall’avvocato Alfredo Imparato, ricorre alla Corte di Strasburgo che, dopo altri 14 anni, condanna l’Italia a versargli 5mila e 200 euro di danni morali e altri 2mila di spese legali. Il motivo è presto detto: la «condotta negligente delle autorità italiane». Secondo i giudici europei, infatti, le indagini preliminari hanno «violato il requisito della ragionevole durata delle indagini» per un caso, tra l’altro, «non particolarmente complesso». Insomma, in cinque anni e sei mesi «non è stata condotta alcuna attività investigativa» da parte dei pm salernitani, con la conseguenza che è stato violato il diritto di Petrella a ottenere una decisione dei magistrati sulla richiesta di risarcimento. Conclusioni tanto clamorose quanto comprensibili sulle quali, tuttavia, all’interno della Corte di Strasburgo non c’è unanimità: cinque giudici votano a favore di questa sentenza, due si oppongono e tra questi ultimi c’è anche una toga italiana… A ogni modo la decisione sul caso Petrella è destinata a rimanere negli annali delle peggiori performance della magistratura del nostro Paese, ma anche a diventare una pietra miliare del diritto: «La Corte europea – commenta l’ex presidente della Casertana – ha ricordato che le indagini devono essere effettive: un principio di cui le Procure italiane dovranno tenere conto». Tradotto: i magistrati devono agire rapidamente e correttamente, altrimenti la giustizia lumaca italiana continuerà a devastare vite, carriere, diritti ed economia. Chissà se adesso cambierà qualcosa.

La giustizia lumaca. Per mettere il turbo ai tribunali va monitorato il lavoro dei magistrati. Eduardo Savarese su Il Riformista il 18 Marzo 2021. Da tempo, e da ultimo in occasione dell’insediamento del governo Draghi, sentiamo ripetere uno dei mantra della lamentazione sul declino italico: la giustizia lenta è un macigno su pil e commercio estero; per trasformare la macchina arrancante in motore performante ci vuole il manager che assicura decisioni veloci e prevedibili. Dinanzi a questa tesi (piuttosto trita) constato tre reazioni. La prima, di parte della magistratura, vuole che si dimostri che, soprattutto nell’era post-Palamara, sia stato intrapreso un nuovo corso, più attento alle necessità della giustizia, a beneficio di magistrati e cittadini. La seconda reazione è insofferente al discorso del manager in tribunale. La terza, pur ritenendo inadeguato il richiamo salvifico al manager, non vuole neppure arroccarsi nella difesa d’ufficio delle inefficienze della giustizia. Ogni posizione ha un fondo di verità. Resta al centro della vicenda, tuttavia, una drammatica torre di Babele che non è però frutto della punizione divina. Non è questione di volere o meno l’efficienza, ma di che efficienza si vuole per la giustizia e dunque, a monte, di che giustizia vogliamo. Un obiettivo di mera quantità può fare a meno di un ordine giudiziario prescelto per concorso e attingere a strumenti burocratici, ivi compresa l’intelligenza artificiale. Non credo sia questa un’idea di giustizia condivisa. Tra i diritti umani fondamentali c’è il diritto al giudice: lo dice magistralmente nel 2012 uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia, Cançado Trindade, quando, in minoranza, dà ragione ai giudici italiani che avevano negato l’immunità dello Stato tedesco, condannandolo a risarcire gli eredi delle vittime dell’occupazione nazista. Le comunità umane aspirano alla decisione giusta tra due contendenti e tra vittima e carnefice: le condizioni per attuarla sono la competenza di chi giudica e la sua imparzialità, che si traduce nell’ascolto delle parti, nella ponderazione, nella motivazione del risultato. Tutto questo non ha niente a che fare col manager, o con la logica d’impresa. Bellissimo, mi direte: ma l’inefficienza? Ne possiamo registrare (almeno) due tipi. Una minor, attinente a sciatterie organizzative tipiche della pubblica amministrazione: per questo, però, abbiamo già dirigenti amministrativi e presidenti di Tribunale e l’andamento della loro gestione può e deve essere adeguatamente valutato. Poi c’è l’inefficienza major: la durata del processo. Qui la ricetta è triplice: definire uno standard di rendimento dei magistrati; in base a questo, ridisegnare le piante organiche dei tribunali; su questi fondamenti (non esaustivi, ma rilevanti) rendere snella ed effettiva la valutazione di professionalità dei magistrati, oggi un simulacro burocratico. Un lavoro serio sui primi due punti darebbe risultati sorprendenti, in sé e se paragonati al resto d’Europa. È un caso che la triplice ricetta ingiallisca negletta da almeno venti anni, mentre primi ministri, ministri e vertici vari si scambiano sguardi d’intesa appassionatamente manageriali? Il problema di una mancanza di standard di rendimento del magistrato – che è previsto da una norma dell’ordinamento giudiziario inattuata dal Csm dal 2006 – e l’ulteriore, e connesso, problema di una geografia giudiziaria iniqua e totalmente inefficace, sono evidentissimi nei Tribunali campani. Tribunali “di frontiera”, essenziali alla vita sociale, centrali per la varietà e rilevanza di interessi economici, e criminali, coinvolti, punto di riferimento di realtà territoriali di altissima densità abitativa – e mi riferisco ai Tribunali di Nola, Napoli Nord, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata – sono endemicamente in affanno, perché sottodimensionati. Il caso più tragico è il più recente, con l’istituzione del Tribunale di Napoli Nord, già condannato alla nascita alla produzione di arretrato o comunque di affanno strutturale nell’affrontare le sfide enormi del territorio oggetto della sua giurisdizione. Ma quei Tribunali sono anche inondati di una quantità di processi civili e penali impressionante. Ruoli di udienza civili e penali con trenta, quaranta processi a udienza, semplicemente ingestibili, eppure fronteggiati, spesso eroicamente, silenziosamente e anche in una grande solitudine dei singoli magistrati. L’avvocatura tutto questo lo sa benissimo. Tutti gli attori e i protagonisti di buona volontà conoscono che il problema è monitorare il rendimento dei magistrati e l’afflusso della domanda di giustizia. E sanno che occorre fissare uno standard unitario e nazionale di rendimento del magistrato civile e penale: esso consentirebbe di evidenziare l’urgenza della riorganizzazione della pianta organica dei Tribunali italiani e, probabilmente, uno strutturale eccesso di domanda di giustizia. Inseguire l’efficienza di per sé, solo numerica, e senza soluzioni di sistema e d’insieme, è soltanto una mistificazione, offensiva per il cittadino, prima ancora che per l’avvocatura e per la magistratura.

