Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

LA GIUSTIZIA

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le condanne.

Cucchi e gli altri.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Massimo Bossetti è innocente?

Il DNA.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpevoli per sempre.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Morire di TSO.

Parliamo di Bibbiano.

Nelle more di un divorzio.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

L’alienazione parentale.

La Pedofilia e la Pedopornografia.

Gli Stalker.

Scomparsi.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Da contributo unificato a pedaggio? Tangente o Pizzo?

La Giustizia non è di questo Mondo.

Magistratura. L’anomalia italiana…

Il Diritto di Difesa vale meno…

Figli di Trojan: Le Intercettazioni.

A proposito della Prescrizione.

La giustizia lumaca e la Legge Pinto.

A Proposito di Assoluzioni.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Verità dei Ris

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Le Mie Prigioni.

I responsabili dei suicidi in carcere.

I non imputabili. I Vizi della Volontà.

Gli scherzi della memoria.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La responsabilità professionale delle toghe.

Errori Giudiziari ed Ingiusta detenzione.

Soliti casi d’Ingiustizia. 

Adolfo Meciani.

Alessandro Limaccio.

Daniela Poggiali.

Domenico Morrone.

Francesca Picilli.

Francesco Casillo.

Franco Bernardini.

Gennaro Oliviero.

Gianni Alemanno.

Giosi Ferrandino.

Giovanni Bazoli.

Giovanni Novi.

Giovanni Paolo Bernini.

Giuseppe Gulotta. 

Jonella Ligresti.

Leandra D'Angelo.

Luciano Cantone.

Marcello Dell’Utri.

Mario Marino.

Mario Tirozzi.

Massimo Luca Guarischi.

Michael Giffoni.

Nunzia De Girolamo.

Pierdomenico Garrone.

Pietro Paolo Melis.

Raffaele Chiummariello.

Raffaele Fedocci.

Rocco Femia.

Sergio De Gregorio.

Simone Uggetti.

Ugo de Flaviis.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ingiustizia. Il caso Viareggio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Saipem spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Eni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso MPS Monte dei Paschi di Siena.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Muccioli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alex Schwazer spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Beppe Signori spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Oliverio spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gigi Sabani spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Enzo Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ottaviano Del Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Maroni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alma Shalabayeva spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Anna Maria Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Matteo Sereni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Marco Vannini spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gianluca Vacchi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Fabrizio Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ambrogio Crespi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Alberto Genovese spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Antonio Di Fazio spiegato bene.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’uso politico della giustizia.

Incompatibilità Ambientale e Conflitto di Interessi delle Toghe.

Traffico di influenze illecite: da "Mani Pulite" allo "Spazzacorrotti".

I Giustizialisti.

I Garantisti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Avvocati specializzati.

Le Toghe Candidate.

Comandano loro! Fiducia nella Magistratura? La Credibilità va a farsi fottere.

Le Intimidazioni.

Palamaragate.

Figli di Trojan.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Cupola.

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Magistratopoli.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giornalistopoli.

Le Toghe Comuniste.

Le Toghe Criminali.

I Colletti Bianchi.

 

INDICE NONA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della Moby Prince.

Il Mistero del volo Malaysia Airlines MH370.

L’affaire Modigliani.

L’omicidio di Milena Sutter.

La Vicenda di Sabrina Beccalli.

Il Mistero della morte di Christa Wanninger.

Il Mistero della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana.

Il Mistero di Marta Russo.

Il Mistero di Nada Cella.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Charles Sobhraj.

Il Mistero di Manson.

Il Caso Morrone.

Il Caso Pipitone.

Il Caso di Marco Valerio Corini.

Il Mistero della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Caso Claps.

Il Caso Mattei.

Il Mistero di Roberto Calvi.

Il Mistero di Paola Landini.

Il Mistero di Pietro Beggi.

Il Mistero della Uno Bianca.

Il Mistero di Novi Ligure.

Il mistero di Marcella Basteri, la madre del cantante Luis Miguel.

Il mistero del delitto del Morrone.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Il Mistero del Mostro di Milano.

Il Mistero del Mostro di Udine.

Il Mistero del Mostro di Bolzano.

Il Mistero della morte di Luigi Tenco.

Il Giallo di Attilio Manca.

Il Giallo di Alessandro Sabatino e Luigi Cerreto.

Il Mistero dell’omicidio Varani.

Il Mistero di Mario Biondo.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Caso di Isabella Noventa.

Il Mistero di Lidia Macchi.

Il Mistero di Cranio Randagio.

Il Mistero di Marco Pantani.

Il Mistero di Elena Livigni Gimenez.

Il Mistero di Saman Abbas.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La strage di Piazza Fontana: pista Nera o Rossa? Verità processuale e mediatica e Verità storica.

Il Mistero dell’attentato di Fiumicino del 1973.

Il Mistero dell'ereditiera Ghislaine Marchal.

Il Mistero di Luis e Monserrat Flores Chevez.

Il Mistero di Gala Emad Mohammed Abou Elmaatu.

Il Mistero di Francesca Romana D'Elia.

Il caso Enrico Zenatti: dalla morte di Luciana e Jolanda al delitto Turina.

Il Mistero di Roberto Straccia.

Il Mistero di Carlotta Benusiglio.

Il Mistero dell’Omicidio di Carlo Mazza.

Il Mistero dell’uomo morto in una grotta dell’Etna.

Il Mistero dei ragazzi di Casteldaccia.

Il Giallo di Sebastiano Bianchi.

Il Mistero dell’omicidio di Massimo Melis.

Il Caso del duplice delitto dei fidanzati di Giarre.

Il Mistero della Strage di Erba.

Il Mistero di Simona Floridia.

Il Mistero della "Signora in rosso".

Il Mistero di Polina Kochelenko.

Il Mistero si Sollicciano e dei cadaveri in valigia.

Il Mistero di Giulia Maccaroni.

Il Mistero di Tatiana Tulissi.

Il Mistero delle sorelle Viceconte.

Il Mistero di Marco Perini.

Il Mistero di Emanuele Scieri.

Il Mistero di Massimo Manni.

Il Caso del maresciallo Antonio Lombardo.

Il Mistero di Bruna Bovino.

Il Mistero di Serena Fasan.

Il Mistero della morte di Vito Michele Milani.

Il Mistero della morte di Vittorio Carità.

Il Mistero della morte di Massimo Melluso.

Il Mistero di Francesco Pantaleo.

Il Mistero di Laura Ziliani.

Il Mistero di Roberta Martucci.

Il Mistero di Mauro Romano.

Il Mistero del piccolo Giuseppe Di Matteo. 

Il Mistero di Wilma Montesi.

Il Mistero della contessa Alberica Filo della Torre.

Il Mistero della contessa Francesca Vacca Agusta.

Il Mistero di Maurizio Gucci.

Il Mistero di Maria Chindamo.

Il Mistero di Dora Lagreca.

Il Mistero di Martina Rossi.

Il Mistero di Emanuela Orlandi.

Il Mistero di Gloria Rosboch.

Il Mistero di Rina Fort, la "belva di via San Gregorio".

Il Mistero del delitto di Garlasco.

Il Mistero di Tiziana Cantone.

Il Mistero di Sissy Trovato Mazza.

Il Mistero di nonna Rosina Carsetti.

Il giallo di Stefano Ansaldi.

Il Giallo di Mithun.

Il Mistero di Stefano Barilli.

Il Mistero di Biagio Carabellò.

Il mistero di Kasia Lenhardt, ex di Jerome Boateng.

Il Caso Imane.

Il mistero di Ilenia Fabbri. L’omicidio di Faenza.

Il Mistero di Denis Bergamini.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero di Serena Mollicone.

Il Mistero di Teodosio Losito.

Il Caso di Antonio Natale.

Il Mistero di Barbara Corvi.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Roberta Siragusa.

Il Caso di Niccolò Ciatti.

Il Caso del massacro del Circeo.

Il Caso Antonio De Marco.

Il Giallo Mattarelli.

Il Giallo di Bolzano.

Il Mistero di Luca Ventre.

Il mistero di Claudia Lepore, l’italiana uccisa ai Caraibi.

Il Giallo dei napoletani scomparsi in Messico.

Il Mistero di Federico Tedeschi.

Il Mistero della morte di Trifone e Teresa.

Il Mistero di Gianmarco Pozzi.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero della strage di Bologna.

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Le condanne.

Depistaggi nel caso Cucchi, il pm: «No strumentalizzazioni, non è un processo contro l’Arma». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2021. Nel procedimento Musarò analizza le attività dal momento dell’arresto di Stefano nel 2009, la detenzione prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini. «Gli atti più importanti ci sono stati procurati dal reparto operativo dei carabinieri». Nel primo giorno della requisitoria al processo contro i depistaggi del caso Cucchi, presente anche il procuratore capo Michele Prestipino, il pm Giovanni Musarò, premette che il processo in corso «non è contro l’Arma dei carabinieri». Precisa ancora Musarò: «Vogliamo evitare qualunque strumentalizzazione. Quello che si sta svolgendo non è un processo all’Arma dei carabinieri che del resto è costituita parte civile. C’è stata una leale collaborazione con l’Arma a partire dal 2018, gli atti più importanti ci sono stati procurati dal reparto operativo. Attenzione perciò non provate a strumentalizzare la vicenda per provocare una levata di scudi da parte dell’Arma». Il pm si concentra poi sulle attività di depistaggio che si sono svolte a partire dal 2009, quando cioè Stefano Cucchi fu arrestato e quindi detenuto prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini. A conferma di quanto premesso Musarò parla a lungo del contributo offerto all’accertamento della verità da parte di Pietro Schirone appuntato della Arma, «dalla schiena dritta». Schirone dice che Cucchi lamentava, fra i suoi molti dolori, anche quelli alla testa. «Quindi Schirone e Mollica (Stefano Mollica, ndr) -prosegue Musarò -dicono di aver capito che era successo qualcosa e che erano coinvolti i carabinieri. Tornando da piazzale Clodio dice Mollica ‘eravamo turbati perché insinuavano dubbi sulla catena che mi ha preceduto’. Queste le parole di Mollica».

Sentenza Cucchi, i giudici: «Violenza ingiustificata e sproporzionata». Le motivazioni della sentenza dello scorso 7 maggio con cui la Corte d'Assise d'Appello di Roma ha condannato a 13 anni i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per la morte di Stefano Cucchi. Il Dubbio il 18 ottobre 2021. Un’aggressione «ingiustificata e sproporzionata». È quanto scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma nelle motivazioni della sentenza dello scorso 7 maggio al processo per la morte di Stefano Cucchi, condannando fra gli altri a 13 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro accusati del pestaggio del 31enne romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini. «La vittima è colpita con reiterate azioni ingiustificate e sproporzionate – sottolineano i giudici -, rispetto al tentativo dell’arrestato di colpire il pubblico ufficiale con un gesto solo figurativo inserito in un contesto di insulti reciproci inizialmente intercorsi dal carabiniere Di Bernardo e l’arrestato, che, nel dato contesto esprime il semplice rifiuto di sottoporsi al fotosegnalamento». Per i giudici di Appello «può ritenersi accertata la sproporzione tra l’alterco insorto tra Di Bernardo e Cucchi rispetto alla portata dell’aggressione da quest’ultimo patita alla quale partecipò D’Alessandro». «Le violente modalità con cui è stato consumato il pestaggio ai danni dell’arrestato, gracile nella struttura fisica, esprimono una modalità dell’azione che ha trasnodato la semplice intenzione di reagire alla mera resistenza opposta dall’arrestato alla esecuzione del foto segnalamento», si legge nella sentenza. In secondo grado è stato condannato inoltre a quattro anni per falso il carabiniere Roberto Mandolini ed è stata confermata la condanna per lo stesso reato a due anni e mezzo per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce sul pestaggio avvenuto nella caserma Casilina la notte dell’arresto. In primo grado, il 14 novembre 2019 la prima Corte d’Assise di Roma aveva condannato a 12 anni di carcere i due carabinieri accusati del pestaggio, Di Bernardo e D’Alessandro riconoscendo che fu omicidio preterintenzionale, come sostenuto dal pm Giovanni Musarò. Era stato assolto invece «per non aver commesso il fatto» per questa accusa Francesco Tedesco. Per lui era rimasta la condanna a due anni e mezzo per falso. Per la stessa accusa era stato condannato a tre anni e otto mesi il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia.

A fine ottobre appuntamenti a Roma per ricordare il geometra. Omicidio Stefano Cucchi, pestaggio ingiustificato dei carabinieri: “Con lucidità colpivano una persona minuta determinandone la morte”. Andrea Lagatta su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Stefano Cucchi è stato aggredito con una violenza “ingiustificata e sproporzionata”. Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello nelle motivazioni della sentenza con cui il 7 maggio scorso, nell’ambito del processo bis sulla morte del geometra romano arrestato il 15 ottobre del 2009 e morto sette giorni dopo, quando fu arrestato e picchiato a Roma nella caserma dei carabinieri, sono stati condannati a 13 anni i due militari responsabili del pestaggio: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

I giudici hanno condannato anche il carabiniere Roberto Mandolini per falso e a due anni e mezzo e sempre per falso, Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni aveva fatto luce sul quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell’arresto di Cucchi.

La sproporzione tra alterco e reazione

Secondo la Corte, “la vittima è stata colpita con reiterate azioni ingiustificate e sproporzionate rispetto al tentativo dell’arrestato di colpire il pubblico ufficiale con un gesto solo figurativo inserito in un contesto di insulti reciproci inizialmente intercorsi dal carabiniere Di Bernardo e l’arrestato, che, nel dato contesto esprime il semplice rifiuto di sottoporsi al fotosegnalamento”. Il gesto di reazione di Cucchi è stato, secondo i giudici, quindi “solo figurativo”. Per i giudici romani “può ritenersi accertata la sproporzione tra l’alterco insorto tra Di Bernardo e Cucchi rispetto alla portata dell’aggressione da quest’ultimo patita alla quale partecipò D’Alessandro“, si legge nel documento.

I futili motivi

In merito all’aggravante dei futili motivi “le violente modalità con cui è stato consumato il pestaggio ai danni dell’arrestato, gracile nella struttura fisica, esprimono una modalità nell’azione che ha “trasnodato” la semplice intenzione di reagire alla mera resistenza opposta alla esecuzione del fotosegnalamento”, si legge nella sentenza.

Il decesso del geometra romano, secondo i giudici, è stato causato dalla violenza del pestaggio.

Gli appuntamenti per Stefano

In occasione della morte di Stefano Cucchi, il prossimo 22 ottobre si svolgerà alle 18 la Commemorazione al Parco degli Acquedotti presso la targa Stefano Cucchi, in via Lemonia a Roma, con l’assemblea di inaugurazione del 7imo Memorial “Umanità in marcia”. Il giorno seguente, sabato 23 ottobre, si terrà la corsa della Staffetta dei Diritti, che parte alle 14 dalla targa in memoria di Stefano Cucchi. Il Comitato Promotore Memorial Stefano Cucchi e l’Associazione Stefano Cucchi spiegano che sarà “un percorso che farà tappa nei luoghi simbolo della storia di Stefano e della battaglia per i diritti umani, civili e sociali”. La staffetta terminerà alle ore 18 a piazza Montecitorio. Andrea Lagatta

(ANSA il 7 maggio 2021) E' attesa per oggi la sentenza nel processo a carico di quattro carabinieri coinvolti nella vicenda del pestaggio di Stefano Cucchi, morto a Roma nell'ottobre del 2009. Il pg ha sollecitato una condanna a 13 anni per i due carabinieri accusati del pestaggio (accusati di omicidio preterintenzionale), Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado). Chiesta l'assoluzione per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto. (ANSA).

(ANSA il 7 maggio 2021) Condannati a 13 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro accusati di avere picchiato Stefano Cucchi. Lo hanno deciso i giudici della Corte di Assiste D'Appello di Roma. (ANSA). Nel processo d'appello per il pestaggio subito da Stefano Cucchi il carabiniere Roberto Mandolini ha avuto un lieve sconto di pena passando da 4 anni e mezzo a 4 anni mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna a due anni e sei mesi. Per loro l'accusa è di falso. (ANSA).

Processo Cucchi, pene più dure: condannati a 13 anni per omicidio preterintenzionale due carabinieri. Ilaria: "Il mio pensiero va ai miei genitori". Andrea Ossino su La Repubblica il 7 maggio 2021. Si tratta di Di Bernardo e D'Alessandro accusati del pestaggio che ha poi portato alla morte il geometra. Per l'accusa di falso, quattro anni a Mandolini e due anni e sei mesi per Tedesco. Per quest'ultimo il pg aveva chiesto l'assoluzione. Hanno massacrato Stefano Cucchi. Lo hanno fatto nel 2009, dentro una caserma dei carabinieri, sulla Casilina. E adesso, dopo 12 anni da quei fatti, arriva la sentenza d'Appello del processo bis. I carabinieri accusati del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, sono stati condannati a scontare 13 anni di reclusione perché colpevoli di omicidio preterintenzionale. Mentre il collega Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, dovrà scontare 4 anni di carcere per falso. Confermata invece la condanna, esclusivamente per il reato di falso, del carabiniere Francesco Tedesco (2 anni e 6 mesi), divenuto un importante testimone per puntellare le accuse contro i colleghi. Nel novembre 2019, per la morte del trentunenne romano i giudici di primo grado avevano condannato a 12 anni di reclusione i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, mentre era stato assolto Francesco Tedesco dall'accusa di omicidio preterintenzionale, venendo condannato a due anni e sei mesi di reclusione solo per il reato di falso. Mandolini invece era stato condannato a scontare 3 anni e 8 mesi di carcere. Secondo le accuse Mandolini avrebbe falsificato il verbale d'arresto che fra le altre cose attestava un fotosegnalamento mai avvenuto. Il sostituto procuratore Giovanni Musaró ha sempre ritenuto che quel verbale falsificato fu il primo atto del depistaggio, necessario per coprire il successivo pestaggio di cui fu vittima Cucchi. "Stefano Cucchi fu portato in carcere perché il maresciallo Mandolini scrisse nel verbale di arresto che era un senza fissa dimora. Ma lui era residente dai genitori, senza quella dicitura forse sarebbe finito ai domiciliari e oggi non saremmo qui. Questo giochetto gli è costato la vita. Il verbale di arresto è il primo atto di depistaggio di questa vicenda, perché i nomi di Tedesco, Di Bernardo e D'Alessandro non sono nel documento", aveva detto il pm nella sua requisitoria. Secondo i magistrati Cucchi era già stato picchiato dai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro. "In questa storia abbiamo perso tutti - aveva detto Cavallone nella sua requisitoria - Nessuno ha fatto una bella figura. Stefano  Cucchi  quel giorno doveva andare in ospedale e non in carcere. Credo che nel nostro lavoro serva più attenzione alle persone piuttosto che alle carte che abbiamo davanti. Dietro le carte c'è la vita delle persone. Quanta violenza siamo disposti a nascondere ai nostri occhi da parte dello Stato senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l'uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi - aveva proseguito Cavallone - noi siamo addestrati a resistere alle provocazioni, alle situazioni di rischio". Il pg, ricordando tra gli altri il caso della morte di Federico Aldrovandi, ha aggiunto che "le vittime di queste violenze sono i marginalizzate. In questa storia abbiamo perso tutti, Stefano, la sua famiglia, lo Stato". "Il nostro pensiero va ai magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musaró. La giustizia funziona quando ci sono magistrati seri, onesti e capaci", dice l'avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. "Il mio pensiero va ai miei genitori per il caro prezzo che hanno pagato in questi anni", fa eco Ilaria Cucchi. Che aggiunge: "Questa sentenza riformata è un momento storico e per me di estrema emozione. Non avrei mai creduto di attivare fin qui". "Devo ringraziare tante persone, a partire dall'avvocato Fabio Anselmo e la Procura di Roma nelle persone dell'ex procuratore Giuseppe Pignatone, dell'attuale procuratore Michele Prestipino e del sostituto Giovanni Musarò. Senza di loro non saremmo qui. Il mio pensiero va a Stefano, a tutti questi anni, a quanto ci sono costati, e ai miei genitori che non sono qui proprio per il prezzo che hanno dovuto pagare per questi anni di sofferenza".

Morte di Stefano Cucchi, aumentate le condanne in Appello: 13 anni per due carabinieri.  Le Iene News il 07 maggio 2021. La Corte d’Appello ha condannato a 13 anni di carcere Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri processati per omicidio preterintenzionale per aver pestato Stefano Cucchi dopo il suo arresto. Noi de Le Iene abbiamo seguito più volte il caso: nel servizio che vedete qui avevamo intervistato l’ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro. “Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori”. Sono queste le prime parole di Ilaria Cucchi dopo la sentenza di secondo grado per la morte del fratello. La Corte d’Appello ha condannato a 13 anni di carcere Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri processati per omicidio preterintenzionale per aver pestato Stefano Cucchi dopo il suo arresto. La pena d’Appello è più alta di quella comminata in primo grado: ai due carabinieri era stata inflitta infatti una condanna a 12 anni di reclusione e il Pg, Roberto Cavallone, al termine della requisitoria d'Appello aveva chiesto 13 anni per entrambi. Il militare Roberto Mandolini ha invece avuto una lieve diminuzione di pena, passando da 4 anni e mezzo a 4 anni, mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna a due anni e sei mesi: quest’ultimo è diventato un testimone chiave per ricostruire quanto accaduto a Stefano Cucchi. Per entrambi l'accusa è di falso. "Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori che oggi non sono qui in aula. E' il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”, ha detto Ilaria Cucchi commentando la sentenza. L'avvocato Stefano Maccioni ha invece raccontato le emozioni di mamma Rita: “Ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L'ho sentita la telefono. E' un momento di grande commozione. Dopo 12 anni la lotta non è ancora finita. Siamo comunque pienamente soddisfatti della decisione di oggi della corte d'Appello". Noi de Le Iene abbiamo seguito più volte il caso della morte di Stefano Cucchi. Il ragazzo viene fermato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 perché aveva indosso delle dosi di droga. Stefano muore il 22 ottobre, in ospedale, mentre si trovava in custodia cautelare. Dopo che il primo processo si è chiuso con un nulla di fatto, si è aperta un nuovo procedimento arrivato adesso alla sentenza d’Appello. Nel servizio che vedete qui sopra intervistato l’ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro, che ci ha raccontato come l’ex marito avrebbe parlato del caso: “Eh, c'ero anch'io quella sera là, quante gliene abbiamo date a quel drogato di merda”. 

Il processo d'Appello. Stefano Cucchi, condannati a 13 anni i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per il pestaggio in caserma. Carmine Di Niro su Il Riformista il 7 Maggio 2021. Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri accusati dell’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, pestato dopo l’arresto, sono stati condannati a 13 anni di reclusione. È questa la decisione arrivata, dopo 5 ore di camera di consiglio, dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma. Il procuratore generale Roberto Cavallone aveva chiesto per i due militari 13 anni. Sempre nell’ambito dello stesso procedimento giudiziario è stato condannato a quattro anni il maresciallo Roberto Mandolini, accusato di falso poiché avrebbe coperto quanto accaduto, 2 anni e mezzo (per falso) a Francesco Tedesco, che già imputato, denunciò i suoi colleghi divenendo un teste chiave. Pene più severe quindi per Di Bernardo e D’Alessandro, condannati a 12 anni nel primo giudizio del novembre 2019. Al carabiniere Roberto Mandolini è stato riconosciuto invece un lieve sconto di pena, che passa da 4 anni e 6 mesi a 4 anni, mentre Francesco Tedesco ha visto confermata la condanna. La sentenza d’Appello arriva a 12 anni di distanza dai fatti che hanno portato alla morte di Stefano, al pestaggio subito la sera del 15 ottobre del 2009 quando il ragazzo venne arrestato per droga e portato nella caserma della compagnia Casilina. Dopo una degenza all’ospedale Pertini, Cucchi morì il 22 ottobre in conseguenza delle lesioni gravissime riportate proprio in quel pestaggio. “Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori che oggi non sono qui in aula. È il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”, ha detto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando la sentenza. La madre di Stefano, Rita Calora, “ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L’ho sentita poco fa al telefono. È un momento di grande commozione per lei e il marito”, ha aggiunto invece l’avvocato Stefano Maccioni, parte civile per conto dei genitori di Stefano. “Dopo 12 anni – ha aggiunto Maccioni – la lotta non è ancora finita. Siamo comunque pienamente soddisfatti della decisione di oggi della corte d’assise d’appello”. Amarezza e delusione arrivano invece dalla difesa dei due carabinieri condannati a 13 anni di reclusione. Per l’avvocato Maria Lampitella, difensore del militare Raffaele D’Alessandro, “oggi abbiamo la conferma che la giustizia non guarda più al dato processuale e la conferma è oggi con l’accoglimento di una impugnazione completamente inammissibile, che ha condannato ancor più gravemente gli imputati di questo processo. La nostra speranza è il giudice delle leggi, la Cassazione. Ci rivedremo lì”. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Antonella De Benedictis, che assiste il carabiniere Alessio Di Bernardo: “Sono molto amareggiata, c’è una perizia medica che accerta il fatto che Stefano Cucchi sia morto in conseguenza dell’ostruzione di un catetere, ritengo l’omicidio preterintenzionale non sia giusto. Ricorreremo in Cassazione”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da "Ansa" il 23 aprile 2021. "Nessuno nega che ci sia stato un pestaggio, ma non è stato così violento. Stefano Cucchi non è stato ucciso per i ceffoni o pugni, nessuno lo ha ucciso di botte. Le persone che lo hanno lasciato morire sono stati i medici attraverso negligenze ed omissioni, chi ha sbagliato ha pagato penalmente e civilmente con un risarcimento". E' quanto ha affermato l'avvocato Antonella De Benedictis, difensore del carabiniere Alessio Di Bernardo, nel corso del processo di secondo grado che lo vede imputato di omicidio preterintenzionale per il pestaggio del geometra romano morto nel 2009. Per Di Bernardo, il pg Roberto Cavallone ha chiesto una condanna a 13 anni di carcere così come per Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado) accusato di falso. Chiesta l'assoluzione, sempre per falso, per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto. "Dire che Di Bernardo lo ha massacrato di botte non è giusto - ha aggiunto il difensore -. Ci sono stati degli schiaffi e forse una spinta che ha fatto cadere Cucchi. Ha sbagliato chi lo fatto e deve pagare, ma non è stato un violento pestaggio. Di Bernardo è una brava persona, un padre di famiglia, un carabiniere pluridecorato: nessuno ha ucciso di botte Cucchi".

Caso Cucchi. Giudice: dire a Salvini sciacallo si può, è soltanto diritto di critica. LiguriaNotizie.it il 15/3/2021. “Parla sotto effetto del Mojito, è uno sciacallo“. Parole che Ilaria Cucchi disse all’indirizzo di Matteo Salvini, dopo che il leader della Lega commentò la condanna a 12 anni dei carabinieri coinvolti nel processo per la morte del fratello Stefano con la frase: “Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”. Matteo Salvini querelò Ilaria Cucchi e oggi è stata lei stessa ad annunciare in un post su Facebook che per un giudice del Tribunale di Milano quelle parole sono da annoverare nel “diritto di critica”. “Il 14 novembre 2019 – ha dichiarato Ilaria Cucchi su fb – la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni i carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale ai danni di Stefano Cucchi. Dieci anni dopo la sua morte. Matteo Salvini ha approfittato della grande attenzione mediatica di quei giorni sul mio processo per commentare così la sentenza "questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque". È stato questo uno sfregio evidente, ripetuto e riaffermato in varie occasioni, alla nostra lunghissima battaglia per la verità e la giustizia sulla morte di Stefano. Non ho potuto fare a meno di reagire. In varie interviste e anche su questa pagina l’ho accusato di approfittare cinicamente delle disgrazie altrui per strumentalizzazioni politiche di basso livello. L’ho definito così "uno sciacallo" e (non sono certo stata la prima) di "essere fuori dal mondo e di parlare evidentemente ancora sotto gli effetti del Mojito". Matteo Salvini mi ha querelata, dolendosi del fatto che io ne avrei "voluto sminuire le risorse cognitive come uno che non capisce, che vive su un altro pianeta, che consuma cocktail e che dovrebbe occuparsi dei suoi processi". Il Tribunale di Milano ha ritenuto che le mie espressioni, sicuramente molto forti, fossero tuttavia giustificate e pertinenti al contesto. Insomma, il Giudice ha ritenuto che io ho esercitato in maniera più che legittima il mio diritto di critica. Il senatore Matteo Salvini se ne faccia una ragione”.

"Salvini parla ancora sotto gli effetti del Mojito", il giudice assolve Ilaria Cucchi: diritto di critica. Per il giudice del tribunale di Milano, le parole di Ilaria Cucchi contro Matteo Salvini non sono offensive ma rientrano nel diritto di critica. Francesca Galici - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Nel 2019, Ilaria Cucchi di Matteo Salvini disse: "Parla sotto effetto del Mojito, è uno sciacallo", Era novembre e poco prima era stata emessa la sentenza di condanna a 12 anni di reclusione nei confronti dei carabinieri accusati, e ritenuti responsabili, della morte di Stefano Cucchi. "La droga fa male", disse Matteo Salvini. Una frase che scatenò la reazione di Ilaria Cucchi, che venne a sua volta querelata del leader della Lega. Oggi, con un lungo post su Facebook, la sorella di Stefano Cucchi ha annunciato la decisione del giudice di non dar seguito alla querela del leader della Lega, in quanto le parole di Ilaria Cucchi si inseriscono nell'ambito del diritto di critica. "Il 14 novembre 2019 la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni i Carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale ai danni di Stefano Cucchi. Dieci anni dopo la sua morte", esordisce Ilaria Cucchi nel suo post. La donna, poi, riporta le parole del leader della Lega: "Matteo Salvini ha approfittato della grande attenzione mediatica di quei giorni sul mio processo per commentare così la sentenza: 'Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque'. È stato questo uno sfregio evidente, ripetuto e riaffermato in varie occasioni, alla nostra lunghissima battaglia per la verità e la giustizia sulla morte di Stefano". Ilaria Cucchi, quindi, scrive che davanti a quelle parole non è riuscita a trattenersi e a non reagire, apostrofandolo in maniera molto forte nelle occasioni a sua disposizione. "L’ho definito così 'Uno sciacallo'- e non sono certo stata la prima - di 'essere fuori dal mondo e di parlare evidentemente ancora sotto gli effetti del Mojito'", scrive quindi Ilaria Cucchi, riferendo che per quelle parole Matteo Salvini ha deciso di sporgere querela, "dolendosi del fatto che io ne avrei 'voluto sminuire le risorse cognitive come uno che non capisce, che vive su un altro pianeta, che consuma cocktail e che dovrebbe occuparsi dei suoi processi'". A un anno e mezzo da questi fatti, però, la sorella di Stefano Cucchi riferisce che "il Tribunale di Milano ha ritenuto che le mie espressioni, sicuramente molto forti, fossero tuttavia giustificate e 'pertinenti' al contesto". La chiusura del post di Ilaria Cucchi vorrebbe essere uno smacco al leader della Lega: "Insomma il Giudice ha ritenuto che io ho esercitato in maniera più che legittima il mio diritto di critica. Il Senatore Matteo Salvini se ne faccia una ragione".

La sorella Ilaria: "Nessuna attenuante per tanta violenza gratuita". Omicidio Stefano Cucchi, in Appello chiesti 13 anni per i carabinieri: “Abbiamo perso tutti”. Redazione su Il Riformista il 15 Gennaio 2021. Tredici di reclusione per Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri che pestarono Stefano Cucchi dopo il suo arresto e per questo sono stati condannati a 12 anni in primo grado. La richiesta in Corte d’Assise d’Appello, a Roma, arriva dal procuratore generale Roberto Cavallone che parlando davanti ai giudici, sottolinea: “Se siete in grado di dire che senza quel pestaggio Cucchi non sarebbe morto, allora il reato di omicidio preterintenzionale non c’è. Ma io non credo che siate in grado di dirlo”. “Lo hanno massacrato di botte – aggiunge – quel tipo di reazione non trova alcuna giustificazione”. Chiesta anche la condanna a quattro anni e mezzo per il maresciallo Roberto Mandolini, accusato di falso poiché avrebbe coperto quanto accaduto, e l’assoluzione, perché il fatto non sussiste, di Francesco Tedesco, il carabiniere che denunciò i suoi colleghi e in primo grado venne condannato per falso. “In questa storia abbiamo perso tutti – evidenzia Cavallone – Stefano, la sua famiglia, lo Stato”. Poi aggiunge: “Dietro le carte dei procedimenti c’è la vita delle persone. Quanta violenza siamo disposti a nascondere ai nostri occhi da parte dello Stato senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l’uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi. Siamo addestrati a resistere alle provocazioni. E in questa vicenda nessuno ha fatto una bella figura”, perché Stefano “era stato preso in custodia dallo Stato”, e “dopo l’arresto doveva andare in ospedale, non in carcere”. “Oggi è stata un giornata molto emozionante, commovente”  sono le parole di Ilaria Cucchi, sorella della vittima. “Ripenso a Stefano, agli ultimi giorni della sua vita, alla sua sofferenza, alla maniera in cui è stato lasciato solo. Forse mai avrebbe potuto immaginare che un giorno, a distanza di più di 11 anni, sarebbero state dette delle parole per chiedere che venga fatta giustizia fino in fondo per la sua morte”. Ilaria Cucchi ha poi aggiunto: “Io credo che di fronte a fatti del genere non possono esistere attenuanti, non c’è nulla che possa giustificare tanta violenza gratuita”.

LA SENTENZA DI PRIMO GRADO – Il 14 novembre del 2019, dopo dieci anni di indagini e otto processi, per la prima volta una sentenza ha stabilito che Stefano Cucchi morì vittima di omicidio preterintenzionale. I giudici della prima Corte d’Assise di Roma hanno condannato quattro dei cinque carabinieri imputati nel procedimento sulla morte del giovane: 12 anni di carcere a Di Bernardo e D’Alessandro che lo pestarono la notte dell’arresto nella caserma della compagnia Casilina, tre anni e otto mesi al maresciallo Mandolini, e due anni e sei mesi per falso a Tedesco.

Da ansa.it il 15 gennaio 2021. Il pg di Roma Roberto Cavallone ha chiesto la conferma delle due condanne per l'omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, una condanna per falso e una assoluzione. Nell'ambito del processo di appello il pg ha sollecitato una condanna a 13 anni per i due carabinieri accusati del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (in primo grado condannati a 12 anni), e a 4 anni e 6 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini (3 anni e sei in primo grado). Chiesta l'assoluzione per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce su quanto avvenuto nella caserma Casilina la notte dell'arresto.  

·        Cucchi e gli altri.

Caso Cucchi, i giudici: «I detenuti non sono numeri ma esseri umani». Simona Musco su Il Dubbio il 3 febbraio 2021. Le motivazioni della sentenza dell’appello ter: un duro atto d’accusa verso il sistema carcerario, verso la giustizia inquirente e giudicante, verso il sistema sanitario. «Un monito severo ed un’occasione di riflessione per chiunque operi a contatto con i detenuti, a non considerarli un semplice numero del procedimento, ma esseri umani, fors’anche talvolta sgradevoli, eppur sempre doverosamente meritevoli, proprio in ragione del loro stato detentivo, di un’attenzione anche superiore a quella dedicata ad un uomo libero nella persona, la cui dignità non perdono mai, pena la regressione a tempi oscuri oramai trascorsi». Quello firmato dal presidente della prima Corte d’Assise Tommaso Picazio è un duro atto d’accusa. Verso il sistema carcerario, verso la giustizia inquirente e giudicante, verso il sistema sanitario. Pezzi di un unico corpo colpevoli di aver abbandonato Stefano Cucchi. Sono parole pesantissime quelle che motivano la sentenza che il 14 novembre del 2019 ha dichiarato prescritte le accuse nei confronti del primario del Reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini, Aldo Fierro, e di altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Un quinto medico, Stefania Corbi, è stato assolto “per non commesso il fatto”. Parole che certificano un fatto: la morte di Cucchi, come ha commentato il difensore della famiglia, Fabio Anselmo, è frutto di multifattorialità, riconoscendo le fratture come concause. E che se tutti avessero fatto il proprio dovere, il giovane geometra romano, arrestato per droga nell’ottobre 2009 e pestato con così tanta violenza da morire nel giro di una settimana, forse sarebbe stato ancora vivo. Cucchi non era solo un detenuto, recita la sentenza. «Era diventato un detenuto in una certa misura abbandonato a se stesso». Un detenuto la cui condizione psicologica non è stata tenuta in considerazione, una frustrazione ed una sofferenza ignorate «nella sua entità di essere umano durante l’udienza di convalida, sia dal giudicante che dal requirente i quali, evidentemente, non hanno ritenuto di dover tener conto, nel valutare le esigenze cautelari, delle condizioni generali psicofisiche del Cucchi». I sanitari che hanno avuto Cucchi in cura, al Pertini, avrebbero dovuto avere cognizione della particolare situazione psicologica di un detenuto, «aspetto necessariamente aggravato dallo stato di prostrazione psico- fisica che discendeva dal contingente quadro patologico in atto ( fratture, dolore, mancanza di autonomia fisica e via dicendo). Un festival di insipienze – scrive il giudice che deve aver prodotto una reazione, definiamola puerilmente sdegnata, da parte di un soggetto verosimilmente già portatore di proprie fragilità». Il giudice evidenzia un fatto che dovrebbe essere ovvio, ma che ovvio, a quanto pare, non è stato: il momento iniziale della custodia cautelare rappresenta sempre un passaggio di grave impegno psicologico, che richiede tutta una serie di garanzie e cautele da parte di chiunque vi entri in contatto. «Tutto questo meccanismo, nella vicenda che ci occupa, occorre dirlo con molta chiarezza, ha fallito il proprio scopo», sentenzia Picazio. Che poi ammonisce le istituzioni che hanno avuto in custodia Cucchi, lasciandolo di fatto morire: «Lo Stato ha certamente il diritto di fare un prigioniero – si legge -, ma non di disinteressarsene. Questo è il terreno, del tutto trascurato, in cui una vicenda, dal punto di vista giudiziario banale ( un arresto per violazione in tema di stupefacenti), volge in pochi giorni in tragedia». Troppo sbrigativo e troppo semplice, da parte dei medici, affermare che Cucchi rifiutava le cure ed i trattamenti e che, dunque, i sanitari siano esenti da responsabilità. Un’affermazione che riduce «ad un rango quasi mercantilistico» il trattamento sanitario, dimenticando che i protocolli prevedono un contenimento del paziente a rischio suicidio, valutazione che si ribalta, evidentemente, «se il paziente è un detenuto che instaura atti potenzialmente a rischio, anche di grave entità, per la propria salute. Un’evidente aporia». E non basta nemmeno sottolineare che Cucchi fu, semplicisticamente, sollecitato a nutrirsi: «Non ricevette mai, e da alcuno, un’informazione adeguata, dettagliata e completa in merito alle sue condizioni cliniche e ai rischi cui andava incontro». Per il giudice occorre ricordarlo: «Le sue condizioni di limitazione della libertà personale non lo privano dei diritti fondamentali propri della dignità umana». Ed è per questo che arriva ad una conclusione fondamentale: «I sanitari che operarono furono in colpa per imprudenza, imperizia e negligenza, non caratterizzabile in alcun modo e sotto alcun profilo come lieve». Impossibile stabilire il punto di non ritorno, ma «l’ipotesi che una diversa cura ( alimentazione adeguata, monitoraggio cardiaco), in particolare se messa in atto fin dai primi giorni di ricovero, avrebbe potuto evitare il decesso, impedendo il verificarsi dell’arresto cardiaco, o consentendo un intervento immediato al verificarsi dello stesso, è ipotesi plausibile e supportata dai dati scientifici disponibili». I medici del Pertini, inoltre, non valutarono in modo adeguato «l’ipoglicemia e la bradicardia» due «fattori d’allarme che avrebbero imposto cautela».

Abdel, un altro ragazzo “morto di Cpr”. Legato per 3 giorni in un letto. Il giovane tunisino aveva 26 anni ed è deceduto il 28 novembre scorso, a due mesi dal suo arrivo in Italia. Trasferito nel Centro di Ponte Galeria, poi ricoverato al Servizio psichiatrico del San Camillo. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 6 dicembre 2021.

«Ringrazio Dio e spero vada tutto bene», diceva Wissem Ben Abdel Latif rivolto alla telecamera del suo cellulare che riprendeva gli occupanti del gommone. Il compagno di viaggio che stava accanto a lui faceva il segno di vittoria. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, nella Sicilia sud-orientale. Con una tuta rossa addosso e il cappellino indossato con la visiera storta. Le immagini, recuperate dalla campagna LascieteCIEntrare che si occupa di diritti dei migranti trasferiti nei Centri per il rimpatrio, sono di ottobre scorso.

Sulla morte di Abdel la procura ha aperto un’inchiesta

Abdel è morto a 26 anni il 28 novembre scorso, a due mesi dal suo arrivo in Italia. Era stato trasferito nel Cpr di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni. Sulla sua morte la procura ha aperto un’inchiesta. Ed è la campagna LasciateCIEntrare a denunciare l’ennesima morte legata alla detezione amministrativa in Italia. Il giovane tunisino di 26 anni, Abdel Latif, ricordiamo, è morto a Roma in ospedale il 28 novembre, arrivato dal Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria.

La campagna si è da subito attivata per raccogliere ulteriori informazioni sull’esatta temporalità. Il ragazzo è stato portato nel reparto di psichiatria del San Camillo il 23 novembre ed è stato legato al letto per 3 giorni. Quindi sarebbe morto per “arresto cardiaco”. «Abdel – scrive la campagna per la chiusura dei Cpr – era giunto in Italia a settembre e dopo un periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. Invece che essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria».

LasciateCIEntrare si chiede come è possibile un altro ragazzo trattenuto presso un Cpr italiano sia morto?

Majdi Kerbai, deputato tunisino e attivista, in contatto con Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare, è stato avvisato dalla madre del ragazzo: «Ho solo le urla della madre al telefono», ha detto all’attivista. LasciateCIEntrare si domanda chi risponderà al grido disperato della donna e spiegherà cosa è realmente successo all’interno del Cpr. «Come è possibile che in meno di 3 mesi dall’arrivo sulle nostre coste un altro ragazzo trattenuto presso un centro italiano sia morto?».

La sua domanda di protezione internazionale non era stata accettata

Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento. «Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?», sottolinea la rete di attivisti.

«Abdel Latif era solo un numero dentro le carte degli accordi tra Italia e Tunisia e dentro i cassetti ammuffiti e maleodoranti dell’Unione Europea. Abdel Latif aveva solo 26 anni. Abdel Latif ha trovato solo detenzione in un Paese che ormai non lascia speranza a nessuno. Un Paese che continua a uccidere perché se non si muore di frontiera e di naufragi in mare, si muore di Cpr. Tutto questo non è solo inaccettabile, è l’orrore ormai normalizzato contro cui continuiamo a combattere. Chiediamo verità e giustizia e la chiusura di tutti i Cpr», conclude la campagna ricordando la lunga striscia di morti che la detenzione amministrativa e i governi che la continuano a sostenere hanno sulla coscienza.

Stefano Anastasìa e Alessandro Capriccioli chiedono che venga fatta piena luce sulla vicenda

A ricostruire la vicenda sono stati anche il Garante dei Detenuti del Lazio Stefano Anastasìa e il consigliere regionale di +Europa Alessandro Capriccioli. Sabato scorso si sono recati al Cpr di Ponte Galeria e hanno visionato la documentazione medica, ed è stato così possibile ricostruire gli ultimi giorni di vita del 26enne e il suo percorso tra strutture detentive e sanitarie. «Su questa vicenda, evidentemente, deve essere fatta piena luce, obiettivo per il quale per primo continuerò a impegnarmi», ha dichiarato Capriccioli in una nota.

Wissem Ben Abdel Latif. La denuncia viene rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma. “Legato a letto per tre giorni”, il dramma del 26enne morto al San Camillo dopo i pestaggi. Andrea Lagatta su Il Riformista il 6 Dicembre 2021. “Il suo sogno era andare a lavorare in Francia. Adesso voglio giustizia per mio figlio e già ci siamo affidati a un avvocato in Italia”. Vuole conoscere la verità Henda Benalì, la mamma di Wissem Ben Abdel Latif, sul decesso di suo figlio di 26 anni morto nel reparto psichiatrico del San Camillo, dopo essere stato legato al letto per giorni. Il giovane tunisino, dopo una breve permanenza al Cpr, era stato trasferito in ospedale per presunti disturbi psichiatrici, dove è morto il 28 novembre su un lettino di contenzione. A denunciare la vicenda è la campagna LasciateCIEntrare, su segnalazione del deputato tunisino Majdi Kerbai. La denuncia viene rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, su mobilitazione del garante laziale, Stefano Anastasia, e di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali/+Europa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia per fare luce sul decesso del giovane 26enne.

La vicenda

Sono disperati il padre e la madre di Abdel, che non riescono a trovare una spiegazione sull’assurda morte del 26enne, partito da Kebili, nel sud della Tunisia, e arrivato in Italia il 2 ottobre su un barcone con altri migranti.

Abdel approda al porto di Augusta in Sicilia e dopo 14 giorni di quarantena su una motonave, viene trasferito al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma. Anche qui il giovane non ha la possibilità di richiedere asilo.

La campagna LasciateCIEntrare racconta su Facebook come questo percorso sia ormai una prassi consolidata: “come ormai quasi di prassi in Italia per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale ed era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria”, affonda l’associazione.

A Roma inizia il calvario del 26enne. Il giovane si confida con il cugino, raccontando che dentro il Cpr la situazione è brutta: qui subisce aggressioni verbali e fisiche, tanto che il giovane vive in uno stato di ansia e paura.

Nella Capitale, come riporta Repubblica, il servizio di supporto psicologico dopo alcuni colloqui con Abdel chiede una visita con lo psichiatra. Un passo indietro rispetto a quanto avvenuto in Sicilia, dove Abdel è stato dichiarato alla vita di comunità.

Il ricovero

All’interno del centro, Abdel ha un malore e viene trasferito in ospedale, prima al Grassi di Ostia, e poi nel reparto psichiatrico del San Camillo di Roma, dove i medici hanno deciso di legare al letto il paziente per il suo comportamento aggressivo. Il giovane viene sottoposto a una terapia farmocologica, stabilita dalla Asl 3, che però non è andata a buon fine, secondo quanto ricostruito nelle carte sanitarie richieste e ottenute dal Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma.

“Dalla documentazione che abbiamo visionato risulta che il giovane tunisino era affetto da problemi psichiatrici e che il 23 novembre, a seguito di una richiesta da parte della Asl finalizzata all’approfondimento della valutazione psichiatrica, è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Grassi”, scrive su Facebook Alessandro Capriccioli, che sta cercando di fare luce sul caso.

“Da qui, dopo due giorni, il giovane è stato trasferito al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell’ospedale San Camillo, in cui risulta essere stato sottoposto a contenzione, tutti i giorni fino al 27, anche se non è specificato con quali tempistiche. Infine, il 28 novembre è deceduto per arresto cardiocircolatorio”.

Il garante Mauro Palma sottolinea che alcuni dettagli mancano dalle carte sanitarie di Abdel di cui è entrato in possesso. Come spiega a Repubblica, “va chiarito se al momento della morte fosse legato perché nelle carte sanitarie non è indicato. Gli esami del sangue erano regolari, non sembrava ci fossero problemi di salute”. E ha poi ricostruito: “C’è un’indicazione sulla necessità di legare il paziente braccia e gambe già il 25 novembre, poi sono stati annotati i controlli del 26 e del 27 novembre. Non è indicato invece se Abdel fosse stato legato anche nella sua ultima notte in vita”.

“Chiudere i lager di Stato”

L’organizzazione LasciateCIEntrare inquadra la vicenda del giovane tunisino come ennesima tragedia legata alla detezione amministrativa.

Nel post di denuncia, l’associazione scrive: “Abdel latif ha trovato solo detenzione in un paese che ormai non lascia speranza a nessuno. Un paese che continua ad uccidere perchè se non si muore di frontiera e di naufragi in mare si muore di CPR. Tutto questo non è solo inaccettabile. È l’orrore ormai normalizzato contro cui continuiamo a combattere”. E lancia un appello: “Chiudere tutti i Cpr. I Cpr sono lager di Stato!”.

Andrea Lagatta

I familiari vogliono conoscere la verità. Morto legato al San Camillo, l’ultima vergogna: autopsia eseguita all’insaputa dei familiari. Redazione su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. L’autopsia sul corpo di Abdel Latif, il 26enne tunisino morto il 28 novembre scorso nel reparto psichiatrico del San Camillo dopo essere stato legato al letto per giorni, è stata eseguita all’insaputa dei suoi familiari. Ad accertarlo è l’avvocato della famiglia, Francesco Romeo, che definisce la condotta “una grave superficialità”.

Il legale del 26enne ha raccontato a Repubblica di aver “appreso oggi che è già stata svolta l’autopsia sul corpo di Wissem Ben Abdel Latif. I familiari non sono stati avvisati e non hanno potuto nominare un proprio medico legale per partecipare all’autopsia: si tratta di una grave superficialità”.

L’avvocato è pronto quindi per nominare “un consulente che potrà svolgere solo l’esame esterno della salma, mentre alla Procura indicheremo anche i nominativi di altri ragazzi che con Wissem hanno condiviso il viaggio, la quarantena e la restrizione presso il Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. I familiari vogliono conoscere la verità sulla morte di Wissem”, dice il legale della famiglia.

Il legale della famiglia vuole quindi fare valere le testimonianze di tre ragazzi che hanno condiviso la camerata con il migrante tunisino nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, alle porte di Roma, secondo cui Abdel sarebbe stata vittima di aggressioni verbali e fisiche nel Cpr.

“Cercheremo di fare chiarezza, con ogni mezzo disponibile, sulle vicende che hanno condotto alla morte Wissem Ben Abdel Latif”, è l’auspicio dell’avvocato.

Abdel è approdato al porto di Augusta in Sicilia il 2 ottobre su un barcone con altri migranti e, dopo 14 giorni di quarantena su una motonave, è stato trasferito al Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria. Nel Cpr capitolino, secondo i testimoni, inizia il calvario del 26enne. Il giovane nel centro ha subito aggressioni verbali e fisiche, tanto da vivere in uno stato di ansia e paura.

Il giovane tunisino, dopo una breve permanenza al Cpr, era stato trasferito in ospedale per presunti disturbi psichiatrici, dove è morto il 28 novembre su un lettino di contenzione. A denunciare la vicenda è la campagna LasciateCIEntrare, su segnalazione del deputato tunisino Majdi Kerbai.

La denuncia è stata poi rilanciata dal garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, su mobilitazione del garante laziale, Stefano Anastasia, e di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali/+Europa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia per fare luce sul decesso del giovane 26enne.

Le domande sul caso del giovane tunisino. Morto legato al letto, gli amici: “Ha subito percosse”. Alessandro Capriccioli su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Ci sono molti punti oscuri da chiarire nella storia di Wissem Abdel Latif, il ventiseienne tunisino morto al San Camillo di Roma dopo esservi stato trasferito dal Cpr di Ponte Galeria. Partiamo da quello che sappiamo, per averlo appreso dalla consultazione dei documenti sanitari e dai colloqui intercorsi durante due visite ispettive effettuate nel centro nei giorni scorsi. Wissem arriva in Italia a fine settembre, trascorre la quarantena sulla nave Atlas ad Augusta e il 13 ottobre viene inviato a Ponte Galeria con un certificato di idoneità alla vita in comunità ristretta: viene quindi disposto il trattenimento in attesa del rimpatrio.

Una decina di giorni dopo, il 25 ottobre, una relazione del servizio socio-psicologico del Cpr rileva che il ragazzo manifesta scarsa lucidità, disorientamento, stati d’ansia, senso di oppressione e tachicardia, e segnala la necessità di una visita psichiatrica: visita che ha luogo l’8 novembre presso il Dipartimento salute mentale (Dsm) di Roma Corviale, che ipotizza uno stato schizoaffettivo e ha come esito la prescrizione di una terapia farmacologica.

A quanto ci viene riferito la situazione, nei giorni successivi, non migliora: tant’è che il 19 novembre, con una nuova relazione, il servizio socio-psicologico del Cpr rileva il perdurare delle problematiche già segnalate e richiede una nuova visita psichiatrica.

La seconda visita, che avviene il 23 novembre sempre al Dsm di Corviale, si conclude con una richiesta di ricovero ospedaliero per approfondire la situazione: lo stesso giorno, quindi, dal Cpr Wissem viene portato in ambulanza al pronto soccorso del Grassi di Ostia, da cui dopo poche ore viene trasferito al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dello stesso ospedale con un referto in cui si parla di agitazione psicomotoria e di paziente schizofrenico.

Due giorni dopo, il 25 novembre, Wissem viene trasferito per competenza territoriale all’Spdc del San Camillo: qui, come risulta dal relativo registro, viene subito sottoposto a contenzione per stato di necessità. Da quanto scritto nella cartella la contenzione prosegue, senza che siano mai indicati gli orari di cessazione degli interventi, sia il 26 che il 27 novembre: finché, alle 4:20 del mattino del 28, si dà atto che il paziente è deceduto per arresto cardiocircolatorio.

Questi sono i dati che emergono dalla documentazione che ho potuto visionare.

Passiamo alle testimonianze raccolte nel Cpr. Da quanto mi è stato riferito dai compagni di stanza di Wissem e da alcuni ospiti della struttura che sono partiti sulla nave insieme a lui, con cui ho parlato durante la mia seconda visita al centro, il giovane era un ragazzo tranquillo, grande appassionato di calcio, la cui più rilevante difficoltà era quella di non riuscire a dormire la notte. Inoltre, il giorno prima di essere ricoverato, Wissem avrebbe raccontato loro di aver subito percosse da parte delle forze dell’ordine, e a riprova di quanto affermato avrebbe mostrato loro una protuberanza sul capo. Gli interrogativi che questa drammatica sequenza di eventi apre sono tanti, e sono tutti inquietanti. In ordine cronologico: i supposti problemi psichiatrici di Wissem sono antecedenti al suo ingresso nel Cpr o sono maturati durante la sua permanenza nel centro, posto che i racconti della famiglia e di chi ha intrapreso il viaggio insieme a lui riferiscono di un giovane senza particolari difficoltà? Perché si è resa necessaria la contenzione, quando nessuno nel Cpr mi ha riferito di un ragazzo con atteggiamenti aggressivi?

Quanto è durata la contenzione, visto che nel registro che la documenta, in cui dovrebbero essere indicati gli orari di inizio e fine di ciascun intervento, è indicato un solo orario di cui non è chiaro il significato? È plausibile, a partire da questa evidenza, concludere che la contenzione si sia protratta per tre giorni consecutivi senza soluzione di continuità?

Cosa sappiamo dei due giorni trascorsi nell’Spdc del Grassi dopo le dimissioni dal pronto soccorso, che a quanto ho potuto constatare non sono in alcun modo documentati? Qual è stata esattamente la ragione della morte di Wissem, dal momento che l’arresto cardiocircolatorio menzionato nel registro è più un sinonimo dell’avvenuto decesso che una sua causa?

Sono vere le voci che riferiscono, per bocca dei suoi compagni, di percosse subite dal ragazzo nel Cpr? E in caso affermativo, che ruolo hanno avuto quelle percosse nel determinare la situazione, fisica e psicologica, con cui il giovane è entrato in ospedale? Si tratta di quesiti a cui è urgentissimo dare una risposta, per ricostruire al di là di ogni ragionevole dubbio l’ultima settimana di vita di un ragazzo di ventisei anni arrivato in Italia per cercare un’esistenza migliore. Una settimana trascorsa, dal Cpr al reparto psichiatrico del San Camillo, interamente nelle mani dello Stato.

Alessandro Capriccioli. Consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali

Indagini sulla morte di Abdel, legato al letto perché aggressivo. Valentina Dardari l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Secondo alcuni testimoni il tunisino era stato prelevato da un agente ed era poi "tornato con la testa gonfia". Secondo alcuni testimoni, tre per l’esattezza, suoi compagni di camerata, pochi giorni prima di morire Wissem Ben Abdel Latif era “stato prelevato dal modulo da un agente” ed era poi “tornato con la testa gonfia”. Lo scrive Repubblica citando il racconto che i tre, protetti dall’anonimato, al gruppo indipendente LasciateCIEntrare. Sono tre le audizioni, tutte registrate, che ricostruiscono cosa è avvenuto in seguito a un pestaggio nei confronti di Abdel all’interno del Cpr di Ponte Galeria. Qui il tunisino di 26 anni era giunto il 13 ottobre dopo aver trascorso la quarantena in Sicilia perché arrivato a bordo di un gommone. Ancora non sarebbe chiara la data esatta del raid, svoltosi in un luogo in disparte del centro, lontano dagli altri compagni. I testimoni parlano del 18, del 21 e del 23 novembre, il giorno in cui Abdel è stato ricoverato al Grassi.

Il racconto dei testimoni

Il 26enne è morto il 28 novembre legato a un letto del Servizio psichiatrico dell'ospedale San Camillo perché ritenuto aggressivo. Prima della morte gli era stata prescritta una terapia con farmaci psichiatrici. I testimoni sono però sicuri che Abdel “è stato picchiato perché protestava e avevano scoperto che aveva girato dei video col cellulare. Rifiutava anche le medicine, trovava ingiusto tutto quello che gli stava accadendo”. La mamma del 26enne sembra però essere certa del motivo per cui il figlio è stato picchiato.

La donna, durante un sit-in in Tunisia, dove si susseguono le manifestazioni per chiedere verità, ha asserito in televisione: “Mio figlio è un martire e ha pagato con la sua vita perché ha cercato di condannare con i suoi video le condizioni molto dure nelle quali viveva in quel centro”. Un parente della donna ha poi aggiunto:“Abdel, secondo un testimone, avrebbe litigato con gli agenti. E nello stesso giorno è stato ricoverato in ospedale per isolarlo dal gruppo”. Questo racconto coinciderebbe con una delle date indicate da uno dei testimoni ascoltati da LasciateCIEntrare.

La procura: "Accertamenti autoptici"

Per il momento i testimoni in totale sono sei e verranno presto ascoltati dalla procura. La vigilanza, sia quella interna che quella esterna al centro, è assicurata da un apparato interforze sul quale supervisiona un ufficiale di polizia. Il personale accede ai locali solo nel momento in cui vi è il sospetto di disordini che possono mettere a repentaglio la sicurezza. Secondo i testimoni però “in quel momento non c'era tensione”. Dalla questura hanno fatto sapere che “è in corso un duplice accertamento di carattere amministrativo e di carattere penale”. La procura era stata avvertita solo il giorno seguente la morte di Abdel e ha disposto l'autopsia senza avvertire i familiari del ragazzo. Ha comunicato all'avvocato Francesco Romeo “un'integrazione degli accertamenti autoptici e un'estensione dei quesiti medico legali”. Il legale ha spiegato che si tratta di “una decisione che dà modo al medico legale nominato da me di partecipare all'ampliamento dell'autopsia. Nominerò uno psichiatra per la valutazione delle carte sanitarie”.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Morte Abdel, gli ultimi video girati nel centro di Ponte Galeria: "Non so cosa mi succederà. Sto rischiando per farvi vedere la verità".  Romina Marceca su La Repubblica il 12 Dicembre 2021. Ecco le immagini con la voce in sottofondo di Wissem Ben Abdel Latif, 26 anni, con le quali aveva denunciato le condizioni in cui vivono i migranti. Per questo sarebbe stato picchiato da almeno un agente, come raccontano almeno tre testimoni. Due video in cui Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l'immigrazione di Ponte Galeria e che invia ad un amico in Italia. Per quelle immagini il migrante tunisino morto a 26 anni sarebbe stato picchiato da almeno un agente. Forse perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

Romina Marceca per “la Repubblica - Edizione Roma” il 12 dicembre 2021. Due video in cui Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l'immigrazione di Ponte Galeria e che invia ad un amico in Italia. Per quelle immagini il migrante tunisino morto a 26 anni sarebbe stato picchiato da almeno un agente. Forse perché è stato beccato con quel cellulare in mano. Questo raccontano almeno tre testimoni e adesso Repubblica è in grado di mostrare quelle immagini con la voce di Abdel in sottofondo. Abdel non accetta quella prigionia, chiede aiuto come può. Non si dispera, è lucido quando parla. «Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci! ». Immagini e voci di chi sperava un futuro diverso e, invece, nel Paese che lo ha accolto ha trovato la morte, legato a un letto d'ospedale dove si trovava per «disagio schizo-affettivo » . E, dopo la morte, è arrivata anche la mala burocrazia: l'autopsia è stata eseguita senza che la famiglia sapesse ancora che aveva perso un figlio. «Credevano che finisse in rivolta e l'hanno massacrato», sostengono i suoi familiari a Kebili. È il 14 ottobre quando Abdel invia il primo video. L'amico conosciuto su Facebook raccoglie il racconto: «Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in un stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci». Wissem Ben Abdel Latif è a un mese e mezzo dalla sua morte, il 28 novembre scorso. E è consapevole che dal Cpr, molto probabilmente, non uscirà vivo. « Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla » , spiega nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Aveva sperato che dopo la quarantena sarebbe arrivata la libertà. Invece è stato portato a Roma. «Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell'uomo? Non capiamo? È tutto una bugia ». Abdel comprende i rischi che sta correndo ma all'amico tunisino in Italia, che intanto diffonde i suoi video per denunciare la storia di Wissem, spiega accorato: « Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri ». Sono immagini che, se non lo sono già, presto finiranno nelle mani della procura che sulla morte di Abdel ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Perché per quei video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all'ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. Ma l'amico in Italia aveva cercato di aiutare Abdel. Aveva trovato un'avvocata a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei. Abdel non lo aveva più ricontattato dopo il 15 ottobre e l'amico avrà creduto che tutto si stava risolvendo. Non è andata così. Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Almeno è questo che hanno ricostruito i suoi compagni di camerata. Dalla Tunisia, intanto, arriva il grido di dolore della famiglia che ieri si è riunita per un minuto di silenzio. La sorella Rania è in sciopero della fame da una settimana, il padre presto sarà in Italia. Gli studenti sono in agitazione e hanno aperto una pagina facebook: "Siamo tutti Wissem Abdelatif". 

«Rischio la vita per mostrarvi la verità»: la denuncia di Abdel, morto nel Cpr. Spuntano due video in cui il giovane tunisino morto a fine novembre denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Cpr di Ponte Galeria: «Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire». Il Dubbio il 12 dicembre 2021. «Sto rischiando per farvi vedere la verità, ecco la mia testimonianza: siamo pronti a morire». È questo l’ultimo grido di dolore lanciato da Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto lo scorso 28 novembre in circostanze sospette. A due mesi dal suo arrivo in Italia, era stato trasferito nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria, poi ricoverato al San Camillo, al Servizio psichiatrico, dove è rimasto legato al letto per tre giorni.

In due video girati con il suo telefono e inviati a un amico in Italia, il giovane denuncia le condizioni in cui si trovano i migranti nel Cpr. Una denuncia che gli sarebbe costato il pestaggio da parte degli agenti, secondo il racconto di tre testimoni a Repubblica. «Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci!», racconta Abdel. Nel primo video, inviato a metà ottobre, il ragazzo lancia il primo messaggio d’allarme: «Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci».

Abdel era giunto in Italia a settembre e dopo un periodo di quarantena sulla nave della compagnia Gnv, come oramai da prassi per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. La meta era vicina e sarebbe stata Augusta, in Sicilia. Ma invece di essere accolto, era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria, racconta la campagna LasciateCIEntrare. Una volta lì, il ragazzo lancia un secondo video appello: «Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla. Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo». «Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri», sono le ultime parole di Abdel.

Sulla sua morte ora la procura ha aperto un’inchiesta. Ma per fare luce su tutta questa vicenda occorre andare anche a prima del trattenimento, sottolineano gli attivisti denunciando l’ennesima morte legata alla detenzione amministrativa in Italia. «Chi sono i funzionari che non hanno accettato la sua domanda di protezione internazionale? Perché si continua a non dare accoglienza? A non voler ascoltare le voci di chi è ingiustamente recluso nei Cpr, a non voler vedere quello che accade nei Cpr, a quanto viene denunciato dal Garante, dalle associazioni?». 

"Credevano che finisse in rivolta e l'hanno massacrato". “Rischio di morire per farvi vedere la verità”, le ultime parole di Abdel nella sua video-denuncia. Gianni Emili su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Wissem Ben Abdel Latif denuncia le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per l’immigrazione di Ponte Galeria girando due video che invia ad un amico in Italia. Sarebbero quelli ad essergli costati il pestaggio da almeno un agente. Forse – raccontano almeno tre testimoni a Repubblica – perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

“Le porte delle camere non si chiudono. Ci hanno tolto tutto e dato un pantaloncino e una maglietta. E una coperta che chissà dove stava prima. E che non basta per coprirci. Qui fa freddissimo al punto che non riusciamo a dormire. Aiutateci! Aiutateci!” denuncia Abdel.

Dopo la sua morte, è arrivata anche la mala burocrazia: l’autopsia è stata eseguita senza che la famiglia sapesse ancora che aveva perso un figlio. “Credevano che finisse in rivolta e l’hanno massacrato”, sostengono i suoi familiari a Kebili.

Il primo video lo invia il 14 ottobre quando all’amico conosciuto su Facebook che raccoglie il racconto: “Abbiamo viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci”.

“Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla”, spiega nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Poi è stato portato a Roma. “Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo? Non capiamo? È tutto una bugia”.

Abdel denuncia: “Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri”.

Per questi video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all’ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. L’amico in Italia era riuscito a trovare un avvocato a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei.  Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Almeno è questo che hanno ricostruito i suoi compagni. Dalla Tunisia arriva il dolore della famiglia che ieri si è riunita per un minuto di silenzio. La sorella Rania è in sciopero della fame da una settimana, il padre presto sarà in Italia. Gli studenti sono in agitazione e hanno aperto una pagina facebook: “Siamo tutti Wissem Abdelatif”. Gianni Emili

Romina Marceca per "la Repubblica - Edizione Roma" il 14 dicembre 2021. Una nuova inchiesta sulla fine di Wissem Ben Abdel Latif si affianca a quella penale per omicidio colposo. Si tratta di un'indagine interna avviata dalla Regione Lazio sui due ospedali dove Abdel ha trascorso i suoi ultimi cinque giorni di vita: il Grassi di Ostia e il Servizio di Psichiatria dell'Asl 3, ospitato al San Camillo. E da oggi inizieranno anche i nuovi accertamenti sul corpo del tunisino morto a 26 anni dopo due mesi dal suo arrivo in Italia e sulla documentazione sanitaria, come deciso dalla procura di Roma nei giorni scorsi. Abdel, il migrante tunisino trovato senza vita legato a un letto del San Camillo, era stato ricoverato il 23 novembre scorso al Grassi di Ostia. Era arrivato lì dopo un mese e dieci giorni trascorsi nel Cpr di Ponte Galeria con una diagnosi di «disturbo schizo-affettivo». Il supporto psicologico del Cpr aveva rilevato che quel migrante stava dando segni di insofferenza. Eppure Abdel, come dicono i suoi familiari, era un ragazzo «sano». Nel centro, secondo almeno quattro testimoni, Abdel era stato picchiato dagli agenti per i video-denuncia che aveva girato nelle stanze del Cpr e era riuscito a fare arrivare su Facebook. «Un giorno è stato prelevato dal modulo e poi è tornato con la testa gonfia», è quanto sostiene una delle testimonianze pubblicate da Repubblica. La prima domanda è: «I medici del Grassi hanno annotato, se c'erano, segni di un pestaggio sul corpo di Abdel?». Dopo due giorni, il 25 novembre, Abdel è stato trasferito al Servizio di psichiatria del San Camillo. L'inchiesta avviata dalla Regione Lazio punta a ricostruire cosa è accaduto al Grassi e al San Camillo. E, per quanto riguarda il Servizio psichiatrico, c'è da comprendere se le procedure di "contenimento" sono state eseguite secondo le norme. Di certo c'è stata una annotazione il 25 novembre e poi, nel diario dei controlli, ci sono gli orari dei giorni 26 e 27. Ma, come ha affermato anche il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, non c'è traccia di quelle braccia e gambe legate nelle ultime ore di vita di Abdel. Pugno duro della Regione: «Se dovessero emergere delle irregolarità sulle procedure eseguite, siamo pronti a rimuovere i medici». Nel 2009 un insegnante di Salerno, Francesco Mastrogiovanni, morì dopo essere stato costretto al letto di ospedale per sette giorni. Ma nel caso di Abdel entrano in gioco anche i racconti dei suoi compagni di Cpr. Uno di questi, scappato all'estero, ha dichiarato che «i Wissem è morto per farmaci neurologici sbagliati». Il caso di Wissem Abdel è ormai esploso a livello nazionale mentre in Tunisia continua lo sciopero della fame della famiglia che chiede «giustizia». È pronta un'interrogazione parlamentare da parte di Sinistra italiana. «Tutti coloro che sono in custodia dello Stato devono essere rispettati nella loro dignità e nei loro diritti. Sta qui il senso profondo di uno Stato democratico. Lo Stato italiano non può tollerare zone grigie o impunità di alcun genere. È per questo che la morte nei giorni scorsi in circostanze oscure del giovane tunisino nel Cpr di Roma deve essere chiarita fino in fondo» , afferma il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. Intanto c'è attesa per i risultati dell'autopsia eseguita tra il 2 e il 3 dicembre scorsi quando ancora la famiglia di Wissem Abdel non sapeva di avere perso un figlio. I consulenti della procura hanno chiesto 60 giorni di tempo per rispondere alla domanda principale: «Perché è morto Abdel?». In Parlamento la morte del giovane al Cpr. Fratoianni "Lo Stato non può tollerare zone grigie".  

La denuncia di un amico del Cpr in cui era il 26enne. “Imbottito di farmaci sbagliati”: una testimonianza fa luce sul decesso di Abdel. Redazione su Il Riformista il 13 Dicembre 2021. Un nuovo video aggiunge un tassello alla complicata vicenda del decesso di Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto lo scorso 28 novembre nel reparto psichiatrico del San Camillo dopo essere stato legato al letto per giorni. Il nuovo filmato, pubblicato da Repubblica, è stato girato da un ragazzo che dice di essere stato “nel gruppo di Wissem”, “nel carcere di Ponte Galeria”.

L’uso della “medicina neurologica”

La testimonianza del giovane, che è ora in Francia dopo essere fuggito dal Cpr, non lascia spazio a interpretazioni: “Gli davano delle medicine neurologiche (…) gli ultimi sei giorni è stato portato in ospedale e ieri sera è morto. Da quello che ha detto l’avvocatessa gli avrebbero somministrato la medicina sbagliata. La medicina neurologica la usano per parecchi internati”, spiega il migrante connazionale di Abdel che ha ottenuto notizie di quanto accade nel Cpr  da “un’avvocatessa”. Quest’ultima, spiega il protagonista del filmato, ha raccontato “che gli internati sono picchiati e violentati, persino il Corano è stato buttato per terra e calpestato, gli immigrati vengono insultati”. E ancora: “il cibo che prima era del tutto immangiabile ora è peggio, è scaduto”.

Il ragazzo quindi racconta che Abdel è stato portato fuori dal centro per sei giorni, all’insaputa dei compagni e dalla famiglia. Proprio a quest’ultima, il giovane fuggito in Francia rivolge un pensiero: “Wissem, poverino non ha fratelli (…) ha solo una sorella e non posso immaginare lo stato di sua madre (…) che trovi la pace”. E poi lancia un appello: “Speriamo che qualcuno riesca a fare arrivare la sua voce”.i familiari

I video denuncia di Abdel

Lo stesso Abdel, prima del decesso, ha denunciato le condizioni in cui vivono i migranti nel Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria attraverso due video che sono stati inviati a un amico in Italia. Questi, probabilmente, gli sono costati il pestaggio da almeno un agente. Forse – raccontano almeno tre testimoni a Repubblica – perché è stato trovato con quel cellulare in mano.

Il primo video lo ha inviato il 14 ottobre raccontando all’amico conosciuto su Facebook di aver “viaggiato con tre agenti a bordo. Solo Dio sa cosa ci hanno fatto. Ci hanno tolto i telefonini, tutto. Abbiamo fame, siamo in uno stato che solo Dio lo sa, le nostre famiglie non hanno nessuna notizia di noi. Ti supplico trovaci qualcuno. Un avvocato, qualcuno per aiutarci”. E’ l’appello del giovane 26enne, lanciato prima della sua morte.

“Abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Non mangiamo nulla”, ha spiegato Abdel nel secondo video. Il primo ottobre era salito a bordo di un gommone per raggiungere la Sicilia con altri 68 tunisini. Poi è stato portato a Roma. “Non siamo stati ammanettati nel nostro Paese per esserlo qui. Dove sono i diritti dell’uomo? Non capiamo? È tutto una bugia”.

Abdel ha poi denunciato: “Sto rischiando per farvi vedere la verità. Sto rischiando. Sto vivendo una cosa che voglio far vedere. Dio sa. Questa è la mia testimonianza. Siamo decisi a proseguire lo sciopero. Non vogliamo il rimpatrio. Siamo pronti a morire. Possono portare via i nostri cadaveri”.

Per questi video, girati di nascosto con il cellulare salvato dal sequestro all’ingresso del Cpr, Abdel sarebbe stato pestato dagli agenti. L’amico in Italia era riuscito a trovare un avvocato a Genova e aveva messo il migrante in contatto con lei. Abdel sarebbe stato pestato dentro al Cpr tra il 18 e il 23 novembre. Poi il ricovero in ospedale e successivamente la morte.

Dalla rubrica delle lettere de “la Repubblica” l'11 dicembre 2021. Caro Merlo, il tunisino Wissem Ben Abdel, morto a 26 anni al San Camillo, secondo la famiglia e tre testimoni è stato picchiato dalla polizia nel Centro di accoglienza, il Pm è stato avvisato tardi e l'autopsia è stata fatta senza avvocati. La Tunisia protesta e nelle strade manifestano chiedendo giustizia. Lo abbiamo ucciso di botte! Pietà l'è morta. Ada Bolognesi - Roma

Risposta di Francesco Merlo

È morto legato a un letto, vedremo se di botte. L'Italia che aveva sognato si è rivelata una trappola di disumanità e i tunisini pretendono la trasparenza che noi pretendiamo dall'Egitto per Zaky e Regeni. Non ci si può indignare contro le violenze degli altri e balbettare quando di violenza siamo accusati noi.

Il giovane non venne mai informato della decisione del Tribunale. Abdel morto legato al San Camillo, giudice aveva respinto la richiesta di rimpatrio: “Doveva essere liberato”. Roberta Davi su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. Emergono nuovi dettagli sulla vicenda di Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino morto al San Camillo lo scorso 28 novembre in circostanze ancora da chiarire.

Un giudice aveva deciso che non doveva essere più rimpatriato e di conseguenza il 24 novembre avrebbe dovuto lasciare il Centro di rimpatrio di Ponte Galeria. La decisione venne notificata al Cpr, dove si trova un distaccamento dell’ufficio immigrazione, ma ad Abdel, che era già ricoverato all’ospedale Grassi di Ostia, non arrivò mai questa informazione, scrive Repubblica. 

Un altro tassello si aggiunge alla storia del giovane che coltivava il sogno di raggiungere la Francia per poter avere un futuro migliore. La documentazione è stata ora acquisita da Francesco Romeo,  avvocato della famiglia di Abdel. “Le indagini faranno chiarezza. La tragica morte del giovane Wissem poteva e doveva essere impedita” sono le sue parole riportate da Repubblica. Il legale ha anche richiesto alla Procura le immagini delle videocamere presenti nella stanza di Abdel sia all’ospedale Grassi che al San Camillo. 

Secondo la nuova perizia disposta dalla Procura, che indaga per omicidio colposo, Abdel sarebbe stato legato al letto anche il 23 e 24 novembre, durante il ricovero al Grassi, e non solo nell’ospedale sulla Gianicolense dove è deceduto. Intanto anche la Regione ha avviato un’indagine interna sulle due strutture in cui il migrante tunisino ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita.

La ricostruzione della storia

Abdel arriva in Italia i primi di ottobre; dopo un periodo su una nave quarantena ad Augusta, in Sicilia, il 14 ottobre entra al Cpr di Ponte Galeria. Dopo circa dieci giorni lo psicologo del centro chiede una visita psichiatrica per ‘comportamenti aggressivi’ che però, secondo la famiglia, Abdel non aveva mai avuto.

L’8 novembre lo psichiatra dell’Asl evidenzia un ‘disturbo schizoaffettivo’ e gli prescrive dei farmaci che poi, ad un certo punto, Abdel rifiuta di prendere. Con una seconda perizia psichiatrica, eseguita il 23 novembre, viene ordinato il ricovero ospedaliero: ma non è chiaro cosa sia successo quel giorno.

Il 26enne viene così portato in ambulanza prima al Grassi e poi, il 25, viene trasferito presso il reparto psichiatrico del San Camillo. Qui, secondo le cartelle cliniche, segue una terapia con due antipsicotici e un ansiolitico. Per almeno cinque giorni durante i due ricoveri, ricostruisce Repubblica, vengono applicate le ‘misure di contenzione’ e quindi Abdel viene legato con le mani e i piedi al letto. I controlli alle cinture si fermano al 27 mattina. Il 28 novembre alle 4:20 Abdel viene dichiarato morto dopo sette tentativi di rianimazione.  

Secondo alcune testimonianze il 26enne sarebbe stato picchiato tra il 18 e il 23 novembre, forse per aver girato dei video di denuncia delle condizioni in cui venivano tenuti i migranti nel Cpr di Ponte Galeria, poi pubblicati su Facebook da un connazionale a cui il giovane li aveva inviati.”Un agente lo ha portato via. È tornato con la testa gonfia” ha raccontato uno dei testimoni. 

La famiglia chiede giustizia

La Procura viene avvisata del decesso di Abdel solo il giorno dopo, il 29 novembre. Ma nessuno informa invece i familiari che vivono a Kebili, in Tunisia.

Tra il 2 e il 3 dicembre viene eseguita l’autopsia sul corpo del giovane, quando ancora né i genitori né la sorella sono a conoscenza della sua morte: “una grave superficialità” secondo l’avvocato Romeo. Da quel giorno la famiglia porta avanti la propria battaglia per conoscere la verità e avere giustizia. Roberta Davi

Patrick Zaki, Nicola Porro e il paradosso della giustizia in Italia: "Quello che non viene scritto". Il Tempo il 09 dicembre 2021. Dopo 22 mesi di detenzione, il tribunale egiziano di Mansura ha ordinato il rilascio, in attesa del processo, per Patrick Zaki, l'attivista per i diritti umani e studente incarcerato a febbraio 2020. La prossima udienza si terrà il 1 febbraio, ma mentre difesa e pubblici ministeri prepareranno le loro argomentazioni finalmente Zaki sarà libero, probabilmente da mercoledì o nei giorni seguenti. Zaki, studente dell'Università di Bologna oggi 30enne, è stato arrestato nel febbraio 2020 poco dopo essere atterrato al Cairo per un breve viaggio di ritorno dall'Italia. Da allora è stato detenuto e accusato di aver diffuso notizie false sull'Egitto a livello nazionale e all'estero. Le accuse derivano da articoli di opinione scritti da Zaki nel 2019 e che parlano della discriminazione contro i cristiani copti in Egitto.  Nicola Porro, nella sua rassegna stampa mattutina segnala gli articoli più importanti della giornata evidenziando che su tutti i quotidiani c'è solo la notizia di Zaki fuori dal carcere dopo mesi di apprensione e di interessamento da parte dell'Italia: "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina" commenta il giornalista che evidenzia un particolare di cui invece pochi parlano: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". Porro ritiene "giusta l'indignazione nei confronti di Zaki ma poi - evidenzia - in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". "La cosa straordinaria - spiega Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". 

Patrick Zaki, Nicola Porro: "Sapete come funziona la giustizia in Italia?", quello che i giornali non dicono. Libero Quotidiano il 9 dicembre 2021. "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina": Nicola Porro, nella sua consueta rassegna stampa della mattina, annota gli articoli e gli argomenti più importanti della giornata. Oggi in primo piano c'era, appunto, la scarcerazione dello studente egiziano, dopo 22 mesi di detenzione. Il giornalista, però, ha voluto far notare un dettaglio, che molti giornali non hanno riportato: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". E' un discorso di giustizia e garantismo quello fatto da Porro, che poi sull'argomento chiosa in questo modo: "Giusta l'indignazione nei confronti di Zaki, ma poi in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". Specificando: "Che nemmeno conosco". 

Il sistema giudiziario italiano come quello egiziano. Il caso Pittelli è come quello Zaky, l’Anm si infuria con il Riformista. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Il sindacato dei magistrati, quello così ben descritto nelle sue trame politiche nel libro Il Sistema di Palamara e Sallusti, se la prende con il Riformista. Perché abbiamo paragonato il sistema giudiziario italiano a quello egiziano e il caso di Giancarlo Pittelli a quello di Patrick Zaki. E anche perché abbiamo ironicamente qualificato come “malizia politica” e anche “stupore” le parole delle tre giudici del tribunale di Vibo che ha riportato in carcere l’avvocato calabrese, quando affermano che «Pittelli manifesta la volontà di instaurare contatti con la precipua finalità di incidere sul regolare svolgimento del processo». Se qualcuno si fosse aspettato una bella vigorosa lavata di capo da parte di un sindacato forte e con voce in capitolo, un ruggito alla Landini con le sue bandiere rosse, dobbiamo subito deluderlo. Anzi, possiamo persino buttarla in ironia, anche se chi indossa la toga, forse per deformazione professionale, in genere ne ha un po’ pochina. Pare quasi che nella sede centrale dell’ Anm, il sindacato dei magistrati, esistano delle schede prestampate a schema fisso, con scritto “autonomia e indipendenza” (quella da tutelare) e poi “finalità politiche”, quelle che gli altri attribuiscono alle toghe suscitando la loro indignazione. Come se non ci fosse più, nell’era post-Palamara, qualcuno in grado di elaborare un pensiero, non dico originale, ma almeno alfabetizzato. Mai una volta, per esempio, che il sindacato dei giudici e dei pm parli, oltre che di indipendenza e autonomia della magistratura anche dell’imparzialità, al pari degli altri due, valore costituzionale. Avrebbero potuto, i sindacalisti dell’Anm, descrivere le tre giudici del tribunale di Lamezia come “imparziali” soprattutto, visto anche che lo stesso avvocato Pittelli, nella lettera a Mara Carfagna che gli è costata la sua terza carcerazione, affermava che in Calabria esiste una giurisdizione “asservita” al volere del potente procuratore Nicola Gratteri. Noi stessi, che siamo maliziosi e non abbiamo reputazione di essere amici delle toghe, abbiamo avanzato dubbi sul fatto che la sciagurata contiguità tutta italiana tra giudice e accusatore sia sempre anche complicità. A maggior ragione dai vertici del sindacato impegnati nella difesa (un po’ anomala, perché mettono insieme il procuratore e i giudici) dei colleghi, ci si aspetterebbero parole del tipo: come vi permettete, voi del Riformista, di insinuare che le nostre giudici di Vibo non siano imparziali? Sarebbe stato un argomento –in questo caso sbagliato, perché noi non l’abbiamo messo in dubbio- ma in qualche modo sensato. Ma a chi pensate possa interessare invece la loro “autonomia e indipendenza”? Soprattutto affiancata a quella del procuratore Gratteri? E veniamo così all’indignazione più politica, quella che prende spunto dal paragone fatto dal Riformista tra il sistema giudiziario egiziano e quello italiano. Brucia, certo, è comprensibile. Ma brucia soprattutto a noi cittadini di uno Stato democratico, ogni volta che dobbiamo constatare quanto arretrata e contraddittoria e ingiusta sia la pratica quotidiana del nostro sistema processuale penale. La custodia cautelare, prima di tutto. Abbiamo scritto e riscritto gli articoli 273 e 274 del codice di procedura penale (mi permetto di dire “abbiamo” perché mi ci sono impegnata da presidente della commissione giustizia della Camera), ma il legislatore poco può fare di fronte al modo con cui la norma viene poi applicata. La verità è che nella testa di gran parte della magistratura, e in particolare dei pubblici ministeri, alberga ben poco il concetto del principio di non colpevolezza previsto dall’articolo 27 della Costituzione. E anche del fatto che per misura cautelare non debba necessariamente intendersi la detenzione in carcere. Prendiamo l’onorevole Pittelli, per esempio. È da Stato democratico o da regime totalitario il fatto che due anni fa, dopo il glorioso blitz del procuratore Gratteri, l’avvocato sia stato sbattuto (sì, sbattuto, non trovo altri termini che definiscano meglio) nel carcere speciale di Bad ‘e Carros, lontano dalla famiglia e dai difensori ma soprattutto dal suo giudice naturale e lì ristretto per quasi un anno? Stiamo parlando di un cittadino innocente secondo la Costituzione, e stiamo parlando di custodia cautelare. Siamo sicuri che il regime di detenzione di Patrick Zaki sia stato peggiore? Inoltre: nel frattempo i reati specifici per i quali l’avvocato Pittelli era stato arrestato, sia l’abuso d’ufficio che la rivelazione di atti d’ufficio e infine quello di essere una sorta di “capo” esterno dall’organizzazione mafiosa, erano caduti. È rimasta un’unica imputazione, il concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato che non c’è nel codice penale italiano, e probabilmente neanche in quello egiziano. Un reato molto più evanescente rispetto a quelli d’opinione contestati a Zaki, accusato, oltre che di propaganda sovversiva anche di aver diffuso notizie false. Dando per scontato che siano comunque contestazioni infondate, hanno pur sempre in sé una concretezza maggiore rispetto a quelle su cui si basano le accuse contro l’avvocato calabrese. E questa è solo la fase uno della storia giudiziaria di Giancarlo Pittelli. Con la fase due si entra nel paradossale, perché la procura di Reggio Calabria arresta a sua volta e dopo Catanzaro l’avvocato –che nel frattempo era infine, dopo un anno, approdato alla detenzione domiciliare- con un’altra accusa. E porta in carcere una persona già in custodia cautelare, che il tribunale del riesame poi rispedisce, come un bel pacco postale, ai domiciliari. Ma c’è un intoppo: il vecchio braccialetto elettronico dell’avvocato nel frattempo è stato assegnato a un altro detenuto e per lui non ce ne sono più. Così l’onorevole Pittelli subisce anche l’umiliazione di restare quattro giorni in carcere più del dovuto nell’attesa di un nuovo braccialetto. Se la fase due è paradossale, la tre è semplicemente ridicola. È il terzo arresto, per “trasgressione alle prescrizioni imposte”, articolo 276 del codice di procedura penale. Quello che viene usato in genere nei confronti di quei detenuti che si allontanano dal domicilio coatto, o che comunque comunicano in modo diretto con persone estranee a quelle conviventi. Giancarlo Pittelli non è scappato, non ha neanche fatto un salto al bar per riassaporare un caffè ben fatto, e non ha neanche comunicato in forma diretta con nessuno, non ha telefonato, per esempio. Ha scritto una lettera. Ma la lettera non è un’interlocuzione, una forma immediata e diretta di dialogo, di conversazione, di rapporto con un’altra persona. È un foglio che viene imbucato e cui il ricevente può, se vuole, rispondere in modo diciamo sfasato rispetto a chi lo ha scritto e spedito. In che modo quindi Giancarlo Pittelli avrebbe comunicato con la ministra Carfagna destinataria della lettera? In nessuno, anche se lei gli avesse risposto. Cosa che non ha fatto, preferendo consegnare la missiva alla polizia. Con ciò sottraendosi anche all’ipotesi un po’ ridicola e ingenua, avanzata dal tribunale, che l’intervento di una vecchia amica e collega di partito avrebbe potuto turbare lo svolgimento regolare del processo. Questa è la storia. Ma un’ultima precisazione va fatta e ribadita. Giancarlo Pittelli non è solo un cittadino trattato da uno Stato democratico alla stessa maniera degli Stati totalitari, è anche e soprattutto un avvocato. Un penalista che svolge la propria professione in una regione del sud d’Italia dove, se non vuoi occuparti solo di furti d’appartamento, incontri facilmente persone imputate di associazione mafiosa. Vien quindi da domandarsi –e ne ha parlato diffusamente il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza– se dietro la persecuzione subìta da Giancarlo Puttelli non ci sia anche un pregiudizio di procuratori e giudici che porta a far coincidere la reputazione dell’avvocato con quella del suo assistito. E quindi, in definitiva anche con il reato. Mafioso l’assistito e mafioso chi lo difende. In questo l’Italia non è seconda a nessun altro Stato, democratico o totalitario che sia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Eugenio Fasano. Estratto di un articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica” il 29 luglio 2021. Si era appena tolto le scarpette da calcetto con cui aveva giocato sui campi del circolo "Antico tiro al volo", quando ha perso i sensi. Un malore alla fine di una partitella tra colleghi si è trasformato in tragedia due giorni dopo, quando il maresciallo Eugenio Fasano è morto all'ospedale Umberto I di Roma. Una morte avvenuta due anni e mezzo fa, il 24 gennaio 2019, ma sulla quale ancora non c'è chiarezza. Un primo tassello verso la verità lo ha messo la denuncia dei familiari, convinti che «l'arresto cardio-circolatorio in infarto miocardio acuto» diagnosticato al maresciallo sia stato in realtà scatenato dalle gravi lesioni indicate nella sua cartella clinica: almeno 11 costole fratturate, un'arteria rotta, un polmone e lo sterno perforati, che farebbero pensare a «un'aggressione violenta», non solo a una manovra di soccorso maldestra. Il caso è approdato sul tavolo dei magistrati che seguono i reati militari e su quello della sostituta procuratrice Roberta Capponi, che ipotizza un reato preciso: omicidio colposo. L'inchiesta è in corso e mira a rispondere alle domande che la cognata della vittima, Teresa Afiero, ha sollevato nella denuncia scritta con l'avvocato Donato Santoro. Mentre i colleghi di Fasano sono addolorati per una ferita ancora aperta, e adesso ampliata dalla risonanza di quella che considerano una tragedia, la famiglia punta il dito sui tanti punti ancora oscuri di questa storia. Eugenio Fasano, 43 anni, era arrivato a Roma da Napoli nel 2006 e aveva fatto strada fino a diventare maresciallo. Alle 14 del 22 gennaio, entra in campo nel rinomato circolo dei Parioli. Da quel momento i familiari non hanno più sue notizie. E ad oggi non sono ancora riusciti a capire con chi Eugenio abbia giocato la sua ultima partita. Non ha saputo dirglielo neanche il collega carabiniere che dopo la morte di Eugenio ha restituito loro le sue cose. La cognata di Fasano sa solo che quel giorno, verso le 16,20, mentre è a casa di sua sorella, arriva la telefonata di un capitano dei carabinieri: Eugenio si è «sentito male durante la partita», sta per essere trasportato all'Umberto I e una macchina di servizio è pronta per accompagnare la donna in ospedale.