La giustizia lumaca. Assolti dopo 18 anni di calvario giudiziario: ottengono 9.600 euro di risarcimento (non ancora pagato). Viviana Lanza su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Da oltre un anno i pagamenti spontanei relativi ai risarcimenti per l’eccessiva durata dei processi sono paralizzati e tutto sembra essersi fermato ai primi mesi del 2017. Praticamente, a quattro anni fa. Da allora una muta attesa per ottenere dallo Stato il ristoro per i troppi anni  – dieci, quindici e, in alcuni casi, anche di più – che avevano già segnato un’altra attesa, quella di una risposta dalla giustizia, di una sentenza, della decisione che secondo la legge andava emessa in tempi «ragionevoli». Sulla durata dei processi la giustizia fallisce da oltre quarant’anni e negli ultimi tempi sempre di più, perché i processi continuano ad avere tempi lunghissimi, le pendenze nei tribunali continuano a crescere e nell’ultimo anno si è aggiunta anche l’emergenza Covid a rallentare il passo di una giustizia eternamente in affanno e in sottorganico. Il 10 febbraio scorso il governo italiano ha ammesso di aver violato la Convenzione dei diritti dell’uomo e si è offerto di pagare entro tre mesi la somma di 200 euro per danni morali più 30 euro di spese legali per ciascuno dei ricorrenti, oltre alle somme liquidate ai sensi della legge Pinto. Nel gruppo di ricorrenti che si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo ci sono anche un imprenditore e un funzionario pubblico di Ercolano. Entrambi difesi dall’avvocato Fabio Cozzolino, i due stanno affrontando un calvario giudiziario che dura ormai da diciotto anni. Il governo ha offerto anche a loro una somma di 200 euro a titolo di risarcimento per danni morali, più 30 euro per le spese legali e l’impegno a liquidare il risarcimento stabilito ai sensi della legge Pinto, interessi inclusi. L’odissea giudiziaria di imprenditore e funzionario pubblico era cominciata nel 2003, cioè ben 18 anni fa. Era il periodo in cui nella cittadina alle falde del Vesuvio si decise di riqualificare la zona vicina agli Scavi. Il progetto mirava a rimettere a nuovo un pezzo di città ad alto valore storico e di grande richiamo turistico. C’erano ancora le lire e i soldi investiti in quel progetto erano tanti. La Procura decise di indagare e arrivò a ipotizzare un giro di mazzette. Le accuse non trovarono alcuna conferma nel processo tanto che nel 2012 il primo grado si concluse con una sentenza di assoluzione, confermata nel 2018 anche in Appello: nessuna irregolarità, nessuna tangente. Intanto il tempo era trascorso inesorabile e vita e carriera dell’imprenditore e del funzionario pubblico furono inevitabilmente condizionate dagli anni necessari per passare dai sospetti dell’inchiesta all’assoluzione della sentenza. Quindici anni possono cambiare il corso di tanti eventi nella vita di ognuno e tanti ne erano trascorsi dal clamore delle indagini e dallo choc degli arresti domiciliari alla revoca della misura e alla definizione del processo nei vari gradi di giudizio. Quindi, a luglio 2018, i due protagonisti di questa storia presentarono ricorso ai sensi della legge Pinto, cioè di quella legge introdotta nel 2001 per fermare la deriva delle lungaggini processuali. A settembre 2018 la Corte di Appello di Napoli riconobbe all’imprenditore e al funzionario pubblico il diritto a un equo risarcimento per il danno legato ai troppi anni trascorsi da imputati e calcolò una somma di 9.600 euro per l’imprenditore e 6.100 euro per il funzionario pubblico. Da allora i due sono in attesa che la decisione diventi esecutiva, che il riconoscimento sia loro concretamente liquidato. Uno spiraglio di luce è arrivato nei giorni scorsi dal governo italiano dopo che il loro avvocato, tenuto conto che i pagamenti del Ministero erano fermi ai primi mesi del 2017, aveva deciso di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La Corte – spiega l’avvocato Cozzolino ripercorrendo il lungo iter – ha assegnato a ruolo i ricorsi e ha dato termine al governo italiano fino all’11 febbraio 2021 per proporre osservazioni o avanzare una proposta per evitare la condanna. Il 10 febbraio il governo si è dichiarato espressamente inadempiente, ha ammesso di aver violato la Convenzione dei diritti dell’uomo verso i ricorrenti e si è offerto finalmente di pagare entro tre mesi danni morali, spese legali e le somme stabilite ai sensi della legge Pinto, inclusi gli interessi maturati». Ne riparliamo tra tre mesi.

Giustizia lumaca, a Vallo della Lucania un processo lungo 55 anni. La causa più vecchia d’Italia, senza sentenza dal 1966: il record è in Campania. Viviana Lanza su Il Riformista il 4 Marzo 2021. Quando la causa venne istruita, in Italia il presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat e il Sessantotto, con i suoi cambiamenti sociali e le rivoluzioni culturali, sarebbe arrivato due anni più tardi. Erano altri tempi e un altro mondo. Nessuno avrebbe mai immaginato che quel contenzioso proposto in un piccolo Tribunale del Cilento sarebbe stato ancora in corso nel 2021. Ebbene sì, di quel vecchissimo processo ancora si parla nei corridoi del Tribunale di Vallo della Lucania, anche se sulla materia del contendere si è quasi persa la memoria. Pare si tratti di un contenzioso per questioni ereditarie, un processo che ha avuto vari stop e partenze, sicuramente un iter più unico che raro, di certo un esempio di come le lungaggini del sistema giustizia possano arrivare a determinare anche simili paradossi. «La causa non può essere assunta in decisione, atteso che sul ruolo assegnato alla sottoscritta pendono oltre 1.700 procedimenti, il primo dei quali risalente al 1966», si legge in un atto con cui un giudice della sezione civile del Tribunale di Vallo della Lucania, subentrato di recente al ruolo, ha disposto il rinvio di un’altra causa al 31 maggio 2022. Nel 2019 un’indagine de Il Sole 24 Ore aveva riconosciuto al Tribunale di Vallo il primato di più lento d’Italia per la durata media dei procedimenti civili. Ora il fatto che tra i procedimenti pendenti ve ne sia uno risalente addirittura al 1966, quindi in corso da 55 anni, stabilisce un record che dovrebbe far riflettere sulle difficoltà di certe realtà giudiziarie. La giustizia civile è in grado di incidere molto sulla vita delle persone e sull’economia di un territorio. Il circondario di Vallo della Lucania ha competenza su un territorio che conta oltre 127mila abitanti e 51 Comuni della provincia di Salerno. «In ragione di ciò – ha evidenziato il presidente Gaetano De Luca nell’annuale relazione sull’attività del Tribunale – sarebbe auspicabile un intervento legislativo in termini di ampliamento del territorio del circondario e dell’organico di magistrati e personale amministrativo, con possibile estensione nelle zone costiere a nord e a sud degli attuali confini, in modo da realizzare il Tribunale del Cilento». Per il momento la sproporzione tra numero di magistrati (si contano cinque ruoli civili) e procedimenti pendenti (ogni ruolo ha dalle 1.300 alle 1.700 cause), unita nell’ultimo anno all’emergenza Covid e ai rallentamenti che ha determinato sull’andamento della giustizia, è all’origine di lungaggini e criticità tali da rendere necessario, in diverse circostanze, abbattere le distinzioni tra civile e penale e fare in modo che giudici del penale svolgano anche funzioni di natura civile per smaltire gli arretrati. Cause successorie, cause per diritti reali, obbligazioni e contratti e in materia di famiglia sono tra le materie che più impegnano il settore civile della giustizia a Vallo della Lucania. Nel bilancio del presidente De Luca è evidenziato un calo delle sopravvenienze (stimato nel 12%) durante il 2020, ma nonostante ciò un aumento delle pendenze pari all’8%. «Gravi sono le conseguenze delle stasi dei ruoli, specie civili, determinati dalle scoperture di organico o dalle ricorrenti maternità trascinatesi nel tempo e solo in parte compensate dalla dichiarata condizione disagiata della sede – si legge nella relazione del presidente De Luca -, L’ultimo interpello per quattro posti, infatti, ha prodotto solo due adesioni, peraltro di magistrati con pregressa diversa esperienza professionale. Il lungo e travagliato iter per la copertura del posto di presidente di sezione, a un anno esatto dalla scadenza del termine fissato nell’interpello, non si è ancora concluso a livello di plenum del Csm. E la richiesta di implementazione dell’organico di magistratura si è conclusa con l’aumento di due posti di giudice dei quali, però, non si conoscono i tempi di copertura». Tutto questo «blocca ogni tentativo di pianificazione di programmi gestionali per l’aggressione dell’arretrato». E così dal 1966 c’è un processo ancora in corso.

La legge da riformare. La giustizia italiana bocciata dall’Europa: Processi-lumaca in una giungla di norme. Viviana Lanza su Il Riformista il 13 Agosto 2020. Anche l’Europa bacchetta l’Italia per i risultati del suo sistema giudiziario. Il tema dei processi troppo numerosi e troppo lunghi è un argomento che ha una doppia rilevanza, non solo locale ma anche europea. Il nostro Paese è al ventiduesimo posto nell’Unione europea per numero di giudici ogni 100mila abitanti ed è anche tra i Paesi con il maggior numero di avvocati (se ne contano quattro ogni mille abitanti). Tanti giudici, tanti avvocati, quindi. Ma anche tante norme, circa 13mila tra i settori della giustizia penale, civile, amministrativa e tributaria. Una selva normativa, un surplus di leggi e regolamenti e decreti e normative nati troppo spesso più sull’onda dell’emergenza del momento che in un’ottica di sistema. Ed ecco che negli ultimi tempi è diventata attuale e diffusa l’esigenza di una inversione di rotta, di una riforma organica della giustizia, di un approccio diverso. Lo dice anche l’Europa. Nel più recente quadro di valutazione Ue della giustizia, l’Italia non esce bene dal confronto con gli altri Stati membri sui temi della efficienza, della qualità e dell’indipendenza dei sistemi giudiziari. Eppure l’Italia è la patria del diritto, terra di cultura e tradizioni. Ma non basta più. Secondo l’Europa, il nostro Paese deve migliorare l’efficienza della giustizia e il funzionamento della pubblica amministrazione. Troppe leggi, troppi processi, procedure troppo lunghe, una scarsa capacità amministrativa e un basso livello di digitalizzazione: eccoli, secondo il quadro di valutazione Ue della giustizia 2020, i motivi delle inefficienze del nostro sistema giudiziario. Ed ecco, di riflesso, i motivi per cui in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, si fa fatica a rilanciare l’economia e a sostenere progetti imprenditoriali. È la stessa Commissione europea a sottolineare, nel report che dal 2013 è uno degli strumenti con cui si monitorano Stato di diritto e riforme degli Stati membri, come un sistema giudiziario efficiente sia alla base di una economia capace di attirare imprenditori e investimenti. Anche il Riformista lo ha più volte ribadito raccontando la cronaca dei fatti e raccogliendo le riflessioni di autorevoli giuristi ed esponenti del mondo accademico. L’incertezza e la varietà delle decisioni giurisprudenziali, unite ai lunghi tempi dei processi, impediscono la crescita dimensionale delle imprese e rendono più difficili le condizioni di finanziamento per tutti, consumatori e imprese, incidendo negativamente anche sulle opere pubbliche. In Europa l’Italia è 18esima per numero di cause in generale, e 19esima per durata stimata dei procedimenti collocandosi tra i Paesi con i tempi più lunghi. Questo dato si incrocia con quello dei processi pendenti, che è altissimo e dà la misura di quanti casi sono ancora sospesi in attesa di una risposta da parte della giustizia. Tutto questo incide anche in termini di costi. In Italia la giustizia costa nonostante il nostro sia un Paese con una forma di gratuito patrocinio che copre le spese legali, ma solo per le persone con un reddito che supera di poco più del 10 per cento la soglia di povertà. La recente emergenza-Covid, inoltre, ha fatto scoprire a ciascun tribunale italiano l’importanza della digitalizzazione ma i risultati come le dotazioni informatiche del nostro sistema giustizia sono ancora lontani dagli standard europei e i nostri tribunali sono solo 15esimi in Europa. Di qui l’esigenza di investire di più nella giustizia: l’Italia è all’11esimo posto nell’Unione europea per risorse finanziarie destinate al comparto giustizia.

·        A Proposito di Assoluzioni.

Nulla di fatto anche per “Pasimafi”. Maxinchieste sulla sanità, i Nas fanno flop tre volte su tre…Paolo Comi su Il Riformista il 24 Giugno 2021. E anche la terza maxi inchiesta condotta dai carabinieri del Nas di Parma è finita in un sostanziale nulla di fatto. Un “triplete” di assoluzioni che dovrebbe far riflettere sul modo con cui vengono spesso condotte le indagini in ambito sanitario. Indagini che spazzano via per sempre eccellenze nel sistema di terapia e cura, causando danni alle collettività difficilmente quantificabili. Ma andiamo con ordine. La prima indagine flop è “camici sporchi”. A novembre del 2012 i carabinieri arrestano nove cardiologi, fra cui il primario di cardiologia dell’ospedale di Modena, e sequestrano una dozzina di aziende, per la metà straniere, che producevano attrezzature sanitarie. Fra le accuse, peculato, corruzione, falso in atto pubblico, truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale e sperimentazioni cliniche senza autorizzazione. Gli inquirenti in conferenza stampa parlano di “indagine sperimentale” e a settembre del 2013 chiedono il rinvio a giudizio per tutti gli indagati. Dopo un processo durato otto anni, ad aprile del 2021 il giudice assolve tutti. La seconda indagine fallimentare inizia nel 2014 e ha il nome “Dial…bolik”. Nel mirino del Nas questa volta finisce il centro dialisi di Fornovo in provincia di Parma, uno dei pochi convenzionati con il servizio regionale. Anche in questo caso arresti a pioggia e l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa al servizio sanitario per aver erogato prestazioni mai effettuate. Tutto ovviamente finto. Passano sei anni e, anche in questo caso, a gennaio del 2020 il giudice assolve perché “il fatto non sussiste”. E veniamo all’ultimo capitolo di questa tragica saga dell’arresto facile. Il nome scelto per la nuova maxi retata del Nas è “Pasimafi”. A finire sotto la scure del capitano Angelo Balletta e del maresciallo Giandomenico Nupieri è il centro del dolore dell’ospedale maggiore di Parma diretto dal professor Guido Fanelli, un luminare nelle cure palliative. Con lui vengono arrestate altre venti persone. Circa cento gli indagati a piedi libero. Per ammanettarli tutti verranno impiegati un migliaio di carabinieri. Le accuse sono sempre le stesse: falso, peculato, corruzione per aver commercializzato farmaci e dispositivi medici senza autorizzazione. L’indagine si avvale dell’utilizzo massiccio di intercettazioni, telecamere spia, cimini assortite. Il pm di Parma Giuseppe Amara, lo stesso che aveva condotto “Dial..bolik”, alla fine del 2018 procede con le richieste di rinvio a giudizio. Passa oltre un anno e, al termine dell’udienza preliminare, arriva però il colpo di scena: il giudice decide di trasferire per competenza territoriale quasi tutta l’inchiesta a Lecco e La Spezia. A Lecco le posizioni di tutti gli indagati sono archiviate “per notizia di reato infondata”. Sono gli stessi pm a scrivere che le “ipotesi accusatorie apparivano claudicanti” e nelle “informative riepilogative dei Nas non si ravvisavano significativi elementi idonei a contrastare… l’impostazione difensiva”. Per Fanelli, poi, non emergeranno condotte corruttive. Anche La Spezia a stretto giro archivia le accuse per “notizia infondata di reato”. E a Parma? Nelle scorse settimane al professor Fanelli il Tribunale ha dovuto restituire tutti i beni che gli erano stati sequestrati. Dissequestro anche per Spindial della famiglia Grondelli, una delle aziende che erano state coinvolte nell’inchiesta, leader in Italia nei trattamenti di dialisi salvavita per i soggetti in insufficienza renale cronica. Gli imputati che hanno fatto l’abbreviato, per la cronaca, sono stati già assolti. Il processo con rito ordinario, invece, iniziato la scorsa settimana, è stato subito rinviato a novembre. Se anche questa volta i giudici evidenzieranno le superficialità investigative riscontrate dai colleghi di Lecco, sarebbe allora il caso che qualcuno prima di avventurarsi in indagini dai nomi improbabili contasse almeno fino a dieci. Paolo Comi

TRIBUNALI MONOCRATICI. Giustizia: in 4 processi su dieci assoluzione in primo grado.

Tra le cause il «produttivismo» dei pm. Nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 28 giugno 2021. Processi che finissero con il 90% di condanne sarebbero non un sistema efficiente, ma un incubo che negherebbe la ragione stessa del giudizio come luogo di verifica dell’accusa. Ma forse neppure è sano che, almeno per la maggioranza dei reati (quelli davanti al giudice monocratico), già in primo grado i processi si concludano in media con assoluzioni nel 35-40% dei casi. Eppure è quanto emerge se si ha la pazienza e si fa la fatica di provare a cercare, tribunale per tribunale, questo dato qualitativo che altrimenti non è contenuto nella pur copiosa statistica quantitativa che proprio oggi e domani verrà come al solito riversata nelle cerimonie di apertura dell’anno giudiziario, in un tripudio di quanti processi siano sopravvenuti, quanti definiti, in quanto tempo, ad onta di quante carenze di organico, e via ingrossando i vari indici. Tutti tranne uno: ma come finiscono questi processi in primo grado?

Numeri sparsi. Una risposta seria non è facile per svariate ragioni. Intanto non esiste appunto un posto dove sia possibile attingere questo dato aggregato. Molti dei tribunali interpellati, come pure dei distretti giudiziari (ad esempio Napoli e Trieste) di Corti d’Appello raggruppanti più tribunali, rispondono di non essere in grado di ricavarlo. Altri non rispondono, altri ancora si sforzano invece di fare una ricerca apposita per non incorrere nella fallacia statistica (che in passato aveva inficiato le prime timide attenzioni al tema) di non depurare il numero delle assoluzioni dalle tante prescrizioni, o dalle (invece non tantissime) tenuità del fatto e messa alla prova. Inoltre c’è differenza tra la mole di procedimenti in cui la Procura esercita (per lo più a citazione diretta) l’azione penale per reati di competenza in Tribunale del giudice monocratico, e la più ristretta quota di dibattimenti (dove il tasso di assoluzione è più basso) per i reati ben più gravi giudicati dal Tribunale in composizione collegiale (tre giudici): nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali.

Riflessione. Pur con tutti questi distinguo, i numeri trovati consentono una riflessione attendibile almeno appunto sui processi monocratici, che ad esempio annoverano furti, ricettazioni, lesioni personali (salvo le gravissime), spaccio di droga (salvo le forme aggravate e il narcotraffico), frodi informatiche, truffe sulle erogazioni pubbliche, traffico illecito di rifiuti, auto-riciclaggio. Qui, su cento volte nelle quali la Procura ritenga di non archiviare ma di mandare a processo qualcuno, l’assoluzione è subito l’esito già nel 35% dei casi nel distretto di Roma (con punte in tribunale del 47% a Civitavecchia o Viterbo); 40% nel distretto di Palermo; 40% in tribunale a Firenze; quasi 40% nel distretto di Milano (27% in tribunale a Milano come a Lodi e Busto Arsizio, 35% a Monza, ma con picchi del 50% in tribunale a Como e del 72% a Varese); 34% nel distretto di Reggio Calabria; 30% nel tribunale di Torino; pure 30% nel distretto di Bologna (con punta del 40% a Reggio Emilia); 41% nel distretto di Bari (con tribunali al 38,5% a Bari o al 46% a Trani).