Eugenio Fasano, il Maresciallo dei carabinieri morto d'infarto dopo il calcetto? Non proprio, "11 costole rotte": terribili sospetti. Libero Quotidiano il 29 luglio 2021. Una morte drammatica quanto misteriosa quella del maresciallo Eugenio Fasano. Il carabiniere si era appena tolto le scarpette da calcetto con cui aveva giocato assieme ai colleghi quando ha perso i sensi. E una banale partita si è trasformata in tragedia: Fasano è morto due giorni dopo all'ospedale Umberto I di Roma, il  24 gennaio 2019. Eppure qualcosa non torna. I familiari hanno presentato denuncia, convinti che "l'arresto cardio-circolatorio in infarto miocardio acuto" diagnosticato al maresciallo sia stato in realtà scatenato dalle gravi lesioni indicate nella sua cartella clinica. Qui ci sono almeno 11 costole fratturate, un'arteria rotta, un polmone e lo sterno perforati, che farebbero pensare a "un'aggressione violenta" e non solo a una manovra di soccorso maldestra. Dettagli che portano la sostituta procuratrice Roberta Capponi a pensare a un reato ben preciso: omicidio colposo. Dalle 14 del 22 gennaio, giorno in cui il 43enne è entrato in campo, i familiari non hanno più avuto sue notizie. Ad oggi - ricorda Repubblica - non sono ancora riusciti a capire con chi Eugenio abbia giocato la sua ultima partita. Quel giorno sono arrivate sul posto due ambulanze. Alla stessa ora però un medico, un colonnello dell'Arma, era già nello spogliatoio del circolo sportivo con un defibrillatore. Da qui il dubbio dei parenti che ora si chiedono se quel dottore sia stato chiamato prima del 118, e perché: "Nell'accedere al Pronto soccorso - scrive la cognata Teresa Afiero nella denuncia- capisco subito che è successo qualcosa di molto grave, perché è pieno di carabinieri in divisa e non, di ogni ordine e grado". Eppure "nonostante la numerosa presenza di ufficiali e generali dell'Arma, che sono arrivati con l'ambulanza e molti di loro erano presenti anche sul campo da calcio e nello spogliatoio (), nessuno è stato in grado di dare le generalità di mio cognato". Il maresciallo viene addirittura registrato come "ignoto 2019014801". I medici "mi facevano notare che era arrivato in ospedale molto in ritardo rispetto a quando aveva perso i sensi: alle 16,46, cioè circa un'ora e 46 minuti dopo". Ora la sua famiglia fa un appello: "Chi sa, parli".

Il caso è stato riaperto dopo la denuncia dei familiari. Il giallo sulla morte di Eugenio Fasano, l’appello della famiglia ai carabinieri: “Aveva 11 costole rotte, parlate”. Redazione su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Si è sentito male dopo una partita di calcetto con gli amici, nello spogliatoio, in un pomeriggio che sembrava uguale a tanti altri. Eugenio Fasano, maresciallo dei Carabinieri di 43 anni, non ha più fatto ritorno a casa. È morto all’Ospedale Umberto I di Roma il 24 gennaio 2019, due giorni dopo il malore fatale. Ma la sua morte è ancora avvolta nel mistero. La Procura ora indaga per omicidio colposo, dalla richiesta dei familiari di riaprire il caso, inizialmente archiviato. Fasano, morto ufficialmente per infarto, aveva almeno 11 costole fratturate, un polmone e lo sterno perforati e un’arteria rotta, secondo la sua cartella clinica. Lesioni troppo gravi per essere semplicemente conseguenza di una manovra di soccorso mal eseguita, sostiene la famiglia. Un altro fascicolo sul decesso è stato aperto dai magistrati che si occupano di casi militari.

Tutti i punti da chiarire. A ricostruire la vicenda è Repubblica. Secondo quanto denunciato dalla cognata della vittima, Teresa Alfiero, il 22 gennaio 2019 alle 16:20, mentre era a casa della sorella, arriva la telefonata di un capitano dei Carabinieri: Eugenio aveva avuto un malore, stava per essere trasportato in ospedale. Ma successivamente emergono altri strani dettagli. Alle 15:35 due ambulanze partono dall’Umberto I per soccorrere il cognato ma a quell’ora un medico, un colonnello dell’Arma, si trovava già nello spogliatoio del circolo dei Parioli con un defibrillatore. I familiari quindi si chiedono perché questo medico fosse stato allertato prima del 118. Ma non solo: al loro arrivo al pronto Soccorso, i parenti si accorgono che sono molti i militari dell’Arma presenti, alcuni dei quali giunti proprio dal campo di calcetto. Eppure nessuno aveva comunicato le generalità di Eugenio, che era stato registrato come “ignoto 2019014801”. I medici “mi facevano notare che era arrivato in ospedale molto in ritardo rispetto a quando aveva perso i sensi: alle 16,46, cioè circa un’ora e 46 minuti dopo”, denuncia la signora Alfiero. Che ci sia stata negligenza nei soccorsi? “Chiedevamo chi fossero i giocatori, dove si era giocata la partita, chi era l’arbitro, se il centro era dotato di servizio medico e di defibrillatore, ma ogni tentativo è stato vano”. 

L’appello della famiglia. Eugenio Fasano era arrivato a Roma nel 2006 da Napoli, era sposato e padre di due bambine: era in servizio alla caserma Salaria, nel quartiere Trieste-Salario. I familiari non si arrendono e vogliono fare luce su tutti i diversi punti oscuri di questa dolorosa vicenda, ipotizzando che sia stato vittima di “un’aggressione violenta”. “Chi sa parli” è il loro appello.

Particolari inquietanti per la morte di Francesco Di Dio nel carcere di Opera: sarebbe stato soffocato? Francesco Di Dio, ufficialmente è morto di infarto, aveva 48 anni e gravi patologie. Era al 41 bis, arrestato a 18 anni, gli era stata negata la detenzione domiciliare. I suoi hanno presentato una denuncia alla procura di Milano. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 luglio 2021. Francesco Di Dio, ufficialmente è morto di infarto, il detenuto ergastolano, però, presentava ematomi in diverse parti del corpo. Ma quello che colpisce di più, è un segno circolare intorno al collo. Secondo la medicina legale il decesso è sopraggiunto per mancanza naturale di ossigenazione. Ma secondo il medico legale di parte la causa della mancata ossigenazione sarebbe stata causata da una pressione.

Era molto malato e aveva subito l’amputazione di un piede. Francesco Di Dio aveva molte patologie, tanto da aver subito anche l’amputazione di un piede, ma lo hanno fatto rimanere in carcere, a Opera di Milano, senza concedergli alcuna detenzione domiciliare per motivi di salute. Nulla. Alla fine è morto a 48 anni il 3 giugno del 2020. Era il periodo delle indignazioni sulle “scarcerazioni”, cavalcate da taluni giornali e trasmissioni televisive. Tutto ciò ha irrigidito la concessione di benefici per motivi umanitari, una violenza mass mediatica che ha portato anche alle morti di diversi detenuti incompatibili con il carcere.

Depositata denuncia alla procura di Milano. Ma la vicenda di Francesco Di Dio è ancora più inquietante, non essendo emersa alcuna responsabilità. Per questo, l’altro giorno, l’avvocato Daniel Monni, ha depositato presso la procura di Milano la denuncia di Maria Rosa Cecilia Di Dio, zia di Francesco. Aveva poco più di 18 anni quando era stato condannato all’ergastolo a vita. Quando si dice che i mafiosi possono morire pure in carcere, perché tanto sono dei mostri incurabili, bisogna ricordare che ci sono storie individuali che bisogna conoscere.

Arrestato a 18 anni era stato condannato all’ergastolo ostativo. Francesco Di Dio, originario di Gela, era ancora adolescente con problemi di tossicodipendenza quando divenne strumento della criminalità organizzata. Ha partecipato a un regolamento di conti tra appartenenti alla Stidda e a Cosa Nostra, che aveva causato diversi morti nel 1990. Tratto in arresto appena 18enne, è stato condannato all’ergastolo. Quello ostativo.

Era iscritto all’associazione “Nessuno Tocchi Caino”. La sua scelta era stata quella di non collaborare con la giustizia, ma intraprese un percorso che lo ha portato a redimersi, rendendosi conto che da ragazzino si era fatto traviare dai boss della Stidda, tanto da iscriversi all’associazione del Partito Radicale “Nessuno Tocchi Caino”. Ma per la dura legge emergenziale, poi diventata ordinaria in un Paese che ha la peculiarità di essere uno “Stato di eccezione”, Francesco non può aver scampo. O fa i nomi di qualcuno relativi a fatti di 30 anni fa, oppure può uscire dal carcere solo in una bara. Così purtroppo è accaduto. Era affetto da gravissime patologie. Sembrava un bollettino di guerra il suo corpo: arteriopatia agli arti inferiori in fase avanzata che provocò l’amputazione del piede sinistro nel 2012, epatopatia HBV correlata, iperpara-tiroidismo secondario, simpatectomia lombare sinistra, formazione cistica pluriconcamerata di 3 centimetri in sede sottotiroidea paratracheale, epatomegalia in steatosi epatica. Ma non sarebbero quelle le cause della sua morte, anche se la sofferenza era palpabile e meritava diversa allocazione.

Dalla denuncia emergerebbero particolari inquietanti. Dalla denuncia depositata presso la procura di Milano, si legge che dalle immagini catturate nel corso dell’autopsia si evidenziano elementi che sino ad ora erano stati del tutto trascurati. Il cadavere presentava diverse macchie ipostatiche: le più significative si palesavano nel collo, nella schiena, nelle natiche e nella parte posteriore degli arti inferiori. Evidenziava, inoltre, un anomalo e acceso eritema al volto, al collo ed alla parte anteriore del torace. Ai margini della bocca era presente un liquido rossastro e ai bordi del collo era presente un anello ipostatico.

La sua morte potrebbe essere stata causata da soffocamento. Cosa sta a significare secondo il parere del medico legale di parte? Un qualcosa di indicibile. Secondo la denuncia depositata nella Procura di Milano, il decesso di Francesco Di Dio, in estrema conclusione, scaturisce «in un meccanismo naturale di acuta insufficienza di circolo in soggetto cardiomegalico ed affetto da arteriopatia obliterante degli arti inferiori» ma, casomai, – si legge nella denuncia – «deve essere ascritta ad un’improvvisa ed innaturale insufficienza di apporto di ossigeno che ha comportato un tentativo di compensazione di circolo da parte del cuore con fortissima elevazione della pressione». In poche parole: la sua morte potrebbe essere stata causata per soffocamento. Per dipanare ogni dubbio, sarebbe bastato vedere le immagini della videosorveglianza. I famigliari di Francesco Di Dio, hanno chiesto l’acquisizione dei filmati di videosorveglianza delle sue ultime 48 ore di vita. Ma come ha reso pubblico la signora Maria Di Dio, sua zia, non vi sono stati ancora forniti. Ma oramai è troppo tardi, le ultime vicende sui pestaggi in carcere insegnano che vanno acquisite subito, altrimenti si perdono. Intanto la denuncia è stata depositata, ora sarà la Procura a vagliare.

La Cedu esaminerà il caso Uva: ammesso il ricorso della famiglia. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 3 febbraio 2021. Nel 2020 la Cassazione aveva confermato l’assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti, accusati della morte di Giuseppe Uva. La Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu), ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati e dalla famiglia di Giuseppe Uva, dopo che nel 2020 la Cassazione aveva confermato l’assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti. A darne notizia su La Stampa sono Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di “A Buon Diritto”. ll processo che ha fatto discutere è stato quello che vedeva imputati carabinieri e poliziotti intervenuti quella notte (il 14 giugno 2008). In appello gli imputati erano stati assolti, così come ha confermato la Cassazione . Ora – con l’ammissione del ricorso – gli atti verranno riesaminati appunto dalla Cedu.

Per la Cassazione «non vi fu alcuna violenza gratuita». Nel testo scritto dai giudici della V sezione penale della Suprema Corte si legge che «anche volendo ammettere che Giuseppe Uva disse forse di essere stato percosso (senza dire da chi, ma preannunciando intenti vendicativi) o che urlò “assassini mi avete picchiato”, fatto sta che di quelle violenze fisiche non vi fu alcun riscontro». I giudici di piazza Cavour sottolineano anche che «non vi fu alcuna violenza gratuita, se è vero che si rese necessario bloccare fisicamente Uva senza che poi risultassero visibili segni di sorta riconducibili ad afferramenti o immobilizzazioni». Continuano sottolineando che «è un dato pacifico e innegabile», il fatto che nessuno abbia assistito a condotte violente realizzate da uno qualsiasi degli imputati: a parte le indicazioni dell’amico «su quel che credette di interpretare dai rumori della stanza accanto, nulla è stato acquisito a riguardo. Anzi, sul corpo della vittima non fu dato neppure riscontrare segni di afferramento, strumentali a una immobilizzazione coattiva realizzata con l’uso di una forza particolare». Di violenze fisiche «non vi fu alcun obiettivo riscontro». Il contenimento fisico che secondo la ricostruzione accusatoria avrebbe concorso allo stato di agitazione psico-motoria e alla morte, fu «assolutamente limitato» e «strumentale» a farlo salire in auto e tenerlo fermo in caserma.

Il 14 giugno 2018 Giuseppe Uva morì in ospedale. Dopo la definitiva assoluzione, però, l’avvocato della famiglia, Fabio Ambrosetti, aveva dichiarato: «Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo». Detto, fatto. Ora, grazie all’associazione “A Buon Diritto”, sappiamo che il ricorso è ammissibile. Questi i fatti. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, operaio 43enne di Varese, probabilmente in stato d’ubriachezza, s’era messo a spostare delle transenne in Via Dandolo, nel centro cittadino. Uditi gli schiamazzi, i residenti avevano chiamato le forze dell’ordine. Sul posto erano accorse tre volanti, una dei carabinieri, due della polizia. Uva era stato fermato e tradotto in caserma, secondo i verbali vi era arrivato alle 3.50 insieme all’amico Alberto Biggiogero. Sempre secondo i verbali, alle 4.11 sul posto era arrivata la Guardia medica, allertata dai carabinieri, la quale aveva deciso di sottoporre Uva a un trattamento sanitario obbligatorio. Alle 5.45 l’uomo veniva trasferito in ospedale. Verso le dieci del mattino, Giuseppe Uva moriva.

Per la sorella Lucia il suo corpo era quasi irriconoscibile. Lucia Uva ha sempre sostenuto che il corpo del fratello Giuseppe restituito ai familiari era quasi irriconoscibile, presentava tumefazioni e ferite, aveva i testicoli tumefatti e l’ano presentava tracce di sangue. In seguito alla denuncia da loro sporta, fu istituito il primo processo, dove sei poliziotti e due carabinieri vennero imputati con l’accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Il processo si chiuse a metà del 2012, con l’assoluzione di un medico accusato di omicidio colposo, e la richiesta del magistrato che seguiva il caso di svolgere ulteriori indagini. Risultava infatti strano che Uva fosse stato portato in caserma, visto che per gli schiamazzi notturni è prevista solo una multa, e che non fosse stato redatto alcun verbale d’arresto. Non si spiegava perché fosse stato trattenuto così a lungo, e non era chiaro cosa fosse successo nel tempo intercorso tra il fermo e il ricovero in ospedale. Nel 2013, dopo cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, con inspiegabile ritardo la procura ascoltò Alberto Biggiogero, l’amico di Uva presente la notte del fermo. Questi dichiarò che quella notte uno degli agenti aveva detto ad Uva: «Proprio te cercavo, Uva», frase spiegabile col fatto che l’operaio si vantava in giro di aver avuto una relazione con la moglie dell’agente in questione. Dichiarò inoltre che i carabinieri avevano picchiato Uva prima di caricarlo in macchina, e probabilmente anche in caserma, poiché aveva sentito l’amico, chiuso in una stanza con gli agenti, gemere di dolore. Quindi aveva chiamato un’ambulanza, ma il 118, stando alle deposizioni, non era arrivato, poiché aveva richiamato i carabinieri e questi avevano riferito che non c’era alcun bisogno di aiuto. Inoltre, durante il ricovero aveva sentito dire a Uva «Mi hanno picchiato».

Per i giudici sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca. Nell’aprile del 2016 il secondo processo si chiuse con l’assoluzione degli indagati, sentenza confermata in appello due anni dopo. A parere dei giudici, le forze dell’ordine erano esenti da colpe, le ferite sul corpo dell’operaio erano dovute ad atti di autolesionismo causati da una “tempesta emotiva”, scatenata dallo stress e dallo stato di ebrezza in cui si trovava la vittima. Nel 2019 la sentenza della Cassazione ha posto termine ad un iter giudiziario tortuoso, dove tra le altre cose il magistrato incaricato di seguire il caso, è stato sottoposto ad un’azione disciplinare per non aver indagato a dovere sulla vicenda. Negli anni, poi, Biggiogero aveva in parte ritratto la sua testimonianza. Per i giudici, non c’è dubbio: Uva sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca, per lo stress causato dallo stato di fermo e dallo stato di ebrezza in cui si trovava. Ora però, si avvia un altro iter. Quello della Cedu. L’esito non sarà scontato, ma almeno si apre un altro spiraglio.

Albenga, morto in cella, un altro detenuto rivela ai pm: "Ho sentito Emanuel che urlava 'aiuto, basta'". Marco Preve su la Repubblica il 15 gennaio 2021. Il tragico decesso di Emanuel Scalabrin avvenuto a dicembre nella caserma dei carabinieri. In esclusiva il referto medico di una visita al pronto soccorso durata appena tre minuti. Possibili a breve i primi avvisi di garanzia. L'ipotesi dell'omissione di soccorso. Con la testimonianza di un altro detenuto, il caso della morte del 33 enne Emanuel Scalabrin, avvenuta in circostanze ancora misteriose in una cella della caserma dei carabinieri di Albenga, imbocca, almeno per ora, la strada più scabrosa. Perché se fino ad oggi le domande e i dubbi sul decesso di Scalabrin ruotavano attorno a una serie di situazioni  che qualcuno poteva anche spingersi a definire una sfortunata concatenazione di eventi,  dopo le due ore di interrogatorio di Paolo Pelusi, l’inchiesta avviata dalla procura di Savona si apre a nuovi scenari. E se il fascicolo d’indagine inizialmente procedeva nei confronti di ignoti, ora potrebbe presto far registrare l’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni dei militari che si sono avvicendati nei turni di guardia  nelle ore della detenzione e del decesso di Scalabrin.

"Scalabrin urlava “aiuto”. Pelusi, che ha 57 anni e una vita segnata dallo spaccio e dal consumo di droga, ha raccontato che nel pomeriggio del 4 dicembre, mentre era stato fatto uscire dalla cella e portato in una stanza sotto sorveglianza di due militari, aveva sentito le grida di Scalabrin. «Urlava “aiuto, aiuto, basta”, non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto». Pelusi ha aggiunto di essere stato picchiato dentro la caserma della compagnia da un carabiniere che lo avrebbe colpito anche con un bastone sui fianchi. Pelusi, che è assistito dall’avvocato Andrea Cechini non ha sporto denuncia ma ora spetterà ai pm savonesi Chiara Venturi ed Elisa Milocco stabilire se nei suoi confronti siano state commesse violenze o abusi da parte dei carabinieri. La vicenda è evidentemente tanto scottante quanto scivolosa. Pelusi è un testimone “facile” da smontare in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine: insomma, inaffidabile.

Ma proprio il suo curriculum di lunga convivenza nel milieu criminale lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine. Insomma, Pelusi, a meno che non venga ritenuto incapace di intendere e di volere, è certamente consapevole che una calunnia nei confronti dei carabinieri potrebbe diventare un marchio a vita. Inoltre, a quanto risulta, non avrebbe chiesto contropartite o benefici per le sue dichiarazioni rilasciate al termine dell’interrogatorio cui è stato sottoposto nel carcere di Imperia dalle due pm. Esiste naturalmente una terza opzione:  quella di un equivoco su quanto sentito.

Come è morto Emanuel?

Emanuel Scalabrin viene  arrestato alle 12.55 del 4 dicembre assieme ad altre persone fra le quali la sua compagna Giulia, madre del loro bambino, e appunto Pelusi. Scalabrin viene fermato nella sua abitazione perché trovato in possesso di cocaina e hashish. Nel verbale i carabinieri spiegano che ha opposto resistenza, si è ribellato e che il suo arresto è stato complicato. La sua compagna lo racconta da un’altra visuale: quello di un uomo a lungo bloccato sul letto, ammanettato e immobilizzato al punto di essersi defecato e urinato addosso. Poi l’ingresso nella caserma dalla quale uscirà cadavere il mattino seguente. Verso le 21 Scalabrin  accusa un malessere e i carabinieri fanno intervenire la guardia medica. La dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta. Consiglia "l'accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche". I carabinieri seguono le indicazioni della Guardia Medica e accompagnano Scalabrin al pronto soccorso di Pietra Ligure. La permanenza nell'ospedale è uno degli elementi oggetto di approfondimento dell'inchiesta del pm Chiara Venturi. Il referto segnala l'ingresso alle 22.57, l'apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto,  gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone - che la madre di Scalabrin aveva consegnato ai carabinieri - e viene sottoposto a "visita pronto soccorso". Tre minuti. Il referto dell'ospedale Santa Corona. Scalabrin viene sottoposto a visita nel pronto soccorso e gli viene somministrato il metadone, tutto in soli 3 minuti. Pelusi varca la soglia della cella alle 17.30 e pochi minuti dopo i carabinieri entrano per farsi consegnare involucri di droga che si sono accorti aveva nascosto in bocca. Attorno alle 18 a causa di una ferita sulla schiena legata ad un suo recente intervento chiede e ottiene di essere visitato. Una squadra del 118 lo medica una mezz’ora dopo. Nel turno notturno il carabiniere di servizio spiega nel verbale di aver notato come Pelusi fosse in stato di agitazione “dovuto probabilmente all’astinenza dell’assunzione di stupefacenti”. Alle 3 arrivava una dottoressa della guardia medica che somministrava a Pelusi un farmaco contro l’ipertensione. Durante queste fasi il militare riferisce di aver notato come Scalabrin dormisse nella sua cella russando “in maniera molto rumorosa”. L’ultima riscontro di Scalabrin in vita è, a stare al verbale, alle 4 quando viene svegliato con Pelusi per andare in bagno. Solo alle 10.30 del mattino il carabinieri entrato in servizio si accorge che Scalabrin è morto. Il militare entra nella cella per farlo andare al colloquio con il suo avvocato ma non ottiene risposta. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”.

L'impianto video della caserma non aveva hard disk. I famigliari di Emanuele vogliono capire se Emanuele possa essere morto per eventuali lesioni riportate durante l’arresto o se comunque non abbia ricevuto in cella l’assistenza adeguata. I loro sospetti sono basati su alcuni punti. Il primo è l’assenza dei video della notte. L’impianto di video sorveglianza funzionava ma non registrava, perché non era presente un hard disk, come scopre un perito incaricato dalla procura. Gli inquirenti vogliono capire se fosse una caratteristica dell’impianto e, in caso, se questa sia una una situazione regolare. La famiglia di Emanuele, che è assistita dagli avvocati Lucrezia Novaro e Giovanni Sanna dello studio di Gabriella Branca (e hanno come consulente il medico legale Marco Salvi) attende nei prossimi giorni i risultati dell’autopsia. La presenza di macchie ipostatiche su alcune parti del corpo non sono di per sé indicative di traumi bensì sono gli indicatori di una compressione del corpo. Servono però a definire il possibile orario ella morte, che è stato stimato nelle tre ore precedenti. I familiari si chiedono come sia stato possibile che una persona che già era stata sottoposta a visita e a un trattamento poche prima, non sia stata sorvegliata con maggiore attenzione e la sua morte sia stata scoperta solo per caso ben tre ore dopo. Sulla morte di Emanuele ha annunciato la presentazione di un'interrogazione parlamentare  il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni mentre la Comunità di San Benedetto è stata la prima a chiedere verità sul caso Scalabrin.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Cosa fanno. Sabrina e Cosima: sono innocenti?

Tgcom24 l'11 dicembre 2021. Michele Misseri, parla l'avvocato: "Riceve offerte di lavoro per quando uscirà dal carcere". A "Quarto Grado" Luca La Tanza rivela: "Le persone si fidano di lui". Da gennaio 2023 Michele Misseri sarà un uomo libero. A parlarne a "Quarto Grado" è il suo avvocato Luca La Tanza che aggiunge: "L'intenzione di Michele è quella di tornare alle sue campagne. Tra l'altro sta ricevendo anche numerose offerte di lavoro da parte di aziende agricole della sua zona. Si fidano di lui". Al momento in carcere per il delitto di Avetrana , Misseri, svolge corsi di falegnameria e pittura, dando una mano anche in quello che più sa fare meglio, il giardinaggio. Spesso scrive delle lettere a sua figlia e sua moglie, ma come dice l'avvocato all'inviato di Rete 4, non ottiene mai risposte. E sulla posizione del suo assistito, che ancora oggi si professa colpevole, La Tanza aggiunge: "Si sarebbe dovuto procedere con l'imputazione di omicidio nei confronti di tutte e tre le persone e non archiviare la sua posizione. Probabilmente avremmo potuto valutare il tutto in maniera diversa".

Franco Coppi: «L’omicidio di Sarah Scazzi è il mio tormento, ma il caso non è chiuso» (Carmine Gazzanni su Panorama mercoledì 8 dicembre 2021). Mentre una docuserie riaccende le polemiche sul processo più «mediatico» degli ultimi anni, parla il celebre penalista che ha difeso Sabrina Misseri e Cosima Serrano. «La loro condanna all’ergastolo è ingiusta» attacca. «Troppi elementi non sono stati valutati». Da giovane Franco Coppi voleva fare il pittore. Ma ha studiato legge, e ha cominciato a insegnare all’Università. Poi, un giorno e a sua insaputa, si è ritrovato battezzato come «uno dei più noti avvocati d’Italia». Quando gli si chiede come sia accaduto, perché una cosa del genere non succede per caso, sorride sornione, gli occhi scuri vibrano nel suo studio ai Parioli, eterno salotto buono di Roma. Con tono gentile, risponde: «Forse è perché non mi sono mai risparmiato». Dentro questa certezza - di uomo che si considera come «un artigiano della giustizia», e ha passato la ...

Delitto di Avetrana, il prof. Coppi: «E’ il mio tormento, condanne ingiuste». Il professore Franco Coppi, difensore di Sabrina e Cosima Misseri, torna a parlare del delitto di Avetrana: «Sono stati commessi tantissimi errori». Il Dubbio l'8 dicembre 2021. Il professore Franco Coppi, uno dei penalisti italiani più noti, avendo difeso, tra gli altri, l’ex presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti, in un’intervista a Panorama, parla di nuovo del delitto di Avetrana, dove fu uccisa la giovanissima Sarah Scazzi. «Quando si è in presenza di errori così clamorosi, di ricostruzioni contro ogni logica, allora le sentenze diventano un tormento. E io un tormento assoluto, che da dieci anni mi assilla, ce l’ho». Coppi spiega che «sarebbe sufficiente la confessione di Michele Misseri per comprenderlo. Poi, però, mi si direbbe che l’uomo ha cambiato troppe volte versione ed è divenuto inattendibile. Eppure è nel primo racconto, quello che ha portato a far rinvenire il corpo della giovane Sarah, che tutto è logico. Senza dimenticare un altro particolare. Quale? In aula, durante il mio interrogatorio, non solo Misseri ha confermato che sarebbe stato lui a uccidere Sarah, ha addirittura mimato come l’avrebbe ammazzata. In quell’occasione ha anche spiegato l’approccio sessuale che, stando alla sua versione, sarebbe alla base dell’omicidio. Eppure condannate all’omicidio ci sono Sabrina e Cosima, ritenute colpevoli da tre sentenze conformi. Il problema è che sono stati commessi una serie incredibile di errori e alcune vicende sono state male interpretate». «Riponevo grande fiducia nella Cassazione, anche perché proprio da questa Corte durante le indagini erano state emesse due sentenze che bocciavano i provvedimenti cautelare contro Sabrina per mancanza di prove. E invece una tra le persone coinvolte, prima della sentenza, mi disse che si era molto appassionata al caso e aveva seguito in televisione l’intera vicenda. Sentendo quelle parole, capii che avremmo perso anche in Cassazione. II documentario su Sky si concentra sul circo mediatico che si è creato ad Avetrana». Coppi, però, non molla il caso e spera di ottenere la revisione del processo. «Vorrei pensare che i giudici siano sempre impermeabili al racconto mediatico e alle chiacchiere da bar. Ma in questa vicenda l’enorme pressione della comunicazione, e la descrizione che in particolar modo è stata fatta di Sabrina, penso abbiano inciso fortemente. Sentenze che per me restano così incomprensibili sono debitrici verso tale circo. Anche perché dobbiamo dirlo: nessuno sa che diventerà giudice popolare quando le indagini sono in corso e quindi è plausibile che guardi la televisione e si faccia un’idea di ciò che è accaduto. La vicenda, nonostante la sentenza passata in giudicato, non è conclusa». «Un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si, ed è stato dichiarato ammissibile anche se è impossibile conoscere i tempi della giustizia europea. Tutto il ricorso ruota attorno alla figura del fioraio. Perché? Cuomo raccontò prima di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah e riportarla a casa loro, in via Deledda; poi spiegò di averlo solo sognato. Proprio per tale cambio di versione, fondamentale per la ricostruzione, finì sott’inchiesta» prosegue Coppi. «In questo modo non è mai stato interrogato in dibattimento. In altri termini: Sabrina Misseri e sua madre sono state condannate all’ergastolo per una testimonianza, il cui autore non è mai stato sentito da noi legali in dibattimento. Ciò che lamentiamo è la violazione dei diritti di un equo processo per le difese, tema che sappiamo «sensibile» a Strasburgo. Dopo 11 anni il fioraio Giovanni Buccolieri torna a parlare. Nel documentario ammette come già al primo interrogatorio avrebbe spiegato che quel racconto era frutto di un sogno (sebbene poi questo non risulti nel verbale, ndr). Vedremo cosa accadrà con il ricorso in Europa». Il processo contro Sabrina e Cosima Misseri per Coppi è stato un terremoto emotivo, al punto che stava pensando di ritirarsi dalla professione di avvocato. «Avevo già scritto la lettera di dimissioni. Poi un amico e collega fidato mi ha convinto a non demordere: solo facendo l’avvocato avrei potuto continuare a occuparmi del caso e presentare ricorso in Europa. È chiaro come la vicenda l’abbia segnata profondamente. Resta il mio tormento, continuo a non dormirci la notte».

"Ci sono padri che violentano". Le accuse a Michele Misseri. Angela Leucci l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sabrina Misseri continua a dichiararsi innocente per l'omicidio di Sarah Scazzi, il padre Michele ad autoaccusarsi: parla la sorella Valentina.

L’opinione pubblica torna a interrogarsi sull’omicidio di Sarah Scazzi: si concentra tutto su un interrogativo, Sabrina Misseri è colpevole o innocente?

L’argomento è tornato d’attualità per diverse ragioni. La prima è che sia Sabrina che la madre Cosima Serrano sono in attesa di novità dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, alla quale le loro difese hanno presentato un ricorso che è stato dichiarato ammissibile. La seconda è in una docu-serie, “Sarah - La ragazza di Avetrana" in cui, tra le altre cose, ci si interroga sul ruolo dei media nell’opinione pubblica e nel processo a Sabrina e Cosima. La terza è che Michele Misseri, che continua ad autoaccusarsi dell’omicidio, dopo aver incolpato però Sabrina, potrebbe uscire dal carcere tra poco più di un anno.

In molti credono all’innocenza di zio Michele, ma una persona che continua a ritenerlo colpevole è invece sua figlia, Valentina Misseri. “Mia sorella e mia madre sono state già condannate dall’opinione pubblica, mentre mio padre che è il colpevole viene comunque santificato - aveva già dichiarato in passato - Non riesco a capire tutta questa meraviglia, perché il padre accusa una figlia. Ci sono padri che violentano le figlie, padri che ammazzano le figlie”.

Valentina Misseri contro il padre

L’opinione di Valentina è stata ribadita in una recente intervista e c’è un dettaglio importante che punta il dito dritto contro Michele. Questo dettaglio viene proprio da Valentina, che dopo la prima confessione del padre, in cui disse di aver ucciso Sarah in preda a un raptus sessuale e poi di averne violato il cadavere sotto a un fico, raccontò un aneddoto della sua adolescenza. “Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia - ha spiegato la sorella di Sabrina - Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi più far vedere così da me’. Mi sentii sporca. Da quel momento inizia a fare il bagno con la porta chiusa”.

Valentina Misseri ha descritto il padre come un uomo depresso e trascurato, che talvolta era stato anche violento con la moglie. A questo quadro si oppone invece il ritratto fornito a “Quarto grado” dalla gente di Avetrana, che lo dipinge come “un poverino”. Nella cittadina pugliese pare che in molti siano disposti ad assumerlo come bracciante.

A rafforzare l’opinione di Valentina c’è una sua ulteriore dichiarazione: la figlia di Cosima e Michele afferma di aver consegnato alla giudice il suo telefono, in cui c’era l’sms della super teste Anna Pisanò che recitava: “Tua sorella è innocente”. Ma il messaggio non si ritrova nelle carte e non le è stato restituito il telefono. A questo si aggiunge un presunto movente sessuale da parte di Michele ventilato al processo, su cui poteva pesare la testimonianza della sorella minore di Cosima, Dora, che disse di essere stata molestata dal cognato quando aveva 15 anni.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

Il fine pena di Michele Misseri per occultamento di cadavere e autocalunnia è maggio 2023, ma potrebbe beneficiare di alcuni sconti e uscire quattro mesi prima. “Molto probabilmente - ha commentato a ‘Quarto grado’ il legale dell’uomo Luca La Tanza - si sarebbe dovuto procedere con l’imputazione di omicidio nei confronti di tutte e tre le persone e non forse archiviare la sua posizione. Probabilmente avremmo potuto valutare il tutto in maniera diversa. Però così non è stato. E comunque un’archiviazione non significa una sentenza definitiva, un procedimento archiviato significa che può essere riaperto in qualunque momento”.

Sarah Scazzi è stata uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana: il suo corpo fu trovato in un pozzo in campagna il successivo 6 ottobre. Inizialmente Michele Misseri confessò di essere stato lui l’autore del delitto, per poi accusare la figlia Sabrina. Gli inquirenti riconobbero a mamma Cosima il concorso e condannarono entrambe le donne all’ergastolo, pena che attualmente stanno scontando.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Michele Misseri, l'accusa pesante della figlia Valentina: "Ha ucciso lui Sarah, non è un pezzo di pane come dicono". Libero Quotidiano il 25 novembre 2021. "E' un clamoroso errore giudiziario, è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto": la figlia di Michele Misseri, Valentina, scagiona la mamma Cosima e la sorella Sabrina, condannate per l'omicidio della cugina Sarah Scazzi, avvenuto 11 anni fa ad Avetrana. E punta il dito contro il padre Michele che, invece, è stato condannato solo per la soppressione del cadavere. Riferendosi a Cosima e Sabrina, in un'intervista a Tpi ha detto: "Loro sono dentro da innocenti per vari motivi. Il primo è di tipo personale: sono certa che non avrebbero mai fatto del male a Sarah. Il secondo riguarda la testimonianza del fioraio Giovanni Buccolieri, centrale per l’accusa, che torna a ribadire di aver solo sognato la scena in cui mia madre e mia sorella costringevano Sarah a salire in macchina". Poi l'atto di accusa contro il padre: "Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così". Per poi fare riferimento a un episodio specifico: "Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica". E non è tutto. Valentina ha parlato anche di una "cosa intima": "Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca". L'accusa di Valentina Misseri è molto pesante: "Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina". Scendendo nel dettaglio, ha aggiunto: "Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto: ’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando'. Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca". La ragazza, poi, ha ammesso di aver pensato di scrivere a Mattarella per la grazia: "Non posso accettare che le cose restino così, per sempre".

“Sono certa che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato mio padre Michele Misseri. Ecco come sono andate le cose”: parla Valentina Misseri. La dichiarazione choc di Valentina Misseri, figlia di Michele, è stata pubblicata in un’intervista esclusiva su TPI. La ragazza che il giorno del delitto di Avetrana che ha coinvolto a vario titolo la sua famiglia si trovava a Roma, è sicura che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato il padre e non la sorella Sabrina e la madre, Cosima Serrano. Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano il 26 novembre 2021. “Secondo me ad uccidere Sarah Scazzi è stato mio padre Michele Misseri”. La dichiarazione choc di Valentina Misseri, figlia di Michele, è stata pubblicata in un’intervista esclusiva su TPI. La ragazza che il giorno del delitto di Avetrana che ha coinvolto a vario titolo la sua famiglia si trovava a Roma, è sicura che ad uccidere Sarah Scazzi sia stato il padre e non la sorella Sabrina e la madre, Cosima Serrano. “Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina. Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto (’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando’). Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca”. Valentina Misseri si riferisce infatti ad un altro episodio del suo passato familiare che ha rivelato nell’intervista. “Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così. Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica. E poi c’è una cosa intima. Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca”. Valentina Misseri, infine, ha concluso: “La mia famiglia è stata distrutta. Sono tutti in carcere e anche io, se quel maledetto giorno non fossi stata a Roma, adesso sarei dietro le sbarre. Questo è un clamoroso errore giudiziario, ed è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto”.

Da tpi.it il 25 novembre 2021. «La mia famiglia è stata distrutta. Sono tutti in carcere e anche io, se quel maledetto giorno non fossi stata a Roma, adesso sarei dietro le sbarre. Questo è un clamoroso errore giudiziario, ed è assurdo che nessuno si renda conto di quello che è accaduto. Un'ingiustizia senza precedenti. Mia madre e mia sorella sono state condannate con una tripla conforme all’ergastolo, e continuano a dirsi innocenti. Mio padre sta scontando gli ultimi anni di pena e non smette di definirsi colpevole. Un cortocircuito unico nella storia del diritto italiano, cui nessuno però da ascolto. Leggendo i documenti, confrontandomi con gli avvocati, ma anche ascoltando i punti di vista più critici, non riesco a farmene una ragione. Loro sono dentro da innocenti per vari motivi.

Il primo è di tipo personale: sono certa che non avrebbero mai fatto del male a Sarah.

Il secondo riguarda la testimonianza del fioraio Giovanni Buccolieri, centrale per l’accusa, che torna a ribadire di aver solo sognato la scena in cui mia madre e mia sorella costringevano Sarah a salire in macchina. 

Il terzo è tutto incentrato su mio padre. Dai media è sempre stato presentato un pezzo di pane, vessato dalle arpie di casa, ma non è così. Ci raccontò, anche se non abbiamo trovato conferme, che in Germania aveva picchiato violentemente un uomo che aveva provato a rubargli i gettoni nella cabina telefonica. E poi c’è una cosa intima. Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Come tutte le domeniche mi spogliai davanti a lui. Mi guardò e mi disse: ‘Da ora in poi tu non ti devi far più vedere così da me’. Mi sentii sporca.

Da quel momento iniziai a fare il bagno con la porta chiusa. Sono certa sia stato mio padre a uccidere mia cugina. Quel pomeriggio secondo me Sarah è scesa in garage per non suonare, perché mia madre a quell’ora dormiva. Lui ci ha provato, lei lo ha respinto con un calcio e papà ha perso la testa. Dai verbali ho letto una sua dichiarazione che ha illuminato l’accaduto (’Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando”. Mi ha riportato alla mente l’episodio della vasca.

I media sono stati i veri burattinai della vicenda. Ho conosciuto giornalisti che fino al giorno prima erano innocentisti e, quando abbiamo vietato loro di entrare in casa perché volevamo riprenderci un po’ di privacy, hanno cambiato repentinamente opinione. Ad Avetrana c’era una corsa all’ultimo scoop, e questo ha pregiudicato la ricerca della verità. La cosa che mi ha fatto più male di quel periodo è stato il modo in cui i giornali ci hanno bullizzato. Ci hanno dipinto come delle streghe, prendendoci in giro per il nostro aspetto fisico, e in questo modo siamo diventate antipatiche a tutti.

Oggi io e mio padre facciamo dei colloqui settimanali per telefono, e quando riesco a prendermi una pausa dal lavoro torno in Puglia, così faccio visita anche a mia madre e mia sorella. Per fortuna sono in cella insieme, almeno si fanno compagnia. Non hanno perdonato mio padre e non l’ho perdonato neanche io. Sono sua figlia e gli rimarrò per sempre vicino, se verrà scarcerato prima mi prenderò cura di lui, ma non posso accettare quello che ha fatto.

Sogno che mia sorella e mia madre vengano rilasciate. Ho pensato di scrivere al Presidente Mattarella per la grazia. Non posso accettare che le cose restino così, per sempre. 

Penso a Sarah ogni giorno. Mi ricordo i suoi sorrisi, la sua voce, i suoi sogni. Diceva che avrebbe fatto la segretaria nel centro estetico di Sabrina, tanto le voleva bene. Per il matrimonio mi fece un disegno, io e mio marito che ci teniamo per mano. Lo tengo sul frigorifero, e tutte le volte che lo guardo penso che questa storia non possa finire così. Senza giustizia».

Così Valentina Misseri, in un'anteprima dell'intervista esclusiva pubblicata dal settimanale The Post Internazionale- Tpi, in edicola da venerdì 26 novembre, parla dell’omicidio della cugina Sarah Scazzi, avvenuto 11 anni fa a Avetrana, e per il quale sono stati condannati Sabrina Misseri, Cosima Serrano e Michele Misseri.

Quei delitti che “bucano lo schermo”: "Vi spiego cosa succede". Angela Leucci l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Serie tv, film, podcast e documentari true crime: cosa c'è dietro la tendenza italiana che ha riportato in tv casi ormai chiusi come Sarah Scazzi, Yara e Luca Varani. Da “Yara” a “La scuola cattolica”, passando per “Sarah - La ragazza di Avetrana” e “Alfredino - Una storia italiana”. Nell’ultimo anno, le produzioni italiane al cinema e sulle piattaforme streaming si sono orientate sulla trattazione di grandi casi di cronaca nera. Di recente Sky ha anche opzionato “La città dei vivi”, romanzo di Nicola Lagioia basato sull’omicidio di Luca Varani. Ma cosa c’è dietro a questo proliferare di prodotti “true crime”?

Ci sono degli antenati eccellenti alla trattazione delle vicende di Yara Gambirasio, del Massacro del Circeo, Sarah Scazzi e Alfredino Rampi. Nella storia del cinema italiano si può annoverare ad esempio “Gran Bollito”, ispirato alla vicenda della Saponificatrice di Correggio, “Girolimoni - Il mostro di Roma” con Nino Manfredi, diversi film dedicati al delitto di Pier Paolo Pasolini. In tempi relativamente recenti, nel 2011, ci fu anche la fiction “Il delitto di via Poma”. Ma si tratta di casi “spalmati” nel tempo, che non hanno a che fare con il fenomeno che si può riscontrare in questo 2021.

“C’è un vero e proprio boom verso questo tipo di prodotti mediali. Ma ci vuole tempo e un necessario lavoro di rielaborazione per proporli al pubblico”, spiega Massimo Scaglioni, professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione all’Università Cattolica di Milano e direttore del Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi.

A cosa è legata la tendenza a trattare sempre più casi di cronaca nera in tv e al cinema?

“La tendenza va inquadrata in un’ottica internazionale. Da alcuni anni è emerso un filone di genere chiamato ‘true crime’ che prevede racconti mediali che riguardano casi di cronaca vera di tipo factual e non fiction, che ricostruiscono casi reali che hanno al centro omicidi. La possiamo chiamare tendenza trans-mediale, nel senso che usa mezzi diversi: libri, film, serie, documentari, podcast. Negli Stati Uniti si è consolidata da un po’ di anni, soprattutto per quanto riguarda il documentario e la serialità, come per esempio ‘Making a Murderer’ e “American Crime Story’”.

E in Italia?

“Questo genere è arrivato anche in Italia: la cronaca nera è stata sempre trattata in televisione, ma recentemente c’è un vero e proprio boom verso questo tipo di prodotti, che sono analogamente trans-mediali. ‘Veleno’ era un podcast ed è diventato un documentario, c’è il podcast ‘La città dei vivi’ di Nicola Lagioia, dall’omonimo romanzo”.

Perché la percezione del prodotto secondo le persone, stando ai commenti social, scatena sentimenti contrastanti?

“Sicuramente sono temi che finiscono per polarizzare, non me ne stupisce, perché questi argomenti ci chiamano in causa e ci chiedono di prendere una posizione da colpevolisti o innocentisti, pro imputato o pro vittima. Sui social poi le persone tendono ad assumere una posizione radicale. Io farei una distinzione di due tipi rispetto al prodotto audiovisivo. Una distinzione importante è quella dei casi che vengono ricostruiti attraverso una narrazione storica, si tratta di casi chiusi. Poi ci sono quei casi che vengono trattati dalla televisione e sono ancora molto caldi, a volte bollenti, spesso con processi che sono ancora aperti”.

In cosa consiste questa diversificazione?

“Da un lato si tratta di ragionare su casi che sono diventati oggetto di letteratura, di un’elaborazione, di una scrittura più o meno complessa o raffinata - un esempio alto è proprio ‘La città dei vivi’ - dall’altro di casi che rappresentano ferite ancora aperte, al centro di talk o programmi di infotainment, che non hanno possibilità di rielaborazione (anche del lutto), e diventano quasi racconti a finale aperto che ci chiedono di prendere posizione. Verso questi ultimi sono molto più critico, soprattutto quando i casi narrati riguardano delle vicende ancora aperte, e gli stessi prodotti mediali finiscono per avere delle conseguenze, degli effetti e generare una pressione mediatica che può rivelarsi problematica”.

Quanto tempo è necessario aspettare prima di raccontare un caso di nera in tv?

“Io credo che sia necessario un lavoro di rielaborazione, che riguarda da un lato il tempo, in cui le verità processuali si siano acclarate, dall’altro lato la modalità di rielaborazione: un film o un documentario fanno un’elaborazione diversa da un programma televisivo che si svolge in diretta, che proprio per sua natura costruisce polarità che si contrappongono”.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

“La città dei vivi” è stato opzionato per una serie tv. Che cosa ne pensa?

“L’omicidio di Luca Varani mi colpisce particolarmente. Rispetto ad altri casi di cronaca nera è un caso in cui non ci sono più aree grigie attraverso il lavoro degli investigatori e i processi, attraverso la conclusione tragica, la morte della vittima ma anche il suicidio in carcere di Marco Prato. Il caso suscita molti interrogativi - e Lagioia è riuscito a sottolinearlo molto bene - e lo ha fatto con un lavoro di scrittura che consente a questo caso di diventare altro. Nel romanzo e nel podcast, ci si interroga sulla natura del male, sul rapporto simbiotico tra un omicidio così efferato e la realtà di decadenza in cui è avvenuto, peraltro in un momento molto difficile per la città di Roma, nel mezzo di Mafia Capitale. La rielaborazione è stata eccellente nel libro e nel podcast, vedremo come sarà questo nuovo prodotto audiovisivo”.

Da “M il mostro di Dusseldorf” a “Yara”. Cosa è cambiato nel racconto degli artisti?

“‘M il mostro di Dusseldorf’ è un capolavoro della storia del cinema ed è nella direzione di quella elaborazione artistica, intellettuale, che il cinema è stato in grado di farlo. Non sempre si arriva a risultati artistici di quel livello, è molto raro che questo accada. Se dovessi citare un lavoro di eccellenza, citerei quello di Lagioia. Il film su Yara è un buon prodotto, ha riscontrato un buon risultato anche sui cataloghi internazionali, ed è un lavoro più commerciale”.

Perché crede che la storia di “Yara” abbia avuto tanto successo anche internazionale?

“Perché tocca delle corde che sono universali: Netflix punta su storie che, pur essendo locali, parlano di tematiche come la pedofilia che sono universali, e riguardano tutti quanti”.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Su Sky arriva Avetrana, lì dove nacque il buco nero dell’inchiesta mediatica. Il regista e autore Christian Letruria: «Un momento di acme mai toccato prima dal racconto televisivo». Dal 23 novembre su Sky Documentaries. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 25 novembre 2021. C’è scritto in ogni manuale di giornalismo: il delitto di Avetrana è un caso di scuola quando si parla di giustizia-spettacolo e processo mediatico. Perché di Avetrana resta soprattutto un’immagine, il volto di mamma Concetta congelato in diretta tv mentre un lancio d’agenzia le restituisce il corpo di sua figlia dal fondo di un pozzo. «Ha capito Signora?», chiede la conduttrice. La notizia è confermata. Sarah Scazzi è morta, e a confessare è suo zio, Michele Misseri: cercate «allu Mosca», aveva detto agli agenti, dopo 42 giorni di ricerche estenuanti. Da quell’agosto del 2010, quando il volto di una ragazzina di 15 anni entrò in tutte le case d’Italia, ogni cosa è cambiata. Ma quell’istante, quel frame, segnerà il passo di uno show del dolore senza eguali. «Un momento di acme mai toccato dal racconto televisivo», per dirla con le parole di Christian Letruria, regista e autore insieme a Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni e Matteo Billi, della docu serie “Sarah. La ragazza di Avetrana”, prodotta da Groenlandia e disponibile dal 23 novembre su Sky Documentaries. Quattro puntate, tratte dall’omonimo libro, che riaprono “il set a cielo aperto” di Avetrana per ripescare, tra le vie di quel luogo di periferia consacrato ai riflettori, l’umanità persa e appiattita dietro uno schermo televisivo. Per Letruria è proprio la distanza nel tempo, il cambio di prospettiva, a fare la differenza. Le telecamere questa volta ci sono entrate «in punta di piedi» ad Avetrana, con discrezione. «Quando mi hanno proposto il documentario avevo paura di raccontare unicamente il caso giudiziario, proprio perché era stato già detto tutto, troppo», racconta al Dubbio. Poi l’intuizione, la domanda necessaria che guida l’intero progetto: quanto può influire un racconto che insegue il macabro e il morboso nella ricerca della verità? Quanto può influire una narrazione così “inquinata” anche nelle indagini giudiziarie? Parliamo di un paese, Avetrana, completamente scarnificato, relegato nell’immaginario collettivo al racconto del crimine, con un’intera comunità che si è «popolata di mostri», sbattutti in prima pagina come bifolchi. Ma «Avetrana è molto più bella, rispetto all’immagine televisiva che si riassume in quella via, chiusa tra le cancellate di casa Misseri, con lo sguardo completamente oscurato dalla moltitudine di curiosi e giornalisti». «Dopo dieci anni – spiega il regista – i personaggi, tutti i protagonisti di quella vicenda, hanno avuto il tempo di elaborare il delitto. Un elemento fondamentale per ri-raccontare questa storia che invece era stata troppo raccontata mentre accadeva». Con i tempi e i modi della cronaca nera. «Ciò che mi ha stupito di più è che i personaggi, resi dai media con un livello di lettura unidimensionale, offrissero invece diverse sfaccettatura, e volti completamente diversi». A partire proprio da mamma Concetta. «In questa serie ne diamo una lettura nuova, diversa – spiega Letruria – facendole raccontare il suo mondo spirituale, legato ai testimoni di Geova, inizialmente completamente eluso dal racconto televisivo. Era vista come una statua di sale, incapace di trasmettere qualunque tipo di emozione. E invece la religione era una sovrastruttura che le permetteva di costruire una barriera rispetto all’espressione della sofferenza. Il suo mondo non è stato capito, non interessava…». Ma in questa serie non c’è solo Concetta. Ci sono molti dei volti che in quei giorni hanno affollato gli studi televisivi. C’è il punto di vista di Franco Coppi, difensore di Sabrina –  condannata all’ergastolo insieme alla madre Cosima – che ancora si batte per ribaltare la verità processuale consegnata dalle sentenze. Coppi infatti è convinto della sua innocenza e ora spera nella Corte di Strasburgo (che ha giudicato il caso ammissibile) e in una revisione del processo. E c’è una testimonianza, quella del fioraio, Giovanni Buccolieri, che raccontò di aver visto Cosima e Sabrina, zia e cugina prediletta, inseguire Sarah in auto dopo una lite, afferrarla per i capelli e scaraventarla sul sedile, per riportarla in quella casa dove poi l’avrebbero uccisa con una cintura girata attorno al collo. Salvo poi affermare che si era trattato solo di un sogno. Una testimonianza inedita, a distanza di dieci anni, che potrebbe di nuovo cambiare le carte in tavola. 

La vicenda di Avetrana tra caso criminale e format mediatico. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera 23 novembre 2021. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky: più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. È il 26 agosto del 2010 quando Sarah esce di casa per non farci più ritorno. La denuncia della scomparsa da parte della famiglia finisce in tragedia dopo quarantadue giorni di ricerche. Intanto Avetrana si trasforma in un set a cielo aperto la cui svolta è la rivelazione in diretta televisiva a Concetta Serrano della sorte della figlia. Le quattro puntate non riescono a cancellare quello che è stato il primo reality show collettivo dell’orrore, cui molte trasmissioni hanno alacremente collaborato, il «The Sarah Scazzi Horror Picture Show» della tv italiana, una delle pagine più oscure della nostra tv. Certo, conduttori, opinionisti e audience senza scrupoli non aspettano altro: il delitto, il clima torbido, i parenti perversi, il fratello che ogni volta si aggiustava il capellino prima di apparire. Più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. Ma se è vero che i media sono un nuovo ecosistema, allora è anche vero che psicologia dei singoli e cultura della comunità giocano un ruolo fondamentale. Anche nell’habitat televisivo, come nella vita, esistono discriminazioni sociali, culturali, linguistiche. E sappiamo anche che tutto è iniziato con Vermicino. Serializzare il dramma, come hanno fatto molti programmi, significa non soltanto riproporre in continuazione un episodio di cronaca nera particolarmente doloroso, significa anche trasformare l’angoscia in un format. Non è un problema morale, è innanzitutto un problema linguistico. Forse non era così importante ricostruire nei dettagli il caso criminale, forse bisognava avere il coraggio di squadernare il caso mediatico. 

Sarah, ad Avetrana la morte in diretta. Andrea Fagioli giovedì 25 novembre 2021 su Avvenire. La parola fine sul caso Avetrana sembra non arrivare mai. Anche la docu-serie Sarah. La ragazza di Avetrana, in onda da martedì alle 21,15 su Sky Documentaries, pone interrogativi sulla sentenza che ha condannato all'ergastolo Sabrina Misseri e la madre Cosima per l'omicidio della cugina e nipote Sarah Scazzi. Tratta dall'omonimo libro di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, la docu-serie, scritta con Matteo Billi e Christian Letruria, ricostruisce, in quattro puntate di un'ora ciascuna, tutta la vicenda, non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche e soprattuto mediatico, visto l'interesse morboso che il caso suscitò arrivando al punto che persino la notizia del ritrovamento del cadavere della quindicenne fu data in diretta tv nel corso di un “Chi l'ha visto?” con ospite la madre Concetta Serrano. Quello di Sky è un lavoro che comunque evita ogni spettacolarizzazione, anche quando ricorre a momenti fiction. Essenzialmente dà voce a parenti, magistrati e giornalisti divisi tra colpevolisti e innocentisti. Ma sono proprio questi ultimi a instillare i dubbi. Per di più una delle didascalie finali ci dice della condanna del fioraio Giovanni Buccolieri «per false dichiarazioni ai pm dopo aver ritrattato la sua testimonianza e dichiarato che quello che aveva raccontato era solo un sogno». Come si ricorderà la dichiarazione di Buccolieri, che avrebbe visto Sarah fatta salire a forza sull'auto della zia, fu considerata importante anche se poi, per la verità, il processo si è basato su tanti altri indizi arrivando a una sentenza passata in giudicato e quindi definitiva dopo i tre gradi di giudizio. Nonostante questo, la docu-serie di Sky tende di fatto a favorire l'idea che la pressione mediatica e la conseguente pressione dell'opinione pubblica abbiano condizionato anche i giudici.

Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana che sconvolse l'Italia diventa una serie tv su Sky. Ilaria Ravarino su Il Messaggero Domenica 21 Novembre 2021.

IL RIMPIANTO

Omicidio Sarah Scazzi: «Sabrina Misseri è...

A rivederlo oggi, dieci anni dopo, non sembra nemmeno vero. E più si cerca di mettere ordine nella vicenda, più il terribile caso di cronaca, passato alla storia come Il delitto di Avetrana, pare prendere la forma di una soap opera infinita cui nessuno può (o vuole) dare un finale. Oggetto di un libro inchiesta del 2020, Sarah Scazzi. La ragazza di Avetrana di Flavia Piccinni e Carmina Gazzanni, i cui diritti sono stati acquistati da Matteo Rovere, il delitto di Avetrana arriverà in tv martedì prossimo su Sky Documentaries in quattro episodi, nell'omonima serie documentaria girata dal 44enne lombardo Christian Letruria.

L'INIZIO

«Il libro è stato solo un punto di partenza - spiega il regista - abbiamo ricostruito gli eventi partendo dall'idea che questa storia avesse qualcosa di universale, che fosse capace di uscire dai confini nazionali. Tutto quello che è accaduto è un esempio di come non si dovrebbe mai fare tv, e di come il racconto della cronaca nera debba essere ripensato». I fatti, rievocati attraverso ricostruzioni, documenti d'archivio e nuove interviste, risalgono all'agosto del 2010, con la sparizione della 15enne Sarah Scazzi e il successivo ritrovamento del suo corpo, calato in un pozzo tra i campi della provincia salentina. A far ritrovare il cadavere, dopo aver miracolosamente rinvenuto anche il cellulare della ragazza, fu l'allora insospettabile zio, Michele Misseri, contadino e «grande lavoratore», nonché reo confesso della vicenda. 

DOSTOEVSKIJ

«Misseri è un personaggio che sembra uscito da un libro di Dostoevskij. Un uomo che dice di essere l'assassino fin dal principio, ma che alla fine non viene creduto. A gennaio potrebbe uscire di prigione (il fine pena è nel 2024, ma la difesa richiederà al Tribunale di sorveglianza una detenzione domiciliare, ndr), ma tra i parenti di Sarah c'è chi pretende un'altra verità su quanto accaduto». Proprio come in una soap, o meglio «come in una serie da guardare tutta di seguito», i colpi di scena si sono susseguiti a ritmo continuo: Misseri che ritratta e accusa la figlia Sabrina, l'ingresso nella storia dell'amico di lei, Ivano, il ritrovamento dei diari di Sarah e infine le accuse alla madre di Sabrina, Cosima, che «non poteva non sapere», dice la gente di Avetrana in più occasioni. 

SCIARELLI

A far scoppiare il caso, in diretta su Rai3, era stata la giornalista Federica Sciarelli (invitata a partecipare alla docuserie, ha declinato) che durante un collegamento della trasmissione Chi l'ha visto? aveva comunicato in tempo reale alla madre di Sarah la confessione dello zio: «I processi mediatici si fanno in tutto il mondo, ma prima del caso Scazzi non era mai successo che una parente stretta della vittima fosse informata dalle tv, e non dalle autorità preposte, della morte della propria figlia. Sciarelli sbagliò», aggiunge Letruria. Da quel momento, in Italia, chiunque sembrò avere un'opinione sul caso: «Gli inviati si trasferirono per un anno ad Avetrana, nemmeno fosse l'Afghanistan. Come nel famoso caso del pozzo di Vermicino, la tv aveva toccato e superato un limite». 

UN GIOCO

Intorno ad Avetrana si concentrò un circo di giornalisti, curiosi, turisti in cerca di brividi, assecondando «un gioco al massacro in cui il caso di nera era diventato un prodotto da mettere continuamente in palinsesto». Il 21 febbraio 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano, punendo con otto anni di carcere Michele Misseri per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Tra le motivazioni, oltre alle modalità del delitto e alla strategia, anche l'intenzione di Sabrina di «strumentalizzare i media», deviando le investigazioni con piste fasulle.

«È una storia affascinante, che ragiona sulle dinamiche emotive delle tragedie e sull'impatto oscuro che hanno su di noi - spiega Rovere, produttore sia della docuserie di Sky che della prossima serie tv sul delitto, affidata al regista pugliese Pippo Mezzapesa - qui il filone è quello del cosiddetto true crime, un genere che in America va fortissimo, mentre la serie di finzione partirà da altre premesse. È un lavoro che va fatto con cura e rispetto. Credo sia tipico delle cinematografie mature riuscire a riflettere con distacco su casi che hanno avuto un impatto così potente sulle nostre vite».

«Sarah. La ragazza di Avetrana». Su Sky la docuserie sul caso Scazzi. La vicenda del 2010 sarà raccontata in un documentario in quattro puntate. La prima il 23 novembre alle 21.15. Il Corriere del Mezzogiorno il 19 novembre 2021. La scomparsa di Sarah Scazzi, avvenuta nell’agosto 2010. I quarantadue giorni di ricerca che mettono la piccola comunità di Avetrana al centro dell’opinione pubblica. L’attenzione mediatica ai massimi termini. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che, in quattro puntate, ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. Su Sky Documentaries dal 23 novembre alle 21.15, disponibile anche on demand e in streaming su NOW, la serie cerca di spiegare come Avetrana rappresenti il caso che più di ogni altro ha canalizzato l’attenzione mediatica, creando un vero e proprio circo per il quale non interessava più la ricerca della verità, quanto sviscerare tutti gli aspetti più morbosi. Il punto di non ritorno è rappresentato da quanto accadde in diretta tv quando Concetta Serrano, madre di Sarah, venne a sapere che la figlia non era in realtà scomparsa e che lo zio Michele Misseri aveva fatto ritrovare il suo corpo senza vita. Da allora l’attenzione su Avetrana divenne spasmodica, tanto che tutte le persone coinvolte diventarono personaggi televisivi. Anche i passanti, gli abitanti, i vicini di casa e tutta la comunità avetranese divennero protagonisti di uno show dell’orrore. Il documentario pone un interrogativo che tocca tutti i casi di cronaca diventati mediatici: quanto può influire un racconto che insegue il macabro e il morboso nella ricerca della verità? Quanto può influire una narrazione così «inquinata» anche nelle indagini giudiziarie? Eppure è possibile che, senza quel peso mediatico, ancora oggi Michele Misseri non avrebbe fatto ritrovare il corpo di Sarah. Scritto da Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni, Matteo Billi e Christian Letruria, per la regia di Christian Letruria, Sarah. La ragazza di Avetrana è una riflessione su un caso che ha ancora molti coni d’ombra e, nonostante tre sentenze abbiano messo un punto sulla vicenda giudiziaria dell’omicidio di Sarah Scazzi, qualcuno sta ancora lottando per affermare un’altra verità. Come Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra gli intervistati della serie anche il fioraio di Avetrana, testimone chiave del processo, che per la prima volta dopo dieci anni, torna a raccontare la sua versione dei fatti.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..." Angela Leucci il 23 Novembre 2021 su Il Giornale. "Il caso potrebbe non essere chiuso". Carmine Gazzanni racconta a ilGiornale.it "Sarah - La ragazza di Avetrana". Sono passati oltre 11 anni dall’omicidio di Sarah Scazzi scomparsa a soli 15 anni da Avetrana il primo pomeriggio del 26 agosto 2010. Il suo corpo fu ritrovato il successivo 6 ottobre in un pozzo artesiano nelle campagne intorno alla cittadina. Ad auto-accusarsi dell’omicidio fu lo zio Michele Misseri, che però ritrattò più volte, attribuendo poi l’omicidio alla figlia Sabrina Misseri. Fu proprio lei a essere condannata in terzo grado all’ergastolo insieme alla madre, Cosima Serrano, riconosciuta colpevole per concorso in omicidio. Il padre è invece in carcere per occultamento di cadavere.

Ora una docuserie in 4 puntate in onda da stasera su Sky Documentaries riapre non solo la vicenda giudiziaria, ma fa anche da sponda a una serie di interrogativi sul ruolo dei media e dei loro fruitori. "Nonostante ci siano tre sentenze siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte?", spiega a ilGiornale.it Carmine Gazzanni, autore con Flavia Piccinni di "Sarah - La ragazza di Avetrana", omomino libro da cui è tratta la miniserie a cui hanno lavorato anche Matteo Billi e Christian Letruria.

Su cosa è incentrata la docuserie?

"Sulla vicenda giudiziaria, sui risvolti mediatici e sulla dimensione umana dei personaggi che ruotano attorno al caso Scazzi. Questi tre aspetti sono legati in maniera indissolubile: è impossibile scinderli se si vuole comprendere fino in fondo cos’è accaduto ad Avetrana e cosa rappresenta nel panorama anche mediatico l'omicidio. Cerchiamo, però, anche di far luce sulle ombre di un processo indiziario che, nonostante una condanna passata in giudicato, lascia diversi punti interrogativi ancora senza risposta sulla morte di Sarah. In definitiva è una docuserie che prova ad affiancare la vicenda di cronaca nera nello specifico, ma che pone degli interrogativi anche su come dal caso Scazzi in poi viene raccontata la cronaca nera. Parliamo di un racconto che, in alcuni casi, si trasforma in circo mediatico, teso più a interessarsi del morboso rispetto a ciò che realmente è utile per il raggiungimento della verità".

Qual è stato il ruolo dei media?

"Questo caso rappresenta una sorta di punto di non ritorno, come abbiamo avuto modo di sottolineare già nel libro io e Flavia Piccinni. Un punto di non ritorno perché, se da una parte già c’erano stati racconti di cronaca nera della cosiddetta ‘tv del dolore’ - penso soprattutto ad Alfredino Rampi e a Vermicino - con il caso Scazzi si fa un passo ulteriore, perché per la prima volta il 6 ottobre 2010 alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, viene comunicato in diretta che la figlia non è scomparsa, bensì è morta. E che a uccidere la figlia sarebbe stato - secondo quello che si disse all’epoca - lo zio di Sarah, Michele Misseri. Quell’episodio è emblematico perché rappresenta un momento in cui tutto sembra diventare legittimo. Diventa legittimo concentrarsi sul morboso, diventa legittimo invadere un paese e intervistare chicchessia semplicemente per avere ‘qualcosa’ da dire nel corso delle innumerevoli dirette diventate un appuntamento fisso per la televisione italiana. Diventa legittimo spiare dal buco della serratura e raccontare fatti privati che magari nulla c’entrano con l’inchiesta per omicidio. È qualcosa a cui poi abbiamo assistito in tanti altri casi nel corso degli anni. E in questo Avetrana ha fatto scuola".

E questo può aver avuto riflessi anche sul processo?

"Il dubbio che noi ci poniamo è questo: nonostante ci sia una sentenza passata in giudicato e che va assolutamente rispettata, siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta, ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte? Questa è una domanda che dovremmo porci tutti. Per un motivo molto semplice: se ci sono racconti di cronaca nera in cui a un certo punto - com’è accaduto ad Avetrana - si spettacolarizza il dolore, scompare la vittima perché siamo interessati a comprendere i segreti di tutti gli altri protagonisti della vicenda, se ci sono casi in cui i presunti colpevoli diventano addirittura personaggi da cui travestirsi a Carnevale (come accaduto con Michele Misseri), probabilmente tutto questo nasce anche da un desiderio del telespettatore di avere quel tipo di racconto. Dunque di chi è la responsabilità? Di chi offre quel racconto o di chi lo richiede? Aggiungo un altro particolare: il fatto che la pressione mediatica a un certo punto sia diventata - caso unico - talmente incontrollata, ha reso protagonista del racconto tutta la comunità avetranese, in una sorta di giallo salentino a basso costo. E dunque, per obbedire ai canoni televisivi, occorreva avere la ragazza grassa e brutta invidiosa della cugina, la tresca amorosa, lo zio succube della moglie dipinta come una megera con i capelli bianchi e vestita sempre di nero, e così via. Di fatto le persone, che fisiologicamente sono sempre un insieme di colori e mai tutte bianche o tutte nere, sono stati tagliate con l’accetta, sono diventate personaggi da inquadrare in determinati canoni che obbedissero alle ‘logiche’ di racconto televisivo. E così il paese tutto è diventato protagonista".

Come?

"Faccio un esempio banale: in quell’anno 2010 assistiamo a due casi che sono diventati mediatici, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Eppure parliamo del delitto di Sarah come del delitto di Avetrana. Il caso di Yara segue dinamiche totalmente diverse, anche per una maggiore compostezza da parte dei protagonisti, a cominciare dai genitori di Yara. Ad Avetrana, invece, tutti vengono coinvolti o si lasciano coinvolgere. Alcuni credono in quel momento di poter riuscire a gestire il circo mediatico, senza sapere che il circo mediatico li avrebbe evidentemente poi stritolati e sputati una volta che non servivano più. In sintesi Avetrana è stata una lente di ingrandimento sul cinismo dei giornalisti e degli autori televisivi, ma ancora di più sul voyeurismo macabro di noi telespettatori". 

La Corte europea dei Diritti dell’Uomo si potrebbe pronunciare su Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Potrebbe cambiare la narrazione della vicenda?

"Il caso potrebbe non essere chiuso. Sicuramente c’è una sentenza passata in giudicato, secondo cui Sabrina e Cosima sono colpevoli dell’omicidio e condannate all’ergastolo. Ma c’è una particolarità di questa vicenda, che anche questa rappresenta un unicum, una situazione chiasmica, per cui chi è in carcere con l’ergastolo si professa innocente e chi a breve uscirà dal carcere, ovvero Michele Misseri, si professa colpevole. Il ricorso presentato dai legali di Sabrina e Cosima ruota tutto intorno alla famosa figura del fioraio e il ricorso è stato dichiarato ammissibile. Questo significa che sarà discusso e ci potrebbero essere novità. Un particolare importante della serie è che noi, dopo 10 anni che non parlava con nessuno - e questo è sicuramente uno degli aspetti più esclusivi del documentario - siamo riusciti a intervistare il fioraio di Avetrana che offrirà un racconto che potrebbe avere dei risvolti per la comprensione del caso, al di là di come la si pensi. L’intervista al fioraio, che ha un ruolo centrale in questa storia, offre un quadro inaspettato".

Sarah, il giallo infinito su Sabrina Misseri: innocente o colpevole?

Yara Gambirasio, Alfredino Rampi, Maddie McCann, Mauro Romano, Sarah Scazzi. Perché le persone sono così affascinate e preoccupate per i casi di nera che riguardano l’infanzia?

"Io credo che la cronaca nera catturi l’attenzione, al di là del racconto morboso, perché ci porta a confrontarci, specie nei casi di infanzia, con gli aspetti più negletti, più nascosti dell’animo umano. Sarah viene uccisa, al di là di come la si veda, in casa Misseri, e cioè in quella che lei considerava la sua casa, la sua famiglia. Si considerava sorella di Sabrina. Questo ci fa capire come spesso ci troviamo davanti a episodi per cui persone inaspettate che fino a un momento prima consideravamo nostri amati, confidenti, amici o parenti, sono degli orchi e si trasformano in assassini. La cronaca nera di fatto ci spinge a riflettere sul fatto che c’è una parte nascosta, oscura in alcuni casi, all’interno dell’essere umano".

Cosa resta del caso Scazzi?

"Resta soprattutto Avetrana, un paese - questa fu la prima cosa che mi colpì - che per via dell’assurdo circo mediatico è legato indissolubilmente a quel caso ancora oggi. Gli abitanti di Avetrana, consapevoli di quello che è significato il caso Scazzi, sono molto più cauti nel rilasciare interviste. I giornalisti e i media in generale vengono guardati con sospetto e molta diffidenza dopo quello che è avvenuto 10 anni fa. Io credo però che, quando si affrontano questi casi, bisogna passare dal particolare all’universale: comprendere quello che il caso Scazzi può insegnare. Innanzitutto dal punto di vista del racconto mediatico. Ad Avetrana è successo qualcosa che difficilmente poi si è ripetuto: una sorta di tifoseria da stadio, secondo le persone per cui si parteggiava. La scena che rimane emblematica è l’arresto di Cosima, con le persone che inveivano, le sputavano contro, le buttavano addosso qualsiasi cosa. Una delle più brutte pagine del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Quella scena è l’apice di ciò che voglia dire un racconto interessato al morboso che supera ogni deontologia, distrugge ogni codice deontologico nella ricerca spesso del facile share, della curiosità inutile. Il caso di Sarah Scazzi ha segnato profondamente l’immaginario collettivo anche - purtroppo - per questo motivo". 

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Chi ha ucciso Sarah Scazzi? La vera storia del delitto di Avetrana. Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione del 21 febbraio del 2017, a uccidere Sarah Scazzi il 26 agosto del 2010 furono la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano. La storia della 15enne di Avetrana diventerà una docuserie in onda su Sky il 23 novembre. A cura di Gabriella Mazzeo su Fanpage.it il 23/11/2021. Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione emesso il 21 febbraio del 2017, ad uccidere Sarah Scazzi nel 2010 sono state la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, condannate all'ergastolo per omicidio volontario. Lo zio Michele Misseri invece è stato condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove relative al delitto. La quindicenne fu uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana, in provincia di Taranto. La storia dell'omicidio ebbe grande impatto mediatico: a intervenire fin dal primo momento in quello che sembrava essere il caso di una scomparsa fu il programma televisivo "Chi l'ha Visto?". L'annuncio del ritrovamento del corpo della ragazzina, avvenuto il 6 ottobre del 2010, fu dato nel corso della puntata della trasmissione di Rai 3 con la cugina Sabrina Misseri in collegamento da Avetrana. Michele Misseri fu interrogato nel corso della nottata per 10 ore e indicò agli investigatori il luogo in cui era stato occultato il cadavere. La storia dell'omicidio diventerà una serie-documentario in onda su Sky dal 23 novembre e in streaming su Now TV nello stesso giorno.

La scomparsa di Sarah Scazzi il 26 agosto 2010 

Sarah Scazzi è scomparsa il 26 agosto 2010, nell'arco dei 12 minuti necessari per percorrere 600 metri dalla sua abitazione fino a quella degli zii Michele Misseri e Cosima Serrano. La quindicenne avrebbe dovuto andare al mare con la cugina Sabrina allora 22enne. Le due, nonostante la differenza d'età, erano molto legate: la ragazza portava con sé la cugina più piccola durante le uscite serali con la comitiva di amici coetanei. Dopo la scomparsa, i testimoni raccontarono di aver visto la ragazzina percorrere la breve strada tra le due abitazioni. In seguito Sabrina affermò davanti agli inquirenti e alla stampa di non averla mai vista arrivare all'appuntamento. Dopo aver provato a chiamarla più volte, diede l'allarme alle forze dell'ordine. "L'hanno certamente rapita" disse all'amica Mariangela Spagnoletti che avrebbe dovuto andare in spiaggia con loro quel pomeriggio. La mamma di Sarah, Concetta Serrano, denunciò la scomparsa la sera stessa. La prima pista seguita dagli inquirenti (e dalla stampa) fu quella del rapimento a scopo di riscatto. Le condizioni economiche della famiglia Scazzi però non avrebbero giustificato un'azione del genere. La quindicenne, infatti, viveva da sola con la madre mentre il padre e il fratello Claudio lavoravano a Milano come muratori. La seconda strada percorsa quindi fu subito quella dell'allontanamento volontario per raggiungere gli altri due componenti della famiglia. Iniziarono quindi le indagini per individuare un complice che potesse averla aiutata a partire.

Lo zio Michele Misseri ritrova il cellulare di Sarah

Il 29 settembre del 2010 lo zio Michele Misseri ritrovò il cellulare della nipote in un uliveto. Il dispositivo era senza batteria e scheda Sim. Il contadino raccontò di essersi recato in campagna per recuperare un cacciavite dimenticato e di aver trovato in quelle circostanze il cellulare. Disse di aver riconosciuto il dispositivo elettronico grazie a un ciondolo a forma di lattina legato allo schermo. Il 29 settembre del 2010 Sarah era ormai scomparsa dal 33 giorni e le ricerche sembravano essere un continuo buco nell'acqua nonostante le continue segnalazioni di avvistamenti in tutta Italia.

La confessione di Misseri e il corpo ritrovato in diretta TV

Lo zio affrontò cinque giorni di interrogatori prima di confessare il 6 ottobre del 2010. Agli inquirenti disse di aver ucciso Sarah con una corda all'interno del suo garage. Durante la confessione aggiunse di aver abusato della nipote dopo averle tolto la vita per poi gettare il corpo in un pozzo. La sera del 6 ottobre Federica Sciarelli annunciò in diretta TV l'ultimo sviluppo delle indagini durante il collegamento con la cugina Sabrina e la mamma della quindicenne Concetta Serrano. Misseri, portato in carcere, cambiò presto versione: il 15 ottobre chiamò in causa la figlia Sabrina, sostenendo di aver ucciso la quindicenne mentre lei la tratteneva. L'autopsia nel frattempo smentì l'abuso sessuale sul cadavere e in una nuova ulteriore versione dei fatti lo zio di Avetrana attribuì tutte le responsabilità alla figlia, rivelando di aver partecipato solo all'occultamento di cadavere.

Il fermo di Sabrina e la gelosia per Ivano Russo

La cugina Sabrina fu arrestata all'età di 22 anni il 15 ottobre del 2010 con l'accusa di omicidio volontario. Il movente fu fornito dal padre Michele durante l'ultimo interrogatorio: la figlia aveva litigato con Sarah per un ragazzo proprio il giorno prima del delitto. Le due si erano infatti innamorate di Ivano Russo, un amico dell'allora 22enne. Ignaro dei sentimenti di Sarah, Ivano aveva avuto una relazione con Sabrina e aveva poi interrotto il rapporto bruscamente. Gli inquirenti iniziarono quindi ad analizzare gli sms scambiati con la ragazza a caccia di ulteriori indizi. Il 26enne raccontò più volte alle forze dell'ordine dei suoi rapporti con la quindicenne Sarah, reputata "una bambina e una tenera amica". Agli inquirenti disse di non aver mai neppure intuito i sentimenti della quindicenne. Sostenne inoltre di non aver mai incontrato la ragazzina prima dell'omicidio. Secondo i giudici del "processo ai silenzi sul caso Avetrana" chiuso nel 2020, Ivano ha mentito per 10 anni sul suo ruolo nel delitto. L'allora 26enne avrebbe infatti incontrato Sabrina e la cugina circa 30 minuti prima dell'omicidio, contrariamente a quanto detto in aula. Secondo i magistrati, anche la madre e il fratello del giovane si resero complici della falsa ricostruzione fornita ai pm. Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione

L'arresto di Cosima Serrano 

Con gli sviluppi sulle indagini la figura di Cosima Serrano iniziò ad acquisire sempre più importanza. La donna non fu mai nominata da Misseri negli interrogatori e rimase per lungo tempo sempre sullo sfondo. I cittadini di Avetrana però iniziarono a confessare nuovi dettagli agli inquirenti: il fioraio del posto raccontò di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah in auto per poi costringerla a salire a bordo. Successivamente ritrattò quanto rivelato dicendo di aver "sognato tutto". L'uomo fu accusato di false dichiarazioni al pm. Le indagini culminarono nell'arresto di Cosima il 26 maggio del 2011 con l'accusa di concorso in omicidio e sequestro di persona. Cambiò anche la posizione di Michele, ritenuto responsabile solo della soppressione di cadavere. Secondo gli inquirenti, Cosima non aveva buoni rapporti con la sorella Concetta ormai da diversi anni. La donna aveva comunque continuato a vedere la nipote Sarah, legatissima alla sua famiglia e alla cugina 22enne. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe aiutato Sabrina ad uccidere la ragazzina spinta dall'astio nei confronti della sorella e dalla nuova rivalità tra la figlia 22enne e la vittima.

Com'è stata uccisa Sarah Scazzi: la ricostruzione della dinamica

Nella mattinata del 26 agosto 2010, Sarah avrebbe raggiunto casa della cugina per andare insieme a lei in spiaggia. Secondo quanto appurato in seguito dalle indagini sui depistaggi, Sabrina e la cugina 15enne avrebbero incontrato Ivano Russo in paese. L'allora 26enne avrebbe visto le due litigare animatamente e si sarebbe allontanato in fretta consapevole di essere lui l'oggetto della discussione. La 15enne avrebbe infatti rivelato ad alcuni amici più grandi che Sabrina era stata respinta da Ivano poco prima di un rapporto sessuale, scatenando così l'ira della cugina. La confessione, secondo quanto sostenuto dall'accusa, avrebbe potuto "compromettere" la reputazione di Sabrina nel piccolo centro. Il nuovo astio tra le due avrebbe portato la 22enne ad aggredire e uccidere Sarah all'interno della propria abitazione con l'ausilio di una cintura. Dopo l'omicidio, il corpo è stato portato in garage e fatto successivamente sparire dallo zio Michele con l'aiuto del fratello Carmine e del nipote Cosimo Cosma. Secondo i pm, il delitto è stato l'apice di una situazione di estrema tensione tra i nuclei familiari di Sabrina e Sarah.

Le condanne definitive a Michele Misseri, Sabrina Misseri e Cosima Serrano 

Il 21 febbraio del 2017 la Cassazione confermò l'ergastolo per Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano ritenendo giusta la sentenza già emessa il 27 luglio del 2015 dai giudici d'appello. Michele Misseri, zio della vittima, fu condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere. Insieme ai tre principali protagonisti della vicenda furono condannati nel 2013 anche Carmine Misseri, fratello dello zio Michele e il nipote Cosimo Cosma. I due, secondo i magistrati, aiutarono il nucleo familiare ad occultare il corpo della 15enne gettandolo in un pozzo e coprendolo con un masso per evitare che le forze dell'ordine potessero individuarlo. Per entrambi i giudici decretarono 6 anni di reclusione con relativa interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, morì nel 2014 dopo una lunga malattia. Condannato nell'ambito del troncone del processo sui depistaggi riguardanti il caso di Avetrana anche Ivano Russo, il 26enne oggetto della lite tra Sabrina e Sarah poco prima dell'omicidio. Il giovane avrebbe dovuto scontare in primo grado 5 anni di reclusione per l'accusa di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise. Per lui il reato è entrato in prescrizione nel giugno di quest'anno. Nella tortuosa e complessa inchiesta sul giallo di Avetrana sono finiti anche personaggi legati in maniera fortuita alla famiglia Misseri. Questo è il caso di Giuseppe Nigro, albergatore che per mesi ospitò nella sua struttura le troupe televisive e i giornalisti impegnati a seguire il caso. L'uomo avrebbe, secondo gli inquirenti, cercato di coprire la suocera Cosima Serrano fornendole un alibi per il giorno del delitto. Nigro è stato condannato a 2 anni di reclusione e gli è stata consentita la sospensione condizionale della pena. Condannato a un anno e quattro mesi (con sospensione della pena) Vito Russo Jr, ex legale di Sabrina Misseri, per favoreggiamento personale.

Le ultime notizie sul delitto

Le ultime novità riguardanti il processo per il delitto di Avetrana sono inerenti alle condanne sul secondo tronco delle indagini per depistaggio. Sono state infatti annullate le condanne di Ivano Russo e Michele Misseri che in questo frangente avrebbe dovuto scontare 4 anni di reclusione per aver mentito ai giudici autoincolpandosi del delitto. La condanna a 3 anni di reclusione è caduta in prescrizione anche per Alessio Pisello, amico di Sarah e Sabrina accusato di falsa testimonianza, Elena Baldari (mamma di Ivano), Anna Lucia Pilchierri (moglie di Carmine Misseri), Claudio Russo (fratello di Ivano). Nonostante le condanne definitive emesse sono ancora diversi i dettagli non chiari della vicenda di Avetrana: tutti i dubbi sul caso sono stati raccolti in un libro edito da Fandango.

Una luce bellissima. Il meme che condivido con Sarah Scazzi e lo stigma dell’essere grassa. Guia Soncini su L'Inkiesta il 19 Novembre 2021. In un’epoca in cui ogni brodo è allungato e tutto vorresti durasse meno, le quattro puntate del documentario di Sky sull’assassinio della giovane di Avetrana dovrebbero essere quaranta. Quel caso di cronaca era letteratura perché i personaggi erano perfetti, a rivederli non dici neanche per un attimo «come ho fatto a perderci tanto tempo». Come tutti i thriller, Sarah – La ragazza di Avetrana comincia spacciando un posto tremendo per un paradiso. La prima intervistata dice che quella è una terra bellissima per merito della luce, e lo spettatore non può non pensare che tutti i posti invivibili, da Los Angeles a Roma, si vantano della luce. Nessuno che viva a New York ti parla mai della luce (non di quella naturale, al massimo delle mille luci della città), ma – se tutto intorno è campi o autostrada o immondizia – allora la luce è tutto quel che hai. Era il 2010. Era un’altra vita. Il documentario sull’assassinio di Sarah Scazzi (sono quattro puntate, su Sky da martedì prossimo) non si sarebbe mai intitolato così. Esistevano i social, ma sui social passavamo pochissimo tempo, e quel pochissimo tempo non lo dedicavamo alle militanze fesse. Nessuno aveva ancora tirato fuori la prescrittività del mettere la vittima al centro della scena: sapevamo che quelli interessanti sono gli assassini, che le vittime perlopiù passano di lì per caso. Sapevamo come si chiamava Raskolnikov, mica la vecchia. Avetrana era letteratura, e non lo era solo perché ormai tutto è letteratura, tranne la letteratura. Non lo era solo per le mie amiche, gente che parla della Sciarelli come fosse Truman Capote e di Franca Leosini come fosse Emmanuel Carrère. Avetrana era letteratura perché i personaggi erano perfetti, a rivederli non dici neanche per un attimo «come ho fatto a perderci tanto tempo», anzi: le quattro puntate su Avetrana, in un’epoca in cui ogni brodo è allungato e tutto vorresti durasse meno, sono quattro puntate dopo le quali ne vorresti altre quaranta (credo di averlo già detto: è lo stesso effetto che mi ha fatto l’American Crime Story sulla vicenda Lewinsky; è un effetto che non mi fa quasi più niente, nell’eccesso d’offerta corrente). È perfetto il fratello di Sarah, che allora pareva fosse aspirante tronista (ma ha fatto causa – e vinto – a chi scrisse che era diventato cliente di Lele Mora, agente di Aspiranti Qualsiasicosa). È perfetta Valentina, l’unica Misseri non accusata di niente, che sbuffa e scalpita e difende la sorella e nega che Sabrina fosse gelosa, e dice che la madre di Sarah preferiva la figlia uscisse con la cugina che coi compagni di scuola, con cui magari «intraprendeva l’uso delle droghe». È perfetta la madre della vittima, coi capelli rosso menopausa e il parlare dei testimoni di Geova dai quali la figlia si era allontanata. È perfetta la madre cupa di Sabrina, che nonostante il marito reclamasse per sé il ruolo dell’assassino è stata condannata assieme alla figlia. È perfetto quello che tutt’Italia chiamava «zio Michele», scognomandolo come si fa coi veri divi, lui e le sue mille versioni contraddittorie, lui e il suo italiano pericolante, lui e il suo essere troppo verghiano per essere finto. A un certo punto nel documentario qualcuno descrive Cosima Misseri – madre di Sabrina, moglie di Michele – come una che nella vita aveva avuto poche soddisfazioni, e il dettaglio che scelgono di utilizzare è «non è mai andata a teatro», che è al tempo stesso esilarante e straziante. Se solo avesse abitato nei pressi d’un teatro di prosa cui abbonarsi, se solo la visione d’un qualche Ronconi avesse potuto redimerla. Non so se nel 2010 si parlasse, rispetto a certe immagini buffe, di «meme»; di sicuro non era una parola del nostro gergo quotidiano. Eppure Avetrana è il primo (forse l’unico) meme che mi abbia riguardata. C’era una foto di Sarah e Sabrina. Sarah era la ragazza morta, la biondina gracile, timida, più piccola delle cugine, forse amata da un oggetto del desiderio conteso (Ivano, uno guardando il quale l’Italia metropolitana diceva il rosario ringraziando di non vivere in realtà rurali in cui ti toccava litigarti un così inutile pezzo di carne). Sabrina era la cugina che forse l’ha uccisa (attualmente divide con la madre la cella in cui scontano l’ergastolo, e già solo l’idea di quelle due a vita nella stessa cella potrebbe fare per il romanzo italiano ciò che neanche Gadda è riuscito a fare finora). Sabrina era mora, era volitiva, soprattutto era grassa. Essere grassa è un carattere; lo è agli occhi del pubblico, che è l’unica cosa che conta (checché ne dicano quelle che cianciano d’essere dimagrite «per me stessa»). Sabrina era grassa quindi era invidiosa della cugina; Sabrina era grassa quindi Ivano non poteva volere lei invece della biondina esile; Sabrina era grassa quindi era un’assassina. Julie Burchill, una giornalista inglese che è stata grassa per molta parte della sua vita, racconta che, quando suo figlio si è suicidato, per il dolore è dimagrita moltissimo. Tutti le dicevano sollevati: ma come stai bene. Puoi dimagrire per un lutto, per una malattia terminale, per un esaurimento nervoso: comunque la platea la considererà una buona notizia. La platea siamo noi, nessuno si senta escluso: quando la mettono in carcere, Sabrina Misseri dimagrisce moltissimo. Questo nel documentario non c’è, ma c’è nelle moltissime mail in cui si parla di Avetrana custodite nella mia casella di posta: la me men che quarantenne considerava che un ergastolo non fosse poi malaccio, se in cambio ne ricavavi una 42. (Ho amiche che la pensano ancora così. Forse tutto sommato anch’io la penso ancora così, in caso di priorità estetica: se tieni moltissimo a essere apprezzata da chi ti guarda, essere magra è metà del lavoro). Insomma, il meme (mica ve ne sarete dimenticati dopo meno d’una decina di paragrafi di divagazioni). C’era questa foto con Sabrina e Sarah, e un amico le affiancò una foto fatta durante una tavolata, davanti a dei fritti (i veri colpevoli). C’ero io – Sabrina l’assassina – e una ragazza tedesca che frequentavamo in quegli anni. La biondina. Quella destinata a soccombere. Eravamo identiche alle ragazze della cronaca nera. Qualcuno si raccomandò di non farla vedere alla tedesca: essere la vittima non era ancora un complimento. La foto era stata scattata in un ristorante di Trastevere: uno di quei ristoranti romani in cui si mangia male, ma c’è una luce bellissima.