Nuovi occhiali. Assoluzioni in questa quantità, subito al primo colpo, sembrano andare ben oltre il fisiologico esito della prova di resistenza di una ipotesi d’accusa, e fanno temere che molte persone affrontino i danni collaterali (personali, lavorativi e anche economici per il costo della difesa) per la sola pendenza di procedimenti forse non tutti così granitici già in partenza. Prezioso sarebbe disporre di «occhiali» statistici più raffinati (nell’estate 2020 i dirigenti ministeriali hanno assicurato che «la soluzione di questo problema è uno degli obiettivi ipotizzabili nell’arco di un anno»), ad esempio per distinguere i vari tipi di assoluzione (piena o per prova insufficiente, perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, ecc.): in modo da comprendere se un così elevato tasso di cedimento dell’accusa dipenda dal ricorrente meteorite di un fatto nuovo sempre e solo nel dibattimento, o se sia l’onda lunga e deleteria di un’idea sbrigativamente efficientista e rozzamente «aziendalista», che magari spinge i pm a un produttivismo seriale e scadente ma funzionale a vantare poi doti manageriali al momento delle progressioni in carriera, misurate solo sulla quantità prima dai Consigli giudiziari locali e poi dal Csm.

Possibili cause. Se si parla con i giudici, la loro impressione è che le imputazioni spesso siano firmate dal pm ma in realtà redatte dal suo staff, peraltro in fascicoli non di rado istruiti poco (tipico il caso delle bancarotte con solo la relazione del curatore e l’identificazione errata di amministratori di fatto). Per i pm, invece, sarebbero i giudici a utilizzare poco i poteri istruttori integrativi; peserebbe il cambio in corsa di interpretazioni giuridiche sull’utilizzabilità delle prove; e non marginale sarebbe il fatto che nelle udienze monocratiche quasi sempre a sostenere l’accusa siano magistrati onorari (i vpo-viceprocuratori onorari). Costoro, a loro volta, rigettano l’accusa di essere meno «pm» in udienza dei pm titolari, che peraltro da anni gli hanno subappaltato l’intero ruolo monocratico, al punto da faticare a mandare avanti la quotidianità nei periodi in cui i vpo scioperano per chiedere di non essere più trattati dallo Stato come «precari» pagati a cottimo, senza pensione e malattia. E a sentire gli avvocati sarebbe l’ipertrofia dell’esercizio dell’azione penale a intasare i tribunali.

Effetti e alibi. Su tutto aleggia il circolo vizioso tra arretrato, lunghezza dei processi e loro esito: nel senso che più esiste un arretrato che schiaccia taluni tribunali, più tardi (a distanza di mesi e in qualche caso anche di anni) vengono fissati i processi a citazione diretta chiesti dai pm, più sbiadiscono i ricordi dei testi a distanza di così tanto tempo, e più è facile che così si sgretolino elementi anche solidi all’inizio... Somigliano però ad alibi autoconsolatori le minimizzatrici litanìe intonate in magistratura appena si sfiora il tema: in questi dati sulle assoluzioni non sono infatti contate le prescrizioni, e neanche le sentenze «promiscue» (che assolvono una persona su alcune imputazioni ma la condannano su altre). E anzi, se davvero i procuratori della Repubblica sono statisticamente «ciechi» sull’esito in primo grado dei processi che promuovono, viene da chiedersi come facciano allora a rispettare la circolare Csm sulle Procure che a loro impone, nella redazione del progetto organizzativo dell’ufficio, di tenere conto degli «esiti dei diversi tipi di giudizio». Appunto quelli che, al riparo delle statistiche solo quantitative, un po’ tutti sembrano contenti di non (poter) conoscere.

Il processo "Stige". Processo Stige, il solito Gratteri: metà condannati e metà assolti. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Febbraio 2021. Si può dire che “l’impianto accusatorio ha retto”, come scrivono in genere i giornalisti amici dei pm, se la sentenza condanna il cinquanta per cento degli accusati e assolve l’altra metà? È quel che capita nelle giornate più favorevoli al procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Quando piove e c’è tempesta può succedere anche che il castello dell’accusa venga raso al suolo completamente e comunque con percentuali così alte da creare imbarazzo. In Calabria la giurisdizione lavora a livelli altissimi, e questo sarebbe positivo se il procuratore Gratteri fosse in grado di operare una vera rivoluzione copernicana: cioè a ogni notizia di reato corrispondesse un’indagine che poi portasse (possibilmente in tempi conformi all’articolo 111 della Costituzione) a conferme processuali. Prendiamo la sentenza del tribunale di Crotone di giovedì sera al processo “Stige”, prima tappa processuale di un’inchiesta della Dda di Catanzaro che aveva coinvolto la cosca Farao-Marincola di Cirò Marina per reati di estorsione, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e detenzione di armi. Nella cornice dell’associazione mafiosa e del concorso esterno, naturalmente. Non ci sono fatti di sangue (ormai sempre più rari), ma il sospetto di intrecci tra organizzazioni mafiose, economia e istituzioni. Infatti tra gli imputati, e anche tra i condannati, ci sono anche amministratori locali. Nulla da eccepire. Ma il punto è un altro, ed è sul numero. In questa occasione 54 sono stati i condannati e 24 le persone assolte. Ma c’è di più, perché, dopo la retata del 2018, un certo numero di indagati aveva scelto un percorso processuale alternativo, il giudizio abbreviato davanti al gup. E anche per questo gruppo di imputati, rispetto ai quali è in corso l’appello, in primo grado la sentenza aveva rispettato le stesse proporzioni: 66 persone erano state condannate e 36 assolte. Ora, senza essere i campioni del calcolo, e riuscendo a fare di conto anche con il pallottoliere o con le dita, possiamo dedurre da questi numeri che complessivamente i condannati dell’inchiesta “Stige” sono stati 120 e gli assolti 60. È un po’ come se uno studente all’esame di maturità avesse risolto metà dei problemi o risposto solo a una domanda su due. È vero che il processo serve proprio a verificare se l’ipotesi dell’accusa è fondata. Ma se in primo grado il castello è già stato demolito a metà, e per la Dda di Catanzaro è già un risultato brillante rispetto al solito, che cosa succederà in appello e Cassazione? E come si potrebbe definire il risultato della pesca a strascico, pratica abituale di queste inchieste?

Nicola Gratteri, 20 anni di fallimenti: blitz, arresti e show ma poi tutti assolti. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 7 Gennaio 2021. Domani la corte d’appello di Catanzaro deciderà in camera di consiglio sulla clamorosa ricusazione che la Dda presieduta da Nicola Gratteri ha avanzato nei confronti del magistrato Tiziana Macrì, che dovrebbe presiedere il prossimo 13 gennaio la prima udienza del Maxi “Rinascita Scott”. Dalla decisione uscirà anche un verdetto in senso lato “politico” sul potere del magistrato più popolare d’Italia. Di cui ricostruiamo, attraverso tante sentenze che sconfessano le sua inchieste, un po’ di storia. Dalla retata di Platì del 2003 fino a “Rinascita Scott” e “Imponimento” del 2019-2020. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri agisce sempre in grande, fin da quando era ancora un semplice sostituto. Luminosa scenografia e tante, tante manette. Poi la montagna si sgretola, e tanti giudici, quello delle indagini preliminari, quelli del riesame, infine la cassazione, bocciano le speranze di colui che volle diventare il Falcone di Calabria. Di fallimento in fallimento, fino alla totale assoluzione, di Mario Oliverio, l’ex presidente della Regione Calabria che Gratteri voleva arrestare, che fu spedito al confino e indagato per due anni, che perse il suo incarico per niente, perché il fatto non sussiste, ha stabilito il giudice. E la formula più ampia di assoluzione prevista dal codice. Cioè chi aveva avanzato l’accusa aveva preso lucciole per lanterne, aveva visto un reato dove non c’era neanche il fatto. Le buone abitudini, il dottor Gratteri le aveva imparate da piccolo. Erano le tre del mattino del 12 novembre 2003 a Platì, quando l’intero paesino della Locride fu svegliato dall’arrivo di centinaia di uomini in divisa i quali, in diretta televisiva, assaltarono, perquisirono a arrestarono 150 persone accusate di associazione mafiosa. Tra di loro c’erano due ex sindaci, dodici ex assessori comunali, due ex segretari comunali, due tecnici, il comandante della polizia municipale e un vigile urbano. La richiesta portava la firma di un certo dottor Nicola Gratteri, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria. Il quale riteneva con questa operazione, che sarà chiamata “Marine”, di aver distrutto il clan della famiglia Barbaro la quale, agendo da egemone sul territorio, avrebbe acquisito il monopolio totale sugli appalti pubblici. Con la complicità di una bella fetta della popolazione di un paese di tremila persone e delle istituzioni locali. I reati, dal voto di scambio all’estorsione, al falso e all’abuso d’ufficio, erano tenuti insieme dall’associazione di stampo mafioso. Fu il suo primo blitz scenografico in quel territorio. E anche il suo primo scivolone nella zona. Dopo undici anni che cosa resterà di quella montagna di accuse? Solo un risultato politico, perché il paese di Platì resterà sempre più abbandonato ai commissari governativi e sempre più impossibilitato a essere amministrato. Per una radicata presenza mafiosa che i blitz scenografici possonosolo rafforzare. Se qualcuno ha la curiosità di sapere la fine della storia, eccola: nessuno condannato per mafia, tutti assolti tranne otto (di cui cinque per reati di lieve entità). Otto su centocinquanta, chiaro? Si potrà pensare che possa capitare di sbagliare (ma giocando con la vita e la libertà dei cittadini?), anche se va ricordato che quando sbagliamo noi che siamo senza toga, veniamo processati, e se per caso siamo recidivi scattano le aggravanti. Che aggravante vogliamo contestare a chi ripete sempre lo stesso “errore” giudiziario? Perché, se la notte di Platì era stata una sorta di prima esibizione del sostituto Gratteri nella sua veste di sostituto procuratore di Reggio, la sua azione non era stata da meno, negli anni novanta, quando aveva rivestito lo stesso ruolo a Locri. Indimenticabile, purtroppo, l’operazione Stilaro. Quando partì un’indagine nei confronti di 102 persone e in una gelida notte di febbraio furono portati in carcere 62 cittadini di Camini (40 indagati a piede libero), piccolo centro jonico. Finirono in manette il sindaco professor Giuseppe Romeo, persona stimatissima da tutti, l’intera giunta e gran parte del consiglio comunale. Tutti mafiosi? A quanto pare no, visto che risultarono tutti estranei a qualunque contiguità con la ‘ndrangheta. «Sappia la società civile – aveva detto in conferenza stampa il responsabile provinciale della Dda – che non ci fermeremo davanti a nessun santuario…». Il “santuario” era fatto di persone per bene, che furono trascinate in ceppi nel cuore della notte davanti ai bambini in lacrime e un intero paese che assisteva sgomento. Tutti assolti all’udienza preliminare, meno di un anno dopo gli arresti. Tutta la storia giudiziaria della Locride nei primi anni novanta è punteggiata dalle inchieste-bufala, cui si accompagnano arresti in diretta televisiva e spumeggianti conferenze stampa in cui ogni capitombolo del procuratore è trasformato in successo. Voglio dimostrarvi, disse una volta il dottor Gratteri in un’intervista, che io sono capace anche di far scattare le manette ai polsi di cinquecento persone in una sola volta. Lo ha anche fatto, nei confronti di amministratori e funzionari dei comuni della Locride. Tutti assolti. Come nelle inchieste “Circolo Formato”, “Ionica agrumi” e “Asl Siderno”. Lo stile è l’uomo, disse qualcuno. E quello che è servito quasi da esercitazione di un sostituto procuratore, ha la stessa impronta del presente e delle inchieste avviate, con la stessa scenografia, dal capo della procura antimafia di Catanzaro. E alla stessa maniera in gran parte fallite. Nicola Gratteri è nominato all’alta carica il 21 aprile del 2016, ma il suo impegno maggiore lo vedrà protagonista soprattutto tra il 2018 e il 2019. È in questi anni che ogni blitz, ogni inchiesta è sempre la più importante, quella decisiva e definitiva per l’azzeramento della ‘ndrangheta in Calabria. Nel 2018 è l’operazione “Stige”, che vedrà all’alba del 9 gennaio più di mille carabinieri impegnati nella provincia di Crotone a mettere le manette ai polsi di 170 persone. Naturalmente si tratta della «più grande operazione degli ultimi 23 anni». Anche se il primo risultato, nel processo abbreviato, non darà risultati brillanti. L’accusa porta a casa 66 condanne, ma anche 38 assoluzioni. Si attende la sentenza, dopo le richieste del pm (che ha già chiesto altre 18 assoluzioni), per gli altri imputati che vengono giudicati con il rito ordinario. Il 2019 è l’anno del grande blitz del 19 dicembre, «la più grande operazione dopo quella che ha portato al maxiprocesso di Palermo». Ci risiamo con le conferenze stampa-show. Si chiama “Rinascita Scott”, parte con una richiesta di 334 ordini di cattura, poi decimata dal gip, dal riesame e dalla cassazione, quindi l’inchiesta viene “rabboccata” con il blitz dal nome “Imponimento”, che porta a casa altri 158 indagati, di cui 75 subito in manette. E alla fine il procuratore Gratteri riuscirà a portare a termine solo in parte il proprio sogno di far celebrare il suo Maxi, che vedrà giudicati nell’aula della tensostruttura regalata dalla Regione Calabria 355 imputati, mentre altri ottantanove saranno davanti al gup per il processo abbreviato il 27 dello stesso mese.

Nel frattempo sono state però notti insonni per le ambizioni del procuratore. Vogliamo ricordare per esempio l’inchiesta “Nemea”, un ramo cadetto di “Rinascita Scott” sulla mafia nel vibonese, in cui con la sentenza dell’ottobre scorso, su 15 imputati, 8 sono stati assolti e gli altri 7 hanno avuto le pena dimezzate? Oppure della sentenza clamorosa sull’inchiesta “Borderland” con 20 rinviati a giudizio di cui 13 assolti, tra i quali spicca il nome di Francesco Greco, ex vicesindaco di Cropani, messo agli arresti domiciliari nel 2016 e dichiarato innocente ben quattro anni dopo “perché il fatto non sussiste”?. Si arriva quindi a tempi più recenti, con la decisione del tribunale del riesame di annullare la misura cautelare nei confronti dell’ex presidente del consiglio regionale calabrese Domenico Tallini, messo ai domiciliari come indagato nell’inchiesta “Farmabusiness”. E poi l’assoluzione nei confronti di Mario Oliveiro e il non luogo a procedere per Nicola Adamo e Enza Bruno Bossio nell’inchiesta “Lande desolate”. È solo un breve riassunto, probabilmente lacunoso. Cui andrebbero aggiunte considerazioni politiche e anche i comportamenti e le reazioni dei diversi partiti rispetto alle operazioni di certi pubblici ministeri. E anche, perché no, l’atteggiamento degli altri magistrati, a partire dalla gravità del trasferimento del procuratore Otello Lupacchini, e del Csm nei confronti di questa “anomalia” calabrese. Per esempio, nessuno ha ridire sul fatto che la Dda di Catanzaro presieduta dal dotto Gratteri, abbia chiesto la ricusazione del presidente Tiziana Macrì che dovrebbe condurre il processo “Rinascita Scott” del prossimo 13 gennaio? La decisione sarà presa dalla corte d’appello di Catanzaro in camera di consiglio proprio domani 8 gennaio.