La vicenda di Avetrana tra caso criminale e format mediatico. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 23 novembre 2021. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky: più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. «Sarah. La ragazza di Avetrana» è la nuova docu-serie Sky Original prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) che ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. È il 26 agosto del 2010 quando Sarah esce di casa per non farci più ritorno. La denuncia della scomparsa da parte della famiglia finisce in tragedia dopo quarantadue giorni di ricerche. Intanto Avetrana si trasforma in un set a cielo aperto la cui svolta è la rivelazione in diretta televisiva a Concetta Serrano della sorte della figlia. Le quattro puntate non riescono a cancellare quello che è stato il primo reality show collettivo dell’orrore, cui molte trasmissioni hanno alacremente collaborato, il «The Sarah Scazzi Horror Picture Show» della tv italiana, una delle pagine più oscure della nostra tv. Certo, conduttori, opinionisti e audience senza scrupoli non aspettano altro: il delitto, il clima torbido, i parenti perversi, il fratello che ogni volta si aggiustava il capellino prima di apparire. Più il materiale è fragile più è facile costruire lo show. Ma se è vero che i media sono un nuovo ecosistema, allora è anche vero che psicologia dei singoli e cultura della comunità giocano un ruolo fondamentale. Anche nell’habitat televisivo, come nella vita, esistono discriminazioni sociali, culturali, linguistiche. E sappiamo anche che tutto è iniziato con Vermicino. Serializzare il dramma, come hanno fatto molti programmi, significa non soltanto riproporre in continuazione un episodio di cronaca nera particolarmente doloroso, significa anche trasformare l’angoscia in un format. Non è un problema morale, è innanzitutto un problema linguistico. Forse non era così importante ricostruire nei dettagli il caso criminale, forse bisognava avere il coraggio di squadernare il caso mediatico. 

"Sarah. La ragazza di Avetrana". Sarah Scazzi, il giallo di Avetrana diventa una serie tv Sky: luci e ombre sull’omicidio che sconvolse l’Italia. Gianni Emili su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Una docu-serie destinata a far discutere. ‘Sarah. La ragazza di Avetrana’ ricostruisce in quattro puntate la scomparsa di Sarah Scazzi, avvenuta nell’agosto di undici anni fa nel tarantino, ripercorrendo tutta la vicenda concentrandosi in particolare sulla sua spettacolarizzazione.  Secondo il verdetto della Corte Suprema di Cassazione emesso il 21 febbraio del 2017, ad uccidere Sarah Scazzi nel 2010 sono state la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per omicidio volontario. Lo zio Michele Misseri invece è stato condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove relative al delitto. Sarah fu uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana, in provincia di Taranto, a soli quindici anni. La storia dell’omicidio ebbe grande impatto mediatico: a intervenire fin dal primo momento in quello che sembrava essere il caso di una scomparsa fu il programma televisivo ‘Chi l’ha Visto?’. L’annuncio del ritrovamento del corpo della ragazzina, avvenuto il 6 ottobre del 2010, fu dato nel corso della puntata della trasmissione di Rai 3 con la cugina Sabrina Misseri in collegamento da Avetrana. Michele Misseri fu interrogato nel corso della nottata per 10 ore e indicò agli investigatori il luogo in cui era stato occultato il cadavere. Ora la storia dell’omicidio diventerà una serie-documentario in onda su Sky dal 23 novembre e in streaming su Now TV. LA SCOMPARSA – Nell’arco dei 12 minuti necessari per percorrere 600 metri dalla sua abitazione fino a quella degli zii Michele Misseri e Cosima Serrano, Sarah sparisce. La quindicenne si stava dirigendo verso casa della cugina Sabrina allora 22enne, e insieme sarebbero dovute andare al mare. Nonostante la differenza d’età, erano molto legate. Sabrina portava con sé Sarah durante le uscite serali con la comitiva di suoi coetanei. Dopo la sua sparizione i testimoni raccontarono di aver visto la ragazzina percorrere la breve strada tra le due abitazioni. In seguito Sabrina affermò davanti agli inquirenti e alla stampa di non averla mai vista arrivare all’appuntamento. Dopo aver provato a chiamarla più volte, diede l’allarme alle forze dell’ordine. “L’hanno certamente rapita” disse all’amica Mariangela Spagnoletti che avrebbe dovuto andare in spiaggia con loro quel pomeriggio. Concetta Serrano, la mamma di Sarah, denunciò la scomparsa la sera stessa. La prima pista seguita dagli inquirenti (e dalla stampa) fu quella del rapimento a scopo di riscatto. Le condizioni economiche della famiglia Scazzi però non avrebbero giustificato un’azione del genere. La quindicenne, infatti, viveva da sola con la madre mentre il padre e il fratello Claudio lavoravano a Milano come muratori. La seconda strada percorsa quindi fu subito quella dell’allontanamento volontario per raggiungere gli altri due componenti della famiglia. Iniziarono quindi le indagini per individuare un complice che potesse averla aiutata a partire. ZIO MICHELE E IL CELLULARE – Il 29 settembre del 2010 lo zio Michele Misseri ritrovò il cellulare della nipote in un uliveto. Il dispositivo era senza batteria e scheda sim. Misseri raccontò di essersi recato in campagna per recuperare un cacciavite dimenticato e di aver trovato in quelle circostanze il cellulare. Disse di aver riconosciuto il dispositivo elettronico grazie a un ciondolo a forma di lattina legato allo schermo. Il 29 settembre del 2010 Sarah era ormai scomparsa dal 33 giorni e le ricerche sembravano essere un continuo buco nell’acqua nonostante le continue segnalazioni di avvistamenti in tutta Italia.

IL RITROVAMENTO IN DIRETTA E LA CONFESSIONE – Misseri affrontò cinque giorni di interrogatori prima di confessare il 6 ottobre del 2010. Agli inquirenti disse di aver ucciso Sarah con una corda all’interno del suo garage. Durante la confessione aggiunse di aver abusato della nipote dopo averle tolto la vita per poi gettare il corpo in un pozzo. La sera del 6 ottobre Federica Sciarelli annunciò in diretta tv l’ultimo sviluppo delle indagini durante il collegamento con la cugina Sabrina e la mamma della quindicenne Concetta Serrano. Una volta in carcere Misseri cambiò presto versione: il 15 ottobre chiamò in causa la figlia Sabrina, sostenendo di aver ucciso la quindicenne mentre lei la tratteneva. L’autopsia nel frattempo smentì l’abuso sessuale sul cadavere e in una nuova ulteriore versione dei fatti lo zio di Avetrana attribuì tutte le responsabilità alla figlia, rivelando di aver partecipato solo all’occultamento di cadavere.

LA GELOSIA DI SABRINA – La cugina fu arrestata il 15 ottobre del 2010 con l’accusa di omicidio volontario. Il movente fu fornito dal padre Michele durante l’ultimo interrogatorio: la figlia aveva litigato con Sarah per un ragazzo proprio il giorno prima del delitto. Le due si erano infatti innamorate di Ivano Russo, un amico dell’allora 22enne. Ignaro dei sentimenti di Sarah, Ivano aveva avuto una relazione con Sabrina e aveva poi interrotto il rapporto bruscamente. Gli inquirenti analizzarono gli sms scambiati con la ragazza a caccia di ulteriori indizi. Ivano Russo, allora 26enne, raccontò dei suoi rapporti con la quindicenne Sarah, reputata “una bambina e una tenera amica”. Agli inquirenti disse di non aver mai neppure intuito i sentimenti della quindicenne. Sostenne inoltre di non aver mai incontrato la ragazzina prima dell’omicidio.

Secondo i giudici del ‘processo ai silenzi sul caso Avetrana’ chiuso nel 2020, Ivano ha mentito per 10 anni sul suo ruolo nel delitto. L’allora 26enne avrebbe infatti incontrato Sabrina e la cugina circa 30 minuti prima dell’omicidio, contrariamente a quanto detto in aula. Secondo i magistrati, anche la madre e il fratello del giovane si resero complici della falsa ricostruzione fornita ai pm. Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione

IL RUOLO DI ZIA COSIMA – Con il prosieguo delle indagini la figura di Cosima Serrano iniziò ad assumere sempre più rilevanza nella storia. Il fioraio del posto raccontò di aver visto Sabrina e Cosima inseguire Sarah in auto per poi costringerla a salire a bordo. Successivamente ritrattò quanto rivelato dicendo di aver “sognato tutto”. L’uomo fu accusato di false dichiarazioni al pm. Le indagini si conclusero con l’arresto di Cosima il 26 maggio del 2011 accusata di concorso in omicidio e sequestro di persona. Cambiò anche la posizione di Michele, ritenuto responsabile solo di aver occultato il cadavere. Secondo gli inquirenti, Cosima non aveva buoni rapporti con la sorella Concetta ormai da diversi anni. La donna aveva comunque continuato a vedere la nipote Sarah, legatissima alla sua famiglia e alla cugina 22enne. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe aiutato Sabrina ad uccidere la ragazzina spinta dall’astio nei confronti della sorella e dalla nuova rivalità tra la figlia 22enne e la vittima.

LA DINAMICA DELL’OMICIDIO – Sarah avrebbe raggiunto casa della cugina per andare insieme a lei in spiaggia la mattina del 26 agosto 2010. Uscite da casa Sabrina e la cugina 15enne avrebbero incontrato Ivano Russo in paese. L’allora 26enne avrebbe visto le due litigare animatamente e si sarebbe allontanato in fretta consapevole di essere lui l’oggetto della discussione. La 15enne avrebbe infatti rivelato ad alcuni amici più grandi che Sabrina era stata respinta da Ivano poco prima di un rapporto sessuale, scatenando così l’ira della cugina. La confessione avrebbe potuto compromettere la reputazione di Sabrina nel piccolo centro , secondo quanto sostenuto dall’accusa. Quindi l’astio tra le due avrebbe portato la 22enne ad aggredire e uccidere Sarah all’interno della propria abitazione con l’ausilio di una cintura. Dopo l’omicidio, il corpo è stato portato in garage e fatto successivamente sparire dallo zio Michele con l’aiuto del fratello Carmine e del nipote Cosimo Cosma. Secondo i pm, il delitto è stato l’apice di una situazione di estrema tensione tra i nuclei familiari di Sabrina e Sarah.

LE CONDANNE – Il 21 febbraio del 2017 la Cassazione confermò l’ergastolo per Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano ritenendo giusta la sentenza già emessa il 27 luglio del 2015 dai giudici d’appello. Michele Misseri, zio della vittima, fu condannato a 8 anni di reclusione per occultamento di cadavere. Insieme ai tre principali protagonisti della vicenda furono condannati nel 2013 anche Carmine Misseri, fratello dello zio Michele e il nipote Cosimo Cosma. I due, secondo i magistrati, aiutarono il nucleo familiare ad occultare il corpo della 15enne gettandolo in un pozzo e coprendolo con un masso per evitare che le forze dell’ordine potessero individuarlo. Per entrambi i giudici decretarono 6 anni di reclusione con relativa interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, morì nel 2014 dopo una lunga malattia. Condannato nell’ambito del troncone del processo sui depistaggi riguardanti il caso di Avetrana anche Ivano Russo, il 26enne oggetto della lite tra Sabrina e Sarah poco prima dell’omicidio. Il giovane avrebbe dovuto scontare in primo grado 5 anni di reclusione per l’accusa di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d’Assise. Per lui il reato è entrato in prescrizione nel giugno di quest’anno. Nel vortice dell’inchiesta sul giallo di Avetrana sono stati risucchiati anche personaggi legati in maniera fortuita alla famiglia Misseri. Questo è il caso di Giuseppe Nigro, albergatore che per mesi ospitò nella sua struttura le troupe televisive e i giornalisti impegnati a seguire il caso. L’uomo avrebbe, secondo gli inquirenti, cercato di coprire la suocera Cosima Serrano fornendole un alibi per il giorno del delitto. Nigro è stato condannato a 2 anni di reclusione e gli è stata consentita la sospensione condizionale della pena. Condannato a un anno e quattro mesi (con sospensione della pena) Vito Russo Jr, ex legale di Sabrina Misseri, per favoreggiamento personale.

LE ULTIME NOTIZIE – Le ultime novità riguardano il secondo troncone delle indagini per depistaggio. Sono state infatti annullate le condanne di Ivano Russo e Michele Misseri che in questo frangente avrebbe dovuto scontare 4 anni di reclusione per aver mentito ai giudici autoincolpandosi del delitto. La condanna a 3 anni di reclusione è caduta in prescrizione anche per Alessio Pisello, amico di Sarah e Sabrina accusato di falsa testimonianza, Elena Baldari (mamma di Ivano Russo), Anna Lucia Pilchierri (moglie di Carmine Misseri), Claudio Russo (fratello di Ivano). La nuova docu serie: Sarah. La ragazza di Avetrana, è una riflessione su un caso che ha ancora molti coni d’ombra e, nonostante tre sentenze abbiano messo un punto sulla vicenda giudiziaria dell’omicidio di Sarah Scazzi, qualcuno sta ancora lottando per affermare un’altra verità. Come Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra gli intervistati della serie anche il fioraio di Avetrana, testimone chiave del processo, che per la prima volta dopo dieci anni, torna a raccontare la sua versione dei fatti. Gianni Emili

Denise Pipitone: giornalisti denunciati per violenza privata da dieci mazaresi. Debora Faravelli il 21/06/2021 su Notizie.it. Alcuni giornalisti che si occupano del caso di Denise Pipitone sono stati denunciati da dieci mazaresi: l'accusa è di violenza privata. Dieci cittadini di Mazara del Vallo hanno denunciato i giornalisti di Ore14, aggrediti mentre stavano realizzando un servizio sul caso di Denise Pipitone, per violenza privata. Ad annunciarlo è stato il conduttore Milo Infante che sul suo profilo Instagram ha affermato che nella puntata di lunedì 21 Piera Maggio, la madre della bimba scomparsa nel 2004, approfondirà insieme a lui le figure di Gaspare Ghaleb e Francesca Adamo, rispettivamente il compagno di Jessica Pulizzi e la collega di Anna Corona che ha messo l’orario falso di uscita dal lavoro della stessa Anna. “Parleremo poi dei 10 mazaresi che hanno denunciato i giornalisti per violenza privata. Tra questi c’è anche l’aggressore del nostro inviato”, ha aggiunto. Il riferimento è all’aggressione subita da Fadi El Hnoud, sul posto per realizzare interviste sul caso. Un uomo lo ha minacciato (“Vi uccido”) per poi aggredirlo fisicamente. Quest’ultimo ha denunciato subito l’accaduto alla locale caserma dei Carabinieri che hanno identificato l’aggressore, ripreso in volto dalle telecamere. A rendere noto l’episodio era stata una nota di Unisgrai in cui, esprimendo solidarietà ai colleghi aggrediti, gli autori si erano detti pronti ad essere parte civile contro chi li ha minacciati. “A Mazara del Vallo le telecamere della Rai danno fastidio a chi non vuole che i cittadini siano informati”, aveva poi aggiunto un comunicato di Fnsi.

La tv del dolore ha superato ogni limite. Andrea Valesini su L'Eco di Bergamo Domenica 20 Giugno 2021. Appena 54 secondi, ma è un pugno nello stomaco. Il video che ritrae gli ultimi istanti del viaggio della funivia del Mottarone (fino allo schianto a terra) e di vita di 14 dei suoi 15 passeggeri è andato in scena in tv, con sovrapposta in un angolo la scritta «Esclusiva Tg3», firma dello scoop e ostentazione dell’orgoglio. Poi quel macabro documento è finito su altri media e sui social, visto da milioni di persone. A giustificare la messa in onda si è ricorsi al solito, ipocrita e pigro «diritto di cronaca». Ma quel diritto se non è accompagnato dal dovere di rispettare le persone e di non esporle al pubblico almeno in punto di morte, apre alla barbarie. Un limite invalicabile ormai invece superato. Nemmeno i parenti delle vittime del Mottarone avevano ancora visionato il video. È strano che uno scrittore sensibile come Ferdinando Camon difenda la diffusione delle terrificanti immagini perché «la verità non va nascosta». Proprio lui che vive di un uso sapiente delle parole dovrebbe sapere che gli ultimi istanti del viaggio della funivia sono stati raccontati dai giornali fin nei dettagli e che altri video simulano perfettamente l’accaduto, praticamente sovrapponibili senza sbavature all’originale. La verità poi non sono quelle immagini che ne costituiscono una parte, ma la risposta alla domanda: se dei freni di emergenza manomessi sappiamo molto, perché la fune si è spezzata? Peraltro in questa vicenda c’è anche un risvolto penale. La Procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, in un comunicato ha sottolineato come la pubblicazione del video sia vietata dalla legge, trattandosi di atti di indagine che, benché depositati per le parti e non più coperti da segreto, «sono relativi a procedimenti in fase di indagini preliminari». Ora però la Procuratrice dovrebbe andare fino in fondo: essendo la diffusione un reato penale, appurare da dove è uscito il materiale riservato. La vicenda è tanto più grave perché l’osceno e irrispettoso «scoop» è stato realizzato dal tg di un canale della tv pubblica, che non dovrebbe rispondere a logiche di audience greve. Andrea Valesini

Eriksen a terra e la tragedia del Mottarone: tv e social sbattono la morte in diretta. Oltre il limite. Hoara Borselli domenica 20 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Le immagini di Christian Eriksen disteso a terra che lotta tra la vita e la morte. E il video shock della tragedia della funivia del Mottarone sono solo alcuni tra gli ultimi casi di cronaca che accendono il faro sul tema della spettacolarizzazione dell’informazione. Quale è il confine etico e morale tra ciò che è idoneo o meno rendere pubblico? La tragedia della funivia del Mottarone ci ha ricordato ancora una volta come in molti preferiscano i dettagli più macabri rispetto ad un’informazione vera e attendibile. Accendendo i riflettori sull’istante in cui le persone perdono la vita in modo così sconvolgente si compie un doppio errore: di deontologia e anche di difesa del giornalismo. Sono diventate virali in pochi istanti le immagini che durano poco più di un minuto: la cabina che sale. Che sembra essere arrivata a destinazione. Ma che poi scivola velocemente verso giù e cade nel vuoto. E dentro, visibili, le 15 persone che sono precipitate giù: 14 delle quali hanno perso la vita. Un’immagine drammatica che tutti, mentalmente, avevamo ricostruito dopo il resoconto giornalistico della tragedia. E che adesso rimbalza su tutti i social andando ad alimentare quella morbosità macabra di cui sembra non si riesca più a fare a meno. Il video, pubblicato in esclusiva dal Tg3, e rilanciato da tutte le testate, ha generato una sorta di corsa alla condivisione per non rimanere indietro su nulla. Altrettanto sconvolgenti le scene del malore di Christian Eriksen, il giocatore danese trasmesso in diretta tv, con le immagini che si soffermano sul volto esanime dopo il malessere, a cercare quell’istante morboso di chi si trova a vivere un dramma sotto i riflettori. Un Truman show del dolore che con il diritto di cronaca segna una distonia netta. Emblematico l’abbraccio con cui i compagni di squadra di Christian hanno preservato la privacy per la tragicità del momento. Dando una lezione al mondo e alla stessa informazione che per diritto di cronaca non si ferma. Invece quel momento andava fermato. Raccontato per capire come stesse il calciatore, ma spegnendo immediatamente i riflettori per non alimentare quel voyeurismo insano, maniacale. I commenti indignati da parte degli utenti social dei canali delle testate che hanno fatto la scelta di mandare in onda sia le immagini della funivia che quelle del calciatore danese a terra, a distanza di poco tempo hanno suscitato un’indignazione comune legata dal filo invisibile della spettacolarizzazione del dolore. Rendere fruibile le immagini che documentano gli istanti di vita dei drammi non aggiunge niente all’informazione. Ma fa emergere l’assioma della “pornografia del dolore”. Esemplificative in questo senso sono le parole riportate da Mario Morcellini, direttore della Scuola di Comunicazione Unitelma Sapienza: «Mettere in diretta le grida della disperazione, a me sembra che non sia un esercizio di informazione». La questione sulla sulla deontologia giornalistica diventa centrale. Il giornalismo che riesce a raccontare senza eccedere nel morboso dell’occhio che non deve spegnere mai la luce, è un punto focale. Ci vuole responsabilità. Essere in diretta con il dolore ha poco a che fare con la rappresentazione dell’informazione a livello di cronaca giornalistica. È innegabile che stia cambiando il rapporto tra verità in diretta e dramma del momento comunicativo. I social ci seguono ovunque, amplificando ciò che parte dalla tv. E la drammaticità morbosa diventa protagonista. L’ultimo tassello della cronaca nera in diretta sta diventando la nostra informazione quotidiana.

Estinto il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale per Michele Misseri: prescritto il reato penale.  Manduria Oggi il 12/11/2021. La causa proseguirà in sede civile per quel che attiene il profilo risarcitorio. Il debito con la giustizia per “zio Michele” si estinguerà fra due anni Prescritto il reato di calunnia nei confronti del suo ex avvocato per Michele Misseri. Nei giorni scorsi, presso il Tribunale di Lecce, c’è stata l’udienza del processo che ha visto imputato Michele Misseri per il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale e della sua ex consulente di parte. In quella sede, il giudice ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Michele Misseri per l’intervenuta prescrizione del reato. Determinando così il trasferimento della causa, per quel che attiene il profilo risarcitorio, in sede civile. Zio Michele ha seguito l’udienza in video conferenza dal carcere di Lecce ove è detenuto e, nel frattempo, il suo nuovo legale, l’avv. Ennio Blasi, ha annunciato la sua prossima mossa: entro fine anno chiederà al magistrato di sorveglianza che il suo assistito possa scontare la restante parte della pena in regime di detenzione domiciliare. Misseri, difatti, è stato condannato ad 8 anni di reclusione ma, grazie ai benefici di legge – che prevedono uno sconto di pena di 45 giorni ogni semestre di detenzione – estinguerà il proprio debito con la giustizia già il 15 novembre 2024. L’uomo, però, ha fatto sapere di voler trascorrere gli anni che restano nella villetta di via Deledda, ad Avetrana, non potendo più fare a meno di tornare a lavorare nei campi.

Omicidio Sarah Scazzi, Michele Misseri prosciolto da reato di calunnia. E ora non porta più la fede. Il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi, 15 anni, è stata privata della sua esistenza per mano della cugina, Sabrina Misseri, e della madre di quest’ultima, Cosima Serrano. Entrambe condannate all’ergastolo con l’accusa di omicidio volontario, per la soppressione del cadavere è stato condannato Michele Misseri, zio di Sarah e padre di Sabrina. Nel frattempo, lo scorso 5 novembre è stata pronunciata nei confronti di quest’ultimo l’estinzione del reato di calunnia. E, intanto, il suo nuovo legale si prepara a chiedere al magistrato di sorveglianza la concessione al proprio assistito della possibilità di scontare la restante parte della pena nella casa degli orrori ad Avetrana. Anna Vagli su Fanpage.it il 9 novembre 2021.

Il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi, 15 anni appena, è stata uccisa ad Avetrana. Per la giustizia italiana a macchiarsi di quell’orribile crimine è stata la cugina Sabrina Misseri in concorso con la madre Cosima Serrano. Il 21 febbraio 2017  la Corte di Cassazione ha apposto per le due donne il sigillo giudiziario dell’ ergastolo. Michele Misseri, zio di Sarah, è stato invece condannato alla pena di 8 anni di reclusione per il reato di soppressione di cadavere della nipote. 

L’estinzione del reato di calunnia 

Si è tenuta lo scorso 5 novembre, presso il Tribunale di Lecce, l’udienza del processo che ha visto imputato Michele Misseri per il reato di calunnia nei confronti del suo ex legale, l’Avv. Daniele Galoppa, e della sua ex consulente di parte. Rei, questi ultimi, secondo lo zio di Sarah Scazzi, di aver esercitato pressioni affinché lo stesso addebitasse l’omicidio della nipote alla figlia, Sabrina Misseri. L’udienza, iniziata alle 11.30 lo scorso venerdì, è terminata intorno alle 13. In quella sede, il giudice ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Michele Misseri per l’intervenuta prescrizione del reato. Determinando così il trasferimento della causa, per quel che attiene il profilo risarcitorio, in sede civile.

Zio Michele potrebbe presto tornare a casa

L’uomo ha seguito l’udienza in video conferenza dal carcere ove è detenuto e, nel frattempo, il suo nuovo legale, l’Avv. Ennio Blasi, ha annunciato la sua prossima mossa: entro fine anno chiederà al magistrato di sorveglianza che il suo assistito possa scontare la restante parte della pena in regime di detenzione domiciliare. Misseri, difatti, è stato condannato ad 8 anni di reclusione per il reato di soppressione di cadavere della nipote Sarah Scazzi. Sepolta, quest’ultima, in contrada Mosca ad Avetrana, in provincia di Taranto. Ma, grazie ai benefici di legge – che prevedono uno sconto di pena di 45 giorni ogni semestre di detenzione – estinguerà il proprio debito con la giustizia già il 15 novembre 2024. L’uomo, però, ha fatto sapere di voler trascorrere gli anni che restano nella villetta di via Deledda, ad Avetrana, non potendo più fare a meno di tornare a lavorare nei campi. Proprio in quella casa in cui Sarah ha perso la vita per mano della cugina Sabrina. Tuttavia, nonostante abbia manifestato la volontà di fare rientro nella sua abitazione, l’Avv. Blasi ha fatto sapere che Misseri si è ben ambientato nel carcere di Lecce: dipinge, la domenica fa la pizza e si fa chiamare zio Michele dagli altri detenuti. Secondo indiscrezioni, inoltre, pur continuando ad addebitarsi ogni responsabilità per la morte della nipote, non porterebbe più la fede al dito.

Anna Vagli. Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica

DA tgcom24.mediaset.it il 17 giugno 2021. La Corte d'Appello di Lecce ha cancellato 11 condanne nel processo bis per depistaggi legato all'inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo nell'agosto del 2010. Il non doversi procedere per intervenuta prescrizione è stato dichiarato nei confronti di 8 imputati, tra cui Michele Misseri, lo zio di Sarah, condannato nel processo principale in via definitiva a 8 anni per soppressione di cadavere. Michele Misseri era stato condannato in primo grado, nell'ambito del processo bis per depistaggi, a 4 anni di reclusione a rispondeva di autocalunnia perché si accusò dell'omicidio. E' scattata la prescrizione anche per Ivano Russo, il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all'ergastolo per l'omicidio con sua madre Cosima Serrano) e la cugina Sarah: in primo grado aveva rimediato 5 anni di reclusione per le ipotesi di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise. Prescrizione pure per Alessio Pisello, uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (3 anni in primo grado), per la mamma di Ivano, Elena Baldari (3 anni), per Maurizio Misseri, nipote di Michele (3 anni), per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri (3 anni), per Claudio Russo, fratello di Ivano (2 anni e sei mesi). Salvatora Serrano, detta Dora (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a 3 anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all'episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti Giuseppe Serrano (3 anni e 6 mesi in primo grado), Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l'uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (3 anni), e Giuseppe Augusto Olivieri (3 anni e 2 mesi).

Omicidio Scazzi, tutti i presunti depistaggi assolti: i nomi. Si chiude così il processo a carico della parte più oscura delle indagini sull'uccisione della quindicenne. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 18 giugno 2021. Colpo di spugna della Corte d’appello del Tribunale di Taranto che nel processo sui presunti depistaggi nell’inchiesta sull’omicidio di Sarah Scazzi, ha cancellando undici condanne imposte dalla sentenza di primo grado che aveva inflitto pene per un totale di 35 anni di reclusione. Il dispositivo firmato dal presidente Antonio Del Coco, ha quindi riformato la sentenza emessa il 21 gennaio 2020 dal giudice monocratico del Tribunale di Taranto, Loredana Galasso. Si chiude così il processo a carico della parte più oscura delle indagini sull'uccisione della quindicenne, quella delle mezze verità e dei non ricordo di tanti testimoni divenuti poi indagati e quindi imputati. Alla sbarra personaggi centrali ma anche persone che hanno occupato posti di secondo piano nella terribile storia sulla morte della ragazzina strangolata dalla cugina Sabrina Misseri e dalla zia Concetta Serrano, entrambe condannate all’ergastolo e poi gettata in un pozzo dallo zio, Michele Misseri. Nell’appello di ieri è stato disposto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di otto imputati tra cui lo «zio Michele» (difeso dall'avvocato Luca La Tanza) che in primo grado era stato accusato di autocalunnia e condannato a quattro anni di reclusione per l’autoaccusa dell’omicidio di Sarah. Nel processo principale, Misseri è stato condannato in via definitiva a otto anni di carcere per la soppressione del cadavere della nipote che sta scontando nel carcere di Lecce. È scattata la prescrizione anche per Ivano Russo (difeso da Carmine Di Zenzo), il giovane di Avetrana che secondo tre tribunali è stato conteso da Sabrina Misseri e la giovanissima Sarah. In primo grado, l’«Alain Delon di Avetrana» aveva rimediato la pena più alta, cinque anni di reclusione, per le ipotesi di false informazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza alla Corte d’Assise.  Prescrizione anche per Alessio Pisello (difensore Nicola Marseglia), uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (a lui tre anni in primo grado); prescrizione anche per la mamma di Ivano, Elena Baldari (difensore Di Zenzo) che aveva preso tre anni in prima istanza; per Maurizio Misseri (lo difende Lorenzo Bullo), nipote di Michele (tre anni), per Anna Lucia Pichierri (Bullo), moglie di Carmine Misseri (tre anni), per Claudio Russo (Di Zenzo), fratello di Ivano (due anni e sei mesi). Salvatora Serrano (difesa da Marseglia), detta Dora (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a tre anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all’episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti Giuseppe Serrano (lo difende Marseglia) che in primo grado doveva scontare tre anni e sei mesi, Anna Scredo (difensore Pasquale Lisco), cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l’uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (tre anni per lui) e Giuseppe Augusto Olivieri (tre anni e due mesi in primo grado), difeso dagli avvocati Armando Pasanisi e Mario D’Oria, titolare di un impresa di Avetrana accusato di aver dichiarato false deposizioni in fase di interrogatorio. Nazareno Dinoi

Omicidio Sarah Scazzi, riformata la sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Taranto. Redazione il 18/06/2021 su oltrefreepress.com. La sezione distaccata di Taranto della Corte d’Appello di Lecce ha riformato la sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Taranto del 21 gennaio 2020, sancendo il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di 8 imputati, tra cui Michele Misseri (lo zio di Sarah, condannato nel processo principale in via definitiva a 8 anni di carcere per soppressione di cadavere), che era stato condannato in primo grado a 4 anni di reclusione a rispondeva di autocalunnia perché si accusò dell’omicidio di Sarah. E’ scattata la prescrizione anche per Ivano Russo, il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all’ergastolo per l’omicidio con sua madre Cosima Serrano) e la cugina Sarah; Russo, in primo grado, aveva rimediato la pena più alta – 5 anni di reclusione – per le ipotesi di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d’Assise. Prescrizione pure per Alessio Pisello, uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza (3 anni in primo grado), per la mamma di Ivano, Elena Baldari (3 anni), per Maurizio Misseri, nipote di Michele (3 anni), per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri (3 anni), per Claudio Russo, fratello di Ivano (2 anni e sei mesi). Salvatora Serrano (sorella di Concetta, mamma di Sarah, e Cosima), condannata a 3 anni e mezzo in primo grado, è stata assolta perché il fatto non sussiste in relazione all’episodio delle presunte molestie attribuite a Michele Misseri e ha beneficiato della prescrizione per un residuo episodio del 17 aprile 2012. Assolti anche Giuseppe Serrano (3 anni e 6 mesi in primo grado), Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l’uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno (3 anni), e Giuseppe Augusto Olivieri (3 anni e 2 mesi).  

Sarah Scazzi: delitto di Avetrana, perchè Ivano Russo era stato condannato e poi la condanna è stata annullata? Emanuela Rizzo il 18 giugno 2021 su controcopertina.com. Sono passati esattamente 11 anni dal delitto di Avetrana ovvero da quando la giovane Sarah Scazzi è stata uccisa. In quest’ultimo periodo sembrerebbe che sia stata annullata la condanna per Ivano Russo. Il giovane è stato infatti al centro di questa inchiesta, ma in realtà che cosa aveva fatto il ragazzo? Facciamo un pò di chiarezza.

Sarah Scazzi, chi l’ha uccisa? La giovane Sarah è stata la protagonista purtroppo di una delle storie di cronaca nera più discusse del nostro paese. L’annuncio del ritrovamento del suo corpo senza vita è avvenuto a distanza di tempo dalla sua morte. L’annuncio sarebbe stato fatto proprio in diretta televisiva Chi l’ha visto dove pare fosse ospite in collegamento la madre di Sarah. È stato sicuramente un duro colpo per lei ovvero Concetta Serrano Spagnolo. Il corpo della giovane venne ritrovato all’interno di un pozzo e da quel momento si è iniziato ad investigare per cercare di capire chi avesse ucciso la piccola Sarah e soprattutto per quale motivo. La corte suprema di Cassazione il 21 febbraio 2017 ha riconosciuto colpevoli per concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri. Ma perché Sarah Scazzi sarebbe stata uccisa? 

L’omicidio, perchè la giovane è stata uccisa? Perché quindi Sarah sarebbe stata uccisa dalla zia e dalla cugina? Il motivo per cui Sarah ha perso la vita sembra essere legato proprio ad Ivano Russo un giovane che pare fosse nel mirino della cugina. Si dice che l’omicidio sia stato fatto per motivi di gelosia, perché Ivano pare riservasse delle attenzioni proprio a Sarah Scazzi e non a Sabrina che tra l’altro pare fosse innamorata del giovane. Ma allora per quale motivo Ivano è stato condannato?

Ivano Russo, perchè il giovane è stato condannato? Ivano Russo è stato condannato a 5 anni di reclusione perché pare avesse mentito in merito ai suoi spostamenti proprio nel giorno dell’omicidio della piccola Sarah Scazzi. A far si che Ivano si trovasse al centro dell’indagine sono state le dichiarazioni rilasciate dall’ex fidanzata dell’epoca. Secondo quest’ultima infatti Ivano avrebbe dichiarato il falso nel dire che il giorno in cui Sarah è stata uccisa, lui si trovasse a casa a dormire. Nonostante comunque Ivano venne accusato, poi la condanna venne annullata per prescrizione del reato. Ad oggi, quindi, per l’omicidio della giovane, rimangono in carcere la zia e la cugina. 

Delitto di Avetrana: annullate le condanne di Michele Misseri e Ivano Russo nel processo sui depistaggi. Teleradio News Cronache Agenzia Giornalistica  sabato, 19 Giugno 2021. Sia per Ivano Russo che per Michele Misseri la Corte ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. In primo grado Ivano Russo, considerato al centro della contesa tra Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, aveva ottenuto la pena più pesante di 5 anni di reclusone per aver mentito su quanto accadde il giorno del delitto. Secondo i giudici, la morte di Sarah Scazzi sarebbe da ricondurre proprio agli screzi in corso tra la 15enne e la cugina attorno alla figura di Ivano. Misseri invece era stato condannato a 4 anni per aver mentito ai giudici incolpandosi ingiustamente dell’omicidio di Sarah nel tentativo di scagionare moglie e figlia, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, rispettivamente zia e cugina di Sarah, condannate in via definitiva all’ergastolo nel processo principale. Prescrizione e condanna annullata anche per altri sei imputati nel processo bis: Alessio Pisello, amico di comitiva di Sarah e Sabrina, per la mamma di Ivano, Elena Baldari, per Maurizio Misseri, nipote di Michele, per Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri e per Claudio Russo, fratello di Ivano. Assolta perché il fatto non sussiste Salvatora Serrano, sorella di Concetta e Cosima, così come sono andati assolti Giuseppe Serrano, Anna Scredo e Giuseppe Augusto Olivieri. 

Michele Misseri ieri e oggi: che fine ha fatto? Quanti anni ha? Maria Carmela Furfaro il 18/06/2021 su donnapop.it. Michele Misseri, lo zio di Avetrana autoaccusato dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi, ha ricevuto clamorosamente la cancellazione della condanna per prescrizione. Conosciamo meglio i dettagli. Michele Misseri era un tranquillo lavoratore che aveva guadagnato giusto quei soldi necessari ad acquistare un fazzoletto di terra in Puglia. Si presenta come un agricoltore, pio e timoroso, con l’aria un po’ da bradipo ma nello stesso tempo furbo. Nato a Manduria, in provincia di Taranto, il 22 Marzo del 1954, nel delitto di Avetrana ha raccontato, tra le lacrime, la sua presunta verità in merito alla morte della nipote Sarah Scazzi. Scomparsa il 26 agosto 2010, la ragazzina quindicenne, è stata ritrovata morta la notte tra il 6 e il 7 ottobre dello stesso anno. Durante le indagini il ruolo dello zio acquisito di Sarah è passato da innocuo osservatore a testimone del delitto. L’uomo si presentava davanti le telecamere con un cappello da pescatore, malvestito e dimesso, visibilmente scosso per la morte della nipote Sarah.

Chi è Michele Misseri per Sarah? Michele Misseri è lo zio acquisito della sfortunata Sarah Scazzi. Sposato con la zia Cosima Serrano, sorella della mamma Concetta di Sarah, si è sempre mostrato un uomo innocuo. Fin qui tutto a posto se non fosse stato per tutta una serie di confessioni e smentite. Dopo aver ritrovato in un campo il cellulare mezzo bruciacchiato di Sarah Scazzi, è iniziata una serie di confuse bugie miste a verità nascoste. Tra accuse alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina Misseri, a un certo punto Michele Misseri si è addirittura accusato di essere colpevole dell’omicidio. Nel corso dei mesi Michele Misseri ha abbandonato l’aspetto dimesso e trasandato, mostrandosi in pubblico più elegante, sia nell’abbigliamento, sia nei modi. Le indagini si sono concluse con la condanna, da parte del tribunale monocratico di Lecce il 21 gennaio del 2020, verso Michele Misseri. L’uomo è stato condannato per il reato di autocalunnia a 4 anni di reclusione, anche se nel processo precedente, quello principale per il sequestro e l’omicidio, aveva ricevuto la pena di 8 anni per aver soppresso il cadavere di Sarah.

Oggi. Il 17 giugno 2021 la sezione distaccata di Taranto della Corte di appello di Lecce ha emesso la prescrizione per il delitto. In altre parole la condanna a 4 anni di reclusione per Michele Misseri è stata cancellata.

Che fine ha fatto. Michele Misseri è in carcere e il 18 giugno 2021 aspetta la sua scarcerazione.

Quanti anni ha oggi? Michele Misseri ha 67 anni: è nato a Manduria, in provincia di Taranto, il 22 Marzo del 1954.

Condanna. Lo zio di Avetrana è stato condannato, tramite sentenza emanata dal tribunale monocratico di Lecce il 21 gennaio del 2020. Michele Misseri è stato condannato per il reato di autocalunnia a 4 anni di reclusione, anche se nel processo precedente, quello principale per il sequestro e l’omicidio, aveva ricevuto la pena di 8 anni per aver soppresso il cadavere di Sarah.

Prescrizione. Cosa è la prescrizione? La prescrizione è una causa di estinzione del reato. In altre parole un illecito penale non può più essere punito se trascorre un certo periodo di tempo dalla sua commissione.

Il 17 giugno 2021 la sezione distaccata di Taranto della Corte di appello di Lecce ha emesso la prescrizione per il delitto. In altre parole la condanna a 4 anni di reclusione per Michele Misseri è stata cancellata. La prescrizione è avvenuta perché sono scaduti i termini.

Cosima Serrano. La moglie di Michele Misseri, Cosima Serrano è stata condannata all’ergastolo per il delitto del delitto di Sarah Scazzi, la nipote. L’omicidio efferato ai danni della ragazza è avvenuto nell’agosto 2010 ad Avetrana. Cosima nelle prime fasi della ricerca del corpo di Sarah non sembrava per nulla collegata alla tragedia.

Nel corso delle indagini, da zia disperata per la morte della povera nipote, ha mostrato un volto di persona scaltra e risoluta ma soprattutto colpevole del nipoticidio. La donna sta scontando nel carcere di Taranto la pena dell’ergastolo: in cella è impegnata nella realizzazione di abbigliamento e corredi per la casa. Nel 2020 è stata assegnata al confezionamento di mascherine anti-Covid, a causa dell’emergenza sanitaria.

Sabrina Misseri. Sabrina Misseri è la figlia di Michele Misseri. Nelle prime fasi della ricerca del corpo di Sarah Scazzi è apparsa sempre disperata, quanto fedele amica della cugina, figlia della sorella della mamma. Molte volte si è fatta vedere in lacrime davanti alle televisioni, invocando ai presunti colpevoli di dire la verità. Dopo aver lanciato mielosi appelli di giustizia, la figlia di Michele Misseri è stata condannata, come la madre, all’ergastolo.

Come la madre, sta scontando in carcere la pena dell’ergastolo nel carcere di Taranto. Divide la stessa cella di Cosima Serrano e insieme sono impegnate come sarte per la realizzazione di manufatti e abbigliamento. Anche a lei dal 2020, a causa dell’emergenza sanitaria, è stato assegnato il compito di confezionare mascherine anti-Covid. 

MARIA CARMELA FURFARO. Curiosa per natura e appassionata di musica e cinema: scrivo per diletto e insegno per professione.

Sabrina Misseri e le speranze di lasciare il carcere. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 18 giugno 2021. L’esito del processo d’appello che cancella le condanne e quindi molte delle accuse nei confronti dei presunti depistatori della difficile inchiesta sulla morte di Sarah Scazzi, sarà oro colato per la difesa delle due assassine, Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Le due donne hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo la revisione della condanna all’ergastolo che stanno scontando nel carcere di Taranto. L’assoluzione di ieri di alcuni imputati di rilievo che erano stati condannati in primo grado con l’accusa di aver raccontato il falso per coprire responsabilità a carico delle due donne, potrebbe avere un peso significativo nelle memorie difensive che gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia saranno pronti a depositare all’organo giurisdizionale internazionale quando li convocherà per trattare il delicato caso. Quanto tempo si dovrà aspettare è ancora una scommessa. L’ammissibilità del ricorso (procedura per niente scontata), risale a settembre del 2018 e considerati i tempi medi di attesa per cause di questo genere, tutti che si aggirano intorno ai tre anni, la chiamata da Strasburgo potrebbe arrivare da un momento all’altro. Nel frattempo mamma e figlia attendono pazientemente quel giorno rendendosi utili nella sartoria del penitenziario tarantino. Le detenute modello, così vengono definite, cuciono abiti e biancheria per il consumo interno e, in questo periodo pandemico anche mascherine. Sabrina si presta anche a fare acconciature alle detenute avendo preso l'abilitazione professionale durante la detenzione. L'ergastolo non ostativo che devono scontare e il tempo già trascorso in carcere, consente di sperare in qualche uscita premio che nessuno delle due ha ancora chiesto. Potrebbero farlo, come prevede l’ordinamento, per quindici giorni di seguito, ripetuti sino a tre volte in un anno, ma, in accordo con i propri legali di fiducia, nessuna ha mai tentato di ottenerle il premio che spetta al loro status di «condannate che hanno tenuto regolare condotta e che non risultano socialmente pericolose» che hanno già scontato dieci anni di pena. Meglio aspettare il miracolo da Strasburgo e se sarà negativo anche quello, come lo sono stati i tre gradi di giudizio, allora non resterà che affidarsi al calendario. E contare i giorni che mancano al fine pena. Trascorsi 26 anni di prigionia, Sabrina e Cosima avranno diritto alla libertà condizionata che sarà sempre oggetto di un giudizio. Se si sottraggono poi gli sconti di pena previsti per la buona condotta, pari a 45 giorni ogni sei mesi di chiusura, i 26 anni necessari per lasciare il carcere diventano 21. Facendo così i conti, Sabrina che quando è stata arrestata aveva 22 anni, quando ne avrà 43 potrà tornare nella sua Avetrana o dove vorrà fissare il luogo della sua libertà condizionale. Sua madre Cosima che di anni attualmente ne ha 66 ed è stata arrestata dopo la figlia, dovrà attendere sei mesi in più dietro le sbarre che si aprirebbero nel 2032 quando di anni ne avrà 78. Ma non saranno ancora libere. Dopo aver ottenuto la libertà condizionale, recita la normativa, seguiranno cinque anni di libertà vigilata che prevedono obblighi e prescrizioni da rispettare. Se al termine di questo periodo di prova le due donne riusciranno a dimostrare che il loro ravvedimento è reale, allora la pena sarà scontata in modo definitivo e torneranno ad essere cittadine libere.

Delitto di Avetrana: cosa fanno nella vita Sabrina Misseri e Cosima Serrano 11 anni dopo la morte di Sarah Scazzi. Lorenzo Drigo su thesocialpost.it il 4 aprile 2021. Era il 26 agosto 2010 quando si iniziò a parlare del caso Sarah Scazzi, 15enne di Avetrana scomparsa nel nulla, in un caldo giorno d’estate in cui sarebbe invece dovuta andare al mare con la cugina Sabrina. Inizialmente si pensò ad un allontanamento volontario della 15enne: la copertura mediatica del caso fu eclatante. Piano piano si fece strada tra gli inquirenti l’ipotesi che potesse trattarsi di un caso di omicidio: successivi sviluppi, tra cui la confessione (poi ritrattata) dello zio Michele Misseri, il ritrovamento del cadavere e l’arresto di altri due membri della famiglia (Cosima Serrano e Sabrina Misseri), avrebbe portato il caso Scazzi ad essere conosciuto come uno dei più complessi della recente storia di cronaca giudiziaria italiana. Sono passati ormai più di 10 anni da quello che è diventato tristemente famoso come il delitto di Avetrana. I principali imputati sono tre, gli zii di Sarah Scazzi e sua cugina, di poco più grande di lei. Lo zio, Michele Misseri, si è sempre dichiarato l’unico colpevole ma non ha mai convinto fino in fondo gli inquirenti. A quanto si apprende in un’inchiesta esclusiva di Oggi, Sabrina Misseri e Cosima Serrano hanno passato la maggior parte del tempo in carcere lavorando. Inizialmente si sono occupate di cucire tovaglie, corredi e vestiti, ma la pandemia le ha costrette a cambiare produzione. Ad oggi si occupano della fabbricazione e del confezionamento di mascherine. I rapporti tra loro e Michele non sono positivi e pacifici, mentre madre e figlia condividono la cella. Michele Misseri, invece, stando alle parole del suo legale Ennio Blasi di Statte ad Oggi, soffre molto del mancato rapporto con la sua famiglia. Anche lui si tiene occupato: “Non si tira mai indietro, è sempre disponibile per qualsiasi genere di attività ed è benvoluto da tutti”.

L’omicidio di Sarah Scazzi e le indagini. Il 26 agosto 2010 la 15enne Sarah Scazzi scompare. Avrebbe dovuto incontrare sua cugina, Sabrina Misseri, per andare al mare assieme. Si pensa subito ad un allontanamento volontario: Avetrana è piccola, con pochi abitanti che si conoscono e le case delle cugine distano pochi minuti a piedi, per cui un rapimento sembra un’ipotesi impossibile. Un mese di indagini che non portano a nulla, l’attenzione mediatica è alle stelle, compare la prima prova. Un telefono bruciato, quello di Sarah, in un campo poco distante da casa, ritrovato da Michele Misseri. L’uomo viene trattenuto e interrogato, fino al 6 ottobre quando rilascia una confessione di omicidio e tentativo di stupro, per poi indicare dove si trova il corpo della giovane, buttato in fondo ad un pozzo. Seguono settimane e settimane di interrogatori, cambi di versione dei fatti da parte di Misseri: gli inquirenti cominciano a dubitare. In più, il corpo della vittima non presenta segni di violenza sessuale o tentata violenza. Il 21 ottobre si giunge all’arresto di Sabrina, in seguito all’analisi dei tabulati. L’idea è che Sarah sia stata strangolata a causa di un dissapore in amore tra le cugine. Misseri ritratta, dando tutta la colpa alla figlia e sostenendo di aver solo occultato il corpo della vittima. Si giunge poi all’arresto della moglie, Cosima Serrano, grazie alla testimonianza di un uomo che sostiene di aver assistito ad una colluttazione tra le tre donne poco prima della scomparsa. Poi, anche lui ritratta, Misseri sostiene nuovamente di essere l’unico colpevole. Il processo porterà, nel 2017, alla condanna all’ergastolo per Sabrina e Cosima e ad 8 anni per Michele, colpevole dell’occultamento del cadavere.

Caso Scazzi, l’avvocato di Sabrina e Cosima: “Ho la certezza della loro innocenza”. Silvia Nazzareni su thesocialpost.it il 5 agosto 2019. Ad anni dalla sentenza di Cassazione che ha definitivamente condannato all’ergastolo, l’avvocato di Sabrina Misseri e Cosima Serrano è pronto a ribadire l’innocenza delle sue clienti. Nonostante 3 gradi di giudizio abbiano infatti confermato la colpevolezza di madre e figlia, per l’avvocato Franco Coppi il vero colpevole sarebbe Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi e primo reo confesso (poi ritrattante) di questa vicenda giudiziaria.

Un tormento che non si quieta. Da anni, Franco Coppi è tormentato da quello che è successo a Sabrina e Cosima Misseri. Lo racconta a Il Foglio: “Ho la certezza assoluta della loro innocenza sarei pronto a giocarmi qualunque cosa. Non essere riuscito a dimostrarlo ha rovinato la mia vita di avvocato”. Ad aver sconvolto l’avvocato Coppi è soprattutto il caso di Sabrina: “Noi difensori non possiamo pretendere di vincere tutti i processi, non deteniamo il monopolio della verità e certe vicende si prestano a molteplici letture, d’accordo, ma nel caso di Sabrina Misseri no”. Secondo il legale c’erano prove evidenti del fatto che Michele Misseri avesse ucciso Sarah: “Le prove della sua innocenza e della colpevolezza del padre reo confesso erano talmente schiaccianti che non riesco a capacitarmi di questo fallimento, il ricorso per Cassazione mi ha procurato una delusione insanabile”. Per Coppi, con Sabrina Misseri la giustizia avrebbe fallito su tutta la linea: “Questa ragazza sta in carcere da dieci anni: per me è un tormento”.

Possibile revisione processuale. Una novità potrebbe però arrivare in un prossimo futuro. Qualche tempo fa a Pomeriggio 5 era stata data la notizia secondo la quale la Corte di Strasburgo (Corte Europea per i diritti umani) avrebbe giudicato ammissibile il ricorso fatto dagli avvocati delle due donne: “Attendiamo di conoscere l’esito, i tempi non sono brevi. Poi non ci resterà che sperare nella revisione del processo: ci potrebbe essere qualcosa da rivedere nei tre gradi di giudizio”. Se così fosse tutto potrebbe essere rimesso in gioco e si potrebbe addirittura arrivare alla scarcerazione delle due donne.

Michele Misseri scrive dal carcere: “L’unico colpevole sono io”. Giovanna Tedde su thesocialpost.it il 23 gennaio 2020. A margine della condanna a 4 anni di carcere nel processo bis sui depistaggi nel caso Sarah Scazzi (che si somma a quella a 8 anni in via definitiva per occultamento del cadavere della 15enne), Michele Misseri torna ad autoaccusarsi del delitto con una lettera indirizzata a Barbara d’Urso. Lo zio della vittima, ritenuto responsabile del reato di autocalunnia nel procedimento-satellite appena concluso (in cui sono state condannate altre 10 persone, tra cui Ivano Russo), continua ad attribuirsi l’esecuzione materiale dell’omicidio. All’ergastolo, condannate in via definitiva, la moglie Cosima Serrano e la figlia, Sabrina Misseri. Fresco di una nuova condanna, dopo quella definitiva a 8 anni per occultamento di cadavere, Michele Misseri torna a parlare dal carcere, ancora una volta per autoaccusarsi dell’omicidio della nipote 15enne, Sarah Scazzi, il cui corpo fu fatto ritrovare dallo stesso nell’agosto 2010. Una lettera, indirizzata a Barbara d’Urso, per ribadire quanto lo ha condotto alla sentenza con cui il Tribunale di Taranto, nella giornata del 21 gennaio scorso, gli ha inflitto una pena di 4 anni di reclusione per autocalunnia: “Sono io il colpevole“. “Penso sempre alla mia famiglia, non ho mai smesso di scrivere a Sabrina e Cosima, ma non ho mai ricevuto risposta“, ha sottolineato il detenuto – attualmente recluso a Lecce – per poi aggiungere che “loro mi vogliono punire perché sono in carcere da innocenti“. Secondo ‘zio Michele’, i 3 gradi di giudizio conclusi con l’ergastolo a carico di moglie e figlia sarebbero un clamoroso errore giudiziario: “Nessuno mi vuole credere. Loro (Cosima Serrano e Sabrina Misseri, ndr) sono innocenti. L’unico vero colpevole sono io“. Michele Misseri sostiene di star bene e di aver concluso un anno di scuola in costanza di detenzione, ma nella sua testa albergherebbe il chiodo fisso di aver mandato dietro le sbarre, a suo dire, due persone estranee al delitto. “Ho strangolato io la bambina“, aveva detto dopo un tira e molla di versioni contrastanti che ne hanno minato la credibilità. Parole schiacciate dall’esito giudiziario che ha consegnato i nomi delle due donne di casa Misseri alla cornice di responsabili del delitto di Avetrana.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Massimo Bossetti è innocente?

Anticipazione da “Oggi” il 17 Novembre 2021. «Da sette anni vivo nel buco. C’è la mia branda, il mio sgabello, il mio Gesù. Alle pareti è appeso il resto della vita, almeno quello che rimane». Questo è l’incipit del componimento con cui Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio il 26 novembre 2010, ha partecipato al concorso letterario “Scrittori dentro 2021” e che gli è valso il terzo posto e un premio di 100 euro. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani, che anticipa la notizia che sarà approfondita dalla trasmissione Iceberg di Telelombardia. «Da sette anni conosco ogni crepa, crepa dei muri, dei pavimenti, crepe del mio cuore», scrive ancora Bossetti, che non si è mai confessato colpevole e lotta per una revisione del processo. E conclude con una speranza: «Da sette anni - scrive - penso al giorno che sarò fuori, avrò bisogno di altri sette anni per aiutarmi a vivere». Tra i partecipanti al premio letterario ci sono altri detenuti celebri della recente cronaca italiana. Primo fra tutti Cesare Battisti, secondo classificato nella sezione racconto breve. L’ex brigatista si trova oggi detenuto a Ferrara dopo uno sciopero della fame nel carcere di Rossano Calabro. E ancora Carlo Lissi, condannato all’ergastolo per aver massacrato moglie e figli a Motta Visconti nel 2014 e Andrea Pizzocolo all’ergastolo per aver filmato nel 2013 l’omicidio e lo stupro del cadavere di una escort a Olgiate Olona, nel Varesotto.

Massimo Bossetti, il poeta: "Quel che rimane della mia vita", il testo con cui ha vinto un premio letterario. Libero Quotidiano il 18 novembre 2021. Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha vinto un premio letterario. Il muratore, accusato di aver ucciso la 13enne scomparsa nel 2010, è riuscito a raggiungere il terzo posto grazie a una poesia scritta in carcere, dal titolo "Da sette anni vivo nel buco". Il concorso in questione si chiama "Scrittori dentro 2021". La notizia è stata rivelata alla trasmissione Iceberg su Telelombardia da uno dei suoi difensori, Claudio Salvagni. Il testo, tra l'altro, era già stato anticipato dal settimanale Oggi. Bossetti "si sta cimentando nella scrittura e ha vinto un premio letterario - ha spiegato il suo legale -. Se non sbaglio è arrivato terzo". La rivista Oggi ha diffuso in anteprima il componimento del muratore di Mapello, che nella parte iniziale recita: "C'è la mia branda, il mio sgabello, il mio Gesù. Alle pareti è appeso il resto della vita, almeno quello che rimane". Alla fine, invece, immagina il momento in cui sarà nel mondo esterno: "Da sette anni penso al giorno che sarò fuori. Avrò bisogno di altri sette anni per aiutarmi a vivere". Con la vittoria del terzo posto, inoltre, Bossetti si sarebbe aggiudicato un premio in denaro del valore di 100 euro.

Magistrati denunciati per depistaggio, l'ultima mossa di Bossetti: "Estrema gravità", lo hanno incastrato? 

Qui di seguito il testo integrale della poesia:

"C'è la mia branda, 

il mio sgabello

il mio Gesù.

Alle pareti è appeso

il resto della vita,

almeno quello

che rimane.

Da sette anni

conosco ogni crepa,

crepe dei muri, dei pavimenti,

crepe del mio cuore.

Non so cosa, non so quanto

troverò di fuori

fuori da questo buco

di cemento.

Da sette anni parlo alle stelle

alla luna, parlo ai miei cari,

tentando così di evadere

il dolore e la sofferenza...

solo infiniti assordanti

silenzi.

Da sette anni

penso al giorno

che sarò fuori.

Avrò bisogno

di altri sette anni

per aiutarmi a vivere".

Il delitto di Brembate di Sopra diventa un film. La storia del caso di Yara Gambirasio, l’omicidio della 13enne diventa un film: Bossetti si dice innocente. Vito Califano su Il Riformista il 5 Novembre 2021. La storia di Yara Gambirasio è diventata un film. Yara, da oggi su Netflix, prossimamente su Mediaset, diretto dal regista Marco Tullio Giordana. Uno dei casi di cronaca nera più intricati e noti degli ultimi anni. Era il 2010. La scomparsa, le violenze e il ritrovamento di una ragazzina di appena 13 anni a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Le indagini lunghissime e il processo complicatissimo portarono alla condanna definitiva di Massimo Bossetti: ergastolo. L’uomo si è sempre proclamato innocente. Alla ragazza è stata dedicata la onlus “La passione di Yara”, un’organizzazione che sostiene e aiuta i ragazzi a inseguire e realizzare i propri sogni.

Il caso di Yara Gambirasio

Era il 26 novembre del 2010, venerdì. Yara era andata nel centro sportivo del suo paese, Brembate di Sopra, circa settemila abitanti. Era la seconda di quattro figli. “Ho tredici anni – si descriveva così per un gemellaggio con una scuola tedesca – e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film Step Up. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare”.

Praticava ginnastica ritmica, la sua passione. Al centro sportivo era andata a piedi: a circa 700 metri da casa. Entrò alle 17:30 e uscì alle 18:40. Ci volevano cinque minuti per tornare a casa ma Yara non tornò mai: era sparita nel nulla. La scomparsa ebbe un’eco nazionale fin dai primi giorni. Ne scrivevano i giornali e le televisioni mandavano i loro inviati sul posto.

Il corpo della ragazzina venne rinvenuto tre mesi dopo la scomparsa, il 26 febbraio 2011, in avanzato stato di decomposizione. Un aeromodellista lo ritrovò in un campo a Chignolo d’Isola. A circa 10 chilometri da Brembate di Sopra. Sul cadavere – sdraiato sulla schiena, le braccia incrociate sulla testa, le gambe divaricate – segni di multiple violenze: sprangate, un trauma cranico, una profonda ferita al collo, almeno se segni da arma da taglio. Nessun segno di violenza sessuale. La ragazza era stata abbandonata o si era accasciata in fuga al gelo, morta di stenti e ipotermia.

L’unico indizio erano le tracce di DNA sugli indumenti della vittima, sulle mutandine e sui leggins. Un passaggio a vuoto: il fermo del marocchino Mohamed Fikri per un’intercettazione fraintesa; scagionato. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri, in assenza di un database da confrontare, fece partire la più grande ed estesa indagine genetica mai fatta in Europa: uno screening di massa per rintracciare il DNA di quello che venne battezzato come “Ignoto 1”. Oltre 21mila prelievi e 14mila confronti.

L’aplotipo Y di Ignoto 1 risulto essere Damiano Guerinoni, figlio dell’ex colf dei Gambirasio, che però era in Perù. Si indagò nell’albero genealogico fino al 1815. E si arrivò a Giuseppe Guerinoni, autista di autobus di Gorno morto nel 1999, esumando la salma: venne considerato il padre dell’“Ignoto 1”. Un’indiscrezione portò allora a una donna che forse aveva avuto una relazione extraconiugale con Guerinoni dalla quale erano nati due gemelli: un maschio e una femmina. Il codice genetico del muratore Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, di Mapello, sposato e padre di tre figli, incensurato, venne considerato sovrapponibile. Ester Arzuffi, madre di Bossetti, ha sempre negato la paternità di Guerinoni, dicendo che Massimo Giuseppe era figlio del marito Giovanni Bossetti, e creduto all’innocenza del figlio.

L’annuncio dell’arresto fu dato addirittura dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Gli avvocati contestarono subito l’assenza di Dna mitocondriale di Bossetti nella traccia genetica rinvenuta ed esaminata. Altro elemento dell’accusa: il furgone bianco Iveco Daily di Bossetti era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza della palestra – quel filmato diffuso dai RIS, emerse in seguito, sarebbe stato “montato ad arte” in accordo con la procura di Bergamo per “esigenze comunicative”; ad ammetterlo il comandante del Ris di Parma in tribunale a Bergamo, e così diversi giornalisti che avevano scritto del video “patacca” sono stati assolti dall’accusa di diffamazione.

Il muratore è stato condannato all’ergastolo nei tre gradi di giudizio. La condanna definitiva tre anni fa. Il Dna gli era stato prelevato con la scusa di un alcoltest. È detenuto nel carcere di Bollate. Lavora assemblando componenti elettroniche e di recente ha ricevuto un premio letterario. L’avvocato Claudio Salvagni ha detto a Telelombardia che il suo assistito non vuole vedere il film: “Sta aspettando che venga fissata finalmente questa udienza a Bergamo. Dopo 5 mesi dalla sentenza della Cassazione di annullamento con rinvio a Bergamo non è stata ancora fissata l’udienza”. Bossetti a proclamarsi innocente come ha sempre fatto.

Le motivazioni della Corte di Cassazione in replica alle obiezioni della difesa a partire dalle analisi sul Dna: “Numerose e varie analisi biologiche effettuate da diversi laboratori hanno messo in evidenza la piena coincidenza identificativa tra il profilo genetico di Ignoto 1, rinvenuto sulla mutandine della vittima, e quelle dell’imputato” e quindi ha “valore di prova piena”. Movente: “Contesto di avances a sfondo sessuale”.

Respinte dalle Corte di Assise di Bergamo le richieste di rianalizzare i reperti delle indagini. I genitori della 13enne, Maura Panarese e Fulvio Gambirasio, si sono mostrati esplicitamente solo in due casi, due disperati appelli: nel 2010 affinché i rapitori rilasciassero la figlia; e nel 2013 affinché “chi sa parli”. Il muratore di Mapello ha scritto in una nota nel giugno del 2021 di essere “un uomo distrutto ma innocente e continuo a lottare con i miei avvocati, per me, per i miei figli e perché Yara non ha avuto giustizia”. Laura Letizia Bossetti, sorella gemella del condannato, ha ottenuto recentemente l’ok della Prefettura per cambiare cognome.

Il film e le polemiche

La fiction ricostruisce la tragica storia della 13enne. È diretta dal regista Marco Tullio Giordana. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri è interpretato da Isabella Ragonese, Yara Gambirasio da Chiara Bono. Roberto Zibetti e Massimo Bossetti. Alessio Boni è un colonnello dei carabinieri. La serie, prodotta da Taodue e RTI, è in streaming su Netflix dal 5 novembre 2021.

Il film è stato nella sale per tre giorni dal 18 al 20 ottobre. È stato scritto da Graziano Diana con Giacomo Martelli. La famiglia della vittima ha fatto sapere tramite il suo avvocato che non c’è stato alcun accordo con il regista. Solo una telefonata a cose fatte. Bossetti, condannato all’ergastolo, ha dichiarato a Oggi che “non siamo stati consultati dal regista, un errore viste le mancanze del film, ci sono gravi inesattezze”.

Il regista ha commentato così le critiche in un articolo comparso sul quotidiano La Repubblica: “Il film non è ancora uscito sulla piattaforma Netflix che già scattano le polemiche ‘a prescindere’: come si può fare spettacolo su un caso così tragico, come osate? Come se il cinema, la letteratura e l’arte in genere non avessero a trattare proprio questo elemento nero e disturbante, come se la soluzione fosse rimuovere, censurare, voltarsi dall’altra parte. O sbrigarsela senza neanche guardarlo. ‘Non l’ho visto e non mi piace’, diceva Flaiano per sbeffeggiare l’indignato critico dilettante, mai immaginando che sarebbe diventato il motto del web”. 

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

"Quel film non parla di Yara, gli errori che hanno condannato Bossetti". Rosa Scognamiglio il 5 Novembre 2021 su Il Giornale. A 11 anni dal delitto di Yara Gambirasio il film che ricostruisce il caso: "Non è fedele alla storia. I protagonisti non sono né Yara né Bossetti", dice a ilGiornale.it l'avvocato Claudio Salvagni. La sera del 26 novembre 2010 Yara Gambirasio, 13 anni, scompare in circostanze misteriose da Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Il cadavere della 13enne viene ritrovato in un campo aperto a Chignolo d'Isola la mattina del 26 febbraio 2011. Sul corpo ci sono segni evidenti di ferite d'arma da taglio e altre lesioni riconducibili a colpi di spranga. Il 16 giugno del 2014 viene arrestato per l'omicidio Massimo Bossetti: il suo Dna nucleare risulta sovrapponibile con quello di "Ignoto 1" rilevato sugli indumenti della vittima durante le indagini. Il 1°luglio del 2016 il muratore di Malpello, 44 anni, viene condannato all'ergastolo. La pena viene confermata dalla Corte di Cassazione il 12 luglio del 2018. Bossetti si è sempre professato innocente sostenendo di essere estraneo alla vicenda. I suoi legali, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, da anni si battono per avere accesso agli "scartini", ovvero, "reperti secondari" che a dir loro potrebbero provare l'eventuale innocenza dell'assistito. Per tre volte la richiesta di esaminare i referti è stata respinta dalla Corte d'Assise di Bergamo. "Abbiamo presentato ricorso in Cassazione per la quarta volta. Riteniamo giusto che anche la difesa abbia accesso a quelle tracce per poterle esaminare", spiega alla nostra redazione l'avvocato Claudio Salvagni. Poi il legale commenta il film "Yara" in uscita su Netflix dal 5 novembre 2021: "Non corrisponde alla storia vera".

Avvocato Salvagni, ha visto il film "Yara" del regista Marco Tullio Giordana? Se sì, cosa ne pensa?

"No, non l'ho visto perché ritengo non sia fedele alla narrazione reale della storia, nonostante il regista sostenga di aver consultato gli atti. Noi della difesa non siamo stati neppure interpellati, quanto meno sarebbe stato utile per avere una visione a 360 gradi di tutto l'iter processuale. Ritengo che sia una ricostruzione assolutamente parziale della vicenda in cui i protagonisti non sono né la povera Yara né Massimo Bossetti. Questo film è un amplificatore dell'opinione della parola del pubblico ministero, pensato per suscitare una reazione nel pubblico".

Veniamo alla vicenda processuale. Può dirci cosa sono gli "scartini" di cui si è parlato in questi anni?

"Sono gli slip, i leggings e tutti gli altri reperti che hanno trovato sulla vittima. Da quegli indumenti gli esperti hanno prelevato dei francobolli di tessuto da cui è stato estratto il dna di 'Ignoto 1' attribuito successivamente a Massimo Bossetti. Durante tutto il processo abbiamo chiesto di vedere questi reperti ma non ci è mai stato concesso".

Dove sono conservati quei reperti?

"Quegli estratti sono stati conservati nel laboratorio San Raffaele di Milano, in custodia del professor Casari che, in sede dibattimentale di primo grado, ha dichiarato fossero a disposizione per ulteriori indagini. Invece, nelle sentenze successive, è emerso che erano completamente esauriti. Dopo che la sentenza è passata ingiudicabile abbiamo chiesto e ottenuto di poter vedere quegli estratti. Subito dopo la Procura della Repubblica ha disposto la confisca dei campioni custoditi al San Raffaele di Milano. Quindi non è vero che 'erano finiti' ma c'erano. Il Procuratore della Repubblica li ha definiti 'scartini' dimenticando che proprio qui reperti sono stati ritenuti buoni e validi per desumere il Dna di Ignoto 1". 

Quindi non sono prove secondarie?

"Assolutamente no. La parola 'scartini' è stata utilizzata per sminuirne la portata. Ma se sono serviti per condannare Massimo Bossetti all'ergastolo vuol dire che non erano poi così irrilevanti".

Perché vi è stata negata la possibilità di accedere ai reperti?

"Abbiamo presentato la richiesta per poter esaminare i reperti il 26 novembre del 2019, quasi due anni fa. Siamo stati autorizzati il giorno dopo, il 27 novembre 2019. Poi, quando abbiamo chiesto di conoscere le modalità operative per effettuare gli esami a cui eravamo stati autorizzati, ci è stato detto che la nostra domanda era 'inammissibile'. In buona sostanza, eravamo stati autorizzati ma non potevamo sapere quando poter fare questi esami. Abbiamo fatto ricorso per Cassazione e i giudici della Suprema Corte ha accolto l'istanza. Quindi, il 19 maggio 2021, siamo tornati davanti al giudice della Corte d'Assise di Bergamo. La Corte ha dichiarato, ancora una volta, la nostra richiesta 'inammissibile' con argomentazioni – a parer mio - molto discutibili".

Perché ritenete siano importanti?

"Tutto il processo ruota attorno all'identificazione del Dna. Se quella identificazione è sbagliata, in carcere c'è un innocente. Quindi dobbiamo partire con un esame in contradditorio tra le parti e che possa accertare l'esatto svilupparsi del Dna di Ignoto 1. Noi chiediamo di fare quegli esami perché riteniamo che ci sia stato un errore. Basta cambiare un allele del Dna che cambia l'identità della persona a cui è stato attribuito".

Quindi il postulato "Bassetti=Ignoto Uno" è sbagliato? Se sì, perché?

"Sì ed è sbagliato per due motivi. In primis perché, dal punto di vista processuale, alla difesa devono essere consentiti gli esami per poter difendere il proprio assistito. In secundis perché quell'esame potrebbe esser viziato da un errore".

Yara, caso mai chiuso del tutto: il dna, l'ignoto1, i colpi di scena

Potrebbe esserci stato un errore?

"Soltanto leggendo i dati emersi, da un esame cartolare abbiamo evidenziato almeno 231 anomalie nell'esame del Dna. Se questo non è sufficiente per dover ripetere un esame, non saprei allora cos'altro bisogna fare".

Quali sono tra queste "231 anomalie" quelle più rilevanti?

"Per esempio bisogna essere certi che la macchina fosse perfettamente tarata per rilevare l'intera sequenza di alleli sul codice genetico. Se ciò non fosse, la macchina potrebbe aver restituito un Dna che non corrisponde a quello di Bossetti. Ma poi ce ne sono tanti altri, molto specifici, che potrebbero aver falsato il risultato. Ripeto, stiamo parlando di 231 anomalie".

Conferma che nel corso delle indagini sono stati rilevati altri Dna?

"Oltre al Dna di Ignoto 1, sul polsino della maniche del giubbotto della vittima è stato rintracciato un profilo decodificato di quello che era dell'insegnante di ginnastica della povera Yara. In quel caso la Procura ne ha giustificato la presenza ritenendo che fosse normale. Poi sono state trovate delle altre tracce genetiche in alcune formazioni pilifere riconducibili a uno o più Dna che potrebbero essere oggetto di indagini".

Sono state mai profilate queste "altre" tracce genetiche?

"No, non si è mai provveduto con degli accertamenti. Insomma, sappiamo che ci sono degli altri Dna ma non sappiamo a chi appartengono".

La "famosa" traccia 31G20 era priva del Dna mitocondriale però c'erano 24 marcatori corrispondenti al profilo di Bossetti. Come lo spiega?

"La traccia 31G0 per gli inquirenti era la migliore per qualità. Peccato però che mancasse del Dna mitocondriale, un elemento fondamentale per completare il profilo genetico di una persona. Nelle tracce attribuite a Massimo Bossetti non c'è mai il Dna mitocondriale. Dunque la prima cosa che viene da pensare è che ci sia stato un errore".

Può spiegarci meglio?

"Se la cellula è fatta da questi due componenti, il Dna nucleare e quello mitocondriale, e se il Dna mitocondriale non può mai essere scisso dal nucleo, perché nel caso di Bossetti manca? Se non c'è una spiegazione scientifica allora vuol dire che quel Dna non è corretto".

Quale sarà la prossima mossa, contate di presentare nuovo ricorso?

"Abbiamo già presentato ricorso in Cassazione per la quarta volta. Speriamo sia quella giusta e che finalmente ci sia concessa la possibilità di accedere a quei reperti per poterli esaminare".

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due

Bossetti, quel video del furgone era solo show mediatico. Parola di Gip. Per il Tribunale di Milano il video che incastrava Massimo Bossetti era lesivo del diritto alla presunzione di innocenza: archiviato il procedimento penale per diffamazione a carico di sedici giornalisti, tra cui Luca Telese, che definì il filmato come "tarocco". Valentina Stella su Il Dubbio il 5 novembre 2021. Non solo non costituisce reato di diffamazione dire che il video dei Carabinieri col furgone bianco di Massimo Bossetti, che continuava a girare intorno alla palestra di Yara Gambirasio il giorno della scomparsa della 13enne, «è un falso. Un filmino tarocco», una «patacca». Ma soprattutto quel video ha leso il diritto alla presunzione di innocenza dell’allora indagato muratore di Mapello, poi condannato all’ergastolo per quella tragica morte. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Milano Fabrizio Filice che ha archiviato, come chiesto dal pm, un procedimento penale per diffamazione a carico di ben sedici giornalisti, tra cui Luca Telese, Maurizio Belpietro, Palo Liguori, Giovanni Minoli, Nicola Porro, Alessandro Barbano, Peter Gomez, Alessandro Sallusti. La decisione potrebbe quasi essere considerata come una sentenza ante litteram del nuovo corso del rapporto tra forze dell’ordine, procure e media che si apre oggi, avendo il nostro Paese finalmente recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza.  

Caso Bossetti, i fatti

Per capire bene il senso della decisione ripercorriamo brevemente i fatti. Il primo novembre 2015 Luca Telese firma su Libero un articolo dal titolo «I video del furgone di Bossetti sono adattati per la stampa», riportando quanto avvenuto in aula tra il difensore di Bossetti, Claudio Salvagni, e il comandante dei Ris di Parma Giampietro Lago. Quest’ultimo ammise che il video dato in pasto alla stampa nel corso delle indagini era stato «concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti» e realizzato «per esigenze di comunicazione. È stato dato alla stampa».

Telese, avendo già in precedenza studiato bene il video, nel suo articolo scrisse «che quel documento è stato confezionato dai Ris e diffuso ai media, ma incredibilmente non compare nel fascicolo processuale. E subito dopo ho scoperto un secondo elemento che non so come definire altrimenti: questo filmato, immaginifico e decisivo, è un falso. Un filmino tarocco». In pratica emerse che quel video era in realtà un montaggio di un frame del furgone di Bossetti con molti altri di diversa provenienza, usato solo a scopo mediatico per creare, prima del processo, il mostro da prima pagina, privo di qualsiasi rilevanza probatoria, tanto è vero che non fu inserito nel fascicolo.

All’articolo di Telese ne seguirono altri, insieme a trasmissioni televisive. Persino Cesare Giuzzi, allora presidente del Gruppo Cronisti Lombardi, scrisse una dura lettera al Procuratore di Bergamo chiedendo conto del perché era stato «consegnato dagli inquirenti del materiale presentato in una certa maniera e poi, in pratica, disconosciuto da quegli stessi inquirenti in aula». Da lì la querela per diffamazione contro ben sedici giornalisti da parte del colonnello Lago.

Gli articoli, scrive il gip, «trattavano con piglio fortemente critico, proprio il tema dell’affidabilità di tali modalità e verifiche, a cominciare dall’articolo in oggetto che ha definito il video ‘taroccato’: espressione poi ripresa dai successivi con sinonimi ed espressioni egualmente allusive, come ‘patacca’ e simili, nonché con toni di espressa riprovazione delle tecniche di formazione dello stesso e dei conseguenti limiti di affidabilità del suo contenuto».

«È quindi chiaro – conclude l’ordinanza –  che la cronaca e la critica giornalistica, nel caso di specie, non solo si sono inserite su un fatto obiettivo, di indubbio interesse pubblicistico e certamente non frutto di loro invenzione o di artefatto, ma siano state anche mosse dal fondamentale principio della presunzione di innocenza dell’imputato che, in base alla direttiva UE n. 343 del 2016, oggetto di recente recepimento da parte dell’Italia, deve proteggere le persone indagate o imputate in procedimenti penali da sovraesposizioni mediatiche deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo».

Il “bazooka” di Pignatone

Molto probabilmente se la direttiva europea fosse stata recepita già allora non sarebbe mai successo questo oppure procura e carabinieri sarebbero stati sanzionati.  «Questa vicenda – ci dice Luca Telese –  finalmente dopo anni si chiude. Esiste un grande problema che il ‘caso Lago’ pone a chi fa questo mestiere: il ‘processo mediatico’, costruito cioè con prove mediatiche che non sono vagliate da nessuno, cerca di prefigurare l’esito del processo penale».

La vicenda di Bossetti ricorda lontanamente il mistero del bazooka piazzato davanti alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel lontano 2010 per minacciare l’allora procuratore Giuseppe Pignatone. I giornalisti presenti in conferenza stampa si chiesero se quello mostrato dagli inquirenti fosse o meno il bazooka realmente trovato. Dopo un po’ la Questura ammise: «Il bazooka mostrato martedì scorso ai giornalisti non era quello trovato dopo la telefonata di minacce al Procuratore della Repubblica, ma uno identico. Quello trovato davanti la sede della Procura antimafia era in quel momento sottoposto ai rilievi della polizia scientifica». Da oggi, forse, tutte queste fiction made in Procura non saranno più ammesse.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 3 novembre 2021. Il video del furgone bianco di Massimo Bossetti che continua a girare intorno alla palestra di Yara Gambirasio il giorno della scomparsa della 13enne, per il cui delitto verrà poi condannato all’ergastolo nel 2018: attorno a questo video, trasmesso alle tv prima del processo dai carabinieri, nel 2015 fu aspra la polemica quando emerse che ai Tg era stato taciuto che non fosse una ripresa del furgone dell’indagato, ma il montaggio di fotogrammi di diversa provenienza per verificare la compatibilità tra un furgone nei «frame» e il furgone di Bossetti. Ora il Tribunale di Milano esclude che i giornalisti (da Telese a Giuzzi, da Belpietro a Sallusti) pur usando aspri epiteti come video «patacca» o «taroccato» avessero diffamato l’allora capo dei Ris di Parma che ne aveva querelati decine: e non solo perché muovevano da un fatto oggettivo, ma anche per un argomento più sottile e attuale. Il gip Fabrizio Filice osserva infatti che «la diffusione mediatica» di quel video, «il cui scopo era dichiaratamente non probatorio» (tanto da non far parte degli atti veri del processo vero) «ma comunicativo» (sul piano parallelo del processo mediatico), di fatto lese «il fondamentale principio della presunzione di innocenza dell’imputato che, anche in base alla direttiva Ue n.343 del 2016, deve proteggere gli indagati da mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo». Vietare per il futuro che sulle inchieste i giornalisti possano parlare con i pm e persino coi capi degli uffici giudiziari, come si propone il decreto legislativo che sta per attuare proprio la direttiva Ue, avrà l’effetto opposto di spingere i cronisti a rapporti sempre più opachi con le fonti: ma la storia del video sta lì a ricordare che neppure può essere liquidato a cuor leggero il tema dei possibili riverberi processuali delle scelte mediatiche delle pubbliche autorità.

Anticipazione da “Oggi” il 27 ottobre 2021. OGGI, in edicola da domani, ha discusso con Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti, sul film «Yara», disponibile su Netflix dal 5 novembre dopo un breve passaggio nelle sale cinematografiche. «Non siamo stati consultati dal regista, un errore viste le mancanze del film». Che Salvagni elenca: dall’ormai famoso Dna alle celle agganciate dal cellullare del condannato («il cellulare di Bossetti ha agganciato la cella telefonica di Brembate, ma è accaduto un’ora prima che Yara sparisse»), dalle particolarità genetiche della madre Ester Arzuffi alle ricerche pedopornografiche sul computer di Bossetti («si tratta in realtà di frammenti di stringhe che nei siti hot si aprono passando con il mouse sopra a icone che mostrano una sorta di preview del video»), alla polvere di calce nei polmoni e nelle ferite di Yara e i tondini nelle sue scarpe (le sferette di metallo trovate sul furgone di Bossetti sono d’acciaio e quelle trovate su Yara erano in ferro»).

Da “Iceberg - TeleLombardia” il 22 ottobre 2021.

Cosa sta facendo Bossetti in questo periodo? E’ ancora in attesa dell’autorizzazione per l’analisi dei reperti?

Bossetti si sta cimentando nella scrittura, ha vinto un premio letterario. Ha partecipato a due concorsi a livello nazionale, ha scritto una poesia che è stata valutata da una commissione e se non sbaglio è arrivato terzo. Ho incontrato Bossetti in carcere proprio pochi giorni fa e abbiamo parlato delle attività processuali, sta aspettando che venga fissata finalmente questa udienza a Bergamo. Dopo 5 mesi dalla sentenza della Cassazione di annullamento con rinvio a Bergamo non è stata ancora fissata l'udienza. 

E già questo la dice tutto. Bossetti è impaziente. Questa settimana è uscito un film sul caso Yara, ne avete parlato con Bossetti?

Si ne abbiamo parlato e non mi ha espresso l’intenzione di volerlo vedere. Non vuole assistere a una celebrazione del pm Letizia Ruggeri. Anche io non sono intenzionato a vedere il film di Marco Tullio Giordana. Ci sono delle gravi inesattezze, è un film che mette in secondo piano la povera vittima. Esalta, forse secondo uno stile un po' vecchio, il lavoro del pubblico ministero. Ritengo non sia assolutamente rispondente alla realtà, enfatizza solo una parte. Noi non siamo mai stati interpellati, giustamente perché ognuno puo' produrre il film nel modo che ritiene più opportuno, ma se si vuole fare un documento che si avvicini alla storia che sia un documento storico, secondo me deve informarsi e sentire anche la difesa. 

Emilia Costantini per il “Corriere della Sera” il 16 ottobre 2021. Il 26 novembre 2010 è un venerdì, ma non un venerdì qualunque. Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni di Brembate, va al centro sportivo dove si allena da tempo per la ginnastica ritmica, la sua passione. Percorre il solito tragitto a piedi, circa 700 metri da dove abita e arriva a destinazione alle 17,30. Esce dalla palestra alle 18,40 e il suo rientro a casa è previsto intorno alle 18,45. Ma quei cinque minuti diventeranno ore, giorni, mesi, perché Yara non tornerà più. Il suo corpo verrà ritrovato senza vita in un campo tre mesi dopo, in avanzato stato di decomposizione, il 26 febbraio 2011: sdraiata sulla schiena, le braccia incrociate sulla testa e le gambe divaricate. È stata uccisa la sera della scomparsa, non ha subito violenza carnale, ma le sue povere membra riportano numerose ferite di un'aggressione violenta. Abbandonata al gelo, è morta di stenti e ipotermia. Sulle sue mutandine viene scoperta una traccia di materiale genetico che si riferisce a un Dna maschile. E parte la caccia all'assassino: il tristemente famoso ignoto 1. La sua storia è diventata un film, Yara , impersonata da Chiara Bono, prodotto da TaodueFilm con la regia di Marco Tullio Giordana, il 5 novembre su Netflix e, in seguito, su Canale 5. «Quando mi è stato proposto, la prima reazione è stata: no, non voglio toccare un tizzone ardente - esordisce il regista - poi mi ha convinto la sceneggiatura ben documentata. Ma il compito di un film è di incantare con tutti i personaggi, in questo caso anche con la figura dell'assassino e come regista mi pongo la domanda: è tutto vero o si tratta di un presunto errore giudiziario? Sembra assurdo ma, dopo un lungo processo, una sentenza definitiva e il colpevole Massimo setti (Roberto Zibetti) all'ergastolo, ci sono ancora tanti innocentisti sui social. Il cinema però è arte, uno strumento più forte dell'atto giudiziario in sé. Qui raccontiamo la tragedia di un'assenza». Figura centrale è il pubblico ministero Letizia Ruggeri, donna forte, determinata, coraggiosa, interpretata da Isabella Ragonese: «Abbiamo scelto un punto di vista oggettivo - spiega lo sceneggiatore Graziano Diana - per seguire il lungo percorso delle indagini, durato anni, così come è durata anni la scrittura della sceneggiatura, dove non ci arroghiamo il diritto di indicare il colpevole, raccontiamo i fatti». Il film è severamente poggiato sull'indagine del magistrato Ruggeri: anch' essa madre, nella realtà, di una ragazzina della stessa età di Yara, prende a cuore quell'atroce delitto. E nel ruolo dei genitori della vittima Mario Pirrello e Sandra Toffolatti. «Credo che sia un dovere per chi fa il nostro mestiere, far conoscere al grande pubblico, in particolare ai più giovani, personaggi e fatti importanti, di cui resti viva la memoria - conclude il produttore Pietro Valsecchi -. Per il drammatico omicidio della piccola Yara, abbiamo voluto ricostruire non solo i passi di un'indagine unica nel suo genere, ma entrare nell'animo di chi ha lottato per anni tra enormi difficoltà per arrivare all'individuazione e alla condanna del colpevole. Gli innocentisti? Certo, esistono come i no vax». 

Anticipazione da “Oggi” il 4 agosto 2021. «La Suprema Corte ci ha dato sempre ragione: noi siamo autorizzati a poter fare le nostre analisi sui reperti, ma troviamo sempre degli ostacoli che ce lo impediscono… se un provvedimento definitivo può essere disatteso, lo Stato di diritto va a farsi benedire».  Così l’avvocato Claudio Salvagni a OGGI, in edicola da domani, commentando le motivazioni della Corte di Cassazione favorevoli al suo assistito che chiede di riesaminare i reperti di Yara e i campioni di Dna. Dice il legale: «Il mio timore è che i reperti siano stati conservati malamente, tanto da rendere impossibili ulteriori analisi. Se non ci fosse niente da nascondere nessuno avrebbe timore di sottoporre a nuove analisi i reperti, perché i risultati confermerebbero quelli che hanno portato al giudizio di colpevolezza del mio cliente. Evidentemente non è così».

Le storie di Quarto Grado 11 giugno 2021, il caso di Saman Abbas, le ultime su Denise Pipitone. Lorenzo Mango l'11 Giugno 2021 su maridacaterini.it. Rete 4 trasmette alle 21.25 circa di questa sera, venerdì 11 giugno 2021, Le storie di quarto grado, condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero. 

La morte di Yara: rifiutate le richieste dei legali di Bossetti

Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, avrebbe denunciato i magistrati di Bergamo, che si sono occupati del suo caso, per depistaggio. Ai legali di Bossetti sono recentemente state rifiutate nuove analisi di elementi probatori che, all’epoca dei fatti, non sarebbero stati analizzati adeguatamente. 

Il direttore Vittorio Feltri da sempre sostiene che Massimo Bossetti potrebbe non essere colpevole. “Se la corte è sicura della propria tesi non ha nulla da temere, perchè rifiuta di accogliere le richieste del povero Bossetti?”.

“Il sistema giudiziario ha commesso errori in passato, come accaduto con Tortora. E la scarcerazione di Tortora avvenne in seguito a un riesame delle prove, ora negato a Bossetti” continua.

Bossetti ha anche scritto una lettera, nella quale afferma: “Non mi sento considerato. Sono stato ignorato e calpestato. Mi hanno negato la possibilità di difesa. Vorrei che qualcuno mi spiegasse come posso difendermi se non ne ho gli strumenti. Voglio solo il riesame dei dati scientifici. […] mi è stato tolto tutto. Ad oggi sono scaraventato da una parte all’altra. E’ come se fossi sull’orlo di un precipizio. Non intendo desistere dal mio intento: sono innocente, voglio il riesame di un semplice esame scientifico.”.

“Siete tutti fidanzati della Magistratura. Anche le prove scientifiche possono essere sbagliate. Ripetere un esame è doveroso” continua ad asserire Feltri. 

Lorenzo Mango. Appassionato di Cinema e Serie TV, di libri e di fumetti, di video e di videogiochi. Di avventure, si può dire riassumendo. Non ama molto dormire, ma a volte lo costringono. Del resto, gli servirebbero delle "vite extra" per seguire tutti i suoi hobby e interessi. Intanto, fa quel che può con quella che ha: scrive, disegna, registra video, ogni tanto mangia. A tal proposito, potrebbe sopravvivere mangiando solo pizza. Se serve, anche pizza estera, quando viaggia. Sì, anche quella con sopra l'ananas.

Dagospia il 21 giugno 2021. Da “Radio Cusano Campus”. Nel mese di giugno di 7 anni fa, Massimo Bossetti veniva arrestato per l'omicidio della 13enne Yara Gambirasio. Il muratore di Mapello condannato all'ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio continua a proclamarsi innocente e da tempo chiede nuovi esami sulle tracce biologiche rinvenute sui vestiti della povera Yara. Ma recentemente, la Corte d'Assise di Bergamo, nonostante un nuovo pronunciamento della Cassazione favorevole alla difesa di Bossetti, ha detto ancora una volta no all'accesso ai reperti. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV. Uno dei legali di Bossetti, l'avvocato Claudio Salvagni, intervistato da Fabio Camillacci ha affermato: “Noi non ci arrendiamo e per questo abbiamo già presentato un ulteriore ricorso in Cassazione, visto che nelle tre precedenti occasioni, la Suprema Corte ci ha sempre dato ragione. Ora quindi andremo in Cassazione per la quarta volta perché è un nostro diritto e un diritto di Massimo Bossetti, vedere quei reperti rimasti ed esaminarli. La decisione della Corte d'Assise di Bergamo ha dell'incredibile in quanto fa a stracci i principi fondamentali del diritto. Ci vorrà quindi ancora del tempo ma credo che la Cassazione ci riconoscerà il diritto di riesaminare i reperti. Mi chiedo come è possibile che la Corte di Bergamo nelle precedenti occasioni non abbia tenuto conto del pronunciamento della Cassazione a noi favorevole, decidendo solamente di chiuderci la porta in faccia. Tutto questo è assurdo. E' chiaro ed evidente che da parte dei giudici di Bergamo c'è l'intento di evitare di riaprire il caso, impedendoci di riesaminare quei reperti. Ripeto, non capisco perché: se non pensando male. Spero che questo stucchevole valzer, Cassazione-Corte di Bergamo prima o poi finisca e ci sia consentito di fare nuovi esami sui reperti rimasti. In carcere, condannato all'ergastolo, c'è un uomo che ha sempre detto: fatemi fare una perizia come si deve e capirete che lì dentro non c'è il mio Dna. Quindi quello della Corte di Bergamo è un autentico contorsionismo mentale un'acrobazia giuridica, per arrivare a dirci di no per la terza volta. Si tratta di un sofisma, di un bizantinismo, non so più come definirlo. E se passa tutto questo cade la certezza del diritto e dei provvedimenti giurisdizionali; va ad intaccare le basi del diritto e del nostro vivere civile. In sostanza si rischia di sconfinare in veri e propri abusi. Intanto, ora passeranno altri mesi e Massimo Bossetti rimane all'ergastolo; ma ripeto noi legali continueremo a batterci senza sosta utilizzando gli strumenti del diritto che ci vengono concessi. Come recita il nostro codice penale dobbiamo raggiungere una certezza esente da ogni ragionevole dubbio per arrivare a una sentenza di condanna così pesante. Qui invece c'è un uomo condannato all'ergastolo senza che sia mai stata verificata al 100% quella prova di condanna. Io mi domando se questo è accettabile in un Paese civile ed evoluto come il nostro. Strana, singolare e senza precedenti anche un'altra cosa: noi avvocati difensori di Bossetti accusati e indagati per calunnia”. L'avvocato Claudio Salvagni ha anche mostrato alle telecamere di Cusano Italia TV le oltre 100 pagine che formano il nuovo ricorso depositato in Cassazione. Poi Salvagni sulle condizioni di Bossetti ha rivelato: “Ho incontrato Massimo Bossetti in carcere pochi giorni fa, trovandolo molto ma molto provato. E comunque Massimo mi ha detto “sono disperato, non so più che cosa devo fare. Avvocati continuate a lottare, ho fiducia di voi e non smetterò mai di lottare perché sono innocente. Lo faccio per me, per i miei figli e perché so che Yara non ha avuto giustizia”. Sempre più un uomo distrutto; il carcere è duro, ancora più duro se lo vivi da innocente. Non a caso è controllato costantemente dagli operatori penitenziari per evitare che commetta qualche insano gesto”.

Dagospia il 10 giugno 2021. Da “Telelombardia”. “Mi sento non considerato, ignorato e calpestato. Vorrei tanto che qualcuno si interfacciasse e mi spiegasse come io mi possa difendere se non mi vengono date le giuste cause per poterlo fare, a maggior ragione chiudendomi sempre più tutte le possibili porte. In tutto questo tempo non ho mai preteso né voluto essere assolto, ma ho sempre a gran voce gridato a tutti che mi venisse data la ripetizione di quel benedetto esame scientifico. Affinché con certezza assoluta io possa garantire l’esatto contrario di quanto vergognosamente continuano a volermi ingiustamente attribuire. Questa giustizia non solo mi ha completamente rovinato la vita, ma mi ha pure strappato e portato via quasi tutto di caro mi tenevo al mio fianco, E’ come se mi trovassi in cima sull’orlo di un precipizio che non mi da nessuna certezza su quale strada io debba imboccare nel percorrere per evitare questa mia lunga agonia ma soprattutto per togliere le sofferenze dei miei cari. Nonostante tutto dovendo assorbire colpo su colpo, continuo con la speranza che mi venga concessa la ripetizione di un esame scientifico. Non è mia intenzione nel volermi arrendere, ne desistere un solo attimo, gridando con tutto il fiato che ancora mi rimane. Per la semplice ragione che in me sussiste la consapevolezza di essere innocente”. 

Anticipazione stampa da OGGI il 9 giugno 2021. Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha denunciato per depistaggio i magistrati di Bergamo, un’accusa sulla quale sta ora indagando la Procura di Venezia. Il depistaggio riguarderebbe presunte anomalie relative ai reperti e ai campioni di Dna che, se dimostrate, sarebbero di estrema gravità. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani. Dopo che per tre volte la Cassazione ha dato ragione a Bossetti scrivendo che i giudici di Bergamo devono mettere a disposizione dei suoi difensori i reperti col Dna che sono serviti a condannarlo, il 3 giugno scorso la Corte d’Assise di Bergamo ha opposto l’ennesimo “no” alla richiesta degli avvocati di accedere ai campioni. «Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione», annuncia il difensore Claudio Salvagni.

Bossetti denuncia i magistrati: "Depistaggio". Rosa Scognamiglio il 9 Giugno 2021 su Il Giornale. Massimo Bossetti avrebbe denunciato i magistrati del tribunale di Bergamo dopo che ai suoi legali è stata negata la possibilità di visionare i reperti. Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha denunciato i magistrati di Bergamo per depistaggio. Lo rivela il sito Dagospia rilanciando l'esclusiva del settimanale Oggi, in edicola giovedì 10 giugno. "Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione", ha annunciato l'avvocato Claudio Salvagni, uno dei due legali del muratore di Malpello. Stando a quanto trapelato nel primo pomeriggio di mercoledì 9 giugno, il depistaggio riguarderebbe presunte anomalie relative ai reperti e ai campioni di Dna che, se dimostrate, sarebbero di "estrema gravità". Dopo che per tre volte la Cassazione ha dato ragione a Bossetti, ritenendo che i suoi difensori debbano avere acceso ai cosiddetti "scartini", il 3 giugno scorso, la Corte d'Assise di Bergamo ha opposto l'ennesimo rifiuto alla richiesta degli avvocati di accedere ai campioni. "Presenteremo il quarto ricorso in Cassazione", ha annunciato dalle pagine di Oggi il difensore Claudio Salvagni. Lo scorso 26 maggio, la Corte di Cassazione aveva accolto l'istanza della difesa di Massimo Bossetti che aveva chiesto di poter aver accesso ai reperti ritenuti di "secondaria importanza" nel processo di condanna all'ergastolo per il delitto della giovane ginnasta bergamasca. Trattasi di quelle prove che la Procura definisce "scartini" ma che, secondo i legali del 51enne, avrebbero potuto giocare un punto a favore del loro assistito. La decisione era stata rimandata alla corte d'assise di Bergamo che, in data 3 giugno, ha bocciato di netto la richiesta degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Se accolta, l'istanza avrebbe potuto ribaltare la sentenza definitiva del caso aprendo a una eventuale revisione del processo. La colpevolezza di Massimo Bossetti fu dimostrata dalla sovrapponibilità del Dna nucleare con quello di "Ignoto Uno", rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall'accusa l'unico riconducibile all'assassino, oltre che per la posizione, perché riscontrato nella zona colpita da arma da taglio sul corpo della giovane vittima. Per contro, gli avvocati del 51enne hanno sempre sostenuto che il Dna mitocondriale minoritario appartenga a un altro individuo, definito per convenzione "Ignoto 2". Per questo motivo, a più riprese, i legali Salvagni e Camporini hanno chiesto una revisione del processo puntando ai residui della traccia 31G 20 ritenuta la "prova regina" nel corso del processo.

Anticipazione da “Oggi” il 2 giugno 2021. Il settimanale OGGI, in edicola da domani, pubblica il documento inedito con cui la Prefettura di Bergamo ha consentito a Laura Letizia Bossetti, sorella gemella del muratore condannato all’ergastolo per il delitto di Yara Gambirasio, di cambiare cognome. «L’ho fatto solo per me stessa, per avere più tranquillità. Lo sapete voi che significa mandare una domanda di lavoro col cognome Bossetti?», ha confidato la donna a Marco Oliva, conduttore di «Iceberg» su Telelombardia. Tramite «Iceberg» e OGGI la donna ribadisce che il cambiamento nulla ha a che vedere con l’affetto verso il fratello. Massimo Bossetti per quella decisione, giudicata «un gesto pianificato e violento», ha però rotto ogni relazione. Spiega Laura Letizia: «Ho fatto tanti passi verso Massimo. Ho teso una mano, ho chiesto scusa più volte, ma lui continua a non volermi incontrare. Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il gran dolore, ma è la verità. Il dispiacere di avere un figlio in galera li ha straziati».

Massimo Bossetti, la drastica scelta della sorella Letizia: "Ogni volta che mando un curriculum", nuova identità. Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. La sorella gemella di Massimo Bossetti ha chiesto e ottenuto di cambiare il suo cognome. La signora Laura Letizia non vuole più essere accostata - dal punto di vista burocratico - al fratello, il muratore condannato all’ergastolo per il delitto di Yara Gambirasio. A pubblicare il documento inedito con cui la Prefettura di Bergamo ha consentito il cambio di cognome, è il settimanale Oggi, in edicola da domani. "L’ho fatto solo per me stessa, per avere più tranquillità. Lo sapete voi che significa mandare una domanda di lavoro col cognome Bossetti?", ha confidato la donna a Marco Oliva, conduttore della trasmissione Iceberg su Telelombardia. Sia attraverso Iceberg sia attraverso la rivista Oggi, Laura Letizia ha ribadito che il cambiamento non ha nulla a che vedere con l’affetto verso il fratello. Massimo Bossetti, però, per quella decisione, giudicata "un gesto pianificato e violento", ha deciso di rompere ogni relazione. "Ho fatto tanti passi verso Massimo. Ho teso una mano, ho chiesto scusa più volte, ma lui continua a non volermi incontrare", ha spiegato la donna. Il motivo per cui Bossetti non vuole più vedere la sorella ha a che fare con una frase che la donna gli disse qualche tempo fa in carcere. "Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il gran dolore, ma è la verità - ha affermato Laura Letizia -. Il dispiacere di avere un figlio in galera li ha straziati".

(ANSA il 3 giugno 2021) - I giudici della Corte d'assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di aver accesso ai reperti del processo conclusosi con la condanna all'ergastolo del muratore di Mapello per l'omicidio della tredicenne Yara Gambirasio. I difensori non potranno nemmeno effettuarne la ricognizione. La difesa aveva avanzato l'istanza in vista di una possibile revisione della sentenza. La Procura orobica si era opposta alla richiesta. I difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camopirini non potranno avere accesso ai corpi di reato e nemmeno ai Dvd con la raccolta fotografica eseguita dai carabinieri del Ris nell'ambito delle indagini, né alle "caratterizzazioni" dei profili genetici del Dna eseguiti dagli stessi Ris e dalla Polizia giudiziaria. Durante l'udienza dello scorso 19 maggio era stato confermato che la traccia 31 G20, trovata sui leggins della ragazza uccisa, con il Dna che fu attribuito a Bossetti, considerata la prova regina a suo carico, era sostanzialmente esaurita e la ripetizione dell'esperimento, come più volte chiesto dai legali, non più possibile.

Dagospia il 3 giugno 2021. Da “Tele Lombardia”. Al momento non ho letto ancora le motivazioni quindi mi riservo qualsiasi commento dopo la lettura. Ad ora sembra che sia stata rigettata ogni nostra richiesta per cui sebbene veniamo da un giudizio di rinvio dalla Cassazione, Bergamo per l'ennesima volta ha ritenuto di non accogliere nessuna nostra richiesta. Anzi la cosa che voglio stigmatizzare da subito, non avevo detto prima per rispetto della Corte, però c'era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco.

Vi hanno un qualche modo segnalato, denunciato ho capito correttamente?

La Procura di Bergamo ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi. Cioè noi avremmo accusato sapendo l'innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e per conto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità.

Un commento su questa decisione?

Questo è il nostro Paese che dire? C'è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro "Il sistema" ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi.

Farete ricorso?

Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo.

Non potete vedere, nè analizzare questi reperti, neanche sapere come sono conservati?

C'è un no assoluto su tutto. E voglio chiudere dicendo che a pensar male si fa peccato ma a questo punto direi che è proprio il minimo quello di pensare male.

Yara Gambirasio, negato l’esame dei reperti alla difesa di Bossetti. Il Dubbio il 3 giugno 2021. I giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei legali che avrebbe potuto portare a una possibile revisione della sentenza di condanna all’ergastolo. Si dissolvono le speranze della difesa di Massimo Bossetti di ribaltare il verdetto di colpevolezza all’ergastolo nel processo per la morte della tredicenne ginnasta Yara Gambirasio che risale al 26 novembre del 2010.  I giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori del muratore di Mapello di esaminare i campioni biologici e i reperti del delitto. Un’istanza che, se accolta, avrebbe potuto portare a una possibile revisione della sentenza. Il collegio, presieduto da Donatella Nava, ha bocciato con un’ordinanza di 19pagine le istanze difensive. Resta pendente un altro ricorso in Cassazione della difesa, poi mandato dalla Suprema Corte a Bergamo, sul quale potrebbe pronunciarsi lo stesso collegio che oggi ha detto no agli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. «Questo è il nostro Paese che dire? C’è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro “Il sistema” ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi», ha commentato a Telelombardia Claudio Salvagni, legale di Massimo Bossetti. «Al momento non ho letto ancora le motivazioni quindi mi riservo qualsiasi commento dopo la lettura – ha aggiunto l’avvocato -. Ad ora sembra che sia stata rigettata ogni nostra richiesta per cui sebbene veniamo da un giudizio di rinvio dalla Cassazione, Bergamo per l’ennesima volta ha ritenuto di non accogliere nessuna nostra richiesta. Anzi la cosa che voglio stigmatizzare da subito, non avevo detto prima per rispetto della Corte, però c’era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco». «La Procura di Bergamo, ha spiegato ancora Salvagni – ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi. Cioè noi avremmo accusato sapendo l’innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e perconto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità». Poi, replicando a chi gli chiedeva se faranno ricorso, l’avvocato ha detto: «Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo». Entrambi non possono né vedere né analizzare i reperti, neanche sapere come sono conservati. «C’è un no assoluto su tutto – ha rimarcato Salvagni -. E voglio chiudere dicendo che a pensar male si fa peccato ma a questo punto direi che è proprio il minimo quello di pensare male». 

Altro "schiaffo" alla difesa. Omicidio Yara Gambirasio, no dalla Corte d’Assise a Bossetti: negato accesso ai reperti. Fabio Calcagni su Il Riformista il 3 Giugno 2021. Una nuova mazzetta giudiziaria per Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, scomparsa da casa mentre rientrava dalla palestra nel novembre 2010 e ritrovata senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola. La Corte d’Assise di Bergamo, su richiesta della Procura, ha respinto l’istanza presentata da Massimo Bossetti, tramite i suoi legali Claudio Salvagni e Paolo Camporini, di analizzare i reperti e i campioni di materiale biologico raccolti nel corso delle indagini che hanno portato all’arresto di Bossetti. Respingendo l’istanza dei legali, la Corte d’Assise ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Venezia. Una decisione fortemente criticata dall’avvocato Salvagni in un intervento a TeleLombardia. “C’è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso – si è sfogato il legale di Bossetti -. Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro ‘Il sistema’ ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi”. Quindi l’ulteriore affondo: “C’era stata una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco”. Quanto a eventuali ricorsi contro la decisione della Corte, l’avvocato spiega: “Non ho ancora letto le motivazioni, le analizzeremo io e il mio collega Paolo Camporini e poi decideremo”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Dal "Fatto quotidiano" il 25 maggio 2021. La Cassazione per la terza volta dà ragione alla difesa di Massimo Bossetti condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Lo scorso 21 maggio, in camera di consiglio si è affrontata l’istanza sullo stato di conservazione dei reperti relativi all’omicidio, dopo che alcuni articoli di stampa avevano gettato ombre sulla custodia degli stessi. Ieri la Suprema Corte ha rinviato nuovamente alla Corte di assise di Bergamo il giudizio sul tema sollevato dai legali Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Si tratta di una nuova pronuncia a favore di Bossetti, dopo le due precedenti istanze riguardo alla modalità di accesso ai reperti – tra cui il Dna e gli abiti della vittima –. Anche su questi aspetti la Cassazione aveva rinviato a Bergamo e lo scorso 19 maggio c'è stata un’udienza in cui i difensori hanno nuovamente sollecitato un calendario per poter toccare – per la prima volta – le prove su cui si è decisa la condanna all’ergastolo di Bossetti. Al termine dell’udienza, la Corte d’assise si era riservata e ancora oggi si attende la decisione.

Da blitzquotidiano.it il 31 maggio 2021. Massimo Bossetti ha una nuova carta da giocarsi nel processo per la morte di Yara Gambirasio. La Corte di Cassazione ha stabilito che il collegio difensivo di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e analisi dei reperti rimasti. Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della 13enne avvenuto nel 2010. Il 21 maggio scorso la Suprema Corte ha annullato il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV con l’avvocato Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti. Intervistato da Fabio Camillacci, l’avvocato Salvagni ha affermato: “Qua c’è qualcosa che va oltre il classico ‘innamoramento della tesi’. Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla strenua difesa di un’indagine qualitativamente scarsa e che non ha raggiunto una certezza granitica. Resto, infatti, sorpreso da questo valzer delle Procure dopo che la Corte di Cassazione da tempo ci ha autorizzato a effettuare nuovi esami. Una clamorosa serie di rimpalli tra Procure che ci ha portato per altre tre volte in Cassazione. E per tre volte la Corte Suprema ci ha dato ragione dicendo che abbiamo il diritto di esaminare quei reperti e da ultimo i giudici hanno anche stabilito che abbiamo il diritto di conoscere lo stato di conservazione di quei reperti perché sono dei reperti fondamentali per arrivare alla verità. Noi vogliamo esaminare quei 54 campioni di Dna trovati sui vestiti della povera Yara, perché crediamo che lì ci siano le risposte a tutti i dubbi ancora in piedi in questa lunga vicenda. Visto che Dna nucleare e Dna mitocondriale, esaminati dai periti dell’accusa, non combaciano con quelli di Bossetti”.

Dagospia il 31 maggio 2021. Da “Radio Cusano Campus”. Caso Yara Gambirasio, a breve potrebbero arrivare nuovi clamorosi sviluppi. La Corte di Cassazione ha stabilito che il collegio difensivo di Massimo Giuseppe Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della 13enne avvenuto nel 2010, ha diritto a una completa ricognizione e analisi dei reperti rimasti. Il 21 maggio scorso la Suprema Corte, ha annullato il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. I nuovi sviluppi sono stati approfonditi a “Crimini e Criminologia” su Cusano Italia TV con l'avvocato Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Bossetti. Intervistato da Fabio Camillacci, l'avvocato Salvagni ha affermato: “Qua c'è qualcosa che va oltre il classico 'innamoramento della tesi'. Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla strenua difesa di un'indagine qualitativamente scarsa e che non ha raggiunto una certezza granitica. Resto, infatti, sorpreso da questo valzer delle Procure dopo che la Corte di Cassazione da tempo ci ha autorizzato a effettuare nuovi esami. Una clamorosa serie di rimpalli tra Procure che ci ha portato per altre tre volte in Cassazione. E per tre volte la Corte Suprema ci ha dato ragione dicendo che abbiamo il diritto di esaminare quei reperti e da ultimo i giudici hanno anche stabilito che abbiamo il diritto di conoscere lo stato di conservazione di quei reperti perché sono dei reperti fondamentali per arrivare alla verità. Noi vogliamo esaminare quei 54 campioni di Dna trovati sui vestiti della povera Yara, perché crediamo che lì ci siano le risposte a tutti i dubbi ancora in piedi in questa lunga vicenda. Visto che Dna nucleare e Dna mitocondriale, esaminati dai periti dell'accusa, non combaciano con quelli di Bossetti”. Poi l'avvocato Salvagni ha rivelato di aver parlato con Bossetti pochi giorni fa: “Ho trovato un Bossetti molto in tensione per questi ultimi sviluppi, ma anche fiducioso, spera che questo esame possa essere effettuato. Rivelo inoltre che mi chiamò il giorno prima dell'ultima udienza in questo mese di maggio, per incoraggiare noi della difesa a non lasciare nulla di intentato. Perchè Massimo Bossetti ha sempre chiesto, fin dai vari processi, l'unica cosa che avrebbe potuto dimostrare veramente la sua colpevolezza o innocenza: la perizia sul Dna. Questo perché abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenere che quel Dna lì era sbagliato, che il Dna di “Ignoto 1” non è riferibile a Massimo Giuseppe Bossetti e l'unico modo per dimostrarlo, era effettuare quella perizia sempre chiesta e sempre negata. Dopo oltre 10 anni la tecnologia per le analisi del Dna è decisamente migliorata, quindi pensiamo sia giusto poter fare nuovi esami. Adesso comunque dobbiamo solo attendere e capire quando e dove verranno fatti nuovi esami sui reperti rimasti. Una volta avuto l'esito delle analisi -ha concluso l'avvocato Salvagni- provvederemo a chiedere la revisione del processo perché essendo assolutamente convinti dell'innocenza di Bossetti, siamo convinti che dalle nuove analisi sui reperti avremo gli elementi utili per arrivare alla revisione del processo. Purtroppo dovremo ancora attendere qualche mese prima che venga fissata la nuova udienza”.

Anticipazione da “Oggi” il 26 maggio 2021. I primi due punti a favore di Bossetti erano stati segnati dalla sentenza del 13 gennaio con cui la Corte di Cassazione aveva stabilito che la difesa di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e all’analisi dei reperti. Il 21 maggio la prima sezione della Cassazione ha annullato anche il provvedimento del giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo, che a suo tempo aveva respinto l’istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall’Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. Intanto, riferisce OGGI, in edicola da domani, il 19 maggio si è tenuta un’esplosiva udienza a porte chiuse a Bergamo durante la quale il Procuratore capo Antonio Chiappani e il Pm Letizia Ruggeri hanno hanno dichiarato che si oppongono sia alla ricognizione di tutti gli indumenti che Yara indossava quella tragica sera che alla revisione dei reperti riconsegnati dal genetista Giorgio Casari, bollando i 54 campioni di Dna come degli «scartini». Mentre la difesa ha fatto capire di avere carte da giocare, in grado di provocare un «terremoto», ma si sono sentiti dire dal Procuratore che rischiano una raffica di querele.

Giangavino Sulas per “Oggi” il 28 maggio 2021. La guerra di istanze e respingimenti tra difesa e accusa, sulle prove che hanno portato alla condanna definitiva di Massimo Bossetti, è arrivata a un clamoroso 3-0 per il muratore, che ha sempre negato di essere l'assassino della tredicenne Yara Gambirasio. I primi due punti a favore di Bossetti erano stati segnati dalla sentenza del 13 gennaio scorso con cui la Corte di Cassazione aveva stabilito che la difesa di Bossetti ha diritto a una completa ricognizione e all'analisi dei reperti, per giungere eventualmente a una richiesta di revisione del processo. Questo ha portato, il 19 maggio, a un'esplosiva udienza a porte chiuse a Bergamo durante la quale il Procuratore capo Antonio Chiappani e il Pm Letizia Ruggeri hanno rifiutato il confronto con la difesa e hanno dichiarato che si oppongono sia alla ricognizione (di tutti gli indumenti che Yara indossava quella tragica sera) che alla revisione dei reperti riconsegnati dal genetista Giorgio Casari. Quei reperti che Casari aveva custodito per cinque anni mentre l'Accusa li dichiarava sempre esauriti durante le indagini. Chiappani e la Ruggeri hanno bollato i 54 campioni di Dna come de-gli «scartini». Per il Procuratore e il Pubblico ministero il discorso poteva considerarsi chiuso. Non prevedevano neppure un'altra riunione. Solo la decisione del presidente della Corte d'Assise Donatella Nava. Ma ecco che, appena due giorni dopo, il 21 maggio è arrivato il terzo inaspettato "goal" della difesa di Bossetti: la prima sezione della Cassazione infatti ha annullato anche il provvedimento del giudice dell'esecuzione Giovanni Petalo, che a suo tempo aveva respinto l'istanza con cui la difesa chiedeva di sapere come fossero conservati i campioni di Dna presi in custodia dall'Ufficio corpi di reato del tribunale di Bergamo. Un'istanza che gli avvocati di Bossetti avevano presentato proprio dopo aver letto su Oggi che c'era il rischio che i preziosi reperti si deteriorassero per mancanza di un frigo che li mantenesse alla temperatura richiesta per la loro conservazione. E ora? Dovrà esserci una nuova udienza, dopo quella del 19 maggio, durante la quale Claudio Salvagni e Paolo Camporini, difensori di Bossetti, hanno fatto capire che hanno importanti carte di riserva da giocare, in grado di provocare un «terremoto». Ma si sono sentiti dire dal Procuratore che rischiano una raffica di querele. La "guerra" è appena cominciata. La difesa vuole andare fino in fondo e capire perché finora è stata negata a Bossetti la possibilità di una controperizia. Il diniego è stato motivato con l'esaurimento del materiale genetico disponibile. Ma il 20 novembre 2015, Giorgio Casari, deponendo al processo sotto giuramento, incalzato dalla Pm Ruggeri aveva precisato, a proposito dei Dna repertati: «Li abbiamo ancora tutti non abbiamo finito nessuna aliquota...c'è ancora materiale per ulteriori indagini volendo. Ne abbiamo conferito una piccola aliquota al professor Andrea Piccinini per le sue indagini e al professor Carlo Previderè». Quindi, a quanto pare, il materiale genetico c'è sempre stato, distribuito in vari laboratori e soprattutto riutilizzabile. Tanto che Giorgio Casari il 20 novembre 2019, intervistato da Oggi, aveva confermato il possesso dei 54 campioni di Dna aggiungendo che, su richiesta della Procura, li stava riconsegnando. Infatti lunedì 2 dicembre i carabinieri del Nucleo investigativo di Bergamo, agli ordini del colonnello Paolo Storoni, avevano ritirato al San Raffaele i campioni tutti debitamente congelati e li avevano depositati all'Ufficio Corpi di reato del Tribunale. Forse il «terremoto» di cui parlano Salvagni e Camporini è proprio questo: il materiale genetico di Ignoto 1 si è deteriorato ed è inutilizzabile? Difficile immaginare cosa possa succedere di fronte a questa prospettiva.

"Traccia esaurita". Bossetti appeso a degli "scartini". Rosa Scognamiglio su Il Giornale il 20 Maggio 2021. I legali di Massimo Bossetti, il 51enne condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, chiedono di poter aver accesso ai reperti "secondari" del processo. La traccia 31 G20 che rappresenta la "prova regina" nel processo che portò alla condanna di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio "è forse l'unica traccia che è effettivamente esaurita, stando alle dichiarazioni dei consulenti di allora". A dirlo sono i legali del 51enne che, nonostante tutto, hanno chiesto di poter esaminare quelli che la procura definisce "scartini" in quanto ritenuti di secondaria importanza ai fini processuali.

Il delitto. I fatti risalgono a venerdì 26 novembre 2010. Pressappoco alle ore 17.30, la 13enne Yara Gambirasio si reca nel centro sportivo di Brembate di Sopra, dove si allena in ginnastica ritmica. Lì rimane, secondo varie testimonianze, almeno fino alle ore 18:40 circa, dopodiché svanisce nel nulla. La sua casa dista 700 metri dalla palestra, ma la giovane non vi arriverà mai. Alle 18:44 il suo telefono aggancia la cella di Ponte San Pietro via Adamello settore 9, alle 18:49 la cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate Di Sopra, e alle 18:55 aggancia la rete per l'ultima volta tramite la cella di Brembate di Sopra in via Ruggeri. Da quel momento, la tredicenne scompare misteriosamente. A tre mesi dalla sparizione, il 26 febbraio 2011, il corpo martoriato di Yara viene ritrovato casualmente tra le sterpaglie di un campo aperto a Chignolo d'Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate di Sopra in direzione sud-ovest. Sul cadavere vengono rilevati numerosi colpi di spranga, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio.

L'arresto e la condanna di Bossetti. Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore 44enne di Mapello fino a quel momento incensurato. A lui si arriva per la sovrapponibilità del Dna nucleare con quello di "Ignoto Uno", rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall'accusa l'unico riconducibile all'assassino, oltre che per la posizione, perché in zona colpita da arma da taglio. L'uomo nega ogni coinvolgimento nel misfatto ma la prova genetica lo inchioda definitivamente: è lui ad aver ucciso la giovane ginnasta. Il 26 febbraio 2015 vengono chiuse le indagini. Per la procura non vi sono dubbi di alcuna sorta: il colpevole è Bossetti, unico indagato nel caso. La difesa ne chiede invece la scarcerazione, valutando poi l'opportunità del rito abbreviato, sostenendo che il Dna mitocondriale minoritario apparterrebbe ad un altro individuo, definito dagli avvocati "Ignoto 2". Ma il 1º luglio 2016 la Corte d'Assise di Bergamo condanna il muratore di Malpello all'ergastolo con l'accusa di omicidio, sentenza che sarà confermata in Cassazione il 12 ottobre 2018 con anche l'aggravante della crudeltà.

La nuova richiesta del pool difensivo. Non hanno intenzione di darsi per vinti i legali di Bossetti che, già ad agosto dello scorso anno, avevano chiesto di poter aver accesso ai reperti ritenuti "di secondaria o nulla importanza" dalla procura ai fini processuali. Oggi, il 51enne chiede alla Corte d'assise di Bergamo che "sia prima di tutto ripristinata la legalità", come ha dichiarato uno dei suoi legali, Paolo Camporini, ai taccuini dell'Ansa. I giudici si sono riservati di decidere sulla richiesta della difesa nelle prossime settimane. Gli avvocati di Bossetti hanno parlato di "confronto acceso" in aula e hanno detto che la Procura ha definito "degli scartini" i reperti diversi dalla traccia 31G 20, con il Dna trovato sui leggins della ragazza ritenuta la 'prova regina' nel dibattimento.

Dagospia il 26 aprile 2021. Era la sera del 26 novembre 2010 quando si persero le tracce di Yara Gambirasio, una ragazzina di soli quattordici anni, dopo che era uscita dal centro sportivo di Brembate Sopra, in provincia di Bergamo, in cui praticava ginnastica. Esattamente tre mesi dopo il corpo privo di vita di Yara venne ritrovato nel campo di Chignolo d’Isola, un paese vicino. Per questo drammatico caso vennero svolte imponenti indagini investigative condotte dalla procura di Bergamo e dai Ris. Queste portarono all’arresto, il 16 giugno del 2014, di Massimo Bossetti, un muratore di Mapello, a cui corrispondeva uno dei 13 Dna trovati sul corpo della povera ragazzina. Era, quella del Dna, la prova schiacciante per definire il Bossetti colpevole dell’orribile delitto. Oggi Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo in modo definitivo da tre sentenze passate in giudicato, ma ancora questa vicenda rimane avvolta in un mistero: perché alla difesa del muratore di Mapello non è stato ancora consentito di periziare quella traccia di Dna trovata sul corpo di Yara e che l’ha inchiodato? Perché, durante i vari dibattimenti, si è detto che era impossibile reperire quei reperti, mentre si sono poi ritrovati all’ospedale San Raffaele? Ecco una lettera spedita proprio da Massimo Bossetti dal carcere, pochi giorni dopo l’ispezione ministeriale alla Procura di Bergamo e alla vigilia, il 19maggio, di un nuovo passaggio in tribunale, per stabilire il modo in cui verranno consegnati alla difesa i suddetti reperti di Dna.

Giovanni Terzi per "Libero quotidiano" il 26 aprile 2021. Improvvisamente venerdì 23 aprile mi arriva una lettera dal carcere di Bollate: è di Massimo Bossetti che in quel luogo sta scontandola pena dell’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. È una lettera importante perché mi giunge pochi giorni dopo un’ispezione ministeriale sul caso della morte di Yara Gambirasio su come sono stati mantenuti i reperti del DNA trovati sul corpo della povera ragazza. Per chi scrive e conosce la vicenda a fondo fa impressione parlare, a dieci anni dalla morte della ragazzina bergamasca, ancora di questo caso ed ancora di dna in possesso ora della Procura di Bergamo, ma che era stato dato per “esaurito” in alcune fasi del processo. Una semplice domanda era stata fatta dagli avvocati di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini: «Quando dal San Raffaele quel materiale genetico, unica vera prova per la condanna di Bossetti, è stato trasferito all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo, è stato salvaguardato?». Da tempo i difensori di Bossetti chiedono la ripetizione dell’esame del Dna. Della richiesta di accesso ai reperti si discuterà il prossimo 19 maggio, davanti ai giudici della Corte d’assise di Bergamo. Il presidente della Corte aveva dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati, mentre la Cassazione aveva evidenziato che il presidente non poteva decidere da solo ma era compito dell’intera Corte d’assise. Se da una parte è vero che sono state fatte molte udienze in primo grado, in appello e in Cassazione, che hanno condannato a VITA massimo Bossetti. Ma per dare certezza a questa condanna manca l’unica cosa che doveva essere fatta e non è mai stata fatta, benché sia stata richiesta, ed è una perizia sul Dna fatta dalla difesa del muratore di Mapello. Bossetti sempre si è professato innocente e continua a dire «non posso essere io il colpevole perché non ho mai conosciuto e visto quella ragazza» ma come può dimostrarlo se non gli viene data la possibilità di fare una perizia? È evidente che se fosse capitato a chiunque di noi, avremmo chiesto la stessa cosa. Al contrario, come dichiarato dall’avvocato Salvagni, «ci siamo dovuti tenere un risultato di una consulenza fatta in autonomia dal Ris dove noi della difesa solo guardando le carte abbiamo trovato 261 anomalie. Il dubbio a questo punto è forte. Se ci fanno fare questi esami credo che la revisione del processo sia dietro la porta. Se invece i reperti sono andati distrutti e non ce li faranno mai analizzare, la questione si complica». In questo momento decisivo mi arriva la lettera di Massimo Bossetti. «Caro Signor Terzi, finalmente si avvicina quanto da anni mi è sempre stato impedito di svolgere. Sono fiducioso in questa udienza che mi darà la certezza di una svolta decisiva a questo caso. Credo nella giustizia, anche se fino adesso non mi ha dato la possibilità di dimostrare la mia innocenza ed è un bene che ora me ne dia atto. Spero che questi reperti siano stati conservati correttamente come più volte ho chiesto perché solo, e ripeto solo, attraverso l’esame di questi potrà essere evidenziato il clamoroso errore giudiziario!!! Io sono INNOCENTE e non smetterò mai ne di gridarlo ne di lottare per dimostrarlo. E vi dico con tutta la mia forza che Yara non ha ancora avuto giustizia!!! I giorni passano a rilento tutti sempre uguali a se stessi: bui, vuoti e silenziosi, come pagine bianche sfogliando un libro piano piano. Ed ecco che quei giorni si trasformano in mesi, ed i mesi in anni. L’estenuante angoscia del tempo passato lontano da chi, mio malgrado, mi è rimasto lontano; lontano da ciò che amo, nel profondo della disperazione voglio ancora cavalcare la speranza. La luce che entra dalla finestra non basta per scalfire il buio, il vuoto, lo sconforto e quel senso di abbandono, che regna intorno a me. Ormai quasi tutto mi è stato sottratto; l’affetto dei miei cari, l’amore dei miei amatissimi figli che diventano grandi senza avere al loro fianco la propria figura paterna. Sempre più lontani ma vicini attraverso la forza del pensiero. Anche su di me rimane un profondo vuoto nel cuore, nell’anima dove solo il dolore e la sofferenza mi fanno ogni giorno compagnia avendomi strappato, per sempre dalla mia vita e portandomi via quanto più al mondo che amo. La presenza dei miei figli è vita per me. Questo è un motivo in più per cui non smetterò mai di lottare. Ed è per questo, anche, che voglio uscire a testa alta da questa assurda e tragica vicenda e non per qualche possibile cavillo giudiziario. Continuerò a gridare trascinandomi in silenzio tutte le delusioni, le ferite e le crepe che mi portò nel cuore e non mi fermerò MAI finché avrò fiato per farlo! Con affetto, la saluto cordialmente. Massimo Bossetti». L’avvocato Salvagni da sempre vicino sia dal punto di vista legale che umano a Massimo Bossetti così spiega il momento decisivo, dal punto di vista giudiziario, che si sta vivendo: «La cosa è molto semplice. Noi siamo stati autorizzati nel novembre 2019, quindi a processo finito e già in esecuzione, ad effettuare le analisi sui reperti. Analisi che non sono mai state autorizzate durante il processo. Abbiamo sempre chiesto una perizia ma, come detto, non è mai stata concessa. Poi quando abbiamo chiesto le modalità operative per l’effettuazione di questi esami ci hanno detto che la nostra domanda era inammissibile. Allora ci siamo rivolti alla Cassazione che ci ha dato ragione. Nel frattempo, visto che i mesi passavano, abbiamo chiesto di sapere come venivano conservati i reperti. Perché è l’unica possibilità di difesa che ha Massimo Bossetti. Non sapendo come venivano conservati, in quanto il presidente del tribunale ci aveva detto che lui non ci avrebbe risposto, allora abbiamo mandato una comunicazione al Ministero della Giustizia, chiedendo di accertarsi di questo fatto. Purtroppo più di così non so cosa dire. A me non è stato comunicato dell’eventuale ispezione o di qualcosa di simile. Però, prendo atto che se davvero c’è o c’è stata, spero che ci sia stato un accertamento sulla corretta conservazione dei reperti». Ad oggi nulla è stato comunicato sul fronte di potenziali anomalie riferite a come sono stati custoditi i reperti di Dna, ma certo è che per Massimo Bossetti l’udienza del 19 maggio diventa davvero decisiva. C’è bisogno di avere chiarezza in questa drammatica vicenda che ha tolto la vita alla piccola Yara, che il 21maggio avrebbe compiuto ventiquattro anni, ma per farla l’unico modo è dare la possibilità alla difesa di Bossetti di fare la controprova sui reperti di Dna che l’accusa dichiara siano del muratore di Mapello. Pensate se un giorno chi vi accusa di un orribile crimine non vi facesse vedere la prova del reato condannandovi all’ergastolo. Cosa pensereste? Come sempre ho detto Yara Gambirasio merita «il colpevole oltre ogni ragionevole dubbio» e non «un colpevole».

Anticipazione da “Oggi” il 21 aprile 2021. Dopo l’istanza al Csm dei difensori di Massimo Bossetti, gli ispettori del ministero della Giustizia hanno recapitato a Bergamo un fascicolo in cui la ministra Marta Cartabia chiede in particolare come sia stato conservato il Dna di Ignoto 1, che da tempo il muratore condannato all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio chiede sia riesaminato. Lo rivela il settimanale OGGI, in edicola da domani. L’ispezione avrebbe irritato Letizia Ruggeri, la Pm che ha condotto le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio e ottenuto l’ergastolo per Massimo Bossetti. Quando dal San Raffaele quel materiale genetico, unica vera prova per la condanna di Bossetti, è stato trasferito all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Bergamo, è stato salvaguardato? A oggi, non si sa se negli uffici del Tribunale esista un congelatore. Marzio Capra, consulente scientifico di Bossetti, è esplicito: «Il contenitore refrigerato deve stare a -23 gradi, o tutto si decompone per via della “l’idrolisi acida”». Ma se il Dna di Ignoto 1 non fosse più esaminabile? Se l’avessero lasciato decomporre? «Mi rifiuto di pensarlo: rischierebbero la galera», dice il difensore di Bossetti, Claudio Salvagni.

Bossetti, cambia tutto? Spuntano 98 reperti: "Luce in fondo al tunnel". Angela Leucci il 17 Aprile 2021 su Il Giornale. Massimo Bossetti potrebbe ottenere la revisione del processo se la Corte d'assise autorizzerà l'analisi di 98 reperti che furono fondamentali per la sua condanna. La verità sulla morte di Yara Gambirasio si fonda su 98 reperti che ora potrebbero essere ispezionati dalla difesa di Massimo Bossetti. È attesa per il 19 maggio l’udienza nella Corte d’assise di Bergamo, per stabilire se quanto chiesto dai difensori del muratore sarà reso possibile. Questi 98 reperti si trovano al momento nell’ufficio “Corpi di reato” del tribunale, perché sono stati confiscati e quindi sono proprietà dello Stato. I legali di Bossetti sono intenzionati a chiedere la revisione del processo basandosi su nuovi elementi e i reperti potrebbero svolgere un ruolo fondamentale in questa fase. Già nel novembre 2019 era stata posta l’istanza per l’esame di essi, tra cui gli abiti della vittima, i leggings, le scarpe da ginnastica, le mutandine, strisce di campioni prelevati sulla’auto di Bossetti e ben 54 campioni di Dna. Va ricordato che proprio le tracce sui leggings hanno portato gli inquirenti a identificare Bossetti con Ignoto 1. “Ci sono ancora dei dubbi sulle analisi genetiche e non è ancora stato fatto nulla”, ha detto a Quarto Grado Marzio Capra, genetista e consulente di Massimo Bossetti, il quale preme per verificare la consistenza dei reperti a disposizione. La trasmissione di Rete 4 si è occupata ieri di questa complessa vicenda giudiziaria, che viene rimandata ormai da tempo, sollevando una domanda: dal Dna può arrivare qualche sorpresa sul colpevole dell’omicidio di Yara? Non si sa se la Corte autorizzerà solo una ricognizione dei reperti o delle analisi complete, ma il generale Luciano Garofano, biologo dei Ris di Parma presente in studio, non ha dubbi su come si dovrebbe agire per fugare per sempre ogni dubbio. “Spero che analizzino al massimo possibile - ha commentato l’esperto - perché questa è una storia che deve finire, deve finire il dubbio. È giusto che gli avvocati e la difesa esercitino i loro diritti. Ci sono troppe contraddizioni anche nei confronti di ciò che viene poi detto”. Garofano ha anche aggiunto che comunque quei 98 reperti sono già consumati dalle numerose analisi effettuate finora. Intanto alla notizia dell’udienza del 19 maggio, Bossetti ha scritto una lettera che è stata letta a Quarto Grado. Nella missiva, in cui l’uomo si firma familiarmente Massy, c’è scritto: “Finalmente oggi intravedo una labile fioca luce in fondo al tunnel. Sperando che non sia la solita luce di un faro di un treno in corsa che sopraggiunge investendomi l’ennesima speranza”. E ancora, più avanti: “Sono contento, perché finalmente ora spero che mi venga data quella sola e unica opportunità che da anni aspetto nel revisionare i reperti e procedere su di essi con le dovute indagini, affinché possa provare la mia estraneità e la mia sincerità”. Bossetti conclude la lettera specificando che è sua intenzione “rendere quella vera giustizia alla povera Yara, la figlia di tutti noi”.

Yara, spunta il giallo dei reperti: "Non c'è una toga che decida". Dopo l’intervento della Cassazione, il passo indietro della corte d’Assise per il rischio di pregiudizio. Valentina Dardari - Sab, 27/03/2021 - su Il Giornale. Non c’è ancora la parola fine sul caso della morte della 13enne Yara Gambirasio. E chissà quando ci sarà. Adesso Giovanni Petillo, presidente della Corte d’Assise, ha fatto richiesta al presidente del tribunale di Bergamo di non dover dare un giudizio riguardo le richieste dei legali di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio della piccola Yara. Visto che la Corte d’Assise di Bergamo aveva dichiarato inammissibili le istanze della difesa del muratore di Mapello, riguardanti l’esame di 98 reperti, e in particolare di 54 campioni di dna. La Cassazione aveva però annullato con rinvio il provvedimento preso dalla Corte d’Assise, accogliendo i due ricorsi presentati dai difensori di Bossetti.

Si cerca un giudice che decida. Da qui, come riportato da Il Giorno, la richiesta da parte della Corte d’Assise di nominare un altro giudice, per evitare una qualsiasi forma di pregiudizio. Il legale Claudio Salvagni e il collega Paolo Camporini hanno chiesto l’esame di 98 reperti. Tra questi vi sono provette contenenti 54 campioni di dna, biancheria intima, vestiti e scarpe indossati dalla ragazzina quel tragico 26 novembre 2010, giorno della sua morte. Lo scorso 12 gennaio la Cassazione aveva accolto i due ricorsi presentati dalla difesa di Bossetti e annullato con rinvio le ordinanze della Corte d’Assise di Bergamo che aveva giudicato inammissibili le richieste avanzate dai difensori di esaminare i reperti. Le decisioni riguardo i tempi e le modalità di accesso ai campioni erano state rinviate all’Assise di Bergamo.

Il caso ancora aperto sull'omicidio di Yara. I giudici della Cassazione avevano sottolineato che, in seguito alla confisca, "era emersa l’esistenza di provette contenenti 54 campioni di Dna estratti dagli slip (dove era stata trovata la traccia di Ignoto 1 attribuita a Bossetti - ndr) e dai leggings delle vittima, nonostante la sentenza della Cassazione che aveva confermato la condanna di Bossetti avesse dato atto del totale esaurimento le materiale genetico". Da quel momento sono stati presentati due solleciti da parte della difesa, dei quali l’ultimo era stato inviato anche al Consiglio superiore della Magistratura. Nel 2018 si era concluso il processo con la condanna definitiva all'ergastolo per Massimo Bossetti, ritenuto responsabile dell'omicidio della giovane Yara Gambirasio, allora 13enne, scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate di Sopra, paese della Bergamasca in cui viveva. Tre mesi dopo la sua scomparsa, il drammatico ritrovamento. Il corpo della ragazzina era stato rinvenuto privo di vita abbandonato in un campo della zona.

Dagospia il 4 febbraio 2021. Da “Radio Cusano Campus”. A 10 anni di distanza potrebbe clamorosamente riaprirsi il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio: la 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra in provincia di Bergamo, e ritrovata morta il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo di Chignolo d’Isola. La condanna definitiva all’ergastolo per Massimo Bossetti, pronunciata il 12 ottobre 2018 dalla Corte di Cassazione, sembrava essere l’episodio finale di quella terribile vicenda. Ma il 13 gennaio scorso la Corte Suprema ha annullato con rinvio le ordinanze con cui il presidente della Corte d’Assise di Bergamo aveva respinto, dichiarandola inammissibile, la richiesta degli avvocati di Bossetti di accedere ai reperti dell’indagine. Ora, quindi, si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa visioni, tra l’altro, i campioni di Dna e gli abiti di Yara. Questi sviluppi sono stati approfonditi a Cusano Italia TV nel corso della trasmissione “Crimini e Criminologia”. Tra gli altri è intervenuto uno dei legali di Massimo Bossetti, l’avvocato Claudio Salvagni, il quale, intervistato da Fabio Camillacci, ha riportato le parole dello stesso Bossetti dopo la recente sentenza della Cassazione: “Massimo Bossetti è molto contento, molto positivo, e ha detto "io continuo a credere nella giustizia, voglio uscire da quel portone del carcere, a testa alta e soprattutto voglio uscire non per un cavillo giuridico perché i miei avvocati hanno trovato magari i cavilli giusti, ma voglio uscire perché i nuovi esami attesteranno che quel DNA non è il mio, io non sono Ignoto-1, io non ho mai visto, mai toccato e tanto meno ucciso Yara Gambirasio". E noi –ha aggiunto l’avvocato Salvagni- siamo molto fiduciosi di arrivare a una revisione del processo perché crediamo fermamente nel nostro lavoro e nell’innocenza di Massimo Bossetti e crediamo inoltre che, nel momento in cui ci verrà definitivamente data la possibilità di fare questi esami, gli stessi esami ci daranno ragione. Pertanto è solo una questione di tempo e di procedure ma il risultato positivo io lo vedo più vicino che mai. Quello a Bossetti è stato il processo delle anomalie e delle zone d’ombra; e gli inquirenti quello che non sono riusciti a ricostruire lo hanno bypassato. Come sul movente: voglio ricordare che nei processi indiziari il movente è importantissimo perché è il collante che tiene insieme tutti gli indizi. E nel caso specifico sono le sentenze che lo dicono: manca un movente. E’ un caso oggettivo che Massimo Bossetti e la povera Yara non si sono mai visti, mai incontrati, non si conoscevano”.
Bossetti: “Voglio uscire dal carcere, non ho mai visto Yara”. Chiara Nava su Notizie.it il 03/02/2021. Massimo Bossetti, in carcere con l'accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, spera nei nuovi esami, affermando di nuovo di non essere colpevole. Massimo Giuseppe Bossetti continua a proclamarsi innocente dal carcere. Il muratore di Mapello è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, ragazzina di Brembate Sopra trovata morta in un campo tre mesi dopo la scomparsa, avvenuta a novembre 2010. “Non sono Ignoto 1, non ho mai visto Yara Gambirasio” ha dichiarato Massimo Bossetti dal carcere. A parlare di lui è il suo avvocato Claudio Salvagni, che è stato intervistato da Cusano Italia TV. “Massimo Bossetti è molto contento, molto positivo, e ha detto ‘io continuo a credere nella giustizia, voglio uscire da quel portone del carcere, a testa alta e soprattutto voglio uscire non per un cavillo giuridico perché i miei avvocati hanno trovato magari i cavilli giusti, ma voglio uscire perché i nuovi esami attesteranno che quel DNA non è il mio, io non sono Ignoto-1, io non ho mai visto, mai toccato e tanto meno ucciso Yara Gambirasio’” ha dichiarato l’avvocato, che ha aggiunto di essere molto fiducioso di poter finalmente arrivare ad una revisione del processo. “Crediamo fermamente nel nostro lavoro e nell’innocenza di Massimo Bossetti e crediamo inoltre che, nel momento in cui ci verrà definitivamente data la possibilità di fare questi esami, gli stessi esami ci daranno ragione” ha affermato l’avvocato. A gennaio la Cassazione ha accolto il ricorso della difesa di Bossetti. Sono state annullate con rinvio le ordinanze con cui la Corte d’Assise di Bergamo aveva dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati di accedere ai reperti, tra cui 54 campioni di Dna e gli abiti della vittima. Ora la parola torna ai magistrati di Bergamo che dovranno decidere sulla possibilità di accedere agli atti. L’esame dei reperti in questione è funzionale al progetto di presentare la richiesta di revisione della sentenza di ergastolo per il muratore. Secondo il legale Salvagni è questione di tempo e procedure “ma il risultato positivo io lo vedo più vicino che mai“. L’avvocato definisce quello di Bossetti come il “processo delle anomalie e delle zone d’ombra” dove gli inquirenti “hanno bypassato” quello che non sono riusciti a ricostruire. “Come sul movente: voglio ricordare che nei processi indiziari il movente è importantissimo perché è il collante che tiene insieme tutti gli indizi. E nel caso specifico sono le sentenze che lo dicono: manca un movente. È un caso oggettivo che Massimo Bossetti e la povera Yara non si sono mai visti, mai incontrati, non si conoscevano” ha aggiunto Salvagni.

Chiara Nava. Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

Anticipazione da “Oggi” il 27 gennaio 2021. «Non ho ucciso Yara, finalmente qualcuno mi ha ascoltato e potrò dimostrare che non sono un assassino». Questa la reazione di Massimo Bossetti alla sentenza della Cassazione che consente ai suoi difensori e consulenti l’accesso ai reperti dell’inchiesta sull’omicidio di Yara Gambirasio. Lo rivela il settimanale OGGI, da domani in edicola, in un articolo che analizza le motivazioni della sentenza, molto dura per inquirenti e giudici di Bergamo che avevano sempre impedito di accedere ai corpi di reato e al loro riesame, primo passo per una possibile revisione del processo. 

Da corriere.it il 13 gennaio 2021. La Cassazione accoglie le richieste della difesa di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, e riapre la partita sui reperti, a cui ora si aggiunge un altro passo da compiere. I giudici hanno annullato con rinvio le ordinanze con cui il presidente della Corte d’assise di Bergamo aveva respinto, dichiarandola inammissibile, la richiesta degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini di accedere ai reperti dell’indagine. Ora si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa possa visionare, tra l’altro, i campioni di Dna e gli abiti della bambina di 13 anni, di Brembate Sopra, uccisa il 26 novembre 2010. La vicenda è proceduta ad ostacoli. Il 27 novembre 2019, il giudice dell’esecuzione Giovanni Petillo aveva accolto la richiesta degli avvocati di Bossetti di esaminare i reperti (i vestiti di Yara e altro agli atti dell’indagine), per poi specificare, il 2 dicembre, che si trattava del via libera a una ricognizione, alla presenza della polizia giudiziaria, e non ad un esame. Dunque, nulla poteva essere toccato o preso. Una nuova richiesta dei difensori, a maggio 2020 era stata dichiarata inammissibile dallo stesso giudice. Questo perché, su richiesta del pm Letizia Ruggeri, nel frattempo a gennaio i reperti erano stati confiscati, dunque non sono più agli atti del processo (sono dello Stato e restano conservati). Fino ad allora nè la Corte d’Assise di Bergamo nè la Corte d’Assise d’appello avevano disposto nulla. La difesa vuole accedere ai reperti alla ricerca di nuovi elementi per chiedere la revisione del processo. Il 12 ottobre 2018 Massimo Bossetti è stato condannato in via definitiva per il delitto della tredicenne, trovata in un campo di Chignolo d’Isola a tre mesi dalla scomparsa (e morte). Muratore di Mapello, sposato e con tre figli, è stato fermato il 16 giugno 2014 e da allora non è mai uscito dal carcere (è a Bollate).

Gianluigi Nuzzi per "La Stampa" il 14 gennaio 2021. L'ergastolano Massimo Bossetti potrà accedere ai vestiti che indossava Yara Gambirasio quando la sera del 26 novembre del 2010 lasciò dopo gli allenamenti la palestra di Brembate di Sopra, salì, senza conoscerlo e per motivi rimasti ignoti, sul furgone verde chiaro Daily Iveco del muratore assassino e venne poi ritrovata priva di vita nel febbraio successivo in un campo a Chignolo d' Isola. E' quanto ha deciso la Cassazione che ha annullato, rinviando alla corte d' Appello di Bergamo, le precedenti pronunce dei giudici di secondo grado che avevano negato a Bossetti di accedere ai 98 reperti tra i quali 54 campioni di Dna ritrovati sui leggings e gli slip dell' adolescente. In sei anni e mezzo dal giorno delle manette, per Bossetti è la prima volta che i giudici accolgono una sua istanza. I suoi difensori, Claudio Salvagni e Piero Camporini, sono convinti che in questi reperti si troveranno gli elementi per ottenere la revisione del processo e quindi scardinare la prova regina che inchioda alla responsabilità dell' omicidio della ragazzina: una traccia mista di Dna di carnefice e vittima sugli slip, resistita per mesi alle intemperie, priva della parte mitocondriale. Bossetti in carcere a Bollate (alle porte di Milano) torna a sperare e così la moglie Marita che dopo un periodo di tensione con il marito detenuto sembra essersi riavvicinata al congiunto. Ora spetterà ai giudici di Bergamo ritornare a pronunciarsi sull' accesso a una serie infinita di reperti. Appunto si parte dagli indumenti di Yara, e quindi pantaloni, scarpe da ginnastica, slip, reggiseno, felpa di colore nero, giubbotto scuro e maglietta blu, si arriva alle provette di Dna, fino alle paillettes prelevate sotto il sedile posteriore sinistro del furgone. Basterà tutto questo a trovare elementi decisivi per chiedere e ottenere la riapertura del processo? E' ancora prematuro dirlo, di certo i giudici non potranno ignorare la scelta della suprema corte di annullare la precedente decisione, dopo un lungo braccio di ferro. Infatti, il presidente della corte d' assise Giovanni Petillo già nel novembre del 2019 aveva concesso la riesamina dei reperti per poi fare una mezza marcia indietro solo quattro giorni dopo quando tracciò i confini in cui si sarebbe potuta muovere la difesa, ovvero «una mera ricognizione dei corpi di reato () operazione che dovrà essere eseguita sotto la vigilanza della polizia giudiziaria () rimanendo esclusa qualsiasi operazione di prelievo o analisi degli stessi». Ma qui interessa soprattutto quanto la difesa chiese il 30 aprile 2020 ovvero «un' istanza intesa a ottenere dalla corte d' assise, l' accesso ai corpi di reato e la ricognizione degli stessi, e, in generale, di tutti i reperti mancanti». Ed è qui che si aprirà la battaglia finale per la revisione del processo. Il codice infatti prevede il nuovo processo «se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto». In realtà la giurisprudenza della Suprema Corte da qualche tempo ha introdotto una interpretazione sicuramente più ampia del dettato, sottolineando che vanno considerate prove nuove rilevanti, al fine dell' ammissibilità dell' istanza di revisione, vanno intese non solo quelle scoperte successivamente alla sentenza di condanna, ma anche quelle non acquisite nel precedente giudizio ovvero acquisite, ma non soppesate neanche indirettamente, purché non si tratti di prove ritenute ininfluenti dal giudice. E' chiaro quindi che il dettato che scolpiva nelle "nuove prove" l' unica strada per sperare in un dibattimento bis, oggi è assai più ampio. Ecco spiegato perché l' istanza di revisione può essere accolta anche quando ha ad oggetto prove non nuove. E' quindi requisito fondamentale che si tratti di prove preesistenti già nel fascicolo ma non acquisite ovvero acquisite ma non valutate adeguatamente. Nel caso di Yara, Bossetti ritiene che ci si trovi proprio in quest' ultimo caso. Da qui la guerra sui reperti. Ma c' è anche un altro aspetto rilevante. Seppur di certo prematuro, non bisogna nemmeno dimenticare che l' istanza di revisione qualora ritenuta ammissibile può determinare la sospensione dell' esecuzione della pena. In altre parole se un domani venisse presentata la richiesta di un nuovo processo e questa venisse ritenuta esaminabile, gli avvocati potrebbero ottenere la scarcerazione del proprio assistito in attesa del dibattimento da celebrare. Tutti argomenti ed elementi che fino a ieri sembravano nella storia dell' omicidio della povera Yara fantascienza giudiziaria ma che oggi iniziano a coagularsi in uno scenario alternativo da spingere l' avvocato Salvagni a gridare all' orrore contro «uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana».

Massimo Bossetti, il processo Yara Gambirasio si riapre: il caso Dna, ribaltone in tribunale. Giovanni Terzi su Libero Quotidiano il 14 gennaio 2021. Per fortuna c'è la Cassazione che è capace di esprimersi con fedeltà rispetto alla Costituzione e con indipendenza ideologica rispetto ad ogni tipo di pressione mediatica. Ieri la Corte Suprema ha sancito che ogni difesa ha il diritto ad avere accesso ai reperti usati dall'accusa contro Bossetti anche se il caso è passato in giudicato. C'è stato un dibattito serrato dove anche io, semplice cronista ma dotato di una logica apprezzabile, ritenevo profondamente incostituzionale condannare all'ergastolo Massimo Bossetti, sulla base del DNA trovato sulla povera Yara, senza concedere alla sua difesa, guidata da Claudio Salvagni e Paolo Camporini, il diritto di verificarne, al grezzo, la reale compatibilità. «Vi chiedo solo di poter visionare e valutare i reperti e la presenza su di loro delle mie traccia di DNA; qualora fosse riferibile a me buttate via la chiave»: così continuava a dire il muratore di Mapello implorando i giudici di permette alla sua difesa di esaminare le tracce genetiche ritrovate sul corpo di Yara. Scudi alzati da parte di quasi tutti i commentatori televisivi, i criminologi, alcuni avvocati ed esperti di diritto. Per loro il dado era tratto, Bossetti era colpevole oltre ragionevole dubbio e nulla qui più essere discusso. La vicenda del DNA di Bossetti trovata sul corpo della povera Yara rappresentava un giallo nel giallo. In fase istruttoria il Tribunale dell'esame aveva dichiarato che l'innocenza o la colpevolezza di Bossetti poteva essere accettata soltanto dopo un giusto processo e contraddittorio nelle aule di tribunale. Così in primo grado era stato chiesto da parte dell'avvocato Salvagni di avere accesso al materiale organico che aveva determinato l'accusa nei confronti di Bossetti. Nulla. Il materiale era finito, non esisteva e si poteva utilizzare solo una volta. Ma come, in un procedimento così delicato gli organi inquirenti non si sono preoccupati di mantenere un po' di grezzo del DNA per permettere alla difesa di fare le proprie verifiche? La risposta fu perentoria e anche piccata: «Basta ciò che ha detto la Procura della Repubblica». Mi permettevo di dichiarare nei vari salotti televisivi quanto tutto questo fosse profondamente iniquo e sbagliato. Apriti cielo! Addirittura, primo caso nel mondo, si fece un docufilm su Yara (un istant-Docu) a processo ancora aperto. Ma andiamo avanti. Anche in appello e in Cassazione la difesa chiede l'accesso al DNA trovato sugli indumenti della povera ragazza. Finché, improvvisamente, si scopre che i reperti sono presenti al San Raffaele di Milano in buona quantità. Quindi? Qualcuno ha detto una bugia? Perché precedentemente si è dichiarato che non c'era più materiale e poi improvvisamente questo appare così copioso? Ma anche qui la storia non termina, perché dapprima nel novembre 2019 la corte d'Assise di Bergamo aveva accolto e autorizzato l'analisi dei reperti, ma subito dopo aveva negato la possibilità al pool difensivo di procedere. Un dietrofront che ha portato gli avvocati di Bossetti a ricorrere in Cassazione per poter avere visione delle tracce genetiche su cui si fondano le sentenze di condanna. Così la decisione di ieri è fondamentale in vista di una eventuale richiesta di revisione del processo, aprendo così nuovi scenari. Ora si torna a Bergamo e altri giudici dovranno nuovamente pronunciarsi sulla possibilità che la difesa possa accedere ai reperti - tra cui 54 campioni di Dna e gli abiti della vittima - su cui è stata decisa la condanna di Bossetti che detenuto nel carcere milanese di Bollate può tornare a sperare in una eventuale revisione del processo. Ora mi auguro da parte di chi, come me, ha l'onore e l'onere di informare, una grandissima attenzione nel trattare questo efferato caso. Una attenzione che spesso ha avuto una deriva gossip piuttosto che giuridica. Un esempio è ciò che una nota trasmissione televisiva serale ha fatto in questo ultimo periodo. In mancanza di notizia dava come tale quella di un possibile, e sempre smentita da Bossetti, cambio di avvocati quasi a voler dimostrare come la difesa non fosse all'altezza del caso trattato. Insomma si era passati da un drammatico fatto di cronaca e poi giuridico a un gossip dannoso e non veritiero. Oggi, ancora di più, Yara ha bisogno del colpevole e non di un colpevole. 

"Bossetti ha ammazzato Yara? Vi dico cosa riveleranno i test". Bossetti attraverso il suo legale: “Credo ancora nella giustizia. Ci ho sempre creduto e spero che ora si possa arrivare fino in fondo per dimostrare la mia innocenza”. Elena Ricci, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Crede ancora nella giustizia e ce lo rivela attraverso il suo legale, Massimo Bossetti, il muratore di Mapello, oggi cinquantenne, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate il 26 novembre del 2010 e ritrovata cadavere tre mesi dopo, nel febbraio 2011. Per l’omicidio della piccola Yara, dopo anni di indagine, si arriva all’esistenza del cosiddetto ‘ignoto 1’ il cui dna è stato ritrovato sugli slip e sui leggins della tredicenne. L’identità di questo ‘ignoto 1’, è stata attribuita a Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso Yara. A tre anni dalla pronuncia della Cassazione, forse si va verso la revisione del processo. Massimo Bossetti si è sempre dichiarato innocente: lo ha fatto durante i processi, per voce del suo avvocato Claudio Salvagni e con lettere dal carcere. C’era un unico modo per conoscere con certezza l’innocenza o la colpevolezza di Bossetti: confrontare il suo dna con quello presente sui reperti, tra cui slip e leggins della povera Yara. L’accertamento è stato richiesto dal suo legale Claudio Salvagni, sin dalla fine delle indagini preliminari nel 2015, durante le udienze di primo grado e anche in Appello. La richiesta è stata puntualmente rigettata e Bossetti condannato in via definitiva, dall’opinione pubblica ancor prima che dalla Cassazione. E il suo avvocato Claudio Salvagni in questa vicenda sottolinea un vizio di buon senso e una estrema necessità di saziare la fame di giustizialismo dell’opinione pubblica.

Avvocato Salvagni, come si è arrivati a questa svolta?

“Dopo anni di ‘no’, incredibilmente abbiamo davanti a noi la possibilità di dimostrare quello che sosteniamo da sempre, ossia l’innocenza di Bossetti. Ci attiviamo immediatamente e con una istanza, chiediamo le modalità con le quali esaminare i reperti. L’entusiasmo, però, dura poco. Infatti, solo qualche mese dopo, il 26 maggio 2020, la Corte di Assise di Bergamo rigetta l’istanza della difesa ritenendola 'inammissibile'. Ci siamo opposti all’ennesimo diniego con un ricorso in Cassazione e nel frattempo abbiamo nuovamente avanzato richiesta alla corte d’Assise che, a sua volta, l’ha nuovamente respinta”.

Prima autorizzati ad esaminare i reperti e dopo qualche mese, un altro diniego. Cosa succederà ora che il ricorso è stato accolto?

"La Corte d’Assise di Bergamo adesso, non potrà più ritenere inammissibile la richiesta ma dovrà illustrare alla difesa di Bossetti le modalità operative, in quanto l’autorizzazione concessa il 27 novembre 2019, non essendo mai stata impugnata, si è cristallizzata".

Perché questa ostinazione a non ammettere la perizia?

“Sottoporre Bossetti alla perizia sarebbe stato semplice e avrebbe risparmiato del tempo. Ci veniva risposto che non c’erano più campioni di dna, invece ce ne sono 54. Per noi – insiste Salvagni – il dna di ‘Ignoto 1’ non corrisponde al dna di Massimo Bossetti”.

Perché, secondo lei, non sono state ascoltate le ragioni di Bossetti?

“Bisognava consegnare un mostro all’opinione pubblica, ecco perché non abbiamo mai smesso di lottare. Anche io, come il mio assistito, credo nella giustizia, altrimenti non sarei uomo di legge. La giustizia però è fatta dagli uomini e gli uomini possono sbagliare, ecco perché bisogna lottare per cercare sempre e comunque la verità. La vita di Bossetti è stata segnata per sempre, così come quella di tanti italiani condannati e poi riconosciuti innocenti dopo diversi anni. Credo – conclude – che siamo davanti all’ennesimo madornale errore giudiziario”.

·         Il DNA.

L'assassino è... il dna. Report Rai PUNTATA DEL 11/12/2017 di Giorgio Mottola.

Questa è la frase che potremmo sentire nei film polizieschi del futuro. Nei tribunali italiani sono infatti sempre di più gli imputati che chiedono la prova del dna. Se fino ad oggi è sempre stata usata solo per incastrare i colpevoli, da un po' di tempo può essere usata anche per scagionarli. Secondo alcuni studi, l'aggressività di alcune persone potrebbe dipendere infatti dal loro dna. Il mondo scientifico è molto diviso sulla validità di queste teorie, ma di recente in due differenti processi per omicidio, gli imputati hanno ottenuto uno sconto di pena perché il test del dna dimostrava che avevano una predisposizione genetica a essere aggressivi. 

L’ASSASSINO È… IL DNA Di Giorgio Mottola

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Finora siamo stati abituati a considerare il test del Dna come la prova regina per incastrare i colpevoli. In Italia è accaduto con i più clamorosi casi di cronaca. Senza il Dna, l’assassino di Elisa Claps sarebbe forse rimasto senza un volto. Donato Bilancia, il pericoloso serial killer che alla fine degli anni Novanta uccise 17 persone, potrebbe essere ancora a piede libero. E per l’omicidio di Yara Gambirasio, se non fossero stati raccolti oltre 18 mila campioni di Dna, non si sarebbe mai arrivati al nome di Massimo Bossetti. Ma negli ultimi anni, nelle aule di tribunale, del Dna si è cominciato a fare un uso senza precedenti, di segno completamente opposto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO In tema di impunità siamo sempre all’avanguardia. Siamo stati i primi a utilizzare, con il codice penale, quello genetico per alleviare la pena. Buona sera, l’utilizzo del Dna nella giustizia è il tema dell’anteprima. I nostri avvocati sono stati i primi ad afferrare al volo l’exit strategy che è stata spianata dalla genetica comportamentale. La questione è talmente delicata e complessa che, oltre che nelle aule dei tribunali, bisognerebbe affrontarla, meriterebbe una riflessione filosofica ed etica. Tra gli scienziati che stanno studiando come il Dna, il patrimonio genetico, può condizionare il nostro comportamento, è in atto un aspro dibattito. Giorgio Mottola ha cercato di capire come e quanto questo cambio di paradigma può condizionarci, qual è la ricaduta. E, se fosse confermato il fatto che il Dna può condizionare così tanto il nostro comportamento, a quel punto la domanda che dovremmo porci è….

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Siamo responsabili di tutte le nostre azioni? È la domanda cui prova a rispondere la genetica comportamentale che studia in che modo il Dna può condizionare il comportamento umano.

GIORGIO MOTTOLA Si può prevedere il comportamento di una persona a partire dall’analisi del suo Dna?

GEORGE CHURCH - GENETISTA UNIVERSITÀ DI HARVARD In generale, la risposta è sì. Ad esempio dipende dal Dna se non riesci a controllare bene i movimenti del tuo corpo o se hai dei disturbi mentali. Oggi sappiamo che alcuni tipi di ritardi mentali sono causati interamente da alcune alterazioni genetiche. In determinate situazioni c’è quindi una relazione diretta tra Dna, il comportamento e anche l’intelligenza di una persona.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Anche i comportamenti particolarmente aggressivi potrebbero dipendere, in una certa misura e in alcuni casi, dal Dna. Si chiama “Mao A”: è volgarmente chiamato il gene dell’aggressività.

AMEDEO SANTOSUOSSO - MAGISTRATO E PROFESSORE DIRITTO E SCIENZA – UNIVERSITÀ DI PAVIA I portatori di quella caratteristica, se nella loro infanzia e giovinezza hanno avuto problemi ambientali, situazioni di stress eccetera, possono avere di fronte a un’aggressione una difficoltà a controllare la propria reazione.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dunque se una persona presenta un’alterazione del gene Mao A potrebbe essere geneticamente predisposto a comportamenti aggressivi. E non parliamo soltanto di scatti di rabbia, ma potenzialmente anche di omicidio. TG2 8.10.2009 Ha tentato di uccidere la madre, arrestata una donna in provincia di Como. Ci sono anche dei dubbi anche sulla morte della sorella 3 mesi fa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Era il 2009 quando Stefania Albertani, allora 26enne della provincia di Como, diventa protagonista di uno dei più efferati atti di cronaca nera degli ultimi anni.

GUGLIELMO GULOTTA – EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Ha tentato di uccidere madre e padre, bruciandoli mentre erano in automobile. Ha ucciso la sorella, prima l’aveva drogata. Brucia la sorella e dice a i vicini “attenzione se sentite bruciare non chiamate i pompieri, sono io che sto bruciando della legna secca”. Sì, peccato che poi lascia lì il corpo della sorella che quindi poi viene trovato.

GIORGIO MOTTOLA Quindi nel caso dell’Albertani c’erano anche degli squilibri psichici?

GUGLIELMO GULOTTA – EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Squilibri che non apparivano. Nel senso che se lei ci parlava, parlava con una persona coerente, astuta. Nessuno pensava che fosse affetta da malattia mentale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E infatti una prima perizia della Procura dichiara Stefania Albertani capace di intendere e di volere. Dopo di che viene sottoposta a vari esami clinici, tra cui una risonanza magnetica al cervello, ma la prova inedita esibita dalla difesa è il test del Dna.

GUGLIELMO GULOTTA - EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Che stabilì che questa ragazza aveva la parte frontale del cervello diciamo compromessa. C’è una situazione genetica che si è visto che in certe condizioni può predisporre all’aggressività. Può, non deve.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il test del Dna convinse il tribunale di Como a riconoscere la semi infermità mentale di Stefania Albertani e a ridurle di un terzo la pena. Stessa situazione si è verificata in un altro processo a Trieste; qui era imputato Abdelmalek Bayout, che aveva ucciso un uomo con decine di coltellate solo perché lo aveva preso in giro. Viene condannato in primo grado, ma poi all’appello ottiene uno sconto di pena dopo aver essersi sottoposto a un test del Dna.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Sia la sentenza di Trieste che quella di Como, sono importanti perché per la prima volta in Italia un test del Dna e una risonanza magnetica contribuiscono alla riduzione della pena. GIORGIO MOTTOLA I test del Dna quanto sono usati oggi nei tribunali italiani?

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE In Italia non c’è un censimento, però certamente, dopo le sentenze di Trieste e Como, la genetica ha bussato di più alle porte delle aule di giustizia. In America per esempio nel decennio 2005-2015 ci sono stati circa 1.600 casi di processi in cui si è cercata la strada di sollevare dalla responsabilità l’imputato e addossarla al cervello o ai geni.

GIORGIO MOTTOLA Visto il successo ottenuto in questo processo la prossima volta che avrà a che fare con un omicidio particolarmente efferato chiederà la prova del Dna?

GUGLIELMO GULOTTA - EX AVVOCATO DI STEFANIA ALBERTANI Ci provo, certo. Io l’avevo già provato un po’ con le Bestie di Satana, difendevo uno di quelli. Lì eravamo più sulla risonanza magnetica; non ce l’abbiamo fatta. Adesso sulla genetica possiamo fare qualcosa di più.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Questo rischia di aumentare i tempi di giustizia, aumentare i costi dei processi e facilitare strategie difensive che cercano una legittimazione sulla base di test genetici che però non trovano un riscontro negli studi di letteratura, ma che rischiano poi di rendere più rapida la strada verso l’impunità e verso la riduzione della pena.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In Italia ha fatto da apripista una sentenza della Corte di Cassazione del 2005 che ha riconosciuto anche i disturbi della personalità come una delle cause sufficienti per escludere la capacità di intendere e di volere di un imputato. Secondo i giudici di Como e di Trieste, il Dna contribuirebbe a dimostrare questi disturbi.

GIORGIO MOTTOLA Quindi ora che la genetica è entrata nei tribunali italiani, dovremo dire che l’assassino è il Dna?

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Questa semplificazione è quella che ha acceso il dibattito sul tema della responsabilità, già di per sé incandescente, su quanto siamo liberi di scegliere e sulle conseguenze di questi aspetti in tribunale. Ma se accettassimo l’ipotesi, dovremmo dire quindi che colpevoli si nasce e che è colpa dei geni e allora potremmo fare un’analisi genetica di tutti gli italiani e rinchiudere quelli che hanno quelle alterazioni per evitare tragedie future.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma per fortuna al momento siamo lontani anni luce da questa possibilità. Sul comportamento umano la scienza e la genetica non sono ancora in grado di dare nessuna risposta definitiva.

AMEDEO SANTOSUOSSO - MAGISTRATO E PROFESSORE DIRITTO E SCIENZA – UNIVERSITÀ DI PAVIA È controverso qual è il ruolo che una caratteristica come Mao A ha sul comportamento. Per essere più precisi, bisogna dire che Mao A, chi ha quella caratteristica genetica non è necessariamente aggressivo.

CORRADO DE ROSA - PSICHIATRA FORENSE Io posso avere determinate alterazioni genetiche e vivere una vita da perfetta persona per bene. Posso non avere quelle alterazioni e diventare un serial killer. Un po’ come per i fattori di rischio cardiovascolari. Io posso essere obeso, iperteso, diabetico e fumatore e non avere mai un infarto e non avere nessuno di questi fattori di rischio e averlo a 25 anni.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Eppure sull’idea che il comportamento possa dipendere dal Dna, a Tel Aviv in Israele è nata una nuova azienda. Si chiama Faception e si dichiara in grado di rivoluzionare il mondo della videosorveglianza.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Noi abbiamo messo a punto un software che basandosi sull’analisi dei tratti somatici del viso è in grado di capire se quella persona è un potenziale criminale o no. E per farlo non ci serve una fotografia possiamo farlo anche attraverso un video e in tempo reale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il loro software, sostengono i manager di Faception, sarebbe in grado di individuare anche i potenziali terroristi.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Un anno dopo l’attacco a Parigi noi abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo applicato il nostro software agli attentatori e 9 su 11 di loro sono stati riconosciuti dal nostro sistema come potenziali terroristi; è bastato solo fare un’analisi dei tratti somatici.

GIORGIO MOTTOLA Mi scusi se nutro dei dubbi, ma tra l’altro quello che lei sostiene è molto simile a quello che diceva Cesare Lombroso, un criminologo italiano il quale sosteneva che un criminale si riconosce dai tratti somatici e la scienza l’ha smentito inequivocabilmente.

SHAI GILBOA - AD FACEPTION Infatti anche io penso che all’epoca Lombroso avesse torto. Solo che nel frattempo abbiamo fatto dei passi in avanti: abbiamo i computer e i big data. Noi analizziamo le caratteristiche biometriche del viso e le mettiamo in relazione con il possibile comportamento e lo facciamo basandoci sul Dna che non mente. Alcuni studi scientifici dimostrano che c’è una stretta relazione tra i tratti somatici di un individuo e il suo Dna. Il viso svela il Dna di una persona e quindi anche alcune caratteristiche della sua personalità.

STEFANO GUSTINCICH - DIRETTORE LIFE SCIENCE ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA Io non so se quello che dice quella company fra vent’anni sarà provata scientificamente. Sono uno scienziato quindi mi baso su dati scientifici. Vado a guardare la letteratura scientifica sull’argomento e non trovo nulla. Lascio a lei…

SHAI GILBOA - AD FACEPTION È vero, bisogna ammetterlo: oggi la scienza non è d’accordo su questo punto, ma sono sicuro che tra qualche anno arriverà all’unanimità. Al momento però, per quanto riguarda la nostra azienda, parlano i numeri. Finora abbiamo venduto il nostro software in tutto il mondo: dall’Asia agli Stati Uniti passando per l’Europa. E non solo ad aziende private, ma anche a governi e ad agenzie di sicurezza nazionali. È un business che in prospettiva vale svariati miliardi di dollari.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Siamo contenti per loro. Ma la relazione tra la propensione a delinquere e le sembianze del volto e il codice genetico è ancora tutta da dimostrare. E poi c’è il rischio che qualcuno cada nella tentazione di utilizzare quello strumento per la discriminazione razziale. Comunque, al di là di tutto questo, l'idea che il nostro comportamento possa essere già codificato dal Dna, insomma, spaventa. E, a quel punto, se gli scienziati dovessero confermare questo scenario, e addirittura allargarlo, fino a che punto potremmo essere perseguiti in base alla colpa o alla responsabilità? E poi c’è anche un timore. Pensate se un giorno venisse scoperto che corrotti e corruttori lo sono perché hanno un gene corrotto… A quel punto potrebbe venire a qualcuno la tentazione di lanciare una ciambella di salvataggio verso l’impunità. Oppure, magari, potrebbe essere la soluzione, perché basterebbe agire su quel gene per avere, all’improvviso, un mondo di onesti.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Colpevoli per sempre.

Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 23 novembre 2021. Il 20 novembre del 2007 Rudy Guede veniva arrestato in Germania per l'omicidio dell'inglese Meredith Kercher in una casa di studenti a Perugia. Sabato, a 14 anni esatti di distanza, (ma la richiesta è stata depositata ieri) ha maturato i termini per la sua liberazione anticipata rispetto ai 16 che gli sono stati inflitti come pena definitiva, unico colpevole di un delitto rimasto a lungo un giallo irrisolto e che continua a sollevare polemiche e reazioni ogni volta che se ne torna a parlare. L'istanza dell'avvocato Fabrizio Ballarini, che assiste l'ivoriano, è già sul tavolo del tribunale di Sorveglianza, che a ore potrebbe apporre il suo sigillo su una decisione che a norma di legge appare scontata. La sua è una storia di redenzione esemplare. Da dicembre 2020 Guede, 35 anni, non è più in carcere ma affidato ai servizi sociali. La mattina è assegnato alla Caritas di Viterbo e aiuta nelle sue funzioni il sacerdote di Santa Maria della Verità, a pranzo presta servizio alla mensa dei poveri, il pomeriggio cataloga libri al Centro studi criminologici, l'associazione che per due anni, dal 2016 (quando è intervenuta la Cassazione) al 2018 ha chiesto invano la revisione del processo e i cui rappresentanti sono anche i suoi tutor legali. Con i circa 400 euro di paga vive in affitto in una piccola abitazione nel centro storico della città della Tuscia, dove fino al 20 novembre aveva l'obbligo di rientrare entro le 22, ultima limitazione rimasta alla sua libertà, assieme al divieto di allontanarsi dalla provincia senza permesso. In questi 14 anni, per la sua buona condotta da detenuto ha maturato 1.100 giorni di sconto di pena, a cui se ne aggiungono ora altri 45. Nel penitenziario Mammagialla di Viterbo si è laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e sta prendendo la specializzazione in Lettere moderne occupandosi di narrazione cinematografica. A Viterbo è ripartita la sua vita. Organizza tornei di basket e scacchi col patrocinio del Comune e, come se volesse riallacciare i fili con la sua vita di allora, frequenta una comitiva di ventenni. Chi lo conosce lo descrive come spigliato e caciarone, che non nasconde il suo passato ma non ne parla mai volentieri dopo dieci anni passati sui giornali. Riacquistata la libertà vorrebbe trovare un lavoro «vero» che gli permetta tra l'altro di fronteggiare le spese legali e i risarcimenti alla famiglia Kercher. Guede si è sempre dichiarato innocente, senza mai cambiare la versione secondo cui la sera di quel 2 novembre era chiuso in bagno con le cuffiette dopo aver avuto un rapporto con Meredith (e verrà infatti incastrato dalle tracce di Dna). Sostiene di essere andato in Germania per paura di essere coinvolto nelle indagini che avevano portato all'arresto di Raffaele Sollecito e Amanda Knox (prosciolti nel 2015 dopo una iniziale condanna a 25 e 26 anni e quattro di detenzione cautelare). La notizia della sua possibile liberazione, anticipata dal sito Tusciaweb , arriverebbe in anticipo di circa un mese e mezzo rispetto alla scadenza naturale del 4 gennaio 2022.

Maria Berlinguer per "la Stampa" il 23 novembre 2021. «Credo di essere stata la sola ad averlo intervistato, non aveva mai parlato prima e non l'ha fatto dopo. Lui è stato condannato a 16 anni per l'omicidio di Meredith Kercher, il fine pena era già previsto per il 4 gennaio del 2022, l'avvocato ha chiesto un ulteriore sconto di 45 giorni. Se lo merita è un ragazzo che ha fatto un percorso di recupero straordinario in carcere». Franca Leosini nel 2016 ha incontrato nel carcere di Mammagialla a Viterbo Rudy Guede, condannato per l'omicidio della studentessa inglese. Un omicidio per il quale in primo grado erano stati condannati anche Amanda Knox e Raffaele Sollecito, poi assolti.

Perché Guede ha scelto lei?

«Si è fidato. All'epoca gli avevano offerto parecchi soldi per l'esclusiva, ma ha scelto di parlare con me senza ricevere compensi. La Rai non paga e non accetterei mai di pagare qualcuno per intervistarlo. 

È stato condannato per concorso in omicidio e violenza sessuale nel 2010 in primo grado a 30 anni, poi ridotti in Cassazione a 16 anni. Ha avuto un comportamento esemplare in questi anni, da settembre era già in semilibertà. Ha scontato 12 anni in carcere e due in semilibertà.

In carcere ha avuto un percorso riabilitativo di grande intensità. Si è laureato in sociologia. Ha lavorato per il reinserimento dei carcerati, è un volontario Caritas, è considerato una risorsa a Viterbo. Quale che sia la verità di questa terribile storia, si è ampiamente riscattato e merita di essere inserito nella società». 

Perché dice «quale che sia la verità»?

«Ha sempre negato di essere colpevole, è stato condannato in concorso non si capisce con chi, ha sempre affermato di essere estraneo e assolutamente innocente. Quando è avvenuto l'omicidio, lui era in bagno perché aveva problemi gastrici.

La tragedia, secondo il suo racconto, si sarebbe verificata mentre lui era in bagno. Mi ha raccontato di aver riconosciuto la voce di Amanda Knox e di averla anche vista dalla finestra con un ragazzo che lui non conosceva. Non ha mai detto che era Sollecito, ha sempre parlato di una presenza maschile. Non li ha accusati esplicitamente».

Perché allora è fuggito?

«Mi ha detto che è scappato perché era sicuro che non gli avrebbero creduto. Non è un caso se ho intitolato quella trasmissione "Nero trovato, colpevole trovato". Ricordo che mi ha detto chiaramente "se io fossi rimasto non mi avrebbero creduto"». 

L'hai più sentito?

«No, ma lo sentirò volentieri, spero che possa riprendersi la vita in tutti i sensi. Ha fatto un grande percorso, si adopera con generosità per gli altri. Se lo merita». 

Ha intenzione di invitarlo in una puntata del nuovo programma Che fine ha fatto "Baby Jane"? sulle storie di chi dopo il carcere è riuscito a reinserirsi nella società?

«Vediamo se è disponibile, certe volte le persone vogliono essere dimenticate. Mi piacerebbe che accettasse, del resto sono stata l'unica con la quale ha accettato di raccontare la sua versione dei fatti».

Lei non dà mai giudizi, ma che impressione le ha fatto?

«Rudy ha avuto un'infanzia molto difficile. È arrivato in Italia con il padre quando era molto piccolo, portato via alla madre. Ha dovuto imparare a cavarsela da solo troppo presto. È un ragazzo che ha un vissuto in modo molto difficile e nella tragedia di Meredith è anche l'unico che ha pagato». 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 29 novembre 2021. Christopher Robinson, il marito di Amanda Knox si è scagliato contro Rudy Guede, che ieri ha rilasciato un’intervista al Sun sostenendo non solo la sua innocenza, ma dicendo anche che «io e Amanda Knox conosciamo la verità». Robinson ha definito le parole di Guede, che si è professato innocente, le «bugie di Rudy Guede che senza dubbio ha ucciso Meredith Kercher». «Questo è crudele per Amanda e per la famiglia Kercher» ha twittato l’uomo. Amanda Knox non ha commentato, ma ha solo condiviso il tweet del marito. 

Dagotraduzione dal Sun il 29 novembre 2021. Rudy Guede, 34 anni, l’unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher, ha rilasciato un’intervista esclusiva ieri al Sun in cui non solo ha ribadito la sua innocenza, ma ha puntato il dito contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito. L’uomo, uscito in anticipo la scorsa settimana dopo 13 anni di carcere, ha dichiarato: «Avevo le mani sporche di sangue perché cercavo di salvarla, non di ucciderla». Meredith, 21 anni, di Coulsden, nel sud-est di Londra, è stata aggredita sessualmente e uccisa a Perugia nel 2007. «La prima cosa che voglio dire è alla famiglia Kercher, e quanto mi dispiace per la loro perdita». «Ho scritto una lettera in cui spiego loro quanto mi dispiace, maè troppo tardi per chiedere scusa per non aver fatto abbastanza per salvare Meredith». «La corte ha accettato che ho cercato di aiutarla mettendole degli asciugamani sulle ferite». E ha aggiunto: «Il tribunale mi ha condannato per complicità in omicidio semplicemente perché il mio Dna era lì, ma i documenti (legali) dicono che c’erano altri e che non ho inflitto le ferite mortali». Alla domanda se si riferisse alla Knox o a Sollecito, entrambi scagionati dopo quattro anni di carcere, Guede ha risposto: «Non voglio dire altro se non che andrebbero letti i documenti. Come ho detto, dicono che c’erano altri lì e che non ho inflitto le coltellate. Conosco la verità e lei (Amanda, ndr) conosce la verità».