Scontro tra Ordine e Procura. Caso Pegaso, gli avvocati si scagliano contro i Pm: violati i nostri diritti. Viviana Lanza su Il Riformista il 9 Aprile 2021. L’inchiesta Pegaso sull’iter che ha portato all’approvazione di un emendamento che equipara il regime fiscale di università statali e non, già bocciata dal Riesame che ha annullato il sequestro di pc e cellulari disposto dalla Procura di Napoli, è ora al centro di un esposto disciplinare ai procuratori generali di Cassazione e Corte d’appello e di una forte presa di posizione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati partenopei. L’avvocato Francesco Fimmanò, coinvolto nell’indagine per il suo ruolo di difensore in un procedimento penale su una verifica fiscale da cui ha tratto origine l’inchiesta sulla presunta corruzione coordinata dal pm Henry John Woodcock, ha chiesto ai procuratori generali della Corte di Appello di Napoli, Luigi Riello, e della Cassazione, Giovanni Salvi, di accertare se vi siano stati «comportamenti gravemente scorretti nei confronti delle parti, dei loro difensori», «grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», «travisamento dei fatti determinato da negligenza inescusabile». Lo scorso 2 febbraio l’avvocato Fimmanò, professore di Diritto commerciale e componente del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, si è visto piombare in camera da letto due finanzieri che gli hanno sequestrato il cellulare invitandolo a scendere in pigiama al piano terra perché, come ricorda lo stesso legale, «il pm Woodcock era appositamente venuto a trovarmi a casa per notificarmi degli atti»: un sequestro che il Riesame ha annullato ritenendo l’ipotesi investigativa «frutto di palesi equivoci, errate ricostruzioni e contraddizioni logiche» e stigmatizzando le scelte degli inquirenti. Non è tutto. Il fatto che Fimmanò sia finito all’attenzione degli inquirenti per il suo ruolo di difensore in una vicenda parallela ha spinto i vertici dell’avvocatura napoletana a intervenire formalmente. E così, nella seduta del 31 marzo del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, è stato messo a verbale che «il coinvolgimento nell’indagine di Fimmanò e la stessa iniziativa cautelare risultano strettamente connesse allo svolgimento dell’attività professionale in forza di un legittimo incarico di prestazione d’opera, finendo con il ledere i principi di libertà, autonomia e indipendenza dell’avvocato e, in ultima analisi, il ruolo e la funzione del difensore». Di qui la strigliata alla Procura partenopea: «Gli organi inquirenti serbino il doveroso rispetto per la classe forense e per la funzione del difensore senza ispirare il proprio operato a inconsistenti e apodittiche ipotesi accusatorie».

Il flop del pm napoletano. Inchiesta Pegaso, il Riesame demolisce l’indagine di Woodcock: “Errori, equivoci palesi e contraddizioni logiche”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 25 Marzo 2021. Diciotto pagine per demolire pezzo dopo pezzo l’operato del pm della procura di Napoli Henry John Woodcock. A un mese dal verdetto, il Riesame ha reso note le motivazioni che hanno spinto i giudici a disporre il dissequestro di computer e smartphone per i vertici dell’università telematica Pegaso, ennesima maxi-inchiesta del pm napoletano partita malissimo. Secondo la Procura del capoluogo campano i vertici dell’università telematica Pegaso, nata nel 2006 e che attualmente conta su centomila iscritti e circa seicento enti convenzionati, fra cui l’Arma dei carabinieri, sarebbero riusciti a far votare un emendamento alla legge di Bilancio dello scorso anno. L’emendamento in questione, al comma 721, cambiava il regime fiscale nei confronti degli atenei privati, agevolando quindi la Pegaso. L’emendamento in questione, come scriveva Paolo Comi su questo giornale, era stato presentato in Commissione a Palazzo Madama il 9 dicembre del 2019 dalla grillina Rossella Accoto e dal piddino Dario Stefano. Il problema, però, è che non c’è mezza intercettazione o altro fra Daniele Iervolino, presidente di Pegaso, e i due senatori che con il loro emendamento avrebbero avvantaggiato fiscalmente l’università telematica. Nel blitz effettuato il 2 febbraio dai finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli, vennero sequestrati telefonini e pc, con lo stesso Iervolino che per oltre un anno era stato intercettato al telefono e con cimici piazzate ovunque, a partire dalla sua auto. Ma come evidenzia Il Mattino, che riporta stralci delle motivazioni, per i giudici del Riesame le ipotesi investigative del pm Woodcock sono frutto di “palesi equivoci, di errate ricostruzioni e di contraddizioni logiche”. I giudici poi riguardo la vicenda dell’emendamento scrivono che la Pegaso “non sa sarebbe stata l’unica beneficiaria” e che “anzi, la penalizzava nella misura in cui espressamente ne vincolava l’operatività alla mancata costituzione degli atenei non statali in società commerciali”. La bocciatura dell’operato della Procura e del sequestro di pc e telefonini viene evidenziato ancora una volta in un passaggio delle motivazioni in cui i giudici ricordano che “il sequestro probatorio deve essere inteso come mezzo di ricerca della prova e non già della notizia di reato”. Smontato anche l’uso delle intercettazioni disposte da Woodcock perché “nulla di anomalo” è emerso dalle utenze di Iervolino “e dei vari soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaboravano con lui in Pegaso”.

Tutti intercettati ma neanche un flebile indizio... Pegaso, ennesimo flop di Woodcock: inchiesta smontata dal Riesame. Paolo Comi su Il Riformista il 26 Febbraio 2021. È la classica corruzione senza corrotti. O almeno così sembra essere. Non è stata trovata la “pistola” fumante nella nuova maxi indagine del pm napoletano Henry John Woodcock. La vicenda è stata brevemente riassunta ieri dal Riformista. Secondo la Procura del capoluogo campano, diretta da Giovanni Melillo, i vertici dell’università telematica Pegaso, nata nel 2006 e forte attualmente di centomila iscritti e circa seicento enti convenzionati, fra cui l’Arma dei carabinieri, sarebbero riusciti a far votare un emendamento alla legge di Bilancio dello scorso anno. L’emendamento in questione, al comma 721, cambiava il regime fiscale nei confronti degli atenei privati, agevolando quindi la Pegaso. Fra gli indagati, il presidente della Pegaso, Danilo Iervolino, difeso dagli avvocati Vincenzo Maiello e Giuseppe Saccone, il direttore generale Elio Pariota, anch’egli difeso dall’avvocato Saccone, il capo ufficio marketing Maria Rosaria Andria, il vice prefetto Biagio Del Prete, all’epoca dei fatti capo segreteria del Miur, e alcuni professionisti. Indagato anche il professore di Diritto commerciale Francesco Fimmanò, componente del Consiglio di Presidenza della Corte di Conti, per aver rappresentato l’università nel procedimento innanzi alla Sezione consultiva del Consiglio di Stato. Fimmanò si era visto piombare in casa all’alba dello scorso 2 febbraio una decina di finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli, Woodcock e il sostituto Gianfranco Scarfò, oltre a un numero non meglio precisato di consulenti e periti, solo per sequestrargli il telefonino e una agenda. Sequestro poi annullato dal Riesame. L’emendamento in questione era stato presentato in Commissione a Palazzo Madama il 9 dicembre del 2019 dalla grillina Rossella Accoto e dal piddino Dario Stefano. Il problema, però, è che non c’è mezza intercettazione o altro fra Iervolino e i due senatori che con il loro emendamento avrebbero avvantaggiato fiscalmente l’università Pegaso. Vale la pena ricordare che Iervolino oltre al telefono intercettato per oltre un anno era pieno di cimici disseminate ovunque, a iniziare dalla sua autovettura. «La ricerca di elementi info-investigativi significativi di contatti o di legami pregressi ha dato esito negativo», scrivono laconici i finanzieri agli ordini del capitano Fabio Fortunato dopo mesi e mesi di intercettazioni. Quindi, riassumendo, gli istigatori dell’emendamento sono tutti indagati, chi ha proceduto materialmente alla sua approvazione, no. O almeno parrebbe così. Nei giorni scorsi, però, il Riesame di Napoli, presidente Alfonso Sabella, ha annullato tutti i sequestri dei cellulari e dei tablet che erano stati eseguiti dagli inquirenti, ritenuto assente il cosiddetto “fumus”. Circostanza più unica che rara che venga annullato un decreto di sequestro probatorio che, per sua natura, si fonda su ipotesi indiziarie minime. L’avvocato Fimmanò, nel frattempo, ha deciso di cancellarsi dall’ordine degli avvocati di Napoli. “Sono più realista del re”, ha scritto questa settimana in una nota indirizzata ai vertici degli uffici giudiziari napoletani. Se un avvocato viene indagato solo per aver esercitato la sua attività è meglio cambiare aria, si sarà detto.