L'intervista al The Sun. Omicidio Meredith, Rudy Guede: “Mani insanguinate perché cercavo di salvarla, Amanda sa la verità”. Mariangela Celiberti su Il Riformista il 29 Novembre 2021. “Avevo del sangue sulle mie mani perché provai a salvarla, non a ucciderla”. Rudy Guede, unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher avvenuto il primo novembre del 2007 a Perugia, continua a sostenere la sua innocenza. Questa volta lo fa da uomo libero, dopo aver scontato 13 anni di reclusione, in un’intervista rilasciata al The Sun. 

“Amanda sa la verità”

“La prima cosa che voglio dire è rivolta alla famiglia Kercher, su quanto sia dispiaciuto per la loro perdita– ha sottolineato Guede.- Ho scritto loro una lettera per spiegare quanto sia dispiaciuto, ma è troppo tardi per chiedere scusa di non aver fatto abbastanza per salvare Meredith. Il tribunale ha accettato il fatto che ho cercato di salvarla tamponando le ferite con degli asciugamani”. Ancora una volta, il 34enne- che nel frattempo, in carcere, si è laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale, per poi proseguire gli studi di narrazione cinematografica- ribadisce la sua verità. “Il tribunale mi ha condannato per complicità nell’omicidio perché c’era lì il mio Dna, ma i documenti (processuali) dicono che vi erano altre persone e che non sono stato io a infliggere le ferite fatali”. Alla domanda se si riferisse ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, all’epoca dei fatti fidanzati ed entrambi assolti in via definitiva dalla Cassazione, Guede ha risposto: “Voglio dire solo che lei dovrebbe leggere i documenti”.

Condannato a 16 anni di prigione per concorso in omicidio con altre persone rimaste sconosciute, Guede sostiene che la Knox sappia come siano andate davvero le cose quella drammatica notte.  “Come ho già detto, (i documenti) affermano che c’erano altri e che non ho inflitto le ferite. Io so la verità e anche lei la sa“, ha aggiunto, riferendosi proprio ad Amanda. Il fratello di Meredith, Lyle, ha brevemente commentato la sua scarcerazione, secondo quanto riportato sempre dal The Sun. “Sapevamo che questo giorno sarebbe venuto, ma il fatto che sia arrivato all’improvviso e senza che fossimo avvertiti ci ha colto alla sprovvista”.

La vicenda

Sono trascorsi ormai 14 anni da quando la studentessa inglese ventunenne Meredith Kercher, a Perugia per il progetto Erasmus, venne trovata brutalmente uccisa nella propria camera da letto, in una casa che condivideva con altri studenti. La notte dell’omicidio Rudy Guede scappò dalla villetta in cui si trovava Meredith alla volta della Germania, dove venne arrestato il 20 novembre del 2007: la polizia riuscì a identificarlo grazie all’impronta di una mano insanguinata e ad altre tracce di Dna. L’unico delle persone coinvolte in questa terribile vicenda a essere processato e condannato con rito abbreviato. Lo scorso 23 novembre Guede è tornato formalmente libero per fine pena, con 45 giorni di sconto rispetto alla data prevista del 4 gennaio 2022, così come richiesto dal suo avvocato Fabrizio Ballarini: domanda accolta dal tribunale di Viterbo. Anche se di fatto Guede, grazie all’affidamento ai servizi sociali, non doveva più tornare a dormire in carcere dopo il volontariato alla Caritas e il lavoro come bibliotecario presso il Centro studi criminologici di Viterbo da dicembre 2020. Raffaele Sollecito ha così commentato la notizia della sua liberazione: “Mi dispiace solo che non si sia mai pentito di quello che ha fatto, di aver ammazzato una povera ragazza. Mi dispiace che sono stato quattro anni in carcere e io e Amanda abbiamo rischiato di essere condannati a una pena per una cosa che non abbiamo fatto anche grazie alle sue bugie“. Mariangela Celiberti

Esplode Raffaele Sollecito: "Per colpa di Rudy Guede ho rischiato trent'anni di galera e ora è libero". Il Tempo il 26 novembre 2021. Raffaele Sollecito è esploso quando ha saputo della liberazione di Rudy Guede, uno dei tristi protagonisti della vicenda Meredith Kercher, la studentessa assassinata anni orsono a Perugia. “Per le sue bugie ho rischiato trent’anni di galera”, si è sfogato in una trasmissione radiofonica, “10 kaos”. “Sono assolutamente convinto della sua colpevolezza. Io ribadisco tutte le volte che non è una sentenza in concorso, in quanto lui dalla Corte di Cassazione ha fatto un processo a parte. Ci sarebbe da discutere molto su questo perché è molto strano che abbiamo fatto due processi separati. Purtroppo a lui è stato accettato un rito abbreviato da parte dei giudici, noi abbiamo fatto un rito ordinario, lui abbreviato. Lui ha avuto una sentenza definitiva come unico responsabile, il concorso era da verificare”. “Io sono convinto – ha continuato Sollecito - per dei semplici fatti logici, nel senso che nella stanza del crimine le tracce sono soltanto sue; nessuno ha pulito né nella stanza del crimine, né nella scena del crimine infatti c’è molta sporcizia. Gli unici che purtroppo hanno fatto casino sono stati gli inquirenti che hanno fatto molti errori. E poi che lui abbia detto molte bugie. Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito e io ho rischiato di farmi 30 anni di carcere anche per le sue bugie. Lo hanno dichiarato come un bugiardo patologico nelle varie sentenze. Lui di me ha detto di avere visto un’ombra e di avere visto Amanda in lontananza da una finestra. In qualche maniera ci ha tirato in ballo, ci ha coinvolti dopo che lui era scappato in Germania”, ha aggiunto. “Io non conosco Guede. Io e lui non ci conosciamo. I danni che sono stati fatti alla mia vita perlopiù sono stati fatti dagli inquirenti, lui avrebbe potuto fare chiarezza in questa vicenda e non lo ha fatto. Il fatto che mi abbia accusato lo dimostra. A parte accusarmi velatamente lui ha avuto indifferenza nei miei confronti, io non posso che rispondere con indifferenza. Non saprei cosa dirgli” ha quindi concluso.

"Guede? Io e Amanda abbiamo pagato per le sue bugie". Rosa Scognamiglio il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Raffaele Sollecito ha commentato a IlGiornale.it la scarcerazione di Rudy Guede: "Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito per ciò che ha fatto. Abbiamo pagato io e Amanda". Rudy Guede è tornato in libertà. Il 34enne di origini ivoriane, condannato a 16 anni per l'omicidio in concorso con ignoti della studentessa inglese Meredith Kercher, ha beneficiato dello sconto di pena per "buona condotta" previsto dall'ordinamento penitenziario italiano. E così, due giorni fa, ha lasciato definitivamente la casa circondariale di Viterbo dopo esser stato per lungo tempo affidato ai servizi sociali. La scarcerazione di Guede ha suscitato la reazione immediata di Amanda Knox - assolta in via definitiva per il delitto - che sui social si è abbandonata a un lungo sfogo affermando di "aver subito l'infamia" del coetaneo di origini ivoriane. Noi de ilGiornale.it ne abbiamo parlato con Raffaele Sollecito, assolto nel 2014 dalla Corte di Cassazione per la tristemente nota vicenda di Perugia. "Io e Amanda abbiamo passato 4 anni in carcere ingiustamente per via delle sue bugie", commenta alla nostra redazione.

Omicidio Meredith, Rudy Guede torna libero

Sollecito, cosa ne pensa della scarcerazione di Guede?

"Guede è stato giudicato colpevole con una sentenza passata in giudicato. È stato condannato a sedici anni e non so quanto tempo sia rimasto in cella. Rispetto la legge. Non ho remore ma provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito per ciò che ha fatto e che abbia provato a coinvolgere due persone innocenti".

Parla di sé e Amanda?

"Sì. Io e Amanda abbiamo passato 4 anni in carcere ingiustamente per via delle sue bugie"

Quali bugie?

"Guede non ha mai raccontato la verità, non ha mai confessato. Anzi, quando è stato ospitato nei programmi televisivi, ha cambiato più volte la sua versione, ha mentito. Non lo dico io, lo hanno dichiarato 'bugiardo patologico' nelle varie sentenze".

In che modo la condotta di Guede potrebbe aver condizionato l'esito iniziale del procedimento penale a suo carico?

"Preciso che i 'danni' sono stati fatti dagli inquirenti, sia nel mio caso che in quello di Amanda. Il punto è che lui avrebbe potuto chiarire i dubbi relativi alla vicenda assumendosi la responsabilità dell'accaduto".

E invece?

"Non lo ha fatto finendo per coinvolgere me e Amanda in una circostanza a cui eravamo totalmente estranei".

"Vittima di ingiustizia, ma trattato da mostro"

Amanda Knox ha dichiarato di "aver subito l'infamia" di Guede. Cosa ne pensa?

"Sono pienamente d'accordo con lei. Amanda e io, lo ribadisco ancora una volta, abbiamo rischiato 30 anni di carcere per non aver fatto assolutamente nulla".

Vi sentite spesso lei e Amanda?

"No, ci sentiamo raramente. Abbiamo percorso strade diverse e fatto scelte diverse, come è giusto che sia".

Avete mai parlato della vicenda che vi ha coinvolti?

"No, perché è una vicenda molto triste e dolorosa per tutti".

"Guede non agì da solo": dubbi sul delitto Kercher

Ripensando al passato, a quei "giorni bui", c'è qualcosa che non rifarebbe?

"Ci sono alcune cose che non rifarei ma col senno di poi e una maturità diversa, è facile ragionare. Per fortuna si tratta di cose irrilevanti, quindi va bene così".

Ritornando a Guede, crede che possa essersi pentito?

"Non lo so e neanche mi interessa. Per certo, io non dormirei tranquillo con un peso del genere sulla coscienza".

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera. 

Da today.it il 24 novembre 2021. È tornato libero ieri mattina per buona condotta Rudy Guede, il giovane ivoriano condannato a 16 anni di reclusione per concorso nell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia la notte tra il 1 e il 2 novembre 2007. Il fine pena, per lui, era previsto per il prossimo 4 gennaio ma il tribunale di Sorveglianza ha accolto subito la richiesta avanzata dai servizi sociali ai quali Guede era stato affidato. Guede, imputato per concorso in omicidio, è l'unico condannato per il delitto di Perugia del 2007. La studentessa uccisa a coltellate venne trovata sul pavimento della sua stanza coperta da un piumone e parzialmente denudata. Qualche giorno dopo vennero fermati dagli investigatori la coinquilina della ragazza, Amanda Knox, il fidanzato Raffaele Sollecito ed il titolare del Pub dove saltuariamente lavorava la Knox, Patrick Lumumba. Il successivo processo ebbe un iter particolarmente travagliato e, alla fine, tutti gli altri imputati ne uscirono assolti.

Sollecito: "Io sono assolutamente convinto della sua colpevolezza"

"Io sono assolutamente convinto della sua colpevolezza. Ribadisco tutte le volte che non è una sentenza in concorso, in quanto lui dalla Corte di Cassazione ha fatto un processo a parte. Ci sarebbe da discutere molto su questo perché è molto strano che abbiamo fatto due processi separati. Purtroppo a lui è stato accettato un rito abbreviato da parte dei giudici, noi abbiamo fatto un rito ordinario, lui abbreviato. Lui ha avuto una sentenza definitiva come unico responsabile, il concorso era da verificare". Questo il commento di Raffaele Sollecito sulla liberazione anticipata di Rudy Guede, unico condannato per Rudy Guede per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia nella notte tra il 1 e il 2 novembre 2007. Sollecito, coinvolto insieme all'americana Amanda Knox nel caso giudiziario sull'omicidio di Perugia (entrambi si sono sempre proclamati estranei) prima di essere definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione, ai microfoni di Radio 105, si è detto sicuro che sia stato Guede l'assassino di Meredith: "Io sono convinto per dei semplici fatti logici, nel senso che nella stanza del crimine le tracce sono soltanto sue. Nessuno ha pulito né nella stanza del crimine, né nella scena del crimine infatti c'è molta sporcizia. Gli unici che purtroppo hanno fatto casini sono gli inquirenti che hanno fatto molti errori. E poi il fatto che lui abbia detto molte bugie. Provo molta amarezza per il fatto che non si sia mai pentito e io ho rischiato di farmi 30 anni di carcere anche per le sue bugie". Sollecito è rimasto in carcere quattro anni. Ha inoltre chiarito di non conoscere Guede ("Io e lui non ci conosciamo") e di non avere nessun messaggio da mandargli: "I danni che sono stati fatti alla mia vita per lo più sono stati fatti dagli inquirenti, lui avrebbe potuto fare chiarezza in questa vicenda e non lo ha fatto. Il fatto che mi abbia accusato lo dimostra. A parte accusarmi velatamente lui ha avuto indifferenza nei miei confronti, io non posso che rispondere con indifferenza. Non saprei cosa dirgli". È invece ancora in contatto con Amanda: "Ci sentiamo molto saltuariamente. L'ho sentita perché mi ha consigliato un giornalista o perché mi ha fatto sapere che è nata la bambina e le ho fatto gli auguri, ma molto saltuariamente". Quanto a Meredith, "ho sempre avuto difficoltà a parlare di lei perché non la conoscevo. Questa è una storia davvero brutta perché ero il fidanzato di Amanda in quel periodo, io Amanda l'ho frequentata per due settimane, Meredith l'avrò vista un paio di volte, di lei posso dire pochissimo". Ieri è arrivato un duro sfogo anche di Amanda Knox: "Guede - scrive Amanda - possiede un enorme potere di guarire le ferite degli altri danneggiati dalle sue azioni. Può dire la verità, assumersi la responsabilità e smetterla di incolparmi per lo stupro e l’omicidio di Meredith Kercher, che moltissime prove dimostrano ha commesso da solo”. Gesto che Knox ritiene doveroso sia per i familiari della vittima che per lei e Sollecito, in modo da “porre fine e torbide speculazioni sul caso e ripristinare la mia reputazione, danneggiata assieme a quella di Raffaele”. Amanda Knox è pronta a perdonare Guede: “Se solo mostrasse vero rimorso gli augurerei ogni bene. Le persone cambiano, Rudy è cambiato? Dicono che la verità rende liberi, oggi lui è libero ma deve ancora dire la verità".

Rudy Guede vuole essere dimenticato

"Ora Rudy Guede vuole solo essere dimenticato", ha dichiarato il professor Claudio Mariani, che insegna al Centro studi criminologici di Viterbo e ha seguito Guede in tutto il suo percorso detentivo. "Su ogni storia prima o poi dovrebbe calare il sipario. Rudy la mattina alle 8 prende servizio come volontario alla mensa della Caritas e il pomeriggio lavora nella biblioteca del nostro centro studi per mantenersi. Non c'è più altro da aggiungere a questa storia eccetto il fatto che la vita di una giovane ragazza inglese è stata stroncata e dalla sua famiglia abbiamo potuto imparare la grande dignità e il valore del silenzio. Anche per questo oggi Rudy vorrebbe continuare a adoperarsi per il prossimo, lavorare e soprattutto rimanere in silenzio". Ieri la giornalista tv Franca Leosini sottolineava il "comportamento esemplare" tenuto da Rudy in questi anni: 12 in carcere e gli ultimi 2 in semilibertà. "In carcere ha avuto un percorso riabilitativo di grande intensità. Si è laureato in sociologia. Ha lavorato per il reinserimento dei carcerati, è un volontario Caritas, è considerato una risorsa a Viterbo. Quale che sia la verità di questa terribile storia, si è ampiamente riscattato e merita di essere inserito nella società", ha concluso.

Flaminia Savelli per “Il Messaggero” il 24 novembre 2021. È tornato libero ieri mattina Rudy Guede, l'ivoriano oggi 35enne, l'unico condannato per l'omicidio di Meredith Kercher. Il magistrato di sorveglianza di Viterbo gli ha infatti concesso la liberazione anticipata rispetto alla data del 4 gennaio 2022. Per il delitto di Perugia era stato condannato a 16 anni di reclusione scontati nel carcere di Mammagialla a Viterbo. «Voglio essere dimenticato, non so ancora cosa sarà del mio futuro. Forse tornerò a vivere a Perugia» ha detto ieri mattina appena avuta la conferma sulla liberazione durante l'incontro con il suo avvocato Fabrizio Ballarini. E poi ancora all'assistente sociale, Claudio Mariani che lo ha seguito nel lungo percorso di reinserimento: «Non voglio altri riflettori ne altra attenzione su questa drammatica storia». Guede si è sempre professato innocente per il delitto della studentessa inglese arrivata in Italia con un progetto Erasmus e trovata brutalmente uccisa il 1° novembre del 2007 a Perugia. Un delitto ancora pieno di punti bui: nelle indagini furono coinvolti anche la coinquilina Amanda Knox e il fidanzato dell'epoca, Raffele Sollecito. Che ieri ha commentato: «Non si è mai pentito». Al professor Mariani, Rudy appena liberato ha poi spiegato: «Come la famiglia di Meredith che in questi lunghi anni è rimasta in silenzio, non voglio aggiungere altro dolore».

UNA NUOVA VITA Ma sullo sconto di pena si è accesa la polemica dell'avvocato Francesco Maresca, legale della famiglia di Meredith Kercher «Rudy Guede ha fatto la sua corsa, quello che l'ordinamento penitenziario gli permette ma c'è da dire che da un punto di vista morale, della giustizia concreta e effettiva, evidentemente la pena che ha scontato è molto bassa rispetto alla tragicità dell'evento». Intanto con il progetto di reinserimento dal 2019, Guede è stato impegnato come volontario al centro Caritas di piazza Dante. Ogni mattina ha servito ai tavoli della mensa: «Un ragazzo molto riservato - racconta Maria, volontaria anche lei - ho sempre saputo chi era e perché era in carcere ma non ne abbiamo mai parlato. Un ragazzo discreto e con tante attenzioni. Per tutti noi che abbiamo lavorato con lui, è difficile immaginare cosa abbia passato. Qui ormai tutti conoscono la sua storia e abbiamo cercato di aiutarlo, di non farlo sentire escluso». Lo stesso raccontano i colleghi nella sede di viale Armando Diaz: «È sempre il primo a farsi avanti per aiutare durante le ore di volontariato». Dopo l'impegno come volontario, ogni pomeriggio Guede lavora invece nel Centro studi criminologici di piazza San Francesco. Ma non ieri: «Nel suo primo giorno di libertà - spiega l'avvocato Ballarini - ha deciso di non andare al centro, anche per non attirare l'attenzione dei media». In tanti, anche nel palazzetto del centro, in questi mesi hanno conosciuto Rudy. E tutti lo descrivono come «ragazzo educato e per bene. Arriva in sella alla sua bicicletta - racconta Loredana Melini, una residente del palazzetto - ha sempre un sorriso per tutti». 

IL COLLOQUIO Con il legale che ha seguito la vicenda giudiziaria dal 2009, Guede ha avuto un lungo incontro ieri mattina nello studio di via Guglielmo Marconi. Un colloquio per confrontarsi anche sul futuro. Ora che è tornato un uomo libero, in attesa di discutere la tesi di laurea in Scienze storiche del territorio all'università di Roma Tre il prossimo giugno, è in cerca di un lavoro. Ma: «Non escludo la possibilità di tornare a Perugia» ha detto il ragazzo. Lì infatti ci sono ancora molti affetti cari che in questi lunghi anni lo hanno assistito. «Vuole essere dimenticato e qui, a Viterbo, non è facile. Anche se c'è una rete di protezione, persone che lo sostengono e lo hanno sempre aiutato. Ha avuto già dei contatti, l'ho aiutato io per primo. Gli hanno offerto lavori in bar e ristoranti di zona. Ma vuole prima terminare gli studi» spiega l'avvocato Ballarini. Che precisa: «Non era sorpreso della notizia del termine della sua pena, aspettavamo solo la conferma. Da adesso Rudy che in carcere è diventato un uomo può iniziare una nuova fase della sua vita». Il professor Mariani invece, «zio Claudio» come lo chiama oggi Rudy, le reazioni del giovane alla riacquistata libertà sono state diverse. «Sono spaventato e allo stesso tempo confuso», ha commentato con il medico che lo ha accompagnato negli ultimi anni nel percorso di studi. Dal diploma di scuola superiore all'università: «Non parliamo mai del passato - racconta Mariani - perché tutta questa esperienza lo deve accompagnare nella vita che lo aspetta e che ha cominciato a costruire già durante la lunga detenzione. Ma per poterlo fare, almeno per il momento, chiede di restare in silenzio».

Da "leggo.it" il 23 ottobre 2021. Amanda Knox è diventata mamma: la bambina si chiama Eureka Muse Knox-Robinson. Lo annuncia la stessa Knox al New York Times, al quale racconta di aver partorito nei mesi scorsi e di averlo tenuto nascosto per il timore dei paparazzi. L'intervista cade a dieci anni dalla sua assoluzione per l'omicidio di Meredith Kercher. Knox vive ora non lontano da Seattle e con il marito Christopher Robinson sta valutando progetti da portare avanti per arrotondare le entrate. Fra questi un documentario per esplorare il rapporto fra la ragazza e il pm Giuliano Mignini, che ora è andato in pensione e sta lavorando a un libro. Durante il suo viaggio in Italia nel 2019 Knox gli ha fatto recapitare una lettera in italiano, chiedendogli se voleva avviare un dialogo con lei. Mignini si è mostrato aperto all'idea. Amanda Knox però ammette: «Continuo a dire a Chris che vorrei andare in posto dove posso pagare il mutuo senza dover rivivere la peggiore esperienza della mia vita».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 20 novembre 2021. Amanda Knox ha raccontato di aver inviato numerosi messaggi alla famiglia dell’ex amica e coinquilina Meredith Kercher dopo essere stata ingiustamente accusata di averla uccisa. La Knox ha detto che si ritrova a pensare «Oh mio Dio, avrei potuto essere io». Ma, ora che ha avuto una figlia, ha detto anche di riuscire a mettersi nei panni della madre di Meredith. Il 1° novembre 2007 Meredith, studentessa dell’Università di Leeds a Perugia con il programma Erasmus, è stata assassinata. Knox e il suo fidanzato, Raffaele Sollecito, sono stati incarcerati e poi rilasciati nel 2011 dopo un appello contro la loro condanna. È stato invece condannato Rudy Guege, un uomo del posto, dopo che alcune tracce del suo Dna sono state trovate sul corpo della Kercher nella stanza in cui è morta. Alla domanda se avesse già parlato con la famiglia di Kercher, Amanda - ora tornata negli Stati Uniti d'America - ha risposto: «No, non ancora. So che è una situazione complicata. Non mi è chiaro a questo punto cosa provano per me». «E non voglio forzare una relazione se per loro è traumatica». «Così ho inviato loro messaggi tramite intermediari dicendo loro che vogliono avere una relazione. Voglio parlargli. E sto aspettando di vedere se è qualcosa che vogliono anche loro». «Voglio la stessa cosa che vogliono loro. Voglio sapere la verità. Voglio sapere cosa è successo a Meredith. Voglio che sia riconosciuta per quello che era, e voglio che la loro sofferenza sia riconosciuta per quello che è. E voglio che ottengano la conclusione che meritano. Lo voglio anche io». «Ecco perché provo sentimenti davvero complicati nei confronti del suo assassino, Rudy Guede, perché anch'io ho passato del tempo in prigione. Perché è fuori». Guede è stato condannato nel 2008 per la morte di Kercher, ma è stato rilasciato dal carcere alla fine dello scorso anno e sconterà gli ultimi anni della sua condanna a 16 anni facendo servizio alla comunità. Amanda, che è diventata nota alla stampa come "Foxy Knoxy" quando il caso giudiziario in Italia ha attirato l'attenzione internazionale, ha dichiarato: «So che era molto giovane quando ha preso questa colossale e orribile decisione di violentare e uccidere Meredith». «Non so come si sente a riguardo oggi. Spero che se ne penta. In realtà non ha dimostrato di riconoscere quello che ha fatto, e non ha ammesso di averlo fatto e non ha chiesto perdono, quindi non mi dà speranza che si senta davvero riabilitato». «Forse si sente una fottuta vittima anche lui perché era un ragazzo che è stato abbandonato da suo padre, portato in affido in Italia (esatto), edi è andato fuori controllo passando dal furto con scasso, fino a quando non ha fatto una gran cazzata». La Knox si è poi lamentata del fatto che il suo nome sia diventato sinonimo dell'uccisione di Meredith, e continua ad esserlo nonostante sia stata completamente scagionata.

Da iene.mediaset.it il 4 novembre 2021. Domani, venerdì 5 novembre, in prima serata su Italia1, nuovo appuntamento con “Le Iene” con Nina Palmieri, Veronica Ruggeri e Roberta Rei. Amanda Knox parla in esclusiva e per la prima volta ai microfoni della trasmissione e della tv italiana in generale, a distanza di 10 anni dal suo rientro negli Stati Uniti e dopo 14 anni dall’omicidio di Meredith Kercher. Per la vicenda di cronaca che tutti ricordano, insieme a Raffaele Sollecito, la Knox era stata prima condannata, poi assolta in appello, poi nuovamente condannata (a seguito della decisione della Cassazione di ripetere il processo), infine ritenuta definitivamente non colpevole dall’accusa di aver ucciso la coinquilina a Perugia. La sentenza chiuderà per sempre la vicenda giudiziaria, ma il dibattito, anche a distanza di molti anni, non si è esaurito. Ancora molte, infatti, le domande aperte e il pensiero che l’opinione pubblica, qui nel nostro Paese, almeno per quanto riguarda Amanda Knox, sia ancora fortemente colpevolista. Volato a Seattle dove la donna ora vive e lavora, Gaston Zama l’ha incontrata per conoscere la sua opinione, sia sulla vicenda di cronaca di cui era una dei protagonisti, sia per capire meglio quello che sembra avere alcuni punti in comune con la storia di Chico Forti, l’imprenditore italiano che nel 2000, negli Stati Uniti, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike. Trasmesso recentemente dell’emittente americana CBS, infatti, il reportage dedicato alla vicenda del nostro connazionale pone la domanda “Chico Forti is the italian Amanda Knox?”. Nel servizio anche le parole di Raffaele Sollecito, con cui la Knox, ai tempi del delitto di Meredith, aveva una relazione sentimentale, raggiunto in un secondo momento dall’inviato: 

Questi alcuni stralci delle interviste ai due: 

Zama: Questa è la prima volta che accetti di parlare con la tv italiana, non l’avevi mai fatto, come mai?

Knox: In 4 anni di carcere ho visto i media italiani dipingermi come la più brutta persona, non mi conoscevano, non mi parlavano. Hanno inventato la persona più brutale del mondo. 

Zama: Ma quando dici che i media hanno distorto la tua immagine a cosa ti riferisci?

Knox: L’immagine di me era di una bugiarda, razzista, ossessionata dal sesso, che voleva male alla gente. Tutto quello che di più brutto si può dire di una donna l’hanno riferito a me. 

Zama: Ti riferisci anche alla descrizione del rapporto che è stato fatto di te e Raffaele?

Knox: Io e Raffaele siamo stati dipinti nel modo in cui l’accusa ha voluto dipingerci, così da convincere le persone della nostra colpevolezza. È difficile andare nella vita quando sei collegata a una vicenda così tragica e orrenda come l’omicidio, quando non c’entri niente. Resta addosso, come è rimasto addosso a Raffaele. So che anche lui soffre. […] 

Sollecito: Dopo il male che mi è stato fatto, dopo gli errori che in questo caso sono stati fatti, l’ingiustizia rimane. L’assoluzione passa in secondo piano, non se ne parla più tanto e mi trattano come una persona che l’ha fatta franca. 

Zama: A chi ti riferisci?

Sollecito: Sia ai media che ai magistrati che sono stati parte dell’accusa. Purtroppo, la narrazione mediatica, soprattutto quella di cronaca, è strettamente legata al teorema accusatorio della procura. Alcune notizie che sono venute fuori da lì erano estremante private e non c’era motivo di tirarle fuori. 

Zama: Tipo?

Sollecito: A chi poteva interessare quanti uomini aveva avuto Amanda? 

Su Rudi Guede, unico condannato nella vicenda:

Zama: Cosa hai pensato quando hai visto che, due anni fa, stava uscendo dal carcere?

Knox: Non lo conosco, posso solo pensare su quello che so. So che ha ucciso Meredith e so che lui non ammette di averlo fatto e che punta il dito contro di me e Raffaele. Cambia sempre versione per allontanarsi, soprattutto dopo essere stato arrestato. Penso che lui non si sia reso veramente conto delle conseguenze delle sue azioni. Lui era un uomo armato contro una donna senza arma, non deve essere per forza più complicato di così.

Sugli interrogatori a cui sono stati sottoposti: 

Zama: Rispetto a quella notte qualcuno mette nero su bianco la vostra presenza nella casa in via della Pergola, e che non si arriverà mai a una verità definita, che non si può parlare di giustizia per Meredith: cosa rispondi a chi dice questo? 

Knox: Penso ci siano tutte le prove e tutti gli elementi per capire cosa sia successo quella notte e tutte portano a Rudy Guede. Non ci sono prove che ci collegano a quell’omicidio. È il motivo per cui tutt’ora c’è la sensazione che tutta questa storia non sia chiusa del tutto. […] 

Infine, su Chico Forti la Knox dice: 

Knox: Sono stata molto commossa dall’onda di solidarietà degli italiani nei suoi confronti che mi ha ricordato quella che gli americani hanno rivolto su di me. La giustizia americana ha fatto malissimo a lui. Nelle due vicende molte cose sono simili. Il suo interrogatorio non è stato registrato, poi hanno costruito un caso contro di lui che era privo di evidenze. Di quella sabbia trovata non c’è la foto. Hanno dimenticato di quelle tracce di sangue che venivano dal mare invece che dalla strada. Questo caso è imbarazzante, non ci sono prove contro di lui. La polizia ha deciso sin da subito il colpevole e nel momento in cui per loro l’evidenza era un ostacolo hanno inventato altre prove. Questo è un esempio non solo di incompetenza ma anche di corruzione. 

Zama: Cosa penseranno gli italiani nel sentirti parlare a supporto di Chico Forti?

Knox: C’è un pregiudizio su di me come qui, negli Stati Uniti, c’è per Chico. Mi vedo in lui, riconosco quella sofferenza e quella speranza di essere riconosciuto per quello che è.  L’Italia è importante per me. Io non porto rancore nei confronti dell’Italia e so che gli italiani che continuano a odiarmi, odiano un’idea di me che non esiste. E non è colpa loro. Sono stati messi davanti a una storia falsata, sono stati ingannati, quindi non è colpa loro. In ogni caso sono felice di poter offrire il mio punto di vista per aiutare un italiano. Tutti i sistemi giudiziari oscillano e fanno degli errori. Non si può dare per scontata la giustizia, non è qualcosa che ti viene semplicemente data, anche se te la meriti, ma qualcosa per cui devi lottare e Chico lo farà per il resto della sua vita. 

L'ultima della Knox: così ha nascosto la figlia (dal nome bizzarro). Francesca Galici il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Amanda Knox ha partorito la sua prima figlia in gran segreto per paura dei paparazzi: il nome della piccola fa già discutere. Nelle scorse ore, Amanda Knox ha rivelato in esclusiva al New York Times di aver partorito nei mesi scorsi la sua prima figlia, chiamata Eureka Muse Knox-Robinson. Solo a distanza di svariate settimane l'ex studentessa di Perugia ne ha dato annuncio. Il motivo? La Knox ha affermato di aver tenuto il segreto "per il timore dei paparazzi. Sono ancora molto in ansia per l’invasione della mia vita da parte dei paparazzi. Temevo si affollassero davanti alla porta di casa". Il Ny Times ha cercato la Knox per intervistarla a distanza di 10 anni dalla sentenza che l'ha assolta per il delitto di Perugia, del quale è rimasta vittima Meredith Kercher, studentessa inglese e coinquilina della Knox a Perugia. Non appena ne ha avuto la possibilità, Amanda Knox ha fatto ritorno a Seattle e ha lasciato l'Italia. Ora vive non distante dalla metropoli, in una cittadina tranquilla insieme a suo marito Christopher Robinson, con il quale è convolata a nozze nel 2018. "Continuo a dire a Chris che vorrei andare in un posto dove posso pagare il mutuo senza dover rivivere la peggiore esperienza della mia vita", ha detto Amanda Knox nel corso dell'intervista. Una richiesta utopica, vista l'eco mediatica che ha provocato la morte di Meredith Kercher, il cui delitto è ancora avvolto da importanti zone d'ombra. Amanda Knox si è sempre detta innocente, la sentenza della Cassazione ha confermato la sua posizione di estraneità ai fatti, ma l'opinione pubblica italiana non sembra aver accettato la decisione del tribunale. Oggi, Amanda Knox lavora come giornalista e attivista. La vicenda italiana ha profondamente segnato la sua vita e pochi mesi fa l'ex studentessa ha deciso di riprovare a monetizzare prendendo spunto dalla vicenda giudiziaria che l'ha vista coinvolta, realizzando un documentario che ne ripercorra le tappe fino all'assoluzione e al ritorno negli Stati Uniti. Anche per questo motivo nel 2019, quando è tornata in Italia per una vacanza, Amanda Knox ha preso contatti con il pm Giuliano Mignini attraverso una lettera, chiedendo di avviare una collaborazione per la pubblicazione di un libro. Sembra che Amanda Knox abbia sviluppato una forte passione per i documentari, tanto che anche la sua gravidanza, dal concepimento fino alla nascita, potrebbe diventare oggetto di un racconto che, al momento, è stato fatto solo attraverso dei podcast. L'ha annunciato qualche settimana fa, rivelando anche di aver perso un bambino nei mesi precedenti, facendo capire in maniera non troppo velata che la colpa sarebbe potuta essere proprio della vicenda giudiziaria italiana.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Omicidio sociale": la criminologa Marica Palmisano svela cosa è accaduto a Sollecito in Francia. Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 19 ottobre 2021

Francesco Fredella è nato nel 1984. Pugliese d'origine, ma romano d'adozione. Laureato in Lettere e filosofia a pieni voti, è giornalista professionista. Si occupa di gossip da sempre diventando un punto di riferimento nel jet-set televisivo. Collabora con Libero, Il Tempo, Nuovo (Cairo editore). E' uno degli speaker della famiglia RTL102.5, dove conduce un programma di gossip sul digital space. E' opinionista fisso di Raiuno e Pomeriggio5.

Criminologa e grafologa. Ore ed ore di perizie in Tribunale, migliaia di pagine e fascicoli impolverati da studiare. Una realtà che conosce bene Marica Palmisano, consulente di Raffaele Sollecito. Un caso, sicuramente, molto complesso dopo la morte Meredith Kercher, la studentessa americana trovata senza vita a Perugia a novembre del 2007. I primi indagati furono Amanda Knox e Raffaele Sollecito (oggi ingegnere), che si professano sin da subito innocenti. Sollecito è stato assolto dai fatti prima nel 2011 quando la Corte d'assise d'appello lo dichiara estraneo al delitto di via della Pergola. Poi una nuova assoluzione arriva da parte della Suprema Corte. “La stampa l’ha distrutto. Il pericolo maggiore l’abbiamo riscontrato in Francia. Avevamo trovato una collocazione per lui, ma una delle risorse umane quando ha saputo che si trattava di Raffaele Sollecito lo ha mandato via. Per me è stato un omicidio sociale”, tuona a Libero la criminologa. “Ad oggi, dopo la sua testardaggine, non ha mai mollato la presa è riuscita a collocarsi in un’altra azienda. Credo che sia la quattordicesima che cambia. La gente lo riconosce come un assassino, ma non è così. Nel suo tracciato psicologico della sua vita c’è una rilevanza molto forte”. Marica Palmisano, che è molto attiva anche nel campo dell’associazionismo, dirige con Edoardo Schina ASISFOR ALATA- SCUOLA ITALIANA DI SCIENZE FORENSE. “In carcere cerco di tenere occupati i detenuti. Ed è una delle tante attività. Mi sono occupato del caso di Sollecito per cercare di inserirlo nella società dopo il suo periodo di detenzione. E’ stato assolto, non è colpevole, ma per l’opinione pubblica resta colpevole. Purtroppo”, confessa a Libero. Anche durante la gravidanza Marica lavora ore ed ore. Senza fermarsi. “In questa fase della mia vita ho toccato con mano quello che accade alle donne colpite da depressione post parto, che colpisce tutti: i manager o le casalinghe”, continua. “Di storie ne ascoltiamo tante. Con la mia attività cerchiamo un ponte comunicando tutto affinché si capisca che nessuna donna è sola”. Marica, poi, dice di esserci passata per prima: “Io sono una tipa strong. Ho partorito da pochi giorni e mi sono rimessa a lavorare perché sono una libera professionista come tantissime altre donne”. Oggi, più che mai, la criminologa parla della condizione delle donne. “Viviamo in una società aperta, ma in realtà non si presenta così. Forse in maniera diversa”, continua.  “Durante la gravidanza tutto quello che circola attorno al periodo della mia professione è stato attaccato da chi ha trovato il modo per infiltrarsi nella mia professione”, tuona. Ma Marika, con la sua associazione, si occupa anche della grafologia. “Dai disegni dei bambini si capisce molto: il disagio, ad esempio, è comunicato attraverso i disegni dei bambini”, continua la criminologa. Combatte da sempre il bullismo e lo fa con tutti gli strumenti che ha in mano. “A 360° mi occupo della prevenzione contro ogni forma di discriminazione e violenza”, continua Marika. Che mette le cose in chiaro: “Il criminologo non va solo sulla scena del crimine, ma crea un vero e proprio identikit (non inteso solo come un disegno del volto di un presunto killer), ma l’inquadramento di uno spettro sociale in cui viviamo”.

"Una storia horror? Studiare in Italia", Amanda Knox di nuovo nella bufera. Francesca Galici il 24 Luglio 2021 su Il Giornale. I continui riferimenti di Amanda Knox al delitto di Perugia tramite social non piacciono agli utenti. Lei sbotta e si difende. Amanda Knox torna a far parlare di sé ironizzando sui social sul delitto di Perugia che l'ha vista protagonista della cronaca nera italiana per lunghi anni. L'ex studentessa americana è stata accusata di aver partecipato al delitto di Meredith Kercher, studentessa inglese barbaramente accoltellata nel suo appartamento nel capoluogo umbro nel 2007. Amanda Knox ha trascorso 4 anni in cella in Italia prima di essere assolta dalla corte di Cassazione nel 2015. L'ultima polemica social che l'ha travolta nasce da un piccolo gioco, come ce ne sono tanti su Twitter: "Racconta una storia horror in cinque parole". Il tweet, proveniente da un account in lingua inglese, è stato notato da Amanda Knox, che non si è tirata indietro e ha commentato: "Indimenticabile studio all'estero in Italia". In tanti hanno sobbalzato per questo tweet dell'americana, considerato fuori luogo e poco rispettoso per la morte di Meredith Kercher, che ancora non avuto giustizia. Moltissimi i commenti ricevuti da Amanda Knox, molti dei quali eccessivi e offensivi nei suoi confronti. Tuttavia sono stati molti di più quelli che, con toni educati e con razionalità, hanno fatto notare all'ex studentessa che questo atteggiamento sminuisce la tragedia di quanto accaduto a Perugia. Immediata la risposta dell'americana, che ha difeso il suo tweet e il suo modo di porsi in questa vicenda, tirando in ballo anche presunti atteggiamenti misogini. "Il danno alla mia reputazione, che ancora mi porto dietro a causa di una condanna ingiusta, è incalcolabile, ma eccone un assaggio. Ho fatto una battuta su quella volta in cui sono stata orribilmente rinchiusa in una prigione per quattro anni per un omicidio con cui non avevo niente a che fare e ricevo queste risposte. Queste persone pensano o che io sia un'assassina o che io non abbia il diritto di ridere del mio trauma", ha scritto la donna, allegando gli screenshot di alcuni commenti ricevuti. Amanda Knox, quindi, ha proseguito: "Perché? A causa di oltre un decennio di copertura mediatica diffamatoria e a causa della misoginia. Queste persone mancano di compassione e immaginazione. Si rifiutano, infatti, di immaginare cosa ho passato: la mia compagna di stanza uccisa da Rudy Guede, un uomo di cui probabilmente non conoscono neanche il nome, essere giudicata colpevole del suo crimine e diffamata su scala globale per il resto della mia vita, nonostante la mia assoluzione definitiva e nonostante la mia condanna sia un esempio da manuale di come la giustizia possa sbagliare".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Amanda Knox, "disgustosa, stai zitta": è polemica per le parole sull'Italia. Libero Quotidiano il 24 luglio 2021. Utenti del web contro Amanda Knox. La scrittrice americana è stata presa d'assalto dopo uno scivolone social, costatole carissimo, che rimanda alla sua detenzione in Italia dopo il delitto di Meredith a Perugia. Nell'ultimo post rispondendo a una domanda sulle storie dell'orrore personali da riassumere in cinque parole parla di "vacanza studio in Italia". Nel dettaglio la Knox se n'è uscita così: "Unforgettable study abroad in Italy", "l’indimenticabile vacanza in Italia". Immediata la replica di alcuni internauti italiani che l'hanno criticata a suon di "disgustosa", "stai zitta", "che simpatica" e "ogni tanto tiri fuori questo post". A quel punto la ragazza americana è stata costretta a intervenire: "Il danno reputazionale che porto ancora dalla mia condanna ingiusta è incalcolabile, ma eccone un assaggio. Faccio una battuta su quella volta in cui sono stata orribilmente rinchiusa in una cella di prigione per 4 anni per un omicidio con cui non avevo nulla a che fare, e ricevo queste risposte". E ancora: "Nonostante questa ingiustizia soffro ancora ogni singolo giorno della mia vita, tengo la testa alta. So che i miei fratelli e sorelle incarcerati ingiustamente mi sostengono. So che i sostenitori della giustizia penale capiscono". Amanda Knox ha passato 4 anni in carcere a Capanne per l’omicidio della coinquilina inglese Meredith Kercher, fino a quando è stata assolta definitivamente dalla Cassazione ed è tornata a vivere negli Stati Uniti. 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 9 luglio 2021. Amanda Knox ha rivelato di aver subito un aborto devastante e doloroso durante la pandemia. La Knox ha detto che la perdita di suo figlio le ha fatto chiedere se i suoi problemi di fertilità non fossero legati a qualcosa che le è successo in Italia. La 33enne, condannata e poi assolta per l'omicidio nel 2007 della sua ex coinquilina Meredith Kercher in Italia, ha parlato della perdita in una nuova puntata del suo podcast, durante la quale ha raccontato di aver dovuto affrontare uno straziante parto indotto dopo l'aborto spontaneo. Parlando del suo aborto spontaneo nel primo trimestre, Amanda ha raccontato il momento in cui hanno appreso che il loro bambino non aveva battito cardiaco - dopo che i medici avevano consigliato alla coppia di controllare dopo un'altra settimana. Tuttavia, quando sono tornati una settimana dopo, hanno ricevuto la devastante notizia che il loro bambino non ancora nato non era più cresciuto e che non c'era più battito cardiaco da trovare.  «Siamo tornati una settimana dopo... e non era cresciuto. Non ha avuto un battito cardiaco», ha ricordato, prima di ammettere di essere rimasta sbalordita dalla notizia, in parte perché non aveva sperimentato nessuno di quelli che credeva essere i segni rivelatori di un aborto spontaneo. «Questo mi ha confuso perché ho pensato: "Perché dovrebbe esserci un bambino morto che bazzica lì dentro?" Se non era vivo, perché non stava andando via» ha detto. «Il mio corpo non lo sapeva nemmeno, e mi è sembrato strano che qualcosa con cui il tuo corpo è così in sintonia... non lo sapeva? Non sapevo che potessi avere un aborto spontaneo mancato. A tutti gli effetti, ero incinta di qualcosa che non stava crescendo». I medici di Amanda hanno spiegato che il suo corpo probabilmente «avrebbe capito prima o poi». Tuttavia, l'induzione, che ha richiesto ad Amanda di prendere due pillole di prescrizione, l'ha lasciata in un'agonia orribile - che ha detto era diversa da qualsiasi cosa avesse mai sperimentato prima. «Sono andata in bagno a prendere le pillole e poi mi sono semplicemente sdraiata sul letto e ho aspettato che succedesse qualcosa», ha ricordato, spiegando che inizialmente non aveva preso gli antidolorifici che le avevano prescritto. «Non ho preso gli antidolorifici, pensavo che fosse l'ultima risorsa assoluta, probabilmente non ne avrei avuto bisogno», ha raccontato. «E ci è voluta circa mezz'ora prima che sentissi qualcosa. Ma dolore addominale come non ho mai provato prima. Stavo tremando. Alla fine non ce la facevo più, ho avuto bisogno delle pillole. Ne ho presi un po' e dopo mezz’ora sono stata meglio». «Per due giorni ho partorito sangue, batuffoli di sangue», ha detto. Ma il suo aborto spontaneo è stato, ha detto, incredibilmente sconvolgente, in particolare perché continuava a chiedersi se il suo bambino fosse da qualche parte nei "grumi" che vedeva nella toilette. «Ricordo che il ciuffo più grande aveva le dimensioni di una prugna», ha rivelato Amanda. Dopo aver attraversato il suo aborto spontaneo, Amanda ha iniziato a chiedersi se fosse da biasimare in qualche modo, ammettendo che si era persino domandata se «le fosse successo qualcosa mentre era in Italia» che avrebbe potuto causare problemi di fertilità. «Mi sono sentita incredibilmente delusa che fosse la storia della mia prima gravidanza in assoluto», ha detto. «Perché? Ho le uova marce e non l'ho mai saputo? Sono davvero troppo vecchia? Mi è successo qualcosa mentre ero in Italia?». Non ha specificato quali incidenti si siano verificati in Italia per causare un problema di fertilità, tuttavia nel suo libro del 2013, Waiting to be Heard, Amanda ha affermato di essere stata oggetto di molestie sessuali per mano di una guardia senior durante il suo periodo in carcere. Amanda ha anche detto che le è stata data una falsa diagnosi di HIV dal personale medico e che dopo il suo arresto nel 2007, quando aveva 20 anni, è stata costretta a spogliarsi nuda e ad allargare le gambe mentre un medico le misurava la vagina. «Il dottore ha ispezionato le labbra esterne della mia vagina e poi le ha separate con le dita per esaminare l'interno. Ha misurato e fotografato le mie parti intime», ha scritto il Daily News. Amanda ha trascorso quattro anni in una prigione italiana dopo essere stata condannata nel novembre 2007 per l'omicidio della sua ex coinquilina, la studentessa britannica Meredith Kercher, mentre vivevano insieme ad altre due donne in una casa condivisa nella piccola città di Perugia. Amanda, che è stata soprannominata "Foxy Knoxy" dalla stampa e il suo allora fidanzato Raffaele Sollecito sono stati entrambi condannati per l'omicidio di Kercher nel 2009. Ma Amanda è stata assolta dal crimine nel 2011 ed è tornata negli Stati Uniti, dopo aver trascorso quasi quattro anni in carcere. Si è rifiutata di tornare in Italia per un nuovo processo tre anni dopo - processo durante il quale è stata nuovamente condannata - prima che tale condanna fosse annullata dalla Corte Suprema italiana nel 2015.   

«Io dico no all’oblio: da innocente voglio essere testimone della mia storia». Intervista a Raffaele Sollecito: «Alcuni media continuano a massacrarmi e a ignorare la decisione della Cassazione del 2015. Sono vittima di una ingiustizia, in particolare degli errori commessi dallo Stato italiano, ma invece di poter essere libero di denunciare quanto mi è successo, sono ancora costretto a difendermi da chi non ha digerito la mia assoluzione». Valentina Stella su Il Dubbio il 7 giugno 2021. Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che ha anche criticato pesantemente le indagini. Inoltre tutte le acquisizioni probatorie successive al giudizio abbreviato conclusosi con la condanna di Rudy Guede hanno superato ed escluso il coinvolgimento di Amanda e Raffaele nell’omicidio di Meredith Kercher. Nel 2017, incredibilmente, a Sollecito è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché secondo i giudici sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori; successivamente ha deciso di fare causa allo Stato chiedendo oltre tre milioni di euro in virtù della legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Anche questa richiesta è stata respinta dal Tribunale di Genova. Ma lui non si ferma e va avanti con i ricorsi in tutte le sedi possibili. Tuttavia, dopo quasi quindici anni dai fatti e sei da una assoluzione piena, Sollecito deve ancora provare la sua innocenza perché, come dice lui in questa intervista, «continuano a processarmi e a condannarmi. Che diritti può avere un innocente se i magistrati e la stampa non rispettano una sentenza di assoluzione?». E aggiunge: «un colpevole che ha scontato la sua pena può giustamente pretendere il diritto all’oblio, io invece vorrei essere testimonianza affinché quello che è accaduto a me non accada ad altri».

Secondo lei come mai tanto interesse verso la vicenda che ormai si è conclusa processualmente nel 2015?

Da un lato questa storia suscita ancora interesse dal punto di vista giuridico e scientifico, se solo pensiamo a quanto si è dibattuto sul Dna e le tecniche di analisi. Dall’altro lato l’inchiesta e i successivi processi hanno avuto un impatto mediatico nazionale ed internazionale come pochi altri casi al mondo: è chiaro quindi che perduri una certa attenzione, e in generale non ci vedo nulla di strano. Il problema è come si continua a parlare di questa storia.

Perchè?

Io sono innocente, ho subìto un danno ancora mai risarcito e mi riferisco ai quattro anni che ho trascorso in carcere a causa di indagini condotte maldestramente. Nonostante io sia stato vittima del sistema giudiziario, nonostante io sia stato assolto, c’è ancora qualcuno che mi tratta da colpevole. Tutto questo rappresenta un forte peso che mi porto sulle spalle, è una croce che abbraccio quotidianamente. In altri Paesi democratici e civili la mia storia sarebbe raccontata per far sì che quello che mi è successo non accada più. In Italia invece continuano a processarmi.

Quindi lei non sarebbe favorevole ad avvalersi del diritto all’oblio?

Penso, per esempio, che una persona che è stata condannata e ha scontato la sua pena ha tutto il diritto di voler essere dimenticata e ricominciare a vivere nella società, lasciandosi alle spalle le vicende giudiziarie. Per me è diverso: io sono stato vittima degli errori commessi da alcuni magistrati, ho fatto quattro anni da innocente in carcere. Quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque, quindi io vorrei poter essere testimone della mia vicenda e sperare che non accada più a nessuno quello che è capitato a me e ad Amanda. Vorrei poter intraprendere la strada che sta percorrendo, ad esempio, Jessica Notaro, la ragazza aggredita con l’acido dal suo ex ragazzo. Lei è stata vittima di un brutale reato e ora gira l’Italia per raccontare la sua storia, per sensibilizzare quante più persone possibili. Anche io sono vittima di una ingiustizia, in particolare degli errori commessi dallo Stato italiano, ma invece di poter essere libero di denunciare quanto mi è successo, sono ancora costretto a difendermi da chi non ha digerito la mia assoluzione.

A cosa si riferisce?

Alcuni media continuano a massacrarmi e a rinnegare quanto deciso dalla Cassazione nel 2015. Ultimamente è andato in onda un documentario che ancora si chiede chi abbia ucciso Meredith. L’aspetto che mi lascia più sconcertato è che sono proprio coloro che mi hanno perseguitato ingiustamente- tra cui i pubblici ministeri che mi hanno accusato, Mignini e Comodi – insieme a giornalisti amici della Procura a continuare a mettere indubbio la mia assoluzione e a riproporre in televisione le tesi colpevoliste che sono state smontate dai successivi gradi di giudizio. Si arriva addirittura a ritenere che l’arma del delitto sia il coltello trovato a casa mia e che Amanda l’abbia pulito, ma è una falsità e ne abbiamo discusso nel corso di ben 5 processi. Come è possibile che stanno ancora lì a rifare il processo in televisione? Che futuro possiamo avere in questo Paese io e tutte le persone che hanno subìto la mia stessa sorte?

Il processo, stando alla sentenza della Corte di Cassazione, ha avuto «un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o "amnesie" investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Anche solo per questo bisognerebbe accettare in silenzio la decisione definitiva.

Assolutamente. E poi ripetono, come una filastrocca, per instillare il dubbio su me ed Amanda, che Guede non ha agito da solo e che pertanto rimane aperta l’ipotesi del concorso di persone nell’omicidio. Ma anche questo non è vero. Come ho raccontato qualche giorno fa in un video pubblicato sui miei social, nella sentenza definitiva della Cassazione che ha confermato la condanna in appello per Rudy Guede non si legge che è stato condannato in concorso. Inoltre in quella sentenza c’è scritto che ‘Per intanto occorre da subito sfuggire al tentativo, perseguito dall’impostazione tutta della difesa, ma fuori luogo nel contesto della decisione, di coinvolgere il collegio nell’avallo della tesi di una responsabilità di altri, che sono S.R. ed K.A’. A ciò va aggiunto che Guede è stato giudicato con rito abbreviato perché, secondo i suoi avvocati, il quadro probatorio non dimostrava nulla e non avevano niente da obiettare alle risultanze investigative degli inquirenti. Amanda ed io scegliemmo invece il rito ordinario, e le risultanze processuali emerse dai nostri gradi di giudizio hanno superato il quadro indiziario iniziale con cui è stato condannato Guede. Alcuni giornalisti non desiderano la verità ma vogliono soltanto arricchirsi alle spalle della vita di persone innocenti.

Come si sta muovendo a livello giudiziario in questo momento?

Mi trovo costretto a combattere contro lo Stato: mi è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione, quasi come se i 4 anni di carcere me li fossi andati a cercare io con la mia condotta. Per questo ci siamo rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Inoltre ora siamo in attesa dell’appello in merito alla mia richiesta di risarcimento danni in base alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Io non cerco vendetta, ma voglio giustizia e continuerò a portare avanti le mie battaglie civili. Io sono innocente, ma mi porto dietro tantissimi danni. Vorrei pensare ad altro, vorrei pensare alla mia vita e invece ogni volta c’è qualcuno che mi rifà il processo in piazza e mi condanna senza colpo ferire. In questo Paese democratico quanto contano i miei diritti, quelli di una persona innocente? Tutta questa situazione mi sconcerta, mi mette ansia e angoscia. Lo Stato con me ha sbagliato, ma continua a non riconoscere i propri errori. Se ognuno è libero di rifare i processi, se la mia condanna sarà quella di subire un processo a vita, ditelo chiaramente e prenderò i dovuti provvedimenti. Come posso affrontare il mio futuro in questo Paese?

Raffaele sollecito contro i “giornalai”: «Dopo 15 anni combatto contro notizie false». Lo sfogo del giovane assolto nel processo per l'omicidio di Meredith Kercher. Valentina Stella su Il Dubbio il 30 maggio 2021. A quattordici anni dall’omicidio di Meredith Kercher avvenuto nella notte tra il primo e due novembre 2007 nella villetta di via della Pergola a Perugia, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, assolti definitivamente dalla Cassazione nel 2015, sono ancora costretti a difendersi da pesanti illazioni che li vorrebbero complici dell’unico condannato per quel delitto, ossia Rudy Guede. Lo spiega bene proprio Raffaele Sollecitato in un video pubblicato sul suo canale Youtube dal titolo «Condanna in concorso è un’invenzione dei media» . Il suo sfogo dura poco più di 6 minuti: «Dopo quasi 15 anni dall’inizio del processo pensavo che in qualche maniera potessi occuparmi di altro invece di guardare all’atteggiamento di alcuni “giornalai”, che non si preoccupano minimamente di dare informazioni false. Il caso specifico è quello della notizia secondo cui Rudy Guede è stato condannato in concorso. Questa cosa è totalmente falsa. Ma l’obiettivo di questi giornalai è mettere ombre e nuvole sull’assoluzione mia e di Amanda Knox. Così non si rende giustizia a Meredith ma ci si riempie solo le tasche». Sollecito conferma quanto sostiene mettendo sotto il video uno stralcio della sentenza di Cassazione che ha condannato l’ivoriano in via definitiva a 16 anni di reclusione con rito abbreviato: «Il ricorso (della difesa di Guede, ndr) non ha fondamento e, pertanto, va rigettato. Per intanto occorre da subito sfuggire al tentativo, perseguito dall’impostazione tutta della difesa, ma fuori luogo nel contesto della decisione, di coinvolgere il collegio nell’avallo della tesi di una responsabilità di altri, che sono S.R. ed K.A., per l’omicidio aggravato dalla violenza sessuale, di Ke.Me.. La decisione a cui è chiamata questa Corte concerne, e solo, la responsabilità del G. in ordine al fatto contestato e dell’eventuale partecipazione di altri al delitto si dovrà tener conto solo nella misura in cui una tale circostanza valga ad incidere sul tema che costituisce l’impegno esclusivo in punto di riforma o conferma della declaratoria di responsabilità dell’imputato, quest’ultima del tutto condivisa dai giudici di primo e secondo grado». E il video si conclude: «Dopo quindici anni sono stanco di dover combattere contro dei giornalai che continuano a dire stupidaggini e falsità. Se un domani mi accorgo di nuovo che ci sono giornalai che scrivono, o fanno intendere, che Guede è stato condannato in concorso e che quindi bisogna scoprire chi è il colpevole, mi vedrò costretto a fare denuncia per diffamazione nei miei confronti. Perché così si lascia intendere che io e Amanda Knox siamo stati assolti per fortuna o per caso». Non è così infatti, e vale la pena ricordare cosa scrisse il 27 marzo 2015 la sentenza di Cassazione sulle indagini: «Un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante di clamorose defaillances o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Insomma, questi due ragazzi, seppur innocenti, sono condannati alla damnatio memoriae perché hanno purtroppo subito tutte le distorsioni del processo mediatico, in primis una stampa che, appiattita sulla tesi della Procura fin dall’inizio, si schierò immediatamente sul fronte colpevolista: «No all’orgia e l’hanno uccisa» (La Stampa), «Tre arresti per Meredith: Sono loro gli assassini» (La Repubblica), «Meredith uccisa con il coltello di Raffaele» (Il Giornale), solo per citarne alcuni. Non erano loro gli assassini ma hanno fatto comunque 4 anni di carcere da innocenti, mentre la stampa li mostrificava. Questa immagine accusatoria non scomparve neppure dopo l’assoluzione definitiva della Suprema Corte di Cassazione. Basti leggere l’articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, dopo la sentenza finale, che continuava a sostenere che la verità sostanziale non è quella processuale, è che i due ragazzi sono gli unici a poter essere logicamente considerati concorrenti del Guede nel delitto di omicidio di Meredith Kercher. Nessuno è obbligato a condividere le sentenze ma almeno si abbia l’onestà intellettuale di saper descrivere quello che le sentenze hanno deciso in punto di fatto e di diritto.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Morire di TSO.

Da leggo.it il 17 Dicembre 2021. La casa di cura per disabili era un vero e proprio incubo, con i pazienti torturati e maltrattati. Accade a Palermo dove i militari della Guardia di Finanza del comando provinciale hanno scoperto gravissimi episodi di maltrattamenti nella casa di cura 'Suor Rosina La Grua' di Castelbuono: i finanziari hanno eseguito un'ordinanza cautelare nei confronti di 35 persone accusate, a vario titolo, di tortura, maltrattamenti, sequestro di persona, corruzione, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione e frode nelle pubbliche forniture. Il gip ha anche disposto il sequestro della casa di cura e di disponibilità finanziarie per un valore di oltre 6,7 milioni di euro. Le indagini degli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo hanno riguardato una onlus che gestisce, in regime di convenzione pubblica «a ciclo continuo», servizi di riabilitazione per 23 pazienti con disabilità grave. Dieci indagati sono stati portati in carcere, per sette sono scattati gli arresti domiciliari, cinque sono stati sottoposti all'obbligo di dimora nel comune di residenza e tredici sono destinatari della misura interdittiva del divieto di esercitare attività professionali per un anno.

Le intercettazioni choc con le urla dei pazienti

È drammatico quel che emerge dalle intercettazioni effettuate nella casa di cura lager del palermitano dove i pazienti venivano picchiati e insultati. Nella sala «relax» venivano portati di peso, rinchiusi dentro e presi a calci e pugni. Poi venivano offesi: «Frocio», urlava un operatore e dopo l'ennesimo calcio chiudeva la porta. «Devi buttare il veleno dal cuore» diceva un altro inserviente della struttura. «È un manicomio, un lager nazista», commentavano, non sapendo di essere intercettate, alcune operatrici del centro mentre uno dei pazienti urlava: «Dottoressa mi faccia uscire. Avevamo detto cinque minuti, si mantengono i patti, i patti si mantengono». «Io ne ho certezza al 99% gli alzano le mani ai ragazzi, fin quando non ci sono le telecamere sta cosa… noi non ce la togliamo e vedi che è un reato penale - diceva una donna al telefono - I ragazzi erano vestiti come gli zingari, visto che non li lavavano, visto che il mangiare faceva schifo, visto che la struttura non era pulita». Un'altra operatrice intercettata, parlando con una delle indagate, le contestava: «20 mila euro, quello di parcelle tra lui e sua moglie, 60 mila euro lui e 70 mila euro l'anno sua moglie, senza che sua moglie a Castelbuono mettesse un piede, più tutti quello che tu hai sciupato che non vi spettavano, rimborsi chilometrici, rimborsi quando tua figlia se ne andava a Catanzaro all'università, i pannolini dei tuoi nipoti, i confetti, le autovetture». E un'altra: «Tu ce l'hai presente un manicomio? Uguale, identico, ci manca solo, gli ho detto che li legano ai letti e poi siamo a posto, siamo pronti per la D'Urso. Ci sono cose che sono oggettive. I bilanci non sono mai stati presentati, nella contabilità c'è manicomio, la struttura non è adeguata e non è a norma. Lì se campano o se muoiono, non interessa niente a nessuno».

Soldi pubblici usati per auto e regali

«Fino a quando si pagavano le vacanze e le facevano, bevevano cocktail, Spritz, bevevano Coca Cola, per 1000, 1500 euro, perché sono come porci». Così uno degli operatori della onlus finita sotto accusa per maltrattamenti ai pazienti disabili commentava gli sperperi di denaro che facevano i responsabili. La onlus era convenzionata con il Servizio Sanitario. «Noi siamo sotto scopa dell'Asp di Palermo, perché il padre del nostro amministrativo è una specie di funzionario dell'Asp di Palermo che ci tiene sotto - proseguiva - Quanto tu compri quarantamila euro di autovettura a nome del Centro e il Centro le paga, tu lo sai che non sono soldi soltanto tuoi? Quando tu in quattro anni i cambi quattro autovetture, racimoli centoventi, centotrentamila euro di autovetture tutte quante pagate dal Centro. A me mi rompe se ci revocano la convenzione perché quella è una gallina dalle uova d'oro». «Poi abbiamo preparato le ceste per l'Asp, si aggiravano attorno a 300 euro di ceste», raccontava.

Giusi Fasano per il "Corriere della Sera" il 20 giugno 2021. Come avete fatto a guardarvi allo specchio ogni mattina senza provare vergogna? Voi che avete trascinato, insultato, punito a calci, schiaffi, offese, digiuno, isolamento persone che avevano soltanto bisogno di sentirsi un po' amate: come avete fatto a dormire sonni tranquilli dopo giornate vissute da sadici aguzzini?

«Devi buttare veleno dal cuore» è una delle frasi intercettate dalla Guardia di Finanza. Ventitré disabili psichiatrici che «se campano o muoiono non interessa a nessuno», dice un'altra voce captata dai finanzieri.

«I ragazzi» - come li chiamavate - sedati dall'uso disinvolto di farmaci per stordirli e rendere meno faticosi i turni di tutti. E se per caso qualcuno di loro osava vivere, ragionare, chiedere qualcosa o - peggio - non ubbidire, scattava la regina delle punizioni: la stanza del «relax». 

Una camera vuota e buia, senza servizi igienici, dove trascinare il poveraccio di turno, cacciarlo dentro a calci e spintoni e abbandonarlo chiuso a chiave per ore. Roba da orchi o streghe cattive delle fiabe. Solo che qui siamo nella realtà. Siamo alla Suor Rosina La Grua Onlus, nel Palermitano. Nei video dell'inchiesta si vedono scene indegne, si sentono voci disperate e non a caso uno dei reati contestati è tortura. Uno sventurato urla e supplica: «Dottoressa mi faccia uscire». 

Non ottiene risposta e di nuovo implora: «Aveva detto cinque minuti e i patti si rispettano». Dunque la domanda è per la dottoressa dei patti non rispettati, ma anche per gli altri 34 indagati: come avete fatto a guardarvi allo specchio ogni mattina? E anche se siete fra quelli che non hanno mai alzato le mani sui «ragazzi», come avete potuto definire quel posto «manicomio» mentre ne parlavate fra voi e però non denunciare mai niente perché «a me mi rompe se ci revocano la convenzione, perché quella è una gallina dalle uova d'oro».

Gli amministratori e i soci della Onlus sono riusciti ad accreditarsi con la Regione Sicilia e a convenzionarsi con l'Asp di Palermo. Le uova d'oro sono (in cinque anni) 6 milioni e 200 mila euro a forza di documentazione falsa (così dicono le indagini). Questo autorizza una sola conclusione: controlli non fatti o fatti male. Ed è qui il punto. Dovremmo pretenderli per ogni luogo che ha a che fare con esseri viventi, quei controlli. Periodici, rigorosi, accurati, veri. Pretenderli. A cominciare da adesso.

Tobino, il "dottor follia" che fu contro la Basaglia. Luigi Mascheroni il 22 Dicembre 2021 su Il Giornale. Tornano i racconti di mare del medico-scrittore viareggino. Combatté la legge anti-manicomi. Pagandola molto cara...È vero. Mario Tobino (1910-91) non cominciò come scrittore della follia, alla quale - strega e amante - dedicò la sua vita letteraria e medica. La follia - «una malattia dell'intelletto, non del sentimento, che invece rimane integro», diceva - venne dopo, anche come materia narrativa. Il mare invece fu il primo personaggio della sua immaginazione. E il mare, i ricordi di ragazzo quando giocava coi figli dei marinai nel Piazzone di Viareggio, le vele, il porto e i vicoli, le storie di barche, di equipaggi e di vento, sono tutte cose che tenne per sempre nelle tasche del suo camice. Nato a Viareggio, città che pochi giorni fa, per i trent'anni dalla morte, era l'11 dicembre 1991, lo ha ricordato collocando nel punto di ingresso al molo una targa con incisa la sua poesia O Viareggio più bella dell'Oriente, un padre originario di Tellaro e un'infanzia ad ascoltare racconti che sanno di scialuppe e naufragi, Mario Tobino aveva il mare come destino. E mare fu. Aveva vent'anni, era reduce dall'unica avventura marinaresca della sua vita - sulla Pia, insieme con altri dieci uomini di equipaggio, fa un viaggio di un mese, dal mar Ligure a Napoli, Sicilia, Sardegna, Corsica fino alle paurose Bocche di Bonifacio, durante il quale sente tante storie che lo incantano - e al ritorno prova a scriverne una sua. S'intitolava La gelosia del marinaio. Un racconto, riletto oggi, perfetto. Sono gli anni Trenta, e quel racconto il giovane Tobino lo manda alla rivista Il Selvaggio, a Mino Maccari. Glielo pubblicò.

Insieme ad altre storie di mare La gelosia del marinaio esce in volume nel 1942 da Tumminelli e poi nella raccolta L'angelo del Liponard pubblicata nel '51 da Vallecchi, casa editrice che oggi, all'interno di un piano editoriale che prevede la riedizione delle opere dello scrittore viareggino, riporta finalmente in libreria. Rieccoli qui, i racconti. Uno più limpido dell'altro, cristallini: tutti maschi, tutti marinareschi, tutti misteriosi: Inizio della vita di un marinaio, Il vecchio marinaio, Un marinaio straordinario e ancora I due marinai, o il ferocissimo Quelli di Viareggio

Se la mente umana che Tobino da medico indagò tutta la vita è un labirinto impercorribile, le storie che raccontò da scrittore sono viaggi lungo rotte inesplorate, precise, esaltanti. Senza inventare nulla, creò nuovi mondi.

Stile letterario personalissimo, sensibilità umana unica e aderenza al dato scientifico, Mario Tobino è un classico del nostro secondo Novecento. Ma con quale fatica lo è diventato... Ci furono le poesie, poi i racconti di mare, quindi i giorni e le storie di guerra in Libia, dopo arrivò la stagione della Resistenza, i quarant'anni di lavoro e di scrittura nei manicomi prima di Bologna, Ancona e Gorizia e infine a Lucca, a Maggiano - che nei suoi libri diventa Magliano - e persino i due massimi premi letterari italiani: nel 1962 lo Strega con Il clandestino e nel '72 il Campiello coi racconti Per le antiche scale.

Eppure tutto ciò non bastò a salvarlo, o bastò molto poco, di fronte alla stampa, alla pubblica opinione, alla critica e alla nostra meglio intellighenzia quando Tobino, scrittore e medico fino ad allora riconosciuto e stimato, divenne uno dei più battaglieri avversari della Legge 180 del maggio 1978. Quella che impose la chiusura dei manicomi.

«Mio zio si oppose alla dottrina di Franco Basaglia, con il quale, sembra un paradosso, era amico, e ciò gli costò molto perché in quegli anni il problema del disagio mentale e dei manicomi fu estremamente politicizzato», ricorda oggi Isabella Tobino, figlia del fratello Piero e presidente della Fondazione «Mario Tobino» che dal 2006 promuove l'opera dello scrittore e ha sede dentro l'ex ospedale psichiatrico di Maggiano. «Lo zio fu strumentalizzato contro la sua volontà, fu accusato di essere un conservatore, addirittura un reazionario Ma come?!, diceva, sono stato un partigiano, ho partecipato al movimento di liberazione, non sono mai stato un uomo di partito, e mi attaccano politicamente perché dico no alla chiusura dei manicomi?. E così fu emarginato dalla Sinistra dell'epoca...». La libera mente di Magliano.

E sì che Mario Tobino da studente, pur innamorato della letteratura, scelse la facoltà di Medicina per obbedire al padre farmacista che lo voleva più libero - professionalmente, economicamente intellettualmente - rispetto a Legge o Lettere... E invece.

E così fu medico. Poi l'orientamento verso la psichiatria - «Mi ero accorto di avere una certa disposizione a sentire i moti dell'animo altrui. Stavo attento a ciò che gli altri pensavano, tentavo istintivamente di andare al di là del loro silenzio», raccontò in un'intervista bellissima, dei primi anni Ottanta, che abbiamo trovato in una cartelletta strapiena di ritagli nell'archivio del Giornale. Da lì, la scelta di esercitare la professione nei manicomi fu una naturale conseguenza. E quello di Maggiano - Lucca, reparto femminile, dal dopoguerra alla legge Basaglia e oltre - una scelta. Nasce lì la trilogia della pazzia. Le libere donne di Magliano (1952), Per le antiche scale (1972) e Gli ultimi giorni di Magliano (1982).

Ed ecco la crudeltà, la tenerezza, le furie, e le ire, le luci e le ombre del mistero della condizione umana. È ciò che spinge Tobino, corporatura massiccia e sensibilità finissima, non solo a lavorare, come qualsiasi altro medico, ma a vivere dentro l'ospedale. Per 40 anni. Qui, in mezzo ai suoi matti - «Non si può comprendere, seguire, svelare la follia, se non si vive col malato» predicava - in due stanzette sei metri per quattro (che ci sono ancora, rimaste tali e quali le lasciò lui, «e visitate da molta gente, anche studenti», dice orgogliosa Isabella Tobino) scrisse i romanzi, i versi, i «diarucci», e ci mise la sua di anima. Quando ancora non esistevano gli psicofarmaci, che per Tobino aprirono le porte alla Basaglia: Tobino vedeva nella follia una tremenda manifestazione della vita che i farmaci annullavano. E quando la pazzia si presentava con la sua autentica personalità: «Ogni malato era diverso dall'altro come la gente che va per strada: la follia si manifestava con limpidità: nella sua assolutezza, nella sua forza, e anche nel suo fascino». Un fascino forse perverso, e che Tobino innegabilmente subì. Da qui la sua difesa del manicomio: «Una famiglia non può reggere un vero malato di mente. Io continuo a chiedermi, pensando alle migliaia di esseri umani che ho conosciuto e curato: chi li difenderà?». E la sua avversione alla Legge 180: «Bisognerebbe sapere quale è stato il numero dei morti dovuti a quella Legge. Ne sono morti a migliaia. Come si fa a dire che la colpa della follia è della società? Come si fa a dire che la malattia mentale non esiste?». Erano cose che all'epoca non si poteva dire.

E oggi? «Oggi - ammette la nipote dello scrittore che ascoltava i folli - la damnatio memoriae sembra superata, almeno un po', e si torna a leggerlo per il grande narratore che è e anche a rivalutarlo per il medico che fu. Mario Tobino ha tanti nuovi lettori così come ci sono tanti psichiatri che mi confessano di aver intrapreso la loro strada professionale grazie alla lettura delle sue opere». Come i malati guariscono, a volte gli scrittori rinascono.

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021).

Il “tso politico” allo studente di Fano. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. Alessandro A. Negroni, presidente Associazione Radicale Diritti alla Follia, su Il Dubbio il 21 maggio 2021. L’Associazione Radicale Diritti alla Follia (di cui chi scrive è presidente) già il 6 maggio è intervenuta per chiedere alle autorità competenti l’immediato rilascio di uno studente di un istituto superiore di Fano sottoposto a tso per malattia mentale per aver rifiutato di indossare la mascherina al banco, ossia per aver voluto respirare senza impedimenti, e per aver manifestato a scuola il proprio dissenso dall’imposizione della mascherina. I contorni precisi del caso sono in corso di definizione, pare che formalmente il tso per malattia mentale sia scattato quando il giovane era già stato portato al pronto soccorso (su che base di diritto e di fatto non è dato sapere) per essere sottoposto a un tampone (e ancora non è dato sapere su che base), ma il discorso poco cambia. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. La normativa (artt. 33, 34 e 35 della legge n. 833 del 1978) stabilisce che sia possibile ricorrere al tso per malattia mentale in regime di ricovero ospedaliero solo se sussistano determinate condizioni, tra le quali la sussistenza di una “malattia mentale” e la presenza in atto di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici. Lo studente di Fano non è persona affetta da “malattia mentale”, salvo considerare una manifestazione di dissenso rispetto a un obbligo imposto dal governo (quello di indossare una mascherina) e delle opinioni dissenzienti un “sintomo” di malattia mentale e di disturbo delirante. Il “problema” è che la libertà di manifestazione del pensiero non è una “malattia mentale”, al contrario «la libertà di manifestazione del pensiero è tra le libertà fondamentali proclamate e protette dalla nostra Costituzione, una di quelle anzi che meglio caratterizzano il regime vigente nello Stato» (Corte cost., sentenza n. 9/1965). E il problema è altresì che la diagnosi psichiatrica, per essere accettabile e plausibile in uno Stato di diritto liberale e democratico, non può e non deve mai essere utilizzata per la repressione del dissenso di carattere politico o per contrastare opinioni non gradite al potere oppure in contrasto con le opinioni della massa; lo stesso Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), la “bibbia” della psichiatria, avverte significativamente l’esigenza di sottolineare come «comportamenti socialmente devianti (per es., politici, religiosi o sessuali) e conflitti che insorgono primariamente tra l’individuo e la società non sono disturbi mentali». Neppure si comprende ove fossero le “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”, salvo considerare che la costituzionalmente legittima manifestazione di dissenso attuata dallo studente di Fano (peraltro in modo pacifico) sia qualcosa da “curare” a mezzo trattamenti sanitari e similmente dicasi per un eventuale rifiuto di sottoporsi a tampone tutelato dal diritto al consenso informato fondato sugli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione (in tal senso già Corte cost., sentenza n. 438/2008). Si consideri peraltro come anche in presenza una manifestazione violenta di dissenso la risposta di uno Stato di diritto non possa consistere nel ricorso a trattamenti sanitari, bensì nel ricorso all’azione delle forze di polizia e alla repressione penale (con tutte le garanzie riconosciute ai cittadini in materia). Vi è poi da evidenziare il ruolo passivo del sindaco di Fano, Massimo Seri, che con quella che appare essere una notevole leggerezza ha firmato un’ordinanza di tso per malattia mentale nei confronti di un giovane studente che stava manifestando un dissenso di natura politica ed eventualmente esercitando il proprio diritto al consenso informato. Un ruolo del sindaco che non può e non deve essere “passivo” essendo chiamato a firmare un’ordinanza che incide direttamente su diritti costituzionalmente protetti (ivi compresa la libertà personale) dei cittadini e di cui è formalmente responsabile a fronte della “proposta” di tso per malattia mentale avanzata da un medico. Come Associazione Radicale Diritti alla Follia in collaborazione con lo Studio Legale Capano (di Michele Capano, nostro tesoriere e tra i principali animatori dell’Associazione) abbiamo elaborato e notificato al tribunale di Pesaro un ricorso avverso la convalida del tso emessa dal giudice tutelare competente, anche con gli opportuni riferimenti alla Cedu e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, sollevando al contempo diverse questioni di legittimità costituzionale della vigente normativa in materia di tso per malattia mentale. In conclusione, il caso di Fano mostra con tutta evidenza l’esigenza di una urgente riforma legislativa del tso per malattia mentale, riforma di cui il parlamento deve farsi carico. Al riguardo sia consentito ricordare come la nostra Associazione, in stretta collaborazione con altre associazioni, abbia elaborato una articolata proposta di riforma in grado di offrire maggiori garanzie ai destinatari del tso per malattia mentale e di rendere il ricorso ad esso, come invero già dovrebbe essere, una reale eccezione.

Il diario di Andrea Soldi, morto per il Tso: «Io, una stella sopra Torino». Giusi Fasano il 17/3/2021 su Il Corriere della Sera. C’ è un ragazzo piegato su un foglio a scrivere di sé e del mondo. Ma il suo mondo non è lo stesso che vedono gli altri. Andrea Soldi è malato e quel che scrive segue quel che sente. La prima crisi catatonica, i momenti più duri, quelli buoni, i ricordi del suo tempo felice, i racconti dal limite della ragione.

Le lettere. Andrea scrive cartoline dalla schizofrenia, dal 1991 al 2006. Un diario — incredibile per consapevolezza e chiarezza — con il quale racconta i momenti in cui diventa un altro. E poi scrive lettere: a suo padre Renato, a sua sorella Cristina, ai nipoti, alle persone care che ruotano attorno a lui. Ma tutti quei pensieri appuntati sulla carta restano in un cassetto della sua casa e della sua mente. Il diario mai letto da occhi diversi dai suoi, le lettere mai spedite. Poi arriva il 5 agosto del 2015, Andrea Soldi muore, a 45 anni, dopo un trattamento sanitario obbligatorio durante il quale — hanno stabilito le sentenze di condanna in primo e secondo grado — è stato sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare. Suo padre Renato non potrà mai dimenticare quel pomeriggio drammatico, anche perché era lì, nella piazza torinese dove Andrea è stato raggiunto dallo psichiatra e dai vigili urbani per il Tso: «Ero a 200 metri da lui e l’accordo con il medico era di non farmi vedere, così mi sono detto: è in buone mani, e sono andato a casa. Se sapesse quante volte mi sono rimproverato... se mi fossi avvicinato anziché fidarmi del dottore...». Renato, 85 anni, è stato sopraffatto dai sensi di colpa e già prima che succedesse il peggio torturava se stesso perché non sapeva se e quanto del suo bene arrivasse ad Andrea. Adesso lo sa. Sa che quel ragazzo tranquillo — che tutti nel quartiere chiamavano «gigante buono» e che passava ore seduto sulla sua panchina — provava per lui un amore sconfinato. Sa che Andrea ha sempre capito e saputo di essere amato.

La casa. Lo ha scoperto quando ha svuotato la sua casa per affittarla. Ha aperto un cassetto e ci ha trovato il mondo di suo figlio: tanti fogli scritti a mano — con pochissime correzioni — che erano un viaggio nella sua mente. Parole dure, commoventi, poetiche, allegre, preoccupate, mai folli. Pagine che alcuni psichiatri hanno letto e considerano «un documento straordinario» per entrare nei territori più remoti della schizofrenia. Tutto questo è diventato un libro che la casa editrice indipendente add pubblicherà il 14 aprile. Autore: Matteo Spicuglia. Titolo: «Noi due siamo uno», che poi è anche il titolo di una canzone degli Eurythmics che Andrea ha scritto su uno dei suoi fogli, accanto al suo nome e cognome annotato tutt’attorno. Non è casuale, quella canzone e per la verità niente è casuale in quello che Andrea scriveva. Ci sono date, ricordi precisi, sensazioni ripescate dai tempi felici dell’infanzia. Ma, soprattutto, ci sono descrizioni dell’altro, il cobra. Quando stava male lui diventava cobra, sua sorella Cristina era una mangusta, suo padre uno scimmione, sua madre a volte un serpente altre volte un leone. «In questo libro c’è mio fratello ma c’è anche la nostra famiglia, ci sono le persone che lo hanno aiutato» dice Cristina. Nei fogli di Andrea sua madre Enza (malata di Sla e morta da molti anni) c’è sempre ma è un’immagine in sottofondo, come fosse un paesaggio della sua vita. In un passaggio dice: «Da quando si è ammalata, provo una sensazione di impoverimento, l’impossibilità a guardare le situazioni dal verso giusto».

Una stella. A volte lui si credeva una stella, si vedeva «mandato su Torino, sceso dall’alto del cielo come un vento», altre volte scriveva di suo padre in terza persona: «Sta piangendo! Non sa di essere amato ma ama». Altre ancora era «foglia attaccata a un ramo che insegue il suo destino». Il suo destino è cadere «ma le amiche foglie muoiono insieme a lei» e cadendo tutte assieme diventano «un evento che non ha più fine...». In fondo è quello che è successo a lui. È caduto e cadendo è diventato «evento»: ha fatto rumore, si è fatto sentire dal mondo.

·        Parliamo di Bibbiano.

Lo spettro di Bibbiano. Irene Famà su La Stampa il 4 Dicembre 2021. Due bambini tolti alla famiglia e affidati a un’altra coppia. Un procedimento civile in cui la consulenza redatta da una psicoterapeuta privata ipotizza abusi da parte del padre naturale nei confronti del figlio. E un nome che ritorna: Nadia Bolognini, psicoterapeuta rinviata a giudizio nell’inchiesta di Bibbiano. Un caso fotocopia dell’Emilia Romagna per modalità e personaggi è stato scoperto a Torino dai carabinieri. Tre gli indagati. Le due donne affidatarie, raggiunte ieri da un provvedimento che vieta loro di avvicinarsi ai due ragazzi, e Bolognini. La storia risale al 2013.   La madre naturale dei due bambini ha problemi economici e chiede aiuto. Si apre un procedimento civile per l’adottabilità. Una consulenza del Tribunale dei minorenni sostiene che manchino i presupposti per l’allontanamento. La psicoterapeuta, a cui le due affidatarie si sono rivolte, sostiene il contrario. Di più: ipotizza una condotta sessualizzata dei bambini, riconducibile ad abusi del padre naturale.  Il Tribunale sospende gli incontri e invia la segnalazione alla procura ordinaria. Gli inquirenti colgono discrasie tra quanto segnalato dalla Bolognini e le testimonianze raccolte: maestre e vicini. Nel 2019, a Torino, scattano le indagini. Nel frattempo scoppia il caso Bibbiano e il nome di Bolognini e del suo ex marito Claudio Foti, fondatore della onlus per la tutela dei bambini Hansel e Gretel, finiscono sui giornali. Oggi, lui è già stato condannato in abbreviato a 4 anni di carcere per manipolazioni psicologiche sui bambini dati in affido. Lei in attesa del processo. Le storie si intrecciano. I carabinieri contattano la procura romagnola: quel caso, finito nel faldone, viene poi stralciato per competenza territoriale. I protagonisti della vicenda vengono intercettati. E così, in maniera incidentale, emergono anche presunti maltrattamenti verbali. In questo modo si arriva ai provvedimenti di ieri. Bolognini, difesa dall’avvocato Roberto Trinchero, è accusata di concorso in falso ideologico. Le due ex affidatarie, assistite dall’avvocato Stefania Consoli, di maltrattamenti. La procura torinese aveva contestato alla coppia anche il falso ideologico e la frode processuale. Il gip Elena Rocci non ha accolto per insussistenza di gravi indizi. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Cesare Parodi e dal pm Giulia Rizzo, punta a fare chiarezza sulle modalità degli affidi, le dinamiche economiche connesse e le circostanze di custodia e mantenimento dei minori. I carabinieri parlano di «preoccupanti analogie» con le vicende di Reggio Emilia e sono in corso «ulteriori accertamenti per verificare eventuali responsabilità degli assetti istituzionali coinvolti nelle dinamiche e procedure dell’affido». Stando agli archivi del Tribunale dei minori di Torino, Bolognini si sarebbe occupata di un singolo caso.

Torino, bambini in affido maltrattati. I pm: «Preoccupanti analogie con Bibbiano». Massimo Massenzio Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Secondo gli inquirenti due donne avrebbero maltrattato dal 2013 a oggi due bambini, fratello e sorella, che aveva ricevuto in affido dai servizi sociali del Comune di Torino. «Preoccupanti analogie con le vicende giudiziarie di Bibbiano». Questa è stata una delle molle che ha fatto scattare l’indagine dei carabinieri su una coppia di ex affidatarie di minori. Secondo gli inquirenti le due donne avrebbero maltrattato dal 2013 a oggi due bambini, fratello e sorella, che aveva ricevuto in affido dai servizi sociali del Comune di Torino. Alle due indagate è stato notificato il divieto di avvicinamento ai minori.

L’inchiesta

L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino, era partita da uno «stralcio» finalizzato a verificare modalità di affido, le dinamiche economiche connesse e le circostanze di custodia e mantenimento dei minori. Nel corso delle verifiche sono però emerse «preoccupanti analogie alle note vicende giudiziarie relative ad affidi di cui si è occupata la Procura della Repubblica di Reggio Emilia» e attualmente sono in corso ulteriori controlli finalizzati a verificare eventuali responsabilità degli assetti istituzionali coinvolti nelle dinamiche e procedure dell’affido. Sono in atto verifiche su dirigenti, funzionari ed assistenti dei servizi territoriali coinvolti. Nel corso delle operazioni sono stati anche perquisiti uffici della psicoterapeuta coinvolta nelle dinamiche di collocamento eterofamiliare dei minori oggetto di accertamento.

Bimbi tolti a una madre con false accuse: a Torino un caso fotocopia di Bibbiano. Sarah Martinenghi La Repubblica il 3 dicembre 2021. I due piccoli, di nazionalità nigeriana, dati in affido a una coppia omosessuale che avrebbe fatto pressioni per instillare dubbi sulle proprie origini. Sono indagate assieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini, moglie di Claudio Foti, condannato per il caso della città emiliana. Bambini tolti a una madre per essere affidati a una coppia di donne, dichiarati adottabili sulla base di presunti disegni che instillavano il dubbio di aver subito una violenza sessuale in famiglia. È una storia che gli inquirenti definiscono un caso fotocopia al caso Bibbiano. Non a caso coinvolge proprio la psicoterapeuta Nadia Bolognini, moglie di Claudio Foti, considerato il “guru” del centro Hansel e Gretel di Torino da poco condannato a 4 anni di carcere per le manipolazioni psicologiche sui bambini dati in affido. Anche a Torino due minori, di nazionalità nigeriana, sono stati dati in affido a una coppia di donne omosessuali, due mamme che però ora sono state raggiunte da un provvedimento cautelare del divieto di avvicinamento. Sarebbero state protagoniste di maltrattamenti fisici e psicologici nei loro confronti, dal 2013 al 2021, periodo in cui hanno avuto in custodia i bambini poi affidati a una comunità. In particolare, secondo l’accusa, le due mamme avrebbero fatto pressioni sui piccoli per instillare dubbi continui sulle loro origini. Tanto che i due piccoli rifiutavano ormai da tempo ogni riferimento alla propria cultura, nonostante la madre naturale non avesse mai fatto nulla per meritare un tale astio. Una situazione a cui si sta cercando di porre rimedio con un graduale riavvicinamento tra loro. Ma l’affidamento a una coppia omosessuale non è l’unica analogia con Bibbiano: subito dopo l’affidamento deciso dai servizi sociali la coppia si era rivolta privatamente alla psicoterapeuta Nadia Bolognini che aveva sostenuto la tesi che uno dei due bambini, molto fragile e con gravi problemi di natura psicologica, fosse stato abusato dal padre. Tutto sulla base di disegni e di colloqui di cui però mancano le registrazioni e su cui la procura nutre fortissimi dubbi. La pm Giulia Rizzo, che da quando era nata l’inchiesta su Bibbiano aveva iniziato a lavorare su questo caso molto simile, aveva chiesto un anno fa la misura cautelare che ora è stata eseguita dai carabinieri: lo studio della psicoterapeuta Nadia Bolognini è stato perquisito. La donna, imputata anche nel processo sul caso di Bibbiano, è indagata per falso ideologico. Sono indagate anche le due madri affidatarie, ma sono in corso accertamenti su dirigenti, funzionari e assistenti dei servizi sociali: coloro che potrebbero aver permesso tutto ciò.

Marco Bardesono per "Libero Quotidiano" il 4 dicembre 2021. Per otto anni, dal 2013 al 2021, due bambini che l'ufficio servizi sociali del Comune di Torino aveva affidato a una coppia regolare di donne omosessuali, una poliziotta e una educatrice, sarebbero stati continuamente maltrattati. È quanto emerge da un'inchiesta condotta dalla pm Giulia Rizzo e che rivela fatti inquietanti che ricordano quanto accaduto a Bibbiano dove, il 27 giugno di due anni fa, 16 fra amministratori, assistenti sociali e psicoterapeuti, furono raggiunti da misure cautelari eseguite dai carabinieri nell'ambito di un'inchiesta, denominata "Angeli e demoni". Allora come oggi, le vittime sono bambini strappati ai genitori e affidati solo sulla base di una semplice dichiarazione di adottabilità. Procedura, questa, «supportata da presunte accuse che lasciavano intendere che i minori fossero vittime di abusi sessuali all'interno della propria famiglia di origine». L'operazione di ieri coinvolge anche la psicoterapeuta Nada Bolognini, ex moglie di Claudio Foti, il fondatore del centro "Hansel e Gretel" di Torino, uno dei principali imputati nella vicenda di Bibbiano e condannato recentemente a quattro anni di reclusione per le manipolazioni psicologiche sui bambini che aveva in cura.

ANNI DA INCUBO Il caso torinese riguarda due minori di origine nigeriana, fratello e sorella; secondo la procura subalpina, i piccoli avrebbero subìto maltrattamenti di natura psicologica e fisica per otto anni, fino a quando non sono stati trasferiti in una comunità nella quale sono ancora ospiti. Le violenze, soprattutto quelle psicologiche, sarebbero state indirizzate «a spezzare quel delicato equilibrio tra loro e la madre naturale. In particolare - si legge negli atti dell'inchiesta-, le vittime nel tempo avrebbero maturato un rifiuto delle proprie origini: non solo affettive, ma anche culturali». Inoltre, nel corso delle indagini dei carabinieri, sarebbe emerso che successivamente all'affido, la coppia omosessuale si sarebbe rivolta alla psicoterapeuta Bolognini. Secondo l'accusa, la professionista avrebbe ipotizzato che i minori «fossero stati abusati dal padre. Una ricostruzione che sarebbe avvenuta sulla base di alcuni disegni e nel corso di numerosi colloqui, di cui però non sono state fornite le registrazioni». Ieri lo studio della psicoterapeuta è stato perquisito dai militari e Nada Bolognini è stata indagata, e con lei la coppia di donne omosessuali. Sono in corso verifiche su dirigenti, funzionari e assistenti dei servizi territoriali. E se a Bibbiano furono 16 gli addetti ai lavori finiti sotto accusa, si teme che la bufera possa abbattersi anche sul Comune di Torino. Tant'è che l'assessore alle Politiche sociali della Città, Jacopo Rosatelli, ha messo le mani avanti: «Invito - ha detto - a non evocare analogie con il cosiddetto "caso Bibbiano". Ciò creerebbe solo polveroni mediatici, ma non sarebbe utile a risolvere eventuali problemi».

SISTEMA DI CONTROLLI L'inchiesta torinese ha preso il via dalle pagine della relazione conclusiva della Commissione di indagine sugli allontanamenti e gli affidi promossa dall'assessore agli Affari legali della Regione Piemonte, Maurizio Marrone (Fratelli d'Italia). Numerose le audizioni acquisite dalla commissione, tra cui anche quella del responsabile delle Case dell'affido del Comune di Torino che aveva spiegato come fossero non più di «due o tre» i minori conviventi con una coppia omosessuale. «L'indagine si è rivelata utile a far emergere la verità - ha commentato ieri Marrone -. Il sistema di controlli è solo sulla carta, c'è un'opacità che consente influenze tra interessi privati e pubblici. Non esiste un sistema di verifica dei giudici onorari del Tribunale dei minori, c'era quindi terreno fertile per consentire abusi. Questa vicenda ha evidenziato che c'è un sistema che non funziona».

Bibbiano, vittima non sarà risarcita dallo psicoterapeuta. Rosa Scognamiglio il 14 Novembre 2021 su Il Giornale. La 13enne che il gup ha ritenuto vittima di lesioni non sarà risarcita dallo psicoterapeuta Caludio Foti, condannato a 4 anni per lesioni gravissime e abuso d'ufficio. La ragazza di 13 anni che, secondo il gup Dario De Luca, sarebbe stata vittima di lesioni da parte di Claudio Foti, lo psicoterapeuta al centro del presunto caso di affidi illeciti a Bibbiano, in Val d'Enza, non riceverà il risarcimento danni stabilito ai margini della sentenza di condanna per lesioni gravissime e abuso d'ufficio nei confronti del professionista. Le motivazioni della condanna di Foti e dell'assoluzione dell'assistente sociale Beatrice Benati saranno depositate entro 90 giorni.

Il dispositivo del gup

Lo psicoterapeuta torinese Claudio Foti è stato condannato al risarcimento dei danni, da liquidare in sede civile, in favore di alcuni soggetti costituitisi parte civile nell'udienza preliminare di "Angeli e Demoni", incentrata sul presunto "sistema Bibbiano". Tra questi figurano gli enti pubblici Unione Val d'Enza, Comune di Montecchio, Unione Comuni modenesi area Nord, Ausl di Reggio, Regione e ministero della Giustizia. Tuttavia, stando a quando riporta un articolo pubblicato sull'edizione cartacea de Il Resto del Carlino, nel dispositivo della sentenza emessa dal gup Dario De Luca emergerebbe un'anomalia. Tra i destinatari del ristoro non figura la minorenne che, secondo il gup, sarebbe stata vittima di lesioni (nelle carte si parla di disturbo depressivo) in conseguenza alla tecnica terapeutica adottata da Foti. La ragazza, al tempo 13enne, si è costituita parte civile nel processo con anche i genitori e la sorella.

La ricostruzione del caso

Secondo quanto ricostruito dalla pm Valentina Savi, a capo dell'inchiesta "Angeli e Demoni", lo psicoterapeuta avrebbe sottoposto la minore a "sedute serrate, attraverso modalità suggestive e suggerenti, con la voluta formazione di domande sul tema dell'abuso sessuale - riporta in citazione Il Resto del Carlino -che avrebbe ingenerato nella ragazzina il convincimento di essere stata abusata dal padre e dal suo socio e di conseguenza il netto rifiuto del genitore". Al professionista indagato il pubblico ministero contestava l'utilizzo della tecnica Emdr "in violazione dei protocolli" e riferendo falsamente alla ragazzina "che sarebbe stata necessaria per recuperare i ricordi". In conseguenza a tale pratica terapeutica, secondo il pm, la ragazzina avrebbe manifestato un disturbo psichico. Nel dispositivo della sentenza emessa dal gup lo scorso giovedì 11/11/2021 non figura il risarcimento che, invece, dovrà essere erogato in sede civile nei confronti di due fratellini, figli di una coppia di origine africana, e un'altra bambina, che non hanno partecipato a sedute di psicoterapia direttamente con Foti.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 13 novembre 2021.  L'elenco delle «persone offese» è lungo tre pagine. Il numero trentadue è un padre ancora vivo, nonostante tutto. Ha 35 anni. È riuscito a non impazzire. È riuscito a non perdere la calma. È riuscito a resistere fino a ottenere un primo risultato importantissimo: «Questa è una nostra foto di ieri pomeriggio, eccola, siamo tornati insieme. Io, mia moglie e mio figlio. Il giudice dei Tribunale dei minori ci ha dato ragione. Sembriamo una famiglia infelice? Sembriamo due genitori incapaci?». Ricorda la data esatta della separazione. «Il 22 ottobre del 2018 le assistenti sociali di Bibbiano hanno portato via sia mia moglie sia mio figlio, che all'epoca aveva 6 anni. Dicevano che in un suo disegno, una specie di scarabocchio colorato, c'era la prova della mia violenza. Dicevano che mia moglie portava gli occhiali scuri per nascondere le botte. Dicevano che eravamo una famiglia senza cura. Era tutto falso». Quando una persona con voce tranquilla dice frasi tanto perentorie è difficile prendere le misure. Solo che prima di incontrare questo padre, eravamo andati a leggere le parti che lo riguardano da vicino nell'inchiesta «Angeli e Demoni». In particolare, quel punto in cui gli investigatori parlano della relazione delle assistenti sociali con cui hanno deciso di allontanare il figlio. È datata 18 luglio 2018. La firma la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza Federica Anghinolfi, assieme alla collega Annalisa Scalabrini e alla psicologa Federica Alfieri. Sulla base di quella relazione chiedono al Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia di poter intervenire rapidamente. E infatti: «Era il 22 ottobre quando». Ma dopo. Dopo tutti gli accertamenti sul caso. Dopo le verifiche. A proposito di quanto avevano scritto le assistenti sociali, gli investigatori arrivano alle seguenti conclusioni: è falso che non ci fossero giochi in casa del bambino, falso che l'appartamento fosse spoglio, falso che il bambino fosse denutrito e esile al punto da dover ricorrere a accertamenti diagnostici. Falso che i genitori non l'avessero portato dal pediatra, visto che solo nel 2018 era già stato tre volte dal medico. Falso, anche, che quel padre fosse un padre violento e «dedito al consumo di alcolici», così come c'è scritto nella relazione: «Basando tale assunto sul mancato pagamento di alcune rette scolastiche del minore». Senza premurarsi di aggiungere, comunque, che quelle rette erano state saldate successivamente. Nella stessa relazione viene adombrato il sospetto. Anche se le prove della violenza non ci sono. Lasciano il dubbio. Con un'ambiguità che gli investigatori riassumono così: «Omettevano di indicare con chiarezza che dall'esito degli accertamenti ospedalieri le macchie sulle mutandine del minore erano feci, lanciando in tal modo residuare sospetti di abuso sessuale ai danni del bambino». E poi, una volta ottenuto l'allontanamento, fanno pressioni sulla moglie perché riveli violenze con il ricatto di farle perdere il figlio. Aggiungendo a tutto questo una piccola, finale, terrificante, menzogna: sostengono che il bambino abbia ringraziato per essere stato portato nella comunità protetta. Sostengono che il bambino si sia dichiarato felice dell'allontanamento da casa. E anche qui c'è il colpo di scena. Un'assistente sociale che si chiama Giorgia Ricci, estranea a ogni accusa ma presente in quel momento, testimonia il contrario dimostrando così che non tutti erano uguali nei servizi sociali della Val d'Enza: «Il bambino non ci ha mai ringraziati». Pensare che questo padre sia ancora in piedi non è un fatto di poco conto. «È stato tremendo. Tremendo. Non so come dirlo in un altro modo. Sono stati anni tesi, pieni di ansia. Siamo contenti che la giustizia stia facendo il suo corso. Ma tutti abbiamo subito un grosso trauma. Quell'allontanamento è stato bruttissimo. Mi facevano vedere mio figlio un'ora al mese. Dicevano che mia moglie si metteva gli occhiali da sole per nascondere i lividi. Se ce l'ho fatta è solo per la forza della nostra famiglia». Accanto al padre, c'è l'avvocato Gianluca Tirelli: «Siamo contenti che l'udienza preliminare abbia portato a 17 rinvii a giudizio. Nell'arco del processo andremo a discutere fatto su fatto, ci siamo costituiti parte civile perché il padre vuole una riabilitazione pubblica, non sopporta che sia stata infangata in questo modo la sua immagine di genitore». Tre pagine è lungo l'elenco delle persone offese. A ogni numero corrisponde un incubo. Come dover risalire tutta la storia al contrario per poter ritornare, finalmente, a essere.

Giovanni Ruggiero per open.online l'11 novembre 2021. Il giudice dovrà decidere anche su altri 21 richieste di rinvio a giudizio, tra cui l’ex responsabile dei servizi sociali. La prima decisione ha riguardato il sindaco Carletti, già indagato per l’appalto sulle cure terapeutiche sui minori. È stato condannato a quattro anni di carcere Claudio Foti, lo psicoterapeuta imputato con rito abbreviato tra gli altri nel processo Angeli e Demoni sugli affidi illeciti a Bibbiano e nella Val D’Enza, nel Reggiano. Foti è stato assolto dall’accusa di frode processuale, ma condannato invece per le accuse di abuso d’ufficio e lesioni personali. Titolare dello studio di cura torinese Hansel&Gretel, lo psicoterapeuta era finito al centro dell’inchiesta che riguardava affidi illeciti di bambini strappati alle loro famiglie, anche con false attestazioni di abusi sessuali e pressioni sui minori per spingerli ad accusare i loro genitori. Foti è stato anche condannato a risarcire le parti civili, tra cui l’Unione val d’Enza, la Ausl di Reggio Emilia, la Regione Emilia-Romagna, il ministero della Giustizia e l’associazione Gens Nova, oltre ai genitori di quattro bambini. Assolta Beatrice Benati, assistente sociale dell’Unione val d’Enza, per la quale la procura aveva chiesto un anno e mezzo di condanna con le accuse di violenza privata e tentata violenza privata. Secondo il gup per lei il fatto non sussiste. Nello stesso procedimento, l’unica pena già decisa era stata per Cinzia Magnarelli, assistente sociale anche lei dell’Unione val d’Enza, che aveva già confessato le proprie responsabilità sulle accuse di falso ideologico e frode processuale. Magnarelli ha patteggiato la pena di un anno e otto mesi, al momento sospesa. Il gup dovrà decidere anche a proposito delle 22 richieste di rinvio a giudizio per altrettanti indagati, tra i quali c’è l’ex responsabile dei servizi sociali Federica Anghinolfi, considerata l’imputata chiave dell’inchiesta della procura di Reggio Emilia. Rinviato a giudizio il sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, accusato di abuso d’ufficio ma prosciolto da quelle di falso. Il processo verificherà gli eventuali illeciti sull’appalto del servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei Comuni della val d’Enza.

Cosa c'è in gioco con l'inchiesta. Luciano Moia su Avvenire il 12 novembre 2021. Non solo un caso giudiziario, non solo tanta sofferenza per decine e decine di bambini e per le loro famiglie (i nove dell’inchiesta più un numero imprecisato che forse non sarà mai accertato), non solo una questione che ha investito il diritto minorile con tutto il complesso apparato che ne consegue. Il caso Bibbiano è stato anche questione politica, sociale e culturale. Se mettiamo tra parentesi l’ignobile sfruttamento durante la campagna elettorale del 2019, con episodi di squallida demagogia da parte di tutti i partiti, la questione ha offerto anche lo spunto per riflettere sulla condizione dei minori fuori famiglia – circa 12mila in comunità e 14mila in affido familiare – e sulle pesanti lacune del nostro sistema di tutela. Ma Bibbiano è stata anche l’occasione per verificare la fragilità ordinaria di troppe famiglie, in cui disagio economico, incuria, vuoti educativi, e talvolta maltrattamenti e abusi, sono la deriva di una povertà allargata che tocca relazioni e dinamiche interne ed esterne. Allontanare i bambini da queste famiglie – succede 23 volte ogni giorno, oltre 8mila volte in un anno – può essere la soluzione estrema e necessaria ma, talvolta, anche la meno complessa. Più agevole gestire un bambino in una struttura d’accoglienza, con tutti i costi relativi per le amministrazioni pubbliche, che non accompagnare una famiglia in un percorso di nuova consapevolezza, aiutare due genitori a sollevarsi dalle loro difficoltà economiche, relazionali, educative. E chi mai potrebbe farlo? Certo, i casi virtuosi ci sono – e sulle nostre pagine l’abbiamo spesso raccontato – ma la media dei servizi sociali non dispone né di risorse né di competenze per quest’opera di grandissimo impegno. Il caso Bibbiano ha offerto la possibilità anche di alzare il velo su questo settore claudicante. I pesanti tagli al welfare hanno costretto tanti Comuni - possono farlo quelli sotto ai 15mila abitanti, cioè la maggior parte - a consorziarsi affidando la gestione dei servizi sociali a cooperative, con vantaggi (economici) e svantaggi (controlli e competenze) che il caso Bibbiano ha evidenziato con tutta la sua drammaticità. Ma abbiamo anche capito che puntare il dito contro i servizi sociali non serve a nulla, se non si rimette in equilibrio la "catena di comando". Nel senso che i servizi sociali, le cui relazioni sono spesso l’unico strumento offerto ai magistrati per assumere decisioni importantissime (la revoca o la conferma di un allontanamento) dipendono dalle amministrazioni locali e non dall’apparato giudiziario, con tutte le difficoltà, i ritardi, i corto-circuiti, che sono emersi in questo periodo. Può essere che dopo l’allontanamento di un bambino, le procure minorili ne perdano le tracce? Incredibile ma è così, perché non sono i magistrati, ma i servizi sociali, a decidere in quale struttura ospitare quel minore. Anche se poi dovrebbero essere le procure stesse a verificare l’efficienza, la regolarità, i progetti, la professionalità delle strutture stesse. Succede? Molto di rado perché, come hanno evidenziato più volte gli stessi procuratori, l’organico di questi uffici giudiziari è al limite della sopravvivenza, con giudici e cancellieri che sono la metà della metà di quanto sarebbe indispensabile. Se aggiungiamo che gli uffici minorili non sono ancora informatizzati, si potrebbe concludere che le inefficienze mostrate in situazioni come quello di Bibbiano non sono poi così sorprendenti. Ora la riforma che, dopo il via libera del Senato, sta per essere licenziata dalla Camera, dovrebbe rimettere ordine in tutto questo. Ma, come già illustrato nei giorni scorsi, le perplessità e i timori sono tanti. Come sono preoccupanti le evidenze che stanno emergendo dalle audizioni nell’ambito della commissione d’inchiesta parlamentare sulle strutture d’accoglienza per minori presieduta da Laura Cavaldoli. Si tratterà di attendere la relazione finale e le eventuali decisioni politiche. Mentre in commissione Giustizia della Camera sono in discussione cinque proposte (M5S, Pd, FI, Fdl e Lega) di riforma dell’affido che dovrebbero confluire in un testo unico. Sbagliato pensare che senza il caso Bibbiano tutto questo fermento non si sarebbe messo in moto? Purtroppo è così.

Bibbiano, processo Angeli e Demoni: lo psicoterapeuta Claudio Foti condannato a 4 anni. Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera l'11 novembre 2021. Il titolare dello studio di cura torinese «Hansel&Gretel» è stato ritenuto colpevole dal tribunale di Reggio Emilia per affidi illeciti. La procura aveva chiesto 6 anni. La difesa: «Trattato come Enzo Tortora». Assolta l’assistente sociale Benati, 17 rinviati a giudizio. Condannato a quattro anni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare del studio di cura torinese per bambini «Hansel&Gretel» nel rito abbreviato per la vicenda degli affidi illeciti di Bibbiano e della Val d’Enza (per l’accusa, a Bibbiano esisteva una sorta di sistema che coinvolgeva amministratori, psicologi e assistenti sociali, che, per riuscire a togliere i bambini alle coppie e riaffidarli ad altre, avrebbe fatto leva su report distorti, false relazioni, nonché dichiarazioni manipolate dei bambini). Per Foti, 70 anni, la procura aveva chiesto sei anni di condanna per le accuse di abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni gravissime (il giudice ha quindi ritenuto fondate le accuse mosse nei suoi confronti, in particolare quella di lesioni ai danni di una ragazzina che ebbe in cura tra il 2016 e il 2017, sottoposta a sedute «con modalità suggestive»).

17 a giudizio. Cinque prosciolti da ogni accusa

Assolta invece, perché il fatto non sussiste, l’assistente sociale Beatrice Benati. L’ unica, con Foti, che aveva scelto il rito abbreviato . In 17 (su 22) sono stati invece rinviati a giudizio. Cinque i prosciolti da d ogni accusa.

La difesa

Durissima e amareggiata la reazione della difesa del professionista: «Nei suoi confronti lo stesso atteggiamento avuto con Enzo Tortora, si è trattato di una sentenza condizionata dal processo mediatico» . Poco fa, anche lo stesso Foti si è espresso: «Ho dedicato 40 anni all’ascolto dei bimbi e sono stato condannato. È stata criminalizzata la psicoterapia del trauma, ma ora ho fiducia che i giudici di appello possano rivedere questa sentenza».

Interdetto dai pubblici uffici per cinque anni

Foti è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. Il giudice Dario De Luca ha inoltre disposto la sospensione dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per 2 anni. Il fondatore del centro Hansel e Gretel dovrà inoltre risarcire i danni in favore delle parti civili Gens Nova Onlus, Unione Val d’Enza, Unione dei Comuni Modenesi Area Nord, Ausl di Reggio Emilia, Regione Emilia Romagna, Ministero della Giustizia, Comune di Montecchio Emilia.

Il sindaco di Bibbiano assolto dal falso. Resta abuso d’ufficio

Non solo Foti. Il Gup di Reggio Emilia ha anche rinviato a giudizio il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti per abuso d’ufficio; ma lo ha prosciolto dalle accuse di falso.«Prendiamo atto del fatto che il giudice dell’udienza preliminare ha ritenuto necessario disporre il rinvio a giudizio per una sola ipotesi di abuso d’ufficio, ma soprattutto evidenziamo che Carletti è stato prosciolto dalle ulteriori contestazioni —spiega uno dei due avvocati, Vittorio Manes, anche ordinario di Diritto penale a Bologna — ed in particolare dall’ipotizzato falso in atto pubblico, ritenuto dal gup evidentemente mai commesso, almeno da parte del indaco. In sostanza, è caduta la contestazione più grave», e la posizione del sindaco Carletti risulta ulteriormente alleggerita: ora il processo, per quel che lo riguarda, dovrà verificare non solo se sia stata commessa una qualche illegittimità amministrativa nell’affidamento dell’appalto concernete il servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei Comuni, quanto, soprattutto, a chi sia addebitabile l’eventuale illegittimità, cioè chi avesse concreta consapevolezza delle eventuali irregolarità, e chi invece abbia agito in buona fede. «Noi restiamo fermamente convinti che il sindaco Carletti — afferma l’altro avvocato del sindaco, Giovanni Tarquini — ha sempre agito in totale buona fede, come contiamo di dimostrare nel corso del dibattimento”

Ma chi è Claudio Foti

Per i sostenitori, Foti è un affermato psicoterapeuta, tanto da avere un menù di incarichi, ricoperti in tutta Italia: ha diretto il master alla Facoltà Pontificia Auxilium, è stato direttore di progetti di trattamento di sex offenders con il Gruppo Abele, giudice onorario al tribunale dei minori di Torino, dal 1980 al 1993. E, pure, consulente tecnico dello stesso tribunale. Dalle parti di via Roma 8, a Moncalieri, ricordano un uomo normalissimo. E, ovviamente, perbene. Qui c’è il Centro studi, dove venivano ascoltati i ragazzini durante le procedure di affidamento, e dove ogni due-tre mesi arrivavano i tirocinanti, per la scuola di specializzazione di psicoterapia.

Per l’accusa: «Alterava lo stato psicologico»

Il gip di Reggio ne aveva tracciato invece un’immagine choccante: il professionista avrebbe in un caso usato una bambina «come una sorta di cavia nell’ambito della psicoterapia specialistica», convincendola di aver subito violenze sessuali, mai avvenute. E ancora: Foti avrebbe «alterato lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e con tali modalità convinceva la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi».

Le reazioni

La prima a parlare è la deputata emiliana della Lega Benedetta Fiorini: «Ma ora chi restituirà serenità a famiglie e bambini? — ha affermato —. Vicende strazianti, incivili e non degne di questo Paese devono essere stigmatizzate. Ci siamo battuti affinché il caso venisse alla luce. Ora attendiamo lo sviluppo della restante parte dell’inchiesta affinché emerga tutta la verità».

A Bibbiano il sistema c'era: arriva la prima condanna. Silenzio glaciale di Letta e Di Maio. Francesco Storace su Il Tempo il 12 novembre 2021. Di Bibbiano bisognava parlare e si tornerà a parlarne: perché è stato condannato a 4 anni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio di cura torinese Hansel&Gretel per la vicenda degli affidi illeciti. Il sindaco di Bibbiano Carletti (Pd) è stato rinviato a giudizio per abuso d'ufficio, ma prosciolto dalle accuse di falso. Il processo dovrà verificare se sia stata commessa qualche illegittimità nell'affidamento dell'appalto per il servizio terapeutico di cura dei minori. Siamo dunque nel pieno della vicenda processuale, che riguarderà – da giugno in poi – 17 imputati con ben 97 capi d’imputazione complessivi. Una storia davvero drammatica che registrò reazioni durissime anche a livello politico. E oggi sarebbe da chiedere a Luigi Di Maio se si è pentito di aver definito il PD come “il partito di Bibbiano”, salvo rimangiarsi tutto per un’alleanza di puro potere col Nazareno. Non è certo casuale il silenzio glaciale osservato ieri proprio da Pd e pentastellati, quasi a voler rimuovere un ostacolo pesantissimo al loro rapporto. Chissà quanti gradi di giudizio bisognerà attendere per sentirli parlare sui fatti. Suona davvero sinistro quanto accaduto e che ora sarà sottoposto alla verifica dei magistrati. I giudici dovranno dire una parola definitiva per quei minori allontanati ingiustamente dalle famiglie d'origine per un tornaconto economico, attraverso perizie falsificate, disegni manipolati, storie inventate o sedute di psicoterapia per fare il 'lavaggio' del cervello ai bimbi: questo l'impianto accusatorio imbastito dalla Procura reggiana nei vari passaggi dell'inchiesta (dalle prime misure cautelari, al fine indagini fino alle richieste di rinvio a giudizio). Gli indagati, dal canto loro, si sono difesi sostenendo, in sostanza, di aver agito per il bene dei bambini e negando che alla base degli affidi ci fosse un business. Su questo sistema orribile hanno speso parole importanti molti parlamentari che hanno seguito una vicenda davvero straziante sin dall’inizio, a partire da Maria Teresa Bellucci di Fdi e Laura Cavandoli della Lega. Per l’esponente del partito della Meloni “si conferma l'esistenza di un sistema malato e perverso che doveva essere sradicato. L'arrivo della prima condanna rappresenta un segnale forte che di certo non sanerà le ferite inferte a intere famiglie dal 'Sistema Bibbiano', ma che certamente darà un segnale sulla necessità di interventi normativi incisivi e puntuali per far sì che quello degli affidi non resti un cono d'ombra ignorato dallo Stato”. Per la Cavandoli, “in attesa della fine del processo, il risultato più importante è già stato raggiunto: tutti i bambini sottratti alle famiglie sono tornati a casa. Nessuno potrà mai ripagare loro e le loro famiglie per ciò che hanno subito, ma l'incubo è finito".

Grazia Longo per "la Stampa" il 12 novembre 2021. Sembra ieri quando, nell'estate populista del 2019, si dovette sospendere per qualche minuto la seduta in Senato perché Lucia Borgonzoni, della Lega, si tolse la giacca e mostrò una maglietta con la scritta «Parliamo di Bibbiano». Oggi la senatrice osserva che «la sentenza di condanna ha fatto giustizia, anche se nessuno può ripagare le famiglie del danno subito». E il leader del Carroccio Matteo Salvini rinforza, commentando sui social la notizia dei 4 anni inflitti allo psicoterapeuta Foti: «Mai più Bibbiano, giù le mani da famiglie e bambini». Alle elezioni regionali, in verità, l'agguerrita campagna della Lega contro «il partito di Bibbiano» - come veniva definito il Pd in cui milita il sindaco Andrea Carletti ora rinviato a giudizio - non ha pagato. Nella cittadina dell'inchiesta «Angeli e demoni» il partito di Salvini, che alle Europee aveva incassato il 29,6%, ha ottenuto il 29,4 per cento, mentre il Pd è invece passato dal 35,6 delle europee al 40,7. Ce ne fu anche un altro però, all'epoca, di linciaggio mediatico ai danni del Pd, quello del Movimento 5 Stelle che invece oggi, da solido alleato di Enrico Letta, tace di un silenzio grave. Erano le settimane in cui Luigi Di Maio, allora ministro del lavoro, giurava «mai con il partito di Bibbiano» che «toglie i bambini alle famiglie con l'elettroshock». Una posizione frontale, ridimensionata appena un anno dopo da Vito Crimi che, già in piena era Conte II, ammetteva «Forse abbiamo esagerato nel generalizzare fatti specifici attribuendoli a tutto il Pd». Oggi comunque la vicenda processuale va nella direzione delle accuse delle Lega. Che infatti affonda. Ecco il sottosegretario leghista all'Istruzione Rossano Sasso: «Le condanne confermano l'inquietante quadro emerso dalle denunce di tanti genitori disperati. Un disgustoso groviglio di interessi, malaffare, omertà e prevaricazioni avrebbe operato indisturbato per anni, disarticolando intere famiglie e spargendo sofferenza e dolore in lungo e in largo». Parole pesanti, riprese anche dai senatori toscani della Lega Manuel Vescovi e Rosellina Sbrana: «Nessun trionfalismo, nessuna condanna fino al terzo grado, ma la consapevolezza che una nuova luce sta squarciando anni di orribili violenze e di vergognosi silenzi. Ora è dovere della politica lavorare perché simili scempiaggini non si ripetano mai più». La condanna, sul fronte del centrodestra, è corale. «Quello che emerge è un vero e proprio sistema di malaffare perpetrato sulle spalle dei minori coinvolti e dei loro genitori», dice la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli. Un commento al vetriolo arriva infine dalla presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: «Arrivano le prime condanne dell'inchiesta Angeli e Demoni riguardante lo scandalo degli affidi illeciti a Bibbiano. Da sempre, Fratelli d'Italia è stata in prima linea per denunciare questo sistema marcio che ha distrutto tante famiglie. Ci auguriamo che venga fatta definitivamente giustizia affinché non si verifichino più queste atrocità nei confronti di bambini innocenti». 

"Abusi inesistenti": quei bimbi di Bibbiano strappati via dai "demoni". Francesca Bernasconi l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. Relazioni false, abusi inesistenti e pressioni psicologiche per strappare i bambini alle proprie famiglie. Così, secondo l'accusa, avrebbero agito i servizi sociali della Val D'Enza, al centro dell'inchiesta Angeli e Demoni. Oggi le prime due sentenze. Sono attese per oggi le prime due sentenze del processo legato all'inchiesta Angeli e Demoni, che vede al centro la presunta rete di falsi abusi su bambini allontanati dalle proprie famiglie e dati in affido ad amici e conoscenti di alcuni operatori che gravitavano intorno ai servizi sociali della Val D'Enza e del comune di Bibbiano. Oggi il giudice Dario De Luca dovrebbe esprimersi sia sulle posizioni di Claudio Foti, gestore della Onlus Hansel e Gretel finita al centro dello scandalo, e Beatrice Benati, assistente sociale, sia su altre 22 richieste di rinvio a giudizio presentate dal pubblico ministero. Secondo quanto scritto nell'ordinanza del tribunale, come venne riportato da ilGiornale.it, i responsabili dei servizi sociali avrebbero falsificato alcuni documenti e relazioni, per poter allontanare i bambini dalle proprie famiglie e affidarli ad amici e conoscenti. Un sistema, secondo le accuse, costruito sia per fini economici che per un "fattore ideologico", che avrebbe coinvolto assistenti sociali, psicoterapeuti, avvocati e politici in una serie di accordi e favoritismi. È emersa così una rete di presunte manipolazioni e falsificazioni, che avrebbe generato un giro d'affari da migliaia di euro, a scapito dei bimbi allontanati dalle proprie famiglie.

Le prime indagini

Tutto iniziò nell'estate del 2018, quando il pm Valentina Savi decise di far partire le indagini, insospettita dai numeri anomali di sospetti abusi sessuali registrati dai servizi sociali. In generale le segnalazioni erano statisticamente simili a quelle delle altre province italiane. Ma in Val d'Enza, i bambini e le bambine allontanati dalle proprie famiglie a causa di abusi sessuali o maltrattamenti erano nettamente più elevati. Inoltre per questi bambini era stata privilegiata l'idea dell'affido a un'altra famiglia, invece che la collocazione in una struttura. Infatti, stando a quanto riporta la Provincia Pavese, nel 2015, su 18 minori nessuno sarebbe stato dato in affido. Il dato sarebbe aumentato drasticamente l'anno dopo, con 33 minori accolti in struttura e 104 affidati ad altre famiglie, e ancora nel 2017, con 50 minori in struttura e 110 in affido.

Numeri che sarebbero quasi raddoppiati nel primo semestre del 2018. Un andamento anomalo, che fece insospettire il pm Savi, la quale iniziò a indagare sulla situazione, portando alla luce "una serie interminabile di falsi, prodi processuali e depistaggi", come riferì lei stessa, secondo quanto scritto dalla Provincia Pavese. Scoppiò così il "caso Bibbiano", che coinvolse i servizi sociali della Val D'Enza, il comune di Bibbiano e il centro Hansel e Gretel, accusati di aver falsificato le relazioni per il tribunale dei minori e aver influenzato le menti dei bambini, con lo scopo di allontanarli dalle proprie famiglie, per darli in affido ad amici e conoscenti.

Così "manipolavano" i bambini

Domande pressanti, giochi di ruolo, disegni modificati e persino l'uso della "macchinetta dei ricordi". Così gli psicologi a cui erano stati affidati i bambini avrebbero, stando alle accuse, manipolato la mente dei piccoli per spingerli ad addebitare genitori e parenti abusi sessuali e violenze. IlGiornale.it aveva esaminato le 277 pagine dell'inchiesta, in cui erano state riportate le intercettazioni fatte dai carabinieri di Reggio Emilia, che mostravano le presunte pressioni sui minori, indotti a confessare episodi mai avvenuti. Il tutto iniziava con una segnalazione ai servizi sociali, che prendevano in carico il caso e facevano inziare al bambino o alla bambina un percorso di terapia con gli psicologi. Proprio durante queste sedute i minori sarebbero stati portati a confessare violenze inesistenti, a seguito delle quali venivano allontanati dalle proprie famiglie e dati in affido.

Secondo l'accusa, il modus operandi sarebbe stato sempre lo stesso: continue domande poste in modo da suggerire ai piccoli la risposta, giochi di ruolo in cui i genitori erano rappresentati come i cattivi delle fiabe intenti a far del male ai propri figli e l'uso di un macchinario che trasmette piccole vibrazioni. In questo modo i piccoli sarebbero stati convinti a confessare prima agli psicologi e poi al giudice abusi e violenze inesistenti. Per rendere più credibili le relazioni e convincere il giudice del tribunale ad allontanare il minore e affidarlo a un'altra famiglia, assistenti sociali e psicologi avrebbero anche alterato i disegni dei bambini, aggiungendovi connotazioni sessuali. Quando scoppiò il caso divenne un simbolo il disegno fatto da una bambina, al quale sarebbero state aggiunte due braccia allungate, che toccano in modo sospetto l'altra figura rappresentata.

Lavaggio del cervello e torture Così manipolavano i bambini

Il sistema da migliaia di euro

Una volta dati in affido ad altre famiglie, alcune di queste formate da amici e conoscenti dei responsabili dei servizi sociali, ai bambini venivano prescritte sedute di psicoterapia pagate dal Comune, spesso svolte nel centro Hansel e Gretel, gestito da Claudio Foti. Il centro, scrisse la procura, secondo quanto riportato da ilGiornale.it, "nella piena consapevolezza della totale illiceità del sistema creato a loro vantaggio, in palese violazione della normativa in tema di affidamenti di servizi pubblici e nella piena consapevolezza che la loro attività professionale venisse retribuita da ente pubblico, esercitavano sistematicamente attività di psicoterapia con minori loro inviati dal servizio sociale Val d' Enza". Le singole sedute, del costo di circa 130 euro ognuna (contro i 60-70 euro della media), venivano pagate dagli affidatari: "Gli affidatari venivano incaricati dai Servizi Sociali di accompagnare i bambini alle sedute private e di pagare le relative fatture a proprio nome", si legge nelle carte dell'accusa.

Ma quei soldi sarebbero stati successivamente restituiti alle famiglie affidatarie, con una finta causale di pagamento. Così, secondo l'accusa, da una parte la Onlus si occupava del servizio di psicoterapia voluto dall'Ente, mentre alcuni dipendenti dell'Ente ottenevano incarichi per corsi di formazione tenuti dalla Onlus. Un meccanismo che avrebbe fruttato migliaia di euro ai partecipanti, causando un danno altrettanto grave alla Asl di Reggio Emilia. Inoltre sembra che la Onlus di Foti beneficiasse di spazi pubblici senza aver affrontato una regolare gara di appalto.

Le prime sentenze sul "caso Bibbiano"

Sono previste per oggi le prime sentenze del processo che prese il via dall'indagine Angeli e Demoni. Al centro finì Bibbiano, uno dei paesi che compongono l'Unione della Val D'Enza, dove il sindaco fu posto sotto inchiesta per abuso d'ufficio. Nel mirino degli inquirenti furono poi anche Carlo Foti, gestore della Onlus Hansel e Gretel, e Federica Anghinolfi, ai tempi responsabile del Servizio Minori. Il giudice Dario De Luca pronuncerà la sentenza sul caso dello psicoterapeuta Claudio Foti e su quello dell'assistente sociale Beatrice Benati.

L'uomo è accusato di frode processuale e lesioni ai danni di una ragazzina per i suoi metodi, "perché alterava lo stato psicologico della minore X, sottoponendola a sedute serrate, attraverso modalità suggestive e suggerenti, con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e ingenerando in tal modo in capo alla minore il convincimento di essere stata sessualmente abusata dal padre". La Benati invece è accusata di violenza privata e per lei è stata chiesta una condana a un anno e sei mesi. Sempre oggi il giudice dovrà pronunciarsi anche sulle altre 22 richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura. Intanto tutti i 10 minori sottratti ai genitori per presunti abusi al centro dell'inchiesta Angeli e Demoni sono tornati a casa dai genitori e dai parenti naturali.

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo

Pseudoscienza. La sentenza di Bibbiano e il processo alla psicoterapia del trauma. Cataldo Intrieri Il Quotidiano del Sud il 12 novembre 2021. La condanna di Foti non è solo una vicenda personale di un condannato ma investe una scuola terapeutica di cui Luigi Cancrini è uno dei massimi esponenti. A prescindere dal caso in questione è inaccettabile che si utilizzino pratiche come la EMDR per consentire ai Tribunali di decidere sull’affidamento dei bambini, sull’allontanamento dai loro genitori sino a pesanti condanne per abusi magari solo immaginati. Adesso che Claudio Foti, è stato condannato due anni dopo il suo arresto, il peggior servizio che si potrebbe rendere alla giustizia è proprio quello di etichettarlo come mostro, come un’anomalia, un fenomeno da baraccone della cronaca giudiziaria. Prima di tutto Foti ha ancora il diritto di essere considerato innocente fino a una condanna definitiva, semmai ci sarà. Anche perché dietro la sua storia professionale c’è molto di più degli epiteti dati finora. Quando il caso Bibbiano scoppiò nell’estate di due anni fa, Foti fu allontanato e quasi disconosciuto dalla sua comunità di riferimento, il CISMAI, in consorzio di sigle accomunate da una visione salvifica anti-abuso del ruolo dello psicologo infantile. Ma è arrivato al processo ottenendo l’appoggio di alleati importanti e persone insospettabili. Alcuni di questi facevano parte del suo mondo, come lo psichiatra universitario Luigi Cancrini che da consulente della sua difesa ha scritto un’appassionata perizia tecnica sul suo lavoro e sulla ideologia che lo muove. O addirittura i garantisti radicali, a cui appartiene il difensore Giuseppe Rossodivita e che un anno fa per bocca del segretario Maurizio Turco promossero una conferenza nella sede di Torre Argentina per dipingerlo come un novello Aldo Braibanti, scienziato vittima del pregiudizio oscurantista, unico caso di condannato per un reato poi cancellato dalla Corte Costituzionale: il plagio. Come Braibanti, (contro cui pesò anche il pregiudizio omofobo dell’epoca) a Foti sono state mosse due accuse che difficilmente vedremo replicare nelle aule di giustizia: frode processuale e lesioni dolose a mezzo di sedute di terapia psicanalitica. A cui si aggiunge una terza, abuso d’ufficio per i contratti lucrati coi servizi dei comuni cui forniva la sua opera. Il Giudice per l’udienza preliminare di Reggio Emilia ha dichiarato Foti colpevole del reato di lesioni in danno di una minore sottoposta alle sue cure e di abuso d’ufficio (quest’ultimo in concorso con il sindaco dem di Bibbiano che saggiamente ha preferito il rinvio a giudizio a una sentenza immediata del Gup) con condanna a quattro anni di reclusione e al risarcimento verso le parti civili.  Secondo l’accusa Foti avrebbe suggestionato una minore con la sua terapia di sollecitazione al ricordo, causando una falsa memoria di un abuso perpetrato dal padre ma in realtà mai verificatosi. Lo psicologo torinese ha operato e diffuso il suo metodo di induzione alla memoria nascosta all’interno di una particolare realtà, quella dei servizi sociali della Val d’Enza, che ha il primato italiano degli affidi di minori maltrattati. Gli psicologi dei servizi hanno denunciato con sospetta frequenza casi di abuso, creando una anomala messe di allontanamenti di bambini dalle loro famiglie, di molto superiore alla media nazionale. A seguito delle indagini condotte dalla procura di Reggio Emilia tutti gli affidi sono stati revocati e sono venuti alla luce metodi inaccettabili di alterazione della realtà con falsi referti oppure come nel caso di Foti di manipolazione mentale fino all’accusa di aver provocato alla minore sottoposta alle sue cure un disturbo di personalità. È la prima volta in Italia e uno dei rarissimi casi in cui si ipotizza un nesso causale tra il trattamento del terapeuta e l’insorgere di una malattia mentale, nel caso di specie un disturbo borderline di personalità e un «disturbo depressivo d’ansia» determinato anche dalla privazione della figura paterna in base alle false accuse cui era stata indotta la ragazza. Sono state decisive le consulenze tecniche prodotte dalla procura e redatte dalle psicologhe Melania Scali e Rita Rossi che hanno retto anche ai serrati contro esami condotti in aula dai difensori di Foti e dai suoi consulenti, tra cui Luigi Cancrini. Qui il tema si fa delicato perché la condanna di Foti non è solo una vicenda personale di un condannato ma investe una scuola terapeutica di cui Luigi Cancrini è uno dei massimi esponenti, che ha come tema cruciale il significato del trauma psichico come spia rivelatrice di inconfessati abusi subiti e rimossi dai minori. L’illustre psichiatra ha richiamato in modo suggestivo il processo a Galilelo Galilei, esagerando lievemente. Secondo la difesa di Foti Bibbiano è il processo alla psicoterapia del trauma,, dove il trauma è il sole della teoria tolemaica, centro dell’unica verità possibile, quella delle violenze rimosse, mentre coloro che denunciano il pericolo delle manipolazioni mentali e dei falsi ricordi sono la terra che vorrebbe sostituirsi al Sole come centro del sistema solare. L’enfasi di Foti richiama alla mente teorie vagamente millenariste e complottiste, oggi di gran moda, ma l’effetto (non voluto da chi scrive) è riduttivo di una complessità cui indubbiamente non rende giustizia la sintesi giornalistica. Il processo ha evidenziato un altro punto cruciale: il rischio gravissimo che nel processo penale trovino posto teorie e prassi pseudo-scientifiche che nulla hanno a che vedere con la buona scienza. Nel capo di accusa per cui Foti è stato condannato la procura di Reggio ha contestato allo psicoterapeuta l’uso di una pratica denominata EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Con questo nome si indica una tecnica ma anche un’associazione che la diffonde: come si può leggere dal sito la sigla sta per «Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari». Ovviamente delle solite memorie traumatiche rimosse (il sole della teoria del professor Cancrini). È una tecnica a dir poco controversa di cui gli spettatori italiani possono avere diretta percezione tramite un surreale reportage delle Iene di qualche giorno fa in cui una supposta vittima di un abuso evocato tramite l’EMDR, contesta in diretta allo zio presunto colpevole, raffigurato dalla telecamera nascosta mentre nega disperatamente (altro che Fanpage e i neonazisti, qui siamo al vedere l’effetto che fa). Chiariamo una cosa: può darsi che certe tecniche possano avere una loro efficacia terapeutica come mezzo di cura, ma è inaccettabile la pretesa ufficialmente negata dai vari teoreti, in pratica di largo consumo, di utilizzarle come macchine della verità nei processi. Nel caso Foti come in centinaia di altri procedimenti civili e penali, si utilizzano le terapie di sollecitazione del ricordo per consentire ai Tribunali di decidere sull’affidamento dei bambini, sull’allontanamento dai loro genitori sino a pesanti condanne per abusi magari solo immaginati. Sarebbe stato sicuramente utile un pubblico e storico dibattimento come fu quello a Galileo. Ma nonostante i proclami, Foti ha preferito sottrarsi e avventurarsi subito in un processo a porte chiuse. Quanto emerso dopo il clamore del suo arresto ha trovato una prima conferma e per ora ha avallato i numerosi dubbi sull’uso e sulla diffusione di prassi e teorie più vicine alla cultura dei No vax che al rigore scientifico. Pratiche che non dovrebbero mai più entrare in un’aula di giustizia.

"Figli scippati con un finto disegno". Nino Materi il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. Le storie di chi si è visto portar via i bimbi con false accuse: "C'è ancora tanto marcio". «Falsificarono il disegno di mia figlia per dimostrare che era vittima degli abusi del padre»; «Si inventarono violenze in famiglia per affidare la piccola a una coppia con precedenti penali»; «Prelevarono con la forza il bimbo da scuola e non ce lo fecero più vedere per mesi. Lo abbiamo riabbracciato solo quando fu chiaro che le accuse contro di noi erano calunnie». Storie angoscianti. Che segnano l'esistenza dei piccoli e distruggono quella dei grandi. Tutti concordano su un punto: «Lo facevano per soldi. Hanno rovinato le nostre esistenze per imporre le loro ideologie folli e, nel contempo, gonfiarsi il portafoglio». I genitori dei «bambini scippati» hanno il volto turbato, e le mascherine che indossano non bastano a celare l'amarezza. L'altroieri in molti si sono ritrovati davanti al tribunale. Attendevano la sentenza. Un parziale verdetto è arrivato, ma nessuno ha brindato alla condanna. La sensazione è infatti che il «sistema Bibbiano» sia ancora in gran parte da scoperchiare nelle responsabilità più gravi. Colpe che vanno al di là del ruolo, se pur importante, ricoperto dallo psicologo Claudio Foti, 70 anni, che da queste parti non gode di simpatie. La sua fisiognomica, al pari della gestualità sincopata, ricordano l'estetica dello «scienziato pazzo»: un identikit che sembra disegnato apposta per raffigurare il personaggio del perfetto capro espiatorio. Ma sono ben altri i fattori che hanno portato alla condanna di Foti a 4 anni (il pm ne aveva chiesti 6); un verdetto che gli avvocati dell'imputato-simbolo dell'inchiesta «Angeli e demoni» sono convinti di azzerare in appello: «Nel giudizio di secondo grado - spiegano - l'innocenza verrà fuori grazie alle prove che in questo processo non sono state esaminate con la dovuta attenzione». Un ottimismo che stride con lo stato d'animo dei parenti dei bimbi che un meccanismo strutturale dai profili illegittimi ha sistematicamente e con dolo sottratto all'affetto dei genitori. Madri e padri infangati da «perizie» che, in realtà, erano solo calunnie propalate per foraggiare il business degli affidamenti. Su cui non è stata ancora fatta chiarezza. Nino Materi

Bibbiano, il lieto fine del «caso pilota»: dai disegni falsificati al ritorno a casa della bimba. «È stata una festa». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. La vicenda della piccola di 9 anni tolta d’improvviso alla famiglia naturale. La madre affidataria: «Ho conosciuto i veri genitori, sono brave persone. In colpa verso di loro». C’è un insolito lieto fine in una delle storie terribili di Bibbiano. Un lieto fine dove la famiglia naturale, che grazie alle indagini della Procura di Reggio si vide riassegnare la bimba di 9 anni tolta dagli assistenti sociali incriminati, spesso la domenica siede a tavola con gli (ex) genitori affidatari. Stiamo parlando del «caso pilota», quello più rilevante nell’inchiesta, quello del disegno falsificato per dimostrare abusi in realtà mai commessi. Tutto cominciò con questa telefonata, l’11 aprile 2018. «Non venga più a prendere sua nipote a scuola, non ce n’è bisogno: la bambina è stata trasferita in un altro istituto e ora penseremo noi a tutto. Non vivrà più con lei». Clic. Conversazione finita. Da una parte una voce proveniente dai servizi sociali della Val d’Enza. Dall’altra la sbigottita nonna della piccola che aveva in affido: questo perché suo figlio era diventato papà assai giovane, a 17 anni. Mentre la sua compagna partorì a 14. Una coppia considerata dagli assistenti sociali inadatta a crescere una figlia.

«Settanta giorni terrificanti»

Sulle carte giudiziarie c’è scritto che i genitori-ragazzini della bimba si lasciarono dopo tre anni dalla nascita di lei. Per questo gli operatori la affidarono ai nonni paterni. Ieri (giovedì) alla lettura della sentenza che ha condannato a quattro anni lo psicoterapeuta Claudio Foti e che contestualmente ha disposto il rinvio a giudizio di 17 imputati (tra assistenti sociali, dipendenti comunali e amministratori) c’era anche il nonno, settant’anni, ex dirigente d’azienda oggi in pensione. Che questo «caso pilota» — così lo aveva definito il gip Ramponi — lo sviscera dall’inizio. «Dopo che d’improvviso ci portarono via nostra nipote, per 70 giorni non abbiamo saputo nulla. Settanta giorni terrificanti, non potrò mai dimenticarli» ricorda questo giovanile signore che decise di rivolgersi agli avvocati Patrizia Pizzetti e Nicola Termanini per sapere, almeno, dove fosse stata portata la nipote.

«Venni denunciato per diffamazione»

Ma perché la piccola fu tolta anche ai nonni naturali? Sono proprio i due legali a chiarirlo, parlando di una relazione firmata dai Servizi sociali che, in sintesi, screditava la coppia di anziani: lei troppo presente, lui con scatti d’ira. Inadeguati, pure loro, al ruolo genitoriale. Ed ecco che scatta quello che il nonno definisce «un vero e proprio rapimento». Dieci giorni dopo, disperato, senza notizie della nipote, l’uomo sale sul palco della scuola del suo paese, durante il saggio di fine anno, e s’impadronisce del microfono «per dire quello che pensavo sugli assistenti. Poi scoppiai a piangere. L’indomani ero stato denunciato per diffamazione dalla responsabile dei servizi sociali di Bibbiano — Federica Anghinolfi, la dominus del «sistema Bibbiano» tra i 17 a processo, ndr —, ma sono stato prosciolto e nel frattempo molto altro è successo».

Nella casa protetta, poi in affido

Cosa, lo raccontano le carte giudiziarie. Alla piccola — prima ospite in una casa protetta, poi in affido a una coppia — venne chiesto più volte dalle psicoterapeute di eventuali violenze. La bimba aveva sempre negato e nemmeno la visita ginecologica alla quale venne sottoposta dimostrò alcunché. La svolta nella storia è arrivata con il via dell’inchiesta. Coordinandosi con la Procura, il Tribunale dei minori di Bologna ricontrollò tutti gli atti del fascicolo, una decisione arrivata anche grazie a una consulenza tecnica d’ufficio sollecitata dai legali Pizzetti e Termanini. Fu ricontrollato pure il disegno, falsificato secondo una perizia voluta dall’accusa. Erano tratti ingenui a matita di una bimba che si ritrae accanto all’ex compagno della madre. Compaiono anche quelle braccia innaturalmente e ambiguamente protese verso la piccola. Una modifica fatta «personalmente» dalla psicologa della Asl di Montecchio Emilia che seguiva la bimba, scrisse il gip Luca Ramponi nell’ordinanza sulle misure cautelari. L’operatrice riferiva che la bambina le confidò che l’ex convivente della madre a cui era stata sottratta la toccava nelle parti intime. Un’aggiunta necessaria per avvalorare quanto affermato nella relazione. Ma al dunque: un falso. Un falso che serviva per screditare ulteriormente i nonni che nemmeno si sarebbero accorti di quegli abusi — ribadiamolo: inesistenti — avvenuti a casa loro. Finalmente dopo il decreto firmato dai giudici minorili la piccola tornò a casa dai nonni stavolta ritenuti idonei grazie anche a un nuovo colloquio con una psicologa come previsto nella Ctu.

Il caso pilota visto dalla mamma affidataria

E a questo punto succede una cosa bella. Se vogliamo ora il «caso pilota» possiamo vederlo dalla prospettiva della mamma affidataria, 47 anni, anche lei modenese. Che ebbe a raccontare di avere conosciuto i genitori naturali «per la prima volta la primavera 2019. Ho capito che non erano certo le persone inadeguate descritte dagli psicoterapeuti della Val d’Enza: la mamma è una donna molto dolce così come lo è il padre, pur nelle sue difficoltà. I nonni sono generosi e accoglienti. A un certo momento mio marito e io ci siamo vergognati dell’idea che ci eravamo fatti di questa famiglia e abbiamo deciso di chiedere scusa». Un passo indietro: dopo un colloquio con i servizi sociali, nel giugno 2018 alla donna, che da anni accoglie bimbi in affido, venne segnalata da Bibbiano «una piccola di 10 anni la cui situazione familiare, mi riferirono, era molto grave, tanto da essere stata messa in una struttura. Poi la portarono a casa mia nel suo ultimo giorno in quarta elementare».

«Una bambola da sofà»

Per la «mamma» affidataria gli psicoterapeuti della Val d’Enza erano «assai disponibili con noi, nel senso che non ci hanno mai trascurato. Una volta a settimana accompagnavo la bimba agli incontri con i genitori e con i nonni, a cui io non partecipavo». Poi però, durante altre sedute di psicoterapia, iniziò ad ascoltare «ritratti negativi della famiglia. Ci venne detto che la madre era inadeguata e anche il padre era problematico». Infine le brutte parole sui nonni – con lui «scorbutico e irascibile» – che trattavano la nipotina come «una bambola da sofà» e che «non si erano accorti del presunto abuso commesso dal nuovo compagno della madre».

La «famiglia allargata» a tavola assieme

Scenario dipinto in termini assai peggiorativi nell’avviso di fine indagine in cui si leggeva che gli operatori avevano cercato di convincere la bimba che la nonna fosse a conoscenza dei presunti abusi commessi sulla minore. Abusi peraltro, come detto, inesistenti e procedimento archiviato. Nel complesso, un’atmosfera pesantemente in contrasto con l’idea che dei genitori naturali stavano maturando i due affidatari «sempre più amareggiati: avevamo aiutato una bambina che poteva contare su una bella famiglia vittima però di un’ingiustizia». Ma il lieto fine? In questa vicenda c’è. Dopo la chiusura delle indagini spesso nonni, genitori naturali e coppia affidataria si ritrovano assieme la domenica, a tavola. E, scherzando ma non troppo, parlano di «famiglia allargata». Il nonno dice: «Mia nipote oramai considera la figlia della sua “seconda” mamma come una sorellina. Quando tempo fa mi disse che voleva vederle, sono stato felice: e ho pensato che l’incubo che abbiamo vissuto era davvero finito».

Alessandro Fulloni per il "Corriere della Sera" il 12 novembre 2021. Sono circa le 15 quando Claudio Foti, 70 anni, esce dall'aula. Il gup Dario De Luca lo ha appena condannato a quattro anni - con il rito abbreviato chiesto dai legali Andrea Girolamo Coffari e Giuseppe Rossodivita - per abuso d'ufficio e lesioni gravissime. È un uomo dall'aria mite che adesso, sospeso dalla professione, dice di vivere con i 490 euro della pensione mensile. Nell'affrontare i giornalisti che lo circondano rudemente, risponde con l'aria di chi sta rivolgendosi agli specialisti di un convegno sull'assistenza ai minori e, almeno all'apparenza, davvero pare «stupito per una condanna che mi amareggia». Poi sfodera quello che per lui e la sua difesa è un asso nella manica da far valere in appello. Ovvero le consulenze tecniche di parte firmate da Luigi Cancrini e Mauro Mariotti, rispettivamente celeberrimo psichiatra e stimatissimo neuropsichiatra, per i quali «tutto è stato fatto correttamente, anzi "molto bene", nella quindicina di sedute» in cui Foti si è trovato davanti la minore che, secondo l'accusa, avrebbe convinto di essere stata abusata dal padre. Le carte processuali che lo hanno portato alla condanna parlano di «serrate sedute di psicoterapia svolte con modalità suggestive e suggerenti». In questo modo nell'adolescente si sarebbe «radicato un netto rifiuto nell'incontrare il genitore» causando per questo, per via «della prolungata assenza paterna durante l'intero periodo adolescenziale», stress, depressione e altri disturbi. Non solo. Per convincerla degli abusi - sostiene l'accusa - lo psicoterapeuta torinese, «in violazione dei protocolli di riferimento, avrebbe sottoposto la minore alla terapia con la tecnica dell'Emdr», e cioè la discussa «macchina dei ricordi». Scuote la testa l'avvocato Rossodivita: «Non è assolutamente vero...». Foti invece vuole puntualizzare: «Una versione ridicola, quella di ricondurre i comportamenti delle vittime delle violenze all'uso di un macchinario: la verità è che aiutarle a rompere il muro del silenzio può comportare grandi ingiustizie, come in questo caso». Quanto all'idea di un «"sistema Foti" è un'aberrazione; c'è stata invece una criminalizzazione di un lavoro da ricondurre a una finalità di persecuzione ideologica nei miei confronti». L'atmosfera attorno allo psicoterapeuta non è delle più tranquille. L'altra sera Foti, già a Reggio Emilia per l'udienza, a cena al ristorante dell'albergo è stato avvicinato dal responsabile di sala che gli ha detto che «qui non diamo da mangiare al lupo di Bibbiano!». Il maître poi si sarebbe scusato. Ma il presidente della «Hansel e Gretel» stavolta non è stato affatto mite: e ha avviato querela. 

Bibbiano, c'è la prima sentenza. Foti condannato a quattro anni. Massimo Malpica il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Lo psicoterapeuta colpevole di abuso d'ufficio e lesioni gravissime. I legali: "Barbarie come per Galileo e Tortora". La prima condanna per l'affaire Bibbiano arriva per Claudio Foti, lo psicoterapeuta a capo dello studio Hansel&Gretel che aveva scelto il rito abbreviato per uscire dall'inchiesta Angeli e Demoni sulla vicenda degli affidi illeciti in Val D'Enza. Nonostante Foti fosse stato paragonato in una perizia del suo collegio difensivo a Galileo Galilei, il gup di Reggio Emilia Dario De Luca ha accolto in parte la richiesta della procura - 6 anni per abuso d'ufficio, lesioni gravissime e frode processuale - facendo cadere l'ultimo capo d'accusa e condannandolo a 4 anni e al risarcimento danni alle parti civili, sospendendolo dall'esercizio della professione per due anni e con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Una sentenza che non convince affatto i suoi legali, Giuseppe Rossodivita e Girolamo Andrea Cuffari, secondo i quali Foti è «assolutamente estraneo e innocente», tanto da accostare la sua vicenda a quella, drammatica, di Enzo Tortora. «Rifarei tutto ciò che ho fatto», ha spiegato dopo la sentenza lo psicoterapeuta, aggiungendo di sperare che, proprio come Tortora, «in appello possa essere rivista questa condanna che ritengo ingiusta», e ribadendo di essersi «comportato correttamente in scienza e coscienza». Per lui, lo «scontro» avvenuto nell'aula del tribunale di Reggio Emilia «non doveva avvenire in ambito giudiziario ma in accademia, fra posizioni teoriche diverse». Anche i suoi legali annunciano battaglia «fino all'ultimo secondo affinché la sua innocenza sia attestata anche dai tribunali», italiani ed eventualmente europei. È andata meglio alla sola altra imputata che aveva scelto la strada del rito abbreviato, l'assistente sociale Beatrice Benati: la procura aveva chiesto per lei una condanna a un anno e sei mesi per violenza privata e tentata violenza privata, ma il gup l'ha assolta perché il fatto non sussiste. Il giudice ha deciso anche sulle 22 richieste di rinvio a giudizio, prosciogliendo cinque degli indagati e mandando alla sbarra gli altri 17. Tra questi, la moglie di Foti Nadia Bolognini, l'ex dirigente dei servizi sociali di Bibbiano Federica Anghinolfi e il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che risponderà solo di abuso d'ufficio andrà valutata la regolarità dell'affidamento dell'appalto per il servizio terapeutico di cura dei minori - mentre il gup ha lasciato cadere l'accusa di falso. Soddisfatto il primo cittadino, che spiega di non vedere l'ora «di dimostrare la mia completa estraneità rispetto a quest'ultima contestazione rimasta dopo un drastico ridimensionamento delle accuse». Ma ieri a Reggio Emilia è stata anche la giornata delle vittime del presunto sistema Bibbiano. «Mio figlio ci è stato tolto a sei anni per un disegno mai fatto, sulla base del quale venivo accusato di violenza», racconta all'Adnkronos un padre presente all'udienza preliminare, spiegando che il bambino «oggi è tornato con noi ma porta i segni di un brutto trauma». E anche il nonno di una delle bambine coinvolte ascolta la sentenza, saluta soddisfatto le decisioni del gup e poi racconta come «mia nipote ci è stata portata via a nove anni per un disegno alterato» prima di poter «tornare a casa». Un altro papà ricorda la «sottrazione» dei suoi due bambini più piccoli, 3 anni e mezzo e 5 anni e mezzo, avvenuta il 18 giugno di tre anni fa, quando proprio la Anghinolfi dopo averlo convocato ai servizi sociali di Bibbiano «mi comunicò racconta - che da quel giorno non avrei potuto vedere i miei figli se non in forma protetta per un'ora ogni 20 giorni», accusandolo di omofobia e collocando i bimbi presso la moglie dell'uomo, che dopo la separazione si era fidanzata con una nuova compagna. «La sentenza di oggi conclude l'uomo - magari ci darà giustizia, ma i traumi che questi bambini si portano addosso sono tutti da valutare». Massimo Malpica 

Lo psicologo Foti da "angelo" a "demone". "Esperto in abusi infantili". "No, ciarlatano". Nino Materi il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Claudio Foti, il guru di Bibbiano, divide il mondo accademico. E non solo. Fedele al nome dell'inchiesta - «Angeli e demoni» - che ne ha maciullato l'immagine nel tritacarne mediatico. E infatti un po' «angelo» e un po' «demone», lo psicologo Claudio Foti lo è sempre stato. Prima dello scandalo di Bibbiano, l'«angelo» era prevalente sul «demone», con un'ampia fetta del consesso accademico pronto a tessere le lodi «umane e professionali» di questo strizzacervelli coi capelli alla Einstein; poi, a inchiesta esplosa, il «demone» ha preso il sopravvento, spazzando via la dignità di un «super esperto» cui (è bene ricordarlo) importanti procure hanno affidato nel corso degli anni perizie tecniche proprio sui medesimi temi per i quali ieri la giustizia lo ha invece condannato. Una nemesi dove il demone ha divorato l'angelo; e dove i colleghi che ai tempi d'oro lo portavano in paradiso, nell'ora della disgrazia lo hanno scaraventato all'inferno. Ma ieri uscendo dal tribunale, Foti è apparso tutt'altro che rassegnato all'abiura filosofica del cosiddetto «metodo Foti»: «Le registrazioni sono state analizzate con pregiudizio. Esse dimostrano l'esatto contrario di quanto sostenuto dall'accusa. In aula è andato in scena un dibattito improprio: plausibile in un convegno scientifico, non certo in una sede giudiziaria». Al suo fianco c'è l'avvocato Andrea Coffari, esperto di diritto di famiglia e presidente dal 2007 del Movimento per l'infanzia. È toccato a lui difendere l'onore di un amico, ancor prima che di un «cliente»: «Il tempo sarà galantuomo - ci aveva detto due anni fa -. Le accuse contro Foti si sgonfieranno». In parte ha avuto ragione: per Foti erano stati chiesti 6 anni, gliene sono stati inflitti 4. Uno «sconto» che non restituisce a Foti nulla di quanto di peggio si era detto (e scritto) sul suo conto, anche da parte di chi ha spacciato per «informazione» clamorose bufale. Nessuna offesa è stata risparmiata a Foti, impallinato su giornali e tv con una raffica di sanguinosi epiteti: «mostro», «ciarlatano», «fissato»... Una lista arricchita perfino dal simpatico epiteto di «marito violento» (a seguito di una banale lite con la moglie) e di «millantatore» (per il risibile sospetto di «essere privo di laurea»). E a centro del mirino, sempre lui: Claudio Foti, lo psichiatra specializzato in abusi in età infantile con all'attivo decine di saggi sull'argomento. Tutto liquidato dai suoi detrattori, tirando in ballo la famigerata «macchinetta dei ricordi» di cui Foti avrebbe fatto «uso costante e improprio». E poco importa che, questa «macchinetta», in realtà non sia mai esistita. Coffari aveva denunciato al Giornale: «Siamo dinanzi a un fenomeno sottostimato. Nelle separazioni con denunce di abusi si possono rintracciare tre costanti: un sex offender maschile che vuole imporre, attraverso la sopraffazione, il ruolo di uomo dominante; una madre che denuncia ma viene spesso emarginata e screditata anche dalla rete istituzionale che dovrebbe tutelarla; un bambino abusato che, senza un intervento pronto ed efficace da parte dei servizi sociali, è destinato a non liberarsi più dal trauma». E il fantomatico «metodo Foti» in cosa consiste? «Non esiste - spiega l'avvocato, con Foti tra i promotori del Movimento per l'infanzia -. Piuttosto va evidenziato come la violenza su bambini, donne e madri rappresenti ancora un tabù. Perciò è necessaria un'opera di denuncia. Perché, come diceva Martin Luther King, ciò che spaventa davvero non è la violenza dei cattivi, ma l'indifferenza dei buoni». Nino Materi

Bibbiano, Claudio Foti condannato (ma gli affidi non c’entrano…). Per i difensori dello psicoterapeuta, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, non c'è dubbio: Claudio Foti è paragonabile a Enzo Tortora e Galileo. Simona Musco su Il Dubbio il 12 novembre 2021. «È stata messa sul banco degli imputati la psicoterapia». La conclusione degli avvocati Giuseppe Rossodivita e Girolamo Coffari, difensori dello psicoterapeuta Claudio Foti, è tranchant: quello che riguarda il loro assistito, condannato a 4 anni per lesioni e abuso d’ufficio in abbreviato nel processo sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, «è un errore giudiziario». Anche perché Foti, che è forse il volto più noto del processo tristemente conosciuto come “Angeli e Demoni” – denominazione che tra qualche giorno non potrà più essere usata in nome del principio della presunzione d’innocenza – in realtà con gli affidi illeciti non c’entra proprio nulla. «Mi hanno descritto come un lupo, come un ladro di bambini. Ma io con i bambini non c’entro nulla e nessuno mai, in questa storia, si è travestito da lupo. Ma quell’immagine resta, perché la gogna ha bisogno di semplificazioni», ha sottolineato all’uscita del tribunale, dopo esser stato assediato dai giornalisti che, ancora, gli chiedevano come si sentisse ad aver fatto del male a dei bambini. Foti, assolto dall’accusa di frode processuale, è stato anche interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e sospeso dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per altri due.

Bibbiano, i rinvii a giudizio

Il primo capitolo della vicenda giudiziaria che ha diviso opinione pubblica e politica italiana si chiude dunque così. E parallelamente alla vicenda Foti, il gup Dario De Luca ha anche disposto 17 rinvii a giudizio, un’assoluzione (quella dell’assistente sociale Beatrice Benati per non aver commesso il fatto) e quattro proscioglimenti (Nadia Campani, Barbara Canei,  Sara Testa e Daniela Scrittore).

Tra le persone per le quali inizierà il processo c’è Federica Anghinolfi, ex dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza, alla quale la procura contestava 64 capi d’imputazione sui 108 totali, dalla frode processuale alla violenza privata, passando per falsa perizia ed abuso d’ufficio. Per lei il gup ha disposto l’assoluzione per due accuse di falso ideologico, così come per il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, rinviato invece a giudizio per abuso d’ufficio. Ed è proprio questa l’accusa cardine di tutto il processo; un processo, hanno denunciato al termine della lettura del dispositivo i legali di Foti, già celebrato sulla stampa.

Bibbiano, un processo mediatico

«La situazione ambientale di questo tribunale, evidentemente, è stata fortemente condizionata dal processo mediatico – ha spiegato Rossodivita -. Ovviamente faremo appello, continuiamo ad avere fiducia nella giustizia, ma soprattutto nel fatto che viviamo in uno Stato di diritto. Foti non era accusato dei fatti riportati dalla stampa, non ha mai avuto a che fare con minori. Ma molti giornalisti hanno avuto con lui lo stesso atteggiamento avuto con un’altra persona, poi assolta in appello: Enzo Tortora». Ed è proprio in appello, è sicuro Rossodivita, che tutto cambierà.

L’accusa di lesioni Foti ruota attorno alla psicoterapia effettuata su una ragazza di 17 anni – mai sottratta alla famiglia – su disposizione del tribunale dei minori, che aveva riscontrato delle problematiche da trattare con una terapia del trauma. La procura ha però ritenuto che tale cura abbia causato alla ragazza – dolosamente – un disturbo borderline, così come diagnosticato dalla psicologa nominata dal tribunale.

«Tutto questo è stato stabilito con un colloquio solo, senza somministrazione di test – ha evidenziato Rossodivita -, nonostante la stessa consulente del tribunale abbia ammesso che gli eventi sfavorevoli vissuti dalla ragazza in precedenza potevano aver inciso sullo sviluppo della sindrome borderline. Ciò non è stato comunque preso in considerazione, attribuendo tali conseguenze solo alle 15 sedute con Foti. Come se fosse, dunque, un’arma letale. Penso sia una contestazione ridicola. Riflettete sulla possibilità di far insorgere una sindrome del genere con 15 sedute».

Nonostante, secondo il giudice, Foti abbia dolosamente – e quindi volontariamente – causato tale disturbo, lo psicoterapeuta non è stato riconosciuto colpevole per l’accusa di frode processuale, ovvero l’induzione in errore del giudice che ha valutato il caso della ragazza. Mentre per quanto riguarda l’abuso d’ufficio, Foti risulterebbe un concorrente esterno: l’amministrazione avrebbe dovuto affidare il servizio alla sua onlus, la “Hansel&Gretel”, con una gara d’appalto, cosa che però non è avvenuta. E lo psicoterapeuta, in tutto questo, avrebbe fatto pressione per ottenere il servizio. «In realtà sono stati i servizi sociali a rivolgersi a lui –  ha spiegato Rossodivita – ritenendo il suo, in atti ufficiali, un centro di eccellenza a livello nazionale. È stata messa a soqquadro la sua vita e sono state ascoltate 2700 telefonate, ma non c’è nemmeno una parola di Foti per chiedere di essere coinvolto».

«Processata la scienza»

«Ho dedicato 40 anni della mia vita all’ascolto attento e rispettoso di bambini e ragazzi – ha spiegato Foti -. Abbiamo consegnato 15 videoregistrazioni che non sono state esaminate con la dovuta attenzione. Credo che chiunque si approcci senza pregiudizio all’analisi di quei video potrà verificare un atteggiamento esattamente opposto a quello necessario e sufficiente per potermi condannare per lesioni».

Secondo lo psicoterapeuta, l’errore di fondo è stato quello di processare la scienza, risolvendo per via giudiziaria una contrapposizione culturale: «C’è stato uno scontro, in quest’aula, che non doveva avvenire in ambito giudiziario, ma in accademia, fra posizioni culturali e teoriche diverse – ha aggiunto -. Io credo che sia stata criminalizzata la psicoterapia del trauma, cioè una posizione che non c’entra nulla con il “metodo Foti”, distorto e spettacolarizzato. La psicoterapia del trauma è portata avanti da una componente ampia di psicoterapeuti, di clinici, che hanno un approccio che si oppone ad un’altra branca. Una contrapposizione che però è stata fatta in un’aula giudiziaria, cosa a mio parere scorretta».

«Ho fiducia che in appello questa condanna possa essere rivista. Penso di essermi comportato sempre correttamente, in scienza e coscienza, e chiunque esamini questo materiale può vedere cosa significa l’atteggiamento empatico: non ci sono affatto domande anticipatorie, ma il tentativo di far emergere una verità. Spero voi possiate vedere con i vostri occhi. In tutte le domande formulate c’è stata una costante attenzione alle emozioni e tutte le comunicazioni più rilevanti sono state espresse dalla ragazza senza alcuna anticipazione da parte mia».

Assolta assistente sociale. A processo in 17: "Alleggerita posizione primo cittadino". Caso Bibbiano, condanna per lo psicoterapeuta Foti (“E’ come Tortora”): rinvio a giudizio per sindaco Carletti. Redazione su Il Riformista l'11 Novembre 2021. E’ stato condannato a quattro anni per abuso d’ufficio e lesioni Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio di cura torinese ‘Hansel&Gretel, nell’ambito dell’inchiesta ribattezzata dalla procura di Reggio Emilia “Angeli e Demoni”. Questa le decisione dei giudici del tribunale emiliano nel processo con rito abbreviato per la vicenda degli affidi illeciti di Bibbiano e della Val d’Enza. L’accusa, le indagini sono state condotte dal sostituto procuratore Valentina Salvi, aveva chiesto sei anni di condanna per abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni gravissime (ipotesi di reato formulata per la presunta alterazione psichica di una paziente). I legali di Foti annunciano ricorso in Appello sottolineando come si tratti di una “sentenza totalmente inaspettata, non avremmo scelto il rito abbreviato se le carte delle indagini avessero lasciato presupporre una condanna. Il trattamento avuto nei suoi confronti – fanno sapere – ricorda quello riservato a Enzo Tortora, poi assolto in Corte d’Appello””. All’agenzia AdnKronos gli avvocati Girolamo Andrea Cuffari e Giuseppe Rossodivita ribadiscono che “la situazione ambientale di questo tribunale evidentemente è stata fortemente condizionata dal processo mediatico. Continuiamo ad avere fiducia nella giustizia e nel fatto che viviamo in uno stato di diritto”. Per la difesa, “Foti non era accusato dei fatti che sono stati raccontati, è stato condannato a 4 anni per abuso d’ufficio e per lesioni. La sottrazione dei bambini non è mai avvenuta, è caduta la frode processuale. Evidentemente il tema dell’abuso d’ufficio è un tema che regge l’impalcatura di tutta l’inchiesta”. Secondo lo psicoterapeuta sarebbero “15 le videoregistrazioni date agli inquirenti e non esaminate con attenzione”. Assoluzione, sempre nel processo in abbreviato, per Beatrice Benati, assistente sociale dell’Unione val d’Enza. Per quest’ultima la Procura aveva chiesto un anno e sei mesi di condanna con le accuse di violenza privata e tentata violenza privata. Finora l’unica pena relativa al procedimento è quella di Cinzia Magnarelli, assistente sociale sempre dell’Unione Val d’Enza, rea confessa e accusata di falso ideologico e frode processuale, la quale ha patteggiato a un anno e otto mesi (pena sospesa). Rinviato a giudizio, insieme ad altre 16 persone, il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, sbattuto ai domiciliari per diversi mesi prima della revoca della Cassazione, tra i 22 indagati dell’inchiesta Angeli e Demoni. Il primo cittadino, in quota Pd, dovrà difendersi dall’accusa di abuso d’ufficio (è stato prosciolto dall’accusa di falso). Questa la decisione del Gup di Reggio Emilia Dario De Luca. Il processo dovrà verificare se il sindaco ha commesso qualche illegittimità amministrativa nell’affidamento dell’appalto concernente il servizio terapeutico di cura dei minori da parte dell’Unione dei comuni. Una posizione, quella di Carletti, che “è stata ulteriormente alleggerita” commenta l’avvocato Giovanni Tarquini. “Restiamo fermamente convinti che il sindaco Carletti ha sempre agito in totale buona fede, come contiamo di dimostrare in giudizio” aggiunge Tarquini. “Non vedo l’ora di dimostrare la mia completa estraneità rispetto a quest’ultima contestazione rimasta dopo un drastico ridimensionamento delle accuse”, così il sindaco Carletti commenta all’Agi, e attraverso il suo legale, il rinvio a giudizio.

«Il caso Bibbiano? Il processo non è rilevante…». Parola di Pablo Trincia. Per il giornalista che Claudio Foti, lo psicoterapeuta imputato nel processo “Angeli e demoni”, «venga assolto o condannato fa parte delle dinamiche del processo e sappiamo benissimo che i processi sono un mondo a parte». Il Dubbio il 10 novembre 2021. Non è rilevante il processo in sé o come si evolverà ma è «fondamentale» che il caso sia stato sollevato e che sia arrivato all’attenzione dell’opinione pubblica. Pablo Trincia, autore insieme ad Alessia Rafanelli, della lunga inchiesta podcast “Veleno” sul caso degli abusi nei confronti di alcuni bambini nella Bassa Modenese, non mostra particolare interesse rispetto alla prima sentenza che sarà emessa giovedì su Claudio Foti, lo psicoterapeuta titolare dello studio Hansel&Gretel, imputato a Reggio Emilia nel processo “Angeli e demoni” sui presunti affidi illeciti con le accuse di frode processuale, abuso d’ufficio e lesioni (per le «modalità suggestive» con cui avrebbe effettuato la psicoterapia su una ragazzina, «ingenerando in lei la convinzione di essere stata abusata dal padre e dal socio» e causandole «depressione»). «Comunque vada il processo – dice infatti Trincia all’AdnKronos – è fondamentale che si sia tirata fuori questa problematica, è fondamentale che in Italia sia venuto fuori questo problema. Che Foti venga assolto o condannato fa parte delle dinamiche del processo e sappiamo benissimo che i processi sono un mondo a parte». Per Trincia è anche rilevante il fatto che sia emerso un legame tra «la Bassa Modenese e Bibbiano, perché la Hansel&Gretel era molto presente nel caso della Bassa Modenese. Non c’era Foti ma c’era la sua ex moglie. E c’erano altri professionisti che si erano formati lì e che condividevano lo stesso approccio. Oltretutto, ricordiamo che questa è una materia nuova per la giustizia, non esiste un precedente di questo tipo. È fondamentale aver acceso una lampadina in una stanza che prima nessuno apriva». Indipendentemente dal processo, argomenta Trincia, «credo che sia stato sollevato un tema importantissimo, ovvero le competenze degli psicologi e di chi lavora a contatto con i bambini. E soprattutto l’ideologia, che non ci deve essere, quando si fa questo tipo di lavoro». Un tema delicato in grado di dimostrare «che bisogna stare attenti a quali tecniche si utilizzano per parlare con i bambini e per influenzarli. La cosa che mi auguro è che l’esito del processo, qualsiasi esso sia, non impatti sull’importanza di parlare di queste cose e di farci attenzione». Secondo Trincia, «il cuore di questo fenomeno è l’ideologia che c’è dietro: nel mondo degli psicologi e degli assistenti sociali, dei ginecologici e di chi si occupa di minori. Ci sono alcune persone, associazioni, o ideologi e formatori che sostengono l’uso di tecniche non scientifiche e molto pericolose perché partono da un pregiudizio iniziale. Se si pensa che un bambino su cinque è stato abusato, è inevitabile che tu te lo vada a cercare con domande suggestive». Il problema, conclude Trincia, sono i «danni irreversibili creati ai bambini, che sono le prime vittime, e ai nuclei familiari».

Nic.Zan. per "la Stampa" l'8 novembre 2021.

Dottor Claudio Foti, può raccontare cosa è successo l'ultima volta che si è seduto al tavolo di un ristorante?

«Ero con il mio avvocato a Reggio Emilia, la città del processo. Scendiamo nel ristorante dell'albergo per cena, ci sediamo e si avvicina il responsabile di sala: "Qui non diamo da mangiare al lupo di Bibbiano!". Aveva espressioni del viso che esprimevano ripulsa nei miei confronti. Ne nasce una discussione, io me ne sarei andato. Ma il mio avvocato ha chiamato i carabinieri che hanno verbalizzato l'accaduto».

Che effetto le ha fatto?

«Ci sono rimasto molto male. Ho imparato qualcosa su cosa sono gli eventi stressanti. Non te lo aspetti: quello era un luogo che vivevo come sicuro. La cameriera già aveva portato via l'olio e l'aceto. Poi il direttore dell'hotel si è scusato, ma sto meditando se sporgere querela». 

Perché si travestiva da lupo per spaventare i bambini durante le sedute di psicoterapia? «Ma questo è falso! Totalmente falso. Una falsità circolata nei primi mesi e poi rimasta a circolare. Io non facevo le terapie con i bambini, e non mi travestirei da lupo neppure a Carnevale. Al centro studi abbiamo usato le marionette: è un gioco simbolico, per cui abbiamo vinto anche un premio. Ma niente, ormai è andata: Foti il lupo. Il processo mediatico ha stravolto i termini del processo reale». 

Lei è accusato di concorso esterno in abuso d'ufficio, frode processuale e lesioni gravissime. Le lesioni sono quelle che avrebbe provocato con sedute di psicoterapia a senso unico, nell'ostinazione di andare a trovare un abuso sessuale. Cosa risponde?

«Quelle sedute sono registrate. Secondo me, sono fatte bene e si vede un miglioramento della paziente. Ma l'accusa mediatica circolata è quella della terapia suggestiva con bruta formulazione di domande suggerenti». 

Lei lavorava a Bibbiano tramite un affidamento diretto del sindaco, cioè senza appalto. Faceva pagare 135 euro a seduta un servizio pubblico, mentre la cifra è 70 euro. Perché?

«Perché partivo da Torino. Quella era la cifra con le spese incluse. Ma niente: Foti l'affarista».

I suoi avvocati dicono che lei è stato «mostrificato». Si sente un mostro?

«Mi sento un uomo distrutto, un professionista finito. Il 95% del mio lavoro è sparito. Mi hanno fatto diventare il capo di una cupola che gestiva affidamenti. Prima mi cercavano, ora sono spariti tutti: giustamente nessuno vuole un convegno con il lupo di Bibbiano. La mia credibilità professionale, se non verrò assolto, è irreversibilmente danneggiata dal processo mediatico».

Come sta passando i giorni che precedono la sentenza di primo grado?

«Sto scrivendo un libro su quello che mi è successo. Mi ha salvato la meditazione buddista, ma ho sempre grande paura di ammalarmi perché queste sono cose che uno finisce per somatizzare. Sono in difficoltà con una pensione da 490 euro al mese. Ho cercato di prendermi cura di me in questa situazione di isolamento estremo, aspettando tempi migliori». 

Secondo l'accusa, toglievate i bambini ai genitori con accanimento, inseguendo ossessioni di abusi sessuali inesistenti. Lo facevate con ogni arma a vostra disposizione, anche falsificando la realtà. Cosa risponde?

«È lo stesso teorema di Veleno, l'inchiesta sui casi della Bassa Modenese. Gli psicologici sono suggestionanti, i bambini sono inaffidabili. Lo stesso schema». 

Cosa si aspetta dalla sentenza?

«Tutti hanno bisogno di un giudice sereno. Noi abbiamo bisogno di un giudice coraggioso per fare prevalere gli aspetti di diritto sui fattori culturali e emotivi. Nel merito delle accuse qui non voglio entrare, non mi sembra corretto. Intanto sono contento di essere sopravvissuto».

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 2 settembre 2021.  «Lavora scemo, sennò ti picchio». E giù botte. Schiaffi, pugni. Colpi anche alla schiena di un ragazzino di 11 anni, colpevole solo di voler andare a scuola invece di passare le giornate a svuotare i cassonetti alla ricerca di ferro da rivendere negli sfasci. Così è andata avanti almeno dal 2017; poi nel luglio scorso il ragazzino ha deciso che non era più possibile andare avanti in questo modo: si è presentato dai carabinieri di San Basilio e ha chiesto aiuto. «Mia madre non mi manda più a scuola, vuole che lavori tutto il giorno. E se mi fermo per riposare mi riempie di botte», la denuncia del minore rom, che vive nel campo di Colli Aniene, alla periferia Est della Capitale. Un racconto ritenuto credibile, confermato dai lividi sul corpo riscontrati dai medici del pronto soccorso. Ecchimosi recenti e più datate che non hanno lasciato dubbi. La donna, di 37 anni, è stata così arrestata per maltrattamenti e lesioni aggravati su minorenne. Ma le indagini dei carabinieri non sono ancora concluse, perché ai pestaggi nel campo nomadi potrebbe aver partecipato anche il fratello maggiore dell'11enne, mentre alla madre potrebbero essere contestati altri reati, come appunto quello di aver impedito al ragazzino di frequentare la scuola dell'obbligo. Una storia drammatica, uno spaccato di quello che accade ancora nei campi nomadi della Capitale, sia in quelli «ufficiali»; sia in quelli «tollerati» (come quello di Colli Aniene, che si sviluppa anche attorno a un edificio abbandonato), che stanno subendo negli ultimi tempi chiusure e bonifiche. Il padre del ragazzino è in carcere a Velletri. Non sembra per il momento coinvolto nella vicenda; mentre un amico di famiglia, chiamato «zio Rocco», sarebbe sotto indagine per i suoi rapporti con il minorenne, che frequentava la sua abitazione a San Basilio. Un rifugio per il giovane, per sfuggire ai maltrattamenti della madre, ma che talvolta si sarebbe rivelato una trappola di abusi sessuali. Di cui la madre potrebbe aver pure beneficiato economicamente (ma su questo punto le indagini sono in corso). La donna, secondo il gip Paolo Andrea Taviano, che ne ha disposto l'arresto all'inizio di agosto (anche se la notizia è stata resa nota solo l'altro ieri da Leggo), avrebbe in ogni caso dimostrato «un'indole violenta e incline a delinquere, nonché un discutibile senso materno vista la sua opposizione alla prosecuzione del percorso scolastico» del figlio. Nella casa famiglia dove è stato accompagnato dopo la denuncia, l'11enne ha subito ritrovato l'umanità che gli era mancata negli ultimi anni. Sentito in audizione protetta, con la presenza di una psicologa, ha raccontato di essere stato picchiato in una circostanza anche perché aveva cercato di salvare dalle botte il fratellino di due anni, colpito dalla madre solo perché aveva rotto un piatto. La presidente della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'Adolescenza Licia Ronzulli chiede «di fare luce su ciò che accade in quel campo» e la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che la madre «paghi duramente».

Emilio Orlando per leggo.it l'1 settembre 2021. Ha citofonato ad una caserma dei carabinieri per denunciare sua madre e i suoi fratelli: «Mi picchiano con violenza, da 4 anni. Ora basta, prendeteli». Una storia di orrore e coraggio quella che ha come protagonista un bambino di 11 anni: niente scuola, lui doveva solo portare i soldi agli aguzzini, mamma in primis. Una vita da schiavo, sfruttato e maltrattato. Roba da stringere il cuore. Ma non ai familiari, a quella madre che ordinava anche agli altri figli di “punire” il piccolo al suo ritorno in un campo nomadi abusivo di Tor Sapienza. Per fortuna l’incubo è finito nella stazione dei carabinieri di San Basilio. La donna, una cittadina romena di 36 anni, per punizione non faceva dormire il bimbo e lo picchiava prendendolo a calci e pugni sulla pancia e in faccia. Quando i carabinieri hanno risposto alla citofonata in caserma, si sono trovati davanti un 11enne intimorito e pieno di lividi, che mostrava meno della sua età. Dopo averlo accolto e calmato, il piccolo rom ha raccontato la vita infernale a cui lo costringevano, parlando tra lacrime e singhiozzi come un fiume in piena: «Mia madre mi mena a calci e pugni in testa e dietro la schiena se mi rifiuto di andare a cercare il ferro e il rame in giro per i cassonetti - ha denunciato agli investigatori durante l’audizione protetta con una psicologa -. Dopo la quinta elementare volevo continuare a studiare ma non mi hanno voluto più mandare a scuola per farmi lavorare. Non posso nemmeno riposarmi perché mia madre mi picchia se dormo». Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, richiesta dal sostituto procuratore Claudia Alberti ed emessa dal gip Paolo Andrea Taviano, con la quale i carabinieri di San Basilio hanno portato la genitrice nel carcere di Rebibbia, vengono evidenziati tutti gli episodi di violenza e di maltrattamenti che il piccolo ha dovuto subire nel corso del tempo in uno dei campi rom abusivi tristemente già noti per gravi fatti criminali come spaccio di droga, roghi tossici e impiego e sfruttamento dei minori per prostituzione e accattonaggio.