Il Riesame smonta il caso Pegaso. Inchiesta Pegaso smontata dal Riesame, parla Fimmanò: “Nel mirino per amore del diritto”. Viviana Lanza su Il Riformista il 26 Marzo 2021. Dopo l’annullamento del sequestro di un mese fa, il Riesame parla di «ipotesi accusatoria confusionaria», «contraddittoria», «scaturita da presupposti che rimangono alquanto oscuri». L’indagine è quella per presunta corruzione che coinvolge il patron dell’università telematica Pegaso Danilo Iervolino e altri sette professionisti, tra i quali Francesco Fimmanò, avvocato, professore di Diritto commerciale e componente del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti. «Il mio profondo senso dell’istituzione Giustizia mi porta a parlare con gli atti giudiziari delle vicende che mi riguardano, con profondo rispetto dei magistrati, compresi i pm. Quanto accaduto è epifanico di macro-problemi sottesi e sui quali dobbiamo concentrarci nell’interesse della Repubblica», commenta Fimmanò. Demolendo l’inchiesta della Procura, il Riesame critica anche l’uso del sequestro probatorio che, scrivono i giudici, «lungi dall’essere fondato su un vero e proprio fumus commissi delicti» si basa su ipotesi investigative «frutto di palesi equivoci, di errate ricostruzioni e di contraddizioni logiche», assumendo pertanto una valenza esplorativa che mal si concilia con la sua natura di mezzo di ricerca della prova e non già della stessa notizia di reato. Eppure per quel sequestro la Procura aveva impiegato circa duecento uomini, dopo aver fatto intercettazioni per un anno intero. «Non avrei mai pensato – afferma Fimmanò – che esistessero vicende così assurde e meno ancora che potessero riguardarmi. Ora, però, sento il dovere di dedicarmi per il resto della vita a questi problemi gravi dell’ordinamento perché c’è chi non ha strumenti per difendersi, non ha la forza di reagire e alla fine soccombe». Prima ancora che una riforma, secondo il professor Fimmanò servirebbe «recuperare la coscienza civile e il senso delle istituzioni, altrimenti non c’è riforma che tenga. Ascoltiamo in tv le vicende Palamara, fingiamo di scandalizzarci e poi andiamo a letto come se avessimo guardato Masterchef. I nostri padri avrebbero fatto le barricate. Se i costituenti vedessero oggi il rapporto malato tra certa stampa e le Procure si rivolterebbero nella tomba. Negli Stati Uniti i media sono un esempio di libertà. Nel mio caso i giornalisti, o meglio un giornalista, è comparso all’improvviso all’udienza successiva alla mia dopo che il Riesame aveva già annullato tutto, ed è corso a informare tutti perché occorreva il megafono prima del flop annunciato, visti i personaggi attraenti coinvolti. È una cosa da Paese civile?». Fimmanò ha già scritto ai vertici degli uffici giudiziari napoletani. «In verità sto ponendo questi problemi non solo ai presidenti dei Tribunali ma a tutte le istituzioni competenti – spiega – Per il momento il silenzio è assordante ma metterò tutti di fronte all’obbligo d’ufficio di prendere posizione. Anche perché, per esempio, l’asserzione che partecipare a un convegno o a un master di un magistrato può configurare reato, per abnorme che sia, è ora un problema per loro. Perché a questo punto sarò io stesso a fare esposti in tutta Italia agli oltre 2mila magistrati che legittimamente sono impegnati in attività formative». «Sulle ragioni di quanto accaduto non entro nel merito. Ma – aggiunge Fimmanò – in generale è paradossale che in Italia debba preoccuparsi chiunque sia diventato molto autorevole o abbia avuto successo con merito. Mi dicevano “non ti esporre”, “sei una legal star”, “stai attento, soprattutto a Napoli”: ma potrei mai rinunciare alla mia passione per il Diritto e la Giustizia, alla mia stessa vita nei miei cento impegni perché altrimenti entro in una sorta di mirino? Ma dove siamo? In Corea?». E l’ultima riflessione è su Napoli: «Questa meravigliosa città si è incattivita – conclude Fimmanò – Purtroppo, come tutte le grandi capitali irrimediabilmente decadute, vive una lenta agonia. E il problema è proprio la borghesia incapace di sussulti, di tensione eroica, che vive in una drammatica condizione autoreferenziale e protezionistica del nulla».

Gli sviluppi dell’inchiesta. Inchiesta Pegaso basata su “palesi equivoci” e “ricostruzioni errate”, Woodcock bocciato dal Riesame. Viviana Lanza su il Riformista il 27 Marzo 2021. La questione sul “comma Pegaso”, quello che secondo il pm avrebbe equiparato l’università a un ente statale, è un errore perché nella Finanziaria 2020 si prevede «l’esatto contrario». L’intercettazione tra due dipendenti dell’ateneo, unico elemento usato per gettare un’ombra di sospetto sull’iter di approvazione dell’emendamento alla Finanziaria, non è stata analizzata fino in fondo. E le ipotesi alla base dell’accusa di presunta corruzione sono state, in maniera definita «singolare» dal Riesame, cambiate in corsa come nel tentativo di tenere in piedi un castello di accuse che crollava da tutte le parti. Eccola l’inchiesta sull’università Pegaso, che ha coinvolto il patron dell’ateneo Danilo Iervolino e altri sette professionisti, smontata punto per punto dal Riesame. Inchiesta basata su “palesi equivoci” e “ricostruzioni errate” secondo i giudici. «Se si fosse letta fino in fondo quella trascrizione – scrive il collegio della 12esima sezione (presidente Alfonso Sabella) a proposito dell’intercettazione indicata dall’accusa come cruciale – sarebbe apparso chiaro agli inquirenti che l’obiettivo di Iervolino non era certo quello di risparmiare le tasse». Quanto al capo di imputazione, prima incentrato su una presunta corruzione per ottenere un emendamento alla Finanziaria 2020 e poi per poter trasformare l’ateneo in società commerciale mantenendo la possibilità di rilasciare titoli di studio aventi valore legale, viene da chiedersi come mai il pm della Procura di Napoli Henry John Woodocock lo abbia sostenuto per ottenere perquisizioni e sequestri e lo abbia poi modificato davanti al Riesame. La risposta finora non l’hanno trovata nemmeno i giudici che, dopo aver analizzato tutti gli atti del fascicolo di questa singolare inchiesta, hanno annullato il sequestro firmato dal pm. Per il Riesame la tesi di Woodock non regge nemmeno mettendo a confronto fatti e date: l’accordo della Pegaso con gli investitori della Cvc si era già concluso il 2 agosto 2019 (dopo il nulla osta del Miur) e il 4 novembre 2019 il 50% delle quote della new-company di Iervolino veniva ceduto a una società lussemburghese in cambio di 225 milioni di euro, quindi «non si comprende ad accordo definitivamente concluso, quale “esternalità negativa” in grado di motivare le condizioni di un contratto già stipulato si mirasse ad evitare con l’emendamento che sarebbe stato proposto solo un mese dopo (il 9 dicembre 2020) e in che modo il “comma Pegaso” possa essere stato lo “strumento facilitatole dell’operazione Cvc” che invece si era già conclusa quattro mesi prima che l’emendamento venisse proposto». Impossibile, dunque, anche parlare, come invece fa il pm, di inserimento “a sorpresa” dell’emendamento a fine dicembre 2019 nella legge di bilancio e “non a caso” pochi giorni dopo l’avvio di una verifica fiscale da parte dell’Agenzia delle entrate di Napoli. Su questo passaggio i giudici del Riesame usano anche una nota ironica per demolire la tesi accusatoria: «Come se normalmente le leggi di bilancio venissero approvate in primavera o in estate e non calendarizzate, da secoli e in qualsivoglia Paese del mondo, in autunno e approvate entro il 31 dicembre di ciascun anno e come se gli emendamenti da apportare ai disegni di legge venissero predisposti prima delle stesse proposte normative e non “a sorpresa” in sede di discussione in Commissione o in Aula».