Bambini e case famiglia, mamme coraggio ancora in piazza contro gli affidi "facili" dei minori. Susanna Novelli su Il Tempo l'1 settembre 2021. Chiedono un decreto legge che fermi la «catena assassina» degli affidi "illeciti" e un intervento della Corte dei conti affinché si valuti il danno erariale. Sono loro, le mamme coraggio, tornate a manifestare per due giorni davanti a Montecitorio. Sono più numerose rispetto ai primi di agosto, quando sotto il sole cocente Giada Giunti si è messa con un cartello e la foto di Jacopo davanti l’ingresso della Camera dei Deputati chiedendo alle istituzioni di poter riabbracciare suo figlio. Giorni di "picchetto", al quale via via si sono aggiunte altre storie, altre vite deturpate da una "giustizia" spesso troppo miope. C’è Laura con nonna Sofia, alle quali a fine luglio hanno sottratto il figlioletto (e il nipotino) di appena 7 anni, epilettico, e che ad oggi Laura non sa neanche se e in quale scuola portarlo. C’è Veronica, che viene da Napoli. A lei il suo ex ha «portato via» i tre figli di 13, 10 e 7 anni; Maria Assunta poi è venuta da Lecce, cammina con una stampella: «Lo devo al mio ex che mi picchiava in continuazione». La sua colpa, forse, è quella di aver denunciato i maltrattamenti subiti. Spedita in una struttura con il figlio Luca, che oggi ha 9 anni. Dopo circa 4 anni i giudici decidono di affidare il piccolo al padre. La motivazione? Ricostruire il rapporto paterno, mentre Maria Assunta viene definita «madre ostacolante». Nonostante il percorso psicologico indicato dalla Asl stessa, che conferma invece essere madre «amorevole», Luca resta con il padre, per lei incontri protetti in «spazi neutri» una volta a settimana. Ancora, Raffaellina che viene da Livorno. La storia qui è complessa, addirittura la Ctu nella perizia di affidamento dei due bambini a un’altra famiglia, scrive che i genitori sono morti. In piazza ci sono anche gli avvocati Michela Nacca, presidente di «Maison Antigone» e Carlo Priolo, presidente di «Verità Altre», autori di una lettera-comunicato inviata al presidente Draghi, alle ministre Cartabia (Giustizia) e Bonetti (Famiglia), al presidente della Camera dei Deputati, Fico e a tutte le commissioni parlamentari competenti. Due sono le parole da evidenziare: Pas, la sigla con cui si indica «l’alienazione parentale» e la «sindrome della madre amorevole». Praticamente nella maggior parte dei provvedimenti che hanno allontanato figli minori da uno dei due genitori riportano questi «alibi» psicologici della teoria di Gardner. In altre parole spesso uno dei due genitori separati, nella maggior parte delle volte la mamma, viene indicata come troppo simbiotica con il figlio, di fatto arrecando un danno al rapporto con il padre.  «Per lunghi anni questa teoria è stata insegnata in corsi formativi per giudici, avvocati, assistenti sociali, mediatori, psicologi giuridici e psichiatri forensi italiani - dice l’avvocato Nacca - nonostante non solo tale teoria psichiatrica non sia mai stata accettata dalla Comunità accademica internazionale, ma soprattutto a fronte di una sentenza di Cassazione del 2013 che ne sostiene l’assoluta infondatezza, ribadita poi dalla requisitoria del sostituto procuratore generale della Superma Corte, Francesca Ceroni, il 15 marzo di quest’anno che è arrivata a denunciare l’incostituzionalità della teoria "Pas", la sua utilizzazione nonché applicazione. Insomma - conclude l’avvocato - nei tribunali viene ignorato il dettame costituzionale. Per questo siamo tutti convinti che serva un intervento chiaro innanzitutto del governo, attraverso un decreto legge affinché blocchi immediatamente gli affidi di minori così argomentati e che poi, finalmente intervenga il legislatore per porre fine a questa barbarie». Alcune parlamentari, come la Bellucci, la Giannone e la Ascari hanno aderito alle proteste e alle richieste delle mamme che aspettano solo il passaggio che va dalle parole ai fatti.

Quasi 200 giudici hanno interessi nelle strutture a cui affidano i minori. Luca Rinaldi il 3 Agosto 2015 su L'inchiesta. Sono poco più di un migliaio e si trovano all’interno dei 29 tribunali minorili di tutta Italia così come nelle Corti d’Appello minorili. Sono i giudici onorari minorili, e di fatto hanno il pallino in mano quando si tratta di affidamenti in casa-famiglia oppure a centri per la protezione dei minori. Una figura prevista dall’ordinamento ma che continua a risultare anomala nonostante il peso determinante nelle decisioni nell’ambito dei procedimenti che riguardano i minori e gli affidamenti: nel settore infatti il giudizio di un giudice onorario minorile è pari a quello di un magistrato di carriera. Quando si decide nelle corti infatti giudicano due togati e due onorari, mentre in Corte d’Appello sono tre i togati e due gli onorari. A definire il ruolo del giudice onorario minorile ci pensa una del 1934 e una riforma del 1956, ripresa nelle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura: l’aspirante giudice oltre che ad avere la cittadinanza italiana e una condotta incensurabile, «deve, inoltre, essere “cittadino benemerito dell’assistenza sociale” e “cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia”». Il tema non fa rumore, ma tra queste circa mille persone che ricoprono incarichi lungo tutto lo stivale, c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe. Il centro di alcune distorsioni del sistema rimane proprio all’interno delle circolari del Csm che ogni tre anni mette a bando posti per giudici onorari: all’articolo 7 della circolare si definiscono le incompatibilità, e si scrive espressamente che “Non sussistono per i giudici onorari minorili le incompatibilità derivanti dallo svolgimento di attività private, libere o impiegatizie, sempre che non si ritenga, con motivato apprezzamento da effettuarsi caso per caso, che esse possano incidere sull’indipendenza del magistrato onorario, o ingenerare timori di imparzialità”. Al comma 6 dello stesso articolo addirittura si prevede una causa certa di incompatibilità: all’atto dell’incarico il giudice onorario minorile deve impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell’incarico, cariche rappresentative di strutture comunitarie, e in caso già rivesta tali cariche deve rinunziarvi prima di assumere le funzioni. Insomma, a meno che non ci siano pareri motivati che possano incidere su indipendenza e imparzialità del giudizio, solo un atto motivato, che spesso non arriva, può mettere ostacoli sulla nomina del giudice onorario. Sulle maglie larghe dell’articolo 7 è depositata anche una interrogazione parlamentare dallo scorso 17 febbraio del senatore Luigi Manconi al Ministero della giustizia, che al momento rimane senza risposta, mentre ai primi di maggio l’onorevole Francesca Businarolo del Movimento 5 Stelle, ha depositato una proposta di legge per l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta. Tuttavia tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. Questi sono i dati contenuti in un dossier che l’associazione Finalmente Liberi Onlus presenterà nei prossimi mesi al Consiglio Superiore della Magistratura per mettere mano al problema. In particolare segnalano dall’associazione, che i duecento nomi che fanno parte della lista e ogni giorno decidono su affidamenti a casa famiglia e centri per la protezione dei minori, dipendono dalle strutture stesse. Tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. A vario titolo c’è chi ha contribuito a fondarle, chi ne è azionista e chi fa parte dei Consigli di Amministrazione. Dunque il tema è centrato: a giudicare dove debbano andare i minori e soprattutto se debbano raggiungere strutture al di fuori della famiglia sono gli stessi che hanno interessi nelle strutture stesse. L’incompatibilità, che dovrebbe essere già valutata come condizione precedente al conflitto di interessi, in questo caso sembra evidente, ma difficilmente vengono effettuati gli approfondimenti “caso per caso” richiesti dalle circolari del Csm. «Stiamo cercando un appoggio istituzionale forte – spiega a Linkiesta l’avvocato Cristina Franceschini di Finalmente Liberi Onlus – per poter sottoporre al Consiglio Superiore della Magistratura la lista dei giudici onorari minorili incompatibili. Presentarlo come semplice associazione rischia di far finire il tutto dentro un cassetto, avendo invece una sponda dalle istituzioni o dalla politica potrebbe far finire il tema in agenda al Csm meglio e più velocemente». Nel dossier, al momento ancora in via di definizione ma prossimo alla chiusura, «troviamo anche giudici che lavorano ai servizi sociali in comune e che hanno interessi in casa famiglia», fanno sapere da Finalmente Liberi Onlsu, «ma anche chi intesta automobili di lusso alle stesse strutture». Così tra una Jaguar e una sentenza capita anche che un centro d’affido ricevesse rette da 400 euro al giorno, per un totale di 150 mila euro l’anno in tre anni per un solo minore. Un business non indifferente se si conta che i minori portati via alle famiglie, stimati dalle ultime indagini del Ministero per il Lavoro e per le Politiche Sociali, sono circa 30mila. Sicuramente non è un ambito in cui ragionare in termini meramente economici e non tutte le case famiglia ragionano in termini di profitto, tuttavia, anche alla luce della recente sentenza su quanto accaduto in oltre trent’anni al Forteto di Firenze, una riflessione in più va fatta. In particolare sulla trasparenza con cui si gestiscono gli istituti e su chi e come decide di dirottare i minori all’interno delle strutture. Un altro caso è quello dell’ex giudice onorario minorile Fabio Tofi, psicologo e direttore della casa famiglia “Il monello Mare” di Santa Marinella, a Roma. Violenze, abusi sessuali, aggressioni fisiche e verbali, percosse, minacce, somministrazioni di cibo scaduto, di sedativi e tranquillanti senza alcuna prescrizione medica: queste sono le accuse che la procura di Roma ha mosso allo stesso Tofi e altri quattro collaboratori che sono poi sfociate nell’arresto dello scorso 13 maggio. Tofi dal 1997 al 2009 (periodo in cui la struttura era già funzionante) è stato giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Roma e psicologo presso i Servizi Sociale del Comune di Marinella dal 1993 al 1996. Non sono però solo le nomine e la compatibilità degli incarichi a destare più di un interrogativo nel mondo degli affidamenti, ma sono anche le procedure che a detta di più di un esperto andrebbero riviste. «Sarebbe sufficiente constatare come le perizie psicologiche fatte ai genitori prima di togliere il minore e durante l’allontanamento non vengano replicate anche agli operatori delle strutture. I controlli – dice ancora Franceschini – nei confronti di questi dovrebbero essere stringenti e con cadenza regolare, e invece non lo sono». Franceschini (Finalmente Liberi Onlus): «All’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia». Così come l’ascolto del minore nel corso dei procedimenti spesso avviene in modo poco chiaro: i minori dopo i 12 anni devono essere ascoltati dal giudice, nella maggioranza dei casi però questo ascolto avviene in una stanza in cui oltre al minore e al giudice è presente anche un emissario della comunità. «Evidentemente in queste condizioni non è possibile lasciare libertà d’espressione al minore, e molte volte gli avvocati sono invitati a rimanere fuori dall’aula. Non di rado infatti arrivano sul nostro tavolo verbali confezionati». Per questo motivo in tanti denunciano al raggiungimento del diciottesimo anno di età una volta fuori dalle strutture, come accaduto nella vicenda del Forteto. Tuttavia, spiega Franceschini, all’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia. Dopo l’estate il dossier sui giudici onorari minorili arriverà comunque sul tavolo di più di un politico e del Garante per l’Infanzia, il cui mandato è al momento in scadenza. L’occasione per aprire uno squarcio su un tema taciuto e sconosciuto ai più inizia a vedersi, per non sentire più in un tribunale, «io sono il giudice, io dirigo la comunità, e decido io a chi va il minore».

Migliaia di bambini "nascosti" dallo Stato: manca un registro dei minori affidati. Susanna Novelli 11 agosto 2021 su Il Tempo. Sono talmente invisibili che non si sa neanche, esattamente quanti siano. Il numero oscilla dai 12mila ai 44mila. Sono i minori affidati alle case famiglia. Nella maggior parte dei casi unica «ciambella» di salvataggio per salvarsi da situazioni di estremo degrado morale, di violenze e abusi che altrimenti rischierebbero di rovinare la vita a centinaia di bambini innocenti. Un terreno difficile, dove tuttavia anche un solo caso di minore strappato ingiustamente all’affetto dei propri cari è un fallimento di un’intera comunità, di quel sistema di diritti che uno Stato civile e democratico dovrebbe garantire. Vale insomma il principio giuridico del «meglio un colpevole libero che un innocente in galera». Eppure di storie, o meglio di vite rovinate per mano dello Stato ce ne sono tante nel farraginoso sistema dell’affido in casa famiglia. Alcune fonti statistiche fotografano una realtà che vale dai 5 ai 12 miliardi di euro, con un «tariffario» che va dai 100 ai 400 euro a bambino, oltre l’indotto. Un argomento «scivoloso» che per comodità spesso si preferisce ignorare. I cartelli apparsi a Montecitorio la settimana scorsa tuttavia ne impongono la lettura. Giada, Laura, Chiara, nonna Sofia. Simbolo di centinaia di famiglie divise, spezzate, spesso senza che neanche gli involontari protagonisti ne capiscano davvero il motivo. Bambini portati via con la forza. Il loro grido, seppur silenzioso, arriva. Il 30 agosto le mamme coraggio scenderanno di nuovo in piazza. Di fronte a quella Camera dei Deputati che dovrebbe garantire a loro, ma soprattutto ai loro bimbi, il diritto inalienabile all’amore.

Scandalo Serinper: “La coop degli orrori legata a filo doppio col Pd”. FdI chiede chiarezza. Luisa Perri venerdì 9 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia.  “La questione dei minori in affido e collocati in case famiglia deve essere tra le priorità del Governo. Bibbiano, il Forteto così come i fatti della Serinper di Massa sono i casi balzati al (dis)onore della cronaca nazionale. Ma sono tanti i drammi che si compiono nell’ambito dei minori fuori famiglia”. Così Maria Teresa Bellucci, esponente di FdI, che ha portato il caso in Parlamento con un’interrogazione. “Le recenti nuove rivelazioni del quotidiano La Verità sulla Cooperativa massese Serinper riportano violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo ai danni di minori. Le intercettazioni parlano chiaro e faccio fatica a leggere le frasi spietate pronunciate dagli indagati”.

La coop Serinper: nel Comune toscano il Pd copriva gli scandali. Nell’articolo di oggi de La Verità, si riferisce di “un cordone dem attorno alla Serinper. La coop degli orrori che a Massa maltrattava i bambini e si arricchiva sulle loro teste. Il sindaco, un assessore, il capogruppo del Pd in consiglio comunale. Tutti di Montignoso, comune nel quale la coop ha aperto una delle sue strutture. Intercettato anche un consigliere regionale del Pd, la cui sorella lavora nella cooperativa. Ci sono favori, protezione e sostegno per la Serinper, in cambio di assunzioni, nella storiaccia di provincia, ricostruita dal pm Alessia Iacopini e dai carabinieri, che ricorda Bibbiano”. “Per questo – prosegue la Bellucci – ho interrogato il Ministro della Giustizia Cartabia, delle Famiglia Bonetti e delle Politiche Sociali Orlando per sapere se sono a conoscenza dei fatti, ma soprattutto cosa intendano fare per scardinare un sistema, quello dell’accoglienza di bimbi e ragazzi in difficoltà affidato a interessi privatistici che nulla hanno a che fare con l’interesse del minore e il sostegno della famiglia, che sta assumendo i contorni di un fenomeno diffuso in diverse parti d’Italia”. “Basta perdere tempo sulla pelle dei bambini – conclude l’esponente di FdI – qui non si tratta di agire per mettere d’accordo correnti della maggioranza, ma per tutelare il sacrosanto Diritto dei Minori a vivere una vita libera da soprusi e privazioni”.

Maurizio Tortorella per "la Verità" il 7 luglio 2021. «Questo non è cibo: neanche in tempo di guerra gli davano cibo così». «La mia paura è che venga fuori che i ragazzi dicano che non mangiano, che gli viene dato solo il brodo, perché stasera è arrivata non una vellutata, ma dell'acqua sporca [] e le porzioni davvero non erano sufficienti per i ragazzi». Sono soltanto due dei brani salienti delle sconcertanti intercettazioni che la Procura di Massa Carrara ha allegato agli atti dell'udienza preliminare in cui si sta decidendo sul rinvio a giudizio degli undici indagati dell'inchiesta Accoglienza. Coordinata dal pm Alessia Iacopini, l'indagine ha al centro gli affari della Serinper, una cooperativa di Villafranca in Lunigiana cui fanno capo 13 strutture di accoglienza della zona destinate a ospitare bimbi e ragazzi in difficoltà familiari o con problemi sanitari e psichiatrici. L' inchiesta era emersa ai primi del dicembre 2020: alcuni dirigenti della cooperativa Serinper erano stati posti agli arresti domiciliari con l'accusa di avere assunto parenti e amici di politici locali, ottenendone in cambio vantaggi economici. Il sistema corruttivo, che avrebbe coinvolto due sindaci e un giudice onorario del Tribunale dei minori di Firenze, aveva fatto balzare i ricavi della Serinper dai 215.000 euro del 2011 a più di 2,7 milioni nel 2017. La pm Iacopini aveva accusato alcuni degli indagati anche di maltrattamenti fisici e psicologici nei confronti dei minori ospitati dalle strutture della cooperativa. Ora dell'inchiesta Accoglienza cominciano a uscire le intercettazioni, che nella loro crudezza sembrano fare il paio con quelle emerse nell' indagine Angeli e demoni sui presunti affidi illeciti di Bibbiano. Le conversazioni registrate dai carabinieri di Massa descrivono un ambiente molto poco ospitale con i poveri minori in difficoltà. E questo malgrado la Serinper non si facesse pagare poco: le rette per un bimbo andavano dai 121 euro al giorno nella struttura d' accoglienza di Casa Sonrisa a Stiava, vicino a Massarosa, ai 130 euro al giorno nel centro Numeri primi di Aulla. Intercettato mentre parla di alcuni dei piccoli pazienti trattati per problemi psicologici in una delle sue strutture, Enrico Benassi, ex vicepresidente della Serinper e oggi tra gli indagati, esclama: «Sono i soliti psichiatrici di merda! Andrebbero sciolti nell' acido, ma poi non avremmo di che vivere: ci toccherebbe fare chissà cosa». Di un altro utente diceva: «A zampate... a calci in bocca... quel marocchino di merda qual è! Se c' avete bisogno chiamatemi che vengo a trascinarlo fuori dal cancello per gli orecchi». Alcune educatrici della cooperativa parlano tra loro di medicine somministrate quasi a caso: «Forse ho sbagliato a fare la terapia», dice una, «le ho dato delle goccine che non doveva avere [] così si sente male, guarda dovrò costituirmi (e i carabinieri annotano che la donna ride, ndr)». L' altra le risponde: «Gliene hai date di più? Meglio, meglio: dai, è uguale». Un' altra indagata ammette che «qualcuno si è sbagliato a fare la terapia» a due bambine: a una la medicina «gliel' hanno data due volte», all' altra «se ne sono dimenticati». E la sua interlocutrice, riferendosi alla doppia somministrazione, forse di un calmante o di un farmaco per l'epilessia, replica cinicamente: «Male non gli fa. E poi chi se ne frega!». Dalle intercettazioni emerge che un bambino ha preso la scabbia, e che per evitare il contagio, gli educatori della Serinper decidono di fare «una bella doccia di Scabianil (una pomata antiscabbia, ndr)» a tutti. Li si sente dichiarare anche, e senza reticenze, che il cibo distribuito è cattivo e poco: «Io se hanno fame li gonfio di frutta», sbotta un'addetta della cooperativa. Secondo gli inquirenti, per di più, quella frutta per la Serinper era gratis: veniva dalle «donazioni» di un fruttivendolo amico di un parroco la cui nipote era stata assunta dalla cooperativa, e si trattava anche di frutta ormai marcia, che al mercato non si poteva più vendere. «Fate attenzione ai controlli», si raccomanda il parroco, intercettato. E la dipendente lo tranquillizza: «La consumiamo di sabato e domenica, quando i controlli non vengono». Altre due dipendenti discutono tra loro di un nuovo ospite in arrivo a Casa Sonrisa, per il quale non c' è un letto (ripetiamolo: lì la retta era di 121 euro al giorno): «C' è sempre il divano, o il pavimento», sghignazza una delle due. E l'altra: «Qui, se ci fanno una segnalazione, l'ufficio d' igiene ci chiude: io il mio bambino a dormire lì non ce lo metterei!». Gli inquirenti annotano che molti materassi erano «macchiati di urine e sangue», e che i bambini a volte «dormivano in cassettoni estraibili» che uscivano dagli armadi, senza lenzuola o senza piumone, e nella sporcizia. Agli arresti domiciliari, sette mesi fa, assieme a Benassi erano finiti Paola Giusti, responsabile del Centro affidi dei servizi sociali del Comune di Massa; Filippo Bellesi, sindaco di Villafranca in Lunigiana con una lista civica. Erano stati indagati anche Gianni Lorenzetti e Marino Petracci, rispettivamente sindaco e consigliere comunale di Montignoso, entrambi del Pd, e Stefano Benedetti, presidente del consiglio comunale di Massa per Forza Italia. Particolarmente grave pare l'accusa che la Procura rivolge a Rosa Russo, all' epoca giudice onorario del Tribunale per i minori di Firenze: in cambio di qualche favore, avrebbe violato «in modo sistematico e continuativo» i suoi doveri d' ufficio: avrebbe riferito ai dirigenti della Serinper l'esistenza delle indagini e avrebbe omesso di segnalare al Tribunale per i minori «le gravi irregolarità di cui aveva avuto notizia diretta». In Italia i giudici onorari minorili sono più di 1.000: nel 2015 il settimanale Panorama aveva denunciato che almeno il 20% era in palese conflitto d' interessi con le strutture dell'accoglienza dove vengono collocati i bambini sottratti alle famiglie. Non era accaduto nulla.

Bibbiano, chiesto processo per 23 indagati/ Caso bimbi “rubati”, c'è anche sindaco Pd. Silvana Palazzo il  29.05.2021 su ilsussidiario.net. Bibbiano, chiesto rinvio a giudizio per 23 indagati: a rischio processo per il caso dei bambini 'rubati' anche il sindaco Pd Andrea Carletti, oltre agli assistenti sociali. Ha infiammato la politica, poi il caso di Bibbiano è finito lontano dai riflettori. Ma dopo sette mesi di udienze, ecco la svolta: è stato chiesto il rinvio a giudizio per 23 indagati per il presunto giro di affidi illeciti di minori, cioè la vicenda dei bambini tolti ai genitori naturali in virtù di relazioni artefatte in cui si riportavano abusi e maltrattamenti, e poi sottoposti a sedute di psicoterapia gestite dall’associazione Hansel e Gretel. Nella tarda serata di giovedì, infatti, la Procura di Reggio ha confermato le accuse presentate già alla conclusione delle indagini preliminari, ma il pm Valentina Salvi ha ridotto da 24 a 23 il numero degli imputati che vuole portare a processo. A sorpresa, infatti, ha chiesto al giudice Dario De Luca il pieno proscioglimento per Nadia Campani, funzionaria dell’Unione dei Comuni della Val d’Enza che comunque aveva avuto un ruolo marginale già nell’inchiesta che la vedeva accusata solo di abuso d’ufficio e falso ideologico. Invece lo psicologo Claudio Foti e l’assistente sociale Beatrice Benati, come riportato da La Verità, avevano chiesto nella penultima udienza che, in caso di rinvio a giudizio, venissero giudicati separatamente e con rito abbreviato. Se le richieste dell’accusa venissero tutte accolte, finirebbero a processo per lo scandalo di Bibbiano 23 persone, tra cui il sindaco Pd Andrea Carletti, l’ex responsabile dei servizi sociali della Val d’Enza Federica Anghinolfi e il suo braccio destro Francesco Monopoli, oltre alla psicologa Nadia Bolognini, moglie di Foti.

BIBBIANO, LE ACCUSE AL “GURU” CLAUDIO FOTI. La sorte di Claudio Foti e della moglie Nadia Bolognini potrebbe essere decisa già nella prossima udienza fissata il 3 giugno, mentre le altre sono state fissate all’11 e 17 giugno. Il giudice Dario De Luca dovrà decidere se mandare tutti a processo. Il 3 giugno però dovrebbe valutare in via preliminare la richiesta di Foti e dell’assistente sociale Beatrice Benati, per poi valutare le posizioni degli altri 21 imputati. Le due accuse principali che vengono mosse al fondatore del centro Hansel e Gretel, come riportato da La Verità, sono frode processuale e lesioni aggravate su una minore, perché secondo la Procura di Reggio avrebbe tratto in inganno i giudici che indagavano sui presunti abusi sessuali ai danni di una ragazzina, alterando il suo stato psicologico con sedute serrate di psicoterapia e inducendo in lei il falso convincimento «di essere stata abusata dal padre». Inoltre, è accusato di abuso d’ufficio perché il suo centro sarebbe stato scelto senza una corretta gara d’appalto. A sua volta il centro avrebbe ottenuto gratuitamente l’uso dei locali del centro La Cura e avrebbe percepito compensi «superiori a quelli di mercato» per le terapie somministrate.

Chiara Pellegrini per “Libero quotidiano” il 19 maggio 2021. «Una confessione che arriva inaspettata. Ha raccontato tutto: le violenze sessuali e le botte confermando di fatto la tesi della Procura. Tuttavia non riesco a capire, e non è risultato nemmeno dall' interrogatorio, quale sia stato il movente». È basito l' avvocato Stefano Plenzick di fronte alla confessione fiume del proprio assistito Gabriel Robert Marincat, 25enne romeno, reo confesso dell' omicidio della piccola Sharon, la bimba di soli 18 mesi morta nel gennaio scorso in un appartamento di Cabiate (Como). Ieri mattina Marincat, ex compagno della madre della bambina, Silvia Barni (24 anni) interrogato dal pm Antonia Pavan ha reso una confessione piena: «Sì, ho abusato di lei poi l' ho picchiata fino ad ucciderla». L' uomo ha ripercorso il giorno della tragedia, quel pomeriggio dell' 11 gennaio nella casa di Cabiate, dove il romeno viveva da tre mesi con la mamma di Sharon. Ha rinnegato la versione raccontata subito dopo l' accaduto agli inquirenti: «Stava giocando, si è tirata addosso accidentalmente la stufetta, non si era fatta niente poi ha ripreso a giocare e si è addormentata improvvisamente». Una storia che da subito ha cozzato con la ricostruzione svolta dai carabinieri della Tenenza di Mariano Comense e che era stata smentita nei giorni successivi anche dall' autopsia effettuata sul corpo della bimba. L' operaio romeno ha ricordato le violenze e le botte, «l' ho colpita più volte alla testa fino a farla morire», mentre Silvia era a lavorare al bar. Poi la telefonata a Silvia per dirle che era successo qualcosa, che forse Sharon «si era fatta male». «Mandami una foto», aveva chiesto Silvia. «Ho chiesto ancora spiegazioni», ha scritto la mamma in una lettera al Corriere della sera, «e mi è stato detto che non era niente, che ti eri solo fatta un po' male mentre giocavi». A quel punto, la 25enne prega sua madre di andare ad accertarsi delle condizioni della bambina. È l' inizio dell' incubo. Sharon è sporca di vomito, da una seconda foto si vedono anche i segni sul volto. La nonna chiama il 118, l' arrivo dell' elisoccorso e il volo verso l' ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo si riveleranno inutili. La confessione di Marincat ha sconvolto gli avvocati di Silvia: Elisabetta Fontana e Lara Citterio. Le due legali che assistono la donna hanno chiesto ventiquattro ore per commentare ciò che ieri è accaduto davanti davanti al pm Pavan. Il legale di Marincat ha annunciato invece che chiederà una perizia psichiatrica sull' assistito «Ho chiesto una relazione sanitaria che non è ancora arrivata», spiega Plenzick,«che facesse uso di metadone è pacifico, tossicondipendente anche. Oggi (ieri ndr.) ha sostenuto che non fosse sotto metadone. C' è qualcosa che non torna». «Perché l' ha uccisa? Io non riesco a capire», s' interroga il legale di Marincat, «ha detto che era arrabbiato. Non metto in dubbio la confessione ma manca il movente, anche se la Procura sosterrà che sta nella violenza sessuale, c' è anche da dire che era una bambina di un anno e mezzo, che pur volendo non avrebbe potuto parlare». Solo lo scorso 11 maggio la famiglia ha potuto finalmente celebrare i funerali di Sharon nella chiesa di Santa Maria Nascente, dove era stata battezzata. In una lettera la mamma ha ripercorso la breve vita di Sharon: «Ti ho vissuta poco, ma anche solo quel poco mi ha cambiata e non smetterò mai di ringraziarti, Sharon. Così come non smetterò mai di pensare a quel brutto giorno. Ancora oggi non riesco a crederci. Una persona che sembrava volerti bene, si è rivelato tutt' altro». Ora la Procura intende chiedere il giudizio immediato per Marincat. L' accusa per il romeno è di omicidio volontario con l' aggravante della violenza sessuale.

Veleno, nel 1997 un bambino venne tolto ai genitori accusati di pedofilia: l'abbraccio dopo 23 anni. Valeria Teodonio e Valerio Lo Muzio su La Repubblica il 9 febbraio 2021. Federico Scotta ha scontato 11 anni di carcere per pedofilia. Era stato indagato nell’inchiesta sui “Diavoli della Bassa modenese”, che aveva causato l’allontanamento di 16 bambini dalle loro famiglie. Alla fine degli anni ‘90 i tre figli di Scotta vennero portati via: Elena aveva 3 anni, Nic appena 6 mesi. La piccola Stella venne prelevata direttamente in sala parto. L’inchiesta “Veleno”, firmata da Pablo Trincia e pubblicata su Repubblica, ha portato alla luce una nuova verità: la bambina, oggi donna, che aveva accusato Scotta, ha ammesso di aver inventato tutto quello che aveva raccontato. E sempre grazie a “Veleno”, la primogenita degli Scotta, Elena, ha contattato suo fratello Nic, adottato da un’altra famiglia. Il ragazzo, dopo un primo rifiuto, ha deciso di conoscere la verità. E ha voluto incontrare sua sorella e poi i suoi genitori biologici. Ora sono inseparabili.

Veleno, parla il "bambino zero": "Erano tutte bugie, fui costretto a inventare gli abusi sessuali". Valeria Teodonio il 14/6/2021 su La Repubblica. Alla fine degli anni 90, nella Bassa Modenese, 16 bambini vennero portati via ai loro genitori, accusati di pedofilia e satanismo. L’inchiesta sui “Diavoli della Bassa” si concluse con pesanti condanne per alcuni degli imputati, che scontarono molti anni di carcere. Altri vennero poi assolti, ma comunque non rividero mai più i loro figli. Il podcast Veleno, pubblicato nel 2017 da Repubblica e firmata da Pablo Trincia, ha gettato nuova luce su questa storia. Storia che è diventata poi una serie tv prodotta da Amazon. Il bambino da cui partì tutto, il primo a parlare di abusi e violenze avvenute contro i bambini nei cimiteri, si chiamava Davide (nella serie Dario), e, all’epoca, aveva 7 anni. Davide non aveva mai parlato in un’intervista. Fino ad oggi. E le sue sono rivelazioni sconvolgenti. Davide, che proveniva da una famiglia con gravi problemi economici, era stato affidato dai servizi sociali di Mirandola a una famiglia della zona. Ma spesso il bambino tornava - come prevedeva la prassi - dalla sua famiglia naturale. “Un giorno vidi che la mia mamma naturale molto triste – racconta – e quando tornai nella casa della mia famiglia affidataria ero cupo anche io. La donna che poi divenne la mia madre adottiva si convinse che venivo maltrattato dai miei genitori naturali. E così iniziarono i colloqui con i servizi sociali. Mi tenevano anche 8 ore. La psicologa e gli assistenti sociali mi martellavano fino a quando non dicevo quello che volevano sentirsi dire. Io avevo anche paura che, se non li avessi accontentati, sarei stato abbandonato dalla mia nuova famiglia, e così inventai. Inventai tutto. Abusi e cimiteri, violenze e riti satanici. Ora ho trovato finalmente il coraggio di dire la verità”.  Valeria Teodonio

Marco Esposito per leggo.it il 15 giugno 2021. Probabilmente è ancora il podcast più famoso d’Italia, certamente il più discusso. Veleno, dopo essere diventato un libro, arriva sugli schermi di Amazon Prime Video sotto forma di Docu-serie in cinque puntate. La serie, prodotta da Fremantle, è ispirata al podcast e al libro di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, Veleno. Racconta la vicenda de I Diavoli della bassa modenese: una serie di segnalazioni di assistenti sociali circa presunti casi di pedofilia e satanismo che portano al definitivo allontanamento di 16 bambini dalle proprie famiglie. Un’indagine che però l’inchiesta giornalistica di Pablo Trincia, venti anni dopo, ha seriamente messo in dubbio. 

Trincia perché ha scelto il Podcast per raccontare questa storia?

«In realtà il mio punto di partenza è stato proprio lo strumento narrativo, il Podcast. In un secondo momento abbiamo trovato la storia».

Cosa l’ha colpita di questa vicenda?

«È una storia in cui saltano tutti gli schemi. Figli che accusano i genitori, gente ultra-cattolica accusata di essere satanista. Vengono messi in discussione anche quei legami familiari che siamo abituati a vivere come intoccabili come è il rapporto con i figli. Ma anche perché una storia come questa incarna una nostra paura: “e se succedesse anche a me?”» 

Ci hai mai pensato?

«Sì, eccome. Io non ho dormito per due anni. Non mi facevo vedere dai miei figli in doccia.  Dopo aver ascoltato una storia così la paura ti entra dentro».

I podcast esistono da tanti anni. Perché in Italia esplodono ora?

«Perché ora è cool. Ma non solo per questo. Un podcast puoi ascoltarlo quando vuoi. Io ieri mi sono fatto Venezia-Milano in macchina ascoltando Alessandro Barbero in cuffia. La radio la senti, il podcast lo ascolti. Come la tv e il cinema: la tv la vedi, il cinema lo guardi. È una nuova frontiera per chi non trova spazio nei giornali o in Tv». 

Anche particolarmente economico.

«Sì, ma attenzione. Se il contenuto non è buono il podcast non lo sentirà nessuno. Per chiedere e conquistare l'attenzione delle persone bisogna essere degli "umili servitori dell'orecchio". Il pubblico va conquistato minuto dopo minuto, senza deluderlo mai».

Finendo di parlare dei podcast, ci sono vari format.

«Sì, andiamo da quello "ibrido", un format misto racconto-interviste, fino al talk, passando per il monologo se sei bravo come Barbero». 

Bisogna essere in grado di saperlo reggere un monologo per tutto un podcast.

«Vero, ma se sei in grado tenere l'audience attaccata alla tua voce è fatta. Nessuno avrebbe mai pensato che il numero uno in Italia diventasse un professore di storia con l'accento piemontese, la voce squillante e la erre moscia. Ma Barbero è talmente bravo nell'arte del racconto che è diventato il numero uno quasi a sua insaputa, anche perché il suo non è proprio un podcast ma la raccolta delle sue conferenze registrate».

Torniamo a Veleno. La docu-serie è ispirata al suo podcast e al suo libro, ma per la prima volta perde il controllo della narrazione. Come è stato?

«L’ho perso è vero. Ma era necessario. Una storia deve poter essere raccontata anche da altri». 

Nella fiction è palpabile il risentimento delle famiglie affidatarie e di alcuni ragazzi coinvolti verso di lei e verso il suo podcast. Come l’ha vissuto?

«Era una cosa mi aspettavo. Ci siamo posti il dilemma morale sul raccontare questa storia che riapriva ferite vecchie di anni. Avevamo chiesto di parlare con questi ragazzi, loro hanno scelto di non farlo».

L’accusano di averli cancellati.

«Noi siamo andati anche sotto casa loro a cercarli. Non hanno voluto parlare con noi. Siamo stati allontanati con veemenza. Se mi dici di non tornare, poi puoi criticarmi per non averti dato voce». 

Nella serie la mamma di Dario le rimprovera la definizione di “bambino zero”. Dice che Dario è stato male.

«È una bugia. Dario è un mio amico, ci vediamo e sentiamo spesso. Quel video che si vede nella serie l’ho girato io con il mio telefonino».

Proprio Dario intervistato da Repubblica ha raccontato di essersi inventato tutto.

«Conferma i nostri sospetti, cioè che dietro le dichiarazioni di qu...

Le orge dei Diavoli e i bimbi "strappati": la vera storia di Veleno. Francesca Bernasconi il 17 Agosto 2021 su Il Giornale. Alla fine degli anni '90 in due paesi della Bassa Modenese vennero alla luce una serie di casi di presunti abusi sessuali: 16 bambini vennero allontanati dalle loro famiglie. Zii, nonni e genitori finirono sotto processo, una presunta setta di pedofili, che venne messa in dubbio dall'inchiesta "Veleno". Abusi sessuali, riti satanici, omicidi, pedofilia. Alla fine degli anni '90 in due paesini della Bassa Modenese iniziano a circolare queste parole e si diffondono tra la popolazione. In quel periodo infatti 16 bambini da zero a 12 anni vengono allontanati dalle proprie famiglie, accusate di far parte di una presunta setta satanica che avrebbe abusato di loro. Scoppiò così il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese", che portò a processi durati anni e terminati con condanne e assoluzioni.

Il "bambino zero". Tutto iniziò da una famiglia di Massa Finalese, composta da Romano Galliera, la moglie Adriana e tre figli. Si trattava di una famiglia che si trovava in una situazione difficile, anche dal punto di vista economico, e nel 1992 il tribunale fece intervenire i servizi sociali per i due figli minori. Il più piccolo, Davide, venne ospitato dalla famiglia di Oddina e Silvio. Per qualche tempo il bimbo restò con loro, fino a che venne trasferito al Cenacolo Francescano, a Reggio Emilia: era il giorno di Santo Stefano del 1993 quando Davide venne accompagnato nell'istituto, dove rimarrà per quasi due anni. Poi, all'età di 5 anni, venne affidato a un'altra famiglia della provincia di Mantova e nel 1995 iniziarono i rientri programmati dai genitori naturali. Nel frattempo ad aiutare i Galliera c'era, oltre alla famiglia di Oddina, anche don Giorgio Govoni, il parroco della zona, che gli mise a disposizione un'abitazione. Davide tornò a casa per l'ultima volta il 23 febbraio 1997: da quel giorno le visite alla famiglia biologica si interruppero bruscamente. Il motivo venne a galla poco meno di due mesi più tardi: il 17 maggio 1997 i carabinieri arrestano il padre e il fratello maggiorenne del bambino, sospettati di abusi sessuali. Nell'aprile dello stesso anno infatti, prima la maestra e poi la mamma affidataria avevano raccolto una confidenza di Davide, che raccontava di alcuni "scherzi" che il fratello avrebbe fatto alla sorella "sotto le coperte". Come ha raccontato il giornalista Pablo Trincia nel podcast Veleno, all'epoca la madre affidataria venne sentita dalle forze dell'ordine, alle quali dichiarò che Davide tornava incupito dai weekend a casa: "Fui io a un certo punto - si legge nel verbale della madre affidataria, riportato da Trincia - a chiedergli se quelle cose fatte a Barbara erano state afflitte anche a lui da Igor. Dario mi disse di sì". Igor, Barbara e Dario sono i nomi di fantasia usati dal giornalista, per non rivelare le generalità delle persone coinvolte nella vicenda. Davide (ora adulto e uscito allo scoperto con il suo vero nome) non accusò però solamente il fratello, ma anche la madre e il padre. Iniziò da queste prime rivelazioni il caso di quelli che i giornali del tempo ribattezzarono "I Diavoli della Bassa Modenese", un gruppo di persone accusato prima di abusi, poi di riti satanici e omicidi. Dopo le accuse alla famiglia Davide raccontò altri particolari: "Nei giorni scorsi ha ricominciato a peggiorare nel suo umore - si legge ancora nel verbale sulle dichiarazioni della mamma affidataria - e a mia domanda se ci fosse ancora qualcosa da raccontare, mi ha riferito episodi riguardanti una certa signora Rosa". E nel cerchio di abusi entrarono anche Rosa e Alfredo, due amici del padre: Davide disse che avevano abusato di lui e gli avevano scattato delle fotografie. Così, quella che sembrava una vicenda di violenza intrafamiliare, si trasformò ben presto in un presunto giro di pedofilia. Ma le rivelazioni di Davide non si erano esaurite.

Il cerchio si allarga. Non molto tempo dopo il bimbo fece i nomi (qui di fantasia) di altre due bambine che sarebbero state presunte vittime di abusi e come lui consegnate ad alcune persone in cambio di soldi: Elisa, di 3 anni, e Marta, 8 anni. La prima era figlia di Federico Scotta, operaio di Mirandola, e Lamhab Kaenphet, di origini thailandesi: si trattava di una famiglia già seguita dai servizi sociali. Il 7 luglio del 1997 le forze dell'ordine si presentarono a casa Scotta, perquisirono l'abitazione e chiesero ai genitori di seguirli alla questura di Mirandola insieme a Elisa e al figlio più piccolo. "Quando sono salito su per andare a notificare l’atto - ha raccontato Federico a Pablo Trincia - Elisa dormiva in braccio a me e Nicola invece dormiva in braccio a mia moglie. Li abbiamo dovuti lasciare su una poltrona puzzolente, putrida del commissariato di Mirandola. Nicola l’abbiamo dovuto legare nel passeggino e ci dicevano non vi preoccupate, quando scendete giù al massimo li vedete ancora". Da quel momento invece Federico e Kaenphet non rividero più i loro bimbi, che vennero allontanati dai servizi sociali. Quella mattina in questura c'era anche Francesca Ederoclite, una vicina di casa della famiglia Scotta e madre della bambina di 8 anni, Marta. La polizia era arrivata anche in casa sua e anche a lei era stata tolta la figlia: Davide infatti aveva fatto alla psicologa anche il suo nome. Entrambe le bimbe vennero portate da una ginecologa, che confermò gli abusi subiti. Il 28 settembre del 1997, prima dell'inizio del processo di primo grado a Modena, Francesca Ederoclite si suicidò, gettandosi dalla finestra al quinto piano del suo appartamento. Fu con la morte della madre che Marta iniziò a parlare, accusando la donna.

In carcere 11 anni per pedofilia: "Mi incastrarono da innocente". Nel gennaio 1998 iniziò il primo processo, che coinvolgeva 4 diversi nuclei familiari. Il primo era quello composto dai Galliera (marito, moglie e figlio maggiore), accusati di abusi verso Davide e di aver organizzato degli incontri in cui venivano fatti prostituire i bambini. Imputati poi erano anche Alfredo Bergamini, indicato come colui che fotografava e filmava i bambini, e la compagna Maria Rosa Busi, oltre a Francesco Scotta, accusato di aver coinvolto la figlia nei festini. La sentenza di primo grado, riportata dalla Gazzetta di Modena del tempo, condannò tutti gli imputati: Romano Galliera a 12 anni, la moglie Adriana a 7, il figlio a 4; Alfredo Bergamini a 13 anni e la compagna a 7 anni e 6 mesi; Francesco Scotta a 12 anni. Francesca Ederoclite morì prima del processo. La Corte d'Appello prima e la Cassazione poi confermarono le condanne per abusi in ambito domestico.

I riti nei cimiteri. Nell'estate del 1997 il "bambino zero" iniziò ad aggiungere ulteriori particolari alle rivelazioni fatte agli psicologi. Fu in quel periodo che iniziò ad ambientare alcuni dei suoi racconti nei cimiteri. Non solo. Il bimbo iniziò anche a fare riferimento a un "sindaco" di nome Giorgio vestito con una tunica, che sarebbe stato a capo della banda di pedofili. Ma il sindaco non si chiamava Giorgio: per questo nel mirino degli inquirenti finì un prete. Il 13 settembre del 1997 i giornali locali diedero la notizia del suo coinvolgimento: "Pedofilia, nella banda anche un sacerdote". Successivamente i bambini fecero il nome di don Giorgio Govoni, il parroco della zona che aveva aiutato anche i Gallera, e lo accusarono di far parte del presunto gruppo di pedofili della Bassa Modenese. Nel frattempo altre due bambine, entrambe di Massa Finalese, vennero allontanate dalle proprie famiglie. La prima fu Michela (nome di fantasia), che venne prelevata mentre era a scuola, la mattina del 16 marzo 1998. Era la figlia minore di Santo e Maria Giacco che, oltre a lei, avevano altri cinque bambini. A segnalare il suo caso ai servizi sociali era stata proprio la scuola, dopo alcuni riferimenti espliciti sul sesso fatti dalla bimba a una compagna di classe, che ne aveva parlato con la madre. Anche in questo caso la dottoressa, la stessa che aveva già visitato Marta ed Elisa, confermò la presenza di alcuni segni compatibili con abusi. Dopo qualche tempo, Michela iniziò ad accusare il padre, che venne arrestato e accusato di aver abusato della figlia e di averla condotta nei cimiteri insieme agli altri bambini. Accuse dalle quali venne assolto dopo anni di processi, come riportò la Gazzetta di Modena. Il 2 luglio del 1998 anche Milena (nome di fantasia) venne allontanata dalla casa dove viveva col padre Giuliano Morselli e la madre Monica Roda e confidò alla psicologa di essere stata vittima di abusi e riti satanici, con il coinvolgimento di altri membri della famiglia (genitori, zii e il nonno paterno). Anche questa volta la dottoressa confermò gli abusi. Come già avevano fatto Davide e Marta, anche Milena e Michela raccontarono di rituali satanici, messe nere nei cimiteri, sangue e uomini col volto coperto da maschere di animali e diavoli. Era il 29 ottobre del 1998 quando Davide fece un'altra rivelazione, che trasformò i cimiteri da luoghi di abusi a scenari di omicidi. Alla psicologa il bimbo raccontò di aver ucciso un bambino con un coltello, guidato dal padre nel corso di uno dei riti satanici. A confermare le parole del più piccolo dei Galliera arrivarono poco tempo dopo anche i ricordi di altre bambine, che raccontarono di omicidi di bambini e torture.

Il "Veleno" che ha distrutto i legami tra genitori e figli. Le rivelazioni di questo secondo filone di indagini portarono a un nuovo processo a Modena, chiamato "Pedofili-bis", che coinvolse 17 imputati, accusati di due diverse tipologie di reato: da un lato si trattava dei presunti abusi sessuali commessi in ambito domestico, dall'altro degli atti violenti nei cimiteri. Il 16 maggio 2000 nella sua requisitoria finale il pm indicò don Giorgio Govoni come figura di riferimento della presunta rete di pedofili che operava nei cimiteri e chiese per il sacerdote 14 anni di carcere. Due giorni dopo don Govoni, che si era sempre professato innocente, morì per un infarto. Nel giugno 2000, come riportò Repubblica, il tribunale dichiarò colpevoli 14 imputati, per un totale di 157 anni di carcere, e ritenne di "non doversi procedere" nei confronti di don Govoni, "per morte del reo", che nelle motivazioni della sentenza venne indicato come il capo della setta. Gli imputati vennero ritenuti colpevoli sia per gli abusi domestici, che per i riti nei cimiteri. In secondo grado però i giudici della Corte d'Appello di Bologna ribaltarono la situazione, sostenendo che le accuse riguardanti le violenze nei cimiteri e i riti satanici non reggessero. Diverso invece il discorso per gli abusi domestici, che vennero confermati in alcuni casi e per alcuni imputati. Nel 2002 la Cassazione ribadì sostanzialmente la sentenza, scagionando definitivamente don Giorgio e facendo cadere le accuse legate ai cimiteri.

Il caso che arrivò in Parlamento. Quando nel 1998, la figlia di Giuliano Morselli raccontò dei riti satanici nei cimiteri, chiamò in causa anche i suoi quattro cuginetti, figli di Lorena Morselli e Delfino Covezzi. Anche loro, secondo Milena, venivano portati nei cimiteri e subivano le violenze della setta di pedofili. Così, alle 5.45 del 12 novembre 1998, la polizia bussò alla porta dei coniugi Covezzi, a Finale Emilia. Non solo, perché quella notte altri due bambini di Massa Finalese vennero allontanati dalle loro famiglie e altre persone furono fermate, tra cui il padre, gli zii e il nonno di Milena, che lei aveva indicato come pedofili, accusa poi ribadita anche dai figli di Lorena e Delfino. Dopo l'allontanamento i quattro fratelli Covezzi vennero visitati dagli stessi dottori che avevano individuato gli abusi sugli altri bambini e l'esito risultò lo stesso. Il caso di Lorena e Delfino però è diverso da quello degli altri genitori implicati in questa storia. Loro infatti non vennero accusati di abusi, ma di non essersi accorti che i propri figli venivano portati nei cimiteri. Per questo, il loro caso arrivò fino in Parlamento. Fu l'onorevole Carlo Giovanardi a presentare, nel marzo del 1999, un'interpellanza rivolta all'allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, in cui venivano chieste spiegazioni circa l'allontanamento dei minori dai genitori, dal momento che "non risulta che il Covezzi e la Morselli siano a nessun titolo indagati". La risposta del ministro venne programmata per l'11 marzo, ma venne chiesta una proroga fino al 18 marzo. La sera prima però ai coniugi Covezzi venne consegnato un avviso di garanzia: la più grande dei quattro figli infatti aveva accusato i genitori biologici di abusi. Franco Corleone, sottosegretario di Stato per la Giustizia, durante la risposta all'interpellanza spiegò che l'11 marzo "era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, l'affidatario della più grande dei quattro fratelli, il quale aveva riferito che la bambina gli aveva confermato di aver subito abusi da parte delle persone già indagate, ma anche che sarebbe stata oggetto di violenze sessuali da parte del padre, con l'attiva complicità della madre. A quanto riferito dalla bambina, le violenze sarebbero avvenute anche in danno dei fratelli". Successivamente, il 17 marzo, era stato avviato il procedimento penale nei confronti dei coniugi Covezzi. "Crede che qualcuno mi possa togliere dalla testa che vi è stata un'improvvisa accelerazione di determinate dinamiche - aveva commentato Giovanardi al tempo - talché, non sapendo o non potendo spiegare all'opinione pubblica come sia possibile che in un Paese civile come l'Italia per cinque mesi quattro minori siano stati allontanati dai genitori senza che questi fossero indagati, è stata subito 'spiattellata' la soluzione: ma come non sono indagati?". Così anche Lorena e Delfino si ritrovarono implicati nel presunto giro di pedofilia, tesi che confluì nel terzo processo, il "Pedofili-ter". Nel 2002 i coniugi Covezzi vennero condannati a 12 anni di reclusione: i racconti dei bambini vennero considerati attendibili, così come le perizie dei medici che attestarono gli abusi. Successivamente però i consulenti della difesa e del gip contestarono le affermazioni dei dottori che avevano visitato i figli di Lorena e Delfino, sostenendo l'assenza di segni di abuso sessuale. La sentenza di appello, arrivata solo nel 2010, ribaltò il giudizio di primo grado e i coniugi Covezzi vennero assolti. Ma la trafila giudiziaria non finì qui: nel 2011 la Cassazione annullò la decisione dell'appello con rinvio a giudizio e nel 2013 il nuovo appello si concluse con un'assoluzione, confermata definitivamente nel 2014 dalla Cassazione. Ci fu anche un processo "Pedofili-quater", nel quale vennero accusati il padre e i fratelli di Lorena di abusi nei confronti della nipote, che sarebbe stata violentata fuori dalla scuola. Ma nel 2005 e poi nel 2012 tutti vennero assolti. Nonostante l'assoluzione dei genitori, ancora oggi la figlia più grande, Valeria, conferma di aver subito abusi. Lo ha recentemente ribadito in un'intervista a Visto del gennaio 2020, riportata su un sito dedicato a Richard Gardner: "Non ho mai avuto dubbi sugli abusi sessuali subiti, né sui riti satanici che ho visto consumare al cimitero - aveva dichiarato Valeria - essere allontanata dalla mia famiglia di origine è stata la mia salvezza". E ricorda: "Non eravamo al sicuro nella nostra famiglia d'origine: la violenza domestica e gli abusi sessuali avvenivano con frequenza quotidiana da parte di Delfino, degli zii materni e del nonno".

"Veleno". Il caso dei "Diavoli della Bassa Modenese" sconvolse un'intera comunità. Ma, se da una parte c'erano i bambini che avevano denunciato gli abusi, gli assistenti sociali e le famiglie adottive, dall'altra c'erano i genitori biologici, che urlavano la loro innocenza. A dar loro voce fu il giornalista Pablo Trincia che nel 2017, insieme alla collega Alessia Rafanelli, riportò l'attenzione sul caso realizzando per Repubblica il podcast Veleno. Già negli anni dei processi, emersero intorno alla vicenda alcuni punti interrogativi: "Non c'è nessuna confessione - scriveva nel 2000 la Gazzetta di Modena in relazione al processo 'Pedofili-bis'- Mai trovato alcun reperto", come foto, filmati, oggetti usati per compiere i riti, né i cadaveri dei bambini uccisi negli omicidi descritti durante i colloqui. Venne poi messo in dubbio il lavoro svolto da psicologhe e servizi sociali, tanto che nella sentenza della Corte d'Appello del 2013 che assolse i coniugi Covezzi, riportata al tempo dalla Gazzetta di Modena, si legge: "Tutti i minorenni, presi in carico dai servizi sociali, vennero seguiti dalle medesime due psicologhe le quali, dati per certi la buona fede e l'impegno, erano oggettivamente inesperte, mai avendo in precedenza trattato casi di abuso sessuale in danno di minori. Incredibilmente, pur a fronte di un numero sempre maggiore di minori indicati come abusati, o presunti tali, la direzione dei servizi, per quanto consta a questa Corte, non ritenne di affiancare alle due psicologhe personale dotato di maggiore esperienza". Inoltre, continua la sentenza, "non si è tenuto conto delle possibili contaminazioni per così dire ambientali che questo singolarissimo fiorire di vicende, tutte coinvolgenti minori di una ristrettissima area geografica, può avere avuto sui racconti dei minori medesimi". Pablo Trincia recuperò i documenti legati al caso e riuscì a trovare anche una serie di video di alcuni colloqui tra i bambini e le psicologhe. Molti dei primi incontri non vennero registrati, ma di quelli successivi esiste qualche filmato. "Il grosso sospetto di molti - dichiara il giornalista nel podcast - è che questi eventi drammatici non solo non siano mai accaduti, ma che siano state proprio le psicologhe a introdurre per prime i racconti degli abusi e dei cimiteri". In uno dei video riportati anche nella nuova serie Amazon PrimeVideo "Veleno" si vedono una psicologa e una bambina la quale, dopo mesi di lontananza, è tornata nella città dove abitava prima di essere allontanata dalla famiglia. "Siamo passati anche per la piazza", dice la bimba. "E che effetto ti ha fatto vederla?", chiede la psicologa. "Un po' di emozione", continua la piccola, che alla domanda "sapresti dare un nome a questa emozione?" risponde: "Gioia". Ma nel video la psicologa insiste: "Forse c’è anche un’altra emozione insieme alla gioia? C’è un’altra emozione oppure no?". "No, solo un po' di gioia", è la prima risposta della piccola. Ma la donna continua: "Forse ci può essere anche un briciolo di sofferenza a tornare qui, può essere? Solo che per te è difficile dirlo. Forse sono anche accadute delle cose che ti fa soffrire ricordare". E a quel punto la bambina annuisce. Nel corso dell'inchiesta giornalista, Trincia e Rafanelli erano riusciti a rintracciare Davide, il "bambino zero", che aveva dichiarato: "Io sinceramente non sono più sicuro di quello che è successo o non è successo. Poi molti psicologi cercano anche di farti dire quello che vogliono loro". E recentemente Davide ha confermato di aver raccontato episodi mai accaduti: "Non c'era nulla di vero, mi sono inventato tutto", ha rivelato a Repubblica qualche settimana fa. Il ragazzo ha raccontato che una volta, dopo uno dei rientri presso la famiglia biologica, era tornato molto triste. A qual punto, "la donna che poi diventò la mia mamma adottiva mi chiese se fossi stato maltrattato. Ha insistito tanto che alla fine le dissi di sì". Poi, dopo diversi colloqui, "mi chiesero di dire dei nomi e io inventai dei nomi a caso, su un foglio - racconta Davide - Per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c'erano delle persone che facevano dei riti satanici". Prima di lui anche altre due bambine avevano smentito gli abusi. Ma se alcuni degli ex bambini hanno ritrattato le accuse mosse al tempo, sostenendo di essere stati indotti a fare racconti inverosimili e non corrispondenti alla realtà, molti altri confermano ancora oggi i terribili racconti fatti alla fine degli anni '90. E per far sentire la loro voce hanno fondato il comitato Voci Vere, che unisce ex bambini e componenti delle famiglie affidatarie, con lo scopo di ribattere nella bufera mediatica creatasi a seguito del podcast che ha riacceso i riflettori sulla vicenda. Il comitato, spiegano i membri, "si prefigge di promuovere nelle opportune sedi ogni utile iniziativa per tutelare gli interessi di coloro che furono giovani vittime di abusi sessuali e maltrattamenti subiti verso la fine degli anni ’90 nei territori della Bassa modenese". Per farlo, molti di loro hanno deciso di partecipare al documentario di Amazon PrimeVideo, durante il quale hanno raccontato nuovamente di abusi, riti satanici nei cimiteri e omicidi: "Io dico che ce n'è una di verità - afferma Valeria Covezzi in un passaggio del documentario - bisogna solo avere il coraggio di accettarla". 

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo ascoltando Vasco Rossi.

Radiazione per l’avvocato del “sistema Bibbiano”. Simona Musco su Il Dubbio il 23 Feb 2021. Secondo l’ex legale, la decisione sarebbe un tentativo di fermare la sua battaglia. Ma l’esposto risale a una denuncia del 2006 per tentata estorsione. Ancora ombre sul caso “Angeli e Demoni”. Questa volta a riportare i riflettori su quello che ormai è passato alla storia come il “caso Bibbiano” è la radiazione dell’avvocato modenese Francesco Miraglia, il grande accusatore del sistema affidi, al termine di una lunga diatriba che lo ha visto finire davanti a tribunali e consigli di disciplina e che si è conclusa con la massima sanzione, inflitta l’ 8 febbraio scorso dal Consiglio nazionale forense. L’esposto a suo carico risale al 2006, anno in cui viene denunciato da una sindacalista per tentata estorsione. Una tesi che viene confermata dal tribunale di Modena, che in primo grado, nel 2013, lo ha condannato a tre anni di carcere più il risarcimento del danno, con una provvisionale di 20mila euro, per aver tentato di «costringere» la donna «a versargli la somma di euro 200mila», attraverso «la minaccia di avvalersi di fotografie che la ritraevano nuda». Ma per Miraglia, esperto di diritto del lavoro e della famiglia, si tratta di un complotto (l’ennesimo) per impedirgli di scoperchiare altri casi simili a quelli dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, partita anche sulla base dei suoi esposti. L’avvocato inserisce questa vicenda negli scandali che hanno avvolto il palazzo di Giustizia di Reggio Emilia e culminati con la richiesta di trasferimento del procuratore Marco Mescolini, accusato per le chat con l’ex capo dell’Anm Luca Palamara, nonché per una gestione della procura giudicata insufficiente da alcuni dei suoi sostituti, tra i quali proprio il pm del caso Bibbiano, Valentina Salvi. Le contestazioni al procuratore Mescolini muovono da accuse di un suo modus operandi non imparziale quando si trattava di analizzare casi che coinvolgevano politici del Pd, a scapito così delle inchieste, tra le quali anche quella sugli affidi, che tuttavia ha visto il Pd demonizzato durante tutta la campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia Romagna. Il caso “Angeli e Demoni” è stato infatti frutto di strumentalizzazione soprattutto da parte della destra, che ha anche organizzato diversi dibattiti per schierarsi a difesa della famiglia e contro i servizi sociali. Tesi condivisa da Miraglia, che ha preso parte ad uno di questi, assieme all’ex magistrato minorile Francesco Morcavallo, ovvero quello organizzato alla Camera dei Deputati, all’indomani dell’inchiesta, da Fratelli d’Italia, alla presenza anche di esperti vicini al Ccdu, versione italiana in una delle emanazioni di Scientology. Secondo l’avvocato, la sua caduta sarebbe dunque stata ordita da «politicanti che dominano da decenni in Emilia, insieme a loro pedine nei consigli forensi e tra i magistrati», attribuendo la sua radiazione ad «un esposto anonimo, rivolto contro di me e contro il sostituto procuratore di Reggio Emilia che conduce l’accusa su Bibbiano». I suoi guai riguardano, però, fatti che con gli affidi non hanno nulla a che vedere. Ovvero la tentata estorsione della quale pure, in un lungo scritto, parla – per la quale il tribunale aveva stabilito la sua colpevolezza sulla scorta delle testimonianze, valorizzate anche in appello, dove, pur avendo dichiarato prescritto il reato, i giudici hanno confermato che «la condotta ascritta all’imputato sia stata da lui commessa», confermando l’obbligo di risarcire la vittima. Miraglia ha dunque presentato ricorso per Cassazione, ritenuto inammissibile dai giudici della Suprema Corte, che hanno sottolineato il fatto, «incensurabilmente ritenuto certo dai giudici del merito, che le fotografie» in questione furono viste da uno dei testimoni nelle mani dell’imputato, «il quale le usava esplicitamente e dichiaratamente come strumento di pressione sulla donna». Il consiglio disciplinare di Bologna, nel 2014, aveva sospeso in via cautelare Miraglia a seguito della condanna di primo grado, in quanto, seppur non definitiva, era stata ritenuta significativa «della lesione al decoro della professione forense», anche considerato che il reato era stato commesso nella gestione di un incarico professionale, per ragioni di tutela del suo assistito. Sospensione confermata nel 2016 dal Cnf e contro la quale Miraglia ha proposto, ancora una volta, ricorso per Cassazione. Ma anche in questo caso, per i giudici che hanno rigettato il ricorso «la motivazione della decisione non è mancante e non è apparente». L’ultimo capitolo della vicenda nelle scorse settimane, con la conferma, da parte del Cnf, di quanto già deciso dal Consiglio di disciplina di Bologna nei mesi scorsi

«Gogna mediatica sulle toghe dopo l’inchiesta sugli affidi». Il Dubbio il 31 gennaio 2021. Anno giudiziario, il presidente della Corte d’appello di Bologna: «Strumentalizzazioni e sospetto, così il sistema è stato messo in pericolo». Effetti nefasti sul sistema della giustizia minorile. Sono quelli provocati dall’inchiesta sugli affidi in Val d’Enza denominata “Angeli e Demoni”, meglio conosciuta come “il caso Bibbiano”, che «per effetto di una martellante campagna mediatica, ha esposto tutto il sistema della Giustizia minorile e familiare, come era prevedibile, al sospetto generalizzato e alle rivendicazioni di soggetti interessati». A dirlo, nella sua relazione, nel corso dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, il presidente vicario della Corte d’Appello di Bologna, Roberto Aponte. Aponte ha ricordato la segnalazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni Giuseppe Spadaro, che ha sottolineato come, durante le indagini, «il lavoro di tutti i magistrati dell’Ufficio sia stato fortemente e negativamente condizionato in termini di delegittimazione dai riflessi riverberati dalle deprecabili fughe di notizie nonché da una vera e propria strumentalizzazione, ad opera di gran parte dei media, dell’inchiesta» in questione; strumentalizzazione che ha provocato «lo scatenarsi del triste fenomeno del cosiddetto odio del web, nonché una vera e propria gogna mediatica» nei confronti dei magistrati del Tribunale Minori, «vittime di innumerevoli episodi di minacce che, comunque, non hanno minimamente scalfito il sereno svolgimento dell’attività giurisdizionale dei colleghi». «Quello che preme ribadire, in questa sede – ha evidenziato quindi Aponte – è la validità, pur nella consapevolezza di indubbie criticità da affrontare con spirito libero da pregiudizi, dell’impianto del sistema della nostra giustizia minorile. È assolutamente indispensabile – ha ribadito – combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori. Un grande giurista del secolo scorso descriveva la “famiglia” come “un’isola che il mare del diritto può solo lambire”. Ma quest’isola, purtroppo, non sempre è il luogo più sicuro e migliore per crescere, e il compito del Tribunale per i Minorenni è quello di salvaguardare i minori, se è assolutamente necessario, anche nei confronti del loro ambiente naturale». Ma l’ombra del dubbio e del sospetto ha investito in modo indistinto tutto il sistema di aiuto, assistenza, cura e protezione, ha aggiunto Daponte, «ha investito le stesse famiglie e le comunità che hanno accolto minori in difficoltà. L’esperienza maturata ci ha insegnato che, se è necessario rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo delle fragilità familiari; se è necessario, per la magistratura, dotarsi di un bagaglio sempre più approfondito di conoscenze non solo di natura strettamente giuridica, perché solo la capacità di valutazione acquisita mediante una formazione multidisciplinare può evitare il sospetto di un appiattimento della giurisdizione su valutazioni esterne dei servizi o degli ausiliari, è assolutamente indispensabile, come già si è osservato lo scorso anno, combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori», ha evidenziato. Già lo scorso anno, sempre in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il pg di Bologna Ignazio De Francisci aveva sottolineato  la gogna a cui era stato sottoposto il sistema, condannando il pressapochismo dei media e le strumentalizzazioni politiche.

Bibbiano, indagata una ex giudice. L’inchiesta sugli affidi illeciti. Il suo legale: «Vuole chiarire al più presto». Margherita Grassi su Il Corriere della Sera il 27/1/2021. Un altro tassello si aggiunge all’inchiesta sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza reggiana a pochi giorni dalla data in cui il giudice deciderà sulle 24 richieste di rinvio a giudizio.

False dichiarazioni. Emerge — ne ha dato notizia ieri il TgrRai — come Elena Buccoliero, ex giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Bologna e direttrice della «Fondazione vittime di reato» della Regione Emilia-Romagna, sia indagata per false dichiarazioni rese al pubblico ministero proprio nell’ambito dell’indagine esplosa nel giugno 2019 — il cosiddetto «caso Bibbiano» — e che ha scatenato mesi di polemiche politiche. Il fascicolo che vede indagata la giudice è stato aperto dalla procura di Ancona, come accade di prassi quando a trovarsi sotto indagine è un magistrato dell’Emilia-Romagna. «Noi conosciamo solo il titolo di reato per cui si sta svolgendo l’attività d’indagine — dice l’avvocato di Buccoliero, Massimo Cipolla — non conosciamo il dettaglio delle accuse. Nonostante questo, la mia assistita attende di essere sentita al più presto e vuole rispondere a qualunque domanda le si voglia fare, sicura del fatto che la sua condotta sia sempre stata corretta», prosegue il legale di Ferrara.

Gli affidi illeciti. L’inchiesta sui presunti affidi illeciti, dopo tante polemiche, è approdata in tribunale alla fine dello scorso ottobre, e giovedì prossimo, a distanza di tre mesi dall’inizio dell’udienza preliminare, il giudice Dario De Luca dovrebbe esprimersi sulle 24 richieste di rinvio a giudizio avanzate dal sostituto procuratore Valentina Salvi tra ex dirigenti del servizio minori, assistenti sociali, amministratori ed ex amministratori. Alcune delle difese hanno sostenuto che il fascicolo presentato dall’accusa manchi di documenti che costituirebbero prove a discarico per gli indagati e ne hanno chiesto l’integrazione. Nell’ultima udienza, poi, gli avvocati avevano dato battaglia sulle richieste di costituzione di parte civile: «Troppe — avevano obiettato — in relazione ai reali danni subiti e alla mancanza del nesso causale», citando come esempio il caso di un’associazione a tutela dei bambini costituitasi proprio dopo l’emersione dell’inchiesta e che figura tra le trenta aspiranti parti civili. Le difese, insomma, si attendono dal giudice per le indagini preliminari una scrematura di queste. Anche su questo punto dovrebbero arrivare risposte domani. Per ora, nessuno degli indagati si è presentato in aula.

Bibbiano, il disegno degli orrori ha una versione ad uso delle tv…Simona Musco su Il Dubbio il 13 dicembre 2021. L’immagine originale ritrae una bambina sul letto e un uomo adulto steso su di lei. Ma nella versione fornita ai media le due figure sono in piedi e del letto non c’è traccia. È una delle immagini simbolo dell’inchiesta “Angeli e Demoni”: un adulto e una bambina, in piedi, fianco a fianco, con le braccia dell’uomo che si allungano sulla piccola. Un disegno che però sarebbe diverso dall’originale, almeno secondo la procura di Reggio Emilia e la perizia della grafologa Roberta Tadiello che ha certificato l’aggiunta postuma di due mani poste in corrispondenza dell’area genitale della bambina. Quel disegno era finito su tutti i giornali, come esempio lampante delle gravi violazioni commesse da psicologi e assistenti sociali della Val d’Enza con lo scopo di allontanare i bambini da genitori innocenti e ingiustamente accusati di abusi sessuali ai loro danni, per alimentare, così, il business degli affidi. Ma ciò che è emerso ora, mentre il processo è ancora in fase di udienza preliminare, è che chi ha consegnato ai media l’immagine ha fornito una versione diversa dall’originale.

Il disegno pubblicato su tutti i giornali. E per scoprirlo basta visionare la perizia eseguita per conto della stessa procura: così come riporta il sito reggionline.com, infatti, il disegno consegnato a tv e giornali è stato prima orientato in senso verticale e poi “schiacciato”, con il risultato di alterarne le proporzioni. Le braccia e le mani, dunque, risultano ad occhio nudo più lunghe e grandi. Ma non si tratta solo di questo. Il disegno originale risulta in posizione orizzontale e presenta un altro particolare, eliminato dalla versione consegnata alla stampa: l’immagine completa, infatti, ritrae una bambina sdraiata su un letto e, sopra di lei, l’adulto. Un contesto, dunque, assolutamente ambiguo e diverso da quello presentato sui giornali. Sul disegno sono state effettuate due perizie. La prima, quella commissionata dall’accusa, arriva alla conclusione che il braccio destro e la linea esterna del braccio sinistro siano stati realizzati successivamente al resto del disegno, mentre il tracciato della mano destra non sarebbe riconducibile alla gestualità grafica della minore, «in quanto riferibile ad una differente grafomotricità». La controperizia chiesta dal difensore della psicologa, l’avvocato Franco Libori di Perugia, giunge però a una diversa conclusione: il disegno non è stato alterato e sarebbe coerente con la gestualità grafica della piccola. La vicenda è quella che la procura definisce “caso pilota”, nonché «il più eclatante». Siamo nel 2018 e Ginevra ( nome di fantasia, ndr) all’epoca ha 9 anni. Secondo i servizi sociali della Val d’Enza, quel disegno a loro trasmesso dalla psicologa dell’Asl di Montecchio Emilia – rappresenterebbe un indizio di una ipotesi di abusi sessuali da parte di un adulto. Parte così un’indagine a carico dell’uomo, indagato dalla procura di Reggio con l’accusa di abusi su minore. Un’inchiesta che il Gip archivia però l’anno successivo, sulla base di richiesta di archiviazione della Procura motivata – tra le altre cose – per il fatto che la psicologa avrebbe posto delle domande suggestive alla minore. Parte però un’indagine parallela, con l’ipotesi della manomissione del disegno da parte della psicologa, che avrebbe aggiunto le braccia e le mani proprio per rendere più credibile la tesi dell’abuso. Se le accuse sono fondate sarà il processo a stabilirlo. Quel che è evidente, però, è che tale disegno è servito ad alimentare il “film” parallelo all’inchiesta “Angeli e Demoni”, film che ha suscitato la rabbia dell’opinione pubblica, con gravi ripercussioni sull’intero sistema dei servizi sociali. Ed è servito anche ad avviare una feroce campagna elettorale per le regionali in Emilia Romagna, che ha trovato il suo centro nel Comune di Bibbiano, consacrato come luogo di perdizione e trasformato in palco dal quale chiedere voti strumentalizzando una delicatissima inchiesta giudiziaria e le vite dei bambini coinvolti. Nelle settimane successive all’esecuzione delle misure cautelari, infatti, la pubblica opinione è stata letteralmente bombardata da notizie sull’indagine, molte delle quali montate ad arte. Basti pensare ai video dei bambini strappati ai genitori, che nulla avevano a che vedere con l’indagine sui servizi sociali della Val d’Enza, o la falsa notizia dell’elettroshock praticato sui bambini per indurli a confessare abusi mai subiti. Notizia, questa, che finì sulle prime pagine di quasi tutti i giornali, pur non risultando vera: ciò che emerge, infatti, è l’utilizzo di quella che viene definita “macchinetta dei ricordi”, utilizzata dalla psicoterapeuta Nadia Bolognini per «ascoltare i racconti sulle cose brutte subite da bambina». Si tratta del dispositivo Neurotek, usato nell’ambito della psicoterapia Emdr, tecnica diffusissima in ambito psicologico, scientificamente comprovata da più di 44 studi randomizzati controllati condotti su pazienti traumatizzati. La tecnica «sfrutta i movimenti oculari alternati, o altre forme di stimolazione alternata destro/ sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/ inibitorio, permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali», usufruendo di stimoli visivi o sonori. Insomma, nulla a che vedere con l’elettroshock che tanto scandalo aveva suscitato. La vicenda del disegno, secondo alcuni dei difensori del processo, riporta alla mente quanto già accaduto con l’indagine per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne uccisa in provincia di Bergamo nel 2010. All’epoca, il comandante del Ris di Parma chiarì che il video in cui si vedeva il furgone descritto dagli inquirenti come quello di Massimo Bossetti ( poi condannato per l’omicidio) aggirarsi attorno alla palestra frequentata da Yara era stato montato dai carabinieri in accordo con la procura di Bergamo per soddisfare “esigenze comunicative”, «a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti». Insomma, una vera e propria operazione di «marketing giudiziario».

·        Nelle more di un divorzio.

Da avvenire.it il 6 novembre 2021. "Io mi ritrovo nella vostra esperienza, che invita a considerare la crisi come opportunità, in questo caso opportunità di fare un salto di qualità nella relazione", e "sono contento che durante questo Anno della Famiglia Amoris laetitia ci sia anche questo incontro, dedicato ai coniugi che vivono una crisi seria nella loro relazione". Così papa Francesco, durante l'udienza in Sala Nervi, si è rivolto a braccio all'Associazione Retrouvaille, servizio per le coppie in crisi che, nel proprio logo, si definisce "salvagente per i matrimoni in difficoltà" e che il Pontefice ha ringraziato per il loro impegno e incoraggiato a portarlo avanti. "Questo è importante - ha detto il Papa -: non dobbiamo spaventarci della crisi, la crisi ci aiuta a crescere. Quello che è importante è non cadere nel conflitto. Il conflitto chiude il cuore, invece la crisi ti fa ballare un po', ti fa vedere le cose brutte, ma dalla crisi si può uscire. A patto di uscire migliori, perché dalla crisi si può uscire migliori o peggiori, non uguali. E difficilmente dalla crisi si può uscire da soli, si esce insieme. Non avere paura della crisi, avere paura del conflitto". Ricordando che proprio nella sua esortazione Amoris laetitia c'è una parte dedicata alle crisi familiari, Francesco ha osservato che "le crisi delle persone producono ferite, piaghe nel cuore e nella carne". "Ferite - ha proseguito - è una parola-chiave per voi, fa parte del vocabolario quotidiano di Retrouvaille. Fa parte della vostra storia: infatti, voi siete coppie ferite che siete passate attraverso la crisi e siete guarite; e proprio per questo siete in grado di aiutare altre coppie ferite. Avete preso in mano la crisi e cercato la soluzione". "Questo è il vostro dono - ha riconosciuto -, l'esperienza che avete vissuto e mettete al servizio degli altri. Vi ringrazio tanto di questo. È un dono prezioso sia sul piano personale sia sul piano ecclesiale". "Oggi c'è tanto bisogno di persone, di coniugi che sappiano testimoniare che la crisi non è una maledizione, fa parte del cammino, e costituisce un'opportunità", ha aggiunto il Papa . "Ma per essere credibili bisogna averlo sperimentato. Non può essere un discorso teorico, una 'pia esortazione'; non sarebbe credibile. Invece voi portate una testimonianza di vita. Siete stati in crisi, siete stati feriti; grazie a Dio e con l'aiuto dei fratelli e delle sorelle siete guariti; e avete deciso di condividere questa vostra esperienza, di metterla al servizio di altri". Soffermandosi poi su un'altra "parola-chiave" nella pastorale familiare, "accompagnare", Francesco ha detto che essa "riguarda naturalmente i pastori, fa parte del loro ministero; ma coinvolge in prima persona anche i coniugi, come protagonisti di una comunità che accompagna". "La vostra esperienza ne dà una testimonianza specifica - ha sottolineato -. Un'esperienza che è nata 'dal basso', come spesso succede quando lo Spirito Santo suscita nella Chiesa realtà nuove che rispondono a esigenze nuove". "Così è stato per Retrouvaille - ha spiegato Francesco -. Di fronte alla realtà di tante coppie in difficoltà o già divise, la risposta è prima di tutto accompagnare". "La crisi fa parte della storia della salvezza", ha rimarcato, e "accompagnare vuol dire 'perdere tempo' per stare vicino alle situazioni di crisi - ha concluso -. E spesso ci vuole molto tempo, ci vuole pazienza, rispetto, disponibilità… Tutto questo è accompagnare. E voi lo sapete bene".

Da “Ansa” il 5 novembre 2021. Una nuova convivenza non comporta di per sé la perdita automatica ed integrale del diritto all'assegno di divorzio in favore del coniuge economicamente più debole, tuttavia la scelta di avviare un nuovo percorso di vita non è irrilevante. La conseguenza è che l'ex coniuge non può più pretendere la componente assistenziale dell'assegno, ma ha diritto alla liquidazione della componente compensativa che verrà quantificata tenendo conto di diversi parametri, come la durata del matrimonio, il suo apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e la perdita di chance professionali. Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione.

Il muratore fiorentino era innocente. Accusato di abusi sulle figlie, assolto dopo 9 anni e sette processi: una via crucis costata 3 anni di reclusione. Redazione su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Una via crucis giudiziaria durata 9 anni e sette processi, di cui tre in Cassazione. E’ l’incubo vissuto da un 59enne residente nella provincia di Firenze e accusato di un reato tremendo: aver abusato delle figlie di 4 e 8 anni. Nei giorni scorsi l’uomo, un muratore che per anni ha dovuto convincere con la più infamante delle accuse, è stato assolto in via definitiva, con sentenza della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso avanzato dalla procura generale di Firenze, col 59enne riconosciuto innocente “perché il fatto non sussiste”. Il caso è ricostruito oggi dall’Ansa: il processo nei confronti del 59enne padre di due bambini è nato nel 2012 dopo la denuncia presentata dalla madre delle presunte vittime. Secondo l’accusa il 59enne avrebbe abusato delle figlie in casa, mascherando le violenze come ‘giochi innocenti’. Assistito dagli avvocati Gianluca Gambogi e Carlotta Corsani, il 59enne fiorentino era stato condannato con rito abbreviato a 7 anni e 6 mesi, pena che venne ridotta a 5 anni in appello. Quindi nel maggio 2015 l’annullamento da parte della Cassazione della sentenza di secondo grado, con una nuova condanna in appello e un secondo annullamento della Suprema Corte accogliendo il ricorso dei legali per illogicità della sentenza, non coerente con la valutazione delle prove. Il processo quindi torna nuovamente davanti ai giudici di secondo grado, che riaprono l’istruttoria per sentire le due bambine presunte vittime di abusi. Nel febbraio del 2020 arriva quindi la sentenza di assoluzione, confermata dalla Cassazione. Una vicenda “terribile”, spiegano gli avvocati Gianluca Gambogi e Carlotta Corsani, che ovviamente si dicono “molto contenti” per l’esito dell’iter giudiziario. Il 59enne ha scontato circa tre anni tra carcere e arresti domiciliari, oltre ad un periodo in strutture di accoglienza. Una battaglia giudiziaria definita “odissea da non credere”. “In quasi 10 anni – ricordano i due legali – sono stati celebrati 7 processi di cui 3 per Cassazione. Venerdì scorso la Suprema Corte di Cassazione, respingendo, dichiarandolo inammissibile, il ricorso della Procura Generale contro la sentenza di assoluzione della Corte d’Appello di Firenze del febbraio 2020, ha messo la parola fine su questa vicenda incredibile”. Quanto al 59enne finalmente assolto dopo 9 anni di via crucis giudiziaria, “è un uomo che può gridare al mondo la propria innocenza, e dopo la detenzione in carcere e il lungo periodo trascorso in una struttura di accoglienza potrà riprendere una vita normale”.

Separazione consensuale e giudiziaria: come funzionano? Marzia Coppola Libero Quotidiano il 07 maggio 2021.

Marzia Coppola. Avvocato matrimonialista, educata alla resilienza e alla libertà. Laureata in Italia e in Francia, ho continuato gli studi per diventare anche avvocato della Sacra Rota. Lavoro con l'Avv. Annamaria Bernardini de Pace e mi occupo di diritto di famiglia a 360 gradi (e più!). Convinta che anche dalla relazione peggiore si possa imparare qualcosa.

Affrontare la fine di un matrimonio può essere doloroso e può causare una profonda sensazione di smarrimento, di paura e di solitudine. Ecco perché avere un po’ di consapevolezza, sapere che cosa comporta tecnicamente la separazione, quali sono i primi passi da compiere e come può svilupparsi l’intero procedimento, può dare un po’ di forza e sicurezza. In linea di massima, la separazione (come anche il successivo divorzio) può essere consensuale oppure giudiziale. È consensuale quando sono i coniugi a decidere le condizioni della loro separazione e, cioè, quando marito e moglie - insieme - individuano le regole che da quel momento in poi guideranno la loro famiglia. Saranno gli avvocati, spiegando alle parti quali sono i loro diritti e i doveri, a far valere le rispettive posizioni e a proporre soluzioni fantasiose e su misura per quella specifica famiglia al fine di accontentare tutti. Raggiunto l’accordo, i coniugi dovranno firmalo e i legali depositarlo in tribunale. Dopodiché la pratica verrà affidata a un giudice e verrà prevista una data nella quale si terrà l’udienza (c.d. udienza presidenziale) in occasione della quale il Giudice legge nuovamente ai coniugi le condizioni del loro accordo e chiede alle parti se confermano tutto. In caso positivo, marito e moglie dovranno nuovamente firmare l’accordo davanti al Giudice e, da quel momento, quindi dall’udienza presidenziale, decorrono i 6 mesi per poter eventualmente chiedere il divorzio. Tutta un’altra storia, invece, l’ipotesi di separazione giudiziale. In questo caso, evidentemente, il dialogo volto a trovare un accordo non è stato proficuo e, quindi, l’avvocato dell’una e dell’altra parte scriveranno un atto nel quale esporranno il racconto della storia familiare e le richieste del proprio Assistito o della propria Assistita. In questo atto, inoltre, devono essere indicate tutte le prove che l’uno e l’altra portano a fondamento delle proprie domande. Anche in questo caso, la pratica verrà assegnata a un Giudice e verrà fissata l’udienza presidenziale. La funzione di questa udienza, quando la causa è giudiziale, è davvero molto importante perché il Giudice, dopo aver sentito le rispettive posizioni ed essersi fatto un’idea quanto più compiuta possibile della situazione familiare, stabilisce i provvedimenti provvisori e urgenti (provvedimento c.d. presidenziale). Ossia emette un provvedimento nel quale indica come dovranno comportarsi le parti nelle more della fine del procedimento (che potrà durare, per esempio, due anni). Chiaramente, nel frattempo, la famiglia non può rimanere nell’incertezza di chi (e se) deve mantenere chi, di quanto tempo i figli devono trascorrere con l’uno o con l’altro genitore, di chi possa continuare a vivere nella casa coniugale, di chi debba pagare le spese dell’abitazione e così via. I problemi non farebbero che aumentare e il rancore a lievitare. Ecco perché il Giudice prende un per individuare le regole temporanee. Naturalmente, qualora il provvedimento presidenziale dovesse essere ingiusto o illogico per uno dei coniugi (o anche per entrambi) potrà essere impugnato.  Infine, quando la separazione è giudiziale, i mesi per poter procedere con la richiesta di divorzio sono 12 (anziché, come detto sopra, 6) e decorrono sempre dal giorno dell’udienza presidenziale. 

Tutto questo è il punto di partenza per affrontare il giorno del “no”, quello nel quale l’amore finisce. Poi starà agli avvocati, alla loro esperienza e sensibilità rispondere alle molteplici domande che chiunque si trovasse a fronteggiare la difficile fase della rottura vorrebbe porre. 

Sintesi dell’articolo di Attilio Ievolella per “Il Tempo”, pubblicata da “La Verità” il 16 marzo 2021. Strappare di mano il telefono al partner sospettato di tradimento può costare una condanna per rapina. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha sanzionato un marito geloso reo di «essersi impossessato con violenza dello smartphone di proprietà della moglie» per cercare tracce della eventuale relazione clandestina di lei. La Corte ha ritenuto che anche tra coniugi non sono ammesse azioni che violino la privacy delle persone, nemmeno contando su un «consenso tacito derivante dalla convivenza».

Andrea Priante e Elvira Serra per il "Corriere della Sera" il 24 febbraio 2021. Un tempo era il classico rossetto sulla camicia. Poi si sono aggiunte le ricevute d'albergo trovate nella tasca di una giacca dismessa, il pacchetto infiocchettato dentro la ventiquattr'ore e mai ricevuto (il che avrebbe meritato un risarcimento danni solo per la delusione), le riunioni fino a mezzanotte, i messaggi sul telefonino, le chat su Facebook, le foto sullo smartphone. Ultimo in ordine di tempo, appena accreditato dalla Cassazione: i pagamenti per i siti di incontri online (nella fattispecie, Meetic e senzapudore.it). E se è vero che un indizio non è mai una prova, tanti gravi, precisi e concordanti indizi possono indurre un giudice a conclamare il tradimento e a dimostrare un nesso di causa ed effetto con la separazione, che diventa con addebito. Il fedifrago in questione è un uomo ultrasettantenne, ai tempi del misfatto poco più che sessantenne. In una giornata di luglio del 2013 fu trovato a casa a torso nudo e palesemente accaldato dalla moglie, rientrata prima da un'uscita per acquisti. La donna, però, si accorse subito che non era solo l'anticiclone delle Azzorre ad aver inciso sull'«ardore» (sic) del marito: al piano di sopra, proprio sul talamo nuziale, giaceva la vicina, completamente nuda: lei disse che aveva avuto bisogno di usare il loro bagno. A quella pagina nera ne seguirono altre: foto troppo affettuose sul cellulare dell'uomo assieme a un'altra donna, email compromettenti, e i famosi pagamenti a due siti per appuntamenti (la vicina in seguito sarà arrestata per tentato omicidio del marito, ma questa è un'altra storia). La moglie resistette fino al matrimonio della figlia, due mesi dopo, poi, secondo la versione del marito, abbandonò il tetto coniugale, mancando ai suoi doveri. La vicenda si risolse con una sentenza di primo grado del Tribunale di Verona che accertava la separazione con addebito all'uomo. La Corte di Appello di Venezia a sua volta rigettò l'istanza dell'ex marito. E la Cassazione, con ordinanza n.3879 (9 dicembre 2020 - 16 febbraio 2021) ha confermato il giudizio di secondo grado, compreso l'assegno di mantenimento di mille euro mensili, oltre alle spese. «È una sentenza che va a stigmatizzare il solo fatto che una persona si sia iscritta a un sito di incontri», ha brontolato il legale dell'uomo, Stefano Perusi. «Questa sentenza dimostra un cambio di passo rispetto al passato: Internet diventa il mezzo attraverso il quale mandare in rovina il proprio matrimonio», ha chiosato Vincenzo Riviello, difensore della donna. Per certo, osserva Laura Sgrò, avvocato rotale (e legale della famiglia di Emanuela Orlandi): «C'è un orientamento della Cassazione verso il tradimento virtuale, indipendentemente dalla prova fisica. Cioè conta anche l'intenzione di tradire in un modo più consono ai tempi attuali, soprattutto dopo il lockdown». Non è però automatico il collegamento fra un tradimento, e quindi il venir meno ai doveri coniugali previsti dall'articolo 143 del Codice civile, e l'addebito della separazione. «Una volta se uno dei coniugi riusciva a provarlo, era pressoché automatico. Adesso, invece, si dà molta più importanza alla situazione della coppia, per valutare se quel tradimento sia stato davvero la causa della crisi», spiega la matrimonialista Valeria De Vellis (che riuscì a far eliminare l'assegno di mantenimento di Silvio Berlusconi a Veronica Lario con efficacia retroattiva). «Nel caso specifico, sarebbe un errore dire che si è data rilevanza solo ai siti di incontri, perché sono stati sì risolutivi, ma assieme a tutta una serie di indizi. Dal punto di vista procedurale, la sentenza di Appello non aveva nessun vizio. Che è quanto rimarcato dagli ermellini». C'è un altro punto di vista da considerare. Ed è quello della sociologa dell'Università di Trento Francesca Sartori, attivista ai tempi della legge sul divorzio e del referendum abrogativo. «Mi stupisce che oggi l'infedeltà possa essere considerata fondamentale nel definire la fine di un matrimonio. Abbiamo sostenuto il divorzio per difendere un'idea di parità e libertà».

Matteo Mion per "Libero Quotidiano" il 21 febbraio 2021. È tristemente iniziata l'era delle corna digitali per penna dei nostri giudici. Non è più necessaria la consumazione dell'incombente fisico per configurare il tradimento: basta un clic, e non sulle zone erogene, ma sullo smartphone. Roba da far impallidire Casanova, Don Giovanni e ogni romantico vagito di amor cortese. In questi giorni prima la Cassazione (3879/21) e il tribunale di Reggio Calabria (6/21) poi hanno addebitato la separazione al coniuge che smanettava eccessivamente sul mouse. Le due decisioni hanno un punto comune fondamentale: l'assenza della prova di un rapporto extraconiugale e di un'altra relazione fisica. I magistrati calabresi hanno ritenuto sufficiente per la condanna l'indicazione dello stato di «single» e del «mi piacciono le donne» sul profilo Facebook da parte del marito, perché «seppure non costituisce prova dell'esistenza di un rapporto extraconiugale è sicuramente indice di un comportamento lesivo della dignità e del decoro del proprio partner». Non è dato sapere se il tribunale civile abbia trasmesso gli atti alla Procura per perseguire il gravissimo reato contro la pubblica decenza relativamente al «mi piacciono le donne» che di questi tempi sessualmente incerti è affermazione inequivocabilmente sessista che potrebbe sottendere intenti stalkeristici. Mentre l'80% dei crimini rimane impunito con punte per i furti che vengono sanzionati solo nel 3-5% dei casi, sotto le mutande, pardon sotto il computer non passa nulla e l'intransigenza degli ermellini è massima. La Supreme Corte, infatti, ha addebitato la separazione con relativa condanna al mantenimento per un migliaio di euro mensili a un pensionato, reo dell'illecittissima condotta di essersi iscritto a un sito d'incontri. La prova di cotanto scempio nuziale? Le ricevute di pagamento del sito. Anche in questo caso di corna manco l'ombra, ma solamente un clic o anche la mera volontà di distrarsi senza mettere a repentaglio il matrimonio. Prove di tradimento? Zero. E non nascondiamo la nostra tenera comprensione per questi ingenui signori condannati senza nemmeno una scappatella col morto, ma solo per il presunto pensiero fedifrago. Non oso immaginare l'esemplare scure giudiziaria se i giudici avessero raggiunto non dico la prova, perché pare eccessivo, ma la mera supposizione dell'aggravante della masturbazione del porco soggetto dopo aver messo un like su un seno Non elogio certo chi preferisce un sito alla moglie perché meriterebbe un trattamento sanitario obbligatorio più che una condanna pecuniaria. Ciò detto, anche le decisioni surreali dei nostri magistrati non sono esenti da squilibrio: com' è possibile ritenere violato l'obbligo di fedeltà per un clic su Facebook senza nemmeno la dimostrazione in giudizio con documenti o testimonianze di una scopata di straforo? Secondo questo talebano indirizzo giurisprudenziale sopra la mascherina porteremo tutti il burka. Mi sono sempre divertito da piccolo a vedere papà che cercava di nascosto in tv un seno clandestino, ma da 50 anni profonde e ferve amore per mamma. Suvvia Innamorati tutti, non confondiamo le valutazioni di opportunità sulla tenuta di una coppia con la prova giudiziale di un tradimento e le relative conseguenze economiche che possono mettere in ginocchio la vita delle persone, altrimenti tanto vale celebrare i processi al bar con una birra e senza la toga. Anche le corna sono cosa seria e quelle reali spesso sanciscono la fine di una storia. Non è un reato, ma biologia. Le scaramucce fedifraghe su Fb, Instagram etc giuridicamente non valgono nulla, ma significano solo che fuori dalla porta c'è qualcuno migliore per te.

Michela Allegri per "Il Messaggero" il 22 febbraio 2021. A distanza di tempo dal divorzio, l'ex coniuge, ancora giovane e in ottima salute, si rifiuta di cercare un lavoro? Per la Cassazione non ha più diritto all'assegno di mantenimento. Per ottenerlo, infatti, deve dimostrare, quantomeno, di essersi impegnato per cercare un impiego e di non avere avuto successo. I supremi giudici hanno messo questo principio nero su bianco in una sentenza pubblicata il 4 febbraio, con la quale hanno revocato il mantenimento a una quarantaseienne di Torino che aveva «un atteggiamento rinunciatario» nella ricerca di un'occupazione. La donna per anni ha incassato l'assegno divorzile, che negli ultimi tempi era stato ridotto a circa 200 euro. Ma l'ex marito, stanco di pagare, ha chiesto l'annullamento degli accordi, visto che l'ex consorte non aveva nemmeno cercato di rendersi indipendente economicamente. La Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di secondo grado, che avevano sottolineato che, in questo caso, il mantenimento non era giustificato. La donna aveva deciso di impugnare la sentenza sottolineando che non era stato tenuto conto del tenore di vita ai tempi del matrimonio. Sosteneva anche che il fatto di non avere lavorato per più di 20 anni l'avesse messa praticamente fuori mercato. Gli ermellini le hanno dato torto su tutta la linea. Per prima cosa hanno specificato che quando era sposata non viveva nel lusso. La Corte ha poi tenuto conto dell'età della donna - «di soli 46 anni e quindi non particolarmente avanzata» -, delle buone condizioni di salute e dell'assenza di impedimenti alla ricerca di un impiego. D'altronde, sottolineano i magistrati, la signora potrebbe tornare a «lavorare come addetta alle pulizie», come aveva fatto saltuariamente in passato. In questo modo i giudici hanno risposto alla lamentela della ricorrente: sosteneva di essere stata ritenuta solo «astrattamente idonea a svolgere attività lavorativa», senza esempi concreti e senza tenere conto delle difficoltà che avrebbe sicuramente incontrato se si fosse messa alla ricerca di qualsiasi occupazione. Ma c'è di più. I giudici hanno annullato l'assegno anche perché, come dimostrato dall'ex marito, la donna avrebbe da tempo una nuova relazione stabile, sfociata in una convivenza tenuta nascosta. Circostanza che, per la Cassazione, sarebbe stata pienamente dimostrata: i giudici sostengono che abbia da tempo instaurato una nuova convivenza, nonostante ne parli come di un rapporto «di natura solo amicale». Non è tutto: la donna è stata anche condannata a pagare le spese processuali, pari a 1.500 euro. Una sentenza che segue un'altra pronuncia rivoluzionaria dei magistrati di piazza Cavour. Lo scorso ottobre i supremi giudici hanno stabilito che il diritto all'assegno di divorzio può venire meno nel caso in cui il coniuge beneficiario abbia una relazione sentimentale con periodi più o meno lunghi di convivenza, tanto da rendere stabile la nuova unione. Con questa motivazione la Cassazione aveva accolto il ricorso di un ex marito che aveva chiesto l'annullamento dell'assegno dovuto alla ex consorte che, nonostante di fatto dormisse più giorni a settimana con il nuovo compagno, non aveva mai ufficializzato la convivenza.

Andrea Priante per corrieredelveneto.corriere.it il 20 luglio 2021. Il tribunale per i minorenni di Venezia ha autorizzato l’adozione di un bimbo di sei anni da parte dell’ex compagna della madre biologica. È la prima volta in Veneto (la seconda in Italia, esiste un unico precedente a Bologna) che questoavviene nell’ambito di una famiglia omosessualeche non è più tale, visto che le due donne sono separate da ormai da un paio d’anni. La vicenda coinvolge due padovane: una libera professionista e un’impiegata. Per molto tempo la loro era sembrata una relazione solida, e anche per questo in entrambe era maturato il desiderio di avere un figlio. Un sogno concretizzato nel 2014, quando si recarono in una clinica in Spagna, dove l’impiegata si sottopose a fecondazione assistita con il seme di un donatore anonimo. L’anno seguente diede alla luce il bambino, che anagraficamente risultava quindi solo suo figlio. Ma nella sentenza si ricostruisce come «il piccolo le considerava entrambe mamme».

La crisi e la separazione. In seguito la coppia è però entrata in crisi e nel 2019 le due donne hanno deciso di separarsi e da quel momento in poi, «con l’accordo di entrambe, il bambino aveva vissuto a settimane alterne presso l’una e l’altra». Nonostante la fine del rapporto con la compagna, lo scorso anno (assistita dagli avvocati Valentina Pizzol, che fa parte della Rete Lenford per i diritti Lgbti, e Umberto Saracco), la madre non biologica ha presentato al tribunale per i minorenni di Venezia la richiesta di «adozione in casi particolari». Nella sentenza è riportata la relazione dei servizi sociali, che conferma come «il minore percepiva entrambe le donne quali suoi punti di riferimento, attribuendo anche alla ricorrente una funzione effettivamente genitoriale, protettiva e propositiva». Ed entrambe le padovane «indipendentemente dalla rottura del proprio legame sentimentale, riconoscevano reciprocamente l’apporto stabilmente assicurato alla crescita del bambino».

La sentenza. Nella sentenza il giudice ricorda come la legge riconosca il diritto del minore «concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia stabile, a essere adottato». La piccola rivoluzione sta nel fatto che in questo caso, la «coppia» non è più tale: «Non si reputa di ostacolo - scrive il tribunale di Venezia - la circostanza che l’unione sentimentale tra la madre dell’adottando e l’adottante sia venuta meno, sia in ragione dell’accordo» tra le due ex, sia perché la rottura «non incide nel rapporto tra l’adottante e l’adottando che in questi anni è rimasto, di fatto, assimilabile al rapporto tra una madre e suo figlio».Insomma, anche se la storia d’amore tra due adulti può finire, il bambino ha comunque diritto ad avere due genitori.

Il commento. «È una decisione importante e non era affatto scontato che il tribunale accogliesse la domanda, non essendoci più la stabilità della coppia alla base» spiega l’avvocato Pizzol. «È stato comunque determinante il fatto che tra le due donne, nonostante la fine della relazione, ci fosse un forte rispetto reciproco. In mancanza del consenso della madre biologica all’adozione del minore da parte della ex, la domanda sarebbe stata rigettata. E questo deve far riflettere sulle lacune che presenta la normativa: non è socialmente né giuridicamente accettabile che la genitorialità dipenda, di fatto, dalla disponibilità della ex partner a riconoscerle il ruolo. In situazioni di conflitto, infatti, a farne le spese potrebbe essere proprio il bambino». 

Maria Novella De Luca per "la Repubblica" il 28 gennaio 2021. Luca ha perso uno dei suoi due papà quando aveva soltanto cinque anni. Giulio, dirigente d' azienda, è morto d' infarto a 40 anni, nel 2015, e Luca, nato con gestazione di supporto negli Stati Uniti nel 2010, è stato cresciuto a Milano da Corrado, l'altro suo papà. Corrado è il genitore biologico, mentre suo marito Giulio era "l' altro genitore", il "padre intenzionale" che la legge italiana ancora stenta a riconoscere. Luca, da ieri, è il primo bambino in Italia a cui l' Inps dovrà riconoscere la pensione di reversibilità del "padre intenzionale", ossia del padre non biologico e per lo stato italiano inesistente. Un fantasma. Alla vigilia dell' udienza di oggi della Corte Costituzionale, che dovrà esprimersi sull' ancora troppo incerto destino dei figli delle coppie omosessuali, con la sentenza numero 803 del 2020, la Corte d' Appello di Milano ha condannato l' Inps a garantire a Corrado e a Luca la pensione di reversibilità di Giulio. Morto, purtroppo, prima che in Italia arrivassero le unioni civili e le adozioni speciali per i figli delle coppie gay. Grazie alla battaglia portata avanti e vinta in appello dall' avvocato Alexander Schuster, l' Inps dovrà garantire a Luca la pensione di un padre che per la legge italiana non esiste. Tutti i nomi di questo storia sono naturalmente di fantasia, mentre la felicità di Corrado e di suo figlio Luca sono reali e palpabili. A differenza dei due casi che oggi la Corte Costituzionale dovrà analizzare, nei quali il "genitore intenzionale" è stato cancellato dai tribunali, questa è invece una storia di riconoscimenti e successi. Racconta Schuster: «Luca nasce negli Stati Uniti nel 2010 da una madre surrogata e dall' amore di Corrado e Giulio, che si sposano sempre negli States nel 2013. Vivono vicino a Milano. Giulio muore a causa di un infarto fulminante nel 2015, senza aver potuto ancora riconoscere in Italia il piccolo Luca. Con un lungo lavoro burocratico e giuridico, grazie anche all' intelligenza di una funzionaria di anagrafe, nel 2017 siamo riusciti a far trascrivere, post mortem, il certificato di matrimonio americano di Giulio e Corrado. E il certificato di nascita di Luca che negli States risultava con due papà». Quindi la battaglia per ottenere la reversibiità della pensione. Già ottenuta in altri casi dal coniuge sopravvissuto di coppie unite civilmente, ma mai da un figlio "non biologico". «È una sentenza storica in una situazione che mette il diritto spalle al muro di fronte ad un dramma. La Corte di appello di Milano fa giustizia e condanna l' Inps a riconoscere a questa famiglia gli stessi diritti che riconosce ad ogni altra famiglia. Le famiglie arcobaleno non vivono solo la gioia e le emozioni della genitorialità. Esse vivono anche dolorosi conflitti di coppia. Esse vivono i drammi di una morte inattesa e prematura». Ed è questo il riferimento ai casi che oggi saranno discussi dalla Consulta. La vicenda di Valentina, che dopo la rottura con la sua compagna, è stata esclusa dalla vita delle sue due figlie. Bambine concepite con fecondazione eterologa all' estero e che lei, madre non biologica, non aveva potuto riconoscere alla nascita. Dunque oggi Valentina non ha alcun diritto legale sulle sue figlie. Se l' Italia riconoscesse che il consenso dato da Valentina alla fecondazione eterologa della sua compagna all' estero valesse, così prevede la legge 40 per le coppie etero, come riconoscimento del figlio, Valentina potrebbe legalmente a riabbracciare le sue bambine. E anche nel secondo caso in discussione oggi davanti alla Corte, il tema è la "cancellazione" di un genitore. Un bambino nato in Canada con gestazione di supporto, lì riconosciuto come figlio di due papà, nella trascrizione italiana del certificato di nascita, ne ha "perso" uno, restando figlio solo del genitore biologico.

·        La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre.

Venne uccisa dal marito carabiniere, nessun risarcimento per le figlie. Romina Marceca su La Repubblica il 18 febbraio 2021. Prescritta la richiesta di indennizzo nei confronti dello Stato presentata dalle figlie di Lisa Siciliano, assassinata nel 2012 dal marito che poi si tolse la vita. C'è una doppia prescrizione che affonda la sua lama negli animi della famiglia di una donna uccisa 9 anni fa dal marito, un carabiniere poi suicida. E fa male. "Malissimo. Perché Lisa aveva chiesto urlando giustizia quando era in vita e la sta chiedendo anche adesso. Ma quella giustizia ancora non arriva", dice Michele Meli, cognato e padre adottivo delle figlie di Lisa Siciliano. Il tribunale civile di Palermo, terza sezione, giudice monocratica Monica Montante, rigetta la domanda di risarcimento avanzata dalle figlie della vittima e dai parenti, nei confronti della presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri della Difesa e della Giustizia. La famiglia nel 2018 aveva presentato domanda risarcitoria perché si accertasse una eventuale omissione da parte dell'Arma dei carabinieri che, secondo quanto presentato in denuncia dai parenti, non avrebbe agito nei confronti dell'appuntato in modo adeguato per scongiurare quella tragedia. Per le parti avverse quelle richieste risarcitorie erano prescritte o infondate. La prescrizione, secondo quanto scrive la giudice arriva per un ritardo nella presentazione della denuncia e quindi per " il decorso del termine di cinque anni dalla data dell'omicidio". Lisa Siciliano aveva informato i superiori del marito Rinaldo D'Alba, aveva raccontato loro delle botte, del suo atteggiamento violento e denigratorio. Il 7 febbraio del 2012 Lisa, 37 anni, venne uccisa dal marito. Lui le sparò contro, nella loro camera da letto, con la pistola d'ordinanza. Mentre le figlie di 12 e 5 anni cercavano di sfondare la porta della stanza, l'appuntato rivolse la pistola alla tempia e si suicidò. Quella storia di violenza sembrava essere finita quel 7 febbraio, tra le mura di un alloggio di caserma. Ma per i parenti che hanno cresciuto le due bimbe rimaste senza genitori, quell'omicidio-suicidio si sarebbe potuto evitare. "Bastava togliere la pistola a lui, allontanarlo dalla moglie e dalle figlie e non assegnargli un alloggio nella stessa caserma ", dice l'avvocata Vanessa Fallica che da anni segue la famiglia insieme al fratello Gabriele. Un'altra prescrizione è arrivata anche in sede penale, l'anno prima. Il reato ipotizzato era quello di omissione e doveva essere accertato anche in sede civile. E anche lì, dopo 8 anni di indagini, è subentrato l'istituto che spazza via con un colpo di spugna eventuali responsabilità. Per la vicenda penale la sorella di Lisa Siciliano, Manuela, diventata madre adottiva delle bambine della vittima, ha presentato un esposto al Csm per le lungaggini dell'inchiesta. "Ma non abbiamo ricevuto mai nessuna risposta" , spiega l'avvocata Vanessa Fallica. "Lisa - dice il cognato - è stata uccisa ancora ma noi confidiamo nella verità. Arriverà". Gli avvocati adesso annunciano l'impugnazione della sentenza davanti alla Corte d'appello. "Una doppia delusione sia in ambito penalistico per una attività non eseguita in 8 anni - dice Vanessa Fallica - e una grandissima delusione in civile dove la parola prescrizione ha preso il sopravvento senza accertare se ci fosse stata o meno omissione" . Aggiunge Manuela Siciliano: "Emettere una sentenza con questa superficialità è offensivo nei confronti di due ragazze che soffrono la mancanza della madre. Non c'è stata la volontà di sapere la verità e non è stata presa in considerazione nessuna delle prove fornite". C'è un lungo messaggio vocale, di 23 minuti, che Lisa Siciliano aveva registrato un anno prima di essere uccisa. Si rivolge al giudice che doveva decidere sulla separazione dal marito che la tormentava con botte e insulti. Ecco in esclusiva una parte dell'audio in cui Lisa racconta le ferite inferte dall'uomo dal quale aveva deciso di allontanarsi e spiega anche di essersi rivolta al comandante della caserma di allora che spostò in un altro alloggio l'appuntato: "Mi arriva un pugno nell'occhio signor giudice, uno sul setto nasale, mi ha massacrata davanti alle bambine. La più grande non ha voluto più parlargli, la piccola ha cominciato a balbettare". Questo messaggio non è stato ammesso come prova dal tribunale. 

L'audio shock in cui Lisa chiedeva aiuto al giudice: "Mi ha massacrata davanti alle bambine". La Repubblica il 17 febbraio 2021. Lisa Siciliano l’anno prima di essere uccisa dal marito aveva registrato un audio di 23 minuti in cui si rivolgeva al giudice che avrebbe deciso sulla causa di separazione. A bassa voce, spaventata, Lisa chiedeva aiuto e spiegava: “Mi ha massacrata, mi ha dato un pugno nell’occhio e uno al setto nasale, davanti alle bambine”. Repubblica pubblica in esclusiva una parte di quel messaggio vocale, a 9 anni dal femminicidio. Questo audio non è stato ammesso come prova in tribunale. (di Romina Marceca, montaggio Giada Lo Porto)

Riccardo Lo Verso per corriere.it il 23 agosto 2021. Femminicidio nella notte ad Aci Trezza, frazione di Aci Castello, in provincia di Catania. La vittima è Vanessa Zappalà, 26 anni, uccisa a colpi di pistola mentre passeggiava con gli amici. A fare fuoco, così raccontano i testimoni, sarebbe stato l’ex fidanzato, che non si era rassegnato alla fine della loro relazione. L’uomo, Antonino Sciuto, 38 anni, è stato — poi — ritrovato (nel pomeriggio di lunedì) impiccato in un casolare in contrada Trigona, nelle campagne di Trecastagni. Da ieri sera era in fuga dopo avere ucciso l’ex compagna.

La denuncia per stalking. La ragazza, che lavorava in un panificio a Trecastagni, lo aveva denunciato per stalking. La Procura di Catania aveva chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini preliminari che fosse posto agli arresti domiciliari. Attualmente aveva il divieto di avvicinamento alla ragazza. 

Lei vuole chiarire, lui spara. Ed invece nella notte, così raccontano gli amici della vittima, l’ex compagno ha esploso diversi colpi di pistola, uno dei quali ha raggiunto Vanessa alla testa. L’uomo viveva e lavorava a San Giovanni La Punta, paese della cintura dell’Etna, dove vendeva automobili. E al volante di un’auto che ieri notte, intorno alle tre, era arrivato ad Aci Trezza. Vanessa gli sarebbe andata incontro per un chiarimento e lui avrebbe iniziato a sparare. 

Ferita anche un’amica. Un colpo di pistola ha anche ferito di striscio un’altra ragazza alla spalla. «Quante volte ti mandavo messaggi, “stai attenta Vane ho paura” — scrive un’amica su Facebook — e tu “tranquilla non mi fa niente è solo geloso. Facevi solo casa e lavoro, una ragazza tranquilla”». Un’altra amica, dopo l’ennesima lite con l’ex fidanzato, racconta in un post di averla messa in guardia: «Stai attenta che si apposta sotto casa nostra». 

Il femminicidio di Aci Trezza. Vanessa uccisa mentre passeggiava con gli amici, trovato impiccato l’ex fidanzato stalker. Redazione su Il Riformista il 23 Agosto 2021. E’ stato trovato senza vita Antonino Sciuto, il 38enne ritenuto il maggior indiziato dell’omicidio dell’ex fidanzata Vanessa Zappalà, 26 anni, avvenuto la scorsa notte ad Aci Trezza. Nel pomeriggio di lunedì 23 agosto i carabinieri del comando provinciale di Catania lo hanno trovato impiccato in una campagna di proprietà della famiglia a Trecastagni, paese alle pendici dell’Etna, dopo aver individuato la sua auto, una Fiat 500, posteggiata nelle vicinanze. Sciuto era già stato arrestato lo scorso giugno per maltrattamenti in famiglia e atti persecutori dopo la denuncia dell’ex fidanzata. Il giudice gli aveva imposto il divieto di avvicinamento alla ragazza. Vanessa è stata uccisa intorno alle 3 di notte sul lungomare di Aci Trezza. Stava passeggiando con alcuni amici in strada, poco distante dal porticciolo, quando è stata ammazzata a colpi d’arma da fuoco. A indirizzare i carabinieri sulle tracce dell’ex fidanzato sono stati gli amici presenti al momento dell’omicidio che hanno raccontato ai militari di aver visto il ragazzo avvicinarsi, litigare con Vanessa e poi puntare l’arma verso di lei esplodendo più colpi, tra cui quello fatale che ha raggiunto la 26enne alla testa. Nell’agguato costato la vita alla giovane 26enne anche un’altra ragazza che faceva parte della comitiva sarebbe rimasta ferita, raggiunta di striscio da un colpo alla schiena. Le sue amiche l’avevano messa in guardia: “Vanessa stai attenta, ho paura”, “Guarda che si apposta sotto casa”. Ma lei si sentiva tranquilla: “Non mi fa niente è solo geloso”. La giovane vittima, che lavorava in un panificio di Trecastagni, già in passato aveva denunciato l’ex fidanzato per stalking. Per quel reato la Procura di Catania aveva chiesto e ottenuto dal Gip che fosse posto agli arresti domiciliari e attualmente era sottoposto al divieto di avvicinamento. I carabinieri e la polizia erano impegnati sin dalla mattinata nella caccia all’uomo. Istituti numerosi posti di blocco a San Giovanni La Punta, dove l’uomo viveva e lavorava in una concessionaria d’auto, ma anche nei paesi circostanti. L’identità di Sciuto era stata resa nota dagli stessi militari che hanno diffuso due foto: una con barba corta e l’altra con barba lunga, per favorire la sua cattura attraverso segnalazioni al 112. Tutte le operazioni sono state coordinate e autorizzate dalla Procura di Catania.

Il padre di Vanessa Zappalà: «L'ex Antonino Sciuto duplicò le chiavi di casa per spiarci dal sottotetto e la pedinava con un Gps». Felice Cavallaro su Il Corriere della Sera il 23 agosto 2021. Aci Trezza, l’omicidio della 26enne di Trecastagni uccisa a colpi di pistola dall’ex fidanzato Antonino Sciuto. Il padre di Vanessa Zappalà: «Venne arrestato, il giorno dopo era già in giro... Lei era prigioniera in casa per paura di incrociarlo». Sul pendio della più bella terrazza dell’Etna, come chiamano Trecastagni, echeggia la disperazione di una madre che non si rassegna all’idea di avere perduto la figlia, uccisa da un ex fidanzato, un balordo in fuga con la pistola del delitto, prima di farla finita: «S’impicco? Ora ‘u Signuri c’avi a pinsari». Si danna Antonia Lanzafame che, avvertita nella notte, dalla villetta in pieno centro, ha svegliato il marito separato nella casa lì a due passi dove Vanessa Zappalà doveva rientrare dopo la passeggiata notturna tra i faraglioni di Aci Trezza. «Non torna più nostra figlia...». È la stessa disperazione di questo padre cinquantenne, i calli alle mani di chi impasta cemento, il cuore grande anche con il ragazzotto che non gli piaceva ma che per rendere felice sua figlia l’anno scorso accolse in casa, ospitandolo per una convivenza culminata in litigi continui. E da questi litigi bisogna partire per capire come si è arrivati alla doppia tragedia finale, nonostante le denunce di stalking, i pedinamenti e l’arresto di uno psicopatico convinto di essere uno 007 pronto a spiare le vite degli altri con acrobatici stratagemmi.

Seguiva e spiava sua figlia Vanessa?

«Quando dopo botte e parolacce mia figlia l’ha mollato, quando io gli ho tolto le chiavi di casa, ha cominciato ad appostarsi per ore sotto le finestre o davanti al panificio dove Vanessa lavorava».

Per questo lo avete denunciato?

«Dopo la frattura di dicembre, dopo un inverno passato da Vanessa prigioniera in casa per paura di incontrarlo, dopo mille minacce, abbiamo dovuto mettere nero su bianco. Perché abbiamo scoperto che con un duplicato delle chiavi la sera si intrufolava nel sottotetto di casa mia, una sorta di ripostiglio, e dalla canna del camino ascoltava le nostre chiacchiere».

Come s’è difeso?

«Balbettando: “Mi hanno detto che tua figlia ha un altro”. Lei non ha nessuno, ma tu non sei il suo fidanzato. “Tua figlia è menomata”. L’ho cacciato, ma aveva il piano B».

Ha continuato a controllarvi?

«Con una diavoleria elettronica. Con dei Gps, delle scatolette nere piazzate sotto la macchina di Vanessa e sotto la mia. Come hanno scoperto i carabinieri quando finalmente, chiamati da mia figlia, lo hanno arrestato».

Si è sentito protetto dai carabinieri?

«Il maresciallo, un sant’uomo, dà il suo cellulare a mia figlia: “Chiamami in ogni momento, notte e giorno, se c’è bisogno”. Un padre di famiglia. Prontissimi sempre tutti i carabinieri, ma forse dovevamo fare noi tutti di più, anche protestando per le leggi balorde di questo Paese, per la disattenzione finale...».

Che cosa non ha funzionato, secondo lei?

«Trovano un pazzo di catena che spia dal camino o con i Gps, un violento che picchiava la ragazza, sempre coperta da foulard e mascariata di fard, e che fanno? Dopo una notte in caserma, il 7 giugno, un martedì, e una di interrogatorio, arriva il giudice e lo manda a casa con gli “arresti domiciliari”. Inutili. Perché tre giorni dopo, il sabato, era il 13 giugno, ce lo ritroviamo tra i piedi, ma con un provvedimento altrettanto inutile: l’obbligo di non avvicinarsi a mia figlia per 200 metri. È questa l’Italia che vogliamo? Davvero pensano che da 200 metri non si possa fare male? Oppure che un pazzo come questo non possa armarsi e sparare da tre metri? Se lo consideravano malato dovevano rinchiuderlo in una comunità e curarlo. Non lasciarlo praticamente libero di fare tutto».

Da metà giugno le minacce si erano affievolite?

«Per due mesi non lo abbiamo più visto. Ma 15 giorni di pace c’erano stati anche mentre si appollaiava nel sottotetto. Si sarà placato, speravo. E forse nelle ultime settimane lo ha sperato anche Vanessa che, fino a prima di Ferragosto, continuava a vivere da reclusa, con il terrore di incrociarlo. Com’è poi accaduto in questa notte che resterà l’incubo anche per i figli dell’assassino».

Aveva figli?

«Un maschietto di 10 anni e una bimba di 5. Dal primo matrimonio. E mia figlia che l’anno scorso li faceva giocare, comprando loro regalini, quando non aveva capito di avere a che fare con un pazzo...». 

Uccide ex e si suicida. Il presidente dei Gip: il collega non ha colpe. Il giudice Nunzio Sarpietro: "Anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". La Repubblica il 24 agosto 2021. "Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c'erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due. E anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". Così il presidente dell'ufficio del Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, sulle polemiche sulla scarcerazione di Antonio Sciuto, il 38enne che ha ucciso con sette colpi di pistola alla testa la sua ex fidanzata, Vanessa Zappalà, di 26 anni. "E' difficile controllare tutti gli stalker - continua Sarpietro - noi emettiamo come ufficio 5-6 ordinanze restrittive a settimana ed è complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e, comunque, non si può fare fronte ai fatti imponderabili". Il capo dell'ufficio etneo del Giudice per le indagini preliminari ripropone una sua ipotesi di intervento: "un braccialetto elettronico 'out' per l'indagato che segnali la sua presenza e, contemporaneamente, un dispositivo per la vittima che emetta segnali acustici e luminosi quando lo stalker viola la distanza impostagli dal provvedimento di non avvicinamento". "Occorrerebbero dei centri di riabilitazione con l'obbligo di frequentazione per monitorare gli stalker e tentare, nei limiti del possibile, di recuperarli dai loro disturbi alcuni dei quali legati a problemi culturali e caratteriali. Bisogna provarci, anche perché non sono pochi", afferma invece il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, titolare dell'inchiesta sul femminicido di Vanessa Zappalà.

Da iene.mediaset.it il 6 febbraio 2021. Filippo Roma e Marco Occhipinti hanno pizzicato il giudice Nunzio Sarpietro, gup del caso Gregoretti che dovrà decidere se mandare a processo il leader della Lega Matteo Salvini, a mangiare in un ristorante subito dopo aver sentito l’allora premier Giuseppe Conte. Peccato che quel giorno Roma fosse in zona arancione e i ristoranti chiusi al pubblico sia a pranzo che a cena! Come si è giustificato? Scopritelo con noi stasera dalle 21.10 su Italia1. Le restrizioni e le norme di contenimento del coronavirus valgono per tutti? Una domanda dovuta, visto quello che hanno scoperto i nostri Filippo Roma e Marco Occhipinti!  È il 28 gennaio: il giudice Nunzio Sarpietro arriva a Roma per sentire l’allora premier Giuseppe Conte sul “caso Gregoretti”. Chiamato a decidere su uno dei casi giudiziari più discussi della politica italiana, nonostante il pm Andrea Bonomo abbia per due volte chiesto l'archiviazione del caso, il gup Sarpietro ha deciso invece di sentire il premier e tutti i ministri coinvolti. Il 28 gennaio, in piena crisi di governo, Sarpietro arriva nella Capitale per interrogare l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il giudice trascorre la mattinata a Palazzo Chigi e dopo aver sentito il premier improvvisa una conferenza stampa ripresa da tutti i tg. Poco dopo attraversa il centro della città fino ad arrivare in via Valenziani, in zona Porta Pia. Lì il giudice infrange il dpcm in vigore, pranzando in un ristorante che sarebbe dovuto essere inaccessibile al pubblico come quelli di quasi tutto il territorio nazionale! In quei giorni infatti 15 regioni italiane erano in zona rossa o arancione e i ristoranti erano quindi chiusi al pubblico oltre che a cena anche a pranzo. E il Lazio era tra quelle. Il giudice però entra per pranzare in uno dei ristoranti di pesce più rinomati di Roma: Chinappi. Il locale dovrebbe essere chiuso al pubblico, come prescrivono le norme di contenimento del coronavirus. Eppure i nostri Filippo Roma e Marco Occhipinti lo vedono entrare lì, e allora entrano per chiedergli spiegazioni mentre è attovagliato e con il bicchiere pieno di champagne: come si sarà giustificato Nunzio Sarpietro? Per scoprirlo non perdetevi il servizio in onda questa sera dalle 21.10 su Italia1.

Da "le Iene" il 6 febbraio 2021.

Giudice: “Guardi io sono qua con mia figlia…”

Iena: “Stare con la figlia le permette di non rispettare la legge?”

Giudice: “L’unico posto in cui potevo stare con lei in un momento tranquillo e non è minimamente, non c’è niente guardi…” 

Iena: “Non è grave che un uomo di legge sia il primo a non rispettare la legge?”

Giudice: “No non è un rispetto della legge e se c’è una contravvenzione la pago…”

Iena: “Lei in questo momento sta rispettando la legge oppure no?”

Giudice: “Io in questo momento sto violando un regolamento che è un elemento ulteriore. Di cose gravi ce ne sono ben altre. Ritengo che sia super sicuro e che sia una situazione in cui non ci sia assolutamente niente di particolarmente grave”

Iena: “Un comportamento del genere secondo lei è rispettoso verso verso quei ristoranti che rimangono chiusi e quei cittadini che rinunciano ad andare al ristorante?”

Giudice: “Ho sbagliato lo ammetto, confesso, ma questo non porta nessun tipo di problema su come uno fa il magistrato mi creda. Ho fatto la violazione, ok? Tutto qua. Hanno fatto questa cortesia perché c’è mia figlia, ma non credo che sia niente di drammatico, dai!"

Giudice: “Guardi c’è solo un goccino di vino e tre piatti freddi” (polpo)

Ristoratore: “Ha mangiato una spigola al sale, un po’ di polpo e un po’ di crudi, gamberi gobetti, palamide, poi i gamberi rossi e gli scampi. Tutti e tre così. Lo spaghettino alle telline l’ha mangiato solo la figlia. Poi uno champagne. Il conto finale? 200 euro”

Ristoratore: “Lo sai come mi hanno prenotato? Come promessa di matrimonio. La figlia si sta a sposa questo, che ne so io. Poi me faranno pure la multa sicuro sono 4 mila euro capito? Per 200 euro."

Lockdown e norme anti covid valgono per tutti? È il 28 gennaio: il giudice Nunzio Sarpietro arriva a Roma per sentire l’allora premier Giuseppe Conte sul “caso Gregoretti” e infrange il dpcm in vigore, pranzando in un ristorante che sarebbe dovuto essere inaccessibile al pubblico come quelli di quasi tutto il territorio nazionale. In quei giorni 15 regioni italiane erano in zona rossa e arancione e i ristoranti erano quindi chiusi al pubblico oltre che a cena anche a pranzo. Il servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti, in onda domani, martedì 16 febbraio, in prima serata su Italia 1. Chiamato a decidere su uno dei casi giudiziari più discussi della politica italiana, nonostante il pm Andrea Bonomo abbia per due volte chiesto l'archiviazione del caso, il Gup Sarpietro ha deciso invece di sentire tutti i ministri coinvolti. Ad ottobre presso il Tribunale di Catania è stata la volta dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini e che al momento è indagato per sequestro di persona. A dicembre invece ha ascoltato gli ex ministri Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. Venerdì prossimo sentirà i nuovi ministri del Governo Draghi Luigi di Maio e Luciana Lamorgese, mentre il 28 Gennaio, in piena crisi di Governo in corso, è arrivato nella Capitale per interrogare l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte. Il giudice trascorre la mattinata a Palazzo Chigi e dopo aver sentito il Premier improvvisa una conferenza stampa ripresa da tutti i tg. Poco dopo attraversa il centro della città, passa per le strade più note della capitale fino ad arrivare in via Valenziani, in zona Porta Pia, ed entra per pranzare in uno dei ristoranti di pesce più rinomati di Roma: Chinappi, che dovrebbe essere chiuso al pubblico, a pranzo e a cena, come da dpcm. Il giudice - alla vista dell’inviato della trasmissione - appare evidentemente in imbarazzo e tenta di giustificarsi spiegando che si trova in quel ristorante a pranzo perché era l’unico modo per passare del tempo in compagnia della figlia. Filippo Roma allora gli chiede se quello è un buon motivo per violare un decreto in vigore, se è rispettoso nei confronti dei tanti cittadini che non possono farlo e verso tutti gli esercizi che devono stare chiusi per osservare le regole. Il giudice dichiara, in un primo momento, di non trovare il proprio un comportamento grave, poi quando la Iena lo incalza ammette la violazione, “non di una legge, ma di un regolamento”, ma sostiene non si tratti di nulla di drammatico, di tenere comunque un comportamento sicuro e si dice che è disposto a pagare una sanzione. Però provando ancora a giustificarsi dichiara: “Guardi c’è solo un goccino di vino e tre piatti freddi” (polpo verace, ndr), sottolineando la frugalità del suo pranzo. Ma è possibile che uno dei ristoranti di pesce più rinomati della capitale apra apposta e rischi una multa per tre antipasti di polpo e un bicchiere di vino, si chiede Filippo Roma incredulo. Il ristoratore smentisce il giudice descrivendo il menù scelto dai tre commensali ben più ricco da quello dichiarato dal giudice: antipasti di polpo, dei piatti di pesce crudo con gamberi, scampi e palamide, degli spaghetti alle telline, cavallo di battaglia del ristorante, e una spigola al sale, il tutto innaffiato da una bottiglia di pregiato champagne. Per quale occasione tutte queste prelibatezze? Il ristoratore racconta si tratterebbe della promessa di matrimonio della figlia del giudice che siede lì al tavolo accompagnata dal fidanzato. A seguire lo scambio di battute tra l’inviato della trasmissione, il giudice Sarpietro e il ristoratore Stefano Chinappi:

Iena: Giudice! Se proprio lei con i ristoranti chiusi in tutta Italia, in piena pandemia, in pieno lockdown, sta al ristorante a mangiare…

Giudice: Guardi io sono qua con mia figlia. 

Iena: Ho capito, ma stare con la figlia le permette di non rispettare la legge?

Giudice:...l’unico posto in cui potevo stare con lei in un momento tranquillo. E non è minimamente, non c’è niente guardi…

Iena: Non c’è problema, per legge i ristoranti sono chiusi e il giudice sta al ristorante e dice non c’è problema.

Giudice: Eh va beh, lei vuole mettere il commento, lo metta come vuole, io devo vedere mia figlia e non avevo altro da fare.

Iena: Quanti altri italiani vorrebbero andare a pranzo o a cena con la figlia nelle zone arancioni e non possono?

Giudice: Guardi lei mi dice una cosa, io sono in zona rossa in Sicilia, non vado a pranzo fuori da una vita e sono un povero disgraziato che non riesce a vedere tantissimi amici che tra l’altro ho perso con la pandemia.

Iena: Quindi sa quant’è importante rispettare le normative anti covid. Perché lei non la rispetta?

Giudice: Infatti lo sto rispettando qua con…

Iena: E certo! Lo sta rispettando ma mangiando al ristorante a Roma, in zona arancione, dove in teoria i ristoranti per legge dovrebbero essere chiusi!

Giudice: Va bene mi sono meritato qualche premio particolare? No?

Iena: Non è grave che un uomo di legge sia il primo a non rispettare la legge?

Giudice: No non è un rispetto della legge e se c’è una contravvenzione, se mi fa una contravvenzione, la pago, era previsto anche così.

Iena: E non gliela posso fare perché non sono un vigile.

Giudice: Eh chiama un vigile e me la fa fare.

Iena: Sì al di là della contravvenzione però un comportamento del genere secondo lei è rispettoso verso quei cittadini che invece la legge la stanno rispettando? Verso quei ristoranti che rimangono chiusi e quei cittadini che quindi rinunciano ad andare al ristorante? 

Giudice: Guardi, non è che posso trovarle delle scuse o delle giustificazioni particolari, è una situazione in cui, ripeto, per vedere mia figlia e tutto qua, poi per il resto se ho sbagliato ho sbagliato lo ammetto, confesso, ma questo non porta nessun tipo di problema su come uno fa il magistrato, mi creda.

Iena: Lei in questo momento sta rispettando la legge oppure no? Me lo dica.

Giudice: Io in questo momento sto violando un regolamento che è un elemento ulteriore e successivo e questa violazione del regolamento è una cosa che può essere considerata non condivisibile ma di cose gravi ce ne sono ben altre. 

Iena: Sì ho capito però se il regolamento dice che per non prendersi il covid è meglio che i ristoranti siano chiusi questo suo comportamento è un comportamento sicuro oppure no?

Giudice: Il mio in questo momento ritengo che sia super sicuro e che sia una situazione in cui non ci sia assolutamente niente di particolarmente grave. Non è che le sto dicendo “sono qua ho rispettato”, ho fatto la violazione, ok? Tutto qua.

Iena: Tutto qua. Va beh, scusi ma il ristorante l’hanno aperto solo per lei?

Giudice: Beh adesso non lo so, probabilmente hanno fatto questa cortesia perché c’è mia figlia, hanno aperto e basta, ma non per me, una cortesia che hanno fatto, ma non credo che sia niente di drammatico, dai! 

Adesso Filippo Roma si rivolge al ristoratore:

Iena: Buongiorno, lei è il proprietario? È un ristoratore cortese, complimenti!

Ristoratore: Eh non… ho fatto sedere tre persone perché qua è insostenibile andare avanti.

Iena: Io la capisco, io la capisco! 

Ristoratore: Non si può andare avanti, per tre persone, guarda qua, c’è distanza e tutto, seguiamo le regole però… fino a un certo punto.

Iena: Le regole non le sta seguendo, se quella è la regola.

Ristoratore: No, le stiamo seguendo le regole, perché è un anno che stiamo…nessuno lo mette in dubbio, ma per tre persone come lei vede… 

Iena: Ho capito, non è neanche una persona qualunque, parliamo di un giudice.

Ristoratore: Che caspita ne so io!

Iena: E’ il giudice del caso Gregoretti. Magari lei ha chiuso un occhio perchè è un personaggio importante questo qua?

Ristoratore: No no no, ‘che sono tutti uguali.

Di nuovo l’inviato al giudice Sarpietro:

Iena: Almeno qui il pesce è buono?

Giudice: Quello che ho mangiato finora è buono.

Iena: Che ha preso?

Giudice: Del polipo fatto molto bene.

Iena: Più buono questo o quello siciliano?

Giudice: Beh no, quello siciliano è altrettanto buono, qui credo sia un ottimo pesce.

Iena: Primo?

Giudice: No no, niente primo, sono proprio tre piattini così, molti freddi e solo per stare mezz’oretta con mia figlia, basta.

Iena: La lasciamo a sua figlia.

Giudice: No no, niente, guardi, c’è un goccino di vino e tre piatti freddi, insomma. 

Ma il proprietario del ristorante si lascia andare ad uno sfogo che sembrerebbe far pensare ad altro.

Ristoratore: Allora? Mi avete massacrato? Che poi mi faranno pure la multa sicuro sono 4mila euro capito? Per 200 euro.

E, il menù consumato al tavolo, secondo il ristoratore sarebbe ben più ricco:

Ristoratore: Ha mangiato una spigola al sale, un po’ di polpo e un po’ di crudi.

Iena: Tipo crudi, quali? 

Ristoratore: Gamberi gobetti, palamide, poi ha mangiato i gamberi rossi e gli scampi.

Iena: Ammazza che super piatto! La figlia che ha mangiato invece?

Ristoratore: Tutti e tre hanno mangiato così e poi lo spaghettino alle telline l’ha mangiato solo la figlia.

Iena: Che vino ha preso il giudice?

Ristoratore: Uno champagne

Iena: E quanto è stato il conto finale?

Ristoratore: 200 euro.

Il padrone di casa spiega anche quale occasione speciale starebbero festeggiando i tre commensali:

Ristoratore: Lo sai come mi hanno prenotato? Come promessa di matrimonio! La figlia si sta sposando penso, che ne so io, tre persone, le ho messe dentro… hai capito? E il padre è uscito dal palazzo Chigi e ha detto “va beh vengo pure io” per conoscere la promessa di matrimonio, per fare queste cose. Stiamo in difficoltà capito? Poi voi l’avete seguito da palazzo Chigi.

Iena: Eh beh si.

Ristoratore: Va beh, ora ve ne andate? perché questo sta… se no se non ve ne andate… 

Filippo Roma cerca di capire se il giudice Sarpietro sia o meno pentito di questo pranzo clandestino.

Iena: Mentre tutti gli italiani a pranzo in zona arancione e rossa non possono andare nei ristoranti invece il giudice si fa i piattini e i brindisi con il vino.

Giudice: E va bene, sarò distrutto dall’opinione pubblica, cosa vuole che le dica, che è così, è andata così, basta.

Iena: Ci promette che d’ora in poi si atterrà ai regolamenti?

Giudice: Guardi io le prometto di continuare ad essere quel giudice serio che sono sempre stato, tutto qua.

Le auguriamo buon proseguimento e buon appetito!

Giudice: Anche a lei, buona giornata.

Iena: Arrivederci.

Giudice: Arrivederci.

E infine raccoglie lo sfogo del ristoratore:

Ristoratore: Io ho sbagliato però guardi noi abbiamo dallo spazzino al Presidente della Repubblica dove gli mandiamo il pesce. Per me sono tutti uguali, l’importante è che si va avanti, non si fanno più i soldi di prima. Sono tre persone e io per 200euro ho rischiato, rischio, perché adesso, 200 euro, sono soldi veri per pagare i miei dipendenti.

Iena: In bocca al lupo per tutto. Arrivederci.

Ristoratore: Arrivederci.

Monica Serra per “La Stampa” il 25 agosto 2021. «Il vero problema è il basso livello di specializzazione dei giudici sulla violenza di genere». Va dritto al punto il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, Fabio Roia, consulente della Commissione parlamentare sul femminicidio, da sempre in prima linea e che, per il suo impegno, nel 2018 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano.

Quella di Vanessa è l'ennesima «tragedia annunciata». Si poteva evitare?

«Non ho letto le carte ma sicuramente c'è stata un'erronea valutazione di rischio a cui era esposta la vittima. E' un'operazione difficile e diversa da quella che si compie per tutti gli altri reati». 

Quali sono le differenze?

 «L'uomo violento è un manipolatore, che minimizza e si trasforma, si presenta bene a polizia e magistrati e può trarre in inganno: per valutarlo non si possono adottare i classici parametri».

Per esempio?

«I precedenti penali: molti uomini violenti non ne hanno ma non significa che siano meno pericolosi». 

Che cosa intende per basso livello di specializzazione?

«Le competenze necessarie spaziano dalla criminologia alla psicologia. Il tasso di specializzazione è dell'80% nelle procure, solo del 20 tra i giudici». 

Quali sono i parametri per valutare i rischi?

«Sono raccolti nel protocollo Sara plus del Piano nazionale antiviolenza, come il crescendo dei comportamenti violenti, i casi in cui la vittima è incinta. Poi serve empatia e propensione a occuparsi della materia». 

Il Codice rosso è sufficiente?

«E' una buona legge che ha introdotto l'obbligo di tempestività delle procure e il principio di trattamento degli uomini violenti che, per ottenere l'estinzione della pena, devono seguire percorsi in centri specializzati che abbattono il rischio di recidiva». 

Funziona?

«A Milano sì, di recente il Tribunale ha firmato un protocollo con l'Ats che controlla questi centri. Nel resto d'Italia meno: in alcune zone mancano istituti specializzati» 

Cosa si può migliorare?

«Alcune norme su cui sta lavorando la Commissione parlamentare. Come l'arresto in flagranza che oggi non è consentito se l'uomo viola il divieto di avvicinamento. Proprio come è successo nel caso di Vanessa: se la polizia avesse avuto il tempo di intervenire, la procura avrebbe dovuto chiedere l'aggravamento della misura al gip, perdendo del tempo fondamentale».

Riccardo Lo Verso per il "Corriere della Sera" il 25 agosto 2021. «Se so che hai qualcuno ti piglio a colpi di pistola, prima a te e poi a lui», aveva urlato Antonino Sciuto a Vanessa. Era la vigilia dello scorso Natale. Una lunga scia di episodi ha preceduto il femminicidio di Aci Trezza. Per mesi Vanessa, assassinata con sette colpi di pistola alla testa domenica notte, è stata minacciata di morte, pedinata e picchiata. Nonostante la vittima avesse denunciato e fatto arrestare il suo ex, Sciuto era rimasto in libertà.  «Con le leggi giuste — dice il padre di Vanessa — si sarebbe potuto evitare l’omicidio di mia figlia, ma anche quelli che ci sono stati e quelli che verranno dopo. Quelli come Sciuto li devono chiudere e recuperare perché hanno dei problemi. Il suo suicidio? Si è tolto dai piedi e non può fare più danni». 

Il giudice. L’8 giugno scorso Vanessa chiamò i carabinieri. Era stata seguita da Sciuto fino alla casa di Trecastagni. Fu arrestato in flagranza di reato. La Procura di Catania aveva chiesto i domiciliari, ma il giudice per le indagini preliminari gli impose il solo divieto di avvicinamento alla vittima. La «prescrizione» che obbligava Sciuto a «mantenersi ad almeno 300 metri di distanza» da Vanessa è rimasta lettera morta. Non poteva proteggerla dalla furia del suo carnefice. E adesso è polemica sul provvedimento del giudice Filippo Castronovo. Ma in sua «difesa» interviene Nunzio Sarpietro, presidente della sezione gip del tribunale di Catania: «Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c’erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due». Poi una frase destinata ad alimentare le polemiche: «Anche se lui fosse stato ai domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto. È difficile controllare tutti gli stalker , noi emettiamo come ufficio 5-6 ordinanze restrittive a settimana ed è complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e, comunque, non si può fare fronte ai fatti imponderabili».

La procura. Di «decisione opinabile ma rispettabile, come lo era d’altra parte la nostra richiesta» parla il procuratore Carmelo Zuccaro, che allontana ogni sospetto di scontro fra gli uffici. Per entrambi i magistrati c’è una evidente falla nel sistema. Secondo il capo dei pm «occorrerebbero dei centri di riabilitazione con l’obbligo di frequentazione per monitorare gli stalker e tentare di recuperarli». Sarpietro propone l’utilizzo di «un braccialetto elettronico per l’indagato che segnali la sua presenza e un dispositivo per la vittima che emetta segnali acustici e luminosi quando lo stalker viola la distanza impostagli». Di umiliazioni Vanessa ne aveva subite tante, troppe. L’11 aprile si trovava in un bar a Pedara assieme a tre cugine. Era il giorno del suo compleanno, il ventiseiesimo, l’ultimo che festeggerà. Nel locale entrò Sciuto. «Mi sputa in faccia, urla femmina puttana, divertiti che poi mi diverto io — ricostruiva Vanessa nella denuncia —, con il telefonino mi ha rotto gli occhiali». Lei aveva provato a concedergli «un’altra possibilità perché diceva che sarebbe diventato un uomo migliore». Era una bugia. Riprese subito a picchiarla: «Mi ha provocato lividi con calci e pugni in diverse parti del corpo».

La vittima. Vanessa viveva nel terrore e chiedeva un provvedimento urgente per fermare il suo ex. Il pericolo di reiterazione del reato era stato considerato «concreto e reale» dal giudice che aveva convalidato l’arresto. Allo «stato» però, così scriveva nell’ordinanza di custodia cautelare, si poteva fare affidamento sullo «spontaneo rispetto delle prescrizioni dell’indagato non gravato da precedenti recenti e specifici». Domenica notte Sciuto ha superato la soglia limite di 300 metri e ha ucciso Vanessa.

“La donna non riesce a tenere una condotta univoca”. Omicidio Vanessa Zappalà, se persino il giudice pensa che un po’ di colpa sia della donna. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 27 Agosto 2021. Sentir dire, oltre a tutto dalla bocca di un giudice, dopo l’omicidio di Vanessa Zappalà, la numero 41 di quest’anno, che “la donna non riesce a tenere una condotta univoca” nei confronti del maschio predatore, quello che poi la violenta oppure arriva a ucciderla, riporta lontana la memoria, a quel famoso “Processo per stupro” del 1979. A triste disperante dimostrazione che quarant’ anni non sono bastati. Non sono stati sufficienti alle donne per riuscire a difendere il proprio corpo e la propria dignità. Non sono bastati per gli uomini a far proprio il problema che li riguarda in prima persona, tutti quanti. Perché i predatori sono maschi, e non c’è guerra in cui il corpo violato delle donne non sia il trofeo esibito dai vincitori. E non c’è violenza di gruppo in cui non si senta dire –ancora, ancora!- che “lei ci stava”. E ci tocca anche avere nelle orecchie, e subito dopo nella mente e nel corpo la voce di un giudice che invita La Donna, cioè tutte le donne, tutte noi a “tenere una condotta univoca”. Vanessa Zappalà era una giovane donna di 26 anni. Quale sia stata la sua condotta di vita, lo possiamo immaginare. Normale. Non sappiamo se indossasse la minigonna, ossessione dei maschi degli anni settanta, sicuro indizio di leggerezza sessuale da parte di chi la indossava. Evocata come strumento del diavolo da tronfi avvocati maschi in ogni processo per molestie o violenza sessuale, come attenuante per lo stupratore. Poco sappiamo anche della relazione sentimentale tra Vanessa e il suo ex fidanzato-assassino, che le ha dato e si è dato la morte, la pena che non è neppure prevista dal codice. C’è solo un macabro ritornello che insegue la donna che non ama più: se non sei più mia, non potrai essere di nessun altro. E’ più che possesso, è oscuro retropensiero che ci porta d’un tratto un pezzo di Afghanistan, quello dei Talebani, sull’uscio di casa. “Io sono mia” gridavamo nelle strade e nelle piazze negli anni settanta, indicando con il gesto dei due pollici e indici uniti in alto, la nostra libertà sessuale. Non volevamo essere di nessun altro, neppure di chi ci amava. Vanessa aveva un po’ litigato e un po’ perdonato, come facciamo tutte noi donne, davanti al predatore che si mostrava pentito. Manipolatore, in realtà. Ma le denunce della ragazza erano “univoche”, parlavano per lei. E avrebbero meritato maggior ascolto. Diversa sensibilità, più che altro. Perché il problema qui e oggi non è più quello dell’aumento delle pene. Intanto perché mai, nella storia del mondo intero, qualcuno è andato a consultare il codice penale prima di commettere un reato, in particolare i delitti più gravi come lo stupro e il femminicidio. Mai l’inasprimento delle condanne ha dissuaso qualcuno dal commettere delitti. E poi anche perché di questo tipo di comportamenti devianti si occupano solo le donne. Lo vediamo ogni volta, fin dal 1996 quando la violenza sessuale divenne finalmente reato contro la persona e non più contro “la morale” (orrore!), fino al recente Codice Rosso di due anni fa, sono sempre le donne, per fortuna ormai numerose in Parlamento, le protagoniste di ogni riforma sui propri diritti. Sono loro a essere ferite, sono loro a cercare le soluzioni. Con tutte le contraddizioni del caso, perché anche ogni aumento di pena è una ferita. Se si stesse parlando della normale vita quotidiana dei tribunali, dovremmo dire che nel caso di Vanessa, la legge è stata applicata. Arresti domiciliari per lo stalker, poi attenuati dal gip con il divieto di avvicinamento alla vittima. Ma non siamo in una situazione di normalità, siamo nella prevedibilità, con alta percentuale, che quel predatore ossessionato dal “o mia o di nessun altro”, attuerà un femminicidio, cioè ucciderà l’oggetto della propria possessività. Da gennaio a questo agosto, ogni mese quattro e cinque e sei donne uccise fino a 41 con Vanessa, in una vera guerra dei sessi, dove non ci sono più sentimenti, ma l’annullamento di persone tramite l’appropriazione totale del loro corpo: me lo prendo come bambola rotta quando lo violento, lo distruggo quando non lo voglio più, perché dalla sua bocca è uscito un NO. Vede, giudice Sarpietro, lei che aveva espresso tanta ammirazione nei confronti dell’ex premier Conte, lei che si è fatto beccare con il piccolo privilegio di far aprire un ristorante chiuso in zona arancione, lei che ha detto la famosa frase sulla carenza di condotta univoca non di Vanessa, ma “della Donna”, cioè di tutte noi. Lei dimostra, come ogni giorno tanti uomini, come tanti magistrati, come tanti legislatori, che tutto sommato dei diritti delle donne non le importa niente. Per lei è solo burocrazia, il suo collega gip ha applicato la norma. Ci sono leggi speciali, procuratori speciali, carceri speciali, spazzacorrotti e ossessioni varie con cui è stato rimpinzato fino a esplodere il nostro codice penale. Siamo intercettati in Italia più che negli interi Stati Uniti. Le conferenze-stampa sul pericolo-mafia che c’è e anche su quello che non c’è, del procuratore Gratteri inondano giornali, tv e social. Alcuni ossessionati ancora indagano su una trattativa che non c’è mai stata, né trent’anni fa né negli anni successivi. E altri, ancora ossessionati dai processi bis e ter, vogliono sapere che cosa faceva Berlusconi la notte. Ma per i diritti delle donne non c’è mai tempo. Vengono presi alla leggera, come se non corresse il sangue più che per i delitti di mafia. Ancora ricordo quel deputato che gridò in aula “ma chi ve l’ha chiesto?”, mentre noi, per arrivare a una votazione importante che spazzava via il concetto di “morale” dalla violenza sui nostri corpi, avevamo detto che avremmo rinunciato all’intervento orale, e presentato quello scritto. Più che una battuta volgare, quella frase mostrava il disinteresse dell’uomo. E allora, visto che, pur lasciando l’ultima parola ai magistrati, forse il Parlamento potrà dire la sua sulle priorità di indagine, per quest’anno si scelga il femminicidio come precedenza assoluta. E i magistrati si impegnino a allontanare davvero i predatori dalle loro vittime. Fisicamente. Si usi il carcere, che non ci piace, o un altro luogo di isolamento, una comunità, o il domicilio con braccialetto elettronico, ma si tengano lontani i persecutori dalle loro prede. Almeno questo ci è dovuto, perché quella drammatica contabilità delle vittime di quest’anno si fermi a 41. Mentre ci diamo da fare per liberare le donne afghane dai loro burka, per favore liberiamoci anche dai nostri.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il giudice ha sbagliato: l’omicida di Vanessa poteva essere fermato col bracciale elettronico. Lo spiega al “Dubbio”, la senatrice Valeria Valente, presidente della commissione “Violenza di genere. «L’omicida di Vanessa doveva avere il braccialetto elettronico». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 27 agosto 2021. «Ho il dovere di smentire quanto leggo rispetto all’omicidio di Vanessa, quando si dice che non si poteva utilizzare il braccialetto elettronico. Nel 2019, con la modifica dell’articolo 282 ter comma 1 del codice di procedura penale, abbiamo esteso l’uso del braccialetto anche alla misura cautelare del divieto di avvicinamento, quindi anche nel caso in questione. Quanto affermato è gravissimo». Sono parole che pesano come pietre quelle che pronuncia la presidente della commissione parlamentare sulla violenza di genere, Valeria Valente, quando spiega che il presunto assassino della povera Vanessa Zappalà poteva essere “controllato” usando un semplice braccialetto elettronico. Era stato il capo dell’ufficio Gip di Catania in persona, il dottor Nunzio Sarpietro, a spiegare a Repubblica che «il braccialetto si può mettere solo agli arrestati domiciliari». Ma la verità, come spiega Valente al Dubbio, è un’altra.

Senatrice Valente, qual è stata la sua reazione di fronte all’omicidio di Vanessa Zappalà?

Innanzitutto ho il dovere di smentire quanto leggo rispetto all’omicidio di Vanessa, quando si dice che non si poteva utilizzare il braccialetto elettronico. ( «Oggi il braccialetto elettronico si può mettere solo agli arresti domiciliari», ha detto Nunzio Sarpietro, presidente dell’Ufficio gip di Catania, ndr). Nel 2019, con la modifica dell’articolo 282 ter comma 1 del codice di procedura penale abbiamo esteso l’uso del braccialetto anche alla misura cautelare del divieto di avvicinamento, quindi anche nel caso in questione. Quanto affermato è gravissimo.

Si riferisce all’intervista a Repubblica in cui in sostanza il gip ha spiegato che non c’era nulla da fare se non quello che ha fatto.

Non posso pensare che un giudice possa credere che non c’era nulla da fare. Se si parla di labilità psichica stiamo condannando le donne e non è accettabile. Dire che è stata concessa la misura più tenue perché si erano chiariti è aberrante perché tutti sanno quante volte situazione che sembrano chiarite poi degenerano di nuovo, spesso in peggio. Bisogna leggere le violenze in maniera corretta ed essere adeguatamente formati per applicare le norme che ci sono. La prima sfida da vincere è questa, la seconda è quella di migliorare il sistema.

Da cosa è stato causato secondo lei il cortocircuito?

Mi permetto di dire che in molti casi una grande criticità è la mancata specializzazione degli operatori. Proporrò alla commissione di acquisire gli atti del procedimento per capire bene la dinamica del fatto. Non sono ancora in grado di dire dove sia stato il cortocircuito ma è quello che voglio capire. Una donna che denuncia non può morire, è una sconfitta di tutti noi. Abbiamo fallito tutti: istituzione giudiziarie e politiche.

Con quali conseguenze?

Non applicare le norme esistenti è una gravissima ragione che potrebbe spingere tante altre donne a non denunciare, sapendo quali sono i rischi. Noi dobbiamo proteggere le donne che denunciano e se non siamo in grado di farlo allora è un fallimento. Nel caso di specie c’erano norme che non sono state utilizzate. Ma ripeto che per capire dove è stato fatto l’errore devo guardare le carte.

Torniamo sulla specializzazione dei gip, quanto è grave il problema e cosa servirebbe per risolverlo?

Sul tema della specializzazione degli operatori del sistema giustizia siamo ancora molto indietro. La questione diventa particolarmente critica per i gip. C’è in ogni caso una questione culturale che investe il tema giustizia. Ricordiamo sempre a noi stessi che le misure cautelari nel sistema della violenze noi le abbiamo mutuate dal codice antimafia e sono legate a una valutazione della pericolosità sociale del soggetto. Di fronte a ciò facciamo una scelta molto forte, limitando la libertà personale del soggetto prima dell’esito del processo e la motiviamo pensando che la tutela della vittima prevalga rispetto alla sua libertà.

Le norme esistenti sono sufficienti a proteggere le donne?

Il sistema normativo è robusto e serio. Ma si può sempre fare di più e meglio tant’è che io stessa ho presentato diversi progetti di legge, penso a quelli contro le molestie sessuali nei rapporti di lavoro, penso anche ad alcune proposte di modifica al codice rosso, nel quale abbiamo istituito il reato di violazione delle misure di protezione. Nella riforma del processo penale è stata aggiunta inoltre la possibilità di arresto in flagranza per chi viola le misure di protezione e abbiamo proposto il fermo nella quasi flagranza.

Cerchiamo di spiegare, in cosa consiste?

Molto spesso capita che il poliziotto non trovi l’autore della violenza ma un quadro già molto esplicito e in quel caso secondo noi si deve andare a prendere e fermare per 24/ 48 ore per capire come e se mettere sotto protezione la donna. Per fare questo ci vogliono operatori specializzati. Il tema centrale resta quello della formazione e della specializzazione e di formare una cultura priva di pregiudizi che porti a credere alle donne senza indugio.

Cosa risponde a chi dice che in casi come questo basterebbe arrestare lo stalker o il molestatore così da tagliare il problema alla radice?

Chiunque pensa di volere tutti in galera sbaglia, perché agire solo sul fronte repressivo non aiuta e non ha aiutato. Il tema che non riusciamo ad aggredire è il cambio di rotta culturale. Non dobbiamo più girarci dall’altra parte. Gli uomini che usano violenza non si sentono ancora giudicati anche se, ovviamente, dobbiamo continuare con la strada del recupero degli uomini maltrattanti.

Caso Vanessa, il gip lo ammette: «La legge sul braccialetto elettronico c’era: io frainteso». Nunzio Sarpietro, il capo dell’ufficio gip di Catania, che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato, chiarisce la sua posizione. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 28 agosto 2021. Nunzio Sarpietro è il capo dell’ufficio gip di Catania, quello che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato. Giudice Sarpietro, in riferimento al caso di Vanessa Zappalà lei ha detto che il braccialetto elettronico si può dare solo in caso di arresti domiciliari, ma non è così. Può chiarire?

Le dico subito che qui a Catania abbiamo provato a fare alcuni esperimenti e a dare il braccialetto, ma i braccialetti non ci sono: questo è il problema. La norma dice espressamente che si possono applicare «nella misura in cui la polizia giudiziaria ne abbia la disponibilità» e disponibilità non c’era. Il problema è stato questo: anche se il collega avesse adottato questo provvedimento di fatto non sarebbe mai stato applicato.

Eppure nell’intervista concessa a Repubblica dice un’altra cosa.

Repubblica ha spezzettato l’intervista e il problema, con le interviste, è sempre questo. Avevo detto che c’era una fase, prima della riforma, in cui si poteva dare solo agli arresti domiciliari. Poi la norma è stata cambiata ma a oggi è inapplicabile perché non c’è disponibilità di braccialetti elettronici. Il problema non è solo in Sicilia ma dappertutto.

Se il suo collega avesse avuto disponibilità avrebbe preso questo provvedimento?

Certamente sì. Lo stesso collega, le posso assicurare, provò a darli in due o tre occasioni precedenti ma non fu possibile perché non c’erano. L’intervista di Repubblica è rimasta monca perché ora si può dare ma di fatto non esiste. Già i braccialetti “da interno”, quelli da domiciliari, sono in numero molto limitato in tutta Italia. È un problema di disponibilità materiale, se li avessimo ne avremmo applicati cento o duecento. Sono questioni tecniche che non vengono attenzionate.

In quell’intervista lei ha anche detto che è stato fatto di tutto per salvare la vita a Vanessa. Se la sente di ribadirlo?

Dico che si poteva fare di più per salvare la vita a Vanessa. Ma se non abbiamo il materiale tecnico è impossibile. Faccio un appello al Ministero affinché possa finalmente fornire i braccialetti per consentire di monitorare con più attenzione il fenomeno. Il braccialetto che attualmente non abbiamo dovrebbe essere collegato con un secondo braccialetto che viene dato alla vittima. Un solo braccialetto, quello per il maltrattatore, funziona solo se c’è un altro terminale collegato alla vittima che la avvisa quando il maltrattatore è a una certa distanza. A quel punto la vittima può allontanarsi o chiamare i carabinieri. Ma mancano entrambi.

Insomma lei smentisce l’intervista. Perché non ha chiesto la rettifica?

Quando le interviste non vengono riportate per intero purtroppo la gente non capisce quello che si vuole dire. L’intervista era molto più lunga e articolata. Non ho chiesto la rettifica perché in questi casi o non viene riportata o viene riportata con un piccolo richiamo che non chiarisce la vicenda. Sono felice di poter rettificare con questa intervista al Dubbio e insisto nel dire che se avessimo avuto altri strumenti qualcosa per salvare la vita di Vanessa si poteva fare, chiaramente con il punto interrogativo dell’imprevedibilità. Se avesse avuto il braccialetto o fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe stato comunque difficile contenerlo, ma certo con il doppio braccialetto a vittima e maltrattatore questa vicenda poteva finire diversamente.

Così il resto d’Europa usa il braccialetto elettronico sugli stalker ma anche sulla vittima. Tecnicamente si parla di “tracciamento di prossimità”, ed è lo scenario in cui la potenziale vittima di aggressione venga dotata di un dispositivo in grado di rilevare la presenza dell’aggressore – dotato di braccialetto elettronico - nelle vicinanze e di generare immediatamente un allarme verso il Centro di Monitoraggio. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 28 agosto 2021. È vero che il braccialetto elettronico per misura anti stalker è stato introdotto nel 2019, ma serve a ben poco se la potenziale vittima non è dotata di un dispositivo per rilevare la presenza dell’aggressore. Il 9 agosto del 2019 è stata varata le legge che ha recato modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. In questa occasione è stata introdotto la possibilità di fare ricorso all’utilizzo del braccialetto elettronico anche nel caso di stalking. Inquadriamo la questione. Lo stalking è una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola ed ingenerandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. Il fenomeno è anche chiamato: “sindrome del molestatore assillante”. E’ reato di stalking se la vittima riceve continuamente telefonate e sms insistenti, e- mail ingiuriose o minacciose, se è inseguita o aggredita verbalmente e/ o fisicamente, se nota appostamenti fuori casa, se vengono diffusi a sua insaputa foto o il numero di telefono, se viene violato l’account della posta personale o di un social network, se vengono danneggiati la macchina o il motorino, se riceve regali o ordini non desiderati, se trova frasi “amorose” o ingiuriose a lei destinata su muri o manifesti davanti casa. A seconda il profilo patologico, lo stalking può arrivare anche ad uccidere. Ritorniamo alla legge del 2019 dove viene contemplato l’utilizzo del dispositivo elettronico anti stalking. Più precisamente, al comma 1 dell’articolo 282- ter del codice di procedura penale, per rendere ancor più efficace la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sono aggiunte le seguenti parole: «anche disponendo l’applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall’articolo 275- bis». Il riferimento è, appunto, al braccialetto elettronico. Con questa misura cautelare l’autorità giudiziaria vieta all’indagato o imputato di avvicinarsi alla vittima, impedendogli di visitare i posti che normalmente la persona offesa frequenta. Così, ad esempio, se la vittima di stalking frequenta la palestra, il giudice ordinerà allo stalker di mantenere le distanze anche da quel luogo. In caso di trasgressione del divieto, la misura può essere sostituita con una maggiormente afflittiva come, ad esempio, gli arresti domiciliari. Ma la potenziale vittima è protetta al 100 percento? No, perché teoricamente il potenziale aggressore può avvicinarsi a lei, pedinandola in altri luoghi dove il divieto non c’è e il braccialetto elettronico non servirebbe a nulla. In sostanza, rimane un semplice monitoraggio con tracciamento. È lo scenario in cui il provvedimento dell’Autorità Giudiziaria impone di monitorare il soggetto all’interno di uno o più luoghi predefiniti ( es. il proprio domicilio) secondo le modalità e negli orari stabiliti dalla stessa Autorità Giudiziaria e, contestualmente, di tracciarne gli spostamenti generando un allarme qualora il soggetto acceda a determinate ‘ zone di esclusione’. Ma se va altrove, riuscendo per vie indirette ad attirare la vittima in un luogo non escluso dal giudice, il braccialetto non servirà a nulla. Che fare dunque? In altri Paesi, come ad esempio la Spagna, funziona in maniera decisamente più efficace. Ed è, in fondo, lo scenario dipinto da Fastweb, l’azienda che ha stipulato il contratto con il ministero dell’Interno per il triennio 2018- 2021, riguardante la fornitura dei braccialetti elettronici. Principalmente usati per la misura deflattiva delle carceri. Come dovrebbe funzionare il dispositivo elettronico per prevenire seriamente lo stalking? Tecnicamente si parla di “tracciamento di prossimità”, ed è lo scenario in cui la potenziale vittima di aggressione venga dotata di un dispositivo in grado di rilevare la presenza dell’aggressore – dotato di braccialetto elettronico – nelle vicinanze e di generare immediatamente un allarme verso il Centro di Monitoraggio. I dispositivi permettono di tracciare costantemente la posizione del molestatore e notificano immediatamente al Centro di controllo la violazione di una delle zone di sicurezza attorno alla vittima. In questo modo esisterebbe, quindi, inoltre la possibilità di contattare la persona in regime interdittivo per verificarne le intenzioni e dissuaderla. La vittima dello stalker, d’altro canto, è dotata di un dispositivo portatile nel quale è presente un bottone di allarme che attiva anche la chiamata diretta con l’operatore. Tale dispositivo può essere chiamato dall’operatore stesso. Solo in questo modo si può per davvero mettere in sicurezza la potenziale vittima. In Spagna, dove tale scenario è già in uso dal 2009, a fronte di una crescita costante delle denunce per violenza domestica, la diminuzione degli omicidi legati alla violenza di genere nella Comunità Autonoma di Madrid è stato pari al 33,33% ( da sei a quattro) rispetto all’andamento nazionale che ha registrato un calo del 18,75%. Dal 2009 sono stati confermati i successi della prima sperimentazione: nessuna delle vittime sottoposta a controllo elettronico è stata nuovamente oggetto di violenza.

Norme esistenti ma non applicate, mancanza di braccialetti elettronici, incapacità dello Stato di proteggere un suo cittadino in pericolo: tutto ciò che non torna nel caso di Aci Trezza. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 28 agosto 2021. In estrema sintesi: all’ex fidanzato, stalker, il gip dispone il divieto di avvicinamento, ma senza braccialetto elettronico perché, dice il capo del suo ufficio, «si può dare solo in caso di arresti domiciliari». Soltanto dopo si scopre che invece il provvedimento del braccialetto elettronico si poteva adottare eccome, dato che è previsto dalla legge 69/2019 che ha modificato l’articolo 282 ter comma 2 del codice di procedura penale, come ha spiegato Valeria Valente, senatrice Pd e presidente della commissione parlamentare contro le violenze di genere su queste colonne. Il risultato è che Vanessa Zappalà è stata uccisa, il suo stalker, Antonino Sciuto, si è suicidato e due morti, forse, potevano essere evitate semplicemente applicando le norme in vigore. La storia che ha sconvolto la piccola frazione di Aci Trezza, celebre per i racconti di Giovanni Verga e dei suoi Malavoglia, questa volta non ha a che fare con famiglie sfortunate e lupini, ma con un’amministrazione della giustizia che spesso fa acqua da tutte le parti e con uno Stato che non riesce a proteggere un suo cittadino in pericolo. Andando con ordine, tutto nasce dalla denuncia di Vanessa, che trova il coraggio di andare in Questura e rendere pubbliche quelle molestie dell’ex fidanzato che ormai erano diventate quotidiane. L’uomo viene accusato di stalking, il gip dispone il divieto di avvicinamento ma è tutto inutile. Nella notte tra domenica e lunedì la raggiunge sul lungomare, dove la ragazza stava passeggiando con alcune amiche, la afferra per i capelli e le spara sette colpi di pistola calibro 7,65. Altri 28 proiettili verranno ritrovati nell’auto dell’uomo, che a neanche ventiquattr’ore dall’omicidio si impicca in un casolare di campagna. Una tragedia dopo la quale si scatenano le fazioni più diverse. Il padre della vittima è netto: «Con le leggi giuste – denuncia – si sarebbe potuto evitare l’omicidio di mia figlia, ma anche quelli che ci sono stati e quelli che verranno dopo, perché ancora ce ne saranno». Secondo le amiche della ragazza Antonino era un «padre padrone» che la voleva solo per lui, mentre Marisa Scavo, procuratrice aggiunta a Catania, spiega a La Sicilia che «non aumentare il minimo della pena a due anni per il reato di stalking è un limite enorme, perché ci impedisce di effettuare il fermo nei casi in cui non c’è flagranza». Ma dopo pochi giorni il focus si sposta su un altro tema, e cioè sulla possibilità che allo stalker potesse essere applicato un braccialetto elettronico per tenerlo sotto controllo ed evitare così che potesse avvicinarsi alla vittima. La miccia è accesa da Nunzio Sarpietro, capo dell’ufficio gip di Catania, che in un’intervista a Repubblica spiega che «quel provvedimento si può adottare solo in caso di arresti domiciliari». Falso, perché la legge 69/2019 recante “disposizioni in tema di violenza domestica e di genere” è chiara e «modifica la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa per consentire al giudice di garantire il rispetto della misura coercitiva attraverso procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico)». Inequivocabile. Ora il giudice Sarpietro dice che l’intervista è stata tagliata male e che il problema è che i braccialetti non ci sono, e quindi anche volendo non potrebbero essere utilizzati. Ma tra gli addetti ai lavori l’errore del gip viene definito «inconcepibile», come spiega una fonte giudizaria che preferisce restare anonima. «È un caso sorprendente perché di quella legge si parlò molto. Quando entrò in vigore la legge sullo stalking nel primo mese ci furono mille arresti – commenta – Sono norme di cui si discute molto e non posso credere che l’errore del gip di Catania si possa ripetere in altri uffici giudiziari». Eppure, di passi avanti in tema di legislazione a difesa delle vittime di maltrattamenti e violenze ne sono stati fatti, se è vero che proprio la stessa legge 69/2019 inserisce il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi «nell’elenco dei delitti che consentono nei confronti degli indiziati l’applicazione di misure di prevenzione, tra le quali è inserita la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona da proteggere». Cioè esattamente quanto deciso nei confronti di Antonino Sciuto, senza risultati. «Quando si arresta in flagranza e in poche ore si deve decidere cosa fare, ad esempio se decidere per gli arresti domiciliari e il carcere, e allo stesso tempo il reo inizia piangere, diventa un agnellino e dice che vuole bene alla ex ragazza, spesso si incappa nello stesso errore che ha fatto il gip di Catania nel momento in cui ha deciso di lasciarlo fuori piuttosto che metterlo dentro – commenta la nostra fonte – Mettere tutti in carcere non è di certo la soluzione, ma dall’altro lato si rischia di sottovalutare il rischio per la vittima». Di certo c’è anche un problema di mancanza di braccialetti elettronici, tema diventato centrale nel dibattito durante le rivolte in carcere in piena epidemia di coronavirus, e averne di più a disposizione permetterebbe sia di svuotare in parte i penitenziari, già sovraffollati, sia di controllare con maggiore attenzione gli accusati di maltrattamenti. E se è vero che «bisogna conoscere, per deliberare», potremmo dire che bisogna conoscere, per applicare le misure cautelari. Pena la perdita, forse evitabile, di vite umane.

«Le norme per contrastare lo stalking ci sono. Il resto è solo giustizialismo». Parla l'avvocato Valerio Spigarelli. «Abbiamo la legge sullo stalking e norme riformate successivamente, tutto sta a farle funzionare». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 27 agosto 2021.  Valerio Spigarelli, avvocato già presidente dell’Unione camere penali italiane, sulla richiesta di provvedimenti più severi nei casi di stalking e violenza per prevenire i femminicidi, spiega che «è una noiosa demagogia degli adoratori delle manette che non si fanno scrupolo a dire che tutto va male ma poi se si chiede loro di quantificare il dilagare del fenomeno sulla base di dati statistici dal punto di vista criminologico non rispondono perché non ce l’hanno». Sui casi di uomini che uccidono le donne, magari dopo una relazione finita male, commenta: «Ormai si parla di femminicidio per tutti gli omicidi di donne, ma il rischio è di leggere i numeri in una particolare maniera mentre si dovrebbero paragonare sempre con le tendenze del passato».

Avvocato Spigarelli, pensa che le leggi attualmente in vigore bastino a contrastare il fenomeno dei femminicidio, da ultimo quello di Vanessa?

Quando ci troviamo di fronte a questo fenomeno, ancor prima di vedere i numeri, si tira fuori subito il discorso riguardo a ipotetiche norme insufficienti, mettendo in discussione un apparato normativo che tutto sommato è piuttosto nuovo e funziona. I reati contro la persona in Italia sono decisamente in calo e siamo un pese tranquillo. È vero che un numero significavo di reati maturano in contesti familiari e di solito ci troviamo di fronte a un uomo che uccide una donna e da qui la dicitura di femminicidio, ma abbiamo la legge sullo stalking e norme riformate successivamente, tutto sta a farle funzionare.

Eppure di femminicidi si parla ormai quasi ogni giorno, c’è una commissione parlamentare sul tema e i casi di cronaca aumentano.

C’è una percentuale di casi che maturano in famiglie apparentemente normali, dove ad esempio non ci sono casi di stalking. In questi casi sono delitti difficili da prevenire, in contesti del genere ciò che non funziona non è l’armamentario penale, che è più che sufficiente, quanto il fatto che non ci sia un’adeguata verifica da parte dei servizi sociali. Dove c’è degrado sociale paradossalmente è più facile intervenire.

C’è troppa attenzione insomma sui femmicidi?

Ormai si parla di femminicidio per tutti gli omicidi di donne, ma il rischio è di leggere i numeri in una particolare maniera mentre si dovrebbero paragonare sempre con le tendenze del passato. Viviamo in una società dove ci sono larghe sacche di comportamenti arcaici ma è la società stessa che deve guarire, è difficile che possa guarire attraverso modifiche al codice penale.

Non nego che le donne rischino di subire violenze, eppure, a commento di uno degli episodi di questo genere, ho sentito invocare pene più severe e non si sa quali misure cautelari ma ovviamente non ci sono altre opzioni se non quella di introdurre l’ennesimo automatismo cautelare. Stalking? Tutti in galera. È una maniera aberrante di affrontare queste faccende ma purtroppo è quella più consona al legislatore almeno negli ultimi vent’anni.

Non è d’accordo quindi con Travaglio, che commentando il caso di Vanessa ha attaccato la riforma della custodia cautelare i referendum sulla giustizia.

Travaglio è un disco rotto anche un po’ noioso. Non hanno deciso i politici che la custodia cautelare sia l’estrema ratio, come dice lui. L’ha deciso la Costituzione. Prima di una condanna dovresti andare in carcere se ci sono pericoli gravissimi ma questo avviene in qualunque paese civile. Andare contro al gip che ha deciso soltanto per il divieto di avvicinamento è offensivo, perché immagino che stia vivendo un dramma. Gli elementi che aveva a disposizione evidentemente non erano tali da prevedere un pericolo gravissimo, tant’è che neanche la procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Pensa che il pensiero di Travaglio sia maggioritario nel paese?

È una noiosa demagogia degli adoratori delle manette che non si fanno scrupolo a dire che tutto va male ma poi se si chiede loro di quantificare il dilagare del fenomeno sulla base di dati statistici dal punto di vista criminologico non rispondono perché non ce l’hanno. Quando si fece la prima riforma dei reati di violenza sessuale negli ultimi vent’anni al governo c’erano Maroni e Berlusconi. Nello stesso giorno Maroni fece una relazione sull’ordine pubblico in Italia in cui disse che le violenze sessuali erano in calo, se ne prese il merito, ma il governo pubblicò un decreto legge fondato su una situazione di straordinaria necessità e urgenza dicendo che il fenomeno delle violenze sessuali stava dialogando. Una contraddizione assoluta.

Fu solo un episodio o è un atteggiamento diventato quasi normale, assecondando quindi il desiderio di giustizialismo certamente presente in una parte dell’opinione pubblica?

È ciò che si ripete da un sacco di tempo per un certo tipo di reati tra i quali metterei anche le violenze mafiose e altri, sui quali impera sempre questo modo di ragionare: ci sono tre quattro casi di cronaca e subito si grida all’allarme. I femminicidi sono aberranti, intendiamoci, ma prima di dire che le leggi sono imbelli e che non abbiamo norme per contrastarli dovremmo guardare ai numeri.

Non si può sempre dire che il sistema ha fallito, si dovrebbe valutare anche le volte in cui il sistema giudiziario e ciò che gli sta attorno hanno evitato una violenza. C’è demagogia informativa attorno a questo tipo di reati e ciò inquina un po’ il discorso rendendo gli attori della politica non particolarmente razionali nell’affrontare questi temi.

Da "leggo.it" il 26 agosto 2021. Vanessa Zappalà era terrorizzata dall'ex Antonio Sciuto. L'uomo la perseguitava da tempo fino a quando non l'ha raggiunta sul lungomare di Acitrezza dove l'ha uccisa con 7 colpi di pistola prima di togliersi la vita impiccandosi. Da quando si erano lasciati Sciuto non la voleva lasciare in pace e la 26enne catanese aveva più volte detto ad amici e familiari di esserne spaventata. Da mesi chiedeva aiuto, anche con due denunce per stalking, da mesi scappava dalle minacce e dagli inseguimenti del suo ex. Aveva persino deciso di prendere nota di quanto era costretta a subite e su un bloc-notes appuntava quello che succedeva: «Dopo la denuncia ai carabinieri continua a seguirmi. Sono in ansia, ho paura», è uno dei tanti pensieri raccolti dalla 26enne, come riporta il quotidiano La Repubblica. Sciuto era sottoposto a un divieto di avvicinamento ed era stato arrestato e messo agli arresti domiciliari. Da allora, spiega il padre della vittima, era sparito e avevano avuto l'illusione che si fosse finalmente allontanato e arreso: «Evidentemente nei due mesi successivi ha maturato la decisione di uccidere mia figlia e di uccidersi». «Quell’uomo aveva pianificato tutto, ne sono sicuro, continuava ad essere accecato dalla gelosia. Abbiamo scoperto che aveva piazzato un Gps sotto l’auto di Vanessa. E, poi, era riuscito a intrufolarsi nel giardino di casa nostra, per sentire cosa dicevamo, attraverso un tubo», ha continuato il padre che ora chiede, una volta per tutte, che venga fatta giustizia. 

Ida Artiaco per "fanpage.it" il 26 agosto 2021. Vanessa Zappalà aveva paura di Antonio Sciuto. Mesi prima che l'ex fidanzato la uccidesse a colpi di pistola sul lungomare di Aci Trezza, a pochi passi da Catania, prima di togliersi la vita impiccandosi, aveva sporto denuncia per stalking. Le minacce, gli insulti e gli inseguimenti a cui lui, accecato dalla gelosia, la sottoponeva erano diventati per lei motivo di ansia e paura. Per questo, la 26enne aveva trovato nel luogotenente Corrado Macrì, comandante della stazione dei carabinieri di Trecastagni, che aveva raccolto la sua denuncia, un vero e proprio angelo custode. "È come se avessi perso una sorella minore. La morte di Vanessa mi ha lasciato un vuoto enorme", ha detto il militare, 48 anni, come riporta Il Corriere della Sera. È stato lui, che rispondeva a tutte le sue chiamate, a darle dei consigli per non essere sconfitta dalla paura. "Non uscire da sola e non frequentare posti isolati", le ripeteva sempre il carabiniere, che aveva accolto i suoi sfoghi prima ancora della sua denuncia. E conosceva la vicenda nei minimi dettagli, anche quello che la 26enne aveva appuntato sui bloc-notes, dove riportava data e ora delle minacce e degli avvistamenti di Antonio. Era stato proprio Macrì ad arrestare Sciuto lo scorso giugno al termine di un breve inseguimento per le vie del paese, dopo che la ragazza lo aveva allertato dicendo di aver visto l'ex appostato sotto casa sua. Dopo tre giorni ai domiciliari, tuttavia, il giudice per le indagini preliminari gli impose il solo divieto di avvicinamento. L'uomo sembrava essersi placato, ma domenica notte ha raggiunto Vanessa, che stava passeggiando con alcuni amici sul lungomare di Acitrezza, l'ha afferrata per i capelli, nonostante lei gli avesse detto che avrebbe chiamato Macrì, e l'ha colpita con sette colpi di pistola. Agli uomini che lavorano con lui, il luogotenente ha raccontato il dolore che ancora prova per non avere potuto salvare "una sorella minore". Intanto, c'è attesa a Trecastagni per il funerale di Vanessa, che si svolgerà domani, venerdì 27 giugno alle 19 nel Santuario dei Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino. Il sindaco aveva già dichiarato il lutto cittadino. 

Vanessa Zappalà, il carabiniere che aveva raccolto le denunce: «Era diventata una sorella ma non ho potuto salvarla». Riccardo Lo Verso su Il Corriere della Sera il 26 agosto 2021. Catania, il carabiniere che aveva raccolto le denunce della ragazza uccisa da Antonino Sciuto: «La sua morte mi ha lasciato un vuoto enorme».

«È come se avessi perso una sorella minore. La morte di Vanessa mi ha lasciato un vuoto enorme». Chi vive e lavora al fianco del luogotenente Corrado Marcì gli ha sentito ripetere queste parole più volte dopo la terribile notte di Aci Trezza. Vanessa Zappalà domenica scorsa è stata assassinata con sette colpi di pistola dall’ex compagno Antonino Sciuto, che poi si è impiccato. Dalle pieghe dell’ennesimo femminicidio emerge la storia del rapporto fra Vanessa e il comandante della stazione di Trecastagni, il paese dove viveva la vittima. Un rapporto che ha consentito alla ragazza di resistere nella tempesta della paura, ma che non poteva bastare per salvarla.

Le telefonate. Vanessa chiamava e Marcì rispondeva al cellulare, a tutte le ore del giorno. La linea era sempre aperta e diretta, senza passaggi intermedi o centralinisti a fare da filtro, così come prevede il protocollo per il «codice rosso». A volte Vanessa al telefono con il carabiniere non riusciva a trattenere le lacrime. «Un sant’uomo, un padre di famiglia», così lo descrive Carmelo, il papà di Vanessa che oggi potrà pregare sulla bara della figlia. La Procura non ha ritenuto necessaria l’autopsia e ha ordinato la restituzione della salma. I funerali saranno celebrati domani, alle 19, nel Santuario dei Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino a Trescastagni. Il luogotenente Macrì ha raccolto la fragilità di una giovane donna costretta a difendersi da un uomo violento e al contempo la sua forza e la voglia di resistere. Per gli abitanti di un piccolo comune come Trecastagni il comandante della stazione dei carabinieri è un punto di riferimento. Per Vanessa era qualcosa di più, era un fratello maggiore. Il militare che ha 48 anni, dieci dei quali trascorsi a Tremestieri, le dava i consigli per tentare di proteggersi da uno psicopatico che giurava di amarla ed invece si è trasformato in carnefice.

Come possiamo proteggere davvero le donne che denunciano le violenze?

Dal 2012 ad oggi, 1048 donne uccise: la Spoon River della 27esimaora

«Non uscire da sola»

Ai suoi consigli Vanessa si era attenuta anche la notte in cui è stata uccisa. «Non uscire da sola e non frequentare posti isolati», le ripeteva sempre il carabiniere. Non è un caso che quando Sciuto l’ha presa per i capelli e le ha scaricato contro sette colpi di pistola, Vanessa stesse passeggiando con gli amici al porticciolo di Aci Trezza. Marcì ha raccolto la denuncia di Vanessa, lo sfogo che va oltre la carta bollata, ha verificato la sua attendibilità. Per primo si è reso conto dell’incubo in cui era piombata, guardando i video del telefonino con cui la donna aveva filmato l’ex durante gli appostamenti e il bloc notes in cui annotava orari e strade dove erano avvenut