L'ultima inchiesta. Tutti i flop di Woodcock: dal Vipgate in poi, storia dei fallimenti del Pm che non ne indovina una. Paolo Comi su Il Riformista il 25 Febbraio 2021. Ci risiamo. La nuova maxi inchiesta da prima pagina del pm napoletano Henry John Woodcock si è già sciolta come neve al sole. Era un po’, a dire il vero, che non si avevano notizie di indagini da parte del pm anglo-napoletano. Questi, comunque, i fatti. Secondo la procura di Napoli, i vertici dell’università telematica Pegaso, nata nel 2006 e forte attualmente di centomila iscritti e ben seicento enti convenzionati, fra cui l’Arma dei carabinieri, sarebbero riusciti a far votare un emendamento nella scorsa legge di Bilancio che cambiava il regime fiscale nei confronti degli atenei privati. Il motivo? La successiva vendita del 50 percento delle quote societarie ad un fondo americano. Il reato ipotizzato è quello di corruzione, un reato “passpartout”, come l’abuso d’ufficio, e ultimamente anche il traffico d’influenze, che non si nega a nessuno. I vertici dell’ateneo telematico avrebbero trovato per il loro disegno criminoso una sponda a Roma. Oltre che al Miur, anche al Consiglio di Stato, chiamato a dare un parere consultivo sulla norma poi approvata dal Parlamento. Fra gli indagati eccellenti, il presidente della Pegaso, Danilo Iervolino, difeso dagli avvocati Vincenzo Maiello e Giuseppe Saccone, il direttore generale Elio Pariota, anch’egli difeso dall’avvocato Saccone, il capo ufficio marketing Maria Rosaria Andria, il vice prefetto Biagio Del Preto, all’epoca dei fatti capo segreteria del Miur, e alcuni professionisti. Indagato anche il professore Francesco Fimmanò, che ha avuto la sfortuna, di rappresentare l’università nel procedimento innanzi al Consiglio di Stato sezione consultiva. Non noto il nome del giudice del Consiglio di Stato che avrebbe avallato il parere “pro Pegaso”. Il prezzo della corruzione sarebbe consistito in un weekend nella ridente località montana di Pescocostanzo e nella partecipazione al Comitato scientifico di un master dell’università. Le indagini sono state condotte dalla guardia di finanza per oltre un anno con l’utilizzo massiccio di intercettazioni di ogni tipo. Volevano ad ogni costo sapere se davvero quei brutti ceffi erano stati a Pescocostanzo e se si erano divertiti e quanto si erano divertiti. Nei giorni scorsi, però, il Riesame di Napoli, presidente Alfonso Sabella, ha annullato tutti i sequestri dei cellulari e dei tablet che erano stati eseguiti dagli inquirenti, ritenuto assente il cosiddetto “fumus”. Va detto che è molto inusuale che venga annullato un decreto sequestro probatorio che, per sua natura, si fonda su ipotesi indiziarie minime. Ciò lascia capire, come dichiarato da uno dei difensori degli indagati, il «contesto di sconcertante debolezza» dell’impianto accusatorio. In attesa di conoscere le mosse della procura, gli indagati hanno chiesto lo spostamento del fascicolo a Roma. «Non v’è una sola circostanza della ipotesi di reato che potesse essere potenzialmente commessa nel circondario del Tribunale di Napoli. Il Parlamento italiano è a Roma, come pure il Miur e ogni altro Ministero, come pure il Consiglio di Stato, come pure le Commissioni parlamentari e come pure per il ruolo era Del Prete», si legge in una nota. Sul fronte delle indagini condotte da Woodcock vale la pena a questo punto ricordare il numero incredibile di assoluzioni e proscioglimenti. Fra i casi più eclatanti, il cosiddetto “Vipgate”: un’inchiesta partita nel 2003 che coinvolse a vario titolo settantotto persone tra cui i politici Franco Marini, recentemente scomparso, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, il diplomatico Umberto Vattani, il cantante Tony Renis e la conduttrice tv Anna La Rosa. Le accuse terribili (associazione per delinquere per la turbativa di appalti, corruzione, estorsione e tante altre) vennero archiviate dal Tribunale di Roma, a cui l’inchiesta era stata trasferita per competenza. Poi “Iene 2” che nel 2004 ipotizzò un sodalizio tra esponenti politici lucani e criminalità organizzata e finì con cinquantuno arresti respinti. Quindi il mitico “Savoiagate” con l’arresto fra gli altri del figlio del re Umberto di Savoia, Vittorio Emanuele, per associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, alla corruzione e alla concussione. Approdata l’inchiesta a Como, vennero tutti assolti perché il fatto non sussisteva. Ma vedi un po’. Segue “Vallettopoli”, un giro di ricatti nel mondo dello spettacolo. Fra gli indagati, Elisabetta Gregoraci, il portavoce del presidente Gianfranco Fini Salvatore Sottile, Lele Mora, l’allora ministro Alfredo Pecoraro Scanio. L’inchiesta, come si ricorderà, arrivò al Tribunale dei ministri di Roma e venne chiusa con archiviazioni di massa. Voi dite: beh, poi basta. Macché, c’è ancora l’indagine sulla super loggia segreta P4, quella massoneria lucana e, da ultimo, il procedimento Consip. Questa inchiesta costò un procedimento disciplinare al Csm da cui Woodcock è stato completamente assolto e una citazione nel libro di Luca Palamara. Abbastanza inquietante la citazione, perché riguarda anche il vicepresidente del Csm Legnini, e una intercettazione fantasma, e il rischio che questa intercettazione facesse scandalo, e la decisione di chiudere tutto in fretta. Un must, considerando il successo clamoroso del libro, giunto alla terza ristampa e con l’edizione in lingua inglese e la docuserie in pista di lancio.

Quante vite e carriere devastate. Il flop della procura di Napoli: metà delle inchieste sono un buco nell’acqua. Viviana Lanza su Il Riformista il 31 Gennaio 2021. La metà delle indagini definite presso la Procura di Napoli nell’ultimo anno si risolve in una richiesta di archiviazione. È uno dei dati che emergono dal bilancio annuale del distretto giudiziario napoletano. Nell’ultimo anno si sono contati 80.813 procedimenti contro indagati noti definiti presso le Procure di Napoli e del distretto (che include gli uffici di Avellino, Benevento, Napoli, Napoli nord, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Torre Annunziata, escludendo Salerno) e per il 50% dei casi, quindi per 40.268 procedimenti, è stata avanzata richiesta di archiviazione. Numeri che aprono a più riflessioni: da quelle sulle troppe fattispecie di reato contemplate nel nostro ordinamento a quelle sull’utilità e sulla indispensabilità di molte indagini, fino a quelle sui tempi, ancora troppo lunghi, di indagini e processi. Insomma, il campo è vario e vasto e le opinioni su questi temi non sono sempre divergenti. Su un argomento sembrano invece concordare tutti quando si affrontano le criticità della giustizia ed è l’esigenza di una riforma strutturale, ma alla fine non si realizza mai e ogni anno ci si ritrova a fare bilanci calcolando gli effetti di riforme sempre carenti. Tornando alle archiviazioni, si nota che a Napoli ci sono state 11.838 richieste di archiviazione, 2.238 richieste di rinvio a giudizio, 5.825 richieste di riti alternativi, 11.727 citazioni dirette a giudizio: totale, 31.628 procedimenti definiti su un totale che nel distretto supera gli 80mila procedimenti. Dopo Napoli, è Napoli Nord la Procura con più fascicoli (15.093 definiti, tra cui 7.628 richieste di archiviazione), e segue Santa Maria Capua Vetere con 10.108 procedimenti, tra i quali si contano 7.003 richieste di archiviazione. Nel bilancio giudiziario del 2020 pesano inevitabilmente anche gli effetti della pandemia e dei mesi del primo lockdown cominciato a marzo scorso. Uno di questi effetti, come illustrato dal presidente della Corte d’Appello Giuseppe De Carolis di Prossedi nella sua annuale relazione, è rappresentato dal calo del 10% dei procedimenti iscritti presso le Procure del distretto. Nell’ultimo anno i nuovi casi su cui si è avviata un’indagine sono stati 95.249 in tutto il distretto e 31.713 presso l’ufficio inquirente di Napoli diretto dal procuratore Giovanni Melillo. Anche il numero delle intercettazioni è lievemente calato rispetto al dato del 2019 che aveva portato gli avvocati a segnalare anche un uso «eccessivo» di questo strumento investigativo: se nel 2019 le utenze messe sotto controllo dalla Procura ordinaria sono state 2.079 più 200 ambientali e quelle intercettate dalla Direzione distrettuale antimafia sono state 6.760 più 906 ambientali, nel 2020 la situazione è cambiata di poco: nell’ultimo bilancio, infatti, risultano 1.474 intercettazioni telefoniche e 171 ambientali disposte dalla Procura ordinaria a Napoli, 6.280 intercettazioni telefoniche e 843 ambientali su disposizione della Dda. Quanto alle indagini sul terrorismo, nel 2020 ci sono state intercettazioni su 149 utenze telefoniche, sei ambientali e 22 diverse tipologie di bersagli. La prescrizione resta uno dei grandi nodi della giustizia italiana anche quando si parla di indagini, incidendo per il 2,4% sui procedimenti definiti dalle Procure del distretto e per il 2,2% su quelli definiti dall’ufficio inquirente napoletano. La prescrizione è uno dei temi cruciali nel dibattito sulla giustizia. È tra i temi che la Camera penale, con il presidente Marco Campora, ha presentato all’attenzione dei vertici degli uffici giudiziari napoletani in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario che si svolgerà oggi, per la prima volta nella storia in modalità da remoto e non nella tradizionale sede di Castel Capuano o, come da alcuni anni a questa parte, nella storica cornice del Maschio Angioino. «La sciagurata riforma della prescrizione rischia di paralizzare definitivamente l’esercizio dell’attività giudiziaria con processi che avranno sistematicamente una durata ultradecennale», sottolinea Campora, critico nei confronti del «populismo garantista degli ultimi due governi» e dell’alternativa tra processo virtuale e stasi della giustizia posta nei momenti più duri della pandemia e «intrisa di una logica ricattatoria». Di qui l’appello a realizzare «quel diritto penale minimo che non può che essere il punto di approdo di una società democratica e liberale del ventunesimo secolo